L’AMORE DI DIO

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1.-Vi è un doppio amore. — 2. Necessità d’amare Dio. — 3. Motivi d’amare Dio ricavati da Lui medesimo, ossia dalle infinite sue perfezioni. — 4. Motivi d’amare Dio, ricavati dall’amor suo verso gli uomini. — 5. Amore infinito di Dio nella creazione e nel modo di comunicarsi all’uomo. — 6. Come il Padre ci ha dato prova del suo amore nell’Incarnazione e nella Redenzione di Gesù Cristo. 7. Quanto ci ha amati il Figlio facendosi uomo e morendo per noi. — 8. Eccellenza dell’amor di Dio — 9. L’amore ci fa imitatori di Dio. — 10. L’amore ci unisce a Dio, e ci fa vivere di Gesù Cristo e per Gesù Cristo. — 11. Amare Dio è un amare se stesso. — 12. L’amor di Dio unisce gli uomini tra di loro. — 13. L’amor di Dio rende invincibile. 14. L’amor di Dio scaccia i Demoni. — 15. L’amor di Dio distrugge il peccato. — 16. L’amor di Dio ci fa disprezzare tutto il resto. — 17. L’amor di Dio scaccia la tiepidezza. — 18. L’amor di Dio illumina. — 19. A chi ama Dio ogni cosa si volge in bene. — 20. Dolcezza e felicità d’amare Dio. — 21. A chi ama, tutto è facile e leggero. — 22. L’amor divino racchiude tutti i beni. — 23. Per amare Dio bisogna osservare la sua legge. — 24. Diversi gradi dell’amor divino. — 25. Qualità dell’amor divino. — 26. Rammarico di non aver amato Dio. — 27. Quanto sia disgraziato chi non ama Dio. — 28. Come bisogna amare Dio. — 29. Mezzi di amare Dio.

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1. Vi è un doppio amore. — L’amore dell’uomo verso Dio è di due specie: cioè l’amore di concupiscenza, o imperfetto; e l’amore di pura carità, ossia perfetto. Con l’amore di concupiscenza noi studiamo di piacere a Dio, affinchè ci dia per ricompensa la vita eterna; questo amore è buono, ma piuttosto che un atto di carità si deve chiamare un atto di speranza. L’amore perfetto poi, col quale noi ci adoperiamo di piacere a Dio e fare quello che gli è gradito, consiste nell’amarlo esclusivamente per se stesso, senz’avere di mira la ricompensa; questo amore è propriamente quello che si chiama carità perfetta.

2. Necessità d’amare Dio.  — « Tu amerai il tuo Signore Iddio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima, con tutte le facoltà tue » (Beuter. VI, 5). Questo precetto dava Dio agli Ebrei, e perché fossero ben persuasi dell’alta sua importanza, soggiungeva che scolpissero queste parole dentro il proprio cuore, e le meditassero in casa ed in viaggio, la notte e il giorno, le ripetessero e insegnassero ai figli, le legassero come un ricordo ai polsi e le tenessero scritte innanzi gli occhi; e le scrivessero su le porte della casa (Ib. 7-9). Quest’obbligo ripeteva e inculcava Gesù Cristo nella nuova legge, riportando le medesime parole dell’antica, e avvertiva essere questo il primo ed il più eccellente dei comandamenti (Matth. XXII, 27-28). « Ama, aveva detto anche l’Ecclesiastico, a tutto tuo potere Colui che ti ha creato » (Eccli. VII, 32); ed in altro luogo: « Ama Dio per tutta la tua vita, ed invocalo per la tua salute » (Ib. XIII, 18). Il motivo che ci deve spingere ad amare Dio, è che Dio forma l’anima e la vita dell’anima nostra. Ora non è giusto che l’anima renda a Dio quel che il corpo rende all’anima, e che noi facciamo tutto per amor di Dio? Niente più teme il corpo che d’essere separato dall’anima, niente più deve temere l’anima, che d’essere separata da Dio: quindi l’Apostolo S. Giuda ci fa un obbligo di conservarci nell’amor di Dio (Iud. 21). Il cavallo è nato per correre, ed è questo il suo fine, come il fine dell’uccello è il volare, quel del bue l’arare, quel del cane l’abbaiare, quel del fuoco lo scaldare, quel dell’acqua il dissetare…; l’uomo è nato per amare Dio: questo è il suo ultimo fine. « Quand’io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli scriveva S. Paolo a’ Corinzi, se non ho la carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante. E quando avessi la profezia e intendessi tutti i misteri, e tutto lo scibile; e avessi tutta la fede, talmente che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente. E se pure distribuissi in nutrimento ai poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova » (1 Cor. XIII, 1-3). Il medesimo Apostolo dice ancora : « La carità di Cristo ci spinge » (II Cor. V, 14). « Gesù Cristo è morto per tutti, affinché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro » (Ib. V, 15). L’amor di Dio è così grande cosa, dice S. Agostino, che a colui che ne è privo, niente giova possedere tutto il resto; e chi ne è fornito, non difetta di nulla. E aggiunge in altro luogo: «Può la fede trovarsi senza la carità, ma non può, senza la carità, essere nè fruttuosa, nè utile ». Udite anche S. Bernardo: « La castità senza la carità è una lampada senz’olio; togliete l’olio e la lucerna, non fa lume; togliete l’amor di Dio e la castità perde il suo pregio ».
« Lo scopo de’ comandamenti è la carità, », dice S. Paolo a Timoteo (I Tim. 1, 5) : e nel precetto dell’amor di Dio tutto si riassume, secondo la parola di Gesù Cristo, la legge e la profezia (Matth. XXII, 40). « O anima mia, esclama S. Agostino, creata a imagine di Dio, riscattata col sangue di Gesù Cristo, sposa della fede, dotata dallo Spirito, ornata di virtù, fatta pari agli Angeli, ama Colui che tanto ti ha amato; pensa a Colui che di te non mai si dimentica; cerca Colui che ti cerca; dònati tutta quanta a Colui che si dona a te tutto intero. Questo gran Dio non si occupa che di te, e tu non occuparti di altri che di Lui; Egli lascia in certo modo ogni cosa per te, e tu ogni altro affare lascia per Lui; Egli è la santità per essenza, e tu sii santa; Egli, è la purità in persona, e tu sii pura… Deh! che il cielo, la terra e tutto quanto in essi è contenuto non cessano un istante dal gridarmi, che ami Voi, mio Dio; e quello che dicono a me, lo predicano senza posa a tutti, affinchè essi siano inescusabili se non V’amano ».

3. Motivi d’amare Dio ricavati da Lui medesimo, ossia dalle infinite sue perfezioni. — Bisogna amare Dio, anzitutto perché Egli è sommamente amabile. Dio è tutto amore, dice S. Giovanni (I Episl. IV, 8); Dio è una fornace ardente che tutto infiamma, predica San Paolo (Hebr. XII, 29); « Che cosa è Dio? soggiunge S. Bernardo; Dio è la volontà onnipotente, la virtù amorosissima, il lume eterno, l’immutabile ragione, la suprema beatitudine ». Dio è l’eternità, la misura, l’ordine, la causa, il fine di tutte le cose. Egli è il principio e il termine di tutte le creature: è il sommo, l’immenso, l’increato bene… Ah! sì! esclama S. Agostino, è povertà e indigenza ogni abbondanza e ogni ricchezza, che non sia il mio Dio. Infinito nella sua essenza, Dio è pur tale nei suoi divini attributi, ed in ciascheduno di essi. Dio ha una santità infinita, una potenza infinita, una sapienza infinita, una misericordia infinita, una scienza infinita, una bontà infinita, e così via di ogni altro attributo. Dio sorpassa all’infinito non solo tutto ciò che esiste, con tutte le sue perfezioni e qualità, ma ancora tutte le cose possibili ed immaginarie; e le sorpassa non di cento, non di mille, non di milioni, di gradi, ma infinitamente al disopra di ogni calcolo. Contemplate finché potete la sapienza, la potenza, la bontà, la bellezza, la ricchezza, ecc…, e spingete coll’immaginazione queste perfezioni all’infinito; quando sarete arrivati a quel punto, sappiate che tutti i vostri pensieri e i vostri calcoli, nè solo i vostri, ma tutti i pensieri e i calcoli di tutti gli uomini e di tutti gli Angeli, non si sono avvicinati e’un passo all’infinità delle perfezioni di Dio: sappiate che tutt’altro che aver raggiunto l’essere divino, voi ve ne trovate tuttavia ad una distanza infinita. Si tacciano, esclama Isaia, tutti gli spiriti, ammutoliscano le lingue e le voci tutte, si velino per riverenza e s’annientino i Cherubini. e i Serafini… perché tutti gli Angeli insieme riuniti, con tutte le loro fiamme d’amore, non sono capaci né d’intendere, né tanto meno di penetrare il più basso grado della vostra gloria, o mio Dio… Esclamiamo anche noi col Salmista: « Grande è il Signore e al di sopra d’ogni lode; la sua grandezza non conosce confini » (Psalm. CXL1V, 3). E col Profeta Baruch: « Dio è grande, eterno, elevato, infinito » (Baruch III, 25).

4. Motivi: d’amare Dio, ricavati dall’amor suo verso gli uomini.  — Bisogna in secondo luogo amare Dio perché Egli ci ha sommamente amati, come già aveva detto il Signore per bocca di Geremia: « Io v’ho amati d’un amore eterno, perciò vi ho a me attirati nella mia misericordia » (Ier. XXXI, 3); e ci ripete S. Giovanni: «Amiamo dunque Iddio, perché Egli ci ha amati per il primo » (I Ioann. IV, 13). Nell’amore infinito che Dio porta all’uomo, noi dobbiamo ammirare : 1° l’amore ch’Egli nutrì per noi da tutta l’eternità, senza che avesse bisogno di noi, perché possiede in se stesso tutte le cose; 2° considerare che non ci ama per qualche necessità, ma affatto liberamente e liberalmente; 3° che Egli ci ama senza utilità veruna a suo riguardo; 4° che Egli ama l’uomo prima che questo abbia la ragione, o qualche merito e dignità che possa cattivarne l’amore; anzi lo ama quando lo vede carico di molti e gravi demeriti per i quali si meriterebbe non amore, ma odio; 5° ch’Egli ha amato anche coloro i quali previde che sarebbero divenuti a Lui ingrati e nemici; 6° questo amore di Dio verso gli uomini non proviene dall’- Ma qual saviezza vi può essere in Dio, ripiglierete voi, nell’amare gli uomini miserabili e peccatori? non è questo per certo un oggetto amabile in se stesso. Ma in Dio, la ragione di amare non proviene, come negli uomini, dall’amabilità dell’oggetto, ma da Dio medesimo. E in vero Dio ci ama per sé, perché è infinitamente buono; perciò vuole spandere sopra di noi la sua liberalità e i suoi benefizi, non ostante l’indegnità nostra. La bontà infinita di Dio è dunque la base e la ragione del suo amore per gli uomini, della comunicazione de’ suoi doni e di se stesso. In Dio vi è una volontà infinita e un desiderio immenso di comunicarsi, i quali nascono dalla perfezione e dalla pienezza infinita della sua essenza, e questa è tale che lo porta a donarsi, e per grandi che siano le sue larghezze, Dio non perde nulla della sua pienezza. Egli è come una sorgente da cui sgorgasse del continuo tant’acqua, quanta se ne attingesse… Dio è per le cose spirituali quello che è il sole per le corporali, dice S. Gregorio Nazianzeno. Come il sole irradia i suoi raggi benefici per ogni parte, per illuminare, scaldare, vivificare, fecondare la natura; così Dio spande sopra tutte le creature, ma specialmente su gli Angeli e su gli uomini, i raggi divini della sua beneficenza, per illuminarli col lume della sua sapienza, scaldarli col fuoco del suo amore, vivificarli con la vita della grazia e della gloria (Distich.), Questa larghezza di benefizi da parte di Dio è immensa e ci apparisce meravigliosa se consideriamo: 1° la maestà di Colui che ama, di Colui che dona; 2° la condizione di coloro ai quali Egli dona, perché se ne osservate la natura, sono uomini e tengono l’ultimo grado tra le intelligenze; se ne considerate le qualità dell’anima, essi sono peccatori, nemici di Dio, orgogliosi, ingrati, carnali, fiacchi nel bene, ardenti nel male; se ne guardate il corpo, sono mortali, acciaccosi, vili, ributtanti e destinati a pasto dei vermi.
5. Amore infinito di Dio nella creazione e nel modo di comunicarsi all’uomo. — Dio poteva lasciarci nel nulla… Creandoci, poteva lasciarci allo stato de’ minerali, de’ vegetali o de’ bruti… Eppure no; ma ci ha creati ragionevoli, fatti a sua immagine, capaci di conoscerlo, di servirlo, d’amarlo… Ci ha creati immortali e destinati all’immortalità beata… Egli si compiace e si diletta di conversare tra gli uomini (Prov. Vili, 31) : 1° perchè si prende specialissima cura di tutti e di ciascuno, vedendo in essi la sua viva immagine e il suggello della divinità; per loro ha creato il mondo e quanto il mondo contiene; 2° perché non ad altri fa parte della sua sapienza se non all’- E notate, prima di tutto, che Dio si comunica agli uomini noni come a servi, a schiavi; ma come a figli chiamati suoi eredi e coeredi di Gesù Cristo. In secondo luogo la sua bontà ha trovato il mezzo di discendere fino al debole, di guarire l’infermo, di raccogliere il derelitto, d’innalzare colui ch’era piccolo, di arricchire abbondantemente il mendico, e di soccorrerci tutti. Dio ha dimostrato d’essere la bontà e l’amore per essenza, scrive S. Bernardo, creando gli spiriti, perché godessero di Lui; dando la vita, per far sentire e comprendere il suo amore; attraendoci, affinché Lo desideriamo; dilatando l’uomo, perché alberghi Dio; giustificandolo, perché meriti la grazia e la gloria; infiammandolo, per portarlo allo zelo; fecondandolo, acciocché produca frutti di vita; dirigendolo verso la giustizia; informandolo alla beneficenza; moderandolo, affinché divenga saggio; fortificandolo, affinché acquisti la virtù; vivificandolo, per consolarlo; illuminan-dolo, perché vegga; conservandolo, per l’immortalità; riempiendolo, per bearlo di felicità; circondandolo, perché abiti in sicurezza (Serm. in Cantic.). In terzo luogo Dio ci si comunica moltissime volte prima che noi pensiamo a Lui, Lo desideriamo, Lo cerchiamo. Così fa in tutte le grazie prevenienti, per eccitarci a sollecitare le grazie conseguenti le quali sono poi anche esse, come osserva S. Ambrogio, sempre più abbondanti di quello che noi abbiamo domandato. Oh sì, quante volte non vi è accaduto di aver chiesto a Dio una grazia speciale, ed Egli ve l’abbia concessa, ma accompagnata da tante altre da voi punto domandate? Il re Ezechia implora soltanto la sanità; Dio gliela concede e vi aggiunge quindici anni di vita, una vittoria miracolosa e la strage di cento ottantacinque mila Assiri (Isai. XXXVIII). Salomone chiede la sapienza; l’ottiene, ed ha per di più ricchezze immense e sfolgorante gloria (III Reg. III). Daniele supplica per la liberazione del popolo schiavo in Babilonia; Dio l’esaudisce e gli fa inoltre la promessa della venuta del Messia, che deve riscattare il mondo intero dalla schiavitù del Demonio (Dan. IX, 14). Davide domanda un figlio e questo figlio è il Messia (lI Reg. VII, 12).

6. Come il Padre ci ha dato prova del suo amore nell’Incarnazione e nella Redenzione di Gesù Cristo.  — « Dio ha talmente amato il mondo, dice S. Giovanni, che ha dato il Figliuol suo Unigenito — (Ioann. IlI, 16). Talmente, cioè ha amato il mondo d’un amore così grande, così eccessivo che non esitò a dargli l’Unigenito Figliuol suo. Non è un re, né un Angelo quegli che tanto ci ha amati il primo e gratuitamente, senza che noi, non solo non abbiamo meritato, ma neppure desiderato così gran dono. Egli ha amato il mondo, suo capitale nemico, il mondo degno dell’eterna riprovazione, e l’ha amato al punto di dargli non uno straniero, non un figlio qualunque adottivo, ma il suo proprio Figlio: e Figlio non scelto fra molti, ma Unigenito. Gliel’ha dato non a prezzo d’oro o d’argento, ma gratuitamente : non gliel’ha dato perché salisse un trono o menasse trionfi, ma perché fosse condannato a morte e crocifisso. Così ha fatto non per proprio vantaggio o per utile del Figliuol suo, ma affinché la morte di quest’unico Figlio renda a noi la vita e ci sollevi a misura delle umiliazioni patite da Gesù Cristo, e dell’annientamento a cui soggiacque, per colmarci di ricchezze, di beni immensi e finalmente d’una gloria eterna. « No, soggiunge ancora l’evangelista S. Giovanni, Dio non ha inviato quaggiù il Figliuol suo, affinché condanni il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo dell’Unigenito di Dio » (Ioann. IlI, 17). Ah! esclama il grande Apostolo in uno slancio d’amore e di riconoscenza, se Dio Padre non ha risparmiato il suo proprio Figlio, e l’ha consegnato alla morte per noi, che cosa non possiamo aspettarci da Lui dopo un tanto dono? (Rom. Vili, 32). Sì, ripiglia l’Apostolo prediletto, « in questo si vide manifesta la grande carità di Dio verso di noi, che ha mandato l’Unigenito suo nel mondo, affinché noi viviamo per Lui » (I Ioann. IV, 9).

7. Quanto ci ha amati il Figlio facendosi uomo e morendo per noi. — Qui si trova la lunghezza, la larghezza, l’altezza, la profondità dell’amor divino; qui dobbiamo esclamare con S. Paolo: — O altitudo! — O mistero impenetrabile del più sublime e del più grande amore! Un Dio si fa uomo (Ioann. I, 14); muore su la croce; ed è il suo amore che lo spinge ad incarnarsi e a morire. O amore!… Dio ci ha amati da tutta l’eternità, ma per questo non gli bisognò che un pensiero; ci ha amati nella creazione, ma gli bastò una parola; nella Redenzione ci ha amati fino a morire per noi. Calcolate la potenza e l’immensità del suo amore dalla sua Incarnazione, dalla vita sua di patimenti e di dolori, dalla sua morte. Il Figlio di Dio ci ha amati del più tenero, del più efficace amore, che non si dimostrò in parole, ma in fatti. Spinto da quest’amore Egli ha volontariamente e liberamente donato non ricchezze terrene a fratelli od amici suoi, ma ha donato se stesso a noi peccatori suoi nemici, per pagare i nostri debiti, espiare i nostri misfatti, distruggere la morte e darci la vita. « La grazia di Nostro Signore ha sovrabbondato », dice S. Paolo (I Tim. I, 14). Ah! diciamo anche noi con Zaccaria: «Benedetto sia il Signore Iddio d’Israele, perché ci ha visitati ed effettuato la liberazione del suo popolo. Ha inalberato lo stendardo della salute, ci ritolse ai nostri nemici, e dalle mani ci strappò di coloro che ci odiavano. Dio, spinto dalla sua misericordia è disceso dall’alto e ci ha visitati » (Luc. I, 67-78).
Gli effetti dell’amor divino a nostro riguardo, amore perfetto ed evidente, sono la sua Incarnazione nel seno d’una Vergine, le sue predicazioni, i suoi viaggi, i suoi travagli, le sue umiliazioni, i suoi miracoli, la sua passione, la sua morte, i suoi Sacramenti, la discesa dello Spirito Santo, la cura tutta speciale Ch’Egli si prende della Chiesa e di ciascun fedele. Sapete, dice Teodoreto, dove sta il più eccelso, il sommo grado della bontà divina, dell’ineffabile misericordia, della immensa clemenza, dell’inenarrabile carità dell’autore e consumatore d’ogni bene? Sta in ciò, che il Creatore e Signore di tutte le cose, il Principe sovrano, il Dio forte, l’Essere immutabile abbia liberato dalla morte e dalla schiavitù del Diavolo quell’atomo, quell’essere soggetto alla morte, corruttibile, ingrato, inutile, che si chiama l’uomo; che gli abbia dato tal libertà, per cui fu assolutamente e completamente affrancato e se lo adottò in figlio; che sia infine divenuto l’amico degli uomini, loro pane, loro vino, loro vita, loro porta, loro via, loro luce, loro risurrezione (In Evang.).
Oh! ben possiamo dire con la Sposa de’ Cantici: «Voce del mio Diletto: ecco ch’Egli viene saltellando pei monti, valicando i colli. Ecco che il mio Diletto mi parla: Sorgi: affrèttati, o mia Diletta, colomba mia, bella mia, e vieni: — Il Diletto mio che si pasce fra i gigli, è tutto a me ed io tutta a Lui » (Cantic. II, 8, 10, 16). – Più si considera l’amore infinito di Gesù Cristo, e più si trasecola per lo stupore. L’oggetto, il motivo dell’amore è il bene, e gli uomini s’inducono ad amare gli uomini perché sono belli, savi, ricchi, delicati, nobili, e veramente buoni. Ora che avete voi, o Salvatore divino, trovato di buono o di bello in noi che abbia potuto guadagnare il vostro amore? Noi poveri, abbietti, mendichi, stolti, miserabili, corrotti, ributtanti? Ah! io ho amato, mi pare di udirvi rispondere, la tua laidezza, per assorbirla e renderla bellezza; ho amato de’ nemici, per farmene degli amici; degli stolti per farne de’ saggi; de’ miseri, per nobilitarli; degli accattoni, per arricchirli; degli infelici, per renderli beati e gloriosi. La grandezza dell’amore dì Gesù Cristo, che vince ogni amore creato, si deduce specialmente da questo, che non si volge su un oggetto amabile, ma lo rende amabile amandolo. Egli ama, per comunicare le sue grazie ai miserabili, chiamarli a parte del suo amore, farne suoi amici, e più ancora che amici, figli ed eredi. Il Verbo eterno, che è la Sapienza del Padre, ha voluto farsi uomo per salvare l’uomo, e insegnargli a parole ed a fatti la vera sapienza: desiderando egli ardentemente di possederci, s’è incarnato, per riposare nelle nostre anime, per dimorarvi come nel suo tempio e tabernacolo; per innestarvi e farvi germogliare le sue virtù, i suoi meriti, il frutto de’ suoi preziosi lavori, acciocché imitandolo meritiamo di vederlo e possederlo. La grandezza dell’amore di Gesù Cristo ha cangiato in miele tutto il fiele delle miserie umane, in delizie tutti i dolori e le croci. Egli s’è addossato tutte le nostre miserie, eccetto il peccato, per colmarci di tutti i suoi beni. L’amore di Gesù Cristo, il quale ha trovato le sue delizie nel dimorare con noi, ha operato questo prodigio di convertire in nostra felicità la fame, la sete, il lavoro, il patimento, il dolore, la morte, e le sofferenze tutte. Studiate i Martiri e ne avrete le prove… Se voi osservate, dice S. Bernardo, venite a conoscere come Gesù Cristo, la gioia per essenza, si rattrista e si conturba; che Egli, nostra salute, soffre; che Egli, forza suprema, è debole; che Egli, nostra vita, muore. E, cosa non meno prodigiosa, la sua tristezza produce la gioia; il suo timore, la forza; la sua passione, la salute; la sua debolezza, il coraggio; la sua morte, la vita. Perciò Gesù Cristo s’è volenteroso e lieto sottoposto alle nostre sciagure, perché la sua felicità divenisse nostra delizia (Serm, in Epiph.). – « Gesù Cristo, soggiunge il Crisologo, è venuto a provare le nostre infermità, per armarci della sua forza; a vestire l’umanità, per parteciparci la divinità; a ricevere gli oltraggi, per renderci degni degli onori; a sopportar le noie, per meritare a noi la pazienza; perché il medico che non compatisce le infermità, non sa guarirle, e chi non sa, essere infermo coll’infermo, non può guarirlo. « O dolcezza, o grazia, o forza dell’amore di Gesù Cristo! esclama San Bernardo; il più grande di tutti gli esseri s’è fatto il più piccolo, l’ultimo di tutti. Chi ha operato meraviglie tali? l’amore di Gesù Cristo, amore non curante della dignità, pieno di misericordia, potente in affezione, efficace in persuasione. Vi è forse qualche cosa di più forte dell’amore, il quale trionfa di Dio medesimo? L’amore trionfa di Dio, per trionfare di noi e sforzarci a ripagare amore con amore, a consacrarci tutti interi all’amore di Cristo, come Gesù Cristo s’è dato tutto quanto al nostro amore ». Per quali ragioni mai Gesù Cristo ama meglio dimorare con gli uomini piuttosto che con gli Angeli? Eccovene due: 1° Egli ha vestito non l’angelica, ma l’umana natura. 2° Siccome la virtù è cosa più ardua e penosa agli uomini, a cagione della loro natura degradata, Esso li fortifica con le sue consolazioni e grazie, li sostiene affinché la pratica della virtù torni loro facile e gradita. Così Egli ha cangiato per S. Pietro e S. Andrea la croce in delizia; S. Lorenzo trovò la sua felicità su la graticola ardente; le frecce portarono refrigerio e dolcezza a S. Sebastiano; tutti i generi di tormenti furono dilettevoli per S. Vincenzo e le stigmate care a S. Francesco d’Assisi, ecc. Qual gioia non ha provato Gesù Cristo ne’ suoi più grandi Santi, in un San Paolo, per es., in un S. Antonio, in una S. Agnese, o Cecilia, o Agata, o Caterina da Siena, o in tanti altri Vergini e Martiri! L’amore di Gesù Cristo per gli uomini l’inebria. E non è forse ebbro d’amore, quando discende dal Cielo nel seno d’una Vergine; quando dal seno di Maria passa a riposare in una greppia, e da questa ascende al Calvario? Non è forse un amore spinto fino all’ebbrezza, quello che gli fa percorrere i borghi ed i villaggi, le città e le capanne per predicare il regno di Dio; soffrire la fame, la sete, il freddo, il caldo, gli insulti, le maledizioni, le derisioni, e le bestemmie per la salvezza degli uomini? E su la croce, non è forse più l’amore che non il dolore quello che lo tormenta? Egli consente di essere creduto un infame, si lascia insultare, spogliare, coprire di piaghe e di sangue, appendere al supplizio de’ ladri come un furfante; incontra finalmente la morte de’ scellerati! Che cosa si può trovare di più forte? L’amore trionfa d’un Dio. Dio è nostro padre, l’umanità di Gesù Cristo è nostra madre; come una madre porta il suo ragazzo nel seno, gli fornisce gli elementi della vita, lo dà alla luce, lo nutrisce, lo leva, lo corica, lo lava, lo diverte, l’istruisce non senza continue e gravi pene, e ne forma un uomo perfetto; così Gesù Cristo, nostra madre, s’è dato, per corso di trentatré anni, a penosi e continui lavori; ha sofferto atroci dolori, principalmente su la croce, e in questa guisa ci ha concepiti, generati alla vita della grazia, allattati, nutriti e allevati. Ecco perché Gesù Cristo nel farsi uomo ha voluto non dover ad altri il suo corpo che ad una madre: perché tutto in Lui fosse viscere materne. Che cosa trovare di più forte? L’amore trionfa di un Dio.
« Avendo Gesù Cristo amato i suoi, dice S. Giovanni, li amò fino alla fine » (Ioann. XIII, 1): e infatti lava loro i piedi, stabilisce il Sacramento eucaristico in cui si dona per nutrimento a’ suoi discepoli prima di morire per essi e per l’universo intero. Contemplate principalmente l’amore di Gesù Cristo su la croce. La croce è la cattedra da cui risuona l’insegnamento della bontà e dell’amore di Gesù Cristo: Ah! voi mi avete amato, ed infinitamente amato, o mio Salvatore; ancorché io vi dessi mille anime e mille vite, che sarebbe mai questo a confronto della vostra vita, ch’è la vita d’un Dio? « Imparate da Gesù ad amare Gesù », esclama S. Bernardino da Siena; « e pensa, soggiunge il Crisostomo, che Egli ti ha dato tutto, nulla per sé riservando »; e San Bernardo dice: « Dònati tutto quanto a Lui, giacché Egli, per salvarti, ha dato tutto quanto se stesso ». « Non ritenete un filo per voi, suggerisce S. Francesco d’Assisi, affinché Gesù Cristo il quale nulla ha riservato per se stesso, vi riceva tutt’interi » (S. Bonaventura, In Vita). Quindi S. Agostino esclamava : « Fate, o Signore, ch’io muoia a me stesso, affinché Voi solo viviate in me ». Ci fu poi tempo in cui questo Dio abbia cessato di amarci? No, mai. « Poveri orfani, Egli disse, state certi ch’io non v’abbandonerò mai, ma verrò a voi » (Ioann. XIV, 18). Non abbandoniamolo dunque mai, neppure noi e diciamo con l’Apostolo: «Chi o che cosa avrà forza da strapparmi dall’amore di Gesù Cristo? Forse le afflizioni, le angosce, la fame, la nudità, i pericoli, le persecuzioni, la spada? Ah no! Né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potestà, né le cose presenti, né le future, né la violenza, né ciò che v’ha di più alto o di più profondo, né creatura alcuna potrà mai separarmi e farmi rinunziare all’amore di Dio in Gesù Cristo mio Signore » (Rom. VIII, 35-39).

8. Eccellenza dell’amor di Dio. — « Solo l’amore, scrive S. Agostino, fa distinguere i figli di Dio dai figli del Demonio; questo è l’unico segnale al quale si possono riconoscere. Quelli in cui è la carità, son nati da Dio; non viene da Lui chi non lo ama. La carità è la più vera, la più piena e assoluta giustizia ».
Il medesimo S. Agostino chiama l’amor di Dio « la cittadella di tutte le virtù », e con lui fanno a gara a magnificare l’eccellenza della carità gli altri santi Padri. S. Basilio la chiama « radice di tutti i comandamenti ». S. Gregorio Nazianzeno la dice « punto capitale della dottrina cristiana » (Epl. XX), e Tertulliano, « il segreto supremo della fede, il tesoro del nome cristiano » (De patient.). S. Gerolamo la chiama « madre », S. Efrem « colonna di tutte le virtù ». Per S. Prospero la carità è la più potente di tutte le inspirazioni, è invincibile in tutte le cose, è la regola suprema delle buone azioni, la salvaguardia dei costumi, il fine de’ precetti divini, la morte de’ vizi, la vita delle virtù (De vit. Contemp. lib. IlI, c. 13). San Gregorio la proclama «madre e custode di tutti i beni»; S. Bernardo l’esalta come « la madre degli Angeli e degli uomini, la pa-ciera del Cielo e della terra ». Ascoltate ancora il Crisostomo che vi predica: che chi arde di amore per Gesù Cristo, vive come se fosse solo su la terra. Egli non s’inquieta né della gloria, né dell’ignominia. Disprezza le tentazioni, i flagelli, le carceri quasi che soffrisse in un corpo non suo, ma di un altro, o in una carne di diamante. Se la ride de’ piaceri del secolo e non ne prova maggior solletico di quello che ne proverebbe un morto. A quella guisa che le mosche fuggono il fuoco, così le sensazioni della carne e della concupiscenza s’allontanano da chi ha la carità (Hom. LII in Act. Apost). Nell’amor di Dio vi sono tutti i tesori; fuori di quest’amore non vi è nulla. Da lui dipende e in lui consiste la felicità dell’uomo in questo mondo; esso è l’unica via che mette al Cielo: esso fa e farà in eterno la suprema beatitudine degli eletti. « Se voi avete la carità, dice S. Agostino, voi possedete Dio, e quando si possiede Dio, si hanno tutte le ricchezze ». Ed altrove soggiunge che « l’amor di Dio è il colmo della felicità, il sommo grado della gloria e della gioia, che uguaglia tutti i beni » (De Civ. Dei). Desiderate voi, dice S. Anselmo, d’essere re nel Cielo? Amate Dio e voi sarete tutto quello che bramate (Epist.). La carità è la massima tra le virtù; e di quanto l’oro sopravanza gli altri metalli, il sole vince le stelle, i Serafini superano gli Angeli, di tanto la carità è superiore alle altre virtù. Nessuna virtù è là dove non v’è carità, tutte si trovano dove questa si trova; la carità è una regina a cui tutte le altre virtù formano corteo. Essa è l’oro prezioso e purgato col quale si compra il Cielo; è un fuoco celeste che infiamma i cuori; è un sole che rischiara, feconda e vivifica ogni cosa. È una virtù angelica che cangia gli uomini in Serafini. Ne volete di più? Udite. 1° La carità è la guida, la direttrice, la regina delle virtù. 2° È la lor nutrice che le mantiene, le fortifica, le conserva, come scrive S. Lorenzo Giustiniani (Lib. arbitri. vitae). 3° La carità forma d’ognuno di noi altrettanti amici e figli di Dio, suoi eredi, coeredi di Gesù Cristo, templi dello Spirito Santo, 4° È il distintivo tra gli eletti ed i riprovati. 5° È l’anima delle virtù le quali da lei ritraggono il merito loro : ed è perciò che S. Agostino sostiene che solo la carità conduce a Dio (In Psalm.). 6° È il vincolo che intimamente ci lega a Gesù Cristo. « La nostra conformità col Verbo per mezzo della carità, dice S. Bernardo, congiunge a Lui l’anima nostra come sposa a sposo ». 7° È un fuoco inestinguibile che ammollisce il macigno, e squaglia i cuori più duri, perché l’amore sorpassa tutto, trionfando perfino di Dio. La carità comanda all’odio, alla collera, al timore, alla cupidigia, al fascino de’ sensi, ecc. e tutto dirige verso Dio. 8° Come l’aquila fissa la pupilla nel sole, così, afferma S. Agostino, quegli che ha la carità, contempla Dio, e librato su due ali di fuoco, che sono l’amore di Dio e del prossimo, vola alla volta del Signore (De Morib. Manich.). Osservate di grazia quello che la carità opera in S. Paolo: è San Giovanni Crisostomo che ce lo dice. A quel modo che il ferro posto nel fuoco diventa anch’esso fuoco, così Paolo, infiammato d’amore, diventa tutt’amore. Ora colle epistole, ora di viva voce, tal volta con preghiere, tal altra con minacce, qua in persona, là per mezzo dei discepoli, adoperava tutti i mezzi per incoraggiare i fedeli, tener saldi i forti, rialzare i fiacchi e i caduti nel peccato, guarire i feriti, rianimare i tiepidi, ribattere i nemici della fede : eccellente capitano, intrepido soldato, abile medico, egli bastava a tutto. Oh! se i nostri cuori amassero Dio come l’amava Paolo, noi vedremmo meraviglie non mai più udite (Serm. in Laud. Paul.). «L’amore ed il timore di Dio guidano a tutte le opere buone, lasciò detto S. Agostino, come l’amore ed il timore del mondo menano a tutti i peccati ». La carità è cosa tanto preziosa, che vince il prezzo d’ogni altra; per ottenerla dobbiamo impiegarvi tutte le nostre forze, i nostri sudori, la vita medesima… Un’opera eccellentissima fatta senz’amore di Dio, ha poco o niun pregio, ed una ancorché comunissima, un bicchier d’acqua, per es., dato ad un povero, se fatta per spirito di carità, l’ha grandissimo agli occhi di Dio. Dio pesa gli spiriti, dicono i Proverbi (Prov. XVI, 2). Ora il peso dell’anima e del cuore è l’amor di Dio. Quanto più adunque l’anima ama Dio, tanto più ella ha peso nelle bilance di Dio; l’amore le dà il peso ed il valore. Di che cosa è capace l’amor di Dio? Che cosa non merita la carità, sorgente e principio d’ogni merito? Come mai il Signore abbandonerebbe colui che l’ama? Come potrebbe non amarlo egli medesimo?… L’anima fedele e santa si trova, rispetto all’amore divino, in quella condizione in cui trovasi un generoso soldato in mezzo ad una battaglia, o un erudito in mezzo ad una biblioteca, o un medico in mezzo – ad una munitissima farmacia, o un legista armato della legge, o un lavoratore munito d’ogni attrezzo per la coltura de’ campi, o un orefice padrone d’immensa quantità d’oro. L’amore divino è per quest’anima la sua spada, il suo libro, il suo farmaco, il suo codice, il suo campo, la sua ricchezza, la sua arte, il suo lavoro. Per mezzo dell’amore noi ci tuffiamo in Dio, oceano senza sponde, e vi ci troviamo ad agio come il pesce nell’acqua e l’uccello nell’aria. Ah! riceviamo Dio con un cuore infiammato di amore: Dio lo penetri, come i raggi del sole penetrano l’aria; vi si rifletta, come si riflette su tersissimo specchio la fisionomia dell’uomo. « Non il prezzo dell’offerta guarda Iddio, dice Salviano (lib. II, ad Cler.), ma l’animo, ossia l’amore con cui si porge ». « Il vero amore, soggiunge S. Bernardo, non cerca il premio, ma se lo merita; e questo premio è quel Dio medesimo che si ama ». « Signore, datemi che vi ami, diceva S. Ignazio di Loyola, ed io sarò ricco fuori misura » (In Vita).

9. L’amore ci fa imitatori di Dio. — San Paolo scrive agli Efesini: « Siate imitatori di Dio, come figli carissimi » (Eph. V, 1). Ma come mai, o grande Apostolo, una misera creatura, qual è l’uomo, può imitare Dio? Com’è possibile ciò? Eccovi il mezzo: «Camminate nell’amor di Dio» (lb. 2). Dio è tutto amore; dunque colui che ama di tutto cuore, imita Dio. Dio è tutto amore per noi: siamo tutt’amore per Lui, e noi saremo suoi imitatori.

10. L’amore ci unisce a Dio, e ci fa vivere di Gesù Cristo e per Gesù Cristo. — Per mezzo dell’amore noi ci uniamo a Dio così intimamente da formare, in certo modo, una sola cosa con Lui: l’amore ci divinizza. Come il ferro nella fornace si cangia in fuoco pure conservando la sua natura, così chi ama Dio si trasforma in Dio. Per mezzo dell’amore divino si effettua in noi la parola di Gesù Cristo al Padre : « Padre santo, custodisci nel nome tuo quelli che hai a me consegnati; affinché siano una sola cosa come noi… Io sono in essi, e tu in me, affinché siano consumati nell’unità » (Ioann. XVII, 11, 23). Il fine dell’amore, commenta S. Bernardo, è dunque la consumazione, la perfezione, la pace, la gioia nello Spirito Santo, il silenzio nel Cielo (Serm. in Verb. Ev.). L’amore trasforma l’amante nell’amato: l’anima abita più in colui ch’ella ama che nel corpo a cui dà vita. Dio, per mezzo della grazia, si comunica e si dà all’uomo giusto e con questa comunicazione lo innalza fino a sé, se l’unisce, lo divinizza. Sì, noi per mezzo dell’amore, come dice S. Pietro, diventiamo « partecipi della natura divina » (II Pietr. I, 14). L’amore divino trasforma colui ch’esso riempie; lo fa aderire così intimamente a Dio, che forma, diremo, una sola cosa con lui, affinché egli viva, senta, goda della vita, dei sentimenti, della gioia di Dio. Questo appunto provava S. Paolo in se medesimo, quando diceva: Io vivo, però non sono più io, ma è Gesù Cristo che vive in me (Galat. II, 20). Chi ama Dio, si separa interamente da se stesso; passa a Dio e a Dio si congiunge e non pensa, non comprende, non sente altro che Dio vivendo solo di Dio, perché il bene è comunicativo di sua natura e tende ad espandersi; ora, siccome Dio è il bene supremo e per essenza, non può a meno che comunicarsi ed espandersi al più alto grado. La Sposa dei Cantici gustava le dolcezze di tale unione quando esclamava: « Ah! il mio Diletto è tutto a me, ed io son tutta a Lui » (Cantic. II, 16). Io che sono il puro e il perfetto amore, disse un giorno Iddio a S. Geltrude, ti ho scelta per me, e per quanto l’uomo desidera vivere e respirare, io desidero che tu ti unisca a me d’indissolubile legame; io ti ho accolta nel seno della mia paterna bontà, affinché tu ottenga da me tutto ciò che puoi desiderare. La mia vita, la causa della mia vita è Gesù Cristo, esclama San Paolo (Philipp. I, 21); e questo per tre motivi: 1° Gesù Cristo è la causa efficiente della mia vita spirituale, e me la conserva; 2° è il principio della mia vita per i suoi esempi; 3° ne è lo scopo finale. « Io sono, disse Gesù Cristo, la via, la verità, la vita» (Ioann. XIV, 6); e per conseguenza chi ama Gesù Cristo, possiede la via, la verità e la vita, ossia, come spiega Teofilatto, Gesù Cristo è il suo spirito, la sua luce, la sua vita sì naturale che soprannaturale e beata. « Ognuno di noi, scrive S. Agostino, è quale è il suo amore; ami tu la terra? tu sarai terra; ami Dio? sarai Dio » : perciò S. Paolo scriveva ai Galati: « Io sono crocifisso con Gesù Cristo » Gal. II, 19).

