SANTI COSMA E DAMIANO (27 SETTEMBRE)

Santi Cosma e Damiano

[B. Baur: I Santi nell’Anno Liturgico; Herden ed. 1958]

27 settembre

Ss. Cosma e Damiano, Martiri

I. Secondo un’antica tradizione largamente diffusa, alla cui base sta certamente un nocciolo storico, anche se con molto di leggendario, i fratelli gemelli Cosma e Damiano discendevano da una pia famiglia cristiana. Entrambi erano medici nella città di Egea in Cilicia. Poiché non volevano compensi per i loro servigi ai malati, furono detti « Anargyroi » ossia guaritori disinteressati. Essi guarivano gl’infermi col segno della croce più che con l’arte medica. Si servivano della medicina soprattutto per guadagnare i pagani a Cristo. Così facendo ebbero tanto successo che i pagani li denunciarono a Lisia, luogotenente di Diocleziano. Questi li fece tormentare crudelmente e gettare prima in mare e poi nel fuoco; ma ogni volta furono salvati per l’intervento miracoloso del Signore. Alla fine furono uccisi di spada. Il loro culto era già largamente diffuso in Oriente al principio del secolo 59. Anche in Roma, dal 500 in poi sorsero numerosi santuari in onore dei due Santi. L’Introito della festa odierna fu redatto per la dedicazione della basilica dei Ss. Cosma e Damiano al Foro Romano, intorno all’anno 530. I nomi di entrambi i Martiri sono citati nel canone della Messa.

2. – « Tutto il popolo cercava di toccarlo; perché  da lui scaturiva una forza che sanava tutti ». Così narra il Vangelo della messa odierna. Il Signore che al tempo della sua vita terrena risanò gli infermi e liberò gli ossessi (Vangelo) partecipa ai due medici Cosma e Damiano qualcosa del suo potere sulle malattie. Essi sono veramente medici cristiani, che adoperano la propria arte con fede nella forza del Signore che agisce in loro e con fiducia nel suo aiuto: medici che ripongono la loro fiducia più sulla virtù del segno di croce e nella potenza del soprannaturale, che non nella loro arte e nelle forze della natura: medici che esercitano le loro pratiche senza esigere nulla dai poveri infermi, ma unicamente per amore di Dio e di Cristo, per nobilissima carità cristiana. « Quello che avete fatto al minimo dei miei fratelli, lo avete fatto a me» (Matt. XXV, 41). Essi vogliono esser poveri coi poveri, confidando nella promessa del Signore: « Beati voi poveri, perché  vostro è il regno di Dio ». Quelli che sono poveri nel senso di Cristo non sono più in balìa delle cose create, dei beni e dei valori terreni. Liberati dalla signoria di questi, sono posti in condizione di aprire le anime loro alla luce dall’alto, alla grazia, al fluir della vita che Dio vuol loto partecipare. « Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati» (Vangelo). Quanto bene comprendono Cosma e Damiano questa beatitudine! Per soccorrere gl’infermi essi sacrificano il loro tempo, le loro forze, la loro salute. Soffrono la fame per calmare quella degli affamati. Questo è genuino Cristianesimo, questa è vera carità! Nessuna meraviglia che il Signore accompagni con la sua benedizione la loro attività. « Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome, per cagione del Figlio dell’uomo », vale a dire perché credete in Cristo e per lui vivete. Proprio perché i due medici si occupano tanto amorevolmente dei poveri infermi ed adoperano la loro arte sanitaria per guadagnare i pagani a Cristo. contribuendo così a distruggere il regno di satana, essi vengono accusati presso il governatore Lisia. Viene loro ingiunto di rinnegare Cristo. Essi si rifiutano. Preferiscono sopportare l’odio degli uomini e lasciarsi torturare e uccidere dagli aguzzini. Sanno che « i giusti vivranno in eterno ». « Grande è la vostra ricompensa nei cieli ». « Riceveranno il regno della magnificenza e il diadema della bellezza dalla mano del Signore» (Epistola). « I giusti alzarono grida (al Signore per aver forza nelle loro pene e tormenti): e Dio li esaudì e li liberò da ogni loro angustia (dal profondo del mare in cui erano stati precipitati e dall’ardore del fuoco in cui erano stati gettati). Il Signore è vicino ai tribolati di cuore, e salva quelli che sono umili di Spirito » (Graduale). Oggi li vediamo meravigliosamente onorati da Dio in cielo. « Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno per cagione del Figlio dell’uomo » perché siete fedeli a Cristo e vivete per lui con amore e con fedeltà.

3. – Nei santi Cosma e Damiano riconosciamo noi stessi. A noi vien detto: « Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che adesso piangete, perché riderete. Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome per cagione del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Vangelo). Proprio questo vogliamo partecipando alla celebrazione del santo Sacrificio: offrendo Lui vogliamo farci accogliere nella sua dedizione a Dio ed essere con Lui un’oblazione al Padre; vogliamo essere immolati con Cristo e siamo pronti a vivere insieme a Lui la sua vita di povertà, di umiliazione, di volontaria rinuncia. « Ma guai a voi, o ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che siete satolli, perché patirete la fame. Guai a voi che

ora ridete, perché piangerete e gemerete. Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Luc. VI, 24-26)

Preghiera

Fa, ti preghiamo, O Dio onnipotente, che celebrando la festa dei tuoi santi martiri Cosma e Damiano, noi siamo liberati per la loro intercessione da tutti i mali che ci minacciano. Amen

AI SS . FRATELLI MM. COSMA E DAMIANO (27 sett.)

martirizzati sotto Diocleziano nel 303.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888]

1. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che quanto foste naturalmente fra voi congiunti per identità di origine, cospicuità di casato, singolarità di talenti, specialità di tendenze, altrettanto foste sempre umilissimi nell’aderir fedelmente ai primi inviti del Signore, che volendo fare di voi due perfettissimi modelli di fratellanza cristiana, vi inspirò la generosa risoluzione di consacrarvi entrambi perpetuamente ad un apostolato quanto nuovo ed efficace, altrettanto nobile e meritorio, applicandovi sempre gratuitamente alla cura del prossimo travagliato da qualche infermità, impetrate a noi tutti la grazia che dei vincoli anche più naturali di parentela, di amicizia, di impiego, non ci serviam mai peraltro, che per reciprocamente avanzarci nella cognizione e nel I’amore di Gesù Cristo, in cui solo diventano sante e proficue tutte quante le relazioni coi nostri simili. Gl..

II. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che dei vostri singolari talenti nella professione nobilissima della medicina non vi serviste mai che per operare il maggior bene dei prossimi, non solo curandoli senza ombra di interesse nelle varie loro malattie, per cui veniste da tutti distinti col soprannome onorifico di Anargiri, che è quanto dire senz’argento, ma procurando ancora colle vostre preghiere un’efficacia sempre sicura a tutte le vostre mediche ordinazioni per poi guarir d’ogni errore e d’ogni vizio quelli stessi che da voi riconoscevano il loro corporale risanamento, impetrate a noi pure la grazia, che, staccati affatto dalle cose di questa terra, non usiamo mai dei nostri talenti e delle nostre sostanze, che per procurare ai nostri prossimi l’unico bene che si merita la nostra stima, qual è la santificazione dell’anima, nell’atto stesso che in ispirito di carità ci facciamo un dovere di assisterli in tutti i bisogni del corpo. Gl.

III. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che, in premio della vostra costanza nel rifiutarvi ai sacrileghi sacrificj cui tentò con ogni mezzo di indurvi in nome dell’imperatore Diocleziano il suo crudelissimo emulatore Lisia prefetto della Cilicia, vi vedeste prodigiosamente preservati così dall’affogamento nelle acque del mare, come dall’abbruciamento tra le fiamme delle ardenti cataste, in cui legati nelle mani e nei piedi foste dai carnefici precipitati, ottenete a noi tutti la grazia che, conservandoci sempre fedeli a tutti i nostri doveri, così di religione, come di stato, non riportiamo mai il più piccolo nocumento nė dagli ardori della concupiscienza che interiormente non cessa di molestarci, né dalle torbide acque degli scandali e delle insidie del mondo, che da ogni parte ci ammorbano e da per tutto minacciano di affogarci. Gl.

IV. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che consumato appena il vostro sacrificio col troncamento del capo con cui volle il Signore sollecitare il vostro incoronamento su in cielo, vedeste all’invocazione del vostro nome, e pel veneramento delle vostre reliquie, moltiplicarsi per modo i prodigi delle guarigioni le più istantanee dalle infermità le più disperate, che in ogni parte del mondo vi si dedicarono altari e templi, e la Chiesa vi ascrisse nel novero di quei Santi, la cui invocazione è obbligatoria per tutti i sacerdoti nella celebrazione della Messa, impetrate a noi tutti la grazia che, studiandoci sempre di imitar fedelmente le eminenti virtù di cui foste resi modelli, meritiamo di essere da voi efficacemente assistiti in tutti i nostri bisogni così di corpo, come di spirito. Gl.

V. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che non paghi di prestarvi sempre solleciti al risanamento di quegli infermi che in voi riposero la propria confidenza, vi degnaste ancora più volte di consolarli preventivamente colla vostra personale apparizione, come faceste specialmente coll’Imperatore Giustiniano nell’atto d’accordargli perfetta guarigione da quei mali che l’avevano ridotto agli estremi, per cui da Giustiniano medesimo in Costantinopoli, e dal sommo Pontefice S. Felice in Roma vi si innalzarono bentosto i più magnifici templi, e nel secondo Niceno Concilio, tenuto contro gli Iconoclasti, si celebrarono i prodigi da voi operati come una prova innegabile della sovrumana efficacia della invocazione dei Santi e della legittimità del culto che prestasi alle loro immagini e alle loro Reliquie; impetrate a noi tutti la grazia di sempre riguardare la santa Chiesa come maestra infallibile di verità, e quindi di zelar sempre con Lei la maggior possibile venerazione a tutto ciò che Ella reputa degno del nostro culto, e di sempre onorare per modo i Beati che godono in Dio la ricompensa della loro santità, da meritarci la partecipazione alla lor gloria nell’altra vita, dopo di aver ben usato della loro amorosa assistenza nella presente. Gl.

21 SETTEMBRE (2022), FESTA DI SAN MATTEO APOSTOLO ED EVANGELISTA

S. MATTEO

Otto HOPHAN: GLI APOSTOLI

(Traduz. dal tedesco di Mons. G. SCATTOLON – Marietti ed. TORINO, 1951; Impr. Treviso, 1. x. 1949, A. Mantiero, Vescovo di Treviso.)

La Chiesa latina celebra la festa dell’apostolo ed evangelista Matteo il giorno 21 settembre, quando il giorno e la notte si succedono l’uno all’altra divisi in parti uguali: abbiamo l’impressione che questa data sia simbolica per Matteo quanto lo è per il suo collega e vicino Tommaso il giorno 21 dicembre, che è il giorno più corto dell’anno e la traiettoria percorsa dal sole è la più bassa; il posto stesso, ch’egli occupa nei quattro cataloghi degli Apostoli, ci rivela in lui l’uomo del centro, il ponte quasi, che congiunge la prima alla seconda metà dei Dodici: centro e misura d’oro caratterizzano pure la sua natura e l’opera sua. L’arte cristiana gli ha decretato per simbolo, in quanto è evangelista (*), un uomo con le ali, perché il suo Vangelo comincia con la genealogia umana di Gesù Cristo; or questo simbolo va anche più oltre, esso dice l’indole di Matteo: era una persona, che conosceva forse meglio d’ogni altro Apostolo tutti gli aspetti dell’umano, non escluso il peccato; una persona però alata, perché con l’ala della propria buona volontà e con quella ancor più robusta della grazia si elevò al di sopra dell’umano e del troppo umano.

(*) I quattro simboli: l’uomo alato, il leone, il toro e l’aquila, che nell’Antico Testamento vide il profeta Ezechiele (1, 5 ss.), furono accolti anche da Giovanni nell’Apocalisse: « Dinanzi al trono e intorno al trono v’erano quattro esseri, pieni di occhi davanti e di dietro. Il primo essere era simile a un leone, il secondo somigliava a un toro, il terzo aveva un volto come un uomo, il quarto assomigliava a un’aquila volante » (IV, 6 ss.). L’arte cristiana, sin dai tempi di Costantino, applicò questi quattro simboli ai quattro Evangelisti, sebbene in principio non sempre e ovunque uniformemente; l’attuale designazione cominciò ad affermarsi con Girolamo e dal secolo settimo è divenuta definitiva; si tenne conto dell’inizio dei quattro Vangeli; così Matteo ebbe quale simbolo caratteristico l’uomo alato = albero genealogico di Gesù Cristo, Marco il leone = predicazione del Battista nel deserto, Luca il toro = sacrificio di Zaccaria, Giovanni l’aquila, che si lancia nelle altezze = « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Iddio, e il Verbo era Iddio ».

