NOVENA PER LA FESTA DELLA PURIFICAZIONE (24 Gennaio, 1 Febbraio)

NOVENA PER LA PURIFICAZIONE

(inizia il 24 gennaio, Festa 2 febbraio).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888)

Questa festa, celebrata con gran distinzione dai Greci sotto il nome di Hypapanta, cioè incontro di Maria SS. e di Gesù con Simeone ed Anna, fu istituita dal Papa Gelasio nel 492 per opporre la santa processione colle candele perciò benedette alla pagana festa delle Lupercali o purificazioni, che con giuochi e assembramenti scandalosi si celebravano verso la metà di febbraio.

1. Per quella sì eroica obbedienza che Voi esercitaste, o gran Vergine, nell’assoggettarvi alla legge della purificazione, ottenete anche a noi la più esatta obbedienza a tutti i comandi di Dio, della Chiesa e dei nostri maggiori. Ave

II. Per quell’angelica modestia e celestial divozione con cui Voi, o gran Vergine, vi recaste e presentaste nel Tempio, ottenete anche a noi di portarci e stare nel tempio con quell’interno ed esterno raccoglimento che conviene alla casa di Dio. Ave

III. Per quella santa premura che Voi aveste, o Vergine illibatissima, di toglier da Voi col sacro rito della purificazione ogni apparenza di macchia, ottenete a  noi pure una instancabile premura di togliere sempre  da noi ogni ancor più piccola macchia di peccato. Ave

IV. Per quella umiltà profondissima che vi indusse, o Maria, a collocarvi nel tempio tra le donne più volgari, quasi foste una di loro, sebbene la più santa fra tutte le creature, impetrate a noi pure quello spirito di umiltà che ci renda cari a Dio e  meritevoli dei suoi favori. Ave

V. Per quella gran fede che Voi, o Vergine fedelissima, conservaste viva e ferma in Dio vostro Figlio nell’udire dal santo profeta Simeone ch’Egli sarebbe stato per molti occasione di contraddizione e di rovina, ottenete a noi pure una simile vivezza e fermezza di fede in mezzo a qualunque tentazione e contraddizione. Ave…

VI. Per quella invitta rassegnazione con cui ascoltaste gli amarissimi presagi che vi fece, o Maria, l’illuminato Simeone, fate che anche noi in tutti gli avvenimenti anche i più tristissimi siamo sempre perfettamente rassegnati ad ogni divino volere. Ave

VII. Per quell’accesissima carità che vi mosse, o Maria, a fare all’Eterno Padre il gran sacrificio del vostro Figlio per la comune redenzione e salute, impetrate a noi pure la grazia di sacrificar al Signore qualunque cosa eziandio più cara, quando ciò sia necessario alla nostra santificazione e salvezza. Ave.… Gloria

ORAZIONE.

Omnipotens sempiterne Deus, majestatem tuam supplices exoramus: ut sicut unigenitus Filius tuus hodierna die cum nostræ carnis substantia in templo est præsentatus, ita nos facias purificatis tibi mentibus præsentari. Per eumdem Dominum, etc.

VIVA CRISTO-RE (7)

CRISTO-RE (7)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VIII

COSA SIGNIFICA LA NASCITA DI CRISTO PER IL MONDO?

IL MONDO? – Com’era il mondo prima della venuta di Cristo? L’umanità era in pellegrinaggio sulla terra come i discepoli di Emmaus: come loro, essa camminava stanca e disillusa, senza speranza. Le persone non sapevano per cosa stavano vivendo, non sapevano la cosa più importante: qual è il significato della vita. Un’idolatria sfrenata, un’oscurità spaventosa avvolgeva il popolo. Chi di noi è stato educato alla Religione cristiana fin dall’infanzia non può concepire che i saggi si inchinassero ad una statua di bronzo o ad un idolo di marmo; che i popoli civilizzati adorassero un gatto, una cicogna, un toro o una mucca; che i Romani venerassero gli imperatori. Che stupefacente accumulo di errori! L’umanità, con le proprie forze, non poteva conoscere la via, non poteva conoscere il vero Dio. Dio stesso sarebbe dovuto venire a farsi conoscere da loro. Gli uomini più eccelsi sentivano che mancava qualcosa. Grandi filosofi – Aristotele, Platone – e poeti – Sofocle, Orazio, Virgilio – a volte hanno gridato dal profondo della loro miseria: Vorrei che qualcuno venisse a portarci la salvezza! Il mondo attendeva la venuta di Cristo. La seguente frase è spesso attribuita a Platone: « Non so da dove vengo; non so cosa sono; non so dove vado; tu, Essere sconosciuto, abbi pietà di me ». Lo stesso vale oggi per i popoli che non conoscono Cristo. Al massimo, invocano qualcuno sconosciuto, Colui che è l’origine e la causa di tutto ciò che esiste. Perché l’uomo ha nostalgia di Dio, ha nostalgia di un Salvatore. Isaia lo aveva già predetto secoli prima della venuta di Cristo: « Perché a noi è nato un bambino, a noi è stato dato un figlio”. Egli porterà sulle sue spalle il governo e il suo nome sarà chiamato Meraviglioso, Consigliere, Dio, il Potente, il Padre dell’età futura, il Principe della Pace. La sua sovranità sarà grande e ci sarà una pace senza fine per il trono di Davide e per il suo regno; lo stabilirà e lo sosterrà con diritto e giustizia, da ora e per sempre ». (Is IX: 5-6). Che cosa è diventato il mondo grazie a Cristo? Non spiegheremo ora cosa la scienza, la cultura e le arti umane debbano a Cristo. Solo per quanto riguarda l’arte ci vorrebbero volumi e volumi, un’intera biblioteca, per riassumere l’influenza del Cristianesimo sulla pittura, sulla scultura, sull’architettura, sulla musica. Quello che voglio sottolineare è la grande altezza morale a cui Cristo ha elevato l’uomo. Grazie a Cristo, la vita morale dell’umanità è stata elevata dalle sue fondamenta. Possiamo difficilmente immaginare la corruzione morale con cui gli uomini vivevano prima di Cristo. È vero che non tutto era negativo, che certe virtù venivano coltivate…. Ma che differenza con l’avvento del Cristianesimo. Anche alcune virtù erano poco conosciute o apprezzate prima della venuta di Cristo. Anche alcune virtù erano poco conosciute o apprezzate prima dell’arrivo di Cristo; ad esempio, la purezza, la verginità, la vita familiare: – si pensi a quanto era diffuso il divorzio nell’Impero romano: le donne divorziavano per potersi sposare e si sposavano per poter divorziare; l’apprezzamento della donna – in gran parte dovuto al culto della Vergine Maria; la dignità dei poveri – prima gli schiavi non valevano nulla; il senso della sofferenza – prima regnava una cieca e fatalistica disperazione nelle disgrazie; la stima per il lavoro – prima il lavoro manuale era considerato una punizione. … ecc. Le basi più solide della società civile – le virtù, l’onore, l’integrità morale, il compimento del dovere – non erano promosse dallo Stato, che si limitava a punire i crimini. È soprattutto il Cristianesimo ad averlo fatto. Per questo il Cristianesimo è una delle più grandi forze della civiltà. Per il Cristianesimo l’anima di chiunque – di un bambino povero, di un disabile, di uno zingaro… – vale più di tutto il mondo materiale. E quali meravigliose conseguenze ha questo! Il lavoratore e il datore di lavoro non devono odiarsi a vicenda, perché siamo tutti fratelli e sorelle; né le nazioni devono odiarsi a vicenda. Non esistono persone di minor valore: tutti, compresi i malati, i disabili, i poveri, gli ignoranti… hanno la stessa dignità. Tutto questo significa per il mondo la nascita di Cristo. Egli dà una risposta a tutte le domande ed i problemi che affliggono l’uomo: il senso della vita, la sofferenza, la morte, il problema della felicità, il suo desiderio di vita eterna… Tutta la grandezza spirituale che abbiamo visto negli ultimi duemila anni scaturisce da questa fonte. Cristo si è fatto uno di noi, ha preso la nostra natura, per renderci figli di Dio. Cosa sarebbe il mondo senza Cristo? – Ma è possibile che ci sia ancora chi si considera nemico di Cristo? Sì, purtroppo ci sono. Ma cosa sarebbe l’umanità senza di Lui? Cosa succede al mondo quando si allontana da Cristo? Guardate la vita familiare oggi che la società si è secolarizzata: litigi, divorzi, aborti, contraccezione, resistenza ai piani di Dio. Il bambino non è considerato una “benedizione”, ma una maledizione, un ostacolo . – Volete sapere cosa ne sarà dell’umanità senza Cristo? Guardate il numero di omicidi, suicidi, rapine, rapimenti… che vengono commessi quando non viviamo in Cristo. Che immoralità! Pornografia, tratta delle schiave bianche, balli osceni, ecc. Oroscopi, superstizioni, presagi, spiritismo! – Guardate com’è la gioventù quando manca Dio: droga, violenza, delinquenza, bande, sesso, suicidi. È il mondo senza Cristo! Ma non dobbiamo parlare del mondo che ci circonda, parliamo di noi stessi. Quanto siamo felici quando abbiamo Cristo, quando Egli abita in noi, e quanto siamo infelici quando siamo separati da Cristo dal peccato! Un giorno gli Apostoli pescarono tutta la notte e non presero nulla…. Non presero nulla, perché il Signore non era con loro (cfr. Lc V, 5). È lo stesso per voi. Quando non siete con Cristo, i vostri sforzi sono inutili, non funzionano. Quante volte cadete in tentazione e vi allontanate da Cristo! vi giustificate dicendo che “lo fanno tutti…”. E dopo aver assaporato il piacere proibito, provate disgusto e noia. Guardate la tristezza che riempie la vostra anima! – MAvete rubato: mantenete la calma? Avete calpestato l’onore degli altri: siete tranquilli? Siete caduto nell’impurità: siete tranquillo? Se vi allontanate da Dio, come potete resistere quando la disgrazia si abbatte su di voi? Quando si perdono i genitori, quando si perde la persona più amata, quando ci si sente soli… come si può vivere se Cristo non è con noi? Quando siete sedotti dal peccato, dalla tentazione…, come potete perseverare nel fare il bene se Cristo non è al vostro fianco? Rallegriamoci che Cristo sia venuto nel mondo. Rallegriamoci che Gesù Cristo voglia abitare nella mia anima. Non serve a nulla che Gesù Cristo sia nato a Betlemme, se non abita nella vostra anima. – Il famoso scrittore italiano PAPINI è stato per molti anni un anarchico, un ateo, un convinto oppositore del Cattolicesimo. Un giorno incontrò Cristo e si convertì. Poco dopo si ritirò per quindici mesi e lì, in solitudine, scrisse il suo bellissimo libro La storia di Cristo. La parte del libro in cui descrive la terribile immoralità della vita attuale è impressionante. L’autore lo sapeva bene. Odio ovunque, furto, egoismo, immoralità, violenza! E alla fine del suo libro, questo ex anarchico, questo ex ateo, rivolge a Gesù Cristo una preghiera che potremmo riassumere così: Signore, se Tu fossi un Dio giusto, non ci ascolteresti, per tutto il male che noi uomini abbiamo commesso contro di Te. Quanti Giuda ti hanno tradito e venduto nel corso della storia … milioni di volte! Quanti uomini hanno gridato come i Farisei per duemila anni: Non vogliamo Cristo! Quante volte, per denaro, per una posizione che volevano raggiungere, ti hanno flagellato fino allo spargimento di sangue! Quante volte ti abbiamo crocifisso con i nostri desideri, con i nostri pensieri, con le nostre azioni! Quante, ma quante volte, o Dio misericordioso! Abbiamo bandito Cristo dalla nostra vita perché era troppo puro per noi, gli abbiamo voltato le spalle perché era troppo santo per noi! Lo abbiamo crocifisso, lo abbiamo condannato, perché la sua giustizia condannava la nostra vita peccaminosa! E ora? Ora, quando abbiamo già raggiunto un tale stato di corruzione, ci rendiamo conto di quanto ci manchi. Desideriamo la verità e la rettitudine. Cristo, il nostro unico male è questo: che ti abbiamo abbandonato. Abbiamo tanto bisogno di te! Abbiamo fame e sete di felicità. Siamo malati nell’anima. Siamo disorientati, non sappiamo quale sia la strada. Non sappiamo dove sia la verità. Viviamo senza pace, in una guerra perpetua. Signore, tu sei il nostro Pane. Tu sei l’acqua che sgorga per la vita eterna. Tu sei la via. Tu sei la Vita. Tu sei la nostra pace. Come ti cerca la nostra anima! Vieni, Signore, Gesù! Vieni, Cristo, Re del mondo!

VIVA CRISTO-RE (8)

VIVA CRISTO RE (6)

