SALMI BIBLICI: “CONSERVA ME DOMINE” (XV)

Salmo 15: “Conserva me Domine”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée. 

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

SALMO XV

[1] Tituli inscriptio, ipsi David. 

  Conserva me, Domine,

quoniam speravi in te.

[2] Dixi Domino: Deus meus es tu, quoniam bonorum meorum non eges.

[3] Sanctis, qui sunt in terra ejus, mirificavit omnes voluntates meas in eis.

[4] Multiplicatæ sunt infirmitates eorum, postea acceleraverunt. Non congregabo conventicula eorum de sanguinibus; nec memor ero nominum eorum per labia mea.

[5] Dominus pars hæreditatis meæ, et calicis mei: tu es qui restitues hæreditatem meam mihi.

[6] Funes ceciderunt mihi in præclaris; etenim hæreditas mea præclara est mihi.

[7] Benedicam Dominum qui tribuit mihi intellectum; insuper et usque ad noctem increpuerunt me renes mei.

[8] Providebam Dominum in conspectu meo semper, quoniam a dextris est mihi, ne commovear.

[9] Propter hoc laetatum est cor meum, et exsultavit lingua mea; insuper et caro mea requiescet in spe.

[10] Quoniam non derelinques animam meam in inferno, nec dabis sanctum tuum videre corruptionem.

[11] Notas mihi fecisti vias vitae; adimplebis me lætitia cum vultu tuo: delectationes in dextera tua usque in finem.

SALMO XV

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Il titolo del salmo è memorando e da non più abolire, quindi da scolpire su colonna. È l’orazione di Cristo al Padre per la sua glorificazione.

Dello stesso David: iscrizione da incidersi sopra una colonna.

1. Salvami, o Signore, perocché in te ho posta la mia speranza.

2. Ho detto al Signore: Tu se’ il mio Dio, e de’ miei beni non hai bisogno.

3. A prò de’ santi, che sono nella terra di lui, adempiè egli mirabilmente ogni mia volontà.

4. Eran moltiplicate le loro miserie; dietro a queste camminavano velocemente. Non convocherò le loro adunanze di sangue, né rammenterò i loro nomi colle mie labbra.

5. Il Signore è la porzione di mio retaggio e del mio calice; tu sei quegli che a me restituirai la mia eredità.

6. La sorte è caduta per me sopra le cose migliori; e certamente la mia eredità è preziosa per me.

7. Benedirò il Signore che a me dà consiglio: e di più ancor nella notte il mio cuore mi istruì.

8. Io antivedeva sempre dinanzi a me il Signore, perché egli si sta alla mia destra, affinché io non sia smosso.

9. Per questo rallegrassi il mio cuore ed esultò la mia lingua; anzi anche la carne mia riposerà nella speranza.

10. Perocché tu non abbandonerai l’anima mia nell’inferno, né permetterai che il tuo santo vegga la corruzione.

11. Mi facesti conoscere le vie della vita, mi ricolmerai di allegrezza colla tua faccia: delizie eterne sono alla tua destra.

Sommario analitico

Questo Salmo, uno dei più belli senza dubbio di tutto il Salterio, ha come autore Davide, come indicano il titolo e l’autorità di San Pietro (Act. II, 25) che lo attribuisce al Re-Profeta. Lo stesso Apostolo ne ha citato quattro versetti, che egli applica esclusivamente a Gesù Cristo, e San Paolo ne cita uno che egli anche non intende se non attribuito al Salvatore (Act. II, XIII, 35). Ma poiché la persona che parla nel Salmo è sempre la stessa, come il contesto fa intravedere, la conclusione naturale è: – 1) che questo Salmo intero riguardi, in senso veramente letterale, Nostro Signore che prega il Padre prima della sua passione: – 2) che non possa trattarsi di Lui solo in alcune parti. Nel senso tropologico, può essere applicato a tutti i fedeli membri di Gesù-Cristo, ed in particolare, come fa la Chiesa, a colui che ha lasciato tutto affinché il Signore sia sua parte. Davide, figura di Gesù-Cristo, nei tratti che possono convenire all’uno ed all’altro, si appoggia sulla fedeltà al Signore, per sperarne giorni di felicità che egli celebra in anticipo, tanto che è sicuro di ottenerla.

I. – Davide chiede a Dio di proteggerlo contro i suoi nemici:

1° perché ha posto tutta la sua speranza in Dio;

2° perché si sottomette a Lui come al suo Dio con la più perfetta dipendenza (1);

3° perché tutte le sue attrattive, tutte le sue inclinazioni, sono per i Santi di Dio (1) [i miei reni, cioè le mie affezioni più intime, mi eccitano a lodare il Signore], che egli ha soccorso nelle loro afflizioni nel tornare a Dio (2, 3);

4° perché ha una profonda avversione per gli empi, le loro assemblee, le loro opere (4).

II. – Egli si mostra pieno di baldanza e sicurezza: – 1) per l’eredità eterna che Dio stesso gli ha riservato (5); – 2) per i beni dell’anima di cui è ricolmo, a) nel suo spirito per l’intelligenza che Dio gli ha dato; b) nella sua volontà per l’ardore di cui è stato ripieno il suo cuore (7); c) nel compimento delle sue opere, per il soccorso presente che Dio non gli ha cessato di prestargli (8); – 3) per i beni del corpo, a) nel suo cuore, la gioia (9); b) nella sua bocca, i canti di allegria; c) nella sua stessa carne, un riposo pieno di speranza; – 4) per la grazia segnalata della resurrezione: a) la sua anima non resterà nel limbo; b) il suo corpo sarà preservato dalla corruzione della tomba e restituito alla vita (10); c) egli gioirà eternamente della visione di Dio e della felicità del cielo (11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1. – La creazione e la conservazione non sono due cose differenti, esse non possono essere separate che dallo spirito; la prima conduce all’altra. Il concorso, l’influsso di Dio, non è meno necessario per noi del conservare l’essere che è stato creato primitivamente dal nulla. – Un bisogno continuo che noi abbiamo, è che Dio conservi in noi i doni della sua grazia; noi non ne possediamo alcuno per cui non possiamo perdere un istante per la mutabilità naturale dei nostri desideri. – Mettere la nostra speranza in Dio è il titolo più giusto per ottenere che Egli ce li conservi, e compia le molteplici promesse che ci ha fatto. – La grandezza di Dio è di non aver alcun bisogno di noi, né dei nostri beni. Una sorgente non viene aumentata dall’acqua dei ruscelli che escono da essa, né Dio dai beni che Egli ha dispensato alle sue creature. Cosa possiamo noi dare a Dio? Egli è la ricchezza e noi la povertà; dare a Lui la nostra indigenza è quello che Egli desidera! Cosa offrire alla pienezza delle acque della grazia se non un vaso vuoto nel quale esse possano riversarsi? Se voi siete senza Dio, sarete sicuramente diminuiti; ma se siete con Dio, Dio non diventerà più grande. Voi non potete aggiungere nulla alla sua grandezza, ma senza di Lui, voi giungerete alla vostra piccolezza … voi avete tutto da guadagnare avvicinandovi a Lui, tutto da perdere allontanandovi da Lui (S. Agost. Tratt. XI su S. Giov.). – Dio non ha alcun bisogno della nostra virtù, del nostro amore, ma Egli lo esige, Egli desidera che noi Lo amiamo, Egli ci comanda di amarlo, Egli ha sete che noi abbiamo sete di Lui, “sitis sitiri”, dice San Gregorio di Nazianze. Una sorgente viva che, per la continua fecondità delle sue acque chiare e fresche, si presenti da bere ai passanti assetati, non ha bisogno che la si lavi dalle sue sozzure, né che la si rinfreschi nel suo ardore; ma contentandosi essa stessa della sua nettezza e della sua freschezza naturale, essa non domanda – ci sembra – più niente, se non che la si beva e che ci si venga a lavare ed a rinfrescare con le sue acque. Così la natura divina, sempre ricca, sempre abbondante, non può più crescere né diminuire a causa della sua pienezza; e la sola cosa che le manca, se si può parlare in tal sorta, è che si vengano a poggiare nel suo seno le acque della vita eterna, di cui essa porta in sé una sorgente infinita ed inesauribile (Bossuet, Serm. Sur la Visit.).

ff. 2. – Le volontà ammirevoli di Gesù-Cristo per i Santi sono apparse soprattutto in tutto ciò che Egli ha fatto e compiuto per essi con i misteri dell’Incarnazione, della Redenzione, e che ha fatto tutto questo per essi, quando erano ancora suoi nemici (Rom. V, 8). – Dio ha reso ammirabile tutte le volontà di suo Figlio nei loro progressi spirituali, nei quali essi hanno compreso quanto era per loro utile che l’umanità in Gesù Cristo fosse unita alla divinità affinché potesse morire, e la divinità alla sua umanità, affinché potesse resuscitare (S. Agost.). – « È questo nei riguardi dei suoi Santi che abitano la sua terra », dei Santi che hanno posto la loro speranza nella terra dei viventi, dei cittadini della Gerusalemme celeste, di cui la vita spirituale, benché siano presenti con il corpo ancora su questa terra, è fissata dall’àncora della speranza in quella patria così giustamente chiamata la terra di Dio (S. Agost.). – Occorre imparare da Gesù Cristo ad essere pieni di carità per tutti gli uomini, soprattutto per i Santi che servono Dio in spirito e verità. – Raccolti in se stessi, non vedendo in me che peccato, imperfezione e nulla, io vedo nello stesso tempo al di sopra di me una natura felice e perfetta, ed in me stesso ripeto, come il salmista: « Voi siete il mio Dio, Voi non avete bisogno dei miei beni ». Voi non avete bisogno di alcun bene; « che mi serve la moltitudine dei vostri sacrifici »? (Isaia I, 2). Tutto è mio, ma io non ho bisogno di tutto ciò che è mio; per me è sufficiente essere, ed in me trovo ogni cosa; Io non ho bisogno delle vostre lodi; le lodi che voi mi innalzate vi rendono felici, ma esse non rendono me felice, ed Io non ne ho bisogno; « le mie opere mi lodano », ma Io non ho bisogno delle lodi che mi rendono le mie opere; tutto mi loda imperfettamente, e nessuna lode è degna di me, se non quella che mi rendo da me stesso gioendo di me stesso e della mia perfezione (Bossuet, Elév. III S. II Elév.).

ff. 3. – Le loro infermità sono state moltiplicate non per perderli, ma per far desiderare loro il medico. Alla vista delle loro infermità divenute sempre più numerose, si sono affrettati a cercare la loro guarigione (S. Agost.). – Il più forte è colui che conosce le proprie infermità, il più debole è colui che si illude di avere una sanità di presunzione. – Dire come San Paolo (II Cor. XII, 4): « Quando sono debole, è allora che sono forte » (Duguet). – Ecco il quadro ammirevole di un’anima toccata da Dio: essa era debole e malata, e la grazia gli ha reso la salute; essa non poteva camminare nella via della salvezza, mentre la grazia la fa correre in questa via. « Io ho corso nella via dei vostri Comandamenti, dice allora il Re-Profeta, quando Voi avete dilatato il mio cuore » (Berthier).

ff. 4. –  Si stabilisce la legge nuova: è venuta l’ora nella quale non è su questa montagna, né in Gerusalemme che adorerete il Padre vostro. È venuta l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre comanda simili adoratori (Giov. IV, 21-23). – È unico il sacrificio di Gesù Cristo che con una sola oblazione ha reso perfetto per tutti quello che ha santificato (Ebr. X, 14). – Dimenticato il nome antico « vi si chiamerà con un nome nuovo che il Signore stesso vi darà » ( Isaia: LXII, 2), il nome nuovo di cristiano. – « Io non mi unirò mai ad assemblee di sangue ». Le assemblee del mondo non sono spesso che delle riunioni di sangue, ove le ferite che le lingue fanno alla virtù più pura diventano uno spettacolo che diletta l’ozio e che allietano la noia? Bisogna che costi sangue e la reputazione ai loro fratelli perché si divertano; e colui che affonda il pugnale con maggiore abilità e successo è colui che ottiene i pubblici suffragi e le acclamazioni di queste assemblee di iniquità (Massillon).

ff. 5, 6. –  I Santi possiederanno con Gesù Cristo, come eredità, il Signore stesso. Che altri scelgano parti terrene e temporali per gioirne: la parte dei Santi, è il Signore eterno. Che altri bevano dalle voluttà che uccidono, la porzione versata nella mia coppa, è il Signore (S. Agost.). – Ricca e magnifica eredità, non agli occhi di tutti, ma agli occhi di coloro che l’apprezzano (Idem). – O Israele, grida il profeta Baruch, quanto è grande la casa di Dio, e quanto vasti sono i luoghi che Egli possiede! (Baruch, III, 24). – Come si può desiderare altra cosa? La figura del mondo passa e noi passiamo con esso; le sue ricchezze si corrompono, il suo splendore si oscura, le sue corone avvizziscono, ma Dio che è il mondo, la ricchezza, lo splendore, la corona degli eletti, è immortale ed inalterabile.

ff. 7. –  La vera ed unica intelligenza, quella che rende l’uomo veramente felice, è quella che gli fa scegliere il Signore come sua eredità. Non c’è che Dio che possa dare questa intelligenza e questo gusto. – Si Preghi il Padre della gloria affinché ci dia lo spirito di saggezza e di rivelazione per conoscerlo, che rischiari gli occhi del nostro cuore perché possiamo sapere quale sia la speranza della nostra vocazione, quali siano le ricchezze e la gloria dell’eredità che ha preparato ai Santi (Efes. I: 17-18). – Due grandi lezioni ci sono qui per noi: la prima, quella di offrirci allo Spirito di Dio come all’unica guida della nostra vita; la seconda di benedirlo nell’acme delle nostre tribolazioni, e di profittare di questa notte per segnalare la nostra costanza ed il nostro amore (Berthier).

ff. 8. – Sull’esempio di Gesù Cristo, occorre vivere in presenza di Dio e come sotto i suoi occhi, studiare i suoi disegni e le sue volontà su di noi, non perdere mai di vista la sua legge, mezzo, questo, per assicurarsi la sua protezione mediante una fiducia filiale e con una fede viva alla vigilanza paterna che ha su di noi (Duguet). La fede nella presenza di Dio fa che noi ci applichiamo questa santa presenza, che guardiamo Dio come applicato a proteggerci particolarmente. Sull’esempio di Gesù Cristo che vedeva Dio faccia a faccia, i veri Cristiani sono persuasi che Dio sia sempre al loro fianco, e riconoscano l’importanza dell’unione con Dio, dell’operare con Dio, di occuparsi incessantemente della sua presenza, e questa presenza influisca su tutte le loro azioni.

ff. 9. –  Frutti del santo esercizio della presenza di Dio sono: la gioia, i canti di allegria, la speranza del secolo da venire e di resuscitare un giorno, vincitore della morte e coperto di gloria. L’uomo tutto intero, corpo ed anima, ogni membro del suo corpo, ed ogni facoltà della propria anima siano incessantemente richiamate alla loro naturale e sublime destinazione: il servizio di Dio che li ha fatti, l’uno e l’altro per la loro felicità e per la sua gloria. L’uomo intero, corpo ed anima, avrà partecipato alla vita di sofferenze e di prove che non dura che un momento; l’uomo intero, corpo ed anima, parteciperà alla vita di delizie e di ricompense che non finirà mai (Rendu).

ff. 10. –  Queste parole si sono compiute letteralmente in Gesù Cristo, e in Gesù Cristo solamente, ad esclusione anche di David (Act. III e XIII). La morte, dice Bossuet (I. Serm. P. le jour de Paq.), ha avuto molto potere sul suo corpo divino, essa l’ha posseduto sulla terra senza che avesse movimento e senza vita; ma essa non ha potuto corromperlo, e noi possiamo indirizzargli oggi questa parola, questa stessa parola che Giobbe diceva al mare: « tu andrai fin la, e non passerai oltre; questa pietra segnerà il limite alla tua furia », e su questa tomba, come su di un baluardo invincibile, si infrangeranno i tuoi sforzi. – Gesù aveva vinto la morte nelle persone che erano morte naturalmente, e bisognava ancora vincerla quando sarebbe giunta con violenza. Egli l’aveva vinta fin nella tomba e nel putridume nella persona di Lazzaro. Restava solo che Egli impedisse anche la corruzione. Coloro ai quali aveva reso la vita, rimanevano mortali; rimaneva quindi che con la morte, Egli vincesse anche la mortalità. Era nella sua Persona che Egli doveva dimostrare una vittoria completa. Dopo averlo fatto morire, Egli resuscitò per non morire più, anche senza aver visto la corruzione, come aveva cantato il Salmista. Quello che si fece nel Capo, si compirà anche nei membri. La nostra immortalità ci viene assicurata da Gesù Cristo, a miglior titolo di quanto inizialmente ci fosse stata data in Adamo. La nostra prima immortalità era di poter non morire, la nostra ultima immortalità sarà di non poter più morire (Bossuet, Méd. S. l’Ev. I. P. IV j.). – Il corpo incorruttibile di Gesù Cristo è il rimedio della corruzione di Adamo, la semenza dell’incorruttibilità dei Cristiani, ed il germe dell’immortalità (Duguet). – Per l’unione che noi abbiamo con Gesù Cristo e per la promessa che ci è stata fatta, noi possiamo dire anche che il Signore non lascerà affatto la nostra anima all’inferno, e che Egli non permetterà che noi proviamo per sempre la corruzione. La nostra anima, all’uscita da questa vita, non è condannata, come quella dei giusti dell’Antico Testamento, a veder differito il momento della propria felicità. Il nostro corpo, benché condannato a tornare nella polvere, è nondimeno destinato a riprendere una nuova vita, più perfetta della prima (Berthier). – Cosa temi, tu anima cristiana, nell’avvicinarsi della morte? Temi di perdere il tuo corpo? Ma che la tua fede non venga meno: dal momento che ti sottometti allo Spirito di Dio, questo Spirito onnipotente te lo renderà migliore, saprà ben conservartelo per l’eternità. Forse che vedendo cadere la tua casa tu credi di essere senza protezione? Ma ascolta il divino Apostolo: « Noi sappiamo – dice ai Corinti – noi non siamo portati a credere a congetture dubbiose, ma noi lo sappiamo sicuramente e con piena certezza, che se questa casa di terra e di fango nella quale noi abitiamo è distrutta, noi abbiamo un’altra casa che non è fatta da mano d’uomo, e che ci è preparata in cielo ». O condotta misericordiosa di Colui che provvede a tutti i nostri bisogni! « C’è l’intenzione, dice S. Crisostomo, di riparare la casa che ci è stata data; mentre Egli la distrugge e la stravolge per poi ricostruirla, è necessario che noi sloggiamo », perché cosa faremmo in questo tumulto ed in questa polvere? E Lui stesso ci offre il suo palazzo, ci da un appartamento per farci attendere nel riposo l’intera riparazione del nostro antico edificio (Bossuet, Sur la Résur.).

ff. 11. –  Felice e necessaria conoscenza è quella del cammino della vita! Quanto poco è conosciuto ed ancor meno seguito? Quanti scambiano il cammino della morte per quello della vita? (Duguet). – Il cammino che ha condotto Gesù Cristo alla resurrezione è l’obbedienza alla volontà del Padre, la pazienza nelle prove di questa vita, la carità e lo zelo per la salvezza degli uomini (Berthier). – La grazia può mostrarci Dio più di quanto ce Lo faccia vedere la ragione … La conoscenza che ci dà la ragione, sublime per quanto sia, non è che una conoscenza ideale; Dio non si manifesta a noi direttamente; la sua Persona e la sua sostanza ci restano inaccessibili; ed essendo certi di Lui, certi della sua presenza e della sua azione nell’universo, ci resta l’incomparabile inquietudine di non averlo mai visto. Occorre che un’altra chiarezza si sovrapponga alla ragione perché tutte e due insieme elevino l’uomo alla visione della Personalità divina, e lo preparino a vederla un giorno nell’impenetrabile luce dell’essenza increata. Ora lo scopo della grazia, il suo effetto proprio, è di prepararci un giorno a vedere Dio, ed anche a vederlo da quaggiù (Lacord., Conf. De toul, Vie surn.). – Nel libro dei Santi, la faccia, il viso di Dio ci viene rappresentato quasi come – per così dire – l’amante verso il quale sono attirate tutte le creature. Nessuno dubita che per la parola “faccia” si intenda in generale la visione di Dio. La fede è la vista interiore delle cose invisibili. L’attrazione della santità creata è di aspirare alla faccia del Creatore, o piuttosto queste aspirazioni sono esse stesse la santità. Le cose nel mondo offrono certamente delle facce; ma tutte queste facce delle cose, benché belle o piuttosto coperte da una bella tristezza, cupe o sgradevoli, sono tutte rivestite da un’aria di attesa: i loro tratti dicono che esse non sono definitive e che non ci si deve arrestare ad esse. Nessuna di esse, fosse anche la migliore, può procurare la gioia, il riposo all’animo umano … il volto del Creatore, la manifestazione di questo volto nascosto: ecco quello che gli uomini devono ricercare con tutto l’ardore dei loro desideri. La lezione che la vita deve loro insegnare, è che non c’è vera vita al di fuori della visione di questo volto da sempre benedetto (Faber, Bethléem, I Ch. II). – Dio ha un viso per i giusti ed un viso per i peccatori: il viso che Egli ha per i giusti è un volto tranquillo e sereno, che dissipa tutte le nubi, che calma tutte le turbolenze della coscienza; un viso dolce e paterno « … che riempie l’anima di santa gioia » (Bossuet, II Serm. p. le Vend.-saint). – Quattro cose sono da considerare nella vita dei Santi: – 1) essa è piena, « voi mi colmerete di gioia »; – 2) essa è prodotta dalla visione di Dio « per la vista della vostra faccia »; – 3) essa è accompagnata dalla gloria « io gusterò delle delizie ineffabili alla vostra destra »; – 4) essa è eterna, « per l’eternità ».

SALMI BIBLICI: “DOMINE QUIS HABITAVIT” (XIV)

Salmo 14: “Domine quis habitavit”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.o

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 14

Psalmus David.

[1]  Domine, quis habitabit

in tabernaculo tuo? aut quis requiescet in monte sancto tuo?

[2] Qui ingreditur sine macula, et operatur justitiam;

[3] qui loquitur veritatem in corde suo; qui non egit dolum in lingua sua;

[4] nec fecit proximo suo malum, et opprobrium non accepit adversus proximos suos.

[5] Ad nihilum deductus est in conspectu ejus malignus; timentes autem Dominum glorificat.

[6] Qui jurat proximo suo, et non decipit; qui pecuniam suam non dedit ad usuram, et munera super innocentem non accepit.

[7] Qui facit hæc non movebitur in æternum.

SALMO XIV

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

La scienza della salute, o la via alla vita eterna.

Salmo di David.

1. Signore, chi abiterà nel tuo tabernacolo, ovvero, chi riposerà nel tuo santo monte?

2. Colui che vive esente da ogni macchia e fa opere di giustizia:

3. Colui che dice la verità, che ha in cuor suo, e non ha ordita fraude colla sua lingua:

4. Non ha fatto danno al prossimo suo, e non ha dato ricetto alla maldicenza contro i suoi prossimi.

5. Negli occhi di lui è un niente il maligno; ma onora quelli che temono Dio.

6. Fa giuramento al suo prossimo, e non lo inganna; non dà il suo denaro ad usura, e non riceve regali contro dell’innocente.

7. Chi fa tali cose, non sarà smosso in eterno.

Sommario analitico

Davide in questo Salmo enumera le condizioni richieste a coloro che vogliono svolgere funzioni sacerdotali o levitiche, nel tabernacolo sulla montagna di Sion. In un senso più elevato, siccome questo tabernacolo e questa montagna erano figura della Chiesa, si possono vedere in questo Salmo le virtù che la Chiesa cristiana richiede ai suoi ministri. – Infine, con S. Agostino ed altri interpreti, si può dire che il Re-Profeta faccia qui l’elenco delle virtù che devono praticare qui giù i veri abitanti della casa di Dio, se vogliono arrivare al cielo e alla vita eterna.

Davide, volendo eccitare il desiderio del cielo, erge come una scala, per cui propone:

I. – il termine, cioè il cielo che è il tabernacolo di Dio;

  1. la sua santa montagna (1).

