LO SCUDO DELLA FEDE (269)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

RISPOSTE POPOLARI ALLE OBIEZIONI PIU’ COMUNI CONTRO LA RELIGIONE (12)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO XII.

FEDE

I. Io non posso credere. II. Mi bastano le verità naturali. III. La mia ragione non può ammettere altro.

Che ci voglia una religione, sia pure in buon’ora, ma sia la religione che insegna la stessa natura. Alla contemplazione dei cieli e della terra, delle campagne, dei fiori, delle marine surgono naturalmente nell’uomo di vani affetti: la mente è rapita in estasi di ammirazione, il cantico dell’amore si sprigiona dal cuore, l’inno di ringraziamento sale come incenso al cielo; ed ecco la religione. A che dunque metterci sempre dinanzi la vostra fede che è lo scoglio, la morte, l’annientamento di quella nobil ragione che il Signore ci ha data? Io per me non posso credere, non posso riconoscere la vostra soprannaturalità, ed è la mia ragione stessa che ne lo vieta. – Così discorrono certe teste romantiche ed irreligiose: ma con quanto onore di quella ragione che tanto vantano, ora lo vedremo.

I. Prima di tutto, dicono, io non posso credere: ma hanno costoro mai compreso una volta ed un po’ chiaramente quello che sia la fede? Ecco, o lettore, la prima cosa che si vuol discorrere un istante. La fede, in quanto oggetto delle nostre credenze, non è altro che una serie, una collezione preziosa di verità che Iddio, veracità infinita, si è compiaciuto di palesare agli uomini: la fede, in quanto è in noi, non è altro che l’assenso dell’intelletto a quelle medesime verità: assenso prestato sull’autorità di Dio medesimo che le ha rivelate: ondeché credere non è altro che prestare assenso ad un Dio che parla. – Ora io vi domando, qual è in questo atto così semplice il punto sì arduo che voi non potete superare? Qual è quello intorno a cui la vostra ragione urta sì gravemente? Forse la vostra ragione v’insegna che Dio non possa parlare agli uomini? Ma sarebbe pur bella che quegli, che ha formato l’uomo, che gli ha dato la favella, non potesse far intendere la sua voce e la sua volontà. A niuno, credo, cadde mai in mente pazzia così solenne. Forse non conviene a Dio il parlare? Ma qual ragione, anche solo apparente, può persuadere che disconvenga a chi ha formato l’uomo l’averne anche provvidenza, e rifornirlo di tutte quelle cognizioni ed ammaestramenti che possono tornargli giovevoli? Sarebbe un paradosso l’affermarlo. Forse manca a Dio il diritto per farlo? Ma questo sarebbe più che un paradosso, sarebbe una bestemmia. Imperocché, come fonte di tutti gli esseri, Egli ha pieno diritto d’imporre ad ogni uomo i suoi voleri, senzaché vi sia in cielo od in terra chi possa appellare dalla sua suprema autorità. Certo la ragione vostra non potrà mai persuadervi alcuna di quelle storture, niuno di que’ deliri. Fin quì dunque non si vede troppo perché, in nome della vostra ragione, non possiate credere. – Resterebbe dunque che ciò avvenisse per una di queste due ragioni, o perché non siate certo che Dio abbia parlato, o perché, essendo certo che Dio ha parlato, possiate sospettare della sua veracità. Questa seconda supposizione, oltre all’esser empia, è così assurda, che mai nessuno né eretico né incredulo osò affermarla; non vo’ dunque fare al mio lettore il torto di confutarla: ci riduciamo adunque alla prima, del non essere voi ben certo se poi veramente Iddio abbia parlato. – Il proporre e spinger oltre questa difficoltà proviene solo dal non conoscere in qual modo ci sia proposta ad esercitare la fede. Presupponete dunque che nell’esercizio di essa vi sono due atti: l’uno è l’atto del credere, l’altro di voler credere. Il primo atto è dell’intelletto, il quale si sottopone all’autorità di Dio che parla, l’altro è l’atto della volontà, la quale comanda, dirò così, all’intelletto che si sottoponga. Ciascuno di questi due atti ha il proprio motivo. L’atto dell’intelletto ha per motivo l’autorità di Dio che parla, l’atto della volontà ha per motivo tutte quelle prove, per cui ci appare fuori di ogni dubbio che Dio abbia parlato. Così in una corte si crede a quello che dice un. ambasciatore, perchè è ambasciatore : ma the egli sia tale non si crede se non perché ha mostrato le sue credenziali. Ora la nostra fede ci nasconde forse le credenziali, vo’ dire le prove che dimostrano che è un Dio quello che ha parlato, che è quel solo che possiamo chiedere ragionevolmente? Tutto l’opposto: ce le schiera dinanzi e belle e limpide ed evidenti, ed in tanto gran numero che si può dire che non solo siano bastevoli ma pur soverchie: Testimonia tua credibilia facta sunt nimis. – Sarebbe lungo il mettervele qui tutte in nota e spiegarle in tutta lor forza, perché non basterebbero ampi volumi: tuttavia ricordate così in confuso che a provare che Cristo è Dio, e che quindi è un Dio che ha parlato, vi sono quaranta secoli di oracoli e profezie che, raccolte insieme, formano tutta la vita del Redentore, ed autentiche per testimonianze dei Gentili non meno che dei Giudei; che vi è la vita stessa di Gesù piena di prodigi strepitosissimi operati in confermazione dì tal verità; che vi è la propagazione e la conservazione del Cristianesimo, ottenuta per mezzi che umanamente dovevano anzi spegnerlo e metterlo in fondo; che vi è una cattedra di verità da Lui eretta, ed inconcussa ed immota dopo diciannove secoli di lotte e contraddizioni; che vi è in favore di tal verità la testimonianza di legioni intere di Martiri e l’eletta degli ingegni più preclari che abbia avuto il mondo: che se dopo tante prove il mondo fu ingannato, l’errore è partito dal trono della stessa divinità. Vedete adunque che la nostra fede non lascia di rischiararci in quel solo punto che può ragionevolmente chiamarsi ad esame. Ma dopo che ha bene stabilito che Dio ha parlato, ci fa poi forse torto a pretendere che noi ci sottomettiamo a quello che un Dio ha manifestato? Sarebbe un oltraggio gravissimo il non arrendersi prontamente ad ogni sua parola. Anche voi che siete un omiciattolo della terra vi avete per male che alcuno mostri di non credervi, quando favellate da senno: eppure potreste anche allora voler ingannare per malizia, poiché siete capace di colpa, od essere ingannato per ignoranza, perché siete fallibile. Fate ragione adunque se competa a Dio l’esser creduto sulla parola, mentre Egli è suprema verità in sé stesso; e veracità infinita rispetto a noi. Resta adunque evidente che non è per verun modo contrario alla nostra ragione che Dio ci obblighi a credere, e che quindi quel non posso credere altro non è che un superbo non voglio piegarmi alla divina autorità.

II. Io ho bisogno, replicano, di altre verità; mi basti quello che la mia ragione m’insegna. Questa replica è sacrilega e blasfema per ogni verso. Basta a voi.., ma non si tratta di vedere quello che basta a voi, si tratta di quello che basta a Dio. E se Dio volesse per sua bontà manifestarvi verità, cui non può arrivare la vostra ragione, vi darebbe l’animo di rifiutarle e gettargliele sul volto? E se Dio volesse colla sua autorità imporsi obbligazioni, e darvi precetti che non può naturalmente conoscere la vostra ragione, avreste mai qualche diritto di sottrarvici? Ebbene questo appunto è accaduto. Gesù Cristo volle manifestarvi che il fine ultimo degli uomini non è una felicità qualunque, ma una beatitudine consistente nella visione chiara di Lui; che per conseguirla ci volevano opere fatte in istato di grazia; che per ottenere queste grazie s’aveva da credere al divin Redentore, che Egli aveva legato i mezzi della salute ad un sacrificio determinato ed a riti speciali che chiamiamo Sacramenti; che in una società sola, qual è la Chiesa, sono accolti tutti i mezzi della salute; che Egli non avrebbe riconosciuti per suoi se non quelli che fossero vissuti conformemente a queste sue leggi; che avrebbe condannato a fiamme eterne quanti non si fossero arresi a’ suoi dichiarati voleri; ha dilatato, in una parola, i confini della natura, ha perfezionata la ragione, ha sublimato l’uomo, l’ha innalzato per grazia alla dignità di figliuolo di Dio, l’ha fatto Dio per partecipazione, e vuole che viva ed operi siccome tale: non ha forse diritto a tutto ciò? Sto a vedere che l’uomo ormai farà la legge a Dio, e che gli prescriverà quello che basta e quello che non basta, che porrà limiti alle comunicazioni divine, che farà le Condizioni sotto cui si contenta di accettarle! Quando avete questi diritti potevate anche crearvi da voi, da voi conservarvi, da voi provvedervi, e formarvi da voi l’ultima beatitudine: così sarebbe compiuta la vostra indipendenza. Il ridicolo non è qui congiunto col blasfemo? – E tuttavia v’è da fare un passo più oltre. La fede non solo non è in opposizione colla ragione, ma anzi le è conformissima. E come no, se noi per mano di natura siamo condotti a non vivere se non di fede, accíocché l’essere lungamente avvezzi alla fede umana ci prepari a quella tanto più nobile che è la divina? L’osservazione è di antichissimi Padri e di molti tra i moderni, e voi la potete fare a vostro agio. Che cosa è tutta la nostra infanzia e gioventù se non un credere cieco ai genitori, un fidarci sicuro ai maestri? Che cosa è il commercio intimo della vita se non un credere perpetuo agli uomini? Cominciando dal credere che questi e non altri sono i nostri genitori, crediamo al servo che così s’ha da lavorare, al cuoco che così s’hanno da governare le vivande, all’artiere che così si ha da condurre l’opera, al contadino che così si ha da arare il campo, al leggista che così abbiamo da racconciare i nostri interessi, al medico che così abbiamo da trattare la nostra infermità, e crediamo tanto che giungiamo a mettere loro in mano le nostre sostanze, i nostri interessi e persino la nostra vita: non è vero? Ora comprendiamo noi forse le ragioni intime dell’operare di tutti costoro? Niuno v’ha al mondo che possa promettersi tanto di sé: crediamo che ognuno in particolare sappia quello che si fa, e noi ci sottomettiamo pienamente. E chi volesse prima di accettare l’opera di alcuno •farsi dar conto di ogni motivo della sua condotta, sarebbe stimato un pazzo, e trattato qual pazzo da tutta la società. E con tutto ciò non si è mai inteso che fosse contrario alla nostra ragione l’aver sempre in atto la fede umana? Se già non si vogliono condannare come irragionevoli tutti gli uomini, non certo. Ma se non è contrario alla ragione il credere agli uomini, perché sarà contrario alla ragione il credere a Dio? Oh che? Saremo di una natura per quello che risguarda le cose terrene, e di un’altra per le celestiali? Chi sa che non si faccia un bel giorno anche questa scoperta. Finché però non è fatta, noi continueremo a credere che la nostra ragione abbia nulla di ragionevole da opporre alla fede. – Anzi più, tanto crederemo ragionevole la fede che stimeremo cosa al tutto da pazzi il rifiutarvisi. Se non vi farò toccare con mano che sia così, non mi date più retta. Non è egli vero che è ugualmente assurdo il credere quando non vi è fondamento di credere, ed il non credere quando questo fondamento vi è? La sana ragione condanna il primo perché è troppo credulo, perché beve grosso: ma condanna anche l’altro perché è capocchio, è ostinato. Difatti immaginate che io ricusassi di credere che esista l’America perché ormai non vi ho navigato, o che non sia stato al mondo il primo Napoleone perché mai non l’ho veduto, che concetto fareste di me? Senza farmi gran torto, mi potreste confinare all’ospedale dei pazzi. Come! È piena l’Europa dei prodotti dell’America, vi sono fra noi degli Americani, molti de’ nostri concittadini l’hanno percorsa, e se ne può dubitare? Similmente abbiamo tutta la storia di quell’Imperatore minutamente descritta, sono al mondo anche molti che lo hanno veduto, persino i fanciulli sanno a mente i nomi di Marengo, di Ulma, di Dresda, della Beresina dove ha fatto le sue imprese, e tuttavia si perfidia a negare la sua esistenza? Vedete adunque che può operarsi contro ragione anche nel discredere un fatto. Ora è da sapere che niun fatto consegnato nella storia, comprovato coi monumenti è così solenne, così indubitato, così innegabile, che non sia ad assai inferiore nel numero e nella autenticità delle prove al gran fatto della venuta di Cristo e della sua rivelazione. Qui convengono la storia, la tradizione, i monumenti eretti dagli amici e dai nemici, dai dotti e dagl’ignoranti, dai creduli e dagli increduli, dai barbari e dai civili, sì che non si possa recare in dubbio senza dare una mentita solenne a tutto l’umano genere: come dunque non sarà un’assurdità agli occhi stessi della ragione il non credere un fatto così provato? E dunque vero a tutto rigore quello che affermano i savi che, per discredere al Cristianesimo e per gittare la fede, bisogna prima aver perduta la ragione. Pensate adunque se la ragione possa opporsi alla fede! – E si conferma tutto ciò con due ragioni di gran peso: La prima è che di fatto gli uomini, che ebbero maggior potenza di ragione che sono i grandi ingegni, tutti credettero. Niuno sarà per negare che quelli, che noi chiamiamo Padri della Chiesa, fossero in ogni secolo quello che il mondo ebbe di più chiaro e profondo in sapere. Levate dall’Africa Tertulliano, S. Agostino, S. Fulgenzio, S. Cipriano ed Arnobio, e poi ditemi in quelle età quali fossero i veramete dotti Africani. Togliete dalla Grecia i Basili, i Crisostomi, i Gregori, gli Origèni, i Teodoreti, in una parola i Padri, e poi indicate uomini che in quell’età abbiano lasciati monumenti uguali ai loro. Fate lo stesso intorno ai Latini: mettete Girolamo; Ambrogio, Leone, Gregorio, Ruffino in confronto dei dotti di quell’età, e vedete se non sopravvanzino tutti nel paragone. Nei secoli di mezzo le fiaccole che rompono le tenebre più dense sono senza stanco veruno Beda , Alcuino , S. Anselmo, Lanfranco, Alberto Magno, d’Ales, lo Scoto, S. Tommaso, S. Bonaventura. Or questi che furono i maggiori uomini de’ loro secoli, quelli che più usarono la ragione, come ne fanno fede indubitata i loro volumi che riempiono le nostre biblioteche, tutti credettero, e credettero sì fermamente, che operarono quasi tutti eroicamente in favore della lor fede: che cosa vuol dir questo? Non è una evidente confermazione che la ragione tanto non si oppone alla fede, che anzi le rende la chiara testimonianza? In caso contrario, converrebbe ‘dire che l’errore fosse il retaggio principalmente de’ savi; ma spero che il lettore n0n sarà tanto pazzo da affermarlo. – L’altra osservazione in confermazione dello stesso vero, si tolga dal contrario. Chi sono stati in tutti i tempi quelli che non hanno potuto credere? Quelli che hanno usato meno della ragione. Non solo per sentenza degli uomini di Chiesa, ma pure per autorità dei filosofi, gli uomini che adoperano meno la ragione, sono gli ignoranti ed i passionati. Quelli sono incapaci di formare discorsi e deduzioni più ampie, poste le tenebre in cui giacciono immersi; questi ne sono incapaci, perde la passione falsa loro in capo il giudizio e dà il tracollo all’intelletto. E siccome fra le passioni, le due più veementi sono la superbia dello spirito e la corruzione del cuore, così queste due tolgono più che qualunque altra l’uso della ragione. Ora, mirate fatalità! da queste classi appunto, cioè dagli stupidi per ignoranza, dai frenetici per orgoglio, dai fracidi per immondezza, si riempiono le file degl’increduli. – Degli ignoranti in primo luogo. Questa è questione di fatto, e col fatto si vuol definire. L’incredulità pullula a’ dì nostri pur troppo fra la gioventù e fra le classi operaie e cittadinesche, come deplorano tutti i savii. Ma dove e come si forma tale la gioventù? Essa esce da que’ collegi che, tolti agli uomini di Chiesa e confidati a mani o inesperte o infedeli, ricevono solo una cognizione superficiale di religione, o non ne ricevono punto. Come si formano increduli gli artieri? Col distorglierli che si è fatto con mille arti di seduzione dall’apprendere nelle Chiese nei dì festivi un po’ chiaramente la verità di essa fede. E le classi cittadine come giungono a perder la fede? Si sono totalmente per rispetto umano sviate dalla Chiesa, e col non udir mai dichiarazioni opportune, annebbiandosi sempre più in loro quelle imperfettissime cognizioni della fede che ebbero nell’infanzia, sono diventati la vittima di ogni più meschino sofisma. – E come potrebbe essere diversamente? Se vivete in mezzo alla società, dovete aver conosciuto più d’uno di quelli che fanno professione d’incredulità; se usate legger giornali, avete dovuto imbattervi spesso in chi bestemmia da incredulo. Ora, ditemi con sincerità: E gli uni e gli altri sono poi quello che di più savio, di più dotto, di maggiormente istruito possiede la società? Vi sembrano proprio quelli gli uomini che debbono avere scoperte ragioni novissime, che erano sfuggite all’acutezza di un Agostino, di un Tommaso e di tanti Dottori che hanno logorata tutta la vita nello studiare ed ammirare le profondità santissime della fede? Possono essi adunque per scienza che ne abbiano, sfatare tutta l’antica sapienza? Essi cogli studi che hanno fatto…. colle occupazioni gravissime in che li vediamo inabissati tutto il giorno, di godere la vita, di deliziare, di giocare, di trescare, e peggio? Il solo guardarli in faccia basta a dimostrare con ogni evidenza che è ignoranza crassa, ignoranza brutale quella che li fa miscredenti. – Che se aprono poi la bocca e fanno sentire le profonde ragioni, sopra le quali stabiliscono la loro incredulità, la dimostrazione prende l’evidenza che ha il sole nel pien meriggio. Che cosa hanno finalmente da opporsi alla fede? Sofismi volgari, triviali, ripetuti le mille volte, e mille volte già esposti e risoluti con tutta chiarezza dai sacri Dottori. S’avvolgono in una confusione che è una pietà a vederli. Non sanno quale sia la dottrina cartolica, quale l’eterodossa. Impugnano quello che nessun difende, difendono quello che nessuno impugna; attribuiscono alla Chiesa quello che la Chiesa tanto non professa, che anzi condanna: si fingono avversari dove non li hanno, per aver la gloria dell’eroe celebre della Mancia di combatterli sino all’ultimo sangue; mentre non sanno poi profferir parola contro quello che è veramente dottrina della Chiesa e verità. Le profonde speculazioni teologiche dei Renan, degli’About, dei Botteri, dei Govean, dei Bianchi-Giovini, dei Bonavini, ed anche del Siécle e dei Débats , e di altri paladini della miscredenza odierna bastano a far ampia fede della peregrina scienza di religione onde sono adorni. E proprio tutta luce quella che li acceca! – Qualche anno fa un Sacerdote gravissimo trovossi in una vettura pubblica a fare un viaggio, e come uomo un po’ astratto che era, stava tutto immerso nella lettura di un suo libro senza por mente ai suoi compagni di viaggio. Una signora che s’annoiava di tanto silenzio, un tratto che quegli aveva deposto il libro, colse il destro di avviare un poco di conversazione, e cominciò col protestare e vantarsi che essa, in fatto di religione, era incredula pienamente. Avrà, replicò allora il Sacerdote, avrà la signora letto qualche cosa, io mi penso, di Bossuet, di Fénélon, di La Luzerne, di Bergier. Non perdo il mio tempo in quelle cianciafruscole. Ma almeno il Valsecchi, il Segneri, qualche Catechismo un po’ ampio. Sì, proprio autori da occuparsene! Quando è così, perché dice di essere incredula? essa non è mai stata incredula, l’assicuro io; ella è semplicemente una stolida, un’ignorante. E questa conclusione quadra a cappello a moltissimi che si vantano d’incredulità. – L’altra fonte della incredulità è la superbia. Lasciando in disparte le prove che ne danno tutti gli eresiarchi antichi, è certo che i due padri dell’incredulità moderna sono Lutero e Calvino. Or l’orgoglio del primo fu tale, che lo portò ad insultare tutti i principi e re ed imperatori del suo tempo, a disprezzar tutti i Padri della Chiesa, a protestare che mille Cipriani ed Agostini non valevano quanto lui, Che prima di lui mai nessuno aveva inteso nulla della Chiesa, della fede, della legge, dei Sacramenti, delle Scritture, e ciò con tanta frenesia, che, per sentenza anche dei suoi, diede nel pazzo. L’arroganza, la superbia, l’impudenza resero Calvino sì intollerabile a’ suoi seguaci, che ne uscì allora il detto, esser meglio ire all’inferno con Teodoro Beza, che andare in cielo con Calvino. E la superbia che fondò il regno della incredulità è poi quella che lo mantiene a’ dì nostri. Ricusarono quelli per orgoglio diabolico di sottomettersi a quello che credettero tutti i loro contemporanei, ricusano tanti spiriti superbi al presente di sottomettersi a quello ché credono i fedeli odierni. Come! dicono tra sé, io che ho tanti studi, tante cognizioni, ho da credere quello stesso che crede un uomo dozzinale, ho da praticar quello stesso che usa una femminuccia? Non è possibile. E qui lo spirito della superbia li punge, gli aizza, non li lascia quetare: per brama di apparir singolari si appartano dagli altri, vantano nuove dottrine, la fanno da increduli e bestemmiatori. – Un mediconzolo, qualche tempo fa, davanti a varie persone che parlavano di religione: non so perché, disse, i preti abbiano tanta difficoltà ad ammettere la transustanziazione, quando. . . . Ma, scusi, l’interruppe un altro, non vi hanno alcuna difficoltà, poiché la difendono contro i luterani. Volevo dire, ripigliò il dottore, con tanto calore la difendono, quando.. . . Non vada oltre, gli disse allora uno che lo aveva a maraviglia compreso, anche senza quella dramma d’incredulità, sappiamo che ella è uomo di gran polso. E questo è per molti tutta la ragione dell’essere increduli, il voler apparire uomini tanto agli altri superiori, quanto audaci e più singolari. – Così certo l’hanno confessato al letto di morte tutti gli increduli più svergognati del secolo scorso. Alla luce tuttoché fioca della candela mortuaria hanno veduto le cose alquanto meglio che non le avevano vedute in vita. Tutte le grandi obiezioni e difficoltà erano scomparse, restava solo in piè la colossale superbia da confessare e da detestare in tempo per non dovere incorrere i castighi che la fede aveva minacciato. – La sorgente però che mena in maggior copia le acque fangos della incredulità è, a detta dei savi, senza alcun dubbio la corruzione del cuore. L’uso soverchio dei diletti corporei turba la mente e non lascia più concepir nulla che non sia animalesco; gli affetti del cuore impigliati nelle sordidezze non possono volgersi alla fede che è purissima, e soprattutto il bisogno di non credere alla fede per non doverne temere i castighi, aguzza l’ingegno ad investigare ragioni, affine di persuadersi che la fede non è altro che una finzione. – Se io dovessi parlare a quattr’occhi ad uno di costoro, vorrei convincerlo in questo modo: Orsù, io gli direi, voi affermate di non poter credere: ma da quanto tempo è che vi sono entrati in mente dubbi sì gravi? Forse nei primi anni di vostra giovinezza, quando costumato, sobrio, pudico menavate con tanta tranquillità giorni innocenti? Eh allora la vostra fede vi pareva pur bella, e non vi saziavate di ammirarne le glorie. Era bello per voi vederla sorgere maestosa fra le rovine dell’idolatria da lei conquisa, e di sotto le mannaie dei proconsoli e degli imperatori che la volevano spegner nel sangue. Le si presentavano contro tutti i vizi armati per farle ostacolo, la superbia, l’avarizia, la libidine, ogni abominazione, ed essa passava oltre calpestandoli tutti, e rendeva casti i dissoluti, umili i superbi, amanti solo del cielo quei che non sospiravano che alla terra. Che se non bastando a contenerla già soverchiante verun riparo, si corse al ferro ed alle stragi, oh allora sì che cominciano le sue glorie. Cadeva una vittima e cento sorgevano ad occuparne il luogo; uno era tolto e cento gliene invidiavano la sorte. Vi ricordate di quelle dolci memorie che forse vi hanno cavato un tempo le lagrime, di una Cecilia, di un’Agata, di un’Agnese, di un Vito, di un Primo, di un Valeriano, e di altri innumerevoli o verginelle delicate, o fanciulletti innocenti che volavano al cospetto de’ proconsoli infelloniti, e col cuore pieno di Gesù e coll’anima giubilante pel vicino martirio li sfidavano ad arrotare le seghe, ad affilare i rasoi, a liquefare i piombi, ad appaiare i graffi, ad affamare i leoni, per esserne così più straziati, più laceri, più martoriati? Chi sa quanto non v’hanno commosso allora narrazioni tanto pietose! E quando poi, levata di sotto la mannaia la testa, presero nei secoli posteriori eretici di ogni maniera ad impugnarla, nuovo spettacolo vi appariva dinanzi: levarsi dall’Oriente e dall’ Occidente i più chiari ingegni, le anime più generose, i Santi più perfetti a farle schermo de’ petti loro e combattere quei mostri, fintantoché non fossero rientrati nell’abisso donde erano sbucati. Insomma, ammiravate questa fede riempir le valli più cupe di santi monaci, popolar le boscaglie più incolte di fervidi anacoreti, fiorire le balze più inospite di austeri penitenti, colmare il mondo di portenti e di maraviglie. Oh allora la fede vi appariva qual è, illustre di profezie, gloriosa di miracoli, chiara di martiri, santa di opere, ricca di popoli; e la vedevate con giubilo veleggiar sulla navicella di Pietro affrontando scogli, correnti e tempeste senza niun pericolo mai di affondare. Questo e tanto più di questo vi appariva allora, e chi vi avesse detto che un giorno sareste stato nemico della fede, vi avrebbe ricolmati di orrore. Che però? Più tardi vi assalirono passioni violente, e non domandandolo voi da principio, s’afforzarono, s’aggrandirono, s’impossessarono di voi. Per alcune volte forse risorgeste dalle vostre cadute, ma stanco alfine di sì duro contrasto, cominciaste a lasciar orazioni chiese, Sacramenti, esercizi di pietà quali vi pareva di non conciliare coi vostri sfoghi. Per attutire i rimorsi della coscienza vi volgeste a dissipazioni, a letture laide, a libri irreligiosi per vedere se vi riusciva di mettere in dubbio la fede che vi minacciava l’inferno. Aggregandovi poi con compagni della medesima risma, e crescendo ogni dì più la dissolutezza del vivere, vi siete condotto finalmente al punto di potere in certi momenti, in cui siete come un mare in tempesta, dubitare della vostra fede internamente e nell’esterno vantarvi d’incredulità. Ed ecco, conchiuso finalmente, ecco tutte le vie per cui giungeste ad essere miscredente. Lettore, quello che fosse per rispondermi questo infelice, io non so: ma più d’uno che ha voluto esser sincero, ha confessato schiettamente, questa essere la storia veritiera del suo misero cuore. – Il perché ad assommare in poche parole il ragionato fin qui, quella formula: io non posso credere; la mia ragione mel vieta, torna in quest’altra: io non posso credere o perché un’ignoranza brutale non mi lascia levare gli occhi più in là di questa misera terra, perché la superbia mi ha levato il cervello, o perché i vizi hanno sommerso il cuore nel fango: quindi non posso fare quel che la sana ragione mi consiglia, mi comanda, m’inculca, benché sotto pena di essere infelice nel tempo e più infelice nella eternità. Lettore, converrete meco che si può usare un po’ meglio la ragione per tenere un po’ più salda la fede.

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (IX)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (IX)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO:

FEDE (5).

9. GLI UOMINI-

La creazione dell’uomo.

La creazione dell’uomo è raccontata da Mosè all’inizio del suo 1° libro (Genesi). – La Bibbia non dice quando Dio creò l’uomo. Si è accettato che sia avvenuta circa 4000 anni prima di Gesù Cristo (rappresentate dalle quattro settimane di Avvento).

1. DIO FORMÒ IL CORPO DELL’UOMO DALL’ARGILLA E GLI ISPIRÒ UN’ANIMA (Genesi II, 7).

Come il vapore muove la macchina, così il soffio comunicato da Dio all’uomo vivifica il suo corpo. L’esistenza dell’anima è dimostrata dai movimenti del corpo. (S. Theof. d’Ant.) La scrittura telegrafica presuppone una persona pensante. Allo stesso modo le parole pronunciate dagli organi vocali, messe in moto dal sistema nervoso, presuppongono un essere pensante. A chi diceva di non credere all’anima, perché non riusciva a vederla, un altro rispose: “Allora tu non hai ragione, perché non puoi vederla”. Diciamo anima, quando parliamo della sua unione con il corpo, e di spirito, quando si tratta delle facoltà intellettuali della ragione e volontà. – In noi c’è una sola anima, allo stesso tempo iniziatrice della vita corporea e dotata di ragione e libertà (IV Conc. di Costantinopoli, 862). Dal fatto che l’uomo abbia diverse inclinazioni, che sia, per esempio, attratto da un lato dai piaceri sensuali e che dall’altro sia portato a combattere questa attrazione, alcuni hanno concluso che l’uomo abbia due anime, un’anima materiale e un’anima spirituale. Ma queste inclinazioni derivano semplicemente dalla diversa attrazione esercitata sull’anima dai vari beni, da quelli sensibili e da quelli spirituali. – Ecco il rapporto tra l’anima e il corpo. Il corpo è il luogo in cui risiede l’anima come una mandorla nel suo nocciolo, come un gioiello nella sua custodia, un uomo nella sua veste, un eremita nella sua cella. Il corpo è lo strumento dell’anima, il corpo è per l’anima ciò che la sega, la pialla e il martello sono per l’artigiano, il pennello per il pittore, l’organo per l’artista. L’anima è la guida del corpo, svolge per esso il ruolo di cocchiere, di pilota. (S. G. Cris..) Come il cavaliere guida il suo cavallo con le redini, così l’anima deve guidare e domare il corpo. (S. Vinc. Ferr.) Ahimè, l’anima spesso si lascia guidare e domare dalle passioni malvagie del corpo, degrada l’uomo al livello della bestia e si rende eternamente infelice. Che confusione”, dice San Bernardo, “quando la padrona serve e il servo comanda! L’anima anima il corpo, cioè gli dà vita. L’uomo non era vivo finché Dio non gli ha dato un’anima (Gen II,7); non appena l’anima lascia il corpo, esso cessa di vivere e torna alla terra (Eccles. XII, 7): il corpo senza anima è un cadavere (S. Giac. II, 26). – L’anima umana è essenzialmente diversa dall’anima degli animali; quest’ultima ha facoltà e bisogni completamente diversi. L’anima delle bestie è incapace di cercare il progresso: la rondine costruisce il suo nido oggi come lo faceva secoli fa; è incapace di ricercare le cause, e quindi non può elevarsi alla conoscenza del Creatore. Guidato dal solo istinto, l’animale è inconsapevole delle sue azioni, non ha bisogni intellettuali o morali e nessun desiderio di felicità suprema; è perfettamente soddisfatto dei suoi piaceri corporei. L’anima animale non può quindi essere della stessa natura dell’anima umana: potremmo quindi dire che l’animale abbia un’anima, ma non che abbia una mente.

Sono in balia all’errore coloro che immaginano che il corpo umano sia stato prodotto dall’evoluzione di esseri inferiori.

Molti sostengono che l’uomo, o almeno il suo corpo, si sia evoluto da esseri inferiiri attraverso l’evoluzione. Credono che questo spieghi le parole della Bibbia, (Genesi II, 7). Questa dottrina non è accettata dalla Chiesa. Il principale sostenitore di questa ipotesi è stato Darwin, un naturalista inglese, che ritiene che l’uomo sia disceso dalla scimmia attraverso uno sviluppo successivo. Questo è impossibile come la discendenza di un pisello da un castagno, perché l’uomo e la scimmia differiscono fondamentalmente sia nella struttura corporea che nella forma del cranio. (Huxley dice: “Ciascuna delle ossa del gorilla presenta caratteri facilmente distinguibili dalle corrispondenti ossa dell’uomo”. La differenza tra un cranio di gorilla e un cranio umano è immensa. Inoltre, il cervello di un uomo è molto diverso da quello della scimmia più perfetta). L’uomo ha anche il vantaggio rispetto alla scimmia della parola, il vantaggio di esprimere i sentimenti nella fisiognomica. La scimmia è incapace di sorridere; non ha l’andatura eretta. L’uomo, a causa della sua crescita, ha bisogno di molti anni ed ha un’infanzia abbastanza lunga; lo stesso non vale per la scimmia, che si sviluppa rapidamente. L’uomo può vivere fino a cento anni, mentre la scimmia può vivere al massimo fino a trent’anni. Gli uomini più degenerati sono capaci di cultura, ma non la scimmia. I paleontologi non hanno mai trovato uno scheletro che indicasse questo passaggio dalla scimmia all’uomo; in migliaia di anni, lo scheletro dell’uomo non ha subito alcun cambiamento. I più antichi monumenti dell’arte e della scienza dimostrano che l’uomo non è nato come una scimmia, ma come un essere umano; al contrario, le tradizioni e la linguistica rimandano ad una civiltà e a tempi migliori, e portano alla conclusione di una cultura da cui degradano sempre più nel peccato. Inoltre, le scimmie assomigliano all’uomo, ma gli assomigliano solo in un punto, nella forma apparente delle mani, piedi e cranio, per il resto ne differiscono radicalmente. Le scimmie, con la loro stupidità e bestialità, sembrano essere state create da Dio per mostrare all’uomo come sarebbe stato senza la sua anima immortale e quanto debba essere grato al suo Creatore, “Faccio fatica a credere – ha detto Seb. Brunner, (scrittore austriaco) – che l’uomo discenda dalla scimmia”. Il peccato contro la castità produce spesso nella fisionomia dei bambini e degli adolescenti tratti scimmieschi. (Alb. Stoltz).

2. I PRIMI UOMINI CREATI DA DIO FURONO ADAMO ED EVA.

Eva fu formata dalla costola di Adamo addormentato (Genesi II, 21). Secondo i Padri il sonno fu un’estasi, perché quando Adamo si svegliò sapeva esattamente cosa fosse successo.

3. TUTTI GLI UOMINI DISCENDONO DA ADAMO ED EVA.

S. Paolo disse all’Areopago di Atene: “Dio ha fatto discendere l’intera razza umana da un solo uomo e lo ha fatto abitare su tutta la terra” (Act. Ap. XVII, 26).

Tutti gli uomini formano dunque una sola famiglia e sono figli di uno stesso Padre. (S. G. Cris.).

Le razze umane non hanno differenze essenziali. (Ce ne sono cinque; ma non sono più chiaramente definite dei colori dell’arcobaleno). Il colore della pelle e la forma del cranio derivano dal clima e dallo stile di vita. Infatti, queste caratteristiche si perdono gradualmente nei discendenti emigrati. Gli stessi fenomeni si osservano nel regno animale: i bovini perdono le corna nel nord e subiscono profondi cambiamenti nella formazione del loro cranio; le pecore trasportate in Guinea assumono la forma di un cane, in Angora gli animali si ricoprono di peli lunghi e setosi, e così via. Le proprietà più essenziali del corpo, lo scheletro, la durata della vita, la temperatura corporea normale, la frequenza del polso ed i fenomeni morbosi sono comuni a tutte le razze; tutte hanno le stesse strutture spirituali: intelligenza, memoria, volontà, ecc. Le lingue e le antiche tradizioni di tutti i popoli, sulla caduta originaria, sul diluvio, ecc. indicano un’origine comune. Inoltre, l’incrocio tra famiglie di razze diverse è indefinitamente fertile. (Lo stesso non vale per gli incroci tra specie animali diverse).

Gli uomini discendono da Adamo solo corporalmente, perché l’anima è creata da Dio.

L’anima di ogni uomo è creata da Dio. Non è l’uomo, ma Dio che comunica l’anima. (V. Conc. Later.), è Lui, dice Zaccaria (XII, 1) che ha creato lo spirito nell’uomo, ed è in questo senso che Cristo ha detto “Io e il Padre mio”, sempre continuiamo ad agire (S. Giovanni V, 17). Come nel Battesimo e nella Penitenza, lo Spirito Santo scende nell’uomo per dargli la vita spirituale, così è con Dio quando si forma il corpo. Dio, al momento della formazione del corpo, gli comunica un’anima per vivificarlo. Egli infonde un’anima in ogni uomo come ha fatto con Adamo; la crea nel momento in cui la infonde. Questa infusione è creazione. (S. Bonav.) È pertanto un errore credere (con Platone e Origene) che Dio abbia creato tutte le anime all’inizio, allo stesso tempo degli Angeli. Tertulliano cadde in un altro errore, sostenendo che le anime discendono dalle anime dei loro genitori, come una fiaccola si accende su un’altra fiaccola. Altri arrivano a sostenere che tutti gli uomini hanno una sola anima. Ne conseguirebbe che tutti gli uomini avrebbero un’unica coscienza, il che è contraddetto dai fatti.

10. L’ANIMA UMANA.

1. L’ANIMA UMANA È UN’IMMAGINE DI DIO PERCHÉ È UNO SPIRITO SIMILE A DIO.

Prima della creazione dell’uomo, Dio aveva detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e abbia il dominio sulle bestie e su tutta la terra.” (Gen. I, 26). – L’uomo è dunque creato ad immagine e somiglianza di Dio e deve quindi avere alcune analogie con Dio. Queste analogie si trovano nell’anima; come Dio, ha un’intelligenza libera ed una volontà libera, che lo rendono capace di conoscere ed amare il bene, ed è attraverso di esse che domina il mondo visibile, che è il re della creazione visibile, così come Dio è il re dell’universo. Non è dunque senza ragione che Dio abbia unito nella stessa espressione, sia la somiglianza dell’uomo con Dio sia la sua regalità terrena. L’uomo diventa un’immagine ancora più perfetta di Dio quando egli possiede la grazia santificante, perché in tal caso viene elevato alla partecipazione con la natura divina (II S. Pietro, II, 4) ed a una più esatta somiglianza con essa. Quando un uomo è santo, domina veramente la terra e le sue creature. Quando è peccatore, è il loro schiavo. Infine, nello stato di grazia, l’uomo è in grado non solo di conoscere ciò che è vero, bello e buono, ma anche di vedere Dio stesso nella sua gloria, di amarlo, e di goderne. – Così come l’orbe terrestre è un’immagine bella ma debole della terra, l’anima è un’immagine bella ma molto debole di Dio. È persino un’immagine della Santissima Trinità, perché ha tre facoltà, memoria, intelletto e volontà, pur essendo un’unica sostanza. Nella memoria assomiglia al Padre, nella ragione al Figlio e nella volontà allo Spirito Santo. (San Bernardo). Le parole pronunciate da Dio al momento della creazione dell’uomo avevano quindi un significato profondo, perché la forma plurale che ha usato indicava che voleva formare l’uomo ad immagine e somiglianza della Santa Trinità. Il valore di un’anima agli occhi di Dio è quindi immenso, come possiamo vedere dalla redenzione; un’anima vale più di tutto il mondo siderale (S. G. Cris.). – Il corpo non è un’immagine di Dio che non ha corpo, essendo un puro spirito; l’uomo è quindi ad immagine di Dio solo nella sua anima. Senza dubbio, questa somiglianza divina dell’anima si manifesta anche nel corpo, che è lo strumento dell’anima, ha un’andatura eretta, segno evidente della sua regalità sulla natura; così come le sue mani, abili in ogni tipo di lavoro, nel maneggiare ogni tipo di strumento e di arma, gli conferiscono il dominio su tutta la natura animata e inanimata. – Da qui il grido di ammirazione di Davide: “Signore, nostro Dio, che cos’è l’uomo perché te ne ricordi, tu l’hai posto solo un po’ al di sotto degli Angeli, tu l’hai coronato di onore e di gloria” (Sal. VIII, 2-7).

