Il gran mezzo della preghiera: Salutazione angelica, Angelus – Salve Regina – Regina cæli – Litanie

Il gran mezzo della preghiera

Salutazione angelica – Angelus – Salve Regina – Regina cæli – Litanie

[J.-J. Gaume: Catechismo di perseveranza, vol. II – VI ed. – Torino 1881]

Dopo l’Orazione Dominicale, la più bella di tutte le preghiere particolari è l’Angelica Salutazione. L’ha composta infatti Iddio stesso, benché non ce l’abbia insegnata per bocca sua, ma per bocca dell’Arcangelo Gabriele, di Santa Elisabetta e della Chiesa, tutti e tre governati dallo Spirito Santo. [Bellarm., Dottr. crist. 95.]. Egli è uso universale della Chiesa recitarla dopo il Pater Noster, ed eccone la ragione. Una persona che solleciti qualche grazia dalla Corte, comincia dal presentare allo stesso Principe la sua supplica, poscia rivolgesi a quello fra i cortigiani cui egli crede più benvisto al Monarca, e lo scongiura ad avere a cuore la domanda inoltrata, onde venga conforme al suo desiderio soddisfatta. Simile all’esposto è pure il nostro procedimento. Supplicato il Re del Cielo e Padre nostro, noi preghiamo la Regina del Cielo sua e nostra Madre perché parli per noi e ci aiuti colla potente sua raccomandazione ad ottenere quello che abbiamo domandato [“Opus est mediatore ad mediatorem Christum, nec alter nobis utilior quam Maria”. S. BERNARD., Serm. ultin. de Assumpt]. – Ed ecco altresì la ragione per cui ora ci accingiamo a spiegare l’Ave Maria. – Siccome il Pater Noster, dividesi l’Ave Maria in tre parti, od anche in quattro, se vogliasi tener conto della conclusione, la quale del rimanente è la stessa che nell’Orazione Dominicale. La prima parte consta delle parole dette dall’Arcangelo Gabriele alla Santa Vergine: Dio ti salvi, Maria, piena di grazia, il Signore è teco, tu sei benedetta fra tutte le donne. La seconda comprende le parole di S. Elisabetta: E benedetto il frutto del ventre tuo. La terza: Maria, Madre di Dio, ecc. è stata composta dalla Chiesa. – Parte prima: Io ti saluto. Giusta la cronologia più comunemente abbracciata, nell’anno del mondo 4004, il giorno 25 del mese di marzo, che cadeva in venerdì, l’Arcangelo Gabriele, tutto splendente di luce, discese dal Cielo quale inviato della SS. Trinità ad una verginella della stirpe reale di David, che abitava una piccola casa di una piccola città della Galilea, chiamata Nazareth, e le disse: Io ti saluto. Queste parole esprimono ad uno stesso tempo la dimestichezza, il rispetto, la felicitazione. – La dimestichezza: allorquando le ripetiamo alla Santa Vergine, noi dimostriamo che, come l’Arcangelo Gabriele, Le siamo famigliari ed amici, la qual cosa ne dà ardire di venirLe a parlare. Il rispetto: salutando Maria, riconosciamo nella sua Persona la più santa, la più sublime, la più possente di tutte le creature. La felicitazione: queste parole io ti saluto significano: rallegrati e godi; dopo quella di Dio niuna beatitudine può paragonarsi alla tua. Che sia accetto in sommo grado alla Santa Vergine di udirci ripetere spesso queste parole, è cosa fuor d’ogni dubbio. Difatti, come supporre ch’Ella non ascolti con piacere quel saluto che le ricorda l’istante più fortunato, più solenne, più glorioso di sua vita, e la sua incomparabile dignità di Madre di Dio; prerogativa che sola comprende e sopravanza qualunque titolo o prerogativa attribuir si possa a qualsiasi creatura? Come non deve Ella rallegrarsi vedendoci occupati nel pensiero della sua gloria in riconoscenza dell’immenso benefizio dell’Incarnazione? Queste due attestazioni si rinnovano per parte nostra tutte le volte che degnamente pronunziamo le parole io ti saluto, le quali ci rendono graditi al materno suo cuore. Con questo saluto noi attestiamo alla Santa Vergine l’affetto che Le portiamo, la gratitudine da cui siamo compresi pei benefizi che ne abbiamo ricevuti, e risvegliamo nel suo cuore il gaudio che le recò già l’Angelo, quando le indirizzò Le stesse parole. Ecco perché nei primi secoli della Chiesa i Cristiani non hanno giammai cessato di far risuonare come armonioso concerto alle orecchie della Santa Vergine l’Angelica Salutazione. Ne abbiamo la prova nei nostri più antichi monumenti, come sono le liturgie di San Giacomo e di San Giovanni Crisostomo.

Maria. — L’Arcangelo non profferì questo nome augusto, ma si contentò di dire: Io ti saluto, piena di grazia. Perché ciò? 1° Perché 1’Angelo trovandosi solo colla Santa Vergine, non era punto necessario eh’ ei la chiamasse per nome, per farle intendere che il suo discorso era ad Essa rivolto; 2° perché il nome di quelle persone che si distinguono per qualche prerogativa eminente è chiarito abbastanza dall’indicazione della prerogativa stessa. Così, per esempio, se dicasi il Saggio, ognuno intende Salomone; pronunziando, l’Oratore Romano, il pensiero corre a Cicerone. Egualmente quando l’Angelo disse: «Io ti saluto, piena di grazia » dimostrava aperto, che non poteva riferirsi ad altri che a Lei sola; 3° perché quando parlasi apersone di altissima dignità comunemente non si adopera il loro nome proprio: così parlando ai Principi della Chiesa, ai Re della terra, al Sommo Pontefice, noi diciamo: Eminentissimo, Sire, Santità, senza aggiungere il nome proprio di questi alti personaggi. Fu la Chiesa che pose nella Salutazione Angelica il nome di Maria, per ricordarci bene a Chi noi parliamo, e risvegliare nel nostro cuore gl’ineffabili sentimenti che ridesta per se stesso quel nome benedetto.

Maria è vocabolo ebraico che significa signora, padrona, illuminatrice; e nel doppio significato questo nome si conviene mirabilmente alla Santa Vergine. Ella è signora, poiché Iddio l’ha stabilita regina e padrona di tutte le creature, e Le ha conferito sovra se stesso un impero senza limiti; è illuminatrice, avendoci dato il Salvatore, Sole di giustizia e Luce del mondo. Da ciò nasce il profondo rispetto e la viva confidenza, che la Chiesa cattolica ha in ogni tempo dimostrato al nome di Maria; quindi nelle preghiere pubbliche essa ingiunge a’ suoi Ministri di non pronunziarlo giammai, senza inclinare il capo in segno di venerazione; quindi la religiosa Polonia non permise pel corso di quattrocent’anni che alcuna delle sue donne lo assumesse nel battesimo; quindi il glorioso martire San Gerardo, vescovo di Candia, insegnò agli Ungheresi a pronunziare raramente il nome di Maria, ma a chiamarla piuttosto Nostra Signora; e quando l’avessero pronunziato, ovvero inteso pronunziare, a scoprirsi il capo, e piegare il ginocchio. Noi attesteremo la nostra venerazione per questo nome glorioso non pronunziandolo giammai con sbadataggine, e conservandolo o portandolo con sé, scritto, dipinto od inciso, quale obbietto religioso e come un ricordo, un preservante. Ad imitazione della Chiesa dobbiamo noi pure invocarlo con piena fiducia nei pericoli, nelle infermità, nelle tentazioni, nei travagli, e nel punto specialmente della nostra morte; imperocché, scrive un Santo, l’augusto nome di Maria è segno di vita, fonte di gioie, miniera di grazie [S. BERNARD., Serm. 2, sup. miss. — [“Quemadmodum continua respiratio non solum est signum vitæ, sed etiam causa; sic sanctissimum Mariæ nomen, quod in Dei servorum ore assidue versatur, simul argumentum est, quod vera vita vivant, simul etiam hanc vitam ipsam efficit et conservat, omnemque eis lætitiam et opem ad omnia impertitur” – S. GERM. Episcop. Constanolinop. In Orat. de Deip. Virg.]. Piena di grazia. — Queste parole cominciano a spiegare il profondo rispetto dell’Arcangelo verso Maria, e palesano la precipua dote della Vergine augusta. Maria è piena di grazia, vale a dire, ch’ella sola ha ricevuto più grazie che non tutti insieme gli uomini e gli Angeli. Iddio infatti proporziona sempre i mezzi al fine che vuol conseguire. Ora avendo scelto la Santa Vergine per sublimarla alla dignità di Madre di Dio, che è la maggiore di cui una pura creatura possa essere insignita, Ei l’ha ancora dotata d’una pienezza di grazia proporzionata a questa suprema dignità. Ma qual è il senso preciso di queste parole piena di grazia? E a sapersi che la grazia di Dio produce tre grandi effetti nell’anima: cancella i peccati che sono come macchie, le quali imbrattano l’anima; adorna la stess’anima di doni e di virtù; e finalmente le dà forza di fare opere meritorie e grate alla Divina Maestà. – La Madonna è piena di grazia, perché quanto al primo effetto, Ella non ha mai avuto macchia di peccato alcuno, né originale, né attuale, né mortale, né veniale. – Quanto al secondo ha avuto tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo in altissimo grado. Rispetto al terzo, ha compiuto opere tanto grate a Dio e tanto meritorie, che è stata degna di salire sopra tutti i Cori degli Angeli in corpo ed anima [Bellar., Dottr. Crist. 97].

Il Signore è teco. — Queste parole esprimono la seconda prerogativa della Santa Vergine e un’altra lode singolare che noi Le tributiamo. Pel nome Signore qui adoperato intendesi in generale la Santa Trinità, e in particolare la seconda Persona. Laonde le parole dell’Arcangelo suonavano per Maria, come se le dicesse: « La Santa Trinità è con Te dal primo istante della tua concezione con perpetua assistenza. onde preservarti da ogni macchia, da ogni imperfezione, per dirigerti in tutte le tue vie, proteggerti, colmarti delle grazie più eccellenti; in una parola, per custodire Essa stessa un sì prezioso tesoro. Né solo la Santa Trinità è stata Teco fino a questo punto con una provvidenza speciale; fin da questo momento Essa è con Te in un modo ben altrimenti singolare. Il Padre ti copre colla sua ombra, lo Spirito Santo in Te sopravviene, il Figlio discende nel castissimo tuo seno, di modo che non è solo con Te per grazia, ma in persona [“Dominus (Filius) tecum non tantum gratia, sed etiam natura ex te factus homo; non tantum consensione voluntatis, sed etiam coniunctio carnis.” – S. BER., Serm.5, sup. miss. — S . CHRY – S Chrys. Serm. 143]. Quindi il Padre è con Te innalzandoti alla dignità di Madre del suo proprio Figlio; il Figlio è con Te lasciando intatta la tua verginità prima del parto, durante il parto, e dopo il parto; lo Spirito Santo è con Te santificandoti il corpo e l’anima con incomparabile santificazione. In una parola, la Santa Trinità è con Te come nel suo vivo tempio; il Padre è in Te come in sua figlia; il Figlio come in sua madre; lo Spirito Santo come in sua sposa. Ma ciò non è tutto: Il Signore, il Verbo divino sarà con Te: vivrà nove mesi nelle tue viscere verginali; si trastullerà sui tuoi ginocchi, ti prodigherà le sue divine carezze; pel corso di trent’anni non Ti abbandonerà giammai; come figlio obbediente Ti renderà tutti i servigi che Gli chiederai; nella quotidiana conversazione t’istruirà, ti consolerà, ti colmerà d’incessanti grazie. Durante la sua vita pubblica, del pari che nella sua vita privata, non si separerà da Te; sarà con Te alle nozze di Cana per compiacere i tuoi desideri; persino sul Calvario ti darà un’ultima testimonianza di tenerezza confidandoti alle cure del prediletto fra suoi discepoli. Dopo la sua Risurrezione verrà a visitarTi per la prima; dopo la sua Ascensione t’inonderà dei doni dello Spirito Santo, di guisa che Tu sola ne andrai più colma che non tutti insieme gli Apostoli ed i Santi. Allorché sarai sul punto di abbandonare la terra, scenderà al tuo fianco e Ti accoglierà fra le proprie braccia onde condurti trionfante in corpo ed anima nel soggiorno della sua gloria, e Ti collocherà alla sua destra per tutta l’eternità: Io Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con Te ». Tu sei benedetta fra tutte le donne. — Ecco la terza incomparabile dote di Maria, e il terzo singolarissimo omaggio che noi Le rendiamo. Facendo eco alle parole dell’Arcangelo noi confessiamo che nessuna donna ha ricevuto, né riceverà giammai maggior copia di benedizioni singolari quanto la Vergine Maria. Ella difatti, per unico privilegio, riunisce nella propria persona le benedizioni tutte della Vergine e della Madre; grazia, che non ebbe mai né potrà avere esempio; e che a Lei sola conferisce il diritto di esser chiamata Benedetta fra tutte le altre donne. Benedizioni della Vergine sono la purità continua e senza macchia del corpo e dell’anima; stato sublime che presso tutti i popoli anche pagani ha meritato alle vergini i più grandi onori, e un rispetto religioso; che continua a meritar loro eguali favori in seno alle nazioni cristiane; e che nelle pompe della Corte celeste merita loro la gloria esclusiva di seguire l’Agnello immacolato negli eterni suoi trionfi. Maria sola ha goduto, gode tuttora, e godrà in perpetuo infinitamente più ch’ogni altra vergine queste benedizioni della verginità. – Le benedizioni della Madre sono la fecondità e la perfezione di cuore de’propri figli. Maria ha partorito un Figliuolo che solo vale infinitamente più che non tutti i nati e nascituri. Si può dire ancora che ella è Madre di più gran numero di figli che non il suo padre Abramo, la cui posterità sopravanza il numero delle stelle del firmamento; imperocché tutti i buoni Cristiani sono fratelli di Nostro Signore, e per conseguenza figli di Maria, non per ragion di natura, siccome il Salvatore medesimo, ma per amor di Madre, per grazia, per eredità. Di più, siccome la verginità di Maria eccede in perfezione quella di tutte le vergini, così pure la sua maternità sorpassa in gloria quella di tutte le madri. Tutte le donne partoriscono nei dolori; Maria sola andò immune da questa legge. Perciò a giusto titolo noi la salutiamo Benedetta fra tutte le donne, perché le altre hanno la gloria della verginità senza la fecondità, o la benedizione della fecondità senza la verginità, laddove Maria sola accoppia il privilegio di perfetta verginità e di fecondità perfetta.

Seconda parte: Benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù. Queste parole racchiudono la seconda parte dell’Angelica Salutazione, ispirata dallo Spirito Santo a S. Elisabetta [Luc. I]; ed esprimono in pari tempo il quarto privilegio di Maria, e la quarta lode che noi Le tributiamo. Noi abbiamo superiormente lodato la Vergine, per ciò ch’Ella è in se stessa; qui ci congratuliamo per ciò che Ella è a motivo del Figlio suo, frutto delle caste sue viscere. E sebbene al primo aspetto questa lode sembri rivolta al Figlio, non ostante essa ridonda direttamente alla Madre, come la lode del frutto ridonda all’albero che lo porta, e la gloria del Figlio si riflette sulla Madre. Ora, Nostro Signore essendo vero uomo e vero Dio, è benedetto non solo fra tutti gli uomini, ma ancora, come dice S. Paolo, sopra tutto ciò che esiste in Cielo e sulla terra [Rom. IX]. Egli è benedetto; vale a dire, che è la sorgente stessa di tutti i beni che possiede per natura, e diffonde su tutte le creature; e così pure la Santa Vergine, Madre sua, non solamente è benedetta fra tutte le donne, ma benedetta fra tutte le creature tanto nel Cielo quanto sulla terra: e ciò, come abbiamo detto, perché la gloria del Figlio riflettesi sulla Madre.Il Signor Nostro è designato sotto il misterioso nome di frutto, onde palesare primieramente eh’esso è stato formato della sostanza medesima di Maria, e inoltre unicamente per opera soprannaturale dello Spirito Santo; e per mostrare da ultimo ch’Egli è nato senza lesione della santa Madre, come il frutto nasce e matura senza ledere l’albero che lo porta.

Gesù. — Santa Elisabetta tacque questo nome divino indirizzandosi alla cugina, e ciò a un di presso per le stesse ragioni che spiegano il silenzio dell’Angelo intorno al nome di Maria. Fu la Chiesa che aggiunse poi il nome di Gesù all’Angelica Salutazione, onde apertamente indicare ch’egli era il frutto benedetto delle caste viscere dell’augusta Vergine, e stimolarci per questo appunto a celebrare piamente il seno di Maria, degno dell’eterne lodi del Cielo e della terra. La Chiesa in far ciò ha perfettamente interpretato l’intenzione del Salvatore medesimo, il cui desiderio è di vedere esaltato e benedetto il seno della divina sua Madre, che durante nove mesi servi a Lui di ricettacolo. Laonde allorché una donna, dopo di aver udito gli ammirabili discorsi dell’Uomo-Dio, gridò di mezzo alla folla: Benedetto il seno che ti ha portato! Il Signor Nostro approvò cotale elogio, e lo confermò col dire: Sì, benedetto; ma più ancora benedetta la Madre mia, che ascoltò le parole di Dio! Dopo molti secoli la Chiesa cattolica, ad esempio di questa femmina dell’Evangelo, innalza ogni giorno a Maria questa medesima formula di encomio.

Terza parte: Santa Maria, Madre di Dio, prega, ecc. —Noi siamo giunti alla terza parte dell’Angelica Salutazione composta dalla Chiesa. Gli elementi di questa preghiera risalgono fino alla culla del Cristianesimo. Perciò i Sirii, che dagli Apostoli stessi e probabilmente da S. Pietro impararono l’Ave Maria, non la finiscono mai senza implorare il patrocinio della Vergine dicendo: Salve, o Maria, piena di grazia! Il Signor Nostro è teco; tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi, per noi, dico, che siamo peccatori: Così sia. Per quanto concerne la formula attuale, il Cardinal Baronio, fondandosi nella tradizione, la fa risalire all’anno 431, dopo il Concilio di Efeso, epoca nella quale uscì per acclamazione dalla bocca di tutti i Fedeli, come risarcimento dell’oltraggio fatto alla loro Madre da Nestorio, e come solenne monumento della vittoria di Maria contro quell’ eresiarca In questa parte della Salutazione si trovano compendiate le principali glorie di Maria, le quali si riepilogano esse pure dall’ ineffabile privilegio della Maternità divina; e insieme noi le esprimiamo la nostra confidenza filiale nel suo aiuto e lo stringente bisogno che abbiamo del suo patrocinio. Santa Maria! Oh! sì, santa di tale santità che niuna creatura può a gran pezza raggiungerla; santa nella sua concezione, nella nascita, prima di nascere; santa nella vita e nella morte; santa d’anima e di corpo, senz’ombra di macchia o di sozzura: tutta bella d’animo e di corpo; di una bellezza superiore a quella degli Angeli e degli uomini, e solo inferiore a quella di Dio.

Madre di Dio. — Oh! quanto son proprio queste due parole a rallegrare il cuor di Maria! quanto opportune a muoverla per noi a compassione, e ad ispirarci per essa fiducia senza limiti! Madre di Dio, sei dunque la più gloriosa, la più felice delle creature! Madre di Dio, Tu sei dunque onnipossente! potrebbe forse una Madre ricevere un rifiuto da un Figlio come il tuo? Madre di Dio, Tu sei dunque pietosa verso i peccatori; questi infelici che t’implorano sono teneramente amati dal tuo Figlio; son prezzo del sangue suo, sono suoi fratelli, e debbono essere suoi coeredi. Potresti forse non amarci, Tu che ami sì ardentemente il tuo Figlio, mentre la nostra salute è il primo de’ suoi desideri; potresti negarci il tuo soccorso per ottenerla?

Prega. — Ripetuta la principale lode della Vergine, chiamandola Madre di Dio, noi ce ne serviamo per dirle: 1° quanto Ella può sul cuore di Dio, e quanto le è facile perciò d’intercedere per noi peccatori. A Lei basta uno sguardo, un cenno, una parola, la più semplice preghiera. E perché ciò? Perché la preghiera della migliore e più diletta fra tutte le madri sull’ animo del migliore ed onnipotente Figlio è sempre un comando. Così spiegansi tutti i Padri, tutti i Dottori; tutti i secoli cristiani, che non sapendo in qual altro modo definire l’unione dell’ inferiorità connaturale ad una creatura coll’onnipotenza di cui Maria è dotata per grazia, chiamano la Santa Vergine l’onnipotenza supplichevole [Omnipotentia supplex]. – In secondo luogo noi le ricordiamo la sua bontà; una madre è tutta Cuore. Ora il Cuore della Vergine, sempre in armonia perfetta con quello di Gesù, ama tutto quello ch’Egli ama, ama molto tutto ciò che molto ha amato Gesù, e per conseguenza gli uomini creati a sua immagine e somiglianza, gli uomini da Lui nominati suoi fratelli, e coi quali Ei realmente ha stretto i vincoli indissolubili di parentela, assumendo la nostra natura nel puro seno di Maria.

Per noi. — Con ciò intendonsi tutti gli uomini e principalmente i Cristiani; poiché tutti hanno bisogno del patrocinio della Vergine, ed essa è avvocata di tutti..

Poveri peccatori. — Fra tutti gli uomini, coloro che in certa guisa più sono stati amati dal Salvatore sono i peccatori, atteso ché per essi Egli si fece carne: « il Figlio dell’Uomo, parla Egli stesso, non venne pei giusti, ma bensì pei peccatori; è venuto per salvare tutto ciò che era perito: non i sani, ma gl’infermi abbisognano di medico ». Ei fu con essi famigliare persino a farsi chiamare dai suoi nemici l’amico dei pubblicani e dei peccatori; a loro specialmente Egli indirizzò quest’invito: « Venite a me, o voi tutti? che gemete sotto il peso degli affanni ed io vi allieverò”.- Fu per questo ch’Ei narrò nel suo Evangelo le affettuose parabole della dramma perduta e del figliuol prodigo. Per le quali ragioni tutti noi siamo certi di commuovere il Cuore della Vergine, dicendo , a Lei rivolti : Pregate per noi, poveri peccatori.

Poveri peccatori; oh! sì, ben poveri; perché il peccato ne tolse tutti i beni, e ne gettò nudi e semispenti sotto i piedidel demonio. Questa confessione della nostra infelicità ha forza per se sola ad impietosire il cuore di Maria; ma coll’aggiungere la parola peccatori, vale a dire, col confessare che questa nudità, queste ferite, questo stato lacrimevole nel quale ci troviamo è per nostra colpa, per nostra propria e somma colpa, noi mostriamo in tutta la sua pienezza la nostra miseria, ed usiamo il vero mezzo d’intenerire infallibilmente le viscere della Madre di misericordia. Le rammentiamo che se Ella è la Regina di misericordia, noi siamo i primi de’ suoi sudditi. Ed Essa lo conosce sì bene, che San Bernardo giunse a dire: « Io acconsento che niuno parli più di Te, o Maria, se mi si cita un sol uomo, che ne’ suoi bisogni t’abbia inutilmente invocata ». [“Sileat misericordiam tuam, Virgo beata, si quis est qui invocatami te in necessitatibus suis sibi meminerit defuisse.” Serm. De Nativ. B. Mar., Memorare, o piissima, etc.]

Adesso. — Questo vocabolo significa tutto il tempo della vita presente, della quale non possediamo né la vigilia, né l’indomani, ma il solo istante presente. Si osservi con qual cura Iddio ci ricorda nelle due più belle preghiere, l’Orazione Dominicale e la Salutazione Angelica, la brevità del tempo e la fragilità della vita.

Adesso, ci richiama ancora al pensiero qua è il nostro stato sulla terra, stato di lotta continua, tantoché ogni giorno, ogni ora noi abbisogniamo di soccorso, non essendovi un solo istante in cui ci troviamo senza pericoli.

E nell’ ora della nostra morie. — L’ora la più pericolosa e decisiva, quella perciò in cui maggiormente abbisogniamo di aiuti, è l’ora della morte. Essa è la più pericolosa; poiché allora il demonio, veggendo che pochi istanti gli rimangono ancora per tentarci, raddoppia di furore e d’astuzia per farci cadere nel peccato; la più pericolosa, dacché il passato, il presente, l’avvenire, i dolori della malattia, tutto cospira a gettarci nell’abbattimento, nell’impazienza, nella disperazione, mentre dall’altra parte l’indebolimento delle forze non lascia energia per resistere, o ci rende insensibili al nostro stato, e spesso ancora le persone, che ne circondano, con crudele pietà si sforzano per quanto è in loro a mantenerci in fatali illusioni. Quell’ora è la più decisiva, perché dall’ora della morte dipende tutta l’eternità: l’albero resterà da quella banda in cui sarà caduto. Ora la Santa Vergine è onnipossente per fortificare l’infermo, consolarlo, difenderlo, risvegliare nel suo cuore sensi di pentimento, di fiducia, di perfetta conformità ai voleri di Dio; a dir breve, per ottenere a tutti quelli che, a guisa di S. Giuseppe vissero in sua compagnia, la grazia di morire com’esso fra le sue braccia materne e fra quelle del divino suo Figlio.

Amen. — Avvenga come abbiamo chiesto. Oh! che quest’Amen è sapientemente posto nella fine dell’Angelica Salutazione, ben intesa e ben recitata! Spiegando l’Orazione Dominicale e la Salutazione Angelica, noi abbiamo fatto conoscere le due più perfette e più venerabili di tutte le preghiere particolari. Per compiere questa importante lezione non ci rimane che ad indicare certe altre preghiere degne esse pure di tutto il rispetto, vuoi per la loro intrinseca beltà, vuoi per l’antichità, vuoi finalmente per l’uso generale che ne fanno i fedeli da molti secoli in tutto il mondo cristiano. – La prima, la quale in certa guisa ha radice nelle due precedenti, è:

l’Angelus.

Tre volte al giorno: la mattina, al mezzo giorno, alla sera, il sacro bronzo fa udire un suono religioso, e i devoti Cristiani tre volte al giorno salutano l’augusta Madre loro, Maria. – Quest’uso, ora generale in tutta la Chiesa, risale ad un’alta antichità. Nel 1262, San Bonaventura prescrisse ai Religiosi dell’Ordine di S. Francesco, de’ quali egli era generale, di recitare ogni sera, al suono della campana, tre Ave Maria per onorare il mistero dell’Incarnazione. La Diocesi di Saintes fu la prima in Francia ad accogliere tal uso, che da Giovanni XXII, con sua Bolla 13 ottobre 1318, fu approvato ed incoraggiato con indulgenze. Nel i 1724 Benedetto XIII concesse cento giorni d’indulgenza ogni volta, e indulgenza plenaria una volta al mese a tutti quelli che reciteranno l’Angelus nella sua formula attuale. Per meritare l’indulgenza è mestieri recitare questa preghiera inginocchio, anche il sabato a mezzogiorno. Per rito comune, la domenica è eccettuata da questa regola, e durante il tempo pasquale l’Angelus è surrogato dalla Regina Coeli. La triplice ripetizione di questa preghiera ci fa intendere il bisogno in cui siamo di ricorrere frequentemente a Dio ed ai Santi, circondati come ci troviamo da nemici visibili ed invisibili; e ne insegna eziandio di non contentarci di usar 1’arme della preghiera nel principio delle nostre azioni, ma di adoperarla ben anco nel mezzo e nella fine. Nell’uso di suonare tre volte per giorno la campana, e di recitar pure tre volte l’Angelica Salutazione, racchiudasi un altro mistero. La santa Chiesa vuol rammentarci continuamente i tre grandi misteri della nostra Redenzione: l’Incarnazione, la Passione, la Risurrezione; quindi essa vuole che salutiamo la Santa Vergine al mattino in memoria della Risurrezione del Salvatore; a mezzo giorno in memoria della Passione; alla sera in memoria della Incarnazione. Difatti, siccome siamo certi che Nostro Signore fu messo in croce a mezzodì, e risuscitò alla mattina, così si crede che l’Incarnazione succedesse durante la notte. La seconda, è la

Salve Regina.

Il pio e dotto Hermann Contractus, conte di Veringen, morto nel 1054, è creduto autore della medesima. Questa preghiera favorita di S. Bernardo, è sì bella, sì affettuosa, si ben collocata nella bocca dei poveri figli di Eva, pellegrini nella Valle di lacrime, che è difficile recitarla senza sentirsi commuovere il cuore e senza intenerire altresì le viscere materne di Maria. [Vedi la spiegazione della SaJve Regina nell’Opera del CANISIO, De Virg. Mar. Deip., lib. V, 15; e S. ALFONSO, nelle Glorie di Maria.]. – Preziose indulgenze vanno annesse alla sua recitazione. – La terza sono le

Litanie della Santa Vergine,

dette ancora Litanie Loretane dal Santuario della Madonna in Loreto, nel cui recinto con gran pompa sono cantate tutti i sabati dell’anno. Queste litanie che ogni buon Cattolico sa a memoria e recita devotamente ogni giorno, sono generabilissime per la beltà delle domande che racchiudono; per gli encomi leggiadri ed amorosi che tributano alla Santa Vergine; per la devozione somma colla quale santi Pontefici, possenti Re, Dotti di tutti i paesi le hanno recitate ad onore di Maria, infine per la loro antichità. Tutto ne fa ritenere che risalgano ai tempi apostolici. Crediamo soltanto che la parola sancta,– La quarta, è la

Regina Coeli,

la quale fu cominciata dagli Angeli e compiuta dal Pontefice S. Gregorio Magno, o dal popolo di Roma, nel giorno di Pasqua, 25 aprile 590, epoca della terribile pestilenza che desolava la capitale del mondo cristiano e che cessò immantinente. Ottiensi la stessa indulgenza che per l’Angelus. -La quinta, le Litanie del santo nome di Gesù, nelle quali si rammentano al Signor Nostro i diversi suoi titoli d’Uomo-Dio, di Salvatore, di Modello. Sebbene posteriori in tempo alle Litanie della Santa Vergine, esse nondimeno sono bellissime, piissime, ed arricchite per ogni recitazione di trecento giorni d’indulgenza dal Pontefice Sisto V. – La sesta, le

Litanie dei Santi,

che formano come un lungo sospiro della Chiesa militante verso la sua sorella, la Chiesa trionfante. Nulla è più solenne o più affettuoso di questa invocazione di tutti gli ordini dei Beati, dei quali s’implora la possente intercessione, rappresentando loro la lunga sequela delle miserie corporali e spirituali, pubbliche e private da cui sono circondati i miseri esiliali nella valle del pianto. L’origine di questa sublime preghiera si perde nella notte dei tempi; e se ne trova la traccia nei secoli de’Martiri. Tali sono le principali formule di preghiere il cui uso è più generale ed antico nella Chiesa. I fedeli opereranno santamente preferendole ad ogni altra orazione, siccome mezzo il più degno e il più efficace di orare.

Preghiera.

O mio Dio , che siete lo stesso amore, vi ringrazio che abbiate inspirato alla vostra Chiesa tante preghiere, cosi potenti sul vostro Cuore; fatemi la grazia di poterle recitare col fervore dei Santi, che mi hanno preceduto e dovranno seguirmi. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore, non mancherò giammai di raccogliermi un istante prima di pregare.

BREVI E FAMILIARI RISPOSTE ALLE OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE [prefaz.+ r. I-IV]

BREVI E FAMILIARI RISPOSTE

ALLE OBBIEZIONI

che si fanno più frequentemente

CONTRO LA RELIGIONE

[OPERETTA  DELL’ABATE DE SÉGUR

[G. Marietti ed. Torino, 1870]

Prefazione del TRADUTTORE

Dacché la stampa irreligiosa, e proterva anche nel nostro paese si mise con procace audacia a spargere Io scherno, l’insulto, e il biasimo su le cose, e persone sacre, e su i doveri religiosi, fu sentito il bisogno di riparare a questo danno col raccogliere in un piccolo libro alla portata di tutti, e che nella sua semplicità avesse l’attraente della svelta e lucida esposizione, tutte le obbiezioni, tutti i sofismi, che con mala fede si vanno propinando al popolo dei fogli perversi, e da uomini irreligiosi, e fare appositamente ad essi una facile, corta, e famigliare risposta. Un tal libro tanto opportuno nelle circostanze, che ci fa il tempo presente, uscì colà, dove forse la diffusione dell’irreligiosità fu maggiore, cioè in Francia, dall’abile, arguta, e facile penna dell’abate De Segur, Cappellano della prigione militare di Parigi. —Il Traduttore animato dall’utilità grande, che la lettura di queste risposte arrecherà ad ogni ceto di persone, si determinò a portarle nel nostro idioma, procurando di conservare quel brio e scioltezza di stile, che è propria dell’Autore. Possa la diffusione di quest’operetta produrre anche nel nostro paese quel bene, che recò in Francia, ove in poco tempo se ne fecero sedici edizioni.

PREFAZIONE DELL’AUTORE

Eccoti un libretto, che io ho fatto a bella posta per te, mio caro lettore; te ne offro la dedica, specialmente se a primo aspetto ti spiace; è segno che ne hai più particolarmente bisogno. Si dice che un buon libro è un amico. Io spero in questi momenti di presentarti uno di questi amici. Ricevilo, come si ricevono gli amici, con benevolenza, e con cuore aperto, che in tal modo te l’offro. Benché esso parli dì cose un po’ serie, ho buona fiducia, che esso non ti darà noia. Io glielo ho molto raccomandato, ed esso mi promise non di predicare, ma semplicemente di discorrere.—Dopo aver letto l’ultimo capitolo, mi saprai dire, se egli fu di parola. – Tu osserverai senza dubbio che i pregiudizi, ai quali io faccio risposta, sono di tre specie. Gli uni provengono dall’empietà, questi sono i peggiori, da essi ho cominciato: gli altri provengono da ignoranza; gli altri in fine da codardia. — Io spero, che la maggior parte di queste obbiezioni ti saranno sconosciute, e che giammai te le sarai proposte seriamente. Ciononpertanto te l’ho notate come un preservante per l’avvenire. E il contraveleno, che ti presento avanti per precauzione. Prego Dio che questi semplici discorsi ti siano profittevoli e che guadagnino il tuo cuore. Conoscendo per dolce esperienza che la vera felicità consiste in conoscere, amare e servire Iddio, io non ho desiderio più ardente di quello di vedere la mia felicità così pura, così stabile divenire altresì la tua… L’intenzione è buona; ciò è già qualche cosa, specialmente nei tempi che corrono. Lo è pure il libro? Lo desidero, benché conosca la mia insufficienza. Troverai senza dubbio molte questioni trattate troppo brevemente; ma io temo di stancarti, mio caro lettore, ed amo meglio essere incompleto, che d’addormentarti. Povero il libro, sul quale si dorme!  Io t’impegno, quanto a questo, a non leggerne troppo alla volta. Leggi piuttosto con, riflessione, considerando attentamente le ragioni, che ti presento. Ti prego sopratutto di cercar di buona fede la verità, di non respingerla, se essa si presenta alla tua mente. Quando il cuore è retto e sincero, non tarda a venire la luce.

 RISPOSTE BREVI E FAMILIARI

ALLE OBBIEZIONI PIU’ DIFFUSE CONTRO LA RELIGIONE

 I. – NON MI PARLATE DI RELIGIONE

R. – E perché dunque? La Religione è la conoscenza, l’amore, ed il servigio di Dio. È la scienza e la pratica del bene. — Che avvi in ciò che non sia degno di voi, di ogni persona ragionevole, ed onesta? Credetemi; voi non conoscete la Religione. Quale voi ve la rappresentate, capisco facilmente, ch’essa vi spiace, ch’essa vi ripugna… ma essa è tutt’altra cosa di quello che se l’immagina il mondo. Io ve lo farò vedere in alcuni discorsi famigliari. Vi mostrerò che essa è fatta per voi, e che voi siete fatto per essa, perché essa porta la verità al vostro intelletto, e la pace al vostro cuore, perché essa vi fa conoscere chi voi siete, d’onde venite, dove andate, e che senza essa voi siete un essere mancante, perduto, e perciò infelice. – Qual cosa più degna d’altronde dell’attenzione, dello studio, del rispetto d’un uomo ragionevole, che la dottrina, la quale ha formato, e nutrito il genio d’un Bossuet, d’un Fénelon, d’un Pascal? Che di più venerabile, anche a primo aspetto, della fede d’un s. Vincenzo de’ Paoli, d’un S. Francesco Saverìo, d’un s. Carlo Borromeo, d’un S. Francesco di Sales, d’un s. Luigi-, d’un s. Alfonso , d’un s. Filippo Neri, d’un b. Sebastiano Valfrè, d’un Bellarmino? – « Il più gran servigio che io abbia reso » alla Francia, diceva l’imperatore Napoleone, si è d’avervi ristabilita la Religione cattolica. Senza la Religione che ne sarebbe degli uomini? Essi si scannerebbero per la più bella donna, per la più grossa pera. » Ah! se come io, voi la vedeste ciascun giorno, questa Religione benedetta, tergere le lacrime del povero, mutare i cuori più viziosi, formare d’un delinquente degradato un santo, se voi la vedeste spandere per tutto la verità, la rassegnazione, la speranza, la pace, la gioia, la purità nello anime, voi cambiereste di linguaggio, e direste senza dubbio: Oh parlatemene sempre, parlatemene! Rischiarate la mia mente colla sua luce, purificate il mio cuore colla sua santa influenza, con essa consolate i miei dolori! – Lasciatemi dunque parlar della religione. E per farvi conoscere la realtà di questa dolce influenza, alla quale io v’invito a non sottrarvi, permettetemi di cominciare i nostri discorsi da un tratto commovente di cui io sono stato testimonio, e direi quasi l’attore; esso parlerà in favore della mia tesi più fortemente di tutti i discorsi. Or son due anni, un povero sergente condannato a morte, aspettava nella prigione militare di Parigi l’esecuzione della fatale sentenza. Il suo delitto era molto grave. Egli aveva ucciso con premeditazione il suo luogotenente per vendicarsi d’una punizione, di cui questi l’aveva minacciato. – Cappellano di questa prigione, vidi il sergente Herbuel e gli apportava i soccorsi della Religione. Pentendosi già del suo delitto, egli li riceveva senza difficoltà. Dopo il secondo, o terzo giorno della sua sentenza si accostò ai sacramenti, e da questo momento quest’uomo sembrò tutto mutato. « Ora, mi ripeteva, ora io sono felice. Io son pronto. Iddio faccia di me ciò che » vorrà. Io sono in una pace profonda: non mi rincresce la vita che per potere far penitenza.» -Egli si confessava e comunicava quasi ogni otto giorni. Dopo due mesi di prigione il primo novembre del 1848. gli si notificò l’esecuzione della sua sentenza. L’ascoltò con la calma d’un cristiano. Il suo corpo era convulso per una specie di tremolo convulsivo; ma l’anima dominava questa violenta emozione, e conservava tutta la pace del cuore. « La volontà di Dio sia fatta, disse » al comandante: confesso che io non mi vi attendeva più dopo un si lungo ritardo!… » – Restai solo con lui. Ricevei un’ultima volta la confessione delle sue colpe, quindi gli portai il santo Viatico. Ei pregò tutta la notte ragionando di tempo in tempo tranquillamente coi due gendarmi che lo custodivano. – La triste vettura che lo doveva condurre a Vincennes, arrivò verso le sei ore. Herbuel abbracciò il portinaio della prigione ed il comandante: niuno poteva trattenere le lacrime. Montai con lui nella vettura cellulare. Egli era tranquillo, anche giulivo durante il tragitto: « Voi non sapreste credere, » signor cappellano, mi diceva, quale eccellente giornata io passai ieri! come ero felice! Questo era un presentimento permesso dalla provvidenza. Io sapeva che era il dì d’ogni santi; io ho pregato continuamente…. la sera era tutto contento… ed ora io lo sono ancora. Niente può esprimere quale pace io gustai questa notte: era una gioia di cui non può farsi idea — Egli andava alla morte!!… « La morte, soggiungeva egli, è più niente per me — io so dove vado, io vado colassù dal mio Padre, io vado alla patria… » Fra poco vi sarò — Io sono un gran peccatore, il più grande di tutti i peccatori. » Io mi metto all’infimo luogo; offesi Iddio, peccai…. ma Dio è buono e confido immensamente in lui. » E leggendo una preghiera che gli ricordava la comunione: « Mio Dio è là » a voce sommessa diceva, ed era pieno di gioia. -« Oh quanto io credo fermamente, soggiungeva ancora, tutte le verità della Chiesa! Oh! Che io sono in una perfetta calma!… E che bel giorno! Io sarò presto con Dio!» E rivolgendosi verso me con un sorriso: « Mio padre, io vi vado ad aspettare; io verrò a farvi entrare a mia volta.» Quindi rientrando in lui stesso: o Io sono niente, Dio solo è tutto. Tutto ciò che ho di buono è per Lui, vien da Lui » solo… io merito niente, io non sono che un gran peccatore! » – Egli mi mostrava il suo manuale del cristiano: « I soldati dovrebbero sempre avere questo libretto e non mai abbandonarlo. Se io l’avessi letto tutta la mia vita » io non avrei fatto ciò che ho fatto e neppure sarei dove sono…» – Il momento dell’esecuzione s’avvicinava. Io presentai al povero condannato il crocifisso: lo prese con trasporto, e riguardandolo con inesprimibile tenerezza disse dolcemente e a più riprese: « Mio Salvatore! mio Salvatore! sì eccolo là! morto per » me ! E anche io vado a morire per Voi! » E baciava la santa immagine. Tutto era pronto. Si discese. Herbuel domandò che gli si lasciasse comandare il fuoco: gli fu accordato. « Io ho avuto il coraggio » del delitto, disse, bisogna che abbia quello dell’espiazione !» – Ricevette a ginocchi un’ultima benedizione. Egli si collocò davanti il picchetto dei soldati che dovevano fucilarlo.—«Compagni, gridò con voce vibrata, io muoio cristiano! Eccovi l’immagine di nostro Signore Gesù Cristo! Guardate bene, io muoio cristiano! E a tutti loro mostrava la croce — « Guardatevi dal fare ciò che io feci, rispettate i vostri superiori! » Io l’abbracciai un’ultima volta…. Un istante dopo la tenibile scarica si fece sentire e Herbuel comparve avanti Dio che perdona lutto al pentimento!!… – Che pensate voi, ditemi, d’una religione che fa morire in tal modo un gran colpevole? E non avvi in ciò di che farvi riflettere?

II. – NON VI È DIO

R. — Ne siete voi ben sicuro ? — E chi allora ha fatto il cielo, la terra, il sole, le stelle, l’uomo, il mondo? Tutto ciò si è fatto da sé? — Che direste voi se qualcuno mostrandovi una casa, vi asseverasse che ella si è fatta da sé? Che direste voi pure se pretendesse che ciò è possibile? — Che egli si burla di voi, non è egli vero? oppure che egli è pazzo: e voi avreste molto ragione. Se una casa non può farsi da sè, quanto meno ancora le creature maravigliose che riempiono l’universo a cominciare dal nostro corpo che è la più perfetta di tutte! Non c’è Dio? — Chi ve l’ha detto? Uno stordito senza dubbio che non aveva veduto Iddio, che conchiudeva da ciò che non esisteva? — Ma forsechè non son reali se non gli esseri che si possono vedere, sentire e toccare? — Il vostro pensiero, cioè la vostra anima che pensa, forse non esiste? Ella esiste: e voi De avete il sentimento cosi intimo ed evidente che nessun ragionamento al mondo potrebbe persuadervi il contrario. —Avete voi tuttavia mai veduto, o sentito, o toccato il vostro pensiero? — Guardate dunque come è ridicolo il dire: Non c’è Dio perché non lo vedo. Dio è un puro spirito cioè un Essere che non può cadere sotto i sensi materiali del nostro corpo, e che non si percepisce che dalle facoltà dell’anima. — La nostra anima è anche un puro spirito. Dio la fece a sua immagine. – Si narra che nel passato secolo quando l’empietà era alla moda, un uomo di spirito si trovava un giorno a cena con alcuni pretesi filosofi che sparlavano di Dio e negavano la sua esistenza.—Esso si taceva. L’orologio suonò quando gli si domandò il suo parere. Ei si contentò di loro additarlo dicendo questi due versi pieni di acume e di buon senso: per me più penso, più perdo il pensiero. Possa andar l’oriuol senza orlogiere. – Non si dice ciò che i suoi amici rispondessero. Sarebbe stato necessario molto spirito per cavarsela. – Si cita anche una risposta molto arguta di una signora ad un celebre incredulo della scuola di Voltaire. Egli aveva inutilmente cercato di convertire questa Signora al suo ateismo. Offeso per la resistenza « Io non avrei mai creduto, disse egli, essere il solo a non credere in Dio in una radunanza di persone di spirito!». – “Ma voi non siete il solo, signore, gli soggiunse la padrona di casa, i miei cavalli, il mio cagnolino e il mio gatto hanno anche questo onore; solo queste povere bestie hanno il buon senso di non vantarsene.” – In buon volgare sapete voi cosa significhi questa frase « Non v’ha Dio? » — Ve la spiego fedelmente. — Sono un malvagio che ho gran timore che Dio esista.

III. QUANDO SI È MORTI TUTTO È MORTO

R. – Sì pei cani, gatti, asini, canarini ecc. Ma voi siete ben modesto se vi ponete nel loro numero.

1.° Voi siete un uomo, mio caro, e non una bestia: avvi una piccola differenza tra l’uno e l’altro! L’uomo ha un’anima capace di riflettere, di fare il bene o il male, e quest’anima è immortale: mentrechè la bestia ha l’anima, ma non ragionevole né immortale. – Ciò che fa l’uomo è l’anima, cioè quello che pensa in noi, quello che ci fa conoscere la verità ed amare il bene. Questo è che ci distingue dalle bestie. Ecco perché è una grande ingiuria dire a qualcheduno: Voi siete una bestia, voi siete un animale, voi siete un cane, ecc. questo vale negargli la sua prima gloria, quella di esser uomo. – Dunque il dire: « Quando io sarò morto, sarò morto tutto intero, vuol dire: io sono una bestia, un bruto, un animale. E quale animale! Io valgo molto meno che il mio cane; perché egli corre più spedito, dorme meglio, vede più da lungi, ha il naso più fino, ecc. ecc.; meno che il mio gatto che vede nella notte, che non ha da prendersi cura del suo vestire, della sua calzatura ecc. In una parola io sono l’ultima delle bestie e il più miserabile degli animali. – Se questo vi piace, ditelo, credetelo se lo potete, ma permetteteci d’esser un poco più fieri di voi e di dichiarar altamente che noi siamo uomini. Questo è il meno.

2.° Eh! che diverrebbe il mondo se la vostra asserzione fosse fondata? Sarebbe un vero luogo di assassini! —Il bene ed il male, la virtù e il vizio non sarebbero più che vane parole o piuttosto odiose menzogne! Il furto, l’adulterio, l’assassinio, e il parricidio sarebbero azioni indifferenti, così buone in se stesse, e così giuste come l’onestà, la castità, la beneficenza, l’amor figliale. – Perché infatti, se per una parte ho nulla a temere in un’altra vita, e se d’altra parte mi accomodo con abbastanza d’industria per non aver niente a temere in questa, perché non ruberò, non ucciderò quando il mio interesse mi vi spingerà? Perché non mi abbandonerò al libertinaggio più raffinato? Perché frenerò le mie passioni? e queste ingiustizie nascoste e queste mille mancanze segrete tanto più colpevoli, che per commetterle avrò meglio prese le mie misure, perché non le commetterò io? Non ho più nulla a temere, la mia coscienza è una voce menzognera, a cui imporrò silenzio…. Una sola cosa attirerà la mia attenzione; ciò sarà d’evitare la vista del commissario di polizia, e del gendarme.—Il bene per me, come per ogni uomo sensato sarà di sfuggir loro: il male, d’essere presi da essi. — Godrò pacificamente del bene altrui, che avrò rubato con destrezza, godrò inoltre della stima universale; alla morte rientrerò nel nulla e non mi distinguerò dalle mie vittime se non per la magnificenza de’ miei funerali!… — Se voi udiste un uomo a tenere un simile discorso vi degnereste voi solamente di rispondergli? « Povero infelice! pensereste » voi, egli ha perduta la testa. Si dovrebbe rinchiuderlo, è un animale pericoloso; » con tali idee si è capace di tutto. » – E tuttavia se la pala del becchino segnasse la distruzione totale della nostra esistenza, quest’uomo, che vi pare a sì giusto titolo un pazzo furioso, sarebbe nella verità. Io vi sfiderei a confondere questo linguaggio così abominevole, ed assurdo. – Se non vi ha una vita futura, io vi sfido di farmi vedere, in che s. Vincenzo de Paoli è più stimabile che Voltaire, che Robespierre. — Il bene ed il male non sono altro che semplici parole… Dal frutto giudicate dunque l’albero, come insegnano il buon senso, ed il Vangelo. — Dalle orribili conseguenze, giudicate il principio… e osate ripetere ancora «Quando si è morto, si è morto interamente. » — Noi sapremo quindi innanzi ciò che voglia dire questo!…

3.° Ma se voi giudicate l’albero da’ suoi frutti, lo potrete ben anche giudicare dalle persane che lo coltivano, e voi arriverete alla stessa conclusione. – Quali sono gli uomini da cui s’intende dire che tutto finisce alla morte, che non esiste Dio, che non vi è anima, non vita futura?… Conoscete voi un buon padre di famiglia, uno sposo, o una casta sposa, un uomo ordinato, onorato, virtuoso che predichi tali dottrine? – Non avvi che il vizio che abbia il triste potere di suggerirle all’uomo. E questo non le ammette né le predica che quando una condotta disonorevole gli fa temere la giustizia di Dio e la riprovazione degli uomini. Spera con ciò soffocare gl’importuni rimorsi, ingannare l’opinione pubblica, farsi giudicare con più d’indulgenza. Dando ad intendere questo grossolano materialismo come il risultato della riflessione e dei lumi, spera di acquistare un gran numero di simili che lo rassicuri, c avere in favore della sfrenatezza, del libertinaggio, dell’irreligione, della pigrizia e di tutti i disordini una triste maggioranza!…

4.° Ma non crediate che questa religione del niente sia negli empi allo stato di convinzione, di profonda credenza. Son parole e non altro. Osservateli, infatti, al momento della loro morte…Qual cambiamento di tono e di linguaggio! Hanno essi dunque pria di cadere ammalati studiata la religione? Hanno essi riflettuto di più?— No; sono presso a morire; sono davanti alla Verità pronta a giudicarli!… Ecco il tutto! — La turba impura delle passioni fuggì davanti alla temuta luce ed è il grido sì lungamente soffocato della loro coscienza, che in allora voi intendete (Vi sono alcune eccezioni, lo so; non tutti quelli che negarono l’esistenza di un’altra vita si convertirono al punto di morte. L’ignoranza, l’abbrutimento, cagionato da certe passioni, una vana speranza di guarire, soprattutto la testardaggine dell’orgoglio sono causa qualche volta che l’empio muoia come visse.» Ma l’eccezione prova la regola, e si può affermare risolutamente che l’ateo, il materialista sono sfrontati mentitori»). – Allora essi non disprezzano più i preti. Allora non mettono più in ridicolo la confessione, la comunione, la preghiera! Allora non trovano più che l’inferno, il paradiso siano favole proprie a divertire le vecchierelle!

5.° Del resto non sono io solo che mi alzo contro essi; è la voce dell’umanità tutta intera. – Non vi fu popolo in qualsiasi tempo o paese lo prendiate, che non abbia creduto alla vita futura. Io non voglio per prova, che il culto reso ai morti. Dappertutto e sempre si ‘rispettarono i morti, dappertutto si è pregato e fatto pregare per suo padre, per sua madre, per suo figlio, pel suo amico rapiti dalla morte. — Su che riposa questa pratica universale se non sopra un sentimento invincibile d’immortalità che proclama che la morte non è che un cambiamento di vita? « Perché piangerò? » diceva Bernardino di Saint-Pierre, morendo alla sua sposa e a’ suoi figli: « ciò che vi ama, in me vivrà sempre… Non è che una separazione momentanea; non la fate così dolorosa!… lo sento che abbandono la terrat non la vita.» Tale è la voce della coscienza ; tale è la voce, la dolce consolarne voce della verità! Tale è altresì la solenne parola del Cristianesimo. Esso ci fa conoscere la vita presente come una prova passeggera che Dio coronerà con una felicità eterna. Esso ci stimola a meritare questa felicità col sacrificio, e col fedele adempimento del dovere. Giunto alla sua ultima ora il cristiano mette con confidenza la sua anima nelle mani di Dio; e ad una vita pura, santa e piena di pace succede un’eternità di gioia…. – Lungi dunque da noi, lungi dalla nostra patria così saggia, questo triste materialismo che vorrebbe rapirci così sublimi speranze! Lungi da noi queste menzogne che avviliscono il cuore, che distruggono tutto ciò che è buono, tutto ciò che è rispettabile e dolce sulla terra! Lungi da noi la dottrina che non vorrebbe lasciare «al povero che soffre e piange, all’innocente oppresso, che la disperazione per retaggio!.. La coscienza dell’uomo la respinge con disprezzo!

