SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

te-deum-2

[Manuale di Filotea, del sac. G. Riva, Milano 1888]

Alla fine d’ogni anno si deve pensare come infallibilmente sì penserà al fine della vita. Il numero de’ giorni onde l’uno e l’altro è composto, felici o infelici, mesti o ridenti, tutto è passato, e l’impressione che hanno fatto nell’anima gli uni e gli altri egualmente si cancella. Eccovi giunto all’ultimo giorno dell’anno, che è stato l’ultimo per molti. Che amaro rincrescimento se lo avete mal impiegato! Ma parimenti, che dolce consolazione, se tutti i giorni sono stati per voi giorni pieni; se avete fatto un sant’uso di tutto questo tempo; se avete posti a guadagno i beni e i mali: se avete riformati i costumi; se avete praticati con puntualità i vostri esercizi di devozione; se avendo letto ogni giorno la vita dei Santi, ne avete imitate le virtù; e avendo fatto ogni giorno qualche pia considerazione, non l’avete mai fatta senza qualche frutto; in fine, se, avendo avuto in tutto il corso dell’anno tante sante ispirazioni, tanti religiosi impulsi, tanti salutari desideri, tanti esempi o da rigettare o da seguire, siete stato fedele alla grazia: e discernendo il vero dal falso, quanto vi era di seducente da quanto era per voi salutare, siete stato savio a sufficienza da non affaticarvi che per la vostra salute! E sia come si voglia, passate per lo meno sì santamente tutto quest’ultimo giorno, che abbiate questa sera la consolazione di non aver perduto tutto l’anno. – Il mezzo più proprio per cominciare un nuovo anno è il terminar santamente quello che sarà per finire. Approfittatevi con diligenza e con fervore di questo avvertimento. E’ una pratica di pietà molto utile, e l’anime ferventi non manchino di conformarvisi; cioè di fare in questi ultimi giorni una Confessione straordinaria de’ peccati più considerevoli commessi nel corso dell’anno. Passate quest’ultimo giorno in una specie di ritiramento. Sia almeno quest’ultimo giorno tutto per il Signore e per la vostra salute. Non vi contentate di leggere tutto questo; mettetelo in opera. Una lettura secca e sterile sarebbe più nociva che utile. Ringraziate poi Dio in particolare di tutte le grazie che avete ricevute. – Questo Ringraziamento si deve a Dio per convenienza, per dovere, per interesse! Per Convenienza, perché niente più conforme al buon tratto di quello che il beneficato restituisca in qualche maniera al benefattore quel bene che per pura liberalità ha da lui ricevuto, e questo può farlo ognuno con esprimergli alla meglio la propria riconoscenza; 2. per Dovere, perché ogni uomo è portato dalla propria natura a rispondere colla riconoscenza a chi gli ha fatto del bene, onde diceva Filone che, se ogni virtù è santa, la gratitudine è santissima; 3. per Interesse, perché la corrispondenza ai doni già ricevuti è pel donatore lo stimolo il più potente ad impartir nuovi doni. E perciò, se Dio vuol essere ringraziato da noi, non è già perché abbia bisogno dei nostri ringraziamenti, ma perché ama che noi Gli presentiamo dei nuovi titoli per farci dei nuovi benefici. Quindi merita eterna lode il P. Camillo Ettori della Compagnia di Gesù, il quale pel primo introdusse in Bologna il costume, che poi si sparse in tutta l’Italia, di cantare quest’oggi pubblicamente nelle chiese il Te Deum per ringraziare il Signore dei benefici impartitici in tutto l’anno; e le anime pie devono farsi un dovere di non mancare a così bella funzione. – Visitate poi in questo giorno qualche Cappella, o qualche Chiesa nella quale la Santa Vergine è più particolarmente onorata, per ringraziarla con più acceso fervore di tanti benefizi che avete ricevuti sotto la sua potente protezione, e consacrarvi di nuovo al suo servizio. Non vi scordate dei Santi Angeli, in special modo del vostro Angelo Custode. Di che non gli siete debitore? Mostrategli in questo giorno la vostra gratitudine, ringraziate i Santi delle grazie che avete ricevute da Dio per la loro intercessione, e interessateli della vostra salute coi vostri sentimenti di riconoscenza. Fate più abbondanti che vi è possibile delle elemosine a’ poveri, all’intento di riparare con questa liberalità straordinaria a tante pazze spese che avete sacrificate a’ vostri piaceri, o alla vostra vanità. Nella vostra casa medesima, se non vi è possibile in chiesa, passate buona parte della sera in affettuose adorazioni del SS. Sacramento per riparare in qualche maniera a tante veglie passate nel giuoco o in altre inezie. Terminate infine quest’anno tanto cristianamente quanto vorreste al presente averlo scorso. Tutte queste religiose industrie serviranno a meraviglia per l’affare importante di vostra salute. Recitate intanto la seguente

