GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi spirituali (7)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (7)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

7. L’Inferno

Meditazione sull’inferno. Anche questa è fondamentale: « Initium sapientiæ timor Domini ». Non illudiamoci mai di non aver bisogno del timor di Dio, per carità! Che questa storta idea non abbia mai a entrare nella nostra testa. C’è una forma di irenismo che non è stata contemplata nella enciclica Humani generis di Pio XII, ed è un irenismo che riguarda l’inferno. È un irenismo per cui qualcuno ha osato dire che l’inferno non è eterno, mentre è di fede che è eterno. – Qualcuno, più recentemente, ha osato dire che c’è per spauracchio, ma che Iddio non ci manda nessuno. Questa non è formalmente un’eresia, ma è una stupidaggine, e comunque è una falsità. Stiamo bene attenti! « Initium sapientiæ timor Domini ». Noi siamo cavallini così bizzarri, tutti, che abbiamo bisogno qualche volta della frusta. E se eliminiamo il timor di Dio da tutte le faccende spirituali e di impostazione della vita nostra riguardo a Dio, noi commettiamo un falso. Tutte le volte che si dà la S. Cresima, il Vescovo continua a chiedere allo Spirito Santo per il cresimando: Spiritum timoris. « Adimple eum Spiritu timoris tui ». Riempilo; non dice : toccalo, sfioralo, ungilo un po’. No, no; riempilo del tuo timore! – Se credessimo di poter fare a meno di volgere lo sguardo a queste verità fondamentali che sono come i confini dell’umana esperienza, anche se soltanto possibili e, Dio ci guardi, non siano mai reali per noi; se si fa a meno di guardare a questi confini, noi veniamo a trovarci nella nostra vita spirituale in una posizione profondamente falsa. Dunque bisogna parlare anche dell’inferno. Naturalmente ne parliamo dal punto di vista proprio di questi Esercizi Spirituali, e cioè: nostra conversatio in cœlis est; ci sforziamo di metterci a guardare le cose di lassù. Però dobbiamo cominciare da un punto. Di lassù che cosa si vede? Ricordatevi bene che i beati non piangono perché c’è l’inferno. La cosa è terribile per noi, perché questo significa che nessuno in cielo piange se uno è andato all’inferno. Se una madre va in cielo e il figlio va all’inferno, la mamma non piangerà ma loderà in eterno Dio perché ha mandato suo figlio all’inferno. È così. Vi ricordate che cosa ho detto, che bisogna rovesciare il punto di vista per capire? Si tratta di uno di quei disegni che lo si vede soltanto da rovescio e che è giusto da rovescio. Di lassù si loda Iddio per la sua giustizia come lo si loda per la sua maestà. Come si loda per la sua eterna sapienza, così si loda in eterno Iddio per la sua giustizia. È terribile pensarlo. Per fortuna che è terribile solo di qua; passati di là, non è più terribile niente. Ma per noi che siamo ancora qui a guardare negli occhi tanti nostri amici e dover dire: questi qui sono sulla strada dell’inferno, è probabile che ci vadano! Se io mi salvo, come spero e voglio, costi quello che costi, anche a farmi strappare un arto dopo l’altro senza anestesia per tutta la vita, questi non saranno mai più con me! Questa è la prima considerazione da farsi. Ditemi voi se non mette ali ai piedi degli Apostoli! Si comprende perché talvolta è dato incontrare delle anime che si offrono vittime perché altri si salvino. Io ricordo di averne incontrate. E quando sono stato ben sicuro della serietà, non ho mai osato dire di no. Purché altri si salvino! Questa dunque è la prima considerazione sull’inferno visto di lassù. E di lassù si vede la giustizia e, nella giustizia, le perfezioni di Dio, perché nell’inferno si vede il corrispettivo della libertà umana. La libertà umana in una creatura non sarebbe possibile senza di quello, dico in una forma ontologicamente e giuridicamente completa. Una delle ragioni per cui Iddio ha creato l’inferno è perché fosse pienamente completo l’atto libero delle creature razionali da lui create. La giustizia, la perfetta giustizia. Perché l’inferno non è altro che la conseguenza di premesse chiare. Che cos’è il peccato? Il peccato è la trasgressione della legge di Dio. Formalmente ogni peccato che cosa contiene? Qualunque esso sia, contiene questa dichiarazione fatta a Dio: tra Dio e non Dio, scelgo non Dio. Perché il ripudio della legge del Signore significa ripudiare il Signore: Fra te e quello che non è te, io scelgo quello che non è te. Ora se questa è la posizione dell’uomo liberamente scelta e liberamente non più scossa, nel momento in cui cessa per lui la mutevolezza e la capacità di porre atti meritori coi quali cambiare la sua sorte, la quale pertanto naturalmente si consolida eterna, Dio rispetta l’atto libero dell’uomo. L’inferno non è altro che il rispetto che Iddio ha per la libertà umana. C’è un punto: che quando si muore si passa dallo straordinario all’ordinario. Ve l’ho già detto che si rovescia tutto: non è qui l’ordinario, è là; qui è lo straordinario; là è il comune, là è l’ordinario. È ordinario che l’uomo, creato in una situazione, in quella permanga. La mutevolezza, quella propria del nostro cosmo, è un difetto. Là non si muta più, perché si è in uno stato perfetto, certo nel modo congruo alla nostra natura. Noi che siamo abituati a vivere nella mutevolezza, a concepire tutte le cose secondo mutazione, troviamo difficoltà a metterci così, con la testa in giù e le gambe in su; cioè troviamo difficoltà a concepire che quello è l’ordinario, quello è il comune. D’altra parte gli uomini hanno tutta la vita per sapere che quello è l’ordinario e questo è lo straordinario, e per prepararvisi. Di lassù si vede questo: la giustizia di Dio. Giustizia che, per eterne ragioni, si vede come sia la prima documentazione della misericordia. Perché, ve l’ho detto, tutto questo è un atto di rispetto da parte di Dio verso la sua creatura. Hai scelto un’altra cosa: ti rispetto. Difatti che cos’è l’inferno, la cosiddetta pena del danno che è l’essenza dell’inferno? È questo: non essere con Dio, cioè quello che l’uomo ha scelto, nient’altro. Essere senza Dio, l’eterna ragione del vero, dell’essere, del bello, di qualunque realtà. Se noi pensassimo che cosa vuol dire non essere con Dio! Di qua, dato lo stato crepuscolare, data la ragione con la quale noi conosciamo, poiché siamo coartati, siamo in una cantina, non vediamo bene cosa voglia dire non essere con Dio. Ma quando tutte queste cose cadranno, quando noi saremo nell’infinita solitudine, soli, davanti alla divina Realtà, vista non con occhi carnei ma con penetrazione acutissima dell’intelligenza, allora vedremo che l’unica realtà è quella: e che ogni realtà vi partecipa in quanto riceve da quella. E se quella ci viene a mancare? Allora vedremo che ogni cosa è buona in quanto partecipa della divina bontà; e pertanto il criterio per cui ogni cosa è buona è la partecipazione della divina bontà. Allora vedremo che la ragione suprema d’ogni verità e della sua luce e del suo gaudio e della sua vitalità e di quello che da essa segue è la partecipazione della divina ed eterna Verità. E se questo supremo criterio, che è Dio stesso, ci viene a mancare, che cosa rimane? Poi c’è anche la pena del senso, che è il corrispettivo di penalità dato da creature dolorifiche, corrispettivo all’uso mal fatto di qualche creatura di questo mondo. Perché chi ha usato male sulla terra dei beni suoi, in qualunque rapporto, a qualunque livello, è giusto che abbia contro di sé la rivolta di qualche cosa di creato e di dolorifero, questo elemento creato e dolorifero che noi chiamiamo fuoco, tanto perché è creato, è materiale, è dolorifico; che chiamiamo fuoco tanto per prendere un’immagine, un termine della realtà più spaventevole che abbiamo nella nostra umana esperienza. – La teologia, nel trattato De Deo uno, tocca il suo vertice massimo, per la prova alla quale sottopone l’umana intelligenza quando tratta la questione della prescienza di Dio a proposito dei dannati. Ma è una questione solubile, perfettamente; quanto a togliere la apparente contraddizione, che spesso viene prospettata, essa non è neppuretrattata nella maggior parte dei testi di teologia. Raramente si trova questa questione trattata. È solubile, ma è difficilissima. E la ragione è questa: che noi siamo a rovescio. Ma di lassù si vede diritto, si vede chiaro. Anche a rovescio però, messi a rovescio come siamo, con un po’ di sforzo ci si arriva a vedere e si vede molto più di quel che non si creda. Si vede tanto da tacitare le insorgenze logiche del nostro intelletto. Ma mi basta aver detto questo: di lassù si vede la giustizia, l’eterna giustizia; la si canta, e si vede che l’eterna giustizia è tutta in funzione della misericordia. Certo, ve ne ho dato soltanto qualche accenno; il trattato dell’inferno non viene capito affatto se manca in filosofia il trattato De Deo uno fatto mirabilmente. – Qualcuno ha scritto un libro in cui ha detto una grande sciocchezza a proposito dell’inferno. Ma l’inferno c’è ed è eterno. Gesù Cristo si è impegnato nel Vangelo: « Ite, maledicti, in ignem æternum ». Guardate che c’è chi va all’inferno. Non crediate che Iddio faccia come i contadini, quando piantano qualche ramo vestito di stracci nei campi per far paura alle galline o agli uccelli. Non crediate che l’inferno non sia altro che una formido in cocumerario, uno spaventapasseri messo lì, nel solaio dei cocomeri. No, all’inferno ci si va. Perché non sarebbe ammissibile che Cristo l’avesse annunziato con tanta solennità e l’avesse annunziato come qualche cosa che verrà detta all’ultimo giudizio, se non ci fosse. Leggete il cap. XXV di San Matteo: Gesù ha già detto che dirà questo: ite, maledicti, in ignem æternum; dunque se dirà questo, vuol dire che della gente vi andrà. Beh, sentite, mettetevi un po’ al posto di Dio: ora, senza dire una bestemmia, non ce li mandereste voi? Io sarò cattivo, ma quante volte mi viene la tentazione di mandarceli, tanto si diportano male! Ma Dio è infinitamente più buono di noi, ed è per questo che ha messo tre vie per andare in paradiso: la prima è quella della pazzia, e ci passano i più; la seconda è quella dell’ignoranza, e ci passano in buon numero; la terza è quella della santità, e ci passano i meno. E le ha create apposta per poterne salvare in numero maggiore. Perché certa gente, se non si potesse dire che sono matti, come farebbero a salvarsi? Invece, per grazia di Dio, si può dire: Ma, dovevano esser matti! E quindi, forse, c’è ancora da sperare per loro. Son passati per quella strada lì. Dio è infinitamente buono e infinitamente misericordioso; ma noi non possiamo giocare a rimpiattino con la divina misericordia. Certo, se Dio facesse giudicare il genere umano da qualche uomo, povero genere umano! Dove se ne andrebbe? È meglio che lo giudichi Iddio. Ma all’inferno qualcheduno ci va. Ecco, per dire questo, mi riferisco solo al Vangelo, S. Matteo cap. XXV. Naturalmente se volessi andare a prendere, e accettassi tutte per buone le visioni di santi che hanno visto, che sono andati un po’ di là e sono tornati di qua, e hanno avuto visioni e rivelazioni, ci sarebbe da sentirsi accapponare la pelle. Se è vero quel che dice S. Teresa, sarebbe il caso di non dormire più per dieci giorni dai brividi. Se si vanno a leggere le rivelazioni di S. Gertrude, di S. Brigida di Svezia… Queste non sono verità di fede; ma l’inferno c’è, e ci si va. C’è questo anche: che mentre per andare in Paradiso bisogna crederci, per andare all’inferno non occorre affatto crederci. Anzi, se non ci si crede, ci si va meglio. Ma non basta. Di lassù si vedono alcune altre cose. Accade come andando in aeroplano. Dall’aereo si capisce l’importanza, per esempio, delle grandi valli, dei sistemi oro-idrografici. La vista dall’aeroplano è una cosa magnifica: si vede la terra come una carta geografica. Non c’è nessuna cosa che dia la visione della conformazione terrestre, di colpo, come la vista dall’aeroplano. Ebbene, di lassù si vede allora come la grande valle di questa carta topografica che si chiama inferno che sta sotto di noi, è la capacità decisoria della volontà umana. Perché chi è che deciderà di andare all’inferno? L’uomo; lo deciderà con un sì o con un no. L’enorme sovrana capacità decisoria di questa volontà! Gli atti coi quali noi diciamo sì o no si rincorrono frettolosamente e spesso leggermente. Non è detto che su tutte le cose si possano fare delle considerazioni profonde, d’accordo. Ma bisognerebbe pure avere la serietà e la robustezza spirituale di rendersi conto di che cosa valga, in certe questioni, dire di sì e dire di no. – Di lassù si vede un’altra cosa, esattamente ancora come a guardare dall’aeroplano: le proporzioni, le distanze dei paesi, la loro confluenza, la loro organicità geografica, la loro frammentarietà, la possibilità delle comunicazioni: come si vedono bene dall’alto! Come si capiscono, dall’alto, le grandi linee strategiche attraverso le quali sono sempre passati gli eserciti; come si vedono altre linee sulle quali non sono mai passati e mai passeranno gli eserciti! Come si vede la logica che talvolta non si riesce a capire nemmeno dalla storia! La stessa cosa la si vede guardando l’inferno di là, dalla nostra conversatio in caelis. Perché di là si vede come viene a organizzarsi tutta la vita in rapporto all’eterno destino. Voglio dire questo: molti Cristiani si credono che la questione della salvezza eterna sia una questione meccanica e che comunque è questione di riuscire a salvarsi un quarto d’ora prima di morire, per sistemare in quel quarto d’ora tutto, con tutte le assoluzioni, indulgenze plenarie, benedizioni papali ed episcopali, e andarsene così al Creatore indenni, dopo avere buggerato il Creatore per tutta la vita e ridendogli ancora sulla faccia quando gli si arriva davanti. Ma non è così. In teologia, nel trattato De gratia actuali c’è questa proposizione che vi prego di tenere ben presente: « La grazia della perseveranza finale è un dono particolare di Dio ». Che cosa vuol dire? Che non fa parte della grazia ordinaria. Sapete che la perseveranza finale consiste nella coincidenza dello stato di grazia santificante col momento della morte; vuol dire la salvezza eterna. E questa è non una grazia ordinaria, ma un dono speciale di Dio. E in tutti i libri di teologia ci si vede aggiunto: « La perseveranza finale è una grazia che bisogna chiedere e procurarsi per tutta la vita ». Il Concilio Tridentino nella sessione VI ha detto: « Si quis dixerit se esse certe et infallibiliter securus, absque divina revelatione, de propria æterna salute, anathema sit ». Se uno osasse dire e credere di essere infallibilmente certo della propria eterna salute, a meno che non abbia avuto una rivelazione divina, sia anatema. E questa verità che impegna, questa verità la si capisce di lassù. È una cosa molto importante: noi non possiamo lasciar correre e fare per tutta la vita quello che ci piace, perché la grazia della perseveranza finale Dio la dà, ordinariamente, tenendo conto di quello che si è fatto nella vita. Perciò hanno detto gli antichi molto giustamente: « Talis vita, finis ita ». Di lassù, a proposito dell’inferno, si vede questo: che per prepararci l’ultimo buon quarto d’ora bisogna in qualche modo pensarci più o meno tutta la vita; e se ci se ne accorge un po’ tardi, raddoppiare la velocità per redimere il tempo perduto: « ut tempus instanter operando redimentes », come prega la Chiesa genovese nel giorno del suo grande Vescovo, S. Siro, affinché, redimendo il tempo perduto con l’istanza del nuovo lavoro e della nuova azione, « ad æternam gloriam pervenire mereamur », possiamo arrivare all’eterna gloria. E finalmente cerchiamo un po’ al fondo di questo dramma, visto di lassù. Qual è stato il dramma di Adamo? Il dramma di Adamo, come è narrato al cap. III del Genesi, è tutto qui: Dio dice ad Adamo (io parafraso ma la parafrasi è esplicativa): « Adamo, tu devi accettare che Io sono Dio; lo devi accettare e devi respingere ciò che non è Dio. Siccome sei fatto anche di corpo e non solo d’anima, e poi sei ai primi passi della tua esperienza umana, ti ci vuole qualche cosa di oggettivo, di concreto, di ridotto, di piccolo, come punto di riferimento. Vedi, il punto di riferimento per te, che non hai fomite di passioni, il punto di riferimento per far vedere che accetti o eventualmente rifiuti, guarda, è questo: rispetta questo albero, questo magnifico albero chiamato della scienza del bene e del male. Questo è il segno: se tu rispetti questo, è segno che accetti; se tu non lo rispetti, o se tu non accetti, violerai questo albero ». L’albero in sé stesso contava poco. Era forse un albero più bello degli altri? Forse più attraente degli altri? Forse con frutti più gustosi degli altri? Era un albero in una cornice splendida, forse unica; ma era un albero. Eva ha preso il frutto e l’ha dato al marito: e tutt’e due ne hanno mangiato. Che cosa hanno fatto? Voi avete inteso: hanno scelto « non Dio ». Ecco, èil peccato formale della disobbedienza, che però era in funzione di una indicazione: noi scegliamo non Dio. Perché? Avevano udito dal tentatore la insufflazione maligna: « Se voi non osservate la sua legge e vi sottraete alla sua legge, diventate simili a lui ». L’errore nella testa di Adamo ha causato la sua caduta. L’errore ha causato la illusione; la illusione ha causato la falsità, la falsità è stata la ragione, la orpellatura per cui Adamo è caduto. Poi sarebbe stato sempre così. L’origine del peccato è sempre un’idea sbagliata, un’ipotesi sbagliata: in questo momento io godo di più; scelgo il godimento di questo momento e lascio da parte Iddio. Disobbedienza. È la disobbedienza che ha lastricato l’inferno. Se noi l’inferno lo guarderemo dall’alto, sapremo che alla radice di tutto quello che ha determinato la dannazione eterna delle anime è sempre stato il fatto che hanno disobbedito a Dio. La meditazione sull’inferno arriva a mettere in chiaro il carattere fondamentale della virtù dell’obbedienza. Ogni peccato si riduce sempre, pur avendo una sua definizione teologica e morale specifica, alla disobbedienza, perché è di natura sua trasgressione, quindi non obbedienza alla legge di Dio. La sostanza dell’inferno è fatta di disobbedienza. E allora, per la virtù dei contrapposti, ecco che cosa si vede di lassù: a guardare panoramicamente l’inferno, si vede che il contrapposto dell’inferno è l’obbedienza e che la virtù che assicura tutte le altre è l’obbedienza: l’obbedienza a Dio e l’obbedienza a tutte le cose che hanno diritto di darci una norma, trasmetterci una regola, una volontà, una indicazione, un consiglio in nome e per un’autorità che viene, anche indirettamente, da Dio. – Il concetto dell’inferno che, portato al midollo, si riduce a questo, è un monumento, dalla parte del timore bene inteso, alla virtù dell’obbedienza. Bisogna piegare la testa a Dio. Ma a Dio la testa non la si piega se non la si piega a tutto ciò che Dio ha costituito portatore della sua volontà. Concludiamo: all’inferno non ci vogliamo andare, vero? Bene, siccome la cosa che al fondo di tutto porta all’inferno è la disobbedienza, ricordiamoci che la cosa che al fondo di tutto ci porterà in Paradiso sarà l’obbedienza. Nostro Signore nel discorso della montagna ci ha avvertito che non si ama Iddio se non facendo ciò che vuole lui: « Non qui dicit Domine, Domine, sed qui facit voluntatem Patris qui in cœlis est ». Ci ha avvertito che l’amore di Dio, concreto, sta nell’accettare lui e tutto quello che lui porta con sé e tutto quello che impone, detta, istilla, indica alla nostra vita. Accettazione intellettuale della verità, anzitutto. E credete che l’intelligenza non debba obbedire? Vorreste lasciar fuori la più importante? Ma è quella che deve obbedire per la prima. È l’obbedienza intellettuale, la prima; l’altra viene dopo. L’obbedienza intellettuale a Dio, alla verità; la ricerca della verità. Credetemi: ciò che sa di satanico, di diabolico, di demoniaco, ciò che fa tremare in tutti i momenti sulla sorte delle anime a noi affidate è questo: che per loro la verità non vale più. Dire bianco, dire nero, sgualcire qualche cosa della verità, della rivelazione divina, dell’Evangelo; interpretare a modo proprio instaurando un’altra volta la eresia protestante del libero esame. È tutto questo peccato contro la verità che fa capire la mancanza assoluta della prima e sostanziale obbedienza a Dio, che è quella dell’intelligenza. – La disobbedienza di Adamo ci ha resi tutti miseri; l’obbedienza di Gesù Cristo, che è andato in Croce, ci ha fatti salvi. E S. Paolo ha scritto di Gesù Cristo, nella Lettera agli Ebrei: « In capite libri scriptum est de me ut facerem, Deus, voluntatem tuam ». In testa alla mia vita sta scritto : Che io faccia, Padre, la tua volontà. E un giorno, agli Apostoli che tornavano dal cercar cibo — e per conto loro si erano già messi al sicuro — e si meravigliavano che Gesù non mangiasse, perché aveva da curare un’anima, rispose: « Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato ». Sicché, concluderà S. Paolo, « sicut per inobœdientiam unius hominis peccatores constituti sunt multi… », come per la disobbedienza di uno si sono perduti molti peccatori, così per la obbedienza di uno solo « per unius obœditionem iusti constituentur multi… », molti sono ridiventati giusti. La meditazione dell’inferno arriva a questo punto. Perché non basta dire: l’inferno c’è; l’inferno è questo, è quest’altro, è eterno. Vediamo dove si riduce; vediamo il filone della strada che vi conduce, e per vedere il filone della strada ricominciamo dal primo uomo che si è esposto all’ipotesi dell’inferno, Adamo, che ha disobbedito. Cristo, come si è qualificato? Un obbediente. L’obbedienza è l’accettazione di Dio. La disobbedienza finisce sempre con l’essere, se non formalmente almeno virtualmente, il rinnegamento di Dio. L’armonia è completa. I ritmi si ripetono; pare che scandiscano in una forma drammatica la nostra vita, i nostri destini, il domani, il mistero che sta al di là delle cose che noi vediamo e tocchiamo. Questi ritmi sono però costitutivi nella robustezza che nel timor di Dio pongono la prima base della saggezza e dell’amore.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO-2° Corso di Esercizi Spirituali (6)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (6)

