IL MAGISTERO ORDINARIO INFALLIBILE

S. S. GREGORIO XVII:

“IL MAGISTERO IMPEDITO”

IL MAGISTERO ORDINARIO INFALLIBILE

[«Renovatio», III (1968), fasc. 2, pp. 151-152.]

Alcuni episcopati nazionali hanno fatto oggetto di loro lettere collettive il magistero della Chiesa nei suoi diversi aspetti e rapporti. Questi venerandi documenti mettono il dito sul punto più interessante e necessario della teologia moderna, che è anche il più insidiato. Infatti, col Magistero pienamente rispettato, la Chiesa nella sua missione ha consistenza ed efficacia; messo in dubbio o in qualche modo diminuito o taciuto il Magistero, tutto volge verso il relativismo, quindi verso il disordine e la dissoluzione della unità nella fede e nel resto. E la grande alternativa del nostro tempo. Noi sappiamo che la Chiesa non verrà mai meno e che, pertanto, la affermazione di quella alternativa non significa la possibilità d’un suo decadimento, ma solo la possibilità di un suo tormento. La saggezza degli uomini deve cercare di evitarglielo. – Riteniamo di dover «focalizzare» questo argomento. Il punto più importante, non in sé, ma in ordine alla vita della Chiesa è quello del magistero ordinario infallibile. Ed ecco perché. – La verità rivelata viene via via a confronto con affermazioni opposte e mutevoli, con atteggiamenti devianti, con interpretazioni alternative. – Deve essere pertanto difesa ed insegnata «tutti i giorni» ed in modo adatto ai fatti ed alle contraddizioni, che via via si succedono. Se questo insegnamento non fosse continuo, fedele ed opportuno, la vita religiosa oscurata dalle male interpretazioni non potrebbe reggere. La Chiesa ha il dovere di questo insegnamento continuo. Non lo può fare con le sole definizioni del magistero solenne. Queste si hanno qualche volta in un secolo e, per gli uomini effimeri, cento anni sono troppo lunghi. Il dovere più immediato e necessario la Chiesa lo compie adunque col magistero ordinario (CJC, 1323; D.S. 1792). Proviamoci a pensare ad una Chiesa che si trovi innanzi a interpretazioni esplosive del suo sacro deposito e che debba attendere mezzo secolo, un secolo per vedersi risolvere una questione da un atto ex cathedra o da un concilio. Nel frattempo tutto languirebbe e la unità sarebbe impossibile. Questa ipotesi non si verifica perché esiste il magistero ordinario. Questo è la necessaria dieta di tutti i giorni. Per vivere non basta la medicina della occasione straordinaria, occorre invece il pane quotidiano. Questo magistero ordinario, quando è “universale” – il che implica che sia con e sotto il Romano Pontefice – è definitivo e irreformabile, ossia è infallibile (CJC 1323). Infatti non ha importanza che i vescovi siano o no uniti sotto uno stesso tetto: l’unione morale, incredibilmente facilitata dai contatti moderni, rende fungibilissima a distanza la prerogativa del collegio episcopale, unito al Papa. Questo è il punto. – Non si comprende la compiacenza con cui questo tema essenziale della vita della Chiesa venga facilmente messo in sordina. La unione morale universale dei vescovi col Papa può farsi in tanti modi e questi modi sono destinati a crescere per la tecnica moderna, non a diminuire. – Il carisma della infallibilità è il carisma della vera pace di tutti i credenti. Proviamoci a pensare per un momento che questi avessero ragione di temere che una affermazione fatta oggi dal Magistero Universale Ordinario potesse essere smentita domani. A chi potrebbero credere? Quale diverrebbe la saldezza della loro fede? La fede ha bisogno della infallibilità e ne ha bisogno tutti i giorni. Oggetto del magistero ordinario infallibile è tutto il deposito della rivelazione divina. – Ma non ci si può fermare qui. Vi sono verità e fatti che sono talmente connessi con la verità rivelata da non potersi rettamente intendere questa, se non fossero dal divino carisma garantiti fermamente anche quelli. – La Chiesa si è servita di questo potere circa le verità «connesse» in modo solenne. La infallibilità goduta nel magistero solenne è la stessa di quella goduta nel magistero ordinario. – Se si cambiassero alcune verità non rivelate, ma necessariamente connesse, cambierebbe il contenuto della Rivelazione, si perderebbe in questa variazione perenne il senso stesso della verità, la Chiesa anziché essere indefettibile sarebbe mutevolissima e rinnegherebbe se stessa più volte in un secolo. – [I grassetti sono redazionali]

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO: UNITÀ DELLA CHIESA

Gregorio XVII: Il Magistero impedito

UNITÀ DELLA CHIESA

[«Renovatio», II (1967), fasc. 4, pp. 507-508]

Il discorso è opportuno, se non necessario, perché in qualche momento si fa insistente la menzione della «chiesa locale» o «particolare». Le chiese locali sono sempre esistite; pertanto se il discorso circa le medesime si fa più insistente, una ragione ci deve essere. E bisogna che la ragione sia buona. Perché sia tale, nulla c’è di meglio che richiamare la idea da Cristo lasciata circa la unità della Chiesa. Con questa idea ben chiara, diventa subito chiaro il concetto del «ruolo» nelle «chiese particolari». Anzitutto il Fondatore della Chiesa ha parlato sempre di un «solo» Regno. Pertanto la «unità» della Chiesa, ne vuole la «unicità». – Cristo non ammette moltiplicazioni del Suo Regno, nel senso vero e proprio. Ma ha voluto, non meno, la «unità» interna della Chiesa. Ciò in due modi essenziali. Il primo è la unità della «Fede». Si tratta del consenso nella stessa «idea», semplice e complessa ad un tempo, organica e ricchissima, quale Egli ha rivelato. Ha chiesto l’adesione della mente (tale è appunto l’atto di fede) ad un’unica verità, da Lui proposta, intangibile, immutabile, anche se indefinitamente sempre più intelligibile, garantita per di più dalla esistenza di un Magistero infallibile, perfettamente individuato. Il Magistero ha proprio la funzione di assicurare, nella variazione delle circostanze e nella ricchezza delle deduzioni od applicazioni, la perenne unità della fede, nel tempo e nello spazio. – Il secondo è la unità del regime. Infatti ha dato alla Sua Chiesa un Primate, un capo munito di impressionanti poteri: Pietro. Il Collegio stesso dei Vescovi trova la sua operante unità nell’essere con questo Capo. Tutto ciò significa appunto la unità del regime. E la unità interna della Chiesa, che si lega indissolubilmente con la unicità. – Messo ben chiaro il pensiero di Cristo, diventa chiaro il concetto della Chiesa locale. La Chiesa locale è «in sé», ma non è «a sé». Essa poggia sulla istituzione dell’episcopato monarchico, al punto che non esisterebbe, nella attuale costituzione della Chiesa, senza l’episcopato. La presenza del Vescovo – non di un qualunque presidente – dà alla Chiesa particolare una consistenza «in sé stessa», perché il Vescovo succede nell’apostolato e ne porta con sé, ben oltre una semplice delegazione, i poteri sufficienti a costituire una organica operante comunità, che insieme cammina verso la eterna salute. La Chiesa locale, tuttavia, non è «a sé». Ciò perché il Vescovo, ogni Vescovo, tanto come capo di una definita e limitata comunità particolare, quanto come membro del Collegio episcopale fa capo a Pietro. – Vediamo ora la Chiesa locale sotto il profilo della «unità interna» della Chiesa cattolica. La Chiesa locale, per quanto portatrice anch’essa della divina Tradizione, per quanto attrice anch’essa di un consenso esplicativo, deduttivo, applicativo delle verità della Fede, non fa da sola il Magistero infallibile. Questo, nella sua forma ordinaria, richiede un consenso e questo consenso fa capo ad un vertice necessario: Pietro. Nella forma solenne il Magistero sta in Pietro e, quando sta nel Collegio episcopale, ha bisogno di Pietro. Nell’aspetto più profondo e delicato del suo essere, in quello cioè della Fede, della idea, della concezione di tutte le cose relative alla salvezza eterna, la Chiesa locale non è valevole da sé, deve far capo a Pietro. La Chiesa locale, per quanto capace in se stessa di un regolamento disciplinare e questo a causa della nozione dell’episcopato come lo ha voluto Cristo (come stato storicamente attuato), deve far capo a Pietro. – Pietro è il centro della unità, ne è il vertice al disotto di Cristo Signore, ma è anche il limite divinamente posto alle competenze particolari, alle insofferenze particolari, quali talvolta per difetto d’uomini si possono rivelare. – La Chiesa locale non è solo elemento di «aggregazione», tanto meno è solo elemento soltanto «federativo»; essa è, per divina volontà, elemento di un organismo che si riduce alla unità in un punto solo. Esattamente come ha scritto al secolo secondo nel suo Adversus Hæreses, Ireneo, Martire e Vescovo di Lione.

IL MAGISTERO IMPEDITO: FUORI DELLA CHIESA NON C’È SALVEZZA

FUORI DELLA CHIESA NON C’È SALVEZZA

S. S. GREGORIO XVII

[«Renovatio», XX (1985), fasc. 1, pp. 5-7].

Ci sono verità delle quali si parla poco o niente. Dunque parliamone. Per distruggere si può usare l’arma della eresia: ma si fa meglio mettendo acqua nel vino e dissolvendo nel silenzio «le parole di Dio». Ecco una verità che brucia: fuori della Chiesa non c’è salvezza. Molti credono che enunciare tale verità sia colpa contro l’Ecumenismo. Costoro si dimenticano che il Decreto sull’Ecumenismo, sancito dal Concilio Vaticano II, si preoccupa di evitare il rischio dell’«indifferentismo ». [Il Santo Padre, per motivi di forza maggiore, si riferisce al falso Concilio, ma in realtà ne sconfessa totalmente i contenuti!].

L’«indifferentismo» è proprio arrivare al punto di non riconoscere che «fuori della Chiesa non c’è salvezza». Non è una proposizione irosa, questa; è una verità di Fede, e può essere ripetuta come atto amabilissimo di carità verso i fratelli. In qualche parte di questo mondo l’effetto di tacerla si è già avuto: le conversioni sono diminuite. In una Nazione, per qualche tempo, quasi scomparvero, perché si è pensato, si è detto e si è scritto che in qualunque forma di Cristianesimo si poteva tranquillamente arrivare al Cielo… Trattandosi di una verità di Fede, la faccenda è grave. – Ripetiamo: si tratta di una verità di Fede. Tutto il Nuovo Testamento esclude chiaramente e senza ombra di dubbio ogni alternativa alla divina rivelazione compiuta in Cristo e tutto quanto si raccoglie attorno al Regno, al Corpo Mistico. Il Regno nel suo aspetto, prima della escatologia, coincide con la Chiesa. La vera Chiesa esclude ogni alternativa, piaccia o non piaccia. Il guaio è che oggi pare per molti che valga più il parere di aprire al mondo, che stare fedelmente con Cristo, Figlio di Dio. – Questa simbiosi tra la Chiesa e l’unica via di salvezza è sempre stata realmente sentita nella Chiesa – ossia nel Magistero -. E esplicitamente richiamata, con inequivocabili parole, tutte le volte in cui c’è un testo da proporre, per esigere una «Professione di Fede». – Basta vedere la Professio Fidei di Durando di Osma (D.S. 423), quella richiesta agli Armeni nel 1361 da Clemente V I (D.S. 3009), la Bolla per i Giacobiti del 1441 (D.S. 714), la Professio Fidei Tridentina (D.S. 999), la Professio Fidei Graecis præscripta, quella præscripta ai Maroniti nel 1743 (D.S. 1473). Nel secolo scorso, la “necessità” della Chiesa rispetto alla salvezza eterna è dichiarata nella Miravi Vos di Gregorio XVI contro De Lamennais (D.S. 1613); nella Quanto Conficiamur di Pio IX contro (proprio) l’«indifferentismo» (D.S. 1677) e nel celebre Sillabo dello stesso Papa (D.S. 1718). L’afferma tutto l’insieme della Pastor Æternus del Concilio Vaticano I. Vi ritorna nella Satis Cognitum Leone XIII nel 1896 (D.S. 1954), etc. Non c’è possibilità di dubbio su questa verità rivelata. È chiara anche la coerenza con l’Antico Testamento (o Vecchia Alleanza), nel quale l’alternativa alla osservanza della Legge del Sinai erano semplicemente la emarginazione e la distruzione. Che si possa pensare come la maestà di Dio creatore, alla quale ogni volontà deve piegarsi, possa eludersi è semplicemente fuori della ragione. Che una «alleanza tra Dio e l’uomo», in qualunque forma pattuita, possa risolversi per deliberazione d’uomo, sicché a lui rimanga qualche altro scampo chissà come e dove, è impensabile. Altra questione è se la divina provvidenza ha mezzi per salvare molti tra quelli che sono «fuori» dell’unica vera Chiesa. La Provvidenza i mezzi li ha. Ma l’impiego di tali mezzi non sarà mai in contrasto coi principi stretti rivelati nel Nuovo Testamento: ossia, in questi eventuali modi di salvezza dovranno essere rispettati l’adesione alla Chiesa, l’accettazione della Fede e l’atto di penitenza dei propri peccati. Dio è coerente – ripetiamo – ; noi possiamo non rispettare la coerenza, sia pure sempre a nostro danno. – Il giusto e doveroso Ecumenismo non sarà mai dispensato dal proporre questa verità a sé e agli altri. I modi per proporre la verità possono essere perfettamente corretti, amabili e persino affettuosi. L’accettazione del primato di Pietro, come roccia sulla quale è edificata la Chiesa, non ha alcuna alternativa: o lo si accetta o si va fuori della via della salvezza!. In fondo in fondo, tutto si riduce a quello che disse Pietro al Sinedrio: «Non c’è altro nome sotto del Cielo, dato agli uomini, in quo oporteat nos salvos fieri» (At. IV, 12). – Dopo d’allora, non è possibile dire diversamente. Il tacere tale verità può equivalere, in talune circostanze, a negarla. È pericoloso essere (come ce ne sono) gli incoscienti chierichetti di Heidegger e di Hegel.

Noi crediamo in Cristo Signore!

IL MAGISTERO IMPEDITO: [di S. S. GREGORIO XVII] ORTODOSSIA: CEDIMENTI, COMPROMESSI (2)

IL MAGISTERO IMPEDITO:

[di S. S. GREGORIO XVII]

ORTODOSSIA: CEDIMENTI, COMPROMESSI (2)

[in: Riv. Dioces, Genov., 1961, pp. 270-308]

L’infiltrazione protestantica tra i cattolici.

Noi dobbiamo amare i nostri fratelli protestanti. Noi crediamo che la bontà divina è grande anche verso di loro, utilizzando le sante e rette intenzioni, tutt’altro che mancanti tra di essi. Noi preghiamo perché si avverino tutte le condizioni necessarie per una loro confluenza nella verità, quale fu fin da principio e quale i padri loro per tanti secoli accettarono. Noi intendiamo acquistare quella carità e umiltà che, dopo la Grazia di Dio, solo servono veramente ad avvicinare le anime. Se pertanto ci accingiamo a parlare, come è nostro preciso dovere, non è affatto contro di loro, quasi fossimo mossi da acredine e disprezzo, no. Non è di loro che qui discorriamo, ma di un clima che è rimasto immanente nella storia moderna da Lutero in poi e che agisce, non attraverso il proselitismo, ma attraverso forme culturali e stati d’animo. Si tratta di un «clima», che periodicamente compare nella storia si chiami esso giansenismo, o illuminismo, od altro che felpatamente ritorna ai giorni nostri. Parliamo adunque di questo «clima» ed insieme di debolezze infiltrate in mezzo a taluni cattolici. La infiltrazione, sulla quale richiamiamo l’attenzione, può talvolta consistere in proposizioni erronee e peggio, magari appena superate; ma qui prendiamo di mira piuttosto metodi, mode, problematiche, stati d’animo, simpatie, i quali, se li obblighiamo ragionando a svelarsi e risolversi nei rispettivi precedenti logici, finiscono coll’arrivare a principi tipicamente propri della Pseudoriforma. La «infiltrazione» non è la lotta; è qualcosa di peggio. Il Concilio Vaticano II costituisce un grande e provvidenziale appello, oltre che al mondo pagano a tutti i nostri fratelli separati [Il Santo Padre, è costretto a concedere qualcosa ai “nemici” che gli avrebbero censurato ed impedito la pubblicazione dello scritto. Ma paradossalmente egli ne trae spunto per affermare la Verità Cattolica di sempre, in contrasto con le evidenti eresie proclamate nel conciliabolo sunnominato. –ndr.-] È ovvio che si studino le questioni in modo da presentarle accessibili a chi vuole la verità e Cristo. È giusto che si eliminino tutte le ragioni non necessarie di dissenso. È cristiano che pertanto si dimostri la massima comprensione. Ma sarebbe insipiente, per riportare altri alla sponda giusta, cominciare a scivolare lungo la china. Chi scivola si perde e salva nessuno. Scriviamo adunque nell’intendimento di seguire il vero apostolico indirizzo del Concilio, ormai praticamente convocato. Il criterio teologico è il mezzo con il quale si giudica e si conclude in teologia. Esso viene ampiamente esposto e documentato in un trattato apposito, il De locis theologicis. Senza di esso non si fa la Teologia. Molti non sanno neppure che esista e tuttavia, mancando del «principio» necessario per discorrere di qualsiasi argomento relativo alla Rivelazione divina ed alla Chiesa, dissertano sul Cristianesimo, cercano di insegnarlo perfino alla sacra gerarchia. Le conseguenze sono facili ad immaginarsi. Il protestantesimo, riducendo tutto alla sola Parola di Dio scritta, rinnegando Tradizione, Magistero e Chiesa e riducendo tutto al «libero esame», ha annullato il trattato De locis theologicis. Se si vuole: ha annullato tutto l’importante corpo di dottrina cattolica, esposto e vagliato nel De locis theologicis. La infiltrazione gravissima protestantica sta nel fatto che, brano a brano, deformazione su deformazione, questo trattato lo si lascia cadere nel nulla. Abbiamo davanti pubblicazioni, nelle quali si parla con accento dubitativo della divina tradizione; abbiamo davanti esempi concreti di indipendenza da qualsivoglia criterio teologico nella interpretazione della sacra Scrittura… Nella prima parte di questa lettera si è parlato di un certo modo di intendere la teologia, la predicazione e le catechesi kerigmatiche, che non può armonizzarsi col sicuro senso cattolico. Quello che là abbiamo esposto può essere riletto e collocato qui. Si tratta di una via inconscia forse ai più, ma vera, per camminare verso il «libero esame». Un punto delicato e necessario del «criterio teologico» è costituito dal magistero ecclesiastico. Il magistero è solenne ed è ordinario. Nel magistero ordinario entrano tutti i vescovi della Chiesa Cattolica. Quando si raduna il Concilio, essi entrano anche in atti del magistero solenne. Si comincia a discutere la autorità dei vescovi. E non si dimentichi che la piramide per noi ha la sua base nella Chiesa. È essa che garantisce e spiega autenticamente la Parola di Dio. Se si comincia a discutere anche marginalmente questa base, messa da Cristo, si sa già dove si andrà a finire logicamente. Difesa la Chiesa è difeso tutto. Attaccata la Chiesa è attaccato tutto. Il diavolo questo lo sa molto bene. – Per capire quanto veniamo dicendo, occorrono due brevi premesse.

a)La Chiesa è la base concreta di tutto. L’abbiamo ripetuto or ora. Intatti Gesù ha consegnato tutto alla Chiesa. Quello che ha insegnato rimane vivente, e non cristallizzato, proprio perché affidato ad un organismo vivente. La stessa sacra Scrittura neotestamentaria è nata entro la Chiesa ed è posteriore alla Chiesa. La verità rivelata, nelle mutevoli epoche della storia, è garantita dall’azione viva del magistero ecclesiastico, il dogma e la morale in costanza vengono porti agli uomini in modo duraturo e sicuro da questa base. Abbiamo detto: la base della piramide. Senza tale base, ogni cosa perde una sostanziale sicurezza, può divenire incerta, discussa, compromessa. Non ci si può mai dipartire da questa verità certa ed essenziale. –  La Chiesa è dove sta Pietro. Infatti il ragionamento fatto per la Chiesa or ora può essere ripetuto per Pietro rispetto alla Chiesa stessa. Con Pietro sono i vescovi. Non si difende Pietro, se si attaccano i vescovi; non si difendono i vescovi se si attacca Pietro. I vescovi sono subordinati a Pietro e pertanto, nella affermazione ora fatta, non vi è la riversibilità perfetta, ma si afferma la unità gerarchica. Ogni fedele ha almeno due superiori dai quali non può prescindere mai, il proprio Vescovo e, al di sopra di lui, il Papa. – Come è vero che la Chiesa è la base della piramide in concreto, così è vero che un cattolico comincia ad essere vero cattolico e vero militante solo colla perfetta subordinazione al «suo» Vescovo, ai vescovi uniti e al Capo dei vescovi, il romano Pontefice. – Si tratta di verità elementari, indiscutibili, chiare.

b) E naturalissimo che quanti, o nell’inferno o in terra, vogliono attaccare il Regno di Dio, ossia la piramide, attacchino per prima la Chiesa che ne è la base. Questa naturalezza logica rende avvertiti. Non si attacca mai la base se non nella intenzione (anche recondita) di attaccare il rimanente. Gli attacchi alla Chiesa rivelano di natura loro questo logico diagramma, sempre più o meno intenzionale. Non vale staccare Cristo dalla Chiesa; chi attacca la Chiesa attaccherà Cristo o si forgerà un Cristo per suo uso e consumo, diverso da quello vero e pertanto si metterà fuori della via della salute. – Non sottovalutiamo mai gli attacchi fatti alla Chiesa di qualunque natura siano. Non para ventiamoci dietro alla considerazione che ci sono uomini… I giudei sbagliarono perché si paraventarono dietro al fatto che Gesù, per essere di oscura famiglia nazaretana, poteva sembrare a loro che rappresentasse nulla. – La storia dimostra quello che abbiamo detto. Alla corte di Ludovico il Bavaro, per parte di Marsilio Patavino, all’inizio del XIV secolo si insegnavano contro la Chiesa le stesse cose che, opportunamente dolcificate, vengono scritte oggi su qualche settimanale italiano. Ecco gli effati più comuni che insinuano a proposito della Chiesa:

– «La Chiesa ha nulla a vedere con l’ordine temporale».

E proposizione falsa, perché la Chiesa da Cristo è stata costituita società perfetta e visibile, nonché dotata di mezzi che entrano nell’ordine temporale appunto perché sensibili e non solamente spirituali.

– «La Chiesa è cosa indifferente per la comunità statale, la quale pertanto sotto questo aspetto è di natura sua essenzialmente laica».

Si tratta di proposizione falsa, perché suppone che lo Stato sia un ente giuridico assolutamente neutro. Lo Stato, espressione giuridica della società di uomini organizzati civilmente, anche se è ente solo morale risulta dalla comunità di uomini concreti, rappresenta uomini concreti, guida uomini concreti ed è gestito da uomini concreti. Per tutti questi motivi la obbligazione morale, che segue sempre ogni uomo e tutti gli uomini anche associati, ricade sullo Stato, quanto è possibile alla sua natura, e ricade totalmente sugli uomini che lo gestiscono e che sono capaci in modo pieno di responsabilità morale. – Dunque la legge eterna vale anche per lo Stato e non esiste onestamente lo Stato neutro. Anche lo Stato di per sé deve essere ossequente alla volontà divina, non meno, anzi, più del privato cittadino. Dunque lo Stato deve rispettare la volontà divina manifestata attraverso la Rivelazione. Che molte volte non sia in zona di luce e in capacità di fare questo purtroppo lo sappiamo; ma l’ordine divino nel cosmo non cambia se si hanno situazioni politiche tali da non favorire (a loro danno) la osservanza della legge di Dio. Che poi anche accada nella storia più o meno lontana esserci taluni Stati dichiaratamente neutri meno nocivi di Stati altrettanto dichiaratamente cattolici, è ben noto a tutti. Ma si tratta di un bene per accidens e non di un bene per sé. La legge divina non cambia. Un cattolico non può sostenere una proposizione come quella in aggetto.

– «La Chiesa non ha il diritto di dare in nessuna contingenza ai Cattolici, consigli od ingiunzioni che non riguardano fatti religiosi».