2. L’ANIMA È IMMMORTALE, CIOÈ NON PUÒ CESSARE DI ESISTERE.

Il corpo muore in breve tempo, l’anima sussisterà in eterno. L’anima non può cessare di esistere, ma può perdere la grazia santificante ed essere spiritualmente morta, cosa che avviene attraverso il peccato mortale. “L’anima muore e non muore. perché è sempre cosciente di se stessa; muore quando abbandona Dio. (S. Aug.) Un ramo tagliato dal tronco è ancora un essere, ma cessa di essere un ramo vivo; così è per l’anima che ha commesso un peccato mortale. È separata da Dio, e quindi morta, ma continua a esistere. Il corpo, allo stesso modo, non ricade nel nulla assoluto dopo la morte; ma cessa di vivere non appena l’anima si separa da esso. L’anima può quindi cessare di vivere senza cessare di esistere quando abbandona Dio attraverso il peccato mortale. “I peccatori sono morti anche quando vivono, i giusti vivono anche dopo la loro morte”. (S. G., Cris.). Contraddizione apparente, facilmente risolvibile da quanto appena detto.

Noi sappiamo dalle parole di Gesù Cristo che l’anima sia immortale.

Non temete, dice, coloro che possono uccidere il corpo, ma non l’anima. Inoltre disse al ladrone penitente: “Oggi sarai con me in paradiso”. (S. Luc. XXIII, 43). Cristo ha insegnato questo dogma anche nella parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (S. Luca XVI, 19), e dice anche (S. Matth. XXII, 32) che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non è il Dio dei morti, ma dei vivi.

Inoltre, le apparizioni dei morti sono innumerevoli.

Alla trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, apparve Mosè, morto da tempo. (S. Matth. XVII, 3). Molti morti apparvero a Gerusalemme alla morte di Cristo. (ibid. XXII 1,53). Il profeta Geremia e il sommo sacerdote Arias apparvero a Giuda Maccabeo prima della battaglia (II. Mach. XV). La Vergine Maria è apparsa spesso nel corso dei secoli, tra l’altro a Lourdes nel 1858. “Non c’è stato, dopo Gesù Chr. un solo secolo senza numerose apparizioni di anime sante, per consolare i morti, o di anime del purgatorio, per chiedere preghiere” (Scaram). L’apostolo di Vienna, B. Cl. Hofbauer, apparve al suo amico Zacharie Werner della stessa città, splendente, portando una palma, un giglio ed un ramoscello d’ulivo, e annunciò all’amico la sua imminente morte (B. Cl. Hofbauer) (1820). La stessa cosa accadde quando morirono molti Santi. La maggior parte dei teologi rifiuta l’apparizione dei dannati come impossibile, perché nessuno torna dal luogo della riprovazione. Essi ammettono che i demoni appaiono sotto forma di dannati. – Queste apparizioni sono fatte attraverso il ministero degli angeli (S. Aug.), che assumono corpi eterei (S. Grég. Gr.) o che provocano una certa percezione ai nostri occhi. (S. Thom. Aq.). Se per mezzo del telescopio possiamo vedere chiaramente oggetti impercettibili ad occhio nudo, l’onnipotenza divina può anche permetterci di percepire gli spiriti (Scar.). Non dobbiamo né credere ingenuamente a tutte le apparizioni che ci vengono raccontate (è necessario un esame molto serio), né dobbiamo ridere di queste apparizioni come di una vana immaginazione. Chi ride è come un animale che crede solo a ciò che vede. (Scar.) L’intelligenza di un uomo carnale non va oltre il suo occhio corporeo. (S. Aug.). Molti uomini non vogliono esaminare seriamente i casi di apparizioni, perché se li vedessero sarebbero costretti a cambiare vita, cosa che non vogliono fare.

La nostra stessa ragione ci dice che la nostra anima è immortale.

L’uomo ha dentro di sé la sete, il desiderio di una felicità duratura e perfetta. Questo desiderio è comune a tutti gli uomini, quindi è stato depositato in noi dal Creatore stesso. Ma questa sete non può essere placata quaggiù da nessun bene, da nessun godimento terreno. Ora, se questo desiderio non potesse essere soddisfatto da nessuna parte, né mai, l’uomo sarebbe più miserabile della bestia che non è tormentata da questo desiderio, e Dio, l’essere perfetto, non sarebbe più buono ma crudele: una supposizione assurda. – Se l’anima non fosse immortale, l’uomo malvagio che ha commesso solo crimini sulla terra resterebbe impunito, e l’uomo giusto che si è reso la vita difficile combattendo le sue passioni, non verrebbe ricompensato. Un Dio sovranamente perfetto sarebbe ingiusto: una supposizione assurda quanto la precedente. Se, dunque, esiste un Dio, l’anima deve essere immortale. – Noi conserviamo la nostra coscienza psicologica e morale, i nostri ricordi giovanili, nonostante la trasformazione della giovinezza, nonostante la trasformazione del nostro corpo, le cui molecole si rinnovano ogni sette anni; queste facoltà rimangono intatte, anche se perdiamo un arto importante, un braccio, una gamba, persino una parte del cervello. C’è quindi una sostanza nel corpo che è indipendente dalla materia che cambia e che cambia, e quindi anche nonostante la morte, rimane indistruttibile. – Nel sogno vediamo, sentiamo e parliamo, anche se gli occhi, le orecchie e la lingua non sono attivi; allo stesso modo, dopo la morte, viviamo e pensiamo anche se i nostri sensi sono completamente inattivi. S. Agostino racconta che Gennadius, un medico di Cartagine, che si rifiutava di credere nell’immortalità dell’anima, fece il seguente sogno. Egli vide un bel giovane vestito di bianco che gli chiese: “Mi vedi? – Io ti vedo, Ti vedo. – Riesci a vedermi con gli occhi? – No, sono addormentati. – Come mi vedi? – Non lo so. – Riesci a sentirmi? – Con le tue orecchie? – No, sono addormentate. – Allora con cosa mi senti? – Non lo so. – Ma infine, parli adesso? – Sì. – Con la bocca? – No. – Con cosa allora, con cosa? – Beh, non lo so. – Allora! Ora dormi, ma parli, vedi, senti; verrà il sonno della morte e sentirai, vedrai, parlerai. “Il medico si svegliò e capì che Dio gli aveva insegnato, attraverso un angelo l’immortalità dell’anima (Mehler I, 494). Nulla, nemmeno il più piccolo atomo di polvere, va perduto in natura. La materia cambia forma, ma la sua massa in natura rimane sempre la stessa. Il corpo dell’uomo non sarà quindi annientato; e lo spirito umano, così elevato al di sopra del mondo visibile, sarebbe peggiore della materia inerte, del nostro povero corpo? Le stelle sopra di noi, la terra sotto di noi, che non pensano, né sentono, né sperano, mantengono intatta la loro forma esteriore; e l’uomo, il coronamento della creazione, viene creato solo per poche e fugaci ore?

Tutti i popoli credono nell’immortalità dell’anima.

Prima di tutto gli Ebrei. – Giacobbe voleva raggiungere suo figlio Giuseppe nel regno dei morti. (Gen. XXXVI 1,35). Tra gli Ebrei era vietato evocare i morti. (Deut. XVIII, 11). I Greci parlavano del Tartaro e dei Campi Elisi. Gli Egizi credevano in una migrazione di tremila anni delle anime. Le usanze di tutti i popoli: onoranze funebri, sacrifici funebri, ci portano a concludere che essi credessero nell’immortalità delle anime. “Il dogma della vita futura è antico quanto l’universo, diffuso come l’umanità” (Gaume). – Coloro che dicono che tutto finisce con la morte sono uomini che vivono nel peccato mortale e hanno paura del futuro. Con queste parole cercano di dissipare le loro paure, come i bambini impauriti fischiano al buio per nascondere e dissipare la paura dei fantasmi. Ma ciò che dicono singoli individui non può prevalere sulla fede universale; un individuo può sbagliarsi, ma non il genere umano. Chi desidera vivere come un animale, ovviamente non può desiderare la vita futura. “Anche il suicida, che è troppo vigliacco per sopportare il peso della vita, non ha alcuna intenzione di precipitarsi, vuole semplicemente trovare la pace che ha invano cercato quaggiù”. (Sant’Agostino).

11. I DONI SOPRANNATURALI.

I primi uomini erano felici quasi quanto gli Angeli buoni; “Signore – disse Davide -lo hai posto solo un po’ al di sotto degli Angeli; lo hai coronato di onore e di gloria” (Sal. VIII, 6). Tutte le mitologie pagane parlano della felicità dei primi uomini; i Romani la chiamavano l’Età dell’Oro ed Esiodo scrisse che la razza umana primitiva viveva come gli dei in perfetta felicità.

1. I PRIMI UOMINI POSSEDEVANO LO SPIRITO SANTO E ATTRAVERSO DI ESSO I PRIVILEGI SPECIALI PER L’ANIMA ED IL CORPO.

Erano “partecipi della natura divina” (II S. Pietro I, 4). Adamo era in stato di giustizia e santità (Conc. Tr. V, 1). Gli uomini non avevano da sé questa giustizia e santità, l’hanno avuta solo da Dio. L’occhio non produce luce, per vedere deve riceverla dall’esterno (Alb. Stolz).

I loro principali privilegi dell’anima erano i seguenti: avevano una ragione illuminata, una volontà priva di debolezza e la grazia santificante; erano quindi graditi a Dio, erano suoi figli ed eredi del cielo.

La ragione dei primi uomini era molto illuminata. (Sap. XVII, 5-6);

Adamo ne diede prova chiamando tutti gli animali con un nome che corrispondeva loro perfettamente. Egli riconobbe anche, dalle luci dello Spirito Santo l’indissolubilità del matrimonio. (Conc. Tr. S. 24). La loro volontà non era indebolita dalla concupiscenza. Rivestito della sola grazia che veniva dal cielo (S. G.. Cris.), non si vergognavano di se stessi; non c’era quindi la sensualità che eccitava i loro corpi contro la loro volontà. (S. Aug.). Per peccare, dunque, dovevano combattere una battaglia altrettanto violenta come la nostra per fare il bene. – Attraverso lo Spirito Santo che abitava in loro, i nostri primi genitori possedevano la grazia santificante, erano quindi simili e graditi a Dio. Avevano anche un grande amore per Dio, inseparabile dalla grazia santificante. – Poiché lo Spirito Santo abitava in loro, erano figli di Dio, perché “tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono suoi figli” (Rm VIII, 14). ed “essendo figli, erano anche eredi, cioè eredi di Dio e coeredi di Cristo” (ibid. 17). I figli hanno sempre diritto all’eredità del padre.

I loro principali privilegi nel corpo erano i seguenti: anch’esso era immortale e libero da ogni malattia; essi abitavano il paradiso e avevano sotto il loro dominio tutte le tutte le creature inferiori. Dio ha creato l’uomo immortale (Sap. II, 23). Da questo fatto risulta chiaro che Dio minacciò gli uomini di morte come castigo, dicendo loro dell’albero della conoscenza: “Nel giorno in cui ne mangerete, morirete della morte della vostra vita” (Gen. II, 17). Ma non si trattava solo di morte spirituale; Dio aveva in mente anche la morte corporea. Infatti, quando pronunciò la sentenza, disse: “Polvere sei e in polvere ritornerai. ” (Gen. IJJ, 19). L’uomo primitivo era privo di malattie; la malattia è il precursore della morte e siccome non esisteva la morte, non doveva esistere nemmeno la malattia. Senza dubbio, anche in paradiso, l’uomo doveva lavorare; ma questo lavoro faceva parte della sua felicità. “Il lavoro dava loro gioia ed era esente da ogni fatica; essi lo desideravano volontariamente come una gioia (Leone XIII).

– Il Paradiso era un magnifico giardino di delizie dove c’erano alberi splendidi con i frutti più gradevoli, molti animali belli e un fiume diviso in quattro rami. Accanto all’albero della conoscenza (quest’albero era la l’obbedienza di Adamo) c’era l’albero della vita: il frutto di quest’ultimo lo avrebbe salvato dalla morte. (Questo albero è stato sostituito dal SS. Sacramento). Gli studiosi ritengono che il paradiso fosse situato vicino ai fiumi Tigri ed Eufrate. Secondo le visioni di Caterina Emmerich, il paradiso esisterebbe ancora oggi e non sarebbe su questa terra; gli esseri umani sarebbero stati collocati sulla terra solo dopo la caduta, nel luogo del Giardino degli Ulivi dove il Cristo passò la notte in preghiera e dove soffrì la sua agonia la sera del Giovedì Santo. (Brentano, letterato tedesco che ha raccolto i racconti della Emmerich). L’uomo del paradiso dominava gli animali; essi erano docili davanti a lui: gli apparivano perché li vedesse e desse loro un nome adatto. (Gen. II, 19). La ragione di questa mansuetudine degli animali non è assolutamente da ricercare in una differenza di natura: è difficile, secondo S. Tommaso, ammettere un cambiamento di natura dopo la caduta, come se i carnivori non fossero stati carnivori in precedenza; dobbiamo piuttosto pensare che la fisionomia dell’uomo, una certa grandezza e maestosità esercitasse una grande influenza sugli animali. Dio ha reso l’uomo terribile per tutte le creature viventi” (Sap. XVII, 4). Anche oggi l’uomo ha conservato un po’ di quella maestosità; è capace con la sua presenza di terrorizzare gli animali. Dio disse anche a Noè: “Che tutti gli animali siano colpiti dal terrore e tremino davanti a te” (Gen. IX, 2). Gli animali feroci mostrano quale impero l’uomo possa esercitare sulle bestie più crudeli; ma questo impero è molto imperfetto rispetto a quello che era prima del peccato. Si dice di diversi Santi, tra cui San Francesco d’Assisi, che molti animali erano molto mansueti in loro compagnia; questo sembra essere una conseguenza della loro eminente santità: Dio avrebbe reso l’impero ai suoi servitori fedeli la cui innocenza era vicina a quella del paradiso.

2. QUESTI PRIVILEGI SPECIALI DEI NOSTRI PRIMI GENITORI SI CHIAMANO DONI SOPRANNATURALI PERCHÉ ERANO UN SUPPLEMENTO ALLA NATURA UMANA.

Alcuni esempi ci aiuteranno a comprendere questa dottrina. Un sovrano, per compassione fa impartire ad povero orfano un’educazione adeguata alla sua situazione: si occupa del suo cibo, dei suoi vestiti, della sua abitazione, della sua istruzione, del suo apprendistato di mestiere. (È così che Dio ha dato all’uomo doni assolutamente a lui indispensabili). Ma il sovrano può spingersi ancora oltre nella sua benevolenza: può adottarlo come suo figlio, ospitarlo nel suo palazzo, vestirlo come un principe, riceverlo alla tavola reale, assicurargli la successione al trono, ecc. (Allo stesso modo, Dio ha dato ai primi uomini doni soprannaturali che li hanno elevati ad un ordine superiore). L’acqua è composta da idrogeno e ossigeno. Togliete una di queste sostanze e l’acqua cesserà di essere acqua, perché ognuna di esse costituisce la propria natura. – (Così la natura dell’uomo è costituita dalla ragione, dalla libertà e dall’immortalità, senza le quali l’uomo cesserebbe di essere uomo e cadrebbe al livello degli animali). Ma quando a quest’acqua si aggiunge zucchero o vino, essa subisce un cambiamento, ha più sapore, più colore, più forza, in una parola, è più preziosa. (È così che Dio ha aggiunto molte qualità alla natura di Adamo ed Eva, qualità che l’hanno migliorata ed impreziosita, abbellita, nobilitata ed elevata. Si trattava di doni soprannaturali, che cioè non erano indispensabili alla natura dell’uomo e che potevano quindi scomparire in qualsiasi momento, senza che l’uomo cessasse di essere uomo). Questi doni soprannaturali producevano una più spiccata somiglianza con Dio; senza di essi una certa somiglianza, attraverso l’anima ragionevole ed immortale, sarebbe comunque esistita, ma non in questa misura. Un pittore può, con pochi tratti definire la figura di una persona, ma se usa ancora i colori e ne dipinge gli occhi, le guance, i capelli, ecc. il ritratto sarà più realistico, più bello e più prezioso. Lo Lo stesso vale per i doni naturali ed i doni soprannaturali; quelli costituiscono l’immagine naturale, questi l’immagine soprannaturale di Dio. Quando Dio, prima di creare l’uomo disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, la parola immagine si riferiva ai doni naturali, mentre la parola somiglianza ai doni soprannaturali. (Bellarmino).

12. IL PECCATO ORIGINALE.

Il racconto della caduta originale ci viene dato da Mosè come un vero racconto storico, non come un mito o una favola. Questa è l’opinione di tutti i Dottori della Chiesa.

1. DIO NEL PARADISO DIEDE AI PRIMI UOMINI UN COMANDAMENTO: PROIBÌ LORO DI MANGIARE IL FRUTTO DI UN ALBERO PIANTATO AL CENTRO DEL PARADISO.

L’albero era al centro del paradiso, e l’uomo era al centro tra Dio e satana, tra la vita e la morte. (S. G. Cris.). Questo frutto non era cattivo di per sé, perché come avrebbe potuto Dio, in un paradiso così felice, creare qualcosa di malvagio? Questo frutto era cattivo e dannoso solo nella misura in cui era proibito. (Sant’Agostino).

L’osservanza di questo comandamento doveva far guadagnare ad Adamo ed Eva la beatitudine eterna.

Indubbiamente gli uomini, essendo figli di Dio per la grazia santificante, dovevano ottenere la felicità eterna come dono, come eredità. Ma una felicità meritata è una felicità più grande, e Dio, nella sua bontà, ha voluto anche che gli uomini meritassero il paradiso come ricompensa. – Se i nostri primi genitori non avessero trasgredito questo comandamento, tutti gli uomini sarebbero nati come la Santa Vergine, in stato di santità e, se fossero stati fedeli a Dio, sarebbero entrati in paradiso senza morire (S. Thom. Aq.). I discendenti di Adamo, pur essendo nati in santità, avrebbero potuto peccare e sarebbero morti come Adamo. Ma la colpa di questi singoli peccatori non sarebbe passata alla loro posterità, perché Dio aveva costituito l’unico Adamo come capo della razza umana (S. Thom. Aq).

2. GLI UOMINI SI SONO LASCIATI SEDURRE DAL DEMONIO E TRASGREDIRONO IL COMANDO DI DIO.

Il diavolo invidiava questi uomini che erano così felici in paradiso. “L’invidia del diavolo ha prodotto il peccato nel mondo” (Sap. II, 23); egli è stato omicida fin dal principio. (S. Giovanni VIII, 44). Nei confronti di Eva ricorse alla menzogna, ecco perché Cristo lo chiama padre della menzogna (ibid.). Egli prese una forma visibile, come gli Angeli buoni e cattivi, come Dio stesso, quando si rivelano agli uomini; egli prese la forma di serpente, perché Dio gli ha concesso solo la forma di questo animale che, con il suo veleno e la sua astuzia, è l’immagine esatta dell’astuzia e della malizia mortale del diavolo (S. Aug.; S. Th. Aq.). Il demone era costretto a prendere in prestito una forma visibile e ad attaccare gli uomini con l’esterno, perché interiormente non aveva ancora alcuna azione su di loro, in quanto le loro anime non erano ancora rovinate dalla concupiscenza. Sant’Agostino dice che Dio ha permesso questa tentazione, perché i nostri primi genitori, prima di peccare di disobbedienza si erano già resi colpevoli di negligenza, pensando poco a Lui e distraendosi nella contemplazione delle cose visibili; da qui la rapida comparsa della tentazione. (Eccles. VII, 30). La loro felicità originaria aveva reso imprevidenti i nostri primi genitori. (Mehler racconta la storia molto istintiva di un taglialegna. Un giorno, mentre lavorava davanti al principe con cui lavorava, pronunciò orribili imprecazioni contro Adamo ed Eva, che avevano trasgredito ad un comando così facile e avevano fatto precipitare la loro posterità in una miseria spaventosa. Mia moglie e io – disse – non saremmo stati così insensati”. – Bene rispose il principe, vedremo. D’ora in poi, tu e tua moglie sarete con me in paradiso come Adamo ed Eva. Ma verrà il giorno di Eva”. La coppia ricevette vestiti ed una casa magnifica, furono esonerati dal lavoro, sedettero alla tavola del principe, in breve, non conobbero nulla delle loro lacrime e del loro sudore. Poi arrivò la prova. Un giorno di festa il principe organizzò uno splendido banchetto, fece servire le pietanze più squisite, tra cui un piatto coperto da un piattino. Puoi mangiare tutto”, disse, “ma non devi mangiare il piatto coperto con un piattino fino al mio ritorno. Non dovrete nemmeno toccarlo, altrimenti la vostra felicità sarà finita”. Con ciò si recò nel suo giardino e impiegò molto tempo per tornare. La curiosità dei suoi due ospiti cresceva di minuto in minuto, e alla fine la donna non poté più resistere dal sollevare leggermente il coperchio. La disgrazia era compiuta: un bellissimo uccello che era stato dentro saltò fuori dal piatto e volò fuori dalla finestra. In quel momento apparve il principe che cacciò la coppia dal suo castello, dopo aver dato loro alcuni consigli salutari. Questo è un esempio lampante della debolezza umana.). – La maggioranza dei dottori ritiene che la caduta sia avvenuta a partire dal 6° giorno della creazione, lo stesso giorno e la stessa ora della redenzione, un venerdì alle 3. In effetti, è notevole che, secondo le Sacre Scritture, Dio, quando chiese ai nostri primi genitori un resoconto delle loro azioni, stava passeggiando nel giardino nel fresco del pomeriggio. (Gen. III, 8).

3. LA TRASGRESSIONE DEL COMANDAMENTO DIVINO EBBE TERRIBILI CONSEGUENZE: GLI UOMINI PERSERO LO SPIRITO SANTO E CON ESSO I DONI SOPRANNATURALI, INOLTRE SUBIRONO DEI DANNI NEI LORO CORPI E NELLE LORO ANIME.

Questo peccato è stato punito così severamente perché il comandamento era facile da adempiere (S. Aug.) e perché gli uomini hanno perso lo Spirito Santo e i doni soprannaturali ed avevano un’intelligenza molto illuminata. Questo peccato era mortale; lo sappiamo dalla morte che dovette subire un Dio per ripararlo, perché dalla forza del rimedio possiamo dedurre la gravità del male; dal rimedio possiamo dedurre la profondità e la pericolosità del danno. (S. Bern.) – Peccando, ad Adamo è successo quello che succede ad un uomo che cade nel fango. (S. Greg. Nys.) Il samaritano, che andava da Gerusalemme a Gerico, cadde nelle mani dei briganti e non solo fu spogliato di tutte le sue sostanze, ma venne anche coperto di ferite; gli uomini erano anche spogliati dei doni soprannaturali. Ma anche i doni naturali erano diminuiti. In altre parole, la somiglianza con Dio scomparve completamente e l’immagine naturale fu sfigurata. “Con il peccato originale l’uomo si è corrotto nel corpo e nell’anima”. (Concilio di Trento 5, 1).

Il peccato ha danneggiato l’anima dei nostri primi genitori, 1º oscurando la loro ragione, 2º indebolendo la loro volontà e inclinandola al male, 3° privandola della grazia santificante per cui hanno dispiaciuto a Dio e non hanno potuto entrare in paradiso.

La loro ragione era oscurata, cioè non conoscevano più così chiaramente il Dio buono, né la sua volontà, né lo scopo della loro vita, ecc. – La loro volontà era indebolita. Peccando, l’uomo aveva disturbato l’armonia tra le sue facoltà spirituali e le sensibili. I sensi non si sottomettevano più senza resistenza al dominio della ragione e della volontà. Per punirlo di essersi ribellato a Dio, la carne dell’uomo si è ribellata a lui. Per questo l’uomo si vergogna del proprio corpo (S. Euch.). S. Paolo dice anche: “Sento nelle mie membra un’altra legge, che ripugna alla legge dello spirito”. (Rom. VII, 23). La carne cospira contro lo spirito” (Gal. V, 17). Come la pietra è attratta dalla sua gravità verso il suolo, così la volontà dell’uomo è costantemente diretta verso le cose terrene. “Lo spirito dell’uomo e tutti i pensieri del suo cuore sono inclini al male fin dalla giovinezza” (Gen. VIII, 21). Il peccato originale ha prodotto in noi in modo particolare le inclinazioni malvagie che satana aveva suscitato nei nostri primi genitori: dubitare della parola di Dio o l’incredulità, la messa in dubbio della sua giustizia o leggerezza, l’orgoglio, le passioni sensuali. (Hirscher) Eva, che per prima scrutava gli alberi del paradiso, che conversava colpevolmente con satana e poi con il marito, che per prima voleva essere come Dio, ha trasmesso al suo sesso i vizi della curiosità, della loquacità e della vanità. Ma le facoltà spirituali dell’uomo, la ragione ed il libero arbitrio, sono state solo indebolite dal peccato originale, non distrutte come sosteneva Lutero. L’uomo ha quindi ancora il suo libero arbitrio, nonostante la caduta (Conc. Tr. S. 6, 5); se l’avesse perso del tutto, perché avrebbe deliberato prima di compiere le sue azioni, perché si sarebbe talvolta pentito? Così Agostino dice: ” anche se Dio ci avesse creato così come siamo dopo la caduta, la nostra anima avrebbe ancora qualità preziose e avremmo motivo di essergli molto grati. – I nostri primi genitori hanno perso la grazia santificante, cioè la giustizia e la santità in cui erano stati creati (Conc. Tr. S. 6, 1), e di conseguenza l’amicizia di Dio. Chi muore con il peccato originale non raggiunge la visione di Dio, ma non è affatto condannato alle pene dell’inferno. La pena del peccato originale – dice Innocenzo III – è la privazione della visione di Dio, la pena del peccato personale è il fuoco eterno dell’inferno. – Da questo possiamo trarre le conclusioni circa i bambini morti senza Battesimo.

Nel loro corpo i nostri primi genitori hanno sofferto i seguenti mali: 1. furono soggetti alla malattia e alla morte; 2. furono espulsi dal paradiso e sottoposti a lavori forzosi e la donna fu messa sotto la dominazione dell’uomo; 3. le forze della natura e le creature inferiori potevano nuocere all’uomo, e infine lo spirito maligno era in grado di tentarlo più facilmente e, con il permesso di Dio, di danneggiare i suoi beni temporali.

A causa del peccato originale, l’uomo fu condannato a morire. Diodisse ad Adamo: “Mangerai il tuo pane con il sudore della fronte, finché non tornerai sulla terra da dove sei uscito; perché polvere sei e in polvere ritornerai. (Gen. III, 19). Il Sacerdote ci ripete questa frase il mercoledì delle Ceneri, mentre ci cosparge la fronte di cenere. La morte è la peggiore conseguenza del peccato originale. La morte corporea è solo una piccola immagine della morte spirituale ed eterna, ancora più terribile, decretata contro l’umanità e dalla quale può essere salvata soltanto dalla Redenzione e penitenza. – La chiusura delle porte dell’Eden era anche un simbolo della chiusura del paradiso celeste (S. Th. Aq.). Gli uomini del peccato furono sottoposti a lavori penosi. Dio infatti disse ad Adamo: “Sia maledetta la terra a causa della vostra azione, produca rovi e spine… mangerai il tuo pane con il sudore della tua fronte” (Gen. III, 17). È stato per eliminare questa maledizione, che la Chiesa istituì un gran numero di benedizioni. – Da quel momento in poi, la donna fu sottomessa all’uomo, perché lo aveva sedotto. “Sarai sotto il potere dell’uomo – disse Dio – ed egli avrà il dominio su di te”. (Gen. III, 16). Anche la donna subirà molte tribolazioni attraverso i suoi figli (ibidem), perché li ha resi infelici con il suo peccato. – Le creature inferiori da quel momento in poi furono in grado di fare del male all’uomo: dato che si era ribellato a Dio, suo padrone, è giusto che a loro volta le creature si ribellino a colui che doveva essere il loro re. Dio non allontana più dall’uomo le influenze nocive degli elementi, piante e animali, da cui le varie piaghe del fuoco, dell’acqua e delle bestie. Queste fuggono tutte dall’uomo e molte gli sono addirittura ostili. Gli uomini, che prima terrorizzavano tutti gli animali, ora hanno tutti paura”. (S. Pier Chris.) – Anche il diavolo ha ora una grande influenza sull’uomo, in base al principio che chi è sconfitto, diventa schiavo del suo conquistatore”. (2 S. Pietro II,19). Il diavolo, soprattutto ora che l’uomo è incline al peccato, può tentarlo molto più facilmente e condurlo al peccato mortale (ad esempio Giuda) e, con il permesso di Dio, danneggiare anche i suoi beni temporali. (Giobbe, ad es.) Per questo il diavolo è chiamato principe di questo mondo. (S. Giovanni XII, 31; XIV, 30), il principe della morte (Eb. 11, 14). – Siamo viaggiatori su questa terra, viaggiatori sul cui cammino i demoni tendono agguati come briganti. (S. Greg. M.) Il mondo intero (I S. Giovan. V, 19) è sotto l’impero dello spirito maligno. Un pesante giogo grava sui figli di Adamo dal giorno della loro nascita fino al giorno della loro sepoltura. (Eccl. XL, 1). È per questo che il bambino inizia la sua vita piangendo. – Tutti questi castighi inflitti all’uomo erano anche un rimedio per lui. La malattia, la morte, la necessità di lavorare, l’assoggettamento e sottomissione agli altri uomini sono utili per frenare l’orgoglio e la sensualità. Egli fu espulso dal paradiso perché non mangiasse dallalbero di vita; questo lo avrebbe reso da immortale in una terribile miseria; questa espulsione è stata anche un mezzo efficace per eccitarlo alla penitenza.

4. IL PECCATO DEL PRIMO UOMO, CON TUTTE LE SUE INFELICI CONSEGUENZE PASSÒ A TUTTI I SUOI DISCENDENTI. (Conc. Tr. S. 5, 2).

Ogni giorno sento il dolore del peccato e, poiché sento il dolore, ne ricordo anche la colpa. (S. Greg. M.) Tuttavia, non è solo il dolore che ci è stato trasmesso, ma il peccato stesso, la colpa di Adamo, perché sarebbe empio pensare che un Dio giusto voglia punire qualcuno che è assolutamente esente da colpe. (S. Prosp.) Siamo nati figli dell’ira (Ef. II, 3), abbiamo tutti peccato in Adamo (Rom. V, 12). Abbiamo peccato in Adamo, come le membra del corpo cooperano al peccato, quando sono mossi da una volontà malvagia dell’anima. È possibile avvelenare tutti i frutti di un albero avvelenando la radice; questo processo riuscì al diavolo in paradiso (Segneri). Ecco altre analogie. Il Signore dà, per esempio, una terra a uno dei suoi servi a condizione che gli sia fedele. Se non mantiene la promessa, perde la terra non solo per sé ma anche per i suoi figli. Qualcosa di simile è accaduto nel peccato originale. (Atti del Conc. Tr.) Supponiamo ancora un padre nobile. Se manca gravemente al suo signore, gli verranno tolti sia la nobiltà che i feudi. I figli erediteranno il titolo e la fortuna? No, ma erediteranno la povertà e la miseria del padre. Il peccato originale è ereditario come alcune malattie del corpo. – Questo è un errore condannato dalla Chiesa (Conc. Tr. ô) credere che siamo peccatori in Adamo per imitazione del suo peccato. Come spiegare la morte dei bambini piccoli che non imitano il peccato di Adamo? La dottrina della Chiesa, secondo cui anche noi siamo diventati peccatori attraverso l’atto libero di Adamo, è un mistero della fede. –

Questo peccato è chiamato originale, perché lo abbiamo fin dalla nostra origine in Adamo.

Siamo infettati dal peccato prima di respirare l’aria (S. Ambr.), concepiti nel peccato (Sal. L, 7), perché siamo figli della concupiscenza. (I figli dei cristiani non sono esenti dal peccato originale. – Conc. Tr.) Non si nasce Cristiani, ma con il battesimo si rinasce Cristiani (S. Girol.). Così è per le olive: anche i noccioli degli ulivi coltivati producono solo olive selvatiche. (S. Aug.).

Gesù Cristo e la Beata Vergine Maria furono i soli esenti dal peccato originale.

Alcuni dottori credono che Geremia (Ger. I, 5) e 8. Giovanni Battista (S. Luc. I, 15), sebbene affetti dal peccato originale, fossero santificati prima della loro nascita. (S. Ambr., S. Athan.) Tutti gli altri uomini sono purificati dal peccato originale solo con il Battesimo (di acqua, di sangue o di desiderio). – Rifiutare il peccato originale significa condannarsi a non comprendere nulla della storia dell’umanità; ammetterlo significa comprendere se stessi e la storia del mondo (Ketteler – Vescovo di Magonza). Quanto grande è la miseria in cui il peccato originale ha fatto precipitare il genere umano. Sono pochi quelli che se ne rendono conto; molti pensano addirittura di essere molto felici qui! Sono come un bambino nato in una prigione buia, nella quale gioca, si diverte, perché non sa cosa sia la luce: la madre, invece, è triste e geme. Allo stesso modo i figli del mondo sono pieni di gioia, ma i Santi, che conoscono le gioie del paradiso, sono pieni di tristezza e versano lacrime quaggiù. (Didac.).

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (19)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (19)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo ottavo

MORALE E SANZIONE

Il pensiero della morte può proiettare un’ombra scura e sinistra su tutta l’esistenza terrena, se si prescinde dall’amore di Dio. Per questo il vecchio proverbio indiano, dopo d’aver osservato che di una vita umana, metà degli anni passa nel sonno, metà dell’altra nella incoscienza della fanciullezza e della vecchiaia, ed il resto nel lavoro, nelle malattie, nelle separazioni e nei dolori, si domandava: « Come possono gli uomini trovar pace in una vita, che somiglia al suono di un maroso? ». E Lenau, il poeta pessimista, esclamava: “Umano cor, cos’è il piacer quaggiù?/Un momento che, nato a mo’ d’enimma, salutato s’invola e non vien più.”

L’anima di verità del pessimismo sta appunto nel cogliere con precisione e con intensità il nulla di tutti i valori umani, quando il relativo è considerato avulso dall’Assoluto, quando il tempo è riguardato senza il nesso che ha con l’eternità, quando l’uomo è visto sotto un’altra luce che non sia la luce di Dio.

La scena si trasforma se la vita e la morte — come dicemmo — vengono illuminate dall’Amore divino e se tutto viene contemplato e vissuto come un raggio di quest’unico Sole. Allora la realtà umana non è più un’ombra lieve che dilegua, ma tutto ha un valore eterno. Il vero problema della sanzione nella morale cristiana non può essere impostato, nè tanto meno risolto, se non da chi afferra la connessione tra l’Amore di Dio e l’atto umano, tra l’azione nella sua apparenza esteriore e l’azione nella sua anima vivificatrice, tra il tempo che scorre e l’eternità che resta. Ancora una volta: bisogna ripensare ogni questione dell’etica in funzione del concetto di Amore.

1. – La triplice sanzione.

Innanzi tutto è uno sbaglio madornale credere che la sanzione della virtù o del vizio, dell’atto buono o dell’atto malvagio, sia — secondo la morale cristiana — da relegarsi solo nell’al di là, o che l’al di là sia senza collegamento organico con la vita di quaggiù. Per null’affatto.

I. Siccome l’uomo è ordinato a Dio e deve vivere secondo la legge dell’Amore di Dio, ogni volta che egli tradisce il suo dovere e resta affascinato dalle inezie, ha una prima sanzione in se stesso. « Omnis animus inordinatus pœna sui ipsius », notava sant’Agostino nelle Confessioni e le pagine intorno al rimorso abbondano in tutta la letteratura patristica ed ascetica. Ciò che di vero c’è nell’etica stoica è stato sempre dal Cristianesimo riconosciuto e proclamato. Quando la stoicismo antico e moderno insegna che « virtus pretium sui » e che « vitium pœna sui », quando ricorda che ad ogni azione umana è immanente una sanzione, non fa altro se non ripetere ciò che il Vecchio ed il Nuovo Testamento hanno proclamato e che l’esperienza di ognuno può confermare. La propria dignità, elevata, depressa o distrutta, ossia in altri termini, il vero ed illimitato amore a noi stessi, è connesso col nostro agire libero. Chi ama le cose grandi, si sente grande; chi ama Dio, è da Dio trasformato e divinizzato; chi, al contrario, pecca, si abbassa e il verme roditore della coscienza lo avverte e lo angustia. Questo premio e questo castigo immanente, però, non sono da interpretarsi come un semplice « sentimento », che potrebbe essere trascurato o impunemente disprezzato; ma sono da ridursi all’amore di Dio per noi. La gioia della coscienza e il suo intimo tormento sono un frutto della volontà nostra, che accetta o rifiuta l’Amore di Dio e ci cantano questo Amore stesso. Persino le conseguenze tristi, che talvolta ci provengono da una colpa, e soprattutto la coscienza lacerata dai rimorsi hanno un simile significato. Giustamente all’Innominato che esclamava: « Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio? », il buon cardinale Federico rispondeva: « Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate? ». Giustamente l’autore dell’Imitazione di Cristo sussurra al nostro orecchio: « Essere con Gesù è un dolce paradiso »: il paradiso o l’inferno non cominciano col momento della morte, ma con l’azione nostra quaggiù. « Ho l’inferno nel cuore », diceva ancora l’Innominato; « ho il paradiso nell’animo », asserisce il giusto. E non si tratta di metafore. Poiché, cos’è la vera essenza dell’inferno, se non la separazione da Dio e dal suo Amore? Cosa sarà il cielo, se non l’unione nostra con Dio nella visione beatifica e nell’Amore eterno? Certo il fiore pienamente sbocciato non è uguale al germe dal quale proviene; tuttavia è col germe stesso organicamente congiunto: la felicità o l’infelicità eterna non sono se non il completo svolgimento della realtà attuale.

2. Siccome noi non siamo atomi dispersi, ma costituiamo un unico organismo mistico in Cristo, è evidente che ogni colpa ha una ripercussione ed ogni atto virtuoso ha un benefico influsso su tutti i fratelli. C’è una sanzione anche su questa terra, non solo individuale, ma altresì sociale. E con questa espressione non voglio alludere tanto agli onori che la società può tributare al buon cittadino o alle pene che usa contro il disonesto; ma piuttosto, ai risultati delle nostre azioni. Come è innegabile, per dirla con Elisabetta Leseur, che « chi eleva sè innalza tutto il mondo », così non è meno inevitabile che ogni colpa divenga la prima scintilla provocatrice di un incendio distruttore. Ed anche qui, quando coi positivisti e con gli utilitaristi si illustra la sanzione sociale che accompagna il bene ed il male, si afferma una grande verità che il Cristianesimo ha sempre rammentato, inculcando il senso della responsabilità che deve illuminarci nella quotidiana battaglia. Ma, ancora una volta, è in forza dell’Amore che dobbiamo tener vigile in noi tale consapevolezza. È l’amore al prossimo nostro che rischiara questo punto essenziale dell’etica e questa sua speciale sanzione. Al Caino che dovesse dirci: « Sono forse io il custode di mio fratello? E che importa a me del benessere o del danno altrui? », il Cristianesimo ricorda che noi siamo responsabili non solo di quanto facciamo, ma anche delle conseguenze dell’azione nostra, la quale, anzi, per essere seriamente valutata, deve venir esaminata non soltanto in sè e nella sua intrinseca malizia o bontà, ma altresì in rapporto agli altri. Accendere un fiammifero per fumare una sigaretta può essere un delitto, se ci troviamo vicino ad un po’ di dinamite…

3. C’è una terza sanzione, collegata non già all’amore che dobbiamo avere e coltivare per noi stessi e per il prossimo, ma all’amore di Dio, la quale si manifesta bensì inizialmente in questa vita con le due sanzioni imperfette che abbiamo descritto, ma si sviluppa poi in quella sanzione completa dell’eternità, che si chiama paradiso, inferno, purgatorio e che dobbiamo ora studiare, sempre in rapporto all’Amore.