11. Amare Dio è un amare se stesso. — È sentenza di S. Agostino, che la città di Dio si fonda, s’innalza, si compie per mezzo dell’amor di Dio, e si mantiene con l’odio verso se stesso; mentre la città del Diavolo comincia con l’amore di se stesso e cresce fino all’odio di Dio. Amare se stesso è un odiarci. Io non so darmi ragione come altri possa amar sè invece di Dio; perché chi non può vivere con la sua forza, certamente muore se ama se stesso; al contrario quando si ama colui che solo dona la vita e si ha in odio se medesimo, allora è un vero amare se stesso. Si deve amare Dio affinché con l’aiuto del suo amore possiamo dimenticare noi medesimi. Amare Dio è un amare se medesimo: è chi preferisce sé a Dio, costui non ama né Dio, né se medesimo. Non si ama poi Dio, se non per Dio e con Dio.

12. L’amor di Dio unisce gli uomini tra di loro. — « Vi sono tante anime e tanti cuori, quanti sono gli uomini; dice S. Agostino; ma quando si congiungono a Dio per l’amore, non hanno più tra tutti che un cuor solo ed un’anima sola ». E tale è il sublime esempio lasciatoci dai primi cristiani. Giacché non possiamo fare nulla per rendere felice Iddio, adoperiamoci almeno con la carità al bene del prossimo che è immagine di Dio : seminiamo tra i nostri fratelli la sapienza, la grazia, il buon esempio e tutti i doni che abbiamo ricevuto da Dio. La limosina spirituale vince in pregio la corporale, e più noi largheggeremo col prossimo, più largamente noi riceveremo da Dio. Quanto più una sorgente emette acqua, tanto più ne riceve; ma se la polla non potesse zampillare fuori, o, riempiuto il bacino, più non avesse uscita, allora ben presto l’acqua si disperderebbe per altri canali, e il fonte disseccherebbe. Così avviene dei predicatori e di coloro che fanno in qualche modo la limosina spirituale, ecc. ; più aiutano il prossimo, e più Dio aiuta loro e li colma di grazie.
S. Paolo che fu martire della carità prima di essere martire della spada, scriveva a quei di Corinto:- « Io muoio ogni giorno per la vostra gloria, o fratelli, che è mia in Cristo Gesù Signor nostro » (1 Cor. XV) « Chi è infedele a Dio, dice S. Agostino, non può essere fedele all’uomo; e la pietà è la salvaguardia dell’amicizia ». L’amor di Dio e l’amor del prossimo non vanno disgiunti; non formano che un comandamento…
13. L’amor di Dio rende invincibile. — Una viva pittura dell’invincibile forza dell’amor divino ci fu lasciata dal grande Apostolo in quelle parole ai Romani — Chi ci strapperà dall’amore di Gesù Cristo? forse l’afflizione, o l’angoscia, o la fame, o la nudità, o i pericoli, o le persecuzioni, o la spada? Ah no! io sono sicuro, certus sum, che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potestà né le cose presenti, né le future, né la violenza, né creatura alcuna, sia pure dei Cieli o dell’Inferno non potrà mai staccarci dall’amore di Dio in Gesù Cristo (Rom. VIII, 35-39). Ammaestrata dall’Apostolo, la vergine e martire S. Agata usciva anch’essa in questi accenti : Io sono così ferma ed incrollabile nell’amore del mio Signore Gesù, sono così fermamente risoluta a mantenere saldo il voto di verginità a Lui fatto, che spero, mercé la grazia sua, di veder mancare la luce al sole, il calore al fuoco, la bianchezza alla neve, piuttosto che tentennare nella volontà e nei proponimenti miei (Surio, In Vita). « Niente v’è di così duro, soggiunge S. Agostino, che non ceda al fuoco dell’amor divino (29) ». Sta scritto nei Cantici che « l’amore è forte come la morte; che le molte acque non poterono estinguere la carità, né le fiumane la soverchieranno » (Cantic. Vili, 6-7). Sì, l’amore è forte come la morte; 1° perché come la morte doma tutto, è padrona di tutto, e nessun vivente può evitarne il colpo, così l’amore di Gesù Cristo ha trionfato delle battiture, de’ chiodi, delle spine, dei dolori, della croce, degli affronti, della fame, della sete, delle nudità, in una parola di tutte le avversità e di tutti gli ostacoli. Chi ama Gesù Cristo è pronto a soffrire per Lui ogni cosa. 2° L’amore di Gesù Cristo è forte al pari della morte : poiché quest’amore l’ha vinta, l’ha soggiogata, l’ha uccisa, come dice il profeta Osea: « O morte, io sarò la tua morte » (XIII, 14). 3° L’amore è forte al par della morte : poiché l’amore prova, e risente in sé tutti i mali dell’oggetto amato. Se questo muore, l’amante muore anch’esso d’angoscia.
L’amore è forte come la morte. È impossibile, nota S. Agostino, esprimere in più bello, e splendido, e ricco, e gagliardo modo la potenza dell’amor divino: che cosa infatti resiste alla morte? Si resiste al fuoco, all’acqua, al ferro, al potere, ai re; ma viene la morte, e non importa sotto quale sembianza, e dov’è chi possa tenerle fronte? Essa è padrona di tutto. Ecco perché la potenza dell’amore è paragonata a quella della morte : e infatti l’amor di Dio uccide e distrugge in noi quello che noi siamo, per trasformarci in quello che non siamo. È una morte, la morte cioè del peccato, ma è ad un tempo la risurrezione e la vita. « Come la morte uccide, scrive S. Gregorio, così l’amore della vita eterna ci fa morire alle cose di questo mondo. L’amor di Dio produce sulle passioni dell’anima lo stesso effetto che la morte sul corpo; ci porta, vale a dire, a calpestare ogni terreno affetto: e a defunti di questo genere l’Apostolo diceva: « Voi siete morti, e la vita vostra è nascosta con Gesù Cristo in Dio» (Coloss: III, 3). La carità è forte come la morte, soggiunge S. Ambrogio, perché la carità uccide e fa scomparire tutti i peccati. Si muore a’ vizi, quando si ama il Signore (In Psalm. CXVIII, serm. XV). E poiché la morte non si stanca mai, né mai si riposa finché vi sia vita d’uomo da mietere, il nostro amore anch’esso duri fino a tanto che abbia estirpato in noi le passioni e i vizi tutti quanti. – L’amore è forte al par della morte. Ci fa morire al mondo, al demonio, a noi stessi, per non vivere che di Gesù Cristo; ci fa desiderare la morte e sacrificar la vita : perché chi ama davvero, non risparmia né ricchezze, né figli, né se medesimo. L’amor divino fa vivere l’anima pel tempo e per l’eternità; l’amore del mondo uccide l’anima pel tempo e per l’eternità. L’anima viene dal celeste amore siffattamente innalzata, dice il Crisostomo, che tiene in conto di suprema sua gloria trascinare le catene di Gesù Cristo, ed essere per Lui perseguitata. Ella si spoglia di ogni affetto terreno, come l’oro nel crogiuolo si purga di ogni scoria. Dove l’amor di Dio è grande, si vedono prodigi di coraggio. Purtroppo che queste verità non ci colpiscono, non ci dànno gusto, perché siamo tiepidi e freddi. S. Agostino, parlando della castità di Giuseppe, esprime questo bel pensiero: Chi ama Dio, non può esser vinto dall’amore di una donna: le lusinghe della gioventù non allettano punto un’anima casta, la quale non si arrende nemmeno alla influenza d’un amore appassionato. Giuseppe è grande, perché schiavo rifiuta d’obbedire; amato, rifiuta d’amare; scongiurato, non si piega; afferrato, fugge (De Civ. Dei, CXXIII). L’amor di Dio mi brucia, mi divora, va gridando S. Francesco d’Assisi: io ho risposto all’amore con l’amore: l’amor divino trionfa nel mio cuore dell’amore che l’uomo naturalmente prova per se stesso. Né le tempeste, né le fiamme, né la spada non me lo rapiranno mai. Oh Signore! muoia io d’amore per Voi, giacché Voi siete morto d’amore per me! « Cercate il Signore per mezzo della carità e voi sarete fortificati » dice il Salmista (Psalm. CIV, 4).

14. L’amor di Dio scaccia i Demoni. — A quel modo che vedete le mosche scostarsi dall’acqua bollente e fermarsi su quella tiepida dove depongono semi di vermiciattoli, così i Demoni fuggono da un’anima avvampante d’amor divino, e si stringono attorno alle tiepide e le tempestano, e le trasformano in sentine di corruzione. Il Demonio soffre di più dentro di sé vedendo l’amor divino in un cuore, che patendo il fuoco dell’Inferno. Questo amore è nelle mani del cristiano un’arma con cui egli si difende dalle astuzie del serpente antico, e gli mozza il capo. Con questo amore si trionfa dell’Inferno e delle passioni tutte.
15. L’amor di Dio distrugge il peccato. — Inspirato certamente da quelle parole di Gesù Cristo alla Maddalena: «Le sono rimessi molti peccati, perché ha molto amato » (Luc. VII, 47). S. Agostino proferì questa sentenza che « l’amor di Dio è la morte de’ vizi e la vita delle virtù ». Tutta la ruggine del peccato viene divorata e tolta via dal fuoco dell’amor divino; e più esso avvampa in un cuore, e più il peccato vi sì trova annientato. « Il vostro Dio è un fuoco che consuma », sta detto nel Deuteronomio (Deuter. IV, 24) : « Dio è chiamato fuoco che consuma, commenta qui S. Gregorio, perché rende netta e pura d’ogni peccato l’anima ch’Egli riempie del suo amore ». « Non ombra di malvagità rimane in un cuore che brucia del fuoco della carità », dice S. Cesario d’Arles. L’amor di Dio rende come impeccabile; e in questo senso S. Agostino sentenziava: «Ama, poi fa quello che t’aggrada ». Quegli infatti che ama Dio, non consentirà giammai ad offenderlo, ad oltraggiarlo, a violar la sua legge, ecc…
16. L’amor di Dio ci fa disprezzare tutto il resto. — Ogni cosa mi pare fango, scriveva il grande Apostolo ai Filippesi, se la paragono alla scienza del mio Signore Gesù Cristo, per il cui amore sono determinato a disprezzare ogni cosa, purché giunga a possederlo (Phil. IlI, 8). « La sanità stessa del corpo ha poco pregio, soggiunge S. Gregorio, per quell’anima che è trafitta dalle frecce dell’amore divino ». Può amare il mondo corrotto, colui che ama Dio incorruttibile? Ah! egli esclama piuttosto con S. Francesco : « Come la terra mi compare brutta, se volgo lo sguardo al Cielo ».
17. L’amor di Dio scaccia la tiepidezza.  — « È impossibile, dice San Bonaventura, che l’accidia ed il languore s’impossessino di un’anima che dal desiderio di amare Dio è spinta ad avanzarsi di giorno in giorno per la via della perfezione ». Il cuore di colui che ha la carità, è come un pezzo di cera, che nel fondere prende l’impronta di Dio; mentre il cuore di chi ne è privo, è come il fango che s’indurisce al sole. Eppure è il medesimo calore del sole che opera su la cera e sul fango!
18. L’amor di Dio illumina. — S. Paolo augurava agli Efesini, che Gesù Cristo abitasse in loro, affinché essendo ben radicati e fondati nell’amore fossero in grado di comprendere con tutti i Santi quanta sia l’ampiezza e la larghezza, l’altezza e la profondità dell’edificio di Dio, amore che sopravanza ogni intendimento, affinché ne fossero riempiti seconda tutta la pienezza di Dio. Nessuno è tanto vicino a Dio, quanto colui che l’ama; e quanto più si ama Dio, tanto più gli si è dappresso: ora Dio è la luce delle luci, la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Ioann. I, 9). Ah sì! o mio Dio, « coloro che vi amano, risplendono come il sole al suo levarsi » (Iudic. V, 31).
19. A chi ama Dio ogni cosa si volge in bene. — « Noi sappiamo, dice l’Apostolo, che per coloro i quali amano Dio, tutte le cose tornano a bene » (Rom. VIII, 28). L’amor divino rende facile ogni cosa…, dà valore ad ogni benché minima cosa, ai patimenti, alla povertà, ecc.
20. Dolcezza e felicità di amare Dio. — Rallegratevi con Gerusalemme, esclama il profeta Isaia, tripudiate d’allegrezza con lei, voi tutti che l’amate. Voi sarete riempiti delle sue consolazioni, innondati dal torrente delle sue delizie, su voi si rifletterà lo splendore della sua gloria. È parola del Signore, che la pace scenderà sopra di voi come le onde di un fiume e la gloria delle nazioni come le acque d’un torrente. Voi sarete portati tra le braccia e tenuti su le ginocchia come pargoletti. Io vi consolerò come madre che vezzeggia il bimbo (Isai. LXVI, 11-13). Gesù Cristo prodigando alle anime fedeli il delizioso vino del suo amore, le inebria di amore, poiché, come dice S. Dionigi, l’amore perfetto produce l’estasi ed una santa follia (De celest. Hierar.). Niente vi è di più bello, di così dolce, di così attraente come Dio. « Io li trascinerò, dice il Signore, coi legami che seducono gli uomini, coi vincoli dell’amore » (Osea XI, 4). Io me li incatenerò per mezzo dell’amore che dimostrerò loro, di grazie segnalate, della dolcezza e della grazia. Ed è ciò per l’appunto che ha provato S. Agostino dopo la sua conversione. « O come dolce mi seppe in su l’istante vedermi privato delle gioie fallaci, delle vane delizie!, egli diceva, e quello che in su le prime io temevo di perdere, mi riempiva di gioia dopo averlo perduto. Siete Voi, o mio Dio, Voi la vera e suprema soavità, che avete allontanato dalle mie labbra il calice di quelle dolcezze avvelenatrici e Vi siete sostituito ad esse, Voi più dolce di tutti i piaceri del mondo (Confess.) ». Chi non si avvede da queste parole che l’amor divino è un vigoroso dardo con cui Dio trapassa il cuore? Ah! ve ne persuade ancora S. Paolo che esclama infiammato di amore: « Io possiedo ogni cosa, mi trovo nuotare nell’abbondanza; nulla mi manca » (Philipp IV, 18). Ascoltate Origene che mirabilmente commenta quelle parole dei Cantici: « Io sono ferita d’amore» — Vulnerata charitate ego sum. — « Quanto bella, quant’onorevole cosa è ricevere la ferita dell’amore divino! Chi espone il petto ai dardi dell’amore carnale, chi a quelli del’avarizia; ma voi esponetevi ai dardi deliziosi dell’amore divino, poiché Dio è un arciere, e fortunato chi da Lui è ferito ». Ne erano alla prova S. Efrem, quando diceva: « Fermate, o Signore, il torrente delle vostre dolcezze, perché non posso reggere »; e S. Francesco Saverio, il cui grido era questo: «Basta, o Signore, basta »; e l’Apostolo Paolo che diceva in mezzo alle sue tribolazioni: « Strabocchevole è la gioia che m’inonda il petto » (II Cor. VII, 4). – Ogni bene, ogni dovere dell’uomo, tutta la sua felicità, il fine e la perfezione sua consistono nell’amor di Dio. L’amore trasforma l’uomo in Dio. « E ben giusto, o Signore, esclama S. Agostino, che chi cerca la sua felicità altrove, fuori di Voi, Vi perda. Deh! fate che ogni cosa di quaggiù mi riesca amara, affinché Voi solo riusciate dolce all’anima mia, Voi che siete la dolcezza ineffabile e che rendete soave ogni asprezza ».
«Beati coloro che vi amano, o Signore», diceva già Tobia (Tob. XIII, 18). Niente si trova nelle cose umane, al dire di S. Bernardo, che possa appagare una creatura fatta ad immagine di Dio, se non il Dio carità, il quale solo è maggiore di essa. Se io amo qualche oggetto perché è buono, dice S. Anselmo, io devo a molto maggior ragione amare ciò ch’è infinitamente buono. Perché dunque vai tu, o uomo, qua e là cercando beni per la tua anima e per il tuo corpo? Ama il solo bene che è tutto il bene, e questo basta. In Dio solo è il mare di ogni bene; fuori di Lui non scorrono che ruscelletti. L’apice e la perfezione della sapienza, della felicità, della virtù e dell’uomo e dell’Angelo, sta in Dio; sta nell’indirizzare a Lui ogni pensiero, ogni intenzione, ogni opera nostra: sta nell’amarlo in tutte le creature, e amare le creature in Lui. L’anima colpita dai raggi del suo Creatore ed infiammata dal suo amore, l’anima che a Dio si unisce in dolcissimi abbracciamenti, tutto dirige verso di Lui, tutto vede in Lui e Lui solo vede in ogni cosa: con Lui e dopo di Lui sospira e respira dicendo: Tutti i miei respiri e sospiri sono per Voi e in Voi, o mio Dio. Ecco perché, in qualunque luogo ella sia, qualunque cosa ella faccia, sempre mira Colui ch’ella ama ed opera per Colui che l’ama; ella vive, si riposa e muore in Lui per l’amore e la contemplazione. Questa pace, questo riposo, questa gioia, questa felicità provava Geremia allorché diceva: « Si è acceso nelle mie interiora, come un fuoco ardente chiuso nelle mie ossa, ed io svenni, non potendolo sopportare » (Hier. XX, 9). Dio ha messo nel cuore dell’uomo un desiderio dell’infinito, che niuna cosa limitata può saziare. « Per Voi ci avete fatti, o Signore, esclama S. Agostino, ed inquieto sarà il nostro cuore fino a tanto che in Voi non si riposi ». Desiderate voi delle ricchezze? Dio le possiede tutte. Cercate una sorgente d’acqua viva? e qual acqua più pura che l’acqua della sua grazia? sebbene sia vero che Dio prova quaggiù gli eletti con l’aridità perché la felicità costante è riservata in Cielo. La Sposa dei Cantici se ne lagnava con queste parole : « Io mi alzai per aprire al mio Diletto, gli apersi; ma Egli si era sottratto e allontanato. L’ho cercato e non lo trovai; l’ho chiamato e non mi rispose ». Dio ci mette alla prova; assoggettiamoci: le prove sono un pegno d’amore e noi sforzandoci di obbedire alla sua santa volontà, l’ameremo sempre. Niente è tanto dolce e casto, ed insieme ardente, quanto l’amor di Dio : esso consuma le viscere e il cuore: inebria l’anima fino all’oblio di se medesima.
21. A chi ama tutto è facile e leggero. — Da questa dolcezza, da questa felicità di amare Dio, sorge naturale la facilità di amarlo. « Ogni comandamento di Dio pare leggero a chi ama, e dov’è amore, ivi non è fatica », dice S. Agostino; « anzi è soavità e dolcezza », aggiunge S. Bernardo; cosicché « l’amante, ripiglia S. Agostino, non trova niente di difficile, niente d’impossibile ». L’anima amante s’eleva di tratto in tratto alla celeste Gerusalemme, ne percorre l’ambito: visita i Patriarchi ed i Profeti; saluta gli Apostoli; ammira l’esercito dei Martiri e dei Confessori; contempla i cori delle Vergini e di tutti i Santi. O uomini! esclama S. Agostino, che vi logorate a servire l’avarizia, il vostro amore vi crocifìgge, mentre Dio si ama senza fatica. La cupidigia vi impone lavori, pericoli, angherie, stenti, e voi le obbedite : ed a qual fine? per riempire i vostri scrigni e perdere la pace. Più sicuri e più tranquilli voi eravate quando non possedevate ancora nulla che non adesso che avete ammassato ricchezze senza fine. Avete i granai che riboccano, ma il cuore agitato per timore dei ladri : avete incassato dell’oro, ma perduto il sonno. Dio si acquista e si possiede senza fatica, quando si ama. Traeteci, diceva la Sposa dei Cantici, e noi correremo dietro a Voi all’odore dei vostri aromi (Cant. I, 4). Sì, amate, soggiunge il citato Padre, e voi sarete attratti. Né vogliate credere che la violenza fatta all’anima da Dio sia grave e penosa; essa è anzi dolce e soave, è, dirò meglio, la soavità medesima che v’incatena. Non è forse attratta la pecora che ha fame, quando le si mostra dell’erba? Non è sforzata, ma si eccitano i suoi desideri. E voi ancora venite a Gesù Cristo: non vi spaventi la lunghezza del cammino, perché a Cristo si va amando, non navigando. L’amore è, secondo il medesimo Dottore, una leva così potente, che innalza i più gravi pesi, perché l’amore è il contrappeso di tutti i pesi. « Il mio amore è il mio peso; da lui son tratto dovunque mi porto ». La leva dell’anima è la forza dell’amore il quale la solleva al di sopra del mondo e la fa toccare il Cielo, scrive S. Gregorio (Homil. in Ev.); ed a lui fa riscontro S. Bernardo che dice: « La mia fatica dura appena un’ora; durasse pur più lungo tempo, non me ne accorgerei, perché amo ». Gesù Cristo ha superato con la forza del suo amore tutto il peso della sua Passione e della sua croce. L’amore rende facile e leggero quanto v’ha di più spossante e penoso.
22. L’amor divino racchiude tutti i beni.  — Se Dio abita in un’anima fedele per mezzo del suo amore, vi produce i seguenti mirabili effetti : 1° la monda delle terrene cupidigie, affinché non brami e non gusti che le cose celesti. 2° Questo amore volge a Dio tutti i sentimenti, le facoltà, gli atti, le affezioni dell’anima, acciocché non pensi che a Dio, non veda e non cerchi altro che Dio. E che cosa andrebbe cercando al di fuori, se Dio è in lei? Ella s’immerge e si sprofonda in Lui, sorgente d’ogni bene. 3° L’amore spinge l’anima a desiderare di far cose eroiche per Iddio, di soffrire per Lui, e ritrarre in sé Gesù crocifisso. 4° La fa crescere ogni giorno nella grazia. 5° La porta a comunicare a quanti può, e se fosse possibile, al mondo intero, il fuoco di cui ella è accesa. Poiché l’amore, dice S. Bernardo, non è altro se non una gagliarda volontà per il bene; e perciò chi non ha zelo, non ha punto d’amore, conchiude il citato Padre. 6° L’anima per mezzo dell’amore comanda a Dio medesimo; ottiene tutto ciò che domanda, ed acquista una certa quale onnipotenza. 7° Dio se l’unisce, se l’assimila, le fa parte delle sue virtù divine, le comunica i suoi secreti, le rivela lo stato dei cuori, le dà conoscenza di quello che altrove avviene e perfino dell’avvenire, come ai Profeti ed agli Apostoli. 8° Le dona la tranquillità e la serenità, la rischiara, affinché imperterrita, contenta, lieta nelle avversità e nelle prosperità, sempre gioisca nel Signore, Lo lodi e Lo ringrazi cantando col Salmista: «Io benedirò il Signore in ogni istante, su le mie labbra suoneranno del continuo le sue lodi » (Psalm. XXXIII, 1); e con Giobbe: « Il Signore me l’avea dato, il Signore me l’ha tolto; avvenne come a Lui piacque; sia benedetto il suo santo Nome » (Iob. I, 21). Finalmente l’amante di Dio soccombe, come la benedetta Vergine Maria, vinto dal peso dell’amor di Dio. L’arte di amare Dio è l’arte delle arti, dice S. Bernardo; essa fa tendere all’amore tutti i pensieri dello spirito e volge al desiderio dell’eternità tutti i movimenti del cuore. L’uomo che ama Dio, si compiace del suo amore, vi si adagia e se ne bea: ben presto, non potendo più contenere i sentimenti dai quali è rapito, si solleva al di sopra di se medesimo, tocca l’estasi intellettuale, e penetra nel pensiero di Dio per imparare a non preoccuparsi più d’altro che di Lui, a non riposare altrove fuorché in Lui. L’amore di Gesù si ruba tutte le sue affezioni; trascurando e dimenticando se stesso, egli non altro ormai più sente che Gesù e ciò che riguarda Gesù. A questo punto, il suo amore è perfetto; ed in tale stato la povertà non è più per lui che un incomodo; non sente le ingiurie, si ride degli oltraggi, non bada alle perdite, guarda la morte come un guadagno; anzi non crede di morire, perchè sa che passerà dalla morte alla vita eterna (S. Bernardo, De natura divini amoris, c. II). Chi consacra l’amore alle cose terrene, vili, vergognose, diventa simile ad esse; l’anima, al contrario, che ama Dio e che a Lui solo s’attacca, diviene simile agli spiriti, agli Angioli, a Dio medesimo. Allora, dice S. Ambrogio, il Verbo divino la circonda, la rischiara, rinfiamma, la benedice; essa non forma più che una cosa con Lui (Serm. II). L’amor divino scalda, infiamma, fonde il cuore, e lo cangia del tutto: non avete che a dare uno sguardo a S. Paolo… L’amor divino dà refrigerio, lume, conforto all’anima, e le fa desiderare il possesso di Dio; porta ristoro e pace; rende paziente nelle tribolazioni, toglie il timore, insinua la confidenza, assicura la salute. È questo il Paradiso, dove ci è dato di entrare senza che ci partiamo dalla terra. « Chi ascende a Dio per mezzo dell’amore, ci va come portato da agilissime ali », dice S. Agostino.
23. Per amare Dio bisogna osservare la sua legge.  — « Se veramente mi amate, datene prova, dice Gesù Cristo, con l’osservare i miei comandamenti » (Ioann. XIV, 15) : poiché « la prova dell’amore, dice S. Gregorio, sta nella dimostrazione delle opere ». « Chi mi ama, ripete ancora Gesù Cristo, osserverà la mia parola e il Padre mio l’amerà : e noi verremo a lui e in lui faremo dimora » (Ib. XIV, 23). S. Agostino così commenta queste parole: « Il Padre e il Figlio venendo ad abitare in un’anima, le donano il loro amore, e infine le doneranno il Cielo. Essi vengono a noi quando noi andiamo a loro : essi vengono col soccorrerci, con l’illuminarci, con l’arricchirci; noi andiamo a loro con l’obbedire, col guardare, col ricevere ». « Chi non mi ama, dice ancora Gesù Cristo, non tiene conto delle mie parole » (Ib. XIV, 24). E S. Giovanni soggiunge che dimostra di avere carità perfetta colui che custodisce la parola di Dio : (I, II, 5); poiché la carità, dice il medesimo Apostolo, « consiste nel camminare per la via dei divini precetti » (II, 6). Ora il primo dovere della carità è di obbedire agli ordini di Dio, sottomettervisi, e avere confidenza nelle promesse divine. « Quelli che amano Dio, sta scritto nell’Ecclesiastico, si riempiranno della sua legge », vale a dire, la studieranno, la conosceranno, la praticheranno (Eccli. II, 19).
24. Diversi gradi dell’amor divino. — Il Padre Alvarez trattando della contemplazione indica quindici gradi nell’amore divino : 1° intuizione della verità; 2° raccoglimento; 3° silenzio spirituale; 4° riposo; 5° unione; 6° udire il linguaggio di Dio; 7° sonno dello spirito; 8° estasi; 9° rapimento; 10° apparizione corporale di Gesù Cristo; 11° apparizione spirituale di Gesù Cristo, e dei Santi; 12° visione intellettuale di Dio; 13° visione di Dio a traverso le nubi; 14° manifestazione positiva di Dio; 15° visione chiara e intuitiva di Dio, come l’ebbe, al dire di S. Agostino e di altri Dottori, S. Paolo quando fu rapito al terzo Cielo.
25. Qualità dell’amor divino. — L’amor di Dio dev’essere: 1° inseparabile; 2° insaziabile; 3° invincibile; 4° soave; 5° pieno di desideri; 6° anelante a Dio, che procura di raggiungerlo, lo contempla nelle creature ed è impaziente di possederlo; 7° animato dal desiderio di morire, non per noia della vita, ma per essere con Gesù Cristo, e godere di Lui; 8° liberale; 9° intero.
26. Rammarico di non aver amato Dio. — « Troppo tardi io Vi ho amato, o bellezza sempre antica e sempre nuova; ah! troppo tardi Vi ho amato! andava sospirando, col cuore pieno di tristezza, S. Agostino. Deh! fosse scancellato dal numero dei giorni quel tempo in cui non Vi ho amato! Ahi me misero, me infelicissimo se mai cessassi di amarvi; amerei meglio non essere, che essere senza, o fuori di Voi». Facciamo nostri i lamenti e il pianto di Agostino…
27. Quanto sia disgraziato chi non ama Dio. — « Chi non ama il nostro Signor Gesù Cristo, sia anatema », dice S. Paolo (I Cor. XVI, 22). Ossia, come si esprime l’Apostolo S. Giovanni: «Chi non ama Dio, non lo conosce, perché Dio è carità, e rimane nella morte » (Epl. I, IV, 8) : — “Qui non diligit manet in morte” (7, III, 16); e prima di lui già aveva espresso questo sentimento l’autore dei Proverbi in quelle parole : « Chi non ama me, ama la morte » (Prov. VIII, 36). E da essi trasse S. Agostino quella sentenza: « Chi non ama Dio, cessa di vivere ». « Strappate, ci dice il medesimo Dottore, il vostro cuore dall’amore alla creatura per conservarlo al Creatore: poiché, se abbandonate Colui che vi ha creati e vi abbracciate a ciò ch’Egli ha creato, siete adulteri ». Tremino quindi, conchiude S. Gregorio, quelli che non amano Dio e pensino, soggiunge S. Bernardo, che perfino il linguaggio loro è barbaro e straniero. L’amor di Dio verso gli uomini è così grande, che non solamente si presenta a quelli che lo cercano, ma cerca quelli che non lo cercano, va dietro a quei medesimi che lo fuggono, l’odiano, lo perseguitano : esso li invita, li attrae, e dolcemente li trascina. Quanto non sono adunque disgraziati, ingrati, perversi coloro che non si curano d’amare Dio che tanto li ama! Che suprema sventura per loro il disprezzarlo e combatterlo! Eppure, oh! come grande è il numero di quelli che non amano Dio! Quanti possono dire con S. Pietro : « Voi, o Signore, che tutto conoscete, sapete bene quanto io vi ami? » (Ioann. XXI, 17). Chi oserà esclamare col Profeta: «L’anima mia sta attaccata a voi, o Signore?» (Psalm. LXII, 8). Ah! piangiamo la triste sorte di coloro che non amano Dio.
28. Come bisogna amare Dio. — Gesù Cristo c’insegna il modo di amare Dio con quelle parole: «Voi amerete il Signore vostro Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze vostre » (Matth. XII, 37). Con tutto il cuore, cioè voi consacrerete la vostra memoria a ricordarvi i suoi benefizi, ecc. Con tutta l’anima, cioè applicherete la vostra intelligenza a meditare com’Egli è amabile in se stesso, e quanto vi ha amati. Con tutte le forze, cioè con tutta la volontà. Udite S. Agostino : Allorquando Iddio ci dice : Voi amerete di tutto cuore, di tutta l’anima, di tutto lo spirito vostro, Egli non ci permette di dimenticarci di Lui un solo istante e di godere di qualche altra cosa (Homil. ad pop.). Amare Dio importa: 1° dare a Lui il nostro cuore tutt’intero e niente al demonio, né al peccato; 2° avere Dio per scopo di tutte le nostre azioni, di preferirlo a tutto come nostro sommo bene ed unico fine; 3° obbedirLo in tutto e sempre… Tutti quelli che hanno dato il loro cuore a Dio, dice S. Bernardo, si rallegrino e gioiscano nelle pene, nelle ambascie, nelle tribolazioni, nella fame, nella sete, nella nudità, nel disprezzo, tra le beffe, le calunnie, le maledizioni, gli insulti, e le persecuzioni fino alla morte (Serm. in Psalm.).
29. Mezzi di amare Dio. — S. Tommaso indica tre mezzi d’unirsi a Dio con l’amore: ci vuole il coraggio dello spirito, ossia l’energia; una grande severità contro le cupidigie; la bontà verso il prossimo (1a p. 9, art. 13). Un quarto lo troviamo accennato in quelle parole di S. Gregorio: « Se non moriamo al mondo non siamo atti a vivere di amore per Iddio ». Altri mezzi ci suggerisce S. Bernardo e sono: le letture devote, le quali eccitano l’amore divino; la meditazione, la quale lo nutrisce; l’orazione, che lo illumina e lo conforta. – Eccellenti mezzi sono questi per acquistare e mantenere l’amore di Dio in un’anima. Ne volete altri? Eccoveli. Date orecchio alla voce di Dio. « Non ci ardeva il cuore in petto, mentre per istrada ci parlava, e ci svelava le Scritture? » (Luc. XXIV, 32), andavano dicendo i discepoli di Emmaus. « Il mio cuore s’infiamma di amore e sento un fuoco avvamparmi in petto quando io medito », asserisce di sé il Salmista (Psalm. XXXVIII, 3). La purità del cuore è un mezzo adatto di amare Dio. « Il mio Diletto si delizia tra i gigli», diceva la Sposa dei Cantici (Cant. II, 16). Essa ci indica pure come tale, ed efficacissimo a far nascere e mantenere in noi l’amor divino, il desiderio che se ne mostra, in quelle altre sue esclamazioni : « Io vi scongiuro, o figlie di Gerusalemme, d’annunziare al mio Diletto, se Lo incontrate, che io languisco e vengo meno di amore per Lui… oh! chi mi darà ch’io ti trovi e t’abbracci, o mio Diletto? oh! allora nessuno oserà più insultarmi! » (Ib. V, 8) (Ib. VIII, 1). Il timore del Signore è un mezzo sicuro per giungere ad amarlo. Difatti, come osserva S. Basilio, è necessario che il timore preceda per introdurre la pietà, e a lui terrà dietro l’amore; il quale, al dire di S. Agostino, guarisce le ferite che ha fatto il timore, il cui effetto è di spronare. La fede ci porta ad amare Dio. « Al presente, dice S. Agostino, noi amiamo credendo quello che vedremo; poi nel Cielo ameremo vedendo quello che avremo creduto ». Ma se l’anima trova Dio con la fede e la speranza, lo possiede con la carità: se è assente, lo trova col desiderio; se presente, lo ritiene con la gioia: lo scopre e lo conserva con la pazienza: lo possiede con la consolazione. Finalmente si arriva con ogni certezza a Dio perseverando nel cercarlo e nel desiderio di amarlo. « Cercate il Signore, dice il real Profeta, e voi sarete rassodati e forti, ma cercatelo sempre » (Psalm. CIV, 4). « Sì, Iddio va cercato senza fine, sentenzia S. Agostino, perché Egli dev’essere amato senza fine ». Desideriamo noi davvero d’avere la carità? volgiamoci a chiederla allo Spirito Santo che è il Dio-Amore; poiché la carità, al dire di S. Paolo, fu sparsa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci fu dato (Rom. V, 5).

CATTOLICESIMO LIBERALE E PSEUDOTRADIZIONALISMO SCISMATICO, NUOVE FORME DI PAGANESIMO

liberalismo

[El liberismo es pecado; Barcellona, 1887]

Il nuovo paganesimo odierno copre un ambito esteso, da quello chiaramente individuabile nell’ateismo e nel marxismo social-politico, a quello delle sette osoterico-magiche, da quello delle diverse obbedienze massoniche a quello apparentemente devoto dei falsi cattolici del “novus ordo” [la contro-Chiesa] e soprattutto a quello degli aderenti alle oramai numerose sette scismatiche senza giurisdizione e missione, le “fantacattoliche” sacrileghe, autoreferenziate tradizionaliste, sedevacantiste di nome o di fatto, ma tutte rigorosamente canonicamente fuori dalla Chiesa Cattolica. Per comprendere meglio la questione, fondamentale per la salvezza dell’anima, proponiamo la lettura illuminante del capitolo VII del celebre libro di Felix Sarda y Salvany: “Il liberismo è un peccato”, volume che andrebbe impresso con caratteri di fuoco nelle menti stravolte degli ingannati ma auto-compiacenti modernisti, dei liberisti vaganti tra sentimentalismo, adattamenti socio-culturali, tolleranza e sostegno degli errori, personalismo benpensante, ma sempre tutti accuratamente ignari, per colpevole volontà, dell’unica guida certa per raggiungere la salvezza, fine ultimo della Religione, che è il Magistero della Chiesa.

CAP.7

IN CHE CONSISTE CON TUTTA PROBABILITA’ L’ESSENZA O LA RAGIONE INTRINSECA DEL CATTOLICESIMO LIBERALE

Se si considera l’intima essenza del liberalismo detto cattolico o, per parlare più volgarmente, del cattolicesimo liberale, si vede che con ogni probabilità essa è dovuta ad una falsa interpretazione dell’ATTO di FEDE. I cattolici liberali, se li si giudica dalle loro spiegazioni, fanno risiedere tutto il motivo della loro fede, non sull’AUTORITA’ DI DIO INFINITAMENTE VERITIERO E INFALLIBILE che si è degnato di rivelarci il solo cammino che ci può condurre alla beatitudine soprannaturale, ma nel libero apprezzamento del giudizio individuale stimando questa credenza la migliore d’ogni altra.

Essi non vogliono riconoscere il Magistero della Chiesa come il solo che sia autorizzato da DIO a proporre ai fedeli la dottrina rivelata e a rivelarne il vero significato. Ma al contrario, facendosi giudici della dottrina, essi accettano di essa ciò che a loro pare buono, riservandosi il diritto di credere il contrario, tutte le volte che apparenti ragioni sembreranno dimostrar loro oggi come falso ciò che ieri era loro sembrato vero. (grassetto e sottolineatura redaz.).

