DOMENICA IV DOPO PASQUA (2023)

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la giustizia di Dio (Intr., Vang.) che si manifesta col trionfo di Gesù e l’invio dello Spirito Santo. « La destra del Signore ha operato grandi cose risuscitando Cristo da morte » (All.) e facendolo salire al cielo nel giorno dell’Ascensione. È bene per noi che Gesù lasci la terra, poiché dal cielo Egli manderà alla sua Chiesa lo Spirito di verità (Vang.), per eccellenza, che viene dal Padre dei lumi (Ep.). Lo Spirito Santo ci insegnerà ogni verità (Vang., Off., Secr.), esso « ci annunzierà » quello che Gesù gli dirà e noi saremo salvi se ascolteremo questa parola di vita (Ep.). Lo Spirito Santo ci dirà le meraviglie che Dio ha operate per il Figlio (Intr., Off.) e questa testimonianza della splendida giustizia resa a Nostro Signore consolerà le anime nostre e ci sarà di sostegno in mezzo alle persecuzioni. Siccome, secondo quanto dice S. Giacomo, « la prova della nostra fede produce la pazienza e questa bandisce l’incostanza e rende le opere perfette », noi imiteremo in tal modo la pazienza del nostro Dio « e del Padre nostro », nel quale « non vi è né variazione né cambiamento » (Ep.), e « i nostri cuori saranno allora là dove si trovano le vere gioie » (Or.). Lo Spirito Santo convincerà inoltre satana e il mondo del peccato che hanno commesso mettendo a morte Gesù (Vang., Comm.) e continuando a perseguitarlo nella sua Chiesa.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XCVII:1; 2
Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps XCVII: 1
Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus.

[Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod prǽcipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia.

[O Dio, che rendi di un sol volere gli ànimi dei fedeli: concedi ai tuoi pòpoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli
Jas I 17-21
Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.


[Caríssimi: Ogni liberalità benefica e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo da quel Padre dei lumi in cui non è mutamento, né ombra di vicissitudine. Egli infatti ci generò di sua volontà mediante una parola di verità, affinché noi siamo quali primizie delle sue creature. Questo voi lo sapete, miei cari fratelli. Ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. Poiché l’uomo iracondo non fa quel che è giusto davanti a Dio. Per la qual cosa, rigettando ogni immondezza e ogni resto di malizia, abbracciate con animo mansueto la parola innestata in voi, la quale può salvare le vostre ànime.]

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine.

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXVII:16.
Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja.

[La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI:9
Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja.

[Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem
Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

[In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Vado a Colui che mi ha mandato, e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: è necessario per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito, ma quando me ne sarò andato ve lo manderò. E venendo, Egli convincerà il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia e riguardo al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché io vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma adesso non ne siete capaci. Venuto però lo Spirito di verità, vi insegnerà tutte le verità. Egli, infatti, non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito: vi annunzierà quello che ha da venire, e mi glorificherà, perché vi annunzierà ciò che riceverà da me.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.)

L’ADDIO DI GESÙ

Finita la cena, — era l’ultima cena che il Figlio di Dio mangiava coi figli degli uomini, — Gesù e gli undici Apostoli s’incamminarono verso il monte degli Ulivi. C’era lassù un orto chiamato il Getsemani, ove il Signore soleva pregare. Quando la silenziosa compagnia, passata la valle del Cedron, cominciò a risalire per una stradetta incassata tra gli ulivi ed i vigneti, Gesù disse agli Apostoli tenerissime cose. E concluse: « Ed ora torno a Colui che mi ha mandato ». Tutti tacevano in angoscia: non era la prima volta, quella sera, che il Maestro parlava di partire. E, quantunque non immaginassero che quella era l’ultima notte di Gesù, tuttavia per i continui accenni che Egli faceva della sua prossima partenza, cominciarono a temere. E quando disse: « Ora torno a Colui che mi ha mandato », si strinse la gola dei discepoli, e nessuno poté rispondere. « Come? », disse Gesù, « non parlate? Vi ho detto che me ne vado e nessuno mi domanda dove? ». Nell’oscurità e nel silenzio della sera per la stradetta ascendente tra i filari d’ulivi e di viti, il Maestro li sentiva lottare coi singhiozzi. Perciò aggiunse: « Perché vi ho detto queste cose, il vostro cuore è gonfio di tristezza. Non affliggetevi: vi dico che è necessario per voi che me ne vada ». Come una madre che deve andare lontano e si vede attorno i figliuoli piangenti, li raccomanda a qualche parente e promette vicino il suo ritorno, così anche Gesù fece due promesse per consolare i suoi Apostoli alla sua partenza. « È necessario per voi ch’io vada; perché s’io non vado, il Paracleto non verrà » — Lo Spirito Santo non poteva venire prima della morte di Cristo perché gli uomini erano ancora schiavi del peccato originale; era necessario che Gesù morendo ci redimesse, affinché lo Spirito Santo, che non abita in un corpo soggetto al peccato, potesse venire in noi. « È  necessario per voi ch’io vada: perché vi possa preparare un posto, e quando lo avrò preparato, ritornerò da voi, e vi prenderò con me; e starete per sempre dove sarò io ». Noi in Paradiso, prima della morte di Cristo, non potevamo andare: era necessario che Gesù morendo entrasse per il primo e ce lo aprisse, perché anche noi dietro a Lui vi potessimo entrare. Dunque, com’è stato buono, più che una mamma, Gesù con noi! Prima di partire ha pensato a noi, per la nostra vita e per la nostra morte. Per la nostra vita ci ha promesso lo Spirito Santo; per la nostra morte ci ha promesso che tornerà Lui a prenderci e a portarci dove Egli sta. Ciò che importa, adesso, è sapere quello che dobbiamo fare perché lo Spirito Santo abiti in noi in questa vita, e perché nell’ora della nostra morte venga Gesù a prenderci e condurci in Cielo. – 1. PERCHÈ LO SPIRITO SANTO ABITI IN NOI. La Vergine siracusana, santa Lucia, fu accusata al governatore Pascasio perché rifiutava la mano d’un giovane idolatra. Essa si difese e disse: « Non ho promesso fedeltà a nessun uomo, ma solo a Dio ». Il governatore, adirato, comandò: « Fra i tormenti la si costringa a tacere! A lui rispose Lucia: « Le parole non mancheranno mai sulle labbra dei servi di Dio. L’ha detto Gesù: Quando vi troverete davanti ai re ed ai magistrati, non angustiatevi per le cose che dovete dire; lo Spirito Santo che è in voi vi suggerirà tutto » – « Dunque, lo Spirito Santo è in te? ». « Sì: coloro che vivono casti e pii sono templi dello Spirito Santo ». Allora il governatore maligno aggiunse: « Penserò a farti cessare di essere casta e pia e non sarai più il tempio dello Spirito Santo ». Ma la vergine, levate le mani e gli occhi al cielo, pregava. Ecco, o Cristiani: perché lo Spirito Santo abiti in noi è necessario vivere pii e casti. Pii: con la frequenza dei Sacramenti, con la preghiera in casa ed in Chiesa. Casto: con l’onestà della vita, con la fuga dalle occasioni cattive, con l’amore alla propria famiglia. È vicina la Pentecoste, la grande festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli: prepariamo i nostri cuori con una vita casta e pia. E se alcuno sentisse pesare sulla sua coscienza una grave colpa, si purifichi con la santa Confessione, altrimenti lo Spirito Santo non verrà in lui e non sentirà gli effetti della sua presenza. « Quando verrà lo Spirito consolatore — ha detto Gesù — Egli v’insegnerà ogni verità ». Beate le anime caste e pie, perché da Lui saranno consolate! In ogni dolore, in ogni croce proveranno una soave dolcezza, perché lo Spirito Santo presente in loro, ascolterà ogni gemito e preparerà per essi una ricompensa eterna. Beate le anime caste e pie, perché da Lui saranno ammaestrate, e comprenderanno come tutte le cose di quaggiù non siano altro che un inganno, e non val la pena d’attaccare il cuore nostro ad esse. – 2. PERCHÈ GESÙ RITORNI NELL’ORA DI NOSTRA MORTE. L’ora più terribile della vita è quella di nostra morte. Soffrire i mali dell’agonia che ci strapperanno stille di freddo sudore; chiuder gli occhi e non riaprirli più a vedere le persone e le cose amate; andar via da questo mondo senza portar via niente con noi, neppure un soldo, neppure un frustolo di pane; e non sapere dove si vada e come sarà… Al di là della morte chi verrà a prenderci? Gesù o il demonio? Oh, se fossimo sicuri che verrà Gesù a condurci dove Egli è, a star sempre con Lui, a non morir più, a godere eternamente, come sarebbe dolce la morte! Sarebbe il termine d’ogni dolore, anzi l’inizio della gioia senza confine. Ebbene, Gesù ha promesso che tornerà a prendere i suoi discepoli per dare ad essi quel posto che si sono guadagnati in Paradiso. Quando il cappellano entrò nella stanza della santa di Lisieux morente, cercò di confortarla ad accettar la morte con rassegnazione. « Padre! — rispose santa Teresa, — non c’è bisogno di rassegnazione se non per vivere. A morire io provo gioia: perché Gesù stesso verrà a prendermi. E quando si è con Gesù non si muore ma si entra nella vita ». Beati quelli che muoiono bene! Morire bene: ecco lo scopo di tutto il nostro vivere. Ma noi sappiamo che nulla s’impara se non con l’esercizio e con la pratica. Come s’impara a fabbricare? fabbricando. Come s’impara a morire? morendo. « Ogni giorno io muoio », diceva San Paolo; ed ogni giorno moriva al mondo, ai piaceri, alle lusinghe del demonio e delle passioni. Da questo si spiega com’egli potesse scrivere: « Io bramo di morire per trovarmi con Cristo ». Cupio dissolvi et esse cum Christo. « Io bramo di morire perché la morte è un guadagno per me » (Filip., I, 21,23). Sulla tomba di Scoto, filosofo francescano, fu scritto « Semel sepultus bis mortuus ». Fu sepolto una volta sola e morì due volte: la prima, mentre viveva facendo penitenza e rinnegando se stesso. Se vogliamo morir bene, anche noi ogni giorno dobbiamo imparare a morire: devono morire nella nostra mente i cattivi pensieri; devono morire sulle nostre labbra le parole cattive di bestemmia, di impurità, di odio, di mormorazione; devono morire nella nostra vita le opere cattive, solo deve vivere in noi la volontà di Dio. Solo così Gesù ritornerà a prenderci nell’ora di nostra morte. – Moriva un bambino di sei anni: s’accorgeva di morire, ma non aveva paura. Volgendosi alla mamma che singhiozzava, ingenuamente le chiedeva: « Mamma, domani, quando sarò in cielo e mi verrà sonno, Gesù a dormire mi metterà nella cuna o mi prenderà sulle sue braccia? ». Sulle braccia di Gesù tu dormi ora, o piccolo innocente! Ma anche noi se sapremo conservare il nostro cuore buono e puro come quello di un bambino, anche noi Gesù prenderà sulle sue braccia, nell’ora di nostra morte. E sia così. — IL GIUDIZIO DELLO SPIRITO SANTO. Gesù conforta così i suoi Apostoli: « No, il mondo non vincerà perché manderò lo Spirito Santo a giudicarlo, e lo convincerà di peccato, di giustizia e di giudizio ». E San Tommaso spiega queste parole oscure dicendo che lo Spirito Santo giudicherà il mondo: de iustitia — ossia delle opere buone omesse; de peccato — che non doveva commettere; de iudicio — ossia dei falsi apprezzamenti del mondo, che disprezza i beni eterni, per stimare i beni fugaci e bugiardi. – 1. DE PECCATO. Una notte nella città di Cambrai le campane suonarono spaventosamente a stormo. I cittadini balzavano dal sonno, s’affacciavano alle finestre con gli occhi sbarrati: un chiarore fosco e sanguigno, un fumo denso entrava in ogni via, suscitando ombre paurose. Giù nelle strade c’era gente che accorreva affannosamente; gente che gridava: « La cattedrale in fiamme ». Sulla piazza della cattedrale era tutto un popolo che impotente vedeva il suo tempio, il simbolo della fede dei padri, rovinare dal sommo. Le lingue di fuoco sfuggivano dalle strombature delle finestre, avvolgevano le lesene, su su fino al cornicione, ed erompevano liberamente sul tetto con un crepitìo di selvaggio trionfo. Tratto tratto qualche rombo sordo e lungo: le volte crollavano in un vortice di fumo e di faville. Le colonne, i capitelli, gli stucchi, le guglie, le statue dei santi, tutto precipitava. In mezzo alla folla, senza una parola, senza una lacrima, il Vescovo, Mons. Reghier guardava… « Che disastro! Che disastro! » urlavano attorno a lui; ed egli rispose: « Disastro: è vero. Ma non è come un peccato ». Il peccato è la ribellione contro Dio che ci ha creati, che ci ha redenti, che ci conserva; è il grido di lucifero: Non serviam! Il peccato è l’ingratitudine più feroce di un figlio verso suo padre che l’ha nutrito con la sua carne, che l’ha dissetato con il suo sangue, che ha dato la sua vita per lui. Filios enutrivi et exaltavi: ipsi autem spreverunt me. Il peccato priva l’anima della sua bellezza, deforma in essa l’immagine di Dio e la spoglia di tutti i meriti che prima s’era con tanta fatica acquistati. Miseros fact populos peccatum (Prov., IV, 34). Il peccato significa il supplizio eterno, in atroci tormenti, nel fuoco e nelle tenebre: il peccato è l’inferno: Ibunt hi in supplicium æternum. Eppure gli uomini peccano tanto facilmente: preferiscono il peccato ai mali del corpo, alla povertà, al disonore, al rinnegamento dei sensi. Non così però i santi: S. Francesco Regis ad un peccatore che non si voleva convertire, così lo scongiurava: « Uccidimi se vuoi, ma non peccare un’altra volta ». Non come il mondo giudicherà lo Spirito Santo quando verrà a convincerlo di peccato: Arguet mundum de peccato. – 2. DE IUSTITIA. S. Giovanni Damasceno racconta che in una città della Grecia v’era una strana costumanza. Ogni anno si andava lontano a cercare uno straniero e, tra il plauso del popolo e i canti e i fiori, lo si portava trionfalmente a reggere la città. E l’infelice s’illudeva beatamente nello splendore del trono e nelle ricchezze della reggia. Ma finito l’anno, la città con urla vergognose lo cacciava in una scogliera brulla in mezzo al mare: senza veste, senza cibo. E là sulla sabbia dell’isola sterile, quell’infelice re d’un anno scontava ad una ad una quelle fugaci ore di gloria. Ma una volta si trasse a reggere la città un uomo che era saggio. Egli non si lasciò lusingare né dagli onori né dai banchetti. Ogni giorno, segretamente, faceva trafugare all’isola fatale e vesti e cibi e oro e pietre e legnami da costruzione. E quando il popolo si levò per cacciarlo via, egli non si fece pregare, ma se ne fuggì contento verso la scogliera ove tante ricchezze lo attendevano. Questo re d’un anno siam noi, sulla terra, o Cristiani; finita la breve vita dovremo passare verso l’isola dell’eternità. Infelice colui che non avrà fatto opere di giustizia: là non troverà né pane, né veste, né casa per la sua felicità, ma troverà lo Spirito Santo a giudicarlo de iustitia quam debuit facere et non fecit. Ma se ogni giorno noi faremo qualche azione buona per l’eternità, qualche mortificazione, qualche preghiera, qualche elemosina per amor di Dio, quando verrà la morte a cacciarci dal regno di questa terra, non ci rincrescerà ma fuggiremo beatamente verso il regno del cielo migliore. Bisogna dunque operare il bene, intanto che siamo vivi. E a questo lo Spirito Santo ci spinge con gemiti inenarrabili. Quante buone ispirazioni, quanti palpiti d’amore, ogni giorno Dio ci concede! È un povero che stende la mano sul nostro passaggio, è il buon esempio di un vicino, è una campana che nel silenzio mattutino ci sforza a balzar dalle coltri e a recarci nella Chiesa a pregare. Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra (Ps., XCIV, 8). – 3. DE JUDICIO. Frate Galdino, arrivato nella casa d’Agnese, per prendere un po’ di fiato, raccontò il famoso miracolo delle noci (MANZONI, Cap. III). La conclusione è veramente graziosa. Padre Macario, passando per una viottola nel campo di un benefattore del convento, vide che stavano sradicando un magnifico noce, perché da anni non dava frutti. Padre Macario persuase il benefattore a lasciar ancora quella pianta nella terra. E il brav’uomo ubbidì, promettendo metà del raccolto per il convento. A primavera fiorì a bizzeffe, e a suo tempo, noci a bizzeffe. Ma il benefattore del convento non ebbe la fortuna di bacchiarle, perché andò prima a ricevere il premio della sua carità. Aveva lasciato però un figliuolo di stampo ben diverso. Costui, un giorno, aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce e rideva dei frati, a cui credeva d’avergliela fatta, facendosi nuovo della promessa di suo padre. Que’ giovinastri ebber voglia d’andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Apre l’uscio, va verso il cantuccio dove era stato riposto il gran mucchio, mentre dice: — Guardate; — guarda egli stesso, e vede… che cosa? Un bel mucchio di foglie secche. Povero sciocco: come s’era ingannato. Lo stesso sbigottimento subiranno i poveri mondani, quando lo Spirito Santo li convincerà dei loro falsi apprezzamenti. Arguet mundum de iudicio. Tu credevi d’essere al mondo solo per il corpo, e invece era per l’anima. Tu pensavi d’esser al mondo per diventar ricco, e hai sudato, dì e notte, lealmente e slealmente, ti sei logorato tutta la vita, trascurando ogni dovere per amare, per ammassare… che cosa? Un bel mucchio di foglie secche. Tu pensavi d’essere al mondo per raggiungere un posto, per farti un nome, ed almanaccavi sempre disegni di grandezza e di dominio. E che cosa hai raccolto? Guarda … un bel mucchio di foglie secche. Tu pensavi d’esser al mondo per soddisfare le tue passioni: ed hai creduto trovar gioia nel libero sfogo d’ogni impuro desiderio. E cos’hai raccolto? Guarda… un bel mucchio di foglie marce. – Quando S. Metodio arrivò alla corte del Re dei Bulgari, dipinse in una sala della reggia una scena spaventosa. Dio era nel mezzo con tutta la sua maestà. Di qua, di là, gli uomini pallidi, confusi, angosciati, aspettavano il proprio destino. Il principe ne fu spaventato: « Ricordati o re, — disse il santo — che così tu verrai giudicato ». Il re si convertì. Ricordiamo noi pure, o Cristiani, che saremo giudicati de peccato, de iustitia, de judicio. Questo pensiero ci stia dinanzi sempre a infonderci un santo timore.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps LXV:1-2; LXXXV:16
Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’ànima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja.

[Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur.

[Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2023)

S. JOSEPH OPIFICIS

La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro. Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia. Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. – Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Sap. 10:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.
Ps 126:1
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

Ap. 10:17
[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.
Ps 126:1
Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.
R. Deo grátias.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore
R. Grazie a Dio.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio. Allelúja.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 13:54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità.]

OMELIA

Omelia di s. Alberto Magno Vescovo
Sul Vangelo di Luca, cap. 4

Gesù entrò un sabato nella sinagoga, dove tutti si recano ad imparare. Tutti lo guardavano. Chi lo guardava per affetto, chi per curiosità e chi per spiarlo e coglierlo in errore. Gli scribi e i farisei dicevano alla gente che già credeva ed era affezionata a Gesù: « Ma questo tale non è il figlio di Giuseppe?». È segno di disprezzo il non voler chiamare Gesù per nome. « Figlio di Giuseppe», nota qui in breve l’evangelista, mentre Matteo e Marco scrivono addirittura, con maggiori particolari: «Non è questo il figlio del falegname? Non è lui stesso un falegname?, Lui, il figlio di Maria?». In queste frasi si nota un vero disprezzo. Si sa che Giuseppe era falegname. Viveva del suo lavoro, e non perdeva il tempo nell’ozio e nei bagordi, come facevano gli scribi ed i farisei. Anche Maria si procurava da vivere attendendo alla filatura e servendosi dell’opera delle sue mani. Il senso della frase dei farisei è chiaro: « Non può essere il Signore messia, l’inviato da Dio, questo tale che è di origine vile e plebea. Perciò non si può avere fede in un tipo così rozzo e disprezzabile ». Anche il Signore era falegname: il profeta di lui dice: « Tu hai costruito l’aurora e il sole ». Un modo di disprezzare, analogo a quello usato dai farisei contro Gesù, lo troviamo anche nel libro dei Re, quando di Saul, elevato alla dignità di re, si diceva: « Che cosa mai è capitato al figlio di Cis? Che anche Saul sia un profeta? ». Una breve frase avvelenata da immisurabile alterigia. Il Signore risponde: « Veramente nessun profeta è accolto dai propri familiari ». Con questa frase il Signore si proclama profeta. Lui ebbe l’illuminazione profetica non attraverso una rivelazione, ma attraverso la sua stessa divinità. Per «familiari» qui vuol indicare il paese della sua nascita e della sua fanciullezza. Or dunque è chiaro che non era stato accolto dai suoi compaesani, che erano attizzati contro di lui soltanto per invidia.

Il Vangelo chiama Giuseppe « tékton », che possiamo tradurre per il senso con « falegname » e anche « legnaiuolo ». Essendo di tale professione, egli faceva aratri, gioghi, rastrelli e quegli altri arnesi di maggior uso nell’agricoltura, che a quell’epoca era certamente ancor molto semplice. Egli forniva quanto occorreva per la casa e il focolare: le travi per il tetto, le porte con i loro catenacci, i recinti e gli oggetti di legno necessari per la cucina. Non sono certo da accogliere le ciarle che a questo proposito leggiamo in uno scritto apocrifo: Giuseppe avrebbe costruito nientemeno che il trono del re Erode, veramente poi riuscito male, e questo lo si comprenderebbe psicologicamente. Alcuni antichi scrittori ecclesiastici tentarono fare di lui, semplice carpentiere, un ingegnere o addirittura un architetto; dobbiamo però respingere questa opinione, anche perché in Palestina le case non sono mai fabbricate in legno, ma in pietra o con mattoni cotti. Giuseppe al contrario, date le condizioni primitive del suo tempo, che ancor non conosceva né si valeva della meticolosa divisione e distinzione dei vari mestieri, dovette senza dubbio eseguire anche quei lavori, che in qualche modo si ricollegano con la professione del falegname; in quel tempo ancora non si doveva chiamare successivamente per un semplice telaio il muratore, il falegname, il fabbro e infine anche il pittore, come oggi; tutto questo poté apprestare da solo il buon Giuseppe. Il Vangelo di Matteo chiama Gesù « il figlio del falegname », il Vangelo di Marco lo dice semplicemente « il falegname; le due indicazioni non si contraddicono, ma si completano; perché dopo la morte di Giuseppe Gesù dovette continuare a esercitare, ormai da solo, il mestiere del padre e appreso da lui, come ancor oggi è in uso spesso anche presso di noi. Colui, che qual Figlio di Dio ha fatto l’universo e, secondo una bella espressione della Scrittura, ha ordinato « tutto in misura, in numero e peso », qual Figlio dell’uomo lavorò con la squadra, la sega e l’accetta; Egli è qui come lassù « fabri filius »: lassù Figlio dell’Architetto divino, quaggiù il Figlio del falegname. Nella storia dell’umanità, il legno ha un senso quasi magico: cresciuto all’aria libera, diviene il silenzioso servitore dell’uomo dalla culla alla tomba; nel legno l’umanità trovò rovina, sul legno l’umanità trovò risurrezione. È significativo che già prima della redenzione Gesù abbia avuto a che fare, per la sua professione, col legno; così la creatura del legno fu da Lui liberata prima d’ogni altra dal gemito di quella cattività, della quale con misteriose parole scrive una volta S. Paolo. La professione del falegname ebbe una risonanza anche nella predicazione di Gesù, meno intensa veramente di quello che ci saremmo aspettata. Nel Vangelo Gesù dice della «porta stretta », chiama se stesso « la porta », parla della «casa fabbricata» solidamente e non solidamente, dell’« aratro », del suo « giogo », che è leggero, della «siepe e dello strettoio »: immagini tolte dalla conoscenza e dall’esperienza d’un falegname; esse però sono di gran lunga superate dalle parabole di Gesù desunte dall’agricoltura, dalla pesca e dalla vita pastorizia. Per Maria, l’augusta e cara Signora, il mestiere di falegname del Figlio e del suo sposo importava non infrequentemente una pena nascosta. Gesù e Giuseppe non poche sere, dopo essere stati esposti per un lavoro pressante al sole ardente, erano tanto stanchi, tanto stanchi; e la Benigna li circondava delle sue premure; padre e Figlio Le sorridevano riconoscenti, tutti e due però non sentivano che il bisogno dì dormire; Maria risentiva nel suo cuore tutto il dolore — modello a tutte le donne, in questo campo così importante della vita domestica! — che ai suoi Due fosse imposto un lavoro così duro. Maggior pena ancora soffriva quando doveva constatare che tutti e due, a motivo della loro modesta professione, erano stimati poco dai benestanti e dai superiori. Lo sprezzo velenoso si insinua anche nel Vangelo: « Non è costui il figlio del falegname, il falegname! »; essi non contavano nulla. Ella dovette provare tutta l’asprezza d’una condizione sociale povera anche nel governo della casa. Quanto volentieri la Benedetta avrebbe voluto mettere in tavola per i suoi Due pietanze migliori! Come avrebbe avuto bisogno Gesù, già dall’ultima Pasqua, d’un vestito nuovo… il Giovane era così cresciuto! Ma il guadagno non lo consentiva. Giuseppe doveva fare i suoi calcoli, dividere, risparmiare. Le tasse, che i ricchi principotti elevavano, erano ingiuste e senz’altro pazzesche ai tempi di Erode, che per le sue millantate splendide costruzioni aveva bisogno di somme favolose. Le parole tanto dure di Gesù contro i ricchi — « Guai a voi, o ricchi! » — riflettono anche le privazioni della sua giovinezza. Non pochi poveri contadinelli, cui Giuseppe aveva preparato aratro e giogo, non potevano pagare il buon uomo per interi mesi; ne seguiva che egli stesso veniva a trovarsi in angustie, perché anche a lui, come al contadino, veniva senz’altro confiscato in valori reali: tavoli, banchi, brocche della sua bottega, quanto doveva per tasse e tributi. E così spesso era ospite della casa di Nazaret donna preoccupazione, e donna povertà era la direttrice di cucina… Anche Giuseppe fu chiamato ad aver parte nel mistero dell’Incarnazione, non parte essenziale come Maria, e però una parte marginale; e Giuseppe pure era pronto per l’imminente miracolo con la sua verginità. Egli fu vergine per mezzo di Maria, la Vergine, e a causa di Maria, la Vergine. Il suo amore per Lei dovette essere ben intenso e tenero, se diede il suo consenso a tanto sacrificio. Egli era giovane — un Giuseppe ” vecchio ” non spiega la virtù della sua purezza, ma la indebolisce semplicemente! — e anche in lui scorreva il sangue caldo; anche in lui pulsava l’esigenza della natura all’ultima realizzazione nella Sposa e alla più intima felicità d’un proprio figlio. Per amore rinunciò all’amore. Il suo e l’amore di Maria, come un fiume che abbia accolto due torrenti, scorsero gorgogliando nel mare dell’amore di Dio. Giuseppe aveva offerto questo sacrificio della natura ancor prima che Gesù avesse annunziato l’ideale dei « celibi per il regno dei Cieli », quasi santamente lo presentisse; ma già egli era sempre immerso in sogni e presagi divini. E rimase fedele alla sua immolazione — « O Giuseppe fedelissimo! » lo invocano le Litanie —, e dopo i miracoli del Natale il senso ultimo del suo sacrificio si dischiuse al suo sguardo sempre più chiaramente. « Giuseppe, capo della Sacra Famiglia ». Ma a quale felicità non s’accompagnò quella sua rinuncia! Maria era la sua sposa e Gesù era il suo piccolo. Anche la Sacra Scrittura celebra la felicità dell’uomo, cui è toccata una buona sposa: « Felice l’uomo che ha una brava sposa! Il numero dei suoi giorni si raddoppia… Una buona sposa è una buona porzione. Essa è destinata a chi teme il Signore». Giuseppe aveva una Sposa, che starà dinanzi a tutti gli uomini della terra come l’ideale irraggiungibile della perfetta femminilità. Nessun marito è a conoscenza di tutto quello che passa nell’animo della sposa; tanto meno poteva Giuseppe abbracciare col suo sguardo le grandezze pure e incommensurabili dell’anima di Maria. Neppure si parlavano di quello che parola umana non può esprimere, Maria anzi tacque persino la sua divina Maternità. Giuseppe però sapeva del miracolo del suo ventre, che cioè « era dallo Spirito Santo quello ch’era in Lei concepito ». Molte volte andava riflettendo anche a quell’altra parola, che « una spada avrebbe trapassata l’anima » di Maria, perché era presente quando a Maria era stata fatta questa dura profezia e L’aveva vista tremare come un albero di primavera dinanzi alla prima tempesta. Spesso, quand’Ella gli sedeva vicina, La contemplava con venerazione e amore e timido stupore, perchè quel Fiore grazioso e puro era stato affidato a lui, proprio a lui. Sentiva che Le era tanto più vicino quanto più vicino era a Dio; e così Maria divenne per lui la scala di Giacobbe che di gradino in gradino lo conduceva sempre più in alto verso il Signore, il quale aveva preso il loro matrimonio a suo servizio. E là stava pure il secondo e più mirabile miracolo, quel Fanciullo divino, che osservava Giuseppe amabilmente sino in fondo, quasi dall’eternità e con la bontà di Dio, tanto che egli rabbrividiva per il Mistero e per la felicità. Donde veniva quel Fanciullo? chi era quel Fanciullo? « Libererà il suo popolo dai peccati », gli aveva svelato nel sogno l’Angelo; porta « la gloria a Dio e la pace agli uomini », avevan raccontato i pastori nella felicità della Notte Santa. E più incomprensibili ancora erano state le parole profetiche di Simeone nel Tempio, che quel Bambino sarebbe « la salvezza di tutti i popoli », « una luce per illuminare i pagani », « e una gloria per il popolo d’Israele ». Non ci meravigliamo ch’egli e persino Maria « stupissero » a queste sublimi parole “, poiché accanto c’erano la stalla e la fuga e la perfetta povertà. Che mistero è un figlio! che mistero è questo Figlio! La Chiesa in una sua preghiera a Giuseppe esclama ammirata: « O felicem virum, beatum Joseph! — o uomo felice, San Giuseppe! A te fu concesso non solo di vedere e sentire, ma anche di portare, baciare, vestire e custodire Iddio, che molti re vollero vedere e non videro, vollero sentire e non sentirono ». Quale sorte! Giuseppe vide Iddio fatto uomo qual neonato impotente, qual incantevole bambino, qual fanciullo in fiore. Giuseppe sentì il suo gemito sulla greppia, il suo balbettio sorridente e il suo primo “papà “. Giuseppe Lo portò nella stalla qual oggetto prezioso ma fragile, Lo portò nella fuga come un gioiello cui s’insidia, e alla sera, quando era stanco e felice d’aver compiuto l’opera del giorno, come un delicatissimo tesoro. Giuseppe Lo vestì del piccolo e bell’abito a vari colori, come il patriarca Giacobbe il suo prediletto Giuseppe, e Lo avvolse talmente col profumo d’amore e col vigore dell’autorità paterna, che Gesù se ne sentiva riscaldato e rassicurato. E Giuseppe Lo baciò con timore come si bacia una cosa sacra, e con affetto, come si bacia una cosa propria; e allora anche il Fanciullo gettava le sue braccia snelle al collo di Giuseppe e anch’Egli lo baciava, e tutto questo era beatificante come il bacio di Dio stesso. Oh sì, felice uomo San Giuseppe! [Otto Hophan: Maria, Marietti ed. Torini, 1953].

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 89:17
Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.

E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia.

Secreta

Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen. Amen.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.


de S. Joseph
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Solemnitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? alleluia.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.
[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA III DOPO PASQUA (2023)

DOMENICA III DOPO PASQUA (2023)

Semidoppio. • Paramenti bianchi.

