VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 7

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (7)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VI.

Della superbia

L’umiltà è il mistero delle virtù e la più difficile ad intendersi, perciò aggiungiamo questo capitolo sulla superbia, che potrà fornire qualche schiarimento e contribuire a far conoscere l’umiltà con maggior chiarezza.

I

Motivi per detestare la superbia.

La superbia è un mostro spaventoso che va sempre crescendo e non ha limiti nei suoi eccessi: il cuore del superbo non è soddisfatto affinché non diventi Dio. Nella sua stolta e sacrilega impresa procede per gradi e va di desiderio in desiderio (superbia eorum qui qui te oderunt ascendit semper, Ps, LXXIII, 23): il demonio, invece, d’un colpo si abbandonò al desiderio più eccessivo dell’orgoglio, esprimendo sfacciatamente la sua pretesa. Mi innalzerò e sarò simile all’Altissimo. Tale fu pure il pensiero che esso ,suggerì ad Adamo: Sarete come Dei (Isa. XIV, 14 – Gen, III, 5). In tal modo, Nabucodonosor e gli altri principi si fecero adorare come divinità. Così pure alla fine dei secoli l’Anticristo siederà sugli altari al posto di Gesù Cristo (Matth. XXIV, 15). Ed è questa nei cuori la pretesa di quest’orribile vizio: il principio della superbia è di apostatare da Dio (Initium superbiæ hominis apostatare a Deo. Eccli. X, 7), la sua pretesa è di mettersi al posto di Dio e diventare nientemeno che Dio. Perciò, il superbo è oggetto di esecrazione per Dio e per gli uomini (Eccli. X, 7). Tutto  l’essere di Dio gli resiste pienamente, per l’interesse naturale che per così dire, Dio ha di conservarsi, anzi, di distruggere ciò che lo vorrebbe annientare. In quella guisa poi che una famiglia tutta intera insorge con il servo traditore che vorrebbe distruggerne il padre che ne è il capo; così tutta la creatura si trova naturalmente compresa di esecrazione contro il disgraziato che, pieno di superbia, tende a detronizzare Domeneddio e distruggerlo. Per questo motivo nel castigo del peccato di superbia nei demoni, tutti gli Angeli di comune accordo si trovarono uniti con Dio per abbatterli e distruggerli. Non è dunque senza fondamento che la Scrittura dice che Dio resiste ai superbi (Jacob. IV, 6) ciò che non dice degli altri vizi; perché il superbo se la prende direttamente con Dio, e ne prende di mira la Persona medesima; perciò Dio resiste a tali insolenti e orribili pretese; e siccome vuole conservare il proprio Essere, Egli abbatte e distrugge tutto quanto insorge contro di esso. – Donde avviene che l’Ecclesiastico, dopo aver detto che l’inizio d’ogni peccato è la superbia, aggiunge: Chi a lei si abbandona sarà colmato di maledizioni, ed essa alla fine lo manderà in rovina. (Eccl., X, 15). Il Signore, quando non solo da sé stesso, ma anche per mezzo delle sue creature avrà colmato i superbi di maledizioni, finirà col distruggerli, non solo nella loro persona, ma pure in tutta la loro generazione. Distruggerà i loro beni e rovinerà le loro case sino alle fondamenta. Poi ancora, onde manifestare l’orrore che prova verso l’orgoglio, ne cancellerà persino la memoria, che è pur la traccia più leggera che l’uomo possa lasciare su la terra; come se qualcuno, dopo distrutta una statua di cui avanzasse qualche ombra, volesse giungere sino alla distruzione di quel po’ d’ombra. – Tale è la severità che Dio esercita contro il superbo, quando vuole distruggere la memoria (Memoriam superborum perdidit Deus. Eccli., X.). –

***

Da quel maledetto disegno del superbo proviene la sua perpetua infelicità in questa vita, in attesa del giudizio di Dio in morte e dopo morte. Infatti, la pretesa del superbo che, nella sua costante ostinazione, persiste nei suoi disegni, si trova sempre di fronte alla mano onnipotente di Dio che gli resiste e lo schiaccia, quindi quale può mai essere la vita di un essere così miserabile? Il superbo sempre si innalza e sempre Dio gli resiste. Il superbo è sempre in moto e in agitazione, e sempre sente il peso della destra di Dio che lo respinge e ne schiaccia l’orgoglio. Se qualcuno si innalza contro Dio, Dio è sopra di lui e lo schiaccia. In tali condizioni quale pace si potrebbe mai avere, quale gioia e quale riposo nello spirito? – Ma oltre che una tale ripulsa da parte di Dio è direttamente opposta alla pretensione del superbo, la sua pena è tanto più grave e universale che questo vizio innalza universalmente tutti i desideri dell’uomo. L’orgoglio, infatti, spinge alla grandezza in tutto ciò che è nell’uomo; e poiché la pretesa del superbo, in sostanza, è di farsi Dio, in cui tutto è infinitamente grande e perfetto, ne avviene che vuol essere lui pure grande in tutto. Il superbo vuol essere grande nelle ricchezze, nei possedimenti, nei mobili, nelle dignità, nelle cariche, negli onori; primeggiare nella bellezza, nella forza, nella scienza; grandeggiare insomma in ogni cosa. Ma siccome non può aver tutto, quanto più estesi sono i suoi desideri, tanto più trova occasioni e motivi di inquietudini e di pena. La privazione lo ammazza, il bene che vede negli altri lo opprime; il superbo, insomma, presenta lo spettacolo più funesto e più penoso che vi sia. Per altro, quale follia e quale accecamento di sentirsi e vedersi così povero, vile e miserabile, eppure volersi considerare come capace di essere tutto e di possedere ogni cosa! Il desiderio del superbo lo innalza e la sua impotenza lo abbatte e lo avvilisce. Tale è la contraddizione che il superbo prova in sé medesimo.

II

Natura della superbia.

Differenza tra desiderio e appetito. — Stato felice dell’uomo prima del peccato. — La superbia è un desiderio eccessivo della propria eccellenza. — Illusioni in proposito. — Come riconoscerle.

La superbia è un desiderio eccessivo della propria eccellenza. Dapprima, notiamo che essa è un desiderio; non è un appetito, ossia una semplice inclinazione. L’appetito è un movimento naturale e necessario, che trovasi in noi senza di noi, e anche contro il nostro desiderio. Ma il desiderio è un movimento libero, una inclinazione che noi liberamente approviamo col nostro consenso; il desiderio è in noi, ed è conforme alla nostra volontà che ne è la madre e la padrona. L’appetito eccesivo di grandezza trovasi in noi in conseguenza del peccato originale, per il principio di quella generazione maligna che ha riempito la nostra carne della sua abominevole corruzione dimodoché la nostra carne ha infettato il nostro spirito, a tal segno che il complesso dell’uomo, rivestito e riempito di questa infezione e di questo seme maledetto, ci rende in sostanza simili al demonio (Joan. XIII, 14). Perciò, agli occhi di Dio, noi siamo orribili, abbominevoli, esecrabili.

***

Dio, formando l’uomo a sua immagine e animandolo dalla sua vita divina, aveva impresso in lui la somiglianza delle sue perfezioni; l’uomo teneva il posto di Dio sulla terra, ed ogni creatura doveva rendergli, come alla persona di Dio, onore, omaggio e rispetto. L’uomo allora era grande e perfetto, essendo intimamente unito e aderente a Dio che si rendeva sensibile in lui; riceveva pure tutti gli onori ed omaggi che si rendono alla divinità, ma unicamente per Dio e in Dio, senza nulla appropriare a se stesso. Stabilito nell’essere e nella vita di Dio, l’uomo contemplava, in Dio e come Dio stesso, la divinità di cui era ripieno; rapito dalla bellezza e dalle perfezioni di Dio, era tutto infiammato del divino amore e, inoltre, trasformato in Dio e tutto deificato. Nella luce ammirabile che rischiarava la sua mente, egli vedeva e contemplava Dio in tutte le creature, ad imitazione della vista che Dio ha di se stesso in tutte le sue opere, secondo queste parole di Mosè: Dio vide tutte le cose che aveva fatte e trovò che erano molto buone (Gen. III, 31). Insomma, in un tale stato ammirabile e divino, nell’aderenza ed intima unione a Dio, l’uomo era un’opera eccellente e perfetta. Allora egli non si appropriava nulla; nulla lo allontanava da Dio; godeva di ogni cosa in Dio; non vedeva sé stesso in nulla, ma non vedeva in sé medesimo che Dio, Dio eccellente, perfetto e degno di ogni onore e di ogni lode. – Così S. Paolo, parlando dei Cristiani, dice che devono giungere sino a tale semplicità da essere una cosa sola con Gesù Cristo, nel quale sta tutta la loro gloria: Qui gloriatur in Domino glorietur. (II Cor. IX, 17).  Dal difetto di tale semplicità e unità nasce in noi l’amor proprio, la ricerca della nostra propria eccellenza. In questo modo, Angeli e uomini si sono perduti, distaccandosi da Dio per attaccarsi a sé medesimi; ricercando la propria eccellenza sono diventati superbi. Donde avviene, come dice la Scrittura, che « il principio della superbia è di apostatare da Dio », staccarsi da Dio per ricercare il proprio interesse. Il demonio tentò di separar uomo da Dio dicendogli: Sarete come dei; esso fece sì che l’uomo distogliesse il suo sguardo da Dio per portarlo sopra sé stesso; quindi gli suggerì e gli insinuò il desiderio di essere Dio e di comparire tale agli occhi di tutta la creazione, per riceverne gli omaggi al posto di Dio, usurpando per sé medesimo tutte le lodi che si rendevano alla divinità.

***

Nell’uomo adunque vi sono due cose: un appetito sregolato, e un desiderio eccessivo di grandezza e di eccellenza propria. L’appetito non è il peccato di superbia, benché sia un avanzo del peccato ed un effetto del demonio che ha corrotto la nostra natura e depravato in noi gli istinti di Dio. Ma il desiderio, l’aderenza, la volontà formata ed attuale di assecondare questo appetito, questo è il peccato di superbia. L’appetito è un movimento cieco della natura corrotta: il desiderio invece è un movimento ragionato e accompagnato dal lume e dall’avvertenza della ragione. Orbene, il male che si fa con avvertenza e con libero consenso è peccato. Se questo desiderio è ardente e per una cosa eccessiva, è peccato grave.

***

In secondo luogo, la superbia è un desiderio della propria eccellenza; vi è una eccellenza e una perfezione che sono lodevoli e che Dio medesimo riconosce: Siate perfetti — ha detto Gesù Cristo — come il Padre celeste è perfetto; e ve n’è un’altra che è viziosa: l’eccellenza in sé stessa e per amor proprio. È buono il desiderio dell’eccellenza quando sia regolato secondo un fine buono; è male quando è ordinato ad un fine cattivo; ma riguardo al fine sovente si è vittima di illusione, per non ingannarci bisogna esaminare gli effetti. Dio ha stabilito che la sua creatura diventi perfetta e ricerchi l’eccellenza, ma unicamente per l’amore di Lui e del prossimo. Vuole che siamo perfetti per amore di Lui, e che facciamo opere buone ed eccellenti affinché Egli ne sia onorato e glorificato. – « Si veggano, — dice Nostro Signore, — le vostre opere buone, affinché Dio. — che è nascosto in cielo e sconosciuto al mondo, — sta veduto e conosciuto sulla terra per mezzo della perfezione e delle opere che compirà in voi. Orbene, per vedere se operiamo per Dio, bisogna osservare se dalle nostre opere buone non vogliamo ricavare stima e lode per noi medesimi, se non ce ne gloriamo punto, se non abbiamo piacere di riceverne stima e onore, se ci prendiamo cura di riferire tutto a Dio col desiderio che Egli solo sia stimato e glorificato in sé stesso e da sé medesimo. Dio vuole pure che vi siano persone buone e perfette, per il bene del prossimo ed il sollievo delle sue miserie. Orbene, per conoscere se assecondiamo questo disegno di Dio, dobbiamo esaminare se dedicandoci al sollievo del prossimo abbiamo per fine il suo bene, ovvero se operiamo per nostro interesse, se guardiamo la nostra persona e ricerchiamo noi medesimi; se ci occupiamo di noi per attirarci la stima e ne proviamo compiacenza; osservare insomma, se ricerchiamo qualche utile per noi medesimi. Così degli altri uffici; molti infatti, o non pensano che a gloriarsi e innalzarsi sopra gli altri e ad attirarsi lodi e onori; o non cercano che lucro e guadagno, questi fini ben s’intende, non sono nelle intenzioni e nei disegni di Dio. – Il superbo ricerca l’eccellenza, non già precisamente per il pregio della bontà, né per unirsi a Dio che è il Padre di ogni eccellenza e l’oceano di ogni perfezione; ma la ricerca per sé medesimo e per il proprio vanto. Così, per quel maledetto amor proprio, si cambia l’ordine elle cose; infatti, secondo l’ordine, ciò che è minore ed imperfetto deve essere riferito a ciò che è eccellente, e non già ciò che è eccellente a ciò che è meno perfetto. – L’Essere di Dio non può entrare in nessun composto di nessun genere; persino in Gesù Cristo, rimangono distanti de due nature divina ed umana. Essendo infinitamente perfetto, l’Essere di Dio, non può riferirsi a cosa alcuna come ad un fine, mentre tutte le cose esistono per Lui: eppure il superbo riferisce Dio a sé stesso. Tale è l’effetto del peccato, di sconvolgere l’ordine e la natura delle cose; ma in particolare tale è l’effetto della superbia, dell’amor proprio, di attirare tutto a sé e di appropriarsi tutto; mentre l’ordine della carità vuole che noi usciamo di noi stessi e ci portiamo nell’Essere perfetto, onde unirci a Lui ed essere perfettamente consumati in Lui. È questa l’ammirabile abnegazione di sé medesimo praticata da chi è animato dalla pura virtù di Dio, il quale santifica la sua creatura e viene in essa onde portarla al suo fine. La creatura si unisce così all’Essere sovrano e perfetto, e dimentica tutto quanto vi è nel proprio essere tanto imperfetto; così si rivolge a Dio che è la sua fonte e dove sta la sua perfezione; e in Dio essa riceverà un essere più eccellente di quello che possiede. Dio, infatti, l’aspetta per consumarla in sé medesimo, rendendola partecipe dell’Essere eminente della sua divinità. L’amor proprio invece cerca di abbassare Dio sino a sé medesimo e farlo servire alla propria superbia. Infatti, per uno spaventoso accecamento, chi segue l’amor proprio considera Dio in sé stesso e nelle sue perfezioni come cosa sua propria, si gloria di tutto ciò che possiede e che è pur partecipazione di Dio, come se fosse cosa sua e provenisse da sé medesimo: così non vede punto la causa che diffonde in lui con immensa carità, quel bene e quelle grazie. Ecco il furto, l’ingratitudine, l’insolenza della superbia. Ché se l’anima infetta dalla superbia non arriva all’eccesso di considerare Dio in sé stesso come cosa sua o di ritenersi indipendente da Dio nei suoi desideri, essa almeno nutre la persuasione che ]’eccellenza dei suoi doni proviene dai propri meriti e dal proprio lavoro; ed è questa un’altra specie di superbia che si chiama arroganza, per la quale l’anima attribuisce a sé medesima e ai suoi meriti ciò che non ha ricevuto che per grazia e misericordia di Dio, mentre Dio è in noi la nostra luce, la nostra buona disposizione, la nostra vita, la nostra virtù e il nostro tutto; senza di Lui non siamo capaci né di pensare, né di volere, né di fare nessun bene in nessun modo.

II.

Dei gradi della superbia.

Il superbo cerca di essere onorato, — anche con le umiliazioni. — Fa su la terra quanto ha fatto il demonio in cielo. Quella falsa e maledetta persuasione di cui abbiamo detto, è il fondamento di tutto l’eccesso della superbia. Quell’accecamento della mente è il principio degli iniqui desideri della volontà. Tantoché in conseguenza di tali funeste illusioni e di tali maledetti errori, l’uomo, confusamente e senza riflessione né esame, crede di essere qualcosa di grande: è questo un vero inganno, perché se si esaminassero un po’ le cose con l’occhio della fede, sì riconoscerebbe facilmente la propria illusione; in conseguenza dunque di quella funesta persuasione di essere da sé qualche cosa di grande, e di aver molto valore per proprio merito, si pretende aver diritto a ricevere da tutti onore, rispetto e lodi; questo si ricerca, sia apertamente, sia di nascosto, con ogni mezzo possibile, fino al punto di umiliarsi e disprezzare sé stesso per essere onorato. Il superbo poi se non riceve quell’onore e quella lode che aspetta e vuole, ne resta offeso e rattristato, disprezza quelli che non lo lodano, quasiché non conoscano il suo merito; si innalza sopra di essi per il disprezzo che ne fa e giunge persino alle ingiurie e alle dispute. Ché se non ottiene l’onore e le lodi, egli però crede di meritarle con tutta evidenza; se qualcun lo loda e lo approva, quegli diventa per lui oggetto di benevolenza e di amore e persino di ammirazione, Oh follìa! Come se gli uomini siano capaci di onorarci! La loro stima, quale vantaggio ci procura? Il loro disprezzo che cosa ci toglie? Queste sono cose per noi assolutamente esteriori e debbono esserci indifferenti. Quali giudici possono mai essere gli uomini? Essi sono o ciechi o maligni. Se sono ciechi, non sono capaci di giudicarci; perciò la Scrittura dice: « Gli uomini non vedono che l’esterno, Dio solo vede l’intimo del cuore » (I Reg. XVI, 7); se sono maligni, faranno l’elemosina di un po’ di adulazione mentre nel loro cuore si burleranno di noi. Gli uomini sono maligni e superbi, quindi l’onore lo vogliono per sé medesimi; state certi che se ve ne rendono, è soltanto con malizia, come dice la Scrittura: « L’uomo cattivo si umilia e si abbassa davanti a voi », per costringervi ad amarlo ed onorarlo, per comperare le vostre lodi col tributarvi le sue, e per ricevere onore più che non ve ne renda. Il superbo si innalza sempre e fugge il disprezzo; se si abbassa non è che per evitare di essere respinto e confuso, e per meritarsi accoglienza e lode. – L’anima, in conseguenza di questa stima, di questa lode e adorazione che desidera, si procura, o riceve, si fissa e si eleva in sé stessa, come su di un trono, al disopra di tutti. Vede sé stessa come una persona singolare (Singulariter sum ego. Ps. CXL, 10.); internamente considera sé stessa come unica nel proprio valore, quindi arriva a credere di essere unica come Dio. Si immagina di essere sapiente più di tutti o di posseder qualche capacità speciale ed unica. – Da qui nascono i disastri e i maledetti effetti della superbia; perché prima essa era ancora timida, non aveva ancora che il proposito e il desiderio di stabilirsi nell’anima, non ne aveva ancora preso possesso, né vi aveva fissato il suo trono e la sua sede; ma appena si sia introdotta nell’anima e vi si sia fortificata, essa incomincia subito a causarvi mali orribili.

***

Tale fu l’opera del demonio in mezzo agli Angeli, nel Cielo, dove fece tre mali spaventevoli; ed è pure il danno che uomini superbi portano nella società umana. In primo luogo, lo spirito che si è stabilito nella cieca persuasione del suo valore singolare, siede in sé medesimo, come il demonio, sul trono di Dio; disprezza Dio e lo bestemmia in sé stesso. Perciò il superbo nella Scrittura viene chiamato Bestemmia (Super capita ejus nomina blasphemiæ. Apoc., XIII, 1). Nell’Apocalisse, il demonio porta sulla fronte questa parola. Nel suo disprezzo di Dio il superbo fa ogni sforzo per innalzarsi e mettersi al posto di Lui. In tal modo si comporta pure l’inferiore arrogante e superbo, quando abbia lasciato penetrare nel proprio spirito la falsa stima di sé medesimo e la persuasione intima e cieca del proprio valore. Benché si nasconda spesso sotto il manto dell’umiltà, perché è questa una virtù molto apprezzata e necessaria per godere un po’ di stima, non di meno egli si fissa nella persuasione che debba essere onorato. Dimodoché se gli accade di essere disprezzato, respinto o condannato, si agita, sì rivolta, condanna, mormora, disprezza, spodesta nel suo spirito ogni potestà superiore, si mette al disopra di tutti, cerca qualcuno che lo ami e lo stimi, si procura amici e soci che con lui si accompagnano e insieme si innalzano in una comune cospirazione. – Un’anima in cui sia così radicata la stima di sé stessa e la convinzione del proprio valore per la considerazione delle sue virtù esteriori, si costituisce al disopra di tutti: essa giudica di tutto e decide di ogni cosa, ma sempre in proprio favore e a condanna degli altri. Segretamente, essa cerca sempre di regnare su tutti gli uomini, o almeno su di una parte di essi, nulla tralasciando per giungere al compimento dei suoi desideri. – Il secondo male che fece il demonio in Cielo fu di distogliere i suoi fratelli dalla sottomissione a Dio, di formare un bando a parte e così dividere, con la sua rivolta, il regno di Dio, rovinare la comunità celeste e distruggere quell’opera che Dio aveva formato con tanta compiacenza. Così, sia per dispetto contro Dio che sta sempre nel suo posto e sul suo trono divino, sia per la smania di essere onorato ed avere devoti adulatori e adoratori, egli sconvolgeva la società e gli ordinamenti del Cielo. – L’uomo superbo causa il medesimo danno nelle comunità. Egli, sia come nemico della superiorità altrui che lo umilia e condanna il suo modo di comportarsi, sia per amore di adulazione e di lode, ovvero per desiderio di appoggio, di conforto e di consolazione nei suoi disinganni e nelle sue desolazioni, non tralascia mai di suscitare scismi e divisioni; animato da un odio segreto, esso vorrebbe distruggere, se potesse, la bontà dei suoi fratelli, benché ne dovesse egli stesso venire in esecrazione al cospetto di Dio. –  Il terzo male di cui si rese colpevole il demonio, fu di disprezzare e sconvolgere la legge di Dio in Cielo e sulla terra. Perché dopo aver distrutto nei suoi fratelli la religione e l’unione che sono le due leggi capitali del Cielo, egli discese su la terra e nel Paradiso terrestre, per sconvolgervi di nuovo con la sua maledetta suggestione, tutta la legge di Dio. Dio aveva detto all’uomo che se mangiava del frutto proibito ne morrebbe; il demonio invece gli disse che se ne mangiasse, non morrebbe punto, ma sarebbe uguale a Dio (Gen. II, 17; II, 4-5). Così fanno i superbi in tutta la società; se la prendono infine con la legge e tentano di sconvolgerla e di distruggerla.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 6

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (6)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR, In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO V.

L’umiltà

IV.

Pratica della vera umiltà.

1° Evitare qualsiasi onore, anzi essere oltremodo dispiacenti se ci vediamo onorati, convinti che per noi essere trattati a questo modo è cosa contraria ad ogni giustizia e ad ogni ragione.

2° Stimare noi stessi così vili e abbietti che tutto ci sorprenda fuorché di vederci disprezzati.

3° Rifuggire dall’essere conosciuti e applauditi, perciò tener nascosto tutto quanto potrebbe attirare la stima, e vivere nel silenzio per quanto lo permette la carità.

