Il Frutto della Vita Eterna.

Il Frutto della Vita Eterna.

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[Mrg. J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”, cap. XL]

La grazia infusa nell’anima nel giorno del Battesimo, per opera dello Spirito Santo, costituisce la vita soprannaturale. Le virtù infuse ne sono le forze vive. I doni dello Spirito Santo mettono queste forze in moto, e fanno loro produrre degli atti beatifici, chiamati beatitudini. Questi atti beatifici condotti all’ultima perfezione, prendono il nome di frutti, perché essi producono nell’anima una soavità, simile a quella di un eccellente frutto in piena maturità. Questi stessi frutti non sono relativamente che fiori, di fronte al frutto della vita eterna. A procurare all’uomo quest’unico frutto tendono tutte le operazioni dello Spirito Santo: essendo appunto questo frutto, il cielo. [“Cum fructus habeat quodammodo rationem ultimi et finis, nihil prohibet alicujus fructus esse alium fructum; sicut finis ad finem ordinatur : opera igitur nostra, in quantum sunt effectus quidam Spiritus sancti in nobis operantis, habent rationem fructus; sed in quantum ordinantur ad finem vitae aeternae, sic magis habent rationem florum: unde dicitur”: (Eccli XXIV, 23): “Flores mei fructus honoris et gratiae”. S. Th., l a, 2ae, q. 70, art. 1, ad 1]. – «Delle buone fatiche, dice il libro della Sapienza, glorioso è il frutto. » [“Bonorum enim laborum gloriosus est fructus”. Sap., III, 15]. E nel Vangelo: « Colui che miete, riceve ricompensa, e accumula il frutto per la vita eterna. » [Qui metit, mercedem accipit, et congregat fructum in vitam aeternam”. Joan., IV, 36]. E nell’ Apocalisse : « Al vincitore, io darò a mangiare l’abero di vita che è nel paradiso del mio Dio. » [“Vincenti dabo edere de ligno vitae, quod est in paradiso Dei mei”. Apoc., II, 7]. – Perché la felicità, l’immortalità, il cielo infine ci é presentato sotto il nome di frutto? Nel paradiso terrestre, figura del paradiso celeste, era l’albero della vita, il cui frutto di un sapore squisito e di una bellezza sorprendente, aveva la proprietà di comunicare l’immortalità. Accanto a quest’albero era l’albero della scienza del bene e del male, il cui frutto dava la morte. Adamo, posto tra questi due alberi che conosceva perfettamente, vinto dalla tentazione, mangiò del frutto dell’albero proibito, prima d’aver mangiato del frutto dell’albero di vita. È di fede che l’albero di vita, come l’albero della scienza del bene e del male, era un albero vero. Una volta che si fosse mangiato, doveva prolungare la vita per parecchie migliaia d’anni; e dopo avere mantenuto l’uomo in una giovinezza costante, l’avrebbe fatto entrare, senza passare per la morte, nella vita senza fine dell’eternità. [“De fide est fuisse hanc veram arborem…. hoc lignum prorogasset homini vitam et vigorem ad aliquot annorum millia, donec Deus eum transtulissef in coelum, quae aeternitas quaedam est”. Corn. a Lap., Gen., II, 9. — Nell’ambrosia, nel nettare e altri alimenti che comunicavano agli Dei l’immortalità, il paganesimo stesso aveva conservato una memoria di quest’albero di vita]. – Che vi é da meravigliarsi se lo Spirito Santo restauratore di tutte le cose, ci ha presentato il cielo come il frutto dell’albero di vita, ma perfezionato e dotato della virtù di far vivere l’uomo cosi lungo tempo finché Dio sarà Dio, e di una vita divinamente beata? Un frutto è stata la disgrazia dell’uomo, e un frutto sarà la felicità. La vittoria poteva essere meglio proporzionata alla sconfitta: “Ut qui in Ugno vincebat, in ligno quoque vinceretur?” Quando dunque il genere umano, nutrito dei frutti dello Spirito Santo, avrà dormito il suo sonno di morte, lo spirito divino, continuando la sua opera di deificazione, verrà ad aggiungere un benefizio a tutti i suoi benefici. Come ha fatto ad uscire dal sepolcro il Verbo incarnato, tipo dell’ uomo, cosi ne farà uscire tutte le sue membra. « Se lo Spirito di colui il quale ha risuscitato Gesù Cristo tra i morti, dice san Paolo, abita in voi, quegli che ha risuscitato Gesù Cristo tra i morti,, richiamerà pure alla vita i vostri corpi mortali, a cagione del suo Spirito che abita in voi. » [Rom VIII, 11]. – Che cosa farà dell’uomo gloriosamente risuscitato? Egli lo condurrà in cielo, nel vero Eden della felicità e della gloria, dove gli farà mangiare il frutto di vita che è nel Paradiso di Dio. Grazie alle proprietà di questo frutto misterioso, in quel luogo, per le creature e per l’uomo, tutto sarà restaurazione. Perché? perché il cielo sarà il regno assoluto dello Spirito Santo, vale a dire il regno dell’ amore infinito, che opera nella pienezza della sua espansione, senza ostacoli, senza limiti, senza diminuzione; che penetra tutto, anima tutto, illumina tutto, divinizza tutto, immerge tutti gli abitanti della sua Città immensa, tanto uomini che angeli, nello stesso Oceano di luce, d’amore e di eterne voluttà. Ecco il capo d’opera dello Spirito Santo, e il termine finale al quale ci conduce con le sue operazioni successive. – Quale sarebbe sopra di noi l’effetto di questo amore sostanziale, infinito, che opera nella sua incomprensibile energia? la morte istantanea, se noi dimorassimo nella debolezza attuale della nostra natura. Qual essere creato potrebbe sostenere il peso dell’infinito? Ma non sarà cosi. Come la virtù dell’Altissimo fortificò Maria nel di dell’incarnazione, cosi Egli ci circonderà della sua ombra: “Virtus Altissimi obumbrabit tibi”. Affinché non sieno né consunti da ardori infiniti, né accecati da una luce infinita, né schiacciati sotto il peso di una felicità infinita, lo Spirito Santo comunicherà agli esseri, sottoposti alla sua azione, una energia tale, che essi vivranno in quell’immensa atmosfera d’amore, di luce e di felicità, liberi, agili, felici, come il pesce nell’Oceano! La vita della grazia sarà divenuta la vita della gloria. Cosi preparati, l’effetto dell’amore infinito sarà su di essi, simile a quello del fuoco sull’oro. Il fuoco non consuma 1’oro, ma lo trasfigura. – La trasfigurazione divina si estenderà a tutto ciò che ne sarà degno; imperocché lo Spirito di vita non distrugge nulla di ciò che ha fatto. Così saranno trasfigurati e il mondo che noi abitiamo, e l’uomo tutto intero. – Trasfigurazione del mondo, cioè della terra e del cielo. La creazione fisica segue la condizione dell’uomo, della quale è padrone. Poiché l’uomo fu felice finché fu innocente, infelice quando divenne colpevole, cosi essa sarà glorificata allorché lui medesimo sarà glorioso. Il cielo sarà dunque il compimento plenario ed eterno di questo voto, espresso dall’Apostolo, a nome della creazione tutta quanta. « Ogni creatura, dice san Paolo, aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio. Imperocché la creazione è sottoposta alla vanità non volontariamente, ma a cagione di colui che ve l’ha sottomessa con speranza; perché la stessa creatura sarà prosciolta dalla servitù della corruzione mediante la libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che qualunque. Creatura geme ed esperimenta fin qui i dolori del parto. Non solamente essa, ma noi pure, che possediamo in noi le primizie dello Spirito. » [Rom., VIII, 19-28]. Che cosa significano questi patimenti e questi sospiri di tutta la natura? Essi significano che la creazione non è arrivata al suo fine. Significano, che la vita attuale sarebbe un’amara ironia, se non ve ne fosse un’altra. Significano, che la creazione tutta quanta aspira non alla sua distruzione ma al suo rinnovamento, e che a suo modo essa rivolge a Dio, come l’uomo medesimo, questa domanda del Pater : “che venga il vostro regno”. – Ogni essere, dice san Tommaso, ripugna alla sua distruzione. Desiderando ardentemente la fine di questo mondo, le creature non desiderano dunque il loro annientamento, ma la loro liberazione e il loro rinnovamento. – Quindi, i dottori cattolici concludono molto logicamente, che le creature non saranno distrutte, ma purificate dal fuoco dell’ultimo giorno : come l’oro non è distrutto passando pel crogiuolo, ma reso più puro e più fulgido. [Vedi le autorità nel Catechismo di perseveranza, t. VIII, Riassunto generale. Vi si troverà pure, riguardo al cielo, assai lunghi particolari che la mancanza di spazio non ci permette di riprodurre]. – Quale sarà in sé medesima e nei suoi risultati questa trasfigurazione del mondo? Essa sarà in sé medesima la partecipazione la più grande possibile delle creature materiali verso le perfezioni di Dio. Dio è eternità, luce, amore. Per quanto la loro natura può comportarlo, le creature saranno dunque eternità; luce, amore. Eternità. Esse dureranno sempre senza alterazione di forma né di bellezza. « Gli astri, dice san Tommaso, fissi nel punto del firmamento il più conveniente, per risplendere di tutta la loro luce sulla beata Gerusalemme, diverranno immobili. I tempi, per cui sono destinati quaggiù a segnare la successione, susseguiranno al giorno senza notte dell’eternità. La terra sempre egualmente illuminata, godrà di una temperatura costantemente uguale; e gli altri elementi, sempre simili in sé medesimi, non avranno al nostro sguardo, nessuna delle imperfezioni delle quali si lamentano. » [Supplem ., q. 91, art. 2. — 8. Hier., in Hàbac III] . Luce. È rivelato in Isaia che la luce della luna sarà come la luce del sole: e che la luce del sole sarà sette volte maggiore di quella d’oggidì. [“Erit lux lunae sicut lux solis, et lux solis septempliciter”. Js., xxx, 26]. – Ma il cielo, in cui il sole e la luna formano il più bell’ornamento, è la più nobile porzione del mondo corporeo. Come il resto della creazione, così il cielo sarà rinnovato; né può esserlo, che acquistando una maggior chiarezza; attesoché la chiarezza è la sua beltà principale. La stessa terra parteciperà à questa chiarezza del cielo. – Da un lato è di fede che il corpo dell’uomo diverrà luminoso; e il corpo dell’uomo Scomposto di elementi materiali. Dunque gli elementi materiali di cui si comporrà il corpo dell’uomo rivestito di lucentezza, saranno essi medesimi luminosi. Ma gli elementi che compongono il corpo dell’uomo, sono presi in tutti i regni della natura. Dunque, a meno di una anomalia che ripugna, la condizione del tutto seguirà la condizione delle parti: cioè che tutta la creazione materiale diverrà luminosa. [S. Th., ubi supra, art. 4]. D’altra parte, siccome esiste un ordine tra gli spiriti superiori, gli angeli, e tra gli spiriti inferiori, le anime, così ne esiste uno tra i corpi celesti e i corpi terrestri. Ora, la creazione materiale essendo fatta per la creazione spirituale, e dovendo per mezzo suo, essere regolata e condotta al suo fine, risulta che ella ne segue la condizione, alzandosi o abbassandosi con lei e per cagion sua. Nell’universale rinnovamento gli spiriti inferiori, le anime, acquisteranno le proprietà degli spiriti superiori. Gli uomini, dice il Vangelo, saranno simili agli angeli. – Per la stessa ragione i corpi inferiori acquisteranno le proprietà dei corpi superiori. Ma i corpi inferiori non potendo prendere ad imprestito dai corpi celesti fuorché la chiarezza, ne segue di necessità che essi diventeranno luminosi. Cosi tutti gli elementi saranno rivestiti di un manto di luce; non tutti del pari, ma ciascuno secondo la sua natura. È detto infatti che la terra sarà trasparente come il vetro, l’acqua come il cristallo, l’aria pura, quanto il cielo, il fuoco brillante come i luminari del firmamento. [“Unde omnia elem enta claritate quadam vestientur; non tam en aequaliter, sed secundum suum modum: dicitur enim quod terra erit in superfìcie exteriori pervia sicut vitrum , aqua sicut crystallus, aèr ut còelum, ignis ut luminaria coeli”. [Ibid ., corp.]. Amore, Nei suoi risultati, il rinnovamento del mondo sarà una manifestazione la più splendida delle perfezioni di Dio, e per conseguenza un invito più eloquente alla nostra ammirazione e alla nostra riconoscenza. Il mondo é uno specchio creato per riflettere gli attributi del Creatore. Lo specchio è tanto più perfetto, quanto più riflette meglio l’immagine che gii si presenta. Dopo la loro rinnovazione, le creature libere da ogni macchia di peccato, saranno arricchite di nuove qualità, in armonia con i sensi dell’uomo deificato; e divenute trasparenti lasceranno vedere senz’ombra le bellezze del Creatore. Allora 1’uomo, doppiamente soddisfatto nei suoi sensi e nelle sue facoltà, sarà nei trasporti d’un amore sempre crescente. [S. Thom. ubi supra, art. 1, corp.]. – Riassumendo: l’abitazione deve convenire all’abitante. Il mondo è stato fatto per essere l’abitazione dell’uomo; dunque deve essére conveniente all’uomo. Ma l’uomo sarà rinnovato; dunque parimente il mondo. [“Habitatio debet babitatori congruere, sed mundus factus est ut sit habitatio hominis. Ergo debet homini congruere; sed homo innovabitur. Ergo sim iliter et m undus. Ibid. – Trasfigurazione dell’uomo. Noi conosciamo la dimora: e quale ne sarà l’abitatore? L’uomo. Esso raggiunge quaggiù più di qualunque altra creatura il fine della vita. Come esse, ei sospira verso la sua trasfigurazione. I suoi voti non saranno compiti che alla fine della prova. Il cielo sarà dunque la dimora dell’uomo divenuto quale lo esige la legge del suo essere simile all’Angelo, simile a Dio. Simile a Dio, eternità, luce, amore, felicità, quanto lo può essere una creatura: tale sarà l’uomo trasfigurato. Eternità. L’uomo, unito a Dio, viverà come Dio; unito al Verbo incarnato, vivrà come uomo deificato, della vita del corpo e dell’anima. Egli vivrà della pienezza di questa doppia vita, vivrà sempre. Vivere è godere, vivere pienamente è godere pienamente; vivere sempre, è godere eternamente. Egli vivrà della vita del corpo, ne vivrà pienamente e sempre. Il corpo dell’uomo conserverà tutta la sua integrità, i suoi sepsi, i suoi organi. Resuscitato nell’età della forza e della bellezza, spogliato dal travaglio della tomba di tutte le imperfezioni, risultati del peccato, dotato di nuove qualità, egli godrà di una eterna gioventù. Queste nuove qualità .sono: l’impassibilità, la sottigliezza, l’agilità, la chiarezza. – Il corpo seminato corruttibile risusciterà incorruttibile: [1 Cor., XV , 42], dunque impassibile. L’impassibilità sarà l’effetto necessario della glorificazione. Nelle cose corruttibili, il principio vitale non domina abbastanza perfettamente la materia, da preservarla da ogni offesa contraria alla sua volontà. Ma dopo la risurrezione, l’anima dei santi sarà completamente padrona del corpo. Quest’impero sarà immutabile, poiché l’anima stessa sarà immutabilmente sottomessa a Dio. Sarà perfetto, poiché la stessa anima sarà perfetta, e per conseguenza dotata del potere e della volontà d’impedire tutto ciò che potrebbe nuocere al corpo. Inoltre, nel cielo la felicità dell’uomo sarà completa: né lo sarebbe, se il corpo rimanesse soggetto a patimenti. – Del resto l’impassibilità non distruggerà la sensibilità. Contuttoché conservi intatta la natura dei corpi, la divina potenza può toglierle le qualità che le piace. – Così al fuoco della fornace di Babilonia essa tolse la virtù di ardere certe cose, poiché i corpi dei giovani Ebrei rimasero intatti; ma gli lasciò la virtù di bruciare certe altre cose, poiché il legno fu consumato. Altrettanto avverrà per i corpi gloriosi: Dio toglierà la passibilità e conserverà la natura. [S. Th., Suppl., q. 82, art. 2, ad 4] D’altronde se i corpi gloriosi non fossero sensibili, la vita dei santi, dopo la risurrezione, rassomiglierebbe più al sonno che alla veglia. Ora il sonno non è la vita, soprattutto la vita nella sua pienezza: non è che una mezza vita. Il corpo seminato animale risusciterà spirituale [I Cor., XV, 42]; dunque sottile. La sottigliezza è una delle principali qualità degli spiriti; e la sottigliezza degli esseri spirituali supera infinitamente quella degli esseri corporei. I corpi gloriosi saranno dunque sottilissimi. La sottigliezza di un corpo consiste, nel poter penetrare attraverso un altro corpo, press’a poco come il raggio luminoso penetra il cristallo senza guastarlo né alterarlo. Due cause, naturali la rendono possibile; la prima, la tenuità del corpo penetrante; la seconda l’esistenza dei pori, o spazi lasciati vuoti tra le parti del corpo penetrato. – Ma il vero principio della sottigliezza dei corpi gloriosi, sarà la loro perfetta sottomissione all’anima glorificata. Il primo effetto di questa sottomissione sarà di fare nei limiti del possibile partecipare il corpo alla natura dell’anima, e per conseguenza alle operazioni dell’anima. Cosi nessun ostacolo alle comunicazioni più intime dei santi tra di loro e con tutte le parti della gloriosa Gerusalemme. [S. Th., Suppl., q. 83, art. 1, corp.]. – Ciononostante i corpi gloriosi resteranno palpabili. Riformati sul modello del corpo del Verbo resuscitato, ne avranno le qualità. Ora, il corpo del Verbo resuscitato era palpabile. « Palpate e vedete, diceva il buon Maestro ai suoi discepoli meravigliati: uno spirito non ha né carne né ossa; come voi vedete io l’ho. » [Luc., XXIV, 39]. – È articolo di fede; sanzionato dalla Chiesa nella condanna d’Eutichete, patriarca di Costantinopoli, il quale sosteneva l’impalpabiìità dei corpi gloriosi. [S. Th., ubi supra. art. 6]. – Il corpo seminato debole risusciterà forte, [I Cor., XV, 13]. Perciò agile e pieno di vita. Agile, vuol dire, facile nel movimento. Dunque i corpi gloriosi saranno agili. Di più, la lentezza ripugna essenzialmente alla spiritualità. Dunque essi saranno agili. D’altronde l’anima è unita al corpo, non solamente come forma o principio vitale, ma altresì come motore. Sotto l’uno e l’altro aspetto il corpo glorioso gli sarà perfettamente soggetto. Per la sottigliezza, il corpo perfettamente sottomesso all’anima come forma, riceve un essere specifico; cosi perfettamente sottomesso all’anima come motore, riceve l’estrema facilità di moto, che chiamasi agilità. [S. Th., ubi supra, q. 84, art. 1, corp.]. – Potersi trasportare senza fatica e in un istante impercettibile, qualunque siasi la distanza da un luogo a un altro, e con la stessa prontezza ritornare nel punto donde era partito; tale sarà la deliziosa prerogativa dei corpi gloriosi. Diciamo deliziosa, poiché di tutte le qualità dei corpi, 1’agilità è quella che il mondo attuale sembra ricercare con più ardore. Egli non vede più distanza. Il peso della materia lo molesta, ad ogni costo vuole liberarsene. Lungi dunque da noi il pensiero che l’immobilità regnerà nel cielo, e che noi vi saremo come statue in tante nicchie. Il moto, l’agilità di quaggiù non sono, che un’ombra di moto e di agilità che regneranno nella Città dello Spirito Santo. [Ibid., art. 2, coip . ; et art. 8, corp.]. Seminato ignobile, il corpo risusciterà glorioso: [I Cor., XV, 48]: dunque luminoso. Tale è il significato dell’Apostolo medesimo, dato alla parola glorioso, poiché paragona la gloria dei corpi risuscitati alla chiarezza delle stelle. Già abbiamo detto la ragione per la quale i corpi dei santi saranno luminosi, come tutti i corpi materiali. Aggiungiamo che questa luce verrà loro dalla sovrabbondante luce dell’anima glorificata; essa ne sarà penetrata e circondata. Padrona assoluta del corpo, al quale sarà unita colla più intima unione, lo penetrerà .da parte a parte, e lo circonderà completamente di luce. Questa atmosfera luminosa sarà tanto più brillante, quanto più l’anima sarà più santa, cioè dire più vicina a Dio, luce infinita. Così dalla chiarezza del corpo si giudicherà della gloria dell’anima, come attraverso il vetro si conosce il colore del liquido contenuto in un vaso di vetro. [S . Th., ibid., q. 85, art. 1, corp.]. – Impassibile, sottile, agile, luminoso, tale sarà dunque non per un giorno, non per alcuni anni fugaci, ma per tutta l’eternità, il corpo glorificato dallo Spirito Santo. O uomini, voi amate tanto il vostro corpo, e non desiderate il cielo! – Da questa glorificazione generale risulterà il perfezionamento di tutti i sensi, e per ciascuno in particolare la soddisfazione che gli è propria. Da un lato, l’uomo sarà nel cielo non troncato o minorato, ma intero e perfezionato; d’altra parte i sensi non saranno solamente in potenza, ma in atto, attesoché la facoltà in atto è più perfetta della facoltà in potenza; e che tutti i sensi del corpo, essendo stati gli istrumenti dell’anima, saranno ricompensati secondo i meriti dell’anima stessa. [“Corpus praemiabitur vel punietur propter merita vel demerita animae. Ergo et omnes sensns praemiabuntur in beatis, etc.”. S . Th., ubi supra, q. 82, art. 4]. – Non entreremo nei particolari dei godimenti di ciascun senso particolarmente, né delle diverse facoltà dell’anima. Ci basterà notare che esse saranno reali e in armonia con i sensi perfezionati, ma conservanti la loro natura.22 [“Oculi, aures, nares, os, manus, guttur, jecur, pulmo, ossa, medullae…. beatorum, mirabili delectationis et dulcedinis sensu replebuntur”. S. Anselm., de Similitud., c. CVII]. – Cosi nulla ci obbliga a prendere in un senso figurato, tutto ciò che dice la Scrittura, dei piaceri sensibili riserbati ai beati. « Io aspiro, esclamava David, a vedere i beni del Signore nella terra dei viventi. » [Ps. XXVI]. – Su di che Cornelio a Lapide, riassumendo l’insegnamento dei dottori, così si esprime: « Per questo il fiume del paradiso, gli alberi e i frutti di cui è parlato, possono prendersi alla lettera. E perché no? Se nel paradiso terrestre Adamo ha goduto di tutti questi beni, tanto più i beati ne godranno nel paradiso celeste; imperocché il primo non era che un saggio e l’immagine del secondo. [“Quocirca fiuvius bic, arbores et poma ad litteram, uti sonant, accipi possunt. Quid enim obstat? Nam si his in paradiso terrestri fruitus est Adam, multo magis iisdem fruentur beati in paradiso coelesti; bujus enim specimen et imago fuit terrestris. In Apoc., XXII , 2]. – Del resto, si ammettono abbastanza facilmente i piaceri della vista, dell’udito, dell’odorato, del tatto; solo i godimenti del gusto sembrano disputabili. Per farli accettare, possiamo notare che il senso del gusto non più degli altri, può esser privo della sua ricompensa, attesoché egli ha meritato per i digiuni, per le astinenze, per le austerità d’ogni genere, come lo vediamo in un sì gran numero di santi: che il bere e il mangiare non saranno più destinati come quaggiù, a riparare alle forze del corpo, ma a procurare al senso del gusto la sua legittima soddisfazione; che i frutti e non la carne, essendo stato il cibo dell’uomo innocente, ridiventeranno dell’uomo rigenerato; che il corpo spiritualizzato spiritualizzerà il nutrimento, in modo che non darà luogo a nessuna delle conseguenze nelle condizioni della vita terrena. [V. le autorità citate da Corn., ubi supra]. – Secondo il parere dei dottori si aggiunge, in prova di ciò che diciamo, un fatto, la cui autenticità non è mai stata posta in dubbio. L’anno 304, nel colmo della persecuzione di Diocleziano, una vergine cristiana, per nome Dorotea, fu condotta al tribunale di Sapricio, governatore di Cesarea in Cappadocia. Era il sesto giorno di febbraio. Per il suo rifiuto di sacrificare ai demoni, la sposa del Verbo incarnato viene distesa sul cavalletto. Calma in mezzo alle torture, essa dice al giudice: « Affrettati di fare ciò che tu vuoi, e che i tuoi supplizi siano la strada che mi conducano al mio sposo. Io L’amo e non temo. Io desidero altresì i tuoi tormenti: il mio Sposo mi chiama. Con questi patimenti, brevi e lievi andiamo al paradiso delle delizie, dove sono dei pomi di una meravigliosa bellezza, rose e gigli e fiori innumerevoli che mai si seccano, fonti d’acque vive che mai si asciugano, e delle quali i santi godono con felicità, pieni d’ allegrezza nel Cristo. » A queste parole l’assessore del giudice, un letterato, un Renan del tempo, nominato Teofilo, si rivolge alla santa, e gli dice sogghignando: « Mandami dei pomi del paradiso del tuo sposo, allorché tu vi sarai arrivata. — Lo farò volentieri, rispose la giovane martire. » “Mitte mihi poma e paradiso sponsi tui, cum eo perveneris. Faciam, inquit illa”.- Non si dimentichi che eravamo nel cuor dell’ inverno. Il carnefice si impadronisce della vittima e gli tronca la testa. Frattanto Teofìlo se n’era tornato a casa facendosi bello della sua frivolezza, la raccontavi a’ suoi amici, con molte lepidezze intorno a questi stupidi cristiani. Tutt’ad un tratto, apparisce un giovinetto di una sorprendente bellezza, recante nel grembo del suo abito tre magnifici pomi e tre rose di una bellezza e di una freschezza inarrivabili. « Ecco, gli disse, ciò che la santa vergine Dorotea ha promesso di mandarti dal paradiso del suo sposo. » Teofilo, stupefatto, riceve dalle sue mani quei pomi e le rose, ed esclama: « Veramente il Cristo è Dio, il Dio che non inganna! » Facendo questa professione di cristianesimo, Teofìlo ha pronunziato il suo decreto di morte. Di li a poche ore, lo si vide condotto al supplizio, diventando uno dei gloriosi martiri della fede, della quale si era burlato. – Ora, siccome nessuno mai si è fatto tagliare il capo per un simbolo, quindi è che questi pomi e queste rose erano ben realmente pomi e rose.[Baron an. 304, n. LXIX; et Corn. a Lap., Apoc. XXII— In memoria appunto di questo miracolo, in certi luoghi si benedicono ancora dei pomi il giorno di santa Dorotea.] – Luce. Dio non è solamente eternità, ma è luce. Al modo stesso che il nostro corpo trasfigurato sarà luce, così il nostro spirito sarà luce e luce senz’ombra. Come i nostri occhi vedranno tutte le bellezze sensibili, per cui potranno essi senza fatica sostenere lo splendore abbagliante, così il nostro spirito in cui vivrà lo Spirito Santo con la pienezza di cui una creatura finita può esser capace, conoscerà tutte le bellezze spirituali, cioè dire tutta la verità, “omnem verìtatem”. Allora sarà completamente e eternamente soddisfatto uno dei più ardenti desideri dell’uomo. – L’instancabile investigatore della verità, che fa egli dalla culla sino alla tomba? Appena svegliato alla vita dell’intelligenza, ci domanda la verità di tutto ciò che lo circonda, come quando chiede il pane che lo nutrisce. Che cosa fa durante tutto il corso della sua esistenza, se non andare in cerca della verità: verità in religione, verità in politica, in istoria, in filosofia, in matematiche, in industria, in arte, in commercio, in agricoltura? Non lo vedete rinchiudersi per lunghi anni nelle faticose scuole, intraprendere lunghi viaggi, attraversare mari, salire in vetta delle più alte montagne, scendere fin dentro le viscere della terra, consumandosi in veglie prolungate che lo consumano avanti tempo? Perché cosa? Per conoscere qualche verità di più. Inconsolabile, se il successo non corona i suoi sforzi, egli è al colmo della felicità, se perviene a strappare alla natura uno solo dei suoi segreti, a decifrare un solo enimma della storia, a intravedere la più piccola bellezza del mondo spirituale. – E nonostante che cosa sono tutte queste verità tanto faticosamente cercate? Delle particelle, degli atomi, delle ombre, viste attraverso altre ombre. Ma il cielo sarà la vista della verità, e della verità completa, contemplata faccia a faccia e senza velo. Introdotti nel santuario dell’augusta Trinità, conosceremo Dio; il finito conoscerà l’infinito; ei si vedrà tale quale è. Videbimus eun sicut est Questo Dio sì grande, sì incomprensibile, del quale si è tanto parlato e che non abbiamo mai veduto, noi Lo conosceremo e vedremo: questo dice tutto. – In Lui noi conosceremo i consigli più intimi della eterna sapienza: la creazione del mondo, la caduta dell’angelo e dell’uomo, la redenzione dell’universo, tutte le rivoluzioni materiali e morali, che da seimila anni meravigliano la scienza e la sfidano. Nel gran giorno ci compariranno tutti i segreti della natura e delle anime diventate trasparenti; e questa conoscenza prodigiosa andrà sempre crescendo senza mai raggiungere il suo ultimo limite: De claritate in claritatem. Amore. Dio è amore, e il cielo è l’amore infinito, che agisce in tutta la libertà dei suoi movimenti. Immagine di Dio, l’uomo pure è amore. Se è vero che amare ed essere amato è il bisogno più imperioso del cuore dell’uomo, è vero altresì che amare ed essere amato, è il bisogno più imperioso del cuore di Dio. Se è vero che amare ed essere amato è la suprema felicità dell’uomo, è vero eziandio che amare ed essere amato è la suprema felicità di Dio. Se è vero che l’amore tende all’unione, che l’amore eterno tende all’unione eterna, l’amore infinito all’unione infinita; chi può dire l’intimità dell’unione di Dio e dell’uomo? Chi può sospettarne gli incanti e le ebbrezze? – Essi saranno tanto più grandi, quanto più saranno accompagnati dalla certezza di non li veder mai finire. – Oceano di vita, oceano di luce, oceano d’amore; ecco Dio. Ed è in questo triplice oceano che vivranno per sempre gli abitanti trasfigurati della Città del bene. – Noi conosciamo il termine finale al quale lo Spirito Santo conduce l’umanità, docile alla sua azione. Ci resta da considerare l’eterna dimora, dove lo spirito del male trascina i suoi adepti: questo è l’ultimo tratto del parallelismo tra l’opera divina e l’opera satanica. – Il cielo di Satana è l’inferno. Vita e vita eterna, luce e luce eterna, amore e amore eterno, felicità eterna: “Beati quelli che abitano la tua casa, essi ti loderanno nei secoli dei secoli”. [Ps. LXXXIII]. Morte e morte eterna, tenebre e tenebre eterne, odio e odio eterno, supplizi e supplizi eterni: “Saranno tormentati notte e giorno per tutti i secoli dei secoli”. Questo è il cielo di Satana. [Apoc. XX, 10] – Fra questi due soggiorni non vi è via di mezzo. Ad ogni ora l’umanità entra in uno, o nell’altro. Essa vi entra e non ne esce più. Come fare ad evitare l’inferno, e arrivare al cielo? Tale vita, tale morte. Vivere sotto l’impero dello Spirito Santo, a fine di morire nella sua grazia; morire nella grazia, a fine di regnare nella gloria: per l’uomo, tutto consiste in questo. Per tutte quante le società ogni cosa è qui. Benché esse non vadano in corpo nell’altro mondo, guai però alle nazioni che si sottraessero all’azione dello Spirito di giustizia e di verità. Esse fanno paura e compassione; e la loro storia vera non può scriversi che con lacrime, con sangue e con fango. Ma come vivere sotto l ‘impero dello Spirito Santo? Rendendogli il culto che solo può meritarci i suoi favori. Qual’è questo culto? I capitoli seguenti ce lo insegneranno.

I FRUTTI DELLO SPIRITO

I FRUTTI DELLO SPIRITO

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[J.-J. Gaume; “Il trattato dello Spirito Santo”: Capp. XXXVII, XXXVIII, XXXIX, Firenze 1887].