IV. – E LA SORTE CHE DIRIGE OGNI COSA, ALTRIMENTI NON VI SAREBBE SULLA TERRA TANTO DISORDINE. QUANTE COSE INUTILI, IMPERFETTE, CATTIVE ! EGLI È EVIDENTE CHE DIO NON S’OCCUPA DI NOI.

R.- 1° Credete voi sinceramente ciò che dite? Permettetemi di dubitarne. Questo è uno di quei pensieri che non vengono alla mente, se non quando il cuore è infermo. Diffidate di voi stesso; la passione monta alla testa, quanto il vino, e questa dannosa ubriachezza fa sragionare più ancora che l’altro. Quale è la conseguenza pratica, immediata di questa parola…. « Dio non si cura di me?» Non è egli, io vi domando, la libertà di seguire le vostre cattive inclinazioni a briglia sciolta?— E non potrei io tradurla in questi termini: « Desidero fare tal peccato, e vorrei bene commetterlo a mio piacere, senza rimorsi e senza paura ».

2.° Cosa è, ditemi, questa sorte, che voi mettete in luogo della Provvidenza di Dio? — Un non so che sconosciuto da tutto il mondo, che nessuno giammai seppe definire, che è un niente, e che tuttavia fa tutto, governa tutto ed è padrone assoluto di tutto. Volete che io vi dica ciò elle sia il caso, o la sorte o il destino come voi vogliate chiamarlo? — È un niente. È una parola vuota di senso, inventata dall’empio per sostituirla al nome da lui sì temuto della Provvidenza. — È un linguaggio più comodo, e che ha l’aria di spiegare le cose, ma che infatti è un controsenso ed una scempiaggine. – II caso dirige niente perché è un niente. Dio solo sovrano Signore e Creatore unico di tutti gli esseri, li governa, li sorveglia, li coordina tutti colla sua Provvidenza; vale a dire che nella sua sapienza, bontà, giustizia infinite, li dirige tutti in generale e ciascuno in particolare al loro ultimo fine (che è Egli stesso) per le vie che egli conosce per le più adatte. – Siccome egli ha creato tutto senza sforzo, così conserva e governa tutto senza fatica, e non è tanto indegno della sua grandezza occuparsi di tutte le sue creature, quanto crearle tutte. Nell’istesso atto, per il solo suo essere infinito, sa tutto, vede tutto, dirige tutto senza mutamento o pena di spirito. Occupandosi degli esseri i più impercettibili, Egli s’occupa nello stesso tempo con una scienza, sapienza e bontà eguali delle sue più eccellenti creature. E l’empio è veramente troppo buono quando ha paura che tanti affari stanchino Iddio. No, no; calmate le vostre inquietudini! Dio sorveglia tutte le creature, e soprattutto sorveglia voi, voi sua creatura ragionevole che Egli creò per conoscerLo, amarLo e servirLo, e meritare perciò di possederLo per tutta L’eternità.

3.° Voi negate questa Provvidenza divina perché voi dite di vedere dei disordini nel mondo? Domandate perché vi siano tante cose inutili? Perché tante imperfette? Perché tante cattive? Domandate perché costui nacque povero, e quello ricco? Perché tante ineguaglianze nelle condizioni umane? Perché tante pene, tante afflizioni negli uni, e tante prosperità negli altri? — A sentir voi tutto va in disordine, e voi avreste meglio disposto le cose! Ma chi v’ha detto, raro talento, che ciò che tanto non vi va a genio sia realmente un disordine? E che! voi giudicate che una cosa è inutile nel mondo, perché non sapete a che serva! Credete che ella sia cattiva, perché ignorate a qual cosa sia buona! Chi siete voi, ditemi in grazia, piccola ed ignorante creatura, limitata nella vostra intelligenza, nella vostra forza, in tutto il vostro essere, per giudicare l’opera di Colui che è l’onnipotenza, la perfetta sapienza, bontà e giustizia?  Pretesa veramente strana! Se un ignorante che non sa leggere, aprisse un volume di Corneille o di Racine, e vedendo tante lettere sconosciute disposte in mille differenti maniere, le une unite alle altre, qualche volta otto insieme, qualche volta sei, altre tre, o sette, o due per comporre le parole; vedendo molte linee che si succedono l’una l’altra, questa al cominciar d’una pagina, quella alla fine; molti fogli ordinati, l’uno in capo del libro, l’altro alla metà l’altro alla estremità; scorgendo delle parti bianche, altre stampate; qui lettere maiuscole, là lettere piccole, ecc.; se vedendo tutto ciò di cui nulla comprende domandasse perché queste lettere, questi fogli, queste linee sono messe in questo luogo piuttosto che nell’altro; perché ciò che è al principio non è al mezzo né alla fine, perché la vigesima pagina non è la cinquantesima ecc., gli si direbbe: « Amico, è un gran poeta, è un uomo di genio che ha disposto ciò in tal maniera per esprimere i suoi pensieri, e se si mettesse una pagina in luogo d’un’altra, se si trasportasse non solo le linee, ma anche le parole o le lettere, vi sarebbe del disordine in questa bell’opera, e il disegno dell’autore sarebbe distrutto. » – E se quest’ignorante volesse fare il saputello, e prendere a censurare l’ordine di questo volume; se egli dicesse: « Mi pare che sarebbe stato molto meglio di riunire tutte le lettere, che si somigliano, le grosse colle grosse, le piccole colle piccole; sarebbe stato un miglior ordine il fare tutte le parole della medesima lunghezza, di comporle dello stesso numero di lettere: e perché queste sono così corte, e le altre cosi lunghe? ecc., perché quivi è del bianco, e non colà? Tutto ciò è mal disposto; non vi ha ordine. Colui, che ha fatto quest’opera non se n’intende niente; lutto ciò è gettato al caso. » — Voi gli rispondereste: — « Ignorante che voi siete! siete voi, che non ve n’intendete niente. Se le cose fossero disposte secondo la vostra idea, non vi sarebbe né senso, né ordine. Va bene come si trova. Un’intelligenza più grande cento volte della vostra ha diretta, e dirige continuamente questa disposizione; e se voi non ne sapete la ragione, dovete prendervela colla vostra ignoranza! » – Cosi facciam noi, quando critichiamo le opere d’Iddio! È il suo gran libro, che noi contempliamo, quando fissiamo gli occhi sulla natura. Tutti i secoli ne sono come le pagine che si succedono l’una l’altra; tutti gli anni ne sono come le linee; e tutte le diverse creature, dall’angelo, dall’uomo sino all’ultimo filo d’erba, e al più piccolo grano di polvere, ne sono come le lettere disposte ciascuna a suo proprio luogo dalla mano di questo grande Compositore, il quale solo conosce i suoi eterni concetti, e insieme della sua opera. – Se domandate perché una creatura è più perfetta di un’altra; perché questa é messa in questo luogo, e quella in quest’altro; perché vi è freddo d’inverno e caldo d’estate; perché la pioggia in questo tempo, e non in quell’altro, perché questa vicenda di fortuna, di sanità, perché questa malattia; perché la morte di questo ragazzo d’accanto a questo vecchio, che sopravvive; perché quest’uomo benefico, rapito dalla morte, e non quel malvagio che non fa se non male? ecc. io vi risponderò che un’intelligenza infinita, che una sapienza, una giustizia, una bontà infinite hanno così disposte le cose, e che è certo che tutto è ordinato, benché a noi così non paia. – Vi risponderò che per giudicare saggiamente d’un’opera conviene conoscerla interamente, è d’uopo concepirla nel suo assieme, e nei suoi particolari, paragonare i mezzi col fine cui devono arrivare. Ora qual uomo, qual creatura ha mai conosciuto i segreti degli eterni consigli del Creatore? Ciò sarebbe soprattutto necessario per apprezzare la sapienza e la giustizia della provvidenza relativamente agli uomini ragionevoli e liberi capaci di fare il bene e il male, capaci di merito e di demerito. – Si vedrebbe allora l’eternità aperta dinanzi a noi, e coordinando meravigliosamente ciò che sembrava ingiustizia sulla terra. « Perché, si diceva, Dio non punisce questo grande colpevole?Perché questo malvagio colmo di prosperità, e quest’uomo dabbene oppresso da tanti mali? » Qual cura prende dunque Iddio di ciò? » Dov’è la sua giustizia? dove la sua saggezza? dove la sua bontà? » – Ecco l’Eternità che spiega il mistero! Era giusto e ragionevole ricompensare con le passeggere prosperità della terra il poco di bene che aveva fatto quest’empio, questo gran peccatore che l’Eternità doveva punire. Questi giusti invece, che il mondo credeva si infelici, scontavano giustamente con afflizioni passeggere la pena di falli leggeri sfuggiti alla debolezza umana ; l’Eternità beata era la ricompensa della loro virtù! – Ella è pure l’Eternità che ci spiega come l’avversità é sovente un benefizio in questo senso, che ella riconduce a Dio l’anima che l’obliava in mezzo ai piaceri. Quante anime nel cielo ringraziano e ringrazieranno Dio di averle visitate sopra la terra col patire! —La ricchezza al contrario, la prosperità temporale sono di sovente una punizione. Quanti a causa di questi beni caduchi hanno disprezzato e perduto i beni eterni! Quanti malediranno nell’Eternità questi piaceri, questi onori, queste ricchezze che li hanno perduti! Si è coll’occhio fisso della Eternità che bisogna giudicare tutto quello che accade al~ l’uomo in questo mondo. Fuor di questo è impossibile di conoscere per nulla i disegni di Dio sopra di noi! – Riformiamo dunque quinci innanzi la nostra maniera di vedere. Non più giudichiamo il nostro gran Giudice! — Né voi né io, credetelo, non abbiamo la vista così lunga come Egli. Ciò che Egli fa è ben fatto; e se permette il male è sempre per un bene maggiore. Non vi ricordate più del giardiniere della, favola? — Egli si trovava nel suo giardino vicino ad una grossa zucca. “E che pensò, diceva, il Creatore di così collocar codesta zucca? Io per certo l’avrei con miglior senno sospesa a quercia annosa: allora al frutto. Come vuole ragion, l’albero risponde. A questo minor albero la ghianda. Perché non pende, umile tra i frutti? Qui si compiacque di scherzar natura! Più questo osservo, più conosco in ciò aver fatto natura un qui pro quo. – Faceva caldo; Garò era stanco: si corica al piede di una delle vicine querce. Cominciava ad addormentarsi, quando si stacca una ghianda, e dall’alto dell’albero gli cade sul naso. Garò svegliato all’improvviso, manda un grido, e vedendo la causa di questo accidente; Oh! ohi diss’egli, giù mi corre il sangue! Or che sarebbe se più grave peso fosse caduto? E maestosa zucca fosse stata la ghianda? Iddio nol volle: e conviene confessar ch’ebbe ragione; E la causa qual sia or ben conosco. E lodando il Signore in ogni cosa, Garò di giudicarlo più, non osa. Fate come questo buon uomo; e lungi dal negare la divina Provvidenza, guardatevi pure dal lamentarvene. [Continua …]

Il gran mezzo della preghiera: il PATER NOSTER

IL PATER NOSTER

L’Orazione Dominicale.

[J.-J. Gaume: Il Catechismo di perseveranza, vol II, VI ed. – Torino 1881]

Quantunque l’Orazione Dominicale entri nel novero delle pubbliche preghiere allorquando è offerta a Dio dal sacro ministro a nome di tutto il popolo fedele, tuttavolta noi la mettiamo a capo delle preghiere particolari, dappoiché il Signor Nostro Gesù Cristo la compose, a quanto sembra, principalmente per uso particolare di ogni Cristiano in tutti quei casi, che sì frequentemente ricorrono, nei quali abbiam bisogno d’implorare 1’aiuto del Signore. « Quando tu fai orazione, leggesi in San Matteo, entra nella tua camera, e chiusa la porta, prega in segreto il Padre tuo, orando in tal guisa: Padre nostro, che sei ne’ Cieli, ecc. i » [Matth. VI, 6-9]. – L’Orazione Dominicale, sia che si consideri nel suo Autore, o nella sua forma e sostanza è senza fallo la forma più eccellente di preghiera.

1° Rispetto al suo Autore. Non fu un Santo, né un Profeta, né un Angelo, né un Arcangelo quegli che la compose, ma lo stesso Signor Nostro Gesù Cristo, il Figlio, l’eterna Sapienza di Dio.

2° Rispetto alla forma. L’Orazione Dominicale è chiarissima e non avvi chi non la comprenda, dal piccolo fanciullo al canuto vegliardo, dal villico al cittadino: ella è breve, ed ognuno può impararla con somma facilità, ritenerla fedelmente, e recitarla di frequente. Questo pregio la rende essenzialmente popolare, e per conseguenza degna di quel Dio che venne a salvare tutti gli uomini, e della Religione che dev’essere predicata così ai liberi come agli schiavi, così ai popoli civilizzati come ai barbari e selvaggi. Essa ha forza di persuadere, piena com’è di semplicità, di umiltà, dì tenerezza, e perciò efficacissima pel modo con cui esprime a Dio le nostre Necessità.

3° Rispetto alla sostanza. Essa è completa; racchiude tutto ciò che noi possiamo e dobbiamo chiedere, nella condizione di figliuoli di Dio, pel tempo e per l’eternità, pel corpo e per l’anima, per noi stessi e per gli altri. Ella è sapientissima, poiché ci rammemora e ci fa porre in pratica le tre virtù che sono le tre basi della Religione, della società, della salute, vale dire, la fede, la speranza, la carità: ella è divinamente logica, poiché regola i desideri del nostro cuore insegnandoci ad esprimere in primo luogo i più nobili ed importanti, e poscia quelli che lo son meno [“In Oratione dominica non solum petuntur omnia quæ recte desiderare possumus, sed etiam eo ordine quo desideranda sunt; ut sic haec oratio non solum instruat postulare, sed etiam sit informativa totius nostri affectus”. D. Tu., 2, 2, q. 85, art. 9.]. – «Infatti, scrive S. Tommaso, egli è palese che l’obbietto precipuo dei nostri desiderii dev’essere l’ultimo fine, e dopo questo i mezzi necessari per giungere al suo conseguimento. Ora, il fine ultimo è Iddio, verso del quale in due modi si portano i nostri affetti: primamente col desiderare la gloria di Dio; e in secondo luogo col bramare per noi pure il godimento di questa istessa gloria divina. Il primo modo appartiene alla carità, mercé la quale noi amiamo Dio in se stesso; il secondo egualmente alla carità, ma in quanto che amiamo noi stessi in Dio. Ed ecco il perché la nostra prima domanda è questa: Sia santificato il nome vostro, con cui chiediamo la gloria di Dio; e la seconda: Venga a noi il regno vostro, colla quale domandiamo di pervenire noi stessi alla gloria di Dio. Ciò premesso, si osservi, che una cosa può guidarci all’ultimo nostro fine, o per se stessa, o in modo accidentale. Per se stessa e direttamente, facendoci meritare la beatitudine eterna, mercé l’obbedienza ai Comandamenti di Dio, donde consegue, che la nostra terza domanda è così concepita: Sia fatta la volontà vostra così in Cielo come in terra; e per se stessa ancora, ma in un modo meno diretto, vale a dire, coll’aiutarci a meritare la beatitudine eterna, quindi la nostra quarta domanda: Dateci oggi il nostro pane quotidiano. Una cosa può condurci all’ultimo nostro fine in modo accidentale, allorquando rimuove gli ostacoli che potrebbero impedire il conseguirlo; e questi ostacoli sono di tre sorta: 1° il peccato che ce ne allontana direttamente, dal che è mossa la nostra quinta domanda: Rimettete a noi i nostri debiti; 2° la tentazione che conduce al peccato, onde la sesta domanda: E non induceteci in tentazione; 3° i mali temporali, funesta conseguenza del peccato, che rendono cotanto gravoso il peso della vita, quindi la nostra settima ed ultima domanda: Ma liberateci dal male! ». [D. TH., 2, 2, q. 83, art. 9]. – Le sette domande dell’Orazione Dominicale corrispondono oltracciò ai sette doni dello Spirito Santo ed alle sette Beatitudini evangeliche, tantoché quest’ammirabile preghiera è in armonia perfetta colla gran tela della Religione, ed ha per iscopo di farci conseguire tutti quegli aiuti che sono indispensabili per fare del Cristiano un uomo perfetto in questo mondo ed un beato nell’altro. La qual considerazione moveva S. Agostino a designare l’Orazione Dominicale con questo sublime concetto: « quel modo e quella regola di pregare che il celeste Giureconsulto ha dato egli stesso ai fedeli, affinché ottengano l’adempimento d’ogni loro voto » [“Regula postulandi fldelibus a codesti Jurisperito data”. Enarr, in Ps. CXLII. – Finalmente ciò che accresce ancora l’eccellenza dell’Orazione Dominicale si è che essa è la più necessaria di tutte le preghiere. Molti Concili, e fra gli altri il Concilio di Roma, obbligano tutti i Cristiani a saperla a memoria, attesoché, secondo la dottrina dei Santi Padri, è necessario farne ciascun giorno la recitazione [E la più necessaria di tutte. BELLAR., Dottr. crist. 71; Concil. Rom., c. 2 . — Nisi qui has duas sententias (Symbolum et Orationem dominicam) et memoriter tenuerit et ex toto corde crediderit, et in oratione saepissime frequentaverit, catholicus esse non poterit. Syn. Remens. VI, e. 7. Vedi pure il Concilio Toletano VI, c. 9. — S. Auc, Enchir. 71. — S. CYPR., De Orat. domin. — « Si è obbligati di necessità di precetto, di sapere almeno quanto alla sostanza: 1° il Simbolo degli Apostoli intieramente; 2° l’Orazione dominicale; 5° i precetti del Decalogo; 4° quei Comandamenti della Chiesa, che sono comuni a tutti i Fedeli; 6° il sacramento del Battesimo, che ogni Fedele può trovarsi nel caso di amministrare, e i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, che si ha obbligo di ricevere almeno una volta all’anno. Per gli altri Sacramenti, la fede esplicita non è necessaria che a chi li riceve. Ma il conoscimento di questi diversi articoli ha diversi gradi: può essere più o meno perfetto, più o meno esteso. Tuttavia non è permesso d’ignorarli interamente. Non vi ha che un difetto di capacità che possa scusare quest’ignoranza da peccato mortale » . GOUSSET, Teol. mor., c. 1, pag. 129: Ediz. Parmense]. – «Vivendo noi, scrive S. Agostino, nel mezzo del mondo, in cui niuno può vivere senza cadere in peccato, la remissione delle nostre colpe trovasi non solo nelle acque sante del Battesimo, ma sì ancora nell’Orazione Dominicale e giornaliera. Essa in certa guisa è il nostro Battesimo di tutti i giorni [Serm. 215 De temp.: Enchir.,c. 71]. – « L’ orazione Dominicale è adunque il rimedio de’ nostri falli quotidiani, vale a dire, dei peccati veniali, purché nel recitarla noi ci troviamo animati da un vero sentimento di contrizione. Egli è conveniente che ogni Fedele sappia questa preghiera nelle due lingue, latina e volgare: in latino, perché questa è la lingua dalla Chiesa; in volgare ossia nella lingua nativa, per intendere ciò che ella domanda.

Divisione dell’Orazione Dominicale.

L’Orazione Dominicale si divide in tre partì: nella prefazione ossia preparazione, nel corpo della preghiera e nella conclusione. La prefazione consta di queste semplici ma sublimi parole: Padre nostro, che sei ne’ Cieli. Il Salvatore avrebbe potuto senza dubbio farci dare a Dio dei titoli più improntati di maestà e più capaci d’infonderci rispettosa temenza; ma questi titoli sarebbero stati cagione che noi continuassimo a crederci gli schiavi del Sinai, mentre dobbiamo all’incontro essere i figli del Calvario. Noi siamo adunque ammaestrati a dire, non già nostro Dio, nostro Creatore, nostro padrone, ma sì: nostro Padre! – Fermiamoci alquanto a meditare questa parola rispetto a Dio, rispetto a noi stessi, rispetto al prossimo. – Rispetto a Dio. Essa eccita mirabilmente la nostra fiducia, rammentandoci che, malgrado il nostro nulla e la nostra miseria, noi siamo figliuoli, non d’un principe, d’un re, d’un monarca terreno, ma bensì di Dio medesimo; e d’altra parte essa muove infallantemente il cuore di Dio col ricordarGli ch’è nostro padre; Padre sott’ogni riguardo, vale a dire, per creazione, per conservazione, per redenzione; padre del nostro corpo, padre dell’anima nostra. « A quella guisa, ne dice il Salvatore con queste tenere parole, che i figli si rivolgono al padre loro in tutti i bisogni, né temono di manifestarglieli per quanto grandi e numerosi; così pure voi dovete ricorrere al vostro Padre celeste, che vi consolerà, allevierà i vostri travagli, avrà pietà di voi, siccome un padre ha pietà dei propri figli ». – Rispetto a noi stessi. Questa parola Padre nostro ci fa risovvenire più eloquentemente d’ogni altro discorso la nobiltà di nostra origine, e perciò ancora tutto il rispetto che dobbiamo avere sì pel corpo che per l’anima nostra, le cure diligenti che dobbiamo osservare onde mantenerci nell’amicizia di Dio e vivere da veri suoi figli, se pur vogliamo ch’Egli ci esaudisca. I peccatori che, secondo l’espressione del Salvatore medesimo, sono i figli del demonio, non possono a buon diritto dare a Dio il nome di Padre, dappoiché non ubbidiscono a’ suoi santi comandamenti; tuttavolta non devono menomamente tralasciare la recitazione dell’Orazione Dominicale; anzi è da dire che neppur essi la recitano senza frutto. Se veramente sono penitenti, essi dicono Padre nostro, come il figliuol prodigo nell’atto di ritornare al padre suo, per ottenere il perdono dei propri falli; se poi sono induriti al mal fare, essi dicono Padre nostro, se non altro, in nome della Chiesa, della quale sono membri mercé la fede e la speranza. – Rispetto al prossimo. La parola Padre nostro esprime la gran legge che ha salvato e che sola può ancora salvare il mondo, la legge cioè della fraternità universale, e c’insegna quello che sono per noi tutti gli nomini, e quello altresì che noi dobbiamo essere per loro. Difatti noi non diciamo Padre mio, ma sebbene Padre nostro, atteso ché noi siamo tutti fratelli e dobbiamo pregare non solo per noi, ma ancora per tutti i cattolici, eretici, giudei, infedeli, amici e nemici, che è quanto dire, amarli di amore veramente fraterno. In questa sola parola Padre nostro racchiudesi l’abolizione, o almeno la condanna di tutte le tirannie, l’esaltazione del piccolo, la protezione del debole, sacrificio del ricco e del potente al sollievo corporale e spirituale de’ suoi fratelli, meno di lui beneficati dei doni di fortuna e d’intelletto; in una parola, comprendesi in essa la carità, base della famiglia, vincolo della società, e pegno della felicità avvenire. Brevemente, noi diciamo Padre nostro, da una parte per attestare che noi preghiamo per tutti e in nome di tutti; d’altra parte, per impegnare il Signore ad accordarci pei meriti altrui quelle grazie che per noi stessi non meriteremmo di ottenere. Padre nostro! Egli è alle tre divine Persone che s’indirizza questa preghiera, dappoiché tutte tre meritano il nome di padre, a motivo della creazione, della redenzione, della santificazione. Che sei ne’ Cieli. Il Dio a cui ricorriamo è dappertutto tuttavolta noi diciamo che sei nei cieli, vuoi perché tutte le magnificenze della gloria colà rifulgono più che altrove, vuoi perché colà egli regna in tutta la pienezza del suo amore sugli Angeli e sui Santi, e vuoi da ultimo per ricordarci continuamente che colà debbono essere i nostri pensieri, i nostri desiderii, lo scopo delle nostre fatiche; in una parola, come dice l’Apostolo, la nostra conversazione: Padre nostro, che sei ne’ Cieli! – Sì, tu sei nei Cieli, nel sommo della felicità, infinitamente ricco, infinitamente potente, infinitamente buono; e noi, tuoi figli, noi siamo sulla terra, in luogo di esilio, lontani dalla nostra patria, dalla nostra famiglia, poveri, deboli, infermi, circondati di nemici e di pericoli. Che di più efficace per intenerire il cuore di Dio? – Che di più opportuno per imprimere nell’animo nostro un’umiltà profonda, un vivo sentimento dei nostri bisogni, e ad un tempo stesso il rispetto filiale, la pietà, la purità, la carità verso i nostri fratelli? E come non verrà esaudita una preghiera che dispone sì bene chi domanda e chi debbe esaudire? Tale si è il proemio dell’Orazione Dominicale. – Ma che cosa dobbiamo noi domandare, e con qual ordine? Pur troppo noi siamo tanto ciechi ed insensibili, che spesso non conosciamo né la natura dei nostri veri bisogni , nè l’ordine giusta il quale dobbiamo chiederne l’alleviamento. Da ciò nasce che noi o non chiediamo cosa alcuna o che chiediamo male. Laonde per ovviare a questa doppia disgrazia il nuovo Adamo ha composto ei medesimo una supplica a nostro uso, nella quale si esprimono gli obbietti delle nostre suppliche e l’ordine da osservarsi nell’implorarli. Ciò posto, la ragione e la fede ne insegnano, che dai figli bennati ed intelligenti gli interessi del padre si debbono anteporre all’utile proprio; ai beni transitori di questo mondo quelli dell’eternità; il fine, in una parola, ai mezzi. E tutto ciò è appunto insegnato in modo ammirabile nella seconda parte dell’Orazione Dominicale. – Difatti il corpo di questa divina preghiera si divide, a guisa del Decalogo, in due parti. La prima riguarda Dio e comprende tre domande: Sia santificato il nome tuo; venga il regno tuo: sia fatta la tua volontà, siccome in Cielo così in terra. La seconda concerne l’uomo e contiene quattro domande: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, con ciò che segue sino alla fine. – Prima domanda: Sia santificato il nome tuo. La prima cosa che domandar si deve è la gloria di Dio, poiché questa è la cosa più eccellente e ad un tempo il più grande di tutti i beni. Qual figli pertanto che di vero cuore desiderano l’onore del proprio padre, noi cominciamo primamente dal chiedere in generale che il nome del celeste Padre nostro, vale a dire, quello di Dio medesimo, che è quanto dire la sua maestà, la sua potenza, la sua sapienza, la sua bontà, la sua misericordia, la sua giustizia siano santificate, conosciute, apprezzate, onorate, rispettate, amate così in terra come in Cielo; ch’è quanto dire, che ad imitazione degli avventurosi abitatori del Cielo tutti gli abitanti della terra onorino, amino, esaltino, lodino colle loro parole e colle azioni, colla fede, colla speranza, colla carità il nome adorabile di Dio. Noi domandiamo specialmente: 1° che gl’infedeli illuminati dalla luce giungano alla cognizione del vero Dio, e siano rigenerati colle acque del Battesimo nel nome del Padre, del Figliuolo, Spirito Santo; 2° che tutte l’eresie vengano estirpate, ed i loro seguaci conoscano ed abbraccino qual vera madre loro la santa Chiesa cattolica, apostolica e romana, fuori della quale non v’ha effusione di Spirito Santo, né remissione dei peccati, né salute eterna; 3° che spariscano dalla faccia della terra le superstizioni, i sortilegi, le pratiche diaboliche, gli spergiuri, le bestemmie e tutti gli altri disordini coi quali il nome di Dio è vilipeso ed oltraggiato; 4° il ritorno dei peccatori sotto il dolce e sacro giogo del nostro Padre celeste; la persuasione sincera che tutti i beni del corpo e dell’anima vengono da Dio; la fedeltà nel riferirli tutti a gloria sua; e finalmente uno zelo religioso di onorare costantemente colle opere nostre la santa Trinità, affinché gli uomini dai nostri scandali non piglino occasione di bestemmiare il santissimo suo nome. E tutto questo noi domandiamo noi non per un giorno, ma per tutta la nostra vita; ovvero, in altre parole, noi chiediamo la perseveranza nel bene fino all’estremo sospiro. – Il desiderio della santificazione del nome di Dio è certamente il più nobile che possa sortire dal cuor dell’uomo, attesoché appunto per questo noi fummo creati e dotati di ragione; ed è eziandio il più ardente e il più costante che sia stato formato dal Signor Nostro stesso, e dietro il suo esempio da tutti i Santi nel corso dei secoli. – Sant’ Ignazio di Lojola rivolto un giorno al P. Laynez gli disse: « Se Iddio lasciasse alla vostra scelta di andar subito in Paradiso, oppure di rimanere ancora sulla terra colla probabilità di operare qualche gran fatto per la gloria del suo nome, a qual dei due vi appigliereste? — Accetterei di andare in Cielo, rispose il P. Laynez. — Quanto a me, riprese il Santo, preferirei di restare quaggiù per fare la volontà di Dio, e renderGli come potessi un qualche servigio. Rispetto alla mia salute, io non dubito punto che Iddio volesse dimenticarmi, e lasciar perire colui che per suo amore avesse volontariamente ritardato il suo ingresso nel Cielo». – Seconda domanda: Venga il regno tuo. Dopo di aver desiderato la gloria di Dio, noi domandiamo che ci sia dato di partecipare della medesima, essendo questo lo scopo pel quale siamo stati creati, e per conseguenza la ragione suprema della Religione, della vita, del tempo, dell’eternità [Matth. VI]. – Osservisi come noi dimandiamo che il regno di Dio venga a noi, e non già che noi andiamo a lui, poiché è necessario che a noi venga il regno della grazia, acciocché possiam giungere a quello della gloria. E infatti il regno di Dio in tre modi si può intendere: regno di natura, regno di grazia, regno di gloria. Il regno di natura è quello pel quale Iddio regge e governa tutti gli esseri creati e tutto quanto l’uman genere. Di questo regnoparla la Scrittura quando dice: Signore, Signore, Re onnipotente, tu facesti il Cielo e la terra e tutto quello che nel giro dei cieli contiensi; in tuo dominio son tutte le cose, e non avvi chi al tuo volere resister possa [Ps. Esther XIII, 9-10] . Noi non chiediamo che questo regno arrivi, perché esso esisté, sin dall’origine del mondo, e gli stessi malvagi, vogliano o non vogliano, non possono sottrarvisi; dimandiamo soltanto la sua manifestazione, e desideriamo che tutti riconoscano, ammirino, benedicano le leggi di quella materna Provvidenza che il tutto dispose in numero, peso e misura; che raggiunge la sua meta con altrettanta forza che dolcezza, ed alla quale tutti devono sottomettersi con filiale rassegnazione. – Il regno di grazia si è quello col quale Iddio regge e governa i cuori e le anime dei fedeli figli della Chiesa, mercé l’azione dello Spirito Santo, e per mezzo delle tre grandi virtù, fede, speranza e carità, le quali conducono ad osservare con piena fedeltà i suoi divini precetti ed a cercare la sua gloria prima di ogni altra cosa. – Il regno di gloria avrà luogo nell’altra vita dopo il generale giudizio. Allora Iddio regnerà coi Santi in tutte le creature senza opposizione di sorta, perché allora ogni potenza sarà stata tolta al demonio ed ai malvagi che insieme incatenati gemeranno nelle prigioni dell’eternità. Allora eziandio sarà distrutto l’impero della morte, della corruzione, delle tentazioni tutte del mondo e della carne che tormentano qui in terra i servi di Dio, tantoché sarà quello un regno tranquillo, pacifico, accompagnato dal godimento certo e sicuro di una felicità sincera e senza fine. – Di quale di questi tre regni affrettiamo noi coi voti la venuta nella terza domanda dell’Orazione Dominicale? Siccome superiormente dicemmo, non già del primo, poich’esso non deve venire, ma è venuto; noi non ne chiediamo nemmeno la continuazione, poiché c’impedirebbe il nostro ultimo fine, che è quello di veder Dio a faccia a faccia per tutta l’eternità. E neppure chiediamo il secondo, attesoché ne esprimemmo il desiderio nella prima domanda, ed è già in gran parte venuto. Domandiamo invece la venuta del terzo che deve venire, regno a cui tutti quelli i quali conoscono le miserie di questa vita ardentemente anelano, e che consiste nella fruizione del sommo bene e nella gloria perfetta del nostro corpo e dell’anima nostra. E siccome questa gloria non sarà perfetta se non dopo il finale giudizio, così noi domandiamo ogni giorno e con intenso affetto la fine di questo mondo e l’arrivo del generale giudizio. Noi domandiamo che questo mondo sì pieno d’iniquità e di disordini sia ben tosto surrogato da nuova terra e da nuovi cieli, in cui regnerà la giustizia, affinché Iddio sia tutto in tutte le cose. E sebbene gli amatori di questo mondo non possano sentire più sgradevole annunzio di quello del finale giudizio, tuttavia noi altri, cittadini del Cielo, che viviamo quaggiù come pellegrini ed esuli, non possiamo e non dobbiamo avere desiderio più grande di quello di vederlo arrivare. Perciò scrive S. Agostino: « Siccome prima che Gesù Cristo venisse al mondo tutti i desideri dei Santi dell’antica Legge s’indirizzavano alla prima venuta di Cristo: così ora tutti i desideri de’Santi della Legge nuova s’indirizzano alla seconda venuta dello stesso Cristo, che ci porterà la perfetta beatitudine» [in Ps. CXVIII,- Bellarm., Dottr. Crist.. p. 79]. Ecco una verità che importa sommamente di richiamare al nostro spirito e a quello degli altri. Nulla è più atto a nobilitare i nostri pensieri quanto la memoria di questo fine sublime al quale noi siamo destinati; nulla è più proprio a farci tollerare coraggiosamente le avversità, a resistere fedelmente alle tentazioni, a disprezzare tutti i beni della terra, quanto il meditare queo gaudii eccelsi che ci aspettano nell’eternità. Oh! sì; un giorno noi regneremo in compagnia del Signor Nostro; addestriamoci pertanto a far da padroni comandando alle nostre passioni, e costringendo il mondo a piegarsi innanzi alla nostra fede. Quale vergogna se altrimenti avvenisse! Forseché col portar le catene dello schiavo si può apprendere ad esser re? – Terza domanda: Sia fatta la volontà tua. Nell’antecedente petizione noi abbiamo domandato la beatitudine eterna, che è il fine ultimo dell’uomo; ed in questa chiediamo il mezzo principale per arrivarvi.Ora questo mezzo, secondo la parola dello stesso Signor Nostro, è di adempiere la volontà del nostro Padre celeste: Se brami di arrivare alla vita, osserva i comandamenti [Matth.XIX,17]. E perché noi non siamo bastanti da noi stessi ad osservare questi divini Comandamenti come si conviene, però noi imploriamo da Dio che sia fatta da noi la sua volontà, cioè che ci dia: 1° la grazia di adempiere la sua volontà, obbedendo in tutto e per tutto a’ suoi santi Comandamenti, imitando in questo l’esempio del nostro divino modello, che umiliò se stesso, fatto ubbidiente sino alla morte, e morte di croce [Philipp. II, 3]; 2° la grazia di accettare, se non con fiducia e con gioia filiale, senza mormorazioni almeno, le pene spirituali e corporali che ci possono affliggere, come la perdita delle sostanze, dei congiunti, degli amici. Infatti, tutte queste cose che Iddio comanda, o permette, tendono al maggior nostro bene; se noi siamo giusti ci aprono più vasto campo a meritare; se non lo siamo ne somministreranno almeno il mezzo di purificarci. – Uomini di poca fede! Che possiam noi chiedere di più vantaggioso che l’adempimento della volontà del nostro Padre? Ei ci ama più teneramente di quello che non ci amiamo noi stessi; la sua volontà è santa, giusta, perfetta. Ohimè! per non averla adempiuta il primo Adamo precipitò in quell’abisso di mali che sono il triste nostro retaggio; adempiendola, noi ce ne libereremo e ne saremo preservati, o questi almeno saranno per noi di tanto minore aggravio, con quanta maggiore esattezza avremo adempiuta questa volontà perfetta; e ciò è così vero che su nel Cielo si gode la pienezza della felicità, posciaché ivi regna tutta sola, eternamente, la volontà di Dio. E questa felicità per ognuno di noi sarà proporzionata a quella fedeltà colla quale avrem fatto la volontà di Dio sulla terra. – Siccome in Cielo, così in terra. Nel chiedere a Dio la grazia di ubbidirGli, noi domandiamo ad un tempo che si degni di render meritoria e degna di Lui la nostra ubbidienza, vale a dire, somigliante a quella degli Angeli e di tutti i Santi cittadini del Cielo. Ora gli Angeli ed i Santi si soggettano alla volontà di Dio con tutta la pienezza dell’amore; obbediscono unicamente perché Dio lo vuole, senza cercare l’amor proprio; adempio noi suoi cenni colla massima prontezza; non si lagnano, non discutono. Ad ogni volere dell’Altissimo essi rispondono con un cantico di lode, con rendimenti di grazie: Santo, Santo, Santo, è il Signore, Dio degli eserciti. E così pure dobbiamo ubbidir noi: Oh! quanto sarebbe dilettevole questa terrena dimora, se tutti quei milioni di umane volontà non avessero in tutte le cose e in tutti i tempi altra volontà che quella di Dio! Quanto a noi almeno, deh! Siano sempre nel nostro cuore e sulle nostre labbra le parole dell’Apostolo San Paolo: «Signore, che volete voi che io faccia?» Quelle del Re Profeta: «Il mio cuore è preparato, o Signore, il mio cuore è preparato». Quelle del santo Giobbe: « Il Signore me lo diede, il Signore me lo tolse, come a Lui piacque così fu fatto, sia benedetto il suo santo nome ». Quelle finalmente dello stesso divino nostro Maestro: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice: tuttavolta sia fatta la vostrae non la mia volontà ». – Tale si è la prima parte dell’Orazione Dominicale; e quando vogliansi considerare nel loro obbietto, nulla è più sublime delle tre domande di cui essa consta, nulla è più logico dell’ordine col quale sono esposte. Noi chiediamo primamente che il nome di Dio sia santificato, dappoiché prima di ogni altra cosa noi dobbiamo amar Dio, e cercare innanzi tutto la sua gloria; in secondo luogo domandiamo che venga a noi il suo regno, perciocché Egli sarà perfettamente amato e benedetto, quando specialmente dopo il finale giudizio, regnerà pienamente e perfettamente su tutte le creature; in terzo luogo (domandiamo la grazia di fare la volontà di Dio quaggiù in terra, allo scopo di cominciare anche in questa vita a santificare il Nome del Signore, ed a vivere sotto il suo regno, onde giungere, mercé tale cominciamento, a quel luogo beato in cui sarà perfetto il suo regno, ed il suo nome perfettamente santificato. A dir breve, in queste tre prime petizioni noi chiediamo le cose pertinenti a Dio: che il suo Nome sia santificato; che venga il suo regno; che i suoi Comandamenti siano osservati: in ciò consiste la perfezione e l’ultimo fine dell’uomo. – La seconda parte dell’Orazione Dominicale abbraccia quattro domande, per le quali si chiedono tutte le cose temporali necessarie per arrivare ai beni eterni. Che di più saggio? Alla stessa guisa che l’uomo si riferisce a Dio come a proprio fine, così pure i beni di questa vita si riferiscono a quelli dell’altra come mezzi al loro fine. Ed ecco perché il Signor Nostro vuole che la domanda di questi beni terreni occupi il secondo luogo. Noi non dobbiamo domandarli se non in quanto Iddio medesimo lo permette, e che noi ne abbisogniamo per conseguire i beni celesti. Quarta domanda: Dà a noi oggi il nostro pane quotidiano. Con queste parole così semplici ed affettuose noi chiediamo tutto ciò ch’è necessario al sostentamento della nostra vita temporale. Ora noi siamo composti di due sostanze, d’anima e di corpo; ambedue per vivere hanno bisogno di alimento. L’anima che è spirituale, esige alimento spirituale; il corpo che è materiale, richiede cibo materiale. La santa Eucaristia, la parola di Dio, le sante ispirazioni, ecco qual’è il ristoro dell’anima, ecco quello che per essa noi domandiamo. – Bere, mangiare, vestire e consimili altre necessità sono le cose che richieggonsi per la conservazione del corpo, ed ecco ciò che pel medesimo noi chiediamo. Dà a noi. Parole d’umiltà attissime a muovere a pietà il cuor di Dio! Per esse riconosciamo che noi non abbiamo nulla, e siamo affatto uguali ai mendichi-, riconosciamo che Iddio solo è ricco, e ch’Egli solo può darci il tutto; che a Lui andiamo debitori dell’esistenza e del necessario, sì per la vita spirituale che per la temporale, e non già alle nostre fatiche, alla nostra industria, alle nostre virtù. Meravigliose verità! È forse per virtù nostra che cresce il grano nei campi, il vello sul dorso della pecora? È per virtù nostra che si avviva nel nostro cuore la fede, si dilata la speranza, s’infiamma la carità? Oh! senza dubbio, ricchi e poveri, di qualunque grado o stato, tutti dobbiam pregare che dia a noi; tutti senza eccezione siamo tapini chiedenti l’elemosina alle porte del Padre di famiglia. I facoltosi devono dire dà a noi, e sulle loro labbra queste parole significano: Mio Dio! degnatevi di conservarci i beni che ci avete confidati, continuateci le vostre liberalità; noi sappiamo che ad ogni istante voi potete toglierci ogni nostro avere, tantoché col conservarceli voi ci fate la stessa grazia, come se ad ogni istante ce li donaste. I poveri devono dire dà a noi, e nella loro bocca queste parole significano: Mio Dio! noi aspettiamo dalla vostra liberalità tutto ciò che è necessario al nostro sostentamento, deh!inviatecelo o direttamente per Voi stesso, o indirettamente per mezzo dei ricchi ai quali voi ispirate di essere caritatevoli verso di noi; benedite le nostre fatiche, né vogliate che le infermità o i pubblici infortuni ci privino del frutto dei nostri sudori. Ora sarebbe un tentare Iddio il credere ch’Egli fosse per inviarci la manna dal Cielo senza far altro del canto nostro che domandarla. No, quel Dio che comanda la preghiera, comanda altresì la fatica; e le nostre suppliche non hanno altro scopo che d’implorare le sue benedizioni sulle nostre fatiche, sui nostri sudori. Infatti ogni fatica nostra è inutile, se Iddio per sua grazia non la rende feconda: la nostra preghiera dà a noi è quindi una protesta che noi viviamo della Provvidenza di Dio, anziché della nostra industria. Finalmente noi tutti, e ricchi e poveri, domandiamo non solo che Iddio ne conceda il nostro pane, ma che egualmente Io benedica, lo santifichi, affinché ne usiamo sempre a vantaggio non solo del corpo, ma eziandio dell’anima. – Noi diciamo dà a noi, e non dà a me, imperocché è proprio del Cristiano di non pensare solamente a se stesso; e vuole la carità che si abbia a cuore l’utile eziandio del nostro prossimo. D’altra parte Iddio non ci accorda i suoi benefizi perché ne approfittiamo noi soli e ci abbandoniamo all’intemperanza; ma vuole che facciamo parte agli altri di tutto quello che ne avanza dopo di aver provveduto a’ nostri personali bisogni. – Oggi. Questa parola ha due significati. Primieramente significa tutto il tempo della vita presente, poiché la vita non è che un giorno, senza ieri, senza domani. E noi chiediamo a Dio che ci doni per tutto il tempo di questo terreno pellegrinaggio il pane dell’anima e il pane del corpo, finché possiamo giungere in quella patria fortunata dove più non abbisogneremo né di Sacramenti, né di prediche, né di materiali alimenti Oggi, in secondo luogo, denota il giorno presente. E noi domandiamo a Dio che ne conceda oggi stesso quel pane di che abbisogniamo, poiché non ci vogliamo angustiare per l’indomani, non sapendo noi se domani saremo ancora in vita. Laonde il pane d’oggi si richiede oggi; quello di domani sarà chiesto domani. – È egli possibile d’insegnarci più eloquentemente quell’amabile, quell’ammirabile povertà evangelica, che per un lato è riposta nel distacco assoluto dai beni della terra, e per l’altro in una filiale, assoluta fiducia nella divina Providenza? Il nostro Padre celeste non vuole che neppure per un giorno noi facciamo assegno sulle nostre forze, ma vuole che ogni giorno gli chiediamo il pane di ogni giorno; vuole che ogni giorno riposiamo in braccio alla sua Provvidenza, e in lei rimettiamo la cura di soccorrere alle nostre necessità. E quale inquietudine possiamo aver noi? Se prima d’ogni altra cosa cercheremo il regno di Dio e della sua giustizia, tutto il resto ne verrà donato per soprappiù. Osservate; non nutrisce Egli forse il nostro Padre celeste gli augellelti dell’aria che non seminano punto? Non veste Egli forse i gigli del campo che non filano? non fa egli nascere ogni giorno il sole sul giusto e sul malvagio? Ma dacché noi non dobbiamo occuparci che del presente, non è forse mal fatto accumulare provvigioni di grano, di vino e di ogni altra derrata per un anno intero? Allorché il Signore ne insegna ad occuparci soltanto del presente, Egli vuole solamente liberarci da quelle soverchie premure che sono ostacolo fortissimo alla preghiera, nonché alle altre occupazioni di maggiore importanza, e il cui adempimento può solo guidarci alla vita eterna. E però quando il pensiero dell’avvenire non è punto eccedente, ma sì bene misurato, come sarebbe il premunirsi di convenienti provvigioni, esso non è riprovevole; anzi, che dico io? Un tale pensiero non si può dire dell’indomani, ma piuttosto del giorno d’oggi, perché, aspettando l’indomani, potrebbe fors’essere troppo tardi. – Il nostro pane. Dopo di avere coll’antecedente petizione domandato la grazia che è la vita stessa, nulla è più naturale di chiedere in seguito il pane che alimentala vita. Difatti la prima cosa che desidera il fanciullo appena nato è quel nutrimento che mantiene l’esistenza. Non esca però di mente, che qui noi pure domandiamo anzi tutto il pane spirituale, nutrimento dell’anima, e poscia il pane materiale, nutrimento del corpo; tanto esigono la ragione e la fede. Per pane spirituale s’intende in primo luogo la santissima Eucaristia, pane celeste e sovrannaturale che sostenta miracolosamente la vita dell’anima; in secondo luogo, la parola di Dio, la quale, ricevuta mercé la predicazione o la lettura, è possente aiuto ad alimentare la nostra vita spirituale; e da ultimo son dinotate le sante ispirazioni, la preghiera e tutto ciò che contribuisce ad alimentare od accrescere in noi la grazia, la quale, siccome abbiam detto, è la vita dell’anima. Perciò il Signor Nostro vuole che chiediamo ogni giorno la sua carne in cibo e il suo sangue in bevanda, che è quanto dire la santa Eucaristia, nutrimento giornaliero delle anime nostre; quindi noi dobbiamo vivere in guisa da renderci degni di riceverlo ogni giorno. Che pensare, o mio Dio! di coloro che non la ricevono se non una volta all’anno! Ei vuole altresì che domandiamo ogni giorno la sua divina parola. Che pensare pertanto di quegli infelici che non l’ascoltano, non la leggono, che per discuterne e censurarla? Costoro, per sentimento dei Padri, si condannano da se stessi alla morte spirituale, e si rendono colpevoli dello stesso sacrilegio dei profanatori dell’Eucaristia È almeno indubitato che coloro i quali fuggono la parola di Dio, non men di coloro che si allontanano dalla santa Eucaristia, ignorano ciò che dicono allorquando dicono il Pater. – Per pane materiale s’intende tutto quello ch’è necessario alla vita del corpo, ma nulla più; nulla di quanto può appagare la sensualità o lusingare il lusso. Nostro Signore usa la parola pane, primieramente perché nelle Scritture una tal voce denota tutto ciò ch’è necessario alla vita, come ad esempio il vitto, il vestito, l’abitazione; e in seguito per insegnarci che dobbiamo contentarci di poco, senza cercare il superfluo, che mal si addice a viaggiatori che passano in terra straniera. – Noi diciamo nostro pane, e questa parola racchiude un senso profondo. Infatti, se s’intende la santa Eucaristia, essa è nostro pane, dappoiché per noi soli fu formato nel seno della Vergine benedetta per opera dello Spirito Santo, fu cotto sulla croce nel fuoco della carità, imbandito sull’altare col ministero dei Sacerdoti. Essa inoltre è nostro pane, pane dei veri figli di Dio, non già dei cani, secondo l’energica espressione delle Scritture, vale a dire, dei peccatori; è pane dei Cattolici, non già degli eretici e degli infedeli. Intendesi la parola di Dio? Col dire nostro pane noi domandiamo la sana e pura parola di Dio, dispensata dai veri Predicatori ai figli della Chiesa, e non già il pane straniero, il pane corrotto, avvelenato, che offrono gli eretici ai loro settari. Intendesi il pane materiale? Noi desideriamo che Iddio ci doni il nostro pane, non quello d’altrui, vale a dire, che ci aiuti a guadagnarlo col benedire le nostre fatiche, i nostri poderi, i nostri campi, le nostre vigne, affinché senza ricorrere alla frode, né aver bisogno di mendicare, ci possiamo procurare di che vivere. Diciamo ancora nostro pane, non perché ci appartenga di diritto, ma sì bene affinché Iddio per somma sua misericordia si degni concederlo a noi, come nutrimento convenevole all’ uomo; diciamo nostro pane e non mio pane, perché ciascuno di noi deve chiedere pe’ suoi fratelli quello che chiede e desidera per se medesimo. Ma potremo noi dire di avere tal desiderio, se ricusiamo di metterli a parte di quel superfluo che Iddio ci dona? Quotidiano. Questa parola ne insegna che da noi non devesi chiedere nutrimento squisito, né delicato, ma sì un cibo semplice, frugale e bastevole alle giornaliere necessità, giusta gl’insegnamenti dell’Apostolo: Avendo gli alimenti, e di che coprirci, contentiamoci di questo (1 Tim.VI, 8) . Alla qual lezione di frugalità la parola quotidiano ne aggiunge un’altra non meno eloquente di modestia e d’isinteresse: l’uomo chiede pane per un sol giorno, attesoché egli ignora se per lui sorgerà l’indomani! – Quinta domanda: Rimetti a noi i nostri debiti, siccome noi li rimettiamo ai nostri debitori. Nelle quattro precedenti domande abbiamo chiesto al Padre nostro d’impartirci i beni temporali ed eterni; nelle tre successive lo preghiamo a liberarci da qualsivoglia male passato, presente e futuro; onde per tal modo l’Orazione Dominicale comprende quanto possiamo desiderare. Il male già passato sono i peccati che commettemmo; il mal futuro, le tentazioni che inducono a peccare; il mal presente, le tribolazioni e gli affanni tutti del faticoso nostro pellegrinaggio. Col domandare di essere liberati dal male, intendesi ancora la domanda di essere preservati dai mali grandissimi che sono i peccati che ci separano da Dio ; e dai mali mediocri altresì, come ad esempio le tentazioni; perciocché sebbene queste non siano per se stesse peccati, sono per altro incentivi possenti a trascinarci nella colpa; ond’è fuor d’ogni dubbio ragionevole chiamare col nome di male ciò che ci espone a sì grande pericolo. Per mali leggieri finalmente, in confronto degli altri di cui sono conseguenza, s’intendono le pene temporali ed eterne. – In questa quinta domanda il Signor Nostro ne insegna dunque a chiedere il perdono dei nostri peccati, e per esprimerli egli adopera la parola «debiti, debita». Ma d’onde una tale espressione? Per tre ragioni, rispondono i Dottori: «La prima, perché ogni uomo che offende Dio, diventa debitore a Dio per l’ingiuria che Gli ha fatto. La seconda, perché chi pecca trasgredisce la Legge di Dio; e perché essa Legge promette premio a chi l’osserva, e minaccia castigo a chi la trasgredisce: il trasgressore si trova perciò stesso debitor della pena fissata nella Legge. La terza, perché ciascuno di noi è obbligato a coltivare la vigna dell’anima sua, e renderne a Dio il frutto, che sono le buone opere; però chi non fa buone opere, e molto più chi ne fa di cattive, si costituisce debitore a Dio, il quale è il vero Padrone della vigna e dei frutti. E perché tutti noi spesso manchiamo, sia col fare ciò che non dovremmo, come col non fare quello che dovremmo, però più volte al giorno conviene dire con profonda umiltà a Dio che ci rimetta i nostri debiti ».(Bellarm. Dottr. Crist., p. 88). – Bastano queste parole per ottenere la remissione dei peccati? — Se trattasi di peccati veniali e giornalieri, tali parole, purché accompagnate, siccome abbiamo detto, da vera contrizione, li rimettono direttamente; ma rispetto ai peccati mortali non li rimettono che indirettamente, nel significato cioè, che dispongono il cuore del nostro Padre celeste ad accordarci il dono di ricevere con frutto l’effusione della grazia e dei meriti del Signor Nostro Gesù Cristo nel sacramento della Penitenza. Tanto i giusti, quanto i peccatori debbono dire rimetti a noi i nostri debiti: 1° perché non è già lo stesso non conoscere i propri peccati, e non averne alcuno. Sebbene la mia coscienza, dice l’Apostolo, nulla mi rimproveri, non per questo io sono giustificato; 2° perché moltissimi sono i peccati occulti; 3° perché l’asserire d’essere senza peccato, dice l’Apostolo S. Giovanni, è un pretto mentire; 4° perché noi domandiamo non solo la remissione del peccato, ma quella eziandio della pena che gli è dovuta; 5° perché chiediamo il perdono così per noi, come ancora per tutti i nostri fratelli. (Con. Trid., sess. VI, can 23). – Siccome li rimettiamo a’ nostri debitori. Con tali parole noi diciamo al Padre nostro celeste: Per ottenere la remissione dei debiti de’ quali siamo carichi verso di voi, noi rimettiamo ai nostri fratelli tutti quei debiti che essi hanno verso di noi. – Chiunque ci offende contrae un debito verso di noi, poiché infrange la legge della carità, e qualche volta ancora quella della giustizia, e per conseguenza incorre l’obbligo di darci soddisfazione. Ora noi dichiariamo di assentire che Iddio prenda per regola della sua misericordia a nostro riguardo quella che noi usiamo verso il prossimo; dunque se noi perdoniamo imperfettamente o solo a metà, oppure non perdoniamo che a fior di labbra, conservando l’amarezza, l’antipatia, il rancore nel fondo dell’animo; e finalmente se non perdoniamo punto, invitiamo Iddio a fare altrettanto con noi. – Tuttavolta coloro che non perdonano ai loro nemici possono recitare l’Orazion Dominicale, non, per vero dire, coll’intenzione che il Signore perdoni loro com’essi stessi perdonano, dappoiché ciò sarebbe un chiedere la propria condanna; ma nel significato che Iddio perdoni loro come eglino pure dovrebbero perdonare, e parlando a nome della Chiesa, che conta sempre tra i suoi figli gran numero di Cristiani i quali perdonano ai nemici e pregano per loro. Perciò anche la Santissima Vergine, quantunque immune da ogni colpa, poteva recitare l’Orazione Dominicale, e dire perdona a noi; imperocché sul suo labbro queste parole significavano: Perdonate ai peccatori che come me appartengono alla Chiesa. « Se quelli soltanto, scrive S. Agostino, che amano i propri nemici possono dire: Rimetti i nostri debiti, siccome noi li rimettiamo a’nostri debitori, io non so quel che mi debba dire, o quel che mi debba fare. Vi dirò io forse: No, non pregate punto? Certo io non lo ardisco; dirovvi invece: Pregate affinché possiate amare. Ma al postutto se voi non amate il prossimo, dovrò proibirvi di recitare l’Orazione Dominicale? Se vi astenete dal dirla non otterrete perdono, e se a lei ricorrete e lasciate non ostante di eseguire quanto dice, non otterrete egualmente perdono. Che resta dunque a farsi? Recitarla e perdonare onde ottener remissione » (Serm. V, alias de divers. 48). – Quindi le parole siccome noi perdoniamo racchiudono una condizione che il Signor Nostro istesso ha voluto imporre alla divina sua misericordia. E perché mai una tale condizione? Per più ragioni, tutte egualmente degne della sua infinita sapienza. La prima, affinché appieno da noi si comprenda la grandezza del benefizio che Iddio c’imparte nel perdonare i nostri peccati; grazia sì grande Ei non volle concederla, senza mettervi la condizione che noi pure usiamo misericordia verso i nostri fratelli. La seconda, a fine d’incoraggiare la nostra debolezza, dimostrandoci con qual estrema facilità si può dall’uomo conseguire l’immenso beneficio della remissione dei peccati, dappoiché egli per parte sua ci promette misericordia se noi non la neghiamo al nostro prossimo: il che dipende affatto dal nostro volere. La terza, onde mantenere fra di noi la carità, la quale è il gran precetto del Vangelo, facendo della nostra la condizione e la regola della carità di Dio inverso di noi. La quarta finalmente, per fiaccare il nostro orgoglio e far palese quanto ingannati e colpevoli sieno quelle persone del mondo che chiamano una viltà il perdonare e rinunziare alla vendetta. Quando infatti essi chiederanno misericordia, Iddio li condannerà colle stesse loro parole, dicendo: come vuoi tu che Io ti usi misericordia, se questa appunto tu abborri e poni in derisione? tu tratti da vile chi perdona; osi tu dunque pregarmi ch’Io mi avvilisca perdonandoti, e vuoi che ti esaudisca? (S. Greg. Niss., in 3 Orat. Domin.). -Per le quali cose il dovere e l’utile nostro egualmente ne impongono di perdonare non solo esternamente, ma interiormente e senza indugio, giusta il detto della Scrittura: « Se voi non perdonate di tutto cuore, il vostro Padre celeste non vi perdonerà; ed altrove: il sole non tramonti giammai sull’odio vostro». I Santi presero in ogni tempo queste parole per regola di loro condotta. San Giovanni l’Elemosiniero, Patriarca di Alessandria, avea ripreso con qualche vivezza un Senatore, che perciò l’aveva lasciato fortemente indispettito. Giunta la sera, il Santo inviò un messo al Senatore con quest’ambasciata: il sole è prossimo al tramonto. A queste parole il Senatore, compreso da vero dispiacere, corre presso il santo Vescovo, dal quale è accolto ed abbracciato come un fratello, e l’ultimo raggio del sole morente rischiarava questo quadro affettuoso di riconciliazione. – Meditiamo spesso questo esempio, non meno della quinta petizione del Pater. Iddio promette di perdonarci, purché noi pure perdoniamo ai nostri fratelli. Le offese che noi perdoniamo al prossimo sono un nulla in paragone di quelle di cui siamo debitori verso Dio. Noi l’abbiamo crocifisso! Noi domandiamo la remissione di dieci mila monete d’oro per qualche denaro che ci è dovuto! Ma se noi rimettiamo questa lieve somma con cuor sincero, e senza neanche aspettare che il debitore venga a pregarci; se la rimettiamo tutta intera e senza restrizione, vale a dire, se perdoniamo con animo volonteroso e con affetto fraterno; se noi preveniamo i nostri offensori con bontà e carità, invece di abbandonarci ad una cieca vendetta, e senza pretendere da essi soddisfazioni umilianti; se tutto ciò, io dico, noi opereremo, le nostre colpe saranno tutte perdonate. Non dimentichiamo giammai le parole del Salvatore: « Se voi perdonerete le offese ricevute, il vostro Padre celeste perdonerà quelle che Gli avete fatto». – Questa promessa per altro suppone in colui, che perdona al suo prossimo, lo spirito di penitenza pei suoi propri peccati; imperocché è verità di fede, che senza lo spirito di penitenza nessun peccato può giammai venir rimesso. – Nè contentiamoci soltanto di meditare queste parole, ma mettiamole in pratica, ad esempio di quel buon Religioso ricordato dalla storia. Aveva esso vissuto nel suo monastero con tale tiepidezza, che spesso si era attirato severe ammonizioni del Superiore. Giunto ad età inoltrata, cadde infermo per non più rialzarsi. Uno de’ suoi confratelli, vedutolo agli estremi, né scorgendo sul suo volto o timore od inquietudine di sorta, gli domandò, come mai poteva morire con tanta tranquillità dopo una vita così poco edificante. E verissimo, fratel mio, gli rispose il moribondo, che sono stato negligentissimo, e gli Angeli pure mi hanno spiegato innanzi agli occhi la lunga lista dei peccati, che ho commesso dopo il mio ingresso in religione: io sono convinto di tutto; ma intanto non mi poterono mostrare o un giudizio temerario, o la più piccola vendetta di cui mi sia reso colpevole. Allora io dissi loro: Io ho fiducia nelle promesse del Signore, il quale ha detto: Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Ciò inteso, gli Angeli hanno lacerato l’elenco de’ miei falli, ed ecco da che nasce la mia fidanza. E in così dire si addormentò tranquillamente nelle braccia del Dio di misericordia, lasciando a tutti i suoi fratelli un salutare esempio ed una grande edificazione. – Sesta domanda. E non c’indurre in tentazione. Allorquando figli ben nati hanno ottenuto dal Padre il perdono dei loro falli, non altro ad essi rimane che sfuggirli per lo innanzi, e mercé una condotta irreprensibile consolare il genitore ch’ebbero la disgrazia’di contristare. Cosi pure il Signor Nostro vuol che si faccia da noi: quindi è naturale il legame che unisce alla precedente questa domanda dell’Orazione Dominicale. Nella quinta noi abbiamo domandato la liberazione dal male passato, cioè dal peccato commesso; nella sesta noi domandiamo l’aiuto di Dio contro il male futuro che è la tentazione. Tuttavolta questa per se stessa non è un male come il peccato; anzi non è male se non in quanto può trascinarci ad un altro male, cioè l’offesa di Dio. Ma per tal ragione è molto pericolosa, e perciò supplichiamo Iddio a volercene preservare. Qui pure conviene spiegar chiaramente il senso della nostra preghiera: Dicendo non c’indurre in tentazione, noi non chiediamo già di essere liberati interamente da ogni tentazione, ma chiediamo: 1° di non esser vinti dalle tentazioni; 2° di esser liberati dalle tentazioni straordinarie; 3° di non essere esposti a tentazioni o deboli o forti, se Dio vede che la vittoria non sarà nostra ma del demonio. – Ma perché non chiediamo noi di essere liberati da ogni sorta di tentazioni? Perché ci torna vantaggioso l’essere tentati. La tentazione ci ammaestra: per un lato ci fa conoscere la nostra debolezza, la nostra corruzione; dall’altro ne dimostrala potenza della grazia la quale con sì deboli soldati, quali noi siamo, sa riportare splendide vittorie. La tentazione ci mantiene nell’umiltà. Affinché, scrive San Paolo, la grandezza delle mie rivelazioni non mi facesse insuperbire, lo stimolo della carne, l’angelo di Satanasso mi fu lasciato intorno per schiaffeggiarmi, vale a dire, per farmi ricorrere all’umiltà, alla vigilanza , alla preghiera. La tentazione ci assoda nella virtù. I venti che scuotono le piante, dice un santo Padre, nello stesso tempo le alimentano; e così pure le tentazioni accrescono vigore all’anima. La tentazione ci arricchisce; imperocché tutte le volte che noi le resistiamo, ci fa produrre atti di virtù e di fedeltà che aumentano i nostri meriti. La tentazione ci rende esperti, vuoi a nostro, vuoi a riguardo altrui. Chi non è stato tentato, quanto sa egli? (Eccl.XXXIV, 11) richiede giustamente il Saggio. Finalmente la tentazione ci fa compatire le debolezze altrui, e fa riposare su di noi lo spirito del Signore, secondo il dettato dell’Apostolo S. Giacomo: Beato l’uomo che tollera tentazione: perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita promessa da Dio a quelli che lo amano . (Jacob. I, 12). Noi diciamo al nostro Padre celeste: Non indurci in tentazione. Qual significato hanno tali parole? Forse che Dio ci tenta? No certamente; a parlare con proprietà Iddio non tenta alcuno, poiché tentare vuol dire indurre al male (Jacob. I, 12). È bensì vero che nelle Scritture si legge avere Iddio tentato Abramo, ma questo significa che il Signore volle mettere a prova la fede e l’obbedienza di quel santo Patriarca. – Ogni giorno Iddio tenta noi pure in simil guisa colle infermità, colle afflizioni, coi travagli, sia per convertirci come per accrescere i nostri meriti. Rispetto alle tentazioni propriamente dette Iddio permette soltanto che noi siamo tentati; e questo deve consolarci, attesoché per una parte i nemici dell’anima nostra non possono assalirci senza la permissione del Padre nostro celeste; e per l’altra Egli loro non permette giammai di tentarci oltre le nostre forze: Non vi ha sorpreso tentazione, dice l’Apostolo, se non umana; ma fedele a Dio, il quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinchè possiate sostenere (1 Cor. X, 13). Ecco adunque qual’è il senso della preghiera che noi Gli volgiamo: Signore, noi conosciamo la nostra debolezza e fragilità, sappiamo quanta sia la malvagità e il potere del demonio; non vogliate dunque permettere che noi vostri servi siamo atterrati dalla tentazione, e neppure tentati, se non dobbiamo uscire vittoriosi dal combattimento.Ma ad ottenere la vittoria in una lotta sì pericolosa è mestieri ben conoscere i nostri nemici e le armi con cui si devono combattere. Tre grandi nemici son collegati a’ nostri danni, né cessano mai dal tentarci: il demonio, il mondo, la carne. Il demonio ne tenta col suggerirci pensieri peccaminosi d’ogni specie: d’orgoglio, d’invidia, di bestemmia, di vendetta, e somiglianti. Il mondo ci tenta coi cattivi discorsi, colle cattive letture, coi cattivi esempi. La carne ci tenta con criminose tendenze. Il più pericoloso di questi tre nemici è la carne, poiché da essa non possiamo un solo istante separarci. Rispetto alle armi di cui dobbiamo valerci contro questi tre nemici, conviene opporre al demonio, il segno della croce e l’invocazione dei santi nomi di Gesù e Maria; al mondo, il disprezzo de’suoi motteggi, delle sue minaccie, delle sue promesse, considerando la sua debolezza e la caducità delle cose temporali che svaniscono alla morte; alla carne, la fuga dalle occasioni, la mortificazione dei sensi, la devozione alla santa Vergine Madre di ogni purità. Ecco i rimedi particolari. I rimedii generali sono: l’umiltà, la preghiera, il digiuno, la meditazione della Passione del Signor Nostro Gesù Cristo e dei Novissimi; finalmente la fedeltà nello svelare al Confessore le tentazioni tutte dalle quali siamo molestati. – Quest’ultima domanda conferma le domande antecedenti, e vi aggiunge qualche cosa di nuovo. Di fatto nella quinta e nella sesta noi abbiamo chiesto di essere liberati dal peccato e dalla tentazione, e qui pure imploriamo la stessa grazia, conciossiaché supplichiamo di essere liberati da ogni specie di mali; ma nel tempo stesso vi aggiungiamo la domanda di essere liberati da ogni afflizione corporale e spirituale, pubblica e privata, che potesse toglierci di pervenire all’eterna salute. Laonde dopo aver chiesto a Dio la liberazione dai mali passati e futuri, domandiamo di più la liberazione dai mali presenti; e così pure dopo aver pregato di esser liberati dal male della colpa, che è il peccato ed il maggiore di tutti i mali, noi supplichiamo di essere liberati dal male della pena, assai più lieve del primo, e che è riposto nelle afflizioni temporali ed eterne, funeste conseguenze del peccato. – «Ed avvertite che Nostro Signore con gran sapienza c’insegna a domandare la liberazione dal male in universale, e non viene al particolare, come dire dalle povertà, malattie, persecuzioni e simili cose; perché molte volte pare a noi, che una cosa ci sia buona, la quale Dio vede che per noi è cattiva: e per lo contrario a noi pare che una cosa sia cattiva, e Dio vede che per noi è buona. E però noi, secondo l’ammaestramento del Signore, Gli domandiamo che ci liberi da tutto quello che Egli vede, che per noi è male, o sia prosperità, o sia avversità » (Bellar. Dottr. Crist.). Ma non è egli superfluo il volere che noi domandiamo la liberazione del male, poiché la natura medesima ne suggerisce di ricorrere a Dio in ogni nostra tribolazione? È verissimo che sotto i colpi della sventura suolsi invocare l’aiuto divino; ma si osservi ancora, che taluni noi fanno, ed è pur necessario rammentar loro un obbligo così imperioso; altri poi lo fanno troppo tardi, e dopo avere esaurito tutti i mezzi umani. Iddio per costoro non è che un espediente, cui non si ricorre che alla peggio andare; e questa mancanza di fiducia è atto ingiuriosissimo, contro cui era necessario premunirli. Finalmente quasi tutti ignoriamo l’ordine e la maniera con cui si deve chiedere la liberazione dal male. Cosi per esempio, invece di chiedere innanzi tutto la liberazione dal peccato, noi domandiamo la liberazione dalla pena. Siam noi percossi da rovesci di fortuna, o da perdita di salute? Tosto domandiamo a Dio la liberazione da questi mali, senza nemmeno pensare alla liberazione dai mali più importanti, vale a dire, il peccato e il pericolo di commetterlo. Da ciò nasce che nulla si ottiene, poiché non si osserva il precetto del Signore, il quale comanda di chiedere prima d’ogni altra cosa il regno di Dio e la sua giustizia. Oltre a ciò in luogo d’implorare colle debite condizioni la liberazione dai mali temporali, noi più spesso la domandiamo in modo assoluto, senza rassegnazione, talvolta pure con impazienza, uscendo eziandio in atti di disgusto e in parole di mormorazione se non l’otteniamo, oppure se Iddio ce la fa aspettare. Ora, al fin di pregare come vuole Nostro Signore, conviene chiedere in maniera assoluta che Dio ci preservi, o ci liberi per sua benignità dal peccato, che è il solo vero male; ma rispetto agli altri mali, noi dobbiam chiedere d’andarne immuni, in quanto solo una tal grazia può esser proficua alla nostra salute. Ma liberaci dal male. Per restringere in due parole tutta l’importanza di questa petizione, noi diremo, che in tal modo devono sempre finire le preghiere dell’uomo decaduto. La liberazione dal male: ecco lo scopo di ogni Religione, di ogni sacrificio, di ogni penitenza pubblica o privata che mai siasi usata presso tutti i popoli sin dall’origine del mondo. Nella domanda che precede, noi preghiamo Dio a liberarci dal peccato, in questa noi lo supplichiamo a liberarci dalla pena del peccato, come a dire dalla morte subitanea, dai castighi riserbati agli empi, e dal fuoco del Purgatorio; da cui pure Lo preghiamo con tutto l’ardore di liberare le anime che vi sono tormentate. Noi domandiamo di essere preservati da tutti i mali, tanto esterni che interni: dall’acqua, dal fuoco, dal fulmine, dalla gragnuola, dalla fame, dalla guerra, dai tumulti; facciam voti perché restino sempre da noi lontane le malattie, le pestilenze, gl’infortuni, le prigionie, gli esilii, i tradimenti, le insidie; a dir breve, tutte le sventure che affliggono l’umanità. Domandiamo finalmente che le ricchezze, gli onori, la sanità, la vita stessa non tornino a detrimento ed a perdizione dell’anima nostra. Noi dobbiam chiedere tutto ciò con fiducia, perché il nostro buon Padre, col comandarci di chiedere la liberazione dai nostri mali, ci ha pur dato malleveria di essere esauditi: Alzaron le grida i giusti, e il Signore li esaudì, e liberolli da tutte le loro tribolazioni (Ps. XXXIII, 17). In questa domanda la parola male significa ancora il malvagio, ossia il demonio. Noi preghiamo Iddio a liberarci da’ suoi assalti, attesoché il demonio fu l’autore di tutti i delitti e di tutte le sventure degli uomini. Abbiamo detto malvagio e non malvagi, poiché tutti i mali che ci vengono dal nostro prossimo devono essere imputati alle maligne suggestioni dello spirito infernale. Laonde, anziché adirarci coi nostri fratelli, dobbiam volgere interamente il nostro odio contro satana, vera cagione di tutti i mali, che l’un l’altro si fanno gli uomini.La terza parte dell’Orazione Dominicale si compone di questa sola parola, che è come suggello, conclusione, di tutta la preghiera. Amen. Amen è parola ebraica, che vuol dire così sia, cioè, facciasi come ho chiesto; possano essere esauditi i miei voti, io lo credo, io lo spero. Come una rimembranza della Chiesa primitiva,e per rispetto alla veneranda nostra antichità si è conservata questa voce ebraica (“Propter sanctiorem auctoritatem servata est antiquitas”. S. AUG., lib. II , De Doctr. christ., c. 11); non meno che per venerazione al Signor Nostro, dalle cui labbra era frequentemente ripetuta. Amen esprime altresì un voto novello, un più vivo desiderio di ottenere le cose richieste. È mestieri profferire questa conclusione con pietà particolare e con affetto sincero, sia per supplire al mancamento di attenzione e di fervore che poté sorprenderci nel tempo della preghiera, che per tentare un ultimo sforzo, e toccare, per così dire, l’ultima corda al cuore del nostro Padre. – Tale è l’Orazione insegnata dal Signore: niente di più santo, di più affettuoso, di più augusto, di più efficace. È una chiave d’oro colla quale possiamo aprire a nostro talento i tesori del Cielo. Si ami dunque, si veneri, si custodisca come il bene più prezioso, si ponga indefessamente in uso. Ma tuttoché onnipossente, questa divina preghiera, non ci sarà in verun conto giovevole se non sarà fatta a dovere. Ora nulla di più opportuno a rianimare il nostro fervore nella preghiera, come nulla di più celebre negli annali dei Santi, che la visione di S. Bernardo. Ella ne fa conoscere le diverse classi di persone che si dedicano alla preghiera, e ne mostra al tempo stesso quali ricompense si meriti ognuna d’esse. Una notte, l’illustre fondatore di’ Chiaravalle, mentre tutti i suoi Religiosi recitavano il divino Officio, era assorto in profonda meditazione. Erano essi in gran numero, e Iddio gli fece conoscere che tutti andrebbero salvi, sebbene nel punto della visione non tutti egualmente fossero animati dal medesimo fervore. Vedeva il Santo che un Angelo stava al fianco d’ogni Religioso, e scriveva: alcuni di questi Angeli scrivevano in lettere d’oro, altri con acqua, alcuni finalmente con nero inchiostro. Il Signor Nostro degnossi di far comprendere al Santo il significato di questa visione. Gli disse che i Religiosi i quali pregavano col dovuto fervore erano quelli, le cui preghiere l’Angelo scriveva con lettere d’oro; quelli che pregavano con tiepidezza erano quelli, le cui preci venivano scritte coll’acqua; gli altri finalmente che pregavano distrattamente e sonnecchiando erano quelli, le cui orazioni scrivevansi col nero inchiostro: che i primi meritavano una grande ricompensa; i secondi nulla, o quasi nulla; e gli ultimi erano degni di castigo. – Voi che leggete questo racconto (supposto che sappiate in che modo scriva il vostro buon Angelo, quando alla mattina, o alla sera, in chiesa, o nel corso della giornata vi esercitate nella preghiera), la sua penna dovrebbe intingersi nell’oro, nell’acqua, oppure nel nero inchiostro? Lascio a voi il risolvere la questione!