IL GABELLIERE

Matteo, nome derivato probabilmente dall’ebraico « mattai = dono di Dio », portava il doppio nome Matteo-Levi. Con questo secondo nome lo introducono nel Vangelo Marco e Luca; Matteo invece si chiama apertamente col suo nome conosciuto fra i Cristiani « Matteo »; di qui la questione, se il pubblicano chiamato dal Signore a Sè, che nei Vangeli di Marco e Luca ha il nome di Levi, mentre nel primo Vangelo ha quello di Matteo, sia un unico individuo o non piuttosto due. Il confronto però delle tre sezioni: Matteo 9, 9-13, Marco, 2, 13-17, Luca 5, 27-32, come pure le informazioni evangeliche, che precedono e seguono la vocazione del pubblicano, tolgono ogni dubbio sulla identità di « Matteo » e «Levi »:: si tratta della medesima persona; il contenuto infatti e la cornice dei vari racconti s’accordano perfettamente; del resto Matteo stesso sembra alludere a un suo secondo nome nella relazione della vocazione, perché si presenta come « Matthaîon legémenon » *, « il così detto Matteo », come potremmo anche rendere l’espressione greca. – Girolamo, nel suo commento al Vangelo di Matteo, ha un’ottima osservazione su questa diversa attribuzione di nome in Marco e Luca da una parte e in Matteo dall’altra: « Gli altri Evangelisti non vollero chiamare Matteo col suo nome comunemente conosciuto per venerazione e rispetto verso di lui, ma dissero “Levi”; l’Apostolo stesso si chiama ” Matteo” e ” pubblicano”: con questo egli vuol mostrare ai iettori che nessuno deve disperare della salvezza, se si converta a una vita migliore; lui stesso fu improvvisamente cambiato da pubblicano in Apostolo ». Potremmo anche pensare che Matteo, dopo la sua conversione, preferiva chiamarsi col nome significativo « Matteo = dono di Dio » anziché con quello di « Levi », che oggi ancora puzza di denaro e di affari; Isodad de Merw anzi, attingendo a un’antica tradizione orientale, può informarci che « questo cambiamento di nome avvenne consapevolmente e volutamente, perché il Signore intendeva di allontanare da Matteo il pregiudizio dei Giudei, che potevano pensarlo un truffatore e un nemico di Dio ». – L’’evangelista Marco chiama Matteo-Levi « figlio di Alfeo ». Questa precisazione ha indotto parecchi ad affermare che Matteo era fratello di Giacomo Minore, ch’era pure figlio d’un Alfeo; lo stesso San Giovanni Grisostomo ritiene i due Apostoli fratelli e tutti e due gabellieri; in tutto il Vangelo però non occorre mai un’ulteriore allusione a simile parentela; si tratta solo di uguaglianza di nomi nei due padri. Con Matteo entra nel Collegio apostolico un uomo dall’indole tutta propria, che si distanzia considerevolmente dagli Apostoli precedenti per formazione, per posizione sociale e per ricchezza. A dir vero, il Vangelo ci nega ogni notizia nei riguardi della vita precedente del nostro Apostolo; egli entra in scena, apparentemente almeno, d’improvviso, senza prima picchiare; la relazione nondimeno della sua vocazione ci consente sicure induzioni. È verosimile che Matteo superasse gli altri anche per l’età, perché un posto, quale egli deteneva, dev’essere conquistato a prezzo di lotta paziente. Egli, il primo Evangelista, li superava certamente tutti per istruzione; d’or innanzi potrà essere chiamato, come qualcuno ebbe a scrivere, « il più quotato di tutti i Dodici »; perché la sua professione di ricevitore delle tasse presuppone un eccellente tirocinio; egli dovette imparare a scrivere, a leggere e anche quello ch’è più noioso di tutto: a far di conti, a calcolare molto, soprattutto a calcolare e quasi solo a calcolare! Più tardi dovette portare pure tabelle, esporre tariffe, conoscere i prezzi, i prezzi delle biade e dell’olio, del pesce che gli portavano i figli di Zebedeo e delle perle, che anche il Signore ricordò nel Vangelo. Povero Matteo! In quei bei giorni, nei quali Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, con i loro padri Giovanni e Zebedeo, potevano uscir fuori al sole e alle tempeste del lago, il vecchio Alfeo condannava il suo ragazzo all’aula scolastica e a starsene ricurvo sui libri e sulle carte. Non v’è dubbio che per questa via divenne avveduto e, come si suol dire, « idoneo alla vita », e che realizzò maggiori progressi che non i candidi pescatori sul lago; anche se il mestiere di costoro poté loro fruttare una discreta agiatezza, non poterono però competere con Matteo, che con i suoi affari realizzò dei vistosi guadagni, sino a raggiungere una considerevole ricchezza; all’atto della sua comparsa nel Vangelo, egli è in possesso di due case, del negozio cioè con l’esattoria alle porte della città, « al posto della dogana », e della casa privata dentro in Cafarnao; quest’ultima poi doveva essere una villa grande e spaziosa, perché in essa « poterono sedere a mensa una gran folla di pubblicani e altra gente con Gesù e i suoi Discepoli ». Proprio così: « Una gran folla di pubblicani e altra gente », poiché Matteo si distanzia dai suoi colleghi d’apostolato tanto semplici anche per le sue molte e influenti relazioni sociali; andava regolarmente alla corte principesca di Erode in Tiberiade per liquidare i conti col suo sovrano, ed ivi veniva a conoscenza degli intrighi politici e degli scandali piccoli e grossi dei grandi; chissà quanti nobili e potenti signori, che si dibattevano in difficoltà pecuniarie, furono tolti d’impaccio da lui, ed egli se n’ebbe in cambio inchini manierati o fuggevoli sorrisi di dame. Or che ne sapevan Pietro, Giovanni, Filippo di questo « bel mondo »? Matteo invece ne sapeva anche troppo! Giacché per il denaro anche i più ricchi signori ballano la loro danza. Ma qui certo comincia pure la pagina oscura della vita di Matteo. Era gabelliere, e solo Iddio sa com’era giunto a quella esecranda professione; forse l’aveva abbracciata su ingiunzione del padre, o forse per nativa inclinazione, se non forse anche per la maledetta avidità del denaro; noi del secolo ventesimo non possiamo formarci un’idea precisa di quello che fosse allora lo screditato mestiere dell’esattore, se non pensando alle esistenze più equivoche; per poter valutare quindi a dovere l’elevazione del gabelliere Matteo da parte di Cristo ci è necessario illuminare la situazione del tempo. La riscossione delle imposte nell’Impero romano non avveniva direttamente, per mezzo di impiegati, che fossero a servizio e agli stipendi e sotto… il controllo dello stato; questo invece appaltava i suoi diritti in fatto di tasse e tributi a coloro, che in cambio gli facevano le migliori offerte; ed era assai esigente nelle somme d’affitto richieste; gli appaltatori da parte loro si rendevano personalmente garanti del loro pagamento. Spesso, specialmente quando si trattava di appaltare un territorio molto esteso, la somma d’appalto richiesta era tanto ingente, che un solo individuo non se la sentiva di addossarsela; avveniva così che frequentemente gli appaltatori si univano in società, ch’era la società-azienda delle tasse. Erano questi i veri e propri appaltatori delle imposte, e spesso provenivano dal ceto della ricca nobiltà, nell’Impero romano. Per la riscossione dei tributi, essi subaffittavano il loro territorio a impiegati, esattori e gabellieri, i quali a loro volta stavano rispetto all’appaltatore in uguali rapporti di dipendenza di questi rispetto allo stato e si comprende facilmente che un simile sistema di imposte, se in realtà liberava lo stato dal fastidio della riscossione, spalancava però le porte a tutti gli abusi; v’erano le tariffe fissate dallo stato stesso, è vero, ma esse non bastavano a frenare efficacemente la cupidigia, i raggiri e le estorsioni degli appaltatori; d’altra parte un ricorso agli uffici statali era per lo più illusorio e infruttuoso, perché quegli uffici stavano in segreto accordo con gli appaltatori. Ci spieghiamo. quindi l’atteggiamento popolare nei riguardi dei ricevitori delle imposte, ch’erano visti con astio e rabbia, ritenuti quali « orsi e lupi dell’umana società »; « gabelliere » e « ladro » erano termini che si equivalevano. Cicerone scrive che il pubblico non criticava tanto le imposte in se stesse, quanto piuttosto il metodo della loro riscossione, e dice l’esattoria la peggiore di tutte le professioni. Il nostro buon Matteo esercitava proprio questa infamata professione. – Ma presso i Giudei era inerente al mestiere del gabelliere un’altra e del tutto speciale ignominia: il ricevitore delle tasse e l’impiegato della dogana riscuotevano il denaro a vantaggio del dominio pagano dei Romani, ch’era l’odiato potere di occupazione straniera; e così un giudeo succhiava fino all’ultimo un altro giudeo e per di più a favore di stranieri e pagani; non era questo soltanto una truffa e un furto, qui v’era un crimine di lesa patria e di lesa religione. Ora comprendiamo come un giudeo coscienzioso dovesse persino proporsi il problema, se gli fosse anche semplicemente lecito pagare le tasse all’imperatore, e che cosa quindi gli passasse per la testa, in tale stato d’animo, quando venivano a lui quei miserabili quei « collaborazionisti », come oggi noi diremmo con vocabolo non troppo bello, traditori della patria, e avevano l’ardire di riscuotere le tasse, per sordida fame di guadagno, dallo stesso popolo di Dio. –  Il disprezzo per i gabellieri nei libri talmudici appare manifesto e implacabile in non poche disposizioni: nei processi i gabellieri non potevano fungere né da giudici né da testimoni; le loro famiglie erano tenute in disonore, e nessun giovane israelita, che menasse vita onesta, conduceva in moglie la figlia d’un pubblicano; era persino interdetto di accettare l’elemosina da un esattore o di farsi cambiare da lui il denaro, perché il giudeo onesto riteneva di macchiarsi con quel denaro, ch’era il frutto dell’ignominia; si dubitava anzi dell’affare più serio di tutti: se un gabelliere cioè fosse capace di pentimento e quindi della sua eterna salvezza. Così i pubblicani restavano esclusi, almeno di fatto, dalla comunità popolare e religiosa; dinanzi ai giudei ortodossi essi passavano come dei paria, come la quinta classe; nei loro discorsi, venivano accomunati con i delinquenti, con gli assassini, con i ladri e le meretrici; di fronte a loro tutto era permesso: era lecito abbindolarli con bugie e truffarli e derubarli; non era che la giusta vendetta del popolo, da loro ingiustamente vessato. Il disprezzo dei Giudei per i pubblicani risulta anche da non pochi testi del Vangelo: «Se uno non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano »; « Pubblicani e meretrici persino vi precederanno, o Farisei, nel regno di Dio »; e anche Giovanni Battista s’era rivolto ai gabellieri col monito caratteristico: « Non esigete di più di quanto vi è stabilito » (Matt. XVIII, 17). –  Non ci nascondiamo che per il pubblicano Matteo-Levi vale l’attenuante ch’egli non stava agli stipendi dei Romani, perché questi, al tempo del Signore, esercitavano il loro dominio diretto solo lassù in Giudea e Samaria per mezzo del governatore, mentre Matteo sedeva al posto della dogana laggiù a Cafarnao, che probabilmente era pure la sua patria, e quindi era sottomesso al monarca della Galilea, Erode; era però quell’Erode, che, nonostante tutte le adulazioni che gli tributava, il popolo giudaico respingeva con tutto il cuore quale intruso dall’Idumea, e che nella storia del Nuovo Testamento si palesa figura spregevolissima perché adultero e uccisore del Battista e dileggiatore di nostro Signore il Venerdì Santo. Non è impossibile che Matteo abbia provato almeno qualche volta un’intima nausea, quando, per la resa dei conti, sedeva a fianco di quel principe delinquente, il quale con gli occhi lascivi e avvinazzati gli faceva cenno di portare un’altra volta una borsa ancor più gonfia. Si sarà insudiciato anche il nostro Matteo con beni indebiti? Nel Vangelo non troviamo nessuna prova sicura al riguardo; di lui non leggiamo neppure quella fatale e rivelatrice — scusarsi significava accusarsi! — assicurazione, che diede al Signore il suo collega e capo dei pubblicani, Zaccheo, a Gerico: « Ecco, o Signore, la metà del mio patrimonio la do ai poveri e, se a qualcuno ho tolto troppo, glielo restituisco quadruplicato ». Matteo, d’altra parte, doveva essere pure un uomo profondamente religioso, perché dal Vangelo ch’egli scrisse più tardi, così ricco di citazioni dal Vecchio Testamento, è lecito dedurre ch’egli avesse una grande familiarità con la Parola di Dio. E tuttavia dovette essere certamente difficile per lui il conservarsi del tutto immacolato, esercitando una professione così pericolosa, circondato com’era dai cattivi esempi. Le stupende espressioni, che il Signore ebbe per gli ammalati bisognosi del medico, in occasione del convito in casa di Matteo e delle quali diremo presto, sembrano valere anche per il nostro pubblicano. Nel suo commento al Vangelo di Matteo, il Grisostomo ammette senza esitare che « i cibi imbanditi a quel convito erano stati acquistati con ingiustizia e cupidigia ». Comunque però stessero le cose nella coscienza di Matteo, il popolo da parte sua non faceva sottili distinzioni; per lui un gabelliere valeva quanto un altro, era cioè un ladro, un truffatore, un traditore; qualunque pubblicano era in cattiva fama; per questo gli evangelisti Marco e Luca, nei loro cataloghi degli Apostoli, passano sotto silenzio la precedente professione di Matteo, vogliono usargli un’attenzione, e quando ne riferiscono la vocazione dal telonio, velano il collega chiamandolo col nome di Levi. Egli dovette certo soffrire della sua condizione. Spesso, quando rincasava a sera con le tasche piene, si metteva a sedere, chinava il capo e lo posava fra le mani, e respirava affannosamente; riandava alle occhiate irate, ai pugni serrati e alle monete, che lungo il giorno gli avevan gettate sul tavolo, come le avessero gettate dinanzi a un cane; che gli giova tutto quel cumulo di denaro, se frattanto il popolo lo mette al bando? E anche un’altra parola, ch’egli più tardi consegnerà nel suo Vangelo, gli saliva dal fondo dell’anima: « E che cosa giova all’uomo guadagnare tutto il mondo, se intanto perde l’anima? che cosa può dare l’uomo come cambio per la sua anima? » (Matt. XVI, 26). La sua anima! Matteo forse pianse. Oh, potesse cominciare da capo! Quanto sarebbe contento con una povera barca e… una buona coscienza, lui, il povero uomo ricco! Ma non v’è stretta da cui ci si possa svincolare con maggiore difficoltà che quella infausta del denaro; e poi, alla fin fine, lo si terrebbe una volta per sempre quale un pubblicano e un criminale; tutti i « giusti » ormai l’hanno eternamente estromesso e condannato a vivere insieme ai colleghi di professione, autentici bricconi, per i quali il vero dio erano gli affari e i denari; gli è impossibile sottrarsi. E così la sua anima anelante svolazzava, come un uccello in gabbia con le ali scorciate. Oh, vi fosse in aiuto della sua buona volontà un’altra ala, con la quale uscir fuori e lanciarsi al di sopra di se stesso per ascendere sino alle vette! – Là, nel suo ufficio daziario, dove tutte le chiacchiere si davan convegno, s’era parlato, e gli pareva di aver capito bene, d’un nuovo profeta, di Gesù di Nazareth, e con una frequenza sempre maggiore negli ultimi mesi. « La sua fama s’era diffusa in tutta la Siria. Si portavan a Lui tutti i sofferenti, tormentati dalle infermità più disparate e da mali dolorosi, anche ossessi, lunatici e paralitici, ed Egli li guariva. Grandi folle di popolo dalla Galilea e dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla Transgiordania Lo seguivano ». Da alcune settimane anzi questo Profeta nuovo, che correva per le bocche di tutti, s’era persino stabilito nella stessa Cafarnao e andava e veniva dalla casa del pescatore Simone, figlio di Giovanni; e alcuni giorni prima era accaduto quello che Matteo non potrà dimenticare mai più: quel Gesù, seguito da numerosa folla, era passato dinanzi all’ufficio doganale; come fosse avvenuto, Matteo non se lo sapeva spiegare nemmeno ora, ma di fatto Gesù e lui si trovarono d’improvviso, per un istante, l’uno di fronte all’altro; oh! quegli occhi rilucenti, come la luce del sole in una stanza polverosa, l’avevano penetrato sino nel profondo dell’anima; sì, come un sole l’avevano colpito quegli occhi, tanto erano splendidi e deliziosi; se…! – Ma che gli frulla per la testa! Egli sa troppo bene che cosa pensano e devono pensare di lui, il pubblicano, i profeti e i teologi! Proprio mentre si va svolgendo dentro di lui quest’intima lotta di sentimenti, si scuote, si mette in ascolto; il suo orecchio pratico di gabelliere ha percepito ancora una volta un rumore indistinto di passi lontani e di molte voci, che s’avvicinano. O Dio, il Profeta! Matteo, sebbene calmo, trema, si sbaglia trattando col suo cliente e confonde le monete. Ed ecco che Gesù ascende già, si ferma dinanzi a lui, lo guarda e gli rivolge due parole, due parole solamente, le quali però bastano, perché agli occhi di Matteo il mondo intero appaia in tutt’altra luce: « Segui… Me! ». Nel Vangelo, che Matteo scrisse più tardi, leggiamo alcune proposizioni, che interessano l’attività di Gesù del tempo press’a poco in cui avvenne la chiamata del pubblicano, e leggendole abbiamo l’impressione ch’esse riflettano, sebbene velatamente, un episodio personale e siano quasi l’eco riconoscente per quella chiamata del Signore, nonostante il primo Vangelo abbia come nota caratteristica l’oggettività: «Il popolo, che siede nelle tenebre, vede una luce splendida. Su coloro che abitano nella regione dell’ombra di morte s’irradia una luce ». E ancora: « Si adempì la parola del profeta Isaia, che dice: “Egli ha preso su di Sé le nostre infermità”» (Matt. IV, 16) Così scrivendo, l’Evangelista non avrà pensato a sé? Che la nostra descrizione dello stato d’animo del pubblicano Matteo, prima della sua vocazione, non sia una vuota congettura, lo prova lo stesso suo contegno al momento della chiamata. « Gesù gli disse: “SeguiMi”; e quegli s’alzò, abbandonò tutto e Lo seguì ». Con mossa subitanea e festante respinse la sedia, sulla quale stava inchiodato da anni; chiuse con forza il cassetto, tanto che la cassa risuonò; sgualcì e stracciò tutta la carta importante e inutile, che gli stava dinanzi, con mano elettrizzata dall’onda della gioia, e « seguì Lui », precisamente Lui, che non aveva nulla, che non aveva « dove potesse solo posare il suo capo » ! (Matt. VIII, 20), egli, Matteo, il ricco esattore, ch’era vissuto nell’abbondanza: un uomo e specialmente un uomo dell’età e dell’equilibrio di Matteo non avrebbe agito a quel modo, se egli non avesse sentito la chiamata alla nuova vita come una vera liberazione; doveva averla preceduta un intimo tormento, che l’aveva preparato all’ingresso della grazia. Risponde al vero l’osservazione del Grisostomo sulla grazia, che con sapienza e con pazienza attende la sua ora: « Cristo chiamò Matteo quando sapeva che sarebbe venuto; perché non lo chiamò subito fin da principio, quando l’accesso al suo cuore era ancora troppo difficile, ma solo dopo ch’Egli aveva compiuti innumerevoli miracoli e la sua fama s’era diffusa anche nelle terre lontane e quando lo sapeva più propenso a obbedire ». –  La fuga fortunata dal denaro per passare al Vangelo, la felice conversione da pubblicano a discepolo del Signore riempì Matteo di tale giubilo, ch’egli festeggiò con un sontuoso banchetto il suo addio alla vita sino allora vissuta. Egli veramente nel suo Vangelo tace umilmente quella profusione lieta e pia, ma gliela divulga il buon Luca: « Levi Gli preparò nella sua casa un grande convito; una folla numerosa di pubblicani e altra gente sedevano a tavola con loro » (Luc. V, 29). Neppur Pietro o Andrea, non i figli di Zebedeo, nemmeno Filippo o Bartolomeo avevano festeggiato così solennemente la loro vocazione, come invece Matteo; certo non l’avrebbero neppure potuto, anche volendolo. Neppure alle nozze di Cana s’era giunti a tanto di splendore come a quelle « primizie » di Matteo; oh, quelle povere nozze! Il Signore non dovette far appello a dei miracoli per procurare il vino, da mettere innanzi alle folle di ospiti, che onoravano il convito nella casa di Levi. Questi sedeva a mensa felice, ultrafelice, ché il Signore l’aveva redento e redento dal denaro! Solo una mano divina può redimere un uomo, anche un uomo di buona volontà, dalla schiavitù del denaro e regalargli le ali per elevarsi verso le cime. La bella testa del Matteo del Rubens guarda commossa e riconoscente verso l’alto, come una povera anima del Purgatorio guarda all’Angelo, ch’è venuto a prenderla per introdurla in Paradiso: per Matteo il purgatorio tormentatore era stato l’esattoria, ma la mano del Signore l’aveva misericordiosamente preso e l’aveva condotto al paradiso della vita evangelica. – Strano, ma nel Collegio apostolico la cassa non la teneva Matteo, ch’era la persona abile ed esperta in campo d’affari, ed era felicissimo d’esserne stato esonerato, ma la teneva Giuda. Matteo e Giuda! Tutti e due questi Apostoli ebbero a che fare col denaro, eppure quanto diverse le vie che corsero! Matteo lascia il denaro per seguire il Signore, mentre Giuda tradisce il Signore per guadagnare del denaro, trenta monete d’argento; Matteo è unico fra gli Evangelisti, che le computi esattamente (XXVI, 15). Il suo Vangelo fa rilevare più chiaramente degli altri come il denaro divenne fatale per Giuda: dal momento di quell’esecrando commercio sino all’ora, nella quale gli ipocriti sacerdoti raccattarono dal pavimento del Tempio la borsa, abbandonata dal suo padrone, per comperare con essa un luogo di sepoltura per gli stranieri, Matteo segue con occhio attento quelle orrende monete d’argento. Che avesse previsto lui, il pubblicano, che sarebbe capitato così? Può essere che, con la profonda intuizione dell’uomo che conosce il denaro, avesse osservato la tendenza di Giuda ad esso e gli avesse pure suggerito, quasi sorvolando, qualche parola buona e seria in proposito. Matteo, a differenza Giovanni, scrive di Giuda senza veemenza; forse aveva osservata in lui, rabbrividendo, la propria sorte, qualora la misericordia del Signore non l’avesse strappato dall’ufficio della dogana; senza dubbio egli, a differenza di Giuda, aveva afferrato con immensa gratitudine quella mano tesa del Signore. – Nel suo Vangelo sta scritto più diffusamente che negli altri anche dell’uso del denaro. Il denaro è buono solo quando viene adoperato per il bene, per l’esercizio della carità e ancor prima per l’esercizio, ancor più urgente, della giustizia. Le parole, che nostro Signore ebbe a dire intorno al denaro, dovettero lasciare in Matteo un’impressione particolarmente profonda: « Quando tu dai l’elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto; il Padre tuo che vede nel segreto te la ricompenserà ». – « Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tarlo e ruggine li consumano, dove ladri sfondano e rubano; accumulatevi piuttosto tesori nel Cielo, dove né tarlo né ruggine li consumano, dove nessun ladro sfonda e ruba. Perché ov’è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore ». « Non potete servire a Dio e a mammona » (Matt. VI, 3). La vocazione del pubblicano Matteo ebbe però anche un altro aspetto: quello che riguardava il Signore. Quella chiamata era una grave offesa alle opinioni della società del tempo, una inaudita provocazione per tutti i « migliori » ambienti; chiamando a Sé Matteo, Gesù prese su di Sé la responsabilità d’un rischio eroico; a Voler giudicare umanamente, nessuno fra tutti i suoi Discepoli, nemmeno Giuda, era compromettente come Matteo; è lecito pensare che gli stessi Discepoli precedenti siano stati colpiti da una penosa impressione, quando il Maestro pose al loro fianco quel gabelliere; ché tutti loro erano della gente onesta, provenivano da famiglie rispettabili! I Farisei non poterono trattenere la loro sdegnosa sorpresa; erano già prima eccitati per il fatto, che aveva preceduto quella chiamata, a causa cioè della remissione dei peccati concessa al paralitico: « Egli bestemmia Iddio! Chi può rimettere i peccati se non Iddio solo? ». Ed ora Egli osa chiamare nel suo minuscolo seguito un pubblicano e peccatore, non teme anzi di sedere alla stessa mensa con quella gentaglia. I pubblicani, infatti, di tutti i dintorni, alla notizia di quel miracolo della grazia, come fiere cacciate dai loro nascondigli, erano strisciati fuori alla luce del sole; in Matteo si sentivano tutti chiamati e nobilitati. « Dissero allora i Farisei e gli Scribi indignati ai suoi Discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”». E Gesù diede loro una risposta così saggia e importante, che tutti e tre i Sinottici ritennero di doverla consegnare in iscritto: « Gesù sentì questo e disse loro: “Non han bisogno del medico i sani, ma gli ammalati. Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” ». E poi una terza espressione, che solo Matteo ha ricordata: « Andate e imparate che cosa vuol dire: “Voglio misericordia, non sacrificio” ». Queste poche sentenze sono come un preludio dell’attività di Gesù, l’accordo fondamentale di tutto il Vangelo e anche l’anticipazione dell’incantevole capitolo decimoquinto del vangelo di Luca, di quella trilogia della divina misericordia, che ben a ragione è detta il cuore del Vangelo. Queste tre brevi proposizioni dissero tutto a tutti: dinanzi ai Farisei valsero a giustificare Gesù e il rifiuto dei loro principi; invitarono i pubblicani all’emendazione della loro vita, non ne diedero l’approvazione; e ai Discepoli posero in mano la norma suprema per la loro opera apostolica. La vocazione dunque del pubblicano Matteo-Levi è d’un’importanza veramente fondamentale e universale; in essa si manifesta lo spirito del Vangelo; questo gabelliere, come un glorioso monumento della divina misericordia, deve annunziare « ai pubblicani e peccatori » di tutti i tempi che nessuno, per quanto possa avere traviato, deve perdersi d’animo o, peggio, disperare, poiché il Signore « è venuto » precisamente « per i peccatori »; il senso più recondito del peccato sta proprio qui: da esso prende le mosse la misericordia e, lo si sa, qualora il peccatore vi s’opponesse, la giustizia di Dio. Parecchi mesi più tardi Gesù propose la parabola del fariseo e del pubblicano: « Due uomini salirono al Tempio; uno era un fariseo, l’altro un pubblicano. Il fariseo se ne stette e pregò fra sé: “O Dio, io ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, truffatori, adulteri e come questo pubblicano…”. Il pubblicano invece si fermò di lontano e non osava neppure levare i suoi occhi al Cielo, ma si percuoteva il petto e pregava: “O Dio, sii propizio a me peccatore”. Io vi dico: Questi se n’andò a casa giustificato, quegli no ». Pensava il Signore a Matteo, mentre diceva questa parabola? e che cosa dovette passare per la mente di Matteo nell’udirla? I suoi occhi si sciolsero in lacrime e nel suo cuore giurò di non rendersi indegno di tanta misericordia. Dopo la sua vocazione, il Vangelo ricorda ancora Matteo un’unica volta, all’elezione degli Apostoli, che ebbe luogo non molte settimane più tardi; in quell’occasione egli, sebbene pubblicano, divenne uno dei Dodici, non solo un discepolo come cento altri, ma uno degli Apostoli, che « dovettero essere costantemente accanto a Lui (Gesù), i quali Egli voleva mandare a predicare, e che dovevano aver anche il potere di guarire malattie e di cacciare i demoni ». Il discorso, che il Signore tenne ai suoi Apostoli in precedenza alla loro prima missione, è stato riferito da Matteo più ampiamente che non dagli altri Evangelisti: « Predicate: “Il regno dei Cieli è vicino; guarite malati, risuscitate morti, mondate lebbrosi, cacciate spiriti cattivi!” ». Segue poi un’espressione, che soltanto lui, il gabelliere, ha tenuto a mente e ci fa sorridere: « Gratis avete ricevuto, gratis dovete dare! Non vogliate procurarvi nella vostra cintura nè oro né argento né moneta di rame! » (Matt. X, 7). Che discorsi si saran fatti in giro per la regione, quando quegli, ch’era stato il famoso e scaltro Levi, metteva piede sulla soglia delle case, qual pio Apostolo, e salutava: « Pace a questa casa! », proprio lui, che un giorno in passato, per amore del maledetto e vilissimo denaro, s’era reso colpevole di innumerevoli discordie e irritazioni! Eppure dovremo ammettere ch’egli abbia assolto molto bene il suo compito in quella missione condotta a titolo di saggio; giacché precisamente l’esattoria gli aveva fornita l’occasione di far molte conoscenze ed esperienze di uomini e cose, come scuola preparatoria all’apostolato non era stata meno eccellente della professione del pescatore. Osservando un po’ i cataloghi degli Apostoli, notiamo con sorpresa che Matteo era uno dei pochi isolati nel gruppo; a eccezione infatti di Tommaso e di Giuda, erano tutti legati fra di loro da relazioni di parentela o di amicizia. Il Signore forse ha messi vicini Matteo e Tommaso, perché l’uno avesse nell’altro un buon compagno e specialmente l’oppresso Tommaso nel tranquillo Matteo. Nelle loro liste apostoliche Marco e Luca collocano Matteo prima di Tommaso, Matteo invece nel suo Vangelo si mette modestamente dopo Tommaso. – Della vita seguente dell’Apostolo Matteo non abbiamo purtroppo nessuna notizia, perché gli Atti degli Apostoli non ne hanno affatto e la tradizione ne ha solo di troppo incerte; è certo soltanto, come per gli altri Apostoli, ch’egli lavorò per parecchi anni, dopo la risurrezione del Signore, fra i Giudei, ch’erano il suo popolo; non ci è possibile calcolare con esattezza per quanto tempo, essendo l’informazione trasmessaci da Eusebio abbastanza vaga; Clemente Alessandrino però direbbe per quindici anni. Questi scrive pure d’una vita del nostro Apostolo asceticamente assai rigida; non avrebbe mai mangiato carne, ma solo legumi, semi e frutta; forse qui però l’antico scrittore ecclesiastico scambia l’apostolo Matteo con l’Apostolo Mattia, che, secondo la testimonianza di Eusebio, avrebbe certamente predicato l’astinenza dalla carne; questo scambio fra i due Apostoli fu frequente in passato e lo è forse anche oggi; se Matteo, l’ospite felice, fosse poi divenuto asceta così severo, ci sembra che non avrebbe scritto nel suo Vangelo con tanta disinvoltura la parola del Signore: « Non quello che entra per la bocca rende l’uomo immondo ». Quanto alla regione, nella quale Matteo svolse la sua opera apostolica, negli Atti apocrifi leggiamo notizie così disordinate e aggrovigliate, da non poterle conciliare. (*) Ci son pervenuti il Martirio gnostico di Matteo nel Ponto; gli Atti etiopici di Matteo in Kahanat; una leggenda di Matteo partica; il Martirio di Matteo coptico (etiopico); una leggenda locale di Gerapoli; la leggenda di Matteo etiopica, in relazione con la leggenda indiana di Bartolomeo; e finalmente la « Passio Matthæi » latina. Da tutte queste leggende, spesso in contradizione fra di sé, non si può ricavare che ben poco di storico. All’apostolo Matteo è attribuito pure uno scritto: « Della nascita della Beata Vergine Maria e dell’infanzia del Redentore »; si tratta d’un’opera apocrifa del quinto secolo). – La tradizione più antica ricorda, come suo campo missionario, l’Arabia, la Persia e anzitutto l’Etiopia, l’odierna Abissinia, e per il giorno della sua festa il Breviario romano fa sua questa sentenza. La tradizione più recente lo fa Apostolo dei Parti e anche dei Macedoni. Negli Atti di Andrea si fa menzione del Ponto, dove Matteo avrebbe lavorato insieme ad Andrea e da questi sarebbe stato salvato dalle mani « degli antropofagi », che lo volevano divorare. È incerto anche il genere della sua morte; se prestiamo fede a una nota dello gnostico Eracleone, della metà del secondo secolo, che ci viene trasmessa da Clemente di Alessandria e alla quale questi aderisce, Matteo non sarebbe comparso « dinanzi ai giudici per rendere testimonianza », il che significa che non sarebbe morto martire, ma, come gli apostoli Filippo e Tommaso, di morte naturale; al contrario, le varie leggende, che non meritano d’essere qui addotte, sono prolisse spesso nel descrivere il martirio per lapidazione o abbruciamento o, ancor più spesso, per mezzo della decapitazione del nostro Matteo. Il Breviario romano ha accolto la « Passio Matthæi » latina, abbastanza tardiva, che è una dettagliata esposizione della leggenda di Matteo etiopica, secondo la quale egli avrebbe convertito, operando il miracolo della risurrezione della figlia del re, la famiglia reale e l’intero territorio; Irtaco però, il fratello e il successore del re convertito Eglippo, avrebbe fatto uccidere Matteo con la spada all’altare, durante la celebrazione dei santi Misteri, perché l’Apostolo s’era opposto al suo progetto di condurre in sposa la figlia del re precedente, Ifigenia, ch’era una vergine consacrata a Dio. Le reliquie del Martire dall’Etiopia sarebbero state trasportate prima a Pesto, città italiana nel golfo di Salerno, e nel decimo secolo nella stessa Salerno, dove sono onorate anche oggi. – Queste notizie intorno alle vicende dell’apostolo Matteo, dopo la Pentecoste, ci lasciano insoddisfatti, è vero, l’opera però, ch’egli compì e che gli sopravvisse per i secoli, è assai importante; per essa egli è asceso nella gerarchia degli Apostoli, tanto che lo si può ritenere il più grande fra i Dodici dopo Pietro e Giovanni: egli ci ha regalato il primo Vangelo, che Renan ha detto « il libro più importante della storia del mondo ». Il gabelliere, l’uomo della scrivania, inclinato per naturale disposizione e preparato dalla professione alla redazione scritta degli eventi, era quanto mai adatto per la divina Ispirazione, che voleva scrivere della vita e della dottrina di Gesù; ed egli volle prestare al Signore in giuliva riconoscenza quel servizio, al quale proprio come gabelliere era particolarmente abilitato. Così ci è dato di cogliere il misericordioso mistero della sua vocazione sotto un’altra luce e un altro significato: un giorno il pubblicano Matteo, fermo al sacro scrittoio, stenderà sulla carta le parole e le azioni, ch’egli ha visto ed ascoltato, con dignità ed esattezza, divenendo splendido modello e glorioso patrono di tutti coloro, che, per benigna provvidenza di Dio, potranno scrivere di nostro Signore Gesù Cristo.