2. – Il paradiso e l’amore.

Notiamo subito come sarebbe pretesa assurda il volersi avviare pei floridi sentier della speranza, ai campi eterni, al premio che i desideri avanza, senza esser sorretti dall’Amore. Iddio per amore ci ha creati; per amore ci ha elevati all’ordine soprannaturale e ci ha uniti a Lui con la grazia e con la carità; per amore vuole che non siamo da Lui separati, nè in questa né nell’altra vita. Il paradiso, dunque, da parte di Dio, non è altro se non l’Amore suo per noi e il premio dell’amore nostro per Lui. Da parte nostra, in questo periodo di prova che Iddio ha voluto concederci, perché ci ama, ossia perchè con un gesto squisitamente bello d’amore, ha voluto che noi cooperassimo all’acquisto della felicità, conquistiamo il paradiso con l’amore che portiamo a Dio, osservando per amore la legge morale, amandolo sopra ogni cosa ed amando il prossimo nostro per amor suo; e secondo il grado del nostro amore sarà il grado del premio. In se stesso, cos’è il Paradiso? Esso consiste nella visione di Dio non più per speculum et in ænigmate, ma a faccia a faccia e nell’amore che ci unirà a Lui in eterno. Il paradiso sarà la immersione nostra nel mare della Trinità, per esprimerci con la Santa da Siena. Gesù Cristo ci unisce a Lui in questa vita e noi costituiamo un unico corpo mistico col Figlio, divenendo così per tale nostra incorporazione, figli adottivi di Dio. Insieme con Cristo, noi conosceremo il Padre e lo ameremo, non già con una conoscenza ed amore puramente umani, ma con la conoscenza del Verbo e con l’amore dello Spirito Santo. Pregava santa Caterina nel pio fervore dell’animo in festa: « O potente ed eterna Trinità! o dolcissima ed ineffabile Carità, chi non s’infiammerebbe a tanto amore? Qual cuore potrebbe difendersi dal consumarsi per te? O abisso di Carità! Tu sei dunque così perdutamente attaccato alle tue creature, che sembra che tu non possa vivere senza di loro! Eppure tu sei il nostro Dio! Tu non hai bisogno di noi. Il nostro bene non aggiunge nulla alla tua grandezza, poichè tu sei immutabile. Il nostro male non potrebbe cagionare alcun danno verso di te, che sei la sovrana ed eterna Bontà!… Chi porta te, Dio infinito, verso di me, piccola creatura? Nessun altro che tu stesso, o fuoco d’amore! L’amore, sempre, solo ti spinge e ti spinge ancora a far misericordia alle tue creature, colmandole di grazie infinite e di doni senza misura. O bontà superiore ad ogni bontà, tu solo sei sommamente buono! ». – La felicità eterna consiste in questo possesso sicuro e perenne dell’essere che è tutto l’Essere e che perciò sazia ogni desiderio, nella visione intuitiva che ci rivelerà i segreti della Carità infinita, nell’infinito amore di Dio. Desiderare il paradiso significa, quindi, aspirare all’Amore che incorona la vita cristiana e che, essendo eterno ed immortale in sè, sarà premio eterno ed immortale anche per noi. Il cupio dissolvi di san Paolo; il grido di Caterina da Siena: « Come il cervo sospira l’acqua della fonte, così l’anima mia deve uscire dal carcere tenebroso del corpo, per vederti in verità »; il gesto di san Filippo Neri, che prende il cappello cardinalizio, inviatogli dal Papa, e gioca lanciandolo in alto e ripetendo « paradiso! paradiso! », sono voci di amore, che non rinnegano i valori umani, che anzi li utilizzano e li svolgono, ma non in essi ripongono il cuore, quasi che avessimo quaggiù la città che rimane, bensì guardando il Cielo e di cielo riempiono la terra. Vi sarà il Cristiano imperfetto, che all’Amore eterno del paradiso penserà come ad una felicità; vi sarà il Cristiano perfetto, che volgerà di preferenza l’occhio al Dio dell’Amore; ma nell’uno e nell’altro caso il paradiso non è se non il trionfo dell’Amore.

3. – Il purgatorio e l’amore.

Evidentemente, allora, cosa implica il Paradiso? Che si ami Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Non può entrare in paradiso chi non ha la purezza dell’amore, ossia chi muore avendo ancora una soddisfazione da dare od anche un solo filo d’amore per le creature o per la colpa. Bisognerebbe poter riassumere le opere di san Francesco di Sales o la Salita del Carmelo di san Giovanni della Croce, per comprendere meglio la purificazione totale dell’essere umano, che ci rende degni — per usare una frase di san Paolo ai Colossesi — d’entrare a far parte della compagnia dei santi nella luce e ci trasferisce nel regno del Figlio dell’Amore. Fin quando, pur non avendo un peccato grave, non s’è passati per la notte oscura della mortificazione degli appetiti umani, dell’abnegazione dei piaceri umani, delle affezioni alle creature; fin quando o il peccato veniale o le pene delle colpe — gravi o leggere — perdonate non hanno compiuto l’annientamento delle macchie di ciò che è terreno, non ci è possibile entrare in cielo. Il paradiso è amore di Dio; se si amano, in modo non ordinato, le creature, ossia se in noi esiste anche un minuscolo idoletto, se ci resta ancora qualcosa da pagare alla divina giustizia, Dio non ci unisce a Lui nella gloria. Ecco la ragione del purgatorio. L’Amore di Dio l’ha creato per purificare le anime da ogni e qualsiasi altro amare e da qualsiasi macchia, per renderle capaci della visione e del possesso dell’Amore infinito. E noi, che da quelle anime non siamo divisi, ma ad esse siamo uniti in Cristo, possiamo affrettare loro la purificazione interiore assoluta, coi suffragi della carità. La preghiera per le anime purganti non è altro se non una forma di amore per il prossimo, per le glorie dell’amore di Dio.

4. – L’inferno e l’amore.

Qualcuno si stupirà ora di sentir parlare dell’inferno in funzione del concetto di Amore. Ma non si meravigliò il poeta teologo, Dante nostro, nelle sue terzine:

“Per me si va nella città dolente,/ per me si va nell’eterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente./ Giustizia mosse il mio alto Fattore:/ fecemi la divina Potestate,/ la somma Sapienza e il primo Amore./ Dinanzi a me non fur cose create/ se non eterne, ed io eterno duro./ Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.”

Per capire il pensiero di Dante, giova fare una riflessione. Analizziamo lo stato d’animo di coloro che non vogliono concepire un inferno eterno, ossia che lo vogliono sostituire col purgatorio. Se ben si osserva, tale pretesa ricopre l’egoismo più brutale e più sfacciato. Essa, press’a poco, si potrebbe enunciare così: Io, peccatore, adesso, in questo periodo di prova in cui dovrei dimostrare con la vita morale di amare Dio, non lo voglio amare; preferisco a Lui la carne, l’oro, il mio io e via dicendo. Fino alla morte, proprio fino all’ultimo istante, voglio conservarmi in questo mio orientamento spirituale. Poi, quando, col termine della mia esistenza terrena, più non potrò godere questi beni, allora… allora Dio sarebbe ingiusto, se non mi ammettesse al suo amore! Perché dovrebbe farmi soffrire per sempre? In quel tempo, io cambierò parere. Quando non avrò null’altro da desiderare, mi rivolgerò a Dio. Ma, intendiamoci: se anche allora io potessi godermela come oggi, non saprei che farmene di Dio… ». – Tale, dunque, si prospetta il contrasto tra Dio e il dannato. Da una parte, abbiamo l’Amore infinito; abbiamo Gesù Cristo che tanto ci ha amato da incarnarsi e da morire per noi; abbiamo una profusione di amore e di grazie, che dà diritto a Dio di chiedersi: « Che cosa avrei potuto far di più per la mia vigna, che non abbia fatto? »; abbiamo una continua insistenza di Dio verso il peccatore sino all’ultimo respiro; dall’altra parte, abbiamo il rifiuto, voluto, colpevole, ostinato dell’Amore di Dio. Con la morte, il tempo della prova finisce. Fino alla separazione dell’anima dal corpo, Dio chiama il figlio ribelle e lo avverte che da lui dipende un’eternità. Ed il Figlio re spinge l’appello del Primo Amore. Non esige forse la giustizia un castigo proporzionato alla colpa? E come si può negare che la colpa, in questo caso, sia d’una gravità infinita, essendo infinito l’Amore insultato dalla stolta ribellione? Di qui la pena del danno, in cui consiste essenzialmente l’inferno, ossia la separazione perenne dell’Amore e l’odio contro Dio; di qui anche la pena del senso, in quanto il dannato brucerà tra le fiamme, vere e proprie, che gli rammenteranno il fuoco rifiutato dell’Amore divino; di qui la definizione esattissima, che santa Caterina da Genova dava di satana: « Colui che non ama e non può amare».

5. – Conclusione

In tal modo la legge morale avrà la sua perfetta sanzione con l’Amore conquistato o perduto per sempre. E all’ultimo dei giorni, nel giudizio universale, la sanzione sarà proclamata non più solo individualmente, ma per tutta l’umanità. Sarà distrutto il mondo. I beni di quaggiù, che furono preferiti all’Amore di Dio, appariranno nel loro nulla. L’empio — descrive la Sapienza — dirà: « Che ci ha giovato l’arroganza? e la ricchezza con la boria che bene ci ha apportato? Tutto ciò è passato come ombra e come fugace notizia. Come nave che traversa l’acqua ondeggiante, che una volta passata non se ne trova più traccia, né il solco della sua carena tra le onde; e come un uccello, che vola per l’aria, non lascia segno del suo cammino… Così anche noi, messi al mondo, siam venuti meno, V’è e non avemmo nemmeno un segno di virtù da mostrare, quaggiù anzi nella nostra malvagità ci siamo spenti. I giusti invece vivono in eterno e il loro premio sta nel Signore ».

Due eserciti saranno allora di fronte: l’esercito dell’Amore e l’esercito dell’odio. Comparirà in cielo il simbolo eterno dell’amore, la Croce. Verrà Gesù Cristo e dirà il venite benedicti, ai figli dell’amore, a coloro che hanno amato Dio re di ogni cosa e che nel prossimo hanno veduto e riconosciuto Lui stesso: « Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere… Ogni volta che avete fatto questo anche all’ultimo di costoro, l’avete fatto a me ». – Le offese all’Amore saranno in quel giorno riparate. L’ite, maledicti, in ignem aeternum sarà la vittoria dell’Amore, che si volle disconoscere, calpestare e distruggere. Così termineranno le vicende di un mondo, dove l’Amore di Dio è lasciato alla libera scelta dell’uomo e si inizieranno i secoli futuri. – Basta la semplice esposizione della morale cristiana per disperdere come una nube al soffio del vento le trite e ritrite obbiezioni intorno all’ingiustizia di Dio, all’utilitarismo ed all’egoismo dell’etica nostra, od alla degradazione della dignità umana a proposito di paradiso e di inferno. Sono accuse che morrebbero sulle labbra, se si approfondisse l’insegnamento del Cristianesimo. Ciò che mai morrà è il grido col quale santa Caterina da Siena chiudeva una sua lettera alla regina Giovanna di Napoli: « O Gesù dolce! O Gesù amore! ». Così deve terminare la nostra vita. Così anche terminerà la storia.

Riepilogo.

V’è una sanzione immanente ad ogni atto buono o cattivo, anche quaggiù, e consiste nell’intima gioia del bene compiuto o nel rimorso del male fatto; inoltre, v’è anche su questa terra una sanzione, non solo individuale, ma altresì sociale. Questa duplice sanzione risponde all’amore che dobbiamo avere a noi ed al prossimo nostro; ed è più o meno imperfetta. V’è una sanzione perfetta, che è collegata all’amore che dobbiamo a Dio e si ha nell’altra vita col paradiso, il purgatorio e l’inferno. Il paradiso è il trionfo dell’amore. Il purgatorio è la purificazione da tutto ciò che contrasta all’amore di Dio, ed i suffragi per le anime purganti sono una forma nobilissima di amore per il prossimo. L’inferno, per la pena del danno, consiste nella separazione definitiva dall’Amore di Dio; per la pena del senso, è un fuoco vero, che punisce le fiamme delle passioni appagate. Nel giorno del giudizio, la sanzione della legge morale sarà proclamata, non solo individualmente, ma per tutta l’umanità. Staranno di fronte l’esercito dell’Amore e l’esercito dell’odio. Trionferà il segno dell’Amore, la Croce.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (20)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (51)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (51)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -VIII-

J. DIO SANTIFICANTE MEDIANTE I SACRAMENTI.

J 1 1. I Sacramenti prima dell’istituzione della Chiesa.

Tra le leggi del Vecchio Testamento esistevano anche i Sacramenti (1310) 1348 1602.

Questi sacramenti differivano dai Sacramenti del N.T. in quanto non producevano la grazia, ma significavano che essa sarebbe stata solo in futuro da Cristo. 1310 1602.

La Circumcisione come sacramento rimetteva il peccato originale 780.

Dopo l’avvento di Cristo i Sacramenti del Vecchio T. cessarono ed il loro uso, promulgato il Vangelo divenne peccato punibile 1348.

J 2 Sacramenti del Nuovo Testamento in genere.

J 2a. a. — ESSENZA DEI SACRAMENTI.

I Sacramento sono segni sensibili ed efficienti della grazia invisibile (1310 1606) 3315 3858; sono simbolo di cosa sacra e forma visibile della grazia invisibile 1639; riprov.: [I S. sono nudi simboli o segni esterni della fede praticata] 1602 1606 3489.

Nel rito dei Sacramenti si distingue la parte essenziale (materia e forma) e la parte cerimoniale 3315.

Tre sono le cose che producono un Sacramento: (una cosa tq.) materia, (le parole tq.) forma (nella persona del suo ministro) l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. 1262 1312 1998 2536 3126 CdIC 742, § 1; l’essenza del sacramento è costituita dalla materia e dalla forma 1671.

La materia di per sé non è parte determinata (onde determinare la forma) 3315;

Pertanto l’imposizione della mano usata per sé non designa nulla di definito negli Ordini sacri, alla Confermazione, alla a.riconciliazione a110 a123 a127 a183 211 316 320 3315.

La forma dece significare l’effetto sacramentale 3315.

J 2b. b. — ORIGINE DEI SACRAMENTI.

2ba. Origine remota cioè,l’istituzione di Cristo. a.Tutti i Sacramenti del N.T. sono stati istituiti da Cristo 1864 2536 CdIC a731, § 1; si riprovano le asserzioni dei modernisti circa l’origine dei Sacram. 3439s.

I Sacramenti sono sette 860 1310 1601 1603 1864 2536.

2bb. Origine prossima o amministrazione. La Chiesa è originalmente ed universalmente dispensatrice dei Sacramenti: Cristo battezza per mezzo della Chiesa, sacrifica etc. 3806; crede nella remissione dei peccati, in resurrezione, nella vita eterna attraverso la Chiesa 21s.

Potestà della Chiesa nei Sacramenti. La Chiesa non ha il diritto di mutare ciò che attiene alla sostanza (o all’ a.integrità e al necessitare dei Sacramenti a1061 1699 1728 3556 3857.

Nel dispensare i Sacramenti la Chiesa ha il diritto di stabilire o mutare ciò che giudica meglio indicato per i tempi, i luoghi, la varietà delle cose, salvo la loro sostanza 1728.

Il Ministro dei Sacramenti ne è causa strumentale 1314.

La potestà del ministro e l’effetto dei Sacramenti non dipendono dalla probità (morale) del ministri 580 644s 793s 912 914 1019 1154 (1208) 1211-1213 1219//230 1262 1612 1684; add. condizioni del ministro del Battesimo, penit, ordin., J 3b 6b 8b.

Riprov. gli errori circa l’ambito dei ministri [Tutti i Cristiani possono amministrare i Sacramenti] 1610; [qualsiasi Sacerdote può conferire qualunque Sacramento] 1136; [la restrizione del potere di conferire i Sacramenti ai semplici Sacerdoti è stata fatta per il lucro e l’onore dei Vescovi] 1178.

Uno stesso ministro deve usare la materia e pronunziare la forma 2524.

Per l’efficienza dei Sacramenti è necessaria l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa 1262 1312 1315 1611 1617 (2536) 3126; si riprova l’opposta asserzione dell’esteriorismo 2328; chi usa la debita materia e forma, si presume abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa 3318 3874:

Errore circa l’effetto del Sacramento (a. anche professato pubblicamente) per se non esclude l’intenzione di fare ciò che la Chiesa fa (3100-3102) a.3126; in questo principio è compresa la dottrina circa la validità del battesimo degli eretici (cf. J 3b), in qualunque modo sia conferito il rito cattolico; contra, mutato il rito, si dubita circa la retta intenzione 3318.

Quando i Sacramenti siano da conferire in forma condizionale CdIC 941; ved. ai singoli Sacramenti.

Si riprova l’asserzione più lassa circa l’applicazione del probabilismo nell’amministrazione dei Sacramenti. 2101.

Rito e cerimonie della Chiesa non sono condannati senza peccato, se disprezzati o mutati per qualsiasi motivo 1255 1613 1811; il S. Pontefice può tollerare diversi riti fermo che siano di necessità di Sacramento 1061.

Si rivendica la legittimità di certi riti, ctr. i denigratori 1062 1864 2631-2633.

J 2c. c. — FINI, EFFETTO, IMPORTANZA DEI SACRAMENTI.

2ca. Fini. I Sacramenti sono mezzi specifici di salvezza e santificazione 2536

CdIC “731, § 1; si riprovano errori circa il fine 1605 3441 3489.

2cb. Effetto. I Sacramenti conferiscono (o aumentano) la grazia quando a.non si pone ostacolo (b.degnamente ricevuti) b1310 a1451 a1606 1602//1608 1864 2536 a3714 (a3845) CdIC a1110.

L’efficacia dei Sacramenti è ex opere operato, cioè i Sacramenti hanno virtù da se stessi come azioni di Cristo medesimo. 3844-3846.

Alcuni Sacramenti , a.cioè. batt., confermazione, ordine, imprimono un carattere, b.pertanto non possono ripetersi 781 ab1313 a1609 a1767 a1864 2536 CdIC ab732, § 1; il carattere è un segno spirituale indelebile nell’anima 1313 1609; dunque non è il Verbo di Dio 3228; il carattere è impresso quando non è ostacolato dalla volontà contraria 781; si imprime anche nella finta ricezione del Sacramento 781.

2cc. Necessità. I Sacramenti non sono superflui 1604 1864; senza i Sacramenti reali o di desiderio, . L’uomo non è giustificato, riprovata l’asserzione: [l’uomo è giustificato dalla sola fede senza Sacramento] 1604 1605s 1608 CdIC 737.

§ 1; in certi aggiunti effetti necessari per ottenere la salvezza si può col solo voto o desiderio (a.anche implicito) (1524 1543) 3869 a3870-3872; o per la fede del Sacramento 121.

Non tutti i Sacramenti sono necessari ai singoli uomini 1604 18642536.

2cd. Dignità. Non senza peccato i Sacramenti sono disprezzati o negletti. 1259 1699 1718 1775 2523 CdIC 944.

Tra i Sacramenti del N.T. vi è diversità di dignità 1603; l’Eucarestia eccelle sopra i restanti Sacramenti 1639s (3847).

J 2d. d. – SOGGETTO DEI SACRAMENTI.

Soggetto legittimo non è l’eretico o lo scismatico anche se errante in buona fede e se non chiede di essere riconciliato CdIC 731, § 2.

Il soggetto deve avere in qualche modo l’intenzione di ricevere il Sacramento CdIC 752, § 3 754, § 3; contradicendo l’accoglienza non si riceve né l’oggetto né il carattere del Sacramento 781; per i dormienti e dementi non si ha l’effetto del Sacramento anche se prima di questo stato consentirono o contraddissero 781.

3. Sacramento del Battesimo.

J 3a. a. ESSENZA DEL GIUDICETIA BATTESIMO.

Il Battesimo è un sacramento 761 777 860 1310 1314 1601 1864 2536; succede alla circumcisione 780.

La materia (remota) è l’aqua a.naturale 802 903 1082 a1314 a1615 CdIC a737, § 1; è lecito mescolare un siero antisettico 3356; materia invalida -: saliva 787; -: birra 829.

La materia prossima è l’abluzione (per mezzo di a.immersione b.infusione o c.aspersione) a229 a589 a757 CdIC 737, § abc758.

Si riprova: [Materia essenziale del battesimo è l’acqua, il crisma, l’eucaristia] 1016.

La forma è l’invocazione del nome della Trinità divina 111 (cap. 9) 123 176s 214 445 580 582 (588) 589 592 (637) 644 646 757 802 903.

Il Battesimo “in nomine Christi” (a.resta in ambiguo, b.ammesso, c. riprovato) a111 (cap. 8) a211 c445 b646; non è valido il Battesimo nel nome degli Angeli 176.

Le parole (espressione dell’azione) “ego te baptizo” sono necessarie per la validità 757; vale la loro forma attiva e passiva 1314; la falsa pronunzia per mera ignoranza o per difetto di lingua non invalida il battesimo 588 592; asserzioni riprovate circa la forma 2327s 2627.

J 3b. b. – ORIGINE DEL BATTESIMO.

Il ministro deve essere diverso dal soggetto battezzato (non si può battezzare se stesso) 788.

Il minister del Battesimo solenne (ordinario) è solo il Sacerdote 1315 CdIC 738; min. del bpt. straordinario è il diacono CdIC 741; in caso di necessità può essere ministro-: qualsiasi uomo, che in qualche modo conservi la forma della Chiesa ed intenda fare ciò che fa la Chiesa 1315 2536 CdIC 742,

§ 1; – anche un laico 120 1315 1349 (2536); – : anche uno scismatico 356; – : eretico 110s 123 127s 183 211 214 305 315s 320 478 1315 1617 (2536) 2567-2570 3126; -: giudeo 646; -: pagano 646 1315 (2536).

La qualità morale del ministro non influisce sulla validità 580 644.

L’errore del ministro circa l’effetto del battesimo non esclude l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa 3100-3102; laddove si possa veramente dubitare circa l’intenzione, si deve conferire il Battesimo condizionato 2838; in caso di battesimo ricevuto nell’eresia non sempre è di principio il battesimo condizionato, ma è da indagare e distinguere 3128; nel dubbio è da battezzare 319 582; in qualunque caso di Battesimo condizionato si disserta 2835-2839 3128

CdIC 746, § 2-5 747-749 752, § 3; formula del Battesimo condizionato da usarsi 758.

Rito del Battesimo da tollerare ed abolire 830.

J 3c. c. — FINE, EFFETTO, VALORE DEL BATTESIMO.

3ca. Effetto. Si riceve la grazia di Cristo (a.infusione della grazia informante e delle virtù, b. l’abito della fede) 111 a780 a904 b2567; riprov.: [il Battesimo di Cristo ha la stessa virtù del battesimo di Giovanni Battista ] 1614.

Il Battesimo produce —: la rinascita spirituale (a.nuova creatura) 219(239) 1311 a1672. – : un membro della Chiesa cattolica 1314 1671 2567-2570 3685 CdIC 87 737, § I;

Il battezzato ottiene tutti i diritti ed i doveri del membro, se non oppone un ostacolo (censura), un vincolo che impedisce la comunione CdIC 87; —: membro del Corpo mistuco di Cristo 1314 1671.

— : la remissione dei peccati (a.pecc. originale, b.dei peccati attuali) (3s) 41//48 (51) 60 150 a223s a231 a239 a247 308 ab325 575 a637 a685 a741 777 a780 ab794 ab1076 ab1316 a1514s 1672 a2559; tale remissione è piena, integra 1672; i peccati non solo da imputare 1515; il Battesimo elimina egualmente a tutti il peccato orig. 637; si riprov. gli errori circa l’effetto: [è tolto solo il reato alla pena] 1957; [già il solo ricordo del Battesimo e la sua fede rimette i peccati dopo il Battesimo o li muta in veniali] 1623.

— : la remissione di ogni pena (pertanto a.ai battezzati non è da imporre nessuna soddisfazione) a1316 1543.

— l’impressione del carattere (anche nel Battesimo a.degli eretici ed b.in quello ricevuto fittiziamente). b781 1998 a2566 CdIC 732, § 1; pertanto non è lecito ritardate il Battesimo 183 316 319s (478) 580 (582) 644 758 810 855 1081 1624 1671 CdIC 732, § I: da qui la fede in un soloBattesimo 3s 41//5 I 150 319 684; riprov. l’errore circa il carattere 3228.

Sequele per la vita morale: la grazia del Battesimo per sé sola non è sufficiente ad assicurare la salvezza, ma si richiede un ulteriore ausilio della grazia e la cooperazione unana. 241, 397; il Battesimo non libera dagli obblighi della legge di Dio, della Chiesa, dei voti 1620-1622; il Battesimo pt. non dissolve i matrimoni degli infedeli (ma conferisce solo il diritto ad un nuovo matrimonio in forza del privil. Paolino) 777 2582 2585 CdIC 1126.

3cb Necessità. Il Battesimo è un mezzo prescritto da Cristo 219; è necessario o in forma o almeno a.come voto (o desiderio), questo è il Battesimo di b.fiamma (121) 184 231 b741 a1524 1672 2536 a3869 CdIC ‘737, § I; add. luoghi del Battesimo degli infanti: J 3d.

In caso di necessità il Battesimo può essere amministrato in ogni tempo, anche nella Chiesa antica, nella quale era lecito solo nei giorni di Pasqua e di Pentecoste 184; in tal caso giustifica anche la fede senza Sacramento 121.

3cc. Dignità. Il Battesimo è il primo di ogni Sacramento ed il a.loro fondamento 1314 CdIC a737, § 1; è la a.porta di entrata nella Chiesa, b.dei Sacramenti, c.della vita spirituale c1314 a1671 a3685 CdIC b737, § 1.

J 3d. d. — SOGGETTO DEL BATTESIMO.

Il soggetto del Battesimo è solo ogni uomo viatore non ancora battezzato CdIC 745; è legittimato il Battesimo degli infanti 184 219 223 (224 247) 718 780 794 802 903 1349 1514 1625-1627; il Battesimo degli infanti (richiesto) di genitori acattolici, sotto quali condizioni sia lecito 2552-2562 3296 CdIC 750s;

Ugualmente il Battesimo conferito ai moribondi adulti infedeli 3333-3335.

Nell’adulto è richiesta per una valida ricezione a.l’intenzione, per una lecita disposizione b.la fede e c.la penitenza b2380s bc2835-2839 ab3333-3135.

4. Sacramento della confermazione.

J 4a. – ESSENZA DELLA CONFERMAZIONE.

Il battezzato deve essere condotto a: a.la benedizione b.l’imposizione della mano del Vescovo b120 a121 b123; c.il crisma sulla fronte, i. e. b.l’imposizione della mano è la confermazione a785 ab794 a831 b860 a1990 a2522 CdIC 780 781, § 2.

La confermazione è un Sacramento (785 794) 860 1310 1317 1601 1628 1864 2536.

La materia (remota) è il crisma (a.dal balsamo ed olio di olivo) b. benedetto dal Vescovo a831 a1317s b1992 CdIC 734, § 1 b781, § 1.

Forma delle parole della confermazione 1317.

J4b. b. – ORIGINE DELLA CONFERMAZIONE.

Si riprova l’asserzione dei Modernist. circa l’origine remota della confermazione 3444.

Il ministro a.ordinario è (solo) il Vescovo 120 123 183 187 215 320 785 794 831 860 a1069 a1318 a1630 1768 1777 a2588 CdIC .782, § 1; ministro straordinario può essere il semplice Sacerdote (a.ma non il diacono) b.fornito di facoltà della Sede Ap. a187 215 b10705 b1318 b2522 b2588 CdIC 781, § 2 a782, § 2; in mancanza di tale delega, proibita ed invalida è la confermazione del semplice Sacerdote 1990s 2522.

Ministro del crisma è solo il Vescovo, questo pure per a.ministro straord., il crisma deve essere benedetto d Vescovo (catt.) 187 215s 1068 (1071) 1317 a1318 (a1992) a2588 (CdIC .781, § 1).

Si riprovano le asserzioni circa il ministro 866 1178 3556.

Riti tollerati nella preparazione del crisma nella confermazione 831.

J 4c. c.0- FINE, EFFETTO, VALORE DELLA CONFERMAZIONE.

Si conferisce lo Spirito Santo 215 785 831 1318s; si dà come un aumento di grazia ed un rinforzo della fede 785 1311 1319.

Si imprime un carattere, pertanto la confermazione a.non si può ripetere 1313 1609 1767 CdIC a732, § 1; riprovato: [al cresimati non è da attribuire alcuna potenza] 1629.

La Confermazione non è un mezzo necessario alla salvezza 2523 CdIC 787; ma il trascurarlo non è senza peccato 1259.

J 4d. d. – SOGGETTO DELLA CONFERMAZIONE

Soggetto è qualsiasi battezzato CdIC 786.

Per una lecita e fruttuosa ricezione si richiede lo stato di grazia. CdIC 786.

5. Sacramento dell’Eucaristia.

J 5a. a. – INSTITUZIONE DA CRISTO.

Cristo istituì: a.il Sacramento o b.Sacrificio eucar. c.nell’ultima Cena ac846 ac1637 ac1727 bc1740-1742 b1752; si riprova l’asserzione dei Modernisti 3445.

J 5b. b. – L’ESSENZA DEL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA.

5ba. Indole sacramentale. L’Eucar. è un Sacramento 718 761 846 860 1310 1320 1601 1635-1637 1727 1864 2536.

Nell’Eucaristia il pane e il vino è “Sacramento e non cosa”, carne e sangue di Cri. “sacram. e cosa”, effetto sacramentale “cosa e non sacramento” 783.

Materia è il pane di frumento (783) 860 1320 CdIC 814, § 1; e il vino di vite (783) 1320 CdIC 815, § 2; il pane presso i latini è azimo, preso i Greci fermentato 860 1303 CdIC 816; precauzioni ctr. corruzione del vino della Messa 3198 3264 3312s.

La Forma sono le parole consacratorie di Cristo 1321 1352; l’epiclesi non ha alcuna capacità consecratoria 1017 2718 3556; nella concelebrazione di più Sacerdoti si richiede la comune pronuncia delle parole della consacr. 3928.

5bb. Presenza eucaristica di Cristo. Le parole di Cristo Sono consacratorie non in senso tropico, ma sono presentate in senso proprio 1637.

Per la consacrazione si opera la conversione di a.tutta la sostanza in corpo di Cristo e di a.tutta la sostanza del vino in sangue di Cristo. 1321 1352 a1642 a1652 a1866 a2535 a2629 a2718; questa conversione si chiama transustanziazione 782 802 860 1352 1642 1652 1866 2535 2629; post dopo la consacrazione si separano le specie (forma) del pane e del et vino, è creduta la verità della carne e del sangue di Cristo 782s, ovvero: nel sacram. dell’altare è contenuto il corpo e il sangue di Cristo a.veramente, b.realmente, c.sostanzialmente, d.essenzialmente sotto le specie del pane e del vino 690 700 794 a802 (846) abd849 abc1636 1640 abc1641 a1651 abc1866 abc2535 abc2629.

Tutto il Cristo è contenuto sotto qualunque specie (b.sia per la virtù delle parole sia per la naturale connessione e concomitanza) e c. sotto qualunque parte della specie dopo la separazione a1199 a1257 ac1321 ab1640 ac1641 a.1651 ac1653 (a1729 a1733) a1866 ac2535.

Cristo eucaristicamente presente è lo stesso Cristo nato e crocifisso 1083 1256; nell’Eucar. è contenuto il corpo e sangue di Cristo insieme all’anima e divinità di Cristo  (a.in virtù dell’unione ipost.) a1640 1651 1866 2535; Cristo è eucaristicamente presente sotto le specie, localmente (a.sec. modo di esistere naturale) è in cielo 849 a1636.

Riprov. l’asserzione negante la transustanziazione 849 1018 1151-1153 1256 (1652) 1654 3891; si riprovano le sinistre spiegazioni 3121-3124 3229-3231 3891; si disputa per come l’acqua mista al vino della Messa si trasformi in sangue 784 798.

La presenza eucaristica di Cristo non si limita al tempo di volubilità 834; remane per i giorni che restano le specie 1101-1103.

Al Sacramento dell’Eucaristia si deve il culto di latria 1643s 1656 CdIC 1255, § 1.

La presenza di Cristo in tal senso è dirsi come mistero liturgico della Chiesa 3855.

J 5c. c. — DIGNITÀ DELL’EUCARISTIA.

L’Eucaristia è come il capo e centro della religione cristiana 3847; è come l’anima della Chiesa (per questo i vari gradi del sacerdozio, sono diretti all’Euch.) 3364; pertanto la Chiesa ha tanti beni, virtù, gloria 3364.

J 5d d. — EUCARISTIA COME SACRIFICIO.

5da. Sacrificio della Messa come tale. Cristo nell’Eucaristia è sacerdote et sacrificio 802.

Nella Messa si offre il a.vero, b.proprio, c.visibile sacrificio a1740-1742 a1741 c1764 ba1866 ab2535 b3847.

Il Sacrificio eucar. è l’incruenta rappresentazione del sacrificio cruento in Croce e sua memoria 1740s 1743 3847s (S3339); le specie eucar. figurano la cruenta separazione del corpo e del sangue 3848; ita Cristo è significato nello stato di vittima 3848 3852; ill sacrificio della Messa non si discosta dal sacrificio della croce 1743 1754 7S3339.

La Messa è offerta al solo Dio (benché in onore e per l’intercessione dei Santi) 1744 1755.

Si Riprovano le asserzioni: [la Messa non è stabilita nel Vangelo] 1155; [la Messa è la nuda commemorazione del sacrificio della Croce] 1753 3316 3847 S3339; [la Messa non è sacrificio se non generale in cui di sacrifica ogni opera che si debba compiere per unirsi a Dio nella santa società 1945.

5db. Ministro. Per consacrare è richiesta la persona (ministro), la forma (le parole) e l’intenzione nel proferirle 794.

Ministro del sacrificio è solo a.il presbitero ordinato dal Vescovo (b.non il diacono c.non il laico) d.avente la debita intenzione 794 ab802 c1084 d1352 CdIC bd802; il sacerdote consacrante parla in persona Christi 1321; quando sia lecita la concelebrazione di più sacerdoti (3928) CdIC 803.

La Messa in cui si comunica il solo sacerdote non è illecita 1747 1758 3854.

La Consacrazione della materia fuori dalla Messa è illecita anche in estrema necessità.. CdIC 817. Per la lecita celebrazione della Messa è richiesto lo stato di grazia, mancando il quale il sacerdote ha urgente necessità di confessarsi quanto prima 1647 2058s CdIC 807.

5dc. Partecipazione dei fedeli alla Messa e loro sacerdozio. 3849-3853; si riprova l’asserzione -circa la partecipazione alla vittima 2628; -: circa la concelebrazione dei fedeli 3850; circa la Messa privata senza popolo 3853.

5dd. Rito dell’offerta. Sii rivendica la legittimità delle cerimonie della Messa 1746 1757 5dd 1759; si rivendica la libertà da errori (dogmatici) del canone della Messa 1745 1756.

Il vino della Messa va mescolato a un poco d’acqua 822 834 (784 798) 1320 1748 1759 CdIC 814.

Uso della lingua latina, restrizione della lingua volgare 1749 1759 CdIC 819.

5de. Effetto del sacrificio della Messa. La sua efficacia è – : ex opere operato 3844;

– la stessa del sacrificio della Croce S3339; -: non dipende dalla probità del Sacerdote 794.

La Messa è sacrificio propiziatorio per i vivi ed i defunti 1743 1753. 1866 2535 CdIC 809; si riflettono i peccati quotidiani 1740; vale per impetrare ed espiare S3339; si riprova l’asserzione circa l’applicazione del frutto speciale della Messa. 2630; applicazione per coloro il cui cadavere sia stato cremato. 3277.

J 5c. c. – EUCARISTIA COME COMUNIONE.

5ea. Modo e rito ministrante.

a.ai laici la comunione è somministrata dal Sacerdote, b.il Sacerdote comunica se stesso ab1648 b1660 CdIC a845, § 1; il diacono è ministro straordinario CdIC 845, § 2.

La Comunione sotto una sola specie del pane (non solo sotto entrambe a. Riprovata dai riformatori, b.deliberata nel Cc. Trid.) è legittima 11981200 1258 1466 a1731s 1726-1734 ‘1760 CdIC 852; questa non è non defraudata per qualche grazia necessaria 1729 1733; i laici e i chierici che non celebrano non sono obbligati alla comunione con entrambe le specie 1726s 1731s.

Si legittima la conservazione dell’Eucaristia (riprovato tuttavia l’a.abuso presso i Greci) a834 1645 1657 CdIC 1265.

5eb. Fine. Nell’Eucar. si fa grata memoria del Salvatore 846 1322 (1637) 1638; il fine non è precipuamente, procurare l’onore del Signore o per prendere quasi un premio delle virtù (ma è da cogliersi dagli effetti) 3375-3378.

5ec. Effetto. Va distinta tanto l’assunzione sacramentale, tanto spirituale sacramentale simultaneamente et spirituale 1648 (1658); si riprova: [Cristo nell’Eucaristia, è mangiato non realmente ma spiritualmente] 1658.

Il Cristo eucar. è vita dei fedeli 3360; è cibo dell’anima 847 1311 1638 3360; pertanto l’Eucaristia ha per la vita spirituale lo stesso analogo effetto del cibo materiale 1322.

Effetto singolo — remissione dei peccati 1020; (più accuratamente:) liberazione dalle lievi colpe quotidiane 1638 3375; —: attenuazione delle pene 1020; —: preservazione dai peccati mortali (846 1322) 1638 3375; —: soppressione della libidine 3375; —:  846 1020 1322; —: incremento della grazia, incremento delle virtù 846; —: unione e conformazione con Cristo 802 847 1320 1322; —: unità e carità 783 1635 (1638 1649) 3362; —: pegno della futura gloria 1638; si riprova l’asserzione che restringe l’effetto solo alla remissione dei peccati 1655.

5ed. Necessità della comunione eucaristica. Si raccomanda la comunione frequente (a.anche ai piccoli) 1649 1747 2090 (2093s) 3361 3375s 3379 3383 a3534 3854 CdIC 863; reprobatur vero: [la Com. eucar. quotidiana è di diritto divino] 2095 3377.

È comandata la comunione annuale da fare a pasqua (a.anche i bambini adulti giunti all’età della siscrezione) 812 1659 a3533 Cd1C a859; questo precetto non viene soddisfatto da una comunione sacrilega 2155 CdIC 861.

I piccoli non sono obbligati alla comunione 1730 1734 CdIC 854, § 1; il viatico deve essere preso in pericolo di morte (a.anche i piccoli dopo aver raggiunto l’uso della ragione) 121 212 1645 1657 a3536 CdIC a854, § 2 864, § I.

5ee.Soggetto della comunione eucaristica. Gli atti alla prima comm. dei piccoli 3530 (3533) 3535; dopo aver raggiunto l’uso della ragione anche ai piccoli è da dare il viatico 3536 CdIC 854, § 2; riprov. l’asserzione circa la comunione eucar. dei defunti 3232.

Disposizione e preparazione alla com. in genere: sono, riprovate simultaneamente le affermazioni a.rigoristiche e b.piu blande b1661 2090-2092 b2156 a2322s a3376-3378 3382; in specie la lecita ricezione suppone lo stato di grazia

(a.confessione, non solo acquistata con la contrizione) e b.proposito di non peccare successivamente mortalmente a1647 a1661 3379 b3381 CdIC 856; si richiede anche la retta intenzione 3379s.

