CATTEDRA DI SAN PIETRO A ROMA

18 GENNAIO

CATTEDRA DI SAN PIETRO A ROMA (1)

[Dom Guéranger, l’Anno liturgico – vol.I]

(1) [Nel III secolo si venerava in un cimitero di Roma un trofeo – cattedra di tufo o di legno – del ministero di San Pietro in quel luogo. Più tardi si venerò nel battistero di Damaso in Vaticano la sella gestatoria “apostolicae confessionis”. Sotto il nome di Natale Petrl de Cathedra era celebrata una festa il 22 febbraio; ma, a causa della quaresima, le chiese della Gallia presero l’abitudine di celebrarla il 18 gennaio. Le due usanze si svilupparono in modo parallelo; poi, finalmente, si perdette l’unità primitiva del loro signiifcato e si ebbero due feste della Cattedra di San Pietro, la prima attribuita a Roma – quella del 18 gennaio -, la seconda attribuita a un’altra sede – In definitiva a quella d’Antiochia – il 22 febbraio. – La Cattedra di San Pietro è ora conservata nell’abside della basilica vaticana, racchiusa in un grande reliquiario; nemmeno il Papa si può sedere, come usavano i Pontefici dei primi quindici secoli, sulla Cathedra Apostolica (Schuster, Liber Sacram.)].

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L’Arcangelo aveva annunciato a Maria che il Figlio che sarebbe nato da lei sarebbe stato Re, e che il suo Regno non avrebbe avuto mai fine. I Magi guidati dalla Stella vennero dal lontano Oriente a cercare questo Re in Betlemme. Ma ci voleva una capitale per il nuovo Impero; e poiché il Re che doveva stabilirvi il suo trono doveva anche, secondo i consigli eterni, risalire presto al cielo, era necessario che il carattere visibile della sua regalità risiedesse in un uomo che fosse, fino alla fine dei secoli, il suo Vicario. – Per questa gloriosa reggenza, l’Emmanuele scelse Simone, cambiandone il nome in quello di Pietro e dichiarando espressamente che tutta la Chiesa sarebbe stata basata su quell’uomo, come su una roccia incrollabile. E siccome Pietro doveva anch’egli terminare con la croce la sua vita mortale, Cristo s’impegnava a dargli dei successori nei quali sarebbero sempre stati rappresentati Pietro e la sua autorità.

Regalità del Vicario di Cristo.

Ma quale sarà il segno distintivo di questa successione nell’uomo privilegiato sul quale deve essere edificata la Chiesa sino alla fine dei tempi? Fra tanti Vescovi, chi è il continuatore di Pietro? Il Principe degli Apostoli ha fondato e governato parecchie Chiese; ma una sola, quella di Roma, è stata irrorata del suo sangue; una sola, quella di Roma, custodisce la sua tomba; il Vescovo di Roma è dunque il successore di Pietro, e perciò stesso, il Vicario di Cristo. – Di lui, e non d’un altro, è detto: Su te costruirò la mia Chiesa. E ancora: Ti darò le chiavi del Regno dei cieli. E inoltre: “Ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; …conferma i tuoi fratelli”. – E infine: “Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle”. – L’eresia protestante l’aveva compreso tanto bene che per lungo tempo si sforzò di avanzare dubbi sul soggiorno di san Pietro a Roma, credendo giustamente di distruggere, con questo ritrovato, l’autorità del Pontefice Romano, e la nozione stessa d’un capo nella Chiesa. La scienza storica ha fatto giustizia di quella puerile obiezione; e da lungo tempo studiosi della Riforma sono concordi con i cattolici sul terreno dei fatti, e non contestano più nessuno dei punti della storia meglio definita dalla critica. – Fu in parte per opporre l’autorità della Liturgia a quella strana pretesa dei Riformatori, che Paolo IV, nel 1558, fssò al 18 gennaio l’antica festa della Cattedra di san Pietro a Roma. Da lunghi secoli, la Chiesa non celebrava il mistero del Pontificato del Principe degli Apostoli se non il 22 febbraio. D’ora in poi quest’ultimo giorno è stato assegnato al ricordo della Cattedra d’Antiochia, la prima ad essere occupata dall’Apostolo. – Oggi dunque, la Regalità dell’Èmmanuele brilla in tutto il suo splendore; e i figli della Chiesa si rallegrano nel sentirsi tutti fratelli e concittadini d’uno stesso Impero, celebrando la gloria della Capitale che è comune a tutti. Allorché, guardando attorno a sé, vedono tante sette divise e sprovviste di tutte le condizioni della continuità perché manca ad esse un centro, rendono grazie al Figlio di Dio per aver provveduto alla conservazione della sua Chiesa e della sua Verità, con l’istituzione di un capo visibile nel quale Pietro continua per sempre, come lo stesso Cristo in Pietro. Gli uomini non sono più pecore senza pastore; la parola detta al principio si perpetua, senza interruzione, attraverso i tempi; la prima missione non è mai sospesa e, per il Pontefice Romano, la fine dei tempi si ricollega all’origine delle cose. « Quale consolazione per i figli di Dio – esclama Bossuet nel Discorso sulla Storia universale – ma quale convinzione della verità, quando vedono che da Innocenzo XI, che occupa oggi (1681) degnamente la prima Sede della Chiesa, si risale senza interruzione fino a san Pietro, costituito da Gesù Cristo come Principe degli Apostoli! ».

Primato della sede di Roma.

Pietro, entrando in Roma, viene dunque a compiere e amplificare i destini di questa città sovrana, recandole un impero ancora più esteso di quello che essa possiede. È un Impero che non si costituirà con la forza, come il primo: da superba dominatrice delle genti che fu, Roma, per mezzo della carità, diventa Madre dei popoli. – Ma, per quanto pacifico, il suo Impero non sarà meno durevole. Ascoltiamo san Leone Magno, in uno dei suoi più magnifici Sermoni (Serm. 82), narrare, con tutta la nobiltà del suo linguaggio, l’ingresso oscuro eppure così decisivo, del Pescatore di Genezareth nella capitale del paganesimo: « Il Dio buono, giusto e onnipotente, che non ha mai negato la sua misericordia al genere umano e che con l’abbondanza dei suoi benefici, ha dato a tutti i mortali i mezzi per giungere alla conoscenza del suo Nome, nei segreti consigli del suo immenso amore ha avuto pietà del volontario accecamento degli uomini e della malizia che li sprofondava nella degradazione, e ha inviato il suo Verbo, che è a Lui uguale e coeterno. Ora, questo Verbo, fattosi carne, ha unito così strettamente la natura divina con quella umana, che l’umiliazione della prima fino alla nostra abiezione è diventata per noi il principio della più sublime elevazione.» Ma, per spargere nel mondo intero gli effetti di quel beneficio, la Provvidenza ha preparato l’Impero romano, e ne ha esteso così lontano i confini, da fargli abbracciare nella sua cerchia tutte le genti. – Era infatti una cosa utilissima per il compimento dell’opera progettata che i diversi regni formassero la confederazione d’un unico Impero, affinché la predicazione generale giungesse più presto all’orecchio dei popoli, raccolti com’erano già sotto il regime d’una sola città. » Questa città, disprezzando il divino Autore dei suoi destini, s’era fatta schiava degli errori di tutti i popoli, nel tempo stesso in cui li teneva quasi tutti sotto le sue leggi, e credeva ancora di possedere una grande religione, perché non respingeva nessuna menzogna; ma più fortemente era tenuta legata dal diavolo e più meravigliosamente fu riscattata da Cristo. » Infatti, quando i dodici Apostoli, dopo aver ricevuto con lo Spirito Santo il dono di parlare tutte le lingue, si furono distribuite le varie parti della terra, ed ebbero preso possesso di quel mondo a cui dovevano predicare il Vangelo, il beato Pietro, Principe dell’Ordine Apostolico, ricevette in eredità la roccaforte dell’Impero romano, affinché la Luce della verità che era manifestata per la salvezza di tutte le genti, si diffondesse più efficacemente, irradiando al centro di questo Impero sul mondo intero. » Quale nazione, infatti, non contava numerosi rappresentanti in quella città? Quali popoli avrebbero mai potuto ignorare ciò che Roma aveva loro insegnato? Qui dovevano essere battute le opinioni della filosofia; qui sarebbero state distrutte la vanità della sapienza terrena; qui sarebbe stato confuso il culto dei demoni e distrutta infine l’empietà di tutti i sacrifici, in quello stesso luogo in cui una stuta superstizione aveva radunato tutto ciò che i diversi errori avevano potuto produrre. » Non temi tu dunque, o beato Apostolo Pietro, di venire solo in questa città? Paolo Apostolo il compagno della tua gloria, è ancora intento a fondare altre Chiese; e tu ti immergi in questa foresta popolata di bestie feroci, avanzi su questo oceano il cui fondo è pieno di tempeste, con più coraggio di quando camminasti sulle acque. Non hai timore di Roma, la dominatrice del mondo, tu che nella casa di Caifa avevi tremato alla voce d’un servo del sacerdote. – Il tribunale di Pilato o la crudeltà dei Giudei erano forse più temibili della potenza di Claudio o della ferocia di Nerone? No; ma la forza del tuo amore vinceva il timore, e non avevi paura di quelli che t’eri impegnato di amare. Senza dubbio avevi già avuto il sentimento di quell’intrepida carità il giorno in cui la professione del tuo amore verso il Signore fu sanzionata dal mistero della triplice domanda. Cosicché non si richiese altro alla tua anima se non che, per pascere le pecore di Colui che amavi, il tuo cuore effondesse per esse la sostanza di cui era ripieno. » La tua fiducia, è vero, doveva aumentare al ricordo dei numerosi miracoli che avevi operati, dei preziosi doni della grazia che avevi ricevuti, e delle esperienze molteplici della virtù che risiedeva in te. Tu avevi già ammaestrato i Giudei che avevano creduto alla tua parola; avevi fondato la Chiesa d’Antiochia, dove ebbe i suoi inizi la dignità del nome Cristiano ; avevi sottomesso alle leggi della predicazione evangelica il Ponto, la Galazia, la Cappadocia, l’Asia e la Bitinia; e allora, certo del progresso della tua opera e della durata della tua vita, venisti ad innalzare sulle mura di Roma il trofeo della croce di Cristo, proprio là dove i consigli divini avevano predisposto per te l’onore della potenza sovrana e la gloria del martirio » (P. L. voi. 54, c. 423-425). – L’avvenire del genere umano mediante la Chiesa è dunque fissato a Roma, e i destini di questa città sono per sempre comuni con quelli del sommo Pontefice. Diversi per razza, per lingua, per interessi, noi tutti, figli della Chiesa, siamo Romani nell’ordine della religione; questo titolo ci unisce mediante Pietro a Gesù Cristo, e forma il legame della grande fraternità dei popoli e degli individui cattolici.

Gloria della Roma cristiana.

Gesù Cristo per mezzo di Pietro e Pietro per mezzo del suo successore ci reggono nell’ordine del governo spirituale. Ogni pastore la cui autorità non emana dalla Sede di Roma, è un estraneo, un intruso. – Così pure nell’ordine della credenza Gesù Cristo per mezzo di Pietro e Pietro per mezzo del suo successore ci impartiscono la dottrina divina e ci insegnano a distinguere la verità dall’errore. – Qualunque simbolo di fede, qualunque giudizio dottrinale, qualunque insegnamento contrario al Simbolo, ai giudizi e agli insegnamenti della Sede di Roma, viene dall’uomo e non da Dio, e dev’essere respinto con orrore ed anatema. Nella festa della Cattedra di san Pietro in Antiochia, parleremo della Sede Apostolica, come unica fonte del potere di governo nella Chiesa. Oggi, onoriamo la Cattedra romana come l’origine e la regola della nostra fede. Prendiamo ancora qui le eloquenti parole di san Leone (Serm. 4) e interroghiamolo sui titoli di Pietro all’infallibilità dell’insegnamento. Impareremo da questo grande Dottore a misurare la forza delle parole che Cristo pronunciò perché fossero il principale motivo della nostra adesione per tutta la durata dei secoli. – « Il Verbo fatto carne era venuto ad abitare in mezzo a noi, e Cristo si era consacrato interamente alla riparazione del genere umano. Non c’era nulla che non fosse regolato dalla sua sapienza, o che fosse superiore al suo potere. Gli elementi gli obbedivano, e gli Spiriti angelici erano ai suoi ordini; il mistero della salvezza degli uomini non poteva non giungere ad effetto, poiché, era lo stesso Dio, nella sua Unità e nella sua Trinità, che si degnava di occuparsene. Tuttavia in questo mondo, solo Pietro è scelto per essere preposto alla vocazione di tutte le genti, a tutti gli Apostoli, a tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio, vi saranno parecchi sacerdoti e parecchi pastori; ma Pietro reggerà, con un potere che gli è proprio, tutti quelli che Cristo stesso governa in una maniera ancora più elevata. Quale grande e meravigliosa partecipazione del suo potere Dio si è degnato di dare a quest’uomo, fratelli diletti! Se ha voluto che vi fosse qualcosa di comune fra lui e gli altri pastori, l’ha fatto a condizione di dare a questi, per mezzo di Pietro tutto ciò che non voleva loro rifiutare. » Il Signore chiede a tutti gli Apostoli quale idea gli uomini abbiano di lui. Gli Apostoli sono concordi, finche si tratta di esporre le diverse opinioni dell’ignoranza umana. Ma quando Cristo giunge a chiedere ai suoi discepoli quello che pensano essi stessi, il primo a confessare il Signore è colui che è anche il primo nella dignità apostolica. – È lui che dice : Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo. Gli risponde Gesù: Beato te, O Simone, figlio di Giona, poiché né la carne né il sangue ti hanno rivelato queste cose, ma il Padre mio che è nei cieli. – Cioè: Sì, tu sei beato, poiché il Padre mio ti ha ammaestrato; i pensieri della terra non ti hanno indotto in errore, ma ti ha illuminato l’ispirazione del cielo. Non già la carne e il sangue, ma Colui stesso del quale Io sono il Figlio unigenito, mi ha rivelato a te. Ed Io, aggiunge, ti dico: Come il Padre mio ti ha svelato la mia divinità, Io a mia volta ti farò conoscere la tua grandezza. Poiché tu sei Pietro, cioè, come Io sono la Pietra incrollabile, la Pietra angolare che unisce i due muri, il Fondamento tanto essenziale che non se ne potrebbe costituire un altro, così tu pure sei Pietro, poiché sei basato sulla mia solidità, e le cose che sono proprie a me per la potenza che in me risiede sono comuni anche a te per la partecipazione che io te ne faccio. E su questa pietra fonderò la mia Chiesa; e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Sulla solidità di questa pietra, io fonderò il tempio eterno; e la mia Chiesa, il cui fastigio salirà fino al cielo, s’innalzerà sulla fermezza di questa fede. » Alla vigilia della sua Passione, che doveva essere una prova per la costanza dei discepoli, il Signore disse quest’altre parole: “Simone, Simone, satana ha chiesto di macinarti come il frumento; ma Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. Quando poi sarai convertito, conferma i tuoi fratelli. Il pericolo della tentazione era comune a tutti gli Apostoli; tutti avevano bisogno dell’aiuto della protezione divina, poiché il diavolo aveva proposto di agitarli tutti e di annientarli. Tuttavia il Signore prende una cura speciale per il solo Pietro; le sue preghiere sono per la fede di Pietro, come se la salvezza degli altri fosse già sicura, per il fatto stesso che non verrà abbattuto l’animo del loro Principe. È dunque su Pietro che si baserà il coraggio di tutti e l’aiuto della grazia divina sarà disposto affinché la solidità che Cristo attribuisce a Pietro sia attraverso Pietro conferita agli Apostoli» (P. L. voi. 54, c. 149-152).

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L’infallibilità del Vicario di Cristo.

In un altro discorso (Serm. 3), l’eloquente Dottore ci fa vedere come Pietro vive ed insegna sempre nella Cattedra Romana. « La disposizione data da Colui che è la Verità stessa, permane dunque sempre, e il beato Pietro, conservando la solidità che ha ricevuta, non ha mai abbandonato il timone della Chiesa. Perché è tale il posto dato a lui al disopra di tutti gli altri, che, quando è chiamato Pietro, quando è proclamato Fondamento, quando è costituito Portinaio del Regno dei cieli, quando è nominato Arbitro per legare e sciogliere con una forza tale nei suoi giudizi che questi vengono ratificati anche in cielo, noi siamo in grado di conoscere, attraverso il mistero di così sublimi titoli, il legame che lo univa a Cristo. Ora egli compie con maggior pienezza e potenza la missione che gli è stata affidata; e tutte le parti del suo ufficio e del suo incarico le esercita in Colui e con Colui dal quale è stato glorificato. » Se dunque, su questa Cattedra, facciamo qualcosa di buono, se decretiamo qualcosa di giusto, se le nostre preghiere quotidiane ottengono qualche grazia dalla misericordia di Dio, è per effetto delle opere e dei meriti di colui che vive nella sua sede e vi agisce con la sua autorità. Egli ce lo ha meritato, fratelli diletti, con la confessione che, ispirata al suo cuore di Apostolo da Dio Padre, ha superato tutte le incertezze delle opinioni umane, ed ha meritato di ricevere la fermezza della Pietra che nessun assalto potrebbe scuotere. – Ogni giorno in tutta la Chiesa, è Pietro che dice: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo, e ogni lingua che confessa il Signore è guidata dal magistero di quella voce. E questa fede che vince il diavolo, e spezza i legami di coloro che egli tiene prigionieri. È essa che introduce in cielo i fedeli quando escono da questo mondo; e le porte dell’inferno non possono prevalere contro di essa. La forza divina che la garantisce, infatti, è tale che mai la perversità eretica l’ha potuta corrompere, né la perfidia pagana sopraffarla » (P. L. voL 54, c. 146). Così parla san Leone. « Non si dica dunque, esclama Bossuet nel suo Sermone sull’Unità della Chiesa, non si dica e non si pensi che questo ministero di san Pietro finisce con lui: ciò che deve servire di sostegno ad una Chiesa eterna, non può mai aver fine. Pietro vivrà nei suoi successori, Pietro parlerà sempre nella sua Cattedra: è quanto dicono i Padri ed è quanto confermano seicentotrenta Vescovi nel Concilio di Calcedonia ». E ancora: « Così la Chiesa Romana è sempre Vergine, la fede Romana è sempre la fede della Chiesa; si crede sempre quello che si è creduto, la stessa voce risuona dappertutto, e Pietro rimane, nei suoi successori, il fondamento dei fedeli. – È Gesù Cristo che l’ha detto; e il cielo e la terra passeranno, ma la sua parola non passerà ».

Pietro continuato nei suoi successori.

Tutti i secoli cristiani hanno professato questa dottrina dell’infallibilità del Romano Pontefice che guida la Chiesa dall’alto della Cattedra Apostolica. La si trova insegnata espressamente negli scritti dei santi Padri, e i Concili ecumenici di Lione e di Firenze si sono pronunciati, nei loro atti, in un modo abbastanza chiaro per non lasciare alcun dubbio ai cristiani di buona fede. Tuttavia, lo spirito di errore, con l’aiuto di sofismi contraddittori e presentando sotto falsa luce alcuni fatti isolati e mal compresi, tentò, per troppo tempo, di far cambiare idea ai fedeli d’un paese devoto del resto alla sede di Pietro. L’influenza politica fu la prima causa di quella triste scissione, che l’orgoglio di scuola rese troppo durevole. L’unico risultato ottenuto fu quello di indebolire il principio di autorità nelle regioni in cui essa regnò, e di perpetuarvi la setta giansenista, i cui errori erano stati condannati dalla Sede Apostolica. Gli eretici ripetevano, dopo l’Assemblea di Parigi del 1682, che i giudizi che avevano messo al bando le loro dottrine non erano neanch’essi irrefutabili. Lo Spirito Santo che anima la Chiesa ha infine estirpato quel funesto errore. Nel Concilio Vaticano ha dettato la sentenza solenne la quale dichiara che d’ora in poi chiunque si rifiutasse di riconoscere come infallibili i decreti emessi solennemente dal Pontefice romano in materia di fede e di morale cessa per ciò stesso di far parte della Chiesa Cattolica. Invano l’inferno ha tentato di ostacolare gli atti dell’augusta assemblea, e se il Concilio di Calcedonia aveva esclamato: «Pietro ha parlato per bocca di Leone»; se il terzo Concilio di Costantinopoli aveva ripetuto : « Pietro ha parlato per bocca di Agatone »; il Concilio Vaticano ha proclamato: « Pietro ha parlato e parlerà sempre per bocca del Romano Pontefice ». – Pieni di riconoscenza per il Dio di verità che si è degnato di elevare e garantire da ogni errore la Cattedra romana, ascolteremo con umiltà di spirito e di cuore gli insegnamenti che ne emanano. Riconosceremo l’azione divina nella fedeltà con cui questa Cattedra immortale ha saputo custodire la verità senza macchia per diciannove secoli, mentre le Sedi di Gerusalemme, d’Antiochia, d’Alessandria e di Costantinopoli hanno potuto appena custodirla per qualche centinaia di anni, e sono diventate l’una dopo l’altra le cattedre di pestilenza di cui parla il Profeta.

La Fede della Chiesa.

In questi giorni consacrati ad onorare l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua nascita dal seno d’una Vergine, richiamiamo alla nostra mente che dobbiamo alla Sede di Pietro la conservazione di quei dogmi che costituiscono il fondamento di tutta la nostra Religione. Non soltanto Roma ce li ha insegnati per mezzo degli Apostoli ai quali affidò la missione di predicare la fede nelle Gallie; ma quando le tenebre dell’eresia tentarono di gettare la loro ombra su così sublimi misteri, fu ancora Roma che assicurò il trionfo della verità con la sua suprema decisione. A Efeso, dove si trattava, condannando Nestorio, di stabilire che la natura divina e la natura umana in Cristo non formano che una sola ed unica persona e che di conseguenza Maria è veramente Madre di Dio; a Calcedonia, dove la Chiesa doveva proclamare contro Eutiche la distinzione delle due nature nel Verbo incarnato. Dio e uomo, i Padri dei due Concili ecumenici dichiararono che non facevano altro che seguire nella loro decisione la dottrina trasmessa loro dalle lettere della Sede Apostolica. – Questo è dunque il privilegio di Roma, di provvedere mediante la fede agli interessi della vita futura, come provvedé con le armi, per lunghi secoli, agli interessi della vita presente, nel mondo allora conosciuto. Amiamo ed onoriamo questa città Madre e Maestra, nostra patria comune, e con cuore fedele celebriamo oggi la sua gloria. Noi siamo dunque fondati su Gesù Cristo nella nostra fede e nelle nostre speranze, o Principe degli Apostoli, poiché siamo fondati su te che sei la Pietra che egli ha posta. Siamo dunque le pecore del gregge di Gesù Cristo, poiché obbediamo a te come a nostro pastore. – Seguendo te, o Pietro, siamo dunque certi di entrare nel Regno dei cieli, poiché tu ne possiedi le chiavi. Quando ci gloriamo di essere le tue membra, o nostro Capo, possiamo considerarci come le membra di Gesù Cristo stesso, poiché il Capo invisibile della Chiesa non riconosce altre membra se non obbediamo ai suoi ordini, è la tua fede, o Pietro, che noi professiamo, sono i tuoi comandi che noi seguiamo; poiché se Cristo insegna e governa in te, tu insegni e governi nel Pontefice Romano. Siano dunque rese grazie all’Emmanuele che non ha voluto lasciarci orfani, ma prima di tornare in cielo si è degnato di assicurarci, fino alla consumazione dei secoli, un Padre e un Pastore. La vigilia della sua Passione, volendo amarci sino alla fine, ci lasciò il suo corpo per cibo e il suo sangue per bevanda. Dopo la sua gloriosa Resurrezione, sul punto di salire alla destra del Padre, mentre gli Apostoli erano riuniti intorno a lui, costituì la sua Chiesa come un immenso gregge, e disse a Pietro: Pasci le mie pecore, pasci i miei agnelli. – In tal modo, o Cristo, assicuravi la perpetuità di quella Chiesa; costituivi nel suo seno l’unità, la sola che potesse conservarla e difenderla dai nemici esterni ed interni. Gloria a te, o divino architetto, che hai fondato sulla Pietra solida il tuo immortale edificio! Hanno imperversato i venti, si sono scatenate le bufere, l’hanno percossa rabbiosamente i marosi, ma la casa é rimasta in piedi, poiché era fondata sulla roccia (Mt. VII, 25). – O Roma, in questo giorno in cui tutta la Chiesa proclama la tua gloria e si rallegra di essere fondata sulla tua Pietra, ricevi le nuove promesse del nostro amore, i nuovi giuramenti della nostra fedeltà. – Tu sarai sempre la nostra Madre e la nostra Maestra, la nostra guida e la nostra speranza. La tua fede sarà per sempre la nostra, poiché chiunque non é con te, non è neanche con Gesù Cristo. In te tutti gli uomini sono fratelli, e non sei per noi una città straniera, né il tuo Pontefice un sovrano straniero. Noi viviamo per te della vita del cuore e dell’intelligenza; e tu ci prepari ad abitare un giorno quell’altra città di cui sei l’immagine, la città celeste di cui costituisci l’ingresso. – Benedici, o Principe degli Apostoli, le pecore affidate alla tua custodia, ma ricordati, di quelle che sono sventuratamente uscite dall’ovile. Lontano da te, popoli interi che tu avevi nobilitati e civilizzati per mezzo dei tuoi successori, languiscono e non sentono ancora l’infelicità di essere lontani dal Pastore. Lo scisma raffredda e corrompe gli uni; l’eresia divora gli altri. Senza Cristo visibile nel suo Vicario, il Cristianesimo diventa sterile e a poco a poco svanisce. Le audaci dottrine che tendono a diminuire l’insieme dei doni che il Signore ha elargiti a colui che deve farne le veci fino al giorno dell’eternità, hanno per troppo tempo inaridito i cuori di quelli che le professavano; troppo spesso esse li hanno portati a sostituire il culto di Cesare al servizio di Pietro. Guarisci tutti questi mali, o Pastore supremo! – Accelera il ritorno delle genti separate; affretta la caduta dell’eresia del xvi secolo; apri le braccia alla tua figlia, la Chiesa d’Inghilterra, e che essa rifiorisca come negli antichi giorni. Scuoti sempre più la Germania e i regni del Nord, e che tutti quei popoli si accorgano che non vi è più salvezza per la fede se non all’ombra della tua Cattedra. Rovescia il mostruoso colosso del Settentrione, che pesa insieme sull’Europa e sull’Asia, e scardina dovunque la vera religione del tuo Maestro. Richiama l’Oriente alla sua antica fedeltà, e che esso riveda dopo così lunga eclisse, le sue Sedi Patriarcali risorgere nell’unità della sottomissione all’unica Sede Apostolica. – E infine mantieni noi che, per divina misericordia e per effetto della tua paterna tenerezza, siamo rimasti fedeli, nella fede Romana, nell’obbedienza al tuo successore. Istruiscici nei misteri che ti sono affidati; rivelaci ciò che il Padre celeste ha rivelato a te stesso. Mostraci Gesù, tuo Maestro; guidaci alla sua culla, affinché dietro il tuo esempio, e senza essere scandalizzati dai suoi abbassamenti, abbiamo la fortuna di dirgli come te: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!