La proposizione, così come suona, non regge. Infatti la Chiesa può fare quello che ritiene giusto per la sua libertà e per il bene delle anime. Il giudizio di colleganza tra fatti estranei alla sua diretta competenza e il suo specifico scopo le appartiene in modo insindacabile. Infatti, se così non fosse, non potrebbe provvedere ase stessa e non sarebbe società perfetta. La colleganza tra fatti meramente terreni e la sua missione è molte volte ben evidente, sia cerche quei fatti incidono sul bene delle anime, sia anche per altri motivi contingenti. – Queste ed altre proposizioni tendono a scavare un corridoio che da una parte e dall’altra imprigioni la Chiesa, la metta eventualmente alla mercé di altre forze, la allontani da ogni presenza nella società umana. E un tentativo che sta nella stessa via della negazione. Anche qui la infiltrazione protestantica è evidente. La cosa diventa meglio configurata se si riflette al combinato tentativo di sminuire la valenza della sacra gerarchia e dell’ordine sacro con la attribuzione ai laici di una funzione di guida o di mediazione che non è affatto nel divino concetto di Cristo e che in fondo mira ad una laicizzazione della Chiesa. Di questo abbiamo trattato a suo tempo nella nostra lettera Ortodossia, errori, pericoli ed a quella rimandiamo, avvertendo solo che in proposito noi siamo dinanzi ad una vera infiltrazione protestantica. – Lo stesso si può dire di un certo concetto «comunitario». Non c’è dubbio che la parola «comunitario» può essere usata benissimo ed è da molti usata benissimo. Non però da tutti. Infatti, mentre può servire a sottolineare il carattere di «unità vivente» e di «famiglia di Dio» che ha la Chiesa e che si irradia su tutte le sue manifestazioni, può contenere, e di fatto contiene nella palese intenzione di taluni, due aspetti che non possono essere accettati: si tratta anzitutto di una accentuazione democratica tendenzialmente restrittiva del carattere gerarchico della Chiesa e per questo vale quanto si è detto sopra; si tratta assai più frequentemente di una messa in luce della azione pubblica e liturgica della Chiesa, che vuole ignorare la presenza del rapporto individuale – pietà privata – tra i singoli fedeli e Dio. – Le chiese cattoliche sono destinate, sì ed anzitutto, alla assemblea dei fedeli in taluni momenti, ma sono pure destinate durante l’intera giornata, per la presenza del tabernacolo e del confessionale, all’incontro santifìcatore e purificatore dei singoli fedeli col loro Signore. Cosa che molti architetti moderni ignorano magnificamente, senza che molti li riprendano. Di questo discorreremo più avanti, perché rientra in un certo concetto di «spogliazione» di cui ci dovremo occupare. – Ci rendiamo ben conto che l’argomento dei «laici» è perfettamente ortodosso quando tende a farli partecipare di più nella loro posizione subordinata alla attività della Chiesa e, soprattutto, all’apostolato. Così la idea comunitaria è eccellente quando mira a combattere un individualismo contrastante col grande precetto del Signore. Non è di questo che qui ci lamentiamo; è solamente degli equivoci ai quali si prestano spesso i modi nuovi di porre idee antiche, nonché i termini nuovi e per nulla necessari. – Il razionalismo in storia legge ed interpreta i fatti escludendo a priori in essi qualsivoglia realtà o causalità soprannaturale. Il che è chiaro. Ma, per mantenere in pregiudizio suo, dato che esistono fatti soprannaturali dalle nitide risultanze esterne e rilevabili, è obbligato ad andare oltre ed essere palesemente irrazionale. Ossia arriva a negazioni pure e semplici contro i fatti. Per farlo con minor onta dà credito a quello cui non si potrebbe dare scientificamente credito, passa dall’argomento di rassomiglianza alla conclusione di dipendenza e viceversa, etc, dimenticando sempre le valide regole del sillogismo. Per questa via il razionalismo arriva a severità in alcuni settori ed a larghezze in altre; ha simpatie di elezione ed antipatia di repulsione, assimila le enfasi e le condanne di moda. L’elenco delle conseguenze sarebbe lungo. Esso sta tutto nel principio razionalistico, che non sempre ostenta, ma in ragione di questo principio, dovendo deviare il suo corso a fatti ad esso ostici, si trova necessitato a manifestazioni irrazionali. – Esistono scrittori che sanno e vogliono essere razionalisti. Di questi non ci occupiamo. Esistono scrittori che non vogliono essere razionalisti, ma sono messi in gran rispetto dal razionalismo, dalle sue pompose affermazioni, dalle sue severe conclusioni e finiscono, anche a non volerlo, col far propri i canoni secondari del razionalismo stesso. Essi mettono in pace la propria coscienza dicendo a se stessi che la verità non teme oltraggio, che seguono la rigorosità scientifica, che chi dice male di se stesso o della propria parte è maggiormente credibile di chi ne dice bene, perché in tal modo è disinteressato. Qualche ragione c’è sempre per giustificarsi, è solo questione di adattarla convenientemente, di dire o capire in parte, soprattutto di tacere gli aspetti molesti. Ora noi ci occupiamo di costoro e la ragione la si vedrà appresso. E opportuno esemplificare. In un’opera illustre, analizzandola pazientemente, siamo rimasti colpiti da un fatto strano. Il discorso portava ad eretici: costoro avevano tutte le scuse. Il discorso portava a Papi: questi avevano tutte le severità. Il contrasto era marcato e penoso. I centuriatori di Magdeburgo, se fossero vivi, avrebbero di che essere soddisfatti. La verità è eguale per tutti, siamo d’accordo; tuttavia la compiacenza per gli uni e la animosità per gli altri, anche se poteva essere uno «snob» qualunque, non era più questione di verità. Compiacenza e animosità sono sentimenti, non strumenti di verità e di scienza. Abbiamo ipotizzato anche un’altra spiegazione, che cambia nulla: si coltiva molto una virtù singolare, quella di fare qualcosa che piaccia ai propri avversari o nemici. Virtù o no: essa non dovrebbe entrare in storia. E tuttavia in storia entra il complesso di inferiorità verso il togato razionalismo, dalle molte citazioni e dalle imponenti bibliografie, con tuttavia la sostanza descritta sopra. – La storiografia di taluni cattolici sta mettendo sotto inchiesta i Papi che hanno difeso tutto. Non importa neppure che ci sia la santità di mezzo. Le virtù ammirate sono quelle di lasciar correre, di sopportare, di abbandonare il campo, il che sarebbe «avere la mente larga». San Pier Damiani ed in genere i riformatori non hanno più buona stampa. Sarebbe difficile difenderli dalla taccia di esagerazione, o di avidità politica. – Molti fatti soprannaturali non hanno lasciato una scientifica documentazione. Niente di strano: spesso l’ultima cosa che viene in mente, quando essi avvengono, è quella di chiamare un notaro per redigere regolare istrumento di constatazione. Dimostrare autentica fobia contro il soprannaturale conosciuto per tradizione veneranda e non più scientificamente documentabile, quando si sa che, dimostrato un solo miracolo, tutti i miracoli diventano possibili e non espungendi a priori, è accettazione del razionalismo. Forse anche per paura o per complesso di inferiorità. – Non che si chieda di ammettere per dimostrato quello che non lo è; si chiede solo di non avere la fobia verso quello di cui Gesù Cristo ha riempito il suo pellegrinaggio terreno ed al quale ha affidato di dimostrare per tutti i tempi la verità del suo divino intervento. La scienza è una cosa, ma non va confusa colla paura, colla acredine e coi complessi di inferiorità rispetto al razionalismo. – Il razionalismo gode di svuotare tutto quanto riguarda la Chiesa, di ridurla ad una larva, di umiliare persone e fatti verso i quali si è sempre avuta venerazione. Un certo razionalismo, astrattamente parlando, si è rivelato in tutti i cicli storici, ma nessuno può dubitare che quello oggi invadente sia, e nel metodo e nel principale oggetto, un frutto di area protestantica. Abbiamo qui scelto la storia, ma tracce qualificate di una tale infiltrazione si trovano anche altrove. Il protestantesimo ha fatto uso grande della sacra Scrittura. L’ha mantenuta come libro divino, almeno il protestantesimo storico. È difficile parlare di molte sette protestanti. Circa la interpretazione della sacra Scrittura ha bandito il principio del libero esame; ossia il principio più incongruente che sia mai esistito, tanto più incongruente in quanto applicato ad un libro ritenuto di origine divina. Infatti il libero esame permette di seguire i limiti personali, le carenze personali, le fissazioni personali, le passioni, i ripicchi e i comodi personali, nonché tutte le suggestioni altrui, le quali entrate nell’anima, non importa in che modo dall’esterno, diventano tare personali. – Col libero esame ha aperto la porta al razionalismo in una forma tale che ne ha portato, esso per il primo, le conseguenze. Mentre faceva questo, teneva la Bibbia nei templi al luogo d’onore e, abolita pressoché tutta la divina liturgia, colla Bibbia sostituì tutto o quasi. – Ogni predicatore parlò sempre a titolo personale e, se talvolta non lo fece, fu incongruente. La Bibbia fu magnificata e fu svuotata. Magnificarla da una parte e svuotarla dall’altra è segno di infiltrazione protestante. Metterla in onore ed applicarle sornionamente qualche canone, che riflette il libero esame, è certamente cosa degna dello stesso giudizio. – Il cattolicesimo ha nel patrimonio della sua fede la verità dell’ispirazione delle sacre Scritture. Esso crede che tale libro sia di Dio. Tale fede ha mutuata dalla Parola di Dio scritta e dalla divina tradizione. La arduità del tema permette si possano fare molte questioni marginali, che qui non ci interessano. Resta la verità certa della ispirazione biblica e questa per ora è sufficiente. – Un libro che ha per autore primo, vero ed adeguato, Iddio è, sotto un certo aspetto, terribile a considerarsi da noi piccoli uomini. L’autore vero del libro sa tutto ed è provvidente rispetto a tutto. Tale autore sa di tutti i cambiamenti di ingegno letterario, di gusto e di pazzia che si susseguiranno nel mondo fino alla sua fine. Come provvidente, il libro è stato fatto in modo da evitare gli insormontabili ostacoli di tutti i tempi, da portare a tutti i tempi la stessa novella e da offrire per tutti i tempi con verità, coerenza e senza inganno quello che può dare un libro animato ed in certo modo vivente, perché opera di Dio. Si tratta di un libro, insomma, che deve guidare il genere umano in tutte le sue tortuosità e con inenarrabili fecondità. – Per tale motivo gli uomini finiranno di trarre dalla Bibbia, nel pellegrinaggio terreno, quello che vi debbono trarre solamente il giorno del giudizio universale. Gli uomini salvi in cielo lo considereranno in altra luce, della quale non ci è dato parlare, la luce della visione eterna. Questo libro che, per essere opera del divino Provvidente, ha da dire in unità e coerenza qualcosa a tutte le età venienti, porta con sé naturalmente enigmi per la nostra età; gli enigmi stanno sempre dove entra Dio e rappresentano il margine col quale Egli nell’opera sua sopravanza la nostra corta intelligenza. Per questo motivo abbiamo detto trattarsi sotto un certo aspetto di un libro «terribile», da aprirsi in ginocchio con assoluta venerazione. Un libro simile, perché divino, non potrà mai essere letto avendo come criterio primo e dirimente uno strumento o criterio meramente umano. La logica è evidente. E per tale motivo che il primo e supremo criterio per leggere debitamente la Sacra Scrittura non può essere che uno strumento divinamente garantito. Esso è il Magistero ecclesiastico interprete di una divina tradizione. Contro questa verità cattolica non c’è che il libero esame, ossia la fine di tutto! – La penetrazione scientifica, che riuscisse ad ottenere effetti contrari alla fede, all’intendimento divino, al rispetto di quanto sempre ci sopravanza se entra in campo Dio, non sarebbe più né scientifica, né cattolica. Dove entra Dio, la scienza stessa insegna od almeno intuisce che non si compiono certi passi. Il protestantesimo è spogliazione. H a spogliato la Chiesa del suo stesso essere, della sua tradizione. Ha spogliato la sacra Bibbia del necessario ed insostituibile canone di interpretazione. Ha spogliato la liturgia, dalla quale ha eliminato in sostanza quasi tutti i Sacramenti e lo stesso divin Sacrificio, sicché ne è rimasto un po’ di letture, di canti e di sermoni. Ha allora logicamente spogliato le chiese delle immagini sacre, del tabernacolo, spesso dell’altare – non del pulpito, diventato semplice suppedaneo di uomini e non di ministri di Dio -, nelle sacre solennità. Questi templi protestanti, inutili ad una divina regia liturgica, hanno teso a prendere, non appena una certa sopravvivente tradizione cattolica è svanita, un aspetto simile ai luoghi che nulla hanno di sacro. Comunque quando gli si è presentata una conformazione architettonica al tutto laica, non hanno avuto nulla da opporre. E a buon diritto. A che certe concezioni architettoniche per accogliere una assemblea quasi simile a tutte le altre assemblee? E così, dove si trova la spogliazione, si trova il senso protestante. Ora guardiamo. In questa nostra lettera abbiamo già elencato un certo numero di spogliazioni: a proposito della tradizione, della teologia, del criterio teologico, della Chiesa… Tutti quegli argomenti potrebbero essere ripetuti, a nuovo titolo ed a buon diritto qui. Essi denunciano una probabile origine comune. Una spogliazione, con giustificazioni persino di sapore pastorale, viene fatta a carico del giorno del Signore e di questa ci occuperemo in lettera a parte, ugualmente diretta al nostro clero. Nella prassi liturgica, molti ormai si sono ridotti alla sola santa Messa. Noi abbiamo già scritto più di una volta che, per salvare la pratica della Messa nel popolo, bisogna salvare dell’altro: la rimanente preghiera pubblica, la catechesi inserita nel culto divino e, quanto è possibile, tutto l’ordo liturgicus. Non è vero che gli uomini abbiano molto da fare: mai gli uomini civili hanno fatto tante feste ed un orario lavorativo così contratto come ai nostri giorni. Non è dunque qui il motivo per cui non si può dare a Dio un maggiore tempo ed è assolutamente insipiente cercare ragioni per giustificare autentici difetti. – Osservate la spogliazione operata e subita a proposito dei tempi sacri di penitenza. Qualcuno ha persino vergogna a parlarne e teme di essere tacciato di retrogrado. Spogliazione anche qui. Queste cose non si accettano fatalisticamente, come un male necessario. Molti continuano a gettare il discredito su tutte quelle pratiche della pietà privata che preparano il fervore della azione liturgica e che costituiscono una sorta di avvicinamento facile per le singole anime a Dio. Senza questa riduzione in volgare moltissimi perdono addirittura il senso della preghiera ed è opportuno riflettere quale sia il grado di decoro spirituale di una assemblea liturgica di fedeli, nella quale per mancanza di allenamento personale i singoli stanno a guardare e non sanno più pregare od aver consuetudine e dimestichezza con le cose sante. Ad un popolo che deve ogni mattina emergere dalle nebbie di una materialità sempre più accentuata, per non dire di peggio, non si può togliere o decurtare quella prassi di pietà che costituisce in sostanza una reale traduzione delle cose difficili e solenni. Ma quando l’istinto della spogliazione è entrato, esso ha come prima tappa il fanatismo. Leggersi in proposito la storia del XVI secolo.Le mode artistiche meritano sotto questo profilo una particolare attenzione. Non è un mistero per nessuno che segua i fatti culturali come i modelli di chiese più divulgati e creduti sono quelli concepiti in area protestante. Non è affar nostro discorrere qui della fantasia e della capacità creativa artistica, rivelatasi spesso tarda nei secoli passati in talune zone, dove fino a cinque lustri innanzi non si sapeva fare una chiesa la quale non riprendesse il modello di cinque e fino sei e sette secoli addietro. Sarebbe interessante occuparsene. Ma qui ci interessa il fatto che i modelli decantati e quasi imposti come tipo sono cresciuti là ove il tempio serve solo per un’ora la settimana, e serve solo per qualche canto, lettura e sermone. Là è logico ci sia una spogliazione. Perché dovrebbero essere caldi i muri quando sono destinati ad una assemblea che ha spento la regia, la coreografia, il simbolo, il dramma e con essi le divine rappresentazioni di misteri reali ed efficienti sotto simboli materiali?Così si è giunti alla infatuazione di credere distinzione quello che è solo spogliazione. Gli ornati possono certo essere triti, accademici, volgari; ma esistono ornati che non sono tutto questo. Eppure tutto è cacciato. Gli altari, in nome della semplicità, sono più valevoli manto più simili alla primitiva sovrapposizione di alcune pietre con ma monotonia impressionante. I tabernacoli ridotti a scatolette tollerate e sformate, nonostante la chiara mente della Chiesa espressa nel decreto della S. C. dei Riti del 3 settembre 1958. La miseria dei tabernacoli è il segno della miseria nella stima di cose divine. In questa nostra diocesi abbiamo riservato a Noi personalmente la approvazione di qualunque tabernacolo costruendo e siamo ben decisi ad impedire che la irrazionalità e la irriverenza si impadronisca del primo sia pure materiale omaggio a Gesù Cristo. E tutto perché? Arte? No; spogliazione. Citiamo testi certamente autorevoli oggi in campo di arte e lodati, probabilmente in modo inavvertito, anche dai cattolici.

– «Il criterio supremo della architettura del secolo XX è la fabbrica».

La Chiesa va bene se assomiglia a una fabbrica. Tutto si spegne. Anche gli uomini ad una certa ora del giorno abbandonano la fabbrica, ove sentono di essere stati meno uomini, e fuggono: neppure si voltano a guardarla.

– «L’artista è completamente libero riguardo alla natura e non può essere giudicato che in rapporto alla propria personalità».

L’opera d’arte evidentemente dovrebbe allora interessare solo l’artista, non gli altri. L’opera è una sua manifestazione intima.

– «I principi della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino autorizzano l’artista a manifestare liberamente le sue opinioni e soprattutto la sua responsabilità personale. Si scopre che libertà e sensibilità sono consorelle. L’artista non obbedirà che alle proprie suggestioni… Egli sarà invitato ad affrancare la sua individualità, a tradurre delle impressioni «egoiste» sentite davanti alla vita… la caratteristica del rinascimento del XX secolo apparirà più decisamente quando l’egotismo «sottometterà l’altruismo, quando il culto della personalità dominerà quello tradizionale della socialità». – Nessuna legge: solo se stessi! Con questo criterio si erigeranno templi a Colui che, senza peccato, è andato in Croce per tutti gli altri? Il cammino verso l’«egotismo», che sarebbe meglio chiamare chiaramente «egoismo», è sempre nella direzione dell’isolamento e della povertà dell’essere, anche se c’è la ricchezza di vibrazioni. La carica conseguente sarà disperata. Ecco la volontà della spogliazione e del brutto. – Gli uomini annoiati per non avere un senso di vita, che sia riflesso eterno, strappano e dilaniano quello che trovano. Fare così lo chiamano anche esistenzialismo. – Diventa sempre più chiaro il fenomeno di una progressione filosofica, nata da una rivolta religiosa e che invade il campo dell’arte al punto per cui bene spesso non è questione di arte quanto di affermazioni ideologiche. Il peso di questa progressione filosofica, che è recentemente arrivata al misticismo del «nulla», appare invadere ed animare un campo che noi ci ostiniamo a chiamare ancora «arte» e che spesso è solo travatura d’uno stato d’animo o di un filosofema senza armonia. – L’importante è avvertire l’abbinamento del diagramma filosofico con quello artistico, il facile predominio del primo. Allora si capisce quale sapore abbiano le spogliazioni. Concludiamo questo capitolo.

La rivolta contro l’ordinamento ecclesiastico, contro il carattere assoluto della verità, contro la legge, la affermazione del determinismo insieme alla proclamazione di una ineluttabilità della colpa e pertanto di una ineluttabilità della licenza, la rivolta contro i legami di verità dell’intelletto hanno caratterizzato il triste avvenimento del XVI secolo, al quale resta tuttavia legato per più lati il filo della attuale storia. Tutti questi elementi si vedono ricomparire, anche mimetizzati, anche solo sussurrati. È la infiltrazione. E non si tratta di episodi staccati, si tratta di una trama che ha una volontà distruttiva.

Non ha ragione chi grida forte per il solo fatto di gridar forte.

I cedimenti e i compromessi a danno dell’ortodossia, almeno in forma potenziale, non avvengono solo a proposito di argomenti abbastanza definiti, come quelli dei quali ci siamo occupati fin qui. Avvengono o possono avvenire su qualunque argomento, in qualunque momento, per qualsivoglia ragione se c’è di mezzo la ignoranza teologica, la presunzione morale, la rivincita dei falliti, la invidia degli insoddisfatti, la sete di giustificazione dei deboli caduti. Sotto questo profilo diventa interessante studiare e denunciare non i punti in cui p ò vulnerarsi la ortodossia, ma la ragione, la grande ragione permanente per la quale si può perdere la testa e, a proposito di qualunque oggetto, mettere in palio la stessa ortodossia. Quale è questa ragione permanente? E il rumore, la potenza materiale, la imperterrita sicumera, la regia del gran mondo. Tutto questo dà la impressione del diluvio, del giudizio universale; fa credere di essere caduti fuori strada, di essere miseri, piccoli, ridicoli, incapaci; dona una sorta di collasso psicologico e finisce col far scappare in tutte le direzioni o col convincere ad acchiappare correndo gloriosi carrozzoni, apparentemente signori di tutte le strade. Il mondo ha ragione, anche se fa cose insensate e caduche, perché grida forte. Ma non è affatto vero. E una illusione. Anche se non è vero, l’effetto c’è. Purtroppo. Ecco gli animosi, i mali vanno a ridimensionare tutti i margini della ortodossia, perché hanno la impressione di essere altrimenti ritenuti arretrati. Fuggono a precipizio in talune direzioni, perché vedono fuggire. Se non ci fossero di mezzo questioni ben serie e gravi doveri, sarebbe divertente assistere a raduni ove la educazione impartita ha i suoi frutti in affermazioni del genere: «In talune circostanze bisogna disobbedire alla Chiesa». – Ecco gli intelligenti, i quali, visti i cartelloni teatrali di questo o quell’altro centro, spesso composti con lavori di più che dubbia moralità, ritengono essere ormai definitivamente tramontata la moralità e cercano di ridurla opportunamente nei libri e nelle affermazioni, per non trovarsi con nessun compagno sulla strada della virtù. – Ecco i pusilli i quali, andando a zonzo per un centro mondano e rilevando ovunque atteggiamenti al tutto materiali e sfrenatamente impudenti, testimoniano a se stessi che ormai la causa del bene è perduta e che è meglio far finta di acclimatarsi, magari per fare «del bene alle anime». Il chiasso, il volume, la parata esterna, la facile vittoria degli elementi riottosi, la potenza, la propaganda, la grande orchestra subissano e da questa terrorizzante esperienza si animano le fughe in direzione del razionalismo, del marxismo, del modernismo, della rivoluzione, della indisciplina, della politica squinternata, dei tradimenti, dei veri suicidi. Tutto è montatura ed è sufficiente non guardarla, camminando sereni per la propria strada. E montatura perché ogni notte, ogni stanchezza, ogni malattia, ogni aridità interiore (questa soprattutto), ogni rimorso distrugge alla base tutto questo. E montatura, perché tutto questo è sotto il terrore del mago apprendista, il quale è riuscito a scatenare le forze e non riesce più ad imbrigliarle, ma sta per esserne sommerso. E montatura, perché il male si vede ed il bene assai meno. E montatura perché la voce più forte è quella di Dio. E montatura perché, anche invisibilmente, tra tutto questo avanza l’opera della grazia di Dio e incessantemente si consumano gli olocausti dei veri credenti, degli autentici fedeli. La minore visibilità del bene è favorevole alla maggiore virtù ed al più grande merito. Tutto questo che fa la voce grossa impallidirebbe a morte immediatamente solo che sprizzasse la scintilla della guerra nel mondo. E da questa ormai solo la misericordia di Dio ci salva. Non val la pena di fuggire dinanzi ad un nemico che fugge, né di dar credito ad una voce pur forte, ma ogni giorno arrochita dalla morte. Vogliamo discorrere qui brevemente di alcuni effetti della «voce grossa». Un effetto potrebbe essere la imitazione. In realtà il misterioso fluido delle impressioni porta alla imitazione. Comprendere il tempo e gli uomini, sfruttare gli strumenti onesti in ordine all’apostolato, ma sempre e solo come strumenti, sviluppare le doti di relazione per adeguarsi meglio allo stato d’animo ed ai bisogni dei propri fratelli non è «imitare». Questo è scegliere con discernimento ed accettazione dopo un giudizio obbiettivo e indipendente. La imitazione è simile ad una procura generale, rilasciata a chi non si conosce, almeno nel caso del quale ci stiamo occupando. Essa, sempre in questo caso, non è scelta ragionata; è accettazione di criterio e di linea. In casa nostra possono farsi adeguamenti e aggiornamenti di metodo o di strumenti. Nulla ci sarà da dire quando questo accadesse «scegliendo» oculatamente e niente affatto «imitando». – Il tema di giudizio fondamentale sul «mondo» che il divin Salvatore ci ha lasciato deve stare in testa a tutte le nostre considerazioni ed azioni. E per questo che dobbiamo trovarci pronti a fare di tutto, che sia onesto e decoroso, ma sempre con lo spirituale «distacco» di chi si serve di strumenti per uno scopo, che sta ben oltre ed assolutamente «mai» per avere il «consenso soddisfatto» del mondo. – Un deplorevole effetto della «voce grossa» potrebbe essere la ambizione». La «inibizione» blocca e contrae la iniziativa e la vita. Nel caso, il blocco o la contrazione sarebbero frutto del malevolo giudizio, del clamore pubblicitario, della avversa opinione, della canea montata, ossia sarebbero sempre il frutto della «voce grossa». Tutti questi spiacevoli modi che gli uomini illegittimamente hanno per far paura agli altri possono venire considerati freddamente e con distacco, per ragionare in una linea di prudenza. Ma non debbono mai essere immessi nel campo emotivo, dove generano solamente paura, silenzio, passività, fuga. È meglio, anziché bloccare se stessi o contrarsi, avere la disposizione a creare onestamente negli altri delle emozioni. – Un caso abbastanza diffuso di «inibizione» si ha quando viene lanciata la accusa di «integralismo». Prima di chiudere questa lettera con è male parlare di tale faccenda. La parola «integralismo», appunto perché termina in «ismo», indica secondo la comune accettazione della nostra lingua un fatto «deteriore» e come tale un fatto in qualche modo spregevole. Esso indica infatti rigidità, consequenziarietà fanatica, esagerazione. Questo per la significazione in sé. Veniamo ora all’uso ed alla logica colla quale si lancia l’accusa di integralismo, quella che inibisce e contrae. A chiunque si renda scomodo per il fatto di voler aderire in tutto a Cristo ad alla Chiesa (che è poi obbiettivamente la stessa cosa), a chiunque ricusa di fare decurtazioni alla verità cattolica, alla prassi cattolica, alla coerenza cattolica, si getta in faccia l’accusa: «sei un integrale». Se qualcuno afferma che si deve obbedire alla Chiesa in qualunque piano, ove essa crede di intervenire, lo si rimprovera od irride: «sei un integrale». Se qualcuno non si fa prendere dalla smania di correre dove corrono tutti, solo perché corrono e senza ragione concreta, gli si dice: «sei un integrale». L’uso di questa parola nel senso deteriore è «guidato» dalla disonesta intenzione di creare un complesso di goffaggine e di ridicolo, ossia un complesso psicologico di inferiorità e mettere così in stato di essere arrendevole o inattivo, non per convinzione ragionata, ma per pura emotività. L’uso di usare parole caratteristiche per ottenere effetti psicologici (a tutti gli scopi) è vecchio. Un tempo si diceva per mettere paura «ha detto male di Garibaldi» e i poveretti, davanti a tale nefandezza solo ipotizzata, ammutolivano e andavano a nascondersi. In questo nostro momento si usano nel campo politico alcuni epiteti, che hanno la stessa logica, la stessa legittimità, lo stesso decoro e, spesso, lo stesso effetto, denotando disonestà da una parte, vigliaccheria dall’altra. – Ma noi, cari confratelli, non dobbiamo badare alle parole. Esse sono e restano parole. Le parole si possono udire e non ascoltare. Guai a chi di noi si riducesse in qualche parte del suo dovere, perché qualcuno gli lancia un titolo di scherno. L’uso illegittimo delle parole è come l’uso delle lettere anonime; basta non ascoltare e non leggere e le parole cadono, le lettere anonime non si scrivono. Queste cose insegnatele ai fedeli, specialmente a coloro che intendono militare spiritualmente nell’apostolato. Non mancano tentativi di gettare la divisione tra noi e di rendere inoperanti le forze migliori coll’uso sadico di una terminologia sfrecciante, si tratti di «integrale» od altro che tutti sanno. – Non disprezzate nessuno, ma disprezzate questi termini, questi metodi, e tirate avanti tranquilli. Lasciate dire: quando i carri armati hanno consumato la benzina, anch’essi si fermano. Ma se c’è qualcosa che è capace di fare andare in bestia il diavolo, usatelo. Con quello basta il segno della santa Croce. La «voce grossa» è voce moritura. L a Provvidenza e la grazia non sono affatto moriture. Cari confratelli, una seconda volta abbiamo scritto per difendere voi dalle insinuazioni del male. Il mondo prova effetti di dissoluzione a causa del malo uso della materia, resa molto obbediente, molto servizievole, ma anche molto tiranna. Questo rende noi più fastidiosi, noi che dobbiamo difendere il sacro deposito lasciatoci da Cristo e che dobbiamo, contro il prevalere della materia, continuare a salvare le anime. Anche di coloro che ci irridono. – Non temete mai, che chi irride è debole. Chi soffre, per generosa accettazione e con Gesù Cristo, è forte e può come Lui sempre vincere proprio nel momento in cui per il mondo se ne va in Croce. Non guardatevi intorno, guardate in alto e non temete. Ma restate fedeli alla verità!

