UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “Pastoralis officii”

Questa lettera Enciclica di S.S. Leone XIII è rivolta a sopprimere definitivamente la disdicevole pratica, un tempo diffusa, del duello. C’è in essa una frase che può essere riferita ad ogni tentativo di lesione od omicidio – di qualunque tipo –  nei confronti di esseri umani «…. è assodato infatti che entrambe le leggi divine, sia quella che è stata proposta con il lume della ragione, sia quella che è stata promulgata con gli scritti divinamente ispirati, vietano a chiunque, nel modo più assoluto, di uccidere o di ferire un uomo in assenza di un giusto motivo pubblico, a meno che non vi sia costretto dalla necessità di difendere la propria vita. » Nei tempi attuali fortunatamente questi duelli, più o meno d’onore, si sono pressoché azzerati, per merito soprattutto dell’azione efficace della Chiesa, ma sono comparsi altri tipi di lesioni od omicidi dai quali difendersi, sotto il pretesto di terapie mediche o dei cosiddetti “sieri genici” che sono dei veri tentativi di omicidio o di lesioni gravi a cui vengono sottoposti ignari cittadini convinti di curarsi con presidii che di medico e di scientifico nulla hanno, se non i referti delle autopsie agli obitori (quando permesse). Quindi, se a nessuno è permesso di attentare alla integrità fisica di un essere umano, è altrettanto giusto resistere alla somministrazione, o inoculazione che si voglia, di sostanze o pseudo-medicamenti che si conosce per certo, o quanto meno con attendibile dubbio, da fonti sanitarie ufficiali di molti Paesi, essere forieri di danni ingenti per la salute, spesso generando condizioni irreversibili o mortali. Difendere qui la propria vita, significa ora, non mettere nel fodero spade o pistole, ma evitare accuratamente ogni pseudo-terapia o siero preteso, almeno nel sospetto di poter generare danni senza avere nel contempo alcun effetto terapeutico certamente valido. Tutto questo, regola elementare di ogni deontologia medica, trova conferma indiretta nel Magistero ecclesiastico con questa lettera Enciclica, anche se i suoi fini ultimi riguardano il duello, ma la sostanza prossima è la stessa: la salvaguardia della vita umana. Qui abbiamo ben altro duello, quello tra popoli inermi ed ingannati, e famelici ladri – soprattutto quelli in talare usurpata nera o bianca – di corpi e di anime pronti ad avventarsi sugli agnelli già votati (da essi) al macello. Preghiamo col vero legittimo Santo Padre perché il Signore allontani da noi quest’altro castigo che colpisce – e sembra continuerà a colpire – chi si è allontanato dal Cristo e dalla sua Chiesa, ritenendosi salvato e tutelato da una falsa scienza materialista e senz’anima.

Leone XIII
Pastoralis officii

Lettera Enciclica

Mossi dalla consapevolezza del dovere pastorale e dall’amore del prossimo, con le lettere a Noi indirizzate nello scorso anno vi siete proposti d’informarci sul frequente ricorso, fra la vostra gente, a quei particolari combattimenti che prendono il nome di duelli. Con espressioni di dolore mettevate in evidenza che codesto tipo di combattimento, quasi fosse un diritto consacrato dalla consuetudine, viene praticato anche fra i Cattolici; nello stesso tempo chiedevate che anche la Nostra voce s’impegnasse per distogliere gli uomini da un simile, riprovevole comportamento. Certamente codesta aberrazione è oltremodo dannosa, e non si ferma entro i confini delle vostre popolazioni, ma si spinge ben più lontano, tanto che risulta difficile trovare un popolo immune da questo male. Apprezziamo pertanto il vostro impegno e, quantunque sia noto e risaputo ciò che il pensiero cristiano, in pieno accordo con la natura razionale, dispone al riguardo, è opportuno ed utile che per mezzo Nostro esso sia riproposto brevemente, dal momento che questa malvagia prassi dei duelli è particolarmente favorita dalla dimenticanza dei precetti Cristiani. – È assodato infatti che entrambe le leggi divine, sia quella che è stata proposta con il lume della ragione, sia quella che è stata promulgata con gli scritti divinamente ispirati, vietano a chiunque, nel modo più assoluto, di uccidere o di ferire un uomo in assenza di un giusto motivo pubblico, a meno che non vi sia costretto dalla necessità di difendere la propria vita. Coloro invece che provocano un combattimento privato o ne accettano la proposta, lo fanno, e indirizzano la mente e le forze a questo fine, senza esservi costretti dalla necessità, per uccidere, o almeno per ferire, l’avversario. Le due leggi divine citate proibiscono anche ad ogni uomo di mettere a repentaglio la propria vita, esponendosi ad un grave ed evidente pericolo, senza alcuna giustificazione riconducibile al dovere o alla carità eroica. Questa cieca temerarietà, che è disprezzo della vita, si ravvisa intera nella natura del duello. – Nessuno può quindi essere all’oscuro o dubitare che coloro che partecipano ad un combattimento privato sono rei del duplice delitto dell’altrui rovina e del volontario pericolo della propria vita. – Non vi è infine alcun’altra calamità che contrasti maggiormente con le norme della vita civile e che sconvolga il legittimo ordine della società, quanto il concedere ai cittadini la facoltà di avere in proprio la forza e il potere di tutelare il proprio diritto e di vendicare una presunta violazione dell’onore. – Per queste ragioni la Chiesa di Dio, custode e garante sia della verità come della giustizia e dell’onore, nel cui armonioso intreccio sono contenuti la pace e l’ordine pubblico, non ha mai tralasciato di riprovare con forza, e di colpire con le maggiori pene possibili, i rei di combattimento privato. – Le Costituzioni di Alessandro III, Nostro predecessore, inserite nei libri del Diritto canonico, condannano e respingono come esecrabili questi combattimenti privati. Il Sinodo Tridentino si indirizzò, con una straordinaria severità di pene, contro tutti coloro che li sostenevano o in qualunque modo vi partecipavano e, oltre a tutto questo, li bollò anche con il marchio dell’infamia, li giudicò estromessi dal seno della Chiesa e quindi, se fossero caduti in combattimento, indegni dell’onore della sepoltura ecclesiastica. Il Nostro predecessore Benedetto XIV ampliò e chiarì le sanzioni del Tridentino nella Costituzione promulgata il 10 novembre 1752 che inizia Detestabilem. In tempi assai più recenti Pio IX, di felice memoria, nella Lettera Apostolica Apostolicae Sedis che riduce di numero le censure “latae sententiae”, dichiarò senza mezzi termini che le pene ecclesiastiche colpiscono non solo quelli che si affrontano in duello, ma anche i cosiddetti padrini, i testimoni e coloro che ne sono al corrente. – La saggezza di queste disposizioni risulta ancora più evidente, se si considera l’inadeguatezza degli argomenti che si è soliti addurre per difendere e per giustificare l’inumana prassi del duello. Infatti ciò che viene ripetuto fra la gente, cioè che questi combattimenti sono per loro natura destinati a lavare le macchie che l’altrui calunnia, o l’insulto, ha gettato sull’onore dei cittadini, è tale da poter trarre in inganno soltanto lo stolto. Ammesso pure che esca vincitore dal combattimento colui che lo ha voluto a motivo dell’ingiuria ricevuta, il giudizio di tutte le persone assennate sarà questo: dall’esito di questo scontro è accertato che lo sfidante è sicuramente migliore nella lotta o nel maneggio delle armi, ma non è certo superiore per nobiltà d’animo. E se lo stesso vi troverà la morte, a chi non risulterà dissennato un simile modo di difendere l’onore? Pensiamo siano veramente pochi quelli che commettono questo delitto ingannati dal falso ragionamento. – È sempre il desiderio di vendetta che spinge le persone superbe e crudeli a chiedere la pena. Se, al contrario, frenassero la superbia dell’animo e volessero sottomettersi a Dio (che comanda agli uomini di amarsi con sentimenti fraterni, vieta di commettere violenza verso gli altri, condanna nel modo più assoluto la bramosia della vendetta nei privati cittadini e avoca unicamente a sé il potere di stabilire le pene) si allontanerebbero senza fatica dalla barbara consuetudine dei duelli.

Neppure può fornire una valida giustificazione – a coloro che accettano la proposta del combattimento – il timore di essere considerati vili se non accettano la sfida. Infatti, se gli obblighi delle persone dovessero essere misurati in base alle fallaci convinzioni del volgo e non all’immutabile norma del bene e del giusto, non vi sarebbe alcuna sostanziale e vera distinzione fra le azioni oneste e quelle malvagie. Anche i saggi pagani ritennero e tramandarono che le ingannevoli convinzioni del volgo dovessero essere disprezzate dall’uomo forte e fermo di carattere. Al contrario è giusto e santo il timore che trattiene l’uomo da un’ingiusta uccisione, e lo fa essere preoccupato della propria vita e di quella dei fratelli. Chi disprezza gl’inconsistenti giudizi del volgo, e preferisce subire i colpi delle ingiurie piuttosto che venire meno al proprio dovere, viene giudicato di animo migliore e più elevato di chi fa ricorso alle armi quando è colpito da un insulto. Anzi, se lo si volesse definire con un giudizio rispondente al vero, è il solo che mette veramente in luce quella fortezza che merita il nome di virtù ed al quale spetta un onore non simulato e ingannevole. La virtù, infatti, consiste nel bene coerente con la ragione: il buon nome che non trova riscontro nell’approvazione di Dio è del tutto insensato. Da ultimo, è così evidente la turpitudine del duello, anche se gode dell’approvazione e del sostegno di molti, da indurre pure i legislatori del nostro tempo a reprimerlo con la forza del pubblico potere e con l’imposizione di pene. Ed è oltremodo pericoloso e fuorviante che, nella realtà, le leggi scritte vengano disattese, e che ciò si verifichi spesso sotto gli occhi e nel silenzio di chi ha il dovere di punire i colpevoli e di far rispettare la legge. E così avviene che, un po’ alla volta, diventa possibile arrivare impunemente agli scontri privati nel disprezzo della maestà delle leggi. – È inoltre altrettanto infondata e indegna di una persona saggia l’opinione di coloro che, mentre ritengono sia necessario impedire questo genere di combattimento ai civili, sono tuttavia del parere di permetterlo ai militari, perché con tale pratica si potenzia il valore dei soldati. Si deve anzitutto precisare che gli atti onesti e quelli disonesti sono differenti per natura, né possono cambiar di genere, in alcun modo, a seconda dello stato delle persone. Tutti gli uomini senz’ombra di dubbio, qualunque sia la loro condizione di vita, sono soggetti, in pari misura, alle leggi naturale e divina. La ragione di quest’indulgenza nei confronti dei militari potrebbe essere ricercata nella pubblica utilità, ma questa non potrà mai essere di tale importanza da soffocare, per poterla perseguire, la voce del diritto naturale e divino. Che altro, quando la stessa giustificazione dell’utilità si rivela apertamente infondata? Infatti i mezzi per accrescere il valore militare hanno lo scopo di rendere la società più preparata ad opporsi ai nemici. Sarà forse possibile ottenere ciò ricorrendo ad una consuetudine che, per sua natura, in presenza di un contrasto sorto tra militari (e non sono rare le cause che lo provocano) finisce con la morte di uno dei due difensori della patria? Da ultimo, il nostro tempo, che si vanta di superare di gran lunga i secoli passati in forza di una civiltà più umana e della raffinatezza dei costumi, si è assuefatto a tenere in scarsa considerazione le antiche consuetudini e a respingere tutto ciò che non si accorda con lo stile di vita dell’odierna sensibilità. Per quale motivo allora, in questa pretesa di così alta civiltà, si trattiene dal respingere questa ignobile reliquia del passato, qual è l’usanza del duello? – Sarà vostro compito, Venerabili Fratelli, inculcare con ogni cura, negli animi dei vostri popoli, le cose che Noi abbiamo succintamente trattate, perché non accettino su questo punto, in modo irresponsabile, le false opinioni, e non permettano di lasciarsi trascinare dal giudizio degli stolti. Ciascuno di voi operi perché i giovani maturino la convinzione di dover valutare e giudicare il duello in sintonia con la filosofia naturale, come lo valuta e lo giudica la Chiesa, e di trarre da tale pensiero una norma costante di azione. Anzi, come già si è consolidata in certi luoghi la prassi che i cattolici, in modo particolare i giovani, si impongono spontaneamente di non iscriversi mai ad associazioni moralmente riprovevoli, allo stesso modo riteniamo opportuno e assai utile che diano vita ad una specie di patto, con la promessa di non cimentarsi mai, e per nessun motivo, in un duello. – Chiediamo a Dio, con accenti di supplica, di rendere efficaci, con la sua potenza, i nostri comuni sforzi e di concedere benignamente quanto desideriamo per l’integrità dei costumi e della vita cristiana. Auspice poi dei divini favori e, in pari tempo, della Nostra benevolenza, con i sentimenti del più vivo affetto nel Signore, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 12 settembre 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII “IN IPSO”

Ancora una volta, il Santo Padre, nel rivolgersi al clero austriaco, sottolinea le criticità che nei popoli cristiani e quindi nelle Nazioni cattoliche, venivano a determinarsi per l’azione nefasta dei nemici di Dio, della sua Chiesa e di tutti gli uomini: le logge di perdizione in combutta con i poteri laici ed i parlamenti largamente infiltrati da suoi rappresentanti ed accoliti sempre pronti a decisi a scatenare una guerra implacabile….   « … questa guerra scatenata in lungo e in largo contro la Chiesa di Cristo, sebbene sia condotta con manovre e armi diverse a seconda della varietà dei luoghi, obbedisce in sostanza a una sola esigenza: cancellare ogni traccia di Religione dalle famiglie, dalle scuole, dalle leggi e dalle istituzioni; spogliare la Chiesa stessa dei suoi beni e della insigne virtù che la rende idonea a provvedere al bene comune; instillare in tutte le vene della comunità domestica e civile la funestissima peste degli errori … » Con conseguenze sociali facilmente immaginabili … « … certamente nient’altro poteva accadere; infatti, una volta indebolito o, peggio ancora, respinto quel solidissimo presidio di civiltà che è la Religione – la quale, essa sola, può trattenere ogni uomo nell’ambito dei propri doveri, con i suoi giusti ammonimenti e con i suoi salutari divieti – le stesse fondamenta della civiltà tentennano e finiscono per crollare. » Questa guerra viene oggi portata fino alle estreme conseguenze, fino all’annientamento di intere generazioni, non solo materialmente, ma certamente in modo spirituale con l’esplosione di una corruzione profonda ad ogni livello, di un libertinaggio sfacciatamente impunito dalle autorità, ma soprattutto di una serie di marchiani errori di ogni genere che affossano e respingono senza motivo alcuno la verità da sempre conosciuta, specie nell’ambito religioso, con danno immenso per le anime che piombano come fiocchi di neve nello stagno di fuoco eterno senza scampo. Guide umane capaci di “raddrizzare” la situazione non se ne vedono, tutt’altro! La vera Chiesa è stata resa eclissata ed il Papa impedito da una serie di marrani assatanati che hanno raggiunto i vertici più alti della “sinagoga di lucifero” che domina un popolo totalmente paganizzato e delirante preda della più sfrenata libidine. Unica ancora di salvezza è, e sempre sarà, la fede apostolica in Cristo illustrata dalla Tradizione e dal Magistero ecclesiastico di sempre, quello ribaltato dal 1958 in poi con l’apostasia di un finto sacrilego concilio presieduto da un antipapa “illuminato” dalle tenebre del male. Non ci resta che la preghiera e le vera fede, che sola vince e vincerà sempre il mondo.

Leone XIII
In Ipso

Lettera Enciclica

Fin dall’inizio del supremo Pontificato a cui la Provvidenza di Dio Ci ha elevato, nel contemplare in tutta la sua estensione il mondo cattolico, abbiamo trovato motivo di rallegrarci per il gran numero e per l’eccellenza degli studi e delle opere in ogni genere di onesta attività a cui, con l’aiuto di Dio, i Vescovi, il clero secolare e religioso e i fedeli si sono dedicati con assiduo zelo; ma non senza profonda amarezza abbiamo visto i nemici della Chiesa, uniti in detestabile congiura, meditare e tentare ogni impresa, pur di abbattere e, potendo, distruggere questo mirabile edificio che Dio stesso eresse come rifugio del genere umano. – Questa guerra scatenata in lungo e in largo contro la Chiesa di Cristo, sebbene sia condotta con manovre e armi diverse a seconda della varietà dei luoghi, obbedisce in sostanza a una sola esigenza: cancellare ogni traccia di Religione dalle famiglie, dalle scuole, dalle leggi e dalle istituzioni; spogliare la Chiesa stessa dei suoi beni e della insigne virtù che la rende idonea a provvedere al bene comune; instillare in tutte le vene della comunità domestica e civile la funestissima peste degli errori. Gli avversari non hanno affatto attenuato la loro smisurata licenza; numerosi e violenti, si sono scatenati contro i diritti, la libertà, la dignità della Chiesa, contro i Vescovi e tutti gli Ordini del clero, e soprattutto contro l’autorità e il primato del Romano Pontefice. Da tante offese recate al nome Cattolico, sono derivati e derivano molti e gravi danni alle nazioni; è motivo di dolore che più diffusamente serpeggi la perversità delle opinioni, che la disonestà associata alla sedizione conquisti gli spiriti, e che perciò pericoli ogni giorno maggiori minaccino i pubblici ordinamenti e i governi. Certamente nient’altro poteva accadere; infatti, una volta indebolito o, peggio ancora, respinto quel solidissimo presidio di civiltà che è la Religione – la quale, essa sola, può trattenere ogni uomo nell’ambito dei propri doveri, con i suoi giusti ammonimenti e con i suoi salutari divieti – le stesse fondamenta della civiltà tentennano e finiscono per crollare. – Noi non abbiamo tralasciato alcuna occasione per denunciare apertamente con severe lettere questa situazione sia a coloro che esercitano il potere, sia a coloro che al potere sono sottomessi; abbiamo ricordato agli uni quanto strettamente siano congiunti gl’interessi della religione con quelli dello Stato e abbiamo esortato gli altri a rispettare doverosamente e a praticare con zelo i divini insegnamenti della Chiesa. Un Nostro particolare appello è stato inoltre rivolto ai Venerabili Fratelli Vescovi che lo Spirito Santo pose a guide della Chiesa di Dio e inonda con l’intensa luce della sua grazia; infatti coloro che come guardie vigilano su tutte le regioni della terra, conoscono le presenti circostanze e sanno per esperienza quali rimedi siano da applicare a ciascun popolo o quali insidie da evitare, dovevano essere per Noi certamente i migliori collaboratori nell’impresa che con tutte le Nostre forze perseguivamo e perseguiamo: la salvezza delle genti cattoliche. Inoltre, Noi dobbiamo a Dio infinite grazie poiché al Nostro appello ha risposto l’ammirevole, immediato consenso di tutti i Vescovi; infatti, per quanto possono il loro ingegno e il loro cuore, la loro attitudine ad esortare e ad agire, altrettanto concordemente sono rivolti a tutelare la verità della fede cattolica, a richiamare l’umana società alle virtù conformi alla fede, a liberarla dai mali estremi, a condurla alla vera prosperità. – In questa così nobile gara di zelo pastorale si comportarono egregiamente i Vescovi austriaci e il Nostro animo ci porta ad attribuirvi, in questa sede, il meritato elogio. Infatti, sappiamo bene con quanta prudenza, con quanto assiduo impegno tendiate ad estirpare dal popolo ogni sorta di germi maligni e a coltivare le sementi di vita cristiana. Anzi, recentemente abbiamo appreso con grande gioia che voi congiuntamente avete inviato ai fedeli delle vostre diocesi una lettera che è stata per Noi una prova luminosa dell’intimo accordo delle vostre volontà quando si tratta di difendere la causa del Cattolicesimo. E invero, affinché si mantenga sempre più salda nell’avvenire questa concordia e affinché il vostro impegno e le vostre forze tendano per la stessa via ad un solo e determinato fine, nulla a Noi sembra più opportuno che i Vescovi convochino ogni anno delle riunioni che siano la fonte di questa così efficace concordia nel sentire e nell’agire. Codesto metodo di indire riunioni (che Noi auspichiamo) è già in vigore in parecchie regioni ed ha prodotto finora frutti davvero apprezzabili. Infatti i Vescovi ne hanno tratto maggior copia di suggerimenti, una più convinta forza d’animo, un più accentuato zelo religioso, e ne sono uscite numerose decisioni che in diversi modi sono riuscite utili al cattolicesimo. – Si aggiunga che tanta intesa e tanta collaborazione tra i Vescovi non solo hanno accresciuto il profondo rispetto e il favore dei fedeli verso di loro, ma hanno altresì offerto un esempio e un invito ai laici, anche di altre nazioni, perché con animi concordi si consultassero circa i mezzi da adottare per difendere la Religione non meno dell’ordine civile minacciata a sua volta. – Inoltre, dai suggerimenti e dalle esortazioni dei Vescovi, i cattolici trassero certamente molto operoso incitamento a convocare e a celebrare simili assemblee nazionali, provinciali o locali: e ciò è stato fatto con somma saggezza. Se infatti uomini perversi, forti per audacia e per numero, si riuniscono in vari luoghi e solidali cospirano per strappare con perfidia ai cattolici il più prezioso di tutti i doni, la fede e i beni che ne derivano, è assolutamente giusto e necessario che questi, sotto la direzione dei Vescovi, uniscano tutto il loro zelo e le loro energie per resistere; appunto con la frequenza di tali riunioni potranno con maggiore libertà e con più vigore professare la loro religione e respingere gli assalti nemici. – Ai Vescovi che si riuniranno in congresso non mancheranno certo questioni di grande importanza su cui deliberare. Afflitti dalla tristizia dei tempi, Noi pensiamo che occorra anzitutto preoccuparsi e fare in modo che i vincoli della famiglia cristiana si rinsaldino ogni giorno più stretti con l’ordine gerarchico, in modo che i fedeli si stringano ai loro Vescovi con obbediente volontà e custodiscano con ardore e professino apertamente, nei confronti del Vescovo della Chiesa universale, la fede, l’obbedienza e la pietà di figli. Volere poi che il Romano Pontefice non sia sottomesso ad alcun potere umano e che Egli sia pienamente e perfettamente libero, è un santo dovere che riguarda tutti i cattolici di ogni nazione e non di una soltanto, e perciò i Vescovi provvedano con decisioni comuni, e operino in modo che le iniziative dei fedeli siano indirizzate verso questa santissima causa, nel proposito di raggiungere un esito felice. In tali riunioni i Vescovi avranno agio di scambiarsi opinioni su eventuali difficoltà manifestatesi nelle loro Chiese; potranno inoltre, se parrà loro opportuno, rendere di pubblica ragione lettere e azioni collettive. Inoltre nelle suddette consultazioni troverà posto l’impegno di formare e di educare il clero: missione di cui nessuna è più nobile e più feconda per un Vescovo; ci sarà la possibilità di confrontarsi su come far coincidere la disciplina e le regole dei chierici nei sacri seminari con quelle del Concilio tridentino, nonché sul modo di coltivare in essi la pietà e la generosa virtù, e su quali incitamenti aggiungere perché si studino le più eccelse dottrine, così che esse fioriscano come i tempi richiedono, e su quali misure prendere nei confronti di tutto il clero in vista di una più ampia conquista di anime. Per ciò che riguarda il gregge dei fedeli, esposti a tanti pericoli e insidie, sarà della massima importanza ricorrere a forme di assistenza che possano loro giovare: sermoni e catechesi su argomenti sacri adatti agli uomini, alle varie età, ai luoghi; confraternite pie, e diverse, di laici, approvate e raccomandate dalla Chiesa; la inviolabile tutela e il rispetto delle feste religiose; e, ancora, quelle istituzioni e quelle opere che offrano protezione ai fedeli, e soprattutto ai giovani, contro la malvagità e la corruzione, in modo che si moltiplichi la salvifica frequentazione dei sacramenti; infine libri, giornali e simili pubblicazioni popolari che giovino alla difesa della fede e alla disciplina dei costumi. A questo proposito, è di somma importanza raccomandare ai Vescovi ciò che a Noi sta da lungo tempo a cuore e che richiamiamo con insistenza: l’impegno dei cattolici nello scrivere e nel pubblicare proceda con molto equilibrio e sia particolarmente incoraggiato. Certo occorre riconoscere che siffatti eccellenti scritti, in ogni paese, siano essi quotidiani o periodici, sono assai utili alla società religiosa e civile, sia che la sostengano direttamente e la facciano prosperare, sia che respingano gli attacchi degli avversari che cercano di recar loro danno, e impediscano l’impuro contagio. Ma nell’Impero Austriaco è il caso di attribuire ad essi una grande attenzione: ivi diffusi periodici in gran parte sono al servizio dei nemici della Chiesa i quali, dotati di grandi ricchezze, li propagano più facilmente e più diffusamente. È dunque assolutamente necessario opporre gli scritti agli iscritti con non inferiore frequenza, per poter così rintuzzare i loro dardi, smascherare le loro ignobili frodi, respingere i veleni degli errori, educare al giusto dovere della virtù. Perciò sarebbe conveniente e salutare che ogni regione possedesse i propri giornali quasi in difesa degli altari e dei focolari, concepiti in modo da non sottrarsi mai al giudizio del Vescovo, così che per rettitudine e zelo vengano a collimare con la sua prudenza e con la sua volontà; il clero poi li incoraggi con la sua benevolenza e rechi ad essi il soccorso della propria dottrina e tutti i veri cattolici accordino ad essi ogni favore e un generoso aiuto proporzionato alle forze e alla ricchezza. La sollecitudine e l’approvazione dei Vescovi dovrebbero essere rivolte ad altra insigne causa che vi sta tanto a cuore, come abbiamo appreso dalla lettera che di comune accordo avete inviato ai fedeli che voi guidate: la causa degli operai che hanno gran bisogno dell’aiuto della religione, sia per adempiere onestamente al loro lavoro, sia a sollievo delle loro afflizioni. Questa causa si identifica con quella, agitata con grande passione in questi tempi, che viene chiamata questione “sociale”, e che, quante più difficoltà comporta, tanto più richiede un’assidua attenzione. Se i Vescovi, per quanto possono, dedicheranno a tale questione le loro meditazioni e il loro impegno, se essi faranno in modo che i precetti evangelici di giustizia e di carità siano operanti in ogni classe di cittadini, scendendo nel profondo degli animi, se essi perverranno con qualunque mezzo, con l’autorità e con l’azione, a migliorare l’infima condizione degli operai, essi avranno ben meritato sia della religione, sia dello Stato. – Queste questioni e altre di altrettanta gravità siano affrontate nella consultazione durante i congressi annuali dei Vescovi che Noi suggeriamo di convocare. Noi siamo fermamente convinti che tutti i Vescovi d’Austria asseconderanno con sommo zelo e volontà questi Nostri voti, ispirati da un santo fervore religioso e da benevola carità verso codeste popolazioni cattoliche.