La Chiesa è nella gioia perché Gesù è risuscitato e ci ha fatti liberi (All.). Essa dà quindi gloria a Dio (Intr.) e ne canta le lodi (Off.). « Ancora un poco di tempo e non mi vedrete più, aveva detto Gesù nel Cenacolo, allora piangerete e vi lamenterete; ancora un poco di tempo e mi rivedrete e il vostro cuore si rallegrerà » (Vang.). Gli Apostoli, vedendo Gesù risuscitato, provarono quella gioia che risuona ancora nella liturgia pasquale; e come la Pasqua è un’immagine della Pasqua eterna, questa gioia è la stessa che avrà la Chiesa quando, dopo aver, nel dolore, generato anime a Dio, vedrà Gesù apparire trionfante nel cielo alla fine dei secoli, tempo assai breve, se paragonato all’eternità (Mattutino). « Egli allora cambierà la nostra afflizione in un gaudio che nessuno potrà più rapirci » (Vang.). Questo gaudio santo comincia già su questa terra, poiché Gesù non ci lascia orfani, ma viene a noi per mezzo dello Spirito Santo; e nella grazia sua siamo colmati di gioia nella speranza di una felicità avvenire. Non attacchiamoci ai vari piaceri del mondo, dice San Pietro, noi che siamo stranieri e viandanti avviati verso il cielo al seguito del divino Risuscitato, ma osserviamo i precetti tanto positivi, quanto negativi del Vangelo (Ep.), affinché, facendo professione di Cristianesimo, possiamo evitare quello che disonora questo nome e praticare quanto vi è conforme (Or.) e giungere cosi alla celeste Gerusalemme. « Uno dei sette Angeli mi disse: Vieni e ti mostrerò la novella sposa, la sposa dell’Agnello. E vidi Gerusalemme che scendeva dal cielo, ornata dei suoi monili, alleluia. Come è bella la sposa che viene dal Libano, alleluia » (Respons.). L’eucaristico e divino alimento delle anime nostre protegga i nostri corpi (Postcomm.), affinché mitigando in noi l’ardore dei desideri terrestri, ci faccia amare i beni celesti (Secr.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui.

[Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári.

[O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

(“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro”).

L’obbedienza e l’autorità come principio

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Tutta l’Epistola di questa domenica, terza domenica di Pasqua, è degna del suo autore umano e delle circostanze storiche in cui gli accadde di scrivere. San Pietro, Apostolo dell’autorità tratta precisamente dell’autorità per garantirne i diritti. Ma non si circoscrive nel suo mondo religioso, non chiede obbedienza solo ai pastori d’anime, va oltre si direbbe guardi di preferenza, almeno a momenti, l’autorità civile. Certo egli pensa a quel mondo romano che dopo essere stato il mondo della violenza, volle essere il mondo della legge. E si preoccupa, il Pontefice, ormai romano anch’esso, di quel mondo in cui vive, se ne preoccupa in due modi, per due ragioni. Intanto quel mondo ha un suo valore spirituale, morale, vero e proprio in quanto non è pio e non vuol essere il mondo della violenza bruta e dell’arbitrio personale, quel mondo non bisogna guastarlo per pretesa, neppur per pretesi interessi spirituali superiori come certi fanatici sarebbero pronti a fare; bisogna conservarlo. Il Cristianesimo assume il suo ufficio di conservatore della civiltà. Conservarlo per se stesso, conservarlo anche per creare uno scandalo civile alle coscienze di fronte all’invito religioso del Vangelo. – Ma per conservare quel mondo civile bisogna custodire, rafforzare il principio, uno dei principi su cui regge, che è proprio l’autorità col suo correlativo: l’obbedienza. L’autorità principio unificatore, l’autorità rappresentanza dell’intero collettivo di fronte alla somma degli interessi individuali, somma concorrente. – Il Cristianesimo per bocca dei suoi primi propagandisti più autorevoli, Pietro e Paolo, vi apporta il suggello di una vera e propria consacrazione, il paganesimo, in fondo, ha avuto – se è limitato al concetto di autorità per forza, o delle autorità entusiasmo – nell’un caso e nell’altro, un concetto personale dell’autorità, la persona del monarca (comunque poi si chiami chi comanda). Nel paganesimo, e dovunque il paganesimo, il laicismo civile risorge, comanda il più forte, in ragione ed in nome della sua forza. Il monarca è il potente, uomo o classe. – Che se poi si esce da questa situazione così precaria e avvilente, vuoi per chi comanda, vuoi per chi obbedisce, è per il rotto della cuffia dell’entusiasmo, il mito, il feticcio. Il monarca è Cesare, tutti lo acclamano e lo adulano. Di fronte alla sua autorità personale e mitologizzata l’obbedienza è servilità, una schiavitù dorata, schiavitù sempre. Il monarca nei due casi comanda, s’impone perché è lui. Il padrone sono me. Si fabbrica sull’arena mobile. Se la forza vien meno? Se l’entusiasmo si sgonfia? Che cosa succede? Dove va a finire la società di cui l’autorità è anima, vita, forza stabile, è verso la spersonalizzazione dell’autorità. L’autorità principio sostituita dall’autorità persona. E noi abbiamo di questo sforzo una formula magica nell’epistola di oggi. – « Obbedite ai vostri capi legittimi anche quando, anche se essi sono cattivi ». È l’ipotesi più terribile. La bontà e la qualità che sembra essenziale in chi comanda. Passi pure la mancanza di genio, d’ingegno, ma la bontà! La funzione del comando è proprio una funzione morale e moralizzatrice. E l’Apostolo è ben lontano dal negare in chi comanda l’utilità, la preziosità della bontà. Un buon monarca è il piu grande dono di Dio a un popolo. Ma non bisogna edificare lì; neppur lì, su questa facoltà preziosissima. Guai! Si tornerebbe al personalismo; l’obbedienza è alla discrezione dei sudditi e possono giudicare le qualità personali. E perciò obbedite ai vostri capi sempre, perché sono capi, qualunque siano le loro qualità o i loro difetti… anche ai personalmente cattivi. Purché non comandino il male, purché non si erigano comandando né contro Dio, né contro la coscienza. – I Cristiani sono così i sudditi migliori, i più fidati dell’impero … d’ogni impero, d’ogni stato civile, diremmo oggi in linguaggio moderno. E perciò sono ciechi i governi che combattono il Cristianesimo, si danno la zappa sui piedi. Sono miopi i governi che accarezzano la Religione per secondi fini, sono savi oltreché onesti, i governi che favoriscono senza ipocrisie, equivoci e sottintesi il Cristianesimo: lavorando in apparenza per la Religione, lavorano in realtà abilmente ed efficacemente per sé.

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9 Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo: alleluja.

[Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja.

[Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.”

 (“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Un pochettino, e non mi vedrete; e di nuovo un pochettino, e mi vedrete: perché io vo al Padre. Dissero però tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che è quello che egli ci disse: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto e mi vedrete, e me ne vo al Padre? Dicevano adunque che è questo che egli dice: Un pochetto? non intendiamo quel che egli dica. Conobbe pertanto Gesù che bramavano d’interrogarlo, e disse loro: Voi andate investigando tra di voi il perché io abbia detto: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto, e mi vedrete. In verità, in verità, vi dico, che piangerete e gemerete voi, il mondo poi godrà: voi sarete in tristezza, ma la vostra tristezza si cangerà in gaudio. La donna, allorché partorisce, è in tristezza, perché è giunto il suo tempo, quando poi ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perché è nato al mondo un uomo. E voi dunque, siete pur adesso in tristezza; ma vi vedrò di bel nuovo, e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi torrà il vostro gaudio”.).

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

GIOIE E DOLORI

Era l’ultima volta che Gesù parlava a’ suoi discepoli prima di morire. Guardandoli con la tenerezza di un padre che sta per partire, li mette in guardia dai pericoli del mondo, e dalle illusioni di un roseo avvenire. Diceva: « Tra poco e non mi vedrete; un altro poco e mi rivedrete ». Gesù alludeva alla sua morte vicina, e alla sua resurrezione. Gli Apostoli non capivano nulla e Gesù, che leggeva a loro negli occhi, aggiunse: « In verità vi dico che voi gemerete e piangerete; il mondo invece godrà ». Non scandalizzatevi; Cristiani, se Dio ha spartito le cose del mondo così che ai cattivi toccassero le gioie e ai buoni rimanessero soltanto le lacrime e i dolori. Non scandalizzatevi perché nel Vangelo d’oggi c’è una parola che spiega tutto: « Modicum! ». Spesso ci capita d’ascoltare i Cristiani a lamentarsi: « A questo mondo più s’è cattivi e più si ha fortuna. C’è della gente che non va in Chiesa, non rispetta nessuna legge, eppure è sempre beata: non malattie in casa; non odiosità fuor di casa; hanno roba; hanno danaro; hanno tutto. Noi invece non possiamo mai tirare avanti liberamente: è la morte, è una disgrazia, è un affare che va a male, e sempre c’è da piangere… ». Ricordiamoci della parola del Signore: « Modicum »: poco. Quaggiù tutto dura poco. Poco il dolore e poco la gioia. Non dobbiamo attaccare quindi il nostro cuore a cose che durano tanto poco; ma dobbiamo cercare il nostro bene dove durerà sempre: in Paradiso. Meditiamo la parola di Gesù, e ne otterremo conforti e speranze per il travaglio duro della nostra vita. – 1. VOI PIANGERETE MENTRE IL MONDO GODRA’. Quando noi osserviamo la vita pagana delle nostre città, e nei giorni di festa anche nei piccoli paesi, così buoni una volta, ci par di riudire il canto dei voluttuosi, come è scritto nel libro della Sapienza: « Circondiamo le nostre tempia di rose prima che marciscano: non ci sia piacere da noi non provato, non ci sia peccato da noi sconosciuto ». Coronemus nos rosis! È una folla di uomini, di donne, di giovanetti che, a coronarsi di queste rose, si riversano ogni giorno nelle sale dei teatri, dei cinematografî, dei balli… E dentro si vede, si ascolta, si ride, si salta; e si vende l’anima al diavolo. Intanto si perde l’amor della propria casa, dei propri figli; i figli sono spine per questi gaudenti, e allora li rifiutano conculcando ogni legge umana e divina. Coronemus nos rosis! È un’altra folla di persone che avida legge i libri, riviste, giornali. Sono romanzacci dove le infamie più vergognose riempiono le pagine; sono novelle fetide di corruzione e di incredulità; sono figure impudiche che ridestano nei sensi il fuoco delle passioni. A quelle letture la mente si popola di fosche immagini, il cuore si accende a desideri impuri, la notte è profanata da sogni brutti. L’anima è invasa da una nebbia grassa che non lascia intravedere Dio: e non si prega più. Coronemus nos rosis! È un’altra folla ancora che vive soltanto per il gioco, e nel gioco consuma il tempo e magari tutto il denaro della famiglia. Per il gioco commettono ingiustizie, si tralascia il Rosario in famiglia, si perde la Messa e la dottrina cristiana. Quanta gioventù sciupa tutta la festa negli sports! Che cosa ci potranno dare, domani se non hanno mai sentito parlare della loro anima, dei loro doveri? La rosa del piacere si vuole e non la spina del dovere. Voi, invece, o buoni Cristiani, voi soffrite nella mortificazione del vostro corpo e delle vostre passioni, voi soffrite nell’osservanza della legge di Dio. Ed è giusto che sia così, ce lo dice Tertulliano: « Nostræ cœnæ, nostræ nuptiæ nondum sunt » (De Spect., 28). Il tempo dei nostri festini e delle nostre nozze non è giunto ancora, per ciò non possiamo gioire coi mondani. Quaggiù siamo in viaggio: e quando si cammina non ci si può fermare a divertirsi, altrimenti non si arriva più alla mèta. Quaggiù abbiamo dei grandi affari: amare Dio, salvare l’anima. Ma se qualcuno ha la testa nei divertimenti, non può combinare nessun affare buono. Quaggiù è tempo di battaglia: i soldati che in guerra s’abbandonano alle mollezze, come quelli d’Annibale a Capua, non avranno forza per vincere. Consoliamoci però, non sarà sempre così. Anzi questo tempo è breve: Modicum. Un poco, e poi le rose dei mondani marciranno, e le nostre spine fioriranno un’eterna primavera. – 2. IL VOSTRO PIANTO DIVERRÀ GIOIA. Un giorno a S. Giovanni fu concesso di contemplare i Santi in gloria. Stavano nella luce, nella gioia, nel canto, davanti al trono dell’Agnello. Vestivano con lunghe stole bianche ed agitavano nelle mani palme stupende. S. Giovanni rimase estatico. Uno di essi, vedendo senza dubbio lo stupore dell’Apostolo, gli domandò: « Questi che vedi vestiti di bianche stole, chi sono? Donde vennero? ». E Giovanni dovette confessare la propria ignoranza. « Sappi, gli fu detto allora, che essi sono venuti da una grande tribolazione ». Venir dalla tribolazione! Ecco il miglior titolo per godere in Paradiso. Rallegratevi tutti voi che soffrite, perché siete sulla via del gaudio; tra poco ogni vostra lacrima sarà un sorriso; ogni vostra pena una eternità di gioie. È sulla via della gioia quel giovane onesto che, mentre vede i suoi compagni correre ai divertimenti, frequenta la Chiesa e l’oratorio. È sulla via della gioia quel buon padre di famiglia che è pronto a patir anche la fame, pur di non violare la legge del Signore! È sulla via della gioia quella buona donna, dimenticata da tutti, forse disprezzata anche da quelli che tanto ama, che tutto riceve dalle mani di Dio e soffre con rassegnazione. Vediamo ora un’altra scena del Vangelo. La scena è divisa in due. In basso un orribile abisso pieno di fuoco; e nel fuoco un uomo brucia e urla: « Abramo! Abramo! » In alto una regione purissima di luce, di melodie. In quella luce, tra quei fiori, tra le musiche, vi è un altro uomo che beatissimo gode. « Abramo! Abramo! », si urla disperatamente dall’abisso ardente. Abramo ascolta quel pianto lungo e straziante. « Abramo, abbi pietà di me. Mandami Lazzaro e digli che col suo dito mi lasci cadere una goccia d’acqua sulla lingua, ché son tutto una fiamma ». E Abramo a lui: « Ti ricordi quando tu vestivi di porpora e bisso e banchettavi ogni giorno nel tuo palazzo? Allora Lazzaro pieno di ulceri giaceva sulla tua porta, e bramava le briciole cadute dalla tua mensa per placare la sua fame. Ma nessuno gliene dava: solo i cani gli lambivano le piaghe cancrenose. Sappi dunque ché tu in vita avesti le gioie, e Lazzaro ebbe i dolori. Ora, e per sempre, Lazzaro godrà e tu soffrirai ». Ecco, o Cristiani, i due destini dell’uomo: goder per pochi anni e soffrire per tutta l’eternità, oppure, soffrir per pochi anni e godere per tutta l’eternità. Quale scegliete per voi? – La sponda è fiorita e dolce è il pendio. In lontananza si estende radioso il sole che tramonta, un vasto strato d’acqua che somiglia ad uno specchio. Sopra una barchetta abbellita da nastri, dei giovani in abito festivo si divertono graziosamente cantando. Sulla riva, un fanciullo sorride e tende le braccia. « Vieni! Vieni! », dicono i gitanti. « SÌ, SÌ! ». E nel momento in cui il piccolo legno tocca il lido, nel momento in cui il fanciullo si slancia, un braccio vigoroso lo trattiene e lo porta via. È suo padre. « Cattivo! » dice il fanciullo tentando di svincolarsi. Il giorno dopo, una barca vuota e sbattuta dalle onde venne a cozzare contro la sponda. Il fanciullo ancor triste e di cattivo umore, a quella vista comprese la disgrazia a cui era sfuggito; e gettandosi al collo del padre, lo baciò, singhiozzando di tenerezza: « Grazie, Grazie! ». Quante volte ancor noi, mentre sognavamo giorni tranquilli, affari deliziosi, onori, gioie, mentre sognavamo di slanciarsi in barca a traversare, cantando, il lago della vita, abbiamo sentito un braccio vigoroso strapparci dalle nostre illusioni. Era una disgrazia, una malattia, una calunnia, la miseria, l’umiliazione… O meglio, era la vigorosa mano del nostro Padre celeste. Noi in quel momento abbiamo imprecato contro Dio, e forse ancora oggi imprechiamo… Ma verrà un giorno in cui sapremo il perché d’ogni nostra pena e comprenderemo come sarebbe stata la nostra rovina, quella gioia che noi tanto agognavamo. Allora anche noi, come il fanciullo della leggenda, getteremo le braccia in collo a Dio, e piangendo di riconoscenza, gli diremo: « Grazie, buon Dio, d’avermi fatto soffrire! ». — IL DOLORE CRISTIANO. S. Agostino dice che due amori hanno fatto due città del mondo: Civitates duas fecerunt amores duo. L’uno è l’amore di Dio che ha formato la città dei buoni, i quali vivono neldolore e nel rinnegamento d’ogni passione. L’altro è l’amore dell’io che vuol la soddisfazione delle proprie voglie ed ha formato la città del mondo che ama la pazza gioia. Mundus gaudebit. Ma perché Gesù ha voluto serbare il dolore per i buoni? Ecco: dal giorno cheAdamo e Eva si ribellarono per superbia a Dio, nella nostra natura, ferita dal morso del demonio, si levò un istinto peccaminoso che prepotentemente ci spinge verso ciò che è proibito. Sul nostro occhio è venuto come un velo di polvere che ci fa piacere ciò che ci dovrebbe far paura, che ci tinge di bei colori ciò che in realtà è assai brutto. L’inganno di cui si sentiva vittima anche San Paolo quando scriveva: « Non comprendo quel che faccio: poiché il bene ch’io voglio non lo compio, mentre il male che nonvorrei lo faccio ». Per vincere quest’inganno è necessaria un’acqua che deterga quella polvere dai nostri occhi, che ci faccia vedere le cose secondo la fede e non secondo il mondo. Quest’acqua misteriosa sono le lacrime: il dolore. Allora non lamentiamoci della nostra croce, ma portiamola con gioia dietro a Gesù Cristo che ce ne ha dato il primo e insuperabile esempio.Il dolore è la medicina amara che ci guarisce: esso ci stacca dalle cose mondane e ci merita il Paradiso.1. CI SI STACCA DALLE COSE VANE DEL MONDO. A Cortona viveva una donna assai ricca. Il suo nome era tristamente famoso: Margherita. Ella non aveva altra ambizione che quella di apparire, null’altra brama che di godere. Chissà quanti richiami Dio aveva già lanciati al suo cuore ardente: ma sempre invano. Deus quos amat castigat. Una sera Iddio la chiamò col dolore. L’uomo, col quale conviveva, non era tornato come al solito, colle prime ombre della notte: eppure dall’alba era partito col suo cane per la caccia. Margherita s’impensierì, poi si agitò, poi non ebbe più pace in quell’aspettativa crudele. Finalmente s’udì un lungo latrare: era il cane fedele, ma col pelo arruffato, ma con macchie di sangue sul pelo. E con più giri circondò la padrona e coi guaiti le significò che l’invitava a seguirlo. Era notte. E Margherita corse nel buio, per viottoli sassosi e spinosi dietro alla bestia che abbaiava incessantemente. Quando il cane si fermò, nel folto dei cespugli, la donna intravvide il cadavere intriso di sangue. Urlò di dolore, pianse, si stracciò le vesti come una pazza. Ma da quella sera i suoi capelli furono cosparsi di cenere, le sue gote rigate di pianto, le collane e le perle vendute per i poveri, gli abiti di seta cambiati con sacco, la sua splendida dimora abbandonata per la nuda cella del convento. E cominciò a pregare, a vegliare, a macerarsi, ad amar Dio con l’ardenza dei Serafini. La gaudente divenne la penitente, la peccatrice si fece una santa. Chi ebbe tanta forza da strapparla così decisamente dalla sua perduta via? Il dolore! – Ed anche noi possiamo vedere ai nostri giorni queste belle trasformazioni operate dal dolore e dalla croce. Chi ha persuaso quell’uomo, che da molti anni non faceva la Pasqua, ad accostarsi ai sacramenti? La morte di una sua bambina; un disastro finanziario; un’umiliazione in società. Quand’è che quella donna è tornata modesta, seria? Dopo la morte di suo marito, dopo quella malattia che l’ha condotta in fin di vita, dopo quella tribolazione in famiglia. Le disgrazie, le croci ci privano delle gioie quaggiù. Ma che cosa sono questi beni terreni? Sentiamo Salomone: « Ho detto allora a me stesso: godiamo di tutti i beni, andiamo in mezzo a tutte le delizie…; mi feci palazzi e giardini, limpidi laghi bagnavano al basso le mie foreste; possedevo numerosi greggi e le mandrie più belle d’Israele; avevo vasi d’oro e d’argento; avevo servi ed ancelle, cantori e cantatrici. Avevo tutte le delizie degli uomini. Niente ho negato alle brame degli occhi miei, nessuna voluttà ho negato al mio cuore. Chi più di me ha divorato tutto il fremito gioioso dei piaceri, e l’ebbrezza dei sensi? Ed ho veduto che il riso è una menzogna e la gioia un inganno. Niente sotto il sole ha valore: tutto è vanità e amarezza dell’anima ». Il cuore dello stolto sogni la gioia! Mundus gaudebit. Il cuore del sapiente ha cara la tristezza! Vos autem contristabimini. Se il dolore non fa altro che distaccare da una falsa felicità, non lamentiamoci più contro la divina Provvidenza, ma baciamo con riconoscenza quella mano che ci percuote per nostro bene.2. CI MERITA IL PARADISO. In una chiesa di Pisa, Cristo apparve a S. Caterina da Siena, mostrandole due corone: l’una d’oro, l’altra di spine. E le diceva: « Tu devi portare queste due corone ma in tempi differenti: se porti ora quella d’oro, quella di spine l’avrai per tutta l’eternità ». Caterina rispose: « O Signore, voi sapete che la mia scelta è fatta da lungo tempo… ». E stendendo le braccia, prese la corona di spine, la baciò e se la pose in capo. Ecco perché i santi, che sono i veri sapienti della vita, hanno portato con gioia la croce; anzi l’hanno cercata con desiderio. Il fratello di S. Pietro Apostolo era giunto nelle sue peregrinazioni apostoliche fin nell’Acaia, ove s’attirò le ire del proconsole. Fu rinchiuso in un carcere e poi condannato al supplizio della croce. Ma quando, accompagnato dagli sgherri, legato, battuto, egli vide da lontano comparire la sua croce, le protese le braccia ed eruppe in un cantico stupendo: « Salve, crux! quæ diu fatigata, requiescis exspectans me suscipe me, et redde Magistro meo ». Salve, o croce, bramata da lungo tempo! prendimi nelle tue braccia e rendimi a Gesù. Questi devono essere i sentimenti dei veri Cristiani davanti alle tribolazioni della vita. Senza patire non si entra nel regno eterno della gioia. Per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum Dei (Atti, XIV, 21). Il Paradiso è l’eredità dei figli di Dio. E non si è figli di Dio, se non si è fratelli di Gesù Cristo, unico Figlio naturale di Dio. Ma come si può pretendere di essere fratelli di Cristo, quando cerchiamo la corona di rose mentre Egli è coronato di spine? Quando ci rifiutiamo di portar, come Lui, la nostra croce? Si quis vult post me venire abneget semetipsum, tollat crucem suam. Prendiamo dunque la nostra croce da portare, ed il pensiero del premio che ci aspetta c’infonderà coraggio: Quia non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam. – Suor Teresa del Bambino Gesù aveva avuto l’incarico di assistere una suora vecchia e inferma. Tutte le sere alle sei meno dieci doveva interrompere la sua meditazione per condurla in refettorio. Questo servizio le costava assai, perché sapeva la difficoltà o meglio l’impossibilità di contentare la povera inferma. Quando la vedeva scuotere l’orologio a polvere doveva armarsi di santo coraggio e cominciare una sequela di cerimonie. Doveva smuovere e tirare una panca, ma sempre al medesimo modo, sorreggerla per la vita e accompagnarla leggermente. Se per disgrazia le sfuggiva un passo falso, subito si sentiva un aspro rimbrotto « Ma buon Dio, andate troppo lesta, così mi fate rovinare ». Se poi andava piano « Muovetevi dunque, non sento più la vostra mano. Lo dicevo che eravate troppo giovane per accompagnarmi! ». Una sera d’inverno, che faceva freddo ed era buio, mentre compiva questo penoso ufficio, la piccola santa udì venir da lontano il suono armonioso di molti strumenti: e subito si presentò alla sua fantasia la ricca sala dorata, le luci, i profumi, il fruscìo delle vesti di seta e le mille cortesie. Mundus gaudebit! Ed ella era là, sola: nel freddo, nel buio, nello squallore ruvido del chiostro; ella che era pur giovane e ricca; ella che era stata abituata alle squisitezze d’una soave famiglia signorile: era là con gli occhi pieni di lacrime accanto a quella vecchia monaca crucciosa che la tormentava… Vos autem contristabimini! Ma ora la piccola santa non soffre più. Ora ogni cuore le offre un palpito, ogni Chiesa un altare. Ed ella è beata e gloriosa tra le armonie degli Angeli ed il sorriso del suo Sposo diletto Gesù. Così sarà pure dei nostri dolori, se sapremo accettarli come cristiani. Tristitia vestra vertetur in gaudium.

IL CREDO

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem cœli et terræ, visibílium ómnium et invisibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia sæcula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja.

[Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia.

[In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja.

[Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis.

[Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

FESTA DI S. MARCO EVANGELISTA (2023)

25 APRILE

FESTA DI S. MARCO EVANGELISTA (2023)

I. Litanie Maggiori. — Paramenti viola.

STAZIONE A S. PIETRO

La Chiesa celebra oggi due solennità che non hanno alcun rapporto tra loro. Le Litanie Maggiori e la Festa di san Marco, istituita posteriormente. A Roma, vi era un tempo, il 25 aprile, la solennità pagana dei Robigalia. Essa consisteva principalmente in una processione che usciva dalla città per la porta Flaminia, si dirigeva verso il Ponte Milvio e terminava in un santuario suburbano situato sulla via Claudia, dove s’immolava una pecora in onore di un dio o di una dea Robigo (Dio o dea della ruggine. DELEHAVE (H), Les Légendes hagiographiques, 1927, p. 170).

La Litania Maggiore fu la sostituzione d’una cerimonia cristiana alla cerimonia pagana. Il percorso ci è reso noto da una convocazione di S. Gregorio il Grande. È quasi identico a quello della processione pagana. Tutti i fedeli di Roma si recavano alla chiesa di S. Lorenzo in Lucina, la più vicina alla porta Flaminia. La processione usciva da questa stessa porta, faceva stazione a S. Valentino, traversava il ponte Milvio, poi girava a sinistra verso il Vaticano. Dopo essersi fermata a una croce, si recava nella basilica di S. Pietro per la celebrazione. dei Santi Misteri. Questa litania si recita in tutta la Chiesa per allontanare i flagelli, e attirare la benedizione di Dio sulle messi. «Dègnati dare e conservare i frutti della terra, te ne preghiamo, ascoltaci », canta la Chiesa traversando processionalmente le campagne. L’intera Messa mostra quel che può ottenere la preghiera assidua, quando in mezzo alle nostre avversità (Orazioni, Off.) ricorriamo con fiducia al nostro Padre celeste (Ep., Vang., Comm.).

2. S. Marco, Evangelista.

Doppio di 2. cl. – Paramenti rossi.

Marco, discepolo di S. Pietro, è uno dei quattro Evangelisti (Or.) che scrissero, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, un riassunto della vita di Gesù. Il suo racconto comincia con la missione di Giovanni Battista, » la cui voce si è fatta udire nel deserto »; lo si rappresenta con un leone coricato ai suoi piedi, perché il leone, uno dei quattro animali simbolici della visione d’Ezechiele (Ep.), fa risuonare il deserto dei suoi ruggiti. Fu uno dei settantadue discepoli (Vang.) e andò in Egitto dove per primo annunciò il Cristo ad Alessandria, La predicazione del suo Vangelo, che il suo martirio venne a confermare, lo fece entrare nella gloria (Segr.). Il suo corpo fu trasportato a Venezia, di cui è il patrono dal IX secolo. Roma possiede una chiesa dedicata a S. Marco, dove si fa Stazione il lunedì della terza settimana di Quaresima. Profittiamo degli insegnamenti di S. Marco, che scrisse il Vangelo del Cristo e lo predicò, e ricorriamo alle sue preghiere (Or.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Orémus,
Aufer a nobis, quǽsumus, Dómine, iniquitátes nostras: ut ad Sancta sanctórum puris mereámur méntibus introíre. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.
[Togli da noi, o Signore, le nostre iniquità: affinché con ànimo puro possiamo entrare nel Santo dei Santi. Per Cristo nostro Signore. Amen.]
Orámus te, Dómine, per mérita Sanctórum tuórum, quorum relíquiæ hic sunt, et ómnium Sanctórum: ut indulgére dignéris ómnia peccáta mea. Amen.

 [Ti preghiamo, o Signore, per i mériti dei tuoi Santi dei quali son qui le relíquie, e di tutti i tuoi Santi: affinché ti degni di perdonare tutti i miei peccati. Amen.]

Introitus

Ps LXIII:3
Protexísti me, Deus, a convéntu malignántium, allelúja: a multitúdine operántium iniquitátem, allelúja, allelúja.

[Nascondimi dalle insidie dei malvagi, o Dio, alleluia; dal tumulto dei malfattori, alleluia, alleluia.]


Ps LXIII:2
Exáudi, Deus, oratiónem meam cum déprecor: a timore inimíci éripe ánimam meam.

[Ascolta, o Dio, la mia voce tra i gemiti; preserva la mia vita dal timore del nemico.]

V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.

Protexísti me, Deus, a convéntu malignántium, allelúja: a multitúdine operántium iniquitátem, allelúja, allelúja.

[Ascolta, o Dio, la mia voce tra i gemiti; preserva la mia vita dal timore del nemico.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Orémus.
Deus, qui beátum Marcum Evangelístam tuum evangélicæ prædicatiónis grátia sublimásti: tríbue, quǽsumus; ejus nos semper et eruditióne profícere et oratióne deféndi.


[O Dio, che hai reso glorioso il tuo santo evangelista Marco, con la grazia della predicazione del vangelo: concedi a noi di trarre sempre profitto dal suo insegnamento, e di essere difesi dalla sua preghiera.]
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

Orémus.

Pro rogationibus
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui in afflictióne nostra de tua pietáte confídimus; contra advérsa ómnia, tua semper protectióne muniámur.

[Nelle nostre pene, noi ci rifugiamo fiduciosi nella tua misericordia, o Dio onnipotente, e tu, concedi a noi, contro ogni male protezione e difesa.]

Lectio

Léctio Ezechiélis Prophétæ.
Ezech 1:10-14
Similitúdo vultus quátuor animálium: fácies hóminis, et fácies leónis a dextris ipsórum quatuor: fácies autem bovis a sinístris ipsórum quátuor, et fácies áquilæ désuper ipsórum quátuor. Fácies eórum et pennæ eórum exténtæ désuper: duæ pennæ singulórum jungebántur et duæ tegébant córpora eórum: et unumquódque eórum coram fácie sua ambulábat: ubi erat ímpetus spíritus, illuc gradiebántur, nec revertebántur cum ambulárent. Et similitúdo animálium, aspéctus eórum quasi carbónum ignis ardéntium et quasi aspéctus lampadárum. Hæc erat visio discúrrens in médio animálium, splendor ignis, et de igne fulgur egrédiens. Et animália ibant et revertebántur in similitúdinem fúlguris coruscántis.
R. Deo grátias.

[Ecco l’aspetto di ciascuno dei quattro esseri viventi: tutti e quattro avevano faccia di uomo e di leone alla loro destra; tutti e quattro avevano faccia di bove a sinistra; al disopra di tutti e quattro v’era la faccia dell’aquila. Così era il loro aspetto. Le loro ali si stendevano in alto, due ali di ciascuno si univano, e due coprivano il corpo. Ciascuno di essi andava in direzione della sua faccia, andavano dove portava l’impeto dello spirito, e nel camminare non si volgevano indietro. In quanto alla forma di questi esseri viventi, il loro aspetto era come fuoco di carboni ardenti e come lampade accese. Ecco quanto vedevo scorrere nel mezzo di quei viventi: splendore di fuoco, e dal fuoco uscir folgori. Ed essi andavano e venivano a somiglianza di folgori lampeggianti.]

Alleluja

Ps 88:6
Confitebúntur cœli mirabília tua, Dómine: étenim veritátem tuam in ecclésia sanctórum. Allelúja.

[I cieli cantano le tue meraviglie, o Signore, e la tua fedeltà nell’assemblea dei santi. Alleluia.]
Ps XX: 4.
Posuísti, Dómine, super caput ejus corónam de lápide pretióso. Allelúja.

[Gli hai posto in capo, o Signore, una corona di pietre preziose. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
R. Glória tibi, Dómine.
Luc 10:1-9
In illo témpore: Designávit Dóminus et alios septuagínta duos: et misit illos binos ante fáciem suam in omnem civitátem et locum, quo erat ipse ventúrus. Et dicébat illis: Messis quidem multa, operárii autem pauci. Rogáte ergo Dóminum messis, ut mittat operários in messem suam. Ite: ecce, ego mitto vos sicut agnos inter lupos. Nolíte portare sácculum neque peram neque calceaménta; et néminem per viam salutavéritis. In quamcúmque domum intravéritis, primum dícite: Pax huic dómui: et si ibi fúerit fílius pacis, requiéscet super illum pax vestra: sin autem, ad vos revertátur. In eádem autem domo manéte, edéntes et bibéntes quæ apud illos sunt: dignus est enim operárius mercéde sua. Nolíte transíre de domo in domum. Et in quamcúmque civitátem intravéritis, et suscéperint vos, manducáte quæ apponúntur vobis: et curáte infírmos, qui in illa sunt, et dícite illis: Appropinquávit in vos regnum Dei.