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, vi ringrazio di aver composto per me una preghiera breve, facile, perfetta ed efficacissima. Fatemi la grazia di poterla sempre recitare colle dovute disposizioni. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose e il mio prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore, raddoppierò l’attenzione nel recitare il PATER nelle mie preghiere del mattino.

 

Trionfo della Chiesa

Nella attuale situazione della Chiesa Cattolica, Chiesa attualmente eclissata da un orribile mostro conciliare, infettato dal cancro e dalla peste del modernismo, somma di tutte le eresie, mostro sostenuto pure dalle sette eretico-scismatiche sedicenti tradizionaliste, ci conforta leggere l’introduzione all’opera di Sant’Alfonso Maria dei Liguori: “Storia delle eresie”, che ci ricorda appunto che la “barca di Pietro”, battuta dalle tempeste e dai marosi delle eresie susseguitesi nel corso dei secoli, alfine è stata sempre vittoriosa e più splendente che in precedenza, grazie alla mano di Dio Onnipotente che sempre la sostiene e la dirige. Animo quindi, anche la peste modernista attuale sarà superata, in un modo a noi umanamente impensabile, ma la promessa evangelica di Gesù Cristo si compirà ancora una volta … portæ inferi non prævalebunt … a noi il compito di mantenerci fermi nella fede secondo il Magistero della Santa Chiesa cattolica, senza digressioni o fantasie pseudo-teologiche, cosicché terminata la corsa, con l’aiuto del Cuore Immacolato di Maria, possiamo giungere al premio eterno promesso da Gesù-Cristo a coloro che fanno la volontà del Padre suo.

Trionfo della Chiesa,

ossia “Istoria delle Eresie colle loro confutazioni” (1772) di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

INTENTO DELL’OPERA

1.- L’intento di quest’opera è di far vedere che la Chiesa cattolica romana è fra tutte le altre chiese l’unica vera; dimostrandosi la cura che Dio ne ha tenuta, facendola sempre restar vittoriosa contro tutte le persecuzioni de’ suoi nemici. Pertanto da essa debbono tutti dipendere, come dal fonte e dal capo, secondo scrisse S. Ireneo: “Omnes a romana ecclesia necesse est ut pendeant tamquam a fonte et capite” (L. 3. c. 3. n. 2.). Questa già è quella Chiesa che fu fondata da Gesù Cristo e poi propagata dagli apostoli; e quantunque fin dal principio fosse stata da per tutto perseguitata e contraddetta, come opposero i giudei a S. Paolo in Roma: “De secta hac, così chiamavano essi la religion cristiana, notum est nobis quia ubique ei contradicitur”, nondimeno ella si mantenne sempre stabile, a differenza delle altre chiese false che a principio ebbero molti seguaci, ma poi col tempo restarono dissipate; come si vedrà nell’opera, quando parleremo degli Ariani, de’ Nestoriani, Eutichiani, Pelagiani e simili. E se qualche setta è rimasta numerosa, come quella de’ Maomettani, de’ Luterani e Calvinisti, da ognuno tuttavia si scorge che non già l’amor della verità la sostiene, ma o l’ignoranza de’ popoli o la licenza de’ costumi. Dice S. Agostino che le eresie non sono abbracciate se non da coloro i quali, se fossero restati nella Chiesa, si sarebbero perduti egualmente per la perversità de’ loro vizj: “Non ex aliis hominibus fiunt haeretici, quam ex iis qui, si in ecclesia permansissent, propter vitae turpitudinem nihil ominus periissent”.

2.- La nostra Chiesa all’incontrario, non ostante che ella insegna a’ suoi figli una legge contraria alle inclinazioni della natura corrotta, non solamente non mancò in mezzo alle persecuzioni, ma con quelle più crebbe; onde poté asserire Tertulliano che il sangue de’ martiri era come una feconda semenza che moltiplicava i cristiani, di cui quanti più ne erano uccisi, tanto più ne cresceva il numero: “Sanguis martyrum semen christianorum; quoties metimur, plures efficimur”. E prima aveva scritto: “Christi regnum et nomen ubique creditur, ab omnibus gentibus colitur”. E ciò si conforma a quel che scrisse Plinio il giovine nella sua celebre lettera a Traiano, dicendo venirgli riferito dall’Asia che ivi regnava da per tutto la religion cristiana, in modo che si vedevano abbandonati tutti i templi degli idoli: “In Asia prope iam desolata esse templa deorum, eo quod christiana religio non tantum civitates sed etiam vicos occupasset”.

3. Ciò non poteva certamente avvenire senza la forza dell’onnipotente mano divina, trattandosi di fondare in mezzo all’idolatria una nuova religione che distruggeva tutte le superstizioni di quella e la credenza così invecchiata di tanti falsi dei, comunemente prima adorati da’ gentili e dai loro antenati ed anche da’ magistrati e dagli stessi imperatori, che con tutto il loro vigore la proteggevano: e ciò non ostante la fede cristiana da molti popoli fu abbracciata, passando essi da una legge rilassata ad un’altra dura che vietava il secondare gli appetiti del senso. Chi mai poteva condurre a fine una tale impresa se non la potenza di un Dio?

4.- Grandi pertanto furono le persecuzioni che patì la Chiesa dall’idolatria; ma più terribili furono quelle che ebbe a soffrire dalle eresie uscite dal suo medesimo seno per mezzo di uomini malvagi, che mossi dalla superbia, o dall’ambizione, o dalla libertà de’ sensi, impresero a lacerar le viscere della stessa loro madre. L’eresia dall’apostolo fu chiamata cancer (ut cancer serpit), perché siccome il canchero infetta tutto il corpo, così l’eresia infetta tutta l’anima, infetta la mente e il cuore, l’intelletto e la volontà. Ella si chiama ancora peste, perché non solo infetta la persona che n’è contaminata, ma ancora gli altri che a lei si accostano. Ed in fatti avvenne che, dilatandosi questa peste nel mondo, è stato molto maggiore il danno recato alla Chiesa dall’eresia che dall’idolatria; sì che questa buona Madre è stata più maltrattata dai figli che dagli stessi suoi nemici. Nulladimanco ella è restata sempre superiore in tutte le tempeste che gli eretici le han suscitate contro. Parve un tempo che l’eresia dell’empio Ario avesse oppressa la Chiesa, precisamente quando per le frodi di Valente e di Ursacio vescovi perversi fu condannata la fede del Concilio niceno; onde scrisse san Geronimo che allora il mondo gemendo si vide fatto Ariano: “Et ingemiscens orbis terrarum se Arianum esse miratus est” [Actor. 28. 22.]. E la stessa oppressione par che avesse sofferta la Chiesa nell’oriente a tempo dell’eresie di Nestorio e di Eutichete; ma ella è una meraviglia e una consolazione insieme nel leggere i successi delle eresie, come in certi tempi sembrava che la navicella della Chiesa dalla forza delle persecuzioni restasse superata e sommersa, e come poi in breve tempo si è veduta risorgere più gloriosa e trionfante di prima.

5.- Scrisse S. Paolo: “Oportet et haereses esse, ut et qui probati sunt, manifesti fiant in vobis”. Spiega s. Agostino la parola oportet, e dice che siccome il fuoco è necessario a purgare l’argento e separarlo dalla scoria, così le eresie sono necessarie a provare i buoni tra i cattivi cristiani, ed a separar la vera dalla falsa dottrina. La superbia degli eretici fa loro presumere che essi conoscano la vera fede, e che la Chiesa cattolica erri. Ma qui sta l’inganno: perché non possiamo noi tener per vera quella fede che ci addita la nostra ragione; mentre le verità della fede divina sono superiori alla nostra ragione. Dobbiamo per tanto attenerci a quella fede che Iddio ha rivelata alla sua Chiesa, e la Chiesa c’insegna, la quale, come dice l’apostolo, è la colonna e la fermezza della verità: “Ecclesia Dei vivi columna et firmamentum veritatis” (Apol. c. ult. ). Onde poi s. Ireneo parlando della Chiesa romana dice che in essa debbono convenire le altre chiese e tutti i fedeli, perché nella Chiesa romana si è conservata sempre la tradizione degli Apostoli: “Omnes a romana ecclesia necesse est ut pendeant, tamquam a fonte et capite. Ad hanc enim ecclesiam propter potiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles; in qua semper ab his, qui sunt ubique, conservata est ea, quae ab apostolis est traditio” [Cap. 20.]. E nello stesso luogo aggiunge che per tale tradizione e fede, pervenuta a noi per la successione de’ vescovi della romana chiesa, restan confusi i di lei nemici: “Per Romæ fundatæ ecclesiæ eam, quam habet ab apostolis, traditionem et fidem per successionem episcoporum provenientem usque ad nos, confundimus eos, qui per caecitatem et malam conscientiam, aliter quam oportet, colligunt”. Volete sapere, dice s. Agostino, quale è la vera chiesa di Gesù Cristo? Ritrovate quella ove si numerano i sacerdoti che per continua serie son succeduti nella sede di Pietro, e questa è la pietra, contro cui non possono prevalere le porte dell’inferno: “Numerate sacerdotes vel ab ipsa sede Petri in ordine illo patrum; quis cui successerit, videte, ipsa est petra quam non vincunt superbæ inferorum portæ”. Ed in altro luogo asserisce il santo dottore, che tal successione de’ sacerdoti lo teneva in essa Chiesa: “Tenet me in ipsa ecclesia ab ipsa sede Petri usque ad praesentem episcopatum successio sacerdotum”. Poiché in verità questo carattere della continua successione degli Apostoli e poi dei loro discepoli è un carattere che non si trova che nella sola Chiesa cattolica.

6.- Pertanto il Signore ha voluto che questa sua Chiesa, ove si conserva la vera fede, fosse una, acciocché tutti i fedeli tenessero la stessa fede da questa Chiesa insegnata. Ma il demonio, scrive s. Cipriano, ha inventate le eresie per dividere questa unità, procurando per tal via di distruggere la fede: “Haereses invenit, quibus subverteret fidem, scinderet unitatem”. Ha procurato il maligno che gli uomini costituissero più chiese diverse, affinché, seguitando ciascuno la credenza della sua chiesa particolare, contraria alla credenza delle altre, restasse confusa la vera fede, e si formassero tante fedi false, quante sono le chiese diverse, o per meglio dire, quante sono le teste degli uomini: com’è accaduto specialmente in Inghilterra, ove le religioni sono tante, quante son le famiglie e quante son le persone; poiché nella stessa famiglia ciascuno tiene quella religione che gli piace. Ma perciò, dice s. Cipriano, ha disposto Iddio che la vera fede nella sola Chiesa cattolica romana si conservasse, acciocché, non essendovi che una Chiesa, una fosse per tutti i fedeli sempre uniforme la dottrina e la fede: “Primatus Petro datur, ut una Christi ecclesia et cathedra una monstretur”. Lo stesso fu scritto da S. Optato Milevitano a Parmeniano: Negare non potes, scire te in urbe Romæ Petro primo cathedram episcopalem esse collatam… in qua una cathedra unitas ab omnibus servaretur”.

7.- Anche gli eretici vantano l’unità delle loro chiese; ma dice S. Agostino che la loro unità “est unitas contra unitatem”. Quale unità mai, dice il santo, aver possono tutte quelle chiese che son divise dalla Chiesa cattolica ch’è l’unica vera? Le misere son rimaste come tanti rami mutili recisi dalla vite, che è appunto la Cattolica Chiesa, la quale sta e sarà sempre ferma nella sua radice: Ipsa est ecclesia sancta, ecclesia una, ecclesia vera, ecclesia catholica, contra omnes haereses pugnans; pugnare potest, expugnari non potest. Haereses omnes de illa exierunt, tanquam sarmenta inutilia de vite praecisa: ipsa autem manet in radice sua, in vite sua, in caritate sua: portæ inferorum non vincent eam. Scrive parimente s. Geronimo che gli eretici per la stessa ragione per cui si han formata una chiesa diversa dalla Chiesa romana, essi medesimi si dichiarano esser quei seguaci dell’errore e discepoli del demonio, che furono descritti dall’apostolo: “Attendentes spiritibus erroris, et doctrinis daemoniorum”. Ecco le parole di s. Geronimo: “Ex hoc ipso quod postea instituti sunt, eos se esse iudicant, quos apostolus futuros prænuntiavit”.

8.- Ma dicono i Luterani e i Calvinisti, e prima lo dissero i Donatisti, che la Chiesa cattolica ha conservata la vera fede sino a certo tempo (altri dicono sino al terzo secolo, altri sino al quarto, altri sino al quinto); ma che poi è mancata, corrompendo la sana dottrina, onde da sposa è divenuta adultera. Ma tale opposizione si riprova e convince da se stessa: perché posto che la Chiesa romana è stata la prima fondata da Gesù Cristo, ella non ha potuto, né può mai mancare; mentre dallo stesso nostro Salvatore le sta fatta la promessa, che non mai sarebbe stata vinta dalle porte dell’inferno: “Et ego dico tibi, quia tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo ecclesiam meam, et portæ inferi non prævalebunt adversus eam”. Ammesso dunque per certo che la Chiesa romana è stata vera, come confessa anche il luterano Gerardo, che fu uno de’ primi ministri di Lutero, avendo scritto: “Certum quidem est (ecclesiam romanam) primis quingentis annis veram fuisse et apostolicam doctrinam tenuisse” 1; se dunque è stata vera una volta, ella ha dovuto e dovrà esser sempre vera, e non mai può diventare adultera, come scrive s. Cipriano: “Sponsa Christi adulterari non potest”.

9.- Replicano gli eretici (i quali, invece di apprendere dalla Madre i dogmi che debbono credere, vogliono insegnare alla Madre i dogmi falsi e perversi) e dicono: per noi sta la scrittura sacra, la quale è il fonte della verità. Ma non vogliono intendere che le scritture, come dice un dotto autore, “non in legendo consistunt, sed in intelligendo”. Tutti gli eretici si valgono della scrittura per fondare i loro errori; ma non dobbiamo noi intender la scrittura, come noi l’interpretiamo col nostro spirito privato, che spesso c’inganna, ma secondo c’insegna la santa Chiesa, la quale ci è stata assegnata per maestra della vera dottrina, ed alla quale Iddio manifesta il vero senso de’ sacri libri. Questa Chiesa, dice l’Apostolo, è quella che da Dio è stata costituita per la colonna e la fermezza della verità: “Scias quomodo oporteat te in domo Dei conversari, quæ est ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis” [3]. Onde scrive s. Leone che la fede cattolica deve disprezzar gli errori degli eretici che latrano contro la Chiesa, mentr’eglino si sono allontanati dal vero evangelio, ingannati della loro vana sapienza del mondo: “Fides igitur catholica oblatrantium haereticorum spernat errores, qui mundanæ sapientiæ vanitate decepti a veritatis evangelio recesserunt”.

10.- Posto ciò io stimo esser molto l’utile che si ricava dalla lettura dell’istoria delle eresie; ella fa comparire più bella e risplendente la verità della nostra fede, in dimostrarcela sempre uniforme a se stessa; e se tal lettura è stata sempre giovevole, maggiormente lo sarà ne’ tempi presenti, ne’ quali audacemente si mettono in dubbio le massime più sante e i dogmi più principali. Inoltre ella ci fa vedere la cura che sempre ha avuta Iddio in sostener la sua Chiesa in mezzo a tante procelle che sembravano volerla abbattere; ed insieme le maniere ammirabili con cui ha fatti restar confusi tutti i nemici che l’hanno combattuta. Giova ancora il leggere le storie delle eresie per conservarci nello spirito di umiltà e di soggezione alla Chiesa; ed anche per renderci grati a Dio in averci fatti nascere in paesi ove ella regna, nel vedere in quali errori ed inezie sono caduti tanti uomini letterati, per non aver voluto eglino sottomettersi a’ di lei insegnamenti.

11.- Ma veniamo a vedere l’intento della presente opera. Stimerà alcuno superflua questa mia fatica, dopo che tanti eccellenti autori hanno scritto distesamente la storia delle eresie, come sono Tertulliano, s. Ireneo, s. Epifanio, s. Agostino, s. Filastrio, Teodoreto, Vincenzo Lirinese, Socrate, Sozomeno, Niceforo e molti altri antichi e moderni. Ma per questo stesso motivo che molti autori hanno scritto a lungo in più volumi la storia delle eresie, io mi son mosso a fare quest’opera, considerando che molti o non hanno tempo di leggere questi libri così diffusi, o pure non hanno la possibilità di comprarli, e perciò ho procurato in questo mio libro di raccogliere in breve i principj ed i progressi di tutte le eresie, sì che senza l’applicazione di molto tempo e senza molta spesa può ciascuno restar sufficientemente informato delle eresie e degli scismi che hanno infestata la Chiesa. Ho detto in breve; ma non tanto in breve, come hanno fatto alcuni altri autori che appena accennano i fatti, e lasciano il leggitore scontento, o almeno poco istruito di più cose importanti a sapersi. Io ho cercato di esser breve, come ho detto, ma nello stesso tempo mi sono studiato di dare a’ leggitori una tal cognizione di ciascuna eresia (parlando di quelle che hanno fratto più rumore nella Chiesa), per cui ne restassero contenti ed appieno informati, almeno circa i fatti più notabili.

12.- Inoltre mi ha spinto a dar fuori quest’opera il vedere che gli autori moderni, i quali meglio hanno appurati i fatti, hanno parlato delle eresie, scrivendo essi della storia universale della Chiesa; come hanno fatto il Baronio, Fleury, Natale Alessandro, Tillemont, Orsi, Spondano, Rinaldo, Graveson ed altri. Onde essi hanno parlato di ciascuna eresia in diversi luoghi, secondo l’ordine de’ tempi, ne’ quali è uscita fuori quella eresia o han fatto progresso o è stata abbattuta; e perciò il lettore ha da scorrere diversi luoghi dell’opera per informarsi della nascita, del seguito e della sconfitta che quell’eresia ha avuta. Io all’incontro ho procurato di unire insieme nello stesso luogo tutte le notizie che a ciascuna eresia si appartengono.

13.- Di più non tutti i nominati scrittori hanno addotte le confutazioni delle eresie; e queste confutazioni io le collocherò nel terzo tomo di quest’opera. Non prenderò però tutte a confutarle, ma quelle sole che hanno avuto maggior seguito, come sono state quella di Sabellio, di Ario, di Pelagio, di Macedonio, di Nestorio, di Eutichete, de’ Monoteliti, degl’Iconoclasti, de’ Greci e simili. Delle altre eresie poi che hanno avuto minor seguito accennerò in breve solamente gli autori e gli errori, la falsità de’ quali si conosce dalla loro evidente insussistenza, oppure dalla confutazione che addurrò delle altre eresie più celebri che poc’anzi ho nominate.

14.- Frattanto, lettor mio, ringraziamo noi incessantemente il Signore di averci fatti nascere ed allevare in grembo della Chiesa cattolica. S. Francesco di Sales esclamava: “Buon Dio, molti e grandi sono i benefici coi quali mi avete obbligato, e ve ne ringrazio; ma come potrò io ringraziarvi per avermi illuminato colla santa fede?” E ad una persona scrisse: “O Dio! La bellezza della nostra santa fede compare sì bella, che io ne muoio d’amore; e mi pare che debba chiudere questo dono prezioso dentro un cuore tutto profumato di devozione”. E s. Teresa non si saziava di ringraziare sempre Dio di averla fatta figlia della santa Chiesa. Stando in morte tutta si consolava dicendo: “Muoio figlia della santa Chiesa, muoio figlia della santa Chiesa”. E così ancor noi non lasciamo di ringraziar Gesù Cristo di questa grazia a noi donata, la quale è una delle maggiori che Egli ci ha fatte, distinguendoci con tal favore da tanti milioni di uomini, che sono nati e morti fra gl’infedeli o fra gli eretici. “Non fecit taliter omni nationi” [2. Tim. 2. 17.]. E con animo grato per sì gran beneficio entriamo a vedere il trionfo che la santa Chiesa ha ottenuto per tanti secoli sovra tutte le eresie che hanno cercato di oppugnarla. Prima però di cominciare voglio protestarmi coi signori letterati che io ho fatto quest’opera in mezzo alle cure del vescovado; onde non ho potuto con tutto il rigore della critica esattamente esaminare ciascuna cosa di quelle che ho scritte; quindi in molti fatti ho riferite le diversità che vi sono fra gli autori, senza prender partito con darvi il mio sentimento. Nondimeno ho procurato di ricavar tutto da autori appurati e di chiaro nome; ma trattandosi di tanti innumerabili avvenimenti che si addurranno, non sarà difficile che alcuno erudito appuri qualche fatto meglio di me.

… et Ipsa conteret caput tuum …

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. XII]

LETTERA XII.

RIMEDIO AL MALE.

20 giugno

I.

Signore e caro amico,

Da bel principio della nostra corrispondenza io vi diceva, che l’Europa è ammalata, gravemente ammalala, e ve lo ripeto, finendo, con una convinzione più viva ancora e più profonda. Io diceva, che se vogliamo salvarci da noi soli, non vi riusciremo, essendo necessario che Iddio venga in soccorso della società con uno di que’ prodigj straordinarj che può tutto operare. Ma, acciocché egli l’operi, è necessario che noi lo vogliamo, o piuttosto, è necessario, che noi vogliamo profittarne. – Voi conoscete la profonda sentenza d’un padre della Chiesa: « Iddio che di per sé solo ci creò, non ci salverà senza del nostro concorso ». Ciò è vero tanto nell’ordine della natura, quanto in quello della grazia: 1’uomo non vive malgrado lui; bisogna che consenta égli ad osservare le leggi della sua vita. Questo è vero delle nazioni, come de’ particolari. Ora, l’unico mezzo per la società di protrarre l’esistenza sua, e di guarirsi, è di ritornare a Dio, sottomettendosi di nuovo alle condizioni necessarie della sua esistenza e della sua sanità. Il primo atto sociale d’un somigliante ritorno deve esser la santificazione del giorno, che il supremo Padrone si è riserbato, perché l’adempimento di questo dovere conduce alla pratica di lutti gli altri, come la violazione trascina la rovina di tutta intera la religione. In grazia delle considerazioni, che io vi ho presentato, questa doppia verità pervenne, come spero, per ogni uomo di buona fede, all’ evidenza d’un assioma.

II

Come mai renderla pratica? Tale è presentemente la questione. Essa può essere sciolta in due maniere: spontaneamente, o legalmente. La prima sarebbe la più onorevole e la migliore; la seconda è più immediatamente applicabile, e d’un effetto più generale: diciamo qualche parola dell’una e dell’altra. Il primo mezzo di far cessare la profanazione della domenica è l’accordo generale di tutti i cittadini. Nell’applicazione, quest’accordo si formula per compromessi, con o senza emenda, passati infra le parti interessate. In conseguenza, i negozianti, gli appaltatori, i capi de laboratori e gl’industriali, s’obbligano, gli uni a non più vendere, gli altri a non più far lavorare nelle domeniche e feste comandate. – Per rendere questo compromesso di più facile e sicura esecuzione, ciascun corpo dello Stato si obbliga in particolare, e per una convenzione speciale, a rispettar la legge sacra del riposo. Allora, tutte le ragioni d’interesse che si oppongono alla celebrazione della domenica, scompaiono pel corpo di Stato segnatario del compromesso, qualunque sia d’altronde la condotta delle altre professioni. – Per esempio, se in una città o località qualunque, i sellai, i gioiellieri, i carpentieri, continuano a profanare la domenica: qual pregiudizio può avvenirle al muratore, al mercatante, al calzolaio, al sarto, de’ quali tutti i confratelli rifiutano il lavoro o la vendita? Sarà pur necessario che in altro giorno rivenga la pratica. Che si stringano in una città somiglianti compromessi infra tutti i corpi di Stato, e si perverrà dirittamente al riposo ebdomadario. Per aiutar siffatte transazioni i cattolici dovrebbero farne un’altra. Dovrebbero cioè accordarsi tra se stessi di favorire i mercatanti e gli operai, religiosi osservatori della domenica. Per ciò è sufficiente indirizzare ai profanatori un ragionamento affatto semplice, che non può mancare di colpirli. La sospensione della vendita o dell’operare ne’giorni di domenica e di festa vi cagionerebbe, come dite voi, una perdita considerabile, alla quale è impossibile sottomettervi. Noi vogliamo crederlo; ma in questo caso non disapproverete che noi cerchiamo di indennizzare coloro fra i vostri confratelli, i quali consentono ad esporvisi. Così, non vi stupirete se d’ora innanzi daremo loro la nostra pratica e loro procureremo quella dei nostri amici. – A questo consiglio io bramerei aggiungere una questione ed interrogare i nostri buoni cattolici, se parecchi non avrebbero cèrti rimproveri a farsi intorno alla santificazione della domenica? Si dice con verità che se non vi si trovassero compratori, non vi sarebbero venditori. Ora, dannosi per trista sorte molti compratori nella domenica: sono dessi tutti senza religione? La vostra patria, e la mia, signor Rappresentante, mi sono particolarmente conosciute. Pur troppo noi abbiamo nel vostro paese osservato certi padroni, buoni cattolici, che mandano i loro domestici a fare delle incette nelle domeniche, e si dimenticano di stipulare nel loro contratti, coi loro intraprendi tori che non si lavorerà né nella domenica, né nelle feste : abbiamo viste dame, ugualmente buone cattoliche, correre fra gli uffizj, e frugare i magazzini delle gioie e delle novità, per provvedersi di oggetti che, certo, non sono di prima necessità; far visite all’ora stessa che si celebrano alla sera i divini uffizj, senza timore di mancarvi o di impedire gli altri d’assistervi. – Nel mio paese nessun cattolico vuole per nulla mutare le ore dei suoi pasti, benché si espongano soventemente i domestici a sacrificare il servizio di Dio a quello dei padroni; si pressano moltissime volte i padroni ed i lavoranti per ottenere nella domenica il lavoro. Si tollera che lo portino in questo giorno; si borbotta se non lo compiono, e si minaccia, in caso di recidiva, di rivolgersi ad altri. Chi sa se in altre regioni, questo dettaglio non potrebbe aggiungersi utilmente all’esame di coscienza de’ virtuosi cattolici?

III.

Che che ne sia, il venire per una convenzione spontanea alla soppressione del lavoro sarebbe, lo replico, il mezzo più onorevole al cospetto degli uomini, ed il più vantaggioso dinanzi a Dio; ma convien pur dirlo, che se queste convenzioni sono difficili a formarsi, più difficili ancora sono a mantenersi. Non senza grave stento possono indursi tutti i membri di una stessa professione a far tale convenzione ; e quand’anche sia fatta, quanti pretesti non si adducono or da Tizio, or da Sempronio per dichiararsene sciolti, e liberi di fare quanto loro torna più a conto? – Per ultimo, non sono quelle applicabili per tutto. In ogni località non si trovano corporazioni di mestieri; e quando ve ne fosse, gli abitanti della campagna e gli agricoltori, gl’interessi de’quali non sono indivisi come quelli degli operai, rimangono esclusi forzatamente da queste salutari associazioni.

IV.

Nonostante tutte le difficoltà che presenta questo primo mezzo di giungere all’osservanza della domenica, mi parrebbe possibile se noi avessimo seria volontà di ridivenire cristiani. Poiché tali peranco non sono le nostre disposizioni, il mezzo legale mi sembra il più sicuro, e l’unico immediatamente applicabile. Di che s’agisce egli mai, in effetto? Trattasi di formare una legge che vieti di profanare la domenica, cioè d’oltraggiare la religione della maggiorità, e di violare la libertà de’cattolici; o piuttosto s’agisce semplicissimamente di far eseguire una legge di già esistente, e che conserva tutto il suo vigore, imperocché essa giammai fu annullata. Non è d’ uopo che io ve la nomini, questa è la legge del 18 novembre 1814; confermata parecchie volte dopo il 1830 pei decreti della corte di cassazione (I). Tal è l’atto veramente politico, perché cristiano, che io v’incarico, signore e caro amico, d’ottenere dall’Assemblea legislativa. Ordinandolo, ella avrà grandemente meritato della Francia, dell’Europa e della società tutta intera. Ora, ella lo può, ed ella lo deve. – Ella lo può. L’Assemblea è sovrana. L’atto che noi sollecitiamo non è soltanto possibile, ma assai facile. A meno d’ammettere per la società una condanna a morte senza appello e senza sospensione, tutto ciò ch’è necessario alla sua esistenza è possibile. Ora, io credo avere stabilito l’indispensabile necessità della santificazione della domenica, qualunque sia il punto di vista sociale, sotto il quale si consideri la questione. – Dì più, quest’atto è facile, più facile al giorno d’oggi che giammai. D’una parte, l’attività commerciale non è la stessa che innanzi la rivoluzione di febbraio; havvi un rallentamento generale negli affari, e sei giorni per settimana bastano a spedirli. La mancanza del lavoro si fa sentire eziandio sovra un gran numero di punti; maggiore ragione per facilitare l’accettazione della legge. D altra parte, i grandi avvenimenti che scuotono l’Europa, non furono affatto disutili per l’istruzione de’popoli. Un vago bisogno di riattaccarsi alla religione si fece sentire, e la santificazione della domenica è una delle basi della religione; novella ragione che faciliterà l’accettazione della legge. – Simile bisogno della religione non è rimasto nello stato d’un sentimento vago ed indefinito, ma penetrò pel desiderio formale e manifestato a quattro angoli della Francia, di vedere la legge sacra del riposo settimanale rimessa prontamente e dappertutto in vigore. Io non starò rapportando le petizioni sì fortemente motivate, che furono indirizzate al governo dalle nostre piazze di commercio le più importanti, come Rouen, Bordeaux, Toulouse, Marseille, Lyon, ecc. ecc. potendole voi leggere negli archivi della Camera. Una voce più sonora ancora si fece da noi intendere; questa è la voce dell’agricoltura, delle manifatturee del commercio della Francia intera. I delegati loro, riuniti in consiglio generale a Parigi nel mese ultimo, si espressero per l’organo del signor Carlo Dupin, in termini sì formali, che voi mi permetterete di riferirli. – « Considerati sotto il punto di vista il più stretto ed il più volgare, la regolarità e l’uniformità dei giorni consacrati al riposo son questi un benefìzio pel lavoro stesso………. » In verità un riposo periodico, né troppo lontano, né troppo vicino, è necessario al mortale per donare alla sua forza la più grande energia. Questo riposo serve a compiere la riparazione assai di soperchio imperfetta, delle perdite accumulate per la continuazione de’ giorni di lavoro. » Per noi, signori, ragioni d’ordine più elevato c’impongono un dovere, non solamente industriale e manifatturiere, ma ancora politico, morale e religioso, dei giorni di riposo stabiliti ad intervalli regolari. A questi giorni è riserbato l’adempimento delle opere dellanima: I’ omaggio in comune reso dal popolo al Creatore dell’universo; la festa interiore della famiglia, in cui la vacanza del lavoro cede il luogo, e i1 piacere della rivista, permettetemi quest’espressione, che il padre e la madre fanno insieme della figliuolanza e del focolare domestico. Infine, quando tutti i doveri sono compiuti, il più grato spettacolo che possa offrire un popolo civilizzato, non è egli forse quello di tutte queste famiglie lavoratrici, bellamente abbigliate mediante il frutto de’ loro sudori, e percorrenti con una decente gioia i luoghi pubblici adornati dalle nostre arti? ( Approvazione. ) » Ecco la celebrazione delle nostre feste, delle nostre domeniche, tale quale i popoli cristiani la comprendono e la praticano, tale quale la desiderano tutte le famiglie oneste e patriottiche. » Noi domandiamo che il lavoro sia formalmente proibito nelle domeniche e nelle feste stabilite. » Noi domandiamo, e ben ci vergogniamo d’avere a domandarlo, che sia interdetto al Governo d’inserire alcuna clausola ne’ suoi contratti, per permettere, durante i giorni feriali, l’esecuzione dei lavori pubblici, qualunque questi siano. » Noi domandiamo che i capi patentati de’ laboratoi, delle fabbriche e delle manifatture non possano far lavorare nella domenica; noi domandiamo che siano condannati all’emenda per ciascuna contravvenzione in proporzione del numero de’loro operai. » Attendendo la realizzazione di questi voti, parecchie città già diedero l’esempio d’una gloriosa iniziativa. A Bésancon, a Marseille, a Gex, ecc. ecc., i consigli municipali, e diversi corpi di Stato si sono impegnati spontaneamente a rispettare la domenica. Elbeuf si è distinta in questa saggia crociata contra il male che c’invade. Nel mese di gennaio di questo anno si concepì il progetto di far cessare il lavoro e la vendita nella domenica, Sovra duecentoventicinque negozianti domiciliati nella città, duecentoventi si sottoscrissero con premura. La prima domenica di febbraio, il compromesso venne effettuato. Questo ripiego arrecò una soddisfazione universale. Mastri ed operai, padroni ed impiegati si sono dati due mesi di congedo per anno senza perdere un obolo. Di più fecero una buona azione, la quale Iddio non ometterà di ricompensare anche temporalmente. Tanta è la loro coscienziosa fedeltà, che scrissero a’ proprj corrispondenti per istruirli del loro regolamento, onde l’avessero presente nelle loro relazioni commerciali. – Onore alla città di Elbeuf! Ciò che questa operò, perché non verrà imitato dalle altre?