Frattanto, come auspicio dei doni celesti e come testimonianza della Nostra paterna benevolenza, a voi tutti, diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, e a tutte le genti Austriache impartiamo con tanto affetto e nel nome del Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 marzo 1891, nell’anno decimoquarto del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “QUUM DIUTURNUM”

Breve Lettera Enciclica, la Quum diuturnum, con la quale S.S. Leone XIII convoca un Concilio riservato a tutti i Vescovi dell’America Latina nella città sede della Sede Apostolica per promuovere, a maggior gloria di Dio ed a beneficio di tutti i popoli di quelle Nazioni, il Regno di Dio in terra. Questo succedeva nel 1898, mentre oggi dopo quasi un secolo e mezzo, si indicono sinodi per onorare le diaboliche divinità (Pachamama docet, abominevole sacrilego rito Maya della anti-Messa lanciato in Messico, il rito rosa+croce del signore dell’universo…) o per sdoganare e spacciare, sotto false teorie neo-sodomitiche di una lussuria mai vista sulla faccia del pianeta, mascherate col nome modernista ed ingannevolmente altisonante di “Gender”, il solito peccato che grida vendetta agli occhi di Dio… e tutti gli abomini del senso più depravato. Ma calma, il “pusillius grex” sa bene che la vera Chiesa è fedele al mandato di Cristo, ai Padri della Chiesa, alla teologia Scolastica, al sacro Magistero, per cui, alla luce della rivelazione e della dottrina, comprende perfettamente che quella è solo una mistificazione della setta satanica insediata nei palazzi apostolici dell’Urbe e dell’orbe intero, che cerca di trascinare con sé all’inferno quanti più tiepidi e confusi falsi cristiani, ignari colpevolmente della dottrina e della dogmatica cattolica, dalla quale avrebbero potuto e dovuto rendersi conto facilmente da chi fossero guidati, non certamente a popolare e costituire il Regno di Dio, bensì a sprofondare nel fuoco infernale dello stagno eterno della dannazione. Terribile sarà poi il giudizio per i finti o i veri prelati e religiosi che coscientemente sono stati ipocriti complici per salvaguardare i loro onori e prebende, essi che sapevano e dovevano difendere il gregge che Gesù Cristo aveva loro affidato e da essi invece esposto e consegnato ai lupi famelici ed ai demoni ruggenti. Che Dio abbia pietà di loro per i quali noi preghiamo perché possano ravvedersi quanto prima con sincero pentimento ed a gloria di Dio.

Leone XIII
Quum diuturnum

Lettera Enciclica

Indizione del concilio plenario dell’America Latina
25 dicembre 1898

Quando ripercorriamo il lungo corso del nostro Pontificato, vediamo che non abbiamo mai tralasciato nulla che riguardasse il rafforzamento e la promozione del Regno di Dio presso codeste genti. Certamente è tuttora presente in voi, venerabili fratelli, il ricordo delle azioni da noi compiute, con l’aiuto di Dio, a vostro favore. Non abbiamo affidato invano quei servizi della nostra prudenza al vostro zelo e alla vostra diligenza. Ora vogliamo che sia manifesta una nuova prova del nostro affetto verso di voi; cosa che già da tempo era nei nostri desideri. Infatti, fin dal tempo della celebrazione del IV centenario della scoperta dell’America, abbiamo cominciato a pensare con insistenza al modo in cui avremmo potuto mettere in rilievo le comuni origini latine, che il nuovo mondo detiene per più della metà. Arrivammo alla conclusione che a tale scopo la cosa migliore sarebbe stata che voi tutti, Vescovi di queste contrade, vi foste riuniti, su nostro invito e con la nostra autorità, per deliberare. Eravamo infatti convinti che, mettendo insieme la vostra sapienza e i frutti della prudenza che ciascuno di voi ha tratto dalla propria esperienza, avreste provveduto convenientemente affinché presso quei popoli, legati da una stessa stirpe o da una affine, si mantenesse salda l’unità della Disciplina ecclesiastica, si rinvigorissero i costumi degni della Fede cattolica, e la Chiesa si segnalasse pubblicamente per il comune impegno dei buoni. Mi persuadeva poi grandemente a tradurre in atto questo intendimento, il fatto che voi, interpellati al riguardo, aveste accolto con forte assenso una tale proposta. – Quando poi giunse il momento di attuare l’iniziativa, lasciammo a voi, venerabili fratelli, il compito di scegliere il luogo in cui vi sembrava opportuno tenere questo concilio. Dichiaraste allora, in massima parte, che sareste venuti assai volentieri a Roma, anche perché per molti di voi sarebbe stato molto più semplice raggiungere questa sede che non qualche altra lontana città americana, per la grande difficoltà di viaggiare in cedesti posti. All’annuncio di questa vostra scelta, non potemmo che dare il nostro più pieno assenso, perché essa conteneva un segno non piccolo del vostro amore verso questa Sede Apostolica. Anche se Ci dispiace, per le condizioni in cui ora ci troviamo, che Ci sia tolta la possibilità di trattarvi, mentre sarete a Roma, tanto dignitosamente e liberalmente quanto vorremmo. Perciò la Sacra Congregazione [per interpretare gli Atti] del Concilio [di Trento] ha il mandato da Noi conferitole di convocare per il prossimo anno a Roma il Concilio di tutti i Vescovi delle Nazioni dell’America Latina, e di emanare le norme adeguate che esso dovrà seguire. Intanto, come auspicio dei celesti favori e come testimonianza della nostra benevolenza verso di voi, venerabili fratelli, e verso il clero e il popolo a ciascuno affidato, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, proprio il giorno della nascita di nostro Signore Gesù dell’anno 1898, XXI del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “SPESSE VOLTE”

La lettera Enciclica “Spesse volte”, scritta in italiano e rivolta ai Vescovi italiani in occasione della promulgazione di inique leggi volte a sopprimere tante associazioni cattoliche, è una dolorosa testimonianza dell’insania morale anticlericale, ma in verità antidivina ed anticristica, ed in definitiva antisociale, delle correnti socialiste ed anarchiche che spinte dalle sette massoniche dominavano il parlamento italiano, allora come oggi. Ma oggi c’è una situazione diversa e molto più drammatica: al governo, in Italia come quasi in tutte le nazioni del mondo, ci sono esponenti delle varie logge, ma la conventicola-sinagoga del demonio, si è stabilmente radicata nei palazzi apostolici dell’Urbe cattolica, dando vita ad una falsa chiesa che conserva solo la conchiglia esterna di un organismo morto, putrefatto, rinsecchito, arido, sterile, mentre la vera Chiesa di Cristo, è nascosta nel deserto del mondo paganizzato e massonizzato, negli anfratti, nelle catacombe, nelle caverne, impedita nel suo agire, così come il Pontefice massimo, il Vicario di Cristo, sostituito da un usurpante burattino mosso dai fili dei burattinai “illuminati”…. Ma il Santo Padre Leone XIII ci consolava già all’epoca e ci invitava alla pazienza ed alla perseveranza con queste parole, di cui oggi abbiamo più bisogno che mai: « … che se incontraste sul cammino nuove contraddizioni e nuove ostilità, non vi sgomentate: la bontà della vostra causa apparirebbe sempre più luminosa, quando gli avversari, per combatterla, fossero costretti a ricorrere ad armi siffatte; e le prove che dovreste sostenere, aumenterebbero il vostro merito innanzi agli uomini onesti e, ciò che più monta, innanzi a Dio. »


Leone XIII
Spesse volte

Lettera Enciclica

5 agosto 1898
Agli Italiani, sulla soppressione di Associazioni cattoliche.

Spesse volte, nel corso del Nostro Pontificato, mossi dalle sacre ragioni dell’Apostolico ministero, dovemmo levar lamento e protesta in occasione di atti compiuti, a detrimento della Chiesa e della Religione, da coloro che, per vicenda di ben noti rivolgimenti, reggono la cosa pubblica in Italia. Ci duole doverlo fare di nuovo sopra un argomento gravissimo e che Ci riempie l’animo di profonda tristezza. Noi intendiamo parlare della soppressione di tante istituzioni cattoliche, decretata, non ha guari, in varie parti della Penisola. Questa disposizione immeritata ed ingiusta ha sollevato la riprovazione di ogni anima onesta, ed in essa vediamo, con sommo Nostro rammarico, compendiarsi e rincrudire le offese sofferte negli anni trascorsi. Sebbene sia cosa a voi nota, Venerabili Fratelli, pur nondimeno stimiamo opportuno riandare le origini e la necessità di queste istituzioni, frutto delle Nostre sollecitudini e delle vostre amorevoli cure, affinché tutti comprendano il pensiero che le aveva ispirate e lo scopo religioso morale e caritativo a cui erano dirette. – Dopo aver rovesciato il Principato Civile dei Papi, si vennero in Italia togliendo gradatamente alla Chiesa cattolica i suoi elementi di vita e di azione, la sua naturale e secolare influenza nei pubblici e sociali ordinamenti. Con atti progressivi e coordinati a sistema, si chiusero monasteri e conventi; si dissipò, colla confisca dei beni ecclesiastici, la massima parte del patrimonio della Chiesa; s’impose ai chierici il servizio militare; s’inceppò la libertà dell’ecclesiastico ministero con disposizioni arbitrarie ed ingiuste; si mirò con sforzi perseveranti a cancellare da tutte le pubbliche istituzioni l’impronta religiosa e cristiana; si favorirono i culti dissidenti, e mentre si concedeva la più ampia libertà alle sètte massoniche, si riserbavano odiose intolleranze e vessazioni a quella unica religione, che fu sempre gloria, presidio a forza degli Italiani. Noi non mancammo di deplorare questi gravi e ripetuti attentati. Li rimpiangemmo per conto della nostra santa Religione esposta a supremi pericoli; li rimpiangemmo eziandio, e ciò diciamo con tutta sincerità del Nostro cuore, per conto della patria nostra; giacché la Religione è sorgente di prosperità e di grandezza per una nazione, e fondamento precipuo di ogni bene ordinata società. Ed infatti, indebolito il sentimento religioso, che eleva e nobilità l’animo, e v’imprime profondamente le nozioni del giusto e dell’onesto, l’uomo inclina e si abbandona ad istinti selvaggi e ad interessi materiali; e da ciò, come logica conseguenza, rancori, scissure, depravazioni, conflitti e turbamento dell’ordine, ai quali mali non sono rimedi sicuri e sufficienti né la severità delle leggi, né i rigori dei tribunali, né l’uso della stessa forza armata. Di questa connessione naturale ed intrinseca tra il decadimento religioso e lo sviluppo dello spirito di sovversione e di disordine, Noi più volte, in atti pubblici diretti agli Italiani, avvertimmo coloro ai quali incombe la formidabile responsabilità del potere, mostrando i progressi immancabili del socialismo e dell’anarchia, ed i mali senza fine a cui essi esponevano la nazione. Ma non fummo ascoltati. Il pregiudizio meschino e settario fe’ velo all’intelligenza, e la guerra contro la religione fu continuata colla stessa intensità. Non solo non fu preso alcun provvedimento; ma dai libri, dai giornali, dalle scuole, dalle cattedre, dai circoli, dai teatri, si proseguì a spargere largamente i germi dell’irreligione e dell’immoralità, a scalzare i principi a cui s’informano i forti ed onesti costumi di un popolo, a diffondere le massime, dalle quali segue inesorabilmente la perversione dell’intelletto e la corruzione del cuore. – Noi allora, Venerabili Fratelli, vedendo periglioso e fosco l’avvenire del nostro Paese, credemmo giunto il momento di alzare la voce, e dicemmo ai Cattolici italiani: la Religione e la società sono in pericolo; è tempo di spiegare tutta la vostra attività, opponendo al male invadente un argine colla parola, colle opere, colle associazioni, coi comitati, colla stampa, coi congressi, colle istituzioni di carità e di preghiera, con tutti i mezzi, infine, pacifici e legali, che siano acconci a mantenere nel popolo il sentimento religioso ed a sollevarne la miseria, cattiva consigliera, resa tanto profonda ed estesa per le depresse condizioni economiche d’Italia. – Tali cose Noi raccomandammo più volte, ed in modo particolare nelle due Lettere già da Noi indirizzate al popolo italiano: in quella del 15 ottobre 1890 e nell’altra dell’8 dicembre 1892 [encicliche “Dall’Alto” e “Custodi della fede“]. – Ci è qui grato dichiarare, che le Nostre esortazioni caddero, su terreno fecondo. Mediante i vostri generosi sforzi, Venerabili Fratelli, e quelli del clero e dei fedeli a voi affidati, si ottennero lieti e salutari effetti, dai quali era facile prevederne anche maggiori in un prossimo avvenire. Centinaia di associazioni e di comitati sorsero in varie parti d’Italia, e dal loro zelo indefesso ebbero origine casse rurali, cucine economiche, dormitori economici, ricreatori festivi, opere catechistiche, assistenza degli infermi, tutela della vedova e del pupillo e tante altre benefiche istituzioni, che furono salutate dalla riconoscenza e dalle benedizioni del popolo, ed ebbero sovente anche da uomini di altro partito ben meritato elogio. Ed i Cattolici, secondo il loro solito, nella esplicazione di questa lodevole operosità cristiana, non avendo nulla da celare, si mostrarono alla luce del giorno e si tennero costantemente nei confini della legalità. – Ma sopraggiunsero le luttuose vicende che, accompagnate da tumulti e spargimenti di sangue cittadino, funestarono alcune contrade d’Italia. Niuno più di Noi soffrì nell’animo e si commosse a quel triste spettacolo (1). Pensammo però, che nelle origini prime di quelle sedizioni e di quelle lotte fraterne, coloro che hanno la direzione della cosa pubblica riconoscerebbero il frutto funesto, ma naturale, del mal seme a larga mano e per sì lungo tempo sparso impunemente in tutta la Penisola; pensammo che risalendo dagli effetti alle cause e traendo profitto dal duro ammaestramento ricevuto, tornerebbero alle norme cristiane del riordinamento sociale, colle quali debbono rinnovarsi le nazioni, se non si vogliono lasciar perire, e perciò porrebbero in onore i principi di giustizia, di probità e di religione, dai quali deriva principalmente anche il benessere materiale di un popolo. Pensammo almeno che, volendo rinvenire autori e complici di quelle sommosse, si avviserebbero a cercarli fra coloro, che avversano la dottrina cattolica, e nel naturalismo e materialismo scientifico e politico infiammano gli animi ad ogni cupidigia disordinata; fra coloro, che nelle ombre di settarie congreghe nascondono i rei intendimenti ed affilano le armi contro l’ordine e la sicurezza della società. – Ed invero non mancò qualche spirito elevato ed imparziale, anche nel campo avverso, che comprese ed ebbe il lodevole coraggio di proclamare pubblicamente le vere cause dei lamentati disordini. Ma grande fu la Nostra sorpresa ed il Nostro dolore quando apprendemmo che, con assurdo pretesto, mal dissimulato dall’artificio, si osava, alfine di deviare l’opinione pubblica e porre ad esecuzione un premeditato disegno, riversare sui Cattolici la stolta accusa di perturbatori dell’ordine e far ricadere sopra di essi il biasimo ed il danno dei sediziosi sconvolgimenti, di cui alcune contrade d’Italia furono teatro. E maggiormente crebbe il Nostro dolore quando a tali calunnie succedendo fatti arbitrari e violenti, si videro sospesi e soppressi molti dei principali e più valorosi giornali cattolici, proscritti comitati per le parrocchie e per le diocesi, disperse adunanze per congressi, rese inerti alcune istituzioni ed altre minacciate fra quelle stesse che hanno per scopo il solo incremento della pietà tra i fedeli, o la pubblica e privata beneficenza; quando si videro disciolte innocue e benemerite società in grandissimo numero, e così distrutto, in poche ore procellose, il lavoro paziente, caritatevole, modesto di molti anni, di molti nobili intelletti, di molti cuori generosi. – Con tale enorme ed odiosa disposizione la pubblica autorità contraddiceva, anzi tutto, alle sue precedenti affermazioni. Per molto tempo, infatti, essa aveva rappresentato le popolazioni della Penisola conniventi e del tutto solidali con lei nell’opera rivoluzionaria ed avversa al Papato; ed ora invece, ad un tratto, veniva a smentire se stessa col ricorrere ad espedienti straordinari per comprimere innumerevoli associazioni sparse in tutta Italia, e ciò non per altro motivo se non perché esse si mostravano affezionate e devote alla Chiesa ed alla causa della Santa Sede. Ma questa disposizione ledeva, soprattutto, i principi di giustizia e le stesse norme delle leggi vigenti. In forza di questi principi e di queste norme è lecito ai Cattolici, come a tutti gli altri cittadini, fruire della libertà di unire in comune i loro sforzi per promuovere il bene morale e materiale del loro prossimo, o per esercitarsi in pratiche di pietà e di religione. Fu dunque arbitrio lo scioglimento di tante benefiche istituzioni cattoliche, che pure esistono tranquille e rispettate in altre nazioni, senza alcuna prova della loro colpabilità, senza alcuna investigazione precedente, senza alcun documento atto a dimostrare la loro partecipazione agli avvenuti disordini. – Fu anche una speciale offesa arrecata a Noi, che avevamo ordinato e benedetto quelle utili e pacifiche associazioni, ed a voi, Venerabili Fratelli, che ne avevate curato e promosso lo sviluppo e vigilato il regolare andamento: la Nostra protezione e la vostra vigilanza dovevano renderle anche maggiormente rispettabili, ed immuni da qualsiasi sospetto. – Né possiamo passare sotto silenzio quanto siffatta disposizione sia perniciosa agl’interessi delle moltitudini; quanto alla conservazione sociale, quanto al vero bene d’Italia. Colla soppressione di quelle società viene ad aumentare la miseria morale e materiale del popolo, ch’esse procuravano con ogni mezzo possibile di mitigare; viene privata la civil comunanza di una forza potentemente conservatrice; giacché la loro organizzazione stessa e la diffusione dei loro principi era un argine contro le teorie sovversive del socialismo e dell’anarchia; viene infine ad accendersi maggiormente il conflitto religioso, che tutti gli uomini scevri da passioni settarie comprendono esser supremamente funesto all’Italia, di cui spezza le forze, la compattezza, l’armonia. – Noi non ignoriamo, che le società cattoliche sono accusate di tendenze contrarie agli attuali ordinamenti politici d’Italia e considerate perciò come sovversive. Siffatta imputazione è fondata sopra un equivoco creato e mantenuto appositamente dai nemici della Chiesa e della Religione per coonestare dinanzi al pubblico il riprovevole ostracismo che essi intendono infliggere alle dette associazioni. Noi vogliamo che tale equivoco sia dissipato per sempre. I Cattolici italiani, in forza degli immutabili e noti principi della loro Religione, rifuggono da cospirazione e ribellione qualsiasi contro i pubblici poteri, ai quali rendono il tributo che ad essi si deve. La loro condotta passata, alla quale tutti gli uomini imparziali possono rendere onorata testimonianza, è garante di quella futura, e ciò dovrebbe bastare ad assicurar loro la giustizia e la libertà a cui hanno diritto tutti i pacifici cittadini. Diremo di più: essendo essi, per la dottrina che professano, i più solidi sostenitori dell’ordine, hanno diritto al rispetto; e se la virtù ed il merito fossero adeguatamente apprezzati, avrebbero anche diritto ai riguardi ed alla gratitudine di chi presiede alla cosa pubblica. Ma i Cattolici italiani, appunto perché Cattolici, non possono rescindere dal volere che al loro Capo supremo sia restituita la necessaria indipendenza e la pienezza della libertà vera ed effettiva, la quale è condizione indispensabile per la libertà e l’indipendenza della Chiesa cattolica. Su questo punto i loro sentimenti non cambieranno né per minacce, né per violenze; essi subiranno l’attuale ordine di cose, ma fino a che questo avrà per scopo la depressione del Papato e per causa la cospirazione di tutti gli elementi antireligiosi e settari, essi non potranno mai, senza violare i loro più sacri doveri, concorrere a sostenerlo colla loro adesione e col loro appoggio. Il richiedere dai Cattolici un positivo concorso al mantenimento dell’attuale ordine di cose, sarebbe pretesa irragionevole ed assurda; poiché ad essi non sarebbe più lecito ottemperare agli insegnamenti ed ai precetti di questa Apostolica Sede, anzi dovrebbero agire in opposizione ai medesimi e dipartirsi dalla condotta che tengono i Cattolici di tutte le altre nazioni. – Quindi è che l’azione dei Cattolici italiani, nelle presenti condizioni di cose, rimanendo estranea alla politica, si concentra nel campo sociale e religioso, e mira a moralizzare le popolazioni, renderle ossequenti alla Chiesa ed al suo Capo, allontanarle dai pericoli del socialismo e dell’anarchia, inculcar loro il rispetto al principio di autorità, sollevarne infine la indigenza colle opere molteplici della carità cristiana. Come, dunque, i Cattolici potrebbero esser chiamati nemici della patria ed esser confusi coi partiti che attentano all’ordine ed alla sicurezza dello Stato? Siffatte calunnie cadono dinanzi al solo buon senso. Esse si fondano su questo concetto, che le sorti, l’unità, la prosperità della nazione consistono nei fatti compiuti a danno della Santa Sede, fatti pur deplorati da uomini punto sospetti, i quali dichiarano apertamente essere immenso errore il provocare un conflitto con quella grande istituzione, che Dio pose in mezzo all’Italia e che fu e rimarrà perpetuamente il suo vanto precipuo ed incomparabile; istituzione prodigiosa che domina la storia, e per la quale l’Italia divenne l’educatrice feconda dei popoli, la testa ed il cuore della civiltà cristiana. Di qual colpa pertanto sono rei i Cattolici quando desiderano il termine del lungo dissidio, sorgente di grandissimi danni per l’Italia nell’ordine sociale, morale e politico; quando domandano che sia ascoltata la voce paterna del loro Capo supremo, che tante volte ha reclamato le dovute riparazioni, mostrando i beni incalcolabili che da esse deriverebbero all’Italia? I nemici veri d’Italia bisogna ricercarli altrove; bisogna ricercarli tra coloro che mossi da spirito irreligioso e settario, chiuso l’animo dinanzi ai mali ed ai pericoli che pesano sulla patria, respingono ogni vera e feconda soluzione del dissidio, e procurano, per i loro riprovevoli disegni, di renderlo sempre più lungo e più acerbo. A questi e non ad altri conviene attribuire la dura disposizione onde vennero colpite tante utili associazioni cattoliche; disposizione che Ci addolora profondamente anche per un altro titolo di ordine più elevato e che non riguarda solamente i Cattolici italiani, ma quelli del mondo intero. Essa mette sempre più in chiaro la condizione penosa, precaria ed intollerabile a cui siamo ridotti. Se alcuni fatti, nei quali i Cattolici non ebbero nulla a che fare, bastarono per decretare la soppressione di migliaia di opere benefiche ed immuni da qualsiasi colpa, nonostante la guarentigia che veniva loro dalle leggi fondamentali dello Stato, ogni uomo sensato ed imparziale comprenderà quale e quanta possa essere l’efficacia delle assicurazioni date dai pubblici poteri per la libertà ed indipendenza del Nostro Apostolico Ministero. Quale è invero la Nostra libertà, quando dopo essere stati spogliati della maggior parte degli antichi presidi morali e materiali, di cui i secoli cristiani avevano arricchito la Sede Apostolica e la Chiesa in Italia, veniamo ora privati anche di quei mezzi di azione religiosa e sociale, che le Nostre sollecitudini e lo zelo ammirabile dell’Episcopato, del clero e dei fedeli avevano riunito a tutela della Religione ed a beneficio del popolo italiano? Quale può essere la Nostra pretesa libertà, quando un’altra occasione, un altro incidente qualsiasi potrebbe servir di pretesto a procedere ancora più oltre nella via delle violenze e degli arbitri e ad infliggere nuove e più profonde ferite alla Chiesa ed alla Religione? Noi segnaliamo questo stato di cose ai Nostri figli d’Italia e a quelli delle altre nazioni. Agli uni e agli altri però diciamo, che, se il Nostro dolore è grande, non minore è il Nostro coraggio, non minore la Nostra fiducia in quella Provvidenza che governa il mondo e che veglia costantemente ed amorosamente sulla Chiesa, la quale s’identifica col Papato, secondo la bella espressione di Sant’Ambrogio: Ubi Petrus ibi Ecclesia. Ambedue sono istituzioni divine che sopravvissero a tutti gli oltraggi, a tutti gli attacchi, che videro immobili passare i secoli, che attinsero aumenti di forza, di energia e di costanza dalla stessa sventura. E quanto a Noi non cesseremo di amare questa bella e nobile nazione da cui sortimmo i natali, lieti di spendere gli ultimi avanzi delle Nostre forze per conservarle il tesoro prezioso della Religione, per mantenere i suoi figli nella sfera onorata della virtù e del dovere, per sollevare, quanto Ci è possibile, le loro miserie.