 Fine. [Grassetti e colori sono redazionali]

 

IL MAGISTERO IMPEDITO: [di S. S. GREGORIO XVII] ORTODOSSIA: CEDIMENTI, COMPROMESSI (1)

ORTODOSSIA: CEDIMENTI, COMPROMESSI (1)

[in: Riv. Dioces. Genov., 1961, pp. 270-308]

II – Ortodossia

Cari confratelli, il 1 agosto 1959, indirizzandovi una nostra lettera dal titolo Ortodossia, errori, pericoli, [Lettera pastorale scritta il 7 luglio 1961; «Rivista Diocesana Genovese», 1961, pp. 270-308], vi assicuravamo che avremmo continuato l’opera di denuncia contro gli errori soprattutto sottili, in lettere successive. Siamo qui per compiere insieme una promessa ed un dovere insiti nel nostro ufficio. Noi scriviamo per la verità, ben sapendo che solo sulla verità si erige il bene e che la fede, prima condizione per salvarsi, è di natura sua legata all’ortodossia, cioè alla verità. – In questa nostra lettera vogliamo intrattenervi su taluni indirizzi intellettuali e pratici che o si avviano a violare il sacrario della ortodossia cattolica, o contengono in sé i germi dai quali nascono, prima o poi, contraddizioni o, almeno, incongruenze colla stessa ortodossia cattolica. – Non certamente voi, cari sacerdoti di questa nostra diocesi, ma altri si adonteranno per il fatto che difendiamo la ortodossia. È già accaduto e accadrà ancora. Esiste gente che ha il sottaciuto pensiero di una mutazione universale delle cose, dalla quale nulla si salverà o si potrà salvare. Per essi il problema della ortodossia è quello di «adattare» o di «interpretare», non quello di difendere inalterato il deposito lasciatoci dagli Apostoli. Pertanto si offendono di chi difende la ortodossia; ma hanno torto, perché non vedono i punti fissi di questo gran mondo in cammino ed in movimento perenne, punti fissi che testimoniano della immobilità nella realtà e verità ultima. Essi non capiscono che cosa vogliano dire e testimoniare la loro stessa nascita e morte, punti non certo soggetti a mutazione, come molti altri. Noi reagiamo e reagiremo sempre, finché Dio ci darà vita, a questa equivoca illusione, ben sapendo che solo credendo e credendo a quello che ha voluto il Signore Nostro Gesù Cristo, senza adulterazioni e senza riduzioni, noi avremo la vita eterna (cfr. Gv. XX,31). – Ora, come già abbiamo avvertito nella precedente analoga e sopra citata lettera, non si tratta tanto di combattere contro aperte e formali eresie, ma contro infiltrazioni caute e viperine, le quali contano sulla grandissima ignoranza religiosa di moltissimi laici e sulla poca scienza teologica di non pochi dello stesso clero. Una parte di libri o di periodici, i quali si prestano alla infiltrazione di mentalità errate o pericolose, è talvolta passata sotto occhi ai quali una maggiore precisione teologica avrebbe certamente dato un senso di allarme e di motivato disgusto. Sappiamo finalmente che tutto l’argomento nel quale entriamo si troverà innanzi obiezione o addirittura condanna, per l’istanza della modernità, volendosi intendere come passatismo, conservatorismo, sclerosi, etc. tutto quanto difende la Tradizione. Se qui si parla di «passato» si intende accennare a quel «passato» che sono i fatti e i detti di Gesù Cristo, alla tradizione apostolica, all’opera magisteriale e di regime svolta nei secoli dalla Chiesa. – Sarà opportuno intenderci subito sulla modernità, senza bisogno di ripetere quanto vi abbiamo scritto in una nostra lunga lettera in proposito nel 1950. La modernità sarà nella comprensione e nella adeguazione ai tempi che si vivono, ma non è affatto nel contrarre le malattie, le menomazioni e le pazzie dei tempi che si vivono. Chi le contrae non è moderno, è malato. Chi se ne difende probabilmente sarà sempre in vantaggio sui tempi. Fare sacrifici, anche a danno della verità, per adeguarsi a malattie è accettare vie false e ridicole. Non crediamo che siano ancora a punto, per tutti i paesi, le statistiche obbiettive sul pauroso aumento delle malattie nervose, delle malattie mentali, delle anormalità. Da quello che si conosce, le cose si delineano preoccupanti. Ma se ci si prova a far proseguire la curva fino al 2000 colla stessa progressione (ed è poco perché la progressione aumenta), ci si deve domandare che cosa succederà allora. E questo non è un divertimento per quanti possono sperare di esserci, mentre è una pace per quanti possono presumere di non essere più in questo mondo. Se pure non accada che Dio, prima del 2000, abbia già permesso la punizione terribile alle presunzioni del mondo e alle paure di coloro che alle presunzioni non hanno per vigliaccheria resistito a tempo. Non tiriamo dunque in campo termini equivoci. Essi, del resto, verranno ancora discussi nel corso di questa nostra non breve lettera.

La lotta alla divina tradizione

La sacra Scrittura non è il solo fonte della rivelazione divina e pertanto non è la sola fonte dalla quale possiamo e dobbiamo sapere la «Parola di Dio». Ciò significa che non tutta la parola di Dio è stata consegnata allo scritto come accade nei Vangeli, negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere apostoliche, nella Apocalisse. Vi è un margine che sta certamente oltre gli scritti apostolici. Del resto la Chiesa per qualche tempo nulla ebbe di scritto ed ebbe quello che possediamo noi solamente in tempo successivo, pur non eccedendo cronologicamente la vita del più longevo tra gli apostoli. Essa visse sostanzialmente di divina tradizione, poi a poco a poco, prima che si estinguesse la favilla diretta degli Apostoli, ebbe la Scrittura neotestamentaria. La Scrittura attinse da essa, ossia da quanto era stato consegnato a viva voce da Gesù e dai suoi autorizzati interpreti. La esistenza ed il valore della divina Tradizione appartengono alla fede cattolica e rinnegare la Tradizione è andare senz’altro fuori della ortodossia. – Gli antichi Concili hanno iniziato da una professione di fede nella Tradizione; alla stessa tutti si sono richiamati. Il Concilio di Trento, pur non avendo trattato a fondo l’argomento, afferma ed insegna esplicitamente la divina tradizione nella sua IV sessione; Pio IV riprende nettamente l’affermazione nella Professio Fidei Tridentina, imposta attraverso la Bolla Jnjunctum nobis del 13 novembre 1564. Non meno chiaramente si esprime il Concilio Vaticano I nel capitolo III de Fide. Di una cosa tanto chiara si nota in molti scrittori uno strano silenzio. Dobbiamo ricordare che Lutero si è divaricato dalla Chiesa tra l’altro per aver rigettato la divina tradizione, almeno nella sostanza. Al silenzio si aggiungono alcuni dati, che vanno ponderati con cura.

Teologia, predicazione, catechesi kerigmatica.

Se ne parla molto. Premettiamo che per kerigma si intende la «predicazione o il messaggio» di Gesù Cristo. Ma di tutto questo si può parlare in due sensi, l’uno buono, lodevole, utile; l’altro non accettabile dal senso cattolico.

a) senso buono.

La teologia, predicazione, catechesi kerigmatiche sono quelle che si attengono preferibilmente, ma non esclusivamente, al «messaggio scritto» di Nostro Signore. Tanto fanno per una duplice istanza, di essenzialità e di concretezza. La bontà di questo modo di concepire la «teologia kerigmatica» è garantita dal fatto che si attiene al « messaggio » e non esclude affatto il resto; ha cioè l’intenzione di cogliere ed incidere l’immediato ed essenziale della parola di Dio, facendo reazione al troppo dilagare di pensieri di uomini. Nessuno può negare che ci sia bisogno di un onesto richiamo all’essenziale, garantito da Dio.

b) senso cattolicamente non accettabile.

La teologia, predicazione, catechesi kerigmatiche contengono una affermazione negativa (larga in modo diverso). Cioè: che non ci si fida più di quanto sta oltre il nudo messaggio scritto, o lo si ritiene mutile, o lo si giudica aggeggio umanamente superaddito, tale pertanto da doversi ignorare volutamente o da doversi espungere. Nessuno vorrà mettere in dubbio che il kerigma così inteso non è cattolicamente accettabile; perché il modo diverso (a seconda delle diverse disgiuntive elencate) partecipa della posizione o addirittura della eresia protestantica. Infatti. Che cosa ci sta oltre il nudo messaggio di Cristo contenuto nella sacra Scrittura? Ci sta: la divina tradizione, l’opera di deduzione, esplicitazione, applicazione, ulteriore intellezione della parola di Dio sia scritta che tradita. Ora: quanto alla divina tradizione, abbiamo già parlato sopra e non occorre ripetere; basti dire che espungere la divina tradizione è la stessa cosa empia che espungere la sacra Scrittura. Si tratta infatti di un fonte della rivelazione divina. Per il rimanente (deduzione, etc), quanto è direttamente garantito dal magistero della Chiesa, sia ordinario che solenne, non può venire escluso, pena il rifiutare il Magistero stesso, ciò che implica la eresia protestante. – Il dovere di accettare quanto è presentato col consenso dei padri, o dei teologi, etc. (siccome si insegna nel trattato de locis theologicis), che è criterio certo di verità, lega proprio per la connessione col magistero infallibile della Chiesa. Accanto a tutto questo c’è un opera di delucidazione, di approfondimento, di sintesi, etc. fatta dalla teologia. Tale opera, per quanto beneficia del Magistero o del «consenso» dei quali si è discorso or ora, ha la stessa garanzia. Per quanto rappresenta l’indagine personale del teologo o di alcuni teologi, vale tanto quanto gli argomenti portati, nonché la serietà ed il sensus catholicus del metodo seguito. In questo campo si trova adunque l’opinabile e il discutibile. Per questa facoltà di opinare nel margine di ricerca, teologi hanno discusso anche tutta la vita. Tuttavia sarebbe nell’errore chi disprezzasse a priori questo lavoro dei teologi o della teologia. Esso, nella peggiore delle ipotesi, ha sempre rappresentato il necessario tentativo od allenamento per aiutare gli uomini a capire meglio la rivelazione divina ed a trarne più utili e salutari frutti. Taluni punti non si sono dilucidati bene se non attraverso una ridda di ipotesi e di opinioni spesso tra loro discordanti. Restringersi oggi soltanto al kerigma significherebbe probabilmente un arresto alla utilizzazione delle infinite ricchezze contenute nella «Parola di Dio». Il mondo, probabilmente, ha ancora da vivere e da camminare ed avrà necessità di trarre al giusto momento quella ricchezza e consolazione che la infinita paternità di Dio ha predisposto per i bisogni di tutte le diverse epoche nel fugace pellegrinaggio terreno. – C’è tuttavia qualcosa di più profondo e forse di più grave in questo modo inaccettabile di concepire il kerigma e pertanto la teologia, la predicazione e le catechesi kerigmatiche da parte di taluno, si tratti di buona fede o di mala fede (non siamo in grado di giudicarne). In costoro il misconoscimento o disprezzo della teologia lascia trasparire abbastanza la sfiducia nella ragione (agnosticismo kantiano), la opinione del «vuoto» o della inconsistenza delle nostre rappresentazioni intellettuali (nominalismo), la dottrina della doppia verità e pertanto del relativismo colla presunzione di tenere la porta aperta ad ogni evoluzione ed ulteriore creazione (idealismo). Costoro risuscitano il modernismo, solennemente condannato da Pio X. Essi dimenticano che per difendere una sola verità occorre difendere tutta la verità e che la verità è la base di tutto, anche della vita e dell’atto esistenziale. Ma qui non ci è sufficiente un giudizio, e lo abbiamo dato netto, ci occorre approfondire un punto. Coloro i quali ostentano sufficienza e disprezzo per la teologia, come se fosse in buona parte un garbuglio di filosofemi di nostra invenzione, non riflettono ad un punto, che è il seguente:

La divina rivelazione ha un contenuto reale e pertanto vero.

Mettere in dubbio questo non è eresia, è apostasia, perché è rinnegare tutto. Orbene, che significa avere la Rivelazione un contenuto reale vero? Significa che essa, così come è, e cioè nella sua espressione umana, corrisponde veramente ad una realtà obbiettiva divina. Ciò significa che i suoi mezzi espressivi – termini, costruzioni, immagini, sintesi, procedimento discorsivo e raziocinativo- , pur essendo «umani» e di comune corso nel pensiero e linguaggio umano, esprimono con verità (sia pure analogica) realtà terrestri e realtà celesti. – Andiamo avanti. Quelli che ho chiamato «mezzi espressivi» della Rivelazione sono gli stessi usati per qualunque indagine, costruzione od affermazione filosofica, letteraria, scientifica. Se hanno un valore per esprimere realtà rivelate sia terrestri che divine, hanno un valore nel puro e semplice pensiero umano. Anzi, prima lo hanno in questo,poi in quello. Essi, come connotano una realtà divina mentre servono alla Rivelazione, presuppongono la capacità di connotare una realtà terrestre, obbiettiva, concreta. Ossia: i termini del linguaggio e del pensiero, assunti dalla Rivelazione, rimandano ad una obiettiva filosofia umana e stabiliscono un rapporto di valore in quella; la quale, se valore non avesse, neppure servirebbe ad esprimere con valore cose divine. In breve: la assunzione di termini espressivi da parte della Rivelazione stabilisce un rapporto con quelli, col loro valore, col pensiero umano, col valore di questo. – Se così non fosse, ossia i termini assunti dalla Rivelazione non portassero in obiettiva e vera (sia pure analogica) cognizione di cose divine, Dio avrebbe rivelato nulla, non esisterebbe la Rivelazione, la tenebrosa solitudine caratterizzerebbe l’umana esistenza. – Il giorno in cui si negasse questo rimando della Rivelazione ad una filosofia umana, comune ed intramontabile per essere percepita ed intelletta, ad essere logici, si finirebbe col negare la rivelazione divina. Il che, siccome si è detto sopra, sarebbe non solo eresia, ma apostasia. Se i termini che io leggo nella Bibbia non hanno definizione sufficientemente intelleggibile e certa, la Bibbia cessa di dirmi qualunque cosa. E a questo punto che bisogna affrontare molte questioni poste con colpevole leggerezza da uomini insipienti. Ecco chiaro il motivo per cui il solo kerigma mi dice nulla, se non suppongo che i suoi termini hanno un valore obiettivo e durevole. Ecco il motivo per il quale nessuno può disprezzare la teologia, non solo quando fa le sue conclusioni teologiche, le sue applicazioni, etc, appoggiandosi ad un consenso e in definitiva ad un magistero divinamente costruito, ma anche quando diventa speculativa ed (indagando il valore umano dei termini e concetti assunti, oggetto della filosofia) illumina a buon diritto e con giusto criterio un pensiero divino tradotto a noi con rappresentazioni intellettive, le quali sono pure umane. La teologia non può essere ridotta alla filologia. Che mi importa della Incarnazione, se io non posso dare un valore a questo termine? Vi prego di passare tutte le parole che si trovano nella Rivelazione e porvi la stessa domanda. Affermare che la teologia non ha alcun contatto colla filosofia, che non è utile alcun sussidio derivato da questa, che basta il suono delle parole, è affermare una proposizione senza senso e anche contraddittoria per la pretesa di sapere, mentre si prescinde da quel valore obiettivo in base al quale si «sanno» i termini e senza del quale si sogna e non si apprende, si creano ombre inconsistenti, si getta tutto e tutti in quella relativa evoluzione senza appoggio, che è precisamente il modernismo. – Quale filosofia? Per rispondere occorre una osservazione previa. Esiste una somma di termini, di concetti, di principi che tutti gli uomini hanno sempre avuto ed hanno tuttavia, tutti, quando non si pongono in posizione riflessa, ossia artificiosa. Da quelli derivano conclusioni maggiori, legittime e ferme. Questi li ritrovo in tutti gli atti concreti degli uomini che vi si uniformano. Anche il filosofo, che nega il principio di causalità, non mette il dito sul fuoco per non scottarsi ed in tal modo, quando non è in posizione pregiudiziale, perché malamente e artificialmente riflessa, afferma continuamente quello che in qualche cattedratico momento nega. Si disegna così una filosofia perenne, strettamente imparentata con tutti i principi scientifici, veramente passati in patrimonio incontrovertibile della scienza, la quale vi ritorna ogni giorno per non morire. – Accanto a questa filosofia perenne esistono le filosofie, ora presuntuose ora rinunciatarie; ora astratte, ora troppo concrete; ora intellettualistiche, ora emotive, ora fantastiche. Queste hanno sempre qualche grano di saggezza; ma vanno e vengono come le mode, muoiono, risorgono e muoiono ancora. Esse hanno molte ragioni per dimostrare tale loro singolare andamento. Sono di pochissimi uomini, per quanto, tradotte in letteratura e così volgarizzate, hanno influenza anche su tutti gli uomini. Ma passano. Non è affar nostro in questa lettera discorrere delle ragioni dello strano fenomeno di contraddizioni, che talvolta a qualche spirito poco informato e meno avveduto suggeriscono tentazioni sconfortate di acre scetticismo. E sufficiente quello che abbiamo detto. – Ora abbiamo innanzi i due filoni del pensare umano. L’uno resta, l’altro muta. L’uno sgorga dalla natura, dal vergine raziocinare, dalla perenne ed identica constatazione della esperienza; l’altro ha origini opposte ed effimere. Ma un pensare universale ed identico, al quale tutto ritorna, c’è! E a questo evidentemente che si rivolge la teologia quando vuol indagare, usando di un suo diritto e compiendo un suo dovere. E per questo che la teologia, lasciando ai suoi margini le lotte di ulteriori indagini e di ipotesi di lavoro, ha avuto un filone costante, pur non essendo quasi mai stata nuda enunciazione di un kerigma, che per la sua divina sostanza dovrà essere pensato nel tempo e nella eternità e per la sua semplicità chiede l’ausilio interpretativo dell’umano linguaggio intellettuale. – E la filosofia tomistica? Nessuno che senta cattolicamente può accantonare l’enciclica Æterni Patris (4 agosto 1879) di Leone XIII. Quella enciclica è intramontabile. La risposta è facile. La Chiesa ha indicato come sussidio maggiore, tra tutta la produzione filosofica, quella di S. Tomaso d’Aquino, perché, oltre al pregio di sistemazione limpida ed universale del pensiero, aveva la qualità di essere aderente alla filosofia perenne. Ed è in questa aderenza che sta la forza di S. Tomaso. Non fu l’unico; fu l’unico a raggiungere un’altezza (che solo un altro grande può contendergli), unita ad una sistemazione scolastica. Come si vede la questione del kerigma non è questione così semplice, siccome appare a taluni. Essa involve questioni di fondo, che si impongono alla prudenza ed alla umile meditazione di chi ama la verità, perché ama Dio. Il discorso continuerà a proposito di un argomento che segue.