II. – I dieci gradini: .1) il desiderio perseverante di evitare il male e fare il bene (2); 2) la sincerità del cuore; 3) la fedeltà nelle parole (3); 4) la carità verso il prossimo; 5) l’odio dei detrattori (4); 6) la fuga dalla società dei malvagi; 7) le testimonianze d’onore date ai giusti (5); 8) l’orrore dello spergiuro; 9) la liberalità verso i poveri; 10) l’amore della giustizia e l’incorruttibilità nei giudizi (6).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1.

ff.1. –  Curiosità biasimevole ed inutile è voler sapere il numero ed il nome di quelli che debbano essere salvati; ma curiosità santa e molto necessaria, è invece informarsi di cosa bisogna fare per essere di questo felice numero. – Occorre indirizzarsi a Dio stesso, che solo può istruirci, e domandargli con profondo sentimento di rispetto: « Signore, chi dimorerà nel vostro tabernacolo? » (Duguet). Il Profeta qui non dice “sulla vostra montagna”, prima di aver detto “nel vostro tabernacolo”, “nella vostra tenda”. Una tenda non è una dimora stabile, una tenda non ha fondamenta, la si trasporta da un luogo ad un altro, ed essa segue il cammino di colui al quale offre rifugio, perché essa non è radicata al suolo. Ma una casa vera e propria riposa su fondamenta solide. La montagna qui rappresenta la vita eterna (S. Gerolamo). – L’idea dell’eternità, dice San Tommaso, è collegata alla immutabilità.

II — 2-6.

ff. 2. –  « Colui che cammina senza macchia ed opera la giustizia. » Se colui al quale non manca alcuna virtù e che trascorre la sua vita senza peccato, è veramente senza macchia, in cosa differisce da colui che pratica la giustizia? Le due parti della proposizione hanno lo stesso senso, anche se bisogna dare a ciascuna di essa un significato particolare, nel senso che essere senza macchia, è avere tutte le perfezioni della virtù, secondo l’uomo interiore, mentre colui che pratica la giustizia è colui che produce al di fuori, con atti esteriori, la forza di agire di cui è dotata la sua anima. Pertanto noi dobbiamo non solo fare il bene, ma farlo nello spirito retto e giusto, secondo queste parole del Deuteronomio: « Voi ricercherete giustamente ciò che è giusto » (XVI, 20). – Così colui che cammina senza macchia, è perfetto interiormente; colui che pratica la giustizia è, come l’Apostolo (2 Tim. II, 15), un ministro degno di Dio. Notate ancora la precisione del linguaggio del Re-Profeta. Egli non dice: “colui che cammina”, “colui che ha praticato”; ma « colui che cammina senza macchia, che pratica la giustizia ». Perché un solo atto di virtù non è sufficiente a rendere l’uomo virtuoso, ma bisogna che la pratica della virtù abbracci tutto il corso della sua vita (S. Basilio, Psal. XIV). – Breve ma ammirabile questa risposta che riassume tutta la morale dei Profeti, del Vangelo e degli Apostoli. Due cose sono essenziali per essere salvati: – 1) camminare nell’innocenza, astenersi dal male, cosa che comprende tutte le azioni, sia esteriori che interiori e si estende a tutto il corso della vita; – 2) fare le azioni di giustizia. Il Profeta non dice “colui che pratica la castità, la saggezza, la forza”… o altre simili virtù, ma “… la giustizia”, che è la grande virtù, ed è come la madre di tutte le altre virtù (S. Gerolamo).

ff. 3. – Vi sono due tipi di inganni, uno nel cuore, l’altro sulla lingua. La verità deve essere prima nel cuore, e poi nella semplicità nelle parole (Duguet). – Alcuni hanno la verità sulle labbra ma non nel cuore. Essi sono simili a coloro che, conoscendo che una via è piena di pericoli, fraudolentemente la indicano dicendo: « andate di la e viaggerete in sicurezza ». Se accade in effetti che non si trovino pericoli, egli avrà detto il vero; ma non nel suo cuore, perché egli pensava il contrario, ed avrà detto il vero senza saperlo. È dunque poco dire una cosa vera se la verità non è nel cuore (S. Agost. e S. Girol.). « Dire la verità nel proprio cuore » è di una grande ampiezza: – 1) affezionarsi con il cuore e la volontà a tutte le verità rivelate; 2) amare queste verità e conformarvi la propria condotta; – 3) non dire mai nulla che il cuore neghi, e non parlare mai contro coscienza; – 4) non ingannare se stessi con falsi giudizi sul valore delle cose umane e delle cose eterne (Berthier).

ff. 4. Il Profeta intende qui il male premeditato che si farebbe al prossimo. Non è sempre in nostro potere non fare agli altri che cose piacevoli. Ci sono occasioni nelle quali si è obbligati a difenderci contro di essi, a reprimerli, a correggerli, a punirli anche. È la cattiva intenzione che qui il Re-Profeta condanna, è il desiderio di nuocere, è la malvagità che egli riprova (Berthier). Grande vigilanza ci vuole per non ferire nessuno, né con le parole, né con le azioni. – Dire o ascoltare maldicenze contro il prossimo, egualmente è agire contro la carità. – Più facile è non sgridare il prossimo per la maldicenza, che difendersi dalla credulità che vi consente, dalla malignità che ce la fa adottare, rilevare e da qui continuare nella maldicenza.

ff. 5. « Egli considera un niente il malvagio, ma glorifica coloro che temono Dio ». È segno di uno spirito veramente grande, incrollabile tra le vicissitudini delle cose umane, e di un uomo pervenuto al grado più alto della giustizia, rendere a ciascuno quello che gli è dovuto, il considerare i malvagi come gente da niente, qualunque sia la loro dignità, l’ammontare della loro ricchezza, lo splendore della propria nascita e i pretesi omaggi dei loro simili. Se l’uomo del bene scopre qualche traccia di iniquità o di ingiustizia, non ha considerazione per nessuno, nessuna stima, e questa è la prova di uno spirito veramente grande. Al contrario quelli che temono il Signore, fossero anche poveri, di natali oscuri, senza il dono della scienza né della parola, sono ai suoi occhi degni dei più grandi onori; egli li colma di lode e di gloria e, istruito dallo Spirito Santo stesso, proclama altamente che essi sono i soli beati (S. Basile). – Grande e rara virtù è detestare il male, non solo in sé, ma anche negli altri. – Vizio al contrario molto comune, è l’onorare i malvagi e considerare come gente da niente coloro che temono il Signore (Duguet). – Non si faccia alcun caso agli empi, considerati dal lato della loro empietà; si onorino coloro che temono il Signore: due sentimenti che nascono dall’alta idea che l’uomo giusto ha di Dio e della Religione. Tutti i talenti più brillanti, riuniti come in un nemico di Dio, non attirano l’ammirazione dell’uomo giusto; egli disprezza anzi colui che abusa in modo indegno dei doni di Dio. Al contrario, tutti gli svantaggi derivanti dalla nascita, dalla fortuna, dallo spirito stesso e dai talenti, riuniti in un uomo che teme Dio e che Lo serve, sono un nulla agli occhi del giusto. San Crisostomo considerava maggiormente l’abitazione di Aquila e Priscilla che il palazzo degli imperatori, perché Aquila e Priscilla, amici di San Paolo, avevano partecipato alle fatiche del suo apostolato. Questo grande Santo sapeva che la vera nobiltà non è legata alle dignità, ma alla probità ed all’innocenza dei costumi (Berthier). Tra le dieci condizioni richieste per abitare nella casa di Dio, o, se si vuole, i dieci gradini che conducono alla montagna santa, sette sono comuni ed obbligano tutti gli uomini, e sono sempre quelle che precedono; tre sono particolari a certi stati, ed obbligano solo in certi casi, e solo alcune persone. Per entrare nel regno dei cieli, bisogna dunque, indipendentemente dalle condizioni precedenti, badare al proprio giuramento, essere distaccato dai beni della terra e rinunciare ai guadagni sordidi, mostrarsi inaccessibile ad ogni interesse quando si tratta di rendere giustizia.

ff. 7. – L’unico e solido fondamento della salvezza, è praticare ciò che Dio comanda. – Ogni devozione che poggi su altri princîpi dai quali si ritiene venga la salvezza, è pericolosa o piuttosto è un errore pernicioso (Duguet). – Non ci si culli su leggere pratiche devozionali che impediscono forse un male peggiore, come l’empietà ed il disprezzo manifesto di Dio, ma che non fanno progredire un’anima e sono piuttosto un ostacolo perpetuo al suo progresso sulla via del bene. Costoro mettono la loro fiducia in cose da nulla, dice il profeta Isaia, e si dilettano delle vanità. La tela che hanno intessuto è una tela di ragno, e per questo, dice il Signore, « Le loro tele non servono per vesti, essi non si possono coprire con i loro manufatti » (Isaia LIX, 6.).

SALMI BIBLICI: “DIXIT INSIPIENS IN CORDE SUO” (XIII)

Salmo 13: “Dixit insipiens in corde suo”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE,1878

IMPRIM. Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.P

TOME PREMIER.

Salmo 13:

[1] In finem. Psalmus David.

 Dixit insipiens in corde suo:

Non est Deus.

[2] Corrupti sunt, et abominabiles facti sunt in studiis suis; non est qui faciat bonum, non est usque ad unum.

[3] Dominus de caelo prospexit super filios hominum, ut videat si est intelligens, aut requirens Deum.

[4] Omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt. Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum.

[5] Sepulchrum patens est guttur eorum; linguis suis dolose agebant. Venenum aspidum sub labiis eorum.

[6] Quorum os maledictione et amaritudine plenum est; veloces pedes eorum ad effundendum sanguinem.

[7] Contritio et infelicitas in viis eorum, et viam pacis non cognoverunt; non est timor Dei ante oculos eorum.

[8] Nonne cognoscent omnes qui operantur iniquitatem, qui devorant plebem meam sicut escam panis?

[9] Dominum non invocaverunt; illic trepidaverunt timore, ubi non erat timor.

[10] Quoniam Dominus in generatione justa est, consilium inopis confudistis, quoniam Dominus spes ejus est.

[11] Quis dabit ex Sion salutare Israel? Cum averterit Dominus captivitatem plebis suae, exsultabit Jacob, et lætabitur Israel.

[Vecchio Testamento secondo la Volgata Tradotto in lingua mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XIII.

Corruzione della umana natura, e profezia del Salvatore.

Per la fine, salmo di David.

1. Disse lo insensato in cuor suo: Iddio non è.

2. Si sono corrotti, e sono divenuti abbominevoli  ne’ loro affetti; non v’ha chi faccia il bene,  non v’ha neppur uno.

3. Il Signore dal cielo, gettò lo sguardo sui figliuoli degli uomini, per vedere se siavi chi abbia intelletto, o chi cerchi Dio.

4. Tutti sono usciti di strada, son divenuti egualmente inutili; non havvi chi faccia il bene, non ve n’ha nemmen uno.

5. La loro gola è un aperto sepolcro; colle loro lingue tessono inganni, veleno d’aspidi chiudon le loro labbra.

6. La bocca de’ quali è ripiena di maledizione e di amarezza; i loro piedi veloci a spargere il sangue.

7. Nelle loro vie afflizione e calamità, e non han conosciuta la via della pace; non è dinanzi a’ loro occhi il timore di Dio.

8. Non se n’avvedranno eglino tutti coloro i quali fan loro mestiere dell’iniquità, coloro che divorano il popol mio come un pezzo di pane?

9. Non hanno invocato il Signore; ivi tremarono di paura dove non era timore.

10. Perché il Signore sta con la stirpe dei giusti: voi vi faceste beffe dei consigli del povero, perché il Signore è la sua speranza

11. Chi darà da Sionne la salute d’Israele? quando il Signore ritornerà il suo popolo dalla schiavitù, esulterà Giacobbe e sarà in allegrezza a Israele.

Sommario analitico

Non si può dire con certezza a quale circostanza precisa della vita di Davide si riferisca questo salmo. – Il sentimento più probabile è quello che lo applica agli empi che osano negare Dio, se non con la bocca, con le opere criminali. San Tommaso l0 applica soprattutto ai Giudei, Bellarmino ai gentili. Si può applicare generalmente a tutti noi, perché come osserva Jansénius, il Re-Profeta descrive qui la moltitudine di malvagi che, persuasi che Dio non esista e non cercando di conoscerlo, non temono di darsi ad ogni tipo di eccessi per opprimere i giusti. Ma essi finiranno per conoscere, per loro sventura, che questo Dio che verrà li castigherà e libererà i giusti dalla violenza e dalla oppressione nella quale essi li tengono. San Paolo ha citato questo salmo quasi per intero. Può essere applicato a tutti gli atei.

Davide in questo salmo mostra:

I. – L’empietà dell’ateo.

1) Cieco nella sua intelligenza, con la quale nega perfino Dio (1);

2) nella sua volontà, ove tutte le affezioni, tutte le inclinazioni sono corrotte;

3) nelle opere che presentano l’omissione assoluta di ogni bene (2);

4) il Profeta conferma ciò che viene a dire dalla testimonianza di Dio, che attesta: a) la corruzione, gli artifici dei loro discorsi; b) le loro calunnie e le loro blasfemie, c) il loro incitamento a commettere il crimine e a spandere il sangue (3, 6).

II.Il castigo degli atei. – 1° Le angosce e la desolazione sono nelle loro vie (7), 2° essi non conoscono il sentiero della pace; 3° il timore del Signore non è davanti ai loro occhi, ed essi non hanno nessuna intelligenza né di questi disegni, né della sua giustizia (8); 4° essi non Lo invocano mai e per questo tremano la dove non c’è nulla da temere (9).

III. Il trionfo e la gioia dei giusti che Dio protegge: – 1° in questa vita, dimorando con essi con la fede e la carità (10); 2° consolandoli, con la speranza, nelle loro afflizioni; 3° dando loro la grazia della salvezza; 4° liberandoli da ogni cattività; 5° colmandoli di gioia e di allegria (11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6.

ff. 1. –  « L’insensato ha detto nel suo cuore … »; nessun uomo in effetti osa dire queste cose, anzi nemmeno pensarle (S. Agost.). – Tre tipi di atei vi sono, in rapporto alle tre facoltà dell’anima: l’intelligenza, la volontà e la memoria. Questo vuol dire che ci si può rendere colpevoli in diversi modi di questo errore insensato: per errore, per volontà, per dimenticanza. In primo luogo gli atei e i libertini, che dicono apertamente che le cose vanno secondo il caso e l’avventura, cioè senza ordine, senza governo, senza una condotta superiore. La terra contiene pochi di questi mostri, gli idolatri stessi e gli infedeli sono loro in orrore; e quando alla luce del Cristianesimo se ne scopre qualcuno, lo si deve stimare maledetto ed abominevole. Altri non negano fino a questi eccessi la divinità, ma pressati e spinti dalle loro passioni smodate, dalle leggi che li condannano, dalle minacce che li atterriscono, dal timore dei giudizi che li disturbano, preferirebbero che Dio non ci fosse; ancor più essi vorrebbero credere che Dio non sia che un nome, e dicono nel loro cuore, non per persuasione, ma per desiderio: « Non c’è Dio … ». Tre modi dunque, per dire che Dio non esiste: ciò che noi disdegniamo pensare e come un nulla ai nostri sguardi. Costoro, quindi, dicono in cuor loro che Dio non c’è, che non giudicano degno il pensare a Lui. Appena sono attenti alla sua verità quando si predica, alla sua maestà quando si sacrifica, alla sua giustizia quando colpisce, alla sua bontà quando dona; infine Lo ritengono talmente un niente, che pensano di non aver nulla da temere e che non abbiano che se stessi per testimone (Bossuet, Nécess. de trav. à son salut.). – L’empio domanda: perché c’è Dio? Io gli rispondo: perché Dio non dovrebbe esserci? È forse perché Egli è perfetto, e la perfezione è un ostacolo all’essere? Errore insensato; al contrario, la perfezione è la ragione dell’essere. Perché l’imperfetto sarebbe ed il perfetto non potrebbe essere? Perché l’Essere a cui nulla manca non sarebbe piuttosto che l’essere al quale manca qualcosa? Chi può dunque impedire che Dio non ci sia? E perché il niente di Dio, che l’empio vuole immaginare nel suo cuore insensato, perché – io dico – questo niente di Dio prevarrebbe sull’esitenza di Dio, e vorrebbe che Dio non sia l’Essere? O Dio, ci si perde in tale accecamento! L’empio si perde nel niente di Dio, che egli vuole preferire all’essere di Dio; in se stesso, quest’empio non si sogna di chiedere a se stesso perché egli è. (Bossuet, Elév. I Sein. 2° El.). – Gesù-Cristo è la sapienza, la giustizia, la verità, la santità; la sapienza è negata dalla follia, la giustizia dall’iniquità, la verità dalla menzogna, la santità dalla vita sensuale e viziosa; ed una volta che veniamo vinti dal vizio, è allora che neghiamo che Dio esista. Al contrario, tutte le volte che facciamo una buona azione, confessiamo, se non con la bocca almeno con le opere, l’esistenza di Dio (S. Girol.). – L’insensato ha detto nel suo cuore: « Dio non c’è »! Ecco che questo grido di inesprimibile delirio è stato inteso, questa negazione che se non parte dal cuore e dalla regione dei sensi, supporrebbe l’estinzione completa della ragione, è stato audacemente opposto alla credenza venerabile di tutti i secoli ed ai più eclatanti lumi dell’evidenza (Doublet, Psaumes, etc. T. III, 294).

ff. 2. –  Ecco la sequela naturale ma deplorevole della depravazione del cuore: la fede ed il timor di Dio, sono due freni salutari onde arrestare il peccatore; una volta rotti questi due freni, si precipita in ogni sorta di disordini. – Affezioni e desideri smodati, sono la sorgente corrotta delle azioni più abominevoli (Duguet). – Non peccare e fare bene, due cose differenti se si tratta del bene assoluto e perfetto; perché questi uomini, privati della fede e della grazia, ridotti alle sole forze della natura, peccano ordinariamente; ma essi fanno anche opere talvolta moralmente buone, che non si possono chiamare peccato, benché non siano assolutamente buone non conducendo al Bene sovrano (Bellarmino). – Il Profeta, in questo versetto e nel quarto, si leva contro coloro che non fanno il bene. Dio non si contenta dell’omissione del male, Egli giudica e condanna l’omissione del bene. Parole di Gesù-Cristo all’ultimo giudizio; molti, al giudizio di Dio avranno visto il bene; essi lo avranno anche consigliato, insegnato, lodato, ricompensato, ma se essi non lo avranno fatto da se stessi, non sfuggiranno al giudizio di Dio (Berthier).

ff. 3. – Si consideri qui: Chi guarda, è il Signore; da dove guarda? dal cielo, dal soggiorno che abita in particolare, e là dove apre ai suoi servitori tutti i tesori della sua divinità; siccome guarda da lontano tutta la terra, come un maestro guarda da un luogo elevato i suoi servitori che contravvengono ai suoi ordini; cosa guarda? … i figli degli uomini; con quale fine? … per vedere, non per apprendere ciò che non conosce, ma per portare soccorso, alfine di vedere se c’è qualcuno che conosca Dio. Dio infatti è meno cercato che conosciuto: ricorrere a Dio per ottenerne beni temporali, non è cercare Dio, è cercare i beni della terra. – Quale spettacolo agli occhi della fede! Dio dall’alto del cielo, affacciandosi sulla terra ed interrogando con i suoi sguardi tutti gli uomini che l’abitano o la percorrono, più o meno occupati nei loro affari, cerca di scoprire – in questa folla innumerevole di esseri che Egli ha creato a sua immagine – un uomo, un solo uomo intelligente che cerchi Dio per conoscerlo meglio ed affermarsi nella fede della sua esistenza, sia per amarlo, sia per servirlo con più ardore. Ma non ne trova! (Rendu.). – Gli uomini non vogliono cercare Dio, essi non vogliono pensare a Dio, essi hanno per tanto tempo omesso di farlo, non sospettando per un solo momento a qual grado essi Lo ignorano o Lo dimenticano. Chi di noi non ha visto tante persone discendere tranquillamente la corrente della vita, piene di nobili sentimenti e di istinti generosi, benefacenti e disinteressati, senza un’ombra di debolezza nel carattere, ardenti, delicati, fedeli, indulgenti, prudenti e nonostante ciò senza Dio, nel mondo; sono anime scelte che farebbero onore alla fede, se avessero l’occasione di pensare per una volta a questi due termini: “Noi siamo delle creature, noi abbiamo un Creatore, noi abbiamo un Dio”? (Faber.).

ff. 4, 5, 6. – Cercare il proprio bene, la gioia e la felicità nelle creature vuol dire deviare dal retto cammino. – Condurre una vita oziosa e inutile, è sufficiente per essere gettati nelle tenebre esterne. Vi sono due tipi di servitori unitili: 1) quelli che consumano i beni della Chiesa, senza far nulla per la Chiesa; 2) quelli che amano il riposo, non fanno nulla per la loro salvezza e non pensano che a gioire della vita (Duguet). – Applicazione alle anime tiepide che si trascinano più che marciare nella via della salvezza: esse non hanno comprensione del loro vero interesse; si vantano di cercare Dio, ma … quale ricerca?! Esse contano di trovarla nell’amore del mondo o di se stesse? Esse sono inutili in pratica, poiché non fanno alcun bene solido e vero: preghiere senza fervore e senza attenzione, Comunioni senza frutto, Confessioni senza emendamento, conversazioni senza utilità per il prossimo, lavoro senza spirito interiore, prove o afflizioni senza pazienza. La curiosità, la leggerezza, la vanità, riempiono i giorni e gli anni (Berthier).

ff. 6. –  Il veleno del cuore si diffonde ben presto sulla lingua, sepolcro chiuso che non tarda più ad aprirsi. – Veleno di aspide, veleno nascosto appena percepibile, causa certa di morte. – Calunnie, oltraggi, acidità, occasioni ordinarie per versare sangue. – « Essi tremano la dove non c’è motivo di temere ». È un tremore come in un viaggiatore sperduto tra le tenebre di una foresta profonda, che la caduta di una foglia fa sussultare: le malattie, le prove, i colpi di fortuna, le separazioni, le doglie, la morte, si ergono davanti a lui come tanti fantasmi che lo spaventano (Doublet, Ps.).

ff.7. –  « La desolazione e l’infelicità sono nelle loro vie », ciò che è ugualmente vero sia in senso attivo che passivo. Ci sono persone che non sembrano nate se non per rendere gli altri infelici; è il loro unico oggetto, il loro unico studio, e per una giusta reciprocità, tutti i colpi che vogliono portare agli altri, ricadono su loro stessi. – L’assenza del timor di Dio, è sorgente di tutti i disordini, è causa di tutti i crimini.

II — 7-8.

ff.8. Coloro che commettono l’iniquità non conoscono né temono la giustizia di Dio. Essi la conosceranno un giorno, e ne saranno stupefatti (Duguet). « Non spetta forse a voi conoscere la giustizia? – dice il profeta Michea – nemici del bene e amanti del male, voi che strappate loro la pelle di dosso e la carne dalle ossa. Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi come carne in una pentola, come lesso in una caldaia » (Michea III, 1-3). « Come se mangiassero un pezzo di pane », tutti i giorni; … come si mangia il pane ogni giorno, con la stessa facilità e senza mai stancarsi (Duguet). – I malvagi non si sottraggono a nessuna violenza, pur di soddisfare la propria cupidigia, la loro avarizia, il loro libertinaggio. Il giudizio di Dio è necessario per rivelare tutte le rapine, tutte le frodi, tutte le ingiustizie che si commettono segretamente nel mondo (Berthier).

ff. 9. Ci sono coloro che immaginano di invocare il Signore, ma in realtà senza invocarlo, allo stesso modo di colui che offre a Dio il frutto delle sue rapine: in realtà non Gli si offre niente, perché Dio non può ricevere una tale offerta; così è per quelli che spogliano e divorano i loro fratelli: essi non invocano Dio credendo invece di invocarlo (S. Chrys.). – Il Profeta indica qui la causa o l’effetto della malvagità degli uomini; essi guardano il Signore essere a loro completamente estraneo, non Lo invocano affatto; essi vivono nel suo impero, sotto le leggi della sua provvidenza, tra le sue opere, ricolmi dei suoi benefici, senza testimoniargli alcuna riconoscenza. – Così tutto è sregolato nella condotta e nella vita dei peccatori. Essi temono là dove non si dovrebbe temere, similmente ad un bambino spaventato da una figura orrida, ma non temono di cadere nel fuoco. Essi temono la povertà, l’umiliazione, le sofferenze, etc., che chiamano “mali”. Essi desiderano e ricercano gli onori, i piaceri, le ricchezze, etc., che stimano come veri beni (Duguet). – « Essi hanno tremato per lo spavento, la dove non c’era nulla da temere », cioè per la perdita dei beni temporali. « Se noi lo lasciamo fare, dicevano i Giudei, tutti crederanno in Lui, ed i Romani verranno e ci porteranno via il nostro paese e la nostra nazione » (S. Giov. XI, 18). Essi hanno temuto di perdere un regno terreno, cosa che non dovevano temere, ed hanno così perso il Regno dei cieli, l’unica cosa veramente da temere. La paura che essi avevano di perdere le cose del tempo, impediva loro di pensare a quelle dell’eternità, ed essi così persero le une e le altre (S. Agost.).

ff. 10. – Dio non è con coloro che amano il secolo. È ingiusto in effetti, trascurare il Creatore dei secoli ed amare il secolo, … servire la creatura al posto del Creatore (S. Agost.). – Dio è in mezzo alla generazione dei giusti, come un Re mezzo ai suoi soggetti, come un generale in mezzo ai suoi soldati. Egli dice nel suo Vangelo: « Là dove sono riuniti due o tre nel mio nome, ivi Io sono in mezzo a loro ». Se Egli ama essere in mezzo a due o tre dei suoi fedeli servitori, quanto più in mezzo ad una generazione intera di giusti (S. Chrys.). – La vita dei giusti è sempre stata e sarà sempre oggetto di critiche, di censure degli empi e dei mondani. Gli empi di professione rimproverano quelli che hanno conservato la fede; gli uomini del mondo, senza pietà e senza fervore, prendono in giro gli uomini ferventi. Ci sono dei termini consacrati per questo tipo di guerra. Si confonde colui che teme Dio con l’ipocrita; colui che spera in Lui, con il superstizioso (Berthier).

ff. 11. – La venuta del Messia, la salvezza di Israele doveva uscire da Sion, il desiderio di tutti gli antichi profeti. Il Messia non è ancora venuto per un gran numero di Cristiani, che non hanno approfittato della sua venuta. I peccatori sono ancora sotto la legge, e devono sospirare lo stato di grazia. I giusti hanno ancora una parte di se stessi che non è santificata e che geme nell’attesa della liberazione (Duguet).