CRISTO-RE (6)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VII

CRISTO, RE DEL SACERDOZIO

Voglio sviluppare il pensiero di Cristo e della Chiesa sulla dignità e la missione del Sacerdozio. Cosa pensa la Chiesa Cattolica del Sacerdozio? A cosa servono i Sacerdoti? In questa questione, l’unico che decide, l’unico che governa è Nostro Signore Gesù Cristo, l’unico Maestro. Una volta Egli disse ai suoi Apostoli: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Giovanni XX: 21). « Vi mando – siete i miei ambasciatori, i miei ministri. Il Sacerdozio non è stato inventato, come molti sostengono, da uomini avidi di potere e di onori; non è stato inventato da uomini che cercavano di essere onorati e venerati dal popolo, ma è stato istituito dal Signore. È volontà del divino Gesù che ci siano uomini che, liberi da altri doveri, ancor più liberi dalle preoccupazioni della vita familiare, dedichino tutta la loro vita, tutti i loro momenti, ad un unico obiettivo: condurre gli uomini a Dio e condurre le anime al cielo. Dio stesso ha scelto un giorno della settimana, la domenica, per essere « il giorno del Signore »; Dio stesso ha scelto i salmi per essere i « canti del Signore »; Dio stesso ha voluto avere un luogo dedicato esclusivamente a Lui, la « casa del Signore »… Dio stesso ha anche scelto alcuni uomini per essere gli « unti del Signore », i « ministri di Dio ». Attraverso di loro Dio diffonde la grazia divina sui fedeli. Il Sacerdote, secondo la volontà di Dio, il buon Sacerdote, sa bene di essere un ministro, cioè un servitore, che non è lì per essere servito ma per servire, come servitore del Signore e dei fedeli di Cristo. Questo è il prete cattolico. – « Come il Padre mio ha mandato me, anch’io mando voi ». Prima di salire al cielo, Gesù Cristo ha affidato agli Apostoli la propagazione della sua dottrina: « Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt XXVIII, 19).  Come se dicesse loro: « Finora sono stato io a insegnarvi; d’ora in poi sarete voi a insegnare alle nazioni nel mio nome  ». Finora sono stato io a incoraggiarvi e a proteggervi; d’ora in poi sarete voi a esercitare lo stesso ufficio con i vostri simili. Finora ero Io a plasmare le vostre anime secondo la volontà di Dio; d’ora in poi sarete voi a plasmare le anime dei fedeli secondo il mio spirito. Cioè: finora siete stati i miei ascoltatori, i miei proseliti, i miei discepoli; d’ora in poi siate i miei araldi, i miei apostoli; siate… i miei Sacerdoti! i miei Sacerdoti! – La dignità sacerdotale scaturisce dal Cenacolo, dall’Ultima Cena, dalle parole di commiato che il Redentore rivolse agli Apostoli: « Fate questo »…; « Andate e insegnate »…; cioè: offrite questo stesso Sacrificio dell’Eucaristia e insegnate agli uomini a imitarmi fedelmente.  Il Sacerdote è un uomo come tutti gli altri, ma con la sua consacrazione sacerdotale, Cristo gli ha affidato un’alta missione: « Andate e ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato ». Vale a dire: « Andate, affrontate chiunque cerchi di perdere le anime ». Andate, non siate turbati, non abbiate paura. Sono con voi fino alla fine dei tempi. Sono sicuro che né re, né imperatori, né repubbliche, né governatori potranno privarvi del diritto che vi ho conferito: istruire tutte le nazioni. Non c’è potere umano che possa impedirvelo. So bene che tale missione vi porterà sofferenza; sarete perseguitati, odiati, privati di tutto…, lo so anch’io; ma anche così insegnerete. La parola di Dio non può fallire. Battezzare tutte le nazioni, cioè santificare le anime, perdonare i peccati, versare le mie grazie, rendere dritta e salda la canna spezzata, dare olio alla candela tremolante, dare speranza alle anime disperate…, portare le anime a Dio. Non avrai famiglia, perché nulla ti leghi. Non avrete figli, perché possiate essere liberi, perché possiate dedicarvi in ogni momento ai vostri figli spirituali, che dovrete conquistare per Me….. Ecco quanto è sublime la missione sacerdotale. « Come il Padre mio ha mandato me, anch’io mando voi. Vi mando a curare le ferite dell’anima. Vi mando a curare le ferite spirituali. Vi mando per consolare i cuori affranti. Vi mando a confermare nella fede coloro che vacillano nel dubbio. Vi mando a salvare le anime. Se incontrate uomini afflitti nel mondo, guardateli con il mio amore. Se vedete uomini oppressi dal peso delle prove, riversate nelle loro anime la mia consolazione. Se vedete uomini piegati sotto il peso dei loro peccati, offrite loro il mio perdono. Siate luce per coloro che vivono nelle tenebre. Dare coraggio alle anime deboli di cuore. Portateli tutti a Me. »- « Voi siete il sale della terra… » (Mt V, 13). C’è molto male nel mondo, si commettono molti peccati. …. Avvisare le anime del pericolo che corrono. Annunciate a tutti i Comandamenti di Dio. Ricorda alle anime ciò che ho sofferto per loro per salvarle. Non temete, parlate, anche a costo della vita, perché “«siete il sale della terra » ed è vostro dovere preservare le anime dalla decadenza. « Voi siete la luce del mondo » (Mt V.,14). Insegnate la via che conduce a Dio. Insegna le mie leggi in modo tale che gli uomini non solo le conoscano, ma le adempiano e le vivano. Nulla deve spaventarvi; diffondete il mio insegnamento, anche se dovrete pagare con la vita. Siate pastori del mio gregge, difendete le mie pecore dai lupi, dai lupi astuti. D’altra parte, dovete amare i vostri nemici, coloro che vi insultano e vi minacciano? Questo è il sublime ideale del sacerdozio, secondo la Chiesa. Così capiamo perché i buoni fedeli amano e rispettano così tanto i sacerdoti, e capiamo anche l’odio profondo che i nemici della Chiesa e della religione nutrono nei loro confronti. I Sacerdoti sanno bene che il rispetto e l’affetto che ricevono, più che alla loro persona, è dovuto alla grazia della missione, perché Gesù Cristo li ha scelti senza che lo meritassero. I buoni Cattolici amano i loro Sacerdoti perché continuano a estendere il Regno di Dio, secondo l’incarico ricevuto da Cristo; li rispettano perché credono fermamente che le mani consacrate del Sacerdote abbiano il potere di portare ogni giorno il Corpo di Cristo in questo mondo.Sono gli strumenti che Dio ha messo a nostra disposizione per raggiungere la vita eterna. Non hanno altra missione che salvare le anime redente dal sangue di Gesù Cristo. È soprattutto a loro che Cristo rivolge la domanda: Diligis me plus his? (Gv XXI, 15): « Figlio, mi ami tu? Mi ami tu sopra ogni cosa? » E sai lavorare per me più che per ogni altra cosa?  Ripeto: il Sacerdote non è un Angelo, ma un uomo, come tutti gli altri. Ma è un uomo infuocato dall’amore di Cristo. Nostro Signore guarì un cieco con un po’ di fango e una donna malata toccandole l’orlo della veste. Anche il Sacerdote è un po’ di argilla, ma un’argilla che, nelle mani di Cristo, apre gli occhi dei ciechi e permette loro di vedere Dio. Egli è anche l’orlo della veste di Cristo, e così restituisce la salute ai malati dell’anima.  Il Sacerdote porta i fedeli nella Chiesa attraverso il Battesimo; porta Dio nell’anima attraverso il Santissimo Sacramento; rafforza le anime nella lotta, prega con loro, mostra loro il Paradiso, le consola nelle disgrazie, nell’agonia della morte; e prega per loro davanti all’altare. Solo Dio può perdonare i peccati. Il peccato non può essere cancellato se non con il perdono di Dio. Posso fare ammenda, posso piangere, posso fare penitenza…, ma non basta; la coscienza del peccato permane nella mia anima: la giustizia di Dio non è ancora espiata. Così cado in ginocchio nel confessionale, vi porto la mia anima tormentata e straziata, caduta e peccatrice. Non è un uomo che siede sul santo tribunale; vedo il Sacerdote, e in lui Dio: « Confesso i miei peccati a Dio onnipotente per mezzo del sacerdote: gli mostro le mie ferite, le mie cadute, i miei dolori… ». Poi, quando ho confessato umilmente il mio peccato, con il cuore dolorante, Cristo misericordioso lascia cadere il sangue delle sue piaghe sulla mia anima, la lava e la conforta, le dà coraggio e gioia…, e quando mi alzo dal confessionale, sento che c’è una nuova vita in me, che la mia anima è pulita, che Cristo è in me…. Questa è la sublime missione del Sacerdote. – I Cattolici sanno bene cos’è la confessione. È per ridare pace all’anima tormentata; è per salvare le anime che si sono smarrite e sono cadute nell’abisso del peccato e per rimetterle sulla via della virtù…. È uno dei doni più eccelsi che ci ha lasciato il Redentore. E questo potere di perdonare i peccati è stato dato da Nostro Signore Gesù Cristo nelle mani del Sacerdozio. È ovvio, quindi, che i fedeli guardano con rispetto ai ministri del Signore. E forse questo spiega anche l’odio acerrimo che i nemici della Chiesa nutrono per il sacerdozio. Vedono solo difetti e peccati nei Sacerdoti. – Ci chiediamo: il male può entrare nel cuore di un Sacerdote? Non dobbiamo dubitarne, perché anche i sacerdoti sono uomini, possono avere difetti, debolezze e persino peccati. Da ogni albero cade qualche frutto marcio e ogni esercito ha dei disertori. Ma non dobbiamo giudicare l’albero dai frutti caduti, né l’esercito perché ci sono stati dei disertori; proprio perché i Sacerdoti danno la vita per gli altri, i loro minimi difetti…, che negli altri non si notano nemmeno, sono molto più evidenti. Su una tovaglia bianca si nota facilmente la più piccola macchia; tra gli stessi Apostoli c’era già un Giuda. Ci sono anche oggi – purtroppo – Sacerdoti in cui il sale della terra è rovinato, in cui la luce del mondo è oscurata, che compromettono la dottrina di Cristo, che disonorano la Chiesa. Ma cosa si può dedurre da questo? Il Cattolico coscienzioso, per quanto possa deplorare questi tristi scivoloni, non perderà la fede a causa di essi. Non ha dubbi sulla fede, perché vede la distinzione tra l’uomo ed il potere conferito da Cristo; e come nel Sacerdote esemplare non onora l’uomo, ma il ministro di Gesù Cristo, così non disprezzerà la Religione di Cristo per i peccati del ministro infedele; non dirà che il Cristianesimo è una menzogna, né che è fallito, perché sa che il Sacerdote è il tramite con cui la grazia divina scende nelle anime, il recipiente da cui possiamo attingere l’amore di Dio….. Il recipiente, come il condotto, può essere d’oro, d’argento, di bronzo o persino d’argilla, non importa; l’importante è ciò che contiene, ciò che dà. Il Cattolico coscienzioso, nonostante le possibili cadute, nonostante i difetti in cui può cadere l’uno o l’altro Sacerdote, onorerà e rispetterà il Sacerdote, perché è stato scelto da Cristo stesso per continuare la sua missione. E se gli altri odiano tutti i Sacerdoti senza eccezione, solo perché sono Sacerdoti, il fedele Cattolico onora il Sacerdote proprio perché è un Sacerdote, perché è il ministro di Dio. E nessuno piange con più dolore per il comportamento di un cattivo Sacerdote dei Sacerdoti esemplari, quelli che sono secondo il Cuore di Cristo, perché sanno meglio di altri che nemmeno dieci Sacerdoti di vita santa possono rimediare allo scempio spirituale causato dalla vita di un solo cattivo Sacerdote. I nemici della Chiesa non attaccano i cattivi Sacerdoti; al contrario, li lodano, li proclamano eroi, luminari della teologia…. D’altra parte, i più ferventi, i più cristici, i più santi Sacerdoti sono sarcasticamente calunniati e perseguitati. Una delle armi più potenti della Chiesa cattolica è la preghiera. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che quando San Pietro soffriva nella prigione del re Erode Agrippa, tutta la Chiesa pregava incessantemente per lui. I Sacerdoti non hanno mai avuto bisogno delle preghiere dei fedeli come oggi. La mia affermazione può sembrare un po’ strana, ma risponde a una realtà: non sono solo i Sacerdoti a dover pregare per i fedeli, ma anche i fedeli devono pregare per i Sacerdoti. È un comando sincero di Gesù Cristo. In un’occasione ha guardato intorno al mondo delle anime: quanti uomini sono alla ricerca di Dio, quante anime immortali, quante lotte, quanti dolori, e quanti pochi sono sulla terra che si occupano di queste anime! Allora un sospiro gli uscì dal cuore Poi un sospiro sgorga dal suo cuore: « La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe » (Mt IX,17-38; Lc X,2). I Cattolici dovrebbero pregare anche per i seminaristi, affinché perseverino nella loro vocazione con l’amore ardente di un’anima giovane, in modo che quando le comodità, gli agi e la felicità di questa terra vorranno sedurli, possano perseverare imperterriti e prepararsi all’alta missione di salvare le anime, anche se in questo cammino costerà loro molti sacrifici e rinunce. Certo, anche se la loro vita fosse cento volte più difficile, anche se le persecuzioni si intensificassero e le strade del Calvario diventassero più ripide e i sarcasmi e le calunnie si moltiplicassero, gli unti del Signore non sarebbero mai sterminati. Per due millenni i nemici della Chiesa hanno già provato molte cose. Hanno sequestrato il Papa, bandito i Vescovi, giustiziato molti Sacerdoti. A cosa è servito? Non è questo il modo in cui dovrebbero svolgere la loro attività.  Dovevano imprigionare l’anima della Chiesa. Dovrebbero sequestrarlo e annegarlo. Dovrebbero fermare il soffio dello spirito che mette nell’anima dei giovani la vocazione: Figlio mio, puoi amarmi più di tutti gli altri uomini? Puoi fare di più per Me, soffrire di più? Puoi essere il mio Sacerdote? Dovrebbero fermare questo spirito, al quale il giovane commosso risponde: Signore, io sono tuo, la mia vita è tua…, e anche se mi aspettano persecuzioni, il Calvario, le spine e la crosta di pane…, io sono tuo.  Chi dirà che non è così?  Nei giorni sanguinosi del comunismo, quando la morte e la fame minacciavano ogni sacerdote cattolico, ho incontrato un ragazzo dagli occhi ardenti, uno studente del quarto anno di liceo. Abbiamo iniziato una conversazione e mi ha detto che voleva diventare Sacerdote. Sono rimasto sorpreso. – Ora, figlio mio, vuoi diventare Sacerdote? Proprio ora? Avete molte professioni e mestieri tra cui scegliere… ma sapete cosa significa essere un Sacerdote? Sapete cosa vi aspetta? – Sì, mi sto preparando a diventare Sacerdote da quando ero bambino, rispose. Lo guardai dritto negli occhi: – Sai, figlio mio, che se sei un sacerdote rischi di morire di fame? Il ragazzo guardò anche me e, emozionato, disse solo questo: «Non importa, Padre; Nostro Signore Gesù Cristo sarà con me anche allora? » Sì, Egli sarà con voi! E sarà con tutti voi seminaristi che vi state preparando a servire il Signore; e sarà con tutti i fedeli che in qualche modo aiutano il sacerdote, chiunque esso sia, nel servizio di Dio. Il lavoro sacerdotale non è mai stato facile e comodo; ma alcuni padri sono abbagliati dal prestigio esterno e dal rispetto che talvolta porta con sé. Allora dobbiamo supplicarli: Se vostro figlio non vuole essere sacerdote, non costringetelo, per l’amor di Dio! Ma ora dico a tutti i genitori: se vostro figlio viene da voi con entusiasmo e vi dice: « Padre, madre, Gesù Cristo mi ha chiamato e scelto per essere sacerdote ». E ho detto di sì. Allora abbracciate vostro figlio con grande amore e dategli la vostra benedizione per seguire il sentiero stretto e spinoso dei ministri di Cristo.  Padri, dovete dare buoni Sacerdoti a Nostro Signore Gesù Cristo!  Il Signore si compiaccia di inviare alla Chiesa Sacerdoti ferventi, Sacerdoti santi, fedeli vassalli del Re del Sacerdozio, Cristo.

VIVA CRISTO-RE (7)

VIVA CRISTO-RE (5)

CRISTO-RE (5)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VI.

CRISTO, RE DELLA CHIESA

Chiesa Cattolica! Il mondo ha visto molte cose sublimi…, ma nessuna così sublime come questa. Ha visto i faraoni costruire le piramidi; ha visto Ciro fondare il suo grande impero; ha visto Alessandro Magno attraversare trionfalmente l’Asia; ha visto l’Impero Romano conquistare tutto il mondo conosciuto; ha visto Carlo Magno gettare le fondamenta del regno dei Franchi; ha visto gli eserciti dei Crociati riconquistare la Terra Santa; ha visto le magnifiche invenzioni dell’epoca attuale…; ma non c’è mai stata un’istituzione così sublime come la Chiesa Cattolica. Chiesa Cattolica! Quanto parlano di essa… coloro che la attaccano! Ma anche noi dobbiamo parlare di essa una volta per tutte. Chiesa Cattolica! Secondo il certificato di Battesimo, i vostri figli sono numerosi; ma non così tanti sono orgogliosi di chiamarsi Cattolici. Chiesa Cattolica! Quanti rimproveri dovete sopportare dagli estranei e dai vostri stessi figli! Eppure questa Chiesa Cattolica, così calunniata e perseguitata, è il dono più prezioso che Nostro Signore GESÙ CRISTO ci abbia dato.

I

CHE COS’È LA CHIESA?

Il Catechismo risponde alla domanda in questo modo: « La congregazione dei fedeli cristiani, il cui capo è Gesù Cristo e il Papa il suo vicario in terra ».  Qual era lo scopo del Signore nell’affidare l’insegnamento della sua dottrina ad un’istituzione così particolare? Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe rimasto sulla terra… Ha insegnato come dobbiamo amare Dio; ma conosceva bene la natura umana; sapeva quanto velocemente, quanto facilmente dimentichiamo e distorciamo la vera dottrina. Voleva, quindi, che ci fosse qualcuno che non si lasciasse ingannare, che salvaguardasse la sua dottrina, che osasse alzare la voce e vietare le false dottrine…; per questo motivo fondò la sua Chiesa.  Da più di duemila anni la Chiesa Cattolica proclama la dottrina di Cristo. Quante cose sono successe da allora… Quanti popoli, quante dinastie sono perite! Ma la Chiesa resta in piedi e lo sarà fino alla fine del mondo.  Beh, io sono un membro di questa Chiesa. C’è chi vanta un albero genealogico che risale a diversi secoli fa… E io? E io? Ho un albero genealogico che risale a duemila anni fa. Amo la Chiesa. Ne sono orgoglioso.  Ma da dove viene il mio santo orgoglio di essere Cattolico?