ORAZIONE PER L’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO.

Quanti motivi non ho io di confondermi e d’umiliarmi profondamente davanti a Voi, o mio Dio, se mi faccio a confrontare la bontà vostra verso di me colla mia continua sconoscenza verso di voi! Mentre nel decorso dell’anno ornai compito avete comandato alla morte di recidere colla sua falce tanti fiori e tante piante che formavano il miglior ornamento del campo misterioso di questo mondo, avete imposto alla medesima di rispettar la mia vita, che, come pianta infruttuosa, occupava inutilmente il terreno, e, come erbaggio di pessima specie, non faceva che impedir lo sviluppo dei vicini germogli ed ammorbar tutta l’aria col suo ingratissimo odore. E ciò con tanta maggiore mia colpa, in quanto che, non contento voi di preservarmi dal meritato sterminio, mi avete sempre contraddistinto coi segni i più evidenti della vostra amorosa predilezione, allontanando da me tutto quello che poteva nuocere in qualche modo così al mio spirito come al mio corpo, ed accordandomi le grazie le più efficaci alla santificazione dell’uno e alla salute dell’altro. Che se qualche volta avete inclinato verso di me la punitrice vostra destra, furono tutti leggieri i suoi colpi, e sempre temperati dalle dolcezze della vostra misericordia. Ma se finora ho corrisposto sì indegnamente a tutti i vostri favori, voglio emendare almeno adesso l’inescusabile mio fallo, ringraziandovi prima di tutto cordialissimamente di tutte le vostre beneficenze così spirituali come temporali, e domandandovi sinceramente perdono di quanto ho osato commettere contro di Voi. Voi degnatevi di accettare le mie attuali proteste come una ritrattazione sincera di tutto il passato e una caparra sicura della mia emendazione nell’avvenire. – Intanto mettete Voi il compimento alle vostre misericordie col rassodare nelle fatte risoluzioni la mia volontà sempre instabile, onde facendo servire alla giustizia quelle potenze e quei sensi che già servirono alla iniquità, dia finalmente a Voi tanto di gloria, quanto già vi ho recato di sfregio colle replicate mie colpe. Voi che mi ispirate così nobili e così doverosi sentimenti, degnatevi ancora di darmi forza, onde mandarli ad effetto, e così verificare il detto consolantissimo del vostro Apostolo, che si vide sovrabbondare la grazia dove prima abbondava la iniquità.

Indi si recita, o col popolo in pubblica funzione, o privatamente, il Te Deum, per ringraziare il Signore dei benefici ricevuti.

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Te Deum

 Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.

Te ætérnum Patrem * omnis terra venerátur.

Tibi omnes Ángeli, * tibi Cæli, et univérsæ Potestátes:

Tibi Chérubim et Séraphim * incessábili voce proclámant:

(Fit reverentia) Sanctus, Sanctus, Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.