SALMI BIBLICI: “USQUEQUO DOMINE” (XII)

Salmo 12: “Usquequo Domine”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE,1878

IMPRIM.: Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 12: Usquequo, Domine …

[1] In finem. Psalmus David.

  Usquequo, Domine, oblivisceris me in finem? usquequo avertis faciem tuam a me?

[2] Quamdiu ponam consilia in anima mea, dolorem in corde meo per diem?

[3] Usquequo exaltabitur inimicus meus super me?

[4] Respice, et exaudi me, Domine Deus meus. Illumina oculos meos, ne umquam obdormiam in morte;

[5] nequando dicat inimicus meus: Praevalui adversus eum. Qui tribulant me exsultabunt si motus fuero;

[6] ego autem in misericordia tua speravi. Exsultabit cor meum in salutari tuo. Cantabo Domino qui bona tribuit mihi; et psallam nomini Domini altissimi.

Salmo XII

 [Vecchio Testamento secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Preghiera a Dio in tempo di tentazione.

Per la fine, salmo di David.

1. Fino a quando, o Signore? ti scorderai forse di me per sempre? fino a quando volgi da me la tua faccia?

2. Fino a quando accumulerò perplessità nell’anima mia, e nel cuor mio dolori ogni giorno?

3. Fino a quando avrà possanza sopra di me il mio nemico?

4. Volgiti a me, ed esaudiscimi, Signore, Dio mio. Illumina gli occhi miei, affinché io non dorma giammai sonno di morte;

5. Affinché non dica una volta il mio nemico: Io lo ho vinto. Coloro che mi affliggono, trionferanno se io sarò smosso:

6. lo però mia speranza ho posta nella tua misericordia. Il mio cuore esulterà nella salute che vien da te; canterò il Signore mio benefattore; e al nome del Signore altissimo farò risonare inni di laude.

Sommario analitico

Questo salmo è stato composto nelle stesse circostanze del precedente, quando Davide cioè era prigioniero nella città di Ceila, essendo stato avvertito che Saul si avvicinava con la sua armata, e deliberava se prendere la fuga davanti a lui. Egli dice a Dio: « fino a quando mi dimenticherete? » perché da lungo tempo condannato a condurre una vita errante, e fa allusione al consiglio che chiede per mezzo dell’intermediazione di Abiathar, rivestito dell’efod « Fino a quando io sarò abbandonato all’incertezza dei miei consigli? » Egli parla egualmente della necessità nella quale si trovava di sottrarsi con la fuga all’inseguimento dei suoi nemici, cosa che doveva esporlo alle loro beffe e ai loro oltraggi. – In senso tropologico, Davide rappresenta qui l’uomo giusto assalito da violente tentazioni. Egli implora il soccorso di Dio per tre motivi:

motivo, preso da se stesso, vale a dire perché Dio viene infine a liberarlo dalle sue afflizioni, ove sembra averlo dimenticato da tanto tempo, senza che avesse tratto nessuna utilità dai consigli che chiedeva, senza che il suo dolore sembrasse toccare il cuore di Dio (1-2).

motivo, tratto dai suoi nemici che a) si glorificavano della propria potenza (3); b) si vantavano di sopraffarlo con la forza (4); c) si preparavano a trionfare insolentemente con la loro vittoria (5).

3° motivo, desunto dalla gloria di Dio, che egli celebra: – interiormente con sentimenti di riconoscenza, – esteriormente con le sue lodi e le sue opere (6).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6

ff. 1. – Non è che una grazia mediocre l’essere sensibile all’oblio di Dio. Questo oblio non è in Dio un sentimento dell’anima, ma un semplice abbandono. Un grande numero di coloro che sono oggetto di questo abbandono, infatti lo ignorano e non si curano di deplorarlo. Essi non conoscono, come il Re-Profeta, i segni dai quali si può riconoscere il ricordo di Dio, essi non sanno discernere inoltre i segni caratteristici dell’oblio di Dio. È naturale che coloro che non conoscono questi segni della sua amicizia, non conoscano nemmeno quelli della sua collera (S. Chrys.). – C’è una differenza marcata tra le disposizioni dei veri Cristiani e quelle dei peccatori, dei mondani, degli empi del secolo. Questi ultimi non si affliggono dall’essere lontani da Dio, si glorificano piuttosto dello spirito di irreligione, oppure si irritano del fatto di non potersi sottrarre alla sua potenza o al suo dominio, e giungono talvolta finanche a fabbricare dei sistemi nei quali a Dio non resta né potere, né giustizia, né provvidenza. I veri Cristiani, al contrario, mettono tutta la loro felicità in un rapporto intimo con Dio e, quando sembra che a loro si nasconda, se ne lamentano nelle lacrime (Berthier). – Qui c’è il pianto doloroso di un’anima oppressa da una lunga e violenta tentazione. Due mali ci affliggono nella tentazione: i cattivi desideri della volontà e le tenebre dell’intelligenza; quando questi cattivi desideri ci opprimono, Dio sembra dimenticarci ed abbandonare la nostra anima; quando le tenebre oscurano la nostra intelligenza, allora Dio volge da noi la faccia (Bellarm.). – Questo oblio di Dio, questo voltare il capo, sono sovente un effetto della sua bontà.

ff. 2. Colui che è uscito dal porto va errando qua e la verso l’avventura; colui che è privato della luce va urtando tutti gli ostacoli; così colui che è caduto nell’oblio di Dio, è continuamente in preda alle preoccupazioni, all’inquietudine, al dolore. Uno dei mezzi più propri per ricondurre gli sguardi di Dio su di noi, è l’essere abbandonati agli affanni cocenti, consumati dalla tristezza, e riflettere nelle lacrime sulle cause di quest’allontanamento di Dio (S. Chrys.). – Questo è il quadro di un’anima agitata e turbata: una folla di pensieri l’assalgono, come Giobbe (XX, 2), e lo trasportano da ogni lato, come i flutti di un mare agitato dalla tempesta. « Perché siete turbati – diceva Gesù ai suoi discepoli – e perché tutti questi pensieri si levano dai vostri cuori? » (S. Luca XXIV, 38).

ff. 3. – Il demonio e la tirannia della cattiva abitudine sembrano talvolta stravolgerci. Non bisogna in questo stato però perdere la fiducia, ma ricorrere a Dio con nuovo fervore. Cosa significano queste parole: « io non l’ho avuta vinta » se non che il mio nemico, che non ha nessuna forza per se stesso, nonostante ciò sia stato più forte di me. Sono i nostri difetti che costituiscono la sua forza, che aumentano la sua potenza e lo rendono invincibile (S. Chrys.). – Se voi vi ripromettete che alfine arriverà il tempo di pensare alla salvezza, senza pensarci fin da ora, ah! … ricordate che è per questo che tanti peccatori sono fin qui periti, e che è essa la grande via che porta alla morte essendo in peccato; ricordatevi che il peccatore, anche se lo desidera spesso ma invano, non si converte mai. Più sentirete anzi in voi questi sterili movimenti di salvezza, più farete sì che la vostra misura si colmi di più, ed ogni grazia disprezzata vi avvicinerà ad un grado maggiore di indurimento. Dite spesso al Signore con il Profeta: Fino a quando, o mio Dio, illuderò le inquietudini segrete della mia anima con vani progetti di penitenza? « Quandiu ponam consilia in anima mea »? Fino a quando vedrò trascorrere rapidamente i giorni della mia vita, promettendo al mio cuore, per calmarne i disordini, un dolore ed un pentimento che si allontana sempre più da me? « Dolorem in corde meo per diem »? Fino a quando il nemico prevarrà sulla mia debolezza? … si servirà di un errore così grossolano per sedurmi? « Usquequo exaltabitur inimicus meus super me? » Esaudite oggi, o mio Dio, questi desideri di salvezza, oggi in cui mi sembra che la vostra grazia li renda più vivi e sinceri: « Respice et exaudi me, Domine, Deus meus » (Bourdal).

ff. 4. –  Il Profeta parla qui degli occhi del cuore, e chiede che essi non siano mai chiusi a causa dei funesti diletti del peccato (S. Agost.). – Il peccato è nello stesso tempo un sonno ed un sonno di morte. Qual analogia tra il sonno ed il peccato, la morte dell’anima, e la morte del corpo! (Leblanc). – La morte di cui il Re-Profeta chiede qui di essere preservato, è la riprovazione, la perdita eterna di Dio, della quale è causa il peccato. Ciò che preserva da questa morte, è la luce della grazia; e ciò che è incompatibile con questa morte è questa stessa luce (Berthier). – Quanto è necessario fare a Dio questa preghiera: « rischiarate i miei occhi, etc. ». Non c’è forse alcun uomo al mondo che non abbia un recesso in cui tema che si faccia luce. Ci sono forse per questo tante ragioni individuali, ma malgrado questa varietà, il fatto non è meno universale. Quasi tutti noi ne ignoriamo le ragioni, perché forse piuttosto è uno di quegli istinti che vivono nel fondo della nostra natura corrotta. L’oracolo segreto ci dice che se noi penetriamo in questa piega del nostro essere, noi avremo modo di far fremere la pigrizia o la mancanza di mortificazione; il fascino della devozione a buon mercato o dell’amore dei nostri comodi, sarà infranto, e noi ci troveremo faccia a faccia con qualche necessità incresciosa, forse con il dovere e gli obblighi di una rivoluzione interiore completa, sotto pena di restare scontenti di noi stessi. Così noi lasciamo questa parte del nostro interno scrupolosamente chiusa, con la porta sbarrata e in solitudine di questi appartamenti dei quali si evitano i ricordi, o questi cassetti nei quali si sono depositati tanti rifiuti ed anticaglie che non si ha la forza di rimettere in ordine e di ripulire (S. Faber, Confér. Spirit. Simpl.).

ff. 5, 6. – Il demone, sapendo che la maestà di Dio è inaccessibile alla sua collera, smuove il cielo e la terra per suscitare dei nemici tra gli uomini che siano suoi figli. Egli crede così di vendicarsi di Dio; e siccome non ignora che non ci sono risorse per sé, egli non è capace se non di questa gioia maligna che perviene ad un malvagio nell’aver dei complici, e ad uno spirito malefico di vedere dei miseri e degli afflitti (Bossuet, S. sur les Dem.). – Vi è più gioia in cielo per un solo peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non ne hanno bisogno. Ugualmente c’è più grande gioia nell’inferno per aver perso qualcuno dalla pietà eminente, che per aver portato dei peccatori a commettere nuovi crimini. È quello che un profeta chiama « carne scelta e deliziosa » (Habac. I, 16). – Il mondo stesso è incantato nel poter essere autorizzato nei suoi disordini con gli esempi e le cadute di persone di pietà, dei Pastori dei popoli (Duguet). – Quale buona opera porta il Re-Profeta a sostegno della sua preghiera? Quali sono i suoi titoli? Che gli altri – egli dice – portino altri motivi; per me io non so che una sola cosa e non voglio dire che una cosa: è in Voi che ripongo ogni mia speranza; non c’è che questa speranza che possa liberarmi da sì grande pericolo (S. Chrys.).

ff. 7. – La gioia dei giusti è ben diversa dalla gioia dei malvagi. La gioia dei malvagi è la rovina di quelli che si lasciano andare alle sue suggestioni ed insieme la causa stessa della loro gioia; l’altra è un principio di salvezza e di vita per colui che essa riempie dei suoi trasporti (S. Chrys.). – Unico e solido soggetto di gioia, è la salvezza che Dio ci procura, la giusta riconoscenza che è dovuta a Dio quando ci ha soccorso: riconoscenza interiore, riconoscenza del cuore, esaltato dal trasporto della gioia; riconoscenza della bocca, espressa dai cantici di lode. (Duguet).

SALMI BIBLICI: “SALVUM ME FAC, DOMINE” (XI)

SALMO 11: “Salvum me fac Domine”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.


Salmo 11: Salvum me fac, Domine

In finem, pro octava. Psalmus David.

[1] Salvum me fac, Domine,

quoniam defecit sanctus, quoniam diminutæ sunt veritates a filiis hominum.

[2] Vana locuti sunt unusquisque ad proximum suum; labia dolosa, in corde et corde locuti sunt.

[3] Disperdat Dominus universa labia dolosa, et linguam magniloquam.

[4] Qui dixerunt: Linguam nostram magnificabimus; labia nostra a nobis sunt. Quis noster dominus est?

[5] Propter miseriam inopum, et gemitum pauperum, nunc exsurgam, dicit Dominus.

[6] Ponam in salutari; fiducialiter agam in eo.

[7] Eloquia Domini, eloquia casta; argentum igne examinatum, probatum terræ, purgatum septuplum.

[8] Tu, Domine, servabis nos, et custodies nos a generatione hac in æternum.

[9] In circuitu impii ambulant: secundum altitudinem tuam multiplicasti filios hominum.

SALMO XI

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI, Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Le parole degli uomini, per lo più, son fallaci; quelle di Dio vere e fedeli. È dunque da confidar in Dio non negli uomini.

Per la fine, per la ottava, salmo di David.

1. Salvami, o Signore, dappoiché non riman più un santo; dappoiché la verità è venuta meno tra’ figliuoli degli uomini.

2. Hanno parlato ciascun di loro con bugia al suo prossimo;

3. labbra ingannatrici hanno parlato con doppio cuore.

4. Stermini il Signore tutte le labbra Ingannatrici e la lingua altitonante.

5. Eglino han detto: Noi colla nostra lingua farem cose grandi; delle nostre labbra siamo padroni; chi è che ci comandi?

6. A motivo della desolazione de’ miserabili, e pe’ gemiti de’ poveri, adesso io mi leverò su, dice il Signore. Lo stabilirò nella salute; agirò liberamente per lui.

7. Le parole del Signore, parole caste, argento passato pel fuoco, provato nel crogiuolo di terrà, raffinate sette volte.

8. Tu, o Signore, ci salverai; e ci difenderai da questa generazione di uomini in eterno.

9. Gli empi van girando all’intorno; secondo l’altissima tua sapienza tu hai moltiplicati i figliuoli degli uomini.

Sommario analitico

Preghiera di Davide rinchiuso nella città di Ceila. Quando Saul dice: il Signore lo ha liberato dalle mie mani; egli è rinchiuso perché è entrato in una città dove ci sono porte e serrature (I Re, XXIII, 7).

Davide dichiara:

I. – Che egli non poggia le sue speranze sugli uomini:

1) Perché sono tutti oppositori della volontà di Dio:– a) nella loro volontà, per cui rigettano la santità; b) nella loro intelligenza, dove tutte le virtù vengono alterate (2); c) nei loro discorsi, che non sono altro che vanità e menzogna; d) nei loro cuori, ove tramano ogni sorta di frode (3).

2) Perché essi saranno puniti da Dio: a) a causa delle loro menzogne e delle loro falsità; b) a causa del loro orgoglio e dell’arroganza nei loro discorsi; c) a causa delle loro bestemmie e dell’indipendenza che ostentano davanti a Dio (4).

II. –  Egli ripone la sua fiducia interamente in Dio solo, che viene in soccorso agli oppressi, perché vi è determinato:

1. dallo spettacolo della loro miseria e della loro afflizione; 2) dai loro gemiti e dalle loro preghiere (5); 3) dalle sue promesse, di cui David esalta la sincerità e la fedeltà, di cui mostra gli effetti. – a) per la protezione che accorda ai giusti (6-8); b) per la repressione degli empi, condannati a girare in cerchio, senza mai avanzare; c) per il moltiplicarsi dei suoi veri servitori, o se si vuole, per il moltiplicarsi dei malvagi, che permette nella profondità dei suoi segreti (9).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1. –  Mai i Santi, mai i veri Cristiani, gli uomini di fede e di carità, furono meno numerosi. All’incontrario di ciò che diceva Tertulliano nella sua Apologetica, questi sono i veri fedeli che oggi dovrebbero spaventarsi della solitudine nella pratica dei doveri del Cristianesimo, la frequentazione dei nostri templi, la partecipazione ai Sacramenti, etc. – I Santi sono mancanti o spariti, vale a dire che i Santi stessi che esistevano sono stati affetti dal progresso dei vizi e sono caduti nel male che li ha coinvolti. « Non sapete, diceva San Paolo (I Cor. V, 6), che un po’ di lievito è sufficiente a corrompere tutta la massa? » (S. Chrys.). – Saremo arrivati a questi tempi maledetti di cui il Signore ha detto: « Pensate che il Figlio dell’uomo, quando verrà sulla terra, vi troverà ancora la fede? » (Luca XVIII, 8). – La virtù è cosa difficile e che presenta delle serie difficoltà, soprattutto quando chi la pratica è solo e senza compagni di viaggio. La società è l’unione dei fratelli tra loro vi è un potente incoraggiamento. Ciò che rende gli antichi Patriarchi degni di ogni elogio, non è il fatto che essi abbiano sempre seguito il cammino della virtù, ma che essi abbiano proceduto da soli, quando sulla terra non si vedeva alcun germe di virtù, alcun uomo che ne seguisse le prescrizioni (S. Chrys.). Condurre una vita innocente lontano dalla comune corruzione, non è una prova tanto difficile affinché Dio conosca la fedeltà dei suoi servitori; ma il lasciarli con i malvagi e far loro osservare la giustizia; far respirare loro la stessa aria e preservarli dal contagio; lasciarli in mezzo agli esterni rompendo il rapporto interiore: allora l’opera è degna della sua potenza, e la prova è degna dei suoi eletti (Bossuet). – Il piccolo numero di Santi, di veri Cristiani, è la vera tentazione per quegli stessi che sono di questo numero. La ferma risoluzione di far ciò che quasi nessuno pratica, è una virtù tanto più meritoria quanto meno comune (Duguet). – Salvatemi, Signore, perché l’iniquità si è moltiplicata tra i figli degli uomini, e « non si vedono dei Santi ». Tutto è pieno di questi chiamati che non vogliono non solo pensare che alla loro vocazione, né ricordarsi di essere Cristiani (Bossuet). – In quale secolo, più del nostro, può dirsi che la Santità sia spenta, che le verità siano sminuite? Verità dogmatiche, verità morali, verità naturali, verità sociali, etc., sono l’oggetto di contraddizioni senza numero e di negazioni audaci. – Non bisogna persuadersi che il Profeta si lamenti qui degli infedeli e degli idolatri, questi non sminuiscono solo le verità, ma le disconoscono; egli si lamenta qui dei Figli di Dio, che non le possono intendere a causa della loro evidenza, le ritrattano e le adattano al grado delle loro passioni. Perché il mondo non ha cominciato ad operare una distinzione tra i vizi? Noi volentieri ci lanciamo nell’esecrare e nell’odiare l’avarizia, la crudeltà, la perfidia. Mettiamo in onore però, come delle passioni delicate, i vizi delle persone dabbene. Ma cosa sciaguratamente intraprendiamo? Gesù Cristo è forse diviso? Da dove viene un sì grande disordine se non dal fatto che le verità sono sminuite? Sminuite nella loro purezza, perché le si falsifica o le si mescola; sminuite nella loro integrità, perché vengono troncate o tagliate; sminuite nella loro maestà, perché mancando di penetrarle, si perde il rispetto che è loro dovuto, si sviliscono, si toglie tutta la loro grandezza che appena vediamo; questi grandi astri non sembrano che un piccolo punto luminoso, tanto li allontaniamo da noi, e così tanto la nostra vista è lontana è turbata dalle nebbie fitte della nostra ignoranza e dei nostri preconcetti (Bossuet, Serm., sur la Pred, Ev.). – Deplorevole è frivolezza dei Cristiani odierni. I nostri dogmi più venerabili, i nostri misteri più profondi, le verità più incrollabili, essi le trovano leggere, indifferenti, quasi irrisorie, e ne fanno un Cristianesimo menomato, « … delle verità sminuite », dei precetti raddolciti, una morale attenuata; nulla di ciò che è grande e forte è alla loro pari, e non conviene al loro affievolimento. – Il salmista ha detto: « … perché è mancato un guadagno, le verità sono state dimezzate, sminuite tra i figli dell’uomo ». Ed io dirò volentieri « Poiché un Santo è apparso, è sorto, le verità sono rifiorite, hanno ripreso la loro forza ed il loro vigore. Si, un Santo riporta la verità ai suoi giorni, la rimette in credito, la vendica, la resuscita, la rende popolare … Un Santo tutto da solo fa indietreggiare tutta la generazione contemporanea, egli ha ragione contro tutti, resta maestro del campo (Mgr. Pie, Pan. De B. Labiée).

ff. 2. – Vi sono due tipi di intrattenimenti che gli uomini tengono gli uni con gli altri, I primi sono per divagarsi, gli altri per ingannarsi. Intrattenersi con notizie più o meno vane e frivole, è l’occupazione più ordinaria di una parte degli uomini. Cercare di ingannarsi, usando per questo degli artifizi e dei mascheramenti, avere un cuore doppio, l’uno secondo ciò che si pensa, l’altro secondo ciò che si dice, è un esercizio non meno in auge dei primi. (Duguet). – Anche Bossuet, nell’elogio ad una pia principessa, faceva questa considerazione: che la vanità e le maldicenze che sottendono a tutte le attività del mondo, gli facevano temere tutti i Cristiani, e che nulla gli pareva più gradevole e sicuro della solitudine (Or. Fun. d’Ann. de G.). –

ff. 3. –  Il profeta non chiede a Dio di perdere questi uomini ingannatori, ma di mettere fine ai loro discorsi iniqui. Non è la loro natura che spera sia annientata, ma il loro linguaggio, la loro arroganza, la loro astuzia artificiosa, il loro orgoglio (S. Chrys.). – Due sono i tipi di peccatori che il Profeta ha qui in vista: gli uni sono i furbi, doppiamente ipocriti, che si contraffanno esteriormente; gli altri, gli orgogliosi, gli insolenti, dichiarati contro le verità della Religione e che cercano di distruggerla con i loro discorsi o con i loro scritti. Il Signore distruggerà un giorno questi discorsi perniciosi, se essi non si correggono. Egli non perde mai i diritti della sua giustizia, e la sua lunga pazienza è come il preludio di un giudizio più terribile.