Per rigettare questa pretesa è sufficiente conoscere la dottrina fondamentale sulla FEDE, esposta su questa materia dal santo CONCILIO VATICANO. Dopotutto i cattolici liberali si definiscono cattolici poiché essi credono fermamente che il Cattolicesimo è la vera rivelazione del Figlio di DIO; ma essi si definiscono cattolici-liberali o cattolici-liberi, poiché giudicano che ciò ch’essi credono non possa essere imposto ad alcuno per nessun motivo superiore a quello di una libera scelta dell’interessato. E tutto ciò in tal modo che a loro insaputa il diavolo ha malignamente sostituito in loro il principio naturalista del libero esame al principio soprannaturale della Fede; da qui risulta che immaginandosi di avere la Fede delle Verità cristiane essi non la possiedono affatto, ma solo sono convinti di averla, il che ovviamente non è proprio la stessa cosa.  –   Ne consegue che, secondo loro, ritenendo libera la loro intelligenza di credere o non credere, questo sia lo stesso criterio per le persone di tutto il mondo. Essi non vedono nell’incredulità un vizio, un’infermità o un accecamento volontario dell’intendimento e più ancora del cuore, ma un atto lecito, emanante dal foro interno di ciascuno, che diviene padrone dunque, in tal caso, di credere o di negare. Il loro orrore di qualsiasi pressione esterna fisica o morale, che prevenga o castighi l’eresia, deriva da questa dottrina e produce in loro l’odio verso qualsiasi legislazione genuinamente cattolica. Da qui anche il rispetto profondo con il quale vogliono che si trattino sempre le convinzioni altrui, anche le più nemiche della verità rivelata, poiché per essi, le più erronee sono tanto sacre quanto le più vere, poiché tutte nascono da un medesimo principio altrettanto sacro: “la libertà intellettuale”. E’ così che si erige a dogma ciò che si chiama “tolleranza”, espressione in uso presso i polemisti cattolici, propositori così di un nuovo codice di leggi che mai conobbero, nei tempi passati, i grandi polemisti del Cattolicesimo.  –   Essendo la concezione della Fede essenzialmente naturalista, ne deriva che tutto il suo sviluppo successivo nell’individuo e nella società, deve esserlo allo stesso modo. Sr ne deduce allora che il giudizio principale e spesso esclusivo, che i cattolici-liberali danno della CHIESA, verta sui vantaggi culturali e di civilizzazione ch’essa procura ai popoli. Essi dimenticano e non citano mai, per così dire, il suo fine primario e soprannaturale che è la “glorificazione di DIO e la salvezza delle anime”. Molte apologie cattoliche scritte nella nostra epoca sono intrise di debolezza spirituale a causa di questa falsa concezione. E questo a tal punto che se, per disgrazia, il Cattolicesimo fosse stato causa di qualche ritardo nel progresso materiale dei popoli, esso non sarebbe più con buona logica agli occhi di quegli uomini, né una religione vera né una religione da lodarsi.  –   E notate che se si realizzasse questa ipotesi, ed essa può realizzarsi – dato che la fedeltà a questa stessa religione ha certamente causato la rovina materiale di famiglie e d’individui- la Religione non ne risulterebbe meno eccellente e divina.  –   Questo criterio è quello che dirige la penna della maggior parte dei giornalisti liberali; s’essi lamentano la demolizione d’una chiesa, non mettono in rilievo che la profanazione dell’arte; se si schierano in favore degli ordini religiosi, essi non fanno valere che i servizi resi dagli stessi alle Lettere; essi esaltano una suora di carità, ma solo in considerazione dei servizi umanitari con i quali ella ha addolcito gli orrori della guerra; essi ammirano del culto ciò che rientra nei canoni della sua bellezza esteriore e della sua poesia; se nella letteratura cattolica, essi rispettano le Sante Scritture, è solamente a causa della loro sublime maestà.  –  Da questa modalità di lodare le cose cattoliche semplicemente per la loro grandezza, la loro bellezza, la loro utilità, la loro eccellenza materiale, ne deriva logicamente che l’errore ha diritto alle stesse lodi allorquando esso si presta ai medesimi giudizi, come l’hanno avute in apparenza, in certi momenti, diverse false religioni.

La stessa Pietà non è potuta sfuggire all’azione perniciosa del Principio Naturalista; esso l’ha pervertita in “pietismo” cioè in una falsificazione della vera Pietà, come vediamo in tante persone che non ricercano nelle pratiche di pietà altro che l’emo-zione ch’esse possono originare, e questo è un puro “sensualismo” e niente di più. Così oggi constatiamo che, in molte anime, l’ascetismo cristiano, che è la purificazione del cuore mediante la repressione degli appetiti dei sensi, è interamente fiaccato e che il misticismo cristiano, che non è né l’emozione né la consolazione interiore, né alcun’altra di queste dolcezze umane, ma l’unione con DIO mediante l’assoggettamento alla sua santa volontà e all’amore soprannaturale, è completamente sconosciuto. – Per queste ragioni il cattolicesimo di un gran numero di persone, nella nostra epoca è un cattolicesimo liberale o più esattamente un cattolicesimo FALSO. Questo non è Cattolicesimo, ma un semplice Naturalismo, un naturalismo puro; cioè in una parola, se ci è permesso, Paganesimo con il linguaggio e le forme cattoliche.

 

“L’esame di coscienza”

“L’esame di coscienza”,

di p. Gian Battista Scaramelli, S.J.

(da: il Directorium Asceticum, vol III. Settima edizione, 1917. R. & T. Washbourne, Ltd., Londra. pp. 334-364)

 

Articolo IX. — ottavo mezzo per conseguire la perfezione cristiana. –

confessione

L’ESAME DI COSCIENZA QUOTIDIANO.

Capitolo I.

Che il quotidiano esame di coscienza sia un importante mezzo di perfezione cristiana è indicato dall’autorità dei Padri della Chiesa.

Ci sono due tipi di confessione per cui una persona devota può cancellare i peccati che macchiano la sua coscienza: la prima è la sacramentale, fatta ai piedi di un confessore; l’altra è totalmente segreta, e si svolge tra Dio e l’anima, con l’esclusione di ogni altra persona; e questa è chiamato “l’esame di coscienza quotidiano”, perché esso viene generalmente praticato ogni giorno onde raggiungere la purezza di cuore ed il progresso nella perfezione. In entrambi i tipi di confessione, sono necessarie, perche siano efficaci, la ricerca del peccato e l’umile dolore, allo scopo di emendarsi. In entrambi i casi, dobbiamo accusarci dei nostri peccati: nel primo caso, attraverso le orecchie del sacerdote, nel secondo, alla presenza di Dio. Se in questa solitaria accusa di noi stessi, il nostro pentimento raggiunge la contrizione perfetta, sia nell’uno che nell’altro tipo di confessione, si ottiene il perdono ed il ripristino della purezza della nostra anima. C’è, tuttavia, questa differenza, che quando uno è colpevole di un peccato grave, è un obbligo grave di renderlo noto nella Confessione sacramentale, altrimenti ricadrebbe nuovamente sotto la giustizia di Dio per la sua negligenza rispetto ad un gravoso comandamento divino. Ma anche quando si è consapevoli solo di colpe più lievi, si è tuttavia ancora tenuti a confessarle nella Confessione sacramentale, cosa persino necessario, come abbiamo visto sopra, se la persona aspira alla perfezione, in modo tale da poter essere in grado di ottenere la purezza della coscienza che, più di qualsiasi altra cosa, ci dispone all’amore perfetto di Dio. Ciò nonostante, la confessione che facciamo a Dio da soli ha alcuni vantaggi rispetto alla Confessione sacramentale: infatti la possiamo fare in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora, in qualsiasi momento; infatti, ogni volta che scegliamo che non sia il caso di ricorrere alla Confessione sacramentale, non abbiamo necessità della presenza fisica di un prete come ministro, né di convenire in un determinato luogo ad un’ora fissa. – Avendo poi nel presente articolo già parlato della Confessione sacramentale, che è affidata ai ministri della Santa Chiesa, non sarà fuori luogo trattare ora di questo altro tipo di confessione, che, senza l’intervento di qualsiasi ministro, e fatta davanti a Dio, non è altro che il “quotidiano esame di coscienza”. E si deve trattare di questo argomento più volentieri, poiché esso è un mezzo tanto importante per acquisire la purezza di cuore e di conseguenza per il raggiungimento della perfezione. Questo sarà indicato nel presente capitolo, con l’autorità dei Santi Padri, e in quello seguente, con prove intrinseche. – San Basilio dice: “Alla fine di ogni giorno, quando tutte le nostre fatiche, sia corporali che mentali, sono state portate a conclusione, ognuno, prima di ritirarsi a riposare, dovrebbe indirizzare se stesso verso un attento esame della propria coscienza, al fine di scoprire i peccati che ha commesso durante il giorno appena trascorso. Sant’Efrem, un autore di così grande autorità nella Chiesa primitiva, paragona questo esercizio ad un mercante che, mattina e sera, ordina i suoi conti e poiché è ansioso di veder prosperare i suoi affari, diligentemente esamina quali siano stati i suoi guadagni e quali le sue perdite. E così dovremmo fare anche noi, dice il Santo, se abbiamo il desiderio di progredire nella perfezione cristiana: sia mattina che sera dobbiamo esaminare lo stato dei nostri conti e gestire il traffico spirituale che noi stiamo portando avanti davanti a Dio. Per venire più nei particolari egli scrive: “di notte, ritirandoti nel chiuso del tuo cuore, tu dovresti interrogare te stesso, dicendo: “ho io in questo giorno offeso il mio Dio in qualche punto? Ho proferito parole inutili? Ho, per negligenza o disprezzo, omesso di fare ogni buona azione come avrei dovuto? Ho ferito i sentimenti del mio prossimo in qualche particolare? La mia lingua ha ceduto a qualsivoglia tipo di detrazione? .. e così via. E quando arriva il mattino, si esamina di nuovo come gli affari ed il traffico spirituale abbiano proceduto nel corso della notte passata. “Ho avuto qualche cattivo pensiero, sono stato negligente nell’indugiare su di essi?'”. Si conclude allora decidendo, qualora avessimo scoperto qualsiasi tipo di peccato o mancanza, che questi devono essere cancellati da sincero pentimento e lavati via con le lacrime della contrizione. – Avete mai osservato con quanta esattezza e diligenza il padrone di una casa regola le sue incombenze domestiche? Ogni giorno egli chiama il suo intendente, tiene conto della sua spesa, insistendo su di una accurata relazione del tutto; egli esamina tutto con cura per vedere se le spese fatte siano state superflue o stravaganti, o se, al contrario, siano state troppo limitate ed insufficienti. E fa questo per modo che egli non vada oltre le sue possibilità, né discenderne al di sotto in ciò che è necessario ed opportuno al corretto sostegno della sua famiglia. Allo stesso modo dovremmo agire nel regolare noi stessi. Nel nostro piccolo mondo interiore, la padrona che comanda è le facoltà dell’anima, mentre i sensi del nostro corpo sono i servi dai quali essa deve pretendere obbedienza e sottomissione. Lasciate poi le motivazioni per evocare i poteri dell’anima nel chiedere conto ogni giorno di ciò che hanno fatto. Lasciate che siano chiamati alla comprensione ed al rendiconto dei proprii pensieri per esaminare se questi siano stati vanitosi, orgogliosi, risentiti, impudichi, o al contrario animati da amore fraterno, e se essi si siano intenzionalmente o involontariamente soffermati su tali soggetti. Lasciate che si evochi la volontà di dar conto dei proprii affetti, se siano stati cioè peccaminosi o imperfetti od abbiano trovato consenso volontario. Lasciate rigorosamente esaminare tutti i sensi del corpo: gli occhi devono essere valutati se siano stati intuitivi, immodesti, o troppo liberi e sfrenati; La lingua deve essere esaminata per quanto riguarda le parole pronunziate: sono state esse offensive, impudiche, rabbiose, o al contrario avare di carità? Le orecchie, il tatto, il gusto, le mani, tutti devono essere chiamati a rendere conto esattamente di tutto ciò che hanno fatto. Successivamente, con un profondo pentimento dobbiamo correggere qualunque cosa scopriremo essere stata disordinata e peccaminosa, e tutto deve essere reimpostato con ordine, con il nuovo obiettivo, fermo e risoluto, di un emendamento. Da questa ricerca quotidiana in ogni nostra azione, si trarrà motivo di regolare tutto con giustizia ed esattezza e faremo un facile, rapido e sicuro progresso verso la perfezione alla quale siamo chiamati. Questo confronto è mutuato interamente da San Giovanni Crisostomo, che si prodiga al fine di mostrare l’importanza di questo esame di coscienza quotidiano, e ci esorta alla pratica costante dello stesso. – San Gregorio Magno dice dal suo canto, che chi non riesce a esaminarsi ogni giorno in tutto ciò che ha fatto, ha detto, e ha pensato, sia a casa con se stesso, che alla presenza di astanti, vive solo una vita esteriore con la possibilità conseguente di perdere di vista complessivamente la sua perfezione. San Bernardo ci assicura che se ci sapremo esaminarci, mattina e sera correggendoci prima o poi, facendone la regola della nostra vita, mai cadremo in una qualsiasi colpa grave. E per non stancare il nostro gentile lettore col citare molteplici e lunghi testi, voglio solo aggiungere che S. Doroteo, uno dei primi Padri, pur raccomandando l’esame di coscienza come uno dei mezzi più sicuri per mantenere l’anima pura e senza macchia, dice, che questa lezione era stata tramandata a suo tempo dai suoi antenati e dai loro predecessori. È quindi indiscutibile che da sempre, molto primo della Chiesa, i Santi hanno ritenuto l’esame di coscienza quotidiano come il mezzo più potente per giungere rapidamente alla purezza del cuore e, attraverso questo, alla perfezione cristiana. – Non solo i Santi consigliano questo esame di coscienza nei loro insegnamenti, ma ce ne incoraggiano ulteriormente mediante l’assidua pratica dello stesso con il loro esempio; infatti, sarebbe difficile trovare un solo Santo confessore che non abbia fatto ricorso ad esso a partire da una immaginaria scala che raggiunge la vetta della perfezione in S. Ignazio di Loyola che, non contento di esaminare la sua coscienza due volte al giorno, in accordo con le istruzioni degli antichi padri, non lasciava mai che passasse una sola ora senza ricordare a se stesso la ricerca minuziosa delle imperfezioni in tutti i suoi pensieri, parole ed azioni, intercorse durante quel breve lasso di tempo; pentendosi di ognuna delle più leggere di queste imperfezioni che potevano essere colte dall’occhio puro della sua mente, rinnovando nel suo spirito il proposito di trascorrere la successiva ora in maniera il più possibile impeccabile. Egli riuscì anche a comprendere come non sia possibile aspirare alla santità senza mantenere una vigilanza costante sul proprio cuore con l’esaminare tutti i suoi movimenti. Quindi, chiunque fosse stato un osservatore attento del corso di tutta la sua vita, era in grado di dire che la vita di S. Ignazio era stata un continuo ed ininterrotto esame di coscienza. Non sarà estraneo al soggetto presente il riferire un’espressione di stupore da parte del Santo che lo rende degno di grande meraviglia da parte nostra: avendo avuto un giorno la fortuna di incontrare uno dei padri della sua compagnia, gli chiese, con tono familiare, quante volte si fosse ritirato in sé per l’esame di coscienza fino a quell’ora. “Sette volte,” rispose quest’ultimo. “ahimè, ahimè … così raramente?” rispose il Santo, abbastanza stupito. E non era ancora giunta la sera quando questo accadeva, e dovevano ancora trascorrere parecchie ore del giorno. San Francesco Borgia aveva anch’egli l’abitudine di praticarlo, almeno una volta in ogni ora: e pure S. Doroteo raccomanda la pia pratica a tutte le persone devote, come la più vantaggiosa per l’anima. “Possiamo quindi dedurre, da come i Santi abbiano inculcato con tenacia ed intensità la pratica diligente sì intensa, che questo quotidiano esame di coscienza, debba essere uno dei mezzi più necessari per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO II.

Motivi per i quali i Santi considerano l’esame di coscienza quotidiano come cosa assolutamente necessaria.

La ragione principale per la quale i santi esortano così ardentemente a vegliare su ogni nostra azione mediante l’esame di coscienza quotidiano, si basa sulla corruzione della nostra natura, conseguenza del peccato dei nostri progenitori, a causa della quale le nostre carenze non tendono mai a regredire in noi, generando sempre gli stessi peccati e facendo sì che le stesse passioni imperversino costantemente nei nostri cuori. Quindi è necessario osservare, almeno una volta al giorno, quali erbe velenose siano spuntate nei nostri cuori, affinché noi possiamo sradicarle con il coltello di una vera contrizione. Così riterremmo poco saggio quel giardiniere che, dopo avere eliminato dalla terra le erbacce, non lo rifacesse mai più, visto che il terreno inizierà nuovamente a germogliare piante inutili e nocive che soffocano la crescita di quelle buone ed utili. Si potrebbe con giustezza sicuramente ritenere insensato e stolto un vignaiuolo se, dopo aver provveduto a rimuovere dagli alberi e dalle viti tutti i rami superflui e i viticci, non tornasse mai più per eseguire una nuova potatura in modo da consentire un eccessivo rigoglio dei rami e delle foglie a discapito dei frutti. Non meno folle sarebbe un cristiano che, avendo con una buona confessione sradicata dal suo cuore la crescita velenosa delle sue colpe e potato il rigoglio e l’eccesso dei suoi sentimenti, dovesse poi trascurare di ripetere la stessa cosa giorno dopo giorno, attraverso un diligente esame di coscienza, essendo pienamente consapevole, com’è giusto che sia, che si ripresenti qualche erbaccia diabolica o altra mollezza quotidiana, che qualche ramo del peccato rimetta fuori i suoi germogli, che si risvegli qualche passione; per cui, senza una costante potatura, la bellezza acquisita del giardino dell’anima ben presto diverrebbe un orribile groviglio di peccati. Ma Fateci ascoltare San Bernardo su questo punto: “Chi c’è,” dice, “in questo mondo, che ha così perfettamente tagliato ed allontanato dal proprio intimo tutte le scorie inutili e superflue, per cui non abbia più bisogno di tagliare o recidere nient’altro. Credetemi, i mali che sono stati abbattuti con volontà hanno prodotto nuovi germogli; dopo essere stati allontanati, sicuramente torneranno; e benché le sterpaglie siano state bruciate, ancora una volta potrebbero provocare fiamme; e le passioni, anche se ora, mentendo, sembrano dormienti, presto si sveglieranno nuovamente. Quindi, serve a ben poco l’avere utilizzato la potatura e la falce una sola volta: dobbiamo usarla spesso e, per quanto ci possa essere possibile, non lasciarla mai fuori della nostra portata; infatti, a meno che non vogliamo ingannarci e renderci ciechi, noi potremo sempre trovare qualcosa in noi stessi che abbia bisogno di essere eliminata.” Il Santo stesso poi aggiunge: “Finché tu abiterai in questo corpo mortale, qualunque siano gli sforzi ed il progresso nella tua vita spirituale, inganneresti te stesso ritenendo che i tuoi vizi e le tue passioni siano morte e non siano piuttosto forzatamente soppresse solo per un certo tempo.” Quindi mai dobbiamo lasciarci cullare da una falsa sicurezza, bensì occorre mantenere una vigilanza quotidiana ed indagare sulle nostre tendenze viziose esaminando frequentemente la nostra coscienza e colpendole maggiormente, quando rifanno la loro comparsa, con ripetute azioni di contrizione. – Se un re dovesse ritenere per certo che entro i confini del suo Regno siano in agguato i suoi nemici nascosti tra i boschi e foreste, egli certamente non mancherebbe di perseguirli con vigore. E quando li avesse trovati, credi che li lascerebbe liberi e latitanti? Senza dubbio no. Dopo averli scovati con la massima diligenza, li passerebbe tutti a fil di spada e ne farebbe una strage non appena completamente esposti. “Ora, ricorda,” continua S. Bernardo, “che avete dentro di voi un nemico che si può superare e sottomettere, ma che non si può sterminare; che tu lo voglia o no, questo nemico vivrà dentro di te e porterà avanti una guerra implacabile contro di te. Chi è, quindi, questo nemico grande, immortale, o meglio: chi sono questi nemici numerosi che possono morire solo quando vengano isolati? Rispondo: sono le passioni, i tuoi vizi e le debolezze che generano la tue passioni e i vizi. “Ecco perché si cercano, quindi, ogni giorno con l’esame di coscienza; e avendoli, attraverso una ricerca diligente, scoperti, si possono uccidere con la spada di un vero dolore; li abbattiamo infatti con la serietà della vostra decisione; finché essi vengono lasciati sul campo, non sono veramente morti, e quantunque feriti e resi inabili, possono essere ancora in grado di ostacolare il nostro progresso verso la perfezione. Ditemi, vi prego, se avete mai sentito di un maestro d’ascia che sia riuscito ad allestire una nave così fortemente strutturata che né il battere delle onde, né la violenza dei venti abbia mai potuto produrre la benché minima lesione? Si risponde che questo sarebbe impossibile, poiché una nave è costituita da così tante travi, tavole, articolazioni fissate insieme, che con il battere incessante della turbolenza del vento e dell’acqua, qualcuna di loro prima o poi finisce per allentarsi. Quindi che cosa deve essere fatto per evitare che la povera nave, che prende costantemente acqua, goccia dopo goccia, venga alla fine ad affondare e ad essere sommersa in mezzo all’oceano? C’è solo un rimedio: quello di attivare le pompe regolarmente, al fine di evitare che l’acqua si accumuli nella stiva. Ora l’uomo, nell’oceano della miseria in cui siamo costretti a navigare, è molto simile ad una nave investita dalla forza della tempesta, ed essendo costituita da, diciamo così, poteri che tendono ad allentarsi, come i sensi deboli, le passioni sempre pronte a tradire, non c’è da aspettarsi che, in mezzo al sopravvenire di così tante tentazioni, all’incontrare così tante occasioni e pericoli diversi, non si aprirà qualche falla a causa di qualche peccato veniale, di banali errori che apriranno la strada nell’anima provocando, con il loro accumulo nel corso del tempo, il naufragio che noi chiamiamo: peccato mortale; e questo, in ogni caso, crea ostacoli nel raggiungere in sicurezza il porto così come è desiderabile fare, cioè con il raggiungere la perfezione. Che cosa c’è allora da fare per ostacolare questa terribile disgrazia che è quella di affondare poco a poco? Che cosa, se non tutti i giorni svuotare la coscienza degli errori che abbiamo commesso, mediante un serio esame di noi stessi, gettarli fuori con la contrizione, chiudere le falle attraverso le quali hanno trovato un’entrata, trovare costantemente delle rinnovate risoluzioni nel modificarle? Questa similitudine è presa in prestito da S. Agostino. “Le acque agitate dei peccati veniali,” dice il santo dottore, “risiedono quotidianamente nella stiva dei nostri cuori; Chi, quindi, desidera non perire, deve svuotare ricacciandoli ogni giorno, proprio come fanno i marinai con la stiva di una nave, con un esame di coscienza attento e contrito “. – Da questo argomento ne può dedursi un altro che porta a dimostrare come sia impossibile il miraggio di raggiungere la perfezione cristiana senza esaminare la nostra coscienza; se ciò che abbiamo finora dimostrato è vero, se, cioè, senza un controllo giornaliero del nostro cuore non saremo in grado di liberarci dei vizi, dei peccati e delle mancanze alle quali siamo così inclini, è altrettanto dimostrabile che senza questo esame, le virtù non possono avere alcuna crescita, qualunque cosa ci sia dentro di noi; ancora meno è possibile che il fiore divino della carità fiorisca nei nostri cuori. In effetti, perché il grano cresca nel campo, il terreno deve essere ripulito prima di tutto da rovi ed ingombri vari: noi dobbiamo innanzitutto portare via le pietre che occupano il terreno, altrimenti, come leggiamo nella parabola evangelica, le spine soffocheranno il seme e le pietre assorbiranno l’umidità necessaria. Così certamente, il seme scelto della virtù non può nascere e fiorire nel terreno dei nostri cuori, se questo non venga ripulito prima delle radici dei vizi e delle cattive passioni; e non venga precedentemente deterso di tali difetti, che quotidianamente, poco a poco, si induriscono e diventano più solidi di una roccia: tutto questo è mirabilmente espresso nel linguaggio dolce di S. Bernardo. “La virtù”, egli scrive, “non può crescere in compagnia del vizio. Se l’uno fiorisce, l’altro necessariamente è destinato a perire. Chiaro, quindi, che ciò che è superfluo e vizioso e ciò che è sano e virtuoso non possono contemporaneamente coesistere. Qualunque cosa trattenga le nostre concupiscenze porterà profitto e vantaggio alla vostra vita spirituale”. “Quindi, conclude il santo dottore, badate bene di tagliare quanto più in basso, con un diligente esame di coscienza, la crescita nociva di difetti, vizi e difetti, se volete assistere alla fioritura di ogni virtù nel giardino delle nostre anime.” – S. Agostino, trattando soprattutto della carità che, come abbiamo spesso detto, è la linfa essenziale della nostra perfezione, afferma positivamente, che essa aumenterà nella misura in cui ci sforzeremo di contenere le voglie delle nostre passioni disordinate, e che la carità sarà perfetta in colui che ha completamente mortificato e spento i suoi desideri egoistici. Un vaso pieno d’acqua diventerà gradualmente pieno d’aria, allorquando il liquido evapora, e quando si sarà svuotato di tutta l’acqua, non conterrà nient’altro che aria; così, e molto di più, dice S. Agostino, i nostri cuori si riempiranno di amore divino in proporzione a come siano stati svuotati dai desideri egoisti, e saranno quindi solo ripieni di amore, quando saranno perfettamente svuotati di ogni inclinazione disordinata. S. Paolo conferma questo concetto con tali parole: “Alla fine di tutti i comandamenti” — e come conseguenza rigorosa, il coronamento dell’edificio della nostra perfezione — “è la carità.” Ma questo fiore di paradiso fiorisce solo in cuori puri, nelle coscienze purificate da tutti i desideri malvagi. Ora, per portare il cuore a questa purezza assoluta, nessun mezzo può essere più efficace dell’uso frequente di un auto-esame; una cura perfetta per purificare l’anima dalle sue impurità è il dolore dei nostri difetti, e contro le macchie future, il buon proposito di non far mai trascorrere un giorno senza coltivare l’anima così da veder crescere le rose rosse della carità, i gigli bianchi della purezza, il violetto dell’umiltà e della penitenza; infatti i fiori di tutte le virtù fioriranno nel nostro cuore, se ci si applica frequentemente a questo santo esercizio per cui l’anima diventerà perfetta, amabile e bella a vedersi, e il Re del cielo scenderà in essa a godere come in un paradiso di delizie. – A nessuno sembrerà una materia straordinaria l’applicarsi per pochi minuti al giorno all’esame che separi e purifichi il nostro cuore, se egli richiama alla mente che anche gli antichi saggi, benché fossero pagani, pensavano che questo esame di coscienza quotidiano fosse necessario per il miglioramento della loro vita e ne facessero uso per quello scopo. Pitagora lo prescrive ai suoi discepoli, molti dei quali avevano l’abitudine di scrutarsi regolarmente ogni sera. Cicerone ci dice di se stesso come sempre, alla fine di ogni giorno, si raccogliesse per rendere conto di tutto ciò che aveva detto, sentito e fatto nel corso intero di quel giorno. Seneca ci dice che ogni notte dava sentenze sulle proprie azioni. “Ogni notte,” egli scrive, “quando la lampada è messa fuori nella mia camera e mia moglie, consapevole della mia consuetudine, tace, esamino in tutto, il corso del giorno passato. Credo che tutto quello che ho detto e fatto, senza nulla nascondere a me stesso, non sia passato per niente. Se scopro qualcosa, mi dico, “io questa volta ti perdono, ma non farlo più.’ ” Ora, se i pagani, che avevano desiderio di saggezza, facevano uso quotidiano di questo esame di coscienza, quanto piuttosto non dovrebbe questo essere praticato dai cristiani che hanno il desiderio di diventare graditi a Dio con una pulizia del cuore, per raggiungere la perfezione soprannaturale e poter giungere al possesso di quei beni che sono in serbo per l’uomo perfetto oltre le stelle.- Io posso addurre un motivo ulteriore che, conosciuto già dai saggi antichi, dovrebbe essere meglio conosciuto anche da noi che siamo dotati della luce della fede. È questo: se frequentemente e minuziosamente guarderemo dentro di noi in modo non superficiale, ma con una compunzione interiore spirituale, noi potremo sfuggire al giudizio severo e rigoroso che altrimenti ci attende davanti al Tribunale di Dio; perché, come dice S. Paolo: “se giudichiamo noi stessi, non saremo giudicati”. Cornelio a Lapide applica queste parole al nostro argomento nel senso e nei termini seguenti: — “Se ci esaminiamo e cerchiamo nella nostra coscienza, con un rigoroso processo e, quando scopriamo eventuali peccati, li laviamo via con le lacrime della contrizione, non saremo giudicati da Dio; in altre parole, scamperemo alla punizione del suo terribile giudizio.”- Tale è la faccenda, ed il lettore farà bene a riflettere sul timore di Dio nel giorno del giudizio, per l’esame che verrà effettuato con la ricerca delle sue colpe; si pensi a come il Giudice si mostrerà inesorabile e a quanto sia grave la punizione che seguirà ad una sentenza irrevocabile: egli può quindi essere abbastanza sicuro di sentirsi felice per il proprio esame di coscienza fatto non solo una volta, ma più volte al giorno, per sfuggire così ad un terribile giudizio. Un religioso di santa vita apparve dopo la sua morte, rivestito con abito dimesso, con volto smunto e malinconico ad uno dei suoi fratelli, un suo ex amico. Il suo amico gli chiese perché apparisse con quell’aspetto così triste. L’uomo morto rispose, “è incredibile! è incredibile!” “Ma che cosa …” rispose l’amico, ” … che cosa è incredibile?” – “Si,” rispose l’uomo morto, ” … il rigore del giudizio di Dio, … e la severità dei suoi castighi”. A queste parole scomparve, lasciando il suo amico più morto che vivo per il forte spavento. Piacque a Dio dare un esempio del rigore delle sentenze divine a S. Maria Maddalena de Pazzi durante la sua vita temporale, in modo tale che il suo esempio ci potesse ispirare un “sano” terrore. Essendosi una sera inginocchiata per il suo consueto esame di coscienza, venne improvvisamente rapita in estasi e si ritrovò alla presenza di Dio. Allora nostro Signore, con un raggio della sua luce più pura, penetrò in lei mostrando un tale senso della malizia messa in ciascuna delle sue colpe, che a quelle che lei aveva già rilevato nel fare il suo esame ad alta voce, nel corso dell’estasi, si aggiunsero le altre con orrore non meno grave di se stessa. La colpa primaria che a lei fu rimproverata, fu l’aver omesso, al risveglio la mattina, di dirigere i suoi primi pensieri a Dio, essendo impegnata nel compito di richiamare le consorelle, in modo da potersi così tenere pronta a lodare Dio, e temendo di giungere in ritardo alle lodi. Questa omissione, che senza dubbio per molti di noi rappresenterebbe un atto di santo zelo, è apparso così atroce alla Santa, che ha ella ha implorato la misericordia di Dio, dichiarando nel frattempo che lei ne era indegna e meritevole di mille inferni. Successivamente ha accusato se stessa che, stando in coro, invece di essere totalmente assorbita nella lode di Dio, aveva avvertito qualche disturbo nell’assumere le prescritte inclinazioni della testa ed omettendo altre pratiche. Qui ancora una volta lei chiedeva misericordia per una cosa che dovremmo considerare lo zelo per l’onore di Dio. Si è poi accusata, come aveva già fatto nella confessione quel giorno, di aver rimproverato una delle sue novizie con un’espressione non molto dolce e gentile. Ha pregato Dio di perdonarla e, al fine di ottenere il perdono, ha supplicato i meriti più amari ottenuti dalla sua Passione. Quello stesso giorno, conversando alla grata con una sua zia, era stata rapita in estasi e portata via con forza dalla potenza di Dio. Sentendo la mozione interiore dello Spirito di Dio, lei aveva pregato le monache consorelle di portarla via, per timore che lei potesse essere vista in quella condizione da un laico. Le monache, tuttavia, non avevano capito quello che ella voleva trasmettere loro con questi segnali, cosicché ella cadde in estasi in pubblico, senza essere in grado di impedirlo. Ora, per questo fatto, per il quale nessuno di noi scoprirebbe neanche l’ombra di una colpa, lei si sentì rea con molta amarezza, definendo il proprio errore una grande ipocrisia, poiché era come se lei volesse apparire migliore delle altre; assetata per questo del perdono di Dio, si sentiva meritevole di essere gettata nell’inferno e di essere per punizione calpestata da Giuda. Continuava poi ad accusare se stessa di difetti lievi come questi, con espressioni di contrizione e concludendo con parole che si potevano applicare ad un pentito adultero o assassino, per l’enormità dei suoi crimini, tanto era spinta alla disperazione della misericordia di Dio, dicendo: “O Dio, siccome Ti ho già così spesso offeso oggi, non vorrei aggiungere agli altri peccati il reato di disperare della tua misericordia. Pertanto io so, o Signore, di essere indegna del tuo perdono, ma il sangue che Tu hai versato per me mi induce a chiedere il tuo perdono.” In un’altra occasione Dio ha mostrato alla Santa in estasi, tutti i peccati che aveva commesso nella sua vita passata. Rivedendoli, Lei singhiozzava amaramente esclamando: “Volentieri andrei all’inferno, se solo in questo modo potessi cancellare le offese che Vi ho fatto!” Eppure è ben noto come questa Santa avesse vissuto in modo irreprensibile, fin dai suoi più teneri anni. Questo perché i guasti dei nostri peccati si mostrano tanto gravi quando Dio stesso si incarica di esaminarli e li mostra all’anima come realmente sono in se stessi. Quale sarà il nostro stato all’esame della sentenza di un Dio che contempla i nostri crimini in una luce molto più nitida e molto più penetrante di quello in cui la Santa Vergine carmelitana vedeva le sue lievi mancanze? Veramente, le anime disincarnate vedono le cose in una luce molto diversa da quella in cui le medesime si contemplano mentre ancora si è legati della carne! Come non temere, e quale sarà un giorno il nostro orrore! Sono sicuro che se la vista delle nostre colpe potesse causarci la morte nell’aldilà, dovremmo noi moriremmo mille volte di puro spavento. Ma quale rimedio c’è per questo? Nientemeno che affidarsi al consiglio dell’Apostolo: “portare ora il nostro giudizio su di noi. “Se giudichiamo noi stessi ora, non saremo giudicati poi. E questo semplicemente richiamando le nostre coscienze a dare conto del proprio operato almeno una volta nel corso della giornata, ricercandone le varie dinamiche; esaminandole tutte con occhio critico e attento; ed una volta scoperto qualcosa decidersi a porvi riparo, impegnandosi in vivi atti di contrizione e con la finalità costante di un vero emendamento; teniamo presente che, come dice S. Agostino: “Dio ama perdonare coloro che confessano a Lui le proprie mancanze con umile pentimento, astenendosi dal giudicare gravemente coloro che con cuore contrito, portano il giudizio su di sé.”

CAPITOLO III.

Spiegazione circa il modo di fare l’esame di coscienza quotidiano.