II

PERCHÉ AMO LA CHIESA?

Anche da un punto di vista puramente umano, abbiamo tutte le ragioni per essere orgogliosi della Chiesa Cattolica.  Dove possiamo trovare, ad esempio, un’istituzione che abbia lasciato in eredità all’umanità tanti preziosi tesori culturali come la Chiesa Cattolica? Nel giro di appena mille anni, essa è riuscita ad impiantare una splendida cultura artistica, scientifica ed economica in mezzo a popoli incivili. Salvò per i posteri i valori dell’antica cultura, destinata a perire al momento della grande immigrazione di popoli barbari. E l’educazione spirituale ed artistica che esercitò per lunghi secoli non poteva che fiorire, dando origine alla splendida cultura del Rinascimento. Solo chi sa come vivevano i popoli barbari può rendersi conto dell’importanza del lavoro culturale della Chiesa. È stato un lavoro sovrumano quello svolto dai monaci in Europa, insegnando ad arare e coltivare la terra, conservando e diffondendo la cultura, creando centri abitati, poi origine di importanti città. Per questo motivo la cultura europea è chiamata semplicemente « cultura cristiana ».  – E cosa dire del lavoro della Chiesa nel campo spirituale? Sappiamo che l’uomo è un insieme di corpo e anima, con una parte corporea ed una spirituale. La vita corporea la riceve dai genitori; la vita spirituale, quella della grazia, la deve alla Chiesa, sua Madre. Ha Gesù Cristo come Sposo e da Lui ha ricevuto il compito di far crescere la vita di grazia nelle anime, affinché diventino veramente figli di Dio.  Avevamo solo pochi giorni di vita, quando la nostra buona Madre, frettolosa e sollecita per la sorte delle nostre anime, venne da noi e attraverso il Sacramento del Battesimo restituì alle nostre anime la vita della grazia, perduta a causa del peccato originale, rendendoci figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, per i meriti della sua redenzione. Ma questa Madre premurosa non ha voluto abbandonarci dopo il Battesimo, perché sa bene che questa vita di grazia, il cui seme ha depositato in noi, deve crescere anno dopo anno. Ci accompagna fino all’ora della nostra morte. Ci rafforza (Parola di Dio), ci nutre (Eucaristia), ci difende (sana dottrina) e, se malauguratamente cadiamo in peccato mortale, ci ridona la vita di grazia attraverso il sacramento della Confessione. Chi può quantificare le innumerevoli cure che la Chiesa si prende durante la nostra vita per farci vivere la vita di Cristo, per farci raggiungere la vita eterna? Con questo possiamo già vedere qual sia il motivo più potente del nostro amore per la Chiesa. Dobbiamo amarla, certo, perché si preoccupa della vita della nostra anima, ma soprattutto perché Cristo vive in essa. Cristo è lo Sposo e la Chiesa è la sua Sposa. Non sono semplici espressioni poetiche, ma contengono una verità fondamentale del Cristianesimo: non si può parlare di Cristo senza pensare alla Chiesa. Se Cristo è il Re, la Chiesa è la Regina.  La vita della Chiesa è Cristo. Ciò che fa la Chiesa, lo fa Cristo. La Chiesa battezza: è Cristo che battezza. La Chiesa conferma: è Cristo che conferma. Sacrifica la Chiesa: è Cristo che si sacrifica. La Chiesa assolve…, benedice…, prega: è Cristo che assolve, benedice e prega. Sì: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo. Il Sacerdote, il Vescovo, il Papa, non sono che ministri, vicari di Cristo.  Cristo è il centro della Chiesa. Ecco perché le chiese cattoliche sono costruite intorno all’altare; l’altare rappresenta Cristo, sacerdote e vittima.  La Chiesa Cattolica è Cristo stesso, che continua a vivere in mezzo a noi. Ci rendiamo conto di cosa significhi? La Chiesa non è una filosofia, per quanto splendida possa essere, né una morale lodevole. La Chiesa Cattolica è il Cristo che rimane in mezzo a noi.  Cristo vive in mezzo a noi nel tabernacolo. Cosa fa il Signore lì? Continua a lavorare, a fare il bene: « Oggi come sempre il Padre mio opera incessantemente e io faccio altrettanto » (Joan. V: 17). Nella Chiesa abita l’Amore divino, la Sapienza eterna, Dio onnipotente, la Provvidenza divina…; lì abita il Re.  Ma abbiamo bisogno degli occhi della fede per rendercene conto. Pensate a Lui, per esempio, quando passate davanti a una Chiesa? Vi recate spesso al tabernacolo, partecipate alla santa Messa, vi sentite spinti ad entrare per salutarlo? Dimmi con quale forza ti senti attratto dal tabernacolo…, e ti dirò se sei Cattolico o meno. Sì, questo contatto vivo e amoroso dell’anima con Cristo è la Religione Cattolica, è la Chiesa. Come posso dire di amare Cristo se non penso mai a Lui? Penso ai commerci, agli altri affari, allo sport, ai divertimenti…; quando penso a Cristo? Misura il tuo grado di fede e di amore. Se siete meno attratti dal tabernacolo che da altre cose…, siete malati di cuore. E la maggior parte dei Cristiani oggi soffre proprio di questa malattia. Tutto li interessa, tutto li attrae, tutto li soddisfa…; ma chi ama Cristo?  Voglio amarlo…, voglio amare la Chiesa. E attraverso di lei, amare Cristo.

III

COME DEVO CONSIDERARE LA CHIESA?

Alla luce dei principi sopra esposti, tutte le difficoltà che possono sorgere troveranno una soluzione:

1. Pagine oscure nella storia della Chiesa.

Tutto ha un inizio su questa terra: tutto nasce, cresce e muore. Da bambino si diventa giovane, maturo, anziano, e alla fine si muore… Anche gli imperi più potenti hanno avuto la loro infanzia; la loro crescita, l’età d’oro, l’apogeo, poi la decadenza, la prostrazione e la fine. Anche la Chiesa Cattolica, poiché ha una componente umana, sperimenta in qualche modo nella sua storia tempi di prosperità e tempi di decadenza, ma rimane sempre e non muore. Inoltre, ci sono stati momenti in cui la Chiesa Cattolica, umanamente parlando, sembrava destinata a scomparire: « Ora, ora, ora! – I suoi nemici hanno gridato con entusiasmo: – Sta agonizzando, è chiaro che è arrivata la sua fine ». Ma ora arriva la cosa mirabile: proprio nel momento peggiore, la Chiesa ha riprende nuovo brio e, in modo incomprensibile, si è consolidata e ringiovanita.  Quale forza misteriosa ha la Chiesa per resistere a tutte le leggi umane e ringiovanire quando era sul punto di soccombere? Questa forza misteriosa dimostra chiaramente che la Chiesa Cattolica non è una semplice istituzione umana, ma un’istituzione divina che ha la promessa del NOSTRO SALVATORE: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli » (Mt XXVIII, 20). Per dimostrarlo, non è necessaria la fede; è sufficiente conoscere la storia.  – 2° La convinzione che la Chiesa Cattolica sia la vera Chiesa. Questo è un altro rimprovero con cui viene attaccata. La Chiesa è consapevole di essere la vera Chiesa e per questo, ad esempio, non permette che nei matrimoni misti una parte dei figli venga educata in un’altra religione; non permette che, dopo aver benedetto una bandiera, un’altra religione la benedica.  – E lo fa non perché sia intollerante, ma perché è un’esigenza di verità. Due affermazioni contraddittorie sulla stessa cosa non possono essere vere allo stesso tempo. Due più due – non importa quante volte lo diciamo – non farà mai cinque. Pensiamo a quale indifferenza religiosa, quale declino della fede si scatenerebbe se la Chiesa Cattolica non fosse sicura di essere nella verità. Che nessuno si scandalizzi se lo dico sinceramente: Nel momento in cui la Chiesa Cattolica mi dicesse: « Va bene, non mi interessa se le altre religioni siano buone e vere o meno… » sarei il primo ad abbandonarla. Perché, allo stesso modo, nemmeno la Religione Cattolica sarebbe buona e vera.  Ma insistiamo su questo punto. Non disprezziamo le altre religioni. Per niente; stimiamo solo la nostra. Non odiamo le altre religioni. No, noi amiamo la Chiesa Cattolica. La amiamo perché crediamo che in essa viva la dottrina di Cristo, Cristo stesso; la amiamo perché Cristo Re l’ha fondata.

* * *

Non sappiamo apprezzare ciò che significhi essere Cattolici. Coloro che di solito ci riflettono sono quelli che non sono nati come tali e che, dopo lunghe lotte spirituali, sono arrivati nel seno della Chiesa. Non molto tempo fa è stato pubblicato il libro di una famosa scrittrice tedesca, Maria Bretano, Come Dio mi ha chiamato. L’autrice è passata da ballerina a suora benedettina. Ma quanto ha dovuto cercare, soffrire, lottare prima che ciò che aveva immaginato un giorno si realizzasse. , Ma quanto ha dovuto cercare, soffrire, lottare prima che un giorno si realizzasse ciò che aveva immaginato: “Se dovessi avere fede, potrei essere solo Cattolica! Sapeva cosa significasse essere Cattolici.  Non lo apprezziamo adeguatamente. Lo scolaro protestante, studente di medicina, che un giorno venne a trovarmi e mi disse con profonda nostalgia: « Signore, se fossi Cattolico, quanto spesso mi confesserei! »   Sai cosa significhi essere Cattolici? Mi trovavo in America proprio quando in Messico scoppiò la più vergognosa persecuzione dei tempi moderni contro i Cattolici. All’incredibile violenza dei massoni, la Chiesa rispose annunciando la sospensione di tutte le cerimonie religiose a partire dal 1° agosto 1926, per costringere il popolo messicano, interamente Cattolico, a prendere posizione contro il governo massonico ed oppressivo. Quando si diffuse nel Paese la notizia che il 1° agosto tutte le chiese sarebbero state chiuse, e che non ci sarebbero state Messe, né Confessioni, né Comunioni, né amministrazione dei Sacramenti della Cresima e del Matrimonio…, tutto il popolo cattolico del Messico ebbe un sussulto di dolore. Da terre lontane, dopo una faticosa marcia di diversi giorni, lunghe carovane di messicani sono arrivate nelle città e lì, per l’ultima volta, hanno invaso i recinti delle chiese, per poter confessare e ricevere per l’ultima volta il Sacratissimo Corpo di Gesù Cristo…. Migliaia di persone accorrevano ogni giorno per ricevere la Cresima e il Battesimo… e con dolore aspettavano il 1° agosto, quando tutto sarebbe cessato….  Quegli uomini sapevano cosa significasse essere Cattolici. Anche gli ungheresi sapevano cosa significasse la Chiesa quando le chiese furono chiuse nei giorni bui del comunismo. « Che la mia lingua si secchi e si attacchi al tetto della mia bocca se mi dimentico di te, o Gerusalemme » (Salmo CXXXVI: 6). Questo è ciò che si dicevano gli ebrei quando erano prigionieri in esilio. È lo stesso sentimento che viene suscitato nei cattolici quando la Chiesa è perseguitata e oppressa. Chi apprezza la Chiesa non si preoccupa di essere deriso in fabbrica o in azienda quando deve difenderla se viene attaccata ingiustamente. Rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica significa rimanere fedeli a Gesù Cristo. Perché è la Sposa di Cristo. Cristo è il Re della Chiesa. Siamo orgogliosi di chiamarci Cattolici.

VIVA CRISTO RE (6)

VIVA CRISTO-RE (4)

CRISTO-RE (4)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO V

CRISTO, RE DELLA PATRIA ETERNA

Passiamo ora all’affare più importante: quello della vita eterna. Possiamo dividere i Cattolici in tre tipi. Ci sono Cattolici battezzati (Cattolici non propriamente Cristiani, ma Cattolici cristianizzati) che, pur essendo Cattolici secondo il loro certificato di Battesimo, conducono una vita che non è affatto cristiana. Sono i rami secchi dell’albero della Chiesa. Ci sono poi i Cattolici della domenica, che sono Cattolici solo la domenica, quando vanno a Messa, ma per il resto della settimana non lo sono più, e si nota appena. Sono i figli malati. Grazie a Dio, c’è un terzo gruppo: i Cattolici di tutti i giorni, che non vanno in Chiesa solo la domenica, ma sono Cattolici tutti i giorni della settimana, e cercano sempre di fare la volontà di Dio, pregano un po’ ogni mattina e si confessano spesso. Sono coloro che vanno a letto la sera con questo pensiero: « Mio Signore, oggi ho vissuto come avrei dovuto? Siete contento di me?  Pensiamo che se non ci sono molti apostoli, è perché ci sono pochi Cattolici di tutti i giorni. Ma perché ci sono così pochi Cattolici che vivono la loro fede ogni giorno? Perché non pensiamo alla vita eterna, come hanno fatto i Santi! Perché non abbiamo gli occhi fissi su Dio, sulla vita eterna, sull’aldilà. Quando le prove ci sommergono, non sappiamo alzare gli occhi al cielo come fece il primo martire della Chiesa, Santo Stefano: “Alzati gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù alla destra di Dio” (At. VII, 55). I Santi erano uomini come noi, hanno dovuto lottare e hanno incontrato sul loro cammino gli stessi ostacoli o di più grandi di quelli che abbiamo incontrato noi; gli avversari che li hanno combattuti erano, più o meno, come quelli che attaccano noi; le stesse tentazioni e difficoltà…. Ma essi meditavano continuamente su queste tre domande: Chi è Dio? Qual è il fine di questa vita terrena? E cos’è la vita eterna? Potremmo dire che quando sentivano il peso della vita, “… fissavano gli occhi al cielo e vedevano la gloria di Dio e di Gesù, che era alla destra del Padre”.

Chi è Dio per me? Molti, anche se non lo confessano apertamente, la pensano così: Dio è un essere altissimo, eccelso, maestoso, sovrano di tutto, che sta in cielo, lontano, che viene venerato ogni domenica… ma che non conta nulla nella vita quotidiana, nel lavoro, nella casa, nella società, nella politica… Ma i Santi non la pensavano così. Per loro Dio non è lontano. È in mezzo a noi, ovunque. Ovunque mi giri, in Lui « vivo, mi muovo ed esisto ». Non potrò mai fuggire dalla Sua presenza. Noi, se siamo sopraffatti dagli ostacoli, dalle difficoltà, ci disperiamo e diciamo: « Mio Dio, merito tutto questo, perché mi punisci? ». In questo modo, facilmente ci raffreddiamo nel nostro amore per Dio. E i Santi? I Santi vedevano la volontà del Signore in ogni cosa. Noi ci ribelliamo quando siamo feriti dalla malattia o dalla sfortuna. Cosa facevano i Santi in queste circostanze? Baciavano la mano di Colui che li castigava: « Padre, punitemi; eccomi, eccomi, castigatemi, mettetemi tra le fiamme, purché mi mostriate misericordia nell’eternità » (SANT’AGOSTINO). Noi ci lamentiamo: « Quanti problemi mi provoca questo malato, quanto è insopportabile quest’uomo! » E i Santi? Si sono detti: «”Quest’uomo è fratello di Cristo, e qualsiasi cosa io faccia per lui, la faccio per Cristo ». E alcuni arrivavano persino a baciare le ferite dei malati, per vincerere se stessi. Quanto siamo lontani dai Santi nel nostro modo di pensare a Dio!

