Omelia della DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca XIV, 1-11)

tre giovani

-Rispetti Umani-

L’odierno Vangelo ci presenta Gesù Cristo Vincitore degli umani rispetti. Vien Egli invitato da un capo e principe dei Farisei ad onorevole convito. Oh! direte voi, questa volta i Farisei han conosciuto il merito di Gesù Nazzareno. V’ingannate. Lo chiamano a mensa per potere più da vicino spiare le sue azioni; ma queste, sono talmente a norma d’ogni eccellente virtù, che non trovano onde intaccarlo. Era innanzi a Lui un uomo gonfio per idropisia, forse dai Farisei introdotto a disegno, per osservare che cosa farebbe quest’uomo operatore di miracoli, pensando fra loro: O Gesù lo guarisce, e così si fa reo di violato precetto, essendo giorno di sabato; o lo rimanda, e mostra temere, le nostre censure. Ma l’incarnata Sapienza che vede le inique loro mire li fa cadere nel laccio che teso gli avevano, e prende ad interrogarli così: “è egli lecito in giorno di sabato curar gli infermi?” Si mirano i Farisei l’un l’altro in volto, e non sanno che rispondere. Se dicono esser lecito, vengono ad approvare quel che più volte hanno in Lui condannato. Se rispondono di no, temono restar convinti della sua dottrina, della quale tanto volte hanno sperimentato la forza onde si appigliano al più sicuro partito di un perfetto silenzio. Il Salvatore allora stesa la mano all’idropico lo risanò sull’istante. Volto indi agli stupefatti Farisei: “Chi di voi, disse, se gli cade in giorno di sabato l’asino o il bue in una fossa, non si adopra per rialzarlo? E se ciò vi credete permesso, perché condannarmi di trasgressore della legge, se sollevo dalla loro miseria i poveri infermi?” Così parlò, così operò Cristo Gesù in faccia ai suoi nemici: così parlò così operò in tante occasioni consimili, qualora lo richiedeva la carità e la gloria del suo divino Padre, senza punto temere la critica e la censura dei suoi avversari, senza far conto di alcun umano riguardo. Esempio così luminoso com’è seguitato da’ cristiani? Oh Dio! La maggior parte si lascia dagli umani rispetti ritirare dal bene, o trascinare al male. Ad impedir disordine tanto notevole, son qui a dimostrarvi quanto son da disprezzarsi i rispetti umani. Diam principio. – Per ragion di chiarezza, per dare qualche ordine all’argomento, io distinguo una gran parte di cristiani in due classi: nella prima coloro che sono fuori del sentiero della salute, e vorrebbero entrarvi, ma dagli umani rispetti, come da tanti lacci, sono ritenuti; nella seconda quei che battono la via della salute, e dagli umani riguardi, come da tante funi, sono tirati ad uscirne. Vediamo quanto gli uni e gli altri debbano disprezzare i rispetti umani, se pur vogliono salvarsi. – Molti dopo aver corsa la strada dell’iniquità, son costretti a confessare d’esserne stanchi: “Lassati sumus in via iniquitatis” (Sap.V, 7). Ammaestrati e convinti dalla propria esperienza, che il peccato non può far il cuore contento, ch’è un dolce veleno, un verme che rode, che rende tristi i giorni ed inquiete le notti, vorrebbero lasciar la mala vita, e darsi a Dio. Ma, … e che dirà il mondo? Se giovani, ci deriderà come pinzocheri; se vecchi, come rimbambiti. Io vedo, dice taluno, e tocco con mano che il giuoco è la mia rovina, rovina dei miei affari e della mia famiglia, conosco la necessità d’abbandonarlo; ma dirà il mondo che non ho più danari, o che la moglie me lo ha proibito. Sono stufo, ripiglia un altro, di più tener corrispondenza con quella lupa, con quell’arpia che mi mangia vivo. Conosco esser necessario per me il non metter più piede in sua casa; ma se me n’allontano, dirà il mondo, che i suoi sospetti erano fondati, o che ne fui via scacciato. E intanto per timor di: “cosa dirà il mondo?” non si lascia il giuoco, non si tronca la rea amicizia, si vive in peccato, e si muore in peccato. Gran forza han queste poche parole: “Che dirà il mondo?” Ma in grazia, di qual mondo parlate? V’è un mondo riprovato, iniquo, maledetto, per il quale Gesù Cristo si protestò di non pregare, “non pro mundo rogo” ( Giov. XVII, 9), mondo maligno, anzi, al dir di S. Giovanni Evangelista, tutto immerso nella malignità, “mundus totus in maligno positus est” (Giov. V, 19). I seguaci di questo che dicono male, son minacciati di funesti guai, “vae qui dicitis malum bonum, et bonum malum” (Is. V, 20). Da costoro la virtù si chiama vizio, e vizio la virtù, la devozione ipocrisia, le pietà superstizione, la sincerità stoltezza, destrezza l’inganno, sagacità la bugia, industria la mala fede. Domando ora a voi, ascoltatori di buon giudizio, se un mondo di questa fatta merita di esser ascoltato? Qual conto si deve far delle sue parole? Meno di quel d’un matto. Evvi un’altra parte di mondo onesto, virtuoso, che Gesù Cristo dice non esser venuto a giudicare, “non veni ut iudicem mundum” (Giov. XII, 17). Gli uomini che lo compongono, son di buon senno, buoni cristiani, gente d’onore e di riputazione, e questi approveranno la mutazione di vostra vita, e loderanno la riforma di vostra condotta. Il mondo dunque che voi temete che parli, che dica di voi, si riduce a un pugno di cicaloni, di scostumati, dai quali esser mal veduto e biasimato è una gloria per l’uomo onesto; siccome gloria è del sole l’esser odiato dai gufi, dalle nottole, dai pipistrelli e da tutti gli altri uccelli notturni. Ecco a che è ridotta l’idea gigantesca di quel mondo, di cui temete le dicerie. Un pugno di screditate persone è quell’esercito che vi spaventa, quel tiranno che vi fa schiavi, quell’idolo a cui sacrificate la vostra pace, l’anima vostra, l’eterna vostra salvezza. – V’è di più. Quegli scipiti, che dal savio cambiamento di vostra condotta piglieranno motivo a deridervi, saranno poi costretti a lodarvi; e ciò perché la virtù ha tanta forza, che fa colpo anche in un animo avverso, e si fa stimare anche dai nemici. Volete vederlo? Ecco là nel campo di Dura una statua d’oro, che, per ordine di Nabucodonosor, tutto l’immenso popolo adunato, al suono di trombe e di mille musicali strumenti, deve adorarla. Al dato segno tutti si prostrano. Tre giovani Ebrei non vogliono piegare né ginocchio, né fronte. Acceso di collera il superbo regnante ad essi intima o l’adorazione prescritta, o l’esser gettati vivi nel seno d’ardente fornace: “e qual Dio, conchiude, potrà liberarvi dalle mie mani?”. “Quel Dio, rispondono, che non conosci, e che noi adoriamo, potrà liberarci se vuole. Che se tale non fosse la sua volontà, la nostra è questa: la tua statua non vogliamo adorare”. Non si contiene il disubbidito monarca, e all’impetuoso suo comando sono precipitati in mezzo a fornace ardentissima. Ma il fuoco di questa rompe al di fuori a vampe immense, divora i ministri esecutori dell’empio comando, e lascia illesi i tre costanti giovani, che in mezzo alle fiamme benedicono il Signore, e cantano le sue lodi. A questa vista confuso e stupefatto Nabucco: “uscite, ad alta voce esclama, uscite, venite fuori, o servi di Dio eccelso”, “egredimini, et venite” (Dan. III, 93), e sia benedetto il vostro Dio. Indi al cospetto de’ Satrapi e de’ Magistrati li loda, li encomia, e li promuove a gradi e a dignità nelle province del suo impero. – E perché, entra qui S. Giovanni Crisostomo, vengono questi così onorevolmente trattati da chi prima li odiava a morte? Perché, risponde, han calpestato il mondo, il mondo li esalta; perché han disprezzato il mondo, il mondo li onora; perché la virtù ha tanta forza da cangiar il cuore e farsi amare anche da’ nemici: “Postquam eos vidit Rex generose tantes, praedicavit, coronavit, quia contempserant”. – Un’altra classe di timorati fedeli cammina nella strada del Signore, e in questa strada tanti incontra pericoli, quanti sono gli umani rispetti. Stolto chi da questi si lascia vincere, ed abbandona il buon sentiero! Mi rivolgo ai tentati su di questo punto e dico: vi credete scansare le critiche del mondo col dare ascolto alle dicerie del mondo? Siete in errore. Fingete di esser chiamati, come lo fu il divin Salvatore, in giorno di sabato a lauto convito e vi siano presentati cibi proibiti. Sarà da compiangere la vostra stoltezza, se per timore di qualche motto schernevole venite a violare l’ecclesiastico precetto. Voi anzi incontrerete di peggio. Che potranno dire di voi se fedeli al vostro dovere spiegherete carattere, e vi darete il vanto d’essere buoni cattolici? Si dirà al più, se siete cosi scrupolosi, se avete ancora questi pregiudizi. Se poi per l’umano riguardo disubbidite a Dio ed alla Chiesa, aspettatevi pure irrisioni, e sarcasmi più ingiuriosi e pungenti. Chi teme la rugiada, dice lo Spirito Santo, sarà oppresso dalla neve: “Qui timent pruinam irruet super eos nix” (Giob. VI, 16) . Mirate, diranno, mirate costui che faceva il divoto: la gola ha smascherata l’ipocrisia, andatevi a fidar di questa gente. Lo stesso vi avverrà, se per non contraddire, o per non parer beghini, terrete mano ai discorsi immodesti, se non ributterete certe familiarità, se darete facile orecchio alle mormorazioni: lo stesso in mille altre occasioni e cimenti, in cui vi troviate al bivio, o di romperla con Dio o col mondo. Volgetevi a qualunque parte, è inevitabile la diceria. Il mondo non si può far tacere, col mondo non si può indovinare: pretendereste sfuggire i suoi morsi, le sue maldicenze, alle quali è stato soggetto un Uomo-Dio? Diviso era il popolo nel concetto di esso Lui; dicevano alcuni che era buono, altri dicevano: no, è un seduttore! (Giov. VII, 12). Se dunque tanto nel bene, quanto nel male schivar non si possono i rimbrotti del mondo insano, miglior partito sarà per noi l’appigliarci al bene, e star costanti nella carriera della cristiana virtù, e non lasciarci smuovere dal soffio delle bocche malefiche, per non correre la mala sorte di quegli uccelletti, dei quali parla S. Agostino nel Salmo novantesimo. Il cacciatore per farne preda stende in giro ai folti veprai, ove sono nascosti, sottilissime ragne; indi con schiamazzi, col forte dibattere delle mani fa tanto strepito, che quegli spaventati si danno a precipitosa fuga, e nel fuggire incappano nelle tese reti. Se quegli stolti si fossero tenuti fermi nel loro nascondiglio, avrebbero deluse le insidie del cacciatore. Tanto accade a chi teme le ciarle, e gli spauracchi del mondo: per un vano timore non contenta il mondo, e perde se stesso. – Or via, conchiudiamo, venite qua tutti voi che dagli umani rispetti vi lasciate tirare al male o rimuovere dal bene, udite su quest’ultimo il mio parlare. Sonerà per voi, suonerà per tutti, l’ultima ora: vi ridurrete al punto estremo: orsù siate coerenti a voi stessi: voi avete temuto le parole e i dileggiamenti del mondo, e perciò vi siete allontanati da’ sacramenti e dalle pratiche di devozione. Siate, ve lo ripeto, siate coerenti a voi stessi, fate altrettanto in questo punto, non vi confessate, non chiamate alla vostra assistenza né sacerdoti, né religiosi, andate incontro alla morte senz’alcun segno di cristiana pietà. Oh Dio! che dite voi mai? Sarebbe questo il massimo disonore delle nostre persone, e delle nostre famiglie: si direbbe di queste, che dappocaggine, che empietà lasciarli morire senza sacramenti, senza spiritual assistenza: si direbbe di noi che siamo morti da eretici, da atei, da bestie. Intendo, intendo: “Ah mondo tristo! Finché siamo in vita, ci biasima il mondo se ci accostiamo ai sacramenti: in punto di morte ci condanna se non riceviamo i sacramenti”. Che contraddizione è questa? Ah mondo falsario, mondo ingannatore! Chi dalle sue insanie prenderà la norma di sua condotta? Ben l’intesero i Santi che veneriamo sugli altari. Essi si son posti sotto de’ piedi gli umani rispetti, han disprezzato il mondo, ed ora il mondo li stima, li loda, li onora. Corriamo su le loro pedate, e vincitori del mondo arriveremo dov’essi pervennero, che Iddio cel conceda.

 

 

Omelia della DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca VII, 11-16]

Miracolo-Naim-sm

Morte del giusto

[Luca VII, 11-16]

Accompagnato dai suoi discepoli, e seguito da numerosa turba, si avvicinava il divin Redentore alle porte della città di Naim; quand’ecco si vede venir incontro un giovane defunto, unico figlio di vedova madre, disteso sul feretro e portato al sepolcro. A questa vista, tocco da tenero senso di compassione: “non piangere, dice all’afflittissima lacrimante genitrice”, “noli fiere”, e toccata la bara e fermatisi i portatori, “sorgi, o giovane, soggiunge, Io parlo a te”: “Adolescent, tibi dico, surge”. Sull’istante si alza il defunto, siede sul feretro con stupore di tutti gli astanti, parla liberamente, e vien reso vivo a colei che lo piangeva defunto. Fin qui l’odierno Vangelo, su cui riflettendo, S. Ambrogio: si proibisce, dice egli, di piangere una morte che si doveva cambiare in risorgimento: “Fiere prohibetur eum, cui resurrectio debebatur” (Lib. 5 comm. In Luc.). Deve dirsi altrettanto della morte di un giusto. Non è da piangersi la morte di chi va a risorgere a miglior vita. Non è morte la morte di quei che a Dio son cari, ella è un placidissimo sonno, a cui succede nello svegliarsi il bel mattino di un’immortale felicità: “Cum dederit dilectis suis somnum, ecce haereditas Domini” (Ps.XVI, 4). – Di questa morte, chiamata dal reale Profeta preziosa, io sono a tenervi ragionamento; e preziosa io dico è la morte del giusto o si riguardi la disposizione di lui che muore, o si riguardi la protezione di Dio che l’assiste. I due cardini, sui quali si aggirano i preziosi momenti della felice sua morte: ecco i due punti proposti alla cortese vostra attenzione.

I. La morte è l’eco della vita, e l’una e l’altra a vicenda si corrispondono; onde ne segue, che siccome una buona vita è disposizione ad una santa morte, così una buona morte è frutto d’una santa vita. Volete vederlo? Seguitemi col pensiero alla stanza d’un giusto moribondo. Eccoci intorno al letto ove giace rassegnato e tranquillo. Osservatelo sereno in volto, quieto nell’animo, dolce nel suo parlare, paziente nel suo soffrire. Presente a se stesso va sfogando i suoi affetti col santo crocifisso, che or bacia devotamente, ora si stringe teneramente al petto; ed animato dalla fede, confortato dalla speranza, acceso dalla carità ne va formando gli atti più vivi e fervorosi. Son questi, uditori, gli effetti degli abiti buoni da esso contratti in vita, son questi i frutti di quelle virtù da lui praticate vivendo. “Quae seminaverit homo, haec et metet” (Ad Gal. VI, 8). Egli ha seminato nel pianto d’una mortificazione continua delle sue passioni, nelle lacrime d’una compunzione sincera delle proprie colpe; ed ora nella tranquillità del suo cuore, nell’esultazione del suo spirito ne raccoglie il frutto: “Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent” (Ps. CXXV). Voi forse stupite che all’annunzio della vicina sua morte non si conturbi nè pel paese che lascia, nè per quello a cui si avviva; come non sia né travagliato da dubbi, né punto da rimorsi. Mi chiedete il perché? Udite. Quando si fabbricò il tempio di Salomone, ci assicura il sacro Testo, che nella costruzione di quel grande e superbo edificio non s’udì né colpo di martello, né taglio di scure, né rumore di altro fabbrile strumento, ma che tutto si lavorò con somma quiete in perfetto silenzio: “Malleus et securis, et omne ferramentum non sunt audita in domo cum aedificaretur” (III Reg. VI, 7). E come mai poté avvenire, che nella fabbrica di mole sì vasta, in tanto numero di artefici, che ascendeva a trenta e più migliaia, non si sentisse strepito alcuno? Ciò avvenne, risponde l’Abulense, perché tutt’i legni e tutt’i marmi che dovevano servire per la grande struttura, erano prima stati, d’ordine del savio regnante, lavorati sul monte con tal proporzione ed esattezza, che poi nel tempio altro più non restava che disporre que’ pezzi e insieme congiungerli a tenore delle precedenti misure. Non altrimenti nell’agonie di un’anima giusta, in sulle soglie di quella gran casa dell’eternità, non s’odono tumulti di premurose confessioni, non si sentono sospiri di tardo ravvedimento, non restituzioni da farsi, non obblighi da compiersi. Nulla v’è di sconcerto in quell’ora, in cui sta per compiersi il mistico edificio dell’esemplare sua vita. E perché ciò? Perché tutto è stato prima aggiustato sul monte santo di Dio, vale a dire ai piè del Crocifisso, a piè del confessore, perché in vita si è pensato e provveduto a tutto, tutto si è ben disposto per quell’ultimo punto. “Malleus et securis non sunt audita in domo, quia Salomon fecit omnia expolivi in monte” (in III Reg.). Ed ecco come una buona disposizione in vita rende tranquilla e preziosa la morte. – Che vi ha in effetto che possa amareggiare in quell’ora un’anima giusta? La memoria dei propri peccati? Ma di questi nella contrizione del suo cuore si è accusata rea al sacro tribunale, questi ha poi pianti sempre con lacrime di amarissima vena, di questi ha colla penitenza procurato di soddisfare la divina giustizia. La perdita forse de’ beni terreni? Ma a questi non ha mai viziosamente attaccato il cuore, né gli ha goduti che a tenore della divina legge, con farne generosa parte ai poveri di Gesù Cristo. Forse i dolori del corpo infermo? Ma avendo in vita portato nel suo corpo la mortificazione di Gesù Cristo, si è avvezzata al patire e sono in lei passate in abito le virtù della pazienza, della rassegnazione, dell’uniformità al divino volere. Le angustie finalmente della vicina morte? – E vero, che la debole natura non può non sentire l’orrore della morte, ma lo spirito animato dalla fede e dalla grazia invigorito, “cupio dissolvi, va dicendo, et esse cum Christo”. Venga pure la morte, io la desidero, acciò mi tolga dal pericolo di offendere il mio Dio, e a Lui mi unisca per cui sospiro: “Cupio dissolvi, et esse cum Christo”. In questi estremi momenti della mia vita nelle braccia io mi abbandono nel mio Signore crocifisso, e sarà così per me un gran guadagno il morire: “Mihi vivere Christus est, et mori lucrum” (Ad. Filipp. I, 21). E questa è morte? No, uditori cristiani, è un passaggio dalla tempesta al porto, dall’esilio alla patria, dalla battaglia al trionfo, è un sonno, dice ed esclama il devoto Bernardo, sonno e riposo per gli amici di Dio, che gustano a quel passo il frutto soavissimo delle virtuose loro disposizioni. “O mors somnus iustorum requies amicorum Dei” (Serm. 25 sup. Cant.).