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Questo è pertanto un giorno straordinario di preghiera per il nostro Santo Padre in esilio, S. S. Gregorio XVIII, eletto dopo Gregorio XVII, cardinal Siri, unico e legittimo successore di Pietro, al quale dobbiamo tutto il nostro amore ed il supporto spirituale che la sua difficile situazione richiede. Per noi cattolici romani, questo è un obbligo di primaria importanza e fondamentale nell’economia della nostra salvezza perché, come Dom Guèranger ricordava, l’accesso al regno dei cieli passa necessariamente attraverso l’adesione fedele ed obbediente a Pietro, che solo ne permette l’ingresso, perché solo a lui il Cristo-Dio ha dato le chiavi che aprono le porte del Regno della eterna felicità. È Pietro che ci introdurrà nel Regno dei cieli! Beato sia Pietro, il Principe degli Apostoli.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. IX]

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LETTERA IX.

IL LAVORO DELLA DOMENICA:

ROVINA DELLA DIGNITÀ UMANA.

25 maggio.

I

Signore e caro amico,

Voi mi fate, signore, sapere, che non siete stato nominato membro della commissione del budget [tipo le attuali commissioni del bilancio]: io ve ne felicito. Sembrami che niente deve esser più sgradevole d’un somigliante titolo. Ecco, eccetto errore, lo stato dei vostri onorevoli colleghi che ne sono rivestiti. Urtarsi la lesta contra i muri d’una segreta, attaccare le piramidi a colpi di spilla ; egli è così che l’immaginazione mi dipinge la fatica loro. Parliamo senza figure: esser mandatarj d’un popolo acciaccato di tributi; non essere accreditato per lui che per alleggerire il proprio fardello; aver promesso d’eseguirlo; averne la volontà, e vedersi colpito d’impotenza; questo non è tutto: aver dinanzi gli occhi un baratro spalancato, dove alcuni gradi di meno al termometro della confidenza sono sufficienti per ingoiare l’onore e la fortuna della nazione; esser condannati durante mesi interi a ritagliare, raspollare di qua e di là sovra lutti i pubblici servigj qualche centinaio di mille franchi; e poi da ultimo esser ridotti a venire a presentare al popolo queste insignificanti economie, come le sole riduzioni possibili in sulla massa enorme delle spese, e a dirgli per tutta consolazione: soffrite e pagate, havvi egli mai un incarico più penoso? Risento io tale pena, ed infino ad un certo punto comprendo simile impossibilità. – Da una parte, l’organizzazione rivoluzionaria della Francia fatalmente conduce all’aumento della spesa pubblica dall’altra parte, io credo, come lo si dice, che delle riduzioni seriose non possono effettuarsi che sopra due budgets: Il budget della guerra, e quello della marina, le cui cifre annuali rimontano a sei o settecento milioni. Ma io credo altresì che, nelle circostanze, nelle quali si trova l’Europa, queste riduzioni non sono possibili. Ridurre, è disarmare, disarmare è abbandonare la società al comunismo. D’un altro canto, non disarmare, si è correre al fallimento: fallimento, o barbarie, tale n’è l’alternativa. Rimane non pertanto un mezzo di scampo: quest’ è attaccare un terzo budget, il quale ingrossa ogni anno, ed a cui non mai si stese mano; un budget che ci divora direttamente, ed al minimo, più di cento milioni per anno; un budget, che ci sforza a tener gli altri al massimo: questo è il budget dell’immoralità, profuso principalmente all’osteria, e sostenuto sopratutto per la profanazione della domenica. Non l’ignoro, non si otterrà tutto in un giorno; ma, per valermi d’un espressione adusata alla Camera, havvi certamente qualche cosa da operarsi, dappoiché, voi ne siete in grado, fate adunque, fate prontamente, fate seriamente. Imprimetetelo bene in mente; una legge veramente morale sarà la migliore legge d’economia, la migliore legge in sulle casse di pensione, la migliore legge sopra l’assistenza pubblica, la migliore di tutte le leggi sul miglioramento della sorte delle classi lavoratrici. Senza ciò, le altre produrranno nulla, nulla, nulla: quid proficiunt vanae leges sine moribus? – Io spero di mostrarvi più lardi che volere è lo stesso che potere, dovendo in questo momento entrare nel soggetto della mia epistola, e stabilire che la profanazione della domenica è la rovina dell’umana dignità.

II.

La questione è d’estrema importanza, non solamente dal punto di vista religioso, ma eziandio al punto di vista puramente umano, in verità, per poco che vogliate riflettervi, signore e caro amico, voi vedrete che le società cristiane sono tutte fondate in sul dogma dell’umana dignità, per conseguenza sopra il rispetto dell’uomo per l’uomo, e dell’uomo per se stesso. Rigeneratesi col Battesimo, quelle ricevettero il sentimento, e la conoscenza di questa grande legge. Iddio in persona era disceso dal cielo per loro annunciare: “L’uomo è mio figliuolo; egli è un non so che di cotanto grande, ch’ io stesso non lo tratto, se non con un profondo rispetto; la sua libertà è per me una cosa sacra, la quale giammai io violento ([“Cum magna reverentia disponis nos”]. (Stop. XII, 18.) – [“Reliquit illum in manu consilii sui”. (Eccl., XV, 14.)]. Àgli occhi della mia sovrana giustizia, l’inferno co’suoi eterni supplizj non è troppo per’ punire il colpevole, il quale per le sue parole, o pe’ suoi atti osa attentare alla sua dignità personale od a quella del suo fratello; questo fratello fosse egli pure un tenero pargoletto, il più povero e l’ultimo degli uomini [“Si quis autem templum Dei violaverit, disperdet illum Deus. Templum enim Dei sanctum est, quod estis vos”. (I. Cor. III, 17.) – “Qui autem dixerit fratri suo rara: reus erit concilio. Qui antem dixerit fatue: reus erit gehennae ignis”. (Matth., V, 22.) – Et quisquis scandalizerit unum ex pusillis credcntìbus in me, bonum est ei magis si circumdaretur mola asinaria collo eius, et in mare mitteretur”. (Marc., IX, 41)]. – Questa carta divina, una volta concessa, due voci s’innalzarono prestissimamente per promulgarla di generazione in generazione, e queste due voci giammai cessarono di farsi intendere: la voce della madre al focolare, la voce della Chiesa nel tempio. Ed ecco che la prima nozione che fu data al mortale, questa è la nozione dell’umana dignità. In su tutti i punti del globo, sopra le ginocchia d’ogni genitrice, il bimbo balbetta da diciotto secoli questi sublimi molti: “Nostro Padre che è nel cielo; io sono Figliuolo di Dio”. – Ma non basta che ’l mortale conosca la sua dignità, è necessario che se ne sovvenga, e che conformi la sua condotta al sentimento che n’ha: nobiltà obbliga. Sotto siffatta considerazione, l’Eterno, che conosceva e la debolezza dell’uomo e le ignobili passioni da cui è stretto, vuole pur che questi consacri un giorno sovra sette per riflettere intorno alla sua dignità, per riparare le tacche, dalle quali essa poté essere lesa, per rinvigorire le forze, di cui abbisogna per sostenerla. – Qual alto insegnamento non è questo stesso precetto! – Donandolo all’uomo, Iddio gli disse per questo solo fatto: « Tu sei il più nobile degli esseri; imperocché tu sei l’immagine mia in mezzo dell’universo, il quale Io ti ho assegnato per impero. Artigiano del mondo, io lavorai durante sei giorni, e nel settimo, glorioso della perfezione di mia opera, sono rientrato nel mio eterno riposo. Tu pure, lavorando a mio esempio, per sei giorni, ti creerai un mondo di meraviglie in questo mondo che tu abiti. Tu li costruirai case e palazzi; tu abbellirai il tuo domicilio d’ogni opera del genio; tu ti procurerai, per tua industria, tutto quello che può conservar la tua esistenza, ed anche contribuire a’ tuoi piaceri. Quando giungerà il settimo, tu, figliuolo di Dio, ti ricorderai del Padre tuo. Comò Io, tu volgerai uno sguardo in sulle tue opere; e rientrerai in un santo riposo; poi allora quando il corso di tua mortal vita sarà finito, verrai a riunirti a me nel riposo dell’eternità, di cui il riposo settenario ò tutto insieme la condizione e l’immagine » [“Et requievit Deus die septima ab omnibus operibus suis … Itaque relinquitur sabbatismus populo Dei. Qui enim ingressus est in requiem eius, etiam ipse requievit ab operibus suis, sicut a suis Deus”. (Hebr., IV, 4, 9, 10]. A siffatta considerazione quanto l’uomo è mai grande! Quale alta moralità presiede alle sue opere: docili a questa luminosa parola, le nazioni moderne vennero religiosamente, durante lunghi secoli, ad ascoltare la Chiesa Cattolica, che la spiegava loro ne’suoi templi, e ’il sentimento cristiano dell’umana dignità s’insinuò profondamente nelle anime. Di quivi pullularono, colla purità de’ costumi, e la santità del matrimonio, le cure per gli esseri deboli, i riguardi per gl’infelici, la salvezza pel fanciullo, la libertà per la donna, la carità per tutti. Di quivi pur anco, l’abolizione della schiavitù, e l’impossibilità pel dispotismo di radicarsi presso le nazioni tenutesi cattoliche.

III.

Ciò non pertanto sòpravennero giorni tristi, in cui i popoli dimenticarono e ’l riposo settenario e ’l cammino del tempio. Che n’arrivò quindi? Desistendo d’ascoltar la voce della Chiesa, l’uomo cessò d’esser cristiano, e restando d’esser cristiano, smarrì la conoscenza e ’l sentimento della sua dignità. Nonostante i grandi movimenti di progresso, di civilizzazione, d’uguaglianza, d’emancipazione, di perfezionamento e d’altro ancora, io non sono peritoso d’ affermare, che sono quelli di cui, sopra tutto in Francia, difettiamo. Evidentemente noi ritorniamo al paganesimo, lorché il disprezzo di sé e degli altri tocca il suo colmo. Che erano per i fieri borghesi di Roma le frotte di schiavi che si avvinghiavano ai loro piedi? Che erano per i Cesari questi borghesi stessi? Ed i Cesari che erano a propri loro occhi? Quale idea avevano essi dell’umana dignità, e come la rispettavano essi stessi nella propria persona? Orgoglio da una parte, bassezza dall’altra; turpitudine, e disprezzo dovunque; invilimento universale, e per servirmi d’una famigerata espressione, un traffico generale dell’uomo per l’uomo: ecco il quadro che presenta la storia di codesta inqualificante epoca. Poco vi manca che tale sia già la nòstra. – Omettendo le eccezioni dovute all’influenza delle idee cristiane, il mortale presentemente rispetta egli d’assai più il suo simile, rispetta egli se stesso assai che imprima della rigenerazione del Calvario? La superiorità, l’autorità, l’onore, l’innocenza, la libertà, la riputazione, la buona fede, la fortuna, la figliuola, la sposa, l’anima degli altri, sono esse l’Oggetto costante d un sincero rispetto? Ostacolo, o via , non è ciò tutto quello che 1’uomo mira nel suo simile? Ed in se stesso, che vede egli se non un essere creato per godere? E quel procacciarsi voluttà, e voluttà ontose ed ignobili, al prezzo di tulle le bassezze, non h questo il suo vivere? Ch’è dunque mai codesta sì scandalosa e così umiliante mobilità di opinioni e di carattere che rassomiglia 1′ uomo attuale ad un vero camaleonte che si scorge cangiare, dalla mattina alla sera, di condotta e di linguaggio; passare successivamente ne’ campi i più opposti; sostenere con lo stesso ardore il prò ed il contra; abbruciare oggi quello, che jeri adorava; spiegare ogni bandiera; prestare venti giuramenti di fedeltà a tutti i partiti, e non guardarne che un solo, quello di violarli tutti, se 1 suo interesse lo richiede? A che tanti Bruti diventati servi? A che tanti fieri scrittori, non ha guari, liberali, ed empj, sono essi oggigiorno conservatori e religiosi, ed a che domani professeranno contrarj principj? A che la stessa bocca parla essa per edificare e per abbattere? Forse che il bene e ’l male, il vero e il falso, il bianco e il rosso non sono ugualmente ridotti a tariffa? Forse che a sostenerli, secondo le circostanze, non lucrano argento, non gioiscono diletti? La vita è essa mai altra cosa, che una speculazione, e la società non è essa che un copioso bazare, dove tutto si vende, perché tutto sì compera, pur anco la coscienza? – Questo ritratto è forse troppo caricato? Me ne appello agli occhi d’ognuno. Da questo momento non si può dire, addolcendo un molto celebre, che l’Europa attuale è la più grande scuola del disprezzo, che giammai esistita abbia? Ora, disprezzo e rispetto s’escludono, e colà dove non trovasi rispetto, non vi si rinviene più né conoscenza, né sentimento della dignità umana. Tale è, senza replica, una delle piaghe le più profonde della nostra epoca, ed una delle più insormontabili difficoltà della rigenerazione.

IV.

Ho dimostrato l’effetto della profanazione della domenica in sull’umana dignità, nella società in generale. Ciò non basta. Havvi due classi di uomini in sui quali 1’influenza deplorabile del disordine, cui noi combattiamo, si fé’ sentire di una maniera più marcata. Queste due classi sono giustamente quelle che si erano promesso un risultato più vantaggioso dalla violazione del riposo ebdomadario, quelle che ne diedero, e continuano a darne il più scandaloso esempio: voi avete nominalo i padroni e gli operai. Conciossiachè anche a’ nostri dì si tributa ad ogni signore onore e rispetto, cominciamo dai padroni. – Escluse le eccettuazioni, tanto più onorevoli quanto esse sono più rare, cosa è questa nostra borghesia industriale e negoziatrice; codesta borghesia, la quale regnante al banco, al magazzino, all’usina, alla manifattura, al laboratorio, alla filatura; codesta borghesia, la quale, divenuta l’aristocrazia dell’argento, e la sovrana del paese, s’impadronì di tutte le cariche, dal Sindacato del villaggio insino alla rappresentazione nazionale; che scrive, che emana leggi, che amministra, che piatisce, che giudica, che insegna; che infino alla rivoluzione di febbrajo, e dopo, diè gomitate a lutto il mondo per farsi ceder luogo, e fortissimamenìe vocifera a tutto ciò che non è dessa: Levati di quivi, che mi vi metto io; qual è codesta borghesia? Una verga d’argento. – Dopo i liberti della vecchia Roma, conoscete voi nell’istoria una genia di persone più cupide, più limitate, più dure, più vanitose, più gelose, più empie, più aliene ad ogni sentimento elevato, ad ogni pensiero generoso? Qual veri Cinesi dell’Occidente, costoro oltrepassato hanno i loro confratelli d’Oriente. Questi, diceva non è gran pezza uno d’infra loro, ammettono quattro verità : pecchiare, pappare, digerire e dormire (1); i nostri non ne ammettono che una: guadagnare del danaro. Se rifiutano essi di riconoscersi a somiglianti lineamenti, contemplino la Francia, quella Francia che fu in varii tempi la derisione, la pietà e lo spavento delle nazioni : codesta non è soltanto l’opera loro, sebbene la loro immagine. Quale dignità! 0 matre pulchra, filia pulchrior! Del resto, che la borghesia francese non prenda punto per essa sola le mie parole, queste si rivolgono a tutta la borghesia europea. – Il delineare siffatto ritratto m’amareggia l’animo, signore e caro amico, perché desso è troppo rassomigliante. Questo non è un rimprovero che io faccia, ma una disgrazia, che deploro; egli non è l’odio che io provochi, sebbene la compassione, la quale io imploro. Se io segnalo difetti, che invano si negherebbero, egli si è per indicarne la cagione e ‘1 rimedio. Quando il pilota, sapendolo od ignorandolo, spinge la nave contra gli scogli, i passeggeri non sono forse in diritto di riprendernelo e dirgli: voi ci perdete? Ecco adunque lo stato d’avvilimento, per non impiegare un’espressione più forte, in cui è discesa una classe cotanto numerosa, e d’ altronde cotanto interessante della società. Come mai s’è essa materializzata a questo segno? Occupandosi esclusivamente della materia, e nulla facendo per ispiritualizzarsi, cioè consacrandosi ostinatamente, e perseverantemente al lavoro materiale anche ne’ giorni divinamente destinati alle opere morali; in una parola, profanando la domenica da sessanta anni. Se tale non è la sorgente esclusiva della degradazione, che ci affligge, non v’è un osservatore, il quale non ne convenga, ch’essa ne diventa, per lo meno, la più efficace.

V.

Che soggiugnerò io dell’operaio? Ah! egli è desso sopratutto che ne viene digradato violando la legge sacra del riposo settimanale. Voi avete senza dubbio osservato, signore e caro amico, che in tutti i comandamenti di Dio, la dignità di padre è sempre molto più distinta di quella del legislatore : direbbesi che l’Eterno non è legislatore se non perché desso è padre. Per entro mille, il precetto della preghiera e del riposo settenario ne diviene una pruova commovente. Scandagliando tutti i misterj dell’avvenire, l’Onnipotente vide dal principio l’uomo, sì felice all’uscire della culla, subissarsi nel1’abisso delle disgrazie, ed inabissar visi per propria colpa. Egli lo vide piegantesi sotto il giogo d’un lavoro penoso, incurvato verso la terra, trascinante dietro sé la lunga e pesante catena dell’ansietà. – Egli vede questo nobile figliuolo scendere in ciascun giorno d’un grado nell’ordine morale. Il suo pensiero s’affralisce sotto il peso delle terrestri necessità; i suoi sentimenti s’abbassano al livello del suolo che calca co’piedi; la sua fronte stessa sembra aver perduto il carattere sublime di cui era stata adornata. À codesta condizione, di già così dura, egli mira l’egoismo aggiungere le sue crudeli esigenze, ed obbligare il povero a consumarsi in un lavoro che non conosce riposo, di quello in fuori cagionato dalla malattia, e dal rifinimento prematuro della natura. – Che fece questo Dio legislatore e padre? Sopra selle giorni di fatica, Egli ne volò uno al riposo del suo figliuolo. Egli, Egli stesso propalò quest’ordine che sarà irremovibile, che sarà sacro tanto pel ricco quanto pel povero, e lo contrassegnò del suo nome: Io Signore, ego Dominus, Poi denominando la Chiesa sua sposa, le dice: Andate, ed annunciate a questi poveri operai: « Al nome del re de’ cieli, di cui voi siete figliuoli, prendete in un giorno almeno l’attitudine e l’andamento conveniente alla vostra origine. – Voi siete stati creati per regnare in sulla natura: sovvenitevene voi oggi. Voi siete nati per riposarvi gloriosamente nel seno dell’immortalità, venite ad impararlo nella mia magione. Venite, ed Io vi farò seder nel mezzo de’vostri padroni; io vi riceverò alla stessa mensa; Io vi darò il medesimo pane e il medesimo calice: Io vi offrirò i medesimi consigli, e i medesimi gaudj. La vostra anima, a’ miei occhi è preziosa al par di quella di un principe ; ambedue ed al medesimo titolo voi siete miei figliuoli; ma se io debbo una preferenza di tenerezza, egli è a colui ch’è povero e piccolo ». Docili a questa voce sì dolce, le classi lavoratrici si mostrarono, durante un lungo seguito di secoli, i più premurosi a riunirsi nei templi, a gustare il riposo salutare, che era stato preparato, a raccogliere le consolanti lezioni, le quali loro venivano comunicate, ed a partecipare delle gioie sì pure, le quali loro erano offerte. Moralizzate, nobilitate e consolate dalla religione, queste classi, divise in mille corporazioni, furono veramente il nerbo della Francia, e ’l fondamento della gloria di lei. La rivoluzione dell’89, le trovò generalmente fedeli alle credenze ed alle abitudini cattoliche. Per difendere questa nobile eredità, esse ebbero numerosi martiri. – Vittoriosa l’empietà pel terrore, non si fece punto illusione; codesta comprese che 1’unico mezzo d’assicurare il suo trionfo era di scattolizzare la Francia. – Né le parodie sacrileghe de’nostri augusti misterj, né le feste della deessa ragione le parvero bastanti per pervenire alla designala mela. Con questo accorgimento che non mai le mancò, essa instituì le decadi, bandendo pena di morte contra chi non lavorerebbe nella domenica, cioè essa decretò la profanazione permanente del giorno sacro [La prova evidente che l’odio della religione fe’ sostituire il calendario repubblicano al cattolico è scritta con indelebili caratteri ne’ due passi seguenti: un decreto del 13 germinale, an. VI (5 aprile 1798) dice espressamente che « l’osservanza del calendario francese è una delle istituzioni le più atte a far dimeticare il ruggime sacerdotale ». Un messaggio del 18 germinale, an .V JI (8 aprile 1799) arroge « che questo calendario ha per iscopo di sradicare dal cuore del popolo la superstizione, generalizzando in tutti i comuni le feste decadarie »]. Somigliante misura fu calamitosa: le classi operaie, private d’altronde delle loro chiese e de’loro sacerdoti, si disusarono insensibilmente del riposo sacro, epperciò perdettero la salvaguardia della loro fede, la scaturigine delle loro consolazioni, i titoli della loro nobiltà e il sentimento della loro dignità.

VI.

Lacrime di sangue, signore e caro amico, v’andrebbero per piangere la digradazione di questo infelice popolo divenuto profanatore della domenica. Che è egli mai agii sguardi de’suoi padroni, al cospetto di coloro stessi che lo spinsero nel precipizio, e che ve lo ritengono? Secondo 1’energica espressione d’un profeta, che non trovò mai una più diritta applicazione, egli è un istrumento, un arnese, una macchina, una bestia da soma [“Comparatus est jumentis insipientibus, – Ps., XLVIII.] – Percorrete le fucine, le manifatture, le fabbriche, i laboraloj, i dominj, le città e le campagne, dove il giorno del Signore non è più conosciuto. Io lo dico, e voi lo direte, come io, con profondo sentimento di pietà, colà, salvo le rare eccettuazioni dovute all’azione secreta del Cristianesimo, 1’artigiano, il coltivatore, l’uomo del popolo, non è più considerato che come una macchina ed una bestia da soma. Macchina a lavorare il terreno, macchina a fabbricare de’tessuti, macchina a battere il ferro, macchina ad affazzonare l’argilla, macchina a piallare il legno od a tagliare la pietra; ma sempre mai macchina. – E la prova è che la stima che gli si accorda si misura al numero, alla facilità ed alla precisione de’movimenti che egli eseguisce. E la prova è che si crede avere adempiuto ad ogni giustizia a riguardo di lui allorquando gli si diede di che riparare le sue forze muscolari, come si versa di tanto in tanto nella ruota di una macchina 1’olio necessario per farla girare. – E la prova è che, una volta rifinito per un lavoro forzato, si licenzia senza misericordia, come si ributta una macchina inservibile. Ma quest’essere ha egli forse un’anima, o no? La delicatezza della sua complessione o de’ suoi sentimenti merita essa de’riguardi, o no? È egli un bestemmiatore, un libertino, o qualche altra cosa? Poco monta! Non havvi che una questione, la quale attentamente si disamina: qual prodotto positivo si può ricavare dalle braccia di lui? Ecco tutto. Sì, ecco tutto, per questa creatura fatta ad immagine di Dio ; ecco lutto per quest’anima immortale riscattata col prezzo d’un sangue divino; ecco tutto per questo figliuolo del cielo, per questo erede presuntivo d’un regno eterno! Ebbi io torto di premettero che il rispetto della dignità umana si è perduto, e che noi ritorniamo al paganesimo?

VII.