L’EVANGELISTA

Del Vangelo di Matteo abbiamo una testimonianza esplicita dello stesso Papia, verso l’anno 110: « Matteo ha messo in ordine, in lingua ebraica, i discorsi del Signore — “tà légia” —. Ciascuno li tradusse — “herméneusen” — meglio che potè ». A questa testimonianza Ireneo aggiunge la sua, con un’indicazione cronologica veramente un po’ elastica: « Matteo pubblicò fra gli Ebrei, nella loro lingua, una scrittura del Vangelo, quando Pietro e Paolo annunziavano — oralmente — il lieto messaggio a Roma e vi fondavano la Chiesa ». Un particolare interessante conosce Panteno, il direttore e maestro della scuola catechetica di Alessandria, che verso l’anno 200 migrò nell’« India », vale a dire nell’Arabia Felice, l’odierna Arabia meridionale: « Il Vangelo scritto in lingua ebraica dall’evangelista Matteo fu portato a loro agli “Indiani” — dall’apostolo Bartolomeo ». Tracce di una cooperazione apostolica fra Matteo in Etiopia e Bartolomeo nell’« India esterna », limitrofa all’Etiopia, si riscontrano, come abbiamo già visto nel capitolo su Bartolomeo, nella leggenda etiopica di Matteo. Il coltissimo scrittore ecclesiastico Origene restringe le tradizioni intorno al Vangelo di Matteo nelle parole: « Io ho appreso dalla tradizione circa i quattro Vangeli, che soli sono riconosciuti senza discussione nella Chiesa universale di Dio, che il primo Vangelo fu scritto da Matteo, prima pubblicano e poi Apostolo di Gesù Cristo. Egli lo compose nella lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede ». I Padri sono unanimi nell’attestare che Matteo fu il primo dei quattro Evangelisti a scrivere un Vangelo; non è certo possibile stabilire l’anno esatto della composizione; dovette scrivere sicuramente prima dell’anno 70, che segnò il tramonto di Gerusalemme e la dispersione del popolo giudaico in tutto il mondo; un’antica tradizione orientale dichiara: «Matteo scrisse il suo Vangelo nel primo anno di governo dell’imperatore Claudio, nell’anno 42, nove anni dopo l’ascensione del Signore ». – La testimonianza di Papia addotta più sopra — « Matteo ha messo in iscritto i discorsi del Signore » — dal razionalismo è detta valere per una semplice « collezione di sentenze », che doveva essere ben diversa dall’odierno primo Vangelo; ma un pacato esame di essa mostra quanto a torto si dia questa interpretazione. Di fatto l’espressione greca «tà légia» = discorsi, sentenze, nell’uso letterario degli scrittori ecclesiastici del tempo significa tanto discorsi quanto anche fatti; lo stesso Papia, ad esempio, dichiara il contenuto del Vangelo di Marco dicendo una volta: « I discorsi e le azioni del Signore », un’altra invece dicendo brevemente « logia »; per lui « légia » è lo stesso che Vangelo. In realtà tutta l’antichità cristiana non seppe mai nulla d’una « collezione di sentenze » redatta da Matteo, diversa dal nostro primo Vangelo; d’altra parte già Ireneo e più tardi anche Eusebio intesero esplicitamente con quella espressione di Papia il Vangelo odierno di Matteo; del resto v’è anche una ragione intrinseca che autorizza di chiamare questo Vangelo « légia », discorsi o sentenze del Signore, perché contiene più degli altri Vangeli sinottici i discorsi di Gesù e fa che anche le azioni sue, in un modo o nell’altro, si concludano con la dottrina. L’originale ebraico o anche aramaico del Vangelo di Matteo andò presto perduto; e questo si comprende facilmente, poiché sulle comunità giudeocristiane, alle quali l’Evangelista aveva dedicato il suo Vangelo, ben presto infuriarono le tempeste della guerra giudaica e poi delle prime eresie, così che, tragicamente, proprio nella terra dei suoi natali il Cristianesimo non uscì mai da una breve primavera; falsificato però dalle leggende, quell’originale sopravvisse ancora sino al quinto secolo in quello, che fu chiamato « Vangelo degli Ebrei » (Il «Vangelo degli Ebrei » ebbe questo nome perché fu usato dai giudeocristiani della Palestina, che parlavano la lingua ebraica o aramaica; probabilmente era il testo originale aramaico del Vangelo di Matteo, rielaborato ed ampliato; a noi ne è giunta notizia soltanto attraverso i brevi frammenti citati da Girolamo; l’opera però era certamente sorta già prima del 150.) o anche « dei Nazarei », che il grande studioso della Bibbia Girolamo, morto nel 419 o 420, poté ancora vedere in due esemplari. In compenso di questa sorte infelice, il Vangelo di Matteo ebbe la fortuna d’un eccellente traduttore greco, che seppe trasfondere l’originale aramaico in una lingua greca sciolta ed elegante; la versione dovette essere ultimata prima del volgere del primo secolo, perché se ne incontrano tracce negli scritti ecclesiastici sorti prima che esso finisse. – Non conosciamo il traduttore greco del Vangelo aramaico di Matteo; « chi sia stato, non è sicuro », scrive Girolamo; chiunque però sia, egli poté consultare i Vangeli greci di Marco e di Luca, apparsi verso il sessanta; si comprende facilmente ch’egli li tenesse sott’occhio nel preparare la sua versione, specialmente per le parti, che avevano in comune col Vangelo, che traduceva; certe particolarità linguistiche, infatti, del Vangelo greco di Matteo accennano una dipendenza stilistica dal vangelo di Marco. Il 19 giugno 1911 la Pontificia Commissione Biblica dichiarò, con un suo decreto, che la versione greca concorda « sostanzialmente » col testo originale aramaico, e questa era già la persuasione di tutta l’antichità cristiana; i più antichi manoscritti della Bibbia, come anche tutte le sue antiche versioni, senza eccezione, attribuiscono il nostro primo Vangelo all’evangelista Matteo; numerosi suoi testi e allusioni ad esso ricorrono già nella « Didaché », dottrina dei dodici Apostoli, opera veneranda scritta verso l’anno 100, come pure nelle opere dei Padri apostolici Clemente Romano, che scrisse verso il 95, Ignazio di Antiochia, morto nel 107, del martire Policarpo verso il 156 e soprattutto dell’apologeta e martire Giustino; è un vero mosaico, che testimonia l’altissima stima, di cui godette il primo Vangelo fin dall’epoca postapostolica. Ma lo stesso Vangelo di Matteo depone a suo favore. Lo si apra in qualunque punto, anche alla prima pagina, e ci si farà incontro a ogni piè sospinto il gabelliere e calcolatore Matteo. Tradisce il suo autore anche il modo dimesso, col quale il primo Vangelo parla del nostro Apostolo: solo in questo Vangelo egli è detto pubblicano, sta dopo Tommaso, il convito è solo accennato. Inoltre, la conoscenza minuziosa delle condizioni geografiche, storiche, politiche e religiose nella Terra Santa al tempo del Signore, come la ricca conoscenza della Sacra Scrittura del Vecchio Testamento esigono come autore un giudeocristiano, contemporaneo di Gesù. È vero che la presentazione della sua vita nel nostro Vangelo è alquanto smorta e prosaica, mancante spesso di più precise indicazioni di tempi e di luoghi, senza vivaci descrizioni delle circostanze secondarie, senza riferimento di particolari interessanti; Marco scrive con maggiore perspicuità e tempra, Luca è più caldo e più intimo. Si confronti, ad esempio, la relazione della risurrezione della figlioletta di Giairo in Matteo e Marco: Matteo racconta un po’ scolorito: « Mentr’Egli parlava loro, venne un capo, cadde a terra dinanzi a Lui e disse: “Mia figlia è morta or ora; ma vieni, posa la tua mano su di lei, e vivrà” ». Marco invece descrive lo stesso episodio, che Matteo riferisce solo nella sua parte essenziale, nella cornice delle sue precise circostanze: « Quando Gesù fu partito di nuovo con la barca verso l’altra riva, radunò intorno a Lui una grande folla; giunse allora un archisinagogo di nome Giairo; questo Lo scorse, Gli cadde ai piedi e Lo pregò supplichevole: “La mia figlioletta sta agli ultimi respiri; ma vieni, e metti su di lei le mani, affinché sia salva e resti in vita” ». Oppure si confronti il racconto della fuga dei Discepoli sul Monte degli Olivi: in Matteo è detto: «Poi i discepoli Lo abbandonarono e fuggirono »; Marco invece aggiunge ancora un particolare: « Poi tutti Lo abbandonarono e fuggirono. Ma un giovanetto, che indossava sul nudo corpo soltanto un panno di lino, Lo seguiva » (Marc. XIV, 50). Questa indole del Vangelo di Matteo, poco circostanziato e molto impersonale nelle sue relazioni, ha indotto il razionalismo a sospettare; se l’autore fosse veramente un teste oculare e auricolare degli eventi, concludono i razionalisti, avrebbe redatto le notizie con più colorito e vivacità. Ma non abbiamo precisamente in questa oggettività una prova intrinseca, anche se indiretta, della genuinità del primo Vangelo? Non ogni scrittore dispone la materia con lo stesso colore e fantasia, ed è bene che sia così; lo stesso si dica degli scrittori biblici; giacché il carisma della divina ispirazione si adatta dolcemente e sapientemente al carattere dell’autore umano, senza concedergli necessariamente la perfezione naturale; e così anche a Matteo fece scrivere da Matteo: egli era stato per l’addietro un gabelliere, un uomo delle realtà fredde, un individuo dei calcoli e dei numeri; or chi non sa che di solito gli uomini della matematica e delle finanze si limitano all’essenziale e all’obiettivo, mentre non vedono volentieri le descrizioni? Appunto dunque questa maniera di scrivere poco ricca di fantasia, che osserviamo nel primo Vangelo, ci fa pensare che il gabelliere Matteo ne sia l’autore. Nelle sue informazioni evangeliche, egli tralascia parecchi particolari di ornamento e di quando in quando abbrevia tanto le descrizioni che esse ci riescono oscure; frattanto però il suo Vangelo è riuscito pure efficacemente misurato, solenne e dignitoso, a tal punte che in parecchi capitoli ci richiama le immagini rigidamente ieratiche di Bisanzio o una sacra funzione liturgica con corale calmo e maestoso. Quanto alle sue cose personali, Matteo nel suo Vangelo ha voluto essere molto riservato; tuttavia, non v’è riuscito in un settore, e cioè in quello… finanziario; il gabelliere Matteo, contro sua volontà, è tradito dalla conoscenza di denari e di affari, di cui si mostra ornato l’autore del primo Vangelo; come nel Vangelo di Luca le notizie di ammalati e guarigioni, così nel Vangelo di Matteo le « notizie di denaro » ricorrono più frequenti e più circostanziate; si capisce che le istruzioni di Gesù intorno a questa materia restarono impresse in modo particolarmente profondo nella memoria del pubblicano d’un tempo. Matteo scrive di denaro e di monete in dodici passi del suo Vangelo, mentre Giovanni soltanto in due. Il pubblicano… e l’aquila! Matteo menziona « l’oro » sin dal presepio di Gesù Bambino a Betlemme; è unico fra gli Evangelisti a riferire anche la riscossione e il pagamento miracoloso dell’imposta per il Tempio da parte di Cristo e di Pietro; solo nel suo Vangelo si leggono le parabole del « tesoro, che giaceva nascosto in un campo », e del « commerciante, che cercava delle perle nobili; quand’ebbe trovata una perla preziosa, andò e vendette tutto quello che possedeva e la comperò »; nel riferirle Matteo forse ripensò alla propria vocazione al regno dei Cieli; solo lui racconta dell’immisericordioso « servo, cui il re, alla resa dei conti, condonò dieci mila talenti, il quale però all’uscita acciuffò uno dei suoi conservi, che gli doveva cento denari »; degli « operai, che il padre di famiglia prese a giornata per la sua vigna, e pattuì con loro un denaro per giornata »; dei « talenti, che il padrone affidò ai suoi servi, al primo cinque, al secondo due, al terzo uno, a ciascuno secondo la sua capacità »; « al servo pigro il padrone rispose: “Avresti dovuto investire il mio denaro presso i banchieri e io, al mio ritorno, avrei potuto ritirare il mio con l’interesse” ». Comprendiamo bene che tali discorsi del Signore dovettero avere una risonanza particolare proprio in Matteo. Anche Marco e Luca, non v’è dubbio, quando è necessario, scrivono di affari e di denari; ma un confronto con loro, anche nei brani comuni a tutti e tre i Sinottici, mostra precisamente che Matteo si esprime con maggiore esattezza, con distinzioni più accurate. Così, ad esempio, quando riferisce il discorso detto dal Signore prima della missione degli Apostoli in Palestina, non rende quell’ordine: « Non prendetevi denaro per la via » così semplicemente come Luca, ma più particolareggiato: « Non procuratevi né oro né argento né rame »; nella questione del tributo dovuto a Cesare, Cristo, secondo l’informazione di Matteo, non richiede indeterminatamente « un denaro », come leggiamo in Marco e Luca, ma: « MostrateMi la moneta del tributo ». Per lui, ch’era stato esattore, non è indifferente che si dica una moneta o l’altra o semplicemente « denaro »; nessuno degli Evangelisti è come lui specializzato, vorremmo dire pedantemente esatto nel riferire il valore monetario; il suo orecchio, abituato al tintinnio delle monete, ascolta attento anche quando parla il Signore, s’Egli dica un «talento » o un « siclo », uno « statere » oppure un « didramma », un « asse », equivalente a tre centesimi, oppure solo un « quadrante », un centesimo! Nel suo Vangelo mostra di conoscere le monete più di tutti gli altri, perché ne menziona dieci specie diverse, mentre Marco ne ricorda solo cinque e Luca sei. Il primo Vangelo dunque porta evidente l’impronta del suo autore, del pubblicano e calcolatore Matteo. Nel suo Vangelo è pure manifesta la predilezione dei Giudei per i numeri sacri 3, 7, 8, 14, che vi ricorrono con tanta frequenza facilmente discernibili. Fin dal primo capitolo, che si direbbe alquanto studiato, ci incontriamo con gli antenati di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana, ch’egli enumera in tre gruppi di quattordici generazioni; il numero 14, secondo il metodo usato dagli Ebrei per indicarlo con le lettere dell’alfabeto, dà per risultato il nome « David »: D= 4 W=6; D = 4. La storia della vita di Gesù Cristo prima della sua comparsa in pubblico si articola intorno a sette profezie, il discorso al lago consta di sette parabole, il « Padre nostro » risulta di sette petizioni. Nell’ottavo e nono capitolo riferisce i miracoli spartiti in tre gruppi di tre miracoli, inserendo fra un gruppo e l’altro due richieste di Gesù. Questi rilievi ci consentono una visione panoramica della costruzione di tutto il Vangelo: è sistemato secondo determinate proporzioni, precisamente come solevano esporre i Giudei e in generale i Semiti; inoltre l’autore ama accostare quello ch’è omogeneo, tutto quello che per sostanza e forma è affine; Matteo ordina la materia sacra seguendo, almeno nel lungo tratto intermedio, dal capitolo 4, 17 al 18, 35, uno schema piuttosto logico, a differenza di Luca, che si propone di narrare « secondo ordine ». Può essere che questa propensione a scrivere secondo uno schema e sistema, per non dire con criterio matematico, quale si manifesta nel Vangelo, sia in Matteo un’eredità della sua precedente professione di esattore; comunque, percorrendo il libro, abbiamo la percezione del suo bisogno di condurre innanzi anche il Vangelo ordinatamente, con bella disposizione, come doveva fare prima con i suoi rotoli nell’ufficio della dogana. Così nella sezione centrale dell’opera raccoglie insieme i discorsi del Signore in cinque gruppi maggiori, dei quali il più importante è il discorso sul monte; e proprio nel discorso sul monte egli congiunge, in una mirabile composizione unitaria, discorsi pronunciati dal Signore in circostanze diverse, come risulta da un confronto col vangelo di Luca; in modo analogo unisce pure i miracoli di Gesù in racconti continuati, legandoli leggermente insieme coll’indeterminato « téte = dopo questo ». Ogni lettore intelligente comprende facilmente che questo metodo d’informazione evangelica, più logico che cronologico, non compromette per nulla la verità storica dei fatti; esso invece conferisce al Vangelo di Matteo chiarezza eccellente e dignitosa compattezza. In esso si distinguono chiaramente tre parti: 1. Preparazione 1, 1-4, II: albero genealogico e storia dell’infanzia; l’opera del Battista; battesimo e tentazione di Gesù. – 2. Decisione e separazione 4, 12-18, 35: Cristo offre al popolo la salvezza messianica: inizi dell’attività in Galilea; predica sul monte; prova dei miracoli; elezione e invio degli Apostoli. Il popolo rifiuta la salute: ambasciata del Battista; lamento e minaccia di Gesù; offensiva dell’ostilità farisaica. Cristo separa i credenti dai non credenti e li raduna nella Chiesa: parabole del regno dei Cieli; decollazione di Giovanni; ritorno di Gesù ai fedeli; fondazione della Chiesa su Pietro; istruzione degli Apostoli. – 3. Fine 19, 1-28, 20: Gesù in Giudea e a Gerusalemme; domenica delle Palme; contese e parole di punizione nel Tempio; la storia della Passione; Pasqua. – Come appare da questo disegno e dalle esplicite testimonianze dei Padri della Chiesa, Matteo scrisse questo Vangelo per i « Giudei », sia per quelli, che già erano passati al Nuovo Testamento, sia anche per gli altri, che ancora persistevano nel Testamento Antico; bisogna badare a questa destinazione del libro, perché giova alla sua intelligenza, giacché esso, il primo libro della Scrittura neotestamentaria, riecheggia il Vecchio Testamento. Ci si presenta subito il primo capitolo con l’albero genealogico di Gesù Cristo; agli uomini d’oggi fa l’impressione d’essere tanto arido; eppure è il venerabile vestibolo del Nuovo Testamento, è come una commovente processione delle personalità dell’Antico che muovono verso il Cristo: « Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli… ». Matteo rimanda continuamente alle rapide luci delle predizioni profetiche, ch’erano guizzate nell’orizzonte del Vecchio Testamento; appunto esse dovevano illuminare agli occhi dei Giudei la via che mena a Cristo: « Tutto questo è avvenuto perché avesse compimento quello, che il Signore aveva detto per mezzo del Profeta… »; « allora s’adempì la parola del Profeta, che dice… ». Nel vangelo di Matteo sono state contate non meno di settanta di queste citazioni e allusioni al Vecchio Testamento, mentre in Marco se ne contano solo diciotto, in Luca diciannove, in Giovanni dodici. Lo stesso senso di riguardo verso i destinatari giudei consigliò a Matteo di stendere nel suo Vangelo i discorsi del Signore circa la sua posizione di fronte alla legge del Vecchio Testamento, che Marco e Luca invece tralasciano: « Non crediate ch’Io sia venuto a togliere la Legge e i Profeti… Avete udito che è stato detto agli antichi… Ma Io vi dico…». Seguendo i Libri Santi del popolo giudaico, Matteo nel suo Vangelo cercò di persuaderlo che Gesù era il Messia promesso dalla Legge e dai Profeti, e che la Chiesa da Lui fondata era il regno messianico ardentemente atteso. Dall’abbondante materiale evangelico egli sceglie instancabile anche quelle frasi di Gesù, che si opponevano alle aspettative messianiche errate e travisate in senso terreno e nazionalistico dei Giudei: « Beati i poveri di spirito! Beati gli afflitti! Beati i mansueti… ». « Ti glorifico, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché Tu hai nascosto queste cose ai sapienti e ai potenti, ma le hai rivelate ai piccoli… » « Il regno dei Cieli è simile a un grano di senapa, ch’è più piccolo di tutte le altre sementi… È simile a un tesoro, che giaceva nascosto nel campo ».. Gesù è il Messia previsto dai Profeti nonostante la sua povertà e nonostante lo scandalo della croce; forse in nessun altro Vangelo ritorna tanto spesso il chiaroscuro della sua vita e ne è così percettibile il rapido cambiamento, come nel Vangelo di Matteo: Gesù è perseguitato da Erode, ma adorato dai gentili; viene battezzato come un peccatore, ma glorificato dal Padre; è tentato dal demonio, ma servito dagli Angeli; viene crocifisso come un delinquente, ma dalla natura e dagli uomini è attestato « vero Figlio di Dio ». – Matteo deve inoltre dare una ragione del doloroso mistero, per il quale anche Paolo lotta nei capitoli 9-11 della lettera ai Romani: perché il popolo eletto, nella sua maggioranza, abbia respinto Gesù qual Messia. Matteo documenta nel corso della sua storia quello, che Paolo afferma afflitto nella citata lettera: «In ogni tempo stendo le mie mani a un popolo, ch’è caparbio e restio »; e così leggiamo nel primo Vangelo della colpevole indifferenza dei capi già dinanzi al Neonato, della loro gelosia verso il Maestro, del loro odio infernale contro il Morente, della loro ultima malizia contro il Risorto. Si deve a questo motivo se Matteo, sebbene sia l’evangelista calmo, non ha avuto riguardo di consegnare allo scritto anche quel giudizio del Signore contro i suoi nemici, che, come uno scrosciante temporale, s’abbatté « sulle cieche guide dei ciechi »: « Guai a voi, Scribi e Farisei… », e per otto volte « Guai a voi»! Sembrano un’eco terrificante delle otto beatitudini all’inizio del vangelo. Ma nemmeno il popolo è senza colpa: « Il regno di Dio sarà tolto a voi e verrà dato a un popolo, che dà i suoi frutti » (XXI, 43); e Matteo è ancora il solo a notare quell’orrido grido del popolo giudaico, che rintronò mentre il pagano Pilato si lavava le mani: « Il suo Sangue scenda su di noi e sui nostri figli », e da allora rintronò in tutti i tempi e nel nostro secolo ha avuta l’eco più spaventosa. Un Vangelo scritto per i Giudei del primo secolo potrebbe sembrare per la nostra generazione sorpassato; non è però così, anche il Vangelo di Matteo trascende i tempi, anzi esso tenne sempre il primo posto fra i Vangeli sinottici e non solo in ordine di tempo, ma anche di importanza; esso può dire la sua parola precisa anche agli uomini d’oggi per la sua pacata obiettività, a motivo della quale è stato pure detto il « Vangelo accademico ». Il valore intrinseco per la cristianità moderna, tutto proprio di questo Vangelo, sta nelle sue trattazioni sul regno messianico: di contro a un regno messianico terreno, che oggi irrompe da tutte le parti e pretende da Cristo, come il Giudaismo d’un tempo, un paradiso sulla terra, è il Vangelo di Matteo che sottolinea la spiritualità del vero regno messianico; col riferire più diffusamente degli altri Evangelisti la predicazione di Gesù intorno al suo regno, Matteo è divenuto l’evangelista anche della… Chiesa, a quel modo che Giovanni è l’evangelista particolarmente della divinità di Gesù. – E in questo suo pregio, non altrove, si nascondono i veri motivi delle obiezioni contro di esso: è « il Vangelo della Chiesa », come ebbe a dirlo con caratteristica espressione il Renan; la Chiesa fondata da Cristo in esso si manifesta più chiaramente che non negli altri; le parole: « Tu sei Pietro! Su questo Pietro — Roccia — Io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non la supereranno. Ti darò le chiavi del regno dei Cieli » risuonano lungo tutto il Vangelo. È significativo che la leggenda dei dodici articoli del Credo ponga in bocca a Matteo quello della Chiesa: « Credo in sanctam Ecclesiam catholicam — credo nella santa Chiesa Cattolica »; il suo Vangelo è il Vangelo « cattolico », cattolico nel senso più ampio della parola, anche perché, e qui sta il suo ultimo pregio particolare per la nostra straziata età, esso annunzia a tutti i popoli, i quali si sentono « eletti », che la salute messianica è comune a tutte le razze e classi e caste, è « cattolica », appartiene a tutti, tutti abbraccia, tutti concilia, tutti unisce. Com’è profondamente simbolico il fatto, che nel Vangelo di Matteo s’incontrino fin da principio dei pagani, che genuflettono dinanzi « al neonato Re dei Giudei », e nell’ultimo capitolo Cristo ordini ai suoi Discepoli: « Andate e ammaestrate tutti i popoli » (Matt. XXVIII, 19). Matteo, il pubblicano! Matteo, l’evangelista! I due momenti sono espressi vigorosamente e magnificamente dalla sua statua al Laterano: l’Apostolo, risoluto e sprezzante, mette il suo piede sopra il sacco dei denari, che scoppia, mentre il suo occhio e il suo cuore sono per il Libro Santo, che gli sta dinanzi sulle ginocchia grande e largo: esempio e monito a tutti, perché nessuno si renda schiavo delle cose di quaggiù, perché tutti camminino al di sopra della materia e divengano degni del santo Vangelo, conformino la propria vita ad esso, che ha avuto il primo redattore in Matteo. Poiché « l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola, che esce dalla bocca di Dio » (Matt. IV, 4).