[In quel tempo: Il Signore scelse anche altri settantadue discepoli e li mandò a due a due innanzi a sé in ogni città e luogo dove egli era per andare. E diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai per la sua mietitura. Andate! Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Non portate né borsa, né sacca, né sandali; e per la strada non salutate nessuno. In qualunque casa entrerete, dite prima di tutto: “Pace a questa casa”. E se ci sarà un figlio di pace riposerà su di lui la pace vostra, altrimenti ritornerà a voi. E nella stessa casa restate, mangiando e bevendo di quel che vi dànno; perché l’operaio è degno della sua mercede. Non girate di casa in casa. E in qualunque città entrerete, se vi accolgono, mangiate di quel che vi sarà messo davanti e guarite gli infermi che ci sono, e dite loro: “Sta per venire a voi il Regno di Dio”».]

OMELIA

SAN MARCO (Omelia)

(Otto Hophan: Gli Apostoli, trad. G. Scattolon; Marietti ed. 1951.N. h. M. Fantuzzi, C. E. D. – Impr. A. Mantiero Vesc. di Treviso, 15 oct. 1949)

San Marco non appartiene agli Apostoli, dei quali la serie augusta si conchiude con Paolo, l’« ultimo », il «minimo », come egli stesso si ritiene nella sua umiltà’. Marco però è Evangelista, il secondo dei quattro Evangelisti, che insieme col terzo, Luca, come lui non Apostolo, è preso nel mezzo fra gli evangelisti-apostoli Matteo e Giovanni quasi a protezione e sostegno; lo troviamo già in cataloghi antichi del quarto e quinto secolo dopo Paolo, ma prima dei settanta discepoli, perché non era quanto un Apostolo, ma era di più d’un semplice discepolo. Marco nei Libri Sacri del Nuovo Testamento è ricordato dieci volte, ora solamente col suo nome ebraico Giovanni, ora soltanto col nome romano Marco, ora col doppio nome Giovanni-Marco; e, come per il suo grande maestro Saulo-Paolo, anche per lui un po’ alla volta il nome ebraico scomparve nell’ombra, prevalse il nome di Marco, finché a Roma questo divenne il suo nome esclusivo. Il Synaxarion quale padre suo indica un certo Aristobolo; la Sacra Scrittura ricorda soltanto la madre e in modo da far concludere che il padre morì per tempo, non prima però del Giovedì Santo. Egli dovette rimaner senza il padre esattamente in quegli anni in cui aveva il massimo bisogno di lui; ché nemmeno la migliore delle madri può compensare del tutto il padre; ne manca per natura la mano ferma, cosciente delle mete e anche dura, se necessario; e si direbbe che questa deficienza abbia avuto il suo riflesso nell’educazione di Marco meno virile, meno coerente e sicura. Siamo indotti a rilevarlo dal fatto del suo ritorno alla madre, mentre gli si delineavano dinanzi gli strapazzi del primo viaggio apostolico; il prete romano Ippolito (+ 235) ha per il nostro Evangelista l’appellativo « kolobodaktylos — dal dito monco »; è vero però che l’espressione potrebbe alludere ad una mano piccola, esile, e il senso potrebbe essere: mani piccole non possono serrarsi in pugni pesanti, atti a dominare le difficoltà. La madre di Marco, Maria, era una donna religiosa, colta e ricca; anche fosse vero, secondo l’informazione d’uno scritto arabico, che aveva perduto il suo vistoso patrimonio, nondimeno al tempo della sua vedovanza era ancora così benestante che possedeva una grande casa in Gerusalemme, messa dal suo pio sentimento a disposizione della giovane comunità cristiana, perché vi tenesse le sue adunanze. Secondo lo storico della Chiesa Niceforo, Maria sarebbe stata una « sorella » di Pietro, o « una figlia della zia della moglie di Pietro », come con complicata espressione precisa, in fatto di parentela, lo scritto arabico or ora ricordato; e a dir vero, un rapporto di parentela, per quanto largo, di Pietro spiegherebbe bene le sue relazioni con la casa di Maria e anche la sua evidente benevolenza per Marco. Questa donna, riferisce il Synaxarion arabico, era di molto talento ed istruì lei stessa il figlio, cui insegnò la lingua greca, la francese (latina?) ed ebraica. E fece molto bene, perché il suo Marco, secondo i disegni della Provvidenza sarebbe divenuto un giorno l’interprete di Pietro. Quante volte il Signore dona alle mamme un presentimento dei suoi piani sublimi! Riprendiamo con gusto all’idillio e all’ideale della cara vita familiare di questa gentile signora col suo figlio Marco; ella raccoglieva tutto il suo vedovo amore sul suo Marco, suo figlio, suo sole, e suo tutto; e Marco stendeva le sue mani delicate e il suo giovane cuore all’amore di sua madre, che l’andava plasmando. La Sacra Scrittura ricorda anche un altro vincolo di parentela del nostro Marco: egli era « il cugino — anepsiòs, consobrinus — di Barnaba »; questa espressione di solito è tradotta con « cugino », ma potrebbe tradursi anche con « nipote », e quindi Barnaba, che gli Atti degli Apostoli esaltano quale « uomo esimio, ripieno di Spirito Santo e di fede », sarebbe stato lo zio di Marco e probabilmente da parte del padre, giacché egli pure, secondo l’esplicita testimonianza della Scrittura, apparteneva alla tribù di Levi. Marco era ricco, colto, bello, circondato da cure e custodito, il beniamino di tutti. Gli « Atti di Marco », uno scritto della metà del quarto secolo, lo esaltano come un uomo « di buona indole e soffuso di divina bellezza »; descrivono poi il suo simpatico esteriore dicendo: « Era di portamento nobile e svelto; aveva belli gli occhi e un volto dal color d’oro, come un campo di grano, il naso non ricurvo ma diritto e sopracciglia aderenti ». Chi dalla vita è trattato ruvidamente, è tentato d’amaramente invidiare individui in tal modo illuminati dal sole, quasi vengano viziati dalla sorte; ma perché non ci dovrebbero essere anche le persone felici e belle? Esse sono una ricchezza del mondo povero e un raggio singolarmente fulgido del perfetto Iddio. Anche Marco fu un prediletto della natura e lo fu pure della grazia, che importa ancor più. – MARCO E GESÙ. Ma quanta parte dipende dalla famiglia, nella quale un uomo cresce! La casa può essere la sua eterna benedizione, come può pure divenire motivo della spaventosa rovina. Marco, favorito da Dio e dall’azione della Provvidenza, fu adagiato entro alla culla del Cristianesimo; egli crebbe insieme col recente Cristianesimo e nello stesso luogo; Marco e la giovane società di Cristo son come fratelli gemelli. Secondo un’antica tradizione degna di fede, la sala fortunata, nella quale si compirono i più augusti Misteri, quali la celebrazione della Cena il Giovedì Santo, le apparizioni del Risorto nei giorni pasquali, il soffio dello Spirito Santo nella bufera di Pentecoste, era la sala della casa materna di Marco; nelle supreme ore cristiane egli stava là, non certo come uno di coloro che circondavano Gesù direttamente, ma almeno come uno che è ammesso; poiché chi avrebbe potuto allontanare un buon giovane, specialmente se si trattava del figlio della padrona di casa, tanto ospitale? Silenzioso dunque, stupito, tutt’occhi e tutt’orecchi, egli visse con gli altri i sublimissimi eventi e, anche se non comprese il loro significato — non lo compresero del tutto nemmeno gli Apostoli —, presagì però che quivi, nella casa della madre sua, s’avveravano cose divine e nella sua sensibile anima di ragazzo s’impressero incancellabilmente le scene più stupende del Vangelo. – Quando i due Apostoli Pietro e Giovanni, nel pomeriggio del Giovedì Santo, gli tennero dietro ostinatamente per tutte le vie sino a casa, mentre s’allontanava dalla fonte, dove s’era portato per attingere acqua, egli si guardò attorno attonito; fin d’allora egli fu presente a Gesù, poiché con ragione si suppone che fosse Marco quel giovane, con la brocca d’acqua, che il Signore diede ai due Apostoli come segno: « Seguitelo! E dov’egli entra, ivi dite al padrone di casa: “Il Maestro ci fa chiedere: Dov’è la stanza, nella quale Io possa mangiare la Pasqua con i miei Discepoli?”. Egli vi farà vedere una grande stanza superiore, arredata di divani per la mensa. È già pronta; ivi preparate per noi ». Con la gioia ed il fervore d’un ragazzetto, cui è dato di prestare dei servizi insoliti, Marco aiutò Pietro e Giovanni nel preparare la cena pasquale; li aiuterà anche più tardi, nel preparare il vero Agnello pasquale per gli uomini. E giunse la sera; arrivavano gli altri dieci Apostoli, seri, silenziosi, oppressi, così gli sembrava, e s’avvicinavano alla casa; venne poi il Signore, pallido ma dignitoso. Mentre veniva accolto, Egli posò la mano sul capo di Marco, quella mano, che al domani sarebbe stata trafitta; poi Maria, la mamma, allontanò dal gruppo di quelle persone il figlio; ma chi vorrebbe rimproverarlo, se ben presto fu di nuovo dinanzi alla porta chiusa della sala? Sentì le parole sublimi, da lontano soltanto, certamente, non vicino come Giovanni, che più tardi le mise in iscritto; indietreggiò spaventato, quando Giuda aprì violentemente la porta e gli passò dinanzi precipitoso; messosi a letto, non s’addormentò e udì i passi che si dileguavano; che convenga seguire…? – Tre giorni dopo, di soppiatto, gli stessi individui vennero nella medesima sala; veramente non erano proprio gli stessi, perché erano venuti spiando come malfattori e sconvolti come fossero dei disperati; nessuno aveva avuto per lui uno sguardo o una parola di saluto. Quando da lassù, nella sala, giunse all’orecchio del nostro giovane lo strepito come d’un’esplosione di terrore e subito poi di festa, egli corse su, presso la porta chiusa, compresse il suo scarno corpo contro la parete, spiò attraverso una sottile fessura e fu colpito da tanta luce, che i suoi occhi ne soffrirono. Marco termina la prima stesura del suo Vangelo con la relazione della apparizione del Risorto alle pie donne: « Paura e timore s’erano impadroniti delle donne. Per il grande timore, non ne fecero parola a nessuno »; forse in queste singolari espressioni freme pure la prima esperienza pasquale di Marco stesso. La casa dei suoi genitori doveva essere per la terza volta il teatro d’una sublimissima grazia nel giorno di Pentecoste. Giovane com’era, sulle prime dovette sentirsi poco sicuro, quando « improvvisamente si levò un rumore dal cielo, come se giungesse una violenta bufera, il quale riempì tutta la casa, dov’essi erano raccolti ». Poi calarono le lingue fiammeggianti e una di esse accese del fuoco dello Spirito Santo anche Marco e gli infuse quella chiarezza e vigoria, che vampeggia ancor oggi nel suo Vangelo. Oh, come è vero che nella vita d’un uomo molto dipende dalla casa, dov’egli è a casa! – È vero che la stessa Sacra Scrittura attesta solo che la casa di Maria, la madre di Marco, servì, come una prima Chiesa, per le assemblee della prima comunità cristiana in Gerusalemme al tempo della persecuzione di Erode Agrippa (41-44); per questo ricevette il titolo onorifico di « madre di tutte le chiese », di  ‘Santa Sion » e di « chiesa degli Apostoli », e in un’epoca posteriore fu edificata nel suo posto una vasta Chiesa, nella quale venne inclusa anche la casa dell’Apostolo Giovanni, detta « Dormitio Mariæ Virginis — il rimpatrio della Vergine Maria » —, situata lì vicino. Questa indicazione però della Scrittura illumina quanto afferma la tradizione. Se Maria, la nobile e religiosa signora, mise a disposizione della comunità cristiana la sua casa, è probabile che l’avesse aperta già al Signore, i primi Cristiani anzi, proprio per questo si sarebbero ritrovati insieme tanto volentieri in quella casa, perché essa era stata consacrata cioè dallo stesso Signore e dallo Spirito Santo. – Anche queste riunioni dei primi Cristiani nella casa di sua madre furono per Marco, giovane allora in fiorente sviluppo, una ricca sorgente di grazia e decisive per la sua vita. Quivi gli Apostoli andavano e venivano e trattavano delle loro sollecitudini, dei loro piani e successi; quivi si rifugiarono i primi Cristiani di Gerusalemme nei giorni penosi delle persecuzioni da parte del Sinedrio, di Paolo e di Erode. Inobliabile restò per Marco soprattutto quella notte di pasqua, durante la quale l’intera giovane Chiesa pregava per la salvezza di Pietro dalle mani di Erode, assetate di sangue: fu picchiato alla porta del cortile; « la fanciulla Rode accorse e stette ad ascoltare; riconobbe la voce di Pietro, ma per la gioia dimenticò di aprire la porta; rientrò correndo e annunziò che Pietro stava alla porta. Quelli le replicarono: “Sei ben fuori di te!”; ma lei insisteva a dire ch’era così; allora pensarono: “È il suo Angelo”; ma Pietro continuava a picchiare. Allora aprirono, videro e sbigottirono. Egli fece loro cenno con la mano di fare silenzio e raccontò loro come il Signore l’avesse liberato dal carcere » (Act. XII, 1-17). Per lo più bussare ad una porta significa pure bussare a un cuore; Marco, con cuore grande e festante, aveva aperto la porta al Signore e a Pietro, e li vide entrare venire verso di sé come verso ad una primavera; aprì loro anche il suo cuore? – Tenero e sensibile del ragazzo. Nel suo Vangelo egli ha notato un particolare, ch’è in se stesso senza importanza, ma che s’incontra solamente in lui: « Dopo di che (dopo cioè la cattura sul Monte degli Olivi), tutti Lo abbandonarono e fuggirono. Un giovanetto però, che indossava sul nudo corpo un lenzuolo soltanto, Lo seguì; quando lo si volle acciuffare, lasciò andare il lenzuolo e se ne fuggì nudo »! Si ammette abbastanza comunemente che in questo episodio del Vangelo Marco, come un artista nel suo quadro, abbia delineato se stesso; e quante cose ci svela questo piccolo autoritratto! Nella grande notte dell’ultima Cena, egli non aveva potuto dormire, come sua madre invece aveva desiderato e sollecitato, perché aveva percepita la tensione, che gravava su quella notte; aveva intercettate parecchie espressioni del discorso d’addio e a un certo momento gli sembrò di sentire un risonar di spade; se la svignò da casa, ma di soppiatto per non scontrarsi col volere della mamma e in tenuta certamente strana, ma era notte e aveva il sangue caldo. Protetto dall’oscurità, trovò sul Monte degli Olivi un nascondiglio, donde ascoltò confuso il gemito del Maestro, il russare dei Discepoli e lo strepito degli sbirri, che accerchiarono Gesù con spade e bastoni. – E qui, in questo primo e unico fatterello, nel quale Marco stesso compare nel Vangelo, è già manifesta la sua affezione per Gesù. Gli Apostoli fuggirono; gli stessi Pietro e Giovanni seguirono soltanto da lontano; ma il caro Marco si tenne vicino, da presso a Gesù. In quel momento gli occhi divini del Signore, ancor pregni di mestizia per il tradimento di Giuda, si rischiararono un po’ e si riposarono con compiacenza su quel nobile giovanetto. Quando i soldati stesero i loro pesanti pugni per colpire quest’ultimo e giovanissimo amico di Gesù, egli lasciò nelle loro mani il ridicolo lenzuolo e rimase nudo. E questa nudità, come un simbolo, indica già l’avvenire: Marco, il nostro giovanetto custodito, curato, delicato, per amore di Gesù abbandonerà tutto e con la sua spogliazione dimostrerà ch’egli è un autentico discepolo del Maestro: non aprì a Gesù solo la porta di casa, Gli aprì pure la porta del suo cuore. – MARCO E PAOLO. Marco e Paolo s’incontrarono probabilmente per la prima volta quando, nell’anno 44, Barnaba e Paolo portarono a Gerusalemme la generosa colletta della comunità etnicocristiana di Antiochia per i bisogni della povera Chiesa madre. Barnaba, lo zio, dovette presentare suo nipote Marco allo sguardo indagatore di Paolo con soddisfatta compiacenza; e il nipote, quand’ebbe udito della vita cristiana dei convertiti dal paganesimo, se ne scese ad Antiochia, quasi come un dono prezioso, che Gerusalemme offriva in compenso della colletta ricevuta. Da anni, infatti, ormai Marco s’era scelto Gesù quale scopo supremo della sua vita; adesso era divenuto un giovanotto robusto e brillante di circa venti primavere, che, come un albero di maggio, voleva portare frutto; le lontane regioni lo allettavano, gli suscitavano in cuore entusiasmo e gioia, cui forse s’aggiungeva pure un po’ di spirito d’avventura; e delle avventure ardite, liete e penose, non mancano nemmeno nel seguire Cristo. Era capitato bene; proprio in quel tempo Barnaba e Paolo intendevano cimentarsi nel rischio del primo viaggio apostolico; gli Atti degli Apostoli a questo punto inseriscono la notizia: « Avevano con loro quale assistente Giovanni (Marco) », non per i loro servizi personali, ma, in senso biblico, quale ministro della Parola, per l’amministrazione del Battesimo e per gli altri aiuti connessi con l’opera missionaria; dalla prima lettera ai Corinti sappiamo però che Paolo riteneva la predicazione come compito suo proprio; Marco, felice come un giovane sacerdote, regalava a piene mani la sua prima benedizione. Ma il viaggio andava oltre a quello che egli aveva immaginato; Cipro fu ben presto attraversata ed evangelizzata, e Paolo si spingeva più innanzi; anzi la sua intenzione di spingersi, attraverso il Tauro, nell’altipiano di Pisidia e Licaonia nell’Asia Minore non si palesò che lassù a Perge. Il viaggio importava una marcia al minimo di dieci giorni di cammino faticoso e altrettanto pericoloso, giacché nell’antichità la stessa scortese pianura di Panfilia era infamata e temuta a motivo dei suoi abitanti bellicosi e rapinatori; persino i Romani riuscirono ad avvicinarsi alle popolazioni semibarbare del Tauro soltanto dopo lunga fatica. Gli Atti degli Apostoli a questo punto ci fanno sapere di Marco: « Si separò da Paolo e Barnaba e tornò a Gerusalemme ». Ce ne domandiamo il perché. Il Sacro Testo stesso però allude ad un motivo: quello che spaventò il buon Marco fu semplicemente l’inaudita fatica del viaggio apostolico; i disagi già sostenuti in Siria, a Cipro e sino a Perge gli avevano fatto provare che l’andare in missione era molto di più che un’allegra e devota avventura; finora aveva resistito, ma non si sentiva in grado di prendere parte anche alla seconda tappa del viaggio. Ci è lecito disapprovare il ritorno di Marco come una fuga vile? Solo a pochi è concesso di affermarsi come eroi già al primo assalto; anche l’eroe deve formarsi attraverso l’aspra lotta e la molteplice rinuncia; il nostro amabile giovane invece fu strappato in età troppo immatura e troppo alle svelte al suo genere di vita nobile, abituato bene e forse un po’ viziato; e venne meno. Ma se un giovane vien meno una volta, verrà poi meno sempre? – Paolo e Barnaba, i due vecchi e fedeli amici, non si staccarono sicuramente solo a motivo di Marco; una profonda amicizia quale la loro non si spezza per un episodio così insignificante. « Si venne (fra Paolo e Barnaba) a un’aspra tensione — non solamente a “una divergenza di opinioni”, come spesso, ripiegando, si traduce, perché il greco “paroxysmés” significa veramente di più che opinione diversa soltanto —, e la conseguenza fu che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba fece viaggio con Marco per Cipro, Paolo invece si elesse Sila e s’incamminò con lui per il suo viaggio ». Ci rallegriamo con Marco, perché almeno uno credette ancora in lui, il buon Barnaba; che sarebbe stato di lui, se tutti l’avessero condannato come un vile? Quali decisioni per una giovane vita, se nell’ora opportuna una persona retta offre la sua mano perché prosegua e perché ascenda! La separazione nondimeno lascia dopo di sé un senso di scontentezza, persino il letichino Girolamo lamenta che questa lite fra Paolo e Barnaba fa vedere due grandi nella loro umana meschinità. – Allontanandoci però un poco dalla scena incresciosa, lo sconcerto diminuisce; gli uomini retti traggono vantaggio anche dalle vicende ingiuste; alla fine anche quella lite per causa di Marco tornò a maggior vantaggio di tutti. Questi, che non aveva ancora smesso di sognare, per quell’allarme di Paolo fu salutarmente scosso dai castelli in aria della sua bella giovinezza; si vide d’un tratto posto dinanzi all’inesorabile aut-aut: o uomo o vigliacco; tenne conto della dolorosa ma salutare lezione dell’Apostolo ed « essa lo fece migliore », scrive il Crisostomo; il rimprovero: «Non è venuto con noi nell’opera » gli stava conficcato nello spirito come un pungolo; dimostrerà in seguito ch’esso non aveva più ragione d’essere. Dal canto suo Paolo mutò parere nei riguardi di Marco. Scrive di lui in tre passi del suo epistolario; nella breve lettera a Filemone lo nomina come « collaboratore » al primo posto, persino prima di Luca; ai Colossesi, ai quali l’invia con degli incarichi, raccomanda caldamente: « Per riguardo a Marco avete già ricevuto istruzioni; se viene a voi, accoglietelo amichevolmente » e poco prima della morte, quasi come ultimo desiderio, domanda instantemente a Timoteo… Marco! « Porta con te Marco! Posso ben aver bisogno dei suoi servizi ». E infine nemmeno Barnaba nutrì alcun rancore per Paolo, ce lo attesta un passo della prima lettera ai Corinti. – La provvidenza di Dio è così sapiente e benigna, da tendere nel telaio dei suoi piani di salvezza le nostre stesse imperfezioni, e così tramutò anche quella lite umana in benedizione divina: la separazione e il raffreddamento fra Paolo e Barnaba ebbero per conseguenza che l’evangelizzazione s’inoltrò nel mondo in due direzioni anziché in una soltanto. Marco e Paolo! Oggi, ripensando a loro, non possiamo trattenerci da un sorriso, ed essi stessi dovettero sorridere, quando, circa dieci anni dopo, si diedero la mano al di lì, a Roma. Tutti e due divennero più grandi per l’aiuto che l’uno porse all’altro: Paolo a motivo di Marco divenne più mite e Marco a motivo di Paolo divenne più uomo. Il popolo fedele onora Marco quale « signore dell’atmosfera » e patrono contro i fulmini e la grandine; in un’antica benedizione del tempo era ricordato espressamente il suo nome: ci prova tutta l’amabilità di Marco il fatto ch’egli, nonostante il torto patito, ritornò nuovamente a Paolo e si fece, dimentico di sé, suo collaboratore. Ma egli è così: un cielo azzurro, che neppure il fulmine e il tuono di Paolo poterono offuscare. Oh, avessimo noi molti Marco! – MARCO E PIETRO. Marco è come un’edera verdeggiante, che dei suoi viticci ricopre festosamente le due torri principali della Chiesa, Pietro e Paolo; anche Pietro infatti stette in rapporti speciali con lui. La Sacra Scrittura veramente parla in un unico luogo di questi rapporti, ma con una parola, che dice quanto molte pagine. Pietro, terminando la sua prima lettera alle comunità dell’Asia Minore, scrive: «Vi saluta la Chiesa con voi eletta di Babilonia e Marco, mio figlio »; questa sola espressione ci richiama i vincoli d’amicizia intimi e di lunga data fra i due. Egli fu certamente a Roma con Pietro, quando questi, negli anni 63-64, scrisse la sua prima lettera, e questo è pure confermato dai testi riguardanti Marco dell’epistolario paolino. Pietro, il pescatore del lago di Tiberiade schietto, ma sempre un po’ goffo, fu certamente lieto d’avere presso di sé, qual « protonotario pontificio » nel senso etimologico della parola, suo « figlio Marco », che era un segretario abile, elegante e premuroso. E questi — è il patrono anche dei notai e degli scrivani — gareggiava in servizi, felice di poter esibire al semplice Pietro la prova della sua attitudine, che Paolo invece aveva respinta. I suoi rapporti cordiali con Pietro sono richiamati da una narrazione apocrifa, la quale riferisce del suo soggiorno, certo leggendario, ad Aquileia, ma poi per la nostalgia di Pietro non avrebbe più resistito e se ne sarebbe tornato a Roma, dov’era il suo amico, padre e Pontefice. L’antichità cristiana, a cominciare da Papia (+ 130), chiamò Marco l’« interprete — hermeneutés-interpres — di Pietro », titolo, che potrebbe indurci a ritenere che egli abbia tradotto in greco o in latino i discorsi tenuti dall’Apostolo agli uditori romani in lingua aramaica; questi però possedeva certamente la lingua greca, almeno quanto era necessario per farsi intendere dai suoi ascoltatori; è probabile quindi che quel titolo « interprete di Pietro » rimandi alla redazione scritta fatta da Marco della predicazione orale di Pietro; l’antico Papia stesso riferisce che Marco mise in iscritto i detti e i fatti di Gesù, predicati da Pietro. Ci troviamo così dinanzi al monumento più bello e più importante dell’amicizia fra i due: il Vangelo di Marco. – MARCO EVANGELISTA. Marco a Roma fu pregato dai cavalieri imperiali di mettere per iscritto le istruzioni, che Pietro aveva loro impartite; quando questi ne venne a conoscenza, non ne impedì il suo interprete né lo incoraggiò; Eusebio però, rifacendosi a Clemente, riferisce che Pietro poi approvò espressamente il Vangelo completo e stabilì che se ne desse lettura nelle chiese. Gli scrittori ecclesiastici più antichi, più vicini ai tempi apostolici sono unanimi nel mostrare l’intima connessione del vangelo di Marco con la predicazione di Pietro, Tertulliano anzi lo chiama senz’altro « il Vangelo di Pietro ». Passando a considerare il Vangelo stesso, possiamo affermare che gli occhi vivaci e buoni di Pietro ci rivolgono il loro sguardo quasi da ogni riga. Il contenuto e l’indole del suo insegnamento li conosciamo abbastanza bene attraverso le sue otto prediche contenute negli Atti degli Apostoli e le sue due lettere; ora il Vangelo di Marco appare esserne l’eco fedele. – Matteo e Marco! Nei loro Vangeli si rispecchiano chiaramente anche gli autori; il Vangelo di Marco quindi, lascia a desiderare quanto ad adattamento, forbitezza e bell’ordine, che caratterizzano il Vangelo del pubblicano, amante del sistema e dello schema; il secondo Vangelo è impetuoso come lo stesso Pietro, non ingegnoso nella distribuzione del materiale, non delicato nell’espressione; non importa molto a Pietro scambiare un nominativo con un accusativo, di tralasciare una parola, di annettere direttamente una muova sezione; un insegnante di lingue s’indispettirebbe e farebbe scorrere molto inchiostro rosso; che consolazione per gli scolari! – Come attesta l’antichità cristiana, Marco scrisse il suo Vangelo per gli etnicocristiani, specialmente per quelli di Roma, « spinto dalle preghiere insistenti dei Cristiani di Roma, perché volesse lasciar loro un ricordo scritto delle istruzioni proposte da Pietro a viva voce ». – Un largo influsso nella struttura del secondo Vangelo l’ebbe anche l’accolta di lettori romani e di qui dipende la sua divergenza sotto molti aspetti da quello di Matteo. Marco, avendo per destinatari immediati del suo Vangelo degli etnicocristiani, omise molta parte di quello, che Matteo, scrivendo per i giudeocristiani, aveva messo in risalto della vita tanto ricca di Gesù per provare la sua messianità; la comunità cristiana di Roma non se ne intendeva e non aveva l’interesse dei Cristiani di Palestina quanto all’adempimento delle profezie del Vecchio Testamento, per le questioni della legge mosaica e per i conflitti di Gesù con i Farisei. Marco tralascia questi dettagli; non ha quindi il discorso sul monte, non il discorso « Guai a voi! »; in lui non incontriamo neppure la parola « Legge », che nel Vangelo di Matteo ha una parte così importante; quando deve ricordare istituzioni e usi giudaici, si dà premura di spiegarli ai lettori, che li ignorano. Gli interessa di far conoscere ai Romani non tanto le parole di Gesù quanto piuttosto le sue opere; il loro animo calmo e pratico è guadagnato al Signore più rapidamente dai fatti di Lui che non per mezzo di dottrine; ecco perché nel secondo Vangelo troviamo in prima linea i miracoli e perché nel riferirli Marco generalmente non fa abbreviazioni. In modo singolarmente perspicuo e attraente descrive i miracoli sugli ossessi, poiché la virtù divina del Signore si rivela quanto mai possente nella repressione del demonio e per i Romani, che sapevano della potenza diabolica, era tanto efficace. Attenendosi a questi criteri, Marco delineò nel suo Vangelo una figura di Cristo, che inonda di giubilo e di orgoglio ogni cuore cristiano: ci dipinse Cristo Re! Il primo versetto intona con accordo vigoroso il tema di tutto il Vangelo: « Il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio»; e ai piedi della croce, confermando e ammirando, il centurione romano risponde come un’eco lontana e grida: « Veramente quest’Uomo era il Figlio di Dio ». – MARCO MISSIONARIO. Pietro era morto, Paolo era morto, ma Gesù « rimane lo stesso ieri, e oggi, e in eterno »; anche dopo la morte dei due Principi, cui Marco aveva servito con fedeltà e cui forse aveva chiusi gli occhi affranti, l’opera del Re continuò per mezzo del discepolo. Numerose testimonianze attestano che annunziò il lieto messaggio in Egitto, ove anche fondò la chiesa di Alessandria, della quale fu il primo presule. – È abbastanza frequente la notizia di Marco inviato da Roma in Egitto, dove avrebbe portato il suo Vangelo già scritto; Giovanni Crisostomo invece, secondo il quale Marco avrebbe scritto il Vangelo soltanto in Egitto, è solo ad affermarlo. L’antica tradizione, secondo la quale Marco lasciò l’Egitto l’ottavo anno di governo dell’imperatore Nerone — l’anno 62 —, stabilendovi come capo della chiesa di Alessandria Aniano, prima calzolaio, è conciliabile con i dati biblici, i quali esigono ch’egli si trovasse a Roma al più tardi l’anno 62. Che apostolato movimentato il suo! Cipro! Roma! Egitto! Roma! Asia Minore! Roma! Alessandria! Com’è divenuto ricco e attivo! Un giorno, quando con Paolo doveva attraversare il Tauro, gli era venuto meno l’animo; e adesso gareggia quasi col suo rigido maestro nel travaglio della peregrinazione apostolica. Marco dà ragione a tutti coloro, che non si sgomentano per il fallimento dei giovani. – Egli morì probabilmente nell’anno 14° dell’impero di Nerone e, secondo una relazione, di morte naturale, secondo un’altra come martire. Gli « Atti di Marco » descrivono il suo rimpatrio così: mentre, nella festa di Pasqua, che in quell’anno cadeva il giorno 24 aprile, stava celebrando le funzioni solenni, fu preso dai pagani, che in quel giorno stesso celebravano la loro festa in onore di Serapide, fu legato con funi al collo e in questo modo straziante fu trascinato per le vie di Alessandria; poi il corpo lacerato fu gettato in carcere, dove nella notte un Angelo confortò il Martire: « Marco, ministro di Dio, il tuo nome è scritto nel libro della vita eterna e la tua memoria non si cancellerà in perpetuo; gli Angeli custodiranno la tua anima e il tuo corpo non imputridirà nella terra »; il giorno appresso il crudele tormento fu ripetuto; Marco vi soccombette e il suo corpo fu bruciato. La Chiesa romana il 25 aprile, giorno della sua morte, ne accompagna la festa con una processione rogazionale attraverso le verdeggianti campagne e fra gli alberi in fiore: non fu anche Marco come un albero fiorente, bello ma in pericolo nel fiore della sua giovinezza? Volesse il Cielo che tutti gli alberi di maggio portassero a maturazione i frutti copiosi e pregiati di Marco! La leggenda delle sue reliquie, che dovrebbe essere sorta veramente soltanto nel secolo nono, fa l’impressione d’essere bizzarra: dopo la conquista dell’Egitto da parte dei Saraceni, l’imperatore Leone l’Armeno (813-820) proibì ogni traffico con Alessandria; ma, nonostante l’ingiunzione di questo divieto fatta dal doge Giustiniano (827-830), i due distinti veneziani Bono e Rustico si portarono ad Alessandria, dove trovarono i Cristiani in grande preoccupazione; essi allora decisero di rubare i resti mortali dell’Evangelista per sottrarli a un eventuale colpo di mano degli increduli e portarli al sicuro in terra cristiana; per dissimulare il pio inganno, indossarono le reliquie di Santa Claudia, vergine, del mantello di seta di Marco e su d’un’imbarcazione riuscirono a portare felicemente il bramato tesoro delle reliquie a Venezia. Vogliamo lasciare ai Veneziani San Marco! Anche presso di loro egli trova tutto bello, come nel tempo della sua giovinezza: la maestosa basilica che gli eressero (976-1071), la piazza meravigliosa che seppero crearle dinanzi, come una sorella della piazza di San Pietro a Roma — Pietro e Marco! —. Che ha da che fare il leone con Marco? È il simbolo di lui come evangelista, perché nel primo capitolo del suo Vangelo scrive del « deserto », dove il leone ha la sua patria. Marco e il leone! In un dipinto del Pinturicchio il leone guarda, come fosse un uomo, tristemente, perché può solamente ruggire, non può essere anche così amabile com’è Marco. E ancor più mirabile è quest’altra cosa, che il « kolobodaktylos », il Marco dalle dita piccole e delicate, abbia nella sua persona e nella sua opera qualche cosa della forza del leone. – E in questo forse sta il mistero e la grandezza di Marco, ch’egli cioè, ch’era stato tanto circondato da cure, sia divenuto per Cristo e in Cristo un leone.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps 88:6
Confitebúntur cœli mirabília tua, Dómine: et veritátem tuam in ecclésia sanctórum, allelúja, allelúja.