Abbiamo spiegato la grazia, le virtù, i doni e le beatitudini. Sotto i nostri occhi è passato tutto il magnifico sistema di elementi deificatori i quali, concatenandosi gli uni con gli altri, conducono l’uomo alla somiglianza col Verbo incarnato. La miniera con tutto ciò non è esaurita. A tante ricchezze si aggiungono altre ricchezze. « Delle buone fatiche, dice la Scrittura, glorioso è il frutto. »  [“Bonorum enim laborum gloriosus est fructus”. Sap., III, 15]. – Quali fatiche più nobili di quelle della nostra deificazione! Quali frutti più deliziosi dei frutti coi quali sono ricompensati! Ciascuna beatitudine o atto beatifico ci avvicina a Dio. Ora, Dio è tutto insieme, perfezione assoluta e felicità suprema. Ne risulta che ad ogni passo che noi facciamo verso Dio, va unito un godimento, cioè che i frutti escono dalle beatitudini, come il frutto esce dall’albero. Completando l’opera della nostra creazione divina, questi nuovi favori dello. Spirito Santo fanno del cristiano il Dio di quaggiù, “terrenus Deus”, e della sua vita terrena un cielo anticipato, conversatio in coelis. Per comprenderlo, basta conoscere la risposta alle tesi seguenti: Che cosa s’intende per frutti dello Spirito Santo? Come sono eglino prodotti? Perché sono essi cosi chiamati? In che cosa differiscono dalle beatitudini? Quale ne è il numero? A che cosa sono opposti? 1° Che s’intende egli per i frutti dello Spirito Santo? Nell’ordine naturale, si chiama frutto il prodotto delle piante e degli alberi. La mela è il frutto del melo; il limone del limone; la fravola del fravolo, così degli altri. – Varii come le piante, più i frutti hanno questo di comune, che racchiudono qualcosa di grato secondo la loro specie, e sono come l’ultimo sforzo della pianta. [“Fruitio et fructus ad idem pertinere videntur, et unum ex altero derivari… Unde a sensibilibus fructibus nomen fruitioms derivatum videtur. Fructus autem sensibilis est id quod ultimimi ex arbore espectatur, et cum quadam sua vitate percipitur”. S. Th., l a, 2ae, q. xi, art. 1, corp. — “Ad nozione fructus sufficit quod sit aliquid babens rationem ultimo et delectabilis”. Id., id., q. 70, art. 2, corp.] – La condizione necessaria per costituire il frutto propriamente detto, è il sapore: per questa ragione le foglie e i fiori non sono chiamati frutti. Il frutto stesso, avanti che sia maturo, non porta il nome di frutto. Per nominarlo vi si aggiunge un epiteto che qualifica la sua imperfezione. Dicesi: frutto acèrbo, frutto verde. La ragione è che esso non ha le qualità essenziali del frutto: il colore, il sapore, la dolcezza, la cui riunione, costituendo la bellezza e la bontà, forma un perfetto prodotto. Allorché l’albero ha dato il suo frutto è finito il suo compito. Ei si riposa e si prepara a produrre nuovi frutti al loro tempo. – Donde quella definizione dell’angelo della scuola: « Si chiama frutto il prodotto della pianta, giunto alla sua perfezione e che contiene una certa dolcezza. » [“Dicitur fructus id quod ex pianta producitur cum ad perfectionem pervenerit et quamdam in se suavitatem habet”. S. Th., l a, 2“ , q. 70, art. 1, corp,]. – Secondo un paragone famigliare al Vangelo, l’uomo è un albero. Le sue azioni sono i suoi frutti. Da ciò quell’altra definizione di san Tommaso: « I frutti sono tutti gli atti virtuosi, nei quali l’uomo si diletta. » [“Sunt enim fructus quaeoumque virtuosa opera in quibus homo delectatur.” Ibid., art. 2, corp.]. – Come quelli delle piante, così i frutti dell’uomo differiscono qualità secondo la natura dell’umore che circola nelle vene di quest’albero vivente. Belli e buoni di una bellezza e di una bontà puramente naturali, se essi sono il prodotto della ragione e delle virtù puramente umane. Belli e buoni di una bellezza e bontà soprannaturale, se sono il prodotto della grazia e delle virtù soprannaturali. – Per meritare il nome di frutto, abbiamo visto che il prodotto delle piante deve essere l’ultimo sforzo della pianta, e racchiudere una certa dolcezza. Queste due condizioni non sono meno necessarie per costituire il frutto spirituale. Prima di tutto, per essere chiamato frutto ogni atto virtuoso, deve essere perfetto nel suo genere, vale a dire l’ultimo sforzo del principio che lo produce. L’atto imperfetto è indegno di questo nome. Cosi, la velleità del bene, gli atti di qualsiasi virtù, debolmente adempiuti o viziati da intenzioni malvagie, non sono più frutti spirituali, ma aborti; i fiori e le foglie non sono frutti naturali. [“…. Fructus hominis id quod homo adipiscitur, non autem omne id quod adipiscitur homo, habet rationem fructus; sed id quod est ultimum et delectationem habens”. S. Th., ut supra]. – Occorre inoltre che l’atto virtuoso racchiuda una certa dolcezza. Qual’è questa dolcezza? È la testimonianza della coscienza, e il contento intimo che provoca il dovere completamente e nobilmente adempito. Senza essere sempre sensibile, non è per questo meno reale. Qui possiamo applicare la parola dell’Apostolo : « Ogni correzione sembra alla verità, nel momento presente, un soggetto non di gioia, ma di tristezza; ma in seguito essa si trasforma per quelli che esercita in frutto delizioso di giustizia. » [Ebrei, XII, 12]. – Divenuta abituale nell’anima, questa dolcezza costituisce il banchetto delizioso del quale parla lo Spirito Santo, che si sostituisce a tutte le gioie e che nessuna gioia può sostituirlo. 2 2 [“Secura mens quasi juge convivium”. Prov., XV , 15]. Donde viene che il dovere, degnamente adempito, procura la gioia? Dall’essere un passo di più verso Dio, nostro ultimo fine e la soavità infinita. – Secondo queste spiegazioni, vediamo che i frutti dello Spirito Santo sono tutte le buone opere degne di questo nome, fatte sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e nelle quali l’uomo trova la sua gioia . [“Si operatio borniuis procedat ab homine secundum facilitatela suae rationis, sic dicitur esse fructus rationis; si vero procedat ab bornine secundum altiorem virtutem, quae est virtus Spiritus sancti sic dicitur operatio hominis fructus Spiritus sancti, quasi cujusdam divini seminis”. S. T h.,a, 2ae, q. 70, art. 1, corp]. – Questa definizione distingue i frutti dello Spirito Santo dagli atti virtuosi in generale. Infatti, vi sono nell’uomo due principi d’azione: uno naturale, la ragione; l’altro soprannaturale, la grazia. Le buone opere adempite, secondo i lumi della ragione, sono i frutti della ragione. Le buone opere fatte sotto l’impulso della grazia sono i frutti dello Spirito Santo, autore della grazia. Fra gli uni e gli altri, grande è la differenza. I primi sono le opere naturalmente buone, atti di virtù puramente umani, per conseguenza inutili per il cielo, e non procurano che un piacere imperfetto. I secondi posseggono, con tutta la bontà naturale dei primi, una bontà soprannaturale che li rende degni del cielo; imperocché la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona: “Gratia non tollit naturami sed perficit”.2 ° Come si producono i frutti dello Spirito Santo? Questa è una questione puramente teologica. Domandare come lo Spirito Santo produca i suoi frutti nell’uomo, é domandare come l’albero produca i suoi. L’albero produce i suoi frutti con l’innesto, con la. potatura, e secondo la sua specie. Con mezzi analoghi l’uomo, albero miserabile, viziato, rachitinoso, produce dei frutti di una bellezza imperitura e di un sapore delizioso. – Lo Spirito Santo forma il nuovo Adamo, vero albero della vita piantato in mezzo al vero Eden, la santa Chiesa Cattolica. Sopra quest’albero divino sono innestati, mediante il battesimo, i rami del piantone che chiamasi il vecchio Adamo. [Rom., XI, 17-24]. – Nutriti, come di un umore soprannaturale, della grazia dello Spirito Santo che abita nel nostro Signore in tutta la sua pienezza, quegli innesti partecipano della vita dell’albero divino, e producono frutti della stessa natura dei suoi. Così, propriamente parlando, non è l’uomo che gli produce, ma lo stesso Spirito Santo, principio necessario ed eternamente attivo ed eternamente fecondo della vita soprannaturale. Da ciò deriva che sono chiamati, non frutti dell’uomo, ma i frutti dello Spirito Santo. – Ora che abbiamo conosciuto l’innesto, passiamo alla potatura. Nell’ordine materiale, la potatura degli alberi è uno dei mezzi migliori d’ottenere abbondanza e qualità. Cosi è altrettanto nell’ordine morale. « Ogni ramo d’albero fruttifero, il padre mio lo taglierà, diceva Nostro Signore, affinché porti più frutti. » [Joan. XV, 2]. – La vita intera è il tempo della potatura divina. Non l’abbiamo trovata in nessun luogo rappresentata in un modo più vivo come nella celebre visione di santa Perpetua. « Un giorno, scrive questa giovine e inimitabile eroina, mio fratello mi disse: “O sorella mia, chiedi al Signore che ti faccia conoscere in una visione se tu devi soffrire la morte”. – Io risposi piena di fiducia al mio fratello: “Domani tu saprai quel che sarà”. Io chiesi dunque al mio Dio di mandarmi una visione, ed ecco quella che ebbi. « Io vidi una scala tutta d’oro che toccava dalla terra al cielo, ma cosi stretta, che non vi si poteva salire che uno alla volta. I due lati della scala erano tutti bardati di spade taglienti, di spine, di giavellotti, di falci, di pugnali, di larghi ferri di lancia, di modo che chi vi fosse salito con trascuratezza e senza aver sempre la vista volta in alto, non poteva evitare d’essere divorato da tutti questi strumenti lasciandovi una gran parte della sua carne. A piè della scala era uno spaventoso drago che pareva sempre pronto a lanciarsi addosso a quelli che si presentavano per salire. Satura pur nonostante cominciò a salirla: giunto felicemente in cima alla scala, si volse verso di me e disse: Perpetua, io vi aspetto, ma guardatevi dal drago. Io le risposi: non lo temo, e voglio salire in nome del Signore nostro Gesù Cristo. – « Allora il drago, come temendo egli medesimo, voltò dolcemente il capo, ed io avendo alzato il piede per salire, esso mi servì di primo scalino. Essendo giunta alla sommità, mi trovai in un giardino spazioso, in mezzo al quale vidi un uomo di una sorprendente bellezza. Vestito da pastore, i suoi capelli erano bianchi come la neve. Eravi là una mandria di pecore dalle quali traeva latte, ed era circondato da una moltitudine innumerevole di persone vestite di bianco. Egli mi scorse, e, chiamatami per nome, mi disse: “O figlia mia, siate la benvenuta; ed egli mi diè del latte munto d’allora e che era una panna. Io lo ricevetti a mani giunte e lo presi. Tutti quelli che erano ivi presenti risposero: Amen. Mi risvegliai a quel rumore e trovai infatti, che io aveva in bocca un non so che di molto dolce che masticava. Allorché vidi mio fratello, gli raccontai il mio sogno, e concludemmo tutti che noi dovevamo ben presto sopportare il martirio. » Ad. sincer., apud Ruinart, t . I , p . 212, ediz. in -8,1818]. – Una scala d’oro che va dalla terra al cielo, angusta e tutta contornata di strumenti taglienti; quest’è appunto la vita, via del cielo, con le prove più o meno dolorose ma continue, che compiono, rispetto all’uomo, la salutare operazione della potatura, levandogli tutto quel che vi è di esuberante e di cattivo nei suoi pensieri, nei suoi affetti e nelle sue azioni. Gli alberi, quando sono innestati e potati, producono i frutti, e buoni frutti ciascuno secondo la sua specie. – Fermiamoci per un istante a contemplare l’immenso giardino dello Spirito Santo, a contare gli alberi umanamente divini di cui è ricolmo, e a godere della stupenda bellezza dei loro frutti. [“Et flores mei, fructus honoris et gratiae”. Eccl , XXVI, 28]. – Per non parlare che dei tempi posteriori al Messia, noi vediamo l’albero della vita, le cui radici sono profonde nella grotta di Betelem, coprire la terra con la sua ombra. Che cosa sono i suoi innumerevoli rami? Innesti e propaggini divinamente attaccati al suo tronco indistruttibile. Che sono i milioni d’apostoli dei tempi antichi e dei tempi attuali? Tante propaggini divine, cariche di frutta, di grazia e di onore. E le legioni di martiri, i solitari, vergini, santi di ogni età, di ogni condizione e d’ogni paese? propaggini divine, cariche di frutti, di grazia e di onore. – Ciascuna produce dei frutti, secondo la sua specie, frutto di fede, di speranza, di carità, di pietà, di umiltà, di verginità. Tutte insieme li producono, mille e mille volte, sotto tutti i climi, in tutte le stagioni, ad ogni ora, di giorno e di notte, in modo che il giardino dello Spirito Santo non cessa di presentare all’occhio della fede, lo spettacolo di una magnifica campagna nei bei giorni di primavera e d’estate. – Che dico io? Nel giardino divino, cosa sono i prati, i campi, le verzure con la loro infinita varietà di fiori .e di frutti? un’ombra vana. Che cosa è il mondo pagano, antico e moderno con le sue pretese virtù? Una vasta siepe, indegna del nome di giardino. Paragonati ai frutti dello Spirito Santo, che sono i frutti della ragione, i frutti dei sapienti più famosi, i frutti di Aristide, di Socrate, di Platone, di Scipione, di Seneca, i frutti dei sacerdoti dell’Egitto, dei brama dell’India, dei bonzi della China, dei lama del Thibet e dei razionalisti d’Europa? Come prodotti dell’orgoglio, dell’ambizione, del capriccio, questi frutti non sono la maggior parte ché tanti aborti, simili a quelle escrescenze parasite che nascono sulla scorza degli alberi vecchi, tutt’al più produzioni senza sapore e senza utilità reale. – Non sarebbe forse questo il luogo, per voi che leggete questo libro, e per me che lo scrivo, di domandarci: Innesto divino, per grazia del battesimo, quali frutti ho io portati? quali sono quelli che io porto? Grave questione, imperocché è scritto: « Ogni albero che non reca buoni frutti sarà tagliato e gettato sul fuoco.  » [Matth., VII, 19]. – Le mie preghiere vocali, le mie orazioni, le mie confessioni, le mie comunioni, le mie azioni giornaliere che cosa sono? Se fin qui sono stato un albero press’a poco sterile, tanto più lo sarei se avessi avuto la disgrazia d’essere un cattivo albero, uno spineto, un rovo, un cardo; deh fate che io sia da qui innanzi un buon albero, una buona propaggine feconda in frutti di vita, degni dell’amore divino che mi disseta, del sole divino che mi riscalda, del tronco divino su cui io sono innestato, del giardino divino che mi coltiva con le sue mani e che mi annaffia del suo sangue. – Studiando le relazioni profondissime tra 1’uomo e l’albero, abbiamo visto in qual maniera si producono i frutti dello Spirito Santo. Fra questi rapporti, ve ne ha uno di più, che dobbiamo segnalare. L’innesto materiale non produce frutti se non che di una specie sola, mentre quello divino, ha la proprietà, e di più il dovere di produrne simultaneamente di molte specie differenti; imperocché l’umore che lo nutrisce è multiforme. A questo modo l’hanno inteso e praticato tutti i veri cristiani di tutti i tempi. L’esempio del grande sant’Antonio serva loro di regola. Come i figli discoli che introducendosi negli orti spogliano tutti gli alberi dei migliori frutti, cosi il patriarca del deserto si dava alla devota scorreria, cercando in ciascuno dei solitari, la cui numerosa falange popolava le due Tebaidi, le più belle virtù, a fine di imitarle. Nell’uno coglieva il frutto della dolcezza, nell’altro il frutto della pazienza, in questo il frutto dell’orazione, e in quello, il frutto della mortificazione. Cosi dobbiamo far noi, affinché l’arrivo del divino Ortolano ci riconosca per buoni alberi, e come tali, ci trasporti nel giardino eterno dello Spirito Santo. – Perché i frutti dello Spirito Santo sono cosi nominati? La ragione principale è che ciascuna opera completamente buona, procura all’anima un godimento simile a quello che procura al palato il mangiare un frutto squisito. Qual è questo mistero? Rassomigliare a Dio è la fine dell’uomo. Tutti gli atti veramente virtuosi sono tanti scalini che servono ad avvicinarsegli. – Questo approssimarsi continuo lo costituisce in rapporti sempre più intimi con Dio ; e questi stessi rapporti accrescono, perfezionandosi, una soavità maggiore, risultato della vicinanza sempre più prossima a Dio, la soavità per essenza. Tale è la ragione per la quale ad ogni progresso corrisponde una soavità, e per la quale ancora i migliori di tutti portano a giusto titolo il nome di frutti; e di frutti dello Spirito Santo, il quale solo ci aiuta a produrli. – Cosi Dio ci rivela in modo sensibile la nostra rassomiglianza con Lui; Egli ci tratta come si è in qualche modo trattato Lui stesso. Egli vuole che il dio della terra crei le sue opere, come egli stesso crea le sue, e che provi, creando la sua felicità, ciò che Egli medesimo ha provato creando l’universo. Dopo ciascuna delle sue opere, Iddio dice, che era cosa buona: “Et vidit quod esset bonum”. Sette volte Ei ripete la stessa parola. In questa approvazione misteriosa è, in complesso, la testimonianza resa alla perfezione relativa della nuova creatura, e l’espressione della gioia che ha cagionata al suo autore. – Solamente all’ultimo giorno della creazione, e dopo l’ultima mano posta a tutte le sue opere, Iddio modifica le sue espressioni, e pronunzia la parola di soddisfazione suprema e universale. Egli vide che tutte le cose che aveva fatte erano eminentemente buone, dopo di che si riposò. “Vidit Deus cuncta quae fecerat, et erant valde bona et requievit”. Come supremamente buone in se stesse, esse erano l’ultima parola della potenza, della sapienza e della bontà creatrice. Essendo buone nel loro complesso, erano in stato di cantare sino alla fine dei secoli, senza fare mai una stonatura, le glorie del Creatore. – Siccome buone rispetto a Dio, così la loro stessa perfezione Gli procurava un indicibile contento. – Così l’uomo. Dopo ogni buona opera, degnamente compiuta, egli può dire, senza nulla attribuire a se medesimo: Questo è buono: Vidit quod esset bonum; e gusta la soavità particolare del frutto che ha prodotto. Sette volte ei ripete la stessa parola, perché i sette doni dello Spirito Santo sono i principi di tutte le sue opere buone. Come il Creatore, ei non potrà pronunziare la parola di soddisfazione suprema, se non dopo aver colto il suo ultimo frutto, compiendo l’opera della sua deificazione. Allora solamente potrà dire, gettando uno sguardo sull’insieme della sua vita: Io ho compiuto la mia opera, grazie a Dio, ed è buonissima: non mi resta altro che entrare nel riposo dell’eternità: “Vidit cuncta quae fecerat, et erant valde bona, et requievit”. – Il rivelarci uno dei più nobili tratti della nostra rassomiglianza con Dio non è che la prima ragione della soavità, congiunta a ciascuna opera buona. Ve n’è un’altra. Per impedire che Israele rimpianga il grossolano cibo dell’Egitto, per addolcirgli le fatiche del viaggio attraverso le sabbie del deserto, per fortificarlo contro i suoi nemici e dargli un’anticipazione delle delizie della terra promessa, il Signore nella sua bontà paterna gli mandò la manna. Questo cibo celeste aveva tutti i gusti, e soddisfaceva a tutti i bisogni. Israele é 1’immagine del cristiano. Avendo una soavità ad ogni opera buona, Dio ne fa una manna, e che vuole Egli con ciò? – Oggi, come in antico, Egli vuole disgustare l’uomo delle perfide soavità del frutto proibito. Vuole addolcire le profonde amarezze della sua esistenza, e facendogli trovare il piacere nel dovere, incoraggiarlo ai combattimenti della virtù. – Senza queste diverse soavità, chi non verrebbe meno in mezzo al deserto della vita ? Ohi non abbandonerebbe il servizio di un padrone, la cui mano, come dice la Scrittura, non dà a suoi servi che un pane di lacrime e arenoso? Ma con queste soavità, vedete quel che accade. – Ad esse si debbono il coraggio eroico dei penitenti e dei martiri, la santa ebbrezza in mezzo ai tormenti, la rassegnazione nel dolore; l’insensibilità alle attrattive del vizio e il disprezzo costante di tutte le gioie, che possono promettere il demonio, la carne e il mondo. Essendo esse necessarie a tutti, ai peccatori penitenti, non meno che ai giusti affamati, sono attaccate in certe proporzioni, non solamente alle beatitudini o atti beatifici per eccellenza, ma a tutti gli atti virtuosi, degnamente adempiuti. – Adesso noi comprendiamo la ragione per la quale il nome del frutto è dato nel linguaggio divino, alle opere eseguite sotto l’impulso dello Spirito Santifìcatore, e il luogo necessario di queste soavità celesti nel lavoro della nostra deificazione. – 4° In che differiscono i frutti dalle beatitudini? Che questi ne differiscono, la prova sta nella differenza dei nomi, dati alle une e alle altre, e nella enumerazione che ne è fatta. Tutte le cose che sono chiamate con nomi differenti, differiscono tra di loro. Ora, i nomi dei frutti non sono i nomi delle beatitudini. Inoltre il vangelo nomina sette beatitudini, e l’apostolo conta dodici frutti: la differenza diviene sensibile, se si studiano nella loro natura intima. I frutti differiscono dalle beatitudini, come il meno differisce dal più. Per meritare il nome di frutto, basta che un atto virtuoso sia finale e dilettevole; in altri termini, che sia l’ultimo sforzo del principio naturale o soprannaturale da cui emana, e che cagioni all’uomo la soddisfazione risultante dal dovere adempiuto. – Ma per meritare il nome di beatitudine bisogna, che quest’atto sia qualche cosa di perfetto e di eccellente. [“Plus requiritur ad rationem beatitudinis quam ad rationem fructus. Nam ad rationem fructus sufficit quod sit aliquid habens rationem ultimi et delectabilis, Sed ad rationem beatitudinis, ulterius requiritur quod sit aliquid perfectum et excellens”. S. Th., l a, 2ae, q. 70, art. 2, cor.]. – Così, atto virtuoso e soavità neill’atto, è supposta dalla beatitudine. Ella suppone inoltre, come principio dell’ atto, una grazia superiore; come oggetto, una cosa eccellente; come risultato, una soavità più grande. Da queste nozioni risulta: 1° Che tutte le beatitudini, cioè dire come l’abbiamo spiegate, tutti gli atti beatifici compiuti sotto l’influenza dei doni dello Spirito Santo, possono essere appellati frutti: ma non tutti i frutti possono essere chiamati beatitudini. « Difatti, dice san Tommaso, i frutti sono tutte le opere virtuose nelle quali l’uomo si compiace; ma il nome delle beatitudini è riserbato a certe opere perfette che, in ragione stessa della loro perfezione, sono piuttosto attribuite ai doni dello Spirito Santo che alle semplici virtù. » [“Unde omnes beatitudines possunt dici fructus, sed non convertitur. Sunt enim fructus quaecumque virtuosa opera in quibus homo delectatur; sed beatitudines dicuntur solum perfecta opera, quae etiam ratione suae perfectionis magis attribuuntur donis quam virtutibus”. Ibid.]. – 2° Resulta: Che nell’ordine gerarchico le beatitudini sono superiori ai frutti, e il termine più elevato della perfezione del cristiano. Infatti, si possono gustare i frutti all’infuori delle beatitudini, poiché essi entrano nella natura di ogni atto virtuoso; ma non si gustano pienamente se non che nella pratica delle beatitudini che sono gli atti virtuosi per eccellenza. Cosi in un giardino, gli alberi di specie differenti producono dei frutti, ognuno dei quali ha la sua bontà particolare che gli merita il nome di frutto; ma come gli alberi che gli producono, così questi frutti sono tra loro di qualità ineguali. – 3° Resulta: che ricordandosi la definizione delle beatitudini e dei frutti, si coglie perfettamente la differenza che gli distingue. Le beatitudini, o atti beatifici, sono le buone opere prodotte dai doni dello Spirito Santo: Beatitudo est operatio doni. I frutti sono quelle stesse opere compiute con l’ultima perfezione, e che producono la soddisfazione intima dell’anima. “Fructus est aliquid habens rationem ultimi et delectabilis”. – Il seguente capitolo ci farà conoscere il numero di questi frutti divinamente dolci, e il luogo che occupano nel parallelismo, tante volte notato tra l’opera del Verbo incarnato e la contraffazione di satana. – Qual é il numero dei frutti dello Spirito Santo? Questi sono così numerosi e vari quanto i frutti materiali, che affascinano i nostri occhi, e che solleticano tanto graziosamente il nostro gusto. Perché questa immensa varietà di frutti nella natura? Perché la stessa varietà nel giardino spirituale del Verbo incarnato? La ragione è la stessa. Dio ha scritto due grandi libri: il libro della natura e il libro della grazia, o per continuare il paragone, egli ha piantato due magnifici giardini: il giardino della natura e quello della grazia. Il primo per i bisogni e per gli occhi del corpo; il secondo pei bisogni e per gli occhi dell’anima. Se voi domandate perché questi due giardini, l’Apostolo risponde: per far rilucere la sapienza moltiforme di Dio: [“Ut innotescat multiformis sapìentia Dei”. Eph., III 10]. Perché il firmamento con le sue miriadi di stelle, così magnifiche nel loro insieme, così prodigiose per il loro numero, cosi differenti nella loro lucentezza, così regolari nel loro moto? per far risplendere la sapienza multiforme di Dio. Perché la terra con le sue produzioni di una ricchezza che basta a tutto, di una bellezza che esaurisce l’ammirazione, e di una varietà che sfugge a tutti i calcoli? per far brillare la sapienza multiforme di Dio. Perché il mare coi suoi innumerevoli abitanti, i suoi abissi inscandagliabili, le sue leggi tanto invariabili quanto sono misteriose? per far brillare la sapienza multiforme di Dio. Perché infine, questo vasto universo, composto di tanti milioni di creature, nessuna delle quali rassomiglia l’altra? per fare rifulgere agli occhi corporei dell’uomo la sapienza multiforme di Dio: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei”. – Tutti gli atti, tutti i movimenti, tutte le produzioni di queste creature del firmamento, della terra e dei mari, sono nell’ordine naturale i frutti dello Spirito Santo; atteso che, come dice san Basilio, tutto ciò che le creature posseggono, esse lo debbono allo Spirito divino. [Liber de Spirit. sanct., p. 65, ediz. nuovis.]. – Ma per quanto sia eloquente per raccontare la multiforme sapienza del Creatore, il mondo materiale non è che un eco, un’ombra, un riflesso. Per ridire questa sapienza in tutta la sua gloria, bisognava un altro mondo, mille volte più regale, più magnifico e più vario: cioè il mondo della grazia. Questo mondo si compone degli Angeli e degli uomini, creature superiori a tutte quelle che noi vediamo, innalzate alla partecipazione della stessa natura di Dio, destinate a partecipare della sua gloria e producente ciascuna, secondo la sua specie, dei frutti di una bellezza incomparabile e di una varietà infinita. Se noi domandiamo perché tanti alberi da frutto in questo nuovo giardino dello Spirito santificante, l’apostolo ci risponde pure: È per far risplendere la sapienza multiforme di Dio: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei”. Egli è specialmente, per rivelare l’inesauribile fecondità dell’albero divino sul quale tutti questi alberi sono innestati. Egli è per distinguere da tutti gli alberi avvelenati la vigna sana, piantata dallo stesso Verbo, innaffiata dal suo sangue e vivificata dal suo spirito. Egli è per preparare a tutte le generazioni che si succedono, un cibo sufficiente, imperocché i frutti dell’albero non sono solamente la gloria dell’albero, ma sono l’alimento dei viandanti. Ogni ramo del grande Albero porta i suoi, e ogni viaggiatore può scegliere. Come abbiamo indicato, la storia cita una moltitudine di questi golosi spirituali che se ne andavano, cogliendo su tutti gli alberi, i frutti di loro gusto, dei quali essi si componevano un cibo squisito. Oh la bella preda da fare percorrendo la vita dei santi: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei” – Veniamo ora agli atti particolari che la stessa Scrittura designa sotto il nome di frutti dello Spirito Santo. Essi sono in numero di dodici. Perché questo numero e non un altro? Non sono troppi o troppo pochi? Troppi, se è vero che i frutti nascono dalle beatitudini; troppo pochi, se tutti gli atti veramente virtuosi sono frutti dello Spirito Santo; spieghiamo questi misteri. Il numero dodici è un numero sacro, il quale, come abbiamo visto, esprime l’universalità. In questa cifra si trovano dunque compresi tutti i frutti dello Spirito Santo, che si confondono con i dodici nominati dall’Apostolo. Dodici non sono troppi, poiché secondo le anteriori spiegazioni, la stessa beatitudine può produrre parecchi frutti: non sono troppo pochi, poiché il numero dodici esprime l’universalità completa. – Ricordate queste nozioni, quattro cose ci restano a fare: dare l’enumerazione apostolica dei frutti dello Spirito Santo; render ragione di questa enumerazione; spiegare ciascun frutto in particolare; mostrare l’opposizione dei frutti dello Spirito Santo con le opere dello spirito maligno; imperocché sino alla fine si continua la contraffazione satanica del concetto divino. – Enumerazione dei frutti dello Spirito Santo: « Ecco, dice san Paolo nella sua lettera ai Galati, i frutti dello Spirito Santo: la Carità, la Gioia, la Pace, la Pazienza, la Benignità, la Bontà, la Longanimità, la Dolcezza, la Fede, la Modestia, la Continenza, la Castità. » [V, 22, 23]. – Come conciliare questi nomi apostolici, che sono nomi di virtù, con i frutti dello Spirito Santo, che non sono virtù ma atti di virtù? « Per questo, risponde sant’Antonino, basta ricordarsi che è uso prendere il nome delle virtù per gli stessi loro atti. » [“Non obstat quod Apostolus ponit inter fructus nomina virtutum quae sunt habitus, ut patientia et charitas et hujusmodi, cum tamen fructus sint actus”. IV p., tit. V, c. XXI]. – Così di qualcuno che ha reso al suo prossimo un segnalato servizio, diciamo che egli ha fatto una gran carità, oppure la carità. Ne segue da ciò, che la carità e la fede, nominati tra i frutti dello Spirito Santo, non sono le virtù teologali dello stesso nome, ma solamente i loro atti, o la loro applicazione particolare, accompagnati dalla dolcezza che ne é la ricompensa. 33 [“Primus itaque fructus ventris Mariae mentalis dicitur charitas quae hic non importat virtutem, sed actum ejus”. S. Anton., IV p., tit. XV, c. XXVI]. – Ragione di questa numerazione. Ogni frutto viene da una pianta, ogni pianta viene da un seme o da una radice. Lo Spirito Santo è il seme dei frutti che portano il suo nome: e lo Spirito Santo è la stessa carità. Che v’è da meravigliarsi se il suo primo frutto sia la carità? [“Fructus Spiritus sancti, quasi cujusdam divini seminis.” S. Th., l a, 2ae, q. 70, art. 1, corp.]. – « Vedete, dice san Giovanni Crisostomo, quale attenzione nelle parole dell’Apostolo, quale convenienza nella dottrina! Prima di tutto, ei pone la carità, in conseguenza di tutti gli atti che ne derivano; egli fissa la radice, poi ne mostra i frutti; egli stabilisce il fondamento, e istruisce l’edilìzio; comincia dalla sorgente, ed arriva ai ruscelli. 2 »* [De sanct. Pentecoste, homiL 11, n. 8, opp. t. II, p. 560]. – Trattando la stessa questione, san Tommaso aggiunge, che l’ordine e la distinzione dei frutti dello Spirito Santo, si ricava dal modo con cui lo Spirito Santo procede riguardo all’ uomo.  [1a, 2ae, q. 70, art. 3, corp.]. – Ora, lo Spirito Santo procede riguardo a questo, in modo da condurlo a poco a poco alla perfezione ed a fargliene gustare la felicità. Questa felicità, superiore a tutte le altre, l’uomo la gusta, quando è pienamente nell’ordine. Esso è pienamente nell’ ordine allorché vi è: rispetto a ciò che è superiore a sé; riguardo a ciò che è in sé, intorno a sé, e al di sotto di sé. In queste condizioni, l’uomo possiede la pace internamente; la pace al di fuori, la pace confermata da tutte le parti; e la vita, malgrado le sue inevitabili amarezze, è all’anima ciò che il frutto è alla bocca. – I tre primi frutti ordinano il cristiano riguardo a ciò che è al di sopra di sè. [“Ex his dirigitur a Spiritu sancto tota conversatio hominis ut sit virtuosa. Et per prima tria dirigitur quoad eum, qui est supra se. Per seconda tria dirigitur quo ad animum suum, qui est intra se. Per tertia tria dirigitur quoad proximora, qui est juxta se. Per ultima tria quoad corpus suum, quod est infra se”. S. Anton., IV p., tit. V, c. XXI]. – Questi frutti sono: la Carità, la Gioia e la Pace. – La Carità, “Charitas”. È con lei, in lei e per lei che lo Spirito Santo si comunica in noi, poiché egli stesso è carità. Siccome la fiamma tende all’alto, cosi la carità tende a Dio, all’unione con Dio, alla trasformazione in Dio. Dove è il nostro tesoro, ivi é pure il nostro cuore. [“Dicitur autem charitas quasi charitas seu chara unitas, quia facit unionem animae cum Deo”]. Ibid. . La carità non é inerte, come non lo è la fiamma, nulla al contrario di più attivo. Mille esempi lo provano. Uno solo basterà per mostrare in atto, questo primo frutto dello Spirito Santo, e la soavità di cui riempie il cristiano, che ha la felicità di gustarla. – Nella Cina nel 1848 parecchi cristiani arrestati per la fede erano riuniti dinanzi al tribunale: « II mandarino domanda a uno di essi a che cosa serviva la cotta trovata tra gli oggetti confiscati. — Se la indossano per pregare, risponde arditamente il confessore. — Vediamo come fanno. Prendila e prega come se tu fossi nella tua chiesa. Fu presto detto e presto fatto: Ecco che il mio uomo in pieno tribunale si pone a cantare il Pater e il Credo ec. e i mandarini l’ascoltano. — Benissimo, dicono essi — ma sai tu come finora si è trattato quelli che hanno adorato il tuo Dio? — Lo so. — Se tu lo sai, perché sei tu venuto da Su-tchuen per predicare qui questa religione ? — Egli è perché non temo di morire per lei. — Ah tu non hai paura? ebbene calpesta quella croce. — Io non posso. — Se tu non la calpesti ti farò crocifiggere come il tuo Gesù. — Oh ! no, mandarino, sarebbe troppo onore, soggiunse sorridendo il generoso atleta; val meglio farmi morire in altro modo. – « E tosto egli fu sottoposto ad una orribile bastonatura. — Ebbene, ti trovi meglio con questa ? — Non è abbastanza; né la bastonatura, né la crocifissione impediranno che la religione si predichi a Kouciyang. — Che bisogna egli dunque fare perché in avvenire non si venga più dal Su-tchuen a fare qui dei cristiani? — Bisogna che mi si tagli il capo e sia sospeso alle porte della città. I predicatori che lo vedranno non oseranno forse entrarvi né predicare la nostra santa religione. — Impertinente, tu osi così affrontare la mia collera? e la bastonatura ricominciò subito. Quest’uomo ha circa 60 anni! » [Annali, ec., n. 132, p. 360, an. 1850]. – Conservare la tranquillità del suo spirito in faccia ai carnefici, e la giocondità del suo cuore in mezzo alle torture, non è egli questo l’ultimo sforzo della carità, e per conseguenza un frutto delizioso dello Spirito Santo? – La Gioia, “Gaudium”. Ogni cuore si rallegra di essere unito all’oggetto amato. La carità è sempre unita al suo oggetto, che è Dio, secondo il detto di san Giovanni: « Colui che dimora nella carità, dimora in Dio, e Dio in lui. » [I Joan IV, 16]. – La gioia è dunque la prima conseguenza della carità. Come ricompensa della vittoria riportata sulle passioni, essa non è solamente nel fondo dell’anima, come un continuo banchetto; ma brilla ancora sul volto, abbellendone i tratti. Il primo fatto religioso basta per farla risplendere in dimostrazioni tanto più dolci, quanto esse sono più spontanee e più ingenue. – Questo nuovo frutto ci apparisce nel seguente fatto. Nel descrivere un’Ordinazione in mezzo ai negri dell’Africa occidentale, un missionario si esprime in tal modo: « Sino dalla sera che precedé l’ordinazione, si videro arrivare da tutte le parti delle barche di selvaggi. Alle otto si aprì la chiesa e in un istante si empì. Il sig. Warlop ed io, stavamo prostrati dinanzi all’altare, con le nostre tonacelle sul braccio, e con in mano le nostre candele accese. Il sig. Warlop richiamava in modo singolare l’attenzione dei nostri negri. La sua statura piuttosto alta, la sua lunga barba nera che gli ricadeva sul petto, il suo bianco camice, il suo contegno modesto e devoto, ogni cosa gli gettava in una prodigiosa meraviglia. – « Ma fu ben altra cosa quando videro Monsignore vestito de’ suoi paramenti pontificali. Allora, avreste posto sotto i loro occhi l’Africa intera e tutte le meraviglie del mondo, e non sareste riusciti a distrarli. – Il suo paramento d’oro, la sua croce d’oro, la sua mitra d’argento e il suo pastorale tutto d’oro, e soprattutto l’aria angelica che brillava sul suo volto, gli sprofondavano in una ammirazione estatica, dalla quale non sapevano riaversi. Il silenzio il più profondo regnava in tutta l’assemblea; ma appena fu terminata la cerimonia, prorompono in trasporti indescrivibili: Jalla, Jallaì Dio, Dio, Dio solo è Dio, Dio solo è grande, potente, misericordioso, Dio solo è Dio, o prodigio! Iddio è qui. « Si vide soprattutto una donna che era come fuor di sè. Essa gridava; Jalla, Jalla, Jalla! e non finiva più. Essa diceva, di non aver mai contemplato nulla di più bello, e comandava imperiosamente che la si conducesse in cielo e sull’istante. Il giovane Soleymano era in fondo di chiesa, versando calde lacrime. — Io piangeva alquanto, diceva, dipoi la mia testa cominciava a ritornare, e il mio cuore balzava nel mio petto. » [Annali, ec., n. 120, p. 333, an. 1848]. – Poiché la gioia è un frutto dello Spirito Santo, ne risulta che dove lo Spirito Santo non è, non vi è punto gaudio. La gioia dei popoli e degli uomini, separati dallo Spirito Santo, è una tale svenevolezza che fa paura o pietà. [“Illud est verum gaudium quod non de creatura, sed de Creatore concipitur, cujus comparatione omne pulchrum, foedum ; omne dulce, amarum; omne quod delectari potest, molestimi”.S, Anton,, ubi supra]. – La Pace, “Pax”. La perfezione della gioia è la pace. -Perciò la pace è il terzo frutto dello Spirito Santo. Perché è la perfezione della gioia? Perché suppone e garantisce il tranquillo godimento dell’oggetto amato. – Nessuno è felice, se è turbato nella sua felicità, o se l’oggetto delle sue affezioni non basta ai suoi desideri. « O pace, esclama sant’Agostino, dolce nome, ma più dolce cosa! Tutte le creature gridano: La pace, e più forte di tutte le altre, la creatura ragionevole. Ma o quanto la pace si è allontanata da te, o mondo! tu lo vedi, da ogni parte fremono le guerre. Perché? Perché tu non vuoi avere la pace con Dio, ma la guerra pei tuoi peccati. » [De Civ. Dei, lib. XIX]. – La pace dello Spirito Santo sorpassa ogni sentimento noto: “Superat omnem sensum; essa sfavilla nella serenità della fronte, nella limpidezza dello sguardo, nel sangue freddo del coraggio, nella modestia dei movimenti e nella dolcezza e la calma delle parole. Per ben conoscerlo, consideriamo questo nuovo frutto sopra una delle propaggini dell’albero della vita. – « Il Venerdì Santo un gran numero di cristiani cocincinesi si recavano alla chiesa. Un mandarino gli scorse, e si pose a loro seguito con parecchie centinaia di soldati. Giunto al luogo del convegno, egli forma con la sua truppa una siepe irta di picche intorno al popolo fedele. Un soldato, con la spada in mano, si precipita sulla chiesa, si pone sul primo scalino della predella dell’altare, e mettendo la punta della sua spada sul collo del sacerdote celebrante, gli grida: Se tu fiati ti taglio la testa. Senza muoversi, il celebrante volta leggermente il capo dal lato del temerario, lo guarda con un’aria indifferente, e continua il suo uffizio con un sangue freddo, che penetra tutti gli astanti di meraviglia e di devozione. – « Il soldato rimane nello stesso luogo, tenendo sempre la sua spada alzata nella stessa posizione, e il sacerdote legge la passione e le orazioni che seguono senza emozione e senza turbamento. Egli discende per adorare e per fare adorare la croce: il soldato lo segue sempre, con la spada in alto e non lo abbandona un istante. Finita l’adorazione, il mandarino, che durante tutto quel tempo se n’era stato zitto in fondo di chiesa, alza la voce e ordina alla truppa di fare uscire il popolo, e di avvinghiarlo. Quanto ai due preti comanda di tenerli presso l’altare e di recare due canghe. Ma il sacerdote che aveva celebrato, gli disse. — Io non porterò la canga, e tu non hai il diritto di mettermela. — E perchè? — Il re non perseguita. Mostrami l’editto, e non solamente io mi lascerò mettere la canga, ma ancora tagliare il capo, se ciò piace al mandarino. Costui vinto dal sangue freddo e dall’ intrepidezza meravigliosa del sacerdote, prese il partito di ritirarsi. » [Annali, ec., n. 34, p. 413, an, 1833]. La Pazienza, “Patientia”. Quando la pace regnasse nel mondo intero, e che voi aveste dei beni temporali a seconda de’ vostri desideri, se non possedete Dio, mediante la grazia, non avreste né pace né riposo. Ecco perché lo Spirito Santo con i suoi tre principali frutti, stabilisce l’uomo nell’ordine, rapporto a Dio; con i tre secondi lo costituisce nell’ordine riguardo a se stesso; ed il suo quarto frutto è lai pazienza. – Amare Dio, e in esso ciò che bisogna amare: amarlo come deve essere amato, godere pienamente di questo amore, la cui fortezza è la volontà personale; che cosa di più dolce? Ma la vita di quaggiù è un combattimento. Chi impedirà al nemico di penetrare nella nostra anima, di portarvi il turbamento e togliergli la felicità cagionata dal tranquillo possesso del bene? La pazienza. Essa è la sovrana dell’anima: nessun frutto più delizioso. L’anima che se ne ciba, vede cadere a terra contro di lei le tribolazioni, di qualunque natura esse siano, come noi vediamo le onde del mare rompersi contro gli scogli della spiaggia. Ammiriamola nel seguente tratto. – « Io ho battezzato qualche tempo fa, scrive un missionario del Tong-kin, un uomo come ne ho visti pochi, dacché sono qua. Avanti da sua conversione era il terrore del suo villaggio. Avendo egli inteso parlare della nostra santa religione, volle conoscerla a fondo. Egli mi segui qualche tempo, per studiare con più agio. Ebbene, egli lo faceva con un tale ardore che perdeva dei sonni, e spesso non pensava neppure a mangiare. Non tardò ad esser posto a delle prove tali, che io credeva che non avrebbe resistito: imperocché appena si seppe che voleva convertirsi, che tutte le sue conoscenze si rivolsero contro lui con furore. Egli, poco fa cosi fiero, cosi vendicativo, e che sapeva farsi temere da tutti, soffriva ogni cosa con la più grande pazienza. – « Cadde infermo; i suoi figli l’abbandonarono, la sua moglie lo ingiuriava a morte. Approfittando dell’occasione, portò essa via tutto quel che aveva a casa sua, e lo lasciò solo in quella estremità. Io mandai i nostri cristiani a consolarlo e ad aver cura di lui. Temeva pure che il suo fervore non si raffreddasse; ma tenne fermo, né mai mormorò. Edificato da tanto coraggio, io non indugiai ad amministrargli il Battesimo. Modello di tutte le virtù cristiane, egli è divenuto l’apostolo del suo villaggio, dove ha convertito da quindici persone, tra queste, sua moglie, tanto accanita contro la religione, e che io battezzerò probabilmente domani. » [Annali, ec., n. 34, p. 396, an. 1833]. – La Benignità, “Benignitas”. Come il suo nome l’indica, la benignità (bonus ignis) è un suono dolce e benefico, che, mercé dello Spirito Santo, circola nelle vene del cristiano, e che coltiva in lui una disposizione costante all’indulgenza ed all’affabilità. Si può essere paziente senza essere grazioso. Contro le asprezze di carattere, contro le villanie dei modi, o l’aridità di linguaggio, tutte cose che sono di natura da turbare la pace interna, combatte la benignità. Essa arrotonda gli angoli sino al punto da non lasciare nel cristiano che la gentilezza e la grazia, che sono l’incanto della virtù. Di questo nuovo frutto, un saggio fra mille. – « Una vecchia donna aveva gravemente ingiuriato il figlio di un gran capo di Tonga, cattolico come tutta la sua famiglia. Era deciso che la rea riceverebbe in punizione quarantacinque colpi di bastone. Si era contato senza la benignità. La moglie del capo, che è la nostra più fervente neofita, intercedé presso suo marito. — Tu vuoi, disse a lui, castigare questa donna come se tu fossi un infedele; ma prima d’essere battezzato, tu non dicevi cinque o sei volte al giorno: “Perdonateci le nostre offese come noi perdoniamo quelli che ci offendono? « Non mi dire che bisogna pure infliggere una pena proporzionata all’ingiuria. Se Dio ci trattasse come noi meritiamo, che cosa sarebbe di noi? Poiché Egli è così buono da perdonarci le nostre enormi e innumerevoli colpe, non è egli giusto che noi perdoniamo del pari le offese che abbiamo ricevute? Quest’è ciò che ci predicavano i due vecchi domenica passata. Falli venire e tu vedrai ciò che ti diranno. — Fummo infatti chiamati, e ci pronunciammo in favore del perdono. Questa donna che era infedele, tosto si converti.  » [Annali, ec., n. 104, p. 88,- an. 1816]. – La Bontà, “Bonitas”. Quel che il colorito dà al quadro, lo zucchero alla bevanda, il carnato alla mela appiola, tale è la benignità alla bontà. Ma se il colore abbellisce la mela, non è la stessa mela. Qui la mela è la bontà. Effetto dell’unione dell’anima con Dio, bontà infinita, questo nuovo frutto riempie l’anima di soavità, e le fa provare il bisogno di comunicarsi, non solo dando ciò che ha, ma ancora ciò che è. Bisognerebbe raccontare tutta la storia della Chiesa, se si volessero citare minutamente i tratti di bontà, i quali perpetuando gli esempi del Verbo incarnato, mostrano con splendore la potenza dello Spirito Santo nella Chiesa. Secondo la regola che ci siamo prescritti, consulteremo solamente i nostri annali contemporanei. – « Il mandarino Benedetto, morto ultimamente nel regno di Siam, è stato di una grande edificazione per tutta la cristianità. Era cosi buono, che non poteva risolversi a far del male a nessuno, sì che di continuo era occupato a fare del bene a tutti. Un giorno che il re aveva fatto attaccare dei prigionieri laocesi alla bocca di uu cannone, ordinò a Benedetto di dar fuoco alla miccia. Ma egli, da degno cristiano che ha orrore di servire d’istrumento a un atto di barbarie, si teneva in ginocchio dinanzi al suo principe, senza aprir bocca, benché sapesse ch’egli si esponeva alla morte per una tale disubbidienza. Il monarca irritato, lo fece prendere da’ suoi satelliti, ed un altro dette fuoco in sua vece. Quando la collera del re fu passata: — Miserabile, disse egli, io ti perdono; ma perché non hai tu fatto fuoco quando te l’ho ordinato? — Io temeva il peccato. — Voi altri cristiani osservate una regola ben severa. – « Qualche tempo dopo il re innalzò Benedetto al grado di gran mandarino. Gli onori non gli fecero perdere punto la sua bontà. Aveva cosi buon cuore, che avrebbe voluto render servizi a tutti. Cristiani e pagani si rivolgevano a lui da tutte le parti; e quando si trattava di ottener loro qualche favore, a malgrado di un’ernia che lo tormentava di continuo, era di un’attività sorprendente. Più d’una volta vedendo che egli comprava sovente degli schiavi pagani, troppo giovani o troppo vecchi per essergli di nessun soccorso, io gli domandava di quale utilità gli fosse quella gente. — Io li compro, rispondeva, per avere la loro anima; e infatti il maggior numero de! suoi schiavi è stato battezzato. 1 » [Annali, n. 99, p. 120, an. 1845]. – La Longanimità, “Longanimitàs”. In pace nel suo fòro interno per la pazienza, la benignità, la bontà, frutti senza amarezze né acrità, resta al cristiano il godere della stessa pace con ciò che lo circonda, vale a dire col prossimo. Questa felicità gli è recata dai tre frutti dei quali spiegheremo adesso la natura. Se il bene corporale o spirituale che noi facciamo producesse il suo effetto sull’istante e sempre, la bontà basterebbe per tenerci in una pace costante col prossimo: ma non è cosi. Il più delle volte l’esito si fa desiderare. Questa aspettativa, qualche volta ben lunga, può stancare la nostra carità e scoraggiare la nostra speranza. Contro questo pericolo troviamo una difesa nella longanimità. Questo lungo coraggio, “longus animus”, ci fa supporre le dilazioni volute o permesse dalla Provvidenza, e come l’operaio, attendere senza inquietudine la mésse che devono produrre al loro tempo, i benefìzi versati nell’anima altrui. In mille tratti luminosi brilla questo nuovo frutto, nelle mani dei cristiani di tutti i secoli. Vediamolo presentato ai nostri desideri per mezzo di una delle nostre giovani sorelle dell’impero cinese. – « Due cristiani, padre e figlio, avevano apostatato durante l’ultima persecuzione. Divenuti, dopo la loro caduta, oggetto d’orrore per sè medesimi, caddero ben tosto nella disperazione. D’allora in poi non conoscendo più freno, cercarono essi di dimenticare, negli eccessi di ogni genere, la fede che avevano tradita. Il figlio sposò una donna pagana, che aveva per i cristiani un odio dichiarato. – Mirabile consiglio della divina sapienza! Questa donna doveva, per lunghi sforzi, divenire l’istrumento della conversione di suo marito. Questi non aveva potuto cancellare dalla sua memoria tutte le verità della nostra santa religione. I nostri dommi ed i nostri precetti ritornavano sovente nei suoi convegni, e senza che se ne dubitasse, ne ispirava l’amore alla sua compagna. – A poco a poco questo sentimento, aiutato dalla grazia, trionfò cosi bene delle sue antiche prevenzioni, ch’essa stimolò suo marito ad iniziarla senza più indugio, al culto che le aveva fatto conoscere. – « Allora il giovine uomo cominciò a singhiozzare, e confessò per quale debolezza aveva egli rinnegato il Dio dei cristiani. Questa confessione, invece d’indebolire il coraggio della sua sposa, la confermò nella sua pia risoluzione. Essa non cessò di domandare, come colmo di felicità, d’essere annoverata tra i figli del Padrone del cielo. Quantunque questo desiderio fosse la condanna della sua propria condotta, il marito non vi si oppose. – Al contrario per facilitare a sua moglie i mezzi d’istruirsi, l’affidò per qualche tempo a delle vergini cristiane. « Queste l’accolsero come una sorella. Dopo alcuni giorni di pii esercizi, ricevette il battesimo. Essa uscì dal sacro fonte piena di un tal fervore, che elevandosi al di sopra del suo sesso, si fece l’apostolo del suo sposo e di suo suocero. Né opposizioni, né dilazioni, nulla potè scoraggiare il suo eroico apostolato. Al contrario, gli ostacoli non servirono che a mostrare la longanimità del suo coraggio e rendere il suo trionfo più splendido. Ella ebbe la fortuna di ricondurre le due pecore erranti in seno dell’ ovile. Ho visto parecchie volte dipoi, questi tre neofiti, e ho trovato in essi tanto fervore e semplicità, che non si potrebbe troppo esaltare la misericordia di Colui che fa sovrabbondare la grazia dove abbondò il peccato. » [ Annali, ec., n. 105, p. 141, an. 1846]. – La Dolcezza, “Mansuetudo”. Se la longanimità ci ha fatto sopportare per tanto lungo tempo quanto piace a Dio, e alla resistenza del prossimo, le pene e le fatiche che ci vengono dagli altri, la dolcezza ci impedisce di lamentarcene. Colomba senza fiele, agnello senza difesa; ecco ciò che fa del cristiano il frutto di cui parliamo. Come il divino Maestro, così il figlio della dolcezza non rompe la canna mezza rotta; non estingue la miccia che fuma ancora: egli non fa udire la sua voce con rumorosi scoppi; mai rende male per male. Oggi non meno che in antico, lo Spirito Santo non cessa di produrre questo frutto amato da tutti. – « Io arrivo, scrive un missionario di America, e benedico il cielo di ricondurmi in mezzo ai miei cari selvaggi. Ecco la risposta che mi è stata fatta. — Padre, il cambiamento di questa tribù è divenuto il soggetto di tutte le conversazioni del paese. Fino all’inverno passato era una banda d’ubriachi e di ladri, lo scandalo e il terrore di tutto il vicinato. Dopo il loro Battesimo, non sono più gli stessi uomini. Tutti ammirano la loro sobrietà, la onestà, la dolcezza, e soprattutto la loro assiduità alla preghiera, le loro capanne risuonano quasi di continuo di pii cantici. – « È per me un mistero, mi diceva poco fa un vecchio cacciatore canadese, lo spettacolo di questi Indiani, quali sono oggi. Credereste voi che ho visto co’miei propri occhi questi stessi selvaggi nel 1813 e 14, abbandonando al saccheggio ed alle fiamme le abitazioni dei bianchi, prendere i piccoli fanciulli per il piede e romperli il capo contro il muro, o gettarli sulle caldaie bollenti? E ora, alla vista di una nera veste, cadono in ginocchio, baciano la sua mano come quella di un padre: essi fanno arrossire noi medesimi. » [Annali, ec., n. 103, p. 498, an. 1845]. Non meno bello e non meno soave si manifesta il frutto della dolcezza nelle isole dell’Oceania. « Io non credo, scrive uno dei loro apostoli, che vi sia sulla terra una parrocchia la quale, meglio che Futuna, ritragga i costumi della chiesa primitiva. Invece di eccitare i neofiti alle pietà, i nostri confratelli durano-fatica piuttosto a contenerli e a moderare il loro zelo. Come è bello il vedere quei vecchi mangiatori d’uomini, divenuti adesso più mansueti degli agnelli, dedicarsi da se medesimi a pubbliche penitenze, e scongiurare i missionari di non metter limiti alle loro austerità! Chi avrebbe creduto che questi feroci guerrieri, che bevevano nei crani umani, fossero disposti oggi a versare mille volte il loro sangue per Iddio e per i missionari! » [Annali, ec., n. 120, p. 351, an. 1848]. La Fede, “Fides”. La mancanza di dolcezza può turbare la pace col prossimo. Irritarlo è una maniera di ferirlo e anche di nuocergli, essa non é la sola. La mala tede nei contratti, l’infedeltà nelle relazioni sociali n’è una seconda. Mercé il nuovo frutto dello Spirito Santo, il cristiano è lontano da questi atti odiosi. La frode, la menzogna, la doppiezza, il tradimento, gli fanno orrore. – Come espressione adeguata alla verità, la sua parola è santa: ci si può contare. Che nell’adempierla vi abbia per lui vantaggio o svantaggio, tale non è mai la questione; ei l’ha data, e la mantiene. Come questa nobile franchezza è diventata il fondamento del suo carattere, così il suo proprio moto è di supporla negli altri; credere all’inganno gli ripugna. Nonostante in questa bell’anima, la semplicità della colomba lascia intatta la prudenza evangelica del serpente. Eccone una prova. – « Il popolo di Wallis era anticamente furbo, ladro di professione, pirata e antropofago; oggi, la grazia è stata cosi potente da cangiare i loro cuori! La dolcezza forma il suo carattere, la franchezza gli sembra naturale, ed esso ha in orrore il furto. Qui non v’è più bisogno di serrature. Il missionario può lasciare frutti, vino, argento, effetti, sotto la mano degli indigeni, senza tema che essi li tocchino. Popolo felice d’avere cosi ben gustato il dono di Dio! » [Ibid., ec., n. 98, p. 44, an. 1845]. – Quanto alla prudenza, il serpente, secondo l’osservazione di san Giovanni Crisostomo, cerca innanzi tutto di salvare il suo capo; cosi il cristiano sacrifica tutto per salvare la sua fede, cioè dire la parola che egli ha data, a Dio. Due sacerdoti tonchinesi furono arrestati dai persecutori. Il mandarino teneva a provar loro quanto gli rincrescesse d’adempiere verso di loro una missione di rigore. Se la coscienza dei suoi prigionieri avesse potuto prestarsi a qualche accordo, egli gli avrebbe resi con gioia air affezione delle loro greggi. Ei non temeva di parlarne col P. Lac. – « Maestro, gli disse, voi siete ancor giovine; perché volete cosi presto morire? Credetemi, chiudete gli occhi, e passate sul crocifisso, o almeno camminate rasente: o piuttosto, la mia gente vi trascinerà sopra: lasciateli fare e io porterò una sentenza di perdono. Il Padre rispose: — Io non vi acconsentirò giammai; condannatemi piuttosto a essere tagliato a pezzi. Questa coraggiosa e leale risposta gli meritò la palma del martirio.» [Annali, ec., n. 85, p. 414, an. 1842]. – Per conoscere con esperienza tutti i frutti divini, la cui dolcezza e bellezza formano le delizie del cristiano, ne rimangono tre da cogliere. Di quésti parleremo qui di seguito. – Non perdiamo di vista che il frutto è l’atto beatifico il più eminente, e che per questo fa gustare all’anima una soavità, un riposo delizioso che il mondo non conosce, e che è una primizia dell’eterne soavità. Mercé i nove primi frutti, abbiamo visto il cristiano vivente in una dolce pace con Dio, con se stesso e col prossimo. – Per godere d’un assoluto riposo, non gli resta che ordinarsi, riguardo a ciò che è inferiore a sé. Agli ultimi tre frutti, egli dovrà il compimento della sua felicità. La Modestia, “Modestia”. Questo frutto divino è l’ordine in tutto il nostro esteriore. Come raggio di calma interiore, la modestia mantiene i nostri occhi, le nostre labbra, il nostro riso, i nostri movimenti, il nostro abito, tutta la nostra persona, nei giusti limiti tracciati dalla fede. Il Verbo incarnato, che conversa tra gli uomini, che parla, ascolta, opera, diventa lo specchio nel quale si guarda di continuo il discepolo dello Spirito Santo, e il modello infinitamente perfetto di cui si sforza di riprodurre i tratti in se medesimo. Nulla di più amabile di questa divina modestia e nulla di più eloquente. Perciò, l’Apostolo voleva che la modestia dei cristiani fosse evidente come la luce, e conosciuta dal mondo intero. 1 1 [“Modestia vostra nota sit omnibus ho minibus”. Philip., IV, 5]. – Per lui, era uno dei migliori mezzi di invitare gli infedeli alla fede, e i malvagi alla virtù. Mille esempi provano che l’Apostolo aveva ragione. – Tutti conoscono quella di san Francesco d’Assisi. Giunto in una città, il Serafino della terra dice al suo compagno: « O Fratello mio, andiamo a predicare. » Ed essi uscirono insieme, fecero in silenzio il giro della città e rientrarono in convento. « Ma frate Francesco, non mi avete detto che andavamo a predicare? Eccoci tornati senza aver detto una sola parola; dove è il sermone? — È stato fatto, rispose il santo. » Aveva egli ragione, poiché la vista di quei due religiosi così modesti era una predicazione tanto persuasiva, quanto i più bei discorsi. Dopo il .medio evo, la modestia non ha perduto nulla del suo impero. « Le nostre vergini cinesi, scrive un missionario, non hanno altra clausura che la prudenza, né altro velo che la modestia; non ne sono però meno la consolazione della Chiesa, e soggetto d’ammirazione pei pagani. Esse sanno cosi bene ispirare l’amore della santa virtù, che sovente pervengono a suscitare degli emuli e dei modelli nelle file stesse dell’infedeltà. – Eccone un bell’ esempio. Una pagana aveva fatto conoscenza con una di queste vergini cristiane; costei le dipinse la sua felicità con colori cosi vivi, che essa fece nascere nel cuore di quella giovine cinese i sentimenti di una santa invidia. Iddio esaudì i suoi desideri e ben tosto ella fu in grado di ricevere il battesimo. « Essa prese il nome di Maddalena. Era troppa allegrezza per la fortunata neofita; tanto che ne volle far parte a tutta la sua famiglia. Da prima si burlarono di lei: poi si fini per ascoltarla e per arrendersi a tutto ciò che ella desiderò, tanto è potente la grazia secondata dallo zelo il più puro. Padre, madre, fratelli, sorelle e tanti altri ancora, divennero bentosto cristiani. Si contano adesso venti figli di Dio, dove poco fa non v’erano che schiavi del demonio, e questo numero sarà forse raddoppiato di qui a un anno. » [Annali, ec., n. 116, p. 45, an. 1818]. – La Continenza, “Continentia”. Se l’ uomo esteriore è mantenuto nell’ordine mediante la modestia, l’uomo interiore trova un freno nella continenza. Come lo indica il suo nome, questo frutto dello Spirito Santo padroneggia la concupiscenza, sia che essa abbia per oggetto il bere, il mangiare, o il piacere sensuale. Egli lo rende mansueto, combatte contro le sue ribellioni; e malgrado le sue invasioni nel dominio dell’immaginazione e dei sensi, gli impedisce di portare il disordine e la bruttura nel santuario della volontà. Quest’impero sulle inclinazioni grossolane dell’uomo animale, è la gloria esclusiva del cristiano, e il segno manifesto della presenza dello Spirito Santo. Ciò si ammira ad ogni pagina della storia dei popoli, come nella biografia degli uomini cristiani. Apriamo i nostri annali contemporanei, ed ascoltiamo uno dei nostri missionari, perduto nei ghiacci del polo, in mezzo ai più vigorosi antropofagi della terra. – « Fra i selvaggi che io trovai riuniti nel forte d’Albany, uno di quelli che la grazia ha tocchi in un modo quanto efficace altrettanto pronto, era un giovine poligamo. I suoi amici e soprattutto sua madre, che è un modello di virtù, avevano fatti tutti i loro sforzi per impegnarlo a non avere che una sposa, senza potervi riuscire. Erano due giorni che io era ad Albany, quando egli vi arrivò con la sua numerosa famiglia. Appena seppe della mia presenza nel forte, ei ne fu spaventato e volle ripartire. Sua madre durò molta fatica a trattenerlo ma egli evitava il mio incontro, e quando io mi presentai nella sua capanna .per vederlo ei si era nascosto. – Mi fu fatto conoscere dove si era ritirato e andai a trovarlo; .e siccome aveva molto più a cuore la rigenerazione dei suoi figli che il suo divorzio, io cercai di fargli comprendere l’importanza del Battesimo. « Da principio, temendo certamente i miei rimproveri cominciò a tremare. Ma si rassicurò ben tosto, e lo stesso giorno mi portò tutti i suoi figli perché io ne facessi tanti cristiani. Dopo il battesimo mi chiese in un modo commovente dello stesso favore per sé: era qui che io lo attendeva. — Tu non potrai esser battezzato, gli dissi, finché tu avrai due mogli, poiché lo Spirito Santo non lo permette. Se tu continui a violare la sua proibizione, invece di metterti con Lui nella sua grande luce, Egli ti getterà col maligno Monitou nel fuoco dell’abisso. – « Queste parole fecero sull’animo del selvaggio tutto quell’effetto che io poteva attendermi. Con la testa appoggiata sul suo petto, non rispose nulla, e per alcuni minuti parve immerso in uria meditazione profonda. Poi, alzandosi tutto ad un tratto: — Padre, mi disse, quello che tu mi prescrivi è giusto. Poiché il grande Spirito non ha dato che una compagna al primo uomo, io non debbo ritenerne due. Quale vuoi tu che licenzi? — Tu devi ritenere la prima; ma i figli della seconda essendo tuoi, bisogna che tu li educhi e che ti prenda cura della loro madre, come della tua propria sorella. — Grazie, mi disse, e usci subito per andare ad annunziare alla più giovane la sua risoluzione. Questa mostrò una risoluzione pari alla sua, e d’allora in poi non li vidi più insieme fuorché alla cappella, dove gareggiavano di zelo per farsi istruire. » [Annali, ec., n. 141, p. 101, an. 1852]. – La Castità, “Castitas”. Coronamento di tutti gli altri, questo duodecimo frutto fa dell’uomo un angelo in un corpo mortale. La castità è di fronte alla continenza, ciò che è la vittoria dinanzi alla lotta: è come il vincitore dopo il combattimento. Padrona dei suoi sensi interni ed esterni, l’anima casta, l’anima vergine, regna come Salomone, nella pienezza della pace. Presso di lei tutto l’oro del mondo perde il suo splendore. Essa incute rispetto sulla terra, forma la gioia del cielo, e provoca la rabbia dell’inferno. Se per strappare all’umanità questa corona di gloria, non vi sono sforzi che il demonio non adopri, non vi è neppure resistenza eroica ch’egli non incontri. A difendere questo bene più prezioso della vita, brilla il coraggio dei cristiani e soprattutto delle cristiane. Chi non conosce la condotta di tante eroine dei primi secoli? Nobile lignaggio di Vergini martiri, voi vi siete perpetuate fino a noi, e vi perpetuerete sino alla fine dei secoli, dovunque regnerà lo Spirito di santità. – Apriamo per l’ultima volta i nostri Annali contemporanei. « Il soggetto, del quale vi voglio parlare, è molto semplice, poiché non si tratta che di una bambinetta: ma in questa ha rifulso il trionfo della grazia. Sulla fine del 1841, una famiglia cattolica composta di tre persone, lasciava Aleppo per recarsi in Egitto. Dopo aver visitato i luoghi santi e attraversato la Giudea, essa s’internò nel deserto per la stessa strada che aveva anticamente percorsa la Sacra Famiglia, fuggendo dinanzi alla collera d’Erode. Già essa scorgeva da lungi le mura di El-Arich, l’antica Gerara, allorché comparve una banda di soldati albanesi. A questa vista, lo spavento colse i nostri devoti viaggiatori; essi corrono a caso e si sperdono nella solitudine, che non può nasconderli. – La bambinetta fu trovata dai suoi rapitori pallida, tremante, chiamare sua madre che essa non doveva più rivedere; e fu condotta schiava al Cairo, dove la rinchiusero nella casa di un Arnaute. – «L’infelice vi passò i suoi giorni in lacrime; e aveva ragione di spargerne sulla libertà perduta e sulla sua famiglia scannata! Un bene solo le rimaneva: era la sua ingenua fede al Dio degli orfani, e questo tesoro minacciato, lo difendeva con un amore eroico. — Sappi bene, diceva ella spesso al suo padrone, sappi che la tua schiava è cristiana. — Ahimè! egli non lo dimenticava. Ogni giorno, egli fremeva di non avere ancora potuto rompere questa debole canna, che si raddrizzava sempre sotto lo sforzo della sua mano; ricorreva a nuovi inganni, lusingava con le più luccicanti promesse, si abbassava alle supplicazioni per rialzarsi vinto, ma furibondo, e nel suo dispetto tentava nuovi tormenti, altrettanto impotenti quanto le sue preghiere disprezzate, e le sue vane minacce. – « Lacrime e singulti era tutto quello che egli strappava alla povera fanciullina. Invano il turco le diceva: — Come schiava di un mussulmano, tu abbraccerai la religione del tuo padrone, ovvero tu andrai a perire per le sue mani. — Prendi la mia vita, rispose l’eroina, ma lasciami il mio Dio; la giovinetta che ha tutto perduto in questo mondo non acconsentirà a chiudersi il cielo. E la grazia contava un. trionfo di più, ogni volta che l’oppressore assaliva la sua vittima. Come quelle vergini timide dei primi secoli, alle quali fu così spesso dato di domare nell’ arena dei leoni ruggenti, e di vederli incatenati ai loro piedi per incanto divino di una virtù angelica, la cristiana di Aleppo imponeva al turco nella sua propria casa divenuta per lei un anfiteatro. – « Un giorno, che fu il 18 gennaio 1843, la porta della casa, dove la nostra schiava gemeva da due anni, era rimasta socchiusa. Non dubitando che il momento della sua liberazione fosse venuto, essa varcò, senza essere veduta, la soglia della sua prigione e corse a rifugiarsi per caso nell’abitazione vicina. Per fortuna era quella di un armeno cattolico. Alla vista di questa bambinetta che entrava in sua casa tutta spaventata, la ricevette nelle sue braccia, le chiese chi era, donde veniva; e ciò che ella volesse. Ma, tremante e come inseguita da nemici invisibili, non seppe rispondere che con grida strazianti: Salvatemi, compratemi! ” Il buon armeno credé che bisognasse ritirarla per il momento; ed essendo giunto a tranquillizzarla l’interrogò di nuovo e con più successo. Essa gli raccontò tutte le sue disgrazie minutissimamente, poi aggiunse: — Voi non mi restituirete all’assassino della mia famiglia, imperocché questa volta egli eseguirebbe la sua minaccia, e per prezzo della mia fedeltà al nostro Dio, io sarei scannata nella sua casa o venduta ai negri del Sennaar.” – « Non ci volle altro per interessare l’armeno alla sorte dell’ orfanella. Da prima la tenne nascosta per parecchi giorni. Ma temendo di esporsi a qualche affronto, se altri, fuori di lui svelassero il suo segreto, giudicò prudente informare egli stesso l’autorità mussulmana di tutto quel che era avvenuto. – ” Dietro la sua deposizione, il governatore egiziano fece condurre al suo tribunale la fuggitiva e il soldato albanese. Interrogò la giovinetta intorno al suo paese, sui suoi parenti e la sua religione. Essa rispose con molta arditezza ch’era cristiana, nativa d’Aleppo, che era stata rapita con forza nel deserto da soldati albanesi, che in mancanza de’ suoi genitori, essa riconosceva il curato armeno per suo padre. — Fatti mussulmana, gli dissero i turchi, seduti per giudicarla, e tu dividerai la nostra fortuna e i nostri piaceri. — Io sono regina con la mia fede, rispose: tutti i vostri beni non valgono la mia corona. Io soffrirò la morte, piuttosto che rinunziarvi “. – « Tanto coraggio confuse in una stessa ammirazione il tribunale e l’uditorio, i mussulmani come i cristiani. – Fra gli spettatori si trovava un giovine caldeo cattolico che aveva seguitato quel dibattimento col più vivo interesse. Incantato delle virtù di quella giovinetta, rapito dalle sue risposte, e stimandosi fortunato se ponesse farle dimenticare i suoi lunghi patimenti, la chiese per isposa. La sua offerta fu accolta, e il curato di Terra Santa ha benedetto, or sono pochi giorni, quelle nozze fortunate. Tutta la popolazione cattolica del Cairo ha preso parte alla cerimonia, e il mio cuore di padre, troppo spesso abbeverato d’amarezza, si è riposato con una indicibile consolazione su questi due figli cosi degni l’uno dell’altro, per la generosità della loro fede e l’innocenza della loro vita.  » [“Annali, ec., n. 99, p. 89, an. 1845]. – 6° A che cosa si oppongono i frutti dello Spirito Santo? Preso isolatamente, ciascun frutto dello Spirito Santo è un principio di felicità, tutti insieme costituiscono la felicità completa, per quanto è compatibile con la nostra condizione terrena. Così, essi formano l’opposizione adeguata alla disgrazia, qualunque sia il suo nome. Riguardata sotto questo punto di vista, la Chiesa cattolica ci appare come un immenso giardino, i cui alberi, coperti di frutti rendono giocondi tutti i sensi del corpo, riposano tutte le facoltà dell’anima e perpetuano attraverso i secoli, il paradiso terrestre.Tutto ciò è più che bastante per eccitare il furore di satana. Devastare il magnifico giardino dello sposo, sradicare gli alberi, renderli sterili, trasformarli in alberi fruttiferi di morte, fare così l’infelicità temporale ed eterna dell’uomo, è la sua costante occupazione. Fedele alla sua legge di contraffazione universale, egli crea un giardino avvelenato, accanto al divino parterre; in quella stessa guisa che aveva creato la Città del male, accanto alla Città del bene Egli vi pianta gli alberi che ha rapiti, li coltiva, e fa ad essi produrre i suoi frutti. Mostriamone adesso il numero e la qualità. – L’ apostolo san Paolo ne dà la nomenclatura seguente : « Le opere della carne, dice, manifeste a tutti gli occhi, sono: la Fornicazione, l’Impurità, l’Impudicizia, la Lussuria, l’Idolatria, gli Avvelenamenti, le Contese, l’Inimicizie, le Gelosie, le Animosità, le Liti, le Divisioni, le Eresie, l’Invidia, le Uccisioni, l’Ubriachezza, le Gozzoviglie della tavola, e altri delitti simili. » [Gal., V, 19-21]. – Qui si presentano due questioni: che cosa bisogna intendere per la carne, e perché diconsi le opere e non i frutti della carne, mentre noi diciamo i frutti dello Spirito Santo? – La carne significa la concupiscenza, vale a dire l’inclinazione al male che è in noi. Quest’è il veleno o il virus che il serpente infernale ci ha inoculato, allorché morse i nostri primi padri, e che di generazione in generazione passa a tutta la loro posterità. Così la carne, o la concupiscenza è il demonio stesso presente in noi col suo veleno. 2 2 [“Concupiscentia, puta voltintas mala, est daemon nos irapugnatis”. Abbas Pimenius, in vit. Patr., lib. VII, c. XXII. – Si dice la carne per due ragioni; la prima, perché è nella carne o nel sangue che risiede, e per mezzo di essa si trasmette l’amore satanico; la seconda, perché è proprio principalmente delle dissolutezze carnali, il bere, il mangiare, il piacere, il benessere del corpo che ci porta la concupiscenza. Nondimeno essa si comunica pure all’anima in cui produce l’orgoglio, l’ambizione, la curiosità, la scienza vana e altre disposizioni puramente spirituali. – Benché a rigore si possano dire frutti della carne o del demonio, tuttavia san Tommaso spiegando la parola dell’apostolo opera carnis si esprime cosi: « Ciò che esce dall’albero contro la natura dell’albero, non è chiamato frutto, ma corruzione. Ora gli atti virtuosi sono come naturali alla ragione. Di qui viene che le opere delle virtù sono chiamate frutti, non così però le opere dei vizi. » [“Id quod procedit ab arbore contra naturam arboris, non dicitur esse fructus ejus, sed magis corruptio quaedam. Et quia virtutum opera sunt connaturalia rationi, opera vero vitiorum sunt contra rationem, ideo opera virtutum fructus dicuntur, non autem opera vitiorum”. l a, 2ae, q. 70, art. 4, ad 1]. – Comunque sia, le opere della carne, considerate nel loro principio, nel loro insieme e nei loro particolari, sono il contrario dei frutti dello Spirito Santo. – Due potestà combattano nella società, come nell’interno dell’uomo. Tra di .esse esiste una opposizione completa immutabile. [Gal., v, 17]. Lo Spirito Santo disceso dal cielo, suo glorioso soggiorno, attrae l’uomo in alto. satana fa il contrario. Risalendo dall’abisso, sua oscura dimora, attrae 1’uomo in basso. In altri termini lo Spirito Santo prosciogliendo l’uomo dall’amore delle cose terrene, l’eccita ad agire secondo la ragione e la fede. Trascinando l’uomo alla ricerca appassionata dei beni sensibili, satana lo spinge ad agire contro la ragione e contro la fede. Di questi due agenti, l’uno nobilita, l’altro degrada; l’uno santifica, l’altro deturpa e corrompe. – Se nell’ordine fisico il moto in alto é contrario al moto in basso, si vede che le opere della carne sono diametralmente opposte ai frutti dello Spirito Santo. – Tale è l’opposizione generale; ma non è la sola. Tra ciascuna opera della carne e ciascuno dei frutti dello Spirito Santo, vi è una opposizione particolare. – La prima opera della carne, segnalata dall’apostolo, è la fornicazione, “fornicatio”. Quest’atto colpevole è distruttore della carità, che unisce l’uomo a Dio e al prossimo. — Le tre seguenti sono : l’immodestia, l’impudicizia, la lussuria, Immunditia, impudicitia, luxuria. – Questi disordini essendo inseparabili dalla fornicazione, turbano l’essere umano fino nelle sue profondità, e fanno sparire la gioia dal cuore, la serenità dalla fronte e la modestia dai sensi. – La quinta è l’idolatria, idolorum servitus. Ora, l’idolatria è la guerra aperta contro Dio, la guerra sacrilega in ciò che ha di più colpevole. Che cosa vi è di più contrario alla pace, non solamente dell’uomo con Dio, ma altresì degli uomini tra di essi? L’idolatria non è la causa delle lotte più accanite, delle quali la storia abbia conservato memoria? – La sesta, settima, ottava, e nona sono gli avvelenamenti, le inimicizie, le contese, le gelosie, veneficia, inimicitiae, contentiones aemulationes. Vedete quale spaventoso corteggio satana trascina dietro di sè! qual famiglia di vipere getta egli nell’anima della quale s’impadronisce. Tutte queste opere di tenebre sono direttamente opposte ai frutti di pazienza, di benignità, di bontà, di longanimità. Le tre opere della carne che vengono insegnate sono : le collere, le risse, le dissensioni; irae, rixae, dissentiones. È facile il vedere che esse sono opposte alla dolcezza. – Restano le cinque ultime; le sette, le gelosie, gli assassini, le ubriachezze, le gozzoviglie della tavola, sectae, invidae, homicidia, ebrietates, commessationes. – Estinguendo la rettitudine, la buona fede, la lealtà, la fede in tutti i sentimenti, le sette o le eresie uccidono la carità, e scavano un abisso tra gli abitanti di uno stesso luogo, tra i membri di una stessa famiglia. Non è senza ragione che l’Apostolo nomina, dopo 1’eresia, la gelosia e gli omicidi. Questi delitti sono in diretta opposizione con la fede religiosa e sociale, il cui particolare effetto è di unire le intelligenze ed i cuori : “Cor unum et anima una”. Ora, quando la fede s’indebolisce o si estingue, la ragione decade. L’anima perde il suo impero che è infallibilmente sostituito da quello dei sensi. L’uomo cade nella crapula raffinata o grossolana, incivilita o barbara, secondo il centro in cui vive: “Ebrietates, comessationes. Questa é la rovina della continenza. [Vedi S . Th. la, 2ae, q. 70, art. 4, corp.]. – Così si trova completamente devastato il giardino dello Spirito Santo. Del resto, che le opere di morte enumerate dall’Apostolo siano in maggior numero dei frutti di vita, non bisogna meravigliarsene. Da una parte questa superiorità numerica non contraddice in nulla l’opposizione che abbiamo segnalata; essa mostra soltanto che parecchie opere della carne sono opposte a un solo frutto dello Spirito Santo. D’altra parte san Paolo non ha preteso indicare in particolare tutte le opere della carne, molto meno tutti i frutti dello Spirito Santo. « Egli ha solamente voluto, dice sant’Agostino, mostrare la loro opposizione generale, e di qual genere sono le cose che dobbiamo evitare e quelle che dobbiamo fare. 1 »1 [“Apostolus non hoc ita suscìpit ut doceret quot sunt vel opera carnis, vel fructus Spiritus; sed ut ostenderet, in quo genere illa vitanda, illa vero sectanda sint”. S. Aug., in epist. ad Gal., c. VIII]. – Ecco dunque due giardini piantati, uno dallo spirito del bene, l’altro dallo spirito del male. È un nuovo tratto del parallelismo tante volte segnalato tra l’opera divina e l’opera satanica. Qui per conseguenza ritorna, per l’uomo come per la società, l’alternativa inesorabile di. vivere nell’uno o nell’altro di questi due giardini, di mangiare dei loro frutti, e mangiandone di trovare la vita o la morte. Posto tra due padroni, il mondo va forzatamente verso l’uno o verso l’altro. Non potrebbe essere mai troppo insistere su questa legge per la quale non vi è, né vi è stato mai, né mai vi sarà deroga. Agli occhi nostri è il mezzo di rendere palpabile la necessità di tutte le operazioni dello Spirito Santo. – Intendiamolo dunque bene, tutte queste operazioni niuna eccettuata, sono necessarie alla società per il solo fatto ch’esse sono necessarie all’uomo. La fede, la speranza, la carità, prime figlie dello Spirito Santo, sono necessarie alla società, perché senza di esse la società è inevitabilmente abbandonata all’incredulità, alla disperazione, all’odio. La prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza, seconde figlie dello Spirito Santo, sono necessarie alla società, perché senza di esse la società è inevitabilmente data in preda all’imprudenza, all’ingiustizia, alla viltà, e all’intemperanza. I sette doni dello Spirito Santo sono necessari alla società, perché senza di essi la società cade sotto l’impero dei sette peccati capitali, il cui insieme forma il dissolvente più energico di tutto 1’ordine sociale. – Le sette beatitudini divine sono necessarie alla società, perché se la società non le pratica, essa pratica inevitabilmente le sette beatitudini sataniche, che realizzano il male sotto tutte le forme. I frutti dello Spirito Santo sono necessari alla società, perché se questa non se ne ciba, si ciba per forza dèi frutti avvelenati di satana, principi di rivoluzioni e di catastrofi. – Il regno dello Spirito Santo, con tutto quel che lo costituisce, è necessario alla felicità del mondo, perché Egli solo lo preserva dal regno dello spirito maligno. Ora il regno di Satana, è il mondo pagano con Nerone per padrone; mentre il regno dello Spirito Santo, è il mondo cattolico diretto dal vicario infallibile del Verbo incarnato. Sotto il primo, il genere umano è un gregge di lupi; sotto il secondo è un ovile. Inesorabile essendo sulla terra l’alternativa, essa non lo è meno al di là della tomba: lo vedremo nel capitolo seguente.

