Mons. De Ségur: L’INFERNO (3)

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III

L’ETERNITA’ DELLE PENE DELL’INFERNO

L’eternità delle pene dell’inferno è una verità di fede rivelata

    Dio stesso ha rivelato alle sue creature l’eternità delle pene che le attendono nell’inferno, se esse saranno tanto insensate, perverse, ingrate, nemiche di se stesse per ribellarsi alle leggi della sua santità e del suo amore. Riconducetevi, coro lettore, alle testimonianze già citate nel corso di questo opuscolo. Quasi sempre, ricordandoci la rivelazione misericordiosa che si era degnato di fare di questa salutare verità ai nostri progenitori, il Signore nostro Dio parla dell’eternità delle pene dell’inferno, già mentre parla dello stesso inferno. Così attraverso il Patriarca Giobbe e Mosè, Egli ci dichiara che nell’inferno « regna un orrore eterno “sempiternus horror” ». Il testo originale è anche più forte, significando la parola “sempiternus”: sempre eterno, quasi come se volesse dire « eternamente eterno ». Il Profeta Isaia ci ripete il medesimo insegnamento, senza dimenticare questa terribile apostrofe che indirizza a tutti i peccatori: « Chi tra voi potrà dimorare nel fuoco divoratore, nelle fiamme eterne, “cum ardoribus sempiternis?” ». qui ancora il superlativo sempiternus! Nel nuovo Testamento, l’eternità del fuoco e delle pene dell’inferno torna in ogni occasione sulle labbra di Nostro-Signore e sotto la penna dei suoi Apostoli. Qui, riportatevi, caro lettore, a qualche brano che vi abbiamo già citato. Io non ricorderò se non una parola del Figlio di Dio, perché essa riassume solennemente tutte le altre; è la stessa sentenza che presiederà la nostra eternità per tutti: « Venite, benedetti del Padre mio, ed entrate in possesso del reame che vi è stato preparato dall’origine del mondo! Allontanatevi da me, maledetti, ed andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio e i suoi angeli ». Ed il Giudice adorabile aggiunge: « questi andranno al supplizio eterno, e gli altri entreranno nella vita eterna; “in supplicium aeternum, in vitam aeternam” ». – Questi oracoli del Figlio di Dio non hanno bisogno di commenti. Sulla loro chiarezza luminosa la Chiesa appoggia diciannove secoli di insegnamento divino, sovrano ed infallibile, che riguarda l’eternità propriamente detta della beatitudine degli eletti in cielo e delle pene dei dannati all’inferno. Dunque, l’eternità dell’inferno ed i castighi spaventosi costituiscono una verità rivelata, una verità di fede cattolica, “certa” così come l’esistenza di Dio e come gli altri grandi misteri della religione cristiana.

L’inferno è necessariamente eterno a causa della natura stessa dell’eternità.

   Da molto tempo la fragilità naturale dello spirito umano si piega sotto il peso di questo terribile mistero dell’eternità dei castighi dei riprovati. Già dai tempi di Giobbe e Mosè, diciassette o diciotto secoli prima dell’era cristiana, certi spiriti leggeri e troppe coscienze troppo gravate dai carichi parlavano della mitigazione, o del termine delle pene dell’inferno. « Essi immaginano, dice il libro di Giobbe, che l’inferno decresce ed invecchia. » Oggi, come in tutti i tempi, questa tendenza a mitigare e ad abbreviare le pene dell’inferno trova degli avvocati più o meno interessati alla cosa. Ma essi si ingannano. Oltre al fatto che la loro supposizione si fonda solo sull’immaginazione ed è direttamente contraria alle affermazioni divine di GESÙ-CRISTO e della sua Chiesa, essa parte da una concezione assolutamente falsa della natura stessa dell’eternità. Non solo non ci sarà termine, ma nemmeno una mitigazione alle pene dei dannati, perché è totalmente impossibile che ciò possa accadere. La natura dell’eternità vi si oppone in maniera assoluta. L’eternità, in effetti, non è come “i tempi”, composti da una successione di istanti aggiunti l’uno agli altri, i cui insiemi formano i minuti, le ore, i giorni, gli anni, i secoli. Nel tempo si può cambiare, semplicemente perché c’è il tempo di cambiare. Ma se davanti a noi non abbiamo né giorno, né ora, né minuti o secondi, non è evidente che non si possa passare da uno stato ad un altro? Questo è ciò che accade nell’eternità. Nell’eternità non ci sono istanti che succedano ad altri istanti e che ne siano distinti. L’eternità è una modalità di durata dell’esistenza che nulla ha in comune con la nostra terra; noi possiamo conoscerla, ma non possiamo comprenderla. È il mistero dell’altra vita; è una vera e misteriosa partecipazione all’eternità stessa di Dio. Come dice San Tommaso, con tutta la tradizione: l’eternità è « tutta intera in una volta, tota simul ». È un presente sempre attuale, indivisibile, immutabile. Non ci sono secoli accumulati dopo secoli, né milioni di secoli aggiunti ad altri milioni di secoli, queste sono delle maniere tutte terrestri e perfettamente false di concepire l’eternità. Io lo ripeto, la natura stessa dell’eternità, che non assomiglia affatto alle successioni dei tempi, fa sì che ogni cambiamento sia impossibile, sia in bene che in male. Per ciò che riguarda le pene dell’inferno, ogni cambiamento pertanto è impossibile; e così come la cessazione, anche la mitigazione di queste pene costituirebbe necessariamente un cambiamento, dobbiamo concludere, con una certezza completa, che le pene dell’inferno sono assolutamente eterne, immutabili, e che il sistema di mitigazioni non è che una deficienza dello spirito, o un capriccio dell’immaginazione e del sentimento. Quel che sto per riassumere qui sull’eternità, caro lettore, è forse un po’ astratto; ma più ci rifletterete, più ne costaterete la verità. In ogni caso, che noi comprendiamo o non, dobbiamo riferirci al proposito, alla chiarissima, normalissima affermazione di Nostro Signore GESÙ-CRISTO; e con tutta semplicità e certezza della fede, diciamo: « io credo alla vita eterna, “credo vitam aeternam”, vale a dire all’altra vita, che per tutti sarà immortale ed eterna: per i buoni, immortale ed eterna nelle beatitudini del Paradiso; per i cattivi, immortale ed eterna nei castighi dell’inferno. Un giorno Sant’Agostino, Vescovo di Ippona, era occupato a scrutare, almeno finché lo poteva fare il suo potente spirito, la natura di questa eternità, ove la bontà e la giustizia di Dio attende tutte le creature. Egli cercava, approfondiva, a volte intravedeva, a volte si sentiva arrestato dal mistero. Tutto ad un tratto dinanzi a lui apparve, in una luce radiosa, un vecchio dal volto venerabile e tutto splendente di gloria. Era San Girolamo, che quasi centenario, stava per morire in un luogo molto lontano da lui, a Bethleem. Sant’Agostino guardava stupefatto e con ammirazione la celeste visione che si offriva ai suoi occhi: « l’occhio dell’uomo non ha mai visto, gli disse il vegliardo, l’orecchio dell’uomo non ha mai inteso, e lo spirito dell’uomo non potrà mai comprendere quello che tu cerchi di comprendere » … e così sparì. Tale è il mistero dell’eternità, sia in cielo, sia nell’inferno. Crediamo umilmente, e profittiamo del tempo di questa vita affinché, quando per noi cesseranno i tempi, veniamo ammessi alla buona eternità e che, per la misericordia di Dio, evitiamo l’altra.

Altra ragione dell’eternità delle pene: l’assenza di grazia.

Quando anche il dannato avesse davanti a lui il tempo per poter cambiare, per convertirsi ed ottenere misericordia, questo tempo non gli potrebbe servire, perché? Perché la causa dei castighi che egli sconta sarebbe sempre là. Questa causa è il peccato, è il male che ha scelto sulla terra come sua parte. Il dannato è un peccatore impenitente, incontrovertibile. Il tempo per convertirsi, in effetti, non è sufficiente. Ahimè! Noi lo vediamo purtroppo anche in questo mondo. Noi viviamo in mezzo a gente che il buon Dio attende da dieci, venti, trenta, quaranta anni, ed anche più. Per convertirsi è necessaria, inoltre la grazia. Non c’è conversione possibile senza il dono essenzialmente gratuito della grazia di Gesù-Cristo, la quale è il rimedio fondamentale del peccato, ed il primo principio della resurrezione delle povere anime che il peccato ha separato da Dio e così gettato nella morte spirituale. GESÙ-CRISTO ha detto: « Io sono la resurrezione e la vita »; ed è con il dono della sua grazia che Egli risuscita le anime morte e che le conserva in seguito in vita. Ora nella sua saggezza onnipotente, questo sovrano Signore ha stabilito che in questa vita, che è il tempo della nostra prova, la sua grazia ci sarà data al fine di farci evitare la morte del peccato, e di farci credere nella vita dei figli di Dio. Nell’altro mondo, non c’è più il tempo della grazia né della prova, ma quello della ricompensa eterna per coloro che avranno corrisposto alla grazia vivendo cristianamente ed il tempo dei castighi eterni per coloro che avranno respinto la grazia, morendo nel peccato. Tale è l’ordine della Provvidenza, e nulla lo cambierà. Dunque, nell’eternità non ci sarà più grazia per i peccatori riprovati, e poiché senza la grazia, è assolutamente impossibile pentirsi efficacemente, così com’essa è necessaria per ottenere il perdono, il perdono stesso è impossibile; la causa del castigo rimane sempre, ed il castigo, che non è che l’effetto del peccato, sussiste egualmente. Senza grazia, non c’è pentimento, senza pentimento non c’è conversione, senza conversione nessun perdono, senza perdono, nessuna mitezza né cessazione possibile della pena. Non è ragionevole? Il ricco malvagio del Vangelo non si pente nel fuoco dell’inferno. Egli non dice: « io mi pento! », e non dice nemmeno « io ho peccato ». Egli dice: « Io soffro terribilmente in questa fiamma! » È il grido del dolore e della disperazione, non il grido del pentimento. Egli non si cura di implorare il perdono, non pensa che a se stesso ed al suo sollievo. L’egoista chiede invano una goccia d’acqua che potrebbe dargli sollievo: questa goccia d’acqua è il tocco della grazia che lo salverebbe; gli viene risposto che questo è impossibile. Egli detesta il castigo, non la causa. È la storia raccapricciante di tutti i dannati. Quaggiù la città di Dio e la città di satana sono come insieme mischiate; si può passare dall’una all’altra; da buono si può diventare cattivo, o da cattivo si può diventare buono. Ma tutto questo cesserà al momento della morte. Allora irrevocabilmente le due città saranno separate, come dice il Vangelo, non si potrà passare dall’una all’altra, dalla città di Dio alla città di satana, dal Paradiso all’inferno, e viceversa dall’inferno al Paradiso. In questa vita tutto è imperfetto, il bene come il male; nulla è definitivo; e non essendo mai rifiutata a nessuno la grazia di Dio, si può sempre sfuggire al male, all’impero del demonio, alla morte del peccato, finché si è in questo mondo. Ma come già detto, tutto questo appartiene alla vita presente; ma dal momento che un poveraccio in stato di peccato mortale, ha dato l’ultimo respiro, tutto cambia aspetto: l’eternità succede al tempo; di momenti della grazia e della prova non ce n’è saranno più; la resurrezione dell’anima non è più possibile, e l’albero caduto a sinistra, resterà sempre a sinistra. Dunque, la sorte dei riprovati è fissata per sempre; nessun cambiamento, nessuno sconto di pena, nessuna sospensione, nessuna cessazione dei loro castighi è più possibile. A loro manca non solo il tempo, ma pure la grazia!

Terza ragione dell’eternità delle pene : la perversità della volontà dei dannati.

   La volontà dei dannati, è come pietrificata nel peccato, nel male, nella morte soprannaturale. Che cosa in questa vita rende possibile il fatto che un peccatore possa convertirsi? Innanzitutto, come detto, che ne abbia il tempo e poi che il buon Dio gli conceda sempre la grazia. Ma inoltre, poiché egli è libero, che la sua volontà possa, di sua scelta, ritornare dal lato di Dio. Si tratta infatti di un atto di libera volontà quello che ha allontanato il peccatore dal suo Dio; ed è pertanto con un altro atto di libera volontà, attraverso la grazia di questo Dio buono, che può tornare a Lui, pentirsi e, da povero figliuol prodigo, tornare perdonato alla casa paterna. Ma al momento della morte, ecco che accade per la libertà quel che avviene per la grazia: è finita, finita per sempre. Non si tratta più di scegliere, ma di dimorare in quel che si è scelto. Voi avete scelto il bene, la vita: possederete per sempre il bene e la vita. Voi avete scelto follemente il male e la morte: voi siete nella morte, e per sempre, e solo perché voi l’avete voluto quando potevate volerlo. È l’eternità delle pene! – Ancora oggi nel palazzo di Versailles si può osservare la camera dove morì Luigi XIV, il 1 settembre 1715. Vi sono gli stessi mobili, ed il particolare lo stesso pendolo. Per un sentimento di rispetto per il grande re morto, si arrestò questo pendolo nel momento in cui egli diede l’ultimo respiro, alle quattro , trenta ed un minuto; poi non è stato più toccato. E così dopo cento sessanta anni, la lancetta immobile del quadrante segna le quattro, trenta e un minuto. È una immagine suggestiva dell’immobilità in cui entra e resta la volontà dell’uomo nel momento in cui lascia questa vita. La volontà del peccatore dannato resta dunque necessariamente quella del momento della morte. Così com’è, resta immobilizzata, è eterizzata, se così si ci si può esprimere. Il dannato vuole sempre e necessariamente il male che ha fatto, dice S. Bernardo. Il male e lui fanno un tutt’uno; è come un peccato vivente, permanente, immutabile. Così come i beati, che vedono Dio nel suo amore e Lo amano necessariamente, i riprovati, non vedendo Dio che nei castighi della sua giustizia, Lo odiano necessariamente. Io vi chiedo allora: non è una giustizia rigorosa quella che colpisca con un castigo immutabile una immutabile perversità? E che una pena eterna, sempre la stessa, punisca una volontà eternamente fissata nel male, eternamente staccata da Dio con la rivolta e l’odio, una volontà bloccata nel sempre peccare? Da ciò che stiamo per dire, come da quel che precede, risulta in modo evidente che nell’inferno i dannati non avendo né il tempo, né la grazia, né la volontà di convertirsi, non possono essere perdonati e devono necessariamente subire un castigo immutabile ed eterno; infine come rigorosa conseguenza, le pene dell’inferno, non solo non avranno mai fine, ma non sono suscettibili di queste mitigazioni con le quali ci si vorrebbe illudere.

Se è vero che Dio sia ingiusto nel punire con delle pene eterne dei peccati momentanei.

   Si tratta di una vecchia obiezione, sollevata per timore da coscienze malconce. Nel quarto secolo l’illustre arcivescovo di Costantinopoli, S. Giovanni Crisostomo, la risolveva già in questi termini: « C’è chi dice “io ho messo solo un istante ad uccidere un uomo, a commettere un adulterio, e per questo peccato di un momento, devo subire delle pene eterne” ». « Sì certamente, perché ciò che Dio giudica nel peccato, non è il tempo impiegato nel commetterlo, ma la volontà che lo fa commettere ». Ciò che abbiamo già detto sarebbe già sufficiente per eliminare anche l’ombra di una difficoltà. Essendo nell’inferno assolutamente impossibile la conversione ed il cambiamento, per difetto di tempo, di grazia e di libertà, la causa del castigo sussiste eternamente nella sua interezza, e deve, a rigor di giustizia, produrre eternamente il suo effetto. Nulla da eccepire. Si tratta di pura giustizia. Voi trovate ingiusto che Dio possa con una pena eterna punire dei crimini di un istante? Ma vedete cosa accade ogni giorno nell’umana società. Tutti i giorni essa punisce con la morte assassini, parricidi, incendiari etc. che hanno perpetrato il loro crimine nell’arco di qualche minuto. È questo ingiusto? Chi oserebbe dirlo? Ora che cos’è la pena di morte nell’umana società? Non è una pena perpetua, senza ritorno? Senza mitigazione possibile? Questa pena di morte priva per sempre dalla società degli uomini, come l’inferno priva per sempre dalla società di Dio. Perché dovrebbe essere altrimenti per i crimini di lesa maestà divina, vale a dire per i peccati mortali? – Ma qui il tempo non ha nulla a che fare col peso morale del peccato. Come diceva S. Giovanni Crisostomo, non è la durata dell’atto colpevole che viene punita nell’inferno con una pena eterna, ma è la perversità della volontà che ha fatto agire il peccatore e che la morte è venuta ad immobilizzare. Persistendo sempre questa perversità, il castigo vi si applica eternamente: lungi dall’essere ingiusto, è tutto ciò che c’è di più giusto, ed anche necessario. La santità infinita di Dio non deve respingere forse eternamente un essere che si trova in uno stato eterno di peccato? Tale è il riprovato nell’inferno. E poi chiunque vi rifletterà seriamente noterà che in ogni peccato mortale vi è un doppio carattere: il primo, che è essenzialmente finito, è l’atto libero della volontà che viola la legge di Dio e pecca; il secondo, che è infinito, è l’oltraggio fatto alla santità, alla Maestà infinita di Dio. Da questo punto di vista, il peccato racchiude una malizia in qualche modo infinita: « quamdam infinitatem », dice San Tommaso. Ora la pena eterna risponde in modo esatto a questo carattere finito ed infinito del peccato. Essa stessa è finita ed infinita: finita nell’intensità; infinita ed eterna nella durata. Finita quanto alla durata dell’atto e alla malizia della volontà di colui che pecca, per cui il peccato è punito con una pena più o meno considerevole, ma sempre finita in intensità; infine in rapporto alla santità di Colui che è offeso, è punito con una pena di durata infinita, cioè eterna. Ancora una volta niente di più logico, di più giusto delle pene eterne che nell’inferno puniscono il peccato ed il peccatore. Ciò che non sarebbe giusto, sarebbe che tutti i riprovati subissero la stessa pena. In effetti è evidente che non sono colpevoli tutti allo stesso modo. Tutti sono nello stato di peccato mortale; uniti in questo, meritano tutti ugualmente una pena eterna; ma non essendo colpevoli tutti allo stesso grado, l’intensità di questa pena eterna è esattamente proporzionale al numero ed alla gravità della colpa di ognuno. Ancora una volta abbiamo una giustizia perfetta, una giustizia infinita. Infine ancora un’osservazione molto opportuna: se le pene del peccatore impenitente, riprovato nell’inferno, avevano un fine, questo sarebbe lui stesso, e non il Signore, che avrebbe quindi l’ultima parola nella sua lotta sacrilega contro Dio. Egli potrebbe dire a DIO: « Io prendo il mio tempo, voi prendete il vostro. Ma che il vostro tempo sia corto o lungo, io finirò sempre per avere la meglio su di Voi; io sarò maestro della situazione ed un giorno, che vogliate o non, io dividerò la vostra gloria e la beatitudine eterna nei cieli ». È possibile, io vi domando? – Dunque da questo punto di vista ancora, ed indipendentemente dalle ragioni perentorie che esporremo, la Giustizia, la Santità divina, richiede di stretta necessità che i castighi dei dannati siano eterni. – « Ma la bontà di DIO? » … forse qualcuno penserà! – La bontà di DIO qui non ha nulla a che fare: l’inferno è il luogo della sua giustizia, infinita come la sua bontà. La bontà di DIO si esercita sulla terra, dove Egli perdona tutto, sempre ed immediatamente dopo il pentimento. Nell’eternità la bontà non si esercita più, perché non c’è che da coronare nelle gioie del cielo la sua opera compiuta sulla terra col perdono. Vedreste per caso che, nell’eternità DIO esercitasse la sua bontà nei confronti di gente che ne hanno abusato indegnamente sulla terra, e che non vi hanno fatto ricorso nel momento della morte, e che ora non ne vogliono e non possono più volerne? Questo sarebbe semplicemente assurdo. Da parte di DIO soprattutto, la bontà non potrebbe esercitarsi a spese della giustizia. – Dunque, punendo con delle pene eterne delle colpe passeggere, lungi dall’essere ingiusto, DIO è giusto, anzi giustissimo.

Se è lo stesso per i peccati di debolezza.

   Senza volere scusare oltre misura i peccati di debolezza di cui gli stessi cristiani si rendono molto spesso colpevoli, occorre riconoscere che c’è un abisso tra quelli che li commettono e coloro che la Sacra Scrittura chiama in genere “i peccatori”. Questi sono le anime perverse, i cuori impenitenti che operano il male per abitudine, senza rimorsi, come cosa ordinaria, e che vivono senza DIO, in rivolta permanente contro GESÙ-CRISTO. Questi sono i peccatori propriamente detti, i peccatori di professione. « Essi peccano finché vivono, diceva San Gregorio; essi peccherebbero sempre se potessero vivere sempre; essi vorrebbero vivere sempre per poter sempre peccare. Per costoro, una volta che sono morti, la giustizia del sovrano Giudice esige evidentemente che non siano mai senza castigo, perché essi non hanno mai voluto essere senza peccato ». Queste non sono le disposizioni degli altri: una quantità di povere anime cadono in peccato mortale, e ciò nonostante esse non sono né cattive né corrotte, ed ancor meno empie, è la fragilità che le fa cadere, e non l’amore per il male nel quale esse cadono. Esse somigliano ad un bambino strappato dalle braccia della madre con violenza o per seduzione; che si lasciano così separare da essa, ma con dispiacere, senza mai lasciarla con lo sguardo e tendendo sempre a lei le braccia; non appena il seduttore lo lascia, egli torna a gettarsi subito pentito e gioioso nelle braccia della buona madre. Tali sono questi poveri peccatori occasionali, quasi per caso, che non amano il male che commettono, e la cui volontà non è gangrenata, almeno nel fondo. Essi subiscono il peccato piuttosto che ricercarlo; essi si pentono già nel momento in cui vi si abbandonano. Di tali peccati, non sono essi ben più scusabili? E come la misericordia adorabile del Salvatore non accorderebbe con facilità, soprattutto nel momento decisivo della morte, grandi grazie di pentimento e di perdono ai figliuol prodighi che, pur offendendoLo, non Gli hanno voltato le spalle, e che, pur lasciandosi trasportare lontano da Lui, non Lo hanno lasciato con lo sguardo e col desiderio? Si può affermare che il DIO che ha detto : « mai rigetterò colui che viene a me », troverà sempre nel suo divino Cuore dei segreti di grazie e di misericordie sufficienti per strappare queste povere anime alla eterna dannazione. Ma, diciamolo ben forte, questo è un segreto del Cuore di DIO, un segreto impenetrabile alle creature, sul quale non bisogna contare troppo, perché lascia comunque sussistere questa terribile dottrina, che è di fede, e cioè che ogni uomo che muore in peccato mortale è eternamente dannato e destinato nell’inferno ai castighi che meritano le sue colpe. Una parola per finire. Che gli spiriti sottili e le « anime sensibili » che cercano di cavillare in luogo di credere semplicemente e di santificarsi, si rassicurino pensando ai riprovati. La giustizia, la bontà, la santità di Nostro Signore regoleranno tutto al meglio, sia nell’inferno che nel purgatorio, là non ci sarà nemmeno l’ombra di una qualsiasi ingiustizia. Tutti coloro che saranno all’inferno avranno perfettamente meritato di esservi e di dimorarvi eternamente, per quanto terribili possano essere le loro pene, pene assolutamente proporzionate alle loro colpe. Qui non è come per i tribunali, le leggi e i giudici della terra, che possono ingannarsi, colpire ingiustamente, punire troppo o troppo poco: il Giudice eterno e sovrano GESÙ-CRISTO sa tutto, vede tutto, può tutto; Egli è più che giusto, è la Giustizia stessa, e nell’eternità, come ha dichiarato con la sua stessa bocca, « renderà a ciascuno secondo le sue opere », né più, né meno. Dunque, benché spaventose, incomprensibili allo spirito umano, le pene eterne dell’inferno saranno sovranamente, eternamente giuste.

Chi sono coloro che prendono la strada dell’inferno?

In primo luogo sono gli uomini che abusano della loro autorità, in un ordine qualunque, per indurre i loro subordinati al male, sia con la violenza, sia con la seduzione. « Un duro giudizio li attende ». Veri satana della terra, essi sono coloro ai quali si indirizza, nella persone del padre, la terribile parola della Scrittura: « O lucifero, come sei caduto dalle altezze del cielo? » – Sono tutti coloro che abusano dei doni dello Spirito per distogliere dal servizio di Dio la povera gente e per strappar loro la fede. Questi pubblici corruttori sono gli eredi dei farisei del Vangelo, e cadono sotto l’anatema del Figlio di DIO: « Maledetti a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché chiudete agli uomini il regno dei cieli. Voi non vi entrate, ed impedite agli altri che vi entrino. Maledetti voi, scribi e farisei ipocriti! Perché voi percorrete la terra e i mari per fare un proselito; e quando lo avete guadagnato, fate di lui un figlio dell’inferno, due volte peggio di voi. » – A questa categoria appartengono gli empi pubblicisti, professori di ateismo ed eresie, e questa turba di scrittori senza fede e senza coscienza che ogni giorno mentono, calunniano, blasfemano coscientemente, e di cui il demonio, padre della menzogna, si serve per perdere le anime ed insultare GESÙ-CRISTO. Poi vi sono gli orgogliosi che, pieni di se stessi, disprezzano gli altri e contro di loro scagliano impietosamente la pietra. Gli egoisti, i ricchi malvagi che affogando nella ricerca del lusso e della sensualità, non pensano che a se stessi e dimenticano i poveri. Ne è testimone il ricco malvagio del Vangelo, del quale DIO stesso ha detto: « … egli fu sprofondato nell’inferno. ». Poi ci sono gli avari che sognano solo di accumulare scudi, e che dimenticano GESU’-CRISTO e l’eternità. Gli uomini d’affari, che mediante operazioni più che dubbie, per mezzo di ingiustizie consumate in segreto e commerci disonesti, sottraendo magari illecitamente i beni della Chiesa, fanno o hanno fatto la loro fortuna, grande o piccola, su basi che la legge di DIO condanna. Di essi è scritto: « che non possederanno il regno dei cieli ». Ci sono poi i voluttuosi, che vivono tranquillamente, senza rimorsi, con le loro impudiche abitudini, che si abbandonano a tutte le passioni, che hanno come Dio il loro ventre, che finiscono per non aver altra felicità che nei piaceri bestiali e grossolani dei sensi. Vi sono le anime mondane, frivole, che non pensano che a divertirsi, che a trascorrere il tempo follemente, le persone oneste secondo il mondo ma che dimenticano la preghiera, il servizio di DIO, i Sacramenti di salvezza, che non hanno alcuna preoccupazione della vita cristiana, non pensano affatto alla propria anima; essi vivono in uno stato di peccato mortale, e la lampada della propria coscienza è spenta, senza che essi se ne inquietino. Se il Signore viene all’improvviso, come ha predetto, essi ascolteranno la terribile risposta che Egli indirizza alle vergini stolte del Vangelo: « non vi conosco! ». Maledetto l’uomo che non è rivestito dell’abito nuziale! Il Giudice sovrano ordinerà ai suoi Angeli di afferrare, al momento della morte, « il servitore inutile » per farlo gettare, piedi e mani legati, nell’abisso delle tenebre esteriori, cioè nell’inferno! Coloro che vanno all’inferno, sono le coscienze false ed ambigue che calpestano, con cattive confessioni e comunioni sacrileghe, il Corpo ed il Sangue del Signore, « mangiando così e bevendo la propria condanna », secondo la terribile parola di San Paolo. Ed ancora abbiamo le persone che abusano delle grazie di DIO, trovano il modo di essere malvagi negli ambienti più santi; sono i cuori pieni di odio, che rifiutano di perdonare. Infine abbiamo i settari della franco-massoneria e le vittime insensate delle società segrete, che si votano, per così dire, al demonio e giurano solennemente di vivere e morire fuori dalla Chiesa, senza Sacramenti, senza GESÙ-CRISTO, e di conseguenza, contro GESÙ-CRISTO. Non è detto che tutte queste povere persone andranno certamente all’inferno, ma esse vi si dirigono, cioè vi si incamminano. Fortunatamente per loro, non vi sono ancora giunte, e si spera che prima della fine del loro viaggio, essi preferiscano convertirsi umilmente piuttosto che bruciare eternamente. Ahimè, il cammino che conduce all’inferno è così largo, così comodo! Va sempre in discesa, è sufficiente lasciarsi andare. Il Nostro Salvatore ce lo dice a chiare lettere: « la via che porta alla perdizione è larga e molti vi si incamminano! ». Esaminatevi, lettore amico mio; e se per disgrazia avete bisogno di mutare percorso, di grazia, non esitate, e portatevi fuori dalla strada dell’inferno finché siete ancora in tempo.

Se sia certa la dannazione di qualcuno che si vede morire in malo modo

   No. Questo è un segreto che appartiene solo a DIO. Ci sono persone che mandano tutti all’inferno, così come altri che mandano tutti in cielo. I primi credono di essere giusti, i secondi caritatevoli. In verità entrambi si ingannano; il loro primo errore è voler giudicare le cose che all’uomo non è dato conoscere quaggiù. Vedendo morire qualcuno in malo modo, si deve indubbiamente tremare, e non dissimulare la terrificante probabilità di una eterna riprovazione. È così che a Parigi, qualche anno orsono, una disgraziata madre, apprendendo la morte di suo figlio avvenuta in   circostanze raccapriccianti, presa da crisi di disperazione, restò in ginocchio per due giorni. Trascinandosi da un mobile all’altro, tra crisi continue di disperazione e ripetendo incessantemente: “figlio mio, povero figlio mio!! … nel fuoco! … bruciare, bruciare eternamente!!”. Era orribile sia il vederla che il sentirla. Ma nondimeno, benché probabile, benché possa sembrare certa la perdita eterna di qualcuno, resta sempre, nell’impenetrabile mistero di ciò che passa tra l’anima e DIO nel momento supremo, il non disperare. Chi potrà dire cosa passa nel profondo delle anime, anche nelle più colpevoli, in questo istante unico in cui il DIO di bontà, che ha creato tutti gli uomini per amore, che li ha riscattati col suo sangue e vuole la salvezza di tutti, fa necessariamente, per salvare qualcuno di essi, un ultimo sforzo di grazia e di misericordia? Ci vuole così poco tempo alla volontà per rivolgersi a DIO! – Anche la Chiesa non tollera affatto che si pronunci, come certuni fanno, la dannazione certa per chicchessia. Questo è un usurpare il ruolo di DIO. salvo Giuda e qualcun altro la cui riprovazione è più o meno esplicitamente rivelata da DIO stesso nelle Sante Scritture, la dannazione di qualcuno non è assolutamente sicura. La Santa Sede ne ha dato una curiosa prova non molto tempo orsono, in occasione della beatificazione di un grande servo di DIO, il P. Pallotta, che è vissuto e morto a Roma in concetto di grande santità, sotto il Pontificato di Gregorio XVI. Un giorno il santo prete accompagnava all’ultimo supplizio un assassino della peggior specie, che rifiutava ostinatamente di pentirsi, si beffava di Dio, blasfemava, sghignazzava fin sul patibolo. Il P. Pallotta aveva esaurito tutti i mezzi di conversione. Egli era sul patibolo, al fianco di questo miserabile; col viso bagnato di lacrime, si era gettato in ginocchio, supplicandolo che chiedesse perdono per i sui crimini, mostrandogli l’abisso aperto dell’inferno nel quale stava per cadere: a tutto questo il mostro aveva risposto con un insulto ed un’ultima blasfemia; e la sua testa cadde sotto il colpo fatale. Nell’esaltazione della sua fede, del suo dolore, della sua indignazione, e perché questo turpe scandalo si potesse trasformare per la folla che assisteva in una lezione salutare, il povero prete si alzò, prese per i capelli la testa sanguinante del giustiziato e presentandola alla moltitudine : « Vedete – gridò con voce tuonante -guardate bene, ecco la faccia di un dannato! » Questa pulsione di fede era certo ben concepibile, ed in un certo senso era ammirevole. Questo però fu sufficiente per arrestare il processo di beatificazione del venerabile Pallotta; tanto la Chiesa è Madre di misericordia e tanto Ella spera, anche contro la speranza, poiché si tratta della salvezza eterna di un’anima! È così che si può lasciare qualche speranza e portare qualche consolazione ai veri cristiani al cospetto di certe morti terrificanti, improvvise ed impreviste, o anche positivamente cattive. A giudicare dall’apparenza, queste povere anime sono evidentemente perse; da tanti anni quel vecchio viveva lontano dai Sacramenti, si beffava della Religione, ostentava incredulità! Questo povero giovane, morto senza potersene rendere conto, si comportava così male, ed i suoi costumi così deplorevoli! Quest’uomo, questa donna sono stati sorpresi dalla morte in un momento così cattivo, e sembrava certo che non abbiano avuto il tempo di rientrare in se stessi! Non importa, noi non dobbiamo, non possiamo dire in maniera assoluta che essi sono dannati. Senza nulla togliere ai diritti della Santità e della Giustizia di Dio, non perdiamo mai di vista, quelli della sua Misericordia. A questo proposito ricordo un fatto straordinario, e nello stesso tempo molto consolante. La fonte da cui lo traggo è per me una garanzia assoluta della sua perfetta autenticità. In uno dei migliori conventi di Parigi, ancora oggi vive una religiosa, di origine giudaica, notevole per le sue alte virtù e la sua intelligenza. I suoi genitori erano israeliti, e non so come, all’età di circa venti anni, ella si convertì e ricevette il battesimo. Sua madre era una vera giudea; prendeva sul serio la sua religione, e praticava di conseguenza tutte le virtù di una buona madre di famiglia. Ella amava sua figlia con passione. Quando apprese della conversione della figlia, entrò in un furore indescrivibile; a partire da questo giorno si scatenò ininterrottamente con minacce e stratagemmi di ogni genere per riportare « l’apostata », come ella la definiva, alla religione dei suoi padri. Dal canto suo, la giovane cristiana, piena di fede e di fervore, pregava incessantemente e faceva di tutto per ottenere la conversione di sua madre. Costatando la sterilità assoluta dei suoi sforzi, e pensando che un grande sacrificio, più che tutte le preghiere, potesse ottenerle la grazia che impetrava, si risolse di darsi tutta a GESÙ-CRISTO e di farsi religiosa; cosa che mise in atto coraggiosamente. All’epoca aveva circa venticinque anni. La disgraziata madre fu più esasperata che mai nei confronti della figlia e verso la Religione cristiana, cosa che faceva aumentare ancor più l’ardore della novella religiosa per conquistare a DIO un’anima a lei tanto cara. Ella continuò così per venti anni. Vedeva sua madre di tanto in tanto, l’affetto materno si era in parte ridestato, ma, almeno in apparenza, non si intravedeva nessun progresso sul versante dell’anima. Un giorno la povera religiosa ricevette una lettera che la metteva al corrente della morte improvvisa della madre: l’avevano trovata morta nel suo letto. Descrivere la disperazione della religiosa sarebbe impresa impossibile. Come impazzita, non sapendo che cosa facesse o dicesse, corse, con la lettera in mano, a gettarsi ai piedi del Santo-Sacramento; e quando i suoi singhiozzi le permettevano di pensare e parlare, ella disse, o piuttosto gridò a Nostro Signore. « Dio mio, è così che avete esaudito le mie suppliche, le mie lacrime e tutto ciò che ho fatto per venti anni? » Ed enumerando, per così dire, i suoi sacrifici di ogni genere, ella aggiunse, con strazio inesprimibile: « … e pensare che malgrado tutto ciò, mia madre, la mia povera madre, è dannata! » Ella non aveva completato la frase, che una voce uscì dal Tabernacolo dicendole: « E che ne sai tu? » Spaventata la povera suora restò interdetta. « Sappi, riprese la voce del Salvatore, che per confonderti e consolarti nello stesso tempo, Io ho dato a tua madre, nel momento supremo, una grazia così potente di luce e di pentimento, che la sua ultima parola è stata: « Io mi riposo e muoio nella Religione di mia figlia ». Tua madre è salva, è in Purgatorio … e non smettere di pregare per lei ». – Io ho sentito raccontare più volte dei fatti analoghi. Qualunque sia l’autenticità di ciascun caso in particolare, essi testimoniano una così grande e dolce verità, e cioè che in questo mondo la misericordia di DIO sovrabbonda, che all’ultimo momento, Ella compie uno sforzo spremo per strappare i peccatori all’inferno; e che infine qui cadono tra le mani dell’eterna Giustizia, solo coloro che rifiutano fino alla fine gli approcci della Misericordia.