VI.

Non solamente le città ed i particolari desiderano il riposo sacro della domenica, ma ancora il Governo stesso, che, non contento di volerlo, l’impone pur anco. Voi conoscete le circolari de1 ministri della marina, della guerra e de’lavori pubblici. – Ciascuno nel suo dipartimento vieta nei giorni di domenica e di festa le opere servili dipendenti dallo Stato, come gli esercizj militari o le riviste che toglierebbero a’ soldati la facilità d’assistere al divino uffizio. Eccovi la circolare del ministro de’ lavori pubblici indirizzata ai signori prefetti, ingegneri ed architetti, incaricati della direzione de’ pubblici lavori; – Parigi, il 20 marzo 1849.

Signore, « Il miglioramento della sorte degli operai è l’oggetto della costante preoccupazione del Governo della repubblica. Voi siete in posizione d’apprezzare gli sforzi dell’amministrazione per accrescere, dentro i limiti de’ vantaggi finanzieri, lo sviluppo de’ lavori pubblici e particolari. » Ma, al fianco del lavoro che fa vivere, io collocherei sempre il miglioramento della condizione morale, la soddisfazione delle bisogne dell’intelligenza, che elevano e fortificano presso tutti il sentimento della dignità personale, e la facilità lasciata all’operaio d’esercitare liberamente i doveri della religione e della famiglia. Il riposo della domenica è dunque necessario all’artigiano; bisogna che sia rispettato al duplice punto di vista della moralità e dell’igiene. L’esempio, a questo riguardo, deve essere dato dalle amministrazioni pubbliche, nei limiti che loro impongono le occorrenze legittime e la libertà, a cui il governo intende di non portare alcun pregiudizio. In conseguenza, io deliberai, signore, che per l’innanzi niuna opera servile si sarebbe fatta ne’ laboratori dipendenti dai lavori pubblici, nelle domeniche e nei giorni festivi, per gli operai impiegati alla giornata per conto del governo. Nel caso in cui circostanze eccezionali giustificassero una derogazione a codesta regola, voi dovete domandare le autorizzazioni necessarie assai per tempo, acciocché 1’autorità competente possa apprezzarne l’opportunità. – Io v’ invito, facendo conoscere il mio decreto intorno a questo agli agenti posti sotto i vostri ordini, a prender le misure necessarie per assicurarne l’esecuzione. Ricevete, signore, l’assicuranza della mia considerazione distintissima.

Il Ministro de lavori pubblici T. Làcrosse. »

VII.

Da ultimo ho Ietto io pure con indicibile contento il rapporto del vostro onorevole collega, signor Desferris, sul novello progetto, che sarà presto sottomesso all’approvazione dell’Assemblea. Chi dunque oserà combatterlo? Non altri da quelli in fuori, i quali giurarono il rovesciamento totale della religione e della società, cioè i nemici di Dio e del popolo. – D’ altronde, quali mezzi possono mai invocare? La neutralità obbligata dello Stato nelle cose di religione? Ma allo Stato non si domanda una leggo religiosa, ma soltanto una legge di polizia e di necessità sociale, toccando al legislatore il far cessare il lavoro, ed alla religione il santificare il riposo. Questa è la perentoria risposta che venne già in sulle prime data dal vostro onorevole relatore: « Nello stato della società, dic’egli, le relazioni create pei nostri bisogni non possono essere interrotte secondo il capriccio di ciascuno senza pregiudizio per tutti; cosi i giorni di riposo devono essi venire regolarmente fissati. Ora, una nazione gode del diritto di sciegliere, pe’ suoi giorni di riposo, le feste stabilite dalla religione del più gran numero, ed obbligare tutti i cittadini ad osservarli. » Del rimanente, allorquando la legge prescrive il riposo nelle feste instituite dalla religione cattolica, il cittadino, che non la professa, è tenuto d’osservar siffatti giorni di riposo, se non per ubbidire ad un precetto religioso, almeno per ubbidire ad una legge della polizia, obbligatoria per tutti i cittadini, qualunque sia la religione loro. – L’opposizione della pubblica opinione? Sì, l’opinione di alcuni uomini che hanno occhi per non vedere, o che hanno tutto 1’interesse all’immoralità, perché sanno benissimo che un popolo immorale è sempre mai un popolo facile a tutto attentare per metterlo a profitto dell’anarchia. – Quanto all’ opinione degli uomini onesti, e seriamente preoccupati del pericolo della nostra situazione, i fatti e i passi citati patentemente provano, ch’essa accoglierà con riconoscenza codesta misura di salute pubblica. – Come vedete, la questione è matura, l’attenzione è svegliata, l’opinione v’è favorevole: l’Assemblea dunque s’inspiri del precetto divino, e traduca in precisi articoli l’interdizione di tutte le opere servili, negozio o lavoro, pubblicamente eseguito. Una semilegge, tenetevelo bene in mente, appagherà niuno, né rimedierà per nulla al male, giacché non ne farà essa cessare la profanazione. Che avete voi a temere formando una buona legge, una legge compiuta, una legge seriamente efficace? Nulla: salvo che, non facendola, abbiate a paventare l’anarchia. Ora, non fatevi illusioni; in difetto di codesto pretesto, essa n’avrà mille altri per continuare la sua lotta eterna. Almeno voi vi avrete assicurato un pegno di vittoria; imperocché codesta legge, che metterà compimento a voti di tutte le popolazioni cattoliche, vi stringerà attorno tanti difensori, quanti appoggi essa conta. L’Assemblea può dunque formulare una buona legge, una legge efficace, una legge definitiva, e costei la sancirà, perché lo deve.

VIII.

Ella lo deve alla religione, ultima àncora di salvezza che a noi rimanga nel mezzo della grande procella che minaccia d’inghiottire l’Europa intera. Ella Io deve alla società, che intristisce sotto de’ nostri occhi, corrosa tutta viva da due bruchi dai denti d’acciaio: l’egoismo e il disprezzo d’ogni autorità. Ella lo deve alla famiglia, unico elemento d’una ricostituzione novella, e che perdé tutti i suoi caratteri di santità, di concordia e di moralità. Ella lo deve alla libertà, minata nel suo principio, e violata nella sua applicazione la più alta, sotto l’impero d’una costituzione che nonostante la dichiara solennemente inviolabile. – Ella lo deve al benessere del popolo, che in ciascuna settimana fa colare colle elemosine del ricco i sudori e ’l sangue di lui ne’ golfi sfondati che la dissolutezza e l’anarchia aprono alle sregolate inclinazioni del medesimo. – Ella lo deve alla dignità umana, della quale l’abitudine costante de1 calcoli e dei lavori materiali tende a scancellare sino gli ultimi vestigj. Ella lo deve alla sanità del popolo, logorato ugualmente dal lavorare senza riposo, come dal riposo fra le orgie. – Ella lo deve all’onore nazionale. – L’ora non è forse suonata per la Francia di frenare codesta dissolutezza d’empietà e di materialismo, nella quale ciascuna settimana, da sessant’anni, essa vi s’immerge senza onta sotto gli occhi delle nazioni? Non è egli tempo di mostrare che il più logico de’ popoli ha cessato d’essere inconseguente con se stesso, e che vuole esser cattolico a Parigi, come a Roma? Che sotto nessun rapporto, la figliuola primogenita della Chiesa, la liberatrice del magnanimo Pio IX, non è per nessun riguardo al disotto né degli Stati Uniti d’America, né della protestante Inghilterra? – Per ultimo, l’Assemblea lo deve a se stessa ed alla Provvidenza. A se stessa: sopra cento e cinquantamila leggi, più o meno degne di siffatto nome, per non dire più o meno rivoluzionarie, che si fabbricarono nella Francia da un mezzo secolo, non è forse una gloria dell’Assemblea procreata dal suffragio universale di fargliene donare almeno una che sia veramente sociale, cioè francamente cristiana? Alla Provvidenza: che non operò essa per noi da duecento anni? Quante volte la sua materna mano non ci trattenne proprio miracolosamente in sull’orlo del precipizio, in cui noi eravamo in sul punto di capitombolare? Evidentemente essa non domanda che salvarci; ma bisogna che noi lo vogliamo. – Ebbene, Signore e caro amico , una buona legge intorno la santificazione della domenica, una legge che sarà un atto di buona volontà sociale e di ritorno all’ordine eterno, questa legge asseconderà meravigliosamente i disegni misericordiosi della Provvidenza, poiché essa avrà due vantaggi capitali. Essa rimedierà veramente al male, facendo rispettare la legge del Supremo Legislatore, di cui ci attirerà le benedizioni, e contribuirà più immediatamente d’ ogni altra a guarire questo popolo, dal quale lo spirito di Dio si ritirò, perché è divenuto carne. – Ora, questo è il mio primo e mio ultimo detto: Niente è più proprio come la profanazione della domenica a materializzare un popolo. Un popolo materializzato è un popolo morto. – Gradite, ecc.                         FINE.

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Si conclude così l’opuscolo di mons. Gaume che, anche se con elementi riferiti ai suoi tempi, ma oggi ancora maledettamente attuali, ci ha fatto comprendere l’importanza decisiva del rispetto del riposo nel giorno di Domenica. Forse finalmente possiamo comprendere come mai sia arrivata e peggiori sempre più la decadenza economica dei Paesi una volta cristiani, ricchi e prosperosi, rosi poi dal verme giudaico-protestante della crescita economica senza fine e ad ogni costo, che invece di benefici sta portando povertà, miseria, degradazione materiale e spirituale. Svegliamoci dunque dal torpore in cui siamo un po’ tutti caduti, e rileggendo questa piccola ma importantissima opera, possiamo trovare una soluzione valida a problemi anche materiali ed economici, oltre che spirituali, cominciando a seguire una pratica elementare e facilmente applicabile da tutti: il rispetto del giorno del Signore, e la non profanazione della Domenica, chiave di volta per una sana ricostruzione societaria, familiare e personale!

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. X e XI]

LETTERA X.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DELLA SANITÀ  (1)

3 giugno.

Signore e caro amico,

I.

Gli empi hanno viscere di bronzo [Viscera autem impiorum crudelta”. (Prov. XII, 10]. Verificato per lutti i fatti dell’istoria, e per le particolarità circostanziate contenute nella mia ultima epistola, questo motto delle nostre divine scritture, va ad esserlo abbondantissimamente per le considerazioni che oggi io vi presento. Gli empi, i quali introdussero infra noi la profanazione della domenica, come pur troppo i loro continuatori in questa opera d’iniquità, strapparono al popolo i soli beni che egli possedeva. Non contenti di avergli tolto la sua religione, i suoi godimenti di famiglia, la sua libertà, il suo benessere, il sentimento della sua dignità, gli vogliono ancora strappare l’ultimo conforto che gli rimane: la sanità. La fortuna dell’artigiano è la sua sanità. Ora la profanazione della domenica ne diventa la rovina. Da un canto, l’uomo non può del continuo operare, essendo di necessità che si riposi; dall’altro, non può riposarsi che nella domenica alla chiesa, od il lunedì alla taverna. Deggio io in prima di tutto stabilire la mia proposizione; e quindi ricercherò quali sono le conseguenze igieniche di questo doppio riposo.

II.

Da principio, l’uomo non può incessantemente lavorare. L’arco ognora teso ben tosto perde l’elasticità sua. Parimenti quell’uomo, che volesse continuamente lavorare, non lavorerebbe lunga pezza. Le infermità precoci, l’affievolimento degli organi e le malattie d’ogni specie non tarderebbero guari a vendicare la natura oltraggiata nelle sue leggi, e a condannare ad una feria forzata il temerario che avrà disdegnato d’accordarsi il riposo comandato dal Creatore. Il riposo è adunque una legge pel mortale: siccome questi non può vivere senza mangiare, cosi pure viver non può senza riposare. – Volentieri, o mal volentieri, è necessario che ciascuna sera egli ubbidisca a questo bisogno imperioso, di cui niuna scoperta, niun sistema, niun progresso valse infino al presente a renderlo padrone. – Ma siffatto riposo di ciascun giorno basta esso per confortare in una giusta misura le forze del mortale, e conservarlo lungamente in un’età di vigore e di sanità? Domandiamone la risposta non ai teologi ed ai padri della Chiesa, ma ai filosofi i meno sospetti, ai medici i più esperimentati, ai fisiologisti i più abili tanto in Francia che altrove. Ecco in sulle prime un filosofo contro a cui hanno nulla da obbiettare coloro, i quali noi combattiamo: « Che debbesi mai pensare, domanda Rousseau , di coloro che vogliono torre al popolo le sue feste, come altrettante distrazioni, che lo allontanano dal lavoro? Cotesta massima è barbara e falsa. Tanto peggio se il popolo non abbia spazio che per guadagnar il suo pane; fa d’uopo ancora che ne ritenga per mangiarlo con gioia; senza di che egli non raccorrà grande pezza. Iddio giusto e benefattore, il quale esige che si occupi, vuole altresì che si ricrei. La natura a lui impone ugualmente l’esercizio e il riposo, il piacere e la pena. L’avversione al lavoro aggrava più l’infelice, che l’istesso lavoro. Volete voi rendere un popolo attivo e laborioso? Date a lui delle feste…. De’ giorni così consumati infonderanno lena agli altri » .- Secondo Rousseau, il riposo ebdomadario di un sol giorno non bastando, fa di mestieri per entro regolati intervalli, d’avere un riposo più compiuto. « Havvene neressità, soggiunge Cabanis, ne’ laboratori chiusi; sopratutto in quelli nei quali l’aria si rinnova con difficoltà. Quivi, le forze muscolari ratto ratto diminuiscono, la riproduzione del calore animale languisce, e gli uomini di complessione la più robusta contraggono il temperamento mobile e capriccioso delle femmine. Lungi dall’influenza di questa aria salubre, e di questa viva luce, di cui si fruisce sotto la vòlta del cielo, il corpo languisce in qualche maniera, come una pianta priva dell’aria, e del giorno; il sistema nervoso può degenerare in torpore, e troppo sovente, non ne esce, che per irregolari eccitamenti. – « Non se ne abbisogna di meno, aggiunge un giudizioso osservatore, nei laboratori più coperti, dove si raduna un gran novero di operai. L’esercizio istesso della loro professione e la loro agglomerazione non tarda troppo ad infettar l’aria…. l’atmosfera si trova presto presto piena e zeppa d’acido carbonico, di miasmi mortiferi, di polvere e di molecole metalliche, cose tutte, le quali introducono negli organi polmonari degli agenti di distruzione più o meno rapida. Così, quasi per tutto dove esistono manifatture, fabbriche ed altre case d’industria di qualunque genere siasi, che esigano il concorso d’una grande quantità di braccia, si produce tosto una specie di degenerazione, la quale si manifesta prontamente presso gl’individui. » Facce pallide, le quali conservano un’espressione dura e spiacevole, costituzione diafana negli uomini, fisionomia bacata e dolorosa nelle femmine, bamboli, che portano dal loro entrare nella vita le marche, indelebili della maledizione che sembra pesare in sur gli autori de’ loro giorni; sono l’affliggente spettacolo che presentano comunemente queste riunioni di operai. Se, per nutricare le famiglie loro, dovettero eglino curvarsi durante tutta la settimana sovra il mestiere o i banchi loro, nella domenica almeno possa ciascun di essi rimettersi dalle tollerate fatiche e ringagliardire le forze, colle quali sia in grado di riprendere l’opera con una novella energia». « Esso è necessario agli uomini, i quali affaticano al di fuori e portano il peso del giorno. Di questi stando gli uni esposti al sole, alla pioggia, al vento ed a tutte le intemperie delle stagioni, lavorano la terra, e depongono nel seno d’essa, colla semenza che fruttificherà, una porzione della forza e vita loro. Gli altri tagliano con lunghi sforzi le foreste e le rupi, quelli si seppelliscono nelle viscere della terra, ed avventurano l’esistenza loro nel seno dei vapori letali, cui occultano le profondità del globo, esposti alle frane ed a mille accidenti d’ogni specie. Chi non capisce quanto tutte queste persone di professioni così travagliose abbisognino d’un riposo riparatore? » Esso è necessario agii uomini di gabinetto il lavoro dei quali agisce più che ogni altro mai d’una maniera dannosa sovra la sanità. Esso è necessario particolarmente eziandio al commerciante seduto al suo banco, ed a coloro cui egli associa alla sua solitudine. Per poco che si rifletta circa il prodigioso raddoppiamento d’attività, necessitato per lo sviluppo dell’industria, per l’accrescimento rapido delle relazioni commerciali, per l’estensione delle operazioni giornaliere de’ diversi stabilimenti di negozio, si resta persuaso che una giornata periodica di riposo è divenuta più necessaria che giammai. Dal tempo de’ nostri padri, le case istesse le più modeste, nelle quali vendevansi degli oggetti necessari di consumazione, avevano in tutti i dì certe ore di requie, durante le quali il mercatante rinchiudevasi per liberamente mangiare, e per abbandonarsi alcuni istanti ad un assoluto riposo. Chiunque fossesi presentato per comperare, l’avrebbero invitato gentilmente a ritornare in un altro momento.» Presentemente, non vi ha più respiro. – Il mercatante e ’l suo commesso trangugiano frettolosi i loro pasti senza interrompere le operazioni, i calcoli loro, ed in alcune città le fatiche del commerciante sono ancora aumentate per veglie soventemente protratte, donde viene quella caterva di malattie, le quali riempiono le pagine delle fisiologie medicinali. Lungi impertanto, che il giorno di festa sia divenuto meno vantaggioso per codesta classe di persone, debbesi riconoscere al contrario, che per esse bisognerebbe inventarlo, se non esistesse; imperciocché egli è forse a queste stesse che i suoi benefizj sono maggiormente proficui » [Perennès, Institulion du dimanche, p. 112. Àn. IV. — La Prof, , ecc].

III.

Egli è adunque evidentissimo, che il riposo ordinario di ciascun giorno non basta punto all’uomo; la sua sanità esige di tanto in tanto un riposo compiuto. Tale è la conclusione della scienza, e noi vedremo in breve che tale è pur anco quella dell’esperienza. Io dico male; imperocché di già la nostra esperienza personale non ci lascia alcun dubbio sovra di siffatto soggetto. Ma a quali intervalli debbe rivenire questo riposo per esser veramente riconfortatore? Se i giorni che voi feriate, son troppo frequenti, la ristrettezza, l’affanno della mancanza di lavoro, e le conseguenze funeste ch’essa ingenera, alterano la vostra instituzione. Se intervalli troppo grandi li separano, l’inconveniente della fatica eccedentemente prolungata sussiste, e il riposo incompiuto non inanimirà che a metà lo smarrimento delle forze. Trovansi soltanto due mezzi per risolvere questo importante problema, la rivelazione e l’osservazione. Ora il Signore, che creò l’ uomo, e ne misurò le forze, a lui intimò: “Tu ti riposerai il settimo giorno”. E qualunque siasi scienza, qualunque siasi filosofia s’inchinò mutola avanti la legge del Signore. S’attentarono esperimenti con grande schiamazzo per sostituirle delle leggi umane, e queste effimere leggi sono divenute oggetto di derisione e disprezzo. Tu ti riposerai nel settimo dì, qualunque sia la natura delle tue occupazioni, e ciò sotto pena di più grave pericolo per la tua sanità ed anche per la tua vita: tale è eziandio la conclusione a cui conduce l’osservazione profonda delle leggi fisiologiche del mortale. Prestiamo l’orecchio intorno a ciò ad un celebre medico protestante, il dottore Farr. In un rapporto indirizzato al Parlamento, egli s’esprime cosi: «L’osservanza della domenica deve essere annoverata non solamente infra i doveri religiosi, ma anche tra i doveri naturali, se la conservazione della propria vita è un dovere, e se uno è colpevole di suicidio distruggendola prematuramente. Io non parlo qui che come medico, e senza occuparmi in niuna maniera della questione teologica [Archives du Chist., 1835, p. -183 et seg.]. – Perciò, a meno d’accusare l’Altissimo istesso d’imprevidenza, la rivelazione di menzogna, l’osservazione la più coscienziosa di vaneggiamento, od i nostri esperimenti personali d’illusione, fa di mestieri riconoscere due cose: la prima che il riposo è necessario all’ uomo; la seconda che il riposo ordinario di ciascun giorno non basta, e che abbisogna dargli un riposo più compiuto, un giorno sovra sette. – Argomento questo che trionfa ormai d’ogni contrario insegnamento. – Potrebbesi obbiettare l’esempio dei Cinesi e degl’Indiani, i quali non rispettano il riposo del settimo dì. Io rispondo: 1° che questi popoli nulladimeno in differenti stagioni hanno dei giorni di riposo, come al principiar del novello anno, che celebrano per otto e dodici giorni di solennità; al piccolo novello anno, cioè a metà, dell’annata, ed anche al rinnovellamento della luna; 2° che in conseguenza delle loro preoccupazioni esclusivamente matèrialiste, essi sono snervati: la mollezza, la poltroneria formano il carattere loro; l’immoralità è presso de’ medesimi al suo stremo; la miseria in permanenza; le malattie epidemiche vi sono più terribili e più frequenti; 3° che a cagione della diversità del clima, e dell’abitudine, che gli obbligano a protrarre assai più, che noi il riposo quotidiano, è possibile che il riposo regolare del settimo dì loro sia meno necessario. Ma in Europa, colla nostra attività indefessa, e colla nostra vocazione intellettuale, si comprende ugualmente l’indispensabile necessità d’un riposo regolare.

LETTERA. XI.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

ROVINA DELLA SANITÀ ( Seguito ).

10 giugno.

I.

Signore e caro amico, Quello che mi scrivete voi nella vostra risposta dell’incredulità di certi uomini intorno al fatto di Rimini, non debbe punto istupirvi, eppure tiene del prodigioso. Ecco per verità degli uomini che si vantano per ispiriti forti, per ispiriti superiori, per ispiriti estesi, e che lo credono ancora più di quello che lo dicono; degli uomini che, in ciascun giorno, ammettono, in sulla fede di due o tre de’ loro simili, degli aneddoti, de’falli, delle dottrine, delle quali mille altri pretendono aver ben molte ottime ragioni di dubitar, e che le ammettono come parola di Vangelo, come base di governo, come regola infallibile di condotta. E codesti stessi uomini, senza solida ragione, negano un fatto strepitoso, ripetuto cento fiale durante quindici giorni in presenza di miriadi di testimonj, sani di corpo e di mente, e che l’attestano come potrebbero attestare l’esistenza di sé. Ecco un’ostinazione, che certo ha del prodigioso, ma la pretendenza loro ne ha assai di più. Non vogliono eglino ammettere il miracolo di Rimini, e pretendono farne ammettere un altro, avanti il quale allibiscono tutti quelli che giammai si operarono, quell’istesso compresovi della creazione del mondo: questo è il miracolo dell’occhibagliolo in sessanta mila persone, durante quindici giorni 11! – In fallo di miracoli, voi vedete che l’incredulità vi largheggia alla grossa. Per me, tutto cattolico, che io mi sono, vi confesso che la mia fede non è punto abbastanza robusta per ingojare m simile smargiassone; e se non si può essere incredulo che a cotal prezzo, io vi rinuncio. – Voi mi richiedete del motivo di siffatta negazione la più ridicola; scrutato non già lo spirito, ma i1 cuore di codesti signori, e voi lo troverete. In un ripostiglio il più recondito di codesto povero cuore si rannicchia una ragione di non credervi, e questa ragione è un interesse: allora tutto a voi sarà spiegato. Lasciatevi voi sorprendere il dito per entro l’imboccatura de’ denti di certe macchine, e tutto il vostro corpo sarà costretto a passare fra mezzo de’ cilindri: Ammettere un miracolo, un solo, è lasciarsi cogliere dai denti del Cattolicismo. Ora, siate sicuro, che non ammetteranno questo miracolo, fosse ben anche questo la risurrezione d’un morto; poiché, a niun conto assolutamente vogliono essi lasciarsi guadagnare dal Cattolicismo, opponendovisi il loro interesse. – Se ne dubitate, io faccio con voi una scommessa. Supponiamo che domani l’assemblea legislativa decreti, che chiunque, in sul territorio della Repubblica francese, crederà che due e due fanno quattro, sarà obbligalo, sotto pena di morte, di confessarsi: non sono io peritoso di porre pegno che dopodomani si troveranno cinquanta giornali, e cinquantamila uomini, che avranno provato, per cinquanta ragioni, migliori le une delle altre, che due e due non fanno punto quattro; che ciò non è dimostrato; che essi non possono crederlo ; eh’essi non lo credettero mai. Ecco l’uomo! Egli è sempre il cuore che nuoce alla testa di lui.

II.

Lagnatevi unicamente con voi, se vi piace, signor Rappresentante, della mia digressione: è la vostra lettera che mi vi sospinse. Del resto, io non credo d’essermi troppo allontanato dal mio soggetto, conciossiachè abbia ancora odiernamente degli increduli a convincere. Ora, dopo avere istabilito 1’assoluta necessità del riposo settenario per la sanità, tratto la seconda parte della mia proposizione, e pronuncio che i1 mortale non può riposarsi che nella domenica – alla chiesa o nel lunedì alla biscazza. – Sostenendo che l’uomo non può riposarsi che nella domenica o nel lunedì, voi comprendete che non parlo d’un potere assoluto. Io so perfettamente ch’è libero all’uomo di scegliere, per suo riposo, il giorno a lui piacevole, ma io ragiono dietro un fatto costante, e passato in abitudine. Ora, questo fatto, che ciascun vede coi suoi occhi, è che in realtà il lavoro non vien sospeso, che nella domenica, o nel lunedì. Tale è la potenza di simile abitudine, che l’industriale, il negoziante, il lavorante, non

potrebbero senza eccitar la sorpresa generale, e concitarsi degli sberteggiamenti d’ogni natura, prendere il mercoledì, od il giovedì, per esempio, per darsi al riposo. – Fa d’uopo’ adunque eleggere infra la domenica e il lunedì, infra il riposo della chiesa, e i1 riposo delle biscazze. Disaminiamo quale dei due ò veramente ravvivante, veramente igienico.

III.

« Se si avverte, continua il dottore inglese di già citato. che la religione produce la pace dell’anima, la confidenza in Dio, i sentimenti interiori del benessere, non si tarderà a convincersi che essa è una fonte di vigore per lo spirito, e per l’intermedio dello spirito un principio di forze pel corpo. Il santo riposo della domenica infonde nel corpo un novello germe di vita. L’esercizio laborioso del corpo e dello spirito, ugualmente che la dissipazione delle sensuali voluttà, sono i nemici del mortale tanto, quanto una profanazione del sabbato, frattanto che le gioie della quiete nella famiglia, gioie unite agli studj ed ai doveri che impone il giorno del Signore, tendono a prolungar la vita umana. Quest’è la sola e perfetta scienza, la quale rende il presente più certo, ed assicura la felicità avvenire. » Egli è vero, che 1’ecclesiastico ed il medico debbono operare nella domenica pel vantaggio dèlla comunità; ma io ho riguardalo come essenziale alla mia conservazione di restringere il mio lavoro della domenica allo stretto necessario. Io ho osservato sovente la morte precoce de’ medici, i quali s’occuparono continuamente: e ciò sopratutto è visibile ne’ paesi caldi-. Quanto agli ecclesiastici, io loro consigliai di riposarsi in un altro dì della settimana. Ne conobbi parecchi che sono morti per cagione de’ loro lavori durante questi giorni, perché non avevano di seguito abbracciato un equivalente riposo. Conobbi pur anco de’ personaggi parlamentari che sidistrussero la sanità per aver negligentato questa economia della vita. Al postutto, all’uomo abbisogna che il suo corpo goda di requie un giorno sopra sette, e che il suo spirito si abbandoni ad un cangiamento d’idee, che conduce il giorno instituito per una ineffabile sapienza » [Archivi. du Christ., \ 835, 168]. – Di questa guisa , un’avventurosa diversione a’pensieri, i quali durante tutta la settimana occuparono lo spirito, ed affaticarono gli organi, la calma dell’anima, la tranquillità del cuore, la preghiera, la conversazione con se stesso e con Dio, la pompa delle cerimonie, la gravità e l’unzione della santa parola, il silenzio che regna dovunque, le gioie della famiglia, le rimembranze degli avi, di cui si visitò la tomba, l’aspirazione del1’essere tutto intero verso il cielo; tutte queste cose collocano l’uomo come in un nuovo mondo, lo fanno respirare in una atmosfera più pura, e sono meravigliosamente proprie a riposare insieme e i1 corpo e l’anima. Senza essere fisiologista, nè medico, si capisce senza pena quanto un somigliante riposo sia igienico e riparatore.

IV.

Tal è il riposo della domenica. N’è altrettanto di quello del lunedì? Evidentemente no: poiché il riposo del lunedì non è punto il riposo dell’anima e del corpo, il riposo del lunedì, esso è il riposo nella dissolutezza, atteso che cotesto è il riposo alle taverne. Lungi d’essere ravvivificatore, cotesto riposo è più letale che il lavoro. Crederassi forse, che l’eccesso nel nutrimento e nella bevanda; che l’uso esagerato de’ spiritosi liquori; che le veglie prolungale nell’orgia; che le passioni infiammate per lo vino, pei canti o pei discorsi osceni; che gli impeti di collera, le querele, le risse; che i rivoltamenti di tutte le abitudini d’ordine e dì sobrietà siano mezzi buoni ed igienici, capaci di supplire equivalentemente al salutare riposo della domenica, e perfettamente proprj a ristorare le forze sfinite, a rinfrancare il temperamento, e a conservare la sanità? Proporre la questione egli è risolverla. – Accordo io che la profanazione della domenica e i1 riposo funesto delle bettole, che n’è l’ordinaria sequela, non trascinino subitamente alla malattia od alla morte. Tuttavia tenete per certo che le invita 1’una e 1’altra. Non si burla punto impunemente di Dio: tanto di Dio autore delle leggi morali, le quali regolano le condizioni della vita dell’anima, quanto di Dio, autore delle leggi fisiche, le quali presiedono alla conservazione della vita, e della sanità del corpo. L’intemperanza del lavoro, come quella della mensa, è la violazione della prima legge igienica, che l’Onnipotente abbia dato al mortale, e l’intemperanza ne fa perire troppo più che non la spada. – Interrogate l’esperienza. Sovra chi principalmente si scagliano le malattie contagiose? Per chi si riserbano le febbri endemiche? In quali classi, tra quali persone il sudor maligno, e il cholera menarono di recente maggiore strage? Dovunque vi si ripeterà ch’è infra le classi lavoratrici e gli uomini, che la profanazione della domenica predisposto aveva a questi terribili flagelli, corrodendo la costituzione loro per un lavoro eccessivo, e sospingendoli all’intemperanza ed all’irregolarità nelle abitazioni di vivere; tale è la regola. Si contano tremila anni dacché il Creatore e’ i1 medico dell’uomo a questo predisse, che il cholera sarà la punizione dell’intemperanza, cio è del disprezzo delle leggi igieniche stabilite dalla Provvidenza, e tra queste leggi igieniche, noi lo provammo, quella che primeggia, è la legge del riposo ebdomadario [“Vigilia, cholera et tortura viro infrunito in multis escis erit infirmitas, et aviditas appropinquabit usque ad colera”. (Eccl. XXXI, 23; XXXVII, 53]. Quali rivelazioni spaventevoli, la scienza non avrebbe essa mai a farci in prova di ciò ch e io propongo, se essa volesse scrutinare, colla fiaccola della fede alla mano, le prime radici del suicidio, della follia , codeste epidemie morali, le quali si estendono al pari d’una schifosa lebbra in sur i popoli moderni! Né voi, né io, signore, ne dubitiamo, e niuno può dubitare: un ampio, un amplissimo posto è qui occupato per la violazione della legge igienica del riposo sacro. – Quello che io posso dire, è che secondo la testimonianza di accreditati medici, sopra cento casi di follia, novantadue deggiono essere attribuiti all’eccesso delle passioni, principalmente dell’orgoglio e della voluttà. Ma dove s’esaltano sopratutto le passioni delle classi lavoratrici, che formano i due terzi della Francia? Dove si riscaldano le teste ai ragionari anarchici, eccitatori dell’orgoglio; dove si scialacqua con disorbitanza il vino, padre della lussuria? Non è egli mai alle taverne? E chi mai le riempie? Non è essa forse in prima di tutto la profanazione della domenica? Quello che aggiungere posso ancora, si è che i Consigli di revisione constatano la degenerazione rapida della specie nei paesi, dove la domenica è abitualmente profanata, a tal segno che, in su cento giovanotti, se ne trovano appena venti che siano atti al servizio. – Quello che ultimamente posso io aggiungere, quantunque voi lo sappiate meglio di me, si è che le municipalità dei grandi centri d’industria reclamarono energicamente, ed a più riprese le misure le più urgenti per ottenere il riposo della domenica, e regolare le condizioni del lavorio che logora le popolazioni. A convincervi della trista situazione in cui queste trovansi, vi bastino questi pochi esempi. – Nel 1837 la Senna inferiore dovendo fornire un’contingente di 1,609 uomini, fu d’uopo riformarne 2,044. Così avvenne in Proporzione alle cillà di Rouen, Mulhouse, Elbeuf e Nimes. «Àl rapporto di ufficiali esperimentali, la costituzione de’ nostri soldati è, in generale, delle più deboli. Ne risulta una grande perdita d’effettivo lorquando si entra in campagna; e codesta conseguenza fu talmente rimarcata, che molti scrittori militari attribuirono allo stato fisico della nostra armata i disastri che nel 1813, e 1814 percossero la Francia.Sovra 300,000 coscritti, un terzo riparava all’ospedale nei due o tre primi mesi di campagna; imperocché questi poveri giovani, sì prodi in sul campo di battaglia, non avendo più la forza di portare le loro armi nelle marce forzate, o di bravare le intemperie delle scolte, soccombevano alla nostalgia, al tifo ed a tutte quelle infermità epidemiche che avevano riempiuto Dresda e Mayence nel 1813 e Parigi, nel 1814, di vaste e gloriose tombe » [Influence des fabriques etc.].

V.

Sarebbemi agevole il moltiplicare questi racconti affliggenti; ma essendo stati altrove registrati, io ne prescindo [Histoire de la Société domestique, t. II , ch. 8 e 9]. È impertanto sodamente stabilito che la legge della santificazione della domenica è una legge eminentemente igienica; e che per essa l’Eterno protegge la sanità dell’uomo contra un doppio pericolo: l’egoismo del padrone che vorrebbe esigere un lavoro mortifero, e l’ardore inconsiderato dell’operaio, pel lavoro, come gli eccessi di un funesto riposo. – Il mortale non volle tenerne conto, e tutta l’economia della sua esistenza venne intorbidata. Religione, società, famiglia, libertà, benessere, dignità, sanità, ricco patrimonio che formava la felicità de’ suoi avi, e che dovea far la sua, tutto cade in rovina, e codeste rovine, ch’egli non dimentica, sono umanamente irreparabili. Ancora un poco, e se non s’affretta di ricoverarsi sotto la legge, la quale sola garantisce tutti i beni, perirà corpo ed anima nelle convulsioni della più orrenda anarchia che giammai abbia spaventato il mondo, e niuno ne lo compiangerà. – Al contrario, tutti coloro i quali intenderanno questi gridi di dolore, scuoteranno il capo, e diranno: quest’è la sorte che a lui spetta; gli avvertimenti a lui non mancarono; volle egli correre al supplizio, sen corra adunque al supplizio; alla morte, che sen vada alla morte; alla miseria ed alla schiavitù, che sen vada alla miseria ed alla schiavitù [“Qui ad mortem ad mortem, et qui ad gladium ad gladium, et qui ad famem ad famem, et qui ad captivitatem ad captivitatem.” (Jerem ., XV, 2]. – Popolo sfortunato! abbi adunque infine pietà di te stesso: riconosci l’e rrore fatale del quale tu sei la vittima. Traviato per un sentimento funesto d’indipendenza, tu scuotesti il giogo di tuo padre; e come il prodigo del Vangelo, tu sei sdrucciolato in un’ignominiosa schiavitù. Tu ricercasti la gloria, ed hai trovato l’onta. « Povero popolo! quando mai aprirai tu gli occhi? Uomini di travaglio, servitori, operai, artigiani, immensa famiglia de’ lavoranti, sì diletta alla Chiesa, quando riconoscerete voi che siete burlati, e tratti in perdizione? Sì, si predicò a voi in nome della libertà il disprezzo della domenica. Eh! non sentite che il giogo si è aggravato in sugli omeri vostri, e che l’egoismo vi tratta ora con un’ alterigia insultante? Si fece al cospetto vostro una grande pompa delle perdite che vi cagiona il riposo religioso. Eh! Non vedete che esiste per voi un riposo più rovinoso e più umiliante, quello della taverna, e quello dell’infermità, necessaria conseguenza della dissolutezza o d’un lavoro smodato? Cristiani, riconoscete la vostra dignità; e, per comprenderla, venite in ciascheduna domenica a far corona a questa sacra tribuna, dove il sacerdote di Gesù Cristo vi ridirà la vostra origine tutta celeste, il prezzo della vostra redenzione, ch’è il sangue d’un Dio, il vostro sublime destino, ch’è la possessione d’una felicità senza fine e misura » [Mandement de monseigneur l’Évéque de Beauvais, 1844]. – A questi paterni avvertimenti dati ai popoli, aggiugnerò qualche consiglio a’ mandatarj de’ medesimi. Gradite, ecc.

 

Necessità della Chiesa. Note della “vera” Chiesa Cattolica

Necessità della Chiesa. Note della “vera” Chiesa Cattolica

[da: J.–J. Gaume “Catechismo di perseveranza”, vol II, Torino Tipografia G. Speirani e figli- 1881 – imprim.]

[DELLA NOSTRA UNIONE CON IL SIGNOR NOSTRO, NUOVO ADAMO, PER MEZZO DELLA FEDE]

Prosegue il nono articolo del Simbolo. — Necessità della Chiesa. — Visibilità ed infallibilità della Chiesa. — Note della Chiesa. — Unità. — Santità. — Apostolicità. — Cattolicità — Verità della Chiesa Romana – Primo vantaggio della Chiesa. – Comunione dei Santi. – Scomunica.

Dio vuole che tutti gli uomini giungano a salvezza; essi non vi possono giungere che mediante Gesù Cristo, vale a dire, colla cognizione e coll’esercizio della vera Religione, di cui Gesù Cristo è l’anima e il fondatore; ma Gesù Cristo e la vera Religione non si trovano che nella vera Chiesa, ed è quivi soltanto ch’Egli insegna, spande le sue grazie, comunica il suo spirito: dunque è evidente, che di necessità esiste una vera Chiesa, la qual cosa ne dimostrano di pieno accordo la fede e la ragione.

I . Necessità della Chiesa. Nostro Signore solennemente promise di stabilire una Chiesa, colla quale Egli sarebbe stato sempre sino alla fine dei secoli; esso ha ingiunto di riguardare come pagani e pubblicani tutti coloro che ricusassero di ascoltare questa Chiesa; egli è morto per stabilirla e per comunicarle quella santità, di cui essa doveva essere l’unico canale sino al finire del mondo: dunque se non vuolsi sostenere l’orribile bestemmia, che il Figlio di Dio ne ha ingannati, non stabilendo punto, ovvero non stabilendo che per un tempo limitato quella Chiesa, che aveva promesso di stabilire e di stabilire per sempre, minacciandoci l’inferno se non ascoltiamo sua Chiesa, che non ha esistito o che non esiste più; sarà forza ammettere l’esistenza e l’esistenza perpetua d’una sola e vera Chiesa. La ragione, d’accordo coi dettati della fede, ne suggerisce che siccome il Signor Nostro non doveva restar per sempre visibile sulla terra, così Ei dovea provvedere alla perpetuità della sua Religione. Ciò posto non era assai a tant’uopo lasciarci un codice scritto di leggi: un libro, e specialmente un corpo di leggi abbisogna di interpretazione; è dunque evidente che il Signor Nostro dovè stabilire un’autorità, o a parlar propriamente, una Chiesa cui incombesse l’ufficio di spiegare autenticamente la sua Religione, e di farla praticare. Perciò, se non si vuol negare al Figlio di Dio quel tanto di buon senso, che pur concedesi all’ultimo fra gli uomini, è giuocoforza ammettere ch’Esso ha stabilito una vera Chiesa per conservare intatto il deposito di sua dottrina.

Visibilità bèlla Chiesa. Questa vera Chiesa deve in ogni tempo esser visibile, primieramente per la ragione poc’anzi riferita, vale a dire, che Iddio vuole la salute di tutti gli uomini, e la salute non è possibile che nel grembo della Chiesa; donde si deduce per logica necessità che la Chiesa in tutte le occasioni e in tutte le età dev’essere visibile, affinché tutti possano discernerla e divenire suoi membri. In secondo luogo perché Iddio ha dichiarato apertamente ch’ella sarebbe visibile a tutti i popoli. Per organo dei Profeti, Egli la paragona ad una città immensa, edificata sulla vetta di alta montagna, esposta agli sguardi di tutte le nazioni, rifulgente di tutta la luce della verità, di modo che tutte le tribù della terra potranno camminare dietro la sua luce, come camminano allo splendor del sole. Finalmente, perché essendo la Chiesa una società d’ uomini, riuniti per l’esteriore professione di una medesima fede, per la partecipazione ai medesimi Sacramenti e alle stesse cerimonie pubbliche impossibile altresì che non sia visibile. Cosi la pensarono tutti i Padri ; così la pensa ancora il più volgare buon senso.

III. Infallibilità della Chiesa. La vera Chiesa debb’essere infallibile. Intendesi per infallibilità il privilegio di non potersi ingannare, né ingannare gli altri nell’ammaestrarli. La prova che la vera Chiesa è infallibile e ch’ella non può altrimenti essere, è la più agevole di ogni altra. Quattro domande metteranno tale verità in piena evidenza. .1° Nostro Signor Gesù Cristo è egli infallibile? Niuno certo oserebbe dubitarne. 2° Ha egli potuto comunicare la sua infallibilità a quelli che ha. inviato per insegnare agli uomini? Niuno può muoverne dubbio, attesoché, essendo Dio, egli può tutto. 3° Ha egli comunicato la sua infallibilità a’suoi Apostoli, ed ai loro successori? Senza fatto, perocché ha loro detto: « Andate, insegnate, io sarò con voi sino alla fine dei secoli ». 4° Doveva Esso comunicare la propria infallibilità a’ suoi Apostoli, e loro successori? Sì , lo doveva, poiché senza di ciò non avremmo avuto alcun mezzo per conoscere con certezza la vera Religione. Eppure Iddio vuole che da noi si conosca con certezza la vera Religione, dappoiché vuole, sotto pena della dannazione, che noi la pratichiamo, e che siamo pronti a morire, piuttostochè revocare in dubbio alcuna delle verità ch’essa insegna: la vera Chiesa è dunque infallibile. Se ella nol fosse, è facile vedere quali mostruose conseguenze converrebbe ammettere. 1° Non esisterebbe mezzo alcuno per conoscere la vera Religione. A guisa di fanciulli noi piegheremmo ad ogni vento di dottrina, e invano perciò sarebbe venuto Gesù Cristo sulla terra per insegnare agli uomini la via del Cielo: ed i nostri fratelli separati ce ne offrono un esempio irrefragabile. Presso di loro non v’ha più nulla di certo: quante teste altrettante dottrine: prova manifesta che la Bibbia sola non basta. La Bibbia è un libro che vuol essere spiegato, e spiegato da un’autorità infallibile per divenire una regola obbligatoria di fede e di condotta. II° Il Signor Nostro stesso, orribile a dirsi!, sarebbe al di sotto di un onest’ uomo, atteso ché non avrebbe mantenuto la sua parola: dopo aver promesso di parlar sempre per organo degli Apostoli e dei loro successori, non ne farebbe nulla, lasciandoli spacciar delle prette menzogne. III° Gesù Cristo sarebbe il più barbaro e il più ingiusto di tutti i tiranni; Egli ne avrebbe intimato, sotto minaccia dell’inferno, di ascoltare degli uomini, che potrebbero trascinarci nell’errore e guidarne al precipizio. Vedasi adunque quante bestemmie debbano sostenere, e quali spaventose conseguenze siano costretti ad ammettere coloro che ardiscono di negare l’infallibilità della Chiesa.

Deh! noi almeno, docil gregge dell’ovile divino, seguiamo fedelmente i nostri Pastori; ed oggi, più che mai, professiamo verso di loro la più perfetta sottomissione. Crediamo ciò ch’essi credono, approviamo ciò che approvano, rigettiamo ciò che rigettano, condanniamo ciò che condannano. Figli della Chiesa, diciamo come i Padri nostri: «Tutto quello che noi sappiamo si è, che dobbiam credere alla Chiesa, e morire ben anco per la sua fede; ma noi non sappiamo disputare ». Allontanandosi da questo canone, gli eretici naufragarono nella fede; indocili a tali avvertimenti una moltitudine di spiriti presuntuosi credettero capaci di discutere intorno alle verità della Religione, e, anteponendo il proprio giudizio a quello dei primi pastori della Chiesa , per seguire il loro spirito privato, caddero miseramente in quel precipizio che si erano da se medesimi scavato.

Note della vera Chiesa. Rimane adesso a conoscere la vera Chiesa. Ora, per discernerla dalle false Chiese, non basta che ella sia visibile, poiché molte altre società religiose lo sono egualmente; non basta ch’ella sia infallibile, dappoiché l’infallibilità è una prerogativa che le altre sette si appropriano esse pure, ovvero l’attribuiscono ad ognuno de’suoi membri. Cosa è dunque necessario? È uopo che la vera Chiesa, la legittima sposa dell’Uomo-Dio, mostri sulla sua fronte contrassegni così splendidi, caratteri sì perfettamente inimitabili, che a nessun’altra setta sia dato contraffarli od arrogarseli. Ora queste note non possono essere che quelle della stessa verità, e se ne annoverano quattro principali: 1° L’Unità; II° la Santità; III° l’apostolicità; IV° la Cattolicità.

L’UNITÀ. L’unità è il carattere essenziale della verità, imperocché Iddio è uno, e la verità è Iddio rivelato all’uomo. Il Salvatore ha pregato perché la sua Chiesa fosse una; egli l’ha rappresentata sotto l’immagine di un ovile governato da un solo pastore, d’una casa in cui dimora un solo capo, d’un corpo i cui membri sono tutti perfettamente uniti. Perciò la vera Chiesa debb’essere una; una nella sua fede, una nelle sue leggi, una nelle sue speranze, una nel suo Capo.

LA SANTITÀ. La santità è il carattere essenziale, la perfezione per eccellenza di Dio; la qual santità in Dio esclude l’idea medesima del male e dell’errore. La vera Chiesa deve adunque esser santa; santa nelle sue massime, nei suoi dogmi, nei suoi Sacramenti, ne’suoi precetti; santa nello scopo che si propone di ottenere, santa nei suoi membri; di santità resa visibile dai miracoli, affinché tutti, così dotti come ignoranti, possano riconoscerla. Tale si è la Chiesa che Gesù Cristo volle ottenere colla sua morte: Cristo, dice S. Paolo, amò la Chiesa, e diede per lei se stesso, alfine di santificarla e renderla vestita di gloria, senza macchia, e senza grinza e … farla santa e immacolata [Ephes. V, 25-27].

L’APOSTOLICITÀ. Discendere dagli Apostoli, ed essere stata da loro predicata, ecco il carattere della verità; imperciocché in essi confidò il Salvatore tutte le verità, che’Egli stesso aveva attinte nel seno del Padre suo, verità che svolgevano, raffermavano e completavano tutte quelle che Iddio aveva rivelate fin dalla creazione del mondo [Giov. XV, 15] . Ad essi Egli commise l’ufficio di annunziarle per tutta la terra: la vera Chiesa deve adunque partire dagli Apostoli, e risalire fino agli Apostoli.

LA CATTOLICITÀ. La verità è una e la stessa in tutti i tempi e in tutti i luoghi; ciò ch’è vero in Europa non può esser falso in Asia; ciò ch’è vero oggi non poteva esser falso ieri. Si arroge che essendo tutti gli uomini fatti per la verità, ella dev’essere accessibile a tutti, e trovarsi dovunque si trovano degli uomini. Dunque la vera Chiesa, che sola possiede la verità, deve abbracciare tutti i tempi, tutti i luoghi, tutte le verità insegnate dal Signor Nostro G. C. Tali sono le note che deve necessariamente avere la vera Chiesa; queste sono indispensabili affinché tutti possano riconoscerla; ma con queste altresì è impossibile di non riconoscerla e di non discernerla da tutte le altre società.

Verità della Chiesa Romana. Percorrete adesso il giro del mondo, studiate tutte le società religiose che esistono presso i differenti popoli, cercate quella che fra tutte vi presenterà questi quattro caratteri; essa, essa sola è la vera Chiesa. Ora questo viaggio è stato fatto, non una volta sola, ma sì bene migliaia di volte; non da un uomo, ma da milioni di uomini, e sempre ha offerto il seguente risultato: i quattro caratteri della vera Chiesa convengono alla Chiesa Romana, e non convengono che a lei sola.