ff. 4. –  Bisogna aver perso il senso e la ragione per tenere tale linguaggio … le vostre labbra non sono vostre ma del Signore. È Lui che le ha fatte, le ha disposte ed ha dato loro vita. Malgrado ciò queste labbra sono le vostre. Sì, senza dubbio, ma tutte le cose che abbiamo non ci appartengono. Non abbiamo noi tra le mani il denaro il cui deposito ci è stato affidato? Non abbiamo in affitto i campi che ci sono stati dati? Dio ci ha dunque consegnato questi doni per farli fruttare, non ci ha dato l’orgoglio o la frode, ma l’umiltà, la carità (S. Chrys.). – « Le nostre labbra sapranno difenderci da sole, chi sarà il nostro maestro? » O parole diaboliche! Ma come, voi vedete tutta la creazione proclamare l’impero del vostro Signore, la sua saggezza, la sua provvidenza; il vostro corpo, la vostra anima, la vostra vita, tutte le creature visibili ed invisibili sembrano prendere voce per celebrare la potenza del Creatore, e voi dite: « chi è il nostro maestro? » (S. Chrys.) – Pensare, parlare in tal modo significa volersi rendere pari a Dio, come il Profeta rimprovera al re di Tyr (Ezech. XXVIII, 2). – In effetti, dice Bossuet, siccome Dio è la fonte del bene ed il centro di tutte le cose, siccome Egli è il solo saggio ed il solo potente, a Lui compete occuparsi di Se stesso, di rapportare tutto a Se stesso … Quando dunque una creatura si rimira nella sua virtù, si acceca nella sua potenza, si compiace nelle sue attività, si occupa infine interamente delle proprie perfezioni, ella agisce alla maniera di Dio, e malgrado la sua miseria e la sua indigenza, imita la pienezza di questo primo Essere. Così quest’uomo abile che domina in un consesso e raduna tutti gli spiriti con la forza dei suoi discorsi, preso dalla pretesa superiorità del suo genio a gestire gli uomini e gli affari, quando crede che il suo ragionare e la sua eloquenza, e non la mano di Dio, abbia rivoltato i cuori, non dice forse tacitamente: « le nostre labbra difendono noi stessi » e siamo noi che abbiamo trovato queste belle parole che hanno colpito tutto il mondo? (Bossuet, Serm. Sur l’honneur, Elév. XXIII, S. IV, 2). – La profanazione delle più criminali della parola di Dio, è il servirsene per acquisire successo, considerazione, onore con il dono della parola, l’elevazione dei pensieri, la perfezione dello stile; è temerarietà imperdonabile per un predicatore raggiungere la conversione delle anime con i grandi sforzi della sua eloquenza. – L’orgoglio è il carattere saliente della nostra civiltà contemporanea. Da ogni parte della società, librata senza freni all’idea rivoluzionaria, si leva un clamore orgoglioso: « Noi apparteniamo a noi stessi, chi abbiamo come maestro? » È il grido della scienza; essa ha abbattuto il giogo della fede; nel suo nome “indipendenza”, si lancia in tutte le stravaganze, piuttosto che ricevere qualche barlume e qualche direttiva di verità da Dio. – È il grido della morale che rifiuta il punto d’appoggio, il solo possibile, che gli darebbe la legge e la sanzione divina; essa si chiama « morale indipendente », e non è indipendente che da una cosa sola: la virtù. – È il grido della politica: Dio non è più nulla nei consigli della politica umana; l’uomo conduce gli affari e governerà tutto oramai al di fuori da Lui. È stato da sempre questo il grido dei ricchi e dei potenti di questo mondo, allorché Voltaire li ha ricondotti a tutti i soffi della sua audace empietà. È ora anche il grido degli ultimi figli del popolo, che in fondo al loro muoversi, e nel mezzo delle loro orge, non hanno più altra conclusione ai loro inetti ragionamenti, né altri ritornelli delle loro brutali canzoni se non: « … Le nostre labbra ci appartengono, e chi è il nostro maestro? » (Doublet, Ps. Étud. En vue de la Pred. I. 54).

ff. 5. –  I poveri hanno una potenza vantaggiosa, e non è che ai poveri ed ai poveri contriti ed umiliati che Dio accorda il suo soccorso nel mezzo delle loro prove. Le loro sofferenze, le loro afflizioni sono esse sole un appoggio più grande dell’eloquenza, i loro gemiti hanno una forza incomparabile, poiché esse sono sufficienti per attirare il soccorso di Dio (S. Chrys.). – I loro sospiri, i loro gemiti, sono più potenti di qualsiasi credito, di tutte le ricchezze di coloro che li opprimono: li si vede perire, e tutto è muto per essi. Se qualcuno li compatisce, nessuno però li difende. Ma se le loro lacrime cadono dagli occhi a terra, risalgono poi dalla terra al cielo, e arriverà il tempo in cui Colui che sembrava dormire, si sveglierà e si alzerà a prendere la loro difesa (Duguet). – È soprattutto nel gran giorno del giudizio che Dio compirà questa promessa in tutta la sua ampiezza. A causa della miseria di coloro che sono senza soccorso e dei gemiti dei poveri, « … ora, Io mi leverò, dice il Signore ». A sentire Dio parlare così, non si direbbe che il giudizio finale, benché universale, non debba essere che per i poveri e che esso non abbia come termine e fine quello di far loro giustizia? A vedere come il Figlio di Dio, che lo deve presiedere, si comporterà e procederà, non si direbbe che ogni giudizio del mondo debba vertere sulla cura dei poveri, e che da questo debba dipendere assolutamente ed essenzialmente la sorte degli uomini? (Bourdal, Jug. Dern.).

ff. 6. – Qual è il senso di queste parole? Io prenderò la loro difesa apertamente, pubblicamente e in tutta libertà, di modo che tutti ne siano visibilmente testimoni. Talvolta Dio ci salva con il minimo clamore e attraverso vie nascoste, perché Egli nulla ha a che fare con la gloria che viene dagli uomini. Qui invece, come fanno gli oppressori dei poveri, si utilizzano l’insulto e l’oltraggio, ma Egli dichiara che li salverà in modo eclatante, che agirà come Dio e che farà conoscere a tutto il mondo che Egli può e sa punire quando vuole (S. Chrys.). A causa della vostra afflizione, arrivata al limite estremo, a causa della vostra impotenza che confessate con i vostri gemiti, « ora Io mi leverò, dice il Signore »; Io ricostruirò l’edificio secondo i piani che voi non avete concepito; Io metterò la vostra salvezza nelle condizioni che voi non avete voluto. Il Salvatore verrà dalla mia mano e non dalla vostra. In Lui e per Lui Io opererò con fiducia; in Lui e per Lui Io agirò con braccio fermo e non trattenuto.  (Mgr. Pie, tom. VIII, p. 13).

ff. 7. – La parola degli uomini è soggetta a tante eccezioni, a vicissitudini, ad avvenimenti che la cambiano o la alterano, per cui non ci si può fidare assolutamente. Chi, per poco che abbia vissuto, non ha conosciuto per esperienza le volontà cangianti, come dice Bossuet, le parole ingannevoli, le diverse facce dei tempi, le delusioni delle promesse, l’illusione delle amicizie terrene che vanno con gli anni e gli interessi, e la profonda oscurità dei cuori dell’uomo, che non sa mai ciò che vorrà, che spesso non sa bene ciò che vuole, e che non è meno occulto né meno ingannevole per se stesso che per gli altri? (Or. fun. d’Ann. De G.). Non c’è che Dio sempre fedele alla sua parola, perché Lui solo è essenzialmente vero, Lui solo è maestro dei tempi e degli avvenimenti, ed è sempre disposto a dare più di quanto abbia mai promesso. Molti predicano la verità, ma non in maniera pura, perché la vendono a prezzo dei vantaggi del mondo (Fil. I, 17). Questa parola deve essere annunziata invece con purezza, vale a dire senza altro fine se non la gloria di Dio (S. Agost.).

ff. 8. – Occorre avere incessantemente questo sentimento nello spirito e nel cuore: Dio mi conserverà, mi proteggerà sia nel tempo presente, sia nell’eternità. – È da evitare, nello stesso tempo in questa vita, la società dei malvagi, cosa che rappresenta il mezzo più sicuro per essere eternamente al riparo dalla loro corruzione.

ff. 9. – Gli empi marciano in un cerchio di empietà ed errori, nella cupidigia delle cose temporali, cerchio che gira su se stesso come una ruota, senza che possano mai arrivare alla via della verità, nella quale non si gira più (S. Agost.). « Gli empi girano incessantemente in un cerchio »: i bagliori della fede si spegnono e l’autorità di Dio è disprezzata, essi ignorano necessariamente il punto dal quale sono partiti, la ruota con cui girano, e lo scopo al quale aspirano; non tendendo più a nulla, essi non sanno più chi sono, cosa debbano, né cosa vogliano (M. de Buol.. sur l’incréd.). – La loro vita è un cerchio; essi corrono da un errore all’altro, da una voluttà all’altra, e tornano sempre al loro punto di partenza, che è l’oblio di Dio; essi sono oggi ciò che erano ieri, domani saranno come oggi, l’anno venturo come l’attuale. – Convertirsi a Dio e allontanarsi dal proprio peccato, è il maledetto cerchio intorno al quale girano un gran numero di peccatori, che arrivano così alla morte senza mai giungere all’eternità beata. – « Gli empi girano nello stesso cerchio », essi rifanno davanti a noi ciò con cui hanno atterrito altri secoli; l’inferno ricomincia uno di questi drammi che sembrava inizialmente sanguinoso e terribile, ma il cui denudamento lo mostra ridicolo. La guerra che si fa alla Chiesa e alla società, rivela – lo confessiamo – una potenza ed un’audacia non comune; i pericoli che corriamo sono estremi; ma rassicuriamoci:, il male – come sempre – sarà vinto in mezzo ai suoi più grandi trionfi, nei tempi precisi del suo dominio più generale. Né questa dominazione né questa caduta, sono cose nuove: già da tempo il Salmista scriveva: « Signore, Voi lo avete abbattuto nei tempi della più grande elevazione » (Doublet, Psaumes, t. III, p. 284).

SALMI BIBLICI: “IN DOMINO CONFIDO” (X)

Salmo 10: In Domino Confido

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.: Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

SALMO X

  In finem. Psalmus David.

[1] In Domino confido;

quomodo dicitis animæ meae: Transmigra in montem sicut passer?

[2] Quoniam ecce peccatores intenderunt arcum; paraverunt sagittas suas in pharetra, ut sagittent in obscuro rectos corde;

[3] quoniam quae perfecisti destruxerunt; justus autem quid fecit?

[4] Dominus in templo sancto suo; Dominus in caelo sedes ejus.

[5]Oculi ejus in pauperem respiciunt, palpebræ ejus interrogant filios hominum.

[6] Dominus interrogat justum et impium; qui autem diligit iniquitatem, odit animam suam.

[7] Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum, pars calicis eorum.

[8] Quoniam justus Dominus, et justitias dilexit: aequitatem vidit vultus ejus.

SALMO X

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Esortazione alla confidenza nel tempo delle calunnie ed altre tribolazioni.

Per la fine, salmo di David.

1. Nel Signore pongo la mia speranza; perché dite voi all’anima mia: Trafugati al monte come una passera? (1)

2. Imperocché ecco che i peccatori han leso l’arco, tengono preparate le loro saette nel

turcasso per saettare all’oscuro quelli che sono di cuore retto.

3. Perché quello che tu facesti di buono, lo hanno ridotto a niente; or il giusto che ha egli fatto?

4. Il Signore nel tempio suo santo, il Signore nel cielo ha sua sede;

5. gli occhi di lui al povero son rivolti: le pupille di lui disaminano i figliuoli degli uomini.

6. Il Signore disamina il giusto e l’empio; echi ama l’iniquità, odia l’anima propria.

7. E i pioverà lacci sopra de’ peccatori; il fuoco eil zolfo e il vento procelloso è la porzione del loro calice. (2)

8. Imperocché il Signore è giusto, ed ha amato la giustizia; la faccia di lui è rivolta alla equità.

(1) I paesi montagnosi nel sud della Giudea, ove Saul inseguiva Davide. Fuggite sulla montagna, come gli uccelli quando sono inseguiti nella pianura fuggono con volo rapido verso le montagne coperte dagli alberi.

(2). Il vento di tempesta è il simoun degli arabi, vento del deserto. Quando esso soffia, in luglio, ci si getta a terra e si evita di essere soffocati, perché soffia con violenza tranne che a due passi da terra.

Sommario analitico

Questo salmo che Davide ha composto probabilmente quando il profeta Gad gli venne a dire « Non dimorate in questo forte, partite ed andate nella terra di Giuda » (I Re XXII, 6), e che, nel senso tropologico si applica all’uomo giusto, rigettante tutte le suggestioni con le quali il demonio cerca di allontanarlo da Dio, può dividersi in due parti: nella prima, Davide fa vedere tutti gli sforzi dei suoi nemici per prenderlo, cosa che determina i suoi amici nel consigliargli di fuggire. Nella seconda, egli dichiara che è senza paura, sicuro com’è della giustizia e della potenza di Dio.

I° PARTE.

I. –  Egli riporta i timidi consigli che gli danno i suoi amici (1);

2) i disegni crudeli dei suoi nemici contro di lui (2); .

3) le loro audaci imprese contro Dio stesso (3).

II PARTE.

II. – Egli espone i quattro motivi della sua fiducia in Dio:

1) coloro che lo attaccano sono peccatori, – essi hanno distrutto ciò che Dio aveva stabilito; – Davide, dal canto suo non aveva mai dato loro, in nessun luogo, alcuna occasione di perseguitarlo;

2) Dio è il Re ed il Signore di tutte le cose, ed Egli può, in un sol colpo, capovolgere e distruggere tutti i loro sforzi (4);

3) Dio è un guardiano vigilante che ha sempre gli occhi sulle sue pecore; Egli esamina con cura tutte le azioni degli uomini (5);

4) Dio è un giudice severo che punisce gli empi secondo la grandezza dei loro crimini e le regole della sua giustizia (6-8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 3.

ff. 1, 2. – Le anime lasse e timide trovano mille difficoltà quando si tratta di intraprendere qualcosa per le gloria di Dio ed abbandonano tutto alla minima resistenza. – Sono questi consigli di bassa lega ed interessati di falsi amici che cercano di intimidire un Pastore zelante per la gloria di Dio, per la disciplina della Chiesa e la salvezza delle anime. Bisogna cedere per un tempo alla persecuzione; l’arco già è stato teso, le accuse sono tutte pronte, voi non potrete difendervi, perché si tirerà contro di voi nell’oscurità. Si cerca di distruggere tutto ciò che avete fatto di meglio, e chiederete inutile quel che avete fatto, ma non sarete nemmeno ascoltati. Perché dunque non prendere una condotta più accomodante, e non cedere qualcosa alla consuetudine ed al tempo in cui si vive? Ci sarà una sola e solida risposta a tutto questo: « Io ripongo la mia fiducia nel Signore » (Duguet). – « Perché parlate così alla mia anima? Cosa mi consigliate? Io ho come aiuto il Maestro dell’universo, ho per capo ed appoggio Colui che fa tutto senza fatica e con la più grande facilità, e voi mi spingete a fuggire nei luoghi disabitati, di cercare la mia salvezza del deserto? Può il deserto offrirmi un soccorso più sicuro di Colui che fa tutto senza il minimo sforzo? (S. Chrys.). – A questa prima ragione, io ne aggiungo un’altra che mi impedisce di prendere la fuga. Quando abbiamo Dio come difensore ed i peccatori come nemici, , si può forse consigliare, senza renderci colpevoli di follia, di imitare il timore di timidi uccelli? (Idem).

ff. 3. – Essi hanno distrutto tutto ciò che avete fatto con tanta perfezione, altra causa che completa la distruzione delle loro forze; essi si rivolgono alle opere di Dio, fanno a Dio ed alla sua Chiesa una guerra accanita, distruggono la sua legge e mettono sotto i piedi i suoi precetti. Qual più grande prova di debolezza osar dichiarare la guerra a Dio? (S. Chrys.). – Ordinariamente la vita dei peccatori fa più rumore di quella dei giusti, perché l’interesse e le passioni scuotono tutto nel mondo. I peccatori hanno teso il loro arco, lo hanno rilasciato contro i giusti, li hanno distrutti, li hanno rovesciati, non si parla che di essi nel mondo. Ma il giusto cosa fa? Sembra che non agisca, ed in effetti non agisce secondo l’opinione dei mondani che non conoscono l’azione senza agitazione, né affari senza imprese. Non avendo il giusto azione, almeno secondo il sentimento degli uomini di mondo, non bisogna meravigliarsi che i grandi successi non siano per lui (Bossuet, s. III Dim., ap. Paq.).

II — 4 – 8.

ff. 4. – Come si è preparato il giusto a rigettare gli sforzi dei suoi nemici? Cosa ha fatto? Egli ha cercato il suo rifugio in Dio che è nei cieli, e che tutto riempie con la sua immensità. Egli non ha impiegato le armi per difendersi; le sole sue armi sono state il confidare in Dio, egli non ha opposto ai suoi nemici se non Colui che non ha bisogno di alcun mezzo di difesa, né di luogo, né di tempi favorevoli, né di armi, né denaro, ma che fa tutto con un cenno della sua volontà (S. Chrys.). – Quale fondamento più sicuro della fiducia di un cuore retto? Dio è in cielo e l’uomo sulla terra.

ff. 5. –  Ecco ciò che consola l’uomo giusto; egli sa di non poter dubitare che il Signore, dall’alto del cielo, vede tutto, esamina tutto, giudica tutto ciò che accade sulla terra; discerne e giudica i buoni ed i cattivi; dalla estremità in cui si trova, Dio vede tutto e non dimentica. – Le pupille di Dio da sole sono sufficienti, perché Egli vede tutto, Egli conosce tutto; Egli non ha bisogno della prugnola degli occhi (Teodoreto). – « L’uomo che esce dal suo letto disprezzando la sua anima, dicendo: « … chi mi vede? Le tenebre mi circondano e le muraglie mi coprono e nessuno se ne accorge: perché aver paura? L’Altissimo non si ricorderà dei miei peccati! » quest’uomo non ha compreso che l’occhio del Signore vede ogni cosa … non ha capito che gli occhi del Signore, più luminosi del sole, penetrano tutte le vie dei mortali e la profondità degli abissi, l’intimo dei cuori ed i luoghi più reconditi. » (Eccles. XXIII, 25-28).

ff. 6. – Terribile è l’interrogatorio che lo sguardo di Dio, presente dappertutto, fa subire ai peccatori. – L’iniquità è per l’anima che la commette, un nemico acerrimo, il più pericoloso, e che la minaccia di una certa rovina. Il peccatore ne è la vittima anche prima di essere consegnato al supplizio (S. Chrys.). – Ogni peccatore è nemico della sua anima, corruttore nella sua coscienza, del suo bene più grande che è l’innocenza. Nessuno pecca senza oltraggiare se stesso; nessuno mina l’integrità altrui senza perdere la propria; nessuno si vendica dei suoi nemici e non porti il primo colpo, il più mortale, al proprio seno; e l’odio, questo veleno mortale della vita umana, comincia la sua funesta operazione nel cuore ove esso è concepito, perché vi spegne la carità e la grazia (Bossuet, Circons. De N.-S.).

ff. 7. – Durante questa vita, questo spirito di tempesta sono il tumulto e le agitazioni di una coscienza agitata e che cerca di ingannare se stessa. – La pioggia delle insidie, è incomparabilmente più terribile della pioggia di fuoco e zolfo. Il mondo è inondato da questa pioggia. Un cattivo pastore, un confessore ignorante, debole o compassio-nevole, un predicatore che attenua, che altera, che rende bonarie le severe massime del Vangelo, sono altrettante insidie nelle quali le anime possono cadere (Duguet). Quanto più spaventosi sono questi castighi, comparati alla catastrofe delle cinque città abominevoli, castighi che saranno applicati irrevocabilmente ai peccatori dopo questa vita! Questa sarà la parte del loro calice: vale a dire che questi flagelli saranno la loro parte, il loro possesso; essi non potranno sottrarvisi e ne saranno le tristi vittime.

ff. 8. – La ragione di queste vendette così temibili è che il Signore è giusto, e che Egli essenzialmente ama la giustizia. Egli l’ama in Dio, cioè infinitamente, Egli la vendica in Dio, e cioè mediante pene eterne (Berthier). – Il Signore è giusto ed ama “le giustizie”. Non è senza ragione che questa parola è messa al plurale; non è perché parla degli uomini che il Profeta impiega la parola “giustizie” invece che “giusti”? Sembra in effetti che vi siano tante giustizie per tanti giusti, mentre la giustizia di Dio, alla quale tutti gli altri partecipano, è unica (S. Agost.). – Ad esempio di Dio non si perda mai di vista la giustizia in tutto ciò che si fa: essa è la luce e la regola che si deve seguire.

SALMI BIBLICI “CONFITEBOR TIBI DOMINE” (IX)

SALMO 9:  “Confitebor tibi Domine”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

TOME PREMIER.

SALMO IX.

In finem, pro occultis filii. Psalmus David.

[1] Confitebor tibi, Domine,

in toto corde meo; narrabo omnia mirabilia tua.

[2] Laetabor et exsultabo in te; psallam nomini tuo, Altissime.

[3] In convertendo inimicum meum retrorsum; infirmabuntur, et peribunt a facie tua.

[4] Quoniam fecisti judicium meum et causam meam; sedisti super thronum, qui judicas justitiam.

[5] Increpasti gentes, et periit impius: nomen eorum delesti in aeternum, et in saeculum saeculi.

[6] Inimici defecerunt frameæ in finem, et civitates eorum destruxisti. Periit memoria eorum cum sonitu;

[7] et Dominus in æternum permanet. Paravit in judicio thronum suum;

[8] et ipse judicabit orbem terræ in aequitate, judicabit populos in justitia.

[9] Et factus est Dominus refugium pauperi; adjutor in opportunitatibus, in tribulatione.

[10] Et sperent in te qui noverunt nomen tuum, quoniam non dereliquisti quærentes te, Domine.

[11] Psallite Domino qui habitat in Sion; annuntiate inter gentes studia ejus,

[12] quoniam requirens sanguinem eorum recordatus est; non est oblitus clamorem pauperum.

[13] Miserere mei, Domine: vide humilitatem meam de inimicis meis,

[14] qui exaltas me de portis mortis, ut annuntiem omnes laudationes tuas in portis filiae Sion.

[15] Exultabo in salutari tuo. Infixæ sunt gentes in interitu quem fecerunt; in laqueo isto quem absconderunt comprehensus est pes eorum.

[16] Cognoscetur Dominus judicia faciens; in operibus manuum suarum comprehensus est peccator.

[17] Convertantur peccatores in infernum, omnes gentes quæ obliviscuntur Deum.

[18] Quoniam non in finem oblivio erit pauperis; patientia pauperum non peribit in finem.

[19] Exsurge, Domine; non confortetur homo: judicentur gentes in conspectu tuo.

[20] Constitue, Domine, legislatorem super eos, ut sciant gentes quoniam homines sunt.

[21] Ut quid, Domine, recessisti longe, despicis in opportunitatibus, in tribulatione?

[22] Dum superbit impius, incenditur pauper: comprehenduntur in consiliis quibus cogitant.

[23] Quoniam laudatur peccator in desideriis animæ suæ, et iniquus benedicitur.

[24] Exacerbavit Dominum peccator, secundum multitudinem iræ suæ, non quæret.

[25] Non est Deus in conspectu ejus, inquinatae sunt viae illius in omni tempore. Auferuntur judicia tua a facie ejus; omnium inimicorum suorum dominabitur.

[26] Dixit enim in corde suo: Non movebor a generatione in generationem, sine malo.

[27] Cujus maledictione os plenum est, et amaritudine, et dolo; sub lingua ejus labor et dolor.

[28] Sedet in insidiis cum divitibus in occultis, ut interficiat innocentem.

[29] Oculi ejus in pauperem respiciunt; insidiatur in abscondito, quasi leo in spelunca sua. Insidiatur ut rapiat pauperem; rapere pauperem dum attrahit eum.

[30] In laqueo suo humiliabit eum; inclinabit se, et cadet cum dominatus fuerit pauperum.

[31] Dixit enim in corde suo: Oblitus est Deus; avertit faciem suam, ne videat in finem.

[32] Exsurge, Domine Deus, exaltetur manus tua; ne obliviscaris pauperum.

[33] Propter quid irritavit impius Deum? dixit enim in corde suo: Non requiret.

[34] Vides, quoniam tu laborem et dolorem consideras, ut tradas eos in manus tuas. Tibi derelictus est pauper; orphano tu eris adjutor.

[35] Contere brachium peccatoris et maligni; quæretur peccatum illius, et non invenietur.

[36] Dominus regnabit in æternum, et in sæculum saeculi; peribitis, gentes, de terra illius.

[37] Desiderium pauperum exaudivit Dominus; præparationem cordis eorum audivit auris tua,

[38] judicare pupillo et humili, ut non apponat ultra magnificare se homo super terram.

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO IX

Càntico trionfale a Dio per la liberazione dai nemici, e nel senso più inteso dallo Spirito Santo, per la liberazione dal demonio e dalla idolatria, operata da Cristo con la sua morte. Per ciò il titolo del

Salmo: Per gli arcani del Figlio; e nell’ Ebreo:

Per la morte del Figlio.Per la fine: pegli occulti (misteri) del Figlio.

1. Te, io loderò, o Signore, con tutto il mio cuore: racconterò tutte le tue meravigli!

2. in te mi rallegrerò e tripudierò, canterò inni al tuo nome, o Altissimo.

3. Perché tu hai messo in fuga il mio nemico: e diverranno impotenti, e dal tuo cospetto saran dissipati.

4. Perocché tu hai presa in mano la mia causa e la mia difesa: ti se’ assiso sul trono, tu che giudichi con giustizia.

5. Tu hai sgridate le nazioni, e l’empio è ito in rovina: hai cancellato il nome loro in eterno e per tutti i secoli.

6. Sono senza forza per sempre le spade dell’inimico; tu hai distrutte le loro cittadi.

7. Svanì col suono la loro memoria; ma il Signore sussiste in eterno.

8. Egli ha preparato il suo trono per far giudizio; ed egli stesso giudicherà il mondo con equità, giudicherà i popoli con giustizia.