Pleni sunt cæli et terra * majestátis glóriæ tuæ.

Te gloriósus * Apostolórum chorus,

Te Prophetárum * laudábilis númerus,

Te Mártyrum candidátus * laudat exércitus.

Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,

Patrem * imménsæ majestátis;

Venerándum tuum verum * et únicum Fílium;

Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu Rex glóriæ, * Christe.

Tu Patris * sempitérnus es Fílius.

Fit reverentia Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem: * non horruísti Vírginis uterum.

Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.

Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris. Judex créderis * esse ventúrus.

Sequens versus dicitur flexis genibus

Te ergo quǽsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.

Ætérna fac cum Sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.

Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.

Per síngulos dies * benedícimus te.

Fit reverentia, secundum consuetudinem

Et laudámus nomen tuum in sǽculum, * et in sǽculum sǽculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.

Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.

In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

[Te Deum Ti lodiamo, o Dio: * ti confessiamo, o Signore. Te, eterno Padre, * venera tutta la terra. A te gli Angeli tutti, * a te i Cieli e tutte quante le Potestà: A te i Cherubini e i Serafini * con incessante voce acclamano: (chiniamo il capo) Santo, Santo, Santo * è il Signore Dio degli eserciti. I cieli e la terra sono pieni * della maestà della tua gloria. Te degli Apostoli * il glorioso coro, Te dei Profeti * il lodevole numero, Te dei Martiri * il candido esercito esalta. Te per tutta la terra * la santa Chiesa proclama, Padre * d’immensa maestà; L’adorabile tuo vero * ed unico Figlio; E anche il Santo * Spirito Paraclito. Tu, o Cristo, * sei il Re della gloria. Tu, del Padre * sei l’eterno Figlio. Chiniamo il capo: Tu incarnandoti per salvare l’uomo, * non disdegnasti il seno di una Vergine. Tu, spezzando il pungolo della morte, * hai aperto ai credenti il regno dei cieli. Tu sei assiso alla destra di Dio, * nella gloria del Padre. Noi crediamo che ritornerai * qual Giudice. Il seguente Versetto si dice in ginocchio. Te quindi supplichiamo, soccorri i tuoi servi, * che hai redento col prezioso tuo sangue. Fa’ che siamo annoverati coi tuoi Santi * nell’eterna gloria. Fa’ salvo il tuo popolo, o Signore, * e benedici la tua eredità. E reggili * e innalzali fino alla vita eterna. Ogni giorno * ti benediciamo; Chiniamo il capo, se è la consuetudine del luogo. E lodiamo il tuo nome nei secoli, * e nei secoli dei secoli. – Degnati, o Signore, di preservarci * in questo giorno dal peccato. Abbi pietà di noi, o Signore, * abbi pietà di noi. Scenda sopra di noi la tua misericordia, * come abbiamo sperato in te. Ho sperato in te, o Signore: * non sarò confuso in eterno].

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

Imitare la Chiesa.

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[Dom Guèranger – l’anno liturgico – vol. I]

È giunto il momento in cui l’anima fedele sta per raccogliere il frutto degli sforzi che ha compiuti durante il periodo laborioso dell’Avvento, per preparare una dimora al Figlio di Dio che vuol nascere in essa. Il giorno delle nozze dell’Agnello è giunto, la Sposa si è preparata (Apoc. XIX, 7). Ora, la Sposa è la santa Chiesa, la Sposa è ogni anima fedele. L’inesauribile Signore si dà completamente e con particolare tenerezza, a tutto il suo gregge e a ciascuna delle pecorelle del gregge. Quali abiti vestiremo per andare incontro allo Sposo? Quali perle, quali gioielli adorneranno le anime nostre in questo fortunato incontro? La Santa Chiesa nella Liturgia, ci istruisce a questo riguardo; e non possiamo far di meglio che imitarla in tutto, poiché essa é sempre accetta, ed essendo la Madre nostra, dobbiamo ascoltarla sempre. – Ma prima di parlare della mistica Venuta del Verbo nelle anime, prima di narrare i segreti di questa sublime familiarità del Creatore e delle creature, indichiamo innanzitutto, con la Chiesa, gli omaggi che la natura umana e ciascuna delle nostre anime deve offrire al divino Bambino che il cielo ci ha dato come una benefica rugiada. Durante l’Avvento, ci siamo uniti ai santi dell’Antica Alleanza per implorare la venuta del Messia Redentore; ora che Egli é disceso, consideriamo quali omaggi sia giusto offrirgli.

