J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. II]

gaume-282x300
 LETTERA II.- LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:
ROVINA DELLA RELIGIONE.

6 aprile.
§ I.

Signore e caro amico, la sull’istante mi si arreca la vostra lettera: rispondo io a ciò ch’essa contiene, con quell’ordine da voi osservato. « Io ho paura, tu hai paura, colui ha paura, noi abbiamo paura, voi avete paura, coloro hanno paura; tale è, mi dite voi, la continua cantilena che udite. » Voi mi domandate il mio avviso intorno a questa opinione, e se dirittamente vi diportate, seguitandola. Davvero, amico mio, il mondo ha ragione di temere; anzi vi soggiungerò, che non teme egli ancora abbastanza: o piuttosto malamente teme, in questo senso ch’esso non teme ciò che dovrebbe temere. Conforme a suo padre, suo avo e suo bisavolo, il secolo XIX s’incaponì a seminar vento: deve esso dunque attendersi a raccoglier la tempesta. E quale tempesta, gran Dio! – Sì, lo ripeto, il mondo ha ragione di temere. Ma s’inganna esso portando il suo timore sopra le seconde cagioni, invece di portarlo in sulla prima cagione. Come i tifoni che sconvolgono l’oceano, o come le cavallette che umiliarono il potente Egitto, i barbari, i quali minacciano l’Europa, non sono che agenti subalterni dell’Arbitro supremo. Egli solo ha potere d’intimare ad essi: infìno là andrete voi, ma non più lontano. Ecco Colui, che bisogna temere, e sopratutto temere. Disgraziatamente, ecco Colui, che il mondo non teme. Non m’esprimo abbastanza chiaramente: ecco Colui, che il mondo continua a bravare pel provano dispregio de’suoi paterni avvertimenti, per la negazione stessa di sua esistenza. Di simile guisa umilissimamente procedono il castigo, e l’infortunio de’ popoli materialisti, che perdono la coscienza delle leggi vitali della società. Cotesto accecamento fu ognora il
precursore della rovina [“Terrìbili, et ei qui aufert spiritum principum, terribili apud reges terrae.” (Ps. 75.)]

§ II.

Voi aggiungete, che gl’impegni contenuti nella mia ultima lettera vi sembran difficoltosi, e che la dimostrazione di mia tesi sarà un vero sforzo d’ingegno. Senza partecipare io al vostro sentimento intorno a questo, imprendo a disimpegnare la mia parola. Da bel principio, deggio esprimervi il rammarico di non avere io in questa corrispondenza a richiamar la vostra attenzione, che sopra rovine; ma ne converrete voi non addivenire ciò per mia colpa. Ai nostri giorni, dove affissare mai gli sguardi senza abbattersi in rovine? La faccia della terra n’è coperta: rovine morali, rovine intellettuali, rovine materiali, rovine sociali, rovine domestiche. Nè so io, se dall’origine del mondo si vide un subbisso così generale di tutte le opere umane. Una cosa consolerà voi e me, studiando questo lugubre spettacolo: questa è il pensiero, che noi non percorriamo lutti codesti monumenti della divina giustizia se non per riconoscere le cagioni della catastrofe, ed altamente segnalarle a coloro, i quali prevenirne possono il ritorno.

§ III.

Insomma, voi desiderale assapere qual è, nella lingua religiosa, il preciso senso di queste parole: “Profanazione della Domenica”. – Veramente, egli è pure di questa maniera, che fa di mestieri incominciare. In buona e diritta filosofia, la primiera regola d’ogni discussione, è di definire i motti che s’impiegano. – In su questo proposito, vorreste voi, signor rappresentante, pregar qualcheduno de’ vostri più celebri colleghi di praticare tale principio elementare, almeno una volta durante lutto lo spazio del loro mandato? Se inaspettatamente la retorica vi perde qualche’ cosa, sicurissimamente la verità vi guadagnerà, e l’intelligenza de’ leggitori se ne troverà notabilmente sollevata. – Noi denominiamo santa una cosa, la quale sia esclusivamente consacrata al culto di Dio. Il farla servire ad usi ordinari è profanarla, o secondo il rigore dell’etimologia, gettarla fuori del tempio. Per esprimer la violazione della domenica colla parola di profanazione, bisogna dunque che la domenica sia una cosa santa: certamente egli è cosi. L’Autore de’ nostri giorni ne preleva uno sopra sette; questo è una decima, un canone di suo dominio sovrano, ed inalienabile: questo giorno, lo fa Egli suo. Ordinazione formale di consacrarlo tutto intero al riposo dell’anima, al lavoro morale, alla preghiera, alla riconoscenza, all’adorazione; divieto non meno rigoroso di darlo al corporale lavoro, all’oziosaggine, alle voluttà mondane. Perciò lavorare, vendere, comperare, ecc., è un profanare la domenica; impiegarla in esercizi religiosi è santificarla. – Con una saviezza uguale alla sua divina autorità, la Chiesa determina un atto speciale, il quale, pena grave colpa, deve essere religiosamente adempiuto: ho nominato io l’assistenza all’augusto sacrificio della Messa. Anche in punto di vista sociale, qual vantaggioso precetto non è quello! Qual lezione d’uguaglianza e di fraternità in siffatta riunione de’ ricchi e poveri, de’ padroni e servitori sotto gli occhi del comun Padre, per udirsi rammemorare i proprj doveri, e riprendere dei proprj falli! Qual principio di verace libertà, cioè d’emancipazione delle cattive inclinazioni, nell’assistenza religiosa e periodicamente obbligatoria, all’immolazione d’un Dio per le creature. Ma tralasciate simili considerazioni, prendo a trattare il soggetto di mia lettera:
Profanazione della Domenica, vuol dire rovina della Religione.

§ IV.

Seguendo la bella definizione di S. Agostino, fondata in sulla natura stessa della cosa e sui termini formali della Scrittura, Religione significa alleanza o società del mortale con Dio, un vincolo che unisce l’uomo a Dio. Ciascuna alleanza suppone degli accordi reciproci infra le parti contrattanti, voglio dire certe condizioni fondamentali delle quali la violazione cagiona la rottura del contratto: somigliantemente succede por rapporto alla Religione. Debbesi ora esaminare, se la santificazione del settimo giorno sia una condizione fondamentale di codesta divina società talmente che la violazione di questo precetto produca la dissoluzione dell’alleanza. Dirovvi io in prima, non per ammaestrarvi, che nella Religione tutto è fondamentale. Ogni cosa venendo da Dio istesso è ugualmente rispettabile, e deve essere ugualmente rispettata. Nulladimeno, se, come già ho goduto dell’onore d’indicarlo, una distinzione qualunque poteva esser fatta, direi volentieri, che il riposo del settimo, giorno è la base medesima dell’augusta alleanza del mortale con Dio; dal che manifestamente conseguita, che la profanazione della domenica pubblica, generale, abituale, per quanto presentemente veggiamo noi nella maggior parte di nostre ville e campagne, la rovina diventa della Religione. Avrei una folla di ragioni per provarlo ; me ne sto contento di tre: – 1. In tutto il codice divino, voi non trovale precetto più antico, più universale, più soventemente replicalo, più fortemente sanzionato, per conseguenza più essenziale; – 2. voi non ne trovale altro, la cui violazione trascini cotanto infallibilmente lei rovina di tutti gli altri; – 3. Voi non ne trovate altro, la cui violazione porti allo stesso grado il carattere dell’ingiustizia e della rivolta, ed addivenga per lo medesimo titolo una pubblica professione d’ateismo. – Qual bisogno imperiamo di altre ragioni per stabilire, che il riposo sacro del settimo giorno è una condizione fondamentale dell’alleanza del mortale con Dio? –

§ V.

Primieramente, niun precetto è più antico. È un legge che data dall’origine de1 tempi, una legge che sopravvisse a tutte le catastrofi, le quali sconvolsero l’universo, a tutte le trasmigrazioni le quali in mille frazioni suddivisero la primitiva famiglia; una legge che disconosce l’istitutore umano; una legge che è il fondamento della religione universale, è il cardine del mondo, Questa legge si è la divisione del tempo in sette giorni col riposo obbligatorio del settimo. Perciò, allorquando dalla sommità del Sinai, il Creatore intima le sue volontà al popolo d’israello, non dicegli punto: Santifica il giorno del sabato, ma ricordati di santificare il giorno del sabato. Questo precetto non è novello, i tuoi avi lo conobbero, rimonta esso all’origine de’ tempi [“Deus a mundi exordio hoc primo sabbatì die, illum sanciiftcavìt id est actu festum instituit, colique voluit ab Adamo eiusque posteria sacro olio et cultu Dei, maxime recolendo beneficium creationis suæ, totiusque mundi, illo die completæ. Unde patet sabbatum fuisse fcstum institutum et sancitum primitus…. ab origine mundi” – a Ribera, Philo, Cafharinus, etc. (Cornelius a Lapide) in Gen, XI, 5.)]. «Lavorerai tu per sei giorni, in cui tu farai tulle le opere tue; ma il settimo, egli è ìl sabato del Signore tuo Iddio. In questo giorno tu non farai alcun lavoro, né tu, né i figliuoli tuoi, né la tua figliuola, né il tuo servitore, nè la tua serva, né la tua bestia da soma, né lo straniero che sarà in sul tuo territorio. Imperocché il Signore fece il cielo e la terra, e il mare in sei giorni con tutto quello che contengono, ed egli si riposò nel settimo giorno; questa è la ragione per cui il Signore benedì al giorno del sabato, e lo santificò». [Exod., XX, 8,-11].

§ VI.

Niun precetto è più universale. L’obbligazione di consacrare esclusivamente al servizio di Dio un giorno sopra sette, come ho detto io, sopravvisse a tutte le vicissitudini de’ tempi, e trapassò dall’antica alla novella legge. Per determinazione sovrana della Chiesa, l’adempimento n’è fissalo alla domenica. Il fatto n’è assolutamente perentorio. La legge della preghiera e del riposo settenario domina l’orbe intero. Sarebbe agevole pompeggiare per erudizione, e giustificare la mia frase per venti pagine di testi greci, latini, arabi, ecc. Qui i filosofi, gl’istorici, i poeti, gli oratori dell’ antichità, i savj, i protestanti ed i cattolici, i viaggiatori moderni, i missionarj i più istruiti, replicano tutti concordi la sentenza d’un illustre padre della Chiesa, San Teofilo. Verso la metà del secondo secolo, questo dotto Vescovo d’Àntiochia scriveva al suo amico Àntolico, che « Tutti i popoli della terra conoscevano il settimo giorno» [“Ac de die etiam septimo loquuti sunt (poetae, scriptores, philosophi), cuìus nom en omnes homines usurpant, sed plerique quam vim habent, ignorant. Quod enim apud Hebræos sabbatum dicitur, graece redditur hebdomas, quae quidem apud omne humanum genus appellatur”. (Ad Antolyc., lib. II, n. 42.)] – Sviluppando non è guari questo pensiero, lo stimabile Autore della Domenica aggiunge: « La verità, d’un giorno riservato a Dio è imperitura, come la conoscenza istessa dell’Essere supremo. Si può ancora decifrarne i primitivi caratteri, non ostante i sopraccarichi dell’errore; e scontrasi dovunque, infino ad un certo punto, la divisione settenaria, l’osservanza di un dì sopra sette, e la santificazione d’esso pel riposo e pel culto » (M. le Courtier, p. 31).

§ VII.

Niun precetto più sovente ripetuto. Ricordati tu di santificare il giorno di sabato. Se voi prestate l’orecchio ai divini oracoli, tale è l’intimazione che voi sentite replicarsi continuatamente dal Paradiso terrestre al Sinai, dal Sinai al Calvario, dal Calvario ai quattro angoli della terra. Gli eco de’ secoli futuri non cesseranno di ridirlo sino alle soglie dell’eternità, dove comincerà il riposo assoluto del quale è immagine il sabato. Inspirato da Dio, Mosè l’ingiunge sino a dodici volte al popolo d’Israello. Gli autori sacri che succedonsi avanti e dopo la cattività di Babilonia insistono tutti con forza particolare in seguir adempimento di questo precetto; Isaia, Geremia, Ezechiello, Osea, Amos, i maggiori ed i minori profeti, sembrano prendere essenzialmente per oggetto di loro missione l’annunciare i beni ed i mali, che sono la conseguenza dell’osservamento, o del profanamento del giorno d’iddio. Volete voi, mio caro amico, procurarvi il vantaggio di ritrovare senza pena le eloquenti loro parole? Acquistate un libro quasi ad ognuno sconosciuto degli ecclesiastici in fuori: esso si denomina la Concordanza. Un esemplare dovrebbe ornare la biblioteca di ciaschedun rappresentante del popolo. Presentemente, se volessersi ascoltare tutte le voci, le quali da diciotto secoli si sono innalzate in Oriente ed in Occidente per reclamare, raccomandare, ordinare la santificazione della Domenica, bisognerebbe rinchiudersi durante delle intere settimane in una delle nostre biblioteche nazionali, e compulsare tutte le opere de’ Padri, dopo S. Giustino e Tertulliano fino a S. Bernardo; i codici e le costituzioni degl’imperatori romani, dopo Costantino fino a Giustiniano ed in qua; i capitolari e le carte di tutti i re d’Europa, dopo Carlomagno fino a Luigi XVIII; bisognerebbe percorrere eziandio insieme i regolamenti sì saggi, sì formali e sì varj delle comunità, delle corporazioni degli artigiani ed operai; da ultimo, bisognerebbe leggere le immense collezioni de’ Concilj, delle Encicliche e Bolle pontificie; la raccolta non meno immensa dei sermoni e mandamenti dei Vescovi, con obbligo di arrestarsi presso ad ogni pagina, per ascoltare i gravi insegnamenti, i quali si danno ai parlicolari ed alle nazioni in su di questo punto fondamentale.

§ VIII.

Havvi altra voce riunente il doppio vantaggio di non esser meno eloquente, ed esser facilissima ad intendersi: questa è la voce del firmamento. Voi lo sapete, i cieli sono de’ predicatori (Coeli enarrant … Ps. XVIII); e se mi permettete di dirlo, sono predicatori speciosi della brevità del tempo e del riposo settenario. À questo titolo sono creati pel nostro secolo, nel quale gli uomini vivono come se dovessero giammai morire, nel quale lavorano come se non dovessero giammai riposarsi. Con tale sublime filosofia dante ragione di lutto, e senza la quale non si può render ragione di nulla, la Scrittura Sacra a noi dice, che il Creatore « fece il sole , la luna e le stelle per marcare i tempi, le stagioni, i giorni e le annate » [“Fiant luminaria in firmamento coeli, et dividant diem ac noctem , et sint in slgna, et tempora, et dies et annos”. (Gen. I, 11., Ps. CXXXV)]. – Il cielo adunque è un magnifico orologio in su la cui mostra azzurra miro io due lancette luminose, le quali passeggiando sopra ore tracciate per dei rubini indicano i giorni, le settimane, i mesi e le annate. Comparendo e disparendo alternativamente dall’orizzonte, il sole marca la divisione de’ giorni, composti di tenebre e luce. Credere che codeste successione cosi rapida e regolare non abbia altra mete che il determinare materialmente la misura degl’istanti formanti nostra vita, sarebbe uno scerpellone: più alto poggia del Creatore il pensiero. Se le creature fatte sono per l’uomo, l’uomo è fatto per Dio. Ciascuna di esse è incaricata di ridire a lui a sua maniera: a Vedendo me ogni giorno cominciare e finire per ricominciare ancora, io a voi insegno tre misterj: il mistero della vite, essa è breve; il mistero della morte, essa non è eterna; il mistero della risurrezione, essa è altrettanto certa quanto la vita e la morte ». Ecco quello che a noi dice col suo diurno movimento l’eloquente astro che c’illumina. Esso ci dice ancora che il cominciamento e la fine sono due ore solenni: che così il cominciamento. e la fine di ciascun giorno debbono essere marcati per l’adorazione. Che questo linguaggio sia vero, che sia stato compreso, la prova dimostrasi nella costumanza costante presso tutti i popoli, e sopratutto nella Chiesa Cattolica, di pregare sera e mattina. Per sue diverse fasi, la luna marca le settimane. Consumati sette giorni, si vede essa arrivare ad una regolare metà; terminato un novello settenario, il suo disco diventa pieno; trapassati altri sette giorni, scemò d’una perfetta metà. Finalmente, dopo vent’otto dì all’intorno di comparsa, quella disparisce per rinnovellarsi ben tostamente. Codesta luna che si mostra in travaglio di crescimento e di decresci mento durante sei giornate consecutive, poi, che si riposa in una forma fissa ciascun settimo dì, può essa compiere meglio l’intenzione del Creatore, ed indicare più chiaramente al mortale i sei giorni di lavoro e il settimo di riposo? Che tale realmente sia l’ammaestramento, il quale è incaricata essa di donarci, è sufficiente, per esserne perfettamente certi, di ricordarsi delle parole di già citate del sapiente Vescovo d’Antiochia, che tutti i popoli della terra conoscessero il settimo giorno; e d’intendere colui che formò la regina delle notti: « La luna, presso tutti i popoli e per tutte sue fasi (dice il Creatore istesso), marca i tempi e forma i mesi; ma inserve essa per anco ad indicare i giorni festivi; essa n’è il segnale. Questo magnifico araldo dell’armata del firmamento intona in mezzo degli astri le lodi dell’Altissimo nei giorni, ne’ quali a questo deve benedire il mortale » [“Et luna in omnibus in tempore suo, ostensio temporis, et si gnum AEvi. A luna signum diei festi…., Vas castrorum in excelsis, in firmamento coeli resplendens gloriose” – Eccles. XLIII, 6-9; V. Le Commentaire de Corn. a Lapid.]. – Si vede, dietro questa grandiosa pittura, la luna è il corifeo di Dio, incaricato di dare il segnale, la misura e il tono agli esercizi religiosi dell’uomo; di modo che i mortali ne’ santi giorni altro non fanno che ripigliare in coro i cantici, i quali il cielo ha intonato.

§ IX.

Permettetemi, signore e caro amico, notarvi di passaggio, che il testo sacro presenta a mie riflessioni un mistero, a cui non aveva da prima badato. L’istoria profana ci apprende che presso i differenti popoli dell’antichità eranvi giorni fasti e giorni nefasti Le nazioni pagane dunque credevano alla naturale differenza de’giorni. Questa opinione era ai miei occhi un pregiudizio, una superstizione di più: e gratìfìcavane io liberalmente gli Egiziani, i Greci ed i Romani. Una riparazione è loro dovuta: cotesta credenza è fondata. Il Padre de’ giorni che viene d’indicarci siffatto mistero, chiaramente ce lo rivela : « Quale è la ragione (dice egli), per cui un giorno prevale in sull’altro, poiché tutti i dìi dell’annata, misurali e rischiarati dallo stesso sole, sembrano della medesima natura e della medesima condizione? Questa distinzione non è novana ed arbitraria. E la sapienza del Signore che separò, riserbò certi giorni e istabilì cotale misteriosa differenza. Iddio dispose i tempi nella sua saviezza; prese certi dì ed innalzolli all’onore de’ giorni solenni e sacri, e lasciò gli altri nel rango ordinario, il quale non serve che a riempiere le settimane ed i mesi » [“Quare dies diem superat, et iterum lux lucem, e f annua annum a sole? A Domini scientia separati sunt…. et immutavit tempora, et dies festos ipsorum, et in illis dies festos celebraverunt ad horam, et ex ipsis exaltavit cl magnificavìt Deus, et ex ipsis posuit ìn numerum dierum”. (Eccles. XXXIII, 7-10 V. Corn. a Lapid.). Quale novella e sublime immagine ci presenta qui il testo sacro! Vedete voi il Padrone Sovrano prendere d’una mano una porzione di nostra vita, ad essa benedire, santificarla e riservarla come decima e come omaggio; e dell’altra mano rigettare il più gran numero dei nostri giorni nel cerchio monotono de mesi e degli anni, non altro merito loro assegnando di quello in fuori di compiere la santificazione di nostra esistenza, per la pratica giornaliera delle virtù e dei doveri. – La quotidiana adorazione della mattina e della sera, il riposo sacro del settimo giorno, sono eloquentemente predicati dal sole e dalla luna, questi due infaticabili araldi dell’Eterno: ma non è abbastanza. Costellazioni appellate volgarmente segni dello zodiaco, cioè de’ gruppi di stelle, o per parlare più rettamente , dei segni celesti, compaiono ogni sera dalla parte del cielo opposta all’occaso del sole. Ciascuna a suo giro mostrasi in sull’orizzonte durante un’intera lunazione. Quando la dodicesima è disparata, la primiera ritorna; e voi veduto avete a passare sovra la volta del firmamento, come in sur una mobile mostra d’oriuolo, ciascuno de’ dodici mesi dell’anno, e l’anno istesso, del quale divengono le parti integrali. Questo rinnovellamento de’mesi e degli anni diventa eziandio un monumento sacro, ed il predicatore dun rinnovellamento morale. Pertanto, appo tutti i popoli, il cominciamento dell’anno e le nuove lune furono giorni di festa. Egli è dunque vero: grazia al corso perfettamente regolare del sole, della luna e delle stelle, il grande orologio de’ cieli suona ciascun giorno, ciascheduna settimana, ciascun mese, ciascun anno, l’ora del raccoglimento, della preghiera e del sacro riposo. ÀI suono di questa ora solenne, tutte le nazioni dell’orbe fino al presente caddero ginocchione per adorare e benedire. Come mai qualificare la condotta degli uomini, la condotta d’un popolo intero, che non rispettano più i giorni santi, non apprezzano questa magnifica armonia, e sconvolgono tutto il, piano divino? È questo, una stupidità? È questo malizia? È questo l’uno e l’altro? Lascione a voi la decisione. — Aggradite, ecc.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [prefazione e lett. 1]

Iniziamo la pubblicazione di una opera piccola, ma importantissima, di Mons. Gaume, quanto mai attualissima per noi “presunti” o “veri” cattolici: “la profanazione della Domenica”. Oltre alle abitudini dell’epoca [lo scritto è del 1850], la profanazione della Domenica, è moda corrente favorita dalla falsa gerarchia conciliare: i presunti cattolici, anticipando abitualmente la frequentazione “fugace” della Messa domenicale [ma tanto è una Messa falsa e blasfema! … dirà giustamente qualcuno], hanno ampia possibilità di andare al mare, in campagna o in montagna d’estate, alle gite fuori porta, ai centri commerciali, allo shopping compulsivo, agli spettacoli teatrali e cinematografici, alle manifestazioni sportive, culinarie, c.d. artistiche e culturali, ai musei gratuiti la domenica, ai raduni politici e alle manifestazioni sindacali, ai programmi televisivi o alla navigazione internet, oltre a balere, discoteche, ludoteche … ce n’è per tutti i gusti, signori … entrate, accorrete, venghino lor signori,  venghino … di santificare le feste non c’è bisogno, tanto poi ci pensa la misericordia …! Ci torna alla mente una celebre frase di S. Alfonso M. de Liguori, nelle sue Meditazioni. “… e cantando e ballando, i cristiani se ne vanno all’inferno …!”. Leggiamola possibilmente con attenzione, onde trarne un frutto spirituale. [nota redaz.]

LA

PROFANAZIONE

DELLA DOMENICA

ED ESTREMI MALI CHE COTESTA CAGIONA ALL’UMANITA’

OPERA

gaume-282x300

DELLABBATE GAUME

Vic. GEN. DI NEVERS, DOTT. IN TEOLOGIA

TRADOTTA DAL FRANCESE DA DOMENICO CERRI CANONICO ON. E PROFESSORE EMERITO DI TEOLOGIA E DIRITTO CANONICO.

TORINO, 1853. – – Via della Zecca n. 23, casa Birago.

 

Niente è più alto a materializzare un popolo, quanto la profanazione della Domenica. – Un popolo materializzato è un popolo morto.

Ill.mo Sig.r Conte CESARE DI CASTAGNETTO SENATORE DEL REGNO

La traduzione dell’eccellente opera francese la profanazione della domenica, che ho io eseguita, dietro l’onorevole invito d’autorevoli personaggi, alla tranquilla ombra dell’amenissimo Castello di Castagnetto di V. S. Ill.ma, non meglio che a Lei posso io dedicare, non tanto pelle preelette virtù di Lei, di cui fecero già chiaro cenno classici giornali francesi ed italiani, egregi scrittori, e l’istesso Supremo Gerarca, Pio IX; quanto per quella ardente premura, con la quale Ella santifica le Domeniche e Feste da render Sé legge, esempio, specchio e luce alla Lei nobile Famiglia, ed alle persone tutte da Lei dipendenti, e di Lei ammiratrici: premura Santa che la spinge infino a generosi e pii Sacrifizj, acciocché i Lei soggetti non vengano privi dei mezzi per santificarle. Per quanto debole sia la mia non serva penna ad innarrar le Lodi di Lei, non pertanto la delicata modestia di V. S. Ill.ma se ne risente, quindi m’impongo silenzio, protestandomi con perfetta osservanza, inalterabile devozione ed altissima stima,

D . V. S. Ill.ma, D.mo, Obbl.mo, Oss.mo Servitore Can. Domenico Cerri.

Torino, il 15 dicembre 1852

PREFAZIONE DEL TRADUTTORE

Invitati noi a porger mano alla traduzione in lingua italiana di questa eccellente operetta, stampatasi in francese per la prima volta in Parigi nel 1850, abbiamo opinato non esser disutile cosa, se le premettiamo in prima alcune brevi nozioni tolte dai più gravi scrittori intorno all’origine del giorno di Domenica, e delle principali feste celebratisi infra l’anno, acciocché sia compiuto in sua concisione questo trattatello. – Il giorno di Domenica adunque, primo dì festivo appresso i Cristiani, venne da’ santi Apostoli instituito invece del sabato dagli stessi primordi della Chiesa, a perpetua memoria della risurrezione di Gesù Cristo in tale giorno avvenuta. – I quali primordi propriamente deggionsi attribuire al giorno di Pentecoste: poiché allora, compiuti i Misteri di nostra redenzione, il sacrosanto Vangelo fu promulgato pubblicamente. Dopo questo giorno poi, permutati i giorni festivi giudaici ne’ nostri, egli è indubitato, che il primo giorno, il quale loro siasi presentato, non altro fosse che il Domenico: imperocché né il giorno di Natale, o di Pasqua, de’ quali la remotissima origine muoverebbe qualche dubbio, poterono occorrere, se non frapposto lo spazio di alcuni mesi, come saviamente osserva il venerabile Cardinale Bellarmino [Lib. 5, De Sanctis, c. II]. Del giorno di domenica fa menzione l’Apocalisse [I , 10], gli Alti Apostolici [XX, 7], S. Paolo [I. Cor., XVI, 2], come dirittamente dimostrano nel citato luogo Bellarmino ed Asorio [P. 2, Instit. Mor., I. I, c. 2, q. 1,2], allegando molti testimoni de’ Padri contra dei Centuriatori Magdeburgesi. Di questo giorno si fa cenno eziandio nel libro oliavo delle Costituzioni Apostoliche di S. Clemente [Cap. 55, version. Turriani], e nel canone 65 dogli Apostoli, e nell’epistola di S. Ignazio martire a’ Magnesiani, dove il giorno Domenico chiamasi re e principe de giorni; come anche nella lettera del medesimo a’ Filippesi; così pure nell’apologia di Tertulliano, cap. 46, ed in altri innumerevoli monumenti de’più antichi Dottori. – L’annua solennità del giorno del Natale di Gesù Cristo ebbe per istitutori gli Apostoli beati, come scrisse Asorio; e Bellarmino (L. 3, De’ Santi, c. 15) riporta molti Padri in confermazione di questo, de’ quali ci basta il solo S. Clemente romano nelle Costituzioni Apostoliche. Il giorno festivo dell’Epifania pur anche alle Apostoliche Costituzioni deve attribuirsi, secondo quello riferito viene da Epifanio nel Compendio della Fede verso il fine, ed Asorio al luogo citato. – L’annua celebrazione della Pasqua,ossia della risurrezione di Gesù Cristo fu ordinala dagli Apostoli, ci assicurano S. Clemente, S. Agostino ed Àsorio come si può vedere presso il Bellarmino. La stessa cosa hassi da dire della vigilia di Pasqua, delle altre vigilie, e delle quattro tempora poi si leggano Terlulliano, Eusebio, S. Leone M., Bellarmino, ed il Baronio. – Essa è altresì apostolica tradizione appresso Clemente e Bellarmino, che la Domenica in Albis, cioè l’ottava di Pasqua avesse l’istesso principio. La festività dell’Ascensione di Gesù Cristo anch’essa riconosce gli Apostoli per autori, come insegnano Clemente, Agostino, Asorio e Bellarmino. Il dì solenne e sacro di Pentecoste parimente secondo le Costituzioni degli Apostoli, ad essi deve ascriversi. – Di questo giorno fanno eziandio parola S. Ireneo nella sua orazione di Pasqua, citata da S. Giustino martire, Tertulliano e S. Basilio. Che anzi stimiamo, seguendo autorevolissimi scrittori, probabilissima la dottrina di S. Epifanio, il quale riferisce quello che della Pentecoste fu scritto negli Atti Apostolici e nella lettera di S. Paolo (1 Cor, XVI, 9) alla Pentecoste della Chiesa Cristiana, che afferma essere derivata dalla tradizione e dall’instituzione apostolica, benché a certuni paia forse potersi riportare alla Pentecoste de1 Giudei, quello che nel suddetto libro inspirato di somigliante giorno si dice. – La festa della Purificazione della Beatissima Vergine Maria è anch’essa antichissima, come chiaramente dimostra Bellarmino dallo orazioni recitate nel suddetto giorno da’ più vetusti Padri. E certamente esso è talmente antico, che giudicò Asorio essere cotesta solennità stata instituita o dagli Apostoli, o indubitatamente dai primi discepoli degli Apostoli. – I giorni poi consacrati alla celebrazione degli Apostoli vennero essi fissati dai discepoli di questi appena che loro succedettero, come ci ammaestrano Àsorio e Bellarmino e con dirittura: imperocché S. Clemente impose ai fedeli di osservare le feste de’Martiri, e nominatamente di santo Stefano. Da quello impertanto, che abbiamo detto de’ giorni festivi, sia di Nostro Signore Gesù Cristo, sia de’Santi, è manifesto, che sono da riprendersi o di brutto svarione, o di maliziosa dissimulazione i Centuriatori Magdeburgesi (1), a quali non basta ’l negare, che gli Apostoli abbiano statuito certi giorni festivi, ma per somma impudenza aggiungono ancora, che nei primi secoli della Chiesa non si legga essersi emanati decreti per regolare e fissare de’ giorni festivi, di Pasqua in fuori. – Santa Chiesa poi, sempre mai condotta da quella indefettibile sapienza, di cui fece ognora bella mostra, essa pure infino da’primi secoli instituì alcune solennità, ed approvonne certe altre: instituì ella alcune solennità per così contrapporre alle feste piene di lussuria, di brutalità e di scandali dei Pagani, la santità de’ nostri sacrosanti Misteri, per allontanare da codeste immoralità i Fedeli, e tenerli in orazione ed edificazione, col qual mezzo ella venne a guadagnare ne’ suoi figliuoli, che li conservava puri e virtuosi; nel paganesimo, che, rapito della virtù de’Cristiani, n’abbracciava la legge loro. Approvò poi ancora Santa Chiesa certe altre solennità che dai varii regni del mondo cattolico tra, i popoli a lei si rivolgevano, pregandola con istanza ad elevare al grado di festa certi giorni, e come tali, per sua autorità, dichiararli; le storie sono ripiene di simili petizioni devote, le quali i Romani Pontefici, dopo maturo esame, od esaudivano o rigettavano, secondo che giudicavano più conveniente pella Religione e pei popoli. E coloro che acremente impugnano le feste ed avventano in sulle adorabili guance di Chiesa Santa le più vili calunnie ed oltraggiose, perciò, se avessero letto la storia ecclesiastica, s’ adonterebbero di loro ignoranza grossa grossa, o di loro mala fede empia empia; ma se non la leggono questa istoria, o se la leggono, lo fanno non per altro che per attingervi le obiezioni orpellando e svisando la verità onde sedurre i credenti! Assaissimo sarebbevi a dire intorno a siffatto argomento, ma la mole del libro nol permettendo, ci limitiamo solo a quello della Santificazione della Domenica, né possiamo meglio sotto ogni riguardo trattarlo, che riproducendo la sovra accennata Opera, e presentandola tradotta; coloro che la leggeranno, non potranno almeno d’altamente commendare la potenza e dirittura somma dell’ingegno dell’autore sullodato nel condurre il suo tema, ed inorridiranno all’aspetto dei mali che stanno per rovinare d’ogni parte sopra de’profanatori del santo giorno della Domenica. 

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

considerata per rapporto alla Religione, alla società, alla famiglia, alla libertà, al benessere, alla dignità umana ed alla sanità.

LETTERA I

RAGIONE E DISEGNO DI QUESTA CORRISPONDENZA.

Nevers, 5 aprile 1830

I

Signore, e caro amico [Queste lettere sono indirizzate al signor M. N. membro dell’Assemblea legislativa – ndr.-], per corrispondere io a’ vostri desideri vi mando le considerazioni, le quali mi dettò la rapida disamina della grande questione, divenuta da bella pezza l’oggetto de1 vostri profondi studi. Certamente niente n’è più degno delle meditazioni. d’un personaggio veramente politico: la legge sacra del riposo ebdomadario essendo il fondamento della Religione, diventa la salvaguardia degli Stati. Pertanto avete voi mille volte ragione di dire che, se ne’ nostri giorni d’aberrazione, qualche cosa avesse diritto di stupefarci, questa è infallibilmente l’oblio generale, in cui si lascia un punto di somigliante importanza. Senz’altro preambolo, m’accingo alla mia prefazione. Io la giudico necessaria; ma rassicuratevi, eh’essa non sarà lunga.

II

Voi sapete, che (specialmente) cinque immortali testimonianze appoggiano lutti i cattolici dogmi: la parola di Dio, la quale li rivela; il sangue de’ martiri, il quale li conferma; l’odio de’ perversi, il quale li oppugna; l’amore de’ buoni, il quale li propugna; la felicità, la quale quelli apportano. Tale è, ne’ tempi ordinarj, la vittoriosa dimostrazione della fede. – Nulla ostante avvengono epoche di vertigine, in cui il mortale, strascinato dall’orgoglio, tiranneggiato dai sensi, non solamente chiude gli occhi per nulla vedere e le orecchie per nulla ascoltare, ma anzi indaga ogni via affine di oscurar la verità, che lo ristucca. Per questi giorni infausti Iddio riserva, in favore di sua opera, un’ultima testimonianza. – Quest’ultimo argomento somigliantemente alla folgore, la quale discinde le dense nubi, i cui vasti fianchi intercettano i raggi del sole, cosi dissipa esso tutte le tenebre stese in sulle intelligenze. La verità è mostrata all’uomo, com’essa a lui si mostrò dalla vetta del Sinai tra lo splendore dei lampi, e il rombo del tuono; o come sopra il Calvario, nello spavento dell’umanità, e nel conquasso di tutta la natura. Quest’ultimo argomento della Previdenza sono le Rivoluzioni. – Dietro questi formidabili uragani, il suolo, messo sossopra e profondamente socchiuso, lascia vedere apertamente le basi recondite delle umane società. Si scorgono allora quelle delle grandi assise, il cui scuotimento ha determinalo la catastrofe; si scopre la mina che giunse a coglierle; si comprende quello che avrebbe dovuto adoperarsi per sventarla, ciò che è di mestieri fare per prevenire reiterati colpevoli attacchi.

III

Da tre secoli la Provvidenza ai popoli d’Europa dona questa suprema dimostrazione. Neppure un solo de’ nostri dogmi, la cui sociale necessità non sia oggi provata per una catastrofe. — La società è un fatto divino; il simbolo con tutti i suoi articoli, il Decalogo con tutti i suoi comandamenti, senza niuno eccettuarne, sono le condizioni vitali delle incivilite nazioni. Ecco quello che ripetono montagne di rovine coacervate sovra il suolo da mezzanotte a mezzogiorno. Ecco altresì, e sono felice di confermarlo, quello che un vago istinto comincia à far presentire agli uomini non ha guari i più indifferenti, per non dire i più ostili alla rivelazione. – Ritornarvi, o morire, e questo senza ritardo: la è il punto attuale della questione nell’intera Europa. – Il facile scioglimento di questa verità troppo lontano mi trarrebbe. Lo scopo di nostra corrispondenza è di richiamare l’attenzione su d’una sola di quelle leggi cristiane, la quale somigliantemente è dimostrata per catastrofi. Anzi oserei pronunciare che qui la dimostrazione diventa più compiuta e rilevante. Difatti, se, parlando della necessità delle leggi e delle cattoliche verità, si potesse ammettere di più o di meno, sarebbe manifesto che questa legge, sopra le altre, rendesi indispensabile alla società: ho nominato la legge della santificazione delle domeniche.