NOVENA ALL’ARCANGELO S. MICHELE (Inizia il 20 settembre; festa il 29 settembre)

NOVENA ALL’ARCANGELO SAN MICHELE (Inizia il 20 settembre; festa il 29 settembre)

I. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che pieno di fede, di umiltà, di riconoscenza, d’amore, lungi dall’aderire alle suggestioni del ribelle Lucifero, o di intimidirvi alla vista degl’innumerabili suoi seguaci, sorgeste anzi pel primo contro di lui, ed animando alla difesa della causa di Dio tutto il restante della Corte celeste, ne riportaste la più completa vittoria, ottenetemi, vi prego, la grazia di scoprire tutte le insidie, e resistere a tutti gli assalti di questi angeli delle tenebre, affinché, trionfando a vostra imitazione dei loro sforzi, meriti di risplendere un giorno sopra quei seggi di gloria da cui furono essi precipitati per non risalirvi mai più. Gloria.

II. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che destinato alla custodia di tutto il popolo Ebreo, lo consolaste nelle afflizioni, lo illuminaste nei dubbj, lo provvedeste in tutt’i bisogni, fino a dividere i mari, a piover manna dalle nubi, a stillar acqua dai sassi; illuminate, vi prego, consolate, difendete, e sovvenite in tutt’i bisogni l’anima mia, affinché, trionfando di tutti gli ostacoli che ad ogni passo s’incontrano nel pericoloso deserto di questo mondo, possa arrivare con sicurezza a quel regno di pace e di delizie, di cui la terra promessa ai discendenti di Abramo non era che una smorta figura. Gloria.

III. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che costituito capo e difensore della cattolica Chiesa, la rendeste sempre trionfatrice della cecità dei gentili colla predicazione degli Apostoli, della crudeltà dei tiranni colla fortezza dei Martiri, della malizia degli eretici colla sapienza dei Dottori, e del mal costume del secolo colla purità delle Vergini, la santità dei Pontefici e la penitenza dei confessori, difendetela continuamente dagli assalti de’ suoi nemici, liberatela dagli scandali de’ suoi figliuoli, affinché, mostrandosi sempre in aspetto pacifico e glorioso, ci teniamo sempre più fermi nella credenza de’ suoi dogmi e perseveriamo sino alla morte nell’osservanza de’suoi precetti. Gloria.

IV. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che state alla destra dei nostri altari per portare al trono dell’Eccelso le nostre preghiere e i nostri sacrifizj, assistetemi, vi prego, in tutti gli esercizj della cristiana pietà, affinché compiendoli con costanza, con raccoglimento e con fede, meritino d’essere di vostra mano presentati all’Altissimo, e da Lui ricevuti come l’incenso in odore di grata soavità. Gloria.

V. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele che, dopo Gesù Cristo e Maria, siete il più potente mediatore fra Dio e gli uomini, al cui piede s’inchinano confessando le proprie colpe le dignità le più sublimi di questa terra, riguardate, vi prego, con occhi di misericordia la miserabile anima mia dominata da tante passioni, macchiata da tante iniquità, ed ottenetemi la grazia di superare le prime, e detestare le seconde, affinchè, risorto una volta, non ricada mai più in uno stato sì indegno e luttoso. Gloria.

VI. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che, come terrore dei demonj, siete dalla divina bontà destinato a difenderci dai loro assalti nell’estrema battaglia, consolatemi, vi prego, in quel terribile punto colla dolce vostra presenza, ajutatemi col vostro insuperabile potere a trionfare di tutti quanti i miei nemici, affinché, salvato per mezzo vostro dal peccato e dall’Inferno, possa esaltare per tutti i secoli la vostra potenza e la vostra misericordia. Gloria.

VII. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che con premura più che paterna discendete pietosamente nel tormentoso regno del Purgatorio per liberarvi le anime elette, e seco voi trasportare nella eterna felicità, fate, vi prego, che, mediante una vita sempre santa e fervorosa , io meriti di andare esente da quelle pene sì atroci. Che se, per le colpe non conosciute, o non abbastanza piante e scontate, siccome già lo preveggo mi vi andassi condannato per qualche tempo, perorate in allora presso il Signore la mia causa, movete tutti i miei prossimi a suffragarmi, affinché il più presto possibile voli al Cielo a risplendere di quella luce santissima che fu promessa ad Abramo ed a tutti i suoi discendenti . Gloria.

VIII. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran Giudizio, ed a precedere colla croce il Figliuolo dell’uomo nella gran valle, fate che il Signore mi prevenga con un giudizio di bontà e di misericordia in questa vita, castigandomi a norma delle mie colpe, affinché il mio corpo risorga insieme coi giusti ad una immortalità beata e gloriosa, e si consoli il mio spirito alla vista di quel Gesù che formerà il gaudio e la consolazione di tutti quanti gli eletti. Gloria.

IX. Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che costituito governatore di tutta l’umana natura, siete in modo speciale il Custode della cattolica Chiesa , e del visibil suo Capo, riunite al seno di questa eletta Sposa di Gesù Cristo, tutte le pecore erranti, gli infedeli, i turchi, gli ebrei, gli scismatici, i peccatori, affinché, adunati tutti in un sol ovile, possano cantare unitamente per tutti i secoli le sovrane misericordie: sostenete nella via della santità, e difendete da tutti i nemici l’infallibile interprete de’ suoi voleri il suo Vicario sopra la terra, il Romano Pontefice, affinché obbedendo sempre alla voce di questo Pastore universale, non mai si allontanino dai pascoli della salute, ma crescano anzi ogni giorno nella giustizia così i sudditi come i magistrati, cosi i popoli come i Re, e compongano su questa terra quella società concorde, pacifica e indissolubile, che è l’immagine, il preludio e la caparra di quella perfetta ed eterna che comporranno con Gesù Cristo tutti i beati nel cielo. Gloria.

OREMUS.

Da nobis, omnipotens Deus, beati Michaëli Arcangeli honore ad summa proficere; ut cujus in terris gloriam prædicamus, ejus quoque precibus adjuvemur in cælis. Per Dominum, etc.

[G. Riva: Manuale di Filotea; XXX Ed. – Milano, 1888]

LA NOVENA DI SANTA ROSALIA

Una gentile lettrice siciliana, ci segnala l’inizio della novena a S. Rosalia.

Proponiamo qui la preghiera tratta da: G. Riva, Manuale di Filotea, XXX Edizione, Milano, 1888.

A S. ROSALIA (4 Settembre)

PROTETTRICE E PATRONA DELLA SICILIA

m. il 4 Sett. 4160, Ch. da Urbano VIII nel: 1625.

I. Ammirabile santa Rosalia, che, risoluta di aggiungere alla esatta osservanza dei divini precetti la fedelissima pratica di tutti i consigli evangeli, fin dalla vostra prima giovinezza, spontaneamente rinunciaste a tutte le fortune del mondo, che vi si promettevano distintissime dal vostro casato, dalla abbondanza delle vostre ricchezze e dalla singolarità delle vostre doti così di spirito come di corpo, ottenete a tutti noi la grazia di preferire agli agi del secolo la povertà del Vangelo, quindi non affezionarci giammai ai falsi beni del mondo, e di sempre usarne in maniera da non mai cercare con essi che la glorificazione di Dio, l’edificazione del prossimo,  e la santificazione di noi stessi, e così assicurarne quei veri tesori che niuna ruggine può corrodere e nessun ladro involare. Gloria …

II. Ammirabile santa Rosalia, che risoluta di ricopiare in voi stessa l’immagine più possibilmente perfetta del vostro unico bene, il Redentor crocifisso, vi applicaste a tutti i rigori della più aspra penitenza nella solitudine di una spelonca la più inospitale, in cui faceste sempre vostra delizia l’estenuare colle veglie e coi digiuni, il macerar coi flagelli la innocente vostra carne, e il render con continua orazione sempre più intima la vostra unione con Dio, il quale non lasciò mai di consolarvi colle sue più preziose comunicazioni, impetrate a noi tutti la grazia di domar sempre coll’esercizio dell’evangelica. mortificazione tatti i nostri ribelli appetiti, e di far sempre unico pascolo del nostro spirito la meditazione la più divota di quelle cristiane verità, che solo ci possono procurare il vero benessere in questa vita e la eterna beatitudine nell’altra. Gloria …

III. Ammirabile s. Rosalia, che, divenuta nella vostra vita vero spettacolo d’ammirazione al mondo, agli Angeli ed agli uomini; al mondo col disprezzarne le pompe, agli Angioli coll’emularne le prerogative, agli uomini coll’edificarli per mezzo delle vostre eroiche virtù, lo diveniste ancor maggiormente dopo la morte per la straordinaria potenza a voi da Dio conceduta di far cessare all’invocazione del vostro nome qualunque più orribile pestilenza, non che di provvedere a qualunque bisogno dei divoti a voi ricorrenti, per cui la vostra patria riconoscente a tanti vostri favori, non paga di acclamarvi come una special patrona, di ricoprire con preziosità inenarrabili la vostra salma, e di dedicare al vostro nome una delle più vaste basiliche della Sicilia, celebra in ogni anno con pompa straordinaria e con universale indescrivibile giubilo la vostra festa, impetrate a noi tutti la grazia di conformarci sempre agli esempi di chi col maggiore eroismo si dedica all’esercizio dell’evangelica perfezione, e di zelar sempre per tal maniera l’onor dei Santi da meritarci sempre distinta la loro protezione sopra la terra, e la beatificante partecipazione alla loro gloria nel cielo. Gloria

OREMUS.

Deus, qui beatam Rosaliam virginem e regalibus mundi deliciis, in montium solitudinem transtulisti, concede propitius, ut ejus meritis et patrocinio a sæculi voluptatibus in cælestium amore trasferamur, et ab iracundiæ tuæ flagellis misericorditer liberemur. Per Dominum, etc.

(O Dio che trasferisti la beata Rosalia vergine dalle delizie regali del mondo alla solitudine dei monti, concedi propizio che per i suoi meriti e con il suo patrocinio veniamo trasportati dalle voluttà del mondo all’amore del Cielo, e di essere liberati misericordiosamente dai flagelli della tua ira.)

FESTA DI SAN PIETRO (2022)

FESTA DI SAN PIETRO

IL PAPA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956).

Pietro! quest’uomo dalle larghe spalle di pescatore, dalle mani rosse per l’acqua e per il sole, dalla barba rotonda rischiarata da un sorriso bonario, dagli occhi teneri e azzurri come il lago in cui pescava, oggi ci viene davanti all’animo così come noi lo conosciamo dai due episodi più salienti della sua vita: l’uomo della fede e dell’amore. Una volta Gesù si rivolge ai dodici e domanda loro improvvisamente: « Che dice di me la gente? », « Dicono che sei Elia », risposero alcuni. « Dicono che sei Geremia », risposero altri. « Che sei il Battista! che sei un profeta! » risposero altri e altri ancora. Gesù interruppe quelle discordanti testimonianze, dicendo: « Ma voi, voi che pensate di me? chi sono Io per voi? ». Ci fu un momento di silenzio. Allora Simone, quel Simone che aveva lasciato i suo lago, le reti, la barca, la casa, il suo padre, senza neppur voltarsi indietro, per seguire Gesù; quel Simone che all’invito di Gesù non aveva dubitato di balzar dalla varca e camminar sui flutti in mezzo al lago, quel medesimo Simone s’elevò al di sopra dei dodici, al di sopra di tutti gli uomini ed esclamò: « Tu sei il Cristo, Figlio di Dio ». In questa risposta voi vedete Pietro: l’uomo della fede. – Ma un’altra volta Gesù lo prende in disparte. Si era sulle rive del lago, uno degli ultimi quaranta giorni che il Redentore, passò sulla terra dopo la sua Risurrezione. Lo fissa negli occhi e gli domanda tre volte: « Pietro mi ami tu? mi vuoi bene più di tutti gli altri? ». Pietro a quella triplice domanda, si ricordò della sua triplice negazione. E cominciò a tremare di dolore e soprattutto d’amore: «Signore! — rispose quasi singhiozzando — Tu che sai tutto, vedi bene, quanto ti amo! ». E voleva dire, ma non osava: « Con tutta la vita, fino alla morte ». In quest’altra risposta voi vedete ancora Pietro: l’uomo dell’amore. Fede e amore: luce che illumina, fuoco che riscalda. Questa è l’anima di San Pietro. – Ma questa è pure l’anima del Papa! poiché il Papa non è che San Pietro che si rinnova con perpetua vicenda nei secoli.

Il Papa è la verità che guida tutto il mondo.

Il Papa è l’amore che ama tutto il mondo.

1. IL PAPA È LA VERITÀ CHE GUIDA TUTTO IL MONDO

Torbidi tempi per la giovane Chiesa di Cristo quelli del sec. V. In Alessandria, un uomo smanioso di dominio, Dioscoro, andava spargendo nel popolo dottrine false, A Costantinopoli un archimandrita di nome Eutiche con ardente parola sviluppava gli errori di Dioscoro. « Cristo – dicevano – non fu un uomo vero come noi: ma ebbe soltanto una unica natura, la divina ». Ma i Vescovi s’accorsero dell’abisso in cui si stava per cadere: negato Cristo uomo, troppo facilmente si sarebbe negato anche Cristo Dio; e tutta la nostra fede, per cui già milioni di martiri avevano dato il proprio sangue, sarebbe stata rovesciata nell’errore. Per ciò si proclamò un Concilio. E dall’Africa, e dall’Italia e dalla Siria convennero a Calcedonia 630 vescovi. Già da più giorni si discuteva, quando arrivò una lettera stupenda di papa Leone. Tutti l’ascoltarono in silenzio, poi uno si alzò, in mezzo a tutti, gridando:« Pietro ha parlato per bocca di Papa Leone ». Allora da tutti i petti eruppe un grido di vittoria: « Questa è la fede degli Apostoli; così tutti crediamo ». Quello che avvenne a Calcedonia ci esprime chiaramente che il Papa è l’infallibile guida di verità. Chi lo segue non cammina nelle tenebre del falso. Quando il Papa parla, ogni questione è finita, disse S. Agostino; perché il Papa ha la parola della verità. Ed è un dogma di fede che il Papa non sbaglia mai quando con tutta la forza della sua autorità definisce qualche dottrina di fede e di morale. La storia del pensiero umano è qualche cosa di commovente: è l’uomo spinto dal desiderio di sapere che ascende alla cognizione del mondo e alla scoperta dei misteri della natura. Ma quanti spropositi. Quelle dottrine che prima si ritenevano come verità, ora si rigettano come errori. Ai tempi di S. Tommaso tutti i fisici credevano che la terra fosse circondata da una zona d’aria, e la zona d’aria fosse circondata da una zona di fuoco. Oggi queste ingenuità ci fanno sorridere. Ci furono di quelli che insegnarono che il mondo si è fatto da solo, per un caso; altri non ebbero vergogna di proclamarsi discendenti dalle bestie, altri infine giunsero a negare la propria esistenza per dire che tutto il mondo è un sogno. In quali confusioni non è mai trascinata la superba scienza degli uomini! Ma sulla terra, dove tutto muta, e soprattutto mutano le parole e le teorie degli uomini, vi ha un miracolo d’una Cattedra che da venti secoli non ha mai cambiato una parola: è la Cattedra di Roma. Il Credo che imparammo sulle ginocchia materne e che insegnammo ai nostri figliuoli è il Credo che hanno recitato i nostri nonni, i nostri bisnonni, che hanno recitato i primi Cristiani: è il Credo degli Apostoli. E quello che ogni Papa insegna in solenne ammaestramento dei fedeli non si cancellerà più, ma starà in eterno. So bene che il demonio, più volte, ha cercato di addensare nella Chiesa di Dio le tenebre dell’errore: «Simone! Simone! — aveva detto Gesù al primo Papa — ecco satana che ti agiterà come nel cribio si agita il grano… ».  E satana suscitò Simon Mago che voleva comprare col danaro lo Spirito Santo. Suscitò Cerinto, Valentino, Marcione e tutti gli eretici dei primi secoli. Suscitò Eutiche e i Doceti a negarne la umanità. Suscitò Fozio a dividere in mezzo la Chiesa. Suscitò Lutero a dilaniarla in brani. Ed anche ai nostri giorni suscita i moderni increduli coi loro libri osceni ed atei. «… ma io ho pregato per te, o Pietro!» — La preghiera di Gesù ha reso infallibile il Papa. Passarono e passeranno tutti i nemici della verità come le onde del Tevere passano sotto i ponti di Roma; ma il Papa sta e non cambia. Chi non è col Papa, è nell’errore, perché solo il Papa è la verità. E di lui si potrebbero ripetere le parole di S. Paolo « Se anche un Angelo vi annunciasse qualcosa di diverso di quello che il Papa insegna, non credeteci perchè sbaglia ».

2. IL PAPA È L’AMORE CHE AMA TUTTO IL Mondo.

Un poeta latino scrisse questo verso tremendo: Te regere imperio populos, Romane, memento! Ricordati, o romano, che tu sei nato a comandare sui popoli con la forza. Noi, venuti dopo, sappiamo come ha fallito il verso di Virgilio. La Roma conquistatrice e usurpatrice, la Roma della forza brutale, che aggiogava al suo carro i popoli, si è sfasciata sotto le sue rovine. Ma un’altra Roma è sorta che trionfa e trionferà senza fine e senza rovine: la Roma cristiana. Non è più però con la forza che Roma cristiana vince, ma è con l’amore; non è più con la spada, ma è con il cuore. Te regere amore populos, Romane, memento! O Roma, tu sei nata a vincere i popoli con l’amore. – Quando l’Italia fu invasa dai barbari, quando Attila incendiario flagellava le nostre contrade, quando gli Eruli di Odoacre e i Goti di Teodorico e i Longobardi di Agilulfo uccidevano e devastavano senza pietà, fu l’amore del Papa che ci ha salvati; che ha respinto il barbaro con la maestà del suo volto, che ha raccolto gli orfani, gli ammalati, che ha sostenuto le vedove e i poveri. E quando nell’Africa e nell’America, persone infami rapivano e mercanteggiavano i poveri negri strappati dalle loro tribù e dai loro villaggi di paglia, chi si è levato a difenderli, a salvarli, se non l’amore del Papa? E quando la Polonia fu perseguitata dai Russi e le volevano imporre una lingua e una fede che non era la sua, ed i preti erano calunniati di tradimento e i fedeli feriti e carcerati, fu il Papa che chiamò a Roma lo Czar. L’imperatore delle Russie sale al Vaticano; sulla porta, solo inerme stanco dagli anni e dai travagli, lo attende un vecchio bianco, il papa Gregorio XVI. Con le lacrime agli occhi dice: « Sire, verrà un giorno in cui entrambi compariremo dinanzi al tribunale di Dio. Io vecchio, prima; ma anche voi, dopo. Sire, pensateci bene: Dio ha istituiti i re perché siano padri e non i carnefici dei loro popoli! » — Pallido, muto, smarrito, lo Czar discese e partì. Un’altra volta è Filippo Augusto re di Francia che, dopo aver sposata Ingelburga, figlia del re di Danimarca, la vuol ripudiare. Raduna a Compiègne un conciliabolo e respinge Ingelburga e sposa Agnese di Merania. L’infelice regina, lontana dai suoi, quando sentì l’amara sorte d’essere scacciata, scoppiò in un grido: « Roma! Roma! ». Oh, com’è bello questo grido di un’anima oppressa che invoca da Roma la sua giustizia! È una pecora del gregge, che assalita dal lupo, col suo belato chiama al pastore. E il Papa ascolta questo lamento di agnello, e lancia la maledizione sul lupo e sul suo regno. E Filippo Augusto dovette rendere giustizia alla sua sposa. O Roma, tu sei nata a vincere con l’amore! Quando però gli uomini non ascoltano la sua voce d’amore, ecco il Papa che soffre, non sa resistere e muore. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. Si era nella primavera del 1914. L’ultimatum dell’Austria alla Serbia non lasciava alcun dubbio sopra le intenzioni bellicose degli imperi centrali. Pio X aveva troppa intuizione per non comprendere ciò che soprastava al mondo. L’ambasciatore di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, venne a Roma ed osò domandargli la benedizione sopra le armate austriache. Il Papa lo guardò come indignato, e disse: «Io benedico la pace, e non la guerra ». Ma vedendo che ormai ogni suo sforzo era disperato e che per i suoi figli non poteva far niente, fuor che piangere e bene dire, sentì la sua salute già scossa peggiorare nell’angoscia e nel dolore. Quando gli portarono le notizie del primo sangue sparso, il suo cuore paterno scoppiò e morì martire d’amore per il suo gregge dilaniato. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. Ed anche oggi chi leva la sua voce contro il sangue inutile, gli odi, le ingiustizie, le oppressioni? il Papa. Solo la sua voce risuona sempre pura e disinteressata fra tanti egoismi e prepotenze. La sua voce viene da un cuore pieno d’infinito amore: il Cuore di Gesù.

CONCLUSIONE

È bello ricordare anche qui l’ardente parola che S. Paolo scrisse a quei di Corinto: « Se qualcuno non ama Nostro Signor Gesù Cristo, sia anatema! ». Scomunicato, fuor della Chiesa, chi non ama Gesù Cristo? Ma il Papa non è il dolce Cristo in terra? Allora, con verità, possiamo applicare a lui il detto paolino: « Se qualcuno non ama il Papa (il vero Papa, cioè Gregorio XVIII -ndr. -), sia anatema! ». Non basta amarlo a parole, ma bisogna amarlo in opere e in verità. E il Papa lo si ama quando si prega per lui: egli è nostro padre e ogni figlio deve pregare per Suo padre. Il Papa lo si ama, quando lo si ascolta: la sua parola deve essere studiata con amore, creduta con fermezza, praticata con volontà. Il Papa lo si ama quando il nostro obolo è generoso per Lui. Le Missioni, le chiese povere, i seminari, gli orfanotrofi, tutte le miserie del mondo volgono al Papa la loro voce. E il Papa come le potrebbe soccorrere? Amiamo il Papa, quello vero… S. S. Gregorio XVIIl.