[I cieli cantano le tue meraviglie, o Signore, e la tua fedeltà nella assemblea dei santi, alleluia, alleluia.]

Secreta

Beáti Marci Evangelístæ tui sollemnitáte tibi múnera deferéntes, quǽsumus, Dómine: ut, sicut illum prædicátio evangélica fecit gloriósum: ita nos ejus intercéssio et verbo et ópere tibi reddat accéptos.

[Nella festa del tuo santo evangelista Marco ti presentiamo questa offerta, Signore: come la predicazione del vangelo lo rese glorioso, così la sua intercessione renda noi a te graditi in parole ed opere.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.
de Apostolis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te, Dómine, supplíciter exoráre, ut gregem tuum, Pastor ætérne, non déseras: sed per beátos Apóstolos tuos contínua protectióne custódias. Ut iísdem rectóribus gubernétur, quos óperis tui vicários eídem contulísti præésse pastóres. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps 63:11
Lætábitur justus in Dómino, et sperábit in eo: et laudabúntur omnes recti corde, allelúja, allelúja.

[Il giusto gioisce nel Signore, in Lui si rifugia; e ne menano vanto tutti gli animi retti, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

Tríbuant nobis, quǽsumus, Dómine, contínuum tua sancta præsídium: quo, beáti Marci evangelístæ tui précibus, nos ab ómnibus semper tueántur advérsis.
I[l tuo sacramento, o Signore, sia a noi un continuo aiuto: e, per le preghiere del tuo santo evangelista Marco, ci protegga sempre da ogni avversità.]

Pro rogationibus
Vota nostra, quǽsumus, Dómine, pio favóre proséquere: ut, dum dona tua in tribulatióne percípimus, de consolatióne nostra in tuo amóre crescámus.
[Compi, Signore, con paterna bontà, le nostre preghiere: perché nutriti e consolati nella nostra sofferenza dai tuoi santi doni, cresciamo nel tuo amore.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa).

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LITANIE DEI SANTI

Kyrie eleison,

Christe eleison,

Kyrie eleison.

Christe, audi nos;

Christe, exaudi nos;

Pater de cœlis Deus, Miserere nobis,

Fili redentor mundi Deus, Miserere nobis.

Spiritus Sancte Deus, Miserere nobis.

Sancta Trinitas unus Deus, Miserere…

Sancta Maria, ora pro nobis.

Sancta Dei Genitrix, ora

Sancta Virgo virginum, ora

Sancte Michael, ora

Sancte Gabriel, ora

Sancte Raphael, ora

Omnes sancti Angeli et Archangeli, orate

Omnes sancti beatorum Spirituum Ordines, orate

Sancte Joannes Baptista, ora

Sancte Joseph, ora…

Omnes sancti Patriarchæ et Prophetæ, orate…

Sancte Petre, ora…

Sancte Paule, ora…

Sancte Andrea, ora…

Sancte Jacobe, ora…

Sancte Joannes, ora…

Sancte Thoma, ora…

Sancte Jacobe, ora…

Sancte Philippe, ora…

Sancte Bartholomæe, ora…

Sancte Matthæe, ora…

Sancte Simon, ora…

Sancte Thaddæe, ora …

Sancte Mathia, ora …

Sancte Barnaba, ora…

Sancte Luca, ora…

Sancte Marce, ora…

Omnes sancti Apostoli et Evangelistas, orate…

Omnes sancti Discipuli Domini, orate…

Omnes sancti Innocentes, orate…

Sancte Stephane, ora…

Sancte Laurenti, ora…

Sancte Vincenti, ora…

Sancti Fabiane et Sebastiane, orate…

Sancti Joannes et Paule, orate…

Sancti Cosma et Damiane, orate…

Sancti Gervasi et Protasi, orate …

Omnes sancti Martyres, orate…

Sancte Silvester, ora…

Sancte Gregori, ora…

Sancte Ambrosi, ora…

Sancte Augustine, ora…

Sancte Hieronyme, ora…

Sancte Martine, ora…

Sancte Nicoláe, ora…

Omnes sancti Pontifices et Confessores, orate …

Omnes sancti Doctores, orate …

Sancte Antoni, ora

Sancte Benedicte, ora…

Sancte Bernarde, ora

Sancte Dominice, ora

Sancte Francisce, ora

Omnes sancti Sacerdotes et Levitæ, orate …

Omnes sancti Monachi et Eremitæ, orate …

Sancta Maria Magdalena, ora…

Sancta Agatha, ora …

Sancta Lucia, ora …

Sancta Agnes, ora …

Sancta Cæcilia, ora…

Sancta Catharina, ora

Sancta Anastasia, ora

Omnes sanctæ Vìrgines Viduæ, orate…

Omnes Sancti et Sanctæ Dei, intercedite pro nobis.

Propitius esto, parce nobis, Domine.

Propitius esto, exaudi nos, Domine.

Ab omni malo, libera nos Domine.

Ab omni peccato libera nos,…

Ab ira tua, libera…

A subitanea et improvisa morte, libera …

Ab insidiis diaboli, libera nos …

Ab ira, et odio et omni mala voluntate, libera nos…

A spiritu fornicationis, libera …

A fulgure et tempestate, libera …

A flagello terræmotus, libera …

A peste, fame et bello, libera …

A morte perpetua, libera …

Per misterium sanctæ incarnationis tuæ, libera …

Per adventum tuum, libera …

Per nativitatem tuam, libera …

Per baptismum et sanctum jejunium tuum, libera …

Per crucem et passionem tuam, libera …

Per mortem et sepolturam tuam, libera …

Per sanctam resurrectionem tuam, libera …

Per admirabilem ascensionem tuam, libera …

Per adventum Spiritus Sancti Paracliti, libera …

In die judicii, libera …

Peccatores, te rogamus, audi nos.

Ut nobis parcas, te rogamus …

Ut nobis indulgeas, te rogamus

Ut ad veram poenitentiam nos perducere digneris, te rogamus …

Ut Ecclesiam tuam sanctam regere et conservare digneris, te rogamus …

Ut [domnum apostolicum] et omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione conservare digneris, te rogamus…

Ut inimicos sanctæ Ecclesiaæ humiliare digneris, te rogamus…

Ut regibus et principibus christianis pacem et veram concordiam donare digneris, te rogamus …

Ut cuncto populo christiano pacem et unitatem largiri digneris, te rogamus …

Ut nosmetipsos in tuo sancto servitio confortare et conservare digneris, te rogamus …

Ut mentes nostras ad cœlestia desideria erigas, te rogamus …

Ut omnibus benefactoribus nostris sempiterna bona retribuas, te rogamus…

Ut animas nostras, fratrum, propinquorum, et benefactorum nostrorum ab æterna damnatione eripias, te rogamus …

Ut fructus terræ dare et conservare digneris, te rogamus …

Ut omnibus fidelibus defunctis requiem æternam donare digneris, te rogamus …

Ut nos exaudire digneris, te rogamus …

Fili Dei, te rogamus …

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis.

Christe, audi nos.

Christe, exaudi nos.

Kyrie eleison.

Christe eleison.

Kyrie eleison.

Pater noster, (secreto)

… et ne nos inducas in tentationem,

Sed libera nos a malo.

Salmo 69

Deus, in adjutórium meum intènde; * Domine ad adjuvàndum me festina. Confundàntur, et revereàntur,* qui quærunt animam meam: Avertàntur retrórsum, et erubéscant, * qui volunt mihi mala: Avertàntur statim erubescéntes, * qui dicunt mihi: Euge, éuge. Exùltent et læténtur in te omnes qui quærunt te, * et dicant semper: Magnificétur Dóminus: qui diligunt salutare tuum. Ego vero egénus, et pàuper sum: * Deus, àdjuva me. Adjùtor meus, et liberator meus es tu: * Domine ne moréris. – Glòria Patri, etc.

V. Salvos fac servos tuos,

R. Deus meus speràntes in te.

V. Esto nobis, Dòmine, turris fortitùdinis,

R. A facie inimici.

V. Nihil proficiat inimicus in nobis.

R. Et filius iniquitàtis non appónat nocére:

V. Dòmine, non secundum peccata nostra fàcias nobis.

R. Neque secundum iniquitàtes nostras retribuas nobis.

V. Oremus prò Pontifice nostro Gregorio,

R. Dominus consérvet eum, et vivificet eum et beàtum faciat eum in terra, et non tradat eum in anima inimicórum éjus.

R. Oremus prò benefactóribus nostris.

R. Ritribùere dignàre, Dòmine, òmnibus nobis bona facientibus propter nomen tuum vitam ætérnam. Amen.

V. Oremus prò fidélibus defùnctis.

R. Requiem ætérnam dona eis, Dòmine, et lux perpétua luceat eis.

V. Requiescant in pace.

R. Amen.

V. Pro fratribus nostris abséntibus.

R. Salvos fac servos tuos, Deus meus, speràntes in te.

V. Mitte eis, Dòmine, auxilium de sancto:

R. Et de Sion tuére eos.

V. Domine, exaudi oratiónem meam.

R. Et clamor meus ad te veniat.

V. Dominus vobiscum.

R. Et cum spiritu tuo.

Oremus

Deus, cui próprium est miseréri semper et parcere: sùscipe deprecatiònem nostram, ut nos, et omnes fàmulos tuos, quos delictorum caténa constringit, miseràtio tuæ pietàtis clementer absólvat. [O Dio, che soltanto Tu usi sempre misericordia e largisci perdono, accogli la nostra preghiera affinché la tua generosa e pietosa bontà liberi noi e tutti i tuoi servi dalle catene del peccato.]

Exàudi, quæsumus, Domine, sùpplicum preces. A confiténtium tibi parce peccatis; ut pàriter nobis indulgéntiam tribuas benignus et pacem. [Esaudisci, o Signore, le nostre supplici preghiere e perdona i peccati di coloro che a Te li confessano, accordando pure a noi tutti benignamente il perdono e la pace.]

Ineffàbilem nobis, Dómine, misericórdiam tuam cleménter osténde: ut simul nos et a peccàtis omnibus éxuas, et a pœnis, quas pro his meremur, eripias. [Mostraci, o Signore, la tua ineffabile misericordia! essa ci liberi da tutti i peccati e ci sottragga alle pene che meritiamo.]

Deus, qui culpa offénderis, pœniténtia placàris; preces populi tui supplicàntis propitius réspice, et flagella tuæ iracùndiæ, quas prò peccàtis nostris meremur, avèrte. [O Dio, che sei offeso dalla colpa e placato dalla penitenza, rivolgi benigno lo sguardo al tuo popolo supplice ed allontana i flagelli del tuo sdegno, che abbiamo meritato con i nostri peccati.]

Omnipotens sempitèrne Deus, miserére famulo tuo Pontifici nostro Gregorio et dirige eum secundum tuam clementiam in viam salutis ætérnas: ut, te donante, tibi placita cupiat, et tota virtute perficiat. [O Dio onnipotente ed eterno, abbi pietà del tuo servo Gregorio, nostro Papa, e conducilo nella via della eterna salvezza secondo la tua clemenza: col dono della tua grazia egli ricerchi ciò che Tu desideri e lo adempia con tutta la sua forza.]

Deus, a quo sancta desidéria, recta Consilia, et justa sunt opera: da servis tuis illam, quam mundus dare non potest, pacem; ut et corda nostra mandatis tuis dedita, et hostium sublata formidine, tempora sint tua protectione tranquilla. [O Dio, sorgente di desideri santi, di retti giudizi, di opere giuste, elargisce ai tuoi servi la pace che il mondo non può dare affinché i nostri cuori assecondino i tuoi comandamenti e, liberi dal timore dei nemici, per la tua protezione viviamo giorni di tranquillità.]

Ure igne Sancti Spiritus renes nostros, et cor nostrum, Domine: ut tibi casto corpore serviamus et mundo corde placeàmus. [Purifica, o Signore, col fuoco dello Spirito Santo i nostri sensi e i nostri affetti, affinché possiamo servirti con corpo puro e piacerti per mondezza di cuore.]

Fidelium Deus omnium conditor et redemptor, animàbus famulorum famularumque tuàrum, missionem cunctorum tribue peccatorum: ut indulgéntiam, quam semper optavérunt, piis supplicationibus consequàntur. [O Dio, creatore e redentore di tutti i fedeli, concedi alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la remissione di tutti i peccati, affinché, pel mezzo delle nostre fervide suppliche, ottengano il perdono che hanno sempre desiderato.]

Actiones nostras, qæsumus Domine, aspirando præveni, et adjuvàndo proséquere: ut nostra oràtio et operàtio a te semper incipiat, et per te cœpta finiàtur. [Previeni, o Signore, le nostre azioni con la tua ispirazione e accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e ogni nostra attività sempre da Te abbia inizio e, intrapresa, per Te giunga a compimento.]

Omnipotens sempitèrne Deus, qui vivorum dominaris simul et mortuorum, omniumque misereris quos tuos fide et opere futuros esse prænoscis: te supplices exoràmus; ut prò quibus effundere preces decrévimus, quosque vel præsens sæculum adhuc in carne rétinet, vel futurum jam exutos corpore suscepit, intercedéntibus omnibus Sanctis tuis, pietastis tuæ cleméntia, omnium delictorum suorum venia consequàntur. Per Dominum nostrum Jesum Chrìstum, etc. [O Dio onnipotente ed eterno, che regni sui vivi e sui morti ed hai misericordia verso tutti coloro che per la fede e le opere prevedi saranno tuoi, umilmente Ti raccomandiamo coloro per i quali intendiamo pregare, sia che la vita presente ancora li trattenga nel corpo, sia che, spogliati del corpo, li abbia già accolti la vita futura; fa’ che ottengano dalla tua misericordiosa clemenza il perdono dei loro peccati per l’intercessione di tutti i tuoi Santi. Per il ….]

V. Dóminus vobiscum.

R. Et cum spiritu tuo.

V. Exàudiat nos omnipotens et miséricors Dominus.

R. Amen.

V. Et fidélium ànimæ per misericórdiam Dei requiescant in pace.

R. Amen



DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il Sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, lo Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti, Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? Chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il Cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LO ZELO DELLE ANIME

Gesù si trovò in mezzo ai Farisei. Contro questa gente bianca di fuori e nera di dentro; contro questa gente larga di parole e stretta di cuore; contro questa gente che aveva scacciato dalla sinagoga il giovanetto nato cieco solo perché voleva bene a Colui che l’aveva guarito, Gesù disse la parabola della sua bontà. « Io sono il buon Pastore! Non sono io come il negoziante o come il servo che mena a pasturare un branco non suo: costoro, se un lupo assalta le pecore, fuggono e lasciano che la belva azzanni or questa or quella, scavi all’una un fianco e all’altra la gola e semini la sanguinosa strage in tutto il gregge. Si capisce come costoro fuggano: ad essi importa poco delle pecore, ma tanto della propria pelle e della propria borsa. Ma io no; Io sono il buon Pastore! Io le conosco, le mie pecorelle, ad una ad una, come un padre conosce i suoi figliuoli ed esse conoscono me e distinguono la mia voce quando le chiamo. Tutta la mia vita sacrifico per loro, ed è per loro che morirò ». – Poi la sua voce si fece mestissima. Nella sua mente, passava il pensiero di tutte quelle anime che non l’avrebbero conosciuto o l’avrebbero misconosciuto; e lanciò un grido appassionato: « Oh! quante pecore non sono ancora nel mio ovile? Eppure è necessario ch’Io vada a prenderle e faccia loro udire la mia voce e le conduca aformare un solo ovile sotto un solo pastore. Il Pastore buono sono io ». Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovili.Queste parole accorate Gesù le ripete oggi ancora a ciascuno di noi; perché oggiancora sono troppe le anime che non ascoltano la sua voce di salvezza, ma vannodietro ai lusinghevoli richiami del mercenario che le lascerà poi sgozzare dal lupo.Il mercenario è il mondo e il lupo è il demonio. Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovit. Ed a ciascuno di noi incombe l’obbligo di fare tutto quello che può per ricondurre queste pecore all’ovile di Cristo. Lo zelo delle anime non riguarda appena i Sacerdoti, ma tutti i Cristiani. Èimpossibile voler bene a Gesù che nacque, visse e morì per la salvezza delle anime, senza sentirci obbligati di far qualche cosa anche noi. Udite quello che lo Spirito Santo comanda indifferentemente a ciascuno: « Recupera proximum secundum virtutem tuam » (Eccl., XXIX, 27). Attendi a conquistare l’anima del tuo prossimo secondo i tuoi mezzi. E nessuno dica, osserva San Gregorio (Hom., VI in Evang.) di non esserne capace, di non averne il tempo o di non esserne obbligato, poiché precetto dell’amore è l’essenza della religione, e l’amore comincia dalle anime.Ma un’altra considerazione ci manifesterà l’obbligo di zelare la salvezza delle anime. Non avete mai scandalizzato nessuno? Pensate un poco quanti perversi consigli vi saranno usciti di bocca a danno altrui, quanti cattivi esempi, quante parole libere o blasfeme avete sparso in giro a voi. E intanto strappaste a Dio delle anime: ora bisogna restituirgliele. Animam pro anima (Lev., XXIV, 18). Ecco come ci tocca da vicino il grido che Gesù leva dalla sua parabola: « Oh quante anime non sono ancora del mio ovile! eppure bisogna che vengano… ». Sono anime lontane, in regioni selvagge, dove il missionario non è ancora giunto; sono anime vicine a noi, nelle nostre città, nei nostri paesi, che non avendo udito il richiamo del buon Pastore si sono lasciate sedurre dal mercenario; sono forse le anime della nostra famiglia, che mangiano insieme a noi, che dormono sotto il nostro tetto. Per tutte queste anime, Gesù ci chiama a far qualche cosa. – 1. PER LE ANIME DELLE MISSIONI. Nell’estate del 1929 la nostra patria ed ogni nazione tendeva l’orecchio se arrivasse dalle zone polari una voce, un grido di speranza e d’angoscia. Un gruppo di valorosi, spinti dall’amore della patria e della scienza, fiduciosi nella Provvidenza divina, avevano osato violare le misteriose regioni del freddo e del ghiaccio: ma qualche cosa di triste doveva a loro essere accaduto, perché da più giorni avevano cessato di mandarci qualsiasi comunicazione. Tutti, perfino il Papa, nell’attesa angosciosa, tremavano e pregavano. Quand’ecco passare nell’aria, raccolta dalle stazioni radiotelegrafiche, una voce sperduta: «Italia: S.O.S.». Salvate le anime nostre! E tutta l’Italia, e tutto il mondo palpitò: da ogni parte si accorreva al soccorso, ogni uomo si commoveva come se avesse avuto un fratello smarrito tra la nebbia sul ghiaccio, ed ogni madre come se si trattasse di salvare il proprio figliuolo. O Cristiani, ogni giorno altre infinite voci passano nell’aria. Vengono dalle regioni dell’Africa arsa dal sole, vengono dalle foreste dell’Asia traversate da impetuose fiumane, vengono dall’America e dall’Australia circondate dall’oceano. « S.O.S.: salvate le anime nostre! ». Sono milioni e milioni di infedeli che non conoscono il buon Pastore, ed in mezzo a loro il lupo infernale, nelle maniere più barbare, semina la strage. Tratto tratto vi arriva qualche missionario, solo, senza mezzi: ma gli operai sono pochi e la messe è molta. E sono nostri fratelli, perché e noi e loro siamo tutti figli di un unico Padre: Dio che sta nei cieli. « Salvate le anime nostre dalla morte eterna! Salvatele dall’inferno di fuoco che brucia per l’eternità! ». Così essi gridano a noi: ma la loro voce angosciosa non è raccolta. Bisogna leggere i giornali e le riviste missionarie, per formarsi una idea di quello che si soffre laggiù: la profonda ignoranza, l’odio e la vendetta, le malattie inguaribili, i bambini abbandonati o uccisi, e tutta la schiavitù del demonio, il mercenario delle anime. Ma nelle nostre case forse la stampa missionaria non è conosciuta: arrivano romanzi cattivi, illustrazioni vergognose, ma non si trova il denaro per abbonarsi a un piccolo giornaletto delle Missioni. Non si trova una moneta d’elemosina per quei nostri Fratelli bisognosi di tutto, fin anco del Battesimo, mentre tanto si sciupa nelle golosità, nelle mode, nei divertimenti mondani. S. Teresa del Bambino Gesù, che non possedeva nulla da offrire alle Missioni, perché era carmelitana scalza nel convento di Lisieux, offriva le sue preghiere e i suoi sacrifici. E quando la stanchezza, o il dolore di testa, o la tosse della tisi la tormentava, « Coraggio, coraggio!» si diceva. « Forse in questo momento un Missionario si sente male sulla strada e non può più andare avanti… È per lui che soffro, perché cammini ancora ». E chi di voi può rifiutarsi di fare almeno questo per ricondurre all’ovile di Cristo quelle anime lontane? – 2. PER LE ANIME DELLE NOSTRE CONTRADE. Un giorno, nella capitale di Francia, un gruppo di giovani tra cui v’era, ventenne appena Federico Ozanam, discorrevano della bellezza della loro fede cattolica. Ma una persona di idee avverse che li ascoltava, disse: « Voi, che vi vantate Cattolici, che fate voi? Dove sono le opere che vi dimostrano tali, e che valgono a far rispettare la vostra credenza? ». « In verità — disse poi Ozanam — in quel rimprovero vi era pur troppo del vero, perché noi non facevamo nulla. Fu allora che noi dicemmo a noi stessi: ebbene, operiamo! Facciamo qualche cosa che sia consentaneo alla nostra fede. Ma che faremo noi? che potremo fare per essere veramente Cattolici, se non adoperarci in quello che più piace a Dio, la salvezza delle anime? ». Il medesimo rimprovero, e con più forza, può essere rivolto a moltissimi Cristiani: « Voi che vi vantate Cattolici, che fate voi? dove sono le vostre opere di zelo? ». È vero che non appartiene a voi far prediche, ma quante volte vi siete trovati in una conversazione dove si ordivano calunnie, si insidiava l’onestà, si meditava la vendetta, si tesseva la frode, si diffondeva l’incredulità, e non avete fatto nulla per trattenere queste anime dal male che si preparavano a compiere, anzi le avete sospinte più in là: Recupera proximum tuum secundum virtutem tuam! Sei tu una persona stimata e autorevole? Sei tu una persona ricca? Perché con le tue elargizioni non aiuterai le opere buone; e non solleverai la miseria di quelle persone che tu conosci in povertà? Sei il padrone di un’officina, il capo di un reparto: non permettere in tua presenza né la bestemmia, né i discorsi osceni. Sei commerciante: non aiutare gli altri nei furti e nelle frodi, ma cerca di distoglierli. Sei adulto: cerca col tuo esempio e con la tua parola di attirare i giovani a alla pratica della virtù. Hai degli amici ammalati? assistili, perché non abbiano ad aggravarsi senza ricevere il prete e i Sacramenti. E quando anche non potessi far niente per l’anima del tuo prossimo, puoi sempre pregare. La forma più bella di zelare la salute delle anime è quella d’iscriversi e operare nelle file dell’Azione Cattolica. – 3. LE ANIME DELLE NOSTRE FAMIGLIE. L’inverno rincrudiva con tutto il suo rigore e la neve era ben alta sui montani paesi dell’Umbria. In Cascia dove Rita, la santa, moriva, venne a trovarla una sua parente da Rocca Porrena, il paesello in cui era nata, in cui aveva tanto pregato, e moltissimo sofferto. Nell’accommiatarsi quella parente le chiese se desiderasse qualche cosa. « Sì – rispose Rita – andate nell’orto della mia casa, cogliete una rosa e portatemela ». Sembrò strana alla visitatrice la richiesta della parente, s’era nel colmo dell’inverno e le campagne del paese nativo, chiuso tra i burroni e privo di sole, erano d’uno squallore senza pari. Temette la donna che la malattia avesse alienato la mente di Rita, e compiangendola tra sé, se ne tornò al paese. Giuntavi, più per curiosità che peraltro, si reca nell’orticello e scorge nel roseto una rosa, splendidamente fiorita. La coglie commossa, e ritorna a Cascia. La morente accolse tra le scarne dita quel fiore e levando gli occhi grandi al Cielo, ringraziò. Dio così la premiava. A diciotto anni, contro il suo desiderio che era di consacrarsi al Signore, i suoi genitori l’avevano sposata a un uomo bestiale e furioso. Ogni giorno, rovesciava sulla sua testa una bufera di bestemmie, di parole ingiuriose, e talvolta di percosse. Ma ella, lungi dal comportarsi come tante altre spose rintuzzando le ingiurie di lui con altrettante ingiurie, cercò di vincere il male col bene: si dedicò allo scrupoloso adempimento delle domestiche faccende; alle parole aspre rispondeva dolcemente, e più spesso taceva; alle percosse faceva riscontro con tenerezze e la preghiera. E così per anni e anni. Finalmente Dio le concesse la grazia: Ferdinando, il suo Sposo, si convertì, e divenne mite e si sforzò sempre d’essere degno della sua compagna. Questa era la rosa che la sua dolce umiltà e la sua grande pazienza avevano fatto fiorire. Entrando in Paradiso la santa avrà presentato a Gesù la rosa fiorita nell’orto domestico tra i rigori dell’inverno, come il dono più bello. Può darsi che anche nelle altre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Può darsi che anche nelle nostre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Forse è lo sposo collerico e ubriacone; forse è un figliuolo scioperato e vizioso; forse è il fratello bestemmiatore e senza fede. Tocca a noi imitare quello che Rita da Cascia fece per il suo sposo Ferdinando. quello che Monica fece per Agostino suo figliuolo. Morendo, anche noi, nelle mani tremule e pallide stringeremo una rosa simbolica: la rosa fiorita fuor di stagione nell’orticello di casa nostra. – Uscendo dal palazzo, avanti l’alba, il papa Gregorio Magno incespicò in un cadavere disteso sulla soglia. Era un povero uomo, morto di freddo. «Io dormivo, mentre potevo aprirgli e salvarlo. Forse avrà bussato ripetutamente con mano sempre più stanca, forse m’avrà chiamato con voce sempre più fioca… ed è morto » pensò fra sé Gregorio Magno. Il Papa allora, si curvò sul cadavere e scoppiò a piangere, come un fanciullo, dirottamente. Lontane da noi, vicino a noi, sulla soglia della nostra casa, ci sono forse anime che muoiono nel peccato. Ogni giorno il mercenario abbandona al lupo infinite pecore. E noi potremmo salvarle: una parola, una preghiera, un’offerta, il buon esempio. Ma noi dormiamo e il demonio trionfa. Perché non dobbiamo commuoverci? Perché non dobbiamo sentire il singhiozzo salirci dal del cuore, come a san Gregorio? Perché non dobbiamo oggi fare un proposito opportuno? « Signore! — diceva S. Giovanni Bosco — Dammi le anime che tutto il resto non m’interessa ». — I DOVERI DEI GENITORI. In certe città indiane l’idolatria ha suscitato un fanatismo orribile. Ogni anno, quando ricorre la festa del dio, si vedono scene raccapriccianti. Mentre tra i fiori e i profumi e i suoni di trombe e urla del popolo passa il cocchio con l’idolo dalla faccia mostruosa, sempre, qualche madre, con le proprie mani, lancia sotto la ruota stritolante del carro un suo bimbo, in offerta al dio. Povere mamme! Ma non sono forse più sventurate certe mamme e certi padri, non dell’India, ma dei nostri paesi civili e Cattolici? Oh! Non i corpi dei loro figliuoli sacrificano sotto il carro del demonio che passa nel mondo, ma le anime! Quelle piccole anime, create da Dio, belle per la sua gloria, sono stritolate per la negligenza o i mali esempi dei genitori, sotto le unghie del demonio. Eppure Iddio ad ogni famiglia ha preposto un padre e una madre perché fossero il pastore buono del piccolo gregge domestico, come Cristo è pastore di tutto il mondo. « Io sono il pastore buono » dice Gesù nel Vangelo, « e so dar la vita per le mie pecorelle. Il mercenario invece, che non è pastore vero, quando vede venire il lupo fugge, perché le pecore non sono sue: … et non pertinet ad eum de ovibus  ». E che cosa importa, a certi genitori snervati, dell’anima dei loro figlioli, quando non sanno resistere ai loro capricci? Quando non vegliano a custodia, ma dormono ancora mentre il lupo è giunto e fa stragi? Quando essi stessi con la loro condotta insegnano la mala via a quelle anime ignare che Dio gelosamente aveva loro affidato … Et non pertinet ad eos de ovibus. La molle indulgenza, la non vigilanza, il cattivo esempio rendono i padri e le madri pastori mercenari nella loro famiglia. – 1. LA MOLLE INDULGENZA. Pochi anni or sono, in una grande città d’Italia moriva di broncopolmonite una giovane, perché aveva preso freddo, uscendo accaldata da un ballo. Nella piccola stanza del terzo piano s’erano radunati i parenti a salutarla per l’estrema volta e a confortarla nel misterioso passaggio. Tutti tacevano: s’udiva solo l’ansimar faticoso della malata. Ognuno in cuor suo sentiva compassione di quel povero fiore che appassiva mentre sarebbe stato il tempo di spiegare i colori nel sole della vita. Ad un tratto entrò nella stanza una donna pallida e piangente. La morente accennò col tremito delle labbra di voler parlare. « Mamma! » E poi raccolse tutte le forze in un grido incredibile: « Oh, se tu non mi avessi lasciata andare al ballo, la prima volta, mamma! Ora non morirei così. Oh, questo grido straziante, dal letto di morte, dal limitare dell’eternità, non pochi figli ve lo grideranno dietro, o genitori! È invalsa una sacrilega moda di tenere i figliuoli da piccoli come balocchi, e grandi come tiranni. E i genitori cominciano a truccarli come tanti giocattoli o marionette; a trattarli come tanti idoletti; e poiché non li vogliono sentir piangere, ogni loro capriccio, anche il più stravagante, deve essere accontentato. E crescono questi figliuoli moderni, e in loro indisturbate crescono le passioni come la gramigna nel campo del pigro. Crescono i figliuoli ed entrano nella vita senza aver imparato a rinunciare ad una vogliuzza grama, simili a quel susino che l’agricoltore, per timore di vederlo appassire, non ha potato a suo tempo. Il susino frondeggia oziosamente, me non dà frutto. Ma chi potrà imporre a questi figli, fatti adulti, un freno che rattenga le lore passioni? – Non era per questo, o genitori, che Dio vi ha concesso i figli: non perché voi, come il pastore mercenario, lasciaste in balìa del lupo i vostri agnelli. Ricordate il grido straziante di quella fanciulla morente: « Mamma, non morirei così!… » Non morirei così disonorata se tu mi avessi punito quel primo giorno in cui mi vedesti tra le mani un frutto rubato. Non morirei così senza religione, se la prima volta che mi coricai senza la preghiera, m’avessi risvegliato e fatto pregare ancora, se quando violai il precetto festivo m’avessi costretto ad alzarmi una settimana intera, di buon mattino, ad ascoltare la santa Messa. Non morirei così bestemmiatore se la prima volta che davanti ai miei genitori ripetei invanamente il nome di Dio, m’avessero dato uno schiaffo sulle labbra, invece di sorridermi come a una precocità d’ingegno. Mamma, non morirei così!… – 2. LA NON VIGILANZA. Somnolentia pastorum est gaudium luporum. — Si dice che un viaggiatore si sia fermato in un paesello per studiare i costumi popolari. Incontrò una massaia ed attaccò discorso. « Quante galline mantenete? ». « Quindici, Signore » rispose precisa la massaia. «E dove le avete? ». « Ecco » rispose la donna, accennando: « cinque sono chiuse in pollaio, tre crocitano sull’aia, le altre vagano nel cortile ». Il viaggiatore parve soddisfatto e cambiò argomento. « Quanti figli avete? ». « Cinque o sei ». « E dove sono? ». La donna sgranò gli occhi e rispose: « Chi lo sa dove sono!?. Non ho mica tempo di correrci dietro tutto il giorno! ». « Come? » fece stupito quel signore. « Sapete dove sono le vostre galline, e non sapete dove sono i vostri figliuoli? ». E non è appena in quel paesello che avveniva così. Ci sono genitori che non dormono tranquilli di notte, per custodire nei loro cassetti qualche gemma e qualche anello d’oro, e non vigilano sui loro figliuoli. Ma non sanno che l’anima dei loro figli è una gemma di cielo, è un anello di Dio? Ci sono genitori che a sera s’addormentano placidamente ed hanno fuor di casa, senza sapere dove, qualche figliuolo. Ma potrebbero dormire se avessero lasciato fuor dall’uscio un oggetto prezioso, o fuor del pollaio una gallina? Dove sono i vostri figliuoli, o genitori, mentre voi siete al lavoro, siete in casa, siete in chiesa? Avete indagato con chi vanno? Quali libri leggono? « Ma noi siam di mestiere e abbiamo affari… e non troviam tempo per vigilare sui nostri figliuoli ». Ecco la scusa di molti genitori. Ma il primo mestiere, il primo affare non è quello di educare i propri figliuoli? Tutto il resto è secondario. – La madre di S. Teodoro lavorava in un albergo. Ma quando s’accorse che il suo bambino, crescendo, poteva essere cattivamente impressionato da quello che si vedeva, diceva e si sentiva in quel luogo, fuggì col suo piccolo tesoro nel deserto. Patì fame e sete, ma il suo figlio fu santo. Giobbe, avendo saputo che i suoi figli s’erano radunati a banchetto, levò a Dio fervente preghiera, perché in quell’occasione li avesse a preservare da ogni peccato. – Quante volte, o genitori, avete saputo che i vostri figli si trovano in cattive occasioni: all’officina, nello studio, in caserma. Avete pregato, voi? – 3. IL CATTIVO ESEMPIO. Qualche anno fa i giornali pubblicavano l’incendio di un teatro di varietà. È mezzanotte: salone addobbato con motivi decorativi di carta a rosoni e a tralci; domina l’allegria e la sete del piacere. D’improvviso un lampo si proietta dal palcoscenico: e una lingua di fuoco scoppiettante, uscita fuori dai tendaggi laterali, si arrampica su su fino al soffitto, si propaga in tutti i sensi, perseguendo le decorazioni di carta. Grida di spavento, fumo, fuoco: è un inferno. Intanto le attrici si sono trovata preclusa la via del salvamento: corrono nelle loro cabine; ma il fuoco le ha raggiunte. E tra di esse c’era una mamma, c’era una bimba che s’iniziava a quella vita sciagurata. E sono morte. Noi pensiamo con angoscia a quella mamma che aveva venduto la sua figliuola ad un’arte così pericolosa; a quella mamma. che, stolta, le insegnava il misurato passo della danza e della corruzione; a quella mamma che ha trascinato la sua creatura nel fumo e nel fuoco d’un teatro, e, Dio non voglia, dell’inferno. Forse nell’ultimo spasimo quella povera bimba avrà tese le sue mani, imprecando alla mamma. O genitori: questo esempio non suscita in voi nessun rimorso? Chi insegnò a quel fanciullo a profanare il Nome di Dio, se non la madre che ad ogni piccola stizza l’ha sulla lingua? Chi gli ha insegnato a bestemmiare il Corpo e il Sangue del Redentore se non il padre nelle sue collere? Chi gli ha insegnato a profanar la festa, se non l’esempio dei suoi di casa che lavorano, che trascurano la santa Messa? Che meraviglia se quel figlio ama le osterie, quando suo padre ama l’ubriachezza? Che meraviglia se quella fanciulla non è ritirata né modesta, quando la sua mamma si perde dietro alla vanità del vestire e del trattare? Se un figlio dovesse cadere nell’inferno per il mal esempio dei suoi genitori, oh come li maledirebbe! E da quelle fiamme uscirebbe contro di loro un grido d’imprecazione per tutta l’eternità. – Nell’arca dell’alleanza accanto alla manna che Dio per i suoi figli raminghi aveva fatto piovere sul deserto, si custodiva pure la verga vigilante di Aronne. Nell’arca di ogni famiglia si deve custodire la manna e la verga: la manna che è simbolo d’amore, ma anche la verga che insegna il cammino, la verga che sferza i disviati.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