IV

Io sono, come voi, talmente convinto della calamitosa influenza della violazione del riposo ebdomadario, che non posso trattenermi dall’esprimere novellamente il mio doloroso stupore del profondo oblio, in cui è restata questa essenziale causa della malattia, la quale ci strugge. Durante questi ultimi anni, una lunga e nobile lotta venne sostenuta dai cattolici di tutta Europa in favore della libertà della Chiesa, e dai cattolici di Francia in favore della libertà particolare dell’insegnamento. La questione è vitale per vero. L’educazione è l’imperio; imperocché, l’educazione è l’uomo. Chi fra noi nol comprese? – Ma se l’educazione religiosa è necessaria per formare figliuoli cristiani, non dimentichiamo noi mai che la santificazione delle domeniche sola può rassicurare la perseveranza dell’uomo. Che all’uscire delle scuole cattoliche, le giovani generazioni entrino in un mondo indifferente ed anticristiano, esse non tarderanno niente, siatene certo, a divenire esse stesse indifferenti ed anticristiane. Ora, qualunque nazione, la quale non rispetti il giorno sacro del riposo e della preghiera, è una nazione indifferente ed anticristiana, il contatto di cui è contagioso per le generazioni nascenti; da cotale punto, ogni speranza di salvezza sparisce: la società si condanna di per se stessa ad una inevitabile rovina.

V

Del rimanente, qualsiasi illusione è ormai impossibile. Sovrasta a noi la più grande catastrofe della storia. Non attendiamo pertanto nostro salvamento, né dalla parola umana, né dai grossi battaglioni. – Se vogliamo noi esser noi i nostri stessi salvatori, noi nulla salveremo, neanche un misero avanzo di codesti beni materiali, a cui noi tutti gli altri sacrificato abbiamo. Iddio solo, operando nella pienezza di sua misericordia, può ritirarci dall’abisso, dove noi già precipitiamo. Ma chi può commuovere in nostro favore il suo paterno cuore? Una cosa sola: il ritornare a Lui. Collocati in una situazione meno grave della nostra, i popoli ammalati non conobbero mai altra via di salvezza: Ninive è un tipo immortale, un tipo eccitativo. Chi sa, che non sia per rammemorarci vivamente l’esempio della penitente città, che la Provvidenza divina manda a noi i suoi giganteschi monumenti? Ma d’onde ricomincerà il ritorno a Dio, se non per lo pentimento? Qual sarà il primo atto sociale di questo pentimento, se non l’adempimento d’un dovere che conduca alla pratica di tutti gli altri? Vale a dire, la santificazione delle domeniche, senza la quale, noi assai spacciatamente vedremo, che ogni ritorno sociale al Cristianesimo è impossibile ed illusorio.

VI

Egli è più vero, che non si pensi, e sopratutto, che non si dica: La Francia [ed oramai tutta l’Europa un tempo cattolica -ndr.-] perisce per cagione della profanazione della domenica. Nulla ostante le ammonizioni d’ogni sorta, le quali ad essa vengono prodigate, consumerà ella la sua rovina?…. Iddio solo conosceva questo ridottabile mistero. A noi, che l’ignoriamo; nostro dovere è di combattere con vivissima energia, e sino allo stremo in favore di questa società agonizzante. Disimpegnandoci di sì fatta responsabilità, gli sforzi, cui noi tentiamo, se degnasi Dio benedirli, otterranno per risulta mento di strappare l’ammalato da morte, o attutire, a riguardo di parecchi, la terribile scossa degli avvenimenti, che l’universo intero paventa. – Acciocché si dimostri la verità nel suo pieno splendore, né si lasci scusa all’ignoranza, né pretesto all’indifferenza, né sotterfugio alla malevolenza, io esamino la questione capitale della santificazione della domenica sopra lutti i suoi aspetti; in altre parole, io la presento in tutti i suoi punti di contatto con gl’interessi dell’uomo e della società. Così, oso dire a tutti, ricchi e poveri, padroni ed operai, compratori e venditori, abitanti di città, ed abitanti di campagna: se voi volete scongiurare i flagelli sospesi sui vostri capi, e sfuggire dalla barbarie, la quale vi soggioga, il più stringente dei vostri doveri è di far cessare, infra voi, la scandalosa e calamitosa profanazione della domenica. Sì, voi lo dovete, e dal giorno, in cui voi lo vorrete, voi lo potrete.

1-. Voi lo dovete, se tenete ancora anzi che no alla religione de’ padri vostri, la quale insomma è l’unica sorgente degli avvantaggi temporali, cui voi esclusivamente pregiate. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della religione.

2. Se voi non tenete più alla vostra religione, lo dovete ancora, se tenete all’umana società, la quale protegge vostra fortuna, vostra libertà, vostra vita. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della società.

3. Se voi non tenete più alla società, lo dovete ancora, se tenete alla famiglia, l’unico bene comune che di presente ci rimane. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della famiglia.

4. Se voi non tenete più alla famiglia, lo dovete ancora, se tenete alla libertà, verso della quale voi professate un culto cotanto ardente. Per certo, la profanazione della domenica è la rovina della libertà.

5. Se voi non tenete più alla libertà, lo dovete ancora, se tenete al vostro benessere, a questo benessere, oggetto di tutti i vostri travagli. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina del benessere.

6. Se voi non tenete più al vostro benessere, lo dovete ancora, se lenete alla vostra dignità d’uomo, a questa dignità, di cui voi vi mostrate cosi geloso. In vero, la profanazione della domenica è la rovina della dignità umana.

Se voi non tenete più alla vostra dignità d’uomo, lo dovete ancora, se tenete alla vostra sanità, ed alla sanità di coloro i quali vi sono cari. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della sanità.

La profanazione della domenica vuole adunque dire:

— Rovina della religione; — rovina della società; — rovina della famiglia; — rovina della libertà; — rovina del benessere; — rovina della dignità umana; — rovina della sanità.

Ciascuna di queste rovine sarà il soggetto d’una o di parecchie lettere, secondo l’importanza dello scioglimento. Come voi desiderate, signore e caro amico, la nostra corrispondenza finirà per l’indicazione de’ mezzi da rimediare immediatamente al male. Dico immediatamente; imperocché di questi mezzi ognuno può valersi, e farsi applicazione con uguale securanza e facilità. La lunghezza di questa lettera non mi permette d’intraprenderne ora la discussione: lo farò fra breve. Gradite, ecc. [Continua …]

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 22-23]

gaume-282x300

LETTERA VENTESIMASECONDA.

19 dicembre.

Caro Federico

Pronunziata l’inappellabile sentenza negli affari civili, a qual partito dovranno appigliarsi le parti? Null’altro è da fare, che eseguirla sotto pena di rivolta, e di tutte le tristizie, che questa mena seco. Simile cosa è per le questioni dottrinali. Quando l’autorità infallibile ha deciso il punto in questione, resta solo prendere a norma di condotta il pronunziato del supremo tribunale, sotto pena di rivolta peggiore, e di tutti i tristi effetti, che potrebbero seguirla. – Un giudizio era stato iniziato fra noi ed i primi cristiani, che aveva a scopo determinare, se la ragione fosse per essi, che facevano il segno della croce e lo eseguivano soventemente e bene; o per i cristiani moderni, che più non lo fanno, o raramente e male. La causa è stata con ogni studio esaminata, la discussione pubblica, i difensori sono stati intesi. Il fiore della umanità costituita in supremo tribunale, avendo ad assessori, la fede, la ragione, l’esperienza, il sentire de’ popoli ancora pagani, ha pronunziato in favore dei cristiani della Chiesa primitiva. Che fare adunque? È da rinnovare la gloriosa catena delle nostre antiche tradizioni, sì sventuratamente rotta, e fare il segno della croce, farlo sovente, e bene. – Fare risolutamente e manifestamente il segno della croce. E perché nol faremo noi? Perché reputeremmo onta il farlo? Farlo o non farlo non è mica indifferente, mio caro; farlo è onore, tralasciarlo disonore. Facendolo, noi saremo i successori, e ci troveremo nel mezzo di tutti i grandi uomini, e dei grandi secoli dell’Oriente e dell’Occidente, con l’immortale nazione cattolica, col fiore dell’umana famiglia. Non facendolo, noi avremo per predecessori, compagni e successori, tutti i meschini eretici, la nullità degl’increduli, i poveri ignoranti, le piccole e grandi bestie. – Come facendo il segno della Croce noi ci copriamo, unitamente alle creature che ci appartengono, di un’armatura invincibile: cosi tralasciandolo, ci disonoriamo, ed esponiamo noi stessi e quanto ci appartiene a gravissimi pericoli; vivendo l’uomo ed il mondo necessariamente sotto la influenza dello spirito del bene, o sotto quella dello spirito del male. Quest’ultimo tiranno dell’uomo e delle creature, fa loro sperimentare le sue maligne influenze, ed il corpo e l’anima, lo spirito e la materia sono da esso viziati. Fu questa sempre fondamentale credenza del genere umano. Il perché, da poi diciotto secoli, i capi della spirituale battaglia ci dicono di coprir noi e le creature di questo segno, scudo impenetrabile alle ignee frecce dell’inimico: Sentititi in quo ignitæ diaboli extinquuntur sagittæ. E noi, soldati infedeli alla consegna, noi getteremo volontariamente la nostra armatura?Noi con un petto scoperto resteremo da insensati, esposti a’ colpi dell’armata nemica! E ciò, per non dispiacere ad alcuni, ed a chi? – Mi dicono: Il mondo attuale non fa il segno della Croce e non ne riporta nocumento alcuno. Una tal cosa può con certezza affermarsi? Qual è oggi la sanità pubblica dell’uomo, e della natura? Non intendi di continuo ripetere in Alemagna, ed in Francia come da per tutto: Non v’è più sanità! Questa parola divenuta popolare, è solo una parola? Ottimisti, come voi vi dite, credete dunque che le leggi divine fatte per l’uomo, spirito e materia, non abbiano in questa vita duplice sanzione, una morale e l’altra fisica? Voi credete che la profanazione del giorno consacrato al riposo dell’uomo e delle creature; che il disprezzo della legge del digiuno e dell’astinenza, non possano mettere in pericolo che la sola salute dell’anima? Voi credete che il movimento febbrile degli affari, le agitazioni politiche, la sete de’ piaceri, carattere distintivo di un mondo, che ha intrapreso la discesa del cielo sulla terra; che gli sregolati costumi, l’usanza di cangiare la notte in giorno, e questo in quella; che il soddisfare alla sensualità nella scelta de’ cibi, lo spaventevele consumo di spiriti, i cinque cento mila caffè, e bettole, siano di nessuna cattiva influenza per la sanità pubblica? D’onde procede lo scemarsi delle forze nelle generazioni moderne? Sarebbe facile trovare di presente molti giovani capaci di maneggiare le armi de’ nostri avi del medio evo, o di portare la loro armatura? Le riforme sì numerose, eseguite da’ consigli di revisione, per difetto di taglia e buona conformazione; l’impotenza di osservare i digiuni, ancorché sì addolciti, che sperimentano le stesse persone religiose, non ha alcun senso? Che cosa dice l’aumento considerabile e tuttodì crescente delle farmacie, e dei medici, e de medium medici, le cui anticamere saranno, fra breve, frequentate come le sale delle sommità medicali? – In fine, i casi continui e crescenti di suicidio e di pazzia, arrivati ad un numero incalcolabile sino al presente, sono de’ sintomi, che ci rassicurano sul conto del prosperare della sanità pubblica? Dando a tutti questi fatti, e ad altri ancora, il senso il più ristretto, non dimostrano essi, per lo meno, che la salute pubblica non è più quella di altri tempi? – E la vigoria della sanità della natura, su cui non è più eseguito il segno liberatore, è dessa in progresso? Qual cosa mai ci dicono la malattia delle patate, quella delle uve, degli alberi, de’ vegetali, delle piante, e delle erbe istesse, da negare il foraggio necessario? Tutti questi malati, in numero di cento, sorpresi simultaneamente da gravi ed ostinate, sconosciute malattie, attestano per la perfetta sanità delle creature? Questo fenomeno altrettanto più sinistro che non v’ha uguale nell’istoria, sembra piuttosto presentare la natura come un grande ospedale, ove, come nella specie umana, tutto è malato, languido, ed alterato. – Non lo si può negare, il mondo attuale è malato più che in altri tempi, sia che lo consideri nell’uomo, come nelle creature a lui immediatamente sottoposte. Che cosa mai è la malattia e l’infermità, se non mancanza ed indebolimento di vita? Il Verbo Creatore è la vita, è tutta la vita; epperò dilungarsi da Lui è un venir meno nella vita, uno scemarla, come appressarsi ad esso, è un’aumentarla e rinvigorirla. – Siamo debitori di questa nomenclatura alla gentilezza di un dotto naturalista, il sig. F. Verecruysse di Courtrai. Egli stesso ha raccolto, in quest’anno 1868 delle foglie di tutti gli individui malati, dei quali gli è piaciuto mandarci dei saggi. Ci conceda egli dunque di offrirgli un pubblico attestato di tutta la nostra riconoscenza. – Le creature materiali essendo incapaci di bene e di male, sono malate, solo perché seguono la condizione dell’ uomo. L’uomo essendo il centro ed il compendio della creazione, racchiude in se stesso tutte le leggi che reggono le creature inferiori, se egli le viola, l’effetto della violazione si fa sentire in tutta la natura. N’è testimonio il peccato di Adamo. Alla stessa causa, riprodotta nel corso dei secoli è necessario attribuire le malattie delle creature, sempre in ragion diretta della intensità della causa, che le produce. Non sembra egli che Isaia avesse gli occhi fissi alla nostra epoca allorché disse : « La terra è stata infettata dai suoi abitanti. Di là hanno origine le lacrime, l’afflizione, i languori della terra, la decadenza del globo; la malattia della vite, ed i gemiti dei coltivatori: » – Luxit et defluxit terra, et infirmata est… defluxit orbis et terra infecta est ab habitatoribus suis, quia…. mutaverunt ius etc. XXIV, 4 e segg.; Abacuc, Geremia e gli altri profeti parlano cogli stessi termini di quest’agonia della natura. – A giudizio della Chiesa e di tutti i secoli cristiani, l’atto esteriore, il tratto di unione il più che altro universale e comune, che metta le creature a contatto con la vita, è il segno della croce. Ora, voi ve ne beffate, non lo eseguite, né volete usarne; per tutto che vi riguarda, voi lo rimpiazzate, come usate riguardo alla preghiera, ed ai pellegrinaggi di altri tempi, con i bagni di mare, con le acque tiepide, calde, fredde, sulfuree, ferruginose di Vichy, della Svizzera e de’ Pirenei. Per le creature, collo stabio artificiale, col muover guerra alla vita degl’insetti, col prosciugare i terreni, col solforare le piante. Benissimo: non sono queste da trasandare, ma è mestieri non omettere le altre: “Haec oportet facere et illa non omittere. Cosi il mondo moderno disprezzatore della divina ed umana saggezza, senza farsene coscienza alcuna, crede poter violare una legge religiosamente osservata da poi il principio del Cristianesimo, e rispettata dallo stesso paganesimo, che la formulava dicendo: È da pregare per avere sanità fisica e morale: “Orandum est ut sit mens sana in corpore sano”. Non v’ha dunque ragione da muovere lamenti; noi raccogliamo quello ch’è, e dev’essere. – Che se la sanità fisica dell’uomo e della natura prosperasse, come si pretende, senza il segno della croce, resterebbe la morale, che avanza in importanza immensamente la prima. Qual è lo stato sanitario del mondo morale al presente? Se per minuto ed a segno, volessi a tale domanda rispondere, andrei troppo per le lunghe; però ti ricorderò solo, che l’uomo morale come il fisico, è nell’alternativa di vivere sotto l’influenza salutare dello spirito buono, e sotto quella malefica dello spirito cattivo; e che il segno redentore ci rende partecipi alla prima, e l’assenza di esso ci sommette, ed abbandona alla seconda. È questo l’insegnamento della Chiesa, confermato dalla pratica de’secoli cristiani. Sperienza di simil fatta, per diciotto secoli doratura, è un nulla per noi? Voi non volete più il segno liberatore, nessuna fede avete in lui, più non lo si vede sulla vostra fronte, sulle labbra, sul cuore, su i vostri alimenti. E bene! satana v’imporrà il suo. Su tutte codeste fronti, su tutte le labbra di simil fatta, e nei cuori, si vedrà, e senza bisogno di microscopio, il segno della bestia. Questo segno si rivela sulla fronte per lo spirito di orgoglio e di rivolta, per la collera, il disprezzo, l’imprudenza, la vanità, l’alterazione de’ lineamenti; il non esser atto alle scienze spiritualiste, lo aver nessun gusto per le scienze morali; il pallore delle goti impressovi dalla impurità, o il rosso prodotto dall’intemperante uso de’ vini; un certo che di livido nella fisonomia, di basso, di scolorito e bestiale. In fine, quel cinismo negli occhi spiranti adulterio, ed un peccato che non tocca mai la fine, provocatore continuo delle anime incostanti [“Animalis autem homo non percipit ea, quae sunt spiritus Dei”. (I. Corint. II, 14). — “Oculos habentes plenos adulterii, et incessabilis delicti, pellicientes animas instabiles”. (II. Petr. II, 14)]. – Come sono contrassegnate da esso le labbra? Le riconosci dall’esser sempre mosse ad un riso immoderato, od impudico, scioccamente empio, o crudelmente burliero, loquaci, senza alcuna regola, con discorso di nessuna importanza, sempre privo di scopo; parole invereconde, irreligiose, bestemmiatrici, piene di odio, di maldicenza e gelosia, spiranti concupiscenze, traspirano sepolcrali esalazioni, velenose più che tossico di vipera (2) [“Sepulcrum patens est guttur eorum”. (Psal. V, 11). — “Despumantes suas confusions”. (Judae Ep. v. 13)] Il cuore marcato da questo segno è ingombro di mali pensieri, di desideri, di fornicazioni e di tradimenti, di profondo egoismo, di ruberie, di avvelenamenti, di morti; sovra di esso hanno impero le cortigiane, e le femmine rifiuto della umanità [“De corde enim exeunt cogitationes malae, homicidia, a-dulteria, fornicationes, furta, falsa tcstimonia, blaspbemiae”. Matth.. XV, 19]. – Sugli alimenti lo riconoscerai alle loro pessime influenze. Non essendo stati questi liberati dal segno redentore, dessi servono da veicolo a satana per trasmettere tutte le sue tristi influenze, a giudizio de’ pagani stessi. Questi, messi per la nutrizione, a contatto con la inferior parte dello spirito, vi eccitano gli sregolati appetiti, solleticano gl’istinti, commuovono le passioni. Di che segue la ricerca di soddisfare alla sensualità nel vitto e nella bevanda, il dispotismo della carne, il disgusto del lavoro, la impotenza di resistere alle tentazioni, lo affievolirsi, e qualche volta ancora l’imbruttimento della ragione, la mollezza della vita, il sibarismo de’costumi, l’adorazione del dio ventre, terminando col disprezzo di sé, col soffocare la coscienza ed il senso morale con l’infanticidio, e col suicidio [“Inimicos crucis Christi, quorum finis interitus: quorum Deus venter est et gloria in confusione ipso rum”. Philip. Ill, 18]. – Volgi intorno Io sguardo, mio caro amico, e cerca le fronti, le labbra, i cuori, le mense ove si conserva la santità, la dignità, la sobrietà umana e cristiana ; il vivere mortificato e puro; i cuori forti contro le tentazioni; gli animi dedicati alla carità ed alla virtù; le forme di vivere, che possono senza rossore rivelarsi agli amici ed ai nemici: tu le troverai solo dove la croce regna protettrice! – Quanto dico quest’oggi sia per te come un dato di esperienza, domani ti apporterò di esso le ragioni e le prove.

in-hoc-signo

LETTERA VENTESIMATERZA.

20 dicembre.

Tu non dimentichi, mio caro Federico, che di presente noi deduciamo le conseguenze pratiche, che emanano dal giudizio pronunziato fra noi ed i nostri avi. La prima è che noi dobbiamo fare risolutamente il segno della croce. – Tuttavolta l’inappellabile sentenza del tribunale, fosse tale da essere norma di nostra condotta, pure, a mettere in rilievo tutta la dignità sua, ho voluto mostrarti, quanta vergogna, e quali pericoli e sventure ci verrebbero addosso da una teoretica e pratica rivolta contro di essa. I fatti t’hanno cerziorato [reso certo –ndr. -] di tutto ciò. Tu hai visto il segno della bestia impresso su tutte le fronti, le labbra, i cuori e gli alimenti non santificati dal segno divino. D’onde trae ciò la origine sua? Ho promesso dirtelo, eccomi a compiere la mia promessa. – In nessun modo può mancare che il segno della bestia sia impresso in ogni uomo, ed in ogni cosa che non trovasi dall’egida del segno liberatore dell’uomo e del mondo, difeso; avvegnaché non v’ha che un solo preservativo per l’uomo, contro satana, ed un solo parafulmine pel mondo: il segno della Croce. Dove questo manca, satana agisce da padrone. Le quali cose, come ben altre volte abbiamo detto, dipendono e traggono tutta la loro evidenza dal dogma della umanità il più profondo, ed il più incontestabile, la servitù dell’uomo, e del mondo allo spirito del male, di poi l’originale peccato. Per mettere in piena evidenza quel che ho chiamato alta mistione della croce, concedimi che io ti venga ricordando qualche tratto isterico, che è troppo poco considerato. Quello che si osserva nell’ordine della cosa pubblica è un riflesso di quanto ha luogo nel mondo morale. – Ora quando una dinastia è assisa sul trono, dessa si studia d’inalzare il proprio stendardo, e scolpire il suo stemma da per tutto, poiché ciò è segno di sua dominazione. Come per opposto, se dal trono è rovesciata, primo atto del conquistatore è togliere via gli emblemi della caduta dinastia per rimpiazzarli con i propri, cosi annunziandosi a’ popoli l’inaugurazione de’ nuovi regni. Da poi settanta anni in Francia ed altrove, quanti di questi mutamenti di colori e di stemmi non abbiamo veduto! Quindi il Verbo incarnato venendo sulla terra per Io possesso del suo regno trovò satana che con esso la faceva da re e da Dio, e le statue ed i trofei, gli stemmi di lui da per tutto erano innalzati ; ma vintolo, i segni della sua dominazione disparvero, ed a loro vece brillò lo stemma del vincitore, la croce. Per la qual cosa, se un’anima od un paese, in pena delle sue colpe, è dannato di nuovo al servaggio di satana, il primo atto dell’infernale usurpatore è il far disparire la croce. Questa disparsa, comincia a far tirannico strazio del suo conquiso, non avendo più da temere il formidabile segno. – Rileggi una pagina della storia della patria tua. Dal 1520 al 1530 quale miserevole spettacolo non ti presenta l’Allemagna? Dal Reno al Danubio, tutte le croci, che, dipoi la vittoria del cristianesimo riportata sulla idolatria scandinava, sormontavano i monti e le colline, fiancheggiavano le vie, smaltavano le campagne, ornavano le case, coronavano le chiese, onoravano gli appartamenti e consolavano l’animo dolente dell’abitante del tugurio, furono abbattute, messe in pezzi, gettate al vento, ravvoltolate nel fango al grido di un popolo delirante. Qual cosa annunziava questo turbine distruttore? L’arrivo del vincitore, il ristabilimento del suo regno. Da quel momento lo spirito delle tenebre domina l’Allemagna, e vi regna, come nel vecchio mondo, con la voluttà e crudeltà d’ogni maniera, col brigantaggio, colla confusione del giusto e dell’ingiusto, coll’anarchia intellettuale d’ogni nome, e d’ogni forma. Né altro da questo è lo spettacolo che ti presenta la Prussia, la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Svizzera, e tutte le contrade dove l’usurpatore ha preso il posto del legittimo re. Il che è tanto più significativo, che non trovasi isolalo nella storia, ma lo si vede riprodotto tutte le volte che satana prende nuovo possesso di un paese, l’articolare, o generale che sta, lento o rapido, desso è il carattere della vittoria infernale, e ne misura l’esteriore. Nel 1830 noi numerammo a centinaia le croci abbattute: il 1830 fu un aborto del 93. In questa ultima epoca, epoca di trionfo completo pel paganesimo, fu ben altrimenti, poiché a migliaia le croci furono abbattute sul suolo francese, ed in tal tempo di lugubre memoria, ma istruttivo, vi fu un giorno più nefasto fra tutti. – Sotto i colpi orde fanatiche, il 1793 vide radere nel sangue l’altare ed il trono. I massacri del convento del Carmine, e di S. Firmino, la proclamazione della repubblica, (l’assassinio di Luigi XVI, le ecatombe del Terrore, le nefandezze del Direttorio, le apostasie, i sacrilegi, le dee della Ragione, furono le conseguenze di quel disgraziato giorno, che ricorderà eternamente l’ora precisa in cui satana entrò trionfalmente nel regno cristianissimo. Ora in quel momento, dice uno scrittore, un uragano straordinario scoppiò sopra Parigi. Un calore soffocante aveva lungo tutto il giorno, impedita la respirazione, e le nuvole addensate e di un sinistro colore avevano ricoperto e nascosto il sole come in un oceano sospeso nell’aria. Verso le dieci l’elettricità cominciò a sprigionarsi con spesso lampeggiare, simile a luminose palpitazioni del cielo. 1 venti squarciando le nubi, come onde di mare tempestoso, abbattevano le messi, spezzavano gli alberi, trasportavano altrove i tetti. In men che io il dica, le case furono chiuse e le strade deserte. Il fulmine per otto lunghe ore non cessò dal colpire uomini e femmine, che si conducevano a’ mercati di Parigi, e molte sentinelle furono ritrovate morte fra le ceneri delle loro garitte, e la forza del fulmine strappava da’ gangheri le inferiate balzandole a smisurata distanza. Le due alture che sormontano l’orizzonte di Parigi Montmartre ed il monte Valeriane attrassero in gran parte l’elettrico delle nubi, che l’inviluppavano, ma scaricandosi questo su tutti i monumenti isolati sormontati da punte di ferro, abbattè tutte le croci, che trovavansi nelle campagne, sulle piazze, e lungo le strade, dal piano d’Issy per tutto il bosco di san Germano e di Versailles sino alla croce del ponte di Charenton. L’indomani, le braccia di queste coprivano da per tutto il suolo, come se un’ armata invisibile avesse rovesciato nel suo passaggio tutti i segni del ripudiato culto cristiano. – Nell’ordine morale nulla avviene per azzardo, come nell’ordine naturale niente ha luogo per saldo; epperò i fatti che narro hanno un significato. Questo è rivelato dalle circostanze che lo accompagnarono e seguirono, le quali mostrano evidentemente perché la croce sia in un paese, e perché vi manchi: insegnano altresì alle nazioni, alle città, alle provincie, agli uomini d’ogni maniera, quanto debba esser loro a cuore il conservare il segno della Croce, moltiplicarlo, ed onorare il segno protettore di tutta la creazione. – Fare il segno della croce soventemente è la seconda conseguenza pratica della emanata sentenza. E perché nol faremo noi? Perché ciascuno a sua posta non tornerà a’ pii usi de’ padri nostri? Eglino non si reputavano sicuri un istante, ed in tutte le azioni,tutta volta queste facilissime si fossero, se non protetti dal segno salutare. Siam noi forse da più di loro nel coraggio? Le tentazioni nostre son forse minori nel numero e nella forza delle loro, i pericoli che ne circondano, meno gravi, e i doveri nostri, da meno dei loro? Tutte le volte che i padri nostri sortivano dalle abitazioni, s’incontravano con statue, pitture, oggetti osceni, erano nel mezzo di usi e di feste, in cui lo spirito del male si rivelava in ogni maniera? E quali sono i discorsi, le conversazioni, i canti che i casti orecchi è forza che sentano? Il sensualismo ed il naturalismo delle idee e de’ costumi pubblici e privati, con tutta l’apparenza delle belle forme, sono in continua cospirazione contro al soprannaturale della vita, contro lo spirito di mortificazione, di semplicità, della povertà e del distacco dalle cose periture e passeggere della terra. – Eglino erano in continua tenzone per difendere la fede contro i sarcasmi, il disprezzo ed i sofismi della plebe, e della filosofia pagana; dovevano rispondere ai giudici ne’ tribunali, e comprovare la loro credenza negli anfiteatri; ed in tutta questa pugna, il mezzo di che usavano a confortarsi, era il segno della Croce, il solo segno della Croce. E per noi cattolici del secolo XIX, non è forse la condizione simile? Quanto ci circonda, non è forse, o cerca divenire pagano? Mi si mostri una parola di evangelo nella maggior parte degli uomini? Le città di Europa non sono di presente inondate di statue, di quadri, di fotografie esposte, forse a disegno, per accendere negli animi disonesti amori? Qual cosa mai manca per essere per filo ed a segno pagano la mensa, la mobilia, gli abiti del mondo moderno? la schiavitù, e la ricchezza. Ma gli istinti sono gli stessi che avevano gli uomini del tempo dei Cesari! Simile spettacolo è continuata insidia! Guai a colui che di esso non si avvede, ma più ancora per chi non custodisce da esso, notte e dì, i suoi sensi ed il suo cuore! Se torna difficile la difesa de’ nostri costumi, quanto non è altresì malagevole sostenere le guerre per la difesa della fede! È un’epoca la nostra in cui le false idee, le menzogne, i sofismi circolano nella società come gli atomi nell’aria. Da per tutto è l’anfiteatro, in cui è da combattere per la Chiesa, per le nostre credenze, usi, tradizioni, pel soprannaturale cristiano: l’arena non è mai chiusa, e come un combattimento è per finire, tosto un altro ne comincia. I primi cristiani posti in simili condizioni, un’arma sola conobbero vittoriosa, universale e famigliare, di che facevano continuo uso, il segno della croce. Potremmo noi trovarla migliore? E se fu tempo in che era necessario usare di questo segno per noi e le creature, l’è questo nostro; chi può però impedirci d’imitare i nostri avi? E che cosa può avere d’incompatibile il Segno della Croce eseguito sul cuore, o secondo l’antico uso, col pollice sulla bocca, con le nostre occupazioni? Se siamo vinti, chi n’ è causa? Perditio tua ex te, Israel! – Far bene il segno della croce è la terza applicazione della sentenza pronunziata. La regolarità, il rispetto, l’attenzione, la confidenza, la devozione, devono accompagnare la nostra mano, quando essa forma l’adorabile segno. La regolarità: questa vuole che il segno della croce nella sua forma perfetta, secondo la tradizionale usanza, sia fatto con la mano destra, e non con la sinistra, portandola lentamente dalla fronte al petto, da questo alla spalla sinistra, e quindi alla destra. In ciò nulla di arbitrario [“Nominato Spiritu Sancto, dum ab uno ad alteram latus sit transversio”. — Navarr. Comment, de oral, et oris canon c. XIX, n. 200]; che se i primi cristiani venissero fuori dalle loro tombe, non altrimenti eseguirebbero il segno della croce. Ascoltiamo un testimone oculare, e Noi facciamo il segno della croce su i catecumeni con la destra, comeché questa più nobile è reputata, tuttavolta non differisca dall’altra, che per sola postura e non per natura: parimente noi preghiamo rivolti all’oriente, essendo questa la parte più nobile della creazione. Le quali cose la Chiesa le ha apprese da coloro, che le insegnarono a pregare, gli Apostoli (“Quemadmodum dextera manu in nomine Christi eos, qui crucis signo obsignandi sunt, obsignamus, propterea quod dextera manus praestantior censetur quam sinistra; quamquam situ, non natura ab ea différat: sic oriens, ut quae pars sit in natura praestantior, ad Dei venerationem cultumque secreta est . . . . A quibus autem Ecclesia precandi moreui accepit, ab iis etiam ubi precandum sit accepit, id est, ab Apostolis”. (S. Iustin. Q. XVIII)]. – Sul conto della dignità della mano destra abbiamo un bel passo di santo Agostino. “Non rimproverate voi, dice egli, colui che vuol mangiare con la sinistra mano? Se voi stimate insulto fatto alla vostra mensa il mangiar dell’invitato con la mano sinistra, come non Io stimereste ingiurioso per la mensa divina far con la sinistra quello, che andrebbe fatto con la destra, e far con questa l’opera di quella [“Nonne corripis eum qui de sinistra voluerit manducare? Si mensae tuae iniuriam putas fieri manducante conviva de sinistra: quomodo non fit iniuria mensae Dei, si quod dextrum est, sinistrum feceris, et quod sinistrum est, dextrum feceris?” (S. August, in psalm. CXXXVI]. E S. Gregorio aggiunge:. < È questa una maniera di parlare degli uomini. Noi stimiamo più nobile ciò che trovasi a destra, di quello che trovasi a sinistra » [“Ipso enim locuiionis usu pro dextro habere dicimur quod pro magno pensamus, pro sinistro vero quod despicimus”. (S. Sregor. Moral, lib. XX, c. 18)]. – Le parole che accompagnano il segno della mano, sono parimente di apostolica tradizione, poiché le si trovano descritte da tutta l’antichità. Santo Efrem scrive: Su tutto che incontrate fate il Segno della Croce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » [“Quaecumque pertransis, signa primum in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. (S. Ephrem De Panoplia)]. E santo Alessandro martire, condannato nel capo da Massimiano, sotto le cui bandiere militava, rivoltosi all’oriente, e segnatosi tre volte, disse: “Gloria ne venga a voi, o Dio de’padri nostri; Padre, Figlio e Spirito Santo” [“Totum corpus croce ter signavit, et ad orientem versus: gloria, inquit, tibi sit, Deus patroni nostrorum, Pater et Filius el Spiritus Sanctus. (Apud Surium, 13 Maii)]. – Questa maniera di segnarsi, che descriviamo, è più in uso fra i cristiani de’ tempi nostri che presso gli antichi; poiché la forma di croce con che costumavano segnarsi, era quella del pollice sulla fronte: “Frontem crucis signaculo terimus; comeché facile fosse ripeterla ed opporle al nemico. Di presente un siffatto modo è in uso nella Spagna, ed in altri paesi ancora. Ma perché più tosto sulla fronte che non sul cuore? In questo, mio caro Federico, come in mille altre cose dell’antichità v’hanno de’ misteri, ed io ne conto cinque: – Il primo, per onore del divino Crocifisso. Non senza ragione il Verbo incarnato ha voluto che il suo segno fosse impresso sulla fronte, dice santo Agostino; in essa ha sua sede il pudore, ed egli ha voluto che il cristiano non abbia ad onta gli obbrobri del suo Maestro. Se voi lo eseguite, seguitandosi egli dice, alla presenza degli uomini, e se non la stimate vostra vergogna, mettete pure ogni vostra confidenza nella divina misericordia di lui » [“Non sine causa Signum suum Christus in fronte nobis flgi voluit, tamquam in sede pudoris, ne Christi opprobria Christianus erubescat. (S. August, in Psal. XXX. Enar. IV, n. 8). – Il secondo, è per onorare la nostra fronte. Il segno della croce è il segno della fronte, signaculum frontium [Tertull. contra Marcion., lib. V]. E santo Agostino: « Una fronte senza questo segno è come una testa senza capelli. Come il capo calvo è fatto segno alle burle, ed è cosa da averne rossore, così l’è parimente per una fronte senza questo segno; dessa è impudente. Non sapete voi che l’uomo per insultar l’altro uomo gli dice: Tu non hai fronte? Il che suona: Sei impudente: Dio mi preservi dall’avere la fronte nuda, il segno del mio Maestro la copra e la onori » [“Non habeam nudam frontem; eam crux Domini mei. In psal. CXXXI] – II terzo, è il miracolo della Redenzione. Il Segno della Croce è un trofeo. Questo si eleva non fra le tenebre e negli infimi luoghi della città, ma lungo le pubbliche piazze, dove da tutti possa andar veduto, e con la sua presenza ricordare le gesta ed i trionfi del vincitore. « Ecco ragione, dice santo Agostino, da aver stabilito il Verbo divino, che la fronte dell’uomo, membro il più visibile ed il più nobile, venisse segnato dal trofeo della vittoria riportata sulle potenze infernali [“ipsam crucem de diabolo superato tanquam tropheum in frontibus fidelium positurus erat”. In loan. Trad. XXXVI]. Passando la croce dal luogo del supplizio sulla fronte degl’imperatori, doveva proclamare eternamente il gran miracolo della conversione dell’universo. – Il quarto, il diritto di Dio sopra dell’uomo. Il divino Crocifisso, preso possesso dell’uomo, lo ha segnato col suo stemma, come il proprietario contrassegna col suo, tutto che gli appartiene. « Tosto che il Redentore ebbe reso libero l’uomo, scrive S. Cesario di Arles, impresse su di lui il proprio segno. Questo segno è la Croce. Noi lo abbiamo sulla fronte impressovi dal vincitore per insegnare a tutti, che noi siamo sua possessione e suoi tempii viventi, e satana furioso, invidia a tanta nostra ventura, ed agogna ad involarci il segno del nostro riscatto, la carta di nostra libertà [“Et ideo nunc (diabolus) gemit, invidet, circuit, si forte vel furto a nobis possit auferre instrumentum ipsius manumissionis, et acquisitæ tabulæ libertatis”. S. Caesar. Arelat. Humil. V, de Pascha]. – II quinto è la dignità dell’uomo. La fronte e la parte più nobile dell’umano corpo, ed è come la sede dell’anima; però il demonio con ogni studio cerca di sformare la umana fronte più di ogni altro membro, perché chi è padrone del capo, l’è di tutto l’uomo. Il rendere deforme quest’organo con artificiali compressioni, è stato in voga in molti tempi, ed al presente esiste ancora in alcuni paesi. Sfigurare la divina immagine nell’uomo, indebolire le intellettuali facoltà, sviluppare gl’istinti i più volgari, furono i risultati di questo sformare del capo umanamente inesplicabile. Il perché, il riparatore di tutte le cose, Nostro Signore, ha voluto che il segno della croce fosse a preferenza marcato sulla fronte, per liberar l’uomo, o, rendendogli la libertà, elevarlo nella pienezza delle sue facoltà alla dignità del suo essere. Il rispetto è un’altra condizione per ben fare il segno della croce : avvegnaché è un atto di religione degno di ogni venerazione. Questo dev’essere inspirato dalla sua origine, dalla sua antichità, dall’uso che ne ha fatto quanto il mondo ha visto di meglio, gli Apostoli, i martiri, i veri cattolici della primitiva Chiesa e di tutti i secoli; per la gloria con che si presenterà l’ultimo giorno, quando, annunziato l’arrivo del supremo Giudice, dessa maestosa poserà dal lato al tribunale supremo, per consolazione de’ giusti, ed eterna confusione de’ cattivi. L’attenzione; senza di questa sarebbe un movimento da macchina, spesso inutile a noi, ed ingiurioso a Colui, di cui ricorda la maestà, l’amore ed i benefizi. La fiducia; ma una fiducia da figlio, viva, forte, fondata sul testimone de’ secoli, la pratica della Chiesa, e su gli effetti meravigliosi prodotti da tal segno, liberatore dell’uomo e del mondo, che mette paura a satana. – La devozione; che faccia corrispondere il cuore alle labbra. Eseguendo il segno della Croce che fo io? Io mi proclamo il discepolo, il fratello, l’amico, il figlio di un Dio crocifisso; epperò sotto pena di mentire a Dio, io devo essere quello che dico. Ascolta i nostri padri. « Quando tu ti segni, pensa a tutti i misteri raccolti nella croce. Non basta il farlo con le dita, è mestieri innanzi tutto farlo con la fede e buona volontà. Quando imprimi questo segno sul tuo petto, sopra i tuoi occhi, su tutte le tue membra, offriti a Dio come accettevole ostia. Segnandoti siffattamente, tu ti proclami soldato cristiano, ma se nelle stesso tempo, tu non pratichi, il più che da te si possa, la carità, la giustizia, la castità, questo segno non ti varrà a nulla. « Nobilissima cosa è il segno della croce! Con esso sono da segnare i nobili e preziosi oggetti. Non sarebbe strano suggellare in oro la paglia ed il fango? Qual senso potrà avere questo segno sulle labbra e sulla fronte, se interiormente l’anima è immonda, ed in preda ai vizi [S.Ioan.Chrys. Homil. 51, inMatth.– S.Ephrem, Ds adorat. vivif. Cruc. D. N. — S. Augustin. Serm. 215, de Temp. — Si-gnum maximum atque sublime. Lactant. Divin. Institut. lib. IV. c. 26]. « Qual cosa mai, si domanda santo Agostino, è il fare il segno della croce e peccare? E un porre il suggello della vita sulle labbra, e darsi un pugnale nel cuore da morirne [“Qui se signat, et aliquid de sacrilego cibo manducat, qùomodo se signat in ore, et gladium sibi mittit in pectore”. (S. Caesar. Serm. 278, inter Angustin.]. » Quindi il proverbio de’ primi cristiani ripetutoci da Beda : « Fratelli, abbiate Gesù Cristo nel cuore, ed il suo segno sulla fronte. Habete Chrìstum in cordibus, et signum eius in frontibus » Beda, tom. III, in collact. flor, et parab.]. – Quindi santo Agostino aggiunge una bella parola: « Dio non vuole de’ pittori, ma degli operatori de’ suoi misteri. Se voi portate sulla fronte il segno della umiliazione di Gesù Cristo, portate altresì nel vostro cuore l’imitazione della umiltà di Lui » [“Factorem quaerit Deus signorom suorum, non pictorem, etc. ( S. August. Serm 32 .)]. – Ogni ragione ci assiste, ed è per siffatto nostro operare, né alcuno ardisca dire: il far bene o male il segno della croce, non è poi gran cosa. Altrimenti da ciò hanno pensato i secoli cristiani; altrimenti ha pensato la verità istessa. Ammettendo ancora che sia poca cosa un segno di croce, il Verbo incarnato non ha forse detto: « Quello che è fedele nelle piccole cose, lo sarà altresì nelle grandi, e chi è infedele nelle piccole, 1’è nelle grandi? » Non è forse questa fedeltà giornaliera e continua, che prepara, e forma la gloria eterna? Nel grande affare della propria salvezza, come negli altri è sempre vero che, ciò che basta non basta sempre; – Fo io dicci volte al giorno il segno della croce? Se è ben fatto, dico dieci opere buone, dieci gradi di meriti e di felicità, dieci monete per pagare i miei debiti, e quelli de’ miei fratelli che sono sulla terra o nel purgatorio; dieci istanze per ottenere la conversione de’ peccatori e la perseveranza finale, per allontanare dal mondo e dalle creature le infermità, i pericoli ed i mali di che sono afflitti. Misura i meriti raccolti a capo di una settimana, di un anno, di una vita di cinquanta anni. E potrà ciò stimarsi cosa da poco! – Tu conosci ora, mio caro Federico, il Segno della Croce, e come questo debbasi eseguire: lascia all’amor mio confidarti un pensiero solo, un pensiero, che accenna un po’ a santa ambizione. Suppongo che uno straniero arrivi a Parigi, e che domandi chi sia il giovane che nella gran capitale esegua meglio il segno della Croce: desidero che tu sii nominato. A questo prezzo io ti prometto una vita degna de’ nostri avi della primitiva Chiesa, ed una morte preziosa agli occhi di Dio, e forse ancora gli onori della canonizzazione: In hòc signo vinces,per questo segno vincerai’.  – Questa parola divina sempre antica e sempre nuova, poiché è la formula di una legge, che il gran Costantino primamente meritò d’intendere, qual tipo dell’uomo, e della cristiana famiglia. L’immortale imperatore procedeva a marce sforzate contro Massenzio, per battere in battaglia questo spaventoso tiranno fattosi padrone della capitale del mondo. Ad un tratto, nel mezzo di un cielo sereno, una croce luminosa tanto da superare il chiarore del sole, si manifesta a tutta l’armata, che stupefatta legge intorno ad essa scritto: in hoc signo vinces: per questo segno avrai vittoria. La notte seguente il Figlio di Dio compare all’imperatore con lo stesso segno in mano, e gli ordina farne uno simile da usarne in battaglia, con promessa di sicura vittoria. Costantino ubbidisce. Il segno celeste risplendente di oro e di gemme brilla allo sguardo delle legioni e diviene il celebre Labarum. Ovunque siffatto segno apparisce, rincora lo stanco soldato, accende coraggio nel cuore delle legioni di Costantino, e spavento produce in quelle di Massenzio; le aquile romane fuggono al cospetto della croce; il paganesimo innanzi al cristianesimo; satana, il vecchio tiranno del mondo innanzi Gesù Cristo, il Salvatore di Roma e del mondo. Così esser doveva! Massenzio disfatto ed annegato, Costantino trionfatore entrò in Roma. Una statua lo rappresenta con in mano una croce, e la seguente iscrizione ricorda ai posteri la prodigiosa conquista.