17 MAGGIO (2022) SAN PASQUALE BAYLON

17 maggio: S. Pasquale Baylon, Confessore

1. – Pasquale è un figlio della grazia. Egli nacque il 16 maggio 1540, giorno della grande festa di Pentecoste, a Torre Hermosa in Spagna, da genitori poveri, ma profondamente cristiani. Fin dalla più tenera infanzia Pasquale mostrò uno spiccato sentimento religioso e una particolare attrattiva per il Santissimo Sacramento dell’Altare. Non conosceva gioia più grande di quella di esser portato in chiesa dalla mamma e di assistere alla santa Messa. Il bambino, non appena capace, si trascinava carponi a mani e piedi in chiesa e si arrampicava sui gradini dell’altare per essere vicino al Signore. Dall’età di sette anni Pasquale fu messo a guardare le pecore. I suoi genitori non potevano mandarlo a scuola, ma Pasquale portava con sé al pascolo un libro e si faceva indicare dai passanti l’una o l’altra lettera dell’alfabeto. Imparò così a leggere e a scrivere. Il suo interesse era unicamente rivolto ai libri e agli scritti di argomento religioso. Ben presto Pasquale dovette recarsi all’estero come pastore. Anche lì resistette con decisione al cattivo esempio e agli allettamenti degli altri pastori. Si sentiva sempre più attratto alla vita religiosa. A diciott’anni si presentò dai francescani di Monteforte presso Valenza e fece domanda di ammissione in convento. Questa gli fu negata. In realtà solo per metterlo alla prova i francescani lo posero a servizio come pastore presso un contadino delle vicinanze. Finalmente nel 1564 gli fu concesso l’abito come fratello converso. Pasquale condusse una vita religiosa perfetta e santa. – Ebbe una particolare devozione per il Santissimo Sacramento dell’Altare. Morì il 17 maggio 1592 a Villareal, fu beatificato nel 1618, canonizzato nel 1690 e, nel 1897, fu da Leone XIII proclamato celeste patrono di tutte le Leghe eucaristiche.

2. -« To ti rende, o Padre, perché hai nascoste queste cose ai savi e agl’intelligenti e le hai rivelate ai pargoli » (Vangelo). Quanto più elevata dev’essere un’opera, tanto più piccolo e insignificante è lo strumento di cui Dio si serve. Egli vuole così mostrare che Lui è veramente il Signore onnipotente e infinito. Nessun uomo deve potersi gloriare dinanzi a Dio. Questo è il modo di procedere di Dio nel chiamare i suoi Santi. « Solleva da terra il misero per collocarlo tra i principi, tra i principi del suo popolo » (Ps. CXII,12, 7 8). « Ha esaltato gli umili » canta la Vergine di Nazareth nel Magnificat (Luc. 1, 52). Pasquale è un povero pastorello che non ha mai la possibilità di frequentare una scuola; che passa la sua vita tra incolti pastori. Chiede l’ammissione in convento e questa gli viene in un primo tempo negata: i superiori non hanno fiducia in lui e lo lasciano aspettare ancora diversi anni prima di accoglierlo. Pasquale si piega e porta pazientemente la prova. Diventato religioso si sottomette con tutta fedeltà alla regola, pratica la povertà come nessun altro in convento e, secondo la testimonianza dei suoi confratelli e superiori prende come norma della sua condotta l’obbedienza in tutte le cose. Nel rinnegamento della propria volontà giunge fino all’eroismo. In un convento riceve dal Guardiano molti rimproveri e rabbuffi infondati. Pasquale si prende le aspre parole con assoluta calma e impassibilità. Il Cielo lo colma di grazie d’ogni genere. Il frate completamente ignorante di questioni teologiche, si mostra al corrente dei più profondi misteri della fede ed è in grado di compilare scritti dogmatici e di dare risposte che suscitano lo stupore dei più grandi teologi del tempo. Ha inoltre il dono della profezia, il dono del discernimento dei cuori, il dono dei miracoli, soprattutto della guarigione di malattie. Ha infine la grazia della preghiera. Già come giovane pastorello egli conduce una vita eremitica santificata dalla preghiera. Valli e colline sono testimoni delle sue estasi, nelle quali egli contempla le cose divine. Nelle fredde notti invernali, nonostante il gelo e la neve all’intorno, egli passa ore ed ore in preghiera  e contemplazione. Spesso solo il chiarore dell’alba lo riscuote dalla sua profonda preghiera. Così Dio esalta in Pasquale, nell’umile frate, la bassezza, la piccolezza, l’umiltà. Egli avrebbe avuto la capacità di assolvere gli studi necessari per il sacerdozio. Si cercò anche di influenzarlo in questo senso. Ma egli vuol rimanere semplice frate e si ritiene, come S. Francesco, indegno del sacerdozio. « Io ti rendo lode, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli ». – « 0 Dio, tu hai infuso nel tuo beato confessore Pasquale una mirabile devozione per i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue » (Colletta). Fin dal tempo in cui Pasquale vive nel mondo, arde di tenero amore per il Signore eucaristico. Più che mai dopo che è entrato in convento. Di giorno e di notte ci si può imbattere nel portinaio del convento immerso in adorazione dinanzi al Santissimo. È vero che per il suo servizio di portinaio egli è continuamente chiamato via dall’altare dal suono del campanello. Ma non appena ha sbrigato le sue faccende alla porta si affretta a ritornare dinanzi all’altare e prosegue la sua adorazione con lo stesso raccoglimento, come se non ne fosse stato affatto distolto e interrotto. Dopo poche ore di sonno leggero, di buon ora è già nuovamente in chiesa, genuflesso dinanzi al Santissimo, le mani aspanse, gli occhi fissi al Tabernacelo, spesso per molte ore. A volte è rapito con tale potenza che il suo corpo, sollevato da terra, rimane sospeso in aria. Nel suo amore per il Santissimo Sacramento egli si sente spinto a servire continuamente la santa Messa, non di rado otto e più volte consecutive. Riceve la santa Comunione quanto più spesso gli è permesso e gli è possibile. Il pensiero del Signore nel Sacramento dell’altare lo segue dovunque. Sulla via per recarsi ad un convento in Francia il povero frate francescano soffre ogni sorta di maltrattamenti e d’ingiurie da parte degli Ugonotti. Gli vengono gettate contro delle pietre. Tormentato dalla fame, domanda l’elemosina – ed è preso per una spia, battuto e gettato in prigione. È sicuro di morire. Come per miracolo viene liberato, ma solo per sopportare nuovi maltrattamenti per il resto della via. « Credi che Dio sia presente nel Sacramento che voi consacrate e chiamate Messa?» gli domanda un Ugonotto. « Si, lo credo e proclamo ad alta voce che Dio è veramente e sostanzialmente presente nella specie del pane ». Nuovi maltrattamenti. Il desiderio di Pasquale di diventare martire dell’Eucaristia si sarebbe allora adempiuto, se Dio non avesse miracolosamente protetto il suo servitore: le pietre che dovevano colpirlo volarono oltre la sua testa. Soltanto una pietra lanciata con tutta furia gli spezza la spalla sinistra lasciandolo offeso per tutta la vita. Ritorna vivo dopo due mesi al suo convento. Egli si rammarica soltanto di una cosa: di non aver potuto dar la sua vita per la sua fede nell’Eucaristia. Sulla bara, al momento della consacrazione, apre ancora due volte gli occhi per adorare il Signore che s’immola. – Possa la nostra le e il nostro amore per la Santissima Eucaristia trovare continuamente alimento nella fede e nell’amore di S. Pasquale per il Santissimo Sacramento!

3. – Dal contatto fervoroso col Signore eucaristico, il santo frate attinge virtù in abbondanza: la perfetta purezza da ogni peccato; l’amore della povertà, della verginità, della castità; l’umiltà; lo spirito di sacrificio, di preghiera, di santo amore di Dio e del prossimo. « Dimmi chi pratichi e ti dirò chi sei! ». Non abbiamo noi quello stesso Salvatore nel Tabernacolo, nel sacrificio dell’altare, nella santa Comunione? E allora? La Chiesa non possiede nulla di più sublime, nulla di più santo, nulla di più meraviglioso della santa Eucaristia: essa racchiude il migliore e più grande dono di Dio: Lui stesso, fonte e origine di ogni grazia e santità, Gesù Cristo. Avessimo noi la viva fede di S. Pasquale! Quanto avremmo cura allora di mantenere l’anima nostra nel sole!

Preghiera

O Dio, che infondesti nel tuo beato confessore Pasquale una mirabile devozione per i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue, concedi propizio che meritiamo di conseguire quella pinguedine di spirito che egli ebbe da questo divino banchetto. Amen.

(B. Baur O. S. B.: I Santi nell’Anno Liturgico, Herder Ed. Roma, 1958)

1 MAGGIO: FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

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Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra

confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ

sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter

exposcimus. Per eam, quæsumus, quæ

te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Dagli Atti del papa Pio XII


La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro.

Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia.

Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

[Ex Brev. Rom.]

Sancta MISSA

Incipit


In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Sap. X:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]
Ps CXXVI:11
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.

[Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori]

Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]

Oratio


Orémus.

Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.

[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore.]

Alleluja


Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia].

Evangelium


Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della Vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna. Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare. La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

GRANDEZZA DI GIUSEPPE

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, Madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi: perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere il dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe : — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ». « Il primo ministro, sire ». « E quale ricompensa si ebbe? ». « Finora nessuna ». Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie il Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gli affari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noi e la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provate. Chi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega,e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, di cui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provato quello che soffriamo noi, non ci negherà nulla.Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù. Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore. – «Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

IL CREDO

Offertorium


Orémus

Ps LXXXIX: 17

Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.
[E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia].



Secreta


Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.

[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace].

Praefatio
de S. Joseph


… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? Alleluia].

Postcommunio


Orémus.

Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.

[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)


ORDINARIO DELLA MESSA

FESTA DI SAN GIUSEPPE (2022)

FESTA DI SAN GIUSEPPE 2022

Sancta Missa

San Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Conf.

Doppio di 1* classe. – Paramenti bianchi.

La Chiesa onora sempre, con Gesù e Maria, San Giuseppe, specialmente nelle feste di Natale; ecco perché il Vangelo di questo giorno è quello del 24 dicembre. La Chiesa diede a questo Santo fin dall’VIII secolo, secondo un calendario copto, un culto liturgico nel giorno 20 luglio. Alla fine del XV sec. la sua festa fu fissata al 19 marzo e nel 1621 Gregorio XV l’estese a tutta la Chiesa. – 1870 Pio IX proclamò San Giuseppe protettore della Chiesa universale. Questo Santo, « della stirpe reale di Davide », era un uomo giusto (Vang.) e per il suo matrimonio con la Santa Vergine ha dei diritti sul frutto benedetto del seno verginale della Sposa. Una affinità di ordine legale esiste tra lui e Gesù, sul quale esercitò un diritto di paternità, che il Prefazio di San Giuseppe designa delicatamente con queste parole « paterna vice ». Senza aver generato Gesù, San Giuseppe, per i legami che l’uniscono a Maria, è, legalmente e moralmente, il padre del Figlio della Santa Vergine. Ne segue che bisogna con atti di culto riconoscere questa dignità o eccellenza soprannaturale di San Giuseppe. Vi erano nella famiglia di Nazareth le tre persone più grandi ed eccellenti dell’universo; il Cristo Uomo-Dio, la Vergine Maria Madre di Dio, Giuseppe padre putativo del Cristo. Per questo al Cristo si deve il culto di latria, alla Vergine il culto di iperdulia, a San Giuseppe il culto di suprema dulia. Dio gli rivelò il mistero dell’incarnazione (ìd.) e « lo scelse tra tutti gli uomini » (Ep.) per affidargli la custodia del Verbo incarnato e della Verginità di Maria [Toccava al padre imporre un nome al proprio figlio. L’Angelo, incaricando da parte di Dio di questa Missione Giuseppe, gli mostra con ciò che, nei riguardi di Gesù, ha gli stessi diritti che se egli ne fosse veramente il padre.]. – L’inno delle Lodi dice che: « Cristo e la Vergine assistettero all’ultimo momento San Giuseppe il cui viso era improntato ad una dolce serenità ». San Giuseppe salì al cielo per godere per sempre faccia a faccia la visione del Verbo di cui aveva contemplato cosi lungamente e da vicino l’umanità sulla terra. Questo santo è dunque considerato giustamente come il patrono ed il modello delle anime contemplative. Nella patria celeste San Giuseppe conserva un grande potere sul cuore del Figlio e della sua Santissima Sposa (Or.). Imitiamo in questo santo tempo la purezza, l’umiltà, lo spirito di preghiera e di raccoglimento di Giuseppe a Nazaret, dove egli visse con Dio, come Mosè sulla nube.

Incipit

In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCI : 13-14.
Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

 [Il giusto fiorisce come palma, cresce come cedro del Libano: piantato nella casa del Signore: negli atrii della casa del nostro Dio].

Ps XCI: 2.
Bonum est confiteri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime.


[É bello lodarTi, o Signore: e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

[Il giusto fiorisce come palma, cresce come cedro del Libano: piantato nella casa del Signore: negli atrii della casa del nostro Dio].

Oratio

Orémus.
Sanctíssimæ Genetrícis tuæ Sponsi, quǽsumus, Dómine, méritis adjuvémur: ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur:

[Ti preghiamo, o Signore, fa che, aiutati dai meriti dello Sposo della Tua Santissima Madre, ciò che da noi non possiamo ottenere ci sia concesso per la sua intercessione]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XLV: 1-6.

Diléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ.

[Fu caro a Dio e agli uomini, la sua memoria è in benedizione. Il Signore lo fece simile ai Santi nella gloria e lo rese grande e terribile ai nemici: e con la sua parola fece cessare le piaghe. Lo glorificò al cospetto del re e gli diede i comandamenti per il suo popolo, e gli fece vedere la sua gloria. Per la sua fede e la sua mansuetudine lo consacrò e lo elesse tra tutti i mortali. Dio infatti ascoltò la sua voce e lo fece entrare nella nuvola. Faccia a faccia gli diede i precetti e la legge della vita e della scienza].

Graduale


Ps XX : 4-5.
Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.

[O Signore, lo hai prevenuto con fauste benedizioni: gli ponesti sul capo una corona di pietre preziose.]

V. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in sæculum sæculi.

[Ti chiese vita e Tu gli concedesti la estensione dei giorni per i secoli dei secoli].

Ps CXI: 1-3.
Beátus vir, qui timet Dóminum: in mandátis ejus cupit nimis.
V. Potens in terra erit semen ejus: generátio rectórum benedicétur.
V. Glória et divítiæ in domo ejus: et justítia ejus manet in sæculum sæculi.

[Beato l’uomo che teme il Signore: e mette ogni delizia nei suoi comandamenti.
V. La sua progenie sarà potente in terra: sarà benedetta la generazione dei giusti.
V. Gloria e ricchezza sono nella sua casa: e la sua giustizia dura in eterno].

Evangelium

Sequéntia + sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 1: 18-21.

Cum esset desponsáta Mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens: Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum: ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum

[Essendo Maria, la Madre di Gesù, sposata a Giuseppe, prima di abitare con lui fu trovata incinta, per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Mentre pensava questo, ecco apparirgli in sogno un Angelo del Signore, che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù: perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati].

Sermone di san Bernardo Abbate
Omelia 2 su Missus, verso la fine


Chi e qual uomo sia stato il beato Giuseppe, argomentalo dal titolo onde, sebbene in senso di nutrizio, meritò d’essere onorato così da essere e detto e creduto padre di Dio; argomentalo ancora dal proprio nome, che, come si sa, s’interpreta aumento. Ricorda in pari tempo quel gran Patriarca venduto altra volta in Egitto; e sappi ch’egli non solo ha ereditato il nome di quello, ma ne ha imitato ancora la castità, ne ha meritato l’innocenza e la grazia. E se quel Giuseppe, venduto per invidia dai fratelli e condotto in Egitto, prefigurò la vendita di Cristo; il nostro Giuseppe, fuggendo l’invidia d’Erode, portò Cristo in Egitto. Quegli per rimaner fedele al suo padrone, non volle acconsentire alle voglie della sua padrona: questi, riconoscendo vergine la sua Signora madre del suo Signore, si mantenne continente e fu il suo fedele custode. A quello fu data l’intelligenza dei sogni misteriosi; a questo fu concesso d’essere il confidente e cooperatore dei celesti misteri. Il primo conservò il frumento non per sé, ma per tutto il popolo: il secondo ricevé la custodia del Pane vivo celeste e per sé e per tutto il mondo. Non v’ha dubbio che questo Giuseppe, cui fu sposata la Madre del Salvatore, sia stato un uomo buono e fedele. Voglio dire, «un servo fedele e prudente»

Omelia di san Girolamo Prete
Libr. 1 Commento al cap. 1 di Matteo


Perché fu concepito non da una semplice vergine, ma da una sposata? Primo, perché dalla genealogia di Giuseppe si mostrasse la stirpe di Maria; secondo, perch’ella non fosse lapidata dai Giudei come adultera: terzo, perché fuggitiva in Egitto avesse un sostegno. Il martire Ignazio aggiunge ancora una quarta ragione perché egli fu concepito da una sposata : affinché, dice, il suo concepimento rimanesse celato al diavolo, che lo credé il frutto non di una vergine, ma di una maritata. Prima che stessero insieme si scoperse che stava per esser madre per opera dello Spirito Santo» Matth. 1, 18. Si scoperse non da altri se non da Giuseppe, al quale per la confidenza di marito non sfuggiva nulla di quanto riguardava la futura sposa. Dal dirsi poi: « Prima che stessero insieme », non ne segue che stessero insieme dopo: perché la Scrittura constata ciò che non era avvenuto.

Omelia di sant’Ambrogio Vescovo
Lib. 4 al capo 4 di Luca, verso la fine


Guarda la clemenza del Signore Salvatore: né mosso a sdegno, né offeso dalla grave ingratitudine, né ferito dalla loro ingiustizia abbandona la Giudea: anzi dimentico dell’ingiuria, memore solo della clemenza, cerca di guadagnare dolcemente i cuori di questo popolo infedele, ora istruendolo, ora liberandone (gl’indemoniati), ora guarendone (i malati). E con ragione san Luca parla prima di un uomo liberato dallo spirito malvagio, e poi racconta la guarigione d’una donna. Perché il Signore era venuto per guarire l’uno e l’altro sesso; ma prima doveva guarire quello che fu creato prima: e non bisognava omettere (di guarire) quella che aveva peccato più per leggerezza di animo che per malvagità.

OMELIA

S. Giuseppe e le persecuzioni contro i Cattolici.

[A. Carmagnola: S. GIUSEPPE, Ragionamenti per il mese a lui consacrato. RAGIONAMENTO XIII. – Tipogr. e Libr. Salesiana. Torino, 1896]

Uno fra i tanti ammaestramenti che ci dà la storia è questo: che i buoni sono sempre stati ingiuriati, maltrattati, perseguitati dai cattivi. Difatti fin dal principio del mondo ci mostra Abele perché innocente e santo ucciso dal suo fratello Caino. In seguito ci mostra Giacobbe perché buono perseguitato dal suo fratello Esaù; e poi Giuseppe perché puro e casto venduto dai suoi fratelli, e dalla moglie di Putifarre fatto gettare dentro una prigione; Mosè perché fedele agli ordini di Dio ed esigente dagli altri la pratica dei medesimi, colpito dalle altrui mormorazioni ed ingiurie; Davide perché fatto secondo il cuor di Dio odiato a morte da Saulle; Elia perché santo profeta del Signore perseguitato dall’empia Gezabele e dallo scellerato Acabbo; Daniele, i tre fanciulli della fornace ardente, Eleazaro e cento e cento altri maltrattati perché osservatori esatti della santa legge di Dio. Né  questa è una dimostrazione, che appartenga unicamente alla storia sacra, della quale ho citato gli esempi, no, essa appartiene anche alla storia profana, imperciocchè la maggior parte delle ingiustizie, delle persecuzioni, delle scelleratezze, di tutti quanti i delitti di cui questa ci parla, sono l’effetto dell’odio dei malvagi contro dei buoni. Né di ciò vi deve esser meraviglia, giacché i buoni sono naturalmente un pugno negli occhi dei tristi. Questi vorrebbero operare il male, senza che alcuno li contrastasse menomamente e rinfacciasse la loro malvagità; ma poiché i buoni, anche senza volerlo direttamente, sono colla loro santa vita un contrasto continuo ed una continua riprensione alla vita malvagia dei tristi, perciò questi inveleniscono contro dei buoni e si fanno a perseguitarli in tutti i modi possibili. Or bene, il nostro caro S. Giuseppe, il quale fu dopo Maria il più gran Santo, l’uomo sommamente buono e giusto, sarà egli andato esente dai cattivi trattamenti dei malvagi? No, pur troppo. Tuttavia, egli sopportò i mali trattamenti con somma umiltà e pazienza, anzi con vera gioia. Nel che è opportunissimo esempio a noi Cristiani Cattolici, che appunto perché Cristiani Cattolici, siamo dal mondo perseguitati. Prendiamo adunque oggi questo esempio per noi tanto necessario. L’argomento è importantissimo; ponetevi perciò grande attenzione.

PRIMA PARTE.