Nostra conversatio in cœlis est

6. Il metodo

Le considerazioni sulla morte, che abbiamo fatto da un particolare punto di vista, ci portano logicamente in questa meditazione a trattare del metodo. Debbo dire anzitutto il perché. La considerazione della morte, fatta da quel punto di vista, ha rivelato che la vita è incredibilmente preziosa. Ogni attimo di questa esistenza può segnare un punto che rimane eterno; ogni attimo può dare un merito. Il merito, acquistato quando si è in grazia di Dio, ha un valore che rimane nell’eternità. Un attimo di vita, trasformato in merito con la grazia del Signore, significa un aumento per tutta l’eternità della capacità di godere Iddio, di amarlo, di entrare nel mare infinito della sua essenza; significa un grado di più nella pace e nella perfezione, per sempre. Ecco perché la considerazione della morte fatta a quel modo fa apprezzare la vita. E la vita più lunga è meglio è, proprio per questo. Non c’è nulla che nella vita sia inutile. Tutte le strade possono essere perfettamente punteggiate di meriti, tutte le situazioni possono portare al perfetto amore di Dio. Naturalmente talune strade sono più convenienti, talune lo sono meno. Talune si prestano di più al tipo particolare, alla missione particolare, alla vocazione particolare di un uomo o di una donna, altre si prestano meno. Ma a questo mondo non c’è nulla che rispetto al cielo possa essere gettato via, nemmeno quello che per il mondo non va, come il dolore, la disgrazia, la minorazione, la mancanza di luce, la mancanza di libertà, la mancanza di tutto. Per l’eternità tutto questo è un aggeggio magnifico, tutto diventa strumento. Tutto quello che non serve per gli uomini, si può dire che serve per Iddio. Perché quando non sappiamo fare niente, almeno possiamo rinunciare a una cosa dopo l’altra. Quando anche non sapessimo fare niente, ci rimarrebbe da fare questo, e siccome le cose del mondo sono innumerevoli, la rinuncia potrebbe avere una sequenza senza fine. E allora si sente veramente l’afflato di vivere, perché veramente si vive quando nulla si perde. Noi dobbiamo diventare economi del tempo, delle possibilità, della vita e di tutto; dobbiamo diventare tirchi nello spendere noi stessi. Allora si impongono subitodelle istanze. – Prima istanza: ciascuno deve capire e deve avere in mano se stesso perché, se non capisce se stesso, crederà di infilare una manica e invece infilerà un camino. Bisogna avere in mano se stessi, perché non si può credere di fare un impiego economico della propria vita, se non si conosce e non si ha in mano se stessi. – Seconda istanza: deriva dalla suprema esigenza d’impiego perfetto della vita: bisogna trovare la disposizione più economica che esista del nostro tempo e delle nostre doti. – Terza istanza: bisogna spingere al massimo la capacità e la potenzialità dell’intenzione, perché l’intenzione è il primo elemento del valore delle nostre azioni. – Quarta e ultima istanza: bisogna che la vita sia animata dalla brama della perfezione, perché la vita è messa su una gran scalinata: si può scendere e si può salire, in piano non si rimane. Sommate tutte queste istanze, cosa ci dicono? Nella vita ci vuole un metodo, ecco la risposta. Il metodo è semplicemente il principio dell’economia applicato alla vita. Ma prima di parlare del metodo, illustrerò brevemente le istanze che derivano da quella suprema esigenza che abbiamo vista nelle considerazioni sulla morte, quella d’impiegare pienamente la vita. Innanzi tutto bisogna conoscere sé stessi e aversi in mano: aversi in mano intellettualmente e volitivamente. E per conoscere sé stessi bisogna pensare, bisogna esaminarsi, bisogna stare a sentire tutto quello che dicono gli altri di noi; soprattutto, e questo con infinita benevolenza, quando dicono male di noi. Quando dicono bene, vi raccomando di non stare a sentire, perché nella maggior parte dei casi saranno complimenti, in una parte notevole saranno bugie, in una parte non disprezzabile saranno inganni, e in tutto, non in parte, sarà per voi un pericolo di gravi illusioni. Al più, se proprio vi sentite venir meno, a titolo di conforto e d’incoraggiamento, prendetele come una zolletta di zucchero energetico. Ma non più in là. Vi raccomando, vogliate bene a tutti quelli che dicono male di voi e a tutti coloro dei quali venite a sapere che hanno detto male di voi. Come poi questa gente si aggiusterà con il Padre eterno, sono cose che riguardano loro solamente. Perché se sbagliano, se si lasciano guidare dalla malignità, dalla cattiveria, dall’ingiustizia, dall’invidia, non va bene; comunque si aggiusterà tutto, non temete! Noi guardiamo soltanto il lato che c’interessa in tutta la faccenda. – Volete conoscere voi stessi? Confrontatevi coi vari tipi di temperamento, di carattere. Ora non posso farne una trattazione. Ma c’è uno strumento indispensabile per conoscere sé stessi e questo è uno strumento che si chiama esame di coscienza. Deve essere usato potentemente da noi. È il punto di partenza per poter organizzare economicamente la nostra vita. Voi sapete benissimo che l’esame di coscienza non può essere mai completamente lo stesso, se no diventa sclerotico e non rivela più che in parte. L’esame di coscienza, cioè, non può essere solamente sui peccati commessi, sia in pensieri, sia in parole, sia in atti esterni, ma deve essere sulle debolezze provate, anche se non acconsentite, sulle tentazioni subite, sulle impressioni incise, sul pencolare che fa l’anima verso una parte o verso l’altra, sui fenomeni complessi e ingarbugliati, su quelle sensazioni delle quali non si capisce bene quale sia la logica, specialmente nei confronti dei nostri fratelli. L’esame di coscienza deve fare la rilevazione delle distanze, cioè non essere fatto solo di giorno in giorno, ma quando è fatto seriamente, deve essere fatto di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, di Esercizi in Esercizi. Perché vi sono dei fatti, dei carreggiamenti sotterranei i quali non possono essere rilevati ordinariamente da un giorno all’altro, ma si rilevano soltanto facendo misurazioni che richiedono un certo periodo di tempo, talvolta un lungo periodo di tempo, talvolta un intero periodo della vita. L’esame di coscienza razionale va fatto così, perché soltanto così permette a noi di beneficiare della prospettiva necessaria a vedere le cose nell’insieme e da lontano. Solo da una certa distanza si vede l’insieme, e dall’insieme si ricava l’architettura, la legatura, le strutture portanti, quello che è sostanziale e quello che è accessorio. Guardate che noi non conosciamo noi stessi finché di noi non conosciamo gli aspetti carenti, gli aspetti passivi, cioè il modo di reagire di fronte a una quantità di agenti che stanno al di fuori di noi. Quindi la prima istanza che deriva dall’appello d’impiegare bene la vita diventa conoscenza di sé stessi e padronanza di sé stessi. Sul fatto della padronanza, può darsi che debba ritornare; ma unicamente per poter rendere completo l’argomento e presentarvene una sinossi, elencherò alcune cose che serviranno per le vostre personali riflessioni. Avere in mano sé stessi vuol dire avere in mano la propria testa e voler avere in mano la propria volontà. Non è facile avere in mano la propria testa quanto è facile dirlo. È una cosa molto difficile, perché la nostra testa è sbalestrata continuamente dalle passioni, soprattutto dall’orgoglio; è annebbiata poi da qualche altra passione, come la sensualità, l’accidia, l’avarizia. La nostra testa è preoccupata, cioè occupata prima da altri: da questo mondo. Il mondo entra dentro di noi, e se non stiamo bene attenti, troviamo in noi delle reliquie del suo passaggio. Il mondo ci infarcisce dalla mattina alla sera; gli uomini ormai sono talmente diventati accumulatori di queste balordaggini che, ad avvicinarne uno, si prende la scossa elettrica. Se riflettete, noi ci troviamo tanti pallini nella testa: ce li ha messi il mondo. Pallini sulla personalità, sulla indipendenza, sulla libertà, sulla democrazia: sono i pallini di oggi. Queste parole che ho detto per elencare i pallini hanno in sé un significato buono, ma nell’uso comune e normale della gente sono pallini. Pallini di modernità, di indipendenza dalle cose materiali, delle quali non dobbiamo aver bisogno perché siamo spiriti superiori; pallini di cerebralità, di socialità, di scienza, di squisitezza, di originalità; perché oggi si pensa che se non si è originali non si vale un bel niente. Se uno oggi dice quello che ha già detto ieri un altro, è perduto perché non è originale. Pertanto dalla paura che ha di essere perduto, cercherà di dire tutte le stupidaggini possibili e immaginabili, purché siano diverse da quelle di un altro. Pallini!. Se cominciamo a fare una lista dei pallini, ne vien fuori una lunga lista! Stiamo in guardia! Perché a causa di questo infarcimento, assistiamo a dei fenomeni che fanno paura. Difendiamo la nostra testa, perché se non si difende la propria testa, non si difende nemmeno la propria fede. Per difendere la fede bisogna difendere la testa, la propria capacità critica, il proprio retto giudizio, la propria indipendenza dai complessi d’inferiorità imbibiti dagli altri. Questa è dunque un’esigenza imposta dalla visione della morte, che fa apprezzare la vita. Quindi riassumendo: prima esigenza per impiegare economicamente la vita, cioè con il massimo di resa, è quella di avere il dominio di sé stessi, cioè della propria testa e della propria volontà. – Ancora una parola sulla volontà. Per essere i padroni della propria volontà, dopo la grazia di Dio, l’uso dei sacramenti e della preghiera, abbiamo un mezzo solo, serio ed efficace: è il sacrificio, cioè la penitenza, che significa fare il rovescio di quel che piace a noi. Non c’è assolutamente altra strada. O si abbraccia la via della croce o la volontà diventa un’armonica. Non resisterà, servirà per suonare, ma non sarà operativa e conclusiva. È questa la conclusione della prima istanza che discende dalla considerazione della morte come apprezzamento della vita. – La seconda istanza: bisogna fare della vita una disposizione economica, che renda il massimo impiegando il minimo. Bando ai pleonasmi. E in ciò consiste il discorso proprio sul metodo che riprenderò. La terza esigenza: per impiegare bene la vita, sfruttare pienamente la forza dell’intenzione. Fare in modo che l’intenzione sia presente il più possibile e sia pura il più possibile. Presente il più possibile significa che non bisogna agire dormendo, per abitudine, ma restringere quanto è possibile l’influenza della pura abitudine; significa invocare l’intervento della intenzione positiva, attuale, esplicita. E con la luminosità della coscienza, che sempre si scruta e pertanto è in grado di illuminare gli altri, salvaguardare sempre la purezza assoluta di questa intenzione. Finalmente ho detto che l’esigenza dell’impiego economico della vita è la brama della perfezione. Salire sempre: oggi meglio di ieri; domani meglio di oggi. Ma per fare tutto questo, per fare l’armatura in cemento armato che regga tutto questo, anche nelle sue forme apparentemente bizzarre, ci vuole il metodo. – E adesso parliamo brevemente del Metodo. Parlo del metodo con la iniziale maiuscola, non di uno dei metodi qualunque. Libertà di spirito! Tra i metodi, ognuno può scegliere quello che più gli piace, quello che si confà alla propria vocazione, attività ecc. Io vi parlo del metodo come ragione fondamentale di organizzare la propria vita. In che cosa consiste questo metodo? Consiste nell’arte — l’arte che nel senso scolastico e non estetico è un complesso di regole — di disporre razionalmente le cose in ordine al proprio fine. Perché la dottrina del metodo entri costruttivamente nella nostra vita, bisogna parlarne con una certa finitezza. Del metodo si può parlare dal punto di vista materiale e formale. Parliamo prima del metodo dal punto di vista puramente materiale. Il metodo consiste in questo: anzitutto prendere visione e conoscenza delle cose, poi soppesarle, poi distinguerle, poi distribuirle nel tempo, nello spazio, nelle persone e nelle cose. È sempre dalla visione, dalla ponderazione, dall’esame delle cose che è possibile arrivare alla distinzione, divisione, discriminazione e distribuzione delle cose. Distribuzione nel tempo, nello spazio, nella caratura, nell’importanza e perfino nelle persone, nei rapporti sociali, nella vita di relazione. Quando si è giunti alla distribuzione, bisogna fare il collegamento delle cose, perché essa sia razionale, quindi la sintesi. Questo è, a grandi linee, il metodo. E queste parole applicatele alla preghiera, al lavoro, al periodico che stampate, alla missione, alla vostra anima, alla vostra vita interiore, alla vostra vocazione, e capite subito che cosa vogliano dire. Avete capito che cosa vuol dire metodo? Vuol dire tenere l’intelligenza in mano e farla funzionare! Applicate questo principio a tutto e vedrete come cambieranno le cose! Oh! mica detto che la vita debba diventare un osso o un chiodo da succhiare. No, no! Perché posso anche decidere di divertirmi, bene naturalmente! Ma mi diverto sul serio. Posso decidere di darmi all’amena conversazione, senza dir male di nessuno, beninteso, senza scandalizzare nessuno. Ma l’ho deciso io, non è che sia accaduto così, per caso. La vita di molta gente può essere paragonata a quella di un individuo che esce di casa e non sa bene che cosa debba fare. Avrebbe tante cose da sbrigare, sì, ma non ha bene in testa quale, non ha pensato a quale debba sbrigare per prima. Intanto mi metto per strada. Si mette per strada, bighellona un po’ a destra e a sinistra e dimentica ogni cosa; trova uno e si mette a parlare e prende una strada laterale, perché quello prende una strada laterale. Poi si congeda. Bighellona ancora un po’, poi, prima di riprendere nuovamente il filo delle cose, ne trova un altro. E così passa la mattinata. A mezzogiorno: Ma guarda un po’ come sono stanco, sono stato in giro e non ho concluso niente! Ho tanto da fare! Oh che vitaccia! Pare impossibile: la gente che non combina niente è sempre a dire che muore dal lavoro. Ed è poi la gente che non studia, che non si tiene aggiornata, che non approfondisce le questioni, insomma che non combina niente. – Vengo ora alla considerazione che ho chiamato formale, e cioè sostanziale. Bisogna che il metodo abbia i suoi strumenti. Ed è qui dove s’arriva alla parte più delicata del metodo. Alcuni strumenti sono importantissimi, sono massimi, ma sono talmente noti a tutti per cui non occorre che io ne parli. Sono la direzione spirituale, il consiglio, l’uso del sacramento della penitenza, la lettura di libri buoni, l’osservanza degli statuti quando si vive in una vita che è regolata da statuti e da regolamenti. Sono tutti strumenti sostanziali del metodo. Però questi li conoscete. Io voglio parlare di quelli dei quali si parla un po’ meno o, meglio, di quelli ai quali si pone meno attenzione. Bisogna avere delle idee in testa. Ecco, gli strumenti del metodo: sono le idee in testa, cioè talune grandi convinzioni generali della fede che, ora l’una ora l’altra, diventano idee forza e idee vita. Qualcuno potrà trovare più adatta a sé stesso la spiritualità ignaziana, che è tutta impostata essenzialmente sulla obbedienza; un altro potrà avere una maggiore tendenza verso la spiritualità berulliana, perché è rimasto affascinato dal mistero dell’Incarnazione e, con quest’idea sempre in testa, ha il motore che lo manda avanti, un motore che provvede anche all’illuminazione, alla forza, al ricupero nei momenti di tedio, nei momenti di stanchezza, di opacità spirituale, di oscurità, magari di notte oscura. Un altro potrà piuttosto avere la tendenza verso una spiritualità benedettina, domenicana, francescana e via via. Faccia come crede! Ma bisogna avere in mente delle idee forza. E qui, siccome Iddio ci ha lasciati liberi., mentre si accetta tutto quello che è il deposito della fede, a uno potrà venir bene come motore un punto piuttosto di un altro. Purché lo applichi bene naturalmente. – Vedete, esiste un certo tipo, un certo angolo, una certa area in questo mondo, dove si ha molta simpatia per una certa spiritualità tutta quanta volta a considerazioni di cose alte, altissime, tre volte altissime! e poi si dimentica di mettere i piedi per terra. Nell’area alla quale io adesso mi riferisco concretamente, a percorrere tutta la letteratura spirituale, quasi mai si sente parlare di umiltà, quasi mai! Quindi, nello scegliere le cosiddette idee forza, andiamoci adagio. Stiamo attenti a tenere in mano la nostra testa, a non lasciarcela impallinare con cose astruse, cerebrali, fuori della naturalezza, della verità e della realtà. Per avere un metodo, bisogna pensare a crearsi quella serie di principi, di norme, che vengono bene per il proprio temperamento! Qui c’ è molta libertà; però attenti! Faccio un esempio, e questo fa parte del metodo sostanziale. Supponiamo che ci sia una persona che ha la dote incredibile di offendersi sempre. Uno cammina un po’ più svelto, e questa si offende. Perché? Quello ha camminato in fretta per sfuggirmi. Un altro incontra una persona che gli dà il buongiorno, ma non glielo dà col tono, con la modulazione giusta. Ci sta male, ha il mal di fegato tutto il giorno. Accade un po’ come diceva la Perpetua a don Abbondio : « Lei si offende anche se le si fa coraggio ! ». Penso che non vi siano tra voi campioni di tal genere, ma non si sa mai, potrebbe anche darsi che qualcuno abbia tendenza a offendersi di tutto. E allora bisogna che arrivi a capire che non fa bene. Ma poi a questo mondo bisogna arrivare al punto di non offendersi di niente, perché è molto più economico, si vive più a lungo e soprattutto si ama più Iddio, si ha maggiore disponibilità di noi, si evita un sacco di querele e di musi. Suppongo di avere da fare con un tipo del genere e gli ragiono. Lui mi interrompe: Ma la gente è cattiva… il tale ha detto questo e quello: non ho ragione di offendermi? Io gli rispondo: Mettiti in testa un principio, e ne illustro uno per esemplificare, ma possono esservene molti altri. Ecco il principio: gli uomini in media hanno cinque logiche al giorno. C’è chi ne ha due, pochi ne hanno una, e quelli sono tutti di un pezzo, sono diamanti, e diamanti che sul mercato si trovano raramente; c’è chi ne ha tre, quattro, fino a quelli che hanno ventiquattro, venticinque logiche al giorno. Allora, facendo una media e cercando di essere caritatevole verso il prossimo, sono arrivato alla conclusione che la media deve aggirarsi sulle cinque logiche al giorno. Quando mi dicono : « Sa, il tale ha detto la tale cosa », applico il principio: A che ora l’ha detta? Ah, ma l’ha detta prima di mangiare. È la logica di quando si ha fame, che è diversa, molto diversa da quella dopo il pranzo; la logica di quando si ha sonno, e quella è ben diversa di quando si è ben svegli; e così dopo una buona notizia o dopo una cattiva notizia. Sono tutte diverse. E allora non prendertela troppo sul serio. Col principio delle cinque logiche si arriva a capire che alla maggior parte di ciò che dicono gli uomini non è il caso di dare troppo peso. E così, aiutandosi con un po’ di logica, non ci si offende. Poi, con un po’ d’esercizio, non c’è neppur bisogno di questa logica: si tira dritto e tutto è finito. Se c’è qualche cosa da aggiustare, ci penserà il Signore. – Ma concludiamo. Il metodo sostanziale non soltanto esige le idee forza, ma richiede pure che ci si faccia quell’armamentario di idee, di principi, di formule che, considerato il nostro temperamento, i nostri difetti, le nostre carenze, ci permettono di campare alla meno peggio, di mantenere la pace della coscienza, i buoni rapporti con gli altri, senza crearci continuamente, a causa delle nostre debolezze, un sacco di imbrogli e di bastoni fra le ruote e perdere così il nostro tempo e sottrarre qualche cosa alla carità verso Dio e verso il prossimo. – Vita economica! È la considerazione della morte che fa apprezzare la vita, e l’apprezzamento della vita dice che bisogna vivere economicamente. Non si può disperdere niente. I ceri sull’altare è bene che brucino interamente e non colino, perché quel che cola si perde; che si trasformino tutti in fiamma, che la materia serva soltanto ad alimentare la fiamma. Niente di sprecato. È la grande cura che dobbiamo avere della nostra vita. Bisogna avere questo armamentario nella mente. Perché se non c’è, noi non facciamo frutto.

(6 – Continua ...)

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (5)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962]