CONCLUSIONI PRATICHE  

Uscire immediatamente e ad ogni costo dallo stato di peccato mortale.

   Quali pratiche conclusioni possiamo trarre da tutto questo, mio buono e caro lettore? Queste grandi verità non ci vengono rivelate da DIO che per ispirarci fortemente il timore che è, con la fede, la base della salvezza, timore della giustizia e dei giudizi di DIO; timore del peccato che porta all’inferno; timore di questa dannazione e maledizione spaventosa, di questa disperazione senza fine, di questo fuoco sovrannaturale che penetra nello stesso tempo le anime e i corpi, di queste tenebre oscure, di questa orribile società di satana e dei demoni, infine, dell’eternità immutabile di tutte queste pene, giustissimo castigo del riprovato.

COME EVITARLO

   Certo è una buona, anzi ottima cosa aver fiducia nella misericordia senza misura, ma, alla luce della vera fede, la speranza non deve essere separata dal timore, e se la speranza deve sempre dominare il timore, questo avviene a condizione che il timore sussista come le fondamenta di una casa, che danno a tutto l’edificio forza e solidità. Così il timore della giustizia di DIO, la paura del peccato e dell’inferno deve allontanare dall’edificio spirituale della nostra salvezza ogni vana presunzione. Lo stesso DIO che ha detto: « Mai rigetterò colui che viene a me » , ha detto egualmente : « Preparate la vostra salvezza con timore e tremore ». Bisogna santamente temere per aver il diritto di sperare santamente. In presenza degli abissi brucianti ed eterni dell’inferno, rientrate in voi stessi, mio caro lettore, ma per bene e seriamente. Come vi trovate ora? Siete nello stato di grazia? non avete sulla coscienza qualche grave peccato per cui, se moriste improvvisamente questo potrebbe compromettere la vostra eternità? In questo caso, credetemi, non esitate a pentirvi sinceramente, poi andate a confessarvi oggi stesso appena avete un momento disponibile. È necessario dirvi, che di fronte all’inferno, tutto passa in secondo ordine, ed è imperativo, -sentitemi bene- assolutamente imperativo, assicurare la vostra salvezza. « A che serve all’uomo guadagnare il mondo, se poi perde la sua anima? Ha detto a tutti noi il Giudice sovrano, e cosa potrà dare in cambio della sua anima? » –   Non rimandate a domani quel che potete fare oggi! E poi … siete sicuri che ci sarà un domani per voi? Io ho conosciuto una volta, in un piccolo villaggio della Normandia, un povero uomo che dopo il suo matrimonio, cioè dopo trenta anni, s’era lasciato prendere dai suoi affari, dal suo piccolo commercio e poi, bisogna dirlo, dall’osteria e dal vino, tanto che aveva finito per dimenticare il servizio di DIO. Egli non era malvagio, tutt’altro. Due o tre mezzi attacchi gli avevano fatto paura, ma sfortunatamente non tanto da farlo tornare ai suoi doveri. Le feste di Pasqua si avvicinavano. Il suo curato lo incontrò una sera e gli parlò molto francamente! « Signor curato, rispose l’altro, io vi ringrazio per la vostra bontà, ci penserò, ve lo prometto, parola di uomo onesto. Se non vi dispiace, tornerò a parlare con voi fra qualche giorno. » Il giorno seguente si trovò il corpo del povero uomo in un fiume là vicino: attraversandolo a cavallo, era stato colpito da apoplessia ed era caduto nell’acqua. – Due anni or sono, nel quartiere latino, uno studente di ventiquattro anni, che dopo il suo arrivo a Parigi, si era dato ai bagordi con tutti i comportamenti tipici dei giovani, riceveva un giorno la visita di uno dei suoi compagni, così buono e puro come poco lo era lui stesso. Era un compatriota che veniva a chiedergli nuove circa il suo paese. Dopo qualche minuto di conversazione, questi si ritirò. Ma ricordandosi subito che aveva dimenticato uno dei suoi libri dall’amico, tornò a bussare alla sua porta. Egli dormiva, nessuna risposta. La chiava era però nella serratura. Dopo aver suonato e bussato di nuovo, entrava … il disgraziato era steso a terra morto stecchito. Non era passato neppure un quarto d’ora da quando l’amico lo aveva lasciato. Un aneurisma, pare, gli avesse lesionato il cuore. Si trovò una scrivania piena di lettere abominevoli, ed i soli libri che componevano la sua esigua biblioteca, erano dei più osceni che si trovassero. Esempi del genere si potrebbero moltiplicare senza numero, senza contare poi i mille incidenti che ogni giorno fanno per così dire, passare repentinamente dalla vita alla morte; gli incidenti ferroviari e stradali, ad esempio, le cadute da cavallo, gli incidenti di caccia o di navigazione, i naufragi, etc. essi mostrano con maggiore eloquenza che tutti i ragionamenti, che bisogna sempre essere pronti a comparire davanti a DIO, che non bisogna giocarsi la proprie eternità con un “forse”, e che l’uomo in stato di peccato mortale che non pensa a riconciliarsi immediatamente con DIO con il pentimento e la confessione, è un folle che danza su un abisso, un triplice folle. « Io non comprendo – diceva S. Tommaso – come un uomo in stato di peccato mortale sia capace di ridere e scherzare ». Egli si espone con gaiezza di cuore a sperimentare a sue spese le profondità di questa parola spaventosa dell’Apostolo San Paolo: « È una cosa orribile cadere tra le mani del DIO vivente ».

Evitare con grande cura le occasioni pericolose e le illusioni  

   Ma non si tratta solo di vivere nello stato di peccato mortale quando si è avuta la sventura di cadervi. Bisogna portare ancora più lontano il nostro zelo della eterna salvezza, e prendere delle precauzioni ancora più serie. Non bisogna contentarsi di uscire al più presto dalla via dell’inferno, bisogna evitare di esserne avviati. Bisogna ad ogni costo evitare le occasioni di caduta, soprattutto quelle che per triste esperienza hanno dimostrato la loro pericolosità. Un cristiano, un uomo con senso comune, affronta tutto, sopporta tutto per sfuggire al fuoco dell’inferno. DIO stesso non ha forse detto: « Se la vostra mano destra, se il vostro piede, se il vostro occhio, se ciò che avete di più caro al mondo è per voi occasione di peccato, tagliatelo, cavatelo senza esitare; è meglio entrare, non importa a quali condizioni, nel regno di DIO e nella vita eterna, piuttosto che essere gettati nell’abisso del fuoco, nel fuoco eterno, ove il rimorso non muore mai, ed il fuoco mai si estinguerà ». – Nessuna illusione al riguardo! Le illusioni sono il movimento aggirante con il quale il nemico cerca di sorprenderci quando non riesce ad avere garanzie da un attacco frontale e fa che queste illusioni siano perfide, sottili, multiple, frequenti! Esse si attaccano a tutto, ma più particolarmente all’egoismo, con i suoi freddi calcoli e le sue raffinatezze; sopra ogni sfumatura di insurrezione dello spirito contro la fede, contro l’intera sottomissione dovuta all’autorità della Santa Sede e della Chiesa; sulle pretese necessità di salute o di abitudini, che fanno scivolare insensibilmente nella fossa dell’impurità; sugli usi e le convenienze del mondo in mezzo alle quali si vive, e che vi introducono facilmente nel turbinio del piacere, della vanità, dell’oblio di DIO, e nella negligenza della vita cristiana: infine sull’accecamento della cupidigia che spinge tanta gente a frodare, con il pretesto della necessità del commercio nel generale costume negli affari, della saggia preveggenza per l’avvenire dei figli, etc. Ma lo ripeto, nessuna illusione! Quanti riprovati sono oggi all’inferno che non vi sono entrati che da quest’ultima porta! Si può sedurre se stessi, almeno in una certa misura, ma non si saprebbe ingannare lo sguardo di DIO. – La stessa vita religiosa non sempre è sufficiente a preservarcene. Sappiatelo bene, ci sono religiosi all’inferno; ce ne sono pochi, io spero, ma infine ve n’è. E come sono arrivati là? Con il fatale cammino delle illusioni: illusioni che riguardano l’obbedienza, la pietà, la povertà, la castità, la mortificazione, l’uso della scienza, ed altro, che so? … è com’è largo questo cammino delle illusioni! Qui ne darò un esempio, preso dalla vita di S. Francesco d’Assisi. Tra i principali appartenenti al nascente ordine dei Frati Minori, vi era un certo fra’ Giovanni da Strachia, la cui passione per la scienza minacciava di far deviare i suoi religiosi dalla semplicità e dalla santità della loro vocazione. San Francesco lo aveva avvertito a più riprese, ma sempre invano. Giustamente sgomento della funesta influenza che questo provinciale esercitava, lo depose in pieno Capitolo, dichiarando che Nostro-Signore gli aveva rivelato che bisognava agire con questo rigore, perché l’orgoglio di questo uomo aveva attirato su di lui la maledizione di DIO. L’avvenire lo dimostrò ben presto. Il disgraziato morì in effetti in mezzo alla più terribile disperazione, gridando: « Sono dannato e maledetto per l’eternità! » – E delle raccapriccianti circostanze che seguirono alla sua morte confermarono questa sentenza.

Assicurarsi la salvezza eterna con una vita seriamente cristiana

Volete ancora essere più sicuri di evitare l’inferno, mio caro lettore? Non vi contentate di evitare il peccato mortale, di combattere i vizi ed i difetti che vi ci conducono; conducete una vita buona e santa, seriamente cristiana e piena di GESÙ-CRISTO. Fate come le persone prudenti che attraversano percorsi impervi che costeggiano precipizi: per paura di cadere, esse si guardano bene dal camminare sul bordo, ove un semplice passo falso potrebbe diventare fatale; esse prendono saggiamente l’altro lato della strada, e si allontanano quanto più possono dal precipizio. Fate lo stesso. Abbracciate generosamente questa bella nobile vita che si chiama la vita Cristiana, la via della pietà. Guidati dai consigli di qualche santo prete, imponetevi una sorta di regolamento di vita, nel quale farete entrare, in proporzione ai bisogni della vostra anima e delle circostanze esteriori nelle quali vi trovate, qualche buono e solido esercizio di pietà, tra i quali vi raccomando i seguenti, alla portata di tutti: Cominciate e finite la vostra giornata sempre con una preghiera ben curata, fatta col cuore. Aggiungete, mattino e sera, la lettura attenta di una o due paginette del Vangelo, o dell’Imitazione, o di qualche altro buon libro a vostra scelta che meglio vi edifichi; e dopo questa breve lettura qualche minuto di raccoglimento e di buoni propositi, al mattino per la giornata, alla sera per la notte, col pensiero della morte e dell’eternità. Prendete l’eccellente abitudine di fare il segno della croce tutte le volte che uscite dalla vostra camera, e ogni volte che vi entrate. Questa pratica, estremamente semplice, è molto santificante. Ma abbiate sempre cura di non fare questo segno sacro alla leggera, senza pensarvi, distrattamente come una routine, come fanno tanti. Bisogna farlo religiosamente e gravemente. – Cercate, se i doveri del vostro stato ve ne lasciano l’opportunità, di andare a Messa tutte le mattine, di buon’ora, per ricevere ogni giorno la benedizione per eccellenza. E di rendere a Nostro Signore il dovuto omaggio che ciascuno di noi Gli deve nel suo grande Sacramento. Se non potete, sforzatevi almeno di fare ogni giorno un’adorazione al Santo Sacramento, sia entrando in Chiesa, sia da lontano e dal profondo del vostro cuore. Rendete ugualmente ogni giorno, con cuore veramente filiale, alla Santissima Vergine MARIA, Madre di DIO e Madre dei Cristiani, qualche omaggio di pietà, di amore, di venerazione. L’amore della Santa Vergine, unita all’amore del Santo Sacramento, è una caparra quasi infallibile di salvezza, e l’esperienza ha dimostrato in tutti i secoli che Nostro-Signore GESÙ-CRISTO accorda delle grazie straordinarie sia durante la loro vita, sia al momento della loro morte, a tutti quelli che invocano e che amano sua Madre. Portate sempre addosso o uno scapolare, o una medaglia, o un rosario. Prendete senza lasciarla mai l’abitudine eccellente di confessarvi e comunicarvi spesso. La Confessione e la Comunione sono i due grandi mezzi offerti dalla misericordia di GESÙ-CRISTO a tutti quelli che vogliono salvare e santificare le loro anime, evitare le colpe gravi, crescere nell’amore del bene e nella pratica delle virtù cristiane. Non si può al riguardo dare una regola generale, ma ciò che si può affermare con certezza, è che gli uomini di buona volontà, cioè quelli che vogliono evitare sinceramente il male, servire il buon DIO ed amarLo con tutto il cuore, sono tanto migliori se si comunicano frequentemente. Quando si è così disporti si è al meglio; e questo dovrebbe ripetersi più volte alla settimana, o anche ogni giorno; tutti i buoni cristiani farebbero molto bene, avendone la facoltà, a santificare con una buona Comunione tutte le domeniche e le feste, senza mancarvi mai per loro colpa. Il celebre Catechismo del Concilio di Trento, sembra dire che il meno che possa fare un cristiano, appena preoccupato della sua anima, è l’andare al Sacramento tutti i mesi. Infine, proponetevi, nel vostro piccolo regolamento di vita, di combattere incessantemente i due o tre difetti che voi notate, o che altri hanno fatto rimarcare essere in voi: è questo il lato debole della piazza, ed è evidentemente da qui che da un momento all’altro il nemico tenterà sorprese e colpi di mano. Evitate come la peste le cattive frequentazioni e le cattive letture. Voi lo comprendete, caro lettore, che io non vi raccomando cose obbligatorie, lungi da me! … ma, vi ripeto, se entrate in questa via di generosità e di fervore e la seguirete risolutamente, voi vi assicurerete in maniera sovrabbondante il grande affare della vostra eternità; e sarete così certi di evitare le pene eterne dell’inferno, come si è certi di evitare le privazioni della povertà, con una saggia ed intelligente amministrazione che aumenti potentemente la propria fortuna. In ogni caso, non mancate di prendere da queste direzioni ciò che potrebbe fare al vostro caso al meglio; ma per l’amore dell’anima vostra, per l’amore del Salvatore che ha versato tutto il suo sangue per essa, non indietreggiate davanti al Vangelo, e siate dei buoni cristiani. – Pensate spesso seriamente all’inferno, alle sue pene eterne, alle sue fiamme divoranti, e vi assicuro che andrete in cielo. Il grande missionario del cielo è l’inferno. Un giorno, un buon prete che, dopo aver per quaranta anni predicato in tutta la Francia con encomiabile zelo apostolico, era a Roma ai piedi del buono e Santo Padre, S.S. il Papa PIO IX, che si intratteneva familiarmente con lui su questo bel mistero. « Predicate molto le grandi verità della fede, gli diceva il Papa, predicate soprattutto l’inferno. Nessuna dissimulazione, dite chiaramente, con fermezza e a voce alta, tutta la verità sull’inferno. Nulla è più efficace nel far riflettere e ricondurre a DIO i poveri peccatori. » È proprio ricordandomi di queste parole, così profondamente vere del Vicario di GESÙ-CRISTO, che ho intrapreso la stesura di questo piccolo lavoro sull’inferno. E poi, meditando le pene eterne e le sciagure dei riprovati, mi sono pure ricordato di una espressione di San Girolamo che eccitava una vergine cristiana al timore dei giudizi di DIO: « Territus terreo”, egli scriveva, atterrito atterisco ». Io mi sono sforzato di farlo qui, e Nostro Signore mi è testimonio che nulla ho nascosto di quanto so di questo terribile mistero. A voi lettore, chiunque voi siate, trarne profitto. Quante anime sono in cielo spinte principalmente dal timore dell’inferno! Io vi offro questo modesto opuscolo chiedendo al buon DIO di farvi penetrare in fondo all’anima queste grandi verità che esso riassume, affinché il timore vi ecciti all’amore, e l’amore vi conduca dritti in Paradiso. Degnatevi di pregare per me [ … e per i redattori di questo blog –ndr.-], affinché DIO mi faccia misericordia, come a voi stessi, degnandosi di pormi con voi, nel numero dei suoi eletti.

pio IX

8 dicembre 1875, festa dell’Immacolata Concezione.

Mons. De Ségur: L’INFERNO (2)

Mons. De Ségur: L’INFERNO (2)

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Cap. II 

Che cos’è l’inferno

False e superstiziose idee sull’inferno

Innanzitutto scartiamo con cura le immaginazioni popolari e superstiziose che alterano in tanti spiriti la nozione vera e cattolica dell’inferno, e portano alla sua negazione. Si forgia un inferno di fantasia, un inferno ridicolo, e si dice: « Io non crederò mai a questo. È assurdo, impossibile, no, io non credo, non posso credere all’inferno! ». In effetti se l’inferno fosse quel che sognano tante buone donne, voi avreste cento volte, mille volte di che non credere. Tutte queste invenzioni sono degne di figurare accanto ai racconti fantastici di cui si nutre spesso l’immaginazione popolare. E questo a volte succede anche in ciò che si insegna nelle chiese. E se talvolta, con il fine di impressionare meglio gli spiriti, qualche autore o predicatore ha creduto di poterle impiegare, la loro buona intenzione non impedisce che essi abbiano gran torto, visto che a nessuno è permesso il travestire la verità ed esporla alla derisione delle persone sensate, con il pretesto di far paura alle buone persone per meglio convertirle. Io lo so, molte volte si è fortemente imbarazzati quando si tratta di far comprendere alle moltitudini i terribili castighi dell’inferno, e come la maggior parte della gente ha bisogno di rappresentazioni materiali per concepire delle cose più elevate, ed è quasi necessario parlare dell’inferno e del supplizio dei dannati in maniera figurata. Ma è molto difficile farlo con il senso della misura; e molto spesso, lo ripeto, con le migliori intenzioni, si cade nell’impossibile, per non dire nel grottesco. No, l’inferno non è questo, esso è ben altrimenti grande, ben altrimenti terribile. Andremo a vederlo.

L’inferno consiste essenzialmente nella spaventosa pena della dannazione.

 La dannazione è la separazione totale da DIO. Un dannato è una creatura totalmente e definitivamente privato del suo DIO. È lo stesso Nostro Signore che ci segnala la dannazione come la pena primaria e dominante dei dannati. Vi ricorderete i termini della sentenza che Egli pronuncerà contro essi al giudizio finale e che ora riportiamo: « Allontanatevi da me, maledetti, ed andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio e per i suoi angeli ». Vedete come la prima parola della sentenza del Giudice sovrano, ci fa comprendere che il primo carattere dell’inferno, è la separazione da DIO, la privazione di DIO, la maledizione di DIO, in altri termini, la dannazione o riprovazione. La leggerezza dello spirito e la mancanza di fede viva, ci impediscono di comprendere in questa vita tutto ciò che la dannazione contiene come orrori, terrori e disperazioni. Noi siamo fatti per il buon DIO, e per Lui solo. Noi siamo fatti per DIO, come l’occhio è fatto per la luce, come il cuore è fatto per l’amore. In mezzo alle mille preoccupazioni del mondo, noi non lo comprendiamo più, non lo sentiamo, e veniamo distolti da DIO, nostro fine ultimo, da tutto ciò che ci circonda, da tutto ciò che noi vediamo, sentiamo, soffriamo ed amiamo. Ma dopo la morte, la verità riprende tutti i suoi diritti; ciascuno di noi si trova da solo davanti a DIO, davanti a Colui dal Quale e per il Quale è fatto, che solo può e deve essere la sua vita, la sua felicità, il suo riposo, la sua gioia, il suo amore, il suo tutto. Ora figuratevi cosa può essere lo stato di un uomo al quale manca tutto in un colpo solo, in modo assoluto e totale, la sua vita, la sua luce, la sua felicità, il suo amore, in una parola, ciò che è “tutto” per lui. Concepite questo vuoto immediato, assoluto, nel quale si inabissa un essere fatto per amare e per possedere Colui del Quale si vede privo? Un religioso della Compagnia di Gesù, il p. Surin, che le sue virtù, la sua scienza e le sue sofferenze hanno reso celebre nel diciassettesimo secolo, ha avvertito per quasi venti anni le angosce di questo stato raccapricciante. Per strappare una povera e santa religiosa alla possessione del demonio che aveva resistito a tre lunghi mesi di esorcismi, di preghiere e di austerità, il padre caritatevole si era spinto all’eroismo fino ad offrirsi egli stesso vittima se la misericordia divina si fosse degnata di esaudire le sue voci e liberare la sfortunata creatura. Egli fu esaudito; e Nostro Signore permise, per la santificazione del suo servo, che il demonio prendesse possesso del suo corpo e lo tormentasse per lunghi anni. Nulla di più autentico dei fatti strani, pubblici, che segnalarono questa possessione del povero p. Surin, e che sarebbe troppo lungo riportare qui. Dopo la sua liberazione egli raccolse in uno scritto tutto quello che ricordava di questo stato soprannaturale nel quale il demonio, impossessandosi per così dire delle sue facoltà e dei suoi sensi, gli faceva sentire una parte delle impressioni e delle disperazioni del dannato. « Mi sembrava, egli dice, che tutto il mio essere, che tutte le potenze della mia anima e del mio corpo si portavano verso il Signore mio DIO, che io vedevo essere la mia felicità suprema, il mio bene infinito, l’unico oggetto della mia esistenza; e nello stesso tempo io sentivo una forza irresistibile che mi strappava a Lui, che mi teneva lontano da Lui; di modo che, fatto per vivere, io mi vedevo, mi sentivo privato di Colui che è la vita; fatto per le verità e la luce, io mi vedevo assolutamente respinto dalla verità; fatto per amare, io ero senza amore, rigettato dall’amore; fatto per il bene, io ero immerso nell’abisso del male. Io non saprei, egli aggiunge, comparare le angosce e le disperazioni di questa inesprimibile afflizione che somiglia allo stato di una freccia vigorosamente lanciata verso un bersaglio dal quale la respinge una forza invincibile; irresistibilmente portata in avanti, essa è sempre ed invincibilmente respinta indietro ». E questo non è che una pallida simbologia di questa orribile realtà che si chiama la dannazione. – La dannazione è necessariamente accompagnata dalla disperazione. È questo disperare che Nostro Signore chiama nel Vangelo: « il verme » che rode i dannati. È certo meglio, Egli ci ripete, che andare in questa prigione di fuoco, ove il verme dei dannati non muore, “ubi vermis eorum non moritur”. Questo verme dei dannati, è il rimorso, è la disperazione. Esso è chiamato verme perché nell’anima peccatrice e dannata, esso nasce dalla corruzione del peccato, come nel cadavere i vermi corporali nascono dalla corruzione della carne. Ed ancora una volta, noi non possiamo farci che una pallida idea di ciò che è questo rimorso e questo disperare; in questo mondo, ove nulla è perfetto, il male è sempre mischiato al bene, ed il bene mischiato con qualche male; per quanto quaggiù le nostre disperazioni ed i nostri rimorsi possano essere violenti, essi sono sempre temperati da qualche speranza ed anche dall’impossibilità di sopportare la sofferenza quando essa oltrepassa un certo limite. Ma nell’eternità tutto è perfetto: se così si può dire, il male è, come il bene, perfetto, senza misture, senza speranze né possibilità di essere mitigato, come spiegheremo in seguito. I rimorsi ed il disperare dei dannati saranno completi, irrevocabili, irrimediabili, senza ombra di attenuazione, senza possibilità di addolcimento; quanto più assoluto possibile, perché il male assoluto non esiste. Figuratevi cosa possa essere questo stato di disperazione privo di ogni barlume di speranza! E questo pensiero così desolante: « io mi sono perso per dei piaceri, perso per sempre ormai, per dei nonnulla, per delle bagattelle di un attimo! Mentre sarebbe stato così facile salvarmi eternamente, come tanti altri! ». Alla vista dei beati, dice la Sacra Scrittura, i dannati saranno presi da un terrore spaventoso; e nella loro angoscia essi grideranno gemendo: « Dunque, ci siamo ingannati” – “Ergo erravimus!”. Noi abbiamo errato fuori dalla vera via. Noi ci siamo persi nelle strade dell’iniquità e della perdizione; non abbiamo riconosciuto la strada del Signore. A cosa ci sono serviti il nostro orgoglio, le nostre ricchezze ed i nostri piaceri? Tutto è passato come un’ombra. Ed eccoci perduti, ingoiati dalla nostra perversità! ». Ed il sacro Scrittore aggiunge quanto abbiamo già riportato più sopra: « Ecco ciò che dicono nell’inferno i peccatori riprovati ». alla disperazione essi aggiungono l’odio, questo altro frutto della maledizione: « Allontanatevi da me, maledetti! » E quale odio? L’odio di DIO! L’odio perfetto del Bene infinito, della Verità infinita, dell’eterno Amore, della Bontà, della Pace, della Saggezza, della Perfezione infinita, eterna! Odio implacabile e satanico, odio soprannaturale, che nel dannato assorbe tutte le potenze dello spirito e del cuore. Il dannato non potrebbe odiare il suo DIO se gli venisse concesso, come ai beati, di vederLo in Se stesso, con tutte le sue perfezioni e i suoi inenarrabili splendori. Ma certo non è nell’inferno che si vede DIO, i dannati non Lo vedono se non nei terribili effetti della sua giustizia, cioè nei loro castighi; essi odiano DIO, come odiano i castighi che li tormentano, come odiano la dannazione, come odiano la maledizione. Nell’ultimo secolo a Messina, un santo prete esorcizzava un posseduto e domandava al demonio: « Tu chi sei? – io sono l’essere che non ama DIO », rispose lo spirito malvagio. E a Parigi, in un altro esorcismo, il ministro di DIO,chiedendo al demonio: «Dove sei? » – Questi con furore rispose: « Negli inferi, per sempre! – Vorresti essere annientato? – No, per poter così odiare DIO per sempre». Così potrebbe parlare ciascun dannato. Essi odiano eternamente Colui stesso che dovevano amare eternamente. « Ma, talvolta si dice, DIO è la bontà stessa. Come volete che Egli mi danni? ». Non è DIO che danna, è il peccatore che si danna da se stesso. Nel terribile evento della dannazione, non è in causa la bontà di DIO, ma unicamente la sua santità e la sua giustizia. DIO è tanto santo quanto buono; e la sua giustizia è infinita nell’inferno come infinite sono la sua misericordia e la sua bontà nel Paradiso. Non offendete la santità di DIO, e siete sicuri di non essere dannati. Il dannato ha quel che egli ha scelto, che egli ha scelto liberamente e malgrado tutte le grazie del suo DIO. Egli ha scelto il male: egli ha il male; ora nell’eternità, il male si chiama inferno. Se egli avesse scelto il bene, avrebbe avuto il bene, e lo avrebbe avuto eternamente. – Tutto questo è perfettamente logico; e qui, come sempre, la fede si accorda meravigliosamente con la retta ragione e l’equità. Dunque ecco il primo carattere dell’inferno, il primo elemento di questa orribile realtà che si chiama inferno: la dannazione, con la maledizione divina, con la disperazione, con l’odio di DIO.

L’inferno consiste in secondo luogo nella pena orribile del fuoco.

 Nell’inferno c’è il fuoco; questo è di fede rivelata. Ricordate le parole così chiare, così precise, così formali del Figlio di DIO: « Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco – in ignem – nella prigione di fuoco ove il fuoco non si spegnerà mai. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli, e capiranno ciò che avranno fatto di male per essere gettati nella fornace: di fuoco, “in camino ignis” ». parole divine, infallibili, che hanno ripetuto gli Apostoli, e che sono la base dell’insegnamento della Chiesa. Nell’inferno i dannati soffrono la pena del fuoco. Noi leggiamo nella storia ecclesiastica che due giovani che seguivano, nel terzo secolo, i corsi della celebre scuola di Alessandria in Egitto, erano entrati un giorno in una chiesa ove un prete predicava circa il fuoco dell’inferno, ed uno dei due si fece beffe, mentre l’altro, pieno di paura e di pentimento, si convertì, e poco tempo dopo si fece religioso per assicurarsi al meglio la salvezza. Dopo qualche tempo, il primo morì all’improvviso, ed il Signore permise che apparisse al suo vecchio compagno al quale disse: «la Chiesa predica la verità quando predica il fuoco eterno dell’inferno. I preti non hanno che un torto, quello di dire cento volte di meno di quel che ce n’è! ».

Il fuoco dell’inferno è soprannaturale ed incomprensibile.

 Ahimé! Come, sulla terra esprimere o anche solo concepire le grandi realtà eterne? I preti si danno gran da fare, il loro spirito e la loro parola si piegano sotto questo peso. Se del cielo è detto: « l’occhio non ha visto, l’orecchio non ha inteso, lo spirito dell’uomo non saprebbe comprendere ciò che DIO riserva a coloro che Lo amano » , si può ugualmente, ed in nome della infinita giustizia, dire dell’inferno: « No, l’occhio umano non ha mai visto, né l’orecchio udito, né il suo spirito ha mai potuto, né potrà mai concepire ciò che la giustizia di DIO riserva ai peccatori impenitenti » . « Io soffro, io soffro crudelmente in queste fiamme »! Gridava dal fondo dell’inferno il ricco malvagio del Vangelo. Per capire la portata di questa prima parola del riprovato: «Io soffro! – Crucior!- » bisognerebbe capire la portata della seconda: « In questa fiamma – in hac flamma – », il fuoco di questo mondo è imperfetto come tutto ciò che è di questo mondo, e le nostre fiamme materiali non sono, malgrado la loro potenza spaventosa, che un misero simbolo di queste fiamme eterne, delle quali parla il Vangelo. È possibile esprimere, senza restare molto al di sotto della verità, l’orrore della sofferenza che proverebbe un uomo che sarebbe, anche solo per qualche minuto, gettato nella fornace ardente, supponendo che possa sopravvivere? È possibile, io vi domando? Evidentemente no. Che dire allora di questo fuoco tutto soprannaturale, di questo fuoco eterno, i cui orrori non si possono paragonare a nulla? Nondimeno stando noi nel tempo e non nell’eternità, occorre servirci delle piccole realtà di questo mondo, così infime ed imperfette, per elevarci un po’ alle realtà invisibili ed immense dell’altra vita. Occorre, mediante la considerazione dell’indicibile sofferenza che produce quaggiù il fuoco terrestre, impressionare noi stessi, per non cadere negli abissi del fuoco dell’inferno.

Il P. de Bussy ed il giovane libertino.

Ecco come un giorno volle far toccare con mano, ad un giovane libertino, un santo missionario dell’inizio del secolo, celebre in tutta la Francia per il suo zelo apostolico, la sua eloquenza, la sua virtù, ed un po’ anche per le sue originalità. Il P. de Bussy dava, in una grande città del sud, una importante missione che impressionò tutta la popolazione. Si era nel cuore dell’inverno, si avvicinava il Natale, e faceva gran freddo. Nel salone ove il Padre riceveva gli uomini, c’era una stufa con un bel fuoco. Un giorno il Padre vede arrivare un giovane, che gli era stato segnalato per la sua vita disordinata e le sue empie fanfaronate. Il P. de Bussy comprende presto che non c’è molto da discutere con lui. « Venite qui, mio buon amico, gli dice con gaiezza, non abbiate paura, io non confesso le persone che non lo vogliono, sedetevi là, facciamo due chiacchiere e intanto riscaldiamoci ». Egli apre la stufa, e si accorge che la legna si è quasi tutta consumata. « Ah, prima di sedervi, portatemi qui uno o due tocchetti di legna », dice al giovane. Questi, un po’ perplesso, fa quanto il Padre gli chiede. « Ora, metteteli qua nella stufa, ben in fondo ». Appena il giovane mette la legna nella stufa, il P. de Bussy, gli afferra improvvisamente le braccia e le spinge in fondo alla stufa. Il giovane lancia un grido e salta dietro. « Ah! grida, ma siete matto? Così mi bruciate! ». – « Ma cosa avete, caro mio, riprende il Padre tranquillamente? Ma io lo faccio per farvi abituare! Dovete sapere che nell’inferno, dove andrete se continuate a vivere come fate, non saranno solo le punta delle dita a bruciare nel fuoco, ma tutto il vostro corpo; e questo fuocherello qui, non è nulla a paragone dell’altro. Andiamo, andiamo, amico caro, coraggio, bisogna abituarsi a tutto ». Il giovane naturalmente, cerca di ritrarre le braccia, ma il Padre ancora fa resistenza. « Povero figlio mio, gli dice allora il P. de Bussy cambiando tono, rilassatevi un po’; non è meglio ogni cosa dell’andare a bruciare eternamente nell’inferno? E il sacrificio che Dio vi chiede per farvi evitare un supplizio così terribile, non è in realtà ben poca cosa? » Il giovane libertino se ne va frastornato e pensieroso; egli rifletté così bene che non tardò poco tempo dopo a tornare dal missionario che lo aiutò a scaricarsi dalle sue colpe ed a rientrare nei costumi di una buona vita. Io sono certo che su mille, due mila uomini che vivono lontano da Dio, e di conseguenza sulla strada dell’inferno, non ce n’è uno che resisterebbe alla “prova del fuoco”. Non ci sarebbe nessuno così folle da accettare una tale contropartita: per l’intero anno tu potrai abbandonarti impunemente a tutti i piaceri, a saziare le tue voglie, a soddisfare tutti i capricci, a condizione di trascorrere un giorno, o anche solamente un’ora, nel fuoco. Nessuno accetterebbe la condizione, ne volete una prova? Eccola, ascoltate!

I tre figli di un vecchio usuraio.

Un padre di famiglia, che si era arricchito con traffici illeciti, si era ammalato gravemente. Egli sapeva che la gangrena era già iniziata alle sue piaghe e nondimeno non poteva decidersi a restituire il maltolto. «Se io restituisco, diceva, cosa diventeranno i miei figli? ». Il suo curato, un uomo di spirito, per salvare questa povera anima, mette in atto un curioso stratagemma. Egli gli dice che, affinché possa guarire, può suggerirgli un rimedio estremamente semplice, ma caro, molto caro. «Dovessi infatti sborsare anche mille, due mila o dieci mila franchi, che importa! Risponde prontamente il vecchio; e in cosa consiste questo rimedio? » – « Esso consiste nel far colare sulla zona cancrenosa delle piaghe, il grasso di una persona vivente. Non sarà necessario molto tempo: se voi trovate qualcuno che per diecimila franchi voglia lasciarsi bruciare la mano per meno di un quarto d’ora, questo sarà possibile. » Ahimè! Dice il povero uomo sospirando, io credo di non trovare nessuno che lo voglia fare. « Ecco un metodo, dice il curato tranquillamente: fate venire qui il vostro figlio primogenito, egli vi ama, deve essere il vostro erede! E ditegli: mio caro figlio, tu puoi salvare la vita al tuo vecchio padre se acconsenti a lasciarti bruciare una mano solo per meno di un quarto d’ora. Se egli rifiuta, fate la proposta al secondo, impegnandovi a lasciarlo erede al posto del fratello primogenito. Se anch’egli rifiuta, sicuramente il terzo accetterà». La proposta così fu fatta ai tre fratelli che, uno dopo l’altro, rifiutarono con orrore. Allora il padre disse loro. E che, per salvarmi la vita, un momento di dolore vi spaventa? Ed io per procurarvi l’agiatezza dovrei bruciare eternamente nell’inferno? In verità sarei un folle. E si convinse così a restituire tutto ciò che doveva, senza aver pensiero di cosa sarebbe accaduto ai suoi figli. Egli ebbe certamente ragione, così come i suoi figli. Lasciarsi bruciare una mano, per nemmeno un quarto d’ora, fosse anche per salvare la vita al padre, è un sacrificio troppo superiore delle forze umane. E questo, come già detto, che cos’è a paragone delle anime che bruciano nel fuoco dell’inferno?