II. Che diremo poi della protezione di Dio verso il giusto moribondo? Quel Dio, che Dio d’ogni consolazione si appella, quel Dio, che si trova tanto ben soddisfatto del suo servo fedele, pensate se nel maggior bisogno si scorderà di lui? Le anime de’ giusti sono in mano di Dio, e perciò non possono star che bene, non possono riposar che sicure : “Justorum animae in manu Dei sunt” (III, 1). Egli addolcirà in modo le loro agonie, che della morte non sentiranno l’ambasce; “non tanget illos tormentum mortis”: sembrerà agli occhi degli stolti mondani simile all’altrui la morte loro, ma essi non muoiono che per vivere d’una vita migliore, e riposano intanto in seno ad una tranquillissima pace, “visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace” (Sap. III, 1). Questa sincera pace no, non arriveranno a intorbidare tutti i demòni dell’inferno. Escano pur dall’abisso d’ira avvampanti, e sapendo che il tempo è breve, cingano intorno di fiero assedio l’agonizzante, che potran essi, se Iddio è con lui, se un Dio lo difende, se lo protegge un Dio? “Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala, quoniam tu mecum es” (Psal. XXII, 4 ) A chi non avrebbe fatto raccapriccio insieme e pietà il pericolo dell’innocente Daniele? In una altissima fossa vien egli calato, in fondo alla quale affamati leoni alzano ruggiti anelanti alla preda. Ma che! Daniele è giusto, Daniele è protetto dal cielo, Daniele non teme, e in mezzo a’ leoni vive e dimora illeso e sicuro. Né solamente Iddio lo difende da quelle belve feroci, ma per mezzo del profeta Abacuc, preso da un Angelo per i capelli, mentre portava il pranzo a’ suoi mietitori, lo provvede nel luogo stesso di cibo e di opportuno ristoro. Tanto adopra Iddio stesso a conforto del giusto che va morendo. Non solo lo guarda e lo difende da’ nemici infernali, che, al dir di S. Pietro, a guisa di rabbiosi leoni se gli aggirano intorno, non solo il fortifica con più abbondante rinforzo della sua grazia, non solo il consola con certe voci interne, colle quali gli fa sentire la sua presenza; ma per mezzo de’ suoi sacri ministri fa che se gli porgano col più opportuno pascolo più soavi conforti: pascolo del Pane Eucaristico, viatico alla vita eterna, conforti degli altri Sacramenti, conforti di più sentimenti, di fervidi affetti, di preci, d’indulgenze, di benedizioni. – Quindi di tutto ciò non pago l’amoroso Signore, parmi che a’ suoi sacerdoti rivolto vada dicendo colle parole d’Isaia: miei ministri, che all’assistenza siete chiamati di quest’anima giusta, a me tanto cara, badate bene a non contristarmela, consolatela, al vostro buon cuore la raccomando. “Dicite iusto quoniam bene” (Is. III, 10), ditele che non si attristi, ditele che non paventi, datele dolci risposte, datele buone speranze, “dicite iusto quoniam bene” : ditele che le cose andranno bene e nel tempo e nell’eternità, ditele che so come sta verso di me il suo cuore, che perciò non diffidi del mio, ditele in somma. … ma via già m’intendeste: “Dicite iusto quoniam bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedet”. Quanto è buono il nostro Iddio per quei che l’amano con cuor sincero : “Quam bonus Israel Deus his qui recto sunt corde” (Ps. LXXII)! – E pur non son queste a pro del giusto né le maggiori, né l’ultime prove della divina bontà. Egli, Egli stesso il pietoso Signore vuole di presenza assisterlo; onde intorno al letto di lui che langue si va aggirando a guisa di madre appassionata verso il moribondo figliuolo, che né di giorno né di notte gli si vuole staccare dal fianco, ma è sempre in moto a prestargli ogni aiuto, ogni sollievo, ogni conforto. “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius” (Ps. XL, 3). – Che dirò poi della singolare sollecitudine del nostro buon Dio per quell’ultimo istante, in cui sta per dividersi dal corpo l’anima sua diletta? Vediamolo. Già si avvicina al gran passaggio. Osservatelo: ora d’amor sospira verso il crocefisso suo Bene, che si tiene fra le mani, or languido su d’esso volge lo sguardo: ed oh che consolazione in baciar le sue piaghe, che tenerezza in istringerselo a due mani sul petto! E Iddio nell’atto che vien meno il suo spirito, intanto che fa? Che fa Iddio in quest’atto? Lo chiedete a me? Chiedetelo al reale Profeta. – Quando si tratta della morte degli empi, dice egli, non si han tanti riguardi. Il mandriano della greggia immonda, che riguardo tien egli delle vili ghiande? A colpi di poderoso bastone dall’alto di una quercia lo fa cadere a pascere sozzi animali. Cosi si usa con i malvagi “Non est respectus morti eorum. Ma se si parli dei giusti, figuratevi un sollecito agricoltore, qualor dall’alta cima d’un albero gentile vuol cogliere un maturo pomo prezioso. Nell’atto che dal compagno fa staccare con grazia quel frutto, ei vi sta sotto colle mani aperte per riceverlo, acciò sgraziatamente non cada sul duro terreno. – Non altrimenti si diporta col giusto che muore, Iddio pietoso. Nell’atto, che dalla falce di morte si tronca il filo della sua vita, Egli ad altri non ne affida la cura, nel suo cadere dal tempo nell’eternità, stende le braccia a riceverlo e nelle sue stesse mani benignamente l’accoglie: “Justus cum ceciderit non collidetur, quia Dominus supponit manum suam” (Ps. XXXVI, 26). Morte felice, felicissima morte! Morte, conchiude il Mellifluo, che cangia la mortal vita di miserie piena in una vita d’ eterne delizie ridondante: morte per cui il giusto a guisa del sole muore per gli altri, non per sé stesso, e non tramonta che per risorgere più luminoso è più bello. – Morte beata, morte preziosa : “Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius”. Sarà simile a questa, uditori miei cari, la nostra morte? Se vogliam che sia tale convien prepararci, conviene disporci, bisogna vivere della vita del giusto per morire della morte del giusto.

 

FESTA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA 22 AGOSTO

La devozione al Cuore Immacolato.

cuore di Maria

La devozione al Cuore Immacolato di Maria è antica come il Cristianesimo. Lo Spirito Santo l’insegnò per mezzo di san Luca, l’evangelista dell’infanzia del Salvatore: «Maria conservava nel suo Cuore e meditava tutte queste cose ». « E la Madre di Gesù conservava tutte queste cose nel suo Cuore» (Lc. II, 19; 51). La devozione, che porta i fedeli a rendere a Maria l’onore e l’amore che a Lei si devono, ha qui la sua origine. I più grandi Dottori della Chiesa cantarono le perfezioni del suo Cuore: sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo, san Leone, san Bernardo, san Bonaventura, San Bernardino da Siena, le due grandi monache sante, Gertrude e Metilde… Nel secolo XVII, san Giovanni Eudes « padre, dottore e apostolo del culto al Sacro Cuore » (Bolla di Canonizzazione) si fece dottore e apostolo del culto al Cuore purissimo di Maria e dal dominio della pietà privata, lo introdusse nella Liturgia cattolica.

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Oggetto della divozione.

Di questa devozione egli ci dice : « Nel Cuore santissimo della prediletta Madre di Dio, noi intendiamo e desideriamo soprattutto venerare e onorare la facoltà e capacità naturale e soprannaturale di amare che la Madre dell’amore tutta impegnò nell’amare Dio e il prossimo. Poiché sia che il cuore rappresenti il cuore materiale che portiamo in petto, organo e simbolo dell’amore, o piuttosto la memoria, la facoltà d’intendere con cui meditiamo, la volontà, che è radice del bene e del male, la finezza dell’anima per la quale si fa la contemplazione, in breve, tutto l’interno dell’uomo (noi non escludiamo alcuno di questi sensi) intendiamo e vogliamo soprattutto venerare e onorare prima di ogni cosa e sopra ogni cosa, tutto l’amore e tutta la carità della Madre del Salvatore verso di Dio e verso di noi » {Devozione al Sacro Cuore di Maria, Caen, 1650, p. 38 e Cuore ammirabile, 1. I, c. 2). – La cosa più dolce per un figlio è onorare la madre e pensare all’amore di cui è stato oggetto. San Bernardo, parlando del Cuore di Gesù, ci dice: « Il suo Cuore è con me. Il Cristo è mio capo. Come potrebbe non essere mio tutto quello che appartiene alla mia testa? – Gli occhi della mia testa sono miei e allo stesso modo questo cuore spirituale è veramente mio cuore. È veramente mio e io possiedo il mio cuore con Gesù» {Vigna mistica, c. 3). Possiamo dire allo stesso modo del Cuore di Maria. Una madre è tutta di suo figlio e gli appartiene con i suoi beni, il suo amore, la sua vita stessa. – Un figlio può sempre contare sul cuore della madre. – Noi tutti siamo figli della Santa Vergine, che ci accolse con Gesù nel suo seno nel giorno dell’Incarnazione. Ci generò nel dolore sul Calvario e ci ama in proporzione di quanto a Lei siamo costati. – Essa ha offerto al Padre, per noi, quanto aveva di più caro. Gesù, ha detto il suo fiat per l’immolazione, lo ha dato a noi e come l’ avrebbe dato senza dare se stessa?

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Confidenza nel Cuore Immacolato.

Maria ridice a noi le parole di Gesù : Venite a me voi tutti e vi consolerò… Ci sorride e ci chiama come a Lourdes e nessuno, per la sua indegnità, ha motivo di starne lontano. Il Cuore di Maria fu sede della Sapienza, dimora per nove mesi del Verbo fatto carne, formò il Cuore stesso di Gesù e gli insegnò la misericordia verso gli uomini, pulsò all’unisono col Cuore di Gesù e per quel cuore fu ornato dei più preziosi doni di grazia. Cuore materno per eccellenza, resta il rifugio dei poveri peccatori. Per questo fu fatto immacolato e ne sgorgò soltanto sangue purissimo, il sangue dato a Gesù, perché lo versasse per la nostra salvezza. È il Cuore depositario e custode delle grazie meritate dal Signore con la sua vita e con la sua morte e sappiamo che Dio non distribuì mai, né distribuirà grazie ad alcuno se non per le mani e il Cuore di Colei, che è tesoriera e dispensatrice di tutti i doni. È il Cuore, infine, che ci è stato dato con quello di Gesù, « non solo per modello, ma perché sia il nostro, perché, essendo membra di Gesù e figli di Maria, dobbiamo avere con il nostro Capo e con la nostra Madre un solo cuore e dobbiamo compiere tutte le nostre azioni con il Cuore di Gesù e di Maria » (S. Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. XI, c. 2).

Consacrazione al Cuore Immacolato.

Se la consacrazione individuale di un’anima a Maria le assicura le grazie più grandi, quali frutti non potremo attendere dalla consacrazione del genere umano fatta dal Sommo Pontefice? La Vergine stessa si degnò farci sapere che desiderava tale consacrazione e, rispondendo al desiderio della Madonna di Fatima, S. S. Pio XII, il giorno otto dicembre 1942, pieno di confidenza nell’intercessione della Regina della pace, solennemente consacrò il genere umano al Cuore Immacolato di Maria. Le nazioni cattoliche si sono unite al supremo Pastore.

MESSA

La festa del Cuore di Maria era stata concessa a parecchie diocesi e a quasi tutte le Congregazioni religiose, che la celebravano in date differenti. S. S. Pio XII l’estese a tutta la Chiesa e la fissò al giorno 22 Agosto.

Vangelo (Gv. 19, 25-27). – In quel tempo: Stavano vicino alla croce di Gesù la sua madre, la sorella della sua madre, Maria di Cleofa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo la sua Madre e il discepolo ch’egli prediligeva, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco la tua Madre. E da quel momento il discepolo la prese con sé. – La maternità di Maria data dall’Incarnazione, ma fu proclamata in modo solenne sul Calvario da Gesù morente. Dandoci sua madre. Gesù ci diede la prova più grande del suo amore e Maria, accettando di divenirlo, ci mostrò quanto il suo cuore possedesse di tenerezza e di misericordia. Maria non si sentì mai madre come in quel momento in cui vedeva il Figlio soffrire e morire in croce, intendeva che ci confidava e ci donava a Lei, e accettò di estendere l’affetto che nutrì in vita per Gesù, non solo su san Giovanni, ma su noi tutti, sui carnefici del suo Figlio, su tutti quelli, che erano stati causa della morte di Lui. – Quando il centurione venne ad aprire il cuore di Gesù già morto, la spada predetta dal vecchio Simeone penetrò nell’anima, nel Cuore di Maria e produsse una ferita che, come quella del Salvatore, resterà sempre aperta.

Preghiera al Cuore Immacolato di Maria.

« Quali cose grandi e ricche di gloria bisogna dire e pensare del tuo amabile Cuore, o Madre degna di ogni ammirazione! Lo Spirito Santo dice che Tu sei un abisso di prodigi e noi diremo, senza ingannarci, che il tuo Cuore è un mondo di meraviglie. L’umiltà del tuo Cuore Ti ha innalzata al più alto trono di gloria e di grandezza, che possa essere occupato da una creatura. L’umiltà, la purezza e l’amore del tuo Cuore Ti resero degna di essere Madre di Dio e di possedere per conseguenza tutte le perfezioni, tutti i privilegi, tutte le grandezze, che sono dovute a tale dignità. Per questo io ammiro, saluto e onoro il tuo Cuore verginale come un mare di grazia, un miracolo d’amore, uno specchio di carità, un abisso di umiltà, come il trono della misericordia, il regno della divina volontà, il santuario dell’amore divino, come il primo oggetto dell’amore della Santissima Trinità» (San Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. IX, c. 14). – «Apri, o Madre di misericordia, apri la porta del tuo Cuore benignissimo alle preghiere che noi facciamo sospirando e gemendo. – Tu non rigetti il peccatore, non lo disprezzi, anche se è al colmo della corruzione e del delitto, purché sospiri a Te, purché implori con cuore contrito e penitente la tua intercessione » (San Bernardo, Preghiera alla Vergine). – « Sia sempre benedetto, o Madre, il tuo nobilissimo Cuore, onorato di tutti i doni della divina Sapienza e infiammato dagli ardori della carità. Sia benedetto il Cuore nel quale meditasti e conservasti con tanta diligenza e fedeltà i sacri misteri della Redenzione, per rivelarceli nel momento opportuno. A te la lode, a te l’amore, o Cuore amantissimo, a te l’onore, a te la gloria da parte di tutte le creature, per tutti i secoli dei secoli. Così sia » (Nicola de Saussay, Antidotario dell’anima, Parigi, 1495).

Sermone di S. Bernardino da Siena

[Dal sermone 9 sulla visitazione]

Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell’Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l’ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli? Il Signore disse: «L’uomo leale fa uscire il bene dallo scrigno del proprio cuore». Ed anche questa frase può essere un vero tesoro. E chi può pensare che sia più adatto a parlare del cuore della Vergine, se non la stessa Vergine, quella che meritò di diventare Madre di Dio e che ospitò lo stesso Dio nel suo cuore e nel suo seno per nove mesi? E quale tesoro più adatto che lo stesso amore divino, di cui era infiammato, come fornace, il cuore della Vergine?- Da questo cuore, come da una fornace di amore divino, la Vergine fece scaturire parole buone, cioè parole infiammate d’amore. Come da un’anfora colma di vino pregiato non può traboccare che vino pregiato; e come da un forno incandescente non può sprigionarsi che calore altissimo, così dalla Madre di Cristo non poté uscire nessuna parola che non fosse piena dell’amore e dell’ardore divino. La donna saggia che è una vera signora, usa pronunciare parole misurate, belle e sensate: perciò si legge che la benedetta Madre di Cristo pronunciò in sette diverse riprese, quasi sette parole ricolme di significato e di efficacia: ciò significa anche che Ella era riempita dei sette doni dello Spirito Santo. Parlò due volte con l’angelo, due con Elisabetta, due con suo Figlio (una nel tempio e l’altra durante le nozze), una volta con i servitori. E in queste diverse occasioni parlò sempre moderatamente: si deve eccettuare il caso in cui lodò e ringraziò Iddio, quando prolungò il suo discorso dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore». In questo caso parlò non con uomini ma con Dio. Queste sette parole furono pronunciate secondo un ordine e una sequenza che facevano vedere i sette modi di procedere e di agire dell’amore. Erano come sette fiamme del suo cuore ardente.

Cuore_immacolato_di_Maria

PREGHIERA DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA.

O Cuore amabilissimo di Maria! che di tutti i cuori assomiglia più perfettamente al Cuore di Gesù ed è quindi degno dell’amore e del rispetto di tutte le creature, Ti consacro con fervore il mio cuore, e scelgo Te, dopo il cuore di Gesù, come oggetto della mia imitazione e fiducia. Vi supplico, O Vergine Santa! per tutte le grazie che Vi sono state attribuite da vostro Figlio diletto, datemi un transito, attraverso il vostro Cuore Beato, al Cuore di Gesù. Portatemi Voi stessa in quel Santuario adorabile, perché io impari a praticare le virtù che Vi rendevano copia così fedele di Colui che era mite ed umile di cuore. Voi sapete che io vorrei più sinceramente venerare, amare e imitare quel Cuore divino, che era la fonte di tutti i vostri meriti e felicità, ed unico oggetto del vostro amore; ma siccome sento la mia debolezza, faccio ricorso a Voi, e supplice presento questo mio cuore a Gesù in Unione con il vostro; in considerazione delle vostre perfezioni e dei vostri meriti, le mie miserie e i miei peccati siano dimenticati, e il mio cuore consacrato per sempre, attraverso Voi, all’amore perfetto del mio Creatore. Scelgo Voi ora, O sacro cuore di Maria, come mio avvocata e modello: che le vostre preghiere possano aiutarmi ad imitarVi e rendano il mio cuore conforme a quello del mio divino Salvatore. Rendetemi il cuore più puro, inaccessibile al peccato mortale! Il vostro Cuore si è esacerbato con l’umiliazione ed il dolore per i peccati del mondo: ottenete che il mio cuore possa essere veramente contrito per i miei peccati e possa tanto amare Dio per sentire e deplorare i peccati degli altri. Che io sia pieno della mitezza e della misericordia del Cuore di Gesù e consumato dal suo amore più ardente; pertanto attraverso di Voi spero più saldamente di ricevere una parte di quelle virtù, e soprattutto la grazia di detestare il peccato d’orgoglio, che mi renderebbe così odioso al Cuore adorabile di Gesù, e di praticare quell’umiltà sincera che meglio di tutto mi permette di paragonarmi al mio Salvatore e a Voi. A Voi, Cuore Beato di Maria, mi affido durante la mia vita, e in Voi spero con fiducia di trovare anche un rifugio sicuro e una potente Avvocata nell’ora della mia morte.