Cognizione religiosa richiesta nei piccoli e nel neofito è quella di saper discernere il corpo di Cristo dal cibo comune e di adorarlo 2382 353 l s CdIC 854, § 2.

6. Sacramento della penitenza.

J 6a. a. — ESSENZA DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA.

6aa. Indole sacramentale. La confessione dei peccati ossia penitenza è un sacramento

761 (794) 860 1310 1323 1601 1667 (-1693) 1701 18642536; riprov.:

[Il potete di rimettere i peccati è rimessa solo dalla potestà di dichiarare i peccati ossia di predicare la parola di Dio] 1670 1685 1709; [la penitenza, onde ricevere grazia, è Sacramento di natura, non legge V. N.T.1 1418.

6ab. Parti della penitenza in genere. Mediante la penitenza, la confessione e le opere soddisfattorie sono rimessi i peccati 794; quasi-materia sono gli stessi atti di penitenza, cioè la contrizione, la confessione, la soddisfazione (riprovata l’asserzione negante il fondamento biblico) 1323 1455 1673 1704; riprov.: [le Parti della penit. sono terrori o una fede in una coscienza mortificata] 1675 1704.

6ac. La contrizione è il dolore del peccato commesso con il proposito di non peccare ancora a.contenente anche l’odio della vita precedente) 1323 a1676.

La contrizione è necessaria per la remissione dei peccati 1676s 3334; riprovate le asserzioni deroganti dalla contrizione. [tra le altre: la contrizione rende ancor più peccatori. 1455-1457 1461s I464s 1678 (1685) 1705.

La contrizione perfetta riconcilia l’uomo già prima di ricevere il Sacramento della penitenza, includendone tuttavia il voto (1260) 1677 1971;

riprov.: [la contrizione rende superflua la confessione esteriore] 1157 1412.

È da distinguere la contrizione in carità perfetta è la contrizione imperfetta o attrizione 1677s; la attrizione, se esclude la volontà di peccare, con la speranza di perdono, è dono di Dio a.disponendo al Sacramento della penit. 1678 a1705; infatti questa richiede l’atto di amore di Dio liberamente esposto 2070; riprov.l’asserzione a.più lassa e b.rigorista circa l’attrizione a2157 b2314s (b2462-2467 a2625 ) b2636.

6ad. Confessione dei peccati. Oggetto: si richiede la confessione integrale dei peccati (a.secondo l’istituzione di Cristo) 1323 1679-1681 1706; cioè di tutti i peccati mortali dei quali il penitente è conscio 1085 1680 1682 1707; sono da accusare anche i peccati occulti 1680 1707; -: peccati mortali commessi anche di pensiero (a.non è sufficiente il solo dispiacere). a1413 1680 1707.

I peccati sono da dichiararsi- : distintamente, nella specie, singolarmente, spiegando le circostanze (mutanti la specie) 813 1085 1411 1679 a1681 a1707 2158 CdIC .a901; : sec. il numero 1707.

I peccati omessi per dimenticanza si intendono inclusi nella confessione 1682; sono tuttavia da accusare nella prossima confessione 2031 3835.

Si enumerano le cause scusanti dall’integrità 3834; si riprova l’asserzionecontro l’integrità 1458s 1682 2192 2247s 2259s.

La confessione dei peccati veniali in confessione è: a.lecita, (recando sufficiente materia), b.utile ma c.non necessaria ab14585 bc1680 a1707 b2639 b3818 CdIC ac902.

La reiterata confessione dei peccati già debitamente rimessi è lecita, raccomandata, ma non necessaria 880 CdIC 902.

Modo di confessarsi: la confessione segreta è legittima, la pubblica anche, quando non vietata, ma non è raccomandata 323 1414 1683s 1710.

Nel Sigillo sacramentale al confessore è proibito l’uso della scienza con il rivelare il penitente 814 1989 2195 CdIC 889s; al sigillo sono tenuti anche tutti colore ai quali siano pervenuti in qualunque modo notizie della confessione CdIC 889, § 2: ugualmente è proibita anche la rivelazione del nome del complice 2543s CdIC 888, § 2.

La Confessione può essere fatta anche con un interprete CdIC (889, § 2) 903; in caso di necessità, sono sufficienti i segni del penitente è degli astanti testimoni 310; non è lecita la confessione di un sacerdote assente né l’assoluzione a distanza 1994s.

6ac. La soddisfazione è imposta ai penitenti perché a.da sè sia adempiuta 308 16891692 1714s a2035 CdIC a887; si spiega la sua ragione 1543 1692.

La Soddisfazione deve corrispondere alla qualità e al numero dei peccati

(riprovato l’uso più blando e l’uso della falsa penitenza, o parziale) 717 1692 CdIC 887: si propongono come soddisfazione (sec. l’arbitrio del sacerdote) preghiere, digiuni, elemosine, altri esercizi di pietà 1323 1543;

modo di soddisfare: è mitigato dalla Chiesa dai modi antichi e non è da ripristinarsi 129 212 231602322: come soddisfazione valgono anche (oltre alle sacramentali) le pene temporali inflitte da Dio 1693; l’abuso dell’unzione del penitente in soddisfazione 832.

Riprov. asserzione dell’efficacia della soddisfazione umana adeguata 1959 1977; riprov. (Come insufficiente): [Nuova vita è ottima penitenza] 1457 1692 1713.

6af. Assoluzione. La forma del Sacramento della penit. sono le parole dell’assoluzione 1323 1673;

Le altre preghiere non sono di necessità del Sacramento CdIC 885.

L’assoluzione è un atto giuridico 1671 1679 1685 1709 CdIC 870 888, § I; riprov. l’uso della formula deprecatoria 1013; riprovato: [l’Ass. non è se non una dichiarazione che i peccati sono rimessi] 1685 1703 1709; si riprovano le asserzioni circa l’efficacia dell’assoluzione rispetto alla sola fede del penitente 1460-1465.

Quando è lecita l’assoluzione plurima simultanea 3832-3837; formula da impiegare in tal caso 3837; riprovata l’assoluzione dimezzata in occasione di grande concorso 2159.

Al disposto non va differita l’assoluzione CdIC 886; non è da negare la riconciliazione in pericolo di morte 129 136 212 309s (325); si riprovano le asserzioni più blande ed in parte più rigide 2160s 2164 2638.

J 6b. b. — ORIGINE DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA.

6ba. Origine remota. Prima di Cristo non vi fu il Sacramento della penitenza 1670.

Il Sacramento della penit. è istituito a.dopo la resurrezione 308 348s a1542 a1670 1679 (1706); è un altro sacramento, distinto dal battesimo 1668 1702.

Il potere di rimettere i peccati a fu conferita agli Apostoli e ai loro successori nel sacerdozio 308 348 1670 1679 1764 1771; questo potete si estende ad ogni peccato: vd. D 2eb.

Si riprovano le affermazioni dei modernisti circa l’origine della penitenza 3443 3446s.

6bb. Ministro è solo il Vescovo o il Sacerdote 1260 1323 1684 1706 1710 CdIC 871; non il laico 866 1260 1463 1684 1710; mancando il Sacerdote la remissione è procurata dalla contrizione 1260; add. J 6ac.

Il Ministro deve possedere (oltre il potere dell’Ordine) giurisdizione 1323 1686 2637 CdIC 872; il potere di giurisdizione di vari ambiti ha diverso grado 1261 1265.

Il potere del ministro non dipende dalla sua probità 912 914 (1019 1262) 1684 1710.

Non è più necessario fare la Confessione, come a.un tempo dal proprio sacerdote o da altro solo su suo permesso a812 921923 1085 CdIC 905; riprov. l’asserzione negante agli Ordini mendicanti la facoltà di udire Confessioni 921-924; riprov. l’ass. lassa circa la giurisdizione dei confessori 2032s 2036 (2056 2064).

È diritto del Vescovo riservarsi dei casi 1687 1711 CdIC 893-900; in pericolo di morte la riserva è nulla 1688 CdIC 882; riprov. l’asserzione ctr. la riserva dei casi 1136 2023s 2032 2064 (2594) 2597 2644s.

6bc. Ordine della penitenza.

La maggior rigidità della Chiesa non è più ripristinabile (soprattutto il negare l’assoluzione prima della completa soddisfazione) : cf. 129 212 1415 2316//2322 2487-2489 2634s.

J 6c. c — FINE, EFFETTO, VALORE DELLA PENITENZA.

6ca. Fine è la guarigione spirituale 1311; il sacram. della penit. è più laborioso rispetto al Battesimo 1672.

6cb. Effetto. “Fatto ed effetto” è la riconciliazione con Dio 1674; il sacram. della penit. è il rimedio dei peccati commessi dopo il Battesimo 308 348s 802 855 1323 1542 1579 1668 1680 1701 CdIC 870; la remissione non avviene con la sola fede 1685 1709.

Insieme alla colpa, viene rimessa anche la pena eterna 1543; non sempre è rimessa anche tutta la pena temporale 838 1010 1543 1580 1689 1712 1715; si riprova: [Elimina solo la pena] 1957s.

La legittima assoluzione libera dalle censurr CdIC (2247) 2248 (2249).

6cc. Necessità di mezzo. Il Sacramento della penitenza ai peccatori dopo il Battesimo è necessario di a.diritto divino 1542s 1668s 1670 1672 a1679 a1706 679 CdIC 901;

è la seconda tavola dopo il naufragio della perdita della grazia 1542; in caso di necessità è sufficiente il voto della penitenza (121) 1543 3869; add. J 6ac (circa la contrizione perfetta).

N. di precetto, sci. la confessione almeno annuale 812 1683 1708 CdIC 906;

a questo precetto non soddisfa la confessione sacrilega o volontariamente nulla (2033) 2034 CdIC 907.

J 6d d. – SOGGETTO DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA.

Il potere della Chiesa di rimettere i peccati si restringe agli uomini viventi, non ai morti 348.

Già i bambini sono obblianti alla confessione 3533; una volta che con l’età abbiano acquisito una conoscenza religiosa 3530s 3533.

Quando l’assoluzione sia lecita allo scismatico moribondo 3635s.

7. Sacramento dell’unzione degli infermi.

J7a. a. – ESSENZA DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI.

L’U. degli infermi o Estrema u. è un Sacramento 794 (833) 860 1310 1324 1601 1694 1716 1864 2536; si riprova l’asserzione ctr. l’indole sacramentale 1699 1716s 3448.

La materia è l’unzione con l’olio di ulivo benedetto dal Vescovo (a.non dal semplice Sacerdote, b.se non ne ha facoltà dalla Sede Ap.) 216 1324 1695 a2762s CdIC 734, § 1 937 ab1945.

La forma sono le parole della formula 1324 1695.

In caso urgente è lecita l’unica unzione con una formula speciale brevissima 3391 CdIC 947, § I.

J 7b. b. – ORIGINE DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI.

L’U. degli infermi è instituita da Cristo 1694 1695 (1699) 1716.

Il Ministro è (a.solo ed ogni) Sacerdote 216 1325 1695 1697 1719 CdIC a938, § I.

L’unzione può essere fatta da uno o più ministri, purché ognuno simultaneamente usi la materia e pronunzi la forma 2524.

J7c C. c. – FINE, EFFETTO E VALORE DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI.

Fine . l’U. degli inferm. è ordinata -: alla guarigione spirituale e, se riesce, alla corporale 7ca 620 1311 1325 1696; -: a fortificare l’uscita dalla vita 1694.

7cb. Effetto. Conferisce la grazia che è a.la remissione dei peccati, b.la pulizia dei peccati residui, c.conforto all’anima del malato a620 abc1696 ab1717.

7cc. Necessità. Per sé l’u. degli infermi non è necessità di mezzo CdIC 944; peccato è in vero disprezzarla 1259 1718.

7dd. d. – SOGGETTO DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI.

Sogge è l’uomo infermo a.dopo aver raggiunto l’uso della ragione in pericolo do morte.

1324 1698 a3536 CdIC 940.

L’Unzione può essere ripetuta ogni volta che l’uomo dopo la guarigione, ricada in pericolo di vita 1698 CdIC 940, § 2.

È richiesta nel soggetto la conoscenza religiosa e l’intenzione 2382; per se suppone lo stato di grazia: infatti un tempo era negata al non riconciliato nella Chiesa antica l’unzione degli infermi 620.

Quando sia lecito somministrare agli inf. scismatici moribondi l’unzione degli infermi 3635s.

8. Sacramento dell’Ordine.

J 8a a. – ESSENZA DEL SACERDOZIO CRISTIANO

Nel Nuovo Testamento esiste il Sacerdozio visibile esterno 1764 1771.

Il Sacerdozio del N.T. o Ordine è un (proprio) sacramento 718 860 1310 1326 1601 1764 1766 1773 1864 2536 3857: l’arruolamento nel clero non viene fatto dal popolo o dal potere secolare per chiamata o consenso, ma con l’ordinazione sacra 3850 CdIC 109.

L’Ordine è propriamente uno dei sette sacramenti (a.ugualmente un Sacramento per la Chiesa universale) 1766 a3857.

Si rivendica come legittima la diversità degli Ordini con cui ascendere al sacerdozio 1765 1772; per diritto divino esiste la gerarchia costituita dai Vescovi, presbiteri e ministri (a.diacono) 1776 Cd1C .108, § 3; si recensiscono tuttavia in tre gli Ordini sacri nella Chiesa Romana (Vesc. presb., diac.) poi sette 836; cioè sacerdote, diacono, subdiac. e quelli che sono gli ordini maggiori), accolito, esorcista, lettore, ostiario (a che sono ord. minori) 1765 CdIC a949; per altre distinzioni vd.: G 4da.

I Vescovi sono presbiteri superiori per potere di ordine 1768 1777.

Materia dell’ordinazione al diaconato, presb., Vescovo (a.unica) almeno nei tempi posteriori, è l’imposizione delle mani 326-328 826 3325 a3858-3860; è sufficiente per la validità il contatto morale, si comanda il contatto fisico 3861.

La Tradizione degli strumenti come prescrizione della Chiesa fu prescritta per la validità solo nella Chiesa latina, mentre nella Chiesa grecale ordinazioni si fecero sempre validamente senza la tradizione degli strumenti 1326 3858.

La Forma sono le parole che riferiscono il potere determinante (grazia sacramentale) in ciò che competa ad ogni ordine (a. in questo mancano gli ordini anglicani) 1326 a3316s 3858-3860.

J 8b b. — ORIGINE DEL SACERDOZIO CRISTIANO.

8ba. Istituzione. Il vecchio etus sacerdozio è passato nel nuovo 1764.

Cristo ha istituito il Sacerdozio del N.T. 1740 1752 1764 1773 3857; agli Apostoli ed ai loro successori nel sacerdozio è affidato il potere di consacrare, offrire, amministrare il corpo ed il sangue di Cristo (1740 1752) 1764 1771.

Riprov. l’asserzione dei Modernisti circa l’istituzione del sacerdozio 3449s.

8bb. Ministro dell’ordinazione. Ministro a.ordinario del sacram. dell’Oordine è (solo) il Vescovo 128 a1326 1768 1777 CdIC 951; ministro straordinario è chi senza carattere episcopale, per diritto o dalla Sede Apostolica riceve indulto per conferire alcuni ordini CdIC 951; privilegio che si traduce nella facoltà del semplice sacerdote di conferire il subdiaconato, b.diaconato, c.presbiteriato, d.tutti gli ordini sacri abc1145s d1290 ab1435; si riprovano le asserzioni: [Qualsiasi sacerdote può conferire qualunque Sacramento (quindi anche gli ordini)] 1136; [l’Ordinazione del clero si riserva al Vescovo per lucro temporale ed onore] 1178.

Validità dell’ordinazione conferita dal ministro a.scismatico o b.eretico — si riconosce a356 b478 a705; — si nega (richiedendo la “riordinazione”)

Nel caso dei a.Paulianisti e b.Anglicani (qui per difetto di forma ed intenzione) a128 b3315-3319; ambigue decisioni in caso di ordinazione simoniaca 691-694 701s 705 707 710; chi ignora la sua ordinazione è da rigettare 592.

Riprov. le asserzioni circa la amministrazione del sacram. dell’ordine 1651-1657.

J8c. c. — FINE, EFFETTO, IMPORTANZA DEL SACRAMENTO DELL’ ORDINE.

8ca. Fine è la conduzione dei fedeli ed il ministero del culto divino CdIC 948; è il governo e l’accrescimento spirituale della Chiesa 1311.

8cb. Effetto. Il Sacram. dell’Ordine conferisce la grazia per l’idoneità del ministro 1326 3857.

Si imprime il carattere, a.per cui è impedita la reiterazione 825 1767 1774 CdIC a732, § 1;

Una volta ricevuta validamente l’Ordinazione non si può più deporre CdIC 211, § 1; pertanto il a.sacerdote (più precisamente: il b.constituito negli ordini maggori) non può più tornare laico a1767 (1771) a1774 CdIC b211, § 1.

8cc. Dignità. Il sacerdote è per ufficio pubblico il deprecante e adoratore di Dio. 3757; è ministro di Cristo, in “personam Chr.” similmente a Cristo è capo dei membri. 3755 3850.

J8d. d. — SOGGETTO DEL SACERDOTE CRISTIANO.

Non tutti i fedeli sono dotati di pari potere spirituale 1767; soggetto valido del sacram. dell’Ordine è solo l’uomo battezzato CdIC 968, § 1.

Sacerdozio generale dei fedeli: concetto e sequele 3849-3853.

9. Sacramento del matrimonio.

9a. a. — ESSENZA DEL MATRIMONIO.

9aa. Concetto e varie specie di matrimonio. Il Matrimonio è una società individuale contratta da un uomo e una donna 3142.

Il Matrimonio valido tra non-battezzati si dice vero non-rato 769; o si dice legittimo CdIC 1015, § 3; il matrim. valido tra battezzati si dice vero e rato 769; oppure rato e consumato CdIC 1015, § 1.

9ab. Indole sacramentale. Il Matrim. tra fedeli è un Sacramento 761 794 9ab 860 916 1310 1327 1601 1800 1801 1864 2536 2598 2965 2973 2990s 3142 3145s 3700 3710 3713s CdIC 1012; si riprovano le asserzioni ctr. la sacramentalità del matrim. 3451 3715.

La Forma (ossia la causa efficiente) del matrimonio è solo il consenso a.tra i presenti 643 a755s 766 a776 a1327 a1497 3701 CdIC (1012) 1081.

Il Consenso matrimoniale è un atto di volontà al quale entrambe le parti si soggettano e accettano in perpetuo il potere esclusivo del corpo in ordine all’atto di per sé idoneo alla generazione della prole CdIC 1081; il consenso regolarmente è manifestato dalle parole, a.in caso di impossibilità bastano i cenni a766 1327 CdIC 1086, § I a1088, § 2.

Il contratto matrimoniale non è dissociabile dal Sacramento 2966 (2974) 3145s (CdIC 1012); su riprova: [il Sacram. matrim. consiste nella sola benedizione] 2966.

Le condizioni ctr. la sostanza del matrimonio lo rende nullo, come le condizioni turpi ed impossibili che lo hanno come oggetto, 827 CdIC 1092; i diriitti matrimoniali per l’uomo e la moglie sono uguali (778) 3144.

La professione solenne di castità invalida il matrimonio 1809 (CdIC 1119).

Il Matrimonio contratto senza il consenso dei genitori per sé non sono validi 1813:

I matrimoni clandestini di per sé sono veri e rati 1813; ma sono proibiti dalla legge eccl.; vd. J 9bb.

I Matrimoni misti per sé sono validi, anche se non si è osservata a forma Tridentina 2518s 3387; ma sono riprovati se non sussista una giusta causa 2518 3386; i matrimoni tra apostati sono validi, se non sussiste il patto di dissolubilità 2340; circa la validità dei matrimoni tra gli eretici 2515 2517; i matrimoni degli acattolici (per sé) sono validi 3388; la loro validità non dipende dalla forma stabilita dalla Chiesa 3474.

J9b. b. — ORIGINE DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

9ba. Origine remota. Il Sacramento del matrimonio è istituito da Cristo (1799) 1801 2965 2990 3142 3700 3713 CdIC 1012.

9bb. Il diritto della Chiesa nella questione matrimoniale dei fedeli si estende ad ogni causa 1812 2598 2967-2974 2990 3144-3146 CdIC 1016 1960; al potere civile compete il diritto circa l’effetto meramente civile CdIC 1016.

Da osservarsi è la legislazione della Chiesa circa la forma (in specie a.proibendo i matrim. clandestini, b.proibendo il matrim. civile, c.istituendo la pubblicazione dei prossimi sposalizi.

ac817 ac18131816 2515-2520 b2990-2993 a3385 b3386 3468-3473.

Si riprova l’asserzione circa gli sponsali 2658.

La Chiesa ha il diritto di stabilire gli impedimenti 817 860 1803s 1812 1814s 2659s 2968-2970 (2972 2974) CdIC 1038 1040; ha in essi il diritto di dispensare 1803; i matrimoni contratti nell’infedeltà non costituiscono impedimenti meramente ecclesiastici in caso della conversione dei coniugi 777.

Si richiede l’assistenza del parroco (a.eccetto il caso in cui non sia possibile averlo entro un mese) 1814-1816 a3471; modo di agire nel matrimonio misto 2590.

9c. c C. — FINE, EFFETTO, VALORE DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

9ca. Ragione e causa primaria del matrimonio è la mutua interiore conformazione dei coniugi 3707.

9cb. Fine. a.propagazione e conservazione del genere umano per b.procreazione ed educazione della prole, aumento corporale della Chiesa, d.mutuo aiuto, e.mutuo amore, f.rimedio della concupiscenza c1311 ac3143 abc3705 def3718 b3838 CdIC bdf1013, § 1; si distinguono fine primario (sci. a.generaz. ed educ. della prole) e fini secondari (b.al primo subordinati) 3718 ab3838 CdIC a1013, § 1.

9cc. Beni del matrimonio (prole, fede, Sacramento 1327 3703-3714.

9cd. L’effetto è il diritto alla grazia attuale —: nel sostenere il compito coniugale 3911 CdIC 1110; —: per confermare il nesso del mutuo amore naturale 1799 3142 3713; —: per confermare l’indissolubile unità del connubio. 1327 1799 3142 3713; —: per la santificazione dei coniugi 1799 3142 3713; il Sacramento in vero non è instituito, se non perchè l’uso del coniuge sia strumento maggiormente atto alla carità degli sposi nei confronti di Dio 3911.

9ce. Proprietà essenziali. Gli effetti del Sacramento sono l’unità e l’indissolubilità CdIC 1013, § 2: il matrimonio è un vincolo perpetuo ed esclusivo tra i coniugi (3142) CdIC 1110.

L’unità concede il nesso tra i due 778 (1797) 1798 1802 2536 CdIC 1013, § 2; non è lecito ad un uomo avere più mogli simultaneamente (b.se non a chi sia connesso per rivelazione) né c.ad una donna avere più uomini abc778s ac860 (a1497) a1802; l’unità comprende l’amore coniugale, la mutua interna conformazione, il soggettarsi della moglie all’uomo 3706-3709.

L’indissolubilità o l’inviolabile fermezza è propria al matrimonio cristiano (117) 794 1797 1799 2536 2705s 2967 3142 3710s 3724 3953 3962 CdIC 1013, § 2; nel caso in cui si è ritenuto un secondo matrimonio (es. coniuge disperso), dopo il ritorno del marito è da restaurarsi il precedente matrimonio 311-314.

L’indissolubilità non conviene ai singoli coniugi in ugual misura 3711; il matrimonio rato e consumato nessun potere umano può dissolvere 754s 3712 CdIC 1118; circa la cooperazione di ufficiali cattolici nel divorzio civile 3190-3193; anche il matrim. rato di per sé non può essere sciolto 769 3712; può essere disciolto tuttavia per la pronunzia di un voto di religione di professione solenne (a.in forza di dispensazionedel Sommo Pontefice) 754s 786 1806 CdIC a1119.

Anche al Matrimonio naturale (pertanto) e legittimo conviene l’indissolubilità

(a. Così come al legislatore secolare per cui non può sciogliere il vincolo), b.esiston comunque eccezioni di diritto divino 779 b3712 a3724; in forza del privilegio Paolino può essere sciolto il matrimonio degli infedeli 768s 779 1497 1983 1988.2580-2585 2817-2820 CdIC 1120-1123; conversione di uno dei coniugi tuttavia da sè stess9 non dissolve il vincolo del matrimonio contratto nell’infedeltà, ma produce solo il diritto a nuove nozze (Ovvero: a.scioglie, se realmente le nozze sono validamente iniziate) (777) 2582 2585 CdIC a1126; il privil. Paol. non può applicarsi —: quando si è contratto il matrimonio con l’infedele previa dispensa per disparità di culto ottenuta dalla Sede Apostolica 2584 2817 2819; —: nel caso della defezione della fede nel matrimonio tra i fedeli 769; per defezione del coniuge infedele (richiesta per diritto) a.sotto qualunque condizione dispensato a1988 a2583 2818 CdIC 1121-1123.

Non può essere sciolto il matrimonio per a.eresia, b.molesta coabitazione, c.adulterio di uno dei coniugi c756 ab1805 c1807 c2536; è invero lecito per diverse cause procedere alla separazione del talamo e della coabitazione 1327 18082536 CdIC 1129.

Sono leciti anche matrimoni plurimi successivi (secondo, terzo, etc.), più a.onorabile invero è la casta vedovanza 794 837 860 1015 a1353 CdIC a1142.

9cf. La Dignità del matrimonio è rivendicata ctr. l’accusa di peccaminosità 206 321 461-463 718 761 794 802 (916) 1012.

Il Matrim. chr. significa il mistico connubio di Cristo e la Chiesa 1327 3712.

La superiorità della verginità a.non rinnega l’indole sacramentale del matrimonio 802 1353 1810 a3911s.

J9d. d. — SOGGETTO DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

Soggetto sono l’uomo e la donna liberi da impedimenti CdIC 1035.

Si difende il diritto (in genere) dell’uomo al connubio, che non può essere eliminato dalla umana autorità 3702 3722 3771.

10. Sacramentali.

J10a. a. — SACRAMENTALI IN GENERE.

I Sacramentali sono cose o azioni che la Chiesa usa con una certa imitazione dei Sacramenti per ottenere effetti specialmente spirituali CdIC 1144; tra di essi si enumerano consacrazioni, benedizioni, esorcismi CdIC 1147-1153.

La loro efficacia è “ex opere” della Chiesa operante 3844 CdIC 1144.

È solo della Sede Ap. istituire, mutare, abolire i sacramentali CdIC 1145.

Ministro ne è il chierico istruito della debita potestà CdIC 1146.

Soggetto sono i fedeli, i catecumeni ed anche gli acattolici CdIC 1149 1152.

Si riprova la trascuratezza dei sacramentali sotto il pretesto della contemplazione 2191.

J10b. b. — INDULGENZE.

10ba. Essenza. Le indulgenze sono la remissione della pena temporale contratta con i peccati già rimessi in quanto alla colpa 1448 CdIC 911; sono concessi dal tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi 1025-1027 1398 1406 1448 1467 CdIC 911

10bb. Origine. La Chiesa, il a.S. Pontefice, b.i Vescovi episcopi (suoi sudditi) possono elargire le indulgenze a819 (868) a1025-1027 a1059 (1192) a1266 b1268 a1398 a1416 a1447-1449 1835 1867 2537 CdIC b349, §2,2 911 a912.

10bc. Efficacia. Le indulgenze si applicano per i fedeli vivi e defunti che sono le membra vive di Cristo 1266s 1448 CdIC 925; ai vivi si applicano per modo di assoluzione 1448 CdIC 911; ai defunti per modo di suffragio 1398 1405-1407 1448 CdIC 911; circa l’efficacia dell’indulgenza dell’altare privilegiato 2750; riprovata l’asserzione circa l’efficacia delle indulg. 1192 1416 1468s 1960.

10bd. Utilità. Le indulgenze si raccomandano come utili, salutari 1835 1867 2537 CdIC 911; non per questo con tanta facilità ed indiscrezione si ottengono in concessione in soddisfazione penitenziale 819 1835; asserzioni riprovate circa l’uso e l’utilità 1470-1472 2057 2216 2640-2643.

10be. Soggetto capace di indulgenza è il battezzato non scomunicato, in stato di grazia (a.contrito e confessato) almeno alla fine delle opere prescritte a1266s CdIC 925, § 1; per l’acquisto dell’indulgenza si richiede l’intenzione ed il compimento delle opere ingiunte. CdIC 925, § 2.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (52)

LO SCUDO DELLA FEDE (268)

LO SCUDO DELLA FEDE (268)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (10)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO XI.

CATTOLICESIMO

I. La religione non s’ha da immischiare nell’avviamento esterno della società. Il. La prudenza richiede il giusto-mezzo — la moderazione,— non bisogna essere esclusivi.

Abbiamo accennato sopra tante sorti di religione che ormai sembra che dovrebbe bastare: eppure, osservando quel che accade nel mondo, ve n’ha ancora una specie di cui non si può tacere. Ed è un cattolicismo inventato da poco tempo in qua, e di così buona natura, che tollera tutto quello che gli si vuole far tollerare. È modesto e chiude gli occhi, è pacifico e tiene la lingua, è umile e non comanda, è prudente e vive ritirato, non intorbida le coscienze, non agita gli spiriti, condiscende a tutto quello che altri vuole, e restringendosi alla sagrestia ed all’interiore della famiglia non pretende di mostrarsi nell’andamento esterno della società. Questo è il cattolicesimo che è di moda principalmente nelle case di personaggi chiari, come Deputati, Ministri, Magistrati, uomini di Stato, e poi si stende a quelli che ad essi reggono il lume e tengono il sacco. Mi chiederete come si sorregga questa nuova religione? Vi risponderò che con due principii magistrali che vogliono ognuno da sé una dimostrazione: La religione s’occupa del cielo, e non s’immischia degli affari umani;- la prudenza vuole il giusto mezzo in tutte le cose, e non bisogna essere troppo esclusivi nel proprio modo di vedere: con questi sostegni essa cammina snella e non teme d’inciampi.. Vogliamo però credere che anche il Signore, li riconoscerà?

Ora lo vedremo.

I. La religione non s’ha da immischiare nell’andamento esteriore della società. Questa proposizione potrebbe in qualche modo trarsi a buon senso, ma, presa così generalmente come ella suona, è falsissima. La religione non s’ha da immischiare nell’andamento esteriore della società, cioè non ha da ordinare per sé medesima le cose civili, è chiaro. La religione non fa le leggi, non ordina le milizie, non amministra le rendite, non nomina gl’impiegati, non mette in piedi né banche né le borse, non fa le paci né le guerre, la cosa parla da sé: ma la religione non s’ha da-intromettere in tutte queste cose colla sua virtù, colle sue norme, questo è falso, in guado superlativo: Che cosa è la religione? È il complesso; l’accolta di tutti i doveri che si corrono verso il Signore: è dunque chiaro che non abbraccia solo la preghiera, il sacrifizio i sacramenti e le pratiche di pietà, ma ancora e principalmente la giustizia, l’onestà, le virtù, colle quali si presta a Dio un culto perfetto: Come dunque la religione non s’ha da immischiare nell’andamento esterno della società? E può adunque la società andare avanti senza la giustizia, l’onestà, la fedeltà, le leggi eterne di Dio? Ma allora ci farete non una società d’uomini, sebbene un covile di fiere o una mandria di armenti. – Del resto, si comprenderà vie meglio l’assurdo di quella proposizione, percorrendo alcuni di quei punti, da quali si vuole’ più di proposito rimuovere la religione: La politica è la prima ad escluderla. Ad intendere alcuni quando si tratta di vantaggi del proprio paese, delle relazioni che passano tra nazione e nazione, allora la religione non ci ha che vedere. Ma, di grazia, e le società non sono più obbligate al pari degli individui a mantenere la giustizia e ad onorare con essa la divinità? Sarebbe bella che i furti, le rapine, gli omicidii, l’irreligione fossero delitti finché si commettono dai privati ed in materia tenue, e diventassero virtù quando si commettono dalle nazioni, ed in materia tanto più ampia. È chiaro adunque che la religione ha da entrare anche in diplomazia, ha da presiedere alle relazioni internazionali, e tanto. più ha da tenere ivi gli occhi aperti, quanto sarebbero più gravi le ingiustizie o quanto più difficile ne sarebbe il rimedio. Le varie fogge di governo che possono introdursi in un paese, sono di appartenenza della religione. Verissimo; presa la cosa in astratto, poiché può darsi caso in cui sia vera autorità e diritto, e forse anche vantaggio, convenienza e, se volete, perfino necessità, d’innovare e di riformare. Ma non sarebbero possibili anche cambiamenti che pregiudicassero ai diritti preesistenti? E se questo calo si desse, la religione non dovrebbe più chiamare le cose pel loro nome, e dir furto al furto, oppure, cesserebbe ella di essere la custode della giustizia? Inoltre, se questi cambiamenti, oltre alla forma politica, si stendessero anche ad immutare le leggi o la costituzione della Chiesa; se riuscissero di grave danno alla purezza della fede o del costume, nè anche allora avrebbe nulla che dire la religione? – Alla religione sogliono per lo più fare il viso dell’armi i legislatori alla moderna. E tuttavia dove starebbe essa meglio di casa che presso di loro? Tanto hanno da essere commensurate le leggi alle norme della giustizia, della onestà, della religione, che, dove le fossero evidentemente contrarie, non hanno neppure valor di legge. E ciò fu inteso sì fattamente persino dai pagani al lume di natura, che tutti hanno fatto intervenire come assistente ai legislatori la divinità. Perché dunque la religione vera non dovrà offrire a quelli le sue norme di giustizia, di verità, di carità, sia per loro sicurezza come per guarentigia del pubblico bene? Chi pensa potere senza religione dettar leggi, sente più del tiranno che delnprincipe, e fa grande sospetto dove non voglia la religione per consigliera, di volervi solo l’interesse proprio o la passione. Senzaché la legge può essere anche o per ignoranza o per malizia del legislatore offensiva della giustizia, oppure contraria alla medesima religione; ed allora a chi tocca far sentire le sue giuste querele se non a quella che fu data da Dio agli uomini per guida suprema? La magistratura eziandio crede talvolta bastarle la lettera della legge e non abbisognare di religione, ma e chi ne abbisogna nel fatto più di lei? E dove sono leggi siffatte al mondo che non lascino infiniti casi particolari alla prudenza, alla discrezione, alla coscienza dei magistrati? Se però questi non hanno bene stabilita in cuore la religione, come resisteranno alle seduzioni dell’oro, dell’amicizia, della passione, del timore, ed a tutte le corruttele della misera umanità? – La religione viene sbandita al dì nostri dalle università, poiché si stima la scienza non abbisognare di lei. E tuttavia qual è quella scienza che, non confortata dalla religione, possa incedere sicura? Se ne togliete un poco di empirismo nelle scienze naturali, tutte le altre dalla religione ricevono la vita. E ciò per non dir nulla che uffizio così geloso, che è il dare agli uomini una seconda vita qual è l’intellettuale, esige al tutto ne’ maestri come cauzione unanprofonda religiosità: se già non s’ha da cambiare in veleno di errori il farmaco salutare della scienza. • La milizia stessa, che a prima vista può parere meno affine alla religione, pur la domanda a gran voce; conciossiaché che cosa sono i gran corpi di eserciti senza quell’ anima interiore? Sono una forza brutale, smisurata, più pronta a mettere in piedi il disordine, a difenderlo, a patronarlo, che non a tutelare la società. – In una parola, la religione non ha essa da costituire le leggi, né i magistrati, né le milizie, né niuna altra cosa meramente civile, ma ha da èssere l’anima di tutto quello che viene costituito. Ha da prescrivere all’individuo la condotta privata entrandogli fin nell’intimo della coscienza, e reggendone anche tutto l’esteriore. Ha da penetrare nel segreto della famiglia e comporre le relazioni scambievoli dei coniugati fra di sé, dei genitori verso dei figliuoli, dei padroni verso dei servi e viceversa. La religione ha da mostrarsi in pubblico ne’ fondachi, nelle botteghe, nelle officine; ha da spaziare in sulle piazze, in sui mercati, alle borse; ha da accompagnarsi coi campagnoli, coi popolani, coi soldati; ha da salire sulle scranne dei Deputati, dei giudici, dei legislatori; ha da penetrare nei gabinetti dei Ministri, dei diplomatici, e s’ha da assidere sul soglio degl’Imperatori e dei Re. Tutte le azioni dell’uomo hanno da essere informate delle sue massime, regolate co’ suoi precetti, infrenate da’ suoi divieti, confortate dalle sue promesse. I doveri vanno osservati con religione, con religione mantenuti i diritti, e ciò con una costanza saldissima, perché bisogna che sia così sino all’ultimo respiro. Né solo negativamente, in quanto non sia mai lecito in verun tempo far cosa che disconvenga alla religione; ma ancora positivamente, in quanto niuna azione possa mai farsi che non sia commensurata alle norme prescritte dalla religione. – E tuttociò è evidente dalla padronanza suprema che Gesù Cristo, autore della religione, ha sopra tutti gli uomini e grandi e piccoli, e nobili e plebei, e dotti e ignoranti, e sudditi e monarchi; dall’imporre che ha fatto a tutti le stesse norme senza eccettuare persona di sorta; dalla necessità indispensabile di rendere sempre a Dio il culto della giustizia, della verità; dalla permanenza incrollabile de’ suoi divieti, pei quali ha proibito di contravvenire a questa sua volontà sì solenne. Sopra quale fondamento adunque si stabilisce che la religione non ha da entrare nelle cose pubbliche? – Inoltre perché la religione non entri nell’esterior governo della società. sarebbe necessario ammettere una di queste due cose, o che il privato si spogli della coscienza, quando amministra la cosa pubblica, oppur che si provveda di due coscienze ad un tratto. Che si spogli della propria coscienza: poiché se vi apporta la medesima, supposto che stimi doverosa la religione in privato, quella non potrà mai presentare altro che le stesse norme per quello che è pubblico. Chi giudica, a cagion di esempio, in privato non poter rubare uno scudo, o percuotere un innocente, non potrà mai stimarsi lecito rubare un milione, o mandar un innocente al patibolo: oppure che si provveda di due coscienze ad un tratto; l’una per giudicare ad un modo gli affari suoi privati, individuali, domestici; l’altra per trattare i negozi civili, pubblici, politici. Sarebbe questo veramente un trovato meraviglioso, eppure niente raro in questi tempi di coraggio civile. Abbiamo veduto uomini incomparabili, i quali scrivevano libri devoti ed orazioni affettuose, e poi ne scrivevano altri contro dei preti e dei Cardinali: abbiamo veduto Ministri di Stato e uomini di Governo che andavano devotamente alla santa Messa, e poi rientrati ne’ loro uffici s’occupavano più divotamente a tormentare Vescovi e religiosi: abbiamo veduto diplomatici di gran vaglia disputare tutta la sera alla santa Chiesa i più incontrastabili suoi diritti, e poi fare con grand’edificazione la mattina seguente la Comunione: abbiamo veduto uomini che giuravano di esser Cattolici quanto il Papa, ma che frattanto bravavano le più orrende scomuniche con usurpazioni sacrileghe: e vediamo ed udiamo tutto giorno molti di costoro, i quali, grazie a Dio, come parlano essi, sanno quel che debbono alla religione, ma perché sanno anche quel che debbono alla politica, mantengono che è uno scandalo vedere il Sommo Pontefice alla testa di uno Stato, che è un orrore vedere il successor di san Pietro sul trono. E mentre scrivo queste parole, mi giunge alle mani un libretto, dove l’autore, fatte mille proteste di esser cattolico, e prodigati i più grandi elogi alla Sede apostolica; dice poi che il Papa ed i Vescovi ed il clero tutto quanto non conoscono più né la giustizia, né il dovere, perché non caldeggiano la santa rivoluzione d’Italia. – Colla qual religione s’ha poi anche un altro vantaggio tanto più prezioso, quanto finora meno conosciuto: ed è il comporre insieme cose che fìnquì si stimavano al tutto contraddittorie e repugnanti; soddisfare cioè a Dio senza dare troppo ombra al diavolo, acquetar la coscienza e non iscontentar la passione, accettar l’opera dei preti e dei regolari, e perseguitar preti e regolari, incontrar lode vesso i Cattolici e non incorrer biasimo presso dei miscredenti. – In tempo di fusioni siccome è questo, il trovato è inestimabile. Peccato solo che in quella composizione vi sia qualche metallo che al tutto non voglia far lega con gli altri e che Gesù Cristo abbia detto che chi non è con Lui, è contro di Lui; che chi con Lui non raccoglie, disperde; che niuno può servire a due padroni! Ma questo sel vedranno essi: forse avranno trovato il modo come persuadere a sé che la religione non ha da entrar nella cosa pubblica, così di persuadere a Gesù Cristo che non s’ha da mescolar delle cose loro; chi sa? – Voi, frattanto, o lettore, cavate dal fin qui detto una conseguenza di sommo rilievo, ed è il torto che hanno quei che pretendono, il clero non doversi immischiare nelle cose politiche, e l’equivoco da cui procedono tutte le loro declamazioni. Imperocché se vogliono significare solo che il clero non s’ha da occupare di contratti, di merci, di borse, di banche, di brighe secolaresche, di fare e disfare il mondo, noi li ringrazieremo dell’avviso, e solo pregheremo cotesti zelanti a contentarsi di lasciar fare alla Chiesa, che probabilmente se ne intenderà più di loro. Al più, al più lascino la necessaria libertà ai Vescovi per fare osservare i canoni, non prendano la protezione di qualche prete riottoso, non tengano il sacco a qualche frate impazzato che si trafora dove non debbe. Ma se vogliono dire che al clero don appartiene l’occuparsi della cosa pubblica in altri modi, lo negheremo recisamente. Il clero può trattare tutte le quistioni sociali, siccome scienza, al pari di qualunque altro, e forse più e meglio per ragione delle scienze sacre a cui è addetto. Ne’ paesi retti a libere istituzioni, il clero vi ha quel diritto che v’ha ognuno, se già l’essere di sacerdote non toglie ormai l’essere di cittadino, come pare a taluni. Il clero debbe parlare come quello che è custode della moralità, e finora non s’è recato mai in dubbio che spettasse alla Chiesa il definire come e quando la moralità rimanga o non rimanga violata. Il clero debbe parlare perché le questioni politiche, il soggetto delle leggi, i pubblici provvedimenti nella società cristiana hanno infinite relazioni col costume, colla fede, coi sacramenti, colla Chiesa. – Non solo può, ma debbe il clero in molti casi parlare e parlar alto per soddisfare all’obbligo impostogli da Gesù Cristo di mantenere i diritti di lui, di sicurare il popolo fedele contro la seduzione dell’errore. Debbono parlare i sacerdoti, e debbono parlar anche più alto i Vescovi come quelli che succedono agli Apostoli, i quali dicevano agli anziani della sinagoga: non possiamo tacere. So bene che dove non basteranno le declamazioni a farli ammutolire, saranno talora impiegate contro di essi le minacce, le violenze, gli esilii, le carceri e le mannaie; ma so ancora che il sacerdozio non per questo tacerà. Finchè rimarrà una voce (e questa non verrà mai meno), quella voce parlerà é per onore di Gesù Cristo e per salvaguardia del popolo cristiano, e parlando condannerà le leggi ingiuste, i procedimenti arbitrari, le violazioni, i soprusi, le angherie, le usurpazioni sulla Chiesa, la politica di Macchiavello, e tutte non solo le private ma pure le pubbliche iniquità. Se il mondo non ha intelletto per comprendere quanto divina istituzione sia quella che, attraverso i secoli e le passioni, mantiene sempre intatte e proclama le leggi eterne della giustizia, e sfolgora tutti gli errori, tal sia di lui; non per questo Gesù o la cambierà o la lascerà venir meno: e chi non se ne gioverà per iscampo e salvezza, la incontrerà per confusione e condanna.