L’unità. La Chiesa Romana è una nella fede e nel suo ministero. E primieramente una nella sua fede. Supponiamo che si potesse evocare dalle tombe in un’ora medesima un Cattolico di ciascuno dei diciotto secoli che ci hanno preceduto, un Cattolico di Oriente, uno dell’Occidente, uno dell’Asia, l’altro dell’Europa; e che noi dimandassimo a tutti questi Fedeli che vissero senza conoscersi, senza vedersi, morti gli uni cento anni fa, altri mille, altri mille e cinquecento, altri mille ottocento: Qual è la vostra fede? Ognuno per parte sua reciterebbe lo stesso Simbolo, il Simbolo che noi recitiamo tutti i giorni, e che si recita egualmente ai quattro angoli della terra. Quest’accordo così perfetto, questa perpetua unità rapiva già d’ammirazione i primi Padri della Chiesa, e già essi adoperavano un tale argomento per dimostrarti agl’eretici ch’erano nell’errore. « Sebbene sparsa per tutta la terra, diceva S. Ireneo, la Chiesa conserva la fede apostolica con estremo zelo, e come se abitasse una sola e medesima casa; ella crede della stessa maniera, come se tutti i suoi membri non avessero che uno stesso spirito ed uno stesso cuore, e con mirabile accordo ella professa ed insegna la stessa fede, come se avesse una sola bocca. I linguaggi sono bensì diversi fra loro, ma la fede è una dappertutto. Le Chiese di Germania, delle Gallie, dell’Oriente, dell’Egitto non pensano, non insegnano colla minima varietà ». Quanto non dobbiamo andare alteri di professare la fede degli Apostoli, dei Martiri, dei più grand’ingegni che il mondo abbia giammai conosciuto! Quale consolazione! Quale malleveria! Ma questo vanto non è proprio delle società separate dalla Chiesa; in esse, variazioni ognora rinascenti, contraddizioni senza numero. Le professioni di fede succedonsi senza interruzione, le sètte particolari si moltiplicano come foglie sugli alberi. Nella sola città di Londra e nei suoi dintorni si contano oggigiorno cento nove religioni diverse. La stessa divisione si riscontra in Alemagna, nella Svizzera, in America, in tutti i paesi sedicenti Evangelici. E lo sminuzzamento è giunto a tale, che un ministro protestante diceva non ha molto, ch’egli era in grado di scrivere sull’unghia del pollice tutto quello ch’era obbietto di comune credenza fra i riformati. – Il Protestantismo non è dunque la vera Chiesa, poiché non serba unità di dottrina; e lo stesso deve dirsi del Maomettismo, del Giudaismo, e di tutte le altre società religiose che si spartiscono il mondo. – La Chiesa cattolica è una nel suo ministero e ne’ suoi Sacramenti, vale a dire, che tutti i suoi figli, soggetti alla stessa autorità, sono uniti mediante la partecipazione ai medesimi Sacramenti, al medesimo Sacrificio, alle stesse preghiere, allo stesso culto. Discorrete le regioni tutte del mondo, interrogate i Cattolici che le abitano, e dovunque voi troverete su questo punto l’accordo più perfetto. Allo scopo di mantenere questa divina unità il Signor Nostro Gesù Cristo istituì un ministero sparso per tutte le parti della sua Chiesa, ma dappertutto altresì animato da un solo spirito, cui spetta di predicare ed insegnare la fede, di amministrare i Sacramenti, celebrare i santi riti, a dir breve governare e pascere tutto il gregge; e tale ministero fu da Lui distinto in diversi ordini, che formano perciò una gerarchia. In tutti i luoghi abitati, città, borgate ed altro, volle che vi fosse un Ministro di ordine subalterno; ed in ogni provincia un Ministro di ordine superiore, che dicesi Vescovo, al quale sono sottomessi i Pastori inferiori, e che comunica coi Vescovi degli altri paesi. Tutti i Vescovi sono in rapporto di sommissione col sovrano Pontefice, capo supremo della Chiesa. Rivestito di un primato d’onore, egli è collocato su tutti gli altri, all’oggetto di essere da tutti ravvisato come il centro di unità a cui fan capo tutte le Chiese della terra; rivestito di un primato di giurisdizione, egli può colla sua autorità separare gli erranti dall’ unità, o ricondarvi i traviati. In tal guisa questo ministero forma fra tutti i Cattolici sparsi sulla tersi un magnifico legame d’unione: tutti essendo riuniti ai loro Pastori, e questi fra loro col Pastore dei Pastori, necessariamente ancora sono tutti gli uni agli altri congiunti. – Nulla di somigliante nelle sètte separate! Non subordinazione generale fra i loro ministri; non altro centro d’unità tranne il potere temporale che li tien stretti sotto il suo freno; a tal che la gerarchia, la quale nella Chiesa cattolica finisce nel Papa, Vicario del Signor Nostro Gesù Cristo, termina nei paesi protestanti nella persona di un re, e talvolta in una regina, ignari della scienza divina, e pur non ostante arbitri supremi della Chiesa di Dio e della coscienza umana. Più disuniti fra loro di quello che lo siano colla Chiesa, si accusano, si diffamano, si condannano; sempre fra loro in guerra, non sono uniti che coll’odio comune contro la vera Chiesa perchè tutti li colpisce dello stesso a anatema. Quindi nessuna unità di culto;gli uni ammettono due sacramenti, gli tre: gli uni hanno un culto senza simbolo, gli altri un culto diverso; sicché il protestante, uscito da quell’angolo della terra ove regna la setta a cui appartiene, è straniero al resto del mondo!

2° La Santità. La Chiesa Romana è santa nei suoi dogmi, santa nella sua morale, ne’ suoi Sacramenti, nel suo culto; ond’è che si può sfidare l’avversario il più accanito, purché imparziale, a ritrovare nella sua magnifica costituzione un iota che non sia eminentemente adatto a rischiarare la mente, a purificare il cuore, e sollevare 1’uomo a Dio. Niuna setta, vuoi antica, vuoi moderna, può vantare questo primo genere di santità, perché tutte hanno adulato, e carezzano ancora ignobilmente dal loro lato accessibile qualcuna delle tre grandi passioni umane: l’orgoglio, l’ambizione, la voluttà. La Chiesa Romana è santa nel suo Capo che è Gesù Cristo; santa ne’ suoi fondatori che sono gli Apostoli; ma santo non fu mai verun fondatore di eresie. Troppo è noto qual fosse nei primi secoli la santità di Ario, di Manete e degli altri eresiarchi. Chi furono nei tempi moderni i corifei dei protestantismo? Lutero, Calvino, Zuinglio, tre ecclesiastici apostati, ed i tre uomini più scandalosamente impudichi del secolo sedicesimo. E si potrà credere che Iddio abbia scelto cotali uomini per riformare la sua Chiesa? Santa è la Chiesa cattolica in un gran numero di Papi e di Vescovi; santa finalmente in buon numero di Fedeli. Basta gettare uno sguardo su d’un martirologio, o su d’un calendario per vedere quanto grande sia la schiera dei Santi che si sono formati nella Chiesa, anche dopo gli ultimi secoli. E fuori ancora di quelle innumerevoli legioni di Santi, che risvegliano la generale ammirazione per l’eroiche loro virtù, ed ai quali i popoli non hanno potuto ricusare omaggi solenni, esiste una moltitudine assai più grande ancora di coloro che si santificarono colla pratica di virtù oscure celate agli occhi degli uomini! La santità dei figli della Chiesa è vera, dappoichè Iddio ha operato splendidissimi miracoli affine di manifestarla. Ora i miracoli operati dai Santi ebbero luogo in tutti i secoli, e succedono tuttavia al dì d’oggi nella sola Chiesa cattolica. Le sètte separate non possono dunque addurre la condotta regolare dei loro seguaci come una prova della santità di loro dottrina; avvegnaché Iddio non ha giammai confermato con alcun miracolo le loro virtù; mentre i Protestanti medesimi confessano la verità dei miracoli operati dai Santi della Chiesa cattolica, e segnatamente da S. Francesco Saverio. Per altro, affinché la Chiesa Romana sia santa, e madre dei Santi; affinché ell’abbia diritto di presentare la propria santità come un carattere di sua verità, non è necessario che tutti i suoi membri siano santi. Il Signor Nostro Gesù Cristo ha paragonato la sua Chiesa ad una rete in cui si trovano pesci buoni e cattivi; ad un’ aja in cui la paglia è mescolata al grano: laonde basta che tutti i membri della Chiesa siano stati santi, e tutti realmente lo furono nel giorno del loro battesimo; e che buon numero d’essi abbiano perseverato nella loro santità, e che Iddio abbia manifestata la loro santità coi miracoli.

La Cattolicità. La Chiesa Romana è cattolica per triplice cattolicità: primieramente per cattolicità di dottrina. Essendo essa l’erede di tutte le verità rivelate, la Chiesa Romana uniformandosi al comando del divino suo Maestro, insegna senza distinzione, senza eccezione, senza aggiunte, senza diminuzione tutto quello che il Signor Nostro degnossi di rivelarle. Ella non si fa lecito, alla guisa degli eretici, di portare una mano sacrilega sulle Scritture, e scegliere a capriccio fra le verità a lei affidate in deposito, accettando le une, rifiutando le altre; no, ella riceve, conserva ed insegna con uguale zelo tutti i dogmi e tutti i precetti del suo Sposo divino. Ad onta di tutti gli sforzi, gli eretici antichi e moderni -, aventi per ausiliari i filosofi e gli empi, non hanno mai potuto provare che la Chiesa cattolica abbia mutato, accresciuto, diminuito, e molto meno inventato una sola delle verità che propone da credere all’universo: i Padri apostolici parlavano come i Sacerdoti de’nostri giorni. – In secondo luogo cattolicità di tempo. Rivelate ai primi Padri nostri, trasmesse dai Patriarchi, sviluppate sotto 1’antica Legge, completate mediante 1’Evangelo, confidate agli Apostoli dallo stesso Uomo-Dio, propagate per mezzo loro in tutte le parti dell’universo, trasmesse fino a noi per costante tradizione, le verità insegnate dalla Chiesa Romana risalgono fino ai primi giorni del mondo, e saranno col ministero di lei annunziate a tutte le future generazioni, sino alla consumazione dei secoli. Il suo Simbolo è il Simbolo del genere umano, nel significato, che tutto ciò che presso qualsiasi nazione riscontrasi di vero gli appartiene, come il ramo appartiene all’albero, le membra al corpo, i raggi al sole. – Da ultimo cattolicità di luoghi. Scorrete l’universo, visitate le quattro o cinque parti del mondo; passate dalla Cina alle nordiche spiagge dell’America, dall’Africa alle regioni settentrionali dell’Europa, e dappertutto ritroverete dei Cattolici. Per ammirabile disposizione di sua Previdenza, Iddio volle che così fosse, affinché ad ogni ora del giorno e della notte risuonasse sulle labbra di qualche persona il Simbolo cattolico. Questa recitazione non è interrotta più di quanto sia il Sacrificio dei nostri altari, mercé cui il sangue divino non ha cessato un solo istante nel corso di diciotto secoli di scorrere su qualche punto del globo. Allorché la notte ricopre de’suoi veli una parte della terra, e i l Sacerdote discende dall’altare, cesssando eziandio il Fedele di ripetere il Simbolo, ecco nascere il giorno per un altro emisfero, il Sacerdote salire all’altare, e i nostri fratelli Cattolici ripetere la professione di nostra fede: e così avverrà sempre con successione invariabile sino alla fine dei tempi. Ma voi non ritroverete dovunque degli eretici, o dei membri di una società separata. Cattolicità di luoghi! – La Chiesa Romana a guisa del sole scorre l’orizzonte dell’universo; la sua luce si levò successivamente sulle diverse contrade del globo: l’eresia non mai. Cattolicità di luoghi! La Chiesa Romana è la più numerosa di tutte le società separatamente considerate. Il Maomettismo, 1’Idolatria, il Protestantismo, si dividono in una infinità di sètte, ciascuna delle quali è ben lontana dall’avere tanta copia di partigiani, quanti Fedeli conta la Chiesa cattolica. – Cattolicità di luoghi! Essere una come Dio è uno; essere dovunque come Iddio è dappertutto senza cessare di essere uno; tale si è la Chiesa Romana. L’unità nell’universalità stessa, ecco il carattere splendidissimo che la distingue e che si chiama Cattolicità. « Siccome non esiste che un solo Episcopato, scriveva, sono ornai diciassette secoli San Cipriano, così non trovasi che una sola Chiesa la quale abbraccia la vasta moltitudine dei membri che la compongono. A quel modo che un’indicibile quantità di raggi si veggon partire dal sole, sebben non v’abbia che un solo centro di luce; e infiniti rami sorgono sopra un sol tronco d’albero, il quale tutti li sostiene, immobilmente fisso colle sue radici al suolo; a quella guisa che da una stessa sorgente escono più rivi che risalgono alla comune origine, sebben diversi fra di loro per la copia delle acque che ne ricevono; cosi pure si stendono i Fedeli per tutta la terra, tale è l’immagine della Chiesa cattolica. La luce divina che la penetra co’ suoi raggi abbraccia il mondo intero, viene da un centro unico che diffonde i suoi chiarori in ogni luogo, senzaché sia lesa l’unità di principio: la sua fecondità inesauribile propaga i suoi talli per tutta la terra; spande lontano abbondevol dovizia delle sue acque; per ogni dove è lo stesso principio, la stessa origine, la stessa madre, che palesa la propria virtù mediante il numero de’ suoi figli ».

L’Apostolicità. La Chiesa Romana è apostolica, vale a dire, che risale agli Apostoli; eglino sono i suoi maestri, i suoi fondatori. Si distinguono due sorta di apostolicità: apostolicità di dottrina, e apostolicità di ministero. La Chiesa Romana è apostolica nella sua dottrina, vale a dire, che crede ed insegna, e ha sempre creduto ed insegnato la dottrina che ricevè degli Apostoli. Risalite d’età in età sino al giorno in cui il Figlio di Dio disse ai dodici Missionari evangelici: Andate, insegnate a tutte le nazioni; voi troverete la stessa istruzione, la stessa credenza, lo stesso Simbolo che noi recitiamo; voi l’udirete echeggiare nelle vaste basiliche di Nicea e di Costantinopoli; ne intenderete gli accenti sotto le vòlte illuminate delle catacombe: colà si amministrò lo stesso Battesimo, la stessa Eucaristia, gli stessi Sacramenti: colà si credè nel medesimo Dio, nel medesimo Gesù Cristo suo Figlio: colà si sperò lo stesso Cielo, si temette lo stesso inferno. – Questa venerabile antichità, questa non mai interrotta successione è l’eterna vergogna degli eretici. Per convincerli di errore basta chieder loro : Che cosa si credeva quando voi siete nati? Non sorse mai eresia che non trovasse la Chiesa cattolica in attuale possesso della dottrina contraria alla vostra: è questo un fatto pubblico, costante, universale, senza eccezione. Così la decisione è agevole; non resta a vedersi se non che qual fede fiorisse quando son comparsi gli eretici ; in qual fede fossero essi medesimi stati allevati nel grembo della Chiesa, ed a pronunziare su questo solo fatto, che non è dubbioso o nascosto, la loro condanna. O nostri fratelli! O voi che vi siete separati dall’unità cattolica, voi non avete adunque il carattere essenziale della vera dottrina, vale a dire, l’apostolicità. Qual è la vostra antichità? Forse quella di trecent’anni? No, v’ingannate; voi non avete che l’antichità della vostra opinione. Ieri voi la scriveste sulla carta, oggi stesso, questa mattina, voi l’avete mutata: ecco la vostra antichità! – La Chiesa Romana è apostolica nel suo ministero; e questo fatto, evidente come l’esistenza del sole, è la prova più palpabile ch’essa è la vera Chiesa. Il Signor Nostro disse a San Pietro: Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa. Per trovare la vera Chiesa basta dunque cercare quale fra esse risale fino a Gesù Cristo, e di cui San Pietro è il fondamento. Ora, niuna setta antica o moderna può arrogarsi questo glorioso privilegio, niuna ascende fino ai giorni del Salvatore, niuna ha San Pietro per fondamento. – La sola Chiesa Romana, e le Chiese uscite dal suo seno possono additare l’ordine e la successione dei loro Vescovi sino agli Apostoli, oppure fino ad uno degli uomini apostolici che furono dagli Apostoli inviati; e per tal modo le Chiese veramente apostoliche autenticano la legittimità di loro origine. Cominciando dal nostro Santo Padre, Papa Pio IX felicemente regnante, si risale per successione non interrotta di 258 Papi tino a San Pietro fondatore della Romana Chiesa: giunti a San Pietro noi siamo a Gesù Cristo; e così delle altre Chiese cattoliche. Tutte ad un modo ci additano alla loro testa un Apostolo, o un inviato degli Apostoli, che le ha fondate, e che incomincia la catena della tradizione. Dalle Chiese primitive hanno le altre attinto la sana dottrina, e l’attingono tuttavia a misura che si formano. Perciò a buon diritto anche le nuove sono annoverate fra le Chiese cattoliche di cui elleno sono figlie; tutte quindi sono apostoliche, e tutte insieme non formano che una sola e medesima Chiesa. Il Sommo Pontefice ed i Vescovi sono adunque i successori degli Apostoli; e da essi hanno avuto l’origine e l’autorità di predicare la dottrina di Gesù Cristo. – Ma altrettanto non può dirsi degli eretici; avvegnaché 1’Evangelo sia stato in principio predicato ne’ loro paesi dagli Apostoli, o dagli uomini apostolici, non per questo essi possono appropriarsi l’apostolicità; separandosi dalla Chiesa Romana essi hanno rotto la catena dell’apostolica successione. Nissuno li ha inviati; da se medesimi si son fatti apostoli delle nazioni. « Chi siete voi? può dire la Chiesa a tutti questi novatori, ed ai Protestanti per esempio; da qual tempo e d’onde siete voi venuti? Dove eravate prima del secolo sedicesimo? Or sono quattrocent’anni, nissuno parlava di voi, non eravate conosciuti nemmeno di nome. Che fate voi in casa mia, mentre non siete de’ miei? A che titolo, o Lutero, abbatti le mie foreste? Chi ti diede facoltà, o Calvino, di deviare i miei canali? Con qual diritto, o Zuinglio, sconvolgi i miei confini? Come osate voi pensare e vivere quivi a vostro talento? Questi sono i miei averi; io ne sono da lungo tempo in possesso: sono essi mia proprietà; io nasco dagli antichi possessori, e provo la mia discendenza con autentici documenti. Io sono l’erede degli Apostoli, e ne godo il retaggio secondo le disposizioni del loro testamento, e conforme al giuramento che ho prestato. – Quanto a voi, essi vi hanno disconosciuti e diseredati come stranieri, come nemici. – Ma perché siete voi stranieri e nemici degli Apostoli? Bramate saperlo? Perch’essi non vi hanno inviato; perché la dottrina che ciascuno di voi ha inventato od adottato a capriccio, è direttamente opposta alla dottrina degli Apostoli ». – Per le quali cose la Chiesa Romana e una, santa, cattolica, apostolica; ella sola porta scolpiti in fronte i caratteri della vera Chiesa; ella sola adunque, ad esclusione di tutte le altre, è la vera sposa di Gesù Cristo, la colonna e il fondamento della verità. – Ma esiste ancora un’altra nota della vera Chiesa, ed è il fatto pronunziato dal Salvatore medesimo, allorché disse: E sarete in odio a tutti per causa del nome mio. Cercate adunque fra tutte le società religiose quella che è esposta all’odio di tutte le altre, all’odio del mondo intero, e voi avrete la vera sposa dell’ Uomo-Dio; voi la ravvisate alla corona di spine che porta perpetuamente infissa sul suo capo. Ma questa corona dolorosa nessuna setta l’ha portata, nessuna desidera di portarla; è un diadema che orna la fronte della sola Chiesa Romana. O Cattolici, miei fratelli che tremate talvolta allo scroscio spaventoso di un mondo che si sconquassa e va in rovina, invece di turbarvi, pensate piuttosto che le tempeste, le quali assalgono oggidì la Chiesa , sono ammirabilmente acconcie a corroborare la vostra fede. Che cosa provano queste novelle persecuzioni che succedono a tante altre che precedettero, se non che la Chiesa Romana, madre nostra, non ha cessato di essere la sposa fedele del Dio del Calvario? Sin tanto che il diadema delle tribolazioni splenderà sull’augusta sua fronte, ella, siatene certi, non avrà fatto né col mondo, né col vizio, né coll’errore veruna adultera alleanza. Più sarà viva la persecuzione, più vivo ancora sarà lo splendore della sua inviolabile fedeltà, più ella sarà degna della vostra fiducia e del vostro amore. – Il nono articolo del Simbolo finisce con questa frase: Io credo la comunione dei Santi. Queste parole, siccome spiegazione di quello che precede, non formano un articolo particolare, ma sono tuttavia di un’importanza grandissima: perciocché da una parte fanno conoscere la Chiesa nella sua vita intima; e dall’altra esprimono il primo dei quattro grandi vantaggi che la Chiesa ne procura. – Pronunziando le parole, io credo la comunione dei Santi, la nostra lingua proclama altamente la più magnifica fraternità che possa idearsi, il comunismo più bello, il solo vero, il solo possibile, il solo desiderabile; professando noi per tal modo di credere con una sicurezza pari alla nostra felicità all’esistenza ed alla bontà infinita di Dio: 1° Che tutti i membri della Chiesa, tanto quelli che godono nel Cielo, come quelli che sono viatori sulla terra, e quelli che sono nel Purgatorio, sono uniti fra di loro colle tre Persone della Santissima Trinità con vincolo intimo, efficace e permanente; 2° Che questa unione non consiste unicamente nella comunione di fede, di speranza, di carità; ma eziandio nella partecipazione ai medesimi Sacramenti, mediante i quali il Signor Nostro Gesù Cristo, il iSanto dei Santi, diffonde i meriti della sua passione e della sua vita su tutti i membri della Chiesa che degnamente li ricevono; e questa fraterna unione ha la sua origine nel Battesimo, per cui nasciamo figli di Dio, ed è alimentata e conservata specialmente dalla santa Eucaristia, atteso ché il cibarsi dello stesso pane e dello stesso vino fa di noi tutti un corpo stesso; 3° Che per virtù di tale unione tutti i beni spirituali della Chiesa sono comuni fra i Fedeli, siccome le sostanze di una famiglia fra i figli; in guisa che le grazie interiori e i doni esteriori che ciascuno riceve, le buone opere che ciascuno mette in pratica giovano meravigliosamente a tutto il corpo e ad ogni membro della Chiesa. Che per virtù di tale uniorie tutti i Fedeli della terra hanno tra di loro tutte le grazie ad essi concesse, tutte le buone opere da loro esercitate, siccome ad esempio 1′ assistenza al santo Sacrificio della Messa, le confessioni, le comunioni, le meditazioni, le pie letture, le limosine, le mortificazioni, le preghiere, giovano, in una certa misura, a tutti quelli che si trovano in istato di grazia. E diciamo in una certa misura, imperocché i frutti delle buone opere non possono tutti comunicarsi. – Ora, le buone opere del giusto producono tre effetti: il merito, la soddisfazione, l’impetrazione. Il merito è l’effetto delle buone opere, in quanto che producono un accrescimento di grazia, e un diritto nel Cielo ad un grado maggiore di gloria. Il merito è personale a chi fa l’opera buona, né può essere comunicato agli altri. Esso inoltre non si può acquistare che dall’uomo viatore e in istato di grazia; perocché solo in colui che è in possesso della grazia può essa venire aumentata; gli abitatori del Cielo e quelli del Purgatorio non possono più meritare, quantunque siano in istato di grazia. – La soddisfazione è l’effetto delle opere buone in quanto che ottengono la remissione delle pene temporali dovute al peccato. Soltanto 1 uomo sulla terra ed in istato di grazia può soddisfare: i Santi più non abbisognano di soddisfazione; e le anime purganti, a parlare propriamente, non soddisfanno: sarebbe più esatto il dire ch’esse soddissoffrono. Gli uomini in istato di peccato mortale non possono più soddisfare, attesoché non è lor dato di ottenere la remissione della pena dovuta al peccato, prima di aver ottenuto la remissione del peccato medesimo. La soddisfazione non può adunque loro essere applicata, ma bensì può esserlo alle anime giuste in istato di grazia e alle anime del Purgatorio. – E questo si fa coll’offrire la soddisfazione, ossia il merito satisfattorio delle buone opere a scarico di colui del quale si desidera diminuire il debito contratto pel peccato. – L’impetrazione è l’effetto delle buone opere in quanto che ottengono da Dio speciali favori. A rigore i soli giusti possono impetrare, perché i soli giusti hanno qualche diritto ad essere esauditi; atteso ché egli è convenevole e conforme alla ragione che Iddio, giusta le sue promesse, faccia la volontà di que’ suoi servi fedeli, i quali da parte loro si studiano di compire quella del loro padrone. Perciò che riguarda i peccatori, sebbene Iddio abbia dichiarato di non ascoltarli, essi possono tuttavia ottenere con impetrazione meno rigorosa; vale a dire, che dietro movimenti imperfetti di fede e di speranza si dispongono alla grazia e all’amicizia di Dio, e gli domandano qualche favore. La loro impetrazione non ha altro fondamento che l’infinita misericordia di Dio. – Questo terzo effetto delle opere buone, cioè l’impetrazione, si può comunicare non solo a tutti membri della Chiesa, giusti e peccatori, ma può estendersi ancora a tutti coloro che non sono in modo alcuno i membri della Chiesa, quali sarebbero gli infedeli, i giudei, gli eretici, gli scismatici, gli scomunicati; imperciocché si può domandare la loro conversione, ed esercitarsi in opere buone, affine di ottenerla. – Ma quale diversità, qui potreste richiedere, corre adunque sotto questo rapporto fra i Fedeli e gl ‘Infedeli? La diversità in ciò consiste, che questi ultimi rimangono privi delle preghiere pubbliche della Chiesa, eccettuato il Venerdì santo, e che non profittano delle buone opere private, se non in quanto si fanno espressamente per loro; laddove i Fedeli si vantaggiano delle pubbliche preci, e traggono aiuto naturalmente dalle buone opere particolari di tutti i membri della Chiesa, anche quando non si abbia espressa intenzione di applicarle a loro; e la ragione si è questa, che tutti i Fedeli sono membri viventi di un medesimo corpo. Cosi, per servirmi di un paragone, allorché la bocca mangia e lo stomaco digerisce, tutte le altre membra ne risentono sollievo; ed egualmente allorché un giusto compie un’opera buona, tutti gli altri giusti ne sono confortati. – Noi abbiam detto un’opera buona, perciocché tutte quelle che ne hanno l’apparenza, non sono tali realmente. Difatti si distinguono tre sorta di opere : le opere vive, che sono quelle dell’uomo in stato di grazia, e sono profittevoli a tutti i membri vivi della Chiesa. Le opere morte, e sono quelle dell’uomo in stato di peccato mortale, e che non servono né a soddisfare né a meritare, ma solamente ad ottenere da Dio che usi misericordia, e converta a penitenza colui che le fa. Finalmente le opere mortificate, vale a dire, quelle che furono fatte in stato di grazia, ma il cui merito è coperto e come estinto per effetto del peccato mortale che le ha seguite: esse rivivono allorquando colui che le ha fatte ritorna nello stato di grazia. Per render complete le spiegazioni precedenti, noi aggiungeremo che il Signor Nostro, cella sua qualità di Capo, distribuisce il frutto prezioso delle buone opere ai diversi membri vivi del corpo mistico, in proporzione dei loro bisogni e dei loro meriti. Rispetto ai peccatori, essi appartengono ancora alla Chiesa per mezzo della lede e della speranza; ma privi come sono della carità, rimangono membri morti, né partecipano a’ suoi beni spirituali, se non nel senso, che Iddìo, avendo riguardo alle preghiere dei giusti, accorda talvolta ai peccatori la grazia di conversione, oppure sospende le punizioni che si sono meritate! 5° Noi professiamo che in virtù dell’unione, cui i Fedeli della terra hanno coi Santi del Cielo, i primi ottengono da Dio, ad intercessione dei secondi, molte grazie per se medesimi e per gli altri Fedeli, allorché l’invocano, li onorano e si studiano d’imitarli; 6° Che in virtù dell’unione che i Santi della terra e del Cielo hanno coi Santi del Purgatorio, queste anime tormentate trovano sollievo nelle preghiere, nelle elemosine, nelle indulgenze, e nel Sacrificio augustissimo dell’Altare, offerto nell’intenzione di giovare alle medesime. Un’ ammirabile similitudine adoperata dallo Spirito Santo medesimo ci offre la idea la più magnifica e la più commovente di questa unione fra loro di tutti i membri della Chiesa, e fa conoscere ad un tempo persino ai fanciulli medesimi tale intera comunicazione di beni fra i Fedeli: la similitudine è tratta dal corpo umano. Nel corpo umano v’hanno molte membra, e non formano nullameno che un solo corpo. Non tutte per altro hanno la stessa funzione, ciascuno ha la sua: il piede cammina, l’occhio vede, l’orecchio ode; ciò non ostante queste operazioni particolari non si riferiscono direttamente all’utile del membro che le compie, ma sì bene all’armonia ed al vantaggio universale del corpo e di tutte le altre membra; onde a prò di tutto il corpo il piede cammina, l’occhio vede, l’orecchio ode. Egualmente nel corpo della Chiesa havvi molti membri. I Fedeli che vivono sulla terra , le Anime del Purgatorio, i Santi del Cielo, i Cattolici dell’Europa, quelli dell’Asia, dell’Africa, dell’America, dell’Oceania; quelli, in una parola, di tutte le parti del mondo, e siano quanto esser si vogliano remote, sono membri della Chiesa, e non formano che un solo e medesimo corpo. Tutti però non hanno la stessa funzione: gli uni sono Vescovi, gli altri Sacerdoti, Religiosi o Religiose; taluni sono Dottori, Predicatori, Consolatori; altri padroni, altri servi; ciascuno ha il suo stato e le sue incombenze, che tutte son rivolte al bene generale del corpo e di tutti i membri. Perciò è che a vantaggio di tutta la Chiesa il Sacerdote predica ed amministra i Sacramenti, il Dottore insegna la Religiosa prega e consacra se stessa al soccorso de’ suoi fratelli , ed i semplici Fedeli adempiono quegli obblighi cui piacque alla Provvidenza di imporre alla loro condizione particolare. – Nel corpo umano le membra sono talmente unite, che non sì tosto una d’esse, anche la più debole e la meno importante, viene a provare una sensazione di piacere o di dolore, subito le altre tutte risenton gli effetti di questo piacere o di questo dolore, a motivo dell’unione e della simpatia che la natura ha posto fra di loro. – Similmente nel corpo della Chiesa, approfittando noi dei beni accordati a ciascuno dei nostri fratelli, dobbiam pure partecipare ai dolori che li affliggono, rallegrarci con quelli che si rallegrano, piangere con quei che piangono. Sarebbe mai possibile che l’unione stabilita tra di noi dalla grazia fosse meno efficace, nel renderci sensibili i dolori ed i gaudii altrui, che la naturale simpatia per far sentire a tutte le membra del corpo il piacere od il dolore di cui è affetto ciascuno di loro? Nel corpo umano v’ha un capo che regge tutte le membra ed influisce su ciascuno di esse mediante le emanazioni che trasmette; un cuore da cui parte il sangue, e dov’esso ritorna per purificarsi, riscaldarsi e ripartire di nuovo; ed oltracciò il corpo è animato, vivificato da un’anima che gli comunica il movimento, la bellezza, la forza. Così pure nel corpo della Chiesa v’ha un Capo, il Signor Nostro Gesù Cristo, il quale regge tutti i membri, ed influisce sopra ciascuno colle sue grazie; un cuore che è la santa Eucaristia, donde parte l’amore, ed ove ritorna per purificarsi, accendersi e ripartire di nuovo; finalmente un’anima, che è lo Spirito Santo, il quale si diffonde per tutte le parti di questo corpo meraviglioso, e gli conferisce la beltà, la forza, la vita; la vita di grazia sulla terra, la vita di gloria nell’eternità. Alla vista di questo corpo magnifico , non possono risvegliarsi nell’anima nostra che tre sentimenti: un sentimento d’ineffabile gratitudine per farne parte; un sentimento di profondo timore di esserne resecato, o di non diventare che membro morto; un sentimento di tenera ed attiva compassione per gl’infedeli, gli eretici, gli scismatici, e per tutti coloro che non ci appartengono. A compiere la spiegazione del nono articolo del Simbolo cattolico più non resta che di esporre la ragione e i l significato dell’ultima parola, la comunione dei Santi. – Tutti i membri della Chiesa son detti santi; primieramente perché la santità è lo scopo della nostra vocazione alla fede, e l’obbligo strettissimo che ne fu imposto a tutti col Battesimo; in secondo luogo perché meravigliosa comunione sovra descritta; in terzo luogo perché i peccatori stessi rinvengono nella medesima potenti mezzi di santificazione; finalmente perché questa comunione dei Santi della terra ne conduce all’eterna e generale comunione dei Santi, degli Angeli, e di Dio medesimo nel Cielo. Guai dunque a coloro che si fanno scacciare da questa società, fuori della quale non si dà salute! La Chiesa fa suo mal grado; ma essa può farlo, essendo investita dell’ autorità di scomunicare. Nulla di meglio stabilito, che la legittimità di questo formidabile potere: gli Apostoli lo hanno adoperato; i Concili, i sommi Pontefici ed i Vescovi seguirono il loro esempio nel corso dei secoli, tutte le volte che lo credettero necessario « Forsechè il padre di famiglia non ha il diritto di metter fuori di casa il figlio scandaloso e ribelle? Forsechè il pastore non ha diritto di cacciare dall’ovile la pecora indocile e scabbiosa? I giudici ed i magistrati non scacciano forse tutto giorno dalla società i malandrini pericolosi ed ostinati? Perchè adunque la Chiesa, che è la società la più perfetta, non dovrebbe godere di egual diritto? Tranne la sentenza del Signor Nostro Gesù Cristo nel dì del finale giudizi nulla deve ispirarci timor più grande della scomunica. Coloro che ne rimangono colpiti trovansi privi di tutti i beni spirituali che sono nella Chiesa; non possono ritornare fra le sue braccia materne, se dopo aver fatto la loro sottomissione, data soddisfazione a quelli che hanno offeso, spogliato, ed ottenuta l’assoluzione dal Superiore che ha podestà di concederla; e se per loro sventura muoiono senza essersi riconciliati colla Chiesa, restano privi dell’ecclesiastica sepoltura, e di tutti i suffragi della Chiesa in sollievo dei trapassati. Spessissimo ancora si è veduto la scomunica produrre effetti sensibili sui colpevoli, quindi nei secoli di fede, i re, i potenti cuii popoli non hanno temuto nulla quanto questo folgore spirituale. Lo stesso Napoleone, che ostentava di sprezzare il fulmine che l’aveva percosso, erane per altro palesemente tormentato; rivolta ancora il suo esasperamento non conosceva misura. Negl’impeti del suo dispetto andava esclamando: Finalmente crede forse il Papa che la sua scomunica farà cadere le armi dal braccio de’miei soldati? Ora tutto il mondo sa che dall’epoca della comunica la stella di Napoleone cominciò ad impallidire, e che la sua vita divenne una serie continua di disastri. Di più gl’istorici della campagna di Russia, narrando la tremenda catastrofe, dicono tutti in precisi termini : Le armi cadevano dalle mani dei soldati. I filosofi non mancheranno di dire che fu il gelo e non la scomunica che faceva cader le armi di mano ai soldati. Ottimamente; ma il freddo chi lo aveva mandato? Chi fatto scendere il termometro a grado sì micidiale? Foste voi forse, o filosofi? Ovvero Colui che impera agli elementi con autorità più dispotico di quella di Napoleone alla grande armata? Quel Dio che tien soggetti gli elementi, è quegli stesso che disse alla Chiesa ed al Papa: Colui che disprezza voi, disprezza me medesimo: io stritolerò come vetro colui che ardirà resistermi. Né rivoluzioni, né civilizzazione, né possanza alcuna può togliergli o circoscrivere il suo potere. – Noi parleremo dei vantaggi che il nono articolo del Simbolo cattolico arreca alla società, allorquando spiegheremo i comandamenti della Chiesa.

Preghiera.

“O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio di avermi reso partecipe di tutti i beni spirituali di vostra santa Chiesa; non vogliate giammai permettere ch’io meriti d’esserne privato. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore, io amerò la Chiesa come un figlio ama la propria madre”.

Mons. G. DE SEGUR : LA MESSA (3)

LA MESSA

[Mgr. G. De Ségur – da: “Le opere” vol. VIII, 1869]

(3)

XXXIV

Piccolo colpo d’occhio sull’insieme delle cerimonie della Messa.

Dopo aver spiegato nel dettaglio le cerimonie della Messa, non sarà inutile fermarci un istante, come dei viaggiatori che vengono dal percorrere un bel paesaggio e che, prima di lasciarlo, si girano un istante a contemplarlo ed ammirarne l’insieme. – Nel loro insieme, in effetti, le cerimonie della Messa, quando se ne conosce il significato, espongono e, per così dire, srotolano agli occhi dei cristiani tutto il grande dramma del Cristianesimo, il passato, il presente e l’avvenire della santa Chiesa. La Chiesa, in effetti, è iniziata con la Creazione, con gli Angeli e con il primo uomo; e dalle origini essa ha avuto come unico Capo, per Signore sovrano, per luce e per DIO, Colui che doveva incarnarsi nella pienezza dei tempi, e che è il solo vero DIO vivente ed eterno, con il Padre e lo Spirito-Santo. Sulla terra, la Chiesa si è ingrandita e ha camminato con i secoli, lottando contro il peccato e contro i peccatori, contro il demonio e contro il mondo. In questo combattimento essa è sempre stata assistita dai santi Angeli. Prima dell’Avvento di GESÙ-CRISTO, suo divino Capo e suo Salvatore, la Chiesa è stata dapprima patriarcale, poi mosaica, vale a dire, diretta e governata prima dai santi Patriarchi, padri della grande famiglia umana, che DIO aveva incaricato di conservare le vere tradizioni rivelate ad Adamo, poi, governata e diretta dalla legge di Mosè, dal sacerdote giudeo, ugualmente incaricato dal buon DIO di conservare sulla terra, in mezzo alle tante follie del paganesimo, la vera religione e la fede nel DIO Redentore. Questo Redentore DIO fatto uomo, apparve nella pienezza dei tempi e nacque dalla Vergine Maria. Per trentatre anni nei quali di degnò di dimorare sulla terra, soffrì, implorò e pregò per noi, poveri peccatori; Egli completò ciò che dalle origini aveva rivelato al mondo, Egli, il Verbo eterno, il Maestro legittimo ed il Salvatore del mondo, infine volle morire, sacrificarsi per noi, alfine di lavare i nostri peccati nel suo sangue. DIO Onnipotente resuscitò nel giorno di Pasqua, tre giorni dopo la sua morte, e risalì in cielo alla presenza di più di cinquecento discepoli. Prima di lasciare la terra, Egli aveva ripudiato la Chiesa giudaica, che simile ad una sposa infedele, non aveva voluto riconoscerLo né camminare al suo seguito. Al suo posto Egli costituì la Chiesa Cristiana o Cattolica, la quale deve durare fino alla fine del mondo, fino al ritorno glorioso e trionfale di GESÙ-CRISTO, lottando sempre contro il demonio ed il mondo, nemico implacabile di GESÙ-CRISTO. – Alla sua seconda venuta, GESÙ-CRISTO verrà come trionfatore del demonio e del mondo, sulla terra innanzitutto, poi nei cieli e per sempre. Egli resusciterà tutti gli eletti, tutti i suoi membri viventi, che regneranno e trionferanno eternamente con Lui e con i suoi Angeli. Tale è l’insieme del Cristianesimo, di cui GESÙ-CRISTO è il Capo, il centro, la vita. Tale è pure il senso generale delle cerimonie della santa Messa. Al centro appare, con la Consacrazione e l’Elevazione GESÙ-CRISTO stesso, GESÙ-CRISTO in Persona, rinnovando sull’altare, col ministero del Prete, l’oblazione o offerta del sacrificio che ha riscattato il mondo. All’inizio, come abbiamo visto, sono simbolizzate la fede, la speranza e le adorazioni dei santi Angeli dapprima, poi dei Patriarchi e dei fedeli dell’antica Legge, così come il passaggio dall’antica Alleanza alla nuova Alleanza. Gli antichi sacrifici sono figurati e richiamati dall’oblazione del pane e del vino. Le cerimonie e le preghiere che, dopo il Prefazio fino al Pater, circondano, per così dire la Consacrazione, esprimono l’unione intima della Chiesa militante, sofferente e trionfante, intorno a GESÙ-CRISTO ed in GESÙ-CRISTO. Infine le cerimonie finali, la Comunione, la Benedizione solenne che chiude la Messa, simbolizzano e richiamano alla nostra speranza il secondo Avvento di Nostro Signore, la nostra gloriosa resurrezione, la nostra unione eterna con il buon DIO. I ceri accesi dall’inizio fino alla fine della Messa, rappresentano l’assistenza permanente dei buoni Angeli che adorano ed amano GESÙ-CRISTO nel cielo, mentre noi Lo serviamo, Lo adoriamo e Lo amiamo sulla terra. Un pio fedele che non dimentichi queste cose, trova così nell’assistere alla Messa un mezzo semplicissimo e potentissimo per ritemprarsi incessantemente nei grandi pensieri della fede, e per nutrire solidamente le sue speranze eterne, così come la sua riconoscenza, la sua pietà, il suo amore verso GESÙ-CRISTO, suo Salvatore.

XXXV

Il canto e i cantori.

La grande Messa è fatta per essere cantata, non solo dal Prete e dai cantori, ma inoltre da tutti gli astanti. Si, alla Messa Solenne, tutti dovrebbero cantare, uomini, donne, bambini; tutti coloro che possono cantare, dovrebbero cantare. – Io dico: cantare, non urlare. Nella maggior parte delle chiese, si sentono cantare solo i cantori, valenti senza dubbio a supplire alla quantità con la qualità,; essi gridano tanto quanto possono, guastando tutto l’effetto degli Uffici divini. Quando si canta così forte, non si è più maestri della propria voce; si stona, ognuno tira dalla sua parte; i bambini del coro prevalgono sul tutto, gridano, strillano senza motivo e a sproposito; e quando un oficleide o un “serpentone” viene a sostenere questo canto, si produce una cacofonia impossibile; non si può più pregare, non si può più cantare. I cantori non cantano per se stessi, ma per tutti gli astanti. Essi non stanno là, al leggio, se non per sostenere le voci dei fedeli, per dar loro la tonalità, per dirigere, non per rimpiazzare il canto dell’assemblea. Altre volte questa funzione era ordinata tra le funzioni sacre ed ecclesiastiche; i laici non avevano il diritto di stare al leggio; e le regole del canto liturgico erano molto severe e molto rigorosamente osservate. Tutto era segnato, previsto in anticipo, e non si permetteva a nessuno di cantare secondo la propria fantasia, di cambiare le arie. Da un secolo, queste sante regole, eccellenti sotto tutti gli aspetti, sono misconosciute in molte chiese, con grande pregiudizio degli Uffici divini e della pietà dei fedeli. Il compito del cantore era allora molto considerato, perché era realmente molto religioso e molto rispettabile. I nostri stessi monarchi si sono onorati di cantare al leggio. Era questa ad esempio un’abitudine del grande ed immortale Carlo Magno. – L’uso di far portare ai cantori le sottane e la cotta ecclesiastica viene dalla dignità del chierico di cui essi erano tutti rivestiti un tempo. Essi non dovevano portare né la manica stretta, che è un distintivo del prelato, né la cappa, che è un indumento sacro, riservato al celebrante. L’usurpazione della cappa da parte dei cantori è un abuso moderno, che non si trova che in Francia e nelle sole provincie in cui era stata abbandonata la liturgia romana. Ogni cristiano, fin dall’infanzia dovrebbe apprendere, e di conseguenza cantare, il Kyrie, il Gloria, il Credo, Il Sanctus, l’Agnus Dei, cioè la parte dei canti della Messa che si ripetono spesso ed anche abitualmente; aiutati da buoni cantori, questa non sarebbe una cosa molto difficile; e diventando così parte attiva all’Ufficio divino, non sarebbero più esposti, come molto spesso accade, ad annoiarsi o a trovarli molto lunghi. Bisogna abituarsi a rispondere, non solo esattamente, ma anche piamente gli Amen della Messa, principalmente dopo le orazioni chiamate Collette, che precedono l’Epistola, e dopo le orazioni che seguono la Comunione. Bisogna pure abituarsi a rispondere ai saluti che il Celebrante dà ai suoi fratelli, a nome di Nostro-Signore, dall’alto dell’altare, e cantare di buon cuore “E cum Spiritu tuo”, scambiato i “Dominus vobiscum”, dei quali abbiamo spiegato il senso. – Non occorre borbottare, ancor meno cantare per accompagnare il Prete nelle preghiere che questi deve cantare da solo. Ci sono buoni fedeli, soprattutto pie donne che, per devozione, accompagnano a mezza voce il Celebrante che canta il Prefatio ed il Pater. Una volta, in una chiesa di villaggio, questi accompagnamenti erano così accentuati, che il Prete ritenne di dover interrompere un momento: le buone donne continuarono sacerdotalmente la loro aria, e ci vollero alcuni istanti per rendersi conto di essere ridicole. Ci sono dei canti che variano a seconda delle feste, e che i fedeli non possono conoscere a memoria: … tali sono gli Introiti, i Graduali, gli Offertori e le Comunioni. Li eseguono solo i cantori. – Quando si canta in Chiesa, non bisogna cantare né troppo forte né troppo piano, ma dolcemente e piamente; perché questi canti sono innanzitutto delle preghiere. Bisogna poi pregare insieme, seguire esattamente i cantori, senza andare più veloci o più lenti. Quanto ai cantori ed ai bambini del coro, essi devono regolarsi sul maestro cantore: è lui che dà il tono e la misura. Mio DIO! Come sarebbero belli, edificanti e toccanti i nostro Uffici, e come sarebbe interessante prenderne parte, se si osservassero queste regole così semplici!

XXXVI

Il servente Messa.

Il servente di Messa è così chiamato perché serve il Prete all’altare. Egli ha l’onore di rappresentare gli Angeli ed i fedeli; gli Angeli che assistono GESÙ-CRISTO, il Prete invisibile e celeste; i fedeli che assistono al Santo Sacrificio e, con essi, tutta la Chiesa. Così il servente Messa, chiunque esso sia deve assolvere con molto rispetto e pietà la sua santa funzione. Ci sono persone che sottovalutano questa funzione di servente Messa; la fede invece fornisce altri pensieri, e spesso uomini venerabili per la loro età o per eminenti virtù, o per la loro sapienza, o posizione sociale, si sono fatti ed ancora oggi ritengono un vero onore il servire la santa Messa. Il venerabile Mgr. De Mazenod, anziano Vescovo di Marsiglia, non badando alla sua dignità ed ai suoi canuti capelli, in caso di bisogno, non ricusava affatto il servir Messa al più umile dei suoi Preti; io ricordo la profonda impressione che suscitava in ognuno, il vedere questo vegliardo rispondere alla Messa con la semplicità di un bambino. Benché non sia obbligatorio, è certamente più rispettoso servire Messa in sottana e cotta. Non si avrebbe la giusta venerazione nel girare intorno all’altare al cospetto del Santo-Sacrificio. Sarebbe sconveniente che il servente Messa fosse in disordine, malconcio, con le mani sudice, etc. etc. Egli non deve portare berretto, né nero, né soprattutto rosso: il berretto rosso è un segno della dignità di Cardinale, e non dei bambini del coro. Ecco alcune regole generali che deve osservare il servente Messa. Egli deve essere in ginocchio tutto il tempo della Messa, salvo durante il Vangelo e nei momenti in cui, per adempiere il suo ufficio, deve andare e venire. Egli deve mettersi in ginocchio non sul gradino dell’altare, ma sulla lastra; a meno che non abbia un libro o un rosario, egli deve tener le mani giunte davanti al petto, col pollice destro sul pollice sinistro, a forma di croce, come il Prete. Si mette dritto, modesto, attento, non osserva quel che succede in chiesa, e non gira la testa al minimo brusio come è d’uso nel novanta per cento dei piccoli chierici. Egli è posizionato sempre dal lato opposto al Messale. Questa regola non ha eccezione, benché mai correttamente osservata passando davanti al Crocifisso o a maggior ragione davanti al tabernacolo, bisogna fare la genuflessione religiosamente e posatamente. La genuflessione è un atto di adorazione; essa deve dunque farsi in spirito di fede, e non per routine né alla leggera. Per fare bene la genuflessione, bisogna che il ginocchio destro tocchi terra vicino al piede sinistro, che le mani restino giunte davanti al petto, che il corpo resti dritto, così come pure la testa. Il servente Messa deve rispondere con voce dolce ed uguale, pronunciando bene ogni parola, senza proferire in latino mnemonicamente come un bambino, ma aspettando per rispondere che il Prete abbia terminato. Il latino di certi serventi Messa è favoloso. Ci sono due momenti della Messa in cui il servente manca più ordinariamente alla regola: è all’inizio del Kyrie, che egli recita tutto di getto, nel momento stesso in cui dovrebbe alternare con lui le nove invocazioni. Poi al Confiteor che precede la Comunione dei fedeli: il servente non deve cominciare a recitarlo se non dopo che il Prete, avendo comunicato sotto le due specie, depone il calice vuoto sull’altare. Se il servente comunica, egli deve, per quanto possibile, comunicare per primo, soprattutto se ha sottana e cotta. È il servente Messa che ha il compito di mantenere la campanella e di suonarla. Qui ancora ci sono diverse eccentricità, delle abitudini affatto proibite dalla legge liturgica. Secondo la regola obbligatoria si deve suonare; 1° al Sanctus, tre colpi; 2° all’elevazione dell’Ostia, tre colpi; il primo quando il Prete fa la genuflessione per adorare la santa Ostia; la seconda quando La eleva per farla adorare al popolo; la terza quando fa la genuflessione dopo averLa riposta sull’altare. Lo stesso per l’elevazione del Calice, tre volte, seguito da un piccolo tintinnio, per indicare che la Consacrazione è completamente terminata. È d’uso e permesso, principalmente nelle grandi chiese, di suonare una terza volta alla comunione del Prete, per prevenire i fedeli che volessero comunicare. Questa terza suoneria non è obbligatoria, non è stata autorizzata da Roma se non da qualche anno. Si suona ordinariamente un colpo al primo Domine, non sum dignus; due, al secondo, tre al terzo. Oltre a questi due, o se volete tre scampanellii, è proibito far sentire il campanello durante la celebrazione del Santo Sacrificio. È proibito soprattutto scrosciare, come si fa generalmente; è proibito suonare qualche istante prima della Consacrazione; suonare a quella che si chiama la piccola Consacrazione, immediatamente prima del Pater, infine, suonare al terzo “Domine, non sum dignus” dei fedeli ed alla benedizione che termina la Messa. – Tutto ciò, lo ripeto, è proibito, e non deve essere fatto; gli usi contrari sono degli abusi che bisogna accantonare e rimpiazzare con l’osservanza esatta della legge. Il servente Messa non deve posare nulla sulla tovaglia dell’altare, innanzitutto per rispetto, e poi per misura di proprietà. Presentando le ampolle al Prete, egli deve preliminarmente baciarle religiosamente, e presentarle sempre con la mano destra, tenendola più in basso, affinché la mano del Prete sia costantemente al di sopra della sua. Giungendo dalla credenza all’altare, e partendo dall’altare per tornare alla credenza, egli saluta il Crocifisso ed il Prete inclinandosi leggermente. Riponendo le ampolle ed il piattino sul ripiano della credenza, egli avrà cura di non far rumore, ed in generale di compiere il suo ministero piacevolmente, attivamente e con una esattezza religiosa. Al Sanctus, dopo aver suonato, accende il cero dell’Elevazione, di cui abbiamo parlato sopra e che si potrebbe chiamare il cero della Presenza reale. Egli non lo spegne se non dopo la Comunione del Prete e dei fedeli, quando il Santo-Sacramento non è più sull’altare, e quando la porta del Tabernacolo è chiusa. Se il cero non è posto molto in alto, e se si può fare comodamente, egli lo porta rispettosamente con la mano destra davanti al Prete mentre questi da la santa Comunione ai fedeli. – L’uso del cero dell’Elevazione è sfortunatamente caduto in disuso in molte chiese. Nonostante ciò è indicato nella rubrica del Messale, ed è certamente più opportuno osservare questa rubrica. Se in seguito a qualche incidente, o per tutt’altra ragione, il Prete non ha servente la Messa e non ci sono che donne, egli potrebbe celebrar Messa mettendo alla sua portata vicino all’altare, il vino e l’acqua; una donna potrebbe rispondere dal suo posto e suonare, senza entrare tuttavia nel coro.

XXXVII

L’obbligo di assistere alla Messa

C’è l’obbligo, sotto pena di peccato grave, di assistere alla Messa la domenica e nei giorni di festa, per questo motivo dette Feste d’obbligo. In Francia il Papa Pio VII ha ridotto a quattro il numero di queste feste di precetto: Natale, l’Ascensione, l’Assunzione e Ognissanti. Le grandi feste che cadono sempre di Domenica, come Pasqua e Pentecoste, si confondono con la Domenica; le altre feste, come l’Epifania, la festa del Sacro Cuore, la SS. Trinità, San Pietro e l’Immacolata Concezione, sono rinviate alla Domenica seguente, invece di essere festa nel giorno stesso. – C’è dunque l’obbligo di assistere alla Messa per cinquantasei volte; le cinquantadue Domeniche dell’anno, e le quattro grandi feste riservate. – Quest’obbligo è imposto ai fedeli sotto pena di peccato grave. Essa è l’anima della santificazione della Domenica e delle feste, così come di tutto il culto pubblico che la Chiesa rende a DIO. Tutti i suoi figli, che non siano legittimamente impediti, sono obbligati a riunirsi almeno una volta alla settimana, la Domenica, a pregare insieme ai piedi degli altari, ringraziare, ed implorare insieme la misericordia divina per i meriti del Sacrificio di GESÙ-CRISTO. E poiché è alla Messa che GESÙ-CRISTO, il divin Capo della Religione e della preghiera, discende in mezzo agli uomini, alfine di unirsi ad essi e di riunirli a Lui, è ai piedi dell’altare, è intorno a GESÙ-CRISTO ed al Prete che celebra il Sacrificio di GESÙ-CRISTO, che la Chiesa convoca tutti i suoi figli la Domenica ed i giorni di festa. – Poiché questo obbligo è molto serio, essendo un obbligo e non un consiglio, occorre, per potersene dispensare, essere impedito da gravi ragioni. Così si è dispensati dall’assistere alla Messa quando si è malati; quando si è convalescenti o il medico vi si oppone, quando si è talmente infermi che non lo si possa fare senza danno, o almeno senza una vera imprudenza; quando si è obbligati a sorvegliare un malato o dei bambini, quando si è a sua volta costretti a sorvegliare la casa; quando si è impediti da un importante ufficio di carità che non è rimandabile (ad esempio spegnere un incendio, estrarre qualcuno dall’acqua, etc.); quando materialmente si è impediti dall’andare in chiesa, come ordinariamente succede ai militari in campagna, ai marinai imbarcati, e troppo spesso ai poveri soldati lasciati in caserma o comandati dalle riviste; così come succede ad un gran numero di apprendisti ed operai che padroni indifferenti od empi privano della sacra libertà della coscienza; ed altri casi simili. L’età è anche un legittimo motivo di dispensa. I bambini che non hanno ancora l’età della ragione non sono obbligati in coscienza ad andare alla Messa; si fa bene a svegliarli alla buonora, e dar loro le buone abitudini cattoliche, ma alla fine questo non è un obbligo. Così pure l’estrema senilità è un caso di dispensa; essa è considerata una grave infermità. Quando anche, nei casi estremi, si è autorizzati a lavorare la Domenica (ad esempio per salvare un raccolto), non si è però dispensati dall’assistere alla Messa: c’è l’obbligo di servire il buon Dio prima di ogni considerazione puramente temporale. È lo stesso per lo studio delle scienze, delle lettere, delle arti. Benché possa essere legittimo di Domenica, questo studio è dominato dalla legge della Chiesa, dalla grande legge della santificazione della Domenica e delle feste. Se ne siamo convinti, è la fede che manca. Se lo si crede seriamente, profondamente, si fa come nei paesi di fede, ove quasi nessuno manca mai alla Messa, non lavora la Domenica e non diserta gli Uffici della Chiesa. I selvaggi battezzati sono più cristiani di tutti i francesi che conosciamo. Ultimamente, un Vescovo missionario, attraversava Parigi accompagnato da un giovane selvaggio battezzato della profonda Oceania. Era una Domenica. Il giovane cristiano, meravigliato dal vedere i negozi aperti, le vetture in movimento, dice al Vescovo: “Padre, ci sono dunque ancora i pagani in Francia?- No, figli mio, risponde il missionario, ma ci sono dei francesi che di cristiano hanno solo il nome. – “Certo! replica l’oceanide, perché nelle nostre isole solo gli infedeli possono lavorare la Domenica, e non sempre, perché rispettano la fede dei Cristiani!” – Nei paesi di missioni, dove i preti sono rari, accade spesso che per ascoltare la Messa, i poveri selvaggi si impongono delle fatiche straordinarie, viaggiano tutta la notte, e fanno fino a sette, otto o anche dieci leghe a piedi. Qual onta per noi Cristiani d’Europa! Essi non lo fanno, non sanno quel che sanno questi poveri selvaggi; e noi siamo ridotti ad apprendere da loro che c’è un obbligo vero, un obbligo grave di santificare il giorno del Signore e di assistere alla Messa, almeno la Domenica e nei giorni di festa.