Tal è 1’operaio agli occhi di ciascun padrone della scuola inglese, e codesta scuola ha discepoli in ogni parte. Che pensa egli di se stesso, ed in qual conto si tiene? Si crede per quello che divenne. – Ma ciò che havvi di più deplorabile si è, che l’operaio profanatore della domenica non comprende la digradazione, a cui è disceso. Senza difficoltà, egli acceda il ruolo umiliante che a lui viene assegnato. Egli, dimentico d’esser figliuolo dell’Altissimo, accetta di divenire una macchina ed un somaro, secondo un’espressione profetica [“Et similis factus est ìllis” (Ps. XLVIII.) Egli si contenta di pane per mangiare, di vino per bore, d’un giaciglio per accovacciarsi, d’un letto per ripararsi dall’intemperie, e di alcune poche monete per partecipare all’osteria. Se sospiri cose a un altro ordine, se ne può dubitare; imperocché quand’egli, come il somaro, sbramò i suoi appetiti, è contento. L’intendete voi in ciascheduna settimana, trasformando il di della preghiera in giorno di dissolutezza, fare rintronare insino nel mezzo delle notturne tenebre, e nelle sue taverne, e biscazze, e nelle nostre piazze, e contrade de’ canti avvinazzati della sua ignobile prosperità ? Smangiazziamo, trinchiamo, tripudiamo; poiché noi domani morremo. Guardatevi voi, mio caro amico, di volergli indirizzare qualche osservazione, e di richiamarlo ai sentimenti della sua dignità. Egli potrebbe pur rispondere a voi, quello che già fu a me gettato in faccia. « Eh! dite voi che 1’artigiano non deve bere; ed io vi replico che 1’operaio non è punto uno schiavo, e quando esso possiede del danaro, deve bere e godersela. » O dignità umana! Che la sua sposa non faccia mai a lui rimprocci; che giammai costei a lui parli della sua prole sprovveduta di vestimenta e di pane. Ella provocherebbe degli accessi di furore, e tutto quello che otterrebbe da simile uomo, che ne perdè la dignità, sarebbero bestemmie e cattivi trattamenti. – I fatti di siffatto genere sono innumerevoli, ed ognuno può raccontarne moltissimi. Quando anche dovessi commettere una ripetizione, io voglio riportarvene uno, a me particolarmente noto: “ab uno disce omnes”. – Un artigiano metaniere, padre di cinque fanciulli, guadagnava cinque franchi alla giornata. Ricevuta la sua paga, andava sene difilato alla bettola, dove intrattenevasi insino a che li avesse per intero sprecati. Dopo parecchi giorni e parecchie notti d’assenza, rientrava infine nel suo domicilio, e domandava da bere. – Una notte d’inverno, la sua moglie e i suoi pargoli, che sofferivano ugualmente le angosce della fame e i rigori del freddo, ebbero ardire di richiederlo di che comperare un poco di pane e di carbone. Per tutta risposta cotesto sposo, cotesto padre, tal quale li formano la profanazione della domenica e la sua inevitabile compagna, la frequenza de’ridotti, si precipita addosso alla sua donna ed a’suoi figliuoletti, indegnamente li batte e magagna, quindi li caccia in sulla strada: per ultimo, chiudendo a doppio giro la porta in faccia loro, affardella quanto seco può trasportare, se n’esce e scomparisce senza più ritornarvi. – Se questo esempio fosse isolato, io so che se ne potrebbe nulla concludere contro le classi operaie; ma disavventuratamente codesti fatti, tolte leggiere variazioni, divengono talmente numerosi che tostamente non ne costituiranno più per l’innanzi 1’eccezione, ma la regola. – Allora, qual indizio più certo ci si potrà aspettare dell’influenza esercitata pel materialismo profanatore della domenica fra i sentimenti della dignità e dell’umanità, sì estesi altre volte nelle nostre popolazioni francesi!

Gradite, ecc.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VIII]

LETTERA VIII.

2 maggio,

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

ROVINA DEL BENESSERE.

(Seguito)

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Signore e caro amico,

I.

« I provvedimenti presi per la difesa di Parigi nulla lasciano a desiderare; la confidenza rinasce; i fondi sono saliti di sessanta centesimi; la legge elettorale è in via di purificare il suffragio universale, e dar la vittoria al partito dell’ordine: né la sollevazione osa si prestamente agitarsi per le vie. » Ecco quello, che voi mi scrivete nell’ultima vostra lettera, aggiungendomi tale esser l’opinione delle persone oneste. Ne domando io perdono alle vostre persone oneste, e queste, come spero, mi scuseranno, se non posso avere tutta la fiducia loro. Il male trovasi nelle anime, ed insino a tanto che non vi vedrò apportare il rimedio là dove sta il male, io sarò pochissimo rassicurato. Ora, infino al presente io non vedo, che se ne occupino ben seriamente. Quando una società è minata come la nostra, non si salva questa né a colpi di legge, né a colpi di cannone, né a colpi di bollettini. Lo compiango sinceramente il popolo che non conosceva altri ripieghi di quelli in fuori, e che misura la sua sicurezza in sull’aumento, o discredito del suo traffico. Egli è vero, l’ammutinata plebaglia non discende nelle contrade col moschetto ad armacollo, e coi ciottoli del selciato nella mano; ma costei vi discende ogni giorno sotto la maschera del borghese volteriano, sotto la maschera dell’empio giornale, sotto la maschera del libro osceno, sotto la maschera del profanatore della domenica; ed incessantemente essa corrode, scuote, e va minando ciò che solo sostiene i regni e le repubbliche: i principj del Cristianesimo. Se per arrestarla in un’opera di distruzione ci atteniamo ai mezzi della legislazione e dello spaventamento, non dubitale, che dessa non s’impedirà di pervenire al suo scopo, tardi o tosto. – Non voglio io già insinuare, che non si debba armare il potere; ben lungi da ciò. Io penso come voi, che il solo modo umano che ci resta è di stendere in sulla Francia un braccio possente, capace d’incatenare le fazioni anarchiche; ed all’ombra di somigliante protezione tutelare, di supplicare la Chiesa Cattolica d’affaticarsi attivamente intorno alla guarigione delle anime. Affinché la sua impresa si renda possibile, è di mestieri non solamente d’accordarle piena libertà; ma di più, che ciascuno inetta la mano all’opera per suo proprio conto, e cominci per dare l’esempio di quella riforma ch’egli desidera avvenire negli altri. In una parola, non è la riforma elettorale che salverà la Francia, sebbene la riforma morale. Questa è la meta, a cui tende la mia epistola d’oggi, come le precedenti: riprendo il seguito del nostro studio.

II.

Se dalle nazioni noi passiamo ai particolari, noi osserveremo pur anche che la profanazione della domenica, ben lungi d’esser una fonte di prosperità, codesta diventa una sorgente inesauribile di miserie. – Io vi presentai la questione nei suoi rapporti tra i1 padrone e l’operaio, ed affermo che il lavoro profanatore è tanto nocivo alluno quanto all’altro. Permettetemi voi da principio di farvi rimarcare che i particolari non sfuggono punto di più che la società all’azione delle leggi divine, che queste leggi intelligenti come il fuoco infernale, secondo 1’espressione di Tertulliano, percuotono ciaschedun delitto d’un castigo particolare, lo percuotono a proporzione della sua gravità; ed alla differenza de’ supplizi eterni, percuotono ognora il colpevole per convertirlo. – Nei tesori della sua giustizia, Iddio conserva della moneta per tutti coloro che l’offendono: al negoziante, all’industriale, al proprietario, profanatore della domenica, egli manda alternativamente il fallimento, la grandine, la siccità, 1’incendio, l’epidemia, lo stagnamento degli affari, e, in qualche ora, gli fa scontare con usura tutte le obbligazioni contratte verso la sua giustizia per un vietato lavoro. – Per pagare l’operaio della sua rivolta spedisce a lui, alla sua moglie, a’ suoi figliuoli, o la malattia, o i terribili giorni feriali, o la penuria, che gli ritoglie il guadagno illecito, di cui s’inorgoglì, e sovente assai più ancora. Nulla di più comune. sopratutto odiernamente, che quelle provvide liquidazioni. A meno d’ammettere effetti senza cagione, si manca forse di logica riconoscendovi la punizione della cupidità, e della profanazione della domenica, che n’è la sacrilega e permanente manifestazione? – Tratto la questione dal lato puramente umano, e non separo ancora il padrone dal lavorante. Ascoltiamo un personaggio perfettamente competente. In un rapporto recentemente indirizzato al governo, il primiero magistrato d’una delle nostre grandi città manifatturiere s’esprime cosi: « Dall’attività incessante del lavoro che non rispetta il giorno santo, nacque: « La concorrenza illimitata che produce le frodi nella produzione; » La rivalità ardente e di cattiva fede; » La rovina degli artigiani; » I1 monopolio de’grandi stabilimenti; » L’aumento del numero de’fallimenti; » Il disordine e l’ abbruttimento dei lavoranti; » La distruzione della vita di famiglia; » L’assenza d ogni vincolo morale fra il padrone e l’operaio ». – Questo ricco beneficio è indiviso tra colui che profana e quegli che fa profanare la domenica. Passiamo a quello che appartiene esclusivamente al padrone; mentre vedremo poscia il fruito che ne tocca all’operaio.

III.

Egli è brevissima pezza che m’intratteneva con un capo di fucina intorno appunto alla questione presente. Quest’uomo, con un buon senso rimarchevole, mi diceva: Il lavoro della domenica non giova né al padrone, né all’operaio. Di fatto, se si lavora in tutte le domeniche ed in tutti gli altri giorni senza riposarsi, si fabbrica troppo, sovra tutto dietro l’invenzione delle macchine. Inoltre havvi nell’annata cinquantadue domeniche ed alcune feste; da ciò ne risulta un aumento considerevole de’ prodotti. Ora, non basta il produrre; bisogna vendere. Se tutte le industrie di Francia fanno la stessa cosa, voi avrete ben tosto una fabbricazione superiore alla consumazione. E che, forse la profanazione della domenica aumenterà il novero de consumatori? Ciascuno non continuerà egli a spendere ad un dipresso la stessa somma per le sue vestimenta e per lo suo nutrimento? E perciò, i prodotti, in tutto od in parte rimarranno in magazzino, e voi subirete infallibilmente una doppia perdita: il detrimento inevitabile delle mercanzie e l’assopimento dei capitali. – Ecco quanto corre pei tempi ordinari. – Che ne sarà se sopravvenga una crisi commerciale? se la confidenza si perde, se cessa la vendita? Eccovi voi rovinati co’ vostri magazzini riempiti di mercanzie, od almeno eccovi costretti di restringere la produzione, di vendere a più basso prezzo, di ricorrere alle dilazioni e di licenziare i vostri artigiani: cose tutte deplorabili, che sarebbonsi assai più sicuramente evitate per una fabbricazione moderata. Quante case di commercio non potrebbonsi citare, le quali portano oggi la pena della loro esagerata fabbricazione al punto di vista dell’interesse temporale, e colpevole al punto di vista religioso! – Dirassi forse, che siffatto inconveniente non è punto da paventarsi, poiché, in luogo di celebrare la domenica, l’artefice fa vacanza il lunedì; ciò che riduce alla medesima cifra il numero de’ giorni di lavoro? Certamente non è la stessa cosa pel padrone, e ciò per tre ragioni: la prima, perché l’operaio che non lavora il lunedì, prolunga spesso la vacanza per intero od in parte infino al martedì, dal che risulta pel padrone un altro inconveniente, che è di non poter contare certamente sovra il lavorante, e di restare così con lavori, i quali premono in sulle braccia, nell’impossibilità di finirli nel giorno determinato, e di compiere la sua promessa. Da ciò nascono talora disdette considerabili a carico del padrone, gravi disgusti dalla parie de’ clienti, ed infine vien pur anco la perdita della fiducia. – La seconda, perché l’artigiano che passa abitualmente il lunedì nella bettola, si disusa nell’arte sua e ne strafalcia l’opera. Il lavorìo che eseguisce il martedì sotto le ultime emozioni dell’ubriachezza, non vale la metà del suo prezzo; e soventemente, come diceva un ispettore di manifattura, bisogna farlo ricominciare. – La terza, perché l’operaio che gode di non lavorare nel lunedì si abitua a dettar la legge al padrone. Se, dovunque abbonda il lavoro, ciascun dì si mostra presto a rompere l’accordo seco voi pattuito, e, come egli dice, n’impone alla borghesia, questo non rende i borghesi né più ricchi, né più felici. Se scarseggia il lavoro, e, l’operajo si rimanda, siccome è principio che niuno muore di fame, cosi tocca ancora al padrone, di concerto con altre persone caritatevoli, sopportare il peso di alimentare costui e la famiglia di lui; imperocché l’operaio che non lavora nel lunedì, non economizza certo. La sua cassa di risparmio è il banco del mercatante da vino, e cotesto banco ingoia tutto, e nulla mai rende. – M’inganno io, rende molto. Esso rende l’operaio bordelliere, infedele, invidioso, minacciante: bordelliere, s’infastidisce del lavoro, e malamente l’eseguisce: primo benefizio del padrone. Infedele, non si fa scrupolo mai di sprecare il tempo, e sentesi un grido generale contro al rilasso ed alla pigrizia de’ lavoranti, quando non sono sorvegliali dal padrone. Nulladimeno bisogna che questi loro paghi la giornata come se l’avessero coscienziosamente impiegala: secondo benefizio del padrone. Invidioso, perché l’abitudine alle allegrie ed all’oziosità contralta nella taverna, gli fa ambire la sorte di chi può vivere senza affaticarsi; e giura agli aristos un odio uguale alla sua gelosia: terzo benefizio del padrone. Minacciante, egli prestò l’orecchio ai canti, ed alle proposizioni le più anarchiche, linguaggio abituale de’ luoghi da lui frequentati, e la sua smania del benessere si infiammò siffattamente, che nell’occasione, per soddisfare ad esso, non retrocederà punto dinanzi ai mezzi i più violenti: quarto beneficio del padrone. – In breve, la concorrenza illimitata e sleale, l’ingombro de’prodotti, la sonnolenza de’capitali, i numerosi fallimenti, una minaccia perpetua alla vostra tranquillità e fortuna, son come la spada di Damocle, che sospesa sulle vostre teste dice: ecco, industriali, negozianti, proprietari, ricchi, qualunque siate voi, la cui cieca cupidigia comanda, o la cui stupida indifferenza autorizza la violazione del giorno sacro, ecco i vantaggi particolari che voi ne riscuotete. Voglia Iddio, che a voi non ne tornino altri! Voglia Iddio, che non abbiate voi a temere niente di più grave di quegli stormi popolari, de’ quali il vostro insolente disprezzo della legge di Dio ha scatenato le veementi passioni. Ma se mai quest’onda, che minaccia voi, e che ingrossa, viene a rompere l’ultimo suo riparo, voi saprete di chi n’è la colpa: gli avvertiménti non vi mancarono.

IV.

Se la profanazione della domenica è fatale agl’interessi del padrone, questa lo è pur anche agl’interessi dell’operaio. È qui, sig. Rappresentante, che noi tocchiamo al vivo la piaga. Primieramente, l’operaio guadagna assolutamente nulla pel lavorare del settimo giorno. Gli si sussurrò: cinquanta o sessanta giornate di lavoro di più per anno ti frutterà un considerabile benefizio. Ma al fianco di somigliante calcolo, che lo sedusse, si fe’ un’operazione, della quale non se ne avvide: si ricalò il salario. La è cosa di presente incontestabile, che l’artefice non lucra di più in sette giorni di lavoro, di quello che n’approfittava altre fiate in sei giorni. – Proseguiamo: questo settimo dì, l’artigiano non lo consacrò alla fatica, ma alla licenziosità; tanto che esso si trova odiernamente, per cagione della profanazione della domenica, ridotto, come pel passato, a sei giorni di lavoro per settimana, colla differenza d’essergli diminuito il salario, e di aver peggiorato nella buona condotta.

V.

Ohimè sì, la profanazione della domenica costa all’operaio 1’unico suo tesoro, la buona condotta. Da grande pezza, signore e caro amico, voi rimuginate l’origine della miseria, e dell’ indigenza delle classi lavoratrici; voi avete volto e rivolto la questione sotto tutti i suoi aspetti, e come tutti gli osservatori degni di questo nome, voi non conoscete che due cagioni reali della miseria per l’operajo: l’ozio e la mala condotta. L’ozio proviene da circostanze esteriori, che i mezzi ordinari possono attenuare o distruggere: la condotta sregolata nasce d’un male interno, che sfugge all’azione ordinaria dell’uomo. L’ozio non è per avventura che parziale e temporale; una tale condotta è disgraziatamente generale e permanente. – Per simil condotta dell’ operaio intendo le abitazioni d’accidia, d’imprevidenza, di lusso negli abbigliamenti, nei mobili, negli alimenti; di dissolutezza , cioè il bazzicare per le bettole. pe’ caffè, pe’ teatri e per altri luoghi. Ora, niuno può dissimularselo, che questa condotta, di tal modo intesa, e che, salvo errore, deve essere tale, esiste sopra una vasta scala nel seno delle classi artigiane delle nostre città. Ora che codesta divenga pur troppo cagione profonda e permanente della miseria, sarà superfluo il provarlo. In qualunque famiglia lavoratrice, in cui non si dia equilibrio tra l’uscita, e l’ entrata, v’alberga la miseria. Che troppo! l’immoralità diventa incompatibile con questa equilibrazione necessaria, perché la distrugge, divorandone assai più che non arreca il salario quotidiano, unica entrata della famiglia. – Donde origina la mala condotta deil’operaio? Deriva da ciò che ha spezzato il solo freno capace d’incatenar le sue inclinazioni, i suoi capricci, ed i suoi appetiti sregolati, divenuti talmente imperiosi che formano la regola abituale della sua maniera di vivere. – Or questo freno qual è mai? L’universo intero sorge per rispondere: questo freno è la religione. La religione, la quale di una mano segna infallibilmente al mortale i limiti del bene e del male; e col1’altra gl’infonde la forza per lottare vittoriosamente contro le proprie passioni la religione che lo colloca del continuo sotto l’occhio d’un Dio, il Quale vede tutto, alla presenza d’un giudice sovrano, il quale non si può né ingannare, né corrompere; la religione finalmente, la quale gli mostra, al di là della tomba, il cielo e l’inferno, inevitabile mercede di sue virtù o de’ suoi peccati. – Quale cosa mai è quella che infrange questo salutare freno? Quale cosa è quella che trucida la religione nel cuore del1’operaio, e l’abbandona conseguentemente come una preda senza difesa alle sue divoranti passioni? Avanti tutto, e sopratutto, la profanazione della domenica.

VI.

Per provarlo, io non dirò quivi che colla profanazione della domenica la religione non è, né conosciuta, né meditata, né praticata; bisognerebbe rifare la lettera, in cui vi sviluppai queste considerazioni. – Stabilisco la mia tesi invergando la questione sotto un novello punto di vista, e così pronuncio che l’uomo non potendo incessantemente lavorare, fa d’uopo che egli si riposi. Questa è una legge altrettanto irremovibile ed inflessibile quanto quella, la quale presiede al corso del sole. Ora se l’artefice non prende riposo nella domenica alla chiesa, egli vi si abbandona nel lunedì alla taverna. – È questa altresì una legge invariabile, il cui adempimento è così universale, e così costante come la profanazione della domenica. Ma il riposo della taverna, sapete voi ciò che è”? Codesto è l’immoralità in permanenza, e la feccia di tutto quello che la stessa ha di più degradante e di più rovinoso. – Vedete voi codest’operaio, codesto padre di famiglia gomitolato sovra una tavola insozzata degli avanzi d’una protratta orgia, scambiando co’ suoi compagnoni di dissolutezza canti anarchici, o discorsi sconci ed osceni? Sapete voi mai ciò che costui cionca nel bicchiere che vacilla nelle sue mani tremanti per /l’ubriachezza? Egli tracanna le lacrime, il sangue, la vita della sua sposa e de’ suoi fanciulli. Statuita la media , la taverna gli costa poco meno di cento scudi per anno: tre franchi per la giornata perduta, cd altri tre di spesa, cagionano una tale perdita, la quale, rinnovata cinquanta volte per anno, rimonta facilmente alla triste somma suindicata. Ora, se cento scudi di più per anno in una famiglia di operai, ne costituiscono l’agiatezza; cento scudi di meno, ne cagionano la miseria. Se questo disordine è generale, esso diventa la miseria permanente, la miseria incurabile per la classe lavoratrice di tutta una città, di tutto un reame. – Eppur! è di necessità il confessarlo adontandosene, che cotesto disordine si ingrandì in proporzione diretta della profanazione della domenica, di cui è la conseguenza; e che questa essendo divenuta generale, ancor quello diventò tale, e divenendolo, ci ha dotati della miseria, ed ha ucciso la vita di famiglia.— Uno sguardo solo sopra cotesto spaventevole progresso, più o meno rapido secondo le provincie, ma incontrastabile dovunque. Conosceva io una delle nostre città, la quale nel 1789 coniava una popolazione di 14,000 abitanti. Trovavansi tre alberghi, e due caffè, ne’ quali il popolo non entrava mai, e diciotto o venti osterie. Per contraccambio donavansi quasi in tutte le domeniche, e quasi in tutte le case modeste cene di famiglia, di cui tutti approfittavano: padre, madre, amici, fanciulli insieme piacevolmente mangiavano, bevevano, ciaramellavano, ed in dolce armonia lasciavansi.Di presente, questa stessa città per una popolazione di 16,000 anime possiede otto alberghi, ventisei caffè frequentatissimi dal popolo, e duecento ottantatrè osterie; in tutto trecento ventun venditori di vino e di liquori. Non fa di mestieri l’aggiungere che al partir dalla domenica dopo mezzodì, insino al lunedì sera, ed anche al martedì mattina, la più parte di codeste bettole sempre rigurgitano. – Calcolando, dietro le cifre ufficiali, oltre alla perdita della giornata, la spesa dei liquidi e dei commestibili, voi arrivate, mettendo tutto al minimum, ad un’imposizione annuale di più di 30,000 franchi, prelevati sovra questa condotta. – Ciò oltrepassa più del doppio quello che la città elargisce in elemosine. Ma però, non si danno più pranzi di famiglia, né si fanno più unioni, od altre feste domestiche, non più società; invece di tutto questo, vi regna la miseria sotto tutti i nomi, e sotto tutte le forme. Ecco qual vantaggio diretto produce la profanazione della domenica e la frequentazione delle taverne, che n’è l’inevitabile conseguenza. – Notiamo frattanto il beneficio indiretto. Tale condotta delle classi operaie, conseguenza della profanazione della domenica, non consiste solamente nelle dissolutezze delle bische, giacché conduce ad altre, che non voglio nominare, e che sono una novella scaturigine di spese, lo dirò solamente, perché tutto il mondo lo vede, che quella conduce al lusso esagerato nella toeletta, nelle suppellettili, ne1 cibi: quella conduce a’ piaceri degli spettacoli, e della danza. Ora, tutte siffatte cose sarebbero evitate, almeno in parie, e con un pochettino di più di timor di Dio e di fedeltà alla religione, conseguentemente con la santificazione della domenica, senza cui, come dimostrai, la religione è impossibile. – Per istare eziandio al di sotto della realtà, queste diverse spese cagionate per la condotta s’elevano ciascuna annata, per lo meno, a trenta franchi per famiglia. – Ora la città, di cui ragiono, annovera all’intorno 1,500 famiglie operaie. Ecco impertanto una novella imposizione di 45.000 franchi, che, aggiunta a 50,000 ci dona una contribuzione annuale di 95.000 franchi. Che questa somma smoderata riceva un impiego normale, cioè, che l’operaio divenga religioso ed onesto, ed in luogo della miseria profonda, ed incurabile, si godrà d’un’agiatezza, e d’un benessere generale; tal è il fallace compito dell’infelice città, di cui parlo, la quale non è necessario che l’annunci io, distinguendosi tristemente fra tutte per la profanazione della domenica.

VII.

Ecco quello della Francia intera. Secondo il censo generale fallo da qualche mese appena, si numerano in Francia 332,000 osterie, dove si spendono annualmente 105 milioni. Aggiungendovi le altre spese di lusso e di piacere, che noi abbiamo rimarcato come la conseguenza ordinaria della profanazione della domenica, e calcolate a 30 franchi per famiglia, voi avete, per quattro milioni di famiglie lavoratrici, una novella somma di 120 milioni, ciò che dona, per la Francia intera, la cifra enormissima di 225 milioni. Ma io temo che il novero delle famiglie suddette, sia della città, che della campagna, le quali profanano la domenica, e delle quali i genitori ed i figliuoli frequentano i ridotti, siano assai più considerabile. – Nel 1841, la somma degli operai nelle fabbriche, nelle manifatture e nei laboratori delle diverse professioni era di 6,000,000; quella degli agricoltori e braccianti della campagna di 421,978,278. Io non pretendo punto attribuire alla dissolutezza sola tulle le spese fatte nelle taverne; ma, riducendo alla metà quelle che sono le imputabili, comprendete voi ancora qual ammontare eccessivo di troppo paga la mala condotta. E poi, che è addivenuto, nella Francia intera, della vita di famiglia, dell’educazione della figliolanza, e dello spirito di società nella riunione dominicale de’parenti e degli amici attorno ad una mensa moderatamente imbandita? Ogni cosa disparve colla santificazione della domenica. – Spiegate voi, pertanto, perché le numerose elemosine che si versano ciascun anno nel grembo delle popolazioni, non migliorano la loro sorte; perché questo fiume d’oro stillante come tante gocce d’acqua nella botte delle Danaidi; perché, nonostante tante molteplici opere di carità spirituale e corporale. L’immoralità diventa di giorno in giorno più generale e più profonda; perché la mendicità, codesta cangrena corroditrice delle società moderne, invece d’essere arrestata nel suo invadente cammino, minaccia, sotto il nome di comunismo, di divorar ben tostamente i popoli profanatori della domenica; perché, al postutto, in Parigi, dove cotesto disordine tocca all’estremo, i due quinti della popolazione muoiono all’ospedale? Ehi mio Dio! La spiegazione non è difficile a trovarsi: i sudori dell’artigiano, ed una parte delle elemosine del ricco si scialacquano alla taverna, e ciò è la profanazione della domenica che moltiplica, ed arricchisce la bettola; e codesta diventa la strada dell’ospedale, quando pure non si trasformi in quella della galera. – E come mai potrebbe altrimenti succedere? – Il lavorante che travaglia nella domenica, si trova solo nel lunedì. La sua donna sta occupata sia al di fuori, sia al di dentro delle faccende famigliari; i suoi figliuoli sono al tirocinio od alla scuola: che volete voi che ne addivenga? Egli s’annoia della sua solitudine, e vola naturalmente alla bettola per cercare la società e i godimenti ch’egli non trova al focolare domestico. – Al contrario, se lo stesso si riposasse nella domenica, il pericolo della solitudine per lui non esisterebbe. Libero dalle esteriori occupazioni, la sua moglie e i suoi fanciulli n’attirerebbero l’attenzione. Il loro esempio, le loro sollecitudini, il timore solo di restare isolato, sufficienti sarebbero alla lunga per risolverlo a mettersi fra’ piedi con esso loro la via della chiesa, e renderlo, ciò che non sarà giammai profanando la domenica, un buon padre, un buono sposo, un operaio onesto, laborioso, economo. – E dunque dirittamente stabilito che la menzogna la più mostruosa che siasi giammai commessa, dopo quella di satanasso nel paradiso terrestre, consiste nel buccinare che il lavoro della domenica è una sorgente del benessere per i particolari e per i popoli. Cotesto n’è, ne fu e ne sarà sempre mai la rovina. Gradite, ecc.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VII]

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LETTERA VII.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DEL BENESSERE.

4 maggio.

I.