DOMENICA IN ALBIS (2023)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza dei sangue. Così devono fare i battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre, che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che è venuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio”.

Il Vangelo ci presenta la storia come una grande lotta del bene contro il male, della verità contro l’errore, e viceversa. A chi la vittoria? Ai figli di Dio, risponde la Epistola di quest’oggi, dovuta a San Giovanni, l’autore del quarto Vangelo. L’insieme delle forze del male, le negative forze dell’errore, delle tenebre e del gelo, ha un nome classico: si chiama il mondo; l’antitesi, l’antagonista di Dio, l’anti-Dio. Un anti-Dio in carne ed ossa, realissimo a suo modo, d’una realtà empirica e grossolana. Gente che c’è, che parla, che si agita, che si dà delle grandi arie e del gran daffare, che assume volentieri pose trionfatrici. Apparenza e menzogna nota, proclama l’Apostolo. La Vittoria non è del mondo, il mondo è l’eterno sconfitto. Vince Dio e chi nasce da Dio: i figli di Dio. Un altro termine prediletto del quarto Vangelo, che qui riappare: i nati di Dio. E chi è che nasce da Dio? A chi è perciò riservata la vittoria? Potremmo adoperare una frase del quarto Vangelo: « Hi qui credunt in nomine eius: » i credenti in Lui. C’è la frase precisa anch’essa nella nostra Epistola: « gli uomini di fede ». La Vittoria che vince, abbatte, schiaccia il mondo, è la nostra fede: « Hæc est Victoria quæ vincit mundum, fides nostra! – La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è l’abisso fra le due cose, per quanto molti le scambino. La credulità è una debolezza di mente. Il credenzone è un vinto, vinto dalle illusioni a cui (stolto!) egli dà una consistenza che non hanno. Perché anche senza essere credenzoni o troppo creduli, si può avere una fede non davvero religiosa o punto religiosa. Si può aver fede in un uomo; si può aver fede in un’idea, non divina. La fede di cui parla il Vangelo è sempre e sola fede religiosa, sanamente, profondamente religiosa: la fede, grazie alla quale noi siamo i figli di Dio, è qualcosa che viene da Lui e va a Lui. Fede buona nella Bontà; una fede, certezza immota, assoluta, profonda. – Il mondo non ha questa fede. Il mondo è scettico. Ha della fede, non la fede; degli idoli; non Iddio, il mondo. Non crede nella bontà amorosa e trionfatrice. Crede alle passioni, non alla ragionevolezza. Crede ai ciarlatani, non agli Apostoli. Crede all’astuzia, non alla verità. Noi siamo invece uomini di fede, gli uomini della fede, noi Cristiani. Noi crediamo alla carità, alla bontà di Dio, della Realtà più profonda, più vera, più alta: Dio! È la formula che adopera per altre volte lo stesso Apostolo: « nos credidimus charitati. » Sono tutte formule che si equivalgono: siamo figli di Dio, crediamo nel Suo Nome, abbiamo fede nella Sua bontà. Questa fede è la nostra forza. Chi crede davvero alla Bontà sovrana, dominatrice, divina, è buono; comincia dall’essere o per essere buono. Egli stesso combatte, lotta per bontà, lotta fiduciosamente, colla fiducia della vittoria. Perché sa di essere dalla parte di Dio e di avere Iddio dalla parte propria. « Si Deus prò nobis quies contra nos? » Credere alla vittoria è il segreto per conseguirla. E infatti nella storia, chi l’abbracci nel suo meraviglioso complesso, trionfa la bontà, trionfa Dio. Lo scettico ha dei trionfi apparenti e momentanei… i minuti. La fede ha per sé i secoli: trionfa con infinito stupore di chi credeva superbamente di aver potuto costruire un edificio sulla mobile arena dello scetticismo. Teniamo alta come segnacolo di vittoria la bandiera della nostra fede.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam.

[Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja.

[Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuso le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nello mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù è il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31). »

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA PERSEVERANZA DOPO LA PASQUA

Quando tornò a casa Tommaso, uno dei Dodici, detto il Gemello, un’ondata di gioia l’accolse, e tutte le facce dei discepoli, rapite ancora nella divina ebbrezza, gli furono d’attorno. «Oh, Tommaso, se fosti rimasto con noi avresti veduto anche tu il Signore risorto! ». Siccome teneva un’aria tra melanconica e incredula, si fecero a narrargli tutto per filo e per segno. Era oscuro e le porte erano chiuse, quando senza muovere battente Gesù si trovò in mezzo a loro, e mostrava ad ognuno le palme piagate e il costato squarciato; e per due volte aveva detto: « A voi sia pace! ». Pax vobis. Ma in quell’atmosfera accesa d’esultanza e d’amore, Tomaso lasciò cadere, gelida e amara, la parola del suo cuore chiuso: « Non credo ». Gesù fra loro? Ma non poteva essere. Egli era morto, e la sua spoglia straziata chiusa da un masso enorme nella caverna scura; era custodita ancora dalle guardie di Pilato. Gesù rivivente? Ma come poteva rivivere quel corpo; dove piaga si era aggiunta a piaga, dove non una fibra era rimasta intatta? Come poteva palpitare ancora quel cuore perforato dalla lancia? « È inutile! — ribatteva alle insistenze dei compagni, — se io non metto il dito nel posto dei chiodi, se io non metto la mano nel suo costato, non credo ». – E otto giorni dopo Gesù venne ancora. Tommaso. c’era, stavolta; il Risorto esclamò: « Pace sia con voi». Pax vobis. Poi chiamò l’incredulo: « Qua, il tuo dito. Qua, la tua mano! ».  In tutta la sala fatta silenziosa, scoppiò un grido: « Signore mio e Dio mio. Non sulla gioia dei discepoli, non sulla incredulità di Tommaso, ma sull’augurio del Maestro divino dobbiamo fermare la nostra attenzione. « A voi sia. Pace! ». Risorgendo da morte non altra parola, non altro dono recò ai suoi se non la pace: quella che Egli aveva firmata tra Dio e l’umanità con il suo sangue. Pax vobis! è pur questo ancora il dono e la parola che Gesù reca ad ognuno che ha compiuto in questi giorni il suo dovere pasquale, e credo che nessuno tra voi resti escluso. Dopo d’aver confessati bene i peccati, dopo d’esservi cibati della Sacra Ostia, avete sentito la sua voce ripetervi in fondo al cuore: « A te sia pace. Dio è placato e ti ama ». Sì, oggi tutti siamo in pace col Cielo; io lo spero. Però quel che importa è che questa pace non duri appena una o due settimane, ma sempre. Non venga più, dunque, il peccato a rapirci il dono della risurrezione. Nessuno si renda meritevole del rimprovero che S. Paolo fece ai Galati. Aveva a loro annunziato il Vangelo, li aveva battezzati, li aveva entusiasmati nella Religione nostra: ma appena fu lontano, quelli dimenticarono ogni cosa e ritornarono alla vita di prima. S. Paolo lo seppe, e scrisse a loro una lettera di rimproveri e di lacrime: « In così poco tempo avete saputo abbandonare Cristo? Avete cominciato nel fervore e finite nella disonestà! O stolti, chi vi ha illusi a disubbidire alla verità? ». O insensati Galatæ, quis vos fascinavit non obœdire veritati? (Galat., III, 1). Non basta dunque aver fatto pace con Dio, bisogna adesso mantenerla, continuando in grazia, poiché soltanto chi avrà perseverato fino alla fine si salverà. Perseveranza ci vuole! e la perseveranza dipende da Dio e da noi. Se dipende da Dio preghiamolo; se dipende da noi, vigiliamo. – 1. DIPENDE DA DIO: PREGHIAMOLO. Udite un paragone che una volta portava Gesù alle turbe. « Se alcuno pensa di edificare una torre, prima si ritira in casa e calcola un progetto preventivo di spesa e considera se le sue ricchezze basteranno a tener fronte all’impresa, e se mai qualche amico lo aiuti con prestiti… ma non si mette all’opera all’impensata, altrimenti correrebbe il rischio di non poter condurre a termine la costruzione e di abbandonarla a mezzo, fra lo scherno della gente: « Guardate il tale! ha cominciato a fabbricare e non ho potuto finire » (Luc.; XIV, 28-30). Or bene, noi dobbiamo cominciare l’ardua fabbrica d’una vita nuova, una vita di pace e in grazia: se ci ritiriamo a riflettere sui mezzi che disponiamo, bisogna concludere che da soli ci mancano le forze per durarla anche un giorno solo. C’è però un nostro grande Amico, ricchissimo e potentissimo, che appena lo preghiamo, supplisce ad ogni nostra debolezza: Dio. Senza la preghiera è quindi impossibile la perseveranza. Ma con la preghiera ogni difficoltà sparisce, ogni tentazione si dissolve, la nostra debolezza trionfa. Prima che S. Agata fosse martirizzata, il tiranno volle tentare ogni seduzione per indurla al peccato; ma ogni sua arte riuscì inutile perché la santa pregava. « Sarebbe più facile, — disse il tiranno — sarebbe più facile ammollire i macigni e il diamante, cambiare il ferro in piombo, anziché cambiare l’animo di Agata e sviarla dall’amore di Gesù Cristo e dal proposito della castità ». Che bella testimonianza! Noi invece siamo come fogliette di pioppo tremanti ad ogni vento; siamo come cera che si liquefa al primo caldo; siamo come rugiada che svanisce al primo raggio. Quante volte è bastato un pensiero ozioso, uno sguardo, una parola, un sorriso per travolgerci in rovina! Perché? Perché non si può perseverare senza l’aiuto di Dio. Quest’aiuto, che il Signore pietoso non nega mai, lo si ottiene con la preghiera e con i Sacramenti. – Per essere più preciso, vi ricorderò che Dio ha diviso il tempo in giorni, in settimane, in mesi, in anni: e noi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno abbiamo bisogno del conforto divino a perseverare. Ed allora ogni giorno ci sia la preghiera del mattino e della sera col Rosario; ogni settimana, nel giorno festivo, la Messa e la spiegazione della Dottrina cristiana; ogni mese la Confessione e la Comunione, — questo è solo un mio consiglio ma tanto giovevole; ogni anno la Pasqua sia santificata con un esame di coscienza generale e con l’adempimento esatto del dovere pasquale. Queste pratiche non vi sembrino esagerate: siamo pronti a ben maggiori fatiche per conservare le ricchezze del mondo, e ci rifiuteremo vilmente quando si tratta di conservare la pace e la grazia, che sono ricchezze di paradiso? D’altronde a chi le eseguirà, io assicuro da parte di Dio la perseveranza fino alla fine. – 2. DIPENDE DA NOI: VIGILIAMO. S. Gerolamo dice che noi viaggiamo carichi d’oro: è il gran tesoro della grazia di Dio, della pace sua santa. Non lasciamoci derubare. Temiamo i ladri astuti e feroci che stanno nascosti dentro e fuori di noi. Vigiliamo, ché nel cammino della vita dobbiamo essere non degli sventati, ma dei prudenti. Vigilate! Quando Antonio fu all’età di trentacinque anni volle recarsi in un antico romitaggio, dove avrebbe potuto lodare Dio in tutta povertà e penitenza. Ma l’infernale nemico tentò d’impedire il proposito eroico e gettò, sulla via per dove doveva passare, un dischetto d’argento. « Lo raccoglierà, — pensava il demonio, — tornerà indietro per spendere la moneta, o donarla: e poi probabilmente dimenticherà il romitaggio ». Ma appena s. Antonio vide il dischetto d’argento luccicare davanti a’ suoi passi, conobbe l’inganno, e gridò come se il demonio lo potesse sentire. « Quest’argento sia teco in perdizione ». Una fiammetta, una boccata di fumo e il dischetto scomparve. L’astuzia del tentatore non è mutata neppure dopo mill’anni. Egli sa del vostro proposito di perseverare dopo la Pasqua e sulla strada per dove passate getta, come luccicanti monete, i suoi inganni. È quel ballo, è quella persona, è quel ritrovo, è quel piacere, è quel libro… Non raccogliete, per amor di Dio, il dischetto d’argento infernale: fuggite l’occasione! e voi pure gridate: « Questa lusinga sia teco in perdizione ». In un attimo ogni tentazione, tutto si dissolverà in vano fumo, davanti ai vittoriosi, Resistete giorno per giorno! « Ma io sono giovane e come potrò resistere per venti e quarant’anni in una vita pura, ritirata, cristiana? Ho già provato altre volte: per un giorno, per una settimana ho resistito, ma poi le forze mancarono, le passioni ingagliardirono, e cedetti… ». Risponderò ancora con un esempio dei Padri del deserto, assai sperimentati nei combattimenti spirituali. Vivevano nell’eremo due Egiziani, che da poco avevano abbracciato quella vita santa, e, si capisce, il demonio li spingeva ad abbandonarla. Per superare questa tentazione, essi decisero di aspettare fino alla stagione seguente: « Ecco l’inverno! — si dicevano; — passiamolo ancora qui: del resto è tanto breve; ce ne andremo a primavera ». L’inverno passava ancora in santità ed orazione. « Ecco la primavera! — dicevano poi; — è cosa tiepida che piace perfino nel deserto. Ce ne andremo in autunno ». E così di stagione in stagione, rimasero cinquant’anni nella solitudine e morirono in pace. Altrettanto fate voi, o Cristiani, che desiderate perseverare in grazia. « Da Pasqua a Pentecoste non ci sono cent’anni: resistete fino allora: poi dopo una bella Confessione e una fervorosa Comunione, deciderete. — E da Pentecoste alla Sagra o all’Ufficio Generale, o alle S. Quarant’ore, o al Giorno dei morti… non è un’eternità: resistete fino allora ». E così di periodo in periodo, tutta la vita passerete nella santa perseveranza di Pasqua. – Tre convalescenti si presentarono al medico. Erano appena usciti da malattia gravissima, e tutti e tre — temendo la ricaduta — ricorsero pieni di fiducia al loro dottore per domandargli consigli. I consigli furono uguali a tutti: prendere maggior nutrimento; astenersi da certe bevande e da certe vivande irritanti; accorrere dal medico senza indugi appena i sintomi del male riprendessero a manifestarsi. Il primo convalescente, ritornato a casa sua, dimenticò ogni prescrizione medica, anzi se ne rise: ma d’improvviso il male lo riprese e lo strappò nella tomba. Il secondo convalescente preferì ascoltare per metà i consigli del dottore: prese maggior nutrimento, ma non si astenne dai cibi proibiti; e neppure lui godette salute. Il terzo invece eseguì scrupolosamente ogni comando e, appena temeva un assalto del vecchio male, ricorreva al suo medico: così poté campare lieto e sano fino alla più tarda età. Tra i fedeli che dopo la santa Pasqua vogliono perseverare nella salute dell’anima, noi distinguiamo tre categorie. Alcuni non ricordano nemmeno uno dei consigli ricevuti in confessione: maggior nutrimento di preghiere, ed essi non pregano mai; astensione dai cibi irritanti, ed essi amano invece cose, luoghi, persone pericolose; farsi vedere frequentemente dal medico, ed essi non si confessano più d’una volta all’anno. Costoro ricadranno in peccato peggio di prima, e sempre con minor speranza di risollevarsi. Altri prendono sì un maggior nutrimento di preghiere, una maggior frequenze di Sacramenti; ma non fuggono le occasioni peccaminose. Costoro non potranno mai perseverare, perché chi ama il pericolo in esso perisce. Infine, c’è un piccolo gruppo che eseguisce scrupolosamente i tre consigli. E vi assicuro che son costoro quelli che non perderanno mai la pace pasquale e cammineranno con Gesù risorto fino alla morte e poi per sempre di là. In quale categoria ci poniamo noi? — 1. LA FEDE DONA LA PACE ALLA MENTE. Santa Perpetua, perché cristiana, fu trascinata davanti al giudice e condannata alle fiere. Questa donna, così gentile e affettuosa che un giorno era stata rimproverata dal rigorista Tertulliano perché baciava il suo bambino con troppo amore, non tremò davanti alla morte, ma parve sorridere. Quando in mezzo al circo, in cospetto del popolo africano, vide contro di lei venir la mucca infuriata, congiunse le mani e si protese verso la bestia come se si preparasse a pregare sulla culla del suo bimbo addormentato. Al primo assalto fa travolta dalla polvere, ma non le fu recato alcun male. Ed ella si alzò da terra senza turbarsi e riannodò modestamente le chiome che s’erano scompigliate nell’urto e scosse la polvere dagli abiti, ed aspettò la morte come si aspetta una sorella che venga… Ma chi poteva dare a una donna tanta serena pace da curarsi ancora del decente aspetto della sua persona, proprio quando la soprastava un tragico martirio? La fede. Dice la fede: quaggiù non è la nostra dimora, ma solo una valle di patire. Dice la fede: chi perde la vita per amor del Signore, la ritroverà. Ella credeva fermamente, e di che cosa poteva temere? Oh se si avesse fede, non si bestemmierebbe la Provvidenza di Dio quando ci manda le croci! Se si credesse un po’ di più alle verità del Vangelo che il prete ogni festa spiega nella Chiesa, nel mondo non ci sarebbe tanta gente che ad ogni piccola sventura cerca la morte! Guardate i fanciulli: essi sono sempre beati: perché credono alla loro mamma. Noi pure saremo beati, se crederemo a Dio nostro Padre, con la fede d’un fanciullo. Ecco perché Gesù risorto rimproverò Tommaso il gemello e gli disse: « Tommaso non essere incredulo. Beati quelli che, pur non vedendo, crederanno ». – 2. LA CONFESSIONE DONA LA PACE AL CUORE. Un missionario del secolo XVIII predicava in un paese alpestre di Francia. Narra il P. Monsabré che una volta entrò in quella chiesa ad ascoltarlo anche un ufficiale di cavalleria avvolto nel suo mantello. Il suo sguardo nero e profondo era irrequieto e sembrava un lampo che guizzasse fuori dalla nuvolaglia che s’accozzava in quel cuore in tempesta. Tratto tratto ansimava, premendosi la mano sul cuore tumultuoso. E Dio volle che il missionario parlasse proprio della confessione. La parola suadente del prete gli penetrava in cuore e alla fine risolvette di buttarsi ai piedi del confessore. Il missionario lo raccolse con amore e lo aiutò a confessarsi davanti a Dio. Quando quell’ufficiale dall’ampio mantello uscì dalla Chiesa, piangeva e volgendosi ad alcune persone disse: « In vita mia non ho provato una pace così pura e così soave come quella che il ministro di Dio mi ha procurato col mettermi in grazia. E credo che neppure il re, che servo da trent’anni, può essere più felice di me ». Pasqua è venuta: ma è venuta la pace nei nostri cuori? Se in noi non c’è pace è forse perché ci siamo confessati male, o fors’anche non ci siamo confessati? Il peccato è come un tarlo che rode senza posa il nostro povero cuore: ed esso non muore se non col perdono di Dio che si riceve ai piedi del confessore. Ecco perché Gesù, apparendo quella sera nel cenacolo, dopo aver detto: « La pace sia con voi » si curvò sopra degli Apostoli e alitando sopra le loro fronti disse: « Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete, sarà perdonato; a chi non perdonerete non sarà perdonato ». Come il Divin Padre aveva mandato Gesù, così ora Gesù manda i suoi discepoli a portare la pace nel mondo. Ma pace non ci può essere se non nella coscienza pura. E Dio istituì perciò il Sacramento della purificazione. – L’OSSERVANZA DELLA LEGGE DI DIO METTE LA PACE IN OGNI NOSTRA AZIONE. Un giorno Dio comandò a Saul di muovere sopra gli Amaleciti, di saccheggiare e incendiare ogni cosa. E Saul piombò contro i nemici di Dio e stravinse: però volle risparmiare il re, forse per far più bello il suo trionfo; volle ancora risparmiare alcune pecore col pretesto di sacrificarle a Dio. Di ritorno dalla guerra, il profeta mosse ad incontrarlo e gli disse: « Hai tu distrutto ogni cosa? » – « Ho compiuto la parola del Signore »  rispose Saul. Ma in quel momento le pecore belarono. « Ma io odo un belare d’agnelli » disse il profeta. Saul titubò un istante cercando una scusa: « Fu il popolo che ha voluto che si risparmiassero i capi migliori per farne sacrificio ». Samuele si adirò. « Poiché tu hai gettato dietro alle tue spalle la parola di Dio, ecco: Dio ti ripudia e non ti vuol più re ». È il caso di molti Cristiani. Durante la quaresima hanno ravvivato la loro fede, nei giorni di Pasqua hanno fatto anche la Comunione, eppure nel loro cuore non sentono la pace che Gesù risorto portò ai suoi discepoli. Oh, non basta la fede, quando non si agisce ancora nella luce della fede! Oh, non basta la confessione quando si conservano in cuore certi attaccamenti al peccato. Et quæ est hæc vox gregum? Cos’è questo belar d’agnelli? Non aveva Dio imposto la distruzione d’ogni cosa? E perché allora si è voluto continuare in certe amicizie, in certe compagnie, in certi desideri che la legge del Signore proibisce? Perché in fondo al cuore cova ancora quell’astio o quell’attacco alla roba d’altri? Perché si è voluto risparmiare il re degli Amaleciti, ossia la propria passione predominante? Qual meraviglia allora se la pace del Signore non è venuta dentro di noi? La pace di Dio è solo nell’osservanza dei comandamenti di Dio. Pax multa diligentibus legem tuam, Domine! – Irrequietum est cor nostrum, donec requiescat in Te. L’anima ardente di S. Agostino cercava la pace. E dalle spiagge della sua Africa d’oro si volge alle mondane cose con tormentose domande: chiedendo pace. Ma gli aranceti e gli olivi in fiore di Tagaste e tutto il verde pendio sembravano rispondergli: — Quello che tu cerchi non è qui tra le nostre fronde agitate dal vento: cerca più in su! E S. Agostino cerca il mare: ma le onde e gli infiniti increspamenti del mare nel loro perpetuo ondulamento gli rispondono: « Quello che tu cerchi non è qui nelle nostra eterna agitazione: più in su!» E S. Agostino leva gli occhi sopra il cielo stellato della sua Africa d’oro. Ma gli astri dicono: « Quello che tu cerchi non è qui: ché noi siamo, come il tuo cuore, sempre vaganti: più in su ». « Dio! ». – Egli solo, quando vive nella nostra mente, nel nostro cuore, in tutta la vita nostra, Egli solo è la nostra pace. Ipse est pax nostra (Ef., II, 14).

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6.

Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.

[Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

[Ti preghiamo, Signore Dio nostro, che i sacrosanti misteriose tu hai dato a presidio del nostro rinnovamento ci siano rimedio nel presente e nell’avvenire]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

QUARESIMALE (XXXVIII)

QUARESIMALE (XXXVIII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).

PREDICA TRENTESIMAOTTAVA

Nella Feria terza dopo Pasqua.

La Perseveranza è quella virtù che corona l’opera.

Stetit Jesus in medio discipulorum suorum. Luc. 14.