4° Ambire l’ultimo posto, non solo nelle cariche e negli uffici, ma pure nella stima degli uomini, desiderando di passare nel loro spirito come il più vile di tutti, giusto queste parole di Nostro Signore: Scegliete l’ultimo posto. Recumbe in novissimo loco (Luc. XIV, 10).

5° Desiderare di essere annientati in noi stessi secondo la carne, o di esserlo pure universalmente nel pensiero di tutti gli uomini, rimanendo dappertutto completamente dimenticati. Dobbiamo desiderare che la nostra memoria perisca completamente sulla terra, essendo noj abbominevoli secondo la carne che è cosa esecrabile e da condannarsi ad un perpetuo oblìo (Ob ulit in anathema oblivionis. Judith., XVI, 283).

6° Vivere in pace nel disprezzo; se siamo lodati, rimanerne confusi nell’intimo del cuore; anzi condannare noi stessi di ipocrisia e dì orgoglio per esserci attirata una lode immeritata.

7° Nelle lodi, umiliarci e confonderci alla vista del nostro niente, e con gioia riferire a Dio tutto l’onore che si vuole rendere a noi, protestando che Lui solo merita di essere onorato. – Vivere in tal modo in queste pratiche, inabissati nel proprio nulla senza uscirne e trovarvi il proprio centro e le proprie delizie; è questo un segno di vera umiltà.

Perché la vera umiltà produce il desiderio di vivere nascosti, ritirati e sconosciuti, in una parola, di non comparire perché Gesù solo comparisca in tutto; essa ci fa distruggere il nostro essere proprio, per essere tutti rivestiti di Gesù Cristo, e comparire unicamente sotto di Lui e in Lui.

V.

Segni della vera umiltà.

Il vero umile non crede mai di essere umiliato, — si guarda bene dall’offendere nessuno, — tutto sopporta, completamente abbandonato a Dio, — nella purezza d’intenzione.

L’anima veramente umile è convinta che non può essere stimata meno di quanto vale, perché vede se stessa al disotto di tutto quanto si potrebbe dire. Coloro che sono grandi possono essere abbassati, ma quelli che sono vili e abbietti non possono venire abbassati al disotto del posto in cui si trovano. – L’anima umile si guarda bene dal recar dispiacere a qualsiasi persona, e preferirebbe soffrire qualsiasi pena piuttosto che mortificare il suo prossimo: se talora vi è costretta quando lo richiede il bene del prossimo, anche allora dimentica se stessa e si abbandona allo Spirito di Dio che si serve della sua parola e della sua lingua, purificata che sia da ogni interesse proprio come di uno strumento per operare gli effetti di quella spada a due tagli, che penetra sino al fondo del cuore, divide lo spirito dall’anima e purifica l’uomo sino al midollo. (Hebr. IV, 12). E allora le Spirito di Dio che risiede in quell’anima annientata in sé medesima, la consuma sino all’intimo, e rendendola partecipe della propria santità, fa che sia capace di vedere i difetti altrui, provarne gran dispiacere e correggerli secondo l’ordine di Dio e nella propria di Lui divina dipendenza; quindi essa di ciò che quel divino Spirito le suggerisce e sempre con grande efficacia e benedizione. – L’anima umile, vedendosi al disotto di tutto e indegna di tutto, è sempre animata da tali sentimenti di disprezzo di sé medesima che non sopporta senza affliggersi le minime cose che si fanno in suo favore e dimostrano che si ha qualche stima per essa. Se, per esempio, le si porge qualche cibo più delicato del solito, ne sarà tutta desolata, nel vedere il caso che si fa della propria persona, mentre ritiene di essere un niente. – L’anima umile deve essere in tal modo morta agli affronti e al disprezzo, da rimanere insensibile a tutto, non pensando che a soffrire per amor di Dio, come una pecora che si lascia sgozzare senza lamentarsi. Deve essere in tal modo morta a tutti i suoi sensi, che consideri il suo corpo come un cadavere, e aspetti incessantemente lo si seppellisca, per volarsene liberamente al cielo, onde amarvi ed adorarvi Dio, con tutto il suo cuore. Essa deve vivere in questo spirito di piccolezza e mantenervisi incessantemente. Ché se talvolta essa si trovi con persone eminenti, per interessi concernenti la gloria di Dio, essa deve subito ritornare nel suo fango e nella sua viltà, ritirandosi in sé medesima, occultandosi nella povertà in cui Dio la vuole, e rimanendo sempre nascosta nella propria bassezza. – L’anima umile deve stare nelle mani di Dio, come una piuma in balìa del vento, la quale dopo essere stata trasportata dovunque sia piaciuto alla divina Maestà, deve ricadere nella polvere. Così l’anima deve fare le opere sue in pieno abbandono allo Spirito Santo; perché allora esse verranno compiute in una purezza ammirabile e tutte in Dio. Essa deve fare come un servitore che se ne va portando i messaggi del suo padrone senza sapere se si tratti di cosa che gli sia di vantaggio e serva alla di lui gloria, operando sempre secondo le intenzioni del padrone e senza nessun altro intento. Così, il servo fedele di Dio deve essere in tal modo disinteressato da non sapere a qual fine lavori e sia impiegato, se sia per la più grande gloria di Dio o mene. Basta faccia ciò che Dio intende: dimentica se stesso e non ha in mente altro che Dio, lavora unicamente per Dio, in Dio, e sotto l’azione di Dio. – L’anima che non ha superbia è di una tale purezza che nulla desidera e nulla vuole, crede di non esser nulla, né mai opera da se stessa. Non deve neppure occuparsi di Dio secondo la propria volontà e di propria iniziativa. Che cosa ci vuole dunque? Bisogna che Dio stesso possegga l’anima secondo il proprio beneplacito, e non già che l’anima voglia possedere Dio per disporne secondo la propria volontà.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 5

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (5)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR . In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO V.

L’umiltà

II.

Motivi dell’umiltà.

-1. La nostra qualità di creature, di peccatori, di Cristiani, di figliuoli, di Sacerdoti. – 2. Tutte le virtù richiedono umiltà.

Il primo motivo deriva dalle nostre qualità e dai titoli che portiamo, qualità e titoli che ci impongono di annientarci in una vera umiltà. Come creature, siamo in obbligo di essere contenti del nostro nulla.  Come peccatori, siamo in obbligo di vederci sotto i piedi dei demoni; di essere respinti da ogni creatura, avendone abusato per il peccato; le creature, infatti, si infiammano giustamente di zelo a favore di Dio contro di noi: il peccato merita bene un tal trattamento. –  Come Cristiani, siamo in obbligo di amare la piccolezza, la viltà e l’abiezione, perché questo amore è una delle inclinazioni di Gesù Cristo Nostro Signore, di cui abbiamo ricevuto lo Spirito nel santo Battesimo. Questo sacramento imprime in noi, se vi corrispondiamo, le inclinazioni e tutti ì sentimenti di Gesù Cristo, particolarmente l’amore che Egli ebbe per l’annientamento. Abbiate in voi – dice S. Paolo – gli stessi sentimenti che (furono) in Gesù Cristo, il quale annientò se stesso (Philipp. II 4,7). Come figliuoli di Dio, siamo in obbligo di essere umili e di rifuggire da ogni lode, onde lasciare ogni onore a Dio nostro Padre: « Soli Deo honor et gloria —- A Dio solo onore e gloria » (I. Tim. I, 17). – Siamo Sacerdoti? dobbiamo distruggere, sacrificare, annientare in tutti, ma soprattutto in noi medesimi, la superbia e tutti gli istinti della superbia. Come vittime per i peccati del mondo dobbiamo essere animati da un profondo sentimento di grande confusione, sentendoci coperti dei delitti di tutto il mondo, in unione con Gesù Cristo, con cui non siamo che una sola vittima. Come Servi della Chiesa, dobbiamo stare ai piedi di ogni fedele, considerandoli tutti come nostri padroni; quindi dedicarci affettuosamente agli uffici più bassi giudicandoli come ancora superiori al nostro merito e stimandoci onorati di esservi impiegati, mentre siamo indegni di una grazia così pregiata. « Superiores sibi iuricem arbitrantes (Phil. II, 3). Nos servos vestros per Jesum (II Cor. IV, 5).

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Il secondo motivo è che tutte le virtù richiedono l’umiltà. La Fede, ci obbliga ad essere umili; perché dobbiamo vivere secondo i suoi insegnamenti. Orbene, la fede ci insegna che da noi non siamo che niente e peccato; dobbiamo dunque considerare noi stessi come niente e peccato, e compiacerci che tutti ci stimino e ci trattino come tali. La fede ci svela chi siamo noi e chi è Dio. Dio vale tutto e noi niente. A Dio ogni onore ed ogni gloria, a noi confusione e disprezzo. In tal modo, la fede ci porta all’umiltà ed esige che siamo umili se non vogliamo rinnegare le sue massime, ma inoltre ci vuole grande umiltà per aver la fede. per assoggettare il nostro spirito alle verità ch’essa ci propone, e così annientare la nostra ragione col sottometterla a credere ciò che essa non vede (II Cor. X, 5). Perciò i filosofi e gli eretici, essendo pieni di superbia, hanno posto tanti ostacoli alla fede. L’umile, al contrario, è deferente al giudizio altrui, si sottomette alla verità, né mai si ostina nel proprio sentimento; in una parola l’umile è disposto a credere tutto. La speranza ci porta all’umiltà. Il Cristiano animato dalla vera speranza non si appoggia sopra se stesso, né confida nelle proprie forze, ma unicamente in Dio, e nei meriti del nostro Salvatore. La carità demanda umiltà perché l’anima che ama Dio vuole che a Lui sia diretto ogni onore, mentre dimentica e annienta se stessa. L’amore del prossimo esige umiltà, perché respinge ogni asprezza ed ogni irritazione anche di fronte alla calunnia. Animata dalla carità cristiana, l’anima deve sopportare la debolezza del suo fratello, persino la superbia e l’arroganza altrui che è la molestia la più insopportabile per chi non è veramente umile. Due anime orgogliose che vogliono innalzarsi l’una al di sopra dell’altra, non conserveranno giammai quella virtù che S. Paolo raccomandava con tanta forza con queste parole: « Supportantes invicem in charitare. – Sopportatevi gli uni e gli altri nella carità » (Ephes. IV, 2)… La compassione verso il prossimo esige umiltà, perché ci porta a prendere sopra di noi la riparazione per la superbia degli uomini; dobbiamo quindi abbracciare l’umiltà, perché essi si sono esaltati, e così con le nostre umiliazioni offrire a Dio una soddisfazione per il loro orgoglio e la loro ingiusta e disordinata arroganza. La religione impone l’umiltà, perché essa vuole che tutto si annienti e si sacrifichi per la gloria di Dio, al quale tributa ogni lode e riferisce ogni onore. La prudenza cristiana ci porta all’umiltà, poiché vuole che non abbiamo pretese, se non per quelle cose che possiamo avere o conservare senza contese. La giustizia, esige che si dia a ciascuno ciò che gli spetta, quindi, al nulla l’oblio, al peccato il disprezzo, la stima invece e la gloria al Tutto e alla Santità (Tibi, Domine, justitia, nobis autem confusio faciei – Dan. VII). La fortezza del Cristiano ha per sostegno l’umiltà, perché, conoscendo il proprio nulla e la propria incapacità, egli si rifugia in Dio, affinché la virtù di Gesù Cristo che è la forza dei deboli, venga ad abitare in Lui (II. Cor., XX, 9). – La temperanza trova valido aiuto nell’umiltà, poiché l’umile si astiene dalle cose mondane e sensibili, nella persuasione di esserne indegno. La penitenza esige l’umiltà, perché richiede che il superbo sia umiliato e che la confusione cada sopra colui che ha voluto rubare a Dio l’onore e la gloria. La dolcezza desidera l’umiltà, perché l’anima non sia turbata per nessuna umiliazione che possa incontrare. La pazienza vuole l’umiltà, perché l’anima non perda mai la pace per nessuna contrarietà. – In conclusione, l’umiltà è il condimento di ogni virtù, la virtù fondamentale che deve essere presupposta ad ogni esercizio di cristiana pietà.

III.

Fondamenti dell’umiltà.

1. La verità: nullità della creatura, grandezza di Dio. — 2. La giustizia: a Dio solo è dovuta ogni gloria. – Umiltà nella Madonna; — in Gesù Cristo. – il nulla in qualsiasi creatura, — anche nella persona del Confessore.

L’umiltà poggia sopra due fondamenti: il primo è la verità, il secondo, la giustizia; verità e giustizia, due attributi divini, sui quali deve regolarsi la nostra vita. La verità ci dà la conoscenza di noi medesimi, che è il grande e solido fondamento dell’umiltà; perché qualsiasi sentimento di umiltà che non abbia per fondamento una seria convinzione di ciò che siamo, non è che apparenza ed illusione; e chi credesse di acquistare l’umiltà senza una tale conoscenza, si ingannerebbe e non riuscirebbe a nulla. La ragione sta in questo, che tutto quanto vediamo in noi e tutto quanto facciamo, tutto ci serve di motivo e d’occasione per la propria stima, principalmente quando si tratta di qualche bene, se prima non abbiamo bene stabilito qual è il principio del bene come del male che vediamo in noi. Non già, come abbiamo detto sopra, che questa conoscenza sia l’umiltà; molti, infatti, per quanto siano presuntuosi, sono pure costretti a confessare che non sono nulla e non valgono nulla. I demoni sono costretti ad una tale confessione, ma non hanno neppure un principio di santa umiltà. La conoscenza di se stesso deve solamente venire presupposta come un principio, dal quale si traggono poi le conseguenze onde comportarsi secondo lo spirito dell’umiltà. Orbene, la verità insegna all’uomo a conoscere ciò che è in se stesso, e ad aver di sé la stima che si merita e non di più: così pure la giustizia esige che tratti sé medesimo per quello che è, e non sopporti altro trattamento differente di quello che si merita. – La verità insegna all’uomo che esso non è altro che niente; che da sé non è oggi dappiù da quello che fosse cento anni fa, e che sarebbe ancora se Dio ritirasse da lui quell’essere che ne circonda il nulla, Questo essere è una partecipazione dell’essere medesimo di Dio, è l’essere di Dio reso sensibile in qualche modo nell’uomo. Tutte le creature, infatti, non sono altro, per così dire, che Dio medesimo reso visibile; sono come sacramenti o come visibili involucri dell’essere invisibile di Dio, il quale è nascosto sotto di essi; sono segni di Dio che esprimono in modo svariato ciò che Egli è in se stesso. In una parola, tutto quanto vi è al mondo è come una dilatazione e una espressione di Dio fuori di Lui medesimo, come un effluvio di Dio, il quale esprime esternamente ciò che Dio è in sé medesimo. – Ma d’altra parte la creatura considerata in se stessa e nel suo fondo, fuori dello stato di Dio di cui essa è partecipe, rimane un semplice niente che implica la privazione di ogni essere, come Dio contiene il possesso di tutto l’essere: Dio è un abisso di perfezione, il nulla invece un abisso d’imperfezioni. Quando pure vi si starebbe occupati sino alla fine dei secoli, non si saprebbe esporre in particolare le privazioni e i difetti che si contengono nel niente, né  i disprezzi che gli sono dovuti; parimenti quando pure sino al dì del giudizio vi si impiegassero le creature tutte, non riuscirebbero a numerare tutte le grandezze e le perfezioni di Dio. Il niente merita oblio, disprezzo e noncuranza, come Dio merita ogni ammirazione, ogni adorazione, ogni lode da parte di tutto il mondo (-G. Olier si compiace di porre nel dogma della creazione il fondamento delle virtù: dobbiamo essere umili perché siamo creature, così anche pazienti (pag. 201) ed ubbidienti (pag. 267). Dal fatto della nostra creazione da Dio, risultano due grandi verità che facilmente dimentichiamo e che devono essere il nostro pane quotidiano nella vita spirituale: il nostro nulla e la suprema padronanza di Dio).

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La giustizia adunque, poiché vuole che si dia a ciascuno ciò che gli appartiene, insegna alla creatura a tributare a se stessa ciò che si merita nel suo fondo e a subire quel trattamento che è dovuto a così grande viltà, come pure a rendere a Dio ciò che gli è dovuto, ossia ogni onore e ogni lode. Se guardo me stesso, nel mio fondo, ossia nel mio nulla, veggo che non merito che confusione e disprezzo; se invece contemplo Dio, sia in sé medesimo come fuori di sé, nella sua essenza come nella sua diffusione nei suoi effetti, in me come fuori di me; trovo che Egli merita ogni lode e ogni onore. A Dio, dice S. Paolo, siano rese benedizioni, lodi, onori e azioni di grazie da ogni creatura, (I Timot ., I, 12; Apoc., VII, 12) per quello che Egli è in sé, e per tutto ciò che Egli ha operato fuori di sé medesimo. Vedo adunque e riconosco che a Dio deve essere reso ogni onore come all’Autore e possessore di ogni perfezione, e al contrario il niente, che in se stesso è privo di tutto, deve essere disprezzato abbandonato, trascurato e dimenticato. – Il niente è così miserabile che non si saprebbe neppure pensare a lui, e se ne diciamo qualche cosa o ne abbiamo qualche idea, è sotto qualche forma presa a prestito e che non gli conviene, tanto è incapace di produrre qualche stima di sé. Se si pensa a lui, non sarà che per deplorare il suo stato, per riconoscere ciò che gli manca e ciò che non ha. Nulla può essere vile e abbietto come il niente, né si saprebbe esprimere tutta la sua abbiezione. E questa è la condizione vera della creatura nella sua sostanza, in ciò che era da sé medesima prima che Dio la rivestisse di se stesso; né cessa di essere tale anche dopo la comunicazione che Dio le fa del suo essere. – Dio merita ogni onore per la sua perfezione, il niente non merita che disprezzo per la sua imperfezione. Benché nascosto sotto l’essere più perfetto, il niente non lascia mai di meritare per se stesso tale trattamento; all’operaio bisogna lasciare l’onore dell’opera sua, come al pittore la gloria del suo quadro. Al pittore è dovuto l’onore e non alla tela che porta il suo dipinto; la tela non merita che disprezzo; se potesse parlare e fosse sensibile al sentimento della giustizia, essa direbbe: « Onorate colui che mi ha scelta per farne il soggetto dell’opera sua, onorate colui che merita di essere onorato, che mi ha tratta dallo stato in cui mi trovavo, per fare su di me tali meraviglie. Guardate il rovescio del quadro e vedrete che non sono adatta che a fare un cencio qualunque; non ero buona a nulla, ora invece sono posta sugli altari e si adora ciò che porto e rappresento; ma questo non è mio, né vi ho parte alcuna; non dimentico la mia primiera condizione, so bene qual sia il mio fondo e non l’ho ancor perduto di vista. Più, l’amore che nutro per il mio padrone e per l’operaio che mi ha scelta ad onta della mia viltà perché fossi l’oggetto della sua opera ed ha operato in me una sì grande meraviglia, mi obbliga ad onorarlo ed a procurargli la gloria che egli si merita e ad avvertire tutti coloro che vedendomi, nella loro illusione si attaccano a me, di rivolgere i loro occhi e i loro omaggi a colui che ha compito quest’opera preziosa ».

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Così la Madonna, sempre convinta del suo nulla, sempre convinta della sua bassezza, esclamava ad alta voce: « Fecit mihi magna qui potens est. Colui che è potenteha fatto in me grandi cose ». Egli ha sceltoquesta povera sua serva, ha scelto la miapovertà e la mia viltà per imprimervi l’operadel suo amore, della sua sapienza edella sua onnipotenza. Ha compiuto in meil suo capolavoro e la sua meraviglia; hafatto in me il suo ritratto col rendere sensibileil suo Verbo. Ha scelto questo poveropiccolo niente, per imprimere sopra diesso i più perfetti e più splendidi lineamenti della sua grandezza e della sua maestà. Lui medesimo in me fa rendere a sé medesimo, onori ch’io non merito e non mi appartengono. State bene attenti a rendere a Dio la sua gloria e in me adorate la sua opera e le sue meraviglie ».Per questo motivo la santa Chiesa, tanto per la propria edificazione come per quella di tutti i fedeli che ricevono grazie da Dio, si prende cura di far cantare ad alta voce e anche in piedi per obbligarci ad un’attenzione particolare, il bel cantico del Magnificat: così vuole insegnarci ad onorare il Signore come la Madonna lo esaltava in sé stessa e in tutte le opere Di Dio, perché tutto quanto è fuori di Dio, viene da Dio; tutto è derivazione (Al termine emanazione, che suona male per le nostre orecchie moderne, abbiamo sostituito derivazione. Tutte queste espressioni del Servo di Dio, evidentemente, vanno intese nel senso che l’essere naturale delle creature non è che una partecipazione virtuale ed analoga dell’essere di Dio.), effusione e come dilatazione di Dio, il quale diffonde il suo essere in modo visibile sopra la creatura. È questo lo Spirito che copriva le acque, (Gen. I, 2) il mantello che copre ed avvolge il niente; il niente rimane sempre spregevolissimo in se stesso, il mantello che lo copre, merita solo di essere onorato, Dio adunque sia glorificato e il niente sia dimenticato e disprezzato! – Quel sentimento di umiltà che risplendeva così santamente nella Vergine Santissima, per il quale essa voleva che non si facesse nessuna attenzione alla sua persona per quante grazie vi si scorgessero, ma si guardasse unicamente a Dio che ne era l’Autore, era molto più perfetto ancora in Nostro Signore, perché Egli era pieno di verità, plenum veritatis (Joan. I, 14), e voleva adempiere ogni giustizia (Matt. III, 15). Questo sentimento lo portava a correggere colui che lo aveva chiamato buono (Luc. XVIII, 9); Egli, come uomo, rifiutava questo titolo perché, in quanto era uomo, non gli apparteneva. Come uomo, infatti, anche Gesù Cristo era una creatura, e quindi in tale qualità, era niente; ciò che vi era in Gesù, tutto gli veniva da Dio, fonte universale di ogni bene, che l’aveva tratto dal nulla e gli aveva comunicato i suoi tesori. Ma solo ciò che è, merita il titolo di buono; orbene. Dio solo è; tutto il resto non è niente all’infuori di ciò che esso da Dio ha ricevuto: perciò Nostro Signore, come uomo, vedendosi indegno di questo titolo di buono, non poteva sopportare che venisse attribuito ad altri che a Dio. –  Ecco la fonte dell’umiltà nel Figlio di Dio: ecco perché Egli era umile e più umile di tutti eli uomini assieme. Perché meglio di tutti gli uomini, con vivissima luce, conosceva il niente della creatura, Gesù incomparabilmente più di tutti stava dimesso, umiliato e abbassato ai propri occhi e davanti alla maestà del Padre suo di cui tanto perfettamente conosceva la grandezza. Egli vedeva chiaramente che, in quanto creatura, al pari degli altri uomini, da sé medesimo non era niente, e che il Padre suo l’aveva tratto dal nulla onde renderlo depositario di tutti i suoi beni. Per questo, Egli stava continuamente annientato davanti a Lui, nel riconoscimento del proprio nulla, sempre pieno di stupore per tanti favori e di gratitudine per tanti benefizi. Egli stava senza posa inabissato in una lode altissima e in un amore ardentissimo verso Colui che l’aveva tanto amato da tutta l’eternità, preparandogli doni così grandi, senza neppur possibilità di nessun merito da parte sua. – La riconoscenza per una tale bontà lo portò a mettere nelle mani degli uomini il sacrificio dell’azione di grazie, l’adorabile sacrificio dell’altare. Nel medesimo sentimento di gratitudine, Egli scelse pure una Chiesa numerosa, perché con le lodi ed i sacrifizi Egli potesse in essa offrire al Padre suo degni ringraziamenti per il beneficio inconcepibile di averlo tratto dal nulla onde elevarlo alla dignità della filiazione divina. Così faceva Gesù Cristo per un sentimento di verità e di giustizia. Nella verità riconosceva ciò che era Egli stesso come uomo, cioè un niente, e ciò che era suo Padre, cioè tutto l’Essere; nel sentimento della giustizia, profondamente si annientava davanti alla santa Maestà del Padre, e si effondeva in amore e adorazione, in lodi e azioni di grazie.