9. E il Signore è stato rifugio al povero, aiutatore al tempo opportuno, nella tribolazione.

10. E sperino in te quei checonoscono il nome tuo, perchè tu, o Signore, non hai abbandonato coloro che ti cercano.

11. Cantate inni al Signore, che abita in Sion; annunziate i consigli di lui tra le nazioni;

12. Imperocché colui che fa vendetta del sangue, si è ricordato di essi: non ha posto in dimenticanza le grida del povero.

13. Abbi misericordia di me, o Signore: mira l’umiliazione mia per opera de’ miei nemici.

14. Tu che mi rialzi dalle porte di morte, affinché annunzi io tutte le lodi tue alle porte della figliuola di Sion.

15. Esulterò per la salute che viene da te; si son sommerse le genti nella fossa, che aveano fatta. In quel laccio stesso, che tenevan nascoso è stato preso il loro piede.

16. Sarà conosciuto il Signore, che fa giustizia: nelle opere delle mani sue è stato preso il peccatore.

17. Sian gettati nell’inferno i peccatori, le genti tutte che di Dio si dimenticano.

18. Imperocché non per sempre sarà dimenticato il povero; la pazienza del povero non sarà vana per sempre.

19. Levati su, o Signore, non cresca l’uomo in possanza, sien giudicate le genti dinanzi a te.

20. Poni sopra di loro, o Signore, un legislatore, affinché conoscan le genti ch’elle sonouomini.

21. E perché, o Signore, ti se’ ritirato in lontananza, ci hai negletti nel maggior uopo, nella tribolazione?

22. Mentre l’empio insolentisce, il povero è nella fornace: sono presi nei consigli che hanno ideati.

23. Imperocché lode riscuote il peccatore  nei desideri dell’anima sua, el’iniquo benedizione.

24. Il peccatore ha esacerbato il Signore;  secondo la molta sua arroganza egli noi cercherà.

25. Dinanzi a lui Dio non è: le di lui vie sono sempre contaminate. I tuoi giudizi son lungi dalla vista; ei trionferà di tutti i suoi avversari.

26. Imperocché egli ha detto in cuor suo: Io non sarò scosso, d’una in altra età (sarò) senza infortunio.

27. La bocca di lui è piena di maledizione e di amarezza e di fraude; sotto la lingua di lui, affanno e dolore.

28. Sta in agguato co’ facoltosi, all’oscuro per uccidere l’innocente.

29. Ei tiene gli occhi rivolti contro del povero: sta in agguato, come un leone nella sua tana. Sta in agguato per porre le unghie sopra del povero; per porre le unghie sopra del povero, attraendolo a sé.

30. Nei suoi lacci lo abbatterà; si inchinerà egli, e si getterà a terra, quando si farà padrone de’ poveri.

31. Imperocché egli ha detto in cuor suo: Dio non tiene ricordanza, ha rivolto altrove la faccia per non vedere giammai.

32. Levati su, Signore Dio, si alzi la mano tua; non ti scordare de’ poveri.

33. Per qual motivo ha l’empio irritato Dio? Perché ha detto in cuor suo: Ei non faranno ricerca:

34. Tu vedi; tu l’affanno e il dolore consideri, per abbandonar coloro nelle tue mani. Alla tua cura è rimesso il povero; aiuto dell’orfano sarai tu.

35. Spezza il braccio del peccatore e del maligno: si farà ricerca del peccato di lui, e non troverassi.

36. Il Signore regnerà in eterno e per tutti i secoli; nazioni, voi sarete sterminate dalla terra di lui!

37. Il Signore ha esaudito il desiderio dei poveri: il tuo orecchio ha ascoltato la preparazione del loro cuore.

38. Per far giustizia al pupillo eall’oppresso, affinché non seguiti più a farla da grande l’uomo sopra la terra.

Sommario analitico

Questo salmo è un cantico di azioni di grazie cantato da Davide dopo una qualche grande vittoria. Nel titolo, per i misteriosi segreti del Figlio, la maggior parte degli interpreti ha intravisto la visione di un canto di trionfo per la gloriosa vittoria riportata dal Figlio di Dio sul principe delle tenebre nell’Incarnazione, la Passione e gli altri misteri compiuti per la salvezza degli uomini, e soprattutto per i segreti giudizi di Dio in favore dei buoni e contro i malvagi. Questo salmo può essere diviso in due parti principali. Nella prima (1-12) Davide rende grazie a Dio dei suoi benefici; nel secondo (13-39), egli implora il soccorso di Dio contro le afflizioni presenti e future. Per maggiore chiarezza noi lo divideremo in sei sezioni.

Sezione PRIMA

-I frutti della Redenzione-

Davide annuncia che loda il Signore come Salvatore, ed erompe in azioni di grazie, di cuore, di bocca, e con le sue opere (2, 3).

Egli indica: 1) la ragione di questa azione di grazie: il demonio messo in fuga; – l’abbattimento del demonio e del suo seguito; – la sua completa distruzione (4) 2) La causa di queste meraviglie, la Passione di Gesù-Cristo, per la quale il Salvatore ha interrotto la controversia che esisteva tra Dio e l’uomo, tra l’uomo ed il demonio, soddisfacendo alla giustizia di Dio e strappando al demonio la sua preda. (4-5).

Sezione II

I frutti della vittoria: la predicazione degli Apostoli.

Gli Apostoli sono stati inviati: 1) per impedire i crimini e distruggere l’impero del demonio (6); 2) per distruggere il culto tanto rinomato degli idoli; 3) per togliere le armi ai ribelli, distruggere le loro fortezze, annientare ogni ricordo degli idoli e affermare la fede di Gesù-Cristo (7).

Sezione III

Gesù-Cristo, protettore dei suoi Apostoli e dei poveri perseguitati.

I. Egli ci presenta Gesù-Cristo come il sovrano giudice che ha stabilito un trono nei cieli, ed ha due assistenti, la misericordia e la giustizia (8).

II. Egli lo considera giudice della terra di sovrana equità (9).

III. Egli mette a confronto i due avversari: da un lato gli Apostoli, gli uomini apostolici e tutti i fedeli perseguitati; dall’altro i tiranni, i potenti del secolo che li perseguitano: 1) Egli dichiara che i primi troveranno rifugio ed appoggio nel tempo favorevole (10); 2) di rimando egli esige da essi che servano il Signore sperando in Lui e celebrando i suoi benefici (11, 12); 3) predice la punizione dei ricchi e dei potenti che hanno perseguitato i poveri (13).

Sezione IV

Quale sarà al termine della vita, la sorte dei giusti e degli empi.

I. Il profeta ci fa scorgere un Dio interamente dedicato agli interessi dei giusti.

-1) Essi sono l’oggetto particolare della sua misericordia; 2) considera attentamente le loro afflizioni (13,14); 3) Egli li toglie dalle porte della morte e li conduce fino alle porte della Città celeste, dove li ricolma di una gioia eterna (15).

II. Descrive la rovina degli empi. –

1) … che cadranno nella fossa che essi stessi hanno scavato, ed il loro piede sarà nella rete che essi stessi hanno teso (16); 2) tutti applaudiranno ai giudizi di Dio su di loro (17); 3) la giusta punizione che essi hanno ricevuto dell’oblio nei confronti di Dio, sarà l’essere precipitati nell’inferno (18).

II. – Egli fa conoscere le cause e gli effetti della punizione degli empi.- 1) Il povero non sarà mai dimenticato, la speranza dell’afflitto non sarà senza ricompensa (19); .2) Dio si leverà nel prendere la sua difesa, per giudicare e condannare i suoi persecutori (20); 3) Egli farà sentire loro che è il loro Legislatore ed il loro Giudice (21).

Sezione V

Il profeta si rincresce che le punizioni degli empi e dei persecutori siano differite.

.I. – Egli espone il suo pianto con un’umile e filiale richiesta a Dio (22), ed apporta due motivi in appoggio della sua preghiera:

1) nel suo orgoglio l’empio perseguita il povero (23); 2) e si glorifica altamente dei desideri della sua anima (24); 3) mentre egli si affida a Dio solo, e disdegna il proprio pensiero (25).

IIFa vedere l’enormità e la moltitudine dei crimini dell’empio: che è:

1) cieco nella sua intelligenza, dalla quale ha bandito il ricordo di Dio; 2) corrotto nei suoi desideri e nella sua volontà; 3) i giudizi di Dio non sono nulla per lui, ed esercita la sua tirannia su tutti quelli che considera come suoi nemici con arrogante insolenza (26, 27); 4) la sua bocca è piena di maledizioni e bestemmie (28).

III.Lo compara ad un leone nel suo antro, che spia la sua preda per aggredirla e ridurla in pezzi (29-31).

IV. – Indica la causa di tutti questi crimini: l’errore insensato nel quale vivono gli empi, che Dio cioè non si occupa delle cose umane (32).

Sezione VI

Cura paterna che Dio prende per i poveri e gli oppressi.

I- Il profeta domanda a Dio di venire in soccorso del povero oppresso ed offre tre ragioni pressanti della sua preghiera (33):

1) la blasfemia dell’empio che dice con alterigia che Dio non recriminerà per i suoi misfatti (34); 2) il giogo schiacciante che egli fa pesare sul povero, e che non può sfuggire riguardo a Dio; 3) è a Dio solo che è rimessa la cura del povero, Lui solo può essere suo appoggio e suo Salvatore (35).

.II. – Egli annuncia che le sue richieste saranno esaudite:

1) Dio si ergerà per esercitare il suo sovrano impero; 2) gli empi saranno distrutti (37); 3) Dio si ricorderà dei poveri e porgerà l’orecchio ai desideri del loro cuore, giudicherà la loro causa e porrà un termine all’oppressione dei malvagi (38,42).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-5.

ff. 1. –  Dio vuole il cuore tutto intero e non vuole dividere con nessuno ciò che Gli è dovuto « la coperta è troppo stretta, ci dice il profeta Isaia, di modo che se due vi si riparano, uno cadrà e la coperta stretta non può coprire l’uno e l’altro » (XXVIII, 20). – Lodare Dio con tutto il proprio cuore, è applicarsi interamente alla lode, all’azione di grazie che sono la parte principale della preghiera, è ricordarla interamente davanti a Dio, in modo da poter dire come Davide: « il vostro servo ha trovato puro il suo cuore per offrirvi questa preghiera » (II Re, VII, 27).- Lodare Dio con tutto il cuore, significa lodarlo in ogni tempo, nella tribolazione e nella prosperità; significa riconoscere che Dio è l’autore di ogni dono perfetto; è comprendere e proclamare che tutte le cose sono sottomesse al governo della divina Provvidenza (S. Agos.). La redenzione, sintesi di tutte le meraviglie di Dio, è l’opera di misericordia che riassume tutti i benefici di Dio.

ff. 2. –  È indizio di un’anima avanzata in saggezza, il porre in Dio tutta la propria gioia. In tal modo colui che sa rallegrarsi perfettamente in Dio, allontana il cuore da ogni altro piacere, da ogni altra gioia dei piaceri presenti (S. Chrys.). – Non sarà più nelle gioie di questo mondo che mi rallegrerò, né nelle voluttà sensuali, né nelle soddisfazioni del palato o della lingua, né nella soavità degli odori, né nel piacere dei suoni sfuggenti, né nelle forme e nei colori del corpo, né nella vanità della lode umana, né nel superfluo delle ricchezze temporali, né nelle ricerche della scienza mondana, ma « io mi rallegrerò e farò accendere la mia gioia in voi » (S. Agost.). – Coloro che amano prendere come materia dei loro canti le persone oggetto del loro amore, hanno sempre il loro nome sulle labbra e si consolano così della loro assenza. È ciò che fa il profeta: egli non può vedere Dio, Lo prende a soggetto dei suoi canti, si unisce a Lui con una unione così stretta, da un nuovo ardore ai suoi desideri e sembra gioire della sua presenza (idem).

ff. 3. – Questo nemico per eccellenza è il demonio, che prima della venuta di Gesù-Cristo era il maestro, il principe del mondo, e che il Salvatore ha messo in fuga. Tutti gli altri nemici sono abbattuti ed annientati col solo sguardo di Dio (S. Chrys.).

ff. 4. – Uno degli attributi particolare di Dio, e che si avvicina maggiormente alla sua natura divina, è la giustizia. Gli uomini mille volte giusti, non giudicano secondo giustizia, perché essi non possono distinguere ciò che sia veramente giusto, tanto per ignoranza, tanto per effetto delle loro passioni e della loro negligenza; ma Dio, che è esente da queste imperfezioni, giudica sempre secondo giustizia, perché Egli sa con-formarvi il suo giudizio (S.Chrys.) – Nei mali che arrivano, occorre guardare a Dio che è nel nostro cuore, come su di un trono dal quale giudica la nostra giustizia, cioè ciò che c’è di più giusto in noi, alfine di renderci più conformi all’immagine di suo Figlio (Duguet).

ff. 5. –  Dio non ha bisogno né di armi, né di spade, né d’arco, né di frecce, queste espressioni sono adattate al nostro linguaggio. Egli ha semplicemente da riprendere e fa perire coloro che meritano questo castigo (S. Chrys.). Sull’esempio di Dio, occorre tuonare contro l’empio e la sua empietà, distruggere l’empio, facendolo morire al peccato e passare alla vita della grazie, cancellare il suo nome primitivo, e farne prendere uno nuovo (Dug.). Cosa significa  « il secolo dei secoli » se non l’eternità della quale il secolo presente non ci offre, per così dire, che l’immagine e l’ombra. (S. Agost.).

II. 6 – 7

ff. 6. – Learmi del demonio, nostro nemico, hanno perso la loro forza per sempre. Il “forte armato” è stato vinto da Colui che era più forte di lui. Le sue armi gli sono state tolte, come dice Gesù-Cristo (Matt. XII, 19). – Tale è la collera di Dio, essa distrugge, annienta tutto ciò che colpisce (S. Chrys.). – Questa spada smussa sono i diversi errori con i quali satana fa perire le anime (S. Agost.). – Queste città distrutte sono le assemblee di satana, città sulle quali regna il demonio, o i consigli di inganno e di frode che hanno luogo nei governi, nei quali il demonio ha come satelliti e ministri, ognuno dei membri del corpo: gli occhi per la curiosità, le orecchie per i propositi lascivi e per tutte le parole cattive, le mani per la rapina e per ogni altro crimine odioso, e le altre membra che assecondano in questo modo il potere tirannico di una volontà perversa. C’è dunque una città ovunque si trovino un re, un consiglio, un ministro e un popolo. In effetti, tutte questi mali non esisterebbero nelle città corrotte, se non esistessero prima già negli uomini, che sono gli elementi ed i principi delle città (S. Agost.).

ff. 7. –  È ancora uno dei caratteri della Provvidenza di Dio, quella di non punire i propri nemici in segreto, affinché il castigo degli uni possa rendere gli altri migliori. La loro rovina sarà dunque eclatante! (S. Chrys.). – Cosa vogliono i grandi, i potenti della terra? Fare grande strepitio. Dio permette talvolta che essi ne facciano più di quanto essi non avrebbero osato sperare, ma quando non sono più, essi periscono con lo strepitio che hanno fatto, la loro caduta è proporzionale alla loro elevazione, e la memoria dell’empio – dice Sant’Agostino – si estingue con il medesimo strepitio nel quale la loro empietà si agitava tumultuosamente (S. Agost.). – Quanti personaggi sono passati davanti a noi con tutto il fulgore di una brillante nomea! Si vantava in essi il loro sapere, la prudenza, la saggezza, il bel talento dell’eloquio e dello scrivere; essi erano gli arbitri del gusto, il centro degli affari, e ciò nonostante la loro memoria è sparita nella tomba con un po’ di schiamazzo. Il brusio della lode si è forse prolungato ancora per qualche giorno dopo il loro funerale, oggi il loro ricordo è perso nell’oblio, come in un abisso. – Ecco l’opposizione che c’è tra la distruzione dei malvagi e la durata eterna di Dio!

ff. 8. –  Due motivi propri inspirano agli uomini il timore di Dio: la grandezza della sua gloria, opposta alla bassezza della loro natura, e la sua eterna giustizia che infligge ai peccatori terribili punizioni (S. Chrys.). Il Signore ha preparato questo trono nel momento in cui Egli stesso andava ad essere giudicato. Da allora Egli rende dei giudizi segreti su ognuno di noi (S. Agost.). Ma questa predizione abbraccia nello stesso tempo la vita presente e quella futura. Il giudizio generale e definitivo è riservato all’altra vita, ma in questa vita Dio esercita un giudizio parziale, e fa spesso mostrare dei tratti della sua giustizia, affinché gli insensati non immaginino che tutto vada sulla terra secondo il caso (S. Chrys.). – Si rappresenta spesso questo trono di potenza, di giustizia e di verità da cui esce in ogni attimo il nostro giudizio, e da cui uscirà un giorno la nostra sentenza definitiva, irrevocabile per l’eternità. Tutto è preparato da ora: i supplizi, le corone, ed i giudizi (S. Chrys.). Quanto diverso è il giudizio di Dio da quello degli uomini! (S. Agost.).

III — 9 – 13.

ff. 9. –  Davide, benché re, si riconosce e si definisce povero, considerandosi un mendicante seduto alla porta di un ricco sovrano. Noi tutti siamo dei mendicanti davanti a Dio (S. Agost.). – Tutti i beni di questa vita sono più fuggitivi di un’ombra, il solo bene che ci è veramente proprio, è la virtù che portiamo con noi ovunque andiamo, tutto il resto è simile alle foglie degli alberi che non si vedono che all’esterno (S. Chrys.). – Il povero per il quale la terra è niente, ed il cielo è tutto, merita di avere Dio come rifugio e come difensore, sia in questa vita in mezzo alle sue afflizioni, sia nel giorno della grande desolazione di tutti gli uomini. (Dug.). – doppia convenienza, evidenzia Davide, è il soccorso che Dio accorda, e l’opportunità del tempo in cui lo dà, cioè il tempo dell’afflizione (S. Chrys.). – È proprio del soccorso celeste l’arrivare sempre nel momento in cui si presenti all’uomo nel tempo più conveniente. Ausilio intelligente: se il Signore presta man forte alla sua creatura, fa giungere il rinforzo sempre nel momento critico e decisivo, e si può dire che la principale efficacia dell’intervento divino consista ordinariamente nella sua perfetta opportunità (Mgr. Pie. Inst. Sur le Jub.).

ff. 10. –  Conoscere un nome, significa conoscere colui che lo porta; un nome non è un nome per se stesso, ma per ciò che esso significa (S. Agost.). – Non è conoscere Dio il non volere o il non osare sperare in Lui. – Non bisogna mettere la propria speranza nelle cose che il tempo trasporta nel suo rapido incedere, e che non conoscono che un futuro e un passato. L’avvenire che sembra appartenere loro non è ancora arrivato, che è già passato: lo si aspetta con avidità, lo si perde con dolore. In Dio, al contrario, non c’è futuro che non sia già, non c’è passato che non sia più; non c’è se non quel che c’è, e cioè l’eternità (S. Agost.). – La principale ragione per la quale noi dobbiamo sperare in Dio, è che Egli non abbandona mai quelli che Lo cercano. – Come possiamo cercare Dio, visto che Egli è dappertutto? Con l’attività santa della nostra anima, con il distacco dalle cose della terra e da tutte le preoccupazioni del secolo. Talvolta accade di avere sotto gli occhi o tra le mani degli oggetti senza accorgercene e che ci circondano da ogni lato, e cerchiamo ciò che abbiamo davanti a noi, perché il nostro spirito è occupato da altri pensieri (S. Chrys.).

ff. 11, 12. –  Dio abita in Sion, cioè nella Chiesa; Egli abita in mezzo a noi, non che Egli possa essere limitato dalla nostra debole natura, ma a causa del particolare attaccamento che Egli ha per noi (S. Chrys.). Egli è con la sua Chiesa fino alla fine dei secoli, come un padre, per fare del bene; come un giudice ed un protettore, per difenderla; come uno sposo per renderla feconda, e come un pastore, per nutrirla. – È un obbligo per i Cristiani annunziare ovunque si trovino la saggezza dei consigli di Dio, l’altezza dei suoi pensieri, la magnificenza dei suoi disegni sulla sua Chiesa (Duguet). Gli uomini immaginano quasi che Dio dimentichi, perché non agisce così in fretta come essi vorrebbero (S. Agost.). – Egli si ricorderà però a suo tempo dei cuoi fedeli servitori, che sembrava aver dimenticato abbandonati alla malizia dei loro persecutori. Se Egli non giudica opportuno il farlo in questa vita, si ricorderà della pazienza dei suoi poveri oppressi (Duguet). Non si intenda qui ogni genere di povero, ma coloro che sono poveri di spirito, secondo le raccomandazioni di Gesù-Cristo (S. Chrys.). – Il grido dei poveri è l’affezione del loro cuore piuttosto che il suono prolungato della loro voce (idem).

IV. — 14 – 21

ff. 13, 14. – Mai è da separare queste due cose, la preghiera e l’umiltà; l’umiltà è come il veicolo della preghiera (S. Crys.). – Rappresentare con umiltà a Dio la propria abiezione, è un mezzo efficace per attirare i suoi sguardi ed il suo soccorso. – Davide non dice soltanto « … Voi che mi liberate », ma « … Voi che mi togliete dalle porte della morte ». La protezione di Dio non si limita a liberare i suoi servi dalle loro prove, essa li eleva e li circonda di considerazione, di onore e di gloria (S. Chrys.). – Dio attende talvolta fino all’estremo per venire in nostro soccorso, ci tira fuori dalle porte della morte per dimostrarci che Egli dà la morte e ci resuscita, che ci sprofonda fino agli inferi e che ce ne ritrae, che guarisce in un attimo tutte le nostre ferite. – Saggio consiglio di Dio per attirare a Lui i peccatori, è far loro annunziare la sua misericordia dagli uomini che l’hanno già provata. Non si desideri però essere liberati dai propri mali per manifestare le lodi di Dio.

ff. 15, 16. –  È una gioia giusta e ragionevole essere salvato dalle mani dei nemici, ma una gioia incomparabilmente più grande è quella di essere salvati dal soccorso di Dio solo (Dug.). – Cerchiamo non di essere salvati e liberati dai nostri mali ad ogni costo, ma secondo la volontà di Dio (S. Chrys.). – Ben prima del castigo che Dio prepara al peccatore, il suo crimine diviene il suo primo supplizio (Id.). – Per consiglio della saggezza divina, ognuno viene tormentato dal suo peccato (Sap. XI, 17). – Il castigo riservato al peccatore deriva dalle sue opere; quelli che voglio perseguitare la Chiesa cadono nell’abisso dove essi vogliono precipitarla (S. Agost.).

ff. 17. –  Funesto accecamento dello spirito dell’uomo, è la durezza inflessibile del suo cuore! Egli non conosce quasi Dio, quando non fa del bene; bisogna che eserciti i suoi giudizi in modo eclatante per farsi conoscere e sentire. Dio non ha creato né il peccato né la morte; i peccati sono dunque, in senso stretto, le opere dei peccatori, nei quali saranno soppressi (Duguet).

ff. 18. –  Per essere riprovato, il profeta non assegna che l’oblio di Dio, come se questo solo peccato sia sufficiente per meritare la riprovazione. – L’oblio di Dio, è principe in effetti di tutti i peccati e come il gran cammino per l’inferno. L’oblio di Dio, che in tutti i secoli ha costituito la grande piaga del mondo, in questi ultimi tempi in modo speciale, ci induce a dimenticare la nostra qualità di creature. – Questo oblio, che domina in questa cattiva porzione degli uomini che la Scrittura chiama il “mondo”, si incontra in una moltitudine di persone che fanno professione di religione (Faber, Il Creatore e la creatura). – Vi sono diverse maniere per cui gli uomini dimenticano Dio. Essi non Lo giudicano degno che si pensi seriamente a Lui. Appena appena sono attenti alla sua verità quando si prega, alla sua maestà quando si sacrifica, alla sua giustizia quando colpisce, alla sua bontà quando dona; infine Lo ritengono talmente un nulla, che essi pensano in effetti di non aver nulla da temere tanto da averLo per testimone (Bossuet).

ff. 19. –  « La pazienza dei poveri non perirà per sempre ». Questo è ben lungi dal verificarsi sempre per le cose della vita presente, dove i nostri lavori restano sovente sterili ed infruttuosi. Con Dio non c’è nulla di simile al timore; ciò che noi facciamo per Lui ottiene necessariamente la sua ricompensa (S. Chrys.). – È di fede che il povero non sarà mai eternamente nell’oblio. È di fede che la pazienza dei poveri non perirà mai. Ed è altrettanto evidente che questi due oracoli dello Spirito-Santo non si verificano sempre, neanche comunemente in questa vita, ed è anche per questo che bisogna che vi sia un giudizio superiore a quello degli uomini, nel quale si riconosca che la pazienza dei poveri non perisca affatto, cioè che Dio ha per essa tutti gli sguardi che ha il diritto di aspettarsi un maestro sovranamente equanime (Bourdaloue, Jug. Dern.).

ff. 20. – Èuna contraddizione tanto terrificante quanto inconcepibile, che l’uomo, vile creatura, che trae origine dalla terra, che non è che polvere e cenere, e che è in fondo un nulla, acquisendo il peccato, osi sollevarsi contro Dio. Desiderio ragionevole è che egli non si raffermi in una potenza che Dio gli ha dato per il bene, e di cui egli si serve invece per il male. Desiderio degno di un Cristiano, è che l’uomo vecchio, con le viziose inclinazioni, non si fortifichi in noi (Dug.).

ff. 21. –  Dove sono qui questi uomini brutali che trovano tutte le leggi inopportune, e che vorrebbero vederle abolite per non accettarle se non da se medesimi e secondo i propri desideri sregolati? Che essi si ricordino almeno di essere uomini, e che non ricerchino una libertà che li renda simili alle bestie. Che ascoltino queste belle parole di Tertulliano: « È ben accaduto che Dio abbia dato all’uomo una legge … », e questo per quale motivo? Per privarlo della propria libertà?  « Niente affatto – egli risponde – ma per testimoniargli la sua stima … ». Se Egli dunque ha stabilito per noi delle leggi, non è per limitarci nella nostra libertà, ma per sottolineare la sua stima per noi: ci ha voluto trattare come delle creature intelligenti e, in una parola, trattarci da uomini. « O Dio, date loro un legislatore, moderateli con delle leggi, affinché si sappia che sono degli uomini capaci di ragione e di intelligenza, e degni di essere governati da una condotta regolata … » Date loro prima un Mosè, che faccia apprendere i primi elementi, e conduca la loro infanzia; date loro in seguito Gesù-Cristo, che insegni loro in età più matura, e li conduca alla perfezione; e così farete conoscere che Voi li trattate da uomini, cioè come creature che avete formato a vostra immagine, e dei quali volete anche formare i costumi secondo le leggi della vostra eterna verità (Bossuet, I S. pour une velure, Serm. Pour la Purification). – Cosa strabiliante è che sia tanto difficile convincere gli uomini circa questa verità così elementare, che essi cioè non sono che degli uomini. – Nulla dimostra meglio la loro debolezza, la loro ignoranza, la loro miseria, triste frutto del peccato originale che ha alterato le nostre facoltà e degradato i nostri sentimenti, fino a veder perdere finanche la coscienza della propria natura, dandosi ad eccessi inauditi ed a disconoscere se stessi (S. Chrys.). – Quando l’uomo rivendica l’indipendenza nei confronti di Dio, quando vuole porsi al di sopra o solamente al di fuori di Lui, l’Essere necessariamente deve Egli stesso riportare la sua creatura alla ragione, ricondurla ad un sentimento più vero e più modesto di quello che è e di quello che può. « Levatevi o Dio, e che l’uomo non si affermi in questa attitudine orgogliosa ». Che le nazioni siano entro i vostri limiti, e sappiano che le loro dimensioni non oltrepassano la dimensione dell’uomo (Mgr. Pie, Sur les malheurs actuels de la France).