[Fonte: L’edizione del manuale delle Orsoline, Cork, Irlanda, 1855]

Omelia per la Festa del

SACRO CUORE DI M. VERGINE

[Del Padre Bonaventura da Venezia, dei minori riformati in:

Omelie” del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

Omnis gloria eius filiæ regis ab intus.

Nel Salmo XLIV.

Sconsigliate figliuole di Sion, che vana pompa seguendo e fallaci ornamenti, dell’esteriore comparsa soltanto andate superbe, niente chiudendo in voi stesse di buono, e sotto una corteccia splendida e rilucente il loto ascondete di un frale mal composto, e di un vizioso animo; ah! copritevi pur di rossore la fronte, e di qua vi togliete. Ecco la bella Figliuola del principe, che d’ogni vezzo e grazia fornita, non stima che i tesori nel suo cuore raccolti, non va superba che delle eccellenti doti dell’animo suo. A Lei pure non manca soavità di linguaggio, leggiadria di volto, elevatezza di spirito, splendore di dignità; ma più di tutte queste sì belle doti, che provocar potrebbero l’ambizione e l’invidia di parecchie a voi simili, Ella si pregia del candor del suo cuore, e dell’altre belle virtù, che sì vagamente l’adornano: “Omnis gloria eius filiae regia ab intus”. Siccome ella non cerca che d’incontrare il genio del suo creatore Iddio, così non dell’apparenza fa conto ch’esteriormente appaga l’umano vedere, ma dell’interna sostanziale bellezza, ch’è l’oggetto del compiacimento divino: “Deus autem intuetur cor”. Di questa Ella fa degna stima qual di preziosa margarita d’inestimabile prezzo e valore, o qual di ben fortunato campo, in cui sta nascosto assai ricco tesoro, che solo può invogliare il giusto estimatore e buon discernitore celeste. Ora di questa sì rara margarita e tanto dalla Vergine avuta in pregio, di questo eccellente prezioso cuore egli è ben giusto il favellare con lode; ed è ben saggio il consiglio vostro, o Signori, d’aggraduirvi l’affetto della gran Donna in questo giorno del suo lieto apparire fra noi mortali, di celebrarne festevole pompa e devota, e di presentarle insieme coi vostri affetti, gli ossequi e gli encomi. – Il che sebbene non molto acconciamente per me fare si possa, non potendo’ con disadorna e breve orazione i pregi tutti adeguare di sì nobile ed eccelso argomento; pure la devozione vostra seguendo, io mi lusingo di poter in qualche modo riuscir nell’impresa, se riconoscendo’ nel cuor di Maria tre sublimi caratteri, io vel fo veder senza più un Cuore purissimo, un Cuore dolcissimo, un Cuore afflittissimo, che sono appunto gli aspetti sotto dei quali la pietà vostra, a grande vostro profitto, è solita riguardarlo. Sotto di queste semplicissime idee adunque io vi propongo il Cuor di Maria quale specchio di purità, e ciò dovrà servire a vostra particolar edificazione: qual fonte di dolcezza, e ciò potrà servire a vostra spiritual consolazione: in fine qual pelago di amarezza, e ciò dovrà destare ne’ vostri petti la più tenera compassione. Me felice, se tali pregi devotamente esponendo, potrò meritarmi in oggi il favor della Vergine, potrò piacere all’amabile suo cuore, e potrò godere insieme e gloriarmi del vostro spirituale profitto. – La purità di un cuore, comeché sostanziale divisione non ammetta in sé stessa, siccome neppur variazione o esteriore frammischianza; pure al proposito nostro in negativa e positiva agevolmente distinguesi. Consiste la prima nell’aver il cuore immune da ogni macchia e difetto, e da quello eziandio sì universale, che per infelice retaggio da’ nostri progenitori ci fu partecipato; consiste la seconda nella bellezza della castità, e nell’aver il cuore netto interamente e puro dal fango d’ogni sensuale brutto piacere. Or sì dell’una e sì dell’altra eccovi, signori miei, quasi centro, anzi quasi lucido specchio il cuor della Vergine. E a riscontrarvi in esso la prima, io salgo tosto col pensiero ad Adamo e a quella, per nostra mala ventura, debole e lusinghiera sua compagna; e li veggo creati da Dio di un animo per natura innocente, di una coscienza tutta pura e illibata, di un cuore d’ogni passione sgombro, di special grazia forniti, di scienza, di carità, delizia agli occhi di Dio, cui solo riguardano coi loro purissimi affetti: che già non uscì giammai della mano di Dio opera che tutta pura non fosse e nel primo esser suo tutta bella e perfetta. Ma poco tratto seguendo, ahimè io veggo smarrirsi di questi il bel candore, lo splendore oscurarsi, mancar la beltà. Ambedue queste creature sì monde ribellansi a Dio, si macchiano di grave colpa, e perdono del loro animo la sì pregiata originaria innocenza. Disubbidisce Adamo, ed Eva con esso, e in conseguenza di sì funesto delitto, tutta rendono prevaricatrice la in sé stessi raccolta umana generazione. Or che fia mai della Vergine? Essa pure è di Adamo figliuola; essa pure dallo stesso ceppo e radice trae la sua discendenza. Dovrà dunque essa pure essere a parte… Essa pure dovrà soggiacere… Che mai vi pensate, o signori? S’io ben intendo le Scritture, se non mi fallisce la Chiesa, no che Maria, sebbene da Adamo progenerata, sebbene per natura agli altri tutti congiunta, non porterà, per grazia almeno, di un sì gran disordine il cuore unquemai macchiato. E vaglia pur sempre la verità, miei ornatissimi. – Di chi si parla là per l’Ecclesiastico a quel passo: “Ego ex ore Altissimi prodivi primogenita ante omnem creaturam”? Io so che la divina sapienza proferisce letteralmente di sé un oracolo sì bello, ma so pur che la Chiesa in quegli arcani detti riconosce significata e rappresentata a vivo la Vergine. Che se Maria fu il primo parto della privilegiante divina bocca, come potrà ella aver parte nel contagio dell’umana perduta discendenza? S’Ella fu innanzi nella sua spirituale generazione e nella predilezione celeste, come dipenderà dalla sorte infelice di chi le viene dietro peccando? Ella al più lo potrà essere secondo la carne, non lo potrà secondo Io spirito; quella al più in qualche maniera potrà apparire ad alcuno della paterna concupiscenza ingombrata, lo spirito e il cuore non lo potrà esser mai. Poiché il suo Cuore predestinato da Dio con elezione speciale, antecedente e opponentesi ad ogni preveduta umana colpa e miseria, nacque innanzi alle cose tutte nello straordinario decreto della grazia (che questo è il nascer vero), nacque prima alla purità che alla vita, prima alla salute che alla corruzione, e però non va soggetta ai danni della già preveduta e ristorata in Maria umana prevaricazione. Quindi prima essendo di tutte le creature, ogni altra creatura avanza nella purità, né può mai essere soggetta alle altrui triste affezioni, poiché dalla parola efficace di Dio uscì primogenita: “Ego ex ore Altissimi prodici primogenita ante omnem creaturam”. – M’inganno io forse, o signori, o cerco con strani arditi pensieri di far onta e violenza alla verità? I nostri cuori, pur troppo avvezzi a incontrare fin dal primo loro nascere la impurità della colpa, non sanno intendere nel prediletto Cuor di Maria una tanta purezza. Del resto Ella fu preordinata fin da’ secoli eterni a noi tutta dissimile, non soggetta ad alcun posteriore infortunio o miseria, tutta pura ed intatta: “Ab eterno ordinata sum, et ex antiquis”. Ella apparì appunto siccome la luce, che fin dal primo giorno tratta con impero sovrano dal sen delle tenebre e degli abissi, purissima sfavillò, brillante, serena, e d’ogni macchia e vapore sgombra e purgata: ed anzi la separò Iddio in tutto dall’orrore e dall’oscurità delle tenebre: “iussit separari lucem a tenebris”; che quantunque involgessero poi queste di fosca notte il mondo e tutte le create cose, pure non ne ricevette giammai offesa od oltraggio, ma sempre bella in sé stessa ritenne la sua primiera purezza, e l’antico splendore. Tale Maria; luce nata prima ancor della luce, fu separata dalle tenebre della, colpa con esterna irreconciliabile nimistà; e quantunque destinata fosse a risplendere fra le tenebre e fra gli orrori della morte, non mai, però queste offuscarono la sua beltà, il suo chiarore; ma sempre in tutta sua vita, pura si conservò senza ombra e senza macchia, tutta bella e immacolata: “Tota pulcra es, et macula non est in te”. Ma stringiamoci sempre più, miei signori, al Cuor della Vergine, e veggiamone l’altra sorta di purità positiva e più propria, di cui fu fornita, e da cui la sua virtù riceve siccome il compimento e la perfezione. Purità di un Cuore si è più propriamente, e più distintamente lo zelo e la premura di mantener intatto il giglio purissimo della castità. Questa virtù è delicata cotanto, che ogni leggier fiato l’appanna, ogni ombra la tinge e la scolora, e quindi, chi questa sa mantener veramente illibata, dà mostra sicura della sua universale mondezza e integrità. A questa applicossi con gran fervore il Cuor della Vergine vago oltremodo di possederla. E voi già l’avreste veduta fin da’ più teneri anni, allorché sapeva reggere appena i primi passi, tutta sollecita del suo bel candore, palpitare ad ogni umano incontro, starsi vegliante sempre e guardinga, che il suo tenero fior non languisse, e comparire così fin d’allora fra le donzellette di Sion, qual comparisce candido giglio, in mezzo ad ispide e brutte spine, o qual maligna stella in mezzo a dense e fosche nuvole. Voi La avreste veduta sempre grave nel portamento, modesta negli atti, circospetta nel conversare, nel ragionare parca, amare il ritiro, il silenzio, il riserbo, la semplicità, di verecondia assai spesso coprirsi, e gli occhi di colomba, e gli altri sensi tutti fra gl’innocenti pensieri ed i purissimi affetti tener in Dio rapiti, e al mondo chiusi sempre; e rimaner sempre così qual ben suggellato fonte, che non perde giammai la tranquillità delle cristalline sue acque, o qual orto ben chiuso, che non vede giammai appassito da rio tocco o velenoso fiato alcun suo fiore. Voi l’avrete veduta… Ma che vederla voi? Già La vide il tempio replicar frequenti i voti per la sua integrità; La vide la casa in continue orazioni, in solitudine, in penitenza, in disagio; La vide il mondo viaggiar con fretta fuggendo sempre la vista e la comunanza degli uomini; La vide e l’ammirò il cielo palpitare e smarrire alla vista in fino de’ suoi angeli stessi; La vide, sì, La vide anche Iddio, e se ne compiacque, e amor lo prese di quest’anima eletta; e deliberò di affrettar in Essa il suo riposo e di venire a deliziarsi nel suo castissimo seno, per uscir poi del suo seno a purgar le macchie del tristo mondo. – Bello innocente cuor di Maria, or che dite di questo divino consiglio? Il Signore della purità, quegli che a voi La ispirò, La mantenne e La stabilì con eterno decreto, Quegli che compiacesi tanta delle anime pure e caste, questi vuole adesso in voi discendere, in voi e di voi ingenerarsi. Ah! voi vi turbate a un tale annuncio? Non temete o Maria, Voi siete la favorita da Dio, Voi siete la privilegiata, destinata a fortunatissima Madre del gran Messia e Dio Salvatore, Voi siete la Regina del cielo e della terra. Tutto bene, Ella dice, ma pur “quomodo, quomodo fiet istud” O parole degne di eterno encomio! O Cuor di Maria geloso troppo di sua purità! Si tratta di esser genitrice del Monarca de’ cieli, del Salvatore del mondo e si frammettono dimore, e s’interpongono domande? Eh, non tardate. Il compiacimento di Dio, la salute del mondo, la gloria vostra dipende da Voi. Maria pensa, sospira, ma non risolve. O cimento sorprendente invero e terribile all’illibatissima sua purità! O angustie maggiori ancora di quelle, in cui fu posto il patriarca Abramo nel punto del gran sacrifizio! Imperciocché ivi combatteva l’immancabil promessa di Dio col nuovo comando, qui la inviolabil promessa fatta a Dio col richiesto consenso; la speranza contro speranza, qua evidenza, dirò cosi, contro evidenza; là l’amore del figlio con l’amore di Dio, qua amore di Dio contro lo stesso Dio; là il paterno dolore col divino piacere, qua il piacere di Dio con la premura di più sempre piacerGli. Voi volete, diceva Ella, o mio diletto, venire nell’orto ch’è vostro? Veniteci pure in buona pace, ch’Io di gigli lo adorno, e ve ne farò satollo; ma soffrite che i miei gigli, onde è cinto tutto e vallato, ve ne contendano per poco il passo; Voi volete discendere nel mio seno, ma il mio seno a Voi consacrato non può ammettere mischianza alcuna di umano consorzio, Voi mi proponete la vostra maternità per esaltarmi, ma io lasciar non posso la mia integrità per sempre e maggiormente piacervi: “Quomodo, dunque, “quomodo fiet istud”? Sapete come, o gran Vergine? Con un portento, che coroni la vostra incomparabile purità, che vi renda il miracolo di tutti i secoli, lo stupore di tutte le generazioni. La vostra Virginità stessa diverrà feconda, ed essa stessa vi renderà adorna e lietissima del divin Parto. – Sì, o gran Vergine, il vostro cuore è veramente un sole di purità; e Iddio appunto in questo sole vuol porre il suo tabernacolo: “In sole posuit tabernaculum suum”. Il vostro cuore è letto florido d’intemerato pudore, e in esso appunto vuol posarsi il diletto: “Adorna thalamum tuum, Sion, et suscipe Regem Christum”. Siccome il sole manda fuori di sé il puro raggio senza lesion neppur menoma del suo splendore, così dal verginale seno vostro uscirà Cristo senza il minimo pregiudizio della vostra interezza. Siccome lo Sposo si leva del letto tutto riguardoso per non recar disturbo alla sposa, che soavemente riposa; così da voi, dal vostro verginale chiostro, se ne uscirà chetamente e quasi non avvertito Gesù: “In sole posuit tabernaculum suum, et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo”. O miracolo adunque, o portento! “Maria virginitate placuit”, dirò con Bernardo, ma più forte chiuderò ancor col Crisostomo: “Propterea Christum ventre concepit”. Ella in premio della sua purità ricevette la gloria di sì nobile fecondità; Ella l’una e l’altra in sé stessa mirabilmente congiunse: “Gloria Libani data est ei, decor Carmeli et Saron”; e la maternità sua è divenuta la prova più bella e più autentica della nitidezza del suo Cuore illibato. – Che dite voi pertanto, amatissimi, a un esempio sì bello? Non vi par veramente il Cuor di Maria un miracolo di purità? Ma che vi par poi di voi stessi in faccia a questo limpidissimo specchio? Ah! che alcuno non potrà forse fissar in esso lo sguardo senza coprirsi tutto di confusione e di vergogna. La scostumatezza che corre ai giorni presenti, il disordine in cui sono poste le umane passioni, la niuna custodia de’ sentimenti, lo sregolamento di tutti gli affetti fanno pur brutto un tale confronto, e fanno apparir questo specchio a guisa di un cristallo orribile, quanto più bello in sé, tanto più disviato e sconcio elle altrui triste apparenze. Per me non si faranno adesso su di ciò maggiori o più lunghe parole per non contaminare di tali sozzure un argomento sì casto, e per non funestare con troppo amari rimproveri l’allegrezza di un sì bel giorno. Voi da voi stessi già vel vedete, amatissimi, a vostra emendazione; che io a più leggiadre cose rivolgendo adesso il pensiero, della dolcezza del cuor di Maria mi fo a ragionarvi, secondo argomento proposto alla vostra attenzione. – Se il tempo avaro troppo non mi premesse ai fianchi, e se virtù di dire m’avessi pari al leggiadro argomento; oh! le belle cose che io vorrei qui dirvi, amatissimi, atte a stemperare ad ognuno per dolcezza il cuore. Ma io debbo cedere alla delicatezza del nobile soggetto, io dunque d’una tanta dolcezza or vi darò sol qualche saggio, e voi, gentili anime e devote, ne riconoscerete per le vie del cuore la miglior parte, che ancora vi taccio, né saprei qui palesare. – La dolcezza di un Cuore non da altro procede, né da altro si può meglio conoscere, che dall’amore; essendo l’amore, al definire dei mio serafico Bonaventura, una dolce pendenza dell’animo verso un qualche oggetto, che più ne diletta, o da cui il Cuore riempiuto viene di dolcezza e di soavità. Ora due amori considero nella gran Vergine; uno più nobile, che ha Dio per oggetto, ed è della sua dolcezza siccome il principio e la fonte; 1’altro inferiore, che noi riguarda, ed è della sua dolcezza siccome effetto e testimonio. L’amor di Dio in Lei infuso la riempì di soavità, di delizie; l’amor suo a noi diffuso fe’ conte e palesi a noi le sue dolcezze. Abbondò in Lei l’amor di Dio; e ciò fin d’allora, che chiamandola all’esser primiero di sua innocenza, Vieni, le dice con voce tutta di grazia, vieni mia Bella, mia Colomba, mia Immacolata, che già per te è finito il crudo inverno, il diluvio della colpa è ormai passato, e sul terreno ch’è mio spuntano i vaghi fiori dell’innocenza, e i primi frutti della mia redenzione; vieni; mia sposa e mia diletta, tutta secondo il mio cuore formata; vieni, ch’io già ti eleggo al mio amore, al mio trono; e in così dire, stendendo a Lei le caste braccia, e facendo della manca sostegno al capo, e della destra dolce ritegno al colpo, se La strinse pieno di amore al seno. Chi può mai spiegare qual si restasse allora il Cuor di Maria a questa prima sorpresa di amore? Qual bianca neve, cui fervido raggio di sole batte immoto e ferisce, tosto dileguasi in umor raggiadoso, o qual molle cera a fuoco ardente appressata, si strugge tosto e si sface; tal si rimase della Vergine’ il cuore ai raggi di quel Sole divino: “Factum est cor meum quasi cera liquescens”. La sua anima restò allor liquefatta tutta d’amore alle voci del suo Diletto, e fu allora che a formar venne un Cuore di tempra sì amabile e sì dolce, che solo amore e tenerezza respira, solo di amore e dolcezza si pasce. Soavi pensieri, dolci e teneri affetti, estasi giocondissime, sfinimenti, grazie, tenerezze, delizie sono il suo continuo esercizio, la sua vita, il suo nutrimento. – Ma qual poi non divenne allora quando, disceso il Verbo dal seno del Padre, La riempi tutta di sé, e nelle sue viscere prese giocondo albergo e umane spoglie dalla sua carne, e sua Madre chiamolla e sua Signora, allora quando i monti stessi distillarono dolcezza, e giù da’ colli si vide scorrere il puro latte e il dolce mele; che sarà stato allora del Cuor della Madre? Allora il suo cuore e la sua carne esultarono unitamente nel suo Dio di nuova vita; allora il suo spirito restò tutto compreso d’un immenso ardore di carità al vedersi unita sì strettamente al suo diletto, e d’una strabocchevole piena di dolcezza e di gaudio restò inondato. E in verità, miei signori, se la grazia divina è una specie di giocondità e di dilettazione procedente da amore, per cui al dir di S. Agostino sopra qualunque oggetto 1’anima si diletta e piace di Dio, e dolce le diventa ed amabile. “Per quam dulcescit Deus”; di qual giocondità e dolcezza, di qual amore non sarà slato ricolmo il Cuore della Vergine, s’Ella in quel punto fu piena di grazia non solo, ma sovrappiena, al dire de’ Padri, e sopraffluente, che mai la maggiore o simile, siccome non si troverà giammai la più capace? E se Gesù Cristo è il fonte della dolcezza e della grazia, che in sé i tesori tutti racchiude della divinità; come non ne sarà rimasta piena Colei che doveva essere qual canale al fonte, anzi del fonte e della grazia stessa la produttrice? E se Iddio d’un torrente di giocondità e di piacere allaga il cuor de’ beati in Paradiso; di qual soavità e dolcezza non avrà riempito il Cuore di Maria, mentre conteneva in sé stessa quello, per cui solo è delizia il Paradiso? Se non che sì belle congetture ancora non bastano; che a riconoscer la dolcezza del Cuor di Maria più chiara prova e più sensibile a noi pur rimane da quell’amore, ch’Ella per noi nutre ancora e conserva. – Amore, miei dilettissimi, amore niente men che di madre, che tale divenne, poiché del comun nostro fratello Gesù in Genitrice fu eletta; che tale divenne, poiché da Gesù Cristo medésimo sopra il Calvario in Madre Ei fu lasciata. – Del che se ogni altra prova pur ci mancasse, il suo Cuore abbastanza per tale la ci avrebbe data a conoscere. E qual miglior cuore per noi del Cuor della Vergine? Madri infelici, onde venimmo a questa mortal vita di supplizio e lamento, voi d’ordinario avete il nome e 1’apparenza di madri, ma non ne avete già il cuore. – Solo Maria, e dicasi pure che è dolcissima gioia il dirlo, solo Maria ha propriamente viscere e cuor vero di madre. Per Lei noi siamo alla grazia divina rigenerati, per Lei diletti noi diventiamo e cari al divin suo Figliuolo; per Lei le dolcezze del cielo a noi piovono copiosamente. Lo dicano pure quelle anime, che a Lei, siccome a madre, han ricorso, e che di Lei fanno spesso amorosa e pia rimembranza, qual rugiada di grazie non le conforta? Qual latte soavissimo di devozione non le nutrisce ? Qual amore beatissimo non le infiamma ed accende? E perché, a dire di Bernardo Santo, la misericordia agl’infelici appare ancora più dolce; voi, o peccatori, voi che vi trovate nelle tenebre e nell’ombre della morte, voi meglio ancora lo dite, se sia dolce della Vergine il Cuore. In tanta vostra disgrazia, in tanto abbandono, dov’è 1’unico vostro rifugio? Ov’è il dolce conforto vostro? Se non nel Cuor amantissimo della Vergine, se non nel cuor della Madre? A Lei non temete già voi di ricorrere, che niente ha Ella in sé di aspro e terribile, tutta tutta è soave; e a tutti esibisce ricreazione e riposo. Già non sa Ella, né può a’ vostri prieghi resistere, se parlano e pregan per voi le stesse sue viscere, e s’interpone per voi l’amoroso suo Cuore: “Urgentur Matris viscera: intus est, qui interventi et exorat affectus”. Ma che dico resistere? Ella anzi vi viene incontro, e va’ in cerca di voi ansiosa e sollecita, siccome del suo smarrito figliuolo? Ella vi viene appresso a stimolarvi con la dolcezza e con l’amore; e qual esca soavissima, come la chiamò Gesù Cristo, sempre intenta a far preda di miseri peccatori, Ella vi tira dietro di sé col grato odore de’ suoi unguenti e delle sue virtù, vi conduce soavemente in braccio alla misericordia, v’introduce alle nozze del Re celeste, alle delizie del Paradiso. O Maria dunque veramente nostra Madre, nostra vita, nostra dolcezza! O clemente e pia Vergine! Che Cuore è il vostro sì dolce, sì pietoso, sì amabile? Già non è egli questo un Cuore, ma puro miele, anzi del miele stesso più soave e più dolce: “Spiritus meus super mel dulcis”. – Un Cuore egli è questo, amatissimi, più ancor che di madre, poiché Ella ci amò più ancora in qualche guisa, che non amò lo stesso unigenito suo diletto Figliuolo, avendocelo Ella dato in dono per la nostra salute, e per dimostrarci la estrema dolcezza del suo Cuore amantissimo. – Ella cel diede fino a privarsene e a perderLo in questo mondo; e quasi minore avesse per Lui la tenerezza e l’affetto, Ella lo diede a nostro riguardo a strazi inumani, e lo sacrificò per noi a barbara e cruda morte . . . Ma quale a tal riflessione idea di onore mi si apre innanzi, e tutta m’ingombra di dolore e di tristezza la mente? Sospendiamo, in grazia, sospendiamo per poco il discorso, poiché mi convien mutare e tuono e stile e pensieri, se da un Cuore dolcissimo io mi veggo costretto a dimostrarvi in fine il Cuor di Maria veramente afflittissimo. – Doveva pure, o signori, un Cuore sì dolce, per quanto il pensiero nostro porta e l’affetto, andar esente da ogni angustia e travaglio, e ogni contrario insulto infrangere e superare; ma non fu così, che anzi per questo stesso egli è il Cuore più afflitto, il più addolorato di tutti, Lo stesso amore, che della sua dolcezza fu il principio e la fonte, rivolto adesso in amarezza, è il più fiero carnefice, che La tormenta. Passati erano i giorni felici della deliziosa dimora di Gesù nel suo verginal utero; quando appena uscito alla luce Lo vide esposto alle pubbliche contraddizioni, bersaglio fatto alle più fiere persecuzioni. Qual tormento al cuor della Madre nel vedere si villanamente oltraggiato il divin suo Figliuolo! O come poi al vederLo in sul Calvario crocifisso e piagato spasimava nell’anima di un atroce supplizio! “Tota es … ”, esprime pur bene un tanto dolore il mio piissimo Bonaventura, “tota es in vulneribus crucifixi”. Stava Maria con tutta l’anima nelle piaghe del suo amor crocifisso, con tutta l’anima ne accoglieva i tormenti. Dimentica di sé stessa e di ogni sua gloria, pendeva Essa pur dalla croce del suo caro Figlio, agonizzava con Gesù moribondo, e nelle sue piaghe e sulla sua croce Essa pure moriva : “Christo confixa sum cruci, tota es in vulneribus crucifixi”; e quasi ciò ancor non bastasse, di un sì doloroso oggetto la sanguinosa immagine tutta in sé ritraendo, scolpiva altamente a colpi di fiero dolore nella più tenera e più delicata parte del Cuor suo a farlo scoppiare di un estremo rammarico: “Totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Così nave, che abbandonata alle furie di mar procelloso, dopo di aver sofferti gli oltraggi tutti del cielo irato, dell’onda fremente e terribile apre in fine il fianco lacero a ricevere il nemico elemento, che già la sommerge: Maria pure così : “Miserere mei , quoniam intraverunt aquae usque ad animam meam” … “Tota es in vulneribus crucifixi: totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Oh lo strano combattimento! Oh il fiero spasimo! Oh la tempesta atrocissima dell’amabil suo Cuore! – Tempesta che non si calma già al riflettere del nostro vantaggio e della nostra salute, ma si accresce anzi, e più fiera diventa al comprendere, che la maggior parte de’ figli suoi non si sarebbe approfittata di una tanta passione e di un sì acerbo tormento. Ed ecco nel nuovo amore una nuova e più aspra cagion di dolore; ecco il cuor di Maria per ogni parte combattuto e trafitto. Ahimè, va Ella dicendo con Giacobbe, e con quella sapiente di Tecue, ahimè! madre dolente e infelice che sono, che mi veggo estinto a’ fianchi un Figliuolo, veggo gli altri spinti da furor cieco condursi a eterna morte. Io per vederli salvi, ho dato questo, che era la mia delizia, il mio amore; ed ora che Lo veggo esanime nel mio seno, quelli ricusano la salute e la vita, e me lasciar vogliono vedova desolata e senza conforto. E dovrò dunque dopo un tanto costo, dopo un sì grande affanno vederli morire? Dovrò vederli ancora seguaci del peccato, prigionieri del demonio; vittime infelici di eterna morte? Ah figli, ingrati figli, mie viscere, parlo di questo Cuore, con tanto affanno sopra il Calvario da me generati, perché trafiggete di sì acuta saetta il cuor della madre? Deh! vi sovvenga di questo seno, che sì amorosamente vi accolse, mirate il vostro dolce fratello, che sì stranamente per voi morì, lasciate il peccato, e fate a Lui e a questo mio Cuore ritorno. Ove son questi figli sì ingrati, che tanto accrescono con le loro colpe a Maria il tormento? E chi de’ suoi cari le arreca adesso qualche consolazione? – Questi ingrati forse qui non si trovano , o che io non li discerno. Ed io sol veggo una illustre e pia congregazione tutta applicata a onorare con nobil pompa e devoti il Cuor della Vergine, e compatendone i suoi dolori, imitarne la purità, per godere abbondantemente dì sue delizie! Veggo una corona di anime gentili e devote, che nulla più bramano che di piacere al cuor di Maria, e di meritarsi il suo amore e il suo patrocinio. Queste belle e pie anime, che si specchiano sovente nella sua purità, che bevono al fonte di sua dolcezza, che non ricusano di essere a parte delle sue amarezze; queste sono il suo gaudio, la sua corona, il suo conforto. Sopra di queste adunque si allarghi, o pia Vergine, il vostro Cuore dolcissimo, e in esso accogliendole tutte, fate che vi abbiano sicuro asilo, tranquilla pace, dolce consolazione, e per esso siano trasferite un giorno, quando che sia, al sommo gaudio, ove giubilar possano e deliziarsi con esso Voi in Dio eternamente.