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Tali sono i veri fondamenti dell’umiltà, che sono oltremodo stabili e fermi quando Nostro Signore si compiaccia di stabilirli solidamente in un’anima. Ma è da sapersi che per operare secondo tutta l’estensione della luce divina che ci discopre il nostro pulla, è necessario ancora di vedere il nulla in tutte le creature. Noi dobbiamo essere ben convinti che all’infuori di Dio, tutto non è che niente, vanità, ombra, figura, e come un involucro e un sacramento sotto il quale, come abbiamo detto sopra, Dio si nasconde per rendersi sensibile a noi. – Questa proposizione, che all’infuori di Dio tutto è niente, deve essere così universale che nulla ne venga eccettuato, né i più gran Santi, né la Vergine Santissima, e neppure l’adorabilissima Umanità di Gesù Cristo Nostro Signore. Ogni cosa, eccettuato ciò che di Dio vi è in essa, è niente e null’altro: è questa la condizione essenziale ed indispensabile di qualsiasi creatura. In ogni creatura adunque, non bisogna mai considerare che Dio, puramente e semplicemente Dio solo. Come è santo questo modo di operare! Come ci allontana da mille illusioni, nelle quali i più spirituali si lasciano prendere ed impacciare, quando non vi siano ben fissati! Inoltre, come ci porta a Dio e ci riempie li Lui! Se saremo sempre animati da questo sentimento, dappertutto noi troveremo e vedremo Dio; ed è questo uno dei mezzi più semplici e più utili per tenerci sempre alla sua divina presenza. Diversamente, si ha la mente tutta occupata delle creature; e le cose esterne che non dovevano servire che a portar Dio nel nostro cuore, diventano esse stesse il Dio del nostro cuore, l’idolo infame che così viene onorato nel Tempio di Dio.

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È un difetto questo che s’incontra ordinariamente nella direzione delle anime, quando il confessore, o perché non conosce questo pericolo, o perché non si prende cura di aprire gli cechi a quelle anime che il Signore gli ha affidate perché le conduca a Lui. Così egli lascia che si fermino alla sua persona per il lustro delle apparenze che notano in lui, invece di far loro considerare che per quanti doni possa avere in sé medesimo egli non è niente, e quindi non merita nessun onore perché a Dio solo appartiene ogni gloria. Si deve aver gran cura di fare intendere bene alle anime, che il direttore o confessore in se stesso è un niente, e che lo debbono considerare come un puro niente che, come tale, deve essere dimenticato: ma pure, perché Dio si nasconde in lui per manifestare i suoi ordini e le sue volontà sante, bisogna portargli un gran rispetto, come a chi rappresenta Dio e ne tiene il posto. Dal confessore bisogna andare con purezza d’intenzione e non cercar che Dio in lui, senza pensare alla scorza e al velo con cui Dio si copre. Bisogna, con la fede, andar oltre ciò che attira, ferma e illude i nostri sensi, trascurando e disprezzando ciò che appare agli occhi della carne, e tutto quanto agli occhi ingannati del mondo è grande e degno di considerazione.

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Siamo dunque fedeli, come Dio lo vuole, a mantenerci nella verità, e guardiamoci dal cadere nel peccato del demonio, il quale, secondo la parola di S. Giovanni: In veritate non stetit. Non è rimasto nella verità (Giov. VIII, 44). Riconosciuta così la verità e, per la luce della fede essendocene ben convinti, osserviamo la giustizia; quindi rendiamo a noi e ad ogni creatura ciò che è dovuto alla creatura; a Dio che è tutto, tributiamo la riverenza, la religione, l’amore e le lodi che le sue grandezze si meritano. Ecco i due fondamenti dell’umiltà in ogni creatura: verità e giustizia; ma queste, in noi, si applicano a molti altri soggetti di umiliazione, perché, come abbiamo visto, siamo in noi medesimi ogni miseria, ogni corruzione, ogni peccato. Ma perché la verità e la giustizia richiedono che, nella nostra qualità di peccatori, non solamente trattiamo noi stessi con disprezzo, ma ancora ci dedichiamo alla penitenza, alla mortificazione e all’odio di noi medesimi, di questi punti parleremo più a lungo quando tratteremo di queste virtù.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 4

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (4)

GIOVANNI OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO V.

L’umiltà

L’umiltà è virtù che serve di fondamento a tutte le altre e deve presupporsi ad ogni esercizio di pietà; senza di essa l’anima non farà mai nessun progresso. La superbia, che è opposta a questa virtù, è il vizio che più dispiace a Dio. A questo orribile ed infelice peccato Dio suole resistere, come dichiara così spesso nella Scrittura: Dio resiste ai superbi (Deus superbis resistit. Jac., IV,1). Il fondamento di questa resistenza di Dio alla superbia proviene dall’ingiuria speciale che essa gli fa, perché lo deruba di ciò che gli è più caro, dell’onore, cioè, della gloria a Lui dovuta ed esclusivamente riservata, per attribuirla ad un niente, ad un verme della terra. Dio non è di nulla geloso come della sua gloria; ci comunica il suo essere divino, la sua propria natura, e tutti i suoi doni, ma con la condizione che noi non lo deruberemo di ciò che Egli non intende punto cedere a nessuna creatura, vale a dire della sua gloria (Gloriam meam alteri non dabo. Isai., XLII, 8.). In conseguenza dell’avversione e dell’odio che Dio prova contro la superbia, non appena l’anima è così miserabile da abbandonarsi ad un tale eccesso. Dio sull’istante si ritira e l’abbandona a sé medesima, privandola della sua grazia e del suo aiuto; per lo stesso motivo, non se ne avvicina che in quanto essa è vuota di ogni superbia e di ogni propria stima. Perciò diciamo che la santa umiltà è fondamento di tutte le virtù, perché queste non si possono acquistare senza la grazia e l’aiuto divino, favori questi che Dio dà solamente agli umili: Agli umili Dio dà la sua grazia. (Jac.IV, 6). Incominciamo dunque dall’umiltà e vediamo innanzi, tutto in che consista.

I.

Natura dell’umiltà.

1° grado dell’umiltà: riconoscere la propria abiezione e compiacersene. Umiltà in Dio e in Gesù Cristo. Amore di Gesù Cristo per le umiliazioni anche nel suo Corpo mistico La vera umiltà è interiore e consiste nella sottomissione alla volontà di Dio. 2.° grado: amare la propria abiezione. 3.° grado: godere che Umiltà nelle. aridità spirituali. Schiarimenti sulla nostra abiezione sia riconosciuta anche dagli altri. — Amore dell’abiezione. Non ambire la grandezza neppure in Paradiso.

L’umiltà ha tre parti. La prima è di compiacerci nella conoscenza di noi stessi. Vi sono anime alle quali Dio fa conoscere la loro miseria ed i loro difetti, anzi ne porge loro l’esperienza, facendo risaltare ai loro propri occhi la loro stolidezza, leggerezza, inutilità e assoluta incapacità; ma esse a tale vista si rattristano e non potendola sopportare, cercano in se stesse qualche cosa che le lusinghi, si studiano di scoprire in sé medesime qualche perfezione o qualche virtù che le metta al coperto della convinzione della loro miseria: questo è effetto di superbia. Bene spesso ci troviamo in tale stato che sentiamo grande abbattimento nel vederci quali siamo, cioè: niente nella grazia e niente nella natura, inutili ad ogni bene, insopportabili a noi stessi e a tutti: se questo sentimento produce scoraggiamento interiore, è segno che la nostra è umiltà falsa. – Nostro Signore dà, al contrario, la stessa visione ad anime sante che gli sono care e predilette e sono stabilite nella vera umiltà, affine di rendere più profonda in esse questa virtù e prepararvi un fondo più ampio per ricevere la sua grazia e il suo amore. Ma queste anime, perché più umili, godono di conoscere ciò che sono: basta non aderiscano alla malizia della loro carne sono contente; talvolta non conoscono punto questa loro buona volontà, Dio permettendo che non distinguano tra gli assalti della carne e il consenso: e ciò è causa per esse di molta pena. Ora sentiranno ripugnanza verso i poveri e riluttanza a praticare la carità: ora sentiranno disgusto di Dio e della sua santa parola. Altre volte proveranno altre molestie che partono da quel fondo maligno della carne che si chiama comunemente la natura corrotta; e, nell’incertezza se abbiamo acconsentito a simili tentazioni, si affliggono e si trovano molto umiliate, come pure al pensiero di non aver lavorato abbastanza a vincere sé medesime. Orbene, tutte queste prove, per le anime sante, non sono motivo di pena e di abbattimento quanto di confusione e di umiliazione. Anzi, ciò serve loro a non dimenticare ciò che sono in sé stesse, a ricordarsi che portiamo il peso della carne e siamo composti di una natura di peccato che è fondo inesauribile di malizia; perciò si riconoscono operai di iniquità. Infatti, avendo acconsentito al peccato in Adamo, e inoltre avendo contratto, per i loro peccati personali, abitudini viziose, esse hanno alterato la loro propria natura, e l’hanno talmente viziata che non vi rimane più nulla che abbia pregio alcuno. È  necessario un nuovo principio; è necessaria una nuova generazione, che ci dia una seconda vita e un nuovo spirito per conservare questa vita nuova. Lo Spirito Santo medesimo è quello che opera in noi ì movimenti al bene e ci sollecita alle opere buone, come la carne ci inclina alle opere cattive. Così lo spirito e la carne sono in continua e perpetua lotta. La carne, dice S. Paolo, combatte contro lo spirito e lo spirito contro la carne (Gal. V., 17). – Perciò i Santi, essendo veramente umili, riconoscono perfettamente ciò che sono da sé stessi, e ciò che in sé medesimi appartiene a Dio: riconoscono donde viene il bene e chi ne è la causa; rendono incessantemente lode e gloria a Dio per il bene che Egli opera nelle loro anime; si umiliano pure incessantemente per il male che fanno e che sentono in sé, riconoscendo la propria povertà, miseria e viltà, e condannano sé stessi come causa dei mali che risentono. Ma una tal vista, per quanto ne provino tristezza, li umilia senza avvilirli né scoraggiarli. Ecco il primo grado della virtù di umiltà; compiacersi nella propria viltà e miseria. Conoscere questa viltà e miseria, non è parte di questa virtù; ne è soltanto una condizione e un fondamento. Perciò anche i pagani praticavano la conoscenza di sé medesimi, eppure essi non avevano nulla della virtù cristiana di umiltà, perché il primo passo di questa è la soddisfazione e la gioia che si prova nel conoscere se stesso. Che cosa è dunque l’umiltà? — È l’amore dalla propria abiezione, per il quale a poco a poco si diventa così amanti della nullità, della piccolezza e della bassezza da prediligerle in tutto e per tutto.

(Sarebbe irragionevole amare l’abiezione precisamente per l’abiezione stessa, quasiché sia meglio essere peccatori che santi, ignoranti che sapienti, scemi che di talento; ciò sarebbe, come dice S. Francesco di Sales, viltà di animo e di cuore ». Dobbiamo compiacerci del fatto della nostra abiezione in quanto è per noi una umiliazione; perché ne risulta maggiormente la gloria di Dio e anche, in certi casi, perché Dio vuole così; perché ne saremo meno considerati e stimati dalla gente o perché il prossimo verrà stimato più di noi; né tralasceremo di fare quanto sta da noi, come dice ancora San Francesco di Sales, per togliere il male che è causa della nostra abiezione (Cfr. Filotea, IIIa VI e infra pag. 65-66). –

Prendiamo un esempio: un’anima riconosce in sé il proprio nulla che la rende vile e abietta, riconosce la sua debolezza, i suoi difetti e persino i suoi peccati; bisogna si compiaccia nella viltà, nell’abiezione e nel disprezzo che gliene provengono; deve compiacersi in ciò che v’è in sé stessa di vile, di abietto e di umiliante. La viltà e l’abiezione che sono le conseguenze del peccato sono cosa affatto diversa dall’opposizione a Dio: l’anima che è umile deve amare la viltà alla quale essa è ridotta dal peccato, ma insieme deve detestare sommamente il suo peccato in quanto è contrario a Dic. Essa deve essere talmente amante della viltà e della bassezza di amarla dovunque la incontri: deve trovare nell’abiezione vaghezze così deliziose, che non trovi nulla di così amabile, e la consideri come la sua regina, la sua amica, la sua diletta. Amore di piccolezza, amore di bassezza, amore di abiezione, di umiliazione: ecco la nostra felicità, ecco l’unica nostra pace. Intesa così, l’umiltà ha la sua sorgente in Dio medesimo; Dio, infatti, benché a motivo delle sue perfezioni non sia capace di vero abbassamento, tuttavia ha in sé come un peso che lo porta verso le cose piccole, perché da sé medesimo è amante delle cose basse. Dio guarda alle cose vili, (Ps. CXII, 6); Ha rivolto lo sguardo alla bassezza della sua serva, dice la Madonna, nel Magnificat (Luc. I, 48), vale a dire che si compiace nella bassezza e vi prende la sua compiacenza. – Questo peso immenso della Divinità verso la bassezza, riempiva in modo eminente, delle sue inclinazioni l’anima di Gesù Cristo, e le infondeva una tendenza infinita verso la umiliazione, tendenza continuamente operosa, che mai poteva essere spenta né saziata. Tutto quanto vi è di disprezzo, di annientamento e di abiezione, tutto, per l’anima di Lui, è nulla in confronto di quella sete immensa di umiliazione che lo divora. In ciò consiste l’umiltà di Dio e di Gesù Cristo, di cui dobbiamo renderci partecipi, umiltà che Gesù diffonde nel cuore dei Cristiani nei quali ha infuso lo stesso peso e la stessa inclinazione verso ciò che è basso. Ed è questa la vera umiltà cristiana. – È da  considerarsi come il profeta diceva del Cuore di Gesù Cristo, che sarebbe saziato d’obbrobri (Thren. III, 30); era questo un effetto che l’immensità di Dio operava nel fondo dell’anima di Lui con l’infinità della sua potenza. – Non dobbiamo considerare soltanto le umiliazioni che Gesù Cristo ha subito nella propria persona e alle quali si riferisce quella sua parola sulla croce: SITIO, Ho sete; ma ancora gli obbrobri e i disprezzi che Egli desiderava soffrire nel suo corpo mistico e nei suoi membri; anche riguardo a questi Egli diceva: SITIO, Ho sete, muoio di languore nel desiderio di nuove pene e di nuovi disprezzi: bisogna che mi estenda e mi dilati in tutta la mia Chiesa e che in essa Io soddisfi la mia sete: quanto più soffrirò in essa disprezzi e umiliazioni, tanto più proverò gioia e consolazione e soddisferò il desiderio immenso che ho di scendere al basso. « Il Padre mio, infinito nei suoi desideri, mi comunica questo languore e questa immensa volontà, in confronto della quale Io non sono nulla, né sono capace di soddisfarla; per questo cerco sempre sulla terra qualche anima che soddisfi la mia pena e il desiderio che provo di bere a lunghi sorsi, in ogni tempo e in ogni luogo, al calice dell’onta e dell’umiliazione.. Dimodoché quando qualcuno soffre disprezzi e li riceve con gioia ed amore, altrettanto soddisfa la mia sete ». – Sarebbe ben giusto dare in noi questa gioia a Gesù Cristo e procurare di soddisfarlo ed accontentarlo su questo punto. – E poiché abbiamo tanta ripugnanza ad essere umiliati, dobbiamo almeno raccogliere con cura quel poco di umiliazione che possiamo, per dar luogo alla potenza e all’efficacia dell’operazione divina nel nostro cuore. – Dio in sé medesimo è immenso, la sua infinita grandezza che lo inclina verso la bassezza deve tutto umiliare sotto di Lui e portarci tutti all’amore del disprezzo e dell’abbassamento. Tuttavia, è un fatto che il nostro cuore gli resiste tanto fortemente e la vince in tal modo sopra di Lui che invece di tendere ad abbassarci, noi non tendiamo che ad elevarci, né cerchiamo altro che la lode, la stima e gli applausi. Dio così potente in tutto e particolarmente nell’anima del Figlio suo, trovasi come impotente in noi. – Studiamoci dunque di rinunciare al nostro fondo intimo, di condannarlo e sottometterlo a Dio, affinché Egli possa imprimere in noi ciò che desidera e investirci delle sue inclinazioni, dei suoi sentimenti e delle sue medesime disposizioni. Dobbiamo pregare molto la maestà di Dio che compia in noi le operazioni della sua potenza e della sua virtù immensa, affinché ci umiliamo in Lui e ci investiamo delle sue inclinazioni e dei suoi desideri.

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La principale umiltà è l’umiltà interiore; questa riguarda dapprima lo spirito e consiste nel tener sempre la facoltà dell’anima in una grande soggezione e dipendenza verso Dio; di modo che il nostro spirito non sia mai né insolente né superbo, al punto d’innalzarsi al cospetto del nostro Re e nostro Dio, ma invece si tenga sempre davanti a Lui in atto di perfetta sottomissione e di profonda riverenza, aspettando con pazienza la sua luce e i suoi ordini. Guardiamoci sempre dall’essere così presuntuosi da voler, in qualunque cosa, ragionare ed agire da noi e in noi; stiamo sempre sottomessi a Dio, aspettando con fede la sua direzione e la sua regola. – Lo stesso è da dirsi della nostra volontà; benché si trovi in questa carne di peccato e in questo stato di sregolatezza. Essa è sempre come una regina che domina e comanda, perciò, meglio ancora dell’intelligenza essa deve stare dipendente dallo Spirito divino, che vuol essere in noi Re e padrone. La nostra volontà, più guasta dal peccato che tutte le nostre altre facoltà. E quindi più imperiosa e arrogante, è sempre pronta a comandare e pochissimo disposta ad obbedire: ci vogliono grandi sforzi ed assidue applicazioni per tenerla soggetta e sottomessa, Essa ordina ogni cosa senza aspettare gli ordini, la mozione e la direzione né dello Spirito Santo, né della carità che sola deve dominare in noi e muoverci soavemente ad assecondare i desideri di Dio. – La vera e perfetta umiltà interiore consiste dunque nel sottomettere a Dio la nostra volontà non meno che la nostra intelligenza, la quale deve tenersi come morta, in un’attesa fedelissima e docile delle divine impressioni ed illuminazioni che Dio promette ai suoi figli. (Qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ, Joan., VIII 12). In tal modo, ]’anima sarà veramente umile, e sarà tale in ispirito e verità, perché sarà umile effettivamente e con perfetto sacrificio. In questo stato, l’anima riconoscerà di non essere nulla che valga qualche cosa, di non essere capace di operare nella giustizia e nella santità, protestando che tutto viene da Dio, tutto dipende da Dio, tutto in noi deve essere operato da Dio. Conoscere che siamo un niente senza valore, che non sappiamo nulla, che non siamo capaci di nulla e compiacersi in questa vista e in questa conoscenza, ecco il primo grado dell’umiltà.

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Il secondo grado è di amare la propria viltà, la propria abiezione, il proprio nulla, anche nello spirito degli altri tanto come in noi medesimi, vale a dire, compiacersi di essere riconosciuti come vili, come abietti, come cosa da nulla, come peccato e di essere stimati tali nello spirito degli altri. Infatti, è proprio dell’umiltà di far sì che abbiamo amore, gioia. e piacere ad essere conosciuti e stimati da tutti per quel che siamo in realtà: se desideriamo di comparire migliori di ciò che siamo, se cerchiamo di scusare i nostri difetti, siamo ipocriti e impostori. – Dal difetto di umiltà nascono la pena, il dispetto e l’affanno che proviamo quando vengono scoperte le nostre imperfezioni.     Da qui quell’agitarci e inquietarci penosamente a riguardo della buona riuscita delle nostre opere, volendo acquistarci presso gli altri, fama, considerazione e stima. Non saremo dunque mai capaci di soffrire ciò che Gesù Cristo vuole operare in noi col suo Spirito di umiltà? Non sapremo sopportare di essere conosciuti quali siamo in realtà, ossia come niente e peccato, poiché non siamo altro in noi e da noi medesimi? Fuorché il nulla e il peccato, tutto in noi è cosa di Dio; se pretendiamo attribuircene anche la minima parte, commettiamo un furto a danno di Dio medesimo. – Noi siamo in tal modo un vero niente, che se Dio ad ogni istante non ci comunicasse l’essere, non vi sarebbe più nulla in noi, non vi rimarrebbe che il niente che è il nostro fondo e che unicamente ci è proprio. Anzi, se v’è in noi qualche cosa nelle nostre facoltà che non sia corrotta dal peccato, ne dobbiamo rendere grazie a Dio che lo ha operato in noi per sua bontà: a Lui ne appartiene tutta la gloria. Si può dire che noi medesimi abbiamo peccato in Adamo perché abbiamo in certo qual modo consentito con lui al peccato: siamo stati coinvolti nella sua colpa. Adamo, infatti, era il nostro procuratore e teneva come nelle sue mani tutte le volontà dei suoi discendenti. Dio con grande bontà l’aveva scelto per essere il nostro rappresentante, come l’uomo più perfetto al quale potevamo con la massima ragione affidare l’incarico di trattare con Dio in nostra vece ed in nome nostro. Adamo trattava dunque con Dio a nome di tutto il genere umano; in tal modo la nostra volontà era unita alla sua e consenziente con la sua. – Oltre questa prima colpa che in questo senso può dirsi opera delle nostre mani, colpa che è la causa di tutto quel semenzaio di mali che pullulano in noi ad ogni giorno e ad ogni  ora, come pure di quella corruzione che portiamo in noi, che S. Paolo chiama peccato perché nasce dal peccato, ci porta al peccato e per la quale quindi siamo peccato; oltre quel primo peccato cui abbiamo consentito in Adamo, oltre questa perversità che ci porta continuamente al peccato, noi abbiamo pure commesso moltissime colpe che ci rendono orribilmente deformi. – Donde avviene che, in tutta verità, tutto in noi medesimi è peccato e non siamo che peccato: questo fondo di malizia, di cui siamo impastati, è oggetto di orrore per il Signore; tantoché da questa parte siamo figli di maledizione e non possiamo nascondere che siamo tali agli occhi del cielo e della terra: dobbiamo dunque compiacerci di essere, nella mente di tutti, riconosciuti come tali. – Orbene, l’umiltà è quella virtù che ci fa sentire questo piacere e questa soddisfazione di comparire quali siamo in realtà, di essere considerati agli occhi di tutti come gente da nulla e come peccatori maledetti, poiché non siamo null’altro che questo. Ché se in noi vi sono grazie, virtù e doni, tutto questo è cosa di Dio e non cosa nostra; quindi se vogliamo essere considerati e stimati per queste grazie e virtù, noi ingiustamente derubiamo Dio di ciò che è suo ed a Lui unicamente appartiene. Bisogna che l’umiltà ci faccia ben considerare ciò che siamo noi e ciò che appartiene a noi, onde lasciare a Dio e rinviare fedelmente a Lui tutto quanto è suo e viene da Lui. Il demonio concentra qui tutti i suoi sforzi e lavora in modo particolare a confondere queste due viste distinte, che ci rivelano con tanta chiarezza ciò che è nostro e ciò che è di Dio. Lavora a farci credere che ciò che vi è in noi è nostro, e ne possiamo usare per concepire stima di noi stessi e farci stimare dagli altri. Ma l’anima veramente umile e attenta a premunirsi contro le astuzie dello spirito maligno mette tutto il suo impegno a riconoscere sempre ciò che è in sé stessa e ciò che da sé medesima proviene; tutta la sua cura è di considerarsi come niente e peccato, e di essere soddisfatta che anche gli altri la considerino come tale; se le capita di ricevere onori e lodi, nel suo cuore ne ride e si burla di coloro che le dimostrano stima, considerandoli come ciechi e come gente che parla senza ragione: essa prova talora disgusto ed orrore di simili cose, a segno che preferirebbe mille affronti piuttosto che una lode, perché le umiliazioni sarebbero fondate su la verità, mentre le ledi sono fondate sulla menzogna: essa insomma si meraviglia con istupore nel vedersi stimata ben altra di quanto continuamente riconosce di essere in sé medesima. – Secondo S. Bernardo, il secondo grado dell’umiltà non consiste solamente nel riconoscere che noi non siamo niente, ma ancora che ciò che compare negli altri è pure un niente. Ogni essere, ogni bontà, ogni verità è in Dio; e ciò che se ne trova nella creatura viene per effusione da Dio, mentre il fondo della creatura è il nulla. È oltre che siamo niente come creature, abbiamo una tendenza naturale al niente: è proprio del niente tendere sempre verso il niente. Ecco ciò che è l’uomo, e il suo desiderio deve essere di comparire tale; diversamente è un ladro verso l’Essere sovrano, perché vorrebbe appropriarsi di ciò che appartiene a Dio e mettersi al posto di Dio.