Secondo il piano previsto da Sant’Ignazio nel libro dei suoi esercizi spirituali, questa devota pratica dovrebbe consistere in cinque parti. 1) – In primo luogo, ci mettiamo in presenza di Dio con un atto di fede e di profonda adorazione con il renderGli grazie per tutti i favori che abbiamo ricevuto dalla bontà divina, soprattutto in quel particolare giorno. San Bernardo ci avverte di essere molto attenti nel non trascurare di offrire il rendimento di grazie a Dio per i benefici che ci concede: “essere ripieni di gratitudine per rendere debitamente grazie al datore di tutti i buoni doni,” per ogni favore, sia esso ordinario, o grande o piccolo. Ora, si scelga l’orario dell’esame di coscienza più adatto a questo scopo, di modo che l’anima sia nel mezzo tra ciò che ha ricevuto da Dio e tra quanto di ritorno ha fatto per Lui. Tanto più così la gratitudine per i favori ricevuti dispone maggiormente l’anima a quel dolore che dovrà seguire il pensiero dell’ingratitudine che abbiamo dimostrato coi nostri peccati. – 2) – In secondo luogo, noi dobbiamo chiedere a Dio di darci luce per conoscere i nostri peccati e le nostre negligenze. Questa preghiera è sommamente necessaria, come S. Gregorio Magno dice: “L’amore di sé ci delude e acceca l’occhio della nostra mente in modo che non riusciamo a percepire le nostre colpe, o che esse ci appaiono molto meno gravi di quanto in realtà esse siano, facendo così una contrizione meno intensa di quanto per esse dovremmo”. Quindi è della massima importanza per noi chiedere a Dio di dissipare le tenebre che l’amor proprio getta sulle nostre menti, e che l’occhio della nostra anima sia ben vigile e purificato per poter essere in grado di scoprire tutti i nostri peccati, penetrare la loro malizia e stimarli adeguatamente nella loro portata. Tanto più poi perché, in mancanza di questa conoscenza di sé, non possiamo avere un vero pentimento per i nostri peccati; e secondo le stesse osservazioni del Papa santo: “Dio non conferisce la grazia della compunzione finché Egli non ci abbia precedentemente reso consapevoli dell’enormità delle nostre colpe.” – 3) – In terzo luogo, dobbiamo fare una ricerca diligente in tutti i peccati o imperfezioni in cui siamo caduti durante il giorno trascorso o durante la notte passata. “Istituire un tribunale all’interno di te stesso”, dice S. Agostino, “e giudicare la causa della vita che tu hai trascorso in questo giorno. Lasciate che i pensieri vadano in cerca dei vostri peccati e fatene accusa davanti a Dio. Lasciate che la vostra coscienza sia testimone contro di voi. Lasciate che la paura e l’amore di Dio siano i carnefici Santi per uccidere i vostri peccati con la spada della penitenza”. Molto diverso dalle sentenze dei tribunali terreni — che di solito finiscono con la condanna degli imputati, — questa auto-sentenza interna sarà la garanzia della vostra assoluzione ed il perdono dei peccati. “Ma per raggiungere questo scopo,” dice S. Giovanni Crisostomo, “tu devi procedere contro te stesso con rigore e precisione. Tu devi esaminare attentamente tutti i pensieri che hanno attraversato la tua mente, tutte le parole proferite dalla tua bocca e tutte le azioni che hai fatto; né per fare questo al meglio ci sarà un momento più adatto del vespro, quando ti metterai disteso sul tuo letto.” “Ma ricordate,” continua il Santo, “che questo esame non deve essere effettuato sulla vita in modo grossolano, passando cioè sopra lievi difetti notati in brevi momenti; perché bisogna tener conto rigoroso anche di questi, così che svuotato da questi, potete fronteggiare difetti ancor più gravi.” Questa quest’ultima attenzione dovrebbe essere ricordata soprattutto da coloro che sono un po’ più avanzati sulla strada della perfezione, e che possono essere considerati come già tra gli abituali, o i perfetti; per tali persone ogni colpa aumenta in grandezza; e, come osserva Sant’Isidoro, ciò che potrebbe essere definito un leggero difetto di un breve momento per un principiante, non può più essere chiamato un piccolo peccato in uno che ha progredito verso la perfezione; in tal caso ogni colpa, per quanto lieve, deve essere contabilizzata e ritenuta come grave. Se un ragazzo a scuola è colpevole di un errore grammaticale, egli è da compiangere; ma se il suo insegnante dovesse incorrere nello stesso errore, egli non merita nessuna compassione perché è tenuto ad essere perfetto o quasi perfetto, nella sua professione. Lo stesso vale per le persone spirituali. Quindi, si dovrebbe procedere nel loro autoesame con occhio particolarmente attento ed osservando ogni cosa, tenendo conto di ogni difetto; e, come dice San Isidoro, considerando che nulla può essere di lieve importanza nella condizione nella quale sono pervenuti. – 4) – In quarto luogo, l’esame deve essere seguito da un atto di dolore e di pentimento per i peccati che abbiamo commesso. “Se tu trovi,” dice San Giovanni Crisostomo, “che nel corso del giorno hai fatto qualche buona azione, devi renderne grazie a Dio; solo per suo dono tu infatti sei stato in grado di farlo. Ma se tu scopri difetti e peccati, li devi asciugare con lacrime di penitenza”. Questo dolore, per quanto possibile, è necessario che sia sincero e pieno di confusione verso l’interno e pieno di umiltà, come abbiamo visto in precedenza, trattando a proposito della confessione. L’autore del reato, a causa dei suoi difetti e della sua infedeltà a Dio, deve presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, come un figlio perverso ed ingrato si dovrebbe presentare davanti ad un padre affettuoso, e con sincera confusione dovrebbe dire con le parole di San Bernardo: “come posso essere così sfrontato da alzare gli occhi verso il volto di un padre così gentile, essendo, come io sono, un figlio così irrispettoso? Arrossisco per aver fatto cose indegne della mia condizione, per essermi dimostrato un figlio degenere verso un padre così buono. Deluso, fiumi di lacrime scorrono dai miei occhi; lasciate che la mia faccia sia coperta da confusione, il mio volto arrossisca di vergogna, e la mia anima sia oscurata da profonda umiliazione.” Il lettore può essere sicuro che quanto più questo dolore è umile e sincero, tanto più esso servirà ad eliminare dall’anima ogni contaminazione. – I Santi più grandi consigliano ad una persona devota che scopre nel suo esame qualche difetto degno di nota, di imporsi qualche penitenza in riparazione dell’errore che ha commesso e come misura precauzionale contro le recidive future. S. Giovanni Crisostomo dice: “lascia che la tua mente e tuoi pensieri siedano a giudicare l’anima tua. Guarda le tue azioni, estrapola i tuoi difetti ed a ciascuno di essi assegna un castigo mediante una penitenza proporzionata”. In relazione a questo argomento, Teodoreto riferisce, di tal monaco, di nome Eusebio, che durante la lettura del Santo Vangelo, si distrasse consentendo agli occhi ed alla mente di vagare osservando alcuni contadini che erano al lavoro nei campi vicini. Ricordando questa negligenza nel suo esame di coscienza, egli si impose, per l’errore che aveva commesso, la penitenza non solo di non guardare mai il campo che era stato l’occasione della sua colpevole distrazione, ma di non alzare mai più gli occhi al cielo. Ma dovendo egli percorrere un tragitto rettilineo, appena sufficientemente ampio da consentirgli il passaggio, attraverso il quale raggiungere la cappella e da qui tornare alla sua cella, non metteva mai i piedi fuori da quel vicolo stretto. E temendo che, alzando la testa, egli potesse accidentalmente alzare lo sguardo verso gli oggetti che aveva proibito ai suoi occhi di guardare, cosa ha fatto? Si è posto a mo’ di correzione una cintura di ferro intorno ai suoi lombi ed un collare di ferro al collo, fissati tra loro da una corta filiera, costringendosi così a rimanere sempre con la testa piegata in basso verso il suolo, in modo da essere incapace di vedere i campi o il cielo. Teodoreto di Cirro termina la sua narrazione osservando che in questo curioso castigo per la sua distrazione, il Monaco ha perseverato con grande mortificazione per tutti i quaranta anni che e’ sopravvissuto. – Non ho menzionato questo fatto per sostenere l’opinione che tali penitenze straordinarie siano da imitare, ma solo per mostrare che è stata sempre una usanza dei Santi di Dio l’imporsi qualche mortificazione come punizione per le colpe in cui capitava che cadessero. Naturalmente, nell’uso di tali penitenze, ognuno deve fare i conti con la sua forza fisica e spirituale, in modo da scegliere, su consiglio del suo direttore, la penitenza per lui possibile, senza forzare eccessivamente le proprie potenzialità, ma che lo aiuti a trattenersi e ad essere dissuaso dal ricadere. San Giovanni Crisostomo suggerisce molto tali penitenze discrete; come, per esempio, per le colpe della lingua, il recitare alcune preghiere; per gli sguardi non custoditi, di dare qualche elemosina, o osservare fugacemente cose e persone; per le spese folli, la compensazione mediante una maggiore parsimonia. E altrove, egli consiglia l’uso di bende in castigo delle nostre colpe, assicurandoci che lungi dal morire per queste afflizioni, noi vogliamo essere aiutati a sfuggire alla morte. Tale era la pratica di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che, dopo aver pianto le sue colpe nell’estasi, come già abbiamo accennato, si ritirava poi nella sua cella appartata e sottoponeva il proprio corpo ad una rigorosa disciplina. Se dovesse accadere, tuttavia, che qualcuno si dovesse vedere costretto ad infliggere su di sé dei bendaggi in ogni occasione, a causa della frequenza delle sue cadute, si potrà, almeno, alla sua solita disciplina, sommare alcuni poche pratiche aggiuntive, in proporzione ai peccati commessi. Se si è incapaci di procedere velocemente, si può negare a se stesso qualcosa durante i suoi pasti abituali come punizione delle sue trasgressioni: si può mortificare la lingua sfrenata facendo con essa il segno della Croce così tante volte sul pavimento: si può accompagnare la preghiera con la mortificazione, ponendo ad esempio, durante la recita, le mani sotto le ginocchia, o le braccia allargate a formare una croce; e poi tante altre penitenze secondo quanto la devozione e la compunzione di ognuno può suggerire. – 5) – In quinto luogo, dobbiamo imporsi un fermo proposito di non offendere Dio mai più. Questo scopo, osserva Giovanni Crisostomo, spesso citato da noi, dovrebbe essere raggiunto così efficacemente da infondere nell’anima un santo timore di non ricadere mai più nel peccato; così che, come una persona colpevole che sia stata severamente rimproverata, non possiamo permetterci di alzare la testa per la vergogna, ma tenendola abbassata, sempre teniamo a mente il rimprovero ricevuto. Al fine di essere di qualche utilità reale, questo scopo di emendamento deve penetrare fin nei particolari. Quelle passioni o affetti disordinati che ci hanno sviato, devono essere messi alla tortura, così da procurarci una vera contrizione; con il mezzo che precisamente deve colpirci per ottenere una buona risoluzione per non essere più assaliti o almeno, per subire attaccati di minor violenza. Per questo è di grande importanza procedere ad una eradicazione particolare e poi generale, con la risoluzione che i nostri vizi soliti siano superati, e lavorando a volte su questo e a volte sull’altro dei nostri altri difetti, rafforziamo in generale la volontà nella resistenza costante e generosa, prima verso l’una e poi verso l’altra delle nostre mancanze, e così, a lungo andare, poco a poco, possiamo sbarazzarci di ognuna di tutti loro. – Inoltre dobbiamo guardare alle origine delle nostre colpe; dobbiamo scandagliare le profondità della nostra anima, per scoprire la radice di queste erbacce maligne, in modo da essere in grado di estirparle dal nostro cuore. Quale utilità c’è nello scrollarsi di dosso le foglie o i rami di un albero che non porta frutto senza tagliarlo dalla base lasciandola nel terreno? Se non se ne sia distrutta la radice, tutto questo serve a nulla: l’albero sarà presto coperto da un fogliame di maggiore rigoglio che mai. Così anche le nostre risoluzioni non giungeranno al loro scopo fino a quando non abbiamo tagliato non le occasioni, ma le origini delle nostre colpe, per cui i nostri difetti continuamente torneranno a profanare le nostre anime, senza ottenere la risoluzione di non essere più colpevoli in futuro. Infine, l’esame di coscienza deve terminare con un Padre nostro, un’Ave Maria ed una fervida preghiera a Dio per ottenere la grazia di non offenderLo mai più e di realizzare in pratica tutto ciò che avremmo promesso di fare, ricordando che in ogni caso non possiamo fare nulla senza l’aiuto di Dio.

CAPITOLO IV.

Sull’esame particolare. Suoi vantaggi per il raggiungimento della perfezione. Il metodo per farlo.

È impossibile superare tutte in una volta le passioni che si agitano in noi: sradicare con uno sforzo solo tutto i vizi radicati nella nostra anima e nello stesso tempo giungere ad una modifica completa della nostra condotta. Quindi Cassiano, con tutti gli altri maestri di vita spirituale, insegna che nel correggere le nostre cattive abitudini, dobbiamo procedere metodicamente. Dobbiamo primariamente considerare la nostra passione predominante ed essere determinati a lottare contro di essa con tutta le forze della nostra anima. Contro questo vizio o passione, continua Cassiano, contro il nostro principale nemico, dobbiamo usare tutte le nostre armi; vale a dire tutte le nostre meditazioni, i nostri buoni propositi, le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre lacrime: tutti i nostri sforzi, in breve, al fine di conquistarla, per batterla e disperderla. Ora, perché tutto questo se non per fare l’esame particolare di cui parleremo ora? Esso infatti consiste in nient’altro che nello scoprire qual sia la nostra passione predominante e quali le colpe di cui siamo maggiormente responsabili per poter impostare un efficace lavoro su di esse, sradicarle con gli esami particolari e gli speciali pii dispositivi, come ci accingiamo ora a mostrare. – Non appena saremo riusciti a superare una passione, o a correggerci di qualche difetto particolare, dovremmo passare successivamente ad un altro e poi un altro ancora, man mano; così, poco a poco, questa “lavorio” spirituale ci aiuterà a salire al culmine della perfezione. La cima di una torre alta non viene raggiunta con un unico balzo, ma per mezzo di passaggi successivi. Quando uno vuole salire in cima, si inizia dal primo gradino della scala, cominciando a lasciare la terra sotto di sé per avvicinarsi al vertice. Si passa quindi al secondo, al terzo, al quarto passo e così via; e più aumenta la sua distanza dal livello del suolo, più ci si avvicina al vertice in alto; e più in alto si monta — continuando a lasciare ulteriormente dietro di sé la base della torre — più ci si avvicina alla cima dell’edificio. Così facendo, potremmo noi, mediante l’esame particolare, liberarci in questo mese di un peccato, nel prossimo sottomettere qualche passione e, dopo sei mesi, sforzandosi, sradicare completamente qualche abitudine viziosa; procedendo ulteriormente lasceremo sempre più lontano lo stato infimo, abietto ed imperfetto, avvicinandoci sempre più al vertice della perfezione. Questa dinamica è presa in prestito da Giovanni Crisostomo, che prende a modello coma figura di questo progresso graduale nella perfezione, per mezzo della correzione di qualche difetto e l’acquisizione di alcune virtù, la ben nota scala del sogno di Giacobbe, scala che dalla terra raggiunge il cielo permettendo di salirne i gradini mediante successivi e progressivi miglioramenti. – E, cosa che è veramente ammirevole, anche i filosofi pagani — se per nostra istruzione o a nostra confusione, non saprei — hanno adottato pratiche simili a quelle che ora sto spiegando, ai fini proprio di un perfetto emendamento. Ascoltate ciò che riferisce Plutarco di se stesso: “essendo un amante della mansuetudine non meno della saggezza, sono determinato in me a trascorrere alcuni giorni senza cedere alla rabbia; proprio come nel caso dovessi decidere di astenermi dall’ubriachezza e dal vino, come è consuetudine in alcune feste, dove è vietato l’uso di questa bevanda. Ho continuato in successione ad esercitare sforzi notevoli per uno o due mesi, facendo brevi prove della mia forza. Così, nel corso del tempo, sono giunto ad imprecare con maggiore difficoltà e fastidio, essendo in grado di mantenere la mia padronanza su me stesso, sì da mantenere la calma, mostrandomi gentile e privo di ogni rabbia. Con questi mezzi mi sono tenuto senza macchiarmi con cattive parole, svilendo le azioni e le cupidigie spudorate che, solo per una gratificazione passeggera, lasciano l’anima trafitta da un profondo rimorso ed uno struggente rimpianto.” – Ora, questi congegni, se riflettiamo un po’ su di essi, sono proprio quelli impliciti nell’esame particolare di cui ora stiamo discorrendo, il cui oggetto è quello di frenare le nostre passioni, sradicare i nostri vizi ed impiantare all’interno dell’anima la perfezione cristiana; cosa che sarà più chiaramente stabilita nel paragrafo seguente. E se un filosofo, con la sola luce della sua ragione naturale, era in grado di scoprire l’efficacia di questo mezzo in relazione all’emendamento della sua vita e lo praticava con tale costanza, quanto più volentieri dovrebbe esso essere abbracciato da un cristiano che ha la luce della fede e l’esempio di tanti Santi e creature spirituali che procedono su questa strada, potendo così raggiungere la perfezione come e più di un pagano che mira ad ottenere una modifica della sua vita. – Veniamo ora alla parte pratica di questo esercizio molto utile. Essa comprende, come possiamo imparare da quel libro d’oro degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, cinque atti distinti. Primo: Al sorgere del mattino, dobbiamo prefiggerci uno scopo costante e forte per evitare l’errore che abbiamo intenzione di correggere mediante l’esame particolare; e questo scopo deve essere rinnovato con serietà nel tempo della meditazione; perché, come dice Thomas a Kempis, “il nostro progresso spirituale è proporzionata al nostro buon proposito”. In secondo luogo: Se ci capita di cadere durante il giorno, noi dobbiamo porre le mani sui nostri cuori e fare un atto di dolore, con la determinazione di essere più vigili per il futuro. Era usanza dei monaci dei tempi antichi annotare le loro colpe non appena le avevano commesse. S. Giovanni Climaco racconta, che dopo aver visitato un monastero della più rigorosa e austera osservanza, vide che il monaco a capo del refettorio, aveva un piccolo libro appeso alla cintura; chiedendogli per cosa venisse utilizzato, il monaco rispose che gli serviva per annotare i pensieri che passavano nella sua mente; e, aggiunge il Santo, da quello che ho potuto osservare tra il resto della fratellanza, ho compreso che questa era l’usanza del maggior numero di loro. Egli conclude con queste lodevoli parole: “Egli è come un buon banchiere spirituale che ogni notte raggiunge l’equilibrio tra le perdite ed i guadagni di ogni giorno. Ma perché questo possa essere fatto con precisione, è necessario prendere nota, ora per ora, dei profitti e delle perdite, del risultato cioè del nostro traffico giornaliero spirituale.” Alcuni, al fine di essere in grado di mantenere più facilmente e regolarmente questo impegno, portano con loro, ben nascosto alla vista altrui, una stringa di perline, su cui registrano i loro difetti come man mano si presentano loro. Con questi mezzi possono tenere un conto esatto dei loro errori senza attirare l’attenzione di altri, o magari fanno ricorso alla propria memoria. In terzo luogo: Di notte, quando facciamo l’esame generale di tutta la giornata, dovremmo prendere nota speciale della colpa che ci proponiamo di sradicare mediante l’esame particolare; questo rende speciale l’atto di contrizione per le nostre mancanze così da rinnovare i nostri buoni propositi con maggiore serietà: dovremmo quindi annotarli su un piccolo pezzo di carta, o in un libricino. S. Ignazio ci offre un modello di queste notazioni. Egli ci suggerisce di disegnare su un foglio di carta alcune linee di lunghezza diversa, la precedente più lunga di quella seguente: su quelle più lunghe annotiamo le colpe commesse nei giorni precedenti della settimana: accorciano le linee che corrispondono alla settimane seguenti gradualmente, supponendo che stiamo migliorando e di conseguenza diminuendo ogni giorno il numero delle nostre colpe. – In quarto luogo: dopo aver trascorso un paio di settimane, dovremmo esaminare il nostro giornale o libro, per vedere il numero di volte nelle quali siamo caduti ogni giorno, confrontando giorno con giorno, settimana con settimana e con attenzione, tenendo conto dei nostri progressi o determinazioni, come insegna S. Giovanni Crisostomo. Se troviamo che c’è stato un miglioramento, dobbiamo rendere grazie a Dio e impegnarci con il cuore a lottare più intensamente anche dopo il nostro emendamento pieno e completo. Dobbiamo tuttavia scoprire anche il caso in cui non ci sia stato alcun emendamento, e che siamo forse persino andati indietro, per determinarci ad impiegare dei mezzi supplementari; così, per esempio, dobbiamo essere più vigili su di noi, fare più frequente ricorso a Dio con la preghiera, fare uso di qualche penitenza corporale, in modo tale da poter muovere il cuore di Dio a concederci una assistenza più potente ed efficace ed aiutarci così a superare la nostra debolezza, … e altre cose di questa genere. –  In quinto luogo: Noi dovremmo inoltre imporre qualche mortificazione a noi stessi, in relazione alla frequenza delle nostre mancanze. È stato già osservato, che questo rimedio deve essere applicato ad ogni importante trasgressione e si può anche aggiungere come mezzo particolarmente adatto a sradicare, mediante la penitenza, quei difetti sui quali è fatto l’esame particolare, e che costituiscono il nostro oggetto principale. In conclusione possiamo sostenere questo, sull’esempio di S. Ignazio, quel grande maestro di vita spirituale: nel venir meno la salute, a causa dell’avanzamento negli anni, essendo stato per lungo tempo arricchito da Dio con tanti doni soprannaturali e volendo, per così dire, consumarsi in tutta la perfezione, egli ha ancora e sempre fatto il suo esame particolare e tenuto presso di lui dei fogli sui quali annotava i suoi fallimenti; neppure in tarda età, e fin’anche al suo ultimo respiro, egli ha omesso mai questa pratica utile e sacrosanta; dopo la sua morte, questo libro è stato ritrovato sotto il suo cuscino, lasciato lì come se fosse il testamento di un morente a tutte le persone devote perché non trascurassero mai una pratica di così grande efficacia per la modifica della loro vita e per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO V.

Consigli pratici ai direttori sul tema in considerazione.

Primo suggerimento. Riguardo all’uso dell’esame di coscienza quotidiano, ogni direttore verificherà due riflessioni: primo, che questo esercizio possa essere attuato da chiunque, anche da parte di coloro che non ne hanno dimestichezza e sono scarsamente educati nell’uso di altre pratiche religiose, come la meditazione e la lettura di libri spirituali. Ognuno è in grado di andare a confessarsi ed è quindi in grado anche di praticare l’esame di coscienza ogni giorno e piangere sulle proprie colpe. In secondo luogo, che nessuna singola persona dovrebbe mai ritenersi dispensato dal fare questo esame. Non sto parlando solo di coloro che aspirano alla perfezione, ma anche di coloro che professano la semplice fede, poiché si tratta di uno strumento importante non solo per garantire la perfezione, ma la salvezza stessa delle nostre anime. Non sia il direttore superficiale nel credere a questa verità, basta che egli rifletta solo sulla naturale tendenza di tutte le cose umane a deteriorarsi e alla fine a perire e ad annullarsi a meno che non siano costantemente riparate. Un edificio che abbia fuori uso alcune parti, se non viene frequentemente messo in ristrutturazione, non durerà a lungo ed finirà per essere ridotto ad un cumulo di mattoni. Una fattoria tenderà a deteriorarsi se il suolo non venga generosamente arricchito, altrimenti il tutto diventerà alla fine un cumulo di rifiuti. Un indumento che si indossi ogni giorno, subirà delle inevitabili lacerazioni pur minime che, qualora non siano riparate, lo renderanno uno straccio per la raccolta. Ora, sono tante le tipologie delle nostre anime, ma è talmente forte la violenza con cui le nostre passioni ci inclinano al male; così potenti sono gli incitamenti del diavolo che ci spinge a ciò che è sbagliato; tante sono le occasioni pericolose che ci inducono a peccare, che è impossibile per le nostre anime — esposte come sono a così tanti assalti — il non cadere, il non cedere occasionalmente a così tante fascinazioni ed il non scendere gradualmente verso il basso, verso la grande rovina delle nostre anime. Se tali perdite non sono ogni giorno riparate da un esame di coscienza ben fatto, con pentimento e relativo rinnovo dei buoni propositi, può accadere che noi possiamo diventare disorganizzati a tal punto da perire alla lunga miseramente, come in effetti accade ogni giorno con quei cristiani sbadati che non si avvalgono di questi mezzi. Il direttore cercherà, quindi, con uno sforzo Santo di inculcare questa pratica così vantaggiosa in tutti i suoi penitenti a qualunque classe possano essi appartenere. San Gregorio Magno spiega, mediante un paragone con la nostra vita corporale, il decadimento che quotidianamente si svolge nelle nostre anime e la necessità che c’è di fare buoni propositi di lacrime, di pentimento e di esame di coscienza. “I nostri corpi,” egli scrive, “sviluppano un decadimento insensibilmente, senza che noi possiamo percepirlo. Chi ha mai visto l’allungamento graduale e la crescita del corpo di un bambino in giovane età? Chi ha mai visto le membra di un uomo vecchio contrarsi e diventare decrepite e rimpicciolite? Chi è mai consapevole della crescita o del decadimento del proprio corpo? Gradualmente ed impercettibilmente i capelli diventano bianchi, la carne si raggrinza in rughe, gli arti si indeboliscono, il corpo diventa piegato e tutto l’insieme, senza che ce ne avvediamo, va lentamente deperendo fino a consumarsi. “Così, purtroppo,” va avanti il santo dottore, “lo spirito dentro di noi accrescere il suo decadimento senza che ne siamo coscienti; e così come anche le persone devote e diligenti, avanzano in virtù senza avvedersene, così le anime dei negligenti e dei pigri che, non tenendo conto giornaliero dei loro miglioramenti o peggioramenti, continueranno ad affondare verso il basso e a cadere nel disordine, senza che possano percepirlo”. “Quindi,” lo stesso santo Pontefice conclude, “spesso dobbiamo guardare in noi stessi; spesso la nostra coscienza deve esaminarsi e col pentimento sforzarsi di rinnovarsi per riconquistare il nostro stato migliore.” Ripeto, quindi, se un direttore agisce con zelo per la salvezza delle anime delle persone che si sono affidate alle sue cure, egli non mancherà di inculcare l’uso del quotidiano esame di coscienza. – Secondo suggerimento. L’insegnamento dei Santi, come è stato sottolineato già nei capitoli precedenti, è tale che questo esame di coscienza dovrebbe essere effettuato due volte al giorno, mattina e sera. Nelle prove che ne abbiamo riportato da S. Ephrem, S. Doroteo, S. Bernardo, i fondatori di ordini religiosi, seguendo gli insegnamenti dei Santi, lo hanno imposto come regola nelle associazioni dei loro seguaci. Ma, siccome al direttore può essere impossibile ottenere da ognuno questo doppio esame di coscienza, egli deve almeno fare attenzione che nessuno dei suoi penitenti lo ometta prima di coricarsi per riposare, essendo la fine della giornata il momento più adatto per esaminare la nostra coscienza e valutare tutto ciò che abbiamo fatto; infatti il buio stesso e la quiete della notte sono favorevoli per l’attenzione ed il raccoglimento, e di conseguenza per il pentimento per le nostre colpe. Il penitente dovrebbe essere poi così attento, da permettersi un esame attento e diligente, tale da sforzarsi di gettare uno sguardo almeno sugli ultimi giorni, per vedere quali siano le più gravi carenze che si gli presentano contemporaneamente alla mente per poterle emendare efficacemente con un atto di contrizione. Questo servirà non solo per pulire ancora una volta la coscienza dalle sue macchie, ma per renderla più attentamente custodita nel giorno successivo. Eviterà così un destino che è purtroppo molto comune a molti fedeli che, dopo aver iniziato una volta con l’intraprendere una strada sbagliata, gettano poi le redini — diciamo così — sul collo delle loro passioni, andando sempre più sprofondando nel peccato, senza ritegno e senza rimorso. Se il penitente si rifiuta di fare anche questa semplice azione, egli deve allora riconoscere che tiene davvero molto poco alla sua salvezza eterna. Proprio come un commerciante che, non riuscendo mai a trovare un equilibrio tra le sue entrate e le uscite, dà un chiaro segno di essere indifferente a guadagnare o perdere soldi. 3) – Terzo suggerimento. L’esame particolare può essere proposto a persone che, liberate dai legami di gravi peccati, iniziano ad aspirare alla perfezione, essendo questo l’aiuto più efficace per il suo raggiungimento. Per garantire questo risultato, tuttavia, il direttore deve proporre l’oggetto su cui l’esame dovrà essere effettuato. Occorrerà quindi anche osservare, nel resoconto dello stato di coscienza che ha ascoltato dai penitenti, qual sia la passione predominante in ciascuno, così come la colpa più frequente e quindi l’ostacolo maggiore frapposto al suo progresso nello spirito; farà allora gli in modo da dirigere ciascuno nel fare il suo esame particolare essenzialmente su tale punto, prima di continuare ad istruire ognuno sul modo corretto di espletarlo secondo il metodo che abbiamo illustrato dettagliatamente sopra. Tuttavia, è bene fargli notare che, tra i vari difetti rilevati, è meglio iniziare con la correzione di quello più evidente esternamente, poiché questo può costituire comunemente occasione di scandalo, o almeno di scarsa edificazione, nei confronti del prossimo, ed anche perché essi sono più facilmente corretti rispetto ai difetti interiori, che sono radicati nelle nostre anime e sono, per così dire, parte della nostra natura. La comune prudenza impone che sia meglio iniziare con compiti più facili e semplici così da renderli un trampolino di lancio per imprese più ardue e difficili. – Quarto suggerimento. Il direttore dovrebbe impegnare i suoi penitenti nel rendersi conto dei progressi compiuti nell’ambito dei loro esami particolari. Egli stesso dovrebbe poi imporre le mortificazioni e le penitenze da eseguirsi in espiazione delle colpe che ognuno può aver commesso, e dovrebbe suggerire i mezzi da impiegare al fine di garantire una vittoria più ampia e solida. Ma se dovesse scoprire un notevole deterioramento o una colpevole disattenzione, egli può, a volte, per punizione della negligenza, privare il penitente della Santa Comunione, quando naturalmente, la persona stessa possegga virtù sufficienti a sopportarne la privazione con calma ed umiltà. Dranelius ci riferisce che tra alcune nazioni indiane, i maestri di quei giovani che si applicavano all’acquisizione della saggezza, giunta la sera, e prima che gli alunni stessi sedessero per i loro pasti, esigevano un resoconto accurato delle loro buone azioni durante il giorno, e quando scoprivano che essi erano stati disinteressati nell’ottenere progressi, li mandavano a letto digiuni, in modo che il giorno successivo potessero essere più diligenti nel perseguire la virtù. Un simile metodo rapido, nel nostro caso però spirituale, può essere a volte imposto ai nostri penitenti quando si percepisce che siano incuranti nei progressi, e soprattutto nel modificare una colpa per la quale l’esame particolare sarebbe stato efficace nell’aiutarli con facilità a superarla. – Il direttore deve applicare ulteriore attenzione nel timore che, invece di essere per i suoi penitenti un mezzo di miglioramento, l’esame particolare diventi per essi una fonte molto pregiudizievole per l’inquietudine che si potrebbe generare, come spesso accade nel caso delle donne di natura timida, e più specialmente quando a questa timidezza naturale si aggiungono le suggestioni suggerite dal diavolo. Così infatti, visto che, nonostante i loro esami così frequenti non avanzino che poco (almeno in confronto a quello che poteva essere il risultato sperato), e che tendono nuovamente a cadere sempre negli stessi difetti, potrebbero perdersi d’animo e cominciare a pensare che la perfezione per loro sia irraggiungibile, il direttore sarà pronto a deviare dalle loro menti questi allarmi ingiustificati. Egli insegnerà loro ad umiliarsi ma nella pace, per non perdere coraggio alla vista della loro fragilità, e di mettere così tutta la loro fiducia in Dio. Egli ricorderà loro che Dio permette queste ricadute e che le stesse passioni prevalgano su di loro, in modo che riconoscano e provino quanto grande sia la propria miseria, proponendosi in tutta umiltà, di diffidare di se stessi, e guardare unicamente a Dio per la loro liberazione con l’implorazione fatta con la massima fiducia. Egli farà loro capire che se noi dobbiamo fare la nostra parte con la massima serietà per sradicare i nostri difetti e superare le nostre passioni, la vittoria è però un dono di Dio che viene elargito con mani generose, e che bisogna trattenersi dal perdersi d’animo e dallo scoraggiarsi, non perdendo la sfiducia in se stessi, confidando però in Lui solo.

Rispetto umano

 

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Rispetto umano

[E. Barbier: “I tesori di Cornelio Alapide”]

1. Il rispetto umano è una schiavitù. — 2. Il rispetto umano è una vigliacca debolezza. — 3. Il rispetto umano è uno scandalo. — 4. Che cosa vi è di disordinato nel rispetto umano. — 5. Donde viene il rispetto umano e necessità di disprezzarlo. — 6. Fa un atto di coraggio chi vince il rispetto umano.

1 . IL RISPETTO UMANO È UNA SCHIAVITÙ. — Quale atto più servile che quello di ridurre e di costringere se medesimo alla necessità di conformare la propria religione al capriccio altrui? di praticarla, non più secondo le norme del Vangelo, ma secondo le esigenze degli altri? di non adempiere i propri doveri, se non nella misura voluta dal mondo? di non essere cristiano, se non a talento di chi ci vede? S. Agostino condanna i savi del paganesimo, i quali mentre con la ragione vedevano un Dio unico, per rispetto umano si piegavano ad adorarne molti. E in forza di un altro rispetto umano, il cristiano vigliacco non serve al Dio che conosce e nel quale crede: quelli erano superstiziosi e idolatri; questo diviene oggidì, per rispetto umano, infedele ed empio. Quelli, per non esporsi all’odio dei popoli, praticavano all’esteriore quello che internamente ripudiavano, adoravano quello che disprezzavano, professavano quello che detestavano: — Colebant quod reprehendebant, agebant quod arguebant, quod culpabant adorabant (De Civit. Dei). E noi, per evitare le censure degli uomini, per una vile dipendenza dalle vane usanze e dalle massime corrotte del secolo, noi disonoriamo quello che professiamo, profaniamo quello che riveriamo, bestemmiano, se se non con la bocca, con le opere, non già, come diceva l’Apostolo, quello che ignoriamo, ma quello che sappiamo e riconosciamo. I pagani contraffacevano i divoti, scrive Bourdalone, e noi cristiani ci facciamo scimmie degli atei. La finzione di quelli non riguardava che false divinità, e quindi non era più che una finzione; presso di noi al contrario, la finzione riferendosi al culto del vero Dio, diventa un’abominevole impostura (Sermoni sur le respect hum.). – Ora, il fare così non è un rendersi schiavi, e proprio in quello in cui siamo meno scusabili, perché si tratta dell’anima e dell’eternità?… Nati liberi, tali dobbiamo inviolabilmente mantenerci per Iddio, cui si deve culto, fede, rispetto, adorazione, riconoscenza, amore…

2 – IL RISPETTO UMANO È UNA VIGLIACCA DEBOLEZZA. — La notte della Passione del Salvatore, la portinaia della casa di Caifa, disse a Pietro: « Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo? ed egli rispose: No » — “Dicit Petro ancilla ostiaria: Numquid et tu ex discipulis es hominis istius? Dicit ille: Non sum” (IOANN. XVIII, 17) . Ecco la debolezza vigliacca del rispetto umano. Qui si è avverato, come si avvera sempre in simili casi, quel detto dei Proverbi: « Chi teme l’uomo, non tarda a cadere » — “Qui timet hominem, cito corruet (Prov. XXIX , 25); e quell’altro del Salmista: « Non invocarono il Signore; quindi tremarono di spavento dove non c’era punto nulla da temere » — Deum non invocaverunt; illic trepidaverunt, ubi non erat timor (Psalm. LII, 6). La persona che si lascia vincere dal rispetto umano, teme quello che non è da temere, e non teme quello che bisogna temere… Che viltà, per esempio, non osare dimostrarsi cristiano per un semplice segno di croce! Il segno del cristiano non è forse la croce? Non è forse la croce, dice S. Agostino, che benedice e l’acqua che ci rigenera, e il sacrificio che ci nutrisce, e la santa unzione che ci fortifica? (Tract. CXVIII, in Ioann.). – Avete voi dimenticato che della croce furono segnate le vostre fronti, quando foste confermati dallo Spirito Santo? Perché segnarvela in fronte? Non forse perché su la fronte è la sede del pudore? Sì certo; Gesù Cristo volle armare con la croce, la nostra fronte contro quella falsa e misera vergogna del rispetto umano, che ci fa arrossire di cose che gli uomini chiamano piccole, ma che sono grandi innanzi a Dio. Cosa indegna e vile è il rispetto umano, e non ve n’è altra che tanto degradi, abbassi e disonori l’uomo… Colui che ne è schiavo, non merita più il nome di uomo, ma il suo luogo è tra le banderuole che segnano la direzione dei venti; poiché non sa fare altro che questo… Una tale persona è sommamente spregevole… Che cosa è la che trattiene? un motto, un sarcasmo, una beffa, un segno… Oh! che piccolezza di spirito, che viltà di cuore! Ne arrossiamo noi medesimi in segreto, e non ci sentiamo l’animo di superare simili bagattelle!… Cerchiamo pure di nascondere e di orpellare con altri nomi questa fiacchezza, questa viltà, ma invano… Noi temiamo le censure del mondo, degli increduli, degli empi, degli ignoranti, degli accidiosi, dei dissoluti… Noi temiamo di acquistarci nome di spiriti deboli e pregiudicati, se pratichiamo la religione; e non vediamo che somma debolezza è non praticarla. Qual cosa più vergognosa e più degradante, che la vergogna di comparire quello che si deve essere? Siamo canzonati; ma cosa vi è di più frivolo che le beffe? Chi è che si burla di noi? quale ne è il merito, il credito, la scienza, la virtù?… E noi osiamo vantarci coraggiosi, di animo grande, di carattere generoso? Codardia odiosa è il rispetto umano. Noi apparteniamo a Dio per tutti i titoli, per la creazione, la redenzione, la santificazione, la conservazione, e arrossiamo di servire Dio! … Il soldato si vergogna di servire il suo re! Di difendere la patria! … Noi ci adontiamo della religione, della virtù! cioè, ci vergogniamo di essere creati ad immagine di Dio, di essere stati redenti col suo sangue; noi arrossiamo di ciò che forma la gloria degli Apostoli, dei martiri, dei dottori, dei pontefici, dei confessori, delle vergini. Noi abbiamo vergogna di chiamare Dio nostro padre, d i essere suoi figli, di lavorare alla nostra salute, di andare al cielo! Quale stupidaggine e follia! o codarda debolezza, che non merita né indulgenza, né perdono!

3. IL RISPETTO UMANO È UNO SCANDALO. — Il rispetto umano è uno scandalo ingiurioso a Dio, perché ne abbatte il culto… Scandalo che facilmente si comunica, essendo gli uomini molto proclivi a dire ciò che odono…; a fare quello che vedono farsi dagli altri … Ma è sopratutto uno scandalo affliggente, dannosissimo nei r icchi, nei potenti, nei dotti.

4. CHE COSA VI È DI DISORDINATO NEL RISPETTO UMANO. — Primo disordine del rispetto umano: distrugge l’amore di preferenza che dobbiamo a Dio, il che è un annientare tutta la religione. Sacro dovere di ogni persona è preferire Dio alla creatura; ora, il rispetto umano fa anteporre la creatura al Creatore; e da ciò appunto questo vizio prende il suo nome che è disonorante come lo stesso vizio. Perché, infatti, lo chiamiamo rispetto umano? certamente non per altro motivo, se non perché ci fa preferire la creatura invece del Creatore. Da un lato mi comanda Iddio, dall’altro mi comanda il mondo; ed io per non dispiacere alla creatura, a lei obbedisco a scorno di Dio e a detrimento della mia salute; con disprezzo di Dio e dei miei più sacri doveri… Per piacere all’uomo, divengo ribelle a Dio. E allora, addio religione… – Secondo disordine del rispetto umano: getta l’uomo in una specie di apostasia. Quante irriverenze nel luogo santo, per paura d i comparire ipocrita o bigotto!… L’altare non diventa forse, per lo schiavo del rispetto umano, l’ara del Dio sconosciuto?….. non è anzi da lui disprezzato, disonorato, rinnegato? Gli Ateniesi onoravano il vero Dio senza conoscerlo; costui conosce il vero Dio, e lo dimentica, lo vilipende… Terzo disordine del rispetto umano: rende inutili le più preziose grazie di Dio. Un tale, per esempio, sente in sé desideri e disposizioni ad una vita più ordinata, ma il rispetto umano li soffoca e riduce all’impotenza… Vorrebbe un altro convertirsi, confessarsi, accostarsi alla santa Eucaristia; pregare, santificare le feste, essere in una parola, veramente e apertamente lo arresta, l’inceppa, lo impietrisce… Si vorrebbe fare il bene e adempiere tutti i doveri di buon cristiano, ma si vorrebbe che il mondo non se ne accorgesse… Si esce di chiesa, si parte dalla predica ben persuasi, ben convinti, e risolutamente determinati a fare quello che si è udito, ma ecco il rispetto umano che fa barriera insormontabile alle buone risoluzioni, manda a monte ogni anche ottimo provvedimento già preso… E così tutte le più elette grazie cadono vane sotto il peso di questa vigliacca debolezza prodotta dal rispetto umano…

5. DONDE VIENE IL RISPETTO UMANO E NECESSITÀ DI DEPREZZARLO.    — Il Vangelo, parlando dei progressi che faceva la dottrina di Gesù negli animi, dice che anche parecchi fra i primari e i maggiorenti dei Giudei credettero in Gesù Cristo, ma nota che non ne facevano professione esteriore, temendo che i farisei li scacciassero dalle sinagoghe; poiché stava loro più a cuore la lode degli uomini, che la gloria di Dio: — Ex principibus multi crediderunt in eum; sed propter pharisaeos, non confltebantur, ut e sinagoga non eiicerentur. Dilexerunt enim gloriam hominum magis quam gloriam Dei (IOANN. XII, 42-43). Ora tutti quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano, non sono essi guidati da simili motivi? … O sì, questi sono la vera sorgente del rispetto umano!… Si temono le osservazioni, gli appunti, le critiche degli uomini! … Ora perché non abbiamo noi i sentimenti di S. Agostino e non diciamo con lui: « Fate pure di me quel giudizio che più vi garba; per me tutto il mio desiderio è che la mia coscienza non mi accusi innanzi a Dio » . [“Senti de Augustino quidquid libet, sola me conscientia in oculis Dei non aecuset” (Cantra Secundin. 1. I, e. I)]. – È necessità indeclinabile per il fedele, il calpestare il rispetto umano. -« Bisogna credere col cuore per ottenere la giustificazione, scrive il grande Apostolo, ma per arrivare alla salvezza ci vuole la confessione della bocca » — Corde creditur a d i u s t i t i a m , ore a u t em confessio flt a d salutem (Rom. X, 10); e al suo discepolo Timoteo inculcava che non si vergognasse di rendere testimonianza al Signore Gesù Cristo e non arrossisse di lui, Paolo, schiavo del medesimo Gesù; ma soffrisse con lui per l’Evangelo, secondo la forza che gliene veniva da Dio: — Noli erubescere testimonium Domini nostri, neque me vinctum eius; sed collabora Evangelio secundum virtutem Dei ( II , II, 8 ). Poi, parlando di se medesimo ai Galati poteva dire con la fronte alta: « Di chi cerco io l’approvazione? degli uomini o di Dio? Forse che mi studio di piacere agli uomini? Se piacessi ancora al mondo, non sarei servo di Dio? » — “Modo hominibus suadeo; an Deo? An quaero hominibus piacere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem” (Gal. I, 10). « No, dice altrove questo grande Apostolo, io non arrossisco del Vangelo » — “Non erubesco Evangelium” (Rom. I, 16 ); « e poco m’importa del giudizio che voi od altri facciate di me » — “Mihi pro minimo est ut a vobis iudicer aut ab humano die” ( I Cor. IV, 3). Non meno chiaramente del discepolo, già aveva parlato il maestro, perché parole formali di Gesù Cristo sono le seguenti: « Se alcuno si vergognerà di me e della mia dottrina, il Figliuolo dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà circondato della sua maestà e di quella del Padre, e degli Angeli santi ». — Qui me erubuerit, et meos sermones, huno Filius hominis erubescet, cum venerit in maiestate sua, et Patris, et sanctorum angelorum (Luc. IX, 26) . E poi di nuovo: « Chi mi avrà rinnegato dinanzi agli uomini, sarà pure rinnegato da me in faccia al Padre mio che è nei cieli » — Qui negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in coelis est (MATTH. X, 33) . Ascoltiamo dunque l’avviso d’Isaia e non spaventiamoci dell’obbrobrio e delle bestemmie degli uomini: — “Nolite timere opprobrium hominum, et blasphemias eorum ne mutuati” (Is. LI, 7).