Abbiamo ieri considerato come S. Giuseppe e Maria Santissima per obbedire all’editto del loro imperatore, lasciarono la città di Nazaret ove dimoravano e si recarono a Betlemme, distante circa quattro o cinque giorni di Cammino, Or bene è probabile che vi giungessero nel pomeriggio di quel giorno, che corrispondeva al nostro 24 Dicembre. Senz’altro si recarono tosto dal pubblico ufficiale per dare il proprio nome, né solamente il loro, ma eziandio quello di Gesù, che quanto prima doveva nascere. Così appunto pensano tra gli altri il Venerabile Beda e S. Alfonso Maria dei Liguori. Adempiuta per tal modo la prescrizione della legge, poiché cominciava a farsi notte, pensarono di cercare un luogo per ricoverarsi durante la medesima. Costumavasi in oriente, che presso le porte della città di qualche importanza fosse un fabbricato, più o meno vasto, destinato ad accogliere i forestieri e servir loro di ricovero. Chiamavasi con parola che presso a poco significa pubblico albergo. D’ordinario nulla c’era di più grossolano e povero, che cotesti alberghi od asili notturni. Quasi sempre l’albergo consisteva in un recinto quadrato con portico coperto lunghesso le mura; portico sostenuto da colonne di pietra o di legno, formanti quasi pilastri di arcata. Il suolo poi del portico era elevato alquanto a guisa di terrazza e ai viaggiatori serviva di letto per riposare e di mensa per mangiare. Ciascuno per altro doveva portar seco le stuoie o i tappeti e insieme gli alimenti. Lo spazzo quadrato del mezzo era destinato alle cavalcature, cammelli o giumenti, che fossero. Il certo si è che un luogo siffatto serviva assai più a mortificare le membra, che a dar loro un po’ di riposo. Qui adunque, siccome poveri, si presentarono Giuseppe e Maria a chiedere ospitalità. Ma la moltitudine degli arrivati era già così grande che, come dice il Vangelo, per essi non vi era più posto, non erat eis locus (Luc. II, 7). A Giuseppe dovette cascare il cuore, e ben possiamo immaginarci, che si sarà messo a supplicare: Un angolo, un brevissimo spazio, un posto pur che sia!… non per me, che non me ne importa di serenare la notte all’aperto,ma per questa povera mia sposa, la quale… oh Dio! Ma è inutile; l’albergo riboccava di forestierie gli si chiuse la porta in faccia.Ma qui bisogna considerare attentamente la cosa. Io dico adunque, che si allontanerebbe dal giusto assai chi pensasse che S. Giuseppe nell’esserestato respinto dal pubblico albergo, lo sia stato con cortesia ed umanità. Chi era alla testa del medesimo,per essere un uomo che stava in mezzo alla folla ed era seccato da mille istanze, doveva facilmente irritarsi. E ciò specialmente verso il fine ne della giornata in cui aveva già ricevuto tante noie. Quindi non è difficile il comprendere che cotesto pubblico ufficiale, nel licenziare S. Giuseppe da quel luogo, facesse uso di parole ingiuriose, di improperi e forse anche di imprecazioni, massime nel vedere il contegno così umile, così modesto, così riservato del Santo. Così pure,non è per nulla una supposizione infondata, che coloro i quali essendo già al possesso di un postonell’albergo, assecondando la baldanza, cheda ciò ne proveniva loro, si facessero a deridere e financo ad insultare S. Giuseppe e Maria, che per essere giunti troppo tardi, venivano messi alla porta con tanta mala grazia. Quindi è che non sembra ingannarsi punto la pietà secolare dei fedeli, allorché compatisce alle dolorose umiliazioni che Giuseppe e Maria dovettero soffrire in quella circostanza per i cattivi trattamenti che essi ricevettero: umiliazioni che tornavano loro tanto più gravi ed acerbe, non già per sé medesimi, ma per il Bambino Gesù, che era vicino a nascere, e che avrebbero voluto vedere da tutti sommamente onorato. Pertanto, dopo di essere stati così villanamente trattati alla porta del pubblico albergo, S. Giuseppe, secondo ché comunemente e giustamente si crede, volse in giro i suoi passi a cercare altrove, or in questa or in quell’altra casa un posto, se non per sé,almeno per la sua sposa. Ma anche a tutti questi altri luoghi non ricevette che repulse ed insulti, sicché colla pena più acerba nel cuore, come voi sapete, dovette poi invitare la sua Sposa Maria ad uscire di Betlemme e ricoverarsi con lei in una grotta della campagna.Ora, io mi fermo qui, e domando: Qual è la ragione principale, per cui S. Giuseppe non poté a Betlemme trovare albergo per la sua sposa e per sé? Quale la ragione per cui venne dai Betlemiti Respinto con ingiurie, villanie e mali trattamenti? Quale? Taluni dicono essere stata la povertà. Certamente questa è una forte ragione,giacché anche l’odierna esperienza ci dimostra che mentre si usano tanti riguardi verso le persone riccamente vestite, si trattano poi con alterigia e disdegno le persone vestite poveramente; e che ben aveva ragione l’Apostolo S. Giacomo di alzare la voce contro coloro che fanno questa distinzione di persone. Tuttavia, io penso che, la ragione principale per cui S. Giuseppe venne in tale circostanza fatto segno ai mali trattamenti dei Betlemiti, sia stata propriamente la sua bontà la sua giustizia. E difatti, se anche poveramente vestito, ma pur decentemente, come è da immaginare, egli si fosse presentato a quelle case confare energico, risoluto, autorevole, se egli avesse manifestato la sua discendenza dalla stirpe Di Davide, se più ancora egli avesse manifestato ai Betlemiti il grande mistero, che si nascondeva nel seno purissimo di Maria sua sposa, Par certo che che non solo non sarebbe stato respinto, mai Betlemiti sarebbero andati a gara per dargli ciascuno ospitalità in casa propria. Ma appunto. perché il vedevano presentarsi loro con aria umile, modesta, riservata, direi persino timida, perciò lo respingevano, aggiungendo persoprappiù le villanie e gli insulti. Sicché anche S. Giuseppe, propriamente perché buono e giusto, venne maltrattato dai malvagi. Ma forseché S. Giuseppe si adirò contro di essi? Forse che alle ingiurie rispose con ingiurie? O forse che di ciò mosse lamento contro la divina Provvidenza? Mai no. Il tutto sopportò con umiltà, con pazienza, persino con gioia. Egli pensava che quel Gesù che stava per nascere era stato dai profeti paragonato ad un agnello, che non si lamenta sotto le forbici del pastore che lo tosa, e che però avrebbe patito ogni sorta di scherni, ingiurie e di villanie e finalmente la passione e la morte senza lamentarsi mai, e già proponendosi l’esempio del futuro Redentore si animava con interna allegrezza ad imitarlo, giacché se egli allora penava e grandemente penava, non era per sé, ma unicamente per Gesù e per Maria. Ma quale fu la sorte di Giuseppe in questo avvenimento, tale eziandio fu mai sempre la sorte delle anime buone e giuste. Difatti gli Apostoli, che sono i primi fra i buoni che si presentano alla nostra ammirazione nel nuovo Testamento, furono subito perseguitati appena si misero a professare e predicare pubblicamente la fede e la morale di Gesù Cristo. Dopo gli Apostoli, i Martiri, i quali per la loro virtù nel mantenersi fermi alla fede di Gesù Cristo furono fatti morire con i più squisiti tormenti. Dopo i Martiri i Santi tutti, i quali o in un modo o in un altro furono dagli uomini maltrattati, svillaneggiati, calunniati, messi in catene, mandati in esilio sempre per la principale ragione della loro santità. Ma anche i Santi tutti come S. Giuseppe sopportarono sempre ogni dileggio e persecuzione con umiltà, pazienza e gioia, incominciando dagli Apostoli, dei quali sta scritto che se ne andavano allegri dal cospetto del Concilio, dove erano stati frustati, perché erano stati fatti degni di patire contumelie per il Nome di Gesù Cristo: ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt pro nomine Iesu contumeliam pati (Att. V, 41); e venendo su ai Martiri, che in mezzo ai loro tormenti trovavano ancora tanta forza da scherzare coi loro persecutori, come tra gli altri un S. Lorenzo; che diceva al tiranno: Suvvia, voltami dall’altra parte, ché da questa sono già abbastanza arrostito; fino agli ultimi Santi, i quali in mezzo alle persecuzioni hanno sempre lodato e benedetto Iddio, che si degnasse di renderli tanto simili al suo Divin Figliuolo Gesù, e chiamavano in grazia di essere sempre più disprezzati per Lui: Pati et contemni pro te. Or bene, tale eziandio è la sorte che tocca a noi Cristiani Cattolici, massime in questi ultimi tempi, appunto perché ci studiamo d’essere Cristiani Cattolici non solo di nome, ma anche di fatto, non solo in teoria, ma anche in pratica, perché insomma ci studiamo di essere giusti in mezzo ai tanti perversi che abbondano nel mondo. Ed in vero per cominciare dal Papa, e dai Vescovi che per la dignità, cui Iddio li ha sollevati, sono l’uno il duce supremo e gli altri i generali dei Cattolici, chi non sa quante villanie, quante ingiurie, quanti insulti sì lanciano contro di loro, massime allora che essi colla loro autorevole parola, collo zelo di cui sono santamente accesi si adoperano a piene forze per smascherare l’errore, per tenerne lontani gli incauti, per animar tutti all’adempimento dei loro doveri, compreso eziandio quello di cittadino? Oh allora non c’è calunnia, non c’è menzogna, non c’è impostura che contro di loro non si inventi; nei discorsi che si tengono, nei giornali che si stampano, nelle figure che si inventano si fa di tutto per vilipenderli, per accusarli, per condannarli. Questo, si blattera, è un Papa troppo superbo, il quale si ostina a reclamare per sé un regno che non gli compete e pretenderebbe vedere prostrati dinnanzi a sé mogi mogi tutti i sovrani del mondo; quest’altro è un Arcivescovo troppo intrigante e audace, che lascia di curare le anime dei suoi fedeli per intromettersi in affari che non gli spettano e fare il capo partito; quell’altro aspira ad avere nelle sue mani il regime di ogni ordine cittadino e così via via, assai di più di quello che per rispetto a sì grandi personaggi io non dico. – Di poi, dopo il Papa e i Vescovi, ecco i preti, che pei Cattolici sono come i capitani. Essi, voi lo sapete che non invento, sono insultati da per tutto e da tutti, sui giornali, nei romanzi, ai teatri, nelle sale di conversazione, dove loro si carica addosso ogni prepotenza, ogni ambizione, ogni vizio, sulle piazze, per le vie, dove non solo squadriglie di studenti, giovinastri e fanciulli tant’alti, ma eziandio persone che paiono volersi rispettare, li salutano coll’allegra fanfara dei qua qua e li riveriscono col bel titolo di corvaccio. E da ultimo venendo ai laici, che dire degli improperii, che si scaraventano contro di loro massime se sono uomini pubblici e che nei loro pubblici affari fanno coraggiosamente professione di Cattolicismo? Gli uh e gli oh, le maldicenze, le ingiurie, le fischiate sono per loro, massime in certe circostanze speciali, il pane quotidiano. Né ciò è men vero per i Cattolici, sebbene persone private. Che non si dice contro quel giovane, quella fanciulla, quella donna, quell’uomo, perché  frequentano la Chiesa e i Sacramenti, non bestemmiano e non partecipano a cattivi discorsi ed a male azioni? Che son bigotti, baciapile, succhiamoccoli e mille altre cose. Tant’è: anche i Cristiani Cattolici dei nostri giorni, appunto perché come Cristiani Cattolici cercano di evitar il male e fare il bene, sono villanamente insultati, maltrattati, perseguitati. Ma intanto che accade in ciò? Alcuni fra i Cattolici, nel vedersi continuamente fatti bersaglio all’ira dei tristi, si sfiduciano di una battaglia così lunga e finiscono a darla vinta al mondo e passare dalla parte dei malvagi; altri poi, per nulla curando l’insegnamento di Gesù Cristo, col quale ci mostra essere impossibile servire a due padroni, si studiano di regolarsi in modo da parer Cattolici coi Cattolici, liberali coi liberali e persino framassoni coi framassoni. Altri, infine, non entrando neppur essi nelle mire della divina Provvidenza, si lamentano del continuo della medesima e non sanno darsi pace perché non accorra sollecita a far presto trionfare la causa dei Cattolici perseguitati. Or bene, è questa la condotta che si deve tenere? Nossignori. Tale non fu la condotta di San Giuseppe: tale non fu quella di tutti gli altri Santi. Se vogliamo imitare il loro esempio ed imitandolo compiere il dovere, che abbiamo in faccia a Dio, dobbiamo tutti sopportare con umiltà, con pazienza e persino con gioia le persecuzioni dei malvagi. Oh! il disprezzo, l’insulto, la persecuzione è cosa che come a Cristiani non ci deve mancare. Gesù Cristo lo ha detto chiaro agli Apostoli, e nella persona degli Apostoli a tutti: Vos in mundo pressuram habebitis (Giov. XVI, 33): voi nel mondo patirete pressure. Vi malediranno, vi perseguiteranno, vi metteranno le mani addosso, ve ne faranno d’ogni sorta: non est discipulus super magistrum (Matt. X, 24); il discepolo non sarà trattato diversamente dal maestro: e come ora i maligni si scagliano contro di me, così un giorno si scaglieranno contro di voi. Così ha parlato Gesù Cristo, epperò l’Apostolo S. Paolo non è altro che l’eco fedele di Lui, quando dice che tutti quelli che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo. soffriranno persecuzioni: Omnes qui pie volunt vivere in Christo Jesu persecutionem patientur. (2 Tim. III, 12). Ma appunto perciò è segno che noi non non siamo del mondo ed apparteniamo a Gesù Cisto. . Si de mundo essetis mundus quod suum esset diligeret. Se voi foste del mondo, vale a dire dei partiti anticattolici, questi vi farebbero mai sempre le loro carezze e vi prodigherebbero i loro favori: ma perché non siete tali, vi abbominano, vi maledicono, vi coprono di disprezzo: Propterea quia non estis de hoc mundo, mundus vos odit (Giov. XV, 19). E ciò non deve essere per tutti un grande eccitamento a soffrire le persecuzioni in pace, con umiltà, ed eziandio con gioia? l’essere. nella stessa mente di Dio separati dai malvagi, dai tristi, dagli ingiusti? e nel tempo stesso assomigliare così da vicino a Gesù Cristo? Coraggio adunque, coraggio! Prendiamo oggi da S. Giuseppe il grande esempio, risolviamo di praticarlo volonterosamente, ed un giorno ne avremo anche noi il premio avuto da S. Giuseppe.

SECONDA PARTE.

Gesù Cristo, che fu in sulla terra il primo disprezzato, è ora in cielo il primo esaltato: propter quod et Deus exaltavit illum et donavit illi nomen quod est super omne nomen. (Filipp. II, 9). Dopo Gesù Maria, e dopo Maria San Giuseppe, e poi tutti gli altri Santi, i quali, credetelo, se in cielo potessero ancora desiderar qualche cosa, desidererebbero certamente di poter venire ancora in terra per patire ed essere disprezzati di più di quel che lo siano stato. Or bene quella è pure la nostra sorte, se soffriremo ora volentieri le ingiurie, i disprezzi, le persecuzioni dei cattivi. Gesù Cristo lo ha detto, ed Egli non falla: Beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsorum est regnum cœlorum (Matt. V, 10). Beati quelli che soffriranno persecuzioni per la giustizia, perché di essi è il regno dei Cieli. Ora noi siamo i derisi, i disprezzati, i perseguitati, e i nostri avversari ridono, sghignazzano, trionfano. Ma verrà un giorno nel quale le sorti saranno ben mutate.È questa appunto la verità che il glorioso martire San Valeriano, sposo di Santa Cecilia, faceva così bellamente intendere al prefetto Almacchio, che poi lo condannava a morte:« Nel tempo dell’inverno io ho veduto alcuni uomini traversare la campagna e tutto allegri ed esultanti abbandonarsi ad ogni sorta di piaceri. Nel tempo stesso io scorgeva nei campi molti contadini, intenti gli uni a zappare la terra e a piantar viti, gli altri ad innestare alberi e a recidere col ferro i virgulti, che potessero recar nocumento alle piantagioni; e tutti di buona lena attendere con gran fatica ai lavori d’agricoltura. Gli uomini del piacere, avendo riguardato quei contadini, deridevano le loro fatiche e dicevano: O stolti che siete, lasciate un po’ questi lavori troppo gravosi e venite con noi a stare allegri ed a prender parte ai nostri spassi. Perché  mai compiere sì dure fatiche? Perché logorar la vita in un’occupazione sì triste? E dicendo tali cose davano in iscoppi di risa, battevano le mani e facevano degli insulti. Ma i contadini continuavano pazientemente a lavorare. Intanto passò la stagione delle piogge e del freddo e successero i bei giorni del sereno; e quei campi coltivati con tanti sudori si erano coperti di rigogliosa vegetazione; qua e là vedevansi i rosai vagamente fioriti: dai festoni delle viti pendevano magnifici grappoli, ed i rami degli alberi si curvavano sotto il peso di abbondanti e deliziosi frutti. E i contadini, le cui fatiche erano state schernite, erano in grande allegrezza, mentre gli sciocchi e frivoli abitatori della città, che si erano vantati di maggior saggezza, si trovavano nella più spaventosa penuria, e pentiti, ma troppo tardi, del tempo sprecato negli spassi, si lamentavano e andavano dicendo: Ecco là coloro, che noi insensati chiamavamo stolti; i loro sudori ci sembravano una vergogna; la vita, che essi menavano ci metteva orrore, tanto appariva miserabile agli occhi nostri; tenevamo per vili le loro persone e credevamo disonorarci coll’entrare in loro compagnia. Ma ora il fatto prova, che i saggi erano essi, e gli stolti noi, caduti adesso nella miseria e nella infelicità, disgraziati che siamo. Oh se avessimo faticato anche noi! Se anche noi avessimo fatto come quei contadini! Ma noi li abbiamo beffati in mezzo alle nostre passate delizie, ed ora eccoli essi circondati di fiori e coronati di gloria ». Così il martire S. Valeriano bellamente espose l’esito dell’apparente mistero d’ingiustizia che vi ha ora nel trionfo dei malvagi e nelle persecuzioni e sofferenze dei buoni. E tale appunto sarà il grido che metteranno fuori i tristi dalla loro bocca spumante di rabbia nel giorno dell’estremo giudizio: Nos insensati, vitam illorum æstimabamus insaniam et finem illorum sine honore: ecce quomodo computati sunt inter filios Dei et inter Sanctos sors illorum est (Sap. V, 4). E mentre noi, se avremo patito volentieri le persecuzioni e le maledizioni del mondo, ci sentiremo a benedire da Dio e ad invitare da Lui al possesso del regno dei cieli: Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi (Matt. XXV, 34): i malvagi si sentiranno invece da Dio medesimo a maledire per sempre: Discedite a me, maledicti, in ignem æternum. (Ibid.41). In quel giorno adunque in cui noi siamo insultati e perseguitati per la nostra fede, a somiglianza di S. Giuseppe rallegriamoci, pensando che in paradiso ci sta preparata una gran  mercede per i nostri patimenti: Gaudete et exultate in illa die, quoniam merces vestra copiosa est in cœlis (Matt. V, 12).

IL CREDO

Offertorium


Orémus
Ps LXXXVIII: 25.


Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus.

[La mia fedeltà e la mia misericordia sono con lui: e nel mio nome sarà esaltata la sua potenza].

Secreta

Débitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes: ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genetrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus.

[Ti rendiamo, o Signore, il doveroso omaggio della nostra sudditanza, prengandoTi supplichevolmente, di custodire in noi i tuoi doni per intercessione del beato Giuseppe, Sposo della Madre del Figlio Tuo Gesù Cristo, nostro Signore, nella cui veneranda solennità Ti presentiamo appunto queste ostie di lode.]

Præfatio  de S. Joseph

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 1: 20.


Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. [Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo].

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, quǽsumus, miséricors Deus: et, intercedénte pro nobis beáto Joseph Confessóre, tua circa nos propitiátus dona custódi.
[Assistici, Te ne preghiamo, O Dio misericordioso: e, intercedendo per noi il beato Giuseppe Confessore, propizio custodisci in noi i tuoi doni].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

7 MARZO (2022): S. TOMMASO D’AQUINO

7 marzo: S. Tommaso d’Aquino, Confessore e Dottore

(B. Baur O.S.B: I Santi dell’anno liturgico – Herder, Roma, 1958)

1. – Tommaso, figlio del Conte Landolfo d’Aquino, nacque nel 1226 o 1227 nel castello di Roccasecca presso Aquino. A cinque anni venne come Oblato al vicino monastero di Montecassino dove ricevette la prima formazione spirituale. Fece i suoi studi universitari a Napoli e, a 17 anni, entrò, con rammarico della sua famiglia, nell’ordine domenicano. Per sottrarlo all’opposizione e alle macchinazioni della famiglia, i suoi superiori lo mandarono a Parigi. Ma durante il viaggio, in Toscana, dietro istigazione dei suoi fratelli Landolfo e Rinaldo, fu acciuffato e tenuto in prigionia nel castello avito di San Giovanni. Lì, in continua lotta con la madre e con le sorelle, passò quasi due anni fra studi eruditi. Alla fine le sue orelle, che a poco a poco egli aveva guadagnato ai suoi piani, lo aiutarono a fuggire, facendolo calare in un cesto dalla torre del castello. A_Napoli pronunciò senza indugio i voti religiosi (1245). Ricevette la sua formazione teologica a Parigi e a Colonia sotto Alberto Magno (1248-1252). Da allora in poi svolse la propria feconda attività d’insegnamento a Parigi, Roma e Napoli. Da qui fu dal Papa Gregorio X. chiamato al Concilio di Lione, ma morì durante il tragitto nell’abbazia cistercense di Fossanova nelle Paludi Pontine il 7 marzo 1274. Nel 1323 fu canonizzato, nel 1567 fu dichiarato Dottore della Chiesa dal Papa domenicano Pio V, e nel 1880 fu nominato da Leone XIII celeste patrono di tutte le università cattoliche.

2. – « Implorai e mi fu data la prudenza, invocai e venne a me lo spirito di sapienza. È l’anteposi a scettri e a troni, e ritenni un nulla la ricchezza in confronto a lei. L’amai più della salute e della bellezza, e preferii il suo possesso a quello della luce » (Epistola). « Ditemi, che è Dio ?» è la domanda che il piccolo Tommaso rivolse al suo insegnante a Montecassino. « Chi è Dio?» « Spiegami dunque, che è Dio ?» Tommaso riconosce ben presto che insegnanti e libri non bastano per arrivare a conoscere Dio; per questo è necessario che l’anima si rivolga a Dio stesso, e non soltanio col desiderio dello spirito, ma insieme con la semplicità, l’umiltà, la purità e l’innocenza del cuore e con insistente preghiera. Egli s’immerge nella meditazione del Vangelo, interroga in uno studio indefesso e con una sconfinata ansia di verità, la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa. Arde dal desiderio di difendere la fede della Chiesa contro gli errori del suo tempo con argomenti strettamente scientifici e per questo rivolge tutto il suo interesse anche alle conoscenze della ragione umana, alla filosofia tutta, anche a quella pagana, e, come nessuno prima di lui, pone la sana filosofia al servizio della teologia e della fede. Gli è ora possibile non soltanto di trattare in forma scientifica le verità della fede, come nei secoli che lo precedettero non fu possibile a nessuno, neanche a un S. Agostino, ma di togliere a prestito anche dalla ragione le armi con le quali vincere quelli che combattono la fede in base alla ragione. Il suo sapere assomma in sé tutto il lavoro di ricerca dell’antichità e dei suoi contemporanei. Perciò il Dottore Angelico ha ugualmente familiare e conosce ugualmente a fondo tanto il mondo del sapere naturale quanto quello del sapere soprannaturale ed è in ambedue un’autorità senza pari. Come nessuno prima di lui, egli sa subordinare tutto il sapere profano alla Rivelazione, e indirizzare tutto il tesoro d’idee della terra all’ultimo e supremo fine: all’eterna verità e amore, a Dio. « Implorai e mi fu data la prudenza, invocai e venne a me lo spirito di sapienza » — tanto che oggi tutti i teologi cattolici e i sacerdoti della santa Chiesa vengono esortati a prendere Tommaso come loro guida e maestro: « I professori devono trattare lo studio della filosofia e della teologia e l’istruzione degli studenti in queste materie a norma della dottrina e dei principi del Dottore Angelico e attenersi fedelmente ad essi » (Codice di diritto Canonico, can. 1366). Perciò Dio ha dotato S. Tommaso di una pienezza di sapienza naturale e soprannaturale, affinché di fronte ai grandi errori che continuamente cercano di intaccare il patrimonio di fede della Chiesa egli sia la guida sicura e indichi la giusta via a tutte le generazioni e le epoche venture, quindi anche a noi. – Noi lo ammiriamo e ringraziamo il Signore che « con la meravigliosa scienza » di S. Tommaso « illumina la Chiesa e la rende feconda con la sua santa attività » (Colletta). « Voi siete il sale della terra », « la luce del mondo », che, come il sole, illumina tutti e rischiara loro il cammino verso Dio (Vangelo). – « Chi avrà operato e insegnato (la legge di Dio) sarà chiamato grande nel regno dei cieli » (Vangelo). Questo è ciò che rende tanto grande e fecondo l’incomparabile filosofo e teologo S. Tommaso d’Aquino: egli è nello stesso tempo un Santo che mette in pratica ciò che conosce ed insegna. Con quali mezzi si è cercato di distoglierlo dalla sua decisione di consacrarsi a Dio in religione! Perfino una miserabile prostituta gli è condotta in carcere, affinché con la sua seduzione lo faccia vacillare dal suo proposito. Tommaso prende un tizzone ardente e spinge fuori la bella peccatrice. Per lui la devozione e la santità passano avanti a tutto nella vita, anche avanti a qualsiasi ricerca, al sapere e al comprendere. – Nell’Ordine egli vuol essere un perfetto religioso che non pospone allo studio neanche il minimo dei suoi doveri di preghiera. No, egli diventa sempre più un uomo di preghiera ed in essa si procura la luce e la forza per la ricerca della verità. Egli stesso confessa di aver appreso di più ai piedi della croce che dallo studio sui libri. Egli vive una vita di ritiratezza, di silenzio, di santa austerità penitenziale, di profonda umiltà, di perfetta purità di cuore e di amor di Dio. Diventa così capace di comprendere sempre più a fondo l’eterna Sapienza. Il sigillo visibile di quest’intimo sposalizio del suo spirito con la sapienza divina è la sua immutabile serenità, la sua incantevole modestia, la sua prontezza ad aiutare gli altri, la sua pazienza e calma in mezzo a tutte le ostilità verso la sua persona, la sua dottrina e il suo Ordine. Con la mente, col cuore, con tutta l’anima sua egli vive in Cristo. Gesù in croce e Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare sono il mondo nel quale egli vive. « O sacro convivio, in cui si riceve Cristo, si celebra la memoria della sua passione, si riempie l’anima di grazia e ci vien dato un pegno della gloria futura » esclama in un santo rapimento. Da Tommaso la Chiesa ha ricevuto l’Ufficio e la Messa della festa del Corpus Domini. In quest’opera si esprime la fede, l’amore, l’entusiasmo, la dedizione di tutti i tempi dinanzi al miracolo del Tabernacolo. Nel 1273, a Napoli, mentre Tommaso lavorava all’ultima parte della sua «Summa theologica» il Signore gli apparve e gli disse: « Bene hai scritto di me, Tommaso. Che cosa vuoi averne in premio? » Tommaso rispose: « Non desidero altra ricompensa che Te, mio Signore ». Tanto profondamente nei suoi ultimi anni è penetrato negli abissi della grandezza e dello splendore di Dio e delle cose divine, che le magnifiche cose che egli ha scritto di Lui non gli appaiono che come misere scorie: egli non può scrivere oltre e deve lasciare incompiuta la sua opera principale, la « Summa theologica ». Sul letto di morte a Fossanova egli commenta ad alcuni monaci vari passi del Cantico dei Cantici. Alle parole: « Ho trovato Colui che l’anima mia ama, l’ho afferrato e non lo lascio più » (Cant. d. Cant. III, 4) esala il suo spirito. Si, egli lo ha trovato e ora lo contempla faccia a faccia nel cielo. « Che è Dio? ». A questa domanda che tanto lo tormenta gli è data ora la beatificante risposta : « Ho trovato Colui che l’anima mia ama, l’ho afferrato e non lo lascio più ».