Signore e caro amico,

Più m’innoltro io nell’impresa, che la vostra amicizia in’ impose, più l’abisso, il quale io scandaglio, diviene largo e profondo. – Giaschedun passo mi conduce alla convinzione ragionata, che non si può toccare ad una sola delle basi date pel Cristianesimo alla società, senza cagionare uno sconvolgimento generale. In particolare, mi torna evidente come il giorno, che non si può violar pubblicamente la grande legge del riposo ebdomadario senza trasformare immantinente il suolo d’una nazione in un vasto campo di rovine [“Qui offendi! in uno factus est omnium reus”. (Jacob., II, 10). La rovina del benessere, intorno a cui io voglio ragionare oggigiorno, ne è una novella prova. Perché attendete voi alle opere servili nella domenica? Rivolgete a tutti i profanatori del santo giorno quest’interrogazione, essa tira invariabilmente in sulle loro labbra la seguente risposta: « Non posso io fare altrimenti. — E perché? — Perché io sono astretto a contentare le mie pratiche; perché io sono obbligalo a sostenere la concorrenza; perché è necessario che sia pur in istato di pagare le mie cambiali al loro scadere; perché bisogna che provveda io a’miei affari, e che io ottenga qualche beneficio». – In altri termini, questa risposta significa: Io lavoro nella domenica, perché io ho paura di perdere, o di non abbastanza lucrare; io ho paura di non giungere al benessere cui ambisco, o di non conservar quello che posseggo, o di cader nel bisogno. – Essa è cosa dunque assai evidente, che l’interesse nella maggior parie è il vero motore della profanazione della domenica. Ora, giammai non fu più chiaramente dimostrato, che l’iniquità mentisce a se stessa. Voi verrete a riconoscere che il vostro calcolo è falso, sotto ogni rapporto, assolutamente falso, cioè: 1° che il lavoro della domenica non procura alcun benessere di sorta; 2° ch’è la cagione la più feconda del malessere e della miseria.

II.

Sulle prime, il lavoro della domenica non procura alcun benessere. Per far crescere un albero, una pianta, non è sufficiente cosa di coltivarli ed irrigarli, fa d’uopo che Iddio loro impartisca l’accrescimento, regolando con saviezza l’aria, la rugiada, il freddo ed il calore. Venendo una cosa sola di queste a mancare, tutte le pene del giardiniere sono perdute. Parimente, per acquistar del benessere e guadagnar del danaro, non basta dedicarsi al lavoro, ma abbisogna che 1’Altissimo lo benedica e lo faccia prosperare: voler fare senza di Lui è fabbricare sopra l’arena. Il mortale, qualunque stratagemma metta in campo, non perverrà mai ad eludere questa legge. – Ora, l’Onnipotente non benedice, né giammai benedì, né benedirà mai il lavoro della domenica. La ragione n’è che il lavoro della domenica è un oltraggio alla sua bontà ed una rivolta contra la sua autorità. Esso è un oltraggio alla sua bontà. Questo Padre, che adorna i gigli de’campi, che nutrisce gli uccelli’ del firmamento, ci disse: Io so meglio di voi stessi, che voi abbisognate di vestimenta e di nutrimento; compiete in prima di tutto la mia volontà; lavorale, pregate, riposatevi quando ve lo comando; e state’ in pace, la mia bontà vi elargirà ciò, di cui voi mancate; in altri termini: lavorate, come Io lo voglio, sei giorni della settimana, ed io vi nutrirò nel settimo. Egli lo proferì; e da seimila anni tiene la parola. Io sfido di citar nella storia antica, o nella storia contemporanea un uomo, una famiglia, una nazione che sia stata priva del necessario per aver rispettato il riposo della domenica. Se altrimenti s’avesse la cosa, Iddio sarebbe Egli un padre? Non sarebbe Egli il più ingiusto di tutti i tiranni? E chè! Mi vieta Egli di lavorare, e perché io a Lui ubbidisco, Egli mi lascia sprovveduto del necessario, mi spoglia Egli d’un legittimo benessere, mi punisce egli di mia docilità! Egli, Egli stesso dunque eccita la violazione di sua legge. Nel delirio di suo orgoglio Proudhon pronunciò egli giammai una più orribile bestemmia! Esso è una rivolta contra la sua autorità; novella ragione, per la quale Iddio non lo benedice, nè giammai Io benedì, né giammai lo benedirà. E chè! L’Eterno condanna, l’Eterno colpisce di castighi terribili la rivolta contra dell’autorità umana, la rivolta de’ sudditi contro ai loro principi, la rivolta de’ figliuoli contro ai loro genitori, e santificherà Egli con benedizioni la rivolta contra se stesso e contra la sua legge? Evidentemente la cosa così non può succedere: La ragione lo predica, ed i fatti lo dimostrano. Affine di render la prova più perentoria, estendo io la questione amplissimamente, e paragonando le nazioni alle nazioni, così enuncio: se il lavoro della domenica è una sorgente del benessere, la nazione, la quale lavora in domenica, deve, uguale del resto in tutt’altra cosa, godere d’un maggior benessere che la nazione la quale non lavora: ed anche la stessa nazione che non attendeva al lavoro ieri, e v’attende oggi, deve esser più ricca oggi, che non ieri: vediamo.

  • III.

Altre fiate la Francia era il modello de’ popoli pel rispetto del giorno sacro: la sua fedeltà la aveva forse impoverita? L’avea essa impedita di pervenire a quel grado di benessere e di prosperità che formava la sua gloria, e’ il legittimo soggetto dell’ambizione de’suoi vicini? Dopo che ella calpesta co’piedi la legge divina, è ella divenuta più ricca, più avventurosa? I suoi tributi sono essi meno gravi? Le sue finanze più prospere? Il suo debito meno considerabile? Il benessere generale s’aumentò esso? Gli utopisti hanno un bel cianciare, sovra venti solfa composti di cifre aggruppate a modo loro, il benessere sempre crescente del popolo emancipato; il popolo emancipato nulla vi crede, e giammai si trovò egli più malcontento. – « Nel fallo, dice un personaggio cosi giudizioso osservatore, che spiritoso scrittore, per nulla è provato che gli oggetti di prima necessità siano presentemente più abbondanti, ed a più buon mercato che altre volte. Ciò che si fa colla meccanica, ciò che è di pura industria, offerisce sotto questo rapporto un magnifico perfezionamento: si comprano a vilissimo prezzo delle berrette di cotone, delle zimarre, dei giornali, de’pulcinella e delle spille. Ma pagasi men caro che cento anni passati il pane, la carne, il vino mediocre, i legumi, le uova, i frutti ed il latte? Il povero popolo ha egli più abbondantemente ed a più tenue costo legna pel suo inverno? Spende egli meno in olio ed in candele? Ottiene egli con lo stesso valsente un migliore alloggio? Ha egli vestimenta più confacenti nell’incrudescente stagione? » Sopra tutto ciò si danno allegazioni affermative; ma prove non ne conosco io, e credo che sarà più facile stabilire il contrario. E poi, quando si sarà fatto il conto de prezzi assoluti, bisognerà venire alla comparazione de’ salari, e dopo questa, a quella della quantità del lavoro domandato col numero delle braccia lavoranti; e se noi vogliamo fondatamente ponderare i mali della concorrenza artigiana e commerciale, informarci di quello che guadagnano odiernamente la più parte delle femmine in dodici ore di lavoro all’ago; finalmente computare i giorni in cui non si lavorò dalla più parie degl’industriali, noi meritamente dubiteremo, che la condizione delle classi povere sia di presente comparativamente prospera, e comprenderemo come i migliori, e i più ragionevoli si lagnino di loro sorte assai più amaramente, che non le generazioni precedenti. » – L’aumento del benessere, del quale cotanto ci si parla, è pertanto almeno assai controvertibile; ciò che non lo è punto, è l’accrescimento del numero de’ poveri. Stante che nel 1789 la Francia, fedele all’osservanza della domenica, non contava che quattro milioni di poveri sopra ventisei milioni di abitanti; essa ne annovera ora sette milioni sopra trentacinque milioni di anime. Ciò che non è parimente disputabile, si è che la consumazione della carne era alla medesima epoca assai più considerevole, che non lo sia oggi. Per citarne un sol esempio, la consumazione particolare della città di Parigi era, nel 1789, di 25 per 100 più forte che nel 1845. Se dunque, come si dice, si mangiava meno di pane, egli è perché si pascevano più di carne. A’ nostri dì noi camminiamo inversamente, ed il termine del progresso sarà una popolazione condannata a nutrirsi di tartufi o di pane asciutto.

IV.

Dopo aver paragonato la Francia con se stessa, paragoniamo le nazioni colle nazioni. Sono trascorsi sessanta anni; tutte le nazioni civilizzale dell’universo osservavano religiosamente la domenica; una sola eccettuata, tutte 1’osservano ancora. – L’eccezione, è la Francia. Ora, la sua posizione geografica, la fertilità del suo terreno, l’industria de’suoi abitanti, 1’attività loro, lo stesso loro genio, non la rendono inferiore a niun popolo. Niuna sollecitudine religiosa ne distrasse il pensiero di lei dal lavoro e dalla speculazione, e ciascun anno essa ebbe sessanta giorni di lavoro di più degli altri. Se il non cessare dalle opere servili nella domenica è una fonte di ricchezze, certamente il popolo profanatore deve essere oggi il primo pel benessere, per la prosperità: eppure si vede affatto il contrario. – Imperocché se tutti i popoli si ingrandirono in forza e in territorio, in ricchezza, in tranquillità ed in benessere, la Francia decadde sotto tutti i rapporti. A chi ne dubita, io consiglio di legger l’opera che ha pubblicalo, non è guari, uno de’vostri più savi colleghi, il sig. Baudot. – La decadenza morale e materiale della Francia, dopo sessanta anni, v’è scritta in fatti ed in cifre, che sfidano tutti gli ottimisti, tutti gl’increduli e tutti gli utopisti.. Ma, senza andar tanto lontano, è sufficiente d’aprir gli occhi e di riguardare. – Per restringere l’orizzonte, vi ripeterò di osservare solamente l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Perché continuano a testimoniare il rispetto il più edificante pel giorno sacro del riposo, questi due popoli, a1 quali noi non la cediamo sotto nessun altro rapporto; son essi meno di noi i due re della fortuna e dell’opulenza? Il commercio loro è meno fiorente del nostro? La marina loro è meno possente e meno bella? L’industria loro meno avanzata? L’agricoltura loro meno intelligente? Il benessere loro meno generale e meno solido? Se il quadro a voi paresse troppo angusto, percorrete pure, ed oso novellamente sfidare tutti i cercatori di citare una sola persona, una sola famiglia, una sola provincia, una sola nazione che sia stata dalla santificazione della domenica impoverita od impedita d’arricchirsi.

V.

Il mio compito non è peranco finito; imperciocché soggiunsi che la profanazione della domenica è la cagione la più feconda del malessere e della miseria. – S’appelli egli uomo o popolo, il profanatore del sacro riposo butta a’ piedi il divieto divino per l’ingordigia d’un guadagno temporale: la paura di perdere, o la brama di conseguire, tale è, sotto un nome o sotto un altro, il motivo del suo colpevole lavoro. Qui eziandio s’inganna; si dimentica che il voler edificare quando Iddio lo proibisce, è un coacervare rovine. Io lo so; perché non vien sempre immediatamente percosso nel suo benessere, orgogliosamente dice: ho faticato nella domenica, e qual disastro m’è mai sopravvenuto? Attendiamo un poco. I popoli d’Italia hanno un proverbio, che riporta: Iddio non paga tutti i sabbati, ma egli giammai fa bancarotta. Dappoi il 1789, la Francia non cessa dal replicare: Io lavorai nella domenica, e quale disgrazia mai m’accadde? In che il mio benessere ne soffrì? Eccone la risposta: Di poi il 1789, non havvi sorta di prove, di umiliazioni, di dolori, di miserie e di calamità, cui la Francia non abbia subito. La terra del continuo ha tremato sotto i passi suoi, questa trema ancora: rivoluzioni, alle quali niune si possono nella storia pareggiare, o agguagliare, coperta l’hanno di rovine, di sangue e di ossami. Sopra della testa di lei il cielo è divenuto di bronzo, e flagelli d’ogni genere si sono rovesciati sopra la stessa. Niuna altra nazione venne cotanto sovente straziata dalla guerra civile; due volte venne essa visitata dalla peste; due volte la carestia ha immerso nelle angosce della miseria quelli de’ suoi figliuoli, che codesta non consegnava agli orrori della fame; durante cinque anni, lo straripamento de’ suoi grossi fiumi ne ha desolalo le città e le campagne; finalmente, un’inondazione tale che giammai a memoria d’ uomo si è veduta, ha portalo il disertamento nelle sue più doviziose provincie, e messo al colmo la generale cospirazione degli elementi contro al popolo profanatore della domenica. – Nonostante tutto ciò, la Francia accecata continuava tutto sacrificare al culto dell’oro, e ripetere con burbanza: lavorai io nella domenica, e quale disgrazia mi colse? Durante diciotto anni, il suo re non pronunciò un discorso ufficiale senza felicitarla della sua prosperità, ogni giorno crescente; senza glorificare il culto della materia, e senza incoraggiarla nella via da essa intrapresa. L’eterno lascia buccinare lutti questi piaggiatori; egli lascia agire tutti gli operai d’ iniquità; egli si tace intorno alla profanazione della sua legge. La sua ora suona; in un batter d’occhio, senza che si possa altrimenti spiegare, il re della materia insieme a tutta questa prosperità svanisce come una bollicina di sapone allo spirar del venticello. Lo spavento diventa generale, la capitale s’allerrisce, la confidenza si ritira, il commercio è conquassato, il lavoro è in feria, tutte le fortune vacillano, i fallimenti piovono come la grandine in un giorno di uragano, la bancarotta pubblica minaccia d’inghiottire, non solo quanto vi resta di prosperità, ma quanto v’è di bene, cosicché nessuna crisi cotanto violenta, cotanto universale, cotanto durevole aveva giammai così torturato la Francia, di cui il bilancio afferma esservi dieci bilioni di perdita in tre giorni! Tal è il pretto beneficio della profanazione della domenica durante sessanta anni.

VI.

Che ne pensate voi? e sopra qual motivo attribuite voi le calamità della Francia alla profanazione della domenica? Ecco quello che migliaia d’uomini, grandi e piccoli, mi gridano con un cipiglio sdegnoso, con uno spregevole alzar di spalle, e con beffarde, sardoniche, squarciate risate. Ciò che io ne so? Voglio pur contarvelo: Io so, che non si dà effetto senza cagione; Io so, che Iddio governa le nazioni secondo leggi egualmente giuste ed invariabili; Io so, che infra simili leggi trovasene una, che intima : Il colpevole sarà punito per dove peccò [“Per quae peccat qui, per haec et torquetur”. Sap., XI, 47.]. – Io so, che l’ingordigia del lucro è la vera cagione della profanazione della domenica; Io so, che le perdite temporali sono la punizione adequata della cupidità; lo so adunque, che le calamità delle nostre finanze sono il salario legittimo della profanazione della domenica; Io lo so e per le leggi della logica, e per la nozione tessa della sapienza divina. – Non sembra forse a voi stesso logicissimo e conformissimo alla sapienza infinita di guarire il male per un rimedio che lo estingue nella sua cagione? – Ecco quello che io so: ecco ora ciò che io ignoro: Io non so, che vi siano effetti senza cagione; – Io non so, che Dio abbia abdicato; Io non so, che la legge, la quale condanna il mortale ad esser punito dove peccò, abbia cessato d’essere in vigore; Io non so, perché Iddio non lascerebbe le ritorse temporali ad un popolo, che vuole arricchire malgrado Lui; Io non so, perché l’Altissimo sarebbe meno abile d’un medico ordinario, la cui prima cura è di proporzionare il rimedio alla malattia; Io non so, perché, umanamente parlando, il popolo profanatore della domenica è dopo sessanta anni il più sconcertato, il più agitato, il più inquieto, e, comparativamente, il più infelice di tutti i popoli. – Io non so, perché, sempre umanamente discorrendo, l’Inghilterra, e gli Stati Uniti, i quali, sotto nessun rapporto, non valgono meglio della Francia, ma de’quali il rispetto pel giorno del Signore ci copre di rossore, fruiscano d’una stragrande materiale prosperità e fortuna. Ecco quello che io non so, e ciò, che sarei vago d’apprendere da nostri grandi personaggi. – Voi comprendete del resto, signore e caro amico, che io sono alienissimo dall’attribuire esclusivamente alla profanazione della domenica tutti gl’infortuni della Francia. Io ho voluto solamente rendere a questa cagione di rovina la troppo larga parte, che le tocca nei nostri malanni. Determinare l’estensione della sua influenza noi posso io; le mie lettere precedenti vi mostrarono ch’essa è incalcolabile. – Se dunque i popoli o gli uomini profanatori della domenica vogliono intendere un consiglio, io loro direi: “Guardatevi; voi v’attaccate con Chi è più forte di voi. Non si fa punto giuoco impunemente di Dio; voler voi arricchire senza Iddio, e malgrado suo, quest’è tentar l’impossibile, quest’è provocar il fulmine. Gradite, ecc.

 

MISTICA DEL TEMPO DI NATALE

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[Dom. Guétamger: l’Anno liturgico, vol. I]

Tutto è misterioso nei giorni in cui ci troviamo. Il Verbo di Dio, la cui generazione è prima dell’aurora, nasce nel tempo; ne Bambino è un Dio; una Vergine diviene Madre e rimane Vergine; le cose divine si confondono alle umane, e la sublime e ineffabile antitesi espressa dal discepolo prediletto in queste parole del suo Vangelo: il Verbo sì è fatto carne, si sente ripetere su tutti i toni e sotto tutte le forme nelle preghiere della Chiesa. Essa riassume mistica del tempo di natale meravigliosamente il grande evento che ha unito in una sola Persona divina la natura dell’uomo e la natura di Dio. Mistero abbagliante per l’intelligenza, ma soave al cuore dei fedeli, esso è il compimento dei disegni di Dio nel tempo, l’oggetto dell’ammirazione e dello stupore degli Angeli e dei Santi nella loro eternità, e insieme il principio e il modo della loro beatitudine. Vediamo come la santa Chiesa lo propone ai suoi figli nella Liturgia.

Il giorno della Natività.

Dopo l’attesa di quattro settimane di preparazione, immagine dei millenni dell’antico mondo, eccoci giunti al venticinquesimo giorno del mese di dicembre, come a una stazione desiderata. Dapprima è naturale che proviamo un certo stupore vedendo che questo giorno a sé solo riserva l’immutabile prerogativa di celebrare la Natività del Salvatore; mentre tutto il Ciclo liturgico sembra nei travagli, ogni anno, per dare alla luce l’altro giorno continuamente variabile al quale è legata la memoria del mistero della Risurrezione. – Fin dal quarto secolo, sant’Agostino fu portato a darsi ragione di questa differenza, nella famosa Epistola ad Januarium; e la spiegava dicendo che noi celebriamo il giorno della Nascita del Salvatore unicamente per rievocare la memoria di quella Nascita operata per la nostra salvezza, senza che il giorno stesso nel quale ha avuto luogo racchiuda in sé qualche significato misterioso. Al contrario il giorno preciso della settimana nel quale è avvenuta la Risurrezione è stato scelto nei decreti eterni, per esprimere un mistero di cui si deve fare espressa commemorazione sino alla fine dei secoli. Sant’Isidoro di Siviglia e l’antico interprete dei riti sacri che per lungo tempo si è ritenuto fosse lo studioso Alcuino, adottano su questo punto la dottrina del vescovo di Ippona; e le loro parole sono sviluppate da Durando nel suo Razionale. – Detti autori osservano dunque che, secondo le tradizioni ecclesiastiche, avendo la creazione dell’uomo avuto luogo il venerdì, e avendo il Salvatore sofferto la morte in quello stesso giorno per riparare il peccato dell’uomo; essendosi d’altra parte la risurrezione di Cristo compiuta il terzo giorno, cioè la Domenica, giorno al quale la Genesi assegna la creazione della luce, « le solennità della Passione e della Risurrezione – come dice sant’Agostino – non hanno soltanto lo scopo di riportare alla memoria i fatti che si sono compiuti; ma rappresentano e significano anche qualche altra cosa di misterioso e di santo (Epist. ad Januarium) ». – Guardiamoci tuttavia dal credere che, per il fatto che non è legata a nessuno dei giorni della settimana in particolare, la celebrazione della festa di Natale il 25 dicembre sia stata completamente privata dell’onore di un significato misterioso. Innanzitutto, potremmo già dire, con gli antichi liturgisti, che la festa di Natale percorre successivamente i diversi giorni della settimana, per purificarli tutti e sottrarli alla maledizione che il peccato di Adamo aveva riversato su ciascuno di essi. Ma abbiamo un mistero molto più sublime da dichiarare nella scelta del giorno di questa solennità: mistero che, se non ha relazione con la divisione del tempo nei limiti di quel tutto che Dio stesso s’è tracciato, e che si chiama la Settimana, viene a legarsi nel modo più espressivo al corso del grande astro per mezzo del quale la luce e il calore, cioè la vita stessa, rinascono e perdurano sulla terra. Gesù Cristo nostro Salvatore, che è la luce del mondo (Gv. VIII, 12), è nato al momento in cui la notte dell’idolatria e del delitto era più profonda in questo mondo. E il giorno della Natività, il 25 dicembre, è precisamente quello in cui il sole materiale, nella sua lotta con le ombre, vicino a spegnersi, si rianima d’un tratto e prepara il suo trionfo. – Nell’Avvento abbiamo notato, con i santi Padri, la diminuzione della luce fisica come il triste emblema di quei giorni di attesa universale; ci siamo rivolti con la Chiesa verso il divino Oriente, verso il Sole di Giustizia, il solo che possa sottrarci agli orrori della morte del corpo e dell’anima. Dio ci ha ascoltati; e nel giorno stesso del solstizio d’inverno, famoso per i terrori e i gaudi del mondo antico, ci dà insieme la luce materiale e la fiaccola delle intelligenze. – San Gregorio Nisseno, sant’Ambrogio, san Massimo di Torino, san Leone, san Bernardo e i più illustri liturgisti, si compiacciono di questo profondo mistero che il Creatore dell’universo ha impresso in una sola volta nella sua opera naturale e soprannaturale insieme; e vedremo che le preghiere della Chiesa continueranno a farvi allusione nel Tempo di Natale, come già nel Tempo dell’Avvento. – « In questo giorno che il Signore ha fatto – dice san Gregorio Nisseno nella sua omelia sulla Natività – le tenebre cominciano a diminuire e, aumentando la luce, la notte è ricacciata al di là delle sue frontiere. Certo, o Fratelli, ciò non accade né per caso né per volere estraneo, il giorno stesso in cui risplende Colui che è la vita divina nell’umanità. È la natura che, sotto questo simbolo, rivela un arcano a quelli il cui occhio è penetrante, e i quali sono capaci di comprendere la circostanza della venuta del Signore. Mi sembra di sentirlo dire: O uomo, sappi che sotto le cose che tu vedi ti vengono rivelati misteri nascosti. La notte, come hai visto, era giunta alla sua più lunga durata, e d’improvviso s’arresta. Pensa alla notte funesta del peccato che era giunta al colmo per l’unione di tutti gli artifici colpevoli: oggi stesso il suo corso è stroncato. A partire da questo giorno, essa è ridotta, e presto sarà annullata. Guarda ora i raggi del sole più vivi, l’astro stesso più alto nel cielo, e contempla insieme la vera luce del Vangelo che si leva sull’universo intero ». – « Esultiamo, o Fratelli – esclama a sua volta sant’Agostino – perché questo giorno è sacro non già per il sole visibile, ma per la nascita dell’invisibile creatore del sole. Il Figlio di Dio ha scelto questo giorno per nascere, come si è scelta una Madre, Lui che è il Creatore del giorno e della Madre insieme. Questo giorno, infatti, nel quale la luce ricomincia ad aumentare, era adatto a significare l’opera di Cristo che, con la sua grazia, rinnova continuamente il nostro uomo interiore. Avendo l’eterno Creatore risolto di nascere nel tempo, bisognava che il giorno della sua nascita fosse in armonia con la creazione temporale » (Discorso in Natale Domini, III). – In un altro Sermone sulla medesima festa, il vescovo d’Ippona ci dà la chiave d’una frase misteriosa di san Giovanni Battista, che conferma meravigliosamente il pensiero tradizionale della Chiesa. L’ammirabile Precursore aveva detto, parlando del Cristo: Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv. III, 30). Sentenza profetica la quale, nel senso letterale, significa che la missione di san Giovanni Battista volgeva al termine dal momento che il Salvatore stesso entrava nell’esercizio della sua. Ma possiamo vedervi anche, con sant’Agostino, un secondo mistero: « Giovanni è venuto in questo mondo nel tempo in cui i giorni cominciano ad accorciarsi; Cristo è nato nel momento in cui i giorni cominciano ad allungarsi » (Discorso in Natale Domini, XI). Cosicché tutto è mistico: sia il levarsi dell’astro del Precursore al solstizio d’estate, sia l’apparizione del Sole divino nella stagione delle ombre, – La scienza tapina e ormai sorpassata dei Dupuis e dei Volney, pensava di aver scosso una volta per sempre le basi della superstizione religiosa, per aver costatato, presso i popoli antichi, l’esistenza di una festa del sole al solstizio d’inverno; sembrava loro che una religione non potesse passare per divina, dal momento che le usanze del suo culto avevano delle analogie con i fenomeni d’un mondo che, secondo la Rivelazione, Dio ha tuttavia creato solo per il Cristo e per la sua Chiesa. Noi cattolici troviamo la conferma della nostra fede proprio là dove questi uomini credettero per qualche istante di scorgere la sua rovina [Si è visto sopra che la festa di Natale non ha avuto in origine un posto uniforme nei diversi calendari della Chiesa. Molti autori pensano oggi che questa festa fu definitivamente fissata al 25 dicembre per distogliere i fedeli da una solennità pagana molto popolare, la festa del solstizio, che celebrava, nella notte dal 24 al 25 dicembre, il trionfo del sole sulle tenebre. Il procedimento, che consiste nell’opporre una festa cristiana a una festa pagana troppo vivace, è stato spesso usato dalla Chiesa nei primi secoli, e sempre con immediato successo]. – In questo modo abbiamo dunque spiegato il mistero fondamentale di questi lieti quaranta giorni, svelando il grande segreto nascosto nella predestinazione eterna del venticinquesimo giorno del mese di dicembre a diventare il giorno della Nascita d’un Dio sulla terra. Scrutiamo ora rispettosamente un secondo mistero, quello del luogo in cui avvenne la Nascita.