6. FA UN ATTO DI CORAGGIO CHI VINCE I L RISPETTO UMANO. — « È gloria grande seguire il Signore, dice il Savio; da lui si avrà lunghezza di giorni » — “Gloria magna est sequi Dominum: longitudo dierum assumetur ab eo” (Eccli. XXIII, 38) . « Perché non rinnegarono il Cristo, scrive S. Agostino, passarono da questo mondo al Padre celeste: confessandolo, meritarono la corona di vita, e la tengono per sempre ». [“Quia Christum non negaverunt, transierunt de hoc mundo ad Patrem; confitendo, coronam promerentes, et vifcam sine fine tenentes” (In Eccli.)]. – Che cosa fece mai di così grande, il buon ladrone, domanda S. Giovanni Crisostomo, di andare così presto in cielo? Volete voi che vi dica in due parole la sua virtù? Udite: mentre Pietro rinnegava Gesù Cristo ai piedi della croce, allora egli Lo confessava pubblicamente su la croce. Il discepolo non ebbe coraggio di sopportare le minacce di una vile fantesca; ma il ladrone vedendo intorno a sé tutto il popolo che urlava, schiamazzava, bestemmiava contro il Cristo, non tenne in nessun conto tutto quel baccano; non si fermò alle umiliazioni presenti del crocifìsso, ma veduto tutto cogli occhi della fede, non badando alle illusioni esteriori, calpestando ogni rispetto umano, riconosceva nel paziente il Signore dei cieli, e a lui sottomettendo le facoltà dell’anima sua, ad alta voce e senza paura di essere burlato, esclamava: Signore, ricordatevi di me, giunto che sarete al vostro regno (Homil. de Cruce et latrone). E in ricompensa della sua viva fede, del suo coraggio nel confessarlo in faccia a tutta la folla, senza badare a rispetto umano, ebbe la dolce ventura di udirsi rivolgere dalla bocca medesima di Gesù Cristo quelle consolanti parole: « Oggi sarai con me in paradiso — Hodie mecum eris in paradiso (Luc. XXIII, 43). La forza, la grazia, la salute, la gloria, stanno nel disprezzo del rispetto umano… Chi si mette sotto i piedi il rispetto umano, è padrone di sé, del mondo, di tutte le creature, del cielo, di Dio medesimo… Il cristiano coraggioso non arrossisce mai di Dio, né della sua religione… In questo coraggio sta la vera gloria… Esso salvò la Maddalena, il pubblicano, il prodigo, il buon ladrone. Se essi avessero dato ascolto al rispetto umano, sarebbero tutti perduti; lo disprezzarono, sono lodati da Gesù e resi gloriosi… I Santi, i più eccellenti personaggi di tutti i secoli, tali divennero perché, disprezzando il rispetto umano, camminarono diritti alla loro via … Imitiamoli … « Se noi soffriamo con Gesù, dice S. Paolo, regneremo con Lui; se Lo rinneghiamo, anch’Egli ci rinnegherà » — “Si sustinebimus et conregnabimus; si negaverimus et ille negabit nos” ( II Tim. II, 12). « Essi ebbero timore di ciò che non dovevano temere, dice il Profeta, e il Signore spezzerà le ossa di quelli che cercano di piacere agli uomini; furono coperti di confusione, perchè Iddio li ha disprezzati » — “illic trepidaverunt ubi non erat timor, Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent; confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos (Psalm. LII, 6 – 7). Ecco un triplice castigo per quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano per incontrare il genio del mondo: 1° il rompimento delle ossa, cioè la perdita della vita, della felicità, della pace, della salute; 2° la confusione, l’ignominia, la perdita della gloria; 3° il disprezzo di Dio e la riprovazione.

SILENZIO

SILENZIO

[E. Barbier: i tesori di Cornelio Alapide]

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.1. – Necessità del silenzio. – 2. Gesù Cristo, i Santi, la natura intera ci insegnano il silenzio. — 3. Eccellenza e vantaggi del silenzio. — 4. Varie sorta di silenzio.

NECESSITÀ DEL SILENZIO. « Tacete voi che abitate l’isola », che siete appartati dal mondo, dice Isaia: — “Tacete qui habitatis in insula” (ISAI. XXII, 2). « State in silenzio davanti alla faccia del Signore », esclama Sofonia: — “Silete a facie Domini”. (Soph. I, 7). E siccome Dio è presente in ogni luogo, perciò dappertutto si deve osservare un rispettoso silenzio. Quindi S. Giacomo ci esorta tutti di andare a rilento nel parlare, ma ad essere pronti ad ascoltare; anzi aggiunge che vana è la religione, la pietà di colui che si stima divoto, ma intanto non sa tenere in silenzio la sua lingua: — “Si quis putat se religiosum esse, non refraenans linguam suam…, huius vana est religio…”- “ Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus autem ad loquendum (Jac. I, 26, 19). L’uomo ha la lingua chiusa da due muri, i denti e le labbra, perchè impari a mantenere il silenzio. Se poi è vera l’etimologia che danno alcuni filologi del vocabolo lingua, che derivano dal verbo ligare, ne resta confermata la necessità del silenzio. Assennato è l’avviso che ci dà S. Agostino: « Parlate con le opere, anziché con la lingua » — “Operibus loquantur non Vocibus” (8erm. XXXII, in Evang. Luc); come scegliete quello che avete da mangiare, così scegliete quello che avete da dire: — “Sicut eligis quo vescaris, sic elige quid loquaci” (In Psalm. LI) . S. Antonio non cessava dal ripetere: Frenate la lingua: — Contine linguam ( Vit. Patr. ). Leggiamo nelle Vite dei Padri, che un venerabile vecchio chiamava coloro i quali non sanno tenere il silenzio, “stalla senea porta” — “Stabulum sine ianua”. — L’abate Agatone portò per tre anni una pietra in bocca, per essere obbligato ad avvezzarsi al silenzio. Il Salmista diceva a Dio: « Ponete, o Signore, una custodia alla mia bocca, ed un chiavistello alle mie labbra! » — “Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstantiae labiis meis (Psalm. CXL). – «L’acqua trattenuta s’innalza, dice S. Gregorio; così l’anima silenziosa si leva in alto verso il cielo. L’acqua lasciata libera, se ne va e si perde, così l’anima nemica del silenzio scorre qua e là dissipata, s’infiacchisce, svanisce, cade, si perde e scompare » (Maral, lib. VII, e VII) . « Chi non è difeso dal muro del silenzio, dice altrove il medesimo dottore, presenta la città dell’anima sua aperta alle incursioni del nemico; poiché col suo parlare, l’anima si caccia fuori di se stessa; si mostra affatto sguarnita e nuda al ferro del nemico il quale tanto più facilmente la soggioga, quanto più ella con la sua loquacità l’aiuta a vincerla e prostrarla ». [“Quia murum silentii non habet, patet inimici iaculis civitas mentis; etenim se, per verba, extra semetipsum eiicit: apertam in adversario se eohibet, quam tanto ille sine labore superat, quanto et haec eadem quae vincitur, contra semetipsam per multiloquium pugnat” (Pastor. p. III, adun. XV)]. – Gersone osserva che molto saggiamente i fondatori degli Ordini religiosi, sapendo come i pericoli dell’anima le vengono in molta parte dalla lingua, ordinarono il silenzio come la migliore difesa e il più efficace rimedio, stabilendo pene contro gli infrattori di esso. È cosa provata dall’esperienza, che dove la regola del silenzio è rigorosamente osservata, la religione, la virtù, la perfezione si mostrano in tutto il loro splendore (Tom. II, in resp. ad 4. q. 91). – La necessità del silenzio per mantenere raccolta e virtuosa l’anima, non poté sfuggire alle osservazioni degli antichi saggi pagani. Famosa è quella sentenza di Seneca: « Non sa parlare, chi non sa tacere! » — “Tacere quisquis nescit, hic nescit loqui” (In prov.); perciò scrivendo a Lucilio gli comandava soprattutto di essere tardo e parco nel parlare. [“Summa summorum haec erit tibi, tardiloquentem te esse iubeo” (Epist. LXXII)]. – « Il silenzio non ha mai danneggiato persona, osserva Catone, l’aver parlato nocque amolti! (3)»,. (3) [“Nemini tacuisse nocet, multis nocet esse locutus”. (Laert. lib. VII, c. I) ]. – Solo lo stolto non sa tacere: “Stultus tacere equità” sentenzia Solone (STOBEUS. Serm. XXXIV). «L’uomo, dice Epaminonda, dev’essere assai più desideroso di udire che di parlare; perchè la dottrina deriva dall’ascoltare in silenzio; il pentimento, dal troppo parlare! » [“Homo debet esse cupidus audiendi potius quam loquendi; quia ex audiendo doctrina, ex loquacitate poenitentia nascitur” (Ita Maxim.)]. – 2. GESÙ CRISTO, I SANTI, LA NATURA INTERA CI INSEGNANO IL SILENZIO. — Poche volte Dio ha fatto intendere la sua parola sulla terra . . . Raro e parco fu il discorrere di Gesù Cristo mentre visse in questo mondo… La santissima Vergine parlava poco così, che l a Sacra Scrittura notò quattro sole occasioni nelle quali questa Vergine immacolata proferì poche parole: – la quando l’Angelo le annunziò per parte di Dio l’Incarnazione del Verbo; – 2a quando intonò il sublime canto del Magnificat, in casa di Elisabetta; 3a quando trovò Gesù Cristo nel tempio, dopo esserne andata i n cerca per tre giorni; 4a alle nozze di Cana in Galilea… I Santi in tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno sempre amato ed osservato il silenzio. S. Girolamo scrive di S. Asella, che teneva un silenzio parlante; era un discorso silenzioso, ed u n silenzio parlante (5). (5)[“Habebat silentium loquens; sermo silens, et silentium loquens”.] (Ad Marceli, de Asel). S. Pambone, col suo profondo e perseverante silenzio, aveva raggiunto un così alto grado d i perfezione, che poteva dire morendo di non avere mai proferito parola d i cui avesse da pentirsi (Vit. Patr.). – I cieli proclamano la potenza, la sapienza, la ricchezza, la gloria di Dio, e intanto mantengono il silenzio… L’universo tace: e intanto parla a modo suo all’uomo e loda Iddio . . . I fiumi più maestosi sono quelli che fanno più poco rumore. Solo l’uomo, dotato di ragione, ha il dono della parola; guidi adunque con la ragione la sua parola . 3. ECCELLENZA E VANTAGGI DEL SILENZIO. « Il Signore combatterà per voi, si legge nell’Esodo, e voi starete in silenzio!» — Dominus pugnabit pro vobis, et vos tacebitis (Exod. XIV, 14). Avvertimento utilissimo ad ogni cristiano è questo, perchè nel silenzio sta la nostra forza e frutto del silenzio è la pace e la giustizia: — In silentio erit fortitudo vestra… Opus iustitiae, pax; et cultus iustitiae, silentium (ISAI . XXX, 15 XXXII, 17). Il vero mezzo di regolare la lingua, sta nel ricorrere al silenzio. Volete imparare a parlare? tacete, e nel silenzio riflettete a quello che dovete dire e come dirlo … Ascoltate, osservate, tacete e voi avrete la pace dell’anima, la pace interiore ed esteriore; questo è il consiglio dato da un Angelo a S. Arsenio: « Fuggi, taci, sta tranquillo; eccoti i principi di salute! » — “Arseni, fugi, tace, quiesce, haec sunt principia salutis (Vit. Patr.). S. Gerolamo, descrivendo l’ornamento più bello e più prezioso che possa abbellire principalmente una donna, unisce alla modestia ed alla ritiratezza il silenzio. [“Pulcherrimum donum silentium, et modestia, et intus tranquillam manere”] (Ad Marcellam). Infatti l’Apostolo S. Giacomo asserisce che uomo perfetto è colui il quale non pecchi in parole; egli può, col freno che pone alla lingua, regolare a suo talento tutto il corpo: — [“Si quis in verbo non offendit hic perfectus est vir; potest etiam fraeno circumducere totum corpus ( Jac. III, 2 ). Chi dunque trattiene la sua lingua, chi si mantiene in silenzio, governa a suo piacere il corpo; soggioga i sensi, la concupiscenza, e le diverse sue passioni. Dice S. Giovanni Climaco: « Il silenzio è la madre dell’orazione, la liberazione dalla schiavitù, il mantenimento del fuoco dell’amor divino, l’ispezione diligente dei pensieri, la specola donde si scorge il nemico, l’amico delle lacrime salutari; ci tiene vivo il pensiero della morte, ci ricorda il giudizio; porta con sè l a scienza e la quiete! ( 2 ) ». (2) [“Taciturnitas est mater orationis, captivitatis revocatio, ignis divini amoris observatio, cogitationum diligens inspectio, specula hostium, lacrymarum amica, memoriae mortis operatrix, iudicii iudicatrix, quietis coniux, scientiae adiecto” (Grad. XI)]. Beata l’anima che si trattiene con Dio per mezzo del silenzio, dicendo spesso con Samuele: « Parlate, o Signore, che il vostro servo ascolta!»—- “Loquere, Domine, quia audit servus tnus” ( I Reg. III, 9). -Il silenzio è il germe dei santi pensieri, delle opere generose, dei fatti eroici … « Tesori preziosi stanno nascosti in una bocca chiusa! » — “Bona abscondita i n ore clauso” — dice il Savio (Eccli. XXX, 18), e Geremia chiama beato chi attende nel silenzio la salute di Dio:”,— “Bonum est praestolari eum cum silentio (Lament. III, 26) . Indizio ed effetto di prudenza è il tacere: — “Vir prudens tacebit” (Prov. X I , 1 2 ) . L’uomo loquace è senza prudenza e senza esperienza, dice S. Isidoro; ma l’uomo sensato parla pochissimo, e in quello che dice, va molto adagio e col regolo alla mano (c. XXX). Lo Spirito Santo ci assicura che nella verbosità facilmente si nasconde il peccato, e al contrario dà lode di molto saggio a chi sa moderare la propria lingua: — In multiloquio non deerit peccatum; qui autem moderatur labia sua prudentissimus est (Prov. X , 19). Chi sta in silenzio, anche quando è insultato, mostra la pace e la grandezza dell’animo suo; col suo ammirabile contegno riprende, confonde, calma, converte chi l’oltraggia … Col silenzio diventiamo padroni di Dio, degli uomini, dei nemici. – Dal silenzio nasce la compunzione, la devozione, la pazienza; S. Giovanni Climaco scrive: « L’amante del silenzio si appressa a Dio e, stando continuamente nel cuore medesimo di Dio, ne ritrae grandi lumi! ». [“Studiosus silentii appropiat Deo, ipsique iugiter i n abdito eordis assistens, illustrato ab eo” (Grad. IV)]. « Il silenzio, dice Talassio, purifica l’anima, la rende più perspicace ed intelligente, custodisce il cuore! ( 2 ) ». (2) [“Silentium purificat mentem et perspicaciorem reddit; custodit cor (De Silent.) – Anzi vi accende e vi mantiene il fuoco dell’amor di Dio, dice S. Francesco d’Assisi. [“Silentium calefaoit cor amore Dei (8. Bonav. in eius vita)]. – L’uomo taciturno, acquista sempre, come afferma S. Giovanni Climaco, una vera scienza; egli è nemico della falsa confidenza, tiene sempre l’occhio su l’immagine dell’inferno, ritorna sovente sul pentimento dei suoi peccati, si allontana da ogni pericolo (Grad. VI). – Beato chi ama il silenzio, dice Geremia (Lament. XVIII), egli sederà solingo e taciturno, perché Dio l’ha collocato con sé. « Il solitario sederà e tacerà, spiega S. Bernardo; tutto in lui e attorno di lui osserverà il silenzio; egli sarà al sicuro dallo stormire delle diaboliche tentazioni, dalle agitazioni dei desideri carnali, dal rumore del mondo ( 4 ) ». (4) [“Sedebit et tacebit; etiam modo a strepitu diabolicarum suggestionum, a strepitu carnalium desideriorum, a strepitu mundi (Serra. I , de Ss. Petro et Paulo)]. Il solitario, col suo perfetto silenzio, s’innalza, dice S. Pier D a m i a n i , sopra se stesso: perché l’anima, chiusa nel chiostro del silenzio, cresce e si eleva fino al cielo; ella ascende, per mezzo de’ suoi celesti desideri, fino a Dio e si sente investita dal fuoco sacro dell’amore divino; ella attinge alla sorgente delle acque di vita. Fate dunque che il tempio del vostro cuore s’ingrandisca per mezzo del silenzio, e la fabbrica delle virtù s’innalzi sulla base della taciturnità (Epìst. OXXX). – Il Cardinale Torrecremata rileva dieci frutti prodotti dal silenzio: 1° Per mezzo del silenzio si evitano le colpe che nascono dalla smania di parlare. Qui cade a proposito un’aurea sentenza di S. Bernardo: Chiamate due volte alla lima le parole, prima di proferirle. La lima è il silenzio. 2 ° Col silenzio si schivano gli scandali delle contese e i pericoli in cui cadono i ciarloni. – 3 ° Col silenzio ci esercitiamo in tutte le virtù, perchè il silenzio ne è l a scuola. – 4 ° Il silenzio porta l’uomo alla perfezione. – 5 ° Ci mette in possesso della vera pietà la quale non può esistere senza il silenzio. – 6 ° Fortifica l’uomo facendo che chiuda la porta ai nemici. – 7 ° È il legame della società nelle case religiose. – 8° Prepara alla meditazione, alla contemplazione ed al colloquio familiare con Dio. – 9 ° Conserva il fervore della devozione, poiché un vaso scoperchiato lascia perdere il calore e la bontà del liquore che contiene. – 10° Il silenzio è l’impronta dell’uomo savio e prudente (Tract. LVII, in c. VI , Ileg.). – 4. VARIE SORTA DI SILENZIO. S. Tommaso numera varie sorta di silenzio: il primo è il silenzio di ammirazione…; il secondo è un silenzio di sicurezza…; il terzo è un silenzio di longanimità…; il quarto è il silenzio del riposo del cuore (4a q. VI , art. 10).

SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTA’ DI DIO

SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTA’ DI DIO

[E. Barbier: “I tesori di Cornelio Alapide” 3° ed.; vol.III, SEI ed. Torino 1930]

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Diverse volontà di Dio . — 2. Non accade nulla fuori della volontà di Dio. — 3. Quale è la volontà di Dio, e come si adempie. – 4. Eccellenza della sommissione alla volontà di Dio. — 5. La sommissione alla volontà divina rende forti nelle prove. — 6. La sommissione alla volontà di Dio dà la pazienza e la gioia. — 7. Tutto è sottoposto all’uomo che vive sottoposto a Dio. — 8. Tutti sono soggetti alla volontà di Dio. — 9. Dio ricompensa chi si sottomette alla sua volontà. — Mezzi per sottomettervisi.

  1. DIVERSE VOLONTÀ DI DIO. — « La volontà di Dio è buona, gradevole, perfetta » — “Voluntas Dei bona, beneplacens, perfecta” (Rom. XII, 2), leggiamo nell’Epistola ai Romani. Così commenta S. Anselmo: La volontà di Dio buona è in quelli che cominciano a servire Dio e nelle persone congiunte in matrimonio. La volontà gradevole è in quelli che avanzano in perfezione e nelle anime castissime. La volontà perfetta è nei vergini e in quelli che raggiunsero la perfezione. S. Paolo dice ancora nel medesimo luogo: Trasformatevi per mezzo di un nuovo spirito, affinché conosciate qual è la buona volontà di Dio, cioè sappiate quello che Dio vuole che facciate di bene; qual è la volontà gradevole, cioè quello che può meglio piacerGli; qual è la volontà perfetta, cioè scegliete quello che vi è di più sublime in perfezione… In Dio vi sono due volontà: l’una è assoluta, l’altra di desiderio. La volontà assoluta è quella per cui Dio vuole una data cosa; a questa nessuno può resistere. La volontà di desiderio è quella per cui Dio c’istruisce intorno a ciò che vuole che noi osserviamo; e c’istruisce per mezzo della sua legge. A questa ultima volontà accenna quella domanda del Pater: — Fiat voluntas tua — Sia fatta la tua volontà. In Dio è doppia questa volontà di desiderio; ora ordina, ora consiglia.
  2. NON ACCADE NULLA FUORI DELLA VOLONTÀ DI DIO. — Tutto, eccetto il peccato, avviene nel mondo per volontà di Dio… Non vi è nulla d’imprevisto, nulla di fortuito per la volontà di Dio… Tutto quello che accade quaggiù, è anticipatamente notato in lei… Non un capello, dice Gesù Cristo, vi cade di capo, non un passero viene a terra, senza che Dio lo voglia e lo permetta. – Quello che l’uomo chiama sorte o caso, è diretto dal volere divino. – Perciò leggiamo che gli Apostoli, quando si trattò di eleggere un apostolo invece di Giuda, dissero a Dio: Signore, Voi che conoscete i cuori, di tutti, indicateci quale dei due avete scelto; e ciò detto trassero uno dei nomi a sorte, ed uscitone quello di Mattia, questi fu aggregato al collegio dei dodici Apostoli (Act. I , 24-26). Il fato, l’azzardo, è nome vuoto, è cosa non esistente, o meglio è la volontà di Dio manifestata in modo recondito… – Le prove, le contrarietà, ecc., vengono da Dio il Quale per i suoi fini occulti, ma santissimi, così dispone. sensi, la capacità, le ricchezze, e simili cose; ma la volontà di Dio non è già che l’uomo se ne serva per commettere il peccato… Non Dio, ma il peccatore volge in strumento di mali questi beni… Il male proviene dalla volontà perversa dell’uomo, non sta nelle cose che Dio ci dà. Dio ci dà i suoi favori perché ne usiamo bene; il peccatore li volge in uso cattivo con un atto della sua perversa volontà; e questo uso cattivo merita di essere punito… – Sottomettendoci alla volontà divina, tutto è nell’ordine, e allora Dio non solo non ci punisce, ma ci ricompensa.
  3. QUALE È LA VOLONTÀ DI DIO, E COME SI ADEMPIE. — S. Paolo c’insegna qual è la volontà di Dio: « La sua volontà è che voi siate perfetti e pieni in tutto del suo volere: poiché la volontà di Dio è che voi diveniate santi » — Semper sollicitus prò vobis, ut stetis perfecti, et pieni in omni voluntate Dei” (Coloss. IV, 12). — “Haec est voluntas Dei sanctificatio vestra (I Thess., IV, 3 ). E agli Ebrei scrive: « Il nostro Signore Gesù Cristo vi renda atti ad ogni bene, affinché facciate la sua volontà» {Hebr. X I I I , 20, 21). – È volontà di Dio, scrive S. Cipriano, che da noi si pratichi quello che Gesù Cristo ha fatto ed insegnato, l’umiltà di cuore e di parole, e la fermezza e perseveranza nella fede, la modestia nel tratto, la giustizia nei fatti, la misericordia nelle opere, la castigatezza nei costumi; non ingiuriare nessuno, tollerare gli insulti; stare in pace col prossimo, amare Dio con tutto l’animo come padre, temerlo come giudice; preferire Gesù Cristo ad ogni cosa, poiché Egli medesimo ci ha preferito a tutto; attaccarci inseparabilmente alla sua carità, seguirLo coraggiosi e confidenti per la strada del Calvario; quando si tratti di difenderNe l’onore e la gloria, spiegare fermezza nei nostri discorsi, affinché Lo confessiamo senza arrossire; mostrare costanza nelle persecuzioni, per mantenerci fedeli a Lui, e finalmente dare prova di pazienza nei patimenti e nella morte per essere coronati. Ecco la volontà di Dio; ecco il modo di adempirla; ecco come si arriva ad essere coeredi di Gesù Cristo (Tract. de Orat. Dom.). – La Sacra Scrittura parlando dell’esaltazione di Davide al trono d’Israele, dice che Iddio si cercò un uomo secondo il suo cuore, cioè secondo il suo volere: — “Quaesivit sibi Dominus virum iusta cor suum” (I Reg. XIII, 14). È questo il senso che applicano alla detta frase i santi Padri. Sotto il nome di cuore di Dio, la Scrittura designa la volontà di Lui; e noi siamo secondo la sua volontà, quando applichiamo l’intelletto a conoscerLo e il cuore ad amarLo, dice S. Gregorio Papa (Moral.). L’uomo secondo il cuore di Dio, dice il Crisostomo, fa sempre quello che Dio vuole; unisce il suo cuore al cuore di Dio; l’anima sua all’anima di Dio; vuole tutto quello che vuole Dio, e non vuole nulla di ciò che non vuole Dio (Homil. ad pop.). S. Pier Damiani ci avverte che vi è per il fedele un punto al quale deve tendere con tutto l’ardore dell’animo, e questo sta nel sapere se piaccia a Dio nelle sue opere, se Dio ne sia contento. Infatti, quale vantaggio gli viene dall’operare, se dei fatti suoi non ha l’approvazione da Dio? (In Epist.). – Perciò S. Basilio diceva: se il cristiano dirige tutte le sue azioni, e grandi e piccole, verso la volontà di Dio, egli è sicuro che le opere sue sono perfette; e ricordando gli ordini divini e osservandoli, può ripetere col Salmista: “Io cerco sempre di fare la volontà di Dio, e Iddio sta sempre alla mia destra per sorreggermi (In Psalm.). E l’autore dell’Imitazione così pregava: « Dammi, o Signore, che io sempre desideri e ami quello che a Te è più accetto ed hai più caro. Il tuo volere sia il mio; abbia io un solo volere e non volere con te; né altro possa volere, né disvolere se non quello che Tu vuoi, e non vuoi » (Imit. Christi, 1. III, c. XV).
  4. ECCELLENZA DELLA SOMMISSIONE ALLA VOLONTÀ DI DIO. — La soggezione alla volontà di Dio è il sacrifizio più grande, più perfetto e più gradito che Gli si possa fare… Negli altri sacrifizi, offriamo i nostri beni; in questo offriamo noi medesimi… Negli altri sacrifizi, come per esempio nel silenzio, nella pazienza, l’uomo offre una parte di sé; qui offre tutto il suo essere, tutto ciò che possiede… È l’atto più completo di amor di Dio… La volontà di Dio è la regola, la misura, la sorgente, l’origine, la base, il fondamento di ogni virtù e santità e bene… È parola del Verbo divino che chiunque fa la volontà del Padre suo che è nei cieli, costui è tenuto da Lui come suo fratello, sua sorella, sua madre: — “Quicumque fecerit voluntatem Patris mei, qui i n coelis est, ille meus frater, et soror, et mater est (MATTH. XII, 50). E l’apostolo S. Giovanni ci predica che « chi adempie il volere di Dio, vivrà eternamente » — “Qui facit voluntatem Dei manet in Aeternum” ( I IOANN. II, 17). Se dunque vi preme di assicurare la vostra felicità nel cielo, fate la volontà di Dio… Ma che dico nel cielo? Iddio non aspetta a ricompensarvi solamente nel cielo, della vostra sottomissione alla sua volontà, ma già fin da questo mondo ve ne dà larga mercede; poiché questa soggezione porta all’anima la pace, il contento, la grazia, insomma un paradiso terrestre… Ogni creatura ci viene ben presto a noia, o a schifo; ma Dio Lo troviamo sempre buono, è sempre amabile, piace sempre… – Chi resiste alla volontà divina, cambia come le fasi della luna; chi invece le è sottomesso, è come il sole. Dio contraria talvolta la nostra volontà, ma lo fa per il nostro maggior bene. Paolo diventa felice soltanto quando domanda a Gesù: « Signore, che cosa volete che faccia? » — “Domine, quid me vis facere?” (Act. IX, 6). In quel momento è cambiato di persecutore in Apostolo, di lupo rapace in benefattore e luce dell’umanità. « Colui dal quale abbiamo tutto, non ci viene mai tolto, dice_S. Agostino; anche quando perdiamo quello che ci fu dato, ci resta sempre Colui che ce lo diede » — “Non est tibi ablatus qui dedit, quamvis tibi ablatum fuerit quod erit” (Medit.). Quando perdiamo quello che crediamo nostro, dice S. Ambrogio, noi non lo perdiamo, ma lo restituiamo a Dio » — “Cum nostra amittimus, Deo illa reddimus, non amittimus” (Serm. III ).
  5. LA SOMMISSIONE ALLA VOLONTÀ DIVINA RENDE FORTI NELLE PROVE. — Nel Libro III dei Re (XV, 16), si racconta che Aod si serviva assai destramente di entrambe le mani, maneggiando speditamente una spada a due tagli. Tale è l’uomo soggetto alla volontà di Dio; egli vi si adatta tanto nell’avversità come nella prosperità, nell’ambascia e nella consolazione, nella tentazione e nell’umiliazione non meno che nella pace e nell’elevazione come si vede in Giobbe, in Davide, in S. Paolo. Noi saremo quali novelli Aod, commenta Cassiano, se né l’abbondanza né la penuria basteranno a smuoverci; se in mezzo all’abbondanza, sapremo disprezzare i piaceri; se nella penuria non mormoreremo né cadremo d’animo, ma daremo, nell’uno e nell’altro stato, grazie a Dio; e gran merito avremo da ambedue, con l’assoluta nostra sottomissione alla volontà di Dio, imitando Paolo che diceva (Philipp. IV, 12-13): “Io so avere poco ed avere molto; provato in tutto, io conosco la sazietà e la fame, l’abbondanza e l’indigenza Tutto posso in Colui che mi sostiene (Institut.). Leggiamo negli Atti Apostolici, che Paolo e Barnaba confermavano le anime dei discepoli, esortandoli a mantenersi saldi nella fede e insegnando loro che la via la quale mette al paradiso corre in mezzo a mille affanni e tribolazioni (Ad. XIV, 21). E perché l’esempio sorreggesse l’esortazione, ecco il medesimo Paolo affermare in faccia al mondo intero, come esso e gli Apostoli tutti, fatti bersaglio ad ogni maniera di persecuzione non per questo si sconfortavano; erano battuti, ma non prostrati; angustiati, ma non avviliti; calpestati, ma non soggiogati. Che portavano dappertutto la morte di Gesù nel loro corpo, affinché anche in questo si manifestasse la vita di Cristo (II Cor. IV, 8-10). In altra occasione, svelando l’intimo pensiero suggeritogli dallo Spirito Santo, candidamente diceva: «So che mi attendono tribolazioni e catene, ma non temo nessuna di queste cose, né mi tengo dappiù di quel che sono, purché termini la mia corsa e adempia il ministero della predicazione affidatomi dal Signore Gesù » — “Spiritus Sanctus mihi protestatur, dicens: quoniam vincula et tribulationes me manent. Sed nihil horum vereor, nec facio animam meam pretiosiorem quam me, dummodo consumem cursum meum, et ministerium verbi, quod accepi a Domino Iesu (Ad. XX, 23-24). Ecco la forza, il coraggio, il valore, l’eroismo che viene dalla sommissione intera ed assoluta alla volontà di Dio. – Le prove seguono l’uomo soggetto al volere divino, ma non lo precedono; non gli sono d’impedimento al camminare, anzi l’aiutano a fare passi da gigante per la via della salute; mentre per colui che non è sottomesso alla volontà di Dio, le prove camminano dinanzi a lui, lo spaventano, lo arrestano, lo gettano alla disperazione e l’uccidono. Dice infatti S. Giovanni Crisostomo: Già la tempesta si è scatenata, l’onda mugge e gli infuriati marosi m’investono; ma sottomesso alla volontà di Dio, io non temo naufragio. Si agiti pure il mare, non giungerà ad inghiottirmi. Io non temo la morte; io vivo di Gesù Cristo, ed il morire mi è un guadagno. Dell’esilio non ho paura perché tutta la terra è del Signore, ed io lo trovo dappertutto. – Forseché temerò la perdita dei beni, io che ben so come nulla ho portato con me venendo al mondo, e nulla ne riporterò partendone? Disprezzo le minacce del secolo e mi rido delle sue promesse e pretese dolcezze. Le ricchezze non mi fanno gola, la povertà non mi spaventa. Se l’imperatrice Eudossia vuole bandirmi, mi bandisca, Dio è con me. Se vuole mettermi a brani, mi metta, sarò simile ad Isaia. Se mi affoga nel mare, mi ricorderò di Giona. Se mi getta nelle fiamme, vi sarò coi tre giovanetti che corsero la medesima sorte; se mi condanna alle belve, rammenterò Daniele nella fossa dei leoni; se mi lapida, avrò per compagno Stefano protomartire; se mi mozza il capo, sarò imitatore di Giovanni Battista. Ad esempio di Davide, sono pronto ad ogni flagello: — “Ego in flagella paratus sum” (Epist. IX, ad Syriac.).
  6. LA SOMMISSIONE ALLA VOLONTÀ DI DIO DÀ LA PAZIENZA E LA GIOIA. — Quanto giovi a dare pazienza la sommissione alla volontà di Dio, bastano due esempi a chiarirlo. A proposito del mendicante Lazzaro che giaceva coperto di ulceri su la soglia del ricco e che desiderava sfamarsi delle briciole che cadevano dalla mensa di questo, S. Giovanni Crisostomo enumera nove crudeli ambasce che in quel punto laceravano il mendico: l a la povertà; 2a una grave malattia; 3a l’abbandono; 4a l’essere sdraiato su la porta del ricco; 5a la crudeltà del ricco; 6a il vedersi privo di aiuto; 7a la risurrezione dei morti, la quale perché non ancora così conosciuta e diffusa come dopo la promulgazione del Vangelo, gli dava meno viva speranza; 8a soffrire per lungo tempo; 9a morire di fame. Quante miserie riunite nella persona di Lazzaro! E Lazzaro non mormora e non si lagna; anzi sopporta con pazienza tutte le sue pene. E perché? Perché era sottomesso al volere di Dio. E quindi anche Dio viene in suo soccorso; per ricompensa lo colloca, cinto di gloria, nel seno di Abramo, mentre i l ricco malvagio, non avendo fatto la volontà di Dio, è sepolto nell’inferno (Homil ad pop.). – Contemplate l’ammirabile pazienza di Giobbe. Egli aveva abbondanza di ogni bene; Dio lo spoglia di tutto e lo riduce alla più spaventosa miseria, lo bersaglia con i più atroci dolori. Ora che cosa dice Giobbe in questo misero stato? Udite e stupite: « Nudo uscii dal seno materno, e nudo ritornerò nel seno della terra: Dio mi aveva dato tutto; Dio me l’ha tolto; avvenne come a Lui piacque; sia benedetto il nome del Signore » — “Nudus egressus sum de utero matris meae, et nudus revertar illuc: Dominus dedit, Dominus abstulit; sicut Domino placuit, ita factum est; sit nomen Domini benedictum” (Job. I, 21). – Ma più che la forza a soffrire pazientemente, il vero fedele dalla sua soggezione alla volontà divina prende argomento di gioia e di conforto. Serva di esempio S. Paolo: « Io mi rallegro nei miei patimenti » — Gaudeo in passionibus (Coloss. I , 24), scrive ai Colossesi: « Sono pieno di consolazione, sovrabbondo di gioia in mezzo ad ogni affanno e strettezza », confessa ai Corinzi: — “Repletus sum consolatione, superabundo gaudio in omni tribulatione nostra” ( II Cor. VII, 4). « Io soffro, dice a Timoteo, ma ben lungi dal lasciarmi accasciare, io sono nell’allegrezza: perché so per Chi io soffro » — “Patior, sed non confundor, scio enim cui credidi” (II Tim. I, 12). « Io sono pronto, dice in altra circostanza, non solamente ad essere legato, ma a dare la vita per il nome del Signor Gesù » — “Ego autem non solum alligari, sed et mori paratus sum propter nomen Domini Iesu” (Act. XXI, 13). Né diversamente avvenne di tutti gli altri Apostoli, dei quali ci attesta la storia, che uscivano lieti e giubilanti dal tribunale, perché erano stati giudicati degni di patire oltraggio per il nome di Gesù: — “Mi quidem ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt prò nomine Iesu contumeliam pati” (Act. V, 41). Ecco i prodigi che opera la rassegnazione alla volontà di Dio. E quel che ci anima, ci rinforza, ci consola nelle afflizioni, è il sapere che in questo noi ci uniamo a Gesù Cristo paziente e diventiamo simili a Lui; e per ciò ci prepariamo a risuscitare gloriosi, dietro 11 suo esempio.
  7. TUTTO È SOTTOPOSTO ALL’UOMO CHE VIVE SOTTOPOSTO A DIO. — Soggettatevi, dice S. Agostino, a Colui che sta sopra di voi, e avrete soggetto a voi tutto ciò che sta sotto di voi: — “Subdere ei qui supra te est, et infra te erunt illa quibus praepositus es.” — Infatti l’uomo, avendo abbandonato, col peccato, Colui al quale doveva stare soggetto, ed essendo caduto al di sotto di tutto ciò su cui doveva regnare, ha perduto il suo impero, è divenuto lo schiavo di tutte le creature. — “Quia vero per peccatimi homo deserti euni sub quo esse debuit, subditus est eis supra quae esse debuit. — Ecco l’ordine: Dio, l’uomo, gli animali, la natura materiale; Dio al di sopra di noi, gli animali al di sotto di noi. Riconoscete Colui che ci deve governare e sarete riconosciuti dagli esseri che voi dovete dominare. — “Agnosce eum qui supra te est, ut agnoscant te qui infra te sunt.” — Daniele riconosce Dio per suo Signore; ed i leoni riconoscono e rispettano i n lui il loro padrone. – Ma se voi non riconoscete Dio che è sopra di voi, se a Lui non vi assoggettate, se volgete le spalle al vostro Superiore, voi non sarete conosciuto, non sarete obbedito dal vostro inferiore. — “Si autem non agnoscis illum qui supra te est, superiorem contemnis, subderis inferiori”. — Da chi mai fu domato e infranto l’orgoglio egiziano? Da cavallette e da moscherini. Mose è soggetto a Dio; il Mar Rosso gli è sottoposto, il cielo gli sta soggetto, Dio medesimo l’obbedisce. Quelli che rifiutano di fare la volontà di Dio, sono costretti a fare la volontà di quanto vi è di più vile nel mondo; al contrario, facendo la volontà di Dio, si operano le più strepitose meraviglie, anche con ciò che vi è di più spregevole su la terra. Così, per esempio, Mose per mezzo di una semplice verga, batte e costerna gli Egiziani con dieci grandi piaghe; apre un passaggio tra le acque dell’Eritreo; fa zampillare fonti di acque da un arido macigno. Gedeone sbaraglia, con vasi di terra infranti, un esercito nemico. I tre fanciulli nella fornace sono sottomessi al volere di Dio, e le fiamme li rispettano; le loro vesti, i loro capelli restano illesi in mezzo al fuoco, ed essi sciolgono la lingua a inni di riconoscenza e di ringraziamento (Tract. VIII, in Ioann.). «Quando il popolo non fa il volere di Dio, egli non si differenzia punto da coloro che non esistono, dice S. Giovanni Crisostomo ». Multitudo quando voluntatem Dei non facit, nil differt ab his qui non sunt (Homil. ad pop.). – «Fra tutte le cose, dice il Nazianzeno, solo Iddio non si può né evitare, né soggiogare ».[“Solus ex omnibus rebus Deus est, qui nec fuga vitari, nec superari potest (In Distich.).
  8. TUTTI SONO SOGGETTI ALLA VOLONTÀ DI DIO. — Se osserviamo la vita di Gesù Cristo, vedremo dei magnifici esempi della sua sommissione alla volontà di Dio Padre. « Nel suo primo entrare nel mondo, udite che esclama: Signore, tu non hai più voluto né ostia né oblazione per il peccato. Or bene, ecco che vengo io a fare la tua volontà, o mio Dio » — “Ingrediens mundum dicit: Hostiam et oblationem noluisti: holocaustomata pro peccato non tibi placuerunt. Tunc dixi: Ecce venio, ut faciam, Deus, voluntatem tuam” (Hebr. X, 5-7). Nel corso poi della sua vita mortale, non rare volte mette innanzi i disegni del Padre suo sopra di Lui e la piena sua adesione e sottomissione ai medesimi. « Il Padre mio mi ama, perché io do la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno può togliermela; ma io la do di mia volontà ed ho là potestà di darla e di riprendermela; tale è la missione affidatami dal Padre » (JOANN. X, 17-18). Si rileva di qui che Gesù aveva ricevuto dal Padre suo l’ordine doloroso e severo di soffrire e morire su la croce. Egli vi si conforma di tutto suo grado, si abbassa volontariamente, facendosi obbediente fino alla morte, e morte di croce: — “Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philipp. II, 8). « Io sono disceso dal cielo, diceva altra volta, per fare non la volontà mia ma la volontà di colui che mi ha mandato; e la volontà del Padre che mi ha mandato è, che non si perda niente di ciò che mi ha dato, ma che io risusciti l’ultimo giorno » — “Descendi de coelo non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem eius qui misit me Patris: ut omne quod dedit mihi non perdam ex eo, sed resuscitem illud in novissimo die (JOANN. V I , 38-39). – Quando prediceva agli Apostoli gli orrori della sua passione e della sua morte, e questi, addolorati da tale dolorosa rivelazione, esclamavano ad una voce: « No! non sia mai! » — il divin Salvatore rispondeva: Vorreste dunque che io non beva il calice che il Padre mio mi ha dato? cioè, mi suggerireste voi di non adempiere la volontà di Dio? — Absit a te, Domine; non erit tibi hoc (MATTH. X V I , 22): — “Calicem quem dedit mihi Pater, non bibam illum!” (IOANN. XVIII, 11). E infatti, ecco questo Uomo-Dio che, nel giardino degli ulivi, accasciato sotto il peso della giustizia del Padre e delle nostre colpe, boccheggia e suda sangue. Il calice dell’amarezza Gli viene posto dinanzi: lo rifiuterà Egli? No; mio Dio, voi non lo rifiutate; a me toccherebbe berlo; sono io che l’ho fatto amaro; ma se voi non lo bevete, io sono perduto per sempre. E udite come egli lo accetta: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Non si faccia però come voglio Io, ma come vuoi Tu: Non la mia volontà, ma la tua, o Padre, si adempia! » — “Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste! Verumtamen, non sicut ego volo, sed sicut tu” (MATTH. XXVI, 39). — “Pater, non mea voluntas, sed tua fiat” (Lue. XXII, 42). Questa parola del capo, osserva S. Leone Papa, è la salute di tutte le membra. Questa parola illumina, ammaestra, forma i fedeli, infiamma i confessori, ha coronato i martiri. Chi potrebbe infatti superare gli odi del mondo, resistere ai furori delle tentazioni, non tremare in faccia ai terrori dei carnefici, se Gesù soffrendo in tutti gli uomini e per tutti gli uomini, non avesse detto al Padre suo: La vostra volontà si faccia, e non la mia? “Haec vox eapitis, salus est totius corporis… Haec vox omnes fideles instruxit, omnes confessores accendit, omnes martyres coronavit” (Serm. VII, de Pass.). – Gli Angeli e i Santi nel cielo di altro non si occupano e non si occuperanno per tutta l’eternità, che del fare pienamente la volontà di Dio e questa occupazione formerà la loro felicità eterna; perché Dio non vuole che il loro amore, ed essi nient’altro brameranno che amare Dio. – Tutti gli eletti su la terra stettero e stanno sottomessi alla volontà di Dio… Guardate Noè, Abramo, Mose, i Profeti, Giobbe, Tobia, ecc. Il pontefice Eli è minacciato dello scudiscio della giustizia divina, ed egli dice: « Il Signore è padrone di tutto, faccia come Gli pare bene » — “Dominus est, quod bonum est in oculis suis faciat (I Reg. III, 18). Il re Profeta non cessava di pregare così: « Insegnami, o Signore, a fare la tua volontà » — “Doce me tacere voluntatem tuam” (Psalm. CXLII, 10). Giuda Maccabeo mentre va a combattere per la gloria di Dio e la salvezza del popolo, esclama: « Avvenga ogni cosa secondo la volontà di Dio » — “Sicut fuerit voluntas in coelo, sic fiat” (I Mach. III, 60). « Io porterò con rassegnazione la collera di Dio, perché ho peccato », dice Michea: — “Iram Domini portabo, quotiamo peccavi ei” (MICH. VII, 9). « Per me, dice l’Apostolo, mi guarderò bene dal gloriarmi di altro che della croce dei nostro Signore Gesù Cristo, per amore del quale il mondo è morto a me, ed io sono morto al mondo » — “Mihi absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi inundus crucifixus est, et ego mundo” (Gal. VI, 14). « Dovunque io sia, in qualunque luogo io vada, scriveva Tertulliano, io sono nelle mani di Dio; disponga di me come Gli talenta, io non mi parto da Lui; se mi vuole mandare alla morte; faccia il suo piacere, purché io Gli resti fedele ». Ubicumque fuero, in manu eius sum; faciat quod vult, non discedo; et si perire me vult, ipse me perdat, dum me ego servo illi (Ad Martyr.). – Questi sublimi esempi di sottomissione alla volontà di Dio, datici da Gesù, dagli Angeli, dai Santi, dagli eletti, ci devono animare a fare in tutto e sempre la volontà di Dio, anche in mezzo alle più fiere ambasce, ai più cocenti dolori, ai più pesanti travagli. Facciamo nostra la preghiera di S. Agostino: « Dammi, o Signore, di fare quello che comandi, e comanda pure quello che vuoi » — “Da quod iubes, et iube quod vis” (Conf.). – Tutte le creature, in quanto sono opere di Dio, adempiono il suo volere: il sole, la luna, gli astri, gli elementi, la terra, il mare, il fulmine, il giorno, la notte, gli alberi, le fiere, gli insetti, tutto insomma il creato sta soggetto alla volontà divina. Di modo che anche i dannati, anche i demoni medesimi fanno la volontà di Dio, la volontà della sua giustizia. Essi riconoscendola e confessandola, diranno in eterno: « Voi siete giusto, o Signore, ed equi sono i vostri giudizi » — “Iustus es, Domine, et rectum iudicium tuum” (Psalm. CXVIII, 137).
  9. DIO RICOMPENSA CHI SI SOTTOMETTE ALLA SUA VOLONTÀ. — MEZZI PER SOTTOMETTERVISI. — Per dimostrare quanto largamente Iddio ricompensi quelli che si sottomettono alla sua volontà, basti l’esempio del casto Giuseppe: paragonate ciò che ebbe da soffrire, con gli onori immensi di cui fu colmato, e vedrete che le prove da lui patite diventano un nulla. Infatti: 1° in vece dell’odio de’ suoi fratelli, si guadagnò l’amicizia del re e di tutto l’Egitto. 2° Invece dell’esilio, della schiavitù, della prigione, ricevette non solamente la più piena libertà, ma un grado altissimo. 3° In ricompensa del lavoro delle sue mani, come servo, fu decorato dell’anello d’oro. 4° In cambio del mantello toltogli dall’adultera sposa di Putifarre, fu vestito del manto reale. 5° In luogo delle catene, ebbe una collana d’oro. 6° Perché si prese a cuore la causa dei disgraziati, divenne principe. 7° Perché sottostette all’umiliazione del carcere, sedette sul cocchio reale. 8° Perché fu disprezzato, vide una nazione intera prostrategli dinanzi. 9° Cambiò il nome di servo in quello di re e di Salvatore della terra… Ora se così munificamente ripaga Iddio in questa vita quelli che si sottomettono al suo volere, che cosa non darà loro nell’eternità? – Per abituarsi a sottomettersi i n tutto al volere divino, bisogna: 1° persuadersi che tutte le cose, venendoci da Dio, sono per il nostro bene…, o per correggerci…, o per fare che meritiamo… 2° Accettare il calice come se ce lo presentasse Iddio medesimo… 3° È meglio dire una sola volta tra le avversità: — Signore, io vi ringrazio: — Dio sia benedetto: — che porgere milioni di ringraziamenti in mezzo alle prosperità, dice il Padre Avila (In vita). 4° Non sottomettersi solamente in generale, ma negli eventi particolari. 5° Sopportare tutto con pazienza… 6° Eseguire con prontezza e gioia la volontà di Dio manifestata per mezzo dei superiori. 7° Non inquietarci per quello che il Signore dispone di noi, e dire spesso col re Profeta: « Signore, la mia sorte è nelle vostre mani » — In manibus tuis sortes meae (Psalm. XXX, 16). 8° Meditare spesso gli esempi di Gesù, dei santi e delle creature.