3. – Quanto altamente dobbiamo onorare e apprezzare colui che la santa Chiesa considera come il provato maestro e l’espositore ufficiale della sua teologia! È espresso desiderio della Chiesa che gl’insegnanti dei seminari ecclesiastici e degl’istituti di studio « tengano per santi » la dottrina e i principi di S. Tommaso (Codice di Diritto Canonico, can. 1366). « In mezzo alla Chiesa aprì la sua bocca, e il Signore lo riempì con lo spirito di sapienza e d’intelligenza ». « Inesauribile tesoro è essa (la sapienza) per gli uomini, e quelli che ne fanno uso hanno parte all’amicizia di Dio. L’anteposi a scettri e a troni, e ritenni un nulla la ricchezza in confronto a lei. L’amai più della salute e della bellezza, e preferii il suo possesso a quello della luce, perchè inestinguibile è il suo splendore. E vennero a me insieme con lei tutti i beni, e infinita ricchezza per mano di lei» (Epistola). – Pieno di sapienza celeste Tommaso, trattando della grazia, abborda il problema : « È la creazione e la conservazione dell’universo un’opera più grande della grazia santificante che Dio concede ad un’anima? » Egli risponde: La partecipazione della grazia santificante ad un singolo uomo è qualcosa di più grande e di più prezioso che non tutta la grandezza e la bellezza dell’intero universo preso insieme! Ogni altra « grandezza » nell’ordine di natura, qualunque essa sia, è un nulla insignificante in confronto alla grazia. Così pensa e vive S. Tommaso. E questa è sapienza che viene da Dio.

Preghiera

O Dio, che con la meravigliosa scienza del tuo beato confessore Tommaso illumini la tua Chiesa e la rendi feconda con la sua santa attività, concedici, te ne preghiamo, la grazia di comprendere quello che insegnò e d’imitare la sua condotta. Per Cristo nostro Signore. Amen.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA COMUNIONE

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA COMUNIONE

[DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS

Vol. III, Marietti Ed. Torino-Roma, 1933

Visto nulla osta alla stampa.

Torino, 25 Novembre 1931. Teol. TOMMASO CASTAGNO, Rev. Deleg.

Imprimatur. – C . FRANCISCUS PALEARI, Prov. Gen.

Panis quem ego dabo, caro mea est prò mundi vita.

(JOAN. VI, 52).

Chi di noi, Fratelli miei, avrebbe mai potuto supporre che Gesù Cristo potesse spingere il suo amore verso le creature fino a dar loro il suo Corpo adorabile e il suo Sangue prezioso, perché fosse nutrimento delle anime nostre, se non l’avesse detto Lui stesso? Ecché, F. M., un’anima nutrirsi del suo Salvatore?… e tante volte quanto desidera? O abisso di bontà e d’amore di un Dio per le sue creature!… S. Paolo ci dice che il Salvatore, vestendo la nostra carne, ha nascosto la sua divinità e portata l’umiliazione fino all’annientamento. Ma, istituendo l’adorabile sacramento dell’Eucaristia, ha velato anche la sua stessa umanità, non lasciando apparire che le viscere della sua misericordia. Oh! vedete, M. F., di che cosa è capace l’amore di un Dio per le sue creature!… No, F. M., di tutti i Sacramenti non ce n’è uno che possa esser paragonato a quello dell’Eucaristia. In quello del Battesimo riceviamo, è vero, il carattere di figli di Dio, e, per conseguenza, prendiamo parte al suo regno eterno; in quello della Penitenza, le piaghe dell’anima nostra sono guarite e ci è restituita l’amicizia del nostro Dio; ma nell’adorabile sacramento dell’Eucaristia riceviamo non solo l’applicazione del suo Sangue prezioso, ma anche l’Autore stesso di ogni grazia. S. Giovanni ci dice che Gesù Cristo, « avendo amato gli uomini fino alla fine » (S. Giov. XIII, 1) trovò il mezzo di salire al cielo senza abbandonare la terra: Prese del pane tra le sue sante e adorabili mani, lo benedisse e lo cangiò nel suo Corpo; prese del vino e lo cangiò nel suo Sangue prezioso e diede a tutti i sacerdoti, nella persona degli Apostoli, il potere di compiere lo stesso miracolo tutte le volte che avrebbero pronunciato le stesse parole: affine di poter con questo miracolo d’amore, restare con noi, esserci di nutrimento, consolarci e tenerci compagnia. « Chi mangia la mia Carne – ci dice Egli – e beve il mio Sangue vivrà in eterno; chi non mangia la mia Carne né beve il mio Sangue non avrà la vita in sé » (Ibid. VI, 54, 55). Oh, M. F.! quale felicità per un Cristiano aspirare al grande onore di nutrirsi del pane degli angeli!… Ma, ahimè! quanto pochi la comprendono!… Ah! M. F., se conoscessimo bene tutta la felicità che abbiamo nel ricevere Gesù Cristo, non ci studieremmo continuamente di meritarla? Per darvi un’idea della grandezza di questa felicità, vi mostrerò:

1° quanto è grande la fortuna di colui che riceve Gesù Cristo nella santa Comunione;

2° i frutti che dobbiamo ritrarne.

I. — Voi tutti sapete, F. M., che la prima disposizione per ricevere degnamente questo grande Sacramento è l’esame accurato della propria coscienza, dopo aver implorato i lumi dello Spirito Santo; la confessione sincera dei propri peccati, con tutte le circostanze che possono renderli più gravi o mutarne la specie, accusandoli tali e quali ce li farà conoscere Dio al momento del giudizio; — un dolore profondo d’averli commessi e la disposizione a sacrificare tutto ciò che abbiamo di più caro piuttosto che commetterli di nuovo; — e in fine un gran desiderio di unirci a Gesù Cristo. Vedete la premura dei Magi di cercar Gesù Cristo nel presepio; vedete la santa Vergine, vedete la Maddalena come s’interessa di cercare il Salvatore risorto! Non intendo, F. M., assumermi di mostrarvi tutta la grandezza di questo Sacramento: ciò non è dato all’uomo; bisognerebbe esser Dio stesso per poter esporvi la grandezza di queste meraviglie: perché ciò che ci riempirà di stupore per tutta l’eternità, sarà l’aver ricevuto, noi, miseri quali siamo, un Dio sì grande. – Tuttavia, per darvene un’idea, vi mostrerò che Gesù non è mai passato in alcun luogo, durante la sua vita mortale, senza spandervi le sue benedizioni più abbondanti e, per conseguenza, quanto devono esser grandi e preziosi i beni che ricevono coloro che hanno la bella sorte di accoglierlo in sé per mezzo della santa Comunione; anzi, per dir meglio, vi mostrerò che tutta la nostra felicità in questo mondo consiste nel ricevere Gesù Cristo in questo augusto Sacramento; ciò ch’è molto facile a comprendersi; poiché la santa Comunione giova non solo all’anima nostra col nutrirla, ma anche al nostro corpo, come vedremo. Leggiamo nel santo Evangelo, che Gesù Cristo entrando nella casa di S. Elisabetta, benché ancora chiuso nel seno materno, madre e figlio furono ripieni di Spirito Santo. San Giovanni fu anche purificato dalla macchia d’origine, e la madre esclamò: « Ah! donde mai mi viene tanta felicità che la madre del mio Dio si degni di venire a me? » (S. Luc. I, 43). Pensate, M. F., quanto più grande debba essere la felicità di colui che riceve Gesù Cristo nella santa Comunione, poiché lo riceve non già in casa sua, come S. Elisabetta, ma nel suo proprio cuore; padrone di custodirvelo, non tre mesi, come Elisabetta, ma per tutta la vita. — Quando il vecchio Simeone, che da tanti anni sospirava ardentemente la felicità di vedere Gesù Cristo, poté riceverlo almeno tra le sue mani, fu così trasportato e rapito di gioia, che, non sapendosi trattenere, esclamò in un impeto d’amore: « O Signore, e che posso io desiderare ancora sulla terra, dacché i miei occhi hanno visto il Salvatore del mondo? Io ora posso morire in pace! » (S. Luc. II, 29). Ma, ancora una volta, qual differenza, F. M., tra il riceverlo sulle proprie braccia, contemplarlo qualche istante, e riceverlo nel proprio cuore!… Quando Zaccheo, sentito parlare di Gesù Cristo, desiderò ardentemente di vederlo, essendo impedito dalla gran folla che accorreva da ogni parte, s’arrampicò su di un albero; ma il Signore, vedendolo, gli disse: « Zaccheo, vien giù subito, perché oggi voglio alloggiare in casa tua. ». Ed egli s’affretta a discendere e corre a preparare tutto ciò che può per ricevere il Salvatore. Gesù, entrando nella sua casa dice: « Oggi questa casa riceve la salvezza. » E Zaccheo, vedendo la grande carità di Gesù Cristo nel venire ad albergare in casa sua, « Signore, esclama, io darò la metà dei miei beni ai poveri, e renderò il doppio a tutti quelli che ho in qualunque modo danneggiati » (S. Luc. XIX) Di maniera chè, M. F., la sola visita di Gesù Cristo, fece d’un gran peccatore un gran santo, poiché egli ebbe la felicità di perseverare fino alla morte. — Leggiamo nell’Evangelo che, quando Gesù Cristo entrò nella casa di S. Pietro, questi lo pregò di guarirgli la suocera, travagliata da febbre violenta. Gesù Cristo comandò alla febbre di lasciarla e all’istante ella fu guarita; tanto che poté servirli a tavola (S. Luc. IV, 38-39). Vedete anche l’emorroissa. Diceva tra sé: « S’io potessi, se avessi la fortuna di toccargli anche solo l’orlo della veste, sarei guarita; » e infatti, quando il Salvatore passò, ella si gettò a’ suoi piedi, toccò e fu guarita perfettamente (S. Matth. IX, 20). E perché il Signore andò a risuscitare Lazzaro, morto da quattro giorni?… Non è forse perché l’aveva ricevuto spesso in casa sua, che Gesù gli mostrò così vivo attaccamento da versar lagrime presso la sua tomba? (S. Giov. XI). Gli uni gli chiedevano la vita, gli altri la guarigione del corpo; e nessuno mai si ritirò senza aver ottenuto ciò che domandava. Pensate voi s’Egli vorrà negare ora ciò che gli si domanda. Quali torrenti di grazie non deve accordare, quando è Lui stesso che viene nei nostri cuori, desideroso di fissarvi la sua dimora per tutto il resto dei nostri giorni! Oh! M. F., quale felicità per chi riceve, con le dovute disposizioni, Gesù Cristo nella santa Comunione!… Ah! chi potrà mai comprendere la fortuna del Cristiano che riceve Gesù Cristo nel suo cuore, il quale per ciò stesso diventa un piccolo cielo; da solo, Egli è tanto ricco quanto tutto il cielo insieme. Ma, mi direte, perché dunque la maggior parte dei Cristiani è così insensibile a questa felicità, tantoché molti anzi la disprezzano e si beffano di quelli che sono sì lieti di ricevere Gesù Cristo? — Ahimè, mio Dio! Quale sventura è mai paragonabile a questa? È perché questi poveri infelici non hanno mai conosciuto né gustato la grandezza di questa felicità. Infatti, F. M., un uomo, una creatura, nutrirsi, saziarsi del suo Dio, farne il suo cibo Quotidiano! … O miracolo dei miracoli ! o amor degli amori!… o felicità delle felicità, ignota agli Angeli stessi!… 0 mio Dio! qual gioia per un Cristiano che ha fede sapere che, levandosi dalla sacra Mensa, se ne va col cielo nel cuore!… Oh! felice la casa in cui abitano questi Cristiani!… qual rispetto non si deve aver per loro in quel giorno! Avere nella propria casa un secondo tabernacolo, in cui ha risieduto realmente il buon Dio in Corpo ed in Anima!… Ma, forse mi direte ancora, se questa felicità è sì grande, perché la Chiesa oi comanda di comunicarci una volta all’anno? — Questo comando, M. F., non è per i Cristiani buoni, ma per i tiepidi e indifferenti per la povera anima loro. Nei primi tempi della Chiesa, il più gran castigo che si poteva infliggere ai Cristiani era di privarli di questa felicità. Ogni volta che essi assistevano alla santa Messa, avevano anche la bella sorte di comunicarsi. Mio Dio! come è mai possibile che i Cristiani possano stare tre, quattro, cinque e anche sei mesi senza dare questo nutrimento celeste alla povera anima loro? Essi la lasciano morir di miseria!… Mio Dio! Quale sventura! quale accecamento!… mentre hanno tanti rimedi per guarirla, e un nutrimento sì efficace per conservarle la salute! Ah! F. M., diciamolo con le lagrime agli occhi, non si risparmia nulla per il corpo che dopo tutto dovrà, tosto o tardi, essere distrutto e corroso dai vermi; e 1’anima, creata ad immagine di Dio, l’anima immortale, la si disprezza, la si tratta con la peggiore delle crudeltà!… La Chiesa vedendo come i Cristiani perdevano di vista la salute delle loro povere anime, sperando che il timor del peccato avrebbe fatto loro aprire gli occhi, li obbligò a comunicarsi tre volte all’anno: a Natale, a Pasqua e a Pentecoste. Ma più tardi vedendoli diventare sempre più insensibili alla loro sventura, finì per non obbligarli che una volta sola all’anno. Mio Dio! quale sciagura e quale accecamento per un Cristiano, esser costretto da leggi a cercare la sua felicità! Di maniera che, quand’anche, M. F., non aveste altri peccati sulla coscienza che quello di non far la vostra Pasqua, voi sareste perduti. Ma ditemi, qual vantaggio potete mai trovare nel lasciare la povera anima vostra in uno stato sì lacrimevole?… Voi siete tranquilli e contenti, se pur si deve credere a ciò che dite; ma ditemi: dove potete trovare la vostra tranquillità e il vostro contento? È forse perché l’anima vostra non attende che il momento in cui la morte la colpirà per piombarla nell’inferno? Forse perché il demonio è vostro padrone? Mio Dio! quale accecamento e quale sventura per chi ha perduto la fede! Perché ancora, F . M., la Chiesa ha stabilito l’uso del pane benedetto che si distribuisce durante la S. Messa, e che, per la benedizione della Chiesa, vien distinto dalle cose ordinarie? Se non lo sapete, ve lo dirò io. È per consolare i peccatori, e, allo stesso tempo, coprirli di confusione. Per consolarli, perché, almeno, il prendere questo pane benedetto li mette in qualche modo a parte della felicità di quelli che ricevono Gesù Cristo, ai quali si uniscono con gran desiderio di riceverlo e con una fede viva. Ma anche per coprirli di confusione: infatti, quale confusione, se la loro fede non è ancora spenta, veder un padre, una madre, un fratello, una sorella, un vicino, una vicina, accostarsi alla sacra Mensa, nutrirsi del Corpo adorabile di Gesù Cristo; mentre essi sono esclusi. Quale sventura, mio Dio! e tanto più grande quanto meno compresa!… Sì, M. F., tutti i santi Padri ci dicono che, ricevendo Gesù Cristo nella santa Comunione, noi riceviamo ogni sorta di benedizioni per il tempo e per l’eternità. Infatti, s’io domando a un fanciullo: « Dobbiamo desiderare di comunicarci? — Sì, mi risponde. — E perché? — Per gli effetti eccellenti che la santa Comunione produce in noi. — Quali sono questi effetti? La santa Comunione ci unisce intimamente a Gesù Cristo, indebolisce la nostra inclinazione al male, aumenta in noi la vita della grazia, è per noi il principio e « il pegno della vita eterna. »

1° In primo luogo, la santa Comunione ci unisce intimamente a Gesù Cristo. Unione sì intima, questa, F. M., che Gesù Cristo stesso ci dice: « Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in me e Io in lui: la mia Carne è veramente cibo, il mio Sangue è veramente bevanda » (S. Giov. VI, 56-57) di maniera che, per la S. Comunione il Sangue adorabile di Gesù Cristo scorre veramente nelle nostre vene; la sua Carne è veramente commista alla nostra; ciò che faceva dire a S, Paolo: « Non sono io che opero, che penso, ma è Cristo che opera e pensa in me. Non io vivo, ma vive Cristo in me » (Gal. II, 20) S. Leone ci dice che quando abbiamo la grande ventura di comunicarci, noi chiudiamo davvero in noi stessi il Corpo adorabile e il prezioso Sangue di Cristo. F. M., comprendete voi bene tutta la grandezza di questa felicità? Ah! no, no; comprenderla bene non lo potremo che in cielo. Mio Dio! una creatura arricchita di tanto dono!…

2° In secondo luogo, ricevendo Gesù Cristo nella santa Comunione, vi riceviamo un aumento di grazie, ciò che è facile a comprendersi. Poiché, ricevendo Gesù Cristo, riceviamo la fonte di ogni sorta di benedizioni spirituali, che si spandono nelle anime nostre. Infatti, M. F., chi riceve Gesù Cristo, sente rianimarsi in sé la fede; tutti noi ci sentiamo più penetrati delle verità della nostra santa Religione; sentiamo meglio la gravità del peccato e i suoi pericoli; il pensiero del giudizio ci colpisce di più, siamo più sensibili alla perdita di Dio. Ricevendo Gesù Cristo il nostro spirito si fortifica; ci sentiamo più fermi nel combattere; le nostre intenzioni in tutto ciò che facciamo sono sempre più pure; il nostro amore s’infiamma sempre più. Il pensiero che possediamo Gesù nei nostri cuori, il piacere che proviamo in quel momento felice sembra unirci e legarci talmente a Dio che il nostro cuore non può pensare, non può desiderare che Dio solo. Ci riempie tanto il pensiero del possesso perfetto di Dio che la vita ci par troppo lunga, e invidiamo non quelli che vivono molti anni, ma quelli che partono presto per andare a riunirsi a Dio per sempre. Tutto ciò che ci annuncia la distruzione del nostro corpo ci allieta. Ecco, M. F., il primo effetto che la santa Comunione produce in noi, quando siamo tanto avventurati da ricevere Gesù Cristo degnamente.