Origene, figlio di martire, padre spirituale de’ martiri, sì santo un dì, e sì nemico implacabile di sé stesso, che ne passava i più rigidi penitenti dell’Eremo; sì immacolato e puro, che non sembrava uomo di carne, ma Angelo vestito di essa. Quegli, a cui la grande Alessandria d’Egitto, dove insegnava, era nella pietà e nella dottrina obbediente discepola. Origene sì assiduo nel contemplare, che pareva vivere tutto a sé solo, sulla punta d’un monte, o nelle solitudini della Nitria, o ne’ deserti della Tebaide, del cui zelo nel dilatare la fede oltre l’Egitto, ne fa fede l’Arabia, ove là predicò, e la conversione de’ popoli che vi fece; del cui sapere nelle materie sacre vi hanno numerosi testimoni ne’ tanto eccellenti volumi che compose. Origene in poche parole, fanciullo Angelo, giovane santo, uomo apostolo, e vecchio? Oh Dio! Apostata, seminatore d’eresie, diviso dalla comunione de’ fedeli, come membro putrefatto, ed infettatore degli altri. Dio immortale! dopo lunga condotta d’anni virtuosi, tutto si perde, se non si persevera? Così è! La Perseveranza è quella virtù che porta il premio sicuro ad ogni altra. Quanti e quanti, simili ad Origene si sono veduti operari indefessi nella vigna di Cristo, che poi gli hanno vergognosamente voltate le spalle, son tornati al partito del mondo sotto le insegne del demonio? – Confesso il vero riveriti ascoltanti, che io non vorrei mutazioni sì dolorose; spero, con giubilo del mio cuore, aver fatto qualche frutto nelle anime vostre in questi sacri giorni. Sarei troppo inconsolabile se potessi sol sospettare, che chi ha mutato vita divenisse un altro Origene nel terminarla; vorrei perseveranza nel bene incominciato; vorrei, che al fine di nostra vita potesse verificarsi che siccome Gesù stetit, si fermò in medio Discipulorum; così si fosse stabilito nel mezzo del nostro cuore, con vera perseveranza. A questa v’esorterò, e son da capo. Chi ama teme, e chi più ama, più teme: res est solliciti, plena timoris amor. Non vi sdegnate, o miei RR.AA., (e io vi paleso il mio timore), temo che abbandoniate quel tenor di vita che avete preso, sicché non torniate sotto lo stendardo del demonio, ed il timore ha qualche fondamento. Sovvengavi di quei due pellegrini, che andavano in Emaus: certo che da principio si erano portati bene; avevano dato fede a Cristo: sperabamus quia ipse esset redempturus Israel; ma quando cominciò a spuntar la sera del terzo giorno senza vederlo, cominciarono a vacillare, a diffidare; onde da Cristo furono ripresi. O stulti, tardi corde ad credendum! Chi però mi promette, che innanzi sera qualcheduno di voi muti parere, volti le spalle a Cristo e, passata la Pasqua, torni a quei ridotti, a quei discorsi, a quei compagni, quegli odii, a quegli amori? No, no, esto firmus, state saldi nella vita intrapresa, né vi lasciate ingannare dall’inimico del vostro bene. Tre sono gl’inganni, che il demonio procura di mettere nel nostro cuore perché non perseveriamo nella grazia del Signore. Il primo riguarda noi, ed è il farvi apprendere, esser impossibile continuar lungamente senza lo sfogo delle vostre passioni. Il secondo riguarda il demonio, figurandovi esser facile scappar di nuovo dalle sue reti, quando ne restiate nuovamente presi. Il terzo riguarda Dio, credendovelo con le braccia aperte sempre per ricevervi a penitenza. Quanto al primo, vi replico: non vi lasciate ingannar dal demonio che vi dice al cuore: tu, dunque, non ti hai da prender più un sollievo; non più in quel giuoco, non più in quel ballo, in quella veglia? E come è possibile passare tutta la vita priva di tali sollievi? Ecco l’inganno del demonio; ecco che ve lo scopro; piano voi dite, sempre tutta la vita senza spassi? Ma che vita vi figurate? E chi sa che la vostra vita non si riduca a giorni? E se così fosse, per pochi giorni vi sareste perduto il Paradiso. Ricordatevi di ciò che avvenne a Mosè con gl’Israeliti. Voi ben sapete, che questi avevano aspettato Mosè nel monte con molta pazienza, né mai avevano dato segno alcuno di cuor ribelle; ma finalmente attediati dalla dimora, cominciarono ad infastidirsi, e pensando che Mosè si fosse affatto dimenticato di loro, e che almeno dovesse indugiar lungamente a ritornare, deliberarono d’eleggersi un nuovo capo; e per poterne più agevolmente disporre a lor modo, che pensate  che facessero? Soggettarono ad un bue dorato: mutaverunt gloriam suam in similitudinem vituli comedentis fœnum. Eccoli, dunque, idolatri senza pietà, senza modestia; quando sopraggiunse ad un tratto Mosè, il quale alla vista di quell’indegno spettacolo, avvampando di santo zelo, rompe incontanente le Tavole della legge, sgrida Aronne, stritola il simulacro, ed assoldata tutta la tribù di Levi, scorre a guisa di folgore da’ quartieri della moltitudine attonita e disarmata, e spargendo per tutto ferite, per tutto sangue, per tutto strage alla confusa, in poco tempo uccise ventitré mila persone con un macello tanto più orrido, quanto più inaspettato; ora io vi domando, miei RR.AA., quanto credete che costoro avessero aspettato Mosè? Sapete quanto? Trentacinque giorni per lo meno; sapete quanto stette a venir Mosè? Cinque altri giorni; sicché, se avessero aspettato cinque altri giorni, non avrebbero avuta una morte sì fiera. Ah, che io dubito che, se non persevererete, il simile debba intervenire anche a voi. Vi credete vita lunga, e però, dite: sempre senza veglie, sempre senza amori tanti snni. No, forse saran giorni, un mese, anno, e se la sbagliate, guai a voi; state saldi ne’ buoni propositi, perché vi resta pochissimo, ed anche quel molto che vi promettete è poco, è nulla. – Così appunto, la discorreva tra sé quell’infelice cavaliere di gran nascita nella provincia dell’Umbria, ma di sordidi costumi. Era questi invitato da Dio a penitenza per mezzo d’una santa Confessione; ma non sapeva ridursi perché diceva tra sé: come potrò io stare senza i piaceri del senso per tutta la vita che mi rimane? Se ne prometteva molta, ma s’ingannava, poiché la notte susseguente a quel giorno, in cui Iddio l’aveva chiamato più gagliardamente, se ne morì affogato da fiero catarro. State saldi, non vi lasciate ingannare dal diavolo, anzi usate con lui gl’inganni. Se volete perseverare nel bene, non bisogna che prendiate tutto il negozio della vostra salute in un lancio, ma a poco a poco pensate a viver bene il giorno d’oggi, sì ed al dì venente vi penserete domani, con un giorno alle volte si passa l’anno, ed intanto, dice San Fausto, sempre più l’anima si fortifica, perché: Gratia de gratia nascitur, et merita meritis locum faciunt. Replico dunque, non vi sbigottite con dire: come mai ho io da fare a vivere tanti anni in una tal vita? Ho tanti anni senza un piacer di vendetta, senza un diletto di senso? E chi può resistere? No, non dite così, perché potrebbe essere che questi vostri conti ad anni non riuscissero neppure a mesi, neppure a settimane, ma a pochi giorni, e quando ciò fosse, voi per non aver voluto perseverare nel bene per brevissimo tempo, vi troverete ne’ tormenti dell’inferno per tutta un’eternità. Tutto è vero, ben conosciamo che se torniamo a peccare, faremo una gran pazzia, ma serve a noi di gran scusa l’avere pronto il modo di rimediare allo sproposito fatto. O che pazzo modo di parlare! Questo è appunto il secondo inganno del diavolo, il quale mi fa parere facile lo scappargli di mano, doppo esservi ricaduto. V’ingannate, perché se gli ricadrete nelle mani, ei vi terrà sì stretti, che non gli fuggirete mai più. Ecco che vi confermo tale verità. Sentite di grazia, che caso strano. Un cavaliere degno figlio di quella Religione, che su bandiere gloriose spiega candide croci, e che con tanto terrore e con danno dell’ottomana luna partorisce tante glorie alla Cattolica fede, … uno di quei cavalieri, dico, trovatosi a fiera battaglia con squadre nemiche; dopo aver svenati più barbari, non potendo più resistere al numero, asperso del proprio e dell’altrui sangue, fu fatto prigioniero di guerra e, riconosciuto per nobile, fu custodito più tosto con discrete che con rigide diligenze, e trattato più tosto con cortesi, che con strane maniere. Ad ogni modo il generoso cavaliere che, se aveva perduta la libertà, non aveva però sminuito lo spirito; intollerante della sua schiavitù, meditava la fuga; quando un dì, vedendo le guardie poco sollecite di sua persona, e del tutto intente ad altro, sforzò i rastelli, e si pose in libertà. Fortunato cavaliere giovane veramente spiritoso, ma che? Appena slontanato dalle soldatesche nemiche, invece d’affrettar la fuga per assicurarsi la libertà, si ferma a contemplare la vaghezza d’un giardino, ed a cogliere pochi fiori; ond’è, che raggiunto dalle guardie, è nuovamente ricondotto sotto l’unghie del barbaro da cui fuggì, il quale ordina che sia posto nella più spaventosa e sotterranea prigione, e qui vi sta assicurato con ferri a piedi, ferri alle mani ed al collo; ed acciò, che il misero divenga sempre più fiacco, e per ciò meno abile a rifuggire, non passa giorno in cui non sia macerato da rigorose inedie e da fiere percosse. Ben gli sta, sento che voi dite AA.! E chi gli ha insegnato fermarsi a coglier fiori, mentre aveva bisogno di fuga per assicurarsi la libertà? Voi dite: ben gli sta e deplorate la di lui imprudenza; ed avete ragione: ma non ho già il torto io a dirvi che molto più pazzi del cavaliere voi siete. Voi ben sapete, che per quei peccati che commetteste, vi rendeste schiavi del demonio, gli siete scappati dalle mani felicemente; o sia stato perché egli vi guardasse con poca cura, o perché voi vi portaste con maggior animo, poco importa: dalle granfie gli siete usciti: ma perché, dico io, ora non seguitate a slontanarvi da Lui? Perché vi lascerete di nuovo prendere per cose da nulla per volere sfogare quella vendetta: per non voler restituire quella poca di roba che non è vostra, per voler tornare in quella casa, per quella strada, a quelle veglie, a quegli amori, e qui cogliere quei fiori che avvelenano l’anima? Che seguirà, se mai più gli ritornate nelle mani? Che seguirà? Ve lo dice Geremia, udite: ut non egrediamini aggravabit compedes vestros; vi raddoppierà le catene; vi rinforzerà le ritorte; ed attentamente mirando per qual via gli siete scappati dalle mani, circumædificabit adversum vos; chiuderà tutti gli aditi; romperà tutti i passi; non vi lascerà neppure un angusto spiraglio donde possiate rimirare il cielo. Se voi vi sarete convertiti per una lezione di libri pii, egli sarà sempre attentissimo che altri libri non vi giungano alle mani che di romanzi, favole ed amori. Se per le prediche, ve ne distoglierà con rendervi tutti ingolfati ne’ traffici, acciocché anche in tempo della predica v’impiegate, Se per le congregazioni, ve ne distaccherà con allettarvi a’ ridotti; Se per le ispirazioni interiori, procurerà tenervi ravvolti fra strepiti e tumulti tali, che fra d’essi la voce divina non possa udirsi. In una parola, egli adoprerà tutta la sua malizia, tutta la sua arte, per perdervi: circumædificabit ad versum vos ut non egrediamini aggravabit compedes vestros. Or sentite, che ceppi fieri mise a’ piedi d’un giovane, che poi seco tirò miseramente all’inferno. Narra il Padre Rho ne’ suoi esempi, come in un castello di Napoli, v’era un giovane pessimamente invischiato con amicizia d’una rea femmina. Il Signore, che bramava la salute di quell’anima, lo fece avvisare per mezzo d’una visione, cọn intimargli in capo a breve tempo severissimo castigo, se non si ravvedeva. S’arrese il giovane alla minaccia, e purgò l’anima sua con una generale Confessione. Ma che non può una sfrenata passione? Tornò di nuovo a cadere; ed altresì compunto tornò dal confessore, che lo fortificò con nuovi rimedi. Non bastarono però già che il giovane scappato più volte dalle mani del diavolo ne credeva sempre facile l’uscita dalle sue mani, ma non gli riuscì. Quand’ecco che in una notte fu sorpreso da fierissimi dolori, alzò le voci da disperato; s’alzò la rea femmina ancora, si chiamò il confessore; venne, ma non venne a tempo, perché lo trovò spirato con l’assistenza alla sua morte di quella donna che gli mandò l’anima al precipizio infernale. Torno a dirvi: non vi fidate; perché se tornate nelle mani del diavolo, troverà egli modo che non gli scappiate mai più. Non vi lasciate ingannare neppure con la temeraria speranza in Dio. Ricordatevi una verità indubitata, ed è, aver Iddio stabilito il numero de’ peccati che vuol pazientemente tollerare da noi; onde, che quando questo numero è compito, al primo peccato che noi dopo commetteremo, ne seguirà che Dio ci tolga improvvisamente la vita, o ci levi di senno; e così ci abbandoni in braccio della dannazione. Vi confermi questa verità la Divina Scrittura. Voi ben sapete, che gli Israeliti peccarono più volte colà nel deserto: peccarono con mormorazione, con idolatrie, e ne riceverono il perdono. Tornarono finalmente a peccare a vista della terra di promissione, lamentandosi di Dio. Allora Dio, tutto adirato, disse a Mosè: Usquequò detrahet mihi populus iste? Feriam igitur vos pestilentia, atque consumam. lo li voglio tutti distruggere quanti sono con una general pestilenza, li voglio ridurre in niente. Mosè mosso a compassione supplicò per la loro salvezza. Ed Iddio condiscese in parte, protestandosi che Egli perdonerebbe a quelli che fossero nati dopo l’uscita d’Egitto, o non molto prima, ma non già a quelli che ne erano usciti nell’età già avanzata. Or mi sapreste voi dire, per qual ragione il nostro Dio praticasse questa disuguaglianza? Sapete perché? Perché costoro l’avevano già irritato dieci volte: tentaverunt me per decem vices: dieci volte m’hanno irritato; e perciò tutti li voglio morti. Cari UU., Iddio numera le nostre colpe: non vi fidate. Ah, che se questi sfortunati Israeliti avessero trovato, allorché giunsero al nono peccato, un buon amico, che gli avesse detto: fermatevi, basta, basta, non peccate più; perché se lo farete, non vi sarà più pietà per voi, li avrebbe tolti da quel macello. Ma chi glielo poteva dire, se questo è un segreto nascosto nel cuore di Dio? Cristiani miei, dite un poco che sapete voi, che quel peccato del quale vi siete confessati, non sia quell’ultimo, il quale Iddio ne’ suoi profondi decreti ha prescritto condonarvi? Avete certezza in contrario? Ne avete neppure indizio? Ne avete barlume? No, no, anzi avete fondamento di temere che sia l’ultimo; avendovi tollerato finora, anzi di star tremando, perché non solo dieci ve ne ha perdonati, ma trenta, ma cento, ma mille, ma senza numero. State dunque da qui avanti sopra di voi, custoditevi bene lontani dalle occasioni, state saldi, e non vi arrischiate. Io non dico che il peccatore finché ha vita o libertà non si possa ravvedere, ma dico che, quando avrà compito quel numero stabilito di peccati, illic percutietur; resterà nel colpo con un accidente, con una ferita, e si dannerà. Non vi sia mai dunque tra voi, che si metta in sì gran pericolo, col non perseverare, col tornare a peccare, dicendo: Iddio per il passato mi ha perdonato, mi perdonerà anche per l’avvenire: no! Non dite così, perché quanto più peccate, tanto più vi mettete in pericolo di perdervi; e cresce la probabilità della vostra dannazione. In una parola: ecco la sentenza scritta dal dito di Dio nelle sacre carte, e promulgata dall’Ecclesiaste, quasi da celeste banditore: Qui transgreditur a justitia ad peccatum, Deus paravit eum ad rompheam. Udite, o peccatori temerari, che sempre vi promettete un medesimo passaporto, una medesima impunità, per quanto aggiungete di nuove scelleratezze alle antiche. Udite chi è passato dalle bandiere del demonio a quelle di Gesù Cristo, cioè a dire, chi è confessato de’ suoi falli passati ed ha promesso con tanta solennità di non tornare mai più a commetterli; se poi torna di nuovo a mancar di fede, se fugge di nuovo a servire al demonio; se di nuovo ripiglia quelle maledette amicizie: sappiate che egli si mette ad evidente pericolo d’esser una vittima infelice destinata al coltello della Divina Giustizia, e perciò condannata all’inferno: Deus paravit eum ad Rompheam. Non vi crediate, miei UU., che le minacce di Dio siano un tuono vano, siano una bravata in credenza, un semplice spauracchio. Non sarà così no, non sarà così: Quœretis me, dice Cristo, et in peccato vestro moriemini; mi cercherete è vero; ma non in modo che giungiate a trovarmi, e ciò per vostra colpa, e però morirete nel vostro peccato. Non vi mettete, miei UU., a questo gran pericolo di dannarvi col tornare alle colpe, col non perseverare nel bene incominciato. Cristiano mio amatissimo, io non so più che dirmiti, già t’ho posto avanti gli occhi e la pazzia grande che fai, ed il pericolo evidente, in cui ti metti di dannarti se tu non perseveri; ti dirò dunque per ultimo con San Bernardo: Si Christum induisti, Christum ne exuas. Ti sei confessato, hai lasciato il peccato, ti sei liberato della servitù del diavolo, ti sei vestito di Cristo, seguendo il consiglio dell’Apostolo: induimini Dominum Jesum Christum. Lodato Dio, non ti spogliar più di Cristo, non abbandonar Cristo, persevera nel bene. Io non so come meglio possa spiegarsi il pensiero dell’Apostolo e di San Bernardo, che con quanto riferisce l’Incognito della veste inconsutile di Cristo. Dice egli, che essendo dall’Imperator Tiberio chiamato a Roma Pilato Presidente della Giudea, per fargli rendere conto dell’iniqua sentenza data a compiacenza degli Ebrei contro di Cristo, e temendo egli il giusto sdegno dell’Imperatore, confidato ne’ miracoli che delle vesti dello stesso Cristo riferiva la fama, procurò d’aver la tonaca inconsutile. Ottenutala, e vestitosene sotto gli altri abiti, si presentò all’udienza di Tiberio, il quale, benché fieramente adirato, lo riceve nondimeno con segni di benevolenza. Meravigliatosi poi di sé Tiberio, e pentito della prima indulgenza, lo fece di nuovo chiamare per castigarlo. Ma comparendovi pure vestito con la stessa tonaca, fu come prima graziosamente accolto e licenziato senza castigo. Tanto gli accade finché comparve con quella veste; ma in fine, affidato soverchiamente nell’acquistata grazia, comparve avanti all’Imperatore senza quella sagrata veste, ed allora fu ricevuto con quello sdegno che meritava la di lui perfidia, ed era proprio della fierezza di Tiberio; e così fu condannato a ben mille volte meritata morte. Tanto riferisce l’Incognito, concludendo: Tertio revocatus Pilatus, cum dicta tunica esset exutus; sic præsentatus accepit sententiam capitalem, quam nec recepisset, si Christi tunica fuisset indutus. Ecco ciò che vuol dire l’Apostolo: induimini Dominum Jesum Christum, e San Bernardo, si Christum induisti, Christum ne exuas. Avete mutato vita: vi siete vestiti di Cristo: già si sono detestate quelle bestemmie, quelle mormorazioni; già si è cambiata in candore quella impurità, in amore quell’odio così invecchiato? Si perseveri dunque nello stesso tenor di vita; perché quando non si perseveri, vi potrete aspettare, come Pilato, la giusta sentenza di morte, che col privarvi di vita vi butti l’anima ad ardere tra dannati. Dio non lo voglia, e respiro.


LIMOSINA.
Sta nelle vostre mani R. A. la perseveranza nel bene de’ poverelli; non mancano tentazioni di peccare a chi manca il pane da sfamarsi. Atalarico presso Cassiodoro chiamò la povertà: madre de’ vizi mater criminum necessitas; perché  non vi è quasi scelleraggine, per enorme che sia, che non derivi dalla povertà. Figli della povertà sono i tradimenti, i furti, gl’inganni, le disonestà: mater criminum necessitas. Quelle fanciulle, che generose parevano a tollerare mille morti per la fede, le vedrete vender l’onore per pochi denari, quelle matrone, che sembravano specchio d’onestà, per un piccolo aiuto interessato, eccole svergognate; vedonsi insomma sotto pretesto di necessità le più nefande abominazioni. Slargate dunque la mano alla limosina, perché la povertà non torni a peccare, ma perseveri nel bene. Poco sarebbe però se la limosina fosse causa della perseveranza nel bene solo a’ poverelli; quello che più importa è, che darà anche a voi la perseveranza del bene. Osiscires donum Dei! – dice il Boccadoro – Petit Deus humanam misericordiam, ut largiatur divinam. Vuole Iddio, che noi siamo misericordiosi in questo mondo verso i poveri, per esser’Egli con noi misericordioso e in questo, e nell’altro; volete da Dio questa gran misericordia della perseveranza finale? Fate limosina!


SECONDA PARTE.

Eccoci giunti, miei R. A., al termine: voi della pazienza in udirmi, io delle mie povere fatiche. Confesso il vero che le mie povere fatiche di queste prediche sono state fredde, infeconde, difettose. Ma sappiate che non per questo perdo la speranza d’aver raccolto qualche poco di frutto, giacché la divina parola, quanto più nuda, tanto è più possente ad abbattere i vizi ne’ peccatori, ad avvalorare la divozione ne’ giusti. Spero dunque d’aver fatto qualche frutto, e perché lo conserviate nelle anime vostre, altro ricordo non vi lascio, se non che sempre più prendiate orrore al peccato, questo abominiate, questo detestiate, come quello che vi chiude il Paradiso, v’apre l’inferno; vi porta la rovina del corpo, la dannazione dell’anima. Per ottener quest’odio sì necessario, ricorrete ogni giorno a Maria Vergine con tre Pater, ed Ave, e tre Gloria Patri. Questo sia il mio ricordo, e ben s’imprima ne’ vostri cuori. Da qui avanti: peccato mortale, offesa di Dio, disprezzo della Divina legge? O questo no, prima mille volte morire! Così dice questo popolo, o mio Gesù, così stabilisce, così vuole. Or tocca a Voi, mio Redentore, di riceverlo e stringervelo al petto come amorosissimo Padre, e quando ciò sia troppo, perché furono peccatori, e perché molto tempo ostinati: vogliate almeno contentarvi di conservarli sotto la vostra divina protezione. Costantino quel grande, quel religiosissimo imperatore, dopo aver fabbricato Costantinopoli, ordinò che si formasse una statua di Cristo, e che terminata si collocasse nel mezzo della piazza; a faccia di quella volle anche si alzasse la sua propria statua, dalla cui bocca uscisse una fascia, la quale a’ pié di Cristo terminasse, e v’era scritto: Tibi, Christe Deus, Urbem hanc commendo, a voi mio Cristo, raccomando questa mia Città. Altrettanto ardirò io di dire questa mattina a voi: mio Redentore, raccomando questa Città. Prosperate quel Sacro Pastore che con apostolico zelo muove tanto la pietà nel suo gregge. Prosperate il sagro clero. Prosperate le sacre Religioni, che con fanti esempi accrescono il vostro divino culto, prosperate quella nobiltà, a che avvalorata dal vostro braccio con generoso cuore, è risoluta dar sconfitta al demonio, vincer l’inferno. Prosperate insomma tutto questo popolo a voi fedele, che col vostro aiuto vuol rintuzzare l’orgoglio dell’inimico infernale, e fare acquisto del Cielo. Orsù, miei amantissimi uditori, mi licenzio da voi per non rivedervi mai più probabilmente in questa vita; però, quando vi giunga la nuova della mia morte, pregate per l’anima mia. Prima però di partirmi da questo pulpito convien che io, alla vostra presenza, ed a’ piedi di questo Cristo mi protesti, non aver io avuto altra mira nel predicare, che di salvar l’anime; e perciò se niuno perirà, io mi dichiaro che: mundus sum a sanguine omnium; protesto, che non ho parte ne’ peccati d’alcuno. Ho preteso di santificar ognuno, correggendo con santa libertà i costumi, riprendendo i vizi; detestando le iniquità; e di ciò vi chiamo come testimoni d’udito, contestor vos hodierna die, che per quaranta giorni non cessavi monere unumquemque vestrum. Quanto disse Cristina martirizzata dal tiranno, altrettanto io dico a voi. Mirami, disse ella al barbaro, mirami bene in faccia: improntati nella memoria questo mio volto; perché io stessa avrò da rinfacciarti innanzi a Dio quella fede che ho predicata alla tua pertinace infedeltà. Peccatori miei amatissimi, che in questa serie di giorni m’avete udito , e pur ora mi ascoltate, miratemi bene in viso; fissate in me lo sguardo, per ben comprenderne il sembiante; perché se non vi sarete emendati de’ vostri peccati, approfittandovi di quel che da me avete udito: io stesso nel dì del Giudizio avanti il Tribunale di Cristo, in faccia del mondo tutto, vi rinfaccerò quanto v’ho predicato; chiamerò contro di voi stessi questo pulpito bagnato da’ miei sudori, queste mura battute dalle mie voci, quest’aria flagellata dalle mie invettive, e con tali testimoni accuserò i vostri delitti, perché  ne ricevano da Dio i meritati castighi. Ma che, mio Dio! La bontà di questo popolo non merita tanti rigori; giacché a caratteri di pietà vedo stampata ne’ loro volti l’emendazione. Deh, dunque, mio Dio, dirò: Visita quæsumus Domine civitatem istam. Vi supplico con quanto spirito racchiudo in cuore, perché con l’abbondanza delle vostre grazie, visitiate questa città, omnes insidias inimici ab ea longe repelle; togliete vi prego l’insidie, gl’inganni, i tradimenti, che possono turbarla. Tenete lontano da essa tutti gli inimici d’inferno, tutte le tentazioni, le passioni ribelli. Tenete lontano da essa le dissensioni, l’inimicizie, le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Angeli Sancti habitent in ea, e fate che gli Angeli vostri a numerose squadre l’abitino: qui illam in pace custodiant, i quali la mantengano in una pace di Paradiso. Et benedictio tua sit super nos semper, e la vostra benedizione sia sempre sopra di loro. Benedite dunque, o mio Dio, questo sacro Clero, queste sacre Religioni, questa nobiltà. Benedite, o mio Gesù, quanti m’ascoltano, giacché con vero dolore e pentimento de’ loro peccati, si sono resi degni della vostra benedizione. Benediteli su, mio Signore: ma con le loro persone, contentatevi di benedire i loro figli, le loro consorti, i loro congiunti, le case, le famiglie: secondate i loro armenti, diluviate benedizioni sopra de’ loro campi, e benedite ciò che di buono hanno nel mondo: Benedictio Dei omnipotentis.

FINE.

QUARESIMALE (I)

QUARESIMALE (XXXVII)

QUARESIMALE (XXXVII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).


PREDICA TRENTESIMASETTIMA
Nella Feria seconda dopo Pasqua
.

Della Divina Beneficenza. S’ammirano le Divine Beneficenze e si
rimprovera l’ingratitudine di chi non corrisponde