Qual è il fine di questa vita terrena? Cosa significa per me questa vita? Per alcuni questa vita non è altro che una ricerca di piaceri peccaminosi. Per altri, si tratta di una mera somma di anni, metà dei quali trascorsi a sognare con nostalgia: « Come stavo bene », e l’altra metà con paura: « Cosa ne sarà di me in futuro? » Ci sono persone che considerano questa vita come un continuo dolore il cui unico scopo è quello di ottenere un po’ di conforto; questo e nient’altro. Come quel vecchio malato a cui il medico consigliò una cura molto costosa e che si lamentò con lui dicendo: « Vede, dottore, che strano è quest’uomo. In gioventù dà la salute in cambio del denaro; e quando invecchia, dà il denaro in cambio della salute ». La verità è che non siamo mai soddisfatti. Pensiamo sempre che gli altri stiano meglio di noi. Ci comportiamo come quel tagliapietre cinese. Un giorno, mentre stava noiosamente scalfendo la pietra, riflettendo sulla monotonia della sua vita, gli passò accanto l’imperatore, accompagnato da un brillante seguito. Era appollaiato su un enorme elefante, sotto un baldacchino d’oro; la sua corona scintillava di diamanti; un magnifico esercito di ministri, soldati e cortigiani lo accompagnava. Lo scalpellino ammirato si disse: “Oh, se solo potessi essere imperatore! E nello stesso istante si trasformò in un imperatore. Ora era lui a sedere sotto un baldacchino d’oro; era signore di milioni di uomini, e al suo gesto i ministri e i capi dell’esercito si inchinavano a terra. Ma quel giorno il sole era troppo caldo e l’imperatore continuava ad asciugarsi la fronte. Alla fine si arrabbiò, perché vide che il sole era più forte di lui. Ed esclamò con rabbia: -Voglio essere il sole! Nello stesso momento si trasformò in sole. Era a suo agio, splendente nella volta celeste, ed emanava così tanto calore che gli uomini e gli animali della terra camminavano ansimando…, l’erba si seccava e la terra si spaccava. E questo lo divertiva molto. Ma all’improvviso una densa nube nerastra gli si parò davanti. Il sole cercò di irradiare più calore, ma invano: i raggi non riuscivano a penetrare la densa nuvola. Saltò in piedi per la rabbia ed esclamò: -Voglio essere una nuvola! E si trasformò in una nuvola. Con furia sfrenata fece cadere la pioggia sulla terra; i torrenti e i fiumi, pieni d’acqua, ruppero gli argini, la corrente spazzò via le case, gli uomini furono annegati, ma la pioggia non fu sufficiente… infatti un gigantesco masso si ergeva inamovibile al suo posto. La nuvola esclamò con rabbia: – Ma cos’è questo? Questo masso osa sfidarmi? Voglio essere un masso! E divenne un masso. Era soddisfatto. Rimase orgogliosamente al suo posto e non fu danneggiato né dall’arsura del sole né dalla pioggia delle nuvole. Ma un giorno arrivò un uomo che gli conficcò un becco affilato. – Oh, cos’è questo?, gridò il masso. Questo scalpellino è più potente di me? Voglio essere uno scalpellino! E in quel momento tornò ad essere uno scalpellino. E da quel momento in poi fu felice della sua sorte. – È così anche per noi: trascorriamo la nostra vita in un costante sgomento. I Santi non la pensavano così. Per loro la vita era compiere la volontà di Dio giorno per giorno. Per loro l’anima era una veste bianca che dovevano mantenere immacolata fino al giorno della morte, così come il Padre celeste l’aveva data loro. Per loro la vita era un accumulo di ricchezze di valore eterno, non di inutili cianfrusaglie arrugginite o tarlate. Non vivevano nel ricordo del passato o nella paura del futuro. Per loro c’era solo una cosa importante: oggi, in questo momento, qual è la volontà di Dio, come posso accumulare tesori per la vita eterna? Sì, per la vita eterna! E con questo arriviamo alla terza domanda, la più importante e decisiva, da cui dipende tutto:

Che cos’è per me la vita eterna, come la valuto, penso costantemente al cielo? Sappiamo come gli Apostoli hanno vissuto e sono morti, con lo sguardo rivolto alla vita eterna. Quando Pietro fu inchiodato alla croce con la testa in basso, cosa gli diede forza? Quando Andrea abbracciò con amore la croce prima di morire, cosa lo incoraggiò? Quando Paolo chinò il capo sotto la scure del boia, cosa gli diede animo e coraggio? La Vita eterna! Essi Videro i cieli aperti e Cristo Re alla destra del Padre. È la stessa cosa che hanno fatto i martiri, mentre venivano sbranati dalle bestie feroci. Anche i Santi hanno spesso vissuto pensando alla vita eterna. Le sofferenze patite non sono nulla in confronto alla felicità di cui godono ora .. qui, lacrime, sudore, lotte…; là, perle preziose della corona celeste. Davanti ad una simile prospettiva, pensavano, vale la pena di soffrire.

Credo davvero nel Cielo?

Ogni volta che recitiamo il Credo lo confessiamo a parole: « Credo nella vita eterna ». Non siamo forse di quelli che dicono: « forse, forse…, chissà, forse c’è qualcosa dopo la morte »… Sono forse come quel soldato della fede che nel bel mezzo della battaglia pregava così? «”Mio Dio (se Tu esisti) salva la mia anima (se c’è un’anima), affinché io non sia condannato (se c’è una condanna), e così possa ottenere la vita eterna (se c’è vita oltre la morte) »? La mia fede è più solida di questa fede traballante? Credo fermamente che ci sia la vita eterna, che vivrò in eterno? Qualcuno obietterà, forse, che nella tomba tutto marcisce, tutto diventa polvere…, e quindi come può nascere la vita lì? Il chicco di grano seminato in autunno potrebbe dire la stessa cosa: intorno a me tutto è marciume, fango, ghiaccio…, come può nascere la vita qui? Eppure nascerà, e che germoglio vigoroso spunterà in primavera! Mi si dirà: « Tutto è così immobile nella tomba! Come può germogliare la vita lì? » Lo stesso si potrebbe dire del verme quando si chiude nel suo bozzolo e giace come morto nella sua bara per settimane. Eppure, che farfalla dai colori cangianti emerge dalla crisalide, apparentemente morta! Tutto cade, tutto perisce…. Posso dunque affermare che esiste la vita eterna? Mio padre viene seppellito, mia moglie muore…; so dire nonostante tutto: c’è la vita eterna? Sono vicino al peccato, sto per cadere nelle sue insidie…; so come incoraggiarmi a resistere confessando che c’è la vita eterna? Le disgrazie quasi mi schiacciano…; so come consolarmi con questa fede: c’è la vita eterna? Se non c’è un “aldilà”…, allora questo mondo è folle; non serve a nulla l’essere onesti; si apre un ampio campo all’inganno ed alla rapina; l’importante è godersi questa vita il più possibile. Ma cosa devo dire? Se non c’è vita eterna, allora Dio è crudele, allora non c’è Dio; perché non è possibile che ci abbia creato per questa vita miserabile, solo per questa vita terrena. San Paolo non la pensava diversamente quando disse: «”Che mi giova aver combattuto contro bestie feroci a Efeso, se i morti non risorgono? In tal caso, pensiamo solo a mangiare e a bere, perché domani moriremo » (cfr. I Cor XV, 32). Ricordiamo ancora una volta la lezione che ci hanno dato i Santi. Per loro la vita eterna era la vera vita e questa vita di sotto era solo un’ombra. Per essi la vita eterna era il grande libro e questa vita qui era solo il prologo, l’introduzione al libro. Per loro la vera patria era la vita eterna, mentre questa vita sulla terra non era che una «”valle di lacrime ». Eppure sapevano come rallegrarsi quando la giornata era soleggiata. Sapevano godersi il cinguettio degli uccelli. E anche loro hanno combattuto e fatto il loro dovere. Per farlo in modo eroico come hanno fatto, hanno attinto forza dal pensiero della vita eterna. Vivevano con il desiderio del paradiso. Noi Cattolici desideriamo la nostra vera patria, ma non per questo odiamo questo mondo. Questo desiderio ci spinge ad essere coraggiosi. Questo desiderio ci fa dimenticare i nostri dolori. Questa nostalgia ci spinge a pregare quando le disgrazie o le angosce ci opprimono. Così possiamo sorridere a noi stessi nei giorni più bui; sappiamo che tutte le nostre disgrazie sono ordinate da Dio per il nostro bene. Quando il cielo è nuvoloso e scuro, so che sopra le nuvole splende il sole. Al di sopra delle disgrazie di questa vita, c’è la vita eterna.

4º C’è un pensiero che può aiutarmi molto: che ne sarà di me tra novant’anni? Sarò a casa. A casa? Non certo qui, non in una tale o tal’altra città o villaggio, ma nella mia vera casa, in cielo, nella patria eterna. Dio mi conceda di essere nella prossima vita in cielo, a gioire con Dio; allora ricorderò tutta la mia vita come un sogno. Per quanto difficile possa essere stato, per quanto pieno di gioia…, non sarà altro che un sogno. Oh, come mi ricordo di questa o di quella cosa; pensavo che non avrei mai potuto separarmene, e ora… vedo che era una sciocchezza. Ho sofferto molto, ho sofferto, e ora… vedo che sarebbe stato molto vantaggioso soffrire ancora di più per amore di Dio. Come ci sembrerà tutto diverso da lassù, per tutta la vita! Cosa siete stato sulla terra? Un ministro? Ebbene, ciò che vi interessa ora non è la carica che avete ricoperto, ma se siete stati onorevoli e avete fatto il vostro dovere. Siete stato un insegnante? Ora, ciò che vi riempie di gioia non è il numero di libri che avete scritto, ma se avete nobilitato l’anima dello studente che vi è stato affidato. Cosa siete stato, un imprenditore? Non siete più orgogliosi delle imprese che avete gestito, ma di essere stati fedeli a Dio facendo la Sua volontà e non facendo affari illeciti. Che cosa siete stata? Una madre di famiglia? Ciò che vi consola non è il prestigio sociale che avete raggiunto nella società, ma il fatto che abbiate insegnato ai vostri figli a pregare, mattina e sera. E direte con sorpresa: Mio Dio, che capricci ho fatto per così poche cose! E ancora: perché ho taciuto quando avrei potuto interrompere quella conversazione immorale? Quante anime avrei potuto salvare! Perché sono stato vigliacco? Perché ho dato libero sfogo ai miei desideri malvagi? Perché non mi sono mai rifiutato nulla? Come ho potuto dare credito a tante parole vuote e frivole? E c’è un dato che non può essere discusso. Qualsiasi pentimento sarà allora troppo tardivo. – Non è troppo tardi ora. È il momento giusto per imparare la grande saggezza: dobbiamo dirigere tutta la nostra vita, tutte le nostre azioni, verso la vita eterna. Tutti noi passiamo attraverso abbondanti sofferenze e prove. Non sprechiamoli inutilmente. La vita è spesso, per tutti noi, un martirio. Che le nostre sofferenze ci servano per raggiungere la corona eterna. Solo così saremo vincitori e non vinti. Solo così arriveremo a casa, la nostra casa celeste, dove ci aspetta nostro Padre e Gesù Cristo Re. Dobbiamo essere pilastri, rocce e non sabbia, terreno melmoso. Solo così potremo resistere in questo mondo moralmente corrotto. Il pilastro non vacilla. La roccia non vacilla di fronte al torrente impetuoso del peccato. Soffro per questo? Faccio fatica a rimanere così? È possibile. Cado? No, non cadrò! Cristo è il Re della vita eterna e io voglio ereditarla. Dio mi ha creato per la vita eterna, e lì mi aspetta… a patto che io perseveri con Lui. Devo lavorare di giorno, finché c’è luce, prima che il sole tramonti, prima che la morte mi assalga.

II

Una storia russa racconta di un contadino che viveva felicemente nel suo lontano paese; non era ricco, ma aveva abbastanza per vivere felicemente…. Finché un giorno gli capitò tra le mani un giornale maledetto. In quel giornale lesse la notizia che nella terra della tribù dei Bashkir c’erano ancora grandi territori non occupati e che c’era un’usanza secondo la quale, se qualcuno nelle prime ore del mattino avesse deposto un berretto pieno di rubli d’oro ai piedi del capo dei Bashkir, sarebbe potuto diventare proprietario di tutti i territori che avrebbe potuto circondare in un giorno, a una condizione: sarebbe dovuto tornare nello stesso luogo da cui era partito prima del tramonto. Vendette tutti i suoi beni e riuscì a raccogliere solo l’oro sufficiente per riempire il suo cappello. Dopo un lungo pellegrinaggio, arrivò nella terra dei Bashkir. Il capo confermò la promessa e diede anche un buon avvertimento al contadino: « Prima del tramonto dovrai essere di nuovo qui, su questa collina da cui stai partendo per il tuo viaggio. Perché se venite un minuto dopo…. avrete perso l’oro e la terra ». All’alba, con il cinguettio degli uccelli, il contadino si mise in viaggio con grande gioia. Com’era bella la campagna! Tutta questa terra sarà mia! Il pensiero lo riempì di soddisfazione. Qui le mie colture ondeggeranno…; laggiù, un piccolo bosco…, magnifico!…, anch’io lo farò girare. Laggiù il pascolo…; lo recingerò anch’io, deve essere anche mio. Stava camminando…, l’uomo stava camminando…. Era già mezzogiorno. Non sarebbe male tornare indietro. Ma no. Là, più lontano, c’è un pezzo di terra anch’esso magnifico…; no, non posso lasciarlo…, andrò più veloce sulla via del ritorno. Ma quel pezzo di terra era più grande di quanto pensasse. Non importa, torno indietro di corsa. Alla fine si voltò e si mise sulla via del ritorno. Il sole stava calando rapidamente. Non sarà sbagliato andare un po’ più veloce. Il capo e gli uomini sembravano salutarlo. Ma quanto sono ancora lontani! Naturalmente, ora deve andare in salita. Prima andava in discesa, ed è così facile andare in discesa e così difficile andare in salita! Allunga le braccia e inizia a correre in salita. Ma anche il sole sta calando velocemente. Oh, se solo arrivasse in tempo. Dall’alto gli fanno cenno, sente già le voci. Comincia a sentire il cuore che batte all’impazzata e sembra che un coltello affilato gli stia tagliando i polmoni. Corre, corre senza tregua: « Ahimè, forse tutto è perduto! ». Il volto infuocato del sole lo sta già guardando dall’orizzonte lontano. Gli occhi del contadino si annebbiano e nella sua mente emerge improvvisamente un pensiero terribile: « Terra, denaro, lavoro, vita, tutto, tutto è perduto! È stato tutto inutile! ». Raccoglie le forze che gli sono rimaste: si aggrappa all’erba, barcolla, cade, si rialza. Si vede solo un pezzetto di sole: i suoi ultimi raggi cadono proprio sull’oro che brilla nel cappello…. L’oro brilla…, no, non deve essere perso…, mancano solo venti metri…, ancora dieci…, ancora cinque…. E poi, poi il sole … il sole tramonta, il contadino vacilla e crolla, il sangue gli inonda gli occhi, qualche altra convulsione… e muore! Il capo lancia una zappa a uno dei suoi servi: « Scavate una fossa lunga due metri e profonda un metro. Questa terra è sufficiente per un uomo solo ». Così poca terra è sufficiente per un solo uomo! E corriamo! E ci spingiamo a vicenda! E soffriamo! E ci consumiamo! E il sole tramonta…, giù, giù, giù, giù… Non dimentichiamo quindi che, prima che il sole tramonti, dobbiamo tornare al luogo da cui siamo usciti, all’inizio della nostra vita…, dobbiamo tornare… a casa…, alla casa del nostro Padre celeste.