LE BEATITUDINI

LE BEATITUDINI

[da J.-J. Gaume: “Trattato dello Spirito Santo”: Capp. XXXIV, XXXV, XXXVI]

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Il nostro studio dei doni dello Spirito Santo può riassumersi nelle seguenti verità; i doni dello Spirito Santo sono i principi deificatori dell’uomo e della società; il mondo deve loro tutto ciò che vi è di veramente bello e di veramente buono. Al dono di timor di Dio, deve i suoi veri grandi uomini; al dono di pietà, i suoi innumerevoli asili per tutte le miserie; al dono di scienza, le sue affermazioni certe e i suoi più celebri dotti; al dono di consiglio, quelle turbe di vergini e tutti gli innumerevoli servizi gratuiti di carità; al dono d’intelligenza, la sua superiorità intellettuale sulle nazioni che non sono cristiane o che cessano d’esserlo; al dono di sapienza, quei pazzi sublimi che si chiamano i santi: lume, gloria e salute dell’umanità. [“Nos stulti propter Christum”. I Cor., IV, 10. — “Placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes”. Id., I, 28]. – Ai doni dello Spirito Santo sono opposti i sette peccati capitali, principi corruttori dell’uomo e del mondo, questi doni satanici producono degli effetti in relazione con la loro natura; ad essi devono attribuirsi tutte le vergogne e tutti i delitti dell’umanità. Dovendo l’uomo e il mondo vivere sotto l’influenza dello Spirito del bene o dello Spirito del male, risulta che dopo la sua caduta l’umano genere obbedisce a un impulso settiforme. Quest’impulso è settiforme e deve esserlo. Da un lato, lo Spirito Santo è inseparabile dai suoi doni, come satana è inseparabile dai suoi. Dall’altro, quest’impulso deve raggiungere tutte le facoltà dell’uomo e determinare, come di fatto esso determina, tutte le loro operazioni buone o malvagie. Tal’è il doppio principio movente dell’umanità. Il mondo diretto dal soffio dello Spirito Santo, è una nave che fa rotta verso il porto; spinto dall’alito dello spirito maligno, è una nave che si allontana dalla spiaggia e che finisce infallibilmente per perdersi. Se dunque vogliamo predire l’avvenire di un regno o di un’epoca, basta vedere a quale impulso essi obbediscono. – Con tutto ciò la deificazione dell’ uomo cominciata col Verbo e continuata con lo Spirito Santo, non ha ancora raggiunto la sua perfezione. I sette doni divini non sono in noi forze dormienti; ma sono altrettanti principi attivi che debbono manifestarsi con delle operazioni in rapporto con la natura e con l’oggetto di ciascuno. Cosi è che l’albero, il cui umore è messo in moto dal calore del sole, deve produrre delle foglie, fiori e frutti, secondo la sua specie. Il paragone evangelico che di già ci ha reso sensibile la differenza delle virtù e dei doni, ci farà altresì comprendere la differenza dei ‘doni e delle beatitudini. – Che cosa si dee intendere per le beatitudini? Donde viene il loro nome? Qual’è il loro numero, quali i loro rapporti con la felicità di ciascun uomo? Come procurano il benessere delle società? Qual è la loro superiorità sulle virtù? Qual è il loro ordine gerarchico? Quali sono i loro rapporti con i doni dello Spirito Santo? Tali sono i quesiti che ci sembrano abbracciare, nell’insieme, un soggetto altresì poco noto e non meno interessante, come i doni dello Spirito Santo. – 1° Che cosa si ha da intendere per le beatitudini? Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santa in azione. [“Beatitidines distinguuntur a donis et virtutibus, sicut actus ab habitibus”. Vig., c. XIII, p. 418]. – Accade ad un cristiano lo stesso effetto che ad un albero. Allorché nel battesimo egli ha ricevuto la vita divina e con essa le virtù infuse; quando, con i sette doni lo Spirito Santo é venuto a dare il moto a tutte queste virtù, come il calore all’umore, così il cristiano può e deve praticare certi atti di una perfezione soprannaturale, che s’incamminano al suo ultimo fine. [Non c’è bisogno di dire ‘che tutto ciò si fa nel tempo stesso e con una sola operazione]. – Questi atti sono detti beatitudini, cioè beatificanti. Essi differiscono dalle virtù e dai doni, come l’effetto differisce dalla causa, il rivo dalla sorgente, il fiore dall’albero; o per parlare il linguaggio della teologia, come la facoltà in atto, differisce dalla facoltà in potenza. « Le beatitudini, dice san Tommaso, differiscono dalle virtù e dai doni, come gli atti differiscono dalle abitudini. » [“Beatitudines distinguuntur quidem a Virtutibus et donis, non sicut habitus ab eis distincti, sed sicut actus distiaguuntur ab habitibus” la, 2ae, q. 49, art. 1. Corp]. – Così le beatitudini non sono, come il loro nome sembrerebbe indicare, abitudini o stati permanenti; ma atti transitori, prodotti da abitudini permanenti, chiamati doni dello Spirito Santo. – 2° Donde viene il loro nome? II nome cosi dolce e cosi poco inteso di beatitudine significa felicità perfetta, riposo finale. « La beatitudine, dice un gran teologo, è il supremo bene, il fine ultimo; tutti convengono in questa definizione. Noi chiamiamo supremo bene, ciò che ha tutte le qualità del bene, e che non ha nessuna qualità del male, a cui nulla manca ed a cui non si può niente aggiungere. Tutti convengono altresì che questo bene supremo è uno, e che è Dio, bene perfetto, e fonte di ogni bene; il quale unendosi per adozione gli Angeli e gli uomini, gli rende partecipi della sua beatitudine infinita.» [Vig. t. c. XIV]. – Ora, la beatitudine è il fine ultimo della vita umana.22 ]”Beatitudo est ultimus finis humanae vitae”. S. Th., 1a 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. -Questa verità è talmente certa, che l’uomo può ben falsare la legge che lo spinge alla ricerca della felicità, ma non può sottrarvisi. Sapendolo o no, col peccato o con la virtù, notte e giorno ei lavora per la felicità. Tranquillo e contento s’ei la trova; inquieto e infelice se ei la ricerca invano. Quest’ è l’ago calamitato il quale, sottomesso ad un’attrazione misteriosa, gravita di continuo verso il polo, né diventa immobile che dopo essersi messo in rapporto diretto con quel punto del cielo. – La beatitudine essendo la felicità perfetta, e la felicità perfetta essendo il pieno possesso di Dio, tre cose sono evidenti. La prima, che rapporto all’uomo, la beatitudine è insieme imperfetta e perfetta. Imperfetta sulla terra, dove non vediamo Dio, il supremo Bene, se non che attraverso le ombre della fede, e non Lo possediamo che in un modo imperfetto. Perfetto nel cielo, dove noi vedremo Dio faccia a faccia, e Lo possederemo senza timore di perderLo giammai. La seconda, che l’uomo non arriva tutt’ad un tratto al suo fine. La terza, che il suo fine o la beatitudine, non è né può essere di questo mondo. – In queste verità di logica e di buon senso si trova, per dirla di passata, la prova assoluta di tre verità fondamentali: l’esistenza d’un’altra vita, la libertà umana, l’obbligo per l’uomo, per tutta la durata del suo passaggio quaggiù, di tendere al suo fine, mediante continui progressi. Il tempo non gli è stato dato per un altro uso. Questi progressi, essendo un avviamento verso la beatitudine, sono la beatitudine incominciata. Di qui viene che nel suo linguaggio profondamente filosofico, il Vangelo chiama beatitudini, certi atti della vita presente, che conducono più direttamente alla beatitudine dell’altra. – Spiegando il testo sacro, la teologia cattolica aggiunge che si dà loro il nome di beatitudini per due ragioni. La prima, perché ci rendono beati quaggiù. È un fatto di universale esperienza, che la maggior somma, di contenti, anche in questo mondo, è per il cristiano fedele, il praticare i sette atti sublimi, ai quali il Verbo incarnato ha giustamente dato il nome di beatitudini. – La seconda, perché ci conducono più direttamente alla beatitudine finale, per cui ci fanno godere vivendo in isperanza. Cosi di una persona dicesi che ha ottenuto l’oggetto dei suoi voti, allorquando ha la speranza fondata di ottenerlo. Lo stesso Apostolo non ha egli scritto: Noi siamo salvi in isperanza. Ora la speranza d’ottenere il nostro ultimo fine é fondata su qualche cosa, che ci dispone e ci avvicina a quello. Questo qualche cosa, consiste nelle operazioni dei doni dello Spirito Santo. Da ciò né segue che esse sono appellate beatitudini, ovvero atti beatificanti. [S. Th. la, 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. – Spiegando i rapporti di ciascuna beatitudine col dono corrispondente, noi giustificheremo in un modo sensibile questo nome di beatitudine. Lo faremo, a fine di mostrare che le cose dalle quali il Vangelo fa dipendere la felicità, non sono la fonte di una semplice felicità mistica– 3° Qual è il numero delle beatitudini.? Con i concili e con san Tommaso noi contiamo sette beatitudini, l’ottava, espressa da san Matteo, non è che la conferma e la manifestazione delle altre. Infatti, appena Che l’uomo è confermato nella povertà spirituale, nella dolcezza e nelle altre beatitudini, la persecuzione é impotente a staccarlo da questi beni inestimabili.11 Octava beatitudo est quaedam confìrmatio et manifestatio est confirmatus in paupertate Spiritus et mititate, et aliis sequentibus, provenit quod ab bis bonis propter aliquam persecutionem non recedit. Unde oetava .beatitudo quodammodo ad septem praecedentes pòrtinet. S. Th. ibid., art. 3 ad 4. — Tale è pure il sentimento di sant’Agostino, di sant’Antonino, del Concilio di Vaures, c I, an. 1868, ec.]. — Quanto alle ragioni di questo numero sette, esse si rivelano da se medesime. Da una parte sette beatitudini bastano per costituire la felicità. Meno, sarebbe stato troppo poco; più sarebbe inutile. D’altra parte, le beatitudini o atti beatificanti, non essendo che le operazioni dei doni dello Spirito Santo, o meglio, quei doni messi in attività, non possono essere che nel numero di sette. Inoltre, secondo profondi teologi, queste sette beatitudini sono in rapporto con le sette età della vita del’uomo, come queste sette età medesime sono in armonia con le sette età del mondo, e queste con i sette giorni della creazione. [S . Anton.j IV p., tit. VII, c. V]. – 4° Quali sono i rapporti delle beatitudini con la felicità di ciascun uomo? «La vita presente, dice sant’Antonino, si divide in sette età, durante le quali il Verbo incarnato si è fatto, per mezzo delle sette beatitudini, nostro regolatore universale. Queste beatitudini che non sono che tanti atti virtuosi, l’uomo deve averli tutti e sempre; ma a datare ciascuna in particolare all’età in cui egli è. Ivi si trova il principio della sua felicità.2 » [“Vita praesens distinguitur per septem aetates, in quibus omnibus regulat nos Cbristus per septem beatitudines. Omnes istas quae aliud non sunt quam actus virtuosi, debet quilibet habere simul habitualiter. Licet quaelibet per se adaptari possit uni astati hominum. Ubi supra. — Questa divisione settennaria della vita è probabilmente in rapporto con la rivoluzione climaterica, che ha luogo in noi tutti i sette anni, della quale l’antica fisiologia teneva seriamente conto. – La prima età, è l’infanzia che si estende dalla nascita fino ai sette anni. Debolezza, umiltà, distacco, semplicità, candore, sono le virtù e gli incanti di questo periodo della vita. Se il fanciullo le possiede, esprime in se medesimo la rassomiglianza del Dio infante. Egli cammina verso il fine per cui è stato creato: è felice! Questa è la prima beatitudine e evidentemente quella che conviene meglio alla prima età : Beati paperes spiritu. La seconda età si estende da’ sette a quattordici anni. Praticare la dolcezza, l’obbedienza, l’amabilità, che unita al candore ed alle grazie nascenti, guadagnano tutti i cuori: ecco dunque il dovere proprio di questa bella parte dell’esistenza. Il fanciullo che l’adempie disegna di nuovo l’immagine del Verbo incarnato; cammina verso il suo fine; è felice. Quest’è la seconda beatitudine, e evidentemente quella che è la meglio appropriata a questa età: Beati mites. – La terza età abbraccia da’quattordici anni ai ventotto. Il periodo diviene doppio, a cagione dello sviluppo fisico e morale dell’uomo, L’adolescenza è l’età pericolosa. Il mondo che sorride, le passioni che si svegliano, i sensi che parlano, tutto diviene occasione di lotte incessanti. È allora appunto che l’uomo ha bisogno di mortificazione, di vigilanza, di sante tristezze della penitenza, e di noie salutari dell’esilio. Se egli lo comprende, e che la sua condotta corrisponda alla sua fede, è felice. Quest’è la terza beatitudine: Beati qui lugent. – La quarta età va dai venti ai quarantadue anni. Questa età in cui la gioventù strabocca, è ardente nelle faccende, avida di danaro, di onori, di posizioni sociali, e spessissimo poco delicata intorno ai mezzi di ottenerli. Perciò, o giovine, se tu vuoi evitare la lebbra di Gezi, e l’eterna sete del ricco malvagio, eccita in te la sete ardente, la fame continua della giustizia. – A questo prezzo solamente tu sarai felice. Quest’è la quarta beatitudine; essa è fatta per te. Beati qui esuriunt. La quinta età si estende dai quarantadue ai cinquantasei anni. Quest’ è l’età di virilità e altresì il cominciamento del declinare. Dietro sé l’uomo vede la vita che se ne fugge, davanti a sé l’eternità che si avanza. In una simile situazione che può egli fare di più savio? Aver pietà dell’anima sua: cioè a dire? Da una parte, riparare le perdite che ha fatto peccando; dall’altra, mettere la sua fortuna in sicurezza, facendola trasportare dai poveri nel luogo della sua eterna dimora. -S’egli si conduce in tal modo, diviene beato, felicità propria a questa età; pratica cosi la quinta beatitudine. “Beati misericordes”. La sesta età comincia a’ cinquantasei anni e finisce ai settanta. Età della vecchiezza, veneranda po’ suoi capelli bianchi e per là sua esperienza, può e deve esserlo ancor più per la santità dei costumi. A meno che non sia di quegli invecchiati nel delitto, di cui parla il profeta Daniele, niente è più facile al vecchio d’evitare le lordure del peccato. I suoi sensi sono indeboliti, alle rose del volto subentrano le rughe, il fuoco della concupiscenza ha perduto i suoi ardori. Approfitti egli di questa decadenza dell’uomo esteriore per abbellire con la purità della sua condotta l’uomo interiore. Con questa innocenza che gli rende in parte gli incanti dell’infanzia, diviene per la gioventù un consigliere obbedito, un modello rispettato; per tutto ciò che lo circonda un centro di attrazione, di dove irradia il buon odore di Gesù Cristo. Egli è felice della beatitudine che è in armonia con la sua età. Quest’è la sesta: “Beati mundo corde”. – La settima età, parte dai settanta anni e si prolunga sino alla fine della vita. Quest’è l’età della decrepitezza, l’età degli anni che non piacciono, come parla la Scrittura. – L’indebolimento dei sensi, l’infermità degli organi, la necessità di cure sconosciute, le infermità, i patimenti, la dipendenza da altri, l’allontanamento degli amici ed anche dei parenti, l’oblio e il disprezzo del mondo, i rimorsi del passato, le tristi previsioni dell’avvenire, tutti questi nemici ed altri ancora, assediano il vecchio. Se non lo rendono il più disgraziato degli uomini, lo costituiscono, certo, nella necessità di cercare la sua pace dentro se medesimo, e di praticarla circa a tutto ciò che lo Circonda. Perciò la sapienza infinita gli ha riserbata la settima beatitudine: “Beati pacifici”. E per incoraggirlo in mezzo ad elementi che congiurano per condurlo alla sua distruzione finale, essa aggiunge subito: Beati coloro che soffrono persecuzione per essersi conformati alla volontà di Dio.11 [S. Anton., ubi supra]. – Come le beatitudini evangeliche procurano la felicità delle nazioni? È stabilito che le beatitudini sono la sorgente della felicità individuale; la conseguenza inevitabile dunque è che esse procurano la felicità delle società. Le società sono fortunate allorché stanno nell’ordine: esse sono nell’ordine, allorché, conoscendo il loro ultimo fine, cioè la loro felicità, vi camminano con un passo sicuro. Ora, trascinati dalla loro corruzione naturale, la maggior parte dei figli di Adamo, popoli o individui, cercano la felicità nelle creature. Allontanando l’uomo dal suo fine, questo deviamento cieco, è la sorgente di tutti i mali, i quali meritano, cento volte alla terra il nome di valle di lacrime.Quando il genere umano é zimbello dell’angelo delle tenebre, cerca la felicità per tre vie differenti: via degli onori, via delle ricchezze, via dei piaceri. Con una autorità sovrana, le tre prime beatitudini rettificano questa funesta tendenza. Beati, dicono esse, quelli che sono umili separati; quelli che sono uniti e quelli che piangono. Perchè beati?Perchè sono al coperto dal fascino generale che forma l’infelicità degli altri. Beati, perché non ponendo che un debole pregio al possedimento dei beni terreni, essi gli acquistano senza passione, gli posseggono senza inquietudine e gli perdono senza rincrescimenti superflui. Beati, perché ogni atto di umiltà, di distacco, di dolcezza e di tristezza cristiana gli avvicina alla felicità suprema. Beati, perché hanno in prospettiva i beni dell’eternità, magnifica ricompensa del loro disprezzo pei beni temporali.Praticare il distacco cristiano dalle cose caduche non è nulla per la felicità del mondo? In questo appunto consistono le tre prime beatitudini. Le due seguenti: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati i misericordiosi, sono un secondo passo verso la felicità. Distaccando l’uomo dalle creature; le tre prime beatitudini fanno che egli si unisca al supremo bene, imperocché il suo cuore non può restar vuoto. Così esse lo costituiscono nell’ordine per rapporto a Dio, vale a dire nella pace con Dio.Le due seconde procurano la pace col prossimo. L’uomo è in pace col prossimo, allorché compie i doveri di giustizia e di carità. Egli gli adempie con una rara perfezione, quando da una parte, le sue parole e le sue opere, fanno testimonianza ch’egli è animato dall’amore, il che non basta; poiché è divorato dalla fame e dalla sete della giustizia in tutto e rispetto a tutti; ei l’adempie d’altro lato quando egli mostra per il prossimo, anche per i suoi nemici, una carità indulgente, che scusa le colpe o le intenzioni; compassionevole, che soccorre tutti i bisogni; misericordiosa; che perdona le offese.Pace con Dio, pace col prossimo: tali sono gli effetti delle cinque prime beatitudini. Per completare la felicità anche temporale- dell’uomo e della sociètà che cosa rimane se non la pace con sé medesimo? Essa risulta dalle due ultime beatitudini: Beati quelli che hanno il cuor puro; beati i pacifici. Col farci praticare la purità di cuore, con la mortificazione, la vigilanza e la preghiera; la prima mantiene la subordinazione necessaria della carne, rispetto allo spirito, e ci costituisce nell’ordine.Con la dolcezza e la pazienza, la seconda ci fa manifestare nelle nostre relazioni di famiglia e di società, l’ordine che regna nel nostro interno, e ci dà il diritto di chiamarci figli di quel Dio, che da sé medesimo si è chiamato il Principe della pace, “Princeps pacis”. Che ve ne pare? Il cristiano che pratica le sette beatitudini, o i sette atti beatifici per eccellenza, non gode egli altro che una beatitudine mistica? Se l’Europa attuale, se il mondo intero, possedessero questa felicità, pretesa immaginaria, sarebbero essi forse infelici? Insensati che sono! Gli uomini ed i governi attuali hanno l’aria di credere che le beatitudini evangeliche non siano nulla nella felicità temporale delle società; ed è appunto la mancanza di questi elementi, sociali eminentemente, che cagiona le rivoluzioni, delle quali siamo stati, siamo e saremo le vittime.Qual’è la superiorità delle beatitudini sulle virtù? In quella guisa che i doni dello Spirito Santo sono come elementi santifìcatori, superiori alle virtù morali, così le loro operazioni sono più perfette di quelle delle virtù. Ecco perché esse meritano per eccellenza il nome di beatitudini o atti beatifici. La virtù fa che l’uomo usi con moderazione degli onori e delle ricchezze: il dono fa che ei li disprezzi. Con questo sublime disprezzo il cristiano diventa l’essere il più libero, il più santamente indipendente, per conseguenza il più felice che vi sia al mondo: “Beati pauperes”.La virtù impedisce all’uomo di seguire, contrariamente alla ragione, i moti dell’ira. Il dono fa meglio: ei lo libera da ciò. Essiccando nel fondo dell’anima la sorgente del fiele e dell’impeto, stabilisce il cristiano in una dolcezza inalterabile che attrae a sé i cuori: “Beati mites”. La virtù regola il nostro affetto per la vita del tempo. Il dono va più in là; ei vi sostituisce le sante tristezze dell’esilio: “Beati qui lumen”. La virtù ci fa esercitare la giustizia rispetto a Dio e rispetto al prossimo. Il dono la sorpassa, perché ci fa rendere a Dio ed agli altri quel che gli dobbiamo, non solamente con esattezza, ma con premura ed affezione.Secondo la parola del Vangelo, esso ci riempie, per la giustizia e per i nostri doveri di giustizia, di un ardore incomparabile a quello che prova per il cibo, colui che ha fame, per l’acqua, colui che ha sete: “Beati qui esuriunt”.La virtù ci fa esercitare la carità corporale e spirituale verso coloro che la ragione designa ai nostri benefizi; i nostri amici e nostri parenti. Il dono s’innalza più alto. Egli vede il bisogno, nient’altro che il bisogno; la ferita, nient’altro che la ferita; il cencio, nient’altro che il cencio; e per 1’amore di Dio dona, rasciuga, solleva senza distinzione parenti, stranieri, amici o nemici, Greci o barbari: “Beati misericordes”.Da queste cinque beatitudini fedelmente praticate risulta una purità d’affetti e di pensieri assai più perfetta di quella di cui la semplice virtù é la fonte e la regola: “Beati mundo corde”. Rendendoci simili a Dio tre volte santo, questa purità ci dà un diritto particolare a chiamarci figli di Dio : “Beati pacifici”. « Di qui deriva, dice san Tommaso, che le due ultime beatitudini sono presentate non come tanti atti meritori ma come tante ricompense. » [“Vel sunt ipsa beatitudo, vel aliqua inchoatio ejus : et ideo non ponuntur in beatitudinibus tanquam merita, sed tanquam praemia. Ponuntur autem tanquam merita effectus activae vitae, quibus homo disponitur ad contémplativam vitam”, l a, 2ae, q. 49, art. 8, corp.]. -Esse sono insieme il cominciamento della beatitudine perfetta, e il legame che unisce le beatitudini ai frutti, dei quali parleremo tra poco. Frattanto questo semplice saggio che ci mostra la superiorità delle beatitudini, anche circa le virtù’ soprannaturali, ci aiuta a misurare 1’elevazione del cristiano al di sopra dell’uomo onesto, e del sapiente pagano. – Come mai non prendere sin d’ora compassione de’ nostri pretesi moralisti del XIX secolo? Caduti dall’altezze dell’ordine soprannaturale, in cui il battesimo gli aveva posti, questi superbi ignoranti, “superbus nihil Sciens”, osano porre a parallelo la perfezione cristiana con la perfezione pagana; la morale di Socrate con la morale di Gesu Cristo. Bestemmiatori e spergiuri, essi non temono di appellare la prima: la morale di questo mondo e della gente onesta; la seconda: la morale dell’altro mondo e dei mistici: poi, sotto pretesto che essi non sono vaso d’elezione, non ne praticano nessuna. – 7° Qual’è l’ordine gerarchico delle beatitudini? Come i doni dello Spirito Santo che gli producono, così le beatitudini si incatenino le une con le altre in un ordine gerarchico, i cui gradi innalzano il cristiano sino alla perfezione dell’essere divino, e per conseguenza fino al colmo della felicità: lo mostreremo più tardi. In questo momento, abbiamo da studiare due cose degne della sapienza; la quale fa tutto con misura numero e peso. La prima é la relazione che esiste tra ciascuna beatitudine e la sua ricompensa; la seconda, la gradazione nella ricompensa in se medesima. – La ricompensa. Senza dubbio, il cielo o la felicità perfetta é la ricompensa comune di tutte le beatitudini; ma questa ricompensa è presentata sotto un aspetto differente, in armonia col genere particolare di merito ottenuto da ciascuna beatitudine. Se è vero dunque che il peccatore è punito dovunque pecca, è del pari vero che il giusto è ricompensato dovunque egli merita. – Che cosa di più proprio di questa divina equazione, a eccitare il nostro zelo, ed a sostenere il nostro coraggio, nelle vie differenti che conducono alla felicità? – Così per quelli che si fanno piccoli e poveri, il cielo è il potere, l’opulenza, la gloria: “Regnum coelorum”. – Per quelli che sono miti, il cielo è l’impero dei cuori nella terra dei viventi : “Possidebunt terram”. – Per quelli che piangono, il cielo è la consolazione e la gioia pura e senza fine: “Consolabuntur”. – Per quelli che hanno fame della giustizia, il cielo è l’appagamento perfetto: Saturabuntur. – Per i misericordiosi, il cielo è la misericordia con le sue ineffabili tenerezze: “Misericordiam consequentur. – Per i mondi di cuore, il cielo é la chiara vista di Dio nello splendore della sua bellezza e nelle magnificenze delle sue opere: “Deum videbunt”. – Per i pacifici, il cielo è il nome glorioso e il privilegio incomparabile di figli di Dio: “Filli Dei vocabuntur”. – A questa armonia se ne aggiunge un’ altra: la gradazione nella ricompensa. Un po’ d’attenzione basta per scorgerla. La prima ricompensa è di avere il cielo. Questa è la felicità comune a tutti i santi, ma non eguale per tutti; imperocché vi sono più gradi nella beatitudine, come vi sono parecchie mansioni nella casa del Padre celeste.La seconda è di possederlo. Ora, possedere il cielo dice più che averlo. Vi sono molte cose che si possono avere senza possederle in un modo tranquillo e permanente.La terza é d’essere consolato. Essere felice nel possesso del cielo, è più che averlo e possederlo. Quante cose gradevoli, che noi non possediamo senza dolori!La quarta è d’essere sazio. Sazio è più che essere consolato. La sazietà implica l’abbondanza della consolazione, è il riposo nella gioia.La quinta è di essere l’oggetto della misericordia.La felicità del cielo non sarà misurata, né sopra i nostri meriti, né sopra i nostri desideri, ma sulle ricchezze infinite dell’infinita misericordia. Chi può comprendere ciò che un simil favore aggiunge a tanti altri?La sesta è di vedere Dio. Questa nuova felicità sorpassa le precedenti. Vedere Dio è più che tutto il resto, ed annunzia una maggior dignità. Vedere il re intimamente e quando si vuole, è più che abitare il suo palazzo e godere i suoi benefici. – La settima è di essere figlio di Dio. Non vi è null’altro al di là. Alla corte dei re, la maggiore sublimità è quella dei loro figli, eredi del loro trono. Cosi di gradino in gradino, condurre l’uomo fino alla dignità suprema di figlio di Dio, di fratello e di coerede del Verbo incarnato, è l’ultima parola di tutte le beatitudini e di tutte le operazioni dello Spirito Santo.11 [V. S. Th., la, 2ae, q. 69, art. 4, corp., et ad 3]. – Quando il misterioso lavoro di deficazione è compiuto, lo Spirito d’amore manda appunto il sonno della morte. – Al suo risvegliarsi, questi si trova tutte le beatitudini che egli ha praticate, riunite, immortalate e magnificamente ingrandite in una sola, il cielo, la beatitudine per eccellenza. Tali sono i gradini della scala per i quali, dal fondo della valle del pianto, noi ascendiamo sino alla vetta della montagna della felicità: « Discendendo sopra lo Dio uomo, dice sant’Agostino, lo Spirito Santo comincia, con la sapienza e finisce col timore, a fine di abbassarlo sino a noi. Nello scendere sull’uomo destinato a diventare Dio, egli comincia col timore per innalzarlo sino al Verbo incarnato, l’eterna sapienza. Abbiamo dunque dinanzi agli occhi queste gloriose ascensioni; affrettiamoci a salire i gradini che ci conducono al Signore. Portiamo coraggiosamente il peso della vita. Attraversiamo con un passo fermo e con l’occhio fisso sul fine, le seduzioni e le tribolazioni passeggere del tempo; a termine del viaggio è la pace purissima e senza fine. A questo dunque ci esorta l’ottava beatitudine, conclusione di tutte le altre: Beati quelli che soffrono persecuzione, imperocché il regno dei cieli appartiene ad essi. » [Serm 847, n. 3, opp. t. V, p. 1988, ediz. noviss.]. – 8° Quali sono i rapporti delle beatitudini con i doni dello Spirito Santo? L’abbiamo già indicato: questi rapporti sono di quelli che esistono tra l’effetto e la causa, tra il frutto e l’albero che lo porta. Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santo in opera. Ora, tutto ciò che é stato detto per far comprendere la bellezza, la concatenazione, la necessità di questi elementi santificatori, e per conseguenza beatificatori – Affinché sia ben dimostrato che lo Spirito del cenacolo continua ad essere con la Chiesa, sdegneremo i nostri esempi negli annali contemporanei del cattolicismo. Una eccezione sarà fatta in favore di san Francesco d’Assisi, la cui vita dovrebbe essere il manuale del nostro tempo. Il primo dono dello Spirito Santo si traduce con la prima beatitudine, e dà luogo a degli atti meravigliosi d’umiltà, di pentimento e di orrore per il peccato. – Un giorno d’ inverno san Francesco d’Assisi si portava da Perugia a Santa Maria degli Angeli, con un freddo rigorosissimo. Via facendo chiama fra Leone suo compagno di viaggio: « Fra Leone, gli dice, cara pecorella del buon Dio, se i frati minori parlassero la lingua degli angeli, se essi conoscessero il corso degli astri, la virtù delle piante, il segreto della terra e la natura degli uccelli, dei pesci, degli uomini e di tutti gli animali, degli alberi, delle pietre e dell’ acqua, rifletti bene, che in ciò non è la gioia perfetta. » – E un po’ più sotto : « O fra Leone, quando i frati minori convertissero con le loro prediche tutti i popoli infedeli, stai bene attento che quella non è la gioia perfetta. » E continuò a parlare così per lo spazio di parecchie miglia. – Finalmente fra Leone, maravigliato, gli domandò: « O Padre, vi prego in nome di Dio, ditemi in che consiste la gioia perfetta. » San Francesco rispose : « Quando noi arriveremo a Santa Maria degli Angeli ben molli, ben infangati, intirizziti di freddo, morenti di fame e che battendo alla porta, il portinaio ci dirà: — Chi siete voi? risponderemo: — Noi siamo due dei vostri fratelli. — Voi mentite, dirà egli, siete due vagabondi che correte il mondo e togliete l’elemosina ai veri poveri: partite di qui. – « Ed egli rifiuterà di aprirci e ci lascerà alla porta tutta la notte, esposti alla neve, al freddo e morenti di fame. Se noi soffriamo questo trattamento con pazienza, senza turbamento e senza mormorare, se altresì noi pensiamo umilmente e caritatevolmente che il portinaio ci conosce bene per quelli che noi siamo, e che é per permissione di Dio che egli parla così contro di noi, o frate Leone, credi pure che in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se noi seguitiamo a battere alla porta e che il portinaio infuriato ci caccia via come bighelloni importuni, ci ricopre d’ingiurie, di schiaffi e ci dice: — Non partite ancora di qui, miserabili marioli? Andate allo spedale: non vi é nulla da mangiare qui per voi. — Se noi sopportiamo questi cattivi trattamenti con gioia e con amore, o frate Leone! credilo bene, in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se infine, in questo estremo, la fame, il freddo, la notte ci costringono a fare istanza con lacrime e con grida per entrare nel convento, e che il portinaio irritato esce fuori con un grosso bastone nodoso, ci tira per il cappuccio, ci getta nella neve e ci dà tante bastonate da ricoprirci di piaghe; e noi sopportiamo tutte queste cose con gioia, a pensare che noi dobbiamo partecipare alle umiliazioni del nostro benedetto Signore Gesù Cristo, o frate Leone, credilo, quivi si trova la gioia perfetta. E ora ascolta la conclusione, o fra Leone: di tutti i doni dello Spirito Santo, il più considerevole é di vincere sé medesimo, e di soffrire volentieri per amor di Gesù, le pene, le ingiurie e gli obbrobri. » [Fioretti, c. VIII.] – Allo spettacolo di questa ammirabile umiltà non resta che alzare gli occhi al cielo e ripetere le parole della Sapienza eterna. “Io vi ringrazio, o Padre, che avete nascosto queste cose ai sapienti ed ai prudenti,. e che le avete rivelate ai semplici. – Vediamo il dono di timore, riguardo al peccato. Una madre non risente tanto dolore della morte di suo figlio, quanto l’anima ispirata dal dono di timore ne risente pei suoi piccoli errori. Il frate Alfonso Rodriguez era ripieno di questo dono divino. Ogni volta che egli passava in un certo canto della casa si gettava in ginocchio chiedendo perdono a Dio piangendo; si faceva vivi rimproveri e si strappava i capelli, e ciò continuò a fare parecchi anni. Aveva egli forse commesso in quel luogo qualche peccato enorme? No, egli si era permesso una piccola leggerezza di sguardi, per la quale egli credeva avere offeso Dio. [Pergmayer, Meditaz. sopra i sette doni, ecc., p. 11]. – Lo stesso Spirito di timore che ispira pentimento del peccato, ne ispira anche orrore. Nel 1841 un Mandarino fa arrestare parecchi cristiani e gli stimola ad apostatare. – Alla fermezza della loro risposta capisce l’impossibilità di riuscirvi. L’incatenarli tutti, era fare più chiasso e vittime che non voleva. Nella sua stizza si limita a descrivere con un bastone un cerchio intorno ad una giovinetta, che era in ginocchio dinanzi a lui, poiché era usanza in China di stare in ginocchio dinanzi al giudice che vi interroga. «Se tu esci da questo cerchio, dice, sarà una prova che tu sei apostata. » E partì. Dopo di lui ciascuno si ritirò dal pretorio, fuorché la giovine, che il timore di abiurare la sua fede fece rimanere in ginocchio immobile nello stretto spazio in cui la verga del mandarino l’aveva rinchiusa. Il segretario di quel magistrato, curioso di sapere qual partito avrebbe preso l’innocente prigioniera, tornò indietro, e trovandola ancora nello stesso luogo, nella stessa attitudine, la invitò ad alzarsi ed a uscire. « No, rispose ella, piuttosto morirò che fare un passo. — Badate; il mandarino non l’ha detto sul serio. — Non importa, io ho inteso le sue parole e non conosco le sue intenzioni. » – Il segretario insisté lungo tempo senza ottenere risposta. Allora cancellò lui stesso il cerchio fatto dal suo padrone e ne trasse via la giovane. [Annali della Propagazione della fedet n. 83, p. 804.] — Vedi altresì il passo di san Basilio, Godescardo, 14 giugno]. – Citiamo un ultimo fatto che ci mostrerà lo Spirito di timore di Dio, e lo Spirito contrario che si disputano un’anima in una lotta terribile. Nel corso dell’anno 1840 il governatore del Tonchino, di nome Trinh-Quang-Kanh, fece arrestare un catechista, chiamato Toan, della età di 74 anni. Consegnato a terribili supplizi il disgraziato vecchio ebbe la debolezza di apostatare. Alcuni giorni dopo, il governatore lo fece ricondurre al pretorio con alcuni altri rinnegati e disse a tutti loro: « Poiché avete ascoltato ragione, il re vi perdona ed io pure. — Gli altri ti ringraziano, risponde il vecchio pentito, ma io che deploro il mio fallo, rimango qui in prigione per espiarlo. » – A queste parole il mandarino, preso dalla collera, vomita contro di lui mille ingiurie e le accompagna con una forte bastonata. Siccome la fermezza del martire non pare scossa, ordina ai soldati di rinchiuderlo in una cloaca spaventosa per farlo decidere, non importa con quali modi, a ritornare sulla sua ritrattazione. Due giorni dopo lo richiama al suo tribunale. «Ora, gli dice, sei tu disposto a calpestare la croce? — No, mandarino, è già troppo l’avere una sol volta oltraggiato il mio Dio. — Ascolta: tu disprezzi i miei ordini; forse gusterai tu meglio i consigli di coloro che hanno partecipato ai tuoi errori, se t’abbandono al loro zelo. Se essi ti riconducono a migliori sentimenti, farò loro grazia come a te; se no, voi salirete tutti sul patibolo. » – I rinnegati non entrarono che troppo nelle viste del tiranno. Essi s’ingegnarono a cimentare la pazienza della loro vittima. Gli uni lo ricoprivano di maledizioni, gli altri gli graffiavano il viso. Tutti divenuti eloquenti per vigliaccheria, lo stimolavano ad obbedire, se non per conservare la sua vita, per salvare almeno dal supplizio dei padri di famiglia, la cui sorte era compromessa per la sua ostinazione. Per quattro giorni egli fu posto a questa orribile prova; il quinto, quando era già mezzo vinto, il governatore lo fece condurre al pretorio e torturare con tanta violenza, che l’infelice soccombé di nuovo. – La sua recidiva fu accolta da scoppi di risa del mandarino. « Va a riposarti, gli dice, aspettando che tu abbia la forza di godere la tua libertà. » I soldati lo felicitarono alla lor volta. Ma i rimorsi del colpevole lo rendevano sordo a tutti questi elogi. La notte la passò nelle lacrime e nei singulti, che pareva disperato. Per fortuna si trovava nella prigione un sacerdote, onorato di poi della palma del martirio. Lo sfortunato vecchio, tutto ricoperto di piaghe, si getta ai suoi piedi, gli fa con inconsolabili gemiti la confessione dell’ ultima sua caduta, e si rialza doppiamente fortificato dalla parola del sacerdote e dalla virtù del sacramento di penitenza. – II giorno dopo il governatore lo fa comparire, a fine di assicurarsi con nuove profanazioni della sincerità della sua apostasia. « Né i tormenti, né la morte mi faranno oramai abiurare la fede, disse al persecutore: col mio pentimento io spero avere recuperata l’amicizia del mio Dio; è ben tempo che io Gli resti fedele. » Questa volta le torture non hanno più limiti. La vittima, stesa per terra, viene rifinita a forza di bastonate; coi piedi e polsi legati, lo strascinano nella sala d’udienza opprimendolo con una grandinata di colpi: gli pongono al collo una ganga armata di ferro; lo gettano in prigione, e viene tirato fuori per esporlo agli ardori cuocenti del sole; lo spogliano dei suoi abiti, gli attaccano un crocifisso a ciascun piede e viene legato ad una colonna. – Le sue braccia distese in forma di croce, sono legate alle due estremità della ganga fissata attraverso alle sue spalle e lo lasciano cinque giorni e cinque notti in quella orribile posizione. Finché dura questo supplizio, i soldati l’insultano, gli sputano in faccia, gli danno degli schiaffi, gli strappano la barba. Infine lo riconducono in prigione semivivo e come paralizzato in tutte le sue membra. Il mandarino ordina di lasciarlo morire di fame. – La sua agonia durò parecchi giorni. Allorché venne un individuo a visitarlo, approfittò della sua presenza per umiliarsi delle sue colpe: « Io ho traviato, diceva: ho avuta la debolezza di imitare l’apostasia dei capi del mio villaggio; ma al presente sono ritornato sinceramente a Dio, e voglio morire nel suo amore. Io vi scongiuro di pregare per me. » Sentendo avvicinarsi la sua fine, lascia le sue vesti ad un sotto ufficiale che gli aveva dato alcuni pezzi di pane; egli promette, come quel militare lo pregava, di ricordarsi di lui in paradiso: egli cade svenuto, porta le dita alla bocca come per succhiarle, tanto era spinto dalla sete, e pochi istanti dopo spira vittorioso nell’ultimo combattimento. [Annali della Propag. ec., n. 85, p. 429 e seg.]. – Tali sono gli effetti del dono del timore di Dio, e le vestigia che i santi hanno lasciate, ritornando nella patria: [Haec sunt vestigia quae sancti quique nóbis reliquerunt in patriam revertentes]. – Al dono di timore di Dio succede il dono di pietà. Il principio d’amore figliale si traduce con la seconda beatitudine, i cui atti respirano la tenerezza ed il rispetto verso Dio e tutto ciò che gli è consacrato; verso il prossimo, e tutto ciò che gli appartiene nell’ordine spirituale, come nell’ordine temporale. Vediamolo diffondersi nei giovani cristiani d’oltremare. – « Tutto il tempo che abbiamo passato a Wallis, scrive un missionario, é stato un tempo di festa per noi e per gli abitanti. Noi vi siamo rimasti un mese e mezzo. Quanto siamo rimasti edificati e confusi nel vedere la pietà di questi buoni isolani! A tutte le ore del giorno e della notte, siamo sicuri di trovare degli adoratori dinanzi al Santo Sacramento. Ogni mattina, preghiera in comune e concorso alla santa Messa, durante la quale il canto dei cantici non cessa. Verso il tramonto, o per parlare come gli indigeni, allorché la cicala ha cantato, si riuniscono di nuovo ai piè degli altari per la preghiera della sera. Allora i fedeli vanno a casa. Ma appena che la famiglia è riunita, che in tutte le case, niuna eccettuata, incomincia la recita del rosario seguita dal canto dei cantici e dalla ripetizione del catechismo. – In questo momento non si sente più in tutta quanta l’isola altro che un concerto di lodi, durante il quale é impossibile non si sentire commossi e inteneriti fino alle lacrime. » [Annali della Propag. ec., n. 120, p. 346, an. 1848]. – Qualche anno prima il viaggiatore, smarrito per l’isola, non avrebbe ascoltato all’istess’ora altro che voci di antropofagi che facevano ritorno dai loro orribili banchetti. – L’amore figliale di cui questi recenti cristiani sono innamorati di Nostro Signore, rinchiuso nel tabernacolo, si manifesta altamente quando esce fuori : « Come vi sareste edificato, scrive il missionario di Futuna, allorquando, in questa cristianità nascente, il santo Viatico fu portato per la prima volta a un infermo! Mentre il sacerdote camminava all’ombra dei fichi, dei cocchi, e degli alberi a pane, dei devoti neofiti lasciavano le loro case e venivano rispettosi e raccolti, ad inginocchiarsi sui canti delle vie per dove passava il Santo Sacramento. » [Annali della Propag. ec., n. 96, p. 369. an. 1841]. – La stessa devozione per tutto ciò che riguarda religione. « L’affluenza al tribunale della penitenza è cosi grande, che dal bambino che incomincia a balbettare, sino al vecchio di già vicino alla tomba, tutti vogliono confessarsi…. Hanno un cosi grande rispetto per il tribunale di penitenza, che un giorno un padre di famiglia venne piangendo a domandarmi se sua figlia, che aveva avuta la curiosità d’aprire un confessionale della valle, si era resa molto colpevole. » [Id. id]. – Il cristiano che ama Dio, ama la casa di Dio, come un figlio ama la casa di suo padre. A questo amore figliale la vecchia Europa fu debitrice dei magnifici edifici che la coprivano come di un mantello di gloria. Presso i popoli nuovamente convertiti, lo stesso amore produce miracoli. « Il lavoro principale, scrive l’apostolo Di Mangaréva, quello che mette in moto tutta la popolazione, è la costruzione di una chiesa. Poiché l’isola non fornisce pietra, la maggior parte dei padri di famiglia sono occupati per lungo tempo a trasportare degli isolotti di scogli, situati presso a cinque leghe in mare. – « Una volta depositate le pietre sulla spiaggia, vengono ruzzolate a forza di braccia fin sotto la mano degli operai. I giovani si dividono le diverse comandate,, di modo che una popolazione dà la muta all’altra ogni otto giorni. Chi va a pescare il corallo per fare della calce, chi reca, dalla distanza di mezza lega, la rena necessaria; le donne stesse sospendono le loro occupazioni abituali per andare a cercare sulla montagna le canne destinate ad alimentare il fuoco della fornace di calcina. Di più, aiutate da dei fanciulletti, fanno con i filamenti del cocco le corde di cui gli operai hanno bisogno. – « Il re ha fatto un appello alla generosità del suo popolo. Bisognava molto legname per le travi e per l’arte del legnaiolo, e quelle isole producono appena l’albero a pane, prezioso vegetale da cui la popolazione trae la sua sussistenza. Nondimeno non vi fu alcuno che non si mostrasse disposto a dare più che non si volesse ricevere. – « Se noi dicessimo a questi: la tua terra è troppo piccola; a quegli: il tuo albero é troppo bello; non lo prenderemo. — Che cosa importa, rispondevano, tagliate pure perché è per il nostro buon Dio. Non è esso che ce li ha dati? Così pure ce ne darà degli altri. Abbiamo dovuto vegliare acciocché la generosità di questi buoni e cari cristiani non recasse loro pregiudizio. – Voi non sapreste farvi un’idea dell’ardore con cui essi proseguivano la loro intrapresa. Il re ed i capi alimentavano a loro spese tutti i nostri lavoranti. I pescatori si sono incaricati di fornire del pari tutti i giorni del pesce agli operai, per tutto quel tempo che saranno occupati in ciò che essi chiamano, il lavoro del Signore. » [Annali della Propag., ec., n. 83, p. 316, an. 1842]. – « Quegli che è di Dio, ascolta la parola di Dio, dice il Salvatore del mondo; la ragione per cui voi non l’ascoltate, è che voi non siete di Dio. » [Joan., VIII, 47]. – Amare la parola di Dio, scritta o parlata, è dunque un nuovo effetto del dono di pietà. Per incoraggiarci e confonderci, ammiriamolo nei nuovi cristiani. « Ciò che mantiene negli abitanti di Wallis (continuano gli annali) il sentimento e l’amore del dovere, egli è che essi sono avidissimi della parola di Dio. Oltre le istruzioni dei missionari, vi è in ogni villaggio e in ogni piccolo casale dei catechismi d’uomini, di donne e di fanciulli. I più istruiti insegnano agli altri: ciascuno si confessa e si comunica all’incirca tutti i mesi. Da per tutto si recita la sera il rosario in comune, seguito da un inno alla SS. Vergine. » [Annali della Propag., ec., n. 104, p. 14, an. 1846]. – Lo stesso ardore sotto i ghiacci dell’ America settentrionale. « I nostri selvaggi non potevano essere più avidi della santa parola. I catecumeni soprattutto si distinguono per zelo di istruirsi, a fine di anticipare il felice momento in cui, mediante il battesimo, sarebbero finalmente ammessi nel numero dei fedeli. Noi gli teniamo in chiesa più di sei ore al giorno. La maggior parte di questo tempo era destinata al catechismo e a delle istruzioni familiari, dove tutti assistevano. Invece l’essere stanchi di questi esercizi, non appena erano usciti dalla cappella, cercavano, riunendosi in diversi gruppi, di rendersi conto tra loro delle cose che avevamo dette e ciò per delle ore intere, qualche volta miche molto inoltrati nella notte. Nei loro dubbi venivano essi a consultare i missionari. Allora, ancorché fossimo a letto o no, addormentati o svegli, bisognava dar loro udienza e rispondere a tutte le loro domande. [Id.