Et aperti sunt oculi eorum et cognoverunt eum. San Luca Cap. XXIV, 31

.Se mai meritaste il titolo di fortunata, o Roma, certo allora fu, quando assunto al suo impero, Adriano, solo a caratteri di beneficenza ti si mostrò monarca. Questi appena stretto lo scettro, bramò subitamente più d’ogn’altra cosa, l’amore de’ cittadini, come gemma la più preziosa de’ diademi, e cercò d’obbligarsi il popolo, liberandolo dalle obbligazioni, e di renderselo debitore con l’esenzione de’ debiti. Gran somma gli doveva il pubblico, grande il privato, e tutto il valore ascendeva a sette milioni d’oro. Liquido appariva il debito, facile a convincersi dalle carte da’ chirografi, dalle autentiche scritture che si trovavano presso la camera cesarea. Adriano, dunque, per guadagnare l’amore de’ cittadini, e l’amor dell’Imperio, fece adunare nel Foro Trajano a gran fasci, quelle tante carte, e d’esse alzarsi in più mucchi un monte, indi a vista del popolo, con una torcia accesa di sua mano gli dié fuoco. Fortunata, replico, o Roma mentre sortiste un imperatore che sol bramava mostrarsi Signore col beneficare. Molto più però fortunato ognun di noi, mentre siamo creature d’un Dio che solo cerca mostrarsi assoluto Padrone col beneficare; ma noi a guisa di misere talpe non abbiamo occhi bastanti per riconoscere i diluvi delle benedizioni che di continuo ci dispensa a pro del corpo, a salute dell’anima. – Deh amabilissimo Redentore, rinnovate il miracolo, ed anche a noi, come a’ discepoli d’Emaus, aprite gl’occhi, acciocché vediamo le vostre beneficenze, e deploriamo le nostre ingratitudini. Se si nega a Dio il beneficare, gli si toglie l’esser di Dio, tanto asserì Clemente Alessandrino, allor che disse Deus esse cessaret, si unquam benefacere cessaret. Chi vuol conoscere, se veramente è proprio di Dio il beneficiare, basta che rifletta che anche prima di crearci pensò a beneficarci. Quando Iddio sul bel principio, creò il cielo e la terra, veduto che per mancamento di splendori rimaneva acciecato il mondo, perché tenebræ erant super faciem terræ, si risolse di produrre la luce, fiat lux, e dubitando che non fosse riuscita di tutta perfezione, esaminolla. O Dio, esaminar la luce, e non è ella al parer d’Agostino, il corpo più perfetto, più nobile e più bello che possa darsi, benché da altri puro accidente si stimi; non è ella chiamata da Ambrogio, Creaturarum omnium pulchritudo? Perché dunque esaminarla, interroga qui Oleastro, ed a sé stesso, rispondendo asserisce che solo l’esaminò, quia nobis eam erat traditurus. Sapeva che doveva servire all’uomo, e perciò vuole esaminarla per provvedere a’ nostri bisogni e perfettamente beneficarci, prima ancora che noi venissimo alla luce del mondo. Ah, che la Beneficenza Divina ha operato con noi a guisa della natura ne’ fonti: queste non nascono dove sgorgano, ma l’origine loro l’hanno sulla cima de’ monti. Così appunto il beneficio di Dio nella Creazione, non cominciò dal tempo in cui fummo creati, ma ebbe il suo principio fin dall’eternità. Opus novum, dice Agostino, sed consilium antiquum, l’opera è nuova, ma il disegno è sempiterno. – Prima dunque di crearci, cercò Iddio di beneficarci; e se ci creò, ci creò per motivo di beneficenza. E che ciò sia il vero, portatevi meco col pensiero fin all’Empireo, ove vedrete che quelle tre Persone Divine quasi non sapessero contenere dentro i confini dell’esser loro infinito, l’infinita abbondanza della loro gloria; determinarono fino ab æterno, come parlano le scuole, di comunicarla e di diffonderla. Ond’è che a tale effetto die’ l’essere a milioni d’Angeli, e si formò Adamo capo d’uomini innumerabili, affinché nello spirito di questi, quasi in urne d’oro si trasfondessero le divine beneficenze, tanto ci lasciò scritto San Gregorio Nazianzeno nella Orat. 42. Bonitati minima satis erat sua ipsius solum contemplatione moveri, sed bonum diffundi, ac propagari oportebat, ut plura essent que beneficio assicerentur. Non creò Iddio i nove cori degl’Angeli, perché solamente il lodassero colassù ne cieli, né formò gl’uomini perché solamente l’adorassero, e l’incensassero in terra; no! Ma diede l’essere, sì agl’uni, come agl’altri, per avere ove trasmettere i tesori delle sue grandezze, per aver a chi conferire le perfezioni del suo Essere; la santità della sua Grazia, per avere in somma con chi mostrarsi, che era tutto beneficenza. Ut plura essent, quæ beneficio afficerentur. Eccovi dunque creati, per mera beneficenza divina. V’ha dato l’essere, ma qual essere mai v’ha comunicato, miei uditori? Ah, che v’ha provveduti d’un corpo fabbricato con tant’arte con tanta sapienza, che Galeno poté sfidare tutti gl’uomini, e poteva egualmente sfidare anche gl’Angeli a mirar se in cento anni riuscisse loro di cambiare solamente il sito, o la forma d’una sola parte di questa grand’opera; senza stroppiarla, e toglierle qualche cosa del bello, e del nobile, che ella contiene. Omnia in sapientia fecisti, e questo è il meno, poiché al corpo mortale ha unito uno spirito immortale, formato ad immagine del suo Fattore, padrone delle sue azioni, fornito del libero arbitrio, con un intendimento capace di conoscere il suo Autore, d’ammirar le sue opere, di contemplare le sue divine perfezioni, con una volontà capace d’amarlo di possederlo, di goderlo per sempre. O bontà infinita quanto mai ti dobbiamo, per averci sì altamente beneficato, organizzandoci d’attorno questo corpo, ed infondendoci quell’anima immortale. E quanto più poi ti siamo obbligati, mentre non solo hai donato noi a noi stessi ma hai donato a noi tutto il creato. Una madre che abbia in seno il suo portato, certo è, che prima che venga il tempo di darlo in luce, apparecchia la culla, le fasce, e quanto fa di mestiere per allevar la creatura. Così appunto ha fatto Iddio verso di noi, ci ha provveduti d’un numero senza numero di creature destinate fin dal principio a sollevar la nostra indigenza, ad impiegarsi tutte a nostro pro. Quante fiere vivono ne’ boschi tutte per noi; quanti animali abitano la terra tutti per noi; quanti pesci guizzano nelle acque tutti per noi; quanti augelli volan per l’aria tutti per noi; per noi crescono le selve; per noi fioriscono i prati; per noi pendono frutti dagl’alberi; per noi la terra tutto produce; l’aria ci nutre; il cielo ci influisce. Non vi crediate però miei UU. che qui finiscano le Divine Beneficenze ne’ benefici fattici finora; ha impiegato, è vero, una infinita potenza, ma questa si è solo applicata sopra del nulla. Adesso vi paleserò un benefizio, che per farcelo impiega la sua potenza sopra di sé medesimo con quello sforzo che si richiede per esinanisti, il Dio della Maestà, fecit potentiam in brachio suo. Voi ben sapete, che per il peccato del nostro primo Padre Adamo, eravamo tutti condannati alle fiamme eterne: cosa ha fatto il nostro Iddio, è arrivato tant’oltre che per liberarci dall’infermo, ha spiccato dal suo seno Divino l’Unigenito suo Figliuolo, mandandolo in terra, cinto di questa nostra carne passibile e mortale. Fatto di Creatore, creatura; di Signore, servo; di Dio Onnipotente, uomo poverissimo, e dopo aver patito per trentatré anni continui disagi, s’è contentato che per nostra salute di dare il suo Santissimo Corpo ai flagelli, alle spine, ai chiodi, alla lancia, alla croce, morendo di morte sì penosa e disonorata, come un’infame ladro ed assassino di strada … Ut servum redimeres proprio Filio non pepercisti. Intendetela o Cristiani. Noi eravamo schiavi del demonio, e Iddio c’ha ricomprati con la sua morte. Deh, Serafini del Cielo, voi che come più vicini al trono di Dio, siete più disposti a saperne gl’altissimi segreti, diteci se mai potevate immaginarvi un eccesso di tanta beneficenza, che un Dio eterno dovesse prender carne, patire e morire, per riscattar dal fuoco eterno noi miseri vermiccioli della terra. Io non so capire che chi considera un sì gran benefizio, possa continuare a vivere tra peccati. Allorché Alberto (attenti) re d’Inghilterra guerreggiava nella Soria restò disgraziatamente offeso in un braccio, di ferita che poteva dirsi leggiera, se non glie l’avesse convertita in gravissima l’iniquo costume che regnava in quei barbari d’avvelenar le saette, e già si disperava la vita d’un sì gran buon re; attesocché l’unico rimedio che rinvenissero i medici a quella piaga, sarebbe stato trovar chi ne volesse succhiare con le labbra l’umore infetto; ma Alberto con moderazione ammirabile in un suo pari, ripugnava a tal cura come crudele, negando costantemente di non voler tramandare in alcuno, benché privato, il rischio della sua vita, reale sì, ma pur anche essa mortale. Non poté però con tutto questo difendersi dalle amorevoli insidie della regina consorte. Questa, mentre Alberto più profondamente dormiva, gli entrò cheta cheta di notte in camera, e, scopertogli il braccio, levò gentilmente la fascia dalla ferita, indi accostatavi più volte la bocca, ne succhiò ben bene il veleno, con quel cuore, che se era di donna, era però reale e così bevendosi la morte, dovuta al re per la ferita, a lei, per amore. Restarono sopraffatte le storie d’affetto sì generoso. Fu grande il benefizio di questa Regina in prender la morte per sé, per dar la vita al marito. Ma o quanto è maggiore quello di Dio, salito in Croce a morir per uno schiavo, ed uno schiavo che tante volte con tanti peccati l’avrebbe offeso. O Divina beneficenza, e chi mai abbastanza può comprendervi questo benefizio della Redenzione, miei Uditori, sì grande, che la medesima parola del Padre non può ridirlo adeguatamente agli uomini; onde ragionandone ne parlò come in cifra e disse: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum Unigenitum daret. E a questo benefizio universale, ne ha pure aggiunto uno a voi specialissimo, ed è stato il farvi nascere nel grembo della Santa Chiesa Romana: se v’avesse fatto nascere tra’ Turchi, vivreste tra le sozzure di Maometto. Se foste nati eretici, vivreste tra le laidezze di Calvino o di Lutero. Se tra’ gentili adorereste le statue, i marmi, le cipolle, i serpi, e queste sarebbero le vostre deità; e Iddio benefico verso di voi, v’ha fatto nascere tra’ Cattolici, ove siete avvivato da tanti esempi, istruito dalla divina parola, vivificato con tanti Sacramenti, tra’ quali, contentatevi che io vi ponga sotto degli occhi quello della Penitenza, della Confessione, per cui vi giustificate, e da rei, divenite figli. Figuratevi che, navigando voi sopra d’un piccolo legno, foste venuto in poter de corsari, e che un pietoso benefattore senza conoscervi, senza sperar nulla da voi v’avesse con molto danaro ricomprato e ricondotto nella vostra patria; non credo già, che lascereste alcun termine di gratitudine verso d’un tal benefattore. Ma figuratevi di più, che la seconda e la terza volta voi foste ritornato nelle barbare mani, e che la seconda e la terza volta, dal medesimo benefattore amorevolmente foste stato riscattato: certamente le catene della vostra schiavitù non sarebbero state sì forti, quanto sarebbero forti le catene d’amore, con cui vi stringerebbe la gratitudine al vostro liberatore. Confesso il vero: mi vergogno d’applicare il paragone. Voi, con quel primo peccato mortale cadeste, non in mano dei corsari, ma de’ diavoli, le di cui catene non vi legavano il piè, ma l’anima, eravate destinati non alla fatica del remo per qualche tempo, ma ad un carcere eterno in mezzo al fuoco e ciò seguì, non per accidente, ma per vostra perversa volontà, che volle anteporre alla servitù di Dio, quella del demonio. E pure Iddio di propria mano ha rotte le catene e col prezzo d’un immenso tesoro v’ha riscattato, restituendovi la grazia perduta, per mezzo della santa Confessione. Una volta sola che Dio v’avesse fatto sì gran dono non sarebbe bastevole, né tanto lunga l’eternità per ringraziarlo; e pure Egli ha raddoppiato il benefizio, non una, ma due, ma tre, ma cento… o Dio, e più volte, cioè in ogni Confessione, e pure voi ve ne restate ingrati, ed il vostro cuore non sa dare una scintilla di corrispondenza. – Sebbene che meraviglia di ciò; i peccatori son materiali e grossolani, né si muovono, salvo da quel che veggono con gli occhi corporali e da quel che ricevono a benefizio del corpo. Se così è, dunque così io vi dico. Ah, che se io potessi battere ad ogni casa sarei sicuro di fare arrossire e confondere più d’un ingrato; poiché loro direi: Ditemi, di quanti benefizi ha Iddio cumulata la vostra famiglia, certo, che ciascheduno ne numererebbe infiniti. Chi liberò quel figlio dalla morte, chi rese la sanità a quel capo di casa, che se moriva precipitavano gl’interessi, chi benedisse quei campi, acciò rendessero ottimo il frutto; chi ridusse quelle mercanzie in porto, in cammino con felicità quei negozi, vi concesse quel figlio tanto bramato, chi…, chi? Se non il vostro Dio. Quante grazie vi son piovute dal Cielo: Quanti tesori ha sparso sopra di voi la benefica mano di Dio. Quante benedizioni sono diluviate sopra la vostra casa, la vostra famiglia, la vostra persona: sanità, bellezza, nascita, comodi, ingegno, talenti, non formano il mare di quelle Divine Beneficenze, nelle quali dal nascere fino al tramontar di vostra vita nuotate? Sì, dove è dunque la gratitudine, come fruttate a queste piogge, come baciate quella mano che vi benefica, come corrispondete a tante grazie? O Dio, o Dio, m’arrossisco a pensarvi, non che a ridirlo. Se si tratta di mondo e de’ nostri capricci, siamo tutti Argo, siamo tanti Briarei. Se si tratta di Dio, siamo tante statue; tant’ore del giorno, fra le quali non ne trovate neppure una mezza per darla a Dio, come liberamente le spendete, come volentieri l’impiegate ne’ giuochi, nelle conversazioni, sulla finestra, allo specchio. Quel danaro di cui siete sì poveri per pagar quei legati, per far dir quelle Messe, per ajutar quel mendico; come e come ne siete abbondanti per spendere nella gola, per comprare una vanità, per donare ad un saltimbanco, ad un commediante, ad una impudica. Quel figlio, quella figlia richieste da un principe della terra, si donano con allegrezza e ve ne stimate onorati. Se li chiede Iddio vi storcete, si addolora la casa e si riempie tutta di lacrime. Quella persona, che per formar serenate veglia le notti intiere; per correre dietro ad una fiera si strugge in sudori; per soddisfare ad una curiosità è tutta viaggi; se si tratta di Dio, non ha passo da muovere; non ha testa che regga; non ha braccia che possano, tutta è podagra, tutta è catarri, tutta dolori. O Dio, o Dio, tutto si dà al mondo, che è traditore, al senso, che è nemico, a’ demoni, che sono assassini; a Voi nulla, mio Signore; a Voi, che siete Padre, tutt’occhio per custodirci, tutto cuore per consolarci. Che stravaganze, che ingratitudini sono queste, miei uditori, chi non conosce i benefici divini è cieco; ma chi li conosce ed è ingrato, è un tronco, è una rupe, è più disamorato d’una tigre d’Ircania, più stolido d’un giumento d’Arcadia. Sì, si, le fiere stesse son pur grate a chi le beneficò; Officia, ci lasciò scritto Seneca, etiam feræ sentiunt. Se leggerete le storie, troverete, come un leone nella Soria non si saziava d’accarezzare un tal Mentor Siracusano, perché trassegli da un pié un pruno pungente; troverete, che un altro leone nell’Africa prestò servitù non ordinaria ad un tal Sammio, perché lo liberò dal travaglio, che gli causava un osso traversatogli in una mascella. Troverete, che una pantera tra’ boschi divenne non solo amica, ma custode fedele d’un uomo, che gli cavò pietosamente da un fosso i suoi teneri figlioletti. Deh lasciate ora che io esclami: Cristiani miei, peccatori seguitatemi, venite me che io vo’ condurvi là tra’ deserti , tra le rupi, tra le caverne, perché apprendiate dalle fiere la gratitudine che dovete usare con Dio. Queste beneficate da voi, si rendono se non altro più mansuete, odono le vostre voci, obbediscono a vostri cenni, seguono le vostre pedate, e non arrotano i denti per lacerarvi, se siete stati loro benefattori … Beneficia etiam feræ sentiunt . E voi verso Dio, tanto vostro benefattore, costumate affatto il contrario; anzi i più beneficati son quelli che più strapazzano Dio. Sentite a questo proposito ciò che racconta Erodoto: dice trovarsi al mondo alcuni popoli sì nemici del sole, che quando spunta gli vanno rabbiosi incontro, gli dicono degli improperi, gli scaglion pietre e saette: Non vi credeste già miei uditori, che questi fossero i popoli settentrionali, che quasi del tutto abbandonati dal sole, rare volte lo vedono, e perciò meno partecipano de’ suoi splendori, della sua bellezza, de’ suoi influssi; appunto, anzi questi subito che lo vedono, si portano a salutarlo, e lo ricevono con danze di cetre, e suoni. Inorridite, sapete quali sono i popoli che lo strapazzano? Quelli, verso de quali il sole è più benefico, secondando le loro miniere, e d’oro, e d’argento, quelli, a cui colma più i loro mari, e di coralli e di perle. Questi sono i popoli Atlantici. E non è vero, che tali siamo ancor noi di quelli appunto, de’ quali, dice San Gregorio, che, magis contra Deum elevantur, qui magis ditantur. Chi è più ricco, chi è più nobile, chi è più potente, questi più strapazzano Dio, quei che sono più beneficati. Vediamo questa verità in Jeroboamo nel terzo de’ Regi ed io v’assicuro che, se non fosse di fede, non mi indurrei a crederlo. Jeroboamo di servitore di Salamone, passò ad essere successore al padrone nella maggior parte del principato. Iddio gli spedì il Profeta acciocché gli desse l’investitura reale anche vivente Salamone. Or chi non avrebbe creduto, che il nuovo principe non dovesse esser gratissimo a Dio che tanto l’aveva beneficato, portandolo dalla servitù al regno, e l’aveva assicurato, che essendogli lui fedele, l’avrebbe sempre protetto, assistito e mantenuto nel Soglio. Ognuno avrebbe detto, che Iddio non era per aver principe più obbediente, e pure non passò molto, che l’empio Jeroboamo voltate le spalle a Dio, a dispetto di Dio, con pubblico editto proibì ogni pellegrinaggio in Gerusalemme, ogni gita al tempio. Né qui si ferma, fabbrica due vitelli d’oro, e chiama tutti i popoli ad un solenne sacrificio, e tanto fece, che deviò dal culto del vero Dio quei Popoli, Ecce Dii tui Israel. Questo è l’operare di tanti che, quanto più beneficati, tanto più voltano le spalle a Dio. Anzi nel tempo medesimo nel quale Egli con tanta liberalità vi benefica, l’oltraggiate. Ditemi uditori, che aborrimento non concepireste voi verso di uno il quale, allorché voi gli porgeste un regalo, egli vi desse uno schiaffo; oppure
quando voi lo liberaste da morte, egli vi girasse una stilettata, certo che scongiurereste il Cielo, perché piovesse saette sopra di quell’empio, o chiamereste a suoi danni le furie dell’inferno; e pure voi fate peggio contro di Dio, quando peccate; né solo voi l’offendete nel tempo stesso che vi benefica, ma vi servite degli stessi benefizi per oltraggiarlo. Peggio, chiedete grazie e benefizi di sanità, ricchezze ed ogn’altro bene temporale per esser superiore agl’altri, per sfogare i vostri appetiti, e così offenderlo con tanta maggior libertà, con quanta maggior liberalità vi benefica. O che ingratitudine! Sono arrivati gli uomini ad esser grati al diavolo, e non lo vogliono esser a Dio. Esortato un certo uomo a ritrattar la parola data al diavolo, e confermata la polizza scritta col proprio sangue di donargli l’anima… no! Rispose, no, gli sono troppo obbligato, perché m’ha fatto avere quanto ho bramato. Oh Dio, oh Dio! Ed a Dio? nulla. Specchiatevi nel seguente caso, ed in esso riconoscete la vostra ingratitudine. Io vi narro il successo, e voi in tanto siate giudici d’un imperatore, che vi conduco per reo. Basilio assai famoso tra’ monarchi d’Oriente, portossi un giorno per spasso a caccia dentro folti boschi, quando incontratosi in un cervo di smisurata grandezza, l’assaltò, l’arrestò, e già con l’asta stava per ucciderlo; il cervo bravamente schermandosi, tanto s’avanzò, che fittogli un ramo delle corna nel cingolo delle reni, già stava per togliergli la vita; accorse a caso sì funesto con la spada un gentiluomo, e tagliato con somma celerità il cingolo, salvò l’imperatore dalla morte. Divulgatosi la sera per corte la fama del caso, non vi fu neppur uno, che non si congratulasse col cortigiano a cui toccò in sorte di salvar la vita al suo principe. Ognuno si credeva che egli dovesse avere il primo luogo tra’ favoriti, ognuno gli augurava superbi donativi, splendide parentele, titoli speciosi. Quando l’ingratissimo imperatore, intollerante di vedersi debitore d’un inferiore, chiamato a sé il capitano della giustizia, sotto pretesto che il cortigiano avesse ardito di sfoderar ferro alla imperial presenza, ordina che pubblicamente gli sia tagliata la testa. S’eseguì l’empio comando con universale stordimento di quelli che videro palpitante sopra d’un palco colui che si credevano dover esser ammesso a parte del trono. Ecco il fatto esecrando. Ditemi, qual è il vostro sentimento verso del re? Io per me credo che, assieme con me, se voi l’aveste tra le mani, lo lacerereste con le unghie e lo sbranereste con i morsi. Ma piano, piano, perché un simil parlare è un sentenziar contro di voi. Certo è, che Dio ha fatto a voi maggiori benefici di quelli che Basilio ricevette dal cortigiano; finalmente il beneficio ricevuto da Basilio non fu altro che esser liberato dal pericolo della morte. Ma Dio immortale, da quanti mai di questi pericoli v’ha liberato Iddio nel corso de’ vostri anni, sì in terra, come in acqua, sì dal fuoco, come da aria; da uomini, da demoni. Ditemi, non sareste voi già ad abbruciar nell’inferno se Dio avesse dato licenza a quella febbretta che vi succhiasse le vene, a quel catarro che vi chiudesse le fauci, ad una cancrena che vi rodesse le viscere; a quella goccia che vi colpisse il cuore; ma no, Iddio vostro benevolo ha sfoderata la spada, v’ha liberato da tanti mali, e voi qual pariglia, qual guiderdone gl’avete reso? Udite, avete pigliato in mano martelli e chiodi, e di nuovo siete tornati a crocifiggerlo, iterum crucifigentes Filium Dei; e perché dunque sdegnarvi contro Basilio, mentre più ingrati e traditori siete voi verso di Dio? Arrossitevi della vostra ingratitudine, pensate alla corrispondenza dovuta, se non volete che quanto prima, diluvino sopra della vostra casa severissimi castighi.

LIMOSINA

Dio è verso di voi tutto benefico; e voi come fate benefizio ai poveri? Chiedete un poco a quel mendico a quanti ha egli oggi domandata la limosina: a venticinque persone, quanti l’hanno fatta? Dio sa, se neppur uno. Sono i poveri ridotti a tal segno, che possono dire col paralitico, Hominem non habeo. Perché infracidiscano nelle carceri i poveri prigioni, Hominem non babeo, non hanno chi stenda la mano a beneficarli. Perché stentano negli ospedali gl’infermi? Hominem non babeo, non hanno chi li soccorra; perché si muoiono di fame, quelle povere verginelle, chiuse ne’ sacri chiostri? Perché non son sovvenute da mano misericordiosa; perché vi sono di quegli uomini, i quali vogliono più tosto satollar le lupe d’un postribolo, che le Spose di Cristo.

SECONDA PARTE.

Navigava Alessandro il Grande per suo diporto, sopra d’un legno nel fiume Eufrate, a vista di quella sì felice e sì bella parte dell’Asia, compiacendosi col guardare, col godere, che l’occhio ancora si stendesse al possesso delle sue vittoriose conquiste. Sorgevano a tre ordini i remi, co’ quali volava sull’acque; quando non so se fosse o rabbia di vento, o insidia di fiume, cadde al monarca di capo il diadema in mezzo alla corrente; ma un nocchiero prestamente gettatosi a nuoto, tosto il ritolse all’acque, e per esser più libero con le braccia al nuotare, si pose il diadema in capo, e coronato si presentò al re. Mirollo Alessandro e tutto insieme premiò il valor delle braccia con isborsargli un talento, e punì la temerità del capo con fargli troncar la testa. Ecco le parole di Plutarco, Homini pro eo recuperato talentum donavit, sed quod illud capiti suo indigne posuerat, caput abstulit. Volle Alessandro esser riconosciuto per Signore non solo con la beneficenza, ma anche col castigo. Così appunto farà Dio, si farà conoscere per Dio con severi castighi a chi non l’ha voluto conoscere a caratteri di beneficenza. – Tanto appunto intervenne ad Eva prima fra le donne e madre di tutti i viventi. Sposa d’Adamo, compendio delle maraviglie Divine. Fu Eva sì ricca, che ebbe la monarchia dell’universo in dote; per sua stanza le fu assegnato un Paradiso di delizie. E che più poteva bramare, e pur fra tanti e segnalati favori non si lasciò mai cader dalla bocca una parola di gratitudine verso del suo Benefattore, anzi trasgredì i suoi comandi. Bene, eccola dunque, incorsa nelle mortali miserie, eccola diseredata di quel gran bene che godeva; bandita dal Paradiso, e sottoposta a’ dolori del parto esclama: possedi hominem per Deum. O Dio, eccola grata, eccola riconoscente de’ benefici divini. Non vi meravigliate, dice qui il Seleuciense, se Eva non volle riconoscere Dio a caratteri di beneficenza quando gli diede l’essere, quando la concede in moglie a marito sì qualificato, Lo riconosce ora, come punitore del suo fallo, docta cognoscere punitorem. O quanti sono i figli, quante sono le figlie d’Eva oggidì, i quali, allorché sono felicitati da Dio e favoriti con continue grazie, chiudono gl’occhi e vivono alla cieca, senza dare un minimo tributo al Benefattore Divino. So ben io perché così operano, mio Dio, la cagione è: perché troppo li beneficate. Deh, da’ benefici passate a’ castighi; fate che quel padre di famiglia perda l’annata, infirmategli la sanità, mandategli i travagli, e vedrete che apriranno gli occhi, e diranno come Eva: Ah, che non avendo voluto riconoscere Iddio a caratteri di beneficenza, adesso lo riconosco a’ castighi, doctus sum cognoscere punitorem. Che s’ha dunque da fare, mi dirà taluno, per corrispondere a’ Divini benefici? De’ quali tutti, ancorché miserabilissimi, o per nascita o per roba, siete circondati. – Che si ha da fare? Vivere secondo i suoi Comandamenti. Attenti, v’ha beneficato Iddio concedendovi la prole che bramavate; allevatela col suo santo timore. V’ha fatto nobile e ricco, sovvenite i poveri, e non v’insuperbite: ha posta la vostra bottega in credito, avvertite di non abusarvene con usure o con traffici illeciti. V’ha concesso sposa di vostro genio, vivasi dunque con fedeltà e pace; Vi perdonò i vostri peccati, perdonate voi le ingiurie al vostro nemico. La lingua detesti gli errori che commise ne’ giuramenti, nelle bestemmie, nelle mormorazioni! Gli occhi paghino con lagrime quei tanti sguardi che macchiarono e la propria e l’altrui coscienza; e finalmente corrispondete a quel gran benefizio de’ sacrosanti Sacramenti. Non ve ne abusate, e frequentateli almeno ogni mese, per estirpare i vizi, o per accrescimento di virtù. Sento voci di popolo obbligato, che mi risuonano alle orecchie. Padre … siamo
dolenti d’aver offeso un Dio che tanto c’ha beneficato, e per assicurarsi quanto
è possibile di non volerlo più offendere, vi preghiamo, che supplichiate l’Eterno Padre, che ci dia grazia di non commettere più peccati. Sì lo voglio fare, ed acciò che la supplica sia più accetta, la voglio stendere col sangue medesimo del suo Figlio. Angeli Santi, giacché le mie mani non ardiscono tanto, prendete voi vi prego, dal Sacro Costato qualche goccia di quel Sangue Divino, perché con esso stenda il memoriale. Ecco che do principio. Noi peccatori ben conosciamo d’aver corrisposto a’ vostri benefici con offese, e però pentiti di cuore ne domandiamo il perdono, con un fermo proposito di non più peccare. Fermate… Padre, fermate! E qual voce ardita m’interrompe opera sì degna? Fermatevi dico, voi stendete il memoriale a nome di tutti, ed io non prometto, non voglio abbandonar l’amicizia, non voglio licenziar di casa, voglio passeggiar quella strada, quella Chiesa ha da essere il teatro de’ miei amori. Fermate, dico, io son madre di famiglia, non prometto, no, perché ho caro che la mia figlia segua gli amori, la voglio comportar libera nel parlare, e sfrontata nel vestire, ed io non son decrepita e perciò bramo di vedere ed esser veduta. Fermate, vi dico, io son mercadante; non prometto, perché l’usura mi porta degl’utili, e le bilance non giuste mi danno de’ guadagni, né voglio restituire la roba male acquistata. Angeli, Angeli, dove siete … avete inteso? Tornate, vi supplico a ripigliar quel Sangue adorato, riponetelo nel Divin Costato, giacché i peccatori non vogliono che io con esso stenda la supplica. Ma no, lasciatelo, che giacché non lo vogliono per la salute, l’abbiano senza rimedio per loro perdizione. Ecco, che tutto io ve lo scaglio sull’anima, o peccatori ingrati a’ divini benefici; abbiasi da voi ostinati, da questo Sangue prezioso la dannazione, questo assai più del fuoco vi bruci nell’inferno; questo sia la bevanda, che assai più vi tormenti del piombo liquefatto; prendete iniqui, che io vi affogo dentro, perché v’abbiate un naufragio eterno, ed impariate a vostro costo che, chi non vuol conoscere Dio benefico, lo provi severo punitore per tutta l’eternità…

QUARESIMALE (XXXVIII)

DOMENICA DI PASQUA (2023)

DOMENICA DI PASQUA (2023)

DOMENICA DELLA RISURREZIONE.

Solennità delle Solennità.

Stazione a Santa Maria Maggiore!

Doppio di I cl. con ottava privilegiata. – Paramenti bianchi.

Come a Natale, così a Pasqua, la più grande festa dell’anno, la Stazione si tiene a S. Maria Maggiore.

Il Cristo risuscitato rivolge anzitutto al divin Padre l’omaggio della sua riconoscenza (intr.). La Chiesa a sua volta ringrazia Iddio di averci, con la vittoria del Figlio Suo, riaperto la via del Cielo e lo prega di aiutarci a raggiungere questo bene supremo (Oraz.) Come gli Ebrei mangiavano l’Agnello pasquale con pane non lievitato, dice S. Paolo, così noi pure dobbiamo mangiare l’Agnello di Dio con gli azzimi di una vita pura e santa (Ep., Com.) cioè, esente dal fermento del peccato. Il Vangelo e l’Offertorio ci mostrano la venuta delle Marie che vogliono imbalsamare il Signore. Esse trovano una tomba vuota, ma un Angelo annunzia loro il grande Mistero della Risurrezione. Celebriamo con gioia questo giorno nel quale Cristo, risuscitando, ci ha reso la vita (Pref. di Pasqua) ed affermiamo con la Chiesa, che « il Signore è veramente risuscitato » (inv.); secondo il suo esempio, operiamo la nostra Pasqua, o passaggio, vivendo in modo da poter dimostrare che noi siamo risuscitati con Lui.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.

R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps CXXXVIII: 18; CXXXVIII: 5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuisti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. 

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII: 1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. 

[O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.]

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja.

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: mirabile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. 

[O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] 

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor V: 7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

[“Fratelli: Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una pasta nuova, voi che siete già senza lievito. Poiché Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e delle perversità, ma con gli azimi della purità e della verità”.] .

Fratelli: Togliete via il vecchio fermento. Comunque si vogliano intendere queste parole, che l’Apostolo indirizza ai Corinti, è certo che li esorta a vivere santamente, lontani da ogni peccato, tanto più che si avvicinava la solennità di Pasqua. « Non c’è uomo che non pecchi », dice Salomone (3 Re, VIII, 46). E si pecca non solo venialmente: da molti si pecca mortalmente con la più grande indifferenza. Forse cesserà il peccato di essere un gran male, perché è tanto comune? Una malattia non cessa di essere un gran male, perché molto diffusa; e il peccato non cessa di essere il gran male che è, perché commesso da molti. Dio, autorità suprema, ci dice: «Osservate la mia legge e i miei comandamenti» (Lev. XVIII, 5). E noi non ci curiamo della sua legge e dei suoi comandamenti, che mettiamo sotto i piedi. Quale guadagno abbiamo fatto col peccato, e qual vantaggio riceviamo dal non liberarcene? Se non hai badato al peccato prima di commetterlo; consideralo almeno ora che l’hai commesso. Col peccato avrai acquistato beni, ma hai perduto Dio. Avrai avuto la soddisfazione della vendetta; ma ti sei meritato un condegno castigo; perché « quello che facesti per gli altri sarà fatto per te: sulla tua testa Dio farà cadere la tua mercede » (Abdia, 15). Se non aggraverà su te la sua mano in questa vita, l’aggraverà nella futura. Avrai provato godimenti terreni, ma hai perduto il diritto ai godimenti celesti. Ti sei attaccato a ciò che è momentaneo, ma hai perduto ciò che è eterno. Ti sarai acquistata la facile estimazione degli uomini, ma hai perduto l’amicizia di Dio. Hai abusato un momento della libertà; ma sei caduto nella schiavitù del peccato. « Che cosa hai perduto, che cosa hai acquistato?… Quello che hai perduto è più di quello che hai acquistato » (S. Agostino Enarr. in Ps. CXXIII, 9). – Il peccatore, però, da questo stato di perdita può uscire, rompendo le catene del peccato. Egli lo deve fare. Dio stesso ve lo incoraggia: « Togliti dai tuoi peccati e ritorna al Signore » (Eccli. XVII, 21), dice Egli. « Io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via, e viva… E l’empietà dell’empio non nuocerà a lui, ogni qual volta egli si converta dalla sua empietà » (Ezechiele XXXIII, 11…. 12). Non si è alieni dal ritornare a Dio; ma non si vuole far subito. Si vuole aspettare in punto di morte. Ma la morte ha teso le reti a tutti i varchi, e frequenti sono le sue sorprese. Può coglierci da sani, quando nessuno ci pensa; può coglierci da ammalati; quando non si crede tanto vicina, o si crede di averla già allontanata. Non sono pochi quelli che muoiono senza Sacramenti, perché si illudono che la malattia non sia mortale, o che il pericolo sia stato superato. E poi, non è da insensati trattare gli affari della più grande importanza, quando non si possono trattare che a metà, con la mente preoccupata in altre cose? E nessuno affare può essere importante quanto la salvezza dell’anima nostra; ed è imprudenza che supera ogni altra imprudenza volerlo trattare quando il tempo ci verrà a mancare, quando non avremo più la lucidità della mente. – Nessuno che è condannato a portare un peso, aspetterebbe a levarselo di dosso domani, se potesse levarselo quest’oggi. Nessuno che ha trovato una medicina, che può guarire una malattia recente, si decide a prenderla quando la malattia sarà inveterata. Nel nostro interno c’è la malattia del peccato; non lasciamola progredire. Un medico infallibile, Gesù Cristo, ci ha dato una medicina per la nostra guarigione spirituale, la Confessione; non trascuriamola.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. 

[Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] 

V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. 

[Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 

1 Cor V:7 V. Pascha nostrum immolátus est Christus. 

[Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” 

[Alla Vittima pasquale, lodi offrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pecore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontrarono in mirabile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la gloria del Risorgente. – I testimónii angélici, il sudàrio e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum. 

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” 

[In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperarono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivarono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicevano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, videro che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giovane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordirono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avevano posto. Ma andate, e dite ai suoi discepoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA GIOIA PASQUALE