VIVA CRISTO-RE (5)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (61)

IL SACRO CUORE (61)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

II. – LA FESTA DEL SACRO CUORE

Nel 1726 si credette venuto il momento di riprendere la causa a Roma. Il Re di Polonia, al quale si unì più tardi il re di Spagna, i vescovi di Cracovia e di Marsiglia e le Visitandine, si rivolsero a Benedetto XIII, per ottenere la festa e l’ufficio proprî. La divozione ormai era diffusa in tutta la Chiesa, cara ai Vescovi ed ai popoli; si ricordava il desiderio espresso da nostro Signore a santa Margherita Maria. L’anima del movimento era il P. Galliffet, assistente di Francia a Roma, postulatore della causa. Pubblicò in latino il suo libro sul sacro Cuore e preparò tutti i materiali alla perfezione. Si credeva assicurato il successo. Prospero Lambertini, il futuro Benedetto XIV, era allora promotore della fede. Il P. Galliffet lo credeva favorevole alla causa. Eletto Papa, egli accettò la dedica di una edizione nuova del libro di Galliffet e concesse con liberalità bolle in favore delle confraternite del sacro Cuore. Ma non pare che fosse per una nuova festa. In tutti i casi, fece coscienziosamente la sua parte « di avvocato del diavolo ». Le obbiezioni furon quasi le stesse, che trent’anni prima: la festa era nuova; il caso di Margherita Maria non era risolto; una volta lanciati su questa via, dove ci si arresterebbe? Galliffet aveva la risposta per tutto. Ma Lambertini portò a viva voce ai Cardinali una ragione, che li impressionò ancor più. La causa supponeva, o almeno pareva supporre, secondo le spiegazioni del P. Galliffet, che il cuore fosse l’organo del sentimento. Ora quella era, disse il Lambertini, una opinione filosofica discutibile e discussa, in cui non bisognava compromettere la Chiesa. Soprattutto questo fece esitare (È ciò che dice Benedetto XIV stesso raccontando il fatto. Sant’Alfonso dei Liguori spiega le cose nella stessa maniera. Bisogna riconoscere che, su questo punto, il P. Galliffet si prestava alla critica. Vedi più sopra.). Per non dire no, la sacra Congregazione rispose, il 12 luglio 1727: Non proposita. Malgrado tutto ciò si insisté, si ritornò alla carica. Il 30 luglio 1729 essa rispose: Negative. Fu una gran delusione. Frattanto, la divozione faceva la sua strada, malgrado i clamori dei giansenisti e dei filosofi. La regina di Francia, Maria Leczinska, aveva preso a cuore la cosa, umilmente e piamente. Da quasi tre anni ella insisteva presso Clemente XII, per ottenere alfine il suo consenso; pareva prossima ad ottenerlo, quando il Papa morì. Era appena nominato il suo successore che ella gli scrisse, il 3 ottobre 1740. Benedetto XIV, non era per le nuove feste; si accontentò di mandarle delle immagini del sacro Cuore, ricamate d’oro e di seta. In questo tempo il movimento si propagava. Le suppliche arrivavano da tutte le parti, dalla Polonia, dalla Spagna, dall’America, dalla Germania, dall’Italia, dall’Oriente. Nel 1765 Clemente XIII riprese la causa. Il Memoriale dei Vescovi polacchi fu presentato alla Sacra Congregazione dei Riti da G. B. Alegiani. Con le repliche alle « eccezioni » del promotore della fede è un trattato della devozione al sacro Cuore, largamente ispirato a Galliffet. Vi si spiega l’origine, lo sviluppo, la natura del culto. Vi si segnala l’esistenza di almeno 1090 confraternite del sacro Cuore stabilite nel mondo intero, la diffusione universale del culto, le approvazioni vescovili, l’accettazione da parte di quasi tutte le congregazioni religiose. Il Memoriale termina con la domanda di una festa con Messa e Ufficio proprî. Si vorrebbe che fosse data per la Chiesa universale, o almeno per tutti i regni, provincie o diocesi che hanno espresso lo stesso desiderio. Ma per essere più sicuri di ottenerla, ci si contenta di chiederla per la Polonia, per la Spagna, per l’Arciconfraternita del sacro Cuore stabilita a Roma e per tutte le Confraternite affiliate; c si supplica che la festa sia fissata al venerdì che segue l’ottava del SS. Sacramento. – Il 25 gennaio 1765 la Sacra Congregazione dei Riti dava, alla fine, il decreto tanto desiderato. Considerando la diffusione universale del culto, i brevi già rilasciati in suo favore, le confraternite costituite, si ampliava il culto già esistente, dandogli una festa, dopo avere espressamente richiamata l’attenzione sull’allontanarsi così dal decreto del luglio 1729. Il 6 febbraio Clemente XIII approva il decreto. L’11 maggio dello stesso anno la Sacra Congregazione approvava la Messa e l’Ufficio per la Polonia e per l’ Arciconfraternita. Il 10 luglio, le Visitandine ottenevano la festa per loro. In Francia, l’anno stesso del decreto, la festa fu ricevuta quasi ufficialmente dall’Episcopato e presto fu stabilita in quasi tutte le diocesi. La pia regina era intervenuta. All’Assemblea del clero, nel luglio 1765, l’Arcivescovo di Reims, che presiedeva, fece parte in nome suo del desiderio ch’ella avrebbe di veder stabilire, in tutte le diocesi, in cui non lo sono ancora, la divozione e l’Ufficio del sacro Cuor di Gesù ». Egli non dubitava, aggiunse, « che l’assemblea (Erano 32, da ciò che si apprende dalla pastorale di Mons. de Pressy), non sentisse tutto il vantaggio di stabilire queste pie pratiche e non si affrettasse ad autorizzarle con una deliberazione conforme ai voti di Sua Maestà ». Dopo di che, continuano gli atti, « tutti i Vescovi che compongono l’assemblea, egualmente penetrati dal profondo rispetto e dalla venerazione che son dovuti non meno alle virtù eminenti di Sua Maestà, che al suo augusto rango, e volendo, per quanto sta in loro, secondare uno zelo così edificante, hanno unanimemente deliberato di stabilire nelle loro rispettive diocesi la devozione e l’Ufficio del sacro Cuore di Gesù e d’invitare con una lettera circolare gli altri Vescovi del regno, a far lo stesso, nelle diocesi dove questa devozione e questo Ufficio non sono ancora stabiliti ». – Così fu fatto. La circolare fu inviata, e quasi da per tutto la festa fu tosto stabilita. Vi fu, in questa occasione, un gran numero di Pastorali vescovili, che spiegavano la devozione e ne mostrarono il valore. Da tutte le parti si chiese la festa; bastava domandarla per ottenerla. In breve, nel 1856, la Sacra Congregazione dei Riti poteva dire che non vi era quasi più una Chiesa al mondo che non avesse ottenuto il privilegio. Però non era che un privilegio; la festa era concessa, non prescritta. Fu soltanto nel 1856 che Pio IX, dietro domanda dei Vescovi di Francia riuniti a Parigi per l’occasione del battesimo del principe imperiale, estese la festa alla Chiesa universale, sotto il rito doppio maggiore (Decreto 23 agosto 1856). – Nel 1864, la beatificazione di Margherita Maria dava un’alta sanzione al culto, quale si era propagato. Poiché i documenti, il decreto di beatificazione, l’orazione della beata, le lezioni della festa, affermavano tutti nettamente che Gesù aveva scelto l’umile Visitandina di Paray per esser l’apostolo del sacro Cuore, per rivelarci per mezzo di lei il suo immenso amore e spingerci a rispondere, onorandolo sotto il simbolo del Cuore. – Frattanto la divozione cresceva e da tutte le parti si chiedeva una festa più solenne. Il Papa l’accordava spesso ad un paese, ad una diocesi, ad una congregazione religiosa. Ma soltanto il 28 giugno 1889 la festa fu elevata, per tutta la Chiesa, al rito doppio di prima classe. Il 23 luglio 1897 un altro decreto permetteva di rimettere la solennità alla domenica. Così si adempié il desiderio espresso da nostro Signore nella grande apparizione. La festa è stabilita nel mondo intero, stabilita con il suo carattere di riparazione e di ammenda onorevole. La solennità esteriore non è ancora in tutti i luoghi tutto ciò che potrebbe essere; ma vi sono poche feste che abbiano come questa tanta influenza sulle anime!

III. – ESTENSIONE DEL CULTO PUBBLICO SOTTO PIO IX E LEONE XIII

Con la festa, le anime devote al sacro Cuore hanno sempre desiderato la consacrazione e l’ammenda onorevole. L’ammenda onorevole non ha una storia, almeno per quel che essa si distingue dalla consacrazione; si è naturalmente incorporata alla divozione e ne è come parte integrante. Lo stesso avviene, in certo modo, della consacrazione. La santa la chiedeva come uno dei primi atti della divozione e le dava il senso di una donazione totale e irrevocabile agli interessi del sacro Cuore. Nel messaggio del sacro Cuore al re l’idea di consacrazione ha il suo posto. Gli scabini di Marsiglia rinnovano solennemente, dopo il 1722, la consacrazione della città. Se il voto di Luigi XVI è autentico, il re avrebbe promesso di pronunziare un atto solenne di consacrazione della sua persona, della sua famiglia e del suo regno al sacro Cuore di Gesù. Nel nostro secolo, specialmente dopo il 1850 circa, questa idea è divenuta familiare alla pietà cristiana. I Vescovi consacrano le loro diocesi; alcuni Stati, come l’Equatore (nel 1873), le Congregazioni religiose, le associazioni di tutti i generi si consacrano solennemente al cuor di Gesù. D’ordinario è nelle grandi calamità che ci si rivolge al sacro Cuore. Margherita Maria, non aveva mostrato esser là il gran rimedio alla desolazione del regno? Marsiglia non vi aveva trovato la sua salvezza? Ma la devozione non ha solo motivi interessati. L’amore ne è il movente. –  Nel 1870-1871 furono fatte grandi petizioni a Pio IX, perché facesse della festa del sacro Cuore una festa di prima classe e consacrasse la Chiesa intera a questo Cuore amabile. Le petizioni continuarono negli anni seguenti. Nel 1874, all’avvicinarsi del secondo centenario della grande apparizione a Margherita Maria, Mons. Desprez, arcivescovo di Tolosa, come Vescovo della città, dalla quale si diffondeva nel mondo l’Apostolato della preghiera, scrisse a tutti i Vescovi del mondo cattolico; egli ricordava la supplica presentata a Pio IX, verso la fine del Concilio, firmata da quasi tutti i Vescovi e superiori di Ordini religiosi e da più di un milione di fedeli; spiegava perché la cosa non era riuscita fino ad allora; assicurava che una supplica dei Vescovi sarebbe ben ricevuta a Roma, e ne mandava una formula preparata con cura, per evitare le ambiguità di linguaggio che avevano fatto difficoltà per il passato. – Nel mese d’aprile 1875, il P. Ramière, direttore dell’Apostolato della preghiera, che era stato l’anima del movimento, offriva al Papa la petizione sottoscritta da 525 Vescovi. Vi si domandava:

1. Che Sua Santità si degnasse scegliere un giorno in cui, nella basilica vaticana, con tutta la solennità possibile, Sua Santità consacrerebbe per sempre al sacro Cuore la città e il mondo (urbem et orbem);

2. Che ordinasse per lo stesso giorno, nel mondo intero che tutti gli aggruppamenti cattolici, diocesi, parrocchie, missioni, congregazioni e comunità religiose, case di educazione, ecc. facessero, per bocca dei loro rispettivi superiori, la medesima consacrazione con tutta la solennità possibile;

3-5. Che volesse prescrivere degli esercizî preparatorî, dare delle indulgenze, comandare che tutti gli anni si rinnovasse tale consacrazione.