II. L’altro sostegno del nuovo Cattolicesimo, di cui parliamo, è riposto in un gran numero di principii che si formulano in vari modi: Ci vuol prudenza il giust0 mezzo non esagerare…. accomodarsi non essere esclusivi: tutti segreti opportuni coi quali la religione di alcuni passa in mezzo a tutti gli scogli senza urtare giammai. Ora, o lettore, io non ho veruna difficoltà a concedervi che la prudenza sia sommamente necessaria al mondo, poiché senza di essa gli stessi provvedimenti e i fini più santi non approdano: però neppur voi negherete a Gesù Cristo che lo insegna, che ci possa essere anche una prudenza carnale, animalesca, diabolica. – Inoltre, spero che neppure farete alla Chiesa il torto di credere che proceda all’avventata, che operi per puntiglio, che sollevi pretensioni vane, che faccia e disfaccia a capriccio, che perfidii per ostinazione nelle sue determinazioni. Cento di quelle istituzioni che ora riprendono i libertini in lei, non sono altro che l’effetto della divina prudenza per cui ella s’accomodò, se così volete parlare, alle tendenze dei popoli e delle nazioni nelle varie età e circostanze. Eccovene un saggio. Dopo le invasioni che i barbari del Nord fecero dell’Impero romano, il voto di tutti i popoli già cristianeggiati era che la Chiesa prendesse in mano il governo anche temporale di loro, perché sola potente a ricoprirli colla sua egida da quei fieri padroni che li dominavano: e la Chiesa consentì che essi se ne incaricassero, e fondassero così gl’imperi moderni e la civiltà. Si risvegliò più tardi tra queste nazioni lo spirito cavalleresco e la vaghezza d’imprese ardite, e la Chiesa, cedendo a questo spirito in parte, lo santificò col volgerlo ad opere sante: onde ne nacquero li ordini militari, le crociate, la difesa e l’onore del sesso più debole. Il secolo mirava a correre avventure strane in viaggi folli e romanzeschi, e la Chiesa, cedendo in parte, santificò quei desideri ponendo loro per oggetto il visitare il santo Sepolcro, Nostra Donna di Loreto, S. Giacomo di Galizia, ed altri pellegrinaggi dívoti. Più tardi si risvegliò in mezzo al secolo la brama della vita religiosa pei luminosi esempi che ne porgevano i patriarchi Francesco e Domenico, e la Chiesa, cedendo in parte a queste brame, istituì i terzi Ordini pei laici, ed innumerevoli altre associazioni e fraternità. Ai dì nostri l’amor della umanità e delle associazioni domina soprattutto: e la Chiesa non ha difficoltà di fondare asili, orfanotrofi, ricoveri, scuole pel popolo, purché s’introduca in essi il principio cristiano; e dà vigore alle associazioni di S. Vincenzo de’ Paoli, di S. Bonifacio, di Pio IX, di S. Francesco Regis e ad innumerevoli congregazioni di uomini e di donne di tutte le classi della società. E ciò per non dir nulla delle sue condiscendenze con ogni condizione di persone; ne’ digiuni e nelle astinenze che prescrive e modifica secondo i luoghi e le circostanze; nelle predicazioni che istituisce di conferenze, di catechismi di perseveranza e di ritiri: nelle istituzioni che fa pei vecchi, pei giovani, per le pericolanti, per le ripentite: nelle quali tutte è manifesto anche ai ciechi quanto essa si attemperi ed adatti ai bisogni della società. Non vogliamo dunque escluder la vera prudenza, né distrugger la vera discrezione e la giusta condiscendenza. – Che cosa è pertanto quello che qui si condanna come sostegno fragile di un più fragile Cattolicesimo? È il nascondere che si fa sotto quel velo una vera infedeltà, una vera apostasia. Imperocché non è mai che un Cattolico di questa foggia appelli alla prudenza, al giusto mezzo, alla discrezione, che non sia col fine d’immolare qualche verità di fede, o qualche principio morale alla miscredenza, al filosofismo ed all’empietà. Se non lo credete a me, credete a voi stessi, osservando in quali quistioni ed argomenti siano essi più ordinariamente messi in campo. Fate che si metta discorso intorno alla fede, che è sì frequente a’ dì nostri, e che un Cristiano più fervoroso accenni alle felicità di esser Cattolico, all’infelicità del protestante; udrete subito i moderati dargli sulla voce come ad intollerante, e gridare: oh perché ne staremo noi meglio di loro; chi sa poi alla fine dei conti quello che ne sarà; e colla sua rara discrezione pospone il Cattolicesimo al protestantismo, vi reca in dubbio la fede cattolica, vi scema l’orrore che è giusto che si abbia dell’eresia. Si parli di pratiche religiose, e fate che alcuno esalti il fervore e la fedeltà nel soddisfarvi, che lodi qualche atto più segnalato di virtù, I’annegazione di se stesso, la penitenza, l’austerità : se uno di cotesti moderati lo sente, non fallirà a dir tosto, che ei non intende tutte queste asceticherie ed esagerazioni, che non vede male a godere onestamente i beni del mondo: e così con gran moderazione riprende la dottrina evangelica, biasima quel che hanno fatto tutti i Santi, e disconosce la giusta severità ed il santo rigor cristiano. – Intorno alla Chiesa poi sono infiniti i mezzi termini, i giusti temperamenti che si prendono per isfuggire le esorbitanze, per non essere esclusivi. La Chiesa ha vera autorità di far leggi, perchè gliel’ha conferita il divin Salvatore, ma si provi a tentarlo dinanzi al tribunale dei moderati, e vedrà come ne sarà concia. Le faccia pure, diranno certi Ministri di Stato di questa risma, le faccia pure, ma le comunichi prima a noi; dia pure la sua giurisdizione ai Vescovi, ai sacerdoti, ma quando il consentiremo noi: così lo richiede l’accordo necessario tra le due podestà. E frattanto con questo giusto mezzo si toglie alla Chiesa ogni libertà, e si grava di ceppi più che non fece nè Decio nè Diocleziano. Il Papa sfolgora colle sue costituzioni la libertà di pensiero, di stampa, di culti che si predica oggidì; ma e che gran male c’è, ripiglian costoro, a manifestare un pensiero, a levarsi una curiosità? La Chiesa condanna le società segrete di qualunque fatta, ma e chi lo persuade a costoro, che vi dicono, compassionando la Chiesa che non se n’intende, che le società segrete non sono poi per altro che per esercitare la beneficenza e la carità? Né si avveggono pure che in tutto ciò disconoscono affatto l’autorità della Chiesa, il suo Magistero, la sua infallibilità. – La Chiesa ha avuto dalla Provvidenza divina un trono per la sua indipendenza: qual è quel moderato a cui non sappia ostico quella sovranità, che non conosca a fondo che finalmente non le è poi necessaria, che non ripeta che S. Pietro non regnava sul trono; che cioè dal suo canto almeno colle parole non consenta alla spogliazione più sacrilega che si possa fare dall’empietà congiurata coll’assassinio. – Io non finirei mai se volessi enumerare tutti i punti intorno a cui la discrezione, la prudenza ha inventato mezzi termini per patteggiar coll’errore. Non si parlamenta solo, ma si capitola: si ammette la fede, ma quando la ragione il consente; si ricevono i misteri , ma purché non offendano troppo; i miracoli ma che non siano esorbitanti; l’autorità della Chiesa, ma purché usi modo e maniera; la vita cristiana, ma ben inteso che non sofistichi troppo sopra i divertimenti; l’inferno, purché si rimuova l’idea del fuoco; il paradiso e l’eternità, purché non sia mestieri rinunziare ai godimenti della terra nel tempo. Cosa incredibile ma pur vera, ho inteso colle mie orecchie taluno di costoro rifare sulle labbra del Sommo Pontefice il discorso, e trovare che nelle sue allocuzioni medesime, salve le cose, e doveva e poteva recarvi più moderazione di formole, e credere in sul serio che poteva insegnare al Papa il modo con cui parlare! – Gran Dio! Che cosa è mai tutto ciò? È un rinnegare e snaturare tutta la religione, e commettere un vero atto di apostasia. Dico snaturare la religione, perché, tranne quei punti, ne’ quali ho mostrato ragionevole la condiscendenza della Chiesa, quanto ai dogmi ed alle verità speculative, quanto ai principii ed ai precetti pratici, essa tanto non può cedere quanto non può consentire all’errore. Non sono vere per metà le cose rivelate che ci propone a credere, non sono obbligatori per metà i precetti che essa ci propone ad osservare: i suoi principii non variano colle vicende umane, il suo spirito non è vago, non è incerto, non è fluttuante, non dipende dalla nostra mutabilità. Il perché tutte quelle modificazioni, restrizioni, accomodamenti che altri v’apporta, sono un pervertimento fatto alla verità. – Che se volete comprendere anche meglio il veleno della moderazione rifatevi un istante alla sorgente da cui proviene. La falsa moderazione ha per sorgente in primo luogo la viltà dell’animo. Essa si ingenera in quegli spiriti imbastarditi, molli, infranti, i quali non hanno più veruna forza, veruna energia, e sacrificano alle esigenze della moda e dei libertini quello che v’ha di più santo tra gli uomini: essa scopre quel che cova nel fondo dei loro cuori, uno scetticismo abietto, per cui né sanno più quel che sia vero né quel che falso; quel che debbano credere, quel che discredere, e per conseguente né quel che operare, né quel che omettere per esser Cristiani. Il primo o l’ultimo che loro parla, è sempre quello che presso di loro ha ragione, e quegli stessi che talora vantano, forse per antifrasi, le profonde convinzioni, non sono altro che il ludibrio e lo scherno delle opinioni altrui. Un’altra cagione di questa falsa moderazione è il tornaconto. Non tutti tengono in ispeculazione il sistema utilitario come veritiero: ma pur molti l’abbracciano praticamente siccome comodo. Bisogna farsi degli amici per giungere ai posti, alle cariche, al denaro. Questi non si possono scegliere perchè bisogna ingraziarsi con quelli, la cui protezione può tornar giovevole: dunque se ne adottano i concetti, i pensieri, le maniere di parlare, e se la coscienza protesta in contrario, si attutisce coi mezzi termini che l’ingegno in servigio della passione va ricercando. E così si spiegano quelle trasformazioni d’uomini che vediamo sì frequenti a nostri giorni: di quelli che in pochi anni hanno servito tutte le cause, che hanno sacrificato a tutti gl’idoli, che hanno congiunto Cristo con Belial, e l’incredulità colla religione. La moderazione odierna è la figlia schifosa di una madre più vile ancora, la servilità, l’abiezione dello spirito. – Finalmente cotesto spirito di falsa moderazione è sommamente a detestare, perché è la via ordinaria per cui si introduce nel mondo ogni più grave abominazione e falsità. Chi è che stabilisce nel mondo più efficacemente i principii sovversivi della società, e promuove con miglior esito lo spirito di rivolta? Non certo que’ demagoghi più furenti, i quali dicono tutto quel che vogliono, e vogliono tutto quello che dicono: essi destano orrore. I veri ed efficaci patrocinatori della rivolta sono quegli ipocriti e moderati, i quali apportano temperamento in ogni cosa, si ricoprono sempre col manto della legalità, e tutto pretendono pel maggior bene del mondo. Quelli riescono ad ogni loro intento, poiché si fanno strada, anche presso dei buoni che non veggono troppo oltre. A cagione di esempio, quando nel parlamento subalpino si ventilò la soppressione iniquissima dei regolari, quella proposta mise orrore e non passava: due moderati la spogliarono di certe durezze e violenze, onde era rivestita, e passò, ed il delitto fu consumato. Similmente nel nostro caso; come è che si guasta nei popoli la purezza della fede cattolica ? Se si declamasse apertamente contro di essa alla foggia dei luterani o dei calvinisti non farebbe prova: ma coperte ipocritamente le obiezioni sotto il manto della moderazione, della prudenza, del maggior bene della stessa Chiesa, trovano molti inetti i quali si lasciano prendere al laccio, ed a mano a mano vengono condotti fin dove son giunti i più gran nemici della cattolica verità. Il male non entra e non si fa largo nel mondo sotto aspetto di male: vegga dunque ognuno di non lasciarselo entrar nel cuore sotto la maschera di bene, di virtù.

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (VIII)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (VIII)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO

SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur: Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO:

FEDE (5).

6. LA DIVINA PROVVIDENZA.

La Divina Provvidenza è la conservazione ed il governo dell’universo.

Nessuna verità è più spesso ripetuta nelle Sacre Scritture. Scritture.

1. DIO PRESERVA IL MONDO, CIOÈ PERMETTE AGLI ESSERI L’ESISTENZA FINCHÉ EGLI VOGLIA.

Una palla tenuta da un filo cade non appena il filo viene lasciato andare, e il mondo intero cadrebbe nel nulla se Dio non lo preservasse con il suo potere. Per garantire la loro conservazione, Dio dà alle creature ciò che è necessario per la loro esistenza. La moltiplicazione dei pani è un miracolo che si ripete ogni anno nei campi (S. Aug.); un chicco ne produce altri cento e una piccola patata ne produce una dozzina più grandi. I miracoli sono eventi quotidiani, ma nella loro frequenza non fanno più impressione su di noi”. (S. Aug.) – Tuttavia gli esseri non sussistono più a lungo di quanto Dio voglia; ci lascia morire quando gli piace. (Ps. CIII, 29). La luna cessa di brillare quando il sole cessa di splendere su di essa, e l’uomo cessa di vivere, non appena Dio cessa di sostenere la sua vita (Alb. Stolz). Gesù Cristo ha detto: “Il cielo e la terra passeranno” (S. Luc. XXI, 23), non saranno annientati. Ciò sarebbe contrario alle perfezioni di Dio, che cambierà l’universo in un mondo migliore. Aspettiamo un cielo nuovo e una terra nuova” (II S. Pietro III, 13).

2. DIO GOVERNA IL MONDO, CIOÈ DIRIGE TUTTE LE COSE IN MODO CHE SERVANO ALLA SUA GLORIA ED A NOSTRO VANTAGGIO.

Il mondo è governato da Dio, come un treno ferroviario dal macchinista, come una nave è governata dal pilota. Dio dirige gli astri secondo leggi fisse (Is. XL, 26), in modo che il firmamento parli della sua gloria (Sal. XVIII, 2). Egli dirige i popoli (Dan. IV, 32) e dirige il popolo giudaico in particolare. L’intervento di Dio è visibile nelle vite di Giuseppe, Mosè, Gesù Cristo e altri, e non meno nei destini della Chiesa cattolica. Tuttavia, non sempre riusciamo a comprendere gli scopi di Dio. “Questi disegni sono enigmatici come la marcia regolare delle lancette di un orologio per l’osservatore che non ne ha idea.. (Drexelius), – Quando si vede il disordine dei fili di un tappeto, ci si chiede come il disegno così regolare del viso possa rispondervi.. Così certi eventi ci sembrano dannosi a prima vista; ma Dio sa come dirigerli in modo che servano alla sua gloria e alla nostra felicità. Spesso dopo aver visto la piega che hanno preso certi eventi, ci troviamo nella posizione di esclamare con Davide: Dio ha fatto questo, ed è una meraviglia davanti ai nostri occhi. (Sal. CXVII, 23).

Non c’è un solo uomo di cui Dio non si prenda cura qui sulla terra.

Una madre si dimenticherebbe del suo bambino, ma Dio non si dimenticherà mai di noi. (Is. XLIX, 15). Egli si prende cura degli animali e degli esseri inanimati. Dio, dice Gesù Cristo, si prende cura degli uccelli del cielo, degli animali e dell’erba dei campi (S. Matth. VI, 25-30). Tutti gli esseri, volenti o nolenti, sono soggetti alla provvidenza di Dio (S. Aug.).

Dio si prende cura in modo particolare di ciò che è umile e disprezzato dal mondo.

Dio ha fatto sia gli umili che i potenti e si prende cura di entrambi in egual misura. (Sap. VI, 8). Dio è grande negli esseri più piccoli; basta guardare al microscopio una goccia d’acqua, la struttura di una piccola pianta o di un piccolo insetto. Dio è più glorioso in ciò che è umile. (I Cor ï; 27); d’ordinario uomini comuni come Giuseppe, Mosè, Davide, Daniele, ecc. vengono da Lui innalzati dall’oscurità per essere innalzati alle più alte dignità; gli Angeli annunciano la nascita del Salvatore ai pastori a preferenza dei superbi farisei; un’umile vergine viene scelta come sua madre e semplici pescatori come suoi Apostoli. È ai poveri che fa annunciare il Vangelo (S. Matth. XI, 5), agli umili dà la sua grazia (S. Giac. IV, 6), ecc. Così Davide gridava: “Chi è come il Signore, nostro Dio, che abita nei luoghi più alti e guarda gli umili. Egli solleva il bisognoso dalla polvere e innalza il povero dal letamaio per metterlo con i principi del suo popolo”. (Sal. CXII, 5-8). – È quindi una follia credere che a Dio non interessi ciò che accade quaggiù.

Nulla accade nella nostra vita senza l’ordine o il permesso di Dio.

Non è per il vostro tradimento”, disse Giuseppe ai suoi fratelli, “che sono venuto qui, ma per volontà di Dio (Gen. XLV, 8). Cristo ci dice che i capelli del nostro capo sono numerati, cioè che la Provvidenza si estende agli eventi più minuti della nostra vita. (S. Math. X, 80). Di conseguenza, nulla avviene per puro caso. Senza dubbio, non conosciamo la causa di molti eventi, ma Dio, che li dirige, la conosce. È una bestemmia alla divinità”, dice S. Efrem, “parlare seriamente del caso”. Nulla è fortuito, tutto viene dalla mano di Dio. – È importante capire quando diciamo che tutto accade per volontà di Dio. Dio non vuole che siamo uccisi, saccheggiati, insultati, ecc.; certi mali, cioè non li impedisce, anche se può farlo. Questo permesso non è un’approvazione, ma deriva dal fatto che Dio lascia l’uomo libero e ha il potere di volgere al bene il male che non ha impedito.

Dio volge al bene il male che Egli permette.

Dio ci ama infinitamente (S. Giovanni IV, 16) ed ha una sola intenzione, quella di farci del bene; le disgrazie, le tentazioni, persino il peccato, diventano strumenti della nostra felicità. (Genesi L, 80). Giuseppe, ad esempio, è stato venduto, gettato in prigione e tutto ciò ha contribuito alla sua elevazione al trono, alla salvezza degli Egiziani minacciati dalla carestia, e alla felicità dei suoi fratelli. La cattività degli Ebrei ha dato la conoscenza del vero Dio e la promessa del Redentore. (Tob. XIII, 4). Le persecuzioni dei primi secoli servirono solo a diffondere il Cristianesimo, perché l’ammirazione dei pagani per la costanza dei martiri li spinse a studiare la loro religione. Le guardie poste davanti alla tomba di Cristo sottolineavano la grandezza del miracolo della sua risurrezione , e “l’incredulità di Tommaso ci è più utile della fede degli altri Apostoli” (S. Aug.). Il peccato di Pietro lo ha reso umile e capace di perdonare i suoi fratelli, mentre quello di Giuda ha portato alla redenzione del mondo. Il demonio stesso è costretto a servire la nostra salvezza attraverso la glorificazione di Cristo. “Quanto sono incomprensibili ed imperscrutabili le sue vie! (Rm XI, 33). – Ciò che Dio Dio ci manda è buono, anche se sembra il contrario. – Ciò che ci manda è buono anche se ha apparenze contrarie.

3. IL VERO CRISTIANO, QUINDI, SI RASSEGNA NELLE DISGRAZIE ALLA VOLONTÀ DI DIO.

Gesù Cristo ci ha insegnato a dire a Dio nella preghiera: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. – Pietro ci esorta a “gettare tutte le nostre angosce nel seno di Dio, perché Egli ha cura di noi” (I. S. Pietro V, 7). Chiunque con la coscienza a posto può dire con Davide: “E se un esercito si alzasse contro di me, il mio cuore non teme”. (Sal. XXVI, 3). Prima di tutto, non dobbiamo agitarci per cose insignificanti, come ad esempio una temperatura che non ci piace. Soprattutto, dobbiamo rassegnarci alla volontà di Dio in eventi che non possiamo cambiare: malattie, rovesci di fortuna, la morte dei nostri genitori, le persecuzioni, le carestie, le guerre, ecc. dobbiamo rassegnarci alla morte. Ahimè, troppo spesso siamo come quelli che seguono Gesù nella moltiplicazione dei pani e, come i suoi discepoli, lo abbandoniamo nell’Orto degli Ulivi quando si tratta di bere con Lui il calice dell’agonia. (Thomas de Kempis). – Per conservare l’affetto dei nostri amici, ci sottomettiamo a tutti i loro capricci. Non ci preoccupiamo dell’amicizia di Dio.

Chi nella disgrazia si rassegna con gioia alla volontà di Dio, ottiene la vera pace, raggiunge una grande perfezione e riceve le benedizioni di Dio.

L’anima rassegnata è come una bussola che, una volta orientata verso il polo, mantiene la sua direzione, nonostante l’agitazione esterna (Rodriguez). È possedere il cielo sulla terra, sottomettersi alla saggezza di Dio (S. Aug.). Dio rimane calmo, nonostante la tribolazione; la tribolazione scompare come una scintilla che cade nell’immensità dell’oceano. (S. G. Cris.). L’uomo rassegnato non sente il dolore, perché lo ama come proveniente da Dio e dalla sua santa volontà (Marie Lataste); non porta la sua croce in senso stretto, la porta con sé in un’auto. Chi non si rassegna è costretto a trascinarla con difficoltà. (San Doroteo). – Colui che rinuncia maggiormente alla propria felicità per sottomettersi più perfettamente a quella di Dio arriva molto presto a una perfezione altissima (Santa Teresa ); non si può fare nulla di più gradito a Dio; Dio preferisce questa virtù al digiuno, al cilicio, ad ogni tipo di sacrificio. (Marie Lataste). L’anima rassegnata raggiungerà sicuramente la felicità eterna; è come chi si trova su una nave e ne segue tutti i movimenti, ed entra con essa nel porto della salvezza (S. Francesco di Sales). L’anima rassegnata ottiene già quaggiù la felicità e le benedizioni celesti. – Si dice che i campi di un aratore fossero sempre più fertili di quelli dei suoi vicini. Uno di loro gli chiese perché? Lui rispose: “Perché ho sempre il tempo che mi conviene”. L’altro rimase sbalordito. “Questo significa – continuò, che sono sempre contento del tempo che il buon Dio fa. Gli piace ed è per questo che Egli benedice il mio lavoro”. Basta ricordare le benedizioni di cui Dio ha ricolmato Giobbe.

L’esempio più bello di rassegnazione ci è stato dato da Cristo nell’Orto degli Ulivi.

“Padre – disse Gesù Cristo nell’orto – non la mia volontà, ma la tua sia fatta”. (S. Luc XXlI, 42). Cristo è stato obbediente a suo Padre, fino alla morte ed alla morte di croce. (Filipp. II, 8). La rassegnazione del patriarca Giobbe ne è stata la figura. – Miriadi di Angeli trovano la loro felicità nel compimento della volontà di Dio. “I più crudeli tormenti – diceva Santa Maddalena dei Pazzi – e le più pesanti tribolazioni, le sopporterei con gioia non appena sapessi che provengono dalla volontà divina”; questo è il linguaggio di tutti i Santi.

Sulla riconciliazione della Divina Provvidenza con le disgrazie dei giusti e la felicità dei malvagi.

Questo mistero non deve farci dubitare della Provvidenza, perché questa disgrazia e felicità sono solo apparenti. “La felicità di coloro che sono vestiti di porpora – diceva il filosofo Seneca – spesso non è più reale della felicità degli attori sul palcoscenico che portano lo scettro o il diadema imperiale. Il piacere del peccato è tale che si finisce per non goderne più (S. Bem.).

1. Nessun peccatore è veramente felice e nessun giusto è veramente infelice.

Non c’è felicità senza felicità interiore, che esiste solo nel giusto e non nell’empio.

Il mondo, cioè le ricchezze, i piaceri della tavola e della carne, gli onori, ecc. non ci danno la vera pace (S. Giovanni XI, 27); questa la si ottiene solo praticando i comandamenti di Cristo (S. Matth. XI, 29). La pace interiore e la felicità di quaggiù sono un frutto dello Spirito Santo che si produce solo con la virtù (L. de Gr.); e chi possiede la pace dell’anima è veramente ricco, perché possiede il tesoro più grande (S. Ambr.). – Gli empi non hanno pace; sono come il mare che non si riposa mai (Is. LVII, 20), Il giusto, anche se vestito di stracci e soffrendonla fame, gode di continue delizie, è mille volte più felice del peccatore sul trono, vestito di porpora e inebriato dai piaceri. L’allegria e la gioia non vengono né dal potere, né dalle ricchezze, né dalla forza corporea, né da una tavola imbandita, né da abiti preziosi, né da nulla di simile, ma ma dalla virtù e dalla buona coscienza. (S. Giov. Chr.).

2. Inoltre, la felicità dei senza Dio è solo temporanea.

Quanto è stata breve, ad esempio, la carriera di un Napoleone che ha sacrificato la vita di tanti uomini alla sua ambizione! L’uomo senza Dio assomiglia al cedro del Libano; un momento prima alza la sua testa orgogliosa, poi viene abbattuto e scompare (Sal. XXXVI, 36). L’edificio della sua felicità poggia sulla sabbia; viene la pioggia e tutto viene spazzato via (S. Matth. V, 27).

La felicità dell’empio è come il fungo che cresce in una notte e scompare immediatamente.

3. LA VERA PUNIZIONE ARRIVERÀ SOLO DOPO LA MORTE.

Molti dei primi, dice Nostro Signore, saranno gli ultimi e molti degli ultimi saranno i primi. (Matteo XIX, 30). La parabola dell’uomo ricco e di Lazzaro ci mostra che nell’altra vita, più di un grande e ricco invidieranno la sorte di colui che è venuto a mendicare alla loro porta. “Dio prepara per i suoi una vita futura migliore e più deliziosa di quella attuale. Se non fosse così Egli non potrebbe permettere la prosperità di tanti empi e le miserie di tanti Santi. La giustizia esigerebbe da Lui che il peccato e la virtù abbiano la loro sanzione quaggiù. (S. Giov. Chr.) In questa vita il piacere è la parte dei malvagi, la tristezza quella dei buoni; nella vita futura i ruoli saranno cambiati. (Tert.)

4. Il peccatore riceve quaggiù la ricompensa per il poco bene che ha fatto; il giusto è molto spesso punito qui sulla terra per le colpe che ha commesso.

“Guai a voi, uomini ricchi – dice Gesù Cristo – perché avete già la vostra consolazione”(S. Luc. VI, 24).

Sulla riconciliazione della Provvidenza con il peccato.

Né il peccato né le sue conseguenze devono scuotere la fede e la Provvidenza in noi.

1. Il peccato e le sue conseguenze non vengono da Dio (Conc. di Tr. VI, 6) ma dall’abuso della nostra libertà.

Dio ha creato l’uomo libero; per questo non pone ostacoli, nemmeno alle sue azioni malvagie. Ha gravi ragioni per farlo. Se non potesse accadere nulla di male, non ci sarebbe alcuna opportunità per l’uomo di fare il bene; se l’uomo non avesse la possibilità di scegliere tra il bene e il male, ma fosse forzato a fare il bene come una macchina, non avrebbe diritto ad una ricompensa. (Non dimenticate la parabola della zizzania e del grano (Matth. XIII, 24). Dio non permetterebbe mai il male che deriva dall’abuso della libertà, se non fosse potente abbastanza da trarne il bene (S. Aug.).

2. Dio, nella sua sapienza, volge anche il peccato al bene.

Giuseppe disse giustamente ai suoi fratelli: “Avevate disegni malvagi contro di me, ma Dio li ha trasformati in bene.” (1 Mosè, L, 20). Dio ha realizzato la redenzione del mondo attraverso il tradimento di Giuda; ha preferito far nascere il bene dal male (S. Aug.) L’ape raccoglie il miele dalle piante velenose, e il vasaio fa vasi meravigliosi da un fango sordido; questo è il modo in cui Dio agisce.

3. Inoltre, non si addice a noi, povere creature, scrutare i disegni segreti di Dio; dobbiamo solo adorarli e sottometterci umilmente ad essi.

Queste riflessioni sul peccato si applicano anche alle conseguenze del peccato, cioè alle sofferenze terrene.

VII. IL CRISTIANO PROVATO DALLA SOFFERENZA.

L’uomo può soffrire nel corpo e nell’anima o in entrambi.

Gli Apostoli picchiati con le verghe soffrivano nel corpo, i fratelli di Giuseppe, trattati così duramente da lui, soffrivano nell’anima. (I Mosè XLII, 21) soffrivano nella loro anima; le sofferenze di Giobbe nelle sue prove erano sia spirituali che corporali. – Il dolore può essere meritato o immeritato; il figliol prodigo soffriva per sua colpa, Giuseppe e Giobbe erano innocenti. – Ma il dolore immeritato è anche una conseguenza del peccato originale.

1. NESSUNO PUÒ ESSERE SALVVATO SRNZA SOFFRIRE PERCHÉ NESSUNO SARÀ INCORONATO SE PRIMA NON COMBATTE (II Tim. II, 5).

È impossibile conquistare un regno – e quindi anche il regno dei cieli – senza lotta e vittoria. Cristo, come disse ai ai due discepoli sulla via di Emmaus, non volle entrare nella sua gloria se non attraverso la sofferenza (S. Luc. XXIV, 26). Prima aveva detto: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. (S. Matth. X, 38) Il ritorno al paradiso è possibile solo attraverso il paradiso del dolore e non attraverso il paradiso del piacere. (Mar. L at). La via del paradiso è dolorosa. Le pietre della Gerusalemme celeste sono sono tagliate qui sotto (S. P. de Sales). Il lino, dice S. Uupert, dà una bella stoffa bianca solo dopo essere stato pestato, ritrattato, steso e innaffiato; l’anima assomiglierà a questo tessuto splendente solo dopo aver subito le stesse prove. Le anime, come i covoni, restituiscono la loro ricchezza solo passando sotto il flagello. È con lo scalpello che Dio scolpisce gli angeli umani. Voler andare in cielo senza soffrire è come raggiungere un bene senza volerlo pagare (Tertulliano), è dimostrare di non essere sinceri (Gerson). – Perfezione (santità) e sofferenza sono indissolubilmente legati: non c’è opera buona senza ostacolo, non c’è virtù senza lotta.

Dio quindi non lascia nessun giusto senza un po’ di dolore.

Il medico agisce come Dio: se dispera della guarigione di un paziente, gli concede ogni tipo di cibo; se, al contrario, riesce a guarirlo, lo mette a dieta e prescrive pozioni che in genere non sono molto piacevoli. “Il latte è il cibo dei bambini, la tribolazione quella degli eletti”. (S. Vinc. Fer.). Quale santo è mai stato incoronato senza tribolazioni! Cercate e troverete che tutti hanno sofferto la croce e il dolore (Ger.).

Ai suoi santi Dio ha destinato una spada per il cuore quaggiù e una corona per la fronte lassù (Alb. Stolz). – Dio, tuttavia, non lascia il dolore dei giusti senza consolazione. Dio è come una madre che mescola la dolcezza del miele con l’amarezza della medicina, o che mostra immagini al figlio malato, in modo che senta meno il dolore. Dio tesse i giorni dei giusti con un’ammirevole varietà di gioie e di prove (S. G. Crys.). Guardate la Beata Vergine: quale dolore quando Giuseppe voleva ripudiarla! Quale gioia quando Dio salvò il suo onore mandando un Angelo a Giuseppe! Quanto è stato doloroso non trovare rifugio a Betlemme. Quale gioia quando videro i pastori che adoravano Gesù e raccontavano l’apparizione degli Angeli! Quale felicità quando i magi, raccontando le meraviglie della stella, portano i loro doni, e subito dopo quale angoscia per la Sacra Famiglia alla notizia dei piani sanguinari di Erode e l’ordine dall’Angelo di fuggire in Egitto! Che dolore avere smarrito Gesù per tre giorni! E poi che gioia alla vista dei dottori stupiti della sua grande sapienza! Che dolore la passione di Cristo! Che gioia la sua risurrezione!

2. OGNI SOFFERENZA VIENE DA DIO (Amos III, 6) eE SONO UN SEGNO DEL SUO FAVORE.

È vero che Dio non è la causa diretta delle sofferenze. Egli le permette, perciò non sono contrarie alla sua volontà. Le storie di Tobia e di Giobbe ci mostrano che più alcune persone sono giuste, più prove Dio invia loro, e queste prove sembrano essere la ricompensa della pietà. Dio, diceva San Luigi di Gonzaga, premia con le tribolazioni i servizi di coloro che lo amano. E Dio offre questa ricompensa, perché la sofferenza è un bene prezioso per l’eternità. Non è già una ricompensa molto grande poter soffrire per il proprio Dio? ” Chi ama Dio mi capisce”, diceva San Giovanni della Croce. Le sofferenze sono un dono del Padre celeste (S. Thér.), e molto più grandi del potere di risuscitare i morti (San Giovanni della Croce). – I genitori puniscono i figli per correggerli di certi difetti: lasciano questi difetti impuniti negli altri bambini, perché, essendo estranei, non hanno alcun affetto per loro. Così è per Dio, che castiga i suoi figli perché li ama (Alb. Stoltz). “Perché tu sei eri gradito a Dio”, disse Raffaele a Tobia, “dovevi essere messo alla prova dalla tentazione” (Tobia XII, 14). S. Paolo dice allo stesso modo: “Il Signore castiga quelli che ama; colpisce i figli che accoglie. (Eb. XII, 6). L’oro e l’argento sono messi alla prova nel fuoco, i prediletti di Dio sono messi alla prova nella fornace dell’umiliazione. (Eccl. II, 5). Tutti i Santi della Chiesa hanno dovuto soffrire, anche in proporzione alla loro santità. Maria, la Madre di Dio, ha sofferto più di tutti gli altri santi, perciò è la Regina dei martiri. Gli Apostoli non furono da meno: Pietro e Paolo trascorsero quasi tutta la loro vita in prigione. “Una vita pia, piena di sofferenze e tribolazioni, è il segno più certo della predestinazione” (S. Luigi di Gonz.).

– Compatiamo chi non ha nulla da soffrire; non c’è disgrazia più grande – secondo S. Agostino – della felicità dei peccatori; non c’è croce più pesante che non averne. La prosperità continua è una disgrazia, perché ciò che non soffriamo ora, lo soffriremo dopo.

Dio non ci manda nessuna sofferenza al di là delle nostre forze.

Dio, dice San Paolo, è fedele; non permetterà che siate messi alla prova oltre le vostre forze (I Cor. X, 13). Dio sarebbe meno saggio e meno buono dell’uomo meno istruito che conosce la forza di un animale e non lo carica più del necessario? Il vasaio non lascia i suoi vasi troppo a lungo nel fuoco, per non farli scoppiare. (S. Ephr.) Il musicista saggio non tende troppo le sue corde perché non si rompano, né le stringe troppo perché non si spezzino, né troppo poco perché diano un suono armonioso. – Allo stesso modo Dio non lascia gli uomini senza alcun dolore, né ne impone loro di troppo gravosi. (S. G. Chr.). Il medico prudente non ordina ai suoi pazienti di prendere rimedi tanto violenti tali da ucciderli, ed il medico celeste sa ancora meglio come misurare la dose di tribolazione che si addice ai giusti(Louis de Gr.). – Molte persone non soffrono molto e tuttavia si lamentano, perché trovano pesante ciò che è molto leggero. (B. Henri Suso.) Lamentarsi eccessivamente quando si soffre è segno di viltà.