Figli miei, non andate all’inferno

Nel 1814, io ho conosciuto al Seminario di San Sulpicio, a Issy, vicino Parigi, un professore di scienze naturali veramente in gamba, del quale ognuno ammirava l’umiltà e la mortificazione. Prima di farsi prete, l’abate Pinault era stato uno dei professori più eminenti dell’istituto politecnico. Al Seminario egli teneva il corso di fisica e di chimica. Un giorno, durante un esperimento, dal fosforo che egli stava manipolando, non si sa come, si sprigionò del fuoco, ed in un istante la sua mano si trovò avvolta dalle fiamme. Nell’arco di pochi minuti, la sua mano si trasformò in una massa informe, incandescente, e le unghie sparite. Vinto dall’eccesso di dolore, il malcapitato perse conoscenza. Gli si infilò la mano e il braccio in un catino d’acqua fredda per tentare di attenuare almeno un po’ la violenza di questo martirio. Per tutto il giorno e la notte egli non fece che gridare con grida irresistibili e laceranti, e quando, per qualche istante, poteva articolare qualche parola, diceva e ripeteva ai tre o quattro seminaristi che lo assistevano: «O figli miei, figli miei, non andate all’inferno, non andate all’inferno! » Lo stesso grido di dolore e carità sacerdotale venne emesso, nel 1857, dalle labbra, o piuttosto dal cuore di un altro prete, in una circostanza analoga. Vicino a Pontivy, diocesi di Vanner, un giovane vicario, nominato Laurent, si getta nelle fiamme di un incendio per salvare una sfortunata madre di famiglia con due bambini: egli si lancia in due o tre riprese, con un coraggio ed una carità eroici, dal lato dove provenivano le grida dei malcapitati, avendo così la gioia di trarre, sani e salvi i due bambini, fuori dalle fiamme. La madre però ancora resta imprigionata e nessuno osa affrontare la violenza delle fiamme che aumentano di minuto in minuto. Dando ascolto solo alla sua carità, l’abate Laurent ancora una volta si lancia nel fuoco e riesce a trarla fuori dalle fiamme folle di terrore. Nello stesso momento il tetto crolla; il santo prete sconvolto, rotola in mezzo alla macerie infuocate; chiamati i soccorsi a mala pena si riesce a sottrarlo ad una morte immediata. Ma ahimè, è troppo tardi, il povero prete è già colpito mortalmente; ha respirato le fiamme, il fuoco comincia a bruciargli interiormente e lo divorano inesprimibili sofferenze. Niente da fare, il fuoco interiore continua a far danni e, in capo a qualche ora il martire della carità giunge in cielo a ricevere la ricompensa del suo atto eroico. Anche lui, durante la sua raccapricciante agonia, gridava a coloro che lo circondavano: « Amici miei, figli miei, non andate all’inferno, non andate all’inferno! … è spaventoso, in questo modo si brucia nell’inferno »

Il fuoco dell’inferno è un fuoco corporale

   Ci si domanda spesso che cos’è questo fuoco dell’inferno; quale sia la sua natura, se sia un fuoco materiale o se invece sia unicamente spirituale, e molti propendono per questa ultima opinione, perché in fondo questa li spaventa di meno. San Tommaso non è però dello stesso avviso, come d’altra parte la teologia cattolica. Come diciamo sempre, è di fede che il fuoco dell’inferno è un fuoco reale e vero, un fuoco inestinguibile, un fuoco eterno, che brucia senza consumare, che penetra gli spiriti così come i corpi. Ecco ciò che è rivelato da DIO ed insegnato come articolo di fede dalla Chiesa di DIO. Il negarlo, sarebbe non soltanto un errore, ma una empietà ed un’eresia propriamente detta. Ma ancora una volta: di che natura è il fuoco che brucia nell’inferno? È un fuoco corporale? È della medesima specie della nostra? È il principe della teologia, San Tommaso che ci risponde, con la sua chiarezza e profondità ordinaria. Egli nota innanzitutto che i filosofi pagani, che non credevano alla resurrezione della carne, e che nondimeno ammettevano, con la tradizione intera del genere umano, un fuoco vendicatore nell’altra vita, dovevano insegnare, ed insegnavano in effetti che questo fuoco era spirituale, della stessa natura delle anime. Il razionalista moderno, che tende ad infestare tutte le intelligenze, e che minimizza i dati della fede quanto più gli è possibile, ha fatto inclinare verso questo sentimento un gran numero di spiriti, poco istruiti degli insegnamenti cattolici. Ma il gran Dottore, dopo aver esposto questo primo sentimento, dichiara francamente che: « il fuoco dell’inferno sarà corporale ». E la ragione che ne dà è perentoria: « infatti, dopo la resurrezione, i riprovati vi saranno nuovamente precipitati, ed i corpi non possono subire che una pena corporale, quindi il fuoco dell’inferno sarà corporale. Una pena non potrebbe essere applicata al corpo se fosse spirituale ». e san Tommaso appoggia il suo insegnamento, su quello di San Gregorio Magno e di S. Agostino, che dicono la stessa cosa nei medesimi termini. Non di meno si può dire, aggiunge il gran Dottore, che questo fuoco corporale abbia qualcosa di spirituale, non quanto alla sua sostanza, ma quanto ai suoi effetti; perché punendo il corpo, non lo consuma, non lo distrugge, non lo riduce in cenere, ed inoltre esso esercita la sua azione vendicativa fin sulle anime. In questo senso il fuoco dell’inferno si distingue dal fuoco materiale, che brucia e consuma i corpi.

Benché corporale, il fuoco dell’inferno aggredisce le anime

Ci si chiederà forse come il fuoco dell’inferno possa interessare delle anime che fino al giorno della resurrezione e del giudizio finale, restano separate dal loro corpo. Occorre rispondere innanzitutto, che in questo terribile mistero delle pene dell’inferno, un conto è conoscere chiaramente la verità di ciò che è, altra cosa è comprenderla. Noi sappiamo in modo positivo ed assoluto, secondo l’insegnamento infallibile della Chiesa, che immediatamente dopo la morte, le anime cadono nell’inferno e nel fuoco dell’inferno. Ora questo non può che intendersi per le anime, poiché fino alla resurrezione i loro corpi restano affidati alla terra nella tomba. Una volta separato dal suo corpo, l’anima del riprovato si trova relativamente all’azione misteriosa del fuoco dell’inferno, nella condizione dei demoni. I demoni, in effetti, benché non abbiano un corpo, subiscono i tormenti del fuoco nel quale saranno un giorno gettati i corpi dei dannati, come indicano espressamente le sentenze del Figlio di DIO sui riprovati: « Allontanatevi da me, maledetti! Andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio ed i suoi angeli ». Ora questo fuoco è corporale, perché altrimenti non attecchirebbe sui corpi dei riprovati. Dunque l’anima separata dal corpo, l’anima del riprovato, subisce le azioni di un fuoco corporeo. Ecco ciò che sappiamo con certezza. Ciò che non sappiamo è il “come”, ma per credere non abbiamo bisogno di sapere, le verità rivelate da DIO hanno come fine il chiarire il nostro spirito e nel contempo di restare nella dipendenza e sottomissione. Per fede noi siamo certi della realtà del fatto: ci è sufficiente vedere che la cosa non sia impossibile. Ora il ragionamento e l’analogia ce lo fanno vedere chiaramente: non siamo forse noi stessi in ogni istante i testimoni irrecusabili dell’azione non solo reale, ma intima, incessante che il nostro corpo esercita sulla nostra anima? Il nostro corpo, che è sostanza materiale sulla nostra anima, che è una sostanza spirituale? Dunque è perfettamente possibile che una sostanza materiale, come lo è il fuoco dell’inferno, agisca su di una sostanza spirituale, come è l’anima del riprovato.

Il capitano aiutante maggiore di Saint-Cyr.

A questo proposito, lasciatemi, caro lettore, raccontare un fatto assai curioso che è successo alla scuola militare di Saint-Cyr, negli ultimi anni della restaurazione. La scuola militare aveva allora per cappellano militare, un ecclesiastico pieno di spirito e di talento, che aveva il nome bizzarro di Rigolot. Egli predicava un bel ritiro ai giovani della Scuola, che ogni sera si riunivano in cappella prima di salire in dormitorio. Una sera, dopo che il cappellano ha predicato parlando in modo mirabile dell’inferno, a cerimonia conclusa, si ritira, con un candeliere in mano, nel suo appartamento, situato in un’ala riservata agli ufficiali. Nel momento in cui apre la porta, si sente chiamare da qualcuno che lo ha seguito lungo le scale. Si tratta di un vecchio capitano, dai baffi grigi, e dall’aria poco fine. « Pardon, signor cappellano, egli dice, con voce un po’ ironica; voi avete fatto un bel sermone sull’inferno. Solo avete dimenticato di dire, se nel fuoco dell’inferno si verrà arrostiti, messi alla griglia, o bolliti. Potreste dirmelo? ». Il cappellano, vedendo con chi ha a che fare, lo fissa nelle pupille, e mettendogli il candelabro sotto il naso, gli risponde tranquillamente: « voi, questo lo vedrete, capitano »! E chiude la porta senza potersi trattenere dal sorridere un po’ della figura goffa e buffa del povero capitano. Egli non ci pensa più, ma a partire da quel momento gli sembra di avvertire il capitano come se gli giri i tacchi quanto più lontano può, ogni volta che lo vede. Sopraggiunge poi la rivoluzione di luglio, la figura del cappellano militare viene soppressa, sia quella di Sain-Cyr che di tutte le altre. L’abate Rigolot è nominato dall’arcivescovo di Parigi ad occupare un altro incarico non meno onorevole. Una ventina di anni dopo, il venerabile prete si trova una sera in un salone con numerose personalità civili, quando gli si avvicina una vecchio “baffo bianco” che lo saluta, domandandogli se non sia l’abate Rigolot, già cappellano di Sain-Cyr. E alla sua risposta affermativa: « Oh! monsignor cappellano, gli dice emozionato il vecchio militare, permettetemi di stringervi la mano ed esprimervi tutta la mia riconoscenza: voi mi avete salvato! – Io?! E come mai? – Ah, voi non mi riconoscete? Vi ricordate che una sera il capitano istruttore della scuola, all’uscita da un sermone sull’inferno, vi aveva posto una domanda ridicola, e voi gli avete risposto mettendogli sotto il naso il vostro candelabro dicendo: “voi lo vedrete, capitano” ? » Quel capitano ero io! Figuratevi che da quel momento queste parole mi hanno perseguitato dappertutto, con il pensiero di dover andare a bruciare nell’inferno. Io ho lottato dieci anni, ma alla fine mi sono arreso, sono andato a confessarmi, sono diventato cristiano, cristiano secondo l’uso militare, cioè tutto d’un pezzo. È a voi che devo questa felicità; sono ben contento di rincontrarvi per potervelo dire ». Si mio caro lettore, se mai vi dovesse capitare di ascoltare qualche maligno buontempone porre delle domande strampalate sull’inferno, rispondetegli come l’abate Rigolot: « voi lo vedrete, mio caro amico, voi lo vedrete ». Vi garantisco che non avranno la tentazione di andarvi per vedere!

La mano bruciata di Foligno

Certa è una cosa, che, nei riguardi del fuoco dell’altra vita, tutte le volte che DIO ha permesso ad una povera anima riprovata di manifestarsi, o ad un’anima del Purgatorio di apparire sulla terra e di lasciare una traccia visibile, questa traccia non sia stata che quella del fuoco. Ricordate anche ciò che già più in alto abbiamo riportato, la terribile apparizione di Londra, del braccio carbonizzato della dama col braccialetto e del tappeto bruciato. Ricordate l’atmosfera di fuoco e fiamme che avvolgeva la ragazza perduta di Roma ed il giovane religioso sacrilego di S. Antonino di Firenze. In questo stesso anno in cui vi parlo, nel mese di aprile, io stesso ho visto e toccato a Foligno, vicino ad Assisi, in Italia, una di queste impressionanti impronte di fuoco, che ancora una volta di più attesta la verità di quanto andiamo qui dicendo: che il fuoco dell’altra vita è un fuoco reale. Il 4 novembre del 1859, morì di apoplessia fulminante nel convento del terziarie francescane di Foligno, una buona suora, di nome Teresa Margherita Gesta, da lungo tempo maestra delle novizie ed incaricata del povero vestiario del monastero. Essa era nata in Corsica, a Bastia, nel 1717, ed era entrata al monastero nel febbraio del 1826. Inutile dire che era ben preparata alla morte. Dodici giorni dopo, il 17 novembre, una suora di nome Anna-Felicia, che l’aveva assistita nel suo incarico e che dopo la sua morte, era rimasta sola ad espletarlo, sale al vestiario e sta per entrarvi, quando intende dei gemiti che sembrano venire dall’interno della camera; un po’ spaventata, si accinge ad aprire la porta: non c’è nessuno! Ma nuovamente si fanno sentire dei gemiti, e tanto accentuati che, malgrado il suo coraggio ordinario, ella si sente invadere dalla paura. « O Gesù e Maria! Gridò, ma cosa succede? ». Non ha nemmeno finito, che sente una voce flebile, accompagnata da un sospiro doloroso: « Oh! Mio DIO!, come soffro! Oh, DIO, che tanto peno! ». La suora stupefatta riconosce subito la voce della povera suor Teresa. Si riprende come meglio può e domanda: « E perché? – A causa della povertà, risponde suor Teresa. – Ma come! – Riprende la piccola suora, proprio voi che eravate così povera! – Non è stato per me, ma per le suore alle quali ho lasciato troppa libertà a questo riguardo. Ed anche tu, riguardati e bada a te stessa ». In quello stesso istante tutta la sala si riempie di uno fumo denso e l’ombra di suor Teresa appare dirigersi verso la porta scivolando lungo il muro. Giunta vicino alla porta, ella grida con forza: « Ecco una testimonianza della misericordia di DIO! » E ciò dicendo, colpisce il pannello più alto della porta, lasciandovi incisa nel legno carbonizzato, l’impronta più perfetta della sua mano destra; poi sparisce. La povera suor Anna-Felicia resta mezza morta dallo spavento. Tutta agitata comincia a gridare ed a invocare soccorso. Accorre una delle sue compagne, poi un’altra, poi tutta la comunità; si avvicinano ad essa, meravigliandosi dell’odore di legno bruciato. Cercano, guardano, e sulla porta intravedono la terribile impronta e vi riconoscono subito la forma della mano di suor Teresa, la quale era notevolmente minuta. Spaventate esse scappano via, corrono al coro, si mettono in preghiera e, dimenticando anche i bisogni corporali, trascorrono tutta la notte a pregare, a singhiozzare ed a far penitenza per la povera defunta, e l’indomani vanno tutte a comunicarsi per lei. La notizia si sparge fuori dal monastero: i frati minori, i buoni preti amici del monastero e tutti i cittadini dalla città uniscono le loro preghiere e le suppliche a quelle dei francescani. Questo slancio di carità ha qualcosa di soprannaturale e di particolarmente insolito. – Intanto, suor Anna-Felicia, ancora tutta sconvolta per l’emozione, riceve l’ordine formale di andare a riposarsi. Ella obbedisce, ben decisa a far sparire ad ogni costo, l’indomani mattina, l’impronta carbonizzata che rende sgomenta tutta Foligno. Ma ecco che suor Teresa-Margherita le appare nuovamente. « Io so cosa tu vuoi fare, le dice con severità, tu vorresti togliere il segno che io ho lasciato. Sappi che non è in tuo potere il farlo, essendo questo prodigio stato ordinato da DIO come insegnamento ed ammonimento per tutti. Per il suo giusto e terribile giudizio, io ero condannata a subire per quaranta anni le spaventose fiamme del Purgatorio, a causa della debolezza che spesso avevo mostrato nei riguardi di alcune mie consorelle. Io vi ringrazio, te e le tue compagne, delle tante preghiere che, nella sua bontà, il Signore si è degnato di applicare esclusivamente alla mia povera anima; ed in particolare i sette salmi penitenziali, che mi sono stati di grande sollievo ». Poi con viso sorridente, aggiunge: « O felice povertà, che procura una grande gioia a tutti coloro che veramente la osservano ». E così sparisce di nuovo. Infine l’indomani, suor Anna-Felicia, dopo aver dormito come d’abitudine, si sente ancora una volta chiamare per nome. Si sveglia tutta frastornata, rimanendo inchiodata nella sua posizione e senza poter articolar parola. Questa volta ancora, ella riconosce perfettamente la voce della suor Teresa. Nello stesso istante un globo di luce tutto luminoso e splendente appare ai piedi del suo letto illuminando la sua cella come in pieno giorno; nel mentre le giunge ancora la voce di suor Teresa che, con voce gioiosa e trionfante, dice: « io sono morta un venerdì, il giorno della Passione; ed ecco che un venerdì io me ne vado in gloria. Siate forti nel portare la croce! Siate coraggiose nella sofferenza! » Ed aggiungendo con amore: “addio, addio, addio!” si trasfigura in una nube leggera, bianca, luminosa, si alza in volo e sparisce. Ben presto fu aperta una inchiesta canonica dal Vescovo di Foligno e dai magistrati della città. Il 2 novembre, alla presenza di un gran numero di testimoni, si aprì la tomba di suor Teresa-Margherita; e l’impronta bruciata della porta si trovò esattamente conforme alla mano della defunta. Il risultato dell’inchiesta fu un giudizio ufficiale, che constatava con certezza l’autenticità perfetta di quanto avvenuto e raccontato. La porta, con l’impronta carbonizzata, è conservata nel convento con grande venerazione. La madre badessa, testimone del fatto, si è degnata di mostrarmela ella stessa, e i miei compagni di pellegrinaggio ed io abbiamo visto e toccato questo legno che attesta in modo così evidente e terribile che le anime, sia eternamente, sia solo di passaggio, soffrono nell’altra vita la pena del fuoco, e sono compenetrati e bruciati da questo fuoco. Quando, per ragioni che solo DIO conosce, è concesso loro di apparire in questo mondo, il fuoco ed esse sembrano essere una sola cosa; è come il carbone quando è arroventato dal fuoco. Dunque benché noi non possiamo penetrarne il mistero, sappiamo che, senza poterne dubitare, il fuoco dell’inferno, benché essenzialmente corporale, esercita la sua azione vendicatrice fin sulla anime.

Dove si trova il fuoco dell’inferno?

 Forse ci si domanderà ancora dove sia il fuoco dell’inferno e quale luogo occupi. Senza rimarcare niente di assolutamente preciso su questo punto, la rivelazione cristiana e l’insegnamento cattolico si accordano nel mostrarci gli abissi brucianti del fuoco centrale della terra come il luogo ove saranno precipitati, dopo la resurrezione, i corpi dei riprovati. È così che il celebre Catechismo del Concilio di Trento ci dice a chiare lettere che l’inferno è : « al centro della terra, “in medio terrae” ». questo è pure l’insegnamento formale di S. Tommaso, il quale tuttavia lo presenta come il sentimento più probabile. « Nessuna persona, egli dice, conosce con certezza ove sia l’inferno, a meno che non lo abbia direttamente appreso dallo Spirito Santo; si ha ragione nel credere che esso sia sotto terra. Innanzitutto il nome stesso sembra indicarcelo: “infernus”, inferno, vuol dire: “ciò che è al di sotto”, in un luogo inferiore rispetto alla terra. Poi nelle scritture, i riprovati sono detti essere «sotto terra, subtus terram ». Inoltre si dice nello stesso Vangelo e nelle lettere di San Paolo, che il Venerdì Santo la santa anima di Nostro Signore, momentaneamente separata dal suo corpo, scese nel cuore della terra, “in corde terrae,”, e « nei luoghi inferiori della terra, in inferiores partes terrae ». Ora noi sappiamo che essa andò a portare la notizia della redenzione e della salvezza ai giusti dell’Antica Legge che, dall’inizio del mondo avevano creduto in Lui e Lo attendevano pieni di speranza e di amore, nella pace del limbo; infine che questa santa Anima andò a rinfrancare e liberare le anime che erano allora in Purgatorio, e avevano compiuto l’espiazione delle loro colpe. Poi passa da lì nel limbo; infine che Essa discese fin nell’inferno “descendit ad inferos”, per manifestare a satana, a tutti i demoni e a tutti i riprovati, la sua divinità trionfante sul peccato, la carne ed il mondo. Ora da tutto questo si evince, anche se non con evidenza assoluta, ma tuttavia con grande forza, che il luogo dell’inferno è e sarà il centro della terra, che tutti i geologi ci rappresentano infatti come un immenso oceano di fuoco, di zolfo e bitume in fusione, e come qualcosa di così spaventoso ed insieme così potente, che niente potrebbe darcene un’idea in questa vita. Aggiungiamo a tutto questo il linguaggio delle Scritture nelle quali lo Spirito Santo presenta sempre l’inferno come un abisso nel quale si è precipitati, ove si cade, ove si discende; parole che esprimono necessariamente un luogo non soltanto inferiore, ma profondo. È ugualmente questo il linguaggio universale della Chiesa, dei Santi Padri e dei Teologi, ed anche di tutto il mondo. Infine, malgrado le loro alterazioni, le tradizioni del paganesimo, principalmente tra i Greci ed i Latini, vengono a confermare il sentimento che noi qui riassumiamo, dipingendo il luogo del castigo dell’altra vita, come una vasta regione sotterranea, o il regno del tetro dio Plutone, caricatura mitologica di satana; ove il fuoco e le fiamme giocano un ruolo principale, come già detto; e sotto il nome di Campi Elisi si vedono altre regioni, pure sotterranee, ove regnano però una certa pace ed una certa malinconica felicità, curioso riflesso della tradizione vera sul “limbo” degli antichi giusti. Aggiungiamo infine l’osservazione di S. Agostino, riportata da S. Tommaso: che dopo la morte il corpo è interrato, cioè disceso e deposto nella terra, per espiare il peccato con la putrefazione, e che sembra almeno corretto ritenere che l’anima debba espiare questo stesso peccato, sia come purificazione nel Purgatorio, sia come castigo nell’inferno, con lo scendere per trovare nei luoghi inferiori il fuoco vendicatore acceso dalla giustizia divina. Da tutto questo non possiamo, ed anche non dobbiamo concludere che l’inferno, con il suo fuoco spaventoso, abbia come sede speciale il centro della terra, ove il fuoco dell’abisso brucia con maggiore intensità? Osserviamo tuttavia che questo fuoco naturale è soprannaturalizzato dall’Onnipotenza della giustizia divina, alfine di produrre tutti gli effetti che richiede questa adorabile e terribile giustizia; tra l’altro, col fine di coinvolgere e penetrare gli spiriti come i corpi, senza consumare i corpi dei dannati ma al contrario conservarli, secondo questa terribile parola del sovrano Giudice stesso, “nella Geenna del fuoco inestinguibile, tutti i riprovati saranno salati dal fuoco “igne salietur”, in modo tale che il sale penetra e conserva la carne delle vittime, così per un effetto soprannaturale, il fuoco corporale dell’inferno penetra, senza mai consumarli, sia i demoni che i riprovati.

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Il fuoco dell’inferno è un fuoco tenebroso. Visione di Santa Teresa.

 Nel rivelarci che l’inferno è nel fuoco, Nostro Signore ci ha detto ugualmente, con l’autorità divina ed infallibile della sua parola, che l’inferno è nelle tenebre. Nel vangelo di San Matteo, nel capitolo ventiduesimo, Egli dà all’inferno il nome di tenebre esteriori. « Gettatelo, dice parlando dell’uomo che non è vestito con l’abito nuziale, cioè che non è nello stato di grazia, gettatelo nelle tenebre esteriori, “in tenebras exteriores”. » In altri passi del Vangelo, e nelle Epistole degli Apostoli, i demoni sono chiamati: « I princìpi delle tenebre, i potenti delle tenebre ». San Paolo dice ai fedeli: « voi siete tutti figli di luce: noi non siamo figli delle tenebre ». Le tenebre dell’inferno saranno corporali come il fuoco stesso, e queste due verità non implicano alcuna contraddizione. Il fuoco, o per parlare più esattamente, il produttore del calore, è come l’anima e la vita del fuoco, è un elemento perfettamente distinto dalla luce. Nello stato naturale, quando si produce la fiamma in mezzo al gas dell’aria, il fuoco è sempre più o meno luminoso, ma nell’inferno, conservando tutta la sua sostanza, l’elemento fuoco sarà privo di alcune proprietà naturali e ne acquisterà altre che saranno soprannaturali, che cioè non possiede di per se stesso. È quel che insegna San Tommaso che, appoggiandosi sul Santo Basilio Magno, insegna: « per la potenza di Dio, la chiarezza del fuoco sarà separata dalla proprietà che ha di bruciare, ed è la sua virtù comburente che servirà da tormento ai dannati ». Inoltre, « al centro della terra, ove è l’inferno, aggiunge San Tommaso, non può esserci che un fuoco tetro, oscuro, tutto denso di fumo »… quel poco che ne fuoriesce dalla bocca dei vulcani, conferma pienamente questa asserzione. Nell’inferno dunque ci saranno delle tenebre corporali, ma con un certo barlume che permetterà ai riprovati di intravedere quello che dovrà comporre i loro tormenti. Essi giungeranno a vedere nel fuoco e nell’ombra, ai bagliori delle fiamme dell’inferno, dice S. Gregorio Magno, coloro che hanno trascinato con essi nella dannazione; e questa vista sarà il complemento del loro supplizio. Pertanto, l’orrore stesso delle tenebre, che conosciamo per esperienza sulla terra, non deve essere ritenuto poca cosa nel castigo dei riprovati. Il nero è il colore della morte, del male, della tristezza. Santa Teresa racconta che un giorno, rapita in spirito, Nostro Signore si degnò di rassicurarla circa la sua eterna salvezza, se ella continuasse a servirLo ed amarLo come già faceva; e per aumentare nella sua serva fedele il timore del peccato e dei terribili castighi che esso genera, Egli volle farle intravedere il luogo che avrebbe occupato nell’inferno se ella avesse seguito le sue inclinazioni per il mondo, con la vanità e con i piaceri. « Un giorno in preghiera – ella racconta – mi trovai in un istante, senza saper in qual modo, trasportata corpo ed anima nell’inferno. Io compresi che Dio voleva farmi vedere il posto che i demoni mi avevano preparato e che avrei meritato per i peccati nei quali sarei caduta se non avessi cambiato vita. Questo durò per uno spazio breve, ma per quanto io vivessi ancora tanti anni, mi sarebbe impossibile cancellarne il ricordo. « L’entrata in questo luogo di tormento mi parve simile ad una sorta di forno estremamente basso, oscuro, stretto. Il suolo era un fango orribile, di un odore fetido e pieno di rettili striscianti. Alla sua estremità si levava una muraglia nella quale c’era un ridotto molto stretto ove mi vidi richiudere. Nessuna parola può dare la minima idea del tormento che là provai; è incomprensibile. Nella mia anima sentii un fuoco, di cui non ci sono parole per descriverne la natura, ed il mio corpo era nello stesso tempo in preda a dolori intollerabili. Io avevo provato nella mia vita crudelissime sofferenze che, secondo il parere dei medici, sono tra le più grandi che quaggiù si possano contrarre. Io avevo visto i miei nervi contrarsi in modo terribile all’epoca in cui persi l’uso dei miei arti; tutto questo era nondimeno nulla a paragone dei dolori che sentii allora; e il colmo era la consapevolezza che sarebbero stati eterni e senza sollievo. Ma queste torture del corpo non sono nulla a loro volta rispetto all’agonia dell’anima. È una stretta, un’angoscia, un infrangersi del cuore così sensibile, è nello stesso tempo una così disperata ed amara tristezza, che tenterei invano di descrivere. Se io dicessi che si prova in ogni istante l’angoscia della morte, direi ben poca cosa. No, mai potrò trovare espressioni che diano un’idea di questo fuoco interiore e di questa disperazione, che sono come il colmo di tanti dolori e tormenti. « Ogni speranza di consolazione in questo terrificante soggiorno è spenta, vi si respira un odore pestilenziale. Tale era la mia tortura in questo anfratto stretto scavato nel muro ove mi trovavo chiusa; le mura di questa cella, terrore per gli occhi, mi opprimevano esse stesse col loro peso. Là tutto soffoca; nessuna luce, non vi sono che tenebre della più tetra oscurità; eppure, o mistero!, anche senza alcun chiarore, si percepisce tutto quello che è più penoso per la vista. « Non è più piaciuto al Signore darmi una ulteriore maggiore conoscenza dell’inferno. Mi ha mostrato poi dei castighi ancora più spaventosi inflitti a certi vizi; poiché non ne soffrivo la pena, il mio terrore era minore. Nella prima visione, al contrario, il divino Maestro volle farmi provare veramente in spirito, non solo l’afflizione interiore, ma i tormenti anche esteriori come se il mio corpo li avesse sofferti. Io ignoro il modo in cui questo accadeva, ma compresi che era una grande grazia, e che il mio adorabile Salvatore aveva voluto farmi vedere con i miei occhi da quale supplizio Egli mi avesse liberato. Perché tutto ciò che si può sentir dire dell’inferno, tutto ciò che i nostri libri ci dicono degli strazi e dei diversi supplizi che i demoni fanno subire ai dannati, tutto questo non è niente rispetto alla realtà; tra l’uno e l’altro c’è la stessa differenza che esiste tra un quadro inanimato ed una persona vivente; bruciare in questo mondo è ben poca cosa in confronto a questo fuoco in cui si brucia nell’altro. Sono trascorsi quasi sei anni da questa visione, aggiunge Santa Teresa, ed ancora oggi, nello scriverlo, avverto un tale spavento che il sangue mi si gela nelle vene. In mezzo alle prove ed ai dolori, io evoco questo ricordo e da allora ogni cosa che possa accadermi quaggiù mi sembra più nulla; e trovo che noi ci lamentiamo senza motivo. « Da questo giorno, tutto mi sembra facile da sopportare in confronto ad un solo istante da trascorrere nel supplizio nel quale fui allora immersa. E non posso stupirmi del fatto che, pur avendo letto tante volte dei libri che trattano delle pene dell’inferno, ero così lontana dal formarmi un’idea giusta, e di temerlo come avrei dovuto. A cosa pensavo, Dio mio, e come potevo gustare qualche riposo in un genere di vita che mi conduceva ad un sì spaventoso abisso! O mio adorabile Maestro, siate eternamente benedetto! Voi avete mostrato nel modo più eclatante che Voi mi amate infinitamente più di quanto io non ami me stessa. Quante volte mi avete liberato da questa nera prigione, e quante volte vi sono rientrata contro la vostra volontà! « Questa visione ha fatto nascere in me un indicibile dolore alla vista di tante anime che si perdono. Essa mi ha inoltre dato i desideri più ardenti di lavorare per la loro salvezza; per strappare un’anima sola da sì orribili supplizi, lo sento, sarei pronta ad immolare mille volte la mia vita. » Che la fede sopperisca in ciascuno di noi alla visione; e che il pensiero delle «tenebre esterne» nelle quali i riprovati saranno gettati come la spazzatura e le scorie della creazione ci trattengano nelle tentazioni e faccia noi dei veri figli di luce!.

Quali altre grandissime pene accompagnano il tetro fuoco dell’inferno.

Oltre al fuoco e alle tenebre, nell’inferno ci sono altri castighi, altre pene ed altri modi di soffrire. Lo richiede infatti la giustizia divina; i riprovati hanno commesso il male in molte maniere, avendo ciascuno dei loro sensi partecipato più o meno ai loro peccati, e di conseguenza alla loro dannazione, è giusto che siano puniti innanzitutto nei punti che maggiormente avranno contribuito al peccato, secondo questa parola della Scrittura: “ciascuno sarà punito a secondo di come ha peccato”. È principalmente ancora il fuoco, questo fuoco terribile e soprannaturale di cui stiamo parlando, che sarà lo strumento di questi castighi molteplici: esso punirà con azione speciale questo o quel senso che avrà contribuito particolarmente all’iniquità; è così pure in rapporto a ciascun vizio, a ciascuno dei suoi peccati, che il dannato, gettato nel fuoco e nelle tenebre esteriori, come dice il Vangelo, piangerà amaramente su di un passato irreparabile e striderà i denti, nell’eccesso della disperazione. “Là vi sarà pianto e stridor di denti, “flatus et stridor dentium”. Tali sono le parole di DIO stesso. Questi pianti dei riprovati saranno più spirituali che corporali, dice S. Tommaso; e questo anche dopo la resurrezione, ove i corpi dei riprovati, riprendendo i loro corpi umani con tutti i loro sensi, tutti i loro organi e tutte le proprietà essenziali, non saranno nondimeno più suscettibili di certi atti né di certe funzioni. Le lacrime, in particolare, suppongono un principio fisico di secrezione che non esisterà più. O buon lettore, figuratevi dunque ciò che saranno e soffriranno sotto le diverse influenze di questo fuoco e di queste tenebre, di questi terribili rimorsi e di queste disperazioni inutili, gli occhi di un dannato, quegli occhi che tante volte, e per tanti anni, saranno serviti a contentare il proprio orgoglio, la vanità, la cupidigia, tutte gli appetiti della lussuria. E le sue orecchie aperte a discorsi impudichi, alle menzogne, alle calunnie, alle beffe dell’empietà! E la sua lingua, la sua bocca, strumento di tante sensualità, di tanti discorsi empi ed osceni, di tante leccornie! E le sue mani, che hanno cercato, scritto, che hanno sparso tante cose detestabili, che hanno fatto tante cattive azioni! Ed il suo cervello, organo di milioni di colpevoli pensieri di ogni genere! E il suo cuore, sede della sua volontà depravata, e di tutte le cattive affezioni, svanite per sempre! Ed il suo corpo tutto intero, la sua carne per la quale è vissuta, e di cui ha soddisfatto tutti i desideri, tutte le passioni, tutte le concupiscenze! Tutto in lui avrà il suo castigo, il suo tormento speciale, oltre alla pena generale della dannazione, della maledizione divina, e del fuoco vendicatore. Che orrore! E non è tutto. San Tommaso aggiunge, in effetti, con i Santi Padri: « nella purificazione finale del mondo, ci sarà tra gli elementi una separazione radicale; tutto ciò che è puro e nobile sussisterà nel cielo per la Gloria dei beati; mentre tutto ciò che è ignobile e sporco sarà precipitato nell’inferno per il tormento dei dannati. E così, come ogni creatura sarà causa di gioia per gli eletti, i dannati troveranno in tutte le creature una causa di tormenti. » E questo sarà il compimento dell’oracolo dei Libri santi: « L’universo intero combatterà con il Signore contro gli insensati, cioè i riprovati ». Infine, e per completare l’esposizione di questo lugubre stato dell’anima riprovata, aggiungiamo che Nostro Signore ha dichiarato Egli stesso nella formulazione della sentenza ultima del giudizio finale, vale a dire che: i maledetti, i dannati, andranno a bruciare nell’inferno, « nel fuoco che è stato preparato per il demonio e per i suoi angeli », negli abissi infuocati dell’inferno; i riprovati avranno dunque il supplizio dell’esecrabile compagnia di satana e di tutti i demoni. In questo mondo si trova talvolta una sorta di sollievo nel non essere soli a soffrire: ma nell’eternità, questa associazione del dannato con tutti i cattivi angeli e tutti gli altri riprovati sarà al contrario un aggravio di disperazione, di odio, di rabbia, di sofferenze dell’anima e dei dolori fisici. Ecco il poco che sappiamo, per rivelazione divina e attraverso gli insegnamenti della Chiesa, sulla molteplicità dei tormenti che saranno, nell’altra vita, il castigo degli empi, dei blasfemi, degli impudichi, degli orgogliosi, degli ipocriti, ed in generale di tutti i peccatori ostinati ed impenitenti. Ma quello che più di tutto il resto rende tutte queste pene spaventose, è la loro “eternità”!