È QIESTO IL SEGNO SALUTARE

VERO SIMBOLO DI FORZA

PER ESSO DAL GIOGO DELLA TIRANNIDE

HO LIBERATO LA CITTA’ VOSTRA

AL SENATO AL POPOLO ROMANO HO RESO LA LIBERTA’

L’AVITO SPLENDORE E L’ANTICA MAESTÀ

AD ESSI HO RIDONATO

[“hanc inscriptionem, latino sermone, mandat incidere. Hoc salutari signo, vero fortitudini Indicio, civitatem vestram tyrannidis jugo liberavi, et S. P. Q. R. in libertatem vindicans, pristinae amplitudini et splendori restituì” – Euseb. Vit. Costantin. c. 3]. – Costantino sei tu, sono io, ed ogni anima battezzata, è il mondo cristiano. Gettati noi nel mezzo della grande arena della vita, noi alla testa dell’armata de’ nostri sensi e delle nostre facoltà, camminiamo all’incontro di un tiranno peggiore di Massenzio. La nostra Roma è il cielo; esso vuole sbarrarcene la via, e viene contro di noi capitanando intere legioni infernali; la battaglia è inevitabile. Dio ha provveduto alla nostra vittoria come a quella di Costantino, ci ha fornito di mezzo per trionfare, il segno della croce: In hoc signo vinces. – Al presente, come in altri tempi, questo segno mette spavento a satana, formulo dæmonum. Facciamolo con fede, ed il cammino della eterna città ci sarà aperto! E noi vincitori, e vincitori per sempre, per dovere di gratitudine eleveremo al cospetto degli Angeli e degli eletti una statua che avrà la costantiniana iscrizione.

É QUESTO IL SEGNO SALUTARE VERO SIMBOLO DI FORZA PER ESSO HO VINTO SATANA LIBERATA QUESTA ANIMA E QUESTO MIO CORPO DALLA TIRANNIDE DI LUI I MIEI SENSI LE MIE FACOLTÀ, TUTTO L’ESSERE MIO PER ESSO ETERNALMENTE GIOISCONO

IN HOC VINCES!

Salve, dunque dirò con i padri e dottori dell’oriente e dell’occidente, salve, o segno della Croce! Stendardo del gran Re, immortale trofeo del Signore, segno di vita e di salute, segno di benedizione, terrore di satana e delle sue legioni, baluardo inespugnabile ed arena invincibile, scudo impenetrabile, spada da re, onore della fronte, speranza de’ cristiani, farmaco salutare, risurrezione dei morti, guida de’ ciechi, consolazione degli afflitti, gioia de’ buoni e terrore dei cattivi, freno dei ricchi, umiliazione dei superbi, giudice degl’ingiusti, libertà degli schiavi, gloria de’ martiri, purità dei vergini, virtù dei santi, fondamento della Chiesa, salve! [Gretzer, lib. IV, c. 54]. – E tu, mio caro Federico, tu hai ormai la mia risposta alle tue questioni. L’autorità di tutti i secoli le ha sciolte a tuo favore. Quest’apologia vittoriosa della tua nobile condotta, ti convincerà, io lo spero, contro le burle ed i sofismi. Da un canto, tu sai quanto sia importante e solidalmente fondata la pratica continua del segno della croce; dall’altro, tu sei in grado da apprezzare il giusto valore della intelligenza di coloro che non lo fanno, e di giudicare com’eglino meritano il carattere di chi arrossisce di farlo: In hoc vinces!

 

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 20-21]

gaume-282x300

LETTERA VENTESIMA.

16 dicembre.

Nobilitato l’uomo, arricchito e protetto dal segno della croce, qual cosa mai gli manca per raggiungere felicemente lo scopo del suo pellegrinaggio? È mestieri che egli trovi una guida, che lo meni. – Come l’Arcangelo Raffaele, inviato per accompagnare il giovane Tobia nel lungo suo viaggio, così il segno della croce presenta ed offre a tutti noi, come ad amico, Io stesso ministero. Tal’è l’ultimo punto di vista, sotto il quale noi considereremo il segno della croce.

Viaggiatori pel Cielo, il segno della croce è una guida che ci accompagna.

La notte è al mezzo del suo corso, il tuono rimbomba da per tutto, la pioggia vien giù a torrenti, le bestie feroci spaventate sortono dal fondo delle loro tane, e corrono incerte in tutte le direzioni, e non le si vedono che nel lume del baleno. Solo, tu sei nel mezzo della tua Foresta Nera, tale com’essa era ai tempi di Cesare, immensa, orribile, senza vie e sentieri, deserta di abitazioni, vasto ricetto de’ grandi orsi della Germania, che impaurivano i Romani fin sopra gl’inaccessibili gradini del Colosseo. Senti tu il bisogno di una guida caritatevole, che, postasi a te dal lato, ti rassicuri con la sua presenza, e, datati la mano, ti conduca sano e salvo nel mezzo della tua cara famiglia? – Debole immagine è questa della realtà! La Foresta Nera è il mondo; la tempesta con le sue tenebre, con i suoi fulmini, i pericoli, e gli spaventi che produce, è la vita. Ove sono? dove vado io? qual cammino è da prendere ? Questa è la prima questione, che l’uomo a sé stesso muove nel mezzo di questa notte piena di agonie. La risposta non si fa attendere; dessa è tutta intera nel segno della croce. Ecco ragione perché la Chiesa, piena di sollecitudine per l’uomo, glielo insegna fin dalla culla, e questo segno, interpretato dalla parola materna, dissipa tutte le tenebre, illumina il cammino, orienta la vita. – « Venuto da Dio, dice questo segno all’uomo, tu tornerai a Dio: immagine come sei di Dio, ch’è amore, tu devi tornare a Lui per l’amore. L’amore contiene il ricordo, e l’imitazione. Ricordarti di Dio, ed imitarLo: ecco la tua via, la verità, e la vita. Comprendimi, e tu eseguirai le due grandi leggi fondamentali della tua esistenza ». Nulla v’ha di più vero di questo discorrere della divina guida, e poche parole basteranno a mettere io chiaro sì sublime insegnamento. La memoria.— In Francia ed in Alemagna, ed ogni dove, come oggi, così quattro mila anni fa, dicevasi: la memoria è il polso dell’amicizia. Come fino a che il polso batte, la vita esiste, e si estingue quando questo cessa dal battere; così è, non altrimenti e per l’amicizia. Finché la memoria dell’oggetto amato sussiste, l’affezione continua; ma languisce quando la memoria si dissipa, e muore del tutto se quella finisce. Questo, tu il sai, è cosa elementare. L’uomo è si convinto che la memoria è segno, causa e condizione delle affezioni umane, che gli amici non mancano di dirsi, lasciandosi: Non mi dimenticate; non vi dimenticherò giammai; e si scambiano degli oggetti, perché, malgrado la lontananza, la memoria si conservi sempre viva. Fra l’amor di Dio e le amicizie umane v’ha ciò di simile, che la memoria né segno, anima e vita. Il ricordarci di Dio essendo la prima legge del nostro essere, era proprio della divina saggezza darci un mezzo ad osservarla, e perché la legge era universale, il mezzo doveva esserlo parimente. Questa legge era per tutti, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, per gli uomini di piaceri e di pene; questo mezzo però doveva essere accessibile a tutti. Questa legge essendo fondamentale, questo segno doveva essere di grande efficacia. – Ho detto, mio caro Federico, che la legge del ricordarsi dell’amico è una legge fondamentale. La esposizione di questa parola ti mostrerà sotto nuova luce l’importanza del segno della croce. Quello ch’è il sole nel mondo fisico, l’è Dio, per ogni riguardo, ed ancora più nel mondo morale. Se il sole, invece di spargere sul globo i suoi torrenti di lume e di calore, ad un tratto si estinguesse, pensa tu stesso, quello che avrebbe luogo nella natura. All’istante medesimo la vegetazione si arresterebbe, i fiumi ed i mari si muterebbero in pianure di gelo, la terra diverrebbe dura come le rocce. Le bestie feroci, che la luce caccia nel fondo delle foreste, con spaventevoli urli si chiamerebbero a far strage dell’uomo, e la confusione e lo spavento padroneggerebbero quest’ultimo. Da per tutto regnerebbe la confusione e la disperazione, pochi giorni condurrebbero di nuovo il mondo al caos. Cosi, se il sole delle intelligenze dispare, tosto la vita morale si estingue; poiché tutte le nozioni del bene e del male si cancellerebbero, la verità e l’errore andrebbero confuse nel diritto del più forte ; avverrebbe un caos morale. Nel mezzo di queste fitte tenebre, tutte le orride cupidigie, ed i sanguinari istinti, assopiti nel cuore umano, si risvegliano, si comunicano, si sbrigliano, e, senza paura e senza rimorso, si disputano i mutilati lembi delle fortune, delle città e degli imperi. La guerra è in ogni dove: la guerra di tutti contro tutti, rende il mondo un vasto recinto di ladri ed assassini. – Questo spettacolo non si è mai presentalo allo sguardo umano, come mai gli si è mostrato l’universo senza l’astro che lo vivifica; ma quello che ha veduto è un mondo, in cui, simile al sole coperto di spesse nubi, l’idea di Dio non dà che un barlume incerto. Allora un brancolare continuo degli uomini fra la verità e l’errore; una moltitudine di sistemi fantastici ed immorali; le superstizioni crudeli e le passioni prendere il luogo delle leggi, i delitti quello delle virtù; il materialismo essere alla base, il dispotismo al sommo, l’egoismo da per tutto, ed ai combattimenti de’ gladiatori unirsi i festini di umana carne. – Tuttavolta la dimenticanza di Dio fosse minore presso gli Ebrei di quello che l’era presso i gentili, pure, presso di loro gli effetti erano analoghi. Per lo mezzo de’ Profeti ben venti volte il Signore attribuisce a questo delitto le iniquità ed i castighi di Gerusalemme, che era, come sai, il tipo de’ popoli. Ecco quel che dice il Signore: « Chi mai ha udito orrori simili a quelli che ha commessi la vergine d’Israele…. poiché essa m’ha dimentico. Tu ormi la tua sorella Samaria, ed io porrò nelle tue mani la sua coppa. Tu berrai la coppa di tua sorella, coppa grande e profonda: i popoli si befferanno di te. Tu sarai ebra di dolori, e del calice dell’amarezza, e della tristezza, del calice di tua sorella Samaria. Tu lo berrai, e lo sorbirai sino alla feccia, e ne divorerai i frammenti, e lacererai le tue viscere. Poiché tu mi hai dimenticato, e fatto da meno del tuo corpo, tu sentirai il tuo delitto e la pena di esso » [Gerem., XVIII, 13,15. — Ezech., XXIII. 31,35.— Is. VII, etc.]. Si può con maggiore energia caratterizzare i funesti effetti dell’abbandono di Dio! Ora l’enormità del delitto si misura dalla santità della legge, di che è violazione; il ricordarsi di Dio è dunque legge vitale della umanità. Dal che, argomenta tu stesso, l’importanza del segno della croce, destinato specialmente a tener vivo nella mente umana sì salutare ricordo. – Dissi specialmente, a disegno; poiché, questo segno è un vaso tutto pieno di divine rimembranze, che, eseguendolo, come vivificante liquore, penetrano sino al fondo dell’ essere umano. Ricordandomi necessariamente del Padre, sollevando il mio pensiero al Figlio, ed allo Spirito Santo, desse mi ricordano il Padre Creatore, il Figlio Redentore, lo Spirito Santo Santificatore. – II Padre, ricorda a te, a me, a quanti hanno uno spirito per comprendere, ed un cuore per amare, tutti i benefizi divini nell’ordine della creazione. Io esisto, ma a voi devo, o Padre, la vita base di tutti i beni naturali; vita, che voi mi avete data, preferendomi a tanti milioni di esseri possibili! A voi devo la conservazione di essa, e ciascun battito del mio cuore è un vostro benefizio; voi la rinnovellate ad ogni istante del dì e della notte. Voi la continuate da poi molti anni, non ostante le mie ingratitudini, ed il mal uso da me fatto di essa. Voi siete meco largo di un tal benefizio, preferendomi a tanti altri, che, nati con me, o dopo di me, sono già morti. Vostro benefizio è altresì quanto conserva, consola ed abbellisce la vita. Il sole che m’illumina, l’aria che respiro, la terra che mi sostiene, gli alimenti che mi nutriscono, gli animali che mi servono, le vestimenti da coprirmi, i farmaci per guarirmi, i mici parenti, gli amici, il mio corpo con i suoi sensi, l’anima con le sue facoltà, tutte le creature visibili ed invisibili, poste con tanta magnificenza a mio servizio, Padre Creatore, queste, son tutte dono vostro. – Il Figlio ricorda tutti i benefizii nell’ordine della Redenzione. Quando profferisco il vostro Nome, o Figlio adorabile, desso mi rapisce negli splendori dell’eternità, dove voi, eguale al Padre, assiso sullo stesso trono, siete felice d’una infinita beatitudine. Ma ad un tratto, mi trovo in una misera stalla, dove vi vedo povero fanciullo, mancante di tutto, tremante di freddo, disteso su dura paglia, riscaldato a pena dalle carezze materne, e dal fiato di due animali! Dalla stalla passo al Calvario. Quale spettacolo! Voi, o mio Dio, il Re de’ mondi, il Re degli Angeli e degli uomini, sospeso al patibolo fra il cielo e la terra, nel mezzo di due ladri, dilacerato nelle membra, coronato di spine, bruttato nel volto da sputi, e da grommi di sangue: e questo per amor mio. La croce mi conduce al tabernacolo. Innanzi al mio Dio annientato, al mio Dio divenuto mio pane, al cospetto del mio Dio divenuto mio prigioniero, e mio servo, che ubbidisce alla voce d’un fanciullo; avanti questo compendio di tutti i miracoli dell’amore la mia bocca diviene muta! Le lingue tutte degli Angeli e degli uomini tornano impotenti a profferire parola su di un mistero, che il solo amore infinito ha potuto concepire! – Lo Spirito Santo ricorda tutti i benefizii in ordine alla Santificazione. Il mondo tutto vi deve, o Amore consustanziale al Padre ed al Figlio! Desso vi deve il suo Redentore; qui conceptus est de Spiritu Sancto: desso vi deve Maria sua madre ; Spirìtus Sanctus superveniet in te: desso vi deve la santa madre Chiesa Cattolica, ch’è per me quello che Maria era per Gesù; credo in Spiritum Sanctum, Sanctam Ecclesiam. Le sue viscere mi hanno portato, il suo latte m’ha nutrito, e con i suoi Sacramenti mi fortifica, e guarisce. Ad essa io devo la comunione dei Santi, gloriosa società, che mette me povera creatura in stretto ed intimo rapporto con le gerarchie angeliche, e con tutti i Santi, da Abele sino all’ultimo degli eletti: ad essa devo la conservazione dell’Evangelio, luminosa fiaccola, e benefizio inestimabile, che ha tratto il genere umano dalla barbarie, e che gl’impedisce il ricadérvi! – Conosci tu un ricordo cosi fecondo e cosi eloquente come il segno della croce? Il filosofo, il politico, il cristiano dimandano, qualche volta, un libro per meditare; ecco quello, che può tutti rimpiazzare. Questo libro, intelligibile per tutti, da potersi leggere da tutti, gratuitamente dato, è fra le mani di tutti. Iddio così l’ha fatto: quel ch’è tatto da Dio è ben fatto. – L’imitazione. — Ricordarci di Dio è la prima legge del nostro essere. Tu vedi, mio caro Federico, l’importanza di questa legge, e come il segno della croce ci sia aiuto per osservarla. Imitar Dio è un’altra legge non meno fondamentale, che nessuno spirito assennato ha messo in dubbio. Ogni essere non è in dovere di sé stesso perfezionare? non è per questo, e solo per questo che la vita gli è data? La perfezione di un essere non è lo assomigliarsi al tipo su cui è stato modellato? La perfezione del quadro non è in ragione della espressione con che rende i tratti del modello? L’uomo è fatto alla immagine di Dio. Esporre in sé stesso tutti i tratti di questa divina immagine, senza assegnare altri limiti alla propria perfezione, che la perfezione del suo sublime modello, tal’è la legge del suo essere, ed il lavoro di tutta la sua vita. – « Io v’ho dato l’esempio, diceva Cristo, perché voi facciate come me ». Ed il suo grande Apostolo: « Siate miei imitatori come io lo sono del Verbo incarnato: guai a chi non sarà trovato simile al tipo divino ». Ora nulla v’ha che possa meglio guidarci in questa via d’imitazione come la croce. Che cosa fa l’uomo formandola? Egli pronunzia il nome di Dio; perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, tre persone distinte in una sola e medesima divinità, sono Dio. Dicendo il nome di Dio, all’uomo il segno della croce gli presenta il suo eterno modello, l’essere per eccellenza, in cui sono le perfezioni tutte in grado eccellente. E del pari, ripetendo i nomi di ciascuna persona dell’augusta Trinità, propone alla nostra imitazione le perfezioni proprie di esse. – Nel Padre la potenza divina; e mi dice: Tu devi imitare la potenza del Padre Creatore, e moderatore di ogni cosa, nel governo di te stesso, e del mondo, con l’impero sulle tue passioni, su le massime, gli usi, gl’interessi, i modi, le minacce, le promesse contrarie alla libertà ed alla dignità di un figlio di Dio, Re come suo Padre. – Nel Figlio la saggezza infinita; e mi dice: Tu devi imitare la saggezza del Figlio con la giustezza de’ tuoi giudizi e delle tue appreziazioni, col preferire invariabilmente l’anima al corpo, l’eternità al tempo, il dovere ai piaceri, la ricchezza che non vien meno, alla passeggera e transitoria. – Nello Spirito Santo l’amore infinito; e mi dice: Tu devi imitare la carità dello Spirito Santo col disciplinare, nobilitare le tue affezioni; strappando dal tuo cuore fin dalle fibre le più profonde l’egoismo, la gelosia, l’odio, e tutti i vizii, che producono internamente la degradazione, ed il disturbo all’esterno. – Che ne pensi tu? Non è il segno una guida eccellente? Qual professore di filosofia può gloriarsi di mostrare con modo più chiaro, a ciascuna facoltà dell’anima, la maniera di sé stessa perfezionare? Nondimeno, noi non conosciamo che una parte de’ suoi insegnamenti: domani tu vedrai gli altri.

LETTERA VENTESIMAPRIMA.

18 dicembre.

Caro Amico, in grazia del segno della croce, ciascuna delle Persone dell’adorabile Trinità è d’innanzi a noi, e lasciasi copiare. Desse, sotto il gran nome di Dio, offrono alla nostra imitazione tutte le perfezioni insieme raccolte. Io ne scelgo due, che, brillando a gran lustro, è mestieri imitare di presente più che in ogni altro tempo: la santità, e la carità.

La santità. — Santità vuol dire unità, esenzione di tutto ch’è straneo. Dio è santo perchè uno; e l’è tre volte, perché tre volte uno. Uno in potenza, perché essa è infinita; uno in saggezza, perché essa è infinita ; uno in amore, essendo questo infinito. In Dio nulla limita né altera questa triplice unità; epperò santo, perfettamente, completamente santo in sé stesso. – Egli lo è nelle sue opere; in nessuna di esse potendo Egli soffrire la riunione colpevole, il disordine, o, per dirlo col suo nome, il peccato. Gli angeli cacciati dal Cielo e l’uomo dal Paradiso terrestre, il mondo allagato dal diluvio, Sodoma consunta dal fuoco, l’impero romano scrollato da’ colpi de’ Barbari, la vittima del Calvario crocifissa fra due ladri, le calamità pubbliche e private, l’inferno con il suo fuoco eterno, sono tutte testimonianze della santità di Dio nelle sue creature. – Grande lezione, che m’insegna di continuo il segno della croce! Io nol posso eseguire senza ch’esso mi dica: Immagine di un Dio santissimo, ed inesorabilmente santo, tu devi esserlo perfettamente ed inesorabilmente nella tua memoria, nella tua intelligenza, e nella tua volontà. Santo nell’anima e nel mio corpo, in me stesso, e nelle mie opere, solo o in compagnia, giovane o vecchio, forte o debole, santo in tutto, da per tutto, e sempre; poiché è questa la sublime unità che devo in me realizzare. O uomo, esclama Tertulliano, tu sarai grande, se arrivi a comprendere te stesso: O homo, tantum nomen, si intelligas te! – Ciò non è tutto: io devo attuare fuor di me nel mio esteriore questa santità, come Dio esternamente la realizza nel creato; su quanto mi circonda deve splendere la santità, o unità di mia vita. Esempi, parole, preghiere, tutto in me deve esser tale, da poter allontanare il male, il dùellismo dal mio prossimo, immagine di Dio come me, ed al pari di me creato per l’unità. In questo dovere, sì vivamente ricordato dalla croce, prendono loro origine i prodigi dei sacrifizi, che di continuo rinascono nel seno del cattolicismo. Dimanda a’ nostri apostoli dell’uno e l’altro sesso, qual cosa mai li meni al sacrifizio delle intelligenze le più nobili, delle vite le più pure, e del sangue il più generoso. Tutti ti risponderanno, la parola del Maestro: “Noi abbiamo intesa la parola del Verbo redentore, che ordinava si contrassegnassero tutte le membra dell’umana famiglia col segno della Trinità. Questa parola immortale come Lui, risuona nel fondo del nostro cuore, e dove v’ha una fronte da segnare del segno liberatore, noi accorriamo, lavoriamo, moriamo! Ascolta il generalissimo di queste legioni eroiche, il S. Paolo de’ tempi moderni. Tu sai, che per i suoi giganteschi lavori questo uomo straordinario conquista un mondo alla civiltà ed alla fede; ma qual molle potente rafforzava il suo coraggio, e quello de’ suoi successori, sino alla temerità, ed il desiderio sino all’entusiasmo ed alla pazzia? O sanctissima Trinitas. O santissima Trinità! Questo grido di guerra sì frequente sulle sante labbra del Saverio, come la sua respirazione, ti rivela il pensiero comune. — Col suo sguardo illuminato dalla fede l’Apostolo ha considerato i popoli dell’India, della Cina, e del Giappone; e li ha visti assisi nelle ombre della morte, contrassegnati del disonorevole segno della bestia, e mancanti del glorioso carattere della Trinità. A vista di sì immensa degradazione il suo zelo s’infiamma, e dal suo petto scappa fuori il grido di guerra : O sanctissima Ttinitas, o Trinità! è onta per voi, e sventura per l’opera vostra! E perché le sfigurate immagini fossero riparate imprimendo su tutte le fronti il segno divino, Saverio si slancia da gigante, e lo spazio dispare sotto la corsa de’suoi piedi. Egli si beffa de’ pericoli, e non conosce altri limiti per la sua ambizione riparatrice, che quelli del mondo; anzi, il mondo stesso tornava piccolo per lui, e lo corse tanto da farne tre volte il giro (Vita di s. Fr. Sav. t. II, lib. VI, p. 808-813); e, se la morte non gli consente percorrerlo in tutte le direzioni, egli mostra a’ suoi successori le nazioni da conquistare. II suo desiderio è compreso.— Migliaia di apostoli trasportati sulle ali de’ venti, come dice Fenelon, arriveranno in tutte le isole, nel fondo delle foreste, su tutte le spiagge, per quanto lontane ed inospitali si fossero. Prima loro cura sarà il segnare del segno santificante la fronte dell’ uomo degradato sino all’antropofagia, al grido del loro capo: O sanctissima Trinitàs! Che tale sia il motivo che anima i conquistatori dell’evangelio, n’è prova, che il loro ministero è tutto nel segnare le infedeli nazioni del suggello delle adorabili persone, e nel mantenere inviolabile la divina somiglianza. – Il segno della croce fa di più ancora, santifica quanto tocca: gli uomini e le cose. Ora santificando le creature, dopo aver santificalo l’uomo, la guida divina mena tutto al suo fine; cosicché è articolo di fede universale, che i segni religiosi hanno il potere di modificare le creature inanimate, e noi lo abbiamo veduto precedentemente. – La verità di tale credenza è garantita dalla sua universalità, e la grande maestra della verità la reputa come parte del deposito affidato alle sue cure, e ciascun giorno la insegna e la pratica. Da poi diciotto secoli in tutte le parti del globo, la Chiesa Cattolica santifica col segno della croce l’acqua, il sale, l’olio, il pane, la cera, le pietre, il legno, le creature insensibili. – Che cosa vuol dire teologicamente che il segno della croce santifica l’uomo e le creature? In riguardo dell’uomo non pretendo che il segno della croce conferisca la grazia santificante, o che sia strumento atto a conferirla come i sacramenti: ma voglio dire, che comunica una specie di santificazione simile a quella de’ catecumeni, su i quali si fa il segno della croce innanzi ricevano il battesimo; poiché, dice santo Agostino, che v’hanno diverse sorti di santificazione [“Non unius modi est santificatio; nam et cathecumenum secundum quemdam suum modum per signum Christ! et manus impositione puto sanctificari. lib. II. de Peccat. merit, et remiss, c. CXXVI. – Il segno della croce è un atto a cui Dio attacca l’applicazione de’ meriti del suo Figlio come alla elemosina, che, per comune credenza, ò buona, pia, salutare e santificante, tuttavolta non abbia la virtù del battesimo, e della penitenza. – In quanto poi alle creature, santificarle non è dare, od aggiungere ad esse una qualità fisica ed inerente; ma è un ricondurle alla loro purità nativa, e comunicarle una virtù superiore alla naturale. II perché v’hanno due effetti della santificazione. Il primo, le purifica sottraendolo alle influenze del demonio: il secondo, le rende atte a produrre effetti superiori alle forze naturali di esse. Siffattamente purificate, diventano nelle mani dell’uomo strumenti di salute, armi contro il demonio, preservativi contro i pericoli dell’anima e del corpo. Si potrebbero ben apportare molti fatti miracolosi, pubblici e privati,antichi e moderni, dovuti a queste creature insensibili santificate dal segno della croce; ma per amor di brevità li tralasciamo. Solo avvertiamo, che se le giovani generazioni degli studenti a vece di brontolar favole pagane di Roma e della Grecia, studiassero la Storia della Chiesa, ed i fasti de’ Santi, i tuoi compagni conoscerebbero de’ fatti ben più singolari di quelli di Alessandro e di Socrate, per Io mezzo delle cose benedette operate [Gretzer p. 896 et seg.] – Non è per sola imitazione della santità di Dio, ma altresì per quella della carità, che il segno della croce, guida eloquente e sicura, ci mena, ci sorregge, e spinge nella nostra via. La Carità. — Dio di cui siam figli, e che dobbiamo imitare è carità, “Deus charitas est”. Questa parola dice tutto, dice quello che Dio è in sé stesso, e nelle sue opere. Il Padre essendo Dio, è carità; il figlio perché Dio, l’è parimente; lo Spirito Santo comecché Dio, non può non esserlo: la Trinità tutta è carità. Conosci tu un nome più bello di questo? E questo nome è ripetuto al nostro cuore ciascuna volta che eseguiamo il segno della croce. – Carità vuol dire unione ed effusione. Fra le tre Persone-divine tutto è unione ed unità: unità di pensieri, unità di operazione, unità di felicità e di essenza. L’ombra stessa di disaccordo non può turbare questa perfetta, ineffabile armonia; poiché uno ed istesso amore, amore perfetto, eterno ed inalterabile, è il legame delizioso della Trinità. Effusione, essenzialmente comunicativa è la carità; epperò tende a diffondersi esteriormente, e la carità divina con forza ed abbondanza infinita. Ora, le opere di Dio sono la creazione, la conservazione, la redenzione, la santificazione, e la glorificazione. Cosi creare è amare, conservare l’è parimente; riscattare non è altro per fermo; santificare l’è altresì; glorificare è ancora amare. Ogni carità viene dal cuore. Conosci tu un nome più delizioso? E questo c’è detto ogni volta, che facciamo il segno-delia croce. – Dio è carità. Questa parola dice a tutti i membri della umana famiglia di qualsiasi età e condizione, quello che dobbiamo essere: immagine di Dio, noi dobbiamo somigliarGli. SomigliarGli è esser carità in noi stessi, e nelle nostre opere. In noi stessi; per lo mezzo sopranaturale della grazia, che unisce fra loro tutte le nostre facoltà, le nobilita, fortifica le une colle altre, e le fa intendere allo stesso scopo, ed attuare in noi la somiglianza perfetta con Dio. Nelle nostre opere; unendoci a tutti gli uomini, per divina ragione come membra dello stesso corpo, facendo’ battere il nostro cuore all’unisono col loro; spargendosi diffusamente su tutto, che loro appartiene, realizza l’ultimo voto del divino maestro: «Padre, ch’eglino siano uniti, come noi lo siamo. » – Mi arresto a questi brevi cenni, o Federico, tu potrai ben svilupparli. Essi bastano a mostrare l’importanza del segno della croce come guida: ma se i tuoi compagni avessero la sventura di dubitarne, presenta loro le seguenti quistioni: È vero, si, o no, che nulla v’ha di più atto del segno della croce, a ricordarci di Dio, e della Trinità? È vero, sì, o pur no, che l’uomo è fatto ad immagine di Dio? È vero, si o no, che il primo dovere, e la tendenza naturale di qualsiasi essere è di riprodurre in sé il tipo su cui è stato fatto? – È vero, si o no, che l’uomo che non agogna a formare in sé l’immagine di Dio, egli s’informa all’immagine del demonio, e delle sue sregolate passioni; dimodoché, se non diviene di giorno in giorno più santo, più caritatevole, più di Dio, egli diviene, di giorno in giorno, più perverso, più egoista, più del demonio, più bestia, anitnalis homo? – È vero si o pur no, che l’uomo tende di continuo, a sua saputa ed insaputa, a rendere tutto a sua immagine, e che da questa azione permanente procede la santificazione, o la perversione, l’ordine o il disordine, la salute o la rovina degl’individui, delle famiglie, delle società, delle credenze e de’ costumi? – Per poco ch’eglino abbiano di logica, e soprattutto d’imparzialità, la loro risposta, non ne dubito, sarà quella che dev’essere. Eglino diranno con noi, che niente è meglio fondato, o per parlare come oggidì è in uso, niente è più profondamente filosofico dell’uso frequente del segno della croce. Eglino continueranno dicendo, che, non i primi cristiani, né i veri fedeli di tutti i secoli, né la Chiesa Cattolica, né, in fine, il fiore della umanità caddero in errore, conservando invariabilmente l’uso di questo segno misterioso. Eglino conchiuderanno, che l’errore, il torto, e la vergogna stanno per gli sprezzatori di questo segno; poiché col non eseguirlo, col vergognarsi di farlo, e beffandosi di quelli che lo praticano, si cacciano nel fango della umanità, si rendono inferiori a’ pagani, si assomigliano alle bestie. Qual cosa mai resta per essi e per noi? Le mie ultime lettere te lo apprenderanno.