XXXVIII

Cosa occorre fare per soddisfare a questo obbligo

Per soddisfare all’obbligo di ascoltare la Messa, bisogna sforzarsi di ascoltarla per intera: dall’inizio alla fine; e per essere ben sicuri di giungere in tempo, bisogna abituarsi ad arrivare un po’ prima dell’ora di inizio; così ci si raccoglie, ci si prepara onde ben comprendere la Messa. Se per negligenza, si arriva a Messa iniziata, si commetterebbe peccato; peccato veniale, è vero, ma peccato realmente. Io parlo qui, ovviamente della Messa obbligatoria della Domenica e delle feste. Se si giunge alla Messa dopo il Vangelo, non si soddisferebbe probabilmente al precetto; e quando anche si resterebbe fino al termine, non si sarebbe ascoltata la Messa propriamente parlando. Se questo avviene per negligenza e volontariamente, ci si renderebbe colpevoli di peccato grave. Se il ritardo fosse involontario, bisognerebbe ascoltare della Messa tutto ciò che ancora rimarrebbe da ascoltare, alfine di avvicinarsi il più possibile alla legge. Comunque, se si trattasse di una Messa solenne e si arrivasse a tempo per ascoltare la lettura che il Prete fa col canto del Vangelo del giorno, è probabile che questo sarebbe sufficiente di rigore. È però certo che non si soddisfa al precetto quando non si sia giunti almeno all’Offertorio, che è l’inizio dei preparativi immediati del Santo-Sacrificio. – Non si deve lasciare la chiesa prima che la Messa sia finita, e prima che il Prete sia disceso dall’altare. Bisogna pure abituarsi a fare una piccola azione di grazie di qualche minuto. Se comunque, un giorno di gran festa, la Comunione dei fedeli dovesse durare molto tempo, e ci si ricordi di qualche dovere impellente, si potrebbe probabilmente, senza peccare pur venialmente, chiedere a nostro Signore la sua benedizione, senza attendere la fine della cerimonia. Ma occorre guardarsi bene dall’abusare di questo comportamento! I veri cristiani sanno organizzarsi in modo da conciliare tutti i loro doveri, e mettere sempre in testa i loro doveri religiosi. Non si dovrebbe mai ascoltare la Messa se, per stanchezza o per lasciarsi andare, ci si potesse assopire nei momenti più importanti della Messa e per un tempo congruo. È un’onta per il cristiano dormire mentre il suo DIO si degna di scendere per lui sull’altare; e mentre i suoi fratelli pregano a suo fianco con fervore. – Egualmente non si sarebbe ascoltata la Messa, se ci si fosse messi a chiacchierare per buona parte del tempo; se ci si fosse per lungo tempo volontariamente distratti. Quanto alle piccole inopportune distrazioni, alle quali è tanto difficile sfuggire quando si prega, esse non impediscono, grazie a DIO, di aver compiuto il precetto. Non si soddisfa al precetto facendo durante la Messa delle letture estranee alla preghiera propriamente detta. Così non si sarebbe ascoltata la Messa se ci si fosse accontentati di leggere qualche passaggio della santa Scrittura, della vita di un Santo, di un libro di istruzione religiosa, come l’Introduction di San Francesco di Sales, come qualche bel sermone di Bossuet o di Bourdaloue, o come una conferenza del p. Lacordaire, ancor meno un libro di scienze o di storia. In una parola, bisogna che questo non sia un libro estraneo all’adorazione, alla preghiera. Alla Messa bisogna pregare, adorare, ringraziare il buon DIO, chiedere perdono per i propri peccati. Meglio si fa questo, meglio si ascolta la Messa!

XXXIX

Diversi modi di ben ascoltare la Messa.

Per ascoltare bene le Messa, occorre innanzitutto avere un cuore cristiano, un’anima raccolta e desiderosa di ben pregare; nulla potrebbe supplire a questa disposizione spirituale, che è come l’anima di tutti i metodi che stiamo per esporre. È soprattutto davanti agli altari di GESÙ-CRISTO che ci si deve ricordare dell’oracolo divino: “Questo popolo mi onora da levita, ma il suo cuore è lontano da me”. Per meglio ascoltare la Messa, occorre che il nostro cuore, che la nostra volontà siano rivolte al buon DIO. Il metodo più semplice, più cattolico ed ordinariamente il più fruttuoso di assistere alla Messa, è seguirne tutte le preghiere in un libro da Messa. Questo metodo ci unisce naturalmente al Prete ed al suo Sacrificio. Per coloro che conoscono il latino, vale cento volte di più seguire le preghiere della Messa nella lingua stessa della Chiesa; talmente il latino è più bello, più grande, più profondo del vernacolare. Se non si sanno ben coordinare insieme le preghiere dell’Ordinario della Messa, che sono sempre le stesse, con le preghiere speciali, che variano a seconda delle feste, bisogna impararle; è molto semplice, e la prima persona pia a cui si chiederà, avrà molto piacere nel dare in cinque minuti questa piccola lezione di pietà liturgica. Una volta che si sa questo, non lo si dimenticherà più. In capo a due o tre mesi, si saprà a memoria l’Ordinario della Messa; queste belle preghiere che risalgono ai secoli dei martiri ed anche degli Apostoli, ci divengono familiari, come il Pater, e ci forniscono un mezzo perfetto per restare ben applicati al buon DIO durante il Santo Sacrificio. Questo metodo ha inoltre il vantaggio inestimabile di farci percorrere ogni anno con la Chiesa tutta la serie dei misteri e delle feste cattoliche, ed aumentare incessantemente in noi la conoscenza delle cose sante con il vero spirito cattolico. E poi non si prega forse meglio quando si sa precisamente ciò che occorre onorare, festeggiare, domandare con la Chiesa? Altrimenti si rischia di rimanere nel vago e pregare senza molto frutto. Comunque non è necessario, per seguire bene la Messa, diventare un parrocchiano completo, e recitare le stesse preghiere del Prete, sia in latino che in volgare. Ci sono diverse specie di libri da Messa, e dal momento che sono cattolici ed autorizzati dal Vescovo, possono tutti essere molto utili, ed ogni fedele può scegliere quello che meglio gli conviene. Ma in generale si può dire che nulla fissa meglio l’attenzione ed aiuti meglio a seguire la Messa, che un buon libro da Messa, religiosamente letto e seguito (come libro da Messa per eccellenza, oso raccomandare al lettore l’Anno liturgico di dom Guéranger. È un’opera unica nel suo genere, ed una delle più utili che si possa mettere tra le mani dei fedeli). – Ci sono delle persone più pie, più abituate alla preghiera, che preferiscono durante la Messa, adorare e pregare a memoria, senza il soccorso esterno di un libro; o almeno che se ne servono per qualche momento per attingervi un pensiero di fede, una buona parola di pietà e di meditazione. Nulla di meglio di questo metodo per ascoltare la Messa; ma non sarebbe consigliabile ad un gran numero di persone. Coloro che lo praticano farebbero bene a ripassare per così dire, uno dopo l’altro, i quattro grandi fini del Sacrificio della Messa, che abbiamo indicato all’inizio, e che sono: 1° l’adorazione, 2° l’azione di grazie, 3° la supplica o domanda, e 4° la propiziazione o espiazione del peccato. Essi faranno ugualmente bene a non perdere di vista lo spirito del mistero o della festa del giorno. Un altro metodo molto pio di seguire la Messa, consiste nel richiamare alla memoria i differenti dettagli della Passione di Nostro-Signore applicandoli alle principali cerimonie che si vedono sull’altare. Eccellenti piccoli libretti sono stati composti per questo scopo; ed essendo, in ogni pagina, illustrati con immagini che rappresentano le scene della Passione, hanno un fascino in particolare per i fanciulli e le persone poco istruite. Infine, l’ultimo metodo che indicheremo qui e che si indirizza soprattutto alle persone che non sanno molto, o non possono leggere, consiste nel recitare il rosario. Nella prima decina ci si unisce alla Santissima Vergine, agli Angeli ai Santi ed al Celebrante, per adorare il buon DIO ed il suo Figlio unico Nostro Signore; alla seconda decina, ci si riunisce ancora, per ringraziare DIO per tutte le sue grazie e la sua bontà; alla terza, sempre in unione con la Santissima Vergine, con la Chiesa celeste e con il Prete, si domandano a Nostro Signore, per se stessi e per gli altri, i beni dell’anima e del corpo; si recita poi la quarta decina in espiazione dei propri peccati e per ottenerne il perdono; si recita la quinta ed ultima decina infine, sia per le povere anime del purgatorio, sia per il nostro Santo Padre, il Papa ed i bisogni generali della Chiesa, sia per questa o quella intenzione particolare che ci è stata raccomandata o che maggiormente si tiene a cuore. Ma bisogna aver cura di fermarsi qualche istante tra ogni decina, per formulare bene la propria intenzione, e ravvivare la propria attenzione. Tutti questi metodi sono molto buoni in se stessi: ciascuno può scegliere secondo le proprie attitudini, gusti ed attrattiva.

XL

Come bisogna comportarsi alla Messa, ed in generale del buon comportamento in chiesa.

 La tenuta esteriore alla Messa non è meno importante delle disposizioni interiori: l’uomo è composto dall’anima e dal corpo; e così come l’anima esercita sul corpo una influenza considerevole sul corpo, pure il corpo esercita un’azione diretta e molto importante sull’anima, sui suoi movimenti e le sue disposizioni. In chiesa, ed in particolare alla Messa, bisogna quindi occuparsi della tenuta esteriore. – Salvo che durante il Vangelo ed il Credo, si dovrebbe restare in ginocchio durante tutta le Messa. Io non dico che lo si debba fare, né che faccia male chi non lo fa; io dico che si dovrebbe fare, che cioè sarebbe meglio, che sarebbe più rispettoso, più perfetto. Nei paesi in cui le tradizioni cattoliche si sono conservate con più energia e più profondità, non si sa cosa significhi sedersi durante la Messa, anche durante la Messa solenne; si è in ginocchio fin dall’inizio e così si resta. I bambini stessi, abituati dai loro primi anni a queste robuste abitudini, restano in ginocchio per tutto il tempo, come i grandi. Bisogna provare almeno a restare in ginocchio dall’inizio della Messa fino al Vangelo, e dal Sanctus fin dopo la Comunione o anche fino all’ultimo Vangelo: nelle Messe basse, si tratta di non più di due o tre minuti. La benedizione finale della Messa deve sempre essere ricevuta in ginocchio, non in piedi, ed ancor meno seduti. I Preti stessi devono riceverla in ginocchio; i prelati la ricevono in piedi e leggermente inclinati. Spesso si vedono delle persone inginocchiate fino ad allora alzarsi in occasione dell’ultimo Vangelo, e ricevere in piedi questa santa benedizione; questo è contro la regola! Si sia seduti o in piedi, bisognerebbe mettersi in ginocchio, ed alzarsi solo dopo la benedizione. Ma, in ginocchio, in piedi o seduti, bisogna assolutamente che la nostra tenuta alla Messa sia irreprensibile, che respiri ed ispiri raccoglimento, e che sia improntata da rispetto religioso del quale la nostra anima deve essere tutta penetrata. Non si saprebbe insistere mai troppo su questo punto, non solo per se stessi, ma anche per il bon esempio e l’edificazione dei fedeli. Nulla edifica quanto una tenuta modesta e raccolta in chiesa; e nulla di meno edificante che la sciatteria e la trascuranza in presenza dei santi altari. Vi sono delle persone che si comportano in tal fatta per tutta la Messa, che li si scambierebbe volentieri per degli empi: essi però non lo sono; ma sono semplicemente dei cristiani molli, lassi o leggeri. Ce ne sono di alcuni che entrando in chiesa, non si danno pena di fare un segno di croce, o lo fanno così male che sarebbe meglio astenersene; essi non fanno la genuflessione davanti al Santo Sacramento; guardano da ogni parte, ed hanno visto tutto, notato tutto prima di pensare che essi sono davanti a DIO. Essi restano seduti durante quasi tutta la Messa, spesso con le gambe incrociate, con atteggiamento che un uomo di elevata condizione, non permetterebbe mai in buona compagnia. Appena il Prete sale sull’altare, essi sono già seduti. Il Vangelo non è ancora terminato, essi sono nuovamente seduti. Al Sanctus la campanella che annunzia l’avvicinarsi del grande e solenne rito della Consacrazione, li lascia ancor seduti, sempre seduti. È appena se la suoneria dei pigri, questa piccolo scampanio apocrifo ed illecito che non si dovrebbe fare davanti all’Elevazione, è sufficiente a scuoterli; e mentre l’ultimo scampanellio dell’Elevazione ancora risuona, essi si sentono in dovere di sedersi di nuovo coraggiosamente, piamente. Al momento della Comunione essi non si alzano mai. Il loro grande compito sembra quello di essere seduti: abitudini di fede. Senza giungere a questo, ci sono cristiani comunque ancora molti apatici, e che dovrebbero tenere in chiesa un contegno più religioso. Io segnalerei soprattutto le gambe incrociate, gli sguardi erranti, l’aria disattenta ed annoiata, le inutili parole, l’inesattezza nell’osservare le regole che osservano tutti i veri fedeli. Nella chiesa e alla Messa, bisogna pure evitare, per quanto è possibile, le attitudini singolari, eccentriche. Ci sono persone solidamente pie che non vegliano molto e che, per questa particolarità si prestano a far ridere. Essi stessi non sarebbero che poco male, ma le persone poco religiose identificano questi ridicoli con la pietà stessa e, nuovi farisei, prendono l’occasione per beffarsi della Religione. – Così si vedono talvolta in chiesa delle persone che pregano con gli occhi al cielo, con aria estatica; a volte, piuttosto che inginocchiarsi, si mettono in preghiera con la testa più bassa della nuca, e la nuca più bassa delle spalle; si direbbe quasi che si sentono male o che cadano in deliquio. Altri emettono sospiri e lanciano parole infiammate, ed altre singolarità di questo tipo. Io lo ripeto, l’intenzione è lodevole; ma l’esibizione è veramente ridicola. Se ci si accorge di una di queste manie, bisogna cercare di riformarla, costi quel che costi. Si tratta dell’onore della pietà. Notiamo infine che nella chiesa, soprattutto nei movimenti più solenni della pubblica preghiera, non bisogna chiacchierare, non bisogna muoversi con fracasso, tossire né soffiare i muchi fragorosamente. Per rispetto alla chiesa non bisogna sputare a terra. In una parola bisogna comportarsi quanto meglio possibile, vegliare su di sé, sapersi preoccupare per il buon DIO; e con modestia veramente cristiana, contribuire da parte propria alla generale edificazione. Dopo la Messa, uscendo, non bisogna vociare così come quando si è in chiesa. Il silenzio è davanti al buon DIO, una delle forme più elementari di rispetto.

XLI

Le tre classi di persone che ascoltano la Messa in modo deplorevole

Ci sono le giraffe, i montoni ed i buoi. Le “giraffe” sono ordinariamente di classe elevata. Sono le persone che, sapendo forse molte cose, o forse anche non sapendo molte cose, disdegnano di portare un libro alla Messa, o non osano; santificano la loro Domenica con una povera, piccola Messa bassa, la più breve possibile; non si mettono in ginocchio, se non forse appena all’Elevazione, e più spesso sono su un solo ginocchio piuttosto che su due; guardano a destra, a sinistra, dietro, poco davanti, e meno ancora che verso l’altare; pregano poco o affetto; chiacchierano volentieri; ridono con il vicino, la vicina; sottolineano le toilettes; e se ne vanno mentre il Prete recita l’ultimo Vangelo, così piamente come per l’innanzi. I “montoni” sono quella moltitudine di brava gente che hanno ancora delle buone abitudini religiose; che vanno quasi sempre a Messa la Domenica, che “fanno grosso modo il loro dovere”, come essi dicono … che non comprendono granché al di fuori dell’arare, se sono contadini; … oltre al lavoro del loro mestiere, se sono operai; … oltre al loro quotidiano, alle loro pentole, al cucire, al lavoro ai ferri, se sono donne, che fanno grossolanamente e approssimativamente quel che dice il loro curato; e che in somma sono delle buone bestie o delle bestie bonarie. Questi non ascoltano la Messa impertinentemente e sdegnosamente, come i primi. Essi dormono volentieri durante la predica al pulpito, assumono la loro presa di tabacco all’Elevazione, si stancano di restare in ginocchio, o se vi restano non sanno il perché, e non pensano a granché. Essi danno al buon DIO ciò che essi possono. Quando dico che essi ascoltano la Messa in maniera deplorevole, io non voglio dire che non soddisfino al precetto, perché essi fanno quel che possono; ciò che io dico e che non ha bisogno di prove, è che queste povere persone non hanno veramente di cristiano se non il nome; essi sono estranei allo spirito del Cristianesimo, e che una parrocchia che non avesse altri parrocchiani, sarebbe una parrocchia morta, lamentevole, impossibile. – Infine i “buoi”, terza categoria di quelli che ascoltano miserevolmente la Messa. Questi sono le persone, purtroppo sempre più numerose nella nostra società scristianizzata, che sono piuttosto pagani che cristiani. A forza di indifferenza e di oblio di DIO, a forza di progressi all’indietro, essi sono giunti ad una sorta di cretinismo nell’ordine delle cose religiose. Hanno essi fede? Non se ne sa veramente niente. Essi vengono alla Messa solo in occasioni particolari, o per routine consolidata non riflessiva. Essi ci vanno a Natale, a causa della vigilia; vi vanno a Pasqua, perché il giorno di Pasqua è il giorno di Pasqua; ci vanno talvolta a qualche altra grande festa, ai matrimoni o ai funerali. Essi stanno in chiesa come dei selvaggi, come dei bruti. Non si interessano di ciò che accade sull’altare né di ciò che è la Messa; essi vedono le cerimonie sacre della Chiesa come delle usanze alle quali bisogna conformarsi per fare come tutti. In chiesa sono assolutamente come in un paese straniero, li si vede dalla loro figura, dalla loro aria, dal loro comportamento, talvolta anche dalle loro parole. È una cosa straziante e, a meno di un miracolo, senza rimedio.

XLII

Con quali intenzioni si può ascoltare la santa Messa e farla celebrare.

Le numerose intenzioni, con le quali si può legittimamente ascoltare o far dire Messa, si possono dividere in due grandi categorie;: le intenzioni spirituali e le intenzioni temporali. Le intenzioni spirituali sono quelle che riguardano la gloria di DIO, gli interessi della Religione, la salvezza e la santificazione delle anime. Esse sono indubbiamente le più elevate, le più cristiane; e non si finirà mai di invitare i fedeli a far celebrare la Messa, o semplicemente ad ascoltarla, dal momento che hanno nel cuore un pensiero del genere. Il sangue di GESÙ-CRISTO ha una voce più eloquente di tutti i nostri sforzi personali; e alla Messa, questo sangue divino ci viene dato perché lo applichiamo secondo le nostre particolari intenzioni. Così non vi è nulla di più eccellente che far dire o ascoltare Messa per adorare nostro Signore, a nome di tutti coloro che dovrebbero adorarLo e non Lo adorano; per ringraziare il buon DIO per una grazia ottenuta; per espiare e riparare tanto alle blasfemie che ai peccati della nostra natura che gridano vendetta al cielo; per riparare in particolare i sacrilegi; per ottenere la perseveranza e la salvezza di un parente, di un amico, di una persona a noi cara, per ottenere la conversione di questo o quel povero peccatore; per ottenere la grazia di fare una buona prima Comunione, la grazia di una vocazione, la grazia di una buona morte, o qualche grazia spirituale. Niente di più eccellente, niente di più gradito a Dio che far dire o ascoltare la Messa in onore del Sacro-Cuore di GESÙ e per ottenere il suo amore; in onore della Santissima ed Immacolata Vergine, e delle sue celesti intenzioni infinitamente sante; in onore di un Santo, di un Martire, per ottenere più speciale protezione e ricevere un poco del suo spirito; per il Papa, la salvezza ed il trionfo della Santa-Sede; per alleviare e liberare le povere anime del Purgatorio, in particolare questa o quella. Tutte le intenzioni spirituali, dal momento che sono conformi alla fede ed allo spirito della Chiesa, sono graditissime al buon DIO, e le affidiamo fortemente alla Vittima divina dei nostri altari, al buon GESÙ, nostro Maestro e nostro Mediatore presso il Padre celeste. – Quanto alle intenzioni temporali, non sono certamente meno importanti; ma se esse sono giuste e ragionevoli, ci viene perfettamente permesso e facciamo molto bene nel raccomandarle alla misericordia divine per mezzo del potentissimo Sacrificio della Messa. – Così, si può benissimo, senza mancare il minimo rispetto dovuto al sangue di GESÙ-CRISTO, far dire o ascoltare una Messa, per ottenere la guarigione da una infermità, da una malattia, per un interesse legittimo di fortuna; per ottenere la vincita di un processo che si ritiene giusto, il successo di un’operazione commerciale o industriale, la felice riuscita di un matrimonio, la benedizione di un viaggio, la riuscita di un esame, un’impresa militare; per ottenere la pioggia o il bel tempo, un tempo favorevole per una traversata o una festa; perché un flagello risparmi le mandrie, ed altri interessi temporali evidentemente legittimi. – Del resto non c’è da preoccuparsi troppo di questa legittimità relativamente all’applicazione della Messa; non è forse il Prete là per risolvere al bisogno, tutte le nostre difficoltà? Ma non lo dimentichiamo: benché pure, legittime possano essere le intenzioni esclusivamente temporali, bisogna sempre subordinarle al compimento della santa volontà di DIO ed a ciò che Nostro-Signore sa essere il meglio per noi. Egli sa ciò che noi ignoriamo; e molto spesso noi esprimiamo questa o tal altra domanda corporale che crediamo volerGli indirizzare come se, come Lui, conoscessimo l’avvenire. Non si ricorre mai abbastanza alla santa Messa. Mentre nei Paesi di fede, i Preti non riescono a soddisfare le Messe che si domandano loro, sia per i vivi che per i morti, negli altri Paesi, là dove la fede è morente ed i cuori rinsecchiti, non si ricorre più per così dire al sangue redentivo del Figlio di DIO, e questa indifferenza è una delle principali cause della degradazione più profonda di queste disgraziate contrade. Ma dappertutto qui ci sono dei cristiani negligenti che fanno passare mesi, anni interi, senza pensare a far dire una Messa per i loro poveri morti. Egoisti e insensibili, li lasciano languire senza fine nelle terribili pene espiative del Purgatorio. Un po’ di tempo fa un contadino pregava il suo curato di dirgli una Messa. “È per la vostra povera moglie deceduta l’altro giorno, vero?” gli domandava il Prete. “No, signor curato, rispose l’altro con un sangue freddo incredibile, non è per la mia povera moglie, ma per la nostra vacca che è malata”.

XLIII

Perché si deve dare al Prete un’offerta nel richiedergli una Messa.

Nostro Signore GESÙ-CRISTO, incaricando i suoi Apostoli di predicare il Vangelo a tutti i popoli, di salvare e santificare le anime, di amministrare i Sacramenti e di presiedere al culto divino, ha comandato loro di lasciar tutto per adempiere a questo grande ministero. A causa di questo, il Preti cattolici, che continuano sulla terra la missione dei santi Apostoli, non hanno il diritto, quando anche ne avessero il tempo, di dedicarsi al commercio o all’agricoltura, e la Chiesa vuole che “essi vivano dell’altare”, secondo la stessa parola del Vangelo. “Vivere dell’altare”, significa trovare nel ministero ecclesiastico le risorse sufficienti per vivere, e per vivere convenientemente. Di conseguenza, la Chiesa ha ordinato fin dalle origini, anche dai tempi degli Apostoli, che i fedeli, in cambio dei beni spirituali ed eterni che dispensano loro i Preti, provvedessero ai loro bisogni donando loro, sotto una forma o un’altra, una certa parte dei loro beni temporali. È nello stesso tempo giustizia, riconoscenza e carità. Ora da questi principi cristiani, abbiamo quel che si chiamano “diritti dei Preti”. Il diritto è l’insieme delle elemosine, dei doni che i cristiani depongono tra le mani dei loro Preti, in occasione di questo o tale servizio religioso che essi reclamano dal loro ministero. Tutto questo è regolato nei dettagli in ogni diocesi dall’autorità del Vescovo; ma dappertutto, la celebrazione della Messa richiede, da parte dei fedeli che la richiedono, una modesta retribuzione, che si chiama l’onorario della Messa. L’onorario di una Messa è generalmente fissato a un franco, o ad un franco e cinquanta centesimi, o due franchi. – Non è la Messa che si paga uno o due franchi. Il sangue divino di GESÙ-CRISTO non è una mercanzia; se si volesse pagarlo, il cielo e la terra non sarebbero sufficienti. Ciò che si paga non è l’impegno del Prete, perché egli non vende le sue preghiere, né la sua carità. Il suo divino ministero non si vende e non si compra. Ciò che si da al Prete, quando gli si corrisponde l’onorario della Messa, è il tributo alla pietà cristiana; è il tributo filiale dei fedeli, compiendo così verso i loro padri spirituali il precetto evangelico, apostolico e cattolico. Questo non significa che se si è tanto poveri non si potrebbe far celebrare una Messa per un parente defunto, ad esempio, o per qualche altra intenzione importante. Non c’è Prete che rifiuterebbe questa opera di carità ad un povero che glielo domandasse. Ma anche celebrando questa Messa senza onorario, il Prete conserverebbe il diritto di esigerlo; egli non può abbandonare questo diritto, di cui la Chiesa stessa ha posto la legge. Le Messe cantate ed i servizi funebri richiedono un onorario più o meno elevato, a sempre regolato dall’autorità del Vescovo, che concilia nel contempo i bisogni dei Preti e gli interessi dei fedeli nella sua diocesi. Queste Messe solenni e questi servizi richiedono diverse spese accessorie, e non si creda quindi che tutto quel che si da al curato sia solo per lui. Malgrado la casuale, la maggioranza dei ostri Preti, sono poveri. Essi non se ne lamentano, ma sarebbe doppiamente ingiusto imputar loro una ricchezza e soprattutto un’avidità che essi non hanno affatto, per grazia di DIO!

 

XLIV

Risposte ad alcune difficoltà pratiche riguardo alla Messa

“Se non si potesse entrare in Chiesa, sia a causa della folla, sia per altre ragioni, si sarebbe ascoltata la Messa?”- Si, senza alcun dubbio, dal momento che si prega però come se ci si trovasse nella chiesa. All’impossibile non è tenuto nessuno. “È necessario vedere il Prete e l’altare?” – No, dal momento che ci si unisce all’intenzione del Santo-Sacrificio: questo solo è sufficiente: la presenza morale. “E se si abitasse vicino alla chiesa? Se dalla propria finestra si potesse ascoltare la campanella, o intravedere l’altare, si soddisferebbe al precetto della Chiesa?” – Qualcuno risponde affermativamente. Il sentimento opposto sembra però più certo; ed è in questo senso che a Roma, il Cardinale-Vicario ha risolto la questione. E la ragione è che, per assistere realmente alla Messa, è necessario che vi sia almeno la presenza morale; ora nel caso presente, sembra che non vi sia presenza morale. Si verrebbe alla Messa ma non vi si assisterebbe. La Messa si dice in chiesa, e bisogna andare in chiesa per ascoltarla. Bisogna andare in chiesa per contribuire al culto pubblico dovuto al Signore, e dare l’un l’altro l’edificazione che noi tutti dobbiamo. – “Se, in un giorno obbligatorio, ci si confessi durante la Messa, si soddisferebbe al precetto?” – No, è il caso di dire che non si possono fare due cose in una volta; “e si potrebbe almeno far penitenza durante la Messa?” – Si, senza alcun dubbio, a meno che questa penitenza non consista nel fare qualcosa di incompatibile con l’assistenza propriamente detta al Santo-Sacrificio, come sarebbe ad esempio l’esercizio della Via Crucis davanti ad ogni Stazione. “Se, durante la celebrazione della Messa, si fosse obbligati a lasciare momentaneamente la chiesa, per motivo di salute, ad esempio, si sarebbe soddisfatto al precetto?” – Dipende; si, se l’assenza è solo di pochi minuti e non comprende il momento sacro della Consacrazione, che è il cuore del Santo-Sacrificio; no, se l’assenza si prolunga fino a coinvolgere la parte più importante della Messa. In questo ultimo caso, si dovrebbe, se possibile, ascoltare un’altra Messa, almeno in parte, e se non ve ne fossero, non si sarebbe commesso un peccato: ove non c’è volontà colpevole, non ci sarebbe evidentemente peccato. “La Domenica ed i giorni di festa si è obbligati ad assistere alla Messa nella propria parrocchia?” – No, il Papa Benedetto XIV lo ha formalmente dichiarato. Non si è giammai obbligati ad assistere alla Messa nella propria parrocchia. Comunque, quando si può scegliere, è certamente preferibile e più cattolico recarsi alla propria parrocchia. La Chiesa invita i fedeli ad assistere alla Messa parrocchiale, ma non lo comanda; essa consiglia, non ordina; esorta, senza ricorrere a minacce. La chiesa parrocchiale è la nostra chiesa; essa è il luogo ufficiale dove tutti i parrocchiani sono chiamati, dalla Chiesa stessa, ad adorare il buon DIO, a cantare le sue lodi, a ricevere i Sacramenti. Là si trova il proprio pastore, è là che siamo diventati cristiani, là facciamo la nostra Pasqua, là ci si sposa, vi si compiono tutti i grandi atti della nostra vita cristiana, là infine saranno un giorno portati i nostri resti mortali per ricevere l’ultima benedizione della Chiesa. Ogni parrocchia forma come una famiglia religiosa, la chiesa parrocchiale ne è naturalmente il centro, il luogo di riunione, la casa familiare. Per tutti questi motivi, sarebbe meglio ascoltare la Messa nella propria parrocchia; ma questo non è obbligatorio, e soddisfa al precetto ascoltarla anche altrove. “Dove vi sono più Messe, bisogna, la Domenica, ascoltare la Messa solenne parrocchiale?” – Quando si può, questo è infinitamente meglio; ma non è necessario. Sarebbe meglio perché la Messa solenne parrocchiale è celebrata in particolare da tutti i parrocchiani, ed ottiene loro delle grazie tutte particolari. In più vi si ascoltano le preghiere e le raccomandazioni dal pulpito, l’annuncio delle feste, dei digiuni, di tutto ciò che riguarda la coscienza e la pietà dei fedeli. Andare la domenica alla Messa solenne parrocchiale, ben pregare in essa, cantare le lodi di DIO, è certamente il miglior consiglio che possa essere dato alle famiglie cristiane. – Ci sono persone che credono che sia d’obbligo, anche sotto pena di peccato mortale, l’assistere alla Messa solenne parrocchiale almeno una volta al mese. È un errore; e noi lo ripetiamo, malgrado i vantaggi incontestabili che presenta questa Messa, noi non vi siamo in coscienza obbligati. “Si compirebbe il precetto se in una Domenica o giorno di festa, si assiste alla metà di una Messa, a partire dal Sanctus, per esempio, fino alla fine, e si ascoltasse poi la prima parte di un’altra Messa fino al Sanctus?” – Sì, premettendo che queste due Messe non siano separaste da un gran lasso di tempo e atteso che si assista, come qui si suppone, alla Consacrazione ed alla Comunione dello stesso celebrante. Ma questo si può fare in caso di necessità, perché più rispettoso, regolare, sarebbe ascoltare la seconda Messa per intero. – Si sarebbe assistito in questo caso, alla Messa per intero, perché in fondo, nella Chiesa c’è un unico Sacrificio ogni Prete dice la Messa e, nel caso presente, uno dietro l’altro, offrono in fondo lo stesso Sacrificio. E così il fedele ha assistito “alla” Messa, benché non abbia assistito ad “una” Messa. – È necessario che le Messe che si fanno celebrare per i morti, siano dette in nero?” – Per nulla al mondo! Non è il colore degli ornamenti che fa il valore e l’applicazione della Messa; è l’intenzione del prete che applica i meriti infiniti di Nostro-Signore. Non si possono dire ogni giorno delle Messe “in nero”: così le Domeniche ed i giorni di gran festa, ed in generale le feste che la Chiesa celebra con quello che chiama il “rito doppio”, il prete non ha il diritto di usare i paramenti neri, a meno che non si tratti di un funerale. Ma, lo ripeto, il colore del paramento non conta niente. “Che succederebbe se, per involontaria dimenticanza, un Prete non celebrasse una Messa di cui si è impegnato?” – Nella sua misericordia, il buon DIO vi supplirebbe senza dubbio, perché Egli è buono e giusto, ma non bisogna dissimulare, rimpiazzando la Messa omessa, e se vi fosse negligenza, il Prete avrebbe a risponderne davanti a DIO. Quando se ne accorge egli sarebbe tenuto in coscienza a riparare alla sua dimenticanza il più prontamente possibile. Quanto alle intenzioni che non sono state supplite, è uno dei numerosi accidenti che genera sovente l’infermità umana e di cui nessuno è veramente responsabile in coscienza. È come quando si perde del denaro senza colpa, o quando si lascia cadere qualche oggetto prezioso che si perde; o come quando una madre o una nutrice si lascia scappare dalle braccia e cadere a terra un bambino che si fa male, o altri accidenti del genere. Questi sono incidenti, non colpe. Si cerca di ripararli come si può, e finché si può; “Quando si è fatta celebrare una Messa per questa o quella anima del Purgatorio, si è sicuri che essa sia stata liberata?” – No, la potenza spirituale della Chiesa non si estende sulle anime del Purgatorio se non in maniera indiretta e generale, come mezzo di suffragio, di preghiera. La Chiesa non può quaggiù pregare e supplire per le anime del Purgatorio; al Signore soltanto appartiene il potere di liberarli direttamente ed individualmente. Quando facciamo dire una Messa per questo o quel defunto, noi offriamo al buon DIO i meriti infiniti ed il sangue di suo Figlio, e Gli chiediamo di degnarsi di applicarli per questa anima; certamente ce n’è di più per liberare non solo quest’anima, ma anche tutte le altre, così una Messa, o anche molte Messe non liberano questa o quell’altra anima dal Purgatorio, e si potrebbe concludere che ciò sia una impotenza del Santo-Sacrificio. Il sangue di Nostro-Signore è onnipotente; ma non è sempre applicato come noi comandiamo. Noi siamo sicuri che la Messa offerta dalle nostre cure sia applicata a sollievo delle anime del Purgatorio, ma non siamo mai sicuri che questa venga applicata in particolare per l’anima per cui preghiamo e facciamo pregare. La giustizia di DIO ha delle esigenze che noi sulla terra non conosciamo. Ecco perché non bisogna mai cessare di pregare per i nostri cari defunti, di guadagnare per essi quante più indulgenze possibili, e far celebrare Messe per loro sollievo e la loro liberazione. “Una Messa cantata è più efficace di una Messa bassa?” – Essa è più solenne, ma non è più efficace. Una Messa cantata attira ordinariamente più gente, fa pregare per un tempo più lungo i fedeli; e come annunciato in precedenza, tutti sanno con quale intenzione particolare sia applicata, e quindi si prega più specialmente con questa intenzione. “Perché si fa celebrare la Messa in onore della Santa-Vergine e dei Santi? Essi non hanno bisogno di niente, perché sono in Paradiso”. – Così non si dice la Messa per essi. La Chiesa della terra è in comunione molto intima con la Chiesa del cielo; e siccome è molto semplice che la Santa Vergine e i Santi ci proteggono, ci assistono e ci fanno sentire il potere di cui godono in cielo; e pertanto è del tutto naturale che noi che li amiamo, offriamo i meriti infiniti del Sangue del Salvatore per ringraziare il buon DIO della loro gloria e della loro beatitudine eterna. Il Sangue di GESÙ-CRISTO è a nostra disposizione quaggiù per mezzo della Messa, e noi siamo felici di aumentare, offrendolo, la potenza delle azioni di grazie che la Santa Vergine ed i Santi offrono a Dio nel cielo. La Santa Messa è un presente divino e veramente infinito che possiamo fare e che dobbiamo fare con amore alla buona Vergine, agli Angeli ed ai Santi. – Ci sarebbero ancora tante piccole difficoltà pratiche da chiarire riguardanti la Messa; per la risoluzione rimando al curato o al Confessore, che sarà ben lieto di dare le necessarie spiegazioni.

XLV

Assistere spesso alla Messa è sovranamente utile.

San Francesco di Sales diceva che “la Messa è il sole degli esercizi di pietà”. È in effetti l’esercizio di pietà per eccellenza. Se un cristiano non può consacrare che una mezz’ora al giorno alla preghiera ed al servizio di Dio, non farebbe nulla di più utile per la gloria di Nostro-Signore, per la salvezza della propria anima e per il bene generale della Chiesa che consacrarla ad ascoltare piamente la Messa. Alla Messa, in effetti, egli viene ad adorare il Re del cielo sul suo trono della terra, che è l’altare. Egli viene ad unirsi alla Chiesa stessa, rappresentata dal Prete, alla Chiesa santissima e carissima a Dio; ed è con essa, e mediante la sua voce che adora, che egli ringrazia, domanda, prega, supplica, ottiene misericordia. Se egli comprende un po’ le auguste cerimonie della Messa, egli mette in memoria con naturalezza i grandi misteri della fede, e soprattutto il sovrano mistero dell’amore incomprensibile di DIO per lui; egli ama facilmente quel che non dimentica; e pratica facilmente ciò che ama. L’esperienza mostra, in effetti, che è raro assistere tutti i giorni, o molto spesso, alla Messa, e non sentirsi attirato a comunicarsi, a comunicarsi spesso; ciò che costituisce la Grazia delle grazie. La Messa, e GESÙ-CRISTO, l’Ostia vivente della Messa, dovrebbe essere l’appuntamento quotidiano di tutti i fedeli. Abbiamo delle pene (e tutti ne hanno)? Andiamo a GESÙ! Abbiamo da chiedere una grazia al buon DIO? Andiamo alla Messa e domandiamo! Vogliamo espiare una colpa ed ottenere misericordia per noi o per un altro? Andiamo alla Messa, ricorriamo a GESÙ-CRISTO! Abbiamo l’intenzione di ringraziare degnamente la bontà divina per qualche grande beneficio? Andiamo alla Messa. La Messa è un mezzo divino, supremo, messo a nostra disposizione dal buon DIO, per supplire alle nostre miserie. Più ne usiamo, più il buon DIO ci benedice e ci ama, perché Lo serviamo soprattutto secondo il suo cuore. Un giorno, Santa Teresa, sentendosi oppressa dal peso delle grazie che riceveva, esclamò in una sorta di angoscia: “mio DIO, mio DIO! Cosa posso io fare, misera creatura, per riconoscere degnamente la vostra misericordia?” E subito una voce celeste le diceva distintamente: “Ascolta una Messa!”. È ben raro che quando lo si voglia veramente, non si possa assistere tutte le mattine alla Messa, o pressappoco. Ci si sveglia all’ora migliore; si organizzano i piccoli affari di conseguenza, e senza rumore, senza strepiti, senza imporsi grandi sacrifici, ci si procura ogni mattino questa grazia inestimabile. – Nei paesi di fede, si trovano mezzi per andare spesso a Messa; ed il lavoro, lungi dal risentirne, diventa ben più fecondo, benedetto com’è dal buon DIO. Due operai della stessa professione vivevano l’uno vicino all’altro, l’uno cristiano, l’altro indifferente. Il primo si organizzava in modo da cominciare tutte le sue giornate con la Messa; l’altro per lavorare e guadagnare di più, non ci andava mai, neppure la Domenica. Entrambi erano dei buoni operai, entrambi sposati; l’operaio cristiano aveva quattro figli, l’altro uno solo. Ciononostante gli affari del primo andavano molto meglio di quelli del suo compagno. “Com’è possibile questo? … gli domandò un giorno costui. Tu hai più spese di me, io lavoro tutto il giorno e più a lungo di te, e malgrado ciò tu vivi contento ed io sono sempre in affanno! – Il mio segreto è molto semplice, gli rispose l’altro gaiamente. – Se tu vuoi, te lo mostrerò. – In tutta fede non te lo negherò!” – “Dov’è il tuo segreto?” Vieni domattina da me presto, ed io ti porterò là dove ottengo i miei benefici”. La mattina successiva, egli conduce tranquillamente il suo amico in chiesa ad ascoltare la Messa; al termine, egli gli raccomanda di tornarsene al lavoro, così come faceva lui stesso. “Soltanto, aggiunse, vieni domattina, qui, alla stessa ora.” Il giorno seguente avvenne come nel giorno precedente. E tra i due non ci furono commenti. Il terzo giorno l’amico si spazientì. “tu ti stai prendendo gioco di me? Se io volessi andare a Messa, non avrei bisogno di te per andarci, potrei andarci anche da solo. Io volevo sapere come fai tu per guadagnare più denaro di me; tu mi avevi promesso di mostrarmi il tuo segreto, e non mi hai detto ancora una parola. – Il mio segreto? Riprese l’operaio cristiano; ma non è null’altro di quanto ti ho appena mostrato. Io comincio tutte le mie giornate ai piedi del buon DIO; mi comunico ogni settimana; porto gioia e pace a casa, ed il buon DIO fa il resto. Non ha forse Egli detto: “Cercate innanzitutto il regno di DIO e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta?” oh! Che una giornata cominci piamente ai piedi degli altari, accompagnata dalla benedizione di GESÙ-Ostia, è indubbiamente cristiano, puro, casto, fecondo di meriti, fruttuoso per il tempo e per l’eternità! Quante belle e buone provviste di pazienza, di forza, di rassegnazione vengono a generarsi là, all’inizio del giorno, per le anime affaticate, spesso schiacciate dai pesi delle prove! Il santo altare è sulla terra la fonte celeste dalla quale scorrono le acque viventi della grazia, della pace, della gioia, della devozione, del puro benessere. Beato colui che conosce e che ama il cammino della Chiesa! È il cammino dell’onore, la sola vera felicità, il cammino della Chiesa è nello stesso tempo il cammino della felicità sulla terra ed il cammino della felicità eterna nei cieli.

8 settembre 1869, festa della Natività della Santa-Vergine. [Fine]

 

Mons. G. DE SEGUR : LA MESSA (2)

LA MESSA

[Mgr. G. De Ségur – da: Le opere vol. VIII, 1869]

-2-

Messa 1

XVIII

Significato dei paramenti sacerdotali con i quali il Prete dice la Messa.

Per dir Messa il Prete si riveste, sopra la sottana di sei ornamenti sacri: l’amitto, il camice, o alba, il cordone, il manipolo, la stola e la casula. Tutti questi ornamenti devono essere benedetti dal Vescovo, tanto è grande la santità del Sacrificio della Messa! – L’amitto è un velo di lino bianco che il Prete poggia prima sulla testa e che ribatte poi sul collo. Esso esprime la purezza tutta celeste dei pensieri che devono occupare da soli la mente mentre celebra la Messa, e la perfezione della sua fede alla presenza dei divini misteri. Questa fede è per lui come il “casco della salvezza”, che lo premunisce contro tutti gli attacchi del demonio. – Il camice, o alba bianca, che copre il Prete interamente, significa la santità e l’innocenza divina di GESÙ-CRISTO, di cui il Prete deve essere come tutto avvolto. San Giovanni Crisostomo chiama Nostro-Signore “la grande tunica dei Preti”. – Il cordone bianco, di cui il Prete si cinge i fianchi sopra l’alba, esprime innanzitutto la castità perfetta indispensabile ai ministri di GESÙ-CRISTO; poi il carattere di viaggiatori del Prete e dei fedeli nel laborioso cammino della vita. Il manipolo era un tempo un panno posto sul braccio sinistro del Prete, e pure del Diacono e del Subdiacono che assistevano il Prete all’altare; questo panno era destinato ad asciugare le loro lacrime. Esso si è poi trasformato pian piano in un paramento sacro che ricorda loro che devono necessariamente versare lacrime di amore e di penitenza alla vista della misericordia infinita del loro Salvatore velato ed annientato sui nostri altari. Non si porta il manipolo se non alla Messa, perché la Messa è per eccellenza il mistero dell’amore del buon DIO, il mistero di tenerezza e di misericordia che deve rivestire il cuore dei ministri di GESÙ-CRISTO. La stola è una sorta di sciarpa che esprime l’onore e la potenza del sacerdozio di GESÙ-CRISTO, di cui il Prete è rivestito col Sacramento dell’Ordine, e che gli dà il potere di presiedere le assemblee dei fedeli. Infine la casula [o pianeta], che in altri tempi era più ampia e copriva il Prete interamente, significa la gloria del Prete eterno secondo l’ordine di Melchisedech; la gloria di GESÙ-CRISTO, Sacerdote dei Sacerdote, che, mediante il mistero visibile ed esteriore dei suoi Preti, offre incessantemente sulla terra, in mezzo alla sua Chiesa militante, lo stesso Sacrificio di adorazione, di lode, di amore, di azione di grazie, che Egli offre alla Maestà divina con tutti i suoi Angeli e tutti i suoi Santi nel cielo. Il colore della casula e degli altri paramenti sacerdotali è sempre simile al colore dei parati dell’altare. Come abbiamo visto già, questo colore ricorda al Prete ed ai fedeli il mistero particolare della festa del giorno, il Santo o la Santa del giorno in onore del quali il Sacrificio è offerto. In effetti, benché il Sacrificio della Messa sia sempre ed unicamente offerto al buon DIO, che solo è adorabile ed adorato dalla Chiesa, può nondimeno essere legittimamente celebrato in onore dei Beati, come azione di grazie per la loro santità e la loro eterna beatitudine.

XIX

Il segno della croce che dà inizio alla Messa, e che si rinnova spesso durante il Sacrificio.

Il segno della croce dà inizio alla Messa e si rinnova cinquanta volte nel corso di questo Santissimo Sacrificio. Oltre che nella Chiesa, si da sempre la benedizione con questo segno augusto, e quindi è del tutto naturale che compaia frequentemente durante la Messa, che non è altra cosa, come abbiamo visto in precedenza, se non il Sacrificio stesso della croce sotto una forma mistica, vale a dire misteriosa e sacramentale. È per ricordare al Prete ed ai fedeli questa unità, questa identità del Sacrificio cruento della Croce e del Sacrificio incruento dell’altare, che la Chiesa ordina a tutti di segnarsi con un gran Segno di Croce nel momento stesso in cui inizia la Messa. – Bisogna sempre fare il Segno della Croce con molta religione, rispetto, fede, pietà; bisogna farlo gravemente e pensando a ciò che si fa: stesa la mano destra, dal centro della fronte fino a metà del petto; poi dalla spalla sinistra alla spalla destra, senza diminuirne le dimensioni, di modo che i quattro segmenti della croce siano pressappoco uguali. Niente è più edificante di un bel segno di Croce così formato gravemente e religiosamente. Il P. de Ravignan, di santa e dolce memoria, predicava innanzitutto, davanti all’immenso auditorio di Notre-Dame di Parigi, col solo modo in cui faceva il segno della Croce cominciando le sue celebri conferenze. Un ministro protestante che era venuto ad ascoltarlo per curiosità, avendo visto il santo religioso segnarsi secondo la sua abitudine, si voltò verso il suo vicino e non poté trattenersi dal dire: « Il suo sermone è già predicato, egli non ha bisogno di parlare ancora per convincere il suo uditorio ». Il segno della Croce riassume e, di conseguenza, richiama il Cristianesimo: esso richiama il mistero della Santa Trinità, il mistero dell’Incarnazione e quello della Redenzione; il mistero dell’unità della Chiesa, della quale è il segno; il mistero della Grazia e della Salvezza eterna che ci viene per i meriti di GESÙ-CRISTO crocifisso; esso richiama tutte le virtù che formano la vita cristiana: l’umiltà, la povertà, la castità, l’obbedienza, significata dai quattro segmenti della croce: la carità, l’amore, significate dal centro della croce, incontro dei quattro segmenti. Come facciamo noi il segno della Croce? Esaminiamoci su questo punto, e, se è il caso, riformiamoci, principalmente alla Messa e durante gli Uffici della Chiesa. Vi sono persone che fanno il segno della Croce come se stessero spolverando lo stomaco, o cacciando via le mosche!

XX

Cosa rappresenta il Prete ai piedi dell’altare.

Il prete comincia sempre la Messa in basso all’altare, egli vi sale solo dopo alcune preghiere e cerimonie che esprimono la penitenza e l’umiliazione. Egli recita un bel salmo, poi il Confiteor, che è la confessione, la pubblica accusa dei propri peccati in generale; il servente fa altrettanto, ed il Celebrante non sale fino all’altare se non dopo essersi umiliato e purificato con la contrizione. Il Confiteor, quando è detto con pietà, ha la virtù di cacciare tutti i nostri peccati veniali. È uno dei sacramentali della Chiesa. Così umiliato e pentito ai piedi dell’altare, confuso per così dire con il popolo, il Prete rappresenta Nostro-Signore, che per salvare il mondo e rendere così a DIO suo Padre la gloria che il peccato gli aveva sottratto, si è umiliato, annientato per trentatré anni sulla terra, confuso con i peccatori. Sull’altare, nella santa Eucaristia, Egli va ad offrire, mediante il ministero del Prete, lo stesso Sacrificio che ha già, una volta per tutte, salvato il mondo sul Calvario. Ecco perché la Messa inizia non sui gradini dell’altare innalzato al di sopra della terra, ma ai piedi dell’altare stesso, a terra, a livello del popolo. Il Prete salendo all’altare e restandovi fino al termine della Messa, è GESÙ-CRISTO, Prete e Vittima celeste, che offre alla gloria di DIO nel cielo in mezzo agli Angeli, il Sacrificio di adorazione, di amore e di propiziazione che la sua Chiesa offre sulla terra nell’Eucaristia. Così il Prete all’altare deve essere un uomo tutto celeste, piuttosto un Angelo che un uomo. Per meglio dire, deve essere un altro GESÙ-CRISTO, tutto pieno di Spirito-Santo, tutto posseduto da GESÙ, il Prete eterno, tutto bruciante d’amore, illuminato dagli splendori divini della fede.

XXI

Cosa significano l’Introito, il Kyrie ed il Gloria.