Omelia della DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE

Omelia della DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE

 padroni 2

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Matteo VI, 24-33]

Due Padroni.

Servire a due padroni ella è cosa impossibile, dice l’incarnata Sapienza nel Vangelo della corrente Domenica : “Nemo potest duobus dominis servire”. Servire a due padroni diversi di natura, differenti di massime, opposti di volontà, servire a Dio e all’idolo delle ricchezze, servire a Dio e al mondo, a Dio e alle proprie passioni, a Dio e al peccato, e al demonio, non è assolutamente possibile, ripete Gesù Cristo in quest’istesso Vangelo: “Non potestis servire Deo, et Mammonae”. Qual convenzione, ripiglia S. Paolo, esser vi può tra la luce e le tenebre, tra Cristo e Belial, tra il tempio di Dio e l’altare degl’idoli? Questa evangelica verità sembra non aver bisogno di schiarimento e di prove; pure siccome molti fra’ cristiani mostrano almeno in pratica di non intenderla, perciò mi son proposto nella presente spiegazione di metterla nel più chiaro aspetto, onde persuasi che non a due, ma ad un padron solo si può prestar servitù, ci risolviamo a servire 1’unico, vero, incommutabile nostro padrone, che è Dio. Uditemi, cortesemente. – Per ragion di chiarezza io distinguo tre classi d’uomini, ed osservo che battono tre diversi sentieri. Alcuni allettati dalla sapienza via del piacere si fanno un idolo di tutto ciò che lusinga e pasce le proprie passioni. Sono e sanno d’essere empi per abito e per sistema. Costoro è manifesto che servono a un solo padrone, al mondo cioè, e a tutto ciò che è nel riprovato mondo; e di questi non parlo. – Altri, persuasi delle vanità delle terrene cose, illuminati dalle verità della fede, che dopo il breve pellegrinaggio di questa labile vita vanno incontro ad un giudizio tremendo, ad un’eternità di pene o di delizie, corron la via de’ divini comandamenti, la strada della salute. Questi è fuor di dubbio che servono ad un Padrone solo, che è Dio, e neppur parlo di questi. – Parlo di quei, che per una parte adescati dalle lusinghe del mondo, e atterriti per l’altra dalle minacce della Religione e della fede, si argomentano tenere una strada di mezzo, e conciliare così il servigio di Dio con quello del mondo. Questa strada è fallace ed ingannevole, dice lo Spirito Santo; all’apparenza sembra retta e giusta, ma il termine a cui conduce è rovinoso e fatale: “Est via, quae videtur homini iusta; novissima autem eius deducunt ad mortem” (Prov. XIV, 12). A questo falso seducente sentiero si tengon coloro che san dare il suo tempo al Carnevale e il suo alla Quaresima: in quello balli e teatri, in questo prediche e funzioni: alla Pasqua i sacramenti che suppliscano l’omissione di tutto l’anno: mai in Chiesa tutta la settimana, alla Domenica l’ultima messa che alcuna volta si trova inoltrata, alcun’altra si perde: la lingua, egualmente facile alle preghiere e alle mormorazioni: le mani pronte a qualche limosina, ed anche a qualche furto: i piedi alla visita de’ Santuari, e a quella di case sospette; ai vesperi, e all’osteria. Ora una strada così obliqua come può condurre a buon termine? Una condotta così irregolare come può piacere à Dio? – Iddio, altissimo padrone dell’universo, a tutti intima: “Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo” (Matth. XXII, 37). Non col cuore, dic’Egli, amerai il tuo Signore, il tuo Dio, ma con tutto il tuo cuore, “ex toto corde tuo”: non basta, L’amerai con tutta la tua mente, con tutte le tue forze “in tota mente tua, ex tota fortitudine tua” [Matth. Ibid. – Deut. VI, 5]. E perché? Perché Egli ci ha dato e cuore e mente e facoltà onde, come a nostro Creatore, a Lui riferire tutto quanto compone il nostro essere. Tal è il dovere della creatura verso del proprio Facitore. Tutto abbiamo da Dio, tutto dobbiamo a Dio, ed Egli da noi giustissimamente l’esige. Un cuore diviso non può essere a Lui accettevole, o tutto lo vuol possedere, o da Sé lo rigetta: “Qui non est mecum, contra me est”. – S’è così, come la fede e la ragione c’insegnano, fino a quando, dirò a voi quel che Elia Profeta diceva al popolo d’Israele, fino a quando andrete zoppicando incerti a qual parte dovete tenervi? “Usquequo claudicatis in duas partes?” ( Lib. III Reg. XVIII, 21) . “Se Baal, se il demonio, se il mondo merita d’essere riconosciuto per Dio, seguiteLo pure: “Si Deus est Baal, sequimìni eum”. Se poi Quel che vi diede l’essere, Quel che vi conserva, Quel da cui dipende ogni vostro bene, Lo credete l’unico e vero Dio, unitevi a Lui, osservate i suoi precetti, sperate i suoi premi, temete, i suoi castighi: “Si Dominus est Deus, sequimini eum”. Qui non vi è strada di mezzo, qui non vi è neutralità. Se volete persistere in questa colpevole alternativa, avverrà a voi quel che avvenne ai Filistei, che sul medesimo altare collocarono l’arca del Testamento a fianco dell’idolo Dagone, e perciò si trassero addosso i più tremendi flagelli di Dio sdegnato. O miei cari, intendetela bene. Un corpo non può avere che un sol capo. Un cuore doppio, che tenga due strade, non può aver buon successo: “Cor ingrediens duas vias, non habebit successus” (Eccli. III, 28). Non apprendete ancora il vostro pericolo? Seguite ad ascoltarmi. – Sarebbe minor rischio per voi, se, voltate a Dio le spalle, rompeste il suo giogo, disertaste dalle sue bandiere, vi arruolaste al servizio del mondo. Vi sorprende questa proposizione? Io vengo a provarvi quanto ella è vera. Se, abbandonato Iddio, vi date al reprobo senso, e vi fate schiavi del mondo, conoscerete allora chiaramente che siete in istato di dannazione, che non potete sperar salvezza: sentirete i reclami della rea coscienza, che vi ridurrà a questo bivio: o di cangiar vita, o di darvi per perduti. Alla prima disgrazia, alla prima pericolosa malattia, è più facile che apriate gli occhi a conoscere quanto sia cosa amara l’aver fatto divorzio da Dio; è più facile, che a vista di un mondo che vi sparisce dinanzi, alla vista di una morte che vi minaccia, di una eternità che si avvicina, che il vostro cuor si compunga, che cerchiate di far pace con Dio, e di tornare al suo seno. Se per l’opposto vi lusingate di riuscire a salvarvi con essere metà di Dio, e metà del mondo, chi vi trarrà da quest’errore che accomoda, da quest’inganno che piace? È più facile schivar un precipizio che si abbia sott’occhio, che un trabocchetto di cui neppure si sospetta! – Per altre ragioni ancora sarà più sperabile il vostro ravvedimento. Dandovi in braccio al mondo e ai suoi piaceri, proverete o tardi o tosto essere egli un padrone crudele. La miseria del figliuol prodigo lontano dal padre, sarà un’immagine della vostra: vedrete quanto siano fallaci le sue promesse, quanto ingannevoli le sue lusinghe; toccherete con mano di esservi fidati di un traditore. Via su, donne di bel tempo, date fede ai vostri insidiatori, vendete a questi la vostra onestà o la fedeltà coniugale, che poi, come tutte le altre vostre pari, andrete svergognate a morir sulla paglia. Potenti del secolo, impinguatevi pure del sangue dei poveri, delle vedove, dei pupilli, verrà un giorno che vomiterete dalle viscere vostre di ferro le sostanze usurpate, proverete con acerba esperienza che il peccato non fa fortuna, che l’altrui sudore non fa buon pro, che la roba altrui è fuoco che ridurrà in cenere la vostra casa. Giovani scostumati, pascetevi pure, come il corvo di Noè, di cadaveri e di carname, proverete, se già nol provaste, che la brutta passione vi farà invecchiare prima del tempo, vi farà infracidar la carne, perdere la riputazione, abbreviare la vita, in una parola, dice S. Agostino: “se secondo lo spirito del mondo darete sfogo alle vostre passioni, non incontrerete che spine”. Prova se puoi, trovar piacere che non abbia il suo pungolo, gioia che non abbia la sua spina: “Si poteris, convertere ad aliquam voluptatem, ubi non spinas sentias” (Aug. in Psal. CI). – Più: che vi dice la vostra esperienza del come tratta il mondo? Quante volte vi siete sfogati in queste lagnanze: Ah mondo tristo! Chi può vivere? Ch’è mai questo mondo? Oggi amico, domani traditore , oggi vi loda, domani vi biasima, oggi vi segue, domani vi fugge, oggi vi alletta, domani vi nausea. Così é, miei cari, tale è il mondo, tale è sempre stato, tale e forse peggiore sempre sarà. Or dunque, persuasi in pratica che il mondo non vi può far contenti, è tutto facile, che, disgustati del suo rio costume, abbandoniate questo duro padrone, e sull’orme del figliuol prodigo, sedotto e assassinato dal mondo, ritorniate in seno del vostro Padre celeste.Disinganniamoci, miei dilettissimi, questo mondo e tutto ciò ch’è nel mondo, altro non è che un’ombra che passa, un lampo che fugge, un vapore che nel suo apparir si dilegua, una scena volubile, dice l’Alapide, che ad un batter di palpebra cangia una regia sala in orrida prigione, un ameno giardino in spaventosa boscaglia: “Mundus ad instar scenae”. Ma voglio concedervi che per taluno il mondo non cangi aspetto, non muti scena. Non potete negarmi però che questa scena, comunque bella e piacevole, non si rivolti in punto di morte. In quel punto, volere o non volere, necessariamente si deve volgere, si deve mutare. E come? Il corpo in un cadavere, le ricchezze in uno straccio, i piaceri in vermi, la casa in un sepolcro, il mondo in una interminabile eternità. – Così un giorno per noi finirà il mondo, e tutt’i suoi prestigi. Ed ecco a qual padrone ci siamo assoggettati, o peccatori fratelli. Ecco la mercede della lunga nostra servitù. Venite or qui, e conchiudiamo. A due padroni non si può servire, già l’abbiamo veduto. O a Dio solo, o al mondo solo e al demonio dobbiamo darci per servi; vi dirò ciò che già disse al suo popolo Giosuè, eleggete qual più vi aggrada “Eligite quod placet, cui servire potissimum debeatis” (Gios. XXIV, 15). Lascia Iddio alla vostra scelta l’acqua o il fuoco, o a questo o quella stendete la mano. “Apposuit tibi aqaam et ignem, ad quod volucris, porrige manuum tuam” (Eccli. XV, 17). Mi unisco alla divina proposta, e come Elia vi metto al bivio, decidete: o servire Dio, o Baal il demonio: vi presento, come Pilato, Gesù Cristo o Barabba, a chi date la preferenza? – Ah mio Dio! E alla vostra presenza, e in faccia a’ vostri altari siamo costretti a discendere a questi confronti? Perdono, mio buon Signore, sìam creature delle vostre mani, siam figli di vostra adozione, vogliamo essere vostri servi fedeli. E vero, ho detto, quando peccai, che non voleva servirvi, e voi potete rinfacciarmelo giustamente: “Dixisti: non serviam” (Jerem. II, 20); ma ora che conosco esser voi Signore e padrone dell’universo, degno d’ infinito ossequio, a Cui servono tutte perfino le creature insensate: “Omnia serviunt tibi” (Psalm. CVIII), vi negherò la mia servitù? Non sia mai vero: son vostro servo: “Ego servus tuus”, e a Voi prometto coll’osservanza della vostra legge, coll’adempimento dei miei doveri, coll’affetto del mio cuore, costante e perpetua servitù fino all’ultimo de’ miei respiri.