Il luogo della Natività.

Questo luogo è Betlemme. E’ da Betlemme che deve uscire il capo d’Israele. Il profeta l’ha predetto (Mic. V, 2); i Pontefici ebrei lo sanno e sapranno anche dichiararlo, fra pochi giorni, ad Erode (Mt. II, 5). Per quale ragione questa oscura città è stata scelta fra tutte le altre per diventare il teatro di così sublime avvenimento? Osservate, o cristiani! Il nome di questa città di David significa casa del Pane: ecco perché il Pane vivo disceso dal cielo (Gv. VI, 41) l’ha scelta per manifestarvisi. I nostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti (ibid. VI, 49); ma ecco il Salvatore del mondo che viene a sostenere la vita del genere umano per mezzo della sua carne che è veramente cibo (ibid. 56). Fino ad ora Dio era lontano dall’uomo; ma d’ora in poi essi non faranno più che una sola e medesima cosa. L’Arca dell’alleanza che custodiva solo la manna dei corpi è sostituita dall’Arca d’una alleanza nuova; Arca più pura, più incorruttibile dell’antica: l’incomparabile Vergine Maria, che ci presenta il Pane degli Angeli, l’alimento che trasforma l’uomo in Dio; poiché Dio l’ha detto: Chi mangia la mia carne rimane in me, ed Io in lui (ibid. 57).

Gesù nostro Pane!

È questa la divina trasformazione che il mondo attendeva da lungo tempo, e verso la quale la Chiesa ha sospirato durante le quattro settimane del Tempo di Avvento. È giunta infine l’ora e Cristo sta per entrare in noi, se vogliamo riceverLo (ibid. 1, 12). Egli chiede di unirsi a ciascuno di noi, come si è unito alla natura umana in generale, e per questo vuol farsi nostro Pane, nostro cibo spirituale. – La sua venuta nelle anime in questa mistica stagione, non ha altro scopo. Egli non viene per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato in Lui (ibid. III, 17), perché tutti abbiano la vita, ed una vita sempre più abbondante (ibid. X, 10). Il divino amico delle anime nostre, non troverà dunque riposo fino a quando non si sia sostituito egli stesso a noi, di modo che non siamo più noi a vivere, ma Egli che vive in noi; e perché questo mistero si compia con maggiore dolcezza, il dolce frutto di Betlemme si dispone dapprima a penetrare in noi sotto le sembianze d’un Bambino, per crescervi quindi in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (Lc. II, 40). Quando poi, dopo averci così visitati con la sua grazia e con l’alimento d’amore, ci avrà cambiati in se stesso, allora si capirà un nuovo mistero. Diventati una stessa carne, uno stesso cuore con Gesù, Figlio del Padre celeste, diventeremo perciò stesso i figli del medesimo Padre; tanto che il Discepolo prediletto esclama: Figlioli, osservate quale carità ha usato con noi il Padre, sì che siamo i figli di Dio, non soltanto di nome, ma di fatto (Gv. III, 1). Ma parleremo altrove, e con più agio, di questa suprema felicità dell’anima cristiana, e dei mezzi che le sono offerti per mantenerla ed accrescerla.

Liturgia del Natale.

Ci resta da dire qualcosa sui colori simbolici che la Chiesa riveste in questo tempo. Il bianco è usato per i venti primi giorni che vanno fino all’Ottava dell’Epifania. Lo si cambia solo per onorare la porpora dei martiri Stefano e Tommaso di Cantorbery, e per unirsi al lutto di Rachele che piange i suoi figli, nella festa dei santi Innocenti. All’infuori di queste tre ricorrenze, trionfa il bianco nei paramenti sacri, per esprimere la letizia alla quale gli Angeli hanno invitato gli uomini, lo splendore del sole divino che nasce, la purezza della Vergine Madre, il candore delle anime fedeli che si stringono attorno alla culla del divino Bambino. – Negli ultimi venti giorni, le ricorrenze delle feste dei Santi esigono che le feste della Chiesa siano in armonia, ora con le rose dei Martiri, ora con i semprevivi che formano la corona dei Pontefici e dei Confessori, ora con i gigli che adornano le Vergini. Nei giorni di domenica, se non ricorre nessuna festa di rito doppio di seconda classe che imponga il colore rosso o bianco, e se la Settuagesima non ha ancora aperto la serie delle settimane che precedono la passione di Cristo, i paramenti della Chiesa sono di color verde. – La scelta di questo colore indica, secondo i liturgisti, che con la Nascita del Salvatore, che è il fiore dei campi (Cant. II, 1), è anche nata la speranza della nostra salvezza, e che dopo l’inverno della gentilità e del giudaismo ha iniziato il suo corso la verdeggiante primavera della grazia.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VI]

LETTERA VI.

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LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

ROVINA DELLA LIBERTÀ.

25 aprile.

I.

Signore e caro amico,

Avete voi la caritatevole ed interessantissima idea di divertire un certo numero dei vostri colleghi, e di veder da vicino i loro smodati sghignazzamenti d’incredulità; o meglio ancora, siete voi solleticato dal prurito di sentirvi tacciare voi stesso di reazionario, e me di gesuita? – In questo caso v’indico un mezzo di conseguire infallibilmente l’uno e l’altro. – Comunicate a’ quei certi tali signori, i quali seggono in sulla montagna rossa, ed anche in sulla montagna bianca, questa lettera, dove io pretendo stabilire che la profanazione della domenica è la rovina della libertà. Siccome deggio io attendermi che un fitto nembo d’infuocale obiezioni d’ogni lato mi si scaglierà addosso, così voi giudicherete atto prudente, se comincio io con mettermene al coperto: nelle guerre di discussione il vero scudo è la logica. Per essere in tutta regola, la logica proceder deve da definizioni inespugnabili, e svilupparsi in induzioni rigorosamente concatenate le une colle altre: egli è di somigliante guisa che la rosa spunta dal bottone, e questo dalla semenza. Fermati sì i miei preliminari, vengo io alle definizioni, e domando: Che cosa mai è la libertà? Quali ne sono i limiti? quale n’è la base, e la condizione?

II.

Noi possiamo, signore e caro amico, dirittamente ripetere della libertà, ciò che vi diceva d’una celebre istituzione: « Molto ne parlarono, ma assai poco l’hanno conosciuta. In sulle prime, a’ giorni nostri incontransi pel mondo milioni di mortali i quali riguardano la libertà come il diritto di fare tutto quello che si vuole. Se così si passasse la cosa, mi spiccerei di presto presto stringere il mio bordone, ed intascare il mio breviario, per andar ad abitare l’impero della luna; e ciò per un’eccellente ragione: imperciocché diverrebbe inabitabile la terra. – Ammettiamo, in effetti, che la libertà sia il diritto per ciascuno di spacciare, e fare tutto quello che gli frulla pel capo, senza altra norma che i suoi capricci; supponiamo di seguito un paese godentesi di simile avventurosa libertà. Ecco un uomo, il quale lacera la vostra riputazione, come una fiera affamata sbrana la sua preda. Voi gliene chiedete la ragione. — La ragione? E questa, che io son libero di far quanto più mi piace. — Ah! tu sei libero di squarciar la mia riputazione, e di questo ti compiaci! Io sono dunque anche libero di deturpar la tua, e vi trovo il mio diletto: ed ecco due cittadini, i quali, in virtù della libertà, s’avventano tutte le ingiurie immaginabili. – Eccovene un altro, il quale abbordandovi con amorevole aria , vi infligge un violento mostaccione, e vi ruba la vostra borsa. — Birbante! gli dite voi, non contento di percuotermi, tu mi derubi? Ehi sì, io sono libero di farlo, e ciò mi piace.— Ahi tu sei libero di schiaffeggiarmi e di spogliarmi? Io dunque sono altresì libero di renderti la pariglia. Ed ecco due cittadini i quali, in virtù della libertà, si ripicchiano come de’ pugilatori, e si depredano come de’ briganti: o la libertà concede somiglianti diritti, o no. Se essa il dona, con senno io premisi che la contrada, sommessa al suo impero, è piena di gravissimi pericoli; se essa non li dà, bisogna necessariamente riconoscere che la libertà si rinchiude in certi limiti.

III.

Quali sono questi limiti? Prima di dirlo, conchiudiamo che la libertà non è, né può essere il diritto di tutto fare. Assai più, benché l’uomo libero possa operar il bene ed il male, il potere d’agir male nulladimeno non è essenziale alla libertà, altrimenti Iddio non sarebbe libero, o la sua libertà sarebbe meno perfetta di quella del mortale; altrimenti ancora, tutte le leggi delle nazioni sarebbero dei mostruosi attentati, giacché tutte hanno come scopo d’incatenare la possanza di fare il male, ed il sig. Proudhon avrebbe ragione di sostenere che l’anarchia è lo stato normale dell’uomo. La libertà, non consistendo né nel potere d’eseguir tutto ciò che uno vuole, né nella facoltà di commettere il male, essa deve pertanto definirsi: la possanza di far il bene, o ciò che amo meno, il diritto di fare quello, che non nuoce ad alcuno. – Mi domanderete ora voi quali sono i limiti della libertà?! limiti dalla libertà, vi diceva, sono i diritti altrui Per altrui, io intendo Dio, il prossimo e noi medesimi, se voi lo permettete. Epperciò colui solo è libero, e merita tale esser denominato, che, nelle sue parole e nelle sue azioni, rispetta ogni diritto, od in altri termini, che compie tutti i suoi doveri verso di Dio, de’ suoi simili, e di se stesso. – Questi doveri hanno la ragione e regola loro nella volontà infallibile dell’Eterno. Donde questa conseguenza inevitabile, che l’uomo, o il popolo il più libero è quegli che rincontra il meno di ostacoli per compier la volontà dell’Altissimo in ogni cosa, e che la compisce il più fedelmente. – Tale è la definizione insieme cotanto sublime, e semplice che la Scrittura stessa ci presenta della umana libertà: servire a Dio, dice questa, egli è regnare [“Servire Deo regnare est”.]

IV.

Ora, due ostacoli permanenti s’oppongono a questa possanza del bene, e tendenti conseguentemente a violar la libertà dell’uomo: vale a dire le proprie passioni e le passioni altrui. Egli è un fatto, che ciascun mortale si trova inquietato nel cerchio de’ suoi doveri, che egli prova, non so, quale secreto prurito d’uscirne, e così usurpare in sui diritti dell’Onnipotente, de’suoi simili, e della sua anima stessa in favore del suo corpo. Per non esser vinto è costretto di rimanere costantemente sotto le armi. Anzi, tale è la violenza della lotta, che i più valorosi, travagliati di codesta, gridano gemendo : Infelice che io mi sono! Non faccio il bene, il quale voglio, ed opero il male, che io ho in odio (“Non enim quod volo bonum, hoc ago: sed quod odi malum, illud facio”. (Rom . VII, 45.). – Infino a tanto che il mortale non è pervenuto a signoreggiare codeste possanze focose, egli è schiavo. In questa qualità, voi lo vedete trascinarsi colla corda al collo verso tutto ciò che vi è d’opposto al dovere, e la sua libertà non sembra più essere che la funesta possanza di eseguir il male, ed accade per anco che più non la sente, che più non la comprende che per essa, ed in questo strano rovesciamento egli appella impedimento, tirannia, dispotismo tutto quello che tende a liberare in lui la possanza del bene, restringendo in catene quella del male. Allora, qualunque sia il suo nome, ogni autorità lo grava; egli l’insulta in se stesso, egli l’abbomina, egli ad essa maledice. Per toglierle il prestigio della medesima, egli la mette in derisione, ed il suo più ardente anelito è di vedere il giorno, in cui potrà spezzarne Io scettro, e gettarne i pezzi nell’insanguinato fango dei crocicchi. Che un uomo, che un popolo, che un mondo riescano in questa cieca lotta contro la propria libertà loro: tostamente le passioni erette in leggi diventano novelli e formidabili ostacoli alla libertà di tutti. Il bene più non si può compiere, che a pericolo della fortuna o della vita; e il martire solo rimane indipendente.

V.

È cosa dunque evidente che l’affrancamento dalle passioni, o la libertà interiore è la sorgente della libertà esteriore. – Una persona, un popolo corrotto, che parla di libertà, è un cieco che ragiona de colori; un uomo, un popolo corrotto che si vanta di pervenire alla libertà rovesciando Iddio da’ suoi altari, i Re dal trono loro, è un forsennato, il quale schianta le dighe d’un fiume per impedirne l’inondazione. Signor no, e mille volle no, la libertà giammai ebbe per madre, né per sorella la corruzione, giammai per piedestallo un pavimento imbrattato di sangue, giammai per malleveria uno straccio di caria in sul quale è scritto, finanche in aurei caratteri: Libertà, ugualità, fraternità. La libertà è figliuola del coraggio e compagna della virtù : essa posa la sua base ne’ profondi ripostigli del cuore. Qualunque cuore immune dalla tirannia delle passioni è libero ; se esso non trovasene esente, può usurpare il nome della libertà, ma la realtà gli manca: quello non ha che la licenza, e la licenza è proprio la schiavitù. In una parola, nei nostri tempi d’illusione e di menzogna, permettete voi, che v’insista sovra di questo punto essenziale: la corruzione è la tirannia de’ vizi; la tirannia de1 vizi è la schiavitù delle anime; la servitù delle anime è il presagio infallibile della schiavitù dei corpi. – Ogni popolo corrotto è schiavo del diritto; esso è un armento esposto sopra una piazza di fiera, il quale non attende che il compratore. Voi sapete che l’Àbd-el-Kader di sua epoca, Giugurta, gettò codesta fulminante predizione in sulla faccia della regina del mondo, e Giugurta diceva il vero; e la sua parola non invecchiò punto: di modo che dobbiamo noi tener per certo che il popolo il più vicino alla schiavitù è il popolo il più corrotto, a meno che sia condannato esso a perire [“Urbem venalem et mature perituram si emptorem invenerit” (Salt. in Jugurth.)].

VI.

Ma chi può affrancare i figliuoli d’Adamo dalla tirannia delle passioni? Nelle epistole precedenti, noi lo abbiamo, anzi meglio abbiamo noi dimostrato, che una cosa sola n’è capace: la Fede. Ora non evvi Fede senza religione, e non vi è religione colla profanazione della domenica: noi ne abbiamo pure allegato la prova. Ammonimento pertanto al secolo nostro che non desidera che libertà, non discorre che di libertà, non travaglia se non per la libertà, e dice di non poter vivere senza libertà. Ebbene nel suo linguaggio e nel suo culto egli è sincero, o no. Se egli è sincero, che prenda dunque i mezzi per toccarne il fine: li conosce ora. Né le leggi, né le forme governamentali, né le rivoluzioni, né le utopie, né i ragionamenti, né le agitazioni febbrili, né gli ammutinamenti, né le barricate cangeranno la natura delle cose: la libertà è incompatibile colla corruzione; la corruzione regna dappertutto ove non domina la fede; la fede cessa dal dominare dovunque la legge sacra della domenica è disprezzata. Infra i due scelga, abbracci, o rigetti. Se esso, non è sincero, io ho nulla a replicargli: il solo sentimento, che possa inspirare, è una profonda pietà.

VII.

A questo punto di vista generale, e come rovina della religione, la profanazione della domenica è dunque realissimamente la rovina della libertà. Essa lo diventa ancora per una ragione più diretta e più sensibile. Di fatto, la Costituzione proclama la libertà dei culti. – Se non è questo un vano parolone, niuno ha il diritto d’insultare al culto cattolico, il quale, al postutto, è il culto della maggiorità. Con assai più di dirittura poi, niuno ha diritto d’impedire i cattolici di compiere i precetti di loro religione. – Or bene, io vi domando, sig. Rappresentante, che cosa è la profanazione della domenica, se non un atroce insulto gettato periodicamente in sulla Caccia del Cattolicesimo, un oltraggio odioso fatto a tutto ciò che havvi de’ cristiani fedeli? Eegli nel maltrattarli o nel lasciarli malmenare in tutto quello che hanno essi di più sensibile, che il governo spera guadagnarsi le simpatie delle popolazioni religiose delle nostre provincie? Il suo interesse non gli comanda forse d’usar loro riguardo? Non è forse ancora qua che ritrovatisi i principi d’ordine, di fedeltà, d’ubbidienza, ultimo argine all’inondazione che minaccia d’invaderci? – Qui non sta il tutto; la profanazione della domenica è un attentato diretto alla libertà d’una folla di negozianti, appaltatori ed operai. Codesta forza i negozianti cattolici a trasgredir la legge sacra della domenica aprendo i magazzini loro, inchiodandoli al loro banco, per vendere a chi si presenta, sotto pena di perdere le pratiche loro, di mancare la vendita, e di non esser in grado, nel giorno della scadenza, di soddisfare ai loro impegni. Codesta vi sforza gli appaltatori, e l’industriale sotto pena di soccombere alla concorrenza esuberante, che faranno altri confratelli meno fedeli di loro. Soprattutto codesta vi sforza l’operaio. — Domani è domenica, non verrò io a lavorare, dice quegli il sabato sera al suo padrone, ricevendo la sua paga. — Quest’appartiene a te ; ma, se tu non ci torni domani, tu puoi cercare lavoro altrove: e’1 povero padre di famiglia, che campa soltanto in grazia di sue braccia, e con queste sostenta i suoi figliuoli, si vede costretto di profanare il giorno di domenica. Se fossero cristiani, si va ciaramellando, così questi, come gli altri profanatori della domenica, essi saprebbero bene conservar la libertà loro, e tenersi per regola la sentenza del loro maestro nella fede: esser meglio ubbidire a Dio, che agli uomini; quindi, rifiutandosi di vendere o lavorare, s’abbandonerebbero alle cure della Provvidenza. Voi comprendete facilmente, che io sono lontano d’applaudire alla condotta degli uni o degli altri. Ma bisogna convenir parimente che il costringimento morale, col quale si angariano, non tralascia però di diventare una violazione della libertà. – Ignorasi forse, che il lavoro rigettato dagli operai buoni cristiani, sarà offerto ad operai meno fedeli, e verrà accettato? Non è cosa forse chiara, che le pratiche concorrono di preferenza presso colui che soddisfa più prontamente alle loro domande? – Ora, è cosa morale il danneggiare ne’ suoi interessi il cristiano fedele alla sua religione, ed assicurare un guadagno a chi si burla delle leggi religiose? – È cosa giusta, e ciò a disprezzo della stessa legge civile, di porre in ogni domenica i cattolici tra il loro interesse e il loro dovere? È egli permesso d’esporli ad una tentazione permanente, alla quale nonostante la loro volontà, un grandissimo numero si lascia trascinare? Il governo se tollera un cotale abuso, o l’autorizza pel suo esempio per anche, è esso il protettore sincero della libertà? – È desso il custode leale della Costituzione? Giudicatene voi. Frattanto, irremovibilmente viene statuito» che la profanazione della domenica è la rovina della vera libertà, che codesta trucida nel suo principio, e la violazione in flagrante della libertà religiosa, consacrata dalle leggi; di maniera che codesta tende a far di noi un popolo di schiavi. In grazia di codesta, ricchi e poveri sono schiavi. Codesta ribadisce al collo loro le catene delle passioni, come il sonaglio al piede dello schiavo, il negoziante è schiavo; codesta lo lega al suo banco, come il janitore janitor dei Romani alla guardia della casa. L’appaltatore è schiavo; codesta lo fissa al suo uffizio, e lo muta in una macchina di calcolo. L’operaio è schiavo, codesta l’inchioda al suo mestiere, alla sua officina, alla sua incudine, come le ruote secondarie sono inchiodate alle ali d’una macchina a vapore. Gradite, ecc.

LIBERTA’

[da: E. Barbier, I tesori di Cornelio Alapide]

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LIBERTA’

.1. La libertà e l’uomo libero. — 2. In che consiste la vera libertà. — 3. Da chi ci viene la libertà. — 4. Tutti siamo chiamati alla libertà, e uguali dinanzi a Dio. — 5. La libertà vera e durevole è nel cielo. — 6. Falsa libertà. — 7. I santi si adoprarono per la libertà degli uomini.

1.- La libertà e l’uomo libero. — Un uomo celebre, interrogato che cosa fosse la libertà, rispose: È la retta coscienza. Un figliuolo di Carlomagno, avendo fatto la medesima interrogazione ad Alcuino, n’ebbe per risposta: L’innocenza. Difficilmente si sarebbe potuto dare più bella, più esatta, più vera definizione. Cicerone poi chiama la libertà: La potestà di vivere come l’uomo vuole; le quali parole se a primo aspetto suonano un po’ equivoche e paradossali, considerate bene e confrontate con le seguenti, apparranno profonde e chiarissime. Infatti soggiunge subito dopo: « Ora chi è che vive come vuole, se non chi segue la retta ragione? Solo il saggio non fa nulla suo malgrado o a malincuore o sforzato. Chi porrà in dubbio che le persone leggere o cupide o cattive non siano schiave? ». Solo l’uomo virtuoso è libero… Solo i veri figli di Dio sono liberi. Che cosa è infatti la libertà dei figli di Dio? non altra cosa se non la dilatazione e l’ingrandimento del loro cuore che si libera da tutto ciò che è finito. Finita è la volontà nostra, e finché essa rimane in se stessa, si confina; desiderate essere liberi? spogliatevi della vostra volontà e non ne abbiate più altra che quella di Dio. E siccome Dio è la libertà e la potenza per natura, che fa tutto quello che gli aggrada, così anche voi parteciperete alla sua libertà, alla sua potenza, alla sua volontà. Non è conveniente all’uomo il non vedere nulla al di sopra di sé; una pronta schiavitù tien dietro a questo pensiero di orgoglio. La condizione della creatura non comporta una tale indipendenza; bisogna che sia soggetta a Dio… « Il Signore poi farà la volontà di coloro che lo temono » dice il Salmista (CXLIV, 19). Al contrario, permette che quelli i quali non si curano del volere di lui e fanno soltanto il loro proprio, non possano giammai fare quello che vogliono e diventano i più schiavi degli uomini…