La cultura

Siamo dinanzi ad un argomento a proposito del quale occorrono talune gravi chiarificazioni coraggiose. Infatti la «cultura», o quello che non sempre a ragione si chiama «cultura», è diventata come il bosco di Efraim, del quale dice il secondo libro di Samuele, a proposito di una celebre e disgraziata battaglia tra fratelli, che «furono un numero molto più grande quelli che di tra il popolo uccise il bosco, che non gli accoppati dalla spada in quel giorno» (2 Sam. 18, 7-8). – E infatti nel campo della cultura che, sia dal punto di vista intellettuale, sia dal punto di vista pratico, appaiono cedimenti. Rispetto a questi cedimenti noi abbiamo il dovere di mettere in guardia i nostri confratelli. Si tratta di un discorso che, per ora, cominciamo soltanto. Per essere più sistematici è opportuno distinguere la cultura in senso soggettivo dalla cultura in senso oggettivo. La cultura in senso soggettivo è una qualità acquisita nello spirito umano dallo studio od almeno dall’apprendimento della natura, del pensiero altrui, delle lettere, delle scienze, delle arti, dei fatti. Questo studio od apprendimento è solo una fase necessaria per raggiungere la qualità sopraddetta. Infatti non basta l’apprendimento, ma occorre l’assimilazione degli elementi appresi, l’esercizio circa i medesimi in modo da conquistare – per la intelligenza stessa, per la intuizione, per il gusto, il sentimento e le rispettive capacità espressive — una nuova perfezione, una maggiore ed anche superiore finezza, una più feconda forza creatrice, doti di distinto pregio, più limpida armonia, saggezza. Infatti questo è quanto pensano gli uomini, magari indistintamente, allorché chiamano «colto» un loro simile. Nella – qualità spirituale che noi chiamiamo «cultura» è evidente il connubio tra gli elementi provenienti dall’esterno e la esercitazione e maturazione interiore; non è meno evidente il rifluire di tutto all’esterno, alla vita associata, con quelle manifestazioni irradianti sull’ambiente e sulle cose, dalle quali noi misuriamo l’«uomo di cultura», nonché la esistenza di un livello civile. La cultura in senso oggettivo è formata da tutto il patrimonio di pensiero, di scienza e di arte, di mezzi espressivi, sia fissato nei documenti e monumenti di qualunque genere, sia vivente nelle istituzioni, nei costumi, negli usi, nelle risorse crescenti di impiego della natura, o nel tenore di vita e nei rapporti tra gli uomini, nonché nel livello spirituale della loro esistenza; è formata ancora dal complesso di strumenti dei quali si mantiene e si aumenta il patrimonio stesso. Questo patrimonio assimilato e vivente, questa strumentazione amplissima confluiscono a determinare un livello, per sé sempre più alto, di attività spirituale e di situazione materiale. E importante notare come nella cultura in senso tanto soggettivo che oggettivo entra la libertà umana, anche scapigliata, colle sue mutevolezze, col gioco delle sue ombre illusioni errori, col peso delle sue passioni, colla vicenda delle sue colpe. Il gioco della libertà è reciproco; va cioè dalla cultura soggettiva a quella oggettiva e viceversa. E difficile determinare in questa reciprocità il valore dei rapporti. Tanto basta per stabilire con chiarezza che la cultura non è una astrazione angelica; è solamente un campo in cui tutto può essere pulito e sozzo a seconda del comportamento degli uomini, in cui generalmente, come è proprio di ogni settore umano, bene e male facilissimamente si mescolano. – È dunque grave errore parlare della «cultura» come di una entità a sé stante, esente da colpa originale e da deformazione. E cosa grande come è grande l’uomo ed è corruttibile come è corruttibile l’uomo. Abbiamo cercato di delineare sopra un concetto chiaro e scolastico, perché è inutile istituire un discorso su un argomento del quale o non si dicono o addirittura non esistono i contorni definienti. Tuttavia le cose vanno ben altrimenti nelle accezioni e confusioni correnti. Non che si tratti di definizioni (almeno nella maggior parte dei casi). Infatti la moda aborre freneticamente dalle definizioni ed il margine di incerto, quello lasciato dal tacere delle definizioni, oltre a permettere a ciascuno di dire quanto crede senza alcun obbligo di sola verità, crea un alone assai largo di incerto, di inafferrabile e di volubile, il quale alone fa parte sostanziale della cultura oggi ufficiale. Noi sappiamo benissimo che avremo fiere condanne, non tanto per quello che diciamo, quanto per aver dovuto portare l’argomento fuori dell’incerto comodo e versatilissimo. Comunque le cose stanno così. – Quando si vogliono recensire i diversi concetti di «cultura» conviene guardare ai fatti. Sono essi che presentano l’equivalente di bene o male congegnate definizioni. Guardiamo i fatti . Si tacciano come avversari della cultura coloro che non seguono le mode correnti letterarie, artistiche e filosofiche. Le mode correnti sono fatte da un certo numero di «centri», di «salotti», di «riviste», di « premi letterari ed artistici», e soprattutto di imprese industriali editoriali. La nota più rilevata è che nella maggior parte dei casi, qual motore aggiunto o motore unico, ci si scopre l’«affare economico», le mode correnti fanno avanzare e retrocedere gli astri; talvolta incappano in figure od iniziative che hanno indiscutibile valore; molte volte i valori creano, visto che non ne trovano. Le mode, da che mondo è mondo, sono sempre state associate alla frivolezza, al fanatismo ed alle reazioni. Certo, non sempre nella stessa misura. Ad osservare questo verrebbe di affermare la seguente definizione: « la cultura è quello che nelle anime e negli ambienti depongono un certo numero di mode più o meno fra loro organizzate». Non è una definizione incoraggiante. Si tacciano come avversari cella cultura coloro che non bevono, coi più ampi segni di consenso intimo, alle sorgenti dell’idealismo, del marxismo, dello esistenzialismo, del laicismo. Non abbiamo alcuna idea di discorrere qui del merito di queste vicende intellettuali. Ci preme solo trarre da questo contegno la definizione di cultura, che è evidentemente «sentita», alimento nel subcosciente, da gravi anatematizzatori. Essa è la seguente: «la cultura è lo stato dello spirito umano e della società in cui esso vegeta, allorché l’uno e l’altra si lasciano profondamente imbibere dallo idealismo, dal marxismo, dall’esistenzialismo, etc » . Tale definizione è meno incoraggiante della precedente, perché oltre tutto, affetta da un particolarismo rispetto al tempo e alle cose, con segni di aggravata caducità. – Si tacciano come avversari della cultura coloro che non accettano il dogma della evoluzione di tutte le cose, magari colla sottaciuta idea che conta la evoluzione in se stessa e non contano le cose in evoluzione. Se da un ambiente più sostenuto si scende ad un ambiente meno sostenuto, come se da un teatro ci riducessimo al teatrino delle marionette, si trovano tacciati come avversari della cultura quelli che non credono alla fantascienza. La scienza, quando è vera, è altra cosa ed è pienamente rispettabile. E opportuno ascrivere al seguito della fantascienza tutto il pensare e scrivere, che ritiene, con lo spostamento delle cognizioni fisiche e delle applicazioni tecniche, cambiare l’uomo e i principi dai quali fu retto fin qui. Al fondo di tutto questo si compone così una definizione: «la cultura si raggiunge al momento in cui ci si abbandona ad una corrente che cammina in avanti, verso un mondo privo di qualsiasi elemento in comune con quello nel quale siamo, ahimé!, troppo presto nati». – Si tacciano di avversari della cultura coloro che si rifiutano di abolire in ogni manifestazione del pensiero e dell’arte o della attività umana il diritto supremo della legge eterna, della verità di Dio. Difatti quando si osa dire che la morale e la verità stanno prima e sopra la cultura, i suoi strumenti, i suoi ozi e i suoi trionfi, si è investiti da un urlo che parrebbe tremendo. Ecco dunque la definizione che ne deriva: «la cultura è lo stato di evoluzione intellettuale e tecnica dell’uomo che ha abolito ogni assoluto e pertanto ha abolito Iddio». Questa definizione è la più rispondente al momento attuale di confusione delle lingue. – A taluni, che si dicono cristiani e lo sono in verità assai poco, vorremmo ricordare come essi tacciano di avversari della cultura quanti respingono il razionalismo. Dovremmo dire dunque che essi definiscono la «cultura» così: «adeguazione al razionalismo» ossia a quello che può essere eresia ed apostasia? Alle cose si dà il nome che meritano. Noi potremmo continuare coi fatti e colle definizioni relative. Chiediamo ai nostri confratelli di prendere atto della confusione regnante nell’argomento. Il prendere atto della confusione e della miseria su cui essa si regge è altro punto importante per lo scopo per il quale scriviamo. Si comprende però perché mai dissennatamente si parli di abolire la cultura classica greca e latina, la maggiore che abbia avuto la vita civile; perché si sostenga di dare solo o quasi solo una cultura tecnica, la quale difficilmente diverrà cultura per la assenza dell’aspetto più umano, ma in compenso renderà gli uomini schiavi dei tiranni. Infatti i tiranni sanno come usare le tecniche, tremano davanti ad ogni espressione del pensiero, ossia della humanitas. In tutto questo le più colpite sono la intelligenza, che viene o negata o anestetizzata, e la verità di cui si tace quasi sempre. Intanto il termometro scende. Il passato non dovrebbe esistere più: tradizione, patrimonio classico, autorità, … tutto ciarpame in nome della cultura. Un’orgia dello stesso tipo fu fatta in altro tempo in nome della libertà. Era il tempo in cui fu inventata la ghigliottina e fu usata più che in ogni altro tempo la ghigliottina. Quando si parla di cultura, si osservi bene questo panorama. Noi siamo qui a difendere la cultura. Ma per farlo dobbiamo denunciare le sue contraffazioni. Infatti diviene ora valevole una conclusione generale: mentre per cultura si dovrebbe intendere una somma di elementi positivi e veri, la loro assimilazione per la maggiore resa anzitutto spirituale dell’uomo, molti e forse troppi per cultura intendono piuttosto una elezione di metodi negativi, reazionari ed anarchici. Così la cultura pare a loro l’estremo grido di una libertà contro ogni legge, fosse pure in sostanza contro Dio stesso. Il fatto così inquadrato attenta anime che si credono cattoliche. Abbiamo voluto insistere sul concetto obbiettivo, visto anche in controluce, perché la «cultura» è in se stessa una cosa seria e sommamente utile, nonché per dare il criterio di distinzione da tutte le sue forme aberranti. Riassumiamo ora come sono andati i fatti e quale è stata l’anima che li conduce, in modo da vedere l’aspetto maggiormente permanente e sempre in modi diversi risorgente nella cosiddetta «cultura», che può essere e può non essere veramente tale. – Coll’umanesimo, venuto dopo la stanchezza d’un tramonto del Medio Evo, per reazione, per acquisizione splendida di elementi antichi, per bisogno di novità malamente interpretata, per colpa di coloro che hanno avuto troppi pensieri terreni, si è formata una concezione particolare. Essa non era aliena dal riprendere, dopo mille anni, un certo tono pelagiano. Eccola. L’uomo di lettere, di studio se non sempre di scienza, di mondo, si è creduto capace di organizzare colle sue sole forze tutto il suo destino e la sua felicità terrestre. Ha talvolta continuato a credere nella Rivelazione; ma ha cominciato a credere che quella valesse per la vita eterna e non fosse più affatto necessaria a regolare o condurre le vicende terrene. Era la più o meno esplicita negazione del soprannaturale che eleva la natura, non riconoscendo che i due aspetti si componevano per dare alla vita la sua equilibrata e salutare base. La vecchia gnosi docéta non riconosceva il vero corpo umano di Cristo, perché non era capace di pensare al supremo connubio tra qualcosa di materiale o terreno e quello che, ben più alto, aveva carattere e realtà divina. Il punto che serve a qualificare tutto nella Rivelazione del divin Salvatore è la Incarnazione, il mistero della unione ipostatica, tipo di tutte le altre disposizioni della Provvidenza per il mondo redento. – Comunque l’uomo di lettere, che si riteneva capace di far tutto da sé in questo mondo, operava, quasi non rendendosene conto, una separazione tra la redenzione e la terra, tra il cristiano e l’uomo. Faceva di più: sotto la spinta protestantica, che tentò di abolire la Chiesa, continuazione storica del Cristo, indusse per quella separazione la totale indipendenza, anche la opposizione in funzione di indipendenza. E la indipendenza filtrò dovunque contro gli stessi principi e valori che in seno alla natura, ben usata, avrebbero finito col fare dar ragione a Dio. Così oggi spesso l’uomo di lettere, di scienze e di arte, o di pensiero, non solo si sente indipendente da una rivelazione, ma è diventato indipendente da una intelligenza logica, da una verità obbiettiva, da un sentimento di universale armonia, da una nobiltà morale, che pure avrebbe trovato in qualche modo, anche se non perfetto, nel campo della natura. E dice e fa quello che vuole; fa scempio di quello che crede. Come se non dovesse morire e non portasse dentro di sé la testimonianza della sua immortalità! Non si accorge di ripetere solo una storia vecchia assai e della quale con pochi rimandi abbiamo descritto le ragioni e le fasi. E per questo motivo che esiste il laicismo: la lotta contro la Chiesa è solo un aspetto della lotta di indipendenza contro il soprannaturale della Rivelazione. È storia vecchia, nella nostra epoca moderna ebbe la sua più clamorosa vicenda coll’illuminismo, in quanto l’illuminismo parve segnare vittorie. Poiché una delle pagine più grandi della lotta sotto questo profilo, per la esaltata ricchezza di sommi ingegni e per lo slancio di vivaci ardimenti, si svolse in Francia sotto Luigi XIV, è sufficiente vedere che cosa rappresentino, da una parte il Tartuffe di Molière e dall’altra le prediche di Bossuet, lo splendore di Versailles e la fondazione della trappa compiuta, in reazione, dall’ex damerino l’Abate de Rancè. Episodi forse, ma episodi rivelatori al sommo della vera vicenda della cultura e del suo intimo significato. I termini si ripropongono oggi ed è singolarissimo quanto indicativo che, allorché il gran mondo tenta entrare nella Chiesa (o si trova sui margini vicini ad essa), non riproponga la tesi di Sartre, ma riprenda in parte il linguaggio della Action Française e, più indietro, dello illuminismo. Si tratta infatti della dottrina dei due piani separati, il terrestre e il celeste: «il mondo si occupi in piena indipendenza da ogni legge e criterio soprannaturale del primo, la Chiesa si occupi del secondo; gli uomini siano solamente uomini nel mondo e si mescolino a tutte le vicende e pensieri e passioni, siano invece dei cristiani in chiesa». Per taluni cattolici la cultura è tutta qui: dire e rifriggere, magari, ed accade spesso senza alcuna venustà letteraria, questa grande cosa terribilmente vecchia e vecchia come il docetismo, come il pelagianesimo. Si tratta insomma della lotta fra Cristo e il mondo, tra Dio creatore e l’uomo che tenta l’avventura del figliol prodigo e vuole assolutamente andarsene per conto proprio, finendo col mangiare ghiande. Tutta la storia è narrata già nel Vangelo di S. Luca al cap. XV. In questa lotta, se il cattolico entra ad un certo modo, può essere non se ne accorga (e Dio conceda il beneficio della ignoranza invincibile), tuttavia accetta molte conseguenze, delle quali, ove conoscesse le premesse, avrebbe orrore. – La vera cultura continua, come continua la missione dell’uomo in questo mondo e per essere se stessa, grande e aderente alla scienza ed alle scoperte, non ha affatto bisogno di scender a mettersi in contrasto col suo Signore. Abbiamo scritto perché foste avvertiti e perché possiate avvertire altri.

Cultura e tecnica

Ecco un altro punto sul quale si possono avere dei cedimenti dannosi e, soprattutto, falsi. Esiste una presentazione, effettuata coi mezzi propri degli ambienti di «cultura» che può essere riassunta come segue. – « Si deve considerare il complesso delle nozioni scientifiche (matematiche, fisiche, naturali di qualunque piano) come le vere espressive della nostra età, come le vere efficienti per il suo domani di benessere terreno, come nettamente distinte e nettamente superiori all’altro complesso di nozioni riassunte sotto il termine « umanesimo» e che comprendono pensiero filosofico, letteratura, arte, diritto, storia, etc ». Dunque: due complessi. Valutazione di superiorità assoluta per il complesso scientifico, tecnico, rispetto al complesso umanistico. Previsione di futura larga inutilità per il complesso umanistico e sua necessaria condanna, se non a scomparire, almeno ad assolvere solo una funzione marginale; e comunque: anche nel superstite umanesimo, prevalenza assoluta del dato positivo, erudito, statistico, nonché cella critica (soprattutto bibliografica) rispetto a tutto il rimanente questo è del resto quello che si fa già in larghissima misura). Infine opportunità di abolire quanto è possibile i due fulcri culturali classici che sono la cultura greca e la cultura latina e di sostituire una istituzione sostanzialmente tecnica, pedagogicamente e didatticamente adeguata alle nuove concezioni neopositivistiche. La questione ci riguarda per molti titoli, anche di fondo. Affinché voi, cari confratelli, siate in grado di giudicare, sottoponiamo diverse considerazioni che appaiono opportune.

a) Le nozioni scientifiche (intendendo scientifico secondo la proposizione or ora fatta) si raggiungono sperimentalmente solo attraverso l’accidens quantitatis che è una fondamentale caratteristica della materia e, per noi, la porta di accesso alle altre caratteristiche della materia stessa. Questo dato sperimentale può trovare nell’intelletto sviluppi e sintesi, ma non ne abbandona mai del tutto la unilateralità nella quale sta il fondamento su cui sorge. Si tratta dunque sempre di nozioni che, per quello che riguarda l’uomo, sono «parziali».

b) Le nozioni scientifiche (sempre nel senso sopraddetto) riguardano direttamente solo la materia; indirettamente riguardano fenomeni psicologici, ma in quanto controllabili dal dato sperimentale. Si tratta dunque di nozioni, le quali per altro titolo, collegato col primo, ma da esso diverso, sono ancora «parziali».

c) La «parzialità» è ovviamente rispetto all’uomo che:

– mediante la intelligenza supera il margine, per lui non impreteribile, dell’accidens quantitatis e può adire indefiniti oggetti in tutte le direzioni;

– mediante il sentimento ha aperto un campo al tutto estraneo al limite di quantità, anche se la quantità ne può misurare talune manifestazioni;

– mediante la intuizione è in grado di superare e prevenire moltissimi procedimenti della pura esperienza scientifica (siccome è accaduto per le più grandi scoperte);

– mediante le attività religiosa, morale ed artistica raggiunge realtà e rappresentazioni, non altrimenti raggiungibili;

– mediante la «vita», il cui misterioso principio sta dentro di lui unitario e continuo, ha una sovrana indipendenza di essere dal mondo che lo circonda. Al di là del mondo rappresentato dalle nozioni scientifiche sta un mondo incredibilmente più vasto e più vario. La cosa più curiosa e più misteriosa dell’umana esperienza resta la libertà degli uomini e pertanto la storia forgiata col diretto concorso di questa stessa libertà.

d) La «parzialità», della quale abbiamo discorso, dice chiaro che il complesso di tutte le nozioni scientifiche e tecniche presenti e future non sarà mai sufficiente a costituire per l’uomo una «cultura» che lo adegui convenientemente. La parte non vale mai il tutto.

e) Che se si volesse instare ed ottenere una «valutazione» di questa «parzialità», e stabilirne il rapporto rispetto al «rimanente» (se più, se meno), basterà ricordare qualcosa di quanto già detto. Un complesso di nozioni contratto entro le possibilità offerte da un solo accidente della materia stessa non sarà mai alla pari del complesso offerto da tutti gli accidenti e dalla sostanza stessa delle cose. Questo se si sta nel piano puramente materiale. Si aggiunga il piano spirituale, immenso, divino, eterno e si avrà una idea di come si facciano piccole, anche se ben importanti, le proporzioni culturali dell’elemento in oggetto. A questo punto ci rifacciamo semplicemente a quello che già abbiamo scritto nella precedente nostra Pastorale Ortodossia, errori, pericoli, dove abbiamo analizzato, a proposito di conquiste scientifiche quello che per gli uomini è il «meno» e quello che per loro sarà eternamente il «più». – Forse taluni non si accorgono affatto che nel difendere certe applicazioni od opposizioni, in verità, accettano premesse positivistiche, materialistiche, marxiste, in contrasto insanabile colla loro fede, ma in contrasto pure col più elementare buon senso e colla poesia che ha sempre, vivaddio, alitato sul mondo ben prima ed oltre tutte le formule.

f) Precisato tutto questo riconosciamo come il complesso scientifico tecnico diventa grande strumento per la vita e per le attività degli uomini diverse da quella scientifica. Esso permette di sviluppare l’agio, la ricerca, l’esperienza, la giustizia, le risorse. Per esso è possibile redimere il mondo dalla fatica bestiale e fare una più larga e più equa distribuzione dei beni della terra. Per esso si può rendere economicamente e pertanto umanamente più indipendente il singolo uomo. Per esso si propongono indefiniti oggetti che offriranno maggiore cognizione della Provvidenza e del Creatore. Ma si tratterà sempre di una parte, non della parte maggiore o sola costitutiva della cultura.

– Stiamo dunque attenti: per il bene degli uomini i vari aspetti vanno sommati e non reciprocamente elisi. Quando il mondo fosse tutto tecnico, il pensiero raffermo, nessuno libererebbe più gli uomini dalle tirannie; anestetizzato e meschino l’uomo sarebbe prigioniero. L’accidens quantitatis è sempre una cortina; l’anima sola ha la libertà di spaziare ovunque ed a questo le serve anzitutto la humanitas. Oltre, sta la parola e la grazia di Dio. Anche queste, che sono il «più», vanno computate e non appartengono certo alle nozioni dette scientifiche. Almeno per quelli che sono e si dicono cristiani. – L’attentato, che si sta facendo oggi (anche influendo in istituzioni giuridiche), è in realtà un attentato alla umanità, senza tener conto che il latino non lo vogliono soprattutto perché è uno strumento della Chiesa, con il quale essa si collega attraverso i tempi e attraverso lo spazio, ma perché distruggendo il latino è distrutta gran parte della humanitas. – Il rapporto tra la fede cattolica e la «cultura» è basato su alcuni principi, i quali debbono essere chiari e ben compresi.

a) Lo scopo del Regno di Dio in terra, e pertanto della Chiesa, è quello di continuare la missione redentrice di Gesù Cristo e pertanto di rendere gloria a Dio portando in cielo le anime.

b) Ogni altro scopo è secondario; non solo, ma deve essere ordinato in tutto a quello, che resta supremo.

c) Il Regno di Dio usa anzitutto e soprattutto i mezzi stabiliti da Gesù Cristo, per il raggiungimento dello scopo eterno, che rimane massimo anche per gli uomini singoli od associati. Tali mezzi sono: la fede, la grazia, la legge con tutti i relativi strumenti molto ben determinati nella rivelazione divina. Gli altri mezzi e strumenti sono secondari; debbono essere assunti ed ordinati secondo la ragione di quelli che rimangono principali.

d) La fede ha per oggetto la verità che Dio ha rivelato. Tali verità affermano anzitutto che esiste una verità assoluta, la quale, essendo manifestata attraverso forme intellettuali accessibili ed usate dall’intelletto umano, irradia una luce di sicurezza e di valore sulle verità di diritto naturale. La fede impone così un primato della verità, dalla quale pertanto nessuna attività umana può prescindere.

e) La grazia ha per contrapposto il decadimento del peccato dal quale eleva e redime, nonché la debolezza propria della natura umana anche come conseguenza del peccato stesso. Ossia la grazia afferma la esistenza del peccato e della debolezza, entrambi non come oggetto di umano trastullo, ma come termini dai quali e non contro i quali si deve risorgere.

f) La legge impone doveri, che sono proporzionati al fatto della divina adozione (lo stato più alto nel quale venga a trovarsi ed a crescere l’uomo). Ad essa tutto il rimanente rimane sottoposto. La legge divina poi, qualunque essa sia, naturale o sopranaturale, vincola ogni atto umano e non lascia pertanto alcuna area neutra, nella quale non entri la ragione di moralità.

g) Con la fede (accettazione di verità superne), con la legge (ordinamento degli atti verso un fine eterno e pertanto disposizione dei medesimi secondo superiore intelligenza, superiore armonia e superiore bellezza) il Regno di Dio dà e costituisce di per se stesso una «cultura» per gli uomini, essenziale, insostituibile, superiore.

h) Considerando che il Regno di Dio in terra è tutto definito e valutato dal suo fine proprio ed eterno, si deduce che non ha come fine suo essenziale e diretto quello di promuovere «la parte umana della cultura degli uomini». – Tutto ciò significa: che il Regno di Dio potrebbe anche non occuparsene, quando ciò non fosse richiesto da altre giuste considerazioni; che in ogni modo la parte «umana» della cultura occuperebbe sempre solo un posto secondario e al tutto subordinato. Ciò per le ragioni sopra dette: prima la salvezza delle anime nella gloria di Dio, poi tutto il resto.

i) Il Regno di Dio in terra mette a nudo, sia per la forza diretta della verità e della legge che porta con sé, sia per discriminazione operata dal confronto, tutto quello che c’è o ci può essere di errore, di deformazione, di debolezza, di malo uso della libertà nella parte «umana», nella cultura degli uomini. Questa funzione illuminativa e discriminatoria ha lo stile netto, solenne e vivacissimo che ebbe Cristo stesso quando si levò contro le deformazioni di tutti i generi nel suo tempo in mezzo al suo popolo. – Dunque non è tutto buono nella «cultura» umana, e nulla può sfere accettato per il fatto solo che a titolo vero od appariscente appartiene alla «cultura». Ossia: l’essere o il parere cultura non dispensa affatto dalla grande distinzione tra il bene ed il male e non autorizza ad assumere a titolo di cultura quello che è in se stesso un male. Il primo grande rapporto tra il Regno di Dio e la cultura umana sta in questa illuminazione, discriminazione, classificazione, che rientra nella distinzione tra «Cristo» e il «mondo». Quello che è vero e onesto, seriamente scientifico, vera e pura espressione di arte, non cadrà sotto questa condanna o discriminazione.

l) La cultura propria del Regno di Dio, della quale si è parlato sopra, implica ed istilla una particolare simpatia, un profondo interesse, una amabile sollecitudine per la «parte puramente umana della cultura». Ciò purché non sia contaminazione di errore, attentato alla debolezza, provocazione al disordine ed al peccato. Vi è una singolare naturalezza, perché la Rivelazione divina, entrando negli uomini con un loro atto di fede (ossia di intelletto), volge la elezione di simpatia verso ogni uso ed elevazione della intelligenza umana e del complesso nel quale la intelligenza è signora e regina. – Ossia: premessa una ben netta e chiara distinzione e valutazione, il Regno di Dio in terra ama, non odia, favorisce, non disprezza la integrale cultura degli uomini. Anche perché alla medesima apporta il divino contributo ed il divino criterio della Parola di Dio.

m) L’opera del Regno di Dio trae certamente vantaggio dalla «cultura» umana, quando essa è onesta ed in quanto essa è onestamente assunta. Fino a questo punto non abbiamo affatto invocato la verità storica. Potevamo anche farlo. In realtà della conservazione della cultura antica e dell’avviamento di tutta la cultura moderna il mondo va debitore alla Chiesa. L o stesso ordine degli studi medi, ad onta di tutte le riforme, ricalca ancor oggi la Ratio studiorum che S. Ignazio dettò per le sue fondazioni. Ci furono contrasti, dei quali non è affare nostro discorrere qui, ma alla luce dei principi detti sopra si è in grado di capire l’intima logica di tali contrasti. Per la Chiesa il divino impegno di salvare le anime ha sempre la precedenza e, se si comprende che cosa sia il salvare l’anima, nessuno, in via di massima, le vorrà dare torto. Gli episodi singoli seguono talvolta i difetti piuttosto che le «linee» della Chiesa. Non è dunque a questi episodi che si deve soltanto guardare per esprimere un giudizio complessivo. – Noi abbiamo scritto questa parte nell’intento di servire i confratelli della nostra diocesi, perché avevamo obbiettivi ben definiti. Essi saranno chiari in queste conclusioni. E sarà anche chiaro perché l’argomento trattato sta sotto il generale titolo di Ortodossia: cedimenti, compromessi. – Nel voler portare la Chiesa verso la «cultura moderna» talvolta si cela un pericoloso equivoco. Ciò significa che si possono dire cose vere e cose false; che si possono adottare orientamenti ragionevoli e orientamenti irragionevoli. L’equivoco si evita discernendo accuratamente tra i primi e i secondi. Sta di fatto che taluni cattolici appaiono investiti di questa missione: portare la Chiesa verso la «cultura moderna». Nessuno dubita delle intenzioni. Si tratta di valutare le azioni.

a) Se nell’intendimento di portare la Chiesa verso la «cultura moderna» si celasse, come di fatto in taluni si cela, l’idea che, senza un bagno di «cultura moderna», la Chiesa non può rimanere giovane o compiere la sua missione, si sbaglia. – La Chiesa ha dal suo divin Fondatore tutti i mezzi necessari per assolvere il suo compito. Può giovarsi di tutto, senza fallo; ma altro è dire che qualcosa le giovi, altro è dire che qualcosa le è necessario od è condizione perché essa operi.

b) È fuori dubbio che per «bagno di cultura moderna» si intende da taluni una certa evoluzione, se non una completa evoluzione, una adozione anche parziale del relativismo, un modo interpretativo del dogma e della Parola di Dio che si avvicini al «libero esame», una rielaborazione della morale, tale da far accettare la zaffata immonda di molte espressioni scritte e figurate nella «cultura moderna» stessa. – Il grosso equivoco, il pericoloso cedimento sta proprio qui. Non manca chi stabilisce termini di una evoluzione, la quale va fuori della retta dottrina. Tuttavia nella maggior parte dei casi si parla in modo generico e tale che impedisce un giudizio preciso. Ma il timore lo si prova precisamente dinanzi al parlare generico di evoluzione. Infatti chi parla troppo generico o è perché non sa o è perché nasconde di peggio. Pelagio e Celestio con il loro parlare generico nella più insidiosa eresia della storia cristiana tennero a bada per qualche tempo le condanne, e a disincantare la questione dalle nebbie ci volle un sinodo palestinese. Pertanto il parlare generico di ma evoluzione o, se piace, di una cultura moderna che liberi la Chiesa e la metta sulla strada di una evoluzione generica, purtroppo, autorizza a decidere niente, autorizza a sospettare tutto. Anche il peggio., già debitamente condannato dalla Enciclica Pascendi e nel decreto Lamentabili di san Pio X . Lo stesso deve dirsi se l’avvicinamento alla cultura moderna ha per scopo di farle assorbire relativismo, idealismo, amoralismo. – Quando si accarezzano espressioni letterarie e filosofiche che o stanno su certe sponde o a certe sponde mirano, non si tenta forse di attirare i cattolici e la Chiesa stessa su un terreno che non è più di Gesù Cristo? Per «cultura moderna» si intendono anche certe sue «istanze», le quali riscuotono al momento e per motivi passeggeri un interesse di un determinato tipo. La libertà e la democrazia possono essere di tutti i tempi. Oggi costituiscono per molti un ideale, che ha sfumature interessanti. La libertà viene, in questo cono d’ombra, presentata anche come uno svincolo da ogni legge, da ogni superiorità ed autorità. E la vendetta di chi non può che essere piccolo, contro quello che ritiene sia grande. La democrazia, che è degnissima cosa, nel parlare e nel costume di taluni è una forma di sentirsi superiori ad ogni pur necessario ordine costituito, senza limiti e senza remore. – Ora, a leggere certi scritti e ad esaminare certi contegni, si deve dedurre che «condurre la Chiesa verso la cultura moderna», significhi proprio portarla verso quel concetto di libertà e democrazia. Essi sognano i tempi in cui i vescovi faranno i salariati e il Papa riprenderà a pescare con le reti di S. Pietro. Sarebbe un bel successo. – Non si creda che intendiamo scherzare. Si tratta di anarchia, di indisciplina, di incapacità ad osservare una legge, di invidia, di rancore, di spirito di rivincita. Si tratta di creare miti i quali suppliscano a quello che non c’è. A questo punto la «cultura» non c’entra più; c’entra tuttavia il suo cartellone. Perché il suo cartellone si inalbera ovunque c’è uno stampato, un convegno, un raduno, o qualche Balatrone che, suspendens omnia naso comechessia, fa un po’ di retorica. C’entra poi sempre dove ci sono fogli, concorsi e premi.

d) Nella cosiddetta cultura moderna tengono i «primi posti» la forma, l’arte intesa come forma espressiva od intuitiva, la originalità, la vampa di indipendenza, l’audacia di giudizio spregiudicato, l’avventura di negazioni, «l’angoscia del dubbio». – Forse domani alcuni di questi «primi posti» saranno qualificati fuori della «cultura» e magari nella «patologia»; ma per oggi è così. In questo caso «portare la Chiesa verso la cultura moderna» significa tentare di addormentarla perché, sotto la forma e l’arte, non si prenda più pena per la sostanza, per il fine eterno, per il peccato commesso, per lo svuotamento della intelligenza e della vita. Vale la pena di soffermarsi e riflettere. – La «forma» (sia letteraria, sia artistica) non è mai sola «forma», a meno che non ci si riduca ad una decadenza retorica, che blatera senza dire. Ogni «forma» vera, letteraria od artistica, è quello che è perché trasuda in essa una sostanza interiormente espressa e sentita. Per tale motivo la questione della «forma» nella cultura è questione grave e difficile, da trattarsi con rispetto e con misura. E può anche essere che, per influsso di alta intelligenza e alta emozione, sia notevole e di pregio persino la forma che avvolge una sostanza indegna. In questo caso la «forma» non dispensa mai dal giudizio netto e vero sulla sostanza indegna. – Dinanzi alla «forma» che avvolge ed esprime una sostanza indegna o che mette in opera un attentato alla onestà delle anime (sia letteraria, cinematografica od altro), non si può fingere di non vedere. – Si potrà far capire che, colle riserve e condanne sulla sostanza, si apprezza l’intelligenza e la sensibilità. Ma il giudizio deve essere discriminato e non sciocco. Si potrà addolcire con oneste risorse qualche giudizio «vero» e «discriminante»; in tal modo si potrà fare dell’apostolato verso i lontani. Con essi, quando non v’è l’occasione di doversi esprimere, si potrà anche tacere. Qualche volta. Ma intendere un apostolato verso letterati ed artisti come un perenne atto di «contrarre» la verità, per piacere a loro e persuaderli meglio, non è onesto. Non sunt facienda mala ut veniant bona! Del resto la nostra personale esperienza di ben trent’anni in questo campo ci avverte che i pensatori o letterati o registi, etc., poco in linea colla verità e la legge di Dio, se apprezzano la nostra amabilità sincera verso di loro, apprezzano soprattutto la nostra coerenza. Nessuno di costoro, se è intelligente davvero, stima chi nasconde qualcosa. Misura, cortesia, carità squisita, comprensione sono grandi armi per l’apostolato (soprattutto la pazienza); ma valgono poco se creano una verità effimera, diversa da quella obbiettiva, tirata per la occasione entro il letto di Procuste. Il gioco, ai veramente intelligenti, almeno, rimane sempre scoperto. Per gli altri non è onesto.

e) Nella cosiddetta «cultura moderna» hanno forza di assioma alcuni effati, i quali sono fortemente discutibili o addirittura erronei. Soprattutto hanno la durata delle cose effimere. Eccone un esempio.