 

 

A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

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Nella festa di San Pietro, vogliamo riportare uno stralcio di mons. E. Barbier, tratto da “I Tesori di Cornelio Alapide, a proposito della infallibilità del successore di Pietro e Vicario di GESU’ CRISTO, tanto per schiarire le idee a molti pseudo fedeli ingannati che seguono le eresie gallicane e fallibiliste dei signori di Econe & C., della radice velenosa di Lienart, sedicenti tradizionalisti per meglio ingannare gli incauti ed ignoranti con la celebrazione di false ed invalide messe sacrileghe, officiate da semplici laici, con la pianeta … mai validamente consacrati. Che la Vergine Maria respinga e bruci tutte le eresie attuali, a cominciare dall’ecumenismo e dal conciliarismo, e quelle più sottili ed ingannevoli dei (sedicenti) tradizionalisti scismatici sedevacantisti, sia materiali che formali. Preghiamo il Principe degli Apostoli affinché il Signore si decida quanto prima a ristabilire il “vero” Santo Padre nella sua Cattedra, oggi vergognosamente usurpata!

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A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

[da I tesori di Cornelio Alapide, vol. I, Torino, 1930]

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Resta a vedere a quali condizioni Gesù Cristo abbia promessa l’infallibilità a’ primi pastori. E qui, la – l)a di queste sarà forse che i detti pastori, chiamati a decidere di tutte le controversie in ultimo appello, siano tutti santi? – Ma in questo caso Gesù Cristo non avrebbe provveduto a nulla, perché consistendo la santità nel cuore, dove nessuno quaggiù può giudicare, noi non potremmo sapere mai chi sia santo, e chi no: uno pare gran santo ed è finissimo ipocrita. Se dunque fosse necessario questa condizione, sempre dubbiosa sarebbe la nostra fede.

2)a Si richiederà forse che siano tutti arche di scienza! Ma i fedeli dovrebbero essere ancora più sapienti per giudicare se quelli lo siano e qual grado di scienza ci voglia per ben decidere. Questo, da parte di Gesù Cristo, sarebbe stato un procurare la stabilità della fede, o non piuttosto un renderla incertissima?

3)a A Sarà a patto che abbiano tutti una diritta intenzione e non operino che spinti da motivi puri e soprannaturali? Ma chi penetrerà nel segreto della mente, chi scandaglierà l’abisso del cuore? Ed ecco di nuovo incertezza e dubbio, invece di saldezza e sicurezza.

4)a Sarà necessario che vi concorra il voto di tutti i Vescovi? Allora sarebbe inutile questo dono di Gesù Cristo alla sua Chiesa, perché non si potranno mai radunare tutti quanti i vescovi, né materialmente in persona, né moralmente in una sola sentenza; qualcheduno vi si troverà sempre di parere contrario.

5)a Sarà almeno a condizione che siano sbanditi da tali assemblee gli intrighi, le cabale, le brighe? Oltreché sarebbe questo un pretendere da Dio un miracolo non necessario, poco con ciò si provvederebbe alla conservazione del deposito della fede, perché nessuno non potrebbe cavare di mente ai più restii e procaci, che non vi sono stati raggiri e cabale all’aperto, e numerose ve ne furono però in segreto e di soppiatto, e gli eretici condannati, non mancherebbero d’afferrarsi a quest’appiglio.

6)a Bisognerà che il giudizio di ciascun vescovo sia stato preceduto da un esame scrupoloso, in cui siasi confrontato il punto controverso con la Scrittura e con i monumenti della tradizione, e che tutto questo si conosca pubblicamente? Ma come accertarsi e persuadersi che ciò si è fatto? Non si sono forse gli eretici, dopo la loro condanna, sempre lagnati che non si era bene esaminata la questione, non ben compresa la difficoltà? È certamente necessario che alla decisione vada innanzi un serio esame, e sarebbe colpevole quel vescovo che decidesse senz’aver attentissimamente discusso le materie su le quali sentenzia: e tutti sanno che così si suol fare; ma non a questa condizione Gesù Cristo ha legato l’infallibilità promessa ai primi pastori, perché essa ci lascerebbe tuttavia luogo a temere che non abbiano abbastanza pregato ed esaminato, e la nostra fede non sarebbe, per conseguenza, giammai ferma.

7)a Dovrà la difficoltà essere risolta in un concilio generale? Ma dove mai Gesù Cristo ha parlato di concilio generale o particolare? Egli c’indirizza alla Chiesa, ma non ci dice che intenda mandarci alla Chiesa congregata. Quindi la Chiesa sparsa, unita al sommo Pontefice, è tanto infallibile quanto la Chiesa riunita in concilio.

8)a Si richiederà finalmente che si abbia certezza che la sentenza dei primi pastori sia proferita sinceramente, senza che c’entri per nulla la politica, o veruna considerazione umana, o timore, o interesse, o compiacenza verso qualche potere terreno? Questo, invero, è sempre stato il ridicolo pretesto degli eretici per non sottomettersi alla condanna pronunziata contro di loro. Ma se a questo patto fosse stata promessa l’infallibilità della Chiesa, chi sarebbe ancora sicuro di qualche cosa? Sempre e per poco nascerebbe il sospetto, che non abbiano i vescovi ceduto a mire politiche, o d’interesse, o di timore, ed eccoci sempre titubanti intorno alla validità del loro giudizio. Dunque da nessuna delle riferite condizioni dipende l’infallibilità promessa alla Chiesa: le promesse di Gesù Cristo sono assolute e non legate a condizioni. L’infallibilità è annessa alla decisione del maggior numero dei vescovi uniti di comunione e anche di sentimento al Papa. Quindi, o i primi pastori sieno santi o no; sparsi o assembrati; abbiano diritta intenzione o sinistra; vi siano passate brighe, o no; abbiano giudicato per mire politiche, di interesse, o di che altro; si pretenda che siasi mancato nella forma canonica, nell’uniformità dei sentimenti; che il giudizio dei vescovi non fu preceduto da un esame sufficiente; che non si è fatto ricorso alla Scrittura e bilanciato l’affare coi monumenti della tradizione; che si mettano innanzi tutti i pretesti, i cavilli, i raggiri, le finezze, gli artifici, le sottigliezze immaginabili; che si blateri che la procedura non procedette regolare, che la sentenza non è stata canonica; nulla di tutto questo, né qualunque altra cosa che possa inventare la malizia della mente umana aguzzata dall’eresia, importa un bel nulla: rimane fermo che la Chiesa, dove si tratta della fede, non trascura nulla di quanto è necessario a rendere certa, indubitabile, inviolabile, la sua decisione. Ripetiamolo, le promesse di Gesù Cristo sono assolute, non legate a condizione di sorta. Qualunque siano le disposizioni dei primi Pastori che sentenziano la fede, la loro decisione è sempre infallibile e suona oracolo di Spirito Santo, quando sono uniti al centro dell’unità cattolica e giudicano col Papa. Perché allora la provvidenza divina disporrà infallibilmente gli spiriti in tal guisa che decideranno sempre conforme alla verità e mai a favore dell’errore, e ciò in virtù delle promesse di Gesù Cristo. Se così non fosse, noi non saremmo mai sicuri di nulla, neppure delle decisioni de’ concili generali. – Ma una decisione chiara e precisa della maggior parte dei vescovi, uniti in un sentimento col Papa, rende la fede nostra salda, certa, esente d’ogni dubbio, inquietudine, incertezza, perplessità. Ecco la regola infallibile del nostro credere a cui non contraddice nessun cattolico, essendo essa stata in ogni tempo la regola di tutta la Chiesa, e nessuno può sconfessarla senza dichiararsi eretico e scismatico. A questo solo punto si riducono tutte le controversie che mai furono e saranno nel mondo: qui è l’ultimo e supremo tribunale da cui non è mai permesso appellarsi. E in verità, la Chiesa sarebbe un corpo ben mal congegnato e mal fermo, se non vi fosse né capo, né giudice il quale componesse inappellabilmente le differenze, decidesse infallibilmente le controversie, a cui può dare origine la Scrittura in materia di religione; e ad accertarsene, basta volgere l’occhio su tutte le altre religioni sedicenti cristiane: voi non ci vedete che corpi mostruosi, appunto Perché non hanno né capo, né giudice il quale possa decidere in modo sicuro e infallibile i dubbi e le obbiezioni loro; seguono per unica regola la Scrittura santa da loro malmenata, falsificata, interpretata a proprio capriccio, quindi vi pullulano tra di loro tante sette quante sono le teste. Ma in tanto la verità non può essere che una sola, dunque essi versano nell’errore. -Ecco ora le regole che bisogna osservare e che furono ogni tempo osservate, per un concilio generale: vi si scorge la prudenza, la sapienza e lo spirito di Dio che guidano la Chiesa; sono tali insomma che bastano a chiudere la bocca a qualunque avversario che non abbia perduto affatto il buon senso ed ogni rossore.

.- l. Bisogna, dice il Bellarmino (De homil., lib . I , 9, 17), che la convocazione si pubblichi nelle principali parti del mondo cristiano. – 2. A Nessun vescovo ne deve essere escluso senza legittima e grave causa, quale sarebbe se fosse eretico o scismatico, notorio o scomunicato. – 3. Che vi si trovi qualche vescovo almeno delle più ragguardevoli e insigni province. – 4. Il Papa deve presiedere o in persona o per mezzo de’ suoi legati, altrimenti figurerebbe un corpo senza capo, il quale non rappresenterebbe la Chiesa. – 5. A Che non venga disciolto dal Papa: questa condizione procede dalla precedente, poiché quando il Papa più non vi presiede, o per sè o per i suoi legati, il concilio più non esiste. – 6. Che vi sia la libertà del voto . – 7. Quand’è finito deve essere confermato dal Papa: questa conferma è garanzia ai fedeli della legittimità del concilio, e assicurazione che ogni cosa vi si è fatta canonicamente.

 

L’INFERNO – mons. DE SEGUR -1-

L’inferno, di mons. De Ségur (1)

[Da: Oeuvres de Mgr. De Ségur, tome XI]

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Breve di S.S. il Sommo Pontefice all’autore:

Il Santo Padre, PAPA PIO IX

Carissimo Figlio, salute e benedizione apostolica. Noi ci felicitiamo di tutto cuore perché non cessate di ottemperare, su così ampia scala e con tanto successo, al vostro ufficio di araldo del Vangelo. Tutto ciò che pubblicate si diffonde subito tra il popolo con migliaia di esemplari. Evidentemente, perché i vostri scritti sono così ricercati, occorre che essi piacciano ed essi non potrebbero piacere se non avessero il dono di conciliare gli spiriti, e di penetrare fino al fondo dei cuori e di produrre in essi ciascuno i loro benefici effetti. Mettete dunque a profitto la grazia che Dio vi ha fatto; continuate a lavorare con ardore ed assolvere al vostro ministero di evangelizzazione. Quanto a Noi, Noi vi promettiamo da parte di Dio una larga assistenza, per mezzo della quale voi potrete iniziare alle vie della salvezza un numero ogni giorno più considerevole di anime, e intrecciarvi così una magnifica corona di gloria. Nell’attesa, come dono di questo celeste favore e degli altri doni del Signore, ricevete la Benedizione Apostolica che Noi vi impartiamo con grande amore, Figlio carissimo, per testimoniarvi la Nostra paterna benevolenza. – Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 marzo 1876, trentesimo anno del Nostro Pontificato

                         PIO IX, PAPA.

 

L’INFERNO

PROLOGO 

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri, le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare. Vicino ad un confessionale, appartato, un giovane prete in cotta adora il Santo Sacramento. “Guarda con quanta attenzione sta lì, dice uno di loro al compagno, si direbbe quasi che aspetti qualcuno. Forse aspetta te?”. L’altro ridendo risponde. – “Me?! E per fare cosa?” – “ Non saprei, chissà, magari per confessarti”. – Per confessarmi? “Ebbene, vuoi scommettere che ci vado?”. “Tu, andare a confessarti! Bah!” E si mette a ridere, alzando le spalle. Cosa vuoi scommettere? riprende il giovane ufficiale, con aria beffarda e decisa. Scommettiamo una bella cena, con una bottiglia di champagne d’annata! “E vada per la cena con lo Champagne. Va’ allora a metterti in confessionale”. Appena lasciato l’altro va diritto dal prete bisbigliandogli qualcosa nell’orecchio, costui si alza, entra in confessionale mentre il penitente improvvisato rivolge uno sguardo di sussiego verso il compagno inginocchiandosi come per confessarsi. – “Ma che sfrontatezza”, mormora l’altro, e si siede a vedere cosa accade. Aspetta cinque minuti, poi dieci, un quarto d’ora “Ma cosa fa?” – si domanda curioso e leggermente impaziente – cosa sta dicendo in tutto questo tempo?” Infine si apre il confessionale, l’abate ne esce, col volto animato e grave; e dopo aver salutato il giovane militare, entra in sagrestia. A sua volta esce l’ufficiale, rosso come un gallo, stirandosi i baffi con aria un po’ accigliata, facendo cenno all’amico di uscir dalla Chiesa. “Oh – gli dice – ma cosa è successo? Lo sai che sei rimasto quasi venti minuti con questo abate? Ho pensato che ti confessassi per davvero. Ti sei proprio guadagnato la cena scommessa! Vogliamo andare questa sera?” No, risponde l’altro di cattivo umore, no, non oggi! Ho da fare, ti devo lasciare”. E stringendo la mano al compagno, si allontana bruscamente, con aria corrucciata. Ma che cosa è successo realmente tra il sottotenente ed il confessore? Ecco cosa: Appena il prete apre lo sportello del confessionale, si accorge dal tono del giovane che si tratta di una mistificazione. Costui aveva avuto l’impertinenza di dire, al termine di una sua frase: « La religione! la confessione! Io me ne infischio! ». Questo abate era un uomo di spirito. « Mio caro signore, egli dice interrompendolo con garbo, io vedo che ciò che fate, non è una cosa seria. Lasciamo da parte la confessione, e se volete, facciamo un po’ di chiacchiere. Io amo molto i militari, e poi voi mi sembrate essere un giovane amabile. Che grado avete, ditemi? ». L’ufficiale comincia a capire di aver commesso una sciocchezza, e felice di trovare il modo di liberarsi, risponde gentilmente: « Io sono un sottotenente. Esco da Saint-Cyr. — “Sottotenente? E resterete per molto tempo sottotenente?” — “Ma non penso per molto, due o tre anni, forse quattro”. — “E dopo?” — “Dopo? Passerò tenente” — “E dopo?” — “Dopo? Sarò capitano” — “Capitano? A quanti anni si diventa capitano?” — “Se avrò fortuna, dice l’altro sorridendo, potrò essere capitano a ventotto o ventinove anni.” — “E dopo?” — “Oh! dopo è più difficile; si resta per molto tempo capitano. Poi si diventa capo di battaglione; poi tenente-colonnello; poi, colonnello”. — “Ebbene! Eccovi colonnello a quaranta, quarantadue anni. E dopo?” — “Dopo? Io diventerò generale di brigata, e poi generale di divisione.” — “E dopo?” — “Dopo? C’è solo il bastone di maresciallo ma … le mie pretese non vanno fin là!” — “Eh bene, eccovi sposato, ufficiale superiore, generale, generale di divisione, forse anche maresciallo di Francia, che so? E dopo signore, e dopo?” Insisteva il prete con decisione.— “Dopo? Dopo? Replica l’ufficiale un po’ interdetto. Oh ! Ma che dire, io non so cosa accadrà dopo!”. “Vedete come è strano – dice allora l’abate con tono sempre più grave – Voi sapete tutto ciò che accadrà fino a quel punto, e non sapete cosa accadrà dopo! Ebbene, io invece lo so; e voglio proprio dirvelo! Dopo, signore, voi morirete. Dopo la vostra morte comparirete davanti a Dio e sarete giudicato. E se continuerete a fare come fate ora, voi sarete dannato; sarete bruciato eternamente nell’inferno. Ecco cosa succederà dopo!”. E poiché il giovane stordito da questa conclusione, infastidito da questo finale, sembra volersi schermire : “Un instante ancora Signore! – aggiunge l’abate – ho da dirvi ancora una parola”. “Voi avete il vostro onore, è vero? Ebbene anche io ho il mio, e voi avete mancato gravemente nei miei confronti, e mi dovete una riparazione. Io ve la chiedo, la esigo in nome dell’onore. Essa sarà molto semplice. Datemi la vostra parola che per otto giorni, ogni sera prima di andare a dormire, vi metterete in ginocchio e direte ad alta voce: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego! Dopo il mio giudizio, io sarò dannato, ma io me ne frego. Io brucerò eternamente nell’inferno; ma io me ne frego”. Ecco tutto. Voi mi date la vostra parola d’onore, giusto?”. Sempre più disorientato, volendo uscire quanto prima dall’imbarazzo, il sottotenente promette tutto, e il buon abate lo congeda con bontà, aggiungendo : “Non ho bisogno di dirvi, mio caro amico, che vi perdono di vero cuore. Se mai avete bisogno di me, voi mi troverete sempre qui, al mio posto. Solo … non dimenticate la parola data”. Così si sono lasciati, come abbiamo già visto. Il giovane ufficiale va a cena da solo. È manifestamente infastidito. La sera, al momento di dormire, esita un po’, ma la sua parola è data; egli esegue: “io morirò, io sarò giudicato, ed andrò forse all’inferno ….” E non ha il coraggio di aggiungere: « Io me ne frego. » Passano così dei giorni. La sua “penitenza” gli torna continuamente nella mente e sembra assordargli le orecchie. In fondo, come il novantanove per cento dei giovani, egli è più frastornato che cattivo. Non ancora trascorso l’ottavo giorno, egli ritorna, questa volta da solo, alla chiesa dell’Assunta, si confessa per bene, ed esce dal confessionale col viso bagnato di lacrime o con la gioia nel cuore. Egli è poi rimasto, mi hanno assicurato, un degno e fervente cristiano. Il serio timore dell’inferno, con la grazia di Dio, aveva operato la metamorfosi. Ora, ciò che ha fatto sullo spirito di questo giovane ufficiale, questa consapevolezza, perché non potrebbe farlo sul vostro, amico lettore? Occorre dunque riflettere, una buona volta. Si tratta di una questione personale, e pertanto, confessatelo, terribile. È una domanda che si pone per ciascuno di noi, e bene o male occorre dare una soluzione positiva. – Andremo così ad esaminare insieme, se vi aggrada, brevemente e francamente, due cose: 1) se c’è veramente un inferno; 2) cos’è l’inferno. Io qui faccio unicamente appello alla vostra buona disposizione e alla vostra fede.

CAP. I

Se veramente esiste un inferno

C’è l’inferno: è la credenza di tutti i popoli, in tutti i tempi.

Ciò che tutti i popoli hanno sempre creduto, in tutti i tempi, costituisce ciò che si chiama una verità di senso comune, o meglio, di comune sentimento universale. Se qualcuno si rifiuta di ammettere una di queste grandi verità universali, non avrebbe, come si dice giustamente, il senso comune. Bisogna essere folli, in effetti, per pensare che si possa aver ragione contro tutto il mondo. Ora in tutti i tempi, dall’inizio del mondo fino ai nostri giorni, tutti i popoli hanno creduto all’inferno. Sotto un nome o un altro, in forme più o meno alterate, essi hanno ricevuto, conservato e proclamato, la credenza in castighi terribili, in castighi senza fine, in cui appare sempre il fuoco, per punire i malvagi, dopo la morte. Questo è un fatto certo, così luminosamente stabilito dai nostri grandi filosofi cristiani, tanto che è superfluo darsi la pena di provarlo. Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco, chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè. Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico. Il nome stesso dell’inferno si trova a chiare lettere. Così nel sedicesimo capitolo del libro dei Numeri, noi vediamo i tre leviti, Goré, Dathen ed Abiron che avevano blasfemato Dio, ribellandosi a Mosè: “Inghiottiti vivi nell’inferno”, ed il testo ripete: “ … e discesero vivi nell’inferno” “descenderuntque vivi in infernum”; ed il fuoco, “ignis” che il Signore ne fece uscire, divorò altr i duecentocinquanta altri ribelli”. Ora, Mosè scrive questo più di sedici secoli prima della nascita di Nostro Signore, vale a dire quasi tremila e cinquecento anni fa. Nel Deuteronomio, il Signore dice, per bocca di Mosè. “ il fuoco è stato acceso nella mia collera ed i suoi ardori penetreranno fino alle profondità dell’inferno “ardebit usque, ad inferna novissima”. Nel libro di Giobbe, egualmente scritto da Mosè, a testimonianza dei più grandi sapienti, gli empi, per cui la vita abbonda di beni, e che dicono a Dio “noi non abbiamo bisogni di Voi, non vogliamo la vostra legge; perché servirVi e pregarVi!”, questi empi cadono tutto ad un tratto nell’inferno “in puncto ad inferna descendunt”. Giobbe chiama l’inferno “la regione delle tenebre, la regione sprofondata nelle ombre della morte, la regione del dolore e delle tenebre, in cui non c’è alcun ordine, ma vi regna l’orrore eterno “sed sempiternus horror inhabitat”. Ecco già delle testimonianze più che rispettabili, e che risalgono alle origini storiche più remote. Mille anni prima dell’era cristiana, quando non c’era ancora né storia greca, né storia romana, Davide e Salomone parlano frequentemente dell’inferno come di una grande verità, talmente conosciuta e riconosciuta da tutti, per cui non c’è neppure bisogno di dimostrarlo. Nel suo libro dei Salmi, Davide tra l’altro, parlando dei peccatori, dice: “che essi siano gettati nell’inferno, “revertantur peccatores in infernum”. Che gli empi siano confusi e precipitati nell’inferno, “et deducantur in infernum”. E altrove parla dei dolori nell’inferno “dolores inferni”. Salomone non è meno formale. Ricordando i propositi degli empi che vogliono sedurre e perdere il giusto, egli dice: « Divorano ogni vivente, come fa l’inferno, “sicut infernus” ». E in questo famoso passaggio del Libro della Sapienza, dove egli descrive ammirevolmente la disperazione dei dannati, aggiunge: « ecco ciò che dicono nell’inferno, coloro che hanno peccato; perché la speranza dell’empio svanisce come il fumo portato dal vento ». In un altro dei suoi libri, l’Ecclesiastico, egli dice ancora: « la moltitudine dei peccatori è come un fardello di stoppa; ed il loro fine ultimo, è la fiamma del fuoco, “flamma ignis”; questo sono gli inferi, e le tenebre e le pene, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et paenae ». Due secoli dopo, più di ottocento anni prima di Gesù Cristo, il grande profeta Isaia diceva a sua volta “Come tu sei caduto dall’alto del cielo, o lucifero? Tu che dicevi nel tuo cuore: “io salirò fino al cielo, io sarò simile all’Altissimo” ti vedo precipitato nell’inferno, in fondo all’abisso, “ad infernum detraheris, in profundum laci”. Per questo “abisso”, per questo misterioso “stagno”, noi vedremo più avanti che bisogna intendere questa spaventosa massa liquida di fuoco che la terra avvolge e nasconde, e che la Chiesa stessa ci indica come il luogo propriamente detto dell’inferno. Salomone e Davide parlano anch’essi di un abisso bruciante. In un altro passaggio delle sue profezie, Isaia parla del fuoco, del fuoco eterno dell’inferno. “I peccatori, egli dice, sono pieni di spavento. Chi di voi potrà entrare nel fuoco che divora, nelle fiamme eterne “cum ardoribus sempiternis?” – Il Profeta Daniele, vissuto duecento anni dopo Isaia, dice, parlando della resurrezione ultima e del giudizio: « E la moltitudine di coloro che dormono nella polvere, si sveglierà, gli uni per la vita eterna, gli altri per un obbrobrio che non finirà mai ». testimonianza simile da parte di altri Profeti, fino al precursore del Messia, san Giovanni Battista, che parla anch’egli al popolo di Gerusalemme del fuoco eterno dell’inferno, come una verità da tutti conosciuta, e della quale nessuno ha mai dubitato. « Ecco il Cristo che si avvicina, esclama, Egli vaglierà il suo grano, raccoglierà il frumento (gli eletti) nei granai; quanto alla paglia (i peccatori) Egli li brucerà nel fuoco che non si spegne mai. In “igne inestinguibili” ». – L’antichità pagana, greca e latina, ci parla ugualmente dell’inferno, e dei suoi terribili castighi che non avranno mai fine. Sotto forme più o meno esatte, a seconda che i popoli si allontanavano più o meno dalle tradizioni primitive e dagli insegnamenti dei Patriarchi e dei Profeti, vi si ritrova sempre la credenza in un inferno, un inferno di fuoco e di tenebre. Tale era il Tartaro dei greci e dei latini. « Gli empi che hanno disprezzato le sante leggi, sono precipitati nel tartaro per non uscirne mai, e per soffrivi tormenti orribili ed eterni », dice Socrate, citato da Platone, suo discepolo. E Platone ancora dice: « Si deve prestar fede alle tradizioni antiche e sacre che insegnano che dopo questa vita l’anima sarà giudicata e punita severamente se non ha vissuto in modo conveniente ». Aristotele, Cicerone, Seneca, parlano di queste stesse tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Omero e Virgilio le hanno rivestite dei colori dei loro versi immortali. Chi non ha letto della discesa di Enea agli inferi, ove, sotto il nome di “Tartaro”, di Plutone, etc. noi ritroviamo le grandi verità primitive, sfigurate ma conservate dal paganesimo? I supplizi dei malvagi sono eterni; ed uno di essi ci viene ritratto come “fissato, eternamente fissato nell’inferno”. Che questa credenza sia universale, incontestabile ed incontestata, lo stesso filosofo scettico Bayle, è il primo a costatarlo, a riconoscerlo. Il suo confratello in voltairianesimo ed in empietà, l’inglese Bolingbroke lo confessa con uguale franchezza. Egli dice formalmente: « La dottrina di uno stato futuro di ricompensa e di castigo sembra perdersi nelle tenebre dell’antichità; essa precede tutto quel che sappiamo di certo. Dal momento che iniziamo a sbrogliare il caos della storia antica, noi ritroviamo questa credenza in modo solido nello spirito delle prime nazioni che noi conosciamo ». Se ne ritrovano i frammenti fin tra le informi superstizioni dei selvaggi dell’America, dell’Africa e dell’Oceania. Il paganesimo dell’India e della Persia ne conserva vestigia impressionanti, ed infine il maomettanesimo annovera l’inferno nel numero dei suoi dogmi. In seno al Cristianesimo, è superfluo dire che il dogma dell’inferno è fortemente insegnato come una delle grandi verità essenziali, che servono come base di tutto l’edificio della Religione. Finanche gli stessi protestanti che hanno distrutto tutto con la loro folle dottrina del “libero esame”, non hanno osato toccare l’inferno. Cosa strana ed inesplicabile in mezzo a tante rovine, Lutero, Calvino e gli altri hanno dovuto lasciare in piedi questa verità terrificante, che doveva pur essere a loro personalmente così inopportuna! Dunque, tutti i popoli, in tutti i tempi, hanno conosciuto l’esistenza dell’inferno. Questo dogma terribile fa parte allora di questo tesoro delle grandi verità universali, che costituiscono la luce dell’umanità. Pertanto un uomo appena sensato non può metterlo in dubbio dicendo, nella follia di un’orgogliosa ignoranza: “Non c’è l’inferno!”. In conclusione, quindi: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: l’inferno non è stato inventato, né poteva esserlo.

   Noi vediamo allora che in tutti i tempi, tutti i popoli hanno creduto nell’inferno. Questo già prova da solo che esso non è frutto di un’invenzione umana. – Supponiamo per un istante: il mondo vivente, ben tranquillo, immerso nei piaceri ed abbandonato senza timore a tutte le passioni. Un bel giorno, un uomo, un filosofo, gli viene a dire: « C’è un inferno, un luogo di eterni tormento, ove Dio vi punirà se continuate a fare il male; un inferno di fuoco nel quale brucerete senza fine, se non cambiate vita ». Figuratevi che effetto avrebbe prodotto un tale annunzio! – Inizialmente nessuno vi avrebbe creduto. « Ma cosa venite a predicarci? Avrebbero detto a questo inventore dell’inferno. Ma come vi è saltato in mente, da dove l’avete preso? Quali prove ci portate? Voi siete un sognatore, un profeta di sventura ». Non lo si sarebbe mai creduto. Nessuno lo avrebbe creduto, perché tutto, nell’uomo corrotto, si rivolta istintivamente contro l’idea dell’inferno. Così come ogni colpevole respinge, per quanto può, l’idea del castigo, allo stesso modo e centuplicato l’uomo colpevole respinge la prospettiva di questo fuoco vendicatore, eterno, che deve punire impietosamente tutte le sue colpe, anche le colpe segrete. E soprattutto in una società, come la supponiamo al momento, in cui nessuno ha mai sentito parlare dell’inferno: la rivolta dei pregiudizi, si sarebbe unita alla rivolta delle passioni. Non solo non lo avrebbero voluto credere, questo inventore di sciagure, ma lo si sarebbe cacciato con furore, lo si sarebbe lapidato, cosicché il pensiero di ricominciare non sarebbe più venuto a nessun’altro. E qualora si volesse ancor prestar fede a questa invenzione, poniamo, evocando una impossibilità ancor più evidente, che tutti i popoli si siano messi a credere all’inferno sulla parola del suddetto filosofo: qual avvenimento! E allora io mi domando: il nome dell’inventore, il secolo, il paese dove viveva, non sarebbero certamente stati consegnati alla storia? Ma, nulla di tutto questo! È stato segnalato mai qualcuno che abbia introdotto nel mondo questa dottrina terrificante, sì contraria alle passioni più radicate dello spirito umano, del cuore, dei sensi? Dunque, l’inferno non è stato inventato! Non è stato inventato, perché non poteva esserlo. L’eternità delle pene dell’inferno è un dogma che la ragione non può comprendere; essa può conoscerlo, ma non comprenderlo, perché è al di sopra della ragione. E ciò che l’uomo non comprende, come può averlo inventato? Ed è proprio perché l’inferno, l’inferno eterno, non può essere compreso dalla ragione che la ragione insorge contro di esso, non essendo rischiarata e rivelata dalle luci soprannaturali della fede. Come vedremo più in la, la ragione grida all’ingiustizia, alla barbarie, e di conseguenza all’impossibilità. – Il dogma dell’inferno è ciò che si chiama “una verità innata”, vale a dire una di quelle luci di origine divina che lotta in noi malgrado noi; che è nel fondo della nostra coscienza, incrostata nelle profondità della nostra anima come un diamante nero, che brilla di un bagliore oscuro. Nessuno lo può strappare, perché è DIO stesso che lo ha messo là. Si può coprire questo diamante con i suoi bagliori scuri, se ne può allontanare lo sguardo e dimenticarlo per un certo tempo; si può negarlo in parole; ma vi si crede malgrado tutto, e la coscienza non cessa di proclamarlo. Gli empi che si burlano dell’inferno, in fondo ne hanno una paura terribile. Coloro che dicono che per essi è dimostrato che l’inferno non c’è, mentono a se stessi e agli altri. Si tratta di una empia speranza del cuore, piuttosto che una negazione ragionata dello spirito. Nell’ultimo secolo, uno di questi insolenti scriveva a Voltaire che aveva scoperto la prova metafisica della non esistenza dell’inferno: « voi siete tra i felici, gli rispose il vecchio patriarca degli increduli; ma io non mi trovo tra essi! ». No, l’uomo non ha inventato l’inferno! Egli non lo ha inventato, non lo ha potuto inventare. Il dogma di un inferno eterno di fuoco risale a DIO stesso. Esso fa parte di questa grande rivelazione primitiva che è la base della Religione e della vita morale del genere umano. Ergo: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: Dio stesso ce ne ha rivelato l’esistenza.

I passaggi dell’Antico Testamento che ho citato più in alto, dimostrano già che il dogma dell’inferno è stato rivelato da Dio stesso ai Patriarchi, ai Profeti e all’antico Israele, in effetti non si tratta solo di testimonianze storiche: sono ancora e soprattutto delle testimonianze divine, che comandano la fede, che si impongono alla nostra coscienza, con l’autorità infallibile delle verità rivelate. Nostro Signore GESU’-CRISTO ha solennemente confermato questa temibile rivelazione; e per ben quattordici volte nel Vangelo, parla dell’inferno. Noi non riporteremo qui tutte le sue parole per non ripeterci. Non dimenticate, mio buon lettore, che è DIO stesso che qui parla, e che ha detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno … ». poco dopo la sua meravigliosa trasfigurazione sul Tabor, Nostro Signore diceva ai suoi discepolo e alle moltitudini che Lo seguivano: « Se la vostra mano (cioè ciò che di più prezioso avete) è per voi occasione di peccato, tagliatela: è meglio entrare nell’altra vita con una sola mano, che con due mani nell’inferno, nel fuoco inestinguibile. Se il vostro piede o il vostro occhio è per voi un’occasione di scandalo, tagliatelo, cavatelo, gettatelo lontano da voi: è meglio entrare nella vita eterna con un solo piede ed un solo occhio, che essere gettati con i due piedi o i due occhi nella prigione del fuoco eterno, “in gehenna ignis inextinguibilis”, ove il rimorso non cessa mai, ed il fuoco non si spegne mai “ … et ignis non estinguitur!” – Egli parla di ciò che accadrà alla fine dei tempi, e dice: « Allora il Figlio dell’uomo verrà con i suoi Angeli, ed essi separeranno coloro che avranno fatto il male per gettarli nella fornace di fuoco, “in caminum ignis” ove ci sarà pianto e stridor di denti. Chi ha orecchie per intendere, intenda ». Quando il Figlio di Dio predice l’ultimo giudizio, nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di San Matteo, ci fa conoscere in anticipo i propri termini della sentenza che pronuncerà contro i riprovati: « Ritiratevi da me, maledetti, al fuoco eterno “discedite a me, maledicti, in ignem aeternum ». Io vi chiedo: ci può essere nulla di più chiaro? Gli Apostoli, incaricati dal Salvatore di sviluppare la sua dottrina e di completare le sue rivelazioni, ci parlano dell’inferno e delle sue fiamme eterne in modo non meno esplicito. Per non citare che alcune delle loro parole, ricorderemo San Paolo che dice ai cristiani di Tessalonica, predicando loro i giudizi eterni, « … che il Figlio di DIO si vendicherà nella fiamma del fuoco, “in flamma ignis”, degli empi che non hanno voluto riconoscere DIO e che non obbediscono al Vangelo di Nostro Signore GESU’-CRISTO; essi avranno da soffrire delle pene eterne nella morte, lontano dalla faccia del Signore, “paenas dabunt in interitu aeternas” ». – L’Apostolo San Pietro dice che i malvagi subiranno il medesimo castigo degli angeli cattivi, che il Signore ha precipitato nelle profondità dell’inferno, nel supplizio del tartaro, « rudentibus inferni detractos in Tartarum tradidit cruciandos ». Egli li chiama « figli di maledizione, “maledictionis filii”, ai quali sono riservati agli orrori delle tenebre ». San Giovanni ci parla ugualmente dell’inferno e dei suoi fuochi eterni. Riguardo all’anticristo e del suo falso profeta, egli dice: « Essi saranno gettati viventi nell’abisso ardente di fuoco e zolfo, “in stagnum ignis ardensis sulphure”, per esservi tormentati notte e giorno nei secoli dei secoli, “cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum” ». infine l’Apostolo San Giuda ci parla a sua volta dell’inferno, mostrandoci i demoni ed i riprovati « incatenati per l’eternità nelle tenebre, subenti le pene del fuoco eterno, “ignis aeterni paenam sustinentes” ». – Ed in tutto il corso delle loro epistole ispirate, gli Apostoli ritornano incessantemente sul timore dei giudizi di DIO e sui castighi eterni che attendono i peccatori impenitenti. Dopo gli insegnamenti così chiari, come meravigliarsi che la Chiesa ci presenti l’eternità delle pene e del fuoco dell’inferno come un dogma di fede propriamente detto? In tal modo, che colui che vorrebbe negarlo o solo dubitarne, sarebbe quantomeno un eretico. Dunque l’esistenza dell’inferno è un articolo di fede cattolica e ne siamo tanto sicuri, come per l’esistenza di DIO. – Dunque, un inferno c’è! Riassumendo: la testimonianza dell’intero genere umano e delle tradizioni più antiche; la testimonianza della natura umana, della retta ragione, del cuore e della coscienza, e soprattutto la testimonianza dell’insegnamento infallibile di DIO stesso e della sia Chiesa, si uniscono per attestarci, con assoluta certezza, che c’è un inferno di fuoco e tenebre, un inferno eterno per il castigo degli empi e dei peccatori impenitenti. Io vi domando, caro lettore, si può mai stabilire una verità più perentoria?