5. La morte

Facciamo la meditazione sulla morte. Anche questo è un tema fondamentale per un corso di Esercizi Spirituali. È un punto che obbliga a essere concreti, che impedisce le evasioni e non permette che si sostituisca la solida pietà e devozione con qualche facile e non costosa poesia. È una meditazione che non si può omettere. Voi sapete che la morte è ineluttabile, perché tutti a uno a uno ce ne andremo. Voi sapete che il punto essenziale della morte sta nel fatto che con essa termina la prova, cioè con essa termina la capacità di acquistare meriti. Nella vita eterna non si cambia più il nostro stato. Il merito cessa, rimane la fruizione di esso, il frutto nella pace, nel gaudio, nell’amore, nella vita eterna; ma si ferma per sempre la capacità di meritare, e pertanto cessa la capacità di aggiungere valore al nostro valore. È proprio questo « basta », che vien detto con la morte, ciò che dà l’incredibile serietà al passaggio dal tempo all’eternità. Ma per esercitarci quanto è possibile nella conversatio in cœlis, dobbiamo guardare l’argomento dall’alto. Che cosa si vede portandoci idealmente in cielo? Che cosa vediamo noi con lo sforzo di stare a quel livello, di ragionare con un criterio che non è di questo mondo, di dare alla nostra interiore veduta l’apertura che è propria del livello in cui c’è la libertà da questo mondo? Si vede anzitutto che si rovescia ogni cosa. L’importanza dell’argomento sta in questo: nel capire che ciò che a noi sembra abituale quaggiù è invece straordinario; capire che quel che ci sembra ordinario è invece l’eccezione; capire che ciò che a noi pare la vita non lo è. Rovesciare tutto. Che cosa accade al momento della morte? Noi lo possiamo descrivere a forza di negazioni: non abbiamo altra strada. Sì, sappiamo qualche cosa dalla divina Rivelazione, ma sappiamo poco. E allora dobbiamo procedere deduttivamente per altra strada. Sappiamo con certezza che al momento della morte l’anima si distacca dal corpo. Anzi fisicamente la morte consiste in questo: il corpo rimane abbandonato dall’anima che gli era stata sostanzialmente unita e, accaduto questo, il corpo comincia a dare la prova vera di sé stesso, di che cosa sia e di che cosa valga da solo. Gli uomini se ne liberano al più presto possibile andandolo a cacciare sotto terra; cercano di dimenticare, livellano tutto, è come quando il mare si apre per accogliere un oggetto e subito si richiude, e la sua superficie ridiventa liscia come se nulla fosse accaduto. L’anima rimane separata dal corpo. Procedendo per deduzione, si possono capire alcune cose. Che cosa succede della nostra intelligenza? L’intelligenza, fino al momento della morte, come dote e potenza dell’anima semplice e spirituale, era legata al corpo nel suo operare. Infatti la nostra intelligenza non può agire se non in quanto ad essa si presta, docile e normale strumento, il corpo coi suoi organi. Quaggiù noi non possiamo intendere e neppure ragionare, sia pure nella forma più astratta, se non per « conversionem ad sensibilia ». Dove questo manca, non è possibile nulla. Quando l’organo cerebrale è alterato, queste alterazioni hanno le loro ripercussioni anche sull’anima, la quale sragiona. Dunque l’anima, fino a quel momento, nella sua operazione, non nel suo essere, è legata al corpo. Ma al momento della morte l’angolo visuale della intelligenza dell’uomo si trova non più in cantina, esposta alla poca luce che viene dalla feritoia e che dà su un’intercapedine; rimane in campo aperto, e non splende il nostro sole, ma Dio. Non splende al modo materiale, ma con lo splendore della intelligenza e delle cose spirituali, delle quali noi abbiamo una conoscenza solo relativa e non ancora il contatto e l’esperienza diretta, monda da ogni necessità di collegamento con il fantasma. Da un angolo di apertura di un infinitesimo di grado noi arriviamo all’apertura di 360 gradi, e mentre normalmente 360 gradi stanno in un piano solo, in quel momento lo saranno in tutte le dimensioni. Ecco che cosa accade al momento della morte, quando l’anima si distacca dal corpo. Ora tutto il mondo presente è presente a me in quanto la sua immagine viene portata a me dalle potenze materiali attraverso fantasmi. L’unico legame che io ho con questo mondo, il vero legame è l’accidens quantitatis, che consiste nel fatto di essere esteso, il che permette il combaciamento fra me, che materialmente sono esteso, e la superfìcie del corpo ambiente. Se potessi sottrarre a me stesso l’accidens quantitatis, perderei ogni contatto col mondo che mi ospita. Pare strano, ma è così. Allora, al momento della morte, cessando di disporre dell’ accidens quantitatis, poiché abbandono la materia a cui sono legato, io perdo ogni e qualsiasi ragione di contatto con questo mondo e perdo anche lo strumento col quale questo contatto avviene. E il mondo cessa per me. E’ la solitudine infinita! Allora c’è uno solo che riemerge nell’infinita ed eterna maestà dell’Essere, Iddio. La solitudine infinita nostra davanti al Creatore! Cessa tutto, tutto si dissolve come nebbia al sole. Io vi prego di osservare che il nostro sentimento, cioè quella vibrazione che segue la cognizione tanto materiale che fisica e spirituale e che riempie tutto, rimpolpa tutto, imbottisce tutto, rende vivido e caldo tutto, è tre quarti della nostra vita, perché agisce spontaneamente e agisce sempre e rimane vigile anche quando l’intelligenza si assopisce o si fa inerte. Vi sono infiniti stati nei quali l’uomo sente e non pensa. Tutto questo sentimento, che ha riempito l’esistenza, di colpo viene a cessare, venendo a cessare per l’uomo lo strumento e la ragione per cui il sentimento esisteva ed era possibile perché determinato dalle cose sensibili. L’uomo perde l’esperienza della sua vita e si trova davanti a Dio. Il tempo, quel tempo che non può essere espresso con nessuna delle tante formule matematiche, non è affatto di pertinenza dell’accidens quantitatis: la misurazione e la concezione del tempo appartiene esclusivamente all’ontologia. Il tempo cioè non è altro che la creatura mutante e non la mutazione, perché la mutazione è già un’astrazione. Dove non ci sono più cose che mutano, il tempo non esiste: dove ci sono cose la cui mutazione è di natura assolutamente differente dalla mutazione delle cose materiali e fisiche alle quali siamo legati nel nostro cosmo, il tempo esisterà perché di eterno c’è soltanto Iddio. Ma sarà un’altra cosa.Applicando questi concetti alla nostra conversatio in cœlis, contemplando la morte di lassù, si vede il rovesciamento di tutto. Si vede che noi qui siamo fuori intelletto, siamo fuori della vera vita. Si capisce che questa vita è l’anormale, mentre l’altra è la normale, che questa è lo straordinario e quella l’ordinario. Si rovescia tutto. A questo punto si prende la forza di guardare con cipiglio fiero a questo mondo, perché dobbiamo convincerci che questo mondo vale poco. Andatelo a chiedere a chi è in punto di morte e ve lo dirà. Di lassù si vede che se questo mondo può valere qualche cosa, vale perché noi, prendendo il mondo solo strumentalmente, e cioè mai per sé stesso, ci facciamo dei meriti che rimarranno in eterno. Ecco l’unica ragione per cui il mondo vale. Non crediate però che io voglia dire male di quanto ha creato Dio. Ho voluto semplicemente dire che noi ora siamo nella posizione delle mosche che credono di essere, loro, a posto, aggrappate al soffitto, e si meravigliano di noi che invece siamo nella posizione giusta a terra. Ho voluto dire questo e non esprimo il minimo disprezzo. Le vedete le mura di questa chiesa? Quando ce ne andremo, noi non le vedremo più come le vediamo ora, ma in un altro modo: per tutta l’eternità, per voi specialmente che in questa chiesa passate la parte più nobile della vostra vita, queste mura formano un ambiente legato alla ragione della vostra vita e al calore che porterete nelle vostre azioni e nel vostro apostolato, diventano una concausa del merito eterno che voi state accumulando. In Dio queste mura le vedrete sempre, le rivedrete per tutta l’eternità con una visione rispetto alla quale la materia sarà translucida e non costituirà più impedimento. Le vedrete perché rimarranno sempre legate al vostro merito eterno, nel quale e per il quale vivrete per tutti i secoli dei secoli. Ecco per che cosa vale il mondo: per una cosa sola, perché è concausa della nostra prova, è strumento della nostra prova. Ecco come la morte ci rivela che questo mondo, oltre un certo limite, non va preso troppo sul serio. Basta che noi ci sforziamo con questa nostra povera intelligenza, aiutati dalla rivelazione divina e deduttivamente, a spostarci oltre il limite nel quale sta materialmente la nostra vita presente, perché noi riusciamo a comprendere molte cose di quello che sarà, e pertanto la valutazione meno inesatta di quello che è. Sia questo il frutto della meditazione sulla morte.La morte fa giustizia al nostro corpo, il quale si disferà, e questa sarà la giustizia per la nostra superbia. Abbiamo fatto molto conto del nostro corpo, forse qualche volta ne abbiamo fatto troppo. E questo corpo si dissolverà, ritornerà in braccio alla natura che ce lo aveva dato e alimentato. E un giorno Iddio sarà obbligato ad andarlo a mettere insieme, raccogliendo dalle quattro parti del mondo quello che era stato il nostro corpo, attraverso tutte le possibili e immaginabili trasformazioni dei secoli. E questa sarà la giustizia per tutte le nostre sensualità. Tutto si comporrà nella pace, se noi guarderemo alla morte di lassù. Tutto ritroveremo in Dio; tutto quaggiù ha un valore solo, il valore di strumento della vita eterna. Il resto è tutto vuoto, illusione, inganno. Guardate fino a che punto prevalgono le ragioni spirituali e soprannaturali in questo mondo. E poi dicono che la Chiesa si può ritirare da parte!

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° corso di Esercizi Spirituali (4)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

4. Il peccato

Vi invito a fare la meditazione sul peccato. È tradizionale, ed è uno di quei punti dai quali non si può mai prescindere, qualunque sia il tema generale che si scelga per gli Esercizi Spirituali. Però noi questo argomento lo dobbiamo trattare, per una ragione di logica e di coerenza, dal punto di vista nostro, cioè mettendoci al livello di lassù, perché nostra conversatio est in cœlis. Bisognerebbe che in questi santi Esercizi noi imparassimo un punto di vista particolare da cui guardare quaggiù, che poi divenisse un modo abituale di guardare tutte le cose della nostra vita. Dobbiamo abituarci a vedere tutte le cose dall’alto, da un livello superiore. In altri termini, vi invito a vedere quello che si può presumere si veda non dal cielo, perché siamo ancora quaggiù, ma da quella conversatio in cœlis che può essere data a noi, cioè dal livello più alto, che non pretende di avere la saggezza di chi è in cielo, ma si sforza di adeguarsi il più possibile a quella saggezza. Voi sapete che il peccato è la trasgressione libera della legge di Dio; sapete che presuppone una legge, una legge obbligante. Sapete che la trasgressione non è libera se manca un atto di intelligenza sufficientemente chiaro e se manca l’atto di volontà. Se vengono a mancare questi due elementi, non abbiamo più la trasgressione libera; avremo il peccato materiale, ma non il peccato formale. Qualora uno di questi due elementi si attutisca, non potremmo avere la colpa grave, ma la colpa che dovrebbe essere obiettivamente grave diventa perciò leggera. Voi sapete che di peccati ve ne sono di due sorta: il peccato grave e quello leggero o veniale. Il peccato grave ha la conseguenza di togliere la grazia santificante dall’anima, e pertanto si chiama mortale. Vi è pure noto che il peccato è grave perché viola sostanzialmente l’ordine divino. Vi è poi il peccato leggero, che non toglie la grazia santificante; diminuisce però l’ardore della carità e può disporre a cadere gravemente. È leggero perché non consuma una sostanziale violazione dell’ordinamento posto da Dio. – Queste nozioni era necessario premetterle, ma ora bisogna meditarle. A meditare sul peccato guardando di lassù, perché si vede meglio, di lassù che cosa si vede? La santità di Dio. Di quaggiù si vedranno in primo piano altre cose, ma di lassù si vede la santità di Dio. Quando il profeta Isaia, come egli narra nella sua visione di investitura, vide Iddio sedere sul trono, lo contemplò col manto di tale latitudine che copriva il pavimento del tempio e i Serafini dalle sei ali, il cui cantico era : « Santo, Santo, Santo è il Signore, Iddio degli eserciti ». Se rileggerete la pagina dell’Apocalisse in cui si vedono raccolte nello stesso cantico tutte le creature, vi trovate questo: i seniori che stanno intorno, il mare di cristallo che sta davanti al trono di Dio e che simboleggia le intelligenze le quali, come il cristallo, accolgono la luce e possono fil trare la luce e riflettere la luce; e poi tutti gli altri. È il cantico che riassume l’eternità. Bisogna vedere la santità di Dio, questa santità che, quando viene adombrata nelle S. Scritture, ha accenti solenni e grandiosi. Quando Giobbe fa una certa contestazione a Dio, nel colmo del suo dolore, la risposta che riceve è questa (era una risposta “ad hominem”): « Guarda bene la magnificenza dei cieli e della terra…; osserva e senti le forze che si agitano in esse, l’impeto dei venti, la meraviglia delle cose che sono state disposte nell’orbe, e poi vedi se tu, dinanzi a questo spettacolo che ti dice chi sia Io, puoi trovare il coraggio di parlare ». E Giobbe, che era logico, appunto perché logico ha chinato la testa e non ha più contestato a Dio il dolore che l’infinita e amorosa provvidenza divina, a gloria di Giobbe in terra, e possiamo pensare a ben più alta gloria in cielo, aveva permesso. Quando si tratta della santità di Dio, pare che si debba trattenere il respiro. Tutta l’armonia di quaggiù, la precisione delle leggi, la loro inderogabilità, la loro costruzione in un unico disegno, e quindi l’armonia grande come il nostro cosmo, profonda come possono essere profonde le anime, le ragioni delle cose, le cause seconde che si dispongono fin dove noi non sappiamo e dove incontreremo la Causa prima; tutto questo fa pensare alla santità di Dio. Noi siamo impressionati dalla luce del sole e non lo possiamo guardare. Eppure è una cosa materiale che brucia, che effonde calore e luce e dà effetti meravigliosi e nutrienti. Ma il sole non è altro che una piccola creatura, e lo splendore del sole è un lontanissimo paragone di quella eterna santità e maestà di Dio. « In sole posuit tabernaculum suum »; e il tabernacolo era un simbolo. Anche il sole, astro del giorno, nutrizione della terra, è là anzitutto e soprattutto per parlare di Dio, che è ben altra luce e ben altro nutrimento. L’ultima scoperta della scienza riguarda la funzione clorofilliana che, fino a poco tempo fa, credevamo servisse