La filosofia deve essere originale. Non si ammettono ripetizioni».

Nessuno nega che la originalità sia indice di ingegno. Ma se la originalità diviene canone supremo, esso vince sulla verità ed immette valevole quanto è originale anche se non risponde ad una verità obbiettiva. La filosofia ha del cammino da percorrere; ma nessuno può imporle di rinnegare quello che è seriamente acquisito, soprattutto se verte su principi supremi, su fondamenti universali, su problemi di fondo.

«La problematica e la critica non hanno limiti nei loro diritti».

Ciò è falso per ragioni evidenti. Anzitutto non può essere problematico quello che è evidente o seriamente dimostrato. In secondo luogo la critica ha luogo ove resta ancora possibile un giudizio; sia perché si tratta di affermazione particolare, sia perché si tratta di aspetti diversi, sia perché pencolano dubbi seri, sia perché si sta nel campo dell’opinabile. Insomma: si giudica quando c’è da giudicare, se se ne hanno la competenza e gli strumenti adeguati. Fuori di questo limite si cade per lo meno nell’arbitrario e  probabilmente nel falso e nell’ingiusto.

La demolizione del passato e di ogni tradizione fa parte del rinnovarsi dello spirito umano».

Non si demolisce per demolire, ma si demolisce solo quello che non ha diritto di esistere e non ha ragione per esistere. L’assioma pertanto nel suo carattere assoluto è falso, perché abbisogna di molte distinzioni e deve essere contratto a casi particolari, nonché documentati. In secondo luogo la nostra vita e i suoi strumenti, senza soluzione di continuità, appartengono al passato, il quale continua ad essere il centro sul quale ruotano i fatti e sul quale si stabiliscono via via le acquisizioni nuove. In terzo luogo gli elementi sostanziali perché l’uomo viva da uomo rimangono invariati: la famiglia, la socialità, l’amore, la morale, l’istinto, il dato biologico; il cosmo nella sua materia e nelle sue leggi, i fondamentali bisogni della luce, del buono, del bello, dell’ordine, dell’avvenire, anche oltre la morte, la quale continua ad essere signora unica di coloro che non si piegano a Dio. – Si aggiunga che la volontà della demolizione è frutto di una ira indiscriminata ed indistinta, segno a sua volta di una deformazione e di una inutile pena. Il rinnovarsi dello spirito umano, dato che le cose sono quelle che sono, avviene acquistando e componendo nuove esperienze; perdendo quello che ha incrostato ed appesantito l’anima; ritornando continuamente ad un equilibrio, senza alcun compromesso. La rinnovazione è insomma un atto positivo e non negativo. L’uomo non vive di rabbia contro se stesso, contro il cielo e contro la terra. Per molte persone la «cultura» è leggere libri che propalano simili panzane. Per altre la «cultura» è fingere di prendere sul serio, imbastendo critiche elogiative, i medesimi libri. Al qual proposito badiamo di non dimenticare che per taluni ambienti la «cultura» è data dal leggere e dissertare ogni anno su quella dozzina di libri che invadono un certo numero di salotti e li invadono perché sostenuti da una organizzata propaganda, orientata solamente sul guadagno.

«La cultura è essenzialmente soggettiva e deve riflettere stati dello spirito umano».

La affermazione così come è detta è falsa. La ragione è che se la cultura dovesse solo rappresentare stati dello spirito umano (col che si intende sempre e positivamente escludere il raziocinio), dovrebbe mettere da parte la storia, la scienza positiva e tutti gli strumenti coi quali si aiutano gli uomini a passare dallo stato di ignoranza allo stato di cultura. Tutti gli insegnanti dovrebbero limitarsi ad aiutare i loro alunni a interpretare i propri stati d’animo. In tal caso la diversità tra il mondo della cultura ed una grigia clinica psicanalitica sarebbe ben poca. – Esagerazione questa? Solo lo sviluppo logico di una affermazione che ha un significato ben preciso. Tanto basta perché si veda che la proposizione non regge, anche se per avventura avesse in sé qualche elemento accettabile. E l’ha di fatto, perché la cultura ha molte sorgenti, alcune obbiettive ed altre soggettive. Voler negare la incidenza soggettiva nella letteratura e nell’arte sarebbe accollarsi un torto evidente. Tuttavia c’è diversità fra dato soggettivo e stato d’animo. Essi coincidono solo in parte. Il dato soggettivo abbraccia quanto è all’interno; lo stato d’animo si restringe ad un settore di emotività. Tutta l’arte è pervasa anche dal mondo soggettivo; chi potrebbe negarlo? Ma se lo stesso mondo soggettivo disdegna certe sue manifestazioni e tende solo ad esprimere l’istinto (comechessia), certamente impoverisce. Potrà continuare ad addurre qualcosa al mondo della cultura; ma resta ben lontano dal costruirlo da solo e soprattutto resta incapace di costruirlo bene. Gli antichi hanno raccontato qualche volta delle favole, anche con grande saggezza; ma le favole si raccontano ai bimbi nella fase di crescita della loro innocente fantasia. Si narrano anche ai grandi; ma non come favole, bensì in modi abbastanza decorosamente togati. La proposizione, che ha momenti di meritata prosperità, vive esclusivamente di linfa idealistica e sottrae agli uomini forse la parte migliore della loro complessiva esperienza terrestre. Essa costituisce un limite culturalmente dannoso. – L’uomo non vive un sogno che naturalmente si dissolva nel nulla. Quel sogno riassume tutta la popolazione culturalistica anticattolica moderna. Nessuno di noi può recitare il «Credo» e poi, anche solo indirettamente, barare colla parte decisamente avversa al «Credo». Per lo stesso motivo nessuno può ritenere terreno neutro quello in cui stanno, aperte o palliate, se non tutte le affermazioni, almeno tutte le premesse di una negazione totale della fede. Noi sappiamo al contrario che la vita non è un sogno, ma una realtà di prove preziosa e pericolosa. Come non si dissolve la vita nel sogno, neppure si dissolve la verità nella illusione. Verità, bene e bellezza continuano a essere le grandi linee orientative di una cultura, qualunque essa sia. – L’indirizzo culturalistico moderno mantiene ben pochi rapporti con la verità di cui non ha neppure il senso, col bene di cui ha sovente il disprezzo, col bello di cui non ha, si direbbe, neppure più la capacita, pur tradendone ad ogni passo la incommensurabile sete. Formule, che sembrano culturali, contrabbandano invece uno stato di alterazione e di malattia. Di fatto il clima di catastrofe cresce nel mondo e prima responsabile ne è la cultura. – A noi interessa gettare il grido di allarme: perché il clero e i veri cattolici si ricordino che la missione della Chiesa sta prima e sopra la cultura, perché non si apra la porta al complesso di inferiorità il quale induce a scimmiottare quanto fa il « mondo »; perché non si apra, magari umidamente, la porta a fantasie e dissolvimenti, contrabbandati quale cultura e che invece non sono altro se non corruzioni dello stesso umano valore. – Noi vogliamo la cultura, ma ci riserviamo integro il diritto di giudicare se lo sia, oppure se non sia tutt’altro. Noi non abbiamo scritto contro la vera cultura, ma solo contro le sue deformazioni, che tentano di dividere e di macerare il campo cattolico. In tali settori l’intento diabolico è riuscito e questo constatiamo con infinita amarezza. – La Chiesa, pur non essendo mandata a fare per sé una azione di umana cultura, come si è detto, ha il diritto di intervenire e prendere iniziative tanto quanto ha il diritto di attendere alla educazione e quanto ha il diritto di promuovere in ogni settore il bene delle anime, l’indirizzo cristiano della società. Quello che deve rimanere è la distinzione tra la vera cultura e le deformazioni della medesima o quelle subdole sostituzioni, le quali coincidono di fatto cogli strumenti della falsità e della colpa. Strane fissazioni, artificiose limitazioni, illusioni proiettate per lasciare in ombra realtà e responsabilità eterne, ingenui fantasmi e petulanti chimere sembrano solcare la cosiddetta cultura moderna. La anarchia dal raziocinio e dai principi di esso pare esserne gran vanto. Essa costruisce una sorta di satellite artificiale sul quale, a piacimento, nulla trattiene più la esplosione dell’istinto e della irresponsabilità. Chi vuole la cultura deve avere la saggezza di cercare al di là del satellite artificiale o, meglio, deve cercare sulla terra vergine i lineamenti coi quali l’ha fatta Iddio. E ormai chiaro: non parliamo di quello che merita e meriterà sempre il nome di cultura. Parliamo della «cosiddetta cultura», fatta non della ricerca, delle biblioteche, della saggezza di tutti i tempi, della pensata responsabile esperienza d’oggi sommata con quella di ieri, ma fatta dai salotti, dalle riviste di moda, dalle ombre peccaminose delle quinte, dai premi, soprattutto da mali istinti politici e dagli ingordi affari. – Questo richiamato e premesso, invitiamo i nostri confratelli ad osservare il rapporto che c’è tra il «mondo» e la «cosiddetta cultura». Si tratta del «mondo» del quale il Salvatore ha duramente sentenziato, ambiente di peccato, di rivolta, di negazione e di vendetta. La «cosiddetta cultura» è espressione di quel mondo. Oggi ne è lo strumento più diretto e penetrante. – Ascoltiamo ora la Parola di Dio. Scrive san Paolo nella I ai Corinti (I, 18 sgg., II, 1 sgg.): «La Parola della Croce infatti è stoltezza per coloro che se ne vanno in perdizione, ma per noi, che siamo sulla via della salvezza, è forza di Dio, poiché fu scritto: «Manderò a male la saggezza dei savi e renderò vana la intelligenza degli intelligenti». Dov’è il sapiente? Dove il letterato? Dove il filosofo di questo mondo? Non ha forse Dio resa stolta la sapienza di questo mondo? Infatti non avendo il mondo con tutta la sua sapienza conosciuto Dio nelle opere della sapienza divina, piacque a Dio salvare i credenti colla stoltezza della predicazione. Invero i Giudei domandano miracoli e i Greci ricercano la sapienza; noi invece predichiamo Cristo crocifisso, che è uno scandalo per i Giudei, una stoltezza per i gentili, ma per quelli che da Dio sono chiamati, siano essi Giudei o Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Sì, la stoltezza di Dio è più forte di tutta la potenza umana. Considerate fratelli la nostra vocazione: tra voi non ci sono né molti uomini sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma invece Dio ha scelto gli stolti agli occhi del mondo per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, e gli ignobili e spregiati dal mondo e ciò che nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessuno possa darsi vanto dinanzi a Dio. Orbene per mezzo suo voi siete con Cristo Gesù il quale per opera di Dio divenne nostra sapienza e giustizia e santificazione e redenzione […] Io pure quando venni da voi, fratelli, non venni ad annunziarvi il messaggio di Dio con sublimità di eloquio o di sapienza, poiché mi proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo e Gesù crocifisso […] Affinché la vostra sapienza non sia basata sopra l’umana sapienza, ma sulla potenza di Dio. Parliamo, sì, noi pure di sapienza, tra i perfetti, ma non già della sapienza di questo mondo, né dei principi di questo mondo ridotti all’impotenza, ma parliamo della sapienza di Dio, avvolta in un arcano, sapienza nascosta, che Dio prima dei secoli preordinò per gloria nostra». – Quanto abbiamo scritto in questo capitolo, cari confratelli, abbiamo scritto per prepararvi a leggere questo grande brano della sacra Scrittura. In esso è chiaro che dobbiamo sacrificare tutto per salvare la verità di Dio (ove occorra); è chiaro che questa non è sostituibile da alcuna «cultura» umana; è chiaro che se la cultura si proclama indipendente da Dio «è ridotta all’impotenza».

[Continua …]

 

IL MAGISTERO IMPEDITO: L’ORA DI PIETRO

L’ORA DI PIETRO

[«Renovatio», V (1970), fasc. 3, pp. 325-326.]

Quanti scrivono di religione e di Cristianesimo si autodefiniscono teologi. Non sempre meritano questo titolo, perché esso non si basa solo su una laurea od un insegnamento, ma su un modo limpido, coerente e fedele di pensare con la Chiesa e di vivere nella Chiesa. Sono dei raccordi precisi ed impegnativi con la Chiesa che determinano la qualità di teologo. Una turba errante ci porta verso la notte. Non diciamo che siano decadenti o ignoranti. Forse non sempre sono in mala fede, ma certo ci portano verso la notte, non verso la luce. Hanno oscurato Dio e non mancano tra loro taluni che si affannano a indicarci i succedanei di Dio. – Hanno — non i veri teologi, gli altri – oscurato la Chiesa. La pensano presente quando l’umanità rifiuta il reale e vi sostituisce una idealizzata e inafferrabile immagine di se stessa. Il divino è esattamente questa superiore forma di umanità, vissuta ad un tempo come presente e pure ancor da realizzarsi. Questa comunità non ammette più gerarchie, se non provenienti dalla conoscenza di questo uomo superiore e dal servizio di esso. Non si parla più di verità; si accetta come valore la sola attività «sensibile pratica» di Marx: pertanto non si parla più di «ortodossia», bensì di «ortoprassi». – Che meraviglia, allora, se qualcuno nega chiaramente che il Magistero si estenda anche alle verità di ordine morale? Questi sono errori da bambini, non da pensatori! Per essere tali, bisogna dire ben altro, ci vuole una categoria più grande e di più alto livello: occorre arrivare ad una visione globale della Chiesa che la intenda non come regno di Dio, ma solo come l’autocoscienza di un divenire umano in cui Dio è presente solo in quanto «dimensione infinita dell’uomo». Il «divenire della storia» è il «divenire di Dio». – Chiesa, Magistero, Papa, Gerarchia, morale tradizionale, celibato … tutto condannato al rogo. Ed anche se qualcuno non lo nomina o non capisce che la logica di quello che dice l’obbligherebbe a nominarlo, nel bel mezzo di questo rogo c’è Dio. Allora si capisce perché nel gran rogo bruciano tutti gli ideali dell’uomo, pur sempre in attesa di superiori realtà, che si sostituiscono con la droga e gli allucinogeni. – Il fatto è impressionante. Il disordine è al tal punto che un autorevolissimo rappresentante della «nuova teologia» ritiene che ogni pensiero sia ortodosso, se considerato nell’ambito dei valori che gli sono propri. –

S. S. GREGORIO XVII

Al di là c’è il popolo buono e fedele, che implora di poter nutrire la propria fede con semplicità e chiarezza. Sa di soffrire e per questo chiede di sperare. Sente i frutti dell’odio e per questo chiede di amare: deve andare ad attingere alle fonti inquinate? Le fonti inquinate sono cisterne dissipate. – Basta con questi predicatori. È al Magistero che bisogna rivolgersi ormai e i teologi non possono considerarsi fonti genuine; se non in quanto vi si sottomettono, lo traducono, lo salvaguardano. Certo esistono buoni teologi: Dio aumenti la forza della loro voce nello splendore della loro obbedienza. Ma, il Magistero dove è pienamente certo? La Chiesa docente può senza dubbio insegnare infallibilmente, ma lo può fare se è con Pietro. E dunque necessario ritornare al centro; alternativa di questo ritorno è solo la demolizione di tutto, uomo compreso. E allora? Questa è l’ora di Pietro.

Il Magistero impedito: ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (2)

Gregorio XVII [26 ott. 1958 – 2 mag. 1989]:

il Magistero impedito.

ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (2)

[Lettera pastorale del 1° agosto 1959; Riv. Dioc. Genov.]

I.— Ortodossia

II.

Ecco una seconda proposizione, che si è costretti ad ascoltare qua e là: «La Chiesa – e pertanto la autorità ecclesiastica – non deve entrare in faccende terrene; segnatamente la Chiesa non deve occuparsi di dottrine e questioni politiche e sociali. Essa deve solo pensare alle anime». – Questa proposizione che contiene qualcosa di vero e molto di falso, come subito dimostreremo, è usata ed abusata da coloro che non vogliono essere disturbati nei loro piani e nei loro interessi, che non vogliono cioè incontrare mai sul loro obliquo cammino chi possa fermarne il progresso illegittimo, in nome di una verità superiore e di una giustizia certa. – Diciamo subito quello che nella proposizione è vero. La Chiesa per sé ha uno scopo eterno e non uno scopo terreno, ha la competenza che le proviene da questo scopo, secondo la positiva costituzione di Cristo. – Essa non ha come suo scopo adeguato quello di occuparsi di questioni terrene in quanto tali. Vediamo ora quello che nella proposizione è falso. Che la Chiesa non abbia come suo scopo adeguato e caratteristico quello di occuparsi di cose terrene, non significa essa non possa occuparsene proprio in ragione del suo fine eterno. Al contrario: essa, come già si è rilevato, è visibile ed ha per volontà divina una costituzione che la pone tra le realtà terrene e pertanto a trattare anche affari terreni. – Essa deve condurre alla fede, alla grazia ed alla salvezza gli uomini che stanno tra affari terreni e deve farlo passando attraverso realtà e difficoltà terrene. Deve dunque entrare per il proprio ufficio in queste realtà e in queste difficoltà. – Essa è custode della propria libertà, delle proprie divine prerogative e pertanto deve anche difenderle quando occorre e sul terreno ove questo occorre. E pazzesco pensare che la Chiesa possa agire sui fedeli, come deve, in un mondo diverso da quello nel quale i fedeli vivono. – La Chiesa è custode e giudice dell’aspetto morale di tutti gli atti umani e pertanto, almeno sotto tale aspetto, diventano oggetto di sue legittime cure anche affari terreni. Nessuno può pensare di separare politica e sociologia dalla morale, perché davanti a Dio non esistono extraterritorialità. In conclusione: non si deve dire che gli affari terreni siano di per sé competenza della Chiesa; ma taluni affari terreni diventano almeno sotto qualche aspetto aperti alla sua sollecitudine e di tutti gli affari giudica se siano o meno conformi alla legge di Dio. L’errore denunciato in verità si riduce od almeno si collega a quello elencato prima. Si tratta di una separazione innaturale, inumana ed irrazionale tra la vita civile e quella spirituale, tra l’ordine terreno e l’ordine religioso, tra il mondo e Dio. L’illuminismo aveva ipotizzato una sorta di costituzione imposta al Creatore, con aumento delle umane autonomie; l’errore del quale abbiamo parlato si trova esattamente in quel solco. L’idea di separare il momento in cui si va a Messa od a confessarsi dal momento in cui si prendono atteggiamenti in questioni e competizioni umane arride assai anche ai cattolici dai contorni molto consumati. Ma l’unità della verità dell’essere e pertanto della logica non si arrendono e non si arrenderanno mai. – Il tentativo contro la ortodossia qui parte dal desiderio di sdoppiare nell’uomo aspetti diversi legati però e sempre dalla stessa legge; tuttavia l’errore tenta di avvalersi di una ignoranza teologica. Essa verte sul dogma relativo alla sostanza stessa del Regno di Dio o, siccome oggi si ama qualificarla, del Corpo mistico di Cristo. Il Corpo mistico di Cristo è il Regno di Dio, pertanto non è una realtà vaga inafferrabile e pertanto riducibile a piacimento. Il Regno di Dio in terra e fino alla fine del mondo è la Chiesa ed è perfettamente inutile credersi di stare nel Regno di Dio, nel Corpo Mistico, se non si è nella Chiesa attraverso la obbedienza ai legittimi pastori. Il tentativo è quello di ridurre la azione della Chiesa ad essere puramente culturale e puramente interiore. Questa riduzione altera il disegno di Gesù Cristo in modo sostanziale, perché Egli ha inteso costituire in terra una società ben visibile e ben munita di diritti che non le provengono da sorgente umana, che possono non esserle corrisposti e che quando non le sono corrisposti diventano o prima o poi causa di una rovina. L’argomento verrà ulteriormente dipanato nella analisi di talune posizioni che seguono.

III.

«Bisogna rinnovare qualcosa nella Chiesa».

Questa proposizione ritorna spesso su labbra in buona fede. Più ancora sembra animare in taluni spiriti aspirazioni generiche ed indistinte. Essa è la quasi inconscia ragione per cui taluni sacerdoti e laici, senza alcuna voglia ereticale, civettano col socialismo e col laicismo. Esistono anche pubblicazioni cattoliche che hanno detto chiaramente di attendere l’avvento di qualcosa di nuovo ed intendono preparare gli spiriti a questo rinnovamento, oppure che, senza dirlo esplicitamente, lo lasciano abbastanza intendere. Si deve ritenere trattarsi di proposizione più sentimentale che razionale, più reattiva che attiva, più indistinta che perentoria. E per tale ragione che vale la pena di esaminarla, dato che un effetto cattivo lo ha certamente: quello di creare la mentalità di un transitorio in sospensiva ed in pericolo di slittamento; e quello di rendere pregiudizialmente inclini a tutto ciò che, comechessia, possa rappresentare un cambiamento. La proposizione, che rimane indistinta e persino subcosciente quando è affermazione di carattere generale, diventa singolarmente precisa quando scende al particolare, forse perché nel particolare cessa la ragione, e a torto, di violare dei principi generali. Ed ecco i punti sui quali gli spiriti famelici vorrebbero vedere subito delle mutazioni:

a) allargamento della disciplina ecclesiastica, si dice, per avere maggiore contatto coi fedeli e aumentare le possibilità di bene ampliando con essi le cose comuni;

b) attenuazione dello spirito della Croce, ossia del senso della mortificazione, della penitenza e della rinuncia, come strumento legato ad epoca ormai sorpassata, necessitando invece far buon viso ad un umanesimo che sorge, ad un mondo che coi nostri musi severi noi finiremo per gettare in braccio a Satana;

c) accettazione di alcuni principi marxisti;

d) sostituzione di un criterio educativo cedente tutto alla personalità che si evolve e pertanto attenuazione logica dei concetti di autorità e di obbedienza, sostituzione dell’autocontrollo alla disciplina;

e) democratizzazione della Chiesa, aumentando la caratura dei laici in essa e mettendo limiti alla azione della sacra gerarchia;

f) riforme della sacra liturgia ed abolizione del latino in essa.