% n. 100, p. 269]. – Continuando i suoi divini insegnamenti il Verbo Incarnato diceva dei suoi apostoli e dei suoi preti: «Colui che vi ascolta, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; chi vi riceve, riceve me; e colui che riceve me, riceve colui che mi ha mandato.» [Luc., x, 16; IX, 48]. – Questa parola ha attraversato i secoli. Oggetto di venerazione e di tenerezza figliale dalla parte dei veri cristiani, tale è stato, tale è, e tale sarà sempre il sacerdote. Su questo punto due fatti tra mille, rappresentano tutta la tradizione. – Nel secolo decimosesto viveva a Napoli la venerabile Orsola Benincasa, fondatrice delle Teatine e istitutrice ispirata dell’abito dell’Immacolata Concezione. Sin dalla più tenera età, questa pia fanciulla aveva un tal rispetto per i preti, che vedendoli, essa si poneva in ginocchio e gli abbracciava i piedi, facendosi benedire da essi, e baciando perfino le orme dei loro passi. Tale era la gioia che le cagionava la loro presenza, che spesso si metteva alla finestra, solamente per vederli passare. Tostoché ella li scorgeva, si chinava profondamente, e dava tutti i segni della più affettuosa venerazione, come se questa fosse stata la persona stessa di nostro Signore. – Più tardi ella diceva ingenuamente al suo confessore: « Quand’io era piccina, desiderava con impazienza i giorni di festa per due ragioni: la prima perché non lavorando, io poteva attendere liberamente a tutti i miei esercizi di pietà, la seconda, perché io poteva, a tutto mio agio, starmene alla finestra a veder passare i preti per la strada. Io gli considerava come tanti angeli del paradiso, mentre gli altri uomini mi dispiacevano oltremodo. » Tale era la sua stima per i preti, che aggiungeva: « Quand’io vedessi coi miei propri occhi cadere un prete in qualche colpa, piuttosto che crederlo, crederei che i miei occhi m’ingannassero. » [Vita, ec., p. 282]. – Ascoltiamo ora uno degli apostoli delle isole Gambier: « Un giorno io stara seduto sopra un masso, in fondo ad una larga baia, intento ad istruire della gente in età piuttosto avanzata. Alcuni isolani s’accorsero che era lungo tempo che io era là, e giudicarono che dovessi aver fame. Essi ordinarono tosto a un fanciullo di andare a cogliere un cocco. Il fanciullo era molto piccolo, e gli alberi di questo frutto sono molto elevati. Immaginatevi un fusto perfettamente diritto, in cima al quale un grosso gruppo di foglie di quindici piedi di lunghezza, si distende in forma di ombrello.. Questi buoni selvaggi mi dissero: — Prega, padre, prega, perché abbiamo timore che il bambino non cada e non si uccida. — Quando il cocco fu preparato, me lo presentarono dicendomi: — In qualunque luogo tu sia, o padre, se tu hai fame di’: Io ho fame, e noi ti daremo da mangiare…. – « Mi è impossibile di dare un’ idea .del rispetto che si ha per noi e delle attenzioni di cui siamo l’oggetto. Alla più piccola parola che si pronunzi, voi vedete una premura universale. Se abbiamo bisogno di andare da un’isola all’altra, dei rematori sono subito pronti. Se noi gli facciamo osservare che il viaggio cagionerà loro un’assenza di qualche giorno, e che temiamo d’impicciarli: — No, no, rispondono, parlate padre, e noi faremo. — Questa deferenza dei nostri neofiti è 1’effetto naturale dell’amor figliale, col quale rispondono all’amore veramente paterno che noi sentiamo per essi. [Annali della Propaga ec., n. 56, p. 195, an. 1888].» – Queste dimostrazioni non sono vane formule. Riguardando con ragione il missionario come loro padre, e il migliore amico, i nuovi cristiani sanno, al bisogno, imporsi in suo favore i più grandi sacrifici. « Due missionari del Tong-kin si trovavano riuniti in una casa. – La nuova giunse all’orecchie dei persecutori. Arriva tosto il sindaco del comune, seguito da tre satelliti armati di bastone. — Chi siete voi, dice al padre Lac che incontrò il primo, certamente un maestro di religione. — E senza attendere da lui risposta : — Dov’è il capo dei cristiani? Domandò egli entrando nel presbiterio per arrestare il padre Thi. Si raccomandarono che Andrea Lac fuggisse, ma il santo padre immobile e rassegnato, si contentò di rispondere: — Che la volontà di Dio sia fatta! se piace loro di arrestarmi, sarà la seconda volta che io sarò in prigione per Gesù Cristo. « Il sindaco fece salire i due confessori nella sua barca e gli condusse nella sua abitazione. Alcuni cristiani seguivano, supplicandolo di rilasciare i suoi innocenti prigionieri. — Io vi acconsento, disse loro, purché voi mi rechiate sei barre d’argento. — Subito quei buoni neofiti vanno a casa loro, vuotano la loro borsa, si fanno prestare da’ loro vicini e ritornano con tutto ciò che essi hanno potuto raccogliere, sessanta legature e tre grandi marmitte, che valevano presso a poco i due terzi della somma richiesta. — Ecco tutto quel che noi possediamo; esclamarono, depositando il loro tesoro ai piedi del sindaco; rendeteci almeno il padre Lac. Ei gli rese tutti due, e i nostri cristiani si ritirarono, troppo felici d’avere salvato i loro pastori a prezzo della loro fortuna. » [Annali, ec., n. 85, p. 4=12, an. 1842]. – Lo Spirito di pietà, abbiamo detto, fa versare il cuore in effusioni di carità per il prossimo. Agapi, cure dei’ poveri e degli infermi, avvertimenti caritatevoli, tutte le meraviglie che esso operava nei primitivi cristiani ei gli rinnova fra gli idolatri nuovamente convertiti. – Passiamo sotto silenzio tutte le opere di misericordia corporale per citare un tratto di misericordia spirituale. – « La persecuzione infieriva nel Tong-kin. Un vecchio di circa 69 anni, fu gettato in prigione con un gran numero di altri cristiani. Fra questi ultimi c’era il suo genero, giovine nel vigore dell’età. Tremante qualche volta alla vista della morte, questo buon vecchio dovette il suo coraggio invincibile alle esortazioni del suo genero. – « O padre mio, gli diceva questi, considerate la vostra età. Due specie di morti sono poste vicino a voi; l’una naturale, le cui conseguenze sono incerte; l’altra data dai persecutori, della quale una eternità di contenti è la ricompensa. Come fare a decidere nella scelta, dove il miglior partito è cosi facile a conoscere? Se fosse permesso di rimpiangere la vita in una tale circostanza, converrebbe a me, giovine ancora e vigoroso; però voi vedete che io l’abbandono con allegrezza per Iddio. – Io lascio la mia sposa nel fiore dell’ età, con quattro bambini ancora incapaci di guadagnare la loro vita; ma Dio che me li ha dati, saprà provvedere ai loro bisogni. – Che è forse il dolore delle verghe che vi spaventa? Non temete nulla, o padre mio; io riceverò in vostra vece quel che i mandarini vi destineranno; siamo dunque contenti e coraggiosi. – « Quando i giudici ricorsero alle battiture, l’ammirabile giovine si distendeva per terra, per ricevere da prima quelle che gli erano destinate; e allorquando si preparavano a battere suo suocero, egli si rialzava tutto insanguinato, e diceva ai mandarini : — Mio padre è di età e debole, vi prego d’aver pietà, e di permettere che io sia battuto in suo luogo. — Allora egli si buttava giù di nuovo dinanzi ai mandarini, e subiva una seconda flagellazione con un eroico coraggio. – «Mentre il futuro martire sosteneva suo suocero, egli stesso riceveva da parte dei suoi, incoraggiamenti e molte dolci consolazioni. Sua moglie venne a. vederlo parecchie volte col suo ultimo bambino ancora a petto, lo esortò a non darsi punto pensiero di lei, ed a starsene tranquillo sulla sorte dei suoi quattro piccini; aggiungendo che, con la grazia di Dio, ella sperava potere nutrirli ed educarli ancorché sola. Veramente questa donna forte si è mostrata degna sposa di un martire, e la sua figlia, degna figlia di sua madre. Questa giovinetta, dell’età di undici anni, scappò un giorno di nascosto dalla casa paterna per andare a vedere il santo confessore nella sua prigione. Essa fece da sé sola una mezza giornata di cammino, attraversò senza timore i soldati e le guardie, e giunse fino a suo padre, che essa incoraggiò a morire, piuttosto che calpestare la croce. Alcuni giorni dopo i coraggiosi atleti ricevettero la corona del martirio. » [Annali, ecc., n. 73, p. 518, an. 1840]. Nell’ordine ascendente, il terzo dono dello Spirito Santo, è il dono di scienza. Al primo grado della nostra stima, il dono di scienza c’insegna di mettere la nostra anima e quella del prossimo. A che serve all’uomo guadagnare il mondo, se egli viene a perdere l’anima sua? Questa verità capitale si afferma con gli atti della terza beatitudine. Un sol giorno dei secoli cristiani ha prodotto più affermazioni eroiche, che il mondo pagano non ne avesse viste per due o tre mila anni. Ciò che è stato fatto, continua a farsi. – « In Francia, scrive un missionario della China, si sarebbe più che maravigliati, se si vedessero poveri infermi che non hanno più di due o tre giorni di vita, venire in barca da quindici, venti, trenta leghe per ricevere gli ultimi sacramenti. Qui è la cosa più comune. Un giorno me ne furono recati nove di differenti luoghi nella stessa cappella; era un vero spedale. Udii le loro confessioni, io gli comunicai, diedi l’estrema unzione a parecchi di loro, e gli rimandai tutti pieni di consolazione; ma la mia contentezza era molto più grande di quella di questi buoni neofiti. Che cosa direbbero di questo pietoso costume i cristiani indifferenti d’Europa, soprattutto se si aggiungesse che questi eroici fedeli muoiono spessissimo nelle loro barche a mezzo del loro viaggio? – « Un piccolo fatto, avvenuto or son pochi giorni, vi farà meglio ammirare la fede dei nostri cristiani. Io era stato chiamato da un infermo a una delle estremità del mio distretto. Dopo la Messa vidi entrare due corrieri che mi pregarono d’andare a visitare un infermo, in una cristianità, lontana dieci leghe; presto mi pongo in via con essi. Cammin facendo ci incontriamo in una barca; erano fedeli che mi recavano un infermo. Non riconoscendo essi il marinaro che mi conduceva, continuarono a dirigersi verso la parrocchia da me lasciata, intantoché io mi recava in un’altra, vicina alla loro. – Quella povera gente, dopo avere remato tutta la giornata, arrivano finalmente verso sera bene affaticati: non trovano nessun missionario; che fare? Si ripongono in viaggio, sperando raggiungermi prima della mia partenza, nuovo disinganno; io mi era portato più lontano, dopo aver detto la santa Messa; le nostre barche s’incontrarono un’altra volta, ma questa volta i nostri rematori si riconobbero. – « L’infermo mi fece compassione ancor più della sua gente. Non potendo tornare indietro, mi esibii di ascoltare la sua confessione nella sua misera barca, e poi di amministrargli l’estrema unzione. Ma questo brav’uomo mi rispose, che da moltissimo tempo non aveva avuto la fortuna di comunicarsi, e che, trovandosi a me vicino, non mi abbandonerebbe senza essere stato munito di tutti i sacramenti. Fu costretto dunque a ritornar fino alla nostra cappella, e fare con me da circa otto leghe. » [Annali, ec., n. 116, p. 58, an. 1848]. – Allo stesso grado di stima del nostro, il dono di scienza pone l’anima del prossimo, e soprattutto di quelli che ci sono uniti con legami di sangue. Mentre oggi presso i cristiani degeneri della vecchia Europa, il matrimonio pare non sia, per gli sposi, che una scuola di scandalo reciproco, una specie d’impresa, di dannazione a spese comuni; tra. i fedeli, di fresco convertiti, la grande preoccupazione del marito è la salute della sua moglie, e reciprocamente. Mercé lo spirito di scienza, essi comprendono quanto è meschina una unione di alcuni giorni, che la morte dovrebbe rompere in eterno, o rendere eternamente disgraziata. – « Nel 1840 fu arrestato nel Tong-kin occidentale un virtuoso padre di famiglia per nome Martino Tho. Fino dal primo giorno del suo arresto, non era parso che si fosse occupato d’altro che del suo sacrificio, benché lasciasse una sposa e otto figli. Ammirabile famiglia tutta animata dello spirito del suo capo, lungi dal cercare di ammollire il suo coraggio, essa faceva voti perché egli rimanesse fedele. « Quattro o cinque giorni dopo che si fu tolto loro il padre, i figli chiesero alla loro madre il permesso d’andare a vederlo in prigione. — Figli miei, disse ella, vostro padre è sul campo di battaglia; non si sa ancora se sarà felice bastantemente per confessare il Vangelo. – L’idea sola dei tormenti che gli si preparano, sono più che sufficienti per le sue prove, senza che voi vi aggiungiate altro. Se andate a visitarlo, forse la vista dei suoi figli, la memoria della sua casa, gli cagionerebbero una emozione funesta alla sua fede, forse la sua tenerezza per voi gli farebbe dimenticare la gloria che lo attende. Pur tuttavia se qualcuno di voi vuol penetrare nella sua prigione, io non mi vi oppongo, purché egli vada prima a consultare il catechista del gran padre Doari: s’egli si adatta alla vostra domanda, io ve lo permetto; se egli la trova imprudente, ritornerete. – «Ma quando si ebbe inteso che il santo confessore aveva trionfato di tutte le sue torture, questa buona madre disse allora ai suoi figli: — Vostro padre, con la grazia di Dio, ha gloriosamente confessato il nome del Signore; or dunque andate a vederlo, consolatelo nelle sue pene, incoraggiatelo a soffrire per amore di Dio. — I due maggiori, maschio e femmina partono subito; l’eroe cristiano stringendoli nelle sue braccia. — O miei figli, gli disse, vostro padre tra poco va a morire. Per voi, questa è l’ultima mia raccomandazione, e la ridirete in mio nome a tutti i vostri fratelli : ricordatevi che non avete che un’anima; pregate Dio che vi faccia la grazia di rimanere fedeli alla vostra religione: soprattutto conservatevi puri dal contagio del mondo.1 »1 [Annali, ec., n. 83, p. 263, an. 1842 – I preziosi Annali della Propag. della fede sono ripieni d’esempi che provano, presso i nostri fratelli d’Asia, d’Africa e d’Oriente la pienezza del dono di scienza, applicato, sia al disprezzo dei falsi beni, sia alla stima della povertà, ossia al discernimento della verità e dell’errore, che produce per risultato la fermezza nella fede e la concordia nelle famiglie.]. – La fortezza è il quarto dono dello Spirito Santo : operare e patire sono i. suoi due obbietti. Esso si manifesta con la quarta beatitudine, vale a dire con atti d’incrollabile amore per la giustizia, per 1’espulsione di Satana dai domìnii ch’egli ha usurpati, e per lo stabilimento del regno del Verbo redentore, sia in noi stessi, che negli altri. In fatto d’impresa eroica, io non so’ se yì è nulla di paragonabile all’ introduzione di uno dei nostri missionari nella penisola di Corea. – Da parecchi anni il sig. Maistre tentava invano d’entrare per terra o per mare in quel paese idolatra. Respinto da tutte le parti, ma non scoraggiato, egli formò l’audace progetto di farsi gettare sulla costa con una vecchia guida, e di aspettare dal cielo l’esito del suo generoso disegno. Ma il piano era più facile a concepire che ad eseguire. In mancanza di giunca o di nave, ci voleva una barca e non ve n’erano punte; un pilota parimente mancava. Chiesto con insistenza agli uomini che si vantavano d’essere intrepidi, barca e pilota, gli furono ricusati. Lungi da lasciarsi abbattere, il missionario raddoppiò di fiducia in Dio; né fu ingannato. – Un padre Gesuita, missionario in China, che aveva qualche cognizione nautica, venne ad offrirsi per pilota in quella deficienza generale. Si giunse a trovare un piccolo giunco pagano e alcuni rematori. Per proteggere, quanto era possibile, la piccola spedizione, il console di Francia a Chang-hai, rimise al padre Helot, stabilito comandante della flotta, una commissione d’andare a visitare gli avanzi del naufragio di una nave francese, affondata sulle coste di Corea. Essendo tutto in tal modo organizzato, la piccola giunca levò la sua ancora di legno, spiegò le sue vele di paglia, e veleggiò pel mare giallo, versò l’isola sconosciuta del campo francese. Appena preso il largo, si sollevò a un tratto una furiosa tempesta. Satana l’aveva sollevata per sventare la santa impresa. Per lungo tempo la barca lottò contro i flutti, i quali con uno spaventevole ruggito, s’accumularono a lei dinanzi, per sbarrargli il passo e inghiottirla. – Dopo inutili sforzi, bisognò girare di bordone andare a cercare un riparo dietro un’isola vicina. – Lungi dall’abbattere il coraggio dei due missionari, divenuti piloti, questo terribile contrattempo non servì che ad accrescerlo. Quarantott’ore dopo, il fragile scafo rimise alla vela. Di già la spiaggia era scomparsa, ed era prudente di assicurarsi della direzione da tenere. S’interrogarono gli strumenti che non diedero certa risposta. Otto giorni erano scorsi, e nulla ancora sull’orizzonte era venuto a rallegrare gli inquieti sguardi degli intrepidi navigatori. Finalmente il nono giorno, si trovarono davanti un piccolo gruppo d’ isole, verso il quale si dirizzò allegramente la barca. I missionari scesero nel villaggio fabbricato sulla costa, per abboccarsi con gli abitanti. – Tutt’ad un tratto ecco il mandarino del luogo che arriva, egli pure per fare agli stranieri delle interrogazioni imbarazzanti; gli si accorda un appartamento a bordo. Il padre Helot che riunisce le funzioni di pilota a quelle di capitano e d’incaricato d’affari, si affretta di’ prendere la parola per il primo, e di presentare le sue lettere al mandarino, pregandolo di indicargli il luogo del naufragio. L’astuto magistrato ricusa di rispondere. Gli si dice di partire, e appena ha voltate le spalle si rimette alla vela. Qualche altra ora di dimora, tutto avrebbe compromesso. Dopo una navigazione in mezzo a pericoli d’ogni sorta, si scopre il punto desiderato di sbarco. Allorché la notte fu giunta, il signor Maistre rivestì in fretta il suo povero costume coreese, in mezzo al religioso stupore della gente dell’equipaggio; dopo di che egli scese con la sua vecchia guida in un piccolo canotto, avendo un bambu per albero e una treccia di paglia per vela. Portando sulle sue spalle una piccola valigia delle cose più necessarie, l’intrepido missionario si pose a calcare il sentiero scosceso dei monti, dietro i quali disparve ben tosto, per andare, con pericolo della sua vita, a sacrificarsi agli imminenti pericoli dell’ apostolato. [Annali, n. 148, p. 233 e seg., an. 1863. — Il signor Maistre è diventato uno degli illustri martiri di Corea]. – Affrontare la morte sopra un campo di battaglia, vuol dire essere bravo, benché si sia circondati da migliaia d’altri uomini che l’affrontano del pari, e che si sia provvisti di tutte le armi necessarie per difendersi. Ma che nome dare a quello che solo e senza armi va ad affrontarla in mezzo ad un intero popolo, la cui felicità sarà d’immolarlo e di nutrirsi del suo supplizio? Lo spirito di fortezza, può solo operare un simile prodigio. La prova è che il mondo pagano antico non l’ha mai visto, nemmeno lo scisma o l’eresia. Soffrire è ancor più eroico, ed è un nuovo miracolo dello spirito di fortezza. – Due esempi ancora di questa sovrumana fortezza, nelle prove e in mezzo alle più violenti tentazioni. – « Nella Cocincina, due piccole figlie di un cristiano, chiamato Nam, una di 14 anni, l’altra di 10, erano state condotte alla prefettura con la loro madre e padre e nonno. Sul loro rifiuto di apostatare, il mandarino ordinò di batterli sui piedi e sulle gambe, per farli andare a camminare sulla croce. Questo supplizio crudele deluse l’aspettativa del mandarino. Le due fanciulline si lasciarono orribilmente martoriare piuttosto che fare un passo innanzi. Prese e poste a forza sull’ istrumento della loro salute, esse non cessavano di protestare contro la violenza che era stata lor fatta, e si scusavano di questa involontaria profanazione con le testimonianze del più profondo rispetto. Il giudice non poté resistere a coraggio cosi eroico, e le rinviò con la loro madre. » [Id., n. 73, p. 555, an. 1840]. – Lo Spirito di fortezza opera lo stesso miracolo in China, facendo due eroine di due piccole Annamite, naturalmente tanto timide: « Ecco alcuni particolari intorno la costanza della quale una giovine chinese per nome Anna Kao, ha fatto prova nella persecuzione. Sorpresa nel momento in cui ella faceva la sua preghiera, fu arrestata dai satelliti che le proposero di scegliere tra l’apostasia e la morte. Essa non esitò a risponder loro con fermezza, che preferiva morire. La condussero dunque al tribunale per farla comparire davanti ai grandi mandarini. Questi le ordinarono di mettersi in ginocchio sopra una catena di ferrò; due soldati snudarono le loro sciabole, e gliele posero sul collo per spaventarla. In questo stato, gli si comandò di calpestare la croce: essa resisté a questa nuova prova con la stessa costanza. Allora i mandarini che sapevano che essa era sfinita dalla fame, le fecero presentare del cibo e le dissero di mangiare, in segno di apostasia. Essa tosto rispose: “Se voi ritenete per apostasia il mangiare, io vi dichiaro che morrò di fame, ptuttostoché prendere il più piccolo nutrimento; ma se voi non vi vedete che una azione ordinaria e indifferente; io mangerò”. Il mandarino confuso, le disse con ira: “Tu sei una ostinata, smangia pure se ti piace”. La famiglia e la figlia del mandarino, mosse a compassione per la vergine cristiana, unirono le loro istanze a quelle dei giudici, e l’esortarono vivamente a rinunziare alla fede; ma essa resisté a questa nuova tentazione, come aveva resistito alle minacce. Condotta nella città, sostenne a più riprese gli stessi combattimenti, e sempre con ima costanza imperturbabile: costei è tuttora in prigione. » [Annali, n. 76, p. 261, an. 1841]. – In confronto a simili prove, che cosa sono le nostre se non giuochi da fanciulli? Se noi soccombiamo, è perché ci manca il dono di fortezza. Questo dono allorché è nella nostra anima, opera ciò che ammiriamo e ciò che dice un pio autore: «Il legno rincollato si rompe, piuttosto altrove che nel punto della saldatura. Così è dell’anima unita a voi, o mio Dio, pel dono di fortezza: testimoni i martiri. È più facile separare il piede dalla gamba e il capo dal collo, che separarli dal vostro amore. In essi il timore aveva formato questo doppio cordone della carità, difficile a rompere. Essi vi amavano di tutto cuore senza errore; con tutta la loro anima, senza resistenza, con tutto il loro spirito, senza oblio. Signore, concedetemi un simile amore, affinché io non sia giammai separato da voi. » [Idiotae contemplat, c. XIV] – Al quinto gradino della misteriosa scala che ci conduce a Dio noi troviamo il dono di consiglio; il quale si cambia nella quinta beatitudine. Farci correre con ardore dove la voce di Dio ci chiama, cercare tutti i mezzi di conoscerla, di liberarci, per quanto le condizioni dell’esistenza terrena lo permettono, da tutti gli ostacoli alla nostra perfezione, e per ciò, non indietreggiare dinanzi a qualunque sacrificio: tali sono gli atti beatifici che rivelano in un’anima la presenza dello Spirito di consiglio. Noi lo vediamo risplendere nella condotta dei primi cristiani. Siccome il mondo pagano lo ammirava, or sono diciotto secoli, nella condotta dei nostri padri, cosi il mondo moderno, ridiventato pagano, è forzato a riconoscerlo in quella dei nostri giovani fratelli della China e dell’Oceania. – Per conseguenza desiderare ardentemente di ricevere lo Spirito Santo è di già un effetto del dono di consiglio. – Era animata da questo desiderio la giovinetta di cui parlano i nostri preziosi Annali della Propagazione della fede. « La mia seconda missione, scrive uno degli apostoli della China, fu del pari benedetta. Mi ricordo con piacere di avervi incontrato una fanciullina di dieci anni, benissimo istruita della sua religione, il che, a. quell’età, è estremamente raro presso i chinesi. – « Questa bambinetta desiderava con ardore il Sacramento della cresima, che io esitava nonostante ad accordarle, perché la trovava troppo giovane. Io volli assicurarmi se il suo coraggio eguagliava la sua intelligenza, e le dissi: — Dopo che tu sarai stata confermata, se il mandarino ti mette in prigione e che egli ti interroghi sulla tua fede, che cosa gli risponderai? — Io risponderò che sono cristiana per la grazia di Dio. — E se ti domanda di rinunziare al Vangelo, che cosa farai? — Io risponderò: no, giammai. — Se egli fa venire i carnefici e ti dice: Tu apostaterai, altrimenti ti taglieremo il capo, quale sarà la tua risposta? — Io gli dirò: Taglia! Incantato di vederla così ben disposta e così fortemente risoluta, l’ammisi con gioia al sacramento, che formava l’oggetto di tutti i suoi voti. » [Annali, n. 95, p. 804, an. 1844]. – La vera religione essendo la strada regia dalla terra al cielo, uno dei primi effetti del dono di consiglio è di farci ricercare e usare tutti i mezzi di ben conoscerla. Che cosa di più savio dell’informarsi della sua strada? … non è forse la prima cura del viaggiatore in paese straniero? … e poi, quanto meglio si conosce la religione, tanto più la si ama, e più siamo disposti a fare tutti i sacrifici che essa domanda, e a realizzare il sublime distacco segnato dal dono di consiglio. Sotto questo rapporto, vediamo che cosa esso ispira ai giovani cristiani Annamiti in mezzo anche alla persecuzione. – « I miei catechisti, scrive un missionario della Cocincina, mi avevano spesso parlato di un concorso generale intorno al catechismo che aveva avuto luogo tutti gli anni a Hè-sin, allorché i fedeli godevano una libertà perfetta. Tutte le cristianità vicine erano invitate a prendervi parte. Quella che non avesse risposto all’appello si sarebbe ricoperta di un obbrobrio incancellabile. « Un giorno io dissi ai catechisti: — Bisogna fare un concorso. — Padre, non è possibile. — Io so che un gran concorso come quelli d’una volta, non è possibile; ma un piccolo concorso dove saranno chiamate alcune cristianità soltanto, e che avrà luogo durante la notte, è facilissimo, e quel che più importa, io conto d’assistervi. La domenica seguente si annunziò pubblicamente nella chiesa, la prossima apertura di un concorso sul catechismo. Fu una febbre d’entusiasmo fra tutta la gioventù. Avevano un mese per prepararsi. Se non fossi stato testimone, non mi sarei mai fatto un’idea di una simile emulazione. Tutte le sere, i ragazzi da un lato, le femmine dall’ altro, si riunivano a piccoli gruppi, nelle case dei capi principali incaricati d’insegnare le parole del catechismo. La recita si prolungava fino alle undici, e qualche volta più tardi. – Se aveste attraversato, per caso, la cristianità di Hé-Sin, sareste stato assordito da un frastuono di pie canzoni, che non mancavano di una certa armonia. – Gli Annamiti recitano, cantando, il catechismo, come tutte le loro preghiere. Durante il giorno, era lo stesso strepito nelle case particolari, nei campi e perfino per le strade, dove quelli che si preparavano al concorso ripassavano, interrogandosi a vicenda la lezione della sera antecedente; e la domenica aveva luogo nella chiesa una ripetizione generale, alla quale tutti i catechisti assistevano. Ciascuno dei candidati riconosciuto dal consiglio del suo villaggio, capace di sostenere la prova dell’esame, aveva dato il suo nome. « Il primo concorso ebbe luogo durante un’intera notte nella cappella di Hè-Bang. Questa chiesa sebbene fosse abbastanza vasta non poté contenere la folla degli spettatori. Io dovetti contentarmi d’ essere semplice assistente. Io fui introdotto furtivamente nella chiesa, e nascosto dietro le cortine del grand’altare, dove si era praticata una piccola apertura, per cui potevo veder tutto senza esser visto. Uno de’nostri padri Annamiti, uomo grave e rispettabilissimo tra quei cristiani, presiedé il concorso. Se ne stava seduto magistralmente sopra una poltrona, posta sulla predella dell’altare, mentre in basso sedevano da’ ambo i lati, i capi delle differenti cristianità: gli esaminatori scelti tra i primi letterati di ciascun villaggio, erano nel mezzo: un gran colpo di tamtam annunziò l’apertura della seduta. – « Dopo una solenne invocazione allo Spirito Santo, un personaggio vestito di una lunga toga cerimoniale, trasse fuori da un’urna i nomi dei due primi concorrenti, chiamandoli con una voce stentorea. Un secondo personaggio, adorno dello stesso costume, tirò da un’altra urna un biglietto sul quale erano indicati i capitoli del catechismo che dovevano formare la materia dell’esame, che egli proclamò pure ad alta voce; e il concorso incominciò. I due candidati s’interrogavano e rispondevano alternativamente, in mezzo a un silenzio profondo, interrotto qualche volta da un piccolo rullo di tamburo; ciò accadeva quando qualcuno di loro sbagliava qualche parola. Allora essi si fermavano finché gli esaminatori non avessero giudicato se l’errore doveva essere considerato come uno sbaglio o no. Vi erano solamente due gradi: quello che recitava imperturbabilmente e senza punti errori la parte che gli toccava in sorte, otteneva il primo grado. Una sola parola pronunziata con esitanza, faceva passare al secondo grado. Ai tre sbagli, non si meritava né biasimo, né lodi; ai quattro si era censurati. I due personaggi con la lunga veste proclamavano i nomi dei vincitori, i quali condotti in processione e al suono di musica, all’altare della Madonna vi facevano omaggio a Maria del loro trionfo, si consacravano a Lei con una speciale preghiera, e se ne ritornavano al loro posto in mezzo ad una sinfonia musicale. – « Il concorso che aveva durato sino al mattino fu terminato con una Messa di ringraziamento, seguito da una larga distribuzione di croci, di medaglie e di abitini. Ma questa moltitudine aveva fame; né si poteva rimandarli digiuni. D’altronde, presso gli Annamiti, una festa religiosa non sarebbe completa, se essa non avesse terminato con un pasto. Io non volli derogare all’usanza. – Ma fu invano quando, dietro i miei ordini, si invitò al banchetto i disgraziati vinti; essi si nascosero così bene che non vi fu modo di trovarli. Essendo la festa terminata con soddisfazione generale, ogni gruppo se ne ritornò allegro al suo villaggio, ed io rientrai nella mia prigione. » [Annali, ec., n. 146, p. 20 e seg., an. 1858]. – Al racconto di questi devoti concorsi, i nostri grandi dottori d’Europa balbetteranno certamente la parola puerilità, e sorrideranno di compassione. Serbino pure i loro sorrisi per sé e per i loro concorsi agricoli ove non fanno altro che presiedere insieme ad altri gravi personaggi alla mostra di buoi, vacche, cavalli, muli, asini e maiali, poi dare premi ai più bei prodotti, in vista di procurare il miglioramento di tutte le razze di bestie, asinina, bovina, caprina e porcina; quest’esercizio utilissimo è proprio degno di loro. Essi chiameranno ciò un glorioso progresso del secolo dei lumi! E agli occhi di questi stessi uomini sarà puerile esercitare, con una nobile emulazione, anime immortali alla conoscenza profonda delle verità, che sono la condizione della loro felicità e la base stessa della società? Voi parlate di puerilità: dite da qual lato ella si trovi. Se voi l’ignorate, tanto peggio per voi. Questo è un segno che siete scesi al livello dei vostri concorrenti.11 [“Homo cum in honore esset non intellexit; comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis”. Ps. 48.— “Animalis homo”. I Cor., II, 14]. – Frattanto i frutti del dono di consiglio si manifestano presso i nostri giovani fratelli, come presso i nostri avi. Conservare con la terra meno rapporti che sia possibile, a fine di camminare di un passo fermo e rapido verso la patria eterna; rompere anche per questo se bisogna, i legami più cari della natura: tali sono gli esempi che essi ci danno. – Ascoltiamo uno dei loro apostoli ; « Non potendo più rimanere nella Nuova Caledonia, senza respingere la forza con la forza, annunziai ai. nostri neofiti, venuti da dieci leghe di distanza, la nuova della nostra partenza. Essi avevano la scelta o di tornarsene a casa, oppure di venire a Futuna, ove troverebbero i missionari. – A questa notizia, tutti si misero a piangere; era la fede che produceva questo effetto. — E mio padre, diceva uno: e mia madre, diceva l’altro, non saranno dunque mai cristiani? Così si sforzava il loro dolore. Io non potei reggere a questo spettacolo e mi allontanai per lasciar loro agio di consultarsi. « Dopo pochi istanti ritornai e feci cessare i loro singulti, chiedendoli che partito avevano preso. — Seguirvi dovunque voi andrete, risposero. — Ma se noi ritorniamo in Europa, là fa freddo e morirete ben tosto. — Tanto meglio; adesso noi non desideriamo altro che la morte. – Il loro unanime parere fu di trasferirsi in un’isola molto lontana, dove vi sarebbero dei missionari, a fine di non più udir parlare d’una patria, ch’essi consideravano come riprovata per sempre. Sciogliemmo dunque le vele, e durante la traversata che fu di un mese, i nostri carissimi cristiani erano cosi edificanti, che il capitano e l’equipaggio, sebbene tutti protestanti, mi hanno domandato più volte d’invitare i nostri neofiti a fare la loro preghiera sul ponte, per avere il piacere d’esserne testimoni. – « Noi gettammo l’ancora a Futuna una domenica mattina. Il porto epa deserto. — Dove sono gli abitanti di questo villaggio, mi ripetevano di continuo il capitano e i marinari? Essi ignoravano che gli indigeni di Futuna, ferventi cattolici, erano tutti andati alla Messa. Le case erano abbandonate, perché in quell’isola convertita, non si sapeva che cosa fosse furto. Dopo un’ora d’aspettativa, udimmo risuonare da tutte le parti il cantico dei cantici. Erano gli isolani che ritornavano dalla chiesa benedicendo il Signore. I nostri padri si affrettarono di venirci a ricevere, ed i primi cristiani della Nuova Caledonia perseguitati per la loro fede dai loro compatrioti, erano ricevuti come tanti fratelli dai nuovi fedeli di Futuna. » [Annali, ec., n. 188, p. 388 e seg., an. 1851]. Abbandonare la via del cielo, lasciare il suo paese e la sua famiglia, è un tratto evidente del dono di consiglio, ma abbandonare se stesso è ancor più evidente. – « A Vallis, scrive un Missionario, dove ho esercitato per cinque mesi il santo ministero, ho avuto molte consolazioni: tra le altre, quella di vedere tre giovani, figlie dei più grandi capi dell’isola, chiedermi con istanza il permesso di consacrarsi a Dio in un modo speciale, mediante il voto di castità. Questo pensiero, esse l’avevano avuto di suo, per la sola ispirazione della grazia. Lo Spirito Santo aveva loro insegnato che questo era un consiglio evangelico, il cui libero adempimento piace al Signore. » [Annali, ec., n. 96, p. 398, an. 1844]. – Non é solamente sulle spiagge inospitali dell’Oceania, che lo Spirito Santo fa germogliare i fiori della verginità; ma essa si estende ancora nel suolo tanto profondamente solcato della China e della Cocincina. Lasciamo parlare un apostolo deil’Impero Celeste: «Noi abbiamo in ciascuna cristianità un certo numero di persone, le quali senza essere legate da voti religiosi, fanno professione di custodire la verginità. Possiamo con verità chiamarla il fiore della missione, e questa specie di fiore forma la gloria del giardino della Chiesa. – È un bel vedere il ceppo della verginità risplendere qui in mezzo al fango dell’idolatria. Non ci si può immaginare mai quanto sia grande la licenza dei costumi in paese infedele; ma l’eccesso del vizio serve, nei disegni di Dio, a far risaltare lo splendore della più pura delle virtù; e non ci vorrebbe di molto, ad occhi chiaroveggenti, riconoscere la sua celeste origine. Nel mio distretto che conta circa nove mila anime, vi sono più di trecento vergini. Tutto quel che fanno in Europa le Suore di san Vincenzo de’ Paoli, lo fanno altrettanto quelle vergini Chinesi. » Id. n. 116, p. 44, an. 1848. – Sono queste tante figlie di antropofagi, o di idolatri abbrutiti, divenute tutt’ad un tratto tante vergini cristiane, cioè dire tutto ciò che vi ha di più bello, di più sublime, di più angelico! 1 1 [Abbiamo a Parigi tra le suore di san Vincenzo dePaoli una ragazza parente di Àbdel-Kader!]. – Alla vista di questo miracolo mille volte ripetuto, che cosa direbbe il mondo pagano, esso che sotto Augusto, non può trovare sette vestali nell’impero dei Cesari? Uno meno incredulo degli empi moderni, esclamerebbe: “Il dito di Dio è qui”. “Digitus Dei est hic”! e avrebbe ragione. – Il sesto dono dello Spirito Santo è il dono d’intelletto. Gli atti ch’egli produce e che formano la sesta beatitudine, sono degli atti rivelatori di una cognizione chiara delle verità cristiane, di magnanimità nella fede, di conformità sostenuta tra la pratica e la credenza, in una parola, il regno effettivo del soprannaturale nell’ uomo e nella società. « Si può dire, scrive un missionario dell’Oceania, che Io Spirito Santo si è fatto in Persona il catechista del fanciullo, del quale ora parleremo. Ho trovato a Tonga un piccolo prodigio, al quale voi durerete fatica a credere. – È un bambino di cinque anni, e tuttavia sì abbastanza istruito, che non mi‘è riuscito a imbrogliarlo, interrogandolo in tutti modi intorno al catechismo. Quest’angioletto ci ha domandato il permesso d’insegnare la dottrina cristiana ai suoi parenti, i quali fuorché sua madre e suo padre, sono ancora tutti nel paganesimo. E un catechista tanto più eccellente, poiché nulla si può ricusare alla sua innocente semplicità. – «Egli stesso dice il Benedicite e le Grazie in famiglia. Appena ha visto celebrare la Messa cinque o sei volte che già ne imita tutte le cerimonie. Una foglia di banano gli serve da corporale; una conchiglia di mare gli tien luogo di calice. Quando sarà grande, ripete egli, vuol dirla davvero. Piaccia a Dio che questa vocazione si confermi, e che un di l’Oceania lo conti nel numero de’ suoi apostoli. » [Annali della Propag. ec., n. 104, p. 36, an. 1846]. Il dono d’intelletto che apre cosi meravigliosamente lo spirito del fanciullo, produce nell’uomo fatto, una specie d’intuizione della verità, di modo che la fede, sciolta dai suoi oscuri veli, diviene imperturbabile. In questo genere nulla supera l’esempio dato dal re di Bongo al Giappone. La sua conversione fece la gioia della Chiesa. In seguito, oppresso da avversità e da umiliazioni, nel momento in cui tutto pareva congiurato per turbare la sua fede, ei pronunziava solennemente queste belle parole: « Io giuro alla vostra presenza, o Dio potente, che quando tutti i Padri della Compagnia di Gesù, per il cui ministero Voi mi avete chiamato al Cristianesimo, rinunziassero essi medesimi a quel che mi hanno insegnato; quando io fossi assicurato che tutti i cristiani d’Europa avessero rinnegato il vostro nome, io vi confesserei, riconoscerei e adorerei, ancorché mi dovesse costare la vita siccome io vi confesso, riconosco e adoro per il solo vero e potente Dio dell’universo.1 » [Annali, ec., n. 125, p. 225, an. 1849]. – Il dono d’intelletto, illuminato dallo spirito, opera sulla volontà, e gli dà l’intelligenza della vita. Ora, siccome la vita é una prova, la penitenza è la sua legge. «Un gran numero de’ nostri cristiani, scrive un missionario dell’India, digiunano il sabato, cioè non fanno che un pasto solo, verso il tramontar del sole. Quante volte nelle mie escursioni, non ho io inteso il mio compagno di viaggio rispondere a coloro che gli domandavano se aveva mangiato in quel giorno : — Eh! non sapete voi che oggi è sabato? — E nonostante, quel povero cristiano mi aveva seguitato tutta la mattinata, portando sul suo capo un grosso fardello. Egli era rifinito dalla stanchezza, per agevolare il successo del mio ministero! Vi sono molti paesi dove questa pratica è quasi che universale, anche tra gli operai. Parecchi tra essi, soprattutto quando sono padroni di sé, preferiscono non lavorare che metà della giornata, a fine di potere differire sino alla sera il loro unico pasto. – « Questo spirito di mortificazione mi fornisce spesso l’occasione di edificarmi al santo tribunale. Perciò, se mi accade per esempio d’imporre per penitenza qualche digiuno nel sabato. — “O padre mio, rispondono una quantità di neofiti, io digiuno tutti i sabati”. — Ciò basta, rispondo. Ma di rado se ne contentano; se io indico il mercoledì o il venerdì, io trovo spesso il secondo posto di già preso, per un altro digiuno di devozione. Ultimamente io aveva prescritto una buona opera simile. – La mia penitente parve molto imbarazzata. Che v’è egli accaduto ? — “O padre mio, da tre anni io non mangio che una volta al giorno. Come farò io per adempire al digiuno che m’imponete”? Io lo ripeto; questi esempi non son rari tra i nostri cristiani. » [Annali, ec., n. 87, p. 87, an. 1848]. – Impariamo! questi cristiani, nati di ieri, potrebbero essere i giudici degli antichi seguaci della fede. Comunque sia, ammiriamo la Provvidenza che scelse questi fedeli dell’Oriente per fare, con le sante loro austerità, il contrappeso al sensualismo d’Occidente. – Il settimo dono dello Spirito Santo, nell’ordine ascendente, è il dono di sapienza. Come ultimo grado di luce e d’amore dinanzi alla visione beatifica, esso apre alla verità gli occhi dello spirito e soprattutto l’orecchio del cuore. Ei fa vedere Dio, fa gustare Dio, trasforma in Dio, compiendo la nostra filiazione divina. Volete voi vederlo in atto? Studiamo la settima beatitudine, vale a dire gli atti beatifici con i quali si manifesta! Pigliamo per esempio un indifferente, un incredulo, uno di quegli uomini, la cui stirpe oggi è tanto numerosa, che ha occhi e non vede niente; che ha un cuore e non sente nulla delle cose soprannaturali, un uomo infine, come il capitano, del quale adesso parleremo: sottoponetelo all’azione del dono di sapienza, e voi vedrete un miracolo. – Durante la traversata che gli conduceva alfa loro missione, alcuni dei nostri missionari impiegavano i loro ozi a catechizzare i giovani marinai del bastimento, all’oggetto di prepararli alla prima comunione. Per essi la Messa era detta ogni domenica; ma il capitano non si era dato premura di assistervi. Giammai un segno né una parola che annunziasse, se egli era cattolico. Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una buona lettura, ei lasciò sfuggire poche parole che rivelavano i combattimenti della sua anima. Lo spirito di sapienza veniva a toccarlo. « Iddio ci ispira di cominciare una novena per ottenere la sua conversione; e questa terminava il 3 giugno. Ebbene! il giorno stesso a ore nove di sera, nel momento in cui uno dei missionari passeggiava sul ponte, il capitano l’osserva, e con voce commossa gli dice: — Signore, ho un gran favore da chiedervi. — Eccomi pronto per voi, risponde il missionario. — Io voglio confessarmi, non questa sera, perché un giorno non mi basta per prepararmi, ma non più tardi di domani. – Poi la conversazione s’impegna e si prolunga fino a notte inoltrata. L’indomani il capitano assiste alla Messa, benchè non fosse domenica. L’equipaggio tutto rimase stupito. Noi avevamo fissato la prima comunione alla festa della SS, Trinità. Ma il capitano avendo manifestato il desiderio di comunicarsi, se era possibile, coi suoi marinari, e volendo avere più tempo per prepararsi a questo atto cosi augusto, ci arrendemmo di buon cuore a’ suoi desideri. Frattanto la vita del capitano diveniva quella d’un apostolo. Egli predicava con la voce delTesempio. Una sera essendo uscito da confes sarsi, avvicina uno dei missionari e gli parla del buon Dio in un modo così commovente, che il nostro caro confratello era rapito nel sentirlo. Finalmente entrarono a discorrere delle possessioni del demonio. — Credete voi, dice il capitano, che esistano tuttora di questa sorta di possessioni? “Senza dubbio; esse sono abbastanza frequenti nei paesi infedeli”. — Infatti, riprese il capitano, mi è accaduto di fargli un brutto scherzo, tanto egli deve digrignare i denti ili fondo all’inferno. – Dicendo queste parole, gli scappò dai suoi occhi una grossa lacrima, che andò ad inumidire i suoi mustacchi. – « Finalmente giunse il 19 giugno. Quel giorno fu senza alcun dubbio uno dei più belli della nostra vita. – Vi fu comunione generale. Il ponte della nave era diventato una chiesa. Semplici tende artisticamente tese, formavano il tetto e le mura; l’interno era addobbato di bandiere; stuoie chinesi ricoprivano il pavimento; immagini, quadri ornavano l’altare improvvisato; la nostra chiesa ondeggiante era, se non magnifica, almeno passabilmente bella: ma incomparabilmente più bello era lo spettacolo che presentava l’equipaggio. Marinai, ufficiali, capitano, tutti erano là coi loro abiti da festa, in atteggiamento rispettoso. La dolce gioia del cielo raggiava su tutti i volti. « Quando tutto fu finito, venne il capitano a gettarsi al collo del suo confessore dicendo : — Gli istanti più beati della vita sono sempre misti a qualche amarezza; ma per oggi il cuore è contento del tutto. — Voi avreste pianto di gioia sentendo i nostri marinai fare parimente le loro riflessioni. — Vedete, diceva uno dei più vecchi, se io facessi ora in .questo momento naufragio, il morire mi parrebbe lo stesso che mangiare un pezzo di pane. — Terminata che fu la cerimonia con una perfetta calma, la brezza cominciò a soffiare, e la nave a solcare rapidamente le onde. — È forse sorprendente, esclamò il timoniere, questo andare cosi presto? … è perché la nave è scarica di un immenso peso. Io, aveva più peccati del peso che ha il bastimento, ed ora tutto ciò è passato attraverso le cannoniere. » [Annali, ecc., n. 105, p. 102 e seg.]. – Di un cristiano indifferente ed incredulo fare un devoto neofita, un apostolo ardente, inondare di splendori e di delizie un cuore chiuso a tutti gli impulsi della grazia, e ciò in un istante, ecco senza dubbio un miracolo del dono di sapienza. Di un antropofago fare un uomo, di quest’uomo un figlio d’Àbramo, rinnovando il suo essere da cima a fondo, sino al punto di fargli detestare tutto ciò che amava, amare tutto quello che detestava, e questo con una invincibile costanza, è un altro miracolo uguale, se non superiore al primo. – « Nel loro amore per la loro giovine fede i nostri neofiti di Mangarèva cantano dappertutto sopra un ritmo assai grazioso, i severi dogmi del cristianesimo, come anticamente i Rapsodi cantavano le finzioni d’Omero, e i pescatori italiani i versi del Tasso. Ogni anno, quando sono vicini alla festa del Redentore, gli abitanti di ciascuna delle isole compongono al loro modo una specie di racconto espositivo dei luoghi del Vangelo che gli hanno colpiti. Tutti, tanto uomini che donne, contribuiscono alla redazione di questa compilazione letteraria, secondo il loro grado d’intelligenza o di memoria. Compiuto questo lavoro, l’isola intera l’impara a mente, per mezzo di ripetizioni in comune, cantandolo sopra un’aria inventata espressamente. Poi, venuto il dì solenne, tutti gli abitanti dell’arcipelago si riuniscono a Mangarèva, e cantano il loro peï all’ombra degli alberi e sotto la presidenza degli anziani di ciascun’isola. – Tutti gli abitanti cosi raccolti proclamano l’idea che ha riportata la vittoria. Questi sono i giochi floreali di Mangarèva. « Questo popolo che adesso, per l’innocenza dei suoi costumi, forma l’ammirazione di tutti gli ufficiali di marina, è però quello stesso che, prima dell’arrivo dei missionari, accoglieva ostilmente le navi che venivano a visitarlo. – Gli abitanti erano in guerra continua e si scannavano tra di loro. Essi erano antropofagi sino al punto, che una volta, dopo una lotta sanguinosa tra ambe le parti, essendo stata alzata un’enorme massa di cadaveri, i vincitori, in luogo di sotterrare quelle vittime gli divorarono in un gran banchétto che durò otto giorni. Parecchi vecchi attestano altresì questo fatto, e mostrano il luogo dove erano ammassati i cadaveri. – « Non sono ancora tre anni che viveva una donna che aveva mangiato due suoi mariti, morti uno dietro l’altro, in tempo di carestia. I loro costumi erano dissoluti, come quelli di tutti gli Oceanici. Essi erano ladri, sino al punto d’involarsi a vicenda le loro raccolte di datteri, e che essi tentavano di portar via sino sulle navi che erano ancorate alle loro spiaggie. Oggi i loro costumi sono diventati altrettanto puri quanto quelli del villaggio di Francia il più religioso. Il furto cosi radicato nel cuore di ciascuno oceanico, è completamente estirpato di mezzo ad essi. Parecchi capitani di navi mercantili hanno voluto farne la prova. Percorrendo un’isola lasciavano cadere, come per svista, delle pezzuole di seta e dei colletti. Sempre gli oggetti erano fedelmente riportati dal primo abitante che gli incontrava.1 » 1 Annali, ecc., n. 143, p. 298 ecc.]. – Ecco come questo popolo è stato trasformato dal dono di sapienza. [Intorno ai rapporti dei doni con le beatitudini, vedi S. Aug., De serm. Dom. in monte, lib. I, n. 8-14 opp. t. III, p. 1498, ecc., ediz. Novissima]. –