soltanto per ciò che tutti conoscono. Da pochi anni è stato scoperto che la funzione clorofilliana è forse la più meravigliosa che si conosca, al di sotto dell’uomo. Essa trasforma il raggio solare in materia che entra ad animare le cose terrestri. Fino a poco tempo fa questo non si sapeva, e questa scoperta spiega perché anche dove le piante si abbarbichino sulla roccia, riescano a vivere. E tutto questo ordine è già nel sole. « In sole posuit tabernaculum suum ». Il tabernacolo non è che un significato, un simbolo, perché si pensi a quello che è Iddio, la santità, la maestà di Dio. Quando noi consideriamo questo Essere supremo, questo Atto Puro, e quando attraverso l’indagine metafisica noi pensiamo a quello che di potenziale viene escluso dal concetto che lo rappresenta sicché sia semplicemente Atto Puro; e per avere un dipanarsi migliore di questo Atto Puro nella nostra piccola intelligenza dobbiamo procedere contro luce e per forza di contrasti e vedere come mai quello che è opposto all’Atto Puro, cioè l’atto potenziale, misto di perfezione e di imperfezione, si vada dipanando nel tempo, nel moto, nel carattere effimero di tutte le cose, allora sentiamo di diventare immensamente piccoli, e i termini della luce di Dio diventano immensamente grandi. Allora si sente una irradiazione di potenza, d’amore e di eterna saggezza, e la nostra mente si perde.Quando vogliamo pensare al peccato, ricordiamoci della santità di Dio e dell’infinita incompossibilità del disordine con questo infinito ordine; dell’incompossibilità delle tenebre con questa infinita luce; dell’assoluta incompossibilità della negazione con questa infinita affermazione, la quale, causando, fece sì che altre potenziali e limitate cose fossero, esistessero, affermative e positive. È necessario guardare a questa santità di Dio e sentirsi davvero in questa luce per scoprire, attraverso il raggio che di là a noi si protende e ci investe e colora variamente, secondo il merito, le macchie che portiamo nell’anima nostra. È necessario sentire questa santità di Dio la quale, riflessa in un così mirabile ordine nel creato, mette in causa la negazione e la contraddizione di qualsiasi nostro atto irregolare, imperfetto, negatore del dominio di Dio, se è peccato grave; mette in mostra quelle macchie che la crepuscolarità della luce di questo mondo facilmente copre e allontana dal nostro sguardo, forse anche illudendoci di esservi una sorta di perfezione, d’onestà là dove invece c’è soltanto la tessitura, anche attraverso piccole imperfezioni, di una mostruosa ingratitudine a Dio. Lasciate che ripeta queste parole: anche attraverso il disegno di piccole venialità e imperfezioni quotidiane, si traccia il profilo di una mostruosa ingratitudine a Dio. Il peccato bisogna guardarlo di lassù, di dove si vede il bene e il male, la vita e la morte, il tempo e l’eternità, la luce e le tenebre, l’affermazione e la negazione, l’Atto Puro (che è unicamente Iddio) e l’essere potenziale. Le creature partecipano a qualche cosa di derivato, di creato dalla eterna realtà di Dio, la loro piccola realtà non può non essere presuntuosa quando si leva al di sopra della anche più piccola legge del Signore. Bisogna arrivare a quel punto per vedere l’armonia e la disarmonia, l’ordine e il disordine, il dramma spaventevole di questo ergersi del desiderio, ridicolo nella sua realtà, mostruoso nel suo effetto. Di lassù il peccato lo si vede così. Se conversatio nostra in caelis est, non si può ricavare dal rottame di naufragio che è il peccato contorni di sorriso, lineamenti di piacere, vibrazioni e palpiti di vita. Sarà, se mai, illusione nostra e dei nostri fratelli, se pensiamo che nel peccato si nasconda qualcosa che possa rassomigliare al limpido sorriso e al vigoroso palpito di vita, definendolo esperienza umana che completa il nostro pellegrinaggio e lo rende avventuroso, valido e virile. Non è vero, non è vero! È la realtà rovesciata! Ma di lassù si vede dell’altro, molte cose! Si abbraccia un panorama grande come la storia e più grande del mondo, del nostro piccolo pianeta che non è poi di quella grandezza che forse si credevano gli antichi! Di lassù si vede il dramma del peccato. Si vede qualcosa da cui si ricava con logica impreteribile e tremenda una conclusione: c’è voluto il Figlio di Dio Incarnato, vissuto, morto e sepolto per aggiustare tutta questa faccenda. E sarebbe stato necessario tutto ciò anche se il peccato nel mondo fosse stato uno solo e i figli di Adamo nulla avessero aggiunto al fardello del loro disgraziato genitore. Non ci sarebbe stata sostanziale diversità. Sarebbe occorso ugualmente per salvare il principio fondamentale della giustizia, posto che Dio avesse voluto salvare il criterio di giustizia, che nell’ordine spirituale e morale risponde al criterio di ordine, che è il fondamento di tutte le leggi determinate e determinanti di natura. Questo si vede, ed è tremendo! Alla Croce noi pensiamo poco, forse perché ci siamo abituati a vederla; ma essa dice che cosa ci sia di profondo e di terribile in un solo peccato: i dolori del Figlio di Dio, la sua agonia, spinta al punto non solo di sudare sangue ma di fargli mormorare con le sue labbra di uomo: « Se è possibile, passi da me questo calice! ». E il giorno appresso gli ha fatto intonare, quasi a ricordare ai presenti il dramma che allora si concludeva: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». È tragico, è tremendo. I lineamenti della profondità della colpa, della sua ingratitudine, della sua negatività mostruosa, noi non li dobbiamo vedere negli atti dell’uomo ma nelle piaghe di Gesù crocifisso, nella sua agonia, quella spirituale nell’orto, quella spirituale e materiale sulla croce. Noi l’avvertiamo quando sentiamo quel grido fermissimo che lanciò prima di deporre l’anima sua, quasi a indicare quale fosse la veemenza di quanto allora sopportava, e nello stesso tempo la maestosa libertà con cui lui, sempre Figlio di Dio anche se moriva in quanto uomo, liberamente deponeva la sua anima umana e moriva. Per vedere il peccato dobbiamo meditare la passione di N. S. Gesù Cristo e ricordare che tutti i termini di quella passione hanno la profondità dell’unione ipostatica, ossia dell’Incarnazione, ossia del fatto che la natura umana non è sostentata da una personalità creata, come avviene per tutti gli altri uomini, ma è sostentata direttamente dall’Io divino, ricevendo una causalità di sussistenza nel modo proprio col quale Dio causa. Se ci proviamo a rileggere la Passione secondo S. Giovanni, che è la più immediata, toccante, divina delle narrazioni, diventiamo piccoli, ci perdiamo. Se a ogni parola noi presentiamo la profondità che viene dal mistero dell’Incarnazione, ossia dell’unione ipostatica, è difficile che arriviamo in fondo. Io comprendo perché diversi santi, quando avevano il presentimento che si avvicinava per loro il momento di tirare i remi in barca e andarsene, hanno chiesto di essere accompagnati verso la morte ascoltando la lettura della Passione di N. S. Gesù Cristo secondo S. Giovanni. Quando voi guarderete il Crocifisso, ricordatevi che non è solo una rappresentazione drammatica di Gesù che ha sofferto, ha temuto, è stato anche triste, una rappresentazione tale da evocare vibrazioni riposte del cuore cristiano. No, la Croce riassume, documenta che cosa sia la colpa. Perché la vera meditazione sulla colpa non la si fa guardando a noi, analizzando i termini teologici della violazione della legge che ci portano solo a una comprensione in termini umani di cosa sia il peccato. Per sentire con maggiore profondità quella verità che dà veramente il nodo del pianto, bisogna considerare Gesù Cristo crocifisso. Allora si capisce che cosa voglia dire il peccato. E poiché Gesù non ha patito soltanto per i peccati mortali degli uomini, ma anche per i loro peccati veniali e per tutte le più piccole deformazioni, sfumature, nelle quali entrasse, anche solo per riflesso o per ombra, la colpa, ritorna un’altra volta il pensiero a quella tessitura di scialbe vite che non hanno la preoccupazione della perfezione, che non impegnano le proprie forze per togliere la colpa veniale, per superare anche quella, riuscendo a comporre il profilo di una mostruosa ingratitudine a Dio Padre, che ci ha creati e che ha posto per noi un ordine di Redenzione e di Grazia nel Figlio suo unigenito, il Verbo Eterno che si è fatto uomo per noi, e nell’Eterno Spirito, al quale tutta la Sacra Scrittura del Nuovo Testamento, per ragioni misteriose e profonde che in gran parte sfuggono a noi e ci trascendono, è attribuita tutta la santificazione degli uomini. – Bisogna guardare di lassù; ma di lassù si vede anche dell’altro. Si vede che la Redenzione, tutta quanta, è stata fatta attraverso un dolore umano, cioè è stata fatta attraverso un piano sul quale si trovano anche gli uomini. Ed è stata fatta su quel piano, oltre che per tutte le altre ragioni, anche per questa: perché gli uomini sapessero che anche essi dovevano collaborare a questa Redenzione con la loro sofferenza, con la loro rinuncia, con l’accettare l’aridità della croce, senza fronde, senza fiori e senza foglie; con l’accettare la trasudazione del sangue nell’orto; con l’accettare l’abbandono, le tenebre, la notte oscura; con l’accettare tutto per trovarsi su quel terreno accanto a Colui che ci ha eternamente amati. – Di lassù si vede ancora che non si deve considerare solamente il peccato nostro, ma il peccato degli uomini, e che a tutti gli uomini incombe l’onere di pagare per il peccato di tutti. Perché per tutti bisogna pagare. Volesse Iddio che ognuno capisse che deve pagare almeno per sé! Ma quando hanno pagato per sé, non hanno ancora risposto all’appello che chiaramente si intende quando ci si mette a considerare la cosa di lassù, e cioè che si deve pagare anche per gli altri uomini. Ancora una volta la conversatio in cælis mette l’uomo davanti a un dovere, quello della penitenza, che non si può scindere dalla considerazione del peccato. È letterario fermarsi al dramma del peccato; potrà essere artistico indugiare sul suo supremo contrasto; potrà essere allettante dal punto di vista della espressione fantastica, della sua contraddizione con l’armonia della vita. Ma tutto questo non è sufficiente. Bisogna pagare. Bisogna salire sulla croce, accettare la croce e desiderare la croce. Quando si pensa a queste cose — ricordatevene il giorno in cui doveste soffrire —; quando ci si pensa sul serio, se non si riflettesse che siamo deboli, verrebbe fatto di chiedere a Dio la croce, e quella più grande. È difficile chiederla, perché siamo talmente deboli che sarebbe un atto di presunzione; ma se, non chiesta, vi capitasse, in quel momento ricordatevene, e avrete la liberazione perché la troverete infinitamente bella. Potrete dire: Non la chiedo io, non faccio un atto di presunzione o un atto di vanteria: ma, dato che c’è, l’accetto, sia benedetto Iddio, e a questo modo vado in croce e con lui.- A questo modo, proprio perché conversatio nostra in cœlis est, cose che possono sembrare terribili diventeranno portabili; cose che potranno sembrarvi mostruose, terrorizzanti, potranno diventare amene. Certamente! Perché i passi difficili dovremo percorrerli tutti, più o meno; rinunce anche estreme potrà essere che ne dobbiamo fare; oneri terribili potranno cadere sulle nostre spalle. Ma quando questo accadesse, ricordatevi che vi verrà bene pensare quello che in altri momenti non so se si possa chiedere sempre con ciglio asciutto o evitando la presunzione. Ma allora troverete bello andare con Gesù Cristo in croce. È qui dove voi sentite che cosa voglia dire questa croce. Ricordatevene, se un giorno vi capitasse. Tutti noi un giorno dovremo fare il sacrificio ultimo. Quando verrà l’ora, chiediamo a Dio di potere almeno fare il sacrificio liberamente, come Gesù Cristo l’ha fatto. Leggendo la vita di un grande vescovo morto qualche decennio fa, mi impressionò molto l’apprendere che quando venne destinato a una sede molto importante, la prima cosa che fece fu quella di chiedere quanti monasteri di clausura ci fossero. « Perché? » gli fu chiesto. « Per avere della gente che patisca con me quando ci saranno dei peccati » fu la sua risposta. Miei cari, il peccato bisogna vederlo così. Non è una questione personale soltanto, da liquidarsi nella piccola contabilità, per cui ci si va a confessare, poi si fa una piccola penitenza e poi, e poi si tira avanti. Qualche volta ci si aggiunge, per superiore generosità, qualche piccola mortificazione, qualche piccola rinuncia. No, se nostra conversatio in cœlis est, guardate che le cose stanno diversamente e bisogna avere il fegato di guardare le cose in faccia. Questo è il peccato. Di lassù si vedono tante cose. Si vede come in realtà tutti i guai della terra siano legati alla superbia degli uomini, alla loro sensualità, ai peccati capitali. La colleganza con quelli, in tutte le guerre, in tutti i deragliamenti, in tutto lo scivolare che gli uomini fanno verso i peggiori loro destini è chiara. Non ne circolano ancora, almeno meritevoli di stima, di libri sulla teologia della storia, e Dio voglia che i teologi se ne occupino un po’ di più. Se di queste cose fosse meglio illuminata la nostra intelligenza, noi capiremmo come ciò che decide veramente degli avvenimenti della terra è la situazione degli uomini rispetto alla legge di Dio. E di lassù si vede questo. Ecco perché i politici puri sbagliano tutto, a un certo momento. Se indovinano nel momento prima, 50 anni dopo ci si accorge che hanno sbagliato tutto. Perché i politici puri non sanno la ragione teologica che domina la storia, non possono capire da che parte stia il meglio e da che parte stia il peggio. Di lassù si vede il grande uragano che va dilagando qua e là per la terra e che prende ora questi, ora quegli uomini e li incoglie a solo, e inonda le loro anime e crea i grandi drammi interiori. Questo grande uragano di lassù, come dall’alto di un aereo, lo si vede vagare per la terra, si vede la ragione per cui gli uomini inutilmente soffrono. E questo è quello che più stringe il cuore: che non vedono l’utilità del dolore. In fondo non si è mai nella più nera desolazione quando muore un amico che è vissuto bene e che è morto bene, perché si sa che è andato a star meglio. Si soffre quando non si sa e bisogna chiudere la partita con una girata alla misericordia di Dio che, per fortuna, è infinitamente maggiore della nostra. La prospettiva giusta del peccato la si ha quando ci si mette lassù, guardando da quel livello, quando cioè nostra conversatio in cœlis est. Ma non dimenticate, se dovessero incogliervi grandi dolori, che essi sono il trionfo dell’anima che ritrova il miglior momento della sua generosità e può dire: pago per me e, se Dio lo permette, anche per gli altri.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di esercizi spirituali (3)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