Se veramente c’è l’inferno, come mai nessuno ne è tornato?

L’inferno esiste essenzialmente per punire i riprovati, e non per lasciarli tornare sulla terra. Quando uno si trova là, ivi resterà. Voi dite che non si ritorna? Questo è vero nell’ordine abituale della Provvidenza. Ma è proprio certo che nessuno sia mai tornato dall’inferno? Siete sicuri che in vista della misericordia e della giustizia, DIO non abbia permesso mai ad un dannato, di riapparire sulla terra? Nella santa Scrittura e nella storia, si fa prova del contrario; e, benché sia divenuta una superstizione, la credenza quasi generale a ciò che si chiamano “i fantasmi”, sarebbe inesplicabile se non provenisse da un fondo di verità. Lasciatevi qui riportare qualche avvenimento la cui autenticità sembra evidente e che proverebbe l’esistenza dell’inferno, per mezzo di spaventose testimonianze di quelli stessi che vi si trovavano.

Il dottore Raimond Diocré

      Nella vita di San Bruno, fondatore dei monaci certosini, si trova un avvenimento sconvolgente, avvenuto alla presenza di migliaia di testimoni, ed esaminato in tutti i particolari dai dottissimi Bollandisti, che presenta pertanto alla critica più seria, tutti i caratteri storici dell’autenticità; un fatto accaduto a Parigi, in pieno giorno, alla presenza di migliaia di testimoni, i cui dettagli sono stati raccolti dai testimoni, e che ha dato vita infine ad un grande ordine religioso. – Moriva, nell’anno 1082, un grande professore dell’università di Parigi, di nome Raymond Diocrès, che godeva dell’ammirazione universale, compianto da tutti i suoi allievi. Uno dei più sapienti dottori del tempo, conosciuto in tutta l’Europa per la sua scienza, i suoi talenti e le sue virtù, chiamato Bruno, si trovava in quel tempo a Parigi con quattro colleghi, e decise di assistere diversamente alle esequie dell’illustre scomparso. Si era disposto il corpo nella grande sala della cancelleria vicino alla Chiesa di Nostre-Dame, ed una immensa folla circondava il catafalco, ove, secondo l’uso dei tempi, il morto veniva esposto, coperto da un semplice velo. Nel momento in cui si cominciò a leggere una delle letture dell’Ufficio dei morti che comincia così: « Rispondimi. Quanto grandi e numerose sono le tue iniquità … », una voce sepolcrale uscì da sotto il velo funebre, e tutti gli astanti udirono queste parole. « Per un giusto giudizio di Dio, sono stato accusato ». Ci si precipitò allora a togliere il drappo mortuario: il povero morto era là immobile, glaciale, perfettamente “morto”. La cerimonia, interrotta per un istante, riprese subito; tutti gli astanti erano nello stupore e pieni di paura. Si riprende dunque l’Ufficio, si arriva nuovamente alla lettura suddetta «Rispondimi»! Questa volta, visto da tutti, il morto si solleva, e con voce più forte, ancora più accentuata, dice: « Per un giusto giudizio di DIO, sono stato giudicato », e ricade all’indietro disteso. Il terrore negli astanti è al colmo! Alcuni medici possono costatarne di nuovo la morte: il cadavere è freddo, rigido. Non si ha il coraggio di continuare, e l’Ufficio viene rimandato all’indomani. Le autorità ecclesiastiche, non sanno come comportarsi. Gli uni dicono. «È un dannato; è indegno delle preghiere della Chiesa». Altri dicono: «No, tutto questo è senza dubbio molto terrificante, ma infine, tutti noi non saremo dapprima accusati, e poi giudicati con un retto giudizio di DIO? ». il Vescovo è pure di questo avviso, e l’indomani, il servizio funebre ricomincia alla stessa ora. Bruno ed i suoi compagni sono là come il giorno prima. Tutta l’Università, tutta Parigi è accorsa a Notre-Dame. – L’Ufficio dunque ricomincia. Alla stessa lettura: « Rispondimi! … », il corpo del dottor Raymond si erge seduto e, con un accento indescrivibile, che lascia di ghiaccio tutti gli astanti, esclama: « Con un retto giudizio di DIO sono stato condannato» , e ricade immobile. Questa volta non ci sono più dubbi, il terribile prodigio costatato fino all’evidenza estrema, non è più discutibile. Per ordine del Vescovo e del Capitolo, si spoglia seduta stante il cadavere delle sue insegne e delle sue dignità, e lo si manda alla volta di Montfaucon. – All’uscire dalla grande sala della cancelleria, Bruno, che all’epoca aveva circa quarantacinque anni, decide irrevocabilmente di lasciare il mondo, ed si mette alla ricerca, insieme ai suoi compagni, nella solitudine della grande certosa, nei pressi di Grenoble, di un ritiro ove giungere più sicuramente alla salvezza, e prepararsi così, lontano dagli agi, ai giusti giudizi di DIO. Ecco quindi un riprovato che ritorna dall’inferno non per uscirne, ma per esserne il più inconfutabile dei testimoni.

Il giovane religioso di San Antonino

 Il sapiente Arcivescovo di Firenze, san Antonino, riporta nei suoi scritti un fatto non meno terribile che, verso la metà del quindicesimo secolo, aveva spaventato tutto il nord dell’Italia. Un giovane di buona famiglia che a sedici o diciassette anni ebbe la disgrazia di nascondere un peccato mortale in confessione e di comunicarsi in questo stato, aveva rimandato di settimana in settimana, di mese in mese, la confessione così penosa dei suoi sacrilegi, continuando, del resto le sue confessioni e le sue comunioni, per un miserabile rispetto umano. Tormentato dal rimorso, cercava di stordirsi facendo grandi penitenze, e tanto bene che passava per un santo. Non resistendo, entrò in un monastero. « Là, almeno, si diceva, io dirò tutto, ed espierò seriamente i miei spaventosi peccati ». – Fu accolto così, per sua sventura, come un piccolo santo dai superiori che lo conoscevano per la reputazione, ma la sua onta riprese ancora il sopravvento. Egli rimandò la sua confessione a più tardi, raddoppiò le sue penitenze, e così in questo deplorevole stato passarono un anno, due anni, tre anni, ed egli non osava mai rivelare il peso terribile e vergognoso che lo opprimeva. Infine una malattia mortale sembrò facilitarne la soluzione. Per questo motivo, si disse, io vado a confessare tutto. Vado a fare una confessione generale prima di morire. Ma per l’amor proprio, dominando sempre il pentimento, egli ingarbugliò cosi bene la confessione dei suoi peccati, che il confessore non poté comprendere nulla. Egli aveva un vago desiderio di ritornarvi sopra l’indomani; ma sopravvenne un accesso febbrile, e l’infelice così morì. Nella comunità, ove si ignorava la mostruosa realtà, si diceva: « Se non va in cielo costui, che di noi potrà mai entrarvi? ». e si facevano toccare alle sue mani delle croci, dei rosari, delle medaglie. Il corpo fu trasportato con una sorta di venerazione nella chiesa del monastero, e vi restò esposto nel coro fino all’indomani mattino quando si celebrarono i funerali. Qualche istante prima dell’ora fissata per la cerimonia, uno dei frati, inviato a suonare le campane, scorse tutto ad un colpo davanti a lui, vicino all’altare, il defunto circondato da catene che sembravano rosse di fuoco, ed una certa incandescenza appariva in tutta la sua persona. Spaventato, il povero frate era caduto in ginocchio, con gli occhi fissi sulla orribile apparizione. Allora il dannato gli disse: « Non pregate per me. Io sono nell’inferno per l’eternità », e raccontò la storia lamentevole della sua cattiva onta e dei suoi sacrilegi, dopo di ché sparì lasciando nella chiesa un odore ripugnante che si sparse in tutto il monastero, come per attestare la veridicità di tutto quanto il frate vedeva e intendeva. Subito avvertiti, i superiori fecero portar via il cadavere, giudicandolo indegno della sepoltura ecclesiastica.

La cortigiana di Napoli

San Francesco Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù all’inizio del diciottesimo secolo, era stato incaricato di dirigere le missioni nel reame di Napoli. Un giorno, mentre predica in una piazza di Napoli, alcune donne di vita cattiva, tra cui una di essa, chiamata Caterina, lì riunite, si sforzano nel disturbare il sermone con i loro canti e le loro sguaiate esclamazioni, per indurre il padre a ritirarsi; ma egli nondimeno continua il suo discorso, senza che sembri accorgersi delle loro insolenze. Qualche tempo dopo, egli torna a predicare nella stessa piazza. Vedendo la porta di Caterina chiusa e tutta la casa, ordinariamente così chiassosa, in un profondo silenzio: « “Ebbene! – dice il santo – cosa è successo a Caterina?” – “Ma come Padre, non lo sa? Ieri sera la disgraziata è morta, senza poter pronunziare una parola”. “Caterina morta? – riprende il Santo – e morta all’improvviso? Entriamo e vediamo” ». Si apre la porta, il Santo sale le scale ed entra, seguito dalla folla, nella stanza ove il cadavere giace a terra, su di un drappo, con quattro ceri, secondo l’uso del paese. Egli la guarda per un po’ di tempo con occhi spaventati; poi con voce solenne le dice: «Caterina, adesso dove vi trovate»? Il cadavere resta muto. Il Santo riprende: «Caterina, ditemi, dove siete adesso? Io vi ordino di dirmi: adesso dove vi trovate »? Allora con grande meraviglia di tutti, gli occhi del cadavere si aprono, le sue labbra si agitano convulsivamente, ed una voce cavernosa e profonda ecco risponde. « Nell’inferno! Io sono nell’inferno! ». A queste parole la folla degli astanti scappa spaventata ed il Santo ridiscende con essi ripetendo: « Nell’inferno! O DIO, è terribile! Nell’inferno! O DIO, è terribile! Avete sentito? Nell’inferno! ». L’impressione di questo prodigio fu così vivo, che un buon numero di coloro che ne furono testimoni, non osarono rientrare a casa loro senza essersi prima confessati.

L’amico del conte Orloff

Nel nostro secolo, tre fatti dello stesso genere, uno più autentico dell’altro, sono pervenuti a mia conoscenza. Il primo si è verificato quasi nella mia famiglia, in Russia, a Mosca, poco tempo prima della orribile campagna del 1812. Mio nonno materno, il conte Rostopchine, governatore militare di Mosca, era fortemente legato al generale conte Orloff, celebre per la sue prodezze, prode ancorché empio. Un giorno, dopo un’abbondante e raffinata cena, innaffiata da copiose libagioni, il conte Orloff e uno dei suoi amici, il generale V. , voltairiano come lui, si erano messi a burlarsi offensivamente della religione e soprattutto dell’inferno. « “E se per caso, dice Orloff, se per caso c’è qualche cosa dall’altro lato della cortina?” … – “Ebbene, risponde il generale V., il primo di noi due che vi andrà, tornerà ad avvertire l’altro. Ne convenite, siete d’accordo?” – “Idea eccellente!” », risponde il conte Orloff, ed entrambi, benché mezzo alticci, diedero seriamente la loro parola d’onore per non mancare al loro impegno. Qualche settimana più tardi, scoppiò una delle grandi guerre che Napoleone aveva il dono di saper suscitare all’epoca; l’armata russa entra in campagna di guerra, ed il generale V. ebbe l’ordine di partire immediatamente per prendere un importante comando. Egli aveva lasciato Mosca da due o tre settimane, quando un mattino, di buon’ora, mentre mio nonno faceva toilette, la porta della sua camera si apre bruscamente. È il conte Orloff, in giacca da camera, in pantofole, coi i capelli arruffati, gli occhi stralunati, pallido come un morto. « Cosa c’è! Orloff siete voi? A quest’ora? E così conciato, cosa c’è dunque, cosa è successo? ». – « Mio caro, riprende Orloff. Credo di essere diventato matto! Ho appena visto il generale V. » – Il generale V.? “Ah, dunque è già ritornato? – “Eh no! Riprende Orloff, sprofondando su un divano e prendendosi la testa tra le mani – No! Non è tornato! Ed è per questo che sono terrorizzato!” » Mio nonno non riesce a capire, e cerca di calmarlo.               « Raccontatemi dunque quel che vi è successo e tutto quello che volete dirmi ». Allora, cercando di dominare la sua emozione, il conte Orloff racconta quanto segue. « Mio caro Rostpchine, già da qualche tempo, V. ed io, ci siamo giurati reciprocamente che il primo tra di noi che fosse morto, venisse a dire all’altro se dall’altra parte della cortina ci sia qualcosa. Ora questa mattina, da neanche mezz’ora, io ero tranquillamente a letto, sveglio da tempo, non pensando affatto al mio amico, quando tutto ad un tratto le due tende del mio letto si sono bruscamente aperte ed io ho visto, a due passi da me, il generale V., in piedi, pallido, con la mano destra sul suo petto che mi ha detto: « C’è l’inferno, ed io vi sono dentro! » ed è sparito. E così sono venuto a cercarvi. La mia testa scoppia! Che cosa strana! Io non so cosa pensare!”. Mio nonno cerca di calmarlo come può, anche se non è cosa facile. Egli parla di allucinazioni, di incubi, … forse dormiva … son cose straordinarie, inspiegabili, ed altre banalità di questo genere, che consolano gli spiriti forti. Poi fa preparare i suoi cavalli per riportare il conte Orloff al suo hotel. Dieci o dodici ore dopo questo strano incidente, un corriere dell’armata porta a mio nonno, tra le altre notizie, quella della morte del generale V. . La mattina del giorno stesso in cui il generale Orloff lo aveva visto e sentito, alla stessa ora in cui era apparso a Mosca, lo sfortunato generale, uscito per verificare la posizione del nemico, venne colpito al petto da un proiettile cadendo morto stecchito! « L’inferno c’è, l’inferno c’è, ed io ci sto dentro »! Ecco le parole di qualcuno che « ne è tornato! ».

La Dama dal braccialetto dorato.

Nel 1859, io raccontavo appunto questo avvenimento ad un prete molto distinto, il Superiore di una importate comunità. “È terribile, mi dice, ma questo non mi stupisce in modo straordinario. Fatti di questo genere sono molto meno rari di quel che si possa pensare. Il fatto è che generalmente si tende più o meno a mantenere il segreto, sia per l’onore del “ritornato”, sia per l’onore della sua famiglia. Da parte mia posso riferire quel che io ho saputo da fonte certa, circa due o tre anni orsono, da una parente stretta di una persona alla quale è successa una cosa simile. In questo momento che vi parlo (Natale del 1859), questa dama ancora vive, ed ha poco più di quarant’anni. « Ella era a Londra, nell’inverno tra il 1847 ed il 1848, era vedova, fortemente mondana, molto ricca e di bell’aspetto. Tra i più eleganti frequentatori del suo salone, c’era un giovane lord, le cui assiduità la compromettevano singolarmente e la cui condotta libertina di conseguenza non era meno edificante. « Una sera, o piuttosto una notte (poiché era oltre mezzanotte), ella leggeva un romanzo, cercando di conciliare il sonno. Al battere del pendolo, essa spense la sua bugia. Ma nell’addormentarsi, con suo grande stupore, vide che un tenue bagliore sembrava giungere dalla porta del salone, spandendosi a poco a poco nella sua camera, aumentando sempre più di intensità. Stupefatta aprì bene gli occhi, non sapendo cosa questo potesse significare. Essa cominciò a spaventarsi, quando vide aprirsi lentamente la porta del salone ed entrare nella sua camera il giovane lord, complice delle sue disordinate avventure. Prima che elle potesse dire una parola, egli le fu vicino e stringendole il polso sinistro, con voce stridente, le disse in inglese: « C’è l’inferno! » Il dolore che ella sentì al braccio fu tale che perse conoscenza. « Quando riprese i sensi, circa una mezz’ora dopo, suonò alla sua donna da camera. Questa entrando sentì un forte odore di bruciato; avvicinandosi alla sua padrona, che appena poteva balbettare, constatò al polso una bruciatura così profonda che perfino l’osso era scoperto e la carne quasi tutta consumata; questa bruciatura aveva la larghezza di una mano d’uomo. In più ella notò che dalla porta del salone fino al letto, e dal letto alla stessa porta, il tappeto portava l’impronta del passo di un uomo che aveva bruciato la trama da parte a parte. Per ordine della sua padrona, aprì la porta del salone: non c’erano altre tracce sul tappeto. « Il giorno dopo la sciagurata dama, apprese, con terrore facile da immaginare, che la notte stessa, verso l’una del mattino, il suo lord era stato trovato ubriaco fradicio sotto la tavola, che i suoi servi lo avevano riportato nella sua camera e che era così spirato tra le loro braccia. « Io ignoro, aggiunge il superiore, se questa terribile lezione abbia convertito l’infortunata; ma ciò che so è che ella ancora vive; solo, per nascondere agli sguardi le tracce della sua sinistra bruciatura, porta al polso sinistro, a guisa di braccialetto, una larga benda dorata che non toglie mai, né di giorno né di notte. – « Lo ripeto, ho appreso tutti questi dettagli da un suo parente prossimo, serio cristiano, sulla cui parola io ripongo la massima fiducia. Nella stessa famiglia non se ne parla però mai, ed io stesso che ve lo confido, tengo tutto per me. » Malgrado il velo con il quale è stata circondata questa apparizione, mi sembra impossibile metterne in dubbio la terribile autenticità. E certamente non si avrebbe bisogno della dama dal braccialetto d’oro per provare che esiste l’inferno.

La “bella donna” di Roma

Nell’anno 1873, qualche giorno prima dell’Assunzione, ebbe luogo a Roma una di queste terribili apparizioni dall’oltretomba, che corroborano così efficacemente la verità dell’inferno. – In una di queste case malfamate che l’invasione sacrilega del territorio temporale del Papa ha fatto aprire a Roma in tanti luoghi, una disgraziata ragazza, feritasi ad una mano, deve essere trasportata all’ospedale della Consolazione. O a causa del suo sangue infetto, o per inattese complicazioni, essa muore repentinamente durante la notte. – Nello stesso istante, una delle compagne, che ignora completamente ciò che sta succedendo in ospedale, si mette a gridare disperatamente, al punto da svegliare gli abitanti del quartiere e mettere in subbuglio tutte le miserabili creature di questa casa, provocando addirittura l’intervento della polizia. La morta dell’ospedale le era apparsa circondata da fiamme e le aveva detto: « io sono dannata, e se tu non vuoi finire come me, esci da questo luogo infame, e torna a DIO che hai abbandonato. » Niente può calmare la disperazione ed il terrore di questa giovane che si lamenta fin dall’alba del giorno, lasciando tutta la casa piombare nello stupore, dal momento che si è risaputo della morte della sventurata in ospedale. – Da questo episodio, la “maîtresse” del luogo, una garibaldina esaltata, e conosciuta per tale dai suoi fratelli ed amici, si ammala. Fa così subito domandare del curato della vicina chiesa, San Giuliano dei Banchi. Prima di recarsi in una tale abitazione, il venerabile prete consulta l’autorità ecclesiastica, la quale affida questo compito ad un degno prelato, Mons. Sirolli, curato della parrocchia di San Salvatore in Lauro. Costui, munito di speciali istruzioni, si presenta e per prima cosa pretende dalla malata, alla presenza di numerosi testimoni, di ritrattare gli scandali della sua vita, le blasfemie contro l’autorità del Sovrano Pontefice, e tutto il male che aveva fatto al prossimo. La disgraziata lo fa senza esitazioni, si confessa e riceve il Santo Viatico con gran professione di pentimento e di umiltà. Sentendo che la morte si approssima, supplica nelle lacrime il buon curato di non abbandonarla, spaventata com’è da tutto ciò che è accaduto in quei giorni. Approssimandosi la notte, mons. Sirolli, diviso dall’incertezza di restare, per un atto di carità, al capezzale della morente, o di andar via per non passare la notte in tale luogo, fa richiesta alla polizia di due agenti, che vengono, chiudono la casa e passano tutta il tempo fino all’ultimo respiro dell’agonizzante. Tutta Roma conobbe ben presto tutti i dettagli di questo tragico avvenimento. Come sempre gli empi ed i libertini si presero beffe, guardandosi bene dal trarne insegnamento, i buoni ne profittarono per diventare migliori ed ancora più fedeli ai loro doveri. – Davanti a questi fatti, il cui elenco potrebbe essere molto più lungo, io chiedo al lettore di buona fede se sia ragionevole ripetere, con la folla degli stolti, la famosa frase stereotipata: « se veramente esiste un inferno, com’è che non ne è mai tornato nessuno? » – Ma quando anche, a torto o a ragione non si vorrebbero ammettere i fatti, per altro veritieri, che io ho riportato, la certezza assoluta dell’inferno non sarebbe meno incrollabile. In effetti la nostra fede nell’inferno non riposa su questi fatti prodigiosi, che non sono di fede, ma sulle ragioni di buon senso che noi sempre esponiamo e soprattutto, sulla testimonianza divina, infallibile di Gesù Cristo, dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, così come sull’insegnamento formale, invariabile, inviolabile della Chiesa Cattolica. I prodigi possono corroborare la nostra fede e ravvivarla, ecco perché ci siamo sentiti in dovere di citarne qui qualcuno, capaci come sono oltretutto di chiudere la bocca a coloro che osano affermare: «l’inferno non c’è», e di confermare nella fede quelli che sarebbero tentati di chiedersi; «ma c’è un inferno? », ed infine di consolare ed illuminare ancor più tutti i buoni fedeli che dicono con la Chiesa: « l’inferno certamente c’è! ».

 

Perché tanta gente si sforza di negare l’esistenza dell’inferno.

   Innanzitutto, la maggior parte di questi vi sono troppo direttamente interessati. I ladri, potendo, distruggerebbero la gendarmeria; allo stesso modo, se tutte le persone che “accusano il colpo”, sono sempre disposte a fare il possibile e l’impossibile per persuadersi che l’inferno non esiste, soprattutto un inferno di fuoco, essi sentono, che se ce n’è uno, questo è per loro stessi. – Essi fanno come i vigliacchi, che cantano a squarciagola nella notte oscura al fine di stordirsi e non sentite troppo la paura che li attanaglia. – Per darsi ancora più coraggio, essi cercano di persuadere gli altri che l’inferno non esiste; essi lo descrivono nei loro libri più o meno scientifici e filosofici; essi lo ripetono in alto ed in basso, in tutti i toni, confortandosi gli uni gli altri, e grazie a questo concerto chiassoso, finiscono per credere che nessuno più vi creda, e di conseguenza abbiano il diritto di non crederci nemmeno essi. Tali furono, nell’ultimo secolo, quasi tutti i capi dell’incredulità voltairiana. Essi avevano stabilito come A più B che non ci fosse DIO, né Paradiso, né inferno; essi erano sicuri del fatto loro. E nonostante che la storia sia la, a dimostrare che tutti, gli uni dopo l’altro, in preda ad un orribile panico al momento della morte, abbiano ritrattato, si siano confessati, chiedendo perdono a DIO e agli uomini. Uno di essi, Diderot, scriveva dopo la morte di Alambert: « se non fossi stato colà, egli avrebbe fatto il “tuffo” come tutti gli altri! ». E anche per lui, poco è mancato, che abbia chiesto un prete. Tutti sanno come Voltaire, sul letto di morte avesse due o tre volte insistito perché gli si andasse a cercare il curato di San Sulpizio; i suoi accoliti lo circondarono però così bene che il prete non poté giungere fino al moribondo, che così spirò in un eccesso di rabbia e disperazione. È visibile ancora a Parigi la camera ove accadde questa tragica scena. – Coloro che gridano più forte contro l’inferno, ci credono spesso più di noi altri. Al momento della morte, però, la maschera cade e si vede cosa c’era sotto. Non ascoltiamo pertanto i ragionamenti troppo interessati che detta loro la paura. – In secondo luogo, è la corruzione del cuore che fa negare loro l’esistenza dell’inferno. Quando non si vuole lasciare la vita cattiva che si conduce, si è automaticamente sempre portati a dire, se non a credere, che esso non esiste. Ecco un uomo, di cui il cuore, l’immaginazione, i sensi, le abitudini quotidiane sono impegnati, assorbiti da un amore colpevole. Egli ne è completamente immerso; sacrifica tutto: andategli dunque a parlare dell’inferno! Parlereste ad un sordo. E se talvolta attraverso le crisi della passione, la voce della coscienza e della fede si fa sentire, ben presto egli impone il silenzio, non volendo più ascoltare la verità né dentro né fuori. Tentate di parlare dell’inferno a questi giovani libertini che popolano la maggior parte dei nostri licei, dei nostri negozi, delle nostre officine, delle nostre caserme: essi vi risponderebbero con dei fremiti di collera e accanimenti diabolici, più potenti per essi che non gli argomenti della fede e del buon senso. Essi “non vogliono” che esista l’inferno. Io poco tempo fa ne ho visto uno dal quale mi aveva condotto un barlume di fede. Io lo esortavo, come meglio potevo, a non disonorarsi come faceva, a vivere da cristiano, da uomo e non come una bestia. « Tutto è molto bello e buono, mi rispondeva, e forse è anche vero; ma ciò che io so è che quando questo mi prende, io divento furioso come un pazzo; non capisco più niente, non vedo più niente, e non c’è Dio né inferno che tenga. Se esiste l’inferno, bene, io ci andrò, questo mi è indifferente ». Poi non l’ho più rivisto. E gli avari, gli usurai? E i ladri? Quanti argomenti irresistibili essi trovano per controbattere l’esistenza dell’inferno! Rendere ciò che hanno preso! Mollare il loro oro, i loro scudi! Piuttosto mille morti, piuttosto l’inferno, se è vero che ce n’è uno! – mi diceva un vecchio usuraio normanno, usuraio a settimana, che anche davanti alla morte, non poteva decidersi a lasciare il malloppo. Egli aveva acconsentito, non si sa come, a restituire tali e grosse somme; ma doveva ancora restituire solo otto franchi e cinquanta centesimi: mai il curato poté ottenerle. Il disgraziato morì senza sacramenti. Per il suo cuore di avaro, la misera somma di otto franchi e cinquanta centesimi sarebbero stati sufficienti per sfuggire all’inferno. – Così è per tutte le violente passioni: l’odio, la vendetta, l’ambizione, certe esaltazioni dell’orgoglio. Essi non vogliono sentir parlare dell’inferno. Per negarne l’esistenza, mettono in gioco tutto e più niente conta per loro. Tutta questa gente, quando viene messa con le spalle al muro, magari mediante qualche buona ragione che abbiamo esposto in precedenza, si getta sui morti, sperando così di sfuggire ai viventi. Essi immaginano e dicono che crederebbero all’inferno se qualche morto resuscitasse davanti a loro, ed affermasse che esiste veramente. Pure illusioni, che Nostro Signore Gesù Cristo si è dato Egli stesso la pena di confutare, come andremo a vedere.

Si crederebbe senz’altro di più all’inferno se i morti ritornassero più spesso!

 Un giorno, Nostro Signore, passava per Gerusalemme, non lontano da una casa di cui ancora oggi si vedono le fondamenta, e che era appartenuta ad un giovane fariseo, molto ricco, chiamato Nicenzo. Costui era morto da un po’ di tempo. Senza nominarlo, Nostro Signore prese occasione da quel che era accaduto per istruire i suoi discepoli e la moltitudine di gente che Lo seguiva. « C’era, Egli dice, un uomo che era ricco, vestito di porpora e di lino, e che ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla sua porta giaceva un povero mendicante, chiamato Lazzaro, coperto di piaghe, che avrebbe ben volentieri voluto saziarsi con le briciole cadute dalla tavola del ricco, ma nessuno gliene dava. «Ora giunse il giorno che il povero morì; egli fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo (cioè il Paradiso). Il ricco, morì a sua volta; e fu cacciato all’inferno. E là, in mezzo ai suoi tormenti, avendo alzato gli occhi, scorse da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno. Egli allora si mise a gridare e a dire: « Abramo, padre mio, abbiate pietà di me, e mandatemi Lazzaro che bagni l’estremità del dito nell’acqua perché mi rinfreschi un poco la lingua, poiché io soffro crudelmente in queste fiamme ». Figlio mio, gli rispose Abramo, ricordati che durante la vita hai avuto la tua parte di godimenti, e Lazzaro, di sofferenze. Ora egli è consolato, mentre tu soffri. Almeno, replicò l’altro, vi prego, nella casa di mio padre, io ho cinque fratelli; egli dirà loro che qui si soffre, affinché non sprofondino anch’essi, come me, in questo luogo di tormenti ». « E Abramo gli rispose: Essi hanno Mosè ed i Profeti, che li ascoltino. – No, padre mio, replicò il dannato, questo non è sufficiente. Ma se essi vedranno qualcuno tra i morti, allora essi faranno penitenza. E Abramo gli disse: “se essi non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure alle parole di un uomo tornato dai morti ». Quella parola grave del Figlio di DIO è la risposta anticipata a tutte le illusioni di persone che, per credere all’inferno e per convertirsi, chiedono resurrezioni e miracoli. Anche se abbondassero intorno ad essi miracoli di qualsiasi natura, comunque non crederebbero. Testimoni i giudei che, alla vista di tutti i miracoli del Salvatore, ed in particolare della resurrezione di Lazzaro a Betania, non trassero altra conclusione, se non questa qui: « Che fare? Ecco tutto il mondo Gli va dietro. Uccidiamolo ». e più tardi, davanti ai quotidiani miracoli pubblici, assolutamente incontestabili di San Pietro e degli altri Apostoli, essi ancora dissero: « Questi uomini fanno dei miracoli e noi non possiamo negarlo. Facciamoli arrestare e proibiamo loro di predicare ancora nel nome di GESU’». – Ecco cosa producono di solito i miracoli e la resurrezione dai morti nelle persone il cui spirito e cuore è corrotto. E quante volte questo si è ripetuto come nella confessione sconvolgente sfuggita a Diderot, uno degli empi più sfrontati dell’ultimo secolo. « Diceva un giorno: se tutta Parigi mi dicesse di aver visto un morto resuscitato, io preferirei credere certamente che tutta Parigi sia diventata folle, piuttosto che ammettere un miracolo ». Io lo so, anche tra i più malvagi, ci può essere una forza residua, ma in fondo le tendenze sono le stesse, c’è il partito preso, ed anche davanti all’evidenza, se un po’ di buon senso residuo impedisce di dire assurdità, c’è una chiusura di indifferenza. Sapete cosa fare per non temere di aver paura dell’inferno? Bisogna vivere in modo tale che non se ne abbia timore. Vedete i veri cristiani, i cristiani casti, coscienziosi, fedeli a tutti i loro doveri: ad essi verrebbe mai in mente di dubitare dell’inferno? I dubbi vengono dal cuore, ben più che dall’intelligenza e, salvo rare eccezioni, dovute all’orgoglio dell’ignoranza, l’uomo che conduce una vita appena corretta, non prova il medesimo bisogno di blaterare contro l’esistenza dell’inferno.

 

 

 

ISTRUZIONI SULLE CAMPANE

Istruzioni sulle campane

[da: “La Filotea del sacerdote G. Riva” – Milano 1888]

campane

Presso gli Ebrei, fatti liberi nell’esercizio del proprio culto si annunciavano le sacre funzioni per mezzo delle trombe levitiche. E nel Cristianesimo, uscito trionfante dalle persecuzioni si introdussero le campane per chiamare i fedeli alla chiesa. – Le CAMPANE COSÌ denominate, o perché la Campania, provincia del regno di Napoli, fu la prima ad usarle, o perché il metallo di detto luogo fu trovato il più acconcio alla fusione di questi vasi metallici, la cui sonorità suole estendersi ai luoghi i più lontani, rappresentano la predicazione degli Apostoli che diffusa in tutti gli angoli della terra chiamò tutti i popoli alla vera fede. – Come tutto quello che è destinato al culto divino elevato ad un ordine soprannaturale per mezzo di apposite benedizioni, così, fino dai primi tempi si ordinò, come si legge nel Pontificale, che “ogni Campana prima che si ponga sul campanile, venga benedetta secondo l’ordine per ciò stabilito”. – Questa benedizione non può darsi se non dal Vescovo, e solo in certi casi particolari da qualche suo delegato costituito in ecclesiastica dignità. Essa impropriamente dal volgo si chiama Battesimo, forse perché nel benedire le campane, occorrono alcune cerimonie proprie del Battesimo degli adulti, com’è il recitare Salmi, il lavar la Campana coll’acqua benedetta, l’ungerla coll’Olio Santo degli Infermi e col sacro Crisma, l’imporle il nome di un Santo, senza dire della pratica di alcuni paesi di ammettervi anche i Padrini, il che non è prescritto, ma tollerato.

Le campane si benedicono, o si consacrano per 4 ragioni:

. Lo Spirito Santo nella Pentecoste consacrò colla unzione della grazia le lingue degli Apostoli prima che andassero a predicare; – 2.° Acciò esse, per mezzo della benedizione, siano come trombe della Chiesa Militante;   – 3.° Per spaventare e discacciare il nemico infernale, e rompere i di lui sforzi nelle tentazioni con cui assale le nostre anime, e nelle tempeste con cui travaglia ì nostri corpi e le nostre campagne; – Per animare a battaglia contro di esso i fedeli, indicando loro le ore dell’orazione e degli altri esercizi della cristiana pietà. – Nel consacrar le Campane si dà loro il nome di qualche Santo: 1) per discernere le une dalle altre, e distinguere i segni ai quali sono specialmente destinate; 2) acciò i fedeli siano più animati al servizio di Dio, parendo loro di esservi invitati dalla voce di qualche santo; 3) acciò le orazioni di quel santo eccitino i cuori de’ fedeli ad imitarne gli esempi.

MORTE DEL PECCATORE

A proposito della misericordia a buon mercato, comoda e senza sforzi strombazzata dalla setta apostatica modernista-ecumenista, leggiamo quanto la Chiesa CATTOLICA ha da sempre ribadito, a cominciare da Nostro SIGNORE GESU’ CRISTO, per evitare l’inferno alle anime ingannate dal falso perdono senza pentimento, né contrizione, né penitenza, ma con somma goduria del demonio.