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Il terzo grado dell’umiltà è di voler che gli altri non soltanto ci riconoscano, ma pure ci trattino come vili, abietti e spregevoli: di ricevere quindi con gioia tutti i disprezzi e tutte le umiliazioni possibili; di non essere mai sazi di obbrobri, ma al contrario desiderarli sempre con insaziabilità; in una parola, è desiderare di essere trattati secondo il proprio merito. Ora, siccome l’anima veramente umile considera sé stessa come un misero niente e una peccatrice maledetta, né dagli altri vuole essere considerata diversamente, essa per la virtù dell’umiltà desidera pure di essere trattata come un niente, come creatura maledetta e miserabile peccatrice, due titoli meritevoli del disprezzo più profondo che si possa concepire. Si abbia pure di noi tutto il disprezzo immaginabile, non sarà nulla ancora in confronto di ciò che meritiamo; donde avviene che l’anima veramente umile non può sentirsi, disprezzata. Qualunque cosa si dica, o si faccia contro di essa, non ne arrossisce; tanto meno se ne offende, perché ogni disprezzo è un nulla in con confronto di ciò che essa sente di meritare. Il niente non non ha nessun pregio, non ha nulla che possa essere oggetto dei nostri pensieri e delle nostre affezioni, quindi non merita neppure il disprezzo. Perché chi dice niente, dice assenza di ogni essere e di ogni perfezione, mentre soltanto l’essere e la perfezione meritano stima e compiacenza. Inoltre, qual disprezzo non è dovuto al peccato? Esso non ha nulla che sia gradevole e sopportabile, ma al contrario, è l’avversione da Dio che è l’unico vero bene, e quindi il peccato è la privazione di ogni bene. – È certo che per un’anima veramente umile un’ingiuria è un onore: essendo essa un niente, non merita né di essere considerata né che si pensi ad essa; non è degna neppure che uomo al mondo se ne occupi sia pur per disprezzarla. Chi mai si rivolgerebbe al niente, anche per schernirlo? Non si ingiuria un fantasma; non ne vale la pena, poiché è niente. Colui che dunque che sa di non essere da sé medesimo che un niente e quindi molto meno di un fantasma, si ritiene molto onorato che si pensi a lui anche per ingiuriarlo. Così, se viene dimenticato e disprezzato,  non se ne meraviglia, e crede non si possa fare diversamente: lungi dall’essere sorpreso che lo si ingiuri, si stupirebbe se venisse trattato diversamente, Se anche nel suo interno, da Dio viene trattata con diprezzo ed abbandono l’anima sinceramente umile non ne resterà meravigliata perché sa di non meritare altro. È questo il segno al quale si può riconoscere la vera umiltà; quando l’anima trovasi nelle aridità e si sente interiormente come abbandonata e respinta da Dio. se è veramente umile si mette dalla parte di Dio e ne approva il modo di fare contro se stessa, si abbassa e si annienta nella preghiera, condannando sé medesima e riconoscendo di non meritare un trattamento migliore. Dobbiamo riconoscere che Dio con tutta ragione respinge le opere nostre e le nostre persone; e quando sentiamo che ci tratta in questo modo, se ne restiamo afflitti, è segno che non siamo umili, è segno che non siamo ben convinti della nostra incapacità per qualsiasi bene. – Il nostro niente rivestito di un essere corrotto dal peccato, da se stesso in quanto tale, non può far altro che il peccato, non può che fallire in tutte le opere sue. È questo un gran motivo di confusione, che deve farci riconoscere che Dio, il quale è l’equità, la rettitudine medesima e la vera giustizia, ha pur diritto di respingerci noi e tutto ciò che viene da noi, (Dicite; Servi inutiles sumus. Luc. XVII, 10) perché tutto quanto può esservi nelle opere nostre di santo e a Lui gradito, tutto proviene dal Figlio suo, nel quale Egli per l’operazione dello Spirito Santo, prende tutte le sue compiacenze. Essere dunque così disprezzati e respinti anche da Dio, e inoltre maltrattati dai nostri superiori, dai nostri eguali e persino dai nostri inferiori, in una parola, da ogni creatura, ecco ciò che ci è dovuto e dobbiamo rallegrarcene come della cosa più giusta, della cosa migliore e più vantaggiosa per noi, più conforme al desiderio di Gesù Cristo, e che perciò dobbiamo preferire (Bonum mihi, quia humiliasti me. Ps. CXVIII, 71).

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Dobbiamo dunque amare lo stare al basso da qualunque parte venga la bassezza, dovunque la troviamo, non soltanto in questo mondo ma pure per l’altro, non soltanto su la terra ma pure in Cielo. Dobbiamo compiacerci di stare nel posto più infimo, come raccomanda Nostro Signore, (Recumbe in novissimo loco. Luc., XIV, 10.) e amare l’ultimo posto in tal modo che lo desideriamo anche in Paradiso. Non già che dobbiamo desiderare di essere gli ultimi nell’amore di Dio, o i più negligenti nel progredire nella perfezione; né che dobbiamo dire come certe anime vili: « Purché mettiamo il piede in Paradiso, questo ci basta », né si curano di essere più sante; questo sarebbe metterci in pericolo di non essere mai santi e di stare anche fuori del Paradiso. Al contrario, bisogna sospirare di amare Dio quanto Egli lo desidera, con ardore e fedeltà, e tendere con tutte le nostre forze a quel grado di gloria e di felicità che Egli ci tiene preparato. Colui che commettesse la minima colpa per umiliarsi, farebbe una sciocchezza; così pure, colui che tralasciasse il minimo bene per essere piccolo in Paradiso, avrebbe grave torto. Intendo parlare soltanto di ciò che concerne la piccolezza in sé stessa, essa deve sempre essere così amabile per noi che l’apprezziamo dovunque la troviamo, né dobbiamo fare nessuna azione col proposito di essere grandi e di emergere dalla piccolezza. – La nostra superbia è più sottile che quando trova una porta chiusa, se ne apre qualcuna da un’altra parte; quando si è soffocato il desiderio della grandezza in questo mondo, la desidera nell’altro; quando si ha rinunciato alla grandezza delle cosegrossolane della terra, la superbia la cerca nelle cose dello Spirito e della grazia. Appena ci siamo liberati dalla brama di essere grandi e pregiati negli onori e nelle ricchezze del secolo, la superbia subito ci porta a ricercare di essere grandi e pregiati nella grazia e nelle cose dello spirito. Essa ricerca e desidera i doni superiori e le illuminazioni più eccellenti, le grazie appariscenti e i talenti straordinari, così la superbia sempre ricerca la grandezza. Se noi riusciamo a riconoscere, in questo desiderio dei pregi spirituali della grazia, un fine contrario all’umiltà e lo superiamo, allora la superbia ricerca un’altra eccellenza, vale a dire quella della gloria, e aspira ad un posto elevato in Paradiso. Ottima cosa per verità, quando non sì desideri per ispirito di superbia; ma troppo spesso avviene che noi amiamo la piccolezza su la terra, per segreto desiderio di superbia, sperando con questo mezzo di esser grandi in Paradiso. In tal caso, poiché l’umiltà su la terra è la semente dell’esaltazione in Cielo, noi facciamo ancora le nostre opere buone allo scopo di essere grandi, e ci consoliamo nelle nostre umiliazioni con una tale prospettiva; strano e stupendo spirito quello della superbia, che sempre e in tutto cerca la grandezza, o in un tempo o in un altro, o in un modo o in un altro. – L’anima veramente umile, invece, desidera di non essere niente, tanto ai propri occhi come nello Spirito degli altri; non si cura di comparire in nulla, ama di rimanere nascosta e sconosciuta, si compiace di essere considerata come un niente (Ama nesciri, et pro nihilo reputari. De Imit. Christi.). Gesù Cristo solo deve comparire, e noi restar nell’ombra; bisogna distruggere il nostro essere proprio e rivestirci di Gesù Cristo per non comparire che sotto di Lui e in Lui. Questo sentimento ci darà un desiderio ed una santa affezione di non Operar nulla da noi medesimi; ci renderà fedeli a rinunziare interiormente a noi stessi, studiandoci di mortificare in ogni occasione il nostro spirito proprio e la nostra volontà In tal modo dobbiamo arrivare sino a vivere in questo spirito di morte interiore. dimodoché non operiamo più secondo la nostra volontà propria, e non facciamo altro che cooperare semplicemente allo Spirito Santo, che animerà il nostro interiore e vivificherà le nostre facoltà. Allora vivremo in uno spirito di vero annientamento di noi medesimi: Dio solo vivrà e regnerà in noi; è questo il motivo per cui Dio ama così tanto le anime umili e in esse stabilisce così assolutamente il suo trono e il suo dominio. Dio, infatti, nell’anima annientata trova piena libertà di fare quanto gli piace e si prende una sovrana compiacenza nel sacrificio di tutto quell’essere creato, il quale, nell’umiltà immola se stesso ed è divinamente consumato.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 5

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 3

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (3)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO IV.

Della pratica delle virtù

Dobbiamo contemplare Gesù Cristo non soltanto in modo generale, ma nelle sue virtù particolari secondo le occasioni. – Via che segue il Signore per far progredire l’anima nella virtù. Modo di meditare sulle virtù  contemplando Gesù Cristo. Gesù davanti agli occhi. Gesù nel cuore, Gesù nelle mani. Applicazione pratica di questo metodo alla virtù di penitenza.

Per riuscire nella pratica delle virtù di Nostro Signore, possiamo contentarci talora di applicarci, in genere soltanto a senza particolari distinzioni, alle Spirito di Gesù Cristo che è il principio di ogni di Gesù Cristo che il principio di ogni virtù, e così in Lui attingerle tutte. Ma Gesù Cristo ci fa una grazia maggiore quando ci dà delle sue virtù una vista distinta e ce ne discorre, nei particolari, la natura e le inclinazioni, facendoci entrare in tal modo nello spirito di quelle che bisogna praticare nelle varie occasioni che si presentano. Benché una tal vista sembri meno semplice, tuttavia, essendo più estesa, dà maggior intelligenza delle virtù, le quali sono in Lui in eminenza e in semplicità, e ci porge una grazia più generale per acquistarle; è questo un grande aiuto per la perfezione e per la somiglianza con Gesù Cristo.

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Per far progredire l’anima cristiana Dio segue questa via: dapprima le dà la vista delle colpe contrarie alle virtù, e dell’incapacità di evitarle senza l’aiuto di Gesù Cristo. – In secondo luogo, le mette davanti agli occhi l’esempio delle anime perfette che si dànno allo studio e alla pratica della purezza delle virtù, come esemplari che suppliscano alla presenza visibile di Gesù Cristo; e in pari tempo le dà il desiderio di imitarle. – Inoltre, quel buon Maestro delle anime fa loro la grazia di frenare col suo Spirito la resistenza della carne, ed anzi, ad onta di tale resistenza, le porta all’esercizio interiore delle virtù. Infine, Egli dà all’anima la vista della purezza delle virtù e della maniera santa e perfetta con cui Nostro Signor le praticava, e la stabilisce nelle disposizioni proprie di ciascuna virtù, per mezzo di Gesù Cristo che ne è l’unico maestro; e l’anima, stabilita così in tali disposizioni, ne è investita così naturalmente da non aver più né gioia né libertà se non in tale divino esercizio. – Orbene, la migliore disposizione con la quale possiamo essere preparati a lasciare che lo Spirito prenda possesso di noi e a stabilirci per mezzo suo nelle virtù, è l’annientamento interiore di noi medesimi (Questa espressione annientamento indica « uno stato in cui l’anima con la pratica dell’amore di Dio e col distacco da ogni cosa, non segue più le inclinazioni della natura, ma le ispirazioni e le mozioni della grazia. La vita naturale è come annientata per lasciare il posto alla vita soprannaturale ». – Icard. Doctrine de M. Olier. Pag. 40-41). In tal modo, non appena avremo lasciato che quel divino Spirito totalmente ci annienti, noi ci vedremo da Lui confermati nella disposizione di tutte le virtù, inclinati e pronti a praticarle tutte, in ogni occasione, e vivremo costantemente in tale disposizione. – Prego Gesù Cristo, il nostro Amore, che si degni darci la grazia, se tale è la gloria del Padre, di conservarci sempre in questo sentimento di annientamento di noi medesimi, onde riconosciamo che siamo piccoli, più piccoli di tutti, poveri piccoli schiavi e servi di tutti, benché oltremodo indegni, ed inferiori a tutti molto più ancora di quanto sapremmo dire e pensare. – Orbene: per mantenerci in questo spirito di annientamento di noi medesimi, e così attirare in noi lo Spirito Santo che vi stabilisca la virtù, il mezzo più spedito è di presentarci spesso a Nostro Signore come poveri mendicanti, meschini, annientati e spogli di tutto, ma animati dal fervente desiderio della nostra perfezione. E siccome ciò non si può far meglio che con la meditazione, crediamo bene di dar qui un metodo che ci renderà molto facile questo esercizio.

Metodo di meditare su le virtù contemplando Gesù Cristo.

Il metodo che Nostro Signore insegna ai suoi discepoli, non si applica che in mancanza delle cure particolarissime con le quali lo Spirito dirige nella preghiera i suoi figli (Questa frase, noi crediamo, vada intesa in questo modo: qualsiasi metodo ispirato dall’insegnamento di Nostro Signore, serve soltanto quando lo Spirito Santo non conduce Egli stesso l’anima nella via della preghiera, con grazie particolari.). Quando questi da Lui sono lasciati nell’abbandono e nell’aridità, né sanno qual via tenere, si trovano molto impacciati ed hanno bisogno della direzione di qualche santo modello. – Ne proponiamo qui uno molto facile, che è conforme al disegno di Dio Padre, già espresso nella Legge antica. Esso consiste nell’aver Nostro Signore davanti agli occhi, nel cuore, e nelle mani. In tal modo gli Ebrei dovevano portar le leggi: « Queste parole saranno nel tuo cuore; le legherai come segnale alla tua mano e saranno come frontali per i tuoi occhi ». (Deuter. VI. VIII.). – Il Cristianesimo consiste in questi tre punti, nei quali è pure compreso tutto questo metodo di meditazione: guardare a Gesù, unirci a Gesù, operare in Gesù. Il primo porta alla riverenza e alla religione; il secondo all’unione o unità con Lui; il terzo all’azione, non più isolata, ma congiunta con la virtù di Gesù Cristo che abbiamo attirato in noi con la preghiera (In queste poche linee abbiamo, si può dire, il riassunto di tutta la dottrina spirituale di G. Olier e della scuola del Cardinale De Berulle. Gesù davanti agli occhi, con la meditazione abituale dei suoi misteri; Gesù nel cuore con l’amore che a Lui ci unisce e ci penetra dei suoi sentimenti: Gesù nelle mani, per compiere le nostre azioni sotto la direzione del suo Spirito, e rendere la nostra vita perfettamente conforme alla sua. Non è altro che la dottrina di San Paolo. Cosa ci insegna infatti l’Apostolo se non che Dio vuole imprimere l’immagine del Figlio suo in quelli che ha predestinati alla sua gloria? Rom. VIII, 24). Il primo chiamasi adorazione; il secondo comunione, il terzo cooperazione. (Conoscere, amare, fare). – Affinché possiamo facilmente applicare a tutte le virtù questo esercizio, ne daremo qui un modello per la virtù di penitenza.

PRIMO PUNTO.

Mettiamoci Nostro Signore davanti agli occhi. Consideriamo col massimo rispetto Nostro Signore in quanto è penitente per i nostri peccati. Onoriamo in Lui il santo Spirito di penitenza che lo anima in tutto il corso della sua vita, e che in seguito ha riempito il cuore di tutti i penitenti nella Chiesa. Animiamoci di riverenza e di rispetto per un mistero sì divino e sì santo, e dopo che il nostro cuore si sarà effuso in amore, in lode e in altri sentimenti, ci fermeremo alcun tempo in silenzio davanti a Gesù, onde penetrarci, sino al fondo dell’anima nostra. Di tali sentimenti e disposizioni.

SECONDO PUNTO.

Mettiamoci Nostro Signore nel cuore. Dopo aver così adorato Gesù Cristo e ilsuo santo Spirito di penitenza, passeremoun po’ di tempo a sospirare verso questo divino Spirito. Pregheremo questi Spiritoal quale soltanto spetta di darci un cuor nuovo e formarci un’anima penitente, chesi degni di scendere in noi. Lo supplicheremo in tutti i modi che ci verranno suggeriti dall’amore, che si degni di venirenell’anima nostra per renderci conformi a Gesù penitente, affinché possiamo continuarein noi quella penitenza che Egli ha cominciatain sé medesimo, e accettare quella parte e quella misura di pena dovuta adun corpo, come il nostro, pieno di peccati.Ci offriremo a Lui con la donazionedi noi stessi onde prenda possesso dinoi e siamo animati dalla sua virtù; poistaremo ancora un po’ di tempo in silenziocon Lui, per lasciarci penetrare interiormente dalla sua unzione divina, affinché ciporti, secondo le occasioni, a quell’esercizio di mortificazione che gli piacerà.

TERZO PUNTO.

Mettiamoci Nostro Signore nelle mani. Il terzo punto della meditazione è di portareNostro Signore nelle mani, ossia divolere che la sua divina volontà si compiain noi; siamo i suoi membri, dobbiamodunque stare sottoposti al nostro Capo enon aver altra attività che quella che ci viene da Gesù Cristo che è la nostra vita e ilnostro tutto. Gesù Cristo deve riempire l’animanostra del suo Spirito, della sua virtù, dellasua forza. e Perciò operare, in noi e per mezzo di noi, tutto quanto desidera.Gesù Cristo è Pastore, nei Pastori; Sacerdote, nei Sacerdoti: Religioso, nei Religiosi; Penitente nel penitenti; e, permezzo di essi, deve Egli medesimo compierele opere della loro vocazione. Deve dunqueoperare in noi effetti di penitenza:e noi dobbiamo sempre, in questo Spirito,cooperare fedelmente a tutto quanto Eglivuole fare in noi ed operare per mezzo nostro.

Così, in questo terzo esercizio, ci daremo a quello Spirito che nel secondo punto abbiamo attirato in noi, onde compiere in Lui, nel corso della giornata, le opere di penitenza; col desiderio di vivere in Lui senza posa, poiché a questo fine l’abbiamo chiamato nella meditazione. E non solamente ci daremo a questo divino Spirito per fare in Lui le opere di penitenza, perché fuori dell’unione con Lui non può esservi penitenza vera, ma ci abbandoneremo interamente a Lui, perché faccia in noi tutto quanto vorrà per dare soddisfazione a Dio.

***

Per maggiore intelligenza di questo metodo e per applicarlo più facilmente anche alle altre virtù, delle quali si deve dire quanto della penitenza, osserviamo che non si può essere penitenti se non in Nostro Signore. Gesù Cristo, infatti, è l’unico Penitente di tutta la Chiesa, ma diffuso nell’anima e nel cuore di tutti i penitenti, i quali devono gemere e soffrire in questo mondo per dare soddisfazione al Padre. – In tal modo, bisogna far passare nel nostro cuore lo Spirito di Gesù Cristo penitente, onde essere penitenti ancor noi nella sua persona e per la sua  virtù. Bisogna domandargli lo Spirito che ci metta in una disposizione interiore di penitenza verso Dio, come di umiliazione, contrizione efficace, condanna del peccato, orrore del mondo e delle sue massime; che ci dia une zelo perfetto di soddisfare in noi e sopra di noi medesimi per la pena dovuta al peccato; dimodoché non ci contentiamo di ammirare la penitenza negli altri, o di sentirla nel nostro cuore, ma inoltre desideriamo e domandiamo la forza di praticarla anche nel nostro corpo, poiché tutto in noi avendo peccato, tutto deve soddisfare a Dio. – Bisogna dunque domandare a Dio la sua virtù per compiere quella soddisfazione che Egli desidera da noi con un perfetto abbandono riguardo a tutto quanto si compiacerà d’imporci, sia direttamente, sia per mezzo dei suoi ministri. Bisogna investirci della penitenza interiore di Gesù Cristo, la quale è immensa in Lui e nei suoi membri; col proposito di sopportare, per quanto piacerà a Dio, tutto quanto Gesù ha sopportato nella sua carne e tutto quanto i suoi membri hanno sopportato, essi pure, nella loro carne, non volendo altri limiti se non quelli che c’imporrà la sua sapienza, e che Egli ci indicherà per mezzo dei superiori che tengono il suo posto. – Bisogna così immergerci nello Spirito di contrizione di Gesù Cristo, inabissarci in questo oceano di penitenza; e così renderci presenti in ispirito a tutto quanto Egli fece in sé stesso e a quanto fanno tutti i santi penitenti nella Chiesa; questi non fanno altro che esprimere ciò che Egli tiene rinchiuso nel suo interiore, e che Egli avrebbe voluto subire nel proprio corpo, se fosse stato capace di sopportare nell’infermità della sua carne tutto ciò che essi hanno sofferto. – Nostro Signore, dilatando il corpo della sua Chiesa, ha dilatato se stesso; Egli stesso porta la pena che viene sofferta dai suoi membri, poiché Egli mediante il suo Spirito, sì è inserito ed insinuato in essi. Egli anima la loro anima  la sua presenza e la sua virtù, dà forza al loro spirito ed al loro cuore, e così in essi Egli è penitente più di quanto lo siano essi medesimi: lo Spirito di Gesù Cristo penitente nelle loro anime, è quello che li rende penitenti. – Ed è questo il secondo effetto della meditazione; è questa pure la seconda intenzione di Dio e di Gesù Cristo riguardo alla preghiera. La prima è di ottenere che sia santificato il nome di Dio: sanctificetur nomen tuum; perciò il primo atto è di onorare, riverire ed adorare lo spirito di Dio in Gesù. La seconda è di procurare l’avvento del suo regno in noi, adveniat regnum tuum; ora il regno di Dio viene innoi quando, nella preghiera, attiriamo sopradi noi il suo Spirito, il quale con lasua virtù ci assoggetta interamente a Lui.La terza e di infonderci la volontà chei divini voleri si compiono in noi: Fiat voluntas tua; e ciò si verifica con la nostrafedele cooperazione alle mozioni di queldivino Spirito.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 2

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (2)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. – Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 – F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO II

Della prima conformità che dobbiamo avere con Gesù Cristo

Dobbiamo avere conformità e somiglianza con Gesù Cristo, — somiglianza interiore eoi suoi misteri esterni. — Vari Santi furono destinati ad esprimerli anche esternamente. — Lo spirito dei misteri di Gesù Cristo ci viene dato nel Battesimo. — Il Cristiano deve soprattutto imitare la vita di Gesù risorto, col distacco da ogni cosa creata, con la vita nascosta in Dio.

Tutti abbiamo l’obbligo di essere conformi a Gesù Cristo: S. Paolo ce lo insegna chiaramente, dicendo che Dio, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo (Rom. VIII, 28). – Orbene, questa conformità consiste nella somiglianza. Dobbiamo rassomigliare a Gesù Cristo, dapprima nei suoi misteri esterni, che furono come sacramenti e segni esterni dei misteri interiori che Egli veniva ad operare nelle anime. Dimodoché come Nostro Signore è stato crocifisso esternamente, dobbiamo pure essere crocifissi interiormente. Come Egli è morto esternamente, dobbiamo morire interiormente. Come venne sepolto esternamente. Dobbiamo esserlo interiormente. Una tal vita interiore che viene espressa dai misteri esterni, tutti la dobbiamo possedere; anche le grazie che ci furono acquistate per questi misteri, tutte le dobbiamo avere, poiché Gesù Cristo tutto ha meritato per tutti. Perciò S. Paolo, parlando a tutti i Cristiani diceva: « Voi siete morti » (Mortui estis. Colos. III 3.). Per altro, Dio ha particolarmente destinate certe anime per esprimere in sé medesime, anche esternamente, questi santi misteri. Così ha fatto in parecchi santi religiosi da Lui mandati sulla terra onde rinnovare la vita di Gesù Cristo; essi furono riempiti dello spirito di Gesù Cristo; e della grazia dei suoi misteri. con tale abbondanza da esprimere anche esternamente il suo stato esterno medesimo. Tale fu S. Francesco, il quale ricevette un’effusione dello spirito di Nostro Signore Gesù Cristo crocifisso, così piena che si rifletteva persino su la carne di Lui; e quel santo patriarca con le piaghe del suo corpo esprimeva all’esterno il mistero del crocifisso. – Egli ha pure lasciato il compito di continuare questa espressione del crocifisso ai suoi figli, i quali esercitano sulla loro carne una continua mortificazione. Tale fu S. Benedetto, che esprimeva la sepoltura di Gesù Cristo col tenersi nascosto in una caverna e lasciare i suoi figli come nelle tombe. Tali furono ancora nella santa Chiesa altri Santi che portarono altri esempi esterni dei misteri; lasciando così grande esempio della loro divozione con l’esprimere sensibilmente i misteri agli occhi dei Cristiani, insegnano a tutti che hanno sempre l’obbligo di possedere le grazie e lo spirito dei misteri, benché non tutti siano obbligati ad averne la conformità esterna.

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Lo spirito dei santi misteri ci viene dato nel Battesimo e opera in noi grazie e sentimenti che hanno relazione e conformità con i sentimenti di Gesù Cristo. Il nostro compito deve essere quello di lasciare che questo spirito, in virtù delle grazie e dei suoi lumi, operi in noi e negli altri in conformità con quei santi misteri. Abbiamo in noi, per esempio, lo spirito di Gesù Cristo crocifisso; esso dà lume e grazie per crocifiggere noi stessi interiormente, per mortificarci nelle occasioni in cui la nostra carne domanda i propri piaceri e le proprie soddisfazioni; in tal modo ci renderemo interiormente conformi a Gesù Cristo crocifisso. – Così pure quel medesimo spirito ci dà grazia per renderci partecipi di Gesù Cristo risorto e a Lui somiglianti, con una vita interiore nascosta in Dio, a somiglianza della sua vita esterna dopo la risurrezione. Nostro Signore risorto, in primo luogo, era esternamente separato dal consorzio degli uomini; ritirato nel Padre suo, in Lui pregava e viveva, senza esporsi agli sguardi degli uomini, senza conversare con essi: parimenti, bisogna che l’anima nostra sia interiormente ritirata dalle relazioni e dalle conversazioni con le creature; bisogna che essa sia distaccata da ogni vano godimento delle cose della terra, non se ne preoccupi nel suo cuore, non abbia più per esse né  pensiero né affezione; separandosene così in ispirito e tutta occupata in Dio, essa abbandonerà le affezioni con le quali si effondeva nel mondo e nelle creature visibili, incomincerà ad unirsi a Dio, per vivere con Lui nella solitudine del ritiro interiore, e con questo mezzo si renderà partecipe dello stato medesimo della risurrezione. In secondo luogo, Nostro Signore, per la sua santa risurrezione era nascosto in Dio, dimodoché la sua vita, la vita della sua carne, la sua vita umana e di infermità. era tutta assorta in Dio; Egli era consumato in Dio, come la legna nel fuoco, quindi nulla più appariva in Lui fuorché Dio, in cui Egli era immerso, seppellito ed interiormente inabissato. – Orbene, una tal vita di risurrezione, una tal vita di Dio in Dio, è appunto la vita nascosta che si addice ai Cristianì. A questa vita tutti devono partecipare ed aspirare, per causa dell’unione intima che fin da questa vita devono avere con Dio, il quale, come un fuoco divoratore ed una fornace ardentissima, investe l’anima, assorbe, l’inabissa. e così la nasconde in sé medesimo. È questa la partecipazione al mistero della risurrezione; è questa la vita di risurrezione che il Battesimo dà a tutti i Cristiani secondo la parola di S. Paolo: « Come Cristo è risorto da morte per la vita del Padre, così noi viamo una vita nuova ». (Rom. VI, 4). – Gesù Cristo risuscitando passava nella vita di Dio, dimodoché non viveva più della vita della carne; l’anima di Lui non animava più il corpo nel modo spregevole di prima, ossia per servire alle necessità e all’uso della vita terrestre; ma quell’anima era tutta inabissata, perduta ed assorta in Dio; tutto quanto vi era nella sua carne di terrestre e di vile, tutto era interamente consumato dalla gloria. In tal modo, la vita cristiana importa interiormente un passaggio di tutta l’anima nostra in Dio, dimodoché essa non pensi più che ad amarlo, a vederlo, a ricordarsi di Lui e servirlo con tutte le sue forze, non usando più della propria vita e non esercitando la propria attività se non per Dio e per servirlo. – Così, l’anima, in questo stato di vita risorta, di vita divina, non si sente più attaccata alla carne per servirla e seguirne le inclinazioni ed i movimenti; ma sospira talmente verso Dio che non vi è più in essa nessuna parte che ami la propria carne. L’anima allora è meno che mai occupata nel dare la vita al corpo, e questo rimane mezzo morto e senza vigore, perché l’anima è trasformata in Dio e non vive più che in Dio. Essa riceve in cambio le qualità di Dio e dell’essere divino. Ora Dio è ben più adatto a consumarci ed animarci, perché è tutto fuoco in se medesimo; Egli è l’Essere per il quale tutte le cose sono fatte e che non è fatto per nessuna: ne consegue che l’anima, in tale stato, è ben più dedicata a Lui che non al corpo, e così essa si perde in Lui più che non sia capace di attirare Dio nel corpo onde animarlo e dargli la sua forma. L’anima essendo dunque in Dio, essendo come perduta in Dio, inabissata nell’amore e unita a Lui, diventa partecipe della vita di Dio medesimo, e così risorge in ispirito. Essa partecipa interiormente alla risurrezione del Figlio di Dio. il quale dopo la risurrezione era esternamente nascosto in Dio, in virtù di quella vita divina che lo assorbiva e ne consumava tutto l’essere inferiore insieme con la primitiva vita della carne. È questa la prima conformità cui ci chiama lo spirito di Gesù Cristo, quando ci dice di seguirlo per essere simili a Lui. (Et sequatur me. Matth. XVI, 241).

CAPITOLO III.

Della seconda conformità che dobbiamo avere con Gesù Cristo

Conformità e somiglianza coi sentimenti intimi di Gesù Cristo nei suoi misteri esterni, — essenza della vita cristiana. — Lo spirito di Gesù Cristo diffuso nei fedeli ne forma un medesimo corpo. — Gesù Cristo vuole continuare nei Cristiani la sua santità intima. — Ciò si compie gradatamente. Prima la morte, poi la gloria. Spirito di Dio e Spirito di Gesù Cristo. — Bisogna partecipare allo stato di morte di Gesù, per aver parte al suo stato di gloria.

La seconda conformità con Gesù Cristo è quella che debbiamo avere coi suoi sentimenti interiori nei suoi misteri, dimodoché le anime nostre nei loro sentimenti e nelle loro disposizioni interiori, si rendano conformi non solamente all’esterno dei misteri come abbiamo visto, ma ancora alle disposizioni e ai sentimenti interiori che Gesù aveva in quei medesimi misteri. La vita cristiana consiste propriamente in questo, che il Cristiano, per l’operazione dello, spirito, viva interiormente nella maniera in cui viveva Gesù Cristo. Senza di questo non v’è quell’unità né quella perfetta conformità cui tuttavia ci chiama Nostro Signore il quale vuole che viviamo con Lui, per l’azione dello Spirito, di una vita così veramente unita a Lui come il Padre e il Figliuolo vivono fra di loro; ora il Padre e il Figlio non hanno che una vita, un sentimento, un desiderio, un amore, una luce, perché sono un solo e medesimo Dio vivente in due persone.

***

A questo fine, lo spirito di Dio è diffuso nei Cristiani come nelle membra di un medesimo corpo, per animarli ad una medesima vita e compiere in essi le medesime operazioni che esercitava in Gesù Cristo, dilatando così e diffondendo nelle anime dei fedeli le intenzioni, le disposizioni, gli affetti, i pensieri e desiderii di Gesù Cristo. – Una goccia d’olio su di una pezzuola Bianca, prima non occupa che un piccolo cantuccio della stoffa. ma in poco tempo si dilata. si estende e la invade tutta: così lo spirito di Dio che viveva nel cuore di Gesù Cristo, a misura che i fedeli sono a Lui uniti, si dilata in tutti e li rende tutti partecipi dei medesimi gusti come dei medesimi sensi, infine degli stessi sentimenti. In tutti v’è il medesimo spirito che in tutti opera gli stessi effetti, dimodoché essendo così riformati, sino al fondo dell’anima. e trasformati in Gesù Cristo, non differiscono più tra loro per i sentimenti particolari della carne e dell’amor proprio che ordinariamente regnano in modo diverso negli individui, secondo la varietà dei loro temperamenti e dei loro capricci: ma sono tutti, invece, una sola cosa nell’intimità di un medesimo spirito che regna in essi e penetra i loro cuori. Non sono più divisi, come dice san Paolo, né dalla diversità di religione, né dalla distinzione dei climi o dalle nazionalità, né per l’opposizione dei temperamenti e dei costumi barbari, né per la differenza delle condizioni o la diversità dei sessi, perché sono tutti una medesima eosa in Gesù Cristo (Colos., III, 11; Galat., III, 28).

* * *

Gesù Cristo li riempie non solamente delle disposizioni generali del suo Cuore, ossia dei suoi sentimenti di orrore al peccato, di annientamento di sé medesimo, di adorazione profonda e di rispetto verso il Padre, di amore perfetto verso il prossimo: ma ancora delle disposizioni particolari che Egli aveva in ciascuno dei suoi misteri. Perché, siccome tutte queste disposizioni sante dell’anima di Gesù Cristo erano oggetto di compiacenza e di gioia per il Padre, ne consegue che lo Spirito Santo, il quale non cerca dappertutto che questa compiacenza del Padre, si compiace di diffondersi così in operazioni sante nell’anima disposta a ricevere la sua azione. – Tali sono le operazioni che quel divino Spirito compie, per la gloria di Dio, particolarmente nelle anime tranquille e vuote di ogni cosa, che gliene porgono l’agio: ed è ciò che Egli desidera soprattutto di operare in quelle che sono elette per rappresentare Gesù Cristo su la terra e continuare la vita di Lui nelle sue qualità di Capo e Pastore degli uomini, la vita di Lui quale sostituto per supplire agli uomini. È questa, infatti, la vita del Sacerdote, il quale tiene il posto di Gesù Cristo per supplire alla religione di tutti gli uomini, ed essere così il Religioso ossia l’incaricato universale della Chiesa, onde pregare, lodare, amare in nome di tutti, adempiere i doveri di tutti e ripararne le omissioni.

* * *

Ecco il disegno del Figlio di Dio nella sua venuta su la terra; continuare e perpetuare nei Cristiani la santità dei suoi misteri esterni e interiori, e stabilire nelle anime fedeli quelle due conformità; in ciò consiste la perfetta somiglianza dei membri col loro Capo. La via che Dio tiene per compiere un’opera così sublime è in rapporto con la sua condotta nell’ordine della natura. Nell’ordine naturale nulla si compie d’un colpo, ma ogni cosa va crescendo a poco a poco ed acquista insensibilmente la perfezione cui la santa Provvidenza di Dio la vuole elevare. Così, l’uomo prima di essere uomo perfetto, deve passare per la fanciullezza; gli alberi prima dei frutti, devono portare gemme, foglie e fiori. Parimenti, nella vita spirituale: prima di arrivare alla perfezione bisogna incominciare, poi progredire. Perché come la sublimità dello stato cristiano consiste nella partecipazione e nella comunione santa dello stato di Gesù Cristo Nostro Signore risorto, salito al Cielo e consumato in Dio suo Padre; così, prima di poter giungere a quella sublimità, bisogna passare per il primo stato di Gesù Cristo, quelle, cioè, della mortificazione, della sofferenza e della croce, dell’umiliazione e della morte ad ogni cosa. I Cristiani sono chiamati a riprodurre e rappresentare nella loro vita Gesù Cristo medesimo; per adempiere una tal vocazione, essi devono nella propria vita esprimere tutti gli stati santissimi di Lui, nel medesimo ordine in cui questi stati si sono trovati in Lui. Perciò, siccome Gesù Cristo, il nostro sacro esemplare, dapprima soffrì ogni possibile ignominia, i flagelli ed il patibolo, e prima di risuscitare onde entrare nella sua gloria, morì e fu seppellito: « Cristo ha dovuto patire e così entrare nella sua gloria» (Luc. XIV, 26); così è necessario che prima di partecipare alla gloria della grandezza di Lui, il Cristiano provi in sè stesso, come Lui, tutti quegli stati di umiliazione. – La vita cristiana ha due lati: la morte e la vita. La prima serve di fondamento alla seconda; questo è ripetutamente affermato negli scritti di S. Paolo e in modo articolare nel sesto Capitolo dell’Epistola ai Romani: « Non sapete che essendo stati battezzati in Gesù Cristo, noi siamo stati battezzati nella sua morte? Perché siamo stati sepolti con Lui nella morte col Battesimo; affinché con Gesù risorto noi pure camminiamo in una vita nuova ». E soggiunge: « Consideratevi come morti al peccato e viventi a Dio in Gesù Cristo ». In molti altri chi S. Paolo esprime ripetutamente ancora questo contrasto dei due elementi dello stato del cristiano; ma sempre, come abbiamo detto, la morte deve precedere la vita. E questa morte non altro che la rovina completa di noi stessi e di tutto in noi stessi, affinché essendo distrutto quanto vi è in noi di contrario Dio il suo divino Spirito possa stabilirsi in noi nella purezza e nella santità delle sue vie. Per la morte adunque bisogna entrare nella vita cristiana. Ma è necessario sapere in qual modo avviene questa morte, e in qual modo lo Spirito Santo la opera in noi. Bisogna perciò notare la differenza che passa tra lo Spirito di Dio e lo Spirito di Gesù Cristo: benché infatti sia un solo Spirito, tuttavia a motivo della diversità delle operazioni che produce, talvolta prende il nome di Spirito di Dio, e talora quello di Spirito di Gesù Cristo. Quando lo Spirito Santo, operando in noi, c’infonde virtù di forza, di vigore, di potenza, e ci rende partecipi delle perfezioni e degli attributi di Dio, che non includono abbassamento, allora si chiama Spirito di Dio, perché Dio in quanto tale non ha in sé che grandezza e maestà: quando invece quel medesimo Spirito opera in noi le virtù di Gesù Cristo, ossia le virtù cristiane che portano con sé abbassamento e umiliazione, quali sono l’amore della croce, dell’umiltà, della povertà, del disprezzo, allora si chiama Spirito di Gesù Cristo. Abbiamo accennato a questa differenza, perché si possano intendere tali modi di parlare. Orbene lo Spirito di Gesù Cristo è quello che ci fa morire al peccato. Per questa parola peccato, intendo tutta la vita della carne che S. Paolo ordinariamente chiama peccato. Lo Spirito di Gesù Cristo opera in noi questa morte col formare nel fondo dell’anima nostra le virtù di Gesù Cristo, ossia quelle che Egli ha operate in Gesù Cristo considerato nel suo primo stato. nel suo stato di abbassamento e di umiliazione. –  Così, con quelle virtù sante lo Spirito Gesù Cristo crocifigge la nostra carne fa morire a sé medesima: poiché se qualcuno pretende d’innalzare l’edificio spirituale sopra altro fondamento, vive certamente nell’illusione e nell’inganno, sarà un edificio che non avrà mai nessuna solidità. sarà sempre instabile e cadrà al primo urtarsi contro il vento delle tentazioni e delle contraddizioni. La santa mortificazione che deriva unicamente dalla pratica solida delle virtù è la pietra stabile sopra la quale bisogna edificare sempre, e senza la quale non v’è sicurezza. –  Vediamo dunque di fare ogni sforzo per uniformarci al primo stato di Gesù Cristo, affinché possiamo essere degni di aver parte al secondo, conformarci cioè al suo stato di morte per aver poi parte alla sua gloria. A questo fine tratteremo di alcune virtù cristiane che sono le più necessarie onde stabilirci in questo stato di morte.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 3

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 1

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (1)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

INTRODUZIONE

Questo libro del servo di Dio Giovanni Olier non è che la spiegazione ossia l’applicazione alle virtù cristiane in particolare della sublime dottrina di san Paolo su la vita di Gesù Cristo in noi. – Ricordiamo le parole dell’Apostolo: Cristo è ogni cosa in tutti (Col. IV, 11)… Un solo Signore, Gesù Cristo, per cui tutte le cose, e noi per mezzo di Lui (I Cor.  . 6)… Coloro che Dio ha prescelti, li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Padre suo (Rom. VIII, 29). Che se uno non ha lo spirito di Gesù Cristo, questo non è di Lui (Rom. VIII, 9)… Figliolini miei, che porto nel mio seno sino a tanto che sia formato in ‘voi Cristo (Gal. IV, 19 )… Vivo non già io, ma è Cristo che vive in me (Gal. II, 26)… Il mio vivere è (Cristo Mihi vivere Christus est – Fil. I, 21). Questa dottrina di san Paolo è la conseguenza e la spiegazione di quella parola dell’Eterno Padre nella Trasfigurazione di Gesù Cristo: Ecco il mio Figlio prediletto nel quale ho posto le mie compiacenze, ascoltatelo (Ipsum audite Luc. IX, 35). – Il Verbo incarnato è il centro di tutto, il centro quindi di tutta la religione e di ogni virtù. L’essenza della vita cristiana è la conformità con Gesù Cristo; nulla può piacere al Padre, se non Gesù Cristo; la nostra vita non può essergli gradita se non in quanto riproduce quella di Gesù Cristo. Gesù Cristo, quindi, è il grande ed unico modello che dobbiamo imitare; ma è pure il principio della nostra vita spirituale. La vita cristiana è la continuazione, ossia l’effluvio in noi della vita di Gesù; è Gesù che vive in noi e con la sua azione ci comunica la sua virtù, Gesù continuato in noi. – Cosi, ci dice G. Olier, la religione è Gesù che in noi continua a rendere al Padre la dovuta adorazione; l’umiltà è Gesù che in noi sazia la sua sete di umiliazioni; Gesù è il «Penitente pubblico e universale» che continua a far penitenza nella Chiesa; la pazienza è Gesù che ancora soffre nelle membra del suo corpo mistico per adempiere, secondo la parola di S. Paolo, ciò che manca al compimento della sua passione. – Fedele allo spirito del Card. de Bérulle, suo grande maestro, Giov. Olier ci conduce sin nella profondità della SS. Trinità, a cercare il modello della nostra vita; così, dobbiamo praticare la mortificazione per imitare la santità di Dio; la castità è partecipazione della natura di Dio; la carità verso il prossimo trova il suo tipo nella vita intima delle divine Persone. Per altro, questa via ci venne segnata dal divino Maestro, quando ci diceva che dobbiamo essere perfetti come il nostro Padre de’ cieli (Matt. V, 48), e che dobbiamo amare il nostro prossimo come Egli medesimo è amato dal Padre e ama noi.

Giov. Olier în poche linee sovente esprime concetti di grande sostanza; questo libro perciò va letto e meditato con serietà. Il celebre sulpiziano Emery lo portava sempre con sé e ne faceva assidua lettura; il compianto Tanquerey nel suo Manuale di teologia ascetica, quando tratta delle virtù cristiane, lo cita ad ogni passo. – Il servo di Dio scrisse quest’opera, insieme con parecchie altre, durante l’ultima sua malattia, dietro insistenti preghiere di molte persone; anche nella sua infermità, non trascurava di lavorare in tal modo al bene, delle anime. – La prima edizione dell’Introduzione alla vita e alle virtù cristiane, tale era il titolo, comparve subito dopo la morte del servo di Dio avvenuta nel 1657. Le opere scritte da Giov. Olier piuttosto che della sua riflessione e dei suoi studi, furono il frutto delle illuminazioni che da Dio riceveva in abbondanza nella orazione.