In questo nobilissimo ufficio voi Ci apporterete, ne siamo sicuri, Venerabili Fratelli, il concorso efficace delle vostre cure e del vostro zelo illuminato e costante. – Continuate nell’opera santa di ravvivare la pietà tra i fedeli, di preservare le anime dagli errori e dalle seduzioni che le circondano da ogni lato, di consolare i poveri e gl’infelici con tutti i mezzi che la carità potrà suggerirvi. Le vostre fatiche non saranno mai sterili, qualunque siano le vicende e gli apprezzamenti umani, perché dirette a più alto fine che non sono le cose di quaggiù; e ad ogni modo esse varranno, qualora fossero osteggiate o distrutte, a liberarvi dal dover rispondere dei danni, che dagl’impedimenti frapposti al vostro pastorale ministero potrebbe risentire l’Italia. Ed a voi, Cattolici italiani, oggetto precipuo delle Nostre sollecitudini e della Nostra affezione, a voi fatti segno a più aspre vessazioni, perché più vicini a Noi e più stretti a questa Sede Apostolica, a voi serva di conforto e di incoraggiamento la Nostra parola e la Nostra ferma assicurazione, che il Papato, come nei secoli trascorsi, in gravi e procellosi avvenimenti, fu guida, difesa e salvezza del popolo cattolico, specialmente d’Italia, così per l’avvenire non verrà meno alla sua grande e salutare missione, col difendere e rivendicare i vostri diritti, coll’assistervi nelle vostre difficoltà, coll’amarvi quanto più bersagliati ed oppressi. Voi avete dato, specialmente in questi ultimi tempi, numerose testimonianze di abnegazione e di operosità nel fare il bene. Non vi perdete di animo; ma tenendovi rigorosamente, come nel passato, entro i limiti della legge e pienamente sottomessi alla direzione dei vostri Pastori, continuate con coraggio cristiano negli stessi propositi. Che se incontraste sul cammino nuove contraddizioni e nuove ostilità, non vi sgomentate: la bontà della vostra causa apparirebbe sempre più luminosa, quando gli avversari, per combatterla, fossero costretti a ricorrere ad armi siffatte; e le prove che dovreste sostenere, aumenterebbero il vostro merito innanzi agli uomini onesti e, ciò che più monta, innanzi a Dio.

Auspice intanto dei Celesti favori e pegno del Nostro specialissimo affetto, sia la Apostolica Benedizione, che dall’intimo del cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al clero ed al popolo italiano.

Dato a Roma presso San Pietro, il 5 agosto 1898, anno XXI del Nostro Pontificato.

Leone PP. XIII.

NOTE

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – S.S. LEONE XIII – “INSIGNES”

“Ho dedicato me stesso e il mio regno interamente alla Santa Romana Chiesa e alla vostra Beatitudine. Il Vicario di Dio in terra, anzi Dio stesso, non può comandare alcuna azione così difficile per me, o così pericolosa, che io non ritenga doveroso e salutare intraprendere, che io non tenti senza timore, soprattutto quando si tratta di rafforzare la fede cattolica e di schiacciare la perfidia degli empi …. Qualunque nemico della Religione sia necessario incontrare in battaglia, ecco che Mattia insieme all’Ungheria… rimangono devoti alla Sede Apostolica e alla vostra Beatitudine e lo rimarranno per sempre”. Stupenda testimonianza del Re d’Ungheria Mattia, resa al Romano Pontefice ed alla Chiesa Cattolica tutta ricordata in questa lettera Enciclica inviata da S.S. Leone XIII ai Vescovi della Nazione ungarica, tenacemente legata alla fede Cattolica ed al suo reggente, il Vicario in terra di N. S. Gesù Cristo. Questa fede rimane ancora unica oggi nel panorama della nazioni europee tutte vergognosamente apostate dalla fede dei loro padri, fede che ne ha reso possibili progressi civili, materiali e spirituali. Tra tutte le nazioni apostate dal Cattolicesimo ed immerse in un terrificante paganesimo di stampo liberal-massonico anticristiano, effettivamente ancor oggi l’Ungheria resta un baluardo piccolo, se vogliamo, ma resiliente allo strapotere demoniaco dei satrapi globalisti luciferini disseminati in tutti i governi mondiali e nelle istituzioni sovranazionali. Ma si sa, a Dio bastano dodici uomini rozzi per diffondere la sua dottrina evangelica in tutto il mondo, trecento uomini male armati per sbaragliare eserciti agguerriti di migliaia di uomini, per cui non c’è da temere per la barca di Pietro anche se combattuta e quasi affondata dalle tempeste suscitate dai nemici di Dio, della sua Chiesa unica e vera, e di tutti gli uomini… se stessi compresi.

INSIGNES

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII SU

IL MILLENNIO UNGHERESE

Ai Vescovi dell’Ungheria.

Avete giustamente decretato che un ringraziamento speciale e gioioso sia offerto all’eterno Dio dell’Ungheria. Infatti, la vostra nazione, al di là di tutte le altre, è tenuta a ricordare la grande abbondanza di benefici che ha ricevuto da Dio, il più provvido costruttore e preservatore di regni, nel corso di molti secoli e di prove difficili. L’anniversario del vostro Paese, come felicemente ritorna, è un momento molto adatto per “ricordare e celebrare queste benedizioni”, poiché ricorre il millesimo anno da quando i vostri antenati stabilirono le loro case e residenze in quelle terre e iniziò la storia dell’Ungheria.

Celebrazione del millesimo anniversario dell’Ungheria

2. Non abbiamo dubbi che le celebrazioni previste avranno un esito degno dell’occasione e saranno produttive dei più nobili vantaggi. Infatti, non ci può essere cittadino con un amore puro che non sia colpito dalle glorie del Paese di cui fa parte e a cui le antiche glorie del passato ricordate pubblicamente suscitino un vivo desiderio di imitarle. A tutto questo si aggiungerà l’approvazione unanime di tante nazioni civili che, mentre si rallegrano in amicizia, si congratuleranno sicuramente con un regno fondato su leggi e istituzioni appropriate, preservato dalla sua prudenza civile e dal suo valore in guerra e portato da molte azioni di eccellenza alla sua attuale longevità e crescita.

3. La vostra prosperità ci colpisce nel modo più piacevole possibile e non desideriamo altro che essere presenti con voi tra il vostro popolo, Venerabili Fratelli, e dimorarvi con la mente e lo spirito. Questo Nostro desiderio è motivato principalmente dalla Nostra speciale attrazione e dalla Nostra amorevole cura per l’Ungheria cattolica e dai loro sentimenti devoti verso questa Sede Apostolica e verso Noi stessi. Tra le altre indicazioni di devozione, negli ultimi anni Roma ha visto un gran numero di ungheresi venire, sotto la vostra guida, a venerare le tombe dei Principi degli Apostoli. Hanno presentato belle testimonianze di fede, obbedienza e amore a nome di tutti i loro connazionali. Hanno ottenuto la nostra benevolenza e un discorso esortativo per rafforzare il loro spirito nei doveri della loro santa professione. In effetti, avevamo manifestato di proposito questa Nostra benevolenza a tutta la nazione nella prima e nella seconda lettera che vi abbiamo inviato. Ora, però, ricordando la modestia e il favore con cui il clero e tutti gli uomini di buona volontà hanno accolto le Nostre istruzioni, ancora una volta questa lettera trasmetta il Nostro amore e accresca la gioia della celebrazione secolare e ne raddoppi i frutti.

4. Nella preparazione delle vostre celebrazioni, risplende la forza della Religione cattolica come eccellente promotrice della sicurezza pubblica e come fonte o sostegno del bene tra i popoli. Certamente, come affermano i vostri storici più saggi, la nazione ungherese non avrebbe tenuto a lungo o con grande prosperità le zone occupate se il Vangelo non l’avesse portata, liberata dal giogo della superstizione, ad accettare questi noti principi: rispettare la legge naturale, non fare del male a nessuno, essere misericordiosi, perseguire la pace, essere soggetti ai Principi come a Dio e praticare la fratellanza in patria e all’estero.

Gli inizi del Cattolicesimo in Ungheria

5. In modo meraviglioso, gli inizi della fede cattolica nel vostro Paese sono stati consacrati nelle persone del principe Geza e dei condottieri della nazione, soprattutto grazie agli sforzi del santo vescovo Adalberto, un uomo famoso per le sue fatiche apostoliche ed infine per la sua corona di martire. Questi inizi, tuttavia, erano tanto più notevoli in quanto, considerando i tempi e la posizione dei loro territori, si trovavano pericolosamente esposti alla deplorevole separazione dalla Chiesa romana che stava scoppiando tra gli orientali. Stefano, Principe cristiano esemplare, continuò e portò a termine ciò che suo padre aveva iniziato. Egli è quindi giustamente celebrato come il principale pilastro e la luce della vostra nazione; non solo la istruì nel raggiungimento della salvezza eterna, ma ne aumentò anche l’estensione e la fama.

Importanza di Stefano

6. Sotto questo stesso Principe, che offrì e dedicò il suo scettro alla Madre di Dio e al beato Pietro, iniziò quello scambio di atti di zelo e di dovere tra i Pontefici romani e i Re ed il popolo d’Ungheria, che abbiamo già lodato. Simbolo permanente di questo legame fu la corona reale ornata con le immagini di Cristo Salvatore e degli Apostoli che il nostro predecessore Silvestro II inviò in dono a Stefano, quando gli conferì il titolo di Re perché “aveva molto diffuso la fede di Cristo”(Clemente XIII nel discorso Si qui militari, I ottobre 1758.) nel vostro Paese. Questo famoso episodio dimostra la costanza degli ungheresi nell’obbedienza a Pietro, perché questa corona ha sopportato indenne le burrasche mutevoli e pericolose dei tempi critici, risplendendo ancora dell’antico onore; di conseguenza è sempre stata considerata come la grande gloria e la difesa del regno, e quindi protetta religiosamente.

7. Così accadde che l’Ungheria, man mano che cresceva nelle sue risorse, imboccò le stesse strade che percorrevano i popoli della giovane Europa cristiana; grazie al carattere eccezionale della razza, raggiunse più rapidamente la virtù e l’umanità. Per questo motivo, nacquero molti uomini che portarono vera fama al loro Paese ed a loro stessi grazie alla santità di vita, all’insegnamento, alla letteratura, alle arti e all’adempimento dei loro doveri.

La Chiesa come custode della libertà

8. Abbiamo saputo che è stato intrapreso un progetto che approviamo pienamente per l’attuale celebrazione. Si prevede di pubblicare le antiche testimonianze dimenticate dei servizi conferiti dalla Religione. Inoltre, le lettere, sia quelle che provengono da voi sia quelle che si trovano nei nostri archivi apostolici, testimoniano concordemente che la Religione ha portato benefici all’umanità. È di grande importanza riflettere su questo, soprattutto nel momento attuale. Considerate quali funzioni ha svolto la Chiesa per i vostri antenati nell’istituire e amministrare il diritto pubblico; certamente la sua saggezza, l’ordine e l’equità hanno permeato ovunque, su richiesta di tutte le classi. Inoltre, i Pontefici romani si sono dimostrati custodi e difensori della libertà civile ogni volta che è stata messa in pericolo, sia su richiesta che di propria iniziativa. Anche il vostro popolo non ha mai smesso di lottare per questa libertà. Questo è accaduto molte volte in passato, soprattutto quando si sono dovuti respingere gli attacchi degli acerrimi nemici della santa fede. Quando i Turchi invasero, tutti, senza eccezione, concordano sul fatto che la terribile sconfitta che minacciava la maggior parte dei popoli occidentali fu evitata dal coraggio inespugnabile degli Ungheresi. Tuttavia, i Nostri predecessori contribuirono notevolmente al successo degli eventi fornendo denaro, inviando rinforzi, organizzando trattati di alleanza e pregando efficacemente per ottenere il sostegno del cielo.

Innocenzo XI

9. Innocenzo XI, in particolare, diede il suo aiuto in questa lotta. Il suo nome è famoso in relazione a due azioni straordinarie: la liberazione di Vienna dall’assedio nemico e la grande liberazione di Buda, il vostro capoluogo, dopo una lunga oppressione.

Gregorio XIII

10. Allo stesso modo Gregorio XIII rese un servizio imperituro alla vostra nazione quando la vostra Religione era pericolosamente afflitta dall’influenza dei movimenti rivoluzionari che si diffondevano dai popoli vicini. Egli intraprese per l’Ungheria la sana misura che aveva già portato a termine per altri Paesi. Ci riferiamo naturalmente al Collegio che istituì per voi a Roma e che poi unì al Collegio tedesco, nel quale gli studenti prescelti sarebbero stati istruiti a fondo nell’apprendimento e nelle virtù degne del sacerdozio. Poi, in seguito, avrebbero lavorato con maggiore efficacia nelle vostre chiese. E questo fu il risultato più fruttuoso, poiché molti di coloro che furono istruiti lì ricoprirono anche il grado episcopale e portarono uguale gloria alla Chiesa e allo Stato.

Giovanni Hunyadi

11. Questi e altri benefici derivanti dal continuo favore della Chiesa non sono tanto ricordati nei libri di storia quanto impressi profondamente nella mente dei vostri cittadini. Un testimone la cui credibilità è pari a tutti gli altri è il famoso Giovanni Hunyadi nel XV secolo, la cui strategia e il cui coraggio l’Ungheria ricorderà e loderà sempre. Egli dichiarò in modo gradito ed eloquente: “Questo Paese non sarebbe mai rimasto saldo sulle sue risorse, credo, se non fosse rimasto saldo nella sua fede”. E mentre lo stesso uomo era governatore del regno, tutte le classi in una lettera comune a Nicola V professarono: “Qualunque sia la nostra condizione, è soprattutto grazie al sostegno del vostro favore apostolico che ci reggiamo”. Lungi dal ridurre l’importanza di queste testimonianze, le epoche successive le hanno chiaramente aggiunte in modo sostanziale, man mano che i loro benefici aumentavano.

Re Mattias

12. Gli ungheresi si sono sempre sforzati di mantenere il loro regno legato il più possibile alla Sede Apostolica come “proprio e devoto possesso”. Il registro degli atti pubblici ne riporta molte prove, sia sotto forma di lettere scritte da Re e nobili ai Pontefici romani, sia sotto forma di esempi di virtù eroica ed energica che hanno aiutato la Chiesa a proteggere i suoi diritti o a vendicare la perdita dei diritti sui suoi nemici. Questo prima ancora che iniziasse la lotta contro le forze d’invasione dei musulmani. Il rapporto di reciproco servizio tra il re Luigi il Grande e Innocenzo VI e Urbano V lo dimostra. E quando Paolo II chiese con urgenza che la causa cattolica fosse fortemente aiutata contro l’attacco degli Hussiti in Boemia, il re Mattia rispose: “Ho dedicato me stesso e il mio regno interamente alla Santa Romana Chiesa e alla vostra Beatitudine. Il Vicario di Dio in terra, anzi Dio stesso, non può comandare alcuna azione così difficile per me, o così pericolosa, che io non ritenga doveroso e salutare intraprendere, che io non tenti senza timore, soprattutto quando si tratta di rafforzare la fede cattolica e di schiacciare la perfidia degli empi …. Qualunque nemico della Religione sia necessario incontrare in battaglia, ecco che Mattia insieme all’Ungheria… rimangono devoti alla Sede Apostolica e alla vostra Beatitudine e lo rimarranno per sempre”. L’evento non venne meno alle parole del re né alle aspettative del Papa e rimane una prova di grande importanza per i tempi successivi.