 

Omelia della Domenica XIII dopo Pentecoste

 

Omelia della Domenica XIII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca XVII, 11-19]

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 Sollecitudine per i mali del Corpo

L’uomo è tutto sollecitudine per guarire dai malori del corpo, tutto indolenza per guarire da’ mali dell’anima. Di questa propensione, che io pianto e stabilisco per soggetto della presente Spiegazione, ci somministra una prova assai convincente l’odierna evangelica storia. Mentre il divin Salvatore passava per mezzo alla Samaria e alla Galilea, all’avvicinarsi ad un certo castello, ecco venirgl’incontro dieci lebbrosi, che alzate le mani e la voce: “Gesù, esclamano, abbiate di noi pietà, vedete di quali obbrobriose macchie siamo noi ricoperti: vedete che giusta il prescritto della legge di Mose siamo segregati dal consorzio degli uomini, muovetevi a compassione del nostro misero stato”. Fin qui in queste preghiere altro non vedo se non una gran brama di ricuperare la pristina sanità, e che a quest’unico oggetto han ricorso al divino Maestro. Ma ciò ancor più chiaro si manifesta dalla loro condotta. Gesù Cristo ad essi intima di presentarsi a’sacerdoti, come la legge prescriveva; essi ubbidiscono e a mezzo il cammino si trovano con sorpresa e con gioia tutti mondati da quel morbo schifoso; indi senza più di altro curarsi si portano ai loro affari, dimentichi affatto d’un segno di riconoscenza verso il pietoso loro liberatore. Uno solo fra questi, uomo di Samaria, ritorna sui suoi medesimi passi, e da lontano alzata la voce esalta la divina beneficenza, si getta poi ai piedi di Gesù Cristo, L’adora col volto a terra, e Lo ringrazia quanto può del prodigioso suo risanamento. “E gli altri nove dove sono? dice il divin maestro”. Ah! Rispondiamo noi, mostrano ben così non aver avuta altra mira che la sanità del corpo, e nessuna premura dell’anima propria e della grazia del Salvatore. Il solo Samaritano mostrò che gli era cara e la salute del corpo e la salute dell’anima, e l’una e l’altra ottenne in effetti, come ricavano i sacri interpreti dalle parole del Redentore a lui dirette: “Vade fides tua te salvum fecit”. – Ditemi ora, cristiani amatissimi, siamo noi somiglianti al riconoscente lebbroso, o pure ai nove ingrati? Già vel dissi dal bel principio, l’uomo per l’ordinario è tutto sollecitudine per risanare i mali del proprio corpo, e tutto trascuratezza per guarire da’ mali dell’ anima. Vediamolo senza più. – Non vi è studio che si ometta per arrivare alla guarigione del corpo. Non bastano gli aforismi d’Ippocrate, le sentenze di Galeno, gli immensi volumi de’ Greci e de’ Latini, si fanno ogni giorno, da’ fisici moderni, sempre nuovi studi, sempre nuove scoperte. Tutti e semplici e composti, e vegetabili e minerali, tutte l’erbe, tutte le piante, dall’ umile issopo fino ai cedri del Libano, sono il soggetto de’ pìù sottili sperimenti. I Botanici non lasciano cosa intentata, i Chimici convertono i veleni in opportuni rimedi. Licei aperti di medicina, stipendi ai professori, premi agii studenti son tutte prove dell’impiego dall’uomo per l’acquisto di questa scienza. Ottimamente! “E per l’anima, ripiglio io, quale studio si fa, quale scienza si apprende? Ohimè! “Non est scientia animae” (Prov. XIX, 2). Tanti e tanti han l’anima inferma, “multi infirmi et imbecilles” (Ad Cor. I, XI, 39), l’hanno impiagata da gravi ferite, e ignorano la via di risanarla: la contrizione e la penitenza sono per essi rimedi ignoti e sconosciuti, “non est scientia animae”. – Per guarire il corpo infermo sono necessarie le droghe del Messico, i balsami del Perù, i giulebbi, gli elettuari, le medicine più preziose; non si risparmia spesa purché si salvi la vita. Nuovi danari vi voglion per i consulti dei medici, per chiamare da remote parti professori di grido. Si ordinano cangiamenti d’aria, bagni d’acque minerali; per ciò effettuare è spediente abbandonar la famiglia, lasciar i propri affari in mano altrui, intraprendere lunghi viaggi, incontrar debiti per far fronte alle spese, che fuori paese assorbiscono gran capitali. Vada tutto, tutto si sacrifichi, purché si viva. E il più delle volte non si vive, e tante spese non servono che a comprare una vana lusinga, una fallace speranza. – Ditemi ora, cristiani amatissimi, se tanti dispendi fossero necessari per procurare la sanità dell’anima, non saremmo tentati a credere che Iddio esigesse troppo da noi, ed a lagnarci della sua provvidenza? Se poi da noi richiede tanto e tanto di meno, non ci renderemo più rei e inescusabili trasandando la cura delle nostre anime? E che cosa Ei vuole da noi? Uditelo dallo stesso nel libro della Sapienza, “neque erba, neque maliagma sanavit eos” (Sap. XVI, 12). Per sanare le infermità dell’anima non vi vogliono né erbe, né impiastri, ma quel che il Signore prescrive colla sua divina parola, “sed tuus, Domine, sermo qui sanat omnia”, cioè un cuore umiliato e contrito, una volontà che odia il peccato, che risolve subir la morte prima che più commetterlo, che con una confessione sincera brama riconciliarsi con Dio. Ecco il farmaco, che ci darà vita e salute. E pure a così dolci prescritti del Celeste Medico, si fa il sordo, si scrolla il capo, o si rimette la cura ad un incerto avvenire, che per ordinario non arriva giammai. – Andiamo innanzi. Pel corpo ammalato tutto si soffre. Fa d’uopo inghiottire sughi amarissimi, pillole disgustose, e bibite nauseanti s’inghiottono. Conviene osservare rigorose diete, prolissi digiuni si osservano. Bisogna aprir la vena, non basta, son necessari vessicanti, senapismi, ventose, si applichino. Ohimè! La piaga infistolisce, si converte in cancrena, il ferro non giova, l’osso s’infracidisce, è indispensabile il troncamento del braccio, della gamba, o del piede; si tagli, si tronchi purché si salvi la vita! Si tronca, si taglia, e il più delle volte dopo tanti tormenti la vita non si salva, e si muore. Guai a noi se per la sanità dell’anima fossero prescritti così dolorosi e violenti rimedi. Atterriti dalla sola apprensione ci getteremmo in braccio alla disperazione. Ma no, i rimedi del nostro divin Medico sono d’un’altra specie, tutti colla sua grazia soavi, e non costano che un atto di generosa volontà. Comanda Gesù Cristo, che se noi abbiamo una mano, un piede che ci sia cagione di scandalo, dobbiamo reciderli. Non si deve già questo intendere in senso materiale, ma vuol dire: avete voi un’amicizia, una pratica, che vi è cagion di peccato, dovete troncar quell’amicizia, abbandonar quella pratica, sebbene vi fosse cara ed utile come una mano. “Si manus tua vel pes tuus scandalizat te, abscide eum, et proiice abs te”. Voi avete un impiego di giudice, di avvocato, di medico, di maestro, e questo o per ignoranza, o per malizia, o per debolezza è per voi una pietra d’inciampo, occasione di peccato, dovete dismettere la carica, lasciar l’impiego, quand’anche vi fosse necessario come un piede per reggervi e camminare, se volete salvarvi. Tutto ciò da taluni si ascolta come un linguaggio straniero; amano l’occasione del male per quel piacere o guadagno che ne riportano, come quei poveri che a bello studio mantengono aperte le loro piaghe per buscare più facilmente limosine. – Qui non finiscono le cure del corpo infermo. Quando si vedono tornar vani tutt’i rimedi della farmacia, tutte le industrie dell’arte medica, si suol ricorrere a Dio. Presto che il male si avanza, presto che l’infermo s’abbatte, un triduo a tal Santo, una novena alla Vergine, una limosina allo spedale. Son ben lontano dal condannare queste pratiche di cristiana pietà: è cosa lodevolissima fare ricorso ai Santi acciò per noi s’impegnino presso l’Autor della vita e della morte. Dico solo che v’è da piangere, perché non si vede uguale premura per la salute dell’anima inferma. Pregate pure Iddio e i Santi per la sanità del corpo, ma se fia spediente per il bene dell’anima: pregate, non come l’empio Antioco per la sola brama di campare, e perciò non fu esaudito, ma come il penitente Davide, che chiedeva insieme e la salute del corpo e quella dell’anima: “Miserere mei, Domine, quoniam infirmus sum. Sana animam meam quia peccavi tibi” (Ps. XL, 4). – Finalmente per guarire da’ mali del corpo si fa ricorso al demonio»! Possibile? Così non fosse. Così fece lo scellerato Ochozia, che infermo per una mortale caduta, mandò a consultare Belzebub idolo di Accaron. Così fanno molte sciocche femminuzze, e non pochi scaltri impostori, qualora presumono medicar certi mali con un miscuglio di sacre e tronche parole, con segni insulsi e superstiziosi, pei quali si fa una tacita invocazione del demonio. A questi eccessi s’arriva per lo smodato amore del corpo; e che l’anima intanto ne resta offesa, aggravata, nemica di Dio, non importa. – Ecco la stravaganza veduta da Salomone. “Vidi servos in équis, et principes ambulantes super terram quasi servos” (Eccl. X, 7). Io ho veduto un servo vile di nascita, e più vile di mestiere, garzone di stalla, seduto su d’ un cavallo adorno di nobile e ricca bardatura, e servito alla staffa da una principessa a piedi, come la più abbietta di tutte le serve. Questo servo vilissimo e cosi ben trattato è il nostro corpo, sacco di vermi, come lo chiama S. Bernardo; questa serva tanto avvilita e depressa è la nostr’anima. O stranezza degna di orrore e di pianto! Udite come la deplora un S. Agostino: “Tanta sollecitudine per morire un poco più tardi, e niuna per non morir mai: tanta premura per tenere alquanto lontana la morte, che poi finalmente non si può evitare, e niun impegno per non incorrere la morte sempiterna: tanto amore per lo schiavo, tanta indifferenza per la regina: tutto per un vaso d’immondezze e di putredine, nulla per uno spirito nobile e viva immagine del Creatore: tutto per quel che finisce in quattro giorni, niente per quel che durerà per secoli infiniti.- O forsennatezza, o delirio dell’uomo cieco e di se stesso nemico! – Deh! almeno (io non vel contrasto) se tanta indulgenza avete pei mali del corpo, abbiatene almeno altrettanta pei mali dell’anima, che è vostra, che è la miglior porzione di voi medesimi; io ve ne prego, ve ne scongiuro colle parole dello Spirito Santo: “Miserere animae tuae placens Deo” (Eccl. XXX, 24). Imitate il riconoscente lebbroso, che, come dal bel principio abbiamo osservato, mostrò aver premura e del corpo e dell’anima, e meritò d’essere risanato e nell’anima e nel corpo. “Fides tua, te salvum fecit”.

Omelia della Domenica XII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca X, 23-33]