Non manca qualche originale, il quale dice di peggio. Ma si tratta di esemplari così rari e così evidentemente fuori del seminato che a proposito di essi potrebbero essere tratti nell’equivoco o nell’inganno solo i loro pari. – Se consideriamo nell’insieme le sottoproposizioni elencate si possono fare subito le seguenti osservazioni di carattere generale:

a) esse sono tutte delle infiltrazioni derivate da situazioni contingenti, da mode e da autentiche malattie del nostro tempo. Non nascono dunque dall’interno e da una impostazione di razionalità, ma da una suggestione, da un influsso subito e danno la forte presunzione di essere complessi di inferiorità;

b) procedono da un allentamento evidente di quella distinzione tra noi e il «mondo», che Gesù Cristo ha vivamente imposto nel’Evangelo: si presentano pertanto più con il colore dell’annacquamento che con il suggello della vigoria;

c) risentono l’attuale indirizzo democraticistico, che appartiene alle variazioni più o meno effimere di questa curiosa esperienza umana e che non possono mai elevarsi a principi direttivi durevoli nell’ambito di una istituzione divina quale è la Chiesa;

d) possono forse interpretarsi in taluni uomini, più che per quello che suonano, per un indistinto, ma non riprovevole desiderio di aggiornamento di strumenti e di metodi in talune istituzioni od ambienti. Un tale desiderio potrebbe essere talvolta motivato ed onesto;

e) sono il segno di un disagio spirituale dalle cause diverse, di carenza teologica, di impostazioni per nulla razionali. Esse documentano situazioni che non depongono contro la chiarezza della verità, ma solo contro la chiarezza delle menti. Queste osservazioni generali chiuderebbero l’argomento. Tuttavia continuiamo un esame obbiettivo. – Dissipiamo subito l’idea che tutto debba essere statico nella Chiesa e che mai ci sia qualcosa di nuovo da fare. Immutabile è quanto è di istituzione divina. E dunque chiaro che molte cose possono mutare. La ricerca della perfezione è di natura sua una mutazione continua. Se qualcuno ama le cose nuove, gliene diamo subito un esordio (il solo esordio) di lista e gli auguriamo di far presto a realizzarle:

– catechesi a tutti (i più non l’hanno);

– organizzazione di tutte le comunità cristiane (parrocchie etc.) nella vera ed operante carità di Cristo;

– organizzazione dello slancio missionario per la conquista dei continenti ancora in gran parte infedeli;

– costruzione di tutti i metodi per i singoli, anche piccoli, settori allo scopo di neutralizzare quanto il progresso tecnico porta direttamente o indirettamente di danno alle anime, santificando ed utilizzando quello che di tale progresso è santificabile ed utilizzabile;

– riportare in primo piano la virtù del distacco del cuore dai beni terreni, sì da non eliminarli, ma renderli tutti, anziché padroni, servi dell’uomo e strumenti di un maggiore ed eterno bene;

– trovare le giuste e pure vie perché gli uomini e le istituzioni tutte si possano trovare con Gesù Cristo, lealmente e coerentemente, fino in fondo; senza portare la Chiesa in responsabilità che o le sono improprie, o le diventano pesanti, o si fanno addirittura pericolose ed ostacolo alla sua divina ed universale missione. – Tutto questo significa camminare in avanti a bandiere spiegate e nella luce di ideali generosi. Chi vuol camminare ha strada all’infinito. Ma tutte queste «cose nuove» sono antiche quanto Cristo e la novità sta nel riportarle continuamente, cogli accorgimenti delle mutate circostanze, risalendo senza posa la china della debolezza e della compromissione umana. Questo è il fascino dell’avvenire. Ridursi a chiamare «avvento di cose nuove» qualche debolezza di più o qualche annacquamento indebito dell’ideale evangelico non è serio e non è neppur nuovo perché è antico quanto sono antichi tutti i tentativi di evasione dalla integrità evangelica.

A) Allargamento della disciplina ecclesiastica per essere più vicini ai fedeli.

Non occorre qui dipanare il concetto di «disciplina ecclesiastica». È ben noto a coloro ai quali è diretto questo scritto. Non è invece inutile ricordare che «disciplina» è in uso solo presso esseri intelligenti e liberi, dato che agisce in via morale e cioè agisce col proporre autorevolmente una norma all’intelletto sicché questo convincendosene solleciti la facoltà motiva – la volontà – perché passi all’azione nel modo proprio della sua natura. La via morale non è via di costrizione, bensì di convinzione; la costrizione interviene quando è necessario o per riparare un ordine leso o per supplire alla debolezza dannosa delle facoltà volitive. Ora, nella disciplina ecclesiastica si debbono distinguere due aspetti:

– uno è il rapporto di adeguazione al fine della Chiesa e specificamente al fine del sacramento dell’Ordine e della sacra Gerarchia, siccome lo ha stabilito Gesù Cristo; ossia «nel complesso delle norme deve sempre restare salva ed immutabile la fungibilità o capacità loro di raggiungere il fine inteso dal divin fondatore della Chiesa»; — l’altro è la norma in se stessa. È chiaro che il primo aspetto non sarà mai toccato, perché distruggere il rapporto di capacità della disciplina rispetto al fine inteso significherebbe distruggere o rendere inoperante il fine stesso. Pertanto vi sono norme che hanno così necessario e sostanziale tale rapporto da ritenere non possano mai essere cambiate. Nel secondo aspetto noi troveremo, accanto alle norme delle quali ora si è fatto cenno, altre che possono avere valore contingente e che pertanto possono anche venire legittimamente cambiate. Ma per quanto si cambino tali addendi la somma dovrà sempre essere la stessa e cioè dovranno sempre assicurare quella santità di ordine e di figura che Cristo ha ipotizzato nella pienezza della sua legge e del suo spirito. – Coloro che sognano allargamenti della disciplina ecclesiastica non riflettono a tutto questo, soprattutto non riflettono che, pur variando, la somma dovrà sempre essere la stessa e ci dovrà sempre dare il prete, immagine di Cristo, saggio, umile, severo con sé, impregnato dello spirito della Croce e cioè del distacco e della rinuncia per poter in tal modo verificare la umiltà e la carità, trionfo del suo ministero. Essi si ingannano, perché sperano di ridurre in verità il peso del dovere, cosa che nessuno può fare in questo modo legittimamente; credono ingenuamente che si possano trovare forme evasive eppur salutari col buon Dio; credono ancor più stranamente che si possano ottenere gli stessi effetti di santificazione, diminuendo la caratura delle cause. Il che è contrario alla matematica più elementare, perché contrario alla più evidente logica. Pertanto è certo che si possono ipotizzare delle variazioni nelle norme disciplinari a tenore di quanto si è detto sopra. Ma non c’è nessun gusto per coloro che hanno simili desideri, dato che la somma dovrà essere la stessa e che pertanto quanto di austerità o di croce dovrà togliersi da una parte, dovrà pur esser messo da un’altra. – Essi infatti vogliono essere dispensati da pesi, null’altro. Ma avrebbero aver saputo per tempo che i pesi fondamentali li mette l’ordinamento divino intoccabile e che taluni altri pesi, quando sono stati liberamente accolti, dignità vuole si portino fino in fondo. – Taluni vorrebbero andare a caccia senza limitazioni, a teatro, a ritrovi mondani etc. Se questi taluni esistono, si vergognino di aver un giorno optato per Gesù Cristo e per la sacra maestà del Tempio. Essi si cullano in una mentalità contraddittoria a loro stessi, ossia al dignitoso momento in cui hanno assunto con grandezza luminosa impegni decorosi e fecondi. La voglia di adattare la verità e la legge ai propri vergognosi limiti ha creato Lutero e fu gran rovina, perché aveva pur doti lui e miserie immense l’ambiente intorno a lui. Ma quella di adattare la verità e la legge ai propri limiti è la più grande vigliaccheria che si possa concepire. C’è una affermazione che, per quanto superato ormai l’argomento, dobbiamo esaminare. Si dice nella proposizione in oggetto che il rilassamento della disciplina verrebbe bene per essere più vicini al popolo e stabilire con esso una apertura quanto mai utile alla sua santificazione. Premettiamo che mai si dovrebbe pensare a santificare il popolo contraffacendo la linea del sacerdozio ideato e costituito da Gesù. Premettiamo anche che talune cose inaccettabili come regola possono accettarsi come eccezioni ragionevoli. Il sacerdote deve vivere del suo ministero; ciò non ha impedito che san Paolo in talune circostanze e per ottenere taluni scopi giusti abbia fatto il tessitore, come non ha impedito ad un vescovo dell’Africa Equatoriale di fabbricare lui personalmente nei giorni liberi migliaia di mattoni per accelerare la costruzione di scuole cattoliche. Noi ammiriamo san Paolo e quel degno vescovo proprio perché si tratta di eccezioni che confermano nobilmente la regola. Chiediamoci però una buona volta: il popolo dobbiamo precederlo o dobbiamo seguirlo? E se appare ponderoso affrontare subito tale questione di massima chiediamoci: «ma è proprio vero che un rilassamento della disciplina avvicinerebbe al popolo e renderebbe più utile il nostro ministero?». Attenti bene: la questione non verte sulla opportunità di essere vicini al popolo (che si afferma, si desidera e non si discute neppure); la questione è se, ad ottenere tale vicinanza, noi si possa adottare la via di un rilassamento.

1) La media degli uomini mormora terribilmente dei più piccoli difetti degli ecclesiastici. Il criterio di tali giudizi è ordinariamente duro ed esagerato e nessuno questo lo può negare. Tali mormorazioni e tali criteri indicano per sé che i difetti e i rilassamenti allontanano e non avvicinano il popolo.

2) Accidentalmente la rilassatezza fa degli amici agli ecclesiastici. Li rende simpatici a coloro che trovano agio nelle loro umane qualità e giustificazione nella somiglianza con loro. Ma in tal caso l’ecclesiastico acquista alone, simpatia, corteggio per sé, non per Dio. Da questi corteggi sono usciti i peggiori anticlericali e molte volte i peggiori inciampi per i successori.

3) Attraverso l’ufficio Onarmo abbiamo fatto un sondaggio della opinione degli operai su questo tema e la risposta che abbiamo avuto non ci ha lasciato dubbi in merito: gli operai vogliono dei sacerdoti autentici, che siano solo e sempre sacerdoti, niente altro che sacerdoti, dal piedistallo morale più alto del proprio.

4) Lo studio della psicologia media rivela il bisogno di un prestigio al quale appoggiarsi nella profonda e bruciante esperienza della debolezza propria. E per questo che di fatto il prestigio nel sacerdote condiziona molto della riuscita del suo ministero. La vera domanda che il mondo rivolge al sacerdote è che egli sia più in alto per potervisi appoggiare e per poter ancora credere alla virtù ed alle superiori realtà. E esattissimo quando si afferma che nel sacerdote la gente cerca in verità non solamente un fratello, ma un padre.

5) L’idea della rilassatezza di disciplina come giovevole all’avvicinamento può germinare nella testa di chi ha riportato dei successi personali, che non sono in genere i successi di Dio e della sua santa legge. Taluni giudicano della questione del loro agio, non del razionale impiego della loro intelligenza. Tutto questo ha una singolare conferma dalle esperienze del campo giovanile. I giovani amano quelli che sanno stare con loro e mettersi al loro livello; ma cessano di domandare il sussidio spirituale, la direzione dell’anima a coloro dei quali si accorgono che si divertono a stare con loro e non stanno con loro per convinzione, sacrificio e rinuncia interiore.

6) Si osservi la storia. La Chiesa greca non ha avuto alcuna notevole influenza missionaria per aver abolito un capitolo di disciplina: quello relativo al celibato. La Chiesa greca eterodossa non ha avuto alcuna reale influenza nella completa maturazione dei popoli per lo stesso motivo. La considerazione generale delle condizioni dei diversi paesi rende chiaro che là si è maggiormente mantenuta la fede e la virtù del popolo dove più austera si è conservata la disciplina. Esistono nazioni nelle quali gli ecclesiastici hanno talune particolarità che parrebbero un allargamento, mentre negli stessi paesi si nota un consolante fiorire della vita ed influenza cattolica. Alludiamo in modo particolare all’America del Nord. Ma bisogna osservare che se talune particolarità possono indicare un maggiore agio materiale ed una maggiore snodatura, anche prescindendo da altre considerazioni, là il clero vive abitualmente la vita di comunità il che costituisce disciplina ben più stretta delle apparenti larghezze.

7) I fedeli vogliono vedere nel sacerdote qualcosa di più di quello che è in loro; nell’ordine ecclesiastico domandano maggiore compitezza e levatura di quanta non ne osservino nelle organizzazioni comuni. In essi la immagine del sacerdote prominente sull’altare rimane rilevata e non ne tollerano alcuna che sia contraddittoria con quella.

8) Finalmente è legge comune che tanto si aumenta la forza di volontà quanto, a parte la grazia di Dio, si aumenta l’esercizio della austerità e del sacrificio. Ciò significa che qualunque diminuzione di sacrificio, ossia di disciplina, significherebbe inevitabilmente unadiminuzione di presa della azione sacerdotale.

B) Attenuazione dello spirito della Croce.

Talune delle osservazioni, fatte per la proposizione precedente, dimostrano la falsità della proposizione presente e pertanto non sarebbe necessario insistere. E tuttavia bisogna affermare, a costo di ripetere, che essa è direttamente contraria alla essenziale impostazione della Rivelazione divina. Infatti il Verbo si è fatto uomo, è entrato nella famiglia umana; ha riaperto la sorgente della grazia ed ha redento attraverso la sofferenza. La Croce riassume tutto Gesù Cristo. In tal modo non solo ne è inseparabile, ma la Croce riassume tutta la sua via e tutta la divina saggezza contenuta nel suo messaggio. Una legge senza la Croce non è più di Cristo. Tutto questo sul terreno pratico Egli lo ha detto ripetutamente e duramente: «Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua» (Mt. XVI, 24 sgg.), «la porta è stretta e angusta è la strada» (Mt. VII,13 sgg.). San Paolo ha fatto chiari commenti. La santità ha battuto sempre questa strada e questo è accaduto necessariamente, non solo per la coerenza alla Redenzione sulla Croce, per la assimilazione a Cristo e per la dovuta espiazione, ma ancora per compiere in noi quello che manca nel tempo e nel Regno di Dio alla stessa passione di Cristo (cfr. Col. 1, 24). – L’idea di rammollire in qualche modo il senso della Croce con quanto essa significa è dovuta alla debolezza interiore di talune anime ed alla loro paura del mondo. Per lo più si tratta di un loro deragliamento spirituale, da giudicarsi per quello che è. Non si esclude in taluni il timore di non trovare seguaci a Cristo, se le cose si presentano dure. Forse qui c’è della buona fede, ma anche della pericolosa pusillanimità. Pretenderebbero che le cose fossero facili. Non devono essere facili, e per la dignità dell’uomo che riceve da Dio e per la dignità di Dio che dona all’uomo. Del resto attraggono assai più le ragioni forti che quelle deboli. L’orma che il Creatore ha stampato nelle sue creature si vitalizza assai più dinanzi a donazioni robuste che non a evocazioni di conciliante mollezza. Non per nulla Dio ci ha messo la sua grazia ed è per questo che può chiamare, come ha chiamato, attraverso la via della Croce. Quelli che attendono con intelligenza alla educazione di giovani sanno benissimo che in essi si ottiene assai più a domandare tutto che non a domandare metà. Si osservi infine: tolta la Croce che rimarrebbe di grande, di smagliante in tutte le virtù? E essa che dona le proporzioni alle migliori cose che possono fare gli uomini. Difesa la Croce sono difesi la penitenza, la mortificazione, la austerità, la rinuncia, il silenzio, la solitudine, la povertà, l’oblio, il patimento, i doveri pesanti, l’eroismo, l’olocausto, la disciplina, il metodo, la rigorosità di coscienza, il perdono, la restituzione di bene per male, il digiuno, l’offerta in spirito di vittima, il martirio. – L’idea di andare incontro al mondo dolcificandogli e rammollendogli quello che è amaro e duro è una capitolazione, non una furbizia. La verità mantiene pieni tutti i suoi severi diritti anche in questo campo.

C) Accettazione di alcuni principi marxisti per falsa carità verso i fratelli.

Il marxismo è monolitico. La accettazione di qualsivoglia sua conseguenza o applicazione «specifica» comporta la implicita accettazione del suo fondamento. Le separazioni tra effetto e causa sono assolutamente arbitrarie e non è lecito accettare una conseguenza pretendendo di non assumere le responsabilità del suo principio. Quanto alla inaccettabilità del principio marxista, che è materialismo, nessun cattolico può avere dubbi. Se li avesse sarebbe manifestamente o ignorante o in mala fede. Il punto è precisamente questo: il marxismo non lo si accetta a pezzi disgiunti: se se ne accetta una parte si assume la responsabilità di tutto. E pertanto un cattolico non salverebbe la sua ortodossia. Non salverebbe neppure la dignità della sua intelligenza, per la ragione seguente. Ammettere la bontà e la utilità di una applicazione del principio negatore di Dio anche ai soli effetti materiali ed ammettere insieme che c’è Iddio, unico principio della realtà esistente ed unico ordinatore di essa nella più perfetta ed unitaria finalità, è impossibile. Domanda un salto di logica che è mortale. Sul terreno puramente pratico: coloro che credono alla bontà parziale di talune applicazioni marxiste hanno gli occhi chiusi o forse li hanno troppo aperti e in mala fede. Parliamo di «occhi chiusi» perché non vedono che le applicazioni marxiste defraudano individui e popolo di tutta la libertà, inducendo un sistema di organizzazione talmente artificiale e meccanico da divenire antiumano e in prosieguo di tempo anche antieconomico e pertanto apportatore di più penose condizioni materiali. Parliamo di «occhi troppo aperti» perché le realizzazioni marxiste hanno certamente il pregio di creare posizioni di accentramento desiderate da uomini cupidi, i quali spesso non potrebbero altrimenti sperare di raggiungere posizioni di comando economico. – La verità è che la tintarella marxista ha beneficiato in qualche misura, anche presso oneste persone, della volgarizzazione di moda. E tutti sanno che le mode hanno sempre un singolare quanto inconsistente prestigio. – Dopo quanto si è detto per noi ha importanza il fatto che qualunque accettazione del marxismo o nei principi o nelle applicazioni specifiche comporta un almeno implicito o virtuale rinnegamento di Gesù Cristo ed una cancellazione del carattere di cristiano.

D) Sostituzione di un criterio educativo che tutto ceda alla personalità. Attenuazione del principio di obbedienza. Prevalenza dell’autocontrollo sulla disciplina.

In questa proposizione multipla c’è tutta la insofferenza patologica del nostro tempo. Essa è l’estremo tentativo di abolire la legge di Dio, mantenendo le apparenze di rispettarla. È insieme una aggressione ed una capitolazione. Questa proposizione è contraria o per lo meno lesiva di principi certi. Esaminiamo la prima parte della proposizione tenendo presente che in materia educativa il punto di vista cattolico può esprimersi nel modo seguente: «L’uomo, specialmente nella sua prima età, ha bisogno di educazione organica e ferma perché è immaturo, perché è debole umanamente con debolezza acuita dal peccato originale, perché deve ricevere dal di fuori di sé cose che non ha ancora, perché non ha maturo il discernimento ed è facile preda di ogni inganno ed errore, perché finalmente è soggetto a istinti, sentimenti e passioni turbinose ed obnubilanti specialmente nella adolescenza e giovinezza. Incompletezza, debolezza e facile passività alle suggestioni sono le ragioni per cui l’uomo ha bisogno sempre di una educazione, che gli deve venire da coloro dai quali si suppone esser già abbastanza superato il periodo delle naturali carenze. La educazione, o efficace conduzione dell’uomo verso la sua maturità complessiva, non può avvenire senza un ordine e questo è reso valido ed efficiente dall’uso ragionevole della autorità, sia essa dei genitori o sia di chi supplisce o completa i genitori. – È ovvio che la educazione si basa su principi inderogabili, il valore dei quali è costante quanto sono costanti la umana natura e la umana condizione. Circa i medesimi non si possono fare nella sostanza né mutazioni, né sostituzioni. Le mutazioni potranno riguardare gli aspetti marginali, gli strumenti, i metodi, le tecniche, non la sostanza. E attentato agli uomini il supporli diversi da quello che sono: in tal caso nulla sarà mai a loro conveniente». – Il concetto poi di personalità è certamente collegato col concetto di distinzione, la quale implica autonomia ed esclude ogni riduzione a denominatore comune. La personalità morale (si parla infatti di quella) viene raggiunta quando tutte le possibilità di un individuo sono messe in opera e quando egli è regolato nel suo interno senza alcuna riduzione della sua intelligenza e della sua libertà. E a questo punto che molti prendono l’abbaglio del quale è viziata la proposizione in oggetto. Infatti i più gravi attentati alla libertà ed alla vera autonomia, quindi alla personalità, l’uomo li ha nel suo interno dalla sua ignoranza, dai suoi istinti turbolenti e dal sentimento scatenato dal disordine soprattutto colpevole, dalle illusioni del suo orgoglio e dalle esigenze della sua sensualità. – In conclusione: la personalità morale la si raggiunge solo attraverso una perfezione interiore, la quale, oltreché necessitata a venir sostenuta dall’esterno per quanto si è detto sopra, deve armarsi soprattutto di umiltà, di distacco dalle cose terrene e di purezza. È dunque proprio la distinzione e la nobile autonomia dalle quali risulta la personalità morale che reclamano, perché essa si formi, la educazione e tutto il suo intervento. – Non può mettersi in dubbio allora che l’educazione reclama un ordine, che questo non sussiste senza l’uso della autorità e che l’autorità non è efficace se non si ammette la necessità della obbedienza. Anche la obbedienza cesserà di essere necessaria quando cambierà la natura umana. L’obbedienza in se stessa è fatta non tanto all’uomo quanto a Dio, avendo Egli disposto che la volontà sua arrivi alle creature attraverso umani strumenti. Così concepita, siccome va in realtà concepita, la obbedienza appare più partecipazione alla divina saggezza che diminuzione della umana autonomia, più completamento delle proprie carenze che sovrapposizione di altrui volontà. Chi obbedisce per il supremo motivo di essere conforme alla divina volontà non si abbassa mai ed obbedendo non apporta alcuna limitazione alla propria personalità, la quale ne esce anzi completata ed arricchita. – Messa dinanzi a queste chiare verità la proposizione appare falsa e pericolosa, appare soprattutto conseguenza di gravi lacune intellettuali. Altro giudizio si deve dare se la proposizione viene intesa in un modo che certamente essa non esprime, cioè si volesse intendere semplicemente:

– che si debbono sviluppare e non comprimere le doti positive;

– che si deve avere prevalente un criterio positivo e preventivo rispetto ad un criterio negativo e repressivo;

– che debbono capirsi e tenersi in conto le debolezze e i turbamenti prodotti dal moderno vivere frastornante, con le inevitabili complicazioni interiori dei giovani;

– che si deve ottenere una obbedienza «convinta» e non accontentarsi di una obbedienza «costretta», come si deve iniziare appena possibile dal convincimento piuttosto che dal timore; si può essere d’accordo. Ma è certo che gli assertori della proposizione non intendono tutto questo; essi vogliono semplicemente ridurre il campo della legge, aumentando quello della anarchia del piacere e del disordine. – Una parola va riservata all’autocontrollo quasi fosse l’antagonista della disciplina e la potesse sostituire, quasi si trattasse di due parallele tra le quali si dovesse scegliere. L’autocontrollo suppone chiarezza di visione sulla norma da seguire e forza di volontà per restare fedeli al proprio chiaro convincimento. Non si debbono spendere parole per dimostrare che l’autocontrollo è un punto d’arrivo, non un punto di partenza, un sogno da realizzare, non una fase d’inizio, una virtù acquisita, non una baldanzosa velleità. Chi non è abbastanza umile, continente, forte non ha autocontrollo reale. Esso suppone la educazione e l’aiuto del quale si è parlato fin qui. Autocontrollo e disciplina non sono due parallele, sono tra loro come effetto e causa. L’uno ha bisogno dell’altra, il primo viene raggiunto attraverso la seconda. La parola «autocontrollo» è certamente bella, ma inganna molti. Essa ha una storia, che qui non dobbiamo narrare. Ci basta aver messo in guardia. Non deve tacersi che la proposizione enunciata è «inumana». Ciò perché essa ignora la reale psicologia dei giovani e sentenzia come se le lacune, i dolori, le esitazioni, le incertezze, i pudori e le vergogne interiori della età più fresca non esistessero. Essa indurrebbe a pensare come se i ragazzi avessero di getto una capacità, una forza ed una chiarezza di visione che non hanno e che solo faticosamente e spesso penosamente conquistano. Si capisce questa inumanità se si riflette che essa è di origine protestante, segue cioè il filone accettato senza esame da molti che, attraverso Pestalozzi, si collegano a Rousseau. La mancanza di percezione del reale, la avulsione dalla esperienza, di cui la proposizione è prova, sono sufficienti a cancellarla in sede puramente umana, prima ancora che di fronte alla tradizione ed alla prassi cattolica. Essa tocca questioni di principio elementari.

E ) Democraticizzazione della Chiesa, aumento della caratura dei laici, limiti alla gerarchia.