2. In che consiste la vera libertà. — L’uomo veramente libero è quello che sta sottomesso a Dio, che soggioga le passioni, che evita il peccato e pratica la virtù… La libertà cristiana che fu predicata dagli Apostoli e che è la sola vera, sta in una esenzione dataci da Gesù Cristo; ma non è l’esenzione del servo dal fare quello che gli impone il padrone; non l’esenzione dall’obbedienza al decalogo, alle leggi, ai prìncipi, ai prelati, ai superiori; non l’esenzione dalle opere di penitenza e di soddisfazione; non l’esenzione dall’adempimento dei voti e delle promesse che si siano fatte, perché la libertà di sottrarsi a tutte queste obbligazioni è una libertà sragionevole, animalesca, carnale, vergognosa, ingiusta, contraria alla natura ed alla sana ragione. Non è dunque una libertà di tal fatta, la quale non sarebbe in realtà che una formale ribellione, quella che Gesù Cristo ci ha procurato; ma la libertà cristiana consiste nell’esenzione dalle molteplici cerimonie dell’antica legge, dal giogo del peccato, del demonio, della morte, come anche della dannazione eterna. « L’uomo, dice S. Leone, gode vera pace e libertà, quando la carne è governata dallo spirito e lo sprito da Dio ». Perché, come osserva S. Agostino, « l’uomo dabbene, ancorché serva, è libero e l’uomo malvagio, benché comandi, è schiavo ». L’uomo fa buon uso della sua libertà, quando sceglie di fare quello che è conforme alle leggi ed al volere di Dio; così diportandosi, egli si sottomette al suo vero e legittimo padrone. Ma servire a Dio è un regnare : la qual cosa è sodamente provata da ciò, che il servire Dio è fare della ragione un santo uso; servire Dio è un procurarci una libertà veramente reale, giacché in Dio si trova la libertà suprema; servir Dio è unirci al Re dei re e per conseguenza un regnare con lui. Al contrario se ci uniamo con gli schiavi, diventiamo schiavi con loro. Non è forse vergognosa schiavitù sottostare ai propri inferiori? Ora siccome non vi è cosa più vergognosa che le passioni, ne segue che chi serve alle passioni è il più vile degli schiavi. Il servizio più nobile sta nel sottomettersi a Dio, perché Dio solleva, come dice l’Apocalisse, coloro che lo servono; li glorifica e beatifica, li corona re e sacerdoti (Apoc. V, 10). In quattro cose consiste il servizio di Dio : 1° nel conoscere Dio e quello che conduce a lui: e qui sta veramente il fondamento del servizio divino… 2° Nel fare opere di carità e di beneficenza: mentre godiamo dei benefizi fattici da Dio, è nostro debito ringraziarlo e adoperarci a celebrare in tutto la sua bontà e la sua gloria; offerirGli e consacrarGli il nostro cuore, la nostra anima, i nostri pensieri, le nostre sollecitudini. Questo è ciò che fanno verso il loro principe i cortigiani fedeli e devoti; essi ne encomiano dappertutto e in ogni tempo le qualità e la potenza, per attirare gli uomini ad amarlo e servirlo; e guai se odono chi ne parla male… 3° Nell’attendere al culto, porgendogli i doverosi nostri omaggi con l’offerta del santo Sacrificio, con le cerimonie, coi riti, con gli inni, con le preghiere, coi voti. È questo l’uffizio degli angeli e dei santi che nel cielo vivono in Dio, l’onorano, lo lodano, lo benedicono, lo amano e lo adorano. Perciò il perfetto servizio di Dio formerà la nostra beatitudine e la vita eterna… 4° Nell’osservare i comandamenti di Dio e nel praticare la virtù… Sottomettersi a Dio e servirlo vuol dire imporsi la fortunata necessità di obbedire alle sue leggi; togliersi, per quanto si può, la triste e crudele libertà di mal fare e di perdersi. La libertà dei figli di Dio sta nel liberarsi dal peccato; ora il servizio di Dio produce questo grande e fortunato effetto e perciò ci dà la vera liberta. Notate, dice Bossuet, tre sorta di libertà che noi possiamo immaginare nelle creature. La prima è quella degli animali, la seconda è la libertà dei ribelli, la terza è la libertà dei figli di Dio. Gli animali sembrano liberi, perché non è loro prescritta nessuna legge; i ribelli si figurano di esserlo, perché scuotono da sé e disprezzano l’autorità delle leggi; i figli di Dio lo sono in fatti, sottoponendosi umilmente alle leggi; tale è la libertà vera; le altre due non sono che immaginarie… Infatti, in quanto alla libertà di cui godono le bestie, io arrossisco di chiamarla con tal nome; è vero che esse non hanno leggi le quali frenano i loro appetiti o dirigano i loro movimenti, ma questo avviene perché sono prive d’intelligenza che li renda capaci di essere governati dalla savia direzione delle leggi; esse vanno senza norma e senza giudizio là ove le trascina un cieco istinto. E chiameremo noi libertà questo istinto bruto e indocile, incapace di ragione e di disciplina? Dio non permetta, o figli degli uomini che mai vi piaccia tale libertà e che mai vogliate essere liberi in modo così vile ed indegno!… Che cosa diremo poi a quegli uomini animaleschi per i quali ogni legge è una spina e che vorrebbero vederle abolite tutte quante, per non ricevere se non quelle che dettano loro gli sregolati appetiti? Dirò loro che ricordino almeno che sono uomini e non si vantino di una libertà che li mette tra le bestie. Ponderino quella stupenda osservazione di Tertulliano. Convenne che Dio assegnasse una legge all’uomo : forse per incatenarne la libertà? No, ma perché non paresse posto nell’abbietta condizione delle bestie. Questa libertà di vivere senza leggi, sarebbe stata un’ingiuria alla natura umana. Dio avrebbe mostrato di disprezzare l’uomo se non si fosse degnato di dirigerlo e di prescrivergli l’ordine di vita: ne avrebbe fatto il conto che fa degli animali irragionevoli ai quali permette vivere senza leggi perché non ne fa stima e li lascia liberi per disprezzo. Se egli ha dunque tracciato delle leggi, se ha imposto dei doveri all’uomo, non fu per togliergli la libertà, ma per dirigerla e per mostrarci la stima in cui lo tiene. « Stabilisci, o Signore, diceva Davide a Dio, un legislatore su le genti, affinché sappiano che sono uomini »; cioè, esseri dotati di ragione e d’intelligenza e degni di essere governati da una condotta savia e regolata (Psalm. IX, 20). Da ciò risulta chiaramente che riesce a disonore, e non a vanto dell’uomo, la sua pretesa di vivere senza leggi. E cosa giusta che Dio ce ne imponga e non meno giusta che la nostra volontà loro si sottometta; perché negare obbedienza all’autorità legittima non è libertà, ma rivolta; non è franchezza, ma insolenza. Chi abusa della propria volontà fino al punto di mancare di rispetto, merita di perderla e così infatti avvenne. Perché l’uomo, scrive S. Agostino, avendo usato male della sua libertà, perdette insieme se stesso e la sua libertà. E ciò, perché ebbe l’ardire di misurare la sua libertà contro Dio; egli pensò che sarebbe stato più libero, se avesse scosso il giogo della legge divina e non conobbe, lo sventurato, qual era la natura della sua libertà; non badò che era libertà, non indipendenza; era libertà, non sbrigliamento; era libertà, non immunità della soggezione che è essenziale alla creatura. Il papa Innocenzo I dice che Adamo fu ingannato dalla sua libertà, cioè non seppe distinguere tra libertà e indipendenza; pretese di essere libero più di quanto potesse un uomo nato sotto Impero sovrano di Dio. Egli era libero come un buon figlio sotto l’autorità paterna; volle essere libero fino al punto di valicare i termini della soggezione figliale, di mancare di rispetto. Questa non è liberta, ma ribellione. La vera libertà è dipendere da Dio e occuparsi della propria salute… È un segreto di Dio il saper congiungere insieme l’affrancamento e la servitù e S. Paolo ce ne dà la chiave in quelle parole: « Chi, essendo servo, è stato chiamato al Signore, è liberto del Signore; parimente, chi è stato chiamato essendo libero, è servo di Cristo » (I Cor. VII, 22). Non ci sia cara la liberta se non per sottometterla a Dio e non abbiamo paura che la sua legge ce la involi. Chi dirà che sia un opporsi a un fiume, o chiamerà inceppamento alla libertà del suo corso, il sollevamento delle rive e lo sgombramento dell’alveo, perché le acque non straripino e inondino la circostante campagna? anzi è questo un aiutarne e renderne più regolare, più sicuro, più maestoso il sue corso naturale. Similmente non è un perdere la libertà l’imporle delle leggi, assegnarle dei limiti, affinché non devii; è al contrario un’indirizzarla più sicuramente per la via che deve tenere; con tale provvedimento non si costringe, ma si conduce; non si inceppa, ma si dirige. Sapete chi la perde, chi la distrugge? quelli che la deviano dal suo corso naturale, cioè dalla sua tendenza al sommo bene… Se vi è un mezzo di rendere libero un cuore, è il perfetto, assoluto abbandono nelle mani di Dio e della sua santissima volontà.

3. Da chi ci viene la libertà. — Disse Gesù Cristo ai Giudei: « Se voi vi manterrete saldi alla mia parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Ioann. VIII, 31-32). Ora chi è la verità? Gesù Cristo (Ioann. XIV, 6). Gesù Cristo è dunque Colui che ci procura la vera libertà come egli stesso affermò : « Se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi » (Ioann. Vili, 36). Gesù Cristo distrusse quattro sorta di servitù e ci portò quattro sorta d libertà: 1° ruppe il giogo dell’antica legge e ci diede la libertà del Vangelo… 2° Infranse le catene della schiavitù in cui ci teneva il peccato e ci chiamò alla libertà della giustificazione… 3° Abbatté l’impero della concupiscenza e stabilì la sovranità della carità e della grazia… 4° Distrusse la morte e diede la vita… Ce ne assicura San Paolo che scriveva ai Galati : « Cristo ci ha liberati » (Gal. IV, 31), ed ai Corinzi diceva che, « dove è lo spirito di Dio, ivi è la libertà» (II Cor. III, 17). » Chi mirerà addentro nella perfetta legge della libertà ed in essa persevererà, costui sarà fortunato nelle opere sue », dice S. Giacomo (Iacob. I, 25). Questa legge perfetta di libertà è la legge evangelica. 1° È legge di libertà, perché ci ha sciolti dai precetti giudiziali e cerimoniali dell’antica legge; non però dal Decalogo, poiché il Decalogo obbliga non già perché fu promulgato da Mosè, ma perché è la legge medesima naturale sanzionata da Dio e rinnovata da Gesù Cristo il quale diceva: «Non sono venuto per abolire la legge, ma per adempirla », cioè perfezionarla (Matth. V, 17). 2° È legge di libertà, perché ci ha fatti liberi dal peccato, riscattati dalla potestà del demonio e dell’inferno… Ora non v’è altra libertà vera presso Dio, scrive San Gerolamo, fuorché l’esenzione dal peccato. 3° È legge di libertà, perché ci libera dalla costrizione e dal timore; dovendo noi osservare i precetti di Dio non per paura della vendetta, ma per amore della giustizia. I cristiani non sono servi come i giudei, ma sono figli. « Noi non sottostiamo, osserva S. Agostino, a una legge che ordini il bene ma che non ci dia potere di farlo; bensì viviamo sotto la legge di grazia, la quale portandoci ad adempire per amore quello che la legge comanda, può esercitare il suo impero senza ledere la libertà di chi obbedisce… Non abusiamo della nostra libertà per peccare liberamente, ma serviamocene per non peccare. Poiché la nostra volontà è libera, se è pia; saremo liberi, se saremo servi: liberi dal peccato, soggetti alla giustizia ». Qui si adatta quel detto di Seneca: « Noi siamo nati per regnare; obbedire a Dio è libertà ». 4° Finalmente, la legge evangelica è libertà, perché nel giorno della risurrezione saremo liberati dalla morte e da ogni miseria… Dice ancora S. Agostino: « Ci libera da ogni servitù Colui la cui servitù è utilissima a tutti e al cui servizio chi attende con amore trova la sola vera libertà, la libertà regale, poiché essere servo di Dio è essere re ». « O Signore, esclamava il profeta, voi avete rotto le mie catene, perché io sono vostro servo, vostro servitore devoto e figlio della vostra serva » (Psalm. CXV, 6) « L’anima nostra, invischiata come passero nella pania, ne fu strappata; il laccio fu tagliato e noi fummo rimessi in libertà» (Psalm. CXXIII, 6-7). « Quando il Signore che scioglie gli incatenati liberò Sion dalla sua schiavitù, ci siamo rallegrati » (Psalm. CXLV, 6)-(Psalm. CXXV, 1). « Noi speriamo, scrive S. Agostino, di essere fatti liberi dal principe della libertà, il quale liberandoci ci salverà. Noi eravamo schiavi delle passioni; resi alla libertà, diventiamo servi della carità ». Sì, Gesù Cristo ci ha liberati dalla servitù del peccato, del demonio e dell’inferno. Questa libertà, da lui procurataci, è la libertà dell’anima; libertà somma, preziosissima, eterna, per ottenere la quale dovremmo contare per nulla tutte le cose anche se ci dovesse costare la schiavitù per tutta la vita presente… Ma per fortuna anche da quest’ultima servitù Gesù Cristo ci ha liberati : 1° perché venendo al mondo, principe della pace, ha portato con sé la pace al mondo; 2° perché ha cambiato la servitù, da castigo della colpa, in semplice condizione di nostra natura, o meglio ne ha fatto un esercizio di pazienza e di virtù, il principio e la causa della libertà e della gloria celeste; 3° perché mediante la sua grazia ha reso la servitù dei cristiani volontaria, dolce, cara, non più dura e forzata come quella dei Giudei; 4° perché alla risurrezione, annienterà per i santi ogni virtù, darà loro non solamente la libertà, ma il regno dei cieli, affinché siano re e re in eterno. Aveva dunque ben ragione S. Paolo di dire ai cristiani: « Voi tutti siete chiamati da Gesù Cristo alla vera libertà » (Gal. V, 13). Ma se questo c’importa e ci rallegra, ricordiamoci che il nostro riscatto costò il sangue di un Dio, e redenti a prezzo così grande, non avviliamoci più a farci schiavi: (I Cor. VII, 23).

4. Tutti siamo chiamati alla libertà, e uguali dinanzi a Dio. « Voi tutti, proclama il grande Apostolo, siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo. Non vi è più né giudeo, né greco, né servo, né libero, né maschio, né femmina, perché tutti siete una cosa sola in Gesù Cristo» (Gal. III, 26, 28). « Non siete più servi, ma figli; e se figli, certamente anche eredi di Dio per Gesù Cristo» (Gal. IV, 7). Ed agli Efesini scriveva: «Voi non siete più pellegrini e stranieri, ma concittadini dei santi e familiari della casa di Dio » (Eph. II, 19). Noi, cristiani, apparteniamo tutti alla città degli angeli, dei patriarchi, dei profeti, alla casa, alla gente di Dio; siamo della famiglia del re Messia, abbiamo diritto ai Sacramenti ed a tutti i beni di Gesù Cristo e dei cristiani; noi siamo registrati tra gli eredi del regno celeste… Noi abbiamo tutti un solo e il medesimo maestro e padrone nel cielo; e questo padrone non guarda in faccia a persona.

5. La libertà vera e durevole è nel cielo. — Noi che abbiamo creduto entreremo nel riposo, dice S. Paolo (Hebr. IV, 31. Quanta pace, gioia, riposo, libertà voi godreste, o uomini del mondo, se poteste essere assicurati che le vostre ricchezze non subiranno mai nessuna perdita, che la vostra fortuna non sarà mai in pericolo, che le vostre forze e la vostra sanità non soffriranno mai acciacco né malattia! Il vostro stato vi sembrerebbe il più lieto, il più invidiabile! Quanto adunque non sarete voi liberi e felici, quanta non sarà la dignità e la gloria della vostra libertà quando non potrete più essere ingiusti, non più impuri, non più peccatori; quando non potrete più perdere Iddio, non più decadere dalla vostra giustizia e per conseguenza dalla vostra felicità! Ma tale pace e tale libertà non si trovano che in cielo. – Facciamo dunque quaggiù buon uso della libertà e la libertà ci sarà data pienissima, intera, potentissima; noi non potremo più soggiacere a nessuna servitù, né interiore, né esteriore, né fisica, né morale; noi saremo eternamente liberi ed eternamente consacreremo la nostra libertà ad amare, lodare, benedire la libertà, che è Dio…

6. Falsa libertà. — Quando Gesù disse ai Giudei che la verità li avrebbe liberati, essi quasi offesi risposero bruscamente: Forse che noi, stirpe di Abramo, fummo giammai schiavi? E Gesù riprese: « Vi assicuro, in fede mia, che chiunque pecca, è schiavo del peccato » (Ioann. VIII, 34). Ecco dove si trova, per testimonianza di Gesù Cristo, la schiavitù veramente spaventosa: nel peccato e non altrove che nel peccato. « L’uomo virtuoso, dice S. Agostino, anche schiavo, è libero; il malvagio, invece, foss’anche re, è schiavo; né schiavo di un solo uomo, ma, quel che è peggio, di tanti padroni quanti sono i suoi vizi ». Gli increduli, gli empi, i peccatori, i ribelli, gli uomini perversi e corrotti, vivendo senza freno, senza legge, senza principi, senza religione, senza coscienza, senza Dio, non sono liberi, ma interamente schiavi, perché venduti al peccato secondo la frase di S. Paolo(Rom. VII, 14). Essi vogliono una perfetta libertà e cadono in una completa schiavitù; quindi la loro libertà perisce appunto perché la vogliono troppo estesa. Cercandola assoluta, la distruggono, perché lasciati in loro balia, si gettano ciecamente in ogni eccesso, e tanti tiranni incontrano quante passioni accarezzano. L’esempio del prodigo attesta questa triste e terribile verità. Quel giovane abbindolato non si crede abbastanza libero nella casa paterna, dove gode l’abbondanza di tutto; gli viene il capriccio di uscirne e cerca modo di soddisfarlo; vuole schermirsi dagli sguardi e dai caritatevoli ammonimenti del padre che gli rimprovera con dolcezza le prime sregolatezze. Egli parte, si allontana e penetra in un paese lontano… Troverà egli la libertà? Ahimè! quanto più affannosamente le corre dietro, tanto più essa gli sfugge. In breve tempo egli dà fondo ad ogni suo avere, abbandonandosi con falsi amici all’impeto delle malnate sue inclinazioni. Fortuna, onore, sanità, pace e gioia, tutto perde a un tratto e cade nell’indigenza torturato dalla fame, dalla sete, dal freddo. Disprezzato, abbandonato da tutti, si vede costretto a mettersi al servizio di un padrone spietato che lo manda alla campagna a guardare una mandra di maiali. Là divorato dalla fame, vorrebbe cibarsi delle ghiande e non ha chi gliene dia. O prodigo, hai tu trovato la libertà, la felice libertà? La libertà del prodigo è l’immagine della libertà che godono gli impudichi, gli avari, i golosi, tutti quelli insomma che si sono venduti al peccato e portano il ferreo giogo del demonio e delle passioni. Di costoro (cioè degli empi, degli eretici, dei dissoluti) parla San Pietro, quando dice che vi sono certuni i quali « promettono la libertà, mentre sono essi medesimi schiavi della corruzione; poiché il vinto è schiavo di colui che lo ha vinto » (II Petr. II, 19). « Infatti, dice S. Cirillo, la troppa libertà porta la perdita della libertà; perciò i governi che non frenano la troppa libertà dei malvagi, rovinano per questa libertà, che si cambia in licenza, in ribellione, in ingiustizia, in misfatti » (Catech.). Finché il corpo sta soggetto all’anima, vive; se vuole liberarsene, muore. Una nave che obbedisce al pilota, scampa al naufragio; lasciata a se stessa, diventa zimbello delle tempeste, rompe negli scogli, si sprofonda nell’abisso per non più comparire. La formica che mette le ali è più libera, perché può volare, ma allora appunto va alla prigione e alla morte. Similmente la libertà dei malviventi diventa per loro principio di schiavitù e di morte… I cattivi, non volendo dipendere da Dio, si rifiutano di essere quello che dovrebbero essere, cioè creature ragionevoli, intelligenti, create da Dio e per conseguenza dipendenti da lui. Combattono dentro se medesimi i primi principi e il fondamento del loro essere; corrompono la naturale loro equità, si inimicano Dio e si attirano perciò la sua collera. Il peccatore adopera la sua libertà per muovere guerra a Dio e se ne serve per trasgredire tutte le sue leggi… In pena di non aver riconosciuto il possesso dei veraci beni datigli dal Creatore, l’uomo viene abbandonato all’illusione dei beni apparenti. Ebbe a nausea i piaceri del cielo e diventa ludibrio dei piaceri terreni che menano le anime alla perdizione. Non volle la libertà ricevuta dal Signore e gode la libertà immaginaria che gli presenta la sua ragione bisbetica e viziata. Noi siamo liberi, dicono i peccatori, noi possiamo fare quello che ci piace. Come, voi potete fare ciò che vi piace? risponde loro Bossuet; ed io invece vi assicuro che voi non potete fare quel che vi piace e se anche lo poteste, non perciò sareste liberi. Voi non potete fare quello che volete, poiché non sta in voi l’impedire che la vostra fortuna non sia incostante, che la vostra felicità non sia fragile, che l’oggetto dei vostri amori non vi sfugga, che la vita non vi manchi nel bel mezzo delle vostre imprese, che la morte non tronchi il filo di tutti i vostri disegni. Voi non potete quel che volete, poiché non potete impedire di vedervi delusi nelle vane vostre pretese: o voi mancate a loro, o esse mancano a voi; voi mancate a loro quando non raggiungete la vostra méta, esse mancano a voi, quando dopo di averla raggiunta, non vi trovate quello che vi cercavate. Voi non potete fare ciò che più vi sta sul cuore, voi desiderate i piaceri, la felicità e invece dovete subire ciò che più vi dispiace e vi ripugna, cioè la giustizia divina e i suoi castighi… Facendo quello che volevo, confessa di sé S. Agostino, io arrivavo dove non volevo. La falsa libertà consiste nel voler fare il proprio volere. Questa vana mostra d’indipendenza è la libertà di Satana e dei ribelli suoi complici… Quali sono i vostri sentimenti, o peccatori accecati, quando pretendendo di essere liberi, prendete per norma di condotta il vostro umore, la vostra passione, la collera, il vostro capriccio? Quando rigettate ogni freno, ricalcitrate contro ogni legge, non soffrendo né ritegno, né rimprovero, né ammaestramento, né guida? Voi volete la libertà dei cavalli sfrenati, dei leoni, delle tigri… Il nome di libertà è il più dolce, il più lusinghiero, ma è anche il più fallace, il più ingannatore dei nomi. I tumulti, le sedizioni, il disprezzo delle leggi, hanno sempre la loro causa o il pretesto nell’amore di una libertà male intesa. Non vi è bene naturale di cui tanto abusino gli uomini, quanto della libertà…

7. I santi si adoperarono per la libertà degli uomini. — S. Epifanio, vescovo di Pavia, fece nell’anno 493 un viaggio in Borgogna per riscattare i prigionieri ritenuti dal re Gondebaldo (In Vita). S. Poppone, abate di Stavèlo nella terra di Liegi, si adoperò a tutto potere presso il re Enrico, per ottenere l’abolizione della barbara usanza di far combattere gli uomini con gli orsi (In Vita), S. Batilde, regina di; Francia, abolì la schiavitù. La regina Bianca ed il santo re Luigi confinarono in ristrettissimi limiti il diritto di vassallaggio (In Vita). S. Pier Nolasco, S. Giovanni di Matha consacrarono tutti i loro averi e le persone loro alla redenzione degli schiavi (In Vita). La storia della Chiesa e la vita dei Santi, segnano in ogni pagina gli sforzi e le fatiche che fecero in ogni tempo i figli di Gesù Cristo, per procurare agli uomini la vera libertà e distruggere la schiavitù. In ciò risplendono particolarmente i Sommi Pontefici i quali non cessarono mai, fino a questi ultimi giorni, di fulminare ogni maniera di schiavitù, con qualunque nome l’umana cupidigia la nasconda e di proteggere ogni vera, ogni sana libertà e politica e civile.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. V]

J.-J. Gaume: La profanazione della DOMENICA

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LETTERA V.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DELLA FAMIGLIA.

18 aprile.

I.

Signore e caro amico,

Quello che mi dite voi nella vostra risposta d’inintelligenza del paese legale, havvi nulla che debba apportarvi stupore. Il nostro paese legale non è cristiano; ciò che vuol dire, domandandogliene io perdono, che in fatto di leggi sociali, di salute sociale, di progresso sociale, esso è cieco ed impotente. Il molto è tanto vero, quanto antico, e conia tremila anni; e se lo trova duro, ne muova querela con colui che lo pronunciò: ché vani sono quegli uomini tutti, i quali sono privi della scienza di Dio [“Vani enim sunt omnes homines in quibus non subest scientia Dei”. (Sap. XIII, I.) – “Nisi Dominus ædificaverit domum, etc.”]. – Frattanto che lo ripeto, cotesta è la disgrazia e la punizione de’popoli materialisti di perdere la conoscenza delle leggi fondamentali delle società. Il mortale senza fede religiosa non sa che la società è un fatto divino; un fatto che sussiste in virtù delle leggi, che l’uomo non istabili, e che non può toccare senza produrre uno scrollamento od una rovina. Egli s’immagina al contrario aver facoltà di costituire una società, come l’architetto di costruire una casa; di sostener la società vacillante con leggi a suo modo, come si sorregge con puntelli un casolare. – Certamente, se le leggi umane potessero sole assicurarsi 1’esistenza d’ una nazione, giammai nazione avrebbe avuto argomenti più positivi di longevità che la Francia moderna. La cosa procede diversamente; nonostante tutte le leggi umane, sì numerose e sì saviamente elaborate ch’esse siano, la violazione d’una sola legge divina è sufficiente per condurre una serie di rovine parziali, le quali finiscono presto o lardi per una compiuta rovina. All’esempio presentatovi nell’ultima mia lettera, n’aggiungo io un secondo, per dimostrare non già a voi, signor rappresentante, che lo sapete, ma a parecchi de’vostri colleghi, i quali fingono di non accorgersi, che la profanazione della domenica è la rovina della famiglia.

II.

Nulla di più necessario, nulla di più delizioso, nulla di più onorevole che la famiglia: ecco quello che ognora è vero. Ma nei tempi attuali, in cui la società trovasi divisa in mille partili, i quali si detestano mentre che si lacerano, la famiglia è il solo bene comune che rimane al mortale. Se dunque stabilisco io con ineluttabile evidenza, che la profanazione della domenica distrugge questa cosa cotanto indispensabile, cotanto santa e cotanto dolce, sarà egli d’uopo d’altro motivo per ricondurre immediatamente il riposo sacro del settimo giorno? Ebbene si! La profanazione della domenica è la rovina della famiglia. Per verità, non si dà famiglia senza la pratica de’ doveri che la costituiscono, e senza il vincolo il quale unisce i membri che la compongono.

III.

Elemento primitivo della Chiesa e dello Stato, la famiglia ha per oggetto d’alimentare l’una e l’altro, conservando il fiume delle generazioni umane. Alla Chiesa, ella dona fedeli; allo Stato, cittadini. Dal che nascono doveri religiosi e doveri civili. Questi doveri sono le leggi che ne uniscono tra di loro i membri: doveri di nutrire, d’istruire, di, sorvegliare, di riprendere e d’edificare dalla parte del padre e della madre; e dalla parte de’ figliuoli, doveri di rispettare, amare, d’ubbidire, d’assistere gli autori de’ loro giorni. Egli è la religione che dà il conoscimento di questi doveri sacri; come essa inspira il rispetto necessario per riempierli. Fate ora che la domenica sia profanata da tutti i membri, o soltanto dal capo di famiglia, lo stesso pur troppo succederà prestamente de’doveri che la costituiscono.

IV.

In effetto si toglie l’assistenza comune alle istruzioni, le quali insegnano a’ singoli membri della famiglia le reciproche obbligazioni loro: istruzioni necessarie al genitore, a cui esse ridicono, e ciò in presenza di tutti i fedeli, in presenza di sua sposa e dei suoi figliuoli, che una grande dignità a lui è conferita, ma che una grande responsabilità pesa sopra di esso stesso; ch’egli è rivestito d’una duplice autorità del sacerdozio e dell’impero, non per esserne despota, ma ministro di Dio pel bene; ch’egli debbe, immagine vivente dell’Altissimo, comandare, riprendere, dirigere la sua casa con saviezza ed equità, come il Creatore governa l’universo. – Istruzioni necessarie alla genitrice fa cui esse ridicono, e ciò alla presenza di tutti i fedeli, al cospetto di suo marito e di sua prole, che la sua vita deve essere un sacrificio di tutti i giorni e di tutte le ore, ch’essa stessa esser debbe l’angelo della sottomissione, del pudore, della clemenza, della carità, del lavoro e della pace, acciocché diriga l’interno della sua famiglia, come la Provvidenza medesima ciascuna cosa regge per la doppia possanza della dolcezza e della forza. – Istruzioni necessarie al padre ed alla madre, a’quali essi ridicono, e ciò dinanzi a tutti i fedeli, e davanti dell’uno e dell’altro e de’ loro figliuoli, che la religione e la società tengono fissati in su di essi gli sguardi loro, che la figliolanza loro è un sacro deposito, di cui loro sarà domandato conto, sangue per sangue. – Istruzioni necessarie a’figliuoli, a’ quali queste ripetono, e ciò alla presenza di tutti i fedeli, de’padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle loro, che, sotto pena di grave colpa innanzi a Dio ed agli uomini, e di severe punizioni in questa vita e nell’altra gravitano sopra di essi quattro doveri sacri da compiersi verso de propri parenti: il rispetto, l’amore, l’ubbidienza, l’assistenza spirituale e corporale, in prima e dopo la morte loro.

V.