beatitudini1

Se lo Spirito del bene ha la sua scala di deificazione, la grande scimmia di Dio, Satana, ha altresì la scala di degradazione. Noi conosciamo la prima; importa conoscere la seconda. Come in pittura l’ombra é necessaria per far risaltare i colori, così nell’ordine morale, l’errore e il male servono a porre in rilievo il vero e il bene. – In quella stessa guisa che egli ha i suoi doni, ha eziandio le sue beatitudini. Entrando esso in un uomo, mediante il peccato mortale, gli comunica i primi; e il disgraziato pratica gli atti pretesi beatifici che ne derivano. Il primo dono di Satana è l’orgoglio, principio di ogni peccato, come l’umiltà è il principio di ogni virtù. – L’ultima parola dell’orgoglio, è Amanno, appeso a una ghigliottina di cinquanta cubiti; Nabuccodonosor, mutato in bestia. Rendersi odioso a Dio e agli uomini, questo è il termine a cui fa capo la prima beatitudine satanica. – Il secondo dono di Satana é l’avarizia. Il suo capo d’opera, è il ricco malvagio che muore e che è sepolto nell’inferno; è Giuda che vende il suo maestro e che s’impicca. Fare dell’uomo il più insensato e il più scellerato degli uomini è l’ultima parola della seconda beatitudine satanica. Il più scellerato: « Non vi è uomo più scellerato dell’avaro, dice lo Spirito Santo; per esso ogni cosa è da vendere anche l’anima propria.» [Eccl. X, 10]. – Il più insensato; la vita che gli era data per guadagnare il cielo, ei la consuma a fabbricare delle tele di ragno, fragili tessuti che non possono nemmeno servire di lenzuolo. [Is. LIX, 5, 8]. – Il terzo dono di Satana, è la lussuria; messa in azione, va a finire attraverso mille lordure con Salomone e con Sardanapalo, affogati nella cloaca dei loro bestiali costumi. Ignominia di tutto quanto l’uomo, accecamento dello spirito, insensibilità del cuore, morte nell’impenitenza: tale è nei suoi effetti generali la terza beatitudine satanica. – Il quarto dono di Satana, è la gola. L’epicureo coronato di rose che canta il vino e il piacere per prepararsi alla morte; Baldassarre che riempie Babilonia del frastuono dei suoi festini, mentre i Medi sono alle porte della città, sono la traduzione vivente della quarta beatitudine satanica. – Il quinto dono di Satana, è l’invidia. Vogliamo noi vederlo in azione? Caino che uccide suo fratello, ed i farisei che fanno morire il Figlio di Dio: ecco il termine glorioso della quinta beatitudine satanica. – Il sesto dono satanico, è l’ira. La iena con i crini irti, la leonessa alla quale vengon portati via i suoi leoncini, l’ istrice armato delle sue trecce, deboli tipi ai quali l’uomo diviene simile, praticando la sesta beatitudine satanica. – Il settimo dono di Satana, è la pigrizia. Il Chinese di cui parlano i nostri missionari, e per il quale il mondo soprannaturale è come se non fosse, indifferente a tutto, eccetto a quattro verità: bere molto, mangiar bene, digerire e dormir bene; esso non darebbe .una sapequa per conoscere un domma di più, e che tiene per suprema sapienza la sua indifferènza stupida in materia di religione. [“Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit”. Prov., XVIII, 8]. – Tale é la personificazione della settima beatitudine satanica. – Così lo Spirito del male viene a prender l’uomo beatificato a suo modo, di mezzo a questo marasma vergognoso e colpevole; in cui a poco a poco lo ha condotto, per trasportarlo nel soggiorno della sua beatitudine eterna.

 

Doni dello Spirito Santo: Il dono di SAPIENZA

Il dono di SAPIENZA.

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[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”; vol. II, CAPITOLO XXXIII].

L’uomo aiutato dal dono di scienza, risalendo dagli effetti alla causa, discerne con certezza il vero dal falso. Col dono di consiglio, distinguendo tra il buono ed il meglio, sceglie i mezzi più propri per giungere al suo fine. Mercé del dono d’intelletto ei penetra più addentro. – Leggendo la causa nei fatti, vede chiaramente la bontà della sua scelta, vale a dire, l’evidenza delle verità che debbono condurlo alla salute, di guisa che nulla è capace di oscurarle ai suoi occhi nè di staccarne il suo cuore. – Il primo effetto di questa penetrazione che pone per cosi dire l’uomo a faccia a faccia col mondo superiore, è uno svolgimento meraviglioso della vita intellettuale. Il secondo è una rara elevatezza di pensieri, una grande magnanimità di sentimenti, una sublime indifferenza per la vita del corpo. Ripieno di questo dono divino, l’uomo sente tutta la verità di questa parola: Il regno di Dio non è, né cibo, né bevanda;. “Regnum Dei non est esca et potus”. Obbligato ad assoggettarsi alle necessità della vita animale, può dire come l’Arcangelo: « Pare che io mangi e beva con voi, ma faccio uso di un cibo invisibile e di una bevanda che non può essere vista dagli uomini. » [Tob., XII, 49]. – Così il dono d’intelligenza spiritualizza l’intelletto, quanto può essere spiritualizzato: come lo spirito contrario lo materializza, quanto può essere materializzato. – Per finire di perfezionare l’uomo, che cosa resta allo Spirito Santo? Spiritualizzare il suo spirito e il suo cuore, quanto possono essere spiritualizzati. Come compie lo Spirito Santo quest’ultimo atto della nostra deificazione? Comunicandoci il dono di sapienza. Questo dono forma il più alto grado della scala misteriosa, che il Verbo incarnato ha sceso per abbassarsi fino a noi, e che l’uomo deve risalire per innalzarsi fino al livello del suo divino fratello, divenire un altro sé medesimo e verificare nella sua persona la parola del Padre celeste: “Questi è il mio figlio diletto nel quale ho riposto tutte le mie compiacenze”. La risposta ai nostri tre quesiti farà conoscere questo dono, il quale corona tutti gli altri. Che cosa è il dono di sapienza? quali ne sono gli effetti? quale ne è la necessità? 1° Che cosa è il dono di sapienza? La sapienza è un dono dello Spirito Santo che ci comunica nel più eminente grado la conoscenza e l’amore delle cose divine. [“Donum sapientiæ est habitus infusus, quo quis in gratuitis cognitionibus subito -et prompte secundum quamdam connaturalitatem, per causam altissimam habet rectum et certum judicium de iis quae sunt Mei”. Vig., c. XIII, p. 411. — Vel: “sapientia est habitus divinitus infusus quo rnens redditur facile mobilis a Spiritu sancto, ad contemplandum divina et ad judicandum tum de illis, tum de humanis secundum rationes divinas”. Apud S. Th., 2a, 2æ, q. 44, art. 1, nota. — “Sumitur nomen sapientiae secundum quod saporem quemdam importat”. S. Th., ibid., art. 2, ad 1. — “Sapiens dictus a sapore, quia sicut gustus est aptus ad discretionem saporis ciborum, sic sapiens dicitur ad dignoscentiam rerum et causarum circa divina et agenda.” S. Isìd., De etymolog.]. – Tutti i doni dello Spirito Santo hanno per iscopo di contribuire ciascuno a suo modo, alla deificazione dell’uomo. Tre s’indirizzano principalmente alla volontà: il timore, la pietà, la fortezza. Quattro hanno per oggetto principale l’intelletto: la scienza, il consiglio, l’intelletto, la sapienza. Ora quest’ultimo è il più nobile di tutti. Come il fine riassume i mezzi sviluppandoli, cosi il dono di sapienza contiene e perfeziona tutti gli altri doni. Cosicché si può dire, che la sapienza è il timore di Dio perfezionato, la pietà perfezionata, la scienza perfezionata, la fortezza perfezionata, il consiglio perfezionato, l’intelletto perfezionato. – Per sapere in qual modo il dono di sapienza perfeziona tutti gli altri, basta considerarlo. Conoscenza e amore della verità, al grado il più elevato che l’uomo può raggiungere: ecco ciò che è. Ora vi sono più modi di conoscere la verità. – Conoscerla nelle cause seconde, nelle loro creature, nelle opere esteriori di Dio, tali come l’incarnazione del Verbo, la creazione e il governo del mondo, la giustificazione dell’uomo e altre simili. Questa conoscenza è il dominio del dono di scienza. [Il dono di scienza c’insegna a conoscere la verità mediante le cause seconde, mediante le creature, ed a regolare la nostra condotta su questa conoscenza. Il dono di sapienza ci fa vedere la verità nella causa delle cause, in Dio stesso, e ce la fa amare in Dio e nelle sue opere. Così il dono di scienza ha per oggetto principale gli effetti, e il dono di sapienza la causa. L’uno procede per via d’analisi, l’altro per via di sintesi. Vedi S. Th., 2a, 2æ, q.,9, art. 1, 2, corp. —Si vede che nel sistema della nostra deificazione nessun mezzo è stato dimenticato, e che lo Spirito Santo s’indirizza a tutte le attitudini]. – Conoscerla nei suoi motivi di credibilità, sino al punto d’essere talmente convinto che nulla possa indebolire la nostra adesione: quest’è il fine del dono d’intelletto. Conoscerla nelle applicazioni che bisogna farne con gli atti particolari: quest’è il benefizio del dono di consiglio. Finalmente vi è un modo ancor più perfetto di conoscere la verità, cioè di vederla nella causa prima, nella causa delle cause, in Dio, e di vederla con un immenso amore. Da quest’altezza si giudica con certezza di tutte le cause seconde e dei loro effetti: si mettono i suoi pensieri e le sue azioni in armonia non più con tale o tale verità isolata, con tale o tal causa seconda, con tale o tale effetto particolare, ma con la causa prima. – Allora, in una certa misura, l’uomo partecipa ai privilegi degli Angeli della prima gerarchia, che vedono in Dio medesimo la ragione delle cose. Egli possiede la magnifica sintesi della verità, e può giudicare di tutto il concetto divino, tanto nell’ordine naturale, quanto eziandio nell’ordine soprannaturale, poiché può giudicare di Dio medesimo. [“Spiritualis autem judicat omnia”. I Cor., II, 15. — “Spiritus enim omnia scrutatur etiam profunda Dei”. Ibid., 10. — “Ad sapientem pertinet considerare causam altissimam, per quam certissime de aliis judicatur, et secundum quam omnia ordinare potest”. S. Th., 2a, 2æ, q. 46, art. 1, corp., et q. 8, art. 6, corp.; S. Anton., IV p., tit. X, c. III]. – Così noi cediamo quanto il dono di sapienza è superiore ai doni di scienza, di consiglio, d’intelligenza, e come gli perfeziona. Egli perfeziona altrettanto i doni di timore, di pietà e di forza. Grazie al dono di sapienza i loro atti acquistano una energia, una costanza, una estensione, una soavità, una perfezione in rapporto coi lumi e le effusioni d’amore, che derivano da questo dono superiore a tutti gli altri. Laonde il cuore dell’uomo si trova innalzato al livello della sua intelligenza. – Quanto alla differenza che esiste tra il dono di sapienza e la fede, tra la virtù di sapienza e la sapienza gratuita, è facile a conoscersi. La fede aderisce alla verità, quale gli è proposta, né va più oltre. La virtù di sapienza è una abitudine acquisita studiando, o infusa dalla grazia; ma sia naturale o soprannaturale, questa virtù non ha né l’altezza, né l’estensione, né la certezza, né la soavità, né la spontaneità del dono di sapienza. [“Sapientia quæ est donum est excellentior quam sapientia quæ est virtus intellectualis, utpote magis de propinquo Deum attingens per quamdam Spiritus unionem ad ipsum. Et inde habet quod non solum dirigat in contemplatione, quod facit sapientia virtus intellectualis; sed etiam in actione circa humana. Quanto enim virtus est altior, tanto ad plura se estendi”. S. Anton., ubi snpra]. – Questo dono che piglia per punto di partenza la verità conosciuta mediante la fede, certificata dal dono di scienza, penetrata dalla virtù di sapienza, ne illumina tutte le parti, ne trae le conseguenze, sia per ordinar bene i nostri pensieri, sia per dirigere le nostre azioni, e conformare alla ragione divina la nostra vita intellettuale e morale. Parecchie differenze distinguono altresì il dono di sapienza, dalla sapienza nominata dall’apostolo, allorché dice: “A uno è dato dallo Spirito Santo il linguaggio della sapienza”. [I Cor., XII, 8]. – Prima di tutto, questo può essere comune ai buoni ed ai cattivi. Il suo privilegio è di conoscere le virtù divine, non pèr acquisto ma per infusione, e abbastanza perfettamente per ammaestrare gli altri e confutare i contradittori. Quella non si trova che nei buoni, ai quali essa comunica non solo la luce, ma il gusto delle cose divine. Finché essi sono in stato di grazia, essa abita nel fanciullo come nell’uomo fatto. Nel secondo essa è in atto, nel primo in potenza, a cagione della debolezza dell’età. Sebbene a gradi differenti, tutti la posseggono in quanto ché é necessaria alla salute. [S. Anton., ubi supra]. Quali sono gli effetti del dono di sapienza? Inondare lo spirito di una luce superiore a qualunque altra luce, riempire il cuore di un gusto indicibile per Iddio e per tutte le cose divine: tali sono, come l’abbiamo indicato, i due effetti principali del dono di sapienza. – Vediamo quel che accade all’uomo favorito da questo dono prezioso. Succede a quest’uomo come a un cieco, il quale riceve la vista all’età di trenta o quarant’anni. Tutto il tempo che egli è stato cieco, quest’uomo che cosa pensava egli del mondo? Egli credeva all’esistenza del sole, della luna e delle stelle; credeva che esistessero degli alberi, dei frutti e dei fiori; che vi è ogni sorta di pesci nell’acqua, uccelli nell’aria e sulla terra ogni specie d’animali. Egli credeva tutto questo, perché gli era stato detto; ma tutto ciò non risvegliava in lui nessuna conoscenza precisa, né eccitava in lui né amore né gioia, perché non aveva visto nulla. Or ecco che quest’uomo ottiene ad un tratto la vista. Egli vede come il sole estende dappertutto i suoi raggi; vede come le montagne sono coperte d’alberi e di frutti; vede come i prati sono smaltati di fiori, più belli gli uni degli altri. Colpito da queste bellezze che vede per la prima volta, ei rimane stupefatto. – Abbandonate adesso questo cieco per volgervi verso l’anima umana. Essa possiede la luce della fede, essa crede che Dio é infinito, ch’Egli é la fonte inesauribile di tutte le perfezioni; ma siccome questa luce è troppo oscura, essa non eccita in sé, né molto amore per Iddio, né molta allegrezza. Ma se lo Spirito Santo comunica a quest’anima la luce del dono di sapienza, oh qual mutamento subitaneo si opera in lei! Le perfezioni divine si mostrano ai suoi sguardi in tutto il loro splendore. Ella è come fuori di sé e come sommersa in quell’oceano della divinità. [Pergmayer, Meditaz., etc., p. 44]. – Abbiamo visto che il dono d’intelletto apre pure gli occhi dell’anima; ma tra l’illuminazione che produce, e quella di cui lo spirito di sapienza è la fonte, grande è la differenza. Il dono d’intelletto illumina le verità particolari, una dopo l’altra, ma non contemplandole nella causa prima, non le rannoda tra loro in modo da comporre una vasta sintesi. – Quest’è il privilegio del dono di sapienza. Nell’amorosa luce di cui è centro egli vede, abbraccia tutto l’insieme delle cose divine; le verità della fede, tutta la dottrina cristiana, la teologia, la scrittura, le regole della morale pubblica e privata, e tutto ciò che può contribuire alla santità della vita ed all’acquisto della salute. [Corn. . a Lap., in Jacob., c . III, 17]. – Il dono d’intelletto non è accompagnato, almeno sino allo stesso grado del dono di sapienza, dal gusto e dall’amore delle cose divine; nuova e grande differenza. – « Infatti, dice san Bonaventura, altro è sapere che il miele è dolce, altro il mangiarlo e gustarne realmente la dolcezza. » L’anima illuminata dal dono d’intelletto crede e sa che Dio é infinitamente dolce: però essa non gusta questa dolcezza. Se ella giunge a possedere il dono di sapienza, non solo sa che Dio è infinitamente dolce, ma gusta altresì questa ineffabile dolcezza: il suo cuore ne e ripieno. Da ciò deriva che ella trovi le sue delizie nel confabulare con Dio, nell’occuparsi di Dio, a procurare la sua gloria. Quindi, lo spirito d’orazione, lo spirito interiore, lo spirito di sacrifizio; l’unione amorosa dell’anima con Dio e la sua trasformazione in sé; il riposo di tutte le sue potenze, l’acquietamento delle sue passioni, l’amore della solitudine e del silenzio. Allora può dire come la sposa dei Cantici: “A me il diletto mio, ed io a lui; io sono sua proprietà, io sono il suo regno. Egli regna in me, mi governa. Egli è il padrone e il direttore della mia vita interiore ed esteriore. Non sono più io che vivo, ma lui che vive in me”. – La sapienza come luce e amore, spandendosi al di fuori, fa l’uomo tutto intero a sua immagine. Ora, secondo l’apostolo san Giacomo, la sapienza che viene dallo Spirito Santo è pudica, pacifica, modesta, facile a persuadere, amica dei buoni, piena di misericordia e di buone opere, essa non giudica punto né è punto dissimulata. [Epist., III, 17]. – Ecco adesso, nelle sue grandi linee, il ritratto del vero savio. È pudico. Con ciò bisogna intendere non solamente la purità del corpo, ma altresì la purità dell’anima e della dottrina. È un fatto che la vera castità coniugale, la vera verginità, la vera continenza, la vera purità di parola e di dottrina non si trova che nel Cristianesimo e nel savio cristiano. Basta per convincersene, di gettare uno sguardo sul paganesimo e sui sapienti pagani, sul maomettismo, sul protestantismo, sul razionalismo moderno e sui pretesi sapienti di queste scuole differenti. È pacifico. Le contese, le discussioni, le risse, le dispute gli sono antipatiche: nuovo tratto che lo distingue da tutti i falsi sapienti. La ragione è semplice. La vera sapienza è figlia dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è la sorgente della pace e della concordia. La pace è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è il frutto della sapienza. Il sapiènte è necessariamente umile. Per conseguenza l’umiltà è la madre della pace. – È modesto. Modestia di asserzioni e di pretensioni; modestia di parole e di modi; modestia di cibo, di vesti, di mobilia e di piaceri, sono i caratteri del vero sapiente. – Altra differenza tra lui e il falso sapiente. Chi non sa quanto furono presuntuosi, vani, offensivi, orgogliosi, suscettibili, sensuali i sapienti del paganesimo, i sapienti dell’eresia; quanto lo sono altresì i sapienti dell’incredulità moderna! Animali di gloria, come gli chiama san Girolamo, essi non hanno vissuto né vivono; non hanno scritto né scrivono altro che per occupare gli altri di sé, per farsi un nome o una posizione; e guai a chi gli tocca con la punta del dito! È facile a persuadersi: cioè dire a lasciarsi persuadere e a persuadere gli altri. Pieno il suo spirito di luce, riconosce senza fatica il vero, appena che gli è proposto; pieno d’amore per il vero, il cuor suo l’abbraccia con ardore. Piena d’amore e di verità la sua parola, non incontra, per parte delle anime rette, nessuna seria resistenza. Altrimenti avviene dei filosofi dell’errore e dei loro addetti! Alle prove più convincenti oppongono ostinatamente stupidi dinieghi. Solo gli errori più grossolani s’insinuano nella loro anima; e figli come del padre della menzogna, essi gli abbracciano come sorelle, e gli insegnano come tante verità. – É amico dei buoni. Tra il sapiente cristiano o il vero cristiano, che è tutt’uno, ed i veri Cristiani, i veri buoni di tutti i secoli e di tutti i paesi, havvi una affinità reale. – Affinità potente che, simile alla scintilla elettrica, agita ad un tratto tutte le anime cattoliche, e le pone all’unisono le une con le altre. Pensieri, gioie, dolori, timori, speranze, interessi, tutto diventa comune. Quindi l’immensa fratellanza del bene, che è il carattere forse il più inesplicabile della vera religione. « Tutti riconosceranno, diceva il Verbo incarnato, che voi siete miei discepoli, se vi amate l’un l’altro. » [Joan., XIII, 35]. – Nemici dei buoni e amici dei cattivi, ecco quel che sono stati e quel che ancor sono i falsi sapienti di tutti i tempi e di tutti i paesi. Non è forse quel che si vede oggi, forse più chiaramente che mai? Qualunque siasi il clima che abitano, o la maschera con cui si coprono, lo spirito maligno conosce quelli che sono suoi. Ei gli esalta, gli difende. Per essi risveglia le simpatie di tutti i loro fratelli in empietà, in rivoluzione, in anticristianesimo. – È pieno di misericordia e di buone opere. Di misericordia, perché possiede in persona lo Spirito di colui che ha detto: Beati i misericordiosi, perché sarà usata loro misericordia. Di buone opere, perché la sua anima è uno dei rami della vigna, della quale il Verbo incarnato è il ceppo immortale e sempre fecondo. Uno dei caratteri del falso sapiente, è l’egoismo, per conseguenza l’avidità e la durezza di cuore: “Viscera impiorum crudelia”; e la sterilità delle buone opere. Vedete qual fu nella Grecia e a Roma il regno dei filosofi; e quale è stata presso di noi la fine dell’ultimo secolo. Se voi lo provate, nominate gli atti spietati dai quali si sono astenuti: le buone opere ch’essi han fatte; le istituzioni utili che hanno fondate.- Egli non giudica. Quanto più l’uomo è illuminato e caritatevole, tanto meno è portato a giudicare, a criticare, a censurare il prossimo. Meglio di chiunque altro ei sa che il giudizio appartiene a Dio; che il Vangelo proibisce di giudicare gli altri, se non vuole essere giudicato lui medesimo, e che nulla è più esposto all’errore degli umani giudizi, basati il più delle volte sopra antipatie o simpatie, qualche volta anche sopra semplici apparenze. Avviene altrimenti del falso sapiente. – Non dubitando di nulla, perché non si dubita di nulla, schiavo dei suoi interessi e delle sue passioni, giudica arditamente, accusa, critica, condanna, presta agli altri delle intenzioni che non hanno avute, e fa dir loro ciò che non hanno detto. Che cosa fanno dalla mattina alla sera, parlando del sovrano Pontefice, del clero e dei Cattolici, gli scrittori pretesi filosofi dai quali siamo circondati? – Non è punto dissimulatore. Questo è uno dei bei caratteri del vero sapiente. Dire la verità, nient’altro che la verità: verità nelle relazioni di uomo ad uomo, o di popolo a popolo, verità nella storia e nella scienza; dirla senza reticenza e senza miscuglio d’errore, dirla con rispetto perché è la verità; con amore perché essa è il pane dell’uomo; applaudire a coloro che la dicono, perché essa è la luce del cieco, il rimedio degli infermi, la consolazione degli afflitti, la salute delle nazioni, e perché non è un bene personale. [“Spiritus sanctus disciplinae effugiet fìctum, et auferet se a cogitationibus quae sunt sine intellectu”. Sap., I, 5. — Quam(sapientiam) sine fìctione didici et sine invidia communico, et honestatem illins non abscondo. Ib id ., VII, 13]. – Quindi viene che l’anima del vero sapiente è diafana. – Questa trasparenza si riflette perfino nella limpidezza del suo occhio, e nell’apertezza del suo volto. Tutt’altra cosa è l’anima del falso sapiente; il suo occhio, la sua figura. Come figlio del grande menzognero, la menzogna è abituale sulle sue labbra e sotto la sua penna. Egli affetta la verità, la sincerità, la santità, ed insegna l’errore, l’ipocrisia, l’iniquità. È il lupo sotto la pelle d’agnello. Ma checché egli faccia, il lupo apparisce in quell’occhio appena semiaperto, in quello sguardo bieco e incerto, in quel sembiante, i cui tratti confusi e immobili, sembrano cospirare per gettare un velo impenetrabile sopra i sentimenti e sul pensiero. – Luce superiore ad ogni luce, amore superiore ad ogni amore, pace, serenità, trasformazione dell’uomo in Dio; ecco nei suoi effetti positivi, l’ammirabile dono di sapienza. – Studiarlo nei suoi effetti negativi è, da un nuovo punto di vista, mostrare quanto è necessario. – 3° Qual’ è la necessità del dono di sapienza? La necessità del dono di sapienza è sovrana, assoluta, universale. V’è egli bisogno di dirne la ragione? Libero di scegliersi un padrone, l’uomo non è però libero di non averne punti. Quando noi diciamo l’uomo, noi diciamo la famiglia, il popolo, il genere umano tutto quanto. – Vivere sotto l’impero dello spirito di sapienza, o sotto l’impero dello spirito contrario, l’alternativa è necessaria tutti i giorni, tutte l’ore e in tutte le posizioni. – Qual è lo spirito satanico, opposto allo spirito di sapienza? È lo spirito di lussuria. [“Spiritus sapientiæ obruit Spiritum luxuriae, quae fìgens se in cadaveribus foetidis ut ibi pascatur, ad arcani Ecclesiae nescit reverti ut columba, ubi sunt cibaria optima et suavissima”. S. Anton., IV p., tit. X, c. I, p. 153]. – L’uno innalza l’uomo sino a Dio; l’altro lo abbassa sino al bruto. – Per apprezzare come conviene questo duplice movimento di ascensione e di discesa, bisogna fare due osservazioni importanti; la prima, che vi sono tre sorta di sapienza, contrarie alla sapienza divina: la sapienza terrena, la sapienza animale, la sapienza diabolica.« Ogni essere attivo, dice san Tommaso, opera per un fine. Se non opera per il suo fine vero, opera per un fine indebito: questa necessità è universale. Se l’uomo pone il suo fine nei beni della terra: cioè oro, argento, case, campi, greggi; quest’è la sapienza terrena. Se lo pone nei beni corporali, come il bere, il mangiare, la libidine; é la sapienza animale. Se lo fissa nella sua propria eccellenza, nella stima di sé medesimo, presunzione, orgoglio, ambizione dei posti e degli onori, quest’è la sapienza diabolica, perché essa rende l’uomo imitatore del diavolo, chiamato il re degli orgogliosi. » [S . Th., 2a, 2æ, q. 45, art. 1, ad 1]. L’Angelo della scuola non è che il commentatore dell’apostolo san Giacomo, che chiama satanica questa triplice sapienza, o piuttosto questa triplice applicazione della stessa sapienza. [“Non est enim ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica”. Epist. III, 15]. – Ora questa sapienza satanica è delitto, disgrazia, follia. Essa è delitto; poiché molto volontariamente, molto scientemente in onta alla volontà di Dio, dei lumi della sua ragione, delle aspirazioni del suo cuore, l’uomo pone il suo fine ultimo nella creatura, e arrovescia cosi tutto il piano divino. – Essa è disgrazia: per la ragione che è delitto, e per le conseguenze temporali ed eterne che essa trae seco. Queste conseguenze sono le ingiustizie, le inquietudini, i disinganni, le disperazioni, i rimorsi, le divisioni intestine, le rivoluzioni sociali e le pene dell’inferno. Essa è follia; poiché spenge, nel fango delle creature, la doppia face dell’intelligenza e della fede. Il pazzo è colui che ha perduto il sentimento umano e il sentimento divino. Non avendo più il sentimento, il pazzo non sa più fare il discernimento delle cose. Chiama vero ciò che è falso, e falso ciò che è vero, buono ciò che è cattivo, e cattivo ciò che è buono, necessario ciò che è inutile, e inutile ciò che è necessario. Come schiavo di un’idea fissa, in quella egli pone la sua felicità, per essa dimentica tutto: notte e giorno fa la caccia a dei sogni, a dei fantasmi, a dei nulla; egli si esaurisce nell’inseguirli e nell’abbracciarli. Invano vorreste illuminarlo, non capisce; dei balocchi da bambini per lui sono tanti tesori. Se gli si minaccia di toglierglieli, va nelle furie, grida, batte, rompe, piange. Ecco il pazzo. [“Nomen stultitiæ, secundum Isidorum, videtur esse a stupore. Stupor autem interpretatur sensuum alienatio, eo quod sensus stupeant. Unde stultus dicitur, qui propter stuporem non movetur…. Stultitia importat hebetudinem et obtusionem cordis”. Vig., c. XII , p. 418]. – Ed ecco tratto tratto, l’uomo o il popolo, posseduto dallo spirito di sapienza satanica. Cattivo estimatore di se medesimo, de’ suoi destini, de’ suoi doveri e de’ suoi interessi, egli pone in basso ciò che deve essere in alto, in alto ciò che deve essere in basso, il principale in luogo dell’accessorio, l’accessorio in luogo del principale, il fugace in luogo dell’immutabile, il naturale in luogo del soprannaturale, il finito in luogo dell’infinito, il corpo avanti l’anima. Nessun’argomento umano è capace di disingannarlo, egli è pazzo e vuole esserlo. “Noluit intelligere, ut bene ageret”. – O medici non l’avvicinate troppo, impiegate meglio il vostro tempo, insistete con riserva per fargli accettare i vostri rimedi: ancora non siete sicuri che egli non risponda alle vostre caritatevoli cure con dei motteggi, con delle ingiurie e con delle ire, o pure come ha fatto sovente, come lo fa ancora, appioppandovi dei colpi e facendovi persino morire: guardatevi piuttosto. – Il genere umano era colpito da questa delittuosa e deplorevole pazzia, allorquando il Verbo incarnato discese dal cielo per guarirlo. Mediante i suoi profeti, mediante se medesimo e i suoi Apostoli, annunzia il fine della sua missione. O uomo, tu sei zimbello della tua sapienza. Questa sapienza è terrena, animale, diabolica; essa è follia, essa è morte. Io perderò la sapienza dei savi: colpirò di obbrobrio la prudenza dei prudenti.11 [“Sapientia tua decepit te”. Is., XLVII, 10. — “Sapientia autem hujus mundi stultitia est apud Deum”. I Cor., III, 19. — “Prudentia carnis mors est”. Rom ., VIII, 6. — “Scriptum est enim: perdam sapientiam sapientium, et prudentiam prudentium reprobabo”. I Cor., I, 19 et Is ., XXIX, 14]. – Alla notizia dell’arrivo del Sanatore divino, tutti gli alienati di cuore sono turbati, persino nelle profondità del loro capo, e’ si preparano a ricevere il loro Medico, come essi Lo hanno ricevuto insultandolo, perseguitandolo, crocifiggendoLo. [“Illuminans tu mirabiliter a montibus aetem is, turbati sunt omnes insipientes corde”. Ps. LXXV]. – La seconda osservazione è che la triplice sapienza, o meglio la triplice follia, della quale abbiamo parlato, riesce quasi sempre alla follia della carne. Per un pazzo orgoglioso e avaro, voi troverete cento pazzi lussuriosi. Questa caduta è nella natura delle cose. L’uomo è fatto per adorare; s’egli non adora l’altissimo Dio, bisogna che adori il dio bassissimo; s’egli non adora il Dio spirito, adorerà il dio carne. Indi deriva che se voi gli scrutate con diligenza, in fondo a tutti i culti pagani, a tutte le pratiche diaboliche, di ogni coscienza emancipata, voi troverete infallibilmente una macchia. Venere ne è l’ultima parola. Cominciato con la gola, il dispotismo della carne finisce con la lussuria. – Ora di tutte le follie quella della lussuria è la più vergognosa, la più furibonda, la più feconda in disastri e la più difficile a guarire. – Siccome lo Spirito Santo è inseparabile dai suoi doni, così satana è inseparabile dai suoi. Come il dono di sapienza suppone e corona tutti i doni dello Spirito Santo, cosi il dono di lussuria suppone e trascina dietro sé tutti i doni satanici. Non un impudico il quale non sia orgoglioso, avaro, goloso, geloso, violento, pigro: è un fatto accertato dall’esperienza delle anime e dagli insegnamenti della storia. – Stando agli ordini del loro capo, non vi è delitto che i terribili satelliti della lussuria non commettano per obbedire a lui. I duelli, gli assassinii, gli avvelenamenti, i ratti, le violenze, gli infanticidi, le gozzoviglie, le nere gelosie, la perfida maldicenza, la odiosa calunnia, i tradimenti, le bassezze, i furti, le divisioni, gli’ odi sono la loro opera. – Appena che la lussuria viene a regnare sopra un popolo, sopra un’epoca, aspettatevi delle iniquità senza numero e senza nome, dei depravamenti d’idee, di gusti e di abitudini senza esempio. Voi conterete miriadi di esistenze senza rimorsi, morti di impenitenti, pazzi, suicidi in proporzioni tali da non si dire. La vita stessa viziata quasi nella sua sorgente si manifesterà per la stentezza, e la razza imbastardirà. Ora, simile all’edilizio basato sopra un terreno paludoso e che sempre minaccia di sprofondare; ora, simile alla città presa d’assalto, dove l’eccidio e il saccheggio sono in permanenza, la società in preda dello spirito di lussuria,sarà continuamente sul pendio della sua rovina, o diventerà una sanguinosa arena, nella quale tutte le passioni scatenate si daranno dei combattimenti all’ultimo sangue. Cosi finiscono i popoli voluttuosi. – Tutti questi infortuni e tutti questi pericoli di guai non basteranno mai a farci sentire la necessità del dono che ce ne preserva? Invano il mondo attuale moltiplica le rivoluzioni per arrivare alla libertà. Una sola rivoluzione può liberarnelo; ed è la rivoluzione morale, che rompendo la tirannia della lussuria e dei suoi satelliti, lo riporrà sotto l’impero dello spirito di sapienza. Se no, no. –

Giunto all’ultimo dei sette doni, gettiamo uno sguardo retrospettivo sul nostro lavoro. Sin qui noi abbiamo studiato i doni dello Spirito Santo in sé medesimi. Per quanto sia interessante, un tale studio non basta. Per ben conoscere i doni dello Spirito Santo bisogna vederli all’opera. Allora solamente sarà possibile comprenderne la bellezza, la potente fecondità, la necessità, l’applicazione agli atti della, vita e la loro influenza sulla felicità del mondo. Tale è il nuovo orizzonte che va ad aprirsi dinanzi a noi.

Doni dello Spirito Santo: Il dono di INTELLETTO

Il dono di INTELLETTO.

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[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”; vol. II, Cap. XXXII]