3. DIO FA SOFFRIRE I PECCATORI PER CORREGGERLI E SALVARLI DALLA MORTE ETERNA.

Il figliol prodigo si converte nella miseria; Giona, nel ventre della balena; Manassès, nei sotterranei di Babilonia (2 Par. XXXIH); San Francesco Borgia, alla presenza del cadavere della sua protettrice, la regina Isabella. – Dio è come un padre che richiama all’obbedienza un figlio con la verga in mano (S. Bas.), come un medico che taglia e cauterizza per guarire e salvare dalla morte (S. Aug.). Si battono i vestiti per toglierne la polvere, ed è così che Dio colpisce gli uomini macchiati dal peccato (S. Thomas di Villanova). Il primo effetto della sofferenza è di disgustare il peccatore con le cose terrene; esse danno ai piaceri del mondo, l’amarezza del fiele. Ci staccano dalla terra”. Dio mise alla prova gli Israeliti in Egitto, affinché avessero un desiderio maggiore della Terra Promessa”. Allo stesso modo Dio ci visita con la sofferenza e la tribolazione, affinché possiamo da questa valle di lacrime per cercare con maggiore zelo la patria celeste. (Drexelius). Il peccatore sofferente si accorge anche della sua debolezza, del suo isolamento, e cerca aiuto nella preghiera. Il bisogno ci insegna a pregare. “Le

sofferenze che ci opprimono, ci costringono ad avvicinarci a Dio”. (S. Grég. M.). – I colpi che ci colpiscono dall’esterno ci costringono a rientrare in noi stessi e risvegliano in noi il rimorso (id.). La tribolazione è come l’inverno, dopo il quale gli alberi producono fiori e frutti (S. Bonav.). – La sofferenza, per quanto dolorosa, è quindi la via che conduce più sicuramente a Dio (S. Ter.). –

Dio mette alla prova i peccatori soprattutto attraverso il dolore corporeo, per guarire la loro anima (S. isid.).

Molti uomini hanno trovato la salute della loro anima nelle malattie del loro corpo: S. Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio di Loyola. “Dio – dice San Gregorio Magno, – cura la malattia dell’anima con quella del corpo”. Una malattia grave rende l’anima saggia. (Ecclesiastico XXXI, 2).

Attraverso le malattie dolorose, Dio bussa alla porta del cuore per farsi aprire. (S. Grég. Msgno). La madre dà al figlio pozioni amare per curarlo, e Dio punisce il corpo del peccatore per salvare la sua anima. Purtroppo, gli uomini sono così sciocchi da considerare come effetti della sua collera ciò che è solo un effetto della sua misericordia. (Marie Lataste). “Mi rallegro sempre alla vista di un malato – diceva sant’Ignazio, “perché la malattia ci riporta a Dio”.

4. ATTRAVERSO LS SOFFERENZA DIO METTE ALLA PROVA I GIUSTI PER VEDERE SE AMINO LE CREATURE PIÙ DEL CREATORE.

Giobbe, che aveva sempre vissuto nel timore di Dio, perse tutte le sue ricchezze, i suoi figli e la sua salute, ed era ancora deriso dalla moglie e dagli amici. Tobia, che aveva corso grandi pericoli per seppellire i morti, e a forza di elemosine era diventato indigente, perse la vista e il suo sostentamento. Ecco come Dio mette alla prova i suoi! L’albero dimostra la sua solidità resistendo alla tempesta, e l’uomo retto, nella sofferenza, la misura della sua santità. – La sofferenza, come il vento, separa il grano dalla pula (S. Aug.); le erbe odorose, come la virtù, emanano il massimo della fragranza (S. Bonav.). – Dio molto spesso ci toglie ciò che ci è più caro. Abramo fu costretto a sacrificare il suo unico figlio Isacco e Giacobbe, Giuseppe, il suo figlio prediletto, gli è stato tolto; prende anche da noi ciò che è nocivo, così come un padre, nonostante le lacrime di un bambino, gli toglie il coltello che potrebbe ferirlo. (S. Aug.).

Allo stesso tempo, la sofferenza dà al giusto un grande vantaggio: lo aiutano ad espiare, già in questo mondo, le pene dovute per i peccati; lo purificano di molte imperfezioni, aumentano la sua virtù nel compimento delle opere buone, il suo amore per Dio, la sua diligenza nella preghiera, spesso la sua prosperità temporale e infine i suoi meriti per il cielo.

La sofferenza espia le pene del peccato; per questo Sant’Agostino esclamava: “Signore, brucia, cauterizza, pota quaggiù, ma risparmiami nell’eternità!”. Siate felici, diceva S. Francesco Saverio, di poter scambiare le terribili pene del purgatorio con quelle di questa vita. – La sofferenza ci purifica dalle imperfezioni. Il Padre celeste, il divino vignaiolo, pota tutti i tralci che portano frutto, perché portino ancora più frutto. (S. Giovanni XV, 2). “Dio fa passare i giusti attraverso il fuoco, li purifica come si purifica l’argento, li prova come si prova l’oro. (Zac. XIII, 9). Il giusto è purificato dai suoi peccati, come il grano vagliato; la sua anima, agitata dalle prove, respinge le impurità come il mare agitato dalla tempesta getta i depositi sulla riva. La sofferenza punge, ma lava come il sapone; morde come una lima, ma toglie la ruggine e dà lucentezza. È ruvida come una spazzola, ma pulisce (S. Fr. de S.l. – La sofferenza aumenta l’energia morale, come le tempeste rafforzano le radici dei giovani alberi. (S. G. Chr.) L’anima si rafforza nella prova, come il ferro sotto il martello, come i muscoli attraverso il lavoro. I vasi difettosi si rompono quando il vasaio li mette nel fuoco, ma quelli buoni si rafforzano: così la pietà dei buoni diventa più energica sotto il fuoco delle tribolazioni. (Louis de Gr.) “Quando sono debole, cioè quando soffro – diceva San Paolo -.è allora che sono forte. (II Cor. XII, 10). E la ragione di questo, secondo S. Bernardo, è che le soaffrenze indeboliscono il nostro nemico. – La sofferenza aumenta il nostro amore per Dio. Le acque del diluvio innalzarono l’arca al cielo; le acque della tribolazione non possono spegnere la carità, ma innalzano i nostri cuori più in alto. (S. Fr. de S.) Come la foglia d’oro si distende sotto il martello, così il canto e la santità dei buoni crescono sotto i colpi della sventura. Infatti, le prove ci allontanano dalle cose terrene e soffocano in noi l’amore per il mondo. Diceva S. Agostino: “Signore, ti prego, riempimi tutto di amarezza, perché io possa trovare la dolcezza solo in te”. Le prove aumentano così la nostra gratitudine a Dio, perché impariamo a conoscere bene i suoi doni, come la salute, solo perdendoli, ci rendono umili, perché è necessario che i malvagi facciano soffrire i buoni per preservarli dall’orgoglio (S. Isid.). – La sofferenza ci insegna a pregare, come vediamo con gli Apostoli nella barca durante la tempesta. Quando Davide era perseguitato, ha scritto i salmi più belli che fanno parte delle preghiere della Chiesa. La prosperità prolungata distrugge la vigilanza e l’energia. Le acque calme si corrompono e i pesci vi periscono. Un’anima senza tribolazioni diventa tiepida e perde gradualmente la sua virtù (S. Amb.), così come il pesce non salato si decompone, e un cavallo risparmiato dallo sprone rallenta la sua marcia. – La sofferenza a volte aumenta persino la prosperità temporale. Giuseppe non sarebbe mai stato il ministro del Faraone, se prima non fosse stato venduto e gettato in prigione. Giobbe fu restituito ai suoi beni grazie alla sua pazienza; Tobia recuperò la vista. Dio colpisce e guarisce immediatamente. (Tob. XII, 2). Dio cambia la sofferenza dei suoi amici in gioia (S. Giovanni XV, 20). – Le sofferenze aumentano la felicità eterna. Dio ha mandato al povero Lazzaro le sue miserie per poterlo glorificare dopo la sua morte. – Il momento, così breve e così leggero, delle afflizioni che soffriamo in questa vita, produce produce in noi il peso eterno di una gloria sovrana e incomparabile. L’anima, come le pietre preziose, si abbellisce con la lucidatura, e matura per la vita eterna, come la spiga di grano al calore del sole. Dio – dice S. Alfonso non ci manda le sofferenze per perderci, ma per santificarci ed elevarci ad un grado superiore di santità; le tribolazioni che ci invia, sono un segno dei grandi disegni che ha per noi e della sua chiamata alla santità. (S. Ign. L.) La nostra ricompensa in cielo sarà proporzionata alle nostre sofferenze quaggiù. Se siamo sfortunati, siamo anche scelti (S. Aug.). Tutto concorre al bene di chi ama Dio (Rm VIII, 28). Tutto ciò che dobbiamo fare è abbandonarci al bene di Dio, perché Egli non permetterà mai nulla che non ci sia utile, anche se non lo sappiamo. (S. Aug.)

5. LE SOFFERENZE, LUNGI DALL’ESSERE UN VERRO MALE, SOONOO IN REALTÀ BENEDIZIONI DI DIO, PERCHÉ CONTRIBUISCONO ALLA FELICITÀETERNA E TEMPORALE.

Un contadino non considererebbe una piaga una grandinata di diamanti che devasta i suoi raccolti! Anche noi dobbiamo convincerci che la sofferenza non ci causa alcuna perdita, ma ci assicura un guadagno. (Weninger). Ciò che noi consideriamo un male, è un rimedio. Dio, che ci ama infinitamente ha il sincero desideriodi renderci felici (S. F. Borg.). Non c’è altro male che il peccato. (San Gregorio Nazareno). La sofferenza è una sorta di sacramento, perché è il segno visibile della grazia invisibile (Santa Mechtilde). Questo è un caso di applicazione della massima: la salvezza è nella croce. – Le sofferenze, quindi, non possono renderci veramente infelici perché, nonostante esse, si può essere molto felici, come Giobbe e Tobia. S. Paolo, in mezzo alle sue tribolazioni, esclamava: “Sono pieno di gioia in tutte le mie sofferenze” (II Cor. VII 4).

6. DOBBIAMO QUINDI ESSERE PAZIENTI NELLA AFFLIZIONI E RASSWGNARCI ALLA VOLONTÀ DI DIO E PER QUESTO RRINGRAZIARLO.

Come Giobbe, dobbiamo dire: “Non è accaduto altro che ciò che è piaciuto al Signore. Il nome di Dio sia benedetto” (Giobbe I, 21), o come Cristo nell’Orto degli Ulivi:

“Sia fatta la tua volontà e non la mia”. (S. Luc. XXII, 42). Si deve essere come un paziente ragionevole che si sottopone di buon grado alle prescrizioni di un medico esperto o come un viaggiatore che segue con obbedienza la guida, nonostante le difficoltà della strada. “Dio, inoltre, ci ha alleggerito il peso della sofferenza, non solo con il suo esempio, ma anche con la promessa che ci ha fatto, della vita eterna” (Leone XIII). Dobbiamo fare di necessità virtù (S. Fil. Neri.) – Gli Apostoli si rallegrarono di essere stati flagellati (Atti V, 11); proprio come un artigiano è contento di avere molto lavoro (S. G. Chr.). L’aratore, durante le sue fatiche, si rallegra del futuro raccolto; il mercante sopporta la traversata per il guadagno che ne spera. Il cristiano deve rallegrarsi in mezzo alle sue tribolazioni in vista della futura ricompensa. (S. G. Chr.) Se un blocco di pietra avesse una ragione, gioirebbe di essere trasformato nella statua di un grande uomo. Noi dobbiamo gioire di essere nobilitati dalle disgrazie. (Corneille de la Pierre). Le disgrazie, dice S. Crisostomo, sono come una manciata di ortiche: più si esita ad afferrarle, più pungono: bisogna farlo con coraggio, ed esse non pungono. L’uomo, aggiunge, non deve essere come il vetro che si frantuma al minimo urto. In tutte le afflizioni recitiamo la preghiera: “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo”. –

Purtroppo, la maggior parte delle persone mormora e si spazientisce al minimo imprevisto. Quando restituiamo il denaro di un creditore, lo ringraziamo. Quando Dio esige da noi ciò che ci ha affidato, mormoriamo. (S. F. Borg.) Quanti Cristiani, ahimè, assomigliano a soldati che sono pronti a servire in tempo di pace, ma disertano quando arriva la guerra. Inoltre, la nostra impazienza non cambia i nostri mali. Al contrario, ci fa soffrire doppiamente e in più offende Dio. – L’impazienza è come un pesce che si dibatte sull’amo, e si fa più male da solo. Tuttavia, le lacrime e la tristezza non sono di per sé peccati. Cristo stesso pianse e fu triste nell’Orto degli Ulivi.

La pazienza nelle prove porta rapidamente all’alta perfezione e ci fa guadagnare grandi meriti.

Abbandonandoci nelle prove alla volontà di Dio, progrediamo nella perfezione con la stessa rapidità di una nave che ha il vento in poppa o che segue la corrente (Weninger); attraverso la rassegnazione andiamo davanti a Dio con passi alati. (Alvarez) “Beato – dice san Giacomo (I, 12) – chi sopporta la prova, riceverà la corona della vita.

L’amore per la sofferenza permette di concludere di un reale progresso dell’anima verso la perfezione.

L’incenso emette il suo profumo solo sui carboni ardenti, e la virtù solo nelle afflizioni.(S. Grég. M.). Il valore di un guerriero si rivela in guerra e non in pace. (S. G. Cry.) Il peccatore mormora nelle prove; il novizio cade, ma subito si pente della sua impazienza; colui che è avanzato è spaventato, ma l’uomo perfetto non solo attende la sofferenza, ma la anticipa.(S. F. di S.) Chi ha raggiunto la perfezione non chiede a Dio che gli siano risparmiate prove e tribolazioni, e le stimano come i mondani bramano le ricchezze, l’oro e i gioielli. (Santa Teresa). Per i giusti l’afflizione è una gioia e non una preoccupazione (Cardinale Hugo). Anche il motto di s. Teresa ed altri Santi era: “Signore, o soffrire o morire.”. – “Baciare la mano di Dio – diceva san Francesco di Sales – sia quando favorisce, sia quando castiga, significa aver raggiunto l’apice della perfezione cristiana e aver trovato la propria salvezza nel Signore.

8. GLI ANGELI.

1. GLI ANGELI SONO PURI SPIRITI CHE POSSONO ASSUMERE UNA FORMA VISIBILE.

Tutti gli Angeli sono spiriti (Eb. I, 14), cioè esseri incorporei (S. Greg. Naz.). Gli Angeli sono solo spirito, gli uomini sono un composto di spirito e corpo. (S. Greg. M.) – Ma gli Angeli possono prendere in prestito forme corporee (S. Greg. M.); Raffaele, ad esempio, guida del giovane Tobia, prese le sembianze di un ricco ebreo, Azarias. (Tob. V, 13). Gli Angeli apparvero come giovani uomini alla tomba di Cristo risorto (S. Marco XVI, 5): in forma di uomini all’Ascensione. (Atti 1, 10).

Gli angeli sono superiori agli uomini, perché hanno intelligenza superiore e poteri più grandi.

Gli Angeli sono superiori in perfezione a tutti gli esseri creati. (S. Aug.) Cristo ha detto che nemmeno gli angeli conoscono il giorno e l’ora del giudizio (S. Matth. XXIV, 36); quindi implica che gli Angeli sanno naturalmente più degli uomini. – L’angelo sterminatore uccise i primogeniti d’Egitto; un altro Angelo sterminò in una notte nel campo di Sennacherib 200.000 assiri, che avevano bestemmiato il vero Dio (Isaia XXXVII); fu anche un Angelo a proteggere i tre giovani nella fornace di Babilonia (Dan. III, 49): una prova del fatto che gli angeli possiedono una forza straordinaria. Per questo la Scrittura li chiama “Potenze e virtù” (1 S. Pietro III, 22).

Dio ha creato gli Angeli per la sua gloria e il suo servizio ed anche per la loro felicità.

Gli Angeli glorificano Dio; poiché tra tutte le creature sono quelli che più assomigliano a Dio, è in loro che le perfezioni divine risplendono maggiormente, come un bel quadro porta gloria all’artista. Inoltre, glorificano Dio in cielo con i loro incessanti canti di lode. – Anche gli Angeli sono stati creati per il servizio di Dio. “Gli Angeli sono spiriti che agiscono come servitori, inviati da Dio per servire gli uomini che devono essere eredi della salvezza (Eb. I, 14). Il loro stesso nome indica che sono i servitori di Dio, perché Angelo significa messaggero. Questo è indicato anche nella terza petizione del Padre nostro. – Gli stessi angeli del male servono a glorificare Dio, perché Dio trasforma i loro attacchi nella sua gloria e nella nostra salvezza. Goethe chiama giustamente satana “una forza che vuole sempre il male e fa sempre il bene”.

Il numero degli Angeli è immenso.

Un milione di Angeli”, dice Daniele nella sua descrizione del trono di Dio, “lo servivano, e mille milioni stavano davanti a Lui (VII, 10). Spesso si parla di eserciti celesti (S. Luca II, 13; III Re XXII, 19; II Par. XVIII, 18). Cristo nell’Orto degli Ulivi disse che suo Padre poteva mandare in suo aiuto 12 legioni di Angeli. (Il numero degli Angeli supera il numero di tutti gli esseri corporei – S. Thom. Aq), quindi anche il numero di tutti gli uomini passati e futuri. Gli Angeli, dice San Dionigi l’Areopagita, sono più numerosi delle stelle del firmamento, dei granelli di sabbia dell’oceano, delle foglie degli alberi.

Gli Angeli non sono tutti uguali: sono divisi in 9 cori o ordini.

Nemmeno le stelle sono tutte uguali. C’è anche una gerarchia tra i ministri della Chiesa ove esiste una gerarchia, che corrisponde alla diversità dei loro poteri. Il Papa o capo della Chiesa, è assistito da 70 Cardinali, i Vescovi da lui inviati governano le diocesi e i loro collaboratori, i Sacerdoti che amministrano le parrocchie. – La suddivisione degli Angeli è basata sulla varietà dei doni e delle funzioni conferiti da Dio; alcuni sono destinati principalmente a lodarlo, altri a servirlo (Dan. VII, 10). I più vicini al trono di Dio sono i Serafini, cioè gli ardenti, perché, sono tutti infuocati dall’amore divino; dopo di loro vengono i Cherubini che si distinguono per la grande conoscenza di Dio. La Scrittura ci parla anche di Arcangeli, in particolare Michele, l’avversario degli angeli decaduti, Gabriele, il messaggero della nascita di S. Giovanni Battista e di Cristo, e di Raffaele, la guida, di Tobia. – Va da sé che la stessa gerarchia sussiste tra gli angeli reprobi. (Efes. VI, 12).

2. TUTTI GLI ANGELI ERANO GRADITI A DIO AL MOMENTO DELLA LORO CREAZIONE, MA MOLTI DI LORO PECCARONO PER ORGOGLIO E PER QUESTO FURONO GETTATI NELL’INFERNO ETERNO. (II S. Pietro II, 4).

Tutti gli Angeli avevano originariamente lo Spirito Santo dentro di loro. Creando la loro natura, Dio aveva aggiunto la grazia. Si potrebbe dire di loro come dell’uomo: “La carità è stata riversata in loro dallo Spirito Santo che è stato loro dato. (S. Aug.). Ma Dio incorona solo coloro che hanno combattuto (11 Tim. II, 5). Egli fece per gli Angeli quello che ha fatto in seguito per gli uomini e li ha sottoposti ad una prova, affinché potessero avere il il paradiso come ricompensa. Molti angeli soccombettero e persero, insieme alla grazia santificante lo Spirito Santo; non rimasero, dice Gesù, nella verità. (S. Giovanni VII, 44). Volevano essere uguali a Dio, secondo l’allusione al loro crimine fatta dal profeta Isaia: “Come sei caduto dal cielo, Lucifero? Hai detto in cuor tuo: salirò fino ai cieli e innalzerò il mio trono sopra le stelle di Dio… Voglio essere uguale all’Altissimo, e tu sei caduto nell’abisso”. (Is. XIV, 12). Una grande battaglia fu combattuta in cielo tra Michele e i suoi Angeli e Lucifero e i suoi angeli; e il diavolo fu gettato giù dal cielo con i suoi angeli, ed essi non apparvero più in cielo. (Apoc. XII, 8). Combattendo contro gli angeli cattivi, i buoni gridarono: “Chi è come Dio?” Tuttavia non tutti i demoni sono continuamente nell’inferno: molti sono temporaneamente nell’aria (Ef. II, 2), dove tuttavia soffrono le pene dell’inferno. – Il demone”, dice S. Asterio, “è stato punito come il cane che lascia andare la preda per le ombre. Gli angeli caduti sono chiamati diavoli o spiriti maligni e il loro capo: satana o lucifero, cioè portatore di luce, perché era senza dubbio uno degli angeli più perfetti. Che i demoni abbiano un capo è chiaro dalle parole di Cristo, che, al Giudizio Universale, dirà ai reprobi: “Andate. . al fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli” (S. Matth. XXV, 11). Il numero degli angeli caduti è inferiore a quello dei fedeli (S. Thom, Aq.); la loro caduta è stata così disastrosa, perché erano molto in alto nella luce, come la gravità della caduta di un uomo è proporzionale all’altezza del piano da cui cade. Nell’ultimo giorno gli angeli malvagi saranno giudicati, e la loro malizia e la loro punizione saranno rivelate a tutto l’universo (S. Giuda Vl; II S. Pietro II, 4). Contestare l’esistenza degli spiriti maligni è attaccare la fede cristiana e rifiutare di credere alle parole esplicite di Cristo.

3. GLI ANGELI DEL MALE SONO NOSTRI NEMICI. ESSI CI INVIDIANO, CERCANO DI INDURCI AL MALE E POSSONO, CON IL PERMESSO DI DIO, DANNEGGIARCI NRL NOSTRO CORPO O NEI NOSTRI BENI.

Gli spiriti maligni sono nostri nemici. Molti Santi sostengono che gli uomini prenderanno il posto in cielo perso dagli angeli; “Da qui la loro invidia”. – L’invidia di vedere una creatura fatta di limo prendere il suo posto, fa soffrire il diavolo più delle fiamme dell’inferno. (S. Thom. Aq.) Impotente contro Dio, egli rivolge tutta la sua rabbia contro gli uomini creati ad immagine di Dio (S. Bas.). Un solo sguardo sulla storia dei popoli mostra che il diavolo vuole spogliare gli uomini di tutto: dalla vera religione, dalla libertà, dalla civiltà, dalla loro prosperità, dalla pace, in una parola, di tutte le cose buone. – Il diavolo ha sedotto i nostri primi genitori e i Giuda; egli ha persino cercato di far cadere Cristo nel peccato; ha danneggiato Giobbe nei suoi possedimenti e a quelli posseduti dal Vangelo nei loro corpi. Le parole di Gesù Cristo (S. Matth. XVI, 18) mostrano che gli sforzi di satana sono diretti soprattutto contro la Chiesa, contro il suo capo” contro i suoi ministri; così il Salvatore dice ai suoi Apostoli: “Satana ha chiesto di passarvi al vaglio come il grano (S. Luc XXII, 31). Satana sapendo che i Sacerdoti stanno distruggendo il suo regno e che un giorno saranno associati agli Angeli per giudicarlo (I Cor. VI, 3), li perseguita per rovinarli (Tert.). Il diavolo è come un leone ruggente che gira intorno agli uomini per divorarli. (I S. Pietro V, 8). Dio dà a ogni uomo, alla nascita, un Angelo custode, e lucifero, giustamente chiamato “scimmia di Dio”, invia ad ogni uomo uno dei suoi angeli per caricarlo di tentazioni durante la sua vita. (Pietro Lombardo). Dobbiamo come gli Ebrei che lavoravano per ricostruire le mura di Gerusalemme, tenere la cazzuola in una mano per lavorare e con l’altra la spada per combattere i nostri nemici. (II Esdra IV, 17).

Il diavolo tuttavia, non è in grado di fare veramente del male a chi osserva i Comandamenti e si rifiuta di peccare.

Un cane alla catena può abbaiare a tutti i passanti, ma può mordere solo chi si avvicina (S. Aug.); il diavolo è questo cane, perché Dio lo ha incatenato. (S. Giuda VI). Egli può influenzare la nostra memoria, la nostra immaginazione, ma non ha potere diretto sulla nostra ragione e sulla nostra volontà. “Il diavolo – dice S. Agostino – può fare del male con la persuasione, ma non con la violenza. Si devono quindi respingere immediatamente e con energia i pensieri malvagi”. “Resisti a satana – dice San Giacomo – ed egli fuggirà” (IV).; inoltre, sappiamo come Gesù Cristo scacciasse il diavolo con le parole: “Ritirati satana” (S. Matth. IV, 10). Spesso è bene scacciare queste ispirazioni malvagie semplicemente con il disprezzo; (S. Fr. di S.) questo disprezzo per le tentazioni e per il tentatore consiste nel rivolgere la mente ad altri pensieri, senza affanni o tristezze. (S. G.. Cris.). – Chi si sofferma su pensieri malvagi si avvicina al cane incatenato e ne riceve i morsi. “Solo il peccato dà al diavolo il potere sull’uomo.” (id.) Nessun uomo si salverebbe, dunque, se ottenesse pieno potere sull’uomo (S. Lor. Giust.), perché ha perso la sua beatitudine, ma non la superiorità della sua natura. (S. Greg. M.).

Dio permette a satana di esercitare un potere speciale su alcuni uomini.

i. Dio infatti ha spesso tollerato che per anni i demoni tormentino straordinariamente le anime che tendono alla perfezione e le anime particolarmente favorite, al fine di umiliarle profondamente e purificarle completamente dalle loro imperfezioni.

Il cane incatenato può fare del male quando il suo padrone allunga la catena. (Scaramelli. Gesuita italiano, autore di diverse opere ascetiche molto apprezzate; 1687-1752.) Questo è ciò che Dio fa per il diavolo quando vuole purificare i suoi eletti; Dio vuole che la sua potenza risplenda maggiormente nella debolezza (II Cor. XII, 9). Molti Santi sono stati così, per lunghi anni, continuamente ossessionati da legioni di demoni e tormentati da tentazioni straordinarie, come una città assediata dal nemico. Il più delle volte i demoni apparivano loro in forme spaventose e di notte come bestie selvagge; torturavano il loro udito con ruggiti o parole oscene, soprattutto durante la preghiera, per distrarli o allontanarli; li picchiavano o li gettavano a terra; (Dio, tuttavia, ha sempre protetto le loro vite ed ha risparmiato loro anche le ferite, senza risparmiare loro la sofferenza); impedivano loro di mangiare, persino di fare la comunione, serrando loro le mascelle; li hanno sommersi di malattie, di oppressione al petto, di spossatezza, etc., curabili non tanto con rimedi medici quanto con le benedizioni della Chiesa. Ma ciò che era più terribile erano gli assalti alle virtù teologiche e morali. Le negazioni non avevano potere diretto sulle facoltà dell’anima, ma potevano disturbarle con l’immaginazione, così che queste persone erano private della loro libertà e talvolta commettevano gli atti più folli. Quando rinvenivano, non si accorgevano di nulla, ma erano molto umiliati dall’opinione dei loro vicini. È chiaro, tuttavia, che questi atti non erano colpevoli. Questi attacchi demoniaci si chiamano ossessioni; Giobbe ne soffrì a lungo, così come Nostro Signore nel deserto (S. Matth. IV) e durante la sua passione, dove fu consegnato alle potenze delle tenebre (S. Luca XXII, 53), poi S. Antonio l’Eremita, S. Teresa, S. Maddalena di Pazzi, il santo Curato d’Ars (+1859). Queste anime pie sapevano che Dio non permette che l’uomo venga tentato al di là delle sue forze (I Cor. X, 13), e permette al diavolo di fare solo ciò che può servire alle anime (S. Aug). ; essi si rassegnarono alla volontà di Dio e scacciarono satana con il loro coraggio per un periodo abbastanza lungo. – Ai demoni che minacciavano la sua vita, Santa Caterina da Siena rispondeva: “Fate quello che volete; quello che Dio vuole, io lo trovo buono”. “Non vedete – diceva Santa Maddalena dei Pazzi – che mi state dando uno splendido trionfo?” “Siete dei vigliacchi – gridò sant’Antonio – a venire così numerosi”. “Opponetevi al diavolo con il coraggio di un leone e lui sarà una timida lepre; siate una timida lepre ed il demonio diventerà un leone” (Scaramelli). I demoni vengono messi in fuga anche invocando i nomi di Gesù e di Maria, il segno della croce, l’acqua santa, le reliquie, la preghiera, la partecipazione ai Sacramenti e gli esorcismi. Più grandi sono i tormenti delle anime pie, più straordinario è l’aiuto divino: in queste prove hanno rivelazioni, apparizioni di Angeli e Santi, ecc. In questi casi, che spesso hanno dato luogo a imposture, la Chiesa procede con grande prudenza, si potrebbe dire con diffidenza. Tuttavia, considerare come impossibili e deridere tutti gli eventi che ci vengono raccontati nelle vite dei Santi, nelle lezioni del breviario, è mostrare una grande sconsideratezza. I mondani, ahimè! non hanno motivo di temere questi assalti; il diavolo li disprezza, sicuro di averli prima o poi in suo potere.: è ghiotto solo di anime sante (Ab I,16) e tormenta coloro che vivono secondo lo spirito, non coloro che vivono secondo la carne. (S. Bern.).

2. Dio permette anche spesso al diavolo di punire ed ingannare gli uomini viziosi o increduli.

I corpi di uomini che, a causa dei loro vizi, avevano consegnato interamente la loro anima a satana, sono stati spesso occupati dai diavoli, come una città presa dal nemico. Questo stato è chiamato possessione. Al tempo di Nostro Signore c’erano molti posseduti; come risultato della loro possessione essi erano muti (S. Matth., IX, ’62), o ciechi (ibid. XII, 22), pazzi furiosi (ibid. VIII 28), ecc. Il Figlio di Dio aveva uno scopo speciale nel permettere a satana di dare prova del suo potere al momento della sua Incarnazione: l’esistenza del mondo degli spiriti e dimostrare la sua missione divina attraverso l’obbedienza mostratagli dagli spiriti malvagi. – Tra le persone ossessionate e possedute che devono subire il demonio contro la loro volontà, dobbiamo distinguere coloro che continuamente hanno il diavolo in loro, perché hanno fatto un patto con lui (Act. XVI, 16; I Re XXVIII); questo è un caso che non si verifica quasi più se non tra i pagani. – Dio permette a satana di ingannare i seguaci dello spiritismo, una pratica che consiste nell’evocare gli spiriti per apprendere dei segreti. Spesso le sedute spiritiche non sono altro che imposture e portano all’immoralità. “Dio, per un giusto ritorno della sua giustizia permette in queste circostanze cose così straordinarie, che la curiosità è ulteriormente stuzzicata e noi siamo più strettamente irretiti nelle trappole del diavolo” (S. Aug.). (Questi prodigi sono opera di spiriti maligni, non di Angeli buoni, che non si prestano mai alla rivelazione di segreti solo per soddisfare la curiosità degli uomini o il loro amor proprio (Bona). Molto spesso questi cosiddetti segreti rivelati sono falsi, perché il diavolo è il padre della menzogna (S. Giovanni XI, 44). Gli spiritisti rischiano di perdere la salute e la tranquillità; molti di loro hanno pagato con la vita questa passione malvagia, o sono stati portati nella loro illusione a compiere i più grandi crimini e alle più grandi follie.

3. Gli angeli che sono rimasti fedeli a Dio vedono Dio faccia a faccia e lo lodano per tutta l’eternità.

Gesù, parlando degli Angeli custodi dei bambini, ha detto: “I loro Angeli nel cielo guardano sempre il volto del Padre mio che è nei cieli” (S. Matth. XVIII, 19). I Serafini cantano di Dio tre volte santo (Is.-VI 3) e gli Angeli benedicono Dio nella campagna di Betlemme. “I gradi della loro conoscenza e del loro amore per Dio diversificano anche il loro modo di lodare Dio. (S.-Tom. Aq.) Gli Angeli buoni sono rappresentati in forma di bambini, perché sono immortali, quindi di eterna giovinezza, con le ali, perché nel servizio di Dio sono rapidi come il pensiero, con dei visi doppi per la loro profonda conoscenza; con arpe, perché lodano Dio; con i gigli per la loro innocenza; con la testa senza tronco perché sono spiriti; vicino agli altari, perché assistono invisibilmente il santo Sacrificio. – Gli Angeli santi sono di una bellezza abbagliante. La vista di un Angelo in tutta la sua bellezza, accecherebbe per il suo splendore (S. Brig.). Un Angelo che apparisse nel firmamento in mezzo a tanti soli quante sono le stelle, li farebbe sparire come scompaiono le stelle davanti al sole (S. Ans.). Anche gli Angeli buoni, nelle loro apparizioni agli uomini, non si sono mai mostrati in tutto il loro splendore. – Gli Angeli santi saranno i nostri compagni in cielo. Essi gioiscono del nostro arrivo. “Il banchetto di nozze è preparato, ma la casa non è ancora piena; si attendono nuovi ospiti”(S. Bern.) Ecco perché gli Angeli si interessano tanto alla nostra vita spirituale; il Salvatore ci dice che si rallegrano per la conversione dei peccatori. (S. Luca XV, 10). Essi intervengono anche nella nostra vita spirituale e corporale, se non li preveniamo con i nostri peccati.

4. Ci sono Angeli buoni che sono chiamati Angeli custodi perché ci proteggono (Eb. i. u).

La scala di Giacobbe era un simbolo dei servizi resi a noi dagli Angeli buoni. Questa scala, sopra la quale Dio era intronizzato, arrivava dal cielo alla terra, e gli Angeli la salivano e la scendevano: essi scendevano per proteggere l’umanità e risalivano per glorificare Dio (Genesi XXVIII, 12). Gli Angeli buoni sono compagni che il Padre celeste ci ha dato per guidarci nel nostro pericoloso pellegrinaggio terreno, (Segneri); essi ci custodiscono con la fedeltà di un pastore verso verso il suo gregge (S. Bas.); considerano il loro più nobile dovere aiutarci a raggiungere la nostra salvezza. (S. Dion. Areop.) Non sembrerà strano che gli Angeli siano al nostro servizio, se consideriamo che il loro re sia venuto in questo mondo non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per molti. (S. Bern.) I servizi che ci rendono, lungi dall’essere causa di fatica e preoccupazione, danno loro gioia e fanno parte della loro felicità, perché, amando Dio al di sopra di ogni cosa, non conoscono niente di più piacevole che lavorare per la salvezza delle anime e quindi per la gloria di Dio. – Questa è l’opinione dei Dottori della Chiesa, che ogni uomo ha il suo Angelo custode. “0 eminente dignità dell’anima umana che fin dalla nascita è custodita da un Angelo! (S. Ger.) “La dignità di un Angelo dipende dalla dignità della persona affidata alle sue cure. I semplici fedeli hanno un Angelo custode di grado inferiore, i Sacerdoti, i Vescovi ne hanno uno di grado superiore e il Papa, uno degli spiriti più potenti della corte celeste. Lo stesso vale per i re, principi e altre autorità della gerarchia civile. (Mar. Lat.) Inoltre, non è solo ogni individuo ad avere il suo Angelo custode; le città, le nazioni, le famiglie, le parrocchie, le comunità hanno ciascuno il proprio (ibid.).

GLI ANGELI CUSTODI CI AIUTANO NEI MODI SEGUENTI:

1. Ci ispirano pensieri buoni e stimolano la nostra volontà al bene.

Nella campagna di Betlemme, presso il sepolcro di Cristo, dopo la sua Ascensione, gli Angeli parlavano agli uomini, ma di norma agivano su di loro in modo invisibile, senza parlare loro in modo sensibile. Qualche anno fa (marzo 1890) alcuni scolari di Reichenberg, nella Boemia settentrionale, fecero un’escursione nella foresta, furono sorpresi da un violento temporale e si rifugiarono sotto un albero. All’improvviso uno di loro corse sotto un altro albero. Gli altri lo seguirono e subito un fulmine colpì il primo albero e lo fece a pezzi. Convinti che l’Angelo custode avesse ispirato questo movimento, i genitori eressero una croce in suo onore. – I pensieri che ci turbano e ci preoccupano non vengono da Dio, né quindi dai santi Angeli. Dio infatti, è un Dio di pace (S. Ter.).

2. Gli Angeli offrono a Dio le nostre preghiere e le nostre buone opere.

Lo stesso Raffaele ha dichiarato di aver presentato a Dio le preghiere di Tobia. (Tob. XII, 12). Nel canone della Messa (3a orazione dopo l’Elevazione), il Sacerdote prega ogni giorno Dio di far portare la vittima santa dal suo Angelo davanti al suo trono. Gli Angeli non presentano le nostre preghiere a Dio, perché Dio non le conoscerebbe altrimenti – Egli che conosce tutte le cose prima che siano – ma per rendere le nostre preghiere pi efficaci le nostre preghiere, uniscono le loro ad esse. (S. Bonav.) L’Angelo custode partecipa a tutti i benefici che riceviamo da Dio, perché è lui che ci ha aiutato a chiederli. (S. Thom. Aq.).

3. Ci proteggono in caso di pericolo.

Egli ha ordinato ai suoi Angeli di custodirci in tutte le tue vie. (Sal. XC, 11). Esempi di protezione indicati dagli Angeli sono: i tre giovani nella fornace (Dan. III), Daniele nella fossa dei leoni (ibid. XIV).1 – L’angelo custode ha soprattutto il potere di tenerci lontani dalle insidie del diavolo perché gli spiriti maligni sono sotto il dominio degli Angeli buoni, come ha dimostrato Raffaele nella storia di Tobia (Cap. VIII). L’apparizione dell’Angelo buono è sufficiente per mettere il demonio in fuga. (S. Francesca Rom.) Ciò deriva dalla partecipazione al governo del mondo che Dio concede alle sue creature secondo il grado di unione con Lui. Le creature perfette hanno un’influenza sugli esseri inferiori; essendo la massima perfezione la visione di Dio, ne consegue che un Angelo di ordine superiore ha sotto il suo dominio uno spirito malvagio di ordine inferiore. ^ Tuttavia, gli Angeli buoni non ci tengono lontani dalle insidie del diavolo, che devono servire alla nostra salvezza. (S. Thom. Aq.) – Un buon Cristiano invocherà quindi il suo Angelo custode prima di un viaggio. Tobia augurava questo aiuto a suo figlio, al momento della sua partenza: “che l’Angelo di Dio ti accompagni” (Tob. V, 21).

4. Spesso rivelano agli uomini la volontà di Dio.

Un Angelo intervenne al sacrificio di Abramo; Gabriele fu il messaggero di Dio per Zaccaria e la Vergine Maria di Nazareth. – Tutte le rivelazioni e le apparizioni all’inizio disturbano e spaventano, solo in seguito riempiono l’anima di gioia e consolazione. Quando gli Angeli sono apparsi, quanto si sono spaventati Tobia, Zaccaria, Maria e i pastori! Gli Angeli stessi furono costretti a rassicurarli. Il diavolo agisce in modo diverso: prima li tranquillizza, poi subentra la confusione e il terrore. – Gli Angeli buoni appaiono sempre in forma umana; il diavolo, in varie sembianze, in particolare sotto forma di bestie (tranne l’agnello e la colomba); assumono persino l’aspetto degli Angeli della luce, della Beata Vergine e di Cristo. (Benedetto XIV). Come regola generale, appaiono per sedurre coloro che, per orgoglio o curiosità, cercano cose straordinarie, ad esempio agli spiritisti.

Per ottenere la protezione degli Angeli buoni, dobbiamo cercare di di assomigliare a loro, vivendo una vita santa, onorandoli ed implorando molto spesso il loro aiuto.

