UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSATATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “APOSTOLICÆ ECCLESIÆ”

Il Santo Padre Leone XIII, ancora una volta scrive la presente Lettera Enciclica in difesa dei popoli soggetti alla deportazione ed alla schiavitù: piaga vergognosa che ha deturpato la vita di popoli che si definivano civili pur negando a tanti infelici il diritto alla libertà che Dio aveva loro concesso. Uno dei rimedi suggerito è quello della propagazione, presso questi miseri popoli, della Religione di Cristo che con tanto zelo e continuità ha sempre detestato questa inumana condizione che rende gli uomini, immagine di Dio, degli animali da soma. Ecco come il Pontefice si esprime ad un certo punto: « … infatti, dove sono in vigore i costumi e le leggi cristiane; dove la Religione insegna agli uomini a rispettare la giustizia ed a onorare la dignità umana; dove ampiamente si diffuse quello spirito di carità fraterna, che Cristo c’insegnò, quivi non può esistere né schiavitù, né ferocia, né barbarie; ma fioriscono la soavità dei costumi e la libertà cristiana accompagnata dalla civiltà. » Ecco perché la scellerata conduzione dei popoli attuali mira da parte di uomini della politica e delle istituzioni, asserviti a poteri tenebrosi ed occulti fomentanti odio implacabile verso tutta l’umanità, a cancellare il Cristianesimo dal cuore di tutti gli uomini, onde renderli con facilità nuovi schiavi ed asservirli ad uno sfruttamento in ogni ambito, mediante l’uso moderno congiunto di tecnologie e mezzi che producono timori, paure e finanche terrori creati artificiosamente con i media asserviti ed imbonitori diabolici. A questo, come ben sappiamo, mirano ad esempio la diffusione sempre più ampia di sostanze come il grafene e la chitina che bloccando la funzionalità della ghiandola pineale, rendeno l’uomo psicologicamente inerte ed incapace di sottrarsi al controllo mentale. Meccanismi diabolici, sì, ma realizzabili solo se si spegne la forza e la luce che Nostro Signore Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo per creare la società del figli di Dio, di cui Egli è Re, quella società che il demone infernale odia con odio inestinguibile e che tenta con ogni mezzo di trascinare con sé nel fuoco eterno. Ma noi Cattolici romani del pusillus grex, non temiamo né le armi e gli inganni del “cornuto”, né quelle dei suoi accoliti, oggi sguinzagliati in ogni dove, soprattutto nella finta chiesa dell’uomo da lui creata e gestita, che ha usurpato addirittura la Cattedra del Beato S. Pietro, Vicario in terra di Cristo, come pure nelle altrettanto false cappelline eretiche e scismatiche degli pseudo-tradizionalisti: non li temiamo perché dalla nostra abbiamo un “esercito potente schierato in battaglia”, il cui capo è le Vergine Maria, alla quale Dio fin dal principio, ha affidato il potere di schiacciare il dragone infernale ed i suoi adoratori.

Leone XIII
Catholicæ Ecclesiæ

La Chiesa cattolica, che abbraccia tutti gli uomini con carità di madre, quasi nulla ebbe più a cuore, fin dalle sue origini, come tu sai, Venerabile Fratello, che di vedere abolita e totalmente eliminata la schiavitù, che sotto un giogo crudele teneva moltissimi fra i mortali. Infatti, diligente custode della dottrina del suo Fondatore, che personalmente e con la parola degli Apostoli aveva insegnato agli uomini la fratellanza che li stringe tutti insieme, come coloro che hanno una medesima origine, sono redenti con lo stesso prezzo, e sono chiamati alla medesima eterna beatitudine, la Chiesa prese nelle proprie mani la causa negletta degli schiavi, e fu la garante imperterrita della libertà, sebbene, come richiedevano le circostanze e i tempi, si impegnasse nel suo scopo gradualmente e con moderazione. Cioè, procedeva con prudenza e discrezione, domandando costantemente ciò che desiderava nel nome della Religione, della giustizia e della umanità; con ciò fu grandemente benemerita della prosperità e della civiltà delle nazioni. – Nel corso dei secoli non rallentò mai la sollecitudine della Chiesa nel ridonare la libertà agli schiavi; anzi, quanto più fruttuosa era di giorno in giorno la sua azione, tanto più aumentava nel suo zelo. Lo attestano documenti inconfutabili della storia, la quale per tale motivo designò all’ammirazione dei posteri parecchi Nostri antecessori, fra i quali primeggiano San Gregorio Magno, Adriano I, Alessandro III, Innocenzo III, Gregorio IX, Pio II, Leone X, Paolo III, Urbano VIII, Benedetto XIV, Pio VII, Gregorio XVI, i quali posero in opera ogni cura perché l’istituzione della schiavitù, dove esisteva, venisse estirpata, e là dove era stata sterminata non rivivessero più i suoi germi. – Una così gloriosa eredità, lasciataci dai Nostri predecessori, non poteva essere ripudiata da Noi, per cui non abbiamo tralasciato alcuna occasione che Ci si offrisse di biasimare apertamente e di condannare questo flagello della schiavitù; espressamente ne abbiamo trattato nella Epistola scritta il 5 maggio 1888 ai Vescovi del Brasile, con la quale Ci siamo congratulati per quanto essi avevano con lodevole esempio operato pubblicamente in quel Paese per la libertà degli schiavi, e insieme abbiamo dimostrato quanto la schiavitù si opponga alla Religione ed alla dignità dell’uomo. – Invero, quando scrivevamo tali cose, Ci sentivamo fortemente commossi per la condizione di coloro che sono soggetti all’altrui dominio; e molto più raccapriccio provammo al racconto delle tribolazioni da cui sono oppressi tutti gli abitanti di alcune regioni del centro dell’Africa. È cosa dolorosa ed orrenda constatare, come abbiamo saputo da sicure informazioni, che quasi quattrocentomila Africani, senza distinzione di età e di sesso, ogni anno sono violentemente rapiti dai loro miseri villaggi, dai quali, legati con catene e percossi con bastoni durante il lungo viaggio, sono portati ai mercati dove, come bestie, sono messi in mostra e venduti. – Di fronte alle testimonianze di coloro che videro queste cose e alle recenti conferme di esploratori dell’Africa equatoriale, Ci siamo accesi dal vivo desiderio di venire, secondo le Nostre forze, in aiuto di quegli infelici e di recare sollievo alla loro sventura. Perciò, senza indugio, abbiamo incaricato il diletto Nostro figlio Cardinale Carlo Marziale Lavigerie, di cui Ci sono noti l’energia e lo zelo Apostolico, di andare per le principali città dell’Europa a far conoscere l’ignominia di questo turpissimo mercato e ad indurre i Principi ed i cittadini a portare soccorso a quelle infelicissime popolazioni. – Noi dobbiamo rendere grazie a Cristo Signore, Redentore amantissimo di tutte le genti, il quale nella sua benignità non permise che le Nostre sollecitudini andassero perdute, ma volle che riuscissero quasi come seme affidato a suolo fecondo, che promette una copiosa raccolta. Infatti, i Reggitori dei popoli e i Cattolici di tutto il mondo, e tutti coloro che rispettano i diritti delle genti e della natura, gareggiarono nell’indagare quali mezzi soprattutto siano necessari per sradicare del tutto quel commercio inumano. Un solenne Congresso tenuto testé a Bruxelles, al quale convennero i Legati dei Principi d’Europa, e una recente assemblea di privati, che col medesimo intento e con generosi propositi si radunarono a Parigi, dimostrano chiaramente che la causa dei Negri sarà difesa con quella energia e quella costanza che richiede la mole delle sciagure da cui quei miseri sono oppressi. È per questo che non vogliamo trascurare la nuova occasione che si presenta di rendere le meritate lodi ed i ringraziamenti ai Principi d’Europa ed agli altri personaggi di buona volontà: al sommo Dio domandiamo fervidamente che voglia dare felice riuscita ai loro disegni ed all’impianto di una così grande impresa. – Ma, oltre alla cura di difendere la libertà, un’altra cura più grave, più da vicino riguarda il Nostro ministero Apostolico, quella cioè che impone di adoperarci perché nelle regioni dell’Africa si propaghi la dottrina del Vangelo, che con la luce della verità divina illumini quelle popolazioni giacenti nelle tenebre e oppresse da cieca superstizione, affinché diventino con noi partecipi dell’eredità del regno di Dio. Questo impegno poi lo curiamo con tanto maggior zelo, in quanto quei popoli, ricevuta la luce evangelica, scuoteranno da sé il giogo della schiavitù umana. Infatti, dove sono in vigore i costumi e le leggi cristiane; dove la Religione insegna agli uomini a rispettare la giustizia e a onorare la dignità umana; dove ampiamente si diffuse quello spirito di carità fraterna, che Cristo c’insegnò, quivi non può esistere né schiavitù, né ferocia, né barbarie; ma fioriscono la soavità dei costumi e la libertà cristiana accompagnata dalla civiltà. – Già parecchi uomini Apostolici, quasi avanguardia di Cristo, sono andati in quelle regioni dove, per la salute dei fratelli, diedero non solo il sudore, ma anche la vita. Tuttavia, la messe è molta, ma gli operai sono pochi; per cui è necessario che moltissimi altri, animati dallo stesso spirito di Dio, senza timore alcuno né di pericoli, né di disagi, né di fatiche, vadano in quelle regioni dove si esercita quel vergognoso commercio, per recare ai loro abitanti la dottrina di Cristo congiunta alla vera libertà. – Però un’impresa di tanta gravità domanda mezzi pari alla sua ampiezza. Infatti, non si può provvedere senza grandi disponibilità all’Istituto dei missionari, ai lunghi viaggi, alla costruzione delle residenze, alla erezione e alla dotazione delle chiese e ad altre simili cose necessarie: dovremo sostenere tali spese per alcuni anni, finché, in quei luoghi dove si saranno fissati, i predicatori del Vangelo possano provvedere autonomamente. Dio volesse che Noi avessimo i mezzi con cui poter sostenere questo peso! Ma ostando ai Nostri voti le gravi angustie nelle quali Ci troviamo, con paterna voce Ci appelliamo a te, Venerabile Fratello, a tutti gli altri Vescovi e a tutti i Cattolici, e raccomandiamo alla vostra e alla loro carità una così santa e salutare opera. Infatti, desideriamo che tutti partecipino, anche con una piccola offerta, affinché il peso, diviso fra molti, diventi più leggero e tollerabile da tutti, e perché in tutti si diffonda la grazia di Cristo, trattandosi della propagazione del suo regno, e a tutti arrechi la pace, il perdono dei peccati e qualunque dono più prezioso. – Decidiamo pertanto che ogni anno, nel giorno e dove si celebrano i misteri dell’Epifania, venga raccolto denaro come offerte a favore dell’Opera ora ricordata. Scegliamo questo giorno solenne a preferenza degli altri, perché, come bene intendi, Venerabile Fratello, in quel giorno il Figlio di Dio per la prima volta si palesò alle genti, mentre si fece conoscere ai Magi, i quali perciò da San Leone Magno, Nostro antecessore, sono appunto chiamati le primizie della nostra vocazione e della fede. Speriamo pertanto che Cristo Signore, commosso dalla carità e dalle preci dei figli, i quali ricevettero la luce della verità con la rivelazione della sua divinità, illumini pure quella infelicissima parte del genere umano e la tolga dal fango della superstizione e dalla dolorosa condizione, in cui da tanto tempo giace avvilita e trascurata. – Vogliamo poi che il denaro raccolto in detto giorno nelle chiese e nelle cappelle soggette alla tua giurisdizione, sia trasmesso a Roma alla Sacra Congregazione di Propaganda. Sarà poi compito di essa ripartire questo denaro tra le Missioni che esistono o verranno istituite nelle regioni Africane, soprattutto per estirpare la schiavitù; il riparto sarà fatto in modo che le somme di denaro provenienti dalle nazioni che hanno proprie Missioni cattoliche per redimere gli schiavi, come ricordammo, vengano assegnate a mantenere e a promuovere le stesse. La rimanente elemosina sia poi ripartita con prudente criterio fra le più bisognose dalla stessa Sacra Congregazione, la quale conosce i bisogni delle Missioni. – Non dubitiamo che Dio, ricco in misericordia, accolga benignamente i voti che formuliamo per gli infelici Africani, e che tu, Venerabile Fratello, ti adopererai spontaneamente con la volontà e con il tuo lavoro perché siano abbondantemente soddisfatti questi propositi. Confidiamo inoltre che con questo temporaneo e speciale soccorso, che i fedeli daranno per abolire la piaga del traffico disumano e per sostentare i banditori del Vangelo nei luoghi dove essa esiste, non diminuirà la liberalità con la quale si sogliono promuovere le Missioni cattoliche con l’elemosina raccolta dall’Istituto che, fondato a Lione, fu detto della Propagazione della Fede. Quest’opera salutare, che già raccomandammo ai fedeli, presentandosene l’opportunità elogiamo nuovamente, desiderando che largamente estenda i suoi benefici e fiorisca in lieta prosperità. – Intanto, Venerabile Fratello, a te, al clero e ai fedeli affidati alla tua pastorale vigilanza, affettuosissimamente impartiamo la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 novembre 1890, anno decimoterzo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “PATERNA CARITAS”

In questa breve lettera Enciclica, il Santo Padre Leone XIII, si congratula con i Vescovi dell’Armenia per essere tonati alla piena comunione con Roma e con la Sede Apostolica, affinché si possa realizzare quell’unico ovile custodito dall’unico Pastore, il Pontefice romano successore di S. Pietro, condizione sine qua non che garantisce l’entrata nella via della salvezza eterna e dell’assistenza della grazia divina per mezzo dell’azione vivificante dello Spirito Santo. Tutti coloro che respingono l’unione con il “vero” ed unico Santo Padre, sono fuori dalla Chiesa Cattolica e quindi erranti lungi dal cammino verso la beatitudine eterna. Questo riguarda tutti gli scismatici, eretici ed apostati che, allontanatisi dall’ovile della Chiesa Cattolica romana e dalla guida del “vero” Santo Padre, sono sul precipizio della dannazione eterna. Oggi questi comprendono oltre agli scismatici anglicani, ortodossi e delle infinite sette protestanti, anche gli aderenti alle sette sedevacantiste pseudo-tradizionaliste ed alla setta modernista scaturita dalle eresie e blasfemie del Vaticano II che si è mascherata da “chiesa moderna”, aperta ai disvalori della modernità, in realtà aprendo le porte ad un ultrapaganesimo pratico ed ad una idolatria indifferentista che rende culto a demoni e totem vari … Pachamama docet. Stiano attenti tutti i fedeli sedicenti cattolici, la loro adesione alla sinagoga di satana ed al suo rappresentante usurpante che occupa sacrilegamente il seggio di S. Pietro, e la cui azione è sempre più evidente a chi mastica anche solo un poco di dottrina cattolica, li porterà inevitabilmente all’eterna dannazione e non potranno invocare la loro ignoranza invincibile, visto che per la maggior parte si tratta di persone che sanno leggere, scrivere, intendere ed informarsi, ma che preferiscono ingannare la loro coscienza partecipando a culti luciferini, spacciati per messe del novus ordo, o a preghiere sacrileghe e senza approvazione ecclesiastica… Preghiamo perché il Signore voglia illuminarli prima che sia troppo tardi.

Leone XIII
Paterna caritas

Lettera Enciclica

La paterna carità con la quale abbracciamo tutte le componenti del gregge del Signore è tale, per la sua forza e per la sua natura, che risentiamo, come in un’intima e costante comunione di sentimenti, tutto ciò che accade di propizio o di avverso nel mondo cristiano. Pertanto, come un grande e continuo dolore si era impadronito del Nostro cuore per il fatto che un certo numero di Armeni, principalmente nella città di Costantinopoli, si era separato dalla vostra fraterna società, così sentiamo ora una gioia tutta speciale e ardentemente desiderata nel vedere che tale discordia si è, grazie a Dio, felicemente sedata. Ma mentre Ci rallegriamo della concordia e della pace che vi sono restituite, non possiamo fare a meno di esortarvi a conservare con cura e a sforzarvi anche di accrescere questo grande beneficio della bontà divina. Per ottenere questo, cioè intendere la stessa dottrina e provare gli stessi sentimenti in ciò che concerne la religione, bisogna che restiate tutti costanti, come lo siete, nell’obbedienza a questa Sede Apostolica; e quanto a Voi, cari Figli, dovete essere fedelmente sottomessi è obbedienti al vostro Patriarca e agli altri Vescovi che hanno il diritto di dirigervi. – Ora, siccome per scuotere questa religiosa concordia spesso viene l’occasione sia di contrasti negli affari pubblici, sia di contestazioni nelle cose private, dovete scongiurare i primi con quel rispetto e quella sudditanza che così lodevolmente manifestate verso il supremo Principe dell’Impero Ottomano, di cui Noi conosciamo bene lo spirito di giustizia, lo zelo per conservare la pace, e le eccellenti disposizioni a Nostro riguardo dimostrate da brillanti testimonianze. – Quanto alle contestazioni e alle rivalità, ne sarete agevolmente liberati se imprimerete profondamente nel cuor vostro e terrete presenti nella vostra condotta i precetti che San Paolo, l’Apostolo delle genti, dà a proposito della perfetta carità, la quale “è paziente e benigna; non è invidiosa, non agisce inconsideratamente, non si gonfia d’orgoglio, non è ambiziosa, non cerca i propri interessi, non si adira, non pensa al male” (1Cor XIII, 4-5). Inoltre questa eccellente e perfetta concordia degli animi vi assicurerà un altro beneficio, perché per merito suo potrete accrescere, come abbiamo detto, e fare sviluppare sempre più i risultati della pace e della restituita concordia. Infatti, essa farà rivolgere su di Voi gli sguardi e i cuori di coloro che, pur avendo in comune con Voi la razza e la nazionalità, tuttavia sono ancora separati da Voi e da Noi, e non si trovano nel sacro ovile, di cui Noi abbiamo la custodia. Vedendo l’esempio della vostra concordia e della vostra carità, essi si persuaderanno facilmente che lo spirito di Cristo vige fra Voi, perché Egli solo può unire i suoi a se stesso in modo tale da formare un solo corpo. Voglia Iddio che essi riconoscano ciò e decidano di ritornare a quell’unità da cui i loro antenati si sono separati! – Certamente accadrebbe loro d’essere inondati da una indicibile gioia vedendo che, per mezzo della loro unione a Noi e a Voi, sarebbero anche uniti a tutti gli altri fedeli che, nel mondo intero, appartengono al Cattolicesimo; comprenderebbero allora che essi si troverebbero negli abitacoli della mistica Sionne, alla quale sola è stato dato, secondo i divini oracoli, di rizzare dovunque le sue tende e stendere su tutta la terra i veli dei suoi tabernacoli. – Per altro sta principalmente a Voi, Venerabili Fratelli, posti alla testa della Diocesi d’Armenia, operare affinché questo auspicato ritorno si realizzi; a Voi, cui non manca, lo sappiamo bene, né lo zelo per esortare, né la dottrina per persuadere. Noi vogliamo pure che i dissidenti siano richiamati da Voi a nome Nostro e sulla Nostra parola; infatti, lungi dall’averne vergogna, conviene grandemente ricondurre alla casa paterna i figli che se ne sono allontanati e che sono aspettati da lungo tempo; anzi, bisogna andar loro incontro e aprire le braccia per stringerli al loro ritorno. Né crediamo che le vostre parole e le vostre esortazioni cadranno nel nulla. Infatti, la speranza nel desiderato effetto Ci viene prima dall’immensa misericordia di Dio sparsa fra tutte le genti, e poi dalla docilità e dalle qualità naturali dello stesso popolo Armeno. Numerosi documenti storici attestano quanto esso sia incline ad abbracciare la verità, una volta che l’abbia conosciuta, e quanto sia disposto a ritornarvi se si accorge d’avere deviato. – Quegli stessi che sono separati da Voi nel loro culto si gloriano che il popolo Armeno sia stato istruito nella fede di Cristo da quel Gregorio, uomo santissimo soprannominato l’Illuminatore, che essi venerano in modo particolare come loro padre e loro patrono. Fra loro è rimasto pure memorabile il viaggio che egli fece alla volta di Roma per testimoniare la sua fedeltà e il suo rispetto verso il Romano Pontefice San Silvestro. – Si dice anche che egli sia stato ricevuto con l’accoglienza più benevola, e che ne ottenesse parecchi privilegi. In seguito questi stessi sentimenti di Gregorio verso la Sede Apostolica furono condivisi da molti altri di coloro che ressero le Chiese Armene, come risulta dai loro scritti, dai loro pellegrinaggi a Roma e, principalmente, dai decreti sinodali. È ben degno davvero di essere rammentato, a conferma, ciò che i Padri Armeni, riuniti in Sinodo a Sis l’anno 1307, proclamarono sul dovere di obbedire a questa Sede Apostolica: “Come è proprio del corpo essere sottomesso alla testa, così la Chiesa universale (che è il corpo di Cristo) deve obbedire a colui che da Cristo Signore è stato costituito capo di tutta la Chiesa”. Questo fu confermato e sviluppato ancora più chiaramente nel Concilio di Adana, nel sedicesimo anno del medesimo secolo. – Senza parlare di cose di minore importanza, vi è ben noto ciò che fu fatto nel Concilio di Firenze. I delegati del Patriarca Costantino V, essendosi recati colà per venerare come Vicario di Cristo Eugenio IV Nostro Predecessore, dichiararono di essere venuti a lui che era il capo, il pastore e il fondamento della Chiesa, pregandolo che il capo avesse pietà delle membra, che il pastore riunisse il gregge e confermasse la Chiesa quale fondamento. E presentandogli il simbolo della loro fede, lo supplicavano in questi termini: “Se manca qualche cosa, faccelo conoscere”. – Allora fu pubblicata dal Pontefice la Costituzione conciliare Exultate Deo, con la quale Egli li istruì su tutto quello che giudicava necessario conoscere della dottrina cattolica. I delegati, ricevendo questa Costituzione, affermarono a nome proprio, del loro Patriarca e di tutta la nazione Armena, di aderirvi pienamente e di sottomettersi con cuore docile e devoto, “dichiarando a nome dei suddetti, e come veri figli della obbedienza, di ottemperare fedelmente agli ordini e alle prescrizioni della Sede Apostolica”. Perciò il Patriarca di Cilicia, Azaria, nella sua lettera a Gregorio XIII, Nostro Predecessore, in data 10 aprile 1585, poté scrivere con tutta verità: “Ecco che noi abbiamo trovato i documenti dei nostri antenati sull’obbedienza dei Cattolici e dei nostri Patriarchi al Pontefice di Roma; nel modo in cui San Gregorio l’Illuminatore fu obbediente al Papa San Silvestro”. È per questo che la nazione Armena ricevette con grandi onori i legati di ritorno dalla Santa Sede, e si fece un dovere di osservare fedelmente i precetti della stessa. – Noi nutriamo veramente la fiducia che questi ricordi saranno efficacissimi per indurre parecchi di coloro che sono ancora separati da Noi a ricercare l’unione. In verità, se la causa della loro indecisione o della loro esitazione fosse il timore di trovare meno sollecitudine a loro riguardo presso la Sede Apostolica, o di essere accolti da Noi con minore affetto di quanto essi vorrebbero, invitateli, Venerabili Fratelli, a rammentarsi ciò che hanno fatto i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, i quali non si sono mai trovati in difetto di testimonianze circa la loro carità paterna verso gli Armeni. Essi hanno sempre ricevuto con benevolenza quelli di loro che sono venuti in pellegrinaggio a Roma o che qui si rifugiarono; essi hanno anche voluto che fossero aperte per loro case d’ospitalità. Gregorio XIII, come è noto, aveva concepito il disegno di fondare un istituto per l’opportuna istruzione dei giovani Armeni, e se fu impedito dalla morte di mettere in esecuzione questo disegno, Urbano VIII lo realizzò in parte accogliendo, con gli altri allievi stranieri, anche gli Armeni nel vastissimo Collegio da lui istituito per la propagazione della fede. – Quanto a Noi, malgrado la malvagità dei tempi, abbiamo potuto, grazie a Dio, eseguire più largamente il disegno concepito da Gregorio XIII, e abbiamo assegnato agli alunni Armeni un fabbricato assai vasto presso San Nicola da Tolentino, istituendovi, nelle forme volute, il loro Collegio. Questo è stato fatto perché si rispettasse, doverosamente, la liturgia e la lingua dell’Armenia, così commendabile per l’antichità, l’eleganza e il gran numero d’insigni scrittori; e molto più perché un Vescovo del vostro rito dimorasse costantemente a Roma per iniziare alle cose sante tutti gli alunni che il Signore chiamasse al suo particolare servizio. A tale effetto era stata fondata da lungo tempo anche una scuola nel Collegio Urbaniano per l’insegnamento della lingua Armena, e Pio IX, Nostro Predecessore, aveva provveduto a che nel ginnasio del Seminario pontificio romano vi fosse un professore per insegnare agli alunni del paese la lingua, la letteratura e la storia della nazione Armena. – Del resto la sollecitudine dei Pontefici Romani verso gli Armeni non è restata circoscritta entro i confini di questa città, perché nulla è stato loro più a cuore che di togliere la vostra Chiesa dalle difficoltà in cui si trovava, e di riparare i mali che essa ebbe a subire per la perversità dei tempi. Nessuno ignora con quale cura Benedetto XIV si sforzò di proteggere e di conservare intatta la vostra liturgia, come quella delle altre Chiese orientali, e di fare in modo che la successione dei Patriarchi cattolici d’Armenia fosse reintegrata in favore della Sede di Sis. Voi sapete pure che Leone XII e Pio VIII dedicarono le loro cure affinché nella capitale stessa dell’Impero Ottomano gli Armeni avessero un prefetto della loro nazione per gli affari civili, come le altre comunità che appartengono a detto Impero. – Infine è vivo il ricordo degli atti compiuti da Gregorio XVI e da Pio IX per accrescere nel vostro paese il numero delle sedi episcopali, e perché il Prelato armeno di Costantinopoli primeggiasse in onore e dignità. Questo fu fatto, prima istituendo a Costantinopoli la Sede Arcivescovile e Primaziale, e poi decretandone l’unione con il Patriarcato della Cilicia, a condizione che la residenza del Patriarca fosse stabilita nella capitale dell’Impero. E per impedire che la distanza venisse ad indebolire la stretta unione dei fedeli Armeni con la Chiesa Romana, fu saggiamente provveduto a che il Delegato apostolico risieda nella medesima città, per rappresentare il Pontefice Romano. Voi stessi potete dunque essere testimoni della sollecitudine che abbiamo avuto per la vostra nazione, e Noi lo siamo a Nostra volta dell’attaccamento che professate verso di Noi, e del quale abbiamo spesso avuto la dimostrazione. – Quindi, poiché da una parte le qualità del vostro popolo, la pratica degli antenati e tutta la storia dei secoli passati sono fatti per attirare verso questa roccaforte della verità gli Armeni che sono separati da Voi, e con efficacia così grande che non saprebbero essere trattenuti da un più lungo indugio, e dall’altra la Sede Apostolica si è sempre sforzata di avere strettamente unita a sé la vostra nazione, e di richiamarla all’antica unione se qualche volta se ne allontanava, ne conseguono evidentemente validissime ragioni perché Voi, Venerabili Fratelli, vi consigliate, e perché Noi a Nostra volta abbiamo la buona speranza che sia pienamente ristabilita l’antica unione. Ciò tornerà certamente a profitto di tutta la nazione, non solamente per la salute eterna delle anime, ma anche per quella prosperità e quella gloria che si possono legittimamente desiderare sulla terra. La storia attesta infatti che fra i sacri Pastori dell’Armenia hanno brillato di più vivo splendore, come fulgide stelle, coloro che sono stati più strettamente uniti alla Chiesa Romana, e che la gloria della vostra nazione ha toccato il suo apogeo nei secoli in cui la religione cattolica vi ha prosperato più largamente. – Dio solo, moderatore di tutte le cose, può concedere che questo avvenga secondo i Nostri voti e i Nostri desideri, Lui solo, che “chiama coloro che vuole onorare e ispira sentimenti religiosi a chi vuole” . Con Noi fate salire verso di Lui supplichevoli preghiere, Venerabili Fratelli e diletti Figli, affinché, mossi dalla sua grazia trionfatrice, tutti coloro della vostra nazione che per il battesimo sono entrati nella società della vita cristiana e che tuttavia sono separati dalla Nostra comunione, Ci ricolmino d’una gioia intera ritornando a Noi, “professando la medesima dottrina, avendo la medesima carità e nutrendo tutti i medesimi sentimenti” (Fil II, 2). Sforzatevi d’avere per ausiliatrice presso il trono della grazia “la gloriosa, benedetta, santa, sempre Vergine Maria, Madre di Dio, Madre di Cristo” perché Ella offra “le nostre preghiere al Suo Figlio, nostro Dio”. Impiegate altresì come intercessore con Lei l’illustre martire Gregorio l’Illuminatore, affinché, quale ministro della grazia divina, compia e consolidi l’opera che egli ha cominciata a prezzo delle sue fatiche e della sua invincibile pazienza nei tormenti. Domandate infine, a imitazione della Nostra preghiera, che la docilità degli Armeni e il loro ritorno all’unità cattolica servano di esempio e di stimolo a tutti quelli che adorano Cristo ma sono separati dalla Chiesa Romana, affinché essi ritornino là donde sono partiti, e vi siano un solo ovile ed un solo Pastore. – Mentre a ciò dedichiamo i Nostri voti e la Nostra speranza, accordiamo, nell’effusione della carità e come pegno della bontà divina, la Benedizione Apostolica a Voi, Venerabili Fratelli, e a Voi tutti diletti Figli.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 luglio 1888, anno undecimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII- “INTER GRAVI”

L’Enciclica “Iter gravi”, indirizzata ai Vescovi peruviani, è una lettera piena di paterna compiacenza per il ruolo svolto da essi nel condurre il popolo loro affidato, e di esortazioni apostoliche a fare sempre meglio per la salvezza di un popolo da poco affacciatosi alla dottrina salvifica di Cristo e della sua vera unica Chiesa. Tantissimi i suggerimenti espressi dal Santo Padre, non solo rivolti ai Vescovi per la scelta dei parroci e la conduzione dei seminari istituiti per una valida formazione dei giovani chiamati al sacerdozio, ma anche per i laici colti, affinché possano collaborare con i loro scritti, a diffondere la verità cattolica e confutare gli errori di miscredenti, faziosi e settari nemici della Verità rivelata da Cristo ed affidata alla custodia della Chiesa Cattolica. Questa esortazione, in particolare, è ancor più oggi necessaria, nei tempi in cui la vera dottrina è occultata da una fede fittizia ed apparente, intrisa di sentimentalismo e deviante buonismo che non tiene conto cioè dei principi teologici dogmatici e morali che vengono volutamente alterati od interpretati secondo le massime perverse del mondo. La falsa chiesa, attualmente usurpante la santa Sede, diffonde eresie e comportamenti immorali che non sono nemmeno lontanamente parte della dottrina cattolica millenaria deviando milioni e milioni di anime e portandole sulla strada della perdizione; pertanto è compito di ciascun vero Cattolico, religioso o laico che sia, impegnarsi nel diffondere il vero credo e la verità evangelica ed apostolica rivelata, con ogni mezzo a propria disposizione e con tutta l’energia di cui è sostenuto  dalla grazia divina, senza tentennamenti o rispetto umano, rischiando ogni cosa per Cristo, anche la vita se necessario. Sappiamo infatti per Chi lottiamo, e la ricompensa che aspetta nella vita eterna coloro che amano Dio, il suo Cristo e la sua vera unica Chiesa. Nessuno ci potrà fermare!

INTER GRAVI

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII SULLA CHIESA IN PERÙ

Ai Vescovi del Perù.

Tra le molte e gravi preoccupazioni che continuamente ci dividono e ci opprimono, abbiamo ricevuto con gioia l’obbediente lettera che voi, Venerabili Fratelli, ci avete inviato dopo il vostro sinodo nella città di Lima. Leggendola con l’amore paterno che nutriamo per voi e per il vostro popolo, ci siamo molto rallegrati per le ripetute prove del vostro amore e della vostra fiducia in Noi e in questa Sede del Beato Pietro. Ma ci siamo soprattutto compiaciuti dello zelo comune con cui vi siete riuniti in obbedienza ai Nostri desideri di occuparvi delle più gravi preoccupazioni della Religione e di migliorare la condotta morale in quel gregge migliore su cui lo Spirito Santo vi ha posto come Vescovi.

2. Approviamo pienamente questa determinazione a garantire che i vostri fedeli rimangano saldi nella sincera adesione alla fede cattolica. – Tuttavia è Nostro piacere aggiungere nuovi incentivi, proprio come ai corridori in una gara, affinché continuiate strenuamente come avete iniziato e partecipiate ai sinodi che l’opportunità o la necessità impongono. Siamo infatti convinti, come abbiamo dichiarato più volte, che il mezzo più efficace per contrastare l’errore dilagante e per salvaguardare la Religione sia quello di avere i sacri Vescovi più strettamente uniti tra loro, condividendo piani e proposte.

3. Conosciamo la situazione religiosa del Perù e desideriamo che il Cattolicesimo vi fiorisca. Perciò, affinché questi sinodi siano più utili ai vostri fedeli, vi indichiamo quali siano le questioni a cui dovreste rivolgere la vostra attenzione. Questi sono i più adatti a fortificare il cammino della fede e ad accrescere l’efficacia della Chiesa. Per questo motivo non abbiamo mai smesso di inculcarli in frequenti documenti generali e in singole lettere ai Vescovi.

Importanza dell’educazione

4. In primo luogo, dirigete i vostri sforzi per inculcare nei seminaristi la disciplina dei buoni costumi ed un vivo zelo per l’acquisizione della conoscenza. Questo farà sì che gli studi, che ora decadono e languono tra i giovani che crescono come speranza della Chiesa, raggiungano quello splendore che giustamente desideriamo e che i tempi religiosi richiedono. Sapete infatti che il piano della divina Provvidenza era questo: dapprima servirsi dei valorosi martiri per spezzare la manifesta opposizione e la ferocia dei tiranni, affinché il loro sangue fosse il seme del Cristianesimo; poi, secondo lo stesso piano, destinare in ogni epoca uomini di eccezionale saggezza a difendere, non solo con l’autorità sacra ma con l’aiuto della ragione umana, i tesori di verità che Cristo ha portato alla Chiesa. Ora, però, il contagio delle opinioni perverse contamina e corrompe ogni cosa e, con il pretesto dello sviluppo della dottrina, la sapienza data da Dio viene osteggiata e rifiutata. Perciò è facile capire che c’è bisogno di difensori che abbiano indossato l’armatura della conoscenza e siano sempre pronti, come avverte l’Apostolo, a soddisfare tutti coloro che cercano una ragione della speranza che è in noi, ed a dare istruzione nella sana dottrina e anche a confutare coloro che contraddicono. Nel regolare il corso di studi nei vostri seminari, desideriamo che teniate conto di ciò che abbiamo prescritto nelle lettere Encicliche a questo proposito. Certamente nell’insegnamento della filosofia il Dottore Angelico Tommaso d’Aquino va molto onorato. La saggezza che scaturisce sempre riccamente dai suoi scritti e che è considerata degna di lode duratura dai Romani Pontefici deve essere impartita agli studenti in grande e generosa misura. Non vanno poi trascurate le scienze fisiche. Infatti, oltre al fatto che attualmente sono così stimate, è da esse che coloro che odiano i dogmi cattolici traggono i loro argomenti per attaccare le verità della Religione. Per questo motivo bisogna fare in modo che il clero sia abbastanza esperto in questa guerra per rispondere ai detrattori e confutare i loro errori con i loro stessi argomenti. Infine, osservate religiosamente ciò che abbiamo recentemente decretato riguardo alla coltivazione degli studi biblici. Se farete queste cose, l’onore del clero fiorirà e la reputazione della Chiesa durerà. Essa è sempre stata considerata la sostenitrice e la madre della sana cultura e dovrebbe davvero esserlo. Inoltre, avrete a disposizione uomini adatti, chiamati a condividere il vostro ministero e molto utili per insegnare ai fedeli e promuovere la pietà.

Selezione dei pastori

5. Un’altra cosa che raccomandiamo vivamente è di nominare come parroci solo gli uomini migliori che possiate trovare. Infatti, coloro che sono elevati a questo incarico, pieno di onori e di autorità, ma ancora più pieno di preoccupazioni e di asperità, sono coloro che i Vescovi scelgono come collaboratori nelle loro cure pastorali, e che utilizzano soprattutto come aiutanti, come esempio per coloro che crederanno in Lui per il conseguimento della vita eterna. – Cristo stesso, infatti, guida e protegge i suoi pastori; Egli veglia sui fedeli, affinché il popolo santo di Dio non sia messo in pericolo dagli attacchi dei nemici e non subisca danni. Essi sono i pastori di anime fatte a immagine del loro Creatore, acquistate per Dio e per l’Agnello non con cose deperibili, con argento o oro, ma con il prezioso sangue di Cristo, come di un agnello senza difetto. Perciò è opportuno che siano di nuovo in travaglio finché Cristo non sia formato in loro. Come pastori, a meno che non preferiscano essere annoverati tra i servi a pagamento, devono conoscere le loro pecore, nutrirle con il cibo della Parola di Dio e armarle con l’armatura dei Sacramenti. Modello del gregge, custodi del mistero della fede con coscienza pura, guidino il popolo loro affidato in modo da poter dire con l’Apostolo: “Siate imitatori di me come io lo sono di Cristo”. A buon diritto sono considerati Angeli che Dio manda davanti al suo popolo per custodirlo lungo il cammino e in mezzo ai nemici per condurlo al luogo che ho preparato, la città santa di Gerusalemme che sarà rivelata nell’ultimo tempo. Poiché tutto questo è così, vedete, venerabili fratelli, quanta fatica occorre per selezionare i pastori e quanta continua vigilanza per mantenerli fedeli al loro ufficio. Devono essere gli uomini di cui parlano le parole di nostro Signore: Voi siete la luce del mondo… Perciò scegliete uomini ardenti di amore e di zelo per le anime, che non cerchino ciò che è loro ma ciò che è di Cristo, pronti a sopportare il lavoro e persino a dare la vita per le loro pecore. Coloro che si sforzano di intraprendere un compito così arduo e venerabile per un lurido guadagno o per motivi umani, che non hanno la santità e la cultura adeguate, sono da respingere. Sono mercenari che non entrano dalla porta, sale che ha perso la sua salinità; non serve più a nulla se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

Importanza dei missionari

6. Queste cose saranno utili a coloro che si sono già felicemente uniti al gregge del Signore. Ma in mezzo a voi ci sono quelli che non sono ancora stati chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce, che siedono ancora nelle tenebre e nell’ombra della morte, pecore che ora periscono, che voi dovete condurre a Gesù, il primo Pastore delle anime. Città del Dio vivente, la Chiesa non ha limiti ed è aperta alla salvezza di tutti. La sua efficacia le è stata data dal suo divino Fondatore, ed essa si estende da un mare all’altro e ogni giorno allarga il luogo della sua tenda e le pelli del suo tabernacolo. Per questo, per diritto e merito, è chiamata Cattolica. Noi sperimentiamo e sappiamo correttamente che questa venuta dei popoli a Sion, il monte santo, è da attribuire alla grazia divina e che è Dio a dare al nome cristiano il suo incremento. Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira. Questo, tuttavia, è il piano di Dio misericordioso, dimostrato dall’insegnamento e dalle azioni del nostro Redentore, che l’uomo mortale cooperi con l’opera di Dio per la salvezza delle anime. La fede, infatti, come ci dice l’Apostolo, dipende dall’udito e l’udito dalla parola di Cristo: ma come potranno ascoltare se nessuno predica e come potranno predicare gli uomini se non saranno mandati? Perciò chiediamo che si moltiplichino le sacre missioni presso gli Indiani. Che si trovino più uomini di misericordia che liberamente e volentieri possano essere inviati come operai alla messe del Signore. Questi uomini non si pieghino alla carne e al sangue, ma, lasciando i loro fratelli, facciano di tutto per conquistare le anime a Cristo, per portare la cultura civile e le maniere gentili ad un popolo barbaro, e per dissipare le tenebre dell’ignoranza, in modo che possano ricevere un posto tra coloro che sono santificati dalla fede.

Usare la stampa per valorizzare il Cattolicesimo

7. L’ultima questione di cui vogliamo che vi occupiate diligentemente è la seguente: poiché in questi tempi si abusa di giornali e riviste per diffondere false opinioni e indebolire così la morale, dovreste considerare che tocca a voi percorrere la stessa strada e usare gli stessi mezzi, loro malvagiamente per distruggere, voi piamente per edificare. Sarà di grande aiuto se gli uomini di virtù e di cultura si dedicheranno alla scrittura ed alla pubblicazione dei loro sforzi, quotidianamente o a scadenze prestabilite. Mettendo a nudo l’errore in modo graduale e accurato, la verità sarà diffusa ed il languore delle menti dissipato. Allora la fede nutrita nei loro cuori sarà professata apertamente e strenuamente per amore della giustizia. Quali brillanti ricompense ci saranno se questi scrittori adempiranno ai loro doveri, poiché combattono per la migliore delle cause.  – Chiaramente, come abbiamo avvertito in altre occasioni, essi devono essere dotati di moderazione, prudenza e carità; devono difendere strenuamente i principi della verità e del diritto e affermare le sante prerogative della Chiesa; devono far conoscere la maestà della Sede Apostolica; e devono rispettare l’autorità di coloro che governano lo Stato. Nell’adempimento dei loro doveri, tuttavia, devono ricordare di amare la guida dei Vescovi e di seguire i loro consigli. In questo modo, venerabili fratelli, potrebbe sorgere un’eccellente difesa con la quale potreste richiamare il popolo a voi affidato dalle sorgenti della corruzione e condurlo ai pozzi di acqua viva.

8. Ecco, dunque, il materiale che vogliamo che prendiate in considerazione nei vostri sinodi. Non dubitiamo che farete ogni sforzo certo e deliberato per rispondere ai Nostri desideri. E affinché ciò avvenga di comune accordo, imploriamo l’aiuto del cielo, usando come intercessori, insieme a Maria, l’Immacolata Madre di Dio, il santo vescovo Turibio e la Vergine Rosa, il primo del vostro Paese, il Perù, e di tutta l’America del Sud, a cui la Chiesa rivolge un fiore di santità.

9. Nel frattempo, come testimonianza del Nostro amore, Venerabili Fratelli, e come promessa di benedizioni divine, impartiamo con grande amore a tutti voi, al clero e al vostro popolo la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° maggio 1894, nel diciassettesimo anno del Nostro pontificato.

LEO XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “IN AMPLISSIMO”

Questa breve lettera Enciclica, venne scritta da S. S. Leone XIII all’Arcivescovo Cardinal Gibbons e a tutti i Vescovi statunitensi nel venticinquesimo anniversario del suo Pontificato con un tono elogiativo e celebrativo dell’azione proficua svolta dai prelati americani in favore della Religione cattolica, azione particolarmente delicata in un contesto inflazionato da sette umane pseudocristiane e da ideologie ateo-massoniche e moderniste che contrastavano l’espandersi della verità evangelica come diffusa dall’unica vera Chiesa fondata da Cristo e capeggiata dal suo Vicario in terra, il Sommo Pontefice romano. « … Dovete quindi, e con voi la schiera cattolica alle spalle, sfruttare strenuamente il tempo favorevole per l’azione che è ora a vostra disposizione, diffondendo il più possibile la luce della verità contro gli errori e le assurde immaginazioni delle sette che stanno sorgendo. » Volesse il cielo che quegli elogi e sollecitazioni a far meglio fosse ancora oggi possibile rivolgere ai prelati statunitensi, in larga parte apostati della fede e colonna portante del modernismo anticattolico promulgato dalla falsa religione del conciliabolo c. d. Vaticano II, inganno satanico destinato a perdere l’anima di fedeli superficiali, ignari e tenuti all’oscuro della vera dottrina cattolica, della retta teologia e del Magistero bimillenario prodotto dai Pontefici romani e dai Concili ecumenici presieduti da un vero Pontefice, come faro di luce proiettato a tutte le genti onde illuminare il loro cammino di salvezza.

IN AMPLISSIMO

ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII

SULLA CHIESA NEGLI STATI UNITI

A James Cardinal Gibbons e agli Arcivescovi, e i Vescovi degli Stati Uniti.

Certamente abbiamo motivo di rallegrarci, e il mondo cattolico, in virtù della sua venerazione per la Sede Apostolica, ha motivo di rallegrarsi per il fatto straordinario che siamo da annoverare come il terzo della lunga serie di Romani Pontefici ai quali è stato felicemente concesso di entrare nel venticinquesimo anno del Sommo Sacerdozio. Ma in questa cerchia di congratulazioni, mentre le voci di tutti ci sono gradite, quella dei Vescovi e dei fedeli degli Stati Uniti del Nord America ci rallegra in modo particolare, sia per le condizioni che danno al vostro Paese un posto di rilievo rispetto a molti altri, sia per l’amore speciale che nutriamo per voi.

2. Nella vostra lettera congiunta a noi, amato Figlio e Venerabili Fratelli, vi siete compiaciuti di menzionare in dettaglio ciò che, spinti dall’amore per voi, abbiamo fatto per le vostre chiese nel corso del nostro Pontificato. D’altra parte, siamo lieti di ricordare i molti modi diversi in cui avete servito alla Nostra consolazione durante questo periodo. Se abbiamo trovato piacere nello stato di cose che prevaleva tra voi quando siamo entrati per la prima volta nella carica del Supremo Apostolato, ora che abbiamo superato i ventiquattro anni nella stessa carica, siamo costretti a confessare che il nostro primo piacere non è mai diminuito, ma, al contrario, è aumentato di giorno in giorno a causa dell’aumento della cattolicità tra voi. La causa di questo aumento, sebbene sia innanzitutto da attribuire alla provvidenza di Dio, deve anche essere attribuita alla vostra energia e attività. Nella vostra prudente politica, avete promosso ogni tipo di organizzazione cattolica con tale saggezza da provvedere a tutte le necessità e a tutti gli imprevisti, in armonia con il notevole carattere del popolo del vostro Paese.

3. Il vostro principale elogio è quello di aver promosso e di continuare a promuovere con cura l’unione delle vostre Chiese con questo capo delle Chiese e con il Vicario di Cristo in terra. Qui, come giustamente confessate, si trova l’apice ed il centro del governo, dell’insegnamento e del sacerdozio; la fonte di quell’unità che Cristo ha destinato alla sua Chiesa e che è una delle note più evidenti che la distinguono da tutte le sette umane. Come non abbiamo mai mancato di esercitare con vantaggio questo salutarissimo ufficio di insegnamento e di governo in ogni nazione, così non abbiamo mai permesso che voi o il vostro popolo ne soffriste la mancanza. Abbiamo infatti sfruttato volentieri ogni occasione per testimoniare la costanza della nostra sollecitudine per voi e per gli interessi della Religione tra voi. E la nostra esperienza quotidiana ci obbliga a confessare che abbiamo trovato il vostro popolo, grazie alla vostra influenza, dotato di perfetta docilità ed alacrità d’animo. Pertanto, mentre i cambiamenti e le tendenze di quasi tutte le Nazioni che sono state cattoliche per molti secoli sono motivo di dolore, lo stato delle vostre chiese, nella loro fiorente giovinezza, rallegra il Nostro cuore e lo riempie di gioia. È vero che la legge del Paese non vi concede alcun favore particolare, ma d’altra parte i vostri legislatori hanno certamente il diritto di essere lodati per il fatto che non fanno nulla per limitarvi nella vostra giusta libertà.

4. Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, tutto ciò che è stato fatto da ognuno di voi per la creazione e il successo di scuole e accademie per la corretta educazione dei giovani. Con il vostro zelo in questo senso avete chiaramente agito in conformità alle esortazioni della Sede Apostolica e alle prescrizioni del Concilio di Baltimora. Il vostro magnifico lavoro a favore dei seminari ecclesiastici è stato sicuramente calcolato per aumentare le prospettive di bene del Clero e per accrescerne la dignità. E non è tutto. Avete saggiamente preso misure per illuminare i dissidenti e per attirarli alla verità, nominando membri del clero dotti e degni di nota che vadano di distretto in distretto per parlare loro in pubblico, in stile familiare, nelle chiese ed in altri edifici, e per risolvere le difficoltà che possono essere avanzate. Un piano eccellente che, come sappiamo, ha già dato abbondanti frutti. La vostra carità non è stata indifferente alla triste sorte dei negri e degli indiani: avete inviato loro insegnanti, li avete aiutati generosamente e state provvedendo con grande zelo alla loro salvezza eterna. Siamo lieti di aggiungere uno stimolo, se necessario, per consentirvi di continuare questi impegni con la piena fiducia che il vostro lavoro sia degno di lode.

5. Infine, per non omettere l’espressione della Nostra gratitudine, vorremmo che sapeste quale soddisfazione ci avete procurato con la liberalità con cui il vostro popolo si sforza di contribuire con le sue offerte ad alleviare la penuria della Santa Sede. Molte e grandi sono le necessità alle quali il Vicario di Cristo, in quanto supremo Pastore e Padre della Chiesa, è tenuto a provvedere per scongiurare il male e promuovere la fede. Per questo la vostra generosità diventa un esercizio e una testimonianza della vostra fede.

6. Per tutti questi motivi desideriamo dichiararvi ancora e ancora il nostro affetto per voi. La benedizione apostolica, che impartiamo con grande amore nel Signore su tutti voi e sulle greggi affidate a ciascuno di voi, sia presa come segno di questo affetto e come auspicio di doni divini.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 aprile 1902, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “PATERNÆ”

Anche in Brasile la Chiesa attraversava momenti di grandi difficoltà sociali, economiche, dottrinali. Ecco perché il Sommo Pontefice dava imbeccate ai Vescovi perché ponessero alla base della loro opera pastorale, una formazione dottrinale e spirituale quanto più perfetta possibile al novello clero in formazione, distaccandolo dal mondo laico e dal suo modo di pensare ed agire non sempre consono alle attività di un vero e degno rappresentante di Cristo. Utilissime raccomandazioni che non sempre sono state seguite per preparare buoni Sacerdoti, non solo in Brasile, ma in tutti i Paesi un tempo cattolici, che proprio per questo, non sono più cattolici, ma immorali e corrotti da costumi pagani di fede masso-modernista antievangelica postconciliare, oggi tronfiamente autoproclamati apolidi globalisti. Tuttavia, non temiamo, Dio sembra dormire, ma ad tratto si sveglierà e come un forte stordito dal vino sbaragliera’ le forse del male adunate per abbattere il Cristianesimo e la sua vera unica Chiesa.

Leone XIII
Paternæ providæque

Lettera Enciclica

La formazione del clero nei seminari del Brasile

18 settembre 1899

Ci rallegriamo vivamente, venerabili fratelli, che sia stato conseguito, soprattutto per il vostro zelo, un non piccolo frutto della Nostra paterna e provvida sollecitudine verso la vostra gente. Aderendo infatti alla Nostra lettera che abbiamo scritto il 2 luglio 1894, con il vostro zelo e la vostra fatica, avete fatto in modo che la pietà venisse risvegliata nel popolo, e l’antica disciplina rivivesse negli uomini rivestiti dell’Ordine sacro. E conosciamo bene quanto lavoro avete compiuto per difendere l’incolumità e i diritti dei membri delle Congregazioni religiose, che sono sopravvissuti dalle antiche famiglie di questa regione, e per riportarli all’antico splendore della loro istituzione. A questi si sono associati in modo validissimo altri fratelli dall’Europa: non hanno ritardato il loro nobile impeto né la lunghezza del viaggio, né l’inclemenza del cielo, né i dissimili costumi. Si aggiungono le numerose Congregazioni istituite più di recente, fatte venire dal vostro concorde zelo, sia per istituire o guidare le case per adolescenti, sia per procedere alle sacre missioni, sia per compiere altre cose nel servizio sacerdotale, per le quali questo clero impari di numero non avrebbe potuto essere sufficiente. Non ultima causa di conforto infine, la offrono i Seminari, che presso di voi sono aumentati di numero o sono stati restituiti alla condizione migliore. – Questi fausti inizi, e i progressi fin qui registrati, fanno crescere la speranza che in poco tempo potrà verificarsi che le sacre gerarchie accresciute da Noi, assicurino a propria volta incrementi di giorno in giorno maggiori. Questo sembrano bene augurarlo sia la vostra provata operosità e riconosciuta diligenza, venerabili fratelli, sia anche il popolo brasiliano, per indole e consuetudine inclinato alla pietà. – Ci sono tuttavia alcune cose talmente necessarie per il progredire della realtà cattolica, che non è sufficiente essersi occupati di loro una volta sola; vogliono essere più spesso ricordate e raccomandate, A queste appartiene in modo particolare la cura che deve essere riservata ai seminari, con la situazione dei quali si collega al massimo grado il successo della Chiesa. Nella disciplina che vi si deve instaurare, preme soprattutto, cosa che alcuni presuli hanno già felicemente eseguito, che gli alunni che hanno la speranza di consegnarsi a Dio mediante gli Ordini sacri, risiedano in dimore separate, ciascuna con distinte regole e leggi, e queste loro case ricevano il nome di seminari; le altre, quelle per educare gli adolescenti ai servizi civili, siano denominate convitti e collegi. Dalla quotidiana esperienza infatti, risulta che i seminari misti sono meno adeguati al proposito e alla cautela della Chiesa; e che quella coabitazione con i laici è la causa per cui il più delle volte i chierici si allontanino dal santo proposito. È conveniente che questi, fin dai primi anni, si abituino al giogo del Signore, si dedichino quanto più possibile alla pietà, siano al servizio delle sacre funzioni, si conformino all’esempio della Vita Sacerdotale. Debbono essere quindi tenuti per tempo lontani dai pericoli, separati dalle cose profane, educati secondo le utilissime leggi proposte da san Carlo Borromeo, come vediamo che si fa nei principali seminari d’Europa. – La medesima ragione di evitare i pericoli, invita a provvedere per gli alunni un soggiorno in campagna durante le vacanze, e a non lasciare che ciascuno ritorni ad arbitrio presso la propria famiglia. Molti esempi di perversità attendono infatti gli incauti, soprattutto in quelle case coloniche, dove le famiglie degli operai vivono ammassate; proprio per questo succede che, cedendo alle giovanili cupidigie, o siano distolti da quanto hanno iniziato, o in quanto futuri Sacerdoti siano di scandalo per il popolo. Raccomandiamo qui vivamente questa cosa, che è già stata sperimentata felicemente da alcuni Vescovi, e ne siamo promotori presso di voi, venerabili fratelli, affinché, una volta resa comune questa legge, possiate in seguito meglio provvedere alla custodia del clero adolescente. – E non è meno auspicabile, cosa che già altra volta abbiamo dichiarato, che con impegno e in modo prudente, si presti grande attenzione allo scrivere e divulgare i giornali cattolici. Difficilmente infatti, questo è il nostro tempo, il popolo attinge le opinioni e modella i propri costumi, da altro luogo che da queste quotidiane letture. Dispiace che talvolta siano lasciate in disuso da parte dei buoni queste armi che, usate dalle mani degli empi con scaltrissimo allettamento, preparano una fine miseranda alla fede e ai costumi. Bisogna quindi affilare lo stilo e incitare alla scrittura, affinché la vanità lasci il posto alla verità e le menti ricolme di pregiudizi obbediscano a poco a poco alla voce della ragione e della giustizia. – Confina con questa utilità quell’altra che consegue dall’accesso dei Cattolici alle cose dello stato e dalla loro assunzione nell’assemblea legislativa. Infatti, si può essere utili ad ogni ottima causa con la voce non meno che con lo scritto, con l’influenza e con l’autorità non meno che con la scrittura. Non sembra poi inopportuno che talvolta possano essere accolti in queste assemblee uomini dell’Ordine sacro; che anzi, anche con questi aiuti, quali sentinelle della Religione, si possono ottimamente salvaguardare i diritti della Chiesa. Bisogna però guardarsi moltissimo dal fatto che in tutto questo non ci sia un tale accanimento, da sembrare di essere spinti più da una miserevole ambizione o da un cieco zelo partigiano, che dallo zelo del bene cattolico. Cosa c’è infatti di più indegno che il lottare fra Ministri sacri, al punto che dalla cura delle cose dello stato, questi introducano nella società la realtà più dannosa, la sedizione e la discordia? Che cosa invero, se scivolando nei progetti dei peggiori, ci si oppone continuamente all’autorità costituita? Tutte queste cose sono di straordinaria offesa per il popolo, e suscitano una straordinaria invidia nel Clero. Il diritto di voto deve essere usato con moderazione; si deve evitare ogni sospetto di ambizione; le funzioni statali debbono essere assunte con prudenza; non ci si deve mai allontanare dall’obbedienza alla suprema Autorità. – Ci è sembrato di nuovo opportuno, venerabili fratelli, esortare a quelle azioni, con le quali in modo adeguato si possa provvedere presso di voi al bene della realtà cristiana. E voglia il cielo che le forze non siano impari alla vostra egregia volontà, e che non sia di impedimento alla messa in pratica degli ottimi progetti la scarsità di denaro. E infatti, come per l’innanzi, non sono più garantite dal pubblico erario le spese per voi, o per le collegiate dei canonici, o per i seminari, o per le parrocchie, o per la costruzione delle chiese. Resta quasi una sola cosa, alla quale ci si possa appoggiare, la volontà popolare di compiere elargizioni. In questo almeno, fornisce una eccellente speranza la consuetudine del popolo brasiliano, per la nobiltà del suo spirito, dispostissima alle elargizioni, soprattutto nelle cose che riguardano il rendere un buon servizio alla Chiesa. E Noi abbiamo illustrato nella Nostra lettera sopra ricordata questo loro merito, quando abbiamo detto, riguardo alla dote da costituire per le nuove Diocesi che sono del tutto prive di beni, che Noi non avevamo nulla da anticipare; che Noi avevamo sufficiente fiducia nella pietà e nella religiosità del popolo brasiliano, e che questo non avrebbe negato l’aiuto ai suoi Vescovi. E volentieri vorremmo presentare come esempio la prodiga liberalità, con la quale i figli dell’America settentrionale gareggiano nell’andare incontro ai loro Vescovi, in numero molto più grande, e ai collegi cattolici, alle scuole, e agli altri pii istituti, se la vostra nazione non abbondasse di bellissimi esempi del proprio paese. Non bisogna poi dimenticare quante ragguardevoli chiese ebbero cura di costruire i vostri antenati, a quanti monasteri fornirono una dote, quante grandiose memorie di cristiana pietà e beneficenza lasciarono a voi. – Ci sono poi a disposizione parecchi modi per soccorrere alle necessità della Chiesa. Fra questi, riteniamo che sia molto utile costituire in ogni Diocesi una cassa comune, nella quale i fedeli conferiscano una offerta annuale, che deve essere raccolta da uomini e donne prescelti fra le persone più illustri, agli ordini e sotto la guida dei parroci. Conviene poi che le prime opere di costoro siano nell’elargizione; cosa che eseguiranno ottimamente se, da redditi sicuri, dei quali, spesso ricchissimi, essi stessi usufruiscono, cederanno qualcosa, e oltre agli incerti proventi si impongano di dispensare una qualche quantità di denaro, a guisa di tributo, Di non minore aiuto possono essere ai Vescovi che sono in difficoltà per mancanza di mezzi, quei monasteri e quelle pie confraternite provviste di beni maggiori. Ma si sarà provveduto al pubblico bene in modo ancora più felice, se quella somma non esigua di denaro che si suole utilizzare per gli spettacoli profani da parte di alcune delle suddette confraternite, verrà destinata alla cassa diocesana. Se alcuni, infine, ricchi di beni di fortuna più di altri, vogliono seguire il lodevole costume degli antichi, e disporre per testamento il compimento di un atto di beneficenza a favore delle pie confraternite o di altre associazioni, li esortiamo con forza, affinché si ricordino di lasciare una qualche somma di denaro ai Vescovi, con la quale questi, così confortati, possano salvaguardare sia le cose della Chiesa che la propria dignità. – Abbiamo portato avanti la vostra causa, venerabili fratelli, Noi stessi, che l’ingiuria dei tempi ha costretto a richiedere con grande insistenza l’obolo di Pietro. Del resto, per prima cosa vi conforti il pensiero della fiducia che deve essere riposta in Dio, “poiché egli ha cura di noi” (1 Pt V, 7); e ricordatevi delle parole dell’apostolo: “Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia” (2 Cor IX,10), Il Clero e il popolo, per reggere i quali lo Spirito Santo ha posto voi come Vescovi, abbiano davanti agli occhi quella primitiva generosità del credenti, di quella moltitudine “che aveva un cuor solo e un’anima sola” (At IV, 32); i quali erano solleciti della santa società della Chiesa molto più che della propria prosperità, e vendendo “portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” (At IV, 34-35), Ricordino le parole di Paolo, con le quali alla fine ci rivolgiamo loro: “Vi preghiamo poi, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano fra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con ogni rispetto e carità a motivo del loro lavoro” (1 Ts V,12-13). – Frattanto a voi, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, impartiamo con grande amore nel Signore la benedizione apostolica, auspice dei doni celesti e testimone della nostra benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 18 settembre 1899, anno XXII del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “DEPUIS LE JOUR”

Depuis le jour è un’Enciclica scritta in francese ed indirizzata ai Vescovi di Francia, ma rivolta in pratica a tutti i Vescovi e Sacerdoti cattolici di ogni tempo e di ogni luogo, e che serve oggi a noi per capire cosa significhi essere un Sacerdote cattolico vero per distinguerlo dalle sue contraffazioni moderniste attuali. In particolare acquistano un peso straordinario le seguenti parole: « In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia così spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. » Se questi insegnamenti fossero stati recepiti ed applicati dai Sacerdoti, Vescovi e prelati tutti, essi non sarebbero caduti nel tranello del falso Concilio c. d. Vaticano II, e nelle trappole di tutti gli abomini dottrinali postconciliari ancora oggi in costante “evoluzione”. Se si fossero preparati in modo coscienzioso e zelante, come il loro ruolo richiedeva, avrebbero preso le distanze dalle eresie pur grossolane professate dagli antipapi che si sono susseguiti dal 1958 in poi sino ad oggi. Invece per rispetto umano, per mantenere cariche e prebende, e per somma ignoranza teologica dogmatica e morale, si sono adattati alla falsa fede, diciamolo chiaramente: sono caduti nella totale apostasia. Questo ha permesso al Signore per setacciare e separare la crusca dal fior di farina, … purtroppo molta crusca e pochissima farina. Godiamoci questa bella Enciclica, ricca di dottrina, sapienza umana, morale, dottrinale e disciplinare di S. S. LEONE XIII.

Leone XIII
Depuis le jour

Lettera Enciclica

La formazione del clero in Francia

8 settembre 1899

Fin dal giorno in cui siamo stati elevati alla Cattedra pontificia, la Francia è stata l’oggetto costante della Nostra sollecitudine e del Nostro particolarissimo affetto. Nel corso dei secoli, infatti, mosso dagli insondabili disegni della sua misericordia sul mondo, proprio in essa Dio ha scelto di preferenza gli apostoli destinati a predicare la vera fede fino ai confini della terra, e a portare la luce dell’Evangelo alle nazioni ancora immerse nelle tenebre del paganesimo. Egli l’ha predestinata ad essere il difensore della sua chiesa e lo strumento delle sue grandi opere: “Le imprese di Dio per mezzo dei Franchi”. A una così alta missione, corrispondono evidentemente numerosi e gravi doveri. Desiderosi, come i Nostri predecessori, di vedere la Francia portare fedelmente a compimento il glorioso mandato di cui ha ricevuto l’incarico, le abbiamo già più volte rivolto, durante il Nostro lungo pontificato, i Nostri consigli, il Nostro incoraggiamento, le Nostre esortazioni. Lo abbiamo fatto in modo del tutto speciale nella Nostra lettera enciclica dell’8 febbraio 1984, Nobilissima Gallorum gens, e nella Nostra lettera del 16 febbraio 1892, pubblicata in lingua francese e che comincia con queste parole: Au milieu des sollicitudes. Le Nostre parole non sono rimaste infruttuose, e Noi sappiamo da parte vostra, venerabili fratelli, che una gran parte del popolo francese mantiene sempre in onore la fede dei suoi avi e adempie con fedeltà i doveri che essa impone. Non possiamo d’altra parte ignorare che i nemici di questa fede non sono rimasti inattivi, e che sono giunti ad allontanare da ogni principio religioso un gran numero di famiglie che, per questo motivo, vivono ora in una deplorevole ignoranza della verità rivelata, e in una completa indifferenza per tutto ciò che riguarda i loro interessi spirituali e la salvezza delle loro anime. – Se dunque, e a buon diritto, Ci congratuliamo con la Francia per il suo essere un focolare di apostolato per le nazioni infedeli, dobbiamo anche incoraggiare gli sforzi di quelli fra i suoi figli che, arruolati nel sacerdozio di Gesù Cristo, lavorano all’evangelizzazione dei loro compatrioti, e alla loro difesa contro l’irrompere del naturalismo e dell’incredulità, con le loro funeste e inevitabili conseguenze. Chiamati dalla volontà di Dio ad essere i salvatori del mondo, i sacerdoti devono sempre, e prima di tutto, ricordarsi di essere, in virtù dell’istituzione stessa di Gesù Cristo, il “sale della terra” (Mt V,13), per cui s. Paolo, scrivendo al suo discepolo Timoteo, conclude a ragione “che devono essere esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza” (1Tm IV, 12). – Che tale sia il clero di Francia, preso nel suo insieme, è per Noi sempre, venerabili fratelli, una grande consolazione il venirlo a sapere, sia mediante le relazioni quadriennali che Ci inviate sullo stato delle vostre diocesi, in conformità con la costituzione di Sisto V; sia mediante le comunicazioni verbali che riceviamo da voi, quando abbiamo la gioia di intrattenerci con voi e di ricevere le vostre confidenze. Sì, la dignità della vita, l’ardore della fede, lo spirito di dedizione e di sacrificio, lo slancio e la generosità dello zelo, la carità inesauribile verso il prossimo, la vigoria in tutte le nobili e feconde imprese che hanno come scopo la gloria di Dio, la salvezza delle anime, il bene della patria: queste sono le tradizionali e preziose qualità del clero francese, alle quali Noi siamo ben felici di poter rendere qui una pubblica e paterna testimonianza. Tuttavia, proprio a motivo del tenero e profondo affetto che gli portiamo; e insieme per adempiere al dovere del Nostro ministero apostolico, e per rispondere al Nostro vivo desiderio di vederlo rimanere sempre all’altezza della sua grande missione, abbiamo deciso, venerabili fratelli, di trattare nella presente lettera alcuni punti che le attuali circostanze raccomandano con la massima urgenza alla coscienziosa attenzione dei primi pastori della chiesa di Francia, e dei sacerdoti che lavorano sotto la loro autorità. – In primo luogo è assolutamente evidente che quanto più un ufficio è elevato, complesso, difficile, tanto più lunga e accurata deve essere la preparazione di coloro che sono chiamati ad adempierlo. Esiste forse una dignità sulla terra più alta di quella del Sacerdozio, e un ministero che impone una responsabilità più pesante di quello che ha per oggetto la santificazione di tutti gli atti liberi dell’uomo? Non è forse del governo delle anime che i Padri con ragione hanno detto che è “l’arte delle arti”, cioè il più importante e il più delicato di tutti i lavori ai quali un uomo possa applicarsi per l’utilità dei suoi simili “ars artium regimen animarum” Nulla dunque dovrà essere trascurato per preparare ad adempiere degnamente e con frutto siffatta missione coloro che sono chiamati da una vocazione divina. – Prima di tutto è necessario discernere, fra i fanciulli, coloro in cui l’Altissimo ha deposto il germe di una tale vocazione. Sappiamo che, in un certo numero di diocesi di Francia, grazie alle vostre sapienti raccomandazioni, i Sacerdoti delle parrocchie, soprattutto nelle campagne, si applicano, con uno zelo e una abnegazione degni di ogni lode da parte Nostra, a dare inizio essi stessi agli studi elementari dei fanciulli nei quali abbiano riscontrato serie disposizioni alla pietà e attitudini al lavoro intellettuale. Le scuole presbiterali sono così come il primo gradino di questa scala ascendente che, prima per mezzo dei seminari minori, poi per mezzo dei seminari maggiori, farà salire fino al sacerdozio i giovani ai quali il Salvatore ha ripetuto la chiamata rivolta a Pietro e Andrea, a Giovanni e Giacomo: “Lasciate le vostre reti; seguitemi; vi farò pescatori di uomini” (Mt IV, 19). – Per quel che riguarda i seminari minori, questa validissima istituzione è stata spesso paragonata a quei vivai dove sono riposte le piante che esigono cure speciali e assidue, per mezzo delle quali soltanto esse possono portare frutti e compensare delle loro fatiche quelli che si dedicano alla loro coltivazione. Noi rinnoviamo a questo riguardo la raccomandazione che, nella sua enciclica dell’8 dicembre 1849, il nostro predecessore Pio IX rivolgeva ai Vescovi. Questa si riferiva a una delle più importanti decisioni dei padri del Concilio di Trento. La chiesa di Francia può davvero farsene gloria, per averne fatto tesoro in questo secolo presente, poiché non vi è nessuna delle 94 diocesi di cui si compone che non sia dotata di uno o più seminari minori. – Noi sappiamo, venerabili fratelli, con quali sollecitudini circondate queste istituzioni così giustamente care al vostro zelo pastorale, e Noi ci rallegriamo con voi. I sacerdoti che, sotto la vostra alta direzione, lavorano alla formazione della gioventù chiamata ad arruolarsi successivamente nei ranghi della milizia sacerdotale, non potranno mai meditare a sufficienza davanti a Dio l’eccezionale importanza della missione che voi loro affidate. Non si tratta affatto per loro, come per la generalità dei maestri, di insegnare semplicemente ai fanciulli gli elementi delle lettere e delle scienze umane. Questa è solo la parte minore del loro compito. Bisogna che la loro attenzione, il loro zelo, la loro dedizione siano incessantemente vigili e attive, per studiare continuamente, da una parte, sotto lo sguardo e alla luce di Dio, le anime dei fanciulli e gli indizi significativi della loro vocazione al servizio dell’altare; dall’altra, per aiutare l’inesperienza e la debolezza dei loro giovani discepoli, a proteggere la grazia così preziosa della chiamata divina contro tutte le influenze funeste, sia esteriori che interiori. Debbono dunque adempiere un ministero umile, laborioso, delicato che esige una costante abnegazione. Per sostenere il loro coraggio nel compimento dei loro doveri, avranno cura di ritemprarlo alle fonti più pure dello spirito di fede. Non perderanno mai di vista che non debbono preparare per delle funzioni terrene, legittime e onorevoli che siano, i fanciulli di cui formano l’intelligenza, il cuore e il carattere. La Chiesa li affida a loro perché diventino capaci un giorno di essere Sacerdoti, cioè missionari dell’Evangelo, continuatori dell’opera di Gesù Cristo, distributori della sua grazia e dei suoi sacramenti. Questa considerazione tutta sovrannaturale si compenetri continuamente alla loro duplice azione di professori e di educatori, e sia come quel lievito che deve essere impastato con il miglior frumento, secondo la parabola evangelica, per trasformarsi in un pane fragrante e sostanzioso (Mt XIII, 33). – Se la preoccupazione costante di una prima e indispensabile formazione allo spirito e alle virtù sacerdotali deve ispirare i maestri dei vostri seminari minori nelle loro relazioni con gli allievi, è ancora a questa medesima idea principale e direttrice che dovranno riferirsi il piano di studi, e tutta l’economia della disciplina. Non ignoriamo, venerabili fratelli, che, in una certa misura, siete costretti a tenere conto dei programmi dello stato e delle condizione poste da quest’ultimo per il conseguimento dei gradi universitari, poiché, in un certo numero di casi, questi gradi sono necessari per i Sacerdoti utilizzati sia nella direzione dei liberi collegi, posti sotto la tutela dei Vescovi o delle Congregazioni religiose, sia per l’insegnamento superiore nelle facoltà cattoliche che voi avete così lodevolmente fondato. D’altra parte, è di supremo interesse, per conservare l’influenza del clero sulla società, che questo conti nelle sue fila un numero molto elevato di Sacerdoti che non siano inferiori in nulla per la scienza, di cui i gradi sono la constatazione ufficiale, ai maestri che lo stato forma per i suoi licei e per le sue università. – Tuttavia, e dopo aver dato a questa esigenza dei programmi la parte richiesta dalle circostanze, bisogna che gli studi di coloro che aspirano al sacerdozio restino fedeli ai metodi tradizionali dei secoli passati. Sono questi che hanno formato gli uomini eminenti di cui la chiesa di Francia va orgogliosa a così giusto titolo, i Pétau, i Thomassin, i Mabillon e tanti altri, senza parlare del vostro Bossuet, chiamato l’aquila di Meaux, perché, sia per l’elevatezza dei pensieri, sia per la nobiltà del linguaggio, il suo genio aleggia nelle più sublimi regioni della scienza e dell’eloquenza cristiana. Ora, è lo studio delle belle lettere che ha potentemente aiutato questi uomini a diventare così validi e utili operai al servizio della Chiesa, e li ha resi capaci di comporre delle opere veramente degne di passare ai posteri e che contribuiscono ancora ai nostri giorni alla difesa e alla diffusione della verità rivelata. Sono proprio le belle lettere infatti, quando sono insegnate da abili maestri cristiani, quelle che sviluppano rapidamente nell’anima dei giovani tutti i germi della vita intellettuale e morale, e insieme contribuiscono a dare al giudizio rettitudine e ampiezza, e al linguaggio eleganza e distinzione. – Questa considerazione acquista una speciale importanza quando si tratta della letteratura greca e latina, depositaria dei capolavori di scienza sacra che la Chiesa conta a buon diritto fra i suoi tesori più preziosi. Mezzo secolo fa, in quel troppo breve periodo di vera libertà, durante il quale i Vescovi di Francia potevano riunirsi e concertare le misure che ritenevano le più idonee a favorire i progressi della Religione e, nello stesso tempo, le più favorevoli per la pace pubblica, parecchi dei vostri concili provinciali, venerabili fratelli, raccomandarono nel modo più esplicito lo studio e l’esercizio della lingua e della letteratura latine. I vostri colleghi di quel tempo deploravano già il fatto che, nel vostro paese, la conoscenza del latino tendesse a diminuire. – Se, dopo parecchi anni, i metodi pedagogici in vigore negli istituti statali riducono progressivamente lo studio della lingua latina, e sopprimono le esercitazioni di prosa e di poesia che i nostri predecessori ritenevano a buon diritto che dovessero avere un posto rilevante nelle classi dei collegi, i seminari minori si guarderanno bene da queste innovazioni ispirate da preoccupazioni utilitaristiche, e che si volgono a danno della solida formazione dello spirito. A questi antichi metodi, tante volte giustificati a motivo dei loro risultati, Noi applicheremo volentieri il motto di s. Paolo al suo discepolo Timoteo, e con l’Apostolo noi vi diremo, venerabili fratelli, “Custoditene il deposito” (ITm VI, 20), con cura gelosa. Se un giorno, Dio non voglia, dovessero completamente sparire dalle altre scuole pubbliche, i vostri seminari minori e i liberi collegi li custodiscano con una intelligente e patriottica premura. Imiterete così i sacerdoti di Gerusalemme che, volendo sottrarre ai barbari invasori il fuoco sacro del tempio, lo nascosero, in modo tale da poterlo ritrovare e così restituirgli tutto il suo splendore, quando i giorni cattivi fossero passati (2Mac I,19-22). – Una volta in possesso della lingua latina, che è come la chiave della scienza sacra, e con le facoltà dello spirito sufficientemente sviluppate mediante lo studio delle belle lettere, i giovani che si votano al sacerdozio passano dal seminario minore a quello maggiore. Qui si prepareranno, mediante la pietà e l’esercizio delle virtù clericali, al ricevimento degli Ordini sacri, nel tempo stesso in cui si dedicheranno allo studio della filosofia e della teologia. Lo abbiamo detto nella Nostra enciclica Æterni Patris, di cui raccomandiamo nuovamente l’attenta lettura ai vostri seminaristi e ai loro maestri, e lo diciamo basandoci sull’autorità di s. Paolo: è per le vane sottigliezze della cattiva filosofia, “per philosophiam et inanem fallaciam” (Col II, 8), che lo spirito dei fedeli si lascia il più delle volte ingannare e che la purezza della fede si corrompe fra gli uomini. Noi aggiungevamo, e gli eventi che si sono compiuti negli ultimi vent’anni hanno ben tristemente confermato le riflessioni e i timori che allora esprimevamo: “Se si considerano le condizioni critiche del tempo in cui viviamo, se si abbraccia col pensiero lo stato degli affari sia pubblici che privati, si scoprirà agevolmente che la cagione dei mali che ci opprimono, come di quelli che ci minacciano, consiste nel fatto che erronee opinioni circa tutte le cose divine e umane, si sono, dalle scuole dei filosofi, infiltrate poco a poco in tutte le classi della società, e sono giunte a farsi accettare da un gran numero di intelligenze”. – Noi riproviamo nuovamente queste dottrine che della vera filosofia hanno soltanto il nome, e che, frantumando la base stessa del sapere umano, conducono logicamente allo scetticismo universale e alla irreligione. È per Noi fonte di grande dolore il venire a sapere che, da alcuni anni, alcuni Cattolici hanno creduto di potersi mettere al seguito di una filosofia che sotto lo specioso pretesto di liberare la ragione umana da ogni idea preconcetta e da ogni illusione, le nega il diritto di affermare qualsiasi cosa al di là delle sue proprie operazioni, sacrificando così ad un soggettivismo radicale tutte le certezze che la metafisica tradizionale, consacrata dall’autorità degli spiriti più vigorosi, dava come necessario e incrollabili fondamenta alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, della spiritualità e immortalità dell’anima, e della realtà oggettiva del mondo esterno. È profondamente deplorevole che questo scetticismo dottrinale, di importazione straniera e di origine protestante, abbia potuto essere accolto con tanto favore in un paese giustamente celebre per il suo amore per la chiarezza delle idee e per quella del linguaggio. Noi sappiamo, venerabili fratelli, fino a che punto voi condividiate a questo proposito le Nostre giuste preoccupazioni, e contiamo sul fatto che raddoppierete la sollecitudine e la vigilanza per allontanare dall’insegnamento dei vostri seminari questa fallace e pericolosa filosofia, mettendo più che mai in onore i metodi che raccomandiamo nella Nostra Enciclica sopra citata del 4 agosto 1879. – Meno che mai in questo nostro tempo, gli allievi dei vostri seminari minori e maggiori potrebbero restare estranei allo studio delle scienze fisiche e naturali. Bisogna dunque che vi si applichino, ma con misura e in saggia proporzione. Non è dunque affatto necessario che, nei corsi di scienze, collegati allo studio della filosofia, i professori si sentano obbligati ad esporre dettagliatamente le infinite applicazioni delle scienze fisiche e naturali ai diversi settori dell’industria umana. È sufficiente che i loro allievi ne conoscano con esattezza i principi fondamentali e le principali conseguenze, per essere in grado di rispondere alle obiezioni che gli increduli traggono da queste scienze contro gli insegnamenti della rivelazione. – È importante soprattutto che, per almeno due anni, gli alunni dei seminari maggiori studino con il massimo impegno la filosofia razionale, che, come diceva un dotto benedettino, D. Mabillon, onore del suo ordine e della Francia, sarà loro di grande utilità non soltanto per insegnare loro il retto modo di ragionare e di formulare i retti giudizi, ma per renderli anche capaci di difendere la fede ortodossa contro gli argomenti capziosi e spesso sofistici degli avversari. – Vengono poi le scienze sacre propriamente dette, cioè la teologia dogmatica e la teologia morale, la sacra Scrittura, la storia della Chiesa e il Diritto canonico. Sono queste le scienze proprie del Sacerdote. Egli ne riceve una prima iniziazione durante il suo soggiorno nel seminario maggiore; ma dovrà proseguirne lo studio per tutto il resto della vita. La teologia è la scienza delle cose della fede. Essa si alimenta, come dice il papa Sisto V, a quelle sorgenti sempre zampillanti che sono le sacre Scritture, le decisioni dei Papi, i decreti dei Concili. Chiamata positiva e speculativa, o scolastica, a seconda del metodo che si usa nello studiarla, la teologia non si limita a proporre le verità da credere: ne scruta l’interiore profondità, ne mostra i rapporti con la ragione umana, e con l’aiuto delle risorse che le fornisce la vera filosofia, le spiega, le sviluppa e le adatta perfettamente a tutte le necessità della difesa e della propagazione della fede. A somiglianza di Bezaleel, al quale il Signore aveva donato uno spirito di sapienza, di intelligenza e di scienza, affidandogli il compito di costruire il suo tempio, il teologo taglia le pietre preziose dei dogmi divini, le adatta con arte, e con l’accorgimento con cui le dispone ne fa risaltare lo splendore, l’incanto e la bellezza. – Lo stesso Sisto V considera a buon diritto questa teologia (ed egli parla proprio della teologia scolastica) come un dono del cielo e richiede che sia mantenuta nelle scuole e coltivata con grande passione, essendo quanto vi è di più fruttuoso per la Chiesa. – C’è bisogno a questo punto di ricordare che il libro per eccellenza in cui gli allievi potranno studiare con il più grande profitto la teologia scolastica, è la Somma teologica di s. Tommaso d’Aquino? Vogliamo dunque che i professori si facciano premura di spiegarne a tutti i loro allievi il metodo e i principali articoli relativi alla fede cattolica. – Raccomandiamo ugualmente che tutti i seminaristi abbiano in mano e rileggano spesso il libro d’oro, conosciuto con il nome di Catechismo del Santo Concilio di Trento o Catechismo Romano, dedicato a tutti i Sacerdoti incaricati della cura pastorale (Catechismus ad parochos). Ragguardevole per la ricchezza e l’esattezza della dottrina e insieme per l’eleganza dello stile, questo Catechismo è un prezioso riassunto di tutta la teologia dogmatica e morale. Chiunque lo possieda a fondo, avrà sempre a sua disposizione le risorse sul cui fondamento un Sacerdote potrà predicare con frutto, assolvere degnamente all’importante ministero della confessione e della direzione spirituale delle anime, ed essere in grado di confutare vittoriosamente le obiezioni degli increduli. – Per quanto riguarda lo studio delle sacre Scritture. Noi richiamiamo di nuovo la vostra attenzione, venerabili fratelli, sugli insegnamenti che abbiamo dato nella Nostra Enciclica Providentissimus Deus della quale desideriamo che i professori diano conoscenza ai loro discepoli, aggiungendovi le necessarie spiegazioni. Essi li metteranno in guardia soprattutto contro le pericolose tendenze che cercano di introdursi nell’interpretazione della Bibbia, le quali, se dovessero prevalere, non tarderebbero molto a distruggerne l’ispirazione e il carattere soprannaturale. Sotto lo specioso pretesto di sottrarre agli avversari della parola rivelata l’uso di argomenti che potrebbero sembrare inconfutabili contro l’autenticità e la veracità dei libri santi, alcuni scrittori cattolici hanno creduto che fosse di grande utilità l’adottare anche loro queste argomentazioni. In virtù di questa strana e pericolosa tattica, hanno così lavorato con le proprie mani ad aprire delle brecce nelle mura della città che avevano invece la missione di difendere. Nella Nostra Enciclica sopra citata, come anche in un altro documento, Noi abbiamo fatto giustizia di queste dannose temerarietà. Pur incoraggiando i nostri esegeti a tenersi al corrente dei progressi della critica, Noi abbiamo saldamente mantenuto i princìpi sanciti in questa materia dall’autorevole Tradizione dei Padri e dei Concili, e rinnovati ai nostri giorni dal Concilio Vaticano. – La storia della Chiesa è come uno specchio nel quale risplende la vita della Chiesa attraverso i secoli. Molto più ancora della storia civile e profana, essa dimostra la sovrana libertà di Dio e la sua azione provvidenziale nel susseguirsi degli eventi. – Quelli che la studiano non debbono mai perdere di vista che essa racchiude un insieme di fatti dogmatici, che si impongono alla fede e che non è permesso a nessuno di mettere in discussione. Questa idea direttrice e soprannaturale che presiede ai destini della Chiesa è nello stesso tempo la fiaccola la cui luce illumina la storia. Tuttavia, e poiché la Chiesa, che continua fra gli uomini la vita del Verbo incarnato, si compone di un elemento divino e di un elemento umano, quest’ultimo dev’essere esposto dai maestri e studiato dagli allievi con grande onestà. Come è detto nel libro di Giobbe, “Dio non ha bisogno delle nostre menzogne”. Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel far emergere la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terreno e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nessuna delle prove che gli errori dei suoi figli, e talvolta anche dei suoi ministri, hanno fatto subire nel corso dei secoli a questa sposa del Cristo. Studiata in questo modo, la storia della Chiesa, da sé sola, costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo. – Infine, per completare il ciclo degli studi con i quali i candidati al Sacerdozio debbono prepararsi al loro futuro ministero, bisogna menzionare il Diritto canonico, o scienza delle leggi e della giurisprudenza della Chiesa. Questa scienza si collega con dei legami molto stretti e logici a quella della teologia, di cui mostra le applicazioni pratiche a tutto ciò che riguarda il governo della chiesa, l’amministrazione delle cose sante, i diritti e i doveri dei ministri, l’uso dei beni temporali, di cui essa ha bisogno per l’adempimento della sua missione. “Senza la conoscenza del diritto canonico (dicevano molto bene i Padri di uno dei vostri concili provinciali) la teologia è imperfetta, incompleta, simile a un uomo che fosse privo di un braccio. Proprio l’ignoranza del Diritto canonico ha favorito la nascita e la diffusione di numerosi errori sui diritti dei Romani Pontefici, su quelli dei Vescovi, e sulla potestà che la Chiesa tiene dalla propria costituzione, di cui proporziona l’esercizio alle circostanze”. – Riassumeremo tutto ciò che abbiamo appena detto sui vostri seminari minori e maggiori con queste parole di s. Paolo, che Noi raccomandiamo alla frequente meditazione dei maestri e degli alunni dei vostri atenei ecclesiastici: “O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede”. – Ora poi vogliamo rivolgere a voi la parola, figli carissimi, a voi che, ordinati Sacerdoti, siete diventati cooperatori dei vostri Vescovi. Noi conosciamo, e il mondo intero le conosce come Noi, le qualità che vi distinguono. Non vi è un’opera buona, di cui voi non siate gli ispiratori o gli apostoli. Docili ai consigli che Noi abbiamo dato nella Nostra Enciclica Rerum novarum, voi andate al popolo, agli operai, ai poveri. Voi cercate in tutti i modi di venir loro in aiuto, di moralizzarli, e di rendere la loro sorte meno dura. A tale scopo voi promuovete delle riunioni e dei congressi; fondate dei patronati, dei circoli, delle casse rurali, degli uffici di assistenza e di collocamento per i lavoratori. Vi date da fare per introdurre delle riforme nell’ordine economico e sociale, e per un così difficile lavoro non esitate a fare notevoli sacrifici di tempo e di denaro. Sempre per questo voi scrivete libri e articoli nei giornali e nelle riviste periodiche. Tutte queste cose, di per sé, sono lodevolissime e voi date prove inequivocabili di buona volontà, di intelligenza e di generosa dedizione ai bisogni più urgenti della società contemporanea e delle anime. – Tuttavia, fratelli carissimi, Noi crediamo di dovere richiamare paternamente la vostra attenzione su quei principi fondamentali ai quali non mancherete di conformarvi, se volete che la vostra azione sia realmente fruttuosa e feconda. – Ricordatevi prima di tutto che, per essere utile al bene e degno di essere lodato, lo zelo deve essere “accompagnato dalla discrezione, dalla rettitudine e dalla purezza”. Così si esprime il grave e dotto Tommaso da Kempis.Prima di lui, S. Bernardo, la gloria del vostro paese nel dodicesimo secolo, questo apostolo infaticabile di ogni causa grande che toccasse l’onore di Dio, i diritti della Chiesa e il bene delle anime, non aveva timore di dire che “separato dalla scienza e dallo spirito di discernimento o di discrezione, lo zelo è insopportabile: … che quanto più lo zelo è ardente, tanto più è necessario che sia accompagnato da questa discrezione che mette l’ordine nell’esercizio della carità e senza la quale la stessa virtù può diventare un difetto e un principio di disordine”. – Ma la discrezione nelle opere e nella scelta dei mezzi per farle riuscire è tanto più necessaria ai giorni nostri, che sono ancora più torbidi e irti di più numerose difficoltà. Tale atto, tale misura, tale pratica di zelo potranno anche essere per se stessi eccellenti, ma, viste le circostanze, produrranno soltanto degli effetti incresciosi. I Sacerdoti potranno evitare questo inconveniente e questa sciagura se, prima di agire e nell’azione, avranno cura di conformarsi all’ordine stabilito e alle regole della disciplina. Ora, la disciplina ecclesiastica esige l’unione fra i diversi membri della gerarchia, il rispetto e l’obbedienza degli inferiori verso i superiori. Noi lo abbiamo detto poco tempo fa nella Nostra lettera all’Arcivescovo di Tours: “L’edificio della Chiesa, di cui Dio stesso è l’architetto, riposa su di un fondamento visibilissimo, prima di tutto sull’autorità di Pietro e dei suoi successori, ma anche sugli Apostoli, e i successori degli Apostoli, che sono i Vescovi; al punto che. ascoltare o disprezzare la loro voce, equivale ad ascoltare o a disprezzare Gesù Cristo stesso”. – Ascoltate dunque le parole rivolte dal grande martire di Antiochia, s. Ignazio, al clero della Chiesa primitiva: “Tutti obbediscano al Vescovo, come Gesù Cristo ha obbedito al Padre….Senza il Vescovo non fate nulla di ciò che riguarda il servizio della Chiesa, e come nostro Signore non ha fatto nulla senza il Padre, voi, Sacerdoti, non fate nulla senza il vostro Vescovo. Tutti i membri del presbiterio siano a lui uniti, come sono unite all’arpa le sue corde”.Se, al contrario, voi, come preti, operate al di fuori di questa sottomissione e di questa unione ai vostri Vescovi, Noi vi ripeteremo ciò che diceva il Nostro predecessore Gregorio XVI, cioè che “per quanto è in voi, voi distruggete da cima a fondo l’ordine stabilito con così grande provvidenza da Dio, autore della Chiesa”. – Ricordate anche, figli Nostri cari, che la Chiesa è paragonata a ragione ad un esercito schierato in battaglia, “sicut castrorum acies ordinata” (Ct VI, 3), perché essa ha il compito di combattere i nemici visibili e invisibili di Dio e delle anime. Ecco perché s. Paolo raccomandava a Timoteo di comportarsi come un buon soldato di Cristo Gesù” (2Tm II, 3). Ora, ciò che costituisce la forza di un esercito e contribuisce maggiormente alla vittoria, è la disciplina, è l’obbedienza esatta e rigorosa di tutti a coloro che hanno il compito di comandare. – Proprio qui lo zelo intempestivo e senza discrezione può facilmente diventare la causa di grandi disastri. Ricordatevi uno dei fatti più memorabili della storia sacra. Non mancavano certamente né di coraggio, né di buona volontà, né di dedizione alla causa santa della religione quei sacerdoti che si erano raccolti attorno a Giuda Maccabeo per combattere con lui i nemici del vero Dio profanatori del tempio, gli oppressori della loro nazione. Tuttavia, avendo voluto sottrarsi alle regole della disciplina, si impegnarono temerariamente in un combattimento nel quale furono vinti. Lo Spirito Santo ci dice di loro “che essi non erano della stirpe di quei valorosi, per le cui mani era stata compiuta la salvezza di Israele”. Perché? Perché essi avevano voluto obbedire soltanto alla loro ispirazione e si erano lanciati avanti senza attendere gli ordini dei loro capi. “In die illa ceciderunt sacerdotes in bello, dum volunt fortiter tacere, dum sine consilio exeunt in prælium. Ipsi autem non erant de semine virorum illorum, per quos salus facta est in Israel” (1Mac 5,67.62). – A questo riguardo, i nostri nemici possono servirci di esempio. Essi sanno molto bene che l’unione fa la forza, “vis unita fortior“; non mancano così di unirsi strettamente quando si tratta di combattere la santa Chiesa di Cristo. – Se dunque, cari figli Nostri, e questo è certamente il caso vostro, voi desiderate che, nella terribile lotta ingaggiata contro la Chiesa dalle sette anticristiane e dalla città del demonio, la vittoria resti a Dio e alla sua Chiesa, è assolutamente necessario che voi combattiate tutti insieme nel massimo ordine e con rigorosa disciplina sotto il comando dei vostri capi gerarchici. Non vogliate ascoltare quegli uomini nefasti che, pur dicendosi Cristiani e Cattolici, seminano la zizzania nel campo del Signore e gettano la divisione nella sua Chiesa attaccando, e spesso anche calunniando, i Vescovi, “posti dallo Spirito Santo a pascere la Chiesa di Dio” (At XX, 28). Non dovete leggere i loro opuscoli, né i loro giornali. Un buon Sacerdote non deve autorizzare in alcun modo né le loro idee, né la licenza del loro linguaggio. Potrà forse mai dimenticare che, il giorno della sua ordinazione, ha promesso solennemente al suo Vescovo, di fronte al sacro altare, “obedientiam et reverentiam“? Innanzitutto però, cari figli Nostri, ricordatevi che la condizione indispensabile del vero zelo sacerdotale e il pegno migliore del successo nelle opere alle quali l’obbedienza gerarchica vi consacra, è la purezza e la santità della vita. “Gesù ha cominciato con il fare, prima di insegnare” (At I,1). Come lui, il Sacerdote deve con la predicazione dell’esempio preludere alla predicazione della parola. “Vedendoli, infatti, sollevati in una sfera più alta, al di sopra degli affanni del secolo (dicono i Padri del Concilio di Trento), gli altri guardano a loro come ad uno specchio e da essi traggono l’esempio da imitare. È assolutamente necessario, perciò, che i chierici, chiamati ad avere Dio in eredità, regolino la loro vita e tutti i loro costumi in modo tale che negli abiti, nel modo di comportarsi, di camminare, di parlare e in tutte le altre azioni, mostrino soltanto un atteggiamento serio, equilibrato e pieno di religiosità. Fuggano anche le mancanze leggere, che in essi sembrerebbero grandissime, perché le loro azioni possano ispirare a tutti un senso di venerazione”. – A queste raccomandazioni del santo Concilio che Noi vorremmo, cari figli Nostri, incidere nei vostri cuori, verrebbero sicuramente meno i Sacerdoti che adottassero nella loro predicazione un linguaggio poco in armonia con la dignità del loro Sacerdozio e con la santità della parola di Dio; che assistessero ad assemblee popolari in cui la loro presenza servisse solo ad eccitare le passioni degli empi e dei nemici della Chiesa, e li esponesse alle ingiurie più grossolane, senza vantaggio per nessuno, e con grande stupore, se non anche scandalo, dei pii fedeli; che assumessero le abitudini, i modi di essere e di agire, e lo spirito dei secolari. Certamente il sale deve essere mescolato alla massa che deve preservare dalla corruzione, nel tempo stesso in cui difende se stesso da questa, sotto pena di perdere ogni sapore e di non essere più buono ad altro che ad essere gettato fuori e calpestato (cf. Mt V,13). – Allo stesso modo il Sacerdote, sale della terra, nel suo contatto obbligato con la società che lo circonda, deve conservare la modestia, la serietà, la santità nel suo contegno, nei suoi atti, nelle sue parole, e non lasciarsi invadere mai dalla leggerezza, dalla dissipazione, dalla vanità delle genti del mondo. Bisogna, al contrario, che in mezzo agli uomini egli conservi la sua anima così unita a Dio, che non vi perda nulla dello spirito del suo stato e non sia costretto a fare davanti a Dio e alla sua coscienza questa triste e umiliante confessione: “tutte le volte che sono stato fra i laici, ne sono ritornato meno Sacerdote”. – Non potrebbe essere proprio per avere messo da parte, con uno zelo presuntuoso, queste regole tradizionali della discrezione, della modestia, della prudenza sacerdotale, che alcuni Sacerdoti considerano sorpassati, incompatibili con i bisogni del ministero nel tempo presente, i princìpi di disciplina e di condotta che essi hanno ricevuto dai loro maestri del seminario maggiore? Li si vede andare, come per istinto, incontro alle innovazioni più pericolose di linguaggio, di comportamento, di relazioni. Parecchi, ahimè, impegnati temerariamente su sdrucciolevoli pendii dove da se stessi non avevano la forza di mantenersi saldi, disprezzando gli avvertimenti caritatevoli dei loro superiori o dei loro confratelli più anziani e più ricchi di esperienza, sono giunti a delle apostasie che hanno rallegrato gli avversari della Chiesa e fatto versare amarissime lacrime ai loro Vescovi, ai loro fratelli nel Sacerdozio e ai pii fedeli. Sant’Agostino ce lo dice: “Più si procede con forza e rapidità, quando si è al di fuori del retto cammino, più ci si smarrisce”.Ci sono sicuramente delle novità vantaggiose, capaci di fare avanzare il regno di Dio nelle anime e nella società. Ma, ci dice il santo Vangelo (Mt XIII, 52), è al “Padre di famiglia” e non ai figli, o ai servitori, che spetta esaminarle e, se lo giudica opportuno, dare loro il diritto di cittadinanza, accanto agli usi antichi e venerabili che compongono l’altra parte del suo tesoro. – Quando non molto tempo fa Noi abbiamo adempiuto al dovere apostolico di mettere in guardia i Cattolici dell’America del Nord contro certe novità che tendevano, fra le altre cose, a sostituire ai princìpi di perfezione consacrati dall’insegnamento dei dottori e dalla pratica dei santi, delle massime o delle regole di vita morale più o meno impregnate di quel naturalismo che, ai nostri giorni, tende a penetrare dappertutto, Noi abbiamo altamente proclamato che, lungi dal ripudiare e rigettare in blocco i progressi compiuti nei tempi presenti, Noi vogliamo accogliere assai volentieri tutto ciò che può aumentare il patrimonio della scienza o generalizzare maggiormente le condizioni della prosperità pubblica. Ma Noi avemmo cura di aggiungere che questi progressi non avrebbero potuto servire efficacemente la causa del bene, se si fosse messa da parte la saggia autorità della Chiesa. – Terminando questa lettera, ci è gradito applicare al clero di Francia quanto abbiamo scritto un tempo ai Sacerdoti della Nostra diocesi di Perugia. Riproduciamo qui una parte della Nostra lettera pastorale che rivolgemmo loro il 19 luglio 1886. “Noi chiediamo agli ecclesiastici della Nostra diocesi di riflettere seriamente sui loro sublimi doveri, sulle condizioni difficili che attraversiamo, e di fare in modo che la loro condotta sia in armonia con i loro doveri, e sempre conforme alle regole di uno zelo illuminato e prudente. Così, coloro stessi che sono nostri nemici cercheranno invano dei motivi di rimprovero e di biasimo: “qui ex adverso est, vereatur, nihil habens malum dicere de nobis“. – Quantunque di giorno in giorno si moltiplichino le difficoltà e i pericoli, il pio e fervente Sacerdote non deve per questo scoraggiarsi; non deve abbandonare i suoi doveri, né arrestarsi nell’adempimento della missione spirituale che ha ricevuto per il bene, per la salvezza dell’umanità e per il sostegno di quell’augusta Religione di cui è l’araldo e il ministro. Perché è soprattutto nelle difficoltà, nelle prove, che la sua virtù si afferma e si fortifica: nelle più grandi sventure, in mezzo alle trasformazioni politiche e agli sconvolgimenti sociali la sua azione benefica e civilizzatrice si manifesta con maggiore splendore. – Per discendere alla pratica, noi troviamo un insegnamento perfettamente adatto alle circostanze nelle quattro massime che il grande apostolo s. Paolo dava al suo discepolo Tito. Offri in ogni cosa il buon esempio nelle tue opere, nella tua dottrina, nella integrità della tua vita, nella gravità della tua condotta, non adoperando se non parole sante e irreprensibili.Noi vorremmo che ogni membro del nostro clero meditasse queste massime e vi conformasse la sua condotta. “In omnibus tè ipsum præbe exemplum bonorum operum“. Offrite in ogni cosa l’esempio delle opere buone, cioè di una vita esemplare e attiva, animata da un vero spirito di carità, e guidata dalle norme della prudenza evangelica, di una vita di sacrificio e di lavoro, consacrata a far del bene al prossimo, non già per vedute terrene e per una transitoria ricompensa, ma per uno scopo soprannaturale. Date l’esempio di quel linguaggio, semplice a un tempo e nobile ed elevato, di quella parola sana e irreprensibile che confonde ogni umana opposizione, mitiga l’antico odio che ci ha giurato il mondo e ci concilia il rispetto e la stima degli stessi nemici della Religione. – Chiunque si è votato al servizio del santuario è stato obbligato in ogni tempo a mostrarsi come un vivente modello, un esemplare perfetto di tutte le virtù; ma questo obbligo è molto più grande quando, in seguito agli sconvolgimenti sociali, si cammina su di un terreno difficile e incerto, dove ad ogni passo possono trovarsi imboscate e pretesti di attacco…

In doctrina“. In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia cosi spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. Una superficiale erudizione, una scienza volgare non bastano a tutto ciò; ci vogliono degli studi solidi, profondi ed assidui, in una parola, un insieme di conoscenze dottrinali capaci di lottare con la sottigliezza e la singolare astuzia dei moderni nostri contraddittori…

In integritate“. Nulla prova meglio l’importanza di questo consiglio, della triste esperienza di ciò che intorno ci accade. Non vediamo infatti che la vita rilassata di certi ecclesiastici discredita e fa disprezzare il loro ministero e cagiona scandali? Se alcuni uomini, dotati di uno spirito brillante e ragguardevole disertano qualche volta le schiere della santa milizia, e si ribellano alla Chiesa, a questa madre che nell’affettuosa sua tenerezza li aveva preposti al governo e alla salute delle anime, la loro defezione, i loro traviamenti non hanno per lo più altra origine che la loro indisciplinatezza e i loro cattivi costumi…

In gravitate“. Per gravità bisogna intendere quella condotta seria, piena di ponderazione e di tatto, che deve essere propria del ministro fedele e prudente che Dio ha eletto al governo della sua famiglia. Costui infatti, ringraziando Dio di essersi degnato elevarlo a tale onore, deve mostrarsi fedele a tutte le sue obbligazioni, nel tempo stesso che misurato e prudente in ogni suo atto; non deve lasciarsi per nulla dominare da vili passioni, ne trascinare a parole violente ed eccessive; deve compatire con bontà le sciagure e le debolezze altrui, fare a ciascuno tutto il bene che può disinteressatamente, senza ostentazione, mantenendo sempre intatto l’onore del suo carattere e della sua sublime dignità…”. –

Noi torniamo ora a voi, figli Nostri cari del clero francese, e abbiamo la salda fiducia che le Nostre prescrizioni e i Nostri consigli, ispirati unicamente dal Nostro amore paterno, saranno compresi e accolti da voi, secondo il senso e la portata che Noi abbiamo voluto loro dare indirizzandovi questa lettera. – Noi ci aspettiamo molto da voi, perché Dio vi ha riccamente dotati di tutti i doni e di tutte le qualità necessarie per operare cose grandi e sante a vantaggio della Chiesa e della società. Noi vorremmo che neppure uno tra voi si lasciasse macchiare da quelle imperfezioni che diminuiscono lo splendore del carattere sacerdotale e nuocciono alla sua efficacia. – I tempi attuali sono tristi; l’avvenire è ancora più oscuro e minaccioso; sembra annunciare l’avvicinarsi di una spaventosa crisi di sovvertimenti sociali. Bisogna dunque, come Noi lo abbiamo detto in diverse circostanze, che si mettano in onore i salutari princìpi della Religione, come quelli della giustizia, della carità, del rispetto e del dovere. Spetta a noi imprimerli profondamente nelle anime, particolarmente in quelle che sono schiave dell’incredulità o agitate da funeste passioni; spetta a noi di far regnare la grazia e la pace del nostro divino Redentore che è la Luce, la Risurrezione, la Vita, e di riunire in lui tutti gli uomini, malgrado le inevitabili distinzioni sociali che li separano. – Sì, più che mai, i giorni in cui viviamo reclamano il concorso e la dedizione di Sacerdoti esemplari, pieni di fede, di discrezione, di zelo, che, ispirandosi alla dolcezza e all’energia di Gesù Cristo di cui sono i veri ambasciatori, “pro Christo legatione fungimur” (2Cor V, 20), annuncino con una coraggiosa e indefessa costanza le verità eterne, che sono per le anime i semi fecondi delle virtù. – Il loro ministero sarà faticoso; spesso anche penoso, specialmente nei paesi in cui le popolazioni, prese soltanto dagli interessi terreni, vivono nell’oblio di Dio e della santa religione. Ma l’azione illuminata, caritatevole, infaticabile del sacerdote, fortificata dalla grazia divina, opererà, come ha sempre fatto in tutti i tempi, incredibili prodigi di risurrezione. – Noi salutiamo con tutti i nostri voti e con gioia ineffabile questa consolante prospettiva, mentre, con tutto l’affetto del Nostro cuore, concediamo a voi, venerabili fratelli, al clero e a tutti i cattolici di Francia, la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, 1’8 settembre dell’anno 1899, ventiduesimo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “PERMOTI NOS”

Questa breve lettera Enciclica di S.S. Leone XIII, si indirizzava ai Vescovi ed al popolo belga, in preda a violenti contrasti sociali generati dalle nuove idee della peste socialista a sua volta propagandate e spinte dalle sette sociniane, la c. d. massoneria che tentava di rovesciare l’ordine sociale costituito e soprattutto i costumi, la morale e la fede Cattolica. Naturalmente la tattica principale del diavolo (in greco diaballo significa dividere) è la divisione tra gli uomini, segnatamente i Cattolici, onde romperne la compattezza del fronte unito e poter aggredire facilmente le singole fazioni, o gruppi o singoli così isolati. Il Santo Padre dà disposizioni sia ai Vescovi e prelati, invitandoli a riunire un congresso: « … Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani. », sia ai laici cittadini Cattolici: « …. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica. » Queste ultime parole in particolare, ma anche tutte le altre considerazioni del Pontefice Romano Vicario di Cristo, sono quanto mai utili anche nei nostri tempi molto più agitati dalle pandemie mondialiste dei globalisti sociniani kazari anti Cattolici e distruttori di tutto l’orbe terraqueo.

PERMOTI NOS

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII

SULLE CONDIZIONI SOCIALI IN BELGIO

Ai Vescovi del Belgio.

Poiché nutriamo una speciale amicizia per la vostra nazione, ed in risposta alla richiesta di molti suoi cittadini, abbiamo rivolto una particolare attenzione ad una questione seria per i Cattolici belgi. Sapete bene, naturalmente, a cosa ci riferiamo: la questione sociale. Le accese discussioni su questo tema hanno turbato le loro menti a tal punto da richiedere chiaramente la nostra attenzione e il nostro aiuto.

Disaccordo tra i Cattolici belgi

2. La questione è intrinsecamente molto difficile e, nel vostro Paese, è legata a problemi più grandi. Tuttavia, non abbiamo rifiutato di affrontarla, soprattutto considerando che è necessariamente connessa alla Religione ed al dovere del nostro ufficio. Infatti, anche in questo campo di istruzione ci è piaciuto impartire gli insegnamenti della saggezza cristiana in modo adeguato all’epoca ed alle sue modalità. Ed è piacevole ricordare che queste affermazioni abbiano prodotto notevoli benefici sia per gli individui che per gli Stati, e che questi risultati crescano più del previsto con il passare dei giorni. Questi buoni frutti sono stati prodotti anche tra i Cattolici belgi, la cui prontezza nel dare sostegno a questo tipo di istruzioni è stata straordinaria; tuttavia, questi frutti non sono stati così grandi come ci si aspettava, considerando il carattere speciale del Paese e del popolo. L’ostacolo in questo caso è abbastanza noto. Infatti, pur essendo mossi da buone intenzioni, insistono erroneamente nel consultare altri su queste questioni. Di conseguenza, i molti benefici che cercano non si verificano e, inoltre, fiorisce la discordia tra i Cattolici.

Dibattito sulle scuole

3. Troviamo questo disaccordo tra i Cattolici belgi estremamente difficile da sopportare, per quanto sia nuovo e malvisto. Prima di allora, infatti, il loro accordo reciproco aveva sempre prodotto effetti salutari. La loro unità è stata, naturalmente, chiaramente evidente nel dibattito sulle scuole, per citare un evento recente. In quell’occasione, infatti, i Cattolici di ogni classe erano efficacemente uniti; è stato soprattutto per questo che la vicenda si è conclusa positivamente, a vantaggio della dignità della Religione e della sicurezza dei giovani.

Convocare un Congresso

4. E ora le vostre greggi sono sul punto di subire pericolose perdite sia individuali che di gruppo, perché sono disunite e perseguono obiettivi diversi; vedete quanto siano maturi i tempi per porre una mano risanatrice su questi eventi travagliati. Sosteniamo con forza i vostri sforzi per ripristinare e rafforzare la concordia. La grande riverenza di cui godono i vostri fedeli indica che avrete successo. A tal fine, vi suggeriamo di riunirvi per un congresso non appena sarà possibile organizzarlo. Condividendo i vostri punti di vista in quel congresso, sarete in grado di studiare in modo più dettagliato la portata della questione e di considerare i mezzi migliori per risolverla.

5. La questione non può essere considerata da un solo punto di vista. Riguarda sì i beni esterni, ma ha a che fare soprattutto con la Religione e la morale. È anche direttamente connessa con la costituzione civile delle leggi, così che, in ultima analisi, ha un ampio riferimento ai diritti ed ai doveri di tutte le classi. Inoltre, quando applichiamo i principi evangelici di giustizia e carità a questa questione e alla condotta di vita, vengono necessariamente toccati i molteplici interessi dei privati. E a queste considerazioni vanno aggiunte alcune condizioni degli affari e dell’industria, dei lavoratori e dei proprietari, che sono specificamente peculiari del Belgio.

Le nostre proposte

6. Questi difficili problemi, per i quali il vostro giudizio e la vostra attenzione devono essere risolti, sono di grande importanza e non vi lasceremo senza le nostre proposte in questo caso. In questo modo, dopo la conclusione del congresso, sarà meno faticoso e meno pericoloso per voi decidere, ciascuno nella propria diocesi, i rimedi e le azioni di stabilizzazione adatti alle persone e ai distretti. Tuttavia, con l’aiuto di cittadini idonei, dovreste applicare queste misure in modo che possano avere un effetto simile in tutta la nazione. L’azione intrapresa dai Cattolici a partire dagli stessi punti e percorrendo, per quanto possibile, le stesse strade, deve essere considerata ovunque una sola e medesima azione. Di conseguenza, questa azione deve essere onesta, vigorosa e produttiva. Per facilitare ciò, i Cattolici devono urgentemente desiderare e perseguire solo quegli obiettivi che si ritiene portino veramente al bene comune, a preferenza delle proprie opinioni e interessi personali. Questo garantirebbe: 1) che la religione eccella nella sua funzione e diffonda il suo potere, che porta sicurezza anche negli affari civili, domestici ed economici, in modo meraviglioso; 2) che, unendo l’autorità pubblica e la libertà in modo cristiano, il regno rimanga incolume dalla sedizione e protetto dalla tranquillità;

3) che le buone istituzioni dello Stato, specialmente le scuole per i giovani, siano promosse e migliorate; 4) che il commercio e l’artigianato siano migliorati, specialmente con l’aiuto di quelle società, ognuna con il suo scopo particolare, che abbondano nel vostro Paese e che è desiderabile sviluppare ulteriormente con la religione come guida e sostegno. Non è nemmeno una questione di poca importanza fare in modo che i supremi consigli di Dio siano accettati con la modestia che è ovviamente loro dovuta. Poiché Dio ha disposto che nel genere umano esistano classi diverse, ma che tra queste esista anche un’uguaglianza derivante dalla loro amichevole collaborazione, i lavoratori non dovrebbero in alcun modo abbandonare il rispetto e la fiducia nei confronti dei loro datori di lavoro, e questi ultimi dovrebbero trattare i loro lavoratori con giusta gentilezza e prudente attenzione.

7. Questi sono i principali elementi del bene comune, la cui acquisizione deve essere l’obiettivo dei nostri sforzi. Da questo bene deriva un reale sollievo per alleviare le condizioni della vita mortale e da esso derivano anche i meriti per la vita celeste. Se i Cattolici perseverano nell’amare con maggiore zelo l’ordine insegnato da questa saggezza cristiana e nel rafforzarlo con il loro esempio, il risultato sperato si realizzerà più facilmente. Quando ciò accadrà, coloro che si sono allontanati dal sentiero, ingannati da opinioni sbagliate o da false apparenze, riacquisteranno il senno e cercheranno la protezione e la guida della Chiesa. Sicuramente nessun cattolico che ami veramente la sua religione e il suo Paese rifiuterà di accettare le vostre decisioni. Si rendono conto che ogni miglioramento contribuisce alla stabilità e porta a maggiori benefici se viene introdotto gradualmente e con moderazione.

8. Nel frattempo, la situazione attuale è così grave che un rimedio non dovrebbe essere ritardato. Tale rimedio dovrebbe iniziare con il calmare le menti degli uomini. Pertanto, Venerabili Fratelli, rivolgetevi ai Cattolici in Nostro nome e avvertiteli di astenersi completamente da ogni polemica e discussione su questi temi, sia nelle riunioni che nei giornali e in pubblicazioni simili. In particolare, esortateli a non accusarsi a vicenda e a non anticipare il giudizio del governo legittimo. Poi lasciate che tutti, con animo fraterno e unito, si impegnino con voi a dedicare la massima attenzione e il massimo sforzo per raggiungere il loro obiettivo. Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani.

Le nostre aspettative nei confronti dei belgi

9. Abbiamo da tempo abbracciato la nobile nazione belga con il Nostro speciale amore e la Nostra cura, e il Belgio a sua volta, animato dalla religione ancestrale, ci ha offerto molte prove di obbedienza e di amorevole devozione. Non c’è quindi da dubitare che i Nostri figli Cattolici riceveranno ed eseguiranno religiosamente queste esortazioni e comandi con una volontà all’altezza del Nostro proposito di emanarli.

10. Perché certamente non permetteranno mai che le loro discordie diminuiscano e distruggano imprudentemente quella considerazione pubblica per la loro Religione che la loro concordia ha a lungo favorito e che molti Paesi invidiano loro.

11. Agiscano piuttosto nel più stretto concerto per opporre tutti i loro piani e le loro forze alla malvagità del socialismo, che molto chiaramente causerà mali e grandi perdite. Infatti, esso si esercita costantemente e in tutti i modi contro la Religione e lo Stato; si sforza ogni giorno di gettare nella confusione le leggi divine e umane e di distruggere le buone opere della provvidenza evangelica. La nostra voce si è levata spesso e con veemenza contro questa grande calamità, come testimoniano a sufficienza i comandi e gli avvertimenti che abbiamo dato nella Lettera Rerum Novarum. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica.

12. È giusto che Noi siamo disposti a riporre la Nostra fiducia e la Nostra aspettativa in queste questioni sulla vostra deliberazione e sul vostro ingegno in particolare. Perciò, mentre imploriamo per voi gli ampi aiuti del soccorso divino, impartiamo con grande amore a voi stessi e al clero e al popolo, a ciascuno di voi la benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 luglio 1895, nel diciottesimo anno del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “MAGNI NOBIS”

« … Istituita dunque con questa Nostra lettera l’Università di Washington, prescriviamo che non si proceda a fondare altri istituti di tal genere senza aver consultato la Sede Apostolica …  » Se questa prescrizione di S. S. Leone XIII, fosse stata applicata, o lo venisse ancora ora, non avremmo tanti istituti universitari spacciatori di menzogne e sistemi ingannevoli: in pratica abbiamo una diffusione di false scienze, falsi sistemi filosofici e teologici, conoscenze volutamente errate e devianti, tutte rigorosamente anticristiane … una storia ritoccata ed adattata alle intenzioni di pochi gruppi masso-mondialisti,  una geografia ed un’astronomia che per voler ad ogni costo demolire il racconto biblico, hanno oggi raggiunto l’assurdo ed il ridicolo – teorie copernicane ed eliocentriche dimostrabili solo con disegnini e fotoschop di bassa qualità o mascherate da formule matematiche fantasiose che nessuno comprende, nemmeno i loro inventori; i sistemi filosofici, tutti razionalisti, idealisti e sganciati dalla realtà più evidente, una scienza medica che poggia su dogmi fasulli che, indimostrabili ed irripetibili, cambiano con il declinare delle ore del sole; le scienze economiche e bancarie volte solo a proteggere gli interessi di pochi noti, e a derubare le sostanze di ignari schiavi che lavorano per spettacoli immorali ed un tozzo di pane bianco, di una zolla di zucchero e di cibi chimici e di bassissima qualità che producono devastanti malattie croniche e mortali… senza contare che prendere oggi una laurea, costa pochi denari e qualche buona conoscenza. Ma questo è ciò che succede quando si abbandona il Signore e si seguono strade ignote che l’inferno spiana ed addobba con luccichii da baraccone per condurre tutti nel fuoco eterno.

Leone XIII
Magni nobis

Lettera Enciclica

Ci reca grande gaudio il vostro zelo, con il quale vi dedicate alla salvezza della pietà cattolica e agl’interessi delle vostre diocesi, e soprattutto ad apprestare difese in modo che rientrino nella norma della fede la retta educazione della gioventù, sia clericale, sia laica, e la dottrina di ogni genere di scienze divine e umane. Perciò Ci giunse graditissima la vostra lettera, alla fine dell’anno scorso, con la quale Ci riferite che l’intrapresa costruzione del grande Liceo o della Università degli studi (cui vi impegnate nella città di Washington) procede così felicemente che ormai per merito vostro tutto è già predisposto per insegnare, quest’anno, le dottrine teologiche. Dal Venerabile Fratello Giovanni Keane, Vescovo titolare di Jasus, rettore dello stesso Liceo, da voi inviato presso di Noi, ricevemmo volentieri gli statuti e le leggi della vostra Università che avete sottoposto alla Nostra autorità e al Nostro giudizio. In questa vicenda, giudichiamo assai meritevole di ogni lode la vostra decisione (nel centenario della costituzione nel vostro Stato della Gerarchia ecclesiastica) di erigere un monumento, nella fausta inaugurazione della vostra Università, a perpetua memoria dell’auspicato evento. Pertanto Noi, assunto subito l’impegno di agire secondo i vostri desideri, affidammo le leggi della vostra Università, a Noi recapitate, ai diletti Cardinali di S.R.C. del Sacro Collegio di Propaganda Fide per farle loro conoscere ed esaminare, in modo che Ci riferissero i loro giudizi su di esse. Ora, riferite a Noi le loro opinioni, Noi consentiamo volentieri con le vostre richieste e con questa lettera approviamo, con la Nostra autorità, gli statuti e le leggi della vostra Università e ad essa attribuiamo i diritti specifici di una giusta e legittima Università. Pertanto alla vostra accademia assegniamo il potere di condurre gli alunni, la cui preparazione sia stata confermata mediante prove, ai livelli così detti accademici e inoltre alla laurea di docenza, sia nelle dottrine filosofiche e teologiche, sia in diritto pontificio e in altre discipline in cui si è soliti conferire il grado e la laurea, quando negli anni avvenire saranno istituite le cattedre di tali discipline nella sede dell’Accademia. – Vogliamo poi che tu, diletto Figlio Nostro, e che voi, Venerabili Fratelli, tuteliate con vigile zelo il corretto programma di studi e la disciplina degli alunni nella vostra Università, sia personalmente, sia tramite Presuli scelti tra voi e da voi giudicati idonei a ricoprire tale incarico. E poiché la principale tra le sedi episcopali degli Stati Uniti dell’America del Nord è Baltimora, assegniamo all’Arcivescovo di Baltimora e ai suoi successori l’incarico di esercitare il potere di supremo moderatore o di cancelliere dell’Accademia. Desideriamo inoltre che siano resi noti a questa Sede Apostolica il metodo di studi, ossia i programmi delle discipline che si insegnano nella vostra Università, e in primo luogo i corsi di filosofia e di teologia, in modo che siano confermati e ratificati dalla Nostra approvazione. Desideriamo che gl’insegnamenti della stessa Università, in ogni genere di discipline, siano ordinati in modo che i giovani chierici e i laici abbiano uguale opportunità di soddisfare il nobile desiderio di sapere nel ricco pascolo della scienza. Vogliamo poi che in queste facoltà sia istituita una scuola ove si insegni anche il Diritto pontificio e il Diritto ecclesiastico pubblico, in quanto sappiamo che questa dottrina è di grande importanza, soprattutto in questi tempi. Esortiamo perciò Voi tutti perché provvediate ad associare alla vostra Università (per quanto indicano gli statuti) i vostri seminari, i collegi e gli altri istituti cattolici, salva e impregiudicata tuttavia la libertà di tutti. Affinché poi provengano frutti più copiosi dalle varie discipline del Grande Liceo, è bene che soprattutto presso le scuole di teologia e di filosofia non siano ammessi per ora coloro che compirono quegli studi che sono segnalati nei decreti del terzo Concilio plenario di Baltimora e anche coloro che vogliono impegnarsi o a cominciare o a proseguire i corsi di quell’indirizzo. – Poiché questa grande Università degli studi non solo è volta ad accrescere il decoro della vostra patria, ma promette anche pingui e salutari frutti, sia con la diffusione della sana dottrina, sia con la tutela della pietà cattolica, a buon diritto confidiamo che i fedeli americani, per la loro nobiltà d’animo, per la loro generosità, non si faranno pregare da voi per condurre a termine la splendida opera. Istituita dunque con questa Nostra lettera l’Università di Washington, prescriviamo che non si proceda a fondare altri istituti di tal genere senza aver consultato la Sede Apostolica. Pensiamo che quanto abbiamo dichiarato e stabilito con questa lettera diventi per voi perspicuo argomento di studio e di sollecitudine, affinché la gloria e la prosperità della Religione Cattolica in codesta regione si accrescano ogni giorno. Per il resto supplichiamo vivamente Dio clementissimo, dal quale provengono ogni bene e ogni dono perfetto, affinché conduca le vostre imprese a un esito favorevole e lieto, conforme ai voti delle anime vostre; e perché ciò si avveri felicemente, impartiamo con molto affetto in Dio l’Apostolica Benedizione, come testimonianza di sincero amore, a te, diletto Figlio Nostro, e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e ai fedeli a Voi affidati, come auspicio di tutti i doni celesti.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “QUOD ANNIVERSARIUS”

« … Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. » Questa breve Lettera Enciclica, scritta in occasione dei 50 anni di Sacerdozio del Santo Padre, declama così la natura divina della sacra istituzione della Chiesa Cattolica. Monito forte che oggi dovrebbe impressionare gli sciacalli che con piglio demoniaco governano il mondo ed i suoi destini, secondo i principii delle sette di perdizione, ormai diffusi in ogni ambito, e soprattutto nella “chiesa-carapace vuoto”, o se preferite, nella conchiglia svuotata di ogni contenuto soprannaturale e divino rappresentata dal mastodontico mostro della finta chiesa-loggia post-conciliare, il vero e proprio  “dragone malefico” descritto da San Giovanni nella sua Apocalisse. Che meditino bene, finché avranno tempo, gli illusi adepti della “bestia” e del “pseudoprofeta” le parole che il Pontefice Romano riporta citando il Salmo secondo, perché ricordino la fine che aspetta tutti loro dopo gli apparenti, brevi successi temporali che tanto li entusiasmano e che oggi vediamo concentrati nel mondialismo transumano degli organismi sovranazionali, autentiche superlogge massoniche. La loro fine è stabilita da tempo e non avranno scampo dal momento in cui avranno la testa schiacciata dalle armate dalla Vergine Maria, il cui Cuore dovrà trionfare sulla bestia infernale che trascinerà con sé nello stagno di fuoco ardente gli arruolati di ogni grado del suo poderoso esercito … et IPSA conteret caput tuum …

Leone XIII
Quod anniversarius

Lettera Enciclica

Alla somma benignità di Dio, la cui volontà provvidenziale regge tutta la vita degli uomini, Noi attribuiamo, come è necessario, se il cinquantesimo anniversario del Nostro sacerdozio confortava testé gli ardenti voti della Chiesa. Allo stesso modo, così grande consenso di animi, manifestatosi in tutte le nazioni con omaggi, con profusa liberalità di doni e con pubblici segni di festa, non poteva essere ispirato se non da Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. – Intanto, affinché di questo divino beneficio si dilatasse non solo la memoria ma anche l’utilità, quanto più largamente è possibile, abbiamo aperto i tesori delle grazie celesti a tutto il gregge a Noi affidato; ed oltre a ciò non abbiamo tralasciato di implorare i doni della divina pietà su coloro medesimi che tuttora vivono fuori dell’unica Arca di salvezza. Noi facemmo ciò col desiderio “che tutte le genti e tutti i popoli, affratellati nella fede col vincolo della carità, si raccolgano quanto prima in un unico ovile sotto un solo pastore”, come con gemiti e preghiere ne abbiamo supplicato il Signor Nostro Gesù Cristo nei sacri e solenni riti della Canonizzazione ora celebrata. Infatti Noi, sollevando gli occhi alla Chiesa trionfante per onorare gli Eroi cristiani – delle prestantissime virtù e dei miracoli dei quali si era già felicemente acquistata una sicura cognizione secondo le norme e le vie del diritto – abbiamo solennemente decretato e tributato ad alcuni di essi i supremi onori dei santi, e ad altri il culto dei beati: affinché quella Gerusalemme che è nei cieli si unisca in comunanza di allegrezza con questa, che va tuttora peregrinando sulla terra, nel Signore. – Ma perché a quest’opera stessa si ponga, col favore di Dio, quasi il coronamento, Noi desideriamo che gli effetti della Nostra Apostolica carità, mercé la pienezza dell’infinito tesoro spirituale, si estendano anche, quanto più largamente si possa, a quei diletti figli della Chiesa, i quali con la morte dei giusti, segnati dalla fede ed innestati nella mistica vite, si dipartirono dalle battaglie di questa vita terrena; in modo tuttavia che siano impediti ad entrare nella vita eterna fino a che non abbiano reso l’indispensabile soddisfazione alla divina vendicatrice giustizia per i debiti contratti. A ciò siamo mossi dai pietosi desideri dei Cattolici, ai quali sappiamo che tornerà graditissima questa Nostra intenzione; nonché dalla lacrimevole atrocità delle pene onde vengono afflitte le anime dei trapassati: ma ancora più Ce ne dà speciale impulso la consuetudine della Chiesa, la quale, persino nel corso delle più liete solennità dell’anno, fa salutare e santa memoria dei defunti, affinché vengano prosciolti dai peccati. – Quindi, essendo certo per la dottrina cattolica che “le anime rinchiuse nel Purgatorio ricevono aiuto dai suffragi dei fedeli, e principalmente dall’accettabile sacrificio dell’Altare”, stimiamo di non potere offrire ad esse un pegno più utile o più desiderato, che il moltiplicare per la loro liberazione, in tutte le contrade, l’oblazione immacolata del sacrosanto Sacrificio del nostro divino Mediatore. – Perciò, con tutte le necessarie dispense e deroghe, vogliamo che l’ultima domenica del mese di settembre prossimo venturo sia giorno di amplissima espiazione nel quale da Noi, e allo stesso modo da tutti i Nostri Fratelli Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati aventi Diocesi, nelle Chiese Patriarcali, Metropolitane e Cattedrali di ciascuno, si celebri una Messa particolare per i trapassati, con la maggiore solennità possibile e con quel rito che nel messale è indicato “per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti”. Approviamo che ciò si compia anche nelle Chiese Parrocchiali e Collegiate, tanto dei secolari quanto dei regolari, e da tutti i Sacerdoti, purché non si tralasci la Messa corrispondente all’Ufficio del giorno, ovunque ne corra l’obbligo. Esortiamo poi calorosamente gli altri fedeli che, premessa la sacramentale Confessione, si accostino devotamente alla Mensa eucaristica a suffragio delle anime purganti. A costoro, con la Nostra autorità Apostolica concediamo indulgenza plenaria a pro dei defunti: ai singoli celebranti, come detto sopra, il privilegio dell’Altare. – In tal modo, senza dubbio, le pie anime, che fra terribili e grandi tormenti stanno espiando i rimanenti peccati, avranno opportunissimo e singolare sollievo dall’Ostia salutare che tutta la Chiesa, congiunta al suo Capo visibile ed infiammata dallo stesso spirito di carità, offrirà a Dio, affinché voglia concedere ad essi il soggiorno del refrigerio, della luce e della pace sempiterna. – Frattanto, come pegno dei doni celesti, con tanto affetto nel Signore, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e al popolo affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno solenne di Pasqua [1 aprile] 1888, anno undecimo del Nostro Pontificato.


UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “LACRIMABILI STATU”

« … Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra … » Questa è la scomunica riservata agli Ordinari del luogo, che S.S. S. Pio X comminava a tutti coloro che infliggevano agli indios dell’America latina, barbare torture, deportazioni, schiavitù e finanche la morte. E questa è la medesima scomunica che ancor oggi pende sul capo di tutti coloro che ancora riservano, in molti Paesi del pianeta, specialmente in quelli che si autodefiniscono “civili”, simili trattamenti a popolazioni deboli, inermi come lo sfruttamento in stato di schiavitù, la prostituzione di donne e bambini, la vendita o l’“affitto” di minori nati o non nati, impiegati per usi finanche “sanitari”, lavori inumani a costo zero, ed una infinita varietà di privazione di libertà ed induzione a soddisfare voglie di empi personaggi, spesso colletti bianchi, o (falsi) prelati in talare. Su questi e sulle loro nazioni, oltre alla scomunica sui singoli, grava pure la maledizione di Dio sui popoli conniventi e complici, maledizione che non tarda a punire con castighi incontenibili, siano essi malattie, fame, eventi cataclismici ed altri eventi metereologici “naturali”. Questa peste che imperversa sempre più nei nostri popoli un tempo cristiani, non viene neanche più arginata dalla santa Madre Chiesa impedita, che un tempo denunziava con veemenza queste turpitudini, anzi i falsi prelati delle sette delle false pseudo-chiese moderniste, collaborano senza ritegno ad alimentare morte, corruzione, lussuria ed impurità innominabili.


san Pio X
Lacrimabili statu

Lettera Enciclica

Appello per sollecitare qualunque genere

di aiuto a favore degli indios dell’America del Sud.

Profondamente commosso per lo stato lagrimevole degli indios dell’America del Sud, il Nostro illustre predecessore Benedetto XIV prese, come vi è noto, seriamente a cuore la loro causa con la lettera Immensa pastorum, in data 22 dicembre 1741; e poiché quasi le cose stesse, deplorate in essa da lui, abbiamo a deplorare tuttora anche Noi in molti luoghi, Ci affrettiamo perciò a richiamare al vostro pensiero la memoria di quella lettera. Ivi infatti, insieme ad altre cose, di questo pure Benedetto si duole, che, cioè, sebbene da lungo tempo la sede apostolica molto si fosse adoperata per sollevare la loro misera sorte, vi fossero tuttavia anche allora “uomini professanti la vera fede, i quali, quasi del tutto dimentichi dei sensi di carità infusi nei nostri cuori dallo Spirito santo, si credono lecito verso i miseri indios, non solamente se privi della luce della fede, ma anche se bagnati del santo lavacro della rigenerazione, o di ridurli in schiavitù o di venderli ad altri come schiavi, o di privarli dei loro beni, e di comportarsi con essi con tale inumanità da distoglierli soprattutto dall’abbracciare la fede di Cristo, e raffermarli sempre più nell’odio contro di essa”. – La peggiore fra siffatte indegnità, cioè la schiavitù propriamente detta, poco appresso, per grazia di Dio misericordioso, venne tolta di mezzo; e ad abolirla pubblicamente in Brasile e in altre regioni molto contribuì la materna insistenza della Chiesa presso gli uomini egregi che governano quegli stati. E di buon grado riconosciamo che se non vi si fossero opposti numerosi ostacoli di luoghi e di circostanze, i loro propositi avrebbero ottenuto risultati molto migliori. Sebbene dunque qualche cosa sia stata già fatta per gli indios, molto di più è tuttavia quello che ancora rimane da fare. E in verità, quando Ci soffermiamo a considerare le sevizie e i delitti che si sogliono ora commettere contro di essi, abbiamo davvero di che inorridire e sentiamo nell’animo una profonda commiserazione per quella razza infelice. Che cosa può esservi, infatti, di più barbaro e più crudele dell’uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte? A rendere gli animi tanto feroci certo grandemente influisce la cupidigia del lucro, ma non poco altresì vi contribuisce la natura stessa del clima e la posizione di quelle regioni. Infatti essendo quei luoghi soggetti ad un’atmosfera torrida, che inoculando nelle vene un certo languore, viene quasi ad affievolire la forza degli animi, e, trovandosi essi lontani da ogni pratica della religione, dalla vigilanza dello stato, e quasi dallo stesso consorzio civile, facilmente accade che se taluni, di costumi non pervertiti, si rechino colà, in breve tratto di tempo comincino a depravarsi e man mano, rotti tutti i ritegni del dovere e delle leggi, precipitino in tutti gli eccessi del vizio. Né da costoro si perdona la debolezza del sesso e dell’età, che anzi fa vergogna il riferire le loro scelleratezze e malvagità, nel fare incetta e mercato di donne e fanciulli, talché si direbbero per essi, con tutta verità, sorpassati gli esempi più estremi della turpitudine pagana. – Noi, invero, per qualche tempo, quando Ci venivano riportate siffatte voci, dubitavamo di prestare fede a simili atrocità, tanto Ci sembravano incredibili. Ma dopo che da amplissime testimonianze, cioè dalla maggior parte di voi, venerabili fratelli, dai delegati della sede apostolica, dai missionari e da altre persone del tutto degne di fede, ne siamo stati informati, non Ci è più lecito avere alcun dubbio sulla verità delle cose. – Fissi pertanto, da lungo tempo, nel pensiero di sforzarCi, per quanto è in Nostro potere, di riparare a tanti mali, chiediamo a Dio, con umili e supplichevoli istanze, che voglia benignamente additarci qualche mezzo opportuno a curarli. Ma egli, che è il Creatore e Redentore amorosissimo di tutti gli uomini, avendo ispirato alla Nostra mente di lavorare per la salute degli indios, Ci darà certamente i mezzi per conseguire l’intento. Frattanto però, Ci è di somma consolazione il sapere che coloro i quali reggono quelle repubbliche si sforzano, con ogni mezzo, di cancellare questa macchia e questa ignominia dai loro Stati; della quale sollecitudine loro, in verità, non possiamo mai abbastanza approvarli e lodarli. Quantunque in quelle regioni, lontane come sono dalle sedi dei governi, remote, e per la maggior parte inaccessibili, questi sforzi così umani dei poteri civili sia per la scaltrezza dei malvagi, che varcano in tempo i confini, sia per l’inerzia e perfidia dei funzionari, spesso a nulla giovano, e non di rado cadono nel vuoto. Che se all’opera dello Stato si aggiungesse quella della Chiesa, allora sì che molto più ubertosi sarebbero i frutti desiderati. – A voi, pertanto, venerabili fratelli prima che ad ogni altro, facciamo appello, affinché rivolgiate particolari cure e sollecitudini a questa causa degnissima del vostro pastorale ufficio e ministero. E, lasciando il rimanente alla vostra sollecitudine e al vostro zelo, prima di ogni altra cosa e maggiormente vi esortiamo a promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell’avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano. Sappiano dunque che in doppiomodo debbono essi concorrere a questo intento: con la raccolta, cioè, delle offerte e col sussidio delle preghiere, e che questo a loro domanda non soltanto la Religione, ma anche la Patria stessa. Voi, poi, dovunque si attende alla buona educazione dei costumi, negli istituti giovanili e negli educandati delle fanciulle, e soprattutto nei sacri templi, fate sì che non abbia mai a venir meno la raccomandazione e predicazione della carità cristiana, che considera tutti gli uomini come fratelli, senza alcuna diversità di nazione e di colore e che, non tanto a parole quanto coi fatti, vuole essere dimostrata. Parimenti non si deve lasciar passare alcuna occasione che si presenti, per dimostrare quanto disonore spargano sul nome Cristiano queste indegnità, che abbiamo qui denunziato. – Per quanto Ci riguarda, avendo non senza ragione buona speranza dell’assenso e del favore dei pubblici poteri, avremo cura principalmente di estendere, in quelle così vaste regioni, il campo dell’azione apostolica con l’istituire altre stazioni di missionari, nelle quali gli indios trovino un rifugio e un salutare presidio. Infatti, la Chiesa Cattolica non fu mai sterile di uomini apostolici, che, spinti dalla carità di Gesù Cristo, non fossero pronti e disposti a dare la vita stessa per i loro fratelli. E oggi ancora, mentre tanti aborrono dalla fede o ad essa vengono meno, l’ardore di diffondere l’evangelo presso i barbari non solo non affievolisce fra le persone dell’uno e dell’altro clero, e fra le sacre vergini, ma aumenta ancora e si diffonde più largamente per virtù dello Spirito Santo, che, secondo le necessità dei tempi soccorre la sua sposa, la Chiesa. Perciò crediamo di adoperare, in tanto maggior abbondanza, quei presidi che per divina grazia sono in mano nostra, per liberare gli indios dalla schiavitù di satana e da quella di uomini perversi, quanto maggiore è il bisogno che li stringe. D’altra parte, poiché quelle terre furono dai banditori dell’Evangelo bagnate non solo dai loro sudori, ma anche dal loro sangue, nutriamo fiducia che da tante fatiche abbia infine a germogliare una larga messe e ottimi frutti di civiltà cristiana. – Intanto, affinché a quello che voi di vostra spontanea iniziativa o per esortazione Nostra, sarete per fare a vantaggio degli indios si aggiunga la maggiore efficacia possibile, Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra”. Vogliamo pertanto riservata agli Ordinari dei luoghi la potestà di assolvere da siffatti delitti i penitenti, nel sacro tribunale della Confessione. – Queste cose abbiamo creduto di scrivervi, venerabili fratelli, nell’interesse degli indios, sia per obbedire agli impulsi dell’animo nostro paterno, sia per seguire le orme di molti fra i nostri predecessori, tra i quali va pure particolarmente ricordato Leone XIII, di felice memoria. Toccherà a voi battervi con tutte le forze, affinché i Nostri voti vengano appieno soddisfatti. – Certamente vi sosterranno in quest’opera coloro che governano queste repubbliche; non mancheranno sicuramente di assistervi con l’opera e col consiglio i Sacerdoti e in prima linea gli addetti alle sacre missioni; vi aiuteranno infine, senza dubbio, tutti i buoni e sia col denaro, coloro che possono, e sia con altre industrie della carità favoriranno un’impresa nella quale sono insieme impegnate le ragioni della Religione e quelle della dignità umana. Ma, ciò che è di capitale importanza, vi assisterà la grazia di Dio onnipotente, in auspicio della quale, e altresì come attestato della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri greggi l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, 7 giugno 1912, anno IX del Nostro pontificato.