In mezzo alle tenebre della notte, il bambino distingue tra mille la voce di suo padre. Appena che lo sente, corre dove quella voce lo chiama. Così è dell’anima diretta dal dono di consiglio. Tra i diversi partiti che si presentano, e i vari movimenti che la sollecitano, ella distingue senza fatica il partito che bisogna prendere, il movimento che bisogna seguire. Operando sulla volontà, non meno che sull’intelletto, il dono di consiglio imprime all’anima un forte impulso, che la rende vittoriosa dei movimenti della natura e docile a quelli della grazia. – Di qui pure una rettitudine, d’intenzione, una purità d’ affetto e una sapienza di condotta, che rendono la sua vita tutta divina. Di qui una generosità costante e talora eroica, da fare tutti i sacrifici per liberarsi degli ostacoli alla perfezione. Se noi restiamo nel mondo, è il distacco dalle creature e soprattutto dalle ricchezze; se l’impulso è più forte, è l’abbandono completo dei beni creati, per mezzo dei tre voti di religione, principio di gloria per la Chiesa e di benefici per la società. Nel secolo come nel chiostro, è la liberazione dallo spirito d’avarizia, causa incessante della perdita di una infinità d’anime. – Tali sono in compendio gli effetti del dono di consiglio. – Più nobile altresì è il dono d’intelletto o d’intelligenza. – Per conoscere nella loro natura e nella loro estensione le incomparabili ricchezze di questo nuovo elemento deificatore, studieremo, come per gli altri le tre seguenti questioni: che cosa è il dono d’intelletto; quali ne sono gli effetti, quale la necessità. –   1°. Cosa è il dono d’intelletto? L’intelletto è un dono dello Spirito Santo che ci fa comprendere e penetrare le verità soprannaturali. [Donum intellectus est habitus, qui dicitur lumen supernaturale, superadditum lumini naturali, datum homini ad intelligendum et penetrandum ea quae nobis supernaturaliter innotescunt”. Vig., c. XIII, p. 410]. – La parola “intelletto” o intelligenza implica una certa conoscenza intima; imperocché viene dal latino intelligere, che significa legger dentro, intus legere. La cognizione degli esseri che ci viene dai sensi mediante la vista, l’udito, il gusto e il tatto, si limita alle qualità esteriori; ma la conoscenza intellettuale penetra sino all’essenza delle cose. – Ora, vi sono molte cose che sono nascoste sotto veli, e che l’intelligenza sola può penetrare. Cosi sotto le forme esterne si nasconde la sostanza degli esseri; sotto le parole, il significato delle parole; sotto i confronti e le figure, la verità figurata; sotto gli effetti, le cause. – Quanto più la luce del nostro intelletto è forte, tanto più innanzi può penetrare. La luce naturale del nostro intelletto non ha che una forza limitata, incapace di penetrare al di là di certi limiti. Però l’uomo è creato per un fine soprannaturale; ei non può raggiungerlo, finché non lo conosce in un coi mezzi di pervenirvi. L’uomo ha dunque bisogno di una luce soprannaturale per penetrare ciò che oltrepassa la forza naturale del suo intendimento. Questa luce soprannaturale, comunicata all’uomo, mediante lo Spirito Santo, si appella dono d’intelletto. [“Et illud lumen supernaturale homini datura, vocatur donum intellectus”. S. Th., 2a, 2ae, q. 8, art. 1, cor., et ad 1]. – Si vede già in che differisce il dono d’intelligenza dall’intelligenza naturale, dalla fede e dal dono di scienza. L’intelligenza naturale è la facoltà di conoscere le verità fondamentali che possono essere conosciute dalla ragione. L’intelligenza soprannaturale, o il dono d’intelletto va più oltre; viene, non dalla natura ma dalla grazia; egli penetra non solamente le verità dell’ordine puramente umano, ma le verità dell’ordine soprannaturale. [“Intellectus virtus est habitus naturalis primorum principio rum cognoscitivus, quae per se naturaliter cognoscuntur. Intellectus donum est habitus primorum principiorum cognoscitivus non naturalis, sed gratuitus, aliter tamen quam fìdes”. S. Anton., IV p., tit. XI, p. 169]. – Esso differisce dalla fede, la cui dote si è di farci aderire fermamente alle verità dell’ordine soprannaturale, mentre il dono d’intelligenza ci fa penetrare e comprendere queste verità, per quanto ne può esser capace un uomo. «Benché il dono d’intelletto, dice sant’Antonino, corrisponda alla fede, e la supponga, non ne segue che possa, come la fede, essere nell’uomo senza la grazia santificante. La ragione è che la fede implica un semplice consenso alla verità, assenso che può esistere con un lume dello spirito, indipendente dalla grazia. Ma il dono d’intelletto porta seco una certa penetrazione della verità nei suoi rapporti col nostro fine ultimo, penetrazione che non può esistere senza la grazia santificante. Così, il peccatore che conserva la fede, può comprendere le verità da credersi, ma non le comprende pienamente, né può penetrarle. » [“Quamvis peccatores habentes fidem, intelligant ea quae propomuitur credenda non tamen piene intelligunt, neque penetrant”. Vìg., c. XIII, p. 411 ; et £. Anton., ubi supra]. – Quanto all’uomo in stato di grazia, può rimanere in una certa oscurità intorno alle verità non necessarie alla salute; ma sempre rispetto a quelle che sono necessarie, lo Spirito Santo gli dà l’intendimento sufficiente. Questo limite recato al dono d’intelletto, è sovente un benefizio della sapienza di Dio, il quale vuole cosi allontanare, o rendere impotenti le tentazioni d’orgoglio. [Vig., ubi supra].Differisce dal dono di scienza. Il dono di scienza è opposto all’ignoranza, dinanzi alla quale la verità è come se ella non fosse; e il dono d’intelligenza, alla rozzezza o all’ottusità dello spirito, il quale si arresta alla superficie, senza poter penetrare il fondo. L’oggetto principale del dono di scienza è di farci distinguere con sicurezza la verità dall’errore; ma il dono d’intelletto ci fa penetrare, sin nelle sue profondità, la verità che il dono di scienza ci mostra prosciolta da ogni legame. [“Ad hoc quod intellectus humanus perfecte assentiat ventati fìdei, duo requiruntur: quorum unum est quod sane capiat ea quae proponuntur, quod pertinet ad donum intellectus. Aliud est ut habeat certum et rectum judicium de eis…. et ad hoc necessarium est domina scientiae”. S. Th., 2a 2ae, q. 9, art. 1, cor.]. – Così mediante la fede, l’uomo ha la conoscenza della verità; mediante il dono di scienza, la certezza ragionata; col dono d’intelletto, la comprensione e una sorta d’intuizione iniziale.- 2° Quali sono gli effetti del dono d’intelletto? Come gli altri doni dello Spirito Santo, così il dono d’intelletto è speculativo e pratico. Con ciò bisogna intendere ch’egli considera le verità da credere, e i doveri da praticare. – « Il dono d’intelletto, insegna la teologia, non si applica solamente alle cose che sono primitivamente e principalmente 1’oggetto della fede, ma ancora a tutte quelle che vi si riferiscono. Ora, le buone opere hanno un’intima relazione con la fede, poiché la fede opera mediante la carità. – « Così, il dono d’intelletto si estende agli atti, in tanto che essi debbono essere conformi alle leggi eterne, di cui la sola ragione non può comprendere, come conviene, né il senso né l’estensione. Certo, la ragione naturale, dirige l’uomo negli atti umani; ma la regola degli atti umani non è solamente la ragione umana, è altresì la ragione eterna, che sorpassa ogni ragione creata. Dunque la conoscenza degli atti, in tanto che essi debbono essere regolati dalla ragione divina, sorpassa la ragione umana, e reclama imperiosamente il lume soprannaturale del dono d’intelletto. » [S. Th., 2a 2ae, q. 8, art. 3, cor.; et S. Anton., ubi supra]. – Onde è. che questo dono, opera sull’intelletto e sulla volontà. Sull’intelletto, e vogliamo noi sapere ciò che egli vi produce? Tre luci ci illuminano: la ragione, la fede, il dono d’intelletto. La ragione è una lampada sepolcrale che non riverbera che una luce dubbia, bastante appena a ferire l’oscurità della notte, e farvi intravedere gli oggetti più vicini. La fede è una fiaccola più luminosa che brilla nelle tenebre, ma i cui raggi non illuminano che imperfettamente un orizzonte limitato. …. [“Cui benefacitis attendentes quasi lucernae lucenti in caliginoso loco donec dies elucescat”. II Petr., I, 19]. – Il dono d’intelletto è il sole che dissipa tenebre e nubi, e illumina da lontano tutte le cose, sotto e sopra e intorno a sé. – V’è egli bisogno di far notare la differenza di queste tre luci? Se io entro in un appartamento con una lampada, distinguo, ma a fatica, gli oggetti che vi si trovano. Se vi entro con una fiaccola più luminosa, io vedo gli oggetti con meno fatica ma imperfettamente. Se vi entro di pieno meriggio, io vedo’ tutti questi oggetti perfettamente, in tutta la loro bellezza e senza sforzo.- Quali sono gli oggetti che il dono d’intelletto fa risplendere ai nostri occhi ? Essi non sono altro che la verità in tutti gli ordini e sotto tutti gli aspetti. Verità nell’ordine religioso. La Scrittura la contiene, ma coperta di veli, che il dono d’intelletto ha solo il potere di sollevare o di rendere trasparenti. Cosi avanti l’ascensione del loro Maestro, gli Apostoli avevano la ragione e la fede, e pure essi non comprendevano le Scritture. Il primo benefizio di Nostro Signore, dopo la sua Resurrezione, è di aprir loro lo spirito, a fine di dar luogo al dono d’intelletto, che doveva venire il giorno della Pentecoste, comunicar loro la cognizione chiara, e come la vista della verità, nascosta nei divini oracoli. “Nondum enim sciébant Scripturas”. Joan., XX, 9. — “Tane aperuit illis sensum ut intelligerent Scripturas”. Luc., XXIV, 45. — “Quum autem venerit ille Spiritus veritatis, docebit vos omnem veritatem”. Joan.,   XVI, 13]. – Lo Spirito d’intelletto è disceso nell’anima tenebrosa dei pescatori di Galilea, e sono divenuti tanti geni di prim’ordine, soli risplendenti, ì cui raggi illuminano l’intero mondo. Vedi con quale mirabile facilità Pietro, uscito appena dal Cenacolo, legge agli ebrei le Scritture, e mostra loro dapertutto il Verbo, redentore d’Israele e dei gentili, nominato nelle promesse, nascosto sotto le figure, annunziato nelle profezie, preparato da tutti gli avvenimenti. – Dinanzi a lui si dispiega il quadro magnifico dei misteri del regno di Dio, di cui gli stessi Angeli non avevano sino allora che una cognizione imperfetta: e questo quadro fulgido di luce e di bellezze, si offre all’ammirazione dei suoi uditori. Questi alla loro volta, illuminati dal dono d’intelletto, comprendono ciò che non avevano mai compreso, vedono ciò che non avevano visto mai; e con l’entusiasmo dell’amore abbracciano la verità, come dopo una lunga assenza, il figlio abbraccia una diletta madre, dalla quale niente può più separarlo. [Vedi Rupert, ubi supra : De dono intellectus. — “Qui piscatorem Spiritu suo docuit sapere et dicere: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum”. S. Aug. De civ. Dei, lib. X, e. XXIX]. – Quel che ebbe luogo per gli Apostoli, avviene riguardo al cristiano. Egli può avere la fede;.ma se, per il peccato mortale, esso ha perduto il dono d’intelletto, la Scrittura sacra, con tutti i suoi tesori di verità, con tutte le sue bellezze, e tutti i suoi lumi, è per esso un libro chiuso. Egli legge la lettera che uccide, ma lo spirito che vivifica gli sfugge. Qualche raggio sparso colpisce la sua vista, ma il focolare non lo scorge. La lettura stessa di questo libro, sceso dal cielo, lo stanca e lo annoia. Cosi è del pari degli altri vasi, nei quali riposa la verità. Questi preziosi vasi sòno l’insegnamento della Chiesa, le opere di teologia e di filosofia cristiana, come i sermoni, il mondo fisico e gli avvenimenti della storia. – Ora, senza il dono d’intelletto tutti questi serbatoi di verità sono appena dischiusi, e le verità che racchiudono, malissimo conosciute, ancor meno comprese, pochissimo ammirate e meno altresì amate. [“Et erat Verbum istud absconditum ab eis”. Luc,. XVIII, 34]. – Se sopravviene lo Spirito d’intelletto, tutto s’illumina. L’Antico e il Nuovo Testamento si schiudono persino nelle loro profondità; e lasciano contemplare ì misteri del Verbo che era nella Legge, com’è nel Vangelo, l’Alfa e l’Omega di tutte le cose. Il Simbolo cattolico, il Decalogo ed i Sacramenti appariscono come il corpo di dottrina la più nobile, il meglio legato e il più perfetto che l’uomo abbia mai conosciuto. – La teologia risplende come la regina delle scienze, degna degli studi e delle preferenze di qualunque spirito serio. Sui suoi passi cammina la sua maggior figlia, la filosofia cristiana; i cui insegnamenti non sono meno necessari ai re, per il governo dei popoli, che agli stessi sudditi per il governo della loro vita. I sermoni, i catechismi, le istruzioni religiose, qualunque sia la forma che rivestono, non sono più vani suoni che colpiscono le orecchie del corpo, senza pervenire alle orecchie del cuore. Dentro all’anima è lo spirito d’intelletto che gli traduce a ciascuno, gli fa comprendere, gustare, ritenere e praticare secondo la parola dell’Apostolo: Tutti saranno istruiti da Dio: “Erunt omnes docibiles Dei”. – Come scrutatore dei più profondi misteri del mondo soprannaturale, il meno che lo spirito d’intelletto scruti e sveli sono i segreti del mondo fisico. Per colui che lo possiede, l’universo materiale ridiventa ciò che deve essere, ciò che é in realtà, un velo diafano gettato sul mondo spirituale, un raggio dell’invisibile, uno specchio in cui si riflettono la potenza, la sapienza, la bontà, l’eternità, la divinità del Creatore; un libro scritto di dentro e di fuori, che insegna a tutti i benefici di Dio e i doveri dell’uomo. – Quanto agli avvenimenti della storia, eccetto le creature materiali, non hanno essi punta oscurità per lo spirito d’intelligenza. Con uno sguardo che abbraccia la durata delle età, egli vede tutto il periodo anteriore al Messia, con la esaltazione e la caduta dei suoi grandi imperi, con le sue guerre, le sue battaglie, le sue rivoluzioni incessanti, i suoi moti cosi vari e profondi, riassumentisi in una sola parola: Tutto per far nascere il Cristo a Bethlem. – Non meno luminoso è il periodo posteriore alla venuta del Desiderato delle genti. Per quanto abbracci avvenimenti, prosperità e rovesci, esso si traduce con questa sola parola: Tutto per stabilire, conservare e propagare il regno del Re immortale dei secoli. E il fine di questo regno non è altro che la deificazione dell’uomo sulla terra e la sua glorificazione nell’eternità. Il dono d’intelletto non opera solamente sull’intelletto, ma anche sulla volontà. Ora i movimenti della volontà sono in ragione diretta tanti lumi dello spirito. – Quanto più lo spirito vede chiaramente una cosa, tanto più il cuore ne è tocco, cioè dire, disposto ad amarla o a temerla. Per l’anima che possiede il dono d’intelletto, la religione, come fatto divino, non ha più tenebre. I fondamenti dell’edificio sono messi a nudo. Senza comprenderne la natura, essa vede il luogo e la necessità dei misteri; vede i fatti e la ragione dei fatti, l’armonia dei mezzi col fine, e il maestoso insieme che ne risulta. La fede gli diventa cosi facile, che non ha quasi più merito a credere; tanto chiara che essa non intende, perché non si vegga da tutti ciò che essa vede; tanto ferma che niente può farla scuotere. Che il demonio armato d’inganni, il sofista armato di menzogne, il mondano armato di scandali, pretendono strapparle una negazione, oppure un dubbio: quest’anima si ride dei loro attacchi. È il cedro del Libano che resta incrollabile in mezzo alle tempeste, è il martire che sul rogo canta il suo Credo; è la verginella che dal fondo della solitudine manda al mondo questi sublimi accenti: « Quando tutti gli uomini-cangiassero di religione, e riunissero i loro sforzi per farmi titubare nella mia fede, non guadagnerebbero nulla. Mi parrebbe di vincerli tutti con la forza della fede: essa è cosi profondamente radicata nel mio cuore che lo stesso inferno con tutte le sue legioni non sarebbe capace a scuoterla. » – Si capisce che generosità di cuore dee produrre una conoscenza cosi rilevante e cosi sicura delle cose divine. « Mercé il dono d’intelletto, esclamava Davide, io amo i comandamenti del mio Dio a petto all’oro e al topazio. » [Ps. CXVIII]. – Di qui nasce il fervore in servigio di Dio, la resistenza vittoriosa alle tentazioni, il disprezzo del mondo e de’ suoi falsi beni: la pazienza nel dolore, la rassegnazione nella povertà, il sacrificio di sé per gli altri, il distacco della vita, e la costante aspirazione verso la futura realtà. Cotali disposizioni, tradotte in atti pubblici, diventano per le famiglie, per le città e per le campagne, per tutta quanta la città, una fonte di virtù che nobilitano l’umanità, di benefici che la consolano, e di sacrifici che la preservano dai castighi tante volte meritati a cagione delle iniquità del maggior numero. – 3° Qual è la necessità del dono d’intelletto? La risposta a questo quesito era in quel che già si è detto. Il dono d’intelletto produce effetti positivi ed effetti negativi. Come l’abbiamo già visto, gli effetti positivi sono di illuminare lo spirito e nobilitare il cuore. Ora niente è più necessario di questa duplice azione dello spirito d’intelligenza. Voi avete la fede, e credete che Dio è dappertutto, che vi vede, che vi sente e che vi giudicherà. – Avete la fede, e credete che la grande vittima sacrificata sul patibolo del Calvario è il vostro Dio e il vostro modello. Avete, la fede, e sapete d’avere un’anima da salvare, non ne avete che una, e nessun altro che voi può salvarla: e che se la perdete, sarete eternamente la più infelice delle creature. Voi avete la fede, e credete che un solo peccato mortale condanni a tormenti senza fine. Voi avete la fede, e credete che la religione creduta e praticata, non secondo i vostri capricci, ma come Dio la vuole e come la Chiesa l’insegna, è l’unico mezzo di evitare l’inferno e di meritare il cielo. – Voi credete fermamente tutte queste verità. Donde deriva frattanto che facciano cosi poca impressione sopra di voi? Perché non capite: e voi non capite perché il dono d’intelletto vi manca. Dio, co’ suoi diritti, il battesimo con i suoi impegni, la vita col suo fine, l’eternità co’ suoi spaventi ed i suoi splendori, vi appariscono come tante ombre lontane e fuggitive. Di tutte queste grandi realtà non avete che una conoscenza vaga, confusa, secca e sterile. Avete occhi e non vedete; orecchie e non udite; una volontà e non volete. Frutto del dono d’intelletto il senso cristiano, questo sesto senso dell’uomo battezzato vi manca. [“Nos autem sensum Christi habemus”. I Cor., II, 16]. – Esso manca alla maggior parte degli uomini d’oggidì e ad un troppo grande numero di donne. Manca alle famiglie, manca alla società, manca ai governanti ed ai governati, manca al mondo attuale. O Mondo di pretesi lumi e di preteso progresso! non ti resta se non che un ultimo voto da formare, ed, è che lo spirito d’intelletto ti sia dato di nuovo, e ti mostri a nudo l’abisso inevitabile, verso il quale ti conduce a grandi passi lo spirito di tenebre, tornato ad essere, in punizione del tuo orgoglio, la tua guida e il tuo maestro. [“Gens absque oonsilio est et sine prudentia : utinam saperent et intelligerent, ac novissima providerent”. Deut., XXXII, 28, 29]. – Difatti, rispetto a questo dono, come rispetto agli altri, l’uomo trovasi posto in una alternativa dalla quale non può sfuggire. Vivere sotto l’influenza dello spirito d’intelletto, o sotto l’influenza dello spirito opposto: non vi è via di mezzo. La partenza dell’uno è immediatamente seguita dall’arrivo dell’altro. Qual’è questo spirito contrario al dono d’intelletto? Sant’Antonino risponde: che è lo spirito di gola. [“Spiritus intellectus removet spiritum gulae quae mentem offuscat ut nihil spiritale valeat intelligere, fumositatibus repleto cerebro”. VI p., tit. X, p. 153]. -Come giustificare l’affermazione del grande dottore? Mostrando ciò che è la gola in sé medesima e nei suoi effetti. – La gola è l’amore sregolato del bere e del mangiare. È il sensualismo che usurpa il luogo dello spiritualismo. È la carne vittoriosa nella sua lotta contro lo spirito. – Col mangiare, l’uomo si pone nella maniera più intima in comunicazione con le creature materiali, creature inferiori a lui e tutte ripiene di maligne influenze del demonio. Essendo sotto qualsivoglia titolo sregolato, il mangiare, fa prevalere la vita dei sensi sulla vita dello spirito, il corpo sull’anima. Se lo sregolamento si muta in abitudine, concatena ai cibi il pensiero, la vista, il gusto, l’odorato, e getta l’uomo in ginocchio dinanzi al dio ventre.- Il primo effetto di un tal disordine è l’indebolimento dell’intelligenza, hebetudo. L’anima e il corpo sono tra di loro come i due piatti di una bilancia, quando uno sale, e l’altro scende. Per l’eccesso del bere e del mangiare, l’organismo si sviluppa, e lo spirito s’indebolisce, si aggrava e diviene pesante, pigro, inabile allo studio ed alle funzioni puramente intèllettuali: questo risultato è forzato. Dimmi chi pratichi, io ti dirò chi sei. L’uomo in contatto intimo, abituale e colpevole con la materia, con l’animalità, diventa materia, diventa bestia, animalis homo. Di qui quel vecchio dettato: « Colui che mangia una volta al dì è un Dio; uomo quegli che mangia due volte, e bestia chi mangia tre volte.»  [“Qui semel est, Deus est; homo qui bis; bestia, qui ter.”]. – L’esperienza conferma il dettato: quanto più si mangia, tanto meno si pensa. Quanto più si mangia delicatamente, tanto meno si pensa sensatamente: «La buona faccia, dice la Scrittura, è incompatibile con la sapienza. » [“Sapientia non habitabit in terra suaviter viventium”. Job., XXXVIII, 18]. – E altrove: « Io ho risoluto.di astenermi dal vino, all’oggetto di applicare la mia mente alla sapienza. » [“Cogitavi in corde meo abstrahere a vino caraem meam, ut animum meum transferrem ad sapientiam“. Eccl.,II. 3]. – Nessun genio fu mai goloso. I più illuminati degli uomini, i santi sono stati tanti modelli di sobrietà. Mercé il loro trionfo sulla materia, essi si erano spiritualizzati sino al punto da vedere la verità, per cosi dire, faccia a faccia e senza velo. – Avviene diversamente a chi è schiavo della gola. Le verità più importanti sono per lui come se le non fossero: ei non capisce niente, e non è guari più commosso che da una favola o da una chimera. San Paolo verificava il fatto, or sono 1800 anni. «L’uomo animale, dice, non comprende nulla di ciò che riguarda il dominio dello spirito di Dio. » [“Animalis autem homo non percipit ea quae sunt Spiritus Dei”. I Cor., II, 14]. Ora, ciò che è del dominio dello Spirito Santo, è, né più, né meno, il magnifico complesso di verità, di leggi, d’armonie, di bellezze delle quali l’universo è il raggio. – « Lo specchio appannato e sudicio, aggiunge un Padre, non riflette distintamente l’immagine degli oggetti. – Cosi l’intelletto, oscurato dai fumi delle vivande e ebetito dalla sovrabbondanza degli alimenti, non scorge più la verità. »  [“Speculum sordibus obsitum non exprimit distincte objectam formam, et intellectus saturitate obtusus ae hebetatus non suscipit Dei cognitionem”. S. Nilus, Tract, de octo spiritib. malit., c. II]. – San Crisostomo tiene lo stesso linguaggio; «Nulla di più pernicioso della gola, né di più ignominioso: essa rende lo spirito ottuso e grossolano, l’anima carnale; acceca l’intelletto, né gli permette di vedere più nulla. » [“Nihil gula perniciosius, nihil ignominius; haec obtusum et crassum ingenium, haec carnalem animam reddit; haec excaecat intellectum, nec sinit ut quidquam percipiat. Homil, XLIV in Joan.]. – Intorno a questo punto, come intorno a tutti gli altri, la Chiesa è dunque l’organo infallibile di una legge fondamentale, quando nel prefazio della Quaresima essa ricorda al mondo intero quelle verità così poco intese a’ giorni nostri. « Il digiuno reprime le viziose inclinazioni del corpo, eleva lo spirito, dà il vigore e la virtù, e conduce alla vittoria: “Vitia comprìmis, mentem elevas, vìrtutem largiris et praemia. » – Il secondo effetto dello spirito di gola, è la folle gioia, “inepta laetitia”. La carne divenuta per l’eccesso degli alimenti padrona dello spirito, manifesta il suo insolente trionfo. Risa immoderate, facezie ridicole, proposizioni spessissimo oscene, gesti inconvenienti o puerili, canti, grida, balli, piaceri rumorosi, feste teatrali, sono l’inevitabile espressione. « Il popolo, dice la Scrittura, si pone a sedere per bere e per mangiare, e si alza per giocare. » [“Sedit populus manducare et bibere, et surrexerunt ludere”. Exod. XXXII, 6]. – E altrove : « Godiamo del miglior Vino e dei profumi, incoroniamoci di rose; che nulla sfugga ai nostri diletti. » – “Vino pretioso et unguentis nos impleamus…. coronemus nos rosis, nullum pratum sit, quod non pertranseat lux uria nostra”. Sap., XI, 7, 8; Is.., XXII, 13 et LVI, 12]. – Altrove ancora: « Il vino getta l’anima nella spensieratezza e nella allegria. » [“Vinum omnem mentem convertit in securitatem. et jucunditatem”. III Esdr., III, apud S. Th. 2a, 2ae, q. 148, art. 6, corp.]. – Questo fatto, tanto spesso ripetuto nei sacri libri non è sfuggito all’ osservazione di san Gregorio. « Quasi sempre, dice, la buona cera è accompagnata dalla voluttà. Allorché il corpo si diletta nel godimento del cibo, il cuore si spande in folli gioie.  [“Pene omnes epulas comitatur voluptas; nam cum corpus in refectionis delectationem resolvitur, cor ad inane gaudium relaxatur”. Moral., lib. I, c. IV]. – Ogni popolo spensierato, è un popolo di ballerini: tale é l’assioma formulato dalla filosofia e confermato dall’esperienza. In tutte le epoche si veggono i piaceri della tavola precedere le manifestazioni della gioia sensuale, e quelle manifestazioni di sangue ed oscene, sono sempre in ragione diretta della causa che le produce. – Ora, che vuol dire tutto questo, se non l’indebolimento visibile dello spirito d’intelletto? Lo schiavo della gola non comprende più la natura, nè la condizione fondamentale della vita terrena. La vita è una prova, o come dice il concilio di Trento, una penitenza perpetua: “Vita Christiana quae est perpetua paenitentia”. Il goloso, finché può, ne fa un godimento perpetuo. Egli dimentica, disconosce, ha in orrore la parola del giudice supremo: “Se voi non fate penitenza, perirete tutti, niuno eccettuato”. [Luc . XIII, 3]. – Compromettere la sua salute, calpestando le leggi del digiuno e dell’astinenza, gli costa meno che il bere un bicchier d’acqua. È il profano Esaù che vende il suo diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie, e se ne va, curandosi poco di ciò che ha fatto : “Abiit parvi pendens”. – Il terzo effetto della gola é l’immodestia, immunditia. – Immodestia di parole, immodestia di gesti, immodestia di sguardi, immodestia di pensieri, immodestia di azioni: questi tristi effetti dell’eccesso del bere e del mangiare sono troppo incontrastabili, perché vi sia bisogno di stabilirne la genealogia. – Ricordiamo soltanto alcuni degli assiomi della universale sapienza: “Chi nutrisce con delicatezza la sua carne sopporterà vergognose ribellioni”. — Lo schiavo grasso e corpacciuto disobbedisce. — Non vi è cosa più lussuriosa del vino. — Nel vino risiede la lussuria. — La gola è madre della lussuria, e il carnefice della castità. — Essere goloso, e pretendere di esser casto, è volere spengere un incendio con l’olio. — La gola è lo spengitoio dell’intelligenza. — Il goloso è un idolatra; egli adora il dio ventre. — Il tempio del dio ventre è la cucina: l’altare, la tavola: i sacerdoti i cuochi: le vittime, i piatti: l’incenso, l’odore delle vivande: questo tempio è la scuola dell’impurità. — La moltitudine dei piatti e delle bottiglie attrae la moltitudine degli spiriti immondi: il più cattivo di tutti, é il demonio del ventre. — La salute fisica e morale dei popoli, si calcola dal numero dei cuochi. [Vedi i testi nella nostra opera : Il segno della croce nel XIX secolo, lettera 19].Giunto a un certo grado, lo spirito di gola conduce il suo schiavo all’ubriachezza ed alla crapula, alla trascuratezza degli affari, alla perdita della fortuna, alla miseria ed alla rovina della salute. Mantenendo nell’uomo la subordinazione naturale del corpo rispetto all’anima, lo spirito d’intelletto diviene la salute dell’uno e dell’altro. [“Per sapientiam sanati sunt quicumquem placuerunt tibi, Domine, a principio”. Sap., IX, 9. — “Sanitas est anima et corpori sobrius potus”. Eccl, XXXI, 37, etc., etc.]. – Per la contraria ragione, lo spirito di gola che rompe l’equilibrio, produce infallibilmente la malattia. – Per l’anima, la malattia è l’indebolimento della ragione e dell’intelletto, per il corpo, è il patimento seguito da morte. Ascoltiamo tremando i diversi oracoli. “La gola uccide più uomini che la spada”. [Eccl., XXXI, 23 et XXXVII, 34]. – Cosi Nabuccodonosor, Faraone, Alessandro, Cesare, Tamerlano e tutti i carnefici coronati, che cuoprirono il mondo di cadaveri, hanno fatto perire meno uomini della gola. Ciò che è vero degli individui, è vero altresì dei popoli. – Quando lo Spirito d’ingordigia, vale a dire, di gusti, di delicatezze, d’eccessi negli alimenti, del lusso della tavola, o come si parla oggi, dell’amore del confortabile, s’impadronisce di un’epoca, voi vedrete estendersi nelle stesse proporzioni, l’indebolimento dell’intelligenza, l’abbrutimento dell’umanità e l’intisichimento della razza. A quest’epoca che si vanterà dei suoi lumi, non parlate né del mondo soprannaturale, né delle sue leggi, né de’ suoi agenti, né de’suoi rapporti incessanti col mondo inferiore, essa non comprenderà: “Animalis homo non percipit”. – Le rimane appena intelligenza per apprezzare, come l’animale, ciò che vede co’ suoi occhi e tocca con le sue mani; per dirigere una operazione mercantile, concepire una speculazione di borsa, costruire delle macchine, fabbricare dei tessuti e giudicare delle qualità di un prodotto. I suoi lumi non vanno al di là. – L’attività umana, l’industria e la civiltà si riferiranno al culto dei sensi. Per praticarlo in tutto il suo splendore, egli si stabilirà mille professioni più materiali e più matèrialiste le une delle altre. – La stessa politica procederà in questa via. Invece di essere l’arte di moralizzare i popoli, sarà l’arte di materializzarli. – Allorché i continui assalti scuotono tutti i dommi, fondamenti delle società e dei troni, ella se ne inquieterà poco. Ma se perviene a metter l’uomo in istato di ben mangiare, di bere bene, di ben digerire e di ben dormire, essa crederà aver adempiuto ogni giustizia, e proclamerà che tutto è per il meglio nel migliore dei mondi. – Politica da educatori di bestie! chi è colui che capisca più, che l’uomo non vive solamente di pane, e che un popolo non si rigenera ingrassandolo? Politica da ciechi! che conduce il mondo ad una ripetizione di Ninive con Sardanapalo, di Babilonia con Baldassarre, di Roma con Eliogabalo. Ma allora, dall’uomo divenuto carne si ritrarrà lo spirito di Dio; e come gli imperi che abbiamo nominati, cosi il mondo perirà soffocato nella cloaca dei suoi costumi. – Tendiamo forse noi a questo? Quello che noi possiamo affermare, poiché colpisce gli occhi di tutti, è il disprezzo generale del sacerdote rappresentante dell’ordine morale: è il discredito delle scienze che non hanno per oggetto diretto l’aumento del benessere; è la difficoltà sempre crescente di far entrare in capo ai fanciulli le verità elementari della religione; è nelle generazioni formate, l’indebolimento visibile del sentimento cristiano, e la stupida indifferenza per tutto ciò che s’innalza al di sopra del livello degli interessi materiali; è rammento rapido delle taverne e dei luoghi ove si mangia. [Dall’ultimo censimento fatto in Francia costoro avevano raggiunto la cifra mostruosa di 500,000, in seguito non hanno diminuito, ma tutt’al contrario]. Che cosa provano, con mille altri, questi fenomeni fin qui sconosciuti? Quello che provano, è il dilagamento del sensualismo. Ciò che provano è che noi camminiamo a gran passi verso quella indescrivibile epoca della decadenza romana, dove la vita si compendiava in due parole: pane e piaceri, panem et circenses. Quel che provano infine, è che una infinità d’uomini sono caduti dalle altezze dello spiritualismo cristiano per vivere unicamente di sensi, con i sensi e per i sensi. Ora, non bisogna dimenticarlo: gli uomini parassiti o avidi di godimenti diventano ingovernabili. Lo schiavo ingrassato si ribella; [“Incrassatus…. recalcitravit : incrassatus, impinguatus, dilatatus, dereliquit Deum”. Deuter., XXXII, 15.]; s’ei giunge a svincolarsi dalle sue catene, le spezza sul capo di quelli che chiama suoi tiranni. Allora i delitti succedono ai delitti, le catastrofi alle catastrofi, i dolori ai dolori. Preservarci da simili calamità è il benefìzio viepiù necessario del dono d’intelletto. È egli facile misurarne l’estensione?

 

Doni dello Spirito Santo: Il dono di CONSIGLIO

Il dono di Consiglio.

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[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”; vol. II, Cap. XXXI]

 

Superiore in energia ed in estensione alla virtù di fortezza, il dono o lo spirito di questa ha due oggetti: l’azione e il patimento. Esso è posto in mezzo a sette doni, come un re in mezzo ai suoi ufficiali per proteggerli e dirigerli. Mercé la sua influenza, l’uomo diviene capace di condurre a buon fine la grande intrapresa per la quale egli è sulla terra, la conquista del cielo. – Dinanzi a lui indietreggiano le tre potenze legate insieme ad arrestare il suo cammino: il demonio, la carne e il mondo. Con un coraggio incrollabile ei sopporta le fatiche dell’eterno combattimento, e dà al cielo ed alla terra il più bello spettacolo che essi possano contemplare. – Questo dono di fortezza, come necessario all’uomo, alla società, all’umanità tutta quanta per fare e per soffrire nobilmente grandi cose, non lo é però meno per preservarli dalla schiavitù dello spirito contrario, l’accidia. Questo spirito che degrada l’uomo, che lo rende disprezzabile e che l’impoverisce, offre un triste contrasto con lo spirito di fortezza, quale si è manifestato in tutti i secoli e che si manifesta ancora in tutti i Paesi cattolici. – Ma per operare e per soffrire conforme al fine della vita, non basta aver la forza dell’azione e del patimento, questa forza deve essere regolata. « Si corre male, dice sant’Agostino, se non si sa dove correre: “Non bene curritur si quo currendum est nesciatur”. » Essa lo è mediante il dono di consiglio. Ciò vedremo nello studio delle nostre tre questioni: Che cosa è il dono di consiglio, quali ne sono gli effetti e quale la necessità. – Che cosa è il dono di consiglio? Il consiglio è un dono dello Spirito Santo che ci fa discernere con certezza i migliori mezzi di giungere al cielo. [“Consilium est donum quo Spiritus Sanctus dirigit nos in omnibus quae ordinantur in fìnem vitae aetemae, sive flint de necessitate salutis, sive non”. S. Anton. IV p., tit. XII, c. I, fol, 189]. – Questo nome è mirabile. Il consiglio è l’avviso che ci è dato da qualcuno. Che nobile dono! In moltissime circostanze l’uomo è incapace di decidersi da sé medesimo. – Per metter fine alle sue incertezze che fa egli? Chiede consiglio. Nulla di più savio di questa condotta. – “O figliuolo mio, dice Tobia, chiedi sempre consiglio al savio”.[IV, 19]. Da un buon consiglio può dipendere la fortuna, l’onore, la vita stessa. Quanti disinganni, quanti rimorsi, quante lacrime e’ può risparmiare [Sap., IX, 14]. – Ora nell’affare, il solo importante, il solo che porti a conseguenze eterne, l’affare della salute, lo Spirito Santo medesimo vuol ben essere nostro consigliere: Ei lo diviene mediante il dono di cui trattiamo. – Questo dono differisce dalla virtù di prudenza e dal dono di scienza. Esso differisce dalla prudenza, in principio, in estensione, in certezza. In principio: la ragione è il principio della prudenza naturale: col dono di consiglio, lo stesso Spirito Santo diventa la nostra guida. – In estensione: la virtù di prudenza, quale si sia, naturale o soprannaturale, non può né abbracciare, né prevedere tutti i mezzi i più propri per giungere all’intento desiderato, e malgrado tutta la sua applicazione è, come dice la Scrittura, sempre corta per qualunque parte. II dono di consiglio al contrario si estende a tutto ciò che ci è necessario di conoscere per deciderci saviamente in un dato caso. – In certezza: nessuno ignora i calcoli e gli ondeggiamenti che precedono una determinazione importante, le esitazioni che l’accompagnano e le incertezze stesse che la seguono. Nulla di tutto ciò nel dono di consiglio. È lo stesso Spirito Santo che ci comunica la sua luce e determina la nostra scelta. [“Unde donum consilii respondet prudentiae, sicut ipsam adjuvans et perfìciens”. S. Thom., 2a, 2ae, q. 52, art. 2, cor. — “Indiget homo in inquisitione consilii dirigi et elevari a Deo qui omnia comprehendit. Et hoc fìt per donum consilii”. Anton., IV p., tit. XII, c. I, fol. 189]. – Circa la differenza tra il dono di consiglio ed il dono di scienza, ecco in che consiste. Comunicandoci la conoscenza certa della verità, il dono di scienza ci rende capaci di discernere senza fatica il vero dal falso, il bene dal male. Il dono di consiglio va più oltre. Esso ci fa distinguere e scegliere tra il vero e il più vero, tra il buono e il migliore: vale a dire che ci addita i mezzi più adatti al nostro fine supremo, riguardo alle circostanze di tempi, di luoghi e di persone. – L’aver considerato il dono di consiglio in sé medesimo non basta: per ben conoscerlo, bisogna vederlo nei suoi effetti. –  Quali sono gli effetti del dono di consiglio? Gli indicheremo, dicendo che il dono di consiglio ci fa scegliere i mezzi migliori di arrivare al nostro ultimo fine. Ciò vuol dire che questo dono divino ci preserva dagli infortuni, sovente disperati, ai quali farebbe capo una scelta imprudente. Ciò vuol dire altresì che egli ci aiuta a fare le nostre opere, come Dio medesimo fa le sue, con numero, peso e misura. Vuol dire infine, che come membro del gran corpo del Verbo incarnato, ci pone ciascuno al nostro luogo e ci fa agire in modo da procurare senza grande urto, l’armonia dell’insieme, magnifica armonia, potente unità che è il fine di tutti i doni e di tutte le operazioni dello Spirito Santo. Il dono di consiglio è di una pratica continua. Come il cieco ha bisogno di una guida in tutti i suoi passi, cosi l’uomo qualunque si sia, fanciullo, giovine o vecchio, ricco o povero, re o suddito, prete o secolare, ha bisogno d’essere diretto in ciascuno dei suoi atti; e lo è in realtà. – Quel che è vero dell’individuo, è altresì vero della famiglia, vero della società, vero della stessa umanità. – Guai dunque a colui il quale nel governo della sua vita, o della vita altrui disprezza lo Spirito di consiglio. Guaio maggiore a colui che lo cerca laddove non é. Ora esso è dove è lo Spirito Santo; non è che là, e vi è a seconda della misura delle comunicazioni dello Spirito Santo. – Quindi deriva che i santi, cioè dire gli uomini del buon consiglio per eccellenza, sono per il mondo veri tesori. – « Se il genere umano, scrive Donoso Cortes, non fosse irremissibilmente condannato a vedere le cose a rovescio, sceglierebbe per consiglieri fra tutti gli uomini i teologi; tra i teologi, i mistici; e tra i mistici quelli che hanno condotto la vita la più ritirata dal mondo e dalle faccende. Tra le persone che io conosco, e ne conosco molte, le sole nelle quali abbia riconosciuto un buon senso imperturbabile, una vera sagacia, un’attitudine meravigliosa per dare delle pratiche e dotte soluzioni ai più difficili problemi, e per trovar sempre una scappatoia o un’uscita agli affari più ardui, sono quelle che hanno menato una vita contemplativa e ritirata. Al contrario, io non ho ancora incontrato né spero incontrare mai, uno di quegli uomini che chiamansi d’affari, disprezzanti le contemplazioni spirituali, e soprattutto le contemplazioni divine, che sia capace di intendere qualche cosa in nessuna faccenda.» [Saggio, ecc., p. 200]. – Se ciascuno di noi ignora i benefizi personali dello Spirito di consiglio, il mondo non deve ignorare che gli va debitore del suo più bello, del suo più utile capo d’opera; e qual è? Gli ordini religiosi. Sentiamo i principi della teologia, raccontare la storia di questa meravigliosa creazione; e per farne omaggio allo Spirito di consiglio, rammentiamoci ch’essa fu sconosciuta da tutta l’antichità, che incomincia con l’infusione dello Spirito Santo nel Cenacolo, e che sparisce da tutti i luoghi dai quali si ritira. – «Essendo Dio la perfezione, l’essere a Lui unito nel modo il più intimo, insegnano san Tommaso e sant’Antonino, è la gloria e la felicità dell’uomo, perché tale è il suo fine. Ma a motivo delle preoccupazioni e degli ostacoli inevitabili della vita ordinaria, questa unione è impossibile. – Ecco perché ai precetti, la legge divina aggiunge dei consigli. Essi hanno per scopo di sbrogliare l’uomo, nei limiti del possibile, di tutte le sollecitudini della vita presente. – « Ciò non pertanto, questo spogliarsi, non è talmente necessario che senza ciò, l’uomo non possa pervenire al suo fine. La virtù e la santità non sono incompatibili con l’uso ragionevole dei beni terreni. Perciò gli avvertimenti della legge divina si chiamano non precetti, ma consigli, nel senso che essi persuadono l’uomo a disprezzare il meno per il più, il buono per il migliore. Ora nello stato attuale le sollecitudini dell’uomo hanno un triplice oggetto: la nostra persona, ciò che deve fare, dove deve abitare; le persone che ci sono unite con legami più intimi, come la sposa ed i figli; i beni esteriori ed i mezzi di acquistarli o di conservarli. – « A fine di rompere di un sol colpo questi tre ostacoli all’intima unione con Dio, il Verbo incarnato dà tre consigli che lo Spirito Santo fa gustare e prendere per regole di condotta. La povertà volontaria tronca tutte le sollecitudini riguardo ai beni terreni. La verginità e la castità volontaria, sciolgono l’animata qualunque sollecitudine, rispetto ai beni corporali. L’obbedienza volontaria, libera da ogni sollecitudine, rispetto alla condotta della vita e dei beni dello spirito, risultanti dalla indipendenza della volontà. » [S. Anton., IV p., tit. XII, c. II]. – Gli alunni della cresima, alumni chrismatis, che hanno il coraggio di questo eroico, proscioglimento, possono cantare col profeta: La nostra anima è stata sciolta qual passera dal lacciuolo del cacciatore; il laccio è stato spezzato e noi siamo stati liberati. [Ps, 123]. – Nulla oramai impedisce loro di fare di. Dio il centro di tutte le loro affezioni, e di gravare verso di lui con tutte le potenze del loro essere. Rispetto al mondo intero, essi adempiono nell’ordine morale la grande legge che presiede al mondo planetario, dove noi vediamo tutti gli astri, spinti da una forza irresistibile, gravitare verso il sole. Che dire di più? Amare come essi amano è scacciare, rompere, calpestare tutti gli ostacoli che possono ritardare la rapidità del loro movimento verso Dio, o falsarne la direzione. Qui ancora, essi adempiono nell’ordine morale, la legge che presiede al mondo terrestre, dove noi vediamo i torrenti ed i fiumi atterrare sul loro passaggio tutto ciò che si oppone al loro corso impetuoso verso l’Oceano. – Calcoliamo adesso se è possibile, tutto ciò che l’umanità deve agli ordini religiosi, di servigi e di benefizi, tanto nell’ordine temporale che nell’ ordine morale, e sapremo in parte, ciò che il mondo deve al solo dono di consiglio. Diciamo in parte: imperocché se noi conosciamo i beni di cui ci ricolma lo Spirito di consiglio, ignoriamo ancora i mali dai quali ci preserva. La risposta alla questione seguente terminerà d’istruirci. – 3° Qual’è la necessità del dono di consiglio? Perché egli non ha in sé la verità, l’uomo ha bisogno di essere istruito; e perciò è per forza un essere diretto. Ora, come lo stesso mondo, l’uomo è posto tra due opposte direzioni; l’una che viene dallo Spirito di luce, l’altra dallo Spirito di tenebre. Chiunque egli sia e quel che faccia, bisogna che obbedisca o all’ima o all’altra: l’alternativa non si sfugge. Se lo Spirito di consiglio si ritira dall’uomo o dal mondo, il suo posto resta vuoto: esso è immediatamente preso dallo Spirito contrario, che è lo spirito d’avarizia. [“Spiritus consilii fugat spiritum avaritiae, quae nec consilia nec mandata Dei sinit implere, qui jubet vel consulit pauperibus indigentibus subveniri, sed ipsi sibi congregat lutum”. S. Anton., IV p., tit. X, c. I.] – Che l’avarizia sia direttamente opposta al dono di consiglio, niente è più facile a provare. Illuminando il nostro intelletto, il dono di consiglio ci fa scegliere i mezzi migliori di raggiungere il nostro ultimo fine. Il primo è liberarsi dalle sollecitudini della vita col distacco dai beni creati. Il secondo è lo spoglio volontario di tutti questi beni. – Che cosa è l’avarizia? È l’amore disordinato delle ricchezze. Oscurare l’intelletto e falsare la volontà è l’inevitabile effetto dell’avarizia. Appena è entrato lo Spirito di avarizia in un uomo, subito lo affascina. Dinanzi ai suoi occhi, i beni terreni formano uno specchio ingannatore, fuori del quale ei non vede nulla che sia degno dei suoi pensieri. Questo specchio lo perseguita e si consuma nell’afferrarlo; e tutto assorto nella sua insensata persecuzione, dimentica i veri beni. Invece di sgombrare la sua strada, la ingombra di mille ostacoli. Invece d’avere la libertà dei suoi passi e dei suoi pensieri, ei si aggroviglia in lacci inestricabili e si perde in tante sollecitudini senza fine, fonte di dolori e di iniquità, fino a che la morte non venga a dirgli: O tessitore di reti di ragno, prenditore di mosche, costruttore di castelli di carta, bisogna partire per l’eternità, e partire con le mani vuote.[Sap., iv, 12. — I Ad Tim.j VI, 9, 10. “Telas araneae texuerunt”]. – Si, Con le mani vuote di buone opere, e troppo spesso piene di peccati. L’avarizia è una madre feconda che genera delle figlie non meno delinquenti della loro madre. Eccone qui alcune; la “durezza di cuore”, “cordis duritia”: nessuno è più insensibile dell’avaro. Né le pubbliche calamità, né gli stracci del povero, né i gemiti dell’infermo, né le lacrime della vedova e dell’orfano, sono capaci di fargli sciogliere i cordoni della sua borsa. La sua anima è colpita dalla secca e dura impronta del metallo ch’egli adora. La “furberia, falsitas”; non menzogne, non inganni di cui l’avaro si faccia scrupolo, sia per vendere, ossia per comprare. Di tutte le virtù la buona fede è quella che egli meno conosce. – La “frode”, “fraus”; dalle parole egli passa agli atti. Frodare nei pesi e nelle misure, frodare intorno alla natura e alla qualità degli oggetti, sono per 1’avaro moneta corrente. La “violenza”, “violentia”; bisogna dare questo nome alle concussioni pubbliche, ai furti strepitosi, ai compromessi scandalosi, ai contratti usurari, alle manovre indegne, con le quali s’inganna la credulità, si abusa della debolezza, si traffica la coscienza e si arricchisce a scapito dell’onore e della giustizia. – Il “tradimento”, “perfìdia”; l’avaro non ha che un amico, cioè il suo oro. In un significato bene differente di Melchisedech, egli può confessare che non ha né padre, né madre, né fratelli, né sorelle, e che è senza genealogia sulla terra. Litigare coi suoi parenti ed i suoi amici, suscitar loro dei processi, fomentare delle divisioni e degli odi, scendere a tutte le bassezze, vivere d’egoismo, di denigrazioni e di gelosie, non costa niente all’avaro, purché si tratti di una perdita e di un guadagno. – Che lo spirito d’ avarizia si estenda sulla società; e tutte le stimmate giustamente impresse all’avaro individuo, si applicano all’avaro collettivo. Per tutta verità, bisognerà dire di questa società, di questa nazione, di questo mondo che non vi ha nulla di più scellerato; che il timore di Dio, la giustizia e la lealtà ne sono bandite; che è un vasto bazar dove tutto si vende, perché tutto si compra, la libertà, l’onore e la coscienza: una aggregazione di filibustieri e di pirati che a meno di una conversione miracolosa, finirà di non più contare che due categorie d’individui: gli ingannati e i furfanti. – Frattanto due caratteri distingueranno questa società posseduta dal demone dell’avarizia. Latente o manifesta, la guerra di coloro che non hanno, contro quelli che hanno, durerà sempre; continue rivoluzioni condurranno catastrofi senza fine, giusto castigo di un mondo che ha cambiato il suo Dio in vitello d’oro. La pazzia succederà alla ragione, il tempo sarà preferito all’eternità, il meno al più. – « Qual sapienza, qual buon senso, che elevazione di intelligenza, domanda la Scrittura, può restare a colui che si è legato al suo aratro, che pone la sua gloria nelle sue macchine, nel pungitoio con cui eccita i bovi; che non parla che di concimi, d’agricoltura, lavori materiali; di cui tutte le conversazioni si raggirano intorno ai nati dei tori; il cui cuore e immerso nei solchi, e il pensiero nel grasso delle vitelle? » [“Avaro nihil est scelestius; nihil est iniquius quam amare pecuniam…. hic enim et animam suam venalem habet”. Eccl, X 9, 10. Eph., V, 5. Eccl, XXVII, 1]. — “Qua sapientia replebitur qui tenet aratrum, et qui gloriatur in jaculo; stimulo boves agitat, et conversatili in operibus eorum, et enarratio ejus in filiis taurorum? Cor suum dabit ad versandos sulcos et vigilia in sagina vaccarum”. Eccl. XXXVIII, 25-27]. – Salvare il mondo da un tale degradamento non è un immenso benefìcio? Da chi si può aspettarlo? Dai legislatori, dai filosofi, dagli uomini qualunque si sieno? Nient’affatto: ma dallo Spirito di Consiglio, e da Lui solo; e il mondo l’oblia!

 

Doni dello Spirito Santo: Il dono di FORTEZZA

Il dono di Fortezza.

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[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”; vol. II, Cap. XXX]