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MORTE DEL PECCATORE

[da: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. II, Torino, 1930]

Ogni sorta di mali si rovesciano sul peccatore che muore. — 2. Dio si allontana dal peccatore moribondo. — 3. Il peccatore in punto di morte cade nella disperazione. — 4. La morte sorprende i peccatori. — 5. I peccatori muoiono nell’impenitenza. — 6. La morte del peccatore è pessima. — 7. Esempi ricavati dalla morte di alcuni empi. — 8. La memoria dei peccatori finisce nella maledizione. — 9. Chi vive lontano da Dio muore in sua disgrazia.

  1. Ogni sorta di mali si rovesciano sul peccatore che muore. — Il Salmista tratteggiò con poche pennellate il quadro del peccatore morente. « I dolori della morte mi circondarono, e i torrenti d’iniquità mi riempirono di affanno. Avviluppato tra i lacci di morte, ebbi a soffrire dolori d’inferno »  (Psalm. XVII, 4-5). « Le vostre saette, o Signore, mi penetrano le carni, e la vostra mano si è aggravata sopra di me. Il vostro sdegno non mi lascia, più parte sana nel corpo, la vista dei miei peccati mi conturba fino al midollo delle ossa. Le mie iniquità mi si rovesciarono in capo, ed  io mi trovo accasciato come sotto insopportabile peso. Le mie piaghe sono imputridite a cagione della mia insensatezza. Curvato a terra, io divenni misero e tapino. Le mie viscere ardono di un fuoco che le divora; tutto il mio corpo non è che una piaga. Languisco affranto; fremo e urlo dentro di me. L’anima mia geme angustiata, la mia forza mi abbandona, il lume degli occhi miei si spegne; e già vo brancicando nel buio » (Psalm. XXXVII, 2, 10). « Lo sgomento della morte si è impadronito di me, il timore ed il terrore mi opprimono, le tenebre mi avvilupparono » (Ps. LIV, 4-5). «Ah! piombi la morte su gli empi e li trabalzi vivi nell’inferno. Essi sono vestiti delle loro malvagità, come di un abito » (LXXII, 6). «Nell’ora della morte i mali investiranno l’uomo che ha commesso ingiustizia » (Psalm. CXXXIX, 12). «Egli allora vedrà e infurierà, c fremerà di rabbia» — Peccator videbit et irascetur, dentibus suis fremet et tabescet (Psalm. CXI, 9). Il peccatore trema al ricordo della sua vita infame, alla vista dei suoi accusatori…; vien meno sotto il peso dei suoi patimenti, ed al pensiero di doversi staccare dal corpo, dal mondo, dai beni, dai piaceri…; gli sta innanzi orrenda, la morte, terribile il giudizio di Dio: gli orrori dell’inferno e un’eternità di supplizi non gli lasciano chiudere palpebra… « Da tutte le parti, dice il Crisostomo, spaventosi tormenti gli si presentano agli occhi: il timore dell’avvenire, i patimenti del presente, il rimorso del passato ». Il ricordo dei suoi delitti, dei suoi scandali, delle sue empietà, tutto si rovescia d’un tratto sul peccatore che muore. Mentre viveva, era quasi giunto, a forza di soffocarne il grido, a dimenticarli, ma nell’ora della morte gli si schierano tutti dinanzi come un esercito nemico, e gli dicono insolenti: Ci conosci tu ora? Ecco, noi siamo l’opera tua… Nel presente vede il mondo che frigge e lo disprezza, le ricchezze, gli onori, i piaceri che svaniscono…; il corpo ch’egli tanto curava e accarezzava e che, rotto dai dolori, comincia a corrompersi…; i demoni che lo assediano, se lo contendono, lo accusano…; il severo giudizio di Dio che lo attende…; la disperazione eterna…; insomma tutti i mali scrosciano a un tratto sul corpo e su l’anima del peccatore moribondo… Si adempie allora la parola del Signore: «Io farò degli ultimi istanti del peccatore, un giorno pieno di amarezza » (Amos. VIII, 10). Non avendo seminato che erbe cattive, non avendo piantato che alberi selvaggi, nel giorno della loro morte i peccatori mangeranno frutti acerbi e guasti; hanno studiato il male e concepito l’iniquità, mangeranno di ciò che hanno seminato…  (Prov. I, 31). « I miei giorni, esclamerà il peccatore con le parole di Giobbe, passarono, i miei disegni svanirono lasciandomi lo strazio nel cuore » (Iob. XVII, 11).
  2. Dio si allontana dal peccatore moribondo. — Sono terribili le parole di Dio: «Perché vi ho chiamato e voi non avete risposto, vi ho steso la mano e non vi degnaste di voltare la faccia; perché non avete ascoltato i miei consigli e non vi siete curati delle mie minacce, anch’io mi riderò e burlerò di voi, quando vi sarà avvenuto quello che temevate; quando la disgrazia vi piomberà sopra improvvisa, quando l’angustia e l’affanno vi stringeranno, quando la morte vi verrà sopra come grandine. Allora essi m’invocheranno, ed io farò il sordo; si leveranno di buon mattino per cercarmi e non mi troveranno » (Prov. I, 24-28). Dio tratterà i peccatori nel modo stesso con cui fu trattato da loro; renderà loro al punto di morte quello che essi gli diedero nel vigore della loro sanità e robustezza; il riso, l’ironia, la derisione, il disprezzo e l’abbandono… Quando, simili alle vergini stolte di cui parla il Vangelo, batteranno alla porta del perdono o della grazia, alla porta del ciclo, gridando: «Signore, Signore apriteci» (Matth. XXV, 11)), il gran Dio risponderà loro: «Andatevene; io non vi conosco» (Ib. 12). Voi non appartenete al mio ovile. Iddio si ride del peccatore moribondo e lo schernisce, 1° castigandolo come suo nemico, ma giustamente, a cagione dei suoi misfatti…; 2° esponendolo alle derisioni del cielo, della terra, dell’inferno…; 3° rinfacciandogli le sue iniquità, come farà poi di nuovo al giudizio universale…; 4° rallegrandosi della sua giusta pena e facendo sì che se ne rallegrino gli Angeli e i santi come, secondo l’Apocalisse, si rallegrarono della rovina della colpevole Babilonia, figura dei peccatori impenitenti. « È caduta, è caduta, grideranno anch’essi, questa Babilonia, ed è divenuta casa dei demoni, asilo di ogni spirito immondo » (Apoc. XVIII, 2). « Giubilatene, o cieli, o santi apostoli e profeti, che Dio l’ha giudicata» (Ib. 20); 5° Dio si ride del peccatore moribondo, abbandonandolo ai suoi nemici e principalmente ai demoni che nel torturarlo e tormentarlo lo coprono d’ironia e di scherno. « In quell’estremo, dice il Signore, m’invocheranno ed io non li esaudirò » (Prov. I, 28). Al presente non vogliono udire la mia voce che li chiama; in punto di morte, quando angoscio e miserie li stringeranno da ogni parte, io farò il sordo alla loro voce che implorerà il mio soccorso. Allora il dolore vi aprirà gli occhi, o peccatori, quegli occhi che le passioni e le impurità oggi vi tengono chiusi; griderete a me piangendo, ma io non vi darò retta, perché vivendo aborriste la disciplina e non voleste, temermi, non seguiste il mio consiglio, e disprezzaste le mie correzioni: (Ib. 29-30). La ragione per cui ordinariamente il peccatore moribondo non è esaudito da Dio, benché lo invochi, è perché si è ostinato nei quattro delitti, ai quali accenna il sopra riferito testo dei Proverbi; delitti che contengono quattro gravi ingiurie alla sapienza divina: la prima è l’aborrimento della disciplina, perciò della scienza divina; la seconda, la trascuranza del suo timore; la terza, il rifiuto di secondare i suoi consigli; la quarta, il misconoscere e bestemmiare le correzioni della Provvidenza.
  3. Il peccatore in punto di morte cade nella disperazione. — « Nel giorno della morte, tutti i pensieri (le buone volontà) del peccatore svaniranno » (Psalm. CXLV, 3). « E la loro speranza va in fumo » (Sap. III, li): « perché la piaga del peccatore è senza rimedio » (Mich. I, 9). Quanti vi sono che nell’ultima loro ora imitano Caino e gridano: « Ahi! troppo enorme è la nostra iniquità, perché possiamo sperare perdono» Gen. IV, 13). Invece di gettarsi nelle braccia della misericordia divina, essi non vedono che la sua giustizia… invece di considerare i meriti del sangue di Gesù Cristo, non vedono più che i molti ed enormi delitti di cui si resero colpevoli….
  4. La morte sorprende i peccatori. — S. Paolo scrive: «Voi sapete benissimo, o fratelli, senza che vi sia bisogno che noi ve ne scriviamo, che il giorno del Signore verrà come ladro notturno. Quando i peccatori diranno pace e sicurezza, allora sopraggiungerà ad essi improvvisamente la morte e non avranno scampo » (I Thess. V, 3). I cattivi fanno assegnamento sul tempo, e questo mancherà loro. La morte comparirà loro innanzi formidabile e pronta, dice la Sapienza (VI, 6). La sciagura li sorprenderà all’improvviso, leggiamo nei Proverbi, e la morte li investirà come turbine (Prov. I, 27). La loro sorte somiglierà a quella di una casa scossa dal terremoto, o di una nave che va a picco, sbattuta dalla tempesta, e sconquassata dagli scogli… Ecco come Dio percuote e castiga gli empi che disprezzano le sue leggi; sono in pericolo, e intanto scherzano credendosi al sicuro; la morte è vicina, ed essi pensano alla vita; il tempo loro fugge, ed essi non badano all’eternità. Né parenti, né amici ardiscono avvertirli dell’avvicinarsi della morte. Vogliono ingannarsi e s’ingannano; vogliono essere ingannati, e lo sono… A domani, dicono, a domani gli affari di coscienza… E il domani non li trova più: essi già sono entrati nella casa della loro eternità…
  5. I peccatori muoiono nell’impenitenza. — « Se volete fare penitenza solo quando non potete più peccare, è il peccato che abbandona voi, non voi che abbandonate il peccato », diceva S. Agostino. Alla morte i peccatori periranno, dice il Salmista (Psalm. XXXVI, 20). Periranno, perché Dio li abbandonerà. Né state ad opporre che, in tal caso, l’invocazione di Dio e la penitenza del peccatore in punto di morte si dovrebbero chiamare inutili e troppo tarde; poiché l’invocazione di Dio e la penitenza, per quanto tarde, non sono mai inutili in questa vita, quando siano sincere; ma piuttosto bisogna dire che raramente sono sincere quelle che sono tarde. Difatti può bene, in fin di vita, un peccatore qualunque, anche incredulo, empio e indurito, invocare Dio; ma che cosa è una tale invocazione? Essa ha comunemente lo scopo di chiedere la remissione della pena, non il perdono della colpa. Il peccatore non ha altro in mente, che di sottrarsi alla morte; ecco perché non è esaudito: il suo peccato non gli è rimesso, perché egli non domanda tale remissione. Allora è impenitente. Non chiedendo il perdono della colpa, non ottiene né quello della pena, né quello della colpa e muore da reprobo… E poi invoca egli Iddio veramente di buon animo?… si pente egli di vero cuore?… ha egli sincera volontà, qualora ottenga guarigione, di non più offendere Dio in quelle cose in cui l’ha fino allora offeso?… Ordinariamente tutto questo gli manca e, mancando queste condizioni essenziali della contrizione, l’impenitenza è reale… «Il peccatore morrà nell’ingiustizia che ha commesso », dice Ezechiele (XVIII, 26). Questo vuol dire che il peccatore indurito e impenitente morra nel suo peccato e sarà riprovato… Ma di questo indurimento e di questa riprovazione, si deve attribuire la causa non a Dio, ma al peccatore, come apertamente proclama Osea: « La tua perdita, o Israele, è opera delle tue mani » (XIII, 9). Non Dio, ma tu medesimo, o peccatore, metti ostacolo al tuo avviamento per la strada della salute; poiché da una parte tu fai e vuoi fare quello clic Dio vieta e detesta; dall’altra, né adempi né vuoi adempire quello ch’egli ama e comanda. Ora se tu non facessi quello che Dio abbomina, egli verrebbe a te; la giustizia che punisce, non precede il misfatto o il peccato, ma lo suppone e lo segue… Peccatore, tu morrai in terra contaminata, dice il profeta Amos: (VII, 17); cioè in un corpo brutto di peccati, macchiato dal vizio. « Voi mi cercherete e non mi troverete, disse Gesù Cristo, mi cercherete e morrete nel vostro peccato » (Ioann. VII, 34 — VIII, 21). Voi mi cercherete male e perciò non mi troverete e, non trovandomi, morrete nel vostro peccato… « I peccatori, come osserva S. Gregorio, avrebbero voluto, se fosse stato in loro potere, vivere sempre per poter sempre peccare; ed infatti non cessando mai dal peccare finché vivono, lasciano apertamente arguire dalla loro condotta, che desiderano di vivere per sempre nel peccato ». Se in fine di vita cessano di peccare, non è la loro volontà, ma la morte che li impedisce dal perseverare nel male.
  6. La morte del peccatore è pessima. — « La morte del peccatore è pessima » (Psalm. XXXIII, 21), dice il Salmista: « Morte orribile è la morte del peccatore, dice l’Ecclesiastico, e meno tristo di lei è l’inferno » (XXVIII, 25). Pessima e terribile è la morte del peccatore, perché abbandonato da Dio, dagli Angeli, dagli uomini, condannato dalla sua ragione e dalla sua coscienza, egli si sente opprimere sotto il peso dei suoi misfatti e cade in preda al dolore, alla disperazione e ai demoni. Orrenda è la sua morte, perché egli vede già, per così dire, le fiamme dell’inferno investirlo e consumarlo… Alla morte, scrive il grande Apostolo, i peccatori soffriranno le pene dell’eterna dannazione (II Thess. I, 9). In quel punto comincerà ad avverarsi la parola del Salmista: « Il Signore renderà agli empi le loro iniquità, e li perderà nella loro malizia » (Psalm. XCIII, 23).
  7. Esempi ricavati dalla morte di alcuni empi. — La Sacra Scrittura ci narra che Dio percosse l’empio Antioco di una piaga invisibile e incurabile; dolori atroci e spasimi crudeli ne laceravano le viscere; dal suo corpo scaturivano vermi, le sue carni cadevano corrotte a brani, ed egli viveva in mezzo a tanti dolori; e il puzzo che da tanta corruzione si levava era tale, che il suo esercito non poteva soffrirlo (II Machab. IX, 5, 9). Così moriva Antioco maledetto da Dio e dagli uomini. E di morte consimile finiva Erode Ascalonita, l’uccisore degli innocenti, il persecutore di Gesù Cristo; né altra sorte toccò al nipote suo Erode Agrippa. Considerate quale morte incontrarono l’ostinato Faraone e l’empio Baldassarre, e il traditore Giuda… Nerone, ridotto a doversi uccidere di proprio pugno, non poté riuscirvi se non con l’aiuto di Apafrodito, suo famigliare… Domiziano fu ucciso da un suo liberto… Settimio Severo morì di disgusto, lasciando un figlio che aveva attentato alla sua vita e che uccise poi il proprio fratello. Tutta la sua famiglia perì miseramente… Massimiano cadde trucidato dai propri soldati… Decio rimase sepolto in una palude… Gallo fu ucciso un anno dopo che aveva ordinato la persecuzione… Valeriano e Aureliano finirono di morte violenta… Caro, che si faceva chiamare dio, cadde incenerito dal fulmine. Numeriano suo figlio fu scannato dallo zio Apro; un altro figlio di Caro, da Diocleziano; Diocleziano terminò col veleno una vita divenutagli pesante o odiosa, una vita macchiata di orribili delitti… Massimiano Erculeo fu costretto a strangolarsi con le proprie mani… Galerio vide, come Antioco, la sua carne cadergli a brani, rosa dai vermi… Massimino Daia lasciò la vita tra spasimi atroci… Massenzio, sconfitto da Costantino, cadde nel Tevere e vi affogò… Licinio fu messo a morte… Tutti sanno come finì Giuliano l’Apostata… Quasi tutti gli eresiarchi finirono malamente e di morte inaspettata. Manete ebbe strappate le viscere dal corpo, per ordine del re di Persia… Montano s’impiccò… Alcuni Donatisti avendo gettato la santa Eucaristia ai cani, furono immediatamente messi in brani da quegli animali divenuti arrabbiati… Ario lasciò l’anima insieme con gl’intestini… Priscilliano fu decapitato per ordine del tiranno Massimo… Leone l’armeno, iconoclasta, fu assassinato in chiesa… Eraclio, fautore del monotelismo, fu colto da morte subitanea e spaventosa… Valente, ariano, fu vinto dai Goti e bruciato… Anastasio, partigiano di Eutiche, peri colpito dal fulmine. I vermi rosero la lingua del bestemmiatore Nestorio… Luterò morì soffocato nel suo letto, dopo una lauta cena, ed uno storico contemporaneo racconta che una frotta di diavoli, sotto sembianza di corvi, volarono attorno al suo corpo orribilmente gracchiando, e l’accompagnarono fino alla tomba… Zuinglio lasciò la vita in una battaglia. Calvino, divorato dai vermi, spirò bestemmiando… Enrico VIII, re d’Inghilterra, morì da disperato… Questi ed altri casi della morte spaventosa dei grandi peccatori stanno registrati nella Storia Ecclesiastica; del resto la propria esperienza può avere insegnato a ciascuno quanto riesca disgraziata in generale la morte dei malvagi induriti nel male.
  8. La memoria dei peccatori finisce nella maledizione. — « Il loro ricordo si è spento col rumore che destò la loro morte » (Psalm. IX, 7), dice il profeta. E in altro luogo così parla all’empio: «Iddio ti distruggerà per sempre; ti schianterà e ti porterà via dalla tua casa; ti sradicherà dalla terra dei viventi » Psalm. LI, 5). « Il Signore, leggiamo nella Sapienza, si riderà degli empi. Cadranno disonorati e diventeranno oggetto di obbrobrio tra i morti in eterno. Il Signore li stritolerà nel loro orgoglio fattosi muto e li strapperà dalla loro base; gemeranno oppressi da mali e il loro nome sparirà dalla memoria degli uomini » (Sap. IV, 18-19). « La memoria del giusto, dice il Savio, vivrà tra le lodi; il nome degli empi marcirà nell’infamia » (Prov. X, 7). Il nome dell’empio, la sua gloria e la sua fama spandono fetore di morte; avrà per sua porzione l’oblio e il disprezzo. Il loro nome cadrà infracidito, cioè sarà calpestato e scomparirà come tronco secco e tarlato divelto dal turbine e gettato lungo la pubblica strada. Non essendo condita del sale della virtù e della saggezza divina, la loro fama si corrompe, e si attirerà l’esecrazione e la maledizione universale. La gloria temporale degli empi si oscura e svanisce; di modo che gli uomini, quando se ne parla, li biasimano, li straziano, li nominano con orrore… «Vi sono di quelli, dice l’Ecclesiastico, di cui non si conserva memoria; perirono come se non fossero mai esistiti, nacquero ed è come se non avessero mai veduto la luce; e i figli degli empi dividono la sorte dei padri loro » (Eccli. XLIV, 9)… Detestati in vita, aborriti in morte, saranno ancora maledetti al di là del sepolcro.
  9. Chi vive lontano da Dio muore in sua disgrazia. — « Già sovente l’ho detto, scriveva S. Paolo ai Filippesi, ed ora piangendo lo ripeto: vi sono molti che vivono da nemici della croce di Gesù Cristo; molti la cui fine é la perdizione, i quali adorano il ventre e mettono la loro gloria in ciò che forma il loro disonore e altro non gustano che le cure terrene » (Philipp. III, 18-19). « Se non temete il peccato, scrive S. Agostino, temete la morte, perché il peccato consumato genera la morte. Se non temete il peccato, temete le conseguenze del medesimo, vi spaventi l’abisso al quale vi conduce. Il peccato è dolce, ma è amara la morte nel peccato. Questa è la disgrazia degli uomini, che morendo lasciano gli oggetti per possedere i quali si erano abbandonati al peccato, ed altro non portano con sé che il peccato il quale li brucerà in eterno ». Strana illusione dei peccatori! Essi non badano che il piacere del peccato, di cui vorrebbero godere in eterno, sfugge loro subito; e che il castigo del peccato, al quale vorrebbero sottrarsi, non si allontanerà mai da loro!… Di essi dice il Salmista: «Le nazioni sprofondarono nell’abisso di morte che esse medesime si sono scavate; il loro piede fu colto al laccio che esse medesime avevano teso… Gli empi siano precipitati nell’inferno insieme con tutte le genti che dimenticano Dio » (Psalm. IX, 15, 17). « Ecco che quelli i quali si allontanano dal Signore, periranno; e saranno travolti nell’abisso di perdizione » (Id, LXXII, 26); (LIV, 24). «La giustizia divina, secondo l’osservazione di S. Agostino, si vendica del peccatore permettendo che, avendo egli dimenticato Iddio in vita, dimentichi se stesso in morte ». I disgraziati andranno dicendo sul letto di morte: « Noi non abbiamo voluto dare nessun segno di virtù nei giorni della nostra vita ed eccoci ora. divorati dalla nostra malvagità» (Sap. V, 13). Ascoltiamo dunque l’avviso dell’Ecclesiaste, e « premuniamoci contro il giorno cattivo » (VII, 15), schivando il male e facendo il bene secondo la regola del profeta (Psalm.. XXXVI, 27). Guardiamoci dall’imitare quel cieco peccatore di cui il medesimo profeta scrive, che « non ha voluto comprendere per non essere obbligato a impiegarsi in buone opere» (Id. XXXV, 3).

 

ETERNITA’

ETERNITA’

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[da: I tesori di Cornelio Alapide, vol. II, Torino, 1930]

  1. VI È UN’ETERNITÀ — La ragione dell’esistenza divina riposa nell’immutabilità stessa di Dio. E impossibile che Dio non sia sempre esistito: se non fosse sempre stato, chi l’avrebbe tolto dal niente? Certamente un Essere increato, eterno è necessario; ed eccoci di bel nuovo a D i o . E Dio sarà sempre: egli è indistruttibile di sua natura; egli ha essenzialmente e al sommo grado la vita in se medesimo: è insomma la vita eterna. Egli non può essere in nessun modo toccato né da assalto, né da alterazione, né da distruzione. L’eternità è Dio medesimo. Ma Dio ha dato l’eternità futura agli Angeli e agli uomini? Sì, tale è la volontà di Dio: Egli lo ha rivelato; tutte le nazioni lo hanno creduto; è questo un dogma di fede universale: l’uomo desidera l’immortalità, egli ne prova il bisogno… Dio ha fatto gli uomini e gli Angeli a sua somiglianza ed immagine per l’eternità… « I reprobi andranno, secondo la sentenza di Gesù Cristo, al fuoco eterno; e i giusti all’eterna vita » — “Ibunt hi in supplicium aeternum; iusti autem in vitam aeternam” (MATTH. XXV, 46). « L’uomo, dice l’Ecclesiastico, se n’andrà alla casa della sua eternità » — Ibit homo in domum aeternitatis suae (XII, 5). «Chi di voi, domanda Isaia, potrà dimorare in mezzo alle fiamme eterne! » — Quis habitabit de vobis cum ardoribus sempiternisi (XXXIII, 14). E S. Paolo ci assicura che i reprobi saranno condannati a pene eterne: — Dabunt poenas in interitu aeternas (II Thess. I , 9). L’eternità dei castighi e dei premi è un dogma di fede, di cui tutti i secoli, tutte le nazioni, anche pagane, ebbero conoscenza. « Dio ha fatto l’uomo imperituro» “Creavit hominem inexterminabilem” (Sap. I, 23).
  2.  CHE COSA È L’ETERNITÀ. — « La sua origine, dice Michea parlando di Gesù Cristo, è dal principio, dai giorni dell’eternità » — “Egressus eius ab initio, a diebus aeternitatis” (V, 2). Egli è uscito dall’eternità passata che comprende l’eternità futura; perché in Dio che è l’eternità, non vi è né passato, né avvenire: tutto è eternamente presente… – L’eternità è un principio senza principio, un cominciamento senza cominciamento e il principio di ogni principio … Oh com’è lunga, com’è profonda, com’è immensa, com’è felice od infelice questa eternità, signora di tutti i secoli, interminabile, sempre vivente! … Oh quanto sei lunga, o eternità!… eppure oh quanto poco di te si occupano gli uomini!… Che cosa è l’eternità? è un circolo che si rigira in se stesso, il cui centro si chiama sempre; la circonferenza si chiama nessuna parte, cioè senza fine. Che cosa è l’eternità? È un globo perfetto che non ha né principio né fine. Che cosa è l’eternità? È una ruota che si volge sempre sopra se stessa e che girerà sempre senza mai né logorarsi né spostarsi… Che cosa è l’eternità? È un anno che nasce l’istante che muore, e questo per sempre… Che cosa è l’eternità? Una fontana le cui acque, via via che scorrono, rimontano alla, sorgente, senza che se ne perda neppure una goccia; è una fonte perenne donde zampillano senza interruzione acque di benedizione o di maledizione… Che cosa, è l’eternità? È un labirinto a mille andirivieni e giravolte, che fa camminare del continuo chi vi entra, lo aggira e lo smarrisce… Che cosa è l’eternità? Un abisso senza fondo e che si rinserra quando uno vi entra … L’eternità è un principio senza cominciamento, senza mezzo, senza fine. È un principio continuo, interminabile, sempre cominciante; principio nel quale i beati contemplano ognora la felicità e abbondano sempre di nuove gioie, mentre i reprobi muoiono ad ogni istante e, dopo tutte le agonie e tutte le morti, cominciano da capo le agonie e le morti. E come fu al principio così è ora, e così sarà per tutti i secoli dei secoli. Finché Dio sarà Dio, gli eletti saranno sommamente felici e regneranno e trionferanno. Quanto tempo durerà Dio, altrettanto i dannati soffriranno in mezzo ai tormenti … « La vera eternità, dice S. Anselmo, è una vita interminabile, che esiste tutta intera in ogni istante di tempo» (Menolog. c. XXIV). L’eternità, è una durata senza cominciamento, senza fine, e senza moto …
  3. BISOGNA VIVERE PER L’ETERNITÀ. — Andiamo ripetendo a noi medesimi quel detto del famoso pittore Zeusi: « Io dipingo per l’eternità, vivo per l’eternità [“Pingo aeternitati, vivo aeternitati” (Anton, in Meliss.)]». Lavoriamo intorno all’opera di una santa vita per l’eternità… Noi gettiamo quaggiù il dado per la nostra eternità, e sta a noi il gettarlo bene. Una volta gettato, non si può più riprendere … Crediamo…, studiamo…, lavoriamo…, viviamo per l’eternità… Regoliamoci in modo che abbiamo a vivere eternamente… Prima di ogni azione, pensate e dite: Io lavoro per l’eternità, io vivo per l’eternità: lavorerò dunque e vivrò santamente, per tracciare nell’anima mia e nel mio esteriore l’immagine e l’idea della virtù; cosicché Dio, gli Angeli, gli uomini, possano lodare la mia condotta. Ognuno di noi dica tra sè e sè: è in mio arbitrio il dipingere, in ogni mio pensiero e parola e azione, la ricca e preziosa immagine della virtù, ovvero gli orribili tratti del vizio; io lavorerò per la virtù affinché le opere mie risplendano come stelle per la mia gloria e felicità nel cielo, e non per il vizio che la divina giustizia condannerà al fuoco eterno. Ah! io dipingerò per l’eternità; lavorerò sì bene, che mi abbia da rallegrare, per tutta l’eternità, del mio lavoro; io penserò, parlerò, opererò come vorrei aver pensato, parlato, operato nell’eternità… Quando comparisce l’eternità, non vi è più tempo, dice l’Apocalisse: — Tempus non erit amplius (X, 6)… « Voi dormite, esclama S. Ambrogio, e intanto il vostro tempo cammina » — “Tu dormis et tempus tuum ambulat” (Serm.). E dove mi conduce questo tempo così veloce? All’eternità… O eternità! come sei grande, immensa, fortunata! Eppure, o quanti ti dimenticano!… Quanto pochi sanno stimarti al tuo giusto valore! Nessuno ti penetra, pochi ti pesano!… Ottimamente dice S. Gregorio: « Se siamo avidi di beni, cerchiamo quelli che possederemo senza fine; se abbiamo paura di mali, temiamo quelli che i reprobi soffriranno eternamente – [“Si bona quaerimus, illa diligamus quae sine fine habebimus; si autem mala pertimescimus, illa timeamus quae a reprobis sine fine tollerantur” (Lib. VI, Epistola XCV)]». Quindi conchiude in altro luogo: « Quantunque le opere nostre si compiano nel tempo, coll’intenzione però dobbiamo guardare all’eternità [“Quamvia in usu operis sit temporalitas; tamen in intentione, debet esse aeternitas (Moral.).]». S. Bonaventura ci insegna sette vie che conducono all’eternità felice. La prima è l’intenzione che guarda dirittamente all’eternità: bisogna che si occupi unicamente dell’eternità, che non intenda fuorché all’eternità, che non si diriga altrove che all’eternità; che solo nell’eternità dimori, a cagione del Dio eterno che è il solo vero bene, il solo necessario, e che giunta la sua fine, tutte le sue brame si compiano in colui che non le sarà mai più tolto. È questo il bene che Gesù Cristo assegnò alla Maddalena (Luc. X, 42). La seconda via all’eternità, è l’attenta meditazione delle cose eterne… La terza, è la chiara contemplazione delle medesime… La quarta, l’amore di quello che appartiene all’eternità. Quando le persone pie, dice S. Gregorio, ardono della brama dell’eternità, poggiano a tale altezza di vita, che anche il solo parlare di cose mondane riesce loro grave e le tiene in disagio; poiché per esse è intollerabile tutto ciò che è estraneo a quello che esse amano. La quinta via è la rivelazione segreta delle cose eterne: la meditazione assidua delle rivelazioni spirituali produce un continuo ingrandimento della vista e delle cognizioni dell’anima; per questo mezzo ella valuta al giusto i beni futuri, penetra il segreto delle verità eterne. Infatti coloro che amano con trasporto, scoprono meglio, distinguono più chiaramente, conoscono più a fondo. Perciò, più si amano le cose eterne e più addentro vi si penetra. Il che ha fatto dire a S. Gregorio: «L’eternità si verifica nei santi, per la considerazione dell’eternità di Dio » — “In sanctis fìt aeternitas, aspiciendo Dei aeternitatem (Mordi.). La sesta via all’eternità, è una certa esperienza che si è fatta delle dolcezze eterne. Questo assaporava il re al profeta, allorché diceva: « Gustate e provate come dolce è il Signore » — Gustate, et videte quoniam suavis est Dominus (Psalm. XXXIII, 8); questo celebrava la Sposa dei Cantici con quelle parole: « Dolce è al mio palato il frutto del mio celeste Sposo » — “Fructus eius dulcis gutturi meo” (Cant. II, 3). La settima via all’eternità, sono le buone opere, conformi agl’impulsi di Dio; i costumi puri ed una vita santa, poiché, dice la Scrittura, « le opere loro li accompagneranno» — “Opera enim illorum sequuntur illos(Apoc. XIV, 13 — In Speculo). Gesù Cristo che è la via , la verità, la vita, ci guida per le sue strade; Egli si adopera perché la nostra conversazione sia nei cieli; Egli ci ha aperto la porta dell’eternità con la sua vittoria su la morte. Fortunato chi va all’eternità per queste strade! Felice chi, liberandosi al di sopra della brevità del tempo e della volubilità dei secoli, ferma la sua mente sulla salda ed immobile eternità! Beato chi tiene a vile i beni vani e transitori della terra e si nutre di quelli solidi ed eterni! S. Agostino designa i quattro gradi della scala che poggia all’eternità beata, nella lettura, nella meditazione, nella preghiera, nella contemplazione. Poi conchiude: «Congiungi il tuo cuore all’eternità di Dio, e sarai eterno con esso [“Iunge cor tuum aeternitati Dei, et cum illo aeternus eris” (In Psalm. XCI)] ». Supponiamo che Dio dicesse a Giuda, o a qualsiasi altro reprobo: Ogni mille anni tu spargerai una lacrima per i tuoi peccati, e quando così facendo, tu avrai versato tante la crime da formare un diluvio che basti ad inondare la terra, io avrò pietà di te e ti caverò dalle pene e dal fuoco dell’inferno; grande sarebbe il giubilo, ineffabile la gioia che ne proverebbe quel dannato, perché egli avrebbe finalmente una speranza di salute. Ma ohimé! Non vi sono più lacrime per i dannati e quindi mai più perdono. Versiamo quaggiù amare lacrime sulle nostre colpe; esse ci chiuderanno l’eternità infelice … l’eternità è un abisso; diciamolo cento volte, diciamolo cento volte, diciamolo mille, diciamolo senza fine … o eternità! eternità!… meditiamo sull’eternità …

31 maggio: la Festa di MARIA REGINA

La festa di Maria Regina fu istituita infallibilmente ed irrevocabilmente da S.S. Pio XII, e fissata per il 31 maggio. Chi ne ha cambiato la data, a distanza di pochi anni, con un atto illecito e contrario al Magistero ecclesiale, e quindi alla volontà di DIO, ha così dimostrato, in modo palese e sfacciato, di non possedere alcuna autorità, di non essere cioè il Vicario di Cristo, bensì il suo antagonista ed un fantoccio luciferino, pieno di odio verso Dio e la Vergine Maria, Regina di tutte le creature che amano Dio. Ed ancora una volta la Donna della Genesi e dell’Apocalisse stana il serpente velenoso in attesa che ne schiacci definitivamente la testa “… il mio Cuore Immacolato alla fine trionferà”. W Maria, w la nostra Madre e REGINA.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD CAELI REGINAM (1)

DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA

Maria Regina

Fin dai primi secoli della chiesa cattolica il popolo cristiano ha elevato supplici preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re divino, Gesù Cristo, mai s’illanguidì la fede, dalla quale abbiamo imparato che la vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, come è coronata di gloria nella beatitudine celeste.

Ora, dopo le grandi rovine che, anche sotto i Nostri occhi, hanno distrutto fiorenti città, paesi e villaggi; davanti al doloroso spettacolo di tali e tanti mali morali, che si avanzano paurosamente in limacciose ondate, mentre vediamo scalzare le basi stesse della giustizia e trionfare la corruzione, in questo incerto e spaventoso stato di cose, Noi siamo presi da sommo dispiacere e perciò ricorriamo fiduciosi alla Nostra regina Maria, mettendo ai piedi di lei, insieme col Nostro, i sentimenti di devozione di tutti i fedeli, che si gloriano del nome di cristiani.

È gradito e utile ricordare che Noi stessi, il 1° novembre dell’anno santo 1950, abbiamo decretato, dinanzi a una grande moltitudine di em.mi cardinali, di venerandi vescovi, di sacerdoti e di cristiani, venuti da ogni parte del mondo, il dogma dell’Assunzione della beatissima Vergine Maria in cielo,(2) dove, presente in anima e corpo, regna tra i cori degli Angeli e dei santi, insieme al suo unigenito Figlio. Inoltre, ricorrendo il centenario della definizione dogmatica fatta dal Nostro predecessore, Pio IX, di imm. mem., sulla Madre di Dio Concepita senza alcuna macchia di peccato originale, abbiamo indetto l’anno mariano,(3) nel quale con gran gioia vediamo che non solo in questa alma città – specialmente nella Basilica Liberiana, dove innumerevoli folle continuano a professare apertamente la loro fede e il loro ardente amore alla Madre celeste – ma anche in tutte le parti del mondo la devozione verso la Vergine, Madre di Dio, rifiorisce sempre più; mentre i principali santuari di Maria hanno accolto e accolgono ancora pellegrinaggi imponenti di fedeli devoti.