adorazione

L’Adorazione.

La Chiesa, in questo sacro tempo, offre al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni, i trasporti delle sue gioie ineffabili, l’omaggio d’una riconoscenza senza limiti, la tenerezza d’un amore che non ha l’uguale. I quali sentimenti – adorazione, gioia, riconoscenza e amore – formano anche l’insieme degli omaggi che ogni anima fedele deve offrire all’Emmanuele nella sua culla. – Le preghiere della Liturgia ne daranno l’espressione più pura e più completa; ma penetriamo la natura di questi sentimenti onde meglio concepirli e appropriarci ancor più intimamente la forma sotto la quale la santa Chiesa li esprime. – Il primo dovere da compiere presso la culla del Salvatore è quello dell’adorazione. L’adorazione é il primo atto di religione; ma si può dire che, nel mistero della Natività, tutto sembra contribuire a rendere questo dovere ancora più santo. In cielo, gli Angeli si velano il volto e si annientano davanti al trono di Dio; i ventiquattro seniori abbassano continuamente i loro diademi dinanzi alla maestà dell’Agnello: che faremo noi peccatori, indegne membra della tribù riscattata, quando Dio stesso si presenta a noi umiliato e annientato per noi? Quando, per il più sublime rovesciamento, i doveri della creatura verso il Creatore sono adempiuti dal Creatore stesso? Quando il Dio eterno s’inchina, non più solo davanti alla maestà infinita, ma dinanzi all’uomo peccatore? È dunque giusto che alla vista di sì meraviglioso spettacolo ci sforziamo di offrire, con le nostre profonde adorazioni, al Dio che si umilia per noi, almeno qualcosa di quanto il suo amore per l’uomo e la sua fedeltà alle disposizioni del Padre gli sottrae. È necessario che sulla terra imitiamo, per quanto ci è possibile, i sentimenti degli Angeli nel cielo, e non ci accostiamo al divino Bambino senza presentarGli innanzitutto l’incenso d’una adorazione sincera, la protesta della nostra dipendenza, e infine l’omaggio di annientamento dovuto a quella Maestà infinita, tanto più degna del nostro rispetto in quanto è per noi stessi che si umilia. Guai dunque a noi se, resi troppo familiari dalla apparente debolezza del divino Bambino, dalla dolcezza stessa delle sue carezze, pensiamo di poter tralasciare qualcosa di questo primo e più importante dovere, e dimenticare per un momento ciò che è lui e ciò che siamo noi! – L’esempio della purissima Maria servirà potentemente a mantenere in noi l’umiltà. Maria davanti a Dio fu umile prima di essere Madre; divenuta Madre, diviene ancora più umile davanti al suo Dio e al suo Figlio. Noi dunque, vili creature, peccatori mille volte graziati, adoriamo con tutte le nostre forze Colui che da tanta altezza, discende fino alla nostra bassezza e sforziamoci di indennizzarLo, con il nostro abbassamento, della sua mangiatoia, delle sue fasce, dell’eclissi della sua gloria. Tuttavia, cercheremo invano di scendere fino al livello della sua umiltà; bisognerebbe essere Dio per raggiungere le umiliazioni di Dio.

La Gioia.