L’esperienza dimostra che i bambini piccoli sono oggetto di una protezione speciale. È quindi l’innocenza a renderci loro amici. “L’amore di Dio ci rende graditi agli Angeli” (Mart. Lat.) e il peccato li allontana come il fumo le api (S. Bas.). L’Angelo custode quindi non proteggerà i bambini che si arrampicano sugli alberi per rubare gli uccelli, né gli operai che profanano la domenica; al contrario, queste colpe sono spesso accompagnate da gravi incidenti. – Naturalmente, gli Angeli buoni ci proteggeranno ancora di più se li importuniamo con le nostre preghiere. Dio stesso concede le sue grazie solo quando le chiediamo, ed anche gli Angeli osservano questo ordine della Provvidenza. Dobbiamo quindi invocare il nostro Angelo custode salutandolo quando entriamo in casa, congratulandoci per la sua fedeltà nei nostri confronti, ringraziandolo per i suoi benefici. Dobbiamo al nostro Angelo custode più gratitudine che alla madre; quest’ultima ci protegge solo durante l’infanzia, mentre egli ci protrgge per tutta la vita, non solo contro i pericoli del corpo, ma anche contro quelli dell’anima. (Hunolt). – (La leggenda narra che l’imperatore Massimiliano ottenne una protezione speciale sulla roccia di San Martino. (1496). – Si dice anche che i bambini cadano da grandi altezze senza farsi alcun male. I giornali riportano ad esempio (3 maggio 1898) che al n. 47 di rue de Clignancourt a Parigi, la piccola Henriette Ferry, di 3 anni, è caduta dal 5°piano sul marciapiede e si è rialzata sana e salva. – Il 9 luglio 1895, il figlio del principe Alexandre de Salm, un bambino di 8 anni, cadde vicino a Vienna da un coupé ferroviario scoperchiato da un uragano. Il treno passò sopra di lui ad alta velocità, e quando fu lanciato il segnale d’allarme, fu trovato, tra lo stupore di tutti, che correva dietro al treno.). La nostra gratitudine deve essere quella di Tobia, il quale disse: “Padre mio, quale salario gli daremo, o come potremo ricompensare degnamente le sue buone azioni?” (Tob. XII, 2). La Chiesa ha fissato la festa degli Angeli Custodi la prima domenica di settembre o il 2 ottobre. Il lunedì è dedicato al loro culto. Anche l’immagine dell’Angelo custode deve essere onorata. Egli è: 1° in preghiera accanto a un bambino cullato (protezione della vita); 2° conduce per mano un bambino che attraversa un ponte molto stretto (guida verso il cielo); 3° allontanando un serpente pronto a mordere un bambino che cammina in campagna (aiuto nella tentazione); 4°volare verso il cielo portando un bambino in braccio (assistenza sul letto di morte). – Il catechista reciterà la preghiera all’Angelo custode.

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (IX)

SENZA GIURISDIZIONE SACERDOTALE, NON C’E’ VALIDA CONFESSIONE.

Il Sacramento della Confessione e la giurisdizione sacerdotale.

(G. Giuffré)

… da quella riserva di clero anziano, sia locale che di fuori città, sono nati 58 autentici Sacerdoti cattolici che hanno assistito la nostra congregazione per 50 anni. La validità di questi Sacerdoti cattolici veterani non è mai stata messa in dubbio. Tutti sono stati ordinati anni, o addirittura decenni, prima della distruzione dell’Ordine Sacro e dell’Ordine Episcopale nel 1968 (v. “18 giugno 1968” in ExsurgatDeus.org.). Ma, cosa altrettanto importante, tutti avevano ricevuto la delega specifica da parte di Vescovi validi e legittimi che è assolutamente necessaria per amministrare l’assoluzione ed assistere ai matrimoni. Questo perché ci sono due poteri associati al sacerdozio: 1) il potere dell’Ordine, che fa di un uomo un Sacerdote, e 2) il potere di Giurisdizione, che fa sì che il sacerdote sia un Sacerdote cattolico. Infatti, senza questo secondo potere, il sacerdote non è un confessore e non può amministrare l’assoluzione ai penitenti che si avvicinano a lui per confessare i loro peccati. Su questo requisito per l’amministrazione valida dell’assoluzione non ci possono essere dubbi. Come scrisse Padre P. Charles Augustine nella sua opera in otto volumi, “A Commentary on the New Code of the Diritto Canonico”, nel 1918, alle pagine 252-253;:”L’unico ministro di questo Sacramento [della Penitenza] è il Sacerdote, il quale, per assolvere validamente, ha bisogno non solo del potere d’ordine, ma anche del potere di giurisdizione, ordinaria o delegata, sul penitente. “Questa… è una verità dogmatica ….. La Chiesa esige il carattere sacerdotale come condizione o attitudine fondamentale, a causa dell’elemento ieratico che è intimamente connesso con il potere giurisdizionale. Ma poiché l’esercizio di questo potere è in realtà un atto giudiziario, che presuppone la giurisdizione, anche la giurisdizione è essenzialmente richiesta”. Inoltre, dai padri Spirago e Clarke, leggiamo il seguente commento tratto dalla loro opera classica, “Il catechismo spiegato” (in inglese – 1899), pagine 646-647:

“Il sacramento dell’Ordine conferisce solo il potere perpetuo, non il diritto di esercitare le funzioni di un Sacerdote. I neo-ordinati non possono quindi fare uso in nessun luogo dei loro poteri sacerdotali, fino a quando la giurisdizione ecclesiastica non sia conferita al Sacerdote dal suo Vescovo; i Vescovi la ricevono dal Papa… Un Sacerdote deve avere la facoltà di confessare dal Vescovo… Chiunque abbia l’ardire di esercitare le funzioni sacerdotali senza essere stato ammesso agli Ordini sacri o senza l’autorizzazione episcopale, sarebbe, nei Paesi cattolici, punito dal potere secolare; in ogni caso, su di lui ricadrebbero terribili castighi da parte di Dio…”. – L’eminente studioso della Chiesa, Ludovico Billot, ha scritto nel suo trattato De Ecclesiæ Sacramentis, Libro II, Tesi 23, §1, pagine 232-234, quanto segue: « Si noti che la giurisdizione, anche nel foro interno della Penitenza, non è in alcun modo data al Sacerdote in virtù dell’ordinazione … l’ordinando [sacerdote] è deputato [incaricato] ad esercitare un giudizio sacramentale sui suoi sudditi … Perciò si deve ritenere con certezza che il suddetto potere di giurisdizione non possa essere ottenuto da nessuno se non con il conferimento di un ufficio pastorale o con la delega di prelati [Vescovi] … un Sacerdote non ha giurisdizione se non per concessione del Pontefice e dei Vescovi che lo Spirito Santo ha stabilito per governare la Chiesa di Dio”. – Uno dei più prolifici canonisti e teologi del XX secolo, padre Felix Cappello, ha parlato molto chiaramente del requisito della giurisdizione sacerdotale sia concessa in modo specifico e che non possa essere semplicemente essere presunta come “automaticamente fornita dalla Chiesa”. Nella sua grande opera, De Sacramentis, II-1, pagina 398, padre Cappello scrive: “La giurisdizione per ascoltare validamente le confessioni deve essere concessa per iscritto o con parole… espressamente (can. 879, § 1).

“1º Si esclude così una concessione presunta, che in realtà non esiste, e che esisterebbe solo se venisse richiesta. …

“4º Alcuni considerano sufficiente, in caso di urgenza, una giurisdizione che si presume presente; come ad esempio “se si è moralmente certi che il Vescovo abbia ricevuto la richiesta scritta di giurisdizione e che sia stata data una risposta affermativa o al suo amministratore o per lettera, egli può, quando le circostanze sono urgenti, ascoltare le confessioni prima che le lettere siano ricevute o che ritorni colui che trasmette l’ordine”. Questa opinione, sebbene alcuni la neghino o la mettano in dubbio, sembra probabile, purché siano effettivamente presenti le due condizioni che 1) sia moralmente certo che il Vescovo abbia ricevuto la richiesta scritta e 2) sia moralmente certo che egli abbia dato una risposta affermativa.

“5º L’approvazione della giurisdizione, sia essa prudentemente presunta o addirittura certa, dopo che la confessione sia stata fatta o ascoltata, non è certamente sufficiente. …

7º Secondo tutti [gli autori], non si può presumere alcuna condizione da cui, in un caso particolare, dipenda la validità di un atto… di confessione”.

Infine, un’autorità in materia di necessità della giurisdizione come Papa San Pio X ha parlato di questa questione nel suo Catechismo del 1908, in risposta alle domande 8 e 9: “… Il ministro del sacramento della Penitenza è un Sacerdote autorizzato dal Vescovo ad ascoltare le confessioni. … Un Sacerdote deve essere autorizzato dal Vescovo ad ascoltare le confessioni perché per amministrare questo Sacramento validamente, non basta il potere dell’Ordine, ma è necessario anche il potere di giurisdizione, cioè il potere di giudicare, che deve essere dato dal Vescovo”. – Come si applica quanto sopra al clero che amministra i Sacramenti a Saint Jude’s da quasi mezzo secolo? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto capire che dal novembre 1969, al più tardi, non ci sono più state diocesi americane, con la possibile eccezione di una o due, in cui siano stati ordinati Sacerdoti validi per il rito romano o in cui siano stati consacrati Vescovi validi per il rito romano. Pertanto, gli unici Sacerdoti che i custodi di San Giuda (Stafford, Texas) hanno invitato a celebrare la Messa e ad ascoltare le confessioni presso il santuario sono stati quelli le cui ordinazioni sono avvenute prima del 1969. – Ad eccezione di tre sacerdoti in visita, inviati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, che abbiamo ospitato per un breve periodo 47 anni fa, tutti i Sacerdoti che hanno offerto la Messa e amministrato il Sacramento della Penitenza a Saint Jude dalla domenica di Pentecoste, il 6 giugno 1976 sono stati ordinati prima del 1969 e soddisfatto i criteri richiesti dalla Chiesa Cattolica per essere classificato come Sacerdote e confessore valido e legittimo. – Nei sei anni successivi, il Saint Jude’s sarebbe stato assistito da tre confessori anziani che avevano ricevuto la loro giurisdizione clericale dal Vescovo della diocesi di Galveston durante gli anni ’40 e ’50. Altri ecclesiastici si sono recati in Texas per servire la nostra congregazione, portando con sé la delegazione ricevuta dalle loro diocesi di origine e dagli ordini religiosi. Come funziona? Il canone 883 consente ad un Sacerdote di ascoltare le confessioni quando viaggia al di fuori della sua giurisdizione territoriale. Può ascoltare le confessioni per tre giorni durante la permanenza in una diocesi diversa dalla propria, prima di dover richiedere il rinnovo della giurisdizione al Vescovo locale. Ma il canone non pone alcun limite al tempo in cui il Sacerdote può ascoltare le confessioni in quella diocesi se il Vescovo locale non è “facilmente raggiungibile”. Ovviamente, questo descriverebbe l’attuale situazione apocalittica attuale negli Stati Uniti, dove non c’è un solo Vescovo cattolico di rito romano valido e funzionante. – Oppure si consideri anche il Canone 1098, che si rivolge alle coppie cattoliche che desiderano sposarsi davanti a un Sacerdote o a un Vescovo cattolico valido che fornisca loro un’assistenza adeguata, che offra loro la Messa nuziale tradizionale e la benedizione nuziale (quest’ultima assolutamente necessaria e richiesta dalla Chiesa), ma non sono in grado di trovare un ministro locale, autentico, che offici la cerimonia. In questi casi, i cattolici che desiderano matrimonio nella Chiesa sono tenuti a richiedere i servizi di un altro sacerdote, anche se “di un’altra diocesi”. – Infine, ci viene ricordato il Canone 2261, in base al quale un Sacerdote la cui giurisdizione è inattiva a causa di una sanzione segreta, può amministrare i Sacramenti validamente e legittimamente richiesti dai fedeli che si trovino in gravi necessità. Le richieste di Sacramenti che gli vengono rivolte da chi si trova in gravi necessità riattivano la sua giurisdizione in modo che egli possa soddisfare l’appello speciale che gli è stato rivolto. Il punto è, se la giurisdizione del Sacerdote censurato viene ripristinata affinché egli possa assistere i fedeli in difficoltà, allora quanto più la Chiesa faciliterebbe la ripresa della delega di un Sacerdote che è diventata non perché ha commesso un reato punibile, ma semplicemente perché si trova per il momento al di fuori della sua giurisdizione territoriale? – È sulla base di questi principi che i Sacerdoti cattolici anziani hanno operato come ministri validi e legittimi dei Sacramenti ai fedeli che sono stati abbandonati e traditi dalla “Chiesa ufficiale” per oltre mezzo secolo . C’è anche la ben nota circostanza descritta dal Canone 209, che viene definita “errore comune”, cioè quando un Sacerdote con la giusta giurisdizione non sa di essersi avventurato al di fuori della sua diocesi e poi viene avvicinato da qualcuno per ricevere i sacramenti. Quando sia il Sacerdote che il penitente sono ignari di trovarsi al di fuori del territorio a lui delegato, la Chiesa estende i limiti delle sue facoltà in modo che il confessore possa amministrare validamente l’assoluzione. Questo, naturalmente, non accade quando un confessore viene richiesto dai custodi del Santuario di San Giuda di assolvere i membri della loro congregazione che si mettono in fila per la confessione. Infatti, coloro che sono responsabili dell’invito del Sacerdote a Saint Jude avranno una conoscenza approfondita del suo passato. – Tuttavia, in tutti gli esempi citati sopra, la condizione chiave che debba essere soddisfatta affinché i Canoni si applichino è il requisito che al Sacerdote in questione sia già stata concessa la giurisdizione per esercitare la sua missione sacerdotale all’interno di un territorio o di un’obbedienza da parte di un vero Vescovo cattolico. Anche nelle condizioni catastrofiche in cui si trova oggi la Chiesa, non c’è alcun Canone che permetta a un Sacerdote “libero professionista”, senza alcuna missione da parte di un Vescovo della Chiesa, di operare come un autentico confessore cattolico in grado di amministrare legittimamente, e quindi validamente, l’assoluzione ai fedeli in generale. – L’unica eccezione a questa regola è prevista dal canone 882 nei casi di “pericolo di morte”, quando un penitente sia veramente in pericolo di vita e non ci sia nessun Sacerdote cattolico debitamente autorizzato ad amministrargli gli ultimi riti della Chiesa. In questi casi, qualsiasi Sacerdote valido, anche uno scismatico, come un ecclesiastico greco o russo, ortodosso, riceve direttamente dalla Chiesa cattolica le facoltà di emergenza per impartire l’assoluzione e l’Estrema Unzione ad una persona che si trovi in una situazione di emergenza ed in punto di morte non abbia altre possibilità di ricevere gli ultimi Sacramenti. Ma i canonisti di più alto rango nella Chiesa sono stati costantemente irremovibili sul fatto che in nessun’altra circostanza si può presumere una “giurisdizione fornita” in un caso diverso dal “pericolo di morte”.  Con questa unica e sola esenzione dalla necessità assoluta per il clero di ottenere la delega da una legittima autorità episcopale per poter validamente assolvere i fedeli dai loro peccati, è incomprensibile come l’arcivescovo “in pensione” Marcel Lefebvre, ex-superiore generale dei Padri dello Spirito Santo ed ex-ordinario per l’Africa. della diocesi missionaria africana del Senegal, abbia potuto in buona coscienza fondare un seminario a Econe, in Svizzera, tra l’inizio e la metà degli anni ’70, con il progetto di produrre “mezzi sacerdoti” che, nella migliore delle ipotesi, ricevevano il potere degli ordini, ma venivano mandati in giro per il mondo senza l’altra metà della loro vita. del sacerdozio, il potere di giurisdizione. A cosa pensava? Non lo sappiamo. Ma sin dall’inizio, il clero ibrido di Lefebvre è stato al centro di controversie ovunque siano apparsi, fino ai giorni nostri. Scandali su scandali continuano ad affliggere la società di Lefebvre a trentadue anni dalla morte dell’arcivescovo, mentre il tasso di ricambio e di defezione rivaleggiano con quelli della Chiesa conciliare. Che si tratti di un progetto o dell’inevitabile risultato di sacerdoti che non sono realmente cattolici, la Società di Marcel Lefebvre si è divisa in più occasioni, creando ogni volta dei cloni di se stessa, tra cui la Società dei Santi di San Pio V (SSPV) che si è anch’essa divisa in due o tre schieramenti opposti, a volte denominati “Società di San Pio X, talvolta indicati come SSP2½ e SSP1¼. Più recentemente, un’altra incarnazione della SSPX, che si sta frammentando in comitati sempre più piccoli e irrilevanti, è il cosiddetto “Riconoscere e Resistere” (R&R). – Parallelamente alla rapida suddivisione della SSPX, si sta sviluppando la cosiddetta “linea Thuc”, che si riferisce ad una progenie spirituale della SSPX cioè ad una progenie spirituale di presunti vescovi che rivendicano la loro discendenza dal defunto vescovo vietnamita Ngo Dinh Thuc. Il fratello del vescovo Thuc, Ngo Dinh Diem, fu assassinato dalla CIA nel 1963. Tre altri tre fratelli di Thuc sono stati assassinati in Vietnam. Il calvario lasciò il prelato a pezzi. Ma prima dell’uccisione di Diem, Thuc era già stato convocato a Roma per partecipare al Concilio Vaticano II, dove si era prefissato di promuovere il “dialogo” della Chiesa con i buddisti. Dopo il Concilio Vaticano II, il vescovo si stabilì ad Albano, in Italia. Albano, in Italia, ma poi si avventura a Palmar de Troya, in Spagna, dove l’11 gennaio 1976 viene ordinato, l’autoproclamato stigmatizzatore Clemente Domigues Gomez e quattro complici. Le consacrazioni facilitarono il lancio della “Chiesa palmariana”, di cui Clemente fu incoronato “papa”. Thuc fu “scomunicato” dall’antipapa Paolo VI per le consacrazioni indipendenti. Thuc “ritrattò”, si riconciliò con la Chiesa conciliare ed in seguito si stabilì a Tolone, in Francia. Nel 1981 ha ripreso a consacrare altri vescovi indipendenti, iniziando con il sacerdote domenicano Guérard des Lauriers, e poi un anno dopo consacrò due sacerdoti messicani, Moises Carmona di Acapulco e Adolfo Zamora, per volere di due medici veterinari tedeschi, Hiller e Heller. Thuc ha consacrato condizionatamente due prelati della Chiesa scismatica vetero-cattolica, Jean Laborie e Christian Datessen. Una volta che il “genio era uscito dalla bottiglia” delle consacrazioni episcopali libere e facili consacrazioni episcopali facili e gratuite, non c’era limite a chi sarebbe stato mitridatizzato in seguito. All’ultimo conteggio, la linea Thuc comprendeva un criminale condannato ed una donna stregone africana. Così, il vescovo Thuc è stato usato da opportunisti spudorati che lo importunarono per tentare diverse consacrazioni episcopali illecite e sconsiderate nei primi anni ’80, che avrebbero potuto renderlo automaticamente scomunicato, indipendentemente dalla beffarda sentenza pronunciata contro di lui da Montini, se all’epoca fosse stato sano di mente. – Ecco solo alcune delle decine, se non centinaia, di “vescovi” che oggi rivendicano la loro discendenza da Ngo Dinh Thuc, come compilato dal signor John Weiskittel, con i suoi commenti:

“Vescovo” Pierre Marie Mvondo: Un vescovo africano Thuc del Camarun, c’è un video che mostra la processione prima di una Messa di rito tridentino con molta inculturazione, favorita da Thuc nella sua autobiografia. Ecco un’omelia su Thuc che praticamente lo canonizza. https://tinyurl.com/sp7dxjz

Il “diacono” William Kamm (“Little Pebble”), leader di una setta apocalittica australiana e condannato per crimini sessuali, dice che Dio lo farà presto Papa. Fatto “diacono” dal “vescovo” della linea Thuc Malcolm Broussard. https://magnuslundberg.net/2016/05/15/modern-alternative-popes-14-william-kamm/

Nel seguente link del Daily Mail si noti che c’è un video di otto minuti su di lui che vale la pena di vedere: https://tinyurl.com/tyzpnmo

“Papa” Atanasio I (Bryan Richard Clayton) Ex seminarista del CMRI, consacrato condizionatamente dal Thuc.

Vescovo” Patrick Taylor (attraverso il ramo Datessen)

https://magnuslundberg.net/2016/05/15/modern-alternative-popes-21-athanasius-i/

Vescovo” Bernadette Meck Sì, una donna “vescovo” della linea Thuc — il suo appello V-2 per le donne nelle “sacre funzioni”. Come molti vetero-cattolici, ha molteplici linee di successione, una delle quali proviene dall’ “Arcivescovo” Peter Paul Brennan, che aveva anch’egli linee multiple, tra cui quella di Thuc (scorrere la pagina fino a “Altre linee apostoliche acquisite attraverso P.Paul Brennan”).

http://marymotherofjesusiocc.org/apostolic-lines-of-bishop-meck.html

Padre” Joseph Di Mambro Leader del culto occulto/neo-gnostico/millenarista/assassino-suicida, l'”Ordine del Tempio”, che insieme a Lucille ha avuto una linea di discendenza multipla.

Ordine del Tempio, che con Lu Jouret, un altro leader, e un terzo membro è stato ordinato dal “vescovo” Jean Laborie. Una foto in cima all’articolo linkato mostra Di Mambro che insegna alla figlia piccola (sarebbe morta con lui in una delle immolazioni della setta) come diventare una “sacerdotessa mistica”: https://www.bizarrepedia.com/order-of-the-solar-temple-cult/ Il capitolo del libro che ho linkato qui https://tinyurl.com/stbe7to fa riferimento solo all’ordinazione di Jouret del 1984, ma ho visto che Di Mambro è stato citato come un ordinato da Laborie.

Da parte sua, l’arcivescovo Marcel Lefebvre ha aggiunto alla confusione consacrando quattro vescovi senza un mandato apostolico, pur riconoscendo Karol Wojtyla come “Papa” Giovanni Paolo II. Né Thuc né Lefebvre, né alcuno dei loro discendenti episcopali è sembrato preoccuparsi della legislazione papale di Pio XII, ancora in vigore, emanata il 9 aprile 1951, con il titolo “Consacrazione di un vescovo”: “Consacrazione di vescovi non nominato o espressamente confermato dalla Santa Sede”, AAS 43-217: “Un Vescovo, di qualsiasi rito e dignità, che consacra all’episcopato qualcuno che non sia stato né nominato né espressamente confermato dalla Santa Sede, e la persona che riceve la consacrazione, anche se costretti da grave timore (Canone 2229, § 3, 3º), incorrono ipso facto in una scomunica riservata in modo particolare alla Santa Sede…”. – Ai gruppi sopra elencati con nomi abbreviati con iniziali, possiamo aggiungere anche i seguenti:

La Congregazione Maria Regina Immacolata (CMRI) è stata fondata dalla pedofila Frances Schuckardt, che poco dopo ha accettato l’ordinazione e la consacrazione da parte del vescovo canadese scismatico e vetero-cattolico Daniel Q. Brown. Anni dopo l’espulsione di Schuckardt dal gruppo per aver molestato diversi chierichetti, il CMRI si è infine incentrato su Mark Pivarunas come nuovo vescovo, che è stato consacrato da Moises Carmona, innestando così la CMRI sulla dubbia linea Thuc. Pivarunas ha appena annunciato l’apertura di un nuovo centro CMRI a Kingwood, in Texas, con l’esplicito scopo di subentrare a Padre Campbell nella cura spirituale della congregazione di Saint Jude, e ha iniziato a contattare attraverso il suo agente locale, padre Francis Miller, i membri del Saint Jude via e-mail, evidentemente fornitagli da un attuale o ex partecipante alle Messe del Saint Jude. – Nessuno di questi gruppi è minimamente interessato a ristabilire l’ordine gerarchico all’interno delle strutture occupate e visibili della vera Chiesa, a partire dalla restaurazione di un vero Papa sulla Cattedra di Pietro, ma operano senza alcuna legge per perpetuare i loro piccoli imperi. Nessuno di questi gruppi ha confessori delegati che possano assolvere i fedeli dai loro peccati, se non in pericolo di morte, e molte di queste organizzazioni non hanno nemmeno più sacerdoti indiscutibilmente validi, dal momento che praticamente tutto il clero della FSSP riceve gli ordini sacerdotali da vescovi novus ordo non validi, e la SSPX da qualche tempo ammette tra i suoi ranghi sacerdoti novus ordo senza il beneficio dell’ordinazione condizionale. Sempre più il clero “trad” e “semi-trad” comincia ad assomigliare alle sue controparti del novus ordo. In effetti, questo potrebbe essere stato predetto dalla santa suora e mistica tedesca, la venerabile Anna Catherine

Emmerick, che nel 1820 disse: “Ho visto costruire una strana chiesa contro ogni regola… Nessun angelo sorvegliava le operazioni di costruzione. In quella chiesa, nulla veniva dall’alto… C’era solo divisione e caos”. È probabilmente una chiesa di creazione umana, che segue l’ultima moda, così come la nuova chiesa eterodossa di Roma, che sembra essere dello stesso tipo”. (Yves Dupont, “Profezia cattolica; l’imminente Castigo”, 1970, Tan Books, pagina 61)

Nel frattempo, il Saint Jude rimarrà come è stato per quasi 50 anni, un avamposto della Chiesa cattolica residua, servito da veri sacerdoti cattolici. Chiesa cattolica, servita da veri sacerdoti cattolici, altri dei quali potrebbero presto unirsi a noi.

Cordiali saluti in Cristo Re,

Gary Giuffré

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (51c.)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (51c.)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -IX c-

8. Sacramento dell’Ordine.

J 8a a. – ESSENZA DEL SACERDOZIO CRISTIANO.

Nel Nuovo Testamento esiste il Sacerdozio visibile esterno 1764 1771.

Il Sacerdozio del N.T. o Ordine è un (proprio) sacramento 718 860 1310 1326 1601 1764 1766 1773 1864 2536 3857: l’arruolamento nel clero non viene fatto dal popolo o dal potere secolare per chiamata o consenso, ma con l’ordinazione sacra 3850 CdIC 109.

L’Ordine è propriamente uno dei sette sacramenti (a.ugualmente un Sacramento per la Chiesa universale) 1766 a3857.

Si rivendica come legittima la diversità degli Ordini con cui ascendere al sacerdozio 1765 1772; per diritto divino esiste la gerarchia costituita dai Vescovi, presbiteri e ministri (a.diacono) 1776 Cd1C .108, § 3; si recensiscono tuttavia in tre gli Ordini sacri nella Chiesa Romana (Vesc. presb., diac.) poi sette 836; cioè sacerdote, diacono, subdiac. e quelli che sono gli ordini maggiori), accolito, esorcista, lettore, ostiario (a che sono ord. minori) 1765 CdIC a949; per altre distinzioni vd.: G 4da.

I Vescovi sono presbiteri superiori per potere di ordine 1768 1777.

Materia dell’ordinazione al diaconato, presb., Vescovo (a.unica) almeno nei tempi posteriori, è l’imposizione delle mani 326-328 826 3325 a3858-3860; è sufficiente per la validità il contatto morale, si comanda il contatto fisico 3861.

La Tradizione degli strumenti come prescrizione della Chiesa fu prescritta per la validità solo nella Chiesa latina, mentre nella Chiesa grecale ordinazioni si fecero sempre validamente senza la tradizione degli strumenti 1326 3858.

La Forma sono le parole che riferiscono il potere determinante (grazia sacramentale) in ciò che competa ad ogni ordine (a. in questo mancano gli ordini anglicani) 1326 a3316s 3858-3860.

J 8b b. — ORIGINE DEL SACERDOZIO CRISTIANO.

8ba. Istituzione. Il vecchio etus sacerdozio è passato nel nuovo 1764.

Cristo ha istituito il Sacerdozio del N.T. 1740 1752 1764 1773 3857; agli Apostoli ed ai loro successori nel sacerdozio è affidato il potere di consacrare, offrire, amministrare il corpo ed il sangue di Cristo (1740 1752) 1764 1771.

Riprov. l’asserzione dei Modernisti circa l’istituzione del sacerdozio 3449s.

8bb. Ministro dell’ordinazione. Ministro a.ordinario del sacram. dell’Oordine è (solo) il Vescovo 128 a1326 1768 1777 CdIC 951; ministro straordinario è chi senza carattere episcopale, per diritto o dalla Sede Apostolica riceve indulto per conferire alcuni ordini CdIC 951; privilegio che si traduce nella facoltà del semplice sacerdote di conferire il subdiaconato, b.diaconato, c.presbiteriato, d.tutti gli ordini sacri abc1145s d1290 ab1435; si riprovano le asserzioni: [Qualsiasi sacerdote può conferire qualunque Sacramento (quindi anche gli ordini)] 1136; [l’Ordinazione del clero si riserva al Vescovo per lucro temporale ed onore] 1178.

Validità dell’ordinazione conferita dal ministro a.scismatico o b.eretico — si riconosce a356 b478 a705; — si nega (richiedendo la “riordinazione”)

Nel caso dei a.Paulianisti e b.Anglicani (qui per difetto di forma ed intenzione) a128 b3315-3319; ambigue decisioni in caso di ordinazione simoniaca 691-694 701s 705 707 710; chi ignora la sua ordinazione è da rigettare 592.

Riprov. le asserzioni circa la amministrazione del sacram. dell’ordine 1651-1657.

J8c. c. — FINE, EFFETTO, IMPORTANZA DEL SACRAMENTO DELL’ ORDINE.

8ca. Fine è la conduzione dei fedeli ed il ministero del culto divino CdIC 948; è il governo e l’accrescimento spirituale della Chiesa 1311.

8cb. Effetto. Il Sacram. dell’Ordine conferisce la grazia per l’idoneità del ministro 1326 3857.

Si imprime il carattere, a.per cui è impedita la reiterazione 825 1767 1774 CdIC a732, § 1;

Una volta ricevuta validamente l’Ordinazione non si può più deporre CdIC 211, § 1; pertanto il a.sacerdote (più precisamente: il b.constituito negli ordini maggori) non può più tornare laico a1767 (1771) a1774 CdIC b211, § 1.

8cc. Dignità. Il sacerdote è per ufficio pubblico il deprecante e adoratore di Dio. 3757; è ministro di Cristo, in “personam Chr.” similmente a Cristo è capo dei membri. 3755 3850.

J8d. d. — SOGGETTO DEL SACERDOTE CRISTIANO.

Non tutti i fedeli sono dotati di pari potere spirituale 1767; soggetto valido del sacram. dell’Ordine è solo l’uomo battezzato CdIC 968, § 1.

Sacerdozio generale dei fedeli: concetto e sequele 3849-3853.

9. Sacramento del matrimonio.

9a. a. — ESSENZA DEL MATRIMONIO.

9aa. Concetto e varie specie di matrimonio. Il Matrimonio è una società individuale contratta da un uomo e una donna 3142.

Il Matrimonio valido tra non-battezzati si dice vero non-rato 769; o si dice legittimo CdIC 1015, § 3; il matrim. valido tra battezzati si dice vero e rato 769; oppure rato e consumato CdIC 1015, § 1.

9ab. Indole sacramentale. Il Matrim. tra fedeli è un Sacramento 761 794 9ab 860 916 1310 1327 1601 1800 1801 1864 2536 2598 2965 2973 2990s 3142 3145s 3700 3710 3713s CdIC 1012; si riprovano le asserzioni ctr. la sacramentalità del matrim. 3451 3715.

La Forma (ossia la causa efficiente) del matrimonio è solo il consenso a.tra i presenti 643 a755s 766 a776 a1327 a1497 3701 CdIC (1012) 1081.

Il Consenso matrimoniale è un atto di volontà al quale entrambe le parti si soggettano e accettano in perpetuo il potere esclusivo del corpo in ordine all’atto di per sé idoneo alla generazione della prole CdIC 1081; il consenso regolarmente è manifestato dalle parole, a.in caso di impossibilità bastano i cenni a766 1327 CdIC 1086, § I a1088, § 2.

Il contratto matrimoniale non è dissociabile dal Sacramento 2966 (2974) 3145s (CdIC 1012); su riprova: [il Sacram. matrim. consiste nella sola benedizione] 2966.

Le condizioni ctr. la sostanza del matrimonio lo rende nullo, come le condizioni turpi ed impossibili che lo hanno come oggetto, 827 CdIC 1092; i diriitti matrimoniali per l’uomo e la moglie sono uguali (778) 3144.

La professione solenne di castità invalida il matrimonio 1809 (CdIC 1119).

Il Matrimonio contratto senza il consenso dei genitori per sé non sono validi 1813:

I matrimoni clandestini di per sé sono veri e rati 1813; ma sono proibiti dalla legge eccl.; vd. J 9bb.

I Matrimoni misti per sé sono validi, anche se non si è osservata a forma Tridentina 2518s 3387; ma sono riprovati se non sussista una giusta causa 2518 3386; i matrimoni tra apostati sono validi, se non sussiste il patto di dissolubilità 2340; circa la validità dei matrimoni tra gli eretici 2515 2517; i matrimoni degli acattolici (per sé) sono validi 3388; la loro validità non dipende dalla forma stabilita dalla Chiesa 3474.

J9b. b. — ORIGINE DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

9ba. Origine remota. Il Sacramento del matrimonio è istituito da Cristo (1799) 1801 2965 2990 3142 3700 3713 CdIC 1012.

9bb. Il diritto della Chiesa nella questione matrimoniale dei fedeli si estende ad ogni causa 1812 2598 2967-2974 2990 3144-3146 CdIC 1016 1960; al potere civile compete il diritto circa l’effetto meramente civile CdIC 1016.

Da osservarsi è la legislazione della Chiesa circa la forma (in specie a.proibendo i matrim. clandestini, b.proibendo il matrim. civile, c.istituendo la pubblicazione dei prossimi sposalizi.

ac817 ac18131816 2515-2520 b2990-2993 a3385 b3386 3468-3473.

Si riprova l’asserzione circa gli sponsali 2658.

La Chiesa ha il diritto di stabilire gli impedimenti 817 860 1803s 1812 1814s 2659s 2968-2970 (2972 2974) CdIC 1038 1040; ha in essi il diritto di dispensare 1803; i matrimoni contratti nell’infedeltà non costituiscono impedimenti meramente ecclesiastici in caso della conversione dei coniugi 777.

Si richiede l’assistenza del parroco (a.eccetto il caso in cui non sia possibile averlo entro un mese) 1814-1816 a3471; modo di agire nel matrimonio misto 2590.

9c. c C. — FINE, EFFETTO, VALORE DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

9ca. Ragione e causa primaria del matrimonio è la mutua interiore conformazione dei coniugi 3707.

9cb. Fine. a.propagazione e conservazione del genere umano per b.procreazione ed educazione della prole, aumento corporale della Chiesa, d.mutuo aiuto, e.mutuo amore, f.rimedio della concupiscenza c1311 ac3143 abc3705 def3718 b3838 CdIC bdf1013, § 1; si distinguono fine primario (sci. a.generaz. ed educ. della prole) e fini secondari (b.al primo subordinati) 3718 ab3838 CdIC a1013, § 1.

9cc. Beni del matrimonio (prole, fede, Sacramento 1327 3703-3714.

9cd. L’effetto è il diritto alla grazia attuale —: nel sostenere il compito coniugale 3911 CdIC 1110; —: per confermare il nesso del mutuo amore naturale 1799 3142 3713; —: per confermare l’indissolubile unità del connubio. 1327 1799 3142 3713; —: per la santificazione dei coniugi 1799 3142 3713; il Sacramento in vero non è instituito, se non perchè l’uso del coniuge sia strumento maggiormente atto alla carità degli sposi nei confronti di Dio 3911.

9ce. Proprietà essenziali. Gli effetti del Sacramento sono l’unità e l’indissolubilità CdIC 1013, § 2: il matrimonio è un vincolo perpetuo ed esclusivo tra i coniugi (3142) CdIC 1110.

L’unità concede il nesso tra i due 778 (1797) 1798 1802 2536 CdIC 1013, § 2; non è lecito ad un uomo avere più mogli simultaneamente (b.se non a chi sia connesso per rivelazione) né c.ad una donna avere più uomini abc778s ac860 (a1497) a1802; l’unità comprende l’amore coniugale, la mutua interna conformazione, il soggettarsi della moglie all’uomo 3706-3709.

L’indissolubilità o l’inviolabile fermezza è propria al matrimonio cristiano (117) 794 1797 1799 2536 2705s 2967 3142 3710s 3724 3953 3962 CdIC 1013, § 2; nel caso in cui si è ritenuto un secondo matrimonio (es. coniuge disperso), dopo il ritorno del marito è da restaurarsi il precedente matrimonio 311-314.

L’indissolubilità non conviene ai singoli coniugi in ugual misura 3711; il matrimonio rato e consumato nessun potere umano può dissolvere 754s 3712 CdIC 1118; circa la cooperazione di ufficiali cattolici nel divorzio civile 3190-3193; anche il matrim. rato di per sé non può essere sciolto 769 3712; può essere disciolto tuttavia per la pronunzia di un voto di religione di professione solenne (a.in forza di dispensazionedel Sommo Pontefice) 754s 786 1806 CdIC a1119.

Anche al Matrimonio naturale (pertanto) e legittimo conviene l’indissolubilità

(a. Così come al legislatore secolare per cui non può sciogliere il vincolo), b.esiston comunque eccezioni di diritto divino 779 b3712 a3724; in forza del privilegio Paolino può essere sciolto il matrimonio degli infedeli 768s 779 1497 1983 1988.2580-2585 2817-2820 CdIC 1120-1123; conversione di uno dei coniugi tuttavia da sè stess9 non dissolve il vincolo del matrimonio contratto nell’infedeltà, ma produce solo il diritto a nuove nozze (Ovvero: a.scioglie, se realmente le nozze sono validamente iniziate) (777) 2582 2585 CdIC a1126; il privil. Paol. non può applicarsi —: quando si è contratto il matrimonio con l’infedele previa dispensa per disparità di culto ottenuta dalla Sede Apostolica 2584 2817 2819; —: nel caso della defezione della fede nel matrimonio tra i fedeli 769; per defezione del coniuge infedele (richiesta per diritto) a.sotto qualunque condizione dispensato a1988 a2583 2818 CdIC 1121-1123.

Non può essere sciolto il matrimonio per a.eresia, b.molesta coabitazione, c.adulterio di uno dei coniugi c756 ab1805 c1807 c2536; è invero lecito per diverse cause procedere alla separazione del talamo e della coabitazione 1327 18082536 CdIC 1129.

Sono leciti anche matrimoni plurimi successivi (secondo, terzo, etc.), più a.onorabile invero è la casta vedovanza 794 837 860 1015 a1353 CdIC a1142.

9cf. La Dignità del matrimonio è rivendicata ctr. l’accusa di peccaminosità 206 321 461-463 718 761 794 802 (916) 1012.

Il Matrim. chr. significa il mistico connubio di Cristo e la Chiesa 1327 3712.

La superiorità della verginità a.non rinnega l’indole sacramentale del matrimonio 802 1353 1810 a3911s.

J9d. d. — SOGGETTO DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

Soggetto sono l’uomo e la donna liberi da impedimenti CdIC 1035.

Si difende il diritto (in genere) dell’uomo al connubio, che non può essere eliminato dalla umana autorità 3702 3722 3771.

10. Sacramentali.

J10a. a. — SACRAMENTALI IN GENERE.

I Sacramentali sono cose o azioni che la Chiesa usa con una certa imitazione dei Sacramenti per ottenere effetti specialmente spirituali CdIC 1144; tra di essi si enumerano consacrazioni, benedizioni, esorcismi CdIC 1147-1153.

La loro efficacia è “ex opere” della Chiesa operante 3844 CdIC 1144.

È solo della Sede Ap. istituire, mutare, abolire i sacramentali CdIC 1145.

Ministro ne è il chierico istruito della debita potestà CdIC 1146.

Soggetto sono i fedeli, i catecumeni ed anche gli acattolici CdIC 1149 1152.

Si riprova la trascuratezza dei sacramentali sotto il pretesto della contemplazione 2191.