Maria Teresa

13. Inoltre, la collaborazione tra Nazione e Chiesa è dimostrata da quegli encomi, né pochi né deboli, con cui questa Sede Apostolica ha onorato il vostro popolo, e anche dagli straordinari titoli d’onore e privilegi che ha conferito ai vostri re. Desideriamo, tuttavia, ed è del tutto adatto alla presente celebrazione, produrre una pagina gloriosa del lungo documento ufficiale con cui Clemente XIII, in conformità al suo potere, ha confermato a Maria Teresa, regina d’Ungheria, e ai suoi successori nello stesso regno, il titolo di Re Apostolico. Tale titolo sostituiva i privilegi e le consuetudini precedenti. Così come hanno già fatto i loro padri e i loro nonni, anche i nipoti si rallegrano di questa proclamazione papale: “Il fiorente Regno d’Ungheria è stato accuratamente considerato il più adatto di tutti ad estendere i confini dell’autorità e della gloria cristiana, sia per il coraggio di una nazione intrepidissima che per la natura dei suoi territori. In effetti, tutti conoscono le numerose azioni eccezionali compiute dagli ungheresi per la protezione e l’espansione della nostra Religione. Hanno spesso ingaggiato battaglia con nemici terribili; bloccando come con il proprio corpo l’avanzata degli stessi nemici, che erano intenzionati a distruggere lo Stato cristiano, hanno strappato loro grandi vittorie. Questi famosi eventi sono stati pubblicati in note opere letterarie. Ma non possiamo assolutamente passare sotto silenzio Stefano, quel santissimo e coraggioso Re d’Ungheria, consacrato con onori celesti e posto tra il numero dei Santi. L’impronta della sua virtù, della sua santità e del suo coraggio sopravvive nel vostro Paese a lode eterna del nome ungherese. E tutti i suoi successori nella regalità hanno sempre imitato i suoi splendidi esempi di virtù. Non dovrebbe quindi sembrare strano che i Pontefici romani abbiano sempre onorato con grandi elogi e privilegi la nazione ungherese e i suoi capi e Re per i loro eccellenti servizi alla fede cattolica e alla Sede romana. Il principale segno di onore, naturalmente, è il diritto di far portare la Croce davanti ai Re in processione pubblica come il simbolo più splendente dell’Apostolato; questo per mostrare che la Nazione ungherese e i suoi Re si gloriano solo della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e che in questo segno sono abituati a combattere sempre per la fede cattolica e ad essere vittoriosi”(Epistola Quum multa alia, 19 agosto 1758).

Esortazioni all’Ungheria

14. Ci piace molto abbellire le vostre feste religiose con questi ricordi di uomini famosi e delle loro gesta. Ma questo evento stesso ci spinge a compiere qualche azione supplementare, che porterà un reale miglioramento per il bene comune. L’Ungheria dovrebbe riflettere su se stessa e, ispirata dalla coscienza della nobiltà dei suoi antenati più religiosi e dalla conoscenza del tempo presente, dedicare i suoi sforzi a fini degni. L’esortazione dell’Apostolo vi chiama certamente in causa, qualunque sia il vostro rango: “Rimanete saldi nella fede, agite virilmente e siate forti”(1 Cor XVI,13). A questo tutti dovrebbero rispondere con una sola mente e una sola voce: “Manteniamo salda la confessione della nostra speranza senza vacillare”(44. Eb X, 23.) “Non abbiamo motivo di mettere in dubbio il nostro onore”(1 Mc IX, 10.).

15. Se osserviamo la tendenza di quest’epoca nel suo complesso, è deplorevole che alcuni uomini cattolici non pratichino la Religione Cattolica come dovrebbero, né nel pensiero né nell’azione. È anche deplorevole che gli uomini rendano il Cattolicesimo quasi uguale alla forma di qualsiasi altra religione e, di fatto, nutrano persino sospetto e odio per la prima. Non serve a nulla dire che tipo di atto sia rifiutare con spirito degenerato questa eccezionale eredità dei loro antenati. Né serve a nulla notare quanto sia segno di una mente ingrata e inconcussa, sia il non voler riconoscere i benefici di lunga data della Religione Cattolica, sia il trascurare quelli previsti. Nella saggezza e nella dottrina cattolica sono insiti un potere e un’efficacia assolutamente meravigliosi, che operano in molti modi per il bene della società umana. Poiché non svanisce con il passare del tempo, è sempre la stessa e vigorosa; allo stesso modo, è probabile che sia benefica anche nei tempi moderni, purché non venga soffocata.

16. Per quanto riguarda ciò che riguarda più da vicino il vostro popolo, in lettere precedenti e in pronunciamenti analoghi, abbiamo denunciato pericoli da cui la Religione dovrebbe essere protetta e abbiamo proposto aiuti che portassero più adeguatamente alla sua libertà e dignità. E poiché gli affari civili non possono essere separati da quelli religiosi, siamo stati estremamente desiderosi di prestare la nostra attenzione e il nostro aiuto anche ai primi, poiché ciò è chiaramente parte integrante del nostro dovere apostolico. Infatti, i frequenti consigli e comandi che vi abbiamo dato a seconda delle circostanze, hanno contribuito non poco, come giustamente ricordate, anche alla sicurezza e alla prosperità pubblica. Ma se, proprio in questo popolo, le azioni degli uomini buoni si conformano ogni giorno di più ai Nostri consigli e ai Nostri avvertimenti, perché non dovremmo accogliere la speranza che fiorisce più abbondantemente in occasione di questa commemorazione secolare e che prelude a un rapido adempimento delle preghiere di tutti gli uomini? Perché sicuramente tutti i buoni cittadini pregano affinché, eliminando le cause di disaccordo, non venga negato alla Chiesa il suo giusto onore. Allora anche il giusto onore dello Stato risplenderà più brillantemente in alleanza e sotto la guida della Religione ancestrale. Questo farà sì che l’autorità dei governi, i doveri reciproci delle classi, l’educazione della gioventù e molte altre questioni come queste si mantengano nella verità, nella giustizia e nell’amore: perché soprattutto da questi fondamenti e sostegni gli Stati dipendono e prosperano.

Risultati attesi

17. Non il mezzo meno efficace per farvi godere di questa combinazione di cose buone, come fecero i vostri famosi antenati, è permettere che il vostro sentimento di pietà verso la Chiesa romana sia ispirato dal loro esempio, come sotto nuovi auspici. La corona più onorevole di Stefano sarà portata in un giorno stabilito attraverso la capitale in una processione insolitamente solenne; ciò avverrà nel corso dei festeggiamenti pubblici per la dedicazione della Casa dell’Assemblea. In effetti, nulla è più strettamente legato alla gloria della vostra Nazione e dei vostri Re, nulla è così adatto alla giusta organizzazione degli affari civili, di questo sacro simbolo del potere reale. Ma prevediamo che da questa occasione scaturirà senza difficoltà un duplice risultato permanente: innanzitutto che tra la nobiltà e il popolo comune si rafforzerà l’obbediente e fedele fedeltà all’augusta Casa d’Asburgo. Questa Casa ha sempre portato questa stessa corona, che le è stata conferita dai vostri antenati di loro spontanea volontà. Il secondo risultato atteso è che il conseguente ricordo delle strettissime relazioni dei vostri antenati con la Cattedra di Pietro, chiaramente approvate e consacrate da questo dono papale, possa aggiungere fermezza e forza a questi stessi legami.

18. Sappiano però gli illustri ungheresi che possono e devono affidarsi completamente all’Autorità e al favore della Sede Apostolica. Questa Sede non dimenticherà mai le loro celebri gesta per la causa cattolica; conserva e continuerà a conservare la sua antica disposizione di lungimiranza e di materna benevolenza nei loro confronti.

19. Se finora vi abbiamo aiutato, Dio vi aiuti a prosperare ancora di più. In particolare, durante questa celebrazione, si preoccupi per il vostro Re Apostolico, per la nobiltà, per il clero e per tutto il popolo, e li faccia abbondare di quei beni che Egli stesso ha promesso alle Nazioni e ai Regni che conservano la giustizia e la pace. Anche la vostra grande signora Maria si preoccupi per tutti voi, insieme a Stefano e Adalberto, che sono apostoli e Patroni celesti del vostro Regno. Sotto la loro salutare protezione, che i vostri antenati hanno sperimentato, gioite di frutti sempre più abbondanti con il passare dei giorni. Aggiungiamo una preghiera speciale con il più grande amore: possano tutti i cittadini che un unico amore per questo Paese ispira, e che questa occasione di pubblico ringraziamento unisce in modo fraterno, essere un giorno legati da una stessa fede nell’abbraccio benedetto della Madre Chiesa.

20. Voi, invece, Venerabili Fratelli, continuate come state facendo in modo vigile e attento per meritare il bene del vostro popolo e dello Stato: ricevete, come auspicio di ricompense divine e come testimonianza della Nostra speciale benevolenza, la Benedizione apostolica che impartiamo con grande amore a ciascuno di voi e a tutta l’Ungheria nella sua gioia.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° maggio 1896, nell’anno diciannovesimo del Nostro Pontificato.

LEO XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XII – ” LITTERAS A VOBIS”

Anche in questa Lettera Enciclica, indirizzata ai Vescovi brasiliani, si coglie la preoccupazione del Santo Padre per l’educazione dei Sacerdoti in primis, e poi dei giovani ed ignoranti affinché con la conoscenza acquisita e l’esempio dei Pastori, possano camminare lungo la via della salvezza. Saggio era e rimane ancor oggi il proposito di una formazione cattolica che modelli i costumi dei popoli in senso cristiano e faccia fiorire le virtù cristiane tra i fedeli e la santità eccellente tra i Prelati. Il “chiodo” del Pontefice romano resta sempre la formazione dei Seminari affinché preparino Sacerdoti autenticamente diffusori delle verità evangeliche, del messaggio salvifico, e della meta da raggiungere in Cielo. Era quello che avevano compreso bene anche i nemici della Chiesa di Cristo, i settari ipocriti pseudofilantropi guidati dall’angelo decaduto negli inferi, che hanno provveduto per tempo a diffondere la “zizzania” della vana e falsa filosofia, della teologia rinnovata da uno spirito modernista paganeggiante, per sfociare poi nello gnosticismo più abietto, come oggi vediamo nell’antichiesa insediata in Vaticano dal 26 ottobre del 1958, che ha messo in scena in falso concilio guidato da un “Illuminato” capo delle logge più infernali per ribaltare la dottrina cristica del culto divino, sostituendola con una ideologia umanista che nega i diritti di Dio per attribuirli all’uomo, la creatura che detronizza il Creatore e rivendica tutti i vizi ed i libertinaggi, anche i più vergognosi ed innominabili, come “diritti dell’umanità”. Dio misericordioso e giusto li fa procedere riservandosi poi ogni diritto nell’esercizio della sua giustizia eterna … e là sarà pianto e stridor di denti..

S. S. LEONE XIII

LITTERAS A VOBIS

Agli Arcivescovi e ai Vescovi del Brasile.

L’anno scorso abbiamo ricevuto la vostra lettera che annunciava con gioia l’aggiunta di una nuova provincia ecclesiastica e la fondazione di quattro nuovi vescovati. – Questo nuovo segnale di sollecitudine apostolica nella vostra nazione è stato certamente motivo di gioia. Infatti, tra le molte cause del declino del Cattolicesimo tra di voi, c’è il fatto che il numero dei Vescovi è troppo esiguo per le dimensioni smisurate della regione e per la distribuzione ineguale dei suoi abitanti. Di conseguenza, i Vescovi non hanno potuto esercitare la vigilanza che desideravano sul clero e sulle greggi a loro affidate. Non erano in grado né di allontanare gli inadatti né di promuovere la forza e la dignità del nome cattolico. Perciò avete dato prova del vostro zelo pastorale quando, riuniti a San Paolo, avete chiesto al Romano Pontefice di allargare la Gerarchia episcopale. Abbiamo accettato volentieri di accogliere la vostra richiesta. – Ora c’è speranza di un fecondo incremento del patrimonio cristiano, dal momento che avete più Vescovi; tuttavia, ognuno di voi deve applicare i rimedi opportuni ai mali che si stanno diffondendo ovunque. A questo proposito, desideriamo raccomandarvi alcune idee utili per incrementare la fede e la pietà cristiana.

Responsabilità dei Sacerdoti

2. In primo luogo, fate insegnare agli uomini che si preparano agli Ordini sacri le cose migliori, quelle di cui c’è più bisogno e che li metteranno in grado di insegnare le verità cattoliche e di difenderle strenuamente contro tutti gli attacchi. Troppo spesso l’esperienza quotidiana rende evidente che laddove i ministri mancano di un’adeguata conoscenza dottrinale, il loro popolo soffre generalmente di ignoranza della fede e della Religione. Infatti, è dalla bocca del Sacerdote che i fedeli dovrebbero apprendere la legge: Egli è l’angelo del Signore. Per questo leggiamo l’annuncio: le labbra del Sacerdote custodiranno la conoscenza.(Mal II.6. ). Anche l’Apostolo menziona la conoscenza tra le altre ragioni per dimostrarsi vostro servo in Gesù.( 2 Cor IV. 6.) E dove manca questa conoscenza, ne consegue un male anche per i Sacerdoti: essi sono condannati dal popolo, e Dio esige anche una pena per la loro negligenza. Perciò vi ho anche resi spregevoli e infimi davanti a tutti i popoli”. (Mal II.9.) – Ma l’abbellimento del sapere e la sua difesa non portano mai alla meta se sono separati dalla santità di vita e dai costumi. Infatti, la conoscenza senza amore non costruisce, ma gonfia.(1 Cor VIII. 1.) Questa è la pratica abituale dell’uomo. Sebbene Cristo abbia insegnato che l’apprendimento debba essere accettato dai sacri Ministri senza tener conto delle loro azioni non conformi alla dottrina, tuttavia gli uomini sono più influenzati da ciò che vedono che da ciò che sentono. Per questo motivo leggiamo la chiara testimonianza di Dio Salvatore, che non solo fu il Maestro dei pastori ma divenne anche il loro modello, che iniziò a fare e a insegnare. Pertanto, le azioni del Sacerdote devono confermare la dottrina che predica e raccomanda. Prima di ogni altra cosa, colui che è incaricato di governare una parrocchia non deve essere insofferente al lavoro. Chiamato alla vigna del Signore, la coltivi diligentemente, consapevole di dover rendere un giorno o l’altro conto delle anime che gli sono state affidate. E non lavora invano se in ogni momento e in ogni cosa si mantiene fedele all’apprendimento. Dobbiamo sì combattere strenuamente per Cristo, ma solo per volontà e autorizzazione di coloro che Cristo ha scelto come leader.

Seminari e insegnanti

3. Formare questi aiutanti per voi stessi, Venerabili Fratelli, è il vostro compito. L’esperienza insegna infatti che i futuri Sacerdoti saranno quelli che avete avuto cura di formare. Avete il luogo, i Sacri seminari, dove potete formare Ministri per i vostri desideri e per quelli della Chiesa, come approvati da Dio, operai che non hanno bisogno di vergognarsi.(2 Tm II. 15.) Il nome stesso di Seminario dice per quale grande scopo sono stati eretti. Perciò incoraggiate la crescita e la prosperità dei Seminari ecclesiastici che già avete, sia per lo studio del sapere sacro che per la formazione delle anime. Affinché questa formazione proceda in modo adeguato, sono necessari i migliori insegnanti, che non solo devono essere dotati di una solida cultura, ma devono anche insegnare la dottrina in modo corretto e fedele secondo i Nostri precetti. Affinché il giovane clero si impregni del vero spirito della Chiesa e coltivi la virtù, le guide spirituali devono essere scelte con cura. Inoltre, il loro lavoro deve essere aiutato e perfezionato con tutta la sollecitudine delle vostre fatiche. Ma nelle diocesi in cui non ci sono ancora Seminari, i Vescovi usino ogni mezzo per istituirne al più presto di eccellenti. Il Concilio di Trento si è occupato di questo, e anche Noi lo abbiamo considerato nella Nostra lettera apostolica del 27 aprile 1892. La libertà di educazione che prevale ora nel vostro Paese vi dà una maggiore facilità nel fare ciò che abbiamo raccomandato riguardo all’organizzazione degli studi. – A questo scopo avete anche un grande aiuto nel collegio per chierici che Pio IX si è impegnato a fondare per la comodità del Sud America e che anche Noi abbiamo promosso e favorito. Il suo esito soddisfa felicemente le nostre aspettative. Ricordiamo con gioia che molti di voi si sono laureati in questo collegio. Vi incoraggiamo a inviare a Roma giovani particolarmente promettenti per i loro studi, e a utilizzarli in seguito in modo appropriato come insegnanti o per qualsiasi altro scopo.

Ordini religiosi soggetti all’autorità dei Vescovi

4. È difficile esprimere a parole i vantaggi per il vostro ministero sacro che la comunità degli Ordini religiosi vi porterà. Con la Nostra provvidenza apostolica abbiamo deciso di ripristinare l’osservanza originale dei loro istituti dalle perdite dei tempi passati. A tal fine, il 3 settembre 1890 abbiamo stabilito che le comunità religiose autoctone siano soggette all’autorità dei Vescovi. – In una questione così utile e importante confidiamo che la vostra collaborazione non mancherà. Sono stati ottenuti risultati piacevoli, operati a questo scopo sotto la direzione del Venerabile Fratello Girolamo [Gotti], Arcivescovo di Petra, Internunzio della Sede Apostolica presso il vostro governo. Affinché questi inizi possano progredire sempre di più ed essere portati al fine desiderato, vi esortiamo a lavorare diligentemente in questa materia per la Religione e soprattutto per le vostre greggi. Nel frattempo, le comunità religiose, sia maschili che femminili, si congratulano per aver accolto di buon grado i Nostri comandi e per essersi mostrate pronte alla restituzione dell’istituto originario di ciascuna.

Esigenze dei fedeli

5. Questi argomenti riguardano la corretta educazione e applicazione del clero al sacro Ministero. Ma le esigenze dei fedeli richiedono il vostro impegno non meno di quelle dei fedeli. Nei loro confronti, ciò che ha la precedenza è che i bambini e gli ignoranti siano adeguatamente istruiti sugli elementi della nostra santissima Religione; ciò richiede l’incessante diligenza dei Pastori. Poi, dove è pubblicamente permesso, si deve organizzare l’istruzione per i giovani, in modo che non siano costretti a frequentare le strutture sportive degli eretici o a frequentare scuole in cui la disciplina cattolica non sia menzionata se non per essere calunniosamente derisa, con grande danno per la fede e i buoni costumi. – Inoltre, poiché le menti siano rafforzate e stimolate dal consiglio e dall’esempio reciproco a fare e a soffrire grandi cose per la Religione, avrete un buon merito se incoraggerete e convincerete i laici, soprattutto i giovani, a unirsi alle società cristiane. Le abbiamo spesso elogiate nelle esortazioni come istituzioni che si sforzano di prendersi cura dei bisogni della Religione e di migliorare i vantaggi dei poveri; allo stesso tempo, diminuiscono l’attrattiva di quelle associazioni che abusano del titolo di pubblica carità, poiché si oppongono molto al benessere della Chiesa e dello Stato.- Inoltre, non mancate di rendervi conto di quanta influenza nel bene e nel male, soprattutto in questi nostri tempi, abbiano acquisito le riviste e simili scritti popolari. Usate queste armi in difesa del nome cristiano, con la guida dell’Episcopato adeguatamente preservata e con tutto il rispetto dovuto al potere civile. Infine, tutti i Cattolici dovrebbero ricordare che per la Chiesa è di estrema importanza il tipo di uomini che vengono eletti al potere legislativo. Pertanto, preservando i diritti della legge civile, tutti devono sforzarsi di eleggere coloro che uniscono lo zelo per la Religione a quello per gli affari pubblici. Ciò avverrà più facilmente se ciascuno obbedirà all’autorità suprema che governa lo Stato e se ciascuno sosterrà costantemente ciò che abbiamo pubblicato non molto tempo fa nelle Lettere Encicliche sulla costituzione cristiana dello Stato.

6. Per il resto, che fioriscano tra voi l’amore e la concordia degli animi, pensando allo stesso modo con un’anima sola e una sola mente. (Phil 2.2.) Per questo motivo vi raccomandiamo vivamente di condividere spesso i vostri progetti tra di voi e di tenere sinodi episcopali in vari luoghi per soddisfare gli obblighi del vostro sacro ufficio. Avete con voi il Legato della Sede Apostolica, che vi dirà il Nostro pensiero e i Nostri consigli. Inoltre, per l’amore paterno con cui vi abbracciamo, avete Noi in ogni momento pronti a prestare aiuto al vostro lavoro.

7. Dio vi conceda molto benevolmente i doni delle sue benedizioni celesti, che forniscono la forza necessaria per ricoprire l’ufficio pastorale in modo santo e corretto. Come promessa di questi doni, Venerabili Fratelli, impartiamo con grande amore la Benedizione Apostolica a voi, al vostro clero e al popolo che è stato affidato alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 luglio 1894, nel diciassettesimo anno del Nostro pontificato.

LEO XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “NON MEDIOCRI”

Sempre straordinario fu l’impegno del Santo Padre Leone XIII, nella formazione teologica, filosofica, ecclesiastica del giovane clero di ogni Nazione cattolica. L’istituzione di numerosi collegi in Roma per la formazione di Sacerdoti cattolici provenienti da ogni parte del mondo rende testimonianza di questo zelo ed impegno massimo dei Pontefici romani e dei Vescovi delle conferenze nazionali. Ecco perché i nemici della Chiesa di Cristo hanno da sempre cercato di infiltrare questi luoghi di sapienza cristiana onde corrompere i giovani nascenti Dacerdoti con filosofie bislacche e teologie di novatori di dubbia retta dottrina o francamente eretiche. Questa lenta infiltrazione ha fatto sì che i giovani Sacerdoti imbevuti di modernismo e pensiero laico-paganizzante, diventassero alti prelati in grado di scardinare i fondamenti più solidi della fede cattolica, fino a generare una falsa chiesa diretta da, e rispondente a logge massoniche ed a personaggi occulti ferocemente anticristiani, che hanno dato vita ad una “sinagoga satanica” che ha ribaltato dottrina, liturgia, modalità di preghiera, devozioni, introducendo novità di matrice pagana ed esoterica nel culto e nella prassi ecclesiastica; esempi lampante ne sono l’invocazione esplicita del “signore dell’universo”, cioè il massonico lucifero baphomet al quale è offerto il rito rosa+croce della cosiddetta messa del novus ordo, la intronizzazione con doppia messa nera di satana in Vaticano del giugno 1963, e la più recente introduzione, sempre ufficiale in Vaticano, della dea pagana Pachamama. Ma noi Cattolici del pusillus grex resistiamo e manteniamo la nostra fede di sempre fondata sulla vera ed unica Chiesa di Cristo, cioè la Chiesa cattolica, una, santa, ed apostolica, sicuri della sua riapparizione più splendente e santificante che mai. Preghiera, pazienza, penitenza, fiducia incrollabile in Gesù Cristo Signor nostro ci porteranno alla vittoria pur se perseguitati, combattuti, martirizzati per Cristo. Eamus et moriamur cum Illo!