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 18-19]

LETTERA DECIMAOTTAVA.

15 dicembre.

gaume-282x300

Mio caro Amico,

L’onore è la seconda ragione, che ci obbliga a restar fedeli all’antico uso del segno della croce avanti e dopo il pranzo. I tuoi compagni al contrario ostentano credere essere onorevole cosa lo astenersene, ed eglino dicono: Non voglio che altri mi rimarchi, e che si burli di me. Facciamo l’autopsia di questo nuovo pretesto. Innanzi tutto la ragione, ed il vedemmo, condanna quelli che disprezzano la croce, epperò l’onore non saprebbe essere per loro, poiché non lo si trova con lo sragionare. Aggiungono, non voler essere notati. Impossibile! checché eglino facciano, saranno sempre notati, e rimarcati. Io non li credo sì infelici da non trovarsi mai con veri cattolici allo stesso desco, ed allora, per fermo, saranno necessariamente e ben tristemente osservati. È vero che ciò per essi, come dicono, è indifferente; ma questo disprezzo è poi fondato? Qui ritorna la questione degli uni e degli altri che abbiamo già risoluta. Lo scherno, di che tanto sessi hanno paura, segue sempre l’osservazione, solo presso il vero cattolico, questa si rimuta in un sentimento di compassione verso di loro. Contentandomi d’esporre i tuoi compagni, e quelli che ad essi si assomigliano alle osservazioni de’ cattolici, uso indulgenza con esso loro; pertanto essi, come vedrai, astenendosi dal pregare innanzi e dopo il pranzo, pel pretesto di non farsi notare, si disonorano al cospetto di tutta la umanità: seguimi nel mio ragionare. Quegli si disonora agli occhi di tutta l’umanità che volontariamente si pone nel rango delle bestie. Ora sino a’ dì nostri non si conosceva in natura che una sola specie di esseri che mangiasse senza pregare, ma di presente due: le bestie e quelli che loro si assomigliano. Dico “che loro si assomigliano”, perché tra un uomo che mangia senza pregare ed un cane, quale differenza vi trovi tu? Per me io non ve ne trovo alcuna, e l’Accademia è con me. Bipede o quadrupede, seduto o coricato, gracidando, ciarlando o grugnando, essi sono gli uni come gli altri; poiché con le mani, o con le branche, gli occhi, il cuore, i denti immersi nella materia, divorano stupidamente il loro pasto senza elevare la lesta verso la mano che lo dona. L’uomo che agisce di siffatto modo si degrada; egli da bestia si mette a tavola, bestialmente vi dimora, e come bestia ne sorte. La mia proposizione ti sembra troppo assoluta, e tu esclami: “È poi vero, mi dici, che per lo innanzi non si conoscesse che le sole bestie, i buoi, gli asini, i muli, i porci, le ostriche, mangiassero senza pregare?” Nulla v’ha di più vero: “La preghiera su gli alimenti è antica quanto il mondo, estesa quanto il genere umano”.  Dai primordi dell’antichità la si trova presso gli Ebrei. « Quando tu avrai mangiato e sarai satollo, dice la legge di Mose, benedici il Signore » [Cum comederis et satiatus fueris, dicas Domino.] (Deuter. VIII, 10). Ecco la preghiera su gli alimenti. Fedeli a tale comando gli Ebrei usavano tali cerimonie nel benedire la mensa, che il padre circondato dai figli, diceva: Benedetto sia il Signore Dio nostro, la cui bontà concede il cibo ad ogni creatura. Quindi presa una coppa di vino nella destra la benediceva, dicendo: Benedetto il Signore nostro Dio, che ha creato il frutto della vite. Egli lo gustava il primo, e poi la passava a’ convitati. In seguito, preso il pane con entrambe le mani, continuava dicendo: Lodato e benedetto sia il Signore Dio nostro, che ha creato il pane dalla terra. Lo spezzava, ed imboccatone un pezzo, lo passava agli altri. Dopo tutto questo cominciava la mensa. E se accadesse cangiar di vino, o, che nuova vivanda si apprestasse, si facevano nuove benedizioni, perché ogni alimento venisse purificato c consacrato. Il pranzo era seguito da un cantico di ringraziamento. Tutti questi riti diventano a dismisura più venerandi da che sono stati consacrati dallo stesso figlio di Dio, e nulla potrebbe meglio mostrare la importanza di essi. In effetti, che fa l’adorabile Maestro del genere umano nell’ultima sua cena, quando unito a’ cari discepoli mangia l’agnello pasquale ? [“Et accepto calice, gratias egit et dixit: accipite et dividite inter vos”.] (Luc. XXII, 17). Qual cosa fa egli quando dopo la cena canta con i suoi discepoli il cantico di ringraziamento? “Et hymno dicta exierunt in montem Oliveti” [Marc. XIV, 26]. Egli si conforma religiosamente agli usi della santa nazione. V’hanno altresì ben altre circostanze, in cui vediamo il modello eterno dell’uomo pregare innanzi prendesse il cibo, o che ad altri il desse! Egli rompe i pani, e fatti in pezzi i pesci li distribuisce al popolo; ma, prima eleva al cielo li occhi e benedice quel cibo [Marc. VIII. — Math. XIV.]. – Tutte queste espressioni, secondo i padri, mostrano la benedizione degli alimenti, e che il Verbo incarnato l’ha fatto per insegnarci di non prendere cibo alcuno senza benedirlo, e rendere a Dio le grazie (Teofilat. In Math. XIV). Non v’ha da meravigliare se troviamo in uso presso i primi cristiani la benedizione della mensa; poiché le azioni dell’ Uomo-Dio erano la regola della loro condotta, e gli Apostoli le ricordavano loro di continuo. «Presso di noi, dice Polidoro Virgilio, v’ ha il costume di benedire la mensa innanzi il pranzo; e ciò per imitare il Signor Nostro. L’Evangelio ci ricorda ch’Egli di essa usò sì nel deserto, benedicendo i pani, che in Emmaus, alla mensa de’ discepoli ». E Tertulliano aggiunge : « Con la preghiera comincia e finisce il pranzo » [Oratio auspicatur et claudit cibum] ( Tertull. Apologet.).Potrei a queste autorità aggiunger quelle del Crisostomo, di S. Girolamo, di Origene, de’ Padri latini e greci, ma non è mestieri citarli, poiché il fatto non è messo in dubbio. Dirò solo, che abbiamo il Benedicite ed il Gratias in magnifici versi di Prudenzio : Christi prius Genitore potens. Siffatti cantici provano a filo ed a segno, quanta coscienza si facessero i nostri avi di conformarsi agli esempi di Nostro Signore, come questi se era conformato all’uso degli antichi Ebrei, che ubbidivano in ciò al comando di Dio. Noi abbiamo altresì in prosa queste formule di benedizioni, e noi riporteremo questi monumenti della veneranda nostra antichità. Innanzi il pranzo: « O voi che apprestate il nutrimento a quanti respirano, benedite gli alimenti che prendiamo. Voi avete detto, cha se accadesse bere qualche cosa avvelenata, questo non ci apporterebbe nocumento alcuno, se invocassimo il vostro nome, poiché Voi siete Onnipotente. Togliete da questi alimenti quanto può esservi di nocivo, e male per noi » [Mamachi:Costumi de’primitivi cristiani”] . E dopo il pranzo: « Benedetto mille volte siate, o Signore, che ci avete nutrito sin dalla infanzia nostra, e con noi tutto, che respira. Colmate i nostri cuori di gioia, perché facile ci torni compiere ogni maniera di buone opere per Gesù Cristo Signor nostro, cui, con voi, e con lo Spirito Santo sia gloria, onore e potenza. Cosi sia » [Stukius: Antiq. Convivial.]. Queste formule profondamente filosofiche, come tosto vedremo, hanno attraversato i secoli, e, o nella loro primitiva integrità, o con qualche modificazione, sono in uso fra cattolici fino ad oggidì. I protestanti, malgrado la loro avversione agli usi cattolici, 1’hanno conservate, e buon numero di famiglie in Alemagna ed Inghilterra, non tralasciano la preghiera innanzi il pranzo. Ma quello che potrà sembrare più strano, è la benedizione della mensa in uso presso i pagani. Si, mio caro Federico, questi modelli di obbligo per la gioventù da collegio, usavano religiosamente di quanto i tuoi compagni, discepoli ed ammiratori di essi, si vergognano. « Mai, dice Ateneo, gli antichi prendevano il cibo, senza prima invocare gli dei ». E parlando degli Egiziani, aggiunge: « Dopo aver preso posto sul letto da mensa, si alzavano, e postisi in ginocchio, il capo della festa, od il prete, recitava le consuete preghiere, che gli altri dicevano con lui: dopo ciò cominciava il pranzo ». Né altrimenti era in uso presso i Romani. Tito Livio a proposito della morte di un uomo ordinata da Quinto Flaminio, per piacere ad una cortigiana, si esprime con siffatti termini. « Questo atto mostruoso fu commesso nel mezzo delle coppe, lungo il pranzo, quando è costume, pregare gli dei, ed offrir loro delle libagioni » [Liv. Decad. IV. Lib IX]. Tu sai che le libagioni erano una specie di preghiera quanto usatissima, altrettanto nota. I Romani, a mo’ di esempio, ne facevano quasi in tutte le ore: il mattino alzandosi, la sera andando a letto, quando facevano qualche viaggio, ne’ sacrifici, in occasione de’ matrimoni, al cominciamento e fine del pranzo. Questi antichi maestri del mondo non assaporavano il cibo, senza averne prima consacrata una parte alla divinità. La parte prelevata era posta su di un altare, o su di una tavoletta, Patella, che ne faceva le veci. Era questo il loro Benedicite ed il loro Gratias. – Perpetuità della tradizione degna di osservazione! Abbiamo veduto presso gli Ebrei delle nuove benedizioni al mutarsi del vino, ed alle nuove portate, e lo stesso uso era presso i Romani. AI secondo servito, avevano luogo delle libazioni particolari in onore degli dei, che si credeva assistessero alla mensa, e ciascun convitato spargeva un po’ di vino sulla tavola, o sulla terra, accompagnando tale spargimento di alcune preghiere in onore degli dei. I Greci avevano servito da modello ai Romani. Presso di loro, stessa era la frequenza, ed istesso l’uso delle libagioni sul cominciar del pranzo ed in fine di esso, né diverse le preghiere al mutar del vino. Quando, dice Diodoro di Sicilia, si mesceva a’ convitati del vino puro, era antico costume dire: Dono del buon genio; e quando lo si apprestava con l’acqua, dicevasi: Dono di Giove Salvatore; perché il vino puro è contrario si alla salute del corpo, che a quello dello spirito » (Diod. Sicul. Lib. III). Ma non era questa la sola forma di rendimento di grazie, ve n’era un’altra generale usala alla fine del pranzo, che s’indirizzava al padre degli dei (idem Lib. II). L’uso di benedire il cibo presso i pagani era sì comune da dar luogo a questo proverbio: Non prendere dalla caldaia il cibo innanzi sia santificato. [“Ne a chytropode cibum nondum santificatum rapias”]. Questo proverbio, secondo Erasmo, voleva dire: Non vi gettate da bestia su gli alimenti; mangiateli dopo averne offerte le primizie agli dei. Ed in effetti, presso gli antichi, secondo che Plutarco dice, il giornaliero pranzo stesso era classato fra le cose sacre; il perché i convitati consacrandone le primizie agli dei, testimoniavano con ciò, che, secondo loro, prendere il cibo, era reputata cosa santa. Quindi, Giuliano l’apostata, nel celebre banchetto del sobborgo di Antiochia, per riconoscere pubblicamente, e tener salda la tradizione pagana, fece benedire la mensa dai sacerdoti di Apollo (Sozomen Hist., lib. III, c. IX). I barbari stessi imitavano in ciò i popoli inciviliti. I Vandali ne’ loro pranzi facevano circolare una coppa consacrata a’ loro dei con stabilite formule. Presso gli Indiani il re non gustava alcuna vivanda se non fosse stata consacrata a’ demoni. Malgrado la differenza de’ costumi, de’ gradi d’incivilimento e di clima, gli abitanti della Zona glaciale avevano le medesime pratiche di quelli della Zona torrida. Gli antichi Lituani, quelli della Samogizia [regione della Lituania -n.d.r.-], e gli altri barbari del nord invocavano i demoni per santificare le loro mense. Nel fondo delle loro capanne avevano de’ serpenti addomesticati, che, in dati giorni, per lo mezzo di lini bianchi, lasciavano salire sulla tavola, perché gustassero le vivande allestite, e queste allora venivano considerate come sacre, ed i barbari allora solo le mangiavano senza alcuna paura. La benedizione della tavola trovasi egualmente presso i Turchi, e presso gli Ebrei moderni. Questi ultimi, fedeli alle paterne tradizioni conservano ancora l’uso di ripetutamente pregare lungo il pranzo. Cosi alle frutta dicono: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato le frutta degli alberi. All’ultimo servito: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato vari alimenti (Stukius: ubi supra et c. XXXVIII, “De libationibus ante et post epulas”). Per quanto materialisti siano, i popoli contemporanei dell’Indo-China, della Cina, e del Thibet non fanno eccezione a questa legge, la quale, porto opinione, che si trovi presso i popoli i più degradati dell’Africa. Come ho detto, tu il vedi, caro amico, la preghiera, innanzi e dopo il pranzo, è antica quanto il mondo, estesa come il genere umano. Ora, se l’esistenza di una legge si conosce dalla permanenza degli effetti; se a cagion d’esempio, vedendo che il sole levasi ad un determinato punto dell’orizzonte, ogni uomo ha ragione di affermare che una legge dirige i suoi movimenti, io non ho minor ragione di affermare che benedire la mensa è una legge della umanità.  Osservarla dunque, è un agire come tutto il genere umano; il non osservarla, è operare come gli esseri che non appartengono alla umana famiglia ; è, alla lettera, assomigliarsi alle bestie. Tu puoi domandare a’ tuoi compagni se l’onore vi trova il suo conto. Fra breve esplicherò la legge, che comanda la benedizione della mensa.

LETTERA DECIMANONA.

15 dicembre

« I soli coccodrilli mangiano senza pregare. » Tale assioma, tu mi dici, caro amico, riassume le nostre due ultime lettere. Questa tua parola non sarà dimenticata: “I miei compagni, tu continuando dici, sono stati come francesamente dicesi, aplatis, dai fatti da voi riportati, per essi tutto cosa nuova. Ma eglino sono come per lo passato, non fanno il segno della croce avanti il pranzo. — La sola novità che vi ha, è il poter io eseguirlo liberamente, avendo eglino paura del mio assioma ». Non mi meravigliano punto siffatte cose! — Come tanti altri, i tuoi compagni, e quelli, che loro si assomigliano, benché parlino di libertà a gran gola, sono schiavi del tiranno il più vile, del rispetto umano. Poveri giovani! per meglio nascondere la loro schiavitù, terminano la loro obbiezione dicendo: “Il segno della croce su gli alimenti è una pratica inutile, e fuori moda”. Nel fondo del loro intimo pensiero, questo parlare vuol dire: Tutti quelli che non mangiano come noi, cioè da bestie, appartengono alla specie de’ gonzi, più o meno rispettabile. I preti, ed i religiosi de’ gonzi; i veri cattolici della patria tua, gonzi; gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci, i Romani, gonzi; il fiore della umanità, gonza; l’umanità tutta è gonza, e con essa, mio padre, mia madre, le mie sorelle: io, ed i miei simili, noi soli siamo saggi sulla terra, i soli illuminati fra tutti i mortali! È mestieri che io strappi la maschera di che cercano coprirsi: a che fare, basterà il mostrare come la benedizione della tavola col segno della croce, sia un atto di libertà, azione utilissima, e ch’è fuori moda solo nelle basse regioni del cretinismo moderno. Questa ultima considerazione unita a quella dell’onore e della ragione, giustifica pienamente la nostra condotta, e nel medesimo tempo, rende ragione della pratica universale del genere umano. – La libertà. — Tre tiranni si disputano la libertà dell’uomo; la mia, la tua, quella de’ tuoi compagni. Questi tiranni sono il mondo, la carne, il demonio. Per non essere schiavi di questi tiranni, noi, e con noi tutta la famiglia umana benediciamo la mensa. Lo abbiamo veduto, ed il ripeto: il non fare il segno della croce avanti il desinare, è un separarsi dal fiore della umanità; il non pregare, è un assomigliarsi alle bestie. Nell’un caso, e nell’altro è schiavitù; poiché questo è sottomettersi ad un potere dispotico, ed è tale, quel potere, che comanda senza averne il dritto, o, che comanda contro la ragione, contro il dritto, contro l’autorità. Chi è il potere, che m’inibisce fare il segno della croce, e che, se ho il coraggio di disobbedirlo, mi minaccia di farmi oggetto di beffe? Qual è il suo dritto? da chi ha ricevuto egli il mandato? Dove sono i titoli che lo raccomandano alla mia docilità? Le ragioni della sua difesa? Questo potere usurpatore, è il mondo attuale, mondo ignoto agli annali dei secoli cristiani, mondo da sale, da teatro, da caffè, da bettole, da traffico, da borsa; è l’uso di questo mondo, l’empietà di questo mondo, il suo marcio materialismo: la beozia dell’intelligenza. Ora, questa minorità, nata ieri e già decrepita, questa minorità in permanente insurrezione contro la ragione, contro l’onore, contro il genere umano, ha la pretensione d’impormi i suoi capricci! E sarò io sì dappoco da sottomettermi? E dopo aver fatto divorzio con la ragione, con l’onore, col fiore della umanità, avrò io il coraggio di parlare di dignità, di libertà, d’indipendenza? Vana parola sarà questa ! Le catene della schiavitù si mostrerebbero di sotto l’orpello dell’orgoglio; la maschera bucata non nasconderebbe la figura della bestia, ed il buon senso ci seguirebbe dicendo: Mida, il re Mida ha gli orecchi di asino. Vadano pure gli indipendenti d’oggidì superbi di un tale complimento; noi altri gonzi, nol vogliamo a nessun prezzo. Vergognosa è la schiavitù professata al mondo, ma l’è più ancora quella del vizio. L’ingratitudine è vizio; la ghiottoneria è vizio, come l’è altresì l’impurità. Contro questi tre tiranni ci difendono il segno della croce, e la preghiera della mensa. L’ingratitudine. — L’hanno al presente due religioni, quella del rispetto, e quella del disprezzo. — La prima rispetta Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, le creature.—Per essa lutto è sacro; perché tutto è da Dio, tutto Gli appartiene, ed a Lui ritorna. Essa m’insegna usare di tutto con spirito di dipendenza, perché nulla mi appartiene; con spirito di timore, perché sarà mestieri rendere di tutto conto; con spirito di riconoscenza, perché tutto è benefizio, l’aria stessa che respiro. — La seconda disprezza tutto — Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, e le creature; i suoi settatori usano ed abusano della vita e de’ beni di Dio, quasi ne fossero proprietari ed irresponsabili. La prima ha scritto sulla sua bandiera, riconoscenza; la seconda ingratitudine. L’una e l’altra mostrano la loro presenza dal momento in cui l’uomo si assimila i doni di Dio col prendere il cibo necessario alla vita. Il fiore della umana famiglia prega e ringrazia; avendo tale coscienza della sua dignità da non soffrire che vada confusa con le bestie; ed è tale il sentimento del dovere, da non poter restare muto alla vista de’ benefizi di che è colmato. Esso trova, con ragione, mille volte più odiosa l’ingratitudine verso Dio che non lo sia quella esercitata contro gli uomini, e non può patire essere schiavo di tal vizio.— Vergogna per colui, cui la riconoscenza è peso insopportabile; il cuore ingrato non fu mai un buon cuore! – L’adepto alla religione del disprezzo si vergogna di essere riconoscente, e mangia come la bestia, o come il figlio snaturato, che non trova né nel suo cuore, né nelle sue labbra, una parola di gratitudine da indirizzare al padre, che, con bontà senza limiti, sopperisce ai bisogni e provvede ai piaceri di lui. E perché si sottrae al dovere, si crede libero! Si proclama indipendente! Indipendente da chi, e da che? Indipendente da quanto è da amare, e da rispettare: dipendente da quanto è degno di disprezzo, e bisogna odiare. L’è veramente gloriosa questa maniera d’indipendenza! — La ghiottoneria. — Altro tiranno che siede con noi al nostro desco, e che incatenando gli occhi, il gusto, l’odorato alle vivande, rende l’uomo adoratore del dio ventre. — Allora l’uomo non parla per l’abbondanza del cuore, ma dello stomaco ; egli non cerca la qualità de’ cibi atti a riparare le forze, ma quella che solletica il gusto; non mangia per vivere, ma fine e scopo del suo vivere è il mangiare. Di siffatto modo l’organismo sviluppa il suo impero, e l’intelligenza si affievolisce, diventa schiava. La delizia della carne non è compatibile con la saggezza; i grandi «omini non furono ghiottoni, tutti i santi sono stati modelli di sobrietà! [“Sapientia non invenitur in terra suaviter viventium”: Iob. XXVIII, 13]. Osserva bene, mio caro amico, che io parlo della ghiottoneria come ricercatezza negli alimenti, delicatezza nella scelta, avidità e sensualità nel mangiare, il che troppo sovente è seguito dalla intemperanza. Ora l’intemperanza mena seco un tal corteggio d’infermità e malattie, che la ghiottoneria uccide più uomini che la stessa spada: [“Plures occidit crapula, quam giadius” “Vigilia, cholera, et tortura viro infrunito. (Eccli. XXXI, 23, et XXXVI, 3].  Cosi Nabucodònosor, Faraone, Alessandro, Cesare, Tamerlano e tutti i carnefici coronati, che hanno coperto il mondo di cadaveri, hanno fatto morire minor numero di uomini che la ghiottoneria. Dispiacevole mistero è questo, che mostra tutta la saggezza, che v’ha nell’uso del segno della croce e della preghiera innanzi e dopo il pranzo. Con essa noi chiamiamo Dio a nostro soccorso, e ci armiamo contro un nemico che attacca tutte le età, tutti i sessi e le condizioni, e che agogna incatenarci al più grossolano de’ nostri istinti. Per essa, noi apprendiamo che mangiare è una guerra, e che per non essere vinti è mestieri, secondo il detto di un gran genio, prendere gli alimenti come le medicine per bisogno, e non per piacere [“Hoc docuisti me, Domine, ut quemadmodum medicamenta, sic alimenta sumpturus accedam”. S. August. Confess, lib. X, c. 311]. – L’impurità. — La schiavitù dell’animo cominciata per la ghiottoneria, si compisce con l’impurità. — Chi nutre delicatamente la sua carne, tosto ne subirà la rivolta vergognosa. — Cosa lussuriosa è il vino, in esso risiede la lussuria. Il vino puro nuoce alla sanità dell’anima, ed a quella del corpo. — Nello stomaco del giovane il vino è come l’olio nel fuoco. — La ghiottoneria è la madre della lussuria, ed il carnefice della castità. — Essere ghiottone e pretendere d’essere casto, è un voler estinguere il fuoco con l’olio. — La ghiottoneria estingue l’intelligenza.— Il ghiottone è un’idolatra, adora il dio ventre. — Il tempio del dio ventre è la cucina; l’altare, la tavola; i suoi sacerdoti, i cuochi; le vittime, le vivande; l’incenso, l’odore di esse. — Questo tempio è la scuola dell’impurità. — Bacco e Venere si danno la mano. — La ghiottoneria ci fa guerra continuamente; se trionfa chiama tosto la sua sorella, la lussuria. — La ghiottoneria e la lussuria sono due demoni inseparabili. — La moltitudine delle vivande, e delle bottiglie attira quella degli spiriti immondi, di cui il peggiore è il demonio del ventre. — La sanità fisica e morale de’ popoli, è da dedurre dal numero dei cuochi ». Intendi gli oracoli della saggezza divina, ed umana? È la voce dei secoli confermata dalla esperienza. Qual è il mezzo che ha l’uomo per conservare la sua libertà contro di un nemico, altrettanto più pericoloso, che seducendo incatena ed uccide? Il passato ed il presente non ne conoscono che un solo; il soccorso di Dio: l’avvenire non potrà conoscerne altri da questo. Il soccorso divino si ottiene da Dio con la preghiera, ed una prece particolare è stata stabilita presso tutti i popoli per fortificarsi contro le tentazioni della mensa. Ora se quelli, che la fanno, non restano sempre vittoriosi, come sarà possibile, che quelli, che non l’hanno in uso, che la disprezzano e la beffano, possano persuadersi che eglino restino vittoriosi sul campo di battaglia. Per crederlo, è mestieri avere ben altre prove dalle loro asserzioni, bisognano de’ fatti, e questi sono i loro costumi. Ch’essi mostrino i misteri de’ loro pensieri, de’ loro desideri, degli sguardi, de’ secreti discorsi, della loro condotta. Ma una tal mostra non è necessaria; noi l’abbiamo di continuo nella esposizione, che di sé fa lo scandalo della pubblica immoralità. – Il demonio. — Qui si mostra pienamente la stupida ignoranza del mondo attuale. — Per fermo che il sacro dovere della riconoscenza, come la imperiosa necessità di difendersi contro la gola e la voluttà, giustificano pienamente l’uso della benedizione della tavola; ma, io oso affermare ch’esso poggia su di una ragione più forte, e profonda. — Noi lo abbiamo detto: v’ha un dogma, mai dimenticato dal genere umano, che insegna esser tutte le creature sotto l’azione del principe del male, da poi che questo trionfò del padre della specie umana: tutti i popoli hanno creduto, come alla esistenza di Dio, che le creature, penetrate dalle maligne influenze del demonio, sono gli strumenti del suo odio contro l’uomo. Da siffatta credenza traggono origine le infinite purificazioni in uso presso tutte le religioni, in tutti i climi, lungo tutto il corso de’ secoli; ma v’ha una circostanza, in cui l’uso delle purificazioni si mostra invariabile, ed è quella del desinare. L’universalità, l’inflessibilità di questo uso nel prendere il cibo, è fondato su due fatti. —Il primo, che il demone della tavola è il più pericoloso; il secondo, che l’unione operata per l’azione del mangiare tra l’uomo ed il cibo è di tutte le unioni la più intima, questa arriva fino all’assimilazione. — L’uomo può dire del cibo digerito: È l’osso delle mie ossa, la carne della mia carne, il sangue del mio sangue. — Ecco perché, essendo le creature sì viziate, Iddio non ha fatto mai perdere di vista all’uomo il pericolo di tale azione. Che siffatto timore, sia la profonda ragione del segno della croce e delle preghiere su degli alimenti, è reso manifesto dalle formule stesse delle benedizioni, e dell’azione di grazie. Cristiani e pagani, tutti, senza alcuna eccezione, domandano, che, le tristi influenze a che le creature sono sottomesse, siano allontanate. Ecco qualche argomento, che calza meglio a’ tuoi compagni, e per essi più convincente di tutte le autorità della Chiesa. —Porfirio — il primo fra tutti i teologi del paganesimo, e l’interprete il più dotto dei misteri, e dei riti pagani, scriveva in siffatti termini: “È da sapere che tutte le abitazioni son piene di demoni; il perché si purificano scacciandone questi ospiti malefici col pregare gli dei. Ancor più: di essi tutte le creature sono piene, ed alcune specie di cibi particolarmente; di modo, che quando noi sediamo a mensa, non solo essi prendono posto di lato a noi, ma si attaccano al nostro corpo. Ecco la ragione dell’uso delle purificazioni, il cui scopo principale, non è solo invocare gli dei, ma altresì scacciare i demoni. Questi si dilettano di sangue e d’impurità, ed a soddisfare tale piacere s’introducono nei corpi di coloro che ad essi sono soggetti. Non v’ha movimento di voluttà violento, e desiderio veementemente disordinato, che non sia eccitato della presenza di questi ospiti » (Porphyr, apud Euseb. Praep. Erang. lib. IV. o. 22 ). Non ti parrebbe ciò scritto da san Paolo, tanto è precisa questa rivelazione del mondo soprannaturale? Oltre queste influenze occulte e permanenti di satana sugli alimenti, Iddio di tanto in tanto, permette dei fatti straordinari, che rivelano la presenza del nemico, e la necessità di allontanarlo dagli alimenti, innanzi di essi si taccia uso. Leggesi in S. Gregorio il Grande: “Nel monastero dell’abate Equizio accadde che una religiosa entrando nel giardino, vide una pianta di lattuga che le solleticava l’appetito. La prese, e dimenticando di fare il segno della croce, la mangiò avidamente. All’istante medesimo fu posseduta dal demonio, cadde rovescione per terra dimenandosi per fortissime convulsioni. Tosto accorre il santo Abate e prega Dio che si degnasse confortare la povera religiosa. Il demonio tormentato ancora esso per le preghiere, gridò: “Che mai ho fatto? Che ho fatto io? Io era su quella lattuga; la religiosa non me ne ha scacciato. In nome di Gesù Cristo l’Abate gli ordinò di uscire dal corpo della serva del Signore, e di non più tormentarla. Il demonio ubbidì, e la religiosa immantinente fu guarita » [S. Gregor. Dialog, lib. I, dial. IV.]. I fatti parlano come le autorità, la teologia pagana come la cristiana, l’oriente come l’occidente, l’antichità come i tempi moderni, Porfirio come san Gregorio. Quali autorità possono a queste opporre i tuoi compagni? Dire che il genere umano è un gonzo, e che l’uso universale di benedire gli alimenti sia una “superstizione fuori moda”, è facile cosa: ma io non so appagarmi di sole parole; però di’ a’ tuoi compagni, che se per legittimare l’uso di non benedire la mensa, possono apportare una ragione, che valga un soldo di Monaco, prometto loro, a seconda del gusto di ciascuno, o un merlo bianco, o un busto al Panteon. – Aspettando, resta stabilito, che pregare avanti il pranzo è una legge della umanità; e che era riserbato all’epoca nostra produrre degli spiriti forti che vanno superbi di assomigliarsi due volte al giorno a’ cani, a’ gatti, al coccodrillo.

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -5-

georgehay

Mons. George Gray

PARTE IX

D. 32. Ma poiché tutto questo è così evidente (per quanto riguarda la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza), come è possibile che ancora al giorno d’oggi, tanti che si professano membri della Chiesa di Cristo, sembrano mettere continuamente questa verità in discussione, col deporre a favore di coloro che non sono nella loro comunione, e propongono per essi dei distinguo, con tutte le loro forze, per dimostrare una possibilità di salvezza per coloro che vivono e muoiono in una falsa religione?

R. Questo è uno di quei dispositivi di cui il nemico delle anime si avvale in questi tempi infelici per promuovere la propria causa, e vi sono motivi per temere, per varie ragioni, che si sia fatto strada anche tra coloro che appartengono all’ovile di Cristo per i seguenti motivi:

1)- poiché vivono tra coloro che professano false religioni, e spesso hanno connessioni più intime con loro, naturalmente e lodevolmente sviluppano amore ed affetto per loro. Questo li rende in un primo momento poco disposti a pensare che i loro amici siano fuori dalla via della salvezza. Poi si procede col desiderare e sperare che non possa essere così. Il risultato è essi vengono a rimettere in discussione il loro stato di cose; e da qui il passo è facile onde addurre ogni pretesto per convincere se stessi che non sia così.

2.)- In tutto il mondo vanno ricercati, in questi nostri giorni, principi latitudinari: si provano sentimento di pietà e di comune appartenenza a Dio per maomettani, ebrei ed infedeli, cosa che non era mai stato avvertito prima tra i Cristiani. Questo è generato, con caratteristiche speciose, da un modo liberale di pensare e da sentimenti di falsa generosità; è diventato pertanto una moda il pensare e parlare in tal fatta. Ora la moda possiede una potenza persuasiva, dalla quale anche le persone buone non sono sempre immuni; e quando si sentono quei sentimenti ogni giorno risuonare nelle proprie orecchie, e tutto ciò che sembra ad essi contrario viene reso ridicolo e condannato, si cede naturalmente alla delusione, e si allontana dalla mente il desiderio di esaminare la forza di questi sentimenti per paura di scoprire la loro falsità. Quando, per timore di essere disprezzati, non si vuole più riconoscere la verità, ed è molto più facile credere a ciò che sembra essere vero, per cui senza ulteriore esame, viene adottato come conclusivo ogni ragionamento sofistico a suo favore.

3.)- Inoltre molto spesso un interesse mondano accetta questa prepotente influenza in modo che si produca lo stesso risultato. Un membro della Chiesa di Cristo vede il suo amico separato essere un potente con gran credito in tutto il mondo, ed è in grado pertanto di essere a lui di grande aiuto, e sa, che se avesse abbracciato la vera fede, avrebbe perso tutta la sua influenza, e sarebbe stato nell’impossibilità di servirsene. Questo lo rende attivo nel desiderare la sua conversione; ma il pensiero che il suo amico non sia sulla via della salvezza gli duole; inizia quindi a desiderare che potrebbe essere salvato così come egli è, nella sua religione. Perciò si viene a sperare che anche egli possa salvarsi, e volentieri non si adotta nessuna dimostrazione o prova che faccia pensare diversamente. E vero naturalmente che tutti questi motivi avrebbero poca influenza su di un membro sincero della Chiesa di Cristo, che capisca pienamente la sua religione, ed abbia un unico senso in ciò che gli si insegna su questo punto. Ma il grande problema di molti che adottano tali modi personali di pensare e di parlare è:

4.)- Che ignorano i principi della loro religione; essi non esaminano a fondo la questione, ed una volta che si siano infettati con lo spirito della moda del giorno, non sono più disposti ad esaminare; addirittura si rivoltano anche verso un amico zelante che tenti di disingannarli confutando quei miserabili sofismi che si presumono a favore del loro modo libero di pensare, e rifiutano di aprire gli occhi alla verità, o anche solo di guardare ai motivi che la sostengono.