 3. Le cariche

Abbiamo portato la meditazione sul fine della vita a questo punto: noi dobbiamo finalizzare la nostra vita in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi aspetti. Arrivati qui, si presentano alcune questioni pratiche che dobbiamo guardare e possibilmente risolvere. Perché se dobbiamo finalizzare la nostra vita, se tutto deve essere riportato a Dio col reddito, è chiaro che deve essere affermato in tutti i pensieri e in tutte le azioni il dominio del fine. E ciò comporta delle conseguenze pratiche. Ecco la prima questione pratica: come si fa a essere sempre presenti a sé stessi in modo da ordinare positivamente, con una intenzione soprannaturale, precisa e concludente, tutte le nostre azioni? – Già vi ho detto che da piccolo, penso di avere avuto tre anni, mi aveva colpito molto un’immagine di S. Margherita M. Alacoque in cui si vedeva questa santa abbastanza inginocchiata (dico abbastanza inginocchiata perché i pittori di una volta i santi li mettevano inginocchiati in modo che non si sa come facessero a regolarsi con la statica) con le braccia alzate in alto, e il Sacro Cuore lassù, per aria. E per parecchi anni sono stato profondamente convinto che la santità consistesse nello stare così, inginocchiati a quel modo, con le braccia alzate. E mi domandavo: Come si fa? È la stessa domanda che ci si pone quando si enuncia questa verità: bisogna che tutta la nostra vita sia assolutamente finalizzata, altrimenti perdiamo il nostro tempo e rischiamo di ritornare a Dio con un mozzicone di vita, con tutto quel che ne consegue. Allora bisogna fare un discorsetto sulle « cariche ». – Vedete, talune parole sembrano strane, ma hanno la capacità di poter fissare delle idee in modo concreto, come talvolta non hanno i vecchi termini scolastici: sapete bene che quando si parla di dare la carica, vuol dire che si fa un accumulo di energia che poi potrà essere impiegato, speso, anche lentamente, successivamente, senza dover continuamente ripetere l’operazione di accumulare. Si fa il carico di benzina, si caricano gli accumulatori e poi per un po’ si sta tranquilli e si cammina. Le cariche del mondo sono le sigarette. Molti fumano e si ricaricano così. Immaginate che razza di carica può dare una sigaretta! La noia, il fastidio della vita, il tedio, l’angoscia degli anni passati, della vecchiaia che viene…. E fumano, e fumano. Che carica data… al Ministero del Tesoro! In America bevono whisky, dopo aver fatto la campagna contro l’alcool. O vanno al cinema per ricaricarsi. È pietoso, vero? Povera gente! Non dico che una sigaretta o un whisky siano un peccato mortale, no; ma che proprio siano un rimedio spirituale ai guai della vita, non lo credo. Ma se noi vogliamo finalizzare tutta la nostra esistenza, dobbiamo avere come primo strumento la carica, le cariche. E quali sono queste cariche? Io ora ve ne presento di diversi tipi e di diversa valenza. Ve ne sono di quelle che stanno un po’ nell’ordine materiale e tuttavia, per il collegamento che c’è tra le cose materiali e le cose spirituali, hanno influenza sull’ordine spirituale. Ce ne sono di quelle che stanno nell’ordine spirituale e altre nell’ordine divino. E noi dobbiamo saperle combinare tutte. In antico, per esempio, troverete l’uso del teschio. Gli antichi frati avevano un piccolo teschio da tutte le parti, e accadeva molte volte che ne avessero uno vero. Dove lo trovassero non lo so, ma ricordo di averne visti, girando il mondo, di quelli veri, non soltanto nei gabinetti di anatomia ma anche nella cella di qualche buon frate. Forse saranno andati ad annaspare nei sotterranei delle chiese dove una volta si seppellivano i morti. Io non so se la cosa sia di buon gusto per voi, per quanto io non la troverei affatto tanto strana. Ma cosa rappresentava quel teschio per i frati di una volta? Eh, cari! Quando uno dalla mattina alla sera se lo trovava lì, capite, quella era una carica! E se per caso gli pigliavano i grilli, a guardarlo gli passavano, senza bisogno di fare un particolare esercizio, di andare a fare particolari rifornimenti! – E se per disgrazia si andava dipanando qualche movimento un po’ rivoluzionario nell’anima, a guardarlo, tutto riprendeva il suo giusto andamento. Questo è un esempio di cariche materiali, e la esemplificazione potrebbe andare all’infinito. Noi dobbiamo ricordarci che siamo talmente fatti di anima e di corpo che dobbiamo per forza avere l’umiltà di chiedere aiuto anche alle cose materiali. Io conosco dei cerebrali che ridono quando in un convento vedono scritto su qualche porta un passo della Sacra Scrittura. Dicono: Come sono sciocchi! Ma sciocchi sono loro. Se vedono qua e là sacre raffigurazioni, semplici, ingenue, ma che richiamano visivamente qualcosa, che hanno influenza sull’anima, si meravigliano e dicono che non bisogna ricorrere a quelle cose lì. Poi loro fanno dei patatrac che non stanno né in cielo né in terra. Tra i fattori che danno una carica vi sono, certo, le persone. Ma bisogna stare attenti, perché le persone a volte stanno su un piedistallo, a volte su un perno girevole. Quando stanno sul piedistallo, andiamo bene; ma quando stanno sul perno girevole, non si va bene! Poi ci sono cariche di ordine un po’ più intellettuale. Ce l’avete tutti, voi, qualche libro che ha la capacità di farvi sollevare e magari esplodere? Quella può essere una carica, un datore di carica. Quando io sono un po’ stanco, ho un libro che mi vado a tirar fuori, l’ho portato anche qui ad Assisi, sono i Dialoghi di S. Gregorio Magno, un meraviglioso libro scritto con un’ingenuità che non è degli sciocchi ma delle anime grandi. Io me lo porto sempre con me. E tutti hanno qualche libro, forse più di uno. Anche io ne ho più di uno, ma ho voluto parlarvi di questo con la segreta speranza che anche voi lo leggiate. Bisogna saper individuare nella nostra esistenza quei libri che hanno sopra di noi una capacità di carica e bisogna saperli tirare fuori al momento giusto. Ci sono poi tutte le cariche di ordine spirituale e di ordine soprannaturale e divino. La visita al SS. Sacramento, per esempio. Quando si esce di chiesa, la visita è terminata, sì. Ma non pensate a ciò che la carica fa ancora? Può essere che per tre ore, quattro ore, una giornata, noi siamo, senza accorgercene, sotto l’influsso rettificante, corroborante, elevante di una visita fatta al SS. Sacramento. Ma del resto qualunque preghiera, la più piccola preghiera, la orazione giaculatoria (della quale taluni spiriti inariditi credono di poter fare a meno) non sono altro che pillole energetiche. Quando uno ha la pressione bassa, che se ne va al di sotto dei cento; quando qualcuno ha dei fatti che sono rivelatori della mancanza di qualche elemento nutriente, che cosa fa? Getta giù una zolletta di zucchero, che è una carica energetica, e con quella riprende un po’ di fiato e tira avanti. Vedete il Cantico di frate Sole: che cosa ci rivela della vita intima di San Francesco? Ci rivela che tutti quegli uccelli davano a lui una carica spirituale, che la fonte d’acqua dava a lui una carica spirituale. Perché frate Francesco aveva l’umiltà di chiedere aiuto anche a « sora aqua pretiosa et casta ». Il Cantico di frate Sole è rivelatore della vita interiore di S. Francesco forse più di tutto il libro dei Fioretti e di tutto quello che ne ha scritto Tommaso da Celano. Vuol dire, quel cantico, che frate Francesco domandava la carica spirituale a frate sole, a sorella luna, a tutto. I santi Sacramenti, lo sapete bene, sono le cariche maggiori. Il Sacrificio della Messa, carica massima! Poi tutta l’orazione, specialmente l’orazione liturgica. Lasciate, quando dite il Vespro, che il salmo vada addolcendo l’anima col canto della Chiesa, canto sacro, senza effervescenze mondane, senza incantamenti sensuali; eppure così bello, così profondo, scaturito da intimità d’anime che hanno pervaso per secoli le stesse cose esterne e hanno creato l’arte dell’anima, l’architettura dell’anima. – Veniamo adesso a qualche cosa di più pratico, perché ci sono i problemi particolari. Li conoscete i nervi? Io mi chiedo perché negli Esercizi Spirituali non si faccia la predica sui nervi. Li abbiamo tutti, questi poveri nervi, e molte volte sono scoperti, sono a filo di terra, perché siamo esauriti, mangiati da questo mondo marcio e malato, che rompe tutti gli equilibri, ci circonda di rumore, romba continuamente, sibila continuamente. Queste povere orecchie non ne possono più. La testa poi! Forse siamo tutti ammalati. E molti fenomeni che si credono spirituali sono invece lo scotto che dobbiamo pagare a questo mondo. Fortuna che Iddio è buono e tiene conto di tutto, e ha inventato la nevrastenia per poter ridurre l’imputazione di colpa a tanta gente. Ha inventato anche gli esaurimenti nervosi (l’età giovanile ne conosce un sacco di esaurimenti di tutti i tipi, di tutte le forme); e a volte si crede che siano fenomeni spirituali, ma non è vero, è un fenomeno fondamentalmente fisico, bisogna curarlo. Ma a tanti mali che stanno, direi, a metà fra l’anima e il corpo, ma che ingombrano la vita e la rendono pesante a tante anime, i rimedi spirituali sono valevoli come e più dei rimedi materiali. E bisogna anche aggiungere che, generalmente, in tali faccende tengono un ruolo risolutivo le cariche dell’anima. E ciascuno ha le proprie. Io vi consiglio oggi di fare un esame di coscienza approfondito per poter vedere quali sono tutte le cose materiali capaci di darvi una carica spirituale. Cercate un po’ di individuarle e scrivetevele. Chissà che cosa troverete! Chissà che sorta di scoperte potrete fare! Componetevi un vostro cantico di frate sole. Il Cantico di frate Sole è il cantico delle cariche di S. Francesco: fatevene uno anche voi. Una carica spirituale è la penitenza! Cominciamo subito a metterlo ben chiaro! Oggi molta gente dice che vive nel Corpo Mistico di Gesù Cristo. E ha talmente in comune tutto con Gesù Cristo, che la conclusione, non detta ma pensata, è questa: Ha già patito tanto Lui, che… basta. Questa è una bella dottrina davvero sul Corpo Mistico di Gesù! Ha già patito tanto Lui in croce; tutto in comune