NON MEDIOCRI

EPISTOLA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi di Spagna.
Il Papa Leone XIII. Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Come voi sapete, non appena abbiamo assunto il governo della Chiesa Ci siamo dedicati con grande zelo e diligenza a difendere e ad accrescere nella vostra terra il patrimonio della Cattolicità e a confermare, anzitutto, la concordia degli animi e a stimolare la salutare operosità del Clero. – Ora, animati dallo stesso zelo, rivolgiamo la Nostra attenzione ai vostri giovani chierici, per potere, in unità di intenti con voi, contribuire alla loro formazione. Vogliamo che questa sia una nuova dimostrazione della paterna benevolenza con la quale, in un gesto abituale, abbracciamo voi tutti. Ciò è dovuto. Non ci siamo infatti dimenticati della realtà spagnola, né ignoriamo la vostra incrollabile fermezza nella fede ricevuta dai padri e la vostra deferenza verso la Sede Apostolica. È questo il vero motivo, per cui il nome della Spagna è assurto a tanta grandezza di gloria e di potenza, come attestano le memorie storiche. È ben fisso nella Nostra mente, e non intendiamo ora passarlo sotto silenzio, che nei momenti di sventura Ci sono giunti proprio dalla Spagna motivi di profonda consolazione. Ci torna quindi sommamente gradito ricambiare le vostre attestazioni di affetto. Per lungo tempo il Clero spagnolo si distinse per la scienza divina e per la raffinatezza degli studi letterari; per mezzo di queste doti, riuscì a far progredire non poco la verità cristiana e la reputazione del proprio paese. Non mancarono persone munifiche che, fattesi carico del patrocinio delle arti più eccelse, le sostennero in modo adeguato ai tempi; non mancarono pure ingegni ben preparati nello studio delle discipline teologiche e filosofiche, nonché di quelle letterarie. Sappiamo quanto abbiano contribuito ad incrementare questi studi sia la libertà dei Re Cattolici, sia l’impegno e lo zelo dei Vescovi. – A questi stimoli la Sede Apostolica ne aggiunse altri di ogni genere, sempre preoccupata che non venissero a mancare alla santità della tradizione cristiana né la luce della filosofia, né lo splendore di una cultura più raffinata. In questo campo hanno lasciato un insigne patrimonio uomini che non trovano molti alla loro altezza: Francesco SuarezGiovanni Lugo, Francesco da Toledo e, degno di particolare menzione, quel Francesco Ximenes che, sotto la guida e gl’indirizzi dei Romani Pontefici, assurse ad un livello così elevato di dottrina da dare lustro non solo alla Spagna, ma all’intera Europa, specie con l’istituzione dell’Università degli studi di Alcala, dove i giovani, educati “nella Chiesa di Dio con la luce della sapienza, come rilucenti stelle del mattino, potevano illuminare gli altri sulla via della verità[1]. Da questa messe, coltivata con tanta maestria e con tanto impegno, uscì quella mirabile schiera di illustri dottori che, convocati dal Romano Pontefice e dal Re Cattolico al Concilio Tridentino, corrisposero in pieno alle loro attese. – Non desta affatto meraviglia che la Spagna possa aver generato un così alto numero di uomini illustri: occorre certo riconoscere la loro naturale capacità intellettiva, ma avevano anche a disposizione risorse e mezzi sicuramente idonei al conseguimento di una perfetta padronanza della dottrina. È sufficiente fare menzione delle importanti Università di Alcala e di Salamanca, autentiche dimore, sotto la vigilanza della Chiesa, della sapienza cristiana. Il loro ricordo richiama immediatamente anche quello di altri Istituti che offrirono agli ecclesiastici, che si segnalavano per il talento e per l’amore della scienza, l’opportunità di una sede a loro disposizione. Ma è pure davanti ai vostri occhi, Venerabili, Fratelli, la catastrofe dei tempi successivi. In mezzo agli sconvolgimenti sociali che nel secolo scorso e nell’attuale hanno turbato l’intera Europa, sono stati travolti e sradicati, come da un violento uragano, quegli Istituti alla cui fondazione il potere regio ed ecclesiastico avevano profuso attenzioni e sostanze. Essendo state tolte di mezzo le Università cattoliche degli studi e i loro Istituti, anche i Seminari inaridirono, perché si era gradualmente immiserito quel fiume di sapere che scaturiva da quelle grandi scuole. Non era peraltro possibile che mantenessero inalterata l’antica situazione, a causa delle guerre civili e dei moti rivoluzionari che, per molto tempo, assorbirono gl’impegni e le risorse dei cittadini. – La Sede Apostolica, intervenne in tempo utile e le rivolse tutta la sua attenzione a rimettere ordine, con il consenso dell’Autorità civile, negli affari ecclesiastici, che gli eventi passati avevano sconvolto. Rivolse anzitutto la sua attenzione ai Seminari diocesani; il riportarli alla precedente situazione che li rendeva vera dimora della pietà e della erudizione, rientrava nell’interesse dei singoli e della società. Voi, tuttavia, sapete bene che l’impresa non è proprio riuscita come si era ipotizzato. Non vi erano infatti mezzi sufficienti, né il corso degli studi poteva riprendere vigore con prospettive di gloriosi traguardi, perché la scomparsa degli antichi Istituti aveva portato alla penuria di validi insegnanti. Le due più alte autorità convennero sull’opportunità di creare in alcune province dei Seminari generali, con l’intesa che i loro allievi che avessero compiuto tutti gli studi teologici potessero essere ammessi ai gradi accademici secondo le usanze del passato. Ma la piena attuazione di tutto ciò trovò, e trova tuttora, numerosi ostacoli. Essendo scomparsa la risorsa delle antiche Università, si sente viva la mancanza di quei mezzi, l’assenza dei quali rende assai arduo al Clero aspirare all’onore di una cultura compiuta e profonda. Si sono così fatte unanimi la voce e l’opinione dei competenti sulla necessità di mettere mano al programma degli studi nei Seminari, per ampliarlo e perfezionarlo. Tutto questo rientra fra le principali Nostre preoccupazioni, essendo intenzionati a ricalcare le orme dei Nostri Predecessori, che non tralasciarono alcuna occasione per favorire gli studi più qualificati. La provvida azione dei Pontefici si rilevò in modo particolare quando vollero far venire a Roma, capitale del mondo cattolico, i giovani chierici stranieri e li riunirono nei Collegi, con tanta maggior decisione ogni qualvolta vedevano venir meno nel loro paese la possibilità dello studio, o compromessa l’affidabilità delle Istituzioni, sottratte alla vigilanza della Chiesa. – Vennero così fondati in Roma numerosi Collegi, dove confluivano dall’estero molti giovani da erudire nella scienza sacra, con la prospettiva, una volta elevati al Sacerdozio, di mettere a disposizione dei loro connazionali la ricchezza spirituale e culturale conseguita nell’Urbe. Essendone derivati salutari e abbondanti frutti, e tuttora ne derivano, abbiamo ritenuto che valesse la pena di impegnare Noi stessi per aumentare il numero di questi Istituti. Abbiamo pertanto aperto in Roma un Collegio per gli Armeni e uno per i Boemi, e Ci siamo anche adoperati per restituire all’antico prestigio quello dei Maroniti. Eravamo sinceramente contrariati dal fatto che, nel numero dei giovani stranieri, erano pochi quelli che provenivano dalle vostre regioni. Con la speranza quindi di ricavarne dei frutti, abbiamo deciso di operare perché il Collegio romano dei Chierici spagnoli, fondato da tempo per la provvida lungimiranza dei devoti Sacerdoti, mantenga non solo la sua efficienza, ma possa anche raggiungere risultati migliori. – Abbiamo perciò deciso che quanti giungeranno in questo Collegio dalla Penisola Iberica e dalle isole vicine sottoposte al potere del Re Cattolico, siano sotto la Nostra protezione; con la vita in comune e sotto la guida di maestri scelti potranno attendere a quegli studi che affinano veramente la mente e lo spirito. Pensiamo di poter offrire una dimora e una sede adatte a quest’opera nel palazzo urbano che prende il nome dagli antichi proprietari, i duchi Altemps, passato ora in proprietà Nostra e della Sede Apostolica. La Nostra scelta è confortata dal fatto che questa sede è nobilitata dal Santuario di Aniceto, Papa Martire, del quale custodisce le ceneri, e anche dal ricordo del soggiorno di Carlo Borromeo. – Concediamo e affidiamo dunque la disponibilità e il diritto di usare questa sede al Collegio dei Vescovi Spagnoli, con la precisa disposizione di accogliervi e di alloggiarvi i chierici delle loro Diocesi, qualora decidano di inviarne alcuni a Roma, come abbiamo detto, per motivi di studio. Affinché quanto abbiamo progettato possa al più presto realizzarsi, nel lasso di tempo necessario per approntare tutto ciò che occorre all’arredamento della sede, i chierici prendano dimora in un’ala del palazzo dell’illustre famiglia Altieri destinata a questo scopo. – Affidiamo agli Arcivescovi di Toledo e di Siviglia l’incarico di trattare con Noi e con i Nostri Successori i problemi più importanti del Collegio. A tal fine ordiniamo al Rettore del Collegio di riferire, ogni anno, sulla situazione economica, sulla formazione e sul comportamento degli alunni, sia al Nostro sacro Consiglio che presiede agli studi, sia agli Arcivescovi sopra menzionati, i quali si faranno carico di informarne i loro Colleghi Vescovi Spagnoli. Spetta dunque a voi, Venerabili Fratelli, sostenere e realizzare questa Nostra iniziativa con quella solerzia e quella intraprendenza che la situazione richiede e che le vostre virtù episcopali garantiscono. – Frattanto, quale testimonianza di particolare benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e ai fedeli affidati alla vostra tutela impartiamo con tanto affetto nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 ottobre 1893, anno sedicesimo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

VIVA CRISTO RE (21)

CRISTO-RE (21)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXVI

AVE, REX!

In quest’ultimo capitolo vorrei presentare l’immagine di “Cristo Re” come in un quadro generale. Vorrei dipingere l’immagine divina e offrirla come promemoria ai miei lettori, che potrebbero dover combattere dure battaglie nella loro vita. Perché noi Cristiani non possiamo essere deboli. Se gran parte della società dimentica completamente Cristo, dobbiamo rimanere fedeli, dobbiamo mantenere la parola data al nostro Re. Guardiamo a Lui, dunque, ancora una volta, perché da questo dipende la nostra vita. Signore, cosa pensavano di Te gli uomini durante la tua vita terrena? Signore, cosa hanno pensato di Te gli uomini durante i due millenni di storia cristiana? Signore, cosa penso io di Te? Queste sono le tre domande su cui dobbiamo meditare.

I

Se studiamo i Vangeli, vedremo, non senza stupore, che le opinioni degli uomini su Cristo erano già divise durante la vita mortale del Salvatore. Egli ha sempre avuto amici e nemici; molti ammiravano le sue parole e le sue azioni; alcuni lo seguivano con entusiasmo; altri si spingevano a dire che: Egli opera “agli ordini di satana”, che “seduce il popolo”. Quale può essere la causa di queste opinioni antagoniste? Nella persona di Gesù Cristo c’erano contrasti, in lui si univano tratti straordinari; forse per questo le opinioni sulla sua figura erano così diverse. Conosciamo già il segreto del mistero; sappiamo già che Gesù Cristo era Dio e anche uomo; lo confermano i contrasti altrimenti incomprensibili che si intrecciano nella sua vita. Ma i suoi contemporanei non lo sapevano come noi, anche se dovevano scoprirlo, perché non mancavano i mezzi per farlo. Vedevano ad ogni passo che la vita di Gesù Cristo era piena di contrasti ammirevoli. Ne citerò solo alcuni…. – Quando nasce, è così povero che nemmeno la mangiatoia in cui giace è sua. Ma, d’altra parte, una stella luminosa brilla sopra di Lui e porta i Magi ad adorarlo. È nascosto in una stalla, nessuno sa di Lui. D’altra parte, un coro di Angeli scende dal cielo e canta il Gloria al Bambino sconosciuto. Egli riesce a malapena a muovere le sue manine, tanto meno a fare del male con esse, eppure lo cercano per metterlo a morte. Ma gli Angeli lo proteggono nella sua fuga. Chi sarà mai questo Cristo, forse un semplice uomo? C’è di più: Non è andato a scuola, eppure a dodici anni insegna agli anziani del villaggio, che si stupiscono della sua saggezza. È sempre stato un figlio obbediente, eppure rimane nel tempio senza permesso; e quando i suoi genitori lo trovano, dice loro che doveva stare nella casa di suo Padre. Chi può capirlo, chi può essere questo bambino? Vive nascosto per trent’anni, pochi lo conoscono e quando inizia ad insegnare, gli bastano tre anni per provocare un tale movimento spirituale che né prima né dopo di Lui la storia ha registrato un altro simile. San Giovanni Battista predica il perdono e battezza nel deserto. Cristo va da lui e si fa battezzare, come gli altri peccatori. Ma nello stesso momento si aprono i cieli e si ode la parola del Padre celeste: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt III,17). Chi capisce queste cose? È povero, non ha nulla, non ha dove posare il capo. Eppure dice a ciascuno dei suoi apostoli: Lasciate tutto per me; abbandonate la vostra casa, vostro padre, i vostri fratelli, tutto ciò che possedete… per me. E gli uomini eseguono il suo comando senza esitare, solo per amore suo. I malati sono guariti quando sentono il tocco della Sua mano. La persona su cui posa il suo sguardo si riveste di luce. Comanda al mare agitato e questo, come un cane sottomesso, obbedisce immediatamente e si calma. Fa sentire la sua voce davanti a una tomba, e il sangue coagulato comincia a circolare e il cuore morto a battere. Trema sul Monte degli Ulivi, ma poi, con una sola parola, fa crollare a terra un intero gruppo di soldati. Muore abbandonato, deriso, e nello stesso momento il centurione pagano esclama: “Veramente questo era il Figlio di Dio” (Mt XXVII, 54). Lo mettono in un sepolcro, lo chiudono; ma il sepolcro non può contenerlo…. Lo riporta in vita. Avete mai visto un uomo simile? Ma ditemi: era una vita umana? No. Come il cielo si eleva al di sopra della terra, così la vita di Cristo supera i limiti di una semplice vita umana.

II

E se le opinioni degli uomini su Cristo erano già divergenti a quel tempo, lo stesso vale nel corso dei due millenni cristiani. Da quando la croce di Cristo è stata innalzata sulle cime del Golgota, essa si è posta come un gigantesco punto interrogativo davanti agli occhi degli uomini. Quel Cristo dalle mani trafitte ha scosso l’asse della terra dai suoi cardini, e da allora non c’è nome che risuoni nel mondo intero quanto il santo Nome di Gesù Cristo. Soffermiamoci su questo Nome mirabile: Gesù Cristo. Un Nome composto da due parole di una lingua che non si parla più. Eppure non c’è parola più conosciuta e più amata. Un fenomeno prodigioso: di Cristo non si può fare a meno; pro o contro di Lui, tutti gli uomini devono prendere posizione per Lui. Ha sempre avuto amici. Cristo è una calamita prodigiosa che attrae prodigiosamente. Egli è il centro della storia, tutto ruota intorno a Lui. I re egizi costruirono grandi piramidi I re egizi costruirono grandi piramidi; gli antichi monarchi eressero enormi edifici, e i loro nomi oggi sono solo ricordi, e le loro opere giacciono in rovina; ma Gesù Cristo rimane un segno di contraddizione. Quanti grandi uomini ci sono stati! Uomini potenti che hanno governato grandi imperi; e chi li ricorda? Quanti saggi ci sono stati! Ma poi ne sono venuti altri che li hanno superati. Di Lui solo, il Figlio dell’umile falegname, tutto il mondo parla ancora oggi, ed è l’unico che non è stato superato. – È il centro dell’universo. Non solo fa parte della storia, ma senza di Lui la storia stessa non ha senso. Con Lui gli anni cominciano ad essere contati, perché ha cambiato il mondo. Tutto passa, tutto finisce in delusioni, disillusioni, tutto invecchia…; ma la parola di Cristo non passa di moda, la figura di Cristo continua ad affascinare le anime. Nessuno odia un personaggio che non esiste più. Ma Cristo continua a suscitare nemici. Duemila anni dopo la sua morte è ancora presente; è ancora odiato e ancora amato. Non è solo uomo. Per quanto grande, buono, nobile o cattivo possa essere un uomo, poche settimane, mesi o anni dopo la sua morte, chi lo ama o lo odia ancora? Chi odia oggi l’imperatore Nerone, che ha fatto scorrere tanto sangue? Chi odia il Khan Batu, che ha invaso l’Ungheria e l’ha devastata? Chi odia ancora il sultano Solimano? Eppure sono tutti vissuti più tardi di Cristo. Non importa. Sono morti, e questa è la fine dell’odio. Oppure: chi ama ancora gli uomini più eccelsi? Aristotele, Platone, gli eroi nazionali: chi li ama ancora? Sono morti. Rendiamo omaggio alla loro memoria, ma li amiamo? Cristo è amato e odiato anche oggi. Non sentiamo forse bestemmie terribili contro Cristo? Non vediamo a volte gli occhi di un demonio riempirsi di sangue quando sente parlare di Cristo o del Cristianesimo? Non è evidente come la nostra Religione, la Religione di Cristo, sia perseguitata? Non è forse un odio satanico contro Cristo, un odio che si fa beffe della sua dottrina e vuole sterminare il suo amore nelle anime, che ribolle in migliaia e migliaia di libri, di conferenze, di giornali? Non è forse un odio contro Cristo la manifesta frivolezza moderna e pagana? Non conosciamo i misteri dell’odio che riempiono le logge massoniche? Colui che viene odiato con tale intensità anche dopo duemila anni, non è solo l’uomo. Quanti cosiddetti messia sono apparsi per cercare di allontanare Cristo dalle anime! Ma senza successo, non ci sono riusciti. Quante volte si è detto: il Cristianesimo ha cessato di esistere, la dottrina di Cristo non è più seguita… E in poco tempo la Chiesa si rinnova e torna a splendere con nuovi frutti. Cristo ha sempre avuto nemici… che non potevano prevalere contro di Lui. Cristo è sempre stato l’ideale adorabile degli uomini di ogni epoca. Grazie a Lui abbiamo conosciuto il valore di un’anima, perché ha dato se stesso per salvarla. Grazie a Cristo sappiamo di essere chiamati alla vita eterna. Se potessimo raggruppare nella nostra immaginazione tutti i discepoli di Cristo che sono esistiti in questi duemila anni di Cristianesimo e metterli in processione, che immensa processione formerebbero! Quanti bambini, giovani, fanciulle, santi, peccatori pentiti…! Gesù Cristo continua a sfidare le persone. Nessuno può rimanere indifferente a Lui. Da quando Nostro Signore Gesù Cristo è apparso sulla terra, l’umanità si è divisa in due campi. Ci sono uomini che, all’udire il Santo Nome di Gesù, chinano il capo e si inginocchiano; ci sono altri che lo rifiutano. Questo lo vedo facilmente. Ci sono uomini che, passando accanto a me, ministro di Cristo, mi salutano con rispetto: “Lode a Gesù Cristo”. Salutano me? No, non mi conoscono, salutano Cristo. E ci sono altri che, passando accanto a me, sputano con disgusto per terra. È me che odiano? No, nemmeno loro mi conoscono, odiano Cristo. Ci sono quelli che dicono che Cristo è il più grande ideale che si possa concepire; ci sono quelli che dicono: “Che me ne importa di questo Gesù, che cosa ho a che fare con Lui? Ci sono milioni di uomini che si preoccupano di Lui con un amore mai eguagliato; ci sono anche milioni di uomini che lo odiano. È un fatto strano e sorprendente, degno di essere meditato. – Anche Cristo è amato. Quanti sono coloro che ogni giorno gli dicono dal profondo del cuore: “Gesù mio, ti amo”. E quanti sono i giovani che danno la vita per Lui, lasciando tutto? Colui che, duemila anni dopo la sua morte, è ancora amato con tale fervore, non può essere solo un uomo.

III

E così arriviamo alla terza domanda, la più decisiva, la più importante: che cos’è Cristo per me? Perché la cosa più importante per me non è sapere cosa gli altri uomini hanno pensato di Cristo, ma la risposta a questa domanda: cosa penso io di Cristo? Chi è Cristo per me? Rispondo con tre parole: 1° è il mio Signore; 2° è il mio Re; 3° è il mio Dio. – Il mio Signore! Dobbiamo acconsentire e cercare di lasciare che Cristo prenda possesso della nostra anima. Gesù cercò i suoi discepoli un giorno sul lago di Gennesaret, tra gli esattori delle tasse e sulle barche da pesca. Oggi li cerca in altri luoghi: nell’officina, nella scuola, nell’ufficio, nella fabbrica, nella cucina, nelle aule. Non c’è capanna, per quanto umile, non c’è palazzo in cui Gesù non cerchi discepoli, giovani e fanciulle, uomini e donne, vecchi e bambini. TUTTI SIAMO VOLUTI… per essere suoi discepoli. Quale dovrebbe essere la mia risposta? Mio Signore! Mio Maestro! Eccomi, sono tuo! Fai di me quello che vuoi. Quando sono appesantito dalla pesante croce della vita, so pronunciare con fervore queste parole: Dolce Gesù, è per il tuo amore! Quando la tentazione mi invita a peccare, so pronunciare con decisione incrollabile queste parole: “Mio Gesù, no, non voglio peccare; resisto per amor tuo! Quando faccio fatica a fare il mio dovere, sono in grado di dire: “Gesù mio, lo faccio per Te”? So come dirlo, lo dico? Allora Lui è il mio Signore. – Cristo è anche il mio Re. Egli ha già un regno quaggiù, il regno delle anime. Ovunque ci sia un uomo che aspiri alla santità, che lotta contro il peccato; ovunque ci sia un uomo che dimentica se stesso ed esercita la carità…, lì Cristo ha il suo regno, lì è il Re. – Cristo è anche il mio Dio. È il mio Dio, che adoro. Cerco di immaginare la sacratissima umanità di Cristo. Bacio con fervore le sue ferite, che sanguinano per me. Guardo con gratitudine la sua fronte cinta da una corona di spine… Voglio riparare in qualche modo a ciò che gli ho fatto. Questo deve essere Cristo per me. Il battito del mio cuore deve stare al passo con il suo; i suoi desideri devono essere i miei desideri; devo amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Arrendersi in modo assoluto. Adorazione. Egli è il mio Dio. Cristo è il mio Dio e il mio tutto, lo credo fermamente! Che Cristo non mi rimproveri per ciò che è scritto nella cattedrale di Lubecca:

“Voi mi chiamate Maestro – eppure non mi chiedete.