D. 33. Quali sono tali argomenti da sofisti con i quali vengono ingannati?

R. Li abbiamo già visti sopra e confutati completamente uno per uno. Ma il loro grande errore nasce principalmente dalle loro idee erronee circa l’ignoranza invincibile e le condizioni richieste per essere un membro della Chiesa di Cristo. Pertanto devono: o negare la propria fede, o acconsentire a questa proposizione fondamentale, che: “senza fede è impossibile piacere a Dio”; nell’ammettere quest’ultima verità, fanno però ancora finta che l’ignoranza invincibile possa scusare un uomo davanti a Dio anche in tutti gli altri casi; quindi si è portati scusare anche i diversi casi per cui si conclude che se un uomo non ha la vera fede, “l’ignoranza invincibile lo salverà”, non considerando i due sensi che queste parole contengono, uno dei quali è certamente vero, ma l’altro non meno certamente falso. L’ignoranza invincibile servirà infatti a salvare dalla colpa di avere una falsa fede e di non avere la Vera Fede: questo è certamente vero! Ma dire che l’ignoranza invincibile lo salverà, cioè lo porterà alla salvezza, è certamente falso, così come da tutto quello che abbiamo visto sopra pienamente dimostrato. – Anche in questo altro caso, se ammettono quest’altra proposizione generale, che: “fuori della vera Chiesa di Cristo non c’è salvezza”, o la devono riconoscere, o devono rinunciare alla propria religione, supponendo che un uomo possa essere un membro della vera Chiesa agli occhi di Dio, anche se non unito con essa in comunione, come è appunto nel caso dei bambini battezzati nati nell’eresia fino a quando non arrivino all’età di giudicare da se stessi. L’errore sta nel non considerare che tutti gli adulti di una falsa religione non possono essere membri della Chiesa agli occhi di Dio in nessun altro senso se non quello per cui dice il nostro Salvatore: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile”. Ma, siccome Egli ha esplicitamente dichiarato che era necessario portare anche quelli alla comunione della sua Chiesa, questo dimostra incontestabilmente che essi e tutti quelli come loro, non essendo membri della Chiesa, non possano essere salvati nel loro stato attuale, se non si uniscono alla sua comunione.

D. 34. Ma non è lodevole e meritorio mostrare tutta l’indulgenza e la condiscendenza a coloro che sono fuori della Chiesa, e comportarsi verso di loro con tutta clemenza e dolcezza?

R. Ma sicuramente: non è solo lodevole, ma nostro assoluto dovere, per quanto la verità debba essere salvaguardata. Infatti tradire la verità usando tale atteggiamento deve essere considerato reato grave, e altamente pregiudizievole per entrambe le parti. L’esperienza, infatti, dimostra che il modo libero di pensare e di parlare che alcuni membri della Vera Chiesa hanno di recente adottato, produce le peggiori conseguenze, sia per se stessi che per coloro che si ha desiderio di favorire.

(1) coloro che sono separati dalla Chiesa di Cristo, sanno bene che essa professa costantemente, come un articolo del suo Credo, che senza la vera fede, e fuori dalla sua comunione, non c’è salvezza. Quando, dunque, si vedono i membri della Chiesa che parlano dubbiosamente su questo punto che sembra mettere in discussione la verità della dottrina, compresi i relativi pretesti e distinguo per raggirarla, cosa possono essi pensare? Che effetto questo può aver prodotto sulle loro menti? Non tenderà questo a spegnere il desiderio di indagare la verità che Dio gli ha insegnato, e non chiudere il cuore ad un tale buon pensiero? L’amor proprio non manca mai di carpire avidamente tutto ciò che favorisce i suoi desideri; e se una volta trovano questa verità messa in discussione anche da coloro che si presume credano, si prenderà in considerazione l’argomento come una mera controversia di scuole, e non ci si porrà più la questione.

(2) Questo modo di pensare e di parlare tende naturalmente a spegnere tutto lo zelo per la salvezza delle anime nei cuori di coloro che lo adottano; e mentre essi stessi si convincono che c’è una possibilità di salvezza per coloro che muoiono in una falsa fede e fuori della Chiesa di Cristo, l’amore di sé sarà facilmente incline a non porsi alcun problema circa la loro conversione; anzi, si è talvolta addirittura spinti a pensare che sia più consigliabile il non adoperarsi per disingannarli, perché non si dovrebbe cambiare la loro attuale situazione di “ignoranza scusabile”, come la chiamano, in una ostinazione colposa, non pensando che, per il loro pio e zelante sforzo, potrebbero essere portati alla conoscenza della verità, e salvare così le loro anime, considerando oltretutto che, attraverso il loro abbandono poco caritatevole, possano essere privati di una così grande felicità. Guai al mondo, infatti, se i primi predicatori del Cristianesimo fossero stati animati da tali sentimenti non cristiani.

(3) Non è meno pregiudizievole per i membri della Chiesa abbracciare per se stessi tali modi di pensare; questo non può che raffreddare il loro zelo e la stima per la religione, rendendoli così più incuranti nel preservare la loro fede, che per motivi mondani si espone al pericolo, in tempo di tentazione, di abbandonare tutto. Infatti, se un uomo è profondamente persuaso della verità della sua santa religione e della necessità di essere un membro della Chiesa di Cristo, sarà mai possibile che si esponga ad una qualsiasi occasione di perdere un così grande tesoro o, per qualsiasi timore o favore mondano, di abbandonarlo? Dal momento che l’esperienza dimostra però che molti, per qualche insignificante vantaggio mondano, non si espongono a tale pericolo, andando in posti dove non possono praticare la loro religione, e trovano ogni incentivo a lasciare, o, impegnandosi in impieghi in contrasto con il loro dovere, esponendo anche i loro figli alle stesse occasioni pericolose, questo sicuramente accade solo per mancanza di una giusta idea circa l’importanza della propria religione; e, ad un esame rigoroso, si è sempre trovato che ci siano, come causa radicale in un grado più o meno elevato, dei sentimenti latitudinaristi sopra esposti.

(4) Inoltre, se una persona comincia a esitare una volta circa l’importanza della sua religione, quale autostima egli può avere per quanto riguarda le sue leggi, le regole, o le pratiche? L’amor proprio, sempre attento a soddisfare se stesso, non tarderà molto a suggerirgli che, se non è assolutamente necessario appartenere a questa religione, tanto meno necessario è che si debba sottoporre a tutti i suoi precetti; quindi sono giustificate tutte le libertà, i comandi della Chiesa vengono disprezzati, gli esercizi di devozione trascurati, e l’ombra della religione sarà fugata dai lumi dei sentimenti liberali, giungendo fino alla distruzione di tutte le virtù solide e gli esercizi di pietà.

D. 35. Che diremo allora di quei membri della Chiesa di Cristo che in realtà abbandonano la loro religione, e rinunciano alla loro fede?

R. Siccome Dio stesso ha dato una risposta completa e ben precisa a questa domanda in tre diversi luoghi della sua Sacre Scritture, sarebbe presunzione rispondere con parole diverse. In primo luogo, Egli dice per bocca del suo santo Apostolo S. Paolo, ” Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro. Tuttavia se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. Infatti una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è vicina alla maledizione: sarà infine arsa dal fuoco!”. [Eb. VI: 4] Su questo passaggio, il pio editore del Reims-Nuovo Testamento dice nella nota, “che è impossibile per coloro che sono ricaduti dopo il Battesimo essere nuovamente battezzati; a coloro che hanno apostatato dalla Fede, dopo aver ricevuto tante grazie, è molto difficile tornare nuovamente allo stato felice dal quale sono decaduti” – . Ed ancora: “se pecchiamo volontariamente “, dice lo stesso santo Apostolo,” … dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.” [Eb. X: 26]: per cui, dice lo stesso autore citato, “Egli parla del peccato di apostasia volontario dalla verità conosciuta, dopo di che, in quanto non possiamo essere battezzati di nuovo, non possiamo aspettarci di avere un’abbondante remissione dei peccati, che Cristo ci ha acquistato con la sua morte, applicata alle nostre anime in maniera così ampia come è nel Battesimo, ma abbiamo piuttosto tutte le ragioni di aspettarci un giudizio terribile, tanto più in quanto apostati dalla verità conosciuta. Infine, per bocca del santo Apostolo S. Pietro, Dio dichiara lo stato di queste persone in tal modo: “Se infatti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e salvatore Gesù Cristo, ne rimangono di nuovo invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. Meglio sarebbe stato per loro non aver mai conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo precetto che era stato loro dato. Si è verificato per essi il proverbio: Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago”. [2 Pt. II: 20]

D. 36. È detto sopra che è solo di recente che questo modo di pensare sulla necessità della vera fede, e di essere in comunione con la Chiesa di Cristo, come abbiamo esaminato, è apparso tra i membri della Chiesa: non era tenuto dai cristiani in tutte le epoche passate lo stesso linguaggio?

R. Tutt’altro, e questo è uno dei più grandi motivi della sua condanna: essa è una novità, si tratta di una nuova dottrina, inaudita alle origini, anzi è proprio in contrasto con la dottrina uniforme di tutti i grandi luminari della Chiesa, in tutte le epoche passate. Questi grandi e santi uomini, i testimoni più ineccepibili della fede cristiana dei loro giorni, sapevano non esserci nessun altro linguaggio su questo argomento, se non quello pronunciato davanti a loro da Cristo e dai suoi Apostoli, e sapevano che il loro Maestro Divino aveva dichiarato: “chi crede non sarà condannato”, ed hanno poi sentito il suo Apostolo proclamare un anatema terribile contro chiunque: “se anche un angelo dal cielo, avesse osato modificare il Vangelo che aveva predicato, [Gal. I: 8]; lo sentirono affermando pure in termini espressi, che: “senza fede è impossibile piacere a Dio” ed hanno costantemente tenuto sempre lo stesso linguaggio. E dato che non si è visto il più piccolo accenno nella Scrittura che facesse pensare che coloro che erano fuori della Chiesa potessero essere salvati dall’ignoranza invincibile, questa ingannevole stortura non è stata riportata mai, nemmeno una volta in tutti i loro scritti.

PARTE X

D. 37. In che modo, allora, questi Santi Padri della Chiesa si esprimono su questo argomento?

R. Sarebbe interminabile poter raccogliere tutte le loro testimonianze; le poche che seguono possono bastare come un campione del tutto. S. Ignazio, vescovo di Antiochia e discepolo degli Apostoli, nella sua epistola a Filadelfia, dice: “Quelli che fanno una separazione non erediteranno il regno di Dio.” Sant’Ireneo, vescovo di Lione, e Martire nel secondo secolo, dice: “La Chiesa è la porta della vita, ma tutti gli altri sono ladri e briganti, e quindi da evitare.” [De Haer., Lib. ic 3]. S. Cipriano, vescovo di Cartagine, e martire della metà circa del terzo secolo, afferma: “La casa di Dio è una sola, e nessuno può avere la salvezza, se non nella Chiesa.” [Epist. 62, alias 4] E nel suo libro sulla unità della Chiesa, egli dice ancora, “Non può avere Dio per suo Padre chi non ha la Chiesa per sua madre. Se qualcuno sarà scampato al diluvio restando fuori dall’arca di Noè, anche colui che è fuori della Chiesa allora può sfuggire alla dannazione. ” . Ed ecco che, per quanto riguarda i Padri più primitivi del 4° secolo: San Crisostomo parla così: “Sappiamo che la salvezza appartiene alla Chiesa solo, e che nessuno può partecipare di Cristo, né essere salvato, fuori della Chiesa Cattolica e della fede cattolica, “[Hom. 1. a Pasqua.]. – S. Agostino, nella stessa epoca, dice: “La Chiesa cattolica solo è il Corpo di Cristo, lo Spirito Santo non dà vita a nessuno che sia fuori da questo Corpo,” [Epist. 185, § 50, Edit. Bened.]. E in un altro luogo, “La salvezza non si può avere che nella Chiesa cattolica. Fuori della Chiesa Cattolica nessuno può ottenere nulla che sia la salvezza. Egli può avere l’onore, può avere il battesimo, può avere il Vangelo, può ugualmente credere e predicare nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo, ma non può trovare la salvezza in nessun altro posto che non sia la Chiesa cattolica “[Serm. annuncio Cresarieus de Emerit]. Ed ancora una volta:.. “Nella Chiesa cattolica,” dice, “ci sono buoni e cattivi, ma quelli che sono separati da lei, perché le loro opinioni sono opposte alle sue, non possono essere buoni, anche se le opinioni di alcuni di essi appaiono lodevoli, perché è la loro stessa separazione dalla Chiesa che li rende malevoli, secondo la parola del nostro Salvatore [S. Luca XI: 23]: ‘chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie non con me, disperde ‘. [Epist. 209, ad Feliciam]. – Lattanzio, un altro grande lume del quarto secolo, dice: “È unicamente la Chiesa cattolica che conserva il vero culto. Questa Chiesa è la fonte della verità, è la casa della fede, è il tempio di Dio. Se qualcuno non entra in questa Chiesa, o se ne allontana, la sua salvezza eterna è disperata. Nessuno deve lusingarsi ostinatamente, quando sono in gioco la sua anima e la sua salvezza. ” [Divin. Instit., Lib. iv. iv. c. c. 30] – S. Fulgenzio, nel VI secolo, parla ancora così: “Tenete per fermo e senza alcun dubbio che nessuno che è battezzato fuori della Chiesa cattolica può partecipare della vita eterna se, prima della fine di questa vita, non sia reintrodotto nella Chiesa cattolica ed in essa incorporato. ” [Lib. de Fid., c. 37]. Questi pochi casi sono sufficienti per mostrare la fede del mondo cristiano in tutte le epoche precedenti; e tutti i santi scrittori del Cristianesimo, in ogni tempo, parlano di questo argomento allo stesso modo.

D. 38. Queste testimonianze sono forti, e parlano chiaramente della questione; ma dopo queste prove non è sorprendente che qualcuno rimetta ancora in discussione questo punto della dottrina?

R. Questo, può essere compreso in verità, solo considerando lo spirito generale della mondanità ed il disprezzo per ogni religione, ora così universalmente prevalente; anche i primi riformatori ed alcuni dei loro seguaci, vedendo le chiare prove della Scrittura circa questo aspetto della dottrina, e non trovando il più piccolo fondamento in questi scritti sacri per sostenere il contrario, l’hanno abbastanza riconosciuto, per quanto agissero contro se stessi. Abbiamo visto come i teologi di Westminster parlano a questo proposito nella confessione di fede, utilizzata fino ad oggi dalla Chiesa di Scozia, e che è stata ratificata e adottata dall’Assemblea Generale nel 1647, come standard della loro religione. Ma i loro predecessori nel secolo precedente, quando la religione presbiteriana è iniziato in Scozia, parlano non meno chiaramente sullo stesso argomento; nella loro confessione di fede, autorizzata dal Parlamento nell’anno 1560, “come dottrina fondata sulla Parola infallibile di Dio”, si parla in tal modo: articolo XVI .: “Come noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, così noi costantemente crediamo, che fin dall’inizio ci sia stata, è, e ci dovrà essere, fino alla fine del mondo, una Chiesa, vale a dire, una società di una moltitudine di uomini, scelti da Dio, che giustamente hanno abbracciato il culto dalla vera fede in Gesù Cristo… e questa Chiesa è cattolica, cioè universale, perché comprende gli eletti di tutte le età, ecc. …; fuori di questa Chiesa non vi è né la vita né la felicità eterna: e quindi assolutamente aborriamo la bestemmia di coloro che affermano che gli uomini che vivono secondo equità e giustizia debbano essere salvati, qualunque religione essi abbiano professato”. Questa confessione dell’originale chiesa di Scozia è stata ristampata e pubblicata a Glasgow nell’anno 1771, e da questa è tratto appunto questo passaggio. Calvino stesso confessa la stessa verità, con queste parole, parlando della Chiesa visibile: “Fuori dal suo seno”, dice, “non c’è nessuna remissione dei peccati, non c’è salvezza auspicabile, secondo Isaia, Gioele ed Ezechiele … di modo che è sempre molto pernicioso discostarsi dalla Chiesa”, e questo egli afferma nelle sue stesse istituzioni. [B. iv. c. c. 1, 4]. – Noi aggiungeremo ancora una testimonianza che è particolarmente forte; essa è del Dott Pearson, un vescovo della Chiesa d’Inghilterra, nella sua esposizione del Credo, modificato nel 1669, dove si dice: “La necessità di credere la Chiesa cattolica è comparsa, in primo luogo, nel fatto che Cristo l’ha indicata come l’unico modo per accedere alla vita eterna. Leggiamo per primo: [Atti II: 47] ‘Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati’. E poi, in questo fare quotidiano Cristo continuamente non ha mai nominato due strade per il Paradiso, né ha costruito una chiesa secondaria, per fare un istituto diverso per la salvezza di altri uomini: “… non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”[Atti IV: 12], se non il Nome di Gesù, e che il Nome non è comunque dato sotto il cielo se non nella Chiesa, e come nessuno è stato salvato dal diluvio, se non quelli che erano all’interno dell’arca di Noè, salvati per aver essi recepito il comando di Dio, e nessuno dei primogeniti d’Egitto visse, se non era all’interno delle abitazioni i cui stipiti erano cosparsi di sangue, secondo il comando di Dio dato per la loro conservazione, e come nessuno degli abitanti di Gerico poté sfuggire al fuoco o alla spada, se non si fosse trovato all’interno della casa di Raab, la cui protezione era stata data come un patto: … così nessuno potrà mai sfuggire l’ira eterna di Dio, se non appartiene al Chiesa di Dio. “Ecco in che misura la forza della verità ha prevalso tra i più eminenti ed illuminati membri della Riforma prima che i princîpi del latitudinarismo si insinuassero tra di loro! Quale deve essere il rimprovero davanti al tribunale di Dio per quei membri della Chiesa di Cristo, che rimettono in discussione o cercano di invalidare questa grande e fondamentale verità, che è la stessa cinta di recinzione e la barriera della vera religione, come viene così ripetutamente dichiarato da Dio nella Sua Santa Scrittura, professata dalla Chiesa di Cristo in tutti i tempi, ed attestata con la massima fermezza dai luminari più eminenti del Cristianesimo, e candidamente riconosciuta anche dagli scrittori più celebri ed illuminati della Riforma! Ogni tentativo di indebolire l’importanza di questa verità divina non deve essere considerato dal grande Dio come tradire la sua causa e gli interessi della sua Santa Fede? E saranno in grado di far valere costoro anche la loro ignoranza invincibile nel difendere la propria causa davanti a Lui?

D. 39. Quali sono i sentimenti propri e le disposizioni che questa grande verità dovrebbe produrre nel cuore e nella condotta di coloro che sono membri della Chiesa di Cristo?

R. Nulla può contribuire più efficacemente a produrre le disposizioni più necessarie e salutari nei loro cuori, sia verso Dio, sia l’un verso l’altro, e nei confronti di coloro che sono separati dalla loro comunione, che la considerazione frequente e grave della loro vocazione alla fede di Cristo, e la comunione con quella chiesa in cui non vi è salvezza. Per quanto riguarda Dio, questo non può non ispirare loro che i sentimenti più teneri di affetto, di amore e di gratitudine verso di Lui, per vedersi altamente favoriti dalla sua infinita bontà, senza alcun merito da parte loro, a preferenza di tante migliaia di altri che sono lasciati nell’ignoranza e nell’errore. Essi non dovrebbero mai cessare di lodarLo ed adorarLo per un così grande ed inestimabile favore, e dovrebbero essere assidui nel dare prova della sincerità della loro gratitudine ed amore per Lui, con un’obbedienza continua ai suoi comandamenti. Quanto gradite siano a Dio Onnipotente queste cose, e quanto li richieda da coloro che Egli ha così altamente favorito, è evidente dalla sua divina Parola, nella quale spesso ritornano alla mente la grandezza della grazia della nostra vocazione, ed il pressante invito a fare un ritorno a Dio adeguato a queste sante virtù: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, dice S. Paolo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.”, In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità …. Perciò anch’io … non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza”. [Ef. I: 3-4, II 15-19]. – Ecco con quanto ardore Egli desidera che possiamo avere una giusta misura di quella sua grande misericordia! E infatti poco dopo descrive la grandezza di questo favore ed il ricambio che richiede da noi dicendo: ” Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”. [Ef. II: 19-20]. – “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre …”. [Ef. V: 8-11]. In un altro luogo dice: “Perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; rafforzandovi con ogni energia secondo la potenza della sua gloria, per poter essere forti e pazienti in tutto; ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto”. [Col I: 10-13]. Ed ancora, scrivendo a Tito, egli dice,”Questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista in queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone”. [Tt III. 8]. Infine, per dimostrare l’assoluta necessità di questa corrispondenza di gratitudine da parte nostra, alla grande bontà di Dio nei nostri riguardi, ci assicura che è solo a condizione del nostro perseverare nella nostra santa fede, e nella speranza della nostra chiamata, che ci si può aspettare la ricompensa eterna di essere presentati senza macchia davanti a Dio: “… E anche voi, che un tempo eravate stranieri e nemici con la mente intenta alle opere cattive che facevate, ora egli vi ha riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto: purché restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo”. [Col. I: 21-23]. – Pietro descrive anche la grazia della nostra vocazione nei termini più belli, e ci assicura che il disegno di Dio di chiamarci ci induce a dover elevare un rendimento adeguato a Lui tessendo le sue lodi. “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce …” [1 Pt. II: 9]. Quanto è grande l’obbligo per tutto questo di vivere bene e studiare in tutte le cose di fare la volontà di Dio, soprattutto quando Cristo stesso dice espressamente: ” … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, che essi vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli “! 

Parte XI: CONCLUSIONE

D. 40. Quali sono le disposizioni ed i comportamenti che questa bontà inestimabile di Dio richiede nei membri della sua Chiesa reciprocamente?

R. S. Paolo ce li descrive in una luce molto forte, come segue: “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. [Ef. IV: 1-6] Vediamo qui con quali tinte forti si dimostra che l’umiltà, la mitezza e l’amore fraterno siano le virtù essenziali per la nostra vocazione, e che tutto ciò che appartiene alla nostra santa Religione, richieda che dobbiamo vivere nella loro pratica costante; ed ancora che siamo tutti uniti in un solo corpo, la Chiesa di Cristo, animato da uno solo Spirito, lo Spirito di Gesù che guida e conduce quel corpo verso la verità intera, e che siamo chiamati ad una sola speranza della nostra chiamata: al possesso di Dio stesso nella gloria eterna, e che tutti noi serviamo un solo Signore, il Signore nostro Gesù Cristo, che tutti noi professiamo una sola fede, la Santa Fede che Egli ha rivelato all’umanità, senza la quale è impossibile piacere a Dio; che siamo tutti santificati da un solo Battesimo, che tutti serviamo solo Dio, che siamo tutti figli dello stesso Padre, e che questo Padre celeste è sempre presente in noi, cosicché tutta la nostra condotta è nuda ed aperta davanti a Lui. Come sconveniente, poi, deve essere agli occhi di questo Padre nostro, vederci intrattenere in discordie o cattiva volontà tra di noi! E come è indegno della nostra vocazione e disonorevole alla nostra religione se, essendo membri dello stesso corpo, servi dello stesso Maestro, figli dello stesso Padre, uniti insieme da tanti forti legami della Religione, dobbiamo vivere in animosità e nell’inimicizia reciproca. – In un altro luogo, lo stesso santo Apostolo descrive le disposizioni necessarie a coloro che Dio ha chiamato come “Suoi” eletti, per la grazia inestimabile di essere membri della sua Santa Chiesa, e dice: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!” [Col. III: 12-15]. E il comportamento contrario è così disdicevole e quindi indegno della nostra vocazione, tanto che san Giacomo lo dichiara essere addirittura diabolico. “Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica …” [Giac. III: 14-15] Tutto questo è tratto dalla dottrina espressa del nostro stesso grande Maestro, che comanda non solo a tutti i suoi seguaci di vivere nell’amore fraterno e nell’unione tra di loro, ma dichiara questo essere collegato alla loro vocazione, che è il segno distintivo della loro appartenenza a Lui: «da questo conosceranno tutti”, Egli dice, «che siete miei discepoli, se avete amore gli uni gli altri.” [Giovanni XIII: 35]

D. 41. Quali sono dunque le disposizioni che i membri della Chiesa di Cristo dovrebbero avere, e quale linea di condotta dovrebbero seguire nei confronti di coloro che sono separati dalla loro comunione?

R. È impossibile avere un amore vero e sincero di Dio, senza amare anche tutto ciò che è collegato a Lui; se quasi tutto è collegato con Dio, maggiore deve essere il nostro amore verso il prossimo. Ora, tutti coloro che sono in una falsa religione, pertanto separati dalla comunione della Chiesa, hanno per molti altri aspetti una connessione molto vicino con Dio, perché essi sono sue creature, opera delle sue mani, realizzate per la sua gloria; sono sue immagini, realizzate a sua somiglianza; essi sono redente dal Sangue di Gesù che è morto per l’umanità; essi sono creati per essere eternamente felici con Lui in Paradiso, perché Dio non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che desista e viva. Tutte queste considerazioni dimostrano che noi siamo tenuti ad avere un amore sincero e fervente nei loro confronti, ed uno zelo caritatevole per la loro salvezza eterna, e di conseguenza ad avere una tenera simpatia ed una compassione per loro, considerando il pericolo in cui sono le loro anime; e questa è la disposizione radicale ed essenziale dei nostri cuori, che siamo tenuti ad avere nei confronti di tutti gli uomini, senza eccezione. Di questo abbiamo un bellissimo esempio in S. Paolo che esprime in tal modo le disposizioni del suo cuore verso i suoi fratelli, gli ebrei increduli: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore ed una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, (vale a dire, una maledizione), separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.” [Rom. IX: 1]. Ora, questo amore sincero e lo zelo per la loro salvezza dovrebbe manifestarsi principalmente in questi punti seguenti:

(1.) Nell’essere ” … pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi …” [1 Piet. III: 15], , essere cioè sempre disposti e pronti a spiegare loro la nostra santa fede e mostrare i motivi su cui essa si fonda, ogni volta che uno di loro ci chiede di farlo. Questo dovrebbe essere porto loro con tutta modestia e la dolcezza, non entrando in dispute improduttive, non tenendo dietro a contese con calore ed acrimonia, anche se essi dovessero essere sempre così irragionevoli in quello che dicono contro di noi, ma rendendo conto della speranza che è in noi con la dolcezza e la carità, e lasciando l’esito alle disposizioni della Divina Provvidenza; la Scrittura dice: “Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto ad insegnare, paziente nelle offese subite, dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà.”[2 Tim. II: 23-26]; e: “Comportatevi saggiamente con quelli di fuori; approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno.”. [Col. IV: 5-6].

(2.) Essere sincero nella preghiera a Dio per la loro conversione e la loro salvezza, è quanto espressamente comandato nella Scrittura: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini … Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità”. [1 Tim. II: 1,3-4]. Abbiamo un bellissimo esempio di questo nello stesso santo Apostolo, che, pieno di carità per la salvezza degli ebrei, ha pietà del loro zelo considerato un loro errore, e riversa le preghiere del suo cuore per loro: “Fratelli, dice, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza. Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza”. [Rom. X: 1]

(3) Dare loro il buon esempio, nell’esercizio di opere buone, e nella pratica di tutte le virtù cristiane. Niente è di maggiore efficacia del dare agli altri un esempio favorevole della nostra santa religione, che una buona vita. Questo è un argomento vivente che insegna ai più ignoranti e convince i più ostinati. E quindi per questo troviamo più volte comandato nelle Scritture il proposito di edificare coloro che sono al di fuori, e di eccitare in loro il glorificare Dio. “Così risplenda la vostra luce. dice Gesù Cristo stesso, davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. [Matt. V: 16] e San Pietro si esprime così su questo importante compito: “Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio. … perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti”. [1 Pet. II: 11,15] – S. Paolo richiede anche la medesima cosa, dicendo: “offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro” [Tit. II: 7].

(4) Se infine, non sopportando tale comportamento pio ed edificante, dovessero essere consentite persecuzioni e prove dalla Divina Provvidenza permesse per noi per un suo scopo saggio e giusto, se ad esempio dovessimo essere diffamati falsamente, se le verità della nostra santa religione dovessero essere calunniate e la nostra dottrina travisata, non dobbiamo meravigliarci né restare scoraggiati; ma occorre ricordare che questo è anche il modo in cui il mondo trattava lo stesso nostro Signore e Maestro, che aveva preannunciato già che i suoi fedeli seguaci dovessero essere trattati allo stesso modo. San Pietro ci assicura anche che questo è uno dei segni di coloro che seguono le sette di perdizione, il parlare male della verità: “… Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di impropèri. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all’opera e la loro rovina è in agguato”. [2 Piet. II: 2]; e S. Giuda aggiunge, “… costoro invece bestemmiano tutto ciò che ignorano”. [Giuda 10] – Tali prove non dovrebbero diminuire, anche nel minimo grado, la nostra carità sincera verso di loro ed il desiderio della loro salvezza; ma piuttosto dovremmo aumentare la nostra pietà e la compassione per le loro povere anime, impegnarci più seriamente nel pregare per loro, imitando il nostro benedetto Salvatore che, sulla croce, pregò per i suoi persecutori: “Padre … ” Egli ha detto, “… perdona loro, perché non sanno quello che stanno facendo”. Soprattutto, non dobbiamo mai possedere il benché minimo desiderio di vendetta “rendendo male per male, oltraggio per oltraggio, ma, “ … al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione” [1 Pet. III: 9] Al contrario, consideriamo le nostre prove come disposte ed ordinate dalla mano di Dio “, senza il Quale non un capello del nostro capo può cadere a terra”, e dobbiamo essere “… lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù Cristo” [Atti V: 41]. Perché ” … se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate,…. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.” [1 Pet. 3: 14, 17] – E quindi, “Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome.” [1 Pet. IV: 12-16] – Ricordiamo infine sempre le parole di Nostro Signore: “… Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli! ” [Matt. V: 11-12]. [Fine]

#    #    #

Dopo questa illuminante lettura, penso che tutti abbiamo una più chiara idea della questione oggi così turbinosamente ammantata da veli offuscanti e torbidi esercizi di confusione dottrinale, nei quali si ritrovano ideologie massoniche. apertamente professate anche dai falsi prelati del “novus ordo” che le spacciano addirittura per cattoliche ed evangeliche. Basterebbe questo unico documento per smascherare i “clown in talare”, gli affabulatori di menzogne parateologiche e di ermeneutiche deliranti che portano ben lontano dalla Chiesa Cattolica, con tutte le conseguenza che la sana dottrina ci insegna, come visto. Cosa aspettare allora per rientrare nella Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa fondata da Gesù Cristo, l’Arca  nella quale rifugiarsi per sfuggire al fuoco eterno. Il Novus ordo, cioè la sinagoga cabalista infiltrata nella Chiesa, così come tutte le sette eretiche e scismatiche, anche e soprattutto quelle che si definiscono “tradizionaliste” per meglio ingannare i loro sprovveduti non-fedeli, sono garanzia di perdizione eterna dell’anima, perché fondamentalmente a-cattoliche, in quanto non riconoscendo il “vero” Capo del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa cattolica, che è il successore di S. Pietro, o peggio riconoscendone scientemente uno chiaramente falso, apostata ecumenista, si pongono di fatto fuori dalla Chiesa di Cristo! Invochiamo il nostro Maestro divino affinché ci liberi e ci immunizzi dalla peste e dalla melma spirituale che ci travolge, chiedendo nel contempo alla Vergine Santissima il trionfo del suo Cuore Immacolato sul serpente maledetto, il lucifero baphomet, “signore dell’universo” quello che è riuscito nell’intento descritto dal Profeta Isaia nel cap. XIV: “… Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo” [v. 14]. Ma il destino che seguirà a breve sarà quello dei versetti successivi: “… E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso! Quanti ti vedono ti guardano fisso, ti osservano attentamente. È questo l’individuo che sconvolgeva la terra, che faceva tremare i regni, che riduceva il mondo a un deserto, che ne distruggeva le città, che non apriva ai suoi prigionieri la prigione? Tutti i re dei popoli, tutti riposano con onore, ognuno nella sua tomba. Tu, invece, sei stato gettato fuori del tuo sepolcro, come un virgulto spregevole; sei circondato da uccisi trafitti da spada, come una carogna calpestata”. (vv. 15-19) Finirà così: “Carogna calpestata … come i suoi servi, le vipere nemiche di tutti gli uomini, gli apostati con talare o clergy man e gli adepti con grembiulini!”. Dio ci salvi!

schiaccia

Et IPSA conteret caput tuum!

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -4-

georgehay

Vesc. George Hay

PARTE VII

 D. 21. Come si dimostra che quando un uomo resiste o trascura le grazie di Dio, esse sono da lui prese? E che: se le avesse perse, la colpa è solo sua?

R. Questo fatto è evidente da tutta la Scrittura; ma perché possa essere pienamente compreso, dobbiamo considerare le diverse fatali conseguenze che derivano da un abuso ostinato di queste grazie:

(1) Queste grazie sono ritirate da loro; infatti, Dio, nella sua misericordia infinita, aspetta non una sola volta pazientemente i peccatori, rinnovando le sue iniziative volte alla loro conversione; ma se essi ancora resistono o abusano caparbiamente delle sue grazie, queste vengono diminuite, poi sempre più rarefatte. Così il nostro Salvatore dice del servo inutile, “Toglietegli la mina” …. e “ … a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” [Luca XIX: 24, 26]. E questo in che senso? Se egli non ha, come gli si può prendere qualcosa? Il senso è, che chi non ha migliorato quello che già possiede, gli sarà tolto anche quello che ha. Lo stesso si ripete in diverse altre occasioni.

(2) Quanto più le grazie di Dio sono indebolite o ritirate dai peccatori per i loro abusi ripetuti, più le loro passioni si rafforzano nei loro cuori, acquisendo così esse una maggiore padronanza di essi, fino a renderli loro miserabili schiavi; “Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio. ” [Ps. LXXX: 12] E S. Paolo ci assicura che, mentre i saggi tra le nazioni pagane, con la luce della ragione stessa, sono pervenuti ad una chiara conoscenza dell’esistenza di Dio e della sua potenza e Divinità, questi, “… , pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” [Rom. I: 21].

(3) Se la loro ostinazione aumenta ancora, essi chiudono gli occhi alla luce della verità che Dio offre loro, permettendo loro di essere sedotti dalla menzogna, e “… dare retta a spiriti dell’errore e a dottrine diaboliche “. [1 Tim. IV: 1] Così: “… con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità” [2 Ts. II: 10]. Questo testo molto duro, mostra chiaramente due grandi verità: in primo luogo, che Dio offre la verità a tutti; e, in secondo luogo, che la fonte della loro dannazione è del tutto proveniente da se stessi, per il rifiuto di riceverLo.

(4) Se, pertanto, continuano, nella loro perversione, e muoiono nei loro peccati, la loro parte sarà una condanna terribile per sempre; a loro “Dio, nella sua ira, giura che essi non entreranno nel suo riposo”. [Ps. XCIV: 2] Su di essi Egli pronuncia quella frase terribile: ” Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio, e la mia esortazione non avete accolto; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno. Poiché hanno odiato la sapienza e non hanno amato il timore del Signore; non hanno accettato il mio consiglio e hanno disprezzato tutte le mie esortazioni; mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni.” [Prov. I: 24-30]. – La loro condanna è prefigurata in quella di Gerusalemme che era stata ribelle a tutte le chiamate di Dio, e la cui sorte il nostro Salvatore lamenta in queste parole impressionanti: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sarà lasciata deserta! “. [Matt. XXIII: 37]! “… vorrei, e Tu non hai voluto”. Questa è il loro grande crimine: ti ho inviato il mio profeti e servi, le mie grazie e le luci, i profeti e i santi, ma questi li hai abbattuti e distrutti, e non hai dato nessun ascolto a loro! Il destino miserabile di tutti questi peccatori infelici, così come pure profetizzata a Gerusalemme, strappa le lacrime dagli occhi di Gesù, quando Egli, piangendo su quella città, disse: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. [S. Luca XIX: 42-44] – Costoro sono quelli che, essendo stati invitati al matrimonio-cena del gran Re, ne hanno respinto l’invito uccidendone i servi; per cui: “… ha inviato le sue truppe a sterminare quegli omicidi, e bruciato la loro città,” [Matt. XXII: 7], dichiarando alfine che: “… nessuno di loro dovrebbe gustato della sua cena”.