Tutti poi sanno che Noi, ogni qualvolta Ce n’è stata offerta la possibilità, cioè quando abbiamo potuto rivolgere la parola ai Nostri figli, venuti a trovarci, e quando abbiamo indirizzato messaggi anche ai popoli lontani per mezzo delle onde radiofoniche, non abbiamo cessato di esortare tutti coloro, ai quali abbiamo potuto rivolgerCi, ad amare la nostra benignissima e potentissima Madre di un amore tenero e vivo, come conviene a figli. In proposito, ricordiamo particolarmente il radiomessaggio, che abbiamo indirizzato al popolo portoghese, nell’incoronazione della taumaturga Madonna di Fatima,(4) da Noi stessi chiamato radiomessaggio della «regalità» di Maria.(5)

Pertanto, quasi a coronamento di tutte queste testimonianze della Nostra pietà mariana, cui il popolo cristiano ha risposto con tanta passione, per concludere utilmente e felicemente l’anno mariano che volge al termine e per venire incontro alle insistenti richieste, che Ci sono pervenute da ogni parte, abbiamo stabilito di istituire la festa liturgica della «beata Maria Vergine Regina».

Non si tratta certo di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia.

Ora vogliamo richiamarle nella presente enciclica per rinnovare le lodi della nostra Madre celeste e per renderne più viva la devozione nelle anime, con vantaggio spirituale.

I

Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla Quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che «regnerà eternamente nella casa di Giacobbe» (Lc 1, 32), (sarà) «Principe della pace» (Is 9, 6), «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose.

Si comprende quindi facilmente come già gli antichi scrittori della Chiesa, avvalendosi delle parole dell’arcangelo san Gabriele, che predisse il regno eterno del Figlio di Maria (cf. Lc 1, 32-33), e di quelle di Elisabetta, che s’inchinò davanti a Lei, chiamandola «madre del mio Signore» (Lc 1, 43), abbiano, denominando Maria «madre del Re» e «madre del Signore», voluto significare che dalla regalità del Figlio dovesse derivare alla Madre una certa elevatezza e preminenza.

Pertanto sant’Efrem, con fervida ispirazione poetica, così fa parlare Maria: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di esso. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!».(6) E altrove così egli prega Maria: «… Vergine Augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario».(7)

San Gregorio di Nazianzo chiama Maria: Madre del Re di tutto l’universo», «Madre Vergine, [che] ha partorito il Re di tutto il mondo»,(8) mentre Prudenzio ci parla della Madre, che si meraviglia «di aver generato Dio come uomo sì, ma anche come sommo Re».(9)

La dignità regale di Maria è poi chiaramente asserita da coloro che la chiamano «Signora», «Dominatrice», «Regina». Secondo un’omelia attribuita a Origene, Elisabetta apostrofa Maria «Madre del mio Signore», e anche: «Tu sei la mia Signora».(10)

Lo stesso concetto si può dedurre da un testo di san Girolamo, nel quale espone il suo pensiero circa le varie interpretazioni del nome di Maria: «Si deve sapere che Maria, nella lingua siriaca, significa Signora».(11) Ugualmente si esprime, dopo di lui, san Pietro Crisologo: «Il nome ebraico Maria si traduce “Domina” in latino: l’angelo dunque la saluta “Signora” perché sia esente da timore servile la madre del Dominatore; che per volontà del Figlio nasce e si chiama Signora».(12)

Sant’Epifanio, vescovo di Costantinopoli, scrive al sommo Pontefice Ormisda, che si deve implorare l’unità della Chiesa «per la grazia della Santa e consostanziale Trinità e per l’intercessione della nostra Santa Signora, gloriosa Vergine e Madre di Dio, Maria».(13)

Un autore di questo stesso tempo si rivolge con solennità alla beata Vergine seduta alla destra di Dio, invocandone il patrocinio, con queste parole: «Signora dei mortali, santissima Madre di Dio».(14)

Sant’Andrea di Creta attribuisce spesso la dignità regale alla Vergine; ne sono prova i seguenti passi: « (Gesù Cristo) portò in questo giorno come regina del genere umano dalla dimora terrena (ai cieli) la sua Madre sempre Vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne».(15) E altrove: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose».(16)

San Germano poi così si rivolge all’umile Vergine: «Siedi, o Signora: essendo tu Regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»;(17) e la chiama. «Signora di tutti coloro che abitano la terra».(18)

San Giovanni Damasceno la proclama «Regina, Padrona, Signora»(19) e anche «Signora di tutte le creature»;(20) e un antico scrittore della chiesa occidentale la chiama «Regina felice», «Regina eterna, presso il Figlio Re», della quale «il bianco capo è ornato di aurea corona».(21)

Sant’Ildefonso di Toledo riassume tutti i titoli di onore in questo saluto: «O mia Signora, o mia Dominatrice: tu sei mia Signora, o Madre del mio Signore… Signora tra le ancelle, regina tra le sorelle».(22)

I teologi della Chiesa, raccogliendo l’insegnamento di queste e di molte altre testimonianze antiche, hanno chiamato la beatissima Vergine Regina di tutte le cose create, Regina del mondo; Signora dell’universo.

I sommi pastori della Chiesa non mancarono di approvare e incoraggiare la devozione del popolo cristiano verso la celeste Madre e Regina con esortazioni e lodi. Lasciando da parte i documenti dei Papi recenti, ricorderemo che già nel secolo settimo il Nostro predecessore san Martino I, chiamò Maria «Nostra Signora gloriosa, sempre Vergine»;(23) sant’Agatone, nella lettera sinodale, inviata ai padri del sesto concilio ecumenico, la chiamò «Nostra Signora, veramente e propriamente Madre di Dio»;(24) e nel secolo VIII, Gregorio II, in una lettera inviata al patriarca san Germano, letta tra le acclamazioni dei padri del settimo concilio ecumenico, proclamava Maria «Signora di tutti e vera Madre di Dio» e «Signora di tutti i cristiani».(25)

Ricorderemo parimenti che il Nostro predecessore di immortale memoria Sisto IV, nella lettera apostolica Cum praeexcelsa,(26) in cui accenna con favore alla dottrina dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, comincia proprio con le parole che dicono Maria «Regina, che sempre vigile intercede presso il Re, che ha generato». Parimenti Benedetto XIV, nella lettera apostolica Gloriosae Dominae, chiama Maria «Regina del cielo e della terra», affermando che il sommo Re ha, in qualche modo, affidato a Lei il suo proprio impero.(27)

Onde sant’Alfonso, tenendo presente tutta la tradizione dei secoli che lo hanno preceduto, poté scrivere con somma devozione: «Poiché la Vergine Maria fu esaltata ad essere la Madre del Re dei re, con giusta ragione la Chiesa l’onora col titolo di Regina».(28)

II

La sacra liturgia, che è lo specchio fedele dell’insegnamento tramandato dai Padri e affidato al popolo cristiano, ha cantato nel corso dei secoli e canta continuamente sia in Oriente che in Occidente le glorie della celeste Regina.

Fervidi accenti risuonano dall’Oriente: «O Madre di Dio, oggi sei trasferita al cielo sui carri dei cherubini, i serafini si onorano di essere ai tuoi ordini, mentre le schiere dei celesti eserciti si prostrano dinanzi a te».(29)

E ancora: «O giusto, beatissimo (Giuseppe), per la tua origine regale sei stato fra tutti prescelto a essere lo sposo della Regina immacolata, la quale darà alla luce in modo ineffabile il Re Gesù».(30) E inoltre: «Scioglierò un inno alla Madre Regina, alla quale mi rivolgo con gioia, per cantare lietamente le sue glorie. … O Signora, la nostra lingua non ti può celebrare degnamente, perché Tu, che hai dato alla luce Cristo, nostro Re, sei stata esaltata al di sopra dei serafini. … Salve, o Regina del mondo, salve, o Maria, Signora di tutti noi».(31)

Nel «Messale» etiopico si legge: « O Maria, centro di tutto il mondo … tu sei più grande dei cherubini pluriveggenti e dei serafini dalle molte ali. … Il cielo e la terra sono ricolmi della santità della tua gloria».(32)

Fa eco la liturgia della chiesa latina con l’antica e dolcissima preghiera «Salve, regina», le gioconde antifone «Ave, o regina dei cieli», «Regina del cielo, rallégrati, alleluia» e altri testi, che si recitano in varie feste della beata Vergine Maria: «Come Regina stette alla tua destra con un abito dorato, rivestita di vari ornamenti»;(33) «La terra e il popolo cantano la tua potenza, o regina»;(34) «Oggi la vergine Maria sale al cielo: godete, perché regna con Cristo in eterno».(35)

A tali canti si devono aggiungere le Litanie lauretane, che richiamano i devoti a invocare ripetutamente Maria Regina; e nel quinto mistero glorioso del santo Rosario, la mistica corona della celeste Regina, i fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra.

Infine l’arte ispirata ai principi della fede cristiana e perciò fedele interprete della spontanea e schietta devozione popolare, fin dal Concilio di Efeso, è solita rappresentare Maria come Regina e Imperatrice, seduta in trono e ornata delle insegne regali, cinta il capo di corona e circondata dalle schiere degli Angeli e dei santi, come colei che domina non soltanto sulle forze della natura, ma anche sui malvagi assalti di satana. L’iconografia, anche per quel che riguarda la dignità regale della beata vergine Maria, si è arricchita in ogni secolo di opere di grandissimo valore artistico, arrivando fino a raffigurare il divino Redentore nell’atto di cingere il capo della Madre sua con fulgida corona.

I pontefici romani non hanno mancato di favorire questa devozione del popolo, decorando spesso di diadema, con le proprie mani o per mezzo di legati pontifici, le immagini della vergine Madre di Dio, già distinte per singolare venerazione.

III

Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era Re e Signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso Arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.

Tuttavia la Beatissima Vergine si deve proclamare Regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)

Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e Signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è Padre e Signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la Madre e la Signora di tutto: Dio è Signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è Signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che Ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro Signore e nostro Re, così anche la Vergine beata (è nostra Signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)

Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a Lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu Lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, Lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro Re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro Redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è Regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.

È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è Re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo Re deriva a Lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui Ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.

Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?».(44) E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità Ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità Ti fa superiore agli Angeli».(45) San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre».(46)

Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che Ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere».(47)

Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua Santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute Ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore Regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli Angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita».(48) A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata Vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie;(49) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno».(50)

Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della Vergine Madre di Dio, la Quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.

Però in queste e altre questioni, che riguardano la beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del Bene infinito, che è Dio».(51)

Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il Magistero vivo della Chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente».(52)

IV

Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere della liturgia, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo raccolto espressioni e accenti; secondo i quali la Vergine Madre di Dio primeggia per la sua dignità regale; e abbiamo anche mostrato che le ragioni, che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede divina, confermano pienamente questa verità. Di tante testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente, per celebrare il sommo fastigio della dignità regale della Madre di Dio e degli uomini, la quale è stata «esaltata ai regni celesti, al di sopra dei cori angelici ».(53)

EssendoCi poi fatta la convinzione dopo mature ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa se questa verità solidamente dimostrata risplenda più evidente davanti a tutti, quasi lucerna più luminosa sul suo candelabro, con la Nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente che in detto giorno sia rinnovata la “Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della beata vergine Maria. In questo gesto infatti è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della Religione.

Procurino dunque tutti di avvicinarsi ora con maggior fiducia di prima, quanti ricorrono al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e, ciò che conta più di tutto, si sforzino di liberarsi dalla schiavitù del peccato, per poter presentare un ossequio immutabile, penetrato dalla fragrante devozione di figli, allo scettro regale di sì grande Madre. I suoi templi siano frequentati dalle folle dei fedeli, per celebrarne le feste; la pia corona del Rosario sia nelle mani di tutti per riunire insieme, nelle chiese, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, sia i piccoli gruppi, sia le grandi adunanze di fedeli, a cantare le sue glorie. Sia in sommo onore il nome di Maria, più dolce del nettare, più prezioso di qualunque gemma; e nessuno osi pronunciare empie bestemmie, indice di animo corrotto, contro questo nome ornato di tanta maestà e venerando per la grazia materna; e neppure si osi mancare in qualche modo di rispetto ad esso.

Tutti si sforzino di imitare, con vigile e diligente cura, nei propri costumi e nella propria anima, le grandi virtù della Regina celeste e nostra Madre amantissima. Ne deriverà di conseguenza che i cristiani, venerando e imitando sì grande Regina e Madre, si sentano infine veramente fratelli, e, sprezzanti dell’invidia e degli smodati desideri delle ricchezze, promuovano l’amore sociale, rispettino i diritti dei poveri e amino la pace, Nessuno dunque si reputi figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se sull’esempio di Lei non si dimostrerà mite, giusto e casto, contribuendo con amore alla vera fraternità, non ledendo e nuocendo, ma aiutando e confortando.

In molti paesi della terra vi sono persone ingiustamente perseguitate per la loro professione cristiana e private dei diritti umani e divini della libertà: per allontanare questi mali nulla valgono finora le giustificate richieste e le ripetute proteste. A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi, sicché servendo la causa dell’evangelo, con opera concorde e con egregie virtù, che nelle asprezze rifulgono ad esempio, giovino anche alla solidità e al progresso della città terrena.

Pensiamo anche che la festa istituita con questa lettera enciclica, affinché tutti più chiaramente riconoscano e con più cura onorino il clemente e materno impero della Madre di Dio, possa contribuire assai a che si conservi, si consolidi e si renda perenne la pace dei popoli, minacciata quasi ogni giorno da avvenimenti pieni di ansietà. Non è Ella l’arcobaleno posto sulle nubi verso Dio, come segno di pacifica alleanza? (cf. Gn 9, 13). «Mira l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto; esso è molto bello nel suo splendore, abbraccia il cielo nel suo cerchio radioso e le mani dell’Altissimo lo hanno teso» (Eccli 43, 12-13). Chiunque pertanto onora la Signora dei celesti e dei mortali – e nessuno si creda esente da questo tributo di riconoscenza e di amore – La invochi come Regina potentissima, mediatrice di pace; rispetti e difenda la pace, che non è ingiustizia impunita né sfrenata licenza, ma è invece concordia bene ordinata sotto il segno e il comando della volontà di Dio: a fomentare e accrescere tale concordia spingono le materne esortazioni e gli ordini di Maria Vergine.

Desiderando moltissimo che la Regina e Madre del popolo cristiano accolga questi Nostri voti e rallegri della sua pace le terre scosse dall’odio, e a noi tutti mostri, dopo questo esilio, Gesù, che sarà la nostra pace e la nostra gioia in eterno, a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione, come auspicio dell’aiuto di Dio onnipotente e in testimonianza del Nostro amore.

Roma, presso San Pietro, nella festività della maternità di Maria vergine, l’11 ottobre 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

(1) PIUS PP. XII, Litt. enc. Ad caeli Reginam de regali Beatae Mariae Virginis dignitate eiusque festo instituendo, [Ad venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 11 octobris 1954: AAS 46(1954), pp. 625-640.

pioxii-4

Istituzione della festa della regalità di Maria s.ma. La devozione costante dei popoli per Maria s.ma, culminata con la proclamazione del dogma della sua Assunzione. Coronare l’opera istituendo la festa di Maria Regina, in realtà non nuova, ma già espressa in ogni età: dalla sacra Scrittura, dai padri e scrittori ecclesiastici con dottrina profonda e poetici accenti, dai sommi pontefici, dalla liturgia romana e orientale e infine dall’arte d’ogni tempo. Principali argomenti dogmatici e di convenienza. È giusto perciò che tutti riconoscano questo potere regale: la festa al 31 maggio; ricorrere alla Madre di Dio, imitandone le virtù, impetrando la forza nelle tribolazioni, la pace fra i popoli e la visione eterna del suo divin Figlio.

(2) Cf. Const. apost. Munificentissimus Deus: AAS 42 (1950), p. 753ss; EE 6/1931ss.

(3) Cf. Litt. enc. Fulgens corona: AAS 45(1953), p. 577ss; EE 6/944ss.

(4) Cf. AAS 38(1946), p. 264ss.

(5) Cf. L’Osservatore Romano, 19.5.1946.

(6) S. EPHRAEM, Hymni de B. Maria, ed. Th. J. Lamy, t. II, Mechliniae 1886, Hymn. XIX, p. 624.

(7) S. EPHRAEM, Oratio ad Ss.mam Dei Matrem: Opera omnia, ed. Assemani, t. III (graece), Romae 1747, p. 546.

(8) S. GREGORIUS NAZ., Poemata dogmatica, XVIII, v. 58: PG 37, 485.

(9) PRUDENTIUS, Dittochaeum, XXVII: PL 60, 102A; Obras completas de Aurelio Prudencio (edicion bilingüe), BAC, Madrid 1981, p. 758.

(10) Hom. in S. Lucam, hom. VII: ed. Rauer, Origenes Werke, t. IX, p. 48 (ex catena Macarii Crysocephali). Cf. PG 13, 1902D.

(11) S. HIERONYMUS, Liber de nominibus hebraeis: PL 23, 886.

(12) S. PETRUS CHRYSOLOGUS, Sermo 142, De Annuntiatione B.M.V.: PL 52, 579C; cf, etiam 582B, 584A: «Regina totius exstitit castitatis».

(13) Relatio Epiphanii Ep. Constantin.: PL 63, 498D.

(14) Encomium in Dormitionem Ss.mae Deiparae (inter opera S. Modesti): PG 86, 3306B.

(15) S. ANDREAS CRETENSIS, Homilia II in Dormitionem Ss.mae Deiparae: PG 97, 1079B.

(16) S. ANDREAS CRETENSIS, Homilia III in Dormitionem Ss.mae Deiparae, I: PG 98, 303A.

(17) S. GERMANUS, In Praesentationem Ss.mae Deiparae, I: PG 98, 303A.

(18) S. GERMANUS, In Praesentationem Ss.mae Deiparae, II: PG 98, 315C.

(19) S. IOANNES DAMASCENUS, Homilia I in Dormitionem B.M.V.: PG 96, 719A.

(20) S. IOANNES DAMASCENUS, De fide orthodoxa,1. IV, c.14: PG 44,1158B.

(21) De laudibus Mariae (inter opera Venantii Fortunati): PL 88, 282B et 283A.

(22) ILDEFONSUS TOLETANUS; De virginitate perpetua B.M.V.: PL 96, 58AD.

(23) S. MARTINUS I, Epist. XIV: PL 87, 199-200A.

(24) S. AGATHO: PL 87; 1221A; Dz 547.

(25) HARDOUIN, Acta Conciliorum, IV, 234 et 238: PL 89, 508B.

(26) XYSTUS IV, Bulla Cum praeexcelsa, 28 febr. 1476.

(27) BENEDICTUS XIV, Bulla Gloriosae Dominae, 07 sept. 1748.

(28) S. ALFONSO, Le glorie di Maria, p. I. c. I, § 1.

(29) Ex liturgia Armenorum: in festo Assumptionis, hymnus ad Matutinum.

(30) Ex Menaeo (byzantino): Dominica post Natalem, in Canone, ad Matutinum.

(31) Officium hymni Akátistos (in ritu byzantino).

(32) Missale Aethiopicum, Anaphora Dominae nostrae Mariae, Matris Dei.

(33) Breviarium Romanum, Versiculus sexti Respons.

(34) Festum Assumptionis, Hymnus Laudum.

(35) Festum Assumptionis, ad Magnificat II Vesp.

(36) S. IOANNES DAMASCENUS, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.

(37) PIUS XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147.

(38) Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus.

(39) EADMERUS, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB.

(40) F. SUAREZ, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327.

(41) S. IRENAEUS, Adv. haer., V, 19, 1: PG 7, 1175B.

(42) PIUS XI, Epist. Auspicatus profecto: AAS 25(1933), p. 80.

(43) PIUS XII, Litt, enc. Mystici corporis: AAS 35(1943), p. 247; EE 6/258.

(44) S. SOPHRONIUS, In Annuntiationem Beatae Mariae Virginis: PG 87, 3238D et 3242A.

(45) S. GERMANUS, Hom. II in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 98, 354B.

(46) S. IOANNES DAMASCENUS, Hom. I in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 96, 715A.

(47) PIUS IX, Bulla Ineffabilis Deus: Acta Pii IX, I, pp. 597-598; EE 2/app.

(48) Ibidem, p. 618; EE 2/app.

(49) LEO XIII, Litt. enc. Adiutricem populi: AAS 28(1895-96), p.130; EE 3.

(50) PIUS X, Litt. enc. Ad diem illum: AAS 36(1903-04), p. 455; EE 4/27.

(51) S. THOMAS, Summa theol., I, q. 25, a. 6, ad 4.

(52) PIUS XII, Litt. enc. Humani generis: AAS 42(1950), p. 569; EE 6/721.

(53) Ex Brev. Rom.: Festum Assumptionis Beatae Mariae Virginis.

ABUSO DELLE GRAZIE

ABUSO DELLE GRAZIE

[E. Barbier “i Tesori di Cornelio Alapide, vol. I, Torino,1930]

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  1. L’abuso delle grazie è una grande disgrazia. — O città ingrata! esclamava Gesù Cristo versando lagrime sopra Gerusalemme che abusava di tante sue grazie; o città sventurata! Ah se tu conoscessi, almeno ancora in questo giorno, quel che importa alla tua pace! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato (Luc. XIX, 41-42); tu ti rifiuti di vedere i miei favori per non approfittarne. O figlia di Sionne, tu sei pur quella ch’io ho tanto amato, onorato, arricchito, istruito, ed or non mi conosci, ma mi rigetti, mi condanni, mi perseguiti, mi crocifiggi!… Io son disceso per te dal Cielo in terra; per te son nato e vissuto tra continui stenti, dolori e privazioni : io t’ho visitata, coltivata; ho guarito i tuoi lebbrosi, i tuoi malati, i tuoi ossessi, risuscitato i tuoi morti: e tu mi fuggi, mi disprezzi, mi fai guerra!… Non son forse tratteggiati in questo quadro i cristiani infedeli ed ingrati? non son essi gli imitatori de’ Giudei?… Udite S. Agostino che mette sulle labbra di Gesù queste parole: O uomo, sono io che t’ho fatto colle mie mani dal fango della terra, che t’ho inspirato il soffio della vita; che mi son degnato crearti a mia immagine e somiglianza, e tu, trascurando i miei precetti, fatti per darti la vita, hai preferito il Demonio al tuo Dio. Quando fosti cacciato dal Paradiso e incatenato coi ceppi della morte per cagione del tuo peccato, io presi carne, stetti esposto in una mangiatoia, coricato ed avviluppato in fasce; tollerai affronti e privazioni senza numero; sopportai gli schiaffi e gli sputi di coloro che di me si burlavano; fui flagellato, coronato di spine; e finalmente spirai su la croce. Perché hai tu lasciato perdersi il frutto di quello ch’io soffrii per te? Perché, ingrato, non volesti riconoscere e accettare i doni della Redenzione? Perché attaccarmi alla croce de’ tuoi misfatti, croce mille volte più dolorosa di quella del Golgota? Sì, la croce de’ tuoi peccati è per me molto più pesante che la croce del Calvario: perché a questa io mi sottoposi volentieri per compassione di te e vi morii per rendere a te la vita; ed a quella io mi veggo da te inchiodato contro mio volere (Enchiridion). Udite quel che fa l’uomo il quale abusa delle grazie: ecco i malanni che attira sopra di lui questo abuso. « La vigna del mio diletto, dice Isaia (V, 1-4), è piantata in colle ubertoso. Egli l’ha munita tutt’intorno di siepe; la sgombrò dalle pietre, la fornì d’elette viti, v’ha costrutto nel bel mezzo una torre, vi stabilì uno strettoio, poi aspettò che desse uve ed ella portò lambrusche. – Or dunque, abitanti di Gerusalemme, o voi uomini di Giuda, giudicate tra di me e la mia vigna. Che cosa potevo io fare per lei, che non l’abbia fatto? Perché invece d’uve m’ha prodotto lambrusche?». Non è forse questa la condanna di chi abusa delle grazie? Non siamo noi tutti la vigna del Signore? Non s’è egli studiato in ogni modo di schiantare dal nostro cuore i bronchi e le cattive piante? Non ci ha forse scelti con quella cura, con cui il vignaiuolo sceglie le piante per la sua vigna per averne frutto? Non siamo noi stati circondati d’attenzioni e colmati di grazie? Che poteva far di più per noi il Signore? Ci ha creati a sua immagine, e noi quest’immagine l’abbiamo profanata, sfigurata nelle lordure del peccato; ci ha riscattati a prezzo del suo sangue; ha istituito i Sacramenti, quasi torre insuperabile che doveva servire a proteggerci, e noi tutti questi benefizi abbiamo resi inutili. Che pesante fardello! che terribile disgrazia!… Noi abusiamo della creazione, della Redenzione, de’ Sacramenti, delle sante inspirazioni, della parola e della legge di Dio. Abusiamo degli occhi, delle orecchie, della lingua, de’ piedi, delle mani, di tutto il corpo, della sanità, delle forze, degli anni. Abusiamo di tutti gli elementi, del giorno e della notte; abusiamo dell’anima e delle sue potenze, memoria, intelligenza, volontà; abusiamo del cuore, come delle ricchezze, degli onori, dei piaceri, del cibo, della bevanda, de’ vestimenti. Abusiamo della vita, del tempo, dell’eternità, degli Angeli, degli uomini, delle creature tutte, di Dio medesimo!… O delitto inconcepibile! o sventura micidiale!
  2. Castighi dell’abuso delle grazie. — « Ed ora vi spiegherò quel che son per fare alla mia vigna ingrata, dice il Signore: ne estirperò la siepe ed ella sarà devastata; getterò a terra il suo muro ed ella sarà conculcata». (Isai. V, 5). « La renderò deserta, e non sarà potata, né sarchiata; vi cresceranno sterpi e spine; comanderò alle nuvole che non piovano stilla sopra di lei » (Ib. 6). « Coloro che abusano delle grazie, soggiunge S. Paolo a’ Romani, s’accumulano un monte d’ira pel giorno dell’ira e della manifestazione del giudizio di Dio» (II, 5). Noi, scrive S. Gregorio, i quali abbiamo ricevuto molte più grazie che non parecchi altri, dovremo anche sottostare a più severo giudizio. Poiché a proporzione che aumentano le grazie, s’accresce pure il conto che dovremo renderne. Tanto più umili dunque dobbiamo essere e più pronti a servire Dio, approfittando de’ favori ricevuti, quanto più stretto conto vediamo di doverne rendere in ragione del loro numero e valore. « E benedetta dal Signore quella terra, notava già S. Paolo agli Ebrei, che bevendo la pioggia, che di frequente le cade in grembo, produce per chi la coltiva utili erbe: ma se germoglia triboli e spine, è riprovata e prossima a maledizione, e il suo fine sarà d’essere bruciata ». Il Signore aguzzerà la sua collera in forma di lancia, sta scritto nel Libro della Sapienza, contro coloro che abusano dei suoi doni: (Sap. V, 21). Ora, commenta S. Gregorio, « siccome noi abusiamo di tutto, saremo quindi colpiti in tutto. Tutto ciò che riceviamo per l’uso della vita, è da noi impiegato al peccare; ma badiamo che tutto ciò che noi, mancando al nostro fine, volgeremo a cattivo uso, diverrà per noi strumento di vendetta ». E dice la Sapienza: « Il mondo intero combatterà a fianco di Dio contro gl’insensati che abusano delle sue grazie » (Sap. V, 21). Il sole, gli astri, la terra, le piante, gli animali, gli elementi tutti grideranno vendetta contro quelli che avranno abusato dei loro doni che sono benefizi di Dio. « Noi sacrifichiamo la nostra sanità ai vizi, soggiunge S. Gregorio, e impieghiamo l’abbondanza dei beni terreni non a sovvenire alle necessità della vita, ma a pervertirci. È dunque giusto che tutte le cose, le quali servirono alle nostre passioni, tutte a un tempo ci feriscano, così che alla fine ci strazino tanti tormenti quanti furono i godimenti provati prima ».

Il Segno della Croce e le Preghiere ai pasti

Il segno della croce e le Preghiere ai pasti

Carte Postal Religieuse Italienne de De Chirico"Il segno della croce " Anderson Credit: Rue des Archives/DS/18 rue le Bua 75020 Paris France
 

[Mons. J.-J. Gaume: “Il segno della croce”, 1864 – XVII-XVIII e XIX lettera]

Arma universale ed invincibile per l’uomo, parafulmine per le creature, simbolo di libertà pel mondo e monumento di vittoria pel Verbo Redentore: tale fu mio caro Federico, il segno della croce agli occhi dei primi cristiani. Da questa convinzione procedeva l’uso ch’eglino ne facevano, i sentimenti, che loro inspirava, il magnifico e piacevole spettacolo, a cui testé assistemmo. Conservammo noi la fede de’ padri nostri? Per i cristiani del secolo decimonono qual cosa mai è il segno della croce? come usano di esso a pro di sé stessi e delle creature? I sentimenti di fede, di confidenza, di rispetto, di fiducia e di amore, che loro inspira, sono vivi e reali? Il maggior numero di quelli, che fanno un tale segno non lo eseguono forse ignorando quel che operano, e senza attribuirgli valore alcuno, ed importanza? Quanti non lo eseguono affatto? Quanti credono ricevere onta dall’eseguirlo? Quanti ancora non son presi da sdegno al vederlo? E per fermo, eglino l’hanno tolto dalle loro case e da’ loro appartamenti, cassato dalla loro mobilia, ed inutilmente lo si cercherebbe nelle pubbliche piazze, nelle passeggiate delle città, lungo le vie e ne’ parchi; poiché l’han fatto disparire da tutti i luoghi, dove i padri nostri l’avevano innalzato. Essi, nuovi iconoclasti del secolo XIX, hanno spezzate le croci! Qual cosa mai è questa, ed a quale avvenire accennano siffatti sintomi? Vuoi saperlo? Rimonta al principio illuminatore della storia. Due principi opposti si disputano il dominio del mondo, Io spirito del bene e lo spirito del male. Tutto ciò che si opera è, o per inspirazione divina, o per inspirazione satanica. L’istituzione del segno della croce, l’uso continuo di esso, la fiducia che inspira, la potente virtù attribuitagli, è una inspirazione divina o satanica ? È o l’una, o l’altra!  Se è una inspirazione satanica, il fiore della umanità, che sola fa questo segno, è da poi oltre diciotto secoli incurabilmente cieca, mentre che il rifiuto della umana compagnia, che sprezza la croce, avrebbe ogni lume: è un dire, che i miopi, i loschi e i ciechi del tutto vedano più di colui, che ha due buoni occhi. Credi possibile che l’orgoglio possa tanto impazzire da affermare simile paradosso, e che vi sia tale una incredulità, e di sì robusti polsi da sostenerlo? Ma se il segno della croce praticato, ripetuto, caro, considerato come arma invincibile, universale, permanente, necessaria alla umanità contro satana, le sue tentazioni e i suoi angeli, è una inspirazione divina, che vuoi che io pensi di un mondo, che non comprende più un tal segno, che più non lo esegue, che si vergogna di esso, che più non lo saluta, che lo vuole scomparso dalla vista degli occhi suoi, e dal cospetto del sole? A meno che la natura umana non si sia del tutto immutata, e che il dualismo non sia che una chimera; a meno che satana non abbia abbandonata la pugna; a meno che le creature non abbiano cessato di essere i veicoli delle sue funeste influenze: il cristiano d’oggidì sprezzatore del segno della croce non è, che un rampollo degenere di una nobile razza. Desso è un razionalista insensato che non comprende più la lotta, né le condizioni di essa ; il secolo decimonono è un soldato presuntuoso, che, spezzate le armi, e deposta ogni armatura, si getta alla cieca nel mezzo delle spade e delle lance nemiche, con braccia legate, e a petto nudo; la società moderna, una città, sommersa nel sensualismo de’ baccanali, smantellata, circondata d’innumerevoli nemici, che agognano a farne rovina e passare a fil di spada la guarnigione. Farne una rovina ! Ma non è questa già fatta ? Rovina di credenze, rovina di costumi, rovina dell’autorità, rovina della tradizione, rovina del timor di Dio e della coscienza, rovina della virtù, della probità, della mortificazione, dell’ubbidienza, dello spirito di sacrificio, di rassegnazione e di speranza: dappertutto, rovine cominciate, o rovine compite. Nella vita pubblica e nella privata, nelle città e nelle borgate, nei governanti e nei governati, nell’ordine delle idee e nel dominio de’ fatti, quanto di perfettamente cattolico resta incolume, ed intero? Ma in tutto ciò nulla v’ha, caro Federico, che ci debba meravigliare. Togli il segno della croce e tutto si spiega. Meno v’ha di croci nel mondo, più v’ha di satana. La croce è il parafulmine del mondo; toglilo, e la folgore cade a schiacciare e bruciare. Il segno della croce accenna al dominio del vincitore, n’è trofeo: spezzarlo è un far rivivere l’antico tiranno, e preparargli il ritorno. Ascolta quanto scriveva, or sono diciassette secoli, uno degli uomini, che abbiano intesa tutta la misteriosa potenza di questo segno, dico il martire, il più illustre fra i martiri, Ignazio di Antiochia. Contempla questo vescovo dai bianchi capelli, carico di catene, che attraversa seicento leghe per condursi a farsi dilaniare da’ leoni al cospetto della gran Roma. Vedilo: è calmo quasi fosse sull’altare, ilare, come se andasse ad una festa, e dà, lungo il cammino, istruzioni ed incoraggiamenti alle chiese dell’Asia accorse a salutarlo. Questi nella sua ammirabile lettera a’ cristiani di Filippi, scrive: “e II principe di questo mondo mena gran festa, quando qualcuno rinnega la croce”. Esso conosce esser la croce, che gli apporta la morte, perché dessa è l’arma distruggitrice di sua potenza. La vista di essa gli mette orrore, il suo nome lo spaventa. Innanzi questa venisse fatta, nulla trasandò perché la si formasse, ed a siffatta opera egli spinse i figli della incredulità, Giuda, i Farisei, i Sadducei, i vecchi, i giovani, i sacerdoti: ma tosto che la vide sul punto d’essere compita si turba. Immette rimorsi nell’animo del traditore, gli presenta la corda, lo spinge a strangolarsi; spaventa con sogni la moglie di Pilato, ed usa ogni sforzo ad impedire che venisse compiuta la croce, non perché avesse rimorso, che se ne avesse non sarebbe del tutto cattivo; ma perché presentiva la sua disfatta. Né s’ingannava: la croce è il principio della sua condanna, di sua morte, e della sua perdita » . Ecco due insegnamenti: orrore e timore di satana alla vista della croce e del segno di essa; gioia di lui nell’assenza dell’ una e dell’altro. Vede egli un’ anima, un paese senza la croce: vi entra senza paura, e vi dimora tranquillo. Come inevitabilmente al cader del sole le tenebre succedono alla luce, cosi del pari desso ristabilisce il suo impero al disparir della croce. Il mondo attuale n’è sensibile prova.  Non parlo del diluvio di negazioni, empietà, bestemmie inaudite che inondano il mondo, ma, che cosa mai sono, per chi non si soddisfa di sole parole, i milioni di tavole giranti e parlanti, gli spiriti battenti o familiari, le apparizioni, le evocazioni, questi oracoli e consultazioni medicali, le comunicazioni con i pretesi morti, che, ad un tratto, hanno invaso il vecchio ed il nuovo mondo (1 ). Son forse queste cose nuove ì No: l’umanità le ha già viste. Ma quando? Quando il segno della croce non proteggeva il mondo, quando satana era dio e re delle società! Di presente siffatte cose col ricomparire con proporzioni ignote di poi il vecchio paganesimo, quale avvertenza ne danno? Se non che il segno liberatore cessando di proteggere il mondo, Satana lo invade di nuovo. Tu il vedi, caro amico, sono ben poco intelligenti quelli che abbandonano il segno della croce. Siano essi oggetto di nostra compassione e non d’imitazione! Fra tutte le circostanze in cui è da separarsi da loro, ve n’ha una in che lo si deve inevitabilmente. Per noi, come per i nostri padri, il segno della croce avanti e dopo il pranzo dev’esser cosa sacra; poiché come tale lo comandano la ragione, l’onore, la libertà.Gaume-282x300