“Mi chiamate luce – eppure non mi vedete.

“Mi chiamate verità – e non mi credete.

“Mi chiamate via – e non andate per questa via.

“Mi chiamate vita e non mi desiderate.

“Dite che sono saggio e non mi seguite.

“Dite che sono bello e non mi amate.

“Dite che sono ricco – e non mi chiedete.

“Dite che sono eterno e non mi cercate.

“Dite che sono misericordioso – e non vi fidate di me.

“Dite che sono nobile – e non mi servite.

“Dite che sono onnipotente e non mi onorate.

“Dite che sono giusto – e non mi temete”.

Che cos’è dunque Cristo per me? Una persona viva; una vita che continua, in cui vivo, che è in me; una vita che mi accompagna; una vita da cui non posso liberarmi. Non posso, né voglio. Egli tende le sue braccia, è con me giorno e notte; quando lavoro, mi aiuta; quando piango, piange con me. Cristo, Tu sei il mio Signore, Cristo, Tu sei il mio Re, Cristo, Tu sei il mio Dio! – Tu, mio dolce Gesù, mi hai sostenuto nelle battaglie della mia giovinezza, hai perdonato i miei peccati, mi hai nutrito con il tuo sacrosanto Corpo? Grazie, mio Dio.

“Ave, Rex!” Ave, Re divino, Nostro Signore Gesù Cristo!

[Lettera Enciclica “Quas primas” di S. S. Pio XI]

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiæ caritatem) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno, perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe,, eche dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale». – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra». A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo». E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra»; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto». E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine  vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re, e pubblicamente confermò di essere Re  e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? – Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra», porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti». Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale, è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici. – Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza»; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato». Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo.

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità . Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio». Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli». Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo». – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini». – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini». Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?». – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia”  offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

[Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “AD EXTREMIS ORIENTIS ORAS”

In questa Enciclica il Santo Padre, volendo favorire l’espansione dell’annunzio evangelico alle Indie orientali, invita i Vescovi di quelle diocesi particolari a formare Sacerdoti locali, conoscitori delle lingue e dei costumi del popolo in cui sono vissuti e vivono, così da essere accettati di buon grado dai loro conterranei a preferenza degli ecclesiastici europei. Questi sforzi sono stati coronati nel tempo da notevoli successi nella diffusione del Cattolicesimo autentico nel continente asiatico e particolarmente nell’area indocinese, nonostante gravi difficoltà di ogni tipo, le persecuzioni di governi atei ed ostili, le organizzazioni occulte e le false religioni e sette. Questi successi nello stabilire la Religione cattolica in quelle aree lontane sono oggi purtroppo largamente svaniti, grazie all’infiltrazione della setta modernista postconciliare che ha radicalmente stravolto la dottrina, la liturgia, l’officiatura in ogni suo dettaglio, sostituendosi in pratica alla Chiesa di Cristo, e trasformando il suo carapace esterno in una vera sinagoga satanica, vuota di contenuti, priva di grazia santificante e soprattutto priva della possibilità di raggiungere la salvezza eterna. Preghiamo dunque – il pusillus grex – perché, con l’intercessione di S. Tommaso Apostolo, di S. Francesco Saverio e dei Martiri orientali canonizzati, sia quanto prima riportata tra quei popoli e tra tutti i popoli della terra la vera dottrina salvifica cristiana purgata dalle mille eresie vomitate dal conciliabolo cosiddetto Vaticano secondo e dagli antipapi che si sono succeduti in una lugubre catena guidata da lucifero, catena tuttora in corsa vertiginosa verso lo stagno di fuoco, ove finiranno, come annunziato nel Libro dell’Apocalisse, la bestia ed i suoi adepti, i falsi profeti vaticani con i loro “allegri” seguaci, ed il dragone antico schiacciato dal calcagno della Vergine Maria.

Leone XIII
Ad extremas Orientis oras

Lettera Enciclica

Istituzione di collegi per chierici nelle Indie orientali

24 giugno 1893

Alle più lontane regioni d’Oriente, esplorate con successo dai valorosi portoghesi, alle quali tanti cercano di giungere ogni giorno per esercitarvi i loro ricchi commerci, Noi pure, mossi da una speranza assai più alta, fin dall’inizio del Nostro Pontificato abbiamo rivolto la mente e il pensiero. – Si presentano al Nostro animo e suscitano in Noi un sentimento di amore quegli immensi spazi delle “Indie”, nei quali, da tanti secoli ormai, si esercita la fatica degli annunciatori dell’Evangelo, E fra i primi viene in mente il beato Apostolo Tommaso, che a buon diritto è considerato l’autore della prima proclamazione dell’Evangelo agli indiani; e così pure Francesco Saverio che, per lungo tempo, si dedicò con ardore alla medesima opera gloriosa, riuscendo, grazie alla sua incredibile costanza e carità a convertire centinaia di migliaia di indiani dai miti e dalle superstizioni impure del bramanesimo alla fede della retta Religione. Successivamente, seguendo le tracce di quel grande Santo, molti appartenenti ad entrambi gli Ordini del clero, inviati con l’autorità della Sede Apostolica, hanno tentato con dedizione e tentano tuttora di difendere e promuovere le sacre verità e le istituzioni cristiane che Tommaso portò laggiù e che Saverio rinnovò. Tuttavia, in una così vasta distesa di terre quanto grande moltitudine di mortali è ancora lontana dal vero, immersa nelle tenebre di una deplorevole superstizione! Quanto terreno vi è, soprattutto verso settentrione, che potrebbe accogliere il seme dell’Evangelo, ma che non è stato ancora in nessun modo predisposto. Considerando queste cose nel Nostro animo, riponiamo sì la più grande fiducia nella benignità e nella misericordia di Dio nostro Salvatore, Che è il solo a conoscere quando i tempi sono opportuni e maturi per diffondere la sua luce e che vuole sospingere le menti degli uomini sul retto cammino della salvezza col segreto soffio del celeste Spirito: ma pure, per quanto sta in Noi, vogliamo e dobbiamo dare il nostro contributo affinché sì gran parte del mondo avverta qualche frutto delle Nostre veglie. Con questo proposito, facendo attenzione se mai in qualche modo fosse possibile ordinare in maniera più adeguata e accrescere lo stato della Religione cristiana nelle Indie orientali, abbiamo preso con felice successo alcuni provvedimenti destinati a giovare in futuro alla sicurezza del Cattolicesimo. Innanzitutto per quanto concerne il protettorato portoghese sulle Indie orientali, abbiamo sancito un patto solenne, con scambio di reciproche assicurazioni, col re fedelissimo di Portogallo e Algarve, E in seguito a ciò, tolte di mezzo le cause delle contese, sono cessati quei noti dissidi certamente non lievi che per tanto tempo avevano diviso gli animi dei Cristiani. Inoltre, abbiamo giudicato cosa ormai matura e salutare che dalle singole comunità di Cristiani, che in precedenza avevano obbedito ai vicari o prefetti apostolici, si formassero delle vere e proprie Diocesi, che avessero i loro propri Vescovi e fossero amministrate secondo il diritto ordinario. Perciò, con la lettera apostolica Humanæ,, salutis, del 1° settembre 1886, è stata istituita in quelle regioni una nuova gerarchia, che risulta di otto province ecclesiastiche: quella di Goa, onorata del titolo patriarcale, quella di Agra, di Bombay, di Verapoli, di Calcutta, di Madras, di Pondichery, di Colombo. Infine, tutto ciò che possiamo comprendere che sarà laggiù profittevole alla salvezza e gioverà a incrementare la pietà religiosa e la fede, ci sforziamo costantemente di compierlo per mezzo della Nostra Congregazione per la propagazione della fede cristiana. – Ma tuttavia resta una cosa, dalla quale dipende grandemente la salvezza delle Indie; e ad essa vogliamo che voi, venerabili fratelli, e quanti amano l’umanità e la Religione cristiana, facciate maggiormente attenzione. È evidente che l’integrità della fede cattolica in India è insicura, e incerta ne sarà la diffusione, finché mancherà un clero scelto fra gli “indigeni” bene preparati alle funzioni sacerdotali, che possano non solo essere di aiuto ai Sacerdoti stranieri, ma amministrare rettamente da se stessi la Religione cristiana nei loro Paesi. Si tramanda che proprio questo pensiero assillasse Francesco Saverio che, a quanto si dice, era solito affermare che la Religione cristiana non potrà mai avere salde fondamenta in India, senza l’opera assidua di pii e valorosi Sacerdoti colà nati. E facilmente appare chiaro quanto acuta sia stata in ciò la sua vista. Infatti, l’opera degli evangelizzatori europei è impedita da molti ostacoli, soprattutto dall’ignoranza della lingua locale, di cui è difficilissimo acquisire la conoscenza; e parimenti dalla stranezza delle istituzioni e dei costumi, ai quali non ci si abitua neppure in un lungo periodo di tempo: tanto che di necessità i chierici europei si aggirano colà come in terra straniera. E perciò, dal momento che a fatica la moltitudine si affida a gente straniera, è chiaro che assai più fruttuosa sarà l’opera di Sacerdoti indigeni. A costoro infatti sono ben noti le propensioni, l’indole, i costumi del loro popolo: sanno qual è il momento di parlare e di tacere: infine, Indiani quali sono, si aggirano senza alcuna diffidenza fra gli Indiani: cosa questa di cui è appena il caso di dire qual sia il valore, soprattutto nelle situazioni critiche. – In secondo luogo, bisogna avvertire che i missionari giunti da fuori sono troppo pochi per essere sufficienti a prendersi cura delle comunità cristiane ora esistenti. Questo emerge chiaramente dai registri delle missioni; ed è confermato dal fatto che le missioni indiane non cessano mai di invocare e richiedere insistentemente sempre nuovi annunciatori dell’Evangelo dalla Sacra Congregazione per la propagazione della fede cristiana. E se i Sacerdoti stranieri non sono in grado di prendersi cura delle anime neppure per il presente, come potrebbero farlo in futuro, una volta che fosse aumentato il numero dei Cristiani? E infatti non vi è speranza che cresca in proporzione il numero di quelli che l’Europa invia. Se dunque si desidera provvedere alla salvezza degli Indiani e fondare la Religione cristiana con la speranza che duri a lungo in quelle immense regioni, è necessario scegliere fra gli indigeni coloro che siano in grado di assolvere compiti e doveri sacerdotali, dopo aver ricevuto una diligente preparazione. – In terzo luogo, non si deve trascurare un’eventualità, che certo è assai poco verosimile, ma che pure nessuno potrebbe negare che sia nell’ordine delle cose possibili; che cioè possano capitare, in Europa e in Asia, tempi tali che i Sacerdoti stranieri siano costretti da una violenta necessità ad abbandonare le Indie. E se ciò avvenisse, qualora mancasse un clero indigeno, come potrebbe salvarsi la Religione, non trovandosi alcun ministro dei sacri riti sacramentali né alcun maestro della dottrina? Su ciò è fin troppo eloquente la storia della Cina, del Giappone e dell’Etiopia. Infatti più di una volta in Giappone e in Cina, mentre odii e stragi minacciavano la Religione cristiana, la violenza dei nemici, dopo aver ucciso o cacciato in esilio i Sacerdoti stranieri, risparmiò quelli nativi; e questi, conoscendo a fondo la lingua e i costumi della patria e appoggiati dalle loro parentele e amicizie, poterono non solo rimanere senza danno in patria, ma anche curare il servizio sacro e assolvere liberamente in tutte le province quei compiti che attengono alla guida delle anime. Invece in Etiopia, dove ormai si contavano circa duecentomila Cristiani, non essendovi un clero indigeno, una volta che furono uccisi o cacciati i missionari europei, una improvvisa tempesta di persecuzione distrusse il frutto di una lunga fatica. – Infine, bisogna guardare con attenzione all’antichità, e bisogna conservare con scrupolo gli ordinamenti che vediamo essere riusciti salutari. Ed invero, nell’assolvimento dell’ufficio apostolico, già gli Apostoli ebbero il costume e la regola in primo luogo di istruire le moltitudini con gli insegnamenti Cristiani, e poi di iniziare al servizio sacro alcuni scelti fra i fedeli e innalzarli anche all’episcopato. E i Pontefici Romani, seguendo successivamente il loro esempio, hanno sempre avuto l’usanza di raccomandare ai loro inviati apostolici di sforzarsi in ogni modo di scegliere il clero fra gli indigeni là dove si fosse formata una comunità cristiana sufficientemente ampia. Una volta, dunque, che si sia provveduto alla sicurezza e alla diffusione della Religione cristiana in India, bisogna preparare al sacerdozio gli Indiani, i quali possano adeguatamente compiere i sacri riti sacramentali e porsi a capo dei loro fedeli, quali che siano i tempi che verranno. – Per questo motivo i prefetti delle missioni indiane, per Consiglio ed esortazione della Sede Apostolica, fondarono collegi per chierici, ovunque ne ebbero la possibilità. Anzi, nei sinodi di Colombo, Bangalore, Allahabad, tenuti all’inizio del 1887, si è decretato che ogni singola diocesi abbia il suo proprio seminario per l’istruzione degli indigeni; e qualora qualcuno fra i Vescovi suffraganei non possa avere il suo per mancanza di mezzi, offra il vitto a sue spese ai chierici della diocesi nel seminario metropolitano. Codesti salutari decreti i Vescovi si sforzano di tradurli in atto in proporzione delle loro forze: ma si pongono di traverso ad ostacolare la loro straordinaria volontà le ristrettezze economiche e la penuria di Sacerdoti idonei che presiedano agli studi e guidino con sapienza l’insegnamento. Perciò vi è appena qualche seminario, o neppure quello, in cui l’istruzione degli alunni si possa ritenere completa e perfetta: e ciò in questa epoca in cui non pochi governi civili e protestanti non risparmiano nessuna spesa e nessuna fatica al fine di fornire a tutta la gioventù un’educazione accurata e raffinata. Si vede dunque assai chiaramente quanto sia opportuno e quanto sia conveniente al pubblico bene, fondare nelle Indie orientali dei collegi, in cui i giovani abitanti che crescono per la speranza della Chiesa ricevano una completa formazione culturale e siano formati a quelle virtù senza le quali non si potrebbero né santamente né utilmente esercitare i sacri Ministeri. Una volta rimossa la causa delle discordie con gli accordi stipulati, e ordinata l’amministrazione delle diocesi per mezzo della Gerarchia ecclesiastica, se Ci sarà lecito provvedere acconciamente alla formazione dei chierici come ci siamo proposti, Ci sembrerà di avere portato a compimento l’opera intrapresa. Una volta fondati infatti, come abbiamo detto, i seminari per i chierici, vi sarebbe la sicura speranza che di lì verrebbero in gran copia dei Sacerdoti idonei, i quali spanderebbero ampiamente il lume della loro dottrina e della loro pietà, e nel diffondere la verità dell’Evangelo eserciterebbero con competenza il ruolo fondamentale richiesto dal loro zelo. – Ad un’opera così nobile e per di più destinata ad apportare salvezza ad un’infinita moltitudine di uomini, è giusto che gli europei rechino un qualche contributo; soprattutto perché da soli non possiamo far fronte a così grandi spese. È dovere dei Cristiani tenere in conto di fratelli tutti gli uomini, ovunque essi vivano, e non ritenere nessuno fuori dal raggio del loro amore; e tanto più in quelle cose che riguardano la salvezza eterna del prossimo. Perciò vi preghiamo ardentemente, venerabili fratelli, di volere aiutare con i fatti, per quanto sta in voi, il Nostro proposito e i Nostri tentativi. Fate in modo che divenga a tutti nota la situazione della comunità cattolica in quelle così lontane regioni; fate sì che tutti capiscano che occorre fare, qualche tentativo a favore delle Indie; e questa sia la convinzione soprattutto di coloro che ritengono che il miglior frutto del denaro sia la possibilità di servire alla beneficenza. – Sappiamo per certo di non aver implorato invano il generoso zelo dei vostri popoli. Se la liberalità andrà al di là delle spese necessarie per i suddetti collegi, tutto quello che avanzerà del denaro raccolto faremo in modo che venga impiegato in altre iniziative utili e pie. Come auspicio dei doni celesti e testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con il più grande amore l’apostolica benedizione a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo,

Roma, presso S. Pietro, 24 giugno 1893, anno sedicesimo del nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – “MAGNO CUM ANIMI”.

Come suo solito Papa Benedetto XIV, scrive una lettera Enciclica ricca di rifermenti dottrinali, in particolare quelli inerenti al Magistero ed ai documenti pontificali e conciliari. Qui sono riportate tutte le disposizioni riguardanti la celebrazione della santa Messa fuori dalla Chiesa, disposizioni che restringono l’usanza di celebrarla presso oratori privati, o nelle case di fedeli. Le norme sono chiare e limitanti il privilegio della celebrazione, come è giusto che sua, tranne che in un caso particolare: «… deve essere noto alle Vostre Fraternità che tale privilegio si concede in quei luoghi dove non ci sono Chiese o, se ci sono, la potenza degli eretici è tale che i Cattolici non possano radunarsi per ascoltare la Messa senza grave pericolo. Insomma, in altre parole, si provvede ad una necessità… ». Questo è appunto il caso attuale della celebrazione (molto sporadica) della Messa cattolica da parte di Sacerdoti “una cum” Papa Gregorio XVIII della Chiesa eclissata. Tutte le cappelle pseudotradizionaliste, non hanno alcuna deroga alle regole stabilite in questa lettera, o perché sono in comunione con l’antipapa vaticano (ad esempio i lefebvriani di Econe-Sion, autoreferenti e con gerarchia propria, oltretutto invalida), o perché essendo scismatici ed eretici sedevacantisti o cani sciolti in libera uscita, non hanno alcuna autorizzazione da una “vera” autorità ecclesiastica. Tutti costoro operano dunque in regime di inadempienza delle regole dettate dal Magistero e quindi in flagrante sacrilegio che coinvolge naturalmente i più o meno ignari fedeli. Partecipare ad una messa qualsiasi in un luogo qualsiasi, celebrata da un sacerdote quanto meno sospetto di non valida consacrazione, non significa né soddisfare al precetto, né tantomeno ricevere grazia divina, specie poi se si ricevono poi pseudo-sacramenti invalidi. Preghiamo dunque il Signore che ripristini quanto prima l’accessibilità alle funzioni della vera ed unica sua Chiesa per la santificazione e salvezza dei suoi veri fedeli.


Benedetto XIV
Magno cum animi

2 giugno 1751

Con grande dolore del Nostro animo siamo venuti a conoscenza che in non poche vostre Diocesi sono nate controversie e penose divergenze circa gli Oratori privati. Voi avete messo ogni cura e diligenza per eliminare tali abusi, ma siete stati delusi di non aver raggiunto lo scopo desiderato; anzi siete incorsi nell’indignazione di molti, attirandovi così il biasimo e l’accusa di aver oltrepassato i limiti della severità. Voi desiderate che da questa Santa Sede vi siano date direttive sicure sull’uso dell’Oratorio privato, perché, una volta tolti di mezzo gli abusi, le vostre Disposizioni, confortate dall’autorità Pontificia, non solo siano immuni da ogni biasimo di malevoli, ma acquistino sempre maggior peso in onore e stima. – Avremmo potuto con molta facilità soddisfare alla vostra richiesta col suggerirvi dei libri, sia quelli che trattano la dottrina su questa materia secondo i Decreti dei Romani Pontefici, nostri Predecessori, sia quelli, i cui Autori, pur trattando degli Oratori privati, non fanno menzione dei Decreti della Santa Sede o li ignorano perché contrari alle loro tesi. Tuttavia, siccome abbiamo per Voi un grande e particolare affetto, per mezzo della presente nostra Lettera Enciclica, con la maggior brevità possibile, vi mostreremo su questo argomento le sentenze dei nostri Predecessori e la nostra. – Per verità, in tali sentenze, oltre l’obbedienza che è loro dovuta in ragione dell’autorità da cui provengono, come da una fonte, nulla è più importante della materia che ne è l’oggetto e che ora tratteremo. Ogni trattazione, però, di questo genere, siccome riguarda i Privilegi Apostolici (l’interpretazione dei quali, per diritto privato, è riservata ai Sommi Pontefici) deve avere come norma l’intenzione di chi ha dato la concessione, come di colui che più di ogni altro ne conosce il senso. Perciò qualunque ordinamento Voi emanerete e stabilirete secondo le norme contenute nella presente Lettera, deve essere ritenuto, quanto all’esecuzione, come un Decreto dei Sommi Pontefici. Per questo motivo si devono ritenere attribuite alle Vostre Fraternità la qualifica e l’autorità di Delegati Apostolici, e Noi, per quanto è necessario, con la presente Lettera ve le concediamo e impartiamo a tale effetto.