J.-J. Gaume: A che serve il Papa?

J.-J. Gaume: A che serve il Papa?

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[J.-J. GAUME: “A quoi sert le Pape?”; X ed. – Paris 1861]

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I.

A che serve il Papa?

No, non si tratta di un incubo. Dopo milleottocento anni di Cristianesimo, in pieno secolo diciannovesimo, secolo, si dice, del progresso e dei lumi, nelle assemblee legislative,  nei saloni, nei ritrovi, nei negozi, nell’intimità del focolare domestico, come nelle campagne e nelle città, milioni di creature battezzate sono giunte a chiedersi, con una baldanza desolante: a che serve il Papa, e soprattutto il Papa-Re? Formulata in modo più o meno simile, cosa significa, ci chiediamo a nostra volta, una tale domanda? Questo significa che la nozione del Papato, come lo stesso Figlio di Dio ha stabilito, si altera in modo esecrabile, e questo significa che il principio fondamentale della Chiesa, passa dallo stato di dogma allo stato di “problema”. Questo significa che il potere conservatore delle società civilizzate, cada nell’ostilità, o quanto meno nell’indifferenza divenuta contagiosa anche per i cristiani. Quanto a ciò che si chiama il mondo, la caduta del trono di San Pietro lo scuote non più della sospensione di un pagamento, meno di un calo in borsa, lo intimorisce meno che un battito di mani, meno di un ballo di fine anno. In mezzo a questo deragliamento generale, una parola sul Papa-Pontefice, e sul Papa-Re. E perché questa parola? Per impedire la catastrofe! Nell’ora attuale la vecchia Europa può paragonarsi ad una nave in rotta, passata attraverso un uragano e prossima alle cascate del Niagara. Perché dunque questa parola? Per due ragioni che non mancano di gravità. La prima al fine di riassumere brevemente tutto ciò che è stato detto della questione pontificia, in modo da fornire alle anime rette, nei giorni di pericolo, un’arma facile e sicura contro i sofismi rivoluzionari. La seconda col fine di proiettare un ultimo raggio di luce sull’abisso senza fondo nel quale sta per sprofondare l’Europa senza il Papa.

pio IX

II.

A che serve il Papa?

Bisognerebbe piuttosto chiedere a cosa “non” serva il Papa! A cosa serve la testa sulle spalle dell’uomo? … ebbene ciò che la testa è all’uomo, questo è il Papa alla Chiesa. Senza testa, non c’è corpo, così senza Papa, non c’è Chiesa; senza Chiesa, niente Cristianesimo. – Vediamo: tutti voi, letterati ed illetterati, uomini e donne, che discutete la questione romana con più leggerezza, e forse meno scienza, di quanto non fareste per una questione di teatro o di moda; che, nella vostra impazienza di vederla finita, trovate che il Papa sia lento nel cedere: comprendete la portata del vostro linguaggio? Voi non temete di chiamare il Papato una vecchia istituzione della quale il mondo può oramai disinteressarsi, e “fanatici” quelli che la difendono. Senza gran pena voi fate la vostra parte nella caduta del trono pontificale. Ai vostri occhi essa non sarà che un disturbo accidentale negli equilibri europei, una scossa incapace di compromettere i vostri interessi, tutto al più una semplice avaria, riparabile con poco danno. Ma avete ben riflettuto? Leggete la storia. Senza il Papa, avrete il mondo come era prima del Papa: sotto l’una o l’altra forma, la schiavitù di base, Nerone come re, satana come dio. Liberi di negarlo, ma i fatti sono i fatti! Non c’è né luce, né civilizzazione, né letteratura né giornalismo, né pretese qualsiasi: tra l’uomo ed il paganesimo con le sue onte ed i suoi crimini, la storia non ha mai conosciuto e non conosce che un’unica barriera: il Papa. Con lui sparisce ciò che solo impedisce i crimini e le onte del paganesimo: la Chiesa ed il Cristianesimo. Guardate il mappamondo. Senza il Papa voi avreste il mondo come ancora è in Cina, nel Tibet, in Oceania: degradazione morale, ignoranza, antropofagia, superstizioni cruente. In una questione non ci sono che due termini, vano è cercarne un terzo. Tra il Cristianesimo ed il satanismo, non c’è alcuno spazio. L’uomo è nato per adorare: chi non adora il Dio Altissimo, adora il dio infimo. Chiunque non adori il Dio Spirito, adora il dio materia, il dio metallo, il dio carne, il dio ventre, come dice San Paolo “ … quorum Deus venter”. Interrogate i vostri ricordi. Senza il Papa, voi avreste il mondo come era divenuto in Francia all’epoca del ’93: Robespierre alla Convenzione, Fouquier-Tinville al palazzo di giustizia; Simon con i suoi strumenti sulla piazza della rivoluzione; Carrier a Nantes; Venere a Notre-Dame; la Bastiglia dappertutto. Malgrado tutte le certificazioni di probità, di onore e di filantropia che si amano proclamare nel nostro tempo, non si può esser certi di nulla, eccetto una cosa: senza Papa, non c’è Cristianesimo. E senza Cristianesimo, tutto ciò che si è visto al di fuori del Cristianesimo, può essere rivisto. “Non c’è alcun crimine, ha detto un grande genio [S. Agostino], commesso da un uomo o da un popolo, che non possa essere commesso da un altro uomo o da un altro popolo, se questo non è aiutato da Dio, che ha fatto gli uomini ed i popoli. “Per impedire il ritorno di tali avvenimenti!”: ecco innanzitutto a cosa serve il Papa.

Innocencius_XI

III.

A che serve il Papa?

A che serve il sole in natura? Orbene! Ciò che il sole è alla natura, il Papa lo è al mondo civilizzato. Qui una negazione accentuata esce dalle vostre labbra. Con la mano mostrate l’Inghilterra, la Russia, gli Stati-Uniti (oggi disuniti), gli altri popoli separati dalla Chiesa: e voi trionfate. Povero trionfo! La vostra obiezione, più che un non senso è un errore grossolano. La verità è che le nazioni eretiche o scismatiche, senza alcuna eccezione, vivono del Papa, non vivono che del Papa. Se tastate il loro polso, troverete che le pulsazioni normali sono quelle cattoliche. Che cos’è secondo voi che costituisce la loro esistenza come nazioni cristiane? Senza dubbio l’elemento cristiano. E a chi sono debitrici dell’elemento cristiano? Al Papa, non vi dispiaccia, e al Papa solo. Da una parte è il Papa che ha loro inviato i primi apostoli del cristianesimo. Dall’altra parte, se tutte queste nazioni conservano delle cose cristiane, anche la Bibbia, lo devono alla Chiesa, e di conseguenza al Papa, senza il quale la Chiesa non esisterebbe e non sarebbe mai esistita. Ne segue quindi che nessun protestante, nessuno scismatico, possa fare un atto qualsiasi di vita cristiana, un atto di fede nella Scrittura, senza farne uno alla necessità ed all’infallibilità del Papa. Ogni uomo che dice: “io credo alla Bibbia, ma non credo al Papa”, non sa cosa dice. Egli mente a se stesso e vive d conseguenza. Il giorno in cui rivivrà, sarà o ateo o cattolico. Nel frattempo egli non vive, vegeta. Così il protestante può negare la personalità del Papa, ma di buono o cattivo grado è forzato ad ammettere il principio del Papa. C’è di meglio. Questa necessità del Papa, per restare cristiano, è talmente implacabile, che nessuno è così papista del protestante. Il Cattolico non riconosce che un solo Papa, vescovo di Roma da diciotto secoli. Il protestante non si contenta di così poco. Egli ha tanti papi quanti ministri, re o regine ha; nelle affermazioni religiose, egli ha se stesso nel corso della giornata. Egli ha sempre un Papa con sé, egli è Papa a se stesso! – Se la quantità è a vantaggio del protestante, la qualità è a favore del cattolico. Il Papa cattolico non cambia mai. L’essenza del papa protestante è quella di cambiare sempre. Essi non sono mai d’accordo tra di loro, neanche con se stessi. Ne volete la prova? Osservate le miriadi di sette nelle quali è sbriciolato il dogma cristiano, … al punto tale che tutto ciò che resta oggi delle credenze comuni, tra i protestanti, dice un loro ministro, potrebbe scriversi sull’unghia del pollice! – Per sua natura, questo principio di divisione tende alla divisione infinita. Chi impedisce di giungervi? È ancora il Papa … e perché? Perché il Papa è un’affermazione, e fintanto che esiste un’affermazione, la negazione non può essere completa. Abbiatelo per certo. Senza l’azione indiretta del vero Papa sui paesi protestanti, vale a dire senza l’influenza permanente dell’affermazione cattolica nel mondo battezzato, da lungo tempo le ultime vestigia della verità cristiana, e con essi gli ultimi elementi della civilizzazione, sarebbero spariti dalle nazioni eterodosse. È dunque vero: ciò che il sole è per la natura, il Papa lo è per il mondo cristiano. Come solamente il sole, anche quando scende al di sotto dell’orizzonte, conserva per molto tempo ancora la luce al mondo fisico, così il Papa solo, Vicario immortale di Colui che illumina ogni uomo che viene sulla terra, conserva il Cristianesimo in tutte le sue componenti, cattoliche o non, del mondo civilizzato. Non vi sembra nulla questo?

SanPio-X

IV.

A che serve il Papa?

A che serve la chiave di volta in un edificio? … Ebbene, il Papa è la chiave di volta dell’edificio sociale, il quale non può sussistere senza dignità, senza libertà, senza sicurezza, senza proprietà. – Conservando il Cristianesimo, il Papa conserva la dignità umana. “Saper resistere fino al sangue piuttosto che piegarsi davanti all’orrore dell’ingiustizia”: ecco ciò che costituisce la dignità dell’uomo. Questa dignità, alle quali le società devono i loro appoggi, e l’umanità le sue glorie, riposa essenzialmente sul Papa. Come? Perché il sacrificio stesso della vita alla verità e alla giustizia, implica la conoscenza certa, la convinzione invincibile della verità e della giustizia. – Una tale “certezza” esige due condizioni, l’infallibilità e la libertà della parola, organo della verità e della giustizia. Ora, senza il Papa indipendente, non può esistere nessuna libertà di parola, la libertà che occorre, manifesta e riconosciuta, per dirigere la fede! – Al suo posto cosa avremmo? Oggi l’incertezza del vero e l’incertezza del diritto. Domani, una di queste grandi strappi che si chiama scisma. Con lo scisma un lugubre corteo di divisioni, di odio, di prevaricazioni, di perturbazioni religiose e sociali, la rovina della fede e la corruzione dei costumi. Avremo per preti: funzionari avidi, popes ignoranti, come in Russia; clergymen maritati, come in Inghilterra; per Chiesa: una donna di servizio, condannata agli uffici più degradanti, e che ingoia, senza dir parola, tutti i rifiuti del disprezzo, e tutte le onte della servitù. – Cosa avrete ancora? Il fatto al posto del diritto. L’infallibilità usurpata in luogo dell’infallibilità legittima. I re saranno Papi. Invece del Simbolo cattolico, avrete dei “credo” fabbricati dall’uomo, firmati Elisabetta o Nicola. Davanti a stracci di carta, usciti dallo studio di un despota o dal salottino di una cortigiana, dovrete prosternarvi. Sotto pena di morte, dovrete baciarli con il Vangelo, e baciandoli, abdicare ad ogni dignità morale. Così avvilita in ciò che ha di più nobile, cosa diviene l’umanità? Un pagano lo ha detto: un bovino esposto sul campo in una fiera, e sempre pronto ad essere aggiudicato al migliore offerente: Urbam venalem et mature perituram si emptorem invenerit. – Che diviene la società? Quella che è dappertutto senza il Papa: un ampio bazar dove tutto si vende, perché tutto si compra, libertà, onore, coscienza. Cosa divengono gli uomini più fieri? Ciò che furono nella Roma dei Cesari: valletti tuttofare, avvocati tuttodire, eccetto la verità, prestanti qualunque giuramento, cortigiani sinceri ugualmente verso Vitellio e verso Otone, un senato augusto deliberante con grave serietà sulla salsa di rombo che deve nutrire il loro maestro. – Conservare la dignità umana: ecco, ancor più, a cosa serve il Papa!

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V.

A che serve il Papa?

Il Papa serve a conservare la libertà. Il bene di cui l’uomo oggi si mostra più geloso (e meno fiero), è la libertà. I doveri di tutti sono le mura di cinta della libertà di ciascuno. Senza Papa, non c’è Chiesa. E senza Chiesa, chi insegnerà i doveri dei re verso i popoli, i doveri dei popoli verso i re, dei padri verso i figli, dei ricchi verso i poveri; dei forti verso i deboli, e reciprocamente? Nessuno! Chi, con la stessa autorità li riprenderà quando li avranno elusi, dicendo, fosse pure all’imperatore: “questo non ti è permesso”, “non licet”? Nessuno. – con il Papa cadono tutte le barriere protettrici della libertà. Al suo posto cosa avremo? Ciò che l’umanità senza il Papa ha avuto sempre e dappertutto: licenziosità e despotismo. – Scritti con il fango impastato di sangue, queste due parole significano in ogni lingua e in tutti i paesi: arbitrio, insolenza, ingiustizia, oppressione, lacrime, miserie. – Esse significano Tiberio, Eliogabalo, Diocleziano, Ivan, Enrico VIII, Couthon, Marat, e tutta quella dinastia di “tigri” coronate o non coronate, che hanno fatto dire a ragione: “Per nulla al mondo vorrei avere a che fare con un principe ateo. Se avessi voglia di farmi pestare in un mortaio, io sarei ben sicuro di essere frantumato”. Rendere impossibile la dinastia dei tiranni: ecco ancora a che serve la dinastia dei Papi.

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VI.

A che serve il Papa?

A cosa serve l’armata ai confini del regno? A che serve il parafulmine sull’edificio? La diga davanti al torrente? Le mura di cinta intorno alla città? – Armata, parafulmine, diga, bastione, il Papa è tutto questo! – Imperatori e re, sappiatelo bene, il Papa protegge le vostre frontiere e le vostre corone. – Popoli, grandi e piccoli, il Papa garantisce la vostra nazionalità, la vostra autonomia. – Nobili e ricchi, il Papa protegge i vostri castelli e le vostre torri. – Banchieri, negozianti, operai, il Papa protegge le vostre casseforti, i vostri magazzini, le vostre casse di risparmio. – Lavoratori ed abitanti delle campagne, il Papa salvaguarda le vostre eredità e i vostri poderi. È il Papa ed il Papa solo che salvaguarda tutto questo. Voi lo comprenderete. A vostro avviso, chi protegge il mondo dal furto, dall’ingiustizia: … il comunismo? La forza? No. La forza è uno strumento cieco. Essa difende o attacca, conserva o spoglia, secondo la volontà di colui che la impiega. Chi dunque … il diritto? Da dove viene il diritto? Dalla stessa sorgente della verità. Perché? Perché il diritto non è che la verità applicata alla proprietà. Qual è la fonte della verità? È l’uomo? Impossibile. Chi dunque? Voi l’avete nominato: è Dio! – Poiché il diritto ha la sua origine e di conseguenza la sua regola in Dio, ne segue che il diritto pubblico, il diritto internazionale, il diritto di proprietà, come ogni altro diritto, è di natura divina. Ora, senza il Papa, il diritto divino non ha né organo divino, né garanzia divina. Esso viene rimpiazzato dal diritto umano, dal “nuovo diritto”. – Che cos’è il diritto umano? È il diritto dell’uomo, divenuto egli stesso il suo Dio, che prende come regola i suoi atti, non la legge eterna della giustizia, ma i suoi capricci ed i suoi interessi. È il diritto della forza, il diritto della convenienza, il diritto della cupidigia: “Fortitudo nostra lex justitiae” . È il diritto di Davide che fa perire Uria, per prendergli Bethsabea; il diritto di Nerone che fa tagliare la testa ai proprietari in Africa, per aggiungere questa provincia ai suoi possedimenti, il diritto dei sovrani del nord che si impadroniscono, nell’ultimo secolo, della povera Polonia spartendosela a pezzi. Il suo codice è breve: fatti in là che mi devo mettere io, altrimenti … – In queste condizioni, la forza altrui, la convenienza dell’altro, la bramosia del rivale, sono una minaccia perpetua ai vostri beni ed alla vostra sicurezza. Si vuole un Papa, perché si vogliono tutte queste cose. Tenetelo come tredicesimo articolo del simbolo. – Avete dubbi? Interrogate i francesi che hanno vissuto gli anni settanta e gli italiani che vivono ora. – In tutti i tempi ed in tutti i luoghi, i lupi della foresta richiedono il pastore, perché mirano alle pecore. Malgrado i loro dinieghi ipocriti, i lupi della rivoluzione, del socialismo, del comunismo, del nuovo diritto, non fanno eccezione. Il loro accanimento contro il Papato dovrebbe aprirvi gli occhi, e farvi capire che il Papa serve a qualcosa, anche nei vostri interessi temporali. – In verità, quando si vedono i popoli ed i re dell’Europa attaccare il Papato, ci si figura una schiera di forsennati che stanno per demolire l’edificio ove sono riparati, e che cadendo li schiaccerà sotto le sue rovine.

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VII.

A che serve il Papa-Re?

Io sento mille voci che gridano: “Anche noi vogliamo il Papa, bisogna che ci sia il Papa. Ma c’è il Papa-Re, ed il Papa-Pontefice. Se non vogliamo il primo, vogliamo però il secondo. È per esaltare il Pontefice che abbassiamo il Re. Se aboliamo il temporale è solo per amore dello spirituale. Il vero mezzo per arricchire il Pontefice di amore e venerazione, è spogliare il Re della sua corona e dei suoi beni. Lasciateci fare e vedrete. – Ma cosa vedremo? … che già vediamo? Ciò che vedremo lo sa Dio. Ciò che noi vediamo è la caparbietà dei vostri sforzi, per rendere il Papa-Pontefice incapace o impotente. Ma prima di dimostrarlo, esaminiamo perché il Papa-Re vi dispiace così tanto: “Ah, voi dite, perché i suoi Stati sono mal governati. Pio IX sordo ad ogni consiglio, si ostina a restare immobile in mezzo al progresso universale. I suoi soggetti ci fanno pietà”. Siete ben sicuri delle vostre affermazioni? Parlate sinceramente? Sareste pronti a lasciarvi tagliare, non la testa, o la mano, ma la prima falange del mignolo? L’Inghilterra, la Francia o il Piemonte oggi, sono per voi il tipo della civilizzazione e del progresso? A questi paesi beati comparate gli Stati del Papa, e voi gridate gemendo: “che differenza”! Qui abusi innumerevoli; là giustizia, e regolarità dappertutto. “Negli Stati del Papa, la legislazione e incomparabilmente più imperfetta”. Menzogna! – “l’autorità meno paterna” Menzogna! – La giustizia più mal resa”. Menzogna! “la miseria più profonda”. Menzogna! – Le finanze peggio amministrate”. Menzogna! “La libertà [da non confondere con la licenziosità] meno grande”. Menzogna! “L’istruzione meno avanzata”. Menzogna! “La proprietà meno rispettata”. Menzogna! “Le imposte più pesanti”. Menzogna! “La vita più cara”. Menzogna! – Tutte queste menzogne ed altre ancora sono constatate in due opere, irrefutabili come la storia. La prima parla in cifre ed con cifre ufficiali: si chiama Roma e Londra. La seconda è dell’ambasciatore stesso di Francia a Roma, M. de Rayneval, che, senza dubbio, non era pagato per fare l’apologia degli Stati del Papa. In un rapporto diplomatico, che voi non leggerete mai, questo testimone così competente e che parla da cotale altezza, dice tra le altre, due cose: “ Io non smetto di interrogare le persone che vengono a denunciare gli abusi del governo papale. Questa parola è parola di Vangelo. Ma in cosa consistono questi abusi? È quanto io non ho potuto ancora scoprire. Tutte le misure adottate dall’amministrazione pontificia portano il segno della saggezza, della ragione, del progresso. Non c’è un solo dettaglio di natura che interessi il benessere, sia morale, sia fisico delle popolazioni, che sia sfuggito all’attenzione del governo o che non sia stato trattato in modo favorevole. In verità, quando certe persone dicono che il governo pontificio forma un’amministrazione che non può avere come scopo il bene del popolo, il governo potrebbe rispondere: “studiate i nostri atti e condannateci, se osate”. Ecco pertanto come voi siete ingannati o ingannatori. E certi cattolici hanno l’imprudenza di fare eco a tante calunnie! Essi ignorano forse che oggi la menzogna, inventata dagli uni e sdoganata dagli altri, è più che un’arma? È una potenza. Essa tenta, come abbiamo promesso di mostrare, di rendere il Papa incapace ed impotente.

XIR212502 Pope Sixtus V (1520-90) (oil on canvas) by Italian School, (16th century) oil on canvas Chateau de Versailles, France Lauros / Giraudon Italian, out of copyright

VIII.

Impossibile.! … voi chiedete a che serve il Papa-Re? Nessuno lo sa meglio di voi. Se non servisse a niente, voi non lo attacchereste. La prova evidente che egli serve a tutto, è che voi l’attaccate dappertutto. La vostra distinzione tra il Papa-Pontefice e il Papa-Re non è che una illusione. Il Papa è la continuazione del Figlio di DIO, Pontefice e Re. Nella sua Persona, l’unione della Regalità e del Pontificato è necessaria, per rappresentare davanti alle generazioni che passano, il Re e il Pontefice che non passa. Venuti dalla stessa origine, queste due prerogative tendono allo stesso scopo. Il Re serve al Pontefice, come il corpo serve all’anima. Radicalmente privato del potere temporale, il Papa è un’anima senza corpo. Stabilito per comandare a degli esseri sia materiali che spirituali, come potrà il Papa, anima senza corpo, mettersi in relazione con questi soggetti? Apostoli del puro spirituale, spiegateci il problema: altrimenti voi convenite di non sapere ciò che dite, e che il primo effetto delle vostre utopie sarà il relegare il Papa e la Chiesa nel mondo angelico, vale a dire, secondo il vostro pensiero, nell’impero della Luna. – Impotente! Voi parlate del vostro rispetto per il Papa-Pontefice, divenuto semplice vescovo di Roma. Il Papa-Pontafice è Re, è la più alta maestà sulla terra: perché egli è la Personificazione vivente della regalità eterna ed eternamente indipendente, del Figlio di Dio sul mondo. Il Papa, Pontefice e Re è il Papa marciante come il primo tra i monarchi; il Papa che gode, ad un grado inaccessibile ad ogni altro, del prestigio e della sovranità. Questo prestigio è doppiamente indispensabile sia per imprimere, vicino e lontano, il rispetto ai principi e agli uomini fino all’estremità della terra, sia per conservare, brillante come il sole, il sigillo dell’indipendenza, necessaria alla parola pontificale. – Tale è l’augusto carattere con il quale si presenta il Papa-Re. Ed è impotente ad ottenere il vostro rispetto e la vostra obbedienza?! Cosa dico? Voi osate propinargli l’ingiuria e il disprezzo! … voi mi direte, “l’errore della sua regalità”. Ah , se egli non fosse Re! … di quale rispetto lo circonderemmo!” Fedelmente tradotto, questo linguaggio significa: “Quando il Papa sarà disceso dalle altezze alle quali lo ha elevato il consiglio di Dio e il rispetto dell’universo … ; quando in luogo di essere il primo dei sovrani, non sarà più un Re ma un soggetto … ; Quando non avrà più organi ufficiali per intimare i suoi ordini ai principi ed ai popoli, né rappresentanti accreditati per difendere gli interessi della Religione nel mondo intero … ; quando la sua parola solitaria, senza protezione legale, potrà ogni giorno essere snaturata, troncata, tradotta in controsenso da una stampa ostile … ; quando infine, non si parlerà più del Papa e a chiunque sarà permesso di oltraggiarlo impunemente … : è allora che tutti cadranno alle sue ginocchia, rispettosi come i primi cristiani, obbedienti come novizi” !? – Non resta che una cosa da ottenere: che vi si creda!

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IX.

“Noi l’otterremo”, voi aggiungete; perché noi siamo Cattolici nel fondo delle viscere; ed anche, senza errare, più cattolici del Papa! Se noi chiediamo la soppressione del temporale, è per liberare lo spirituale, rendere il Papa più libero e ricondurre la Chiesa alla sua primitiva perfezione. Gesù-Cristo è nato in una grotta: Egli non ha posseduto nulla; Egli ha dichiarato che il suo reame non è di questo mondo. San Pietro non ha avuto se non la sua barca ed il suo bastone. I primi Papi furono poveri come lui. In luogo dei palazzi, essi abitavano nelle catacombe. Cosa è più bello?” Tutto questo è vero, ma è anche vero secondo le classiche teorie sull’origine delle società, che ci fu un tempo in cui i re vivevano di ghiande come loro soggetti; in cui essi non avevano per palazzi se non capanne, per equipaggio i loro piedi nudi, e come mantello reale se non la loro pelle. Cosa di più perfetto? Cominciate dunque a far rivivere, nel secolo diciannovesimo, questo felice stato di “santa natura”; poi vedremo di ricondurre la Chiesa a quelli che voi chiamate i bei giorni della sua persecuzione primitiva. – Proseguendo nella comparazione che vi piace fare tra il presente ed il passato, voi giungete alla conclusione della legittimità, all’utilità finanche della spoliazione del Papa. Siate allora consequenziali ed aggiungete alle litanie: “San Mazzini, san Garibaldi, san Vittorio Emanuele grandi benefattori della Chiesa, pregate per essa e per noi”. – Ma andiamo al fondo delle cose, o voi credete ai vostri ragionamenti, o non ci credete. Se non ci credete, allora perché li fate? Se ci credete, non solo non siete Cattolici, ma nemmeno cristiani. Voi dite che il temporale non è né necessario, né utile alla Chiesa; che è addirittura contrario alla sua perfezione ed un ostacolo alla vostra salvezza. La Chiesa afferma il contrario. Essa dunque si inganna manifestamente. Se la Chiesa si inganna, è il Figlio di Dio stesso che si inganna, Lui che ha promesso di essere tutti i giorni della durata dei secoli con la sua Chiesa che insegna ed agisce. Noi diciamo “la Chiesa”, notatelo bene; perché noi vi diffidiamo dal citare un solo Papa che sia stato del vostro stesso avviso, o un suo Vescovo veramente Cattolico che non pensi come il Papa. – Chi siete allora voi per insorgere contro tale autorità e volete distruggere il Papato così come Dio ed i secoli lo hanno costituito? Chi siete voi per accusare la Chiesa, o per non aver compreso le parole o gli esempi del suo Fondatore, o per averli indegnamente disprezzati? Chi siete voi per dire al Vicario di Gesù-Cristo: noi sappiamo meglio di voi quel che conviene alla Religione, e ciò che non le conviene? Quale spirito vi anima quando osate dichiarare il Padre del mondo cristiano testardo, ingrato, incapace di governare i suoi popoli? Da dove venite voi? Chi vi manda? Riformatori, quali miracoli accreditano la vostra missione? Dov’è il vostro mandato? Da chi è firmato? Giù la maschera, almeno una volta: mostrate il vostro volto!

Pio VII

X.

Perché vogliamo un Papa-Re?