L’Introito è una piccola preghiera che comincia sempre la Messa e che richiama il mistero o la festa che si celebra in quel giorno, così come lo spirito ed i sentimenti nei quali bisogna entrare. – Il Kyrie è una preghiera composta da nove invocazioni alle tre Persone adorabili della Trinità. “Kyrie eleison, Christe eleison”, sono delle parole greche scritte in latino. In effetti l’uso del Kyrie ci viene dall’Oriente, dalla Grecia, da dove gli Apostoli lo hanno portato. Nella basilica di Saint-Denis, vicino Parigi, secondo un uso immemorabile, si celebra in greco la Grande Messa solenne del Santo Dionigi, Apostolo dei Galli. San Dionigi era greco di nascita. Egli era stato convertito da San Paolo, che lo aveva costituito primo Vescovo di Atene; da lì era poi venuto a Roma, e da Roma era stato inviato per evangelizzare la Gallia. Primo Vescovo di Parigi, aveva gloriosamente coronato la sua missione con il martirio. In ricordo di questa origine apostolica, la Messa di San Dionigi si cantava dunque in greco. Una buona donna che aveva assistito a questo bell’Ufficio ne era tornata tutta stupefatta: « Quelli hanno detto tutto in greco, diceva con spirito puerile, tutto, tutto, …. eccetto il Kyrie ».   Quanto al Gloria, o Inno angelico, esso è una magnifica preghiera, le cui parole iniziali sono state cantate nel cielo dagli Angeli stessi, alla presenza dei pastori di Bethleem e che è stato composto, si dice, nel quarto secolo, da Sant’Ilario, Vescovo di Poitiers. Il Kyrie ed il Gloria esprimono ciò che abbiamo detto più in alto, parlando dei ceri, cioè: – che i Santi Angeli si uniscono alla Chiesa della terra nella celebrazione del Santo-Sacrificio; – che il Prete all’altare è piuttosto nel cielo che sulla terra, e – che, con i nove cori degli Angeli, adora, loda, benedice, prega il Padre, il Figlio e lo Spirito-Santo. Le nove invocazioni del Kyrie corrispondono ai nove Cori angelici; i primi tre si indirizzano a DIO Padre; i tre successivi a DIO Figlio, GESÙ-CRISTO, nostro Salvatore, i tre ultimi, allo Santo Spirito, vero DIO vivente con il Padre ed il Figlio. – Durante queste preghiere angeliche dell’inizio della Messa, i fedeli, non meno del Prete, devono adorare e pregare il buon DIO con sentimenti tutti celesti; e durante tutta la Messa, essi devono restare in questa unione interiore con gli Angeli, alfine di rendere più degnamente i loro omaggi religiosi a Nostro-Signore GESÙ-CRISTO, Sacerdote e Vittima, DIO del cielo e della terra, Signore degli Angeli e degli uomini. Quale grande cosa la Messa! Essa è più celeste che terrestre, più divina che umana. Con quale profonda devozione bisogna dunque assistervi! Non si dice sempre il Gloria alla Messa: salvo i giorni in cui c’è la festa di qualche Santo, lo si omette in tutto l’Avvento, e dopo la Sessuagesima fino alla fine della Quaresima, così come in tutti i giorni di digiuno e di penitenza. Non lo si dice neppure alle Messe da Requiem, cioè alle Messe dei defunti. Tutte le volte che si deve omettere il Gloria, si rimpiazza l’“Ite Missa est” della fine della Messa, con il “Benedicamus Domino”, ed alle Messe dei morti con il “Requiescat in pace”.

XXII

I “DOMINUS VOBISCUM”.

Durante la Messa, il Prete saluta il popolo fedele con questa parola semplice e maestosa, ispirata ai Patriarchi: “Dominus vobiscum”, vale a dire “Che il Signore sia con voi”! Ed il servente Messa, a nome del popolo intero, gli risponde: « Et cum spiritu tuo », cioè: “e con il tuo spirito”. Nostro Signore effonde lo Spirito-Santo sulla sua Chiesa per unirla a Sé, comunicandole la sua vita, la sua santità, le sue virtù. Egli effonde su di Essa i sette doni dello Spirito-Santo, il dono del Timore, che dà ai Cristiani l’orrore del peccato ed un grande zelo per la santità, il dono della pietà, che dà loro un tenero e filiale amore per DIO, loro Padre celeste, e per la Vergine Maria, loro Madre, ed un amore fraterno per il prossimo; il dono di scienza, che insegna loro a vedere DIO e il suo Cristo attraverso i misteri della natura; il dono di fortezza, che conferisce loro la potenza soprannaturale di vincere il demonio, il mondo, la carne; il dono del consiglio, che fa loro discernere infallibilmente le ispirazioni del buon DIO dalle suggestioni del demonio, e che procura loro una prudenza, una saggezza divina; il dono dell’intelletto, che li illumina sopranaturalmente circa il grande ed universale mistero del Verbo incarnato, principio e fine di ogni cosa, infine il dono della saggezza, o piuttosto della sapienza, che conferisce loro il gusto delle cose divine, l’amore intimo di Nostro-Signore e che li unisce perfettamente a questo adorabile Maestro. Vivendo nei suoi Preti, Nostro-Signore continua a rischiarare ed a santificare con essi la sua Chiesa, il Prete che la celebra, o per meglio dire, GESÙ-CRISTO che la celebra attraverso il Prete e nel Prete effonde sette volte lo Spirito-Santo sui fedeli con i sette “Dominus vobiscum”. Questo augurio di santità, i fedeli lo rinviano piamente al Prete che lo dona loro, come una specchio che riceve un raggio di luce e che lo riflette subito, conservandolo pur tuttavia. Alla Messa, il Prete ed i fedeli, non hanno che un cuor solo ed un’anima sola; GESÙ-CRISTO vive in tutti ed in ciascuno, e dona senza misura il suo Spirito e la sua grazia a tutti quelli il cui cuore è ben disposto. Bisogna ricevere e restituire questi benefici saluti del Prete con rispetto e con riconoscenza. Il Prete, dicendo al popolo i Dominus vobiscum, apre le braccia per mostrare che la grazia che augura loro, viene dal Cuore adorabile di GESÙ, santuario dello Spirito-Santo.

XXII

LE ORAZIONI, L’EPISTOLA ed IL VANGELO.

Dopo il Gloria, il Prete si porta al corno dell’altare che corrisponde alla sinistra del Crocifisso, e alla destra dell’assistente; e là, con le due mani tese e le braccia aperte, egli recita o canta le Orazioni; poi egli legge l’Epistola tratta sia dall’Antico che dal Nuovo Testamento; dopo recita una piccola preghiera chiamata “Graduale”, cioè preghiera del cammino, della processione. È in effetti durante il graduale che il diacono, alla Gran Messa, si prepara al canto del Vangelo, e va in processione al luogo ove adempiere a questa santa funzione. Dopo il Graduale, il Prete lascia il lato di sinistra dell’altare per passare a quello di destra. All’altare, la destra come la sinistra si calcola sempre dal Crocifisso. La sinistra, si chiama anche il lato dell’Epistola, la destra, il lato del Vangelo. È là in effetti che, rivolto a metà verso il popolo, mani giunte, il Prete legge il santo Vangelo; quando ha finito, lo bacia con rispetto e torna al centro dell’altare. – Durante il Vangelo, tutti sono in piedi. – Dicendo il Prete le Orazioni dal lato ove ha iniziato la Messa, recitandovi l’Epistola, rappresenta Nostro-Signore GESÙ-CRISTO, Figlio eterno di DIO, Re e Signore degli Angeli, di Adamo, dei Patriarchi e dei Profeti; e dall’origine del mondo, oggetto della loro adorazione, della loro fede, della loro speranza e del loro amore. Era Lui, infatti, e non il Padre e lo Spirito-Santo che, sotto una forma umana, appariva ad Adamo ed ai Santi della Legge antica. Egli li riempiva del suo Spirito, e pregava in essi e con essi. Questo significa il Prete che prega solennemente dal lato dell’Introito e dell’Epistola dal lato dell’antica Alleanza. Ma poiché una nuova Alleanza evangelica, la Legge della grazia, doveva succedere a questa prima Alleanza, alla Legge del timore, il Prete, rappresentando sempre il Prete eterno, GESÙ-CRISTO, passa dal lato sinistro al lato destro; dal lato dell’Epistola al lato del Vangelo, quindi dalla antica Legge al lato della Legge nuova. E siccome la fine dell’antica Alleanza è stata demarcata dall’inizio della nuova, per mezo della crocifissione del Figlio di DIO, il Prete, passando da un lato all’altro dell’altare, si arresta davanti al Crocifisso, alza gli occhi verso di Lui, si inchina profondamente per ricordare l’annientamento della divina Vittima del Calvario. Il Prete, e con lui tutti i fedeli tracciano con il pollice della mano destra un segno di croce sulla loro fronte, poi un altro sulle loro labbra, poi un terzo sul loro cuore, prima di iniziare la lettura del Vangelo; prima per purificare e santificare il loro spirito, le parole ed il cuore; poi, per mostrare che essi non arrossiscono del Vangelo: che essi credono a tutti i misteri e a tutte le parole di GESÙ-CRISTO! Che essi sono pronti a confessarlo con la bocca, e che hanno GESÙ-CRISTO nel cuore. – Una volta, tutti i cavalieri, a questo punto della Messa, estraevano la loro spada dal fodero e la tenevano in mano per tutto il tempo del Vangelo; mostrando così che essi erano soggetti e cavalieri del Grande Re GESÙ, pronti a difendere i suoi diritti, il suo onore e la sua Chiesa anche a costo della propria vita. Essi non la riponevano che alla fine del Credo, e dopo averla brandita nell’aria, in segno di coraggio. Che bella usanza! Quanto era nobile! Quanto cristiano! Haimé! Dove sono più questi bei tempi di fede?

XXIV

Il CREDO.

Il Credo, o simbolo della fede, si recita nei giorni di grande festa e durante le ottave, le domeniche, i giorni di festa degli Apostoli e dei Santi Dottori. Si dovrebbe restare in piedi durante tutto il Credo, così come durante il Vangelo. Il Prete lo recita al centro dell’altare, con le mani giunte, di fronte al Crocifisso. Quando arriva a queste parole: “et homo factus est” fa la genuflessione sempre davanti al Crocifisso. Alla fine del Credo, traccia su di sé un grande segno di Croce. In effetti la fede in GESÙ-CRISTO, DIO fatto uomo, Redentore del mondo, riassume e fa risplendere tutti gli altri misteri del Credo. Credere in GESÙ-CRISTO è credere in un solo Dio vivente e vero; è credere al Padre ed al Figlio e allo Spirito Santo; è credere al mistero dell’Incarnazione, al mistero della Redenzione che si sono operati nella Persona stessa di GESÙ-CRISTO; è credere ai misteri della Chiesa, vale a dire al regno nello stesso tempo celeste e terrestre di GESÙ-CRISTO quaggiù; infine credere alla remissione dei peccati, alla resurrezione della carne, alla vita eterna che GESÙ-CRISTO ci ha meritato con il sacrificio della Croce, reso perpetuamente presente sui nostri altari sotto forma incruenta. E dicendo il Credo con il Prete, occorre ringraziare Nostro Signore per averci fatti cristiani, e domandarGli il dono di una fede viva, purissima ed infrangibile. Nel cielo verremo a scoprire le grandi realtà alle quali oggi crediamo senza vederle. Solo vedranno coloro che avranno creduto: gli altri saranno ripagati della loro infedeltà con le tenebre eterne.

XXV

L’OFFERTORIO, e ciò che segue fino al PREFAZIO

Dopo il Credo inizia la preparazione immediata del Santo-Sacrificio. Il Prete dice dapprima una breve preghiera, chiamata Offertorio, cioè preghiera dell’offerta, simile alla preghiera dell’Introito, e più tardi a quelle della Comunione. Lo scopo di queste tre preghiere è di ravvivare nel cuore del Padre e di tutti gli astanti il ricordo della festa o del mistero del giorno. Poi il celebrante offre e benedice il pane o l’ostia che sarà mutato ben presto nel Corpo adorabile di Nostro-Signore, e quindi il vino che sarà cambiato nel suo Sangue. Egli mescola al puro vino, nel calice, una o due gocce di acqua per significare: innanzitutto l’umanità santa di GESÙ unita alla sua divinità, e formando con essa una sola Persona divina, Vittima del sacrificio della Croce e dell’altare; poi l’unione della Chiesa di tutti i fedeli con GESÙ, la Vittima santa; infine l’acqua ed il sangue che colarono dal costato aperto del Salvatore crocifisso, quando, qualche ora dopo la sua morte, un soldato di Pilato gli trafisse il cuore. Alcune volte all’Offertorio i fedeli portano al Prete le sacre offerte, cioè: del pane, del vino, dell’olio, della cera, delle elemosine. Aiutato dai diaconi e dagli altri ministri, il Prete conserva il pane ed il vino necessari per il Santo Sacrificio, e mette da parte il resto delle offerte, le quali serviranno per la sussistenza del clero, per la manutenzione delle chiese, o per il sollievo dei poveri. Il Prete si lava le mani prima di continuare la Santa Messa; più che conveniente, questa è una cosa necessaria. Oggi che gli usi sono cambiati, la Chiesa ha conservato il lavaggio delle mani, non solo come pio ricordo dell’antichità, ma ancora per ricordare al Prete la purezza assoluta con la quale deve toccare le cose sante e celebrare l’adorabile mistero dell’altare. Per l’ultima volta prima dell’Elevazione, il Prete si gira verso il popolo e lo invita a raddoppiare il fervore ed il raccoglimento nella preghiera, man mano che si avvicina il momento della Consacrazione. Nel nome di GESÙ-CRISTO, egli augura ai suoi fratelli la grazia di una preghiera perfetta dicendo loro queste brevi parole, semplici ma espressive: « Orate fratres! Pregate fratelli miei »! e comincia egli stesso a mettere in pratica questa esortazione a questa grazia, recitando sommessamente, intimamente unito a GESÙ, agli Angeli ed ai Beati, la preghiera chiamata “Secreta”. Egli poi la conclude ad alta voce, come per far partecipare la Chiesa della terra alla preghiera del Prete celeste e della Chiesa del cielo, e dice la grande parola dell’eternità: «Per omnia sæcula sæculorum, per tutti i secoli dei secoli ». la Chiesa della terra ascolta questa voce ed unendosi in effetti alla preghiera segreta, tutta divina, di GESÙ e della corte celeste, risponde. “Amen”, così sia: la parola Amen ha questi due sensi. Nello stesso tempo è una supplica ed un’affermazione. Bisogna sempre rispondere gli Amen della Messa con grande fede, invece di dirli per abitudine o alla leggera, come spesso purtroppo succede.

XXVI

IL PREFAZIO ed il SANCTUS.

La parola “prefatio” vuol dire “ciò che si dice prima”; il Prefazio è in effetti una preghiera solenne, più angelica che umana, e tutti gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini, i Serafini sono pubblicamente chiamati e convocati dal ministro della Chiesa a venirgli in aiuto ed aiutarci tutti ad adorare degnamente GESÙ nell’Eucaristia, e con GESÙ, ad adorare degnamente la Santissima Trinità, il solo vero DIO vivente, il DIO del cielo e della terra. Alla Messa solenne, il Prete canta il Prefazio su di un ritmo incomparabilmente bello, che la Chiesa ha mutuato dall’antichità greca ed ebraica. Io non penso che l’orecchio umano possa ascoltare un canto più grandioso, più puro, più toccante, più divino di quello del Prefazio, quando il Prete lo canta bene. Egli conclude il Prefazio congiungendo le mani, inchinandosi profondamente, e recitando a nome della Chiesa della terra, con la Chiesa del Cielo, il Sanctus, le cui parole sono tratte in parte dal Profeta Isaia, ed in parte dal santo Vangelo. L’inizio del Sanctus è il grido di amore ed adorazione dei Serafini, prosternati nel cielo davanti al Signore; la fine è il saluto, l’Osanna trionfale con il quale lo stesso Signore incarnato è stato acclamato già in Israele, nel giorno del suo ingresso a Gerusalemme. È Lui, Lui stesso, è GESÙ, il Figlio di DIO fatto uomo, il Re degli Angeli ed il Re di Israele, che in un istante sta per scendere dal cielo in terra e apparire in mezzo alla sua Gerusalemme quaggiù, in mezzo al nuovo Israele, sotto i veli dell’Eucaristia!

XXVII

Cosa rappresentano le mani di stese del Prete.

Durante il Prefazio e durante le preghiere del Canone [Canone è una parola greca che significa Regola. Si chiama così questa parte della Messa perché essa è una regola immutabile di preghiere che non cambia in nessuna festa, e che risale ai secoli apostolici] il Prete tiene le braccia aperte ed estese, girate l’una verso l’altra. La Chiesa fa pregare il Celebrante così durante le Orazioni, durante il Prefazio ed il Canone della Messa, e durante il Pater, per ricordare che il sacrificio dell’altare è lo stesso di quello del Calvario, e che dall’inizio fino alla fine del mondo, la vera preghiera gradita a DIO è stata fatta e si fa e si farà in unione a GESÙ crocifisso, per GESÙ-CRISTO, ed in GESÙ-CRISTO. Queste due mani consacrate dal Vescovo nel giorno dell’Ordinazione rappresentano i due grandi Arcangeli, san Michele e San Gabriele, che il Profeta Isaia vedeva in adorazione davanti al Signore; che Mosè aveva comandato di raffigurare nel Santo dei Santi, in adorazione davanti al Propiziatorio dell’Arca dell’Alleanza; che la Chiesa simbolizza sull’altare, durante il Santo-Sacrificio, con i due ceri accesi a destra ed a sinistra del Crocifisso, come abbiamo visto. Esse rappresentano ancora le suppliche unite della Chiesa degli Angeli e della Chiesa degli uomini, che entrambe adorano e pregano GESÙ, il DIO dell’altare. Infine esse rappresentano l’Antico ed il Nuovo Testamento, gli eletti dell’antica Alleanza e quelli della Alleanza nuova, offerenti a DIO le loro lodi e le loro preghiere per mezzo dello stesso GESÙ-CRISTO, Mediatore dell’una e dell’altra. O come le mani dei nostri Preti sono sante e sacre! Nei paese di fede, è d’uso baciarle religiosamente, nelle strade, alla passeggiata, dappertutto ove si incontri un Prete. A Roma, ho visto spesso dei fanciulli lasciare i loro giochi per venire a baciare la mano di un Prete che passava. Nel Tirolo, ho visto dei buoni operai lasciare per un momento i loro aratri a riposo scorgendo un Prete, accorrendo verso di lui per chiedere la sua benedizione, baciare la sua mano e tornare felici al lavoro. Durante le prime orazioni della Messa, le due mani stese del Prete, rappresentano più particolarmente i due Testamenti, adorando GESÙ-CRISTO, il DIO dei Patriarchi e dei Profeti, e così la Chiesa degli Angeli, unita alla Chiesa patriarcale e mosaica per rendere al vero DIO, sempre per GESÙ-CRISTO, gli omaggi che Gli sono dovuti. Durante il Vangelo e durante il Credo, le due mani del Prete sono giunte, esse rappresentano gli Angeli e gli uomini, l’antica Alleanza e la nuova, unite in un’unica fede, ed in uno stesso amore verso GESÙ-CRISTO, il DIO del Vangelo, il DIO dell’Eucaristia.

XXVIII

Il CANONE della Messa e la CONSACRAZIONE.

Al partire dal Sanctus, tutti devono essere in ginocchio, nel raccoglimento più profondo e nell’attesa delle venuta di Nostro Signore GESÙ-CRISTO sull’altare mediante la Consacrazione. Il silenzio più religioso deve regnare in tutta la chiesa. – Al “Sanctus” il servente Messa accende un cero vicino a lui su di un candelabro o fissato al muro, dal lato dell’Epistola. Questo cero illuminato esprime, da un lato, la fede viva ed ardente dei fedeli alla presenza reale del Signore nell’Eucarestia; e dall’altro GESÙ-CRISTO stesso, resuscitato e glorificato, luce del mondo, presente sull’altare. Questo cero si spegne dopo la Comunione dei fedeli; e durante la Comunione il servente lo tiene in mano, precedendo il Prete e accompagnando con onore il Santissimo Sacramento. Le preghiere del Canone datano dai tempi primitivi della Chiesa. Prima di consacrare, il Prete fa memoria di tutta la Chiesa militante, del Sovrano Pontefice, del Vescovo della diocesi, di tutti i cristiani, ed in particolare degli astanti, e di coloro che si sono raccomandati più specialmente alle sue preghiere. Poi egli convoca ed invoca tutta la Chiesa trionfante, la Santissima Vergine, San Pietro, tutti gli Apostoli, tutti i Martiri, tutti i Santi; perché il Re del cielo sta per scendere nelle sue mani. Egli benedice, santifica a più riprese il pane ed il vino, che stanno per essere consacrati e, completate tutte le preparazioni, egli si inchina, e GESÙ consacra per lui, con lui ed in lui, prima il pane nel suo Corpo, poi il vino nel suo Sangue. Durante ogni consacrazione, il Prete fa la genuflessione e adora il suo Dio; Lo eleva sopra la sua testa, poi Lo fa vedere ed adorare da tutti gli astanti, e dopo averLo depositato sull’altare, Lo adora di nuovo facendo la genuflessione. – La Consacrazione o Elevazione è il momentp più solenne, il più divino della Messa. È come il centro del Santo-Sacrificio, con la Consacrazione il Figlio di DIO e della Santa Vergine, l’Adorabile, il dolce Salvatore, si rende veramente e realmente presente sui nostri altari, sotto le apparenze del pane e del vino. L’Ostia consacrata sembra essere pane, ma essa in realtà è il Corpo vivente di GESÙ-CRISTO; Corpo celeste e deificato, resuscitato e tutto divino, che i nostri occhi terrestri non possono vedere, ma che vedremo faccia a faccia nella gloria del cielo, quando, resuscitati a nostra volta, saremo nel cielo con il nostro divino Capo. Con il Corpo di GESÙ, sono presenti nell’Ostia santa il suo Sangue, la sua anima, la sua divinità. Nel calice, il vino consacrato “sembra” essere del vino, ma questa non è che semplice apparenza e, in realtà, è il Sangue adorabile di GESÙ-CRISTO. Con il suo Sangue, c’è il suo corpo, la sua anima, la sua divinità, inseparabili l’una dalle altre. E non è solo GESÙ, la seconda Persona della Trinità, che è presente la sull’altare; con Lui c’è DIO il Padre, e DIO lo Spirito Santo, la Trinità tutta intera; perché il Padre e lo Spirito Santo, sono inseparabili dal Figlio. E così l’Eucaristia è veramente e realmente il buon DIO presente sull’altare; è GESÙ-CRISTO, corporalmente presente sotto le apparenze del pane e del vino, è il Signore, centro vivente del cielo, in cui abita corporalmente la pienezza della divinità. Tutti gli Angeli sono in adorazione attorno all’Eucaristia; tutti gli uomini dovrebbero esservi ugualmente ed anche essi dovrebbero, se possibile, esservi con zelo ancora maggiore, perché è per essi e non per gli Angeli che il Signore del cielo si è reso così sacramentalmente presente sulla terra. GESÙ non è presente sulla terra se non con il Santo-Sacramento e di conseguenza, con il santissimo Sacrificio della Messa. – Così l’altare ed il tabernacolo sono il luogo di appuntamento di tutte le anime pie. La Messa è la più divina di tutte le cose divine che esistono quaggiù. È il cielo che si abbassa, discendendo interamente sulla terra; è per eccellenza l’atto dell’amore e della misericordia di DIO verso gli uomini, è il centro di tutta la Religione; e questa piccola ostia, che sembra essere così poca cosa, è il collegamento vivente della terra con i cieli; il punto di congiunzione della Chiesa militante con la Chiesa trionfante; è GESÙ in mezzo a noi; è DIO con noi!!

XXIX

Dalla CONSACRAZIONE fino alla COMMUNIONE

 Dopo la Consacrazione, bisogna restare in adorazione, senza muoversi e, potendo, in ginocchio fino alla Comunione. In quel momento, gran DIO! Resteremo inginocchiati: Lui è là! È un vero inconveniente sedersi dopo la Consacrazione, quando non si è infermi né malati. Questo denota a colpo sicuro, una fede ben poco viva ed una religione superficiale. Dopo la Consacrazione e fino al Pater, il Prete continua, nel celeste segreto dell’altare, le preghiere del Canone, piene di ineffabili misteri. Egli traccia a più riprese sulla santa Ostia e sul Calice, dei segni di Croce; queste non sono delle benedizioni (perché non si benedice Colui che è l’autore ed il principio di ogni benedizione); questi sono dei segni destinati ad esprimere innanzitutto l’unione di GESÙ-CRISTO con tutti gli eletti, che sono suoi membri; poi l’unione che esiste tra la prima e la seconda venuta di questo divino Salvatore. Nella prima venuta, GESÙ è disceso dal cielo sulla terra per soffrire ed offrirsi in Sacrificio. Resuscitato, Egli è risalito al cielo, da dove tornerà pieno di gloria a giudicare i vivi ed i morti, cioè gli eletti ed i riprovati. Questo ritorno glorioso, è quello che si chiama la seconda venuta di GESÙ-CRISTO. Ma poiché Egli ci ama con infinita tenerezza, non ci abbandona sulla terra, lungo i secoli che separano la prima e la seconda venuta: è principalmente con l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento dell’Eucaristia, con la Messa e con la Comunione, che Egli viene a noi e dimora con noi durante il nostro pellegrinaggio. Prima di dire ad alta voce il Pater, il Prete fa memoria della Chiesa sofferente, cioè delle anime del Purgatorio, e supplica il Padre celeste in nome di GESÙ-CRISTO, suo Figlio, presente sull’altare, di alleviare e liberare queste povere anime riscattate dalla Vittima divina. Egli fa questa preghiera in nome della Chiesa trionfante, di modo che, davanti alla Santissima Trinità e davanti a GESÙ, si trova il rappresentante della Chiesa tutta intera, trionfante, militante e sofferente. Il Pater, con le preghiere e le cerimonie che seguono, si riconduce alla seconda venuta di GESÙ-CRISTO, ed a questo grande trionfo al quale tutti partecipiamo se abbiamo la fortuna di vivere e morire nella grazia del buon Dio. In effetti, membri viventi di GESÙ-CRISTO, noi resusciteremo tutti nel momento in cui il Figlio di DIO apparirà in mezzo agli uomini, discendendo, come lo annuncia Egli stesso, “sulle nubi del cielo con tutti i suoi Angeli”. Con Lui noi giudicheremo i riprovati ed i demoni, e regneremo per sempre. Questa seconda venuta di GESÙ-CRISTO avrà luogo alla fine della sesta età del mondo: è per questo che il Prete, che ha tenuto le braccia aperte e le mani alzate durante le sei prime domande del Pater, le abbassa sull’altare dopo la sesta, e lascia dire al servente, che parla in nome di tutto il popolo fedele: “Sed libera nos a malo” [ma liberaci dal male]. In effetti noi non saremo liberati assolutamente e totalmente dal male, cioè dal demonio, dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte, che per la seconda venuta del nostro Salvatore. Ora noi combattiamo il male; ma noi non siamo liberati. “Beato e santo, grida l’Apostolo S. Giovanni, colui che avrà parte a questo futuro regno di DIO!

XXX

La Comunione.

Nostro Signore, in qualità di DIO vivente, deve e vuole avere degli altari viventi, dei tabernacoli viventi. Ecco perché, disceso sull’altare per la consacrazione, Egli vuole che dapprima il suo Prete, poi i fedeli, comunichino, vale a dire, ricevano nel loro corpo e nel loro cuore, il Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Per il Prete che celebra la Messa, la Comunione è assolutamente obbligatoria. Per i fedeli, è consigliata. Il Concilio di Trento « … desidererebbe (parole testuali) che tutte le volte che assistono alla Messa i fedeli vi comunicassero sacramentalmente, e non solo spiritualmente, alfine di raccogliere più abbondantemente i frutti di questo Santissimo Sacrificio. » – Quando si è in uno stato di grazia e si è ben preparati, e quando il confessore lo approva, si dovrebbe comunicare tutte le volte che si assiste alla santa Messa. Questo è più perfetto, più cristiano, più umile, in una parola è meglio comunicare alla Messa che non comunicarvi; quando si comunica con fede e con sincera buona volontà, non ci si comunica mai troppo spesso, e sempre la comunione è di profitto all’anima. Prima di ricevere il buon DIO, il Prete si batte il petto e ripete a voce alta, per tre volte, il grido di umiltà e di fiducia: « Domine, non sum dignus! Signore, io non sono degno che voi entriate in me; ma dite solo una parola e la mia anima sarà guarita. » Quando il Prete si è comunicato egli stesso sotto la specie del pane e sotto la specie del vino, il servente, a nome di tutti i fedeli che vogliono comunicare a loro volta, recita ad alta voce il Confiteor. Qui, come all’inizio della Messa, questo bell’atto di confessione ha come scopo di cancellare anche i minimi peccati veniali che potrebbero ancora offuscare la purezza dei comunicanti. Il Prete, a metà girato verso di loro, dà l’assoluzione generale dei loro peccati. Questa non è l’assoluzione sacramentale, che sola ha la virtù di cancellare i peccati mortali; è semplicemente una preghiera ed una benedizione che cancellano i peccati veniali. Poi il Prete prende e presenta la Santissima Ostia, ripetendo a nome di tutti il triplice « Domine, non sum dignus, » che egli aveva detto per se stesso, prima di comunicare. Egli discende i gradini dell’altare, preceduto dal servente che porta rispettosamente il cero dell’Elevazione; e facendo un segno di croce con il Santo Sacramento, depone l’Ostia adorabile sulla lingua del comunicante. Egli dice ad ogni fedele, dandogli il suo DIO: «Che il corpo di Nostro-Signore GESÙ-CRISTO custodisca la tua anima per la vita eterna! Così sia. » Quale parola divina! E qual bel mistero! È il corpo di GESÙ che custodisce le nostre anime; è il corpo resuscitato, glorificato, immortale, il Corpo celeste e deificato del Salvatore che preserva le nostre povere anime dalla corruzione del mondo, ed in particolare dalle influenze cattive del nostro corpo terrestre, mortale e corrotto. Oltre le disposizioni dello spirito e del cuore, che ciascuno sa, bisogna essere accorti a ben tenersi alla tavola di comunione; quando il Prete si avvicina, bisogna tenere la testa dritta, avere gli occhi abbassati, aprire la bocca mediocremente, né troppo, né troppo poco, portare un po’ in avanti la lingua poggiandola sul labbro inferiore, perché il Prete vi possa posare facilmente l’Ostia santa, e non ritirare la lingua se non dopo che l’Ostia sia ben poggiata. Vi sono alcuni che tengono la testa abbassata, di modo che il Prete non vede cosa fa; altri aprono appena la bocca; altri non sporgono la lingua; altri l’avanzano talmente che essa pende sul mento, come una bandiera. C’è chi muove la testa con compunzione, a destra, a sinistra; chi risponde “Amen”, nel momento in cui il Prete li comunica; chi si ritira precipitosamente, prima che la santa Ostia sia posata sulla lingua, etc. … tutto questo è molto sconveniente; e di più è molto pericoloso; la maggior parte degli incidenti che si verificano alla santa tavola, vengono dalla mal destrezza o dall’incuria di coloro che si comunicano. Non bisogna del resto scandalizzarsi né rattristarsi oltre misura se disgraziatamente un’Ostia o una particola cade sulla tovaglia della comunione, oppure a terra. Nostro Signore non è offeso né disonorato in alcun modo per un incidente di questo genere, dal momento che esso non deriva da negligenza; nell’Eucarestia, il Corpo celeste di Nostro-Signore è assolutamente al riparo da ogni sporcizia, così come è al riparo da ogni sofferenza e da ogni alterazione. È il segno sensibile della sua presenza, è il Sacramento che solo è suscettibile di incidenti o di profanazione; di modo che, quando non c’è cattiva intenzione, non c’è alcun peccato, né mortale né veniale, negli incidenti di cui parliamo; e, cosa ben consolante, gli empi che profanano il Santo-Sacramento, hanno un bel fare, essi non possono raggiungere Nostro-Signore, e non fanno male se non alla loro anima malvagia. Dopo aver dato la Comunione ai fedeli, il Prete sempre preceduto dal servente con il cero, risale sull’altare e deposita l’adorabile Eucaristia nel Tabernacolo, che egli richiude a chiave. Benché sia forse più regolare comunicare durante la Messa, come stiamo dicendo, è perfettamente permesso, e talvolta anche preferibile, comunicare fuori dalla Messa, o immediatamente dopo la Messa, o prima, oppure senza Messa. La Comunione è in effetti indipendente dal Santo-Sacrificio, come il frutto, una volta colto è indipendente dall’albero che lo ha prodotto. L’albero che produce il frutto divino dell’Eucaristia, è il santo Sacrificio della Messa, il quale produce il Sacramento. La Chiesa conserva il frutto divino nel ciborio e nel Tabernacolo, da dove essa estrae ogni qual volta i suoi figli le chiedono il loro nutrimento. È talmente permesso e legittimo comunicare fuori dalla Messa, anche quando si può ascoltare la Messa, che la Chiesa ci obbliga, a noi altri Preti, a dare la Comunione a tutti coloro che ce la chiedono e quando essi ce la chiedono, a meno che non si sia impediti da una grave ragione e ci obbliga sotto pena di peccato. È in effetti nostro dovere facilitare, per quel che possiamo, l’accesso dei Sacramenti a tutti i fedeli, poveri, ricchi, operai, servitori, fanciulli. Il Prete è il servo delle anime e, se è anche nello stesso tempo loro padre, non ne è il loro padrone!

XXXI

Dopo la COMUNIONE fino al termine della Messa.

Dopo la Comunione, il Prete toglie, dapprima con un po’ di vino, poi con un po’ d’acqua e vino, le particelle del Santo-Sacramento che avrebbero potuto attaccarsi alle parte interne del calice o alle sue dita. È ciò che si chiamano le “abluzioni”. Dopo aver asciugato, messo in ordine e ricoperto il calice, si dirige al lato dell’Epistola, là dove ha iniziato la Messa; egli recita, con le mani giunte come all’introito, la piccola reghiera chiamata Communio; dopo aver salutato gli astanti, dal centro dell’altare, con il “Dominus vobiscum” recita, sempre dal lato dell’Introito, l’orazione o le orazioni dette Postcommunio. Di seguito chiude il libro, torna al centro dell’altare, saluta un’ultima volta e congeda l’assemblea dicendo: “Ite, Missa est”: andate, la Messa è finita”. Infine egli da un’ultima benedizione e recita l’ultimo Vangelo. Dopo ciò, ridiscende dall’altare, si inchina davanti al Crocifisso o fa la genuflessione davanti al Santo-Sacramento chiuso nel Tabernacolo, e rientra nella sagrestia, preceduto dal servente. Là dismette i vestimenti sacerdotali e fa religiosamente la sua azione di grazie. I fedeli che hanno comunicato la fanno da parte loro. L’azione di grazie deve durare almeno dieci minuti o un quarto d’ora, essere non troppo lunga, né troppo raccolta, né troppo fervente. Così come il Prete recitando l’introito all’inizio della Messa rappresentava GESÙ-CRISTO, Figlio eterno di DIO, completando del suo spirito di religione gli Angeli, Adamo ed i primi Patriarchi, dall’origine del mondo; allo stesso modo al Communio e Postcommunio, il Prete rappresenta GESÙ-CRISTO, Re di gloria, trionfante con tutti i suoi eletti, dopo la sua seconda venuta, regnante pacificamente con essi su ogni creatura. Le mani riunite del Prete, al Communio, significano l’unione dell’antico popolo di DIO, convertito alla fede cristiana dopo tanti secoli di ostinazione, con il nuove Israele, vale a dire la Chiesa cattolica. Non vi sarà allora che « un solo gregge ed un solo Pastore ». Durante le Orazioni le mani stese del Celebrante rappresentano l’ammirabile unione dell’adorazione e della preghiera degli Angeli e degli uomini in questo momento di gloria, di pace, di felicità, di trionfo universale: i demoni ed i riprovati saranno cacciati fuori: « foras », come dice il Vangelo; ogni creatura sarà sottomessa a GESÙ-CRISTO, sulla terra come in cielo, GESÙ e MARIA regneranno, come è giusto e legittimo, sulla intera creazione; la Chiesa, cioè la società dei figli di DIO, il regno universale di GESÙ e di MARIA, comprenderà tutti gli Angeli, tutti gli uomini, tutte le creature fedeli e sante; « e Dio sarà tutto in tutti, » come è predetto nella Scrittura. La benedizione finale della Messa significa la fine dei tempi e la benedizione eterna che il Re del Cielo, GESÙ-CRISTO, darà a tutti i beati, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito-Santo, quando li introdurrà per sempre nella santissima Eternità. L’ultimo Vangelo, il Vangelo di San Giovanni, è come un inno di adorazione, di azione di grazie e di fede viva in GESÙ-CRISTO, il Verbo fatto carne, vero DIO e vero uomo, Prete eterno e vittima divina del grande sacrificio che il Padre viene a celebrare sotto i veli eucaristici. Non è che dopo questo ultimo Vangelo che i ceri della Messa devono essere spenti.

XXXII

Qualche cerimonia propria alla Messa Solenne.

La Messa solenne, o Messa cantata, viene celebrata da un sacerdote, assistito ordinariamente da due ministri inferiori, il Diacono ed il Sotto-Diacono. C’è in effetti nel Sacerdozio cattolico una gerarchia, i cui quattro gradi più elevati sono il sotto-diaconato, il diaconato, il sacerdozio, e l’episcopato. Dal punto di vista della Santa Messa, l’episcopato dà il potere di consacrare ai Preti, ministri dell’Eucaristia; il sacerdozio, di celebrare il Santo-Sacrificio; il diaconato di assistere il Prete all’altare, di toccare i vasi sacri che contengono l’Eucaristia e di dare la Comunione, in caso di necessità; il sub-diaconato di assistere il Prete ed il Diacono all’altare e toccare i vasi sacri quando non contengono il Santo Sacramento. Al posto della casula, il Diacono è rivestito, all’altare, di un ornamento chiamato “dalmatica”, ed il sub-diacono di un ornamento della stessa forma, ma che dovrebbe essere un po’ meno ampio, e che si chiama “tunica”. Alla Messa solenne, il Diacono canta solennemente il Vangelo e rappresenta la nuova Alleanza, la Legge della grazia: il Sub-diacono che legge solennemente le profezie, rappresenta l’antica Alleanza, inferiore alla Legge di grazia. Il Prete, tra il Diacono ed il Sub-diacono, raffigura Nostro-Signore GESÙ-CRISTO, DIO e Salvatore dell’una e dell’altra Alleanza. Per il canto del Vangelo, il Sub-diacono tiene il libro santo, aperto ed appoggiato sul suo petto, come un pulpito vivente. Il Diacono può leggerlo, perché la nuova Alleanza conosce GESÙ-CRISTO ed è iniziata ai suoi adorabili misteri; ma il Sub-Diacono, simile all’altica Alleanza, non fa che presentare alla nuova Alleanza, alla Chiesa cristiana, questo Cristo che essa ha avuto la sventura di non conoscere, donandolo al mondo. Durante il canto del Vangelo, il Prete è in piedi all’altare, rivolto verso il libro sacro. In effetti GESÙ-CRISTO, Re dei cieli, rappresentato dal Celebrante, è Colui che già durante la sua vita mortale ed umiliata, ha detto, ha fatto tutto ciò che contiene il santo Vangelo. Dopo il Credo, il Sub-Diacono presenta al Diacono il pane ed il vino, materia del Sacrificio; come l’antica Alleanza ha fornito alla nuova Alleanza il corpo ed il sangue che il Figlio di DIO si è degnato di unire dapprima e poi immolare sulla Croce, per riscattarci. E come l’antico popolo di DIO, dopo aver compiuto questo grande mistero, ha rinnegato GESÙ-CRISTO, e non Lo riconobbe suo Salvatore; così il Sotto-Diacono, che lo raffigura, discende dall’altare dopo avere dato al Diacono il pane ed il vino, e resta fino al Pater ai piedi dell’altare, avvolto da un velo e tenendo la patena davanti agli occhi, simbolo suggestivo dell’accecamento dei Giudei. Verso la fine dei tempi, all’approssimarsi dell’anticristo, i giudei si convertiranno; quello che era stato il popolo di DIO lo ridiventerà, entrerà nella Chiesa, diventerà cattolico: per questo motivo, il Sotto-Diacono risale sull’altare verso la fine del Pater, prende nuovamente posto con il Diacono a lato del Celebrante, cioè GESÙ-CRISTO, e partecipa alfine, con il Diacono, alle benedizioni ed alle glorie dell’altare. Nella Messa solenne ove non c’è il Diacono ed il Sotto-Diacono, cosa che succede quasi sempre nelle zone di campagna, il Prete canta sull’altare l’Epistola ed il Vangelo.

 

XXXIII

Le incensazioni ed il loro significato.

Nella Messa solenne, ci sono quattro incensazioni. È una bella cerimonia che consiste nel far bruciare incenso benedetto sui carboni ardenti dell’incensiere, ed ad avviluppare col fumo odoroso di questo incenso, sia l’altare, sia i ministri dell’altare, sia gli stessi fedeli. Ci sono qui tre grandi e bellissimi misteri. L’incensiere, pieno di fuoco, raffigura la santa umanità del Figlio di DIO, tutta piena del fuoco dello Spirito Santo. L’incenso con il suo bel vapore bianco che sempre sale, raffigura la preghiera e le adorazioni della Chiesa che, unite alla preghiera divina di GESÙ-CRISTO salgono fino al trono di DIO. La prima incensazione ha luogo prima dell’introito, quando il Prete è salito sull’altare. Il Celebrante incensa dapprima tre volte il Crocifisso, in segno di adorazione; questa adorazione si rivolge alla Santissima Trinità e a Nostro Signore GESÙ-CRISTO, DIO fatto uomo; poi egli incensa dodici volte ogni lato dell’altare, a nome di tutti i fedeli della Legge antica, rappresentata dai dodici Patriarchi, ed in nome della nuova Legge, rappresentata dai dodici Apostoli. Poi il Prete stesso è incensato, come rappresentante GESÙ-CRISTO, il Sacerdote sovrano ed il Pontefice eterno della Chiesa. Questa grande incensazione, che precede immediatamente l’introito, ha lo stesso carattere angelico del Kyrie, il Gloria e tutto ciò che accade sull’altare in questi inizi della Messa: l’incenso della preghiera dei fedeli dell’antico e del nuovo Testamento sale al cielo ed arriva fino al Signore, scortata, per così dire, vivificata e come portata dai santi Angeli. La seconda incensazione ha luogo al Vangelo. Il Prete incensa tre volte il libro dei Vangeli prima di cantare il Vangelo del giorno; e dopo averlo cantato, egli riceve a sua volta l’incensazione. Questo incenso di adorazione è offerto non al libro, ma a Colui di cui il libro parla e che parla nel libro; non all’uomo, ma a GESÙ-CRISTO, Sacerdote dei Sacerdoti, di cui il Celebrante prende il posto sull’altare. La terza incensazione ha luogo immediatamente dopo l’offerta del pane e del vino. Essa è simile alla grande incensazione dell’inizio della Messa, ed ha lo stesso significato; solo il Celebrante comincia ad incensare ciò che vi è di più degno, e cioè il pane ed il vino che devono essere cambiati nel Corpo e nel Sangue di GESÙ-CRISTO. Questo incenso esprime le adorazioni degli eletti e dei Santi dell’antica Legge, che in anticipo riconoscevano ed adoravano la Vittima divina della salvezza GESÙ-CRISTO, rappresentata dalle vittime e dai sacrifici tutti materiali della Legge patriarcale e mosaica. Dopo l’incensazione del Prete, ha luogo l’incensazione dei ministri dell’altare, del clero ed infine del popolo fedele; non è affatto agli uomini, lo ripetiamo, che si offre l’incenso sacro; è a Nostro Signore, che è Sacerdote nei Sacerdoti, e Santo nei Santi. Per la sua santa grazia, Egli vive ed abita nelle nostre anime battezzate, che Gli sono intimamente unite, come i rami sono uniti al tronco. È Lui, è GESÙ che la Chiesa incensa nei Sacerdoti e nei fedeli. Per ricevere l’incenso, bisogna alzarsi rispettosamente, e rendere il saluto al chierico che ce lo porta. – Infine, la quarta incensazione si fa al momento dell’Elevazione, e simbolizza la fede viva, le adorazioni profonde di tutto il popolo cristiano in presenza del suo DIO velato nell’Eucaristia. [continua…]

 

Mons. G. DE SEGUR : LA MESSA (1)

Iniziamo la pubblicazione di un prezioso volumetto di mgr. De Ségur che già nel secolo XVIII avvertiva la necessità di educare i fedeli alla Santa Messa, fedeli evidentemente già distratti, abitudinari e non più memori del significato delle azioni e delle preghiere alle quali assistevano senza averne una vera comprensione. Oggi la Messa di sempre, oscurata dalla setta modernista del N.O., rischia la totale cancellazione dalla memoria dei fedeli della “chiesa dell’uomo”, convinti di partecipare ad una funzione che altro non è se non un’offerta al “dio dell’universo”, il baphomet massonico sostituito alla Santissima Trinità dal rito montiniano di ispirazione rosa+croce. Da sottolineare ancora che tale parodia viene officiata da preti mai consacrati, prima perché non tonsurati, poi perché ordinati da falsi vescovi a loro volta mai-consacrati da una formula blasfema che, oltre ad essere teologicamente ridicola, contiene delle gravissime eresie: monofisita, antitrinitaria e anti-filioque. La Messa di sempre, quella fissata da S Pio V, anche se “saltuariamente” ripristinata, è officiata da non-preti modernisti, così come da non-preti viene sacrilegamente officiata da gruppi scismatici sedicenti-tradizionalisti! Con la pubblicazione di questo opuscolo, provvisto di tutti gli imprimatur e i “nihil obstat” del caso, ci ripromettiamo di far conoscere soprattutto alle nuove generazioni la realtà della Santa Messa di rito latino, il vero capolavoro che l’umanità abbia mai prodotto in simbiosi con il “soprannaturale”! Questo tesoro nessuno ce lo potrà mai rubare, perché di natura divina, onde siamo certi che esso sarà ripristinato completamente nelle sue meraviglie angeliche quando questa funesta eclissi sarà passata e la Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa fondata da Cristo, e l’unica nella quale c’è salvezza, oscurata da un obbrobrioso mostro “conciliare”, ritroverà il suo splendore che irradierà a tutte le genti. Ed allora per non farci cogliere impreparati ed essere pronti nel momento in cui, una volta eliminato l’abominio della desolazione nelle nostre chiese, sarà ripristinato il Sacrificio eterno, studiamoci questa santa, piccola, preziosa opera!

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LA MESSA

[Mgr. G. De Ségur – da: “Le opere” vol. VIII, 1869]

-I-

A chi si rivolge questo opuscolo?

Un po’ a tutti, ma soprattutto a coloro per i quali il catechismo è solo un pallido ricordo. È veramente doloroso, dopo più di diciotto secoli di Cristianesimo, essere obbligati a spiegare ai Cristiano ciò che è la Messa. Ci siamo così ridotti grazie ai progressi dei lumi “del basso” che hanno quasi spento la luce “dall’alto”. A misura che si insegna alle persone ciò di cui essi potrebbero essere perfettamente ignari, essi dimenticano sempre più ciò di cui nessuno quaggiù dovrebbe obliare, sotto pena di diventare malvagio e perverso. Come il demonio si burla di noi, ingannandoci con il suo bel progresso, con la sua famosa scienza, con tutte le grandi parole di ci egli affabula le sue menzogne! In quelli che si è convenuto chiamare “i tempi dell’ignoranza”, tutto sapevano cosa fosse la Messa; oggi anche tra la brava gente, quanti sono coloro che lo sanno un po’ rettamente? Quanti forse, sarebbero capaci di dire come questo padrone calzolaio di Parigi che voleva fa lavorare tutte le mattine dei giorni di festa i suoi poveri apprendisti: “Ah! Ah! Voi sarete liberi di andare alla Messa di sera, invece che a quella del mattino. Tanto è uguale, l’una vale l’altra”. Egli scambiava i Vespri con la Messa. Un altro dello stesso calibro, diceva: “ … che alla Messa di sera, è più bello che alla Messa del mattino, perché vi si vede il sole”. Questo disgraziato credeva che al “saluto” (che egli chiamava la Messa della sera), noi adoriamo l’ostensorio. Ma non sono soltanto le persone senza educazione che non sanno cosa sia la Messa, e che vi parlano seriosamente della “Messa della sera”: un colonnello rispondeva ad un sacerdote che reclamava, a favore dei soldati del reggimento, la prima, la più sacra di tutte le libertà, quella della coscienza: “È vero che passando in rassegna la domenica a mezzogiorno, io impedisco loro di andare al mattino alla Messa; ma essi sono tutti liberi dopo una o due ore, e se vogliono possono assistere alla Messa delle tre”… – Per molte persone, ogni cerimonia religiosa, qualunque essa sia, è la Messa. Credo di aver raccontato altrove ciò che mi riferiva un testimone oculare, in occasione della benedizione solenne data da un Vescovo alla locomotiva che doveva inaugurare un tratto di ferrovia dell’ovest. Due o tre buoni industriali, felici ed entusiasti dicevano tra loro: “questo ci fa molto piacere, è da tanto tempo che non assistiamo ad una Messa”! Questa ignoranza è all’ordine del giorno. Essa è fortunatamente meno grossolana in coloro che vanno ogni tanto in chiesa, ma è sufficiente vedere come si comporta la maggior parte dei cittadini battezzati che assistono alle Messe di matrimonio, alle Messe dei funerali, ed anche alle Messe ordinarie della domenica, per convincersi che essi non comprendano nemmeno una parola di quello che avviene davanti a loro. – Li si vedono là senza religione, senza rispetto, senza preghiera, senza libro; gli uni chiacchieranti, sorridenti, occupati a guardare le donne e le loro toilettes, che non si inchinano neppure all’Elevazione, scambiando evidentemente la chiesa per una succursale del municipio o del caffè; gli altri, con le braccia penzoloni, la bocca aperta, con arie stupite che farebbero ridere se non ispirassero pietà. Io chiedo: è un ritratto di fantasia? Chi non è stato centinaia di volte testimone di queste cose? Infine tra i cristiani praticanti, tra coloro che non hanno dimenticato il sentiero della chiesa, io credo che ci sia un buon numero che non sappiano che in modo confuso ed insufficiente ciò che è la santa Messa, perché e come dobbiamo tutti assistervi, cosa significano le cerimonie che il prete compie sull’altare, e quale prezioso vantaggio si trae dall’assistere alla Messa. È per questo gran numero di cristiani onesti ma poco istruiti, che io cerco di riassumere qui ciò che la Chiesa ci insegna a riguardo del santo Sacrificio della Messa. Forse questo piccolo lavoro potrà essere di qualche utilità ai buoni preti, ai catechisti e ai genitori cristiani che comprendo l’importanza, oggi più grande che mai, di dare ai figli una istruzione religiosa solida, ben ragionata”.

II

Cos’è la Messa.

La parola Messa è la traduzione italiana di una vecchia parola latina, Missa, molto in uso nell’antichità per significare un’assemblea pubblica, una riunione qualunque di inviati, di deputati. Missus vuol dire in effetti “inviato”. Ancora oggi talvolta si chiama “messa”, la riunione giornaliera degli ufficiali di una guarnigione. – Questa locuzione è stata anche, si dice, l’occasione di una avventura singolare ; una dama molto pia e molto ricca concepì l’idea di dare sua figlia in moglie ad un luogotenente dotato di ogni tipo di virtù, ma non aveva un centesimo; ella gli aveva sentito dire pubblicamente, senza alcun rispetto umano, « che egli andava tutti i giorni alla “messa” ». l’affare si concluse; le parti interessate convennero reciprocamente; e quando la buona madre si accorse del quiproquo, era troppo tardi per rompere. Fortunatamente il giovane pretendente, pur non avendo la devozione alla Messa del buon DIO, bensì a quella degli ufficiali,, era in fondo un uomo molto onesto e non aspettava che una buona occasione per diventare un buon cristiano. – La Messa è per eccellenza l’assemblea religiosa dei cristiani, essa li riunisce tutti, le fonde tutti ai piedi dell’altare, ove il Figlio eterno di DIO fatto uomo GESÙ-CRISTO, il Signore, il Re ed il Redentore del mondo, si rende presente, benché velato, sotto le apparenze del pane e del vino. La Messa è il sacrificio incruento di GESÙ-CRISTO, che rende nuovamente presente, tra le mani dei preti, il sacrificio divino, l’immolazione santa che già una volta per tutte, ha salvato il mondo sul Calvario. È per questo che si dice “sacrificio della Messa, o anche semplicemente: il Santo-Sacrificio.

III

La Messa è il medesimo Sacrificio del Calvario.

Il Sacrificio di GESÙ-CRISTO è il grande atto, l’atto essenzialmente religioso, sacerdotale e divino, con il quale il Figlio di DIO fatto uomo si è offerto da Se stesso al suo Padre celeste, come vittima di adorazione, di azione di grazie, di misericordia e di perdono, per il mondo intero. Questo sacrificio, questo atto sacro, fu la vita intera di Nostro Signore, con tutte le sue sofferenze, le sue privazioni, le sue lacrime, le sue preghiere, le sue adorazioni e soprattutto con la sua Passione dolorosa, con la sua sanguinosa immolazione sul Calvario. Questo sacrificio è cominciato nel seno di MARIA, dal primo momento dell’incarnazione del Figlio di DIO; ed è stato consumato sulla Croce; o per meglio dire, è stata consumato e completato solo nel giorno dell’Ascensione quando la Vittima resuscitata e trionfante è entrata per sempre nella gloria dei cieli. L’oblazione, l’immolazione di GESÙ-CRISTO è resa interamente presente sui nostri altari, ogni volta che il prete celebra la Messa. Che cos’è, in effetti, il sacrificio di GESÙ-CRISTO, se non GESÙ-CRISTO stesso che si sacrifica, si offre a DIO, suo Padre, come Vittima di adorazione, di azioni di grazie, di preghiera ed espiazione, come noi stiamo per dire? Ora alla Messa, GESÙ-CRISTO si rende realmente e personalmente presente sull’altare sotto i veli sacramentali del pane e del vino, la Messa è evidentemente il sacrificio di GESÙ-CRISTO, reso nuovamente presente a tutte le generazioni cristiane attraverso tutti i secoli e fino alla fine del mondo. È per ricordare incessantemente questa grande verità al Prete ed agli Assistenti, che la Chiesa pone un crocifisso sull’altare ove si celebra la Messa, e vieta assolutamente che la Messa sia celebrata senza questa immagine di GESÙ crocifisso. – Così il santo Concilio di Trento ha dichiarato contro i protestanti che « la Messa è realmente e veramente un sacrificio ». La sola differenza che passa tra il Sacrificio del Calvario e quello dei nostri altari, è che il primo è stato offerto in forma cruenta, mentre il secondo si offre sotto una forma incruenta e mistica, cioè misteriosa , al di sopra della ragione e dei sensi. La Messa è dunque veramente un sacrificio, lo stesso Sacrificio del Calvario.