1. In verità nulla ci è stato esposto di ciò che riguarda le cappelle che avete nei vostri Palazzi Episcopali per la celebrazione della Messa da parte vostra, o di altri, o per svolgervi qualsiasi altra sacra funzione propria della vostra carica e dignità. Trattare di ciò sarebbe per Noi cosa molto facile se non fosse estraneo al nostro caso. Prenderemo perciò in considerazione due antichi esempi di cappelle che i Vescovi avevano nei loro Episcopi, distinte e separate dalle Chiese pubbliche, e nelle quali celebravano il santo Sacrificio della Messa. Il primo esempio è quello della cappella di San Cassio, Vescovo di Narni, di cui San Gregorio (Omelia 37 Super Evangelia)racconta che, benché fosse gravemente malato, “fece la Messa nell’Oratorio del suo Vescovo” per soddisfare tanto alla sua devozione quanto a quella di coloro che venivano a trovarlo. L’altro esempio è quello di San Giovanni Elemosinario, Vescovo di Alessandria. Questi, come si legge nei suoi Atti scritti da Leonzio, redarguendo coloro che, a Messa non ancora finita, uscivano quando egli andava a celebrarla nella pubblica Chiesa, era solito dire: “Per voi vado nella Chiesa santa, perché per me potrei celebrare la Messa nell’Episcopio“. Quest’esempio lo si può leggere in Tomassino (De veteri ac nova Ecclesiae disciplina, part. 1, lib. 2, cap. 93, n. 6). Altri esempi si trovano raccolti nell’opera intitolata De Oratoriis privatis (al cap. 6). (Quest’opera è stata recentemente pubblicata a Roma da Giovanni Battista Gattico, Canonico Lateranense). In quegli esempi è dimostrato con solide prove il diritto dei Vescovi di avere nei Palazzi Vescovili le proprie cappelle.

2. Il sacro Concilio di Trento non derogò affatto a questo diritto; solamente nella sess. 22, De observandis et evitandis in celebratione Missae, a causa di molti e poco decorosi incidenti che ripetutamente si verificavano, prescrisse ai Vescovi di non permettere ai Sacerdoti, tanto Secolari che Regolari, di celebrare la Messa “nelle case private” e fuori delle Chiese o Oratori pubblici destinati al culto divino. Questa prescrizione non riguarda le cappelle che sono nei Palazzi Vescovili, i quali non possono mai passare sotto il nome di case private. Lo ha dichiarato più volte la Congregazione dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa e Interpreti dello stesso Concilio di Trento, in alcune Risoluzioni dello stesso Concilio, e ha sostenuto tale dichiarazione con valide ragioni, che Noi abbiamo riportato nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sess. 2, § 45 e ss.), edizione latina, Padova. Noi, infatti, quando, non ancora saliti alla più alta Dignità, firmavamo qualche opera, ritenevamo come nostro principale vanto di non allontanarci su nessun punto dalle sentenze del Tribunale della Curia Romana, in quanto esse ricevono forza di autorità soprattutto dalle dichiarazioni pontificie.

3. Di questo privilegio si poteva dire solo che, essendo limitato alle cappelle che sono negli Episcòpi, non poteva certo favorire i Vescovi quando dimoravano fuori delle proprie abitazioni, o quando facevano la Visita o quando erano in viaggio. In questi casi, volendo celebrare la Messa o assistervi, erano costretti ad andare nelle Chiese pubbliche oppure a chiedere agli Ordinari dei luoghi il permesso di far celebrare la Messa o di celebrarla essi stessi nell’abitazione in cui per caso dimoravano.

4. Veramente il nostro Predecessore di venerata memoria Papa Bonifacio VIII nella sua Decretale Quoniam Episcopi, de privilegiis, in Setto, ritenendo ingiusto che i Vescovi non celebrassero ogni giorno la Messa senza una ragionevole causa o che non vi assistessero, concesse loro di poter servirsi dell’Altare portatile anche fuori della propria Diocesi: “Con la presente Costituzione accordiamo a loro di poter avere l’Altare portatile e su quello celebrare o far celebrare dovunque è loro permesso di celebrare senza trasgredire un interdetto, o ascoltare la Messa“. È degno di attenzione l’avverbio “dovunque“, che, senza dubbio, comprende anche i luoghi che sono fuori della Diocesi.

5. Una particolare attenzione meritano le Risoluzioni della sopraccitata Congregazione del Concilio. Al quesito che le fu proposto se, cioè, il Vescovo che si trova fuori della propria Diocesi per poter usare l’Altare portatile sia tenuto a chiedere il permesso al Vescovo locale, la Congregazione rispose che non è tenuto. Diversamente il privilegio di Bonifacio VIII sarebbe stato vanificato. Infatti, al tempo di quel Pontefice era in vigore un antico diritto, che poi, come si dirà più avanti, fu abolito dal Concilio di Trento, secondo il quale la facoltà di celebrare la Messa nelle case private la davano i Vescovi. Così pure quando fu proposto alla Congregazione un altro quesito se, cioè, al privilegio concesso ai Vescovi da Bonifacio VIII il Concilio di Trento o il Decreto di Papa Paolo V, di cui pure si parlerà più avanti, avessero arrecato qualche pregiudiziale, la Congregazione rispose che nessun valore è stato tolto a quel privilegio. – Quando, poi, tanto nel Concilio come nel sopraccitato Decreto fu tolta ai Vescovi la facoltà di dare permesso ad altri di poter celebrare la Messa nelle case private, non furono affatto tolti ai Vescovi quei diritti che riguardavano le loro persone e che sono propri della loro dignità e del loro carattere. Le Risoluzioni citate sono da Noi riportate nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sez. 2, par. 42, edizione latina, Padova), e anche nei Commentari del Cardinale Petra di buona memoria alle Costituzioni Apostoliche (tomo 4, Super Constitutione 2 Urbani V, n. 15 e ss.), e da Gattico nel suo recente Trattato De Oratoriis domesticis, De usu Altaris portatilis (cap. 12, n. 1 e ss.).

6. È verissimo che nulla arreca maggior pregiudizio ai Privilegi quanto il loro abuso. Ciò è stato comprovato a sufficienza e con verità anche nel caso del Privilegio concesso ai Vescovi dell’Altare portatile e che rimase intatto dopo il Concilio di Trento e il Decreto Paolino. Da certi indizi si venne a sapere che ne abusavano alcuni Vescovi che, in Diocesi o fuori Diocesi, si recavano nelle case dei laici e lì celebravano la Messa o permettevano che vi si celebrassero più Messe e ciò senza nessuna urgente necessità, ma solo per ostentare il proprio Privilegio o per soddisfare alle richieste dei laici. Quando la notizia di questo inconveniente giunse alla Congregazione del Concilio, questa non tralasciò di frenare tale eccesso e affidò agli Arcivescovi il compito di correggere l’abuso qualora si fosse verificato nei luoghi della loro giurisdizione. Le Risoluzioni sono riportate nei Codici o, meglio, nei Registri di quella Congregazione (lib. 48, Decretorum, fol. 471). – Ma siccome, nonostante tutto, la piaga si allargava, il nostro Predecessore di felice memoria Papa Clemente XI il 15 dicembre del 1703 pubblicò il seguente Decreto, in cui, dopo aver esposto l’inconveniente che “i Vescovi in Diocesi altrui, fuori della propria abitazione, nelle case private dei laici fanno erigere l’Altare e lì per mezzo di uno o più dei loro cappellani immolano l’Ostia vivifica di Cristo“, passa al rimedio: “Per eliminare tali abusi, il Santissimo Signore Nostro notifica espressamente ai Vescovi e ai Prelati a loro superiori, anche se insigniti di onore cardinalizio, che né sotto pretesto di un privilegio incorporato nel Diritto, né sotto qualunque altro titolo, in nessun modo è lecito fuori della propria abitazione, nelle case dei laici, anche se nella propria Diocesi e tanto meno in quella di altri, anche se con il consenso del Diocesano, erigere l’Altare e lì celebrare il sacrosanto Sacrificio della Messa o farlo celebrare“.

7. Alla mente di questo grande Pontefice era presente questo solo scopo: di togliere gli abusi, mai di togliere qualcosa al retto uso del Privilegio. Certo le parole, riportate con quel loro senso così ampiamente restrittivo e frenante, potevano dare occasione a qualcuno per affermare che non è lecito ai Vescovi servirsi dell’Altare portatile quando visitano la Diocesi, o viaggiano, o per qualunque altro motivo si trovano fuori della propria residenza e dimorano nelle case dei laici. Quando questa ipotesi fu esposta nelle Congregazioni che si sono tenute sotto Innocenzo XIII, immediato Successore dello stesso Clemente, e nelle quali Noi, non ancora saliti alla più alta Dignità, fungevamo da Segretario, si giudicò opportuno che quella Dichiarazione, più avanti riportata, diventasse ufficiale. In seguito fu inserita nella Lettera dello stesso Innocenzo che inizia “Apostolici Ministerii“, e che lo stesso Pontefice compilò per costituire nei Regni delle Spagne una buona organizzazione della disciplina ecclesiastica. La stessa Lettera fu confermata “in forma specifica” dal suo successore Benedetto XIII che volle inserirla nell’Appendice del Concilio Romano perché fosse regola e norma per tutti i luoghi. La stessa Dichiarazione fu inserita fra i Decreti, tit. XV, cap. III dello stesso Concilio, al quale anche Noi fummo invitati per interpretare i Sacri Canoni.

Riportiamo volentieri anche qui le parole della Dichiarazione: “Dichiariamo (si tratta del Decreto di Clemente XI) che non è lecito ai Vescovi erigere l’Altare fuori della casa della propria residenza nelle case dei laici, e lì celebrare il santo Sacrificio della Messa o farlo celebrare. Tale proibizione non va intesa per le case, anche dei laici, nelle quali gli stessi Vescovi per caso, in occasione della Visita o di viaggio, sono accolti come ospiti. E neppure quando, nei casi permessi dal Diritto per speciale licenza della Sede Apostolica, assenti dalla casa della propria residenza, sostano in case di altri a modo di domicilio. In questi casi sarà loro lecito erigere l’Altare per la suddetta celebrazione come nella casa della propria ordinaria residenza“.

8. Abbiamo ritenuto ottima cosa esporvi nella nostra Lettera Enciclica questi punti che riguardano particolarmente le Vostre Fraternità, quanto vi è stato concesso circa le cappelle che sono nei vostri Palazzi Episcopali e quanto vi è stato permesso di fare nelle case altrui e fuori della vostra Diocesi. Vi abbiamo indicato anche i motivi delle concessioni e dei Privilegi, nonché i loro abusi e vi abbiamo aggiunto le proibizioni di abusi. E ciò affinché sappiate la differenza che c’è tra le cappelle dei vostri Palazzi Episcopali, per mezzo delle quali si intende provvedere alla vostra spirituale consolazione e comodità come anche al decoro della vostra dignità, e gli Oratori privati nelle case dei laici, sia dentro come fuori della vostra Diocesi, nei quali per la vostra comodità e consolazione vi è lecito erigere l’Altare portatile e celebrare e far celebrare. E anche perché, quando per caso dovete vigilare sugli abusi degli Oratori privati nelle case dei laici, non siate soggetti alla critica che mentre correggete le altrui mancanze nelle case di altri, tollerate gli eccessi in casa vostra e nel vostro comportamento. Perciò, prima di passare a trattare il caso degli Oratori privati nelle case dei laici, facciamo alcune premesse.

9. La prima è che l’uso degli Oratori privati nelle case risale a tempi antichi. È noto che gli Apostoli celebravano i sacri Misteri nelle case private e che tale costume fu conservato durante le persecuzioni, come fa bene osservare Cristiano Lupo “in suis notis ad canones Trullanos“. La seconda premessa è che anche nei secoli seguenti, dopo le persecuzioni, ci sono stati Oratori privati nelle case dei laici. Nel Sacramentario Gallicano (tomo 1, Musaei Italici, stampato e pubblicato da Mabillon), si legge una “colletta” da recitarsi nella Messa che si celebrava “in casa di chiunque“. Né a questo assunto mancano altre prove, che Noi con diligenza abbiamo cercato di raccogliere nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sect. 1, § 10). Terza premessa poi è che più volte si è pensato di sopprimere gli Oratori privati nelle case dei laici o, meglio, la facoltà di celebrarvi la Messa. Non diremo nulla della Novella 58 di Giustiniano, dove per legge si proibisce di celebrare negli Oratori privati, e dove si permette solo di pregare. Non parleremo della Novella di Leone il Sapiente, che tolse la proibizione asserendo che gli Oratori privati, in cui si celebravano le Messe, si erano allora moltiplicati a tal punto che li avevano non solo i Nobili, ma anche persone di mediocre condizione. – Circa poi i documenti più vicini ai nostri tempi, sarà sufficiente aver indicato quelli che Noi abbiamo riportato nel Trattato De Sacrificio Missae, nei luoghi citati.

10. Quarta premessa: benché quasi da sempre ci sia stato l’uso degli Oratori privati nelle case dei laici, nei quali si celebrava la Messa, tuttavia era sempre necessaria la licenza dei Vescovi, i quali, il più delle volte, erano molto facili a concederla. “Disponiamo che le Messe si celebrino non dovunque, ma nei luoghi consacrati dal Vescovo, o dove egli permetterà“. Sono parole del Can. Missarum, dist. 1. Questa facilità, che per reazione provocò, anche se inutilmente, la proibizione degli Oratori privati, rimase in vigore nella Chiesa Orientale, soprattutto per il fatto che nelle chiese dei Greci non c’era che un solo Altare: per cui, quando vi si era celebrata una Messa, non vi si poteva celebrare un’altra nello stesso giorno. Balsamone In Commentariis ad Canones Trullanos asserisce che senz’alcun’altra formula si considerava concessa dal Vescovo al Sacerdote la licenza di celebrare, ogni qual volta celebrava su tovaglie consacrate dal Vescovo.

11. L’ultima cosa che diciamo è questa: dopo varie discussioni avute su questo argomento nel sacro Concilio di Trento (questo Concilio fu accolto dal Regno di Polonia con grande onore e applauso per merito del Cardinale Osio, Nunzio Commendatario, nella grande assemblea tenuta davanti al Re Sigismondo Augusto, come si può vedere nella storia dello stesso Concilio scritta dal Cardinale Pallavicino (lib. 24, cap. 13, sess. 22) nel Decreto De observandis et evitandis in celebratione Missae fu così stabilito e ordinato: “Non permettano (si parla dei Vescovi) che alcun Sacerdote Secolare o Regolare celebri questo santo Sacrificio nelle case private, e mai fuori della Chiesa e degli Oratori dedicati solo al culto divino e che devono essere designati e visitati dagli stessi Ordinari“. Fu aggiunta l’abolizione di qualsiasi privilegio, esenzione e consuetudine: “Nonostante i privilegi, le esenzioni, i titoli e le consuetudini di qualsiasi genere“. Da ciò conseguì che i Vescovi non hanno più la facoltà di concedere l’uso degli Oratori privati nelle case dei laici per celebrare la Messa. Tale licenza di celebrare la Messa negli Oratori privati, se fosse data da loro, sarebbe in contrasto col precetto a loro imposto dal Concilio di non permettere ciò. Per la qual cosa il sopraccitato Diritto è stato riservato alla Santa Sede, perché le circostanze dei tempi e l’estendersi degli Oratori privati nelle case dei laici non permetteva di abolirli del tutto. E questo è sempre stato il pensiero del Testo Conciliare come lo ha trasmesso la Congregazione del Concilio, l’unica interprete del Concilio stesso. Anche il nostro Predecessore di felice memoria Papa Paolo V lo ha approvato nella Lettera Enciclica inviata a tutti i Vescovi. Questa Enciclica si trova sia presso vari Autori, sia anche stampata nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sect. 2, § 42). In essa si condanna ogni altra interpretazione delle parole del Concilio e si parla molto dell’irriverenza verso il Sacrificio della Messa. A fomentare detta irriverenza contribuiva non poco la troppa facilità dei Vescovi nel concedere la licenza senza alcuna limitazione o cautela. Infine, la Lettera conclude così: “La facoltà di dare tali licenze è stata tolta a tutti per Decreto dello stesso Concilio ed è riservata al solo Romano Pontefice“.

12. Dopo che il Diritto di concedere gli Oratori nelle case private dei laici fu riservato alla Sede Apostolica, è difficile dire quanta cura e diligenza sia stata usata per una sua retta applicazione. I documenti autentici si trovano nell’Archivio della Congregazione del Concilio, nella quale una volta, prima di salire alla più alta Dignità, per molti anni abbiamo avuto l’incarico di Segretario. – Le disposizioni date per legge, come risulta dalle formule delle Lettere in forma di Breve, si possono così riassumere: l’Oratorio deve essere costruito con pareti che lo separino da tutti gli altri locali destinati a usi domestici e deve essere visitato prima o dal Vescovo o da un altro a cui il Vescovo abbia delegato le sue veci, per controllare se è decoroso e adatto, e se vi manca qualcosa di necessario; ci sia un Vescovo che conceda la licenza di celebrare la Messa e tale licenza sia valida ad arbitrio del Vescovo; non vi si celebrino più Messe al giorno, ma una sola, e tale Messa sia celebrata da un Sacerdote Secolare o Regolare, purché il Secolare sia approvato dal Vescovo e il Regolare abbia la licenza del suo Superiore Regolare; la Messa non si celebri nelle solennità di Pasqua di Risurrezione, di Pentecoste, della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, e in altri giorni più solenni, tra i quali si citano i giorni dell’Epifania, dell’Ascensione del Signore, dell’Annunciazione e Assunzione della Beata Vergine Maria, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, del Titolare della chiesa locale; sono nominate le persone la cui presenza è necessaria perché si possa celebrare la Messa nell’Oratorio privato e anche altre persone che, mentre si celebra la Messa per le persone sopraccitate, possono assistervi e soddisfare al precetto ecclesiastico; e infine tutto deve essere fatto senza pregiudizio dei diritti parrocchiali.

13. Queste sono le norme che sono contenute nei Brevi ordinari degli Oratori privati. Capita anche di emanare Brevi che sono straordinari, come quando, per esempio, per giusta causa si concede a qualcuno di poter fare celebrare una seconda Messa, o che la stessa venga celebrata un po’ prima o un po’ più tardi del limite di tempo fissato dalle Rubriche o nei giorni esclusi, e altre cose del genere. Quando poi di tanto in tanto nacquero delle controversie sia circa i Brevi ordinari degli Oratori privati, sia circa i Brevi straordinari e in genere su tutti, la Sede Apostolica in queste occasioni non tralasciò mai di provvedervi con opportune disposizioni.

14. Nei Brevi ordinari per lo più si concede la licenza a due coniugi di far celebrare la Messa nell’Oratorio privato e si fa sapere che la Messa si può celebrare se sono presenti sia i due coniugi, sia i loro figli, i consanguinei e i congiunti che abitano insieme con loro nella stessa casa. Mai è nato il problema se, quando il marito o la moglie intervengono alla Messa, i consanguinei e i congiunti che abitano nella stessa casa e assistono alla Messa, soddisfino al precetto Ecclesiastico nei giorni festivi. Ciò è sempre stato ritenuto come certo e coerente alla lettera del Breve. La vera difficoltà era sempre nel vedere se, quando nessuno dei coniugi è presente, uno dei consanguinei o dei congiunti che abitano nella stessa casa può ordinare di far celebrare la Messa nell’Oratorio privato; e se gli altri consanguinei e congiunti che abitano nella stessa casa, ascoltandola nel giorno festivo, soddisfano al precetto Ecclesiastico di ascoltare la Messa. Su questo punto le opinioni degli Autori erano, come il solito, diverse. Quando questa difficoltà fu proposta e discussa nella Congregazione del Concilio il 3 dicembre 1740 nella causa che aveva per titolo Marsicen. Oratori i, fu deciso che non si poteva celebrare la Messa nell’Oratorio privato se non vi presenziavano coloro che avevano ricevuto l’indulto, che è come dire il marito o la moglie, ai quali il Breve era stato diretto, come si può vedere anche nelle Risoluzioni del Concilio (tomo 9 del 1740, p. 89 e segg).

15. Quando poi Ci fu fatta la relazione di questo Decreto, Noi la confermammo il 7 gennaio 1741. Stabilimmo inoltre che nei Brevi in cui si dà la concessione a certe e determinate persone che possono far celebrare una Messa nell’Oratorio privato e che tale Messa è valida per i figli, consanguinei e congiunti, fosse aggiunta la clausola: “Vogliamo che i sopraccitati figli, consanguinei e congiunti possano, purché voi presenti, ascoltare soltanto una Messa e mai osino farla celebrare“. E perché si potesse facilmente riconoscere quali sono le persone che hanno l’indulto e senza le quali non si può celebrare la Messa, né chi la ascolta soddisfa al precetto, aggiungemmo che per persone che hanno l’indulto si devono intendere coloro che sono nominati sul frontespizio o nel titolo del Breve che viene loro diretto.

16. A volte nel corpo del Breve viene nominata qualche persona, in vista della quale, se essa è presente, si concede che si possa celebrare la Messa e che gli altri congiunti, consanguinei o familiari, ascoltandola, soddisfino al precetto, anche se detta persona non è affatto nominata sul frontespizio del Breve. In questo caso, ferma restando la regola secondo la quale si può celebrare la Messa nell’Oratorio privato purché vi assista una delle persone che hanno l’indulto e che sono nominate sul frontespizio o nel titolo del Breve, Noi affermiamo che si può celebrare la Messa anche se non vi assiste nessuna delle persone nominate sul frontespizio o nel titolo del Breve, purché sia presente quella persona, alla quale nel corpo del Breve espressamente e per nome si dà la facoltà di poter far celebrare la Messa nell’Oratorio privato quando essa vi assista.

17. Con un esempio la cosa è più chiara. Al marito e alla moglie viene concessa la facoltà che si celebri la Messa nell’Oratorio privato, e ad essi viene indirizzato il Breve. Il marito ha la madre vivente, ma questa non è affatto citata nel Frontespizio o nel Titolo del Breve. Ma se nel corpo del Breve si dice che anche la stessa madre può far celebrare la Messa, abbia valore; ciò è sufficiente perché con la sola presenza della madre si possa celebrare la Messa nell’Oratorio, anche se la madre non è nominata nel Frontespizio o nel Titolo del Breve. Le cose dette finora sono indicate nei Brevi di questo tipo; ma sarà Nostra cura perché in futuro siano espresse in modo più appropriato e senza alcun equivoco.

18. Nei Brevi consueti, cioè ordinari, sono eccettuati, come è stato detto, i giorni solenni, tra i quali è compreso il giorno di Natale di Cristo Signore in cui ogni Sacerdote celebra tre Messe. In questo caso a chi ha il Breve dell’Oratorio privato si concede un Breve straordinario, nel quale gli si permette, in caso di malattia, di ascoltare la Messa anche nei giorni eccettuati. Siccome nei Brevi si parla di una sola Messa, nacque il problema se, cioè, il Sacerdote che celebrava nell’Oratorio privato poteva celebrare tre Messe il giorno di Natale. Su questo problema Noi, al tempo in cui eravamo Segretario del Concilio, abbiamo scritto una particolare dissertazione e l’abbiamo pubblicata il 13 gennaio 1725. Ebbene, il caso fu risolto dalla Congregazione dicendo che il Sacerdote poteva celebrare le tre Messe, come si può vedere nel Tesoro delle Risoluzioni (tomo 3, p. 109 e ss., e p. 116).