Voi esitate, ma se la vostra bocca resta muta, i vostri atti parlano e cosa dicono? Essi dicono che malgrado le vostre migliori rassicurazioni di rispetto per il Papa-Pontefice e dell’amore dello spirituale, voi non volete il Papa-Pontefice più del Papa-Re. Essi dicono anche che voi non volete il temporale se non perché da lungo tempo fate buon mercato dello spirituale. Chi dunque oggi attacca il potere temporale di San Pietro se non coloro che con i loro scritti e con i loro atti, testimoniano grandemente il loro disprezzo per il potere spirituale.? Quello che volete, ve lo diciamo noi ora: voi volete sbarazzarvi di questo vegliardo che vi disturba. Voi vorreste annientare il Papato che voi sapete non dover mai patteggiare con le vostre dottrine. Non essendovi dato questo, voi volete incatenarlo ed indebolirlo. Quando sotto il pretesto dell’unità di Italia, avete rinchiuso il Papa in Vaticano e stabilito intorno alla sua dimora una linea di circonvallazione piemontese … ; quando nessuna corrispondenza venuta dai quattro angoli del mondo cattolico potrà pervenire al Santo Padre senza passare per il controllo degli agenti piemontesi, … quando nessuna risposta potrà essere data senza passare per lo stesso controllo … ; quando infine, per dir la parola, il Vicario di Cristo sarà il locatario di Vittorio Emanuele, con Mazzini maggiordomo e Garibaldi portinaio, il giro sarà compiuto. – Voi avrete reso il governo della Chiesa impossibile a Pio IX, come lo fu già a Pio VII, prigioniero in Savona. In questo stato, lo ammettiamo, si vedranno i soldati di Pilato, flettere il ginocchio davanti al Vicario di Gesù-Cristo e dirGli schernendolo: Salve re delle coscienze: “Ave rex judaeorum”. – Ecco cosa volete! Questo gioco sacrilego per quanto tempo vi basterà? Chi può rispondere? Tre cose soltanto sono certe: Il Calvario non è lontano dal Pretorio; San Pietro fu crocifisso in Vaticano; e qualche anno dopo il deicidio, Tito si accampava intorno a Gerusalemme di cui non restò pietra su pietra. Quanto a voi Cattolici, voi potete, con lo sguardo fermo ed il cuore alto, guardare al futuro. I necrofori dormiranno nelle tombe che avranno scavato per voi. Nell’attesa, a tutti i sofismi contentatevi di rispondere: “io sono figlio della Chiesa, e come in tutti i secoli cattolici, io credo ciò che crede il Santo Padre; io approvo quello che egli approva; io condanno ciò che egli condanna, né più né meno. Su questo cuscino dei martiri e dei santi, io dormo in pace! “In pace in idipsum dormiam et requiescam”. Lo si vede, nessuno al mondo tiene così ampio spazio come il Papa, ed il Papa-Re. Se egli sparisce, la sua assenza lascia un vuoto che non sarà mai colmato! Capo della Chiesa, sole del mondo, chiave di volta della società, organo di ogni dovere, protettore di tutti i diritti: se egli cade, tutto crolla con lui, e sprofonda in un abisso senza fondo. Tale è la risposta a questa domanda: A che serve il Papa, ed il Papa-Re?

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XI.

Perché il Papa serve a tutto?

Il Papa serve a tutto, egli è tutto ciò che noi abbiamo già detto, non perché è un uomo, ma perché è il Papa. L’uomo è una cambiale. Di per se stesso la cambiale non è nulla, niente più di un pezzo di carta. Così è l’uomo. Ma la cambiale vale ciò che rappresenta, così come l’uomo che si chiama: Papa. Cosa vale il Papa? Ciò che egli rappresenta. E che cosa rappresenta? Dio stesso. Depositario scelto da Dio e depositario unico, in lui si concentra tutto ciò che nell’ordine morale, Dio è per il mondo civilizzato. Per il mondo civilizzato Dio è tutto: Religione, società, famiglia, diritto, giustizia, dignità, libertà, sicurezza. Il Papa è tutto questo. – Vicario di Dio, tutti questi tesori escono dal Papa come il calore e la luce vengono dal focolare incandescente, come il sangue esce dal cuore e porta la vita a tutte le parti dell’organismo. Dal Papa queste forze elementari sono messe in azione, mantenute in armonia, applicate in misura conveniente, secondo i climi, i tempi e le persone. Ciò che tutti gli esseri devono dire del Creatore, i principi civilizzatori delle nazioni cristiane possono dire parlando del Papa: è in lui che abbiamo la vita, il movimento e l’essere: “In ipso enim vivimus, et movetur, et sumus”. Eliminate il Papa, e la divina cambiale di banca è distrutta. Il valore che rappresenta non esiste più. Le transazioni necessarie tra il potere ed il dovere, si faranno allora con la carta-moneta dei cambiamenti politici, degli espedienti effimeri, assegni senza garanzia, avranno corso con i proiettili dei cannoni rigati o con il selciato delle barricate. È dunque manifesto che attaccando Pio IX, non è l’uomo che si attacca, ma il Papa, e attaccando il Papa, si attacca Dio stesso, così com’è dato all’umanità cristiana costituita per essere elevata fino a Lui. Caduto il Papa, occorre ridirlo, l’idea sovrana di Dio redentore, di Dio civilizzatore, ricade nello stato di lettera morta, per perdersi ben presto nella polvere del dubbio e finire nel niente della negazione universale, con tutte le sue conseguenze. Con queste verità fondamentali si misura l’enormità dell’attentato che si commette oggi.

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XII.

Perché il Papa è così bistrattato?

Stando così le cose, sembra che sotto il cielo dell’Europa, non si dovrebbe incontrare né un solo uomo, né una sola donna che non tenga al Papa, e al Papa-Re, così come ognuno tenga e debba tenere al Cristianesimo, alla civilizzazione, alla sua dignità personale, alla sua libertà, alla sua fortuna, alla sua sicurezza. – Altro è la realtà. Il Vicario del Figlio di Dio, come d’altra parte il Figlio di Dio stesso, è oggi tradito dagli uni, abbandonato dalle altre: “relicto eo, omnes fugerunt”. Si è fatto il vuoto intorno a lui, ed egli percorre la sua via dolorosa in mezzo all’indifferenza delle nazioni. – Di questa indifferenza mostruosa, presagio sinistro di innominabili catastrofi, qual è la causa? Non si ama ciò che non si vuol conoscere. Ora, chi è meno conosciuto del Papa, anche tra i Cattolici? Essi sanno del Papa che Egli è il capo della Chiesa, che istituisce i Vescovi e canonizza i Santi. – Ma il posto che il Papa occupa nel mondo; l’obbedienza filiale che gli devono i re ed i popoli; l’influenza indispensabile della sua azione, sia nell’ordine temporale che nell’ordine spirituale; i benefici immensi di cui l’umanità gli è debitrice; l’indipendenza necessaria della sua Sede; di tutto questo cosa sanno le generazioni moderne? Niente! – Di chi è la colpa? A rischio di stancare certe orecchie sorde, noi non tralasciamo di affermare la verità. Noi ci indirizziamo a tutti coloro che hanno fatto i loro studi classici , e la società ad immagine dei loro studi, e noi domandiamo loro se abbiano mai avuto tra le mani un solo libro greco, latino, francese, storico, scientifico o di altro genere, che risponda seriamente, con tutta verità a questa domanda fondamentale: “a che serve il Papa?” – Ognuno di noi non può dire in tutta sincerità: “noi conosciamo a memoria i ruoli diversi di tutti gli dei del paganesimo; le lotte dei patrizi e dei plebei; le decisioni più o meno importanti del senato e dell’areopago; i fatti, gesta e detti di Alessandro, di Cesare, di Socrate e di Cicerone. – Ma la necessità sociale del Papa; le lotte eroiche dei Papi in favore della libertà dei popoli, … ma i benefici dei Papi, … ma le vittorie dei Papi sulla forza bruta e sulla barbarie, … ma la grande saggezza dei Papi nel governo del mondo: chi ce ne ha mai parlato? – “Tutta la nostra istruzione classica, storica, letteraria, giuridica, politica, talvolta pure teologica, è indifferente o ostile al Papato. È non è stupefacente che in presenza dei suoi nemici, noi restiamo indifferenti, muti, disarmati? Noi siamo quello che ci hanno fatto. Se noi siamo colpevoli, più colpevoli sono coloro che ci hanno reso ciò che noi siamo.”

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.XIII.

Solenni avvertimenti

In mezzo a queste lamentevoli disposizioni, la cui responsabilità pesa con più forza su coloro che meno lo credono, che fa il Santo Padre? Umiliato, coperto di oltraggi, minacciato nella sua libertà, forse anche nella sua vita, egli si rivolge a tutti e ad ognuno, ai re come ai popoli; e sotto forma di supremo addio, dice loro queste parola di Geremia, scritta veramente per la circostanza: “Ecco che io sono tra le vostre mani: fate di me quel che vi piacerà. Ma sappiatelo bene: se voi mi oltraggiate, se attentate alla mia libertà o alla mia vita, voi chiamate tutti i fulmini del cielo sulle vostre persone, sui vostri reami, e sui loro abitanti: perché io sono veramente il luogotenente di Dio. L’organo della sua volontà il depositario dei suoi diritti”. [“Ego autem ecce in manibus vestris sum: facite mihi quod bonum et rectum est in oculis vestris. Verumtamen scitote et cognoscite quod, si occideritis me, sanguinem innocentem tradetis contra vosmetipsos, et contra civitatem istam, et habitatores ejus: in veritate enim misit me Dominus ad vos, ut loquerer in auribus vestris omnia verba haec.” Ger. XXVI, 14-15] – Lo crederanno essi? Forse! Quello che è certo è che “il mondo passerà, ma le parole di verità eterna non passeranno. Così come i loro precursori, i nemici attuali del Papato saranno frantumati come vasi di terracotta: e quando la rivoluzione avrà gettato al vento le loro polveri, il Papa, unico superstite di tutti i poteri, continuerà a proclamare, tra le rovine delle cose umane, il cantico della sua immortalità regale: “Et portae inferi non praevalebunt”!

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Questa libricino fu scritto da mons. Gaume all’epoca di Pio IX. Egli aveva avuto, ed aveva, dei veri grandissimi Papi, e rettamente interpretava e difendeva il ruolo del Santo Padre. Chissà, oggi che il soglio di Pietro è occupato dagli agenti della sinagoga deicida usurpante, vicari di entità indecifrabili, forse di Belial? … che hanno posto l’abominio della desolazione sugli altari di Gesù-Cristo, cosa scriverebbe mai? Ai posteri l’ardua e “banale” sentenza … direbbe nonno Basilio! Invochiamo il buon Dio affinché ponga presto fine, con il soffio della sua bocca, a questi tempi di apostasia, e rimetta al suo posto l’Autorità degna di Lui, come descritta dal Mgr. Gaume! Dio ci conceda!

MATRIMONIO

MATRIMONIO

[da: I tesori di Cornelio Alapide]

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  • 1. Chi vuole abbracciare lo stato coniugale, deve prepararvisi. — 2. Scopo che deve proporsi chi va a matrimonio. — 3. Di quale benedizione si serva la Chiesa per santificare il matrimonio. — 4. Il matrimonio è degno di rispetto. — 5. Quale unione deve esistere tra gli sposi. — 6. Doveri dei coniugi: 1° Doveri della sposa; 2° Doveri dello sposo. — 7. Il matrimonio è inferiore alla verginità. — 8. Il matrimonio profanato. — 9. Castighi riservati ai profanatori del matrimonio.
  1. Chi vuole abbracciare lo stato coniugale, deve prepararvisi. — Udite innanzi tutto a questo proposito ravviso del concilio di Trento: « Esorta il santo Sinodo i fidanzati, che prima di contrarre il vincolo, o almeno tre giorni avanti di consumare il matrimonio, confessino diligentemente i loro peccati, e si accostino devotamente alla santa Eucaristia». « Casa e ricchezze ci vengono dai parenti, leggiamo nei Proverbi, ma solo da Dio ci viene la sposa assennata » (XIX, 14). E l’Ecclesiastico: « Marita la figlia tua e avrai fatto gran cosa; ma dalla ad un uomo saggio » (VII, 27). Ora, se è Dio solo che dà una moglie assennata, e i parenti fanno buona cosa solo quando uniscono la loro figlia a uno sposo prudente, ne consegue che è necessario prepararsi, come conviene a buoni cristiani, prima di entrare nello stato coniugale… D’altronde poiché il matrimonio cristiano è stato elevato da Gesù Cristo al grado di Sacramento dei vivi, ognuno vede che bisogna accostarvisi con le dovute disposizioni; da queste poi dipende la felicità e l’infelicità degli sposi. Bisogna apparecchiarvisi principalmente con la prudenza, con la preghiera, con la modestia; si consultino il proprio confessore ed i parenti; si cerchino informazioni su la persona che si vuole sposare, su la sua pietà, condotta e onoratezza… Si preparano forse così la maggior parte degli uomini al matrimonio?… Volesse il Cielo che la preparazione di molti non fosse invece una catena di scandali e di peccati! Si profana questo grande Sacramento, e invece di meritare la benedizione, si riceve la maledizione… Non ci sfugga di mente che Gesù Cristo, la sua santa Madre e gli Apostoli furono invitati e intervennero alle nozze di Cana: così si deve fare in ogni matrimonio cristiano.
  2. Scopo che deve proporsi chi va a matrimonio. — Triplice è il fine al quale deve mirare chi vuole contrarre matrimonio con timore e amor di Dio: 1° di ricevere degnamente questo S acramento e di non mai profanarlo; 2° di conservare la fedeltà coniugale; 3° di allevare piamente la prole che Dio sarà per concedere… Questi doveri sono sacri e gli sposi cristiani devono averli in cima dei loro disegni.
  3. Di quale benedizione si serva la Chiesa per santificare il matrimonio. — Per benedire un matrimonio, la Chiesa toglie le sue espressioni alla sacra Scrittura, e adopera le parole usate già da Raguele nello sposare Tobia e Sara: (Il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe sia con voi; vi unisca Egli medesimo e adempia in voi la sua benedizione » (Tob. VII, 15). Dopo di aver domandato agli sposi il loro mutuo consenso, la Chiesa pronunzia per bocca del suo ministro che la rappresenta, questa formula solenne: « Io vi congiungo in matrimonio, nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo » (Ritual. rom.)… Santo è dunque il matrimonio, e tre volte santo… Guai a chi lo profana!…
  4. Il matrimonio è degno di rispetto. — « Onorevole in ogni cosa è il matrimonio, dice l’Apostolo, ed il letto immacolato; i fornicatori e gli adulteri li giudicherà Iddio » (Hebr. XIII, 4). « Guàrdati, flgliuol mio, diceva Tobia, guàrdati da ogni fornicazione, e non ti prenda mai la voglia di conoscere altra donna che la tua» (Tob. IV, 13). Platone medesimo già stabiliva che nessuno osasse accostarsi ad altra donna che non fosse la propria legittima moglie, e che la fedeltà nel matrimonio fosse sacra.
  5. Quale unione deve esistere tra gli sposi. — L’unione che deve esistere tra gli sposi, risulta chiara dallo scopo che ebbe Dio, e dal modo che tenne nel formare e presentare ad Adamo la prima donna. « Facciamo ad Adamo, disse il Signore, un aiuto simile a lui » (Gen. II, 18). « E fattolo cadere in un profondo sonno, gli tolse una delle coste e con essa formò la donna. Appena Adamo la vide, uscì in queste parole: Questo è osso delle mie ossa, e carne della mia carne. Perciò abbandonerà l’uomo il padre e la madre sua, e starà congiunto alla sua donna, e saranno due in una sola carne » (Gen. II, 21-24). Ora ecco la spiegazione di Gesù Cristo: «In virtù di quest’origine, gli sposi non son due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi quello che Dio ha congiunto » (Matth. XIX, 6). Quindi il Savio, tra le tre cose che dice piacere sopra tutte le altre a Dio, pone questa, cioè un marito ed una moglie così d’accordo, che formino un cuore ed un’anima sola: (Eccli. XXV, 1-2). Gli sposi sono e per il consenso che precede il connubio e per il contratto e il Sacramento del matrimonio, e per l’abitazione e la tavola comune, e per il letto nuziale, così intimamente congiunti, che formano una sola persona civile; perciò si chiamano coniugi (coniuges) quasi uniti a un giogo. Se vivono nella pace, nella concordia, nella fedeltà, la loro vita è piacevole, gradita e santa; se invece vivono in discordie, in alterchi e risse, trascinano giorni di amarezza e d’inferno. Quando due buoi o due cavalli aggiogati camminano d’ugual passo, avanzano senza stento ed hanno molto maggior forza; ma se non si muovono d’accordo, soffrono tutti e due, sentono più grave il peso del lavoro, e meno facilmente adempiono il loro compito. Lo stesso è dei coniugati… Il principio e la vita dell’unione coniugale sta nell’amore reciproco… Perché esista tra gli sposi un’armonia perfetta, si richiede: 1° identità di religione, di fede, di pietà; 2° uguaglianza di carattere…; 3° parità di condizione…; 4° affetto reciproco…; 5° risoluzione di dividere tanto le gioie quanto le pene del loro stato…; 6° la pace e la concordia in seno alla famiglia… Se agli sposi sta a cuore il godere di questi beni, preghino Iddio e Lo servano. Quando siano uniti a Dio per l’orazione e l’amore, saranno anche uniti tra di loro; sia perché due cose che sono unite a una terza, lo sono anche tra sé; sia perché l’amore con cui si ama Dio e quello con cui si ama il prossimo in riguardo a Dio, sono in sostanza, e specialmente negli sposi, un medesimo amore…
  6. Doveri dei coniugi. — 1° Doveri della sposa. I doveri di una moglie verso il marito consistono nell’onorarlo, rispettarlo, amarlo, essergli fedele, sopportarne i difetti e assisterlo. 1) L’onore ed il rispetto dovuti dalla sposa allo sposo importano ch’essa e nel parlare di lui e nel parlare a lui medesimo usi sempre termini rispettosi, adoperi un linguaggio che denoti la stima in cui essa tiene la persona di lui; ne procuri in tutto la buona fama, non badando ai segreti disgusti che forse le arrechi, e mantenga alto silenzio su le mancanze in cui egli cade. Tutte le sante donne delle quali si parla nella santa Scrittura, osservarono puntualmente questa norma ed onorarono gli sposi loro, tenendo con essi un linguaggio di onore e di rispetto. Sara non chiamava mai Abramo con altro titolo che con quello di suo signore (Gen. XVIII, 12). Il medesimo nome dava Rebecca ad Isacco, perché vedeva nella persona di lui la maestà di Dio e pensava che l’onore che essa gli rendeva, si riverberava sopra di lei medesima. Così pure Anna, madre di Samuele, e la madre del giovane Tobia, furono ragguardevoli per le testimonianze di riverenza che diedero ai loro mariti. 2) La sposa deve nutrire per il suo marito, un amore intero e costante, un amore figlio della castità coniugale, un amore spirituale e santo. Essa guadagnerà il marito suo alla pietà meglio ancora con l’esempio che con la parola piena di soavità e di dolcezza; questa però non la risparmierà mai ogni volta che le si presenterà l’occasione favorevole di mettergli in orrore il vizio e la dissolutezza, se per disgrazia il marito ne ha bisogno. L’amore di una moglie deve rivolgersi non tanto a quello che sa di sensibile e di carnale, quanto a ciò che ne riguarda la salvezza; deve quindi impegnarla a fargli in tempo e luogo conveniente salutari rimostranze, maneggiandosi secondo i suggerimenti della prudenza. Non vi è cosa che più eserciti potere ed efficacia nel cuore di un uomo, quanto la voce di una moglie virtuosa; ma bisogna per ciò saper scegliere i momenti, cercare i modi più adatti alla buona riuscita. Scagliarsi contro il marito e rimproverarlo e tempestarlo mentre è tuttavia cotto dal vino o infiammato dalla passione, è una imprudenza le cui conseguenze riescono sommamente pericolose e funeste. Bisogna che l’amore renda ingegnose le donne ad insinuarsi nel cuore dei loro mariti prima di arrischiarsi a dire quello che naturalmente a costoro non garba; ed innanzi tutto devono pregare con fervore e con assiduità per ottenerne il ravvedimento e la conversione. 3) La moglie deve stare sottomessa al marito, come la Chiesa sta soggetta a Gesù Cristo in tutto ciò che è secondo il Signore. Dio medesimo sottomise la donna all’uomo, in punizione della sua disobbedienza. Essa è dunque tenuta ad obbedire in tutto ciò che è secondo Dio, cioè in quelle cose che non contrariano né l’onore di Dio, né la carità del prossimo. Ma se un marito esigesse dalla moglie cosa contraria alla legge di Dio, alla religione, al pudore, alla modestia, insomma a’ suoi sacrosanti doveri, non gli dovrebbe punto obbedire, perché obbedendo a lui disobbedirebbe a Dio, a Gesù Cristo, alla religione, alla virtù, alla coscienza… Negli affari indifferenti, in cui non ci sta di mezzo la religione, né si fa torto alla sana ragione, è debito della donna arrendersi al piacere del marito. Similmente quando insorgono dispareri, la donna deve cedere, perché il calore della disputa non rompa l’unione, la concordia, e la carità che deve regnare fra di loro due. Conviene alla donna conservare la calma e la tranquillità di spirito necessari alla pietà ed al servizio di Dio, il non dare cattivo esempio ai figli ed ai domestici, il non avvezzarli a mancare di rispetto o di sottomissione, a piatire o rimbeccare quando loro si parla. Ancorché il marito in qualche caso avesse torto, la moglie dovrebbe procedere con grande riservatezza, specialmente in presenza dei ragazzi e dei suoi. Non deve rimbeccare quello che può sfuggire di bocca al marito mentre è in bizza e fuori di cervello, per non inasprirlo, e per non metterlo in puntiglio, con pericolo di conseguenze più dolorose. Appunto per la trascuranza di queste regole, dettate dalla prudenza e dalla carità, parecchie donne mancano al dovere principale loro imposto dalla religione, di sopportare i propri mariti, ancorché ne ricevano senza motivo cattivi trattamenti. In queste difficili occorrenze, la loro obbedienza riuscirebbe tanto più preziosa agli occhi di Dio, quanto più, nulla avendovi d’umano, comparirebbe fondata unicamente su la carità cristiana. Ma ahimè! quante ve ne sono le quali, invece di vincere i loro sposi con la dolcezza, rimbeccano con ingiurie una parola un po’ duretta; che cominciano dal versare in capo al marito, alle volte abbrutito dalle dissolutezze e incapace di comprendere che ha torto, un diluvio di rimproveri, d’invettive, d’imprecazioni! Quindi i giuramenti, le bestemmie, le collere, le minacce, le brutalità, gli scandali, i disordini che, secondo l’espressione di S. Gerolamo, fanno di tali case un’immagine anticipata dell’inferno. 4) Occorre forse ricordare alle spose ch’esse devono mantenere inviolata la fedeltà giurata ai piedi degli altari? Chiunque abbia una leggera tintura dei principi del Cristianesimo, o darà retta anche solo alla ragione, non si illuderà sulla gravità di certi disordini dei quali non solamente i pagani, ma perfino le più barbare nazioni, come i Cafri brutali e gli Oceanici antropofagi ebbero ed hanno maggior orrore, che non certi sedicenti cristiani del secolo corrotto. 5) Devono sopportare con pazienza e rassegnazione i loro mariti e tollerare con pazienza le debolezze, i difetti e le infermità che alle volte possono avere. 6) Finalmente devono ai loro consorti ogni sorta di assistenza, e corporale e spirituale… – La Scrittura c’insegna che i genitori di Sara ravvisarono e le inculcarono che rispettasse i suoceri, amasse il marito, educasse la figliolanza, governasse la famiglia e si mostrasse irreprensibile in ogni cosa: (Tob. X, 13). Ecco a grandi tratti i doveri delle mogli verso i mariti. Oh! fossero tutte le spose, tutte le madri di famiglia altrettante copie viventi di Sara! 2° Doveri dello sposo. — I doveri dei mariti verso le mogli sono di amarle, di essere loro fedeli, di mantenerle, sopportarle ed assisterle. Uno sposo è obbligato ad amare la sposa: niente di più giusto e più legittimo; è questo per i due coniugi un dovere reciproco. Ma questo solo non basta. Perché l’amore sia cristiano e gradito a Dio, bisogna che si riferisca a Dio, come ad ultimo suo fine, che miri alla sua gloria e abbia le qualità dell’amore di Gesù Cristo verso la Chiesa. Senza di questo, ogni altro amore non ha nessun valore innanzi a Dio, non ha carattere di cristiano. I pagani si amavano di tale amore e se si possiede solo questo, non si è nulla più che pagani. Che uno sposo ami la donna sua, è cosa buona e legittima; ma il non amare niente altro è un delitto; infatti in tal caso l’amore rimane nella creatura come in suo ultimo fine, e non produce che frutti di corruzione e di morte… Affinché dunque un marito ami cristianamente la propria moglie deve, scrive S. Paolo, amarla come Gesù Cristo amò la sua Chiesa. Come Gesù è divenuto il capo della Chiesa in forza dell’unione che volle contrarre con lei, come non ebbe in cuore altro se non la salute di questa sposa di cui si fece il Redentore, così il fine dell’alleanza che un marito stringe con la moglie, deve mirare a ciò, che si santifichi con essa e le dia aiuto a salvarsi. Egli l’amerà come un altro se medesimo, e siccome nessuno ama veramente se stesso, se non amando Dio come suo vero bene, egli amerà in primo luogo Iddio perfettamente e insegnerà alla sua sposa a fare lo stesso. Egli procurerà di compiacerla in tutto ciò che non sarà contrario a quello che deve a Dio… Lo sposo si ricordi che egli è il capo della donna ma in quel modo e con quello spirito che Gesù Cristo è capo della Chiesa. Il Salvatore governa la Chiesa come una sposa ch’egli considera come carne e ossa sue, che tratta sempre con carità, e per la quale si è immolato su la croce; così il marito deve considerare la propria consorte come una porzione di se stesso, governarla con autorità temperata da dolcezza, da discrezione, da carità; correggerla, quando occorra, più con la persuasione che col comando, con dimestichezza più che con alterigia, perché lo sposo non ha il diritto di trattare con la moglie come un padrone coi servi. La donna non fu tratta dal capo di Adamo, come se dovesse comandare; non dai piedi, quasi ne fosse la schiava; ma dal fianco, per indicare che deve esserne la compagna e, secondo la parola divina, un aiuto simile a lui. Essa fu tolta dalla vicinanza del cuore, perché l’uomo comprenda tutta la carità che per essa deve avere. Non è dunque lecito al marito fare della moglie tutto ciò che gli pare e piace, né trattarla da serva, né comandarle con alterigia, né maltrattarla anche nel caso di gravi torti, né obbligarla a farsi cieco strumento di ogni suo capriccio. Non sarebbe questo un operare da cristiano, da uomo, che tiene nella casa il luogo di Gesù Cristo… Il marito contrasse società con la sposa per mezzo del matrimonio, per vivere in perfetta comunanza di spirito, di cuore, d’interesse, di beni spirituali e temporali, di pietà, di religione, di salute. La moglie è osso delle sue ossa, è carne della sua carne; ora chi ha mai visto un uomo il quale non si curi del suo corpo e lo tratti con durezza e con prepotenza? Anzi, ciascuno si dà ogni cura di nutrirlo e mantenerlo; gli stessi riguardi deve usare con la consorte… Un marito amoroso e fedele metterà a parte de’ suoi affari, con leatà e confidenza, la propria moglie, e le domanderà consiglio, per operare di buon accordo. È necessario per il bene della pace che ciascuno ceda una parte de’ propri diritti… – Degli altri doveri dei mariti, cioè la fedeltà, l’assistenza nei bisogni corporali e spirituali, il compatimento, già abbiamo parlato: essi sono gli stessi doveri che hanno le spose.
  7. Il matrimonio è inferiore alla verginità. — Scriveva S. Paolo ai Corinzi: Buona cosa è per l’uomo starsene senza moglie. Non ne hai tu ancora presa alcuna? non pensarci. Tuttavia, se vi ammogliate, non fate male, e se una zitella va a marito, non pecca. Avranno però costoro a patire tribolazione della carne… Io dunque vi dico che il tempo è breve e che quelli i quali hanno moglie, vivano come se non l’avessero… Io desidero che voi siate senza inquietudine; ora chi non è ammogliato ha il pensiero alle cose del Signore, studia come piacere a Dio. Invece chi ha preso moglie, cerca ciò che è del mondo e la maniera di piacere alla sposa, ed è diviso. Così pure la vergine pensa alle cose del Signore per essere santa di spirito e di corpo; ma quella che ha marito, cura le cose del mondo e cerca di ingraziarsi il consorte. Dunque chi marita la figlia sua fa bene, chi non la marita fa meglio. (I Cor. VII, 26-38). E poco prima aveva detto: «Bramo che voi tutti siate come me (celibe); ma ciascuno ha da Dio il suo dono, uno in un modo, uno in un altro. Io dico ai non ammogliati ed ai vedovi che è bene per loro starsene così, come sto io » (Ib. 7-8). S. Basilio vede nello stato coniugale un’officina di dolori (Constìt. monast. c. II). L’Apostolo chiama tribolazioni della carne, le prove che vanno congiunte al matrimonio, alla paternità, alla famiglia. Egli contrappone tutto questo ai vani piaceri di cui si pasce l’immaginazione degli imprudenti e dei ciechi; infatti le cure, le noie, le pene, i fastidi, le malattie, i pericoli a cui va esposto lo stato matrimoniale, superano e fanno pagare troppo care le poche gioie che dà… Quanti patimenti, quanti pericoli non corre la donna nel tempo: che porta in grembo e nell’ora in cui mette alla luce il bambino! Quante cure e sollecitudini e fatiche per nutrire, vestire ed allevare una famiglia! Che angosce, che trafitture quando la prole muore!… Che impacci, che studi, che brighe per dare loro una posizione, se campano!… Quante lag rime e quanti gemiti, se traviano!… Per tutti questi malanni che toccano agii ammogliati, S. Ambrogio e S. Agostano non ebbero mai cuore di consigliare a nessuno le nozze… Nella Chiesa vi sono tre stati, disse S. Anselmo, vescovo dei Sassoni; la verginità, il celibato, il matrimonio. Se volete conoscere la differenza che passa tra di loro, eccovela: la verginità è l’oro, il celibato è l’argento, il matrimonio è il ferro; la verginità è l’opulenza, il celibato l’agiatezza, il matrimonio la povertà; la verginità è la pace, il celibato, la libertà, il matrimonio, la schiavitù; la verginità è il sole, il celibato una lampada, il matrimonio tenebre; la verginità è una regina, il celibato un signore, il coniugio un servo (De Laud. Virg. c. IX. — Biblioth. Patr.). « Le nozze, dice S. Girolamo, popolano la terra, la verginità popola il cielo » — Nuptiae terram replent, virginitas paradisum (De Virg.). Ma intanto, dice S. Paolo, chi non può mantenersi nella continenza, vada a matrimonio; è meglio maritarsi, che cedere alla tentazione: (I Cor. VII, 9). Queste parole di S. Paolo sono commentate così da S. Girolamo : « Quando una giovane non può o non vuole conservare la continenza, le conviene meglio sposare un uomo, che un demonio ». Il matrimonio, questo stato degno di onore e che non va disgiunto da gioie quando gli sposi hanno il timor di Dio e stanno uniti, è un inferno quando succede il contrario. Se la donna che sposate è capricciosa, bisbetica, malvagia, essa vi porterà in casa la guerra, vi si presenterà come una bestia feroce; la sua lingua è uno stocco affilato di fresco. Triste, penosa, deplorabile cosa, che colei la quale dovrebbe essere aiuto e rimedio, sia tormento e veleno! Intanto, o uomo, se tu non sei stato pio, se la donna ti è cagione di perdita e di disgusto perché l’hai traviata tu stesso, cura con la pazienza il male che essa ti fa. Ti serva essa da medico e da chirurgo, per medicare le piaghe dell’anima tua: Dio l’adopera con te e su di te, come una lama tagliente e sebbene il ferro tra le mani del chirurgo non sappia quello che si fa, lo sa benissimo il chirurgo, e questo basta. Benché una moglie persecutrice non sappia quello che si fa, lo sa Dio e purché in voi vi sia pietà e rassegnazione, ella vi salverà. « La donna rissosa, leggiamo nei Proverbi, è come un tetto che in giorno di nebbia lascia gocciolare l’acqua. Chi vuole ammansarla, vuole stringere in pugno il vento » (XXVII, 15-16). La donna e la nave non hanno mai abbastanza di ornamenti, dice Plauto; chi dunque vuole aver da fare, sposi una donna, o costruisca un vascello (Anton. in Meliss.). « La donna malvagia è il peggiore di tutti i mali! esclama il Crisostomo; insoffribili e intrattabili sono i dragoni, malefici e orribili sono gli aspidi, ma la cattiveria di una donna è più terribile che le belve medesime. Una donna maligna non conosce mitezza : se la battete severamente, infuria, se l’accarezzate, alza le corna e s’inorgoglisce. È più facile fondere il ferro che correggere una donna viziosa: chi si è sposato a una moglie siffatta, deve riconoscere che ha ricevuto il castigo che meritavano i suoi peccati. Non vi è mostro nel mondo che si possa paragonare alla donna cattiva. Qual belva più feroce del leone? Nessuna, se non una donna malvagia. Qual rettile più crudele del dragone? Nessun altro fuorché la donna malvagia ». L’uomo che ha sposato una femmina di questa sorte è il più sventurato degli uomini. Non gli resta che un rimedio : la pazienza; ma questa pazienza gli procurerà il cielo… Quello che si dice di un uomo ammogliato a donna senza virtù e senza pudore, vale pure per una moglie virtuosa sposata a un marito corrotto, libertino, ubriacone, collerico, vizioso. Che disgrazia è mai per lei essere costretta ad abitare con un soggetto di tal fatta! Che inferno! Poveretta! Ma via, si rassegni e preghi, Dio le darà una ricca e splendida corona. Quando la donna è viziosa, il marito è infelicissimo, e viceversa; ora che cosa sarà quando tutti e due gli sposi siano cattivi arnesi, senza pazienza, né dolcezze, né religione, né castità? Non vi sono espressioni che bastino a numerare e qualificare i malanni che nascono da tale alleanza maledetta…
  8. Il matrimonio profanato. — Vi sono degli sposi, dice la Sapienza, i quali non rispettano né la castità delle nozze, né la vita del matrimonio, uccidendosi l’un l’altro spiritualmente e facendosi reciproco oltraggio con cattivi costumi. Presso di loro tutto è disordine: il sangue, l’uccisione, il furto, la frode, la corruzione, l’infedeltà, la dimenticanza di Dio, l’ingratitudine, la profanazione delle anime, l’aborto, le dissolutezze dell’adulterio e dell’impudicizia, tutto è da loro insieme confuso e menato in trionfo (Sap. XIV, 24-26). Dove sono i figli che Dio destinava a vedere il giorno? Respingere nel nulla esistenze che dovevano avere per fine la vita eterna, che nefandità, che delitto, e quale conto ne dovranno rendere i colpevoli!
  9. Castighi riservati ai profanatori del matrimonio. — I figli degli adulteri saranno infelici, sentenzia il Savio, e il frutto di un letto impudico non arriverà alla maturità (Sap. III, 16). Onan metteva ostacolo all’adempimento della volontà di Dio, facendo azione detestabile, perciò Dio lo percosse di morte: (Gen. XXXVIII, 9-10). Un tale delitto viola la legge naturale e la santità del matrimonio. E’ paragonato da Dio medesimo all’omicidio e la Scrittura lo chiama detestabile. Che nome dargli quando è commesso dai cristiani? Molti genitori si lagnano delle disgrazie che loro piovono addosso, delle infermità che travagliano i loro figli, della morte che loro spietatamente li strappa. Giuste punizioni di Dio! Sposi colpevoli, aprite gli occhi, riconoscete che avete calpestato i vostri più sacri doveri, convertitevi, e la giustizia di Dio cesserà dal percuotervi… Perché la casta Sara vide consecutivamente trucidati da un demonio, la prima notte delle nozze, i sette sposi da lei impalmati? la ragione la manifestò Raffaele a Tobia il quale, udendosela proporre in isposa, ebbe il timore che la stessa sorte toccasse anche a lui: Se dài retta a me, rispose l’angelo, non ti toccherà nulla di simile, perché sai tu chi siano quei mariti sui quali ha potestà il demonio? Sono quelli che abbracciano il matrimonio con tale disposizione di animo, che scacciano Dio da sé e dalla loro mente, e soddisfano la loro libidine come il cavallo e il mulo che non hanno intelletto. Ma tu prenderai la sposa nel timor di Dio, mosso più dal desiderio di prole che di libidine, per ottenere la benedizione riservata alla stirpe di Abramo (Tob. VI, 11-22). Prima della legge mosaica, l’adultero presso i Giudei era bruciato vivo; dopo, si lapidava (Levit. XX, 10). Gli Egizi punivano l’adulterio negli uomini con cento colpi di verga; nelle donne, con recidere loro il naso, affinché il loro disdoro non cessasse mai di essere pubblico (Diod. Bibl. hist.). Presso gli Arabi, i Parti e altre antiche nazioni, gli adulteri erano condannati alla decapitazione (Ib.). Il re Tenedio stabilì per legge, che gli adulteri fossero segati per metà e condannò a tale supplizio il suo medesimo figlio (Maxim. Orat.). Nel suo nono libro delle Leggi, Platone decretò la morte contro il fornicatore, e permise a chiunque di uccidere l’adultero. Solone permetteva di uccidere chi fosse sorpreso in atto di adulterio (Plutarco). Giulio Cesare, Augusto, Tiberio, Domiziano, Severo, Aureliano, stabilirono gravi castighi contro gli adulteri. Aureliano, per esempio, faceva legare i piedi dei colpevoli a due rami di alberi piegati a viva forza, che poi, essendo lasciati ritornare alla loro posizione naturale, squartavano il corpo del condannato (C. Aelian., Var. histor. Lib. X, c. VI). Macrino, successore, di Caracalla, li faceva bruciare vivi (Alex.) Maometto medesimo ordinò che sia inflitta all’adultero la pena di cento colpi di bastone. I Sarmati, per testimonianza, di Orosio, uccidevano le donne adultere, o le vendevano schiave. I Sassoni, ancor pagani, costringevano l’adultera ad impiccarsi, e mettevano il complice pubblicamente su un rogo, cui appiccavano il fuoco (S. Bonif. Epist.).

 

SACRILEGIO

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SACRILEGIO

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. III SEI Torino, 1930]

1.- Il sacrilegio è il più enorme dei misfatti. — 2. Empietà del sacrilego. — 3. Castigo dei profanatori dei sacramenti.