Questa proposizione può essere sfumata e di fatto è sfumata spesso in modo da ridurla, davanti a teologi giustamente esigenti, a significati quasi passabili. Noi parleremo dopo delle «sfumature»; ora dobbiamo giudicarla come suono, affinché coloro i quali allungano il significato con moltissima acqua, non si fermino al fatto che «allungano e annacquano», ma capiscano che allungano ed annacquano un autentico veleno. Noi sappiamo che taluni veleni opportunamente diluiti sono sostenibili dall’organismo umano, ma questo accade solo dopo che il diluire ha sorpassato la soglia venefica. – Ora: la prima parte della proposizione è direttamente contraria ad una verità di fede – «la Chiesa è società gerarchica»; la terza parte intesa come deve essere intesa, per il solo fatto della giusta posizione, a tenore della prima è inconciliabile colla stessa verità di fede; la seconda parte, cha avulsa potrebbe intendersi anche in senso ortodosso, messa tra quelle due prende un significato che non è più possibile colla ortodossia. Infatti: la Chiesa è stata costituita da Cristo come società gerarchica. Ha avuto da Lui due gerarchie, quella di ordine e di giurisdizione, mirabilmente tra loro compaginate nella più completa unità. I poteri dati da Cristo alla gerarchia di ordine e di giurisdizione sono poteri propri e caratteristici, il che porta ad una precisa definizione di confini tra laici ed ecclesiastici, non in forza del solo diritto canonico, ma dell’ordinamento divino inderogabile. Come per diritto divino è definita la posizione della gerarchia così per lo stesso diritto divino è definita la posizione dei laici. Non è pertanto da credere che si possano avere delle mutazioni sostanziali su questo punto. – Lo sviluppo dello studio sui laici nella Chiesa potrà sciogliere cose cianciate in modo generico, potrà evolvere modi di collaborazione e strumenti di essa, potrà d’entrambi adattare le capacità alle esigenze dei tempi, ma non potrà mai uscire dall’alveo segnato negli inizi. Non si può credere che, a sviluppare una teologia dei laici, si spostino questi termini, perché, ove uno spostamento avvenisse, si lederebbe la istituzione divina. – Viene fatto di chiedersi donde abbia origine questo spirito (che talvolta alita) di democraticizzazione della Chiesa. Si resta certamente nel vero se si afferma che quello spirito è una suggestione dei tempi, accolta per ragioni di ignoranza teologica e per ragioni morali. I nostri tempi hanno conosciuto o credono aver conosciuto delle dittature. Se ne è formata una reazione. Come tutte le reazioni spirituali tende ad affermare non solo una libertà, ma un comando affidato al mutevole gioco di maggioranza e minoranza, con tutti i suoi prolegomeni e tutte le sue conseguenze. Quella reazione spirituale si getta in modo veemente contro tutte le diversità e contro tutte le limitazioni, soprattutto della libertà politica. In tale reazione si è formato un modo di pensare che è assolutamente contingente, quanto è contingente il fatto che lo ha determinato. Si tratta di una di quelle coloriture che a turno il mondo dà alle cose sue. Non è affatto a dire che la libertà sia una brutta cosa, (tutt’altro!), o che la democrazia non abbia le doti che giustamente le si possono attribuire. Si dice soltanto che i concetti puri ed ideali sono una cosa e che generalmente gli uomini li traducono in modo non sempre puro e scevro di scorie. Si afferma inoltre che questo modo di tradurre il concetto di democrazia, non scevra da scorie, tende a creare in spiriti meno provveduti una mentalità artificiale e volta contro la natura di una istituzione che ha origine e fisionomia divina, la Chiesa. In essa non si possono fare contaminazioni colle effimere cose di questo mondo. Naturalmente coloro che non sono in qualche modo ignoranti in tatto di teologia sanno bene quello che non si può accettare ed è per ciò che abbiamo elencato la ignoranza come una tra le cause di talune affermazioni. In più la democraticizzazione molce talmente coloro che vorrebbero comandare e non obbedire, che vorrebbero comandare essi e non lasciare comandare gli altri, che si ritengono non compresi, non valorizzati e non portati, da giustificare perché tra le cause della affermazione errata abbiamo messo quelle morali. – Ed ora veniamo alle sfumature, che tentano piallare la proposizione enunciata nell’intenzione di assottigliare la gravità e di renderla magari differibile. Un tentativo di «sfumatura» è il seguente: «non si vogliono dire eresie, si vuole soltanto affermare la necessità di indurre uno spirito più democratico». Che cosa può adunque significare uno spirito più democratico nella Chiesa? Forse una maggiore considerazione del popolo e di sue aspirazioni legittime? Ma che si devono sempre considerare i fratelli, i fedeli, con assoluta umiltà «non dominantes», ma «forma facti gregis ex animo» (1 Pt. V, 3) e ciò fino al punto di essere al loro «servizio» è sempre stato ideale affermato e praticato nella misura in cui gli uomini di Chiesa hanno fatto come Gesù Cristo ha voluto e come Lui ha dato l’esempio. Egli è andato in Croce per tutti gli uomini, ma ha detto quello che doveva dire, ha dato gli ordini che doveva dare, non ha ammesso discussioni dove non si doveva discutere, non ha chiesto la fede in Lui, ha stabilito si accetti quello che disporranno i deputati da Lui. In questo non è questione di democrazia, la quale, stando al termine, chiamerebbe sempre in causa un consenso collettivo escluso dalla costituzione della Chiesa, ma solo questione di morale e di aderenza al mandato di Cristo. Usare un simile termine per esprimere una tale giusta idea è fare cosa impropria e greve di equivoci pericolosi. – Si vuole forse intendere per democraticizzazione una variazione di forme e di distinzioni? A che scopo? Le forme esterne possono certo variare, ma debbono restare sempre, anche in sistemazioni diverse, quanto occorre per salvare la educazione e la pace tra i fratelli, la distinzione tra il valore sociale e quello individuale, tra l’ufficio a servizio del bene comune e l’interesse individuale, tra il merito e la inutilità. Messa così, la questione sta ai margini e non è su una questione di margini che si impostano la volontà o velleità di pretesi rinnovamenti. La verità è che si vuole allargare il margine della anarchia, restringere quello della obbedienza e del dovere, rendere facili le cose che dovrebbero invece per invito di Cristo (Mt. XXVI,24 sgg.) esser prese come sono anche se sono croci, abolire il precetto del Signore sul distacco dai beni terreni e lasciare illimitato campo all’orgoglio ed alla sensualità. La verità è che una simile proposizione suona facilmente là ove l’invidia e l’ambizione tengono il campo. E da considerarsi bene il caso, accaduto negli ultimi anni, di ecclesiastici i quali sembravano i portatori di nuovo eroismo e in parte si caratterizzavano per il disprezzo ostentato verso tutti gli altri ecclesiastici, non partecipi del loro sistema di vita. Non si dimentichi che la religione è l’alone di Dio, che in essa il criterio è divino; allora si comprenderà come le forme democratiche, accettabilissime nelle cose umane e spesso in esse migliori delle altre forme di regime, non vanno bene per Dio al quale solo si obbedisce, il quale non si appongono condizioni e limiti. Egli è il Signore. E l’alone che Lo riguarda non può ovviamente avere un diverso criterio. Non si dimentichi finalmente che nulla può dare valore alla nostra persona come la uniformità nostra alla volontà del Creatore. – Nessun limite può venir messo alla sacra gerarchia dai fedeli. La dottrina evangelica ci erudisce abbastanza sul potere dato a Pietro, depositario unico delle chiavi del regno, fondamento e centro della Chiesa, capace di disporre in terra ogni cosa che riguardi il raggiungimento del cielo, in ogni modo ed in ogni connesso. La costituzione dell’episcopato monarchico, nella successione apostolica, è parimente netta nelle fonti teologiche. Lo stesso  clero che appartiene pure alla gerarchia di Ordine soltanto, e cioè i diaconi e i preti, non fanno parte della Chiesa docente e sono soltanto cooperatori dei vescovi. – Vediamo che pensare circa l’aumento della «caratura dei laici». La loro figura è contenuta in un alveo preciso dalla dottrina che brevemente abbiamo riesumato fin qui. Essi rimangono dinanzi alla Chiesa come membri della sua società, membri del Corpo di Cristo, anime da erudire, santificare e guidare per la vita eterna. Essi entrano attivamente come figli nella Chiesa, non come padri o pastori, essi debbono cooperare. Non è dunque in questa situazione giuridica radicale che possono aumentarsi le carature dei laici, diminuendo naturalmente e proporzionalmente quelle della gerarchia. Non rimane di legittimo che una supposizione: si deve aumentare la caratura dei laici, chiamandoli a lavorare cooperando colla Chiesa più di quello che non sia accaduto fin qui; sia perché non è sufficiente a tutto la azione dei preti, sia perché nella attuale fisionomia del mondo la loro capacità strumentale per la santificazione e la salvezza dei fratelli è certamente aumentata. Intendiamoci: chiamarli a cooperare con chi resta superiore, non a iniziare autonomamente o a contenere entro più angusti limiti l’autorità della gerarchia alla quale si collabora. Si tratta di collaborazione subordinata. Sì, abbiamo detto che la capacità strumentale, non quella giuridica, dei laici è certamente aumentata nel mondo moderno. Spieghiamoci per evitare di essere male intesi. La fisionomia del mondo si è sempre spostata di più dal concetto topografico a quello sociale e di categoria. La divisione in categorie aumenta la vicinanza con taluni e mette distanze con altri. Molti ambienti sono diventati così meno permeabili agli ecclesiastici, molto più permeabili ai laici. E non si tratta solo della categoria, ma di molte altre circostanze che diminuiscono la penetrazione agli uni e la aumentano agli altri. E così che i laici diventano strumenti di maggiore valore per raggiungere anime che sono lontane e per realizzare meglio i fini dell’apostolato. La aumentata capacità strumentale loro la si dovrà certamente ritrovare, anche quando si pensasse che termini da raggiungere per l’apostolato non sono soltanto i singoli uomini, ma gli ambienti come tali, i circoli generatori della cultura, i livelli della grande informazione, della politica etc. Tali obbiettivi sono più raggiungibili, in via ordinaria, dai laici. Vien fatto di domandarsi donde provenga l’ansietà generosa che si nota in taluni scrittori (anche egregi) di promuovere una valorizzazione dei laici nella Chiesa, quasi che quella non ci fosse o fosse così infantile da dovere per giustizia farla promuovere ad uno stadio più adulto. In verità, se si leggono gli Atti degli Apostoli, bisogna dedurne che mai fu più adulta di allora la presenza dei laici nella Chiesa. Che se, sotto gli influssi indiretti del Protestantesimo prima, dell’illuminismo e del laicismo poi, i laici si occuparono sempre meno delle cose di Chiesa ed abbandonarono gli stalli delle confraternite belli come quelli dei canonici, i seggi dei consigli delle amministrazioni e dei protettorati nei superbi pancali, conservati ancor oggi in talune chiese, non è poi colpa del clero. Il quale al contrario ha promosso dal secolo scorso quel grandissimo movimento di associazioni nelle quali prese poi forma organica e appropriata la Azione Cattolica stessa. – E allora, che succede? Probabilmente talune preoccupazioni provengono dal fare della Chiesa la stessa valutazione dello Stato civile democratico, nel quale (almeno formalmente) i presidenti vanno in giacchetta come gli uomini qualunque e gli uomini qualunque vestono come i presidenti. Ma tale valutazione è fuori posto: la Chiesa non è lo Stato civile perché la «gestione del Regno di Dio» è affatto diversa basandosi su una verità ed una grazia che vengono da Dio e su una collaborazione libera alla legge di Dio comunque manifestata. Nella Chiesa come tale non ci sono proletari e capitalisti, aree depresse da sollevare e zone ricche, privilegiati e servi della gleba; nella Chiesa non c’è nulla di tutto questo e pertanto non ci sono classi da redimere od alle quali rendere giustizia. Ci sono solamente: Chiesa docente e Chiesa discente, peccatori e giusti, uomini viziosi e santi, cercatori della perfezione nell’amore di Dio e cercatori di difetti. Si tratta quindi di un fenomeno ottico il quale trasporta le immagini fuori della loro sede e trasferisce problemi là ove essi si dissolvono, o veste di colori umani una vicenda che nel suo fondo è divina. – La Chiesa, come tale, non amministra i beni terreni nella cui diversa partecipazione abbiamo ricchi e poveri, gaudenti ed affamati; la Chiesa, pur occupandosi di quanto necessario alle sue materiali esigenze, gestisce beni eterni, nei quali non esistono proletari e capitalisti. È da augurarsi pertanto che ogni considerazione sui laici si liberi da pericolose carenze di impostazioni o piuttosto da imitazioni illegittime. – La teologia dei laici non ha da scrivere alcun capitolo sostanziale nuovo ed il parlare lasciando sospettare o supporre che forse si possa trovare qualcosa di sostanzialmente nuovo in materia e sostanzialmente mutabile è contegno ingannevole e falso. Lo sviluppo della dottrina sui laici, se ci si allontana dal semplice dipanare ed applicare quello che sempre fu noto, non appartiene tanto alla teologia dogmatica quanto a quella morale, là ove si espongono i doveri soprattutto del proprio stato. Infatti oggi, per le ragioni sopra esposte, il dovere dei laici di collaborare colla Chiesa in ragione dell’immutabile titolo (battesimo e cresima con le loro conseguenze) è certamente cresciuto. È pertanto sconsigliabile in modo preciso il sistema di indulgere sull’argomento in quel modo che finirebbe con l’insinuare nei laici e uno spirito di indipendenza rispetto alla gerarchia ed uno spirito di critica e di controllo rispetto alla medesima, quale non si concilia certo con le posizioni rispettive, definite da Gesù Cristo. È per la stessa ragione sconsigliabile di far credito eccessivo o, peggio, esclusivo ad una certa letteratura importata o di ispirazione importata, che non preparerà certo dei cristiani eccessivamente rispettosi dei loro pastori. Non dimentichiamo che le più gravi angustie della Chiesa d’Italia in questo momento sono dovuti al fatto che un numero non disprezzabile di suoi figli, anche già militanti, si comporta nei suoi confronti con tale spirito di critica, di autonomia nei principi e positiva azione su delicati terreni da emulare in qualche momento i peggiori anticlericali del passato. Non è proprio il caso di allargare, con la improntitudine di chi non ha equilibrato giudizio in simili argomenti attinenti il dogma, questa dolorosa ferita.

F) Ecco un’ultima proposizione: «Riformare la liturgia e abolire il latino».

Quanto al latino abbiamo già lungamente intrattenuto il nostro clero sull’argomento colla apposita lettera del 10 agosto 1958 e crediamo di essere dispensati dal ritornare frettolosamente su di un argomento, trattato altrove con sufficiente ampiezza. Fermiamoci alle riforme liturgiche. Qui non si tratta di principi e di proposizioni attinenti in un modo o nell’altro alla verità rivelata, ma solo di disciplina. E tuttavia l’argomento è importante. Il giudizio sulla necessità di riforme e sulle riforme stesse appartiene alla Chiesa e non ai fedeli. Si tratta infatti di un punto dei più delicati della attività di governo ed il governo nella Chiesa appartiene al Papa ed ai vescovi nella soggezione piena al Papa. Comprendiamo dunque chiaramente che nella Chiesa l’argomento delle riforme di qualunque tipo e grado non può essere trattato alla maniera con cui lo si può trattare in un regime democratico e parlamentare. Stiamo attenti a non fare trasposizioni indebite e pericolose. Che nella liturgia si possano fare riforme lo dimostra il fatto che recentemente la Chiesa ha indotto delle riforme. È probabile che le riforme iniziate nel Pontificato della s.m. di Pio XII abbiano a continuare. Fin dove arriveranno? Crediamo che l’esame delle riforme fatte, la loro misura, il grado di mutazione indotta in parti liturgiche ormai definite (esempio: Settimana Santa), diano la linea di queste anche probabili mutazioni future. Risulta da queste considerazioni che ci saranno razionalizzazioni, semplificazioni, migliori armonizzazioni; non risulta affatto che ci saranno cicloni sterminatori con conseguenti creazioni ex novo. – E legittimo attendere quello che la Chiesa stessa ha in qualche modo lasciato capire che farà. Oltre non sappiamo, se rimangono salvi i principi enunciati sopra e che non sono solo delle nostre opinioni. – Una mentalità che anelasse a costruzioni ex novo crediamo sarebbe ingenua e male impostata. Nella Chiesa non si ha il campo delle effimere mode devastatrici per le radicali frettolose quanto moriture innovazioni. La Chiesa è terreno diverso da quello della noia, scontentezza, disperazione mondana. L’angoscia del mutare può avere una spiegazione nelle cose del gran mondo, ma non ha una spiegazione plausibile dove si prepara l’eternità nella luce di una verità intramontabile e nell’ambiente di certezze che non subiscono oltraggio per il rotar dei tempi. Quella mentalità è la trasposizione di una moda, che in parte è malattia, su di un terreno affatto improprio. – In effetti il mondo, che soltanto un attimo si ferma, è rapito dalla liturgia, come ne erano rapiti i nostri padri. Il guaio è che raramente si ferma un attimo a contemplare. Ed è inutile cambiare per chi non guarda. Si tratta dunque di mentalità di dubbia marca, che non è certamente indice di pacata e profonda veduta, di serena e documentata cognizione storica. Si noti che in genere la mentalità delle riforme è la mentalità dell’insofferenza. In verità la esperienza dice, anche per fatti piuttosto clamorosi, che i vaneggiamenti delle radicali riforme sono fenomeni di insofferenza spirituale, qualche volta, addirittura di isterismo. Concludiamo così questa prima rassegna di contaminazioni  teoriche e pratiche, le quali, perché ammannite in modo spesso subdolo o perché inserite in passioni veementi, possono alterare il rapporto vostro colla verità. Altre ne seguiranno perche intendiamo assolvere il nostro compito di vigilare affinché la verità non venga intaccata da alcuno.

 

 

Il Magistero impedito: ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (1)

Gregorio XVII [26, X, 1958 – 2, V, 1989]:

il Magistero impedito.

ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (1)

.I.— Ortodossia

 [Lettera pastorale scritta il 1° agosto 1959; «Rivista Diocesana Genovese», 1959]

Cari confratelli, la verità soprattutto. La verità, qualunque verità, ha il fondamento in Dio e questa è la ragione per cui qualunque errore o prima o poi turba i rapporti con Dio. Dunque si deve difendere la verità, massimamente quella che Dio ha rivelato agli uomini e della quale è custode autorizzata la Chiesa. La verità può essere insidiata da proposizioni apertamente contrarie e questo, se accade, suscita ben presto le reazioni necessarie. Ma ben più frequentemente viene insidiata da posizioni inesatte od improprie attribuite a punti di vista, a problemi e a dubbi da prospettive false, da impostazioni vaghe ed inafferrabili, da stati d’animo, da preoccupazioni fantastiche e letterarie. In questi casi la reazione è difficile, perché richiede in genere una profonda e vasta cultura teologica. Sono precisamente questi i casi dei quali ci preoccupiamo, impressionati dalle confusioni mentali e dalle carenze che si delineano e delle quali, nel corso di questo scritto, cercheremo di cogliere le principali e le più sintomatiche. Infatti, nel secondo modo sopra elencato esiste in Italia una vera seminagione di errori. Dobbiamo levare la voce. – Cominciamo intanto a guardare «dove» tutto questo accade. Si possono individuare tre aree. Chi legge ci farà grazia se ci asteniamo dal fare citazioni di scritti, di fatti e di nomi: non abbiamo qui da fare citazioni di scritti, di fatti e di nomi: non abbiamo qui da fare della polemica, abbiamo solo da mettere in guardia. Non occorre molto a capire che la polemica non si conviene a noi.

La prima area è quella in cui prevale l’istinto letterario ai danni della teologia. Esiste infatti una produzione nella quale è chiaro che la Teologia fa le spese dell’estro letterario. Facciamo un esempio. All’istinto letterario vien bene, ad esempio, fare del dramma. Nel campo delle idee i drammi si fanno coi problemi accascianti, coi dubbi mortali, colle questioni tragiche, cogli stati d’animo arrossati e frementi. Ecco allora creare prospettive, cercare scorci intellettuali coi quali gettare le anime in una ansimante ricerca di cose che non vale la pena di cercare, per il fatto che sono già trovate. Ecco che ci si chiede allora, e ad esempio,. come si fa a conciliare umanesimo e grazia, ossia amore del mondo e amore di Dio. E una domanda questa? Leggete il Vangelo e saprete che la risposta è stata data chiarissima da venti secoli. Ma se si dice questo, non si può più esistenzialisticamente agonizzare sul margine di inafferrabili verità!

La seconda area sta nel campo politico. Bisogna dirlo con franchezza. Esistono in Italia pubblicazioni facenti capo a correnti politiche, le quali per scopi siti evidentemente al livello puramente politico comportano stati d’animo ed affermazioni difficili a conciliarsi colla ortodossia cattolica.

La terza sta nel campo sedicente sociale. Abbiamo messo intenzionalmente la parola «sedicente sociale». Non andremo mai d’accordo con coloro che intendono far il bene del popolo rovinando anzitutto quello con cui si fa il bene del popolo e cioè il regime di vera libertà ed un ordine economicamente solido. Non occorre molta intelligenza a capire che quando si enunciano donazioni o attribuzioni universali ai meno abbienti e se ne accaparrano così le simpatie, ma si imbastisce lentamente la congiura contro la libertà e l’ordine economico, si è semplicemente dei traditori e non dei sociali. Il giorno in cui avremo fatto dei magnifici contratti di lavoro e li avremo fermamente tutelati, ma avremo distrutto il lavoro perché avremo distrutte o ridotte le possibilità economiche colle quali soltanto si dà lavoro, noi avremo fatto qualcosa di più che un brutto scherzo. E quando giunti all’ultimo spalto, per salvare ancora questa possibilità, noi arrivassimo ad ipotizzare una pianificazione nella folle idea che la pianificazione sia sorgente, miniera, pozzo di san Patrizio etc. distruggendo la libertà, noi saremo diventati degli assassini di coloro che hanno sperato e che si sono fidati. E in questo spaventoso equivoco che sta l’area da noi detta francamente come «sedicente sociale». Orbene, in questa area si dicono talvolta cose, le quali possono non sembrare eresie e sono invece una somma di eresie. – Noi siamo ben consci di rendere un grande servizio, allorché difendiamo la verità, costi quello che vuol costare. Infatti il vero bene non si salva mai, o prima o poi, nel solco degli errori. Per debito di chiarezza noi enunceremo gli errori serpenti sotto forma di proposizioni definite e chiare, avvertendo che difficilmente si troveranno gli errori espressi in forma cruda, ma la sostanza dei quali esiste pericolosamente palliata sotto menzognere apparenze.

I.

«Il Cristianesimo non è completamente attrezzato per produrre un ordine puramente terreno che sia di pieno benessere e di solido ordine civile. Ciò perché Dio ha voluto con esso provvedere alla vita eterna, disinteressandosi di quello al quale aveva già provveduto coll’ordine naturale. Pertanto il Cristianesimo deve lasciare il campo a quelle umane iniziative possibilissime, le quali meglio e più direttamente provvedono al benessere e all’ordine terreno. La Chiesa deve agire di conseguenza». Questa proposizione è il reale fondamento di affermazioni non ben delineate e pudicamente contenute, di allusioni, di prospettive, di simpatie e di stati d’animo reattivi e violenti. Bisogna avere il duro coraggio di vederla dove è. Bisogna dire a taluni uomini chiaramente che essi, anche se mentiscono a se stessi, accettano e vivono o per lo meno si comportano come se quella proposizione ritenessero vera e sicura. Orbene tale proposizione in un modo o nell’altro contiene una generale interpretazione errata della rivelazione divina, in più contiene esplicitamente o virtualmente errori incompossibili con certe proposizioni teologiche. Dobbiamo vederlo ordinatamente.

1. La proposizione della quale ci occupiamo suppone in modo formale la negazione di quest’altra proposizione: «l’ordine soprannaturale innalza tutto l’ordine naturale sia colla destinazione dell’uomo alla vita eterna, sia logicamente colla elevazione di lui nella grazia». – Infatti l’ordine di grazia eleva tutto, tocca tutto e nulla lascia fuori del suo raggio. Dire pertanto che esiste un ordine naturale il quale se ne va per conto proprio accanto ad un ordine soprannaturale, costituendo una coppia di parallele le quali non si incontrano, è incongruenza con tutta la rivelazione divina.

2. La citata proposizione è poi direttamente contraria a quest’altra: «Gesù Cristo, Verbo di Dio, è quello nel quale sono state fatte tutte le cose, nel quale tutto è stato restaurato, sicché a Lui genuflettono tutte le realtà in cielo in terra e negli inferni, mentre di tutta la storia anche semplicemente terrena Egli è il giudice definitivo non solo secondo un codice di legge naturale, ma secondo il codice evangelico. Infatti al giudizio universale il mondo sarà giudicato anzitutto a proposito della carità, legge tipicamente evangelica. Per tutti questi motivi Gesù Cristo non è valevole solo dinnanzi alle anime che si debbono salvare, ma è il Signore, il Redentore, il Legislatore dinnanzi a tutta la realtà terrena. Questa deve scegliere tra Lui e quello che non è di Lui, ma in questa scelta elegge tra la propria vita e la propria morte come asserì, Lui bambino, il vecchio profeta Simeone». Il Cristianesimo non è parallelo alla storia, è l’anima della storia. Gesù Cristo non è in terra un divino turista in incognito, che segretamente si interessa di anime e di destini eterni, è Lui stesso uomo, Figlio dell’uomo e Signore degli uomini, i quali non possono ignorarlo che colpevolmente e che debbono rinnegare qualunque cosa per seguirlo, anche il padre e la madre, anche i beni terreni, anche la vita.

3. La proposizione in esame non è affatto compossibile con la seguente proposizione, la quale riassume una dottrina certa: «Gesù Cristo ha dato, sia confermando, sia perfezionando la antica legge morale, una legge completa per condurre tutti gli uomini meritoriamente alla vita eterna». Infatti tale legge ordinando ogni atto «umano» ordina tutte le situazioni possibili dell’uomo in tutta la sua storia concreta. In più la «ordina» in modo esclusivo, perché nessuna altra legge può venire accettata in contrasto con questa. Che tale legge «ordini» significa come per divina volontà indirizzi gli uomini al massimo di perfezione possibile sia nei confronti della natura, sia nei confronti del cosmo, sia nei confronti delle possibili contingenze. E carattere inalienabile della legge divina essere, per la stessa unità di Dio, coerente con quanto Dio fa e coerente pertanto con quanto esiste. Tanto basta per dedurne che la legge cristiana, in base alla Rivelazione, rappresenta il massimo apporto normativo, sotto tutti i punti di vista, anche per il vero e durevole benessere terreno. Si noti bene che tale conclusione impegna principi sommi ed indiscutibili ed è garantita in modo perentorio dagli stessi sommi e indiscutibili principi. In realtà la proposizione errata, che stiamo esaminando, proviene da una colpevolissima confusione di sommi principi, oltreché da una sostanziale mutilazione della rivelazione divina. Se coloro i quali si lasciano, o per ignoranza di teologia o per carenza di strutture logiche, «tingere» da essa riflettessero bene, sarebbero inorriditi dallo scempio che fanno di una somma verità. – Lo scempio equivale ad una negazione di Gesù Cristo. Essi infatti credono o vorrebbero credere solo in un Gesù Cristo incognito divino turista in questo mondo, resosi tale per non disturbare la superbia e la leggerezza umana.