IV

La differenza tra il Santo Sacrificio e il Santo Sacramento

Il Sacrificio della Messa non è la stessa cosa del Santo-Sacramento; il Sacramento è al santo Sacrificio ciò che il frutto è all’albero. Non c’è frutto senza albero, ma quando il frutto è prodotto e raccolto, esiste perfettamente esso solo, indipendentemente dall’albero che lo ha prodotto. Così è la Messa in rapporto al Santo-Sacramento. La Messa, il sacrificio dell’Eucaristia, è un atto della Chiesa; mentre il sacramento dell’Eucaristia, frutto di questo sacrificio, frutto di questo atto è, nelle mani della Chiesa, come i frutti che noi disponiamo presso i nostri fruttivendoli, al fine di nutrircene nella misura dei nostri bisogni. Ciò che fa che il Santo Sacramento non sia il sacrificio di GESÙ-CRISTO, benché contenga realmente e personalmente la Vittima divina della mangiatoia e del Calvario, è che, poiché per essenza il sacrificio è un atto, esso è un atto transitorio, come è stato già il sacrificio cruento del Salvatore, come i germogli dei frutti sull’albero. La Messa al contrario è il Sacrificio di GESÙ-CRISTO, perché essa è l’atto che produce e che rende presente sulla terra GESÙ-CRISTO, con tutti i misteri della sua santa vita, e specialmente con la sua immolazione al Calvario. Il Santo Sacramento, che è il Pane della vita ed il nutrimento spirituale dei Cristiani, può compararsi al pane materiale di cui si nutre il nostro corpo: per l’uno come per l’altro, c’è un atto, un lavoro che produce il pane; e poi c’è il pane, frutto di questo lavoro. Per il pane materiale, c’è il lavoro del fornaio, che impasta la farina, le dà la sua forma e con la cottura ne fa il pane che noi mangiamo: per il Pane spirituale c’è il lavoro, l’atto del Prete che offre, che benedice, poi che consacra sull’altare il pane ed il vino in Corpo e Sangue di GESÙ-CRISTO, producendo così il Santo Sacramento che è nutrimento delle nostre anime mediante la comunione. Questo sacro lavoro del Prete è precisamente il sacrificio dell’Eucaristia, il sacrificio della Messa. È l’atto più grande, più divino che la Chiesa faccia quaggiù; così come il Santo Sacramento è ciò che vi è di più divino, di più grande, di più celeste nella Chiesa.

V

In cosa consiste specialmente il Sacrificio nella Messa

In questo atto che la Chiesa chiama “Consacrazione”, in questo solo atto. La consacrazione è come il cuore, come il punto centrale della Messa. Tutto ciò che precede la consacrazione non è che la preparazione a questo atto adorabile e divino; tutto ciò che segue ne è il complemento e l’azione di grazie. La consacrazione è l’atto per mezzo del quale il Prete consacra il pane ed il vino nel Corpo e Sangue di Nostro Signore GESÙ-CRISTO, cambiando, per effetto dell’onnipotenza divina, la sostanza del pane nella sostanza del Corpo vivente e glorificato di Nostro Signore, e la sostanza del vino nella sostanza egualmente vivente, divina, adorabile, del Sangue dello stesso Signore. E così, dopo la consacrazione sull’altare non c’è più né pane né vino, ma unicamente e realmente il Corpo ed il Sangue di GESÙ-CRISTO: c’è GESÙ-CRISTO tutto intero, GESÙ-CRISTO vivente e celeste, velato ai nostri sguardi sotto le specie o apparenze del pane e del vino: queste sono delle semplici apparenze, destinate a nascondere il Re del cielo ai nostri sguardi terrestri, incapaci di sostenere quaggiù lo splendore della sua Maestà. La consacrazione è così l’atto con il quale GESÙ, Vittima di salvezza, si rende presente sulla terra in mezzo alla sua Chiesa militante; e tutte le volte che il Prete consacra, egli offre di nuovo questa divina Vittima per la gloria di Dio, e per la salvezza del mondo. – Dunque è nell’atto della consacrazione e solo in questo atto che consiste il sacrificio; e tutto questo insieme di cerimonie sacre, che si chiama Messa, sarebbe, senza la consacrazione, come un corpo senza anima.

VI

Il sacrificio della Messa ci rappresenta tutti i misteri dolorosi e gaudiosi di GESÙ-CRISTO

Non c’è che un solo Signore GESÙ: il GESÙ del cielo è il neonato che piangeva e soffriva il freddo nella greppia di Bethlem, tra le braccia di Maria e di Giuseppe; è il GESÙ bambino di Nazareth; è il GESÙ del Vangelo, con tutti i suoi miracoli, le sue fatiche, le sue divine virtù, le sue pene, le sue lacrime; è il GESÙ del Cenacolo, dell’Agonia, della Flagellazione, del Pretorio, del Calvario; il GESÙ del Sepolcro e della Resurrezione, il GESÙ degli uomini e degli Angeli. Ora, nella Messa, questo Signore adorabile, apparendo in persona in mezzo a noi, sotto il velo del Santo-Sacramento, si trova là, davanti a noi, con tutti i suoi misteri riuniti, e con ciascuno di essi in particolare. È assolutamente vero il dire, ad esempio, nel giorno di Natale, alla Messa di mezzanotte: “Ecco il Santo Bambino-GESÙ, il Dio della mangiatoia. Io adoro qui, nell’Eucarestiam lo stesso Bambino- Dio che adoravano già a Bethlem, in forma umana, Maria e Giuseppe, i pastori ed i magi”. In quaresima alla Messa, noi possiamo ugualmente dire, in tutta verità: “Ecco, sull’altare, il Penitente universale del mondo, il buono e misericordioso GESÙ che, per amore nostro, ha voluto digiunare quaranta giorni nel deserto, umiliarsi ed espiare i nostri peccati con la sua penitenza”. Ogni qualvolta che alla Messa leggiamo il Vangelo, noi possiamo dire: “Ecco sull’altare, Colui che ha detto tutte queste sante parole, che ha fatto tutti questi bei miracoli, che ha perdonato a questi poveri peccatori, alla Maddalena, a Zaccheo, alla donna adultera; ecco GESÙ dei bambini e dei poveri; il GESÙ di Lazzaro del cieco nato, della vedova di Naim. Oh! Quanto è buono essere vicino a Lui!”. Il Giovedì-Santo l’Ostia della Messa, il GESÙ dell’altare, è il GESÙ del Cenacolo, che è là, davanti a noi e per noi, come era già nel Cenacolo davanti ai suoi Apostoli e per essi. Egli si da a noi, come si è dato ad essi; Egli ci dice ciò che diceva ad essi; Egli ci ama come amava loro. L’Atto divino della consacrazione lo rende di nuovo presente con i misteri del Cenacolo. È lo stesso per la Crocifissione e la morte del nostro Redentore. Ogni giorno, a Messa, nel momento in cui il Prete eleva la santa Ostia ed il Calice consacrato, ciascuno di noi può dirsi: “Qui io adoro il GESÙ della Passione, Colui che per me, per causa mia, miserabile peccatore, ha sudato sangue nella grotta dell’Agonia, è stato tradito da Giuda, è stato coperto di sputi ed oltraggi, è stato sballottato, rinnegato, condannato a morte! Questa Ostia è il mio Salvatore flagellato, coronato di spine, caricato della Croce con tutti i miei peccati, con tutti i peccati del mondo; è il GESÙ crocifisso, sospeso alla Croce sanguinante, spirante, morto! Io sono là, davanti al suo altare, come S. Giovanni, come Maddalena erano davanti all’altare insanguinato della Croce. Io non Lo vedo con gli occhi del corpo, ma l’infallibile fede me lo rivela; io so che Egli è là, che è Lui, Lui stesso; io so che Egli mi guarda, che Egli mi ama, e che Egli mi benedice”! e così di seguito, di tutti i misteri della Vittima divina: della sua Resurrezione e della sua Ascensione, dei suoi trionfi e della sua gloria celeste. Sull’Altare, tra le mani consacrate dei suoi Preti, Egli si rappresenta a noi con tutto ciò che ha, soprattutto con il suo dolce amore, con il suo sacro Cuore squarciato, che Egli ci mostra dicendoci: “Venite a me, voi tutti affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò”. Nei giorni dell’Incarnazione e della Resurrezione, il Figlio di DIO, con il suo Sacrificio cruento, ha fatto scendere, nella sua Persona, il cielo sulla terra, per portarci la vita e la felicità del cielo. Ogni giono, alla Messa, nell’Eucaristia e mediante il suo Sacrificio incruento, GESÙ rinnova o piuttosto perpetua questo ineffabile beneficio, di cui gli Angeli stessi non possono concepire la grandezza. È dunque vero il dire che il Sacrificio della Messa, donandoci GESÙ, ci rende presenti tutti i Misteri della sua vita, della sua Passione e della sua morte. Adorando GESÙ-CRISTO e soprattutto recevendoLo nella Comunione, noi prendiamo parte alla grazia che scorre da ciascuno dei Misteri: come gli uccellini prendono la loro parte dalle acque rinfrescanti, tutte le volte che essi vi si avvicinano, che vi si bagnano e affondano in esse il loro becco.

VII

La Messa è il centro di tutto il culto di Dio.

La Messa è il centro di tutto il culto di DIO, perché essa è il Sacrificio di GESÙ-CRISTO, perché essa dà veramente e realmente GESÙ-CRISTO alla terra, e perché GESÙ-CRISTO è Lui stesso il Capo ed il centro della vera religione. Il buon Dio ha creato il cielo e la terra in vista del Figlio suo unico GESÙ-CRISTO, che nel mezzo dei tempi, doveva incarnarsi, vale a dire farsi uomo, unendo un’anima ed un corpo alla sua Persona divina, eterna, onnipotente. La religione, le sola e vera religione, è il culto di adorazione e di preghiera che GESÙ, l’Uomo-DIO, rende alla Maestà divina, prima nel suo nome, poi a nome di tutte le creature. Tra le creature ce ne sono di quelli che credono in GESÙ-CRISTO, che sperano in Lui, che Lo amano, che Lo servono, e che si uniscono a Lui: sono essi solo che possiedono e praticano la vera religione, e sono essi che rendono a DIO, con GESÙ-CRISTO e per GESÙ-CRISTO, il culto puro e santo che DIO attende dalle sue creature. Gli altri sono fuori dalla vera religione e di conseguenza fuori dal vero culto divino. La Chiesa è incaricata da GESÙ-CRISTO di predicare a tutti gli uomini la vera Religione, di farla praticare e di far rendere al buon DIO il vero culto; ora è principalmente alla Messa e per mezzo della Messa che la Chiesa rende a DIO questo culto perfetto, unendoci a GESÙ-CRISTO per adorare e pregare DIO, per renderGli grazie dei suoi benefici e per implorare le sue misericordie. La santa Messa riassume tutte le adorazioni e tutti gli omaggi religiosi che GESÙ, l’Uomo-DIO, ha reso a DIO suo Padre durante la vita mortale, e che Egli rende eternamente nei cieli. A questa religione di GESÙ, a questo Sacrificio veramente divino, a questo culto perfetto si uniscono, nel cielo, la Santissima Vergine, tutti i Serafini, tutti i Cherubini, tutti gli Arcangeli, tutti gli Angeli, tutti i Santi; nel Purgatorio le anime sante che sperano, che amano ed espiano; sulla terra tutti i veri figli di DIO e della Chiesa, tutti i veri cristiani, tutti coloro che non dimenticano di essere creati per conoscere, servire ed amare il buon DIO, e con questo mezzo arrivare alla vita eterna. GESÙ-CRISTO, il Re del cielo, la Vittima del Calvario, l’Ostia dell’altare, è la sorgente di tutta la religione degli Angeli e degli uomini; Egli è alla religione ed al culto divino, ciò che è il sole ai raggi di luce, ciò che è, nel nostro corpo, il cuore che spande il sangue e la vita in tette le membra. Dunque, la Messa è veramente il centro di tutto il culto divino e della sola vera Religione.

VIII

Chi ha istituito la Messa

 È quasi inutile dirlo: è Nostro-Signore GESÙ-CRISTO stesso. Solo Lui in effetti, poteva istituire, nella sua Chiesa, un Sacrificio che sotto la forma del pane e del vino, contenesse realmente il suo Corpo ed il suo Sangue, e rendesse presente a tutta la terra la sua Persona adorabile ed il Sacrificio cruento che Egli consumò per noi sulla Croce. È nel Cenacolo, il Giovedì-Santo, immediatamente prima della sua Passione, che il divino Redentore instituì solennemente il Sacrificio ed il Sacramento dell’Eucaristia. Ognuno sa come Egli prese del pane senza lievito (come facciamo ancora sull’altare), lo benedisse e lo consacrò nel proprio Corpo, con queste divine parole: “Prendetene e mangiatene tutti, perché questo è il mio Corpo”. Poi quando gli Apostoli ebbero tutti comunicati sotto la specie del pane, il Signore prese un calice, cioè una coppa, la riempì di vino, la benedisse e la consacrò nel suo vero Sangue, dicendo. “Prendete e bevetene tutti, perché è il calice del mio Sangue della nuova ed eterna Alleanza”. E dopo che gli Apostoli ebbero comunicato sotto la specie del vino, GESÙ diede loro il potere ed il comandamento di fare essi stessi ciò che stava facendo davanti a loro, cioè di consacrare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, e di celebrare così, nel suo nome sulla terra, quando Egli sarebbe tornato in cielo, il Santissimo Mistero dell’Eucaristia, “E voi, disse loro, tutte le volte che farete queste cose, le farete in memoria di me”; voi lo farete in ricordo di tutti i miei misteri che Io riassumo, raccolgo, per così dire in questo mistero dei misteri. Voi lo farete in memoria del mio amore per voi, ed è là soprattutto che riceverete incessantemente nei vostri cuori e nei cuori di tutti i vostri fratelli, l’amore che voi dovete a me, vostro amico celeste, vostro fratello divino, vostro Dio-Salvatore, vostra vittima e vostra salvezza. GESÙ-CRISTO è così il primo che abbia offerto il santo Sacrificio della Messa, il sacrificio di salvezza, sotto forma incruenta e permanente, nel momento stesso in cui si apprestava ad offrire questo stesso Sacrificio in modo cruento e transitorio.

IX

Non è facile provare che sono stati i curati ad inventare la Messa

 Un buon curato, che io conosco che è intelligente ed istruito, zelante nell’esercizio del suo santo ministero, stava da qualche mese lottando in maniera molto penosa contro le predicazioni di un pastore protestante, più o meno evangelico, che si era venuto a stabilire nella sua parrocchia. Questo uomo distribuisce a piene mani il denaro delle Società bibliche e attirava così, attorno a sé un certo numero di “anime pure”. Il sindaco e l’aggiunto, l’uno oste, l’altro speziale, entrambi assidui lettori del “Secolo” e di conseguenza “illuminati”, trovavano i ragionamenti del ministro “di stringenti verità”, e ne facevano dappertutto gli elogi. Sfortunatamente per lui, al nuovo apostolo, uscendo un giorno dalle generalità, sfuggì il dire che la Messa non era altro che “un’invenzione dei curati”, e che la domenica seguente, egli avrebbe affrontato la questione a fondo, provando come la cosa sia chiara come due e due fan quattro, dicendo il nome dell’inventore della Messa. Questa gran novità fece il giro della parrocchia, e la sera stessa il curato ne fu informato. L’occasione era troppo ghiotta; egli non voleva lasciarsela sfuggire, e pertanto scrisse al ministro protestante per chiedergli una pubblica conferenza, nel giorno e nell’ora a lui più gradita, alla quale egli convenisse, davanti a dodici testimoni, scelti tra i notabili del distretto; lo invitava così a tener fede alla sua promessa e di citare il nome dell’inventore della Messa, aggiungendo che se la cosa era ben debitamente provata, egli si impegnava sull’onore, a versare seduta stante, cento franchi nuovi di zecca. Fece quindi consegnare nelle sue mani la sfida, davanti a due testimoni; poi ebbe cura di far circolare immediatamente in tutto il paese una copia del documento. Tutto il borgo era in fermento, si parteggiava per l’uno o per l’altro. L’oste e lo speziale non manifestavano alcun dubbio sull’esito della faccenda: evidentemente il curato sarebbe stato battuto. L’indomani entrambi andarono a trovare il ministro, per sapere il suo giorno e l’ora. Rimasero molto stupiti di vedere come questa conferenza lo irritasse. Cercò vanamente di eluderla, ma alla fine fissò il giorno. Ci si riunì presso il sindaco, un certo giovedì, alle due. Il curato giunse per primo con i suoi sei testimoni, in testa ai quali c’era il sindaco ed il suo aggiunto. Il ministro era pallido. Quando fu tutto pronto, il curato prese la parola: « Signore, dice al ministro, domenica scorsa voi avete detto, si o no ? …, che la Messa era un’invenzione dei preti!- Si, signore, e lo ripeto. – Voi avete promesso di farci conoscere l’inventore della Messa e che avreste provato la cosa così chiaramente che nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare? – si, signore, replicò l’altro, con tono un po’meno fermo. – Ebbene, io, signore, riprese il curato, forte della verità che possiedo e che conosco, io vi ho sfidato, e vi sfido ancora davanti a questi signori, nel provare ciò che avete osare proferire, di provare quel che non è. E mostrando con le dita la banconota: « questi cento franchi sono vostri, aggiunse, se riuscirete a convincerci. Parlate, noi vi ascoltiamo ». tra un profondo silenzio, il ministro prese la parola. Cominciò a scagliarsi, prima freddamente, poi impietosamente, contro le superstizioni clericali, contro l’intolleranza della Chiesa cattolica. Il curato lasciò per un po’ di tempo che scaricasse il suo cuore evangelico; ma nondimeno non si vedeva come la cosa si definisse. Signore, gli disse allora interrompendolo dolcemente, la questione posta non è questa, mi rivolgo a questi signori. Il problema è sapere chi ha inventato la Messa, in quale secolo ed in quale paese vivesse l’inventore. – ecco, ci sto arrivando, replicò vivamente il ministro un po’ piccato. » E si mise a parlare con veemenza contro la presenza reale, contro la preghiera per i morti, contro il culto della Santa Vergine, contro … « Ma signore, disse di nuovo il curato, non è questo che noi vogliamo sapere qui. Voi dovete dirci, chi ha inventato la Messa, e dopo averlo detto, voi dovete provarlo chiaro come il giorno. Sono già tre quarti d’ora che vi ascoltiamo e voi non avete nemmeno sfiorato la questione. Signori, non siete anche voi dello stesso avviso? » aggiunse rivolto ai dodici testimoni. Di buon o mal grado, tutti furono obbligati a convenirne. Il bravo pastore era visibilmente contrariato. Si piegò e volle aprire dei grossi libri che aveva portato; « Scusatemi, signore, gli disse tranquillamente il curato, è il nome dell’inventore della Messa che cercate la dentro? Se non c’è, non vale la pena aprire i vostri libri. Noi vogliamo un dato positivo. Diteci chi è il Papa, o vescovo, o il curato che ha inventato la Messa, dove e quando? Se voi non ce lo dite, io dichiaro apertamente qui, e domenica prossima lo dichiarerò pubblicamente dall’alto del pulpito, che voi non siete che un impostore, che il vostro insegnamento non è altro che inganno e menzogna, e che un uomo onesto non può essere uno dei vostri ». il sindaco stesso ed il suo vice, poi tutti gli altri si misero dalla sua parte e dissero al ministro, l’uno, che bisognava mantenere la parola; l’altro che evidentemente non aveva ancora provato nulla, e che l’osservazione del curato era giusta; un terzo gli domandò se per caso non si fosse burlato di loro. « Il nome dell’inventore! Il nome dell’inventore! » gli gridavano tutti. La posizione diveniva impossibile. Lo sfortunato predicatore si alzò, lamentandosi che lo si insultava, che in tali condizioni non poteva continuare la conferenza. Egli disse che i preti erano degli ipocriti, che egli non credeva ad una parola di quel che essi insegnavano; e raccogliendo i suoi libri, prese la via della porta. Fu accompagnato dai fischi di tutto l’uditorio, ivi compreso l’oste e lo speziale, ed il buon curato, rimettendo i cento franchi nel suo borsello, profittò della circostanza per mostrare a tutti i danni che si producevano nell’accordare la fiducia al primo venuto, soprattutto in materia di religione. In un batter d’occhio l’esito della conferenza fu noto in tutta la parrocchia, e la sera, alcuni burloni andarono a fare un po’ di baccano sotto le finestre del sapiente ministro. Ma non fu tutto. Durante la notte si fece sapere al signor curato, che il bravo ministro stava preparando i suoi bagagli, e che parte dei suoi mobili erano giò caricati. Un abitante scherzoso del luogo, non volle che questo degno uomo se ne andasse senza trombe e grancasse: si arrampicò sul campanile e si mise a suonare la campana con tutte le sue forze. Ben presto tutti furono in piedi, il curato e gli altri. Ci si informò e si vide la vettura del traslocante. E chi era mai? Il ministro che si dava a gambe con sua moglie e il suo santo vangelo, con la sua paccottiglia di bibbie e del figli. Per illuminargli il cammino, si accesero le torce e lo si accompagnò Solo i preti hanno il potere di dire la Messa, come i magistrati solo hanno il potere di esercitare la giustizia. Il potere di giudicare viene ai magistrati non dal loro talento o dalla loro scienza, o anche dalla loro virtù, ma unicamente dalla loro designazione a giudice dall’autorità sovrana. Allo stesso modo, il potere di dire Messa viene ai preti, come il loro sacerdozio da qualcosa di ben più solenne ancora di una semplice nomina, dall’ordinazione, cioè dalla consacrazione sacerdotale che conferisce loro la Chiesa per mezzo delle mani del Vescovo. Questa ordinazione o consacrazione è un Sacramento istituito da Nostro Signore GESÙ-CRISTO e conferito da Lui stesso ai suoi dodici Apostoli, nel Cenacolo, dopo l’istituzione dell’Eucarestia. GESÙ-CRISTO è il sacerdote eterno, ed è come Sacerdote che ha voluto celebrare il Santo Sacrificio nel Cenacolo; Egli era là nello stesso tempo Sacerdote e Vittima del Sacrificio. Egli comunicò in seguito il suo sacerdozio e di conseguenza il potere di consacrare l’Eucaristia, di offrire il Santo Sacrificio. A San Pietro ed agli altri Apostoli, che furono così i primi sacerdoti della Chiesa Cattolica Gesù in più li fece Vescovi, e diede loro il potere di consacrare a loro volta o, come si dice, di ordinare i preti. Egli diede loro una potenza più grande ancora facendoli Apostoli, e dando loro come tali il potere di costituire, ovunque volessero, i Vescovi e le Chiese. Da questo tempo, fino ai nostri giorni, i Vescovi cattolici ordinano ogni anno un certo numero di preti per il servizio della Chiesa e per la santificazione del popolo cristiano; essi conferiscono loro il Sacramento dell’ordine e non altrimenti, il potere divino di celebrare la Messa. Questo potere è affatto indipendente dalle qualità e dalle virtù di coloro che lo ricevono. Il più gran sapiente, il più gran santo del mondo, se non ha ricevuto il sacramento dell’ordine, non può dire la Messa, così come non può validamente amministrare la giustizia. E al contrario, dal momento che un uomo è ordinato prete, ha il potere di consacrare sull’altare il Corpo ed il Sangue del Salvatore, anche se non avesse Scienza, spirito e virtù. Alla Messa l’uomo sparisce dinanzi al prete. I poveri pastori protestanti immaginano che essi, come i preti, siano ministri di GESÙ-CRISTO; ce ne sono alcuni che lo credono in buona fede. Io ne ho conosciuto uno che era al proposito nella miglior fede del mondo. Egli era venuto a trovarmi per discutere di religione con me; perché, egli diceva, io vorrei provare prima di morire la solidità delle mie convinzioni religiose. Da venti anni io sono ministro del santo Vangelo … – Ministro del santo Vangelo? Gli domando; e voi lo credete realmente? – ma certamente! Rimase un po’ sorpreso. – E chi vi ha fatto ministro del santo Vangelo?- Eh! Ma l’imposizione delle mani. – delle mani di chi? – Dalle mani degli anziani. – quali anziani? – gli anziani del nostro concistoro. – E chi ha dato agli anziani del vostro concistoro il potere di imporre le mani ad un uomo e di farne un ministro di GESÙ-CRISTO? – Sono gli anziani prima di loro che hanno loro imposto le mani e li hanno fatti ministri. – E agli anziani degli anziani chi ha dato il potere divino per far questo? Questo risale da concistoro a concistoro, da ministro a ministro. – e fin dove? – Eh! Fino a Lutero. – Ma Lutero aveva questo potere? Chi glielo aveva dato? – Egli era prete, mi dice in modo infantile, questo povero uomo. – prete cattolico, si: ministro della Chiesa cattolica, si. Ma supponendo che egli abbia potuto trasmettere i suoi poteri, voi siete dunque ministro della Chiesa cattolica? Voi siete questo, oppure non siete niente. « Caro signore, ma Lutero non vi ha potuto dare né i suoi poteri, né il suo carattere sacerdotale, né la missione divina che aveva ricevuto dalla Chiesa. I preti non hanno il potere di imporre le mani e di fare dei preti; questi sono i Vescovi, e solo i Vescovi che hanno ricevuto da Nostro Signore GESÙ-CRISTO, nella persona degli Apostoli, questa potenza e questa fecondità divina. Al di fuori dal Sacramento dell’ordine, che danno i Vescovi, e che voi non avete ricevuto, vero? … non ci sono preti, non c’è ministro di GESÙ-CRISTO, non ci sono ministri del santo Vangelo, pastori di anime. Gli anziani non hanno potuto darvi ciò che essi non avevano; e quando anche tutti i ministri del mondo, Lutero e Calvino in testa, vi imponessero le mani ed anche i piedi per ventiquattro ore di seguito, senza bere né mangiare, voi non sareste avanzato di un palmo rispetto a prima. Se il mio portiere vi imponesse le mani, questo farebbe di voi un ministri di DIO? Tutte le mani di tutti i vostri anziani non hanno più potenza in questo, che le mani del primo venuto. Mio caro signore, lo salutai tendendogli la mano, sapete voi cosa siete? Un bravo uomo e nulla più. » Egli in effetti lo era, io ho avuto con lui diverse cordiali conversazioni; oi lo misi in contatto con cattolici eminenti per sapienza e pietà; il risultato di tutto ciò fu la completa disillusione del buon uomo, ma la sua risoluzione di tornare nel seno della Chiesa cattolica con i suoi due figli fa frenata dal subire ogni tipo di minacce e di persecuzioni nelle Cevennes, ove tornò, da parte degli otto ministri, suoi confratelli, cugini e vicini; la moglie quasi gli strappava gli occhi e giunse perfino a sottrargli i due figli più giovani, ed il povero perseguitato non poté che realizzare la sua conversione se non sul letto di morte, nel 1859. Io lo ripeto, solo il prete legittimamente ordinato dal vescovo, è ministro di GESÙ-CRISTO, ed in questa qualità ha il potere di celebrare il santo sacrificio della Messa. I cattivi preti, i preti scomunicati o interdetti dai loro vescovi, conservano il potere di dire la Messa, consacrano realmente l’Eucaristia, ma commettono un peccato mortale ed un orribile sacrilegio.

XI

Le diverse forme che riveste la celebrazione del Santo-Sacrificio della Messa

 La Chiesa non ha che un solo Sacrificio, così come essa non ha che una sola fede, una religione, un DIO solo. Ma questo Sacrificio unico si celebra sotto diverse forme, alfine di rendere più sensibile a tutti lo scopo speciale per il quale esso viene offerto. Questa diversità di forme non altera l’unità del sacrificio; non più che il cambio di costume non toglie nulla all’unità della sua persona. Che un re rivesa l’uniforme militare per comandare la sua armata, che egli prenda la corona, lo scettro ed il mantello per presiedere una grande assemblea pubblica, che egli vestito come tutti all’interno del suo palazzo, in fondo è sempre lo stesso uomo.: è il Re. Così è la Messa; che sia detta a voce bassa, o cantata; che sia solenne o meno; che il prete indossi paramenti bianchi o rossi, violetti o neri, è sempre la Messa, lo stesso ed unico Sacrificio di GESÙ-CRISTO. Innanzitutto c’è la Messa bassa e la grande Messa. La Messa bassa è quella in cui il prete non fa che leggere e recitare le preghiere, la Grande Messa è quella in cui una parte delle preghiere sono cantate con più o mano solennità, sia dal solo prete, che dai cantori o dal popolo. Ordinariamente alla Grande Messa, il Prete è assistito da un Diacono e da un Sotto-Diacono, che cantano l’uno il Vangelo, l’altro l’Epistola; alla Messa bassa al contrario, il Prete è solo all’altare ela Messa non è servita che da un fedele, chierico o laico, uomo o ragazzo. La Messa, sia bassa che cantata, si celebra con i paramenti di colore bianco in tutte le feste di Nostro Signore, salvo quella della Passione; alle feste del Santo-Sacramento; a tutte le feste della Santa-Vergine, senza eccezioni; ad Ognissanti, ed in tutte le feste dei Santi e delle Sante che non sono martiri; infine in tutto il Tempo pasquale, a meno che non sopravvenga una festa di un martire. Ci si serve dei paramenti rossi alle Messe della Pentecoste e dello Spirito-Santo, e alle feste dei Martiti; dei paramenti violetto durante tutto l’Avvento, dalla domenica di Settuagesima fino al termine della Quaresima e tutti i giorni di digiuno, a meno che non si celebri una festa in bianco o in rosso. Ci si serve di paramenti verdi tutte le domeniche e tutti i giorni in cui non vi sia una festa speciale, dall’Epifania alla Settuagesima, e dopo la Pentecoste fino all’Avvento. Infine il Prete si riveste di paramenti neri il Venerdì Santo e in tutte le Messe per un morto e nei funerali. Il bianco è il colore della gioia, dell’innocenza, del trionfo e della gloria; è dunque il colore del Bambino Gesù, della Resurrezione e del cielo; è il colore del Santo-Sacramento, della Vergine e dei Santi. Il rosso è il colore del fuoco e del sangue, del fervore dell’amore e dell’ardore del martirio. Il violetto è il colore della penitenza, in verde quello della speranza; il nero quello della morte e della tomba. Con questa diversità, la Chiesa aiuta il popolo fedele ad entrare più facilmente nello spirito dei misteri e delle feste in onore delle quali si celebra la santa Messa.

XII

Ciò che un ministro protestante è capace di dedurre da tutto questo!

 Uno dei più illustri, gloriosamente di nome Napoléon Roussel, aveva osservato con il colpo d’occhio di Aquila, queste diverse forme sotto le quali si presenta la celebrazione della Messa cattolica. Egli non aveva esitato un istante;  egli aveva visto, proclamato a tutti che da noi la Messa si dice ora in bianco, ora in rosso, ora in nero. Non si poteva negare, egli lo aveva visto con i propri occhi, con i suoi occhi di ministro; ed egli aveva visto pure ben altre cose! Da tutto quanto aveva visto, questo Napoléon concludeva: dunque la Messa cattolica non è lo stesso di quanto aveva fatto GESÙ-CRISTO al cenacolo, “vedete bene, egli diceva gravemente: « al Cenacolo  GESÙ-CRISTO fa la Cena, ed aveva dodici Apostoli con Lui, alla Messa cattolica il prete è solo con un servente (io non invento, queste non sono le parole testuali, e non ho il libro del ministro sotto mano, ma garantisco l’esattezza rigorosa del senso). Al Cenacolo, il Cristo fa la cena con i suoi abiti ordinari; alla Messa, il Prete è rivestito da paramenti straordinari, al Cenacolo, il Cristo si serve della lingua volgare, alla Messa il Prete parla una lingua sconosciuta /al sapiente pastore). Al Cenacolo il Cristo fa una sola cena: i Preti cattolici hanno una quantità di Messe; la Messa bianca, la Messa rossa, la Messa nera, la Messa bassa, la Messa cantata. Al cenacolo il Cristo aveva lunghi capelli da nazareno, fluenti sulle spalle; i Preti cattolici hanno i capelli corti, ed anche una parte della testa rasata a tondo. E noi potremmo, aggiungeva Napoléon con fare serio, noi potremmo spingere ben più in là questo paragone decisivo. » Che ne dite, lettore? È possibile, io vi domando, spingere fino a questo punto l’inizio del ragionamento? Si possono prendere, come differenze reali, delle circostanze accidentali assai insignificanti, fuor di questione? A questo riguardo quindi, per essere ortodossi, bisognerebbe parlare la lingua siro-caldea che parlava Nostro Signore, avere i capelli del suo stesso taglio e colore, essere della stessa taglia, essere vestito come ai suoi tempi a Gerusalemme, non dire la Messa se non nel cenacolo, sul monte Sion, ed avere sempre a disposizione i dodici Apostoli, Giuda compreso. Ecco fin dove può giungere l’ignoranza, l’aberrazione dei nemici della fede. Di cose così semplici, si fanno dei mostri; essi non comprendono nulla delle istituzioni della Chiesa, e senza batter ciglio, attaccano i nostri santi misteri con argomenti impossibili. Qual differenza gran DIO!, tra la saggezza sì ragionevole, sì profonda e dolce della Chiesa, e le stupidaggini di coloro che blasfemano la sua dottrina!

XIII

Quanto sante e venerabili sono le cerimonie della Messa

Più una cosa, più una persona è grande, e più è naturale circondarla di rispetto e di onori. Quando un Sovrano onora della sua visita una città o un castello, si mette in opera tutto per offrire al re un’accoglienza degna di lui; non c’è niente di troppo bello, non si risparmia nulla. Ci si può allora meravigliare che i santi Apostoli ed i primi Sovrani-Pontefici regolando il culto divino abbiano circondato di cerimonie tanto auguste questa divina visita che il Re del cielo si degna di fare ogni giorno alla terra, per mezzo della Consacrazione Eucaristica? Le cerimonie che precedono la Consacrazione, sono come la preparazione del Prete e del fedele all’arrivo del grande Re GESÙ. Quando appare questo Re celeste, tutti si prosternano ed adorano in silenzio. Le altre cerimonie, quelle che seguono la Consacrazione e concludono la Messa, preparano il Prete ed i cristiani a ricevere, con le Comunione, l’adorabile Visitatore, ed a ringraziarLo del suo amore misericordioso. È molto importante comprendere, almeno grossolanamente, il senso delle cerimonie della Messa; altrimenti, ci si espone ad assistere agli Uffici divini come una bestia curiosa, e sse si viene a parlarne, si dicono delle enormità, che sono in fondo delle vere blasfemie. – all’inizio della spedizione in Crimea, il cappellano del vascello-ammiraglio, si presentò un sabato sera nella cabina dell’ammiraglio per prendere i suoi ordini circa la Messa militare dell’indomani. L’ammiraglio era circondato da tutto il suo stato maggiore e fumava, in compagnia di un alto personaggio, celebre più per il cinismo della sua empietà che per le sue imprese militari. Il cappellano era un bravo uomo, tutto tondo e franco. « Ammiraglio, egli dice, io non so se domani potremo avere la Messa a bordo: è tutto ingombrato ». L’ammiraglio esitava, quando l’alto personaggio prese bruscamente la parola. « Io non comprendo la Messa, dice con un insolente disdegno. La predica protestante, alla buon’ora! Ma la vostra Messa non è che un cumulo di confusione: non si capisce nulla! Il prete va a destra, va a sinistra, gesticola: costui non ha il senso comune! » Un momento di silenzio accoglie questo sfogo impertinente. Il cappellano, senza lasciarsi intimidire, guarda il suo interlocutore nel bianco degli occhi, e gli dice tranquillamente: « signore, quando si giunge così in alto come voi, non è per dire sciocchezze. » E dopo aver salutato l’ammiraglio, andò a preparare tutto. Sembrava che tutti gli ufficiali ridessero sotto i baffi, e non certamente per il cappellano. È dunque molto utile comprendere quel che significano le cerimonie della Messa. Il Concilio di Trento ci dichiara che, tra le cose sante, nulla è sacro come « queste benedizioni piene di misteri, che gli Apostoli stessi hanno istituito e lasciato alla Chiesa. » Queste cerimonie, queste benedizioni che circondano, per così dire, il mistero dell’Eucaristia, come la nube del Thabor circondava GESÙ trasfigurato, non sono venerabili solo per la loro origine, ma lo sono ancora per le sante cose che esse significano. Le cerimonie della Messa hanno per oggetto di ricordare e riassumere, attorno alla Persona di GESÙ eucaristico, tutto l’insieme del magnifico ed universale mistero di questo divino Salvatore. Così i Preti e tutti coloro che li assistono all’altare, devono rispettarli infinitamente ed osservarli religiosamente. Bisogna osservarli alla lettera con molta fede, religione ed amore, e fare tutto ciò che prescrive la Chiesa, come questo è prescritto, senza nulla eliminare, senza aggiungere nulla.

 

XIV

Cosa significa l’altare sul quale si celebra la Messa

L’altare rappresenta Nostro Signore, Re della gloria, e centro immutabile della Religione degli Angeli e degli uomini. – L’altare deve essere di pietra. Se esso è di legno o bronzo, o anche d’oro o d’argento, occorrerebbe che almeno in punto ove si offre il Sacrificio sia di pietra: questa pietra si chiama Pietra d’altare. L’altare (o pietra d’altare, che è la stessa cosa), è consacrato dal Vescovo, che lo segna con cinque croci, in onore delle cinque piaghe di GESÙ-CRISTO, che conserva eternamente nel suo corpo glorificato; questa consacrazione si fa con il Crisma santo, che è il più sacro degli oli santi. Dopo la Consacrazione , il Vescovo brucia un grano d’incenso puro in ciascuna delle croci incise nella pietra. – Così consacrato l’altare significa Nostro-Signore, al di fuori del Quale il Padre celeste non gradisce alcun omaggio religioso, alcuna adorazione, alcun sacrificio. GESÙ-CRISTO è, come detto, il centro ed il fondamento vivente della sola vera religione, la quale è cominciata con gli Angeli ed Adamo, dall’origine del mondo, e durerà nel cielo per tutta l’eternità. GESÙ è la pietra vivente, la pietra divinamente consacrata, la pietra angolare che sostiene tutto l’edificio della religione degli Angeli e degli uomini; ed è per questo che è assolutamente vietato celebrare la Messa al di fuori di una pietra d’altare consacrata. Alfine di rappresentare ancora meglio il senso nascosto e mistico dell’altare, la Chiesa vuole, almeno per l’altare principale delle nostre chiese, che esso sia elevato di tre gradini al di sopra del pavimento del santuario. Questi tre gradini elevati simbolizzano GESÙ-CRISTO elevato al di sopra di tutti i Santi e di tutti gli Angeli, e la sommità vivente dei cieli, la fonte di tutta la beatitudine celeste. Dall’alto del cielo, essa è pure per noi la fonte della grazia, ed è per questo che durante la Messa, il Prete, a più riprese, bacia l’altare, indicando che egli ripone in GESÙ-CRISTO la grazia e la benedizione di cui ha bisogno e che diffonde sugli astanti, in nome del divino Salvatore. L’altare significa dunque GESÙ-CRISTO, fondamento divino della Religione e del Sacrificio. Ognuno può concludere che da qui è la santità dei nostri altari, e perché è proibito non solo utilizzarli per uso profano, ma di non posarvi nulla di estraneo al culto divino. – Il santo abate Olier, uno degli uomini che hanno circondato di maggior rispetto il Santo Sacrificio ed il Santo Sacramento, era a questo riguardo di una severità straordinaria; un giovane chierico del seminario di San Sulpizio, di cui Olier era il Superiore, era stato scelto da lui per servir Messa, a causa della sua grande pietà. Un giorno, il pio giovane posò per distrazione il suo berretto sul cono d’altare. M. Olier lo riprese severamente, come una mancanza di rispetto, e per otto giorni gli tolse l’onore di servir Messa. Non si potrebbe essere tanto delicato in ciò che concerne le testimonianze della fede e dell’adorazione riguardo al Santo Sacramento e di tutto ciò che ha rapporto col Santo Sacramento. Nulla è trascurabile in tale materia. Gi aiutanti, i sacrestani ed i ragazzi del coro devono fare particolare attenzione a ciò che stiamo per dire. Spesso la loro sbadataggine attorno all’altare, giunge fino a veri inconvenienti. Essi posano sull’altare penne, fazzoletti, etc. io ho visto una volta un tale che per raggiungere un candelabro, era saltato all’improvviso sull’altare e vi si era messo in piedi, alla presenza di tutti i fedeli!

 

XV

Ciò che raffigurano le tovaglie e gli ornamenti dell’altare.

Si proibisce la Messa quando non ci sono tre tovaglie bianche di filo o di lino sull’altare; queste tovaglie che devono essere sempre tenute in uno stato perfetto, coprono interamente prima la parte superiore dell’altare, poi il lato destro e sinistro. La tovaglia superiore deve pendere dai due lati fino a giù. La parte anteriore dell’altare deve essere ugualmente coperto da un parato o drappo dello stesso colore degli ornamenti dei quali si servirà il Prete per celebrare la Messa: se la Messa si dice col bianco, il parato deve essere bianco; se la Messa si dice in rosso, o in nero, etc., la il parato sarà rosso, nero, etc. queste tre tovaglie e questi parati richiamano alla pietà dei fedeli un bellissimo mistero: cioè l’unione degli Angeli e dei Santi a Nostro Signore GESÙ-CRISTO nella gloria del Paradiso. Le tre tovaglie di lino bianco che coprono l’altare significano i tre ordini o gerarchie celesti dei santi Angeli che adorano, benedicono e glorificano incessantemente GESÙ-CRISTO, loro Signore e loro DIO, loro Maestro e loro Creatore. Ed anche le tre tovaglie coprono tre volte la parte superiore dell’altare; allo stesso modo, nella gloria del cielo, le tre grandi gerarchie angeliche formano nove cori, che rendono tutti a GESÙ-CRISTO tutti i doveri di una religione perfetta. I parati che coprono al davanti l’altare rappresentano non più gli Angeli, ma i Santi, in particolare il Santo o la Santa di cui si fa memoria nella Messa che si celebra. Nella gloria del suo bel Paradiso, Nostro-Signore è in mezzo ai suoi Angeli ed ai suoi Santi, come il sole in mezzo ai suoi raggi splendenti. Così GESÙ brilla e risplende nei suoi Serafini, Serafini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potenze e Principati, Arcangeli ed Angeli che sono tutti suoi ministri e servitori; Egli brilla e risplende in tutti i suoi Santi, nei suoi Patriarchi, nei suoi Profeti, nei suoi Apostoli, Martiri, Vergini, in una parola, in tutti i suoi eletti. Tutti essi sono inseparabili da Lui, ed Egli è inseparabile da loro: lodarli ed onorarli è lodare, onorare GESÙ-CRISTO; ed il sacrificio di adorazione, di azione di grazie, di preghiera e di espiazione che viene ad essere offerto dal Prete sulla terra, sarà accompagnato nel cielo dalle adorazioni e dalle adorazioni di tutti i beati. È per esprimere queste grandi cose che la Chiesa ordina le tovaglie ed i paramenti di cui parliamo.

XVI

I ceri, ed il loro bel significato.

I ceri accesi sull’altare durante la Messa, a destra ed a sinistra del Crocifisso esprimono ancora i santi Angeli e l’unione intima della Chiesa del cielo con la Chiesa della terra nella celebrazione del Santo Sacrificio. La luce è una creatura misteriosa e meravigliosa, destinata a rappresentare nell’ordine materiale e terrestre ciò che è GESÙ-CRISTO nell’ordine spirituale e terrestre. Nostro Signore è in effetti “la Luce vera che illumina ogni uomo venuto in questo mondo”, come dice il Vangelo di San Giovanni; Egli è la “Luce del mondo”. Gli Angeli ed anche i Santi sono, come sempre diciamo, i raggi viventi di questa Luce vivente: essi « sono luce nel Signore » ; essi sono delle luci illuminate dalla divina, eterna Luce: tutta la loro santità, in effetti, tutta la loro gloria non viene loro dal Figlio di DIO? Anche gli Angeli sono spesso chiamati dai Santi Dottori « delle luci celesti, delle stelle, degli astri viventi », etc. per questo motivo, la Chiesa ha ordinato fin dalle origini, che non si celebrasse Messa senza luce; e dopo i primi secoli, è stato ordinato che queste luci fossero delle candele di cera. Il cero è in effetti, una sostanza purissima, raccolta dalle api nel calice dei fiori più balsamici; la purezza di questa sostanza produce una fiamma molto luminosa e molto tranquilla, una luce pura che si eleva dritta verso il cielo e sembra volersi slanciarsene. Brillando così sulla punte delle candele, a destra ed a sinistra del Crocifisso, davanti al Prete e davanti ai fedeli, le sacre luci della Messa significano la Chiesa del cielo che si unisce alla Chiesa della terra, gli Angeli che si uniscono agli uomini per adorare GESÙ-CRISTO, Vittima del Santo Sacrificio. – Il Beato Francesco de Posadas, dell’ordine di San Domenico, vedeva spesso gli Angeli e gli Arcangeli assisterlo all’altare: essi erano là, mantenendo dei ceri illuminati, e alla Elevazione, sostenevano le braccia del Beato. San Francesco di Assisi vide molto spesso le moltitudini degli Angeli che circondavano l’altare. GESÙ-CRISTO è in effetti il loro DIO, come il nostro, il loro Creatore, come il nostro Creatore, il loro Signore, la loro Luce, la loro Vita eterna, come Egli è la nostra vita, il nostro Signore, la nostra Luce, il nostro Amore. I raggi di GESÙ-CRISTO, in cielo, sono gli Angeli ed i Beati: i suoi raggi sulla terra sono i cristiani, i fedeli, ed in particolare i Preti. – Ecco perché è assolutamente proibito dire Messa senza luci, senza ceri illuminati sull’altare. – Ecco perché i sagrestani, gli aiutanti o i ragazzi del coro, incaricati di accendere i ceri, non devono cominciare indifferentemente da un lato o dall’altro come è loro più comodo: alfine di ricordarsi e ricordare agli astanti che la luce e la Santità degli Angeli vengono da GESÙ-CRISTO, che solo è la Luce eterna ed il Santo dei santi, essi devono, accendendo i ceri, partire dal Crocifisso e cominciare dal cero più vicino al lato destro del Crocifisso, per passare poi al secondo ed al terzo; poi tornando in mezzo all’altare e salutando il Crocifisso, devono seguire lo stesso ordine per gli altri tre ceri. Per spegnerli, alla fine della Messa, essi devono seguire l’ordine inverso. È alla lampada del Santo-Sacramento, che deve bruciare giorno e notte senza interruzione, che si deve prendere la luce per accendere i ceri. E la ragione di questa regola liturgica è molto bella: la luce che brilla davanti al Tabernacolo ricorda al Prete ed ai fedeli che là, nella Santa Eucaristia, è presente Colui che è la Luce del mondo, la Luce di vita, la Luce degli Angeli e delle anime. GESÙ-CRISTO è òa fonte unica della luce celeste che illumina il Paradiso e che, sulla terra, insegna agli uomini a conoscere il vero DIO: alla luce della lampada che simbolizza GESÙ-CRISTO, si deve dunque attingere la luce dei ceri che simboleggiano gli Angeli e gli eletti nella gloria. Se le persone di chiesa conoscessero bene ed osservassero religiosamente questi minimi dettagli del culto divino, esse troverebbero nelle loro funzioni una fonte inesauribile di significato pratico, e non si abituerebbero, come spesso succede, a trattare le cose sante, come volgarmente si dice, sottogamba. Ordinariamente, nulla edifica meno della grossolana familiarità che induce la gente di chiesa ad assolvere le loro funzioni intorno ai santi altari.

XVII

Il numero dei ceri dell’altare.

Alle Messe basse, ci devono essere due ceri illuminati sull’altare, uno a destra l’altro a sinistra del Crocifisso. – Alle Messe basse celebrate da un Vescovo, ce ne devono essere quattro, almeno nei giorni di festa: due a destra e due a sinistra. Alle Messe solenni celebrate da un singolo Prete, ce ne devono essere sei, né più né meno; tre a destra e tre a sinistra. Infine nelle Messe solenni pontificali, celebrate cioè solennemente da un Vescovo, ce ne vogliono sette: tre a destra, tre a sinistra e il settimo dietro al Crocifisso il più vicino possibile ad esso. Niente di tutto questo è arbitrario, ed eccone il motivo. – bisogna sapere che a capo di tutti gli Angeli, similmente ad un capo d’armata, ci sono sette Angeli principali, che « presenziano davanti al trono di DIO », come uno di loro diceva al santo uomo Tobia: « io sono l’Angelo Raffaele, uno dei sette che stiamo davanti al Signore ». la Scrittura santa ci fornisce il nome di tre di loro: l’Arcangelo Michele, l’Arcangelo Gabriele e l’Arcangelo Raffaele. Ora sono precisamente questi santi Grandi Serafini, questi sette principi della milizia celeste che sono rappresentati dai sette ceri della più solenne di tutte le Messe, cioè la Grande Messa Pontificale. Il settimo cero che fa un tutt’uno con il Crocifisso esprime il futuro trionfo di GESÙ-CRISTO, quando, alla settima età del mondo [secondo le tradizioni più antiche, la durata del mondo deve dividersi, come la durata della settimana, in sette grandi epoche, delle quali sei dedicate al lavoro, e la settima al riposo e al trionfo ], ridiscenderà dal cielo in terra, pieno di gloria e di maestà. Alla Gran Messa del singolo Prete, i sei ceri illuminati rappresentano lo stesso mistero; ma il Crocifisso, che si mostra senza luce, ricorda soprattutto che il Sacrificio dell’Eucaristia è il Sacrificio della Chiesa militante, cioè della Chiesa che combatte e che soffre con il suo divino Capo; che con la gloria e la pazienza conquista la gloria eterna. In questo combattimento gli Angeli del cielo l’assistono costantemente, e durante le sei età che devono trascorrere dopo la creazione dell’uomo fino alla seconda venuta dell’Uomo-DIO, gli Angeli aiutano i loro fratelli della terra a rendere al Figlio di DIO, Creatore e Signore di tutte le cose, il culto di adorazione, di azione di grazie e di preghiere che Gli è dovuto. I sei ceri della Grande Messa ricordano così alla nostra pietà ed al nostro amore i sei Angeli che aiutano a glorificare quaggiù GESÙ-CRISTO. Alla Messa bassa del Vescovo, i quattro ceri significano i quattro principali di questi grandi spiriti, che in nome di tutti gli altri adorano GESÙ-CRISTO, in unione con il Vescovo celebrante e con tutta la Chiesa della terra. Il Profeta Ezechiele lo aveva già visto nella celebre visione, circondante il Figlio dell’uomo e tutto scintillante di luce. Infine i due ceri della Messa bassa ordinaria significano e rappresentano più particolarmente il santo Arcangelo Michele ed il santo Arcangelo Gabriele, i due principali di tutta la Corte angelica, che in nome di tutti i loro beati fratelli, aiutano il Prete ed i fedeli a rendere al Signore GESÙ i loro omaggi d’amore, di fede viva e di perfetta adorazione. Sono i due Arcangeli che Isaia, rapito in spirito, scorse in cielo, in adorazione davanti a Nostro-Signore, ripetendo con amore: « Santo, Santo, Santo è il Signore, DIO degli eserciti! ». – Il cero illuminato alla destra del Crocifisso rappresenta più specificatamente l’Arcangelo Michele, l’Angelo dell’onnipotenza, il primo Ministro di GESÙ-CRISTO, Dio Creatore. Il cero a sinistra, posto dal lato del cuore di GESÙ crocifisso e glorificato, rappresenta in particolare l’Arcangelo Gabriele, l’Angelo dell’Incarnazione e della Redenzione, il ministro di Dio-Salvatore, della grazia, dell’amore, della misericordia. Ecco ciò che significa il numero variato dei ceri e dei lumi dell’altare durante la Messa. Così è proibito cambiare; non si deve, col pretesto di rendere l’illuminazione più solenne, aggiungere al numero dei ceri prescritti dalla Liturgia, cioè dalla regola del culto pubblico. Si possono, al di fuori dell’altare, tenere altri ceri, o semplici candele; ma sull’altare bisogna attenersi al numero fissato dalla Chiesa, non si deve pertanto eliminare nemmeno uno dei ceri prescritti, né per economia né per qualsiasi altro motivo. Occorre controllare che la cera delle candele sia bella, pura, candida, ed il tutto accuratamente osservato. I sacrestani sono avvisati! [Continua ...]