  1. IL SACRILEGIO È IL PIÙ ENORME DEI MISFATTI . — Sono perentorie, a questo proposito, le sentenze di S. Paolo ai Corinzi ed agli Ebrei: «Chiunque, scriveva a quelli, mangerà questo pane (l’eucaristico), o berrà il calice del Signore indegnamente, si farà reo del corpo e del sangue del Signore… egli si mangia e beve la sua condanna… » — “Quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini … Iudicium sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini( I Cor. X I , 27 – 29 ) . Agli Ebrei poi, dopo di aver detto che il profanatore crocifigge un’altra volta in sé il Figlio di Dio: — “Rursum cruciflgentes sibimetipsis Filium Dei(Hebr. VI, 6 ), così ragiona: « Se colui che per deposizione di due o tre testimoni è convinto di avere trasgredito la legge di Dio, viene senza pietà condannato a morte; pensate quanto più acerbo supplizio meriti colui che ha calpestato il Figlio di Dio, ha macchiato il sangue dell’alleanza nel quale era stato santificato ed ha oltraggiato lo spirito di grazia » — “Irritum quis faciens legem Moysis, sine ulla miseratione, duo bus vel tribus testibus, moritur. Quando magis putatis deteriora mereri supplicia, qui Filium Dei conculcaverit, et sanguinem testamenti pollutum duxerit, in quo sanctificatus est, et spiritui gratiae contumeliam fecerit” (Id. X, 28 – 29 ). – A tutta ragione pertanto S. Vincenzo Ferreri predicava che colui il quale si comunica indegnamente, commette peccato più enorme di colui che gettasse il Santissimo Sacramento in una fogna: [“Maius peccatimi est, quam si proiiceret corpus Christi in cloacam(Conc. de Corpor. Ch.)], e S. Bernardo chiama i profanatori del corpo di Gesù Cristo, peggiori di Giuda, perché costui consegnò il Salvatore in mano ai Giudei, mentre quelli lo consegnano al demonio, perché ne mettono il Corpo adorabile in un luogo soggetto alla potestà del demonio, tale essendo il loro corpo e il loro cuore [“Iuda traditore deteriores effecti, eo quod, sicut ille tradidid Iesum Iudaeis, ita isti tradunt diabolo, eo quod illum ponunt in loco sub potestate diaboli costituto(Serm. LV, c. III)] . « Non tanto indegno di ricevere il corpo di Gesù Cristo è il fango, dice Teofilatto, quanto l’impuro cuore del profanatore [“Lutum non adeo indignum est corpore divino, quam indigna est carnis tuae impuritasIn Hebr. XX, 16 ]. Di quale orribile misfatto non si farebbe reo, chi profanasse una chiesa, un altare, un tabernacolo, i vasi sacri! Ora che cosa pensare del delitto di chi si comunica indegnamente? – « Chi sarà così empio, domanda S. Agostino, che osi trattare il santissimo Sacramento con mani fangose? (2 (2) [“Quis adeo impius erit, qui lutosis manibus sacratissimum sacramentum tractare praesumat?” Serm. CCXLIV de Temp.]. – Ma chi tratta indegnamente il corpo di Cristo regnante nei cieli, pecca assai più gravemente di coloro che lo confissero in croce mentr’era su questa terra [“Gravius peccant indigne offerentes Christum regnantem in coelis, quam qui eum crucifixerunt ambulantem in terris” – S. AUGUST. In Psalm. LXVII, 22]. Perché, come nota Tertulliano, i Giudei soltanto una volta catturarono, malmenarono e crocefissero il Cristo; mentre il sacrilego Lo prende, Lo lega, Lo maltratta, Lo crocifigge tutte le volte che indegnamente si comunica. Di quale misfatto si fa colpevole chi cambia la Redenzione in perdizione, la Comunione in veleno, la vita in strumento di morte!… « Ah tolga Iddio! esclama S. Pier Damiani, che colui il quale adora idoli di carne, ardisca accogliere nel tempio di Venere, il Figlio della Vergine! [“Absit ut aliquis h-uic idolo substernatur, et filium Virginis in Veneris tempio suseipiat!” – In Epist.] ». « E se volete peccare, dice S. Bernardo, cercatevi un’altra lingua che ancora non rosseggi del sangue di Gesù Cristo [“Quando peccare volueris, quaere aliam linguam quam eam quae rubescit sanguine Christi”  (Serm. in die Passion.)].

2. EMPIETÀ DEL SACRILEGO. — Il Vangelo racconta che Giuda, recatosi dai principi dei sacerdoti, disse loro: Che cosa volete darmi, ed io vi consegnerò nelle mani il Cristo? Essi gli promisero trenta monete d’argento, e da quel punto Giuda studiò l’occasione di tradire Gesù Cristo ( MATTH. XXVI, 14 – 16 ). Il sacrilego fa anch’egli un patto con Satana e gli dice: Che cosa vuoi darmi, ed io ti consegnerò Gesù? Dammi quel piacere impuro, quelle ricchezze, quello sfogo di vendetta, ed io ti darò in cambio il mio Dio!… – I sacrileghi vendono, tradiscono Gesù a imitazione di Giuda, con questa differenza che il tradimento di Giuda si cambiò in bene per la salute universale, ma il peccato del profanatore sacrilego non serve che a oltraggiare Gesù e a rallegrare l’inferno. Dio è nostro Padre, ed il migliore dei padri … E che cosa fa il sacrilego? Egli s’innalza contro Dio, Lo flagella, Lo crocifigge, Lo annienta per quanto gli è possibile… Non è dunque un parricida?… Dio l’ha colmato e tuttavia gli è largo di benefizi, ed egli insolentire, disprezzarlo, perseguitarlo come suo mortale nemico… Non si deve chiamare mostro d’ingratitudine?… Udite com’egli se ne lamenta: «Se fosse un mio nemico quello che m’insulta, lo sopporterei; se contro di me si fosse sollevato chi mi odia, forse mi sarei sottratto alle sue persecuzioni: ma ribellarti a me, combattermi, insultarmi tu che io riguardava come un altro me stesso; tu che vivevi con con me alla familiare; tu il confidente dei miei segreti, che ti cibavi alla mia mensa; tu col quale io camminava d’accordo nella casa del Signore? » {Psalm. LIV, 12-15); ah! questo è un tale eccesso d’ingratitudine, che supera la malizia dell’uomo… Vi è in questo procedere tale mostruosa impostura, che sa di diabolico. Giuda con un finto bacio tradisce il maestro… il profanatore sacrilego con le mani giunte sul petto, con gli occhi fìssi a terra, con le ginocchia piegate, in atteggiamento di rispetto e di preghiera, vende il Salvatore a satana. – Ma non basta il dire che nella condotta del sacrilego vi è un certo non so che di diabolico; bisogna dire che è egli medesimo un demonio in carne ed ossa. Infatti non è forse il nome con cui Gesù Cristo medesimo chiamò Giuda allorché si preparava a tradirlo? — [“Unus ex vobis diabolus est” IOANN. VI, 71). E S. Paolo non lascia anch’egli intendere chiaramente questa verità, cioè che il sacrilego diventa un demonio, dove scrive ai Corinzi: « Io non voglio che voi abbiate società alcuna coi demoni. Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; nè stare alla mensa del Signore e alla tavola dei demoni » — [“Nolo vos socios fieri daemonium. Non potestis calicem D o m i n i bibere, et calicem daemoniorum; non potestis mensae Domini participes esse et mensae daemoniorum( I Cor. X , 20-21)]. « Colui che si comunica, conscio a se medesimo di peccato mortale, è peggiore di un diavolo», dice S. Giovanni Crisostomo – [“Multo daemonio peior est, qui peccati conscius, accedit ad altare (Homil. ad pop. )]. E S. Isidoro dice che in questo traditore sacrilego il demonio entra tutto intero [“Totus daemon se insinuat in proditore (Epist.).]. Ciò non ostante, o come frequentemente Gesù Cristo potrebbe dire a quelle turbe di gente che fanno ressa al sacro altare: « Voi siete mondi, ma non tutti » — [“Vos mundi estis, sed non omnes” ( Joan. XIII, 10), « e vi è tra di voi chi mangia il pane con me, il quale alzerà contro di me il calcagno » — [“Qui manducat mecum panem, levabit contra me calcaneum suum (Ib. 18)]. « Io vi dico in verità che si trova qui chi mi tradirà » — [“Amen dico vobis, quia unus ex vobis tradet me” (Ib. 21). Risponderete forse voi con Giuda: sono io, o Signore? Sì, siete proprio voi, il sacrilego, il traditore, se avete celato in confessione qualche peccato mortale … ; siete voi il traditore, se vi siete accostati al tribunale della penitenza senza contrizione…; siete voi, se non avete fatto un saldo proponimento di non peccare, se conservate qualche colpevole attaccamento a cosa peccaminosa… Le vostre comunioni vi fanno esse perdere le vostre cattive abitudini? Domanda S. Bonaventura, e risponde che se così non è, avete ragione di credervi sacrileghi profanatori.

  1. CASTIGO DEI PROFANATORI DEI SACRAMENTI. — « Guai a colui che tradirà il Figliuolo dell’uomo! Meglio sarebbe per costui che non fosse mai nato » — “Vae homini per quem Filius hominis tradetur. Bonum erat ei, si natus non fuisset homo ille” ( MATTH. XXVI, 24), disse il Maestro Divino alludendo non solamente a Giuda, ma a tutti quelli che, imitatori di Giuda, l’avrebbero sacrilegamente ricevuto. E volete vedere l’adempimento di questa minaccia? Uditelo dalla bocca di S. Giovanni: « Dopo che Giuda si fu comunicato, Satana se ne impadronì » — “Post buccellam, introivit in eum Satanas” (JOANN. XIII, 27). Terribile castigo, diventare schiavo e corpo di Satana! e qual altro castigo tien dietro al primo? Lo dice S. Giovanni Crisostomo: « Il primo traditore, il primo sacrilego, perde l’anima sua, egli si trova al presente nell’inferno sottoposto a inevitabile supplizio [“Proditor aniinam suam perdidit; proditor in inferno nunc est inevitabile ferens Supplicium” (Hom. I in Prodit Iudae)]. A tutta ragione dunque, esclama spaventato S. Bernardo: “Guai e mille volte guai a chi con anima immonda si accosta al sacro altare! [“Multum vae illi, qui immundus accesserit!(De Ori. vitae)] ».Come abbiamo veduto, S. Paolo dice apertamente, che chi mangia e beve indegnamente il corpo e il sangue di Gesù Cristo, si mangia e beve la propria condanna ( I Cor. II , 29), e che se si condannava a morte chi aveva violato la legge di Mose, molto più acerbi supplizi aspettano colui che conculca il Figlio di Dio, ne profana il sangue, ne contrista lo spirito (Hebr. X, 29); ai Corinzi poi rivela che se vi sono tra di loro molti infermi e deboli e molti colpiti di morte, se ne deve dare la colpa alle comunioni loro indegne e sacrileghe: — [“Ideo inter vos multi infirmi et imbecilles, et dormiunt multi” (I Cor. XI, 30) ]. Ah! quanto è vero che sui sacrileghi profanatori piovono quelle tremende imprecazioni di Davide: « Piombi su di loro la morte e discendano vivi nell’inferno » — “Veniat mors super illos, et descendant in infernum viventes” (Psalm. LIV, 16). « Sia questa mensa per loro un laccio; si oscurino gli occhi loro, affinché non veggano » — [“Fiat mensa eorum ipsis in laqueum; obscurentur oculi eorum ne videant” (Psalm. LXVIII, 23-24). « Versate, o Signore, sopra di essi l’ira vostra, e il fuoco della vostra collera li investa; siano dimenticati per sempre dalla vostra clemenza, e scancellati dal libro della vita » — “Effunde super eos iram tuam; et furor irae tuae comprehendat eos; non intrent in iustitiam tuam; deleantur de libro viventium (Psalm. LXVIII, 25, 28-29). Oza porta imprudentemente la mano sull’arca del Signore, ed eccolo cadere morto, percosso dall’ira del Signore: — “Extendit Oza manum ad arcam Dei; iratusque est Dominus contra Ozam, et percussit eum, qui mortuus est ibi( II Reg. VI, 6-7) . Oh, a quanti cristiani invisibilmente avviene quello che il Salmista dice degli ebrei mormoratori e ribelli a Dio, nel deserto: «Avevano tuttavia in bocca le loro vivande, e già la vendetta di Dio li aveva colpiti di morte » (Psalm. LXXVII, 34-35). « Chiunque, dice S. Pier Damiani”, osa accostarsi ai sacri altari col fuoco della concupiscenza carnale nelle viscere, questi è senza dubbio consunto dal fuoco della divina vendetta [“Quisquis carnalis ooncupiscentiae fiamma aestuat, et assistere altaribus non formidat; ille, procul dubio, divinae ultionis igne consumitur(Opusc. XXVI, c. 3)]. Guai alle mani sacrileghe! Esclama S. Tommaso da Villanova, guai ai cuori immondi che indegnamente ricevono il loro Dio! Non vi è supplizio, né tormento che basti a punire l’oltraggio che a Gesù Cristo fa il sacrilego profanatore del Sacramento [“Vae sacrilegis manibus! vae pectoribus immundis! Omne supplicami minus est delicto quo Christus contemnitur in hoc sacrificio! (Conc. III, de Sanct. Altar.)]. San Cipriano parlando di una femmina che, essendosi sacrilegamente comunicata, cadde morta sull’istante ai piedi della sacra mensa, dice: « Essa ricevette non un cibo, ma una spada; cadde a terra come se avesse ingoiato un veleno; e colei che aveva ingannato l’uomo, trovò per vendicatore un Dio [“Non cibum sed gladium sibi sumens, et velut quaedam venena laethalia, palpitans et crepidans concidit; et quae fefellerat hominem. Deum sensit ultorem” (Serm. V, de Lapsis)] – Molti altri esempi di castighi repentini e visibili incolti ai sacrileghi sono registrati dalla storia. S. Ottato, vescovo di Milevi nell’Africa, narra, cosa incredibile e orrenda! che avendo alcuni vescovi Donatisti (eretici) ordinato che le specie eucaristiche fossero gettate ai cani., si videro allora sensibili indizi della collera divina, perché quegli animali, divenuti improvvisamente arrabbiati, si avventarono contro i loro padroni, e coi loro denti ne misero i corpi a brandelli [“Sancti eorporis reos, dente vindice, tamquam ignotos et inimicos laniaverunt(Contra Donat.]. Avvenne ai tempi di S. Giovanni Crisostomo, che molti, ricevuta l’Ostia sacra, restavano invasati dal demonio. San Gregorio Magno ricorda una esemplare punizione toccata ad ottanta profanatori del corpo di Gesù Cristo, i quali furono, nell’atto stesso della sacrilega Comunione, assaliti da schifosa pestilenza che li trasse in poco tempo a spaventosa morte. S. Anselmo attesta di avere veduto, dopo le pasque, malattie gravissime a cagione dei sacrilegi (In Monol.). Chi ignora la terribile vendetta che il cielo fece d i Lotario re di Francia, e di parecchi altri signori della sua corte, per causa di un sacrilegio? Infatti questo re, avendo osato, aggiungendo il sacrilegio allo spergiuro, ricever dalle mani di Papa Adriano II il sacro corpo di Cristo in conferma del giuramento da lui fatto di essersi, dopo la scomunica di Papa Niccolò, astenuto da ogni relazione con l’adultera Valdrada, non ostante che il Sommo Pontefice l’avesse ammonito della condanna in cui sarebbe incorso se avesse osato profanare il sangue del Signore con una Comunione sacrilega, non tardò a pagare il fio del doppio delitto. Se ne tornava al suo regno, tutto allegro e contento di aver potuto ingannare il Papa, quand’ecco, appena giunto a Lucca egli, col suo seguito, è assalito da una febbre maligna con sintomi e conseguenze non mai più vedute. I capelli, le unghie, la pelle medesima cadevano loro a squame, mentre un fuoco interno li divorava. Il re trasportato a Piacenza, perdette la parola e la cognizione e morì senza dare segno di pentimento. In quanto poi alla sua gente, fu osservato che coloro i quali all’intimazione del Papa, che si accostassero alla sacra mensa solo quelli che potevano giurare di non avere né consentito né cooperato agli adulteri del loro signore con Valdrada, avevano ardito di profanare con lui il corpo di Gesù Cristo, morirono allo stesso suo modo; mentre quelli che temendo un tanto sacrilegio, si erano astenuti dalla santa Comunione, o non furono colti dalla febbre o ne guarirono (Storia della Chiesa di Francia). – Innumerevoli altri fatti certi ed autentici si potrebbero citare per provare che Dio punisce i sacrileghi ben sovente anche in questa vita, con castighi temporali. – Tremate, o profanatori del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo! Tremate voi che vi mangiate e vi bevete il vostro giudizio e la vostra condanna! Perché cosa orrenda, dice l’Apostolo, è il cadere nelle mani del Dio vivente! — “Horrendum est incidere in manus Dei viventis!” (Hebr. X, 31). Tremate, perché Dio non si beffa impunemente: — “Deus non irridetur” (Gal. VI, 7); ed i sacrileghi profanatori de’ suoi sacramenti saranno sommersi dice Santa Brigida, nel fuoco dell’inferno al di sotto dei demoni medesimi: — “Prae omnibus diabolis profundius submergentur in infernum”. – « L’uomo dunque provi se stesso, poi mangi di quel pane e beva di quel calice » — “Probet autem seipsum homo, et sic de pane illo edat, et de calice bibat( I Cor. XI, 28). Queste parole dell’Apostolo Paolo hanno la loro spiegazione in queste altre di S. Agostino: « Chi vuole ricevere la vita, muti vita, perché se non cangia vita, riceverà la vita a sua condanna; e ricevendo indegnamente quella vita che è Gesù, cade più profondo nella corruzione; invece di attingervi la santità dell’anima, vi incontra la morte [De Civit. Dei]. Più innanzi si spinge S. Pier Damiani e dice: « Guardatevi dall’accostarvi all’altare con troppa tepidezza; perché vi comunicate male, se non vi accostate con profondo rispetto e molta attenzione (Opusc. XXVI, c. 3) ». Il provarsi importa dunque: 1° fare una buona confessione; 2° pentirsi sinceramente; 3° correggersi; 4° istruirsi; 5° mettersi in istato di grazia; 6° avere sensi di fede, di speranza, di amore, di umiltà, di desiderio, e simili . ..

P.S. Attenzione ai sacramenti invalidi, e soprattutto “illeciti”, già di per se stessi e senz’altro, sacrileghi! [n.d.r.].

PENITENZA

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PENITENZA

[da: E. Barbier, “I Tesori di Cornelio Alapide”]

penitenza

1.- Che cosa è la penitenza ? — 2. Necessità della penitenza. — 3. Esempi di penitenza. — 4. Eccellenza della penitenza. — 5. Vantaggi della penitenza. — 6. Qualità della penitenza. — 7. La penitenza non è penosa. — 8. La vera penitenza è rara. — 9. Mezzi per fare penitenza.

  1. Che cosa è la penitenza? — La parola penitenza derivante dai due vocaboli pena e tenere, denota, propriamente parlando, l’azione con cui uno tiene, ossia applica a sè la pena. La penitenza adunque si può definire con S. Ambrogio, « dolore del cuore, e amarezza dell’anima per i peccati che si sono commessi » o cambiamento dei costumi malvagi… La penitenza è una morte che non ci priva della vita; essa uccide l’uomo di peccato, immola le concupiscenze della carne, le sacrifica a Dio.
  2. Necessità della penitenza. — Ci narra il Vangelo che a preparare la strada al Signore, « venne Giovanni nel deserto della Giudea dicendo ad alta voce : Portate frutto degno di penitenza; perchè già la scure è alla radice dell’albero; ed ogni pianta che non dà buon frutto, sarà recisa e gettata al fuoco » (Matth. IlI, 1, 2, 8, 10). Gesù Cristo poi confermò la predicazione di Giovanni, dicendo chiaramente : « Se non farete penitenza, perirete tutti quanti » (Luc. XIII, 3); e la medesima intimazione ribadì poco dopo con le medesime parole (Id. 5). Poteva con più aperte e forti espressioni inculcarci la necessità della penitenza? Egli affermò ancora di essere venuto a chiamare i peccatori a penitenza (Luc. V, 32). A commento di queste parole, S. Ambrogio osserva che se la grazia dipende dalla penitenza, chi ricusa di fare penitenza, rinunzia alla grazia. Perciò al rimprovero fatto da S. Pietro ai Giudei, che avessero crocifisso il Figlio di Dio, Gesù Cristo, il vero Messia, parecchi di loro tocchi da pentimento gli domandarono che cosa dovessero fare; ed egli a loro: « Fate penitenza» (Act. II, 38). S. Paolo, in adempimento di quest’ordine naturale e divino, confessa di se medesimo, che mortificava il suo corpo e lo teneva schiavo dell’anima con la penitenza, affinché dopo aver predicato agli altri, non avesse la disgrazia di diventare reprobo egli medesimo (I Cor. IX, 27). Quello poi che egli faceva, raccomandava anche agli altri : « Mortificate le vostre membra », scriveva, per esempio, ai Colossesi (III, 5). – La vivanda non condita di sale, si corrompe; senza il sale della penitenza, i costumi si corrompono e il corpo si abbandona al disordine, o per lo meno al rilassamento. D’altronde, come egregiamente osserva S. Gregorio, Dio non risparmia mai il colpevole, perché non lascia mai impunito il delitto. O il peccatore si punisce da se stesso con la penitenza, ovvero Iddio entrando con lui in giudizio, lo percuote. Udite infatti quello che disse il Signore nell’Apocalisse all’angelo di Efeso : « Tu ti sei rallentato dal tuo primo fervore. Ricordati dunque donde sei caduto, e fa penitenza; altrimenti io non tarderò a venire a te, e se a penitenza non ti muovi, toglierò il tuo candelabro dal suo luogo » (Apoc. II, 4-5). – Ci stia sempre in mente quel detto del Savio : « Se noi non facciamo penitenza, cadiamo nelle mani del Signore, non in quelle degli uomini » (Eccli. II, 22). Da questo pensiero salutarmente atterrito, il Salmista diceva : « Perchè voi me ne avete fatto precetto, io ho camminato per le spinose vie della penitenza » (Psalm. XVI, 4).
  3. Esempi di penitenza. — Gesù Cristo non si è contentato di raccomandare che si faccia penitenza, ma dal punto della sua incarnazione, della sua nascita in una stalla, fino alla sua morte in croce, soffre del continuo per espiare i peccati del mondo… – S. Giovanni Battista predica la penitenza, ed egli per il primo, dall’età più tenera fino al suo martirio, ne dà luminosissimo esempio. – Gli Apostoli annunziano la penitenza, e tutta la loro vita è una continua mortificazione della carne, una penitenza quotidiana… – S. Maria Maddalena, S. Maria Egiziaca, S. Taide, S. Margherita da Cortona, i martiri, i confessori, le vergini, gli ordini religiosi; tutti i santi di tutti i secoli, anche quelli che menarono vita pura e immacolata, fecero penitenza… Ci serva di stimolo a tutti l’esempio dei Niniviti (Ion. III), i quali alla parola di Giona che predicava la penitenza o l’esterminio furono così compunti di dolore per i loro misfatti, che tutti quanti, dal re all’ultimo plebeo, fecero penitenza nella cenere, nel digiuno e nel cilizio, e al digiuno costrinsero perfino gli animali.
  4. Eccellenza della penitenza. — « Le lagrime dei penitenti sono il vino degli Angeli » dice S. Bernardo (Serm. IlI in Cant.); e più brucia i demoni una lacrima di penitenza, dice S. Anselmo, che non tutto il fuoco (Monolog.). Sul fatto di Pietro che, dopo di aver negato il Divin Maestro, piange amaramente, S. Ambrogio ha le seguenti parole: «Le lagrime della penitenza lavano i peccati. Le lagrime del pentimento non implorano, ma meritano il perdono. E ben lo sai tu, o Pietro, il quale prima di piangere sei caduto, appena che hai pianto, ti sei rialzato ». La penitenza è un sacrificio per il peccato; vi si offre da Dio la macerazione della carne in espiazione delle colpe commesse. – L’Ecclesiastico, parlando del re Giosia, dice che la memoria di lui olezza come soave profumo preparato da abile mano. Il suo ricordo sarà dolce a tutti gli uomini, come il miele al palato, come i canti in mezzo ad un festino; perchè « fu guidato dall’alto a condurre il popolo nelle vie della penitenza, e a togliere via le abbominazioni dell’empietà » (Eccli. XLIX, 1-3). S. Bernardo dice: « Vi è forse spettacolo più meraviglioso a vedersi o martirio più rigoroso a sostenersi di quello di una volontà ferma e salda nel soffrire fame in mezzo alle vivande, patire freddo avendo copia di preziose vestimenta, rimanere povero tra le ricchezze che il mondo offre, satana magnifica, il nostro appetito desidera? Non sarà meritamente coronato colui il quale avrà cosi combattuto, chiudendo l’orecchio alle promesse del mondo, ridendosi delle tentazioni del nemico degli uomini e, quel che è più glorioso ancora, trionfando delle proprie inclinazioni e crocifiggendo la concupiscenza che le stimola? ».
  5. Vantaggi della penitenza. — Maria Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, fu la prima cui toccò l’onore e la fortuna di vedere Gesù risuscitato; ma se l’era meritata facendo penitenza. Qui si adatta quel detto di S. Agostino: l’uomo fu vittorioso su di un letamaio (nella persona di Giobbe); fu vinto nel paradiso (nella persona di Adamo) (Homil). Colui che trova il suo cibo nel digiuno, il suo riposo nell’orazione, il suo pane nella parola di Dio, il suo vestimento nei cenci, il suo letto in un semplice mantello, il suo sonno su la nuda terra, mentre l’anima conversa col Signore in sante veglie; questi, a giudizio di S. Paolino, ha trovato il vero riposo. Vi sono due cose che ci difendono contro il peccato, la confessione frequente e la penitenza… Udite S. Giovanni Crisostomo: « La penitenza è il rimedio più efficace che possiamo avere per medicare le nostre ferite; essa guarisce così radicalmente e fa sparire le ulceri dell’anima per modo che non ne lascia né cicatrice né traccia; cosa impossibile nelle ferite del corpo ». S. Isidoro scrive: «La penitenza è balsamo alle ferite, àncora di salvezza; per lei si provoca la misericordia di Dio; per lei si reprime e si castiga la carne corrotta ». Infatti il Signore, dice il Savio, ha pietà di tutti gli uomini perché può tutto, e si dimentica dei loro peccati quando ne fanno penitenza (Sap. XI, 24). « Perciò Tertulliano esorta il peccatore a impadronirsi della penitenza, ad abbracciarla, ad aggrapparvisi, come naufrago a tavola di salvezza; essa lo trarrà fuori dalle onde perigliose del peccato, e lo condurrà al porto della divina clemenza ». « O penitenza, esclama S. Giovanni Crisostomo, o penitenza che, per la misericordia di Dio, rimetti i peccati ed apri il paradiso, che rinvigorisci l’abbattuto, rallegri il melanconico, richiami i morti alla vita, ristabilisci il peccatore nella grazia, gli rendi la sua dignità primiera, gli inspiri la fiducia, ne ripari le forze e gli fai piovere nell’anima più copiosa grazia! O penitenza, come narrerò io le tue meraviglie? Tu spezzi le catene, tu reprimi ogni rilassatezza, lenisci ogni avversità, guarisci ogni piaga, dissipi le tenebre, rianimi quello ch’era disperato! O penitenza più splendente dell’oro, più sfolgorante del sole, non vinta mai dal peccato, non abbattuta dalla defezione, non cacciata dalla disperazione! O penitenza, madre della misericordia, e maestra delle virtù! Grandi sono le opere tue; quelle opere con cui sciogli i colpevoli, ristori i cadenti, rialzi i caduti, rincuori i disperati! Per te Gesù Cristo si è in un istante impadronito del buon ladrone e lo ha collocato nel suo regno; per te Davide, restituito alla felicità dopo il misfatto, ricuperò lo Spirito Santo ». Si vede quanto sia vantaggiosa la penitenza, da ciò che cancella tutti i delitti, ottiene misericordia, trionfa di Dio e della vendetta del giudice supremo, legando, per così dire, l’Onnipotente medesimo il quale si protestò già che, ritornando a lui i figli suoi con la penitenza, egli avrebbe sanato e perdonato tutte le loro trasgressioni (Gerem. III, 22). Vedete che cosa è la penitenza, e come di un peccatore essa ne fa un tutt’altro uomo. La penitenza ripara tutti gli errori, tutte le mancanze della vita; placa Dio e se lo rende propizio, toglie gli scandali, muta lo spirito e il cuore, rinnova in una parola tutte le cose… « La penitenza, scrive S. Agostino, sana i languidi, cura i lebbrosi, risuscita i morti, aumenta la sanità, conserva la grazia, raddrizza lo zoppo, rende la vista al cieco, scaccia i vizi, abbellisce le virtù, munisce e fortifica l’anima ». « Chi al mondo, ha peccato più di Paolo? dice S. Pier Crisologo, chi, nella religione, mancò più gravemente di Pietro? Ciò nulla meno ecco che in virtù della penitenza meritarono l’uno e l’altro, non solamente di diventare Santi, ma altissimi maestri di santità ». Per farci intendere l’immenso potere della penitenza, Iddio ci assicurò che quando un peccatore si pente del male con cui ha provocato contro di sè le sue minacce: anche egli si ritratta dal male che aveva minacciato di fargli (Gerem. XVIII, 8). La penitenza è virtù di tanta forza, che obbliga Dio non solamente a mostrarsi misericordioso col peccatore convertito e ad amarlo, ma ancora ad obbedirgli, a vegliare sopra di lui, a proteggerlo, a combattere in suo favore. Ugo da S. Vittore dice : « O penitenza, piena di frutto e di vigore, o virtù potente che nessuno saprà mai abbastanza amare, mediatrice fedelissima tra Dio e il peccatore! O seconda tavola dopo il naufragio! O rifugio degli indegni, soccorso dei miserabili, speranza degli esiliati, sostegno dei fiacchi, lume dei ciechi, bastone che trattieni l’inclinazione alla voluttà, semenzaio di virtù! O penitenza, tu sola intenerisci il giudice supremo, tu giustifichi l’uomo presso il Creatore, tu trionfi dell’Onnipotente! Tu sei vincitrice quando sembri vinta; immoli i vizi, quando sottostai ai santi rigori dell’espiazione; tu guarisci col ferire e cominci un regno glorioso nell’istante medesimo in cui la morte viene a troncare l’opera tua salutare. Innanzi a te tace ogni altra Virtù; tu sola monti sicura e balda sino al trono di Dio. Tu meni Davide alla riconciliazione, rialzi Pietro, illumini Paolo, introduci il pubblicano nel collegio degli Apostoli : tu elevi dalla prostituzione al più alto grado di santità la Maddalena, tu inscrivi nel numero degli eletti il ladrone che pende da un patibolo. Che fortunati effetti non produci tu ancora! La corte celeste ti appartiene di diritto; per te regna l’abbondanza dove trovavasi la più squallida miseria; tu acqueti la fame; tu sostituisci la gloria all’obbrobrio; tu rendi vani gli assalti e le crudeli voglie dei demoni, svelandone la bruttezza, il fetore che spandono e la morte eterna che loro tien dietro; tu bandisci la fame e la sete, conducendo al fonte di vita; tu rendi fertili ed ubertosissimi i campi prima aridi ed incolti; tu dissipi la tristezza e inspiri la gioia; tu cancelli la vergogna e fai che vi sottentri la consolazione e la gloria; fai dimenticare le ingiurie e dai la pace; tu risusciti i morti, e per un po’ di cenere concedi una corona » (De Paenit.). Di tale valore è, al dire di S. Gerolamo, la penitenza, che restituisce al peccatore tutte le sue antiche virtù, e tutti i meriti, da lui acquistati prima di cadere (Epl.). Questo è anche il sentimento di S. Tommaso e di tutti i teologi. Mediante la penitenza, chi ha peccato ritorna alla vita soprannaturale per godere di una più grande grazia; perchè alle grazie antiche, aggiunge la grazia delia risurrezione spirituale, che è la grazia delle grazie… Ninive riceve dalla bocca di Dio medesimo la sentenza della sua rovina; fa penitenza ed è salva. « Iddio, osserva S. Agostino, volendo spaventare questa città, la corregge provandola; la muta, minacciandola. Ninive ricorre alla penitenza, e Dio le perdona (In lon. proph.). « L’iniquità di Ninive, dice S. Gaudenzio, fu distrutta perchè ne fece penitenza » (In lon. proph.). La penitenza cancella tutti i misfatti; placa la collera divina; trasforma gli schiavi di Satana in amici di Dio; converte uomini ingiusti, empi, infedeli, colpevoli, in persone giuste, pie, fedeli, e sante. La penitenza annulla la maledizione e le sostituisce la grazia e la giustificazione. Chiude l’inferno ed apre ai peccatori il seno di Dio. Così parlano S. Giovanni Crisostomo, S. Ambrogio, S. Agostino, Tertulliano ed altri Padri e Dottori… S. Bernardo chiama la penitenza vendicatrice dei misfatti e nutrice delle virtù (Servi, de S. Andreae) e in altro luogo così scrive: «La mia penitenza è la vivanda di Gesù Cristo. La mortificazione mi corregge, la macerazione mi purifica. Noi abbiamo dato motivo di allegrezza agli Angeli, quando ci siamo abbracciati alla penitenza ». – Consolantissima finalmente è quella sentenza del Crisostomo: «Quegli che, abilmente prudente, ha mostrato frutti di penitenza, ha potuto in poco tempo cancellare i misfatti di una lunga vita ».
  6. Qualità della penitenza. —- 1° La penitenza dev’essere forte e generosa. « Chi semina poco, dice il grande Apostolo, raccoglierà anche poco; chi è largo nel seminare, mieterà anche largamente » (II Or. IX, 6). « La larghezza del perdono che Dio concesse a Davide, nota S. Ambrogio, ben rivela quanto grande e generosa fosse la sua penitenza » (De poenit.). – 2° La penitenza deve andare congiunta con l’umiltà e il timore di Dio… Come una terra arida ed incolta non porta frutto; così senza umiltà, nessuno può fare penitenza vera. Infatti, perchè la penitenza, se non perchè siamo peccatori? Ora il peccato.è una rivolta la quale non è perdonata se non a misura che uno si umilia… Non dovremmo mai dimenticare quel detto dell’Ecclesiaste: « Non essere senza timore del peccato perdonato » (V, 6). – 3° La penitenza deve mortificare la carne: «Mortificate i vostri membri » (Coloss. III, 5), scrive S. Paolo ai Colossesi; e ai Romani diceva che se fossero vissuti secondo la carne, sarebbero morti; ma se avessero mortificato con lo spirito le opere della carne, sarebbero vissuti (Rom. VIII, 13). « Il corno esce fuori dalla carne, dice S. Agostino, ed è necessario che trapassandola sia forte e solido per resistere. Chi intende fare una vera penitenza, deve farla forte, affinchè possa vincere e trionfare della carne e delle voglie sue (De vera et fai. Poenit. c. VIII). Se i soldati di Gedeone, osserva l’abate Isaia, non avessero rotto i loro vasi di argilla, non sarebbe comparsa la luce delle lampade. Se l’uomo non castiga e rompe colla penitenza il suo corpo, non vedrà la luce di Dio. Se Giaele non avesse avuto in mano un chiodo, non avrebbe abbattuto il superbo Sisara. Se l’anima vuole camminare verso Dio, deve attendere a crocifìggere tutti i vizi della carne (Vit. Patr.). – 4° « La sincera penitenza consiste, dice S. Gregorio, nel detestare i peccati commessi e nello schivarli per l’avvenire » (Homil. XXXIV, in Evang.). Essa deve essere, secondo S. Agostino, una specie di vendetta che esercita sopra di se medesimo colui che si pente; egli punisce in sè quello che gli duole di avere commesso (De vera et fai. Poenit. c. VIII). – 5° La penitenza deve comprendere tutte le facoltà dell’uomo…, estendersi agli occhi, alle orecchie, alle mani, ai piedi, alla lingua, agli atti ed ai tempi tutti della vita… Sia esteriore, ma soprattutto interiore; regni sui pensieri, sui desideri, su gli affetti, su l’intelletto, su la memoria, su la volontà, su lo spirito, sul cuore. Essa è di tutte le età, di tutte le condizioni : « La penitenza richiede, secondo il Crisostomo, la contrizione del cuore, la confessione della bocca, l’umiltà delle opere ». Dice Riccardo da San Vittore: Colui che mediante lo Spirito Santo, comprime fortemente le voglie della carne e gli affetti scomposti del cuore, fa una perfetta penitenza. Senza la penitenza dell’anima a nulla vale quella del corpo (De Statu inter hom.). – 6° La penitenza deve continuare fina alla morte… S. Clemente, discepolo e successore di S. Pietro, assicura che tanto profondo dolore ebbe questo Apostolo della sua caduta, che ne fece penitenza tutta la sua vita, ed ogni notte, al canto del gallo, si prostrava a terra, e la bagnava di lagrime (Storia eccles.). « Quelli, dice S. Gregorio, che hanno veramente l’animo alla pratica delle mortificazioni, le cercano con quell’ardore con cui un minatore scava nel terreno per trovarvi il tesoro : più si accostano alla fine della loro opera, e più vi mettono d’impegno ». La penitenza deve cominciare con la vita e finire con essa.
  7. La penitenza non è penosa. — La bellezza e il soave olezzo della rosa compensano ad usura le spine che la circondano e che pungono chi la spicca. La brama del guadagno e la speranza di rivedere la patria, rendono leggere le pene ai trafficanti che affrontano i pericoli dell’Oceano… La speranza della guarigione fa cara l’amarezza del rimedio… Chi vuole la mandorla, rompe il guscio… Così il cristiano che vuole godere la gioia di una buona coscienza, trova facile e dolce la penitenza… Come brevi e leggere devono sembrare le espiazioni di questa vita a colui che sa di essersi meritato, e forse le cento volte, l’inferno!… D’altronde, non viene forse la grazia in soccorso del penitente? Le consolazioni che si trovano nei patimenti, vincono di lunga mano tutte le loro amarezze: Dio misura le consolazioni sul regolo della penitenza… S. Paolo, il quale praticava grandi austerità, esclama : « Io sono pieno di consolazione, io ribocco di allegrezza in ogni nostra tribolazione » (II Cor. VII, 4).
  8. La vera penitenza è rara. — Oh come pur troppo universalmente si avvera quel detto di Giobbe : « Dio ha dato all’uomo i mezzi e il tempo di fare penitenza; e questi se ne abusa nel suo orgoglio » (Iob. XXIV, 23). Dice S. Ambrogio: « Mi accade più facilmente trovare persone che hanno conservato la loro innocenza, che non peccatori i quali abbiano fatto una penitenza proporzionata alle loro colpe ». – Ma il male non si ferma qui, perchè il non fare penitenza trascina poi a maggiori colpe, secondo il detto di S. Gregorio : « Il peccato non distrutto con la penitenza, trae ben presto col suo proprio peso ad altro peccato ». La penitenza è un freno; chi lo trascura viene a poco a poco trasportato là dove vuole il demonio, il mondo, la carne… O cielo! quali sono i costumi di coloro che si sottraggono alla penitenza, che fuggono la mortificazione? Essi vanno di eccesso in eccesso, di misfatto in misfatto, di abisso in abisso; percorrono nelle loro cadute tutti i gradi del vizio e dell’infelicità, senza fermarsi in nessuno… non si arresteranno che all’inferno… La sentenza è già stata pronunziata da Dio per bocca di Giovanni Battista : « Ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e gettato al fuoco » (Matth. III, 10); e da Gesù Cristo medesimo che disse : « Se non farete penitenza, perirete irremissibilmente tutti quanti » (Luc. XIII, 5)… Il peccato non può rimanere senza castigo; se il peccatore non lo punisce egli medesimo con la penitenza, lo punirà Iddio con le disgrazie e con l’inferno… O penitenza, o morte eterna…
  9. Mezzi per fare penitenza. — Un buon mezzo per fare utile e sincera penitenza è quello indicatoci da S. Pier Damiani il quale ci suggerisce di innalzare tribunale nella nostra coscienza e quivi fare il dibattimento, in modo che il pensiero accusi, la ragione giudichi, la penitenza eseguisca la condanna e castighi, le lagrime solchino il viso. Per questa imitazione del martirio, noi arriveremo alla dignità di coloro che versarono il sangue per la fede (Epist.). Imitiamo la Maddalena, suggerisce S. Gregorio, la quale quanti godimenti provò, tanti olocausti trovò in se stessa da offrire; quanti delitti aveva commessi, altrettanti atti di virtù compì, con l’intenzione di volgere al servizio di Dio, con la penitenza, tutto quello di cui aveva abusato in disprezzo di Dio, col peccato. Chi vuol fare una buona e sincera penitenza, deve ancora: 1° Ricordarsi dei suoi trascorsi…; 2° temere per i peccati che ha commessi…; 3° non perdere di vista il tempo che è assicurato all’uomo e che si riduce al tempo presente…; 4° disprezzare il mondo…; 5° umiliarsi…; 6° pensare all’inferno…; 7° volgere la mente al cielo…; 8° meditare su la passione e morte di Gesù Cristo…