II dono di scienza è un magnifico supplemento alla ragione. Esso è all’anima ciò che il telescopio è all’occhio. Per via della conoscenza certa e ragionata della verità, egli ci comunica la semplicità della colomba e la prudenza del serpente, sventa i sofismi dell’empietà, illumina tutte le scienze umane e le riunisce in una vasta sintesi. Con la rettitudine ch’egli dà al giudizio, scevera il vero dal falso, e il bene dal male. Mediante il giusto apprezzamento delle cose, ci preserva dagli incanti affascinatori del mondo e del demonio, dalle illusioni dello spirito, dagli errori del cuore, fonte di tormenti e d’ire, di divisioni e di disperazioni. Ne risulta che il dono di scienza sulla terra è la pace; senza di questo è la guerra. Due ragioni soprattutto dovrebbero renderlo oggi più che mai prezioso: l’ardore per la scienza e l’affascinamento per le cose futili. – Senza questo dono necessario, il dotto è una talpa cui offusca la luce, o un bambino che balbetta, e l’uomo qualunque si sia, un filatore di tele di ragno, un. Costruttore di castelli di carta. – Tuttavia, conoscere chiaramente la verità, sia nell’ordine soprannaturale, che nell’ordine naturale, non basta: occorre all’uomo il coraggio d’essere conseguente con sé medesimo. Grande dev’essere questo coraggio; imperocché la verità esige sovente fiere battaglie, e la virtù costosi sacrifici. A questo bisogno lo Spirito Santo provvede con un nuovo dono : la fortezza. La cognizione di questo nuovo beneficio ci sarà data con la risposta ai nostri tre quesiti: Che cosa è il dono di fortezza? Quali sono gli effetti? quale ne è la necessità? -1° Che cosa è il dono di fortezza ? La fortezza è un dono dello Spirito Santo che comunica il coraggio ad intraprendere grandi cose per Iddio e la fiducia di compierle, malgrado tutti gli ostacoli. [“Domini fortitudinis est habitus in appetitu irascibili infusus, quo disponitur animus ad hoc quod perveniat ad fìnem cujuslibet operis inchoati et evadat quaecumque pericula imminentia: quod quidem excedit naturam humanam”. Vig., c. XII, p. 418]. – Fra il dono di fortezza e la virtù di fortezza, sant’Antonino enumera quattro differenze. – 1° L’uno e l’altro suppongono una certa fermezza d’anima, sia per operare, ossia per soffrire; ma la virtù di fortezza ha la sua sfera d’azione dentro i limiti della potenza umana, e non si estende al di là. Il dono di fortezza ha la sua nella misura della divina potenza, su cui si appoggia, secondo la parola del profeta: “Nel mio Dio io attraverserò il muro”: cioè dire, atterrerò tutti gli ostacoli insormontabili alle forze naturali. – 2° La virtù di fortezza dà all’anima il coraggio di affrontare i pericoli, ma non la fiducia di affrontarli e di evitarli tutti. Il dono di fortezza opera l’uno e l’altro, sia che occorra affrontare gravi pericoli o superare grandi difficoltà. – 3° La virtù di fortezza non si estende a tutto ciò che è difficile. La ragione si è che la virtù di fortezza si appoggia sull’umana potenza. Ora, la potenza umana non è una in faccia a tutte le difficoltà. Ma essa si divide, secondo le difficoltà, in facoltà differenti. Cosi, gli uni hanno la forza di vincere le concupiscenze della carne; ma non hanno quella di cimentarsi ai supplizi e alla morte. Altrimenti è del dono di fortezza. Appoggiandosi sulla potenza divina come sulla sua propria, ei si estende a tutto e basta a tutto. Giobbe lo proclama con quelle generose parole: “Ponetemi vicino a voi, e venga ad assalirmi chi vuole”. – 4° La virtù di fortezza non conduce sempre le sue intraprese al loro fine, perché non dipende dall’uomo di raggiungere il fine delle sue opere, e di scansare tutti i mali e tutti i pericoli: e la prova è che fluisce col soccombere morendo. Il dono di fortezza compie tutte queste consolanti meraviglie. Difatti, per le opere generose che gli fa compiere, conduce l’uomo alla vita eterna: lo che è il fine di tutte le imprese e la liberazione da tutti i pericoli. Glorioso risultato in cui lo riempie di una fiducia che esclude il timore contrario, e che san Paolo cantava dicendo: “Io posso tutto in quegli che mi fortifica. [S . Anton., iv p., tit. XIII, c. I, p. 210. — S. Th., 2a, 2a, q. 139, art. 1, corp..; Vig., ubi supra.] – Tale è il dono di fortezza in sé medesimo. Resta a dimostrarsi nei suoi rapporti con gli altri doni e negli effetti che produce. -2° Quali sono gli effetti del dono di fortezza? Sia che lo si annoveri salendo o discendendo, il dono di fortezza occupa il quarto grado tra i doni dello Spirito Santo. – Esso è posto nel centro di questo brillante corteggio, come un re sul suo trono, o come un generale d’armata in mezzo ai suoi ufficiali. Due ragioni spiegano il posto che gli è assegnato. Da un lato, tra tutte le opere divine, quelle che più colpiscono sono le opere di forza; dall’altro, il dono di fortezza protegge tutti gli altri doni e gli riduce in atto. È per essi, per la loro conservazione e per la loro gloria che libera da continue battaglie. Se il riposo interiore è soprattutto il loro premio, razione esteriore è il suo. [Rupert., De oper. Spir. Sanct., lib. VI, c. I].Ora, operare e soffrire sono i due obietti del dono di fortezza: fare l’uno e l’altro con coraggio e perseveranza, sono i suoi effetti.Operare. Il dono di fortezza, abbiamo detto, comunica il coraggio d’intraprendere grandi cose: e quali sono? Se non si trattasse che di certe azioni strepitose, fuori della vita ordinaria della maggior parte degli uomini, il dono di timore non sarebbe di un grandissimo pregio, imperocché sarebbe raramente necessario. Però, come tutti gli altri, il dono di fortezza è indispensabile alla salute. Quali sono le grandi cose alle quali si applica? per conoscerle, basta studiare questa questione: che cosa è l’uomo?L’uomo è un re decaduto che cerca il suo trono. Che l’uomo sia stato creato re e che sia decaduto dal suo regno, è verità che si trova scritta in capo all’istoria di tutti i popoli. È il domma che rivela ogni giorno e ogni ora del giorno, anche a quello che lo nega, la lotta intestina del bene e del male, la coesistenza nello stesso cuore di sublimi istinti e d’ignobili tendenze. Che l’uomo sia chiamato a riconquistare il suo regno, è una seconda verità, non meno certa della prima. Su di essa riposano e la religione e la legislazione di tutti i popoli; imperocché su di essa riposa la distinzione del bene e del male. Il bene è ciò che conduce l’uomo alla sua riabilitazione, il male è ciò che ne lo allontana. Risalire sopra il suo trono è dunque la grande opera che l’uomo deve compiere.Ora, essendo i mezzi sempre della stessa natura del fine, grandi sono quelli dati all’uomo per arrivare al fine suo ultimo. Impiegarli con coraggio e perseveranza è dunque compiere una gran cosa, per la quale il dono di fortezza è indispensabile. [“Ad magna praemia perveniri non potest, nisi per magnos latore”. S. Greg., in Evang. Homil., XXXVII]. – Quali sono questi mezzi di riabilitazione e di conquista? Essi sono del numero di dieci, chiamati per eccellenza il Decalogo, o le dieci parole. Queste dieci parole, o dieci verbi sono come dieci incarnazioni di Dio. Praticandoli, l’uomo diventa un decalogo vivente, si riabilita, diventa re, e diventa Dio. Compiere il decalogo é dunque la gran cosa che l’uomo deve fare, e l’unica per la quale il tempo gli sia dato. – Questa intrapresa è tanto difficile quanto grande. Tre potenze formidabili sono legate per farla cadere: il demonio, la carne e il mondo. Il demonio: e ciò che abbiamo detto nella prima parte del nostro lavoro, ci dispensa di parlare dell’astuzia, della crudeltà, dell’odio di questo primo nemico, e per conseguenza, dei pericoli che ci fa correre. Faraone il quale, congiungendo l’ipocrisia alla crudeltà, intraprende di sterminare il popolo d’Israele; Nabuccodonosor che fa gettare i giovani Ebrei nella vasta fornace, riscaldata sette volte più del necessario, e la cui fiamma si eleva sino al cielo; Erode il carnefice dei bambini di Bethleem, rappresentano imperfettamente il demonio, il suo odio, i suoi inganni e la sua sete insaziabile delle anime. – La carne: focolare furibondo dove fermentano notte e giorno, dalla culla sino alla tomba, la dilettazione, l’amore, la vanità, l’ira, il desiderio, l’avversione, l’odio, la tristezza, l’audacia, l’insubordinazione, la speranza, il timore, la disperazione. Come rappresentare questa carne che cospira perpetuamente contro lo spirito? È Eva che offre il frutto proibito al suo marito, e lo invita a dilettarsi con lei nel male. È la moglie di Putifar che sollecita al delitto il bello e casto Giuseppe. È Tamar che, abbigliata di vesti da cortigiana, si pone a sedere sull’angolo della via per aspettare Giuda, e attirarlo nei suoi vergognosi lacci. È Dalila che addormenta Sansone sulle sue ginocchia, gli taglia la chioma ove risiede la sua forza, e lo consegna ai Filistei, cioè dire ai demoni, che gli cavano gli occhi e ne fanno il loro zimbello. – La carne, abile a condurre al male, non lo è meno a svolgere dal bene. Nessun genere di guerra contro se medesimo che l’uomo non debba conoscere, mai un sacrificio che non debba esser pronto a imporsi. Ora è una passione da lungo tempo nutrita che bisogna domare, un legame pieno d’incanti seduttori che bisogna rompere; ora un bene male acquistato, del quale bisogna spogliarsi; ma quanti reclami, quante obiezioni, quante impossibilità e quanti rimorsi! – Altre volte Iddio chiama ad una vocazione sublime: egli vuole un prete, un missionario, una carmelitana, una suora di carità. È Abramo che deve abbandonare la terra dei suoi padri, la sua famiglia, i suoi amici, e partire per una lontana regione. Qui pure, chi dirà le lacrime, le preghiere, i pretesti, gli ostacoli che la carne e il sangue oppongono alla chiamata divina? E pur nonostante, sotto pena di morte, bisogna tutto sormontare. – Il mondo: moltitudine immensa di rinnegati che scompiglia in mezzo a piaceri insensati e le cui provocazioni, i sogghigni, le massime, i costumi, il lusso, le feste, i teatri, le mode, i quadri, le incisioni, le statue, le danze, i canti, gli scritti sono altrettanti dardi infiammati. Bisogna che l’uomo viva in mezzo a questo affascina mento generale, senza lasciarsi ammaliare; in mezzo a questo incendio di lussuria, senza bruciare come i tre fanciulli nella fornace di Babilonia, senza perdere uno dei loro capelli. Vincere il demonio, vincere se stesso, tale è l’opera che l’uomo deve compiere: opera immensa e molto superiore alle forze sue. Pur tuttavia, non è che la prima e la meno difficile parte del suo compito: soffrire è la seconda. – Soffrire. Sant’Antonino e san Tommaso danno parecchie ragioni per mostrare che ci vuole più forza per patire che per operare. « Senza dubbio, dicono essi, attaccare e gettarsi nel pericolo, precede, quanto al tempo, il tollerare e soffrire. Nonostante, tollerare e soffrire è più essenziale alla forza, più nobile, più difficile e più perfetto. – Prima di tutto è più difficile combattere contro un più forte che contro un più debole. Ora colui che assalta si pone in atto di più forte, mentre colui che sostiene l’urto si presenta come più debole. – Di poi, colui che sopporta e che soffre sente attualmente il male e il pericolo, mentre quegli che assale non gli vede che nel futuro. Ora è assai più difficile non essere tocco dal male presente che dal male futuro. – Finalmente sopportare implica una certa lunghezza di tempo, mentre assalire può farsi ad un tratto. Ma per rimanere lungo tempo incrollabile all’attacco; al pericolo e al dolore, vi vuole assai più energia che il portarsi subitamente ad un opera difficile. » [S. Th., 2a 2ae, q. 123, art. 6, ad 1, S. Anton., iv p., tit. XIII, c. I, fol. 210]. – Di qui, quella parola di un grande capitano: Le migliori truppe non sono le più ardenti alla battaglia, ma le più costanti alla fatica. – Che cosa deve l’uomo soffrire? Meglio sarebbe domandare quel che non deve soffrire. Dolori fisici e dolori morali, dolori nati internamente, dolori venuti dal di fuori, “foris pugnae, intus timores”; malattie d’ogni genere e di tutti gli organi, povertà, contraddizioni, calunnie, ingiurie, ingiustizie, assalti da parte del demonio, della carne e del mondo; insomma, la pena del corpo e la pena dell’anima sotto tutte le forme: tale è il corteggio che lo circonda durante tutto il corso del suo pellegrinaggio. – Non parliamo che della condizione comune a tutte le esistenze. Sovente l’uomo, e soprattutto il cristiano è predestinato a dei patimenti eccezionali. La sua virtù irrita il mondo e il demonio. Per lui in particolare, sono il loro odio, i loro sarcasmi, i loro disprezzi. Per lui, oggi come a tempo addietro, sopra una gran parte del globo, si battono le catene, si aprono le prigioni, si sollevano le potenze, si affilano le spade, e si accendono i roghi. Bisogna che l’uomo, il fanciullo, il vecchio, e la timida vergine affrontino tutto questo apparecchio di morte e la morte medesima: l’apostasia sarebbe l’ inferno. – Ma che cosa è l’uomo? La debolezza stessa. Cercate tutto ciò che vi è di più debole nella natura; una foglia che porta via il vento, quest’è l’uomo. Così lo definisce lo stesso Spirito Santo: “Folìum quod vento rapitur”. [Job., XIII, 25] .- Incapace d’avere un buon pensiero, non può da se stesso né operare né volere, a benefizio del suo ultimo fine. – Incostante, egli forma buone risoluzioni che egli non mantiene. Come vile, la più piccola pena lo spaventa; sensuale, la mortificazione gli è in orrore: insubordinato, il giogo dell’obbedienza gli pesa. Alla più piccola violenza che egli é obbligato farsi per Iddio, lo scontento è in fondo del suo cuore, la resistenza nella sua volontà, l’opposizione nel suo spirito, il lamento e il mormorio sulle sue labbra. Ecco, e assai meno ancora, la secca foglia che si appella l’uomo.- Con tutto ciò, bisogna che questo essere cosi debole diventi la forza viva; bisogna che questo figlio di Dio diventi perfetto come suo Padre. A malgrado di tutti gli ostacoli che abbiamo accennati, malgrado il demonio, malgrado il mondo, malgrado se stesso, bisogna che questo re caduto riconquisti il trono che egli ha perso. – Misurate la sua debolezza e la grandezza dell’impresa, e voi avrete la misura del bisogno continuo ch’egli ha del dono di fortezza. – Grazie a questo dono divino, il mondo, da diciotto secoli in qua, ha visto incredibili meraviglie. Egli ha visto milioni d’anime, anime di ricchi e anime di poveri, anime di dotti e d’ignoranti, anime di vecchi, di donne e di fanciulli, anime viventi nel chiostro e nel secolo, in Oriente ed in Occidente, sotto tutte le latitudini, forti, coraggiosi e costanti nell’esecuzione dei loro santi propositi; forti e coraggiosi per vincere le tentazioni, forti, magnanimi e generosi per sopportare le avversità e i dolori. Lo stesso Spirito Santo rende loro questo omaggio « Essi debellarono i regni, operarono la giustizia, conseguirono le promesse, turarono le gole ai leoni, estinsero la violenza del fuoco, schivarono il taglio della spada, guarirono dalle malattie, diventarono forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri, riebbero le donne i loro morti resuscitati. »[Hebr., XI, 38, 85]. Noi conosciamo ciò che hanno fatto: vediamo adesso quel che hanno patito. « Altri poi furono stirati non accettando la liberazione per ottenere una migliore risurrezione. – Altri poi provarono e gli scherni e le battiture, e di più le catene e le prigioni; furono lapidati, furono segati, furono tentati, perirono sotto la spada; andarono raminghi, coperti di pelli di pecora e di capra, mendichi, angustiati, afflitti: coloro dei quali il mondo non era degno; errando per i deserti e per le montagne e nelle spelonche e caverne della terra. E tutti questi lodati colla testimonianza renduta alla loro fede, non conseguirono la promissione; avendo disposto Dio qualche cosa di meglio per noi affinché non fossero perfezionati senza di noi. »[Ibid., 35 e seg.]. Ecco ciò che il mondo ha visto; ed ecco ciò che ha inteso. In nome di tutti questi allievi della forza, egli ha sentito Paolo che getta questa sublime sfida a tutte le potenze nemiche: « Io non temo nulla: imperocché io posso tutto in Colui che mi fortifica. Chi ci separerà dall’amore di Gesù Cristo? La tribolazione o l’angoscia o la fame? o la nudità? o il pericolo? o la persecuzione, o la spada?… Io sono assicurato che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti, né le future, né la violenza, né tutto ciò che vi è di più alto o di più’ profondo, né nessun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù. »[ Act. XX, 24; Philipp., IV, 13; Rom., VIII, 35-89]. – Ha inteso Teresa che piglia per divisa: “O patire o morire”. Ha sentito una delle figlie di Teresa, Maddalena de’ Pazzi, ancor più sublime, se è possibile, di sua madre, che dice: “patire e non morire”. Ha sentito Giovanni della Croce, riassumente tutti i suoi voti in queste parole: “soffrire ed esser disprezzato per amor di Dio”. – Quanti altri accenti non meno ignoti al mondo pagano, non hanno risuonato nell’umanità cristiana dal giorno in cui lo spirito di fortezza è disceso su di lei. E per credere al Cristianesimo, vi è ancora chi chiede dei miracoli! – qual’è la necessità del dono di fortezza? Dopo quel che abbiamo detto, una simile questione sembra superflua. Ciò non è nulla. In quanto al dono di fortezza, come in quanto agli altri doni dello Spirito Santo, l’uomo si trova nell’alternativa che non si sfugge, che abbiamo segnalata: o vivere sotto l’impero dello spirito di fortezza, o vivere sotto la tirannia dello spirito contrario. E qual è? lo Spirito di accidia. [“Spiritus fortitudinis illummat Spiritum tristem accidiae, quae propter taedium laboris sùbterfugit viriliter bona operari, infirmitate victus sensualitatis. S. Anton., IV p., tit. X, c. I, p. 158]. – Vediamo in che consiste e quel che fa dell’uomo e del mondo. L’accidia è un torpore spirituale che ci impedisce di adempiere ai nostri doveri. 3 3 [“Acedia est torpor mentis bona spiritualia inchoare abhorrentis et inchoata perfìcere fastidientis.” Ferraris, verb. Acedia]. È il cloroformio di Satana. Appena che questo virus si é insinuato nel l’anima, subito la rende pesante e gli dà delle nausee per tutto ciò che è bene spirituale. – Il suo fine supremo, l’amicizia di Dio in questo mondo, la sua gloria nell’altro, i mezzi di giungervi, i doveri, le virtù, le istruzioni cristiane, le. feste, i sacramenti, la preghiera, le buone opere, la religione tutta quanta, le è grave e di disgusto. – Di qui nasce, secondo la spiegazione di san Gregorio, la pussillanimità, pussillanimitas) specie d’abbattimento e di mollezza, di fronte a una obbligazione sia pure poco costosa: come, per esempio, il digiuno, l’astinenza, la mortificazione dei sensi o della volontà; la tiepidezza, torpor, che fa tralasciare il dovere o che non lo compie che imperfettamente e per mezzo di quietanza; il divaga mento dello spirito, mentis evagatio, il quale negli esercizi di religione, è dappertutto altrove che alla presenza di Dio; l’instabilità del cuore, instabilitas cordis, le cui incostanze nel bene sono meno facili a contare dei movimenti di canna agitata da venti contrari; la malizia, malitia, all’idea dei doveri imposti all’uomo ed al cristiano, il pigro si pone a lagnarsi d’essere nato, e specialmente nato in seno al Cristianesimo; l’odio, rancor, pel sacerdote e per chiunque gli predica le sue obbligazioni o anche per gli oggetti materiali che gliene richiamano la reminiscenza; la fomentazione di tutti i vizi, imperocché sta scritto dell’ozio, figlio dell’accidia, ch’egli insegna ogni sorta di male; finalmente lo scoraggiamento, la disperazione e l’impenitenza finale. [Apud Ferraris, verb. Acedia]. – Si capisce ciò che deve diventare un uomo, un popolo, un mondo, sotto la tirannia d’un demonio simile. Se nulla è più brillante del quadro tracciato dallo stesso Spirito Santo, degli allievi del dono di fortezza, nulla è più triste del ritratto degli schiavi dello spirito d’accidia. – Essere degradato, senza energia per il bene, stupidamente indifferente per i suoi interessi eterni, confondendo tutte le religioni in un comune disprezzo, a fine di non praticarne nessuna, immerso nella materia, l’accidioso spirituale, uomo, popolo, o mondo, vuole e non vuole. Ha orecchie e finge di non sentire; occhi e finge di non vedere; piedi e non cammina; mani e non lavora.Ei rassomiglia alla porta che si apre e si serra venti volte al giorno e che la sera si trova sempre sui suoi cardini. Ei si nasconde la mano sotto l’ascella, ed è gran fatica per lui il portarla alla bocca.11 [Prov., XXXVI, 18, 15]. – Non solamente quest’uomo, questo popolo, questo mondo si degrada, ma altresì si impoverisce in verità e virtù. Ascoltiamo ancora lo Spirito Santo: « Il leone è sulla via, dice il pigro; se io esco fuori sarò divorato. Inoltre sono passato per il campo del pigro, e l’ho trovato pieno di ortiche, tutto coperto di spine, e la siepe distrutta. Vai dunque o pigro a guardare la formica, ed istruisciti alla sua scuola. Durante l’estate essa accumula per l’inverno. E fino a quando, o pigro, dormirai tu, fino a quando farai vedere il bianco per nero? – « Ecco che viene a te l’indigenza, come un viaggiatore, e la povertà come un’ armato. Agresto ai denti, fumo agli occhi: tale ó il pigro per colui che l’adopra. S’egli è tale per gli uomini, che cosa sarà per Iddio? – Spada immobile che si arrugginisce, piede inerte che si intorpidisce, veste non portata che la tignola divora, acqua stagnante di cui si formano e brulicano insetti più disgustosi, cibo stucchevole che la bocca rigetta e che non riprende mai più. Non bisogna lapidare il pigro con pietre, perché non è degno, ma bensì con lo sterco dei bovi.1 »1 [“De stercore boum lapidatus est piger; et omnis qui tetigerit eum excutiet manum ejus”. Eccl., XXII, 2 ; XXIII, 29; Prov., VI, 11; id., X, 26 ; id., XIII, 4 ; id., XXIV, 30. “De stercore boum”, dicono i commentatori, perché il bove è il modello del lavoro.

 

Doni dello Spirito Santo: Il dono di SCIENZA

Il Dono di Scienza.

[J.-J. Gaume: Trattato dello Spirito Santo; vol. II, CAPITOLO XXIX]

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 Ammollire la durezza del cuore e comunicargli una sensibilità squisita per tutto ciò che deve amare; renderci come i figliuoli sottomessi e consacrati inverso Dio; come fratelli compassionevoli, dolci, affabili, indulgenti verso il prossimo; uccidere l’invidia e la gelosia, elementi distruttori della felicità e della concordia, formare tra il cielo e la terra come tra tutti gli uomini, il gran legame sociale della carità; tali sono gli effetti generali del dono di pietà. Non meno prezioso e non meno necessario é il dono di scienza. Per provarlo basta farlo conoscere; di qui i nostri tre quesiti. Che cosa è il dono di scienza ; quali ne sono gli effetti ; quale la necessità.       1° Che cosa è il dono di scienza? La scienza è un dono dello Spirito Santo che perfeziona il giudizio, e ci fa discernere con certezza nelle cose spirituali, il vero dal falso, il bene dal male. Diciamo che perfeziona il giudizio. I doni di timore e di pietà operano principalmente sulla volontà. Cieca di sua natura, la volontà reclama una direzione, sia per temere, come per amare. Essa non può riceverla che dall’intelletto; ma il nostro intelletto é ravvolto nelle tenebre, soggetto a mille illusioni ed esposto di continuo a divenir vittima dell’errore. Evidentemente il suo primo bisogno è una seria attitudine a discernere il vero dal falso, attitudine che facendoci apprezzare le cose al loro giusto valore, fissa con certezza la misura delle nostre affezioni e dei nostri timori. Chi soddisfa a questa prima necessità? Il dono di scienza. Questo dono non è né la stessa scienza divina, né la fede, né la scienza naturale. Non è la scienza divina, nel senso che reca all’anima la pienezza di tutte le conoscenze; ma se non è la scienza, n’è il mezzo necessario. Difatti, egli comunica all’intelletto un impulso, un vigore, un’estensione, un’attitudine che lo rende capace di conoscere alla maniera dello stesso Dio per una semplice veduta. [“Divina scientia non est discursiva vel ratiocinativa, sed absoluta et simplex: cui similis est scientia quae ponitur donum Spiritus sancti, cum sit quaedam participata similitudo ipsius”. S. Thom., 2a, 2ae, q. 9, art. 1, ad 1.] -Da ciò, una grande facilità d’imparare e di ragionare la verità. Quindi un discernimento sicuro per distinguere il vero dal falso, il certo dall’incerto, il solido dall’immaginario, il reale da ciò che non è che apparente. Non è la fede; ma la perfeziona, come tutti i doni dello Spirito Santo perfezionano le virtù teologali.. – Mediante la fede, si conosce la verità e vi si aderisce. Mediante il dono della scienza, si conosce la verità più chiaramente, la si ragiona con più sicurezza, la si afferma più coscienziosamente, “rationabile obsequium”, la si difende più vittoriosamente, la si predica con più efficacia. Il dono di scienza ci fa pervenire a quella perfezione, mediante lo studio delle cose create, delle quali forma una vasta sintesi e come una scala di luce che c’innalza sino a Dio. – Per il cristiano arricchito del dono di scienza, l’universo è un libro scritto, tanto di dentro che di fuori. Al disotto dei corpi e delle loro proprietà, al disotto delle proporzioni chimiche degli elementi che le compongono, egli vede ciò che si nasconde: Dio, Dio onnipotente, Dio sapiente, Dio buono, che fa tutto con numero, peso e misura, e che dirige tutto ad un fine unico. Egli intende ciò che non intende il concerto armonioso degli esseri, che cantano ciascuno a loro modo le lodi del loro autore. [“Omnia dona ad perfectionem theologicarum virtutum ordinantur”. S. Th., 2a, 2ae, q. 9, art. 1, ad 8]- [“Cum homo per res creatas Deum cognoscit, magis videtur hoc pertinere ad scientiam, ad quam pertinet formaliter”. Ibid. art. 2 ad 3. — “Liber pulcherrimus, intus et foris depictus, est creaturarum universitas, in quo Dei perspicua habetur notitia…. Tot audientium audit voces quot creaturarum intuetur species. S. Laurent., De casto connubi C. XIX.] Non è la scienza naturale. Mediante il lavoro della sua ragione l’uomo può arrivare a giudicare con certezza di certe verità, vale a dire che la scienza umana si acquista col ragionamento e con dimostrazione. Ma Dio giudica con certezza della verità, senza discussione né ragionamento, per una semplice veduta; e cosi dentro certi limiti, l’uomo dotato del dono di scienza. [S. Th., 2a, 2ae, q. 9, art. 1, ad 1]. – Quindi una differenza enorme tra il sapiente che non ha il dono di scienza e il cristiano che lo possiede. Con la fronte ripiena d’algebra, come dice Maistre, la scienza del primo è faticosa nel suo cammino, incerta nelle sue affermazioni, limitata nella sua estensione, sterile nei suoi risultati. – Molto differente è la scienza del secondo. Libera nei suoi andamenti e dotata di quel colpo d’occhio sicuro ch’essa deve allo Spirito Santo, distingue senza fatica la verità dall’errore: è precisa nelle, sue affermazioni. – La storia della ragione, priva del dono di scienza, è un libro a partita doppia. La prima pagina dice: sì; la seconda dice: no: risultato: zero. Percorrete tutte le scuole dell’antichità pagana: in quale troverete voi una affermazione certa, una di quelle affermazioni che si sostengono a costo della vita? Se ripassate in questo stesso mondo dopo la diffusione dello Spirito, di scienza, voi troverete dappertutto affermazioni certe, incrollabili, vittoriose del sofisma e della spada. – Come in mezzo al sistema planetario voi vedete il sole scintillante di luce, cosi nel centro del mondo cristiano vedrete un magnifico corpo di dottrina, composto di dodici articoli: poi i più bei geni che applicano le verità che esso contiene a tutti gli studi materiali, sociali e filosofici, comporre la gran sintesi della scienza cattolica, a cui l’umanità cristiana deve, sotto tutti i rapporti, la sua evidente superiorità. – Essa è immensa nella sua estensione. Com’è la ragione che ne è il principio e la fiaccola, cosi la scienza del dotto ordinarlo è limitata nel suo obbietto. Il mondo soprannaturale, vale a dire più della metà del dominio scientifico, o gli sfugge o non si mostra a lui che attraverso ad oscure nubi. Con alcune verità, penosamente legate a sistema, essa può fare delle dotte specialità: ma un vero sapiente, mai. La profondità e la sintesi le mancano. La profondità, essa vede le superfici e le applicazioni materiali delle cose; ma il quid divinum, nascosto nel filo d’erba cosi bene come nel sole, non lo ignora meno che delle applicazioni morali, alle quali dà luogo. La sintesi: non conoscendo o molto imperfettamente Dio, l’uomo, il mondo e le relazioni loro, è incapace di collegare, come conviene, le conoscenze dell’ordine inferiore alle verità dell’ordine superiore, e di dare ai suoi lavori un utile veramente degno di questo nome. – Essa è feconda nei suoi risultati. Il più bel risultato della scienza è di condurre l’uomo al suo fine. Sapere con certezza quale é questo fine, con la stessa certezza conoscere i mezzi che vi conducono: ecco ciò che la scienza umana non ha mai insegnato a nessuno, né lo insegnerà mai. Non solamente il dono di scienza accresce tutte le scienze umane e le coordina: ma altresì ha dotato il mondo di una scienza, il cui nome medesimo fu sconosciuto alle accademie pagane; una scienza che da sé sola rende più servigi alla società di tutte le altre insieme. Abbiamo nominato la scienza dei santi, scientia sanctorum. Infatti di tutte le scienze, quella dei santi è la più magnifica, la più estesa, la più utile, la sola necessaria, la sola che faccia fare un vero progresso all’umanità, la sola alla quale si. riferiscono necessariamente, a meno che esse non siano corrotte, tutte le altre scienze sociali, filosofiche, naturali, matematiche. Perché non è così? Perché la scienza dei santi è la sola che sia piena di verità, nient’ altro che di verità, verità sopra Dio, sull’uomo e sul mondo. – Per dissipare una illusione, madre troppo feconda di funeste ammirazioni, terminiamo di notare la differenza che esiste tra l’intelletto, ricco del dono di scienza, e quello che ne è privo. « La diminuzione della fede, dice Donoso Cortes, che produce la diminuzione della verità, non trascina forzatamente la diminuzione, ma il traviamento dell’intelletto umano. Iddio, misericordioso e giusto insieme, ricusa la verità alle intelligenze colpevoli, ma non rifiuta ad esse la vita; Ei la condanna all’errore, non alla morte. Noi tutti abbiamo visto passare dinanzi agli occhi nostri, quei secoli cosi prodigiosamente increduli, e cosi perfettamente colti, i quali hanno lasciato dietro di sé, sui flutti del tempo, una traccia non meno luminosa che ardente, e che hanno brillato di una luce fosforica nella storia. – ” Ciò non pertanto fissate i vostri sguardi su di essi, fissateli attentamente, e vedrete che i loro splendori sono tanti incendi, e che non hanno luce altro che simile ad un baleno” . Il giorno che ce li mostra, pare che venga dalla esplosione di materie oscure di per se medesime, ma infiammabili, piuttostoché dalle pure regioni, dove nasce questa luce pacifica, dolcemente estesa sulle volte del cielo dal sovrano pennello di un pittore sovrano. – « Ciò che si dice dei secoli, può dirsi degli uomini. Ricusando loro, o non accordandogli la fede, Iddio ricusa o toglie loro la verità: ma non dà però, né ricusa ad essi l’intelligenza. L’intelligenza degli increduli può essere elevatissima; e quella dei credenti limitatissima. Pur tuttavia la prima non è grande che alla maniera dell’abisso, mentre la seconda è santa alla stessa guisa di un tabernacolo: nella prima abita l’errore; nella seconda la verità; Nell’abisso, la morte è con Terrore; nel tabernacolo la vita è con la verità. Ecco perché non avvi speranza per quei consorzi che abbandonano il culto austero della verità per l’idolatria dello spirito. Dietro i sofismi vengono le rivoluzioni, e dietro le rivoluzioni i carnefici. » [Saggio intorno al cattolicesimo, ec., p. 8 e 9]. – Dopo aver considerato il dono di scienza in sè medesimo, resta per meglio conoscerlo, studiarlo nei suoi effetti. 2° Quali sono gli effetti o le applicazioni del dono di scienza? L’ignorante vede la superficie delle cose, il dotto ne vede il fondo. L’ignorante si lascia abbagliare, il dotto apprezza. Cosi il primo effetto del dono di scienza, è, come l’abbiamo indicato, quello di farci discernere con certezza il vero dal falso, il solido dall’immaginario, il vero da ciò che non è che apparente. Il cristiano che lo possiede, sente per istinto la falsità delle obiezioni della empietà contro la religione. Lungi da scuotere la sua fede, questi attacchi provocano in lui il disprezzo, il disgusto e l’orrore. Ai suoi occhi l’uomo, che il Cristianesimo ha tratto fuori dalla barbarie, dall’idolatria della schiavitù e che nega il Cristianesimo, che insulta o che lascia insultare il Cristianesimo, che arrossisce del Cristianesimo, e che lo abbandona, è di tutti gli esseri il più vile e il più odioso, perché è il più ingrato e il più colpevole. – Dinanzi al giudizio fermo e retto di cui è dotato vengono a frangersi, come tante maschere che tolgono ad imprestito, le sottigliezze della menzogna e le arguzie del sofismo. Questo discernimento non fa soltanto giustizia dei sofismi dell’incredulo, ma si oppone altresì ai sofismi del mondo. Il vero cattolico, diretto dallo spirito di scienza, vede chiaramente due cose che nessun altri vede. – La prima è il nulla di tutto ciò che il mondo ama e ricerca. Come il cieco che ha ricuperato la vista, col suo sguardo divinamente illuminato ei penetra da parte a parte la vanità delle ricchezze, degli onori, e dei piaceri: come egli comprende una verità matematica, così comprende che tutte queste cose riunite, non possono più contentare un’anima immortale, creata per Iddio, che l’aria non può satollare una bestia da soma affamata. Per lui, nessuna parola é più vera di quel grido di disperazione del più savio e del più felice dei re: “Vanità delle vanità, e tutto è vanità, disprezzo e afflizione di spirito. [Eccl., I, 2, 10]. – La seconda è l’ammirabile bellezza, la grandezza, l’utilità di tutto ciò che il mondo teme e fugge con tanta premura. Alla luce del dono di scienza ei conosce la perfetta armonia dell’umiliazione, della povertà, del patimento con i bisogni dell’uomo decaduto. Ei gli riceve come il malato riceve il rimedio, che deve salvarlo dalla morte e rendergli la salute; come il negoziante riceve il cliente che viene ad offrirgli in cambio di poche bagattelle, tesori inammissibili. La sua divisa è la parola di san Paolo : «Quelli che erano i miei guadagni gli stimai a causa di Cristo, mie perdite: anzi io giudico che le cose tutte siano perdite rispetto all’eminente cognizione di Gesù Cristo mio Signore, per causa di cui ho giudicato un discapito tutte le cose, e le stimo come spazzatura, per fare acquisto di Cristo. » [Philipp III, 7, 8]. – Il secondo effetto del dono di scienza è di operare sulla volontà e di porre i suoi atti in armonia con i lumi dell’intelletto. Nel cristiano animato dallo spirito di scienza, l’odio dell’errore, dell’eresia, dell’incredulità, del razionalismo non è una scienza speculativa. Con la vigilanza su se medesimo, con 1’allontanamento di qualunque lettura, di qualunque conversazione anticattolica, con l’esempio, con la preghiera, con tutti i mezzi in suo potere, egli oppone una barriera alle bestie selvaggia che infestano il campo della verità. – Tali sono le disposizioni di tutti i giusti, cioè dire, di tutti gli uomini in istato di grazia. In favore di alcuni Dio aggiunge la facoltà superiore di comunicarti la scienza mediante la parola. È ciò che san Paolo appella il discorso della scienza: “sermo scientiae”. L’allievo dello Spirito Santo che ne è dotato, impiega la sua voce e la sua penna, non più solamente a difendersi ma a difendere i suoi fratelli. Veglie, studi, dispendi, fatiche, nulla costa al suo zelo. Cosi alla scienza che uccide, egli oppone la scienza che salva. – Medesima condotta rispetto ad affascinamenti mondani. Se il nulla degli onori, delle ricchezze e dei piaceri gli ispira il disprezzo, il pericolo che essi presentano gli fa prendere in avversione tutto ciò che il mondo stima. È il viandante di notte che inciampa in una grossa borsa. Ei la raccatta e si crede felice, credendo aver trovato un tesoro; ma venuto il giorno, vede che quella borsa è piena di pezzi di vetro e di rettili velenosi, e la getta lungi da sé con sdegno. – Come prende compassione di questa moltitudine tumultuosa che chiamasi mondo! Insensato, che si consuma a perseguitare fantasmi e a tessere tele di ragno, che si irrita per una ingiuria, che si dà alla disperazione per una malattia o per un rovescio di fortuna. Egli, contento della posizione che la Provvidenza gli ha fatta, non desidera punto di uscirne. Se egli è povero, sconosciuto, perseguitato, trovasi felice di questi tratti di rassomiglianza col suo divino Fratello, il Verbo incarnato. Se egli ha delle ricchezze, non vi pone né il suo pensiero, né il suo cuore. Spesso anche, con un atto di sublime follia, egli pone tra sé e i beni pericolosi e lusinghieri di quaggiù, l’insormontabile barriera dei tre voti d’obbedienza, di castità e di povertà. – Il terzo effetto del dono, di scienza è di irraggiare su tutte le scienze umane, di ben situarle, di fecondarle, di nobilitarle e di affermarle. Solo il dotto cristiano afferma; i filosofi pagani non hanno niente affermato. – L’affermazione è di origine cristiana. Farci conoscere scientificamente la fine dell’uomo e del mondo, la natura e l’armonia degli esseri, tale è il privilegio esclusivo dello spirito di scienza. Ora, senza questa conoscenza preventiva, nessuna scienza esiste. Di qui quella parola dei nostri libri sacri: « Vani, cioè dire senza solidità né di spirito, né di cuore, sono tutti gli uomini in cui non è innanzi tutto la scienza di Dio. 1 »1 [Sap., XIII, 1]. – Muti parolai, loquaces muti, aggiunge sant’Agostino, essi sono pieni di parole e vuoti d’idee. Dal canto suo nelle sue Confessioni d’ un rivoluzionario, Proudhon scrive queste parole degne di nota: « È sorprendente che in fondo alla nostra politica ci troviamo sempre la teologia. » Su di che Donoso Cortes cosi si esprime: « Non vi è qui di sorprendente altro che la sorpresa del signor Proudhon. La teologia, per ciò stesso che è la scienza di Dio, è l’oceano che contiene e abbraccia tutte le scienze, siccome Dio è l’oceano che contiene e abbraccia tutte le cose. » [Saggio, ecc., p. 1]. – Ma la teologia suppone il dono di scienza, come il figlio suppone il padre. Colui che lo possiede è teologo, e possiede in germe tutte le scienze. « Difatti, aggiunge Donoso Cortes, possiede la verità politica colui il quale conosce le leggi a cui sono assoggettati i governi; e possiede la verità sociale quegli che conosce le leggi alle quali sono sottomesse le società umane [È lo stesso delle scienze naturali]; conosce queste leggi quello che conosce Dio; e conosce Dio colui che intende ciò che Dio afferma di sé medesimo, e che crede ciò che intende. La scienza che ha per oggetto queste affermazioni è la teologia. Donde ne segue che ogni affermazione relativa alla società o al governo, suppone un’ affermazione relativa a Dio, ovvero, ciò che è la stessa cosa, che ogni verità politica o sociale si converte necessariamente in una verità teologica. – « Se tutto si spiega in Dio e per mezzo di Dio, e se la teologia è la scienza di Dio, nella quale e per la la quale tutto si spiega, la teologia è la scienza di ogni cosa. [Per conseguenza, il principio di ogni sapere è il dono di scienza]. – Ciò essendo, nulla vi è fuori di questa scienza, che non ha plurale, perché il Tutto, che è il suo oggetto, non l’ha. La scienza politica, la scienza sociale non esistono che come tante classificazioni arbitrarie, dell’intelletto umano. L’uomo nella sua debolezza distingue ciò che in Dio è unito dall’unità la più semplice. – Cosi egli distingue le affermazioni politiche dalle affermazioni sociali e dalle affermazioni religiose, mentre in Dio non havvi che un’ unica affermazione indivisibile e sovrana. Colui che parlando esplicitamente di qualche cosa, ignora che egli parla implicitamente di Dio, e chi parlando esplicitamente di qualche scienza, ignora che egli paria implicitamente di teologia, sappia che non ha ricevuto da Dio altro che l’intelligenza assolutamente necessaria per essere uomo. » [Saggio, ecc., p. 1 e 9]. – Grazie al dono di scienza diffuso nel mondo, quante volte i secoli cristiani hanno visto di questi meravigliosi teologi, per conseguenza veri dotti, in tutte le età e in tutte le condizioni! Bernardo, .Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Colette, pastori, lavoratori, fanciulli, senza lettere umane, ma dotati, mi si permetta la parola, del fiore della verità, seppero essi scoprirla con un istinto meraviglioso, parlarne a quando a quando con una semplicità che pareva esser loro naturale, con una forza che trascina le più ribelli convinzioni, con una profondità che stupisce i sapienti, e con un buon senso talmente sicuro, che i loro apprezzamenti divenivano altrettanti assiomi e regole di condotta. – Questo dono prezioso non è perduto. Oggi ancora, dove bisogna cercare la scienza della vita, la rettitudine del giudizio, la certezza delle affermazioni, il colpo d’occhio dell’insieme che riannoda il fine coi mezzi e i mezzi col fine, il senso pratico delle cose, questo gran maestro della vita, come parla Bossuet, non si trova né nelle accademie letterarie, né nelle assemblee politiche, né nei corpi sedicenti dotti, ma presso i veri cristiani. – « La scienza di Dio, continua l’illustre pubblicista spagnolo, dà a chi la possiede, sagacia e forza, perché a un tempo essa aguzza e dilata lo spirito. Ciò che vi è di più mirabile per me nella vita dei santi, e particolarmente in quella dei Padri del deserto, è una circostanza che io credo non sia stata ancora convenientemente apprezzata. L’uomo abituato a conversare con Dio e a esercitarsi nelle contemplazioni divine, a parità di condizioni sorpassa gli altri o per l’intelligenza e la forza della sua ragione, o per la sicurezza del suo giudizio, o per la elevatezza e la forza del suo spirito; ma soprattutto, io credo che nessuno, in pari circostanze, la vinca sugli altri per quel senso pratico e savio che appellasi buon senso. » [ Saggio intorno al Cattolicismo, ec., p. 199]. 3° Qual è la necessità del dono di scienza? Noi l’abbiamo veduto: il dono di scienza ci fa discernere con certezza il vero dal falso, il reale dall’immaginario. Fu egli mai più necessario d’oggidì?In un mondo che nega Dio, che nega Gesù Cristo, che nega la Chiesa, che, proclamando 1’eguaglianza di tutte le religioni, circonda la verità e l’errore in un comune disprezzo, che nega la distinzione assoluta del bene e del male, che chiama progresso ciò che è deviazione, lumi ciò che è tenebre, libertà ciò che è servitù, come discernere il vero dal falso? In un mondo che non vive che per le ricchezze, per gli onori, che conta per nulla i beni dell’anima e dell’eternità, che è giunto sino a trattare di chimera il mondo soprannaturale tutto quanto, come fare a sfuggire a questo generale affascinamento? Non é in mezzo a un tale “Babelismo” che bisogna di continuo guardare il cielo e gridare con lo Spirito Santo: « Illumina gli occhi miei, affinché io non dorma giammai sonno di morte; affinché non dica una volta il mio nemico: io l’ho vinto? » [Ps. XII]. – Questo dovere è tanto più pressante, perché l’uomo si trova posto .nella crudele alternativa di vivere sotto l’impero dello spirito di scienza, o sotto la tirannia dello spirito contrario. Qual’è questo spirito direttamente opposto al dono di scienza? Secondo sant’,Antonino, è il quinto dono di satana che si chiama “Ira”. « Lo spirito di scienza, dice il gran teologo, respinge lo spirito d’ira che impedisce di vedere la verità, che è il fine del dono di scienza. » [“Spiritus scientiae repellit spiritum irae, quae impedit animum ne possit cernere verum, ad quod scientia attendit”. iv p., tit. X, c. L]. – Come la notte succede infallibilmente al giorno, allorquando il sole lascia l’orizzonte; cosi lo spirito d’ira s’impadronisce dell’anima che perde lo spirito di scienza. Questa affermazione sembra strana. Non si vede a prima vista l’opposizione che esiste tra il dono di scienza e l’ira. Per afferrarla bisogna distinguere due sorta d’ira, e ricordarsi degli effetti principali del dono di scienza. – Vi è una collera giusta e santa che non è nient’affatto contraria allo spirito di scienza. Tale fu la collera o meglio l’indignazione di Nostro Signore contro i venditori del tempio: tale la veemenza del predicatore che tuona contro il vizio, o la resistenza energica del proprietario verso il ladro e l’assassino. Una simile collera, se pure essa meriti questo nome, lungi dall’essere contraria al dono di scienza, non è che la scienza armata per difendere con mezzi legittimi, un bene vero: essa non è contraria al dono di scienza, poiché non turba la ragione, né eccede in nulla i limiti della giustizia. – Ma havvi un’altra collera che accusa un fondo di malcontento e d’ irritazione, la quale erompe per cause non legittime, che eccede nei suoi moti, che turba la ragione e che tende a sostituire alla forza del diritto il diritto della forza. Quest’è l’ignoranza armata per la difesa di un bene, o la ripulsa di un male più immaginario che reale. Quanto al dono di scienza, che ha per fine la cognizione ragionata e certa della verità, il suo primo effetto consiste nel comunicare a noi una grande rettitudine di giudizio; questa rettitudine ci fa apprezzare e stimare ogni cosa nel suo giusto valore; poi operando sulla volontà, essa regola i suoi atti sui lumi dell’intelletto perfezionato. – Ora il dono di scienza ci mostra chiaramente, che i beni ed i mali di questo mondo non sono né veri beni né veri mali; che ciò che è .chiamato male dagli uomini, come la povertà, l’umiliazione, il soffrire, non è un male vero; che ciò che è chiamato bene dagli Uomini, come le ricchezze, gli onori, i piaceri non è un bene vero, ma spesso un male e sempre un pericolo. – Il cristiano che, mercé il dono di scienza, sa tutto questo e la cui volontà è all’unisono della sua scienza, ha mille ragioni di non mettersi in collera. Tali sono tra le altre, la sua dignità compromessa, lo scandalo dato, la pace turbata, l’odio partorito, il peccato commesso dall’usurpazione del diritto divino della vendetta. Esso non trova nessuna ragione di mettervisi. E chi potrebbe irritarlo? L’ingiuria? ma essa è di per sé una preziosa sementa di merito. l’ingiustizia, l’ingratitudine? ma egli conosce tutta la miseria umana, e sapendo che egli medesimo ha bisogno d’indulgenza, dice: Padre, perdonate loro, perché essi non sanno ciò che fanno. La perdita di questi beni? Ma egli sa che perdendoli non ha perduto niente del suo; e con la calma di Giobbe dice: Il Signore mi aveva dato, il Signore mi ha tolto: come è piaciuto al Signore, cosi è stato fatto; che il nome del Signore sia benedetto. Così degli altri accidenti che il mondo appella rovesci, calamità, disgrazie. Tale è la serenità dell’anima illuminata dallo spirito di scienza. – Al contrario 1’anima .vuota dello spirito di scienza è subito ripiena dello spirito d’ira. La ragione ne è semplice: quest’anima si fa una falsa idea delle cose. Essendo essa cieca nei suoi apprezzamenti, stima, ama, teme senza regola sicura: per essa i mali sono beni e reciprocamente. – Siccome le è altrettanto impossibile di godere pacificamente, senza contraddizione e senza inquietudine, ciò che appella bene, quanto il non essere ogni giorno esposta a ciò che appella male, cosi essa si turba, mormora, si irrita, respinge con violenza ciò che reca offesa alla sua felicità; insomma essa cade sotto l’impero dell’ira; vi cade per un’idea falsa del suo diritto, o per un apprezzamento inesatto dei beni e dei mali. – Ciò è talmente vero, che in tutte le lingue l’ira riceve l’epiteto di cieca; niente è meglio applicato. L’ira, figlia dell’ignoranza, impedisce all’uomo di ragionare. In lui, la face della ragione si oscura e fa luogo alla forza. La vita si concentra sulle labbra che ingiuriano, in cima al piede che colpisce, o nel pugno che atterra. [“Ira dicitur esse janua vitiorum…. Removendo prohibens, id est impediendo judicium rationis, per quod homo retrahitur a malis”. S. Th. 2a, 2ae, q. 158, art. 6, ad 3]. – Ciò che è vero dell’ individuo, è vero eziandio dei popoli, vero dell’umanità. Ritirate dalla terra il dono di scienza, che cosa avrete voi? L’ignoranza dei veri beni e dei veri mali, e con l’ignoranza l’ira, e con l’ ira la guerra. Che cosa è la guerra ? … è  l’ira dei re e dei popoli. – Perché il mondo pagano fu egli sempre in guerra? Perché fu sempre in collera. Perché sempre in colletta? Perché il dono di scienza gli mancava. Tutta la sua esistenza è stata definita da san Paolo: i tempi d’ignoranza, “tempora ignorantiae”. Come cieco estimatore, egli si appassionò costantemente pei falsi beni: sempre in armi per conquistarli o per difenderli. Per la stessa legione la guerra, nell’ordine delle idee, non fu meno viva né meno permanente della guerra nell’ordine dei fatti. – Questa ignoranza fece perire il mondo dei Cesari, come essa avea fatto perire il mondo dei giganti. [“Ibi fuerant gigantes…. statura magna, scientes bellum;. .. et quoniam non habuerunt sapientiam perierunt propter suam insipientiam”. Baruch, III, 26, 28]. – Perché da quattro secoli in qua il. mondo moderno è in guerra intellettuale e materiale? Perché non cessa dì essere in collera. Perché ciò? Perché gli manca il dono di scienza. Mancandogli questo dono, la sua stima delle cose diventa pagana, i suoi apprezzamenti pagani, i suoi giudizi pagani: le sue affezioni, le sue tendenze, le sue affermazioni e le sue negazioni, sono pagane. Visto altrimenti che alla superficie, che cosa è questa spaventosa confusione di cui siamo testimoni? secondo la profonda parola della Scrittura, non è altro che la gran guerra dell’ignoranza, “magnum inscientiae bellum”. [Sap. XIV, 22]. – Guerra delle idee, perché manca la scienza divina; guerra degli interessi, perché la cieca passione dei beni terreni succede all’amore dei beni spirituali: guerra dell’uomo contro Dio, perché non conosce più la verità; guerra dell’ uomo contro l’uomo, perché non conosce più la verità; guerra di tutti contro tutti, che finirà con catastrofi ignote, a meno che essa non sia fermata dallo spirito di scienza, regnando nella pienezza della sua luce e della sua forza. Metter fine ad un simile flagello, scongiurare simili disgrazie non è nulla?. Ecco pertanto il servizio che solo può rendere al mondo il quinto dono dello Spirito Santo.

Doni dello Spirito Santo: Il dono di PIETA’

Il dono dì Pietà.

[J.-J. Gaume: il Trattato dello Spirito Santo; vol. II, CAPITOLO XXVII]

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Il dono di timore è il primo gradino della scala misteriosa, che noi dobbiamo percorrere per ritornare a Dio: il dono di pietà é il secondo. Il timore che viene dallo Spirito Santo, avendo qualcosa di figliale, contiene in germe il dono di pietà; e n’esce come il suo primo fiore e il suo primo frutto. A fine di dare pratica conoscenza di questo nuovo benefizio, risponderemo a tre quesiti: Che cosa è il dono di pietà? quali ne sono gli effetti? quale ne è la necessità? [ Viguier c. XII, p. 413]. Che cosa è il dono di pietà? La pietà è un dono dello Spirito Santo che ci riempie d’affetto figliale verso Dio, e ce Lo fa onorare come un padre. San Paolo celebra questo dono delizioso, quando dice: «Voi non avete ricevuto di bel nuovo lo spirito di servitù per temere, ma avete ricevuto lo spirito di adozione in figliuoli, mercé di cui godiamo, Abba (padre).» [Rom. VIII, 15, 16]. – Per conseguenza come il dono di timore, cosi il dono di pietà opera nell’anima una nuova creazione. Se l’uomo è poco sensibile al timore di Dio, lo è meno ancora al suo amore. L’insensibilità del cuore è uno dei più grandi ostacoli alla salute; ma quando sopravviene lo spirito di pietà, il cuore cambia all’istante; questo spirito fa sul cuore ciò che il fuoco opera sulla cera. Il fuoco ammollisce la cera e la rende atta a ricevere ogni sorta d’impronte, anzi la liquefa e la fa scorrere come l’acqua e l’olio. [“Factum est cor metun tanquam cera liquescens in medio ventris mei.” Ps. XXI]. – Questo miracolo del dono di pietà lo distingue dalla virtù di religione e costituisce la sua superiorità. Mediante la virtù di religione, l’uomo onora Dio, come Creatore e sovrano padrone di tutte le cose ; mediante il dono di pietà l’onora, come Padre. In Dio, la virtù di religione vede la maestà: oltre la maestà, il dono di pietà vi vede la paternità. La virtù di religione fa l’adoratore che rispetta; il dono di pietà fa il figlio che rispetta e che ama, e che rispetta perché ama. – Cosi tra noi e Dio, il dono di pietà crea un nuovo ordine di rapporti di una dolcezza e di una nobiltà infinite. Di creature, ci innalza alla dignità di figli; e nel nostro cuore egli versa i sentimenti di quella gloriosa filiazione, come ce ne dà tutti i diritti. Appena sospettato dall’Ebreo, e completamente sconosciuto dal gentile, questo favore rapisce d’ammirazione 1’apostolo san Giovanni: « Vedi, ci dice, qual carità ci ha fatta il Padre, di volere che noi non siamo solamente chiamati, ma che siamo realmente i figli di Dio.» [Joan., III, 1]. – Il dono di pietà differisce altresì dalla carità sotto due rapporti: lo spirito di pietà è l’eccitatore della carità, come il vento è quello che spinge la nave. La carità ci fa amare Dio, perché è infinitamente perfetto, infinitamente benefico; il dono di pietà ce Lo fa amare perché è Padre; più Padre di tutti i padri, Padre dei cristiani e di tutti gli uomini che noi amiamo come fratelli. – 2° Quali sono gli effetti particolari del dono di pietà? Si noverano due effetti principali o atti particolari del dono di pietà, secondo gli oggetti riguardo ai quali si esercita. Questi oggetti sono: Dio, e tutto ciò che gli appartiene, i suoi templi, i suoi ministri, la sua parola: il prossimo, il suo corpo e la sua anima. Iddio essendo l’oggetto principale del dono di pietà, ne risulta che l’atto principale di questo dono è il culto figliale, interiore ed esteriore che noi rendiamo a Dio. – Culto interiore: ei si compone di tutti i sentimenti di fede, di speranza, di carità, impressi in un cuore ammollito dal fuoco della pietà figliale. Tutti rivestono un carattere particolare che è difficile esprimere. Difatti, come dire gli slanci d’amore, le risoluzioni eroiche, le lacrime deliziose, le sante voluttà, le dolci famigliarità, la confidenza e le confidenze fanciullesche, i pianti stessi ed i teneri rimproveri dell’anima, che prova la figlia e la sposa pel suo Dio? Prestiamo le orecchie a qualcuno dei suoi accenti. Nelle sue tenerezze ella dice: Voi siete il mio dilettissimo, voi appartenete a me, io sono vostra, io vi tengo né vi lascerò punto andare. [Cantic., III, 4]. Nelle sue generosità: Il mio cuore è pronto, o Signore, il mio cuore ò pronto: voi siete la mia porzione: fuori di voi non vi è nulla per me in cielo, né sulla terra. – Nelle sue aridità: E fino a quando mi dimenticherete? Voi vedete bene che sono davanti a Voi come una bestia da soma, come un otre gelato. [Ps. CXLII, XII, LXXII, CXVIII]. – Nelle sue tristezze: Perché stornate da me il vostro volto? Perché Vi addormentate? Non sentite che la mia voce è divenuta rauca a forza di chiamarvi? Ma avete un bel fare, io non me ne andrò finché non mi abbiate benedetta. – Nei suoi scoraggiamenti: quand’anche mi uccideste, io spererei ancora in Voi.[Job., XIII, 15]. – Nei suoi patimenti: Bisogna confessare che Voi siete meravigliosamente abile nel tormentarmi; che forse io sono dura come le pietre, o la mia carne è di bronzo. Vi torna più conto scaricare la vostra potenza sopra una foglia che porta via il vento. [Giob., X, 16; VI, 12; XIII, 25]. – Nei rovesci della fortuna o nella perdita dei suoi parenti: Io mi sono taciuta e non ho aperto bocca, perché siete Voi che l’avete fatto: sì, Padre, che così sia, poiché Voi l’avete riconosciuto buono. [Ps. 88; Matth. II, 26]. – Nelle sue medesime colpe: Voi siete il Padre mio, il mio redentore, Voi mi perdonerete il mio peccato perché è assai grande.[Is., LXIII 16 ; Ps. 24]. – Questi sono tanti sentimenti che il dono di pietà forma nell’anima e che danno la misura della superiorità morale della quale il mondo cristiano va debitore allo Spirito Santo. [II cristiano come figlio di Dio, mercé il dono di pietà reca nelle sue relazioni col suo Padre celeste una familiarità che ci sorprende, ma che però non è meno di buona lega. Essa si manifesta soprattutto nelle sue preghiere. « Eccone una che non possiamo resistere al piacere di tradurla. L’originale italiano scritto rozzamente con errori di ortografia e di pronunzia è caduto dal libro delle ore di un contadino di Colle Berardi vicino a Casamari, venuto a Roma per le feste di Pasqua nel 1858. Un francese raccattò senza tanti scrupoli questa carta. Le tracce evidenti di un lungo uso permettevano di credere che il contenuto non uscisse più dalla memoria del proprietario : « Padre eterno! io Vi presento due cambiali. — Una è l’amara passione del vostro caro Figlio unigenito, morto per noi sulla croce. — L’altra è il dolore della sua SS. Madre, che per amore di me e per mia colpa ha dovuto soffrire così acerba passione. — Dunque su queste due cambiali, o Padre eterno, pagatevi di quello che io Vi debbo e rifatemi il resto.] – Culto esterno. A questi sentimenti di pietà figliale corrisponde un ordine (i fatti, privati e pubblici, improntati dello stesso carattere. Fatti privati: tra il Padre celeste e l’uomo suo figlio, tutto divien comune; le stesse gioie, le stesse tristezze, i medesimi interessi, i medesimi pensieri, il medesimo scopo. Penetrato di tenerezza, questo figlio ama soprattutto la gloria di suo Padre. A fine di procurarla e di ripararla, preghiere, mortificazioni, elemosine, buoni esempi e buoni consigli, travagli, sacrifici, nulla gli costa. Alla vista degli oltraggi fatti a suo Padre e a delle anime che il paganesimo moderno gli rapisce, la vita gli pesa. Per alleviarne il peso, si associa con ardore a tutte le opere riparatrici. La più preziosa di tutte, la Propagazione della fede, non ha partigiano più zelante. Non una nuova conquista del Vangelo, il cui racconto non ricolmi di gioia; non una persecuzione che non lo commuova fino alle lacrime. Se egli ama la gloria del Padre suo, ama eziandio la sua casa. Il suono della campana che ve lo chiama fa vibrare tutte le fibre del suo cuore e conduce sulle sue labbra le parole dei veri Israeliti: “Che felicità! ecco che mi si dice: noi andremo nella casa del Signore”. Il suo contegno mostra il rispetto figliale da cui è penetrato. La pompa delle cerimonie, la magnificenza di sacri ornamenti, lo splendore dei vasi dell’altare, formano il suo più dolce spettacolo. Invece di trovare, come gli antichi e moderni Giuda, che le stoffe lucenti, l’argento, il marmo, le pietre preziose, offerti a Nostro Signore nei suoi templi, sono una perdita, vorrebbe avere le ricchezze del mondo intero per farne omaggio al Padre suo. Tali sono le disposizioni ed i fatti, che nell’ordine privato, mostrano lo spirito di pietà figliale. – Fatti pubblici. La più alta espressione del dono di pietà figliale è il culto cattolico; egli nuota come in un oceano d’amore. Nelle sue feste, nei suoi Sacramenti, nelle sue cerimonie, niente d’oscuro, di secco, di spaventoso; tutto al contrario, spira dolcezza e reca fiducia. L’amore solo canta, e il Cattolicismo canta sempre. – Egli canta le sue gioie e le sue tristezze, i suoi timori e le sue espiazioni anche le più dure; canta altresì la morte ed i misteri della tomba. Ora, egli canta sempre perché sempre ama, e il suo amore è sempre pieno d’immortalità. Che cosa dicono tutti i suoi canti, i suoi inni, le sue prose, i suoi proemi ? Una cosa sola, l’amore. Che cosa sono infatti se non la traduzione sotto mille varie forme della divina preghiera dell’amore figliale: Padre nostro che stai nei cieli? Nulla di simile si è visto, né mai si vedrà, né presso i pagani, né presso gli eretici. La ragione è che lo spirito di pietà non si trova che nella Chiesa. – Un padre come Voi, mio Dio, nessuno; e cosi tenero come Voi non esiste: Tam pater, “nemo; iam pius, nemo”. [Tertull., de Poenitent.,. VIII]. – Ecco ciò che il dono di pietà è venuto a porre nel cuore e sulle labbra del genere umano; del genere umano, il quale da quattromil’anni in qua diceva: “Io morrò, perché ho visto Dio”. [Judic., XIII, 22]. – E in faccia a questa rivoluzione, profonda come l’abisso, splendida come il sole, inesplicabile come Dio, vi sono alcuni che vengono a domandare la prova della verità del Cristianesimo e della divinità dello Spirito Santo! – Con tutto ciò il fuoco non ammollisce la cera, ma la liquefa e la fa scorrere: cosi si conduce lo Spirito di pietà sulle anime. L’amor figliale che ci ispira per Iddio, si diffonde dapprima su ciò che appartiene di più accosto a Dio: gli Angeli ed i santi, i sacerdoti. [S. Anton., ubi supra]. Per non parlare che dei ministri del Signore, il dono di pietà dà il senso pratico di questa parola : « Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi disprezza me, » [Luca, X, 16] e di quest’altra: « Quegli che è catechizzato nella parola, faccia parte di tutto quello che ha di bene a chi lo catechizza. » [Galat. VI, 6]. – Per colui che ne viene illuminato, il sacerdote non è più ciò che è disgraziatamente per il mondo attuale, né un uomo come un altro, né uno straniero, né un nemico dei lumi e della libertà: è l’ambasciatore di Dio, il benefattore dell’umanità, il dottore il più sicuro, il migliore degli amici. Di qui deriva nel cuore dei veri cattolici, una figliale tenerezza per i padri delle loro anime: la docilità verso i loro consigli, la sollecitudine dei loro bisogni, la felicità di ricevere la loro visita, di offrir loro l’ospitalità, di far loro partecipare alle gioie di famiglia, come ne partecipano tutti i dolori; le preghiere per la loro conservazione: lo zelo nel prendere la loro difesa o la premura nel distendere sulle loro colpe il manto della carità. Abbracciando tutta la sacra gerarchia, dal sovrano Pontefice fino al più umile chierico, lo spirito di pietà figliale assicura la felicità della società, imperocché protegge la legge fondamentale della sua esistenza: “Onorerai padre e madre, affinché tu viva lungamente”. – Il figlio che ama suo padre non ama soltanto i suoi inviati, ma altresì la sua parola. [S. Anton., ubi supra]. – Agli occhi del cristiano, animato dallo spirito di pietà, la parola di Dio intesa o no, è del pari cara e rispettabile. Egli sa che viene dal Padre suo e che è verità, e ciò gli basta. Se egli non la capisce, ne dimanda l’interpetrazione non alla sua ragione particolare, ma alla Chiesa. L’empio che bestemmia la Sacra Scrittura, l’eretico che la snatura, il cattivo cristiano che disprezza, che critica o che volge in ridicolo la parola divina, gli fanno orrore. – Come il figlio ben nato non legge mai senza intenerirsi il testamento del suo padre diletto; così il vero cattolico non legge mai l’Antico e soprattutto il Nuovo Testamento, senza che quella lettura parli al suo cuore. Come san Carlo, egli legge il sacro testo in ginocchio e a capo scoperto; come sant’Antonio, si meraviglia non che un imperatore scriva all’ultimo dei suoi sudditi, ma che lo stesso Dio abbia degnato scrivere all’uomo. Pur di sovente, ad esempio dei primi fedeli, egli porta seco il Vangelo; e in viaggio come in riposo, ogni giorno ne nutrisce il suo spirito ed il suo cuore. – Un altro oggetto del dono di pietà, è il prossimo. – La virtù naturale che chiamasi la pietà figliale, ci porta ad amare non solamente nostro padre secondo la carne, ma ancora tutto ciò che va ad esso unito pei vincoli di sangue. Lo spirito di pietà produce l’adempimento dello stesso dovere, in un modo assai più perfetto e assai più esteso. Più perfetto, perché la grazia e non la natura ne è il principio e il movente; più esteso, perché tutti gli uomini ne sono l’obietto. Dal cuore ove risiede il dono di pietà si dilata in sette opere di misericordia corporale, e in sette opere di misericordia spirituale. – Quest’è il candelabro d’ oro, che dividendosi in sette rami, illuminava il tempio di Gerusalemme e l’imbalsamava dei più dolci profumi. Come figlie del dono di pietà, queste opere abbracciano tutti i bisogni dell’umanità. Cercate che siano fedelmente adempiute, e le società raggiungeranno la loro perfezione: il cielo è sulla terra. Per provarlo basta nominarle. Le sette opere di misericordia corporali sono:

1° Dare da mangiare all’affamato, da bere all’assetato. Il cibo essendo il primo bisogno dell’uomo, è altresì il primo oggetto e il primo atto del dono di pietà. Un fratello può egli vedere il suo fratello patire la fame o la sete senza dargli da mangiare e da bere? – Ma tra l’uomo che solleva il suo simile ed il cristiano che esercita la carità, grande è la differenza. Il primo opera per un movente tutto umano della fratellanza naturale; il secondo per l’ impulso superiore della fratellanza divina. Il primo può dare, il secondo si offre interamente. Il primo dà a quelli che ama; il secondo dà eziandio a’ suoi nemici. Il primo è incostante; il secondo persevera in conseguenza del principio che lo fa operare. L’aver dato il pane e l’acqua, basta al primo; però la felicità del secondo consiste nell’aggiungere allo stretto necessario, certe dolcezze, compatibili co’ suoi mezzi, e secondo i bisogni del povero. – 2° Alloggiare i pellegrini. L’uomo può non aver bisogno né di pane per saziare la sua fame, né di acqua per estinguere la sua sete, ma è viandante e straniero. Viene la notte e non ha dove porsi al coperto. – Lo spirito di pietà vuole che ne abbia, e l’avrà. Molto differente dall’ospitalità naturale, che prima di aprire la sua porta, osserva com’è vestito e il sembiante del povero; invece l’ospitalità cristiana riceve a occhi chiusi e con le braccia aperte; imperocché ella sa che nella persona del povero, chiunque possa essere, è il divino mendico che accoglie, che ricovera e che riscalda: “Christus est qui in universitate pauperum mendicat”. – 3° Vestire gli ignudi. Lo spirito di pietà figliale ha dato, dà ancora, ogni giorno, su tutti i punti della terra dove si fa sentire, delle pezze al neonato, al povero il vestito per coprirsi, e il letto per riposarsi. A tutte le orecchie cristiane fa risuonare queste parole di un gran dotto della Chiesa: « All’affamato appartiene il pane che ritenete presso di voi; all’ignudo quell’abito che voi non adoperate più; allo scalzo quelle scarpe che sono mangiate dai vermi; all’indigente quel danaro che avete nascosto. Perciò molti sono i poveri che potete sollevare e che non sollevate: e parecchie sono le ingiustizie che voi commettete. [“Esurientis est panis ille quem tu apud te detines. Nudi, vestis illa quam in cella tibi servas. Discalceati, calceus ille qui domi tuae putredine corrumpitur. Egeni, argentum quod humi defossum habes. Itaque tot injuria afficis, quot tuis rebus, dum licet, non juvas”. S. Basil., conc. IV de Eleemosyn]. – 4° Visitare gli infermi. Il mondo pagano che contava i suoi teatri a centinaia di migliaia, non aveva uno spedale. Ma lo Spirito di pietà ha soffiato, e il mondo si è coperto di palazzi per ricevere le vittime delle infermità umane. Di generazione in generazione, questi palagi si sono popolati d’angeli visibili, il cui volto sorridente ha consolato l’infermo, la cui carità industriosa gli ha procurato mille dolcezze, e la cui mano or dolce or forte ha asciugato le sue piaghe, o rivoltato la paglia del suo letto. Ogni giorno ancora lo stesso spirito conduce la dama di carità, l’associato di san Vincenzo de’ Paoli, nel tugurio del patimento, e abbassando in tal modo il forte verso il debole, contribuisce più efficacemente che tutti i discorsi, per consolidare i legami sociali. – 5° Consolare il prigioniero. Il povero ordinario, lo stesso infermo, possono in molte circostanze esporre i loro bisogni e muovere a compassione. Questo conforto manca al prigioniero. Una doppia barriera tiene lontana da lui la carità; le mura della sua prigione e la ripulsione che ispira. Mercé il dono di pietà, le spaventose prigioni del paganesimo, i putridi bagni del maomettismo hanno fatto luogo a prigioni meno micidiali. Il prigioniero non è più solo a divorare le sue lacrime, solo non porterà i suoi ferri; e se deve salire il patibolo, avrà per sostenerlo un braccio fraterno, e per consolarlo un amico devoto che gli aprirà il cielo in ricompensa del suo sacrificio. – 6° Riscattare lo schiavo. Roma pagana dava al creditore il diritto di fare a pezzi il debitore insolvente. Lo spirito di pietà soffiando sul mondo, non ha solamente abolito questo barbaro diritto, ma ha ispirato delle sacre fondazioni al riscatto del debitore. Tutta l’antichità pagana faceva la guerra per conquistare del bottino e degli schiavi; di rado si riscattavano i soldati prigionieri. Esser venduti come bestie da soma, immolati sulla tomba dei vincitori, o riserbati per i giuochi omicidi dell’anfiteatro, era la sorte ordinaria che gli attendeva. Mercé il dono di pietà la guerra si è fatta più umana, la vita dei prigionieri é rispettata, il loro cambio o il loro riscatto è divenuto una legge sacra delle nazioni cristiane. Qualunque sia il suo nome, la sua condizione o il suo paese, lo schiavo cristiano è divenuto per il cristiano un fratello e un amico. Gli annali di Marocco, di Tangeri, di Tunisi, d’Algeri e di cento altre città ripeteranno eternamente i miracoli di redenzione, compiuti durante parecchi secoli, in favore degli schiavi cristiani. [Dal 1198 al 1787 i Trinitari riscattarono sulle coste di Barberia novecentomila schiavi. I Padri della Mercede dal canto loro ne liberarono cinquantamila. Tenendo conto delle spese di viaggio e di trasporto, diritti da pagare, avarie o estorsioni di danaro, la media del prezzo di uno schiavo ascendeva a seimila lire, ciò che per un milione e duecentomila, forma l’enorme totale di sette miliardi. E poi si parla della carità moderna e della filantropia? Tedi Annali della Propag. della fede, n. 238, p. 271, an. 1867]. – 7° Seppellire i morti. Porre nel numero delle opere più eccellenti tutto ciò che ripugna di più alla natura, è il capo d’opera dello Spirito di pietà. Ora il mondo cristiano ha visto ciò che il mondo pagano non avrebbe mai sospettato, delle numerose associazioni, come quelle dei Cellìti, consacrate alla tumulazione ed alla sepoltura dei morti. Nelle cure religiose, che anche oggi debbono circondare la spoglia mortale del povero, non meno di quella del ricco; qual lezione di rispetto per l’uomo! Quale predicazione incessante di questo domma, consolazione della vita e base della società, il domma della “risurrezione della carne”! Cosi appunto il cuore del cristiano, fuso dallo Spirito Santo, come la cera dal fuoco, si diffonde su tutti i bisogni corporali dell’uomo, dalla cuna sino alla tomba. Con non minore abbondanza, si diffonde intorno ai suoi bisogni spirituali: sette generi di sacrificio o sette opere di misericordia li sollevano. – 1° Istruire gli ignoranti. Il primo bisogno dell’anima è la verità. Il farla brillare ai suoi occhi, è altresì il primo bisogno che ispira lo Spirito di pietà. La bella antichità non era che una mandria di bruti. Composti di schiavi, i tre quarti del genere umano, e più ancora, vivevano senza Dio, senza fede, senza speranza, senza consolazione, senz’altra legge che i capricci dei loro padroni. Questi padroni, schiavi essi medesimi dello Spirito di tenebre, o disdegnavano, o ignoravano, o combattevano, o travisavano la verità. Ispirato dallo Spirito di pietà, l’amor fraterno delle anime ha mutato la faccia del mondo. Egli lo ha tratto dalla barbarie e gli impedisce di ricadervi. È desso che da un polo all’altro moltiplica gli organi della verità e, dall’entrare sino all’uscire dalla vita, accende i fari destinati a illuminare la via tenebrosa dell’umanità. È lui che ogni giorno trasporta al di là dei mari e fissa in mezzo alle tribù selvagge il missionario cattolico e la suora di carità. – 2° Correggere i peccatori. Appena l’uomo si è svegliato alla ragione, sente in sé la legge delle membra; con mille incitamenti questa potenza funesta lo trascina al male. L’avvertirlo col fine di prevenire la caduta; rialzarlo allorché cade; tale è nell’ordine spirituale il secondo beneficio dello Spirito di pietà. Chi potrebbe misurarne l’estensione? Preservare o guarire l’uomo da una malattia mortale, é un benefizio; dare la vista ad un cieco, è un beneficio; rimettere in sulla via il viandante smarrito che cammina a precipizio, è un benefizio. Ma preservare l’anima o guarirla dalla lebbra mortale del peccato; ripulire gli occhi del peccatore che non vede il suo’ male, che non vuole vederlo; fargli accettare il consiglio che egli respinge, la correzione che lo irrita, il soccorso della mano che lo ferma sull’orlo dell’abisso; non è forse un benefizio incomparabilmente più grande? Per realizzarlo, quali commoventi industrie, quali dolci parole, che sacrifici costosi alla natura e quanti mezzi ingegnosi sa ispirare lo Spirito di pietà! Ma altresì, non si conoscerà mai il numero delle anime, anime di giovani e di vecchi, anime di padri e di figli, che ha preservate o ritirate dal male, che ne preserva, o che ne ritrae ancora ogni giorno. – Consigliare i dubbiosi. Chi non ha bisogno di questo nuovo beneficio dello Spirito di pietà? L’uomo nasce avvolto nelle tenebre. Egli non ha per condursi che incerti barlumi della sua vacillante ragione. Con l’età, diviene lo zimbello della sua immaginazione e de’ suoi sensi. Nei suoi rapporti con i suoi simili, é troppo sovente esposto ad essere vittima degli artifizi altrui o delle sue proprie perplessità. Guai a lui se rimane abbandonato a se stesso; e maggior guaio, se non vuol consigli. “Prendere se medesimo per maestro, è farsi discepolo di uno stolto”. [“Qui se sibi magistrum constituit, se stulto discipulum subdit”]. S. Bern. – Ora è un fatto esperimentato, che la stoltezza, figlia dell’orgoglio, conduce alla rovina. Così, da un consiglio può dipendere la fortuna, l’onore ed anche la salute; per conseguenza nessuna elemosina più utile di un consiglio ispirato dallo Spirito di pietà. Quando il tribunale della penitenza non avesse altro scopo che di distribuirla, sarebbe ancora degno di tutte le benedizioni della terra. – 4° Consolare gli afflitti. Il patimento sotto tutti i nomi e sotto tutte le forme: tale è la vita dell’uomo su questa terra di prova. Mentre la moltitudine si affolla intorno ai fortunati del secolo, troppo sovente l’afflitto è lasciato solo coi suoi infortuni. Ispirando all’uomo una vera compassione per quegli che soffre, lo Spirito di pietà previene quest’atto di crudele egoismo. Mercé sua, qual differenza tra l’infelicità sotto l’impero del paganesimo, e l’infelicità sotto il regno del Cristianesimo! Là, una insensibilità stoica e quasi barbara, qui, cuori commossi e occhi che piangono. Là tutt’al più qualche parola, fredda come l’inesorabile destino; qui parole piene di speranza che rialzano il coraggio abbattuto, rendono la croce leggera, e vanno qualche volta sino a farla preferire ai più dolci godimenti. – Almeno quante lacrime rese meno amare, quanti sospiri prevenuti, quanti suicidi impediti! – 5° Sopportare pazientemente le ingiurie e gli altrui difetti. La consolazione aiuta a tollerare noi medesimi, la pazienza ci fa tollerare il prossimo. “Fai al tuo fratello, dice lo Spirito di pietà al cristiano, ciò che tu vuoi che egli ti faccia”. Egli ha i suoi difetti, e tu i tuoi. – Se tu vuoi che egli ti tolleri, tolleralo tu medesimo. – Portando reciprocamente il vostro fardello, voi l’allevierete e specialmente lo renderete meritorio. Egli ha parlato, ed i più opposti caratteri possono vivere insieme; e tante famiglie che diversamente sarebbero un inferno anticipato, divengono il soggiorno della concordia e il vestibolo del cielo. – 6° Perdonare di tutto cuore le offese. Tra il sopportare pazientemente un’ingiuria e perdonarla di buon cuore, grande è la differenza. La bocca può tacersi, e l’anima essere profondamente ulcerata. Quindi i lunghi e crudi rancori che fanno della vita una vergogna ed un supplizio. Ma ecco lo Spirito di pietà che dice all’orecchio del cuore ferito: “perdonateci le nostre offese, come noi perdoniamo a quelli che ci hanno offeso”. Da queste parole onnipotenti, sono usciti milioni di miracoli, più grandi della resurrezione di un morto. Il braccio si disarma, il risentimento si attutisce, il perdono cessa d’essere una vigliaccheria; e invece di passare per una gloria, la vendetta ripugna come un vergognoso delitto. – 7° Pregare per tutti e per coloro che ci perseguitano. Essere dimenticato durante la vita e soprattutto dopo la morte, ovvero non essere l’oggetto che di una memoria sterile, è una delle più crudeli crocifissioni del cuore. Lo Spirito di pietà è venuto a risparmiarcela. – Voi non dimenticherete, ci dice, né i morti, né i vivi, nemmeno quelli che vi perseguitano. Per tutti avrete degli utili ricordi; le vostre preghiere otterranno loro i beni che il vostro cuore desidera, ma che la vostra impotenza non vi permette di dar loro. Quel che hanno otténuto di favori e sollevato infortuni sulla terra e nel purgatorio queste semplici parole, nessuno lo saprà, se non nel giorno delle grandi manifestazioni, in cui ci sarà dato di vedere in tutta la sua estensione la fecondità inesauribile dello Spirito di pietà. – 3.° Qual è la necessità del dono di pietà? Noi ce ne appelliamo adesso a qualunque uomo imparziale, e gli domandiamo, se è possibile, anche dal punto di vista puramente umano, d’immaginare qualche cosa di più fecondo e di più necessario del dono di pietà! Se dato il caso, per impossibile, che egli esitasse a rispondere, consideri allora il dono di pietà sotto un altro aspetto. L’uomo (non cesseremo mai di ripeterlo) è posto tra due spiriti opposti: checché egli faccia, obbedisce all’uno o all’altro. – Se non è ispirato dallo Spirito di pietà, è spinto dallo spirito contrario. E qual è? lo Spirito d’invidia. [“Donum pietatis expellit Spiritum invidiae, quae crudelis est, et non potest pati alios bona habere, sed potius appetit sui malum cum pejori malo proximi”. S. Anton., VI p., tit. X, c. I]. – L’attristarsi del bene altrui, rallegrarsi del loro male: ecco l’invidia in se medesima. [“Invidia est alienae felicitatis tristitia, et in adversitate Laetitia”. S. Bonav. diaeta salutis, c. IV]. – Può immaginarsi niente di più perverso, di più vergognoso e di più antisociale? No, se non è l’invidia considerata nei suoi effetti. Quali sono? Mentre il dono di pietà intenerisce il cuore, lo nobilita, lo dilata e lo diffonde in effusioni d’amore su Dio e sull’uomo, l’invidia indurisce il cuore, lo degrada, lo restringe, lo rende malvagio e infelice. Verme nel legno, ruggine nel ferro, tignola nella stoffa: ecco l’invidia nel cuore. Essa lo rode e lo riempie d’ogni sorta di male, e lo spoglia di ogni sorta di bene. Se gli altri vizi sono opposti ad una virtù particolare, l’invidia è opposta a tutti. Come quelli uccelli notturni che la luce gli acceca, così l’invidioso non può tollerare lo splendore di nessuna virtù, di nessuna superiorità, di nessun vantaggio, di nessuna affezione che non s’indirizzi a lui. – Di qui nasce che l’invidia è appellata non una cattiva bestia, ma una bestia malvagissima. [“Unde non tantum dicitur mala, sed pessima. Haec est fera pessima quae devoravit Joseph”. S. Bonav., ubi supra]. – È l’invidia che ha perduto gli angeli nel cielo. È l’invidia che ha perduto i nostri progenitori nel paradiso terrestre. È l’invidia che ha reso Caino fratricida. È l’invidia che ha venduto Giuseppe. È l’invidia che ha crocifisso il Figliuolo di Dio. Se si volessero riferire tutte le nefandezze, gli avvelenamenti, le calunnie, gli odi, le ingiustizie, le divisioni, gli atti di crudele egoismo, vale a dire le vergogne, le disgrazie prodotte dall’invidia, bisognerebbe citare quasi tutte le pagine della storia dei popoli e delle famiglie; Liberare l’umanità da un simile flagello, è il beneficio riservato allo Spirito di pietà. Non è forse qualcosa? Come tutti gli altri, il dono di pietà è dunque un elemento sociale, che nessuna invenzione umana potrebbe sostituire.

 

Doni dello Spirito Santo: Il dono di TIMORE

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Doni dello Spirito Santo: Il dono di TIMORE.

[J. -J. Gaume, Trattato dello Spirito Santo, vol. II cap. XXVII]

   Quando Isaia fa conoscere alla terra i doni dello Spirito Santo, non li chiama Doni ma Spiriti. San Tommaso ci ha mostrato la perfetta equità di un tal linguaggio. Egli prova che i doni dello Spirito Santo, sono come il soffio permanente dello Spirito settiforme, che pone in movimento tutte le virtù e tutte le potenze dell’anima. Uno degli ultimi rappresentanti della grande teologia del medio evo, sant’Antonino, conserva la stessa denominazione. «I sette doni dello Spirito Santo, dice quest’illustre dottore, sono i sette Spiriti mandati per tutta la terra contro i sette Spiriti maligni di cui parla il Vangelo. Lo Spirito di timore caccia Io Spirito d’orgoglio. Lo Spirito di pietà caccia lo spirito dell’ invidia. Lo spirito di scienza caccia lo spirito d’ira. Lo spirito di consiglio caccia lo spirito d’avarizia. Lo spirito di forza caccia lo spirito di pigrizia. Lo spirito d’intelligenza caccia lo spirito di gola. Lo spirito di sapienza caccia lo spirito di lussuria. » [“Haec dona sunt septem Spiritus missi in omnem terram contra septem Spiritus nequam, de quibus dicitur. Matth. XII. …. Domini timoris expellit superbiam…. donum pietatis expellit spiritimi invidia…. Spiritus scientiae repellit spiritum irae…. Spiritus consilii fugat spiritun avaritiae…. Spiritus fortitudinis illuminat spiritum tristem accidiae…. Spiritus intellectus removet spiritum gulae…. Spiritus sapientiae obruit spiritum luxuriae”…. Summ. theolog., IV p., tit.. X, c. I, § 4]. – Questo sguardo luminoso ci scuopre e la natura intima dei sette doni dello Spirito Santo, e l’ufficio necessario che adempiono, e il posto immenso che occupano nell’opera dell’umana redenzione. In una parola, il santo arcivescovo rivela e giustifica tutto il piano dell’opera nostra. Difatti, due spiriti opposti si disputano l’impero del mondo. Checché egli faccia, l’uomo vive necessariamente sotto l’impero del buono e del cattivo spirito. Gesù Cristo, o Belial: non vi è via di mezzo. – Tali sono le verità, fondamenti di ogni filosofia, luce di ogni storia, che non cessiamo di dimostrare. – Ora, secondo la rivelazione dello stesso Verbo, lo Spirito maligno, satana, cammina accompagnato da sette altri spiriti più cattivi di lui. Questi spiriti ci sono noti e pei loro nomi e per le loro opere. Pei loro nomi, la lingua cattolica gli appella: lo spirito di orgoglio, lo spirito d’avarizia, lo spirito di lussuria, lo spirito di gola, lo spirito d’ invidia, lo spirito d’ira, lo spirito di pigrizia. – Per le loro opere, essi sono gli ispiratori ed i fautori di tutti i peccati, di tutti i disordini privati e pubblici, di tutte le vergogne, di tutte le bassezze, per conseguenza la causa incessante di tutti i mali del mondo. – Chi di noi non è stato in balia dei loro assalti? chi più d’una volta, non ha sentito la loro maligna influenza? Crudeli, maliziosi, infaticabili, notte e giorno ci assediano e ci travagliano. L’ uomo abbandonato a sé stesso è certamente troppo debole a sostenere la lotta: testimone la storia dei privati e dei popoli, i quali si sottraevano all’influenza dello Spirito Santo. – Inoltre, uno dei dommi più consolanti della religione è quello che ci mostra lo Spirito del bene, che viene in aiuto dell’uomo con sette spiriti, o sette potenze opposte alle sette forze dello spirito del male. Questi sette spiriti ausiliari ci sono del pari noti pei loro nomi e opere. – Pei loro nomi si appellano: Spirito di timor di Dio, spirito di consiglio, spirito di sapienza, spirito d’intelletto, spirito di pietà, spirito di scienza e spirito di forza. Per le opere loro, sono gli ispiratori di tutte le virtù pubbliche e private, i promotori di tutti i sacrifizi, di tutto ciò che onora ed abbellisce l’umanità, per conseguenza la causa incessante di tutti i beni del mondo. [“Neque enim est ullum omnino domini absque Spiritu sancto ad creaturam perveniens.” S. Basil., De Spir. Sanct., p. 66]. – Per ripeter tutto in due parole, il genere umano è un gran Lazzaro, colpito da sette ferite mortali: un debole soldato, che è, di e notte, alle prese con i sette nemici formidabili. – Lo Spirito dei sette doni diviene l’infallibile medico di questo Lazzaro, recando a lui i sette rimedi che ci vogliono per le sue piaghe; l’ausiliario vittorioso del soldato, che pone a sua disposizione sette forze divine opposte alle sette forze infernali. – Disegnando con questa precisione la condizione dell’uomo terreno, la teologia cattolica, che é altresì la vera filosofia, può dare essa una più chiara intelligenza dei sette doni dello Spirito Santo, farne meglio sentire l’assoluta necessità e ispirare alle nazioni, come agli individui un timore più serio di perderli? – Resta a spiegarsi ciascuno di questi doni meravigliosi in sé medesimi e nella sua opposizione speciale ad uno dei peccati capitali. – Il primo che si presenta è il timore. A fine di darne una pratica cognizione risponderemo a tre quesiti. che cosa è il dono di timore, quali ne sono gli effetti e quale la necessità. – 1° Che cosa è il dono di timore? Il timore è un dono dello Spirito Santo che ci fa temere Dio, come un padre, e fuggire il peccato perché dispiace ad esso. – Questo prezioso timore non è né il timore servile, né il timore mondano, né il timore carnale. Sebbene l’oggetto ne sia Dio, esso non è contrario alla speranza. – La speranza ha un duplice obietto, la felicità futura e i mezzi di pervenirvi. Duplice è pure l’obietto del timore: il male che l’uomo teme, e quel che può cagionarlo. Nel primo caso, Dio essendo la bontà infinita, non può essere l’obietto del timore; nel secondo, può esserlo. Difatti, può a causa delle nostre colpe, punirci e separarci da lui durante l’eternità. In questo senso, Dio può e deve essere temuto. Tal’è il dono di timore in sé medesimo. Eccolo adesso nei suoi rapporti con l’anima. – Nei sette giorni della creazione, i dottori della Chiesa hanno visto la figura dei sette doni dello Spirito Santo. Siccome ogni giorno della settimana primitiva, il Verbo faceva uscire dagli elementi, preparati dallo Spirito Santo, una nuova creatura; così, nella settimana che chiamasi la vita, ciascun dono dello Spirito Santo abbellisce il mondo morale, l’uomo, di una nuova meraviglia. – Al giungere di ciascun dono dello Spirito Santo in un’anima, si può con tutta verità applicare la parola del profeta: “Voi manderete il vostro spirito, e tutto sarà creato, e rinnoverete la faccia della terra”. Cosi, per l’uomo come per il mondo, la venuta del soffio divino è un’ora solenne di creazione e di rigenerazione. – Giustifichiamo questa bella armonia, e cominciamo col dono di timore. – L’uomo decaduto è talmente immerso ne sensi, che passa accanto alle più eminenti verità dell’ordine morale senza vederle, ovvero, se le intravede, n’è appena tocco. Ma allorché lo spirito di timore di Dio scende in luì, succede nella sua anima qualche cosa che rassomiglia a un tuono di fulmine in una notte oscura. Questo tuono, che fa tremare ogni cosa, è preceduto da un lampo che scinde le nere nubi e illumina l’orizzonte. – Cosi avviene nel cuore dell’ uomo, allorché lo Spirito di timore di Dio vi fa il suo ingresso. Come luce istantanea, dissipa le tenebre e mostra nella loro chiarezza la grandezza di Dio e la laidezza del peccato. Come forza, produce nell’anima una commozione che lo scuote profondamente. « Egli guarda la terra, dice il profeta, e la fa tremare. » [Ps. 103]. – Questa terra è il cuore dell’uomo. Da questa terra, istantaneamente illuminata e vivamente scossa, vedonsi uscire come due piante immortali, un profondo rispetto per Iddio, e un orrore estremo del peccato. Noi le conosceremo studiando la seconda tesi. 2° Quali sono gli effetti del dono di Timore di Dio? Come lo abbiamo indicato, il dono di timore produce due effetti: il rispetto per Iddio e l’orrore del peccato. – Rispetto per Iddio: non rispetto ordinario, ma rispetto piuttosto che di cuore, di ragione; rispetto profondo, universale, pratico. Agli occhi dell’anima, ripiena dello spirito di timore, Iddio solo é grande. Dinanzi alla sua maestà sparisce ogni maestà; dinanzi alla sua autorità, ogni autorità; dinanzi ai suoi diritti, ogni diritto; dinanzi al suo servizio, ogni servizio; dinanzi alla sua parola, ogni parola; dinanzi alle sue promesse, ogni promessa; dinanzi alle sue minacce, ogni minaccia; dinanzi ai suoi giudizi, ogni giudizio. – Questa maestà infinita, non la contempla soltanto in sé medesima, ma la vede riflessa in tutte le potenze stabilite da Dio: potenze religiose e potenze sociali; potenza paterna e potenza civile, potenze superiori e. potenze inferiori. Esso la vede in tutto ciò che porta l’impronta divina: l’uomo e il mondo. – Quindi, rispetto della Chiesa, rispetto delle sacre Scritture, rispetto della tradizione, rispetto delle cerimonie, dei templi, dei giorni e delle cose di Dio. Rispetto dell’anima e di ciascuna delle sue facoltà; rispetto del corpo e di ognuno, dei suoi sensi; rispetto del prossimo, della sua fede, dei suoi costumi, della sua vita, della sua reputazione, dei suoi beni, della sua debolezza, della sua povertà, rispetto della sua vecchiezza, della sua superiorità e de’ suoi diritti acquisiti. – Rispetto delle creature: per l’allievo della cresima,alumnus chrismatis”, tutte sono sacre; tutte vengono da Dio, appartengono a Dio, debbono ritornare a Dio. Egli usa di tutte e di ciascuna: in ispirito di dipendenza, perché nessuna è sua proprietà; in ispirito di timore, bisognando render conto di tutto; in ispirito di riconoscenza, poiché tutto è benefizio; anche l’aria che si respira. – Come vedesi, il dono di timore di Dio è il fondatore di ciò che ci è di più necessario al mondo; e soprattutto al mondo attuale: la religione del rispetto. Orrore del peccato. Mercè il dono di timore, l’anima trovasi subito in altro stato : essa non si riconosce più. I grandi dommi della maestà di Dio e dell’enormità del peccato, della morte, del giudizio, del purgatorio e dell’inferno, poco fa nell’oscurità o nel crepuscolo, brillano per lei di uno splendore cosi vivo che esclama con santa Caterina da Siena: « Se io vedessi da una parte un mare di fuoco, e dall’altra, il più piccolo peccato, mi getterei piuttosto mille volte nel fuoco, che commettere questo peccato. » – 11 cristiano, meravigliato di non aver sempre visto ciò che vede, afflitto di non aver sempre sentito ciò che sente, ma arricchito però del dono di timore di Dio, esclama con tutta la sincerità della sua meraviglia e in tutta la vivezza del suo dolore: Chi non vi temerà, o Signore, e chi oserà offendervi; voi, solo grande, solo santo, solo buono, solo potente, voi padrone sovrano della vita e della morte, giudice supremo dei re e dei popoli; voi che rivedete tutti i giudizi e giudicate le giustizie medesime; voi, tra le mani di cui è orribile il cadere; Dio vivo, il Quale, dopo aver fatto morire il corpo, potete precipitare l’anima nell’inferno; voi che, non potendo soffrire la vista medesima dell’iniquità, la perseguitate, da seimila anni, in qua, con castighi spaventosi, negli angeli o negli uomini, e che la punirete con terribili supplizi per tutta l’eternità? Tali e più energici sono i sentimenti dell’ anima penetrata dello Spirito di timore di Dio. Come nulla vi è di più nobile, cosi nulla vi è di più indispensabile. 3.° Qual’ è la necessità del dono del timore ? È chiedere, se è necessario all’ uomo di diventar saggio, e di operare la salute dell’ anima sua. Ora, il timore è la prima condizione della sapienza e della salute. [“Initium sapientiae timor Domini”. Ps. 110. — “Cum rnetu et timore salutem vestram operamini”. Philip., II, 12]. – È domandare, se è necessario all’uomo di non perder nulla di ciò che, mentre lo fa uomo, lo impedisce di confondersi con l’animale. Ora, il timore di Dio fa l’uomo e tutto l’uomo. [“Deùm time et mandata ejus observa; hoc est enim omnis homo. Eccl., XII, 13]. – È domandare, finalmente, se è necessario all’uomo di conservare la sua libertà e la sua dignità di uomo e di cristiano. Difatti, bisogna ben che si sappia, che lo Spirito del timore di Dio è il solo principio, della libertà, il solo custode della dignità umana. La ragione è che solo egli ci libera da qualunque altro timore. L’uomo, qualunque sia, è esposto a tre sorta di timori: il timore servile; il timore mondano; il timore carnale. – Uno solo basta per fare dell’uomo, imperatore o re, uno schiavo ed uno schiavo degradato. – Il timore servile è quello che fa rispettare Dio per paura, e fuggire il peccato a cagion dei castighi. [“Timere Deum propter malum poenae, est timor servilis”. Viguier, c. XIII, p. 414]. L’amore di sé ne è il principio: quest’amore di sua natura non é cattivo, non essendo contrario alla carità. Esso non é contrario alla carità, poiché in virtù pure «Iella carità, l’uomo deve amarsi, dopo Dio più che gli altri: per conseguenza temere é risparmiarsi il male dell’anima e del corpo. Nato da questo amore personale, il timore servile non è dunque cattivo in se medesimo. Cercare anche di incuterlo ai peccatori, è una delle funzioni principali dei profeti. – « Ancora quaranta giorni, grida Giona ai Niniviti, e poi Ninive sarà distrutta. » [Jon., III, 4]. E Dio approvò la loro penitenza, benché nata dal timore servile: « Razza di vipere, dice san Giovan Battista ai Giudei induriti, chi v’ha insegnato a fuggire la collera futura? Già la scure è alla radice dell’ albero. Ogni albero che non fa buoni frutti sarà tagliato e gettato nel fuoco.2 » 2 [Matt, III, 10; Luc., III, 7-9]. – Lo stesso Nostro Signore, quante volte non ha egli toccato questa libra del timore servile, per condurre i peccatori a peziitenza! – Ora, è l’inferno con le sue fornaci eterne e le sue tenebre esteriori, che ricorda loro; ora è la parabola del fico sterile e del ricco malvagio, che egli pone sotto i loro occhi; ora colpisce le loro orecchie con queste fulminanti parole : « Se voi non fate penitenza perirete tutti senza eccezione. » [Luc., XIII, 3]. – Il timore servile non è dunque cattivo di sua natura. – Esso diviene tale, quando l’uomo, ponendo il suo fine in se medesimo, non rispetta Dio, né evita il peccato che in ragione del suo personale interesse. Essenzialmente contrario alla carità, una simile disposizione costituisce la servilità del timore e lo fa schiavo! Esso dice equivalentemente: Se Dio non avesse fulmini e se l’inferno non esistesse, io peccherei. – Quest’è il ragionamento dello schiavo che teme lo scudiscio, ma che non ama il suo padrone: dell’ebreo idolatra a piè del Sinai; dei pagani della Samaria, chiamati i proseliti dei leoni; di Antioco lo scellerato, in faccia ai terrori della morte; di tanti cristiani che calpestano le leggi di Dio e della Chiesa, perché non vedono nessuna sanzione penale alle loro prevaricazioni, o che se ne astengono allorché credono intravederlo, e unicamente perché credono intravederlo. Inutile d’insistere su ciò che vi ha di vergognoso e di colpevole nel timore servile. – Il timore mondano è quello che fa apprendere la perdita dei beni del mondo, delle ricchezze, delle dignità, degli onori e altre cose simili. [“Timor mundanus est quo quis timet temporalia amittere, ut divitias, dignitates, et hujusmodi.” S. Anton,, p. IV, tit. XIV, c. II, p. 228] – Innocente di sua natura, esso cessa d’esserlo allorché porta a peccare, per evitare di perdere questi vantaggi temporali. La storia è piena delle crudeltà, delle viltà, delle bassezze, dei tradimenti, degli avvelenamenti, degli assassini! delle vendite di coscienza, dei delitti d’ ogni genere che il timore mondano ha fatto commettere. – Faraone vede i figli d’Israele moltiplicarsi: teme per il suo regno, e ordina di far perire tutti i figli neonati degli Ebrei. Geroboamo, re d’Israele, teme che le dieci tribù, andando ad adorare il vero Dio a Gerusalemme, non sfuggano al suo dominio. Ei le strascina nell’ idolatria, e sotto pena di morte, i figli d’Abramo si inginocchieranno davanti ai vitelli d’oro, cominciando da Dan sino a Bersabea. Erode viene a sapere dai magi la nascita del re dei Giudei. Il timore di perdere la sua corona gli fa scannare tutti i bambini di Betlem e dei contorni. A tempo della Passione, i grandi sacerdoti hanno paura dei Romani; e per non perdere le loro dignità, la loro fortuna e la loro potenza, decretano la .morte dei Figliuolo di Dio. Pilato riconosce e proclama l’innocenza di Nostro Signore, resiste pure al furore dei Giudei; ma Pilato ha paura di perdere l’amicizia di Cesare e, perdendola, di perdere il suo posto: Pilato tradisce la sua coscienza e abbandona il sangue del Giusto. – Non vi è un regno dell’antichità e dei tempi moderni che non presenti qualcuna ed anche un gran numero di queste iniquità pubbliche, di queste illustri ignominie, figlie del timore mondano. Se scendiamo ad un ordine meno elevato, come dire le vergognose blandizie, le abdicazioni di coscienza e di carattere, i colpevoli intrighi, le ingiustizie, le crocifissioni della verità, le devozioni ipocrite dei Pilati in piccolo, dei Giezi cupidi e coperti di lebbra, sempre tanto numerosi nelle epoche come la nostra, dove tutto si vende, perchè tutto si compra ? [S. Ambr. apud S. Anton., tit. XIV, c. II, p, 130]. – Scendiamo ancora dell’altro e domandiamo a quelle moltitudini di giovani, d’uomini e di donne, perché volgono il dorso alla religione e abbandonano perfino i più sacri loro doveri: la frequentazione dei sacramenti, la santificazione della domenica? Perché sorridono a delle parole, si conformano a delle mode e si sottomettono a delle usanze che la loro coscienza sconfessa? Non uno di questi transfughi che non sia forzato a confessarsi schiavo del rispetto umano, cioè dire del timore mondano. – Il timore carnale è quello delle incomodità corporee, delle malattie e della morte. Rinchiuso in giusti limiti questo timore non ha nulla di reprensibile: esso diviene colpevole quando, per evitare i mali del corpo, porta a sacrificare, peccando, i beni dell’anima.1 [S. Anton. ubi supra, c. III, p. 131]. – Niente di più colpevole, nulla di più degradante, né di più comune, quanto il timore carnale preso nel cattivo senso. Nulla di più colpevole. Il Salvatore è arrestato, condotto alla casa di Caifa e consegnato senza difesa agli indegni trattamenti della soldatesca. Tu sei discepolo di quest’uomo, dicono a Pietro i servi del gran sacerdote. A queste parole il timore carnale s’impadronisce di Pietro, teme per se medesimo la sorte del suo maestro; e Pietro diviene rinnegato, rinnegato pubblico e bestemmiatore. Quanti Pietro nella serie dei secoli! – Nulla di più degradante. Queste parole del Profeta trovano il loro vero posto nella bocca dello schiavo del timore carnale : « Lo spavento della morte è caduto su di me, il terrore ed il tremito si sono impadroniti di me, ed io sono stato coperto di tenebre. » [Ps. XXXIV]. – La vista dei supplizi ed anche degli strumenti di supplizio, il timore del dolore, l’apprensione della morte fanno perdere il capo. In questo stato, dinieghi, proteste, giuramenti, promesse, nulla di così indegno che non sia pronto a fare e che non faccia lo schiavo del timore carnale. Per salvare il meno, sacrifica il più ; per evitare delle pene passeggere, ei si sacrifica a pene eterne; per preservare il suo corpo, dà la sua anima, e perde la sua anima e il suo corpo. – Niente di più comune. Anche nei casi ordinari d’infermità e di malattie, di che cosa non è capace lo schiavo del timore carnale? Non 1’abbiamo visto e non lo vediamo anche ogni giorno ricorrere a mezzi vergognosi e illeciti, sia per prevenire degli incomodi corporei, sia per recuperare una salute che il padrone della vita trova buono di non lasciargliela tutta intera? Che sono, oggi più che mai, tutte quelle adorazioni della carne, tutta quella mollezza di costumi e di educazione, tutti quegli infiacchimenti dinanzi al dovere, tutti quelli orrori della pena e della mortificazione, tutte quelle ricerche anticristiane di lusso e di benessere, tutte quelle consulte mediche di medium più che sospette? Frutti del timore carnale. – Liberarci da queste vergognose tirannie è il primo beneficio del dono del timore di Dio. Il timore servile, con l’egoismo che lo inspira, con le diffidenze e gli oscuri terrori che l’accompagnano, sparisce davanti al timore figliale. Trovando in se stesso la testimonianza che esso è figlio di Dio, colui che lo possiede teme Iddio, come un figlio teme suo padre. Sempre il suo timore è accompagnato da confidenza e amore. Neppur dopo le sue colpe, questo doppio sentimento l’abbandona mai: è il fìgliuol prodigo che fa ritorno a suo padre. – Quanto al timore mondano ed al timore carnale non hanno essi più su di lui impero illegittimo. Il timore figliale gli domina, gli assorbe, oppure gli bandisce affatto. – Egli non teme, non rimpiange, non deplora seriamente che una cosa, il peccato. Ei lo teme, se ne pente, lo deplora, non per interesse egoista, ma per amor di Dio e per rispetto alla sua Maestà. La conclusione è, che il solo bel carattere, il solo indipendente, è il cristiano che teme Dio e Dio solo. In altri termini, la vera formula della libertà e della dignità dell’uomo, è quel celebre verso: “Io temo Dio, caro Abner, e non ho altro timore”. -Dal punto di visto puramente umano, vogliamo noi comprendere la necessità ed i vantaggi del dono del timore di Dio? Basta ricordarsi che l’uomo qualsiasi, non può vivere senza timore. Se ei non teme Iddio, teme la creatura. Ora, ogni uomo che teme la creatura è uno schiavo. La sua libertà, la sua dignità, la sua coscienza medesima appartiene a colui di cui ha paura: fuori di Dio, l’essere temuto non è e non può essere che un tiranno. – Ecco ciò che dovrebbe comprendere e ciò che non comprende l’uomo che ha la pretensione di diventar libero, scuotendo il giogo di Dio. Ecco ciò che dovrebbe comprendere e ciò che non comprende il nostro secolo. – Per conquistare la libertà, è sempre con la febbre di rivoluzioni. – Esse si moltiplicano e ciascuna gli ribadisce più che mai al collo ed ai piedi le catene della schiavitù. – Questa schiavitù diverrà sempre più dura, e sempre più vergognosa, più e più generale, via via che il mondo comprenderà sempre meno, che il dono del timore di Dio, è il principio della libertà morale, e che la libertà morale è madre di tutte le altre. Dove è lo Spirito Santo, ivi è la libertà, “ubi Spiritus Dei, ibi Libertas”: essa non è che qui. – Un secondo benefizio dello Spirito di timore è di armarci contro lo spirito d’orgoglio.[“ De septem donis”, etc., p. 238. — “Donimi enim timoris espelli superbiam, quia timor facit hominem humiliari ei quem timet”. S. Anton., t. X, c. I, p. 152]. – Se lo Spirito Santo ha i suoi sette doni, santificatori dell’uomo, e del mondo, il demonio altresì ha i suoi sette doni “corruttori” dell’uomo e del mondo. Ciascun dono di satana è la negazione, o la distruzione di un dono parallelo dello Spirito Santo; e nel loro complesso, i doni satanici formano il contrapposto adeguato dell’economia della nostra deificazione. Ne risulta, che la lotta all’ultimo sangue di questi spiriti contrari, è tutta la vita dell’umanità. Assistiamo per un istante a questa lotta di cui noi siamo lo zimbello. – Il primo dono che ci comunica lo Spirito Santo, è il timore. Che cosa fa il dono di timore? Prima di tutto, ci rende piccoli sotto la potente mano di Pio. Dall’intimo sentimento del nostro nulla e della nostra colpabilità, scaturisce l’umiltà. Essa come madre e custode di tutte le virtù, “mater custosque virtutum”, produce alla sua volta la diffidenza di noi stessi, del nostro giudizio, della nostra volontà; la vigilanza sul nostro cuore e sopra i nostri sensi; il fervore nei nostri rapporti con Dio; la modestia, la dolcezza, l’indulgenza riguardo al prossimo; tutte queste disposizioni, figlie del dono di timore, sono il fondamento dell’edilizio che vengono a compiere, sovrapponendosi, gli altri doni dello Spirito Santo. [S. Anselm., De Similitud., c. CXXX].Perciò, resta evidente che lo Spirito di timore costituendoci nella verità, doveva esserci dato il primo, e che il primo insegnamento uscito dalla bocca del Redentore doveva essere l’insegnamento dell’umiltà.11 [Matth. V, 3, et II, 29]. – In virtù dell’antagonismo perpetuo, da noi tante volte segnalato, non rimane però meno evidente che la prima goccia di virus che Satana ci distillerà nell’anima, sarà il contrario dell’ umiltà. Quale sarà egli? L’orgoglio. – Perché l’orgoglio? Perché il demonio é il padre della menzogna, e l’orgoglio è menzogna. Che cosa fa l’orgoglio? ci sposta dal vero e ci costituisce nel falso. – Falso, rispetto a noi stessi: noi non siamo nulla, e l’orgoglio ci persuade che noi siamo qualche cosa; ci gonfia, c’innalza, ci ispira delle ingiuste preferenze e ci riempie di confidenza e di compiacenza in noi medesimi. – Falso, rispetto a Dio e al prossimo. Quanto più l’orgoglio ci ingrandisce ai nostri propri occhi, tanto più indebolisce in noi il sentimento dei nostri bisogni e la conoscenza de’ nostri doveri. Per l’orgoglioso ci vuole più preghiera seria, più vigilanza severa e sostenuta; più consigli chiesti o accettati; pieno di sé medesimo, egli sa tutto, ha visto tutto, basta a sé in ogni cosa, lui e sempre lui. Presuntuoso, rotto, superbo, strisciante davanti al forte, despota verso il debole, egoista, querelatore, crudele, chiacchierone, odioso a tutti e ingovernabile, egli diventa la prova vivente di questa verità: che l’orgoglio è la deformità la più radicale dell’umana natura. [“Fili, sine consilio nihil facias et post factum non poenitebit. Eccli., XXX, 24. — Qui autem confidit in cogitationibus suis, impie agit. Prov. XII, 2. — “Novit justus jumentorum suorum animas; viscora autem impiorum crudelia.” Prov., XII, 10. — “Via stulti recta in oculis ejus ; qui autem sapiens est audit consilia”. Prov., XII, 15. — “Filius sapiens doctrina Patris; qui autem, illusor est, non audit cum arguitur”. Prov., XIII, 1]. – Questa deformità conduce alla dissoluzione di tutti i legami sociali e dà nascimento alla “religione del disprezzo”, negazione adeguata della religione del rispetto. Il seguace di questa religione satanica tutto disprezza: Dio, i suoi comandamenti, le sue promesse e le sue minacce: la Chiesa, la sua parola, i suoi diritti, ed i suoi ministri: i genitori, la loro autorità, le loro tenerezze, i loro capelli bianchi; l’anima, il corpo e tutte le creature. Egli usa ed abusa della vita come se ne fosse proprietario e proprietario irresponsabile. Tale fu la religione del mondo pagano; tale ridiventa inevitabilmente quella del mondo attuale, a misura ch’egli perde il dono del timore di Dio. “Religione del rispetto”, o “religione di disprezzo”; a questa alternativa non si sfugge.Però, sta scritto che l’umiliazione segue l’orgoglio, come l’ombra segue il corpo. [“Ubi fuerit superbia, ibi erit et contumelia. Prov., XI, 2]. Umiliazione intellettuale, il giudizio falso,- l’errore, l’illusione. Umiliazione morale, l’impurità con le sue vergogne. Umiliazione pubblica, Amanno spira sopra un patibolo alto cinquanta cubiti; Nabuccodonosor diventa simile a una bestia. Umiliazione sociale durante tutta la sua esistenza, l’antichità pagana che si dibatte tra il dispotismo e l’anarchia. Umiliazione religiosa, il mondo e l’ uomo pagani sono inevitabilmente prostrati ai piedi degli idoli immondi e crudeli. – Liberare l’umanità da simili ignominie, non è forse nulla? Chi la libera? Il dono del timor di Dio. Ci sarà di bisogno domandare se egli è necessario, soprattutto oggi?