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-Carità-

Di quella carità, ch’è il compimento della legge di quella carità necessaria per la vita eterna, il nostro divin Redentore ci presenta una viva immagine nell’odierno Vangelo. Udite: “Un cert’uomo faceva suo viaggio da Gerusalemme a Gerico, quando all’improvviso vien assalito da masnadieri che di tutto lo spogliano, e ignudo, ferito ed insanguinato lo lasciano semivivo sulla pubblica strada. Poco dopo il crudele assassinio arriva in quel luogo un sacerdote Ebreo, e sul misero impiagato lascia cadere un’occhiata indifferente, e prosegue il suo cammino. Passa indi un levita, e anch’egli appena lo degna di un freddo sguardo, e tira avanti. Sopraggiunge finalmente un Samaritano, e veduto il dolente spettacolo, tocco in cuore da tenero senso di compassione, smonta di sella, si adopera intorno al misero languente, lava con vino le sue ferite, le medica con olio, le fascia con bende, l’adatta sul suo giumento, lo segue alla staffa, e lo conduce al più vicino albergo. Qui giunto, lo pone a letto, l’assiste nel resto del giorno, lo veglia la notte, e obbligato dopo a partire pe’ suoi affari, chiama l’albergatore, gli raccomanda l’infermo, gli mette in mano due monete di argento dicendogli, provvedetelo di tutto il bisognevole, e se alcuna spesa sarà occorsa di più, al mio ritorno vi renderò soddisfatto.” Ecco un tratto di esimia carità operante, che non risparmia né fatica, né dispendio. È tale la carità de’ moderni Cristiani? Se ben si considera, una gran parte di Cristiani ha una carità, che non è carità. A distinguere la vera dalla falsa carità, ci dà S. Paolo in mano la pietra del paragone in quelle sue parole: “Charitas non quaerit quae sua sunt” (Ad Cor. I; XIII, 5). La carità non cerca il proprio interesse, e se lo cerca, non è più carità. Vediamo come vada intesa la dottrina del santo Apostolo, e di qual sorta sia la nostra carità. – Varie sono le specie di amore, con cui gli uomini si amano vicendevolmente. Amore di amicizia, amore di riconoscenza, amor di genio, amor di concupiscenza. Tutti questi amori non sono carità, perciocché hanno tutti per oggetto e per fondamento il proprio gusto, la propria soddisfazione, il proprio interesse. Oltre a ciò sono amori che non sono durevoli, amori che mancano al mancar del pascolo che gli alimenta. Per l’opposto la carità non cerca sé stessa, e non è soggetta a venir meno; “Charitas numquam excidit”. Io riscontro questi diversi amori in quei metalli, che componevano la statua veduta in sogno da Nabucco. Aveva questa il capo d’oro, il petto d’argento, il ventre di bronzo, le gambe di ferro, i piedi di terra; quando un picciolo sasso, staccatosi dal vicino monte, rotolando venne a dar ne’ piedi del gran simulacro; ed ecco sull’istante atterrata la statua, e quel che è più sorprendente, tutt’i metalli ridotti in minutissima polvere. Oro è l’amor di amicizia, argento l’amor di gratitudine, bronzo e ferro l’amor di genio, di naturale inclinazione o di altra bassa lega, terra finalmente e fango l’amor di concupiscenza; ma ad incenerir questi amori basta un sassolino, una parola, un motto mal inteso, un gesto mal interpretato, un sospetto, un dubbio, un geloso pensiero: dunque nessuno di questi amori appartiene alla carità, perché la carità ha per carattere di non venir mai meno: “Charitas numquam excidit”. – Di questa falsa carità abbiamo un esempio nel re Saul. Si vide appena comparire innanzi il pastorello Davide biondo nel crine, leggiadro nel volto e robusto nel corpo, tanto che piacque agli occhi suoi. Crebbe il suo genio per lui in sentir la sua abilità in suonar l’arpa: crebbe il suo amore in udire che era pronto a cimentarsi in singolar tenzone col temuto Golia. Bellezza, abilità, coraggio legano il cuor del regnante ad amarlo: il suo amore fa che lo dissuada dal periglioso cimento, non consente che un inesperto garzone vada contro un gigante agguerrito, che fa spavento alle falangi di tutto Israele: e all’ascoltare che con mano inerme aveva strozzato alla foresta gli orsi ed i leoni, sempre più si aumenta il suo amore; ordina che sia vestito delle stesse sue reali armature: anzi egli di sua mano gli adatta l’elmo alla fronte, al petto l’usbergo. Che dite di tanta degnazione, di tanta benevolenza? Sospendete di grazia il vostro giudizio e la vostra risposta. Ritorna Davide vincitor glorioso dalla valle di Teberinto, l’accolgono con canti e musicali strumenti le donzelle ebree, “e re Saul, vanno esclamando, ha ucciso mille Filistei, Davide ne ha atterrati diecimila in un sol colpo”. Ohimè! Questa lode ferisce l’animo di Saul, produce un tarlo di gelosia, un verme d’invidia, per cui non lo guarda più di buon occhio. Questo è ancor poco, gli nega in sposa la promessa sua figlia: più, cerca che resti ucciso dall’armi de’ Filistei; più ancora, tenta per ben due volte trafiggerlo con una lancia, e non riuscendogli il colpo lo perseguita apertamente come suo singolare nemico sulle più alte montagne. Ecco ove andò e terminare un amor geniale, sensibile, interessato. – Eh! che la carità è un fuoco che non arde dell’altrui legna, un fuoco che non ha mistura di fumo, la carità è un fuoco tutto semplice, tutto puro che mai non ispegne le sue fiamme quand’anche le molte acque delle umane vicissitudini tentino estinguerlo: “Charitas numquam excidit”. – Questa carità è un amore, al dir de’ Teologi, che può chiamarsi amor teologale, perché l’amor del prossimo non si distingue dall’amor di Dio. Questi due amori sono due fiamme, ma d’uno stesso fuoco: sono come le due pupille degli occhi nostri, che collo stesso moto si portano, si fissano ad un sol oggetto. Da ciò ne segue che amando noi il nostro prossimo per amore di Dio, amiamo Iddio nel prossimo, e il prossimo in Dio. Pura allora sarà la nostra carità per l’oggetto che è Dio, durevole pel fondamento che è lo stesso Dio; e siccome in ogni tempo, in ogni occasione siamo tenuti ad amare Iddio; così in ogni qualunque occorrenza dobbiamo amare il prossimo in Dio, e per Dio, come immagine del medesimo Dio. – A far ciò meglio comprendere ai men colti, interrogo così: “L’immagine del santo Crocifisso è ella degna di venerazione?” Non vi è dubbio. “E qual ‘è più degno di adorazione: un Crocifisso fuso in oro o in argento, scolpito in legno o in avorio, impresso sulla seta o sulla carta?” Tanto, voi rispondete, la sua immagine in oro, come quella sulla semplice carta; poiché non è la preziosità del metallo o la viltà della materia, che dà norma al nostro culto, ma il prototipo, ma la Persona che rappresenta, cioè l’Uomo Dio, Cristo Gesù nostro Redentore. Ottimamente. “Ora io ripiglio, il nostro prossimo è non una morta, ma una viva immagine di Dio, sia dunque quest’immagine d’oro per il merito, sia d’argento per l’eccellenza, sia di legno per la bassezza, sia di carta per la leggerezza, è sempre immagine di Dio, e sempre degna di amore e di rispetto. Sia dunque il nostro prossimo per noi benevolo o maligno, sia per noi utile o nocivo, piacevole o disgustoso, favorevole o contrario, amico o nemico, egli è sempre immagine di Dio, e come tale in ogni tempo, in ogni avvenimento meritevole del nostro amore”. – Amava Mosè il suo popolo, di cui era legislatore e condottiero: lo aveva a forza di portenti liberato dalla schiavitù in Egitto, pasciuto e dissetato nel deserto; e pure questo popolo beneficato, oltre il mormorare sovente della sua guida, giunse per fino un dì a dar di mano alle pietre per lapidarlo: e Mosè a tratti d’ingratitudine così mostruosa non cessava di corrispondere con un amore a tutte prove costante. Iddio, Iddio medesimo era così mal soddisfatto di quella gente di dura cervice, e di cuore perverso, che voleva abbandonarla al suo furore. Che farà Mosè in vista di un Dio che prende le sue parti, che vuol castigare esemplarmente i suoi oltraggiatori? Che farà Mose? Lo chiedete a me? Chiedetelo al suo cuore acceso d’inestinguibile carità. Proteso innanzi l’Altissimo Lo prega a calmar la sua collera, a rimettere la spada della sua giustizia, a perdonare a’ suoi offensori; e trovando in Dio resistenza, mirate a che partito ei appiglia la sua carità: come un che per soverchio amore delira, si abbandona ad una strana enfatica espressione, e “Signore, dice, se non volete perdonare al mio popolo, ingrato è vero e prevaricatore, scancellate il nome mio dal libro della vita”. Di questi sentimenti non è capace se non un cuore infiammato di arditissima carità, come dopo Mosè leggeremo dell’Apostolo Paolo, che per la salvezza de’ suoi fratelli desiderava, se fosse stato spediente: “Anathema esse a Christo” (Rom. IX, 3). – A questo modello, Cristiani uditori, è lavorata e somigliante la nostra carità? Ohimè! Io temo, e non vorrei avere ragione di temerlo, io temo che la carità d’una gran parte de fedeli sia simile a quell’amore che comunemente si ha per un albero. Di grazia non vi offendete del paragone. Si ama un albero, o perché ci fa goder l’ombra delle sue fronde, o perché ci ricrea colla vaghezza de’suoi fiori, o perché ci pasce colla dolcezza de’ suoi frutti. Ma se poi l’albero stesso inaridisce, quei che più l’amavano sono i primi ad armarsi di scure, a tagliarlo a pezzi, a gettarlo ai fuoco. Quel padre di famiglia era prima un albero, che accoglieva all’ombra delle sue fronde e figli e congiunti e amici e vicini; ora o per vecchiezza o per lunga infermità, o per occorse disavventure, ritrovasi come un albero secco, a cui tutti fan legna. Quella moglie finché, come la donna forte, coi suoi lavori, industrie, diligenze fu di sollievo e di vantaggio alla casa, era amata come una pianta fruttifera. Ora che da qualche tempo è confinata in un letto, si riguarda come un aggravio alla famiglia, come una pianta inaridita, a cui e marito e figli e domestici fan sentire i tagli delle loro lingue e de’ mali loro trattamenti. Quella serva, finché robusta come una quercia, sostenne per lungo tempo le fatiche di casa e di campagna, era da’ padroni ben vista e meglio trattata; ora che à consumata la sua gioventù e la sua vita, divenuta pianta vecchia ed inutile, si abbandona alle fiamme, si caccia fuori di casa, si ha cuore di vederla mendicare per città, e finir poi allo spedale. – È forse questa la carità, di cui ci ha dato comando ed esempio il nostro Redentore? A rivederci al suo tribunale! Quivi Egli ci domanderà conto rigorosissimo di questo precetto: “questo precetto, dirà Egli, Io l’ho chiamato mio singolarmente per farvi conoscere quanto mi preme che sia adempiuto: “Hoc est praeceptum meum, ut diligatis invicem” (Jon. XIII, 12)”. Questo precetto Io l’ho chiamato nuovo, perché è l’apice della nuova legge e dell’evangelica perfezione; come l’avete voi osservato? Doveva osservarsi da voi a norma di quella carità di cui vi ho dato l’esempio: “Ut diligatis invicem sicut dilexi vos”. “Io per amarvi non ho cercato in voi né merito, né bontà; vi ho anzi amati in attuale nimistà con Me, e col mio Padre, vi ho amati immondi per l’originale peccato, impiagati per tante colpe attuali, vi ho amati sconoscenti, ingrati, offensori, nemici, e l’amor mio non è stato un affetto sterile ed ozioso, ma mi ha portato fino a dare per voi la vita, e tutto il sangue delle mie vene. Maggior carità niun può avere, che dar la vita per i suoi amici; or che sarà l’averla data per i suoi attuali nemici? Tale fu la mia carità, è questo l’esempio, la regola, la misura della vostra verso dei vostri fratelli”. Regge la vostra carità a questo confronto? Indegni! Amaste i vostri prossimi, ma in essi avete amato il vostro gusto, il vostro vantaggio, laonde in quelli amaste turpemente voi stessi. È stato simile il vostro amore a quel che aveste pel vostro cane che amaste, perché vi faceva carezze, perché vi seguiva alla caccia, perché vi custodiva la casa. Cessato il piacere e l’interesse, il vostro amore si è cangiato in indifferenza, in freddezza, sovente in corruccio e disprezzo, talvolta in odio e indignazione. Or che potete aspettarvi da Me, se non i rigori della mia giustizia, come tralignanti dal mio esempio, come trasgressori del mio precetto? A queste giustissime invettive quale risposta potremo noi dare, quale scusa addurre? – Deh preveniamo, Cristiani amatissimi, il colpo irreparabile d’una sentenza fatale al tremendo giudizio di Dio. Eviteremo questo colpo se la carità sarà diffusa nel nostro cuore, ma quella carità ch’è propria dei figli di Dio. Udite S. Giovanni l’evangelista, predicatore della carità, e ponderate bene le sue parole: “Dedit potestàtem filios Dei fieri” (Joan. I), avranno dritto ad essere computati figli di Dio tutti coloro che animati dalla fede nel santo suo nome adempiono i suoi precetti, “his qui credunt in nomine eius”, tutti coloro l’amor de’ quali verso de’ prossimi non avrà per base né l’attenenza del sangue, né l’inclinazione della natura “non ex sanguinibus”; molto meno se sarà fondato sull’avvenenza, sul genio, sull’interesse, su qualche altra passione, cose tutte che secondo le divine Scritture vengono sotto il nome di carne, “neque ex voluntate carnis; neppure sull’umana ragione o sulla mondana prudenza, “neque ex voluntate viri”; ma per soprannaturali motivi avrà Dio per fondamento, avrà per fine Iddio, Iddio, da Cui hanno la vita e la filiazione: “sed ex Deo nati sunt”. – La sola carità, conchiudo con S. Agostino, è il distintivo de’ figli di Dio: “Sola dilectio discernitur inter filios Dei, et filios Diaboli(Ad Rom. VIII). Siate figli di Dio per una vera, pura, disinteressata carità, e sarete eredi del suo beato regno, “si filii, et haeredes”, che Dio vel conceda!

Omelia della Domenica XI dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XI dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Marco VII, 31-37]

muto guar.

-Lingua oscena-

E perché Gesù Cristo per dar la favella a un muto tanti adopra modi inusitati, e riti misteriosi? Udite, è S. Marco che nel Vangelo della corrente Domenica ci narra come il divin Signore a guarire quel muto si lasciò prima pregare da molti, “deprecabantur eum”: indi lo trasse fuor della turba in disparte, poscia gli pose le dita nelle orecchie, in seguito con poca saliva tratta dalla sua bocca toccogli la lingua, e alzati gli occhi al cielo, alzò un sospiro, e finalmente in tuono imperioso pronunziò una parola siriaca “Ephetà”, apritevi, ed ecco sull’istante aperte le sue orecchie, e sciolta la sua lingua per modo che felicemente parlava: “Loquebatur recte”. E perché, io ripeto, tanti adopera il Redentore segni misteriosi e insolite maniere ? Non eran queste a guarirlo assolutamente necessarie, dice qui un saggio Spositore (Cardin. Cajet.): senza di queste aveva pure risanati infermi, risuscitati morti o col solo tocco della sua mano, o col semplice suono della sua voce. Ecco, se io ben mi avviso, la vera cagione. – Si trattava di dare l’uso della lingua ad un muto: la lingua suole essere strumento di mille peccati, e perciò bisognava, dirò così, consacrarla con mistiche significazioni, e colla saliva dell’Uomo-Dio. Anche verso di noi furono nel nostro battesimo dalla Chiesa praticati quasi tutti i riti, che Gesù adoperò a riguardo dell’odierno mutolo, e con tutto ciò qual uso abbiamo fatto della nostra lingua? Quante volte l’abbiamo contaminata colle mormorazioni, e colle oscene parole? Delle prime già vi parlai in altra Spiegazione. – Ora mi desidero un fuoco di santo zelo per scagliarmi contro le lingue oscene; la onde passo a dimostrarvi quanto male fa a sé stesso, tanto nell’ordine civile, quanto nel morale, l’impuro parlatore.

I. Il peccato della disonestà è un vizio così infamante, un mostro così abominevole, che ama le tenebre, cerca nascondigli, esige segreti, egli è una colpa così vergognosa, che per nasconderne i turpi effetti si ricorre talvolta a micidiali bevande, anzi che sopravvivere allo scoprimento d’un fallo di questa sorta, si elegge la morte. Ora l’osceno parlatore viene coll’impura sua lingua a scoprire, e ad infamare sé stesso. Non bada è vero alla sua onta, alla sua infamia, ma per sé ne copre, e svela senza riflettere l’interna infezione del suo cuore impuro. È detto evangelico, e la ragione e l’esperienza lo confermano, che la lingua parla dall’abbondanza del cuore, “ex abundantia cordis os loquìtur” (Matth. XII, 34); onde per quella relazione tanto fisica quanto morale, che passa tra il cuore e la lingua, ne segue che scopre la lingua l’interne qualità l’intime disposizioni dell’animo buono o malvagio. Fuori la lingua, dice il medico all’infermo, e dalla lingua sporca, nera, immonda, argomenta l’interno malore. – Domandiamo ai Teologi se sia temerario giudizio il pensare di alcuno, che fa sovente laidi discorsi, o vomita spesso disoneste parole, il pensare, dissi che abbia corrotto e marcio il cuore, e ci risponderanno che non è né giudizio temerario e né pur giudizio, ma bensì una giusta necessaria conseguenza derivata da una certa premessa, o pure una evidente cognizione della causa per mezzo del suo effetto, come chi dicesse: “fumus, ergo ìgnis”; così lingua oscena, dunque anima oscena. – Infatti se la lingua d’un oriuolo [cucù] segna le ore fuor di regola, se l’oriuolo stesso batte l’ore a sproposito, non si può dire che l’interno movimento delle ruote non sia guasto e sconnesso? Se un vaso esala dalla bocca un fetore intollerabile, dovrem dire che sia pieno d’acqua odorifera? Se un tale per tosse frequente, sputa marcia e sangue corrotto, chi potrà dire o credere che abbia sani i polmoni? È questo il primo male che cagiona a sé stesso l’impuro parlatore, si qualifica per un impudico sfacciato, per uomo carnale, incivile, spregevole, da cui fuggono come da una puzzolente cloaca le oneste persone, meno quelle che com’esso lui son avvezze allo stesso linguaggio. Ma questo è un’ombra di male in paragone degli altri eccessi di cui fa reo, pel suo immondo e scandaloso parlare.

II. Il Re Profeta rassomiglia una di queste bocche immodeste ad un’aperta sepoltura piena di verminosi e fetenti cadaveri, “sepulchrum patens est guttur eorum” (Ps. V, 11) . È avvenuto talora che all’alzarsi la lapide d’un sepolcro, per l’esalazione di quell’aria fetida, pestifera, sono caduti morti tutt’i circostanti. Così suole avvenire qualora una bocca immonda s’apre in oscene parole, restano per lo più infetti, avvelenati e morti nell’anima tutti gli ascoltanti. “Sepulchrum patens est guttur eorum”. Or chi può calcolare la strage di tanti innocenti, e la spiritual morte di quegl’incauti, che con piacere ascoltano, o non correggono, o non s’allontanano con orrore da quelle bocche infernali? Tutte quest’anime ferite ed uccise son tutte a carico del sordido e pessimo ciarlatore. Con questo di più che le oscene parole, le favole disoneste, i turpi racconti, i motti allusivi, gli equivoci maliziosi, le sporche buffonerie con gusto s’imparano, si ripetono, come malvagie sementi, passano di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, e con diabolica fecondità crescono e si moltiplicano all’infinito. Ecco in effetti quel che asserisce l’Apostolo S. Giacomo: la lingua scorretta è un fuoco d’inferno, “lingua ignis est inflammata a gehenna” (Jacob. III, 6). Una sola scintilla di questo fuoco tartareo basta ad eccitare un incendio immenso, che incenerisca un numero sterminato di mille anime e mille. “Ecce quantus ignis quam magnam sìleum intendit” (V, 7). Ma di questo incendio divoratore, che forse non s’estinguerà mai più, tutta sarà la colpa della lingua oscena. Dirò di più, dirò cosa che a prima giunta sembrerà strana. Può darsi il caso che un parlatore osceno pecchi tuttavia, ancorché confinato col corpo in un sepolcro, e coll’anima nell’inferno. Non è mio questo sentimento, ma del gran Padre S. Agostino, il quale parlando dell’empio eresiarca Ario, già morto e dannato, dice che pur pecca a va peccando, “Arius adhuc peccat”; pecca ne’ suoi pervertiti seguaci, pecca per l’eresie da esso sparse e seminate, che in tanti incauti pullulano e si riproducono; laonde tutti questi tristi germogli attribuirsi debbono alla velenosa radice, come effetti della causa primiera; e perciò in un senso ancorché Ario sia “in terimino”, nell’eterna dannazione, ove non v’è più luogo a merito o a demerito, pure per le conseguenze funeste a lui imputate in origine, si può dire che ancor pecca. “Arius adhuc peccat”. Già forse mi preveniste nell’applicazione dell’esempio. Un uomo di lingua impura, già incenerito nella tomba, già sepolto nell’abisso, pecca ancora per la zizzania sparsa dalle sue turpi parole, per la peste uscita dalla lorda sua bocca, con cui ha infette tante anime, peste che forse si propagherà fino alla consumazione de’ secoli. – Possibile! Dirà qui alcuno di voi, possibile un male sì grande, anzi una serie di tanti mali! “Io pronunzio, è vero, qualche sconcia parola, qualche motto allusivo, ma così per ischerzo a muovere il riso, ben lontano dal prevedere, molto meno dal voler tanta rovina”. Lo so, e lo dice ne’ Proverbi lo Spirito Santo, che lo stolto, cioè il peccatore, fa il male come per riso e per trastullo, “quasi per risus et stultus operatur scelus” (Prov. I, 23); ma quella turpe facezia, quella ridicola maliziosa parola è un cancro micidiale, dice l’Apostolo, che dall’orecchio passa al pensiero, dal pensiero si attacca al cuore, e fa nell’anima una piaga insanabile, “sermo eorum ut cancer serpit” (ad. Tim. II, 17). Scolpatevi ora col pretesto di dire per burla e per scherzo, la vostra scusa accrescerà la vostra colpa. Non trovate voi dunque altro modo di ricreare lo spirito, che ridendo a danno dell’anima vostra, e delle anime altrui che costano tutto il sangue preziosissimo di Gesù Cristo? Sarà dunque minore l’oltraggio fatto alla sua Divina Maestà, perché lo fate per giuoco per sollazzo? Scusereste voi i Giudei quando per burla schernivano il divin Redentore, e con finte adorazioni Lo acclamarono Re da beffe e da teatro? Voi ne fate altrettanto; ma udite le proteste e le minacce di un Dio vilipeso. Voi ridete oltraggiandomi, voi mi oltraggiate ridendo, anch’Io quando sarete tra le fauci di morte nelle angustie estreme della vostra agonia, anch’Io mi riderò di voi: “Ego quoque in interitu vestro ridebo, et subsannabo” (Prov. I, 26). – Ma noi, soggiungono altri, noi senza malizia alcuna e senza riflessione ci lasciamo uscire di bocca certe parole veramente poco oneste, ma non si bada, la lingua scorre, siamo avvezzi così, bisogna compatire. – A questo passo vi voleva S. Giovanni Crisostomo per farvi tornar in gola le vostre discolpe, frivole insieme, ed aggravanti il vostro reato. – Un ladro (dice egli in una delle sue Spiegazioni al popolo di Antiochia) un ladro non è così folle da dire al giudice: “Signore perdonate o almeno compatite il mio fallo, io sono assuefatto a rubare che non mi posso astenere”; sarebbe per tale scusa più severamente punito. “Cur non praetendit fur consuetudinem, ut a supplicio liberetur” (Rom. XII)? Ecco l’esempio che vi condanna. L’abito malvagio non diminuisce, anzi aggrava la colpa. Si forma quest’abito dagli atti ripetuti, continuati, pe’ quali la rea consuetudine passa in seconda natura. Da ciò ne segue, che sebbene vi cadan di bocca parole scorrette senz’avvedersene, in forza dell’abito cattivo da voi contratto, siete più rei per inveterata malizia, come d’accordo parlano i Teologi. – E pur non è ancor questo il colmo de’ mali che cagiona a sé stessa una lingua oscena. Il colmo de’ mali suoi, lasciatemi così esprimere, si è lo scrivere colle sue sozze parole sulla propria fronte il carattere della sua riprovazione. Per poco che uno sia versato nelle divine Scritture sa che figura de’ predestinati fu Giacobbe, e immagine dei presciti Esaù. Ora Giacobbe, sebbene nascosto sotto le spoglie del fratello, e sotto le pelli del capretto, fu dal cieco padre riconosciuto alla voce: “Vox quidem, vox Jacob est” (Gen XXVII, 22). Per simil modo sebbene il mistero della predestinazione sia recondito ed inscrutabile, pure da certi contrassegni si può averne una cognizione capace a darcene una probabile e quasi certa congettura. Uno di questi chiari e forti segni è la lingua. Volete sapere se sarete predestinato o reprobo? parlate ch’io vi vegga: “Loquere ut videam”. Dal canto si conoscono gli uccelli, dal linguaggio gli uomini delle diverse nazioni. Aveva un bel dire S. Pietro là nel pretorio, e confermare col giuramento le sue proteste, che l’ancella più che a lui, credeva al suo linguaggio: “tu sei Galileo, gli diceva, il tuo parlare ti scopre per quel che sei”: “Loquela tua manifestum te facit” (Matth. XXVI, 73). Parlate orsù voi, se volete che io argomenti se sarete nel numero dei reprobi o de’ predestinati. Voi avete una lingua pessima, laida, immonda, un vocabolario di termini nefandi? Ohimè, voi vi assomigliate ai dannati, voi sarete con essi abitatori dell’inferno. Laggiù si bestemmia, si maledice, si parla e si parlerà sempre male. Voi, come mi giova sperare, avete una lingua modesta, un parlar da buon cristiano, vi servite della lingua, come l’odierno muto risanato, a parlar rettamente, a lodare Dio, a edificare il prossimo? Consolatevi, voi sarete cittadini del cielo. Lassù quei beati comprensori hanno sempre in bocca le glorie dell’Altissimo: “Exaltationes Dei in gutture eorum” (Ps. CXLIX). Aspiriamo colla purità delle nostre lingue, ad esser loro consoci.