Egli scriveva di solito dopo questo santo esercizio, in ginocchio e con una facilità e rapidità straordinaria. « I suoi scritti. diceva il Vescovo di Puy nell’approvazione della prima edizione di quest’opera, sono pieni di quell’abbondante unzione di grazie, «che si trova in parecchi libri che sono come sorgenti della vita divina, quali il Combattimento spirituale, l’Imitazione, la Filotea e gli altri scritti del gran servo di Dio Francesco di Sales. Egli imprime fortemente nei cuori il disprezzo delle massime del secolo, la stima della fede, la dignità dei nostri misteri, l’amore della religione, specialmente in questo libro dell’Introduzione alla vita cristiana, che abbiamo letto con ammirazione ».

CAPITOLO I.

Della virtù di Religione in Gesù Cristo

Cristo è venuto sopra la terra per procurare all’Eterno Padre la dovuta adorazione. — Egli diffonde nei fedeli il proprio spirito di religione. — Tutto è nulla: a Dio solo l’adorazione. Gesù Cristo estende la sua religione alle anime nostre, si diffonde in noi e ci rende partecipi del suo stato di ostia, per fare di ciascuno di noi un vero adoratore del Padre. — Così ei rende partecipi anche della gloria della sua risurrezione.

Gesù Cristo, Nostro Signore, è venuto in questo mondo per apportare sulla terra il rispetto, l’amore e la religione verso il Padre suo, per stabilirvi il regno e la gloria del Padre. Questa gloria divina fu, nel corso della sua vita, l’unico oggetto delle sue domande al Padre; è questa l’opera che Egli proseguiva nei trentatré anni che visse su la terra. Il suo incessante desiderio era di effondere il suo proprio spirito di religione nella mente e nel cuore di quei fedeli che Egli prevedeva destinati a ricevere tale effusione, perché potesse onorare il Padre in essi come lo onorava in sé medesimo. – Gesù Cristo domandava e meritava per gli uomini questa grazia, durante la sua vita mortale, e principalmente nella sua morte su la Croce; in questa, mentre implorava per noi la grazia di poter dar gloria al Padre, Egli manifestava pure quanto fosse grande il rispetto e l’amore che portava al Padre suo; perché la riverenza e l’amore sono i due elementi che costituiscono la religione. Gesù Cristo vedeva il Padre suo infinitamente puro e infinitamente santo; non trovava nulla che meritasse di vivere e di sussistere davanti a Lui: ed Egli appunto subì la morte per attestare e manifestare questa verità. Gesù moriva su la Croce tanto per amore quanto per riverenza verso il Padre; si sottoponeva alla morte, l’accettava volentieri e con gioia, perché in essa vedeva il beneplacito e la soddisfazione del Padre suo; vedendo che il Padre non riceveva la dovuta riparazione per i peccati che si commettevano contro la sua Maestà, Egli moriva onde dargli ogni compiacimento ed offrirgli una completa e perfetta soddisfazione. In tal modo, noi Cristiani, che facciamo professione di essere partecipi del medesimo spirito di religione di Gesù Cristo e quindi del suo rispetto e del suo amore verso il Padre, dall’esempio di Lui dobbiamo imparare a non risparmiar nulla per manifestare, con Lui, veri sentimenti di religione, e a giungere per questo sino al sacrificio secondo le occasioni, perché il sacrificio effettivo è più sicuro di una semplice disposizione dell’anima, che. Sovente è ingannevole. – Nostro Signore, anche dopo la sua morte, ha continuato, con tutte le industrie del suo amore, ad infondere negli uomini questo spirito di religione verso il Padre; ha dato loro perciò il suo medesimo spirito, che è lo spirito di Dio vivente in Lui, onde stabilire in essi i sentimenti medesimi dell’anima sua, affinché, dilatando così ed estendendo il suo spirito di religione, Egli facesse di sé medesimo e di tutti i Cristiani un solo adoratore, un solo Religioso di Dio (Religioso, la persona specialmente dedicata alla religione, che ha l’ufficio di rendere a Dio la dovuta adorazione.). – Mentre già regnava glorioso in Cielo, Egli viveva nel cuore e nella penna dei suoi Evangelisti, per istabilire dappertutto il disprezzo verso la creatura e il rispetto verso Dio solo. Ed Egli vive nel cuore e nella bocca dei suoi Apostoli e dei suoi discepoli, perché annunzino dappertutto il regno di Dio, promuovano l’adorazione conveniente al santo Nome di Dio e gli procurino sudditi perfettamente sottomessi, adoratori che gli rendano omaggio in ispirito e verità (Veri adoratores adorebunt Patrem in ispiritu et veritate – Joan. IV, 22). – Questa pure è propriamente la funzione dello spirito di Dio nei Sacerdoti; in essi questo spirito continua ciò che operava in Gesù Cristo. Nei sacerdoti, per mezzo di esempi, di istruzioni orali e scritte, e per tutte le vie possibili, Egli promuove la santa religione verso Dio, il quale solo merita adorazione e riverenza, mentre la creatura non merita che disprezzo. – All’infuori di Dio, tutto è ombra e vanità. Che cosa è mai, infatti, tutto l’essere creato? Una scorza leggera di quell’essere che sta nascosto in Dio e che, in certo qual modo, si manifesta sotto il colore di tutto ciò che si vede. Tutta la figura di questo mondo passerà (I Cor., VII, 61), quando Dio vorrà cessare di comparire sotto figure, quando farà vedere senza velo ciò che Egli è. Quando gli occhi del nostro spirito saranno aperti e rafforzati dal lume della gloria. allora il mondo non avrà più per noi nessun’attrattiva; come quando compare il corpo o la persona. non si considera più l’ombra né il ritratto, La maschera non piace più quando il volto si vede scoperto: così tutto sì riconoscerà come figura, maschera e niente, quando Dio si renderà visibile all’anima in tutto l’essere suo. – Dio, sia dunque adorato in sé medesimo: tutto perisca davanti a Lui nel nostro spirito, poiché tutto è niente al suo cospetto. Per ispirito di religione, anticipiamo annientamento e il sacrificio Universale di tutto questo essere che deve perire in onore di Dio onde attestarne la grandezza e la santità. La nostra fede sia la luce e la fiaccola che guidi la nostra religione, perché facciamo davanti a Dio il sacrificio di tutte le creature! Gesù Cristo medesimo, ha voluto essere immolato in sacrificio per il grande rispetto verso il Padre, per la stima verso di Lui e la sua santità; quanto più dobbiamo noi sacrificare ogni cosa a Dio, disprezzar tutto, non aver stima né considerazione se non per quello che solo è vero e unicamente merita stima e rispetto? – Davanti al vero Dio non si deve adorare nessun idolo, ma tutte deve essere ridotto in cenere. Dunque ogni creatura perisca davanti al mio Dio! – Nostro Signore, mentre sacrificava se stesso, intendeva di tutto annientare e di fare in sé medesimo il sacrificio di ogni cosa perché tutto Egli aveva riunito e riassunto nella propria persona (Recapitulare Omnia in Christo. Ephes., I, 10); così, è giusto che anche noi condanniamo e sacrifichiamo tutte le cose fuori di Lui, perché  tutte sono tanto meno sante quanto meno sono in Lui. Sacrificar tutto per Dio, attestando in tal modo che tutto davanti a Lui è vile ed abbietto, e che non abbiamo stima né riverenza per nulla fuorché per Lui solo, ecco il vero contrassegno della verità del nostro spirito di religione.

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Infine, Nostro Signore, onde dilatare la sua virtù di religione verso Dio, e moltiplicarla nelle anime nostre, viene in noi: ha lasciato perciò se stesso sulla terra in mano ai Sacerdoti come ostia di lode, onde renderci partecipi del suo spirito di ostia, unirci alle sue lodi e comunicarci interiormente i suoi propri sentimenti di religione. Egli si diffonde intimamente in noi; imbalsamando, in certo qual modo, l’anima nostra, la riempie delle disposizioni interiori del suo proprio spirito di religione, dimodoché dell’anima nostra e della sua ne fa una sola ch’Egli anima di un medesimo spirito di riverenza, di amore, di lode e di sacrificio interiore ed esterno di ogni cosa alla gloria di Dio Padre. Così Gesù Cristo mette l’anima nostra in comunione con la sua medesima religione, per fare di ciascuno di noi in Lui medesimo, come abbiamo già detto, un vero adoratore ossia Religioso del Padre. – Anzi, onde fare di noi degli adoratori più perfetti, ed elevarci al più puro e più santo spirito di religione, il nostro divin Maestro ci mette in comunione col suo stato di Ostia, affinché noi pure siamo con Lui una medesima ostia, e siamo adoratori non già solo in ispirito, ma anche in verità, ossia in tutta realtà, col sacrificio interiore in noi stessi di tutto l’essere e di tutti i sentimenti della carne. Così, non siamo soltanto sacrificati come Gesù in Croce con la mortificazione e la crocifissione interiore; ma pure tutto consumiamo, nel nostro cuore, con Gesù Cristo consumato sull’altare. – Ecco la perfezione cui ci chiama Gesù Cristo in questa vita, poiché con la sua presenza intima in noi, e per mezzo del suo fuoco che ci divora, Egli ci rende partecipi dello stato più perfetto della sua religione, quello di Ostia consumata alla gloria di Dio; affinché ciascuno di noi sia un’ostia che non vive più in sé stessa della sua vita propria e della vita della carne, ma vive totalmente della vita divina, della vita consumata in Dio.

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È propriamente questo lo stato della vita di risurrezione, cui siamo chiamati ad imitazione di Nostro Signore, il quale nel giorno della sua Risurrezione venne esternamente consumato nel suo Padre: Egli vuole che noi pure siamo interiormente risorti e riformati in Lui. Perciò dice di aver comunicato agli uomini la gloria che da suo Padre aveva ricevuta (Joan. XVII, 22, 23). Questa gloria è lo stato di risurrezione che Egli aveva già nell’ostia, nell’ultima Cena. Ut sint unum; sicut et nos unum sumus. Ego in eis. et Tu in me. Che siano una cosa sola, o Padre, come noi pure siamo una cosa sola. Io in loro e Voi in me. (Joan. XVII, 23). Io sono in essi, mentre in essi compio il medesimo effetto che Voi, o Padre mio che siete in me, operate in me: li vivifico, come Voi vivificate me, li consumo come Voi consumate me (Joan., XVII, 23). Gesù in quella preghiera, domandava dunque che noi siamo ostie viventi, sante e a Dio gradite (Rom. XI, 1). Ecco perché S. Paolo non prega per nulla con tanta insistenza, come per ottenere ai Cristiani quella perfetta consumazione in Gesù Cristo secondo lo spirito che li renda affatto simili interiormente a Lui: « Prego Dio con tutto il cuore, di portarvi quel grado di perfezione che desidero vi sia in voi per la virtù del Santo Spirito di Gesù Cristo, che vi consumi interiormente in Lui. Oramus vestram consummationem. (II. Cor. XII). – È questa l’opera dello Spirito Santo, in questo mondo: rendere nei nostri cuori testimonianza alla carità; e lo farà molto meglio di S. Giovanni Battista: Egli infatti, è lo Spirito di verità. mentre il Santo Precursore non ne era che l’organo (Joan. V, 23). Lo Spirito Santo, con la fede, incomincerà a farci comprendere nell’intimo dell’anima nostra la falsità e l’impostura delle cose create e di tutto quanto non è Dio; poi ci farà disprezzare ogni cosa come un niente in confronto di quel Tutto così grande, magnifico e ammirabile, che è Dio; ci disgusterà di tutto, e con tale disgusto ce ne distaccherà interamente; ci porterà a Dio con vivissimo ardore e ci unirà a Lui in una tale intimità che di tutti noi farà una cosa sola in Lui; infine, ci consumerà perfettamente, a somiglianza di Gesù Cristo consumato nel Padre suo.

IL SEGNO DELLA CROCE (24)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (24)

Per Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA VENTESIMATERZA.

20 dicembre.

Ragioni del potere e dell’alta missione della croce. — Dogma fondamentale. — Quanto ha luogo nel mondo politico, è immagine di quell che avvade nel mondo morale. — La Riforma, prima figlia del risorgimento del paganesimo, abbatte tutte le croci. — La rivoluzione francese, seconda figlia del paganesimo, imita la sua sorella. — Secondo dovere: fare sovente il segno della croce. — Ragioni dedotte dallo stato attuale. — Terzo dovere: fare bene il segno della croce: condizioni. — Il segno della croce legno di eterna vittoria. — Costantino. — Lodi del segno della croce.

Tu non dimentichi, mio caro Federico, che di presente noi deduciamo le conseguenze pratiche, che emanano dal giudizio pronunziato fra noi ed i nostri avi. La prima è che noi dobbiamo fare risolutamente il segno della croce. Tuttavolta l’inappellabile sentenza del tribunale, fosse tale da essere norma di nostra condotta, pure, a mettere in rilievo tutta la dignità sua, ho voluto mostrarti, quanta vergogna, e quali pericoli e sventure ci verrebbero addosso da una teoretica e pratica rivolta contro di essa. I fatti t’hanno certiorato di tutto ciò. Tu hai visto il segno della bestia impresso su tutte le fronti, le labbra, i cuori e gli alimenti non santificati dal segno divino. D’onde trae ciò la origine sua? Ho promesso dirtelo, eccomi a compiere la mia promessa. – In nessun modo può mancare che il segno della bestia sia impresso in ogni uomo, ed in ogni cosa, che non trovasi dall’egida del segno liberatore dell’uomo e del mondo, difeso; avvegnaché non v’ha che un solo preservativo per l’uomo, contro satana, ed un solo parafulmine pel mondo: il segno della croce. Dove questo manca, satana agisce da padrone. Le quali cose, come ben altre volte abbiamo detto, dipendono e traggono tutta la loro evidenza dal dogma della umanità il più profondo, ed il più incontestabile, la servitù dell’uomo, e del mondo allo spirito del male, di poi l’originale peccato. Per mettere in piena evidenza quel che ho chiamato alta missione della croce, concedimi che io ti venga ricordando qualche tratto istorico, che è troppo poco considerato.  – Quello che si osserva nell’ordine della cosa pubblica è un riflesso di quanto ha luogo nel mondo morale. Ora quando una dinastia è assisa sul trono, dessa si studia d’innalzare il proprio stendardo, e scolpire il suo stemma da per tutto, poiché ciò è segno di sua dominazione. Come per opposto, se dal trono è rovesciata, primo atto del conquistatore è tor via gli emblemi della caduta dinastia per rimpiazzarli con i propri, cosi annunziandosi ai popoli l’inaugurazione dei nuovi regni. Da poi settanta anni in Francia ed altrove, quanti di questi mutamenti di colori e di stemmi non abbiamo veduto! Quindi il Verbo incarnato venendo sulla terra per Io possesso del suo regno trovò satana che con esso la faceva da re e da Dio, e le statue ed i trofei, gli stemmi di lui da per tutto erano innalzati; ma vintolo, i segni della sua dominazione disparvero, ed a loro vece brillò lo stemma del vincitore, la croce. Per la qual cosa, se un’anima od un paese, in pena delle sue colpe, è dannato di nuovo in servaggio di satana, il primo atto dell’infernale usurpatore è il far disparire la croce. Questa disparsa, comincia a far tirannico strazio del suo conquiso, non avendo più da temere il formidabile segno.  – Rileggi una pagina della storia della patria tua. Dal 1520 al 1530 quale miserevole spettacolo non ti presenta l’Allemagna? Dal Reno al Danubio, tutte le croci, che, dipoi la vittoria del Cristianesimo riportata sulla idolatria scendinava, sormontavano i monti e le colline, fiancheggiavano le vie, smaltavano le campagne, ornavano le case, coronavano le chiese, onoravano gli appartamenti e consolavano l’animo dolente dell’abitante del tugurio, furono abbattute, messe in pezzi, gettate al vento, ravvoltolate nel fango al grido di un popolo delirante. Qual cosa annunziava questo turbine distruttore? L’arrivo del vincitore, il ristabilimento del suo regno. Da quel momento lo spirito delle tenebre domina l’Allemagna, e vi regna, come nel vecchio mondo, con la voluttà e crudeltà d’ogni maniera, col brigantaggio, colla confusione del giusto e dell’ingiusto, coll’anarchia intellettuale d’ogni nome, e d’ogni forma. Né altro da questo è lo spettacolo che ti presenta la Prussia, la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Svizzera, e tutte le contrade dove l’usurpatore ha preso il posto del legittimo re. Il che è tanto più significativo, chenon trovasi isolato nella storia, ma lo si vede riprodotto tutte le volte che satana prende nuovo possesso di un paese. Particolare, o generale che sta, lento o rapido, desso èil carattere della vittoria infernale, e ne misura l’esteriore. Nel 1830 noi numerammo a centinaia le croci abbattute: il 1830 fu un aborto del 93. In questa ultima epoca, epoca di trionfo completo pel paganesimo, fu ben altrimenti, poiché a migliaia le croci furono abbattute sul suolo francese, ed in tal tempo di lugubre memoria, ma istruttivo, vi fu un giorno più nefasto fra tutti. Sotto i colpi di orde fanatiche, il 1793 vide cadere nel sangue l’altare ed il trono. I massacri del convento del Carmine, e di S. Firmino, la proclamazione della repubblica, l’assassinio di Luigi XVI, le ecatombe del Terrore, le nefandezze del Direttorio, le apostasie, i sacrilegi, le dee della Ragione, furono le conseguenze di quel disgraziato giorno, che ricorderà eternamente l’ora precisa in cui satana entrò trionfalmente nel regno cristianissimo. Ora in quel momento, dice uno scrittore, un uragano straordinario scoppiò sopra Parigi. Un calore soffocante avea, lungo tutto il giorno, impedita la respirazione, e le nuvole addensate e di un sinistro colore aveano ricoperto e nascosto il sole come in un oceano sospeso nell’aria. Verso le dieci l’elettricità cominciò a sprigionarsi con spesso lampeggiare, simile a luminose palpitazioni del cielo. 1 venti squarciando le nubi, come onde di mare tempestoso, abbattevano le messi, spezzavano gli alberi, trasportavano altrove i tetti. In men che io il dica, le case fur chiuse e le strade deserte. Il fulmine per otto lunghe ore non cessò dal colpire uomini e femmine, che si conducevano a’ mercati di Parigi, e molte sentinelle furono ritrovate morte fra le ceneri delle loro garitte, e la forza del fulmine strappava da’ gangheri le inferriate balzandole a smisurata distanza. Le due alture che sormontano l’orizzonte di Parigi, Montmartre ed il monte Valeriane attrassero in gran parte l’elettrico delle nubi, che l’inviluppavano, ma scaricandosi questo su lutti i monumenti isolati surmontati da punte di ferro, abbattè tutte le croci, che trovavansi nelle campagne, sulle piazze, e lungo le strade, dal piano d’Issy per tutto il bosco di san Germano e di Versailles sino alla croce del ponte di Charenton. L’indomani, le braccia di queste coprivano da per tutto il suolo, come se un’armata invisibile avesse rovesciato nel suo passaggio tutti i segni del ripudiato culto cristiano. – Nell’ordine morale nulla avviene per azzardo, come nell’ordine naturale niente ha luogo per saldo; epperò i fatti che narro hanno un significato. Questo è rivelato dalle circostanze, che lo accompagnarono e seguirono, le quali mostrano evidentemente perché è la croce sia in un paese, e perché vi manchi: insegnano altresì alle nazioni, alle città, alle provincie, agli uomini d’ogni maniera, quanto debba esser loro a cuore il conservare il segno della croce, moltiplicarlo, ed onorare il segno protettore di tutta la creazione. – Fare il segno della croce soventemente è la seconda conseguenza pratica della emanata sentenza. E perché nol faremo noi? perché ciascuno a sua posta non tornerà ai pii usi dei padri nostri? Eglino non si reputavano sicuri un’istante, ed in tutte le azioni, tuttavolta queste facilissime si fossero, se non protetti dal segno salutare. Siam noi forse da più di loro nel coraggio? Le tentazioni nostre son forse minori nel numero e nella forza delle loro, i pericoli che ne circondano, meno gravi, e i doveri nostri, da meno dei loro? Tutte le volte che i padri nostri sortivano dalle abitazioni, s’incontravano con statue, pitture, oggetti osceni, erano nel mezzo di usi e di feste, in cui lo spirito del male si rivelava in ogni maniera? E quali sono i discorsi, le conversazioni, i canti che i casti orecchi è forza che sentano? Il  sensualismo ed il naturalismo delle idee e dei costumi pubblici e privati, con tutta l’apparenza delle belle forme, sono in continua cospirazione contro al soprannaturale della vita, contro lo spirito di mortificazione, di semplicità, della povertà e del distacco dalle cose periture e passeggere della terra. Eglino erano in continua tenzone per difendere la fede contro i sarcasmi, il disprezzo ed i sofismi della plebe, e della filosofia pagana; doveano rispondere ai giudici ne’ tribunali, e comprovare la loro credenza negli anfiteatri; ed in tutta questa pugna, il mezzo di che usavano a confortarsi, era il segno della croce, il solo segno della croce. E per noi Cattolici del secolo XIX, non è forse la condizione simile? Quanto ci circonda, non è forse, o cerca divenire pagano? Mi si mostri una parola di evangelo nella maggior parte degli uomini? Le città di Europa non sono di presente inondate di statue, di quadri, di fotografie esposte, forse a disegno, per accendere negli animi disonesti amori? Qual cosa mai manca per essere per filo ed a segno pagano la mensa, la mobiglia, gli abiti del mondo moderno? la schiavitù, e la ricchezza. Ma gli istinti sono gli stessi che aveano gli uomini del tempo dei Cesari! Simile spettacolo è continuata insidia! Guai a colui che di esso non si avvede, ma più ancora per chi non custodisce da esso notte e di i suoi sensi ed il suo cuore! Se torna difficile la difesa dei nostri costumi, quanto non è altresì malagevole sostenere le guerre per la difesa della fede! È un’epoca la nostra in cui le false idee, le menzogne, i sofismi circolano nella società come gli atomi nell’aria. Da per tutto è l’anfiteatro, in cui è da combattere per la Chiesa, per le nostre credenze, usi, tradizioni, pel soprannaturale cristiano: l’arena non è mai chiusa, e come un combattimento è per finire, tosto un altro ne comincia. I primi Cristiani posti in simili condizioni, un’arma sola conobbero vittoriosa, universale e famigliare, di che facevano continuo uso, il segno della croce. Potremmo noi trovarla migliore? E se fu tempo in che era necessario usare di questo segno per noi e le creature, l’è questo nostro; chi può però impedirci d’imitare i nostri avi? E che cosa può avere d’incompatibile il segno della croce eseguito sul cuore, o secondo l’antico uso, col pollice sulla bocca, con le nostre occupazioni?’ Se siamo vinti, chi n’è causa? Perditio tua ex te, Israel! – Far bene il segno della croce è la terza applicazione della sentenza pronunziata. La regolarità, il rispetto, l’attenzione, la confidenza, la devozione, devono accompagnare la nostra mano, quando essa forma l’adorabile segno.  La regolarità: questa vuole che il segno della croce nella sua forma perfetta, secondo la tradizionale usanza, sia fatto con la mano destra, e non con la sinistra, portandola lentamente dalla fronte al petto, da questo alla spalla sinistra, e quindi alla destra. In ciò nulla di arbitrario (Nominato Spiritu Sancto, dum ab uno ad alteram latus sit transversio. — Navarr. Comment, de oral. et oris canon c. XIX, n. 200); che se i primi Cristiani venissero fuori dalle loro tombe, non altrimenti eseguirebbero il segno della croce. Ascoltiamo un testimone oculare, «Noi facciamo il segno della croce su i catecumeni con la destra, comechè questa più nobile è reputata, tuttavolta non differisca dall’altra, che per sola postura e non per natura: parimente noi preghiamo rivolti all’oriente, essendo questa la parte più nobile della creazione. Le quali cose la Chiesa le ha apprese da coloro, che le insegnarono a pregare, gli Apostoli – S. Iustin. Q. XVIII). » – Sul conto della dignità della mano destra abbiamo un bel passo di santo Agostino. « Non rimproverate voi, dice egli, colui che vuol mangiare con la sinistra mano? Se voi stimate insulto fatto alla vostra mensa il mangiar dell’invitato con la mano sinistra, come non lo stimereste ingiurioso per la mensa divina far con la sinistra quello, che andrebbe fatto con la destra, e far con questa l’opera di quella (S. August, in psalm. 136). » E S. Gregorio aggiunge: « È questa una maniera di parlare degli uomini. Noi stimiamo più nobile ciò che trovasi a destra, di quello che trovasi a sinistra » (S. Gregor. Moral, lib. XX, c. 18). – Le parole che accompagnano il segno della mano, sono parimente di apostolica tradizione, poiché le si trovano descritte da tutta l’antichità. Santo Efrem scrive: « Su tutto che incontrate fate il segno delia croce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » (S. Ephrem De Panoplia). E santo Alessandro martire, condannato nel capo da Massimiano, sotto le cui bandiere militava, rivoltosi all’oriente, e segnatosi tre volte, disse: « Gloria ne venga a voi, o Dio dei padri nostri; Padre, Figlio e Spirito Santo » (Apud Surium, 13 Maii).   Questa maniera di segnarsi, che descriviamo, è più in uso fra i Cristiani de’ tempi nostri che presso gli antichi; poiché la forma di croce con che costumavano segnarsi , era quella del pollice sulla fronte : Frontem crudi signaculo terimus; comechè facile fosse ripeterla ed opporle ai nemico. Di presente un siffatto modo è in uso nella Spagna, ed in altri paesi ancora. Ma perché più tosto sulla fronte che non sul cuore? In questo, mio caro Federico, come in mille altre cose dell’antichità v’hanno dei misteri, ed io ne conto cinque: – Il primo, per onore del divino Crocifisso. Non senza ragione il Verbo incarnato ha voluto che il suo segno fosse impresso sulla fronte, dice santo Agostino; in essa ha sua sede il pudore, ed egli ha voluto che il Cristiano non abbia ad onta gli obbrobri del suo Maestro. Se voi lo eseguite, seguitandosi egli dice, alla presenza degli uomini, e se non la stimate vostra vergogna, mettete pure ogni vostra confidenza nella divina misericordia di lui » (S. August, in Psal. 30. Enar. IV, n. 8 ). Il secondo, è per onorare la nostra fronte. Il segno della croce è il segno della fronte, signaculum frontium (Tertull. contra Marcion., lib. V.). E santo Agostino: « Una fronte senza questo segno è come una testa senza capelli. Come il capo calvo è fatto segno alle burle, ed è cosa da averne rossore, così l’è parimente per una fronte senza questo segno; dessa è impudente. Non sapete voi che l’uomo per insultar l’altro uomo gli dice: Tu non hai fronte? Il che suona: Sei impudente: Dio mi preservi dall’avere la fronte nuda, il segno del mio Maestro la copra e la onori » (In psal. 131). – II terzo, è il miracolo della redenzione. Il segno della croce è un trofeo. Questo si eleva non fra le tenebre e negli infimi luoghi della città, ma lungo le pubbliche piazze, dove da tutti possa andar veduto, e con la sua presenza ricordare le gesta ed i trionfi del vincitore. « Ecco ragione, dice santo Agostino, da aver stabilito il Verbo divino, che la fronte dell’uomo, membro il più visibile ed il più nobile, venisse segnato dal trofeo della vittoria riportata sulle potenze infernali (In Joan. Trad. XXXVI.). » Passando la croce dal luogo del supplizio sulla fronte degl’imperatori, dovea proclamare eternamente il gran miracolo della conversione dell’universo. Il quarto, il diritto di Dio sopra dell’uomo. Il divino Crocifisso, preso possesso dell’uomo, lo ha segnato col suo stemma, come il proprietario contrassegna col suo tutto che gli appartiene. « Tosto che il Redentore ebbe reso libero l’uomo, scrive S. Cesario di Arles, impresse su di lui il proprio segno. Questo segno è la croce. Noi lo abbiamo sulla fronte impressovi dal vincitore per insegnare a tutti, che noi siamo sua possessione e suoi tempii viventi, e satana furioso, invidia a tanta nostra ventura, ed agogna ad involarci il segno del nostro riscatto, la carta di nostra libertà (Cæsar. Arelat. Humil. V, de Pascha.). » – II quinto è la dignità dell’uomo. La fronte e la parte più nobile dell’umano corpo, ed è come la sede dell’anima; però il demonio con ogni studio cerca di sformare la umana fronte più di ogni altro membro, perché chi è padrone del capo, l’è di tutto l’uomo. Il rendere deforme quest’organo con artificiali compressioni, è stato in voga in molti tempi, ed al presente esiste ancora in alcuni paesi. Sfigurare la divina immagine nell’uomo, indebolire le intellettuali facoltà, sviluppare gl’istinti i più volgari, furono i risultati di questo sformare del capo umanamente inesplicabile. Il perché, il riparatore di tutte le cose, Nostro Signore, ha voluto che il segno della croce fosse a preferenza marcato sulla fronte, per liberar l’uomo, o, rendendogli la libertà, elevarlo nella pienezza delle sue facoltà alla dignità del suo essere (Circa la disposizione delle dita nella formazione della croce, se ne citano tre. La prima con le dita tutte distese, come comunemente è in uso. La seconda distendendo solamente le prime tre, e chiudendo le altre, come costumasi dai Vescovi nel dare la pastorale benedizione, maniera usata nel tredicesimo secolo, e pare che di siffatto modo i sacerdoti facessero il segno della croce sulle oblate; poiché leggesi in Leone IV (de cura Pastorali): Calicem et oblatam recto cruce signate, idest, non in circulo et rotatione digitorum, ut plurimi faciunt; sed districtis duobus digitis et pollice intus recluso per quos Trinitas innuitur. Il terzo, avendo tutte le dita distese, usando solo del dito pollice per segnarsi. Questa maniera è in uso per amministrare alcuni sacramenti, ed i fedeli si segnano di siffatto modo alla lettura del Vangelo sulla fronte, sulle labbra e sul cuore, ad accennare gli affetti del Vangelo).- Il rispetto è un’altra condizione per ben fare il segno della croce: avvegnaché è un atto di religione degno di ogni venerazione. Questo dev’essere inspirato dalla sua origine, dalla sua antichità, dall’uso che ne ha fatto quanto il mondo ha visto di meglio, gli Apostoli, i martiri, i veri Cattolici della primitiva Chiesa e di tutti i secoli; per la gloria con che si presenterà l’ultimo giorno, quando, annunziato l’arrivo del supremo Giudice, dessa maestosa poserà dallato al tribunale supremo, per consolazione de’ giusti, ed eterna confusione de’ cattivi. – L’attenzione; senza di questa sarebbe un movimento da macchina, spesso inutile a noi, ed ingiurioso a Colui, di cui ricorda la maestà, l’amore ed i benefizi.  La fiducia; ma una fiducia da figlio, viva, forte, fondata sul testimone de’ secoli, la pratica della Chiesa, e su gli effetti meravigliosi prodotti da tal segno, liberatore dell’uomo e del mondo, che mette paura a satana.  – La devozione; che faccia corrispondere il cuore alle labbra. Eseguendo il segno della croce che fo io? Io mi proclamo il discepolo, il fratello, l’amico, il figlio di un Dio crocifisso; epperò sotto pena di mentire a Dio, io devo essere quello, che dico. Ascolta i nostri padri. « Quando tu ti segni, pensa a tutti i misteri raccolti nella croce. Non basta il farlo con le dita, è mestieri innanzi tutto farlo con la fede e buona volontà. Quando imprimi questo segno sul tuo petto, sopra i tuoi occhi, su tutte le tue membra, offriti a Dio come accettevole ostia. Segnandoti siffattamente, tu ti proclami soldato cristiano, ma se nelle stesso tempo, tu non pratichi, il più che da te si possa, la carità, la giustizia, la castità, questo segno non li varrà a nulla. »  « Nobilissima cosa è il segno della croce! Con esso sono da segnare i nobili e preziosi oggetti. Non sarebbe strano suggellare in oro la paglia ed il fango? Qual senso potrà avere questo segno sulle labbra e sulla fronte, se interiormente l’anima è immonda, ed in preda ai vizi (S.Ioan. Chrys. Homil. 51, in Matth.— S.Epfrem, Ds adorai, vivif. Cruc. D. A’. — S. Augustin. Serm. 215, de Temp. — Signum maximum atque sublime. Lactant. Divin. institut, lib. IV. c. 26)? »  – « Qual cosa mai, si dimanda santo Agostino, è il fure il segno della croce e peccare? E un porre il suggello della vita sulle labbra, e darsi un pugnale nel cuore da morirne (S. Cæsar. Serm. 278, inter Angustin). » Quindi il proverbio de’ primi Cristiani ripetutoci da Beda: «Fratelli, abbiate Gesù Cristo nel cuore, ed il suo segno sulla fronte. Habete Chrìstum in cordibus, et signum eius in frontibus » (Beda, tom. III, in collact. flor, et parab.).  Quindi santo Agostino aggiunge una bella parola: «Dio non vuole de’ pittori, ma degli operatori de’ suoi misteri. Se voi portate sulla fronte il segno della umiliazione di Gesù Cristo, portate altresì nel vostro cuore l’imitazione della umiltà di Lui » ( S. August. Serm 32). Ogni ragione ci assiste, ed è per siffatto nostro operare, né alcuno ardisca dire: il far bene o male il segno della croce, non è poi gran cosa. Altrimenti da ciò hanno pensato i secoli cristiani; altrimenti ha pensato la verità istessa. Ammettendo ancora che sia poca cosa un segno eli croce, il Verbo incarnato non ha forse detto: “Quello che è fedele nelle piccole cose, lo sarà altresì nelle grandi, e chi è infedele nelle piccole, l’è nelle grandi?” Non è forse questa fedeltà giornaliera e continua, che prepara, e forma la gloria eterna? Nel grande affare della propria salvezza, come negli altri è sempre vero che, ciò che basta non basta sempre; e che chi si contenta del solo necessario, lo farà difficilmente. – Fo io dieci volte al giorno il segno della croce? Se è ben fatto, dico dieci opere buone, dieci gradi di meriti e di felicità, dieci monete per pagare i miei debiti, e quelli de’ miei fratelli che sono sulla terra o nel purgatorio; dieci istanze per ottenere la conversione dei peccatori e la perseveranza finale, per allontanare dal mondo e dalle creature le infermità, i pericoli ed i mali di che sono afflitti. Misura i meriti raccolti a capo di una settimana, di un anno, di una vita di cinquanta anni. E potrà ciò stimarsi cosa da poco! – Tu conosci ora, mio caro Federico, il segno della croce, e come questo debbasi eseguire: lascia all’amor mio confidarti un pensiero solo, un pensiero, che accenna un po’ a santa ambizione. Suppongo che uno straniero arrivi a Parigi, e che dimandi chi sia il giovane che nella gran capitale esegua meglio il segno della croce: desidero che tu sii nominato. A questo prezzo io ti prometto una vita degna de’ nostri avi della primitiva Chiesa, ed una morte preziosa agli occhi di Dio, e forse ancora gli onori della canonizzazione: In hòc signo vinces, per questo segno vincerai! Questa parola divina sempre antica e sempre nuova, poiché è la formula di una legge, che il gran Costantino primamente meritò d’intendere, qual tipo dell’uomo, e della cristiana famiglia. L’immortale Imperatore procedeva a marce sforzate contro Massenzio, per battere in battaglia questo spaventoso tiranno fattosi padrone della capitale del mondo. Ad un tratto, nel mezzo di un cielo sereno, una croce luminosa tanto, da superare il chiarore del sole, si manifesta a tutta l’armata, che stupefatta legge intorno ad essa scritto: in hoc signo vinces: per questo segno avrai vittoria. La notte seguente il Figlio di Dio compare all’Imperatore con lo stesso segno in mano, e gli ordina farne un simile da usarne in battaglia, con promessa di sicura vittoria. Costantino ubbidisce. Il segno celeste risplendente di oro e di gemme brilla allo sguardo delle legioni e diviene il celebre Labarum. Ovunque siffatto segno apparisce, rincora lo stanco soldato, accende coraggio nel cuore delle legioni di Costantino, e spavento produce in quelle di Massenzio; le aquile romane fuggono al cospetto della croce; il paganesimo innanzi al Cristianesimo; satana, il vecchio tiranno del mondo innanzi Gesù Cristo, il Salvatore di Roma e del mondo. Così esser dovea!  Massenzio disfatto ed annegato, Costantino trionfatore entrò in Roma. Una statua lo rappresenta con in mano una croce, e la seguente iscrizione ricorda ai posteri la prodigiosa conquista.

È QIESTO IL SEGNO SALUTARE

VERO SIMBOLO DI FORZA

PER ESSO DAL GIOGO DELLA TIRANNIDE

HO LIBERATO LA CITTÀ VOSTRA

AL SENATO AL POPOLO ROMANO HO RESO LA LIBERTÀ

L’AVITO SPLENDORE E L’ANTICA MAESTÀ

AD ESSI HO RIDONATO

(Euseb. Vit. Costant. C. 33)

Costantino, sei tu, sono io, ed ogni anima battezzata, è il mondo cristiano. Gettati noi nel mezzo della grande arena della vita, noi alla testa dell’armata de’ nostri sensi e delle nostre facoltà, camminiamo all’incontro di un tiranno peggiore di Massenzio. La nostra Roma è il cielo; esso vuole sbarrarcene la via, e viene contro di noi capitanando intiere legioni infernali; la battaglia è inevitabile. Dio ha provveduto alla nostra vittoria come a quella di Costantino, ci ha fornito di mezzo per trionfare, il segno della croce: In hoc signo vinces. Al presente, come in altri tempi, questo segno mette spavento a satana, formido dæmonum. Facciamolo con fede, ed il cammino della eterna città ci sarà aperto! E noi vincitori, e vincitori per sempre, per dovere di gratitudine eleveremo al cospetto degli Angeli e degli eletti una statua che avrà la costantiniana iscrizione.

É QUESTO Il SEGNO SALUTARE

VERO SIMBOLO DI FORZA

PER ESSO HO VINTO sATANA

LIBERATA QUESTA ANIMA E QUESTO MIO CORPO

DALLA TIRANNIDE DI LUI

I MIEI SENSI LE MIE FACOLTÀ  TUTTO L’ESSERE MIO

PER ESSO ETERNALMENTE GIOISCONO

IN HOC VINCES!

Salve, dunque dirò con i padri e dottori dell’Oriente e dell’Occidente, salve, o segno della croce! Stendardo del gran Re, immortale trofeo del Signore, segno di vita e di salute, segno di benedizione, terrore di satana e delle sue legioni, baluardo inespugnabile ed arena invincibile, scudo impenetrabile, spada da re, onore della fronte, speranza de’ Cristiani, farmaco salutare, risurrezione dei morti, guida de’ ciechi, consolazione degli afflitti, gioia dei buoni e terrore dei cattivi, freno dei ricchi, umiliazione dei superbi, giudice degl’ingiusti, libertà degli schiavi, gloria dei martiri, purità dei vergini, virtù dei santi, fondamento della Chiesa, salve (Gretzer, lib. IV, e. 54).- E tu, mio caro Federico, tu hai ormai la mia risposta alle tue questioni. L’autorità di tutti i secoli le ha sciolte a tuo favore. Quest’apologia vittoriosa della tua nobile condotta, ti convincerà, io lo spero, contro le burle ed i sofismi. Da un canto, tu sai quanto sia importante e solidalmente fondata la pratica continua del segno della croce; dall’altro, tu sei in grado da apprezzare il giusto valore della intelligenza di coloro che non lo fanno, e di giudicare com’eglino meritano il carattere di chi arrossisce di farlo:

In hoc vinces.

IL SEGNO DELLA CROCE (23)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (23)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA VENTESIMASECONDA.

19 dicembre.

Sentenza del giudizio istituito fra noi ed i primi Cristiani, e doveri, che ne derivano. — Primo dovere: fare risolutamente il segno della croce, farlo soventemente, e bene. — Ragioni. — Vergogna e pericoli che seguono dal non farlo. — Sanità fisica e morale del mondo attuale. — Necessità in che è l’uomo di portare o il segno di Dio, o quello di satana. — Natura del segno di satana.

Caro Federico

Pronunziata l’inappellabile sentenza negli affari civili, a qual partito dovranno appigliarsi le parti? Null’altro è da fare, che eseguirla sotto pena di rivolta, e di tutte le tristizie, che questa mena seco. Simile cosa è per le quistioni dottrinali. Quando l’autorità infallibile ha deciso il punto in questione, resta solo prendere a norma di condotta il pronunziato del supremo tribunale, sotto pena di rivolta peggiore, e di tutti i tristi effetti, che potrebbero seguirla. Un giudizio era stato iniziato fra noi ed i primi Cristiani, che avea a scopo determinare, se la ragione fosse per essi, che facevano il segno della croce, e lo eseguivano soventemente e bene; o per i Cristiani moderni, che più non lo fanno, o raramente e male. La causa è stata con ogni studio esaminata, la discussione pubblica, i difensori sono stati intesi. Il fiore della umanità constituita in supremo tribunale, avendo ad assessori, la fede, la ragione, l’esperienza, il sentire dei popoli ancora pagani, ha pronunziato in favore dei Cristiani della Chiesa primitiva. Che fare adunque? È da rinnovare la gloriosa catena delle nostre antiche tradizioni, sì sventuratamente rotta, e fare il segno della croce, farlo sovente, e bene. Fare risolutamente e manifestamente il segno della croce. E perchè nol faremo noi? Perchè reputeremmo onta il farlo? Farlo, o non farlo non è mica indifferente, mio caro; farlo è onore, tralasciarlo disonore. Facendolo, noi saremo i successori, e ci troveremo nel mezzo di tutti i grandi uomini, e de’ grandi secoli dell’Oriente e dell’Occidente, con l’immortale nazione cattolica, col fiore dell’umana famiglia. Non facendolo, noi avremo per predecessori, compagni, e successori, tutti i meschini eretici, la nullità degl’increduli, i poveri ignoranti, le piccole e grandi bestie. Come facendo il segno della croce noi ci copriamo, unitamente alle creature che ci appartengono, di un’armatura invincibile: cosi tralasciandolo, ci disonoriamo, ed esponiamo noi stessi e quanto ci appartiene a gravissimi pericoli; vivendo l’uomo ed il mondo necessariamente sotto la influenza dello spirito del bene, o sotto quella dello spirito del male. Quest’ultimo tiranno dell’uomo e delle creature, fa loro sperimentare le sue maligne influenze, ed il corpo e l’anima, lo spirito e la materia sono da esso viziati. Fu questa sempre fondamentale credenza del genere umano. Il perchè, da poi diciotto secoli, i capi della spirituale battaglia ci dicono di coprir noi e le creature di questo segno, scudo impenetrabile alle ignee frecce dell’inimico: Scutum in quo ignitæ diaboli extinquuntur sagittæ. E noi, soldati infedeli alla consegna, noi getteremo volontariamente la nostra armatura? Noi con un petto scoperto resteremo da insensati, esposti ai colpi dell’armata nemica! E ciò, per non dispiacere ad alcuni, ed a chi? – Mi dicono: il mondo attuale non fa il segno della croce e non ne riporta nocumento alcuno. Una tal cosa può con certezza affermarsi? Qual è oggi la sanità pubblica dell’uomo, e della natura? Non intendi di continuo ripetere in Alemagna, ed in Francia come da per tutto: Non v’è più sanità! Questa parola divenuta popolare, è solo una parola? Ottimisti, come voi vi dite, credete dunque che le leggi divine fatte per l’uomo, spirito e materia, non abbiano in questa vita duplice sanzione, una morale e l’altra fisica? Voi credete che la profanazione del giorno consacrato al riposo dell’uomo e delle creature; che il disprezzo della legge del digiuno e dell’astinenza, non possano mettere in pericolo che la sola salute dell’anima? Voi credete che il movimento febbrile degli affari, le agitazioni politiche, la sete de’ piaceri, carattere distintivo di un mondo, che ha intrapreso la discesa del cielo sulla terra; che gli sregolati costumi, l’usanza di cangiare la notte in giorno, e questo in quella; che il soddisfare alla sensualità nella scelta de’ cibi, lo spaventevele consumo di spiriti, i cinque cento mila caffè, e bettole, sieno di nessuna cattiva influenza per la sanità pubblica? D’onde procede lo scemarsi delle forze nelle generazioni moderne? Sarebbe facile trovare di presente molti giovani capaci di maneggiare le armi de’ nostri avi del medio evo, o di portare la loro armatura? Le riforme si numerose, eseguite da’ consigli di revisione, per difetto di taglia e buona conformazione; l’impotenza di osservare i digiuni, ancorché sì addolciti, che sperimentano le stesse persone religiose, non ha alcun senso? Che cosa dice l’aumento considerabile e tuttodì crescente delle farmacie, e dei medici, e de medium medici, le cui anticamere saranno, fra breve, frequentate come le sale delle sommità medicali? – In fine, i casi continui e crescenti di suicidio e di pazzia, arrivati ad un numero incalcolabile sino al presente, sono de’ sintomi, che ci rassicurano sul conto del prosperare della sanità pubblica? Dando a tutti questi fatti, e ad altri ancora, il senso il più ristretto, non dimostrano essi, per lo meno, che la salute pubblica non è più quella di altri tempi? – E la vigoria della sanità della natura, su cui non è più eseguito il segno liberatore, è dessa in progresso? Qual cosa mai ci dicono la malattia delle patate, quella delle uve, degli alberi, de’ vegetali, delle piante, e delle erbe istesse, da negare il foraggio necessario? Tutti questi malati, in numero di cento, sorpresi simultaneamente da gravi ed ostinate, sconosciute malattie, attestano per la perfetta sanità delle creature? Questo fenomeno, altrettanto più sinistro che non v’ha uguale nell’istoria, sembra piuttosto presentare la natura come un grande ospedale, ove, come nella specie umana, tutto è malato, languido, ed alterato.