19. Rimane ora che si parli delle sacre Funzioni che si possono svolgere negli Oratori che si trovano nelle case private, nei quali è permesso celebrare non più Messe, ma una sola, a meno che a qualcuno non sia stata concessa la facoltà di far celebrare una seconda Messa. Per ciò che riguarda il Sacramento del Battesimo, già nel Concilio di Vienna, sotto il Pontefice Clemente V, fu stabilito che non si poteva conferire il Battesimo in altri luoghi se non nelle Chiese, nelle quali si trovano le Fonti di questo sacro Lavacro, a meno che non si presentasse il caso di necessità o quando si trattasse dei figli di Re o di Principi, come si può vedere nella Clementina unica de Baptismo et eius effectu.

20. Per ciò, invece, che riguarda il Sacramento della Penitenza, già nel Rituale Romano, parlandosi del Sacerdote che ascolta le confessioni, è stabilito: “Ascolti le confessioni in Chiesa e non nelle case private se non per ragionevole causa; in questo caso, tuttavia, cerchi di farlo in un luogo decente e aperto“. Il Rituale fu confermato dal Pontefice Paolo V. E il grande restauratore della disciplina Ecclesiastica, San Carlo Borromeo, tanto nell’Istruzione del Sacramento della Penitenza quanto nei Moniti ai confessori e nel suo primo Concilio di Milano non tralasciò di inculcare la norma sopraccitata, come si può vedere negli Atti della Chiesa di Milano, edizione della stessa città (part. 1, p. 11, part. 4, p. 520, p. 761 e p. 773). Nella pagina 775 poi raccomanda ai Superiori dei Regolari di far osservare scrupolosamente tale norma. I sopraccitati confessori Regolari addussero la facoltà di ascoltare le confessioni dei fedeli in qualunque luogo, rivendicandola dal fatto che nella Bolla del Pontefice Clemente X Superna non si metteva alcun limite di luogo. Lo stesso Pontefice, però, dichiarò (nella predetta Costituzione) che “ai Regolari non è stata concessa nessuna facoltà di ascoltare le Confessioni sacramentali nelle case private; e perciò non è affatto lecito ai Regolari di qualsiasi Ordine, ecc., amministrare il Sacramento della Penitenza nelle case private eccetto nei casi previsti dal Diritto“. Il Decreto, pubblicato a firma del Vescovo Fagnano, fu stampato in diversi luoghi, come si può vedere nell’Appendice al Sinodo di Foligno che fu celebrato dal Vescovo della stessa città Giosafat Battistelli, di buona memoria, nel 1722.

21. Per ciò che riguardala Comunione pasquale che ogni Cattolico è tenuto a fare nel tempo pasquale, dal Decreto sia del Concilio Lateranense Omnisutriusque sexus, de poenitentiis, et remissionibus, sia del Concilio di Trento (sess. 13, cap. 8, can. 10), è noto a tutti che questo precetto va adempiuto nella Chiesa parrocchiale o in altra Chiesa con licenza del proprio Vescovo o Parroco, secondo le diverse consuetudini delle Diocesi. In seguito il nostro Predecessore di felice memoria, Papa Paolo IV, concesse ai Frati Minori il privilegio di distribuire la sacra Eucaristia a tutti i fedeli nelle loro Chiese, eccetto tuttavia il giorno di Pasqua. Questo privilegio fu esteso a tutti i Regolari dall’altro Predecessore di santa memoria Papa Pio V “per communicationem“, come si dice.

22. Ma siccome, secondo una precedente Costituzione di Eugenio IV, il tempo pasquale, in cui si deve compiere il precetto della Comunione, va dalla domenica delle Palme alla Domenica in Albis, nacque il dubbio se fosse lecito ai Regolari distribuire l’Eucaristia ai fedeli nelle loro Chiese entro il termine dei giorni prescritti. Il dubbio fu risolto dicendo che il giorno di Pasqua non si poteva distribuire la Comunione a nessuno, nemmeno a coloro che durante la Settimana Santa avessero soddisfatto al precetto pasquale nella propria Chiesa parrocchiale e che i Regolari potevano bensì comunicare i fedeli nelle loro Chiese negli altri giorni del tempo pasquale, ma a condizione che i fedeli comunicati sapessero di non essere esentati per questo dal precetto di ricevere la Comunione pasquale nella propria Chiesa parrocchiale. I più importanti Decreti della Congregazione del Concilio si trovano in “quibusdam causis, Senonensi videlicet, Burdegalensi et Mechliniensi” e da Noi riportati nel nostro Trattato De Synodo Dioecesana (lib. 7, cap. 42, n. 3).

23. Fuori della Comunione pasquale, nel sacro Concilio di Trento (sess. 22, cap. 6 De Sacrificio Missae) si leggono le seguenti parole: “Il sacrosanto Sinodo desidera che i fedeli che assistono alle singole Messe, si comunichino non solo spiritualmente, ma anche ricevendo l’Eucaristia sacramentale, per ricevere un frutto più abbondante di questo santissimo Sacrificio“.

Da queste parole alcuni dedussero la conseguenza certa e chiara che negli Oratori privati, quando c’è la facoltà di celebrarvi la Messa, si può anche distribuire l’Eucaristia a coloro che assistono alla Messa, senza che ci sia bisogno di un particolare indulto. Su questo punto Noi nella nostra Institut. (n. 34. par. 3)abbiamo trattato varie questioni, tra le quali quelle che abbiamo pubblicato in lingua italiana quando risiedevamo a Bologna come Arcivescovo di quella Chiesa, e che poi, tradotte in latino, furono stampate. In esse abbiamo riportato l’opinione sopra esposta, ma ne abbiamo aggiunta un’altra secondo la quale si richiede la licenza del Vescovo perché chi ha in casa l’Oratorio privato possa comunicarsi mentre vi assiste alla Messa. Questa opinione ci è sembrata coerente sia al buon ordine delle cose, sia alla consuetudine o prassi di Roma. Perciò ordinammo che non potessero ricevere la Comunione nell’Oratorio privato coloro che vi assistevano alla Messa, celebrata sia da un Sacerdote Secolare che Regolare, senza aver prima ottenuto la licenza da Noi o dal nostro Vicario Generale.

24. Né al presente c’è in Noi la volontà o un motivo per allontanarci da questa norma. Quando, da alcuni anni è nata in Italia la famosa controversia sulla Comunione da distribuirsi a coloro che la richiedono mentre assistono alla Messa, Noi abbiamo riferito le parole del Concilio di Trento; abbiamo lodato lo zelo di coloro che nella Messa ricevono la Comunione; abbiamo anche spronato i Pastori della Chiesa a non privare del cibo eucaristico coloro che ne hanno fame; abbiamo anche riscontrato che ci possono essere delle circostanze in cui a motivo di tempo o di luogo la prudenza dei Vescovi potrebbe suggerire l’opportunità di non distribuire la santa Eucaristia nemmeno a quelli che sono presenti alla Messa, tanto più che nell’attuale disciplina c’è piena libertà di riceverla in altri luoghi e in altri tempi. Tuttavia, ordinammo che si dovesse prestare la debita obbedienza al precetto del proprio Superiore. Chi si rifiutava, dimostrava con ciò chiaramente di avere un animo poco disposto e preparato a ricevere il Sacramento dell’Altare, come si può vedere nella nostra Lettera Certiores effecti(nel nostro Bollario, tomo 1, n. 64).

25. Queste sono, Venerabili Fratelli, le cose che abbiamo creduto opportuno esporvi in questa Enciclica. Da qui potrete ben capire come, leggendo e consultando le Lettere Apostoliche sulle concessioni degli Oratori, i Decreti dei nostri Predecessori, le Risoluzioni di queste Congregazioni, che sono ora state da Noi confermate, non c’è più posto per liti e controversie. Ma Noi pensiamo che ci risponderete: Tutto bene. Rimane però il fatto che i decreti ordinati non si osservano affatto. Non vi dispiaccia se vi replichiamo che tale inosservanza dipende da una superficiale lettura e riflessione dei Brevi o dall’ignoranza dei Decreti e delle Risoluzioni pontificie. Noi non ne abbiamo colpa, soprattutto perché, pur coll’età avanzata e oppressi come siamo da cure difficilissime, quello che c’è da sapere su questo argomento, non ci siamo rifiutati di manifestarlo.

26. Se Voi nei vostri Sinodi, e negli Editti che pubblicate per il buon governo delle vostre Diocesi, avrete premura di inculcare l’osservanza dei Decreti pontifici e delle Risoluzioni sopra indicate, ne verrà un duplice bene: di tenere viva in Voi la loro memoria e di dissipare l’ignoranza negli altri o di renderla inescusabile se crassa e supina. Tale comportamento e norma tennero (e tengono tuttora) i nostri Vescovi d’Italia, che o inserirono nei loro Sinodi la Somma dei Decreti pontifici emanati sugli Oratori privati, o li aggiunsero per esteso nell’Appendice agli stessi Sinodi, come si può vedere nel Sinodo tenuto a Rimini dal Cardinale De Vio, di buona memoria, nel 1724, e nell’altro celebrato dal Cardinale Pignatelli, di buona memoria, Arcivescovo di Napoli, nel 1726, e in quello tenuto dal venerabile nostro Fratello Cardinale Annibale Albano, allora Vescovo di Sabina, nel 1736, e in molti altri.

27. Noi non siamo nel numero di coloro i quali sono convinti che tutti gli inconvenienti e scandali che avvengono ai nostri tempi, non accadevano nei tempi passati. Siamo certi che quello che accade oggi accadeva anche in altri tempi. Ma per non allontanarci troppo dall’argomento, diremo che se oggi le leggi riguardanti gli Oratori privati sono trasgredite dai Sacerdoti per la protezione dei Principi secolari a cui si appoggiano, e ai quali servono da cappellani, ciò accadeva anche nel sec. IX. Infatti Sant’Agobardo, allora arcivescovo di Lione, nel suo Trattato De Privilegio et jure Sacerdoti i, cap. 11, si lamenta delle stesse cose. Tuttavia non per questo dovete perdere la vostra costanza sacerdotale e il vostro coraggio. La Polonia è una Nazione pia e religiosa. Se accadesse qualche abuso negli Oratori privati, commesso o introdotto nella casa di un Principe, glielo si faccia presente, adducendo ragioni e dimostrando che per abusi si perde il privilegio. C’è da sperare che così egli tolga la sua protezione al cappellano disobbediente. E se avvenisse di non ottenere nessun risultato per questa via, avete sempre a vostra disposizione le armi spirituali che potete usare contro il cappellano. Probabilmente se si fosse agito così appena si è avuta conoscenza dell’inconveniente, con la pace di tutti diremo che le cose non sarebbero arrivate al punto in cui sono ora, come risulta dai ricorsi a Noi fatti, che ci hanno indotto a scrivere questa nostra Lettera Enciclica.

28. Prevediamo che Voi forse direte che gl’inconvenienti vengono dai Privilegiati e dagli Esenti, cioè dai Regolari, a proposito dei quali sono insinuate parecchie cose nel citato ricorso fatto a questa Santa Sede. E Noi vi rispondiamo che non ci sono né privilegi né esenzioni che possano impedire di sterminare gli abusi.

29. I Regolari hanno senza dubbio il privilegio dell’Altare portatile e di celebrarvi la Messa ovunque si trovano, senza alcuna licenza del Vescovo, come si può vedere nella Decretale di Onorio III (cap. In his, de privilegiis)A causa di questo privilegio succedeva che potevano celebrare la Messa anche nelle case dei laici, sia sull’Altare portatile, sia sull’Altare fisso, anche se il laico non aveva il privilegio dell’Oratorio privato. E ciò per il motivo che il privilegio del celebrante aveva vigore benché il luogo della celebrazione non fosse privilegiato. Il sacro Concilio di Trento (sess. 22, Decreto De observandis et evitandis in celebratione Missae)aveva ordinato ai Vescovi di non permettere che si celebrassero Messe nelle case dei privati “né dai Secolari né dai Regolari qualsiasi” e aveva dato loro la facoltà di procedere contro i refrattari. Aveva anche abolito tutti i privilegi, esenzioni e consuetudini in contrario, di qualunque genere fossero: “nonostante i privilegi, esenzioni, appellazioni e consuetudini di qualsiasi genere“. Da qui necessariamente consegue che il sacro Concilio di Trento ha derogato tanto ai precedenti privilegi dell’Altare portatile quanto alla facoltà di celebrare la Messa nelle case dei privati senza licenza del Vescovo, e che inoltre il Vescovo, come Delegato della Sede Apostolica, può procedere contro i disobbedienti anche se esenti, e che, infine, non esiste privilegio o esenzione che si opponga e impedisca di togliere gli abusi.

30. Nulla vale l’osservazione avanzata da alcuni che, cioè, il Concilio non ha derogato al privilegio di cui si tratta per il fatto che il privilegio è stato incluso “in corpore Juris“. Il sacro Concilio di Trento, infatti, fu solito derogare anche a quei privilegi che sono stati inclusi “in corpore Juris” senza farne espressa menzione, ma semplicemente determinando qualcosa di contrario con l’applicazione della deroga generale ai privilegi in contrasto, come dimostra ampiamente il celebre Presule Fagnano (in cap. Nonnulli, n. 42 e ss., tit. De Rescriptis).

31. Se per caso qualcuno obiettasse che spesso la Sede Apostolica ha concesso e anche adesso, dopo il Concilio di Trento, concede l’uso dell’Altare portatile, deve essere noto alle Vostre Fraternità che tale privilegio si concede in quei luoghi dove non ci sono Chiese o, se ci sono, la potenza degli eretici è tale che i Cattolici non possono radunarsi per ascoltare la Messa senza grave pericolo. Insomma, in altre parole, si provvede a una necessità; cosa completamente diversa, come ben vedete, dal caso in questione.

32. Leggete il privilegio che il Nostro Predecessore Gregorio XIII ha concesso nel 1580 ai Frati dell’Ordine dei Predicatori della Provincia di Polonia, e che è stato inserito nel Bollario di quella Famiglia Religiosa (tomo 7, p. 192):

In alcune città, villaggi e luoghi della Provincia di Polonia la potenza e l’empietà degli eretici sono così grandi che opprimono impunemente i cattolici, e non è lecito ai cattolici ascoltare in sicurezza la Messa nelle Chiese, di cui c’è scarsità da codeste parti. Noi, favorevoli su questo punto alle Tue preghiere, acconsentiamo a Te, attualmente Superiore Provinciale della Provincia di Polonia dell’Ordine dei Frati Predicatori, di poter concedere ai sopraccitati Professori la licenza e la facoltà di avere Altari portatili con debita riverenza e onore, sopra i quali, nelle case dei Nobili e degli abitanti delle città, dei villaggi e dei luoghi della detta Provincia dove mancano Chiese e dove la potenza e l’empietà degli eretici è tale che usano impunemente la violenza, possano essi in luoghi adatti e decorosi celebrare le Messe, ma solo in caso di necessità, così da essere esenti da colpa: questo Noi concediamo con l’Autorità Apostolica a tenore della presente Lettera e per grazia speciale“.

33. Leggete anche il sopraccitato Decreto di Clemente X, che per vostra comodità trasmettiamo qui allegato, anche se sappiamo che quando fu steso, oltre a essere pubblicato a Roma, fu inviato agli Ordinari tanto dentro quanto fuori dell’Italia. Da questo Decreto, che se non ci fosse Noi stessi guarderemmo con sospetto ciò che dovremmo sostenere con le nostre ragioni e considerazioni (e sarebbe semplice farlo, per Noi, che abbiamo dappertutto a disposizione le sentenze dei più ragguardevoli Autori tra gli esperti del Diritto) da questo Decreto – dunque – potrete conoscere chiaramente se i privilegi dell’Altare portatile concessi ai Regolari sussistono ancora o no, e se il Concilio di Trento vi ha derogato. Saprete se è permesso ai Regolari celebrare la Messa in qualunque Oratorio privato quando è già stata celebrata una Messa, e per una seconda Messa non c’è un particolare indulto. Saprete se nei predetti Oratori privati è lecito celebrare la Messa prima dell’aurora o nel pomeriggio, e se la possono celebrare nei giorni che sono esclusi nell’Indulto. Saprete infine se, nonostante l’esenzione, avete il potere di procedere contro i trasgressori. Benché non ce ne sia affatto bisogno, Noi ora confermiamo il Decreto e affidiamo alle vostre Fraternità il compito di vigilare sulla sua retta osservanza, non essendo degno di lode il ricorso alla Sede Apostolica per esporre gli inconvenienti se prima non si sono presi quei rimedi che dalla stessa Sede Apostolica sono stati dati contro tali inconvenienti.

34. Nel ricorso a Noi inoltrato, si fa anche menzione di un altro inconveniente che, cioè, i Regolari esorcizzano senza licenza. Ma non si dice se da Voi o nei vostri Sinodi o nei vostri Editti è stato stabilito che nessun Sacerdote, né Secolare né Regolare, osi esorcizzare sia nella propria Chiesa sia in quella di altri, sia dentro che fuori del convento, se prima non sia stato da Voi approvato e senza aver prima ottenuto da Voi la licenza. Questo è quello che deve avere il sopravvento e che dai Vescovi deve essere garantito, come si può vedere presso Clericato (De Sacramento Ordinis, decis. 19, n. 42), dove cita i Sinodi Episcopali. – Se nondimeno, dopo che Voi avrete preso opportuni provvedimenti, per quanto dipende da Voi, su questa materia e su quella degli Oratori privati, i vostri ordini saranno violati e neglette le pene da Voi imposte e inflitte, senza dubbio Noi non mancheremo al nostro ufficio, deponendo a vostro favore tutta la Nostra autorità. Perché quello che più ci preme è che i diritti dei Vescovi, che sono nostri Fratelli, siano tutelati. Intanto alle Vostre Fraternità e ai Popoli affidati alle Vostre cure con grande affetto impartiamo la Benedizione Apostolica.

Dato da Castel Gandolfo, il 2 giugno 1751, anno undecimo del Nostro Pontificato.

DECRETO DI PAPA CLEMENTE xi DI FELICE MEMORIA SULLA CELEBRAZIONE NEGLI ORATORI PRIVATI EMANATO IL 15 DICEMBRE 1703

Alcuni Vescovi e molti Regolari, con il pretesto dei privilegi, pensano che sia loro lecito ciò che invece è proibito. I Vescovi, infatti, anche in Diocesi di altri, fuori della casa della propria residenza, fanno erigere nelle case dei laici l’Altare, dove uno o più dei loro cappellani immolano la vivifica Ostia di Cristo. I Regolari, poi, in alcuni Oratori che la Sede Apostolica suole concedere di quando in quando per legittimi motivi ai Principi o ad altri Nobili, osano celebrare una o più Messe di quante è stato loro permesso, o senza la presenza delle persone in vista delle quali è stata data la concessione, o fuori delle ore stabilite e nel pomeriggio o anche in quei giorni in cui, per Costituzioni diocesane o anche per Decreti della sacra Congregazione del Concilio, è proibito celebrare, o anche nei giorni che sono esclusi negli Indulti Apostolici dalla celebrazione. Né hanno paura di usare l’Altare portatile in dispregio delle sacre sanzioni e con irriverenza verso il santo Sacrificio. Perciò al fine di eliminare gli abusi e di rinnovare la riverenza al tremendo Mistero, il Santissimo Signore Nostro, con il voto dei Cardinali della Santa Romana Chiesa Interpreti del Concilio di Trento, aderendo alle dichiarazioni altre volte emanate su questo argomento, dichiara: ai Vescovi e ai Prelati a loro superiori, anche se insigniti della dignità cardinalizia, non è lecito né sotto pretesto del privilegio incluso nel corpo del Diritto, né a nessun altro titolo, erigere l’Altare e celebrarvi il sacrosanto Sacrificio della Messa o farlo celebrare fuori della casa della propria residenza, nelle case dei laici anche nella propria Diocesi, e tanto meno nella Diocesi di altri anche esibendo il consenso del Vescovo diocesano.Allo stesso modo negli Oratori privati concessi dalla Santa Sede non è lecito ai Regolari di qualsiasi Ordine, Istituto e Congregazione, anche della Compagnia di Gesù, o anche di qualunque Ordine Militare, anche di San Giovanni Gerosolimitano, o a qualsiasi altro sacerdote anche se Vescovo, celebrare nei giorni di Pasqua, Pentecoste e Natale del Signore e nelle altre feste più solenni dell’anno o nei giorni esclusi nell’Indulto. Negli altri giorni, invece, non è lecito a nessun Sacerdote anche se Vescovo celebrare nei sopra detti Oratori se vi è già stata celebrata l’unica Messa concessa nell’Indulto. Su tutto questo è tenuto a indagare e a informarsi con esattezza chi intende celebrare. E quell’unica Messa non si può celebrare nemmeno nei casi permessi al pomeriggio. In tutti i casi si deve raccomandare e dichiarare che tutti coloro che assistono a dette Messe non soddisfano al precetto della Chiesa.Quanto poi all’Altare portatile, sempre aderendo alle sopraddette dichiarazioni, il Decreto stabilisce che le licenze o i privilegi concessi ad alcuni Regolari nel cap. In his, de privil., e concessi da alcuni Pontefici ad altri Regolari di usare il detto Altare portatile e di celebrarvi senza licenza degli Ordinari nei luoghi dove dimorano, sono stati tutti revocati dallo stesso Concilio di Trento. Perciò si proibisce ai detti Regolari di servirsi di quegli Altari e, secondo il tenore del presente Decreto, si ordina ai Vescovi e agli altri Ordinari dei luoghi, in qualità di Delegati della Sede Apostolica, di procedere contro tutti i trasgressori, anche se Regolari, con pene prescritte dallo stesso sacro Concilio nel detto Decreto sess. 22, cap. unico, fino alle Censure “latae sententiae”. Questo Decreto dà loro anche la facoltà di procedere come se la detta facoltà fosse stata concessa in modo speciale dalla Santa Sede. Così Sua Santità dichiara e comanda di osservare.