 

Omelia della Domenica X dopo Pentecoste

-Omelia della Domenica X dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca XVIII, 9-14]

Fariseo-e-pubblicano

-Opere buone-

Il Fariseo descritto da Gesù Cristo nell’odierno Vangelo si può rassomigliare a quella canna là nel deserto agitata dal vento, di cui lo stesso divin Salvatore ad altro proposito fa menzione. Osservate: una canna è ritta, vuota, infeconda; eppur se la muove un leggier vento, par che applauda a sé stessa col romorìo delle foglie. Mirate se non è questa l’immagine più espressiva del Fariseo superbo. Ritto in piedi innanzi all’altare, vuoto di meriti, sterile di opere buone, fa plauso a sé stesso, e si vanta per uomo singolare e virtuoso; e, Signore, dice, io non sono già come il restante degli uomini, ingiusti, adulteri, rapaci. In ogni settimana io fo due digiuni, pago puntualmente le decime di tutto ciò che possiedo. Un pubblicano per l’opposto in fondo del Tempio, come un albero carico di frutti, che piega i rami, e curva la cima fin sul terreno, sta cogli occhi e col capo chini al suolo, e battendosi il petto, chiede pietà e perdono, e si confessa peccatore. Diversa è la disposizione d’entrambi, diversa la sorte. Il primo accresce la sua malizia e la sua colpa, il secondo se n’esce giustificato dal Tempio. Oh quanti cristiani sono imitatori del Fariseo! E perché stanno lontani da alcuni vizi più enormi, si lusingano d’ottener salute, ancorché tralascino l’opere buone. Quanti cristiani contenti delle foglie d’un apparente virtù sperano conseguir l’eterna mercede! A disingannare costoro passo senza più a dimostrare come una vita senza opere buone equivale ad una vita rea, e come una virtù di esterna apparenza non si distingue dal vizio. Incominciamo.

I. – Molti, che alieni dalle opere della cristiana pietà menano una vita sterile, oziosa, indifferente in tutto ciò che riguarda il bene dell’anima ed il servizio di Dio, a sedare i rimorsi della propria coscienza, o sedotti da una non sempre scusabile ignoranza, sogliono uscire in queste espressioni: Io non faccio alcun male, non rubo, non bestemmio, non fo torto a persona, e in così dire credono aver fatto il tutto per andar salvi. – Voi dunque dite: “Non faccio alcun male”. E che male, io rispondo, fece quel servo nell’Evangelio, a cui il suo padrone diede un talento da mettere a traffico? Non consumò già quel danaro in crapule, in giuochi, in gozzoviglie, anzi lo custodì gelosamente; ma perché lo tenne ozioso fu condannato e punito. “Io non faccio alcun male”: e che male fecero quelle cinque vergini dall’Evangelio chiamate stolte? Non macchiarono già né in fatti, né in pensieri la loro purezza, eppure perché negligenti a provvedersi di olio per andar incontro al divino sposo, furono escluse per sempre dalle nozze celesti. “Io non faccio alcun male”: e che male fece quella ficaia da Gesù Cristo maledetta? Non aveva già prodotti frutti velenosi o nocivi; eppure, perché infruttuosa, la maledisse. Fu quella ficaia un’immagine della riprovata Sinagoga, ed è altresì una figura d’un anima pigra, trascurata, sterile di buone operazioni, e come tale non può aspettarsi che la divina maledizione. – In effetti Cristo giudice alla fine del mondo non dirà rivolto ai reprobi: lungi da me, bestemmiatori, ladri, sacrileghi, adulteri, fornicatori; perché tutti questi portando scritti in fronte i loro delitti, e il carattere della loro riprovazione, non vi ha bisogno di somiglianti invettive. Dirà ad essi bensì, andate, maledetti, al fuoco eterno, perché avete omesse le opere della cristiana carità. Io era affamato nella persona de’ miei poverelli, e non mi avete soccorso, era ignudo, e non mi avete coperto, era infermo e non mi siete comparsi davanti. Dunque, quand’anche non si fosse fatto altro male, l’omissione delle opere buone è un motivo più che sufficiente, e giustissimo per meritare condanna di morte eterna. – Due cose, dice il re Profeta, si richiedono per operare la nostra salute, declinar dal male, e praticare il bene: “Diverte a malo, et fac bonum” (Psal. XXXIII, 14). Son questi i due piedi, coi quali si cammina per la strada del paradiso, sono queste le due ali, colle quali si vola al cielo. – Chi si allontana dal male va con un piè solo, e pretende volare con una sol’ala; ma con un sol piede non può far lunga strada, ma con un’ala sola il volo si converte in caduta. Voi vi astenete dal male, questo è tenersi sul negativo; ma per salvarsi non basta una bontà negativa, è necessaria una positiva bontà. Anche una statua à una bontà negativa, perché non fa né può far male alcuno; ma non ha alcun merito, né può aver alcun premio. – Tutti quei cristiani adunque che nulla fanno di positivo bene, si possono rassomigliare, col citato re Profeta, agl’idoli del paganesimo, così da esso descritti; hanno questi falsi Dei, fatti per man degli uomini, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, anno lingua e non parlano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano. Tali sono que’ trascurati e neghittosi nel ben operare. Hanno occhi, e non vedono il pericolo a cui gli espone una vita così discorde dalle verità della fede: hanno orecchie, e non ascoltano la parola di Dio, né le voci e i reclami della rea coscienza: hanno lingua, e non pregano, né si confessano interamente: hanno mani, o sia facoltà di travagliare per la loro salvezza, e stanno “tota die otiosi”: hanno piedi finalmente, ma non battono quella strada che conduce al cielo. Or che sarà di quest’idoli, di questi simulacri? Che ne sarà? Incorreranno la divina maledizione al par degl’idoli pagani, come sta scritto nel libro della Sapienza : “Idolum maledictum. . . et qui fecit illud” (Sap. XIV, 18).

II. Ma noi, parmi d’essere qui interrotto da chi va dicendo: noi ben persuasi che senza buone opere non si può sperar salute, frequentiamo i Sacramenti e le ecclesiastiche funzioni, facciamo limosine, visitiamo infermi, e tanti altri atti pratichiamo di religione e di cristiane virtù. Assai mi consola quanto voi asserite. Ma siccome può nascer dubbio se l’opere vostre siano in realtà, o in apparenza virtuose, contentatevi che per puro zelo ed amor delle vostre anime io le chiami ad esame. Voi frequentemente vi confessate e comunicate. Fin qui questi sono verbi, vi dirò col beato Alberto Magno precettore di S. Tommaso l’angelico, “verba, sunt ista”; ma i verbi non bastano per il merito e per la salute; è necessario che ai verbi si aggiungano gli avverbi. Mi spiego: confessarsi, comunicarsi, questi son verbi, confessarsi bene, comunicarsi fruttuosamente, questi sono avverbi. Voi frequentate i Sacramenti, ma frequentate altresì le conversazioni pericolose, ove si parla, si burla, si ride a spese della santa onestà; frequentate i Sacramenti, e frequentate del pari le bettole, i giuochi, i ridotti: accusate le vostre colpe nel tribunale di penitenza, ma ricadete colla stessa facilità nelle medesime colpe; ricevete sulla vostra lingua Gesù sacramentato, ma la vostra lingua è sempre mordace, impura, mormoratrice; accogliete in seno il mansueto Agnello di Dio, siete sempre impazienti, iracondi, collerici, se è così, le vostre confessioni, le vostre comunioni sono foglie e non frutti, sono veleno e non medicina. E voi che vantate opere di pietà e di virtù, venite qua. In prima, un atto, per essere virtuoso e meritevole, fa d’uopo indirizzarlo a un buon fine. Se fate limosina per esser veduti e stimati dagli uomini, l’azione per sé ottima e santa, diventa rea, peccaminosa pel fine obliquo di vana ostentazione. Dite altrettanto di qualunque altro atto di virtù. Il fine buono o malvagio, dicono i Teologi con S. Agostino, fa buona o malvagia la vostra azione: “Noveris ex fine a vitiis discernendas esse virtutes”. – In secondo luogo: sia buono, sia retto il vostro fine, se voi non siete in grazia di Dio, le opere vostre tuttoché naturalmente buone, potranno bensì esservi giovevoli a piegar il cuore di Dio, a concedervi grazia di ravvedimento e di conversione, ma in ordine alla vita eterna sono di niun valore, sono cadaveri di virtù, sono opere morte. Avete mai veduto nelle grandi città qualche superbo mausoleo innalzato per tomba e per memoria d’illustre personaggio? In mezzo sta locata un’urna marmorea, che racchiude il corpo del rinomato defunto; stanno intorno in atto dolente diverse statue esprimenti le virtù reali o supposte del morto soggetto. Evvi la giustizia che piange, la clemenza che si scopre il volto, la pietà che si asciuga le lacrime, la prudenza che ad una mano appoggia la fronte. Tutte queste sono virtù di marmo, virtù simboliche che fanno onore ad uno scheletro. Per non dissimil guisa, se per alcun grave peccato siete morti alla grazia, le virtù da voi praticate sono, in ordine al merito di vita eterna, simulacri di virtù, vane immagini di un’anima incadaverita. Dunque, fratelli amatissimi, non ci pasciamo di vento, come l’odierno Fariseo, non ci vantiamo di foglie. – È vero che il divin maestro c’inculca a dar, coll’opere buone, esteriore esempio edificante, onde ne sia glorificato il Padre celeste: “Videant opera vestra bona, et glorificent patrem vestrum qui in coelis est” (Matth. V, 16); ma se agli atti esterni di pietà e di religione ci obbliga il buon esempio, l’intenzione, dice S. Gregorio Magno (Ad Philip. II, 12), l’intenzione occulta del nostro spirito, veduta da Dio solo, dev’essere pura, a Dio diretta, a Dio piacente, e custodita nel segreto del cuore. Purifichiamo pertanto la nostra intenzione nell’operare il bene: non siamo così facili ad approvare noi stessi e la morale nostra condotta. Temendo, tremando, ci esorta S. Paolo, operate la vostra salute: “Cum metu et tremore, vestram salutem operamini”. Semplice, temente Iddio e santo era Giobbe, eppur temeva di tutte l’opere sue “Verebar omnia opera mea” (Job. IX, 21). Non crediamo così agevolmente d’essere giusti o giustificati. Son ripresi nel Vangelo odierno quei che in sé confidando si reputavano giusti: “Qui in se confidebant tamquam justi”. Temiamo, miei cari, sull’incertezza di salvarci, e temiamo sul pericolo di perderci. Ancora uno sguardo al penitente pubblicano: compreso da salutare spavento non ardisce inoltrarsi nel Tempio; ma dietro al Fariseo si tiene in fondo, umiliato, confuso, non osa alzar gli occhi dal pavimento, si confessa peccatore, e come tale implora la divina clemenza, e a colpi sonori si batte il petto: “Percutiebat pectus suum”. Tre cose sono da osservarsi a nostra istruzione su questo battersi il petto, sulla scorta di Teofilatto, Eutimio, e S. Agostino. Il moto della mano, il petto percosso, e il suono del colpo. Nel moto della mano son figurate l’opere buone necessarie a praticarsi per chi vuole andar salvo: nel petto percosso il pentimento del cuore per le colpe commesse, e la riparazione delle stesse colla penitenza: finalmente nel suono del colpo il buon esempio che nasce dall’emendazione della vita. – Ecco la norma che dobbiamo seguire per evitare la condanna del Fariseo, per ottenere, come il Pubblicano, il perdono, la grazia giustificante, e la vita eterna, che Dio ci conceda.

Omelia della Domenica VIII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica VIII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca XVI, 1-9]

giudiz.univ. giotto. part.

-Tre tribunali-

“Rendimi conto, economo infedele (così Cristo introduce a parlare nell’evangelica parabola un padrone mal soddisfatto del suo fattore), rendimi conto, servo malvagio, di tua condotta nell’amministrazione a te affidata de’ miei averi; perciocché tu più non avrai né impiego, né tempo a dissipare le mie sostanze!: ”redde rationem villicationis tuae: iam enim non poteris villicare”. Atterrito da questa minaccia il tristo castaldo cominciò a pensare, e a dire fra sé: “Che farò quando dal mio Signore io venga rimosso dalla mia carica? Zappare? Io non ho forza. Mendicare? Io non ho faccia. So ben io quel che fare mi giova”; e chiamati i debitori del suo padrone, se l’intese con quelli, e provvide, sebbene ingiustamente, a’ suoi futuri bisogni. Cristiani uditori, saremo ancor noi citati un giorno innanzi al divino giudice, anche a noi sarà intimato quel “redde rationem villicationis tuae”. Non potremo in quel dì pigliar tempo, e provvedere a noi stessi, come lo scaltro fattore. Il tempo che allora ci mancherà l’abbiamo adesso: Iddio ce l’accorda al presente, non ce lo promette in futuro. Anzi, notate finissimo tratto della sua immensa bontà, acciò al suo divin tribunale possiamo rendere buon conto di noi, Egli, dice il Crisostomo, Egli ha stabilito due altri tribunali: “tribunal mentis, tribunal poenitentiae, tribunal iudicii” [Homil. De poenit.]. Osservate con qual ordine. Il primo è piantato nel nostro cuore da Dio Creatore, il secondo nella sua Chiesa da Dio Redentore, il terzo al fin di nostra vita da Dio giudice; il primo è un tribunale di giustizia e di misericordia: il secondo di pura misericordia; il terzo di sola giustizia. Il primo è diretto acciò ricorriamo al secondo, il secondo affinché ci disponiamo al terzo. Guai se non usiamo bene de’ due primi, saremo irrevocabilmente condannati nel terzo. Uditemi attentamente.