D. 22. Qual è la conclusione di tutte queste verità?

R. La conclusione è molto semplice – e cioè, se Dio Onnipotente si è compiaciuto di enunciare che nessuno sarà salvato se non ha la vera fede di Gesù Cristo e non è in comunione con la Sua Santa Chiesa; questo non è in contrasto con l’infinita bontà di Dio, perché Egli dà a tutti le grazie sufficienti, per mezzo delle quali tutti possono, se corrispondono ad esse, essere portati alla vera fede e alla Chiesa di Cristo; e se qualcuno si perde, questo non è dovuto certamente ad alcuna mancanza della bontà di Dio, ma al loro abuso delle grazie loro elargite. Su alcuni, anzi, Egli dona queste grazie più abbondantemente, dando loro cinque talenti, mentre agli altri ne ha dato, più parsimoniosamente, a chi due, e a qualcuno uno solo; ma Egli dà a tutti sufficientemente per il loro presente volere, e darà ancor più se questi si migliorano, finché al termine li possa portare alla conoscenza della sua verità e alla salvezza.

D. 23. Ma supponiamo che una persona viva nella selvaggia Tartaria o in America dove il nome di Cristo non è mai stato ascoltato: supponiamo anche che questa persona partecipi ai dettami della coscienza illuminata dalle grazie che Dio si compiace di dargli, e costantemente si conformi ad esse: ancora, come è possibile che possa essere portato alla conoscenza ed alla fede di Gesù Cristo?

R. Questo caso è certamente possibile; e se dovesse capitare non può essere messo in dubbio, ma Dio Onnipotente, con i tesori della sua infinita saggezza, fornisce i mezzi per portare una persona alla conoscenza della verità, anche se dovesse inviare un Angelo dal cielo per istruirlo. “La mano del Signore non è accorciata, perché Egli non possa salvare” [Isa.], in qualunque difficoltà una povera anima possa essere; Egli ha, fatto cose meravigliose nel passato in casi di questo genere, ed è certamente in grado di fare nuovamente lo stesso: e dal momento che ha così chiaramente annunziato, che fuori della Vera Chiesa e senza vera fede in Cristo non c’è salvezza, non ci può essere alcun dubbio che, nel caso supposto, si sarebbe preso cura efficacemente nel portare una persona alla felicità.

D. 24. C’è nella Scrittura qualche passo che con autorità dimostri questo?

R. Non ci può essere più valida prova della Scrittura di alcuni fatti non correlati. Abbiamo infatti in essa due bellissimi esempi dell’agire di Dio in tal fatta per casi simili, il che dimostra che potrebbe fare ancora lo stesso, se qualche evenianza lo richiedesse. L’uno è quello dell’eunuco di Candace, regina d’Etiopia: egli, seguendo le luci che Dio gli aveva dato, pur vivendo a grande distanza da Gerusalemme, aveva conosciuto il culto del vero Dio, tanto che era solito passare, di tanto in tanto, del tempo a Gerusalemme per adorarLo. Quando, però, il Vangelo cominciò ad essere annunciato, la religione ebraica non poteva più salvarlo; ma essendo egli ben disposto dalla fedeltà alle grazie che aveva fino a quel momento ricevute, non venne abbandonato da Dio Onnipotente; infatti quando stava tornando al suo paese da Gerusalemme, il Signore gli inviò, portato da un Angelo, San Filippo affinché lo incontrasse, lo istruisse nella fede di Cristo, e lo battezzare. [Atti VIII: 26]. – L’altro valido esempio è quello di Cornelio, un ufficiale dell’esercito romano della truppa italica cresciuto nell’idolatria. Nel corso degli eventi storici, il suo reggimento giunse in Giudea, ove vigeva una religione diversa dalla propria: il culto di un solo Dio. Per la grazia attivata nel suo cuore, credette in questo unico Dio, e seguendo gli ulteriori movimenti della grazia divina, si mise a dare molte elemosine ai poveri, pregando intensamente questo Dio che gli dicesse direttamente cosa fare. Dio lo ha abbandonato? No assolutamente; ma mandò un Angelo dal cielo a dirgli da chi doversi recare al fine di essere pienamente istruito nella conoscenza e nella fede di Gesù Cristo, ed essere accolto nella sua Chiesa mediante il Battesimo. Ora, ciò che Dio ha fatto in questi due casi, non è forse in grado di farlo analogamente in tutti gli altri casi, Lui che ha mille modi nella sua saggezza per condurre le anime che desiderano in modo veramente serio la conoscenza della verità e la salvezza? Ed anche se una tale anima si trovasse nelle più remote regioni selvagge del mondo, Dio non potrebbe inviarle un Filippo o un Angelo dal cielo per istruirlo e così, con la sovrabbondanza della sua grazia interna o con innumerevoli altri modi a noi sconosciuti, non potrebbe infondere nella sua anima la conoscenza della verità? La faccenda in verità è: che dobbiamo attentamente fare la nostra parte nel rispettare ciò che Dio ci concede; in virtù di questo noi siamo certi, che se non ci mancherà il desiderio di Lui, Dio non sarà mai manchevole verso di noi, e quando comincia il buon lavoro in noi, questo sarà anche portato alla perfezione se siamo attenti ad assecondarlo e a non frapporre ostacoli ai suoi disegni.

D. 25. Ma se non si è portati alla fede ed alla Chiesa di Cristo, come che si può corrispondere alle grazie ricevute?

R. Dio non voglia; sebbene sia certo che Dio non mancherà di portare tutte le persone alla fede ed alla Chiesa di Cristo se esse corrispondono fedelmente alle grazie che Egli dona loro, Egli stesso non si limita comunque nel conferire quella singolare pietà a tutti gli altri. Se fosse infatti questo il caso, pochi in effetti avrebbero potuto riceverla! Ma Dio, per mostrare le infinite ricchezze della sua bontà e la sua misericordia, la dona a molti anche tra i più immeritevoli; l’ha conferita infatti anche a molti degli ebrei increduli che avevano crocifisso Gesù Cristo, ed ai sacerdoti che Lo perseguitavano a morte, anche se si erano ostinatamente opposti a tutti i mezzi che Egli aveva precedentemente utilizzati, alla sua dottrina ed ai miracoli per convertirli. In questo Egli agisce come Signore e Maestro, e come un “dissipatore” elargisce i suoi doni; Egli dà a tutti gli aiuti necessari e sufficienti nel loro stato attuale; a coloro che cooperano, Egli non manca mai di dare sempre più abbondantemente aiuto; e al fine di mostrare le ricchezze della sua misericordia, al numero dei più immeritevoli Egli dona i suoi favori più singolari per la loro conversione. Quindi nessuno ha motivo di lamentarsi; tutto dovrebbe essere solleciti a collaborare con quanto già possiedono; nessuno dovrebbe darsi alla disperazione a causa della propria ingratitudine passata, ma dovrebbe invece confidare con certezza che Dio, ricco di misericordia, avrà ancora pietà, in caso si ritorni a Lui. Solamente devono temere e tremare coloro che rimangono ostinati nelle loro vie perverse, e continuano a resistere alle chiamate della sua misericordia, rimandando la loro conversione da un giorno all’altro. Infatti, anche se la sua misericordia infinita non conosce limiti nel perdono dei peccati, per quanto numerosi e gravi essi siano, se ci pentiamo, le offerte della sua misericordia sono limitate, e qualora si superino questi limiti per la nostra caparbietà, non ci sarà più misericordia per noi. Il tempo della misericordia è fissato per tutti, e se non riusciamo ad abbracciare le sue offerte entro un certo termine, le porte della misericordia saranno per noi chiuse per sempre. Una volta che lo sposo è entrato nella camera matrimoniale, le porte vengono chiuse, e le vergini stolte che erano impreparate sono per sempre escluse, con questo rimprovero terribile da parte di Gesù Cristo: “non so voi chi siete; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità”. Poiché non si sa quindi per quanto ancora durerà il tempo della misericordia, non si dovrebbe ritardare di un attimo l’occasione; se si rifiuta l’attuale offerta, questa potrebbe essere l’ultima. “L’ora verrà come un ladro nella notte, quando meno ce lo aspettiamo”, come Cristo stesso ci assicura, e quindi Egli ci comanda di essere sempre pronti.

PARTE VIII

D. 26. Che opinione, quindi, possiamo formarci circa la salvezza di chi, in particolare, è fuori della vera Chiesa di Cristo e vive in una falsa religione?

R. In risposta a questo, io posso fare un’altra domanda: “Che opinione ci si forma, riguardo alla salvezza di chi vive nello stato evidente di peccato mortale, come l’adulterio, la rapina, l’impurità, o cose simili? Nessuno può certo presumere di dire che quell’individuo sarà certamente perduto; ma ognuno può capire e dire che se questi muore in quello stato, senza pentimento, non può assolutamente essere salvato. Se interviene la volontà di Dio positivamente per salvarlo, questi, prima di morire, avrà la grazia del pentimento sincero: questo perché Dio Onnipotente richiede espressamente dai peccatori un sincero pentimento come condizione “sine qua non” per poter essere salvati: “… Se non vi ravvedete,” dice, “voi tutti similmente perirete.” [S. Luca XIII: 3]. Lo stesso vale per una persona che è fuori della “Vera” Chiesa, e vive in una falsa religione. Se egli muore in quello stato, non può essere salvato; e se c’è la volontà di Dio nel volerlo salvare, senza dubbio lo condurrà alla vera fede, rendendolo un membro della Chiesa di Cristo prima di lasciare questo mondo; e il motivo è lo stesso come per l’altro caso. Dio, come abbiamo visto in precedenza, richiede che tutti gli uomini siano uniti alla Chiesa nella Vera Fede come condizione di salvezza, e : “… quindi tutti i giorni aggiungeva alla Chiesa, coloro che dovevano essere salvati” [Atti II: 47]. Ora, anche se un uomo è al momento un grande avversario della Chiesa di Cristo, ed un altro è membro della Chiesa ma grande peccatore, nessuno può sapere che cosa Dio attuerà per entrambi, prima di morire, di modo che nessun possa dire che o l’uno o l’altro verranno persi; perché se Dio vuole, Egli può dare sia la luce della vera fede all’uno, sia la grazia del vero pentimento all’altro, anche nei loro ultimi momenti di vita, e quindi salvarli.

D. 27. Ma supponiamo che una persona viva in una falsa religione, e muore senza essere unito alla comunione della Chiesa di Cristo: si può dire di un tale che egli è certamente perduto?

R. Devo qui porre un’altra domanda. Supponiamo che un grande peccatore continui a vivere nei suoi peccati, e muore senza alcuna apparenza di pentimento: si potrebbe dire di un tale che egli è certamente perduto? Certamente no; perché nessun uomo conosce, o può sapere quello che potrebbe essere passato tra Dio e l’anima di quel peccatore nei suoi ultimi momenti; tutto ciò che si può dire è che, se egli è effettivamente morto senza pentimento, di certo è perduto; ma se Dio, nella sua infinita bontà, ha gli ha dato la grazia di un ravvedimento perfetto, ed egli ha corrisposto da parte sua ad un così grande favore, sarà salvo. Allo stesso modo, si potrebbe supporre che una persona che viva in una falsa religione muoia senza dare alcun segno di abbracciare la vera fede, o senza essersi riconciliati con la Chiesa di Cristo: non possiamo mai dire di un tale con certezza che egli è perduto; tutto ciò che possiamo dire è che questi si trova ad essere nelle stesse condizioni dell’altro caso: se è effettivamente morto come ha vissuto, separato dalla vera Chiesa di Cristo e senza la vera fede di Cristo, egli non può essere salvato. Ma se Dio, nella sua grande misericordia, gli ha dato nei suoi ultimi momenti la luce e la grazia di vedere e abbracciare la vera fede, e lui ha corrisposto ad un così grande favore, come Dio richiede, sarà salvo. Ora, siccome nessun uomo sa o può sapere, che cosa possa esser passato nell’anima dell’uno o dell’altro nei loro ultimi momenti, nessun può pronunciare la sentenza definitiva della loro perdita con assoluta certezza.

D. 28. Ma, nel caso proposto, se una persona, nei suoi ultimi istanti di vita, deve ricevere la luce della fede da parte di Dio e abbracciarla con tutto il cuore, non sarebbe questo sufficiente a fare di lui un membro della Vera Chiesa agli occhi di Dio?

R. Certamente, senza dubbio; il caso è lo stesso di quello del Battesimo. Anche se Gesù Cristo dice espressamente, “… se uno non nasce da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” [Giovanni III: 5], cosa che stabilisce l’assoluta necessità del Battesimo per la salvezza, supponiamo che un pagano istruito nella fede di Cristo l’abbracci con tutto il cuore, ma muore improvvisamente senza il Battesimo, o venga portato via da amici infedeli, o sia messo nell’assoluta impossibilità di ricevere il Battesimo e muoia nelle disposizioni di cui sopra, cioè con sincero pentimento e con il desiderio del Battesimo: questa persona senza dubbio riceverà tutti i frutti del Battesimo da parte di Dio, e quindi si dice che è “battezzato nel desiderio”. Allo stesso modo, supponiamo che una persona cresciuta in una falsa religione abbracci con tutto il cuore la luce della vera fede che Dio gli dà nei suoi ultimi momenti, quando è assolutamente impossibile per lui in quello stato aderire alla “Comunione esterna alla Chiesa agli occhi degli uomini”, certamente sarà considerato unito ad essa agli occhi di Dio per mezzo della vera fede che abbraccia ed il suo desiderio di essere unito alla Chiesa, se fosse stato nelle sue possibilità.

D. 29. C’è qualche ragione per credere che Dio Onnipotente spesso dia la luce della fede o la grazia del pentimento, nell’ora della morte, a coloro che hanno vissuto tutta la loro vita nell’eresia, o nel peccato?

R. Che Dio possa convertire in un solo istante il cuore più ostinato, sia alla vera fede, che al pentimento, è evidente dagli esempi di S. Paolo, Zaccheo il pubblicano, San Matteo Apostolo e molti altri; ed in particolare, di San Pietro, al quale in un attimo Egli ha rivelato la divinità di Gesù Cristo, che per questo motivo così gli si rivolge: “Benedetto sei tu, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ha rivelato questo a te, ma il Padre mio che è nei cieli. ” [Matteo. XVI: 17]; Egli allora può fare questo in punto di morte con la stessa facilità con la quale può farlo in qualsiasi altro momento della vita, e questo non può essere messo in dubbio, perché è cosa già vista per il buon ladrone sulla croce: Egli è lo stesso Dio onnipotente in ogni momento. Ma deve essere ben compreso che c’è motivo di pensare che questo non sia un caso molto frequente. Sì, certamente nella rivelazione ci sono ben pochi motivi di pensare questo, anzi la Scrittura, come abbiamo visto sopra, minaccia proprio il contrario. Tutto ciò che si può dire è che, siccome Dio è in grado di farlo, potrebbe farlo; e siccome Egli è misericordioso, Egli potendo, lo fa; e questa possibilità è sufficiente per impedirci di emettere un giudizio sullo stato di ogni anima che ha lasciato questo mondo: ma sarebbe certamente al limite della follia, ed un tentare manifestamente Dio, se una persona prosegua in un strada malvagia nella speranza di trovare simile misericordia all’ultimo momento.

D. 30. Non vediamo, anche tra le false religioni, molti buone persone ben disposte, che vivono una buona vita, e sono anche devote e pie a modo loro; non è forse difficile pensare che queste persone non verranno salvate?

R. Ma non è forse molto più ragionevole, e oltretutto più conforme a tutto il tenore di ciò che Dio ha rivelato, supporre che, se esse sono veramente tali davanti a Dio, così come appare agli occhi degli uomini, e sapendo che continueranno a corrispondere alle grazie che dà loro, Egli non permetterà loro di morire nella loro falsa religione, e senza dubbio li porterà alla vera fede prima che esse muoiano? La porta della salvezza non è affatto chiusa a queste persone in nessun caso qui prospettato; l’unica difficoltà è il modo in cui si può arrivare a questo. Supporre che possano raggiungere la salvezza anche coloro che muoiono nella loro falsa religione, è supporre che Dio agisca in contrasto con se stesso ed in opposizione a tutto ciò che ha rivelato agli uomini su questa materia; ma aderendo alla Sua Santa Parola, e credendo fermamente che Dio ” … aggiunge ogni giorno alla Chiesa, quelli che devono essere salvati”, e che la maggior parte di quelli di cui si parla senza dubbio potrebbero essere aggiunti ad essa, se sono di quel numero felice, non rendiamo la loro salvezza più difficile sia per se stessi che per Dio, evitando la conseguenza terribile di supporre che Dio agisca in contrasto con se stesso e la sua volontà rivelata? Se queste persone sono veramente tali agli occhi di Dio, come appaiono agli uomini, e se Gesù Cristo, prevedendo la loro perseveranza, accresce le grazie che dona loro, e le riconosce tra il numero delle sue pecore “… alle quali Egli dona la vita eterna”, allora è evidente che queste sono nella condizione di quelli di cui Egli stesso dice nel Vangelo: “… ho altre pecore che non sono di questo ovile,” [S. Giovanni X: 16] sia le une che le altre sono considerate come appartenenti a Lui, secondo la sua legge riconosciuta, per quanto concerne la loro salvezza; ma l’una delle due non si unisce ala comunione visibile della sua Chiesa. Ora di queste ultime Egli aggiunge subito: “… Anche loro devo portare, ed esse ascolteranno la mia voce, e non ci sarà che un solo gregge ed un solo pastore”. Non era sufficiente per la loro salvezza riconoscere che fossero le sue pecore? Ma poiché non era così, era necessario che esse dovessero essere unite al gregge al quale quindi non appartenevano. Lo stesso quindi deve essere il caso di coloro di cui qui parliamo: anche esse sono le pecore di Gesù Cristo, perché Egli prevede che alla fine saranno salvate; ma in quanto non sono attualmente nell’alveo della sua Chiesa, al fine di “garantire la loro salvezza “, anche loro deve portare, prima che esse muoiano, affinché ci possa essere “un solo gregge ed un solo pastore.”

D. 31. Questo è molto forte. Ma non è proprio questo è il caso da cui molti pretendono di porre una grande questione, dalla quale sembra trarre forza in loro favore l’opinione che si salvano coloro che muoiono in una falsa religione?

R. Il loro errore nasce dall’idea che si fanno delle opere buone, e dal loro non osservare la grande differenza che c’è tra le buone azioni morali naturali e le buone opere soprannaturali cristiane, che sole porteranno l’uomo al cielo. Essendo infatti danneggiata la nostra natura dal peccato, ci sono pochi o nessuno della progenie di Adamo che abbiano buone disposizioni naturali, ma alcuni sono più inclini ad una virtù, altri ad un’altra. Così alcuni sono di una umana, benevola disposizione, un po’ tenera e compassionevole verso gli altri in difficoltà; alcuni sono magari in posizione più verticale nei loro rapporti, un po’ temperati e sobri; alcuni un po’ miti e pazienti; alcuni hanno anche sentimenti naturali di devozione e di rispetto per l’Essere Supremo. Ora, tutte queste buone disposizioni naturali da se stesse sono ben lungi dall’essere “virtù cristiane”, e sono del tutto incapaci di portare un uomo al Cielo. Esse infatti fanno di lui una persona gradita agli uomini procurandogli stima e riguardi tra quelli con cui vive; ma non sono di alcuna utilità davanti a Dio per quanto riguarda l’eternità. Per convincersene basti osservare che le buone disposizioni naturali di questo tipo si trovano in maomettani, in ebrei e pagani, così come tra i cristiani; ancora nessun cristiano può supporre che un maomettano, Ebreo, o pagano, che muore in quello stato, otterrà il regno dei cieli per mezzo di queste virtù! I farisei, tra il popolo di Dio, sono stati notevoli per molte di tali virtù; avevano una grande venerazione per la legge di Dio; avevano fatto aperta professione di pietà e devozione, davano larghe elemosine ai poveri; digiunavano e pregavano tanto; erano assidui in tutte le osservanze pubbliche della religione; erano particolarmente ligi nella loro rigorosa osservanza del sabato, e avevano in orrore tutti la profanazione del santo Nome di Dio; ma Gesù Cristo stesso dichiara espressamente: “… Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” [Matteo V: 20]. Ci viene detto di uno di loro, andato al tempio per pregare, e che agli occhi del mondo era un uomo molto buono e conduceva una vita innocente, priva di quei crimini più grossolani che sono così comuni tra gli uomini, digiunava due volte alla settimana, e dava le decime di tutto ciò che possedeva; ma Cristo stesso ci assicura che agli occhi di Dio egli era condannato. Tutto questo dimostra che nessuna delle suddette buone disposizioni naturali è in grado di per sé di portare qualsiasi uomo al Cielo. E la ragione è questa: perché “… non vi è infatti altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo essere salvati, se non il nome di Gesù solo,” [Atti IV: 12]; quindi le opere buone di qualsiasi sorta, eseguite solo attraverso buone disposizioni naturali, non potranno certamente essere coronate da Dio con la felicità eterna. Per ottenere questo glorioso premio, le nostre buone opere devono essere santificate dal sangue di Gesù-Cristo, e diventare virtù cristiane. Ora, se si cerca nella Sacra Scrittura, troviamo due condizioni assolutamente necessarie per rendere le nostre buone opere gradite a Dio, e favorevoli alla nostra salvezza: 1) In primo luogo, se siamo uniti a Gesù Cristo con la vera fede, che è la radice ed il fondamento della virtù tutta cristiana; S. Paolo dice infatti espressamente: “Senza la fede è impossibile piacere a Dio.” (Hebr.XI: 6) Osservate la parola “impossibile”; non dice che è difficile, ma che è “impossibile”. Mettiamo quindi che un uomo abbia così tante buone disposizioni naturali, che sia il più caritatevole, devoto e mortificato come lo erano i farisei, ma se non ha la vera fede in Gesù Cristo, non potrà entrare nel regno dei cieli. I farisei si sono rifiutati di credere in Lui, e quindi tutte le loro opere non erano buone a nulla per ottenere loro la salvezza; e se la nostra giustizia non li supera in questo punto, come Cristo stesso ci assicura, non potremo mai entrare nel suo Regno celeste. Ma anche la vera fede in sé, per quanto necessaria, non è sufficiente da sola a rendere le nostre buone opere decisive per la salvezza, benché necessarie. – 2) In secondo luogo, dobbiamo essere nella carità con Dio, nella sua amicizia e la grazia, senza la quale nemmeno la stessa vera fede potrà mai salvarci. Per convincersene, dobbiamo solo dare ascolto a S. Paolo, il quale dice: “… Anche se dovessi avere tutta la fede, in modo da trasportare le montagne, anche se dovessi distribuire tutti i miei beni per nutrire i poveri, anche se dovessi dare il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi carità, nulla mi giova. ” [1 Cor. XIII: 2]. – Di modo che occorre pensare che un uomo, benché pacifico, moderato, inoffensivo e religioso a suo modo, caritatevole verso i poveri, e che goda di numerosi altri favori, se non ha la vera fede di Gesù Cristo, e non ha la carità con Dio, tutte le sue virtù apparenti non portano a nulla; è impossibile per lui piacere a Dio attraverso di esse; e se si vive morendo in quello stato, queste non gli saranno di alcun profitto. Quindi è chiaro che coloro che muoiono in una falsa religione, quantunque ineccepibile possa essere la loro condotta morale agli occhi degli uomini, in quanto non hanno la vera fede di Cristo e non sono nella carità con Lui, non sono sulla via della salvezza; niente ci può valere in Cristo, se non “… la fede che opera per mezzo della carità”. [Gal. V: 6]. [Continua]

schiaccia

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -3-

 georgehay

Vescovo George Hay di Scozia [1729-1811]

PARTE V

 D 12. I membri della Chiesa di Cristo, raggiunta l’età della ragione, non sono in obbligo di esaminarsi su come essi vivono, se cioè in modo giusto o meno, così come quelli che sono cresciuti in una setta separata dalla Vera Chiesa?

R. Non vi è nulla che la Chiesa di Cristo abbia desiderato più ardentemente, del fatto che i suoi figli debbano essere accuratamente istruiti nella loro religione, apprenderne la dottrina, nella misura di cui sono capaci. Per questo fine si raccomanda strettamente ai loro pastori di essere assidui nell’istruire i loro fedeli fin dai primi anni di vita, ben sapendo che più sanno della loro religione, più sono legati ad essa. La vera Chiesa di Cristo è opera di Dio, la dottrina insegnata contiene le verità di Dio; ora, la verità più si esamina attentamente, e più illustre, nobile e vera apparirà; e Dio Onnipotente ha dato tale splendida testimonianza della verità della sua religione, che più essa viene esaminata con sincerità, più convince e delizia. Ecco, dunque, ove sta la differenza: quando un membro della Chiesa di Cristo considera la sua religione, non può avere alcun ragionevole motivo di dubbi che lo riguardino, e più la prende in esame, più si convince di essere nella verità. Ma un individuo cresciuto in una falsa religione, se ripensa a tutto, non può non percepire forti motivi di dubbio; e più si esamina, più la sua menzogna si manifesterà, perché la falsità non potrà mai sopportare la luce di un esame attento ed imparziale.

D 13. Ma quale può essere allora la spiegazione del fatto che vediamo comunque molti uomini di buona reputazione e sapienti tra le diverse sette di cristiani, alcuni delle quali devono senza dubbio essere false, in quanto si contraddicono e si condannano l’un l’altra?

R. Per capire questo dobbiamo osservare che la Parola di Dio dichiara che Dio stesso vuole che “tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.” [1 Tim. II : 4] In conseguenza di questo sincero desiderio di Dio, Egli non manca mai di dare a tutti gli aiuti necessari dall’esterno e le grazie sufficienti per portarli alla conoscenza della verità, se collaborano interiormente; ma se essi chiudono gli occhi alla sua luce e se, per la corruzione del loro cuore, non hanno alcun riguardo per le sue grazie, rimangono nella loro ignoranza; ma la loro ignoranza è volontaria nella sua causa, ed è una giusta punizione della loro colpa. – Ora, anche se molti di coloro che sono cresciuti in una falsa religione possono vivere una vita buona per onestà morale agli occhi del mondo, eppure essa può essere molto biasimevole agli occhi di Dio, e le loro passioni segrete ed i legami alle cose di questa vita, possono mettere un ostacolo che impedisce che il suo disegno misericordioso li porti alla conoscenza della verità. Il superbo Fariseo era un uomo giusto agli occhi del mondo, e tuttavia fu condannato da Dio Onnipotente per l’orgoglio segreto del suo cuore. E per quanto riguarda i sapienti e gli uomini di cultura che si trovano in una falsa religione, il loro apprendimento non li esime dall’orgoglio e dalla passione; anzi, la Parola di Dio ci assicura che: “la conoscenza gonfia;” [1 Cor. VIII: 1] e, in generale, dove non c’è vera umiltà e amore per Dio, più c’è l’apprendimento, più c’è l’orgoglio, la presunzione, il desiderio di gloria, l’ostinazione del cuore, e di conseguenza una maggiore opposizione alla Fede; Gesù Cristo stesso dice agli ebrei, i cui cuori induriti hanno resistito a tutte le prove della sua dottrina e dei suoi miracoli: “E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” [Giovanni V: 44] – Ci sono stati, senza dubbio, molte persone sapienti, sia tra gli ebrei che tra i gentili, quando il Vangelo venne predicato, dapprima dagli Apostoli, e tuttavia, nonostante i miracoli innumerevoli che davano prova del suo essere Dio, S. Paolo ci dice esplicitamente che ” … noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” [1 Cor. I: 23] perché, nonostante tutto il loro sapere, il loro orgoglio, le passioni e i pregiudizi accecavano così tanto le loro menti, che la luce del Vangelo brillava invano su di loro. Non deve quindi sorprendere il vedere dotti in una falsa religione, tanto più che il loro sapere è di solito di tipo mondano, perché la fede è un dono di Dio; e non è la conoscenza della testa, ma l’umiltà e la sincerità del cuore che dispone l’anima a ricevere da Lui tale dono; sì, Cristo stesso dice espressamente, “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” [Matteo. XI: 25]. Dobbiamo concludere, quindi, che tra coloro che sono cresciuti in una falsa religione, separati perciò dalla Chiesa di Cristo, ma che sanno che c’è una Chiesa che si dichiara essere l’unica vera Chiesa di Cristo, e che hanno quindi l’opportunità di ascoltarla, e sono a conoscenza di coloro che sono nella sua comunione, è altamente improbabile che ci possa essere un’ignoranza invincibile in qualsiasi luogo. Ma se si dovesse trovare tra loro un’ignoranza invincibile, il loro stato sarà lo stesso di quello considerato per le persone che non hanno mai avuto la possibilità di conoscere una religione vera diversa dalla falsa.

 D. 14 Come è da intendersi, allora, il dire di coloro che, essendo cresciuti in una falsa religione, non hanno alcuna possibilità di conoscere la Vera Chiesa e la fede di Cristo, o ne hanno sentito parlare solo in una prospettiva falsa e odiosa? Possono questi essere salvati se vivono e muoiono nella loro separazione dalla comunione della Chiesa di Cristo, e nella ignoranza invincibile della verità?

R. Il dotto autore del libro intitolato “Carità e Verità”, che sembra disposto ad andare il più oltre possibile a favore di coloro che non sono uniti nella comunione alla Chiesa di Cristo, candidamente confessa, che è abbastanza incerta la salvezza, anche qualora ci si trovi nell’ignoranza invincibile; egli infatti, stabilisce il vero stato della questione, dicendo: “Il concetto significativo è che nessuno è salvato a meno che egli sia in comunione con la Chiesa cattolica, sia realmente che virtualmente, di fatto o di desiderio, e che non siamo affatto sicuri, generalmente parlando, che qualcuno possa essere salvato fuori della Chiesa Cattolica, anche se è invincibilmente ignorante della vera Chiesa, e della vera Religione (parte 1, D. 3.) Il motivo ne è, che non c’è una sola testimonianza della Sacra Scrittura, che dia motivo di pensare che qualcuno possa essere salvato fuori da questa comunione, anche se ci sono molti, come abbiamo visto sopra, che lo dichiarano fortemente. – Tutte le ragioni che vengono portate a favore di coloro che sono fuori della Chiesa, sono tratte da casi immaginari e dalle nostre idee imperfette circa la bontà di Dio, o dall’idea personalmente formata di cosa si intenda per essere un membro della vera Chiesa, e queste sono per lo più le persone di cui parliamo nella presente investigazione e che premettono come il principale motivo di questi ragionamenti. – E la linea di ragionamento è questa: “supponiamo che un uomo nato e battezzato in una setta eretica, quando è arrivato alla maggiore età, si trovi in circostanze tali che gli impediscano di non aver mai sentito parlare della vera Religione, se non in termini così falsi ed odiosi che lo inducono a fargliela detestare, e renderlo sempre più legato alla sua convinzione e, per questo motivo, di trovarsi in una ignoranza invincibile della verità: è riconosciuto da tutti che un uomo, per mezzo del Battesimo, diventa un membro della Chiesa di Cristo, e che, se muore prima che arrivi all’uso della ragione, sarà certamente salvato nella sua innocenza battesimale. Ora supponiamo il caso che, anche quando avanzi in età, continui a vivere una vita innocente e, cooperando con le grazie che Dio gli dona, perseveri nella sua innocenza, e faccia del suo meglio, in base alle sue conoscenze, e facendo forse anzi ancor meglio che se conoscesse la vera fede: non è forse in contrasto con la bontà di Dio il presupporre che un tale uomo, vivendo e morendo in questo stato, andrebbe perso? Non è eglii, agli occhi di Dio, un vero e proprio membro della Chiesa di Cristo, anche se non unito nella sua comunione? E, se è morto nella sua innocenza, non deve essere forse salvato? – Questo è l’argomento proposto; ma ha un aspetto specioso. Si deve osservare che vi è una forte ragione più per dubitare che ci sia mai stato, o mai ci sarà, un caso del genere: (1) Non vi è il più piccolo appiglio nella Scrittura che ce lo lasci supporre. – (2) Poiché è impossibile per l’uomo nel suo stato attuale di decadenza, il perservare nella sua innocenza battesimale per un lasso di tempo qualsiasi, e tanto meno il perseverare in essa fino alla fine della vita, senza che vi sia una grazia speciale e straordinaria da parte di Dio; e, siccome per consentire loro di restare in questa innocenza, occorre una grazia di una portata giustamente stimata come uno dei più singolari favori che possa dare Dio ai suoi servi fedeli, a coloro cioè che sono membri della sua Chiesa e godono quindi di tutti i potenti aiuti che solo possono essere trovati nella sua comunione, questo è come supporre che Egli possa concedere questo favore inestimabile a chi è fuori della sua comunione, e di conseguenza privo di tutti questi aiuti! E se si può supporre che egli perda la sua innocenza battesimale commettendo un peccato mortale, ma recuperi la grazia della giustificazione con un sincero pentimento, la difficoltà aumenta ancor più. Un pentimento, senza l’aiuto dei Sacramenti, sufficiente per ottenere la grazia della giustificazione, presuppone una contrizione perfetta, fondata sull’amore di Dio sopra tutte le cose; questo è un favore così raramente concesso ai peccatori, anche nella Chiesa stessa, che il Sacramento della Penitenza è nominato da Gesù Cristo come mezzo per compensare il nostro deficit in questo senso. Ora, è cosa probabile che Dio Onnipotente possa concedere in modo oltremodo singolare un favore a chi ha perso la sua innocenza e non è nella comunione della sua Chiesa per ottenere gli aiuti che essa offre per il suo recupero? – (3) Ma, lasciamo pure che accada quanto immaginato nel supposto, e che Dio Onnipotente dia a costui queste grazie straordinarie per cui possa conservare la sua innocenza battesimale fino all’ultimo, morire nella grazia di Dio, ed andare in paradiso: non sarebbe questo una contraddizione per Dio, che agirebbe cioè in diretto contrasto con l’intero tenore della sua volontà rivelata? Tutte le testimonianze della Scrittura consentono di dimostrare che Dio abbia stabilito essere la vera fede in Gesù Cristo e la comunione con la Chiesa di Cristo, le condizioni necessarie della salvezza; e tuttavia, nel caso specifico considerato, sarebbe salvata la persona che non aveva la vera fede in Gesù Cristo, e non era in comunione con la sua Chiesa, vivendo e morendo in una confessione eretica. Vi è quindi la più grande ragione di ritenere che un caso del genere non accadrà mai, e che una persona cresciuta in eresia ed invincibilmente ignorante della verità, sia privata degli aiuti e delle grazie che sono le conseguenze della vera fede, grazie cioè che si trovano solo nella vera Chiesa; non potendo quindi conservare la sua innocenza, continuando nell’eresia, morrà nei suoi peccati e si perderà: non certo perché non aveva la vera fede, di cui si suppone essere stato invincibilmente ignorante, ma per gli altri peccati per i quali muore nello stato di colpa.

 D. 15 Ma coloro che sono nell’eresia e nell’ignoranza invincibile della verità, possono essere salvati?

R. Dio non voglia che dovremmo dire questo! Tutte le ragioni di cui sopra dimostrano efficacemente che coloro che vivono e muoiono in quello stato, non saranno salvati e che, secondo l’attuale Provvidenza non possono essere salvati; ma il grande Dio è in grado di portarli fuori da quello stato, curando anche la loro ignoranza se per loro è invincibile nella situazione attuale, portandoli però alla conoscenza della vera fede e alla comunione della sua Santa Chiesa, e quindi alla salvezza: possiamo inoltre aggiungere che se Egli è desideroso, nella sua infinita misericordia, di salvare coloro che si trovano attualmente in uno stato di ignoranza invincibile della verità, al fine di agire in modo coerente con se stesso e con la sua santa Parola, Egli senza dubbio li porterà all’unione della sua Santa Chiesa prima della loro morte, per poterli salvare.