con Gesù Cristo; si sta con Lui, facciamo tutto a mezzadria. Così Lui si piglia la croce, e noi ci pigliamo il fresco della mattina della Risurrezione. – Mettetevi bene in testa che per finalizzare la vita e per arrivare ad avere la vera conversatio in cœlis quaggiù, bisogna fare della penitenza. È un’antifona che comincio a cantare adesso e continuerò a cantare fino in fondo. Anche penitenza di ordine fisico. Talvolta certi problemi di tentazione non si vincono assolutamente se non c’è la penitenza fisica. Ed è inutile che uno mi venga a dire che non può. Non può perché non vuole. Quando hai fame, se non ti basta un piatto di minestra, ne mangi un secondo, e se non ti basta ancora, ne mangi un terzo, no? E allora si fa così: quando non basta una piccola penitenza, se ne fa una più grossa. Lo so che nessuna carica vale più del Sacrificio della Messa e dei santi sacramenti. Però le cariche portano al massimo la collaborazione nostra al Sacrificio della Messa e ai sacramenti. Non vi voglio parlare di conversatio in cœlis dipingendovi un bel teatro con delle belle scene, Angeli di qui e Angeli di là, giradischi che suonano, qualche cosa che estasia. No, nostra conversatio in cœlis, va bene, ma siamo ancora in terra; in paradiso ci arriviamo dopo. La conversatio nostra in cœlis è un’altra cosa. È portarsi in alto per vedere e dominare dall’alto e amare pienamente Iddio distaccandoci da terra. È avere la mente abitualmente nelle cose divine. È la ricerca delle cose divine basata anzitutto e soprattutto sul sacrificio. Perché la grande carica, quella che è in noi essenziale, attraverso il S. Sacrificio e i sacramenti, è la penitenza. – Basta così. Ma non dimentichiamo che tutto è una questione di umiltà. Bisogna avere l’umiltà di capire che siamo imbecilli, tante volte; che siamo rincretiniti; che siamo dei sordi, dei ciechi, che siamo peccatori, e che abbiamo bisogno di andarci a raccomandare a tutto, a tutto! E anche ai Santi del cielo naturalmente, perché la carica ultima ce la danno loro. Prima di tutto raccomandiamoci alla Vergine SS.ma. Ma abbiamo l’umiltà di capire che se non ci raccomandiamo a tutti, dalle pietre della terra alle cose che stanno lassù, noi manchiamo. E allora la nostra vita diventa un tratto discontinuo, perché a un certo punto manca l’energia, manca l’attenzione, l’intenzione; si riesce a vivere ugualmente con gli occhi aperti, ma non sempre si sa quel che si fa. Molte volte si vive, si vegeta per delle ore intere che si perdono, che non sono diverse da quelle delle bestie perché manca un afflato spirituale. E allora perché qualche cosa si agiti, perché qualche cosa emerga in quegli istanti, così che al momento giusto la coscienza l’afferri e lo concreti nell’intenzione dovuta, affinché tutto e sempre sia valevole, meritorio, indirizzato al cielo, occorrono le cariche. Che tutto appartenga a lassù. Conversatio nostra in cœlis. Che non abbiamo a lasciare niente inutilizzato quaggiù, niente! Solo le ossa per un po’ di tempo, ma con la ricevuta per andarle a riprendere il giorno della risurrezione. Abbiate l’umiltà di capire questo: che senza l’umiltà non si sale. Il principio per cui i palloni aerostatici salgono è che abbiano dentro un gas più leggero dell’aria, altrimenti non salgono. E così è anche per noi: dobbiamo avere l’umiltà di tendere le mani a tutte le cose. Oltretutto diventeremo anche più simpatici agli altri.

GREORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di esercizi spirituali (2)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (2)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

2. Il fine della vita

Facciamo la meditazione sul fine perché è la meditazione fondamentale degli Esercizi Spirituali. Vi accorgerete che il primo passo per far sì che conversatio nostra in cœlis sit è quello di portare l’idea del fine della nostra vita ad agitare tutte le nostre azioni. È il primo passo, e bisogna farlo bene. Ecco quindi la trama della meditazione e il raccordo di essa al tema generale degli Esercizi Spirituali. Il fine della nostra vita è Dio. Noi dobbiamo ritornare a Lui e portare con noi tutto quanto Egli ci ha dato; ma dobbiamo riportare tutto con il reddito che Egli giustamente ci richiede. Dobbiamo ritornare a Dio. Che il tempo scorra, ve ne siete accorti. È vero che fino ai 20 anni scorre come l’acqua di certi fiumi che non si sa se vadano avanti o indietro. Scorre a un altro modo dopo i 20 anni; allora il fiume, sì, è ancora in pianura, ma a guardare l’acqua, ci si accorge che cammina. Scorre a un altro modo dopo i 30, e allora si ha l’impressione dell’acqua allorché incontra i piloni dei ponti. L’avete mai notato? Fa i baffi l’acqua, allora. E così anche lo scorrere del tempo nella vita degli uomini: a un certo momento entra in cateratta, salta. Che noi dobbiamo ritornare a Dio, lo sappiamo tutti, e l’argomento non ha bisogno di essere troppo rimenato; ma dobbiamo tornare a Dio con tutto quello che Egli ci ha dato. Ci ha dato la vita e, nella vita, ci ha dato il tempo, che è l’articolazione della vita. Il che vuol dire che il tempo bisogna riportarglielo tutto. Non c’è una frazione di tempo che noi possiamo legittimamente abbandonare giù per le scarpate delle strade, siano esse poco o molto rilevate. Ci ha dato l’intelligenza che dobbiamo far funzionare a un certo modo. Ci ha dato la volontà, facoltà motiva. Insomma, dobbiamo tornare a Dio con tutto; non possiamo ritornare a Dio disarticolati, monchi, con una gamba sola, con un occhio solo. Materialmente potrebbe anche essere così, ma spiritualmente non possiamo ritornare a Dio diversi da come Lui ci ha fatti. Ma non basta riportargli quello che Lui ci ha dato. Dobbiamo riportarlo a Lui col reddito, ossia coi frutti. Voi sapete che frutto è qualunque atto buono, qualunque atto che non sia cattivo, perché per gli uomini svegli non si danno atti praticamente indifferenti. Ecco che cosa vuol dire fine. È questo il primo punto della nostra meditazione. Bisognava richiamare questi elementi senza dei quali non si poteva costruire un discorso. Ora avviciniamoci bene a quello che c’è di profondo nel raccordo con il tema generale. Il fine agisce tanto quanto è presente. – Ecco il secondo punto della meditazione. Il fine è l’ultima cosa che si raggiunge, d’accordo, ma la contemplazione di esso è quella dalla quale si deve partire. Se non si parte da quella, allora si vagola, manca la costruzione, manca il legamento delle pietre nell’edificio, manca l’architettura, manca la bellezza. E manca la gioia. Dio ci ha forniti di un dispositivo che ci avverte automaticamente di quando noi siamo veramente a posto. E il dispositivo è il funzionare in noi della gioia, pacata e costante anche nel dolore. La gioia pacata e costante che non è il divertimento, che non è la varietà, che non è il sussulto clamoroso che copre altri disturbi. No, quando essa c’è, è segno che siamo per la strada giusta. La gioia serena, pacata, costante, imperturbabile è un cielo che si stende sopra di noi. Ebbene tutto questo può esserci a un patto: che il fine sia presente. Quando il fine della nostra vita — Dio, il nostro ritorno a Lui, la pace eterna, la vera vita — è reso presente, allora c’è uno stimolo per tutte le azioni, c’è un talismano con il quale si cambia volto a tutto ciò che in questo mondo è brutto, col quale si riduce a espressione splendida tutto quanto in questo mondo è deforme. E allora tutto diventa piacevole, non perché si debbano cercare le cose piacevoli, siamo sulla via della croce, ma di fatto è così e ringraziamone Iddio. – Ma credete voi, ed eccoci al secondo punto, che la presenza del fine consista semplicemente e puramente nel fatto di averlo in testa? Credete che basti dire: Io dovrò ritornare a Dio, devo riportare a Dio tutto quello che mi ha dato, per di più debbo riportargli il reddito, come Lui stesso ha detto nella parabola dei talenti? Vi credete che sia solo questo? Eh, no! Qui arriviamo a qualcosa di un po’ più difficile. Perché la presenza del fine sia quella che deve essere nell’anima nostra, bisogna avere un’idea della sua trascendenza. Quando si parla di Dio e delle cose divine, le nostre idee sono puramente e semplicemente analogiche. L’analogia è il concetto più grande che sia a nostra disposizione per intendere e, dove si può, capire la teologia. Le nostre idee sono analogiche. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che le nostre rappresentazioni delle cose di Dio in parte sono aderenti a quello che rappresentano e in parte no. Per la parte in cui non sono aderenti, le nostre idee, che sono tutte analogiche, non è che siano false, le possiamo rendere vere, ma sono inadeguate. Le capacità nostre, finite, limitate come sono, non riescono a estendersi tanto quanto le cose eterne. Rimangono lì, senza vita e senza fiato, non possono andare oltre! Notate che tutte le rappresentazioni che noi ci facciamo delle cose divine sono soggette alla legge dell’analogia. Come facciamo allora a far sì che le nostre idee analogiche rimangano vere, cioè che per quella parte in cui non si adeguano all’oggetto che rappresentano evitino di essere false? Ricordando che tutto quello che è bello e buono è in Dio, e che tutto quello che è difetto non è in Dio, e sapendo che tutto quello che noi rappresentiamo di Dio va riportato all’infinito; sapendolo, anche se questa operazione non può essere eseguita, perché la operazione dell’infinito noi non possiamo eseguirla. Ma sappiamo che esiste, e la affermiamo, e allora le nostre idee intorno a Dio diventano vere. Rimangono analogiche, ma sono vere! E allora si può soffiare dentro ai nostri desideri e ingigantirli e prendere tutte quelle cose che sono velleità e dare loro la caratteristica delle volontà. Si può prendere tutto quello che fu desiderio di tutti i tempi e di ogni luogo e di ogni anima che visse sulla terra, e dire che tutto va al di là, perché le rappresentazioni nostre sono soltanto analogiche. E quello che io avrò, e quello che troverò in Dio va al di là della mia stessa capacità di pensare. E questa capacità di pensare non la esaurirò mai, perché tutti gli elementi che mi verranno in mente saranno semplicemente simbolici, cioè pedane di lancio per gettarmi verso l’infinito. Il fine deve essere presente così: come se accanto alla tua affermazione sì levasse un’ombra che dicesse: ma tu non vedi, tu non sai. Ecco che cosa significa la presenza del fine nella nostra vita. – E veniamo al terzo punto della meditazione. Dobbiamo finalizzare la nostra vita. Vi accorgerete più tardi che cosa significhi finalizzare; quale impegno costituisca, quale luce ci dia questa parola quando venga bene analizzata, come ci presenti straordinariamente chiaro il prospetto della nostra vita, di quello che la nostra vita deve essere. Cosa vuol dire finalizzare la vita? Vuol dire usare tutti quegli espedienti tattici, quell’arte che è un complesso di regole, perché il fine della nostra vita sia sempre presente e porti come un tocco d’arte a tutte le cose banali che noi facciamo ogni giorno. Come si fa a sensibilizzare la nostra vita nel fine? Voi direte: anzitutto pensare molto al fine della nostra vita. Voi certamente non penserete che ciò consista nel dire dalla mattina alla sera a noi stessi: Ehi, attento al fine! Di questo passo non si vivrebbe più. È chiaro che la finalizzazione deve avvenire in altra forma, più umana, più fattibile, che non porti con sé il problema di salire a ogni istante un gradino più alto della nostra statura. E allora da che cosa è data la finalizzazione della nostra vita? È data da questo: tappezzare i muri nostri di quel che riguarda Iddio. Vedete, entrando, io guardavo la facciata della vostra chiesa e leggevo alcune lapidi: « Et Verbum caro factum est…. et habitavit in nobis » ; « I Magi trovarono Gesù con Maria sua Madre e l’adorarono ». Che dappertutto, come avete fatto qui, ci siano immagini sacre, ci siano parole sacre: accettatele, abbracciatele; sono strumenti di finalizzazione della vita. La preghiera dell’offerta, che certamente voi fate al mattino e alla sera, è strumento di finalizzazione della vita. La preghiera, tutta la preghiera è strumento di finalizzazione. Ma c’è un punto: la ricerca dell’intenzione attuale. Voi sapete che cos’è l’intenzione: l’intenzione è la ragione per cui si fa una cosa, è il motivo della cosa. Allora lo sforzo per finalizzare la nostra esistenza è quello di vivere a occhi aperti, cioè di acquistare l’abitudine di sapere perché si fa questo, perché si fa quest’altro, anche nelle cose più banali. Bisogna che noi tendiamo a eliminare le azioni incolori, cioè quelle delle quali non si vede perché si fanno. Perché ora sto scambiando quattro parole con questa persona? Perché debbo essere cortese. Perché continuo a parlare? Perché ne ho bisogno; mi accorgo che se non parlo un po’, si rabbuia qualche cosa nella mia vita. Questo vuol dire concretare la intenzione. Si comprende allora l’opera di purificazione, di rettitudine dell’intenzione. Si arriva a finalizzare veramente la vita. La rettitudine dell’intenzione si verifica quando si vuole il fine naturale di ciò che si compie e non se ne vuole uno che sia innaturale, disonesto o contorto. Allora si finalizza veramente la nostra esistenza. Lo vedete allora il quadro della vita? Entrarvi sempre con la testa, con la intelligenza, non con la testa fra le nuvole. Ricordate, ho premesso che conversatio in cœlis non significa vagare per aria e finire nella luna, ma è invece l’unico modo per tenere i piedi sulla terra. Ve ne state accorgendo, no, che cosa vuol dire finalizzare la nostra vita, e cioè rendere presente ad essa l’ultimo fine sicché spiritualmente sempre ci si trasferisca là, a quel livello, e si raggiunga quell’altezza? Vuol dire vivere ogni momento impiegando tutto il tempo con la coscienza di quello che si fa, con la visione della strada che si deve percorrere, piccola o grande che sia — non parlo soltanto delle grandi strade maestre, parlo anche dei viottoli — con la visione del valore che hanno le più piccole azioni accanto alle più grandi. Ora io celebrerò la S. Messa e voi vi assisterete; dopo andremo a fare colazione. Anche quella bisogna finalizzare e, finalizzandola, diventa una divina liturgia. Ho notato che vi siete messi a cantare prima di mangiare. Bene, anche gli antichi monaci facevano così e cantavano, come cantano ancora, una lunga preghiera in modo che anche il prendere cibo sia una cosa bella, e mentre è una comunione con le creature che si prestano a noi per diventare qualcosa di noi, sia anche una comunione con le ragioni più alte che presiedono alle creature. Una sorta di comunione nell’ordine, perché anche la cosa più materiale che noi possiamo fare, come è quella di mangiare, sia una cosa bella e sia pure questa nella rettitudine e nell’ordine. – Perché, quando avviciniamo persone che sono sante, abbiamo l’impressione che tutto sia nell’ordine, che tutto sia bello, che tutto sia come il velluto, pur sentendo sotto il velluto un’anima di ferro? Noi abbiamo quell’impressione perché queste anime hanno finalizzato tutta la loro vita, non hanno lasciato che qualche cosa scioperasse, che divagasse, che prendesse direzioni senza criterio, senza ordine e legamento alcuno. È la bellezza della vita, questa! Finalizzarla! Anche perché, finalizzandola, si sa dove si va. E tutto diviene grande, così, tutto. Perché dove arriva la luce, arriva Iddio che l’ha creata; dove giungono le creature, giunge Iddio che le ha create; dove arriva l’energia, il movimento, arriva Iddio che l’ha creato. Non ci sono cose piccole, cose che siano in sé stesse, ontologicamente parlando, brutte. Ora finalizziamo bene quello che stiamo per fare, la S. Messa. Tornerà Gesù Cristo, e tornerà nella forma più vicina, più accessibile a noi, più grande e più amorevole, che è quella del SS. Sacramento, presente sull’altare. Ma ricordiamoci che in altra forma, certo minore, Cristo ritorna dovunque e sempre se la nostra conversazione è nei cieli.