I. Il primo tribunale collocato nel nostro cuore da Dio Creatore, egli è un tribunale di giustizia insieme e di misericordia; e primieramente di giustizia. – Appena gl’incauti nostri progenitori rompono il primo precetto, che sull’istante, presi da confusione e da rossore, si ritirano, si nascondono, si coprono di frondi e foglie. Chi li accusa? Chi li condanna? Non hanno ancor sentito la voce di Dio sdegnato nel terreno paradiso, perché dunque si turbano, si coprono, e si nascondono? E nol vedete; chi gli accusa, e chi li condanna è quel giudice inesorabile da Dio Creatore custodito nel loro cuore, che alza la voce, che li confonde, che fa provare tutto l’orrore, che fa sentire tutto il peso del loro delitto. Una più chiara prova ci somministrano le parole del grande Iddio dirette al loro primo figliuolo, invidioso Caino. Io leggo, o Caino nel tuo volto turbato un certo iniquo disegno. Ascolta, infelice, se tu opererai il bene ne avrai la ricompensa, se il male, ne porterai subito la pena. Il peccato, come un cane latrante alla porta del tuo cuore, ti farà provare i più fieri rimorsi : “Si bene egeris, recipies, sin autem male, statim in foribus peccatun aderit” [Gen. IV, 6], Così avvenne. Appena tinto del sangue dell’innocente fratello, un torbido orrore gl’invase la mente, un così strano e gelido spavento gli sconvolse l’animo, che profugo sulla terra temeva ad ogni passo incontrarsi in chi gli desse la morte. – È questo il tribunale della coscienza, “tribunal mentis”, in cui, come nel tribunale degli uomini, v’interviene il reo detenuto, gli accusatori che denunziano, il giudice, che condanna. Reo detenuto è il peccatore, che non può fuggire da sé stesso; accusatori sono l’intelletto che gli fa conoscere, la memoria, che gli ricorda i suoi delitti; il giudice è la coscienza, giudice inesorabile, che parla contro chi non vorrebbe, che non si può far tacere, che dà sentenze, che pronunzia condanna. Tu tieni ingiustamente la roba altrui, dice ad uno, tu sei un ladro coperto, ma sei un ladro. Tu sei un disonesto, dice ad un altro, ti nascondi agli occhi del mondo, ma a te stesso nascondere non ti puoi. Tu sei in stato di dannazione, dice ad un terzo, se tu non lasci il peccato, se non ti penti, se non ti confessi, tu sei perduto. – Via, peccatori quanti mai siete, distraetevi pure dai reclami della rea coscienza, fate strepito per non sentirla, passate senza interrompimento dall’uno all’altro piacere, dal convito al giuoco, al passeggio, al ballo, al teatro, vi saprà ben seguire e mordere in ogni luogo, in ogni tempo il verme della sinderesi, e massime alla prima disgrazia che v’intervenga, o alla prima malattia che vi colga. Disingannatevi, dice il Crisostomo, ovunque possiate rivolgervi, porterete sempre con voi un giudice che la farà da carnefice per tormentarvi. – Questo tribunal di giustizia ne’ disegni di Dio pietoso è anche un tribunale di misericordia, fa Iddio con noi come medico sagace, che maneggia il ferro, adopra il fuoco per ridurre a sanità il povero infermo. Quelle fitte, peccatori miei cari, quelle spine, che vi trafiggono, sono dirette a farvi conoscere che il peccato non può farvi contento, che bisogna togliere la spina se volete che cessi il dolore. Ad una di queste spine deve la sua conversione il penitente Profeta: “conversus sum in aerumna mea, dum conficitur spina” [Ps. XXXI]. Sono spine, è vero, sono punture, ma sono grazie del misericordioso Signore, acciò afflitti e conturbati nel tribunale della vostra coscienza cerchiate rimedio alle vostre piaghe e pace al vostro cuore nel tribunale della penitenza. II. Il tribunale di penitenza, posto da Dio Redentore nella sua Chiesa, è tribunale di misericordia. Ne’ tribunali terreni la confessione del peccato si trae addosso la pena, confessarsi reo e condannarsi è la cosa stessa. Tutto il contrario nel tribunale della penitenza. Chi si discolpa moltiplica il suo reato: chi si accusa, chi si condanna, resta assoluto e prosciolto: “Si nosmetipsos diiudicaremus, non utique iudicaremur” [I Cor. XI, 31]. – È sempre stato questo l’ordinario costume del nostro Iddio, che è la stessa bontà e la stessa giustizia, di condannar chi si scusa, e di perdonar chi s’incolpa. Si scusa Adamo, e dice: “la donna, che dato mi avete, fu la cagione del mio trascorso”. Si scusa Eva, e ne ascrive la causa al serpente. Scuse in faccia di un Dio veggente? Fuora del terren Paradiso! Si scusa Aronne e dell’idolo da lui innalzato alle falde del Sinai, ne fa carico alla turba tumultuante, e viene escluso perciò dal metter piede nella terra promessa. Si scusa Saul, e di sua trasgressione al divino comando ne incolpa il popolo; e Samuele gli annunzia la perdita del regno temporale, a cui si aggiunse poi la perdita del regno eterno. In somma, reo che si scusa dinanzi a Dio, non l’indovina. Per l’opposto chi si umilia, chi si confessa colpevole disarma la divina giustizia, e ottiene grazia e perdono. – “Peccavi, dice Davide, peccavi Domine”, e Natan profeta l’assicura che il suo peccato è rimesso, “Dominus quoque transtulit peccatum tuum” [II Reg. XII, 13]. Si dichiara massimo peccatore il Pubblicano, si batte il petto cogli occhi a terra e se n’esce giustificato dal tempio. Si protesta il prodigo indegno del nome di figlio, e viene accolto con festa dal buon genitore. Si confessa, a finirla, il buon ladro meritevole del suo supplizio, ed ottiene da Gesù moribonde e perdono e promessa di paradiso. – Ecco come l’umile confessione delle proprie colpe placa la giusta collera di Dio offeso, e ciò in tutti i tempi, massime però nel tribunal di penitenza, in cui la sincera confessione dell’uomo ravveduto e compunto acquista soprannatural vigore, e maggior merito per l’efficacia del Sacramento, in modo, dice S. Isidoro, che se siete infermi vi risana, se in disgrazia di Dio, vi giustifica, se meritevoli di castigo vi perdona, perché nella sacramental Confessione ha collocata la sua sede la divina misericordia: “in confessione locus misericordiae”. Aggiustiamo dunque, fratelli carissimi, in questo tribunale di misericordia i nostri conti con Dio, se vogliamo incontrar bene al tribunale, a cui appena morti dovremo comparire, tribunale di pura giustizia. – III. Così è, a quel finale giudizio presiede la sola giustizia di Dio, e la misericordia è da quello affatto lontana: “Judicium sine misericordia”. Dura la divina misericordia finché dura la vita: finita questa, si chiude la porta della divina clemenza per non aprirsi mai più. A quel tremendo tribunale non ci accompagnano se non le nostre opere o buone o malvagie. Portiamo con noi il nostro processo, da cui dipende la nostra eterna sorte. Quivi, a nostro modo di intendere, ognun di noi sarà posto nelle bilance di rigorosa giustizia: se, come Baldassarre, saremo trovati mancanti, una sentenza irrevocabile, una condanna di eterno supplizio sarà il giusto castigo, che ci renderà eternamente infelici. – Ah, mio Dio! Dunque se io vi comparisco davanti col peccato nell’anima, sarò da voi rigettato in eterno? E in quel finale giudizio sarà dalla spada della vostra giustizia recisa per sempre la via della pietà e della misericordia? “Numquid in aeternum proiiciet Deus …aut in finem misericordiam suam abscìndet?! [Ps. LXXVI, 7-8] Ah mio Signore! E non ci dite voi per bocca di un vostro profeta, che in mezzo all’ira vi ricorderete della misericordia? Appunto, di me sta scritto, “cum iratus fueris misericordiae recordaberis” (Habac. II, 5), e ben me ne ricordo di quella misericordia usata con voi in tutto il corso della vostra vita: mi ricordo della mia pazienza in sostenervi per tanto tempo peccatori: mi ricordo dell’abbondanza delle mie grazie, e dell’ostinazione dei vostri rifiuti. Quanti lumi ho fatto balenare alla vostra mente, quanti impulsi ho fatto sentire al vostro cuore, quanti stimoli alla vostra coscienza per svegliarvi dal mortale letargo delle vostre viziose abitudini? La mia misericordia è quella, che colla voce delle mie ispirazioni, e con quella dei miei ministri vi chiamava al tribunale di penitenza; affinché in quello saldaste i debiti colla mia giustizia, e non aveste in questo a provarne i rigori, questi e mille altri sono i tratti della clemenza usata con voi, e al rammentarli in quest’istante si accende di maggior fiamma il giusto mio sdegno. Itene dunque maledetti per sempre. Voi non siete più miei, Io non sono più vostro; “Vos non populus meus, et ego non ero vester (Osea I, 9 ). – Miei cari, se vogliamo in quel tribunale schivar la sentenza di eterna morte, profittiamo del primo tribunale, che Dio Creatore ha posto nel nostro cuore, ricorriamo al secondo della penitenza, che Dio Redentore ha stabilito nella sua Chiesa. L’avviso è del Crisostomo : “Si volumus a tribunali iudicii particularìs absolvi, duo reliquia iudicia frequentemus” [Hom. de Poenit.].

OMELIA della DOMENICA VII DOPO PENTECOSTE

DOMENICA VII DOPO PENTECOSTE

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vang. di S. Matteo VII, 15-21)

sansone

– Peccato castigo di sé medesimo –

“Un albero malvagio, così Gesù Cristo nell’odierno Vangelo, un albero malvagio non può produr frutti buoni”: “Non potest …arbor mala bonos fructus facere”. E che si darà uomo così folle, che si lusinghi raccogliere da uno spino grappoli d’uva, ovvero fichi da’ triboli? Eh che uno spino non può produrre che spine pungenti, e un tribolo non può dare che triboli aspri e molesti. “Non potest arbor mala bonos fructus facere. E qual è quest’albero malvagio? Egli è il peccato; qualunque altro male o di animo o di corpo, o di sostanze non merita il nome di male. Solo il peccato, il peccato solo è l’unico e vero male, è quella pianta infelicemente feconda di tutti gli altri mali, è quell’albero pessimo velenoso che produce frutti a sé proporzionati, pessimi cioè, maligni, avvelenati. – Ad accennarli in compendio, come richiede la strettezza del tempo, basterà il dire che il peccato è pena e castigo di sé medesimo, o si consideri secondo la natural ragione, o si riguardi secondo Dio. Passo a dimostrarvelo, se mi seguite con attenzione cortese.

I . Il peccato è pena e castigo di sé medesimo considerato secondo la natural ragione. Che cosa è il peccato? Egli è una violazione della legge eterna, scritta nel nostro cuore da Dio Creatore, regola infallibile d’ogni nostro operare. Ora un’azione qualunque, opposta a questa legge è un vero disordine, e siccome cosa fuori del suo ordine, trovasi in istato di violenza, la violenza stessa deve portare sconcerto tanto nel fisico, quanto nel morale; sconcerto che non può seguire senza pena e dolore, come un osso fuor dal suo luogo che reca spasimi, finché non torni alla propria giuntura; onde quelle stesse opere malvagie, dice lo scrittore della Sapienza, alle quali si determina l’uomo peccatore, si convertono in suo danno e in suo tormento. “Per quae peccat quis, per haec et torquetur” [Sap. XI, 17). – Vediamolo in pratica. Un uomo dedito al vizio del vino, non è egli vero che tosto perde la stima e la re putazione, che diviene l’obbrobrio del paese, e la favola delle conversazioni? Non è un castigo, per uno smodato e vile piacere di gola, restar privo dell’uso di ragione, rovinarsi la sanità, ed abbreviarsi la vita? Gli antichi Spartani, sebbene idolatri, avevano in sommo orrore questo vizio; onde per allontanarne i loro figliuoli, facevano a bella posta divenir ubriaco un loro schiavo; indi convocati i figli: mirate, dicevano, a che si riduce un uomo posseduto dal vino, come parla a sproposito, come va barcollando: ohimè! dà del capo or in questa, or in quella parete. Ahimè! Che cade stramazzone per terra, e sbalordito vomita un lago di caldo vino fetente. Ecco, o figli, i tristi effetti del vino e dell’ubriachezza; abbominate, o cari, vizio tanto vituperoso e dannevole. – Con più ragione adunque possiamo dire noi cristiani che questo peccato è un vero e palpabile castigò di sé medesimo: “Per quae peccat quis, per haec et torquetur”. Che diremo poi del vizio del giuoco, di quel giuoco che forma l’occupazione de’ giorni anche festivi, prolungati sovente a notte avanzata? Di quel giuoco in cui si arrischia tutto il guadagno della settimana? Quante spine produce mai quest’albero maligno! Quanti rancori, risse, contrasti, collere, imprecazioni, bestemmie! Che notti inquiete senza chiuder occhi per un giocatore che ha perduto! Guai alla povera moglie, guai a’ figli, al primo in cui s’incontra un giocatore disperato. A quanti giusti rimbrotti si espone per la sua crudeltà in togliere il pane di bocca ai suoi figlioletti per sacrificarlo alle carte e alla sua malnata passione! Quanti per giuoco passano da una buona fortuna alla mendicità; quanti, a finirla, morti allo spedale lasciano raminga e pezzente la propria famiglia! Non sono questi i meritati castighi, che si trae addosso il peccato del giuoco disordinato e vizioso? Così è: “Per quae peccat quis, per haec et torquetur”. E di quel vizio, che l’apostolo neppur vorrebbe si nominasse, del vizio e della disonestà, così universale nel mondo, che dovrò io dire? Io non vorrei camminare in questo fango, non vorrei maneggiare questa pece. Mi basterà mostrarvi nella persona di Sansone, che non v’è forse altro vizio che più di questo formi la pena ed il tormento del vizioso. Sansone, giudice in Israele, terrore de’ Filistei, onor di sua nazione, per la rea amicizia di Dalila donna venale, perde la riputazione, perde i capelli, perde la forza, perde gli occhi, perde finalmente la vita. – A tutte queste disavventure va incontro un impudico. Perdite d’onore, di sostanze, di sanità e della vita stessa, dacché non vi è peccato che più di questo acceleri la morte, e consumi la vita di chi n’è infetto, anche per fisiche cagioni. E ben lo sanno per dolorosa prova quei sciagurati, che ancor vivi, portano già le carni marce e infracidite. Qui sì che ci cade precisamente il detto del Savio: “Per quel che uno pecca, per quell’istesso vien tormentato:“Per quae peccat quis, per haec et torquetur”, peccato di carne, pena di carne. – Dite altrettanto d’ogni vizio. L’avaro è nemico di sé stesso, il superbo è da tutti aborrito, l’invidioso fa sangue cattivo, il ladro non ride sempre, il goloso si accorcia la vita. Insomma, siccome il ferro produce la sua ruggine, siccome il legno il suo tarlo, e il panno la sua tignuola, così il peccato, anche secondo la natural ragione, genera la sua pena, e il suo castigo.

II. Che sarà poi quando alla ragione naturale si aggiunga la giustizia di Dio? È verità di fede che il peccato deve esser punito. Siccome l’ombra segue necessariamente il suo corpo, così la pena necessariamente segue il peccato. E perciò una delle due, o dobbiamo noi castigare in noi stessi la nostra colpa, e distruggerla con vero dolore di animo umiliato e contrito, o pure Iddio offeso troverà ben Egli modo da prendersi la giusta vendetta. Ve lo ripeto, è di fede, che il peccato deve essere punito o in questa, o nell’altra vita: sentenza è data, e registrata nell’odierno Vangelo: “Omnis arbor quae non facit fructum bonum excidetur, et in ignem mittetur”. Ogni albero che non fa frutti buoni “excidetur”, ecco la pena temporale, “et in ignem mittetur” ecco la pena eterna. La strada dunque non passa: o punire il peccato colla sincera contrizione del cuore, e coll’opere di vera penitenza, o lo punirà Iddio colla sua giustizia. Se ne protesta Egli altamente (Ezech. VII, 9 ): “Scitis quia ego sum Domimis percutiens: si poenitentiam omnes simul peribitis” (Luc. XIII, 13). Suppongo qui che forse alcun di voi vada dicendo in cuor suo: Io ho peccato, continuo a peccare e me ne vanto talora nelle brigate degli amici pari miei, e pure vivo tranquillo, e non me ne è venuto alcun male : “Ne dixeris, Peccavi, et quid mifi accidit triste? [Eccl. V, 4]. Rispondo: quando si dice che il peccato chiama il castigo, non si asserisce che sarà castigato sull’istante: la pena non sempre scarica in sul momento sopra il peccatore. Non vi lasciate più passare nel pensiero, o uscir di bocca: io ho peccato e pecco, e non me n’è avvenuto alcun male. “Ne dixeris, peccavi, et quid mihi accidit triste?”. Ve ne avvisa lo Spirito Santo; perciocché l’Altissimo Iddio è un paziente distributore, “Altissimus enim est patiens redditur” [Eccl. ut supra]. Dio è paziente, dice S. Agostino, perché è onnipotente. Paziente, soggiunge S. Pietro (Ep. II, 3, 9), perché abbiate tempo a ravvedervi, perché vi aspetta a penitenza, perché vi vuol salvi; ma se voi abusate di sua sofferenza, il giorno di Dio destinato alla vostra punizione potrà tardare qualche tempo; ma un po’ più presto, un po’ più tardi vi coglierà, quando meno il pensate: “adveniunt autem dies Domini ut fur” (ibidem, v. 10). – Osservate i sempre giusti ed inscrutabili giudizi di Dio in ritardare o in accelerare i meritati castighi. Cento venti anni tardò il castigo di tempi di Noè minacciato agli uomini carnali: venne poi, e sommerse in un universale diluvio il mondo intero. – Venti anni stette nascosto ed impunito l’attentato de’ fratelli di Giuseppe da essi venduto in ischiavo: ma in fine la tribolazione, la prigionia e lo spavento di peggiori sciagure tolse loro di bocca la confessione, che il sangue del tradito fratello chiamava sopra di loro la meritata vendetta. – Tre anni Acab godé in pace la vigna usurpata a Nabot, e poi ferito a morte sparse nella stessa vigna l’ultimo sangue. – Un anno Davide riposò tranquillo nel suo peccato, ma dopo colla morte di due figli, colla ribellione di un terzo figlio, con mille altri infortuni provò quant’era pesante la mano di Dio vendicatore. – Poche ore passarono dalla calunniosa sentenza data da’ sordidi vecchioni contro la casta Susanna, ad essere sepolti, a furor di popolo sotto una tempesta di pietre. – Un istante, in cui Anania e Saffira confermarono una solenne bugia, bastò per farli cader morti a’ piedi di S. Pietro. – Or qui, miei cari, se siamo persuasi che peccato e castigo siano due cose inseparabili, se io e voi che mi ascoltate siamo peccatori, come in tutta verità dobbiamo confessare, che faremo per evitare l’ira di Dio armata a scaricarci sul capo i colpi di sua mano tremenda? Quale scudo al riparo, o qual via alla fuga? È questa l’interrogazione che in riva al Giordano faceva il Battista alle turbe ebree venute ad ascoltarlo. “Razza di vipere, gridava egli altamente, chi vi mostrerà il modo da fuggire la divina iracondia, che si va preparando a farvene sentire i più funesti effetti? “Genimina viperarum, quis ostendit vobis fugere a ventura ira” (Luc. III, 7). – Ecco ch’io vel suggerisco e vel predico: fate frutti degni di penitenza “Facite fructus dignos paenitentiae” (Luc. V, 3). Badate bene al mio avviso. Voi siete alberi malvagi, che non producono alcun buon frutto, e perciò la scure è già vicino alla radice che vi minaccia il taglio: e la condanna al fuoco: “Jam securis ad radicem; omnis arbor non faciens fructum bonzi excidetur, et in ignem mittetur” (Ibid. v. 2). – Altrettanto inculco a voi, fedeli miei dilettissimi: volete fuggire l’ira di Dio che vi sovrasta? Fate frutti, e frutti degni di penitenza. La vera e degna penitenza comincia dallo spirito contristato per l’orrore della colpa, e del cuore umiliato e contrito, ch’è quel sacrificio tanto a Dio accettevole che placa il suo sdegno. A questa interior penitenza fa d’uopo aggiungere l’opera di penitenza esteriore, l’osservanza de’ comandati digiuni, l’adempimento de’ propri doveri, la mortificazione de’ sensi, la pazienza, la rassegnazione alla divina volontà nelle tribolazioni, le preghiere, le limosine, le pratiche infine di soda cristiana pietà. Così facendo non avremo a temere i divini flagelli: saremo alberi ricchi di buoni frutti, frutti di virtù di vita eterna, che Iddio ci conceda.