V. — 22-32

ff. 22. –  È permesso, senza cadere nel mormorio, lamentarsi con Dio e domandargli con rispetto e sottomissione, perché si sia allontanato da noi. Gesù-Cristo stesso ce ne ha dato l’esempio sulla croce. Talvolta è utile conoscere la cause di questo allontanamento per porvi rimedio: interrogare la coscienza, sondare il proprio cuore, vedere quale amore vi predomini, chiedere lumi a Dio per conoscere queste cause (Duguet).

ff. 23. –  L’empio a cui l’orgoglio eleva il cuore alla vista del felice successo della propria empietà, il povero scandalizzato e come consumato dalla apparente felicità di quest’empio, sono entrambi ingannati nei pensieri che vanno meditando: l’empio perché il successo dovrebbe farlo tremare piuttosto che alimentare il suo orgoglio; il povero perché questo successo non dovrebbe scardinare la sua fede (Duguet). – Orbene, come dice il Santo Agostino, i disegni colpevoli dei peccatori diventano delle catene per essi, perché essi si compiacciono di atti che non solo non hanno timore di veder censurati, ma che intendono anche lodare (S. Agost.).

ff. 24. –  Che c’è di più comune, ma di più funesto degli applausi che un peccatore riceve a causa della sua iniquità! Si ricevono tante lodi ed ammirazioni per delle azioni che dovrebbero coprirlo di vergogna e di confusione … Ecco ciò che deplora il Profeta, che il vizio sia divenuto molto potente nel compiacersi in se stesso, nell’ostentarsi con sicurezza e, ciò che è più triste ancora, di non vederlo arrossire, anzi che dico, di sentire che si faccia l’elogio da se stessi e  dagli altri.

ff. 24, 25. –  I difetti del ricco e del potente, sono delle perfezioni; i suoi errori delle luci; Si lodano – dice il Re-Profeta – finanche i desideri del suo cuore, cioè finanche le sue passioni, perfino le sue escandescenze. Quello che si biasima negli altri, è per lui materia di elogi e soggetto di benedizione (Bourdal, Sur les rich.). –Nessuno c’è che non feliciti il colpevole che prospera nella sua via, che non trovi nulla per cui vendicare, onde punire i suoi difetti, ma solo degli adulatori per lodarlo. C’è allora la collera più terribile del Signore. È una prova che il peccatore abbia irritato il Signore, il sopportare Egli tutto con indifferenza, il non essere più giudicato degno di punizioni mediante le quali correggere i colpevoli … l’ultimo effetto della collera del Signore è quando Egli si mette più in afflizione per il peccatore, quando sembra cioè dimenticare le sue colpe e non farne più alcuna attenzione, quando infine lo abbandona ai desideri del suo cuore (S. Agost.). Misericordia apparente, è questa, mille volte più temibile della giustizia più terribile. È una maniera nuova di vendicarsi che appartiene a Dio solo: lasciare a riposo il suo nemico, nascondere in sé tutta la sua collera, di modo tale che il peccatore sia stupefatto delle ampie prosperità e del corso fortunato dei propri affari, immaginando così di non aver nulla da temere, e non sentendo alcun rimorso nella propria coscienza (Bossuet).

ff. 26, 27. –  Ecco i tristi frutti del vizio, ed in primo luogo l’accecamento del peccatore. La luce dello spirito si spegne, la forza della ragione si indebolisce, l’anima diventa schiava dell’iniquità e resta costantemente annegata nel vizio. Per colui che ha cessato di aver Dio davanti agli occhi, non c’è altra alternativa di vizio e di virtù, perché è sempre sotto la schiavitù odiosa del vizio; egli non pensa né all’inferno, né al giudizio prossimo, né al conto che dovrà rendere, si scrolla come un freno odioso i pensieri che gli sarebbero di prezioso aiuto. Egli è come un navigante che ha perso la sua zavorra e diventa il giocattolo del furore dei venti e della violenza dei flutti, senza guida per dirigere e condurre l’imbarcazione (S. Chrys.). – « I vostri giudizi sono cancellati davanti ai suoi occhi ». L’anima che ha coscienza dei suoi peccati, e che non si sente colpita da nessuna punizione, crede che Dio non lo giudichi; ed è così che i giudizi di Dio sono tolti dalla sua vista: accecamento che è già la più grave delle condanne (S. Agost.). – Il peccatore in questa cecità, non comprende che il suo giudizio più terribile è quello di non essere giudicato al presente, di dominare tutti i suoi nemici, mentre egli stesso è dominato, o piuttosto tiranneggiato, dalle sue passioni (Duguet).

ff. 28. – Cosa c’è di più irragionevole di un uomo la cui esistenza è tanto fragile, che è come avvolto dagli interessi di un giorno, sottomesso a mille cambiamenti, esposto a tutti gli accidenti di questa vita, e che possa immaginare di restare sempre nel medesimo stato? Si crede facilmente a ciò che si desidera! – Egli si forma, con l’abitudine al peccato, una sorta di baldanza che sfida la Provvidenza, che non prevede né le sue vendette segrete, né i suoi giudizi pubblici e manifesti (Berthier).

ff. 29. – Dopo gli effetti del peccato nei riguardi di Dio, vengono gli effetti rispetto al prossimo. Il Profeta ci ha descritto il cuore dell’empio dimentico di Dio e dei suoi giudizi, che confida orgogliosamente nell’avvenire, e ci fa ora conoscere i suoi discorsi. – Le maledizioni sono bestemmie contro Dio ed ingiurie contro gli uomini; l’amarezza nelle parole sono le maldicenze, le mormorazioni, le liti; l’inganno comprende le calunnie, la menzogna, lo spergiuro. Accrescere la pena, il dolore degli afflitti, ecco lo scopo di tutte le parole dell’empio, ciò che nasconde la sua lingua, e ciò a cui si esercita sempre (Bellarm.). – « Sotto la sua lingua sono il lavoro e il dolore ». Molto più penosamente laboriosi sono dell’iniquità e dell’empietà. Il dolore segue questo lavoro, perché esso non è solo infruttuoso, ma funesto (S. Agost.).

ff. 30-33. – Alle parole fanno seguito le azioni. La scaltrezza, la sorpresa, la violenza pubblica, gli omicidi, l’unione con le persone potenti, tutto è messo in opera per opprimere i deboli e gli innocenti. Il leone nella sua tana è la figura di colui che agisce con violenza ed astuzia. La prima persecuzione portata contro la Chiesa è stata violenta, sforzandosi con le proscrizioni, le torture e i massacri, di costringere i Cristiani a sacrificare agli idoli. La seconda persecuzione ha impiegato la frode, ed è stata quella degli eretici. Resta la terza, che sarà suscitata dall’anti-Cristo e che sarà la più pericolosa di tutte, perché metterà in opera nello stesso tempo la frode e la violenza (S. Agost.). – Questo è un quadro troppo reale della perfidia crudele degli uomini del mondo nei riguardo di quegli stessi che hanno dato loro confidenza. Essi si mascherano per sorprenderli, profanano per ingannarli sotto un nome amichevole; mentre la loro bocca sorride, essi tendono insidie nell’ombra, e quando a forza di dispute, menzogne e basse malvagità, li hanno ravvolti nelle loro reti, tutto ad un tratto si riversano su di essi e li divorano, come la iena divora la sua preda. Condizione lamentevole questa, ma Dio non abbandona i suoi poveri servi in questo estremo. – « Come il leone rannicchiato nel suo antro … » ammirabile immagine del pericolo che ci minaccia e del quale periremo. Non sono tanto i ruggiti della bestia che sono formidabili, ma è il suo silenzio ed il segreto del suo antro. – D’altra parte l’impunità non sarà sempre assicurata all’empio: quando sarà giunto a questa dominazione assoluta, quando si riterrà superiore a tutto e al riparo da ogni sventura … è allora che Dio lo colpirà per mostrare la sua potenza (S. Chrys.).

VI. — 33 – 42

ff. 34-36. –  Perché, si domanda Davide, l’empio ha irritato Dio? Perché egli nel suo cuore ha detto queste tre cose oltraggiose nei riguardi di Dio. L’empio ha irritato Dio, perché ha detto nel suo cuore: non c’è oltraggio a Dio (Sal. XIII) che non abbia voluto riconoscere. Egli ha irritato Dio, perché nel suo cuore ha detto: se Dio c’è, o non ha visto, o questo Dio ha dimenticato il male che io ho commesso; è un oltraggio alla Provvidenza che egli ha combattuto e alla quale ha preteso sottrarsi. Egli ha irritato Dio, perché nel suo cuore ha detto: quand’anche questo Dio di cui mi si minaccia, avesse visto il mio peccato, e se ne fosse ricordato, Egli non mi cercherà né mi dannerà per così poca cosa; questo è un oltraggio alla giustizia vendicatrice di Dio, che l’empio ha disprezzato, e di cui ha cercato di scuotere il giogo … Dio, nel suo giudizio, verrà per tentare di convincere l’empio che c’è un Dio che non ha ignorato nulla, nulla dimenticato dei più segreti disordini della sua vita. Egli verrà per confondere l’empio facendogli vedere che questo Dio, nemico inconciliabile del peccato, non è più capace di patire eternamente lasciando il peccatore nell’impunità, più di quanto cessi Egli stesso di essere Dio (Bourdal, Sur le Jug. dern.). – La pazienza di Dio, stupefacente al punto da dare luogo all’empio il credere che Egli si sia addormentato. Ma Egli si leva quando è tempo e fa sentire, con gli effetti della sua Onnipotenza, che Egli veglia sempre e che non ha dimenticato i poveri (Duguet). – « Voi li vedete ed osservate i loro crimini per metterli nelle vostre mani », cioè voi aspettate, lo sopportate fino a che essi siano vittime dell’eccesso stesso della loro ingiustizia. Dio avrebbe potuto punirli e perderli molto prima, ma la sua pazienza è come un oceano senza limiti, poiché Egli li vede e non li punisce perché attende che facciano penitenza. (S. Chrys.). – La giustizia infinitamente saggia di Dio sa ben prendere il suo tempo per proporzionare la pena al crimine che vuole punire, e per punirlo con le stesse cause che lo hanno fatto commettere e nelle stesse circostanze (Duguet).

ff. 37. – « È a voi che è stata lasciata la cura del povero », è qui la vostra opera di scelta e predilezione. Dio non ha mancato al dovere che si è imposto. È all’architetto che spetta dirigere la costruzione dell’edificio, al pilota governare il battello, al sole rischiarare l’universo, ed anche a voi, mio Dio, il prendere la difesa degli orfani, il tendere ai poveri una mano sicura; nessuno può prendersene cura più di Voi (S. Chrys.). – Il Profeta-Re, era entrato ben profondamente nella meditazione della durata e dell’insensibilità degli uomini, quando dice a Dio: « O Signore, a Voi si abbandona il povero ». In effetti è vero che si cerca di evitare lo stato di infelicità, ed ognuno che si affanna intorno alle fortune della terra; i poveri soltanto sono reietti, solo la loro presenza dà afflizione, non c’è che Dio solo che al loro pianto li prenda in carico. Quando i poveri si indirizzano a noi perché li risolleviamo dalle loro necessità, non è vero che il favore più ordinario che noi facciamo loro, è quello di augurar loro che Dio li assista? Dio vi aiuti, noi diciamo loro; ma il contribuire da parte nostra a soccorrerli, è il minore dei nostri pensieri … poiché tutto il mondo li abbandona, era degno della bontà di Dio riceverli sotto le sue ali, e prendere nelle mani la loro difesa. Così si è dichiarato loro protettore, perché non si disprezzi la loro condizione, e si risollevi la loro dignità; perché non si creda di non dover nulla a loro, … Egli impone la necessità di soccorrerli (Bossuet).

ff. 39. – Ci sono due maniere per Dio per spezzare le braccia del peccatore, di modo che non si trovi più il suo peccato: 1) sterminarlo in maniera che non resti alcuna traccia delle sue violenze e dei suoi crimini; 2) distruggere le sue forze, la sua potenza, questo focolaio di iniquità che lo divora, di modo che non resti più traccia del suo peccato. La prima maniera è in effetti di una giustizia terribile; la seconda di una misericordia infinita (Duguet).

ff. 40. – Non occorre inquietarsi quando il castigo dei malvagi viene differito. Di che avete paura, dice il Re-Profeta, e cosa temete? Forse Dio è un giudice passeggero e mortale? Forse che il suo regno un giorno finirà? Dunque, benché il castigo degli empi sia differito, non di meno è certo! Colui che gli domanderà conto dei suoi crimini, dimora e regna eternamente (S. Chrys.). – Nazioni ribelli distrutte ed annientate ai piedi del suo trono. Questo regno non è possibile qui in terra. Vi sono soggetti ribelli. Esso non lo sarà perfettamente se non quando « Gesù-Cristo avrà rimesso il suo reame a Dio e a suo Padre, ed avrà distrutto ogni impero, ogni dominazione ed ogni potenza ». (I Cor: XV, 24).

ff. 41, 42 – Dio si compiace nell’esaudire semplici desideri, ed il suo orecchio è così delicato che ascolta finanche la preparazione dei cuori. È questa preparazione, questo primo desiderio, questo proposito della vita, dei pensieri e delle opere, che deve essere santo, puro, sottomesso a Dio e consacrato al suo culto. Quando Dio, il cui sguardo penetra fino al fondo del nostro essere, scopre questa preparazione ben formata dalla sua grazia nel cuore dell’anima fedele, non può rifiutargli nulla. Quale grande consolazione è questa verità, « Dio ascolta la preparazione del loro cuore! » Ci sono delle circostanze nella quali non si può pregare nell’assemblea dei fedeli, non sia possibile frequentare il tempio del Signore, ma non c’è luogo in cui il proprio cuore non possa essere rivolto verso Dio, o non possa formare il desiderio di piacergli! Dio ascolta e ricompensa questo desiderio, questa preparazione del cuore. È sufficiente, per piacergli, il volergli piacere, è sufficiente essere a Lui piegato, per essere ricolmi dei suoi beni (Bourdal, Rec. des Saints). – Il povero trionferà infine accanto a Voi, Signore: ciò che gli avrà rifiutato ogni tribunale della terra; Voi prendete la difesa del povero e dell’orfano, affinché il potente, il grande, che aveva tanto abusato della sua grandezza, cessi di glorificarsi. Fino ad allora egli avrà sempre avuto il sopravvento; fin qui, fiero dei suoi successi, perché nulla gli resisteva, egli sarà passato non solo per il più forte, ma per il più abile, per il più stabile nei suoi diritti, come il più degno di essere distinto ed onorato; fino ad allora egli si sarà costituito una falsa gloria ed un presunto merito delle sue stesse violenze; ma Voi lo disingannerete allora., Signore, e gli farete abbattere le sue vane idee. E come? Perché sottrarrete il debole dall’oppressione, ed egli troverà in voi, o mio Dio, un vendicatore ed un protettore (Bourdal).

SALMI BIBLICI: “DOMINE, DOMINUS NOSTER” (VIII)

Salmo 8: “Domine, Dominus noster.”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878.

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 8:

In finem, pro torcularibus. Psalmus David.

[1] Domine, Dominus noster,

quam admirabile est nomen tuum in universa terra!

[2] quoniam elevata est magnificentia tua super cœlos.

[3] Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem propter inimicos tuos, ut destruas inimicum et ultorem.

[4] Quoniam videbo caelos tuos, opera digitorum tuorum, lunam et stellas quae tu fundasti.

[5] Quid est homo, quod memor es ejus? aut filius hominis, quoniam visitas eum?

[6] Minuisti eum paulo minus ab angelis; gloria et honore coronasti eum;

[7] et constituisti eum super opera manuum tuarum.

[8] Omnia subjecisti sub pedibus ejus, oves et boves universas, insuper et pecora campi,

[9] volucres caeli, et pisces maris qui perambulant semitas maris.

[10] Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra!

SALMO VIII

Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Lodi della potenza, sapienza e bontà di Dio, principalmente verso il genere umano. — Per gli strettoi, che traggono il vino, figura dell’amor di Dio tratto dai cuori. Si trova questo titolo in tre Salmi, che parlan dell’amor di Dio.

Per la fine: Per gli strettoi: Salmo di David.

1. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terra!

2. Perocché la tua maestà è elevata fin sopra dei cieli.

3. E dalla bocca de’ fanciulli e dei bambini di latte tu hai ricavata perfetta laude contro de’ tuoi nemici, per distruggere il nemico e il vendicativo.

4. Or io miro i tuoi cieli, opere delle tue dita, la luna e le stelle disposte da te.

5. Che è l’uomo, che tu di lui ti ricordi? Od il figliuolo dell’uomo che tu lo visiti?

6. Lo hai fatto per alcun poco inferiore agli Angeli, lo hai coronato di gloria e di onore;

7. E lo hai costituito sopra le opere delle tue mani.

8. Tutte quante le cose hai soggettate ai piedi di lui, le pecore e i bovi tutti e le fiere della campagna.

9. Gli uccelli dell’aria, e i pesci del mare, i quali camminano le vie del mare.

10. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terrai!

Sommario analitico

Il re Davide, durante la festa dei tabernacoli, passando la notte sotto una tenda di fogliame, contemplava il cielo, nel quale brillava la luna, e scintillavano mille stelle; poi ritornando con gli occhi sulla terra, è colmo di ammirazione per Dio che ha creato e governa tutte le parti di questo vasto universo. – Nessuno dubita che questo Salmo non abbia per oggetto Gesù-Cristo nel senso elevato, dopo l’applicazione che Nostro Signore stesso ne ha fatto del vv. 3 (Matt. XXI, 17), e come San Paolo (I Cor. XV, 26; Efes. I, 22; Ebr. II, 6,7,8). Due cose sono l’effetto della nostra ammirazione: il mondo creato e l’uomo ornato dai doni di Dio.

I – La sovrana potenza di Dio e la sua magnificenza nella creazione del cielo e della terra, e nella conoscenza che Egli da di Se stesso, imprimendo questa conoscenza nel cuore degli uomini, sia dei semplici che dei più istruiti e dei più versati nella scienza delle cose divine (2, 4).

II – La sua benevolenza, il suo amore per l’uomo che considera sotto due aspetti: 1) Nulla è più vile dell’uomo, se si considera il limo dal quale è stato tratto; ciò nonostante Dio lo ama, veglia su di lui con cura particolare, lo aiuta con il suo soccorso (5). – 2) Nulla è più elevato che l’uomo, se si considera che egli brilla dei doni di Dio: a) comparato agli Angeli, è quasi uguale a loro; b) considerato in se stesso è come una regina coronata di gloria e di onore (6), possiede la ragione e la libertà; c) se si compara l’uomo alle creature inferiori, è come un re che ha l’impero sull’universo, e comanda a tutti gli animali (7, 9).

Spiegazioni e Considerazioni

I –  1, 4

ff. 1. – Per coloro che non credono in Lui, Dio non è il loro Signore che in un sola maniera; Egli è “il nostro” a doppio titolo, sia perché ci ha tratti dal nulla con la Creazione, sia perché ci ha estratti dal secondo niente del peccato, mediante la Redenzione. – Il profeta non si impegna nel dire quanto sia ammirevole il suo Nome, questo è impossibile; ma egli esprime, così come può, la grandezza e l’eccesso della sua ammirazione (S. Chrys.). – Chi è colui che in mezzo alle innumerevoli meraviglie della creazione: tra queste foreste superbe e maestose in cui la solitudine, il silenzio, il fitto degli alberi, penetrano l’animo di un santo raccoglimento; ai bordi di un mare alternativamente calmo e in tempesta; sulla cima di queste alte montagne dove l’occhio si perde lontano in un orizzonte immenso e contempla con trasporto questo vasto insieme di vallate e di colline, di monti e di pianure, di campi coperti da ricche messi e di praterie verdeggianti, non si lasci scappare lacrime di ammirazione e di commozione e non gridi: « Dio, nostro Maestro sovrano, che il vostro nome sia mirabile su tutta la terra! ». Il Nome di Gesù, mirabile in particolare nel cielo e sulla terra, Nome al di sopra di ogni nome, Nome che è il solo per il quale possiamo essere salvati, Nome davanti al quale tutto si piega in cielo, sulla terra e negli inferi.

ff. 2. – La magnificenza dei prìncipi della terra che ha eretto dei palazzi superbi, ha costruito delle città, ha posseduto un gran numero di servi ed anche intere armate, ha ricolmato persone di ricchi doni, non è che debolezza, indigenza, povertà, comparata alla magnificenza di Dio che ha elevato i palazzi del mondo, di cui la terra è il pavimento ed il cielo il tetto, e nutre tutti gli esseri della terra, benché numerosi (Bellarm.). – Bisogna ammirare le opere di Dio ma senza arrestarsi; … elevare la propria anima, i propri pensieri, i propri affetti fino all’Autore di tutte queste meraviglie. – Le creature sono lo specchio in cui si riflette l’immagine di Dio, un’eco, una voce che grida a noi che esse non si sono fatte da se stesse, ma che sono l’opera di Dio; sono come le vestigie dei passi di Dio sulla terra, una scala che tocca terra e che deve condurci fino al cielo, le lettere con le quali Dio ha scritto caratteri strabilianti e rese visibili le sue perfezioni invisibili, la sua eterna potenza e la sua divinità (Rom. I, 20).

ff. 3. – Perché tuttavia questa magnificenza che oltrepassa i cieli non è riconosciuta e lodata in tutto il mondo? Gesù-Cristo ha risposto a questa domanda quando ha detto: « Io vi lodo, Signore, per ciò che avete nascosto ai saggi ed ai prudenti, per rivelarlo ai piccoli » (Luca X,21). – Dio chiede una prova eclatante della sua potenza facendo asservire alla sua gloria il più debole, delegando la lingua ancora balbettante dei bambini a cantare le sue lodi (S. Chrys.). – I prìncipi hanno bisogno di bocche eloquenti per far conoscere e rendere pubbliche le loro presunte grandezze, quella di Dio è invece così eclatante, che bastano dei bambini per proclamarla (Dug.). – la Chiesa di Gesù-Cristo è stata fondata non dai sapienti, dai saggi, dagli oratori secondo il mondo, ma da uomini deboli, ignoranti, balbettanti come bambini al seno materno; così l’orgoglio presuntuoso dei filosofi e dei saggi è stato confuso e annientato dalla semplicità della fede (S. Agost.). – I predicatori eloquenti convertono raramente i grandi peccatori, affinché l’uomo non sia tentato dall’attribuire alla delicatezza o alla sublimità dei suoi pensieri, alla disposizione delle sue parole, all’armonia ed alla perfezione del suo stile, ciò che è invece l’opera di Dio. – Dio ha introdotto l’uomo in questo mondo sensibile e corporeo per contemplarlo e gioirne; contemplarlo in ciò che Davide dice con queste parole: « Io vedrò i vostri cieli che sono l’opera delle vostre dita, io vedrò la luna e la stelle che voi avete stabilito ». In mezzo a queste immense perfezioni con cui avete regolato il corso del tempo per mezzo di una legge di inviolabile stabilità, l’uomo deve anche gioire del mondo, secondo gli usi che Dio ne ha prescritto: del sole, della luna e delle stelle, « per distinguere i giorni, i mesi, le stagioni e gli anni » (Bossuet, Elév., IV S., IV E.).

ff. 4 – Davide si unisce ai bambini per lodare il Creatore del cielo e della terra. Davide si mostrava essere un sapiente osservatore degli astri, quando diceva: « Io vedrò i vostri cieli, l’opera delle vostre mani, la luna e le stelle che avete stabilito! » Figuratevi una notte tranquilla e serena, che in un cielo pulito e terso sfoggia tutte le sue luci. È durante una tal notte che Davide guardava gli astri, perché egli non parla del sole: la luna e l’armata del cielo che la segue costituiscono l’oggetto della sua contemplazione. Egli non vede qui se non la bellezza della notte, gioisce di un sacro silenzio, e in una bella oscurità contempla la dolce luce che gli presenta la notte, per elevarsi così a Colui che solo riluce tra le tenebre (Bossuet, Elév.). – Studiare, come lui, i corsi regolari della luna e delle stelle, non serve altro che a far ammirare ed adorare la saggezza e la potenza di Dio e considerare la natura dei cieli per il fine onde Dio li ha creati.