Cessino per un tanto poco queste istruzioni, ed in sull’istante la conoscenza de’ doveri della famiglia s’infievolisce, diventa prestamente soltanto una vaga reminiscenza senza influenza sovra la condotta: la santa dignità della missione loro vien posta in dimenticanza da’ parenti. Agli occhi loro il pargoletto non è più un candidato del cielo, ma un cittadino della terra, ma un pusillo della specie umana. Crederanno essi aver compiuto ogni legge, come avranno inspirato nel cuore de’ figliuoli e delle figliuole loro 1’amore a’ beni di questo mondo, procurando loro i mezzi di procacciarseli: cioè allorquando avranno formato reclute al socialismo ed al comunismo, estremo a cui metton capo, necessariamente, per una o per un’altra via, le tendenze del mortale privo di speranza al di là della tomba. Allora dal domestico focolare sbucano sciami di esseri perversi, e tanto più pericolosi che nulla nell’anima loro risponda alle grandi nozioni del dovere, del sacrificio e della virtù. Come mai la società, per entro la quale entrano costoro di tale guisa preparati, non si risentirà essa profondamente troppo del contraccolpo de’ principi di disordine, che v’apportano? Eppoi, il conoscimento de’ doveri non è sufficiente: è indispensabile il coraggio di adempierli. Ora, niun dovere n’esige uno maggior d’ubbidienza, di sollecitudine, di sacrificio, di perseveranza, cioè il verace coraggio, che i doveri della famiglia. – Iddio unicamente può darlo e sostenerlo. L’ elargirà Egli mai, se non si degna il mortale nemmeno di domandarglielo? E a Lui lo si domanda mai seriamente, quando si profana il giorno consacrato alla preghiera? Ohimè, i genitori profanatori della domenica non pregheranno né in cotesto né in altri giorni, ed assai in breve i figliuoli stessi non pregano più. Ma senza orazioni, e sopratutto senza orazioni fatte in comune, ai piedi de’santi altari, senza partecipazione comune al banchetto divino, senza edificazione vicendevole, conseguentemente senza la grazia divina, che addiviene il coraggio cristiano, che addiviene la famiglia? – I cattivi istinti inerenti alla natura umana riprendono l’impero. E voi avete de’ padri duri, iracondi, capricciosi, indolenti, bordellieri: voi avete delle madri molli, impazienti, mondane, accidiose e troppo sovente infedeli; voi avete dei figliuoli irriverenti, insommessi, libertini, disaffezionali, divorati dalla brama dell’indipendenza; ed invece di riposare tranquilli come in un paradiso, il tetto domestico si permuta in un inferno: la famiglia più non esiste. Non è questa punto una supposizione gratuita, ma un fatto conosciuto; un fatto di cui il più oscuro villaggio della più oscura provincia presenta la trista prova, un fallo che tulle le nostre ville vi offrono venti volte nella lunghezza d’una contrada: un fatto che si rivela ciascun giorno per querele, divisioni, processi scandalosi, bestemmie, lacrime, tratti d’ingratitudine e di durezza che fanno tremare e vergognare.

VI.

Quante fiate, signore e caro amico, non siete voi stato colpito da questo sintomo di decadenza che offerisce, infra noi, la domestica società, l’insubordinazione vi sembra ordinata, e confesso di tenerlo per uno de’ presagj i più certi della prossima rovina, da cui minacciate sono le vecchie nazioni dell’Europa meridionale. Lo stato della famiglia determina quello della socielà. Infino ad un certo punto i governi possono esistere senza pubblici costumi, ma non senza costumi domestici: testimoni due grandi fatti che non sfuggirono niente alle vostre meditazioni. Il primo appartiene al mondo antico, il secondo sussiste ancora: io voglio parlare dell’impero Romano e dell’impero Cinese. – Mi sono spesso domandato, qual era il vincolo sociale, che conservalo aveva per tanto lunga pezza questi due colossi in stato di nazione? Se considero io la religione, la legislazione, la giustizia, i costumi pubblici, lungi dal trovar de’principi di vita, io scorgo anzi dovunque i germi i più attivi di dissoluzione. Il materialismo il più grossolano tutto vi penetra, tutto vi domina, di tutto vi tiene luogo; si bene che il Cinese d’oggi giorno vi dirà essere esso in sulla terra per papparsi di riso, come il Romano delle altre volte diceva che vi si trovava per mangiar del pane, ed assistere ai giuochi del circo. – Nulla dimeno, ogni cosa ha la sua ragione per cui sussiste. Dove rinvenire quella di questi due giganteschi imperi? Unicamente nel rispetto dell’autorità paterna, cioè nel vincolo domestico. In niuna parte, voi lo sapete meglio di me, questo legame non fu più esteso , più forte, più sacro. Quando esso si ruppe, l’impero Romano cadde in polvere, e quando si romperà nel celeste impero, noi vedremo la medesima catastrofe.

VII.

Ma la profanazione della domenica non è la rovina della famiglia solamente perché essa sospinge il mortale all’ignoranza ed all’ oblio dei doveri, che la costituiscono, essa l’è eziandio perché infrange il legame, che unisce i membri i quali la compongono. Si conosce forse a fondo il modo di vivere degli artigiani, degli operai e della più parte degli abitanti delle campagne, cioè dei tre quarti degli uomini? – Allo spuntar dell’alba, il capo della famiglia ha lasciato il suo letticciuolo. – L’ora del lavoro lo chiama, esce di sua casa senza aver veduta la sua figliuolanza, che ancora riposa tra le braccia del sonno. – Due volte il giorno viene egli, correndo, a prender 1’alimento necessario al sostentamento di sue forze. I suoi fanciulli o sono assenti, ritenuti alla scuola, al lavoro; oppure, se trovansi presenti, né li vede, né loro parla che in fretta. Giunge la sera, e il padre, rifinito e prostrato di forze s’affretta d’andar a cercare in un sonno riparatore il vigore indispensabile alle opere dell’indomani. Altre volte una corsa necessaria, o il seducimento dei compagni a lui ruba quei pochi istanti, di cui potrebbe disporre in favore di sua famiglia. Succede quasi ad un dipresso di altra classe, presentemente assai numerosa, di uomini impiegati nei banchi, nelle compagnie delle strade ferrate, o negli uffici delle amministrazioni dello Stato. Ora, siffatta assenza, siffatta separazione della famiglia avviene in ciascun giorno della settimana dal principio dell’anno fino al fine; colla profanazione della domenica, quella diventa perpetua. In questo caso, il padre e la madre rassomigliano agli animali selvatici, de1 quali l’uno dalla mattina è in giro per rintracciare del pascolo alla sua prole; frattanto che l’altro monda la caverna, e protegge i teneri parti, insino a tanto che questi, divenuti più forti, abbandonino essi medesimi la dimora, in cui nacquero, e dimentichino per sempre gli autori di loro esistenza. Tale è il degradante andamento, a cui la profanazione della domenica condanna la cosa la più santa, la più nobile del mondo : la famiglia.

VIlI.

Il santo riposo solo della domenica è capace di sottrarvela. In questo giorno tutti i membri della famiglia, liberi dalle opere servili, possono insieme passare dei preziosi istanti. Il padre può agevolmente assai interrogare i suoi figliuoli, farli discorrere, studiare il loro carattere, i loro difetti, le buone qualità loro; incoraggiare gli uni, riprendere gli altri, dare a ciascuno utili consigli, cavati sia dalle confidenze della madre, sia dalle confessioni che egli intese dai fanciulli istessi, sia dalle istruzioni della Chiesa, sia da una lettura vantaggiosa e gradevole fatta in comune. Può egli informarsi di proposito, e non leggermente, appresso de’ maestri, e delle maestre loro, della loro attitudine, della loro condotta, della loro frequenza, della loro esattezza alla scuola od al laboratorio; in una parola egli può compiere il più dolce, come il più sacro de’ suoi doveri : l’educazione dei suoi pargoletti. In quanto poi ai figliuoli stessi, questi da un canto osservando il genitore loro rispettosamente sottomesso al Padre che è ne1 cieli; dall’altro la sollecitudine e bontà di lui, apprendono a meglio conoscerlo, a rispettarlo più religiosamente, in breve a temerlo, di quel timore sì dirittamente nominato il timore figliale. – Diventando più cristiano, il vincolo della famiglia diviene e più dolce e più forte. Per tutti, 1’interno del focolare domestico prende una novella attrattiva, pegno prezioso della concordia e salvaguardia de costumi. – Somigliante risultamento è infallibile sopratutto allorquando la giornata, santificata per l’assistenza comune agli uffizi della parrocchia, si compie per visite fatte o ricevute ai differenti membri della famiglia, per passeggiate gradevoli, per giuochi innocenti, e per quelle cene piacevolissime, e desiderate sempre mai, le quali riuniscono intorno ad una mensa semplicemente imbandita parecchie generazioni di parenti e di amici. Tutte queste gioie sì morali e sì vive, le sole, ahimè alle quali si possa di presente aspirare, divengono il frutto della santificazione del giorno sacro. Per lo contrario colla profanazione della domenica nulla di tutto ciò è possibile. A buon diritto dunque io premisi, che per questo nuovo motivo codesta profanazione diventa la rovina della famiglia, posto che essa n’infrange il vincolo, come la stessa ne fa obliare i doveri. Gradite, ecc.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. IV]

 J. J. GAUME: LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

LETTERA IV.

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LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA,

ROVINA DELLA SOCIETÀ.

I.

Signore, e caro amico,

Con voi, come con ogni altro uomo abituato a riflettere, mi sarebbe sufficiente il detto precedentemente, e la mia intera tesi non ne sarebbe pertanto meno stabilita. Quando è provato che la base d’un edificio è distrutta, non è forse evidente che tutte le parti dell’edifizio sono condannate ad un’inevitabile rovina? Nulladimeno è opportunissimo di maggiormente protenderci, affine di dimostrare ai più ciechi l’influenza diretta, speciale e fatalmente irresistibile della profanazione della domenica sovra tutte le rovine enumerate dal bel principio della nostra corrispondenza. Cosi, come l’ho annunciato, profanazione della domenica vuol dire rovina della società.

II

Per quella cagione stessa, che la profanazione della domenica è la rovina della religione, essa diventa altresì la rovina della società, perché non vi è società senza religione. Ciò per due ragioni fra mille; la prima, perché non può darsi società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico. La seconda, perché non può esistere società senza autorità. Primieramente, non esiste società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico. Si prenda qualunque aggregazione di uomini, i quali vogliano vivere insieme, un laboratorio, per esempio: rivolgetevi voi al primo operaio, che vi capiti innanzi, e ditegli: « Il tuo vantaggio privato, la tua volontà personale, i tuoi desideri, i tuoi capricci, le tue inclinazioni sono la regola unica di tue azioni; tu non sei giammai obbligato di farne sacrificio per l’utile altrui.” — Tenete voi lo stesso linguaggio al secondo, al terzo, a tutti; ed aggiungete poi: « Ecco la vostra carta, vivete in società ». Che osservo io? L’ora del lavoro è suonata. Niuno giunge. « Perché sei tu in ritardo? » domandate voi al più diligente. « Perché ciò mi piace; la mia utilità privata è la regola suprema di mia condotta; io sono libero di farne o no il sacrificio. » Ciascuno rende la stessa risposta; gli uni lavorano, gli altri giuocano, e l’indomani il laboratorio è chiuso. Prendo l’armata S assedia una fortezza; il generale designa un reggimento per montarvi all’assalto. Questo resta immobile. « Perché non marciate voi?— Il nostro interesse personale avanti tutto, ed il nostro interesse personale è di vivere. – Non siamo cotanto folli d’andare a coprir de’ nostri cadaveri le fossa della piazza. » – Gli altri reggimenti successivamente ricevono il medesimo ordine; ognuno dà la stessa risposta. Il generale infrange la sua spada, e ratto ratto s’allontana: l’armata non sussiste più. – Finalmente prendo la società stessa. Io vedo un numero infinito di mestieri penosi, poco lucrativi, poco onorati. Ora avviene che un giorno tutti i siffatti mestieri, indettatisi, dicano: « Troppo lungamente noi portammo il peso del lavoro; ad altri la fatica, a noi il riposo ». Tutti s’abbandonano all’oziosaggine. L’aratro, diretto dalle mani intelligenti dell’aratore, non più squarcia il seno della terra; l’incudine non più risuona sotto il martello del fabbro; il legno non più si trasforma in mobili d’ogni specie sotto le dita del1’ebanista; il muratore rinuncia alla sua squadra, e l’ingessatore alla sua cazzuola, a Miei amici, perché non più lavorate voi? » Ciascheduno a suo torno, e Ma che pretendete far voi? — Niente: ci sembra cosa così buona; atteso che il nostro interesse personale sta innanzi tutto: noi non conosciamo altra legge che codesta. – Tutto al più accetteremo noi d’esser rappresentanti del popolo, prefetti, magistrati, generali, ambasciatori, e soprattutto censuari. — Questo è l’ultimo vostro motto? — Voi lo avete pronunciato. » L’indomani intendo io il cannone, che mitraglia i rivoltosi, e loro insegna con argomenti senza replica, che non havvi nessuna società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico.

III.

Si vede, signore e caro amico, la legge dell’osservanza è la grande legge del1’umanità. Ma il mezzo d’ottener così dall’artigiano, dal soldato, dal cittadino, qualunque sia d’altronde il suo mestiere, l’arte e la professione, il sacrificio costante del suo interesse privato al pubblico interesse, sacrificio che trascina seco talora sino la rovina della sanità e l’effusione del sangue? Non se ne trova che un solo: La religione. Per qual ragione? Perché la religione sola offre nelle sue rimunerazioni eterne una compensazione sufficiente per remunerare tutti i sacrifici come i soli supplizi eterni, di cui ella minaccia i cattivi, sono sufficienti per incatenare le sfrenate passioni, le quali ruggiscono dal fondo del cuore del mortale. Egli è inutile il voler provare con ragionamenti una verità che l’esperienza delle nazioni moderne innalza al di sopra d’ogni contestazione.

IV.

Ebbene! che fa la profanazione della domenica? Più che ogni altra dottrina, più che ogni altro scandalo, essa impedisce fatalmente alla religione l’esercitar sovra il mondo questa influenza vittoriosa e necessaria alla società. Da un canto, egli è evidente che la religione non saprebbe esercitare questa influenza a meno di essere conosciuta e meditata. Ma io provai, che con la profanazione della domenica la religione non sarà mai né conosciuta né meditala. Dall’altro, non è meno evidente che la religione non può aver l’influenza, della quale noi parliamo, se in ciascuna domenica si dà una pubblica smentita agl’insegnamenti di lei intorno alla necessità del sacrificio e dell’ubbidienza, in vista delle ricompense e delle punizioni future. – Ora, che dice alle popolazioni la profanazione pubblica della domenica? « Il cielo è il piacere; l’istrumento del piacere è 1’argento; guadagnare dell’argento ad ogni costo, questa è tutta la religione. – Cosi noi lo crediamo, noi, i favoriti della fortuna, proprietari, negozianti, industriali, noi i veri Santi dell’unico paradiso. – Popolo, attendici all’opera. Per noi nessun giorno di riposo. Noi lavoriamo, e noi facciamo lavorare; noi vendiamo, e facciamo vendere; noi comperiamo, e facciamo comperare nella domenica come negli altri giorni. Fa’ come noi; il tempo è numerato; affrettati. Un giorno perduto infra la settimana ti cagiona ben cinquantadue non lievi disdette per anno. – Ma la religione interdice le opere servili in domenica, sotto pena di perdere il cielo e meritar l’inferno. — Il cielo! l’inferno! sono favolacce di vecchierella per rallegrare od ispaventare i bambini. » Ecco, Signore, quello che predica letteralmente ogni otto giorni sopra tutti i punti della Francia la profanazione della domenica. Ed in qual linguaggio? Nel linguaggio il più popolare ed il più eloquente: il linguaggio dell’esempio. E per chi? Per uomini che s’intitolano conservatori, che si dicono il gran partito dellordine; come se l’ordine non fosse il rispetto delle leggi, e come se la prima legge da rispettarsi non fosse quella ch’è il fondamento di tutte le altre, la legge divina! Se lo spirito d’accecamento e di vertigine è il precursore della caduta delle nazioni, che pensare del nostro avvenire? Ché il culto dell’oro, spinto sino al disprezzo pubblico e nazionale de’ precetti e dogmi del Cristianesimo, tutte le speranze del mortale concentrate in sulla terra, la voluttà presentata come l’oggetto supremo della vita; conoscete voi nulla di più incompatibile collo spirito di sacrificio indispensabile alla società? Nulla che l’assalga più direttamente? Nulla che l’uccida più infallibilmente? Tale è nientedimeno la profanazione della domenica. – Ho sragionato io nel segnalarvela come la rovina della società? Sragiono io aggiungendo che non havvi mezzo più sicuro e più pronto per materializzare una nazione, e trarla ai socialismo? Ponete niente in effetti alle conseguenze, le quali le classi artigiane hanno dedotto da questo scandaloso sermone. Bramose de’ godimenti, ed incapaci di pervenire pel lavoro al paradiso della voluttà, esse hanno pensato: « poiché il cielo e 1’inferno della religione non sono che paroloni, il nostro destino si compie adunque qui basso. Il lavorìo è penoso, è ingrato, il tempo è breve. Mentre che noi sudiamo curvati all’opera, se ne trovano di quelli che si riposano; se la godono frattanto che noi soffriamo. Cosa di più ingiusto, che gli uni siano affatto agiati, e gli altri in pieno disagio? La giustizia è di spartire, spartiamo !!!». – Di somigliante maniera procede la logica de’ popoli. Chi oserà dire, ch’essa non è rigorosa, e negherà cotesta proposizione; se la profanazione della domenica non diventa la madre del socialismo, essa ne diviene la nutrice?

V.

Io ho indicato, in sul principio di mia lettera, una seconda ragione, per cui la profanazione della domenica è la rovina della società, cioè che non havvi società senz’autorità. Egli è troppo evidente, che se in un laboratorio, in una famiglia, in una nazione, ognuno vuole esser padrone, havvi niuna società possibile. È necessaria un’autorità, e dappertutto. Ma che cosa è l’autorità? È il diritto di comandare, il diritto di essere ubbidito. Donde viene al mortale il diritto di comandare? Da se stesso? Mai no; imperocché tutti gli uomini sono uguali per natura. Dalla società? Neppure; perché la società, non essendo che una riunione di persone, non ha per se stessa un maggior diritto di comandare che un solo uomo. Se la radice del diritto si trovasse in essa, la regola del male e del bene somigliantemente vi si ritroverebbe. Farebbe d’uopo ammettere come vero il mostruoso sofisma di Rousseau, e dire, che il popolo è la sola autorità, che non abbisogna punto daver ragione per legittimare i suoi atti. Senza dubbio la società può parlare a nome della forza, ma la forza sola non è essa l’autorità: cotesto è il dispotismo. Da chi proviene adunque l’autorità ed ogni specie d’autorità? Essa discende da Dio, e da Dio solo: Non vi è potestà se non da Dio (Rom. XIII). In questo motto, uno dei più importanti delle nostre divine scritture, è la ragione del diritto. Sì, ogni specie d’ autorità deriva dall’Ente Supremo: autorità sacerdotale, autorità regale, autorità legislativa, autorità giudiziaria, autorità paterna: Non v’è potestà se non da Dio. Sempre che un mortale, qualsiasi il nome suo, sacerdote o re, parlamento, senato, tribunale, padre, guardia campestre, viene a darmi ordini, se non ascolto io nella sua voce quella dell’Altissimo, io mi ribello. Io grido dispotismo, e se costei mi carica di ferri, io non anelo che il momento di sciogliermene, e di romperli in sulla testa di lei. Dunque è cosa d’un’evidenza palpabile, che tutti gli uomini depositari a una autorità qualunque, che tutti i cittadini, a quali l’autorità è tanto necessaria, quanto il pane, non hanno dovere più sacro che di far rispettare, e di rispettare essi medesimi l’autorità di Dio; altrimenti tutte le altre autorità perdono la loro potenza, poiché esse perdono il loro diritto: e, senz’autorità, la società é impossibile.

VI.

Non ammirate voi qui la semplicità delle nostre buone persone, de nostri buoni rappresentanti, de’nostri buoni proprietarj, de1 nostri buoni borghesi, di tutti coloro, i quali infra noi tengono qualche cosa da conservarsi? Voi non v’imbatterete neppure in uno, che non si lamenti intorno allo spirito generale d’insubordinazione, di rivolta, di cupidità, di gelosia e di disprezzo per qualunque autorità; che ci minaccia ciascun giorno, e quasi ad ogni ora del giorno, d’un cataclisma spaventoso: e tutto nell’esprimere le sue doglianze e i suoi sbigottimenti, voi vedete quello stesso buon uomo strisciare colla sua condotta il poco dell’autorità, che a lui rimane, distruggendo al cospetto de’ suoi domestici, de’ suoi figliuoli, de’suoi amici, l’autorità di Dio e della sua Chiesa. Conservatore di nome, come non s’avvede che esso è rivoluzionario di fatto e rivoluzionario de’peggiori? Si può mai perdere talmente il senno di non più comprendere che l’unico mezzo per ottenere il rispetto de’ suoi inferiori, esso è di rispettare egli stesso i suoi superiori?

VII.

Presentemente, signore e caro amico, io a voi domando che cosa è quella profanazione della domenica, pubblica, generale, abituale, come da sessantanni ce ne offerisce ogni otto giorni la Francia lo spettacolo? Non è codesta quel disprezzo pubblico, generale, abituale, nazionale dell’autorità del Creatore, dell’autorità di Dio, in un punto fondamentale, rispettato religiosamente da tutte le nazioni civilizzate? E voi volete che il popolo, al quale si dona ciascuna settimana codesta lezione pubblica di disprezzo insolente per l’autorità dell’Altissimo, fondamento di ciascheduna altra, voi volete che questo popolo ne rispetti niuna? Che direte voi d’un armata, i cui uffiziali d’ogni grado dessero ogni domenica l’esempio di disprezzo per 1’autorità del generale in capo, ricusando palesemente d’ubbidire a’ comandi di lui, operando eglino stessi, e lasciando operare a’ loro soldati positivamente il contrario? Voi direte e con dirittura, che codesta armata precipita nell’anarchia. Voi direte che gli ufficiali, calpestando l’autorità del loro capo, scrollano la propria; voi direte che se nelle giornate di rivolta vengono insultati e infamemente cacciati, costoro non fanno che troppo raccogliere ciò che hanno seminato.

VIII.

Questo ragionamento s’applica perfettissimamente alla profanazione della domenica, e porta questa necessaria conseguenza, cioè: che esponendo in ciascuna settimana al disprezzo delle popolazioni l’autorità dell’Ente Supremo, la profanazione della domenica vi espone tutte le altre, le scuote violentemente tutte nella loro base, e trascina inevitabilmente alla rovina della società, di cui l’autorità è la condizione indispensabile. Tale è l’estremità fatale alla quale noi tocchiamo. – Ai giorni nostri niuna autorità più sussiste, e si venera presso de’ popoli: né autorità pontificale, né autorità reale, né autorità legislativa, né autorità paterna. – Una volta divenuti audaci a portare il martello sopra le fondamenta dell’edificio, questo mondo ha tutto rovesciato e continua a percuotere; e in luogo d’una gerarchia regolare, si vede agitarsi verso d’un brutale livello uno strupo di atomi umani, istigati per un desiderio sfrenato delle voluttà, che niuna possanza umana non può né moderare, né soddisfare. Donde origina codesta anarchia formidabile che spinge l’universo alla barbarie? Dall’adorazione della materia e dal disprezzo dell’autorità? Qual n’è insieme l’eccitatore il più popolare e il segno il più espressivo di codesta adorazione e di cotesto disprezzo? Io non esito neppure un istante a rispondere: esso è la profanazione della domenica; poiché godere e disprezzare, tale è la sua significazione. Tale è similmente, io lo so, la significazione di tutti i discorsi, di tutte le parole, di ogni atto privato, o pubblico contro la legge divina; ma ogni discorso non vien letto, ogni parola non viene intesa, ogni atto privato non vien notato, ogni atto pubblico non è permanente. – Non altrimenti succede della profanazione francese della domenica. Ognuno la ragguarda, ognuno la comprende, e ciò costantemente; stante che in ciascuna settimana essa innalzi la voce, e da una estremità all’altra della Francia, essa gridi all’intero popolo: godi e disprezza! – Questo non è tutto: non solamente la profanazione della domenica discioglie direttamente la società, poiché essa è una rivolta aperta contro l’autorità, ed un premio elargito all’adorazione della materia, ma ancora poiché essa è la cagione d’innumerevoli attacchi contra ogni sorta d’autorità. – L’osteria è la conseguenza inevitabile delle opere servili nella domenica. – Che cosa è l’osteria sotto il punto di vista del rispetto dell’ autorità e della pubblica tranquillità? L’osteria è il conciliabolo in permanenza; non una autorità divina od umana che non vi venga oppugnata, sbertata, satireggiata, gettata nel fango dell’orgia. Ora, si computano in Francia 332,000 osterie. La profanazione della domenica riempie pertanto ciascun lunedì 332,000 conciliaboli in ogni angolo della Repubblica. Con ciò, ditemi voi se un popolo possa governarsi? Senz’aspettare la vostra risposta, io affermo, che non vi è società, la quale resista ad una simile macchina di guerra.

 IX

Perciò io mi domando, se i personaggi aventi dovere di difenderci sappiano dirittamente ciò che per una nazione cristiana significhino questi due motti: rovina della società. Riflettendo all’indifferenza degli uni ed all’inintelligenza degli altri, è permesso dubitarne, e siffatto dubbio non è quello che abbiasi di meno spaventoso nella nostra situazione. Che prometterci d’un ammalato, cui il medico si contenta di compiangere, e del quale ignora o la natura del male, o la natura del rimedio necessario alla guarigione di lui? Or bene! bisogna confessarlo, il male che ci divora sta nelle anime; la sola religione può guarirlo; la profanazione della domenica è la rovina della religione; la rovina della religione è la rovina della società. Dal che, la rovina della società né solamente ci sospinge al paganesimo, ma alla barbarie ci strascina. – Somigliantemente a quella degl’individui, la caduta delle nazioni si misura dall’altezza delle verità e delle grazie, di cui esse abusano; “corruptio optimi pessima, la corruzione dell’ottimo è pessima. Se, per avere abusato de’ lumi della rivelazione primitiva, il mondo antico dovette cadere nell’abbiezione del paganesimo; il mondo attuale, disprezzatore superbo de’ lumi del Vangelo e del sangue del Calvario, deve precipitare più basso che nel paganesimo: egli deve ingolfarsi sin nella barbarie. Di già cotesta barbarie, pure senza esempio nella storia, invade le idee. E necessario che le più grandi intelligenze dell’epoca prendano seriamente la difesa della verità e dei diritti i più elementari d’ogni società. Diritti e verità che furono sempre mai sacri presso i popoli pagani, che lo sono tuttora presso le nazioni barbare, e per anco presso le orde selvatiche. Iddio, la distinzione del bene e del male, la famiglia, la proprietà, l’uomo. Per lo che, quando la barbarie s’impadronisce delle idee, il suo passaggio né costumi e né fatti non è più che una questione de’ tempi. Quando dalla cima delle alte vette, dove si formò, il torrente impetuoso è di già disceso a metà della montagna, siatene sicuro, eccetto un prodigio, esso rapidamente allagherà la pianura. – Ecco quello, che ci minaccia, quello che ci coglierà altrettanto infallibilmente, quanto la notte all’occaso del sole, se non studiamo solleciti d’innalzare il solo riparo capace di prevenire l’estrema catastrofe. Quest’argine è la fede; e quello che deve essere l’applicazione immediata, l’applicazione sociale della fede, egli si è la santificazione della domenica. L’assemblea lo comprende ella? — Gradite, ecc.

 

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. III]

J.J. Gaume

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA,

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LETTERA III.

ROVINA DELLA RELIGIONE (seguito).

9 aprile,

I.

Signore e caro amico,

Voi mi perdonerete, io spero, d’avere nella precedente mia lettera lasciato scorrere un po’troppo la mia penna, del che v’arreco due scuse: d’una parte mi sembrò che le ultime considerazioni che vi sommisi, assai troppo presentemente poste in oblio, erano di natura a penetrare l’anima d’un gran rispetto pel riposo sacro del settimo giorno, d’altra parte la conversazione scritta o parlata gode, a’ miei occhi, dell’avventuroso privilegio d’essere un pochetto vaga, non ho voluto spogliarnela. Se quest’è un fallo, mi terrò in guardia e nulla tramanderò per esser breve. Io continuo:

II.

Nessun precetto più fortemente sanzionato di quello del riposo ebdomadario. L’importanza d’una legge si riconosce dalla severità delle pene e dalla grandezza delle ricompense, per le quali il legislatore ne assicura l’esecuzione. Considerata sotto questo riguardo, è incontrovertibile, che la legge del riposo ebdomadario occupa il primo luogo fra le divine leggi, anzi negli stessi codici delle nazioni cristiane. – Se questo fatto abbisogna di prove, i vostri lumi nella legislazione, signor rappresentante, vi mettono in istato di dedurle voi assai meglio, che non valga io a farlo. Perciò, a lutto altro che a voi spettano le seguenti circostanziate particolari osservazioncelle. – Il riposo sacro del settimo giorno né è un semplice consiglio, libero ad ognuno l’osservare, o no; né un comandamento senz’importanza che sia a piacimento di ciascheduno di violare per minimi pretesti; né che qualunque possa di sua propria privata autorità dispensarsene. Esso è un precetto capitale: pena di morte contra chi oserà a questo contravvenire. Israele stava accampato al mezzo del deserto. Un giorno di sabato s’imbattono certuni ne’ contorni dell’accampamento in un uomo cogliente alcune legnerella: viene costui da Mosè tradotto. Il santo legislatore, denominato dalla Scrittura fra gli uomini mitissimo, non ardisce addossarsi l’esecuzione della legge in tutta la severità d’ essa; si porta a consultare il Signore. Niuna grazia, risponda gli il Dio d’ Israele; che sia egli lapidato: e fu sepolto sotto una violenta pioggia di sassi [Num. XV, 52]. – Ad imitazione di quest’esempio venuto da sì alto, tutti i popoli davvero cristiani ebbero leggi terribili contro a1 profanatori delle domeniche. L’ammenda, la flagellazione, la degradazione, la perpetua servitù, sono le punizioni inflitte tanto dagl’imperatori romani dell’Oriente e dell’Occidente, quanto dai più grandi monarchi d’Europa [Instit. du dimanche, par M. Perennes page 84 e segg.]. Coleste sono particolari osservazioncelle.

III.

Se il crimine diventa nazionale, minacce tremende seguite da spaventose calamità ricorderanno alle società colpevoli la santità di questa legge fondamentale. « Va, o profeta, dice il Signore, a Geremia, fermati in sulla porta della città, per cui passano i figliuoli ed i re d’Israel, e loro annuncia: Eccovi quello che dice il Signore: Volete voi salvare vostri beni e vostra vita? Non portate pesi né trasportatene nel giorno di sabato; non mettete in mostra in giorno di sabato le mercanzie di vostre case, ed astenetevi d’ogni opera servile: Santificate il giorno di sabato secondo quanto prescrissi io ai vostri padri. Se voi non ubbidirete, io darò fuoco alle porte di vostra città; esso divorerà le magioni di Gerosolima, e nonostante i vostri sforzi, voi non perverrete a spegnerlo » [Jer., XVII, 19-27]. – Giuda fu sordo alla voce del profeta. Nabucodonosorre ebbe il mandato d’eseguire le minacce dell’Onnipotente, e di vendicar la legge sacra del riposo ebdomadario: si sa di qual maniera se ne sia disimpegnato. Saccheggiata, rovinata , trascinata in schiavitù, conculcata dagli infedeli per aver violato il sabato del Signore , la nazione giudaica non se ne emenda. Ritornata dalla cattività, ella ricommette la colpa che cagionò tutti i suoi disastri. « E vidi io allora, continua uno de suoi condottieri, Israeliti, che premevano col piedi torcolari in giorno di sabato; altri portavano dei fardelli, altri che trasportavano in sur de’ somari vini ed uve, fichi, e mercanzie d’ogni sorta, ed altri che le introducevano in Gerusalemme. Ed i Tiri parimente vi concorrevano, e vendevano in giorno di sabato a1 figliuoli di Giuda e di Sion oggetti di vari generi. Ne feci io i più severi rimproveri ai capi della città, e loro dissi: qual è adunque il peccato, che voi commettete? Come!, voi profanale il giorno di sabato! È forse che i padri nostri, non si resero colpevoli del medesimo misfatto? ed avete voi dimenticato purtroppo essere per questo appunto, che il nostro Dio versò sopra di noi e della città tutti i mali, i quali abbiamo sofferto? E volete voi riaccendere la collera del Signore violando il giorno sacro del riposo! » [Esdr. XII, 15-20]. – Le minacce e le punizioni non sono sufficienti al sovrano legislatore. L’osservanza del settimo giorno è infra tutti gli atti di sottomissione per parte del mortale, quello di cui egli si mostra il più geloso. Pertanto, onde rassicurare l’adempimento di siffatta legge, presentagli un novello motivo nelle magnifiche ricompense, con le quali coronerà la fedeltà di lui. « Se voi ascoltate la mia voce, replica Egli, e che non profaniate voi il giorno di sabbato né pel negozio, né pel lavoro, i principi ed i re passeranno per le porte di Gerusalemme; trarranno in essa d’ogni contrada colle mani piene di offerte, e questa prosperità sarà eterna » [Jer., XVII, 24-26]. – Alla prosperità materiale aggiunge Egli l’allegrezza, la gloria e la potenza della nazione. « Se voi v’astenete, riconferma esso, di viaggiare nel giorno di sabato, e di fare la vostra volontà nel giorno a me consacrato; se voi lo riguardate come un riposo delizioso, come il giorno santo e glorioso del Signore, nel quale voi Gli renderete l’omaggio a Lui dovuto, allora troverete voi la vostra gioia nel Signore; io vi innalzerò sovra tutto ciò che havvi di più elevato in sulla terra » [Is., LVIII, 13-14]. Nulla è più facile che il moltiplicare le scritturali testimonianze, nelle quali sono contenute sotto differenti forme le medesime promesse e le medesime minacce.

IV.

Iddio si è cangiato Egli? Per essere stato trasferito alla domenica il riposo del settimo giorno è esso meno sacro? Perchè trasricchi Egli i cristiani di benefizj più grandi di quelli dei Giudei? Il Padrone sovrano esige Egli meno di gratitudine, e la decima che si riserbò Egli sui giorni del mortale, deve essa essere a Lui pagata con inferiore fedeltà? – Il figliuolo del Calvario è Egli meno obbligato alla perfezione che lo schiavo del Sinai, e i1 riposo settenario cessò esso d’essere la condizione indispensabile della cultura dell’anima? Se non havvi che una sola maniera da risolvere queste questioni, ne conseguita che l’importanza estrema del sabato sotto la legge di Mosè , la domenica la conserva sotto il Vangelo. Ora, noi l’abbiamo veduto, siffatta importanza è tale, che punto non v’è nel codice divino precetto più antico, più universale, più sovente replicato, più fortemente sanzionato, per conseguenza fondamentale, che il precetto della santificazione del settimo giorno. Se la Religione dunque vuol dire alleanza, o società del mortale con Dio, vincolo il quale unisce l’uomo a Dio, è evidente che la profanazione francese della domenica, cioè la violazione pubblica, generale, permanente della condizione essenziale di questa alleanza, è la rovina stessa del contratto divino. Tra gli uomini, forse che una convenzione non è rotta allorquando una delle parli ne viola, anche una sola volta, le condizioni fondamentali? Che ne succederebbe poi, se, come nel caso presente, la violazione fosse abituale? Per cotesto primo titolo, la profanazione della domenica pertanto è la rovina della Religione.

V .

Questo non basta, quella gode di cotesto miserando privilegio per un secondo titolo assai più marcato. In effetti, signore e caro amico, voi non troverete in tutto il codice divino precetto, la cui violazione trascini altresì cotanto infallibilmente la rovina d’ogni altro. Sapete voi, qual fu presso ciascun popolo, per quanto alto rimontare si possa negli annali del mondo, il grido di guerra di tutti gli uomini, l’orgoglio de’quali intraprese di detronare l’Ente Supremo? L’Ateismo? No. Il Deismo? Neppure. La voluttà? Nemmeno; sebbene la distruzione del giorno della Preghiera! In su tutti i loro stendardi, rimiro io scritto ciò che David vi leggeva di già tre mila anni fa : « Scancelliamo i giorni di festa d’Iddio dai calendarj di tutta la terra) (Quiescere faciamus omnes dies festos Dei a terra. (Ps. LXXV). Qui più che altrove si verifica il detto del conte de Maistre: « il male ha un istinto infallibile: esso non percuote sempre forte, ma continuamente esso percuote giusto ». Sopprimete la domenica, o ciò che ritorna allo stesso, fate che sia questa giornalmente profanata presso d’un popolo, e prestamente voi non avrete più né conoscenza, né pratica della Religione, né frequenza de’Sacramenti, né culto esteriore. L’esperienza è stata fatta; le conseguenze ne sono evidentissime per ognuno. Se abbisognasse allegarne la ragione, io direi che nessuno può asserire sé conoscere la Religione, per aver sovra questa scienza insieme sì profonda, e varia le nozioni imperfette ricevute nella fanciullezza. Arrogerei che tali nozioni, necessariamente assai incompiute, sovente leggermente udite, più ordinariamente mal comprese, vengono tostamente obliale fra il rumore del laboraloio, fra la dissipazione del collegio, al contatto d’una società come la nostra, le cui abitudini, le preoccupazioni, le massime troppo sono adattissime ad oscurar le idee cristiane, e ad estinguere perfino i sentimenti della Fede. Se adunque, uscito d’infanzia, l’uomo, chiunque sia, non viene più ad ascoltare i documenti della Religione, smarrisce egli celermente assai più di quello non si possa pensare l’esile somella delle religiose conoscenze che aveva acquistate. – Quanto spesso non ho io sentito de’ vecchioni impacciati nel rispondere alle questioni le più elementari del catechismo, affermare pubblicamente: « una volta lo sapevo io pure; ma ora l’ho me ne sono dimenticato!» Quante altre volte non ho veduto io degli adulti e dei giovanotti da sedici a diciotto anni, o muti sulle cose che avevano imparate all’epoca della prima comunione loro, o miseri sino al ridicolo nelle loro risposte avventate? Ora, colla profanazione della domenica, niuna istruzione religiosa. I templi, i mezzi, o la volontà mancheranno; quest’è un fatto cotanto lampante, quanto il sole. – Ma supponiamo, che non si pongano in dimenticanza i ricevuti insegnamenti elementari, supponiamo altresì che questi insegnamenti siano compiuti. Nulla ostante la profanazione della domenica non diventa essa punto meno la rovina della religione, la quale non può più esercitare alcuna importante influenza. Di fatto, si converrà facilmente che non basta il conoscere speculativamente le condizioni del divino patto, bisogna meditarle, rimeditarle replicatamente, o, come dice l’istesso legislatore, legarle al suo braccio, e porle in sul suo cuore, affinché divengano esse la regola costante della condotta. – Questo difetto di meditazione delle verità della religione è la cagione di tutti i mali del mondo [“Desolatione desolata est omnis terra, quia nullus est qui recogitet corde”. (Jer., XII, 11)]. Qui ancora, colla profanazione della domenica, dassi niuna seria meditazione di queste salutari verità. Chi dunque le rnediterà fra la settimana? L’operaio, il bracciante, costretto a guadagnarsi il suo pane col sudore della sua fronte? Ma non ne ha spazio. L’uomo d’ una casta più distinta? Ma l’opportunità eziandio a lui manca; non ne viene egli distratto da suoi affari, da’ suoi piaceri, da suoi giornali? E poi, gli si doni pure il tempo, n’è egli volonteroso ? In tesi generale, mai no. Per lui, non meno che per l’uomo dello stento, la profanazione della domenica è dunque la rovina della religione. Queste considerazioni deortatorie acquistano una novella forza, se riflettasi, che l’osservanza del riposo settenario diventa più che una condizione fondamentale della società del mortale con Dio. – Essa è in qualche maniera questa società stessa. La parola formale dell’Altissimo protegge la mia asserzione: « Il sabato, dice egli, è il mio patto co’ figliuoli d’Israel, e il segno eterno di questo patto » [“Pactum est sempiternum inter me, et filios Israel signumque perpetuum” . (Esod. XXI, 16, 17, etc.)]. Ciò che era, sotto simile rapporto, il sabato nell’antica alleanza, trovasi la domenica sotto la nuova legge. Donde originò questa locuzione cotanto profondamente vera dei primi persecutori della Chiesa ai nostri padri nella fede, diretta: « lo non t’interrogo punto se tu sei cristiano, ricerco da te io, se ne hai tu osservato la domenica ». La fedeltà sopra questo precetto dispensava d’ogni altra questione. Tanto egli è vero, al giudizio stesso del semplice buon senso, che la santificazione della domenica è la base della religione, e che la profanazione della domenica diventane la rovina, cioè che la religione sussiste, o no, secondo che la domenica viene, o no santificata.

VI

Inoltriamoci. La profanazione della domenica è ancora la rovina della religione, perché, essa è una rivolta aperta contra Dio, ed una professione pubblica d’ateismo. Questo, lo confesso io, mi spaventa assai più del socialismo, da cui veniamo minacciati. Quale spettacolo, signore, e caro amico, presenta ciascuna settimana la nostra infelice patria! Ogni otto giorni la Francia si mette in pubblica insurrezione contro all’Esser supremo! Ogni otto giorni costei getta all’Onnipotente un’insolente disfida! Quando dall’alto delle nostre vetuste cattedrali le campane invitano alla preghiera, la folla rimane immobile, e il tempio deserto. I clamori della contrada, il rotamento de’ carri, 1’agitazione del commercio, il ripercotimento de’ martelli, l’esposizione delle mercanzie continua come nella vigilia. L’insulto non è ancora abbastanza oltraggioso. Nei paesi cristiani, dalla vigilia si preparano per la domenica i fedeli con disposizioni d’ordine e di proprietà nelle case e nelle contrade; e se la festa è solenne con digiuni, purificazioni o pubbliche orazioni. Nella più parte di nostre città francesi [ed in quelle italiane e dell’Europa, un tempo cristiana, oggi –ndr.-] il sacrilego fa parodia di queste cose sì sante! Il lunedì diventa la domenica dell’oscenità e dell’empietà; esso ha i suoi primi vespri, allorquando appunto l’ora solenne del gran sacrifizio è passata, e che così la profanazione della domenica è consumata, il movimento esteriore s’allenta, i magazzini a poco a poco si chiudono. Una folla gremita, lasciati i panni dimessi ed adusati ferialmente, indossa vestimenta pulite e pompose, e si riversa per tutte le vie. – Dove sen vanno questi uomini, queste donne, questi fanciulli, liberi ornai di loro occupazioni? Volgono questi, senza dubbio, i loro passi verso il tempio; quivi si portano per ristorare con un riposo doppiamente salutare le forze del loro corpo e la salute dell’anima loro. No, figliuoli prodighi non conoscono più la magione del padre loro! Dove si dirigono essi dunque? Domandatelo alle barriere, ai teatri, alle taverne, ai luoghi di prostituzione: Per essi, le tavole de’ bagordi hanno rimpiazzato la santa mensa; i canti osceni sono i loro sacri inni. Il teatro è il loro tempio; i balli e gli spettacoli tengono loro luogo d’istruzione e di preghiera. – La notte stessa non pone fine all’immenso scandalo. À quest’ora calamitosa l’innocenza incontra più sovente la seduzione; misteri d’iniquità si compiono nell’ombra. L’indomani ripigliansi i proprj lavori col corpo estenuato dalle intemperanze della veglia, collo spirito affaticato dalla dissipazione, e dagl’intrighi, col cuore corrotto, coll’anima straziata da rimorsi, e la settimana ricomincia con la maledizione dell’Ente supremo. – Così, per un disordine, il quale grida vendetta dal cielo, il santo giorno è il giorno il più profanato della settimana. – L’oltraggio può egli mai salire più alto? Sì, che lo può. Tutti i profanatori della domenica sono ben lungi dal ritornar al lavoro il lunedì. La maggior parte consacra questo giorno all’oziosaggine ed alle turpitudini: questa è la domenica della crapula, e la fanno. Ma perché cotesto giorno a preferenza d’ un altro? Come mai non vedere in simile scelta, io non so, un certo satanico istinto, che vuole per siffatto avvicinamento rendere insultante il disprezzo di Dio e della sua legge? – Io ve lo ripeto, questo disordine mi spaventa più del socialismo.

VII.

Allo spavento s’aggiugne l’onta, che mi copre di vergogna. Qual esempio noi diamo al mondo intero! Che devono pensare di noi gli stranieri che vengono in Francia, e che veggono la nostra scandalosa profanazione del giorno sacro? Io non parlo solamente de’ cattolici, de’ quali noi offendiamo profondamente il sentimento religioso, e cui noi umiliamo crudelmente pel disprezzo d’una religione che è eziandio la loro; parlo io de’ protestanti. Passate nell’eretica Inghilterra, la metropoli dell’attività e del commercio. Vi vedrete voi un solo metro di stoffa messo in vendita avanti un solo magazzino? No, neppure uno, sono almeno essi poi i magazzini aperti? No; appena quei dei commestibili, e ciò in fino a mezzo giorno soltanto; e ciò senza niuno apparato di mostra: anzi ciò è una sola semplice tolleranza. Le vetture vi circolano esse come nelle nostre città, facendo tremolare le invetriate di nostre chiese, intorbidando incessantemente la calma della preghiera, e rendendo impossibile ogni raccoglimento? No; i carri di trasporto punto non vi circolano; le sole carrozze de’particolari si mostrano, ed in picciolissimo numero, alle ore del servizio religioso. Le usine, queste immense usine, che hanno da fornire dei prodotti all’universo intiero, sono esse in azione? No. Nella Scozia stessa le strade ferrate obliano la loro divorante attività: l’interesse, il piacere, tutto s’arresta rispettosamente dinanzi la sacra legge. Le poste stesse, che trasportano dalle quattro parti del mondo, e vi devono recare lettere e così numerose, e così premurose, e così importanti sotto ogni riguardo, queste poste fanno esse il loro servizio? No. Né a Londra, né in Iscozia, neppure una lettera ne viene distribuita, ovvero ne parte alla domenica. Havvene un’unica distribuzione nelle altre ville del regno. -Ma questo tempo, ch’essa toglie al lavoro, l’Inghilterra io dona forse, come noi, ai teatri, alle biscazze? No. Giammai si trova un teatro aperto la domenica; giammai una bettola durante l’ora degli uffizj. La medesima severità vi regna negli Stati Uniti d’America. – Che ne risulta di cotesto umiliante contrasto? Questo, che la nostra scandalosa violazione della legge sacra al riposo ebdomadario, cotanto religiosamente osservata in ogni luogo illuminato dal sole, induce lutti i popoli a diffidare di noi, ed a tenerci in vilissima disistima. In Europa, cotesta spacciatamente ci condanna per decaduti dalle nazioni incivilite, ed in Àfrica ci butta al rango dei cani. Dire, che somigliante disprezzo sia l’effetto d’un pregiudizio , è difenderci con un’ingiuria. Agli occhi di tutti i popoli, la violazione pubblica, abituale, generale del sacro riposo è una periodica insurrezione contro del medesimo Dio. – Ora, l’orrore che inspira al genere umano la rivolta d’un popolo contro all’Altissimo, non fu no giammai l’effetto d’un pregiudizio. Incapaci a pretenderlo, ciò sarebbe aggiungere la scipitaggine all’ingiuria, e raccogliere per soprappiù la derisione dell’intero universo, legittimo salario della burbanza e della procacia.

VIlI.

Cotesto disprezzo è altrettanto meglio dimostrato, quanto che la nostra profanazione della domenica non è solamente un’insurrezione contra l’Onnipotente, ma una pubblica professione d’ateismo. Tale è il suo più vero e il suo più odioso carattere. La religione, voi lo sapete, è il vincolo che unisce a Dio, non soltanto l’uomo individuale, ma eziandio l’uomo collettivo, che si chiama popolo. – Questo vincolo non esiste mica per un popolo, a meno che egli non si manifesti per certi atti pubblici adempiuti in comune, per mezzo de’ quali questo popolo testimoni la sua fede, come popolo, e la sua dipendenza a riguardo della divinità; ogni nazione, la quale non esercita un pubblico culto, obbligatorio per la nazione, fa pubblica professione d’ateismo. I membri di cotesta nazione possono aver individualmente una religione; ma la nazione per se stessa non ne ha: essa è atea come nazione. Ecco quello che credettero, compresero, quello che credono, comprendono ancora tutti i popoli del globo. Cristiani, Giudei, Maomettani, Pagani, tutti, un solo eccettuato: il popolo di Francia! [Ed oggi, grazie al modernismo e al luciferino ecumenismo, la situazione descritta così lucidamente da mons. Gaume, coinvolge anche l’Italia, la Spagna, la Polonia, l’Irlanda, gli Stati Uniti, etc. etc. –ndr.-]. Ora, questi atti di pubblico culto, adempiuti in comune, ed obbligatori per la nazione, esigono, di tutto rigore, un tempo, un giorno fisso , lìbero d’ogni lavoro, onde il popolo intero possa radunarsi nei suoi templi, e dimostrare per orazioni e sacrifici solenni il sacro vincolo, il quale lo stringe a Dio. Ecco ancora ciò che comprendono tutte le nazioni della terra. Cosi non trovasene una sola, la quale non abbia il suo giorno di riposo e di culto pubblico. Pei cristiani questo è la domenica, pei giudei il sabato, pei musulmani il venerdì, pegli idolatri di Ormulz e di Goa il lunedì, pei negri della Guinea il martedì, pei mongoli il giovedì; presso certe nazioni, depositarie meno fedeli delle primitiva legge del riposo settenario, come i chinesi, i cocincinesi, i giapponesi, trovasi il principio dell’anno, parecchie novelle lune, ed anche il 15 e il 28 di ciascun mese, consacrato al culto solenne della divinità [V. Lamoire, Le Vayer, tom . XU, epit. l1, p. 32]. – Dunque qualunque popolo privo dei giorni legalmente riserbati al culto nazionale è un popolo non decorato del nome di religioso infra gli altri popoli: egli non è né cristiano, né giudeo, né maomettano, né pagano; esso è qualche cosa di mostruoso: desso è ateo.

IX.

Profanazione della domenica vuol dire rovina della religione; tale è, signore, e caro amico, la proposizione che aveva io a stabilire nelle mie prime lettere: mi sembra essermi sgravato del compito. Avanti di finire, voglio richiamare, per un istante, la vostra attenzione sopra queste due parole: rovina della religione! Considerata sotto questo primo rapporto, si comprende bene tutta la gravità della questione, la quale ci occupa, o se voi amate meglio, l’inesprimibile gravità del disordine che noi combattiamo. Alla presenza di ciò, che si passa in Europa, e più ancora nell’apprensione di quello che ci minaccia, è forse d’uopo ridire la necessità assoluta della religione, la colpevole clemenza di coloro che la distruggono? Chi dice mina della religione, dice: rottura del vincolo che unisce il mortale a Dio, negazione di Dio, negazione della Provvidenza, negazione dell’autorità, negazione della società, negazione della famiglia, negazione della prosperità, negazione della moralità degli alti umani. – Chi dice rovina della religione, dice: anarchia nelle intelligenze, anarchia nei cuori, anarchia nei fatti, dubbi, tenebre, angosce, sensualità, egoismo, orgoglio, rivolta, febbre dell’oro, febbre della voluttà, sprigionamento compiuto di tutte queste belve furiose denominate passioni, e l’immondo covile delle quali è il cuore di ciascun mortale. Chi dice rovina della religione, dice: potere senza diritto, istituzioni senza fondamento, autorità senza rispetto, società senza difesa, privazioni senza indennizzazioni, sacrifici senza ricompense, dolori senza consolazioni, demenza, disperazione, suicidio, rivoluzioni, saccheggi, dispotismo, subbisso, barbarie, caos. Chi dice rovina della religione, dice, in una parola, degradazione dell’uomo sino al livello del bruto, ed al disotto. Gradite, ecc.