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° corso di esercizi spirituali (1).

Anche quest’anno iniziamo con il meditare un corso di esercizi che S. S. Gregorio XVII [già Cardinal G. Siri] proponeva a suo tempo a giovani operatori pastorali. Abbiamo tutti da apprendere dalle parole di S. S., il cui Magistero fu impedito dalle forze del male insediate fin sul soglio di Pietro con una serie di impostori, veri Simon Mago, al posto di Simon Pietro. Che le sue parole siano per noi “piccolo gregge”, in questo nuovo anno, uno stimolo di crescita spirituale fattivo, di desiderio ardente del Regno dei Cieli, in attesa della venuta del Nostro Signore Gesù Cristo.

S. S. GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

– 1. Nostra conversatio in cœlis est

Il tema dei nostri Esercizi Spirituali è questo: « Nostra conversatio in cœlis est » (FILIPP. III, 20).

E cioè il nostro trattenimento, il nostro ambiente, la nostra vita, la nostra mentalità sta nel cielo. Ma non basta fare una traduzione alquanto libera come è quella che ho fatto io: bisogna dare una certa giustificazione dell’argomento. In sostanza, quando si dice « Nostra conversatio in cœlis est » che cosa s’intende? Che mentre coi piedi si sta in terra, con la mente e col cuore si sta già in cielo. È tutto qui. – Ora con questi Esercizi io voglio dire a me stesso e a voi: Prendiamo il coraggio a due mani, non stiamo alle mezze misure, in cielo andiamoci ora. E la vita pensiamola, misuriamola, conduciamola, coloriamola come tutte queste cose possono essere fatte di là. Portiamo e spostiamo questa nostra esistenza coraggiosamente e risolutamente là. Non crediate che vivere con l’anima in cielo sia cosa impossibile. Naturalmente andrà fatta “humano modo”, ma non è impossibile. Anzi, è l’unica cosa che veramente risponde all’appello del Signore: « Dove sono io, voglio che siate anche voi ». Dove sono io. Si tratta forse di una delle parole più impegnative e più forti che Nostro Signore abbia mai dette. Non si tratta di una cosa impossibile, si tratta semplicemente di una cosa decisa. Tenere il piede in due staffe non si può. Stare tutto dalla parte di Dio, stare tutto e soltanto dalla parte delle cose soprannaturali, stare tutto e soltanto dalla parte della fede, dello spirito di fede, significa avere la testa in cielo. Sarete voi in grado di misurare il livello di possibilità di tutto ciò? Ma di una cosa siate e certi e sicuri: che si tratta nient’altro che di un atto decisivo, da Cristiani. Non sono venuto a parlarvi di doni carismatici, non sono venuto a dirvi che dovete divenire delle Sante Terese o dei San Giovanni della Croce. Sono venuto a dirvi quello che tutti i Cristiani possono fare e debbono fare. Perché noi che siamo del clero o apparteniamo a pie associazioni, potremmo avere l’impressione di essere diversi dai buoni Cristiani. Ma badate che quando avremo fatto tutto quello che possiamo immaginare o pensare, noi saremo soltanto dei buoni Cristiani e niente di più. – Perché ho scelto questa linea? Non penserete che sia per non ripetere le cose che ho già detto altre volte. No, non mi guida la preoccupazione dell’originalità. Ma chiedendo a me stesso di che cosa avessi bisogno, ho dovuto rispondermi questo: che arrivato ormai alquanto al di là del “mezzo del cammin di nostra vita”, in cielo è bene che ci vada già mentre sono qui, tanto per assicurare le cose, senza aspettare che venga sirocchia morte a prendermi. Perché, se mai, dirò come il Giusti: « Quando arriverà lei, me ne andrò io ». E ho pensato che era meglio che la mia vita la portassi lassù, anche perché sono profondamente convinto che quello sia l’unico modo per essere veramente concreti, pratici e concludenti nella vita terrena. – Conversatio nostra in cœlis est. Questo il motivo adeguato a me. Ora espongo i motivi per cui tale linea può adeguarsi a voi. Non che il motivo che va bene per me non possa andar bene per voi. Ditemi: lo sapete se siete giunti o no a “mezzo del cammin di vostra vita”, anche voi più giovani? Non sapete un bel nulla. Potreste essere a un quinto, potreste essere alla vostra ventitreesima ora. E tutti possiamo essere alla ventitreesima ora. Quindi la ragione che va bene per me va bene anche per voi. Ma vi sono ragioni universali che forse non è male ricordare qui. – La prima: in questo mondo tutto va male. Non nel senso che non vi sia del bene; ce n’è moltissimo, ma nel senso che le grandi linee di questo mondo indicano uno scivolare. Non so se abbiate presente il messaggio natalizio del 1956 di Pio XII. – Il succo di quel messaggio che il mondo non ha capito del tutto, e se ne pentirà, è questo: Badate, o uomini, voi vi siete costruiti la macchina, avete studiato non per diventare migliori voi, ma per farvi delle macchine; ci siete riusciti e la macchina è già la vostra padrona. Ci sono delle frasi in quel messaggio che alludono a qualche cosa di più, che credo di poter tradurre così, sperando di non alterare il pensiero del grande Pontefice: Della macchina voi vi siete fatti il criterio e il modello della vostra vita; ormai la vostra vita la conducete, la dosate, la sistemate, la metodicizzate, la coartate, la irrigidite come si dispongono, si irrigidiscono, si coartano le macchine. Le costituzioni degli Stati hanno un’unica tentazione: di diventare il disegno di una macchina. Il marxismo è nient’altro che il grande disegno di una macchina, i cui pezzi di montaggio sono gli uomini. Gli uomini non godono più della natura, ed è inutile che si facciano venire le lacrimette a sentire il Cantico delle Creature. Il sole non lo vedono neppure. Le stelle. Oh, hanno persino rubato il nome alle stelle! È su linee sbagliate il mondo. Certamente sotto ci sono tante cose buone, perché il disegno di Dio non si tradisce mai, perché la potenzialità che Dio ha messo nei cuori degli uomini non si inaridisce mai. E poi c’è la grazia di Dio, c’è la vita sotterranea della Chiesa, ma quello che è il « mondo-mondo », quello del quale N. S. Gesù Cristo ha detto: « totus in maligno positus est », quello scivola male. La seconda: tutto quello che il « mondo-mondo » fa, prende la modulazione del canto di una sirena, e c’inghiotte. Io dovrei invitarvi a riconoscere probabilmente nella vostra, nella nostra vita, delle tristezze, delle incertezze, dei dubbi, che sono nient’altro che l’aver accolto la stimolazione, la suggestione, lo spavento che incute questo mondo-mondo stolto. Notate che dico mondo-mondo quasi a riecheggiare la frase scolastica « reduplicative », e quando dico mondo-mondo, sia inteso una volta per sempre, mi riferisco a quello del quale parla N. S. Gesù Cristo, cioè l’insieme dei peccati e tutto ciò che precede, stimola e consegue al peccato. Questo è il mondo, e noi siamo tutti nel pericolo di ricevere per osmosi tutto quello che di venefico ha il mondo. Allora è come se si dicesse: Non ci accorgiamo noi che stiamo in una cantina? Sì, un po’ di luce viene perché ci sono delle feritoie, però avvertiamo che vi sono delle esalazioni venefiche, c’ è una conduttura di metano che perde, qui non ci si sta bene, a lungo andare ci si intossica. Se uno accende un fiammifero, si salta all’aria tutti. – E con questo discorso che si conclude? E volete continuare a stare in cantina? Prendiamo la scala e andiamo al piano di sopra: nostra conversatio in cœlis est. Ecco perché propongo a voi di ragionare in quest’ordine. Dobbiamo arrivare a piazzarci lassù. Come si fa? Che cosa guadagneremo? Attenti, questo, tradotto in linguaggio povero, è: Prendiamo la scala, facciamo presto, andiamocene al piano di sopra. Qui sotto non ci si sta bene. Saliamo: nostra conversatio in cœlis. Nei momenti in cui nella storia della Chiesa, ci è stata questa intuizione profonda, come di un’alluvione che sommergesse le cose, moralmente parlando, a che cosa abbiamo assistito? A questo movimento: prendere la scala e andare al piano di sopra. Sempre! – Secolo III – Quando la infiltrazione dei culti orfici e misteriosofici dell’Asia aveva portato all’ultima decantazione oscena il culto degli dei nell’area greca e soprattutto in Egitto, davanti a questa alluvione di miseria infernale, uomini a torme immense sono fuggiti e sono andati a contemplare il cielo nel deserto. E così sono nate le laure: il deserto della Tebaide accolse fino a 3000 monaci. – Quando caduto l’Impero parve oscurarsi il mondo, e tutto stemperare i propri colori nell’acquosità ormai oscura del crepuscolo, allora esplose il fatto del monachismo nella Chiesa. E il mondo fu per secoli, di fatto, retto da monaci. Era la Chiesa, certo, ma il più grande strumento che ebbe la Chiesa, allora, furono i monaci. La vera prima capitale d’Europa, dal punto di vista politico, si chiama Cluny. Gli uomini un’altra volta presero la scala e andarono al piano di sopra. Questa è una interpretazione di tutta la grande epoca, anzi epopea monastica. E noi ora, che cosa stiamo a fare? – Ho veduto oggi una cosa che mi ha divertito immensamente. Passavo in treno accanto alla stazione di Arezzo e ho indovinato che al di là della stazione doveva esserci un campo da gioco, piuttosto miseretto. Non lo vedevo: indovinavo le ultime scalee. E questo era spettacolo comune. Ma l’altro spettacolo era questo: accanto c’era un viale, con alberi mezzo stecchiti dal fumo della stazione, miseri, spogli di foglie, ed erano tutti addobbati di uomini saliti lassù per guardare la partita. Da quanto tempo quegli uomini erano lassù? Quanto vi sarebbero rimasti? Io li guardavo, e poi pensavo che poco più in alto c’era un pinnacolo ardito, quello della cattedrale di Arezzo, e mi chiedevo se mai a quell’ora ci fosse una folla a cantare il Vespro. Probabilmente no. – Che cosa stiamo a fare? Tutte le cose così, ridotte a un circo, all’imitazione dei clown. Tutte le cose così, appese a degli alberi spogli, nel freddo già invernale, nel pizzicore del vento gelido che scendeva dalle vette nevose di Pratomagno, del Casentino, del Monte Falterona laggiù in fondo. Bisogna prendere la scala e andare al piano di sopra: nostra conversatio in cœlis est. Allora la vita è un’ altra cosa, e può essere anche una cosa piacevole, meravigliosa, non dimenticando mai che può essere bella e meravigliosa anche quando è al colmo della sofferenza. Gesù Cristo in croce fu, come uomo, al colmo della sofferenza e al colmo del gaudio, perché aveva la visione beatifica: uno dei grandi misteri dell’Incarnazione. Ma la stessa cosa, fatte le dovute proporzioni, può accadere anche a noi. È una bella cosa vivere in terra, ma di lassù si ha una prospettiva diversa. – Che cosa è la tristezza? È quella cosa che documenta agli uomini che la loro conversatio non è in cœlis. La noia: è la stessa cosa. I dubbi, le incertezze, il fastidio, la stanchezza morale sono gli elementi che nel pellegrinare terreno documentano agli uomini, perché lo capiscano, che la loro conversatio non è in cœlis. – I santi Angeli, quelli che la vostra mente trova allorché pensa lassù, in cielo, accompagnino il vostro primo sonno di questi SS. Esercizi e vi facciano intendere qualche cosa delle celesti melodie, perché possiate sapere che è dato a noi, vivendo quaggiù, di stare già lassù, con vantaggio infinito del merito nostro e dei nostri fratelli. Lo immaginate come sono gli occhi di un uomo la cui conversazione è in cielo? Qual è la serenità, la letizia, anche nella prova e nei giorni bui, di una creatura la cui conversazione è in cielo? Forse e senza forse ne conoscerete. Che cosa irradiano intorno a sé queste creature? Dove passano, avvengono cose di cui non si accorgono, ma avvengono. Che cosa sarà il vostro apostolato domani, se conversatio vestra in cœlis erit? È bello pensarlo, ma abbiamo cinque giorni per volerlo.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: DIO e MAMMONA

 

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO

DIO E MAMMONA

«Renovatio», VI (1971), fasc. 1, pp. 3-4.

Molti teologi hanno la grave tentazione di ridurre la teologia all’«antropologia». Si tratta di vera tentazione, perché se una teologia antropologica vuol mettere l’uomo al centro, cioè al posto di Dio, rischia di diventare addirittura blasfema; se intende sostituire le istanze umane a quelle divine, dando importanza preminente al benessere di questo mondo sulla vita eterna, diventa degenerata rispetto al suo compito. Può semplicemente occuparsi della parte che riguarda l’uomo – e questa esiste realmente ed obiettivamente in teologia – ma, il farlo in modo unilaterale, implica il pericolo di cadere nei due casi sopra esposti. – Conseguenza grave di una teologia ridotta ad antropologia è il costringere il Cristianesimo ad una mera istanza sociale. Il sociologismo, infatti, ha molte sfumature e varianti; però sposta sempre più o meno l’ago della verità e della realtà da come sono nella divina rivelazione. È per questo motivo che la nostra rivista non esce dalla sua programmatica funzione, se deve toccare qualche argomento in qualche modo sociologico. Per i veri cristiani l’argomento sociale ha sempre avuto come perno la persona umana, tanto degnata da Dio; per gli altri in modo più generale il perno è sempre stato non la persona, anche se si usa ed abusa del termine «libertà», ma il benessere e la sua spartizione. Perché esista una società, e non un mero aggregato, una folla, occorre un’autorità, comunque venga designata. I più accesi sostenitori di rivoluzioni sociali, da essi presentate come redentrici dei lavoratori, hanno terribilmente dilatato i compiti dell’autorità. Non solo non ne hanno potuto fare a meno – il che è eloquente — ma hanno dovuto esasperarli. Ma c’è un altro fatto interessante. Si è allargato lo spazio dell’autorità: costruendola come un potere delegato dal basso. Questo è il potere quale oggi lo abbiamo di fronte: in diverse forme di esercizio, dalla legittima spregiudicatezza alla disonestà. Naturalmente bisogna tenere conto del potere che taluni, senza alcuna delega, si sono costruiti per conto proprio. Il potere non è il denaro, ma, ordinariamente, al punto a cui siamo arrivati oggi, esso dispone a suo piacimento del denaro. La corsa al potere, che è lo spettacolo più impressionante del nostro piccolo mondo, è spesso giustificata dalla sete del denaro. Tra i «poteri» ci sono quelli sull’opinione pubblica, oggi i più tracotanti ed i meno controllati. Ma si tratta sempre di denaro. – Il denaro è lo strumento fungibile dello scambio, il sangue della economia. In sé non è pertanto cattivo; ma, per la capacità che ha di aprire tutte le porte, condiziona ogni potere prettamente terrestre, tanto quanto ne è condizionato. La sua mobilità e il suo impiego ne fanno il centro di tutti gli appetiti. E tuttavia molte strutture stanno spingendo le cose in modo da assoggettare il denaro al potere. Questa è la verità brutale della lotta per la quale una parte degli uomini combatte, mentre gli altri credono sia questione di ideali. – Il Vangelo ha opposto «mammona» a Dio. Nella sua corsa più generosa, quella verso la parità dei diritti, l’equa distribuzione dei beni, la serena convivenza dei popoli, il genere umano si trova impegolato di fatto nel gioco a spirale tra il potere e il denaro. Per i più il soggetto della economia non è, come dovrebbe essere, l’uomo: sono le «cose». E su questo sfondo realistico e brutale che si colora il tentativo di far diventare la teologia un’antropologia. E ripiglieremo il discorso perché ha aspetti anche più gravi. L’uomo si salva solo quando è umile e diventa grande quando adora Dio.

GREGORIO XVII: DEGNO SUCCESSORE DI PIO XII

Il Degno Successore di Pio XII: Gregorio XVII “Siri”

(Immagine del ragazzo-prodigio Giuseppe Siri con la sua famiglia)

Giuseppe Siri è nato a Genova il 20 maggio 1906. Sua madre era originaria di un villaggio vicino a Forlì, suo padre era ligure. A quattro anni, i suoi genitori decisero di iscriverlo alla scuola elementare, un segno del suo precoce sviluppo intellettuale. Giuseppe crebbe rapidamente ed i suoi eccellenti risultati accademici suscitarono l’attenzione di un amico di suo padre, un agente di cambio, che promise di insegnargli il suo lavoro nonostante la sua giovane età. Dopo pochi giorni Giuseppe Siri mostrò però un forte disinteresse per questa attività, in questo condiviso  da sua madre.

Trascorreva una grande quantità di tempo in fervente preghiera all’oratorio della chiesa in cui era stato battezzato, Santa Maria Immacolata a Genova. All’età di nove anni, espresse la sua intenzione di entrare nel seminario per diventare sacerdote. Nel 1916, all’età di 10 anni, i suoi genitori permisero il suo ingresso nel seminario minore di Genova, noto per la sua rigida disciplina. Giuseppe si distinse subito per la sua rapidità di pensiero e per gli ottimi risultati raggiunti. Sulla base dei suoi successi, il cardinale Minoretti, arcivescovo di Genova, informò Giuseppe e i suoi genitori della sua intenzione di mandare a Roma il bambino prodigio, per farlo studiare alla Pontificia Università Gregoriana.

Il cardinale Minoretti, arcivescovo di Genova, fu molto colpito dal giovane Giuseppe Siri e lo mandò a Roma per studiare alla Pontificia Università Gregoriana.

All’età di 22 anni ricevette l’ordinazione sacerdotale dalle mani del cardinal Minoretti. Il 23 settembre 1928, il giorno successivo all’accoglienza del sacerdozio, celebrò la sua prima Santa Messa. L’anno successivo si laureò in Teologia all’Università Gregoriana. Dal 1929 al 1946 ha insegnato a Genova. Nel marzo del 1944, in seguito ad un dettagliato rapporto del cardinale Boetto, Pio XII lo elevò a un vescovo titolare di Liviade e ausiliare di Genova. All’età di 47 anni fu nominato cardinale da Pio XII il 12 gennaio 1953.

Durante il pontificato di Pio XII, Giuseppe Siri rimase molto vicino al Papa, tanto che sua santità lo considerava un consulente di fiducia. Pio XII stimò a tal punto l’intelletto e la condotta di Siri, che decise di  designarlo come successore della sua morte. (*)

(*) Nota: un Papa,  Supremo Legislatore della Chiesa, può indicare il nome del suo successore prima di morire. Questo è già accaduto nella storia della Chiesa (v. nota 2). È stato riferito che il Cardinale Siri, con grande umiltà e rispetto, declinò l’offerta di Pio XII, affermando che preferiva che un Conclave eleggesse il prossimo Papa, per manifestare il desiderio di Pio XII.

Nel 1958 Pio XII morì. Molti cardinali liberali criticarono la gestione centralizzata di Pio XII e temevano che Siri accentuasse questo comportamento. Il cardinale Siri dichiarò che nei giorni precedenti il ​​conclave aveva avvertito una sensazione di fastidio da parte di alcuni cardinali. Passarono i giorni tra le trattative febbrili alla ricerca del successore di Pio XII. Secondo diversi cardinali, Giuseppe Siri era la persona più adatta. Altri “cardinali” [massoni infiltrati … Tisserant … Bea … Lienart Roncalli … l’elemco è lungo] disprezzavano il cardinale ultramontano di Genova e ordirono un complotto per rubare il trono papale al legittimo successore di San Pietro, a qualsiasi costo.

Nota 2 : un Papa, Supremo Legislatore della Chiesa, può fare il nome del suo successore. prima che muoia. Questo è già accaduto nella storia della Chiesa in passato... sul suo letto di morte, nel 530 d . C., Papa San Felice IV, avvalendosi del diritto stabilito da Papa Simmaco designò come suo successore  un consigliere fidato suo amico,  (poi Bonifacio II). È stato riferito che il Cardinale Siri, con grande umiltà e rispetto, declinò l’offerta di Pio XII, affermando che preferiva che un Conclave eleggesse il prossimo Papa, onde manifestare il desiderio di Pio XII.

“La persona così eletta [Papa] acquisisce piena giurisdizione sulla  Chiesa universale immediatamente al suo consenso, e diventa il Vicario di Cristo sulla terra”. ( C. J. C. : “Elezioni canoniche ” a pagina 107, 1917, Imp.).

L’elezione di Bonifacio II fu contrastata da un certo Dioscoro antipapa, che solo 14 gioni dopo … morì …, non sapeva infatti che:

“Qui mange le Pape, meurt !”

Profezia papale di St. Giovanni di Roccia spaccata  (XIV secolo): “Verso la fine del mondo, i tiranni e le folle ostili deruberanno la Chiesa e il clero di tutti i loro beni e li affliggeranno e li martirizzeranno, e l’abuso su di loro sarà tenuto in grande considerazione.  In quel tempo, il Papa con i suoi cardinali dovrà fuggire Roma in circostanze tragiche, in un luogo dove saranno sconosciuti. Il Papa morirà con una morte crudele nel suo esilio. Le sofferenze della Chiesa saranno molto più grandi di qualsiasi altra nella sua storia, ma Dio risolleverà un santo Papa e gli Angeli si rallegreranno. Illuminato da Dio, quest’uomo ricostruirà quasi tutto il mondo mediante la sua santità, la vera fede: dappertutto prevarrà il timore di Dio, della virtù e della buona morale, che ricondurrà tutte le pecore erranti all’ovile, e ci sarà un’unica fede, una sola legge, una sola regola di vita e un solo Battesimo: sulla terra tutti gli uomini si ameranno e faranno il bene, e tutti i litigi e le guerre cesseranno”.

Dogma della Chiesa: secondo le parole di Cristo, Pietro deve avere
successori nel suo primato su tutta la Chiesa ed in tutti i tempi. (de fide.-dogma ribadito con vigore al Concilio Vaticano – Cost. Ap. “Pastor Aeternus” 1871)

 

 

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: DE-DOGMATIZZAZIONE NELLA CHIESA

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO:

DE-DOGMATIZZAZIONE NELLA CHIESA

[«Renovatio», VIII (1973), fasc. 4, pp. 531-533]

Esiste il tentativo di abolire gradualmente i dogmi, ossia le verità definite che fissano la rivelazione divina, e quanto ne consegue? Dobbiamo rispondere affermativamente. Il pericolo verrà certamente superato, perché il divin Fondatore ha garantito l’indefettibilità alla sua Chiesa. Ma tentativo e pericolo esistono in forma preoccupante. Nel numero di «Le Monde» del 29 dicembre 1973, Henry Fesquet, un commentatore religioso ascoltato nel mondo cattolico francese, scrive: «Pio XII aveva ragione. L’ondata di protestantesimo, di cui egli aveva avvertito i primi effetti, ha invaso la Chiesa Cattolica nel suo complesso quattro secoli dopo la Riforma … Difendere la purezza della dottrina è un compito sempre più ingrato, persino impossibile». – Difendere la verità è un compito sempre grato e sempre possibile. Tuttavia riportiamo i giudizi del Fesquet perché sono una palinodia di quegli ambienti, ecclesiastici e laici, i quali non scorgevano nel corso degli anni sessanta altro che luce in tutto ciò che nella Chiesa si poneva sotto l’insegna del mutamento. Ora Fesquet ci dice che invece di mutamento spesso si è trattato di rottura e, anzi, di negazione. – I fatti parlano: eccone alcuni. Sono comparsi dei catechismi, in taluni dei quali qualche verità è svanita (e si tratta di verità fondamentali), come quella del peccato originale, senza cui si cancella la logica di tutta la Redenzione. Le titubanze, i rallentamenti nella redazione di taluni catechismi sono significativi. I discorsi teologici (e nulla si fa oggi, anche di banale, senza preporre delle «ragioni teologiche») diventano sempre più vaghi e sfuggenti dalle verità concrete, chiare, rese in semplicità di termini, accettati e capiti. Si è adottato un vocabolario diffuso, ma per il quale nessuno ha inequivocamente fissato il valore dei singoli termini. Questi termini hanno viceversa il risultato di permettere vari inconvenienti: quello di capire ciò che si vuole o, meglio, ciò che piace, quello di introdurre postulati di vario genere, hegeliano, freudiano, sociologistico, che apertamente non si enuncerebbero. Evanescenze, sfumature, lungaggini inconcludenti spingono i termini chiari della verità nel porto delle nebbie. Ciò appare a chi anche soltanto sfogli l’enormità di scritti poligrafati che siamo condannati a ricevere e, spesso, per dovere, a leggere. – L’acrimonia verso la teologia speculativa è ormai endemica. Appare non solo dal disprezzo che presso non pochi essa raccoglie, ma dalla sostituzione, anche in recenti opere notevoli, di un puro metodo storico (meglio sarebbe dire storicistico), al metodo teologico (pur se la teologia ricostruisce l’interpretazione della Bibbia e della Tradizione servendosi di elementi storici od aventi un carattere anche storico). – C’è di più. In molta predicazione ed in molta saggistica è rimasto un Cristo che si rassomiglia assai a quello del «Jesus festival» o al «Christ superstar», mentre se ne diluisce o se ne nasconde la divinità. Il tentativo di «de-dogmatizzazione» tenta di assumere un volto scientifico, alterando il metodo teologico, che è indicato dalla stessa rivelazione divina. Si tacciono gli interventi del Magistero, dimenticando magari quelli solenni (il Concilio di Trento è particolarmente colpito); si elencano i placita dei «teologi» moderni che divengono criteri di verità. – Ma i teologi non possono cambiare la teologia: al contrario, se si pongono sulla strada di un metodo sbagliato, non possono non uscire dalla comunione della verità. L’amore per il prossimo diviene la lotta di classe. E l’amore stesso, del resto, cessa di essere spirito per ridursi a eros. Riecheggia, ininterrotta, la dossologia alla fraternità, all’eguaglianza e, soprattutto, alla libertà (di fare quel che piace). Non pochi, anche tenendo conto degli atteggiamenti concreti e personali, stanno facendo la sostituzione del Cristianesimo col sociologismo. La gravissima ignoranza teologica fa sì che molti applaudono ad esibizioni apostoliche, solo per non sembrar da meno degli altri. – Si parla di fede: certo, ma senza dottrina. Ossia senza verità precise, senza proposizioni, senza formule. Abbiamo letto sulla rivista «Concilium» questa citazione di E. Durkheim: «C’è qualcosa di eterno nella religione che è destinato a sopravvivere a tutti i simboli particolari nei quali il pensiero religioso si è progressivamente sviluppato». Così, con un pizzico di simbolismo e di evoluzionismo, si arriva ad una religione senza attributi e senza manifestazioni. Le spogliazioni delle chiese ne sono il segno precorritore. Sparito il sole, restano le nebbie. Il tentativo di «de-dogmatizzare» la Chiesa comincia dall’odio alle formule ed alle proposizioni precise. Quando si delinea questo andazzo, le conclusioni sono scontate sin dai primi segni, quali l’apatia per le definizioni dei concetti, dei termini e delle cose. – La Chiesa ha sempre difeso la Rivelazione con proposizioni precise. Non che queste abbiano creato la verità, l’hanno solo posta  in risalto per renderla inequivocamente chiara. La fede nell’Assunzione esisteva prima della definizione del 1950. L’Immacolata era nella fede della Chiesa prima del 1854, così come la divinità di Cristo era tenuta con una certezza tenacissima, fino al martirio, prima del Concilio di Nicea. – “Generalmente le definizioni sono venute dopo le eresie, ossia dopo gli attacchi, ed hanno costituito la linea di sbarramento. In tal modo si è salvata la Chiesa delle verità certe dal mercato delle opinioni. Le proposizioni sono state redatte talvolta in forma positiva, talvolta in forma negativa, ossia di condanna. Le due forme hanno avuto lo stesso risultato. La stima e la gratitudine degli uomini va alla Chiesa di Dio, perché è attrice di certezze, non propalatrice di dubbi eterni.