II. — 5- 9.

ff. 5. – Quando con l’occhio misurate la distanza tra i pianeti dal sole, la loro relativa grandezza, la loro densità, il tempo di rotazione e di rivoluzione; quando vedete questa flottiglia di mondi vagare di concerto ed avanzare nello stesso senso, e la nostra terra illuminata da questa isola di luce che è il nostro sole; quando vedete tutta questa geometria in azione, tutta questa fisica vivente, tutto questo meraviglioso meccanismo della natura, sempre intrattenuta dalla presenza di Dio e manifestamente regolata dalla sua sapienza con leggi che sono la sua immagine; quando vedrete la vita e la morte nel cielo, un mondo infranto i cui rottami rotolano intorno a noi, il cielo che trascina con sé i suoi cadaveri nel suo viaggio del tempo, come la terra trascina i suoi; le stelle sparire, mentre altre nascono, crescono e si ingrandiscono; … quando vedrete su tutti questi mondi questo alternarsi di notte e di giorno, questo susseguirsi di stagioni in armonia con la vita della natura, e direi anche con la vita dei nostri pensieri e delle nostre anime, con le vicissitudini, le alternanze ovunque inevitabili, eccetto che in questo mondo centrale ove regna un’estate piena, un mezzogiorno pieno … qual è il grido naturale che prorompe dal cuore? « Che cos’è l’uomo Signore perché vi degnate ricordarvene? » (Gratry, Sources). – « Che cos’è l’uomo perché gli accordiate uno sguardo salvante? » Davide non ignorava che Giobbe prima di lui aveva già detto: « l’uomo nato dalla donna vive poco tempo e questo breve spazio è pieno di molte miserie ». Egli è simile al fiore che non appena schiuso è calpestato dal piede; egli fugge come l’ombra e non resta mai nello stesso stato (Giob. XIV, 1, 2). Ecco cos’è l’uomo nella sua condizione mortale e corruttibile. « Ora, Signore, è su di un essere di questo tipo che Voi vi degnate di posare gli occhi, è su di lui che vi prendete pena di confidare! » Conviene alla grandezza di Dio abbassarsi fino a considerare il dettaglio dei passi di una creatura così insignificante e così fragile? – In verità l’uomo è poca cosa e tuttavia questa poca cosa offre nella sua stessa natura degli aspetti così grandi da toccare l’infinito. Per questo, solo per chi è dotato di un’anima intelligente e libera, i suoi atti morali sono suscettibili di prendere una direzione assolutamente contraria, a seconda che sia osservata o disconosciuta la Volontà divina: ed è da questo libero esercizio delle facoltà umane che ne risulta un bene o un male, uno stato di ordine o di disordine, al quale il Dio di ogni perfezione e di ogni giustizia non sarebbe indifferente. Ma questa risposta non è che una risposta abbozzata. Che cos’è l’uomo? Ebbene consideratelo in Colui del quale è stato detto: « Ecco l’uomo ». Che cos’è il Figlio dell’uomo? Ebbene esaminatelo in Colui al quale il Padre ha detto nel tempo, come Gli aveva detto nell’eternità: « Voi siete mio Figlio ». Comprendete dopo ciò come Dio si ricordi dell’umanità e non la tratti da estranea. Sì, o Dio, e non si tratta solo della Persona del vostro Cristo, ma di tutto quanto Egli rappresenta, di tutto ciò che continua e prolunga, nella razza umana, questo Figlio di Dio, divenuto il Figlio dell’uomo; sì, Egli ha allora di che attirare i nostri sguardi, c’è là un oggetto legittimo dei nostri pensieri e delle nostre attenzioni (Mgr. Pie, Tom. VIII, 243, 244). – Pensare che oltre al rapporto che noi abbiamo sotto l’aspetto corporale con la natura cangiante e mortale, noi abbiamo d’altro canto un rapporto intimo ed una segreta affinità con Dio, perché Dio stesso ha messo qualche cosa in noi che può confessare la verità del suo Essere, ed adorarne la perfezione, ammirarne la pienezza; qualche cosa che può sottomettersi alla sovrana potenza, abbandonarsi alla sua alta ed incomprensibile saggezza, confidare nella sua bontà, temere la sua giustizia, sperare nella sua eternità. Da questa angolazione, se l’uomo crede di avere un’elevazione, non si ingannerà (Bossuet, Or. Fun. De la Duch. D’Orl.). – La grandezza dell’uomo, è tale in ciò che si riconosce miserabile. È dunque miserabile riconoscersi miserabile, ma è grande riconoscere che si è miserabile. Il pensiero fa la grandezza dell’uomo. L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo. Un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quando pure l’universo lo schiaccerebbe, l’uomo sarebbe ancora più nobile di chi lo uccide, perché egli sa che muore; mentre del sopravvento che l’universo ha su di lui, l’universo non ne sa nulla. (Pascal). – Dopo la creazione di cui Davide ha fatto comprendere il magnifico insieme per una sola delle sue parti, il Re-Profeta giunge alla provvidenza particolare per gli uomini, e soprattutto al grande beneficio dell’Incarnazione, che ne è l’espressione più sublime (S. Chrys.). Questi termini di “ricordo”, di “visita”, designano nel testo, come nelle versioni, delle attenzioni particolari della Provvidenza, dei benefici segnalati, delle testimonianze di favore. (Berthier). – Dio, infinitamente elevato al di sopra dell’uomo, vuole certo ricordarsi di lui: Egli lo ha visitato in mille modi, in tutti i tempi, ed infine con la straordinaria visita del Figlio suo incarnato: e questa visita intima, la più stretta dopo l’unione ipostatica, Egli l’ha perpetuata fino alla fine dei tempi nell’adorabile Sacramento dell’Eucarestia, vera e sostanziale estensione dell’Incarnazione, ove un Dio si offre non più alla natura umana in generale, ma distintamente ad ogni fedele in particolare.

ff. 6, 7, 8. – Tre sono i benefici di Dio verso la natura umana: – Egli lo ha creato di poco inferiore agli Angeli, – lo ha circondato di gloria e di onore, facendolo a sua immagine, dotandolo di intelligenza e di libertà, – infine gli ha dato il dominio su tutte le altre sue opere (Bellarm.). – Malgrado l’abbassamento dell’uomo seguito al suo peccato, Dio non lo ha spogliato interamente delle sue prerogative, non gli ritirato, ma solo ristretto l’impero che gli aveva dato su tutti gli animali (S. Chrys.). – O Dio, io ho considerato le vostre opere e ne sono stato colpito. Cosa è diventato questo impero che Voi ci avete dato sugli animali. Non se ne vede più tra noi che un piccolo resto, come un debole memoriale della nostra antica potenza ed un resto maledetto della nostra passata fortuna (Bossuet, Elév.). – Per grande giustizia, gli animali si sono rivoltati contro colui che si era rivoltato contro Dio. – L’uomo, quasi uguale all’Angelo per la sua condizione, si mette al di sotto degli animali con le sue inclinazioni sregolate; Dio lo ha coperto di gloria e di onore, ed egli si copre di obbrobrio e di infamia; Dio l’ha stabilito sulle opere delle sue mani, ed egli si assoggetta alle creature delle quali la sua cupidigia lo rende schiavo. Ahimè, Ahimè « L’uomo, che è stato messo in tanto onore, distinto dagli animali con la sua creazione, costituito loro maestro e loro sovrano, si è reso uguale alle bestie insensate, ed è divenuto simile a loro » (Sal. XLVIII, 13, 21).

ff.10 – Questo salmo, che termina come è incominciato, ci fa comprendere che noi dobbiamo cominciare e finire la nostra vita, i nostri anni, i nostri mesi, le nostre giornate, le nostre ore, tutte le nostre azioni, con l’ammirare ed adorare la grandezza di Dio, e che dobbiamo concludere tutte le nostre preghiere gettando uno sguardo su Gesù-Cristo.

SALMI BIBLICI: “DOMINE DEUS MEUS” (VII)

Salmo 7: Domine, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOMO PRIMO.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo VII

Psalmus David, quem cantavit Domino pro verbis Chusi, filii Jemini.

[1] Domine Deus meus, in te speravi; salvum me fac ex omnibus persequentibus me, et libera me,

[2] nequando rapiat ut leo animam meam, dum non est qui redimat, neque qui salvum faciat.

[3] Domine Deus meus, si feci istud, si est iniquitas in manibus meis,

[4] si reddidi retribuentibus mihi mala, decidam merito ab inimicis meis inanis.

[5] Persequatur inimicus animam meam, et comprehendat; et conculcet in terra vitam meam, et gloriam meam in pulverem deducat.

[6] Exsurge, Domine, in ira tua; et exaltare in finibus inimicorum meorum;

[7] et exsurge, Domine Deus meus, in praecepto quod mandasti;

[8] et synagoga populorum circumdabit te: et propter hanc in altum regredere.

[9] Dominus judicat populos. Judica me, Domine, secundum justitiam meam, et secundum innocentiam meam super me.

[10] Consumetur nequitia peccatorum; et diriges justum, scrutans corda et renes, Deus.

[11] Justum adjutorium meum a Domino, qui salvos facit rectos corde.

[12] Deus judex justus, fortis, et patiens; numquid irascitur per singulos dies?

[13] Nisi conversi fueritis, gladium suum vibrabit; arcum suum tetendit, et paravit illum.

[14] Et in eo paravit vasa mortis, sagittas suas ardentibus effecit.

[15] Ecce parturiit injustitiam; concepit dolorem, et peperit iniquitatem.

[16] Lacum aperuit, et effodit eum; et incidit in foveam quam fecit.

[17] Convertetur dolor ejus in caput ejus, et in verticem ipsius iniquitas ejus descendet.

[18] Confitebor Domino secundum justitiam ejus, et psallam nomini Domini altissimi.

SALMO VII.

[Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Davide prega Dio di difendere la sua innocenza contro le accuse di Chus, ossia di Saulle, che lo chiamò insidiatore, ovvero di Semei che lo disse uomo di sangue e invasore del regno di Saulle. È salmo composto nella persecuzione di Saulle o di Assalonne.

Salmo di David, cantato da lui al Signore, a motivo delle parole di Chus, figliuolo di Jemini.

1. Signore, Dio mio, in te ho posta la mia speranza: salvami, e liberami da tutti coloro che mi perseguitano!

2. Affinchè qual lione non faccia preda dell’anima mia, quando non siavi chi porti liberazione e salute.

3 Signore, Dio mio, se ho io fatta tal cosa, se avvi nelle mani mie iniquità;

4. Se male ho renduto a coloro che a me ne facevano, cada io giustamente senza prò sotto dei miei nemici.

5. Perseguiti l’inimico l’anima mia, mi raggiunga, e calpesti insieme colla terra la mia vita, e riduca in polvere la mia gloria.

6. Levati su. o Signore, nell’ira tua, e fa mostra di tua grandezza in mezzo ai miei nemici.

7. E levati su, o Signore, Dio mio, secondo la legge stabilita da te;

8. E la moltitudine delle nazioni si adunerà intorno a te. E per amor di questa ritorna nell’alto.

9. Il Signore fa giudizio dei popoli. Fammi ragione, o Signore, secondo la mia giustizia, e secondo l’innocenza che è in me.

10. La malvagità dei peccatori avrà fine, e sarai guida del giusto, tu, o Dio, che penetri i cuori e gli affetti.

11. Il mio soccorso giustamente (aspetto) di cuore.

12. Dio giusto giudice, forte e paziente, si adira egli forse ogni di?

13. Se voi non vi convertirete, egli ruoterà la sua spada; ha teso il suo arco e lo tien preparato.

14. E con esso ha preparati strumenti di morte; le sue frecce ha formate per quelli che spiran fiamme.

15. Ecco che quegli ha partorito l’ingiustizia, ha concepito dolore, ed ha partorito l’iniquità.

16. Ha aperta e scavata la fossa, e nella fossa che ha fatto, egli è caduto.

17. Il suo dolore ritornerà sul capo di lui, e sulla testa di lui cadrà la sua iniquità.

18. Glorificherò il Signore per la sua giustizia, e al nome del Signore altissimo canterò inni di laude.

Sommario analitico

Davide geme sotto l’ingiusta persecuzione di Saul e di quelli che avevano eccitato l’odio e l’invidia contro Davide.

I – Implora il soccorso di Dio a causa di due motivi.

1) Gli attributi di Dio, la sua maestà, la sua bontà per quelli che sperano in Lui, la potenza che può disporre contro i suoi nemici (1, 2); .2) la paura di Saul ed il terrore che egli ispirava a tutti quelli che avrebbero voluto portare soccorso a Davide (3).

.2) Le ragioni che gli sono proprie. – a) la sua innocenza: egli non ha commesso alcuna ingiustizia nei riguardi di coloro che lo perseguitano, e non ha reso loro male per male (4); b) la sua umiltà: egli si sottomette, se colpevole, alla giusta vendetta di Dio ed al furore dei suoi nemici (5); c) la sua fiducia che gli fa sperare che Dio lo vendicherà ed umilierà i suoi nemici (6); d) l’impressione salutare che questa giusta rovina farà sul popolo (7, 8).

II – Egli predice il giudizio futuro.

1) Indica le persone (9); 2) Espone la giustizia di questo giudizio che Dio pronunzierà secondo i meriti di ciascuno; 3) Il doppio esito di questo giudizio, infelice per gli empi (10), gioioso per i giusti (11). 4) Le quattro virtù del giudice: la giustizia, la forza, la longanimità, la severità (12). 5) La grandezza del castigo, da vicino la spada, da lontano le frecce (13, 14). 6) Le cause di questo terribile castigo. – a) I crimini concepiti nel fondo del cuore (15); b) quelli che si producono all’esterno; c) quelli che sono nocivi agli altri e che ricadono sui loro autori (16, 17). 7) Conclude rendendo grazie a Dio, e lodando la giustizia del Signore (18).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1- 8.

ff. 1. – Quale vivacità di sentimenti, come sempre! Davide non dice « Signore Dio », ma « Signore mio Dio ». Come il resto degli uomini, egli sente il bisogno di Dio, ma prova particolarmente questo bisogno a causa del suo amore (S. Chrys.). – La persecuzione è stata in tutti i tempi la ricompensa dei giusti, e soprattutto dei Cristiani, la cui vita non deve essere altro che la partecipazione ed il compimento dei misteri di Gesù-Cristo sofferente e perseguitato. – L’uomo giusto ha sempre molti nemici che lo perseguitano, perché è sempre in guerra con le potenze delle tenebre, con le massime e gli esempi del mondo, persecutori irriconciliabili delle proprie passioni; è inoltre perseguitato per le ingiuste passioni degli altri perché egli vuole vivere con pietà in Gesù Cristo (II Tim. III, 12). – Chiediamo sull’esempio di Davide, non che Dio ci vendichi dei nostri nemici, che li faccia perire, ma che Egli ce ne liberi.

ff. 2. – Noi possiamo chiedere di essere liberati dalla persecuzione, quando temiamo di soccombere in essa. – Davide aveva intorno a lui un gran numero di difensori; sul suo esempio guardiamo il mondo intero come un soccorso insufficiente, se nello stesso tempo non abbiamo che Dio per appoggio, e non ci consideriamo affatto come reietti quando saremo ridotti alle nostre sole forze, una volta che Dio ci viene in aiuto. (S. Chrys.). Il demonio come “leone ruggente”, gira incessantemente intorno a noi per rapire la nostra anima; egli è tanto forte quando non c’è nessuno a strapparci dalle sue mani, ma è debole quando siamo nelle mani di Dio. Gettiamoci dunque nelle mani di Dio, nessuna forza potrà rapirci ciò che abbiamo depositato in queste mani divine.

ff. 3. – Non c’è che il giusto per eccellenza che possa parlare della sorte. Colui che ha potuto dire con sicurezza ai farisei, ai Giudei concordi ed accaniti contro di Lui « chi di voi mi accuserà di peccato? » (Joan.); Colui del quale S. Pietro ha detto « Egli non ha commesso peccato, e non si è trovata malizia sulle sue labbra ». – Non è come figura di questo giusto per eccellenza, che Davide ha potuto tenere questo linguaggio, ed in senso ristretto, a causa delle ingiuste persecuzioni di cui era stato l’oggetto. « Padre mio, riconosci dunque e vedi che non c’è in me alcun disegno iniquo né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla » (I Re, XXIV, 12). – Tutti gli altri giusti, chiunque essi siano, hanno sempre commesso qualche peccato; se noi non avessimo commesso i peccati dei quali ci si rimprovera, cos’altro abbiamo commesso di cui ci si possa rimproverare? La preghiera non è sufficiente ad ottenere ciò che domandiamo, se non la rivestiamo delle condizioni che la rendano gradita a Dio.

ff. 4. – Davide, Cristiano prima di Gesù-Cristo, si eleva ben al di sopra della legge non rendendo il male a colui che glielo aveva fatto. Quale perdono potremo mai ottenere, quale scusa accampare, noi che, dopo la venuta di Gesù-Cristo, non siamo giunti ancora al grado di perfezione al quale erano giunti coloro che vivevano sotto l’antica Legge, benché Dio esiga da noi una giustizia molto più perfetta? (S. Chrys.). « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli ». Quanti raggi di sole, quante gocce di rugiada, quanti beni Egli spande e versa sui suoi nemici, quante condanne pronunciate verso coloro che rifiutano di rendere il bene per male. – Gesù-Cristo ci ha comandato di non avere nemici, ciò che non è in nostro potere, ma ci dato come precetto di non rendere male per male, cosa di cui siamo invece maestri perfetti. (S. Chrys.). – Si noti che Davide non dice soltanto: « se io ho reso il male a coloro che me ne hanno fatto »,  « ma a coloro che mi hanno reso il male al bene ». Colui che rende ha già ricevuto qualcosa. Ora c’è più pazienza e virtù nel non fare del male a chi ha reso male per bene dopo un beneficio, di chi non fa il male a chi ha voluto nuocere senza aver ricevuto mai un beneficio (S. Agost.).

ff. 5. –  L’uomo che si vanta di potersi vendicare di un altro uomo – dice S. Agostino – si inganna per la sua vanità. Il vendicativo è vinto dalla sua passione; mentre applaude alla sua falsa vittoria, egli è schiavo del demonio. Egli è lieto per aver calpestato i suoi nemici, mentre il demonio calpesta la vita della sua anima. Egli crede di aver acquisito con ciò molto onore, ma tutta la gloria delle sue antiche virtù e della primitiva pazienza è ridotta in polvere. (Dug.).

ff. 6. – Sembra talvolta che Dio sonnecchi nei nostri confronti, rispetto al più forte nella persecuzione, perché resta nascosto sotto il velo dei suoi segreti, ma i suoi occhi sono sempre aperti, ed il suo cuore veglia sempre su quelli che fanno ricorso a Lui. Egli sembra sonnecchiare e dormire come Gesù in mezzo alla tempesta per poter poi dire: « Alzatevi Signore, salvateci, noi periamo ». La collera di Dio non è una passione, ma il giusto castigo per i peccatori, per il demonio e i suoi angeli, di cui i peccatori e gli empi sono la prova (S. Chrys.). – Non è dunque infierire, ma fare atto di misericordia pregare Dio di levarsi contro tali nemici (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Dio ha comandato espressamente ai giudici della terra di liberare gli innocenti dalla potenza di coloro che li opprimono. Davide ingiunge a Dio, per così dire, di fare ciò che Lui stesso ha comandato. – Il Profeta sembra pressare Dio perché eserciti i suoi giudizi. Questo non perché i ritardi della giustizia divina siano sempre molto brevi in se stessi, poiché davanti all’eternità, mille anni sono come un giorno, e tali devono sembrare a chiunque rifletta sui rigori di questa giustizia, sulla rapidità dei tempi che ci trascinano ai piedi del Giudice sovrano, e sul fatto che non c’è un istante in cui non sia pronunziato o non sia messo in esecuzione uno di questi decreti che fissano il destino eterno di una creatura umana. Ma questi medesimi ritardi della giustizia divina, la nostra impazienza li trova talvolta molto lunghi; ora, nel nostro pensiero, ci sembra che Dio sia disceso dal suo tribunale. Ci sembra al contrario che risalga quando si decide infine a far sentire ai malvagi gli effetti della sua collera (Rendue). – Ci sono dei giudizi pubblici che Dio emette già da questa vita; ma il maggior numero dei giudizi segreti Egli esercita contro i peccatori, sia permettendo che essi si induriscano, sia arrestandoli nel corso dei loro crimini, colpendoli nel pieno dei loro scompigli. Ma restano ancora due tipi di giudizio ben più terribili degli altri: quello che segue l’istante della morte, e quello che è riservato per la fine dei tempi. È proprio in quel momento che il Signore « sale sul suo trono e giudica i popoli » (Berthier).