La sesta domanda aveva per oggetto l’elevazione della festa al rito di prima classe con ottava, come festa patronale di tutta la Chiesa. – Il Papa non credette di dovere intervenire con la sua autorità. Ma, per dare qualche soddisfazione a questi pii desideri, egli incaricò la sacra Congregazione dei Riti di inviare da per tutto una formula di consacrazione, approvata da lui e che Egli proponeva a tutti quelli che vorrebbero consacrarsi al sacro Cuore. Questa unità di formula mostrerebbe l’unità della Chiesa; lasciava ai Vescovi la cura di tradurla e di farla pubblicare, se lo giudicavano. Egli esortava i fedeli a recitarla, in privato o in pubblico, il 16 giugno 1875, secondo centenario, presunto dell’apparizione; ed accordava l’indulgenza plenaria a quelli che lo farebbero. – Il Papa infine dava commissione al P. Ramière di comunicare il decreto della sacra Congregazione, con la formula di consacrazione a tutti i Vescovi del mondo cattolico. Si vede che il Papa aveva coscienza della gravità della cosa, come dice il Decreto: gravitatem rei coram Deo animo reputans; egli valutava, incoraggiava, ma non voleva prendere l’iniziativa e tanto meno comandare, lo slancio dei fedeli fu ammirabile. Il 16 giugno 1875 fu una delle più grandi solennità che il mondo cattolico abbia visto, un bel trionfo del sacro Cuore: Margherita Maria dovette trasalirne di gioia!Leone XIII doveva preparargliene una ancor più magnifica, la consacrazione del genere umano al sacro Cuore, alla fine del secolo XIX. Il 25 maggio 1899 l’enciclica Annum sacrum annunciava al popolo cristiano un gran disegno del Papa, da cui egli attendeva, se tutti vi si fossero prestati con accordo e di tutto cuore, frutti grandi e durevoli, prima per la cristianità e poi per l’umanità tutta intera: « Auctores suasoresque sumus præclaræ cujusdam rei, ex qua quidem, si modo omnes ex animo, si consentientibus libentibusque voluntatibus paruerint, primum quidem nomini christiano, deinde societati hominum universæ fructus insignes non sine causa expectamus,eosdemque mansuros ». Egli ricordava ciò che avevano fatto i suoi predecessori per il S. Cuore di Gesù; quel che aveva fatto lui stesso. « Ed ora, aggiungeva, abbiamo invista un atto di divozione, che sarà come il coronamento di tutti gli onori che si son resi fin qui al sacro Cuoree abbiamo fiducia che Gesù Cristo, nostro Salvatore, lo gradirà moltissimo: Nunc vero luculentior quædam obsequii forma observatur animo, quæ scilicet honorum omnium, quotquot sacratissimo cordi haberi consueverunt, velut absolutio perfectioque sit ». –  Ricordava le domande fatte a Pio IX e la consacrazione del 1875. Gli sembrava infine venuto il tempo di consacrare al sacro Cuore il genere umano tutto intero, communitatem generis humani devovere augustissimo Cordi Jesu. Egli motivava la sua decisione mostrando che Gesù è il Re supremo, il Re non solo dei Cattolici e dei battezzati, ma eziandio di tutto il genere umano; e indicava ititoli della sua regalità. Ma ciò che Gesù vuole è il riconoscimento spontaneo di questa regalità, e la consacrazione è precisamente questo. « D’altra parte siccome noi abbiamo nel sacro Cuore il simbolo e la viva immagine dell’amore infinito di Gesù, che ci stimola a riamarlo, è giusto che si faccia questa consacrazione al sacro Cuore, ciò che, dopo tutto, non è altro che consacrarsi a Gesù Cristo ». Ma possiamo noi dimenticare quelli che ignorano Gesù? Noi inviamo loro dappertutto degli apostoli; ma oggi, « toccati dalla loro infelicità, noi li raccomandiamo con istanza a Gesù, e, per quanto sta in noi, glieli consacriamo. Così questa consacrazione (hæc devotio), che raccomandiamo a tutti, sarà utile a tutti, aumentando negli uni la fede e l’amore, attirando sugli altri grazie di santificazionee di salute ». Il Papa mostra, in seguito, che nel cuore di Gesù vi ha la salvezza per le società malate.« In altri tempi, dice egli, la croce apparì a Costantino garanzia e insieme causa di vittoria. Ecco oggi un nuovo segno tutto divino, auspicatissimum divinissimumque signum, il sacro Cuore raggiante, in mezzo alle fiamme. In esso bisogna riporre tutte le nostre speranze; là bisogna chiedere; di là si deve aspettare la salute ».Il Papa aggiungeva che a queste grandi ragioni di ordine generale se ne univa per lui una, tutta personale: Dio l’aveva protetto guarendolo da una malattia pericolosa, egli voleva, da parte sua, insieme con gli omaggi maggiori al sacro Cuore, conservarne il ricordo riconoscente. Ordinava dunque un triduo preparatorio alla festa del sacro Cuore, con preghiere e litanie; e inviava la formula di consacrazione da recitarsi il giorno della festa, ultimo giorno del triduo.L’enciclica era del 25 maggio 1899. Dunque non vi era tempo da perdere. Poiché il venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento cadeva, nel 1899, il 9 giugno, ed essendo la solennità trasferita alla domenica, la consacrazione doveva aver luogo l’11. Ma essa era già annunziata da quasi due mesi. Con decreto del 2 aprile, la sacra Congregazione dei Riti, aveva autorizzato l’uso pubblico delle litanie al sacro Cuore. Fra i considerando vi era questo:« Di più Sua Santità… si propone di consacrare il mondo intero al sacro Cuore. Ora, per dare a questa consacrazione maggior solennità, Sua Santità ha deciso di prescrivere prossimamente un triduo nel quale si canteranno queste litanie ».Questo annunzio non poteva venir prima, perché la decisione non era stata presa che il 25 marzo. Il Papa pensava alla cosa, ma per il 1900. È probabile che il pericolo di morte del quale era da poco scampato, e di cui parla nell’Enciclica, affrettasse l’avvenimento. Malgrado la fretta, il mondo cattolico si trovò pronto, e si sa con quale solennità grandiosa e ad un tempo intima si compì questo atto che Leone XIII chiamava « il più grande atto » del suo Pontificato. Ai primi vespri di questa festa del sacro Cuore, la cui solennità, rimessa alla domenica stava per esser segnata da questo grande atto, moriva sconosciuta, in un convento di Porto, in Portogallo, la religiosa da cui era partito questo immenso movimento, che metteva il mondo ai piedi del sacro Cuore. È uno di quei fatti che illuminano di una luce singolare la storia della Chiesa; e se si trova gusto nel cercare ciò che è nascosto negli avvenimenti umani, salvo non trovarvi spesso altro che meschinità o brutture, quanto più ve n’è nelle cose religiose, dove si vede, quando si sa vedere, il dito d’Iddio! – Il 10 giugno 1898 partiva dal Buon Pastore di Porto una lettera per Leone XIII. La religiosa che la firmava a lapis, con mano malsicura, diceva al Papa di avere ricevuto da nostro Signore l’ordine di scrivergli che Egli voleva che il suo Vicario consacrasse il mondo intero al suo divin Cuore; prometteva, in compenso, un’effusione di grazie. Fece Leone XIII attenzione al messaggio? Si dice di sì. In ogni caso, egli non agì. Non vi sono forse sempre e dappertutto delle teste esaltate che suggeriscono le loro idee come cadute dal cielo? Il 6 gennaio 1899 nuova lettera, scritta in francese « per ordine espresso (sic) di nostro Signore col consentimento del mio confessore ». Vi si leggeva questo: « Quando l’estate scorsa, Vostra Santità soffriva di una indisposizione che, vista la vostra età avanzata, riempì di inquietudine i cuori dei vostri figli, nostro Signore mi diede la dolce consolazione che prolungherebbe i giorni di Vostra Santità affine di realizzare la consacrazione del mondo intero al suo divin Cuore ». – Seguivano altri particolari nello stesso senso. E continuava: « La vigilia dell’Immacolata Concezione nostro Signore mi fece conoscere che per questo novello impulso che deve prendere il culto suo divin Cuore, egli farà brillare una nuova luce sul mondo intero… Mi pareva di vedere (interiormente) questa luce, il cuor di Gesù, questo sole adorabile, che faceva scendere i suoi raggi sulla terra, prima più strettamente, poi allargandosi ed infine illuminante il mondo intero. Ed Egli disse: « Dallo splendore di questa luce, i popoli e le nazioni saranno illuminati e dal suo ardore saranno riscaldati ». – La lettera diceva, in seguito, il desiderio che ha Gesù di vedere il suo Cuore adorabile sempre più glorificato e conosciuto, e di spandere i suoi doni e le sue benedizioni sul mondo intero; la scelta fatta di Leone XIII e il prolungamento dei suoi giorni in vista di ciò, le grazie ch’egli si attirerebbe con questo. « Io mi sento indegna, diceva, di comunicare tutto ciò a Vostra Santità ». Ma si scusava con « l’ordine stretto » di nostro Signore. Spiegava poi perché Egli domandava la consacrazione del mondo intero e non solo della Chiesa cattolica. « Il suo desiderio di regnare, di essere amato e glorificato… è sì ardente, che Egli vuole che Vostra Santità gli offra i cuori di tutti quelli che per il santo Battesimo gli appartengono per facilitare loro il ritorno alla vera Chiesa e i cuori di tutti coloro che non hanno ancor ricevuto la vita spirituale per mezzo del santo Battesimo, ma per i quali Egli ha dato la sua vita e il suo sangue, e che sono ugualmente chiamati ad essere, un giorno, i figli della santa Chiesa, per affrettare, con questo mezzo, la loro nascita spirituale ». Seguivano domande pressanti al Papa perché sviluppasse il culto del divin Cuore: « Nostro Signore non mi ha parlato direttamente, che della consacrazione. Ma… mi pare che gli sarebbe gradito che la devozione dei primi venerdì del mese si accresca, per mezzo dell’esortazione di Vostra Santità al clero e ai fedeli, come pure per mezzo di concessioni di nuove indulgenze ». « Nostro Signore, ripeteva la firmataria, non me l’ha detto espressamente, come quando parlò della consacrazione, ma credo di indovinare questo ardente desiderio del suo cuore, tuttavia senza poterlo affermare ». – La lettera era firmata: « Suor Maria del divin Cuore, Droste zu Vischering, Superiora del Monastero del Buon Pastore, a Porto ». Questa lettera arrivò al Vaticano il 15 gennaio. Il Papa ne fu commosso. Incaricò il Cardinale Jacobini di prendere informazioni. Questi si rivolse al vice-rettore del seminario di Porto. Era precisamente il direttore della religiosa, quello che le aveva servito da segretario per la prima lettera al Papa. La risposta fu che, da per tutto, la riguardavano come una santa; e che vi eran buone ragioni per credere all’esistenza di comunicazioni soprannaturali. – D’altra parte, l’idea sorrideva a Leone XIII, e il 12 febbraio egli diceva a Mons. Isoard il suo pensiero di consacrare al sacro Cuore tutte le diocesi, la Chiesa, l’umanità. Ma egli non volle che l’atto pontificio riposasse su basi contestabili. Il cardinal Mazzella, prefetto della Congregazione dei Riti, messo al corrente di tutto, diceva al Papa: « Questa lettera è molto commovente, e pare davvero dettata da nostro Signore ». « Signor Cardinale, disse Leone XIII, prendetela e mettetela da parte; essa non deve contare in questo momento ». Il Cardinale fu incaricato di esaminare la questione in se stessa. Vi era una difficoltà. Come consacrare gli infedeli che non sono né della Chiesa, né nella Chiesa? Un testo di S. Tomaso fornì la soluzione (Sum., theol., III, q. LIX, a. 4.). In esso è spiegato che non tutti appartengono a Gesù ed alla Chiesa quantum ad executionem potestatis, tutti appartengono a lui quantum ad potestatem. Ciò corrispondeva a quanto aveva detto la religiosa. Ma il passo di S. Tomaso era caratteristico e trovò posto nell’Enciclica. Quando la domenica di Pasqua, il 3 aprile, fu pubblicato il decreto della sacra Congregazione dei Riti autorizzante le litanie del sacro Cuore e annunciante la consacrazione, il Papa ebbe la delicata attenzione di farne pervenire due esemplari, da parte sua, alla Madre Maria del divin Cuore. Tre giorni avanti la consacrazione ella, come Margherita Maria « s’inabissò nel sacro Cuore ». – Il secondo desiderio della Madre Maria del divin Cuore si compì nel mese seguente la sua morte. Il 21 luglio il prefetto della sacra Congregazione dei Riti indirizzava a tutti i Vescovi, a nome del Sovrano Pontefice, un invito che li sollecitava a sviluppare il culto del sacro Cuore, per mezzo di confraternite, con il mese del sacro Cuore, con gli esercizî dei primi venerdì.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (60)