J10b. b. — INDULGENZE.

10ba. Essenza. Le indulgenze sono la remissione della pena temporale contratta con i peccati già rimessi in quanto alla colpa 1448 CdIC 911; sono concessi dal tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi 1025-1027 1398 1406 1448 1467 CdIC 911

10bb. Origine. La Chiesa, il a.S. Pontefice, b.i Vescovi episcopi (suoi sudditi) possono elargire le indulgenze a819 (868) a1025-1027 a1059 (1192) a1266 b1268 a1398 a1416 a1447-1449 1835 1867 2537 CdIC b349, §2,2 911 a912.

10bc. Efficacia. Le indulgenze si applicano per i fedeli vivi e defunti che sono le membra vive di Cristo 1266s 1448 CdIC 925; ai vivi si applicano per modo di assoluzione 1448 CdIC 911; ai defunti per modo di suffragio 1398 1405-1407 1448 CdIC 911; circa l’efficacia dell’indulgenza dell’altare privilegiato 2750; riprovata l’asserzione circa l’efficacia delle indulg. 1192 1416 1468s 1960.

10bd. Utilità. Le indulgenze si raccomandano come utili, salutari 1835 1867 2537 CdIC 911; non per questo con tanta facilità ed indiscrezione si ottengono in concessione in soddisfazione penitenziale 819 1835; asserzioni riprovate circa l’uso e l’utilità 1470-1472 2057 2216 2640-2643.

10be. Soggetto capace di indulgenza è il battezzato non scomunicato, in stato di grazia (a.contrito e confessato) almeno alla fine delle opere prescritte a1266s CdIC 925, § 1; per l’acquisto dell’indulgenza si richiede l’intenzione ed il compimento delle opere ingiunte. CdIC 925, § 2.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (18)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (18)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo settimo

LA MORALE CRISTIANA E LA MORTE.

Celebre tra i fautori del teatro d’eccezione è la tragedia di Leonida Andreieff: La vita dell’uomo. I suoi cinque quadri ci presentano i momenti più significanti della vita: non della vita di uno speciale uomo, che porti sul volto il tormento di passioni sue proprie, ma della vita dell’uomo in genere, che nasce, spera, raggiunge, perde ciò che ha conquistato, e muore..Noi udiamo il grido che manda la sua madre straziata, quando l’uomo nasce. E dall’oscurità emerge allora una figura grigia. Essa regge una torcia, che in quel punto si accende. Dalla notte del non essere è sgorgata una luce: arde la brief candle di Shakespeare. E per tutta la tragedia questa torcia lentamente si consuma. Sfavilla, dapprima, chiara, fra le danze della giovinezza; brilla ancora, in seguito, fulgida, tra le speranze, le disillusioni, i contrasti, la fortuna che giunge, la ricchezza che sfuma, la fama che avvizzisce, l’ingegno che isterilisce, la scomparsa dei parenti. La cera frattanto va consumandosi sempre più. Viene il giorno in cui la torcia dà un guizzo e si spegne: « Silenzio! — grida la figura grigia — l’uomo è morto ». È proprio questa la realtà? Sì e no. – Se il granellino di frumento non cade a terra e non muore, non darà frutto — ha detto Gesù nel Vangelo; — se invece morrà, porterà molto frutto. La morte cristiana non solo insegna a vivere, ma c’insegna anche a morire. E la morte ce la fa contemplare non solo alla luce d’una torcia che si consuma, alla fiammella tenue d’una candela benedetta che proietta il suo pallido raggio sul granello di frumento che marcisce, ma alla luce altresì del sole radioso dell’Amore, che lascia la spiga matura, destinata ad essere transustanziata in Cristo. – Dinanzi alla figura di Socrate, eroicamente bella e dignitosa, che muore in carcere, Platone sussurrava: « La filosofia è la meditazione della morte. Dinanzi alla croce di Cristo, divinamente grande, la morale nostra ripete ancora una volta che bisogna morire per vivere, bisogna saper cristianamente morire per passare ad una vita nuova, beata ed eterna.

I. – Il Cristianesimo e la morte.

Il Cristianesimo considera anche la morte in funzione del concetto di amore. A prima vista, questo pare impossibile ed assurdo. La morte è spaventosa, orribile, terribile, diceva già Aristotele. La distruzione del nostro organismo, la separazione dell’anima dal suo corpo; l’abbandono di quanto ci è caro, delle persone alle quali ci legano vincoli di sangue e d’affetto, della terra che ci ha visti nascere, delle cose tutte che ci circondano; l’incertezza buia dell’al di là; tutto ciò non può a meno di suscitare in noi un fremito di raccapriccio e di repulsione. Come mai si potrà quindi parlare di morte in rapporto all’Amore? Eppure basta riflettere un istante, perché la scena si cambi. Noi non avremmo dovuto morire. L’Amore infinito di Dio non ci aveva destinati agli orrori della morte. Fu la colpa del primo uomo, fu la ribellione all’Amore, che introdusse la morte nel mondo. E se la morte è brutta e orribile, lo è in quanto si ricollega alla negazione dell’Amore. – Ogni volta — anche nell’ordine naturale — che la morte non calpesta l’amore, ma lo afferma in qualsiasi dose, in qualsiasi grado, in qualsiasi modo, essa si trasfigura, assume un nuovo aspetto, diventa spesso « la bella morte ». Se una madre si sacrifica e muore per il figlio; se un soldato cade sul campo dell’onore per la patria; se uno scienziato trova un sepolcro nel laboratorio delle sue ricerche, noi ci accorgiamo che un raggio di amore, sia pure umanamente buono, muta la faccia della triste megèra in un fulgente e luminoso volto di gloria. – Ma è specialmente nell’ordine soprannaturale che ciò si verifica, e dovrebbe verificarsi per ogni credente. È qui che Francesco d’Assisi esprime la verità dell’etica cristiana con una frase sublime: « Sorella Morte », dando alla morte un appellativo di amore. La morale cristiana vissuta e praticata dai santi e dai suoi fedeli seguaci subito ci convince coi fatti della trasformazione che l’Amore infinito di Dio compie della morte. « Erano gli ultimi giorni di santa Teresa — narra il biografo, P. De Riberia. — Quando vide entrare il santo Sacramento nella sua cella, tutto in lei si trasformò. Sebbene già da tempo profondamente abbattuta ed una prostrazione mortale le impedisse di fare il più piccolo movimento, pure si alzò a sedere sul letto senza essere sorretta da alcuno. Parve che volesse slanciarsi incontro all’Ostia che veniva, e fu necessario tenerla. Il viso le divenne bellissimo ed acceso come il viso d’un Angelo; le erano scomparse perfino le rughe e tutti i segni della vecchiaia e della malattia. Uscì allora dal suo cuore quel grido di fede, di speranza, d’amore, uno dei più commossi che siano stati emessi sopra la terra: « Signore! era tempo di vederci ». Poi chiuse gli occhi; spirò e vide il Signore ». – Una figlia della grande mistica santa Teresa, sul letto delle sue agonie esclamava: « O dolce morte, chi ha osato dire che tu sei amara e triste? Non vi è gioia da paragonare a quella che tu porti. O mio Gesù! quale ingiusta calunnia trattare la morte come amara! Essa è la porta per la quale si entra e si viene a godere Voi! Come si capisce, mio caro Maestro, che Voi siete passato per essa e le avete tolto, tutta l’amarezza ». – Santa Gertrude cadde da un’altezza pericolosa ed esultante gridò: « O mio dolce Signore, quale ventura sarebbe stata per me, se questa caduta mi avesse abbreviata la strada per giungere a Voi ». San Giovanni della Croce, prima di morire, fece chiamare nella povera cella del convento ospitale alcuni suonatori, perchè festeggiassero con armonie di giubilo il suo volo a Dio. – Padre Ravignan, al medico che gli parlava di guarigione, rispose: « Oh, perchè non mi discorrete della morte? È così bello morire, per andare a vedere Dio! ». Lacordaire si spense mormorando: « Mio Dio, apritemi, apritemi! ». Camillo Féron-Vrau, prima di chiudere gli occhi alla vita, guardò il Confessore, gli sorrise e gli sussurrò: « Al Cielo! Al Cielo! ».

Il 7 ottobre 1928 moriva a Roma Giulio Salvadori, poeta della bellezza di Dio e professore dell’Università Cattolica del sacro Cuore. Alla vigilia della sua morte disse al fratello che l’assisteva: « Domani mi vestirai con gli abiti più belli, perché incomincia la mia festa». Mille e mille Santi ripetono col Suarez morente: « Non avrei mai pensato che fosse cosa così dolce il morire ». – San Carlo Borromeo passò un giorno davanti ad un quadro, che rappresentava la morte armata d’una falce. La fece cancellare ed ordinò al pittore di dipingerla con una chiave d’oro in mano. Al buon Cristiano la morte non apre forse il Paradiso? « Introibo ad altare Dei », disse salendo i gradini del patibolo una vittima del Terrore, il beato Natale Pinot. Ed in quel 21 febbraio 1794, rivestito degli indumenti sacerdotali, la ghigliottina era il suo altare ed il sacrificio cominciava con le stesse parole della Messa. Non a torto il Curato d’Ars si lamentava spesso: « Perché non si scrive un libro sulle consolazioni della morte? ». – Ecco un voto, che sorge spontaneo leggendo il tramonto placido e sereno dei Santi. Se qualcuno prendesse le loro biografie e ne stralciasse la descrizione della loro morte, comporrebbe un volume che sarebbe per molti una rivelazione. Limitiamoci a due quadri: la morte di San Francesco e quella di santa Teresa di Lisieux. – « All’alba del due ottobre, un venerdì — scrive Maria Sticco in una delle migliori vite moderne che abbiamo del Santo d’Assisi — san Francesco, dopo aver passato una notte di spasimi, sedette sul saccone, si fece portare del pane, lo benedisse, ordinò che lo spezzassero in tante parti quanti erano i presenti e poi ne distribuì con le sue mani un pezzetto a ciascuno, per ricordo dell’ultima cena di Cristo e per significare che anch’egli, come il Maestro, amava i suoi fino alla fine e sarebbe stato pronto a morire per loro e quasi voleva trasmettere qualche cosa di sé, sensibilmente, a loro. Ormai davvero tutto era compiuto. Il sabato peggiorò, e verso sera, sentendosi morire, intonò il salmo che comincia: « Voce mea ad Dominum clamavi… Alzo la mia voce al Signore… » e lo proseguì cantando, finché Sorella Morte non gli spense la voce ». – La piccola santa di Lisieux aveva compreso che la sua « vocazione » era « l’Amore ». Si era offerta vittima d’amore a Dio, invocando « il martirio del cuore e del corpo » ed era stata esaudita. « Non contenta di coprir di rose le piaghe del suo Crocifisso, — disse bene padre Mathéo — essa riuscì perfettamente a nascondere gli strazi della sua anima, le pene torturanti del suo spirito, i lunghi e vivi dolori della sua ultima malattia, sotto il velo grazioso dei suoi sorrisi, della sua dolcezza, della sua gaiezza. Ebbe, cioè, il divino pudore della bellezza del suo martirio di amore ». « Soffre molto?… » le chiedevano le buone Suore. « Sì, ma l’ho tanto desiderato!… Ogni sofferenza m’è dolce ». I mesi passavano e il martirio diveniva sempre più torturante. « La marea del dolore — racconta una Suora del suo Monastero — si sollevava ognor più; la debolezza divenne così eccessiva, che la santa malata si ridusse a non poter far da sè il minimo movimento. L’udire parlare anche a voce bassa le diveniva insopportabile sofferenza; la febbre e l’oppressione non le permettevano di proferire una sola parola senza estrema fatica. Ma anche in quello stato il sorriso non abbandonò le sue labbra. Se una nube le sfiorava la fronte, era il timore di crescere alle nostre sorelle il disagio. Fino all’antivigilia della sua morte, volle star sola di notte; ma l’infermiera che si levava più volte, nonostante le sue istanze di non farlo, in una delle visite la trovò con le mani giunte e con gli occhi sollevati al cielo. — Ma che fa ella mai così? — le domandò. — Dovrebbe provarsi piuttosto a dormire. — Non posso, sorella mia; soffro troppo. Ed allora prego. — E che cosa dice a Gesù? — Non gli dico nulla: io l’amo! Nel luglio 1897 sembrò che la morte fosse imminente. Un giovane sacerdote, recatosi a Lisieux nel Monastero, per celebrarvi piamente la sua prima Messa, ebbe la fortuna di portare il Viatico alla piccola grande Santa. Le buone suore coprirono il pavimento del chiostro, dove doveva passare Gesù, con fiori di campi e con rose sfogliate. Il cuore dell’ammalata ricevette il suo Diletto e volle che Suor Maria dell’Eucaristia — una Suora la cui voce melodiosa aveva delle vibrazioni celesti — cantasse: Deh! compi il sogno mio, dolce Signore: Morir d’amore! Qualche giorno dopo, la piccola vittima di Gesù Si sentì peggio e le venne amministrata l’Estrema Unzione. Ma la morte tardò due mesi ancora. Solo il 30 settembre 1897 doveva spuntare l’aurora del giorno eterno. La mattina, Suor Teresa guardò la statua di Maria, sussurrando: L’aria della terra mi manca; quando mi sarà dato di respirare quella del Cielo? ». Alle quattro e mezzo si manifestarono i sintomi dell’estrema agonia. Come si usa presso le Carmelitane, la comunità si raccolse intorno alla morente. Essa la vide entrare nella cella; e l’accolse e la ringraziò col suo angelico, amabile sorriso. Poi, tutt’assorta nell’Amore e tutta immersa nel suo dolore, intraprese il combattimento supremo, stringendo, come poteva, fra le mani, il Crocefisso. Tremava tutta. Il volto era asperso di sudore copioso. E l’occhio, quando la campana del Monastero sonò l’Ave Maria della sera, si posò sulla Vergine Immacolata. La morte non giungeva ancora. Alle sette e qualche minuto, con voce soave, mormorò: « Ah, no, non vorrei soffrir meno! ». Poi, fissando il tenero sguardo sul suo Crocifisso, esclamò: « Oh, io l’amo!… O mio Signore, io… vi… amo! ». « Furono queste le sue ultime parole. Aveva appena finito di pronunciarle, che, con nostra grande sorpresa, ella si abbandonò d’un tratto, con la testa piegata sulla dritta, nell’attitudine di quelle vergini martiri che si offrivano da se stesse al taglio della spada, o meglio come una vittima d’amore, che aspetta dall’Arciere divino il dardo infiammato di cui essa vuole morire. Improvvisamente si sollevò, come se una voce misteriosa l’avesse chiamata; aprì gli occhi, e il suo sguardo, irradiato di pace celeste e di indicibile felicità, si fissò un poco al di sopra dell’immagine di Maria. Questo sguardo si protrasse per lo spazio d’un Credo, poi la sua anima beata, fatta preda dell’Aquila divina, volò nei cieli..

2. – L’importanza dell’ora suprema.

Questi pallidi e rapidi cenni intorno alla morte dei santi potranno ispirare a qualcuno un dubbio. — Ma come? La morale cristiana non accende forse accanto al letto del morente la face del terrore, degli ultimi giudizi, dell’inferno e del fuoco eterno? Noi non sapevamo che i sudori di morte dovessero essere illuminati dalla luce dell’Amore! Questo dubbio è una stoltezza. Può forse concepire l’etica nostra un terrore che sia scopo a se stesso? Il « timor Domini », che è il principio d’una sapienza spesso trascurata nell’attività giornaliera e fra le dissipazioni della vita, e solo inizialmente appresa al termine di questa, non ha altra aspirazione ed altra finalità, se non l’Amore. Perché il rimorso sul letto delle ultime agonie? Perché il sacro e severo dovere dei parenti e degli amici di non tradire l’anima che sta per presentarsi a Dio, ma di avvertirla del grave pericolo? Perchè il pentimento delle colpe commesse al chiudersi della vita?… Tutto questo è voluto dall’Amore — dall’amore per Dio e dall’amore per il fratello che ci abbandona. La morte è « il momento dal quale dipende l’eternità ». Stolto è chi lo profana e lo sciupa! È l’ora suprema, quella in cui il peccatore più ostinato può riparare un passato di miserie e di fango. È l’ora delle misericordie divine. È l’ora dell’Amore. – Il Crocefisso, che l’agonizzante bacia, gli sussurra: « Figliolo, guarda le mie braccia! Sono aperte per accoglierti, per stringerti al mio Cuore… Guarda questo mio Cuore trafitto: rifugiati nella sua ferita: vieni al bacio del perdono dell’Amore! Abbi pietà di te stesso! Salva l’anima tua! Ama Dio, almeno in questi ultimi istanti che ti sono concessi ». E non è questo il dolce appello dell’Amore? Ma non soffermiamoci alla pecorella smarrita, che il buon Pastore cerca ansiosamente, prima della morte. Vediamo, piuttosto, come la morale cattolica vuole che abbia a morire il buon Cristiano.

3. – Come muore un Cristiano. La morte, innanzi tutto, è in genere preceduta dal dolore. Sarà la malattia, saranno i sacrifici d’una vita di battaglie, saranno indisposizioni di salute, continue e aggravantisi, che annunciano l’avvicinarsi della fine. Il Cristiano, incorporato a Gesù, santifica tutti questi dolori. Non solo si confessa, per essere sicuro della grazia divina del suo cuore; non solo si unisce ripetutamente al Corpo adorabile di Cristo nel suo Sacramento; ma, per dirla col Bossuet, si unisce « anche allo spirito ed al Cuore di Gesù, entrando con umile sottomissione ed adesione in tutti i disegni di Dio, dispone del suo essere e della sua vita come fece il gran Sacerdote (sul Calvario), diviene Sacerdote con Lui nella sua morte, e compie negli ultimi momenti il sacrificio al quale era stato consacrato nel battesimo e che doveva continuare in tutti gli istanti della vita ». Se anche nella stessa esistenza, fra le tenaglie del dolore, talvolta non ha divinizzato le sue lagrime, sul letto di morte compie intero il suo dovere. Egli soffre con Gesù e per Gesù; accetta la volontà del Padre, pur pregando col Maestro: « Padre, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia si faccia non come voglio io, ma come vuoi Tu »; offre la sua vita e le sofferenze in unione ai dolori della Passione e della Croce. – « Quale offerta più completa? — esclama ancora il Bossuet. — L’uomo intero vi prende parte; il corpo e l’anima vi sono immolati dalla fede con un’immolazione penetrante, dolorosa, assolutamente simile a quella di Gesù. Il letto del morente è davvero un altare; e la morte è una Messa, dove il Cristiano offre la sua vita insieme con la Vittima immacolata ». Questo è il modo di soffrire cristianamente, il che è ben più grande della sofferenza subìta come la può subire un bruto, o sopportata come uno stoico. In povere parole:- la sofferenza cristiana deve diventare un atto di amore; per come si vede, questo atto d’amore presuppone la fede nel soprannaturale e nella rivelazione; esige la speranza del Cielo; implica il pentimento delle colpe commesse. La morte, allora, guardata alla luce dell’Amore, perde in parte i suoi rigori; lo sguardo non si posa tanto sulla tomba non lontana che aspetta l’involucro perituro, ma in Cristo che attende lo spirito immortale: l’ultimo respiro è il passaggio non alla regione che Dante chiama inconsolata, ma nell’Amore di Dio; e il giorno della morte, secondo la esatta espressione liturgica, diviene il dies natalis. Inoltre — soggiunge il Bauthier nel suo prezioso libro su “Il sacrificio nel dogma cattolico” — se l’infermo conosce bene le cose di Dio, « allarga le sue intenzioni; e, come Gesù dalla Croce, come il Sacerdote dall’altare, abbraccia col pensiero le anime riscattate, offre la vita per ciascuna di esse, per l’accrescimento e per l’avvento del regno de’ cieli, per l’estensione dei confini della Chiesa, per la glorificazione di Dio e del suo Cristo ». – Così Sorella Morte ci appare rivestita anche con la bellezza dell’amore per i fratelli. Se ogni padre ed ogni madre cristiana offrissero sul letto dell’agonia le loro sofferenze ed il loro olocausto per la famiglia; se ogni cittadino morente pregasse per la patria sua; se chi ha contemplato gli orizzonti dell’apostolato dicesse in segreto al Signore: « Tutto quello che soffro sia per le anime e per il trionfo del tuo Regno »; se ogni Cristiano, insomma, avesse inteso veramente il precetto della carità, anche la morte sarebbe un atto di amore di Dio e di amore del prossimo. E l’incontro con Gesù rappresenterebbe non già una spaventosa incognita, ma un volo fidente verso il Re dell’Amore.

4. – Conclusione.

« Per colui che ha amato per tutta la sua vita, la morte è il bacio e la perfezione della carità ». Sono parole di Severina De Maistre e riassumono tutti gli insegnamenti della morale a proposito della morte. Oggi, purtroppo, non si muore così, perchè non si è Cristiani, e perchè si preferisce meditare la morte di Socrate e non la morte di Cristo. Quella certamente fu la morte di un forte, ma — lo osservò lo stesso Rousseau — d’un uomo; questa è la morte d’un Dio. Il Cristiano nulla disprezza della forza d’animo, che la ragione suggerisce ed impone; solo la eleva e la soprannaturalizza con la grazia, in unione a Cristo; ed oggi anche il più umile contadino, anche la vecchierella analfabeta sa rendere la fine della sua vita divinamente bella.

Se questo Sillabario sarà letto da un Cristiano praticante, io lo invito a preparare l’ora futura della sua dipartita dalla terra. Che se questo piccolo libro dovesse capitare fra le mani di chi da tempo è lontano da Dio, ed ancora non ha ceduto all’invito dell’Amore divino, vorrei che con me meditasse una pagina del prevosto Adalberto Catena, il venerando sacerdote che potè assistere agli ultimi momenti di Alessandro Manzoni. In uno dei suoi memorabili discorsi tenuti nella chiesa di San Fedele a Milano, il Prevosto Catena, con accento commosso, insisteva: « Ricordatelo: non l’avete la libertà di morire come meglio vi piace. Quest’ingannevole libertà ve la siete preclusa, per tacere del resto, tante volte quante avete riconosciuto la società da cui pure vi nominate. Vi hanno veduti genuflessi all’altare di Cristo e sulle vostre palme conserte posare i lembi della stola sacerdotale in un giorno ben lieto per voi; presenziare nei giorni del Signore il Sacrificio; portare alla fronte la mano del vostro bambino, segnarlo col segno della croce… Erano un ripetere da parte vostra: è questa la madre a cui deporrò in grembo un giorno l’afflitto mio capo. Ed ella, appunto, la madre, li vuole per sè quei momenti; ella, che sa il prezzo di un’anima, vede venire tutto il presente davanti all’eterno, non guarda a qualche levità dell’oggi, a qualche stolta negazione, ma interpreta il voto primo, il desiderio vero, della nostra vita.., sia pure come soffocato di poi. Lo sapete: quell’obbligo esisteva sempre, ma si accentua quando scendono le ombre da’ monti, quando cala la notte senza mattino. E la Chiesa v’indica allora con voce ancor più solenne il ravviamento della vita, vi vuole rivestiti della veste nuziale, perché viene lo Sposo… Vuol dire: resta ancora il crepuscolo della giornata; vuol dire: si chiude il tempo del merito; vuol dire: la volontà sta per stabilirsi immutabilmente o nel bene o nel male; vuol dire: non vi sarà luogo che ad una purificazione maggiore; ma la meta sarà raggiunta per sempre. Eccolo il titolo della specialissima obbligazione: un immenso bisogno morale e un infinito da conseguire. – E dunque eccovelo il Cristo ora almeno: e dunque sia almeno l’estremo l’istante di quel dovere che era il dovere di tante occasioni parlanti, di una vita che fioriva un giorno e ora s’incurva e declina. È per questo che la Chiesa divampa della carità di Cristo; non si rassegna facilmente alla perdita de’ suoi, e, arbitra tra i due mondi, riversa in quella ora i suoi tesori, lacera le sue viscere, rimette delle sue pene, abilita, avviva del suo potere anche un indegno, purchè levi benedicente la sua destra: cumulo d’ogni indulgenza quell’effigie che si presenta al bacio del morente…

« Alla cime del Gianicolo donde lo sguardo si protende sulle due Rome, l’antica e l’odierna, alla soglia di un umile chiostro erano accorsi i religiosi alla vista di due che lenti guadagnavan la vetta. Uno era il cantore della Gerusalemme. Sono asceso, diceva, non solo in cerca di quest’aure purissime, ma per cominciare da queste alture e nei colloqui di quei Padri la mia conversazione nel cielo ». Che ne soffre la dignità del Poeta e dell’uomo? Quando il medico dichiara la sua impotenza davanti al male che avanza, Torquato l’abbraccia, leva le palme al cielo, chiama l’altro medico, quello dello spirito. « La vedete questa calma davanti alla morte, questa equabilità? Vi par che questo sia infemminire? Il domani il Tasso scende alla Chiesa del convento, leva lo scarno viso incontro al Cristo Eucaristico ed ivi, presso l’Agnello, che si immola ogni giorno, chiede il suo riposo col nome scolpito su d’una pietra disadorna, e s’immerge in quei pensieri che sono divini. Quando l’ampio perdono gli giunge dal Pontefice Sommo, esclama: « Ecco il carro trionfale ove credevi di essere coronato; non l’alloro di poeta in Campidoglio, ma quello della gloria tra i fortunati del cielo! ». È soverchio questo affidarsi nel tesoro di Cristo? « Il cadente aprile di quell’anno trova Torquato, tra un frate e il Crocefisso, la lentansalmodia dei due orienti: spirava alle parole: In manus tuas. Domine, che non compiva. Meditabile esempio! »,

Riepilogo.

La morale cristiana considera anche la morte in funzione del concetto di amore. Fu la ribellione all’Amore, ossia il peccato dei progenitori, che introdusse la morte nel mondo; con la luce dell’amore Cristo illumina il passaggio nostro all’eternità. La morte segna l’ultimo appello dell’Amore di Dio all’amore nostro; e di conseguenza il peccatore deve sentire più che mai in quei supremi momenti, dai quali dipende l’eternità, il dovere di convertirsi; ed il buon Cristiano santifica i suoi dolori in unione con Cristo, con rassegnazione ai divini voleri, amando così Iddio ed offrendo le sue sofferenze per il bene del prossimo.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (19)

LO SCUDO DELLA FEDE (267)

LO SCUDO DELLA FEDE (267)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (10)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO X.

RELIGIONE

I. La religione è buona pel popolo; II. per le donne che abbisognano di emozioni religiose.

Sulla religione in genere non sono finiti ancora gli assiomi che vanno attorno; perocché l’odio che le si porta, ne ha messo in credito un numero sterminato. Vedendo di non poter al tutto atterrare la religione, i libertini si sforzano di liberarne almeno sé stessi, confinandola ai tuguri ed alle gonne. La religione, dicono essi, è buona pel popolo, che ha bisogno d’ essere trattenuto perché non prorompa ad eccessi, e conservi una certa moralità; È buona eziandio, se volete, per, le donne, le quali abbisognano di emozioni religiose; ma per li uomini nel secolo decimonono….è un disconoscere tutte le conquiste del tempo e della civiltà. È egli vero tutto ciò? Vediamolo.

I. La religione è buona pel popolo, vogliamo dire con questa proposizione che è buona solo pel popolo; e che però per quelli che all’ingegno, alla coltura, alla condizione, alla filosofia son tutt’altro che popolo, non è punto fatta. Or, di grazia, la religione è cosa vera, oppure una finzione? Qui non vi è mezzo: o esiste il debito di riconoscere la divinità, di ossequiarla, riverirla, onorarla con atti di culto e di sommissione; oppure non esiste questo debito, sia perché non vi è un Dio, oppure perché, essendovi, non si cura dei nostri ossequi e delle nostre dimostrazioni. L’una delle due è innegabile. Ma se è vero il primo, perché non avrà, anche chi non è popolo, il debito di prestare a Dio il culto di religione? Molto più anzi il dovrà, perché avendo da Dio ricevuta maggior capacità di riconoscerlo, miglior educazione, una condizione più avvantaggiata, e tutti quei doni che dal popolo lo distinguono, sarà reo di maggiore ingratitudine se non riconosce la fonte da cui provengono quei beni; di maggiore empietà, se conoscendo più intimamente la malizia dell’atto che commette, pur vi si abbandona, mentre non potrà in iscusa allegare l’ignoranza, come farebbero le persone più rozze del popolo. Che se stimano la religione una finzione, che Dio non curi, o non accetti, perché allora sarà buona pel popolo? Dunque, il popolo non avrà più, diritto alla verità? Si potrà dargli a credere finzioni, chimere, falsità, perché torna utile? E questo è poi l’amore che portano costoro al povero popolo, che il vogliono aggirare come un bufalo, perché così torna loro a conto? Gli è un pezzo che si conosce la stima che fanno del popolo e l’amore che gli portano certuni, che pur si fingono così teneri e appassionati di lui e così solleciti a spezzargli le catene, onde i tiranni, i despoti, i barbari l’hanno aggravato, i quali poi non hanno una difficoltà al mondo ad incatenarlo colla superstizione, colla idolatria, coll’errore quando fa loro comodo. Ah ipocriti! E fino a quando il vero popolo non aprirà gli occhi sul conto vostro? –  Del resto, il debito universale di religione non è cosa che possa venire in controversia con costoro. Prima del nostro secolo ne passarono un presso a sessanta. Il mondo ha avuto in tutti quegli anni anche degli uomini, i quali avevano un capo sul collo ed un cuore dentro il petto. Sia pure il secolo nostro beatissimo fra tutti i secoli, la perla, la gemma più fulgida, anzi il sole che tutti li vince ed oscura; tuttavia dai monumenti, che rimangono d’ogni genere nel mondo, si comprende che non si possono rilegare al novero delle oche tutte le generazioni passate. Ora in tutti i tempi, e perfino fra le nazioni più barbare, fu sempre in pregio il culto della divinità; poniamo pure che errassero talora quanto alle proprietà che in essa riconoscevano, o quanto agli atti con cui pensavano doverla onorare. Le prove poi che in suo favore adduce il Cristianesimo son tante e tali e solenni e sì confermate che, come osservano i dotti, bisogna prima rinunziare alla ragione, per poter poi dopo rinunziare al Cristianesimo. Ciò presupposto, che significato ha quella espressione: la religione è buona solo pel popolo? Ella potrebbe tradursi in altre parole così: Che solamente il popolo ha debito di non mostrarsi empio con Dio, e che gli altri; che non son popolo, possono insultare quanto vogliono la divinità. Che creature possono rinnegare il Creatore, che figliuoli possono disonorare il Padre, che redenti possono disconoscere il Redentore, poiché non son popolo. – Che solamente il popolo ha debito di non avvilirsi sotto la condizione delle bestie, le quali per alta loro sventura, non conoscendo Dio, non possono onorarlo; mentre quelli che non son popolo, possono per elezione farsi quello che le bestie son per natura, ed inchiodando per sempre gli occhi alla terra come animali nel truogolo, mai non levarli al cielo da cui lor provengono tutti i beni. – Che solamente il popolo ha bisogno di giungere al suo ultimo fine, che è la suprema beatitudine; laddove chi non è popolo, può operare da insensato, senza darsi pensiero né dell’oggetto, per cui fu collocato sulla terra, né del fine, a cui gli fu proposto di tendere. – Che solamente il popolo ha bisogno di evitare i mali eterni, che la stessa ragione e prove infinite di ogni genere dimostrano inevitabili a chi non onora la divinità; mentre chi non è popolo può gettarsi alla ventura in un mar di pene per tutta un’eternità, come non farebbe un forsennato. – Che solamente il popolo ha bisogno di dimostrare riconoscenza al Signore, d’impetrar grazie, di rimuover pericoli, di essere aiutato dalla divinità; laddove chi non è popolo può mostrarsi indifferente a qualunque favore Iddio gli faccia, e può burlarsi degli aiuti e della protezione dell’onnipotente divina Maestà. – Che solamente il popolo ha la sventura di commettere peccati, e quindi il debito di umiliarsi davanti a Dio e chiedergli perdono ed impetrarne mercè; ma che chi non è popolo, facendo una vita perpetuamente immacolata, non sa neppure quel che sia il bisogno d’inchinarsi davanti al trono divino, e supplicare ed impetrare misericordia. – Queste e molte altre cose simili a queste vuol significare la bella espressione che la religione è buona solo pel popolo. Epperò chi ha cuore di ripeterla, faccia almeno di comprenderne prima il senso, e poi, se gli basta l’ animo, ne accetti tutta la significazione. Che se per ventura anche a lui sembrasse un po’ troppo ardita, allora ascolti pienamente la verità. –  È vero che è buona pel popolo la religione, ed oh quanto buona, quanto, quanto è buona pel popolo, poiché il popolo è composto di uomini che sono creature di Dio, destinate da Lui alla patria del cielo e bisognevoli di essa, perché essa è l’unico mezzo per arrivarvi. È buona pel popolo, poiché il popolo ha passioni da vincere, le quali non cedono se non in faccia ai motivi passenti della religione. È buona pel popolo, poiché esso ha da tollerare le pene inseparabili dal suo stato, perché spesso gli manca il pane, spesso l’abito, spesso il tetto, spesso è stanco e travagliato, ed ha bisogno colla speranza del futuro, consolare il presente, colla vista del cielo dimenticare la terra. – È buona pel popolo, poiché esso ha da sopportare pazientemente gli strapazzi, i soprusi, le concussioni dei suoi amici e protettori, che ne mettono tutta la sofferenza alla prova. È buona per tutto ciò, ed oh quanto buona! Così non facessero ogni sforzo per rapirgliela certi scellerati, i quali, mentre si fingono suoi amici, ne sono verissimi traditori! Così comprendessero che è anche loro interesse, se già non li muove la giustizia e la verità; ma poi dopo tutto ciò è bene a sapere che non è meno necessaria per quelli che non sono popolo, anzi per questi è necessaria anche più. Perocché, lasciando stare che questi hanno lo stesso fine e da conseguirsi per gli stessi mezzi che il popolo, hanno poi cento altre ragioni di speciali necessità. Hanno da moderare la vanità che va quasi sempre congiunta colla scienza, hanno da infrenare la superbia che facilmente s’insinua nei palazzi che nei tuguri, hanno da reprimere l’avarizia che più spazia dove trova maggior materia, hanno soprattutto da frenare la concupiscenza, che molto maggiore eccitamento ritrova dove è maggiore l’ozio, più squisita la mensa, più copiosi i liquori, più gaie le compagnie, più sfoggiati i balli, i teatri, le allegrie, le mondanità. Tutti costoro hanno maggior bisogno di religione, perché d’ordinario hanno tentazioni più gagliarde, cadute più frequenti, colpe più gravi che non ha il popolo. Il perché se credono che al popolo sia necessaria la religione, sia in buon’ ora; ma si persuadano poi che anche a loro non istà male un po’ di religione, e non disdegnino di fare col popolo almeno almeno a metà. . .

II. La religione è buona per le donne. Qui quadra il ragionamento fatto di sopra: se la religione è vera, essa è fatta per tutti; se è doverosa, niun se ne può esimere; e se non è vera e non è doverosa, non è punto più buona per le donne che per gli uomini: poiché la finzione e l’inganno non è buono per nessuno. – Ma io farò qui una domanda a quei che confinano alle donne la religione. E perché mai è buona solo per le donne la religione? Esse abbisognano di emozioni religiose, rispondono, poiché avendo il cuore più tenero, non possono fare senza sfogarlo in qualche modo. E dunque voi perché siete uomo, avete il bel dono di essere senza cuore verso il Signore? Non saprei veramente farvene congratulazioni molto sentite. – Del resto eccovi la verità su questo proposito. Se le donne hanno bisogno di religione, è non solo per la ragione comune, che quanti hanno essere, vita, intelligenza, tutti debbono rivolgersi al Signore, ma anche per ragioni speciali al loro stato. La debolezza e fiacchezza naturale fa sentire alla donna più al vivo la necessità del divino sostegno, e più a Dio la stringe. L’abbondare in essa l’affetto a preferenza del discorso, fa che la religione le sia richiesta anche sensibilmente dal cuore, il quale, se non è in lei al tutto guasto e corrotto, non può farne a meno; ma soprattutto ne abbisogna specialmente per un consiglio amorosissimo della divina provvidenza. Iddio ha destinato per man di natura a due nobilissimi uffici la donna: all’arduo e lungo ministero di allevare la prole in quei primi anni, in cui le sollecitudini possono immaginarsi ma non descriversi, e poi ad essere la naturale maestra della medesima per gittare i primi semi della virtù e della religione in quei cuori innocenti. Ad agevolarle quest’alto incarico, la divina provvidenza la rifornì di un cuore più tenero, più affettuoso, perché più facilmente vi si piegasse e vi durasse costantemente. Di che trasportando la donna quel medesimo cuore agli esercizi di pietà verso Dio, ne avviene che senta più affettuosamente di Lui, e più sensibilmente lo ami, e quindi con più foga sia trasportata verso tutto quello che onora la divinità. Laonde è verissimo che essa ha un bisogno tutto speciale della religione. – Che anzi di qua si trae quella specie d’orrore che cagiona il vedere una donna mettersi in greggia coi libertini e burlare le cose di Dio e della pietà. Deve essa, per giungere a questa infamia, non solo perdere ogni timore della divinità, ogni riverenza, ogni amore, il che pure le ha da costare un’estrema violenza; ma anche gittare ogni verecondia che pure è l’onore del sesso, e trasformare, dirò così, la sua indole, il suo cuore, e dopo di aver disprezzati tutti i rimorsi della coscienza, calpestare anche gli affetti più puri che le suggerisca la stessa natura. Che un serpente fischi ed avveleni fa orrore ma non maraviglia, poiché è nella natura del serpente; ma chi vedesse fare altrettanto una colomba, all’orrore aggiungerebbe una meraviglia non più intesa, poiché vedrebbe una violazione in lei della natura della colomba. E ciò è sì vero che il bestemmiatore più solenne che a memoria dei secoli si sia veduto, il Proudhon stesso, avendo scorto certe donne cadute fino in quell’abisso di vantarsi d’irreligione, in un suo empio giornale pubblicamente le avvertì a trattenersene, poiché anche gli uomini più perduti se ne sdegnavano e ne sentivano stomaco. Gli è dunque verissima che la religione è buona, anzi ottima per le donne. – Che però? Avranno gli uomini ragione di esentarsene? Tutto l’opposto. Come nella donna prevale l’affetto, così nell’uomo dovrebbe  prevalere il discorso. Epperò se la donna è portata alla religione più soavemente dall’affetto, l’uomo dovrebbe esservi portato più fortemente dalla convinzione; se già non si tratti d’uomini i quali mentre cedono alla donna nel cuore, le cedano anche nel capo. –  Inoltre 1’uomo ne ha anche maggior necessità. La religione ritrae il nome da ciò che essa lega l’uomo salutarmente: ora chi ha maggior bisogno di vincolo che chi naturalmente è più sfrenato? Se è vero che l’uomo sia meno rattenuto della donna da motivi umani, quali sono la debolezza naturale, la verecondia, il pudore, il timore, qual dubbio vi ha che abbia maggior bisogno dei motivi religiosi? Inoltre, l’uomo ha il primato d’autorità nella famiglia, ha il maneggio degli affari sociali, ha il governo, dirò così, del mondo, epperò abbisogna di maggiori aiuti dal Signore, di maggior lume, e poi di chiedere più spesso al Signore perdono delle sue prevaricazioni. –  Tutto ciò dovrebbe aver luogo almeno presso quegli uomini, che non credono le cose procedere a caso, e che non si reputano senza destino ulteriore al terreno. Che se tutto è finzione quel che s’insegna di Dio, dell’anima, della vita avvenire, dell’eternità, allora hanno ragione gli uomini di non curare la religione. Resta solo alla donna che non invidi all’uomo di essere giunto al vanto di reputarsi in dignità pari agli armenti del campo ed alle fiere della foresta.