La ragione. Se interroghi i tuoi compagni domandando loro perché non facciano il segno della croce innanzi prendano il cibo, ciascuno ti dirà: Non voglio singolarizzarmi operando altrimenti degli altri. Non voglio ch’io sia segnato a dito, e che altri si burli di me, per la osservanza di una pratica inutile, ed ormai fuori moda. Non vogliono singolarizzarsi! Per loro onore, stimo credere, che non intendano la forza di siffatta espressione. Singolarizzarsi, è un dire, isolarsi, non operare come tutti gli altri. In siffatto senso si può ben essere singolare senza taccia di ridicolo; anzi, v’hanno delle circostanze ch’è mestieri esserlo ad isfuggire la colpa. Nel mezzo di un manicomio, l’uomo ragionevole che opera assennatamente; in un paese di ladri, l’uomo onesto, che rispetta l’altrui, sono de’ singolari: son dessi ridicoli? Nel senso in che è presa da’ tuoi compagni, “singolarizzarsi” vuol dire isolarsi, operando con maniere, che, movendo al riso, si oppongono agli usi ammessi e ci rendono ridicoli. Resta però vedere se, fare siffatto segno innanzi e dopo il pranzo sia un singolarizzarsi in maniera ridicola. Per fermo, ti diranno, perché è un operare altrimenti dagli altri. Ma v’hanno altri ed altri. V’hanno alcuni, che fanno il segno della croce, e ve n’hanno altri ancora che non lo eseguono. Di siffatto modo facendolo o non facendolo noi non ci singolarizziamo, noi siamo sempre con altri. Siam noi ridicoli? Per rispondere a tale domanda è da osservare chi siano quelli, che fanno un tal segno, e chi quelli, che lo trasandano. Quelli che lo praticano sono tu, io, la tua onorevole famiglia, la mia, nè siam soli; prima di noi e con noi ve n’hanno ben altri ancora. V’hanno tutti i veri e coraggiosi cattolici dell’Oriente e dell’Occidente da poi diciotto secoli, i quali, come vedemmo, sono il fiore della umanità, e con siffatta compagnia si diviene si poco ridicolo, ch’è un esserlo al sommo, non appartenendo ad essa. Se ne eccettui quelli che vivono di parole, e che con esse vorrebbero tutto pagare, la proposizione è indegna di esser discussa. Nulla v’ha di più certo dell’aver con tutto studio il fiore della umanità eseguito il segno della croce, avanti e dopo il pranzo. I Padri de’ quali, ho testé apportate le sublimi testimonianze, Tertulliano, S. Cirillo, S. Efrem, S. Crisostomo, non lasciano alcun dubbio sulla universalità di questa religiosa usanza, presso tutti i cristiani della primitiva Chiesa. Ma lascia che io ne aggiunga qualche altro. Quando si siede a mensa, dice il grande Atanasio, e si spezza il pane, lo si benedice per tre volte col segno della croce, e si rendono le grazie » [Omel. 1, contra Julian., Theodoret.J. Hist., lib. Ill, c. 16.] . La benedizione della mensa col segno della croce non era solamente in uso presso le famiglie nella vita civile, ma l’era altresì negli eserciti, nella vita del campo. S. Gregorio di Nazianzo racconta, a questo proposito, un fatto venuto in gran fama.    Giuliano, l’Apostata, gratificava l’esercito con istraordinaria distribuzione di viveri e di danaro. Dal lato al principe v’era un braciere acceso, e tutti i soldati vi gettavano un granello d’incenso. I soldati cristiani imitarono i commilitoni pagani, nulla sapendo che in ciò vi fosse idolatria. Compiuta la distribuzione, tutti in uno raccolti desinavano in onore del principe. Sul cominciar della mensa, fu presentata la coppa ad un soldato cristiano, e questi, secondo l’usato, la benedisse. Tosto una voce si levò a dirgli: Quello che fai ripugna a quanto testé operasti. Che feci? Hai tu dimenticato l’incenso ed il braciere? Ignori che idolatrasti, che rinnegasti la tua fede?Com’ebbe ciò inteso, si levò il guerriero e con lui i compagni d’arme, e tutti gemendo e strappandosi i capelli, a grandi grida, si dichiararono cristiani, e protestarono contro l’inganno loro fatto dall’imperatore, e domandarono nuove prove per confessare la propria credenza. L’apostata fattili arrestare e legare li condannò a morire, e dispose venissero condotti al luogo del supplizio: ma, a non far de’ martiri, accordò loro la vita rilegandoli nelle più lontane frontiere dell’impero [Ruinart. Actes du martyrs de saint Theod.]. Quando un prete trovavasi in un convito, a lui apparteneva l’onore di fare il segno della croce su gli alimenti. La benedizione della mensa era in tanta stima di cosa santa, che al nono secolo i Bulgari convertiti alla fede domandavano al Papa Nicolò I, se il semplice laico potesse supplire al prete in tale funzione. Per fermo, rispose il Pontefice: “avvegnaché, a tutti è commesso preservare, col segno della croce, quanto gli appartiene, dalle insidie del demonio, e trionfare di tutti i suoi attacchi per lo nome di nostro Signore (Nam omnibus datum est, ut et omnia nostra hoc signo debeamus ab insidiis munire diaboli, et ab ejus omnibus impugnationibus in Christi nomine triumphare. (Resp. ad consult. Bulgar.). I tempi successivi han visto perpetuarsi presso tutti i veri cattolici dell’Oriente e dell’Occidente l’uso del segno della croce prima e dopo il pranzo, e tu sai come sussista ancora di presente. Noi conosciamo quelli che fanno il segno della croce, e gli altri che non lo fanno; è da vedere a chi i tuoi compagni diano la preferenza. I pagani non lo fanno, ed i giudei nemmeno, i maomettani neppure, gli atei e i cattivi cattolici neanche, i cattolici ignoranti o schiavi del rispetto umano parimente lo trasandano. Ecco quelli che non fanno il segno della croce, e che beffano quanti sono teneri di si pia usanza. Da qual lato è la singolarità ridicola?

L’onore è la seconda ragione, che ci obbliga a restar fedeli all’antico uso del segno della croce avanti e dopo il pranzo. I tuoi compagni al contrario ostentano credere essere onorevole cosa lo astenersene, ed eglino dicono: Non voglio che altri mi rimarchi, e che si burli di me. Facciamo l’autopsia di questo nuovo pretesto. Innanzi tutto la ragione, ed il vedemmo, condanna quelli che disprezzano la croce, epperò l’onore non saprebbe essere per loro, poiché non lo si trova con lo sragionare. Aggiungono, non voler essere notati. Impossibile! checché eglino facciano, saranno sempre notati, e rimarcati. Io non li credo sì infelici da non trovarsi mai con veri cattolici allo stesso desco, ed allora, per fermo, saranno necessariamente e ben tristemente osservati. È vero che ciò per essi, come dicono, è indifferente; ma questo disprezzo è poi fondato? Qui ritorna la questione degli uni e degli altri che abbiamo già risoluta. Lo scherno, di che tanto sessi hanno paura, segue sempre l’osservazione, solo presso il vero cattolico, questa si rimuta in un sentimento di compassione verso di loro. Contentandomi d’esporre i tuoi compagni, e quelli che ad essi si assomigliano alle osservazioni de’ cattolici, uso indulgenza con esso loro; pertanto essi, come vedrai, astenendosi dal pregare innanzi e dopo il pranzo, pel pretesto di non farsi notare, si disonorano al cospetto di tutta la umanità: seguimi nel mio ragionare. Quegli si disonora agli occhi di tutta l’umanità che volontariamente si pone nel rango delle bestie. Ora sino a’ dì nostri non si conosceva in natura che una sola specie di esseri che mangiasse senza pregare, ma di presente due: le bestie e quelli che loro si assomigliano. Dico “che loro si assomigliano”, perché tra un uomo che mangia senza pregare ed un cane, quale differenza vi trovi tu? Per me io non ve ne trovo alcuna, e l’Accademia è con me. Bipede o quadrupede, seduto o coricato, gracidando, ciarlando o grugnando, essi sono gli uni come gli altri; poiché con le mani, o con le branche, gli occhi, il cuore, i denti immersi nella materia, divorano stupidamente il loro pasto senza elevare la lesta verso la mano che lo dona. L’uomo che agisce di siffatto modo si degrada; egli da bestia si mette a tavola, bestialmente vi dimora, e come bestia ne sorte. La mia proposizione ti sembra troppo assoluta, e tu esclami: “È poi vero, mi dici, che per lo innanzi non si conoscesse che le sole bestie, i buoi, gli asini, i muli, i porci, le ostriche, mangiassero senza pregare?” Nulla v’ha di più vero: “La preghiera su gli alimenti è antica quanto il mondo, estesa quanto il genere umano”.  Dai primordi dell’antichità la si trova presso gli Ebrei. « Quando tu avrai mangiato e sarai satollo, dice la legge di Mose, benedici il Signore » [Cum comederis et satiatus fueris, dicas Domino.] (Deuter. VIII, 10). Ecco la preghiera su gli alimenti. Fedeli a tale comando gli Ebrei usavano tali cerimonie nel benedire la mensa, che il padre circondato dai figli, diceva: Benedetto sia il Signore Dio nostro, la cui bontà concede il cibo ad ogni creatura. Quindi presa una coppa di vino nella destra la benediceva, dicendo: Benedetto il Signore nostro Dio, che ha creato il frutto della vite. Egli lo gustava il primo, e poi la passava a’ convitati. In seguito, preso il pane con entrambe le mani, continuava dicendo: Lodato e benedetto sia il Signore Dio nostro, che ha creato il pane dalla terra. Lo spezzava, ed imboccatone un pezzo, lo passava agli altri. Dopo tutto questo cominciava la mensa. E se accadesse cangiar di vino, o, che nuova vivanda si apprestasse, si facevano nuove benedizioni, perché ogni alimento venisse purificato c consacrato. Il pranzo era seguito da un cantico di ringraziamento. Tutti questi riti diventano a dismisura più venerandi da che sono stati consacrati dallo stesso figlio di Dio, e nulla potrebbe meglio mostrare la importanza di essi. In effetti, che fa l’adorabile Maestro del genere umano nell’ultima sua cena, quando unito a’ cari discepoli mangia l’agnello pasquale ? [“Et accepto calice, gratias egit et dixit: accipite et dividite inter vos”.] (Luc. XXII, 17). Qual cosa fa egli quando dopo la cena canta con i suoi discepoli il cantico di ringraziamento? “Et hymno dicta exierunt in montem Oliveti” [Marc. XIV, 26]. Egli si conforma religiosamente agli usi della santa nazione. V’hanno altresì ben altre circostanze, in cui vediamo il modello eterno dell’uomo pregare innanzi prendesse il cibo, o che ad altri il desse! Egli rompe i pani, e fatti in pezzi i pesci li distribuisce al popolo; ma, prima eleva al cielo li occhi e benedice quel cibo [Marc. VIII. — Math. XIV.].

Tutte queste espressioni, secondo i padri, mostrano la benedizione degli alimenti, e che il Verbo incarnato l’ha fatto per insegnarci di non prendere cibo alcuno senza benedirlo, e rendere a Dio le grazie (Teofilat. In Math. XIV). Non v’ha da meravigliare se troviamo in uso presso i primi cristiani la benedizione della mensa; poiché le azioni dell’ Uomo-Dio erano la regola della loro condotta, e gli Apostoli le ricordavano loro di continuo. «Presso di noi, dice Polidoro Virgilio, v’ ha il costume di benedire la mensa innanzi il pranzo; e ciò per imitare il Signor Nostro. L’Evangelio ci ricorda ch’Egli di essa usò sì nel deserto, benedicendo i pani, che in Emmaus, alla mensa de’ discepoli ». E Tertulliano aggiunge : « Con la preghiera comincia e finisce il pranzo » [Oratio auspicatur et claudit cibum] ( Tertull. Apologet.).Potrei a queste autorità aggiunger quelle del Crisostomo, di S. Girolamo, di Origene, de’ Padri latini e greci, ma non è mestieri citarli, poiché il fatto non è messo in dubbio. Dirò solo, che abbiamo il Benedicite ed il Gratias in magnifici versi di Prudenzio : Christi prius Genitore potens. Siffatti cantici provano a filo ed a segno, quanta coscienza si facessero i nostri avi di conformarsi agli esempi di Nostro Signore, come questi se era conformato all’uso degli antichi Ebrei, che ubbidivano in ciò al comando di Dio. Noi abbiamo altresì in prosa queste formule di benedizioni, e noi riporteremo questi monumenti della veneranda nostra antichità. Innanzi il pranzo: « O voi che apprestate il nutrimento a quanti respirano, benedite gli alimenti che prendiamo. Voi avete detto, cha se accadesse bere qualche cosa avvelenata, questo non ci apporterebbe nocumento alcuno, se invocassimo il vostro nome, poiché Voi siete Onnipotente. Togliete da questi alimenti quanto può esservi di nocivo, e male per noi » [Mamachi:Costumi de’primitivi cristiani”] . E dopo il pranzo: « Benedetto mille volte siate, o Signore, che ci avete nutrito sin dalla infanzia nostra, e con noi tutto, che respira. Colmate i nostri cuori di gioia, perché facile ci torni compiere ogni maniera di buone opere per Gesù Cristo Signor nostro, cui, con voi, e con lo Spirito Santo sia gloria, onore e potenza. Cosi sia » [Stukius: Antiq. Convivial.]. Queste formule profondamente filosofiche, come tosto vedremo, hanno attraversato i secoli, e, o nella loro primitiva integrità, o con qualche modificazione, sono in uso fra cattolici fino ad oggidì. I protestanti, malgrado la loro avversione agli usi cattolici, 1’hanno conservate, e buon numero di famiglie in Alemagna ed Inghilterra, non tralasciano la preghiera innanzi il pranzo. Ma quello che potrà sembrare più strano, è la benedizione della mensa in uso presso i pagani. Si, mio caro Federico, questi modelli di obbligo per la gioventù da collegio, usavano religiosamente di quanto i tuoi compagni, discepoli ed ammiratori di essi, si vergognano. « Mai, dice Ateneo, gli antichi prendevano il cibo, senza prima invocare gli dei ». E parlando degli Egiziani, aggiunge: « Dopo aver preso posto sul letto da mensa, si alzavano, e postisi in ginocchio, il capo della festa, od il prete, recitava le consuete preghiere, che gli altri dicevano con lui: dopo ciò cominciava il pranzo ». Né altrimenti era in uso presso i Romani. Tito Livio a proposito della morte di un uomo ordinata da Quinto Flaminio, per piacere ad una cortigiana, si esprime con siffatti termini. « Questo atto mostruoso fu commesso nel mezzo delle coppe, lungo il pranzo, quando è costume, pregare gli dei, ed offrir loro delle libazioni » [Liv. Decad. IV. Lib IX]. Tu sai che le libazioni erano una specie di preghiera quanto usatissima, altrettanto nota. I Romani, a mo’ di esempio, ne facevano quasi in tutte le ore: il mattino alzandosi, la sera andando a letto, quando facevano qualche viaggio, ne’ sacrifici, in occasione de’ matrimoni, al cominciamento e fine del pranzo. Questi antichi maestri del mondo non assaporavano il cibo, senza averne prima consacrata una parte alla divinità. La parte prelevata era posta su di un altare, o su di una tavoletta, Patella, che ne faceva le veci. Era questo il loro Benedicite ed il loro Gratias.

Perpetuità della tradizione degna di osservazione! Abbiamo veduto presso gli Ebrei delle nuove benedizioni al mutarsi del vino, ed alle nuove portate, e lo stesso uso era presso i Romani. AI secondo servito, avevano luogo delle libazioni particolari in onore degli dei, che si credeva assistessero alla mensa, e ciascun convitato spargeva un po’ di vino sulla tavola, o sulla terra, accompagnando tale spargimento di alcune preghiere in onore degli dei. I Greci avevano servito da modello a’ Romani. Presso di loro, tessa era la frequenza, ed istesso l’uso delle libazioni sul cominciar del pranzo ed in fine di esso, né diverse le preghiere al mutar del vino. Quando, dice Diodoro di Sicilia, si mesceva a’ convitati del vino puro, era antico costume dire: Dono del buon genio ; e quando lo si apprestava con l’acqua, dicevasi : Dono di Giove Salvatore; perché il vino puro è contrario si alla salute del corpo, che a quello dello spirito » (Diod. Sicul. Lib. III). Ma non era questa la sola forma di rendimento di grazie, ve n’era un’altra generale usala alla fine del pranzo, che s’indirizzava al padre degli dei (idem Lib. II). L’uso di benedire il cibo presso i pagani era sì comune da dar luogo a questo proverbio: Non prendere dalla caldaia il cibo innanzi sia santificato. [“Ne a chytropode cibum nondum santificatum rapias”]. Questo proverbio, secondo Erasmo, voleva dire: Non vi gettate da bestia su gli alimenti; mangiateli dopo averne offerte le primizie agli dei. Ed in effetti, presso gli antichi, secondo che Plutarco dice, il giornaliero pranzo stesso era classato fra le cose sacre; il perché i convitati consacrandone le primizie agli dei, testimoniavano con ciò, che, secondo loro, prendere il cibo, era reputata cosa santa. Quindi, Giuliano l’apostata, nel celebre banchetto del sobborgo di Antiochia, per riconoscere pubblicamente, e tener salda la tradizione pagana, fece benedire la mensa dai sacerdoti di Apollo (Sozomen Hist., lib. III, c. IX). I barbari stessi imitavano in ciò i popoli inciviliti. I Vandali ne’ loro pranzi facevano circolare una coppa consacrata a’ loro dei con stabilite formole (3). Presso gli Indiani il re non gustava alcuna vivanda se non fosse stata consacrata a’ demoni. Malgrado la differenza de’ costumi, de’ gradi d’incivilimento e di clima, gli abitanti della Zona glaciale avevano le medesime pratiche di quelli della Zona torrida. Gli antichi Lituani, quelli della Samogizia [regione della Lituania -n.d.r.-], e gli altri barbari del nord invocavano i demoni per santificare le loro mense. Nel fondo delle loro capanne aveano de’ serpenti addomesticati, che, in dati giorni, per lo mezzo di lini bianchi, lasciavano salire sulla tavola, perché gustassero le vivande allestite, e queste allora venivano considerate come sacre, ed i barbari allora solo le mangiavano senza alcuna paura. La benedizione della tavola trovasi egualmente presso i Turchi, e presso gli Ebrei moderni. Questi ultimi, fedeli alle paterne tradizioni conservano ancora l’uso di ripetutamente pregare lungo il pranzo. Cosi alle frutta dicono: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato le frutta degli alberi. All’ultimo servito: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato vari alimenti (Stukius: ubi supra et c. XXXVIII, “De libationibus ante et post epulas”). Per quanto materialisti siano, i popoli contemporanei dell’Indo-China, della Cina, e del Thibet non fanno eccezione a questa legge, la quale, porto opinione, che si trovi presso i popoli i più degradati dell’Africa. Come ho detto, tu il vedi, caro amico, la preghiera, innanzi e dopo il pranzo, è antica quanto il mondo, estesa come il genere umano. Ora, se l’esistenza di una legge si conosce dalla permanenza degli effetti; se a cagion d’esempio, vedendo che il sole levasi ad un determinato punto dell’orizzonte, ogni uomo ha ragione di affermare che una legge dirige i suoi movimenti, io non ho minor ragione di affermare che benedire la mensa è una legge della umanità.  Osservarla adunque, è un agire come tutto il genere umano; il non osservarla, è operare come gli esseri che non appartengono alla umana famiglia ; è, alla lettera, assomigliarsi alle bestie (1). Tu puoi dimandare a’ tuoi compagni se l’onore vi trova il suo conto. Fra breve esplicherò la legge, che comanda la benedizione della mensa.

« I soli coccodrilli mangiano senza pregare. » Tale assioma, tu mi dici, caro amico, riassume le nostre due ultime lettere. Questa tua parola non sarà dimenticata: “I miei compagni, tu continuando dici, sono stati come francesamente dicesi, aplatis, dai fatti da voi riportati, per essi tutto cosa nuova. Ma eglino sono come per lo passato, non fanno il segno della croce avanti il pranzo. — La sola novità che vi ha, è il poter io eseguirlo liberamente, avendo eglino paura del mio assioma ». Non mi maravigliano punto siffatte cose ! — Come tanti altri, i tuoi compagni, e quelli, che loro si assomigliano, benché parlino di libertà a gran gola, sono schiavi del tiranno il più vile, del rispetto umano. Poveri giovani! per meglio nascondere la loro schiavitù, terminano la loro obbiezione dicendo : “Il segno della croce su gli alimenti è una pratica inutile, e fuori moda”. Nel fondo del loro intimo pensiero, questo parlare vuol dire: Tutti quelli che non mangiano come noi, cioè da bestie, appartengono alla specie de’ gonzi, più o meno rispettabile. I preti, ed i religiosi de’ gonzi; i veri cattolici della patria tua, gonzi; gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci, i Romani, gonzi; il fiore della umanità, gonza; l’umanità tutta è gonza, e con essa, mio padre, mia madre, le mie sorelle: io, ed i miei simili, noi soli siamo saggi sulla terra, i soli illuminati fra tutti i mortali! È mestieri che io strappi la maschera di che cercano coprirsi: a che fare, basterà il mostrare come la benedizione della tavola col segno della croce, sia un atto di libertà, azione utilissima, e ch’è fuori moda solo nelle basse regioni del cretinismo moderno. Questa ultima considerazione unita a quella dell’onore e della ragione, giustifica pienamente la nostra condotta, e nel medesimo tempo, rende ragione della pratica universale del genere umano.

La libertà. — Tre tiranni si disputano la libertà dell’uomo; la mia, la tua, quella de’ tuoi compagni. Questi tiranni sono il mondo, la carne, il demonio. Per non essere schiavi di questi tiranni, noi, e con noi tutta la famiglia umana benediciamo la mensa. Lo abbiamo veduto, ed il ripeto: il non fare il segno della croce avanti il desinare, è un separarsi dal fiore della umanità; il non pregare, è un assomigliarsi alle bestie. Nell’un caso, e nell’altro è schiavitù; poiché questo è sottomettersi ad un potere dispotico, ed è tale, quel potere, che comanda senza averne il dritto, o, che comanda contro la ragione, contro il dritto, contro l’autorità. Chi è il potere, che m’inibisce fare il segno della croce, e che, se ho il coraggio di disobbedirlo, mi minaccia di farmi oggetto di beffe? Qual è il suo dritto? da chi ha ricevuto egli il mandato? Dove sono i titoli che lo raccomandano alla mia docilità? Le ragioni della sua difesa? Questo potere usurpatore, è il mondo attuale, mondo ignoto agli annali dei secoli cristiani, mondo da sale, da teatro, da caffè, da bettole, da traffico, da borsa; è l’uso di questo mondo, l’empietà di questo mondo, il suo marcio materialismo: la beozia dell’intelligenza. Ora, questa minorità, nata ieri e già decrepita, questa minorità in permanente insurrezione contro la ragione, contro l’onore, contro il genere umano, ha la pretensione d’impormi i suoi capricci! E sarò io sì dappoco da sottomettermi? E dopo aver fatto divorzio con la ragione, con l’onore, col fiore della umanità, avrò io il coraggio di parlare di dignità, di libertà, d’indipendenza? Vana parola sarà questa ! Le catene della schiavitù si mostrerebbero di sotto l’orpello dell’orgoglio; la maschera bucata non nasconderebbe la figura della bestia, ed il buon senso ci seguirebbe dicendo: Mida, il re Mida ha gli orecchi di asino. Vadano pure gli indipendenti d’oggidì superbi di un tale complimento; noi altri gonzi, nol vogliamo a nessun prezzo. Vergognosa è la schiavitù professata al mondo, ma l’è più ancora quella del vizio. L’ingratitudine è vizio; la ghiottoneria è vizio, come l’è altresì l’impurità. Contro questi tre tiranni ci difendono il segno della croce, e la preghiera della mensa.

L’ingratitudine. — L’hanno al presente due religioni, quella del rispetto, e quella del disprezzo. — La prima rispetta Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, le creature.—Per essa lutto è sacro; perché tutto è da Dio, tutto gli appartiene, ed a lui ritorna. Essa m’insegna usare di tutto con spirito di dipendenza, perché nulla mi appartiene; con spirito di timore, perché sarà mestieri rendere di tutto conto; con spirito di riconoscenza, perché tutto è benefizio, l’aria stessa che respiro. — La seconda disprezza tutto — Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, e le creature; i suoi settatori usano ed abusano della vita e de’ beni di Dio, quasi ne fossero proprietari ed irresponsabili. La prima ha scritto sulla sua bandiera, riconoscenza; la seconda ingratitudine. L’una e l’altra mostrano la loro presenza dal momento in cui l’uomo si assimila i doni di Dio col prendere il cibo necessario alla vita. Il fiore della umana famiglia prega e ringrazia; avendo tale coscienza della sua dignità da non soffrire che vada confusa con le bestie; ed è tale il sentimento del dovere, da non poter restare muto alla vista de’ benefizi di che è colmato. Esso trova, con ragione, mille volte più odiosa l’ingratitudine verso Dio che non lo sia quella esercitata contro gli uomini, e non può patire essere schiavo di tal vizio.— Vergogna per colui, cui la riconoscenza è peso insopportabile; il cuore ingrato non fu mai un buon cuore!

L’adepto alla religione del disprezzo si vergogna di essere riconoscente, e mangia come la bestia, o come il figlio snaturato, che non trova né nel suo cuore, né nelle sue labbra, una parola di gratitudine da indirizzare al padre, che, con bontà senza limiti, sopperisce ai bisogni e provvede ai piaceri di lui. E perché si sottrae al dovere, si crede libero! Si proclama indipendente! Indipendente da chi, e da che? Indipendente da quanto è da amare, e da rispettare: dipendente da quanto è degno di disprezzo, e bisogna odiare. L’è veramente gloriosa questa maniera d’indipendenza! — La ghiottoneria. — Altro tiranno che siede con noi al nostro desco, e che incatenando gli occhi, il gusto, l’odorato alle vivande, rende l’uomo adoratore del dio ventre. — Allora l’uomo non parla per l’abbondanza del cuore, ma dello stomaco ; egli non cerca la qualità de’ cibi atti a riparare le forze, ma quella che solletica il gusto; non mangia per vivere, ma fine e scopo del suo vivere è il mangiare. Di siffatto modo l’organismo sviluppa il suo impero, e l’intelligenza si affievolisce, diventa schiava. La delizia della carne non è compatibile con la saggezza; i grandi «omini non furono ghiottoni, tutti i santi sono stati modelli di sobrietà! [Sapientia non invenitur in terra suaviter viventium: Iob. XXVIII, 13]. Osserva bene, mio caro amico, che io parlo della ghiottoneria come ricercatezza negli alimenti, dilicatezza nella scelta, avidità e sensualità nel mangiare, il che troppo sovente è seguito dalla intemperanza. Ora l’intemperanza mena seco un tal corteggio d’infermità e malattie, che la ghiottoneria uccide più uomini che la stessa spada: Plures occidit crapula, quam giadius [Vigilia, cholera, et tortura viro infrunito. (Eccli. XXXI, 23, et XXXVI, 3].  Cosi Nabucodònosor, Faraone, Alessandro, Cesare, Tamerlano e tutti i carnefici coronati, che hanno coperto il mondo di cadaveri, hanno fatto morire minor numero di uomini che la ghiottoneria. Dispiacevole mistero è questo, che mostra tutta la saggezza, che v’ha nell’uso del segno della croce e della preghiera innanzi e dopo il pranzo. Con essa noi chiamiamo Dio a nostro soccorso, e ci armiamo contro un nemico che attacca tutte le età, tutti i sessi e le condizioni, e che agogna incatenarci al più grossolano de’ nostri istinti. Per essa, noi apprendiamo che mangiare è una guerra, e che per non essere vinti è mestieri, secondo il detto di un gran genio, prendere gli alimenti come le medicine per bisogno, e non per piacere [“Hoc docuisti me, Domine, ut quemadmodum medicamenta, sic alimenta sumpturus accedam”. S. August. Confess, lib. X, c. 311].

L’impurità. — La schiavitù dell’animo cominciata per la ghiottoneria, si compisce con l’impurità. — Chi nutre delicatamente la sua carne, tosto ne subirà la rivolta vergognosa. — Cosa lussuriosa è il vino, in esso risiede la lussuria. Il vino puro nuoce alla sanità dell’anima, ed a quella del corpo. — Nello stomaco del giovane il vino è come l’olio nel fuoco. — La ghiottoneria è la madre della lussuria, ed il carnefice della castità. — Essere ghiottone e pretendere d’essere casto, è un voler estinguere il fuoco con l’olio. — La ghiottoneria estingue l’intelligenza.— Il ghiottone è un’idolatra, adora il dio ventre. — Il tempio del dio ventre è la cucina; l’altare, la tavola; i suoi sacerdoti, i cuochi; le vittime, le vivande; l’incenso, l’odore di esse. — Questo tempio è la scuola dell’impurità. — Bacco e Venere si danno la mano. — La ghiottoneria ci fa guerra continuamente; se trionfa chiama tosto la sua sorella, la lussuria. — La ghiottoneria e la lussuria sono due demoni inseparabili. — La moltitudine delle vivande, e delle bottiglie attira quella degli spiriti immondi, di cui il peggiore è il demonio del ventre. — La sanità fisica e morale de’ popoli, è da dedurre dal numero dei cuochi ». Intendi gli oracoli della saggezza divina, ed umana? È la voce de’secoli confermata dalla esperienza. Qual è il mezzo che ha l’uomo per conservare la sua libertà contro di un nemico, altrettanto più pericoloso, che seducendo incatena ed uccide? Il passato, ed il presente non ne conoscono che un solo; il soccorso di Dio: l’avvenire non potrà conoscerne altri da questo. Il soccorso divino si ottiene da Dio con la preghiera, ed una prece particolare è stata stabilita presso tutti i popoli per fortificarsi contro le tentazioni della mensa. Ora se quelli, che la fanno, non restano sempre vittoriosi (1), come sarà possibile, che quelli, che non l’hanno in uso, che la disprezzano e la beffano, possano persuadersi che eglino restino vittoriosi sul campo di battaglia. Per crederlo, è mestieri avere ben altre prove dalle loro asserzioni, bisognano de’ fatti, e questi sono i loro costumi. Ch’essi mostrino i misteri de’ loro pensieri, de’ loro desideri, degli sguardi, de’ secreti discorsi, della loro condotta. Ma una tal mostra non è necessaria; noi l’abbiamo di continuo nella esposizione, che di sé fa lo scandalo della pubblica immoralità.

Il demonio. — Qui si mostra pienamente la stupida ignoranza del mondo attuale. — Per fermo che il sacro dovere della riconoscenza, come la imperiosa necessità di difendersi contro la gola e la voluttà, giustificano pienamente l’uso della benedizione della tavola; ma, io oso affermare ch’esso poggia su di una ragione più forte, e profonda. — Noi lo abbiamo detto: v’ha un dogma, mai dimenticato dal genere umano, che insegna esser tutte le creature sotto l’azione del principe del male, da poi che questo trionfò del padre della specie umana: tutti i popoli hanno creduto, come alla esistenza di Dio, che le creature, penetrate dalle maligne influenze del demonio, sono gli strumenti del suo odio contro l’uomo. Da siffatta credenza traggono origine le infinite purificazioni in uso presso tutte le religioni, in tutti i climi, lungo tutto il corso de’ secoli; ma v’ha una circostanza, in cui l’uso delle purificazioni si mostra invariabile, ed è quella del desinare. L’universalità, l’inflessibilità di questo uso nel prendere il cibo, è fondato su due fatti. —Il primo, che il demone della tavola è il più pericoloso; il secondo, che l’unione operata per l’azione del mangiare tra l’uomo ed il cibo è di tutte le unioni la più intima, questa arriva fino all’assimilazione. — L’uomo può dire del cibo digerito: È l’osso delle mie ossa, la carne della mia carne, il sangue del mio sangue. — Ecco perché, essendo le creature si viziate, Iddio non ha fatto mai perdere di vista all’uomo il pericolo di tale azione. Che siffatto timore, sia la profonda ragione del segno della croce e delle preghiere su degli alimenti, è reso manifesto dalle formule stesse delle benedizioni, e dell’azione di grazie. Cristiani e pagani, tutti, senza alcuna eccezione, domandano, che, le tristi influenze a che le creature sono sottomesse, siano allontanate.  Ecco qualche argomento, che calza meglio a’ tuoi compagni, e per essi più convincente di tutte le autorità della Chiesa. —Porfirio — il primo fra tutti i teologi del paganesimo, e l’interprete il più dotto dei misteri, e dei riti pagani, scriveva in siffatti termini: “È da sapere che tutte le abitazioni son piene di demoni; il perché si purificano scacciandone questi ospiti malefici col pregare gli dei. Ancor più: di essi tutte le creature sono piene, ed alcune specie di cibi particolarmente;di modo, che quando noi sediamo a mensa, non solo essi prendono posto di lato a noi, ma si attaccano al nostro corpo. Ecco la ragione dell’uso delle purificazioni, il cui scopo principale, non è solo invocare gli dei, ma altresì scacciare i demoni. Questi si dilettano di sangue e d’impurità, ed a soddisfare tale piacere s’introducono ne’ corpi di coloro che ad essi sono soggetti. Non v’ha movimento di voluttà violento, e desiderio veementemente disordinato, che non sia eccitalo della presenza di questi ospiti » (Porphyr, apud Euseb. Praep. Erang. lib. IV. o. 22 ). Non ti parrebbe ciò scritto da san Paolo, tanto è precisa questa rivelazione del mondo soprannaturale? Oltre queste influenze occulte e permanenti di satana su gli alimenti, Iddio di tanto in tanto, permette de’ fatti straordinari, che rivelano la presenza del nemico, e la necessità di allontanarlo dagli alimenti, innanzi di essi si taccia uso. Leggesi in S. Gregorio il Grande: “Nel monastero dell’abate Equizio accadde che una religiosa entrando nel giardino, vide una pianta di lattuga che le solleticava l’appetito. La prese, e dimenticando di fare il segno della croce, la mangiò avidamente. All’istante medesimo fu posseduta dal demonio, cadde rovescione per terra dimenandosi per fortissime convulsioni. Tosto accorre il santo abate e prega Dio che si degnasse confortare la povera religiosa. Il demonio tormentato ancora esso per le preghiere, gridò: Che mai ho fatto? Che ho fatto io? Io era su quella lattuga; la religiosa non me ne ha scacciato. In nome di Gesù Cristo l’abate gli ordinò di uscire dal corpo della serva del Signore, e di non più tormentarla. Il demonio ubbidì, e la religiosa immantinente fu guarita » [S. Gregor. Dialog, lib. I, dial. IV.].  I fatti parlano come le autorità, la teologia pagana come la cristiana, J’oriente come l’occidente, l’antichità come i tempi moderni, Porfirio come san Gregorio. Quali autorità possono a queste opporre i tuoi compagni? Dire che il genere umano è un gonzo, e che l’uso universale di benedire gli alimenti sia una “superstizione fuori moda”, è fucile cosa: ma io non so appagarmi di sole parole; però di’ a’ tuoi compagni, che se per legittimare l’uso di non benedire la mensa, possono apportare una ragione, che valga un soldo di Monoco, prometto loro, a seconda del gusto di ciascuno, o un merlo bianco, o un busto al Panteon.

Aspettando, resta stabilito, che pregare avanti il pranzo è una legge della umanità; e che era riserbato all’epoca nostra produrre degli spiriti forti che vanno superbi di assomigliarsi due volte al giorno a’ cani, a’ gatti, al coccodrillo.

coccodr.