 D. 16 Ci sono dei presupposti Scritturali che supportino questa dottrina?

R. Questa dottrina è fondata sulle dichiarazioni le più positive della Scrittura. Nella Scrittura si definisce questa verità fondamentale: “Il fondamento sicuro di Dio rimane fermo, avendo questo sigillo: Il Signore conosce chi sono suoi.” [2 Tim. II: 19]. Cioè, Dio, da tutta l’eternità, conosce quelli che, cooperando con le grazie che deve riversare su di loro, persevereranno fino alla fine nella sua fede ed amore, e saranno felici con Lui per sempre. Ora, a tutti gli uomini, senza eccezione e in qualunque stato, anche pagani, Maomettani, Ebrei, eretici invincibili o nell’ignoranza invincibile, Dio, per i meriti di Cristo, e per amor Suo, dà tali grazie quando le vede adeguate al loro stato attuale, in vista della loro salvezza eterna; se sono conformi a quanto Egli dà, e collaborano con loro, Egli quindi offre loro sempre di più, fino a portarli finalmente a tal fine felice; ma se essi resistono e abusano di quelle grazie che ricevono, non ne saranno più date loro, e saranno quindi lasciati nel loro stato, come giusta punizione per la loro ingratitudine. – Coloro, dunque, che Dio Onnipotente prevede facciano un uso corretto delle sue grazie per essere salvati, li destina alla vita eterna; e la Scrittura ci assicura a sua volta che la buona ed adeguata maniera sia il portare alla conoscenza della vera fede e alla comunione della sua Chiesa Santa. Così, “Il Signore aggiungeva ogni giorno alla Chiesa, coloro che devono essere salvati” [Atti II: 47]. Ora, ciò che il Signore ha fatto ogni giorno al tempo degli Apostoli, quotidianamente continuerà a farlo fino alla fine del mondo; e siccome allora nessuno poteva essere salvato, se non fossero stati aggiunti alla Chiesa in quei giorni, così non può esservi alcuna diversità anche oggi; ed infatti non vi è alcuna nuova rivelazione dal tempo degli Apostoli che ci faccia conoscere un modo diverso di raggiungere la salvezza. Anche in questo caso la Scrittura dice che: “tutti quelli che erano ordinati alla vita eterna, credettero,” [Atti XIII: 48]. Cioè, sono stati portati alla vera fede predicata dagli Apostoli: lo stesso poi sarà sempre fatto in seguito; per cui se allora nessuno era ordinato alla vita eterna senza aver creduto, così sarà anche in seguito. Il nostro Salvatore stesso decide questo punto in termini ancora più chiari, quando dice: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche loro DEVO PORTARE, ed esse ascolteranno la mia voce, e non ci sarà che un solo gregge ed un solo pastore “. [Giovanni X: 16] Qui Egli parla chiaramente di quelli che non avevano ancora sentito la sua voce, che erano ebrei o pagani, non uniti nel novero dei suoi Apostoli e degli altri discepoli; eppure Egli le chiama “le sue pecore”, perché “il Signore conosce chi sono i suoi”, e ha preconosciuto coloro che avrebbero collaborato con la sua grazia nel seguire la sua voce; ora Egli dichiara espressamente, “anche quelle io devo raccogliere, ed esse ascolteranno la mia voce.” Non era sufficiente per la loro salvezza che essi fossero pronti nella disposizione dei loro cuori a rispondere alla sua chiamata e di fare meglio se avessero saputo meglio; ma era necessario che dovessero in realtà essere portati alla comunione della sua schiera, “anche quelle io devo condurre;” era necessario quindi che essi dovessero avere la vera fede di Cristo “… e ascolteranno la mia voce,” al fine di garantire la loro salvezza; perché, come dice poco più avanti: “… le mie pecore ascoltano la mia voce e Io le conosco, ed esse mi seguono, e Io do loro la vita eterna, e non periranno in eterno, e nessun uomo le strapperà dalla mia mano.” [Giovanni X: 27]. – Questo sarà ancora più focalizzato dal resoconto che S. Paolo dà delle varie fasi della Divina Provvidenza nella salvezza degli eletti e delle principali grazie che saranno donate loro per questo gran finale; “per quelli che ha preconosciuti,” dice, “… poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.” [Rom. VIII: 29]. In primo luogo, si stabilisce che “… il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillo: Il Signore conosce i suoi,” [2 Tim. II: 19]. Dio, da tutta l’eternità, preconobbe chi avrebbe migliorato i talenti che Egli doveva nel tempo riversare su di loro, e chi, perseverante fino alla fine, sarebbe stato suo per sempre. Ora, dice l’Apostolo, “chi” Egli ha quindi “preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” ;, ha preordinato cioè che tutti i suoi eletti dovessero essere simile a Gesù Cristo, “… Voi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.” [Col. III: 9]. Per procurarsi questa conformità con Gesù Cristo, il passo successivo è quello di essere chiamati: “… quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati”, vale a dire, con la conoscenza e la fede di Gesù Cristo, e per la comunione della sua Santa Chiesa; cioè, Egli dà loro tali grazie interne e così dispone tutte le circostanze esterne, affinché siano efficaci nel portarli a questa grande felicità; e … quelli che ha quindi chiamato alla vera fede “li ha pure giustificati”, con l’essere cioè portati alla vera fede, senza la quale è “ … impossibile piacere a Dio”, e continua a dare ancora ulteriori grazie, il timore, la speranza, l’amore di Dio, ed il dolore dei propri peccati, con i quali, cooperando, si è portati per mezzo di suoi santi Sacramenti alla grazia della giustificazione. Grazie sempre maggiori sono concesse loro, ed essi, perseverando sino alla fine nella loro collaborazione, vengono ricevuti alla fine nella gloria eterna; “… quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati”: qui è evidente che il nostro essere chiamati alla Fede e alla Chiesa di Gesù Cristo è preordinato da Dio Onnipotente come un passo essenziale nella vicenda della salvezza, una condizione necessaria da essere eseguita, prima ancora di poter essere giustificati dalla colpa dei nostri peccati, e di conseguenza, senza la vera fede, e fuori della comunione della Chiesa di Cristo, non vi è alcuna possibilità di salvezza! Non è meno evidente che, lasciare che una persona sia in qualunque stato, come i pagani, i Moamettani, gli Ebrei, o gli eretici, se Dio Onnipotente preconosce che questa persona collaborerà con quelle grazie che da tutta l’eternità Egli aveva deciso di riversare su di lui, e continuerà fedele fino alla fine, Egli non gli permetterà in alcun modo di vivere e morire nello stato attuale, ma preordinando così le cose, traendo fuori i tesori della sua saggezza divina, prima o poi questi verrà portato all’unione della Chiesa di Cristo, fuori dalla quale Egli ha preordinato che la salvezza non possa essere trovata.

PARTE VI

  D.17 Come può essere dimostrato, nel brano sopra citato di S. Paolo (D. 16), che la nostra vocazione sia la chiamata alla Fede e alla Chiesa di Cristo?

R. Nulla è più evidente da tutto il tenore del Nuovo Testamento; laddove si parla dell’oggetto della nostra chiamata o vocazione, è sempre dichiarato che esso è la fede e la Chiesa di Cristo. Così S. Paolo, parlando della propria vocazione, dice: ‘ “Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio … ” [Gal. I: 15] Quindi, esortandoci a camminare in modo degno della vocazione a cui siamo chiamati, con l’umiltà e la carità, egli aggiunge immediatamente gli oggetti della nostra vocazione con la più potente motivazione che occorre avere: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.” [Ef. IV: 4] Anche in questo caso, “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo.” [Col. III: 15] Inoltre: “incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.” [1 Tess. II: 12]. L’oggetto, di conseguenza, della nostra vocazione è l’unica fede di Cristo e il corpo di Cristo, il regno di Cristo, che è la sua Chiesa. Quindi lo stesso santo Apostolo dice in un altro luogo, “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli …” [Eb. XII: 22-23]. Vediamo qui l’oggetto della nostra vocazione, la Chiesa di Cristo; e san Pietro dice: “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce”. [1 Piet. II: 9]. Il grande fine a cui la nostra vocazione ci porta è quindi: essere un membro di questa nazione santa, essere uno di questo popolo acquistato, essere portato a questa ammirabile luce della vera fede.

 D 18. Ma come possiamo conciliare ciò con l’infinita bontà di Dio, per cui nessuno sarà salvato senza la vera fede di Cristo, e senza essere in comunione con la sua Chiesa, poiché sulla base di questo, la maggior parte degli uomini, di gran lunga, sarà persa, visto che il numero di coloro che non hanno la fede e non sono nella comunione della sua Chiesa, supera sempre di gran lunga il numero di coloro che vi sono?

R. Che il maggior numero degli uomini sarà perso è una verità che Cristo stesso dichiara, quando Egli stesso dice che: “… molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”, e che “molti passeranno per la strada ampia della distruzione, ma pochi sono coloro che trovano la via stretta della vita “. La difficoltà di conciliare questo con la bontà di Dio scomparirà se si considera ciò che la rivelazione cristiana insegna; da essa si apprende infatti che l’uomo, per l’abuso volontario del suo libero arbitrio, dopo aver rinunciato a quello stato felice per cui Dio l’aveva creato, si rese indegno di qualsiasi favore o misericordia da Dio; così che Dio, con la più grande giustizia, avrebbe potuto, volendo, lasciarlo senza rimedio in quella miseria che i peccati meritavano, così come ha effettivamente fatto nel lasciare gli angeli decaduti. È stato quindi per l’effetto della sola sua infinita bontà che Dio ha mostrato tanta pietà per l’uomo, e ancor più, fornendogli un così inaudito rimedio ai suoi mali: “Dio ha tanto amato il mondo”, dice il Vangelo, “che ha dato il suo unigenito Figlio,” per cercare e salvare quelli che si sarebbero persi, morendo su una croce per loro. Ma siccome l’uomo, con l’abuso volontario del suo libero arbitrio, aveva perso il favore del suo Dio, Dio stesso ha decretato che nessuno che abbia il pieno uso della propria ragione debba raccogliere i frutti della redenzione di Cristo, se non con atti volontari e alle condizioni che Egli richiede da loro; per cui Cristo “… divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che Gli obbediscono …” [Eb. V: 9]. – L’uomo, dalla miserabile corruzione della sua natura col peccato, era assolutamente incapace di svolgere da se stesso queste condizioni; perciò Dio, per la ricchezza della sua bontà, e il desiderio che tutti devono essere salvati per i meriti di Gesù Cristo, dà a tutta l’umanità l’aiuto soprannaturale della sua grazia, perché Egli possa correggere il loro stato attuale, al fine della loro salvezza. Dio con queste grazie muove gli uomini a fare il bene ed evitare il male; e se collaborano con i suoi favori, Egli darà loro nuove e maggiori grazie. Se continuano a corrispondere Egli ne darà loro ancora di più; finché Egli li porterà finalmente alla vera fede e alla Chiesa di Cristo, e ad un lieto fine; ma se resistono alle sue grazie, se ne abusano ed agiscono in contrasto con esse, se essi rifiutano queste chiamate e le offerte di misericordia, Egli porta pazienza con loro ancora per un po’, ma alla fine ferma la erogazione di tali favori immeritati, e li lascia perire nella loro ingratitudine ed ostinazione. Quindi, se la maggior parte del genere umano è perduto, questo è interamente dovuto a se stessa per l’abuso della bontà di Dio, e per la resistenza ai mezzi usati per la loro salvezza; di modo che la nostra salvezza proviene soltanto dalla bontà di Dio, mentre la nostra perdizione tutta da noi stessi, in base a quello che dice il santo Profeta, “La rovina è tua, o Israele, il tuo aiuto è solo in me.” [Osea XIII: 9]

 D. 19 Questa è, infatti, una rivendicazione completa della bontà divina; ma ci sono alcune parti che devono essere spiegate: per prima cosa, come si evince dalla Scrittura che Dio dona a tutti gli uomini le grazie qui menzionate in vista della loro salvezza?

R. Questo è evidente da tre importanti motivi registrati nella Scrittura: In primo luogo, la Scrittura ci assicura che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, e che nessuno dovrebbe essere perso. Così, “Come, io vivo”, dice il Signore Dio: “Io non voglio la morte del malvagio, ma che si converta dalla sua condotta e viva.” [Ez. XXXIII: 2]. Quindi il nostro Salvatore dichiara: ” così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli. ” [Matth. XVIII: 14] “… ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi “. [2 Pietro III: 9] E S. Paolo afferma espressamente: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, e giungano alla conoscenza della verità” [1 Tim. I: 4] vuole quindi che tutti gli uomini siano salvati, e vuole che giungano alla conoscenza della verità, come condizione essenziale della salvezza. Ora, da questa sincera volontà di Dio per la salvezza di tutti gli uomini, consegue come necessariamente che Egli dona a tutti gli uomini come aiuto le sua grazie sufficienti e, se fanno buon uso di esse, queste portano alla conoscenza della verità e alla salvezza; siccome essi sono assolutamente incapaci di muovere qualsiasi passo verso questo fine senza il suo aiuto, se vogliono salvarsi, alla fine, devono anche utilizzare i mezzi in modo tale che, se alla fine non sia raggiunta la meta, questo non sia dovuto a Lui. Se Dio non lo facesse, noi non sapremmo comprendere l’affermazione secondo la quale Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e che non vuole la morte del malvagio. – In secondo luogo, la Scrittura dichiara che Gesù Cristo è morto per la redenzione di tutti gli uomini, senza eccezioni. Così, “… Gesù Cristo ha dato se stesso in riscatto per tutti.” [1 Tim. II: 6]. “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti” [2 Cor. V: 15]. – “… abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono” [1 Tim. IV: 10] “. “ … ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. [1 Giovanni II: 1]. E San Giovanni Battista ha detto di Lui: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo” [Giovanni I: 29] e lui stesso dice: “… il pane che Io darò è la mia carne per la vita del mondo”. [Giovanni VI: 52] Anche in questo caso, “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”; [Luca XIX: 10] e “… vengo, non per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo”; [Giovanni XII: 47] e S. Paolo dice di Lui: “Questa parola è sicura e degna di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori …” [1 Tim. I: 15] Ma, siccome tutti sarebbero stati persi, poiché tutti senza eccezione erano peccatori, ecco che Gesù Cristo è venuto a cercare e a salvare tutti. Ora, da ciò consegue anche, come conseguenza necessaria, che tutti, senza eccezione, devono ricevere, in una certa misura, tali frutti ed i vantaggi del suo riscatto, direttamente o indirettamente, mediatamente o immediatamente, così sufficienti come sono a procurare la loro salvezza, se si collabora con essi. Se qualcuno, poi, non sia in realtà salvato, questo non può essere dovuto ad una mancanza da parte di Gesù Cristo, ma al proprio abuso delle sue grazie; perché non avrebbe significato dire che Egli è il Salvatore di tutti, se tutti non hanno ricevuto i frutti della sua redenzione in previsione della loro salvezza. – In terzo luogo, le Scritture ci assicurano che tutti gli uomini in realtà ricevono da Dio, in egual grado, modo, e proporzione necessari, come aiuto, in base al loro stato attuale, le sue grazie tanto da permettere come garanzia la loro salvezza, se collaborano con esse. Infatti, in primo luogo, Dio onnipotente, per il suo sincero desiderio della salvezza di tutti “… ha mandato il suo Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui.” [Giovanni III: 17]. Dal che S. Paolo trae questa semplice tesi: “… Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?” [Rom. VIII: 32]; … almeno tutte quelle cose assolutamente necessarie per la nostra salvezza, e senza le quali essa non sarebbe mai in nostro potere raggiungerla? Ora, siccome ha sacrificato il Figlio suo per tutti noi, senza eccezione, e con questa stessa visione, “perché il mondo”, cioè, tutto il genere umano, “potesse essere salvato da Lui”, a tutti, senza eccezione Egli dona in aiuto le grazie così, sia mediatamente o immediatamente, direttamente o indirettamente, da metterle in loro potere per essere salvati. In secondo luogo, la Scrittura dichiara ancora che Cristo ” … è la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo,” [Giovanni I: 9]. – Di conseguenza ogni uomo che viene in questo mondo partecipando della Sua luce, la riceve a tal punto e in proporzione adeguata a quel momento, luogo e modalità ritenuta opportuna. – Infatti, in terzo luogo, “… a ciascuno di noi è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”; [Ef. IV: 7] e: ” … la grazia di Dio nostro Salvatore è apparsa a tutti gli uomini” [Tit. II: 2]. – In quarto luogo, la bontà e la misericordia di Dio per tutta l’umanità sono mostrate nella Scrittura: “Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.” [Sap. XI: 23-24]. – Ora, come poteva essere detto “per risparmiare tutti,” e di “avere compassione di tutti,” in vista del pentimento, se Egli non avesse dato a tutti tali grazie, almeno quelle assolutamente necessarie per aiutarli a portarli al pentimento? Ed infine, il nostro Salvatore stesso dice: “Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce, ed apre a me la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui, ed egli con me, e a colui che vincerà, darò di sedere con me sul mio trono “. [Apoc. III: 20] Egli bussa ad ogni porta, ad ogni cuore, con i moti della sua santa grazia; e se qualcuno si sforza di aprire e cooperare con la sua grazia, in modo da superare gli ostacoli, tutto andrà bene. Da questo è evidente che tutti gli uomini, senza eccezione, in qualunque stato si trovino, una volta o l’altra ricevano le grazie da Dio come frutti della redenzione di Gesù, in vista della loro salvezza eterna ed Egli, sia mediatamente che immediatamente, li porterà a tal fine se hanno fatto un uso corretto di esse; se, quindi, non si è salvati, la colpa è del tutto propria. Le grazie, infatti, non sono date nella stessa misura e proporzione a tutti, ma “secondo la misura del dono di Cristo” e ” … ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” [1 Cor. VII: 7]. Nella distribuzione dei talenti, si vede che uno ne ha ricevuto cinque, un altro due, e un altro uno solo; Dio è padrone dei suoi propri doni, può dare più abbondantemente ad uno rispetto ad un altro, come Egli vuole; ma ciò che ognuno riceve è sufficiente per il suo scopo presente, e colui che ha ricevuto un solo talento l’aveva completamente in suo potere per ottenere lo stesso premio come gli altri due, se avesse migliorato il suo talento come hanno fatto gli altri; ma siccome egli è stato negligente ed infruttuoso, è stato giustamente condannato per la sua pigrizia.

 D. 20 Come si può dimostrare che se un uomo coopera con le grazie che Dio dona, queste saranno sempre di più aumentate in lui?

R. Questo è evidente: (1) Dal fine che Dio raggiunge nel darle: tutte le grazie che Dio dona all’uomo, per i meriti di Cristo, sono date in vista della sua salvezza, e per il desiderio di salvarlo. Se l’uomo, quindi, non ha posto nessun ostacolo da parte sua, ma migliora la presente la grazia, lo stesso desiderio di grazia che Dio ha della sua salvezza, e che lo ha spinto a concedere la prima, lo indurrà necessariamente a darne una seconda, una terza, e così via, fino a quando non sarà perfezionata la grande opera per la quale egli le dà; e, di conseguenza, la Scrittura dice: ” … e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.”. [Filipp. I: 6]. Si tratta di una verità indiscutibile, quindi, che Dio non verrà mai meno da parte sua nel darci tutti gli ulteriori necessari aiuti, se facciamo un buon uso di quelli che Egli ha già dato; Egli non ci abbandonerà mai, se prima non siamo noi ad abbandonarLo. E lo stesso santo Apostolo ci esorta, “… quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” [Filipp. II: 12]. – Questo ci mostra che Dio non manca mai da parte sua se noi facciamo la nostra parte ed il nostro lavoro, con timore e tremore, secondo le grazie che elargisce. Quindi ecco anche, le esortazioni frequenti dello stesso Apostolo “a non trascurare la grazia di Dio;” [1 Tim. IV: 14] “Per suscitare la grazia di Dio che è in noi”; [2 Tim. I: 6]; “… vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio” [2 Cor. VI: 1], e “… guardare diligentemente che nessuno venga meno alla grazia di Dio. “… vigilate che nessuno venga meno alla grazia di Dio” [Eb. XII: 15].- (2) Si può vedere la stessa verità da queste testimonianze della Scrittura per cui siamo certi che: se serviamo Dio e ne osserviamo i precetti, potremo avanzare nel suo amore in unione con Lui; servirLo ed obbedirLo è fare un buon uso delle grazie che Egli ci dà: essere più amato da Lui uniti a Lui è ricevere da Lui ancora grazie sempre più grandi. Così il nostro Salvatore dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (vale a dire, farà la mia volontà, corrisponderà alle mie grazie), “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” [Giovanni XIV: 23]. Così anche San Giacomo dice: “Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi.- … Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà” [Giacomo IV: 8, 10]. Perciò san Pietro ci esorta “… a prendere attenzione a non cadere dalla nostra fermezza, ma per crescere nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo; ” … state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo” [2 Pet. III: 17-18], perché la costante fermezza nel suo servizio, per corrispondere alla sua grazia, è il modo più sicuro, di ottenere di più da Lui. – (3) E ‘dimostrato Con la dichiarazione esplicita di Gesù Cristo che dice: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. ” Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” [Giovanni XV: 1]. – Anche nella parabola dei talenti, il Padrone ha ordinato di prendere il talento dato al servo inutile e darlo all’altro che ne ha avuto dieci, e poi aggiunge: “A chiunque ha sarà dato”[Luca XIX: 26]: cioè a tutti coloro che hanno, e fanno un buon uso di ciò che possiedono; quando il padrone è partito, ha dato un talento a ciascuno dei suoi servi, e dicendo loro: commerciatelo fino al mio ritorno.” [Ver. 13] E quando è tornato ha trovato che uno aveva guadagnato dieci talenti, ma il servo infingardo nessuno, perché aveva conservato il talento ricevuto riponendolo in un tovagliolo; in modo che l’unica differenza tra i due è stata che l’uno aveva migliorato quello che aveva ricevuto dal suo padrone, e l’altro non lo aveva fatto; e quindi a quello che aveva moltiplicato i suoi talenti, è stato dato sempre di più. L’espressione è ripetuta dal nostro Salvatore, in diverse occasioni, ma soprattutto in Marco “… poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” [IV: 24], dove, considerando la grande grazia per gli ebrei nel comunicare loro la sua santa Parola, Egli li esorta a stare attenti a fare ritorno a Dio, migliorando quella grazia e le promesse, e farlo in modo che sarà loro dato di più: ” … fate attenzione”, diceva loro: “a quello che ascoltate: con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi”; e poi aggiunge subito, come regola generale: ” … anzi vi sarà dato di più” [Ver. 25]. Allo stesso modo Dio Onnipotente dice a tutti i peccatori il cui cuore tocca con i suoi rimproveri e la verifica della loro coscienza: “Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole”. [Prov. I: 23]. Se essi collaborano con la grazia della sua riprovazione e procedono, Egli concederà loro maggiori favori.   [Continua]

schiaccia

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -2-

georgehay

[Mons. George Hay]

PARTE III

 D. 4 Non è una dottrina molto poco caritatevole, dire che nessuno possa essere salvato fuori della Chiesa o se non crede, come fa la Chiesa?

R. Se questa dottrina fosse un semplice parere umano, o il risultato di ragionamenti umani, potrebbe essere chiamata non caritatevole; ma è una dottrina in cui la ragione umana non entra. Si tratta di un punto di vista che dipende unicamente dalla volontà dell’Onnipotente; e l’unica questione è sapere ciò che Egli si è compiaciuto di decidere a riguardo. Ora, le Sacre Scritture dichiarano nei termini più elementari, che Egli si è compiaciuto di ordinare che nessuno sarà salvato fuori della Chiesa di Cristo o senza la vera fede; e come si può avere il coraggio di dire che una dottrina insegnata e definita da Dio stesso sia poco caritatevole? – Ma l’errore in cui molti cadono nasce dal non riflettere che Dio non è obbligato a salvare nessuno. Ha perseguito gli angeli caduti con il massimo rigore della giustizia, e poteva giustamente trattare l’uomo allo stesso modo. Se, dunque, Egli si compiace di offrire la salvezza agli uomini per i meriti di Gesù Cristo, questo è unicamente effetto della sua infinita misericordia; e come Egli è il perfetto padrone dei suoi doni propri, Egli ha pure piena libertà di richiedere qualsiasi condizione gli piaccia per donarli a noi. Ora, l’intero tenore della Sua volontà rivelata dichiara che Egli richiede che coloro che desiderano salvarsi, siano componenti della sua Chiesa, e possiedano la vera fede di Gesù Cristo, come condizioni indispensabili di salvezza: e chi ha il coraggio di trovare un difetto in quel che Egli desidera fare? O chi potrà dire, che è poco caritatevole il pensare e il credere ciò che Egli ha così espressamente e così più volte dichiarato nelle sue Sacre Scritture? – Si osservi inoltre che non è la sola Chiesa cattolica che professa questa dottrina. Abbiamo visto che i fondatori della Chiesa protestante della Scozia ritengono, in termini espressi, che “per chi è fuori della vera Chiesa di Cristo non c’è alcuna possibilità ordinaria di salvezza”, ed è stato inserito come un articolo della loro fede pubblicamente definito della loro religione, la “Confessione di fede”, che tutti i suoi ministri devono sottoscrivere. La Chiesa d’Inghilterra anche, allo stesso modo, dichiara, in un articolo del suo Credo, “che se uno non conserva tutta la fede cattolica e senza macchia, senza dubbio perirà in eterno; ” e assicura i suoi membri che questo credo può essere dimostrato con i testi più evidenti della Sacra Scrittura che, di conseguenza, tutti i suoi ministri devono sottoscrivere. Inoltre, si afferma: “che devono essere maledetti coloro che hanno la presunzione di dire che ogni uomo (anche se non ha la vera fede di Gesù Cristo), sarà salvato dalla legge o setta che ha professato.” – Se, dunque, questa dottrina è considerata poco caritatevole, anche le Chiese, sia di Inghilterra che di Scozia, devono evidentemente cadere sotto la stessa condanna. – È vero, infatti, che, anche se i fondatori di queste Chiese, convinti dalle testimonianze ripetute ed evidenti della Parola di Dio, professano questa verità, e l’hanno inserita nelle norme pubbliche della loro religione, nella loro progressione, ora la declinano, e accusano la Chiesa Cattolica di non essere caritatevole nella sua enunciazione; ma questo dimostra solo la loro inconsistenza, e che sono privi di ogni certezza di ciò che credono; infatti, se si tratta di una verità divina che “fuori dalla Chiesa cattolica non c’è salvezza”, essa deve restare immutabile quando sono state fondate queste religioni che sono fuori della vera Chiesa e senza la fede cattolica, e se i loro primi fondatori erano in errore su questo punto, quale sicurezza possono avere i loro seguaci oggi per qualsiasi altra cosa questi abbiano insegnato? – Ma la Chiesa cattolica, sempre coerente ed uniforme nella sua dottrina, mantenendo sempre le parole che una volta per sempre le sono state messe in bocca dal suo Divino Maestro, in ogni momento ed in ogni età ha creduto ed ha insegnato la medesima dottrina come verità rivelata da Dio, che: “fuori della vera Chiesa di Cristo, e senza la sua vera fede, non vi è alcuna possibilità di salvezza”; e la più autentica testimonianza pubblica dei suoi nemici dimostra che questa è la dottrina di Gesù e del suo Vangelo, quali che siano i privati, egoistici ed interessati motivi, che possano far dire il contrario. Essa non ha paura alcuna di essere ritenuta priva di carità su questo aspetto. Al contrario, si considera proprio in funzione della carità il dovere di avvertire gli uomini del pericolo che corrono, in un affare di tale immensa importanza come è quello della loro salvezza eterna; ed è in virtù della compassione per la loro situazione, che usa ogni mezzo in suo potere, in particolare la fervente preghiera a Dio, per la conversione di tutti coloro che sono fuori dalla vera via, e che possono essere portati a conoscenza della verità ed essere così salvati. – Questa è la vera carità; la carità è una virtù del cuore, che fa sì che un uomo ami l’anima del suo prossimo, e si sforzi di promuovere la sua salvezza; solo questa è l’opinione che merita di essere chiamata caritatevole e che tende ad eccitare ed a promuovere questa disposizione; mentre, al contrario, un uomo distratto e indifferente all’anima del suo prossimo, è veramente poco caritatevole. E’ chiaro, quindi che le accuse di essere “poco caritatevole” sono assolutamente false, dichiarazioni calunniose, impiegate per rendere odiosa la Chiesa Cattolica e la sua dottrina. I suoi nemici hanno pensato che la mancanza di carità fosse un crimine scioccante per ogni mente ben disposta, e dovesse eccitare l’odio e l’avversione, se riversata su di Essa. Sapevano che i loro seguaci, erano sempre pronti a credere a tutto ciò che fosse contro di Essa, e non si sarebbero presi nessuna cura di esaminare i motivi di una tale accusa, prendendo per scontato che Essa fosse colpevole sulla base delle loro affermazioni fraudolentemente evidenziate e il cui parere non risulta verificato. Ma la minima attenzione facilmente dimostra che il comportamento della Chiesa è l’effetto di una autentica carità. Era S. Paolo caritatevole quando ha dichiarato che “né i fornicatori, né idolatri, né adulteri, ecc, possederanno il regno di Dio?” [1 Cor. VI: 9]; o quando ha pronunciato “un anatema su chiunque, anche se fosse un Angelo dal cielo, che dovesse predicare un Vangelo diverso da quello che aveva egli stesso predicato?” [Gal. 1: 8] Al contrario! … era la sua ardente carità e lo zelo per la loro salvezza, che lo ha reso così serio nell’avvertirli del pericolo. Come può allora la Chiesa cattolica essere considerata poco caritatevole solo perché dice quello che dichiara, e per lo stesso motivo caritatevole? L’atteggiamento negativo è sicuramente di tutti coloro che non sono nella sua comunione, ed il considerarla poco caritatevole, è una mera imposizione irriflessiva.

 D. 5 Ma gli atti di un uomo che agisce secondo i dettami della sua coscienza, e segue esattamente la luce della ragione che Dio ha impiantato in lui a sua guida, non sono sufficienti a portarlo alla salvezza?

R. Questo è una proposizione speciosa: un grave errore si nasconde dietro di essa. Quando l’uomo è stato creato, la sua ragione era allora illuminata dalla grazia della giustizia originale con la quale era stata adornata la sua anima; la ragione e la coscienza erano allora guide sicure per condurlo sulla via della salvezza. Ma a causa del peccato originale, questa luce è stata miseramente oscurata, e la sua ragione offuscata da ignoranza e errori. Essa non è interamente estinta, ed ancora possiede insegnamenti chiari su molte grandi verità, ma attualmente essa è così influenzata dall’orgoglio, dalle passione, dal pregiudizio, e da altri simili motivi di corruzione, che in molti casi serve solo per confermare l’errore, dando una copertura apparentemente razionale ai suggerimenti dell’amor proprio e delle passioni. Questa coscienza, molto spesso, si può utilizzare nelle cose naturali; ma nel soprannaturale, nelle cose che riguardano Dio e l’eternità, la nostra ragione, se lasciata a se stessa, è miseramente cieca. Per rimediare a questo, Dio ci ha dato la luce della fede come guida certa e sicura per condurci alla salvezza, nominando la Sua Santa Chiesa custode e depositaria di questa luce celeste; Di conseguenza, un uomo può anche fingere di agire secondo ragione e con coscienza, potendosi anche illudere di rettitudine nel farlo, ma in verità, la ragione e la coscienza, se non illuminate e guidate dalla vera fede, non potranno mai portarlo alla salvezza.

D. 6 La Sacra Scrittura dà qualche luce su questa materia?

R. Nulla può essere più evidente delle parole della Sacra Scrittura. “C’è un modo”, dice il saggio, “C’è una via che sembra diritta a qualcuno, ma sbocca in sentieri di morte”. [Prov. XIV: 12]. Questo viene ribadito più avanti [Prov. XVI: 25]. Cosa c’è di più semplice di questo, per dimostrare che un uomo può agire secondo ciò che pensa alla luce della ragione e della coscienza, persuaso che stia facendo bene ma, di fatto, si trova solo sulla via della perdizione? E tutti coloro che vengono sedotti da falsi profeti e falsi maestri, non pensano forse di essere nel giusto? Non è forse con il pretesto di agire secondo coscienza che essi vengono sedotti? Eppure la Bocca della Verità ha dichiarato, che “… se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa,” [Matt. XV:. 14]. – Al fine di mostrare a noi quello che l’eccesso di malvagità dell’uomo può far passare con il pretesto di “seguire” la propria coscienza, la stessa verità eterna dice ai suoi Apostoli, “… è giunto il momento, che chiunque ucciderà penserà di rendere culto a Dio” [Giovanni XVI: 2]; ma osservare ciò che Egli aggiunge: “E queste cose faranno, perché non hanno conosciuto il Padre né me,” [ver. 3]. Il che dimostra che se uno non ha la vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo, che può essere ottenuta solo attraverso la vera fede, non c’è enormità in cui egli non possa essere coinvolto, pensando di agire secondo la ragione e la coscienza. Se avessimo solo la luce diretta della ragione, questo sarebbe giustificato; ma siccome Dio ci ha dato una guida esterna nella sua Santa Chiesa, per aiutare e correggere la nostra ragione accecata alla luce della fede, la nostra ragione da sola, senza l’assistenza di questa guida, non può mai essere sufficiente per la salvezza. – Niente potrà mettere questo in una luce più chiara che un paio di esempi. – La coscienza dice ad un pagano che: non solo è legittimo, ma doveroso adorare ed offrire sacrifici agli idoli, opera delle mani dell’uomo. Sarà questa la condizione che sarà in grado, secondo la sua coscienza, di salvarlo? O saranno questi atti di idolatria innocenti e graditi agli occhi di Dio, perché sono eseguiti secondo coscienza? La risposta che la Parola di Dio dà a questa domanda, con la parole del saggio è invece: “… maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto; questi perché lo ha lavorato, quello perché, corruttibile, è detto dio. Perché sono ugualmente in odio a Dio l’empio e la sua empietà; l’opera e l’artefice saranno ugualmente puniti”[Sap XIV: 8, 10.], o anche: “Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre che al solo Signore, sarà votato allo sterminio” [Es. XXII: 19]. Allo stesso modo, la coscienza di un Ebreo dice: che egli può legittimamente e con merito bestemmiare Gesù Cristo, e approvare la condotta dei suoi antenati che Lo hanno messo a morte su di un albero. Sarà tale bestemmia a salvarlo, solo perché questa è proferita secondo i dettami della sua coscienza? Lo Spirito Santo per bocca di S. Paolo, al contrario dice: “Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema”, cioè: “maledetto”, [1 Cor. XVI: 22]. – Ad un maomettano viene insegnato dalla sua coscienza, che sarebbe un crimine credere in Gesù Cristo, e non credere in Maometto; sarà l’empia coscienza a salvarlo dal momento che la Scrittura ci assicura che: “non vi è infatti altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo essere salvati”, che il nome di Gesù solo?; e “colui che non crede al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio sopravanza su di lui.” – Tutte le varie sette sono state separate dalla Chiesa vera, in ogni tempo, l’hanno uniformemente calunniata con il mal parlare della verità da Essa professata, credendo nella loro coscienza che questo non era solo cosa legittima, ma altamente meritoria. Saranno queste calunnie contro la Chiesa di Gesù Cristo a salvarli a causa della loro coscienza che le approva? La Parola di Dio dichiara: “che la nazione e il regno che non la serve perirà …” e “… Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina”. [2 Piet. II: 1]. – In tutti questi ed altri casi consimili, il dettame della loro coscienza è il crimine più grande, e dimostra a quali aberrazioni possa portare una coscienza ed un’empia ragione, quando esse sono sotto l’influenza dell’orgoglio, della passione, dei pregiudizi, e dell’amor proprio. La coscienza e la ragione, quindi, non possono mai essere guide sicure per la salvezza, se non guidate dalla luce sacra della verità rivelata.

PARTE IV

D. 7 Ma supponiamo che una persona sia in uno stato di invincibile ignoranza della fede di Gesù Cristo e della sua Chiesa: questa ignoranza invincibile, non lo farà salvare?

