NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

(inizia il 2 febbraio, festa l’11 Febbraio ).

I. Immacolata Regina, che personalmente apparendo qual maestosa Matrona, nella grotta di Massabielle sopra Lourdes, onoraste dei vostri benigni sguardi e della comunicazione dei vostri segreti la povera e infermiccia Bernardina Soubirous, quanto poco stimabile presso gli uomini per la sua deficienza d’ogni coltura, altrettanto accettissima a Voi pel candore della sua innocenza e il fervore della sua divozione, ottenete a noi tutti la grazia che, mettendo sempre ogni nostra gloria nel renderci cari al Signore con una vita tutta conforme alla specialità dei nostri doveri, ci rendiamo al tempo stesso sempre meritevoli dei vostri più speciali favori. Ave.

II. Immacolata Regina, che, esternando alla povera Bernardina il vostro desiderio di venire onorata con nuovo tempio nel luogo stesso della vostra  apparizione sopra le alture di Lourdes, le ingiungeste ancora di partecipare il vostro ordine ai  preti siccome quelli che ne dovevano promuovere la esecuzione, ottenete a noi tutti la grazia che, in quanto può riferirsi alle celeste comunicazioni, ci rimettiamo sempre al giudizio dei Sacerdoti, essendo dessi le guide che Dio medesimo ci ha assegnate per non mai mettere il piede in fallo in tutto ciò che riguarda così il vero culto di Dio, come il vero bene delle anime. Ave.

III. Immacolata Regina, che, ad assicurar tutto il mondo così della realtà nella vostra apparizione sopra le alture di Lourdes, come del desiderio da Voi espresso di essere ivi onorata con nuovo tempio, faceste sgorgare sotto gli occhi di Bernardina una sorgente affatto nuova di perenne abbondantissima acqua, quanto gustevole al labbro, altrettanto efficace al risanamento d’ogni più incurabile morbo, ottenete a noi tutti la grazia che, risanandosi per vostra intercessione ciò che è infermo, rinvigorendosi ciò che è sterile nel nostro spirito, apriamo nei nostri cuori quella mistica fonte di virtù e di opere buone, le cui acque salgono alla vita eterna per assicurarcene il felice possedimento. Ave.

IV. Immacolata Regina, che faceste svanir come nebbia in faccia al sole tutte le armi impugnate dalle più maligne potenze del mondo e dell’inferno per infirmare e sventare le vostre divine rivelazioni fatte nella grotta della vostra comparsa alla buona Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, lungi dallo sgomentarci per qualsivoglia contraddizione, tanto più spieghiamo di coraggio nel camminare sulle orme da Voi insegnateci, quanto più spiegheranno di forza i nostri spirituali nemici per farci declinare dal cammino retto che solo guida a salute. Ave.

V. Immacolata Regina, che vi degnaste assicurare la buona Bernardina della eterna beatitudine nell’altra vita, quando ella vi promettesse di cuore di tornare per quindici volte al luogo della vostra apparizione sulle alture di Lourdes, come fece realmente col vostro ajuto, malgrado tutte le arti adoperate contro di lei per distornarla, ottenete a noi tutti la grazia che perseveriamo sempre fedeli nei buoni propositi da Voi suggeritici colle vostre santissime ispirazioni; e così ci assicuriamo quel premio che solo ai perseveranti nel bene è da Dio preparato. Ave.

VI. Immacolata Regina, che, a sempre meglio inculcare a tutto il mondo la divozione del santo Rosario, mostraste Voi stessa di tenere carissima nelle vostre mani la misteriosa corona e accompagnarne la recita che ne faceva la devota Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, facendoci sempre un dovere di praticare colle nostre famiglie una devozione così bella, ci conformiamo ancora costantemente ai divini insegnamenti che ci derivano così dalle santissime preghiere che vi si devon ripetere, come dai salutari misteri che vi si devon meditare. Ave.

VII. Immacolata Regina, che, a glorificare in modo degno di Voi la vostra devotissima Bernardina, la preservaste da ogni sgomento e da ogni anche minima perturbazione della propria inalterabile tranquillità fra i più insidiosi interrogatori, le più severe minacce e le più inique persecuzioni, la trasformaste in creatura affatto celeste nel tempo delle vostre apparizioni, e la rendeste, alla vista d’immenso popolo, affatto insensibile anche agli ardori di una fiamma su cui nell’estasi della propria preghiera teneva immote le mani, ottenete a noi tutti la grazia che in tutti i nostri pericoli e in tutte le nostre tribolazioni ci affidiamo fiduciosi al materno vostro patrocinio, siccome quello da cui solo possono prometterci la liberazione di ogni male e il conseguimento d’ogni bene. Ave.

VIII. Immacolata Regina, che, a soddisfare le pie domande ripetutamente indirizzatevi dalla vostra affezionatissima Bernardina, ora le spiegaste il motivo del vostro insolito rattristamento, ripetendo nella parola Penitenza ciò che resta sempre da fare a chiunque coi propri peccati ha meritato i divini castighi, ora colle grandi parole da Voi proferite nel giorno stesso della vostra annunciazione: Io sono la Immacolata Concezione, le faceste conoscere con precisione l’inarrivabilità della vostra eccellenza e la divinità del gran dogma poco prima proclamato dal Sommo Pontefice Pio IX vostro fedelissimo servo, quando vi dichiarò affatto esente dall’originale peccato, ottenete a noi tutti la grazia che ci facciam sempre un dovere di placare colla debita penitenza la divina collera provocata dai nostri falli, e di sempre propiziarci la divina bontà colla più cordiale venerazione del vostro immacolato Concepimento, che è il più onorifico fra i vostri pregi, il più istruttivo fra i vostri misteri, e l’ossequio il quale è il più proprio a meritarci la vostra potentissima protezione. Ave.

IX. Immacolata Regina, che a perpetuar la memoria della vostra personale apparizione, per ben diciotto volte ripetuta alla buona Bernardina sulle alture di Lourdes, e dei tanti miracoli operati in tutto il mondo dall’acqua prodigiosamente sgorgata ai vostri piedi, moveste i cuori più duri a concorrere insieme coi più pii alla costruzione di un nuovo tempio rappresentante nella propria magnificenza la nazione primogenita della Chiesa, che si fece poi una gloria di ivi invocare il vostro aiuto coi più devoti pellegrinaggi e colle più splendide testimonianze della propria fede, ottenete a noi tutti la grazia che spieghiamo sempre la più viva riconoscenza a tutti i vostri favori, e congiungendo allo zelo pel vostro culto la imitazione sempre fedele delle vostre celesti virtù, ci assicuriamo la tenerezza del vostro patrocinio in questa vita, e la partecipazione alla vostra gloria tra i Santi e gli Angeli nella eternità. Ave, Gloria.

ORAZIONE.

Deus qui, per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus, ut qui ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione, ad te pervenire concedas. Per eumdem Dominum nostrum Jesum Christum, etc. Amen.

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

MESSA

Benedictio Candelarum

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus. Domine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus, qui ómnia ex níhilo creásti, et jussu tuo per ópera apum hunc liquorem ad perfectionem cérei veníre fecísti: et qui hodiérna die petitiónem justi Simeónis implésti: te humíliter deprecámur; ut has candélas ad usus hóminum et sanitátem córporum et animárum, sive in terra sive in aquis, per invocatiónem tui sanctíssimi nóminis et per intercessiónem beátæ Maríæ semper Vírginis, cujus hódie festa devóte celebrántur, et per preces ómnium Sanctórum tuórum, bene ✠ dícere et sancti ✠ ficáre dignéris: et hujus plebis tuæ, quæ illas honorífice in mánibus desíderat portare teque cantando laudare, exáudias voces de cœlo sancto tuo et de sede majestátis tuæ: et propítius sis ómnibus clamántibus ad te, quos redemísti pretióso Sánguine Fílii tui:
Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus per ómnia sǽcula sæculórum.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum ulnis sancti Simeónis in templo sancto tuo suscipiéndum præsentásti: tuam súpplices deprecámur cleméntiam; ut has candélas, quas nos fámuli tui, in tui nóminis magnificéntiam suscipiéntes, gestáre cúpimus luce accénsas, benedícere et sanctificáre atque lúmine supérnæ benedictiónis accéndere dignéris: quaténus eas tibi Dómino, Deo nostro, offeréndo digni, et sancto igne dulcíssimæ caritátis tuæ succénsi, in templo sancto glóriæ tuæ repræsentári mereámur.

Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, lux vera, quæ illúminas omnem hóminem veniéntem in hunc mundum: effúnde benedictiónem tuam super hos céreos, et sancti ✠ fica eos lúmine grátiæ tuæ, et concéde propítius; ut, sicut hæc luminária igne visíbili accénsa noctúrnas depéllunt ténebras; ita corda nostra invisíbili igne, id est, Sancti Spíritus splendóre illustráta, ómnium vitiórum cæcitáte cáreant: ut, purgáto mentis óculo, ea cérnere possímus, quæ tibi sunt plácita et nostræ salúti utília; quaténus post hujus sǽculi caliginósa discrímina ad lucem indeficiéntem perveníre mereámur. Per te, Christe Jesu, Salvátor mundi, qui in Trinitáte perfécta vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui per Móysen fámulum tuum puríssimum ólei liquórem ad luminária ante conspéctum tuum júgiter concinnánda præparári jussísti: bene ✠ dictiónis tuæ grátiam super hos céreos benígnus infúnde; quaténus sic adminístrent lumen extérius, ut, te donánte, lumen Spíritus tui nostris non desit méntibus intérius.

Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, qui hodiérna die, in nostræ carnis substántia inter hómines appárens, a paréntibus in templo es præsentátus: quem Símeon venerábilis senex, lúmine Spíritus tui irradiátus, agnóvit, suscépit et benedíxit: præsta propítius; ut, ejúsdem Spíritus Sancti grátia illumináti atque edócti, te veráciter agnoscámus et fidéliter diligámus: Qui cum Deo Patre in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quod parásti ante fáciem ómnium populorum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Orémus.
V. Flectámus génua.
R. Leváte.
Exáudi, quǽsumus, Dómine, plebem tuam: et, quæ extrinsécus ánnua tríbuis devotióne venerári, intérius asséqui grátiæ tuæ luce concéde. Per Christum, Dóminum nostrum.
R. Amen.
V. Procedámus in pace.
R. In nómine Christi. Amen.
Ant. Adórna thálamum tuum, Sion, et súscipe Regem Christum: ampléctere Maríam, quæ est cœléstis porta: ipsa enim portat Regem glóriæ novi lúminis: subsístit Virgo, addúcens mánibus Fílium ante lucíferum génitum: quem accípiens Símeon in ulnas suas, prædicávit pópulis, Dóminum eum esse vitæ et mortis et Salvatórem mundi.
Ant. Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini: et cum indúcerent Púerum in templum, accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, in pace.
V. Cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo, ipse accépit eum in ulnas suas.
V. Obtulérunt pro eo Dómino par túrturum, aut duos pullos columbárum: * Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Postquam impléti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut scriptum est in lege Dómini.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus,

Introitus

Ps XLVII: 10-11.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.
Ps 47:2.
Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.
Ps 47:2.
Grande è il Signore e sommamente lodevole: nella sua città e nel suo santo monte.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, majestátem tuam súpplices exorámus: ut, sicut unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostræ carnis substántia in templo est præsentátus; ita nos fácias purificátis tibi méntibus præsentári.
Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Preghiamo.
Onnipotente e sempiterno Iddio, supplichiamo la tua maestà onde, a quel modo che il tuo Figlio Unigenito fu oggi presentato al tempio nella sostanza della nostra carne, cosí possiamo noi esserti presentati con ànimo puro.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.]

Lectio

Léctio Malachíæ Prophétæ.
Malach 3:1-4.
Hæc dicit Dóminus Deus: Ecce, ego mitto Angelum meum, et præparábit viam ante fáciem meam. Et statim véniet ad templum suum Dominátor, quem vos quæritis, et Angelus testaménti, quem vos vultis. Ecce, venit, dicit Dóminus exercítuum: et quis póterit cogitáre diem advéntus ejus, et quis stabit ad vidéndum eum? Ipse enim quasi ignis conflans et quasi herba fullónum: et sedébit conflans et emúndans argéntum, et purgábit fílios Levi et colábit eos quasi aurum et quasi argéntum: et erunt Dómino offeréntes sacrifícia in justítia. Et placébit Dómino sacrifícium Juda et Jerúsalem, sicut dies sǽculi et sicut anni antíqui: dicit Dóminus omnípotens.
R. Deo grátias.

Epistola

Lettura del Profeta Malachia.
Malach 3:1-4.
Questo dice il Signore Iddio: Ecco, io mando il mio Angelo, ed egli preparerà la strada davanti a me. E súbito verrà al suo tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo del testamento che voi desiderate. Ecco, viene: dice il Signore degli eserciti: e chi potrà pensare al giorno della sua venuta, e chi potrà sostenerne la vista? Perché egli sarà come il fuoco del fonditore, come la lisciva del gualchieraio: si porrà a fondere e purgare l’argento, purificherà i figli di Levi e li affinerà come l’oro e l’argento, ed essi offriranno al Signore sacrificii di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come nei secoli passati e gli anni antichi: cosí dice Iddio onnipotente.
R. Grazie a Dio.]

Graduale

Ps 47:10-11; 47:9.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ.
V. Sicut audívimus, ita et vídimus in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja, allelúja.
V. Senex Púerum portábat: Puer autem senem regébat. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 2:22-32.
In illo témpore: Postquam impleti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino, sicut scriptum est in lege Dómini: Quia omne masculínum adapériens vulvam sanctum Dómino vocábitur. Et ut darent hóstiam, secúndum quod dictum est in lege Dómini, par túrturum aut duos pullos columbárum. Et ecce, homo erat in Jerúsalem, cui nomen Símeon, et homo iste justus et timorátus, exspéctans consolatiónem Israël, et Spíritus Sanctus erat in eo. Et respónsum accéperat a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi prius vidéret Christum Dómini. Et venit in spíritu in templum. Et cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo: et ipse accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace: Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum: Quod parásti ante fáciem ómnium populórum: Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

[Luc 2:22-32.
In quel tempo: Compiutisi i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, portarono Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge di Dio: Ogni maschio primogénito sarà consacrato al Signore; e per fare l’offerta, come è scritto nella legge di Dio: un paio di tortore o due piccoli colombi. Vi era allora in Gerusalemme un uomo chiamato Simone, e quest’uomo giusto e timorato aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era in lui. E lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore. Condotto dallo Spirito andò al tempio. E quando i parenti vi recarono il bambino Gesú per adempiere per lui alla consuetudine della legge: questi lo prese in braccio e benedisse Dio, dicendo: Adesso lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola: Perché gli occhi miei hanno veduta la salvezza che hai preparato per tutti i popoli: Luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo tuo Israele.
R. Lode a Te, o Cristo.]

Omelia

 (Otto Hophan: MARIA – Marietti ed. Torino, 1955 – Imprim. Treviso, 25 marzo 1953, G. Carraro Vesc. aus. Vic. Gen.)

« ORA LASCIA, O SIGNORE, CHE IL TUO SERVO SE NE VADA IN PACE »

Era uno dei primi giorni di primavera. tiepido e azzurro. Sui colli di Betlemme era diffusa un’aria di presagio, e di lontano giungevan voci. I tralci venivan tagliati e mondati, e dal suolo olezzante della madre terra germinavano gli steli dell’orzo e del grano. « Se il chicco di frumento gettato in terra… muore, porta frutto abbondante… »

Preparazione.

Lassù a Betlemme Maria preparava allegra il suo Bambino per la sua solenne consacrazione a Dio. è un’ora grande per ogni madre quella nella quale si presenta al Signore il figlio suo. Una mamma è la sorgente, dalla quale zampilla il bimbo, ma oa sorgente va debitrice al mare. E così Maria e Giuseppe portarono il Bambino da Bethlemme al Tempio in Gerusalemme – un tratto di strada di due ore scarse —. passando di mezzo alla primavera in fiore, mentre essi stessi eran in piena primavera, « per offrirLo al Signore », come dice il Vangelo, assegnando il primo scopo di quel viaggio. Gesù era “il primogenito” di Maria; e la legge mosaica aveva delle esigenze ben determinate per i primogeniti: essi dovevano essere consacrati al Signore in modo tutto speciale e particolare in confronto degli altri figli: « Tutto quello che per primo esce dal seno materno, devi consacrarlo al Signore ». Il legislatore stesso fornisce il motivo di questa speciale appartenenza dei primogeniti a Dio quando scrive: «Quando nell’avvenire il tuo figliuolo ti domanderà: “ Che cos’è questo? ”, gli risponderai: “ Con la sua forte mano il Signore ci trasse dall’Egitto… E poichè il Faraone si ostinò a non lasciarci andare, il Signore uccise tutti i primogeniti del paese d’Egitto… Perciò io sacrifico al Signore ogni primo parto maschio e ogni primogenito dei figliuoli miei lo riscatto ». A perpetuo ricordo di questa miracolosa liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, tutti i primogeniti israeliti dovevano essere consacrati al servizio del Signore. Più tardi fu incaricata del culto divino ufficiale, nel tabernacolo e nel Tempio, una particolare tribù, la tribù di Levi; ma per i primogeniti rimase il dovere di farli espressamente “riscattare” da quel servizio: «Farai che si riscattino i primogeniti degli uomini… Tu ne riceverai il riscatto dall’età di un mese alla tassa di cinque sicli d’argento, al siclo del santuario ». Questo “riscatto” non voleva significare che il primogenito andava esente dalla sua speciale consacrazione a Dio, lo liberava solamente dal servizio del Tempio, cui ora provvedevano in vece sua i Leviti. – Anche Giuseppe dovette sborsare per Gesù, il primogenito di Maria, quei cinque sicli d’argento, che per un uomo di modesta condizione costituivano un gruzzolo prezioso, quasi tremila lire, il salario, per quei tempi, di tre dure settimane. Quali sentimenti avrà provati Maria, quando udì il tintinnio di quel singolare “denaro del riscatto” su un tavolo del Tempio! È ora il suo Piccolo, di fatto, tutto di Lei, sciolto e libero da speciali obblighi dinanzi al Signore? Maria sorride al vedere quelle monete d’argento; Ella sa che il Figlio suo non può essere “riscattato” dal servizio di Dio neppure con tutto il denaro della terra, poiché già dall’Angelo Gabriele fu chiamato “il Santo”, il segregato dal terreno, il dedicato a Dio; il suo Bambino starà sempre al servizio di Dio e dinanzial suo volto. Ella però non sa ancora quale prezzo spaventoso verrà a costarLe questa “soluzione” totale presentata a Dio; sarà infinitamente maggiore di quel legale “riscatto” per cinque sicli d’argento; verrà a conoscerne il peso in questo bel giorno di primavera. – La Legge prescriveva solo il riscatto e non anche la presentazione al Tempio del primogenito in persona; però in Israele era divenuto sempre più comune, specialmente dai tempi di Neemia, del restauratore del culto israelitico nel secolo quinto, il pio uso di portare al Tempio non soltanto il denaro per il primogenito, ma il primogenito stesso, quasi per un immediato e sensibile incontro e legame col Signore. L’ingresso di Gesù nel Tempio era stato già previsto con occhio raggiante e predetto con splendide parole dal profeta Malachia: « Ecco, io mando il mio Angelo e preparerà la strada dinanzi a me; e tosto verrà al suo Tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo dell’alleanza che voi volete… Ma chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? chi reggerà al suo apparire? Perché egli sarà come un fuoco di fusione, come ranno bollente del lavandaio. E siederà e purificherà l’argento, purificherà i figli di Levi». – Quando Maria e Giuseppe portarono al Tempio il loro Bambino assopito, niente accennava all’adempimento di questa grande profezia: non v’era là nessun Messaggero, non suonò alcuna tromba, non echeggiò nessun osanna; nessuno s’interessò dell’insignificante gruppetto di quella santa Trinità. Nulla v’era di più quotidiano: due giovani coniugi, che come mille altri portavan al Tempio il primogenito; d’intorno, uno strepitare e un contrattare così stridente, che un giorno quel Bambino darà mano ai flagelli per creare nel Tempio un’atmosfera di silenzio e di riverenza. Maria attese umilmente fra le molte donne d’Israele, finché venne la volta sua; il sacerdote compì il rito svelto e distratto; e il Bambinello giaceva pacifico sulle braccia di sua Madre, come gli altri piccoli suoi compagni, quasi nulla sapesse di tutto quello che avveniva. E nondimeno dal suo piccolo cuore ascese al Cielo, in quell’ora, una preghiera così possente, che quel Tempio non aveva ancora mai sentita l’uguale: «Ecco, Io vengo, o Dio, a fare la tua volontà, come sta scritto di Me in principio del libro ». In quel giorno all’aprirsi della primavera Maria pellegrinò al Tempio anche per un motivo personale. Ogni donna israelita infatti nel quarantesimo giorno dalla nascita d’un bambino, nell’ottantesimo da quella d’una bambina, doveva presentarsi al Tempio per la purificazione legale. (La Legge prescriveva espressamente a una donna che s’era sgravata d’un bambino: « Una donna, come sia fecondata e partorisca un maschio, sarà immonda per sette giorni… L’ottavo giorno si circoncide il bambino, ed essa per altri ventitré giorni stia ritirata a purificarsi del sangue. Non tocchi alcun oggetto sacro, e non vada al santuario, finché si compiano i giorni della sua purificazione… Compiuti i giorni della sua purificazione, sia per un figlio che per una figlia, recherà un agnello nato quell’anno per olocausto, ed un colombo o una tortora per vittima espiatoria, all’ingresso del padiglione di convegno, al sacerdote… Che se ella non ha tanto da procacciarsi un agnello, prenda due tortore o due colombi, uno per olocausto, l’altro per vittima espiatoria; e il sacerdote espierà per lei, ed ella così sarà monda » (La Liturgia osserva esattamente questo termine di tempo prescritto dalla legge mosaica poiché festeggia la Purificazione di Maria — Candelora — il 2 febbraio, quaranta giorni dopo la festa della nascita del Signore, il 25 dicembre). – Non si tratta qui d’una impurità interiore, ma solamente di quella legale che escludeva dal santuario, paragonabile sotto qualche aspetto al precetto ecclesiastico del digiuno prima di ricevere l’Eucarestia: chi non osserva il precetto del digiuno eucaristico, non si grava per questo di nessun peccato, però in quel giorno la legge della Chiesa lo esclude dalla recezione del Santissimo Sacramento. Nondimeno fa particolare impressione che Maria, la Purissima, sia stata un dì così immonda dinanzi alla Legge, da vedersi vietato l’ingresso al Tempio, e proprio a causa di Gesù, perché Ella Lo aveva generato. L’evangelista Luca fa notare espressamente che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri, non un agnello e un colombo, ma due colombini di poco prezzo. I due Sposi, che per Gesù, il primogenito, avevan già pagato cinque sicli d’argento, attesa la loro modesta condizione non potevano per la purificazione della Madre offrire pure un agnello, e tanto meno in quanto si trovavano ancora a Betlemme. lontani dalla casa e dal guadagno. E tuttavia in quell’occasione Maria offrì anche un agnello, l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo… Ella non avrebbe avuto bisogno affatto di purificazione, come neppure Gesù di riscatto; era pura non soltanto spiritualmente, dinanzi a Dio, ma anche legalmente, di fronte alla lettera della Legge, perché aveva concepito e partorito restando vergine. Il grande Tommaso d’Aquino fa notare con profondo intuito che, a tenore della Legge, lo stesso Mosè volle in anticipo esimere Maria dalla presente prescrizione: « Una donna, che ha concepito per opera del marito, sia immonda dopo il parto per sette giorni »; ora precisamente questo modo di concepire non s’era verificato per Maria, che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tuttavia, Ella si sottomise alla Legge con la naturalezza propria dell’umiltà. – Il breve tratto evangelico della Messa della Purificazione insiste non meno di cinque volte ripetendo legge, legge, legge, legge, legge! Son cinque colpi di martello, che aprono cinque piaghe; e Maria proprio oggi verrà a conoscenza d’un primo accenno alle cinque piaghe del Signore. Ma appunto nell’obbedienza del Signore troviamo il motivo e il segreto anche dell’obbedienza di Maria: se Cristo Signore si addossò la circoncisione, il riscatto e tutto il peso della Legge sin dall’infanzia, nonostante la delicatezza di quell’età e sebbene ne fosse esente, conveniva che anche la Madre imitasse questo esempio di umiltà e di obbedienza del Figlio nell’adempimento della Legge, alla quale Lei come Gesù non sarebbe stata soggetta. – L’evangelista Luca, con fine accorgimento, allude alla stretta unione fra Gesù e Maria nell’osservanza delle prescrizioni legali nel periodo che introduce al Vangelo della Candelora — il pensiero nel testo greco è espresso più chiaramente che non nelle traduzioni —: «Quando furon compiuti i giorni della loro — “autòn ”, che vuol dire “ di loro due?” — purificazione »: tutti e due, Gesù e Maria, son qui un’unità, la medesima legge li vincola; nel medesimo giorno, anzi col medesimo atto Gesù fa l’offerta prescritta dalla Legge e Maria la purificazione dalla Legge richiesta. – Ma qui v’è già un cenno a cose più profonde; l’adempimento delle prescrizioni legali non è che la prima parte del racconto evangelico della presentazione di Gesù e della purificazione di Maria nel Tempio; Luca stesso se la sbriga con rapidi tocchi per passare alla sostanza, al fatto nuovo e inaudito, che oggi capiterà a tutti e due, a Gesù e a Maria; la loro stretta unione nell’osservanza dei riti dell’Antico Testamento non è che il simbolo della nuova e più profonda unità, che fra Figlio e Madre s’inizia oggi, dell’unità nel sacrificio. Incontro. « Ed ecco, a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone ». Ancor oggi s’indovina da questa notizia il muto stupore di Maria, perché questo vecchio venerando stette accanto a Lei e al Figlio d’improvviso, quasi sorto dal suolo. Come a Betlemme, in occasione della nascita, non s’era trovato nessuno che rendesse omaggio al Bambino, così anche a Gerusalemme in occasione della Presentazione. A Betlemme gli Angeli musicanti convocarono per la prima adorazione i pastori; a Gerusalemme lo stimolo interno della grazia condusse al riconoscimento del Bimbo un uomo attempato. A Betlemme dunque e a Gerusalemme e in tutto il mondo vi son sempre degli uomini, che seguono la luce e, circondati dalla cecità dei molti, riconoscono anche nei suoi velami la verità divina.. Vi son uomini che, avanzando in età, divengono presbiti anche in senso spirituale; essi non badano al vicino, al noioso, al quotidiano, e scorgono invece quello ch’è lontano, l’essenziale. Questo Simeone, chiamato da Dio a rappresentare la parte migliore di Gerusalemme presso il bambino Gesù, vide più lontano, penetrò più a fondo degli stessi pastori nell’essenza di quel misterioso Bambino. Si sono avanzate molte ipotesi intorno alla personalità di Simeone. Gli uni vorrebbero vedere in lui un sacerdote, anzi, appoggiandosi all’informazione leggendaria dell’apocrifo vangelo di Nicodemo, il sommo Sacerdote stesso; gli altri lo riterrebbero per il padre del celebre maestro giudeo Gamaliele: Luca da parte sua introduce Simeone nel Vangelo con le parole semplici e insieme lusinghiere: « Egli era giusto », il che vuol dire che osservava coscienziosamente i precetti del Vecchio Testamento, « e pio » anche internamente e non si contentava di una parvenza di giustizia, « e lo Spirito Santo era con lui», avvolgendolo come di santa nube, donde guizzavano i lampi della divina illuminazione. Quello però che più sorprende in Simeone è che « Egli aspettava la consolazione d’Israele »: quanto, quanto a lungo aveva atteso! Il Vangelo però non fornisce nessuna esplicita indicazione circa la sua età, come, ad esempio, per la profetessa Anna; tuttavia il suo profondo sospiro: « Nunc dimittis — ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace » fa concludere per una età molto avanzata. Aleggia qualche cosa di grande attorno a un vecchio, che ha conservata la fiduciosa speranza; del resto nel destino d’invecchiare potrebbe interiormente sostenerlo forse qualche cosa di diverso dalla speranza delle eterne cose? Paolo stesso nella sua vecchiaia si ascrive a gloria speciale d’avere perseverato nella: fede, nella speranza e nell’amore: « Io ho conservata la fede ». La vita è aspra, prepara duri disinganni a tutti e a tutti spezza fiorenti aspettative; a mano a mano che gli anni passano si fa grande la tentazione di disimparare la speranza e di inaridire, di amareggiarsi o anche semplicemente di stancarsi, a tal punto da non riuscire a trovar più la forza di sperare. Anche il vecchio Simeone avrebbe avuto motivi di seppellire la sua speranza come una bella illusione e di attendere rassegnato la sua fine; in Israele infatti le cose andavan male. Il paese era stato umiliato e asservito da una potenza pagana; la religione ridotta a una apparenza esteriore e alla lettera della legge dalle proprie guide; « il popolo travagliato e abbattuto come pecore senza pastore ». Né si scorgeva Via d’uscita da nessuna parte, da nessuna parte splendeva uno sprazzo di luce: niente faceva intravvedere che si sarebbero adempiute le divine promesse fatte ai Patriarchi e ai Profeti; tutto era notte sconsolata. Eppure Simeone rimase nell’attesa e, come dice bene il testo evangelico, « aspettava la consolazione d’Israele ». Come una guardia notturna, spiava e, aguzzando lo sguardo, tornava a spiare nella densità delle tenebre, che l’avvolgevano, per vedere quando e dove fosse possibile scorgere un raggio di luce. Già « dallo Spirito Santo gli era stato rivelato che non avrebbe veduto la morte prima che avesse visto il Cristo del Signore ». Questa risposta divina presuppone la ricerca e la supplica umana di Simeone; essa fu il primo punto luminoso nel folto delle tenebre dilaganti; però quanto ci volle prima che quel punto crescesse sino a radioso splendore! Ma Simeone restò fedele e lieto nella sua speranza. Pensiamo qui a un altro vecchio uomo, che pure attendeva la salvezza d’Israele al tempo di Simeone, a Zaccaria, padre di Giovanni Battista; la speranza di quel sacerdote del Vecchio Testamento era vacillante nei confronti dell’attesa immobile di Simeone, che, nonostante l’apparente mancanza di ogni visione, ritenne con sicurezza e con gioia che sarebbe sorto su di lui il mattino di Dio. La liturgia ‘greca chiama la festa della Candelora “ Hypapante ”. incontro. E quale incontro! « Quando i genitori vi portarono il bambino Gesù » e Simeone « mosso dallo Spirito Santo se ne venne al Tempio », l’ardente attesa incontrò il compi mento consolante; il fiume del Vecchio Testamento, il mare scaturiente della Nuova Alleanza; l’uomo stanco, il giovane Iddio. Anche la liturgia latina non può saziarsi di guardare il caro miracolo di quest’incontro, e durante la processione con le candele il giorno della Purificazione ripete continuamente le parole, che Simeone dovette balbettare le cento volte, quando tenne fra le sue mani tremanti per la gioia il Giubilo divino: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! Lascia che se ne vada in pace! ». « Senex puerum portabat — il vecchio portava il Bimbo; il Bimbo però troneggiava sul vecchio »; e ci si meraviglia quasi che quelle vecchie braccia, sotto il peso divino del Bambino, non abbiano ceduto, come le spalle robuste del gigante leggendario Cristoforo. Simeone ebbe in quel gran giorno della sua vita anche un secondo incontro, l’incontro con Maria. Simeone e Maria! il vecchio, che stava con un piede sulla tomba, e la Madre che come ogni madre e più d’ogni madre è la promessa che la vita, a dispetto della morte, continua. Una misteriosa parentela legava Simeone e Maria: in Maria Vera lo Spirito Santo, per opera di Lui aveva concepito; lo Spirito Santo era pure su Simeone; nei pochi versetti della Messa della Purificazione lo Spirito Santo e Simeone son ricordati insieme tre volte. Molto Maria aveva da dare a Simeone in quell’incontro, e molto anche Simeone a Maria. La Madre diede al Vecchio il suo Bambino, come L’aveva già porto a Elisabetta e ai pastori, perché Lei, quell’eterna mediatrice di Cristo, apre la via agli incontri col Figlio suo. Senza esitazione posa il suo Tesoro su quelle braccia supplici e cadenti; sapeva che il suo Piccino presso Simeone era sostenuto da un amore più forte della morte. Anche Simeone aveva qualche cosa da offrire a quella giovane Madre, qualche cosa di così pesante, che solamente quella Donna magnanima poteva reggervi. Il Vecchio venerando era stato prescelto dalla Provvidenza per posare sulla Madre felice il fardello della sua vita. Egli dovette tremare, nella piena del suo gaudio, quando dovette annunciare a quella Madre felicissima, ancor nella sua primavera, anche la parte tanto dolorosa che L’attendeva. Verrà un giorno nel quale un Simeone toglierà, per breve tratto, la croce al Signore; strano che un altro Simeone sia stato chiamato a caricare della croce per tutta la durata della sua vita la Madre di quel Figlio!

Significato.

Nella presentazione di Gesù qual primogenito al Tempio e nella purificazione di Maria sono dunque in gioco realtà molto più profonde che non l’ossequente compimento d’una prescrizione legale del Patto Antico. Quell’antica legge con la sua applicazione a Gesù e a Maria fu talmente densa di realtà, che cessò di essere cerimonia: la parabola si cambiò allora in fatto: « Cristo, il vero Agnello del sacrificio, volle che fossero offerti sacrifici per Lui stesso, affinché il significato simbolico avesse a conoscere la sua realizzazione e la realizzazione avesse a ratificare il significato simbolico. » – Tutti i primogeniti, processione mai interrotta e sempre fiorente, che moveva da tutte le direzioni del paese d’Israele verso il santuario sul Sion, potevano essere riscattati dal servizio di Dio con poche monete d’argento; tutti furono dichiarati liberi e rinviati a casa per menare la vita civile; uno solo fra tutti non fu in realtà riscattato; nonostante i cinque sicli d’argento, che i suoi poveri genitori sborsarono per. Lui, Egli rimase legato a Dio e al suo servizio sino alle ultime gocce di sangue: è Gesù, il primogenito di Maria. La divina Maestà aveva posata la sua mano pesante proprio su di Lui; Egli solo fra tutte le centinaia di migliaia di primogeniti non se n’andò libero. Egli è il Primogenito, « il Primogenito di tutta la creazione, il Primogenito fra molti fratelli, il Primogenito fra i morti »? Se tutti gli altri divengono liberi, questo lo si deve alla fine non a quei sicli dei Giudei, ma al sangue, che questo Primogenito ha versato per essi tutti, per noi. E solamente in virtù di questo prezzo Egli sarà “salvezza”, “luce”, “risurrezione ” per i popoli. Proprio in questo Tempio, che oggi, a dir il vero, Lo rinvia libero, Egli tornerà, e quante volte vi tornerà con zelo divorante per la gloria del Padre! E precisamente qui, dove Simeone Lo aveva annunziato quale « segno di contraddizione », incapperà nella contraddizione così inscrutabile e inconciliabile, da non ritenersi paga neppure del sangue. In questo Tempio Gesù comincerà ad essere « in risurrezione e in rovina » di molti. – In questo penoso Mistero è coinvolta anche Maria. Vedendo la giovane Madre che porta felice il suo Piccolo al Tempio, si potrebbe pensare che il suo compito essenziale sia ormai assolto; Ella ricevette la grazia di intessere col suo proprio sangue una veste umana al Verbo, e questo ormai l’ha fatto con fede e con amore. Ma Gesù non è solamente il “Verbo” che s’è fatto uomo, bensì anche l’“Agnello”, che dev’esser vittima; e l’offerta in vittima del Figlio richiede anche il sacrificio della Madre. Maria oggi deve decidersi per Gesù una seconda volta. Ella ha il suo posto non solo nell’Incarnazione, ma anche nella Redenzione; è insieme la Madre del Creatore e del Redentore. Nel discorso di Simeone la parola diretta a Maria — « e Tu stessa ne avrai l’anima trafitta da una spada » — è inserita nella profezia riguardante il Bambino. In realtà poi il dolore di Maria crebbe così strettamente unito col dolore del Figlio, che ne divenne una parte; senza la passione del Figlio non si avrebbe la passione della Madre. e — quest’è ancor più misterioso! — senza la passione della Madre mancherebbe anche alla passione del Figlio l’ultima amarezza; era proprio del suo dolore che anche la Madre avesse a soffrire. Quale paurosa “integrazione” ottenne il suo dolore, quando Egli vide la Mamma, la cara Mamma col cuore trafitto! Dal giorno della Purificazione Gesù e Maria sono congiunti in ordine ad una nuova unione; è appena completa l’opera dell’Incarnazione, il Bambino s’è appena staccato dalla Madre, e Maria diventa di nuovo una cosa sola con Gesù, una cosa sola anche per la redenzione. Oggi Ella era venuta al Tempio per una purificazione, di cui non abbisognava, la quale però significava qualche cosa di profondo. Maria è pura, la Purissima dinanzi a Dio, pura persino dinanzi alla Legge; ma Ella è madre legata al Figlio con tutti i filamenti del sangue, dell’amore e della grazia. E precisamente questa intrinseca e intimissima unione, questo intreccio col Figlio suo ha di mira la parola di Simeone. Ella dovrà lasciare il suo Bambino, dovrà lasciare che incappi in contraddizione alta come le montagne, in ostilità profonda come gli abissi; dovrà staccarsi da Lui a tal segno — e tuttavia resta indissolubilmente ed eternamente a Lui vincolata —, che Lo offrirà sul Calvario alla morte sacrificale. – Come sarà abbandonata allora la Madre! Lo sarà tanto, che solamente Uno lo sarà ancor più di Lei, Gesù, il Figlio suo. Questo distacco e separazione della Madre, questo straziante svuotamento dell’anima, questa mistica “purificazione” sino agli estremi confini: questo sarà il grande dolore nella vita di Maria, la spada che trafiggerà sino in fondo l’anima di Lei. Come però Gesù diventa “salvezza” e “luce” solo a condizione che prenda su di sé la sanguinosa contraddizione dell’umanità, così « anche saranno svelati i pensieri di molti cuori », se Maria non sfuggirà a questa spada terrorizzante. E la Madre, con la spada infissa nel cuore, i pensieri di molti, che a causa di Cristo stesso sarebbero incappati “nella rovina”, dirigerà in ‘risurrezione ”. Perché, chi può resistere a una Madre con la spada confitta nel cuore? Là, nel Tempio, si restituì di nuovo il Piccolo a Maria, ma Ella sa dalle parole di Simeone che il suo Bambino Le sarà richiesto; Lo riceve di ritorno esclusivamente per crescerLo al sacrificio; ché adesso l’Agnellino è ancor troppo giovane; una volta fatto Agnello, sarà macellato e Lei dovrà esser presente. Questo Primogenito si fa mallevadore per noi tutti; l’umanità attende questo Agnello, che toglie i peccati del mondo.

Accettazione.

A incoraggiamento del Figlio suo nell’angoscia del Monte degli Olivi Iddio inviò un Angelo; Egli inviò un Angelo anche alla Madre del Figlio suo, quando venne su di Lei, qual sinistra luce lunare, la prima ora del Monte degli Olivi: Le inviò la profetessa Anna. Simeone, uomo, aveva annunziato a Maria la parte terribile; Anna, donna, aveva atteso; adesso « sopravvenne anche lei nella medesima ora ». Solamente delle donne possono capire altre donne nelle loro ore difficili. L’evangelista Luca presenta Anna con la stessa schietta benevolenza, con la quale aveva presentato il nobile vecchio Simeone; e tutte e due le figure gli furono abbozzate certamente da Maria stessa, giacché quando si soffre molto s’imprime in noi con chiarezza cristallina ciascun particolare anche delle persone, che allora incontriamo. Anna era “profetessa”, che nel linguaggio biblico può significare non solo una veggente del futuro, ma anche una consigliera, una consolatrice inviata da Dio. Aveva ella stessa molto sofferto nella sua vita, e per questo era anche compassionevole ed esperta per coloro, che dovevano incamminarsi nella notte della sofferenza. Di nobile origine, « della tribù di Aser, una figliuola di Fanuele », « era vissuta col marito sette anni da quando era vergine, e rimasta poi vedova fino a ottantaquattro anni » — di cento e più anni secondo una interpretazione — La vita della vedova è dura. La sposa è legata allo sposo da intenso amore, sì da formare con lui una sola carne e un solo spirito, ma ecco, la morte spezza violenta questa naturale o, meglio ancora, divina unità. La casa è vuota, il cuore è vuoto, la vita è vuota, e la nostalgia soffoca; i figli sono i dolorosi pegni del caro sepolto, ciascuno è una nuova rivelazione del diletto defunto, un ricordo di lui tanto dolce, epperò anche tanto triste. E dove troverà in avvenire aiuto e sostegno nella sua solitudine la donna derelitta? Una vedova è secondo il proverbio « un muro basso, che tutti sormontano »; una vedova, deve soccombere anche lei. Anna sa che cosa vuol dire “vivere”, una spada aveva trafitto anche la sua anima, ma in Dio aveva trovato quello, che gli uomini non le potevano dare; ella aveva praticato già prima di Paolo quello che Egli insegna alle vedove: « La vera vedova ha riposto le sue speranze in Dio, e persevera nelle preghiere e nelle suppliche notte e giorno ». Di Anna, Luca riferisce sorridendo una voce popolare, che ancor oggi si ripete di molte buone e attempate vecchierelle: « Non si allontanava mai dal Tempio, e serviva Iddio con digiuni e preghiere notte e giorno ». – Può essere che Maria avesse incontrato spesso nel Tempio, sin da bambina, quella donna conosciuta da tutte le pie donne di Gerusalemme; come può essere che anche Anna qualche volta avesse posato pensosa lo sguardo su quella singolare bambina. Ora stanno di fronte l’una all’altra, a quattr’occhi, la giovane Madre atterrita dinanzi alla sua delicata felicità, e la pia vecchia, che ha alle spalle la sua via. Anna non può togliere a Maria l’ora difficile; ma nelle ore difficili è già un aiuto, se altri ci dicono che anch’essi hanno patito e hanno vinto; Anna non ritira nessuna delle parole di Simeone, lascia a ognuna il suo valore, lei stessa anzi parla della “redenzione”, e ne loda Iddio come Simeone, poiché la redenzione è una sublime opera di Dio. Maria, che oggi è stata convocata per questo, è piuttosto da felicitare che da compiangere. Dopo questo contegno però che si direbbe liturgico, Anna dovette fare le parti della vera donna: le sue mani stecchite presero la destra tremante di Maria, i suoi occhi semispenti s’immersero lagrimanti negli occhi della giovane Madre, e poi la Profetessa disse a Maria una parola di conforto, ma così sommessa, che neppur l’evangelista Luca giunse a sentirla. Adesso Maria è contornata da Simeone e Anna, Lei, la giovane Madre, che oggi s’è vista spalancata d’improvviso la dura via, dai due Vecchi, che della loro via son giunti al termine. E nel silenzio dell’anima ringrazia il Signore, perché Egli Le ha posto a fianco due Angeli consolatori sin dalla prima stazione della Via Crucis. – Luca non riferisce nessuna parola detta da Maria nel Tempio a Simeone e ad Anna; nell’Annunciazione aveva offerto all’Angelo Gabriele il “Fiat — sia fatto!”; oggi quel “Fiat” si esprime senza parole, e fa intuire gli abissi toccati. Nel Tempio Ella mantenne la parola già data, e per questo non parlò, ma accettò. Questa accettazione e donazione silenziosa, coraggiosa, è l’atto sublime nella Presentazione di Maria, un atto veramente eroico. Quando il Signore, non sin dall’inizio ma solo a metà delle sue lezioni apostoliche, parlò per la prima volta della passione agli Apostoli, Pietro, atterrito e violento, la respinse dicendo: « Non sia mai!». Persino poche settimane prima della morte del Signore, in occasione del terzo annuncio della passione, l’Evangelista è costretto a riferire confuso: « Ed essi non ne capirono nulla; era per loro un enigma e non sapevano che volesse dire ». E gli Apostoli erano uomini, adusati alle tempeste del lago e della vita, istruiti dal Signore con molti discorsi della sua sapienza e con i miracoli della sua onnipotenza; e però non entrarono nel mistero della passione! Quanto diversa la cosa per Maria, la Madre tenera e amante! Ella sin da principio, ancor prima che il suo Bambino abbia proferita una paroletta, ancor prima che abbia rivelata la sua mirabile natura, si piega alla croce senza piangere, senza contraddire, benché la croce sia per colpirLa ben più paurosamente che gli Apostoli, nel cuore del suo essere di madre. L’accettazione! Dalla profezia di Simeone Ella non venne ancora a conoscenza dei particolari del giorno tanto duro e minaccioso; non seppe ancora del legno della croce, né del sangue, né del colpo di lancia, che avrebbe trafitto il cuore del Figlio suo; Ella seppe soltanto della trafittura del proprio cuore a motivo del Figlio; e questo per l’inizio era abbastanza. Ma appunto questa angosciosa incertezza circa il quando, il dove, il come delle terribili vicende dovette accrescere la sua pena. Ma per questo fu la sua vita oscurata da continua malinconia, di modo che dal giorno della Purificazione non godette più un’ora di letizia? Vi son libri, che dal giorno della Presentazione al Tempio in poi non La vedono aggirarsi che nei luttuosi veli d’una santa mestizia. A torto! La vita di Maria conobbe anche in seguito molte ore belle, liete, sublimi: gli anni dell’intimità a Nazaret, le profonde intuizioni dovute alla grazia, i successi messianici del Figlio suo; di modo che esultò felice e cantò di nuovo il suo Magnificat. Non abbiamo anche noi conoscenza della croce che ci attende, specialmente dell’ultima grande tribolazione al momento della morte? Eppure ci rallegriamo nella nostra vita delle cose belle: del sorger del sole e delle notti rischiarate dalla luna, della magnificenza dei fiori e della maestosità dei monti, del fascino della musica, dell’elevatezza della poesia e della profondità degli umani pensieri, soprattutto di tante care e buone persone che percorrono con noi il cammino della vita; e più ancora ci rallegriamo dei disegni della grazia di Dio tutti volti a nostra salvezza. Oh, quante bellezze cela in se stessa anche la nostra dura vita! Ancora più di noi, e a nostro esempio, Maria accolse con riconoscenza e gaudio la divina bontà, che fluì lungo la sua vita in tanta copia da non potersi misurare; Ella aveva certamente anche un motivo più profondo per non sommergersi nella tristezza al sopraggiungere della tribolazione; sapeva infatti che la sua tribolazione avrebbe diretto i pensieri di molti « a risurrezione » e che, come il Figlio suo, doveva Lei stessa soffrire per entrare così nella gloria. Oggi Ella era venuta al Tempio qual Madre gaudiosa e se ne tornerà a casa pensosa e dolorosa; ma anche nella sua regale serietà non perde la sua gioia, perché per Lei gioia e dolore sono irradiati dal diadema della gloria futura. –  Luca fa che la Sacra Famiglia si rechi a Nazaret, ove dimorava precedentemente, subito dopo la Presentazione al Tempio; frattanto però sappiamo dalle informazioni di Matteo che al viaggio al Tempio tennero dietro ancora i drammatici episodi dell’adorazione dei Magi e della fuga in Egitto. Agostino è dell’opinione che il testo presso Luca: « Quando ebbero compiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, ritornarono in Galilea, nella loro città di Nazaret », si debba intendere soltanto del tempo del ritorno dall’Egitto. Potrebbe essere però che i santi Coniugi, come il testo di Luca suggerisce, ritornassero realmente subito a Nazaret dopo la Presentazione al Tempio, ma solamente per disporre il trasferimento a Betlemme, che era nella ferma intenzione di Giuseppe ancor dopo il ritorno dall’Egitto. Maria s’allontanò da Gerusalemme e s’incamminò per la lunga via del ritorno in Galilea, pensosa. In quelle poche settimane s’erano compiute molte grandi cose; quel giorno stesso nel Tempio era stata messa nuovamente a parte di importanti notizie: il suo Bambino è il salvatore dei popoli, ma solo al prezzo d’una terribile opposizione contro di Lui e la trafittura del suo proprio cuore. « Nunc dimittis! », aveva detto Simeone nel Tempio nella sua esultanza per la felice liberazione: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! ». Anche Maria è lasciata alla sua via; è una via di dolore, che mette però a una meta luminosa; mena alla salvezza e alla luce e alla gloria di molti. Allora emise un profondo respiro e camminò per la via, sulla quale L’aveva messa la Provvidenza. O augusta e coraggiosa Signora, prendi noi con Te, affinché anche noi, camminando sopra “contraddizioni”, “rovine” e “trafitture”, giungiamo alla “purificazione” e di qui alla generosa “presentazione” e offerta di noi stessi a Dio e così alla “risurrezione”.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 44:3.
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum, et in sǽculum sǽculi.

[Ps 44:3.
La grazia è diffusa sulle tue labbra: perciò Iddio ti benedisse in eterno e nei sécoli dei sécoli.]

Secreta

Exáudi, Dómine, preces nostras: et, ut digna sint múnera, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, subsídium nobis tuæ pietátis impénde.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum
.
R. Amen.

[Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere: e, affinché siano degni i doni che offriamo alla tua maestà, accordaci l’aiuto della tua misericordia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Nativitate Domini
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cæléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes.

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché mediante il mistero del Verbo incarnato rifulse alla nostra mente un nuovo raggio del tuo splendore, cosí che mentre visibilmente conosciamo Dio, per esso veniamo rapiti all’amore delle cose invisibili. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tuaHosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 2:26.
Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini.

[Lo Spirito Santo aveva rivelato a Simone che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore.]

Postcommunio

Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti, intercedénte beáta María semper Vírgine, et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché questi sacrosanti misteri, che ci procurasti a presidio della nostra redenzione, intercedente la beata sempre Vergine Maria, ci siano rimedio per la vita presente e futura.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe. – Paramenti bianchi.

Festa di precetto.

Avendo da tutta l’eternità deciso di fare di Maria la Madre del Verbo Incarnato (Ep.), Dio volle che dal primo istante del suo concepimento Ella schiacciasse la testa del serpente, e la circondò di un ornamento di santità (Intr.) e fece della sua anima, che preservò da ogni macchia, un’abitazione degna del suo figliuolo (Oraz.). La festa dell’Immacolata Concezione si celebrava nel sec. VIII in Oriente il 9 dicembre; nel sec. IX in Irlanda il 3 maggio e nell’XI sec. in Inghilterra l’8 dicembre. I benedettini con S. Anselmo, e i francescani con Duns Scoto (+ 1308) si dimostrarono favorevoli alla festa dell’Immacolata Concezione, celebrata dal 1128 nei monasteri anglo sassoni. Nel sec. XV papa Sisto IV, fece costruire nel Vaticano la cappella Sistina in onore della Concezione della Vergine. E l’8 dic. 1854 Pio IX proclamò ufficialmente questo grande dogma; interpretando la tradizione cristiana, sintetizzata dalle parole dell’Angelo: « Ave Maria, piena di grazia, il Signore è teco ». ( Vang.) « Sei tutta bella, o Maria, e macchia originale non è in te » dice con grande verità il verso alleluiatico. Come l’aurora, messaggera dei giorno, Maria precede l’astro che ben presto illuminerà il mondo delle anime. (Com.). Ella introduce nel mondo suo Figlio e per la prima volta si presenta nel ciclo liturgico. Domandiamo a Dio di « guarirci e di purificarci da tutti i nostri peccati » (Secr.. e Post.), affinché siamo resi più degni di accogliere Gesù nei nostri cuori.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Is LXI: 10

Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.


Ps XXIX: 2

Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me: nec delectásti inimícos meos super me.

[Ti esalterò, o Signore, perché mi hai rialzato: e non hai permesso ai miei nemici di rallegrarsi del mio danno.]


Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti: quǽsumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas.

[O Dio, che mediante l’Immacolata Concezione della Vergine preparasti al Figlio tuo una degna dimora: Ti preghiamo: come, in previsione della morte del tuo stesso Figlio, preservasti lei da ogni macchia, cosí concedi anche a noi, per sua intercessione, di giungere a Te purificati.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov VIII: 22-35

Dóminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram: necdum fontes aquárum erúperant: necdum montes gravi mole constíterant: ante colles ego parturiébar: adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat coelos, áderam: quando certa lege et gyro vallábat abýssos: quando æthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum: quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos: quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens: et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore: ludens in orbe terrárum: et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

[Il Signore mi possedette dal principio delle sue azioni, prima delle sue opere, fin d’allora. Fui stabilita dall’eternità e fin dalle origini, prima che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi e io ero già concepita: non scaturivano ancora le fonti delle acque: i monti non posavano ancora nella loro grave mole; io ero generata prima che le colline: non era ancora fatta la terra, né i fiumi, né i càrdini del mondo. Quando preparava i cieli, io ero presente: quando cingeva con la volta gli abissi: quando in alto dava consistenza alle nubi e in basso dava forza alle sorgenti delle acque: quando fissava i confini dei mari e stabiliva che le acque non superassero i loro limiti: quando gettava le fondamenta della terra. Ero con Lui e mi dilettava ogni giorno e mi ricreavo in sua presenza e mi ricreavo nell’universo: e le mie delizie sono lo stare con i figli degli uomini. Dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Udite l’insegnamento, siate saggi e non rigettatelo: Beato l’uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno all’ingresso della mia casa, e sta attento sul limitare della mia porta. Chi troverà me, troverà la vita e riceverà la salvezza dal Signore.]

Graduale

Judith XIII: 23

Benedícta es tu, Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram,
[Benedetta sei tu, o Vergine Maria, dal Signore Iddio Altissimo, piú che tutte le donne della terra].

Judith XV: 10

Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri. Allelúja, allelúja
[Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu l’allegrezza di Israele, tu l’onore del nostro popolo. Allelúia, allelúia]

Cant. IV: 7

Tota pulchra es, María: et mácula originális non est in te. Allelúja.
[Sei tutta bella, o Maria: e in te non v’è macchia originale. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc I: 26-28
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus.[In quel tempo: Fu mandato da Dio l’Àngelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nàzaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la Vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, l’Àngelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: Benedetta tu fra le donne.]

OMELIA

[J. B.- Bossuet: La Madonna, discorsi nelle sue feste – trad. F. Bosio; 1944 – V. Gatti ed. Brescia, 1934].

IMMACOLATA CONCEZIONE – II DISCORSO

Tota pulchra es.

Se ci è caro il dolce nome di Maria, e godiamo nel celebrare le sue lodi e bramiamo la sua gloria, io e voi, o Cristiani, figli della Vergine, che qual madre oggi qui ci riunisce, dobbiamo godere ed esultare nel Signor nostro Iddio. Oggi è tornato luminoso il giorno di festa che ricorda il grande istante in cui l’anima di Maria, anima predestinata al più alto grado di grazia e di gloria, s’unì al corpo: un corpo la cui purezza non ha confronto e neppur l’uguaglia il candore degli spiriti celesti; corpo che un giorno attirerà sulla terra lo Sposo vergine delle anime caste! È doverosa, nevvero, o fratelli, una grande gioia?… una grande gioia spirituale inondi dunque l’anima nostra in questa festa! Via, via da questa concezione le lacrime ed i pianti che accompagnarono il nostro primo essere… questa fu tutta purezza e candore. Oh no, non dobbiamo credere, o Cristiani, che la corruzione che intacca all’inizio la vita di ogni essere nato da donna, abbia anche solo sfiorato la immacolatezza dell’anima di Colei che Dio destinava a Madre dell’Unigenito! È questo che voglio pensiate con me, che vi parlo, ma, non ve lo nascondo, con una grande trepidazione. Tra tutti gli argomenti, che si trattano nelle scuole e nelle adunanze dei dotti ecclesiastici, nessuno è delicato quanto questo, perché oltre la difficoltà del Soggetto, che mette in imbarazzo anche i più dotti oratori, la S. Chiesa impone la più grande cautela ed un grande riserbo nelle affermazioni! [Notiamo che Bossuet parlava quando il dogma non era definito.] … Diciamo subito, o Cristiani, e diciamolo a gloria del nostro Padre celeste, che la Vergine Santa, non provò affatto gli attacchi del peccato, comune alla nostra misera natura… diciamolo con quanta forza e gioia possiamo… che non si stacchi però da una prudente riservatezza: sarà soddisfatto il bisogno del nostro cuore… ma insieme sarà obbedita, e quindi contenta, la nostra Madre la Chiesa, senza che nulla vi perda la nostra tenerezza figliale verso la gran Madre del Cielo. Vi sono certe teorie oscure e difficili, che per persuaderle a noi ed agli altri occorre accanto ad uno sforzo di ragionamento, tutto il fascino dell’arte del dire. Altre, invece, hanno in se stesse una tale luminosità, che subito gettano sprazzi di luce nell’anima che le studia; anzi ci si sente portati ad amarle prima ancora d’averle conosciute attraverso il lavoro della intelligenza. Sono verità che non hanno bisogno di dimostrazione: si tolgan gli ostacoli, si chiariscan le obbiezioni e subito l’intelligenza, per un moto spontaneo dell’anima, vi aderisce. – Per me la verità che la concezione della Madre di Dio godette d’uno specialissimo privilegio, cioè che il suo Figlio, suo Dio onnipotente, l’abbia voluta preservata dalla comune infezione che intacca tutte le nostre facoltà, giù, giù fino in fondo all’anima ed avvelena le sorgenti della nostra vita, per me vi dico è una di queste verità che s’intuiscono e si amano per un bisogno prepotente del cuore! …. Crederete con tranquillità, vi dissi, ma lo dissi così per dire, poiché voi ne siete più che convinti, e le mie parole non potranno che confermare la vostra pia credenza, in attesa della parola definitrice della Chiesa nostra Madre e Maestra infallibile. – Mi pare proprio inutile esporre qui una verità che non può essere sconosciuta ad alcuno. La sappiamo tutti: Adamo nostro primo padre, s’alzò contro Dio, e perdette all’istante il dominio che naturalmente aveva sulle sue passioni: la ribellione vendicò terribilmente la prima grande disobbedienza umana. Egli sentì subito una rivolta paurosa, dentro di sé, alla quale non trovava forza per opporsi: la materia di cui era composto s’era alzata prepotente contro la ragione spaventata di non poterla domare. Ma, ed è ancor più deplorevole, avvenne che le brame brute e cieche dei nostri sensi, abbuiando la mente, ebbero gran parte nella nostra nascita. Viene da questo che un non so che di vergognoso circonda il fatto della generazione d’un uomo, perché noi tutti veniamo da un appetito fuorviato che fece arrossire il nostro primo padre. – (….)  Che diremo allora della Santa Vergine? È verità: concepì essendo Vergine; ma non fu concepita da una vergine! Tale onore non può attribuirsi che al Figlio suo: per Lei, la concezione dovette compiersi nel modo comune; come sarà preservata dalla corruzione inseparabilmente congiunta all’atto della generazione umana? Ricordiamo che l’Apostolo Paolo, parla di questa infezione con frase così universale, che pare impossibile poter ammettere una deroga a questa legge, una eccezione. Dice infatti, nella sua lettera ai Romani (V, 12) « tutti hanno peccato: tutti morirono in Adamo, ché tutti in Adamo hanno peccato ». Vi sono anche altre frasi simili e non meno forti né meno universali!… Dove troveremo noi un rifugio in cui porre la cara nostra Madre perché sfugga alla condanna universale? Oh certamente tra le braccia del suo Figlio divino… nell’onnipotenza divina. Sarà questa sorgente di misericordia divinamente inesauribile, il suo rifugio. Mi pare abbiate ben compresa l’obbiezione: io cercai, come meglio potevo, presentarvela in tutta la sua forza. Seguitemi con attenzione, mentre rispondo: vi dirò tutto in poche parole, poiché parlo a persone intelligenti. Non possiamo negare, o Cristiani, che Maria sarebbe come noi stata perduta, se il Medico pietoso che sa trovar rimedi a tutti i nostri mali, non avesse divisato di prevenirne la morte con la sua grazia. Il peccato che, come torrente impetuoso, travolge ogni nato da donna avrebbe travolto nei suoi gorghi avvelenati Maria. Ma, non v’è ondata, così travolgente ed impetuosa, che non possa essere arrestata dalla divina onnipotenza quando e come le piaccia. Mirate con quale rapida costanza il sole compie il cammino tracciatogli dalla provvidenza: eppure noi sappiamo che, nella piena corsa, con la parola di un uomo, Dio lo fermò. – Gli abitanti le rive del Giordano, il fiume sacro della Palestina, vedevano con quanta rapidità le sue acque correvano al Mar Morto… eppure l’Armata d’Israele le vide rimontare alla sorgente per lasciar libero il passo all’Arca dell’Alleanza del Dio Onnipotente. – Qual cosa più naturale che le fiamme d’una fornace ardente brucino… eppure l’empio Nabucodonosor non ammirò tre giovani lieti tra le fiamme, che il suo comando ed i suoi carnefici avevano invano aizzato? – Non di meno davanti a questi fatti miracolosi, nessuno di noi vorrà dire che vi sia fuoco che non bruci, né che il sole non corra eterno per la sua via, né che qualche fiume torna le acque alla sorgente da cui nascono: tutti siamo di questo persuasissimi senza che i fatti prodigiosi, che non neghiamo, ci tolgano la nostra convinzione che è certezza. Ma perché questo? Oh bella!… perché noi, cari fratelli, siamo troppo avvezzi a parlare guardando al corso ordinario degli avvenimenti e delle cose… mentre al Signore piace alle volte operare secondo le leggi della sua onnipotenza che è al di sopra di tutto il nostro parlare e pensare. Ed allora non meraviglia affatto, che il grande Apostolo abbia così parlato e scritto, sulla universalità del peccato originale, che dà la morte ad ognuno dei discendenti d’Adamo: era l’ordine naturale delle cose che qui considerava l’Apostolo: ogni nato da donna viene infallantemente e per necessità di natura ucciso dalla colpa nella sua anima: come è naturale al fuoco di bruciare, all’acqua di scorrere dalla montagna alla pianura, così il nascere porta con sé la corruzione e la morte. Ma io posso anche dire che questa maledizione universale, e tutto quanto l’uomo davanti al fatto può dire, non può impedire al Re onnipotente, che con leggi governa gli spiriti e la materia, di spezzarle queste leggi… sospendere le condanne uscite le une e le altre, dalla sua bocca! E quando, o Dio, e con chi, domando al mio Signore, userete voi di questa vostra potenza senza limiti, che è legge a se stessa, se non per far grazie a Maria? Non vi nego, o fratelli, che alcuni dottori, sostengono che questo voler mettere restrizioni a queste parole così chiare e generali è grande imprudenza…. e porta a terribili conseguenze! Ma, io vi chiedo o Cristo Salvatore nostro, quale conseguenza?… Pesate, vi prego, le mie parole: Queste conseguenze minacciate, mi pare non si debbano affatto temere… forse qualcuno potrà vantare uguale diritto? Scusate, se voi ad esempio, pensate di fare un dono od un favore ad una persona di condizione poco elevata: state ben attenti vi dico, potrebbe venirne per conseguenza che molti altri, davanti al fatto, pretendano eguali favori? Ma, fratelli, cerchiamo pure nei cori degli Spiriti belli del cielo e tra i Beati, credete voi si possa trovare una creatura che non solo possa eguagliare, ma anche solo confrontarsi con la Vergine Santa? Ah no… né l’obbedienza dei Patriarchi, né la fedeltà dei Profeti né lo zelo instancabile degli Apostoli, né il coraggio dei Martiri, né la diuturna penitenza dei Confessori, né la purezza intemerata dei Vergini, né tutta la grande virtù che in modo così mirabile e vario Dio ha sparso nei gradi dei Santi, può dare nulla che possa solo avvicinare la Vergine Maria. La sua maternità gloriosa, l’alleanza stretta tra Lei e Dio la sollevano ad un ordine di grandezza che rifiuta ogni confronto. Ed allora?… quando abbiamo tanto dislivello e disuguaglianza, quali conseguenze si potrebbero temere da un intervento dell’Onnipotente? Trovatemi prima un’altra madre di Dio, un’altra vergine feconda… un’altra che possa esser salutata piena di grazia, che riunisca in sé una umiltà sì profonda ed una dignità così eccelsa ed ogni altra meraviglia che si contempla ed ammira nella Vergine, e poi diremo che un’eccezione alla legge generale in suo favore, può suscitare… pretese… preparare tristi conseguenze!! Vi sono leggi universali da cui Maria fu esente? non è triste necessità ad ogni donna di diventar madre nel pianto e con pericolo della vita? Maria ne fu esente. E non diciamo di tutti gli uomini che « peccano molte volte ed in molte cose » « in multis offendimus omnes » e non c’è anima giusta che non cada in quelle debolezze che noi diciamo colpe veniali? È verissima e universale tale asserzione, ma pure l’ammirabile S. Agostino non esita a sottrarne l’innocentissima Maria. Certamente accettando ed ammettendo che Ella segua, nella sua vita l’ordine comune potremmo anche credere, come conseguenza, che sia stata concepita in colpa, come ogni uomo? Ma se, al contrario, noi accettiamo una esenzione speciale da tutte le leggi; se consideriamo secondo il dettame della fede, od almeno secondo il pensiero dei più grandi Dottori; se, dico, noi vediamo una maternità ed un parto senza dolore, una carne senza corruzione, sensi senza ribellione, una vita senz’ombra di macchia, una morte senza strazio né pena: se il suo sposo non ne fu che il custode, le nozze null’altro che un velo candido che protesse e coprì la sua verginità, il nato da Lei un fiore staccato dalla sua integrità: se, quando concepì, la natura attonita e confusa credette fossero abolite le sue leggi, e lo stesso Santo Divino Spirito sostituì la natura e protesse le delizie di quella purezza che è insidiata dalle brame cupide della carne… chi vorrà sostenere che qualche cosa di soprannaturale non sia intervenuto nel concepimento di questa Principessa, e che questo momento solo della sua vita non sia stato suggellato da prodigi? Potreste dirmi che questa purissima innocenza è la prerogativa del Figlio di Dio e volerla concedere alla sua Madre, è un diminuirla al Cristo o, almeno, togliere a Lui, quanto è esclusivamente suo? È l’ultima lancia spezzata dai dottori di cui confutiamo le obbiezioni. Ma io vi prego e scongiuro, o Dio mio, o Cristo mio Maestro, che mai un tal pensiero offuschi un istante la mia intelligenza! S’oscuri la mia mente, cessi la mia parola, si cancellino i miei scritti se essi posson togliere un ette alla vostra grandezza! Voi siete l’Innocente per natura, Maria per grazia… Voi per eccellenza, Maria per un divinissimo privilegio. Voi siete Innocenza infinita perché Redentore, Lei innocentissima come la prima che il vostro sangue purificatore ha purificato. – Eccovi soddisfatti quelli che trepidano si tolga qualcosa a Nostro Signore… così io penso. E poi se noi ci proclamiamo tutti colpevoli per natura, non è un modo questo per proclamare l’innocenza del Salvatore? Che se pensate aver fatto già molto col metterLo al disopra d’una massa infinita di colpevoli, non vogliate far cattivo viso a me se tento trovare almeno una creatura innocente sopra la quale innalzare ancora il Salvatore, per dimostrare che non è solo della nostra colpa ch’Egli ha una esenzione, ma da ogni colpa! È necessarissimo ch’Egli s’alzi ad altezza infinita al disopra della santità della sua Madre; lo ammetto, ma dovrete anche concedermi che è più che ragionevole il bisogno di innalzare questa Madre al di sopra, e quasi senza misura, delle altre creature serve del Signore. Cosa rispondereste ad una domanda tanto ovvia e legittima? Badate però, che io non mi accontento, dico a costoro; se mi affermano che fu santificata nel nascere, anzi prima della nascita; perché se è già un grande privilegio, li prego di ricordare che di tale privilegio ne godette anche Giovanni Battista, e forse qualche altro profeta. – Quello che oggi io domando e voglio, e mi si possa dare, è mi si conceda qualcosa di singolare, anzi unico, per Maria, salvi solo i diritti del suo Gesù! Io per mio conto, mi sento appagato nei bisogni della mia mente e della mia pietà stabilendo come tre gradi, molto facili a comprendersi. Vi dico subito: il Salvatore s’alza infinitamente alto sopra la corruzione comune… Maria vi sarebbe stata soggetta: ma ne fu, pesate bene la parola, preservata. Per gli altri Santi… essi contrassero il contagio, ma ne furono liberati. Mi pare che in tal modo si conceda un privilegio alla Madre senza toccare l’infinita grandezza del Figlio; soluzione giusta ed equa questa e per nulla sconveniente alla Divina Provvidenza: anzi, il Cristo Salvatore, che, come insegna la teologia, venne a purificare gli uomini tutti dal peccato originale, che era la grande opera del diavolo, in Maria riporta su di lui una gloriosa e completa vittoria… lo domina, lo vince, lo scaccia dovunque possa nascondersi. Come? mi domandate voi névvero fratelli? È chiarissimo il ragionamento. Questo vizio originale regna in ogni nato nuovo: Gesù ne lo scaccia col Battesimo. Non basta: il demonio per questo peccato penetra fino nel seno delle madri nostre, dove, incapaci di sfuggirgli, ci rende nemici di Dio; Gesù scelse qualche anima grande che purificò ancora nel seno che materno: anche là Egli sconfisse il peccato. Sono coloro dei quali diciamo che furono santificati avanti la nascita come S. Giovanni, di cui ci assicura il Vangelo, Geremia e S. Giuseppe come pensano alcuni Dottori. – Rimane però ancora un rifugio, o Salvatore caro, che il demonio ritiene inespugnabile… dal quale crede ed afferma che nessuno lo potrà cacciare. È nel momento della concezione, che sfida la vostra onnipotenza. Voi gli strappate, dice, il corso della vita nostra, ma egli s’aggrappa, senza nulla temere, alla radice, alla sorgente che infetta col suo dominio. « Sorga il Signore e siano sgominati i suoi nemici, fuggan dal suo cospetto quelli che lo odiarono, prega il vostro santo Re. – Scegliete una creatura, almeno una sola, che voi santificherete nell’istante stesso in cui avrà la vita!… mostrate al vostro nemico giurato, che la vostra potenza previene il suo soffio pestifero… costringetelo a confessare che non v’è oscurità profonda in cui non penetri la vostra luce scacciando con sprazzi luminosissimi le sue tenebre infernali. Eccovi Maria… degno della vostra infinita bontà, e dello splendore d’una tal Madre, che si senta si veda in Lei un prodigio di onnipotenza, della vostra protezione speciale! Fratelli miei, che ve ne pare?… cosa pensate di questa dottrina? non vi si presenta ben accettabile?… Per conto mio, quando considero Gesù Salvatore, amore, gioia speranza nostra, tra le braccia della Vergine, o quando si nutre del suo latte virgineo, o dolcemente addormentato sul suo petto, o ancora nascosto nel suo seno (ma io qui mi arresto, mi fermo davanti a questo pensiero che sarà più adatto quando fra pochi giorni celebreremo il Natale del Salvatore e l’adoreremo nell’attesa dentro le viscere materne…). Quando, vi dico, io contemplo l’Incomprensibile fatto piccolo, l’Immenso quasi limitato a confini, quando o dolce Redentore, vi penso ed adoro dentro a questa angusta prigione, dico a me stesso: Sarà mai possibile pensare che Dio abbia voluto cedere, diciamo pure per un solo istante, questo tempio santo che destinava al suo figlio, questo tabernacolo in cui avrebbe dimorato riposando per lunghi mesi, questo letto verginale su cui avrebbe celebrate mistiche nozze con la natura umana? Parlo e penso così da me stesso… poi rivolgendomi di nuovo al Salvatore « O Benedetto Bambino, gli grido, deh non sopportate, deh non permettete che la vostra Mamma sia toccata da quella mano putrida!… Che se satana l’osasse mentre voi dimorando in Lei ne fate un paradiso… quali fulmini non dovreste scagliare su quella testa superba!… Con quanto ardore geloso difendere l’innocenza di vostra Madre!… Ma, fanciullo benedetto per cui sono i secoli ed i tempi… Voi eravate avanti i tempi ed i secoli tutti! quando la Mamma vostra fu concepita, la rimiravate dall’alto dei cieli… anzi Voi ne formavate le membra, soffiaste dal vostro labbro il soffio di vita che animò la carne che divenne carne vostra… State attenta divina Sapienza, vigilate che proprio in questo momento, Ella la vostra Mamma verrà contaminata da un peccato schifoso… in questo istante sarà la schiava di satana, il vostro nemico… deh scongiurate tanta sventura, ve ne prego per la vostra bontà infinita! Cominciate Voi ad onorare la Madre vostra, fate godere a Lei il beneficio di aver un Figlio che era prima che Lei fosse… alla fin fine Ella è già vostra Madre, e Voi le siete Figliolo, fin da quell’istante! » Fedeli miei cari, sarà un momento di entusiasmo pio che mi farà dire questa preghiera?… non sarebbe invece una verità? e perché non potrebbe essere realtà dolce, consolante realtà, quella che domando io al Signore a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo?… Sì, l’Unigenito dell’Eterno Padre, già da quell’istante è Figlio di Maria: non nella successione dei secoli che si svolgeranno, ma nel consiglio di Dio cui tutto è presente. – Ascoltatemi ancora: quando Dio nell’eterno segreto dei suoi disegni ha deciso un avvenimento, osservate che la Scrittura santa ne parla come d’un fatto compiuto. Isaia ad esempio dice: « Ci è nato un bimbo, ci fu dato un Figlio » (IX-6) parlando di nostro Signore: che vuol dire ciò, o fratelli miei? Gesù Cristo non era ancor nato, ma il santo Profeta pensava che Iddio non pensasse come gli uomini che fanno progetti che sfumano: pensiero e volontà in Dio hanno un effetto infallibile! Fu così che penetrando Egli, illuminato dall’alto, nel grande disegno dell’Eterno Padre d’inviare il suo Unigenito nel mondo, trasalisce di gioia, e come se la visione fosse già compiuta l’annuncia, perché Egli la vede decretata da un decreto immutabile. È ben degno dei Profeti tal modo di parlare che tanto rispecchia la Maestà di Colui che li inspira; perché, come osserva il severo Tertulliano, « è ben conveniente alla Natura divina che non conosce in se stessa alcuna successione né mutazione di tempo, d’aver come già fatto tutto quanto ella comanda, poiché davanti a Lei l’Eternità tiene fisso un eterno presente ». Allora è vero, ed io non mi posso ingannare affermando che la Vergine Santa, fin dal primo istante della sua concezione era già Madre del Cristo Salvatore, non umanamente parlando, ma secondo la parola di Dio, cioè, come abbiamo visto, è modo di parlare della Santa Scrittura. Voglio rafforzare la mia affermazione, con un’altra dottrina meravigliosamente spiegata dallo stesso Tertulliano. Racconta questo grande uomo, che avendo deciso il Figlio di Dio di prender umana carne (quando sarebbe giunta l’ora segnata) fin dal principio si compiacque conversare cogli uomini: per questo spesso discese dal Cielo: era Lui che parlava in forme umane ai Patriarchi, ai Profeti. Tertulliano considera queste varie apparizioni della divinità, come altrettanti preludi della Incarnazione, come preparativi del grande prodigio che già cominciava fino d’allora: « così, continua Tertulliano, Egli si avvezzava a parlare agli uomini, imparando, per così dire, ad esser uomo compiacendosi essere dapprincipio, quel che sarebbe diventato nella pienezza dei tempi ». « Ediscens jam inde a primordio, jam inde hominem quod erat futurus in fine ». (Libro I contro Marcione, n. 27). – Ovvero per parlare in un modo più degno del grande mistero, non avvezzava sé, ma avvezzava noi a non scandalizzarci, quando avremmo sentito parlare d’un Dio uomo, e d’un Uomo-Dio: non si addestrava, ma abituava noi a trattare più famigliarmente con Lui, che velava, quasi, la sua maestà per adattarsi alla puerile nostra debolezza. Tale il piano del Salvatore! Su questa magnifica dottrina di Tertulliano io appoggio questo mio ragionamento che vi pregherei di ben seguire: non dubito vi farà bene. Maria era Madre di Dio nel primo istante in cui fu concepita: (ricordate che ve lo dissi appena ora?) Lo era secondo le leggi della Divina Provvidenza, e secondo le leggi d’un’immutata ed immutabile eternità che in sé esclude ogni successione di tempo. Certamente non avete già scordato il passo mirabile di Tertulliano che tanto bene chiarisce questa verità. E proprio secondo queste norme il Figlio di Dio dovrà operare e non secondo le norme umane: non secondo le leggi del tempo ma quelle dell’eternità. Quando trattasi dell’Eterno Figlio dell’Eterno Padre, non parliamo di regole umane, ma parliamo di regole di Dio: per esse Maria era Madre di Dio secondo l’ordine delle cose divine, ed il Verbo eterno tale la considerò fin dall’istante della concezione, e già lo era al suo sguardo che vede un eterno presente. Tenete sott’occhio queste affermazioni, vi saranno di grande aiuto a ben comprendere quanto vi dirò in seguito. Continuiamo dunque: Noi impariamo da Tertulliano che il Verbo divino, molto tempo prima di prender umana carne, si compiaceva adattarsi alle sembianze ed al modo di sentire di noi uomini, tanto s’era, lasciatemi dir così, appassionato per la nostra miserabile natura! Ed allora, o cari, qual sentimento più naturale in noi che l’amore ai genitori?… Il Verbo di Dio quindi, molto tempo prima d’esser uomo amò Maria come Madre, e gioiva di questo suo amore: e non togliendo l’occhio da Lei, stornava dal tempio in cui già abitava ogni maledizione di profani: anzi già l’abbelliva dei suoi doni, la riempiva delle sue grazie continuamente: dal primo istante in cui Ella cominciava la sua vita fino all’ultimo sospiro con cui l’avrebbe chiusa. È questa la conseguenza che io voglio tirare dai saggi principi di Tertulliano: conseguenza molto veritiera, almeno pare a me, anzi mi sembra una base solida alla verità dell’Immacolata Concezione. Questa opinione ha una segreta forza, che persuade immediatamente le anime pie… dopo le verità definite io non troverei verità più assodata. È per questo che non meraviglia affatto, che la celebre scuola dei teologi di Parigi, imponga a tutti i suoi allievi la difesa di questa verità! Oh dotta assemblea, questa pietà per la Vergine forse è la più bella eredità trasmessavi dai vostri primi padri. Possiate crescere e sempre più fiorente! La devozione che avete verso la Madre come riflesso del suo divin Figlio, possa far suonare nei secoli avvenire la grande stima che le gloriose vostre fatiche vi hanno acquistato per tutta la terra! … La Chiesa, nostra madre e maestra, ha in grande onore l’immacolato concepimento della Vergine: è vero non ce la impone come verità di fede l’Immacolata, ma fa ben comprendere che un tale sentire le è di gran gioia. Vi sono cose ch’Ella comanda e che accettate fanno conoscere la nostra obbedienza; ve ne sono altre che ella dolcemente insinua: accettandole, noi le testimoniamo il nostro amore. Veri figli della Chiesa dev’essere un bisogno della nostra pietà, non solo obbedire ai comandi ma ancora piegarci immediatamente ad ogni più piccolo desiderio d’una madre sì buona sì Santa. Mi pare che voi tutti condividiate il mio sentire. Sarebbe però un’offesa la nostra cura in difender la purezza della Madre nostra, se altrettanta cura e premura non usassimo nel conservare in noi la purezza….

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28

Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, allelúja.

[Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne. Allelúia].

Secreta

Salutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta: ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur.

[Accetta, o Signore, quest’ostia di salvezza che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria: e fa che, come la crediamo immune da ogni colpa perché prevenuta dalla tua grazia, cosí, per sua intercessione, siamo liberati da ogni peccato].

Praefatio

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubique grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Concezione immacolata della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtù celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo: ]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXXVI: 3, Luc I: 49

Gloriósa dicta sunt de te, María: quia fecit tibi magna qui potens est.

[Cose gloriose sono dette di te, o Maria: perché grandi cose ti ha fatte Colui che è potente].

Postcommunio

Orémus.
Sacraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster: illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti.

[I sacramenti ricevuti, o Signore Dio nostro, ripàrino in noi le ferite di quella colpa dalla quale preservasti in modo singolare l’Immacolata Concezione della beata Maria].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

(Inizio 29 Nov. Festa 8 dicembre).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ediz. – Milano 1888)

Che la Concezione di Maria SS. sia stata esente da ogni macchia di peccato, fu in tutti i secoli ritenuto come verità incontestabile insegnata dagli Apostoli. In Oriente la relativa Festa è di data antichissima; ma in Occidente non ebbe luogo prima del VII secolo. Primi a celebrarla furono Gondisalvo vesc. di Tolosa al principio del 600; poi S. Idelfonso vesc. Di Toledo, Federico patriarca di Aquileja circa l’890, l’inglese abb. Elpino e il Cantorberiense S. Anselmo nel 1109, il Clero di Lione nel 1141, tutto l’Ordine Francescano nel 1163, quindi tutte le accademie d’Europa. Il sempre crescente impegno dei fedeli d’ogni ordine per tal festa determinò i Papi ad aggiungervi il suggello di loro infallibile approvazione. Di qui è che Sisto IV nel 1483 la collaudò con tre Bolle, confermate poco dopo da Alessandro VI. Giulio Il approvò gli ordini religiosi intitolati all’Immacolata; Clemente VII ne stese l’apposito Ufficio; Pio V le appropriate lezioni; Clemente VIII ne elevó la festa a Rito Maggiore, Alessandro VII vi aggiunse l’Ottava, Innocenzo VII nel 1693 la rese obbligatoria per tutto il mondo; Clemente XI nel 1708 la dichiarò festa di precetto; Benedetto XIV la volle festa di Cappella Papale: Gregorio XVI permise di aggiungere il titolo immacolata a quello di Concezione nel Prefazio, e Regina sine labe originali concepta nelle Litanie. Pio IX poi, l’8 dic.1854 compi l’opera e i voti di tutti col farne un articolo di fede indispensabile a credersi per salvarsi, a cui nel 25 sett. 1863 aggiunse la distinzione di apposita Messa ed Ufficio di affatto nuova composizione.

NOVENA

I. Vergine amabilissima, che sino ab eterno foste l’oggetto de’ divini amori, ottenete anche a noi tutti di farvi sempre caro oggetto di nostra divozione. Ave.

II. Vergine ammirabile, la cui concezione fu speciale favor di Dio, e frutto di grandi orazioni, limosine e mortificazioni dei Patriarchi, dei Profeti e di tutti i giusti, impetrate anche a noi tutti di sempre disporci con tali mezzi a partecipare dei divini favori. Ave.

III. Vergine privilegiata, che foste concepita da sterili genitori divenuti prodigiosamente fecondi, ottenete anche alle sterili anime nostre di divenir feconde di santi affetti e di virtuose operazioni. Ave.

IV. Vergine immacolata, che unica fra tutte le creature, foste preservata e dal peccato originale e da ogni altra ancor più lieve colpa, ottenete a noi pure di preservarci da qui in avanti da ogni macchia di peccato. Ave.

V. Vergine felicissima, che foste preservata anche dal fomite della colpa, ottenete a noi pure di frenare per modo codesto fomite, che non ci faccia mai schiavi della legge del peccato. Ave.

VI. Vergine singolarissima, che nel vostro concepimento foste confermata nella divina carità, ottenete anche a noi tali e tanti ajuti di grazia, da conservarci sempre cari e fedeli al Signore. Ave.

VII. Vergine santissima, che nella vostra Immacolata Concezione foste riempita d’ogni pienezza di grazia, impetrate a noi pure tutte le grazie necessarie a santificarci e a salvarci. Ave.

VIII. Vergine beatissima, che sino dal primo istante di vostra vita, foste arricchita di tutte le più belle virtù, a noi ancora ottenete la più viva fede, la più ferma speranza, la più accesa carità, e tutte le altre virtù proprie di un’anima cristiana. Ave.

IX. O Vergine benedetta, che annunciaste col vostro concepimento il prossimo spuntare del divin Sole, siate, vi prego, la fiaccola della mia mente, la gioja del mio cuore, la mia difesa nei pericoli, il mio sostegno nelle tentazioni il mio sollievo nelle cadute, e fate che in me fioriscano quelle virtù che resero Voi sì ammirabile qui sulla terra, e sì gloriosa nel Cielo. Ave, Gloria.

OREMUS.

Deus qui per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus; ut qui, ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione ad te pervenire concedas. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

11 OTTOBRE: FESTA DELLA MATERNITÀ DELLA B. V. MARIA (2022)

11 OTTOBRE

MATERNITÀ DELLA B. V. MARIA

(Dom  Gueranger: l’Anno Liturgico-vol. II;S. Paolo ed. Alba, 1957)

Il titolo di Madre di Dio.

Il titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua ragion d’essere, il motivo di tutti i suoi privilegi e delle sue grazie. Per noi il titolo racchiude tutto il mistero della Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia sorgente per Maria di lodi e per noi di gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una prova sicura della nostra fede. La Chiesa quindi non celebra alcuna festa della Vergine Maria senza lodarla per questo privilegio. E così saluta la beata Madre di Dio nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella recita frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’eresia nestoriana.

« Theotókos », Madre di Dio, è il nome con cui nei secoli è stata designata Maria Santissima. Fare la storia del dogma della maternità divina sarebbe fare la storia di tutto il Cristianesimo, perché il nome era entrato così profondamente nel cuore dei fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era il suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. Era allora Vescovo di Alessandria san Cirillo, l’uomo suscitato da Dio per difendere l’onore della Madre del suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: « Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la fede che ci hanno trasmessa gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri ».

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’imperatore convocò un Concilio, che si aprì ad Efeso il 22 giugno del 431 sotto la presidenza di san Cirillo, legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 Vescovi i quali proclamarono che « la persona di Cristo è una e divina e che la Santissima Vergine deve essere riconosciuta e venerata da tutti quale vera Madre di Dio ». I Cristiani di Efeso intonarono canti di trionfo, illuminarono la città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i vescovi « venuti – gridavano essi – per restituirci la Madre di Dio e ratificare con la loro santa autorità ciò che era scritto in tutti i cuori ». Gli sforzi di satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un magnifico trionfo alla Madonna e, se vogliamo credere alla tradizione, i Padri del Concilio, per perpetuare il ricordo dell’avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le parole: « Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ». Milioni di persone recitano ogni giorno quella preghiera e riconoscono a Maria la gloria di Madre di Dio, che un eretico aveva preteso negare.

La festa dell’undici ottobre.

Il 1931 ricorreva il xv centenario del Concilio di Efeso e Pio XI pensò che sarebbe stata « cosa utile e gradita per i fedeli meditare e riflettere sopra un dogma così importante » come quello della maternità divina e, per lasciare una testimonianza perpetua della sua divozione alla Madonna, scrisse l’Enciclica Lux veritatis, restaurò la basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e istituì una festa liturgica, che « avrebbe contribuito a sviluppare nel clero e nei fedeli la divozione verso la grande Madre di Dio, presentando alle famiglie come modelli, Maria e la sacra Famiglia di Nazareth », affinché siano sempre più rispettati la santità del matrimonio e l’educazione della gioventù. Che cosa implichi per Maria la dignità di Madre di Dio lo abbiamo già notato nelle feste del primo gennaio e del 25 marzo, ma l’argomento è inesauribile e possiamo fermarci su di esso ancora un poco.

Maria sterminio delle eresie.

« Godi, o Vergine, perché da sola hai sterminato nel mondo intero le eresie ». L’antifona della Liturgia insegna che il dogma della maternità divina è sostegno e difesa di tutto il Cristianesimo. Confessare la maternità divina è confessare la natura divina e l’umana nel Verbo Incarnato in unità di persona ed è altresì affermare la distinzione delle Persone in Dio nell’unità di natura ed è ancora riconoscere tutto l’ordine soprannaturale della grazia e della gloria.

Maria vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è vera Madre di Dio è cosa facile. « E7 il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Pio XI nell’Enciclica Lux veritatis, Colei che l’ha generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la Persona di Gesù Cristo è una e divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’anima umana, così Maria ha acquistato la maternità divina per aver generato l’unica Persona del Figlio suo ».

Conseguenze della maternità divina.

« Derivano di qui, come da sorgente misteriosa e viva, la speciale grazia di Maria e la sua suprema dignità davanti a Dio. La beata Vergine ha una dignità quasi infinita, che proviene dal bene infinito, che è Dio, dice san Tommaso. E Cornelio a Lapide spiega le parole di san Tommaso così: Maria è la Madre di Dio, supera in eccellenza tutti gli Angeli, i Serafini, i Cherubini. È la Madre di Dio ed è dunque la più pura e più santa di tutte le creature e, dopo quella di Dio, non è possibile pensare purezza più grande. È Madre di Dio, sicché, se i Santi ottennero qualche privilegio (nell’ordine della grazia santificante) Maria ebbe il suo prima di tutti ».

Dignità di Maria.

Il privilegio della maternità divina pone Maria in una relazione troppo speciale ed intima con Dio, perché possano esserle paragonate dignità create di qualsiasi genere, la pone in un rapporto immediato con l’unione ipostatica e la introduce in relazioni intime e personali con le tre persone della Santissima Trinità.

Maria e Gesù.

La maternità divina unisce Maria con il Figlio con un legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la sua stessa sostanza e Gesù è premio della sua verginità e appartiene a Maria per la generazione e per la nascita nel tempo, per l’allattamento col quale lo nutrì, per l’educazione che gli diede, per l’autorità materna esercitata su di lui.

Maria e il Padre.

La maternità divina unisce in modo ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio stesso di Dio, imita e riproduce nel tempo la generazione misteriosa con la quale il Padre generò il Figlio nell’eternità, restando così associata al Padre nella sua paternità. « Se il Padre ci manifestò un’affezione così sincera, dandoci suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’amore che aveva per te, o Maria, gli fece concepire ben altri disegni a tuo riguardo e ha stabilito che Gesù fosse tuo come è suo e, per realizzare con te una società eterna, volle che tu fossi la Madre del suo unico Figlio e volle essere il Padre del tuo Figlio » (Discorso sopra la devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La maternità divina unisce Maria allo Spirito Santo, perché per opera dello Spirito Santo ha concepito il Verbo nel suo seno. In questo senso Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Encicl. Divinum munus, 9 maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il santuario privilegiato, per le inaudite meraviglie che ha operate in Lei.

« Se Dio è con tutti i Santi, afferma san Bernardo, è con 0Maria in modo tutto speciale, perché tra Dio e Maria l’accordo è così totale che Dio non solo si è unita la sua volontà, ma la sua carne e con la sua sostanza e quella della Vergine ha fatto un solo Cristo, e Cristo se non deriva come Egli è, né tutto intero da Dio, né tutto  intero da Maria, è tuttavia tutto intero di Dio e tutto intero di Maria, perché non ci sono due figli, ma c’è un solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. È con te non solo il Signore Figlio, che rivestisti della tua carne, ma il Signore Spirito Santo dal quale concepisti e il Signore Padre, che ha generato colui che tu concepisti. È con te il Padre che fa sì che suo Figlio sia tuo Figlio; è con te il Figlio, che, per realizzare l’adorabile mistero, apre il tuo seno miracolosamente e rispetta il sigillo della tua verginità; è con te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio santifica il tuo seno. Sì, il Signore è con te » (3.a Omelia super Missus est).

L’amore di Gesù per la Madre.

« Se fosse permesso spingere tanto innanzi l’analisi del suo sviluppo umano, si direbbe che in Gesù, come in altri, vi fu qualcosa dell’influenza della Madre sua. La grazia, la finezza squisita, la dolcezza indulgente appartengono solo a Lui, ma proprio per tali cose si distinguono coloro, che spesso hanno sentito il cuore come addolcito dalla tenerezza materna e lo spirito ingentilito, per la conversazione con la donna venerata e amata teneramente, che si compiaceva iniziarli alle sfumature più delicate della vita. Gesù fu davvero, come lo chiamavano i concittadini, il « figlio di Maria ». Egli tanto ha ricevuto da Maria, perché l’amò infinitamente. Come Dio, la scelse e le donò prerogative uniche di verginità, di purezza immacolata, e nello stesso tempo la grazia della maternità divina; come uomo, l’amò tanto fedelmente che sulla croce, in mezzo alle spaventevoli sofferenze, l’ultimo pensiero fu per lei: Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua Madre. » Ma il doppio amore gli fece scegliere per la madre una parte degnissima di lei. Il profeta aveva preannunziato Lui come il Servo di Jahvè e la Madre fu la Serva del Signore nell’oblio di sè, nella devozione e nel perfetto distacco: « vi è più gioia nel dare che nel ricevere ». Cristo, che aveva presa per sé questa gioia, la diede alla Madre e Maria comprese così bene questo dono che nei ricordi d’infanzia segnò con attenzione particolare i rapporti che a un lettore superficiale sembrano duri: « Perché mi cercavate? Non sapevate che debbo occuparmi delle cose che riguardano il Padre mio? » E più tardi: « Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?… » Gesù vuole insegnarci il distacco che da noi esige e darcene l’esempio » (Lebreton. La Vie et Venseignement de J. C. N. S., p. 62).

Maria nostra Madre.

Salutandoti oggi col bel titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che « avendo dato la vita al Redentore del genere umano, sei per questo fatto stesso divenuta Madre nostra tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio suo, Dio ti ha inculcato sentimenti del tutto materni, che respirano solo amore e perdono » (Pio XI Enc. Lux veritatis). – « O Vergine tutta santa, è per i tuoi figli cosa dolce dire di te tutto ciò che è glorioso, tutto ciò che è grande, ma ciò facendo dicono solo il vero e non riescono a dire tutto quello che tu meriti (Basilio di Seleucia, Omelia 39, n. 6. P. G. 85, c. 452). Tu sei infatti la meraviglia delle meraviglie e di quanto esiste o potrà esistere, Dio eccettuato, niente è più bello di te » (Isidoro da Tessalonica. Discorso per la Presentazione di Maria P. G. 189, c. 69). Dalla gloria del cielo ove sei, ricordati di noi, che ti preghiamo con tanta gioia e confidenza. « L’Onnipotente è con te e tu sei onnipotente con Lui, onnipotente per Lui, onnipotente dopo di Lui », come dice san Bonaventura. Tu puoi presentarti a Dio non tanto per pregare quanto per comandare, tu sai che Dio esaudisce infallibilmente i tuoi desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma tu sei divenuta Madre di Dio per causa nostra e « non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a te sia stato abbandonato. Animati da questa confidenza, o Vergine delle vergini, o nostra Madre, veniamo a te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci prostriamo ai tuoi piedi. Madre del Verbo incarnato, non disprezzare le nostre preghiere, degnati esaudirle » (San Bernardo).

Doppio di II Classe – Paramenti bianchi

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Isa 7:14.
Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.


Ps 97:1.
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit.


[Canto nuovo cantate al Signore poiché fatti mirabili Egli ha operato.]

Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.]
Ps XCVII:1.

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genitrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

[O Dio, che hai voluto che all’annuncio dell’angelo il tuo Verbo s’incarnasse nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi di essere aiutati presso di te dall’intercessione di Colei che crediamo vera madre di Dio.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XXIV: 23-31
Ego quasi vitis fructificávi suavitátem odóris: et flores mei, fructus honóris et honestátis. Ego mater pulchræ dilectiónis, et timóris, et agnitiónis, et sanctæ spei. In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis. Transíte ad me omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini. Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum. Memória mea in generatiónes sæculórum. Qui edunt me, adhuc esúrient: et qui bibunt me, adhuc sítient. Qui audit me, non confundétur: et qui operántur in me, non peccábunt. Qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.
R. Deo grátias.

 [Come una vite, io produssi pàmpini di odore soave, e i miei fiori diedero frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza. In me si trova ogni grazia di dottrina e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, voi tutti che mi desiderate, e dei miei frutti saziatevi. Poiché il mio spirito è più dolce del miele, e la mia eredità più dolce di un favo di miele. Il mio ricordo rimarrà per volger di secoli. Chi mangia di me, avrà ancor fame; chi beve di me, avrà ancor sete. Chi mi ascolta, non patirà vergogna; chi agisce con me, non peccherà; chi mi fa conoscere, avrà la vita eterna.]

A buon diritto la Chiesa anche qui applica alla Madonna un testo che è stato scritto con riferimento al Messia. Non è Maria la vera vigna, che ci ha data l’uva generosa, che riceviamo tutti i giorni nell’Eucarestia? Vi è gloria paragonabile a quella di Maria, che, essendo Vergine, è divenuta Madre di Dio, senza perdere la verginità? La Chiesa la canta con gioia Madre del bell’amore e ci invita ad accostarci a Lei con confidenza, perché in Maria si incontra ogni speranza della vita e della virtù e chi l’ascolta non sarà mai confuso.

Graduale

Isa XI: 1-2.
Egrediétur virga de rádice Jesse, et flos de rádice ejus ascéndet.
V. Et requiéscet super eum Spíritus Dómini. Allelúja, allelúja.
V. Virgo Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja.

[Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse, un fiore crescerà dalla radice di lui.
V. E su di esso si poserà lo Spirito del Signore. Alleluia, alleluia.
V. O Vergine, Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere. Alleluia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc II:43-51
In illo témpore: Cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diei, et requirébant eum inter cognátos, et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos, et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? ecce pater tuus, et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est quod me quærebátis? nesciebátis quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse. Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis.

[In quel tempo, mentre essi se ne tornavano, il fanciullo Gesù rimase in Gerusalemme, senza che i suoi genitori se ne accorgessero. Credendo che egli si trovasse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, e lo cercavano fra parenti e conoscenti. Ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme per farne ricerca. E avvenne che lo trovarono tre giorni dopo, nel tempio, seduto in mezzo ai dottori e intento ad ascoltarli e a interrogarli. E tutti quelli che lo udivano restavano meravigliati della sua intelligenza e delle sue risposte. Nel vederlo, essi furono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché facesti a noi così? Ecco, tuo padre ed io addolorati ti cercavamo». Ma egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che è necessario che io sia nelle cose del Padre mio?». Essi però non compresero ciò che aveva detto loro. Ed egli scese con essi e tornò a Nazareth; ed era loro sottomesso.

Omelia

[Emilio Campana: Maria nel dogma cattolico, VI, ed.  – Marietti ed. 1946]

Grandezza della divina maternità di Maria.

I. — Il celebre panegirista di Filippo il Macedone, volendo esaltare fino al sommo della gloria il suo eroe, dopo aver illustrato la nobiltà dei suoi natali, la vastità delle sue ricchezze, la rarità del suo coraggio, l’energia dei suoi propositi, l’estensione delle sue conquiste, la eccellenza dei suoi talenti, infine espone l’argomento che doveva essere come il suggello, la corona di tutto il suo discorso; ed esclamò : « Hoc unum tibi dixisse sufficiat, filium te habuisse Alexandrum. — Ma io lascio tutto il resto, e per mostrarti superiore agli altri uomini mi basti il dirti che tu hai per figlio Alessandro ». Retorica! Vero, ma che esprime bene una verità innegabile. Poiché gli è certo che gloria grande deriva ai genitori dalla grandezza dei figli loro. Genitori e figli formano, come a’ dire, una sola personalità morale; il vincolo di unione che passa fra loro è tale che non è possibile trovarne un altro più intimo e più forte. Perciò come l’onore dei genitori si riversa sui figli, ai quali si tramanda in sacra eredità, così lo splendore dei figli risale ad illuminare quelli da cui essi ricevettero la vita. – Ciò che si verifica per tutti gli altri, a più forte ragione ha luogo in riguardo di Maria. La grandezza del suo divin Figlio Gesù riverbera su di Lei un raggio così fulgido di nobiltà e di elevazione, che giustamente si può ripetere di Lei la frase dell’oratore ricordato da Sabellico, e dire: Hoc unum tibi dixisse sufficiat, Filium te habuisse Jesum.

II. — La divina maternità, in altri termini, è la perla più fulgida che brilli nel serto di gloria ond’è cinta la fronte della gran Vergine: e per il solo fatto che è Madre di Dio, si trova collocata ad una veramente vertiginosa altezza di dignità, possiede una elevazione assolutamente impareggiabile; sta al sommo gradino dell’immensa scala costituita dalla svariatissima gradazione e gerarchia degli esseri creati.

III. — La misura della perfezione delle cose è nota. Essa sta nella maggiore o minore vicinanza che le cose hanno con Dio, loro supremo principio. Come l’acqua è più pura. e più fresca man mano che si sale alla fonte donde scaturisce, come la luce è più radiante quanto più è vicina alla sorgente luminosa; così la creatura è tanto più grande, quanto è in più stretto rapporto con Dio. Dio è la maestà senza limiti, è l’essere non soggetto ad alcun difetto, è la pienezza della perfezione e della potenza, è il mare infinito di ogni entità. Quando crea le cose non fa altro che conceder loro, per sua somma liberalità, un riflesso, una partecipazione delle sue doti eminenti; e secondo l’accentuazione di questa partecipazione le cose sono più o meno vicine a Dio, sono più o meno elevate nella scala della nobiltà e della dignità. Alla stregua di questo principio è facile determinare quali siano le grandi basi della gerarchia che la divina sapienza ha costituito tra le sue opere. All’infimo posto stanno gli esseri privi di vita, i minerali, che non operano se non sotto l’impulso di un agente esteriore, che sono, si potrebbe dire, lo zimbello di forze estranee. Più su troviamo i viventi vegetali, che hanno in sé il principio di alcune loro operazioni, che hanno risorse proprie. Ma la loro non è che una vita molto imperfetta; non è che il più tenue barlume, riflesso di quella vita ond’è esuberante Iddio, e nella quale trova la sua felicità indefettibile. 1 sensitivi, gli animali cioè, si elevano già ad un gradino superiore perché hanno operazioni nuove, sono capaci di conoscere, sono già più indipendenti nella loro vita, hanno in sé un’energia più vasta, meno soggetta alle determinazioni dell’ambiente esterno; sono capaci di determinarsi spontaneamente nei loro rapporti collo spazio per mezzo del moto locale, e nei loro rapporti col tempo per mezzo della memoria. Tuttavia siamo ancora lontani dalla immagine di Dio, elevato immensamente al di sopra di tutto ciò che è materiale, ed assolutamente indipendente da qualunque altro essere. Quest’immagine comincia ad apparire sufficientemente delineata nell’uomo, che per mezzo dell’intelletto e della volontà trascende la ristretta cerchia della materia, arriva a scoprire l’essenza delle cose, spazia in un mondo superiore al mondo del luogo e del tempo; guarda alle cose dalle cime più elevate dell’astrazione, ed è padrone del proprio atto, essendo pienamente libero nelle sue aspirazioni razionali. Per questo la Scrittura giustamente dice dell’uomo, che fu fatto ad immagine e somiglianza di Dio. L’uomo, infatti, è la somiglianza di Dio, così S. Tommaso, p. I, q. It. ad 2, non secundum corpus, sed secundum id quo homo excellit alia animalia… excellit autem homo alia animalia quantum ad rationem et intellectum. Ma avremmo torto di illuderci, come appunto si illudono i razionalisti contemporanei, pensando che l’umana intelligenza non ammetta altre facoltà conoscitive a sé superiori, che l’uomo stia al supremo grado della perfezione. No; già Aristotile diceva che 8nell’ordine intellettuale noi occupiamo soltanto l’infimo posto: che il nostro acume è, di fronte alla verità, debole come l’occhio di certi animali notturni in presenza della luce del sole. Al di sopra dell’uomo c’è un mondo sterminato di altri esseri, di altre intelligenze che tutte ci superano di gran lunga, e che alla lor volta sono, ci si perdoni la frase, scaglionate su una vastissima scala di graduata perfezione. Sono gli angeli. Liberi dagli impacci della materia, sono dotati di un intelletto sommamente vigoroso, di una volontà piena di energia, e sottomettono ai loro cenni le forze fisiche. Di questi spiriti, più che di noi si può e si deve dire che sono l’immagine e la somiglianza di Dio. Ma la distanza fra gli Angeli e Dio è ancora infinita; tra queste sublimi creature e Dio vi è ancora un abisso insormontabile. Dio non volle che questo intervallo fosse totalmente vuoto; ma vi ha creato l’ordine soprannaturale. L’ordine soprannaturale consiste in ciò che Dio, con un atto della sua onnipotenza, ha dato aulla creatura ragionevole nuove qualità, nuove facoltà, nuove operazioni, di cui essa 8naturalmente sarebbe stata incapace. Queste nuove prerogative trasportano la creatura immensamente al di sopra dello stato in cui avrebbe dovuto trovarsi stando alle sole esigenze della sua natura, e la mettono in certa guisa al livello medesimo di Dio, la fanno vivere della vita di Dio, la rendono beata della beatitudine di Dio, la trasformano secondo un certo senso in Dio, perché diventa, giusta l’espressione di S. Pietro, consorte della natura divina. L’ordine soprannaturale fa sparire la distanza fra la creatura e Dio, e mette questi alla portata di quella, in maniera che la creatura può vedere immediatamente Iddio, e può amarlo con tutto lo slancio delle sue energie, amarlo in maniera perfetta, amarlo necessariamente e senza fine. A quest’ordine sono elevati gli Angeli e gli uomini, quali sotto questo rispetto diventano immensamente superiori a tutto il creato. Però gli Angeli e gli uomini non esauriscono tutta la nobiltà possibile del soprannaturale; a loro non è dato di toccare le più alte cime che la sapienza infinita di Dio ha elevato in quest’ordine. La creatura intelligente, nell’ordine soprannaturale si unisce con Dio per mezzo dell’operazione, ma resta sempre lontano da Lui quanto all’essere. Il suo essere è essenzialmente limitato, contingente, ben diverso dall’essere divino. Se qualche natura creata potesse sussistere in Dio medesimo, possedesse l’esistenza medesima di Dio, certo si lascerebbe indietro di gran lunga tutte le altre cose. Ebbene questa natura non manca. È la natura del Red and red are a entore. Gesù ha una personalità divina, epperò anche in quanto uomo, ha raggiunto il massimo dell’elevazione. Egli sta nel centro di tutta la creazione; tutto s’aggira attorno a Lui, tutto è inferiore a Lui, Ecco dunque come si evolve la scala degli esseri: il mondo materiale; il mondo dei viventi vegetativi; quello dei viventi sensitivi, il mondo ragionevole, gli uomini e gli Angeli; ed al di sopra di tutti Gesù Cristo, che siede alla destra di Dio Padre onnipotente.

IV. — Il posto di Maria qual è? Essa viene immediatamente dopo Gesù, suo figlio; essa è superiore al mondo sensibile, al mondo razionale, agli Angeli; inferiore solo a Gesù ed a Dio. Prima vien Dio, poi Gesù in quanto uomo; il terzo posto è della Madre sua Maria, la quale appunto perché Madre sua appartiene al piano medesimo, quantunque in subordine nel quale si svolge il mistero dell’’Uomo-Dio; tutto il restante del mondo creato fa sgabello ai suoi piedi.

V. — Considerata relativamente, la divina maternità pone Maria al di sopra di tutte le altre pure creature: che se poi la si vuol analizzare nel suo valore assoluto bisogna conchiudere che è qualche cosa di così nobile, che Dio medesimo non potrebbe creare, non ostante tutta la sua onnipotenza, una dignità più augusta di questa. Non solo Maria vien di fatto subito dopo Dio, nella scala della grandezza, ma la sua congiunzione con Lui è così stretta che non vi è più posto per un’altra creatura inferiore a Dio e superiore a Maria. Colla divina maternità, Dio ha dato alla creatura tutto ciò che ad essa si può concedere. Intendiamoci: noi non parliamo della natura di Maria; parliamo soltanto della sua dignità, dei suoi pregi gratuiti, della sua elevazione insomma nelle regioni dell’ordine soprannaturale. Cosicché nessuno potrebbe negare che per natura, molte altre creature sono superiori a Maria. Per natura essa si trova al nostro medesimo livello, di ente materiale corporeo, e quindi per natura è inferiore agli Angeli, come del resto per natura anche Gesù in quanto uomo stava al di sotto delle creature spirituali; Angelis inferior factus est. Ma altro è la natura di una cosa, altro la dignità e la nobiltà, a cui questa cosa viene elevata. Non succede ogni giorno anche nel mondo, che non sempre quelli che hanno le migliori doti naturali toccano in pari tempo anche il sommo della dignità? E Dio nell’ordine soprannaturale si è compiaciuto appunto di dare un posto privilegiato all’uomo di fronte all’Angelo. All’ordine soprannaturale nessuno aveva diritto; l’Angelo non ce ne aveva più che l’uomo. Fu per pura sua liberalità che Dio elevò entrambe queste sue creature a tanta altezza. Ma nella distribuzione di questi nuovi seggi di gloria s’è compiaciuto appunto di conferire i più grandi ai rappresentanti l’umanità, a Gesù, ed alla Madre sua. In questo senso diciamo che Dio non potrebbe fare una dignità, più grande di Maria, perché è impossibile per la creatura vuoi materiale, vuoi spirituale, avere con Dio una congiunzione più intima, una partecipazione più larga ai suoi doni, di quello che comporti la divina maternità.

VI. – Quest’asserzione potrà sembrare ardita; ma noi l’abbracciamo con tutto lo slancio di una convinzione incrollabile, anzitutto perché è l’idea che della dignità di Maria ebbe in ogni tempo la Chiesa, che è la colonna ed il fondamento di ogni verità. Certo fu questa l’idea che dominò incontrastata presso i teologi scolastici, dei quali ci basti citare qualche nome, essendo la cosa fuori di ogni controversia. Al sorgere della Riforma, quando incominciavano i primi attacchi da parte del protestantesimo contro la ineffabile elevazione di Maria, il Card. Caietano, uno dei più fulgidi astri della metafisica, ed in pari tempo uno dei più arditi antesignani della critica moderna, e che non ebbe mai difficoltà ad esprimere le proprie convinzioni anche quando le sapeva riprovate dai suoi contemporanei, parlando della Madre di Dio scriveva: « Ad fines divinitatis propria operatione attigit, dum Deum concepit, peperit, genuit et lacte proprio pavit. — Toccò le regioni della divinità, e divenne affine con Dio quando lo concepì, lo generò, e lo nutrì della propria sostanza » (Comm. alla S. Th.: II-II, q. CIII, a. 4). – Ed un altro insigne scrittore di quel tempo, uno dei più serii e dotti trattatisti di Maria, il S. Dott. P. Canisio, in cui la scienza fu pari alla santità, nel lib. II De excellentia B. V., c. XIII, scrive: « Spectet ac miretur qui velit pulcherrimi huius mundi fabricam atque gubernationem; quidquid autem in caelo vel in terra creatum est, quantum vis amplum, excellens, illustre videatur ab hoc opere uno divino quod in Maria tam electo Vase peractum est, multis sane modis superatur et obfuscatur. — Ammiri chi vuole il bellissimo edificio dell’universo ed il suo governo: ma tutto ciò che fu creato sia nel cielo come sulla terra, per quanto grande, elevato e nobile esso possa sembrare, è, sotto molti aspetti, superato ed oscurato da questo solo prodigio (che fu fatta Madre del Verbo) operatosi in Maria la quale divenne vaso di singolare elezione). – Un altro Santo di poco anteriore ai due citati teologi, san Tommaso da Villanova, che fu insigne teologo ed illustre predicatore, commentando quelle parole della Scrittura, che applica a Maria: Quæ est ista quæ ascendit, ecc., dice « Quis poterit istis respondere: Quæ est ista? Etiamsi stellæ vertantur in linguas et arenæ maris in verba commutentur, non poterit dignitas Mariæ pro merito explicari. — Anche se le stelle del cielo si mutassero in lingue, e se le arenedel mare si cambiassero in parole, non si arriverebbe mai ad esprimerecondegnamente la dignità di Maria » (Concio V in Fest. Assump.. B. V.).Né questa è rettorica da secentista. S. Tommaso, così esatto e misurato nelle sue espressioni, che non si lascia mai tradire dall’entusiasmo,, ma che procede sempre colla calma e colla lucidezza dichi tutto vuol provare a rigor di logica, aveva già molto tempo innanziscritte queste parole che non dovrebbero mai cadere dalla mente dinessun devoto di Maria: « Maria ex hoc quod est mater Dei, habet quamdam dignitatem infinitam ex bono infinito quod est Deus, et ex hac parte non potest aliquid fieri melius; sicut non potest aliquid esse melius Deo. — Maria per ciò che è Madre di Dio ha una dignità pressochéinfinita per i suoi rapporti con Dio bene infinito; e sotto questoriguardo non è possibile niente di meglio; come non è possibiletrovare cosa alcuna che sia migliore di Dio stesso » (Sum. Theol., I, q. XXV, a. 6 ad. 4.). Pressoché identico è il linguaggio dell’autore dello Specul. B. M. V., lib. X, già comunemente ritenuto di S. Bonaventura: « Esse mater Dei est gratia maxima puræ creaturæ conferibilis. Ipsa est qua maiorem facere Deus non potest. Maiorem mundum posset facere Deus; maius cælum: maiorem matrem, quam Matrem Dei non posset facere. Essere Madre di Dio è tale grazia, che Dio non puòfarne un’altra più grande. Egli potrebbe fare un mondo ed un cielopiù grande; fare una madre più grande della Madre di Dio, è ancheper Lui una cosa impossibile ».

VII. — Lo so che più d’uno si riderà di queste sentenze, credendo di averle inappellabilmente condannate alla gogna, dicendo che sono opinioni degli scolastici. Pare ormai che presso una certa classe di studiosi diventi di moda il classificare tutte le teorie degli scolastici nel numero delle opinioni inconsistenti colle solide dottrine dell’antica Chiesa, e spacciarle come ritrovate solo in grazia di un sottile e vano argomentare aprioristico. Il fatto innegabile però si è, che questo sublime concetto della sorprendente ed insuperabile dignità di Maria, lo troviamo espresso con ammirabile unità di consenso, nelle opere dei Padri di tutte le età. È appunto quello che ci accingiamo a dimostrare. Premettiamo innanzi tutto che qui ci accontenteremo soltanto di un numero ristretto di citazioni, le quali però, :ci affrettiamo a dirlo, sono più che sufficienti alla dimostrazione del nostro assunto. Altre testimonianze in favore della dignità di Maria, le porteremo altrove, quando ci occuperemo cioè dei doni soprannaturali di cui Ella fu ornata. Allora vedremo più dettagliatamente che cosa pensarono gli antichi scrittori ecclesiastici della grandezza della grazia posseduta da Maria. Orbene, come opportunamente fa osservare il Livius, tutto quello che serve a provare la grandezza della santità di Maria, dimostra in pari tempo la singolare dignità di Lei. « Queste due cose, così il citato autore, la dignità e la santità di Maria, sono così intimamente legate, secondo il modo di pensare dei Padri, che l’idea la quale appare forse meglio di ogni altra come fondamentale in tutta la loro dottrina circa l’Incarnazione, è appunto questa, che il Figlio di Dio volle per sé una madre degna di sé, vale a dire degna fino a quel punto di dignità al quale può essere trasportata una semplice creatura ». Ciò premesso, e limitandoci per ora al preciso concetto della dignità di Maria in quanto Madre di Dio, ecco che cosa ne pensarono gli scrittori anteriori all’epoca scolastica. Eadmero, il fedele discepolo di S. Anselmo (m. 1137), nel libro De excellentia B. V., cap. III dice: « Se mai è lecito paragonare le cose celesti alle terrene, osservisi come tra gli uomini corre tal costumanza, che quando un potente e ricco signore è per andare ad albergo in alcun luogo, vadano innanzi i suoi servi a guardare dalle insidie le vie, a nettar la casa da ogni bruttura, ad ornarla di preziosi arredi, sicché al venire del loro signore tutto sia decoroso e convenevole alla sua dignità. Ora, se tale Preparamento si suol fare per l’arrivo di un uomo di fango e di una podestà caduca, quale apparecchiamento di ogni più eletto bene pensiamo noi che si sarà fatto per l’arrivo del Re celeste ed eterno, nel cuore della beatissima Vergine, la quale non solo doveva in sé transitoriamente ospitarlo, ma di più doveva generarlo della propria sostanza? Qui si sollevi il pensiero della mente umana e per quanto può comprenda, se ha tanta lena, di qual pregio fossero presso l’onnipotente Iddio, i meriti di questa beatissima Vergine. Contempli ed ammiri, io dico, come l’eterno Padre generò della sua sostanza, senza cominciamento, un Figlio consostanziale è coeterno a se Stesso, e come per mezzo di Lui fece tutte le creature visibili ed invisibili. Orbene, il divin Genitore non volle che questo unico e dilettissimo Figlio rimanesse di Lui solo, ma volle diventasse in tutta verità il Figlio unico, dilettissimo e naturale della B. Vergine Maria. E non in questo senso che vi fossero due figli, uno quello di Dio, l’altro quello di Maria; no, ma un solo e medesimo Figlio, che nell’unità di una sola e medesima Persona, fosse Figlio di Dio e di Maria. Chi meditando questo mistero non sì sente sbalordito e non stima questo prodigio dell’Altissimo ammirevole oltre ogni credere? ». – Un secolo prima S. Pietro Damiani, che fu tanta parte del suo tempo, scriveva: « E come mai la transitoria parola dell’uomo mortale potrà lodare Colei che generò di sé il Verbo eterno? Qual lingua trovar potrassi che sia idonea alle lodi di Colei che diede in luce Quegli, cui tutti gli elementi danno lode e con tremore obbediscono? Quando noi vogliamo esaltare i generosi fatti di alcun martire e magnificarne le insigni virtù a gloria del nostro Redentore, benché la pochezza dell’ingegno non ci presenti molti concetti, e la infecondità del ragionare ci renda aridi, pure la materia stessa della cosa somministra copia al dire. Ma quando trattasi delle lodi della beatissima Madre di Dio, essendo argomento nuovo ed inaudito, non troviamo parole che siano sufficienti ad esprimerle degnamente, perché la singolarità della materia toglie ogni potere al discorrerne ». –  E nell’inno 48 In Assumpt., il medesimo santo scrittore così si esprime: « Il coro degli Angeli beati, i sacri Profeti e l’ordine degli Apostoli, vedono al di sopra di sé, te sola, dopo la Divinità ». Più indietro ancora, cioè nel secolo VII, S. Giovanni Damasceno, nella hom, I De Dormitione Virgo n. 10, parlando di Maria, dice nientemeno « che Ella si eleva ad un’altezza infinità al disopra degli altri servi di Dio. — At infinitum Dei servorum ac matris discrimen est ». Cfr. Summa aurea, vol. 6, col. 138,Nel medesimo secolo, S. Germano, patriarca di Costantinopoli,che visse qualche decennio prima di S. Giovanni Damasceno (morì nel 733, all’età di 90 anni), così scriveva in una lettera letta ed approvata nella sessione IV del Concilio generale VII:« Noi onoriamo eglorifichiamo nella Vergine Maria Colei che è propriamente e veramente la Madre di Dio, e come tale noi la riteniamo superiore alle creature visibili ed invisibili ».Identico fu il linguaggio tenuto da Teodoro di Gerusalemme in una lettera sinodale, approvata essa pure dal Concilio VII – Revera Dei mater est, et tam ante quam post partum Virgo permansit, atque omni creatura facta est gloria et splendore præstantior.S. Ildefonso Toletano (m. 667), nel discorso 1° sull’assunzione diMaria, dice: « Cristo collocò insieme con sè la Madre sua sul tronodell’eterno regno; la trasferì nella gloria dell’immortalità, e la innalzò al di sopra dei cori angelici con inaudita solennità ». Mezzo secolo prima, S. Gregorio Magno, nato nel 540, e morto nel 604, nel libro I dell’Esposizione del I° dei Re, interpreta allegoricamente di Maria il monte di Efraim e dice: « Col nome: di questo monte si può indicare la beatissima e sempre vergine Maria Madre di Dio. Essa infatti fu un monte, che colla dignità della sua elezione si elevò al di sopra dell’altezza di ogni eletta creatura. E come si potrà negare che sia un monte sublime Maria, che per arrivare alla concezione dell’eterno Verbo, elevò il vertice dei suoi meriti sopra tutti i cori degli Angeli e lo spinse sino alla soglia della divinità? Fu davvero un monte collocato sul vertice degli altri monti, perché l’elevazione di Maria rifulse sopra quella di tutti i Santi ». – E per saltar subito ad autori più antichi, S. Ambrogio nel lib. II De Virg., scrive: « Quid nobilius Dei Matre, quid splendidius ea quam splendor elegit? — Che cosa havvi più nobile di Maria, che cosa mai più splendido, dal momento che fu prescelta dallo stesso splendore? ». Il lettore l’ha dunque compreso: il linguaggio tenuto da Pio IX nella Bolla Ineffabilis, che diceva: « Dio ornò Maria dell’abbondanza dei celesti carismi, attinti nel tesoro della divinità, in una maniera di gran lunga superiore a quella che usò cogli Angeli », non è altro che la fedele ripetizione di quello che ha sempre detto la Chiesa universale, vuoi greca, vuoi latina, fin dai secoli più prossimi alla sua origine.

VIII. — Per essere esatti riconosciamo che la formola esplicita, che attesta la superiorità di Maria, in quanto Madre di Dio, a tutte le cose non appare nei Padri anteriori a quelli che citammo; ma nessuno potrebbe per questo dedurne la conseguenza, che dunque la dottrina sulla grandezza di Maria è di data assai recente; poiché ai primi scrittori ecclesiastici se manca la formola non fa però difetto l’idea. Essi pure sentirono di Maria come sentirono le generazioni posteriori: i primi discepoli di Gesù, non meno di noi hanno vagheggiato in una visione piena di conforto le cime sublimi, riflettenti i raggi più puri della divinità, a cui Maria fu innalzata per la divina maternità. In realtà, come lo dimostreremo altrove a tutto agio, fin dal primo sorgere della Chiesa, Maria fu sempre considerata come la compagna indivisibile di Gesù nell’opera della Redenzione, come la piena di grazia. La qual dottrina, come già osservammo, implica l’altra della ineffabile dignità di Maria, è la premessa da cui necessariamente scaturisce la conclusione che Maria fu costituita, dopo Gesù, il centro di tutto il creato. – Che più? a dissipare ogni dubbio, a togliere qualsivoglia ombra di perplessità, e convincere anche i più meticolosi, che davvero Maria fu innalzata fino all’estremo limite del possibile per una semplice creatura, abbiamo la grande attestazione di Maria medesima, che passa attraverso l’anima del credente come il più caro soffio confortato. Maria disse di sè: « Fecit mihi magna: qui potens est. — Colui che è potente mi ha fatto grandi cose ». Qui sta compendiato tutto ciò che si può dire di splendido e di sublime per la gran Vergine. Iddio fece a Maria cose grandi non solo in sé, ma grandi relativamente alla sua stessa potenza infinita; fece tali cose per cui Ella sarà esaltata sempre da tutte le generazioni non solo umane, ma celesti, non solo dagli uomini, ma anche dagli Angeli; i quali, mentre era ancor sulla terra, già s’inchinavano davanti a Lei, come a Regina, salutandola con ogni rispetto. Il colmo di queste elargizioni sovrane dell’onnipotente Iddio sta nell’averla scelta per sua Madre.

IX. — Ma se così è, se la divina maternità innalza tanto in alto Maria secondo il comune sentire della Chiesa, come si spiega poi quello che disse Gesù a riguardo della Madre sua, e che è riportato da S. Luca al c. XI? Gesù predicava alla folla da cui era assiepato: con intuizione sorprendente discopriva i segreti macchinamenti che contro di Lui ruminavano in cuore i farisei, e con argomentazione invincibile sfolgorava la loro iniquità. Tra quella moltitudine fuvvi una donna, che non potendo frenare il suo entusiasmo per Gesù, esclamò, in maniera che tutti la udirono: « Fortunato il seno che ti portò, ed il petto che ti allattò! ». Ma Gesù rispose: « Che anzi fortunati quelli che ascoltano la parola di Dio e la conservano ». Queste parole di Gesù hanno gettato nell’imbarazzo più d’un teologo, a riguardo del vero valore della divina maternità. Nessuno mai ha negato che Maria debba proclamarsi la prima delle creature, l’impareggiabile capolavoro dell’Onnipotente; ma alcuni hanno creduto di dover dire che la più grande dignità di Maria proviene dall’essere Ella non precisamente la Madre di Dio, ma la sua prima figlia adottiva. Hanno pensato che fosse più grande per la grazia abituale, che per la divina Maternità. Di questo parere furono i teologi Salmanticesi, seguiti da altri in numero però relativamente ristretto. Ma quel che è più, sembra che anche tra i Padri non siano mancati coloro che hanno interpretato le parole di Gesù, nel senso di una prevalenza della grazia sopra la Maternità. Così sembra aver pensato Agostino e lo pseudo Giustino. La maggior parte dei teologi però non dubiuta di affermare che il titolo primario della grandezza di Maria sii è l’essere stata Ella Madre del Creatore. Come pensare su di tale questione? Chi non ama l’indagine speculativa potrebbe tenersi perfettamente indifferente di fronte all’una ed all’altra sentenza, perché qualunque sia l’abbracciata, non modifica, come dicemmo, il giudizio che dobbiamo avere della grandezza di Maria. Tutti, nessuno eccettuato, ammettono che Maria è la più nobile delle creature. Ma, volendo entrare nel merito della questione di indole metafisicale, è tutt’altro che inutile ed indifferente, specialmente per ciò che riguarda l’assegnare il posto che ebbe Maria nel piano dell’eterna predestinazione, volendo dico entrare nel merito della questione, non v’ha dubbio che la divina maternità debba, tutto considerato, proclamarsi superiore di gran lunga alla filiazione adottiva di Dio, che è l’effetto formale della grazia santificante. Dico « tutto considerato » perché sarebbe un equivoco grossolano quello di pensare che Maternità divina e grazia santificante siano nel medesimo ordine e sì possano così disporre parallelamente, sì da trarne un confronto armonico per tutte le parti della loro estensione. No: esse sono di un ordine tutt’affatto differente, e come opportunamente fa notare il Suarez, ciascuna ha delle Prerogative e degli effetti superiori alle Prerogative ed agli effetti dell’altra. Præcisive sumpta vix possunt hæc: Dei maternitas et filiatio adoptiva comparari; sunt enim diversi ordinis, et mutuo sese quodammodo excedunt (Suarez, Comm. in q. 27, III, S, Th., Disp I, sect. 2, n. 5).Infatti, avviene nei rapporti tra la divina maternità e la grazia santificante, quello che accade nel confronto tra la potestà di ordine e di giurisdizione nel Romano Pontefice. Sono due poteri distinti nonsolo, per così esprimerci, individualmente, ma anche specificamente. Col potere di giurisdizione il Vicario di Cristo governa la Chiesa per mezzo di leggi e di conseguenti giudizi e sanzioni; ciò che non potrebbe fare in virtù del semplice carattere episcopale, Il qual carattere però gli dà facoltà di compiere atti santificatorii e consacratorii delle anime, che invano si domanderebbero al semplice Potere di giurisdizione. Ognuno lo vede: sono Prerogative aventi effetti differenti, dei quali non è sempre facile dire quale sia il più stimabile. Tuttavia iteologi, tenuto calcolo di tutto, non dubitano di dire che il potere digiurisdizione è superiore al potere di ordine. E chi non sa che il Romano Pontefice è il capo supremo e venerato della Chiesa; è, dopo Cristo, il membro più insigne di questo corpo vivo che è la Chiesa militante, appunto per la giurisdizione e non per l’ordine? E così è della grazia, e della divina Maternità. Entrambe congiungono a Dio, ma per vie diverse. La grazia congiunge a Dio per mezzo delle operazioni, dà cioè il diritto di vedere un giorno Dio a faccia a faccia, di saziare la nostra ardente brama di verità nella sua luce senza ombre, e di estinguere la nostra incoercibile ed indomabile sete di felicità nella sua bontà senza difetti. La grazia ci solleva a toccar Dio, a sprofondarci in Lui per mezzo dell’intelletto e della volontà. La Maternità divina invece congiunge con Dio per mezzo dell’essere,Il lettore si ricorderà, che abbiamo detto che è una relazione reale che lega Maria alla Divinità. Per la divina maternità tutta la persona di Maria entra in stretta parentela con Dio. Ognuno poi facilmente comprende che per certi riguardi è più amabile la felicità, frutto della grazia, e per certi altri deve darsi la preferenza alla congiunzione con Dio fondata nell’essere, la quale appartiene all’ordine dell’unione ipostatica. Perché colloca Maria nell’ordine dell’unione ipostatica, la sua Maternità divina la unisce a Dio con tale un legame, di cui non è possibile in pura creatura immaginarne un altro più forte. La lega non soltanto al Verbo che Ella ha generato secondo la carne, ma a tutta la SS. Trinità, come diremo più sotto di proposito. Con ciò la maternità divina è per Maria fonte di santificazione anche indipendentemente della grazia santificante. Non oseremo dire che la santifica in quella guisa che l’unione ipostatica santifica l’umanità di Gesù, tribuendole quella che i Teologi chiamano la santità sostanziale. Non ignoriamo che questa idea è cara ad autori anche di gran nome, ma riteniamo che manchi di solido fondamento. Poiché mentre nell’unione ipostatica la divinità, che è la santità per essenza, viene data e legata sostanzialmente all’umanità assunta, niente di tutto questo è importato nella divina Maternità, la quale ciò non ostante entra nell’ordine diquell’unione perché ha cooperato a prepararla, ed ha di conseguenza con essa dei rapporti indelebili. La divina maternità è tuttavia fonte di santificazione in quanto consacra Maria a Dio, la rende a Lui carissima, e di più la costituisce, con necessità morale, impeccabile. E quando c’è tutto questo, come si potrebbe ancor dire che manca la santità, la quale altro non è se non l’adesione a Dio, e la fuga di tutto ciò che potrebbe offenderlo, almeno gravemente? Ebbene la divina Maternità consacra Maria a Dio. E si noti, non come gli potrebbe essere consacrata un’altra persona od un oggetto qualsiasi; non per esempio come gli potrebbe essere consacrato un tempio, od un uomo mediante il carattere sia battesimale, sia sacerdotale; ma in una maniera incomparabilmente più cospicua. Poiché  le altre consacrazioni dicono solo un legame parziale tra le creature ed il Creatore, un legame che si limita alla capacità passiva od alla potenza attiva. La Maternità divina invece lega tutta la vita di Maria a Dio, tanto è vero che, come diremo a suo luogo, Maria non sarebbe mai stata creata, se non fosse stata destinata ad essere Madre di Dio. La divina Maternità è tutta la ragione della sua Stessa esistenza. Nemmeno Dio non l’ha mai pensata se non come la sua futura Madre. E sarebbe un non comprenderla in tutta la sua estensione, il ridurre la divina Maternità solo a quegli atti fisiologici coi quali Maria ha cooperato dispositivamente all’unione del Verbo coll’umanità assunta. Gli atti della concezione e della generazione sono semplicemente il fondamento della maternità. In sé questa appartiene ad un altro predicamento, alla relazione. Nel caso presente è tutta la realtà di Maria che resta così riferita, legata a Dio. – Legata in modo che si impone indeclinabilmente all’amore di Lui. Ripugna che Dio Possa non amare la sua Madre. Come anche il buon senso ci costringe a pensare che Egli in Lei prima ed al di sopra  della sua figlia adottiva debba amare la Madre che gli è legata coi vincoli del sangue. Perché gli è Madre (anche se Maria per ipotesi assurda non avesse altro) Dio la amerebbe più di quello che ama il complesso delle sue altre creature dalle infime alle più elevate. Ed anche Maria alla sua volta, perché sì sente Madre di Dio, facciamo consistere l’impeccabilità che le derivava dalla divina maternità. Non una impeccabilità fisica, sul tipo di quella che dobbiamo ammettere in Gesù per via dell’unione ipostatica: poiché la ripugnanza del peccato in Gesù era assoluta. Se avesse potuto peccare Gesù, codesta triste possibilità non sarebbe stata di una creatura, ma di Dio medesimo, poiché le azioni sono della Persona, come del soggetto adeguato di attribuzione. L’incompatibilità del peccato colla persona di Maria era invece solo di ordine morale, risolvendosi in una suprema indecenza, non spiegabile se non mediante delle anormalità in Lei, che Dio non avrebbe mai Permesso. Perché sua Madre, Dio dovette esentare Maria anche dal peccato di origine, che pure per malizia è il minimo dei peccati, non dipendendo dal nostro volere. Ed anche quelli che ancora tergiversano davanti a queste osservazioni, che a noi paiono solidissime, debbono però ammettere come indiscutibile una ragione sulla quale si può fondare un giudizio certo a riguardo della superiorità fra la divina Maternità e la grazia. Consiste nell’ordine col quale si succedono. Come l’essere precede sempre l’operazione, così la divina Maternità precede necessariamente la grazia santificante e tutti gli altri carismi in Maria. Non solo li precede, ma li esige. Immaginarsi la Madre di Dio spoglia della grazia, dei doni dello Spirito Santo, delle virtù naturali e soprannaturali, sarebbe come immaginare nella più augusta delle reggie, la madre venerata dal re aggirarsi vestita. con miseri panni da pezzente, e priva dei paludamenti convenienti alla sua elevazione sociale. Tutte le prerogative di cui va adorna Maria sono contenute, come in radice, nella sua divina Maternità. La divina Maternità è il centro attorno a cui s’aggirano tutte le effusioni della divina liberalità verso Maria: e di quella sono, come meglio apparirà in seguito, o disposizioni, o conseguenze. È questo, e ci preme di farlo notare, anche il pensiero di S. Agostino il quale nel libro De natura et gratia, c. 36, scrive: « Inde novimus tantam gratiam illi (Mariæ) esse collatam, quia Deum concipere meruit ac parere. — La ragione per cui fu concessa a Maria una grazia così grande, sta nell’aver concepito e generato Dio medesimo ». – Basta questo per farci comprendere come la divina Maternità sia senza alcun dubbio superiore ad ogni altra prerogativa di Maria, sia davvero il titolo più valido che la eleva al di sopra di tutto il creato, e la lascia seconda a Dio solo. – E le parole di Gesù? Per potervi cogliere il genuino pensiero del divin Maestro, è necessario non perdere di vista le circostanze in cui le pronunciò. La donna che presa da un fremito irrefrenabile di entusiasmo alzò la voce di mezzo alla folla, non conosceva la vera natura di Gesù; ella era ben lontana dal sospettare che fosse il Figlio di Dio, e che sotto le apparenze umane, si nascondesse in Lui la pienezza della divinità. Ella pensava di Gesù, quello che ne pensavano allora comunemente i suoi ammiratori. Lo credeva un gran santo, un gran sapiente, un gran profeta, un gran taumaturgo, ma non trascendente i limiti della semplice umanità. Nella madre di Gesù, ella supponeva quindi una madre fortunata, unicamente per questo, che avesse un figlio sovra-eccellente agli altri per semplici qualità accidentali. Forse anch’ella come la madre di Giovanni e di Giacomo, vagheggiava pei suoi figli un trionfo pari a quello di Gesù. Ed allora il suo pensiero con movimento rapido corse alla Madre dell’ammirato profeta, se ne rappresentò le gioie per i trionfi di un tanto figlio ed esclamò. Fortunato il seno che ti portò! Il pensiero di quella donna si sarebbe potuto tradurre così: Come sarei fortunata anch’io se avessi tali figli! Dati i sentimenti di questa donna che, in maniera più o meno consapevole, dovevano essere i sentimenti della maggior parte della folla che l’attorniava, Gesù se ne servì come di occasione opportuna per inculcare un insegnamento morale di una importanza capitale. L’insegnamento che volle dare Gesù era che: le buone opere, compiute in conformità colla parola di Dio, valgono molto più che non le semplici relazioni di parentela, con ascendenti o discendenti santi. In altri termini, Gesù. non pensava in quel momento a mettere a confronto la divina maternità colla grazia di Maria. I termini del paragone erano: la maternità in genere in quanto dice rapporto fisico col discendente, chiunque esso sia, e il merito emergente delle buone opere, alimentato dalla parola di Dio. La preferenza Gesù la diede a quest’ultimo. Chi mai dubiterebbe di fare altrettanto? Alla stessa stregua vanno intese le sentenze di S. Agostino e dello pseudo Giustino, che sembrano deprimere la divina maternità di fronte alla filiazione adottiva di Dio. Essi giudicano di questi due carismi della Vergine sotto un punto di vista particolare; li confrontano cioè in ordine al merito, che serve come di tessera per l’ingresso nell’eterna felicità del cielo. Ed allora è verissimo, che per la beatifica visione è preferibile la filiazione adottiva alla maternità. Ma S. Agostino, per il primo, riconosce nelle sue parole testé riportate, che ogni grazia di Maria è richiesta e misurata dalla divina Maternità, il che significa collocare il segreto dell’ineffabile dignità di Maria, appunto in questo che è Madre di Dio.

IL CREDO

Offertorium

Matt 1:18
Cum esset desponsáta mater ejus María Joseph, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto.

[Essendo Maria, la madre di lui, sposata a Giuseppe, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo].

Secreta

Tua, Dómine, propitiatióne, et beátæ Maríæ semper Vírginis, Unigéniti tui matris intercessióne, ad perpétuam atque præséntem hæc oblátio nobis profíciat prosperitátem, et pacem.

[Per la tua clemenza, Signore, e per l’intercessione della beata Vergine Maria, madre del tuo unico Figlio, l’offerta di questo sacrificio giovi alla nostra prosperità e pace nella vita presente e nella futura].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus.

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea. 

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria che portò il Figlio dell’eterno Padre].

Postcommunio

Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genitríce María, cœléstis remédii fáciat esse consórtes.

[Questa comunione ci mondi dalla colpa, o Signore, e per l’intercessione della beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, ci faccia perennemente partecipi del rimedio celeste].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

TRIDUO IN ONORE DI MARIA SS. DEL PARTO – DALL’8 AL 10 OTTOBRE; FESTA 11 OTTOBRE (2022)

Triduo in onore di Maria SS. del Parto.

(Dall’8 al 10 ottobre; festa 11 ottobre)

PRIMO GIORNO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

O la più benedetta fra tutte le donne, e la più eccelsa sopra tutte le cose create, o Maria Ss. Voi che foste posseduta da Dio nel principio delle sue vie, de’ suoi misericordiosi disegni, e come prescelta dai giorni dell’eternità , e predestinata al compimento del gran mistero dell’umana riconciliazione, foste sola fatta degna di concepire nel vostro purissimo verginal seno lo stesso Dio, quello che già si deliziava Voi prima che fondasse i cardini della terra, e di tutte le sfere celesti, quello che con un fiat trasse dal nulla le visibili cose, il vostro medesimo Creatore, il gran Padre dei futuri secoli, il Principe della pace e l’aspettazione delle genti, quello stesso che vi spedì dal suo divin trono un Arcangelo quasi ad esplorare il vostro consenso, prima di discendere dai Cieli nelle vostre viscere immacolate, facendo in certo modo dipendere la redenzione del genere umano da un altro fiat, fiat mihi; deh! da quel sublimissimo trono ove ora sedete Regina presso il vostro Figlio divino, deh! implorate da Lui per noi infelici: figli di Eva e di Adamo la remissione delle nostre colpe non solo, ma benanche sollievo e conforto ne’ travagli di questa vita, e otteneteci ancora quella grazia, che tanto ora sospiriamo. Otteneteci queste grazie per la gloria del vostro divino concepimento, e per i meriti di quell’Angelica Verginità, che avanti il Parto, e nel concepire serbaste.

Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO SECONDO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Gran Regina del Cielo Maria, deh! da quell’altissimo seggio ove splendete ed abbellite il paradiso, volgete verso di noi pietoso lo sguardo. Noi siamo i figli di quella donna che fu l’autrice del peccato, e d’ogni conseguente miseria: ma ricordatevi che Voi siete l’autrice del merito, e delle nostre speranze. Eva piagò mortalmente se stessa e noi, e fu condannata perciò a partorire con dolore; e Voi foste quella che nel beatissimo vostro parto divino ci sanaste le più acerbe piaghe del l’anima. Eva ci trasfuse il mortale veleno dell’antico serpente; ma Voi quella foste, che allo stesso serpente schiacciaste la testa. Ahi! la pena del peccato pur vive, la nostra malizia ridesta troppo sovente in noi i danni dell’antico veleno, e noi stessi siamo i disleali e recidivi al peccato, onde ci aggraviamo ancora le miserie del corpo. Ma buon per noi, che Voi siete il rifugio dei peccatori, e la consolatrice degli afflitti, come piena di quella diffusiva grazia, che vi rese degna di partorire l’Autore della grazia, e con ciò diventaste Madre ancora di tutti i fedeli. A Voi però, o Madre nostra, Madre di misericordia, e di grazia, cui nulla si piega, a Voi ricorriamo qual figli. Esaudite le nostre preghiere; otteneteci la grazia di perseverare nel servizio divino in tutta la nostra vita; soccorreteci anche nelle temporali afflizioni, e segnatamente concedeteci quella grazia che ora imploriamo, consolateci per virtù de’ vostri meriti ineffabili, e per quello più glorioso e stupendo a tutti secoli di essere stata fatta Madre di un Dio, e di avere tuttavia conservata illibata la vostra Verginità nel Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria. Quindi le Litanie, poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO TERZO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Eccelsa, augustissima Madre di Dio, Voi che a vostro talento stringeste tante volte tra fasce quel Figlio, che i cieli stessi non possono contenere, che Lo aveste suddito, e che suddito sempre a Voi si mantenne per suo abbassamento, per gloria vostra, e per nostro esempio Voi; che Lo portaste lungi dal crudele Erode in Egitto; Voi che disputante coi dottori Lo richiamaste da Gerusalemme a Nazareth; Voi che a Lui in Cana deste il cenno al primo operare de’ miracoli; Voi che tutto potete sopra il Cuore di Lui come Madre, e delle sue grazie foste costituita la tesoriera e la dispensatrice; deh ! Voi gli ridite che noi siamo figli benché ingrati di Lui e di Voi; ditegli con fiducia di Madre che Egli medesimo per nostra Madre vi costituì da quella croce, onde per noi pendeva, nella persona di S. Giovanni. Sì, ad onta de’ nostri peccati, che qui detestiamo, ci regge ancora il coraggio di chiamarci vostri figli, e come tali eleviamo le nostre supplichevoli mani a Voi verso il Cielo, affinché ci otteniate dal vostro divin Figlio, la remissione de’ peccati, la grazia di adempire la sua santa volontà in tutta la vita, e finalmente di potere dopo la morte contemplare Lui e Voi nel paradiso, e intanto di darcene un pegno nel favore che vi domandiamo. Esauditeci per tutti que’ meriti, che vi accumulaste, dacché diveniste Madre di Dio senza alcuna lesione di quella purissima Verginità conservata anche dopo il Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue.

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888]

NOVENA ALLA MADONNA DEL ROSARIO (Inizia il 28 settembre, festa 7 ottobre)

NOVENA ALLA MADONNA DEL ROSARIO (Inizia il 28 settembre, festa 7 ottobre)

I. Per quella pietà veramente divina che Voi mostraste di tutta la Cristianità allorquando, per liberarla dai disordini i più scandalosi e dalle eresie le più fatali, non che dai castighi imminenti per parte della divina Giustizia, disarmaste il braccio già alzato del vostro divin Figliuolo, e comparendo al vostro buon servo il Patriarca Domenico, gli faceste il dono singolarissimo del vostro S. Rosario, perché ne inculcasse la recita a tutto il mondo, predicandolo come il mezzo più efficace ad estirpar l’eresie, a correggere i vizi, a promuovere le virtù, a meritar la divina misericordia, a difendere la Santa Chiesa, intercedete a noi tutti, cara madre Maria, di praticare costantemente con vero spirito di fervore una devozione così santa, così potente. —

Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis. Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Gaudiosi, poi un Gloria.

II. Per l’eccellenza ineffabile di quelle divine orazioni che compongono il vostro Rosario, per mezzo delle quali indirizziamo al trono della divina Misericordia le preghiere che sono tutt’insieme le più doverose, le più ordinate, le più importanti, le più efficaci; e per quei grandi misteri che, sollevando la nostra mente a contemplare i gaudi, le pene, le glorie di Voi e del vostro Unigenito, ricordandoci come in compendio i principali tratti della grand’opera della comune Redenzione, in cui aveste Voi tanta parte, intercedete per noi tutti, o cara madre Maria, di esser sempre riconoscenti a quei divini favori che da Gesù insieme e da Voi ci furono nella pienezza dei tempi impartiti, e di modellar sempre la nostra condotta sopra gli esempj santissimi di Colui ch’è propriamente la Via, la Verità e la Vita di tutti gli uomini, non altrimenti che di Voi, che siete lo specchio d’ogni giustizia, il vaso più insigne di devozione, e il modello il più perfetto di tutte le cristiane virtù. —

Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis. Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Dolorosi, poi un Gl.

III. Per quei gloriosi trionfi che riportò in ogni secolo il vostro S. Rosario, sbaragliando eserciti, umiliando ribelli, richiamando eretici, illuminando infedeli, convertendo peccatori, infervorando tiepidi, perfezionando giusti, ridonando così la pace alle famiglie, la tranquillità agli Stati, l’allegrezza alla Chiesa, per quegli infiniti miracoli che si operarono colla recita e coll’uso della corona, arrestando torrenti, dissipando gragnuole, sedando tempeste, estinguendo incendi, liberando ossessi, guarendo infermi e risuscitando defunti; per quell’impegno vivissimo che mostrarono i Principi e i Prelati d’introdurre, di sostenere e di propagare, fino coi vistosi sacrifici delle proprie sostanze, una devozione così eccellente: finalmente con quei divini tesori di privilegi e di indulgenze che i S. Vicari di Cristo versarono a larga mano sopra coloro che si mettono sotto le bandiere di questa celestiale instituzione, intercedete a noi tutti, o cara madre Maria, di praticar sempre in maniera la divozione del S. Rosario, di ritrarne tutti i vantaggi pei quali venne istituito, ed acquistare tutte le indulgenze che vi concessero i sommi Pontefici; quindi ci adoperiamo con ogni sforzo per insinuare in chi la trascura, o ravvivare in chi la pratica con freddezza, una divozione cosi degna della comune venerazione. – Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis.

Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Gloriosi, poi un Gl.

ORAZIONE.

Deus, cujus Unigenitus, per vitam, mortem, et resurrectionem suam nobis salutis æternæ præmia comparavit concede, quæsumus: ut hæc misteria sanctissimo beatæ Mariæ Virginis Rosario recolentes, et imitemur quod continent, et quod promittunt assequamur. Per eundem Dominum, etc.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed., Milano, 1888]

MADONNA DELLA MERCEDE (24 Settembre)


Fondazione dell’Ordine della Mercede

Fino dal 416, la Spagna fu_travagliata dai Vandali e dai Goti che, cessato il Romano Impero, se ne resero padroni. Vinto però ed ucciso da Giuliano conte di Ceuta stabilito nell’Africa l’ultimo Re dei Goti Roderico nel 713, la Spagna fu invasa dai Saraceni venuti d’Africa, i quali, essendo Maomettani, perseguitavano in ogni maniera , oltre il trattare da schiavi tutti i Cristiani del regno: il che continuò fino al principio del XIII, cioè circa 600 anni. Maria Santissima, a cui istantemente raccomandavansi tutti i buoni, apparve la notte del 10 agosto 1218 al piissimo e ricchissimo signore San Pietro Nolasco, che contava allora 29 anni, ed era a tutti oggetto di speciale edificazione, e gli comando di instituire un nuovo Ordine Religioso denominato della Mercede, il cui scopo doveva esser quello di adoperarsi con tutti i mezzi possibili a redimere i Cristiani dalla schiavitù degli infedeli. Alla mattina egli conferì l’avuta visione col suo confessore, che era San Raimondo di Pegnafort, e con gran gioja senti che a lui pure era apparsa Maria, e aveva fatta la stessa intimazione. Entrambi si recarono per partecipare il proprio disegno al Re Giacomo, il quale dominava in Aragona quella parte di Spagna che, fin dal 778, era stata da Carlo Magno tolta ai Mori. E quale non fu la loro sorpresa in sentire che anche al Re Giacomo era apparsa Maria, e gli aveva fatta la stessa ingiunzione! Cerziorati tutti e tre della volontà divina, non si frappose più indugio alla nuova Istituzione, per cui nel giorno medesimo, nella Cattedrale di Barcellona dal Vescovo del luogo, Berengario della Palù, San Pietro Nolasco ricevette la veste bianca e lo scapolare distintivo del nuovo Ordine, e ai soliti tre voti
aggiunse quello di dare, occorrendo, anche la vita per la Redenzione degli Schiavi, e Re Giacomo gli cedette per prima casa del nuovo Istituto la maggior parte del proprio palazzo. Cosi principiò il grand’Ordine che ben tosto dilatossi in fogni parte, e recò immensi vantaggi alla Cristianità, l’Ordine della Redenzione degli Schiavi, e Maria sotto il titolo della Mercede acquisto nuovi titoli alla comune riconoscenza, essendo ELla stata la institutrice di un Ordine cosi benemerito della Religione e della Società.

MADONNA DELLA MERCEDE (24 settembre).
ossia della Redenzione degli Schiavi.

I.

Amabilissima Vergine Maria, che non contenta di avere così efficacemente cooperato alla liberazione delle anime nostre dalla schiavitù del peccato allora quando, col sacrificio del vostro Cuore, rendeste più compito e più abbondante
quel Sacrificio divino che della propria persona faceva là sul Calvario il vostro divin Figliuolo, voleste ancora diventare la Redentrice dei nostri corpi, ordinando ai vostri divoti d’instituire sotto i vostri auspicj il santissimo Ordine della Mercede per riscattare i Cristiani dalle barbare mani degli infedeli, ottenete a noi tutti la grazia di riguardarvi mai sempre come la nostra più generosa benefattrice, e di travagliare continuamente, a vostra imitazione per la salute così spirituale come corporale dei nostri prossimi. Ave.
II.
Amabilissima vergine Maria, che, per liberare dalla tirannia dei Saraceni dominatori della Spagna tutti i Cristiani che venivano da quegli empj condotti in durissima schiavitù, vi degnaste di comparire nella medesima notte a S. Pietro Nolasco e a S. Raimondo di Pegnafort, non che a Giacomo Re d’Aragona, affinché, animati dalla vostra protezione, si applicassero immediatamente all’istituzione dell’Ordine tanto benefico della Mercede, impetrate a noi tutti la grazia di avere a vostra imitazione
una compassione tenera ed efficace per tutti i travagli del nostro prossimo, e di viver sempre in maniera da meritare le vostre particolari illustrazioni per procurargli costantemente il miglior bene. Ave.

III.

Amabilissima vergine Maria, che, ad ottenere efficacissima la redenzione degli schiavi, mediante l’Ordine santissimo della Mercede da Voi medesima instituito, ora infondeste nei facoltosi una generosità tutta nuova perché largheggiassero nelle elemosine, ora moltiplicaste il denaro nelle mani dei Religiosi quando mancavano del
necessario al riscatto dei loro fratelli, ora con aperti miracoli sottraeste alle mani dei barbari gli schiavi vostri divoti, ottenete a noi tutti la grazia di non perdere mai la libertà di figli adottivi di Dio, e di essere subito liberati dalla schiavitù del demonio, quando con qualche peccato ci fossimo a lui venduti spontaneamente, onde, dopo avervi servita come nostra padrona qui in terra, passiamo a ringraziarvi per tutti i secoli quale nostra ‘correndentrice‘ su in Cielo. Ave, Gloria.
ORAZIONE.
Deus, qui per gloriosissimam Filii tui Matrem, ad liberandos Christi fideles a potestate Paganorum, nova Ecclesiam tuam prole amplificare dignatus es,
præsta, quæsumus: ut quam pie veneramur tanti Operis institutricem,
ejus pariter meritis et intercessione a peccatis omnibus et captivitat dæmonis liberem eumdem Dominum, etc…

[G. RIVA: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano 1888]

MADONNA DI LA SALETTE (19 SETTEMBRE 2022)

ALLA MADONNA DI LA SALETTE (19 SETTEMBRE)

… la Chiesa sarà eclissata, il mondo sarà nella costernazione… Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo. I demoni dell’aria con l’anticristo faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre più….

il testo completo del messaggio in:

170° anniversario delle APPARIZIONI della Beata Vergine a La Salette

L’APPARIZIONE A LA SALETTE 1846 (I)

170

Preghiera alla Madonna di La Salette

1. Vergine Santissima, riconciliatrice dei peccatori, per la vostra bontà, veramente celeste, otteneteci la grazia di attendere così assiduamente a tutti i doveri del nostro stato, da meritarci di essere dal divin lume istruiti e corretti, quando per nostra colpa, trascurassimo quello che è più importante, la scienza o la pratica della pietà, vero fondamento di tutti i beni. presenti e futuri. Ave

II. Vergine Santissima, riconciliatrice dei peccatori, per la vostra tenerissima misericordia, otteneteci la grazia di guardarci mai sempre gelosamente da quanto potrebbe irritare la collera divina contro di noi, e specialmente da qualunque profanazione dei giorni sacri al riposo, all’astinenza, al digiuno; e da qualsivoglia abuso del Nome santo di Dio, onde arrestar quei flagelli che abbiamo già meritati, o procurarcì in lor vece le più elette benedizioni. Ave

III. Vergine Santissima, riconciliatrice dei peccatori, per l’ammirabile vostra fermezza, impetrateci la grazia di essere sempre qual rupi immobili ad ogni sorta di tentazioni tendenti a trarci fuori del cammino a noi assegnato dal cielo, e di rispettare mai sempre in tutti gli Ecclesiastici Superiori i veri interpreti dei divini voleri, seguendo i quali, noi siamo sempre certi di cammina re nella via della salute. Ave…

IV. Vergine Santissima, riconciliatrice de’ peccatori, perla vostra sapienza divina, impetrateci la grazia di fare nostra delizia la meditazione dei patimenti del nostro divin Redentore e la detestazione continua dei falli nostri ed altrui, dacché questo è l’unico mezzo per abituarci a quella santa tristezza che è propria del vero Cristiano, e che sarà infallibilmente compensata da Dio con l’interna quiete in questa vita; e col gaudio perpetuo nell’altra. Ave

V. Vergine Santissima, riconciliatrice dei peccatori, per quei prodigi singolarissimi onde vi degnaste mostrare il vostro aggradimento di esser venerata sulla montagna della Salette, spandendo infinite benedizioni e grazie le più portentose sui pellegrini che a migliaia vi concorrono continuamente, e sui devoti che da lontano vi indirizzano ferventi i propri voti, impetrate a noi tutti la grazia di non vacillare mai nella fede, onde meritare con certezza quella speciale beatitudine che promessa solennemente a chiunque senza vedere, riposa da vero credente sulla divina parola. Ave

ORAZIONE

Famulorum tuorum, quæsumus Domine, delictis ignosce; ut qui tibi placere de actibus nostris non valemus, Genitricis Filii tui Domini nostri intercessione salvemur. Per eundem Dom… etc.

[Perdona, o Signore, te ne preghiamo, i delitti dei tuoi servi; affinché per le nostre azioni a te non gradite, siamo salvati per intercessione della Genitrice del Figlio tuo nostro Signore. Per lo stesso….].

(G. Riva, Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888]

AD B. M. V. DE ≪ LA SALETTE ≫

435

Invocatio

Notre Dame de la Salette , Reconciliatrice des pecheurs, priez sans cesse pour nous qui avons recours a vous.

[O Nostra Signora di «La Salette», Riconciliatrice dei peccatori, pregate incessantemente per noi che ricorriamo a Voi

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 7 nov. 1927 et 12 dec. 1933).

436

Oratio

Souvenez-vous, o Notre-Dame de ≪ la Salette ≫, veritable Mere de douleurs, des larmes que Vous avez versées pour moi sur le Calvaire; souvenez-vous aussi de la peine que Vous prenez toujours pour moi, afin de me soustraire a la justice de Dieu, et voyez si, apres avoir tant fait pour votre enfant, Vous pouvez maintenant l’abandonner. Ranimé par cette consolante pensée, je viens me jeter a vos pieds, malgre mes infidelites et mes ingratitudes. Ne repoussez pas ma priere, o Vierge Reconciliatrice, mais convertissez-moi, faites-moi la grace d’aimer Jesus par-dessus tout, et de vous consoler vous-meme par une vie sainte, pour que je puisse un jour vous voir au ciel. Ainsi soit-il.

[Ricordatevi, o Nostra Signora di « La Salette », vera Madre dei dolori, delle lacrime che avete versate per me sul Calvario; ricordatevi anche della pena che per me sempre vi siete data al fine di sottrarmi alla giustizia di Dio, e vedete se dopo aver tanto fatto per il figlio vostro, potete ora abbandonarlo! Rianimato da questo pensiero consolante, io vengo a gettarmi ai vostri piedi, malgrado le mie infedeltà e le mie ingratitudini. Non respingete la mia preghiera, o Vergine Riconciliatrice, ma convertitemi, fatemi la grazia di amare Gesù sopra ogni cosa e consolare Voi stessa con una vita santa, perché io possa un giorno vedervi in cielo. Così sia.]

Indulgentia quingentorum dierum (S. Pæn. Ap., 7 nov. 1927 et 12 dec. 1933).

Consacrazione alla SS. Vergine di La Salette

SUL CALVARIO

SUL CALVARIO

(OTTO HOPHAN, MARIA; Marietti ed. Torino, 1953)

Ah! adesso dobbiamo riflettere sullo sconfinato dolore, che Maria, l’augusta Signora, soffrì nella raccapricciante tragedia del Calvario. E la Provvidenza ha disposto che proprio in queste settimane, nelle quali scrivevo della abissale passione della Benedetta, giungesse anche per me un Calvario: la morte della mia cara e buona madre. Qual intenso dolore quando muore una buona mamma! in queste lunghe, trepide settimane, quando la speranza che sprofonda lotta con la paura che sale! Poi la sentenza che atterra: finita! nulla da fare! E finalmente il giorno, la notte, quando la poveretta, la cara giacque morente. Quelle mani inoperose, che avevan compiuti miracoli di lavoro, e adesso s’alzavano stanche e pesanti per l’ultima benedizione; quella bocca silenziosa, che durante la vita era prodiga di parole d’amore e di sollecitudine, e adesso non poteva dir nient’altro che « sì, sì! », quando le si parlava della santa volontà di Dio, e « oh, oh » — questo lieto e stupito « oh! » — ai nostri ultimi saluti per l’aldi là, al padre defunto e al gran Signore e alla cara e augusta Signora. E poi quegli occhi, quegli occhi espressivi e caldi, che già vedevano lo splendore dell’eternità, ma, al nostro richiamo, si volgevano a noi ancora una volta sereni, tranquilli, e che poi si spensero come stelle d’oro al loro tramonto. Ah, com’era doloroso e com’era bello! E poi il vuoto, il vuoto stridente! La mamma non è più qua! Potremmo percorrere anche l’intero mondo, ella non è più in nessun luogo, non è proprio più. Siamo abbandonati soli al grande dolore e alla grande e lontana speranza. Sì, quest’è cosa dolorosa, che a un figlio muoia una mamma così buona. Cosa ancor più dura è quando un buon figlio deve precedere nella morte la mamma sua, quando la vita e l’amore d’una mamma, sbocciati al sole come fiore di maggio, avvizziscono anzi tempo, quando la mamma resta solitaria come un albero privato delle sue foglie. La morte d’un figlio colpisce il cuore d’una madre nel suo punto più sensibile, e il suo cuore è tanto delicato e tanto profondo. Il dolore di milioni di mamme accanto alla bara dei loro figli defunti è un dolore straziante, anto straziante che Nostro Signore stesso, scosso dalla compassione, si accostò un giorno a una mamma oppressa da tale dolore con la parola consolante: « Non piangere! » e con il vittorioso miracolo: « Giovanetto, io te lo dico, sorgi! » . Ma fra tutte le povere mamme, che han perduto i loro figli, nessuna ha sofferto così terribilmente come Maria presso la croce del Figlio suo. Non fu solamente l’atrocità dell’esecuzione e dell’odio, dell’odio d’un popolo intero, del proprio popolo, che rese a Maria la morte di Gesù più raccapricciante che la morte dei figli di tutte le altre mamme; ci possono essere state ed esserci ancora delle mamme, anche se non molte, degne d’ogni compassione, che in questo non sono seconde a Maria. Maria però, sola fra tutte le madri del mondo, scorse nella morte del Figlio suo il tetro abisso, gli ultimi motivi che menano alla morte, Ella vide sin giù nel mistero della più nera fra le morti; il mistero più profondo  della morte, « della morte il pungiglione è il peccato ». Gesù, il Figlio suo morente, era l’Agnello di Dio, che doveva togliere i peccati del mondo. La Chiesa applica alla Madre dolorosa la parola delle Lamentazioni: « O voi tutti che passate per la via, vedete e guardate se vi sia un dolore grande come il mio », una parola biblica che l’animo del popolo pio ha volto in versi: « Non v’è figlio sì caro, non v’è dolore sì forte: Gesù in grembo a Maria nel sonno della morte ». Voglia la più misera di tutte le madri, Maria, ritta accanto alla croce del Figlio suo, ottenerci con la sua materna preghiera di scrivere con ardore e profondità del suo stragrande dolore. « O preclara Vergine delle Vergini, non mi respingere: fammi piangere con Te. Fa ch’io senta la morte di Cristo, fammi partecipe della sua passione e memore delle sue piaghe come il tuo materno cuore ». Il pauroso Venerdì Santo non piombò su Maria come un lampo a ciel sereno. Ella era a conoscenza dell’imminente tragedia, che pendeva sopra il Figlio suo e sopra il cuore di Lei; l’aveva visto avanzarsi il Calvario. Già il vecchio Simeone aveva gettata nella sua gioia di giovane madre la terribile parola della spada, che avrebbe trapassata la sua anima. Spesso Ella indagava nelle Sacre Scritture del suo popolo che cosa significasse la sentenza di quel vecchio uomo; sedeva china sui venerandi rotoli della Scrittura e leggeva e trovava nella profezia di Isaia, mista al regale splendore del futuro Messia, la sbalorditiva predizione: Non v’è in lui figura né bellezza. Disprezzato è egli come l’ultimo degli uomini. Un uomo del dolore, avvezzo al patire. Egli ha portato i nostri dolori, le nostre sofferenze si è caricato. Fu colpito per i nostri peccati, per i nostri delitti piagato. Come un agnello, ch’è condotto al macello, come la pecora muta sotto i suoi tosatori, Egli ha chiusa la bocca » . Maria allora sospirava profondamente e il cuore Le si stringeva. Ma forse si aggrappava alla leggera speranza che il Profeta con queste gravi parole non pensasse al Messia, ché anche dopo la morte e la risurrezione di Gesù l’ufficiale etiopico, battezzato dal diacono Filippo, non conosceva chiaramente proprio questo testo, perché interrogò: « Di chi il Profeta dice questo, di se stesso o di un altro? » Allora Maria rifletteva e leggeva di nuovo, ma con suo terrore anche dai cantici del libro dei Salmi Le giungeva lo stesso grave suono e lo stesso lamento: « Mio Dio, perché mi hai abbandonato? Io sono un verme e non un uomo. Si sono disgiunte tutte le mie ossa. Il mio cuore è divenuto come cera, si strugge dentro il mio petto. È asciutto qual terracotta il mio palato, la lingua mi resta attaccata alle fauci. Mi hanno trafitto mani e piedi. Si dividono tra di loro i miei panni e sul mio vestito gettano le sorti ». Allora gli occhi dell’augusta Signora si riempivano di terrore e di lacrime; atterrita e rassegnata, piegava la sua fronte come una spiga tremante dinanzi alla tempesta che infuria. Lo stesso suo Figlio durante la vita pubblica, a cominciare da Cana, già anzi qual Dodicenne nel Tempio, Le aveva dette parole dure. Ella comprese sempre più chiaramente che Egli così voleva educarLa alle difficoltà, come un amante che si presenta duro perché l’amata non si trovi impreparata alla parte più dura. Negli ultimi mesi Egli aveva detto apertamente ai discepoli: « Noi adesso ascendiamo a Gerusalemme, e il Figliuolo dell’uomo sarà dato in mano dei gran sacerdoti e degli scribi, e lo condanneranno a morte, e lo daranno in mano ai gentili, perché lo scherniscano, flagellino e crocefiggano ». Queste parole erano giunte anche all’orecchio e al cuore di Maria. I discepoli allontanarono dal loro pensiero questa insostenibile predizione, certamente supponendo che un’ora di oppressione e di delusione del loro Maestro stesse dietro a quell’espressione; Maria invece era abbastanza credente e d’udito distinto per scoprire la paurosa realtà futura in essa contenuta. Qual madre, sa esattamente che il Figlio suo non inganna e non può Egli stesso essere ingannato; quello che Egli dice, come Egli lo dice, così avverrà, così terribilmente e così crudelmente. Nelle lunghe e fortunose settimane che precedettero il Venerdì Santo Ella fu tanto angustiata, oh quanto angustiata! Tutto, a cominciare da quella lontana e dura parola del vecchio Simeone, attraverso le profezie sulla Passione del Vecchio Testamento sino agli annunzi recentissimi di essa detti dal Figlio suo, tutto si raccoglieva nella sua anima come una grande e chiara sinfonia d’un inaudito patire. E tuttavia Ella andò incontro alle ore raccapriccianti con spirito sveglio, senza nulla rimuovere da sé e senza lusingarsi, seguendo l’esempio del Figlio suo, e si tenne interiormente preparata alla futura catastrofe. L’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme e il giubilo fremente dell’intera città non poterono quindi togliere alla sua anima il doloroso peso. I discepoli si immaginavano d’essere in quel giorno festoso al termine lungamente agognato dei loro desideri; Maria invece sentiva, nel suo intuito femminile e materno, che quel giubilante Osanna sarebbe terminato malamente; la selva delle palme non poté occultarLe la croce sempre più vicina. Solo un giorno prima dell’omaggio del popolo nella Domenica delle Palme, in occasione dell’unzione prodiga a Betania, non aveva detto suo Figlio stesso ad alcuni discepoli gretti che la disapprovavano l’oscura parola: « Lasciatela stare questa donna (Maria di Betania); ha dato al mio corpo anticipata unzione per… la sepoltura ». Per la sepoltura! La Madre del Signore aveva accolta in sé anche questa parola di Gesù, che Le annunciava la vicinanza dell’ora grave. Quale angoscia mortale dovette opprimere Maria in quei giorni precedenti il Venerdì Santo! E adesso il Venerdì Santo, questo giorno di tutti il più raccapricciante nella vita del Figlio e nella sua, era ormai giunto. Ella era a conoscenza già prima di questo giorno; di tanti dolori veniamo a conoscenza anche noi prima che giungano; ma quando il Venerdì Santo, qual monte altissimo e oscuro, si elevò dinanzi alla Benedetta, apparve che la sua realtà era più terribile di tutte le profezie e immagini. Poiché quali altezze e quali profondità non comprende l’unica e breve proposizione del racconto evangelico: « Presso la croce di Gesù stava sua Madre ». –

« Presso la croce di Gesù ».

Nella relazione evangelica della Passione noi vediamo Maria soltanto sul Calvario, sulla vetta più spaventosa della Passione di Gesù Cristo. Senza dubbio però la povera Madre aveva sofferto nel suo cuore anche i terribili precedenti di quell’ultima crudelissima atrocità. Una inquietudine sinistra colse la Benedetta già la sera del Giovedì Santo, quando il Figlio suo lottò nell’agonia mortale sul Monte degli Olivi. Noi stessi, di sentimenti e di animo così ottusi, abbiamo spesso sentore e tormento d’una grande tribolazione di gente lontana e cara, come fosse avvenuta una misteriosa trasmissione. Molto di più l’anima delicata della Benedetta, che stava in profonda comunanza d’amore e più ancora di grazia con il Figlio suo, dovette intercettare quel suo gemito straziante emesso quando fu sprofondato nell’affanno, dovette sentirlo, ascoltarlo: « Padre, passi da me questo calice! ». I discepoli sul Monte degli Olivi dormivano il loro sonno sano e profondo; Maria non dormì; le cento volte si levò dal giaciglio; tormentata dall’inquietudine, andava qua e là e tendeva l’orecchio nella tranquilla notte illuminata dalla luna piena. Ella forse aveva trovato alloggio presso le buone sorelle di Betania, Maria e Marta, o forse presso quell’altra Maria, madre di Marco, che aveva concessa la sua sala per l’ultima Cena. Le buone donne dicevan parole di consolazione alla Madre inconsolabile e sconcertata. Maria però sentiva chiaramente il gemere del Figlio suo e il sordo temporale dell’inferno, che s’abbatteva sopra il suo Gesù: non poteva dare aiuto a Lui, non poteva difender sé, Ella doveva soffrirlo in tutta la sua crudele gravità come lo soffrì anche il Figlio suo. Compresse le mani sul suo povero cuore è come una volta all’angelo Gabriele prima dell’incarnazione disse: « Fiat — sia fatto! ». Ed ecco, in quel momento un altro Angelo, l’Angelo della redenzione, raccolse quel “Fiat” e lo portò nel calice della consolazione al di là, sul Monte degli Olivi. Quivi il Figlio aveva già pronunciato il suo “Fiat” onnipotente, che tutta mutava la sua e la nostra situazione: « Non come voglio Io. ma come vuoi Tu! ». E allora rumoreggiarono tutti e due i “ Fiat”, quello infinito del Figlio e quello umano della Madre, in un unico torrente, e le onde della nostra salvezza, zampillanti dal “Fiat” del Figlio e dal “Fiat” della Madre, presero a fluire. Quando, nel primo mattino del Venerdì Santo, Giovanni cercò della Madre di Gesù, Maria sul volto sconcertato del discepolo dell’amore lesse tutto con un unico sguardo: la cattura, lo scherno e l’impossibilità d’ogni liberazione. Nessuna forza al mondo avrebbe potuto trattener oltre Maria perché non si spingesse sino al Figlio suo. Ella Lo vide per la prima volta durante la sua passione nel grande « luogo lastricato, detto in ebraico Gabbatha », dove Pilato soleva tenere il tribunale. Ci rallegriamo con la povera Madre che sino a questo momento non abbia visto il Figlio suo che da lontano; fu spaventoso abbastanza anche vederLo di lontano. « Gesù uscì portando la corona di spine e il manto di porpora », e avvolto, dal momento della flagellazione, nel rosso abito del suo sangue, immagine perfetta del dolore, tanto che Pilato stesso, commosso ed eccitato, lanciò contro ai Giudei: « Ecce homo — ecco l’uomo! ». In quel momento un tremito passò in Maria, le sue labbra tremarono e gemette derelitta. Quando poi Pilato propose la mostruosa opzione fra Gesù e Barabba: « Chi volete ch’io vi rilasci: Barabba, o Gesù, detto Cristo? », Maria e il discepolo fedele gridarono e scongiurarono nell’angoscia e nell’amore: « Gesù, Gesù! ». Ma le loro due voci furono come due uccelli isolati e svolazzanti, inghiottite dalle grida della braccheria: «Lasciaci libero Barabba! Gesù alla croce!». Gesù aveva sentito in quel tempestoso vociare le voci dell’amore; volse il suo capo coronato di spine in quella direzione, si piegò, e una lagrima sgorgò dai suoi occhi. La Madre dovette ascoltare la sentenza di morte a carico del Figlio e anche l’imprecazione del proprio popolo contro se stesso: « Ricada il suo sangue su di noi e sopra i nostri figliuoli! ». Ah, povera Donna! Nella stessa ora perdette il Figlio suo e a motivo del Figlio anche il suo popolo. Un’antica informazione dice di un incontro di Gesù con la Madre sua sulla via della Croce. – Una pianta della città di Gerusalemme dell’anno 1308 indica l’antica chiesa di Giovanni Battista col titolo: « Lo spasimo di Maria ». Nelle « Viæ Crucis », che furono erette dovunque in Europa dai Crociati rimpatriati sul tipo della « Via Crucis » originale di Gerusalemme, si trova sempre sin dal secolo XV anche una Stazione detta «lo spasimo di Maria ». Nelle usuali quattordici Stazioni della « Via Crucis » di oggi la quarta Stazione è consacrata a quel doloroso incontro fra Figlio e Madre sulla via della Croce. Quell’antica notizia non è certamente senza contenuto storico, anche se il Vangelo a proposito serba silenzio; del resto anch’esso riferisce di donne, che sulla via della Croce « piangevano e facevan lamenti » su di Gesù; fra tutte le donne dovevan soprattutto le mamme spingersi sino al figlio sofferente. Non pochi si scandalizzano a questa espressione: «Lo spasimo di Maria », e ci richiamano rigorosi alla parola dell’Evangelista nella sua notizia del Calvario: « Stava accanto alla croce di Gesù la Madre ». Ella stava! Sul Calvario Maria fu, di fronte a tutto il mondo, un soccorso affettuoso, una coofferente col Figlio suo sofferente; ed Ella precisamente in questa azione ufficiale e solenne stava. Questo però non esclude che all’incontro sulla via della Croce l’enormità del dolore non si impossessasse di Lei; Gesù stesso sul Monte degli Olivi « cadde bocconi ». Maria era donna e madre dal cuore e dal sentimento ricchissimi; povertà e rintuzzamento del cuore non sono virtù e tanto meno santità, come talvolta le leggende dei Santi fan capire, quando, per esempio, vien riferito a titolo di lode che un Santo stette accanto alla madre sua morente « siccis oculis — ad occhi asciutti ». Gesù e Maria il Venerdì Santo stettero di fronte l’uno all’altra non « siccis oculis »; « la Madre di Cristo stette presso la Croce addolorata e pianse di cuore quando l’amato suo Figlio pendette da essa ». E può essere ben accaduto che nella quarta Stazione, in quel primo e immediato incontro viso a viso, il cuore materno della Benedetta sospendesse alcuni battiti, sicché Ella vacillasse e cadesse. Lo spasimo di Maria! Fu una scena troppo raccapricciante: il Figlio s’avanzò verso la Madre con il corpo lacerato, l’anima martoriata, carico della croce, avvolto dall’urlo della plebaglia, e poi proseguì oltre, fisso l’occhio all’ultima sua meta, il Calvario, dove Lo chiamava la volontà del Padre; sarà loro concesso di stare insieme solamente sul Calvario. E adesso Figlio e Madre si sono incontrati accanto alla croce sul Calvario; se straziante quanto era preceduto, più straziante la scena imminente. La crocefissione era una pena capitale così raccapricciante che persino i Romani di solito la usavano solamente per gli schiavi rei dei delitti più gravi. Cicerone la chiama « la pena più crudele e più ignominiosa, la punizione estrema degli schiavi ». Il diritto ebraico non conosceva questo genere tanto crudele di esecuzione; e per il fatto che dal romano Pilato pretesero nei riguardi di Gesù non una morte qualsiasi, ma la morte di croce, i Giudei diedero prova dell’odio più nero contro di Lui. Gli Evangelisti sorvolano sulla scena raccapricciante con una notizia rapida e breve: « Lo crocefissero », quasi per non rivangare di nuovo il dolore e l’ignominia della esecuzione di Gesù. La lagrimevole Vittima prima della crocefissione fu spogliata: Maria sul Calvario, ancor più povera d’un giorno a Betlemme, non aveva nessun panno da offrire al Figlio suo. Poi il Condannato fu gettato all’indietro, sulla trave trasversale giacente dietro di Lui, e fu inchiodato alle due mani; ogni colpo di martello colpiva la Madre nell’intimo del cuore. Poi quel sanguinante peso umano mediante funi fu elevato sulla trave conficcata al suolo, la trave longitudinale — di qui le espressioni: « Ascendere sulla croce », « essere alzato in croce» ? —, sulla quale furono inchiodati i due piedi. Avremmo sostenuto noi d’essere spettatori della crocefissione del Signore? Ah, Maria sul Calvario, Lei, la Madre, precisamente la Madre, dovette vedere, vivere e patire con il Figlio questo raccapricciante spettacolo. O povera donna, o povera, povera donna! – Tommaso d’Aquino sostiene, nel suo capolavoro teologico, ove tratta della passione di Cristo, la sentenza che nostro Signore ha sofferto tutto. anche le pene più orribili, di modo che nessun uomo poté mai patir di più ?!. Un’affermazione ardita, se si confronti col mare dell’umano dolore, eppure è una terribile realtà. L’intero corpo di Gesù fu tutto un dolore: il capo regale fu traforato da un intreccio di spine quanto straziante altrettanto ridicolo; le sue mani e i suoi piedi furon traforati dai raccapriccianti chiodi; il volto, nel quale gli Angeli desiderano guardare, era gonfio e sfigurato per i pugni e il lordume sputatogli addosso; e tutto il corpo fu sanguinosamente arato dalla orrenda flagellazione. Ancor più insopportabile e indicibile fu la passione dell’anima del Signore. I condottieri L’avevano ripudiato; il popolo aveva defezionato; gli amici Lo avevan abbandonato; persino Giacomo, che s’era fatto bello di poter bere con Lui il calice amaro, persino Pietro, che ancor ieri Gli aveva giurato fedeltà sino alla morte. Il suo nome e il suo onore furono calpestati dalla denigrazione e dallo scherno; la sua attività appariva un fiasco lagrimevole e ridicolo. Fu derubato di quanto aveva sino alle vesti, sulle quali i soldati ai piedi della croce gettarono le sorti. Avesse dovuto dare solamente le vesti! Sulla croce Egli dovette rinunciare anche al suo amico, anzi anche alla propria Madre e persino al Padre suo celeste, che fu il fatto più doloroso e misterioso insieme. Il numero dei sofferenti come Giobbe ascende a legioni, a milioni; ma quale fra loro può misurarsi con quest’Uomo dei dolori? Gesù stette immerso nel pantano, nel più profondo pantano della tristezza, dell’angoscia e della nausea, di queste tre condizioni che sono alla base dell’umana esistenza dai giorni del peccato. E tutta questa esterna ed interna sofferenza del Figlio Maria la sentì e la patì con Lui sino nelle più delicate fibre del suo spirito. Che cosa non soffrì mai la povera Donna, la povera Madre! Si deve inoltre riflettere che il corpo e l’anima di Gesù erano d’una perfezione unica. L’uomo Gesù, infatti, era stato creato nel seno della Vergine con la propria sublime mano dallo stesso Spirito Santo; per questo il suo corpo e la sua anima sentirono ogni dolore in piena e ininterrotta acerbità, in nessun modo mitigata come per noi, che per le sofferenze che durano da millenni nell’umanità siam divenuti ottusi. Quest’Uomo delicatissimo e sensibilissimo fra tutti si trovò nel tormento più profondo della terra per togliere i peccati del mondo, soddisfacendo per noi tutti! Veramente una goccia del suo Sangue prezioso sarebbe bastata per l’espiazione dei peccati di mille mondi; però la sua espiazione dovette conservare anche una conveniente proporzione sensibile. Quale eccesso di tormenti dovette così il Redentore prender su di Sé, poiché i peccati dell’umanità sono pesanti come i monti e innumerevoli come l’arena del mare! Ora nessuno sa meglio d’una madre quanto un dolore penetri nel figlio, quanto un dolore gli faccia male; che cosa dunque non dovette sentire Maria, ch’era mamma, quando vide il suo caro e delicato Figlio scendere nelle profondità d’una passione talmente raccapricciante, sin giù nel sottosuolo, alle radici di tutto l’umano dolore, sin giù al peccato del mondo? O povera Donna, o povera Madre! Gli Evangelisti hanno notato di quelle tre ore, nelle quali il Signore pendette sulla croce, sette parole, le cosiddette « ultime sette parole di Gesù in croce ». Le ultime parole d’una persona cara restano nel cuore profondamente come un sacramentale, un incancellabile ricordo; quello che ha detto un figlio morente, una madre morente, è testamento indimenticabile, irrevocabile, santo, eterna obbligazione. Già la prima di quelle sette parole del Signore fu amore, un amore addirittura incomprensibile e inaudito. I suoi nemici, i sommi sacerdoti, gli scribi, i seniori circondavano la sua croce come già aveva predetto in una amara profezia il Salmista: « Mi hanno attorniato grossi tori, i gagliardi di Basan mi hanno accerchiato; hanno spalancato contro di me la loro bocca, come leone che sbrana e ruggisce ». Nell’ultima ora tuttavia possiamo attenderci dai nemici del Signore tanto di riguardo e di delicatezza, che il loro odio e il loro scherno adesso almeno facciano silenzio. La solennità della morte è vicina e la Madre del Crocefisso è là presente; sono circostanze che impongono silenzio anche ad animi inselvatichiti. E invece proprio in quell’ora dolorosamente solenne i brutali vuotarono le ultime bestemmie contro la loro povera Vittima: « Oh, tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo riedifichi, salva te stesso scendendo giù dalla croce!… Ha salvato altri; non può salvare se stesso » . Anche Maria sentì tali malvagità, ed è difficile dire se esse colpirono più profondamente il Figlio o la Madre. Nella tragedia « Ecuba » del poeta greco Euripide, Ecuba la madre, umiliata e tormentata, alla quale erano stati uccisi il marito e i figli, si prese una inumana vendetta contro il suo nemico. Questo nemico, Polimnestore, il quale le aveva ucciso il figlio più giovane, l’unico che ancor restava, per vergognosa avidità e con ignominioso disprezzo dell’ospitalità, viene accecato dalla madre divenuta una furia; dopo di che ella uccide tutti e due i ragazzi di Polimnestore, poi schernisce l’accecato, rallegrandosi nel sentimento della vendetta soddisfatta: « Mai più rimetterai la chiara stella dinanzi agli occhi, mai più vedrai, sebben vivente, i tuoi figli. Ti duole! E mio figlio? Credi tu che a me non faccia male? Sì, mi rallegro d’essermi presa vendetta di te ». E Maria? Questi uomini uccidono il suo unico e caro Figlio e per di più Lo dileggiano: ha Ella almeno dato di mano alle maledizioni contenute nei Salmi del suo popolo: « Sfoga su di essi il tuo sdegno, o Dio, e li colga l’accesa tua collera… Siano cancellati dal registro dei vivi, e non siano iscritti insieme con i giusti » (Ps. LXVIII). Gesù, fra il silenzio e il tormento della crocefissione, in risposta a quelle maledizioni, aprì la sua bocca per la prima parola e disse… non una maledizione ma la preghiera: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno! ». In quel momento anche Maria congiunse le sue mani tremanti e ripeté balbettando questa preghiera del Figlio, fra tutte la più difficile: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno! ». In quell’istante avvenne la consacrazione di Maria a Madre della misericordia; in quell’ora Ella pregò insieme con il Figlio per i peccatori, e veramente non soltanto per i peccatori che cadono per infermità, ma piuttosto per i peccatori dalla cosciente malizia e dalla voluta cecità. Quella prima parola del Signore sulla croce e la sua eco nel cuore della Madre è adesso una consolante promessa anche per il peggior peccatore; essa però è certamente anche un obbligo di cercare il perdono e persino di… accordarlo. La seconda parola del morente Signore fu quella rivolta al ladrone. Dapprima anch’egli aveva schernito il Signore; quanto più però guardava a questo singolare vicino, che non si comportava affatto come un malfattore, tanto più gli scemavano in cuore le proteste e le stizze, finché alla fine prese decisamente partito per Gesù e gridò al compagno dei suoi misfatti, che stava dall’altra parte: « Nemmeno tu temi Dio, che subisci la stessa condanna? Pure noi ci stiamo con ragione, perché riceviamo quel che meritavano le nostre azioni; ma questi nulla ha commesso di scorretto ». Maria allora alzò il suo capo oppresso dal dolore e con uno sguardo d’amore ringraziò il delinquente, che, unico fra tutti sul Calvario, aveva detto, aveva osato dire una parola buona per Gesù. E il ladrone guardò in basso alla buona Donna, e nel suo spirito passò qualche cosa di mai provato: pensò alla propria madre e all’innocenza della sua infanzia. Una significativa leggenda direbbe che Maria un dì, durante la fuga in Egitto, aveva incontrata quella madre e quel figlio e aveva guarito questi dalla cecità. Incoraggiato dalla preghiera del Signore persino a favore dei suoi peggiori nemici e confortato dallo sguardo della buona Signora, il ladrone ebbe l’animo di rivolgersi a Gesù stesso con la preghiera: « Gesù, ricordati di me, quando verrai nell’aureola del tuo regno! ». Una parola tutta eroismo di fede e di confidenza: un peccatore morente implora aiuto per l’al di là da un morente compagno di croce. Allora il Signore aprì la sua bocca per la seconda volta e rispose al ladrone: « Davvero tel dico: oggi sarai con me in Paradiso ». Presto il Signore parlerà anche alla Madre sua, sarà la terza parola; essa è così ricca che noi ne scriveremo più diffusamente in altro luogo; ma già le due prime parole di Gesù, quella per i peccatori cattivi, i farisei, e quella al buon peccatore, il ladrone, nascondono un’istruzione anche per Maria. Quant’è sollecito il Figlio suo per i peccatori! Egli se ne ricorda persino in croce, se ne ricorda ancor prima di sua Madre. E così anche Maria rinchiuse nel profondo del suo cuore i peccatori, così profondamente che d’or’innanzi Ella sarà « il rifugio dei peccatori »; sul Calvario Ella accolse il primo peccatore nella persona del ladrone. Potremmo qui ripensare alla parola di Luca dopo la risurrezione del defunto giovanetto di Naim: « E Gesù lo diede a sua madre ». Dopo la parola del tenero amore filiale verso la Madre: « Donna, ecco tuo figlio! Figlio, ecco tua madre! », il Signore fece sentire, gridò una parola, la quarta, anche al Padre suo: « Eloi, Eloi, lama sabachthani? », che tradotta significa: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? ». A questo grido tanto misterioso dell’unigenito Figlio di Dio persino i cieli si oscurarono. Le tenebre, che « dominarono su tutta la terra dall’ora sesta sino all’ora nona », riflettevano con il loro oscuramento la sinistra oscurità dell’anima di Gesù, ne erano l’immagine e il simbolo. Sino a questo momento l’anima di Gesù, anche in mezzo a ogni tormento, si spingeva in alto, sino a toccare la felicità divina, come le cime d’alto monte svettano nella luce, anche se il monte stesso se ne stia nel grigiore e nell’orrore d’un temporale. L’anima del Signore anche in quell’ora terribile era unita con Dio e con la sua beatitudine, poiché il suo vertice, l’Io del Signore, stava in persona nel cuore della Divinità; tuttavia il Figlio soffrì il tormento dell’abbandono divino, perché il Padre l’abbandonò alla passione e alla morte senza nessun aiuto; le fitte nubi, ch’avevan oscurate le forze inferiori dell’anima di Gesù, si spinsero, si rotolarono in su sino alle cime illuminate dalla luce. Il Redentore volle metter piede nella notte di questo supremo orrore per portare, pastore veramente buono, anche gli abbandonati da Dio, anche i prodighi di Lui dalle terre lontane nella regione della luce. Maria fu scossa da quel grido del Figlio sino nelle ultime fibre del suo essere. Sin dall’Annunciazione era stata ferma nella fede, aveva perseverato, sebbene le vicende del Figlio suo si fossero svolte ben diverse da quelle che le parole dell’angelo Gabriele apparentemente avevano annunziato. I principi, il popolo, persino gli amici avevano abbandonato il suo Gesù; Lei, la madre, perseverava presso di Lui; ma adesso, quasi sprofondando, Egli grida che persino Iddio Lo ha abbandonato; allora anche su Maria dovette crollare l’ultimo cielo. Se pure Iddio Lo abbandona, chi ancora Gli resta se non la sua povera Madre? Lei non Lo abbandonerà; ma che cosa può essere Lei, la Madre, per Lui, senza il Padre? L’anima di Lei era come schiacciata; non poteva dir niente, niente per consolare: non poteva nemmeno più piangere. Come il Figlio suo, anch’Ella se ne stette là e si lasciò inondare da quell’altissimo e selvaggio maroso, ferma nella fede. Quel grido del Signore sulla croce era il primo versetto del Salmo 21. È possibile che Gesù abbia continuato a pregare sommessamente con le parole del Salmo, ch’Egli aveva intonato con un grido così forte. Il Salmo delinea in visione la passione futura del Messia; alcuni passi sono stati già addotti in queste pagine: « Io sono un verme e non un uomo… Mi hanno attorniato grossi tori… si sono disgiunte tutte le mie ossa… la lingua mi resta attaccata alle fauci… sul mio vestito gettano le sorti ». Adducendo però proprio questo Salmo, il Signore alludeva alle profezie che ora si compivano in Lui: proprio ora, durante il suo abbandono da parte di Dio, in questa suprema desolazione, Egli avanza le pretese alla dignità messianica, poiché precisamente adesso si adempie quanto di Lui stava scritto da secoli. Quanto più Maria si inoltrava nel Salmo, che aveva cominciato così pauroso, tanto più si dileguavano dalla sua anima le fitte nubi, e la sua pura fede riceveva nuova forza anche dal grido dell’abbandono divino di suo Figlio. Meno paurosa, e però non meno dolorosa, fu per la Madre di Gesù la quinta parola del Signore sulla croce: « Dopo ciò, sapendo Gesù che tutto già si era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, disse: Ho sete. Soltanto con la quarta e con la quinta parola Nostro Signore sofferente pensò anche a Se stesso, con la quarta alla sua suprema sofferenza spirituale, con la quinta alla più insopportabile sofferenza corporale. E anche queste parole non furon dette soltanto per la realtà che riflettevano, ma anche come richiamo a profezie adempiute, come Giovanni testifica espressamente della quinta: « Questo disse, affinché si adempisse la Scrittura ». La sete! Per molti morenti è la pena più dura. Quale doloroso conforto fu per me poter porgere alla mamma mia morente ora un sorsettino di vino, ora un sorsettino d’acqua. Ah, era così poco, era così un niente, ma era però un tenue lenimento! Presso la croce di Gesù fu negato a Maria persino questo piccolo servizio. Il Figlio suo lamenta la sete: quanto dev’essere terribile questa sete, se Egli se ne lamenta! A Betlemme un dì Ella Gli aveva porto il petto, a Nazaret Gli aveva attinto mille volte dalla fonte, a Cana Lei stessa L’aveva pregato del vino; qui sul Calvario non ha latte né acqua né vaso per attingere. Che cosa può capitare di più duro a una mamma, dinanzi al proprio figlio sofferente, che l’impossibilità d’aiutarlo? Maria dovette guardarsi intorno desolata; un soldato, in cui non s’era spenta ogni sensibilità, capì quello sguardo, « corse, imbevette d’aceto una spugna e postala su una canna gliela appressò alla bocca ». Gesù succhiò dalla spugna questa mistura di acqua e di aceto, che i soldati romani s’eran preparata in mancanza di bevanda migliore, e la Madre, che non poteva soccorrere il Figlio neppure con la punta di un dito, osservò il gesto con dolorosa soddisfazione. – Le ultime due parole di Gesù sulla croce si spingono già oltre i confini della passione e annunciano la fine e la vittoria. « Quando Gesù ebbe assaporato l’aceto disse: “Tutto è compiuto” ed esclamando a gran voce disse: “ Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” ». Anche Matteo e Marco e Paolo pure nella lettera agli Ebrei, rilevano con forza singolare che Gesù spirò con un « grande grido ». È il grido del vincitore dopo la vinta battaglia, è il grido dello scalatore dopo conquistata la cima. Ora ogni difficoltà è passata, ogni ripidezza è ora superata; dinanzi all’umanità di Gesù si stendono infinite le incantevoli regioni dell’eterna felicità. Come tutte le parole di Gesù, anche questo grido ebbe in Maria la sua risonanza. Ora tutto è passato, è passato! Ogni amante si rallegra immensamente quando la persona amata ha superato le ultime e tormentose ore. La morte infatti è amara; lo deve essere anche perché la separazione avvenga più facilmente. In quelle ultime durissime ore si supplica la temuta morte, perché venga e liberi; e finalmente essa viene e mette fine al rantolo, e in quel momento si ha la prima sensazione d’un potente alleggerimento. Passato! Dopo la morte di Gesù anche Maria emise un sospiro di profonda liberazione: ha compiuto tutto! L’opera difficile, che il Padre Gli ha affidata, è compiuta! Adesso l’anima sua va al Padre, cui Egli nell’ultimo grido s’era rivolto giubilante. Ora Egli è liberato. Ma ora Egli è anche… morto. Al sollievo, infatti, segue immediatamente il dolore lancinante: è morto, è morto, è morto! Quegli occhi restano chiusi, non si aprono più a nessuna chiamata; quella bocca saggia resta muta, tutti i baci non la fan più parlare; quelle fredde mani restano inerti, son come esaurite, non operano più nessun miracolo: è morto, è morto, è morto! Maria era così stanca, così paralizzata, che non poteva nemmeno più piangere, tanto meno lamentarsi. Discese su di Lei come una sorda disperazione, come un impietrimento. « La terra tremò, e le rocce si spaccarono » la Madre dolorosa se ne accorse appena. Poi sulla Benedetta passò come uno scuotimento, che manifestava come la morte del Figlio suo aveva colpito Maria alla radice dell’anima: l’enorme dolore non lasciò cadere che alcune prime grosse lagrime, come un temporale talmente aggrovigliato che non si scarica se non con fatica. Vennero dei soldati, e uno di loro trapassò con la lancia il Cuore del Signore, donde fluirono sangue e acqua. Maria osservò la scena quasi attraverso un fitto velo e poi gemette come persona ferita a morte. Non è abbastanza che abbiano ucciso il Figlio suo, perché debba essere trafitto anche il suo Cuore spezzato? « Dopo che il tuo Gesù aveva emesso lo spirito, la lancia crudele che aprì il suo fianco non trapassò in alcun modo la sua anima, ma bensì la tua trapassò; perché la sua anima non era più là, ma ben la tua non poteva in nessun modo essere di là strappata ». – Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo vennero e con tutte le cautele dell’amore liberarono il corpo di Gesù dai chiodi. Maria allora con l’istintivo atteggiamento materno aprì le braccia al Figlio che stava per venire; ma, ahimè, Egli non venne, bensì scivolò verso di Lei giù dalla croce. Adesso Gesù era di nuovo nel suo grembo: lungo tempo era passato da quando aveva potuto profondere le sue cure verso di Lui; Egli se n’era andato da Lei così presto, già dodicenne, e poi fu sempre in cammino sulle difficili vie del Padre suo. Adesso che è morto Egli è ritornato di nuovo in grembo della Madre, dove aveva vissuti i felici giorni della sua infanzia; ma dal grembo della Madre lo portan via, al di là, nel seno della madre terra, che un giorno accoglierà per l’ultimo riposo noi tutti. Poi quegli uomini rotolarono una grossa pietra dinanzi e se andarono. Quella pietra pesava immensamente sul cuore della Madre: ora non aveva più il Figlio. Sulla croce aveva un Figlio morente, nel suo grembo un Figlio morto; adesso Ella è del tutto senza Figlio, del tutto sola. Tutto questo e ancor più immensamente di quanto queste povere pagine han tentato di descrivere — per quanto diffusamente abbiano descritto — ha sofferto Maria sul Calvario: non doveva essere schiacciata da questa montagna di dolori?

« Presso la croce di Gesù stava ».

Possiamo chiederci se a Maria sul Calvario non sia stato domandato troppo. Non fu ivi posto sulle spalle d’una donna delicata, d’una povera Madre una tale enormità, ch’Ella sotto tanto peso doveva crollare, fisicamente e ancor più spiritualmente? Per Maria l’impotenza sarebbe stata benefica, perché avrebbe occultata al suo spirito l’ora della scena più straziante. Ma il suo spirito sul Calvario restò sveglio; era come un lago turchino, sul quale il sole cocente bruciava senza misericordia. Quali insopportabili strazi dovette Maria sostenere sul Calvario! Se persino il Figlio suo gridò nell’abisso del suo strazio le parole: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai tu abbandonato? », che cosa non dovette passare anche nel cuore della Madre sua? Tempeste di chiarezza infuriavano sull’anima di Lei; i flutti del suo cuore non La cacceranno sulle bianche spiagge, sicché spumeggino e s’impennino nella disperazione e nella ribellione? Qual minaccia non costituisce per la fede un grande patire, anzi già il semplice patire! Come si presenta pericolosa vicino al sofferente l’audace domanda: ma v’è Iddio? ma v’è proprio un Dio? Può esserci un Dio, se accade il fatto più raccapricciante, l’uccisione… dell’Uomo-Dio? E se L’hanno ucciso, Iddio dunque è morto! Questo fatto enorme, pazzesco, folle non si oppone anche al minimo d’intelligenza? Le orribili sofferenze e i delitti del nostro tempo hanno bruciata la fede in Dio in esseri innumerevoli precisamente con queste fiaccole infuocate. Ma se tuttavia Iddio è — ed Egli è! —, non è Egli un Dio totalmente diverso da quello che Gesù aveva annunziato, un essere oscuro, indifferente, sublimissimo, che troneggia nelle lontane e gelide altezze? Maria sul Calvario ricordò forse con dolore la predicazione del Figlio suo circa il Padre, il Padre che veste i gigli del campo, che nutre gli uccelli del cielo, e si prende cura d’ogni capello del nostro capo. Ov’è adesso Egli, questo Padre provvido, questo Padre amante? Ma v’è anzi quaggiù anche solamente il governo d’un Dio giusto? il Figlio suo lacerato non è una palpabile confutazione, un sanguinoso sprezzo della consolante predica intorno a un Dio paterno? Quanto dev’esser crudele quest’essere sublimissimo, che procura al più nobile, al più santo di tutti gli uomini e alla Madre sua innocente tanto tormento o anche permette che lo si procuri, mentre noi stessi non lo arrecheremmo al peggiore dei nostri nemici! La bestemmia contro Dio sta vicina al credente più di quello che non si possa sospettare. L’incredulo conclude presto: nega semplicemente Iddio, e con questa misera soluzione si « spiega » gli enigmi della vita; il credente invece sa troppo bene dell’esistenza di un Essere supremo; i problemi della vita e del mondo lo disorientano non quanto all’esistenza, ma quanto al modo d’essere di Dio, quanto alla provvidenza, alla bontà e alla giustizia di Dio. E ora il Vangelo dà netto risalto all’atteggiamento della Vergine: « Stava accanto alla croce di Gesù sua Madre ». Ella stava sommersa nell’uragano che su di Lei muggiva. La terra tremò e le rocce si spaccarono: Maria stava. Il velo del Tempio si stracciò dall’alto al basso, e il Figlio suo rese il suo spirito con un forte grido: Maria stava. Ritta, solitaria stava là, come un albero principesco, attorno al quale un’intera selva giace abbattuta. Nelle Litanie lauretane noi esaltiamo Maria quale « Torre eburnea »: « eburnea » fu accanto alla croce per il pallore; ma Ella fu anche « torre », che resistette agli assalti paurosi del dubbio e della disperazione intrepida e invitta. Maria non è solamente la Madre amabile, quale spesso ci viene mostrata; ancor meno Ella è la figurina graziosa, quasi leziosa d’una merce fuori d’uso; Maria è la donna forte, che, degna del Figlio suo, va innanzi con Lui all’esercito dei martiri di sangue asperso qual Regina, la Regina dei martiri. Maria sul Calvario non disse alcuna parola. Non si lamentò, non dubitò, non maledisse, nemmeno interrogò più. Al Dodicenne chiese in dolorosa sorpresa: « Fanciullo, perché ci hai fatto tu così? »; anche alle nozze di Cana Gli presentò la sommessa preghiera: « Non hanno più vino »; sul Calvario Ella non è altro che silenzio. C’è un silenzio anche per alterigia o per impietrimento, come secondo l’antica leggenda greca fu il silenzio di Niobe, cui la saetta di Apollo aveva ucciso tutti i figli; Maria sopravvanza in grandezza d’animo le povere madri sofferenti degli antichi pagani, Niobe ed Ecuba, per l’infinita perfezione cristiana. Il suo silenzio non è protesta, ma silenziosa adesione. A dir il vero, le sue labbra sono sigillate dal dolore, sicché non può più gridare, come nell’ora felice dell’Annunciazione laggiù a Nazaret, il suo “Fiat”. Anche nella nostra vita giungono momenti, nei quali non possiamo più parlare, non più pregare, nemmeno più gemere; in quei momenti. non resta che il linguaggio dell’atteggiamento. Maria sul Calvario disse il suo Sì nella lingua commovente dell’atteggiamento: « Ella stava presso la Croce ». Questo stare era più che un discorso; con questa resistenza e perseveranza Ella espresse tutto quello che quassù sul Calvario aveva da dire. – L’informazione evangelica dice certamente: « Stavano presso la croce di Gesù la madre sua e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena », e anche il discepolo che Gesù amava stava lì. Maria dunque stava presso la croce di Gesù non da sola; anche le altre stavano, e di questo dovrebbe tener conto anche l’arte, la quale preferisce rappresentare Maria Maddalena svenuta ai piedi della Croce, sopraffatta dal dolore. L’atteggiamento eretto della coraggiosa Madre di Gesù fu però più eroico che quello delle altre: le altre attinsero energia in quell’atteggiamento della Madre per non abbandonarsi senza ritegno al dolore; la fortezza d’animo della Madre tenne ritte presso la croce anche le altre: se accanto alla croce sta ritta persino la Mamma, neppure le altre devono ivi cadere, non devono di là fuggire. Il racconto evangelico sottolinea intelligente questa posizione eretta; non scrive cioè: « Quando Gesù vide sua Madre e il suo discepolo che Egli amava presso la croce », ma: « Quand’Egli vide ch’Ella stava ritta »; non la presenza di Maria sul Calvario fu il grande fatto, ma la sua posizione eretta. E qui sta nascosto qualche cosa di ancor più profondo. Lo stare di Maria accanto alla croce del Figlio manifestava non solamente la sua magnanimità, ma anche il suo consenso, che voleva dire ben di più. Maria non stava soltanto presso la croce, Ella stava per la croce, l’approvava. Ella sul Calvario era di nuovo posta, come un tempo laggiù a Nazaret, dinanzi a una decisione, stavolta dinanzi a una « decisione sanguinante » nel senso più terribile della parola: a Nazaret Ella dovette decidersi se accogliere il Figlio suo, sul Calvario dovette decidere se darLo. Sul Calvario avrebbe potuto richiamarsi a buon diritto alla splendida profezia di Gabriele in occasione dell’Annunciazione, la quale diceva che Iddio « avrebbe dato il trono di suo padre David al Figlio di Lei »; adesso ne eravamo così lontani, che Gesù pendeva dalla croce fra due delinquenti. La raccapricciante realtà del Calvario non era una stridente offesa di quella lontana promessa? non era Maria una povera donna ingannata, cui le promesse fatte non erano state mantenute? Molti sul Calvario si sarebbero querelati e stizziti con simili amarezze, sarebbero stati per il Figlio, non però per la sua croce. Maria invece non stette solamente per il Figlio, ma anche per la croce di suo Figlio. Col Sì di Nazaret Ella aveva data a Dio carta bianca per tutta la sua vita; quanto Iddio scriveva sulle bianche pagine della sua vita, è già in precedenza ratificato e sottoscritto dal “Fiat” di Lei; quando quella sublimissima mano cominciò a scrivere con scrittura di sangue, col sangue del Figlio suo, Maria non disdisse il suo Sì di Nazaret, ma lo completò col Sì del Calvario. Non si lamentò dicendo: « Oh, adesso basta! adesso è troppo! »; neppure come preghiera e supplica raccolse la parola risuonataLe vicina, che i nemici avevan scagliata contro la croce a dileggio di Gesù e quasi a tentazione per Lei: « Figlio mio, discendi dalla croce! hai aiutato gli altri, aiuta anche te stesso! »; Ella Lo lasciò sulla croce. Non mosse un dito, non mosse labbro per liberarLo dall’abbraccio della morte. Ella, come la magnanima madre dei Maccabei il figlio suo più giovane e ancor più eroica di quella, incoraggiava con la sua silenziosa presenza il Figlio morente: «Figlio mio, abbi pietà di me! sostieni la morte! ». Sul Calvario quindi Maria stette sulla cima del sacrificio che tutto comprende. Niente, niente affatto Ella ritenne per sé; donò, per compiere la volontà di Dio e per la nostra salvezza, persino il Figlio suo, persino il suo… Dio. La parola, che del Padre celeste Gesù aveva detta e che scrisse il discepolo allora presente con Maria presso la croce, valeva anche per Lei: « Tanto la Madre ha amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque in Lui crede non perisca, ma abbia la vita eterna ». Maria sapeva della donazione generosa del Figlio voluta dal Padre per la salvezza del mondo, e, sostenuta dalla solida base di questa parola, scorse il segreto delle paurose vicende del Calvario: quivi si compiva la salvezza dell’umanità; la redenzione, la redenzione per amore; il Figlio suo, con le mani lacerate dai chiodi, portava di nuovo in alto, su, su, alla casa del Padre l’umanità allontanatasi da Dio. Quivi era in questione la misericordia, la misericordia sconfinata, non la crudeltà. E in realtà in nessun’opera la divina misericordia e la divina giustizia si son così strettamente abbracciate come… nell’inchiodamento del Figlio di Dio sulla croce, e in nessun luogo arde l’amore di Dio più caldo che nel suo Sangue, che fu « versato per molti in espiazione dei peccati ». L’umanità sofferente del Signore ricevette senza dubbio forza e conforto dalla coraggiosa presenza della Madre accanto alla croce. Durante la sua ineffabile tristezza sul Monte degli Olivi il Signore aveva cercato conforto nei discepoli; ma questi non stavano, essi dormivano; e allora Iddio benigno per incoraggiare il Figlio suo sofferente Gli inviò un Angelo dal Cielo; sulla vetta del Calvario non volò nessun Angelo, ma ivi stava la Madre; una madre è l’angelo più consolatore di tutti. Ella baciava quei piedi inchiodati, e le sue labbra pallide divennero rosse di sangue; a Lui pendente dalla croce sussurrava tutti i nomi dell’amore, nomi così soavi quali dall’infanzia non aveva più osato dirGli. Ella stava là, vicina alla croce, e intercettava gli sguardi dei suoi occhi, perché non dovessero andar vaganti nella notte e fra le bestemmie, ma trovassero difesa e riposo negli occhi della Madre sua. Il Padre suo L’aveva abbandonato, ma la Madre era là, e nella Madre era vicino anche il Padre, perché una madre è la garanzia più soave e più sensibile dell’invisibile ed eterno amore di Dio. Senza dubbio la presenza della Madre presso la sua croce fu per il Signore anche una indicibile sofferenza. Che cosa non doveva soffrire a causa sua la Poveretta, la buona Donna! Tommaso d’Aquino scrive commosso che anche gli occhi di Gesù, come gli altri suoi sensi, dovettero soffrire sulla croce una pena propria: essi scorsero la Madre e il discepolo dell’amore piangenti ai piedi della croce. A questo penoso dolore però andava unito un grande conforto, quello di possedere una Madre dall’amore talmente invincibile e d’una fortezza insuperabile. Pietro ieri sera Gli aveva giurato: « Anche se tutti pigliassero scandalo di te, io, io non lo piglierò giammai ». Dov’era Pietro? Sua Madre non si scandalizzò di Lui; Ella stava presso di Lui anche nella defezione di tutti, anche in mezzo al più compassionevole fallimento, anche sommersa in un inferno di tormenti. Proprio la Madre, la Madre sua buona e cara, la migliore e la più santa di tutti gli uomini, proprio Lei resse accanto a Lui, l’impalato, il crocefisso. E da questa Madre s’apriva dinanzi allo sguardo del Signore una via luminosa perdentesi nell’infinito. Questa Donna solitaria accanto alla sua croce è la prima redenta, la redenta perfettamente. Sin dal momento della sua concezione rumoreggia in Lei la grazia della redenzione talmente ricca e possente, che sarebbe valsa la pena di soffrire e di morire già solamente per Lei; era pure grazia di redenzione ch’Ella ora se ne stesse nella bufera del Calvario. Maria però non è sola, Ella accanto alla croce è la rappresentante di tutti i redenti; in Lei si inginocchia la Chiesa dell’avvenire; in Lei le schiere, che nessuno può contare, dicono grazie al l’Agnello, perché le loro vesti son divenute bianche nel suo Sangue. In Maria il Padre presenta al Figlio che muore l’umanità redenta; in Maria il Figlio scorge come in un modello e in un simbolo l’infinito valore della sua passione. Era come se dalla Madre accanto alla croce ascendesse verso l’infuriar dei tormenti e verso il fremito del Sangue del Figlio morente un canto lontano e bello: « Degno è l’Agnello, che fu ucciso, di ricevere potenza e regno e sapienza e fortezza e onore e gloria e lode ». In quel momento un sorriso sfiorò il volto sfigurato del Figlio e un raggio penetrò anche negli occhi della Madre. Da tutto questo appare chiaramente che alla Madre del Signore spetta una parte importante anche per la nostra redenzione. Maria sul Calvario non fu semplicemente la mamma amante e sofferente d’un figlio morente: milioni di povere madri hanno assistito i figli morenti; Maria stette sul Calvario quale « Madre del Redentore »: « Pro peccatis suæ gentis vidit Jesum in tormentis — ah! Ella vide Gesù sopportare martiriiper i peccati dei suoi fratelli, flagelli, spine. derisioni e scherni». A questa redenzione dell’umanità per mezzo del Sangue e della mortedel Figlio suo Maria disse il suo Sì stando accanto alla croce; per questo il suo amore e il suo dolore materno si elevavano immensamente più in alto che quelli di qualunque altra povera madre sofferente, si portarono su, nell’altipiano del mistero della redenzione, furono un contributo per la salvezza del mondo. Il Vangelo stesso allude a questo posto ufficiale di Maria accanto allacroce del Figlio: esso ha sempre taciuto di Lei durante tutto il lungoperiodo della vita nascosta di Gesù a Nazaret come della sua attivitàpubblica; accanto alla croce di Gesù invece Ella riappare nuovamentenella relazione evangelica grande, in una luce singolare; qui dunque civien segnalato che la presenza di Maria presso il Figlio morente non fusoltanto l’esigenza d’un commovente affetto materno; quivi si trattò d’unatto solenne e addirittura ufficiale.Questo spettacolo commovente della Madre presso la croce è comeuna solenne ed edificante Liturgia. Questa Donna regale sta ritta, nonassopita dal dolore, non sprofondata nella disperazione, ma, come osaaffermare con parola ardita San Bonaventura, « intenerita per la gioiache il suo Unigenito debba essere offerto in vittima per la salvezza delmondo ».Maria accanto alla croce prega col Sommo Sacerdote dell’umanità,offre con Lui, soffre con Lui. « Ella sul Calvario, quale nuova Eva, Lo offrì all’Eterno Padre per tutti i figli di Adamo con sacrificio totale dei suoi diritti materni e del suo materno amore ». Per questo già dal tempo di Alberto Magno, Maria è chiamata con senso profondo « aiutante » della redenzione, a somiglianza di Eva che era stata « aiutante di Adamo »; Ella è la « inserviente » della redenzione, la « diaconessa » della redenzione *. Il diacono porta all’altare le offerte del pane e del vino per la Messa solenne, egli le prepara; egli assiste il sacerdote offerente, è pure a lui unito con intima comunione e sentimento sacrificale. Maria sul Calvario fece così: Ella preparò l’Offerta santa, il Corpo del Figlio suo, nell’Incarnazione e lo fece grande a Nazaret; Ella presentò questa preziosissima Proprietà per il sacrificio, Ella entrò in perfettissima comunanza d’amore e di dolore col Sacerdote offerente, che era nello Stesso tempo la Vittima offerta.

[* Sarebbe ovvio adoperare qui il termine “ Corredemptrix — Corredentrice ”. Ci sia concesso di farne a meno in questo libro, perché questo titolo, che compare qua e là nella produzione teologica dal secolo XVI, può fornire occasione a fraintendimenti e d’altro canto anche teologicamente non è ancora univoco e ancor meno definitivamente acquisito. A questo proposito il grande mariologo tedesco Scheeben scrive saggiamente: « Questa espressione — Corredentrice —, sebbene ammetta un senso giusto e anzi molto bello, che non è possibile esprimere con eguale brevità e precisione con un altro termine, presa da sé sola, invece di sottolineare la subordinazione ministeriale e la dipendenza di Maria, ha l’apparenza di accentuare così forte una coordinazione con Cristo e rispettivamente un completamento della sua potenza, che non si potrebbe affatto usarla se non con l’esplicita restrizione: In certo senso meno capziosa e in sé più rispondente alla verità e anzi conforme alla Scrittura stessa è l’espressione che ricorre ripetutamente, la prima volta in Alberto Magno: “Adjutrix Redemptoris in redemptione — aiuto del Redentore nella redenzione ”, purché non si intenda qui “aiuto” un sostegno nel senso comune, quasi cioè un rinforzo d’una potenza in sé insufficiente per mezzo d’un’altra, ma nel senso più comune e solo accettabile, quando si tratta di creature di fronte a Dio, d’un servizio giovevole al raggiungimento d’uno scopo e d’una cooperazione che serve efficacemente a modo suo; adiutrice dunque Maria precisamente nel senso d’una compagna che coopera » (Dogmatik, 3, pagg. 594-595). Neppure i Pontefici degli ultimi cento anni han mai fatto uso del termine “Corredemptrix” in scritti dalla forma solenne di un’Enciclica (cfr. le Encicliche mariane dei Papi negli ultimi cento anni). A ragione sorprende che il Papa Pio XII attualmente regnante, anche in altri documenti pontifici ufficiali non approfitta di esso, neppure in quelle occasioni, nelle quali ce lo saremmo aspettato: nell’epilogo dell’Enciclica “Mystici Corporis Christi”, che pure tratta espressamente della Beatissima Vergine, e nella Bolla della definizione dogmatica dell’Assunzione corporea di Maria in Cielo del 1° novembre 1950. Il fatto stesso che Maria abbia cooperato alla nostra salvezza sta scritto nelle Sacre Scritture ed è patrimonio comune della Tradizione e della Teologia. Ireneo, Origene, Tertulliano, Agostino, Anselmo, Alberto, Tommaso, Bonaventura, tutti questi conoscono e insegnano questa cooperazione di Maria nell’opera della redenzione. Essi non limitano certamente questa collaborazione della Benedetta solamente al sacrificio della Croce, ma l’estendono oltre, dall’Incarnazione sino alla Redenzione (collaborazione oggettiva all’acquisto della nostra salvezza) e dalla Redenzione sino alla mediazione di Maria (applicazione salvifica soggettiva dei frutti della redenzione). San Bonaventura offre un prospetto completo della cooperazione di Maria alla salvezza umana con le geniali espressioni: « Pretium Redemptionis… est ex ea sumptum, per eam solutum et ab ea possessum — il prezzo dell’opera della redenzione fu da Lei formato, per mezzo di Lei pagato e per mezzo di Lei preso in proprietà. Da Lei fu fondato nell’incarnazione del Verbo; per mezzo di Lei fu pagato nella redenzione della stirpe umana (sul Calvario); da Lei fu preso in proprietà all’ingresso della gloria del paradiso (applicando Ella anoi, per mezzo della sua intercessione qual Regina del Cielo, la grazia della redenzione) » (Collationes de Donis Spiritus Sancti, Tom. 5, pag. 484). I Pontefici dell’ultimo secolo con crescente energia richiamano a questa cooperazione di Maria alla salvezza della stirpe umana. Non è ancor teologicamente chiarito il modo di questa cooperazione. Questo problema fu proposto in tempo recente. Stanno anzitutto di fronte due opinioni. L’una ammette soltanto una cooperazione di Maria nell’opera della redenzione impropria e mediata, l’altra invece una cooperazione propria e immediata. I sostenitori di una corredenzione propria di Maria nel senso stretto della parola (Bittremieux, Dillenschneider, Friethoff, Hitz, Seiler, ed altri) affermano « una partecipazione immediata della Madre di Dio all’opera oggettiva della redenzione, alla vera e propria acquisizione della salvezza » (Hitz, Schweizerische Kirchenzeitung, 1946, nr. 12 ss.). « Maria ha coofferto il sacrificio della Croce non solamente in funzione di ministra, come il diacono, ma veramente in funzione sacerdotale… Maria non è (quindi) soltanto la Madre del Sacerdote e la Madre dell’Agnello immolato; il suo sacerdozio rispetto al sacerdozio di Cristo è veramente un qualche cosa di analogo…; in conseguenza è soltanto partecipazione piena e completa al sommo sacerdozio di Cristo; è però un vero e proprio sacerdozio, cui conviene la definizione, d’essere cioè una mediazione stabilita da Dio fra il Signore e gli uomini peccatori con la facoltà di cooffrire col Redentore il sacrificio della riconciliazione. Nell’esercizio quindi il suo sacerdozio non è come strumento subordinato al sacerdozio di Cristo…, ma in un certo senso coordinato (coordinatio imperfecta) » (Seiler, Corredemptrix, Roma 1939, pagg. 34. 135. 136). Secondo quest’opinione Maria avrebbe meritato per conto proprio i frutti della redenzione, di modo che le sue azioni sarebbero state in se stesse salvifiche per gli uomini e Iddio ha voluto e accolto il sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo soltanto in quanto esso era accompagnato dalla cooblazione di Maria. – Questo libro preferirebbe non far proprie conclusioni così spinte. Le espressioni dei Pontefici da Pio X sino a Pio XII mettono certamente in risalto la cooperazione tutta propria di Maria nell’opera della redenzione, però non sono in nessun modo così univocamente determinate, che da esse risulti una sentenza dottrinale chiaramente delimitata circa il modo di questa sua cooperazione. A ragione K. Rahner rileva: « Qui (nell’insegnamento d’una “corredenzione” di Maria in senso proprio) ci troviamo in un campo teologico, dove tutto ancor oggi è fluttuante e dove le opinioni stanno fra di loro in forte contrasto; ci troviamo quindi anche sul terreno di quella cristiana libertà di discussione, della quale noi tutti, compresi i laici, possiamo usare senza intralci, anche se con riverenza e per veri motivi » (“Noch ein neues Dogma? ”, in Orientierung, 1949, nr. 4, pagg. 4l ss.). Il P. Lennerz, professore nella Pontificia Università Gregoriana di Roma, alla lettera apostolica di Benedetto XV « Inter Sodalicia » del 22 marzo 1918, che viene specialmente citata dai difensori di una corredenzione propria di Maria, osserva: « Bisognerebbe dimostrare positivamente che Benedetto voleva che questa espressione (Corredemptrix) fosse intesa proprio nel senso dei difensori… Quanto dice Benedetto in realtà non va oltre a quello che insegnarono comunemente i Dottori della Chiesa; non siamo quindi costretti in alcun modo a farcene un’idea diversa » (De Beata Virgine, 1939, pag. 231). Si ha anzi l’impressione che nelle sfere ecclesiastiche ufficiali piuttosto ci si allontani dall’interpretazione spinta della cooperazione di Maria nell’opera della redenzione. In una conversazione del Maggio 1947 con P. Cordovani, Maestro dei Sacri Palazzi, poi defunto, questi chiamava l’opinione d’una corredenzione di Maria vera e immediata “saltatio verbi”. Del resto conduce a respingere una esposizione troppo spinta anche la proibizione ripetutamente rinnovata del Sant’Ufficio di onorare o rappresentare Maria come “Virgo Sacerdos — Vergine sacerdote ’’ (1913, 1916, 1927). L’aurea via di mezzo nella questione circa il modo della cooperazione di Maria nell’opera della redenzione è indicata dal Papa Pio XII nell’epilogo dell’Enciclica “Mystici Corporis Christi”: « Maria, sopportando con animo forte e fiducioso i suoi ineffabili dolori, più che tutti i fedeli cristiani insieme, da vera Regina dei martiri, compì quello che manca dei patimenti di Cristo… a vantaggio del Corpo di Lui, che è la Chiesa” ». Il Pontefice qui accenna alla profonda parola di Paolo nella lettera ai Colossesi 1,24: « Io (Paolo) godo nei patimenti in pro vostro, e in contraccambio compio le deficienze delle tribolazioni del Cristo nella mia carne in pro del Corpo di Lui, che è la Chiesa ». Nessuno alla pari di Paolo martellò negli animi dei credenti così profondamente che soltanto Cristo è il Redentore: « Un solo mediatore di Dio e di uomini, l’uomo Cristo Gesù » (1 Tim. 2, 5). Paolo tuttavia conosce anche una “corredenzione” degli uniti con Cristo: ogni sofferenza e azione delle singole membra e dei credenti uniti nel misterioso organismo del Corpo di Cristo può e deve, grazie all’unità in Cristo, il Capo, tornare di espiazione e di benedizione anche agli altri. In questa unione dev’esser messa anche la cooperazione di Maria all’opera della redenzione. Essa si distanzia dalla “corredenzione” delle altre membra non secondo il modo, bensì secondo la misura e il grado immensamente superiore, mentre oltrepassa ed eccelle in misura impensabile tutte le oblazioni degli altri credenti in Cristo e diviene quindi anche per tutti benedizione inesauribile.] *.

Questo confronto « sacerdote-diacono » ci richiama però anche alla differenza essenziale fra l’oblazione di Gesù e quella di sua Madre. Il diacono non raggiunge l’indipendenza del Sacerdote offerente; egli non pregiudica la sufficienza del sacrificio sacerdotale; egli piuttosto compie il suo ufficio in piena dipendenza dal Sacerdote, come conviene al suo posto di sott’ordine quale diacono. Maria ebbe parte in questo modo alla nostra redenzione: il sacrificio sulla croce del nostro Eterno e Sommo Sacerdote, che mediante il suo Sangue penetrò i Cieli e aprì a noi peccatori la via al trono della grazia, tanto che adesso ci è concesso di accostarci con fiducia dinanzi alla terribile maestà di Dio e ivi conseguire grazia per l’aiuto opportuno, è d’una sufficienza e d’una sovrabbondanza talmente infinita, che non ha bisogno d’alcun umano completamento e sostegno. La cooperazione di Maria non fu un contributo necessariamente richiesto per la redenzione operata dal nostro unico e solo Signore e mediatore Gesù Cristo; Ella non poté portare nessun completamento a quello che in sé era già perfetto; ora l’azione di Cristo fu sufficiente per la redenzione di mille mondi. Però « l’opera della salvezza doveva in questa cooblazione della nuova Eva ornarsi di bellezza in ogni parte ed essere del tutto completa anche in linea dell’essere e dell’operare semplicemente creato » (Feckes). E così l’augusta Signora sul Calvario, accanto alla croce del Figlio suo, presentò anche il dolore e la riconoscenza del suo cuore materno e la indigenza e la povera buona volontà della stirpe umana, che Ella fu chiamata a rappresentare. Ella ornò il calice traboccante del Sangue di Cristo con le pietre preziose delle sue lagrime e col ramo di mirra della sua pena amara, che sopportò per noi peccatori. E chi potrebbe dubitare che questo materno dolore, unito al sacrificio del Figlio suo, divenisse benedizione per il mondo intero, se già la preghiera e il sacrificio delle nostre povere madri torna a noi di salvezza? Persino Paolo, l’inesorabile predicatore dell’unico e solo redentore Gesù Cristo, scrive e per di più di se stesso le misteriose parole: « Io godo nei patimenti in pro vostro, e in contraccambio compio le deficienze delle tribolazioni del Cristo nella mia carne in pro del Corpo di Lui, che è la Chiesa ». Se così, il tremendo patire della Madre accanto alla Croce potrebbe essere rimasto privo d’una efficacia tutta particolare per la vita della Chiesa? La passione infinita di Cristo non abbisogna affatto in sé d’un « compimento », però a tutte le membra del mistico Corpo di Gesù Cristo spetta anche una determinata misura di sofferenza; se il Capo, Cristo, soffre, con Lui soffriamo noi tutti, suoi membri. In questo misterioso Corpo di Cristo ogni membro, soffrendo e offrendo, deve giovare alla salvezza anche degli altri, ciascuno in proporzione del suo posto e dell’importanza in questo « Corpo », questi solamente per pochi, quell’altro per molti, Maria, la Madre del Redentore, per tutti quanti furono redenti dal Sangue del Figlio suo. Non v’è « dunque affatto nessuno (fra tutti i membri dell’organismo mistico di Cristo) che abbia contribuito o che abbia potuto mai contribuire alla riconciliazione di Dio con gli uomini quanto vi contribuì Maria ».  –  Ti siano rese grazie, o augusta e amata e povera Signora, per le lacrime, che tu, ai piedi della Croce hai pianto e che si mescolarono col Sangue del Figlio tuo in salvezza per noi! E onore e gloria sia al Figlio tuo, unico nostro Salvatore e Redentore, Gesù Cristo!

« Presso la Croce di Gesù stava sua Madre ».

« Gesù, vedendo sua Madre e vicino ad essa il discepolo, che prediligeva, dice alla madre: “Donna, ecco il tuo figliuolo”. E poi dice al discepolo: “Ecco la Madre tua”. E da quel momento il discepolo se la prese con sé in casa sua ». Questa parola del Signore morente alla Madre sua derelitta è così commovente che vorremmo piangere su di essa. Molto tempo è passato dall’ultima parola che Gesù rivolse pubblicamente alla Madre sua; la disse a Cana, e quella parola fu apparentemente dura; anche adesso, sulla croce ancora, Egli dapprima si ricordò dei suoi nemici e poi del ladrone; la Madre, che accanto alla sua croce piangeva, La lasciò in disparte. Ha così poca importanza per Lui la Madre sua, è così un niente, che persino in quest’ultimo momento Egli parli ancora per gli altri, con gli altri, ma alla propria Madre non dica nemmeno una paroletta? oppure quegli altri hanno bisogno delle sue amorose parole più urgentemente dell’abbandonata Madre piena di grazia? Finalmente, a metà, nel cuore delle sette ultime parole di Gesù in croce, rifulse la parola anche per la Madre sua, ancor prima del grido al Padre. Si sente chiaramente che questa parola si sprigionò da un fortissimo ingorgo d’amore del Figlio per la Madre; essa dà sfogo all’amore di Gesù per la Madre rimasto legato durante la vita pubblica, ne svela la profondità e la delicatezza. Quest’unica ed ultima parola del Signore a sua Madre presso la croce lascia intravvedere quanto in realtà Maria stesse vicina al cuore del Figlio suo; Egli non può morire se non sa che sua Madre versa in migliori condizioni di protezione; Egli stesso in quel momento stava quasi per affogare in un mare di tormenti e la grigia notte dell’abbandono di Dio già Gli si avvicinava: per questo, prima d’entrare nella sua suprema tortura e morte; vuole mettere al sicuro sua Madre quasi da una bufera imminente. In quell’ora ogni parola era per il Signore una pena. Ah, i morenti, anche con lo sforzo dell’ultimo amore, possono appena dire « sì, sì » e « oh, oh »… Il Signore in quel momento raccolse le sue forze, strinse più fortemente le teste dei chiodi e dalle labbra del Figlio, come una stella d’oro nell’oscurità della notte, si librò sulla Madre l’ultima sua parola: « Donna, ecco tuo figlio! », e al discepolo: « Ecco tua Madre! ». « Donna », chiama Gesù in croce Maria, non « Madre ». Come già a Cana infatti e ancor più che a Cana, Maria sul Calvario tiene un posto ufficiale quale aiutante della redenzione del mondo. Ella non è soltanto colma di dolore, è anche adorna di sublimità e di solennità, più regale di Ester, più forte di Giuditta, la Donna del mondo, la rappresentante dell’umanità, l’assistente accanto alla Vittima sanguinante sulla croce. Questa parola è piena di rispetto e di onore, forse anche piena d’un intimo singhiozzar d’amore, come se Gesù in quell’ora non osasse più rivolgersi a Maria con il tenero nome di Madre per non provocare lo straripamento degli umani sentimenti di cui era colmo il loro cuore. La parola del Figlio morente mette la Madre sotto la protezione di Giovanni e Giovanni sotto la benedizione di Maria. Il Signore s’era preoccupato già il giorno precedente di tutti i suoi discepoli, poiché il dolore più acuto d’un nobile morente è l’abbandono e la mancanza di sicurezza di coloro che egli ama. Tutti i discepoli la sera del Giovedì Santo erano stati da Lui affidati allo Spirito Santo: « Non vi lascerò orfani: Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro confortatore ». Anche Giovanni stava in questa sicurezza dello Spirito Santo e ancor più Maria, a cominciare dall’Incarnazione, anzi già dal primo momento della sua esistenza; ma Maria era anche donna, la quale abbisognava d’una assistenza visibile; e Giovanni era il discepolo dell’amore; il Signore voleva dargli un pegno anche terreno dell’amore dello Spirito Santo in quella Donna, che di Spirito Santo era stata adombrata. Quest’ultimo legato del Signore fece di Giovanni il figlio di Maria, e di Maria la madre di Giovanni; l’uno ora era dato all’altra in dono e a carico. Maria ricevette dal Figlio morente un altro figlio, l’amico di Lui, Giovanni, la persona più cara che Gesù possedesse sulla terra accanto alla Madre sua, quel discepolo dell’amore, che la sera precedente aveva potuto ascoltare, riposando sul cuore di Gesù, il fluttuare del suo amore. Per Maria Giovanni era l’aureo scrigno, entro il quale l’amore di Gesù s’era nascosto prima della morte come in un Sacramento. Giovanni era per Lei il monumento vivente dell’amore di Gesù verso la Madre. Ancor più di Maria in Giovanni aveva ricevuto da Gesù Giovanni in Maria. Fu un onore senza uguali. Un giorno insieme con suo fratello Giacomo Maggiore egli aveva preteso un primo posto nel regno messianico; adesso gli tocca di più. Ieri ebbe per un’ora il suo posto sul cuore del Signore; da oggi in poi il suo posto è a fianco della Madre del Signore per tutta la vita. Il Signore anche nell’estrema povertà della croce poté arricchire di doni i due esseri a Lui più cari, Maria con Giovanni e Giovanni con Maria. Le sue due più care creature! Accanto alla croce v’eran certo anche altri, la sorella di sua Madre, la moglie di Cleofa, e Maria Maddalena; anch’esse avevan dato prova al Signore di tanta bontà, e il Signore era legato in amore anche a loro; esse ricevettero una preziosa benedizione per la fedeltà sino alla sua morte; ma solo a Maria e a Giovanni fece dono della preziosità d’un’ultima parola tutta propria per loro e della preziosità d’una cara persona. Quella parola fu certamente per i due anche un obbligo. Maria doveva adesso essere la madre di Giovanni. Giovanni aveva già una madre, quella nobile Salome, che secondo l’informazione di Matteo era presente anche sul Calvario e « osservava da lontano »; « da lontano », perché lei e le altre « molte donne di Galilea » non furono ammesse dai soldati presso la Croce; essi, ascoltando un sentimento d’umanità, avevan permesso l’accesso soltanto alla Madre e a un esiguo accompagnamento. La parola del Signore a Giovanni: « Ecco tua madre! » non voleva privare Salome dei suoi diritti materni: Maria deve essere per Giovanni madre spirituale. Ella adesso deve donare a Giovanni il suo amore materno privo di Gesù; Ella deve proteggere in questo discepolo dell’amore l’eredità, che Gesù in lui ha deposto; Ella lo deve formare come aveva formata l’anima umana di Gesù; in una parola Ella dev’esserGli « madre ». Giovanni dev’essere figlio di Maria. Egli deve offrirLe e casa e sostegno e patria; deve essere sollecito del sostentamento della Donna a lui affidata; deve rallegrare alla Solitaria le sere e l’età. Quale esempio non aveva dato a Giovanni, il secondo figlio della Vergine, Gesù stesso nella sollecitudine per la Madre! Sino al trentesimo anno di vita, per un tempo così lungo Egli aveva provveduto alla Mamma con la propria augusta mano; probabilmente, per il periodo della sua attività pubblica, aveva pregato d’interessarsi di Maria quanti Gli erano stretti per amicizia. Ed ora, morente, affida la Madre all’amico suo, indicandogli così insieme il motivo e la misura della sollecitudine per la Madre. Per mezzo di Gesù tutti e due, Giovanni e Maria, sono adesso legati l’uno all’Altra come figlio e madre, e per mezzo di Maria anche Gesù e Giovanni si son fatti ancor più vicini, come fratello rispetto a fratello. Giovanni nel Vangelo può tributarsi questa lode modesta: « Da quel momento il discepolo se La prese con sè ». L’espressione greca « eis tà idia — in proprietà » nell’uso corrente del discorso significa « in casa sua ». Può essere frattanto che Giovanni abbia usato questa espressione, che può avere vari sensi, di proposito; la parola si presta a una spiegazione ancor più profonda: «eis tà idia — in proprietà » significa nel suo senso pieno più che « casa » solamente; con essa può essere indicato tutto l’insieme della vita esterna ed intima d’un uomo; Giovanni non accolse Maria soltanto in casa, ma anche nel suo cuore, nel suo sentimento e sollecitudine, nel suo dolore e amore. – Con quale maternità dal canto suo Maria abbia accolto Giovanni « nella sua proprietà », più che non dalle pie descrizioni, risulta con evidenza dagli scritti di Giovanni. Gli scritti di Giovanni, e anzitutto il suo Vangelo, sono percorsi da un mirabile afflato mariano; esso si diffonde dalla possente affermazione del prologo del Vangelo giovanneo: « Il Verbo si fece carne » attraverso Cana sino al Calvario. Da Giovanni e solamente da lui noi veniamo a sapere che il Signore era stretto alla Madre sua anche durante il tempo della sua attività pubblica — Cana! — e nella passione — Calvario! —. Nei lunghi anni di convivenza Maria dischiuse al discepolo dell’amore visioni e connessioni sempre più profonde nel mistero di Gesù. Non solamente Giovanni accolse Maria, anche Maria accolse Giovanni nella « sua proprietà ». La parola di congedo, che il Signore morente rivolse a sua Madre e al suo amico, ha una profondità che la cristianità ha scoperta e scopre soltanto un po’ alla volta lungo il corso dei secoli; poiché anche oggi il mistero di questa parola non è ancora dischiuso in ogni sua parte, il mistero cioè della maternità di Maria rispetto all’intera cristianità. Il sentimento cristiano cominciò a sospettare e capì sempre più chiaramente che Gesù sulla croce aveva costituita Maria Madre non solamente di Giovanni bensì di tutti noi, e che non solamente Giovanni, ma noi tutti siamo figli e figlie di Maria. Giovanni non è che un nostro rappresentante; Maria è la Madre dell’intera umanità raccolta in Cristo; « Giovanni » è quindi… « ognuno di noi ». La parola evangelica, considerata in sé sola, non permette certamente una conclusione così spinta; ivi non si fa parola che di Giovanni, a lui, a lui solo viene trasmesso presso la croce l’onore e il dovere della cura di Maria; e a lui, a lui solo, non a un altro discepolo Maria viene indirizzata come a un figlio, cui da parte sua dev’esser, può essere madre. I Padri della Chiesa, quindi, intesero questo testo sempre e ovunque del rapporto di madre e figlio solamente, che sussistette fra Maria e Giovanni, mentre non hanno una parola per la maternità spirituale della Vergine rispetto a noi tutti. Soltanto presso Origene (f 254) si trova un testo, che estende quella parola del Signore anche ai credenti in Cristo, a quanti Cristo amano. Nondimeno passarono ancora secoli prima che in Occidente, per la prima volta l’abbate Ruperto di Deutz, all’inizio del secolo x, e poi con tutta chiarezza e direttamente Dionisio Cartusiano nel secolo xv mettessero quella parola del Signore in relazione con una maternità spirituale universale di Maria. Ma questa maternità spirituale della Vergine è una realtà; è dottrina sicura, cattolica; essa però non si erige su questa parola, bensì sui fatti che si svolsero sul suo medesimo suolo insanguinato, nelle sue immediate vicinanze, sul Calvario. – Due fatti han creata la maternità spirituale di Maria. L’uno fu il suo assenso all’Incarnazione. Sin d’allora, a quel primo Sì, Ella è divenuta anche Madre spirituale di noi tutti: « Mentre Maria portava in grembo suo il Redentore, portava anche tutti coloro la vita dei quali era rinchiusa nella vita del Redentore. Noi, che siamo incorporati a Cristo, siamo nati dal seno di Maria come Corpo Mistico legato col capo ». Nell’incarnazione Gesù è divenuto nostro fratello, Maria, la Madre di Gesù, è divenuta così anche la Madre di tutti i suoi fratelli. Presso la Croce Maria portò al suo compimento amaro e sanguinoso quel Sì del principio. Ella accanto alla croce patì col Figlio suo, e quanto dolore trova posto nel cuore d’una madre, specialmente nel cuore della Madre di Dio! Ella cooffrì con il Figlio suo, fu internamente d’accordo per la morte di Gesù a nostra salvezza, e quella morte ha dato a noi la vita. Poiché Ella ebbe parte nella morte, ebbe parte anche nella vita; Ella col suo dolore materno ha reso a noi possibile questa nuova vita, che si eleva al di sopra della natura. Quale aiutante di Cristo nell’opera della salvezza, Ella divenne la madre della cristianità. Per questo Pio XII, nella sua Enciclica sul « Corpo Mistico di Cristo », richiama con insistenza a questo vincolo di causalità fra la compassione e la cooblazione di Maria presso la Croce e la sua spirituale maternità: « Ella, che sul Golgota col sacrificio totale dei suoi diritti materni e del suo materno amore, ha offerto all’Eterno Padre il Figlio suo, a motivo di questo nuovo titolo di dolore, già Madre del nostro Capo quanto al Corpo, divenne anche la Madre di tutti i suoi membri quanto allo spirito ». La maternità spirituale di Maria quindi è più che una figura solamente, più che una bella espressione poetica soltanto, essa è una realtà misteriosa che si erige sui due misteri fondamentali della nostra fede, l’Incarnazione e il Sacrificio della croce. – Quest’invisibile realtà diventa visibile, come in un simbolo, in Maria e Giovanni presso la Croce; quivi Maria fu costituita Madre di Giovanni e Giovanni figlio di Maria. Proprio in quell’ora, nella quale essi si unirono dinanzi alla croce del Signore per contrarre un legame dolorosamente bello, proprio nell’ora della redenzione Maria divenne anche la Madre dei redenti, e i redenti divennero tutti figli di Maria. A motivo nostro Ella perdette Gesù, il Figlio suo, a motivo di Gesù noi fummo generati figli suoi. Quanto si svolse dinanzi alla Croce, quasi sul proscenio, ci sospinge a guardare in fondo, al di là di Giovanni: in Giovanni siamo presi in considerazione noi tutti, in Maria è data a tutti noi una Madre. – O Donna, ecco qui dunque il figlio tuo! È vero, noi siamo meno, molto meno degni di Te che non il gentile e nobile Giovanni, il quale Ti fu affidato in figlio dal Figlio sulla croce. Colpito da quello scambio con Giovanni, già S. Bernardo esclama: « Quale scambio! Giovanni Ti vien dato al posto di Gesù, il servo invece del Signore, il discepolo invece del Maestro. il figlio di Zebedeo invece del Figlio di Dio, un puro uomo invece del vero Dio ». E ora Tu devi accogliere addirittura noi invece del Figlio! Le nostre meschinità devono farTi nausea, o regale Signora! Di fronte al tuo nobil animo noi siamo d’una condizione tanto inferiore. o Santissima, o Purissima! Noi siamo piccini, poco buoni, impuri, cenciosi, talvolta anche diavoli camuffati, ripieni di reale malizia. E costoro devon essere i tuoi figli! A costoro Tu devi essere madre! Tu, che sei passata sulla terra come un giglio e in Cielo troneggi sopra gli Angeli. Tu però stesti anche sul Calvario, accanto alla croce del Figlio, sulla quale Egli morì per noi peccatori. Tu udisti com’Egli fece grazia al ladrone, e pregò persino per la malignità ostinata. Il Figlio tuo Ti impegna per noi peccatori. Ma perché scongiuriamo noi con parole retoriche il tuo cuore e spesso in tal modo che si potrebbe pensare che valga a persuaderTi, a costringerTi ad esser buona? Non sei Tu il vertice più tenero dell’eterno amore di Dio verso di noi? Egli ha scelto il tuo cuore materno a simbolo della sua propria bontà sconfinata e della sua immensa misericordia. Iddio cioè non è solamente Padre; in Te e per Te, o Maria, Egli vuol manifestare anche la sua infinita maternità. Se anche una madre qualunque consacra le cure più premurose al più povero dei suoi figli, quanto amore non vi sarà per il peccatore nel tuo cuore, ch’è il riflesso più soave dell’amore di Dio! Madre! Madre della misericordia! « Peccatores non abhorres, sine quibus numquam fores mater tanti Filii — Tu non aborri i peccatori, senza dei quali mai saresti Madre d’un tanto Figlio ». E così, o Signora, guarda a noi tuoi figli! Accogli anche noi « eis tà idia — in tua proprietà ». E questa proprietà tutta a Te propria è Gesù: riempici dei sentimenti di Gesù, che da Te si irradiano luminosissimi! E dopo questa miseria mostraci Gesù, il Frutto benedetto del tuo ventre.

Poi, « o Vergine, Madre di Dio, mentre stai dinanzi al Signore, ricordaTi di dire una buona parola per noi, perché Egli storni da noi il suo sdegno ».

Figlio, ecco pure tua Madre! È una grandissima gioia per un uomo possedere una madre, alla quale egli possa guardare, alla quale possa elevarsi. La sua figura resta viva anche al di là della morte; essa l’accompagna come un angelo. Lungo tutta la vita sino al giorno del lieto arrivederci sui portali dell’eternità. Le nostre ottime madri si son formate in Maria, ed esse, quasi preoccupate per il tempo nel quale non avrebbero più potuto precederci col loro esempio, richiamarono la nostra attenzione a Maria, la Madre eterna. Nessuna madre può come Maria elevare i nostri pensieri e i nostri desideri; Ella è il segno grande nel cielo, ammantata di sole e irradiata di dodici stelle; Ella tiene sveglia la nostra eterna nostalgia. E Maria è il grande segno anche sulla terra, aspersa del sangue del Figlio suo ed elevantesi presso la Croce sul Calvario. Figlio, dalla notte della tua tribolazione, guarda alla Madre tua sul Calvario! Neppure accanto alla croce del Figlio suo Ella si querelò, dubitò, vacillò; Ella stette, forte e ferma. E così « io attacco ogni tedio e il dolore di tutte le notti e ogni nostalgia dell’ultima meta al tuo abito d’argento, o Madre » (Hauser). Maria non ritornò dal Calvario col cuore spezzato; insieme con la tristezza era in Lei una grande ed intima gioia: il mondo adesso era redento; tanto aveva fatto il Figlio suo. E dopo tre giorni Egli risorgerà. Ella sapeva della prossima risurrezione come era stata al corrente della prossima passione. Se ne andò dal sepolcro del Figlio, mentre calava la notte, con la fiaccola della speranza. Questa eterna speranza è l’atteggiamento cristiano più profondo; essa oltrepassa e sopravvanza le tre disposizioni che sono alla radice della esistenza umana puramente naturale, la tristezza, l’angoscia e la nausea. Noi come Maria, al di sopra di tutte le notti, guardiamo a Cristo; Egli non è solamente morto, Egli è anche risorto dai morti, è asceso al Cielo e un giorno Egli ritornerà per giudicare i vivi e i morti. Vi son Calvari, tanti e tetri; ma io credo anche nella risurrezione dei morti e nella vita eterna.