Sulle colline d’oriente aleggiava una bianca speranza. In quel lume mattutino, astratte ancora nell’angoscia dei giorni precedenti, già le pie donne ascendevano al Sepolcro divino, portando profumi. Erano quattro, perché a Maria di Magdala e a Maria di Betania s’erano accompagnate Giovanna di Cusa e Salomè. Quando furono al Sepolcro, ammutirono dallo spavento: la grossa pietra di chiusura era rovesciata indietro. Avevano dunque profanato la salma di Gesù? Timorose entrarono: un giovinetto, seduto a destra, pareva aspettarle. « Non vi spaventate! Cercate forse Gesù Nazareno? Ma è già risorto: non è più qui ». Le donne, tutte e quattro, trepidanti di spavento e d’allegrezza, si precipitarono fuor del sepolcro. Il sole, che s’era oscurato nell’ora della morte, sfolgorava, come mai, giù dai monti annunciando la resurrezione. Alleluia! Alleluia! Cristo è risorto: la morte fu vinta; fu vinto il peccato; fu vinto l’inferno. Alleluia! squillano le campane nel cielo di primavera, in ogni angolo del mondo sotto ogni latitudine. Alleluia! oggi risuona sui monti silenziosi, oggi, sulle pianure tumultuanti. Alleluia! Oggi si ripete tra gli ardori della zona equatoriale come fra le capanne incavate nel ghiaccio dagli esquimesi; accanto alla pagoda di Brahama, presso la moschea di Maometto: dovunque un missionario cattolico ha levato una croce, ha innalzato un altare. È Pasqua: è il giorno sospirato, il principio d’ogni nostra letizia, il fine d’ogni dolore. Cristo non è più lacero, non è più crocifisso, non è più morto; ma integro, glorioso, trionfante. Alleluia! Dal giorno della Resurrezione tutto è diventato gioia per i veri discepoli di Gesù Cristo: gioia è vivere; gioia è morire; gioia è risorgere nella propria carne. – 1. GIOIA È VIVERE . Vi sembrerà strano udire che gioia sia per noi la vita quando continuamente sperimentiamo d’essere in una valle di lacrime, ove non passa giorno senza una pena.  Eppure è così: noi abbiamo il mezzo per trasformare la nostra vita di sofferenza in una vita di santa letizia. Ce lo insegna S. Paolo: Ut quomodo Christus resurrexit a mortuis, ita et nos in novitate vitæ ambulemus. Come Cristo risuscitò da morti, così ancor noi dobbiamo risorgere dal peccato e camminare per una via nuova. Sopra questa strada nuova del bene, dell’onestà, della fede, noi troveremo la gioia di vivere. Guardate il popolo di Israele fuggitivo dal servaggio brutale degli Egizi: Faraone col ferro alla mano; coi carri, con un esercito d’armati li rincorre, li incalza, li raggiunge, ormai è sopra a loro; gli Israeliti ansanti sono stretti tra il mare che mugghia davanti, e le lance che trafiggono alle spalle. Terribile agonia. Alza Mosè la verga e tocca le onde: ecco, e i flutti si calmano e il mare sì divide dal mare ed una strada si apre sul fondo e tutto il popolo del Signore si precipita per quella. Il sentiero riesce così delizioso che invece d’arena e di ghiaia è lastricato di fiori. Campus — così lo descrive la Storia Sacra — germinans flores de profundis aquarum. Questa è un’immagine delle anime devote che fanno veramente Pasqua: voltano le spalle all’Egitto dei mondani piaceri e dei peccati e camminano dietro a Gesù risorto. Voltiamo anche noi le spalle alla nostra vita passata lontano dalla legge di Dio, dai santi Sacramenti, e proveremo nel nostro cuore una gioia ed una pace non gustata fin qui. Davide esclama: « Il Signore non lascia mancar nulla a quelli che camminano nell’innocenza ». Non dico che non ci saranno più dolori; ma anche i dolori toccati dalla croce di Gesù, come da una verga miracolosa, diverranno gioie essi pure. « Ogni pena mi è diletto » canta S. Francesco. E santa Teresa di Lisieux meravigliata, diceva: « Come va, Signore, che anche in mezzo ai dispiaceri non posso più patire? ».2. GIOIA È MORIRE. La cosa più paurosa che v’è sulla terra è la morte. Sentirsi male in tutto il corpo, non trovar sollievo un istante per giorni e veder il mondo sfumar in una nebbia densa, non sentir più nulla, scendere sotterra nell’oscurità, tra le zolle grevi e fredde del camposanto… Oh è terribile! Ma Gesù Cristo, risorgendo per propria virtù, ha reso lieta la morte e piena di beate speranze. Per il navigante che ha traversato gli oceani in burrasca è forse spaventoso entrare un bel mattino nelle acque placide del porto? Per il soldato che è vissuto mesi e mesi nel fango d’una trincea, tra l’ululo dei proiettili e gli scoppi terribili delle bombarded, è forse spaventoso il giorno in cui potrà ritornare al suo paesello, nella sua casa, rivedere suo padre che l’attende sulla soglia, con le braccia spalancate per comprimerlo in estasi sul suo cuore? Per l’operaio che ha lavorato duramente per tutta la settimana, e s’è logorato sulla fatica, è forse spaventoso il sopraggiungere della sera del sabato, quando lo chiamerà il padrone, per donargli una generosissima ricompensa? Così è la morte per i veri Cristiani. « Per me — scriveva s. Paolo — morire è un guadagno (Philip., I, 21). io desidero la morte, perché mi unirà a Cristo (Philip., I, 23). Ma quando, finalmente, sarò liberato da questo corpo mortale? » (Rom., VII, 24). Il vecchio Vescovo Ignazio d’Antiochia, pochi giorni prima del martirio così scriveva ai Romani: « Quando godrò la felicità di essere dilaniato dalle belve feroci? « Ah, si affrettino a farmi morire e a tormentarmi; di grazia, non ri risparmino. Se le belve non verranno da me, le obbligherò io a sbranarmi ». – « Perdonatemi, figliuoli, questi trasporti! so quello ch’è bene per me. Che mi si faccia soffrire il fuoco, le croci, le zanne delle bestie feroci; sono pronto a tutto purché possa godere Gesù Cristo ». Ecco che cos’è la morte: il principio dell’eterno godimento. I primi Cristiani chiamavano il giorno della morte dies natalis, giorno di nascita perché chi ha vissuto cristianamente, morendo nasce alla vera vita, quella del Paradiso. Santa Teresa esclamava: « Io muoio di non poter morire ». E quando in Roma scoppiò la peste, S. Luigi Gonzaga con le lacrime scongiurò i superiori suoi di lasciarlo andare negli ospedali ad assistere gli appestati. « Ma non sai che la peste ti può colpire, e tu sei tanto giovane? ». Il Santo desiderava la morte. Ed una sera tornò a casa dopo aver assistito i moribondi, dopo aver baciato le loro piaghe violacee, tornò giulivo, ma con il male nel sangue. — Padre, — diceva al suo confessore prima di morire — mi permette che mi flagelli. « Non vedi che neppure ne hai la forza? ». — Mi farò battere, da capo a piedi, da un compagno. « Non parlare così… ». Lieta è la morte per i Cristiani perché dietro la morte c’è la vita. C’è il Paradiso. C’è Gesù risorto, là, ad aspettarli nella sua gioia eterna. – 3. GIOIA È LA RESURREZIONE DELLA CARNE. Una madre, a cui da poco tempo eran morti due figlioli, udì parlare del giudizio finale e della resurrezione della carne. « Dunque, — diceva estasiata — i miei due figliuoli li vedrò ancora, ancora potrò accarezzarli? Vedrò il loro viso buono, li bacerò ancora, ma non più piangendo come li baciai, freddi freddi, prima di ricomporli nella bara. Ma quando sarà? ». « Quando le trombe degli Angeli squilleranno l’ora del giudizio finale ». E quella madre, quasi impaziente di rivedere i suoi figli: « E perché — disse — quel giorno non è domani? ». Chi non piange qualche caro parente defunto? Forse la madre, forse un fratello, forse lo sposo? Quante volte non ci assale un violento desiderio. di rivederne le fattezze, di riguardare nei loro occhi mesti; di riudire la loro voce quale l’udimmo in ore beate? Ebbene, il mistero della Pasqua ci dona una grande consolazione. Noi li rivedremo: non solo rivedremo i loro spiriti, ma anche i loro corpi gloriosi, li rivedremo così come li abbiamo conosciuti e amati sopra la terra. La resurrezione di Gesù Cristo è garanzia della nostra resurrezione. I membri di un corpo devono essere conformi alla testa. Ora, Cristo nostro capo è risorto con la sua carne da morte e non muore più. Per conseguenza gli uomini che sono le membra di Cristo risorgeranno essi pure coi loro corpi e non morranno più. Ma, allora, il terribile giorno dell’ira di Dio — dies iræ — per i Cristiani sarà un giorno di gioia, il giorno della gioia completa. – Alleluia! È passato l’inverno della maledizione, è venuta la primavera dell’amore; è passata la schiavitù del demonio, comincia il dolce regno di Dio. Alleluia! gioia è la vita; gioia è la morte; gioia il risorgere. Ma chi ci rese così lieta l’esistenza? Gesù Cristo. Fu Lui, con la sua incarnazione, con la passione, con la resurrezione. Se dopo tutto questo c’è ancora qualcuno che non ama nostro Signor Gesù Cristo, sia scomunicato (S. PAOLO). — LA NOSTRA RESURREZIONE. La resurrezione spirituale che ogni Cristiano deve compiere, è il principio della gloriosa resurrezione dei nostri corpi. Omnes quidem resurgemus (I Cor, XV, 51). – 1. LA NOSTRA SPIRITUALE RESURREZIONE. Un granello di frumento un giorno cadde dalle mani del seminatore nel solco violetto d’un campo smosso di recente: e sparì nella terra.  Il granello sentendosi oppresso mormorò « Io muoio ». Caddero le piogge autunnali a macerare il terreno ed una grande umidità penetrò fino a lui. Il povero granello sentendosi tutto rammollito, mormorò con un fil di voce: « Io muoio ». Non più calore, non più luce, non più sole. Il granello, sentendosi fradicio, sospirò senza voce: « È finita! ». No, no, piccolo granello, non è finita! Ed eccolo mandar fuori impercettibili radici, e poi uno stelo esile come un ago, che passò nella terra e giunse nel sole, poi crebbe fino a dare una spiga stupenda. Ecco simboleggiato quello che ogni Cristiano deve compiere in se stesso dopo che Cristo è morto e risorto per noi. Dobbiamo cominciare una vita nuova: ma prima però è necessario distruggere la vecchia vita: quella in cui il peccato ci ha induriti e chiusi come un seme. Bisogna quindi lasciarci cadere nel solco sotto la terra: ossia ritirarci nel silenzio della Chiesa e nella preghiera, e decidere quello che bisogna fare per la salute nostra eterna. Decidere con fermezza e con coraggio, se vogliamo veramente risorgere. Non importa se bisognerà lasciare certe abitudini che ci sono care o comode; non importa se saremo costretti sotto al duro giogo della mortificazione nei nostri sensi, e se ci sembrerà di morire come il piccolo granello di frumento. Via, dunque, dal nostro cuore affetti o relazioni impure: basta con quei luoghi, con quelle amicizie, con quei divertimenti; basta con gli odi, con le gelosie, con l’avidità del denaro, della roba altrui. Bisogna risorgere! Non spaventatevi se questa resurrezione dello spirito vuol dire prima sacrificio e rinnegamento: Iddio saprà infondere a queste lotte intime e dure tanta gioia che voi stessi ne sarete meravigliati. Ernesto Psicari, il convertito nipote di Renan, esclamava: « Mio Dio! Non avrei mai creduto che fosse così facile e così soave l’amarti! ». – 2. LA NOSTRA CORPORALE RESURREZIONE. S. Monaco scita, gran servo di Dio, morendo, atteggiò le labbra a un sorriso. I circostanti, piangendo, gli chiesero perché sorridesse ed egli rispose semplicemente: Ho sorriso perché voi avete paura della morte, mentre essa è così amabile! ». Ed aveva ragione. Ma cos’è la morte, dopo che Cristo l’ha vinta, risorgendo? Non è più l’inesorabile dea che con la falce spinge nelle tenebre i poveri uomini, ma essa per il Cristiano non è che una breve partenza dell’anima dal corpo. È l’anima che saluta il suo corpo: « A rivederci, fratello! abbiamo combattuto insieme la battaglia del Signore, abbiamo servito il nostro Padrone, gioendo e patendo insieme. Ora sei stanco e ti lascio riposare: ma dopo il tuo breve sonno, allo squillar della tromba angelica, ritornerò a riprenderti, ma per godere, sempre, senza stancarti più! ». – Ecco perché S. Francesco cantava: « Lodato sia il mio Signore, per la sorella morte corporale! ». Resurrexit: non est hic. O morte, dov’è la tua vittoria? Se Cristo, primizia dei dormienti, è risorto, anche noi tutti dobbiamo risorgere nella nostra carne. Omnes quidem resurgemus: è dogma di fede. Cristo è il nostro capo: noi siamo le sue membra: e tutti con Lui formiamo un corpo unico. Ma ogni membro segue le sorte del capo: e s’Egli muore, tutte le membra morranno; ma s’Egli risorge tutte le membra risorgeranno. Cristo è passato — avanti a noi — con la sua voce; e vuole che tutti lo seguano, portando la croce. Ma Cristo è gloriosamente risorto: e perché tutti quelli che l’avranno seguito nel patimento, non lo dovranno seguire nella gloria? La morte è pena del peccato: ma il peccato fu asterso da Cristo: anche la morte, dunque, dovrà essere infranta. Resurgemus! È questo il grido di Giobbe: « So che il mio Redentore vive. Ma so anche che, nell’ultimo giorno, io pure risorgerò a vederlo con questi occhi miei ». È il grido dei Maccabei morenti: « Tu, o tiranno, potrai disperdere le nostre povere ossa, ma il Re immortale le farà risorgere ». È la parola chiara e infallibile di Dio: « Io sono resurrezione e vita » E allora: dove è, o morte, la tua vittoria se discendiamo nella fossa solo per aspettare la resurrezione? Et exspecto resurrectionem! – Prepariamoci alla gloriosa resurrezione dei corpi, con la resurrezione dal peccato e dalla tiepidezza. Filippo II di Spagna vegliò una notte intera per scrivere una lettera di somma importanza al Papa. Quand’ebbe finito, distratto dalla fatica e dal sonno, invece di versarvi la sabbia per asciugare, vi rovesciò l’inchiostro. Filippo impallidì: ma poi raccogliendo il suo coraggio, disse: « Cominciamo da capo ». Oh! se nella nostra vita ci sono stati dei momenti di sonno e di distrazione, in cui abbiamo rovesciato l’inchiostro dei peccati sull’anima nostra, oggi — che è Pasqua — è proprio il momento opportuno di dire: « Cominciamo da capo ».

IL CREDO

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV: 9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. 

[La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. 

[O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.] –

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio 

1 Cor V: 7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. 

[Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

QUARESIMALE (XXXVI)

QUARESIMALE (XXXVI)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).

PREDICA TRENTESIMASESTA
Nella Domenica di Resurrezione.

Si mostra come la speranza de’ Beni eterni deve renderci
soave ogni patimento in questa vita
.

Jesum quæritis Nazarenum Crucifixum, surrexit. San Marco al cap. 16.

Confesso il vero di non arrivare a capire, miei reveriti UU., con qual arte il Quercetano, quel medico ed alchimista insigne, calcinata e sciolta in ceneri una pianta, un fiore delle ceneri medesime la mostrasse rifiorita. Resurrezione, che si conta fra’ miracoli dell’alchimia a gran lode del chimico, fuoco potente a fare di ceneri fiori. So bene che incenerito il fiore di nostra vita e ridotto poco men che al nulla, vi è un’alchimia di Dio potente a far rifiorire questa nostra carne, e rassodarla in diamante, rendendola incontrastabile ad ogni colpo, e ciò seguirà, quando mortale hoc induet immortalitatem. Non sempre dunque, benché ridotti in cenere, dormirà sepolta tra le tenebre questa nostra carne mortale, non durerà così grave peso di lapide la nostra tomba, che non debba un giorno aprirsi per vedere la bella luce del Sole che mai tramonta, non si dirà più … pulvis es, in pulverem reverteris. Grazie dunque, per un sì gran bene, al nostro Gesù, che risuscitando se stesso, ci ha spalancato gli usci fatali, ed acciocché mai più si potessero chiudere a viva forza ha infranto le spranghe di ferro, portas areas, vectes ferreos confregit. Egli, dunque, siccome del risorgere nostro è stato l’esemplare, così ne sarà la cagione. Egli manderà gl’Angeli a rimpastare nei sepolcri le aride ceneri, Egli riunirà le anime a’ corpi, chiamerà gl’eletti a parte della gloria, che gode nel suo ricchissimo regno. Giubili dunque ognuno e gli serva di fondamento quella verità che la speranza dei beni eterni ci deve far tollerare con allegro cuore, le miserie di questo mondo. – Chi brama viver contento nel mondo esca col pensiero fuori del mondo, non è tutt’oro quel che riluce in terra. Tutte le cose di questa vita, sulle scene del mondo, rappresentano personaggi speciosi, ma se dentro si mirano, le trova vuote d’ogni vera consolazione, piene d’infinite calamità. Non occorre altro, in questa vita non vi sono che travagli, chi non li vede è cieco, e chi non si duole alle ferite, è insensato. Scrisse dunque pur bene Seneca allorché asserì, tota vita flebilis est, e meglio di lui Sant’Efrem Siro, allorche disse: cogita, atque perpende carissime quomodo, hac vita nihil contineat nisi lacrymas improperia, maledicta, atque convicia. Questa è una vita, dice il Santo, che di vita ha il nome, ed ha la morte infatti, giacché non è sì proprio, né ai venti il sollevar le tempeste nell’onde, né a’ fiumi traboccarsi con rapido corso in mare, né all’Oceano un inquieto e perpetuo flusso e riflusso, quanto è proprio che a’ danni nostri germoglino in questo mondo l’afflizioni, le tristezze, i scontenti, la morte. E qual mai sarà il filo che possa liberarci da sì travaglioso labirinto? Qual sarà? Eccolo in pronto, la considerazione de’ beni eterni. Ricordatevi tra’ vostri travagli, che dovete risorgere a vita beata, e questo basterà, se non a togliervi ogni amarezza, certo a sminuirvela. Succederà a voi ciò che al Patriarca Noè, allorché se ne stava racchiuso con poche persone e molte bestie nell’arca: sentiva egli da una parte il rumor dell’acque, che diluviando sommergevano il mondo e dall’altra le grida delle genti e gli urli delle fiere che, senza scampo restavano preda di morte, ma non per queto s’atterriva. Sicché attonito ad una tal considerazione il Boccadoro esclamò: vere admiror quomodò præ tristitia non fuerit absortus, cum mentem illius subiret bumani generis interitus sua solitudo, difficilis illa vita; mirabil cosa in vero; vedevasi quel santo vecchio racchiuso in quell’arca, sbattuto per ogni parte da venti furiosi con incertezza di esito fortunato da quelle onde, e pure con animo generoso non si turbò, anzi come asserisce il sopracitato Santo, versabatur in illo gravi carcere, sicut nos in pratis. Se ne stava in quel serraglio di bestie e di pene, in quella guisa che noi staremmo tra le delizie d’un ameno giardino e, se volete, dice il Santo, sapere la vera cagione della sua allegrezza tra tante miserie ed angustie, eccovela: cum spe pasceretur nihil triste sentiebat, la speranza de’ beni eterni della Resurrezione lo teneva contento, gli slargava il cuore, ed operava sì, che egli non sentisse neppure una minima puntura di tristezza, nihil triste sentiebat. Questo stesso rimedio e nulla più, dice Cassiano, dobbiamo praticar noi per viver contenti fra le tante miserie che seco porta il mondo, per tanto: se penerete tra l’infelicità d’una povera casa, d’una prigionia, d’un esilio, sollevatevi, spe contemplatione promisse beatitudinis, sollevatevi, dice, con la speranza de beni futuri, con la considerazione che verrà un dì, e sarà quello della vostra resurrezione, in cui entrerete nella libertà de’ figliuoli di Dio, arriverete a godere una Città di tutto decoro, perfecti decoris, ed avrete quanto mai potrete bramare di ricchezza, di felicità. Questo è il vero modo per sollevarvi dalle vostre calamità, giacché questo è quello che lo stesso Redentore insegnò a’ suoi discepoli, per toglier loro ogni amarezza dal cuore, e riempirlo di vero contento: Gaudete, gli disse, quoniam merces vestra copiosa est in cælis; la sola speranza sì de beni eterni ci deve tener contenti, la sola speranza che anche il nostro corpo, giusta l’ineffabile asserzione del Profeta Reale, ha da godere i beni eterni, cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum, ci deve tener contenti. – Tutto è vero, Padre, voi dite bene che la riflessione de’ beni eterni, della Resurrezione beata, ci deve tener contenti, ma che? È che i miei travagli non si restringono a star chiuso fra le miserie d’una prigione, ho la libertà, ma che mi giova, se i miei nemici mi perseguitano, e con insidiarmi alla vita, mi danno di continuo la morte. Pensate ai beni eterni, e troverete sollievo. Anche David si dichiarò, al par di voi perseguitato, quando disse, anticipaverunt vigilias oculi mei, legge Agostino, inimici mei; i miei nemici, grida questo Real Profeta, hanno prevenuto il giorno per avermi a loro disposizione nelle mani, e mi hanno perseguitato a morte, turbatus sum, mi turbai, è vero, ma, non sum locutus, ma per questo non proferii parola di lamento, perché, cogitavi dies antiquos annos æternos in mente habui; riflettei ai giorni antichi, agli anni eterni, alle future mercedi, e tanto bastò perché io tollerassi ogni più sinistra persecuzione Ideo, asserì su queste parole Brunone, ideo ei illa patientia contigit ut non esset locutus, quia cogitavit dies antiquos, et annos æternos in mente babuit. Contentatevi, dunque, quando avete inimicizie, se volete star contenti, d’alzar gl’occhi al Cielo, e considerare che verrà un dì in cui avrete un numero senza numero d’amici, non di riga ordinaria, ma di Principi del Soglio Celeste, di Santi del Paradiso, e ciò seguirà quando risorgerete a vita d’eterna felicità; ogni turbazione proviene perché non si pensa di proposito ai beni eterni. Io ci penso Padre … dunque, proverete pace in terra in ogni vostro travaglio! … Padre no, perché le mie miserie non consistono in sospetti, ma de facto mi trovo tacciato nella reputazione, e percosso nella vita, vi vuol altro che pensare alla futura resurrezione. Tacete non bestemmiate. Escite meco fuor della porta di Gierosolima, e vedrete che la considerazione de’ beni eterni, basta per tranquillare l’anima, ancorché il corpo soggiaccia a fiere percosse. Date d’occhio a San Stefano Protomartire il quale senza punto turbarsi, riceve lapidato da barbare mani, nembi di pietre, anzi osserverete col Nisseno, che riceveva quelle crude percosse con tal costanza e serenità, come se nulla più gli cadesse sulla vita, che candida neve. Ecco le parole, crebros lapidum ictus in modum flocorum nivis incedentium excepit; e se volete sapere la cagione di sì alto prodigio, eccovela, video Cœlos apertos, Jesum stantem a dextris virtutis Dei; meritò, dice il Santo, non turbatur duro imbre saxorum, dum occupatur in stupore, amore caelestium. Miei UU. non occorre, che più cerchiate la cagione delle vostre inquietudini tra le calamità che alla giornata vi affliggano, tutto deriva, perché non v’occupate in amore Cœlestium, bisogna pensare ai beni eterni, alla futura resurrezione, ed allora vi assicuro che, anche tra le percosse, goderete una calma interna di Paradiso, ma tutto il mal deriva, perché mai ci si pensa, oppur se ci si pensa, non ci si pensa di proposito, e sono a guisa de’ pensieri volanti, che nulla si fermano. Confesso il vero, o Padre, non v’essere rimedio più potente per sollevar l’animo tra le miserie del mondo, quanto quella considerazione della futura resurrezione de beni eterni; ma, Padre, a chi è oppresso dalle miserie, come son io, poco o nulla giova. T’inganni, basta che di proposito vi pensi, ancorché a tuo danni s’alzi una turba di dolorose calamità, le quali col loro peso t’aggravino, sicché vi rimanga oppresso col corpo anche lo spirito, ad ogni modo con questa considerazione ti solleverai, resterai vittorioso. Certo che le tue miserie non supereranno quelle di Paolo Apostolo. Odi ciò che egli di sé narra, e vedrai quanto possa la considerazione dei beni eterni della resurrezione: Nolumus, grida egli nella seconda a ‘ Corinti, vos ignorare fratres de tribulatione nostra, quæ facta est in Asia, quoniam supra modum gravati sumus supra virtutem, ita ut tæderet nos etiam vivere. Sappiate, dice l’Apostolo, o fratelli, che le tribolazioni sono giunte all’ultimo segno, e già superano ogni forza umana, a tal ché sino la vita ci pesa e ci riesce di tedio, sentite ed inorridite, comparendo le mie disavventure: In laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter, fatiche sopra fatiche mi opprimano, carceri, ceppi e catene m’atterrano, piaghe oltre ogni credere grandi, mi struggono, le morti continue mi tolgono la vita. Cinque volte fui da giudaica perfidia flagellato, tre volte da mano barbara con verga percosso, vi fu chi mi colpì con sassi, ebbi navigando un triplicato naufragio ed un giorno con una notte vissi sommerso nel profondo del mare. E qual maggiore Iliade di mali e di travagli si può mai sognare, mentre segue la narrazione delle sue disgrazie, dicendo: in itineribus sæpe, periculis fluminum, periculis latronum, periculis ex gentibus, periculis in civitate … ad ogni modo tollerò tutte generosamente l’Apostolo glorioso, asserendo con cuore intrepido, id quod in præsenti est, momentaneum, et leve tribulationis nostra. Io non v’intendo, grida qui il Crisostomo, voi parlate con enigmi, mentre proferite contrarietà, voi chiamate i vostri travagli gravi sopra ogni credere, e dopo i quali ritrattandovi confessate che furono leggerissimi, ed a guisa di baleno appena si fecero sentire, che terminarono quasi ludum puerorum, stimandoli quafi scherzi di fanciulli. Enigma, enigma est quod dicitur hæc enim repugnant. Sì, tutto è vero, replica a se stesso il Boccadoro, sed solvit enigma illatio sustentans tribulationis levitatem, ed eccone la ragione, non hæc que videntur nobis dum taxat considerantibus, sed quæ non videntur ostendit Bravium, desudantem solatus est. Come se appunto dicesse: ah che la sola considerazione del premio e di quell’eterna mercede, faceva che all’Apostolo Paolo paressero leggieri tutti i travagli, e le fatiche, benché intollerabili gli paressero un nulla. E con la speranza d’avere una volta a conseguir quel premio rasciugava ogni sudore della affannata sua vita; ostendit Bravium, et desudantem solatus est. In somma egli è verissimo che la speranza delle eterne mercedi della resurrezione è l’unica cosa che ci può e ci deve consolare tra le continue calamità e sinistri accidenti di questa nostra miserabile vita. Alzate dunque la mente alla considerazione dell’eternità beata che v’aspetta, e questa vi renda un cuore imperturbabile a quante austerità possano trovarsi nel mondo fino alla morte, perché anche la morte della considerazione del Paradiso, della resurrezione perde ogni amarezza. Quanti Cristiani d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione si presentarono a’ tiranni, combatterono co’ tormenti più fieri, ciascheduno però con la fede sempre viva, con la speranza sempre certa delle future mercedi della resurrezione. Che spettacolo vedere uomini in ogni genere di supplizio, contenti quasi, che con anima di diamante avessero corpi di diaspro. Ecco, che molti si distraggono nel fuoco a guisa d’incenso in odor di soavità, altri s’immergono nell’acque come stelle al tramontar più gioconde, ed altri trinciati col ferro a guisa di tronchi di balsamo feriti versar molto più di generosità che di sangue. Era un stupore vedere alcuni che, quantunque trucidati nelle carni, stirati ne’ nervi, fiaccati nell’ossa, portassero in ogni membro un martirio, ad ogni modo erano generosi nell’animo; si vedevano bensì sospirare stanchi dalla carneficina i manigoldi, ma non s’udiva mai un gemito dalle generose bocche, e se pur si dolevano, perché troppo leggiere ferivano le spade, ardevano le fiamme. Ah che tutti erano effetti di quella viva speranza di dover ripigliare i loro corpi per vivere immortali, pro Christi mori est rursum vivere. Che meraviglia dunque, che si siano più volte veduti i Santi Martiri invitare a’ morsi le fiere, al taglio i carnefici. Che meraviglia, che si siamo veduti porsi sopra del capo, stringersi al seno, baciar per tenerezza gli strumenti del supplizio, e talora giubilar d’allegrezza, quando si vedevano aperte nel corpo mille vie, onde l’anima vittoriosa uscisse. Tutto ciò seguiva per la speranza della futura mercede, at cum spe teneretur nihil triste sentiebat. Voglio che tra tanti martiri spicchi da sé solo uno come gigante sebben bambino, il quale tutto gioia nel correre la carriera del suo martirio, exultavit ut gigas ad currendam viam. Qua, qua Dunaam, che fra tiranni a niuno cedesti nella barbarie. Dimmi, che cosa fu quel filosofare di quel fanciullino di cinque anni, mentre unto col sangue dei martiri, quasi con crisma di fortezza accompagnato dalla madre, ti si portò avanti, tu condannasti quella al fuoco, ed invitaste il figlio alle carezze, ma che ne seguì? Udite, pianse il fanciullo tra gl’accarezzamenti, e bramò d’essere fra’ tormenti, rinunciò i vezzi, e chiese il martirio … ma figlio, disse il tiranno al fanciullo, tu così parli, perché non sai cosa sia martirio, ed egli francamente risponde: so molto bene, che pro Christo mori est rursum vivere, il martirio, il morire per Cristo è un ritornare a vivere, è un tramontar di sole che risorge più luminoso, un rigermogliare immortale della sua morte. Benedetta bocca, che col latte della dolcezza aveste sotto la lingua il miele della sapienza, mel, lac sub lingua ejus; ma convien che dalla bocca passi al capo per sua corona. Pieno dunque di un nobile sdegno, gli fugge dalle mani e, dalle lusinghe di Dunaan, corre in mezzo agli incendi, ove la madre a braccia aperte l’accoglie in seno, tremano le fiamme al prodigio, trema il tiranno, giubila la madre, applaude il Paradiso, che si profuma doppiamente con la fragranza di due vittime in odorato olocausto. Ecco o Tiranni ciò che rende generoso il cuore fra’ tormenti nella morte stessa, la speranza de’ beni eterni, il sapere, che pro Christo mori est rursum vivere. Catone il forte, quantunque privo di fede, che non fece col solo barlume, non di beni eterni, ma della sola immortalità dell’anima. Ecco che, vedendo egli ormai vicino a spirar nella sua romana repubblica quel quasi ultimo fiato di libertà che ancora vi rimaneva, deliberò di finir prima la vita per dimostrare che non potevano sopravvivere, o Catone mancata la libertà, o la libertà mancato Catone. Preso pertanto uno stilo, mortalmente si ferì con quella mano, che sino allora aveva serbata pura d’ogni sangue, e perché molti incontanente v’accorsero a trattenerlo, poterono bensì levargli il ferro e chiudergli la ferita, ma non però sminuirgli punto l’ardire, poiché quando si vide solo, raccolto subito quanto di forze gl’erano rimaste ed adirato, quanto prima con Cesare, altrettanto ora con sé, per non aver saputo darsi sollecita morte a quel primo colpo, strappò con tutta furia le fasce della ferita, e così non permise l’uscita, ma diede la spinta al suo spirito disprezzatore non solo d’ogni cosa, ma ancora di sé stesso, non emisit, sed ejecit. Fu ardito, non può negarsi Catone, né io qui pretendo lodarlo, ben sapendo che tanto è vituperevole chi vuol morire a dispetto della natura, quanto saria chi volesse vivere. Ma se voi domanderete a Seneca, come mai Catone si rendesse così coraggioso, e potesse con sì libero braccio far sì grande insulto alla morte con provocarla, udrete rispondervi, che tutto questo egli fece, fu per aver letto quel sì bel libro di Platone, in cui dimostra l’immortalità dell’anima. Il ferro dunque fece che egli potesse morire Platone, che egli volesse ferrum fecit ut mori posset, Plato ut vellet. Or ditemi, se Catone nulla stimò la morte, e si animò a darsela col solo pensiero della durazione dell’anima, che cosa non avrebbe mai fatto, se egli avesse avuto la speranza de’ beni eterni? Chi dunque sarà de’ miei, che ad un tal esempio non s’animi a patir tutto a far resistenza ad ogni viziosa passione, giacché vinta, deve essere remunerata con risorgere da morte a vita per vivere sempre Beati? Dica dunque ciascheduno a sé stesso: vi son beni eterni, taci dunque mia lingua, né  più si sparli contro l’onestà delle fanciulle, non più contro il decoro delle vedove, non più contro la fedeltà delle maritate, non si parli sinistramente de’ Ministri di Dio; sciogliti solo, o lingua, alle lodi di Dio e del prossimo. Vi sono beni eterni, dunque ogni livore che si nutriva in petto si smorzi, svanisca ogni accesa passione, s’accenda ed avvampi la carità. Vi sono beni eterni: dunque si raffreni l’occhio impudico, si chiuda l’orecchio alle lascivie, alle mormorazioni, e sol si miri Gesù, si sentano le sue lodi. Cristiano mio se hai speranza de’ beni eterni, se li vuoi, rendi ciò che malamente possiedi, lascia ciò che impudico mantieni, paga le mercedi, soddisfa a’ legati, vomita le tue colpe a ‘ piedi del confessore, muta vita e torna a Dio.

LIMOSINA
Nel giorno di nostra resurrezione, convocherà Iddio l’universo, e a tutti paleserà ogni minimo danaro dato per limosina a’ suoi poverelli, ed in quella tanta gloria riconoscerà ad uno ad uno tutti i suoi antichi benefattori fino a pubblicare quello straccio con cui ricopriste la nudità di quel misero, quel pomo, quel tozzo di pane con cui lo sovveniste, quella tazza o d’acqua o di vino con cui lo ristoraste, cum venerit in majestate sua dicet, esurivi et dedistis mihi manducare, sitivi, et dedistis mihi bibere. Chi di voi dunque non sarà una larga limosina, mentre è certo che nel dì della nostra resurrezione dovrà essere ringraziato, e remunerato dall’istesso Dio.

SECONDA PARTE.

Tra l’allegrezze di questo giorno, in cui giubila il Cielo, sento i dolorosi lamenti di San Bernardo, che dal suo Eremo esclama, prob dolor, prob dolor; e se l’interrogherete della causa di tanto suo dolore, egli vi risponderà, perché, peccandi tempus, facta est Resurrectio Salvatoris; piange perché la Pasqua è fatta salvacondotto ai peccati della quaresima; piange, perché il tempo della Resurrezione di Cristo è tempo dell’iniquità; Ex hoc tempo commessationes, et ebrietates redeunt; impudicitia repetuntur, concupiscentiæ fræna laxantur. Ah Dio i digiuni si cambiano in crapule, chi perdonò l’offese ripiglia gl’odii, le vendette, dai templi si passa alle sale, per i balli per le feste: Ah che vedo richiamate l’amiche, rinnovati i discorsi, vedo nuove vanità su di quei capi di già aspersi di ceneri, quegl’occhi, che piansero colpe nello scorso Venerdì, vibrano sguardi maligni per le Chiese, e pare a me – conchiuderò col Santo – che Cristo non per altro sia resuscitato se non perché si ravvivino in noi le scelleraggini. Ad hoc surrexit Christus et non propter justificationem nostram. Deh non segua così in voi, miei uditori. Deh non ritornate a’ peccati, che già detestaste come rovina dell’anime vostre, altrimenti i trionfi di Cristo saran per voi perdite eterne. Tre sorti di resurrezione si danno: la prima di chi risorge in apparenza a guisa de’ cadaveri resuscitati da Simon Mago, che sembrando vivi erano però morti ed invece d’un’anima informante avevano un demonio assistente, altro in somma non erano, che morti mascherati da vivi. Tanto, così non fosse, segue in queste feste a molti Cristiani i quali avendo ricevuta dal confessore l’assoluzione, ed essendosi pubblicamente comunicati, ognuno li crede risorti a nuova vita, ma perché il proponimento di lasciar quella pratica fu finto, la promessa dell’emenda è stata falsa, l’occasione prossima non s’è tolta, la Comunione s’è fatta per sfuggir la scomunica, ne segue che in apparenza sono vivi, ma realmente sono morti, perché l’anima è incadaverita ne’ vizi. La seconda resurrezione segue a guisa di quella di Lazzaro, il quale veramente resuscitò, ma resuscitò per tornare a veramente morire, così segue in molti, risorgono con una buona confessione, ma per tornare a peccare. Se quivi è qualche Lazzaro uscito per grazia di Dio dal sepolcro de’ peccati, avverta di non tornare a seppellirsi, perché se nuovamente muore alla grazia, dubito che più non risorga, e che una morte improvvisa non lo seppellisca nell’inferno. – La terza resurrezione segue come quella di Cristo, che vale a dire risorgere per non più morire: questa è la vera Resurrezione alla Grazia, che va a terminar nella Gloria; Christus resurgens ex mortuis jam non moritur. Beato chi risorge in tal modo, chi risorge dal peccato per mai più tornarvi. Nel primo colloquio del tomo terzo del Majolo si legge come un certo Ido non potendo tollerare che la sua moglie si fosse fatta Cristiana, procurava ogn’arte per sovvertirla, e ridurla nuovamente all’idolatria, la sgridava, la batteva e le minacciava ben spesso la morte, sempre però invano, perché la donna a questi rei sentimenti nulla più si moveva di quel che faccia uno scoglio tra furiosissime tempeste. Stanco per tanto il marito di più maltrattarla si portò dall’oracolo in Delfo, per sapere se mai la consorte fosse per ritornare al culto de’ suoi dei, al che il demonio, ben consapevole della virtù de’ presenti Cristiani, così rispose per bocca dell’oracolo: Citius in aqua scripseris, è più facile che tu formi lettere in mezzo all’acqua, che la donna si cambi. O costanza degna d’encomi, mentre sì altamente t’eri radicata nel cuor di quei Cristiani, ma ora dove te ne sei fuggita. Deh vieni, e torna almeno ne’ miei UU. sicché non solo risorgano a nuova vita per mezzo d’una buona Confessione, ma risorti non tornino più a morire, perdendo la vita della Grazia con nuove colpe: oh se io potessi fare, che ognuno de’ miei uditori dicesse col Santo David, inclinavi cor meum ad saciendas justificatione tuas in æternum. Son talmente risoluto di non tornare al peccato, che se vivessi in eterno, in eterno non peccherei, in questo modo esprimessimo al vivo la Resurrezione di Cristo, e cumulassimo il giubilo di Santa Chiesa in questo tempo pasquale, e ci disponessimo a quella Resurrezione Gloriosa nel giorno estremo, quando perfettamente beati, anche nel corpo, non temeremo mai più della morte, mors illi ultra non dominabitur.

QUARESIMALE XXXVII