IL SACRO CUORE DI GESÙ(59)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

I. – DAL 1690 AL 1725

La morte di Margherita Maria, grazie, in gran parte, al libro del P. Croiset, non fece che dare un nuovo slancio alla divozione. Il libro ebbe una diffusione prodigiosa; se ne fecero edizioni ed adattamenti in parecchie città di Francia; fu tradotto in diverse lingue. Dappertutto esso accendeva il fuoco sacro facendo conoscere, con il valore e l’unità della divozione, le sue origini celesti. – L’apostolato vivente faceva ancora di più. In ogni luogo ove era un monastero della Visitazione o un collegio di Gesuiti, si trovava qualche anima ardente per propagarla. Non era sempre senza difficoltà. Perché, se la divozione provocava l’entusiasmo, trovava anche delle opposizioni. Si vede dagli scritti del P. Galliffet, e ciò si sarebbe potuto indovinare, che, come d’ordinario, bisogna distinguere due o tre momenti nel progresso della divozione. Appena essa appare, alcune anime se ne innamorano: attrattiva della grazia, affinità naturale, entusiasmo di novità. È come polvere che s’incendia. – Ma ecco l’opposizione; essa nasce appunto dal successo medesimo; l’entusiasmo degli uni provoca la resistenza degli altri. È il momento delle divisioni delle dispute, delle critiche. Interviene l’autorità, per ristabilire la pace. Conservatrice per dovere, come per istinto, essa reprime gli slanci troppo vivi, le iniziative troppo brusche. Poi essa impone silenzio ai partiti. Le anime docili fanno silenzio. Ma quando il movimento viene da Dio, questa stessa docilità ne assicura il trionfo, mentre gli indocili e i fanatici mormorano forse, ed abbandonano quasi subito la causa che hanno compromessa con i loro eccessi e con la loro indiscrezione; gli altri più seri e più soprannaturali, la liberano di tutto ciò che poteva mescolarvisi di umano e di naturale; pregano, attendono, agiscono discretamente, sotto lo sguardo e con l’approvazione dell’autorità. Il movimento riprende a poco a poco, più profondo, senza rumore, senza urti. Fra gli oppositori i migliori riflettono, esaminano; sotto l’azione della grazia i pregiudizi, si mostra la verità; ed eccoli conquistati; essi saranno forse un giorno ardenti zelatori. – Noi abbiamo visto che tale fu la storia della divozione a Paray. Tale essa fu in molti monasteri della Vistazione; tale nei collegi della Compagnia di Gesù; tale quasi in ogni luogo dove si propagava la nuova divozione. Questa prima opposizione non era, di sua natura, un’opposizione giansenista. Ma vi si mescolarono qua e là influenze gianseniste che servirono a renderla più ostinata ed amara. Non è dei primissimi tempi che parla il P. Galliffet; ma si può dire con lui che « la persecuzione fu forte ». « Si arrivò, continua egli, a riguardare quelli che volevano praticare o stabilire questa festa, come una specie di setta, capace di turbare la Chiesa. Tutto, fino il nome della divozione, divenne odioso. Non si poteva nominare il cuore di Gesù, senza offendere certi spiriti ». I Cristiani istruiti e pii arrivarono presto ad apprezzamenti più giusti: « La verità, dice ancora il P. Galliffet, si faceva strada a poco a poco, i pregiudizî si dissipavano, gli spiriti si rialzavano, calmandosi in modo che, in pochi anni, si videro persone di tutte le condizioni e di tutti i caratteri abbracciare la nuova divozione e trovarvi la loro consolazione ». Egli aggiunge che essa « s’introdusse soprattutto nei conventi ». É ciò si comprende facilmente. È sempre stata la divozione degli eletti! – Ma fu obbligata a conquistare le anime una ad una. Anche la Visitazione, come corpo, e la Compagnia di Gesù, furono ben lungi dal lasciarsi conquistare ciecamente, alla prima, dalla nuova divozione. Vi furono perfino condanne dell’autorità, destinate a far riflettere i temerari e gli innovatori. Da Annecy, dalla « Sorgente santa ». partiva il 1 novembre 1693 una circolare che spiegava perché si era alieni da « quelle pratiche così singolari, che sono state introdotte da poco, per onorare il sacro Cuore di Gesù ». Non rigettavano la divozione, lo dicevano chiaramente: « Per questo, noi non vogliamo avere meno rispettoso culto per il sacro Cuore; noi lo consideriamo come il centro di tutti i nostri desiderî e la mèta di tutti i nostri voti ». Ciò che si respinge sono le pratiche nuove, contro le quali i santi fondatori avevano messo tanto in guardia. Ma la parola rimase dura. D’altra parte Annecy riceverà presto la Madre Greyfié, la sceglierà per superiora, e imparerà da lei ad apprezzare meglio la nuova divozione. – Cose analoghe nella Compagnia di Gesù. I profani  s’immaginano, talvolta, che una divozione reclamata dalle visioni e dalle rivelazioni di una religiosa, è sicura di trovar credito in questo mondo di predicatori, di confessori, di teologi… Si conoscono molto malel… Il P. Croiset e i suoi amici, pur essendo così prudenti, apparvero ad alcuni eccessivi e troppo crudeli. La cosa arrivò fino al P. Thyrse Gonzales, allora Generale della Compagnia. Egli non era certo disposto alle novità. Tuttavia non condannò la divozione; ma temeva che il P. Croiset non si fosse « volto ad opinioni singolari ». Gli si spiegò che non era così; egli rispose guardandosi dal biasimare la divozione, ma senza volerla incoraggiare e sopprimendo le pratiche contrarie agli usi. Ciò avveniva nel 1695. La Compagnia, per intero, non doveva fare atto di divozione al sacro Cuore che al tempo di Lorenzo Ricci, quando piombando su essa le disgrazie da tutte le parti, essa non aveva più speranza che nel sacro Cuore. – Frattanto, le confraternite si moltiplicavano, le pratiche principali erano adottate; si costruivano cappelle, si dedicavano altari; i predicatori parlavano. In pochi anni la devozione fu conosciuta da tutta la Francia, conosciuta nel Canada e fin nell’Estremo Oriente. Alcuni santi preti se ne facevano i propagatori zelanti. Abbiamo già parlato di Boudon. Un po’ più tardi, nel 1711, Simone Gourdan, il pio e sapiente canonico di San Vittore, ne faceva l’elogio in una consultazione celebre, in cui egli la mostrava come « la più antica, la più autorizzata, la più perfetta, la più utile, la più gradita da nostro Signore, di tutte le divozioni ». Alcune congregazioni religiose le spalancarono le loro porte. Le Benedettine del SS. Sacramento, furono preparate dal P. Eudes; così pure alcuni conventi di Benedettine e di Orsoline; le Certosine lo erano dalle mistiche del loro Ordine. Forse sono i Certosini che per i primi hanno adottato, quasi ufficialmente, la nuova divozione, Verso il 1692 alcune monache di questo ordine, domandavano al loro Superiore generale, don Innocente Le Masson, se potevano adottare le pratiche proposte in un piccolo libro della devozione al sacro Cuore: il ritrovo quotidiano in quel divin Cuore, alcune preghiere speciali, una consacrazione, un’ammenda onorevole, una specie di festa riparatrice in onore del sacro Cuore nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento. E gli mandarono il libro. Sembra che fosse il libretto di Digione, quello di suor Joly. Don Le Masson rispose: « Non solo acconsento… Ma vi esorto a farlo ». E volle scrivere lui stesso un Esercizio di devozione al sacro Cuore per le religiose Certosine che fu pubblicato nel 1694. – In questa prima diffusione della divozione ci piacerebbe distinguere le influenze di Margherita Maria e quelle del P. Eudes, vedere almeno come esse si uniscano e si fondano. Non si possono raccogliere a questo proposito che poche informazioni. Nel 1693 una lettera del P., Croiset ci mostra alcune Benedettine, le Dame di S. Pietro a Lione, che ritrovano, per così dire, nella divozione che vien loroproposta quella che il loro Ordine ha avuto in altri tempi. Ma esse ne avevano perduto ogni ricordo, Quelle Dame, « avendo gustato straordinariamente questa divozione, appresero che essa era stata altre volte molto ordinaria nell’Ordine…, e che c’era stata, molti anni avanti, una festa nell’Ordine e un Ufficio, in onore del sacro Cuore ». Sembrerebbe trattarsi di cosa di molti secoli prima. Non è così, pare. « Dio ha permesso, aggiunge il P. Croiset, ch’esse abbiano trovato, a Parigi, questo Ufficio a nove lezioni con una Messa molto bene composta in onore del sacro Cuore, il tutto approvato a Roma, con permesso, per tutto l’ordine di S. Benedetto, di fare tutti gli anni questa festa ». L’Ufficio di cui è fatta questione qui è probabilmente quello del Padre Eudes. In tutti i casi bisogna riconoscere che, se fra queste persone di Lione il P. Eudes era completamente sconosciuto, il collegamento della nuova divozione con l’antica si faceva nel modo più naturale. Questo servirsi dell’Ufficio e della Messa del P. Eudes per la divozione di Paray non sarebbe unico; già abbiamo avuto l’occasione di segnalarne delle tracce, fin presso le Visitandine, presso quelle di Strasburgo per esempio, di Nancy, di Metz. Lo si può pure constatare a Roven. Le Visitandine vi avevano accolto la divozione fin dal 1690. Là fu pubblicato, nel 1694, un opuscolo, La divozione al sacro Cuore di Gesù Cristo (Ripubblicato a Montreuil sur Mer, nel 1899, ma con adattamenti che ne fanno quasi un altro libro.). La divozione di Paray vi era nettamente. Esposta ed anche distinta, in certo modo, da quella del P. Éudes: ma la Messa che vi si unisce è quella del P. Eudes. Anche a Rouen si ritrovano a contatto le due influenze il 6 giugno 1608. Per la festa solenne della Confraternita adoratrice (che è proprio la festa di Paray, giugno, nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento, quella che Roma ha appunto allora concesso alle Visitandine), sono gli Eudisti, «i signori del Grande Seminario » che cantano la Messa del sacro Cuore, ed è un Eudista che fa la predica della sera. Toccava a loro, dice la circolare dove son raccontati tali avvenimertti, « di fare l’inaugurazione di questa devozione, già stabilita nella loro Congregazione da lungo tempo ». Sono questi fatti isolati, Oppure si presentano di frequente casi simili? Per rispondere occorrerebbero documenti precisi, che ancora non sono stati raccolti. Ma una cosa è sicura. L’impulso conquistatore, il movimento che invade l’Europa, l’Oriente, l’America, è partito da Paray. Presto il libro del P. Croiset non basta più. Se ne vedono apparire altri da tutte le parti. Spesso non sono che manuali ad uso delle confraternite che si stabiliscono in ogni luogo, raccolte di preghiere e di pratiche, con qualche spiegazione sulla natura e sulle origini della divozione con alcune approvazioni episcopali. Talvolta le confraternite, non sono che l’occasione; il libro è un vero trattato, pio e teologico insieme. Tale è quello del P. Froment, cominciato ancor prima della pubblicazione di quello del P. Croiset e sotto l’influenza di Margherita M, ma non apparve che nel 1699. Tale è quello del P. Bouzonié. Pubblicato a Parigi nel 1697. – Verso lo stesso tempo, i revisori generali della Compagnia di Gesù a Roma, ne esaminavano uno che sembra mirasse più in alto ancora, mirasse cioè ad ottenere la festa con Messa e Ufficio per la Chiesa universale. Essi lodarono l’opera « scritta con talento e sapere ed atta a promuovere la divozione e il culto del sacro Cuore ». Tuttavia furono di parere di non stamparla, E il P. Thyrse Gonzales, allora generale della Compagnia, decise, in conformitàal loro consiglio, per le ragioni che diremo fra poco. Che opera era quella e di chi? Fino adora non si sapeva. Si era creduto che si trattasse forse di estratti del P. Croiset o di una nuovqa edizione. Nuovi dati favoriscono un’altra congettura. 11 P. Pietro Charrier dice di aver trovato a Roma un Manoscritto del P. Galliffet De culto sacrosanti Cordis Jesu, datato dal 1696. Se queste inidicazioni sono esatte, non si può più dubitare che non sia quella l’opera sottoposta dal Provinciale di Lione ai revisori di Roma. Così il Padre Galliffet avrebbe aspettato per 30 anni l’ora della Provvidenza! La sua opera latina non apparve che nel 1726. La divozione stessa stava per subire altri ritardi davanti alla Corte di Roma. Le anime buone avevano creduto che le cose camminerebbero da sé. Non si aveva il desiderio di Gesù e la sua promessa, che egli regnerebbe malgrado le resistenze e le opposizioni?… Essendosi rivolte inutilmente a Roma una prima volta, nel 1687, le Visitandine si rivolgevano agli Ordinari, seguendo il consiglio di Roma stessa; e spesso gli Ordinari accordavano per le loro Confraternite la festa del sacro Cuore, con Messa e Ufficio propri. Altri Vescovi facevano lo stesso, ciascuno a piacer suo. Niente di uniforme, niente di sicuro; tutto dipendeva dal beneplacito dell’Ordinario. E poi mancava il prestigio dell’autorità papale. Dal 1693 le Confraternite furono approvate da Roma e arricchite d’indulgenze. Il P. Croiset si figurava che con questo si avesse tutto. « Si aspettavano le indulgenze, scriveva egli nel 1693. Appena Roma avrà parlato, mi aspetto di veder solennizzare questa festa dappertutto ». Anche lui stava per esser deluso.  – Nel 1697 si credette venuto il momento di tentare un grande sforzo presso Innocenzo XII, per avere la festa tanto desiderata, con Messa e Uffici proprî. Le Visitandine avevano interessato alla loro causa la regina decaduta di Inghilterra, Maria d’Este, moglie di Giacomo II. Era facile, giacché ella non aveva potuto dimenticare il suo predicatore del 1677, il P. de la Colombière. Dal suo esilio regale di Saint-Germain-en-Laye, ella scrisse al Papa, domandandogli di accordare ai monasteri della Visitazione la festa del sacro Cuore con Messa propria, il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. Il Papa, secondo l’uso, rinviò la causa alla sacra Congregazione dei Riti. Il cardinale Prospero Bottini, Arcivescovo di Mira, fece le obbiezioni secondo l’uso, La principale era la novità; poi anche le conseguenze che se ne tirerebbero, per stabilire altre feste, specialmente quelle del cuor di Maria. Il postulatore rispose risolvendo le obbiezioni e ricordando i meriti della regina d’Inghilterra. La sacra congregazione emise il suo decreto il 30 marzo 1697. Essa accordava ai monasteri della Visitazione delle cinque piaghe per la festa del sacro Cuore. Si può vedere nei resoconti del tempo con quale entusiasmo e con quale solennità fu celebrata la festa. – Tuttavia, non era che una mezza soddisfazione. È la impressione a Roma non fu quella di una vittoria che incoraggia ad andare avanti… Due mesi dopo il decreto per la causa delle Visitandine, i revisori Gesuiti si pronunziarono, come noi abbiamo visto. Essi aggiungevano: « Noi speriamo che i Nostri non si impegnino più a patrocinare la causa del sacro Cuore alla Corte di Roma, e soprattutto che la paternità vostra non intervenga per ottenere che la festa con Messa e Ufficio propri del sacro Cuore siano accordati a tutta la Chiesa; particolarmente in un tempo in cuile nuove devozioni pullulano da ogni parte e sono spietatramente rigettate dalla santa Chiesa » – Infatti, verso la stessa epoca, le Orsoline di Vienna, che si erano rivolte, per loro conto, alla Congregazione dei Riti, per ottenere la festa per loro stesse, ricevevano dalla Congregazione un rifiuto formale: Non expedire. – La divozione stava per ricevere un colpo più forte. Nel 1704 il libro del P. Croiset fu messo all’Indice. Perchè? Il P. Galliffet spiegava così la cosa a Mons. Languet, venti anni dopo: « La novità della cosa, la mancanza di alcune formalità richieste qui e forse, anche, un po’ di malignità, da parte degli uomini, e molta certamente da parte dell’inferno ». Il libro non cessò di propagarsi; fu tradotto in italiano; corretti i difetti di forma: anche in Francia riceveva grandi elogi da Mons. Languet, che lo raccomandava senza fare la minima allusione all’Indice. Il P. Galliffet, nella sua lettera a Mons. Languet, esprimeva la speranza che, dopo l’approvazione della divozione, si farebbe « rendere al detto libro la giustizia che gli è dovuta ». Questa speranza si è realizzata, ma lungo tempo dopo, nel 1887. Malgrado tutti gli ostacoli, la divozione continuò a diffondersi nel pubblico. Le confraternite si moltiplicavano con approvazione e indulgenze da Roma. Indulgenze si avevano anche per tutti coloro che visitavano le chiese delle Visitandine, il giorno della festa. Le Orsoline di Vienna, imitavano le Visitandine di Francia: la Polonia apriva le braccia al sacro Cuore, come pure il Canada. – Nel 1707 le Visitandine rinnovarono le loro istanze presso Clemente XI per avere la Messa propria. Il Papa rispose loro, il 4 giugno 1707, lodando il loro zelo, la loro pietà, la loro prudenza, nella condotta di quest’affare; che esse aspettassero dunque, in pace, il giudizio della Chiesa; per questa sottomissione sincera esse arriverebbero direttamente al cuore del Signore. La peste di Marsiglia, nel 1720, fu forse la prima occasione di una consacrazione solenne, di un culto pubblico, al di fuori delle comunità religiose. Si sa come Marsiglia era stata ardente per il sacro Cuore, fin dai tempi di Margherita Maria. Da alcuni anni un’altra Visitandina, Anna Maddalena Rémuzat, vi diffondeva la stessa divozione. Ella aveva annunziato il flagello del 1720. Quand’esso scoppiò, nostro Signore le indicò il rimedio nella divozione al suo sacro Cuore. Ammenda onorevole e consacrazione furono fatte da Mons. di Belsunce, in mezzo alle lagrime ed ai singhiozzi di tutto un popolo; un decreto stabilì la festa per l’anno seguente. La peste cessò. Nel 1722 essa riapparve. Questa volta i magistrati stessi fecero il voto solenne di festeggiare ormai il sacro Cuore con Messa, comunione, omaggi e processione solenne. Altre città, colpite o minacciate, ricorsero pure al sacro Cuore: Aix, Arles, Tolone. Fu una supplica generale. Così la divozione diveniva popolare.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (59)

IL SACRO CUORE (59)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “V,ita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SESTO

MARGHERITA MARIA E I SUOI PRIMI COLLABORATORI

III. – STATO DELLA DIVOZIONE ALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA

Le rivelazioni del 1688 e del 1689 (messaggio del re, missione affidata alla Visitazione e alla Compagnia di Gesù) aprirono un campo più vasto all’apostolato della santa e la spinsero ad estendere la cerchia delle sue relazioni. Ella si adoperava con un’attività incredibile per la sua cara divozione. Ella non era più in rapporto soltanto con le sue sorelle in religione. Da tutte le parti le scrivevano, andavano a vederla, e, malgrado la sua ripugnanza, ella andava al parlatorio, moltiplicava le sue lettere. Qual gioia, in compenso, quando ella sapeva qualche nuovo progresso della divozione! A Digione, l’autorità diocesana, alla quale Roma aveva rinviata la pratica, accorda alle Visitandine la festa desiderata, e il primo venerdì del febbraio del 1689, ottava di S. Francesco di Sales, vi si canta solennemente l’Ufficio e la Messa di suor Joly. Alcuni Gesuiti, per la maggior parte amici o figli spirituali del Padre de la Colombière, si accendevano di entusiasmo per la nuova divozione, l’ispiravano ai loro allievi, ne parlavano ad ogni occasione; a Lione, a Marsiglia soprattutto, era quasi un’esagerazione. Le ultime lettere della santa sono piene di particolari interessanti a questo proposito. La vediamo ella stessa tutta occupata a scrivere libri da divulgare. Il libretto di Moulins non basta più, né quello di suor Joly. Questo è riveduto dal P. Croiset, che lo pubblica a Lione, aumentandolo. Le edizioni andavano a ruba come le immagini. Sotto l’influenza della santa, il P. Froment, che era a Paray, incominciò un libro sul sacro Cuore: il P. Croiset pure si mise all’opera; emulazione inconscia che mise però la santa in qualche imbarazzo. Del P. Croiset e del suo libro essa si interessa di più. Si ha, almeno in buona parte, la sua corrispondenza con lui su questo soggetto. Ella suggeriva delle idee, dava, per quanto le costasse, i particolari necessari sulle origini della divozione; leggeva il manoscritto a misura che andava avanti. Ella aveva trovato nel P. Croiset come un secondo P. de la Colombière, non tanto per la divozione dell’anima sua, quanto per l’apostolato del sacro Cuore. Lei sola, così diceva, metteva ostacolo alla divozione; era meglio che morisse. Era vero, benché in un senso differente dal suo. Mentre ella era viva, non si poteva dire tutto. Il 17 ottobre, senza che si fossero decisi a crederla seriamente malata, ella, in un atto di amore, « si inabissò nel sacro Cuore ». Il libro del P. Croiset (seconda edizione) era quasi finito (Il P. Croiset dà il suo libro del 169: come una seconda edizione, perché egli lo riguarda come sostanzialmente identico a quello del 1689, col quale egli sviluppava e aumentava il libretto di suor Joly.). Egli aggiunse in fretta un Compendio della vita di una religiosa della Visitazione della quale Dio si è servito per stabilire la divozione al sacro Cuore di Gesù Cristo, morta in odore di santità il 17 ottobre dell’anno 1690; vi inserì, con i documenti forniti dalla Visitazione, lunghi estratti delle lettere che aveva ricevuto da lei e l’opera fu pubblicata a Lione nel 1691. – Si indovina quanto la divozione vi guadagnò. Prima di continuare la storia, vediamo rapidamente a che punto essa era quando la santa morì. Essa era costituita nella sua parte intima. Molto precisa e nello stesso tempo molto larga, riuniva tutti gli elementi esistenti, e li orientava verso una nuova meta ben chiara, l’amore reciproco e riparatore. Essa aveva le sue pratiche principali: tutte quelle del passato vi si incorporavano senza difficoltà, le nuove erano semplici e poco numerose. Esistevano dei libretti che aiutavano la fusione e aggruppavano, accanto agli esercizî antichi, le nuove preghiere. Ma più che un insieme di pratiche, più che una raccolta di esercizi antichi, o nuovi era uno spirito, tutta una spiritualità d’amore, tenera e forte insieme, per Gesù amante amabilissimo. Essa era accettata in diversi monasteri della Visitazione e risplendeva al di fuori in diverse città di Francia. Altrove era un po’ mescolata talvolta alla divozione del P. Eudes, che essa stava per assorbire; e, se Roma, sollecitata fin dal 1687, non aveva accordato né la Messa, né l’Ufficio, né la festa, aveva però rinviata la causa agli OrdinarI; e gli Ordinarî, a Langres per esempio, avevano fatto buona accoglienza. Alcune cappelle esistevano presso le Visitandine o altrove, le immagini e i quadri erano diffusi, i libretti in voga. Alcuni predicatori ne parlavano per raccomandarla. Il fuoco sacro era acceso in alcune anime ardenti; in due comunità il fiore delle religiose riguardava come un dovere del loro stato il propagarla. Si preparavano libri che l’avrebbero spiegata chiaramente e avrebbero detto delle sue origini celesti. Infine, la grazia di Dio era con i suoi apostoli e la trasformazione visibile che essa operava entrando; nelle anime o nelle comunità, aggiungeva una testimonianza viva alla parola e al libro. Morendo Margherita Maria lasciava la divozione viva, vitale, piena di avvenire. – Ma c’erano ostacoli formidabili. La Visione, come corpo, e la Compagnia di Gesù non erano conquistate alla nuova divozione. Le contraddizioni che dovettero subire Margherita Maria e il P. de la Colmbière non dovevano cedere tanto presto. Al di fuori i Giansenisti, che avevano già gridato tanto contro il P. Eudes, non erano pronti a disarmare davanti a Margherita Maria E ai Gesuiti. Roma in fine aspettava, secondo la sua abitudine, e osservava; essa non era ostile, ma non era neppure conquistata.

NOVENA E OTTAVA PER I MORTI (INIZIO 24 Ottobre)

NOVENA E OTTAVA PEI MORTI.

(INIZIO 24 Ottobre)

(G. Riva: Manuale di Filotea; XXX Ediz. Milano 1888)

All’Eterno Padre.

1. Padre onnipotente ed eterno, innanzi al quale vivono i morti non meno che i vivi, io adoro la vostra infinita santità che niente ammette di immondo nel regno della gloria, e ammiro la vostra sapienza e ringrazio la vostra misericordia che colla creazione del Purgatorio ha preparato un mezzo sicuro per purificare d’ogni macchia e rendere degne del cielo tutte quelle anime che escono di questa vita prima di avere interamente scontati i debiti da loro contratti colla vostra giustizia. E giacché, come Padre amorosissimo ed amantissimo sposo di tutti i fedeli rinchiusi in quella gran fornace di fuoco, niente più vivamente desiderate che di vederli perfettamente riconciliati con Voi, onde ammetterli al possesso dell’eredità vostra nel Paradiso, accettate di grazia, in unione dei suffragi di tutta quanta la Chiesa, quelle miserabili preghiere che noi vi offriamo per quegli esuli infelicissimi. Fate che vedano ciò che credettero, che posseggano ciò che sperarono, e che si riempiano di ciò che amarono. Degnatevi ancora di perdonare a noi tutti quelle colpe colle quali abbiamo meritato, non solo il Purgatorio, ma ancora l’inferno, o di aiutarci a profittare in avvenire così bene di tutti i travagli della vita, o a menare costantemente una condotta santa da poter alla morte passare senza ritardo al gaudio degli eletti in cielo. Maria addolorata, offrite i vostri meriti, e avvalorate le nostre preghiere per liberare dalle loro pene le povere anime del Purgatorio. Pater, Ave, Gloria, Requiem.

A Gesù Cristo.

II. Amorosissimo Redentore, che per la salvezza delle anime sosteneste niente meno che la croce, e fino all’ultima goccia versaste il vostro sangue divino affinché tutti avessero in pronto una soddisfazione sempre maggiore dei propri debiti, degnatevi di riguardare con occhio di misericordia le povere anime del Purgatorio, affine di estinguere del tutto, o almeno, mitigare in gran parte, l’ardore di quel fuoco che le tormenta. Noi vorremo essere così fervorosi da meritare presso di Voi una grazia cosi distinta, e che Voi stesso desiderate che vi sia chiesta da noi, per così secondare i consigli della vostra misericordia senza nulla togliere ai diritti della vostra giustizia. Ma, dacché le nostre preghiere non sono degne d’esaudimento, ascoltate nelle nostre quelle delle vostre afflittissime spose che vi furono sempre fedeli fino all’ultimo respiro, ed ora sospirano incessantemente di volare fra le vostre braccia per non allontanarsene mai più. Come potete Voi non commuovervi ai loro gemiti, non esaudire i loro voti, se continuamente benedicono la vostra destra nell’atto che le respinge da Voi, e le tiene immerse in un baratro di inesprimibili pene? Ah! come nel giorno della vostra morte discendeste in tutti i luoghi inferiori non solo per trionfare dei vostri nemici, ma ancora per consolare i vostri credenti, scendete adesso nel carcere del Purgatorio, e annunciando la pace a quanti vi si trovano rinchiusi, traeteli tutti con Voi alla partecipazione del vostro regno. Maria addolorata, offrite i vostri meriti, e avvalorate le nostre preghiere per liberare dalle loro pene le povere anime del Purgatorio. Pater, Ave, Gloria, Requiem.

Allo Spirito Santo.

III. Divino Spirito, creatore e santificatore delle anime, la cui natura non è che bontà, e il cui maggior piacere è l’usare misericordia, riguardate con occhio di compassione le povere anime del Purgatorio che, se sono addoloratissime per le fiamme che nella maniera più atroce le tormentano continuamente, sono assai più afflitte per esser disgiunte da Voi che siete l’unico lor sommo bene, e tanto più si accorano in quanto che non possono non conoscere che stava in mano loro l’evitar tanti mali col fare, mentre erano in vita, una maggior penitenza dei loro peccati, e collo schivare con maggior sollecitudine ogni anche piccola trasgressione della vostra santissima legge. Deh!. Voi che siete il padre di ogni consolazione, mitigate le pene di quelle infelici: compite nelle nostre suppliche i loro voti. In vista della fedeltà con cui vi servirono sopra la terra, dimenticate quei falli che la fragilità della nostra natura ha fatto loro qualche volta commettere; fate che senza ritardo succeda la luce alle tenebre, il riposo al travaglio, il giubilo alla tristezza, accordando loro quell’eterna felicità che avete promessa ad Abramo e a tutta la sua discendenza. Degnatevi ancora di fare a noi tutti conoscere quanto grande sia il debito che si contrae colla vostra giustizia per ogni minima colpa, affinché viviamo per modo da soddisfare a tutti i debiti finora contratti, e da non farne mai più dei nuovi. – Maria addolorata, offrite i vostri meriti ed avvalorate le nostre preghiere per liberare dalle lor pene le povere anime del Purgatorio. Pater, Ave, Gloria, Requiem.

A Maria.

IV . Amorosissima Consolatrice di tutti quanti gli afflitti, Madre di tutti i fedeli così vivi come defunti, Maria SS., volgete i vostri occhi misericordiosi sulle povere anime del Purgatorio, che non sono così meritevoli della comune pietà, perché incapaci di ajutarsi da sé medesime. Interponete presso il trono della divina misericordia tutta la potenza della vostra mediazione; offrite a sconto dei loro debiti, la vita, la passione, la morte, il sangue preziosissimo e i meriti ineffabili del vostro divin Figliuolo, non che i meriti vostri e quelli di tutti i Santi del Cielo e di tutti i giusti della terra; finalmente, tutti i sacrificj, le comunioni, le penitenze, le orazioni, le limosine, e tutte quante le opere buone che si sono fatte finora, e si faranno in avvenire nella cattolica Chiesa, onde, soddisfacendo compitamente alla divina giustizia, siano al più presto sollevate dalle atrocissime pene che soffrono, non solo pel fuoco in cui sono immerse, e per la lontananza dell’unico loro Bene, ma anche per la dimenticanza in cui sono lasciate dalla maggior parte degli uomini. Tre Ave e tre Requiem.

A San Michele.

V. Glorioso Arcangelo S. Michele, che come principale protettore di tutto il popolo di Israele, per una via tutta seminata di vittorie e di prodigi lo traeste dall’Egitto ov’era schiavo, e lo rendeste possessore di quella felicissima terra che era da tanto tempo l’oggetto de’ suoi sospiri; e come specialissimo protettore del mistico gregge evangelico fate sempre vostra delizia il liberarlo da tutti i pericoli, il consolarlo in tutti gli affanni e il procurargli l’appagamento di tutti i santi suoi voti, degnatevi di ottenere alle povere anime del Purgatorio la mitigazione e l’abbreviamento delle tormentosissime pene in cui gemono, come già consolaste i tre fanciulli nella fornace, rendendo innocuo colla vostra presenza le fiamme da cui erano circondati. Colla vostra benigna presenza, voi le rendeste trionfatrici d’ogni assalto nemico, quando stavano per uscire da questo esilio, e perorando la loro causa presso il divin tribunale, otteneste lor la sentenza assicuratrice del Cielo. Compite adunque l’opera vostra coll’impetrar loro sollecita la liberazione da quel carcere in cui si trovano ancor rinchiuse. E, se è ufficio vostro l’introdurre le anime sante nel Regno della luce solennemente promesso ai veri figli di Abramo, non tardate a sollevare fra gli splendori della gloria chi ora geme fra le tenebre le più dense, e a far partecipe delle eterne delizie chi ora spasima fra ogni sorta di pene. Noi ve ne scongiuriamo colle suppliche le più fervorose; e sicuri della vostra annuenza ai nostri piissimi desiderj vi promettiamo fin d’ora perpetua la più viva riconoscenza alla divina misericordia, non meno che a voi che ne siete, dopo la Vergine Maria, il più munifico dispensatore e il più caritatevole ministro. Tre Angele Dei e tre Requiem.

A San Giuseppe.

VI. Gloriosissimo patriarca S. Giuseppe, alla vostra autorevole intercessione raccomando vivamente il riposo e la pace eterna di tutte le anime penanti nel Purgatorio. Voi non potete non aver tenerezza per loro, dacché sono figlie dilettissime di Maria vostra sposa, e spose amatissime di Gesù che a voi volle essere subordinato e riputato vostro figliuolo. Oltre di che, se voi siete cosi generoso nel sovvenire a chi languisce in questa valle di pianto, molto più lo sarete nel sovvenire a chi pena in quel torrente di fuoco. Vi supplico dunque, o grande amministratore delle grazie e de’ tesori di Dio, ad interporre frequentemente per quelle anime le vostre efficaci preghiere; tanto più che niente a voi nega su in cielo chi si compiacque di essere vostro suddito qui sulla terra. Tre Gloria e tre Requiem.

Alle Anime Purganti.

VII. Anime sante del Purgatorio, che in mezzo alle pene più atroci di quella orrenda fornace benedite di continuo quella spada che vi strazia, quella mano che vi flagella per farvi degne del Cielo, consolatevi, poiché se avete legate le mani e i piedi, onde non potete ajutarvi da voi stesse, vi è però in terra chi le ha tuttora libere e sciolte per levarle al Cielo in vostro favore e stenderle al vostro soccorso. Consolatevi, che se finora foste addolorate ed afflitte, non andrà molto che il Signore riconciliato con voi per mezzo dei nostri suffragi, rasciugherà di propria mano le vostre lagrime e allontanando da voi la spada che vi strazia per purificarvi, v’introdurrà nel regno della luce e della pace d’onde sono eternamente sbanditi l’affanno ed il dolore. Noi ci ricordiamo di voi per suffragarvi: voi ricordatevi di noi per ajutarci: perocchè, sebbene per voi nulla possiate, per altri potete assaissimo. Deh per pietà! appena sarete arrivate alla gloria a cui aspiraste con tanti gemiti, ricordatevi di chi soddisfacendo per voi, ve ne ha anticipato il possesso. E come siam tuttavia in un mare sempre burrascoso che ad ogni istante ne minaccia naufragio, fate colla vostra mediazione che evitiamo tutti gli scogli, superiamo tutte le tempeste onde camminando sicuri per la strada da voi già percorsa, giungiamo un giorno con voi al porto sospiratissimo della beatitudine sempiterna. Requiem.

NOVENA A TUTTI I SANTI (INIZIO 23 OTTOBRE, FESTA 1 NOVEMBRE)

NOVENA A TUTTI I SANTI (Inizio 23 Ottobre, festa 1 novembre)

La festa instituita da Bonifacio IV nel 608, fu resa universale da Gregorio IX nel 835.

1. O Regina di tutti i Santi, la più potente mediatrice fra Dio e gli uomini e l’arbitra sovrana di tutte quante le grazie, volgete sopra di noi gli sguardi della vostra misericordia, e fate che, camminando dietro le orme da voi segnate nella strada della virtù, meritiamo il favore del vostro potentissimo patrocinio, e ci assicuriamo la partecipazione alla vostra gloria nel Paradiso. Tre Ave.

II. Spiriti celesti, che fin dal principio del mondo assistete al trono dell’Altissimo, voi la cui continua occupazione è cantare le sue lodi, eseguire i suoi ordini, e zelare la sua gloria, ottenete a noi tutti la grazia di fare nostra delizia l’osservanza dei divini comandamenti e la pratica fedele di tutto quello che voi per celeste commissione suggerite al cuor nostro, onde meritiamo un qualche giorno di occupare qualcuna delle tante sedi rimaste vuote per la ribellione dei vostri compagni. Tre Angele Dei.

III . Fedelissimi Patriarchi, Santissimi Profeti, zelantissimi Apostoli, invitti Martiri, integerrimi Confessori, castissime Matrone, Vergini immacolate, voi tutti, quanti siete che regnate con Cristo nel Paradiso, dai seggi luminosi della vostra beatitudine volgete uno sguardo di pietà sopra di noi esuli infelici della celeste Sionne. Voi godete ora l’ampia messe di gaudio che meritata vi siete seminando nelle lagrime in questa terra di esilio. Nientemeno che Dio è adesso il premio delle vostre fatiche, il principio, l’oggetto ed il fine dei vostri godimenti. O Anime beate, intercedete per noi! Ottenete a noi tutti di camminare fedeli dietro le vostre pedate, di seguire animosi i vostri esempi, di ricopiare continuamente in noi stessi le virtù vostre, affinché, da imitatori che siamo attualmente delle vostre grandi virtù, diventiamo un giorno partecipi della vostra gloria immortale. Tre Gloria.

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ediz. – Milano, 1888)