II. — 9 – 17.

ff. 9. – La fiducia di Davide nella sua giustizia sembra qui ben più grande, ma egli è obbligato a parlare della sorte, perché le sue prove avrebbero potuto dare di lui una cattiva opinione ad un gran numero di insensati. In effetti, la maggior parte degli spiriti senza giudizio, considerano colpevole la vita di un uomo sul quale si abbatta la sventura (S. Chys.). Vera innocenza è quella che non fa danno neanche ad un nemico … Queste parole « … che è su di me » possono applicarsi non solo alla sua innocenza, ma anche alla sua giustizia, e pertanto Davide dimostra che l’anima giusta ed innocente non attribuisce queste virtù a se stessa, ma le ritiene venire da Dio che la rischiara e la illumina (S. Agos.). La giustizia è un dono di Dio, ma questo non impedisce che i giusti non abbiano dei veri meriti, e che la giustizia che è in loro non gli sia propria … È la grazia che ne è il fondamento e la causa principale; ma i Santi hanno il merito di acconsentire ad essa e di aver lavorato con essa, come dice l’Apostolo (Berthier).

ff. 10. – Grande consolazione per i giusti oppressi è quella di essere rassicurati dalla fede che la malizia dei peccatori avrà termine un giorno e sarà distrutta. I malvagi non hanno modo di essere fieri del fatto di aver talvolta il potere di affliggere i fedeli servitori di Dio. Dio lascia loro questo potere per farne degli strumenti che servano a purificare coloro che essi affliggono. È paglia che bruciando l’oro nella fornace si consuma da se stessa e rende l’oro più puro (Duguet). – « Che la malizia dei peccatori abbia un termine », cioè inviate loro dei castighi che li fermino nella via del crimine. Desideriamo noi stessi non certo che il peccatore, ma che la sua malizia, sia distrutta; non abbiamo di mira che una sola cosa: arrestare il progresso del male (S. Chrys.). – Due preziosi vantaggi derivano dal castigo degli empi: gli uni si ritirano dal male, gli altri si attaccano più strettamente alla virtù (Idem).- Come il giusto, in mezzo alla confusione della dissimulazione e dell’ipocrisia che ci circonda, può essere diretto se non da Colui che prova i cuori ed i reni, cioè che vede i pensieri di tutti – significati dai cuori -, e le gioie che essi ricercano – significate dai reni? … – Se Dio, sondando il nostro cuore, vuole che esso sia dove si trovi il nostro tesoro (Matteo VI, 22), vale a dire nei cieli; se sondando i nostri reni, vede che noi non seguiamo la carne ed il sangue (Gal. XVI), ma che le nostre delizie sono nel Signore, allora Egli dirige il giusto nella sua coscienza, davanti a Lui, laddove nessun uomo vede, e dove penetra solo Colui che conosce ciò che ognuno pensa e che piace ad ognuno (S. Agost.).

ff. 11. –  « È con giustizia che attendo il soccorso del Signore », cioè: io ho diritto a questo soccorso perché non chiedo nulla di ingiusto. Noi chiediamo ciò che sia conforme alla giustizia, affinché la natura stessa delle nostre preghiere ce ne assicuri l’efficacia (S.Chys.). La medicina ha due funzioni da svolgere: l’una è quella di guarire la malattia, l’altra di conservare la salute. Davide, come un malato, chiede la sua guarigione; tornato in salute, egli chiede che gli venga poi conservata. Per sfuggire alla malattia egli implora un rimedio; per non ricadere nella malattia, egli implora un soccorso (S. Agost.). Salvare i cuori retti: questa è l’opera familiare a Dio. Il cuore retto è quello che innanzitutto non si sia reso colpevole di ingiustizia, che non desideri vendicarsi, che non sia curvato verso terra, né diviso tra Dio e la creatura; … che non cerca altro che Dio, null’altro che non sia Dio, perché Egli è al di sopra di tutto; … né fuori da Dio, perché Lui solo basta (S. Chrys. Duguet.).

ff. 12. – I giusti talvolta considerano Dio come un Dio giusto e forte. I peccatori Lo considerano come un giudice paziente che non va in collera tutti i giorni. – Mai si devono separare queste diverse qualità benché appaiano opposte (Dug.). – Dio è giusto, dunque vorrà punire i malvagi; Egli è forte, dunque potrà frenare la sua giustizia. Ma cosa diventa la sua misericordia, se giudica secondo giustizia? Ecco, all’inizio sembra che nella pazienza Egli faccia differire il castigo, mediante la remissione dei nostri peccati con il Sacramento della rigenerazione, ed in secondo luogo col tempo che ci lascia per fare penitenza. Non è per impotenza che non si vendichi dei suoi diritti oltraggiati, Egli usa pazienza per portarci al pentimento e non esercita la sua collera tutti i giorni, benché noi non cessiamo di provocarla con le nostre infedeltà (S. Chrys.).

ff. 13, 14. – Tutti i tratti di questa descrizione hanno un significato marcato. « Egli farà brillare la sua spada », è la violenza e la celerità del castigo. « Egli ha teso il suo arco » è la certezza della punizione, se i peccatori si rifiutano di convertirsi. « Contro gli uomini ardenti o persecutori », questi sono i colpevoli che Egli istruisce prima dei castighi che sono loro riservati per portarli fuori dalla via del crimine. I nemici e coloro che meditano un grande atto di vendetta, si guardano bene dal farlo conoscere. Dio, al contrario, predice condizionalmente i castighi, li differisce, li scuote con le sue parole, fa di tutto per non essere obbligato a mettere poi in esecuzione le minacce (S. Chrys.). – Se i peccatori non si convertono, non hanno che da attendere le vendette del Signore, la sua spada è pronta, le sue frecce stanno per essere scoccate; questi strumenti portano alla morte, e la morte per il peccatore è seguita da una riprovazione eterna. La spada che deve colpirlo è alzata sulla sua testa, i suoi peccati ne hanno affilato il fatale fendente. « La spada che tengo in pugno, dice il Signore nostro Dio, è aguzza e pulita; è aguzza, perché perfora; è pulita e limata, perché brilli »  (Ezech.XXI, 9-10).

ff. 15. – Il pensiero o il disegno di commettere il peccato, è il suo concepimento. Il consenso, cioè la consumazione del peccato, è il parto. L’uno e l’altro si fanno con dolore (Dug.) – Nell’ordine della natura, il concepimento precede i dolori del parto, qui al contrario, il malvagio partorisce, poi concepisce e mette in atto. Perché questa inversione? Nell’ordine naturale è il dolore che accompagna il parto, mentre qui esso si fa sentire fin dall’inizio. In effetti, quando ci si sofferma su un pensiero criminale, se ne ha una profonda impressione sullo spirito, e si spande turbamento e disordine (S. Chrys.).

ff. 16. – Nelle cose umane, aprire una fossa, è preparare per così dire una trappola nel terreno, alfine di farvi cadere colui che si vuole ingannare. Questa fossa è aperta dal momento in cui si è acconsentito alle cattive suggestioni delle bramosie terrene, è scavata da quando questo primo assenso si abbandona alle perfide macchinazioni. Ma giammai l’ingiustizia ferisce il giusto contro il quale è diretta, prima di colpire il cuore ingiusto dal quale esce (S. Agost.). I peccatori, per un giusto giudizio di Dio, trovano il loro supplizio nel loro stesso peccato. Non è necessario che la giustizia divina inventi altri castighi diversi da quelli che si trovino in loro stessi. – Il peccato è dunque egualmente contrario a Dio e all’uomo, ma con questa memorabile differenza: è contrario a Dio perché si oppone alla sua giustizia, ma è contraria all’uomo perché è pregiudizievole per la sua felicità (Bossuet). – Nuovo tratto della bontà divina è attaccare ai disegni artificiosi questo destino fatale che lascia cadere gli infidi nelle proprie reti, affinché questa considerazione li allontani dal fare guerra al loro prossimo, e dal tendergli delle imboscate. – (S. Crys.). Vendicarsi è togliere i beni, l’onore o la vita al proprio nemico, ma è soprattutto perdere la propria anima. Così l’iniquità si rivolta contro colui che ne è l’autore, e la sua ingiustizia ricade sulla sua testa (Dug.).

ff. 17. – La giustizia di Dio è degna di azioni di grazie, così come la sua misericordia. – Questa confessione non è quella dei peccati, ma la confessione della giustizia di Dio, della quale ecco il linguaggio: « Signore, voi siete veramente giusto, perché proteggete i giusti in modo tale da essere la loro luce, e perché regolate il destino dei peccatori in modo che siano puniti per effetto non della vostra collera, ma della loro malvagità » (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “DOMINE NE IN FURORE TUO” (VI)

Salmo 6: “DOMINE, NE IN FURORE TUO

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

SALMO 6

In finem, in carminibus. Psalmus David. Pro octava.

[1] Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua corripias me.

[2] Miserere mei, Domine, quoniam infirmus sum; sana me, Domine, quoniam conturbata sunt ossa mea.

[3] Et anima mea turbata est valde; sed tu, Domine, usquequo?

[4] Convertere, Domine, et eripe animam meam; salvum me fac propter misericordiam tuam.

[5] Quoniam non est in morte qui memor sit tui; in inferno autem quis confitebitur tibi?

[6] Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum; lacrimis meis stratum meum rigabo.

[7] Turbatus est a furore oculus meus; inveteravi inter omnes inimicos meos.

[8] Discedite a me omnes qui operamini iniquitatem, quoniam exaudivit Dominus vocem fletus mei.

[9] Exaudivit Dominus deprecationem meam; Dominus orationem meam suscepit.

[10] Erubescant, et conturbentur vehementer omnes inimici mei; convertantur, et erubescant valde velociter.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO VI.

Il peccatore prega pel timore del giudizio divino, e sospira di riconciliarsi con Dio. Salmo da cantare sull’istrumento musicale da otto corde.

Per la fine: Cantico, e salmo di David; per la ottava.

1. Signore, non mi riprendere nel tuo furore, e non mi correggere nell’ira tua.

2. Abbi pietà di me, perché io sono senza forze: sanami, o Signore, perché le ossa mie sono scommosse,

3. E l’anima mia è grandemente turbata; ma tu, o Signore, fino a quando?…

4. Volgiti, o Signore, e libera l’anima mia; per tua misericordia dammi salute.

5. Imperocché nella morte non è chi di te si ricordi; e nell’inferno chi mai ti confesserà? (1)

6. Mi son consumato nel gemere: laverò tutte le notti il mio letto (col pianto), il luogo del mio riposo irrigherò colle mie lagrime.

7. Per lo furore l’occhio mio si è ottenebrato, sono invecchiato in mezzo a tutti miei nemici.

8. Andate lungi da me voi tutti, che operate l’iniquità, conciossiachè il Signore ha esaudita la voce del pianto mio.

9. Il Signore ha esaudite le mie suppliche, il Signore ha accolta la mia orazione.

10. Sieno svergognati e sconturbati altamente tutti i miei nemici: sieno volti in fuga, e svergognati in un attimo.

(1) L’inferno, l’altro mondo (Levit. XVI, 30, 33), è luogo nel quale coloro che morivano si trovavano radunati (Giob. XXX, 23) prima che Gesù-Cristo avesse portato a termine la sua opera; esso non era solo per i malvagi, come l’inferno propriamente detto, ma un luogo di lamento (Giob. XXVI,5) anche per i buoni, e non era affatto, come soggiorno prima di essere ammessi in cielo, un luogo di gioia, ma di silenziosa tristezza (Sal. XXIX, 10; Is. XXXVIII, 18; Eccl. IX,10), e sotto questo aspetto non era un luogo ove Dio fosse riconosciuto o lodato, come lo è al presente sulla terra (Dallioli)

Sommario analitico

Preghiera di Davide penitente che, in occasione di una malattia perniciosa dalla quale fu colpito per punizione dei suoi peccati, ed in seguito al dolore che ne ha tratto, deplora il male che ha avuto nell’offendere Dio. Egli chiede a Dio di non giudicarlo con il rigore della sua giustizia, ma di aver pietà di lui (1), ed a supporto della sua richiesta adduce diversi motivi:

1) la sua miseria, la sua debolezza, la sua infermità, che sono l’oggetto della misericordia (2);

2) La consapevolezza che ha del suo peccato, ed il turbamento in cui lo getta questa conoscenza (2, 3);

3) La misericordia di Dio, causa unica della nostra conversione, del perdono che libera la nostra anima e della nostra salvezza.

4) Motivi derivanti dalla gloria di Dio che non possono più procurare coloro che sono morti alla vita del corpo, alla vita della grazia, alla vita eterna (5);

5) Il rigetto, la contrizione perfetta che egli ha dei suoi peccati e la penitenza che egli ne fa: – a) Contrizione interiore: « sono stremato per il gemere »; b) Contrizione esteriore: « io laverò con le mie lacrime etc. … » (6); c) Il tempo ed il luogo più favorevoli alla compunzione, « ogni notte laverò il mio giaciglio con le mie lacrime »; d) la causa, la collera di Dio che egli ha offeso, e la sua lunga perseveranza nel male (7)

6) L’effetto di questa contrizione: a) per lui il fermo proposito di non peccare più e di allontanarsi dalle occasioni a causa dell’onta di Dio (8, 9); b) in Dio, che la sua preghiera sia esaudita; c) per i suoi nemici, la loro confusione, la loro fuga e la loro conversione (10).

Spiegazioni e Considerazioni

ff. 1. – Quando sentite parlare di furore e di collera di Dio, non sospettate in Lui nessuna delle passioni proprie alla natura umana, egli impiega queste espressioni per condiscendere alla nostra debolezza; egli cerca nondimeno di conformare il suo linguaggio alla sua dignità ed a nostra utilità (S. Chrys.). – « Per voi, Dio delle schiere, voi giudicate con calma » (Sapien. XII, 18). Ora ciò che è calmo, non è turbato. La turbolenza non è dunque in Dio quando Egli giudica, riprende o castiga, ma è nei ministri dei suoi decreti, come coloro che non agiscono che secondo le sue leggi, e questa si chiama: la collera di Dio (S. Agost.). Tre sono le maniere con le quali Dio si mette in collera: come Padre, per correggere; come Signore, per punire; come Giudice, per condannare e riprovare. – Il giorno della collera di Dio è soprattutto l’ultimo giorno. Il tempo presente è il tempo della misericordia. « Voi ammassate, dice S. Paolo, un tesoro di rampogne per il giorno della collera del giusto giudizio di Dio »; giorno terribile, nel quale non vuole essere accusato nessuno di coloro che in questa vita desiderano essere guariti (S. Agost.). – Occorre pregare Dio di castigarci nel tempo e di risparmiarci nell’eternità. (S.Agost.) – Dio punisce nel suo furore in due modi: il più terribile è nei riguardi dei riprovati, che sono eternamente l’oggetto delle sue vendette; l’altro modo, anch’esso formidabile, è quando Egli permette in questa vita che i peccatori si induriscano e siano accecati sui loro crimini. – Ecco una nuova maniera di vendicarsi che non appartiene che a Dio solo: lasciare i suoi nemici a riposo, e punirli oltremodo con il loro indurimento e con il sonno letargico, che produce in loro un castigo esemplare … È l’ultimo flagello che Dio manda ai suoi nemici; è il colmo di tutti i malanni, è la disposizione più prossima all’impenitenza finale e alla definitiva ed irrimediabile rovina (Bossuet, Serm. 1^ Dim. Av.).

ff. 2.- Davide non offre il motivo che egli meriti la misericordia di Dio, ma che è infermo. – Confessa la sua infermità al Medico sovrano, mezzo infallibile per ottenere la guarigione. « Io sono infermo, voi siete medico; la mia sorte, la mia parte, è quella di essere malato; la vostra missione è quella di rendermi la salute » (S. Gerol.). – « Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma quelli che sono malati. Io sono venuto a chiamare i peccatori » (Mat. IX, 12). – Cause multiple di infermità sono: il peccato originale, l’inclinazione al male, i peccati commessi, la debolezza estrema nella quale essi riducono la nostra anima. « Le mie ossa sono scosse ». Per ossa bisogna intendere la forza tutta intera dell’uomo, e per il turbamento, la pena, la punizione e la vendetta che seguono il peccato (S. Chrys.). « Lo scompiglio è conseguenza naturale del peccato. Quando i venti si scatenano sul mare con violenza, essi l’agitano, lo sconvolgono fin nelle profondità, portando in superficie la sabbia che forma il suo letto. Così, quando il turbamento si impadronisce della nostra anima, tutto in noi è in preda alla tempesta, la nostra barca è in continua agitazione, tenebre fitte ci circondano, tutto in noi sembra vacillare dalle basi in mezzo a questo sovvertimento generale e a questa confusione estrema ». (S. Chrys.). – « Ma voi Signore, fino a quando? » Questo è il linguaggio dell’anima che lotta contro le malattie dell’anima che il medico ha abbandonato da tempo, alfine di fargli sentire in quale sventura essa sia precipitata da sola a causa del peccato. Non ci si preoccupa di un male che guarisce facilmente; ma al contrario più la guarigione sarà difficile, maggiormente si avrà cura di conservare la salute recuperata (S.Agost.).

ff. 3. – Rimarchiamo quest’ordine. Dio si volge verso di noi e ci riguarda con la sua grazia; poi noi ci rivolgiamo verso di Lui e la nostra anima è ghermita dal peccato. Prezioso sguardo di Dio che ci cambia in un istante, rammollisce la durezza del nostro cuore, e ci fa erompere, come a Pietro, in torrenti di lacrime per i nostri peccati. – Davide non chiede che due cose: che il Signore si volga verso di lui, e che liberi la sua anima. Ciò che i giusti ricercano con maggiore timore, è che Dio non distolga da loro gli sguardi della sua misericordia e, come conseguenza di questa prima grazia, che la loro anima sia salvata. La maggior parte degli uomini, nei loro istinti grossolani, non cercano che un’unica cosa: i godimenti della vita presente. I giusti, al contrario, non hanno che un solo desiderio, un solo oggetto che oltrepassa tutti gli altri, e questo è la salvezza dell’anima (S. Crys.).– Riconoscete la caduta della vostra natura peccaminosa e, anche dopo esserne stato risollevato, l’estremo languore, la malattia profonda che vi resta? Dio vuole che voi Gli diciate: « Guaritemi » perché in questo momento io me ne muoio e non posso nulla senza di Voi (Bossuet, Elév. XVIII, S. XVI.).

ff. 4. – « La mia anima, dice Davide, è turbata, e voi, Signore, fino a quando mi lascerete in questo turbamento? » Ed il Signore gli risponde: « fin quando potrete riconoscere per esperienza che Io sono capace di soccorrervi; perché se Io vi soccorro senza alcun ritardo, voi non sentirete la lotta; se voi non sentite questo combattimento, voi presumerete delle vostre forze, e questo orgoglio che si imporrebbe sarebbe un ostacolo invincibile alla vostra vittoria » (S. Agost. Serm. CLXIII, n° 8.).

ff.5. – Tre tipi di morte vi sono: la morte naturale, che separa il corpo dall’anima; la morte spirituale che separa l’anima dalla grazia; la morte eterna che separa il corpo e l’anima dalla gloria. Nella prima morte quasi nessuno che si ricordi di Dio; nella seconda, appena lo si incontra; nella terza non c’è alcuno che si sovvenga di Dio in maniera utile. È soprattutto della morte dell’anima che è vero dire che: coloro che ne sono affetti, non si ricorderanno di Dio, e non possono lodarlo. È vero anche dire che il tempo attuale è quello della conversione, perché all’uscita da questa vita, non resta altro da raccogliere se non ciò che si è meritato (S. Agost.). – Al momento della morte, quasi nessuno che si ricordi di Dio, ma con un castigo giustissimo e temibile, coloro che hanno dimenticato Dio durante la loro vita, non si ricordano di Lui alla morte. È l’eterno oblio di Dio al quale saranno condannati i dannati, e sciagurata è l’impotenza nella quale si troveranno, di lodare Dio. Triste necessità è l’essere eternamente senza la possibilità di vedere Dio, stare eternamente con i suoi nemici, senza amarlo in eterno, ed in eterno essere detestati da Lui, eternamente costretti a maledire Colui che è degno di tutte le benedizioni del cielo e della terra (Bossuet).

ff. 6. – Magnifico esempio di penitenza che ci dà questo Re rivestito di porpora. Non solo si affatica, ma si consuma a forza di gemere; non si contenta di piangere, ma inonda il suo letto di lacrime; ma questo non solo per due o tre giorni, ma ogni notte, e ciò che ha fatto per il passato, lo promette anche per l’avvenire (S. Chrys.). – Le notti sono tanto spesso trascorse nelle lacrime, passate oramai non più nel peccato, né nel riposo ozioso, ma nell’amarezza del cuore, nel dolore e nella penitenza. – Il letto è anche il luogo in cui riposa lo spirito malato ed indebolito, cioè ancora immerso nelle voluttà del corpo e in tutte le delizie del secolo. Le delizie egli le lava nelle lacrime, che si sforza di non arrestare. (S. Agost.). – Irrorare di lacrime il proprio letto, è cancellare con un dolore perseverante le sozzure che il peccato ha lasciato nella nostra anima e nel nostro cuore (S. Greg.). « Inonderò » dice qualcosa in più di « io laverò », perché una cosa può essere lavata anche solo in superficie, mentre una cosa inondata è interamente penetrata (S. Agost.). Nel silenzio delle notti, io risalirò con il ricordo questo cammino che ho disceso così in fretta; andrò a cercare i fiori della mia innocenza; essi sono sporchi, ma imperituri; io li bagnerò così tanto di lacrime che essi riprenderanno un po’ del loro antico splendore; la virtù rinasce nella preghiera, il pentimento è bello come l’innocenza, il profumo di Maria-Maddalena fu molto gradito a Gesù.

ff. 7. – Questo occhio è l’occhio dell’anima, questa facoltà cioè di giudicare e di ragionare, che viene ad offuscare e turbare la coscienza delle nostre colpe. Il ricordo delle colpe sempre presenti davanti ai suoi occhi ricordava allo spirito di Davide la giusta collera di Dio, e lo riempiva di ansietà, di turbamento e di sgomento (S. Chrys.). – Si tratta qui in effetti della collera di Dio, cioè dell’inizio di questa collera, dalla quale ogni peccatore si sente colpito in questa vita, perché i peccatori soffrono già in questa vita dei dolori e dei tormenti, e particolarmente la perdita dell’intelligenza della verità. – È una grande disgrazia il vivere nel peccato, è una disgrazia ancor più grande invecchiare in esso, ma la disgrazia sovrana, è il morirne. – Questi nemici sono dunque i nostri stessi vizi, oppure degli uomini che sono nostri nemici, perché non vogliono convertirsi a Dio. Perché questi uomini, benché risparmino i buoni, benché abbiano a trattare con essi senza discussioni e in apparente concordia, benché mangino insieme, abitino insieme, stiano nelle stesse città, questi uomini, in ragione dell’opposizione delle loro intenzioni, anche a loro insaputa, sono i nemici di coloro che si convertono a Dio. In effetti, gli uni amano e cercano il mondo, gli altri desiderano essere liberati dal mondo: chi non vede che i primi sono i nemici dei secondi? Perché se essi potessero, li coinvolgerebbero nelle stesse pene. È un gran beneficio divino in effetti l’essere frammischiati ogni giorno nella loro vita, nelle loro faccende senza abbandonare la strada dei Comandamenti di Dio (S. Agost.). La nostra vita nella sua interezza, è un vero combattimento, siamo continuamente assediati da mille nemici diversi che diventano più forti di noi una volta caduti nel peccato. Occorre allora fare sforzi estremi per sfuggire dalle loro mani, e non bisogna mai patteggiare con essi fino all’ultimo respiro.

ff. 8., 9. – Il vero frutto della penitenza è l’evitare tutte le occasioni di peccato, il separarsi dalla società dei malvagi, chiunque essi siano, e se necessario anche dalle nostre stesse membra (S. Chrys.). « Quale legame in effetti, dice San Paolo, possiamo avere con l’ingiustizia e l’iniquità? Quale unione tra la luce e le tenebre? Quale accordo tra Gesù-Cristo e “belial”? Quale società tra il fedele e l’infedele? Quale rapporto tra il tempio di Dio e gli idoli? » (I Cor. VI, 14-15). Dopo questi dolori, questi gemiti, questi effluvi di lacrime, è impossibile che una preghiera così fervente sia vana presso Colui che è la fonte di tutte le misericordie, perché, « il Signore – dice Davide – (Salm. XXXIII, 19) è vicino a chi ha il cuore contrito » (S. Agost.). « Egli ha esaudito la voce delle mie lacrime »: questa voce non è certo il suono esteriore delle sue parole o delle sue grida, ma è l’espressione interiore della sua anima; questi pianti non sono le lacrime che sgorgano dagli occhi, ma quelle che escono dal cuore.

ff. 10. – Due sono i frutti di questa preghiera, per cui coloro che sono stati i complici, i lusingatori, gli approvanti la nostra condotta viziosa e criminale arrossiranno: essi saranno pieni di turbamento e coperti di confusione, e se non arrossiranno qui in basso, se, lungi dall’arrossire, riusciranno con le loro beffe a far arrossire i deboli del nome di Gesù-Cristo, essi arrossiranno nel giorno della ricompensa per i giusti e del castigo per i malvagi. Il profeta aggiunge: « improvvisamente ». In effetti nel momento in cui non aspetteranno più il giorno del giudizio, quando grideranno « Ecco la pace! Allora una morte improvvisa li assalirà » (I Tessal. V, 3). Un avvenimento è sempre improvviso nel momento in cui arriva, proprio quando non si pensa che possa giungere. Noi non avvertiamo la lunghezza di questa vita per la speranza di vivere ancora; perché nulla ci sembra più rapido del tempo già passato da quando viviamo. Quando dunque arriverà il giorno del giudizio, i peccatori sentiranno che tutta la vita che passa non possa essere di lunga durata (S. Agost.). – Un altro frutto molto più prezioso è ancor questo: essi arrossiranno, saranno coperti dall’onta e dalla confusione, ma non « di questa confusione che fa cadere nel peccato », ma « di quella confusione che attira la grazia e la gloria » (Eccles. IV, 15); perché la penitenza esige la confusione ed lo sconcerto (S. Agost.). In effetti, se quelli che corrono nella carriera del vizio arrossiscono della loro condotta e tornano indietro, essi cesseranno dal commettere il male, dice San G. Crysostomo.