3° In terzo luogo, la santa Comunione indebolisce la nostra tendenza al male, ciò che pure è facilissimo a comprendersi. Il Sangue preziosissimo di Gesù Cristo che scorre nelle nostre vene, e il suo Corpo adorabile, che si compenetra col nostro, non può a meno di distruggervi o almeno diminuirvi la tendenza al male, che il peccato di Adamo vi ha fatto nascere. Tanto vero ciò, che, appena ricevuto Cristo, si prova un gusto nuovo per le cose del cielo e un nuovo disprezzo per le cose create. Ditemi, F. M., come volete che l’orgoglio possa entrare in un cuore, dove è appena disceso un Dio che, scendendo in quell’anima, s’è umiliato fino all’annientamento? Potrebbe egli acconsentire di credersi qualche cosa? Al contrario potrà egli trovar abbastanza di che umiliarsi e disprezzarsi? Un cuore che ha appena ricevuto in sé un Dio sì puro, che è la santità stessa, non sentirà nascere in sé l’orrore più profondo per il minimo peccato di impurità? Non sarebbe anzi egli disposto a lasciarsi tagliare a pezzi piuttosto che acconsentire, non dico a una cattiva azione, ma anche solo a un cattivo pensiero? Un cuore che ha appena ricevuto nella santa Comunione Colui che, padrone di tutto, ha passato la sua vita nella più stretta povertà, tanto che aveva solo una manata di paglia su cui posare il capo, e morì ignudo su di una croce; dite, come potrà questo cuore attaccarsi ai beni del mondo, vedendo la condotta di Gesù? Una lingua che ha appena appena goduto la felicità di toccare il suo Creatore e il suo Salvatore, come mai oserebbe darsi a parole sconce, a baci impuri? No, senza dubbio, non l’oserà mai. Quegli occhi che, poco fa desideravano sì vivamente contemplare il loro Creatore, più puro dei raggi del sole, come potrebbero, dopo tale felicità, fissarsi sopra oggetti impuri? Pare impossibile. Un cuore che ha appena servito di trono a Gesù Cristo, come potrebbe cacciarnelo, per mettere al suo posto il peccato, o piuttosto il demonio stesso? Ancora: un cuore che ha gustato una volta i casti abbracci del suo Salvatore, come potrebbe trovare altra felicità che in Lui? Un Cristiano che ha appena ricevuto Gesù Cristo, morto per i suoi nemici, come potrebbe voler male a chi gli avesse fatto qualche torto? No, senza dubbio; il suo piacere sarà di fargli del bene, quanto potrà. Così S. Bernardo diceva ai suoi religiosi: « Figli miei, se vi sentite meno portati al male e più al bene, ringraziatene Gesù Cristo che vi accorda questa grazia nella santa Comunione. »

4° In quarto luogo, la santa Comunione è per noi « il pegno della vita eterna » (Futuræ gloriæ nobis pignus datur. Off. Ss. Sacramenti) di guisa che la santa Comunione ci assicura il cielo. E un’arra che il cielo ci offre per dirci che un giorno esso sarà la nostra dimora; e, di più, Gesù Cristo risusciterà i nostri corpi tanto più gloriosi quanto più spesso l’avremo degnamente ricevuto. Oh, M. F.! se potessimo comprender bene quanto brama Gesù di venire nelle anime nostre!… Una volta entratovi, non vorrebbe uscirne più, non più separarsi da noi né in vita né dopo morte. Leggiamo nella vita di S. Teresa che essendo apparsa dopo morte ad una religiosa, in compagnia di nostro Signore, questa, meravigliata di vederla assieme a Gesù Cristo, domandò al Salvatore perché le apparisse così. E Gesù stesso le rispose che Teresa gli era stata sì unita in vita per mezzo della santa Comunione, ch’Egli non poteva più staccarsene. No, M. F., non c’è cosa che possa tanto abbellire i nostri corpi per il cielo, quanto la santa Comunione. Oh, F. M.! qual gioia dovranno godere quelli che si saranno comunicati spesso e degnamente durante la vita!… Il Corpo adorabile di Gesù Cristo e il suo Sangue prezioso, sparsi in tutto il nostro essere, saranno simili ad uno splendido diamante, che pure nascosto da un velo, risalta assai bene. Se avete qualche dubbio, ascoltate S. Cirillo d’Alessandria dirci che colui che riceve Gesù Cristo nella santa Comunione gli rimane così unito ch’essi diventano come due pezzi di cera fusa, i quali finiscono per non formarne che uno solo e si mescolano e si confondono talmente che non si possono più separare. Oh! F. M., quale felicità per un Cristiano che arriva a comprendere questo grande mistero !… S. Caterina da Siena esclamava nei suoi trasporti d’amore: « Oh, mio Dio! oh, mio Salvatore! quale eccesso di carità e di bontà! darvi con tanta premura alle vostre creature!… E, dando Voi stesso, date tutto ciò che avete, tutto ciò che siete. Tenero Salvator mio, gli diceva ella, irrorate, ve ne scongiuro, la mia povera anima col vostro Sangue prezioso, nutrite il mio col vostro Corpo adorabile, affinché il mio corpo e l’anima mia non aspirino che a piacere unicamente a voi e a possedervi. „ S. Maddalena de’ Pazzi ci dice che basterebbe una sola Comunione fatta con tenerezza d’amore e con cuor puro, per sublimarci alla più alta perfezione. La beata Vittoria diceva a quelli che vedeva languire nel cammino del cielo: « Perché, figliuoli miei, vi trascinate così sulle vie della salvezza? Perché avete sì poco coraggio per lavorare, affine di meritare la gran felicità di andare ad assidervi alla sacra Mensa e mangiarvi il pane degli Angeli che tanta forza apporta ai deboli ? Oh! se sapeste quanto questo pane celeste addolcisce le miserie della vita! Oh! se aveste gustato anche solo una volta quanto Gesù è buono e benefico con chi lo riceve nella santa Comunione!… Andate, figli miei, mangiate questo pane dei forti, e ne ritornerete pieni di gioia e di coraggio, né più desidererete che il dolore, i tormenti e la lotta per piacere a Gesù Cristo. „ S. Caterina da Genova era così affamata di questo pane celeste, che non poteva vederlo nelle mani di un Sacerdote, senza sentirsi morir d’amore, tanto era il suo desiderio di possederlo. « Ah, Signore! esclamava, venite a me! mio Dio, venite a me! io non posso più resistere! O mio Dio, venite, di grazia, in fondo al mio cuore: mio Dio, non ne posso più! Voi siete tutta la mia gioia, tutta la mia felicità, tutte il nutrimento dell’anima mia! » Oh, M. F.! se noi potessimo comprendere una minima parte di questa felicità, non potremmo più desiderar la vita se non per assicurarci questa felicità; fare cioè di Gesù il nostro pane d’ogni giorno. F. M., tutte le cose create non sarebbero più nulla, noi le disprezzeremmo assolutamente per attaccarci a Dio solo, e tutti i nostri passi, tutte le nostre azioni non tenderebbero ad altro che a renderci sempre più degni di riceverlo.

II. — Tuttavia, M. F., se noi possiamo ricevere tanti beni nella santa Comunione, occorre anche che, da parte nostra ci adoperiamo di rendercene degni. E lo vedremo ben chiaro. — Se domando a un fanciullo quali sono le disposizioni necessarie per comunicarsi bene, vale a dire per ricevere degnamente il Corpo adorabile e il Sangue preziosissimo di Gesù Cristo, affine di ricevere tutte le grazie accordate a tutti i ben disposti, egli mi risponde: « Ci sono due sorta di disposizioni, le une che riguardano il corpo, le altre che riguardano l’anima. „ Siccome Gesù Cristo viene e nel nostro corpo e nella nostra anima, così dobbiamo rendere l’uno e l’altra degni di tale felicità.

1° La prima disposizione che riguarda il corpo, consiste nell’esser digiuni dalla mezzanotte; non aver cioè mangiato né bevuto assolutamente nulla, nulla aver messo in bocca, neppure… Se dubitaste che fosse già passata la mezzanotte, dovreste rimettere la Comunione a un altro giorno. Ci sono di quelli che si comunicano anche nel dubbio che fosse già passata la mezzanotte. Facendo così si espongono a un gran peccato, o almeno a non ritrarre alcun frutto dalla loro Comunione, ciò che è un gran male, massime se quel giorno fosse ultimo del tempo pasquale, o di un giubileo, o di qualche gran festa; insomma non bisogna farlo mai, sotto qualunque pretesto. – Certe donne gustano il cibo dei loro bambini, se lo mettono alla bocca e credono di non inghiottir niente. Non fidatevi: perché è troppo difficile poterlo fare senza che nulla abbia a discendere per la gola.

2° Occorre un abito pulito, non dico ricco, ma che almeno non sia sucido, né  stracciato: vale a dire, pulito e rassettato; a meno che non se n’avessero proprio altri. Vi sono di quelli che non hanno di che cambiarsi, o che non lo fanno per pigrizia. Per quelli che non ne hanno, niente di male; ma gli altri fanno male, perché è un mancar di rispetto a Gesù Cristo che brama tanto venire nel loro cuore. Bisogna essersi pettinati, aver lavato il viso e le mani; non mai venire alla sacra Mensa senza scarpe, buone o rotte che siano. Non già però che si debbano approvare certe signorine che non fanno differenza tra l’andare alla sacra Mensa e il portarsi al ballo o ad un festino; davvero io non so come possano andare con tanta pompa di vanità a ricevere un Dio umiliato e annientato. Quale contraddizione, mio Dio, quale contraddizione!…

3° La terza disposizione è la purità del corpo. Questo Sacramento è chiamato « il pane degli Angeli » per mostrarci che, per riceverlo degnamente, bisogna accostarsi alla purità degli Angeli quanto più è possibile. S. Giovanni Crisostomo ci dice che quelli che hanno avuto la sventura di lasciar correre il loro cuore dietro un oggetto impuro, devono guardarsi bene dall’accostarsi a ricevere il pane degli Angeli, perché il Signore li castigherebbe. Ai primordi della Chiesa, uno che avesse peccato contro la bella virtù della purezza era condannato a non comunicarsi per tre anni continui; e, se vi ricadeva, per sette anni; ciò che è facile a comprendersi perché questo peccato macchia l’anima e il corpo. S. Giovanni Crisostomo ci dice ancora che la bocca che riceve Gesù Cristo e il corpo che lo accoglie devono esser più puri che i raggi del sole. Occorre che tutto il nostro esterno dica a quelli che ci vedono che noi ci prepariamo a qualcosa di grande. Che se, per comunicarci, sono già tanto necessarie le disposizioni del corpo, lascio pensare a voi, o F. M., quante più dovranno esserlo quelle dell’anima per meritare le grazie che Gesù ci porta venendo in noi per mezzo della santa Comunione. Sì, F. M., quando ci portiamo alla sacra Mensa, se vogliamo ricevere Gesù con disposizioni buone, bisogna che la coscienza non ci rimorda di nulla; dobbiamo poter esser convinti d’aver fatto tutto il necessario per esaminarci bene, affine di conoscere i nostri peccati; occorre che la coscienza non ci rimproveri di nulla sull’accusa fatta dei nostri peccati; è necessario essere nella risoluzione di fare, colla grazia di Dio, tutto ciò che dipenderà da noi per non ricadervi, e avere un desiderio sincero di compiere il meglio possibile la penitenza assegnataci. Per penetrarci bene della grandezza dell’azione che stiamo per compiere, dobbiamo da principio guardare la sacra Mensa come il tribunale di Gesù Cristo, al quale saremo giudicati. Se abbiamo avuto la sventura di non accusarci bene dei nostri peccati, d’averne taciuto o svisato qualcuno, persuadiamoci bene che non è Gesù Cristo che andiamo a ricevere, ma il demonio. Oh! F. M., quale orrore mettere Gesù Cristo sotto i piedi del demonio!… Leggiamo nel Vangelo che Gesù istituì l’adorabile sacramento dell’Eucaristia, in una stanza ben pulita e arredata per mostrarci con quanta cura dobbiamo abbellire l’anima nostra con ogni sorta di virtù per ricevere Gesù Cristo nella santa Comunione. E, di più, prima di porgere il suo Corpo adorabile e il suo Sangue prezioso, Gesù si levò da mensa e andò a lavare i piedi de’ suoi apostoli (S. Giov. XIII, 4), per farci comprendere quanto dobbiamo essere esenti da qualunque peccato, anche più leggiero, vale a dire, non avere alcun affetto neppure al peccato veniale. Rinunciare perfettamente a noi stessi in tutto ciò che è contro coscienza; non avere alcuna difficoltà di parlare a quelli che ci hanno offesi, o di incontrarli; portarli anzi in cuore… Diciamo anche meglio, F. M., quando andiamo a ricevere il Corpo di Gesù Cristo nella santa Comunione, dobbiamo sentirci in istato di poter morire e comparire con confidenza dinanzi al tribunale di Cristo. S. Agostino ci dice: « Se volete comunicarvi in modo da piacere a Gesù Cristo, dovete essere assolutamente staccati da tutto ciò che possa tanto o poco dispiacere a Dio. » E S. Giovanni Crisostomo: « Quando cadete in qualche peccato mortale, dovete confessarvene subito; ma poi dovete stare qualche tempo prima di accostarvi alla santa Mensa, per aver tempo di far penitenza. Deplorate, continua egli, la sventura di quelli che, dopo essersi confessati di gravi peccati mortali, domandano subito la santa Comunione, credendo che la sola confessione basti. No; bisogna anche piangere i nostri peccati e farne penitenza, prima di ricevere Gesù Cristo nei nostri cuori. » S. Paolo dice a tutti « di purificar bene l’anima nostra da qualunque macchia prima di ricevere il pane degli Angeli, il Corpo adorabile e il Sangue prezioso di Gesù Cristo » (I Cor. XI, 28), perché se l’anima non fosse tutta pura, attireremmo sopra di noi ogni sorta di sventure per questo mondo e per l’altro. » –  E S. Bernardo: « Per comunicarci degnamente dobbiamo fare come il serpente, quando vuol bere a suo agio. Perché l’acqua gli giovi, sprizza fuori il veleno. Noi dobbiamo fare lo stesso: quando vogliamo ricevere Gesù Cristo, dobbiamo gettar via il nostro veleno, che è il peccato, veleno dell’anima nostra e di Gesù Cristo; ma, ci dice questo gran santo, dobbiam gettarlo via per davvero. Figli miei – continua egli – deh! non avvelenate Gesù Cristo nel vostro cuore. » Sì, F. M., quelli che vanno alla sacra Mensa senza aver prima purificato il loro cuore, devono temere assai d’incontrare lo stesso castigo di quel servo che osò mettersi a tavola senza la veste nuziale. Il padrone comandò a’ suoi ministri di prenderlo, di legarlo mani e piedi e gettarlo fuori nelle tenebre Allo stesso modo, M. F., all’ora della morte Gesù Cristo dirà a quelli che avranno avuto la disgrazia di riceverlo senza essersi convertiti: « Perché avete avuto l’audacia di ricevermi nei vostri cuori, macchiati di tanti peccati? » No, F. M., non dimentichiamo mai che per comunicarci bene, dobbiamo essere convertiti davvero e veramente risoluti di perseverare. Abbiamo visto che quando Gesù volle dare il suo Corpo adorabile e il Sangue suo prezioso agli Apostoli per mostrar loro quanto occorresse esser puri per riceverlo, arrivò persino a lavar loro i piedi. Con ciò volle mostrarci che non potremmo mai esser troppo mondi dai nostri peccati, anche veniali. E vero che il peccato veniale non rende le nostre Comunioni indegne, ma è causa per cui tanta felicità non ci giovi quasi a nulla. La prova è evidente. Vedete quante Comunioni nella nostra vita! Ebbene: siamo noi per questo divenuti migliori? — No, senza dubbio; e la vera causa di ciò è il conservar quasi sempre le nostre cattive abitudini e il non correggerci mai, una volta meglio dell’altra. Noi abbiamo orrore per quei grandi peccati che danno la morte all’anima; ma per tutto quelle piccole impazienze, per quelle mormorazioni quando ci tocca qualche disgrazia o qualche dispiacere, per quei sotterfugi nel parlare,… via, ciò non costa molto. Vedete però che, malgrado tante confessioni e tante Comunioni, voi siete sempre quelli di prima; e che le vostre confessioni, già da molt’anni, non sono che la solita ripetizione degli stessi peccati, i quali, sebbene veniali, non per questo v’impediscono meno di perder quasi tutto il merito delle vostre Comunioni. Vi si sente dire, ed è vero, che voi non valete oggi più di ieri; ma chi v’impedisce di correggervi dei vostri difetti?… Se siete sempre gli stessi è appunto perché non volete mai fare il minimo sforzo per correggervi: non volete soffrire nulla, in nulla essere contraddetti; vorreste che tutti vi amassero e avessero di voi buona opinione, cosa troppo difficile. Procuriamo, M. F., di lavorare per distruggere tutto ciò che può in qualunque modo dispiacere a Gesù Cristo; e vedremo come le nostre Comunioni ci faranno camminare a gran passi verso il cielo; e più ci comunicheremo, più ci sentiremo staccati dal peccato e portati a Dio. – Dice S. Tommaso, che la purità di Gesù Cristo è sì grande che il minimo peccato veniale gli impedisce di unirsi con quella intimità che vorrebbe. Per ben ricevere Gesù Cristo bisogna avere nello spirito e nel cuore una gran purità d’intenzione. Ci sono di quelli che pensano al mondo, alla stima o al disprezzo ch’esso avrà di loro: ciò non importa niente. Altri vanno in quei dati giorni per abitudine. Ecco, F. M., delle povere Comunioni, poiché mancano di purità d’intenzione. M. F., ciò che deve spingerci alla sacra Mensa è:

1° perché Gesù Cristo ce lo comanda sotto pena di non conseguire la vita eterna,

2° perché ne abbiamo un gran bisogno per fortificarci contro il demonio;

3° per staccarci dalla terra e attaccarci a Dio. Miei cari, pei aver la grande felicità di ricevere Gesù Cristo, felicità sì grande che tutti gli angeli c’invidiano… (essi possono solo amarlo e adorarlo come noi, ma non come noi riceverlo, ciò che sembra elevarci al disopra degli angeli stessi)… lascio ora pensare a voi con quale purità, con quale amore dobbiamo presentarci a Gesù Cristo per riceverlo. Dobbiamo inoltre comunicarci per ricevere le grazie di cui abbiamo bisogno. Se abbiamo bisogno di umiltà, di pazienza di purezza, ebbene, F . M., tutto ciò troveremo nella santa Comunione, e con ciò tutte le grazie necessarie ad un Cristiano.

4° Dobbiamo andare alla sacra Mensa per unirci a Gesù Cristo, affinché Egli ci trasformi in se stesso, ciò che succede a tutti quelli che Lo ricevono santamente. Se ci comunichiamo spesso e degnamente, i nostri pensieri, i nostri affetti, tutte le nostre azioni, tutti i nostri passi hanno lo stesso fine di quelli di Gesù Cristo quand’era sulla terra. Allora amiamo Dio, ci commoviamo a tutte le miserie spirituali e temporali del prossimo e non pensiamo affatto ad attaccarci alla terra; il nostro cuore, il nostro spirito non pensano, non aspirano che al cielo. – Si, F. M., per fare una buona Comunione, bisogna avere una fede viva in questo grande mistero. Siccome questo Sacramento è un “mistero di fede, „ bisogna credere davvero che Gesù Cristo è realmente presente nella Ss. Eucaristia, ch’Egli vi è vivo e glorioso come in cielo. Altre volte, prima di porgere la santa Comunione, il Sacerdote, tenendo tra le dita la Ss. Eucaristia, diceva ad alta voce: « Credete, che il Corpo adorabile e il Sangue prezioso di Gesù Cristo è veramente in questo Sacramento? » Allora tutti i fedeli rispondevano: « Sì, lo crediamo » 1 . (S. Ambrogio, De Sacramenti, lib. IV, cap. 5). Oh! quale felicità per un Cristiano venir a prostrarsi alla Mensa dei vergini, a ricevere il Pane dei forti!… No, F. M., non c’è nulla che possa renderci sì terribili al demonio quanto la santa Comunione. – Più ancora: essa ci conserva non solo la purità dello spirito, ma altresì quella del corpo. Vedete S. Teresa. Era divenuta sì cara a Dio per la Comunione che faceva sì spesso e sì degnamente, che un giorno Gesù Cristo le apparve e le disse che ella gli piaceva tanto che quand’anche non ci fosse stato il cielo, ne avrebbe creato uno apposta per lei. Vediamo nella sua vita che una domenica di Pasqua, dopo la santa Comunione, ella fu sì rapita in Dio che, ritornata in sé, si sentì la bocca tutta ripiena del Sangue adorabile di Gesù Cristo, che pareva uscir dalle sue vene; ciò che le comunicò tanta dolcezza, che ella credette morirne di amore. « Io vidi – ella racconta – il mio divin Salvatore, il quale mi disse: Figlia mia, voglio che questo Sangue che ti è causa di tanto amore serva a salvarti: non temere giammai che la mia misericordia ti venga meno. Quando ho versato questo Sangue prezioso, non ho provato che dolori e amarezze; ma tu ricevendolo non ne avrai che dolcezza e amore. » Spesso quand’ella si comunicava, gli Angeli scendevano in folla dal cielo e parevano porre le loro delizie nell’unirsi a lei per lodare il Salvatore, ch’ella aveva la felicità, di portare in cuore. Spesse volte la santa fu vista presa dagli Angeli alla sacra Mensa e portata su di un’alta tribuna. Oh, F. M.! se noi avessimo anche una volta sola compreso la grandezza di questa felicità, davvero non ci sarebbe bisogno d’esser sollecitati per venirla a godere. S. Gertrude domandava un giorno a Gesù Cristo che cosa bisognasse fare per riceverlo il più degnamente possibile. Gesù le rispose che bisognava desiderare l’amor di tutti i santi insieme, e che quest’unico suo desiderio sarebbe stato appagato. Volete sapere, F. M., come dovete comportarvi quando volete gustare la felicità di ricevere Gesù Cristo? Fate come quel buon Cristiano che si comunicava ogni otto giorni; egli ne impiegava tre in ringraziamento e tre in preparazione. Ebbene, che cosa vi impedisce di fare anche voi tutte le vostre azioni per questo scopo? Trattenetevi con Gesù Cristo che regna nel vostro cuore; pensate che verrà sull’altare e di là scenderà nel vostro cuore per visitare l’anima vostra e arricchirla d’ogni sorta di beni e di felicità. Invochiamo la santa Vergine, gli Angeli, i Santi affinché preghino il buon Dio che possiamo riceverlo più degnamente che ci sarà possibile. Quel giorno veniamo più per tempo alla S. Messa e ascoltiamola anche meglio delle altre volte. Il nostro spirito e il nostro cuore devono essere continuamente ai piedi del tabernacolo, continuamente sospirare il felice momento; i nostri pensieri non devono più essere di questo mondo, ma tutti celesti; e dobbiamo esser così inabissati nel pensiero di Dio, da sembrar morti al mondo. Dobbiamo avere con noi il nostro libro di pietà, il nostro rosario e dire le nostre orazioni col maggior fervore possibile per rianimare in noi la fede, la speranza e un grande amore per Gesù che, del nostro cuore, farà, fra qualche istante, il suo tabernacolo, o, per dir più esatto, un piccolo cielo. Quale felicità, mio Dio, quale onore per misere creature come siamo noi! Gli dobbiamo inoltre un gran rispetto, noi esseri così miserabili!… Ma tuttavia speriamo ch’Egli avrà egualmente pietà di noi. Dopo i vostri atti di preparazione, dovete offrire la vostra Comunione per voi o per altri; poi alzatevi e andate alla sacra Mensa con grande modestia, la quale mostri che andate a compiere qualcosa di grande; prostratevi in ginocchio e sforzatevi di rianimare in voi la fede che vi faccia sentire tutta la grandezza della vostra felicità. Il vostro spirito e il vostro cuore siano tutti di Dio. Non girate attorno la testa, tenete gli occhi bassi, le mani giunte e recitate il Confiteor. Se dovete aspettare, eccitatevi a un grande amore a Gesù e pregatelo umilmente che si degni venire nel vostro povero e miserabile cuore. Dopo che avrete avuto la grande felicità di comunicarvi, levatevi con modestia, tornate al vostro posto, mettetevi in ginocchio e non prendete subito un libro o il rosario; ma intrattenetevi un momento con Gesù Cristo, che avete la felicità di possedere nel vostro cuore, nei quale, per un quarto d’ora, vive in Corpo ed Anima, come durante la vita mortale. Oh, felicità infinita!… chi mai potrà comprenderla bene? Ahimè! quasi nessuno la comprende.’… Dopo che avrete domandato al buon Dio tutte le grazie che desiderate per voi e per gli altri, riprendete il vostro libro e continuate. Finiti i vostri atti dopo la Comunione, invitate la santa Vergine, tutti gli Angeli, tutti i Santi a ringraziare il buon Dio per voi. Guardatevi bene dallo sputare, almeno per una buona mezz’ora; né uscite subito dopo la S. Messa, ma fermatevi un poco per domandare a Dio la grazia di confermarvi bene nei vostri propositi. Usciti di chiesa, non fermatevi a chiacchierare, ma, pensando alla felicità che avete di possedere in voi Gesù Cristo, tornatevene a casa. Se vi avanza qualche momento libero nelle vostre occupazioni, adoperatelo in qualche buona lettura o fate una visita al Ss. Sacramento per ringraziare il buon Dio della grazia che vi ha fatto il mattino, e occupatevi delle cose del mondo il meno possibile. Vegliate in modo su tutti i vostri pensieri, parole e azioni, da conservare la grazia di Dio per tutta la vostra vita. – Che cosa concludere da tutto questo?… Nient’altro, M. F., se non che tutta la nostra felicità deve consistere nel vivere in modo da esser degni di ricevere spesso Gesù Cristo, poiché è appunto per questo mezzo che noi possiamo sperare quel cielo, ch’io auguro a tutti di cuore.