(*) Sottometto alla considerazione del lettore una serie di alberi, di arbusti, di piante e di vegetali di presente malati, con l’indicazione delle malattie da che sono distrutti.

T. indica la lebbra o macchie nere. — O. l’oidium [fungo]. — R. ruggine. — I. insetti; piccoli vermi che si trovano nell’epidermide delle foglie, o sulla superficie.

Alberi.

La quercia T. I.

Il faggio T. I.

L’olmo T. R. 1.

Il carpino T. I.

La betula T. R.

Il frassino T. I.

Il pioppo d’Italia T. S.

Il pioppo del Canada T. R.

Il castagno T.

L’acero T.

Il salice T. R.

L’ebano T. I.

II tiglio T.

Il platano T.

Il pomo T. I.

Il pero T. I.

Il rosaio T. R. 0 . I.

Le spine T. 0. I.

La glicina cinese T.

Il lampone T. R.

I rovi T. R. 0.

II pruno 0.

L’uva spina T. I.

Il ribes nero e rosso T.

Il berbero comune 0.

La collulea T.

Il ciliegio T.

Il susino T.

L’albicocco T. 0.

Lo gelso T. 0,

L’arancio T. 0.

La vite T. 0.

Arbusti.

Il gelsomino di Valenza T.

Il sambuco T.

La palla di neve T.

La omelia T.

La siringa comune T.

L’altea T. I.

L’avellana T. I.

Il melo ciliegio T.

Il vinco T. R.

Piante selvatiche diverse

Peonia di diverse specie T.

Il millefoglio T. 0.

Il danther T.

La campanula R.

L’ortica T. 0.

Il cardo benedetto R.

Peonia di diversespecie T. R. 0.

La camomilla T.

La viola T.

Il flox T.

L’erithrynum phristagalli T.

Le oculate 0.

Le margherite T.

La diclytera spectabilis T.

La regina dei prati T.

Il girasole T.

La primavera T.

Il macerone R.

Il gladiolus T. R.

La cicoria T. R. 0.

La scabiosa T.

L’aigmaine T.

Il lungo dragone R.

Vegetali.

Il frumento T. R.

La segala R.

L’avena T. R.

L’orzo R.

La patata T.

I faggiuoli T. R.

I selleri R.

L’acetosa R.

La scorzonera R.

I cavoli T. R.

La rapa R. I.

La bietola rossa R.

Le fave T. R.

II trifoglio T. 0.

Il giunco T. R.

La canna R.

Erbe dei prati di diversa specie R.

Erbe selvatiche di diversa specie T. R. 0.

[Siamo debitori di questa nomenclatura alla gentilezza di un dotto naturalista, il sig. F. Verecruysse di Courtrai. Egli stesso ba raccolto, in quest’anno 1868 delle foglie di tutti gli individui malati, dei quali gli è piaciuto mandarci dei saggi. Ci conceda egli dunque di offrirgli un pubblico attestato di tutta la nostra riconoscenza].

Non lo si può negare, il mondo attuale è malato più che in altri tempi, sia che lo consideri nell’uomo, come nelle creature a lui immediatamente sottoposte. Che cosa mai è la malattia e l’infermità, se non mancanza ed indebolimento di vita? Il Verbo creatore è la vita, è tutta la vita; epperò dilungarsi da Lui è un venir meno nella vita, uno scemarla, come appressarsi ad esso, è un’aurnentarla e rinvigorirla. Le creature materiali essendo incapaci di bene e di male, sono malate, solo perchè seguono la condizione dell’uomo. L’uomo essendo il centro ed il compendio della creazione, racchiude in sè stesso tutte le leggi che reggono le creature inferiori, se egli le viola, l’effetto della violazione si fa sentire in tutta la natura. N’è testimonio il peccato di Adamo. Alla stessa causa, riprodotta nel corso dei secoli è necessario attribuire le malattie delle creature, sempre in ragion diretta della intensità della causa, che le produce. Non sembra egli che Isaia avesse gli occhi fissi alla nostra epoca allorché disse: « La terra è stata infettata dai suoi abitanti. Di là hanno origine, le lagrime, l’afflizione, i languori della terra, la decadenza del pianeta; la malattia della vite, ed i gemiti dei coltivatori: » ? – Luxit et defluxit terra, et infirmata est defluxit orbis et terra infecta est ab habitatoribus suis, quia…. mutaverunt ius etc. XXIV, 4 e seg. Abacuc, Geremia e gli altri profeti parlano con gli stessi termini di quest’agonia della natura. – A giudizio della Chiesa, e di tutti i secoli cristiani, l’atto esteriore, il tratto di unione il più che altro universale e comune, che metta le creature a contatto con la vita, è il segno della croce. Ora, voi ve ne beffate, non lo eseguite, né volete usarne; per tutto che vi riguarda, voi lo rimpiazzate, come usate riguardo alla preghiera, ed ai pellegrinaggi di altri tempi, con i bagni di mare, con le acque tiepide, calde, fredde, sulfuree, ferruginose di Vichy, della Svizzera e de’ Pirenei. Per le creature, collo stabio artificiale, col muover guerra alla vita degl’insetti, col prosciugare i terreni, col solforare le piante. Benissimo: non sono queste da trasandare, ma è mestieri non omettere le altre: Hæc oportet facere et illa non omittere. Così il mondo moderno disprezzatore della divina ed umana saggezza, senza farsene coscienza alcuna, crede poter violare una legge religiosamente osservata da poi il principio del Cristianesimo, e rispettata dallo stesso paganesimo, che la formolava dicendo: È da pregare per avere sanità fisica e morale: Orandum est ut sit mens sana in corpore sano. Non v’ha dunque ragione da muovere lamenti; noi raccogliamo quello ch’è, e dev’essere. Che se la sanità fisica dell’uomo e della natura prosperasse, come si pretende, senza il segno della croce, resterebbe la morale, che avanza in importanza immensamente la prima. Qual è lo stato sanitario del mondo morale al presente? Se per minuto ed a segno, volessia tale dimanda rispondere, andrei troppo per le lunghe;però ti ricorderò solo, che l’uomo morale come il fisico,è nell’alternativa di vivere sotto l’influenza salutare dello spirito buono, e sotto quella malefica dello spirito cattivo; e che il segno redentore ci rende partecipi alla prima, e l’assenza di esso ci sommette, ed abbandona alla seconda. È questo l’insegnamento della Chiesa, confermato dalla pratica de’ secoli cristiani. Sperienza di simil fatta, per diciotto secoli doratura, è un nulla per noi? Voi non volete più il segno liberatore,nessuna fede avete in lui, più non lo si vede sulla vostra fronte, sulle labbra, sul cuore, sui vostri alimenti. E bene! satana v’imporrà il suo. Su tutte coteste fronti, su tutte le labbra di simil fatta, e nei cuori, si vedrà, e senza bisogno di microscopio, il segno della bestia. Questo segno si rivela sulla fronte per lo spirito di orgoglio e di rivolta, per la collera, il disprezzo, l’imprudenza, la vanità, l’alterazione de’ lineamenti; il non esser atto alle scienze spiritualiste, lo aver nessun gusto per le scienze morali; il pallore delle goti impressovi dalla impurità, o il rosso prodotto dall’intemperante uso de’ vini; un certo che di livido nella fisionomía, di basso, di scolorito e bestiale. In fine, quel cinismo negli occhi spiranti adulterio, ed un peccato che non tocca mai la fine, provocatore continuo delle anime incostanti (Animalia autem homo non percipit ea, quæ sunt spiritus Dei. – I. Corint. II, 14. — Oculos habentes plenos adulterii, et incessabilis delicti, pellicientes animas instabiles. – II. Petr.II, 14). Come sono contrassegnate da esso ? Le riconosci dall’esser sempre mosse ad un riso immoderato, od impudico, scioccamente empio, o crudelmente burliero, loquaci, senza alcuna regola, con discorso di nessuna importanza, sempre privo di scopo; parole invereconde, irreligiose, bestemmiatrici, piene di odio, di maldicenza e gelosia, spiranti concupiscenze,traspirano sepolcrali esalazioni, velenose più che tossico di vipera (Sepulcrum patens est guttur eorum. – Psal. V, 11. — Despumantes suas confusiones. – Judæ Ep. v. 13). Il cuore marcato da questo segno è ingombro di mali pensieri, di desideri, di fornicazioni e di tradimenti, di profondo egoismo, di ruberie, di avvelenamenti, di morti; sovra di esso hanno impero le cortigiane, e le femmine rifiuto della umanità (De corde enim exeunt cogitationes malæ, homicidia, adulteria, fornicationes, furta, falsa testimonia, blasphemiæ. Matt. XV, 19).  – Sugli alimenti lo riconoscerai alle loro pessime influenze. Non essendo stati questi liberati dal segno redentore, dessi servono da veicolo a satana per trasmettere tutte le sue tristi influenze, a giudizio de’ pagani stessi. Questi, messi per la nutrizione, a contatto con la inferior parte dello spirito, vi eccitano gli sregolati appetiti, solleticano gl’istinti, commuovono le passioni. Di che segue la ricerca di soddisfare alla sensualità nel vitto e nella bevanda, il dispotismo della carne, il disgusto del lavoro, la impotenza di resistere alle tentazioni, lo affievolirsi, e qualche volta ancora l’imbrutimento della ragione, la mollezza della vita, il sibarismo de’ costumi, l’adorazione del dio ventre, terminando col disprezzo di sè, col soffocare la coscienza ed il senso morale con l’infanticidio, e col suicidio (Inimicos crucis Christi, quorum finis interitus: quorum Deus venter est et gloria in confusione ipsorum. Philip. Ill, 18).Volgi intorno Io sguardo, mio caro amico, e cerca le fronti, le labbra, i cuori, le mense ove si conserva la santità, la dignità, la sobrietà umana e cristiana; il vivere mortificato e puro; i cuori forti contro le tentazioni; gli animi dedicati alla carità ed alla virtù; le forme di vivere, che possono senza rossore rivelarsi agli amici ed ai nemici: tu le troverai solo, dove la croce regna protettrice! – Quanto dico quest’oggi sia per te come un dato di esperienza, domani ti apporterò di esso le ragioni e le prove.

IL SEGNO DELLA CROCE (22)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (22)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA VENTESIMAPRIMA.

18 dicembre.

Imitazione generale. — lmitazione della santità di Dio. — La santità. — lI segno della croce santificatore dell’uomo e delle creature. — Imitazione della carità di Dio. —- Natura della carità di Dio. — Quale debba essere in noi. — Il segno della croce insegnandolo a noi, è nostra guida eloquente e sicura. — Prove irrefutabili.

Caro Amico,

In grazia del segno della croce, ciascuna delle Persone dell’adorabile Trinità è d’innanzi a noi, e lasciasi copiare. Desse, sotto il gran nome di Dio, offrono alla nostra imitazione tutte le perfezioni insieme raccolte. Io ne scelgo due, che, brillando a gran lustro, è mestieri imitare di presente più che in ogni altro tempo: la santità, e la carità.

La santità. — Santità vuol dire unità, esenzione di tutto ch’è straneo. Dio è santo perchè uno; e l’è tre volte, perchè tre volte uno. Uno in potenza, perchè essa è infinita; uno in saggezza, perchè essa è infinita; uno in amore, essendo questo infinito. In Dio nulla limita, nè altera questa triplice unità; epperò santo, perfettamente, completamente santo in sè stesso. Egli lo è nelle sue opere; in nessuna di esse potendo Egli soffrire la riunione colpevole, il disordine, o, per dirlo col suo nome, il peccato. Gli angeli cacciati dal Cielo e l’uomo dal Paradiso terrestre, il mondo allagato dal diluvio, Sodoma consunta dal fuoco, l’Impero romano scrollato da’ colpi de’ Barbari, la vittima del Calvario crocifissa fra due ladri, le calamità pubbliche e private, l’inferno con il suo fuoco eterno, sono tutte testimonianze della santità di Dio nelle sue creature. Grande lezione, che m’insegna di continuo il segno della croce! Io nol posso eseguire senza ch’ esso mi dica: Immagine di un Dio santissimo, ed inesorabilmente santo, tu devi esserlo perfettamente ed inesorabilmente nella tua memoria, nella tua intelligenza, e nella tua volontà. Santo nell’anima e nel mio corpo, in me stesso, e nelle mie opere, solo o in compagnia, giovane o vecchio, forte o debole, santo in tutto, da per tutto, e sempre; poiché è questa la sublime unità che devo in me realizzare. Ouomo, esclama Tertulliano, tu sarai grande, se arrivi a comprendere te stesso: O homo, tantum nomen, si intelligas te!  – Ciò non è tutto: io devo attuare fuor di me nel mio esteriore questa santità, come Dio esternamente la realizza nel creato; su quanto mi circonda deve splendere la santità, o unità di mia vita. Esempii, parole, preghiere, tutto in me deve esser tale, da poter allontanare il male, il dùellismo dal mio prossimo, immagine di Dio come me, ed al pari di me creato per l’unità. In questo dovere, sì vivamente ricordato dalla croce, prendono loro origine i prodigi dei sacrifizi, che di continuo rinascono nel seno del Cattolicismo. Dimanda a’ nostri apostoli dell’uno e l’altro sesso, qual cosa mai li meni al sacrifizio delle intelligenze le più nobili, delle vite le più pure, e del sangue il più generoso. Tutti ti risponderanno, la parola del Maestro: Noi abbiamo intesa la parola del Verbo redentore, che ordinava si contrassegnassero tutte le membra dell’umana famiglia col segno della Trinità. Questa parola immortale come Lui, risuona nel fondo del nostro cuore, e dove v’ha una fronte da segnare del segno liberatore, noi accorriamo, lavoriamo, moriamo! Ascolta il generalissimo di queste legioni eroiche, il S. Paolo de’ tempi moderni. Tu sai, che per i suoi giganteschi lavori questo nomo straordinario conquista un mondo alla civiltà ed alla fede; ma qual molle potente afforzava il suo coraggio, e quello de’ suoi successori, sino alla temerità, ed il desiderio sino all’entusiasmo ed alla pazzia? 0sanctissima Trinitas. O santissima Trinità! Questo grido di guerra si frequente sulle sante labbra del Saverio, come la sua espirazione, ti rivela il pensiero comune. — Col suo sguardo illuminato dalla fede l’apostolo ha considerato i popoli dell’India, della Cina, e del Giappone; e li ha visti assisi nelle ombre della morte, contrassegnati del disonorevole segno della bestia, e mancanti del glorioso carattere della Trinità. A vista di sì immensa degradazione il suo zelos’infiamma, e dal suo petto scappa fuori il grido di guerra: Osanctissima Ttinitas, o Trinità! è onta per voi, e sventura per l’opera vostra! E perchè le sfigurate immagini fossero riparate imprimendo su tutte le fronti il segno divino, Saverio si slancia da gigante, e lo spazio dispare sotto la corsa de’suoi piedi. Egli si beffa de’ pericoli, e non conosce altri limiti per la sua ambizione riparatrice, che quelli del mondo; anzi, il mondo stesso tornava piccolo per lui, e lo corse tanto da farne tre volte il giro (Vita di s. Fr. Sav. t. II, lib. VI, p. 208-213); e, se la morte non gli consente percorrerlo in tutte le direzioni, egli mostra a’ suoi successori le nazioni da conquistare. II suo desiderio ècompreso.— Migliaia di apostoli trasportati sulle ali de’ venti, come dice Fenelon, arriveranno in tutte le isole, nel fondo delle foreste, su tutte le spiaggie, per quanto lontane ed inospitali si fossero. Prima loro cura sarà il segnare del segno santificante la fronte dell’uomo degradato sino all’antropofagia, al grido del loro capo: 0sanctissima Trinitàs! Che tale sia il motivo che anima i conquistatori dell’evangelio, n’è pruova, che il loro ministero ètutto nel segnare le infedeli nazioni del suggello delle adorabili persone, e nel mantenere inviolabile la divina somiglianza.  – Il segno della croce fa di più ancora, santifica quanto tocca: gli uomini e le cose. Ora santificando le creature, dopo aver santificato l’uomo, la guida divina mena tutto al suo fine; avvegnaché è articolo di fede universale, che i segni religiosi hanno il potere di modificare le creature inanimate, e noi lo abbiamo veduto precedentemente. La verità di tale credenza è guarentita dalla sua universalità, e la grande maestra della verità la reputa come parte del deposito affidato alle sue cure, e ciascun giorno la insegna e la pratica. Da poi diciotto secoli in tutte le parti del pianeta, la Chiesa Cattolica santifica col segno della croce l’acqua, il sale, l’oglio, il pane, la cera, le pietre, il legno, le creature insensibili.  – Che cosa vuol dire teologicamente che il segno della croce santifica l’uomo e le creature? In riguardo dell’uomo non pretendo che il segno della croce conferisca la grazia santificante, o che sia strumento atto a conferirla come i sacramenti: ma voglio dire, che comunica una specie di santificazione simile a quella de’ catecumeni, sui quali sì fa il segno della croce innanzi ricevano il Battesimo; poiché, dice santo Agostino, che v’hanno diverse sorti di santificazione (lib. II. de Peccat. merit, et remiss, c. CXXVI.).Il segno della croce èun atto a cui Dio attacca l’applicazione de’meriti del suo Figlio come alla elemosina, che, per comune credenza, è buona, pia, salutare e santificante, tuttavolta non abbia la virtù del Battesimo, e della Penitenza. – In quanto poi alle creature, santificarle non è dare, od aggiungere ad esse una qualità fisica ed inerente ; ma èun ricondurle alla loro purità nativa, e comunicarle una virtù superiore alia naturale. Il perchè v’hanno due effetti della santificazione. Il primo, le purifica sottraendole alle influenze del demonio: il secondo, le rende atte a produrre effetti superiori alle forze naturali di esse. Siffattamente purificate, diventano nelle mani dell’uomo strumenti di salute, armi contro il demonio, preservativi contro i pericoli dell’anima e del corpo. Si potrebbero ben apportare molti fatti miracolosi, pubblici e privati, antichi e moderni, dovuti a queste creature insensibili santificate dal segno della croce ; ma per amor di brevità li tralasciamo. Solo avvertiamo, che se le giovani generazioni degli studenti a vece di brontolar favole pagane di Roma, e della Grecia, studiassero la Storia della Chiesa, ed i fasti de’ Santi, i tuoi compagni conoscerebbero de’ fatti ben più singolari di quelli di Alessandro e di Socrate, per Io mezzo delle cose benedette operate (Gretzer p. 896 et seg.). Non è per sola imitazione della santità di Dio, ma altresi per quella della carità, che il segno della croce, guida eloquente e sicura, ci mena, ci sorregge, e spinge nella nostra via. La Carità. — Lo Dio di cui siam figli, e che dobbiamo imitare è carità, Deus churitas est. Questa parola dice tutto, dice quello che Dio è in sè stesso, e nelle sue opere. Il Padre essendo Dio, è carità; il Figlio perchè Dio, l’è parimenti; lo Spirito Santo comecché Dio, non può non esserlo: la Trinità tutta è carità. Conosci tu un nome più bello di questo? E questo nome è ripetuto al nostro cuore ciascuna volta che eseguiamo il segno della croce. Carità vuol dire unione ed effusione. Fra le tre Persone divine tutto è unione ed unità: unità di pensieri, unità di operazione, unità di felicità e di essenza. L’ombra istessa di disaccordo non può turbare questa perfetta, ineffabile armonia; poiché uno ed istesso amore, amore perfetto, eterno ed inalterabile, è il legame delizioso della Trinità. Effusione, essenzialmente comunicativa è la carità; epperò tende a diffondersi esteriormente, e la carità divina con forza ed abbondanza infinita. Ora, le opere di Dio sono la creazione, la conservazione, la redenzione, la santificazione, e la glorificazione. Così creare è amare, conservare l’è parimente; riscattare non è altro per fermo; santificare l’è altresì; glorificare è ancora amare. Ogni carità viene dal cuore. Conosci tu un nome più delizioso? E questo c’è detto ogni volta, che facciamo il segno-delia croce. – Dio è carità. Questa parola dice a tutti i membri della umana famiglia di qualsiasi età e condizione, quello che dobbiamo essere: immagine di Dio, noi dobbiamo somigliargli. Somigliargli è esser carità in noi stessi, e nelle nostre opere. In noi stessi; per Io mezzo soprannaturale della grazia, che unisce fra loro tutte le nostre facoltà, le nobilita, fortifica le une colle altre, e le fa intendere allo stesso scopo, ed attuare in noi la simiglianza perfetta con Dio. Nelle nostre opere; unendoci a tutti gli uomini, per divina ragione come membra dello stesso corpo, facendo battere il nostro cuore all’unisono col loro; spargendosi diffusamente su tutto, che loro appartiene, realizza l’ultimo voto del divino maestro: «Padre, ch’eglino siano uniti, come noi lo siamo. »  Mi arresto a questi brevi cenni, o Federico, tu potrai ben svilupparli. Essi bastano a mostrare l’importanza del segno della croce come guida: ma se i tuoi compagni avessero la sventura di dubitarne, presenta loro le seguenti quistioni: È vero, si, o no, che nulla v’ha di più atto del segno della croce, a ricordarci di Dio, e della Trinità?  – È vero, sì, o pur no, che l’uomo èfatto ad immagine di Dio? – È vero, si o no, che il primo dovere, e la tendenza naturale di qualsiasi essere è di riprodurre in sè il tipo su eui è stato fatto?  – È vero, si o no, che l’uomo che non agogna a formare in sè l’immagine di Dio, egli s’informa all’immagine del demonio, e delle sue sregolate passioni; dimodoché, se non diviene di giorno in giorno più santo, più caritatevole, più di Dio, egli diviene, di giorno in giorno, più perverso, più egoista, più del demonio, più bestia, animalis homo? – È vero si o pur no, che l’uomo tende di continuo, a sua saputa ed insaputa, a rendere tutto a sua immagine, e che da questa azione permanente procede la santificazione, o la perversione, l’ordine o il disordine, la salute o la ruina degl’individui, delle famiglie, delle società, delle credenze e de’ costumi? Per poco ch’eglino abbiano di logica, e soprattutto d’imparzialità, la loro risposta, non ne dubito, sarà quella che dev’essere. Eglino diranno con noi, che niente è meglio fondato, o per parlare come oggidi è in uso, niente è più profondamente filolofico dell’uso frequente del segno della croce. Eglino continueranno dicendo, che, non i primi Cristiani, nè i veri fedeli di tutti i secoli, né la Chiesa Catttolica, nè, in fine, il fiore della umanità caddero in errore, conservando invariabilmente l’uso di questo segno misterioso. Eglino conchiuderanno, che l’errore, il torto, e la vergogna stanno per gli sprezzatori di questo segno; poiché col non eseguirlo, col vergognarsi di farlo, e beffandosi di quelli che lo praticano, si cacciano nel fango della umanità, si rendono inferiori a’ pagani, si assomigliano alle bestie.  Qual cosa mai resta per essi e per noi? Le mie ultime lettere te lo apprenderanno.