R. Anche questa è una proposizione altamente speciosa, e temo che, se non viene correttamente considerata, possa trarre molti in un pericoloso errore; faremo quindi il possibile per esaminarla a fondo. E qui dobbiamo innanzitutto osservare come comunemente siano mescolate insieme due questioni differenti quando si parla di ignoranza invincibile: la prima è, “può una persona che invincibilmente ignora la vera fede o la Chiesa di Cristo essere condannata proprio a causa di tale ignoranza? Cioè, gli sarà imputata l’ignoranza come un crimine? O sarà la sua ignoranza invincibile la scusante dalla colpa del non credere? A questo rispondo che: come nessun uomo può essere colpevole di un peccato che è assolutamente fuori del suo potere, una persona che invincibilmente ignora la vera Fede e la Chiesa di Cristo non sarà condannata a causa dell’ignoranza; tale ignoranza non gli sarà imputata come un crimine, ma senza dubbio lo scusa dalla colpa di incredulità: in questo tutti i teologi sono d’accordo, senza dubbi o esitazioni. Un pagano, per esempio, che non ha mai sentito parlare di Gesù Cristo, non sarà condannato come criminale proprio per mancanza di fede in Lui; un eretico che non ha mai avuto alcuna conoscenza della vera Chiesa di Cristo non sarà condannato come colpevole perché non si unisce in comunione con la Chiesa. Fino a questo punto, la prima domanda non ammette controversie. La seconda domanda è questa: “può una persona invincibilmente ignorante della vera fede o della Chiesa di Gesù, che vive e muore in quello stato, essere salvato?” – Questo è molto importante, ma è una questione molto diversa dalla prima, anche se troppo spesso viene confusa con essa. Ora, per rispondere a questa domanda in modo chiaro e preciso, dobbiamo considerare due casi diversi: in primo luogo, quello dei maomettani, degli ebrei, e dei pagani, che, non avendo mai sentito parlare di Gesù Cristo o della sua religione, sono invincibilmente ignoranti; e, in secondo luogo, di tutte le diverse sette di cristiani che sono separati dalla vera Chiesa di Cristo da eresie.

D. 8. Cosa c’è allora da dire per tutti quei maomettani, ebrei e pagani che, non avendo mai sentito parlare di Gesù Cristo o della sua Religione, sono quindi invincibilmente ignoranti rispetto ad entrambi? Possono essere salvati, se vivono e muoiono in quello stato?

R. La risposta molto semplice a questo quesito è: essi non possono essere salvati, ed essi non sono tra coloro che “possono entrare nel regno di Dio”. E’ vero, come abbiamo visto sopra, che non saranno condannati solo perché non hanno la fede di Cristo, di cui sono invincibilmente ignoranti. Ma la fede di Cristo, anche se è una condizione essenziale della salvezza, non è che una condizione, ma ne sono necessarie anche altre. – E anche se l’ignoranza invincibile certamente salva un uomo dal peccato nel non sapere ciò di cui egli è invincibilmente ignorante, non è impossibile supporre che questa ignoranza invincibile su di un punto provocherà la mancanza di tutte le altre condizioni richieste. Ora, tutti quelli di cui noi parliamo qui, sono in stato di peccato originale, “alieni da Dio, figli d’ira,” per non essere battezzati; ed è un articolo di fede cristiana che, se il Peccato Originale non viene lavato via dalla grazia del Battesimo, non c’è salvezza; per questo Cristo stesso dichiara espressamente: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” [Giovanni III: 5]. E, in effetti, se anche i figli di genitori cristiani che muoiono senza Battesimo, non possono andare in Paradiso, quanto meno sarà possibile per coloro che, oltre a non essere battezzati, vivono e muoiono nella ignoranza del vero Dio, di Gesù Cristo e della sua fede! Per questo motivo, si può inoltre supporre che abbiano anche commesso molti peccati attuali. Anzi, immaginare che pagani, maomettani, o ebrei che vivono e muoiono in questo stato possano essere salvati, è supporre che l’ignoranza salverà gli adoratori di idoli, di Maometto, ed i bestemmiatori di Gesù Cristo, anche nelle colpe attuali e con il peccato originale, e questo li metterebbe ben al di sopra dei cristiani stessi e dei loro figli. Il destino di tutti questi, la Scrittura lo indica come segue: “… e a voi, che ora siete afflitti, sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando Egli verrà per esser glorificato nei suoi santi ed esser riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi. Questo accadrà, in quel giorno.”[2 Ts. I: 7-10]. Questo è tremendamente preciso, è infatti una risposta chiara e decisiva all’attuale domanda.

D. 9 Che giudizio da’ la Scrittura di tutti quei cristiani che sono separati dalla Chiesa a causa dell’eresia? Possono questi essere salvati se sono nell’ignoranza invincibile, e vivono e muoiono nel loro stato di separazione dalla vera Chiesa di Cristo?

R. Questi sono in uno stato molto diverso da maomettani, ebrei e pagani, a condizione che abbiano ricevuto un vero Battesimo; però se: 1) non hanno il Battesimo, 2) o ne hanno modificato la forma che Cristo ha ordinata di dargli, allora non sono in condizioni migliori dei pagani per ciò che attiene alla possibilità della loro salvezza, anche se si presumono o assumono il nome di cristiani. Se hanno il Battesimo valido, allora per esso, sono veri membri della Chiesa di Cristo, e chi di loro muore in giovane età, nell’innocenza battesimale, senza dubbio sarà salvato. Ma, per quelli tra loro che giungono agli anni della discrezione, e vengono educati in una falsa fede, vivono e muoiono in uno stato di separazione dalla comunione della Chiesa di Cristo, dobbiamo distinguere due casi diversi. Il primo è quello di coloro che vivono tra i cattolici o vi sono cattolici che vivono nello loro stesso circondario, che sanno quindi che ci sono queste persone, e sentono spesso parlare di loro. Il secondo caso riguarda coloro che non hanno tale conoscenza, e che ascoltano raramente o mai i cattolici dei quali si parla se non in una luce falsa ed odiosa.

D. 10 Che cosa c’è da dire di coloro che vivono tra i cattolici? Se sono nell’ignoranza invincibile, e muoiono nel loro stato di separazione, possono essere salvati?

R. E’ quasi impossibile per coloro che appartengono a questa classe di persone, essere in uno stato di ignoranza invincibile; per essere invincibilmente ignorante sono richieste necessariamente tre condizioni: in primo luogo, che una persona abbia un vero e sincero desiderio di conoscere la verità; poiché: a) se egli è tiepido e indifferente ad un affare di tale importanza come la propria salvezza eterna; b) se egli è disattento nel considerare se sia esso nel giusto o no; c) se, asservito a questa vita presente, non si da alcuna preoccupazione della futura, è chiaro che l’ignoranza derivante da questa disposizione è una ignoranza volontaria, e quindi altamente colpevole agli occhi di Dio. Questo sarà ancora più grave se una persona è sì, positivamente disposta a cercare la verità, ma ha paura di un disagio mondano, e quindi evita ogni occasione di conoscerla. Di questi la Scrittura dice: “Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli negli inferi. Eppure dicevano a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscer le tue vie.” [Giobbe XXI: 13-14]. In secondo luogo, per definire invincibile l’ignoranza, è necessario che un individuo sia sinceramente deciso ad abbracciare la verità ovunque essa possa trovarsi, e qualunque cosa possa comportare e costare. Infatti, si deve essere completamente risoluti a seguire la volontà di Dio, ovunque essa appaia in tutte quelle cose necessarie alla salvezza; ma se, al contrario, non si è disposti a tralasciare quello che sembrerebbe una trascuranza del proprio dovere o un’offesa ai propri amici e parenti, o ad esporsi a qualche perdita temporale o a degli svantaggi sociali, l’ignoranza è allora colpevole, e il soggetto non può mai giustificarsi davanti al suo Creatore. Di questo il nostro Salvatore dice: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” [Matt. X: 37]. La terza cosa necessaria perché una persona sia in uno stato di ignoranza invincibile è che essa sinceramente voglia al meglio possibile conoscere il proprio dovere, ed in particolare, che raccomandi la questione seriamente a Dio Onnipotente, pregando per avere la sua luce e la sua guida. Infatti, qualunque possa essere il desiderio di conoscere la verità, se non si utilizzano i mezzi adeguati nel trovarla, l’ignoranza non è invincibile, bensì volontaria. L’ignoranza è invincibile solo quando una persona ha un sincero desiderio di conoscere la verità, con una risoluzione piena di abbracciarla, ma: o non ha i mezzi possibili di conoscenza, o dopo essersi ingegnato al meglio con tutti i possibili tentativi, non è in grado di acquisirla. Pertanto, se una persona è carente nel cercare di conoscere al meglio il proprio dovere, la sua ignoranza non è invincibile, ed è solo colpa sua il non sapere; e se la scarsa attenzione al problema, l’indifferenza, i motivi mondani, o gli ingiusti pregiudizi influenzano il suo giudizio, e lo inducono a cedere ad una formazione distorta, non ha né un’ignoranza invincibile, né il timore di Dio. Ora questo è incompatibile con la bontà e le promesse di Dio, come se una persona, cresciuta in una falsa religione, ma che ha soddisfatto a queste tre condizioni, e usa i suoi migliori sforzi per conoscere la verità, venisse lasciata nell’ignoranza invincibile; ma se, per il suo attaccamento al mondo, agli oggetti sensibili o a proponimenti egoistici, non si disponga o si abbandoni nel modo da usare i mezzi adeguati per giungere alla verità, la sua ignoranza è volontaria e colpevole, ma non è invincibile.

 D. 11 Ma cosa succede se non sorgono mai dei dubbi nella sua mente, e la persona va avanti in buona fede nella condizione in cui è stato allevato?

R. E’ un errore pensare che sia necessario un dubbio formale per rendere l’ignoranza del proprio dovere volontaria e colpevole; è sufficiente che ci sia una ragione sufficiente per dubitare, poiché i suoi ingiusti pregiudizi, l’ostinazione, l’orgoglio, od altre mal disposizioni del cuore, possono ostacolare queste ragioni affinché pongano un eccitante dubbio formale nella sua mente. Saul non aveva dubbi quando ha offerto il sacrificio prima che arrivasse il Profeta Samuele; al contrario, egli era convinto che avesse le ragioni più valide per farlo, ma è stato condannato proprio per questa azione, rifiutato da Dio Onnipotente egli stesso e la sua famiglia. Gli ebrei credevano che stavano agendo bene quando hanno messo il nostro Salvatore a morte; anzi, il loro sommo sacerdote ha dichiarato in pieno sinedrio che era opportuno per il bene e la sicurezza della nazione che dovessero farlo. Erano in preda ad un grossolano errore, anzi, e purtroppo erano ignari del loro dovere; ma la loro ignoranza era colpevole, e sono stati severamente condannati per quello che hanno fatto, anche se è stato fatto per ignoranza. E infatti tutti coloro che agiscono con una coscienza falsa ed erronea sono altamente biasimevoli per avere una tale coscienza, per il fatto che non hanno mai intrattenuto alcun dubbio formale. Anzi, non avendo essi un tale dubbio, anche in presenza di appena deboli elemeni per dubitare, questo li rende ancor più colpevoli, perché mostra una maggiore corruzione del cuore, ed una maggiore disposizione alla depravazione. Una persona che si è portata, nella falsa fede che la Scrittura chiama “sette di perdizione, dottrine diaboliche, cose perverse, bugie e ipocrisie” e che ha sentito parlare della vera Chiesa di Cristo, che condanna tutte queste sette, e vede le loro divisioni ed i dissensi, ha sempre davanti agli occhi una ragione forte per mettere in dubbio la sicurezza del proprio stato. – Se si fa un esame con una disposizione sincera di cuore, ella si convince di essere nel torto; e più si prende in esame, più chiaramente lo vede, ed è per questa ragione elementare, che è semplicemente impossibile trovarsi inconsapevolmente in una falsa dottrina, poiché anche l’ipocrisia deve sempre essere supportata da solidi argomenti sufficienti a soddisfare una persona ragionevole e che non cerca sinceramente la verità, non chiede la luce di Dio perché sia guidata a dirigersi alla ricerca di essa. Quindi, se una persona non dubita mai, ma va avanti, come si suppone, in buona fede, a modo suo, nonostante le forti motivazioni circa i dubbi che egli ha ogni giorno davanti agli occhi, ciò pure dimostra evidentemente che è supinamente negligente nelle preoccupazioni per la sua anima, o che il suo cuore è totalmente accecato dalla passione e dal pregiudizio. – Ci sono state molte di queste persone incredule tra gli ebrei e i pagani al tempo degli Apostoli, nonostante la splendida luce della verità che questi predicatori sacri esponevano e spandevano in tutto il mondo, e questa è stata la ragione più potente per la quale, pur portandosi a dubitare delle loro superstizioni, erano così lontane dall’avere dubbi, da pensare che uccidendo gli Apostoli avrebbero reso un servizio a Dio. Da dove è nata questa risoluzione? S. Paolo stesso ce ne informa: ” … al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio.”[2 Cor. IV: 2]. Ecco la vera causa della loro incredulità: essi sono così asserviti alle cose di questo mondo per la depravazione del loro cuore, che il diavolo li acceca in modo che non possano vedere la luce; ma l’ignoranza derivante da tali disposizioni depravate è colpevole, è una ignoranza volontaria e quindi essa non li può giustificare. [Continua]

schiaccia

Et Ipsa conteret caput tuum

AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA -1-

schiaccia

… et Ipsa conteret caput tuum

Proponiamo dei capitoli estratti da un testo molto preciso e chiaro sulla dottrina cattolica, dal quale si evince nitidamente come l’attuale “Novus Ordo” sia completamente fuori rotta nel seguire la dottrina cattolica, e con l’eresia manifesta dell’indifferentismo religioso, l’abominio liberal-massonico del “primato della libera coscienza” e della salvezza che si ottiene in ogni religione, abbia raggiunto un grado di apostasia tale da metterla ben al di fuori della “vera” Religione Cattolica, l’unica fondata dal Divin Salvatore Gesù Cristo e l’unica porta di accesso alla “Eterna Salvezza”. Il problema, per la verità, riguarda una quantità incalcolabile di anime, che seguendo tali aberrazioni dottrinali, ampiamente e ripetutamente condannate dal Magistero della Chiesa, sconfinando dalla Chiesa di Cristo, e cadendo nello stato di eresia, sono condannate all’eterna perdizione. Affinché si possa stimolare una riflessione profonda che faccia riconsiderare i fondamenti elementari della fede cattolica, e farli riconoscere come i soli fattori di salvezza, proponiamo, con spirito di carità fraterna, la lettura di questi capitoli. Possa il Signore nostro Gesù-Cristo illuminare la mente di tanti fratelli abbagliati dalla falsa luce degli angeli della perdizione e dei loro adepti travestiti con talari variopinte, occupanti il tempio del Dio “vero”, Uno e Trino, e del Figlio suo Gesù-Cristo, lupi rapaci, tutti impegnati nello sprofondare anime nel luogo preparato per i loro mandanti e per essi stessi che li servono. Ancora una volta vi proponiamo, affranti e con cuore avvilito, le parole dell’Apostolo: “… chi non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio” [2 Giov. 9]. Vi scongiuriamo, nel Nome di Dio l’Altissimo, e nel Nome del Figlio suo Gesù-Cristo: FRATELLI SALVATEVI! Non indugiate ancora, oggi avete tempo, domani chissà! Che il Cuore Immacolato della Vergine Maria schiacci quanto prima la testa del serpente primordiale, delle tante vipere velenose e dei rettili dalle orecchie tappate che avvelenano il mondo ed uccidono le anime redente da Cristo.

Al di fuori della Chiesa cattolica non c’è Salvezza!

georgehay

[del vescovo George Hay di Scozia [1729-1811], Estratti da “Il cristiano sincero”].

Prima domanda: Si può ottenere la salvezza in assenza della vera fede, e fuori della comunione della Chiesa di Cristo?

PARTE I

Introduzione e stato della questione

Non c’è nulla a cui il grande Apostolo delle genti sembra dedicarsi di più nella gloria del suo zelo ardente che alla salvezza delle anime, e nella sincerità del suo cuore, che a fornire al mondo le sacre verità eterne pure ed incorrotte. Egli non si vergognava di queste verità divine; si rallegrava invece quando veniva chiamato a soffrire per loro; egli non cercava la stima ed il favore degli uomini nella loro enunciazione; il suo unico obiettivo era quello di promuovere l’onore del suo santo Maestro, e guadagnare anime a Lui, per cui non aveva bisogno di usare parole lusinghiere, o di adattare la dottrina del Vangelo agli umori degli uomini. – Sapeva che le verità rivelate da Gesù Cristo sono inalterabili, e che: “Il cielo e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno mai”, e che, di conseguenza, corrompere queste sacre parole anche in un unico articolo, sarebbe “… pervertire il Vangelo di Cristo” [Gal. I: 7], un peccato così grave tanto che lo Spirito Santo, per propria bocca, minaccia una maledizione a chiunque, anche un Angelo dal cielo, che ne sia colpevole. Perciò egli descrive la propria condotta nella predicazione del Vangelo nel modo seguente: “Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, “[Atti XX: 18-20]” – “Ma dopo avere prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il Vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo”. [1 Ts. II: 2,4-6] “Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo”. [2 Cor. II: 17]. – “ … al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti ad ogni coscienza, al cospetto di Dio … Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù” [2 Cor. IV: 2, 5]. – “Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!” [Gal. I: 10]. – Ora, “Cristo mi ha mandato a predicare il Vangelo, non con sapienza di parola affinché la croce di Cristo avrebbe dovuto essere annullata; la parola della croce infatti per quelli che periscono è follia, ma per coloro che sono salvati, per noi, è potenza di Dio…. è piaciuto a Dio con la stoltezza della predicazione di salvare i credenti…. e la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini… Dio ha scelto le cose folli del mondo, perché Egli possa confondere i sapienti; Dio ha scelto e le cose deboli del mondo, perché Egli possa confondere i forti, affinché nessuna carne si glori alla sua vista “…. – “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo; non però con un discorso da sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio (….) Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (….) Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, (….) perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. [1 Cor. I: 17-18, 21, 25, 27, 29]. “Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” [Rom. 1: 16]. – E quindi “… – “Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. (….) e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. [1 Cor. II: 1, 4, La Chiesa di Cristo, animata dallo stesso Spirito divino di verità che ha ispirato questo santo Apostolo, ha intutti i tempi regolato la sua condotta secondo il modello iniziale e nelle sue parole e nell’esempio. – Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte”.. [Giuda, I: 3]; – “ … custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, [1 Tim. VI: 20]; e le sacre parole di Dio, “ … le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno dalla tua bocca né dalla bocca della tua discendenza né dalla bocca dei discendenti dei discendenti, dice il Signore, ora e sempre”. [Isai. LIX: 21]. – Non sa quindi cosa vuol dire temporeggiare nella religione, per piacere agli uomini, non per adulterare il Vangelo di Cristo agli umori loro; dichiara le sacre verità rivelate da Gesù Cristo nella loro semplicità originaria, senza cercare di proporre loro discorsi persuasivi con la sapienza umana, e tanto meno mascherarli con un abito non loro. – La verità, semplice e disadorna, è l’unica arma che impiega contro i suoi avversari, a prescindere dalle loro censure o dalle loro approvazioni. “Questa è la verità”, dice, “rivelata da Dio; questo si deve abbracciare, o voi non potete avere parte con Lui.”-.” Se il mondo guardando a questo, dice che si tratta di una follia, non c’è da sorprendersi, perché “… L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito”. [1 Cor. II: 14]; ma che “la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini; “e ha pietà di questa cecità, e prega ardentemente Dio perché li illumini, “… sii dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità” [2 Tim. II : 25]. Se mai c’è stato un momento in cui questa condotta della Chiesa sia stata necessaria, è senza dubbio questa età presente, che sembra particolarmente pretenderla. Allo stato attuale le porte dell’inferno sembrano aperte, e l’infedeltà di ogni genere si erge senza legge sulla terra; le verità sacre della religione sono insultate e negate, il Vangelo adulterato da innumerevoli interpretazioni contraddittorie; la sua semplicità originale sfigurata da altezzose parole e da discorsi persuasivi di sapienza umana. Si consentono migliaia di condiscendenze e difformità dalle dottrine immutabili della fede e delle massime pure della morale, e “la via stretta che conduce alla vita” viene trasformata in una “strada larga che conduce alla perdizione.” – Questa osservazione vale in particolare per quel parere latitudinario così comune al giorno d’oggi, secondo cui un uomo possa essere salvato in qualsiasi religione, a condizione di vivere una buona vita morale a seconda della luce che riceve; al presente la fede in Cristo è annullata ed il Vangelo reso inutile. Un Ebreo, un maomettano, un pagano, un deista, un ateo, sono allora tutti compresi in questo schema secondo il quale, se vivono una buona vita morale, hanno un uguale diritto alla salvezza così come un cristiano! Essere un membro della Chiesa di Cristo non è più necessario: se viviamo una buona vita morale, che apparteniamo o no ad Essa, siamo comunque sulla via della salvezza! Così si apre un ampio campo alle passioni umane! La mente umana può concedersi ogni licenza per qualsiasi capriccio! È quindi della massima importanza esaminare la fondatezza di questa opinione, per vedere se possiamo basare con sicurezza la nostra salvezza su di essa. E’ senza dubbio questo l’interesse degli atei e deisti: adottare questo parere, per esaltare con le più alte lodi la liberalità del sentimento e della carità; ma un cristiano che crede al Vangelo non lo recepirà certo così facilmente: egli sa che solo le Scritture contengono la verità di Dio, e che egli non è sicuro nell’accordare la fiducia da riporre in qualsiasi massima, benché speciosa, che non sia ben radicata nei loro oracoli sacri; e quindi, prima di adottare questa strana opinione, rigorosamente la si esaminerà attraverso il confronto con ciò che le Scritture insegnano. – Fare questo è lo scopo della seguente inchiesta: dimostrare al meglio, mediante le dichiarazioni precise contenute nella Parola di Dio, che il suddetto libero pensiero è un fatto diametralmente opposto alla luce della rivelazione; perché da essa si apprende che il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è apparso tra gli uomini, al fine di istruirli nella conoscenza di quelle verità divine dalle quali dipende la loro salvezza; e quindi Egli richiede assolutamente “vera fede in Lui” e nelle sacre verità che Egli ha rivelato, come condizione necessaria alla salvezza. Apprendiamo pure che Egli ha istituito una Chiesa santa sulla terra, che deve essere il deposito di queste verità, e che Egli assolutamente richiede a tutti di essere uniti a quella Chiesa per essere salvati. Sulla convinzione di queste due verità le chiese “cristiane” in generale sono d’accordo. Le Chiese di Inghilterra e Scozia, non meno che la Chiesa Cattolica, le riconoscono solennemente, e sostengono che, senza la vera fede di Gesù Cristo, e senza essere un membro della sua vera Chiesa, non c’è salvezza. – Sono tutti d’accordo nella convinzione di queste verità, per quanto essi differiscano nella loro applicazione. In questa indagine, allora, viene difesa la causa comune della cristianità; a quale Chiesa poi l’autore appartenga, apparirà facilmente, e se egli applica queste verità generali alla sua Chiesa, è solo perché egli crede che Essa sia la vera Chiesa. Ma un membro di qualsiasi altra chiesa, deve fare lo stesso percorso e ragionare di conseguenza; perciò, senza ulteriori preamboli, procederemo appunto all’esame delle parole della confessione di fede della Chiesa di Scozia, secondo la quale: fuori della Chiesa di Cristo non c’è alcuna possibilità di salvezza ordinaria [Confessione di fede, cap. XXV]

[Nel procedere di questa indagine, il Vescovo Hay dimostra come la Chiesa cattolica romana sia l’unica vera Chiesa di Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza. Nel menzionare le Chiese di Inghilterra e Scozia, il Vescovo Hay vuole semplicemente dimostrare che la convinzione fondata sulla Sacra Scrittura, che c’è cioè una sola vera Chiesa, è comune alle Chiese di Inghilterra, Scozia e Roma.]

D. 1 Come si evince tutto questo dalle Sacre Scritture?

R. Le Sacre Scritture sono molto semplici su questo punto; ma siccome i vari testi propongono diversi punti di vista, noi, per una maggiore chiarezza, li consideriamo separatamente.

SEZIONE I

Prove dirette dalla Scrittura

1 – Il profeta Isaia, che predice la gloria della Chiesa di Cristo, dice: “Nessun’arma affilata contro di te avrà successo, farai condannare ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio”. [Isaia LIV: 17]. “Perché il popolo e il regno che non vorranno servirti periranno e le nazioni saranno tutte sterminate”.[Isaia LX: 12]. Qui vediamo dichiarato in termini espliciti che tutti coloro che si oppongono alla Chiesa di Cristo, e rifiutano di sottoporsi alla sua autorità, saranno condannati da Essa, e periranno.

2 – Il nostro Salvatore dichiara lo stesso concetto in termini ancora più forti, quando dice ai pastori della sua Chiesa, nella persona dei suoi Apostoli, nel mandarli a predicare il Vangelo: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città [Matt. X: 14, 15]. – Il nostro Salvatore, dopo averci istruito di ammonire il nostro fratello in privato, e poi con due o tre testimoni, dice: “… Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”, così conclude: “Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano [Matt. XVIII: 17]. I pagani sono coloro che non conoscono il vero Dio e che adorano gli idoli e gli stessi demoni al posto di Dio. I pubblicani erano tra gli ebrei una classe di persone odiose per i loro crimini, e considerati da tutti come abbandonati da Dio, e perciò lasciati alla loro probità. Come tali, quindi, tutti quelli che resistono ostinatamente alla voce della Chiesa, sono classificati e condannati per bocca di Gesù-Cristo stesso come pagani e pubblicani.

3 – Il nostro Salvatore, parlando della sua Chiesa sotto la figura di un gregge, di cui Egli stesso è il buon pastore, dice: “Ed ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” [Giovanni X: 16]. Egli parla qui di coloro che non sono stati uniti in comunione con i suoi Apostoli e gli altri discepoli, e li chiama in quel momento “le sue pecore;” ma per mostrare che non c’era salvezza per loro nello stato in cui erano, non essendo uniti a loro, Egli ancora dice: “anche quelle io devo raccogliere”, il che dimostra che, sulla base della disposizione dei decreti divini, era assolutamente necessario che tutti coloro che appartengono a Gesù Cristo, tutti coloro che Egli riconosce come sue pecore, devono essere portati a Lui, ed uniti in comunione in un solo gregge, che è la sua Chiesa.

4 – In conseguenza di questo, siamo certi che, quando gli Apostoli hanno cominciato a pubblicare il Vangelo, “Il Signore ha aumentato i giorni, cosicché potessero essere salvati”. Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone”, o, come nella traduzione dei protestanti: “Il Signore in quel giorno li aggiunse alla Chiesa, per essere salvati,” [Atti II: 41]; questo sottolinea nel modo più forte, ciò che Dio ha fatto in realtà, e che l’essere aggiunti alla Chiesa è per Lui una condizione assolutamente necessaria per essere salvati; e se così doveva essere allora, deve essere così anche ora ed ancor più fino alla fine del mondo; le condizioni della salvezza, ordinate all’inizio e rivelate da Gesù Cristo, non possono essere modificate da nessun altro; ed Egli non ha mai fatto alcuna nuova rivelazione per modificarli.

5 – La Chiesa è il Corpo di Cristo, e tutti coloro che appartengono alla Chiesa sono membra del suo corpo ed uniti a Gesù Cristo, il Capo; ma coloro che sono fuori della Chiesa non sono membri del suo corpo, né sono uniti con Cristo capo. Ora, parlando della sua Chiesa e dei suoi membri sotto la figura di una vite con i suoi tralci, Egli dice: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e Io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. [Giovanni XV: 5, 6].; – Ciò che Cristo dice qui sotto la figura di una vite è altrettanto vero per i membri ed il corpo; nessun membro separato dal corpo può fare nulla; non ha né vita né sentimento, ma cade nella corruzione: il che dimostra espressamente che se non siamo uniti alla Chiesa di Cristo, se noi consideriamo questa Chiesa come un corpo composto dal capo e dalle membra, o come una vite con i suoi rami, se non siamo uniti a Cristo, siamo sulla via della perdizione!

SEZIONE II

Prove dalla necessità della Vera Fede

1 – Gesù Cristo, rivolgendosi al Padre eterno, dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo.” [S. Giovanni XVII: 3]. Quindi necessariamente tutti coloro che non conoscono Gesù Cristo non possono avere la vita eterna.; ora, questa conoscenza di Gesù Cristo non è la semplice conoscenza che sia esistita una tale persona, ma il credere che Lui significa riconoscere ciò che Egli è: il Figlio eterno di Dio, fatto uomo per la salvezza del genere umano; e, pertanto, ancora dice: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna.” [Giovanni III: 16] – ne consegue allora che il credere in Gesù Cristo è una condizione richiesta positivamente da Dio per la salvezza; e pertanto, senza questa convinzione non ci può essere la salvezza perché, come Egli stesso dichiara di nuovo: “Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell’unigenito Figlio di Dio”. [Giovanni III: 18] e “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui” [Giovanni III: 36]. E il discepolo prediletto, aggiunge: “Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo!” [2 Giovanni I: 7] con il che è evidente che coloro che non conoscono Gesù Cristo, e di conseguenza non credono in Lui, così come quelli che non sanno che sia esistita una tale Persona, ma si rifiutano di credere e confessare che Egli è il Figlio di Dio venuto nella carne, non possono essere salvati; ecco che quindi il riconoscere e il credere in Gesù Cristo è definito da Dio Onnipotente, come una “condizione assoluta” per la salvezza.

2 – Ma non basta credere nella Persona di Gesù Cristo; si è tenuti inoltre a credere alla sua dottrina, alle sue parole, a quelle verità divine che Egli ha rivelato; ed in effetti, come possiamo credere che Lui sia Dio, se ci rifiutiamo di credere a quello che dice? Quindi, quando Egli ha dato ai pastori della sua Chiesa, nella persona dei suoi Apostoli, l’incarico di predicare il Vangelo, ha ordinato loro di insegnare al mondo “di osservare tutte quelle cose che vi ho comandato” [Matt. XXVIII: 20]. E aggiunge subito, “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crede sarà condannato” [Mar. XVI: 16]. Qui è evidente che la convinzione circa la sua dottrina e l’osservanza di tutte quelle cose comandate ai suoi Apostoli affinché le insegnassero, sono una condizione necessaria alla salvezza. Anzi, aggiunge in altro luogo: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli Angeli santi”. [Marco VIII: 38] – Ora, se vergognarsi delle sue parole porta ad una tale condanna, quale sarà la sorte di coloro che le negano? E’ evidente, quindi, che la vera fede di Gesù Cristo comprende la fede sia nella sua Persona, che nelle sue parole, cioè nella sua dottrina; ed è questa fede che è stata stabilita da Dio Onnipotente essere condizione necessaria alla salvezza. –

3 – Come è impossibile che Gesù Cristo potesse rivelare delle contraddizioni, o dire ad uno che tutto ciò sia vero, e ad un altro che invece è falso? La vera fede di Gesù Cristo non può contenere contraddizioni, deve essere la stessa ovunque, e in nessun punto contraria a se stessa. Questo la Scrittura afferma esplicitamente, “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.” [Eph. IV: 5] Ora, S. Paolo dichiara espressamente che “senza fede è impossibile piacere a Dio…….” [Eb. XI: 6]; di conseguenza questa unica vera fede di Gesù Cristo è così assolutamente necessaria come condizione di salvezza, che senza di essa, qualunque altra cosa un uomo possa fare o volere, è impossibile piacere a Dio, e quindi essere salvati.

4 – La Scrittura dichiara che, quando gli Apostoli hanno manifestato le verità del Vangelo ” … abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna”. [Atti XIII: 48]. Di conseguenza, coloro che non credono, non sono stati destinati alla vita eterna; donde, evidentemente, consegue che la fede è una condizione assolutamente necessaria per ottenere da Dio la vita eterna.” S. Paolo afferma che: “Tuttavia il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillo: Il Signore conosce i suoi …] [2 Tim. II: 19]; vale a dire, che Dio, da tutta l’eternità, certamente sa chi sono i suoi, chi sono quelli che, obbedendo alla sua santa grazia, continueranno ad essere fedeli fino alla fine, per essere felici con Lui per sempre … e tutti questi Egli ordina alla vita eterna. Quando, dunque, la Scrittura afferma che “tutti quelli che erano destinati alla vita eterna, credettero,” dimostra chiaramente che la convinzione delle verità del Vangelo, o della vera fede, è definita da Dio come una condizione necessaria di salvezza, in quanto nessuno è destinata ad essa se non quelli che credono.

5 – Il nostro Beato Salvatore, parlando di coloro che appartengono a Lui, dice: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (….), le mie pecore ascoltano la mia voce e Io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. [Giovanni X: 14, 27, 28]. Quali eventuali parole esprimono più chiaramente che conoscere Gesù Cristo, sentire la sua voce, e seguirLo – il che è credere e obbedire a Lui – sono i segni distintivi delle sue pecore, alle quali Egli dona la vita eterna? Di conseguenza, coloro che non credono non sono affatto dei suoi, e, pertanto, non saranno salvati; Egli lo dice infatti espressamente agli ebrei: “Ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore.” [Giovanni X: 26]; “se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” [Giovanni VIII: 24]; questo è ugualmente una dimostrazione che la fede in Gesù Cristo è espressamente nominata da Dio Onnipotente come condizione di salvezza; “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”. [Atti IV: 12].

6 – S. Paolo, esprimendo il pensiero del Salmista: “Oggi, se udite la sua voce”, ecc, (Ps. XCIV), dice, “E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? In realtà vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro mancanza di fede”. [Ebr. III, 18, 19]. Per questo li esorta: “Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente” [Ebr. III, 12]; e ancora: “È dunque riservato ancora un riposo sabatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.” [Eb. IV: 9, 11].; in tutto questo passaggio, lo scopo principale dell’Apostolo è quello di dimostrare che i non credenti non possono andare in Paradiso; e questa verità è confermata da Dio Onnipotente anche con un solenne giuramento.

7 – Le Sacre Scritture dichiarano che i non credenti, invece di andare in Paradiso, saranno condannati al fuoco dell’inferno, e tutti come il peggiore dei criminali. Così l’Onnipotente dichiara a San Giovanni Apostolo “… Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte”. [Ap. VIII 21: 8]. Se, dunque, Dio Onnipotente ha giurato che i non credenti non sono entrati nel suo riposo, e se dichiara che la loro parte sarà l’inferno, si deve chiudere gli occhi per non vedere che la vera fede, la vera fede in Gesù Cristo e la sua parole: – cioè la fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio – è assolutamente necessariamente posta da Dio Onnipotente come condizione di salvezza! [come fanno gli apostati modernisti –ndr. -]

8 – La Parola di Dio ci assicura che, antecedentemente alla fede in Cristo, tutta l’umanità era sotto il peccato, e che non è possibile essere giustificati dal peccato se non dalla fede in Gesù Cristo, ritenuta da Dio come il mezzo per ottenere la giustificazione. Così: “Abbiamo infatti dimostrato precedentemente che Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno…” [Rom. III: 9,10] – “… E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue …” [Rom. III: 22-25]. Inoltre, ” … la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo. [Gal. 3: III: 22]

9 – Queste testimonianze sacre della Parola di Dio sono così chiare e convincenti, che la Chiesa d’Inghilterra ammette e abbraccia il Credo Atanasiano come contenente nient’altro che le verità divine, e ciò che può essere dimostrato mediante le prove più evidenti della Scrittura, come è dichiarata nell’ottavo dei trentanove articoli. Ora, il Credo di Atanasio inizia così “Chiunque vuole essere salvo, innanzitutto è necessario che egli possegga la fede cattolica, e che colui che non la conserva integra ed inviolata, senza dubbio perirà in eterno.” Poi, dopo aver spiegato i grandi ‘misteri della fede cattolica riguardante l’Unità e la Trinità di Dio, l’Incarnazione e la morte di Gesù Cristo, conclude con queste parole: “Questa è la fede cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l’abbraccia fedelmente e fermamente”.. Questo parla chiaramente, infatti, e non ha bisogno di spiegazioni. Ora, visto che la vera fede, o la convinzione di quelle verità che Gesù Cristo ha rivelato, è quindi assolutamente necessaria come condizione di salvezza, se ne deduce, come conseguenza naturale, che fuori della vera Chiesa di Cristo non c’è salvezza, perché questa vera fede può essere trovata soltanto nella vera Chiesa di Cristo; ad Essa è stato affidato il sacro compito delle verità eterne; le parole di Gesù Cristo le sono state messe in bocca, e con un patto esplicito fatto da Dio, esse non devono mai discostarsi dalla sua bocca. E’ quindi solo dai pastori della Chiesa che possiamo imparare la vera fede, dal momento che essi soli sono autorizzati a predicarla, ed in essi sentiamo Cristo stesso. Quindi S. Paolo dice: “Ora, come potranno invocarLo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che Lo annunzi? E come Lo annunzieranno, senza essere prima inviati? [Rom. X: 14, 15]. – Ora, i pastori della Chiesa sono stati ordinati e inviati da Gesù Cristo ad “insegnare a tutte le nazioni e a predicare il Vangelo ad ogni creatura”, di conseguenza, è solo da loro che le verità del Vangelo possono essere apprese.