4. La proposizione non è compossibile colla seguente proposizione: «La Chiesa è vera società, perfetta, visibile, gerarchica». Tutti pensare ad una possibile media di perfezione degli uomini colle loro sole forze, se si considera quanto accade pur avendo a disposizione la grazia di Dio. E difficile pensare che una possibilità di perfezione tra gli uomini, abbandonati alle loro forze, non sia puramente platonica e in contrasto netto colla più semplice esperienza. Quanto a pensare che un ordine umano e durevole possa costruirsi senza una sufficiente perfezione nella media degli uomini è lo stesso che pensare possibile un ordine tra uomini liberi senza interiorità, senza convinzione, senza giustizia e senza verità. – Dobbiamo anche fare l’ipotesi che qualcuno pensi alla possibilità di realizzare un ordine puramente umano, mediante l’aiuto della grazia ai singoli, in modo però da lasciar fuori la Chiesa. Qualcuno di fatto pensa così. Si disilluda: l’ordine della grazia non lo si disgiunge dal quadro nel quale lo ha collocato Gesù Cristo. Egli ha fatto la Chiesa società necessaria. Dunque condiziona anche la grazia in modo che a escludere la Chiesa (salvo il beneficio della ignoranza incolpevole), si esclude anche la amicizia con Gesù Cristo. La verità è che il Cristianesimo non ha avuto lo scopo ultimo di creare maggiori agi agli uomini in questo mondo, perché esso ha lo scopo eterno. Tuttavia è non meno certo che esso, ordinandoli alla vita eterna, offre il miglior ordinamento pensabile per la vita terrena. Offre il più alto perfezionamento delle loro azioni, i più alti motivi per stimolarle ed animarle rettamente, le più alte verità per dare ad esse inconcussa sicurezza ed efficace controllo, i più fecondi sussidi per ridurne e vincerne le naturali debolezze, i massimi punti di riferimento al disopra della umana saggezza, la più completa visione di una contingente ed effimera vita che, proprio perché effimera, non ha in sé sola alcunché di pieno e di conclusivo. – Il Cristianesimo non è un sistema economico, o politico; lascia agli uomini libertà di sfruttare le proprie risorse intellettuali e volitive in differenti modi; ma nessun sistema economico o politico potrà andar bene se non si accorderà con la suprema norma della quale esso solo è fatto da Dio depositario. Anzi nessuno potrà avere vero vantaggio, se non ispirandosi direttamente e fiduciosamente a quanto la sua dottrina formula e propone. Non possono infatti esistere due verità e due ordini indipendenti non più di quanto non possono esistere due dei. Quanto detto serva a rimanere in guardia sul permanente equivoco, talvolta non voluto, ma sempre pericoloso, che dilaga allorché si parla di «umanesimo» in senso sociale e politico. Non ci interessa qui la parola «umanesimo» se con essa si vuol significare un mondo letterario ed artistico che ha avuto la sua storica funzione; qui la parola ci interessa per la costante insinuazione che oggi fa sul terreno sociale politico, giuridico e religioso di affermazioni confuse, indigeste, cangianti, le quali possono in qualunque momento cambiarsi in errori formali o in complete apostasie, siccome sopra si è dimostrato. – Non si dica che bisogna incoraggiare il bene dovunque si trova, che non si deve fuggire da questo mondo costretti come si è a viverci, che bisogna presentare una buona cera a quelli che sono lontani da Cristo, che non si deve far la parte dei suoceri tirchi e dei mentori fastidiosi. Tutto questo può avere un senso anche legittimo; ma non è affatto legittimo per fare questo alterare la verità del peccato originale (con un ritorno a Lutero), la verità della necessità della grazia (con un ritorno a Pelagio), la verità della riduzione di tutto ad un unico principio (con un ritono alla gnosi e a Manete). Sorridiamo pure alle molte cose belle che Dio ha posto generosamente anche in questo mondo; incoraggiamo pure e sempre tutti i nostri simili, ma badiamo a non diventare così sprovveduti da rovinare la impalcatura della verità con la quale si salveranno per questa e per l’altra vita. Siamo pure generosi colle cose nostre, ma non facciamo getto del patrimonio di Dio!

(Continua…)

 

LA COMMEMORAZIONE DI PIO XII del S. P. GREGORIO XVII

S. GREGORIO XVII:

LA COMMEMORAZIONE DI PIO XII

[Tenuta alla presenza del massone 33° A. Roncalli,

l’antipapa sedicente Giovanni XXIII]

S. S. Pio XII con il Cardinal Siri, suo successore con il nome di  Papa Gregorio XVII

Sono ben certo di interpretare il comune pensiero ringraziandovi per l’insigne esempio che voi ci date manifestando, si può dire ogni giorno, ammirazione venerazione e rimpianto per il vostro antecessore Pio XII [in realtà Gregorio XVII sapeva bene chi era e quale era il vero intento del massone Roncalli, usurpatore all’epoca della Sede Pontificia … – ndr.-]. Ed è tale convinto, affettuoso vincolo di soprannaturale pietà, che vi ha spinto a donare a questa commemorazione il lustro, singolare davvero, della vostra augusta presenza. [si può cogliere la nota sarcastica del “vero” Santo Padre nei confronti dell’usurpatore massone 33° –ndr.- ]. L’esempio che voi, padre santo, ci date ponendo tale cura a che rimanga viva e venerata la memoria del defunto Pontefice, mi pare così preziosa anche perché a pochi uomini accade di ricordare degnamente quelli che li hanno preceduti. Grazie, padre santo. Per quel che mi riguarda debbo dire che solo pensando alla sincerità e forza di questo esempio ho trovato il coraggio di far risuonare l’umile mia voce in tale solenne adunanza. Per questo, fatto sicuro della benignità vostra, ritrovo la gioia di esprimere la riconoscenza che lega i moltissimi di tutto il mondo alla santa memoria di Pio XII. – La odierna commemorazione è promossa con augusto consenso di vostra santità [si legga satanità! – ndr. -] dal benemerito circolo di san Pietro e dalla Pontificia opera di assistenza, per i particolari vincoli che quel sodalizio illustre e quell’ente benefico ebbero con Pio XII; ma è ovvio che, dovendo io parlare di lui, prenda l’avvio da quella più ampia considerazione che la storia deve pure accordare ad un vicario, ad un successore di Pietro. Sento dunque il dovere di leggere, quanto mi riesce nei fatti la grandezza di un Pontificato per poi ravvisare nel Pontificato stesso il valore egregio e non comune dell’uomo, che fu romano, che si chiamò Eugenio Pacelli fino al 2 marzo 1939 e che da quel giorno portò, dodicesimo nella serie, il nome di Pio. – Naturalmente questo farò per la vastità della materia e grandezza del soggetto solo indugiando in qualche linea generale. La prospettiva storica ci obbliga a vedere subito con chiarezza che Pio XII fu Papa durante una guerra, che il suo Pontifìcato ha accompagnato una guerra. Questa fu cruenta fino all’8 maggio 1945 e, da quel giorno, abbandonato l’uso degli strumenti bellici, volse in più ampia anzi universale competizione gli strumenti naturalmente assegnati alle umane relazioni della pace, non disdegnando talvolta parziali ritorni al furore della vicendevole offesa o della distruzione. In realtà, di quella guerra che scoppiò nel 1939, pochi mesi dopo la assunzione di Pio XII al Pontificato, è sancita e non del tutto, a causa di permanenti pendenze, la pace diplomatica; non è certamente fatta la pace spirituale. Esprimo il modesto parere che questo Pontificato non lo si possa “leggere” fuori di quella generale qualifica “che ha accompagnato una guerra”. Mi chiedo allora: ma che significa per un Papa avere accompagnato il mondo attraverso una guerra? Vediamo. I palazzi apostolici divennero il punto di partenza per arginare con svariatissima azione, contenere, umanizzare. La loro naturale fisionomia di essere casa di tutte le genti si avvivò in mille modi. Essi divennero quel tal punto di passaggio, tra i diversi belligeranti, tra belligeranti e non belligeranti, nel quale lo scambio delle notizie volte a lenire infinite ansietà e lacrimevoli miserie, la organizzazione dei soccorsi, riassunse e sviluppò la prima esperienza del 1914. Fu opera grandiosa e qui sono presenti molti fedeli e piissimi strumenti di essa. Però non mi posso arrestare qui. La organizzazione della carità prese in qualche momento un posto preminente. Ciò fu in modo particolare per Roma prima e poi per tutta l’Italia. Il 18 aprile 1944, sorgeva, per volontà del Papa, la Pontificia opera di assistenza: egli dichiarò di fare così “guerra alla guerra” e di imporsi il criterio “che si doveva fare una carità fino in fondo”. In quegli anni tragici 1943-1945 il suo contatto con Roma, alla quale rimane unico vero schermo, divenne più intimo, più semplice, più affettuoso e vibrante nella comune pena. Il 13 giugno del 1943 radunava nel cortile del Belvedere 23 mila oratori come in un grande abbraccio; il 19 luglio seguente era tra il popolo sulle fumanti rovine dei quartieri di san Lorenzo; il 13 agosto era nello strazio del quartiere Prenestìno. La domenica 12 Marzo 1944 concesse una grande udienza in piazza san Pietro: era la folla del terrore, della miseria, della fuga in cerca di un rifugio; sprizzò dalle sue parole la scintilla e i figli si sentirono fusi nella fede e nella fiducia del padre. L’abbraccio alle immense folle restò fino all’ultimo una consuetudine della sua vita. Resisté alla pressione di abbandonare Roma: rimase ed affrontò gli eventi. Il suo rimanere, l’immenso prestigio col quale egli fece da schermo alla città eterna, i suoi interventi consci e decisi, si ha motivo di credere abbiano salvata la città stessa, come furono causa di salvezza per altre città e terre italiane. Il 4 giugno 1944 fu giornata decisiva: il popolo attendeva che il Papa andasse a visitare la Madonna del Divino Amore e la misericordia di Dio fu manifesta: gli occupanti lasciavano Roma senza opporre quella resistenza che avrebbe trasformata la città in un nefasto campo di battaglia. – Pio XII ha accompagnata la guerra, materialmente intesa, ben da vicino: le bombe hanno violata anche la Città del Vaticano. Come le vicende belliche tacquero, tutto fu volto al sollievo delle immense miserie, al ricupero delle giovanissime generazioni minacciate per la scarsità del nutrimento, alla supplenza di un periodo che tutto doveva ricostruire. Per quanto concerne l’Italia fu suo strumento principe la Pontificia commissione di assistenza trasformata il 15 giugno 1953 in Pontificia opera di assistenza, mentre già dal 20 ottobre 1951 era sorta per suo volere la conferenza internazionale delle “Carità cattoliche”, detta anche semplicemente “Caritas internationalis”. – Debbo venire a parlare d’altro: Pio XII ha accompagnato quel periodo di guerra cruenta ed incruenta in ben altro modo, sia nei confronti del mondo, sia nei confronti della Chiesa. Alla base della guerra stavano delle idee, anzi stavano degli errori. È naturale pensare che le guerre scaturiscano da passioni, da appetiti incontenuti e da interessi; ma tutto questo aveva il suo fondamento in errori che fermentavano da secoli per causa di altri errori e che per ragioni non intellettuali erano stati aiutati a fermentare e ad esplodere. La grande trama era orrendamente scavata su linee deformatrici della verità. La vera guerra si germinava là e stava là. Se non si arriva a questo punto credo non si possa capire la nota saliente del Pontificato di Pio XII. Egli ha visto questo. Forse nessuno lo ha visto come lo ha visto lui; da questa visione è nata la sua più grande fatica, la fedeltà ad essa scavando di essa profondissimo il solco e stabilendo una diversa caratura ai diversi impegni. Di questi taluni debbono per necessità storica passare in secondo piano quando un maggiore impegno si impone, lo capiscano o non lo capiscano gli altri che non sono sul ponte di comando della navicella. La fedeltà alla sua tipica missione ha reso eroico Pio XII, siccome dovrò ancora illustrare. – Mi si consenta di ritornare alla affermazione: la trama della guerra stava in errori o, se piace, in carenze di verità. Il fatto va considerato accuratamente perché è quello che illumina Pio XII. Tutti sanno del determinismo biologico figlio, speriamo unico, di quello teologico, del relativismo, dell’individualismo, dell’amoralismo, del criticismo e quelli che conoscono la storia in modo sufficiente da poter risalire per i rami sanno anche dove fanno capo, tanto da avere con impressionante evidenza documentato quanto il mondo paghi col sangue le ferite inferte alla verità di Dio, sia pure espressa soltanto in natura. Gli errori obbligano i fatti ad uscire di strada. Implacabilmente. Gli errori entrano dovunque anche dove non c’è neppure capacità di percepire in modo profondo la sana dottrina, perché hanno due vie insinuanti: quella delle loro metodologie e quella degli stati d’animo. Molte filosofie hanno conosciuto, se non un tramonto, un declino; eppure la loro metodologia si afferma poderosamente. I metodi di pensare e valutare idealisticamente, positivisticamente, esistenzialisticamente sono vivi anche se maneggiati dai più senza alcuna conoscenza del loro fondamento teorico. Gli stati d’animo possono generarsi concependo idee e presentando anche artisticamente fatti secondo quella vibrazione emotiva che è omogenea ad una filosofia — supponiamo — rovinosa e come tali entra in tutti, anche in quelli che nulla sanno di cultura. Ma, una volta entrati, orientano ad agire ed a simpatizzare come se quelle filosofie accettassero e vivessero. È così che gli errori hanno raggiunto una capacità nelle masse tanto incosciente quanto esplosiva. – Tutto questo accadeva ed accade mentre la fretta e la molteplicità degli oggetti offerti in sovrabbondanza alla considerazione di tutti ogni giorno, diminuiscono in tutti la possibilità di approfondimento, di sviluppo logico, di critica e pertanto di difesa. Si ha allora l’errore subcosciente, che è assai più difficile a combattere ed anche solo ad isolare e denunciare, che non l’errore aperto, definito ed espresso con proporzioni pertinenti. – Era dunque duplice l’aspetto negativo della situazione: gli errori fermentanti al disotto della inquietudine degli uomini, ed il modo crepuscolare col quale tali errori agivano ed inquinavano. – In questo soggiacere all’indettamento degli errori, senza averne coscienza chiara e precisa, per essere travolto dagli strumenti che si è creato, sta per il mondo il suo più grande dramma, assai peggiore di quello della guerra cruenta. – L’insegnamento multiforme per il bene delle anime e dei popoli Colui che fu detto “pastore angelico” vide tutto questo. Le pupille gli si dilatarono — lo si è osservato quando benediceva spalancava in croce le braccia e guardava in alto e lontano lontano —, salì idealmente su un podio in atteggiamento concentrato e raccolto, di asceta e quasi eremita proveniente da una lunga considerazione interiore e parlò. Parlò sempre toccando col pensiero vette di verità e abissi di errori, obbligando a dipanarsi questioni che stavano avviluppate e sornione, chiamando in giudizio tutti i fatti sostanziali del nostro tempo per obbligarli ad un tempestivo esame di coscienza, non avendo timori dinanzi alle scienze che salutò ed aiutò nel loro naturale e supremo raccordo a Dio loro Autore; incalzò, perseguì, analizzò, toccò sempre la corda del cuore. E parlò fino all’ultimo giorno in cui resse in piedi. Il giorno dopo l’ultimo discorso di Castelgandolfo Pio XII era alle soglie della morte. Parlare! Per Pio XII parlare era questo. Studiare personalmente portandosi con singolare acutezza in tutte le direzioni. Lo studio di un discorso talvolta durava molti mesi. Se l’argomento eccedeva il campo delle ordinarie discipline familiari ad un ecclesiastico, egli vedeva tutta la bibliografia recente di un determinato argomento, l’ultima che fosse uscita nel mondo. Aveva per questo una sorta di contratto con una organizzazione attrezzata all’uopo. La singolare conoscenza delle lingue gli facilitava il compito dello studio diretto e personale. Parlare una sola volta, per lui era raccogliere un materiale e spesso un ritornare a lunghi impegnativi colloqui — fuori di tabella — con uomini anche di disparate tendenze per acquisire una più completa ed obiettiva informazione. In taluni discorsi era meticolosissima la cura degli stessi particolari tecnici, dovuti non ad esibizione ma unicamente allo scrupolo di documentare obiettivamente l’onesto studio, per manifestare che le considerazioni inerenti ai rapporti colla fede e al giudizio morale non erano né inconsapevoli, né avventati. Per Pio XII il parlare era questo ed era anche qualcosa d’altro: lo dirò appresso. Per parlare impose limitazioni a sé e agli altri; il dovere principale in un momento prevale sui doveri in quel momento secondari. Svolse così una catechesi di una serietà ineccepibile, di un raggio universale, di una concludenza fascinosa. Il silenzio, che amava e lo stesso isolamento, che spesso prediligeva non erano altro che il raccogliersi necessario alla sua catechesi; del resto è ovvio che il serio parlare sia punteggiato dall’altrettanto serio silenzio. E certe caratteristiche proprie di Pio XII hanno la giustificazione nella particolarità della sua missione. – La definizione solenne del dogma della Assunzione della Vergine, per la rilevanza obiettiva, sta al centro del suo compito magisteriale e non sono poche le questioni teologiche e morali, le quali hanno avuto da lui ricchezza di documentazione magisteriale e di precisazione. Mi si conceda però di soffermarmi brevemente su alcuni punti che per il mondo affaticato nel quale viviamo, hanno una particolare importanza. Nel Natale del 1942 rivolse al mondo un messaggio relativo a un ordine nell’interno delle nazioni. Quel messaggio credo rimanga tuttavia il punto di riferimento per quanti in materia sociale vogliano ragionare esattamente e vogliano evitare il pericolo di essere dannosi ai propri simili. Egli aveva avvertito il centro della questione. Che era questo: accettare inconsciamente — siccome ho già detto sopra — sia da parte materialistica che dalla banda opposta l’idea di un determinismo, nel quale gli uomini si sarebbero meccanicamente cambiati verso il meglio, deducendo la logica di quel determinismo a poggiare riforme sociali piuttosto su elementi soggettivi ed anonimi, dimenticando pertanto con nefasta carenza che gli uomini sono liberi e sono persona? Di qui la sovrana indicazione di quel messaggio: strumento delle giuste riforme essere essenzialmente la legge, sia perché è elemento obiettivo sia perché essa si propone agli uomini in modo “morale”, ossia in modo conveniente al rispetto della persona umana. La imponenza di quel messaggio e di quel supremo richiamo ritengo non sia ancora sufficientemente intesa. Non mi meraviglia questo: è infatti proprio dei Papi, vicari di Dio, parlare per i secoli, inserirsi da maestri nella tradizione cristiana e restarvi. Ad essi può dunque benissimo accadere di non essere del tutto ascoltati dai contemporanei, perché la provvidenza ha loro preparato ascoltatori che li seguiranno anche dopo molti secoli. – L’ordine internazionale e la pace dovevano giustamente temere le molte e facili illusioni. Nel radiomessaggio ai governanti e ai politici del 24 agosto 1939 Pio XII affermò che « nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra ». Lo stesso anno a Natale trattò — nella allocuzione al sacro collegio — dei punti fondamentali per la pacifica convivenza dei popoli. Nel messaggio del Natale 1940 disse i presupposti essenziali di una pace giusta e duratura, completando questo corpo dottrinale nel Natale del 1941 col messaggio sulle sicure basi per il nuovo ordinamento del mondo. Aveva di fronte il rassegnato cedimento alla ineluttabilità del male, la disonorevole rinuncia alla fiducia nell’intimo valore della verità e della giustizia. Allora il richiamo a valori morali e soprannaturali, nei quali si possono redimere le cose umane, si fa preciso, incalzante, concreto. Egli vedeva, e giustamente, lo stesso danno, diffuso da un cedimento di più secoli, sul valore della persona e sulla capacità di reagire alle avverse fortune: nel Natale del 1943, dovrei dire, cantò la vittoria sulla delusione, e l’attesa della pace. – Quando la stanchezza stessa degli eventi fece presagire forse non lontana la ricostruzione dalle rovine, ne trattò gli strumenti. Cosi nel messaggio natalizio del 1944 dissertò della democrazia nei suoi aspetti e nei suoi strumenti, completando il grande messaggio del 1942. – È proprio dei grandi dolori conferire la capacità di alterare i confini tra la realtà ed il sogno; è nefasto nel reggimento dei popoli che quella alterazione dia avvio a linee e programmi difformi dalla umana natura e dal comportamento naturale della umana società. Pio XII si prese cura di riportare in quel messaggio la questione sul terreno concreto e trattò dei caratteri dei cittadini e del carattere dei responsabili in regime democratico, avvertendo che a questo né si convengono, né mai saranno utili le astrazioni. I problemi sociali sarebbero riapparsi per ragione di ovvia giustizia, ma coi caratteri conseguenti alle immani prove subite: cioè brucianti e frettolosi. Fino all’ultimo riprese il messaggio sociale di Leone XIII, di Pio XI. Fu accanto a quelli che attendevano una migliore promozione ai beni della terra, una maggiore considerazione obiettiva nel concreto della vita civile. Soprattutto, mirò sempre a difenderli dal supremo oltraggio pel quale usandosi la fascinosa proposizione di dare a loro un migliore pane, non si attuasse in verità il disegno di defraudarli della libertà e della dignità umana, fomentando passioni per averne frutti di tirannia sui popoli. La sua voce fu severa e chiara. Non accolse le facili suggestioni della popolarità che inganna; reciso nella giustizia, austero nei doveri maggiori, nelle maggiori responsabilità ammonì a non seguire metodi i quali partendo da false concezioni dell’uomo, l’uomo oltraggiano e non redimono affatto dalla miseria e dall’avvilimento. – Questo insegnamento magistrale è arrivato dappertutto; esso si rifrange per mille raggi su ogni argomento, su errori, su costumi pericolosi, su stati d’animo equivoci, su illusioni facili e seducenti per gli uomini. Ha il carattere dell’universalità ed appare dominato dalla ansietà di tutto raggiungere e per arrivare a tempo. Pio XII avvertiva che le articolazioni di una guerra fredda seguono le articolazioni di idee vaganti; avvertiva non meno che, oltre una guerra fredda tra schieramenti, esiste non meno grave una guerra tra uomini ed interessi. L’ansietà sua di chiarire ed ammonire crebbe cogli anni, anche se negli ultimi anni la sua visione appariva meno preoccupata ed angosciata. Così accompagnò il tempo di questa singolare guerra. Ed il suo insegnamento fu l’asse della sua azione di governo, aperto, unitario, coerente. Le guerre fanno camminare le cose, perché sono fatte di mutamenti. La accelerazione delle esperienze e del progresso, tali da far superare un secolo in pochi decenni non lo sorprese: chi numera le riforme, le possibilità date alla vita religiosa, l’amore all’Azione Cattolica, i ritocchi apportati all’ordinamento liturgico, il respiro della metodologia, il ritmo dei contatti, può rilevare che con lui la Chiesa ha accompagnato il ritmo stesso del nostro tempo. La guerra talune cose ha livellate, altre ne ha svuotate, altre ha spogliate di moto e di ideale, altre finalmente ha ricominciate a vestirne di illusioni. Se ne è disegnata una mentalità, che forse, solo la prospettiva storica permetterà di afferrare. Chi guarda da un punto unitario il multiforme operato di Pio XII si accorge che egli aveva compreso. – La seconda guerra è lo scoppio, per ora ultimo, di una prevalenza materiale sullo spirituale, di un comando che la macchina, creatura degli uomini, esercita ormai sugli uomini, senza risolvere più problemi di quanti ne aggrava. Pio XII parve sfiorare la terra, che toccò solo con gentilezza e carità grandi. Fu colle caratteristiche che tutti videro, col suo riserbo colla sua pietà, mite che poté sfiorare la terra e librarsi sopra di essa, sovra del suo dramma. La Chiesa? La Chiesa è per la salvezza del mondo e rappresenta bene la Chiesa chi sulle orme del Salvatore lavora bene per la salvezza del mondo. Pio XII ne vestì la responsabilità e la gloria, accompagnando il mondo nella sua grande prova. È evidente che nell’ultimo secolo le pagine della storia si accompagnano ai Pontificati e che i Pontificati sono essi a scandirla. Ciò è naturale, se si considera che in ragione della Incarnazione la storia cammina nel senso del regno di Dio e pertanto ne assume di fatto l’incomparabile ritmo. Il clero, le scuole, le scienze, le missioni, le nuove prospettive accolsero di Pio XII l’attenzione impegnata, non scevra di dolorosa preoccupazione, la fatica incessante. L’azione di governo gli impose l’usura di una precisione assorbente. I contatti coi popoli, con tutti, li moltiplicò imponendo ad un temperamento per natura riservato lo sforzo continuo della parola e del tratto accoglientissimo. Era evidente in lui una disciplina imposta per altissimo senso di dovere. Non gli era facile il parlare, nonostante le straordinarie capacità. Scrisse e imparò a memoria: solo negli ultimi anni si rassegnò a leggere, non sempre. In un solo anno tenne 183 discorsi: erano stati tutti diligentemente vergati da lui e detti inappuntabilmente con scrupoloso rispetto dell’esattezza, spesso con sforzo e disagio penosi. Era suo dovere, così pensava. A considerarlo ci si accorge di una grande limatura fatta in se stesso ed attorno a se stesso come se il superfluo del grande servizio a Dio dovesse essere allentato e nulla potesse ingombrare il tempo, la mente ed il diuturno sacrificio. La sua figura fisica ben si acconciava a questa sorta di transumanazione anche esterna, che le innumerevoli genti, passate di qui, comprendevano anche senza saperla analizzare e ricevendone per irradiazione quasi il dono di una divina grazia. Il Papa imponeva a sé limitazioni, che parvero estendersi al di là di lui stesso e che erano un atto di virtù e di fedeltà alla missione, portando con sé, e lo si intuiva, il segreto di un sacrificio, raccolto e penitente. La gentilezza dell’animo, la finezza della sensibilità gli moltiplicarono le pene, gli aggravarono le preoccupazioni, gli resero più dolorosi i timori e le ansietà. La fermezza del pensiero, il nitore del magistero, la forza delle grandi decisioni passavano in lui attraverso questo personale travaglio che trasformarono in purissimo sacrificio non pochi giorni del suo Pontificato. Con tale sacrificio, illuminato dalle caratteristiche della sua natura e dai tratti della sua personalità egli accompagnò la grande prova del mondo e della Chiesa. A lui, per temperamento restio, toccò di stabilire nella carità della dedizione e con una sorta di violenza fatta a se stesso, il più grande contatto che — in ragione dei moltiplicati mezzi tecnici — sia mai stato attuato dai Papi prima di lui. Quello che fece, fece per comprensione profonda, per comprensione lungimirante, soffrendo, ove i limiti si imponevano per sé e per tutti gli altri. La sua radiosa pietà, che lo aveva portato a scrivere e compiere cose grandi nella teologia mariana e nella glorificazione della Vergine Santissima, Assunta in cielo, che lo faceva inginocchiare con chiunque si trovasse nella sua biblioteca privata allorché percepiva il segno dell’Angelus per recitarlo, completò in angelica luce i suoi tratti. – Verso il termine della vita parve crescere una luminosa serenità, come se avesse sentito il profumo di una messe matura e nel messaggio della Pasqua del 1958, l’ultimo dei grandi messaggi della sua vita, additò non solo speranze, ma esultò come chi si trova in cospetto di luminose certezze: contemplò, si direbbe, lo splendore di una aurora. Molti furono stupiti ad intenderlo parlare cosi. – Quella visione di aurora è auspicio e promessa, suggello gioioso della continuità di sacrificio e di vittoria che raccoglie i Papi nella unica indefettibile realtà di Pietro vivente.

Roma, 8 marzo 1959