La santa Chiesa non si limita ad offrire al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni; il mistero dell’Emmanuele, del Dio con noi, è per essa la fonte di una ineffabile gioia. Il rispetto dovuto a Dio si concilia mirabilmente, nei suoi sublimi cantici, con la gioia che hanno raccomandata gli Angeli. Si compiace di imitare la letizia dei pastori che vennero solleciti ed esultanti a Betlemme (Lc. II, 16), e anche la gioia dei Magi quando, nell’uscite da Gerusalemme, videro nuovamente la stella (Mt. II, 10). Da ciò deriva che tutta la cristianità, avendolo compreso, celebra la Nascita divina con canti lieti e popolari, conosciuti sotto il nome di Pastorali. Uniamoci, o cristiani, a questa gioia esultante; non è più tempo di sospirare, né di versare lacrime: Ecco ci è nato un pargolo (Is. IX, 6). Colui che aspettavamo è finalmente venuto, ed è venuto per abitare con noi. Quanto è stata lunga l’attesa, tanto inebriante è la felicità del possesso. Verrà presto il giorno in cui il Bambino che oggi nasce, diventato uomo, sarà l’uomo dei dolori. Allora patiremo con Lui; ora bisogna che godiamo della sua venuta, e cantiamo presso la sua culla con gli Angeli. Questi quaranta giorni passeranno presto; accettiamo a cuore aperto la gioia che ci viene dall’alto come un dono celeste. La divina Sapienza ci insegna che il cuore del giusto è in continua festa (Prov. XV, 16) perché in esso vi è la Pace: ora, in questi giorni ci è arrecata sulla terra la Pace, la Pace agli uomini di buona volontà.

La Riconoscenza.

A questa mistica e deliziosa gioia viene ad unirsi quasi di per sé il sentimento della riconoscenza verso Colui che, senza essere fermato dalla nostra indegnità ne trattenuto dai riguardi dovuti alla suprema Maestà, ha voluto scegliersi una madre tra le figlie degli uomini, una culla in una stalla: tanto aveva a cuore di affrettare l’opera della nostra salvezza, di evitare tutto ciò che potesse ispirarci qualche timore o qualche timidità nei suoi riguardi, di incoraggiarci con il suo divino esempio nella via dell’umiltà in cui è necessario che camminiamo per risalire al cielo donde il nostro orgoglio ci ha fatti cadere. – Riceviamo dunque con cuore commosso questo dono prezioso d’un Bambino liberatore. È il Figlio unigenito del Padre, di quel Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il proprio Figlio (Gv. III, 16); è quello stesso Figlio unigenito che ratifica pienamente la volontà del Padre suo, e che viene a offrirsi per noi perché vuole (Is. LIII, 7). Forse che nel darcelo – dice l’Apostolo – il Padre non ci ha dato tutto con Lui? (Rom. VIII, 32). O dono inestimabile! Quale gratitudine potremmo offrire noi che possa uguagliare tanto beneficio, quando, dal profondo della nostra miseria, siamo incapaci di apprezzarne perfino il valore? Dio solo e il divino Bambino che dalla culla ne custodisce il segreto, sa quello che ci dona in questo mistero.

L’amore.

Ma, se la riconoscenza è sproporzionata al beneficio, chi dunque soddisferà il debito? amore soltanto potrà farlo, poiché, per quanto finito, almeno non si misura e può crescere sempre. Perciò la santa Chiesa, davanti alla mangiatoia, dopo aver adorato, ringraziato, si sente presa da una indicibile tenerezza e dice: Come sei bello, o mio diletto! (Cant. I, 15). Quanto è dolce alla mia vista il tuo sorgere, o divino Sole di giustizia! Quanto il tuo calore è vivificante per il mio cuore! Come è sicuro il tuo trionfo sulla mia anima, poiché Tu l’attacchi con le armi della debolezza, dell’umiltà e dell’infanzia! Tutte le parole si cambiano in parole d’amore; e l’adorazione, la lode, il ringraziamento non sono nei suoi Cantici che l’espressione cangiante e intima dell’amore che trasforma tutti i suoi sentimenti. – Anche noi, o cristiani, seguiamo la Chiesa Madre nostra, e portiamo i nostri cuori all’Emmanuele! I Pastori Gli offrono la loro semplicità, i Magi gli portano ricchi doni; gli uni e gli altri ci insegnano che nessuno deve comparire davanti al divino Bambino senza offrirGli un dono degno di Lui. Ora, teniamolo bene presente: Egli disdegna ogni altro tesoro fuorché quello che é venuto a cercare. L’amore lo fa discendere dal cielo; commiseriamo il cuore che non Gli restituisce l’amore! – Questi sono dunque gli omaggi che le anime nostre debbono presentare a Gesù Cristo in questa prima Venuta in cui Egli viene nella carne e nell’infermità – come dice san Bernardo – non per giudicare il mondo ma per salvarlo. – Quanto riguarda la Venuta nella gloria e nella maestà terribile dell’ultimo giorno, l’abbiamo meditato abbastanza durante le settimane dell’Avvento. Il timore dell’era futura avrebbe dovuto risvegliare i nostri cuori dal sonno in cui giacevano e prepararli nell’umiltà a ricevere la visita del Salvatore in questa Venuta intermedia che si compie segretamente nell’intimo delle anime, e di cui ci resta ancora da narrare l’ineffabile mistero.

La Vita illuminativa.

Abbiamo mostrato altrove come il tempo dell’Avvento appartenga a quel periodo della vita spirituale che la Teologia Mistica designa con il nome di Vita purgativa, e durante la quale l’anima si distacca dal peccato e dai legami del peccato, per il timore dei giudizi di Dio, mediante la mortificazione e la lotta corpo a corpo contro la concupiscenza. – Noi supponiamo dunque che ogni anima fedele abbia attraversato questa valle d’amarezza, per essere ammessa al banchetto a cui la Chiesa, per bocca del Profeta Isaia, convoca tutti i popoli nel nome del Signore, nel giorno in cui si deve cantare: Ecco il nostro Dio: l’abbiamo aspettato, ed Egli viene finalmente a salvarci; abbiamo sopportato il suo ritardo; esultiamo di gioia nella salvezza che Egli ci arreca (Sabato della seconda settimana di Avvento). È anche giusto dire che, come vi sono nella casa del Padre celeste parecchie dimore (Gv. XIV, 2), così in questa grande solennità, la Chiesa vede tra la moltitudine dei suoi figli che si stringono in questi giorni alla tavola dove si distribuisce il Pane di vita, una grande varietà di sentimenti e di disposizioni. Gli uni erano morti alla grazia, e i soccorsi del sacro tempo dell’Avvento li hanno fatti rivivere; gli altri, che già vivevano, hanno con i loro sospiri ravvivato il proprio amore, e l’entrata in Betlemme è stata per essi come un rinnovamento della vita divina. – Ora, ogni anima introdotta in Betlemme, cioè nella Casa del Pane unita a Colui che è la Luce del mondo (Gv. XIV, 2), non cammina più nelle tenebre. Il mistero di Natale è un mistero di illuminazione, e la grazia che produce nell’anima nostra la stabilisce, se essa è fedele, in quel secondo stato della vita mistica che è chiamato Vita illuminativa. D’ora in poi non abbiamo più da affliggerci nell’attesa del Signore; egli è venuto, ci ha illuminati, e la sua luce non si spegne più. Deve anzi crescere man mano che l’Anno Liturgico si svilupperà. Che possiamo riflettere il più fedelmente possibile nelle anime nostre il progresso di questa luce, e pervenire con il suo aiuto al bene dell’unione divina che corona insieme l’Anno Liturgico e l’anima santificata da esso! – Ma nel mistero di Natale e dei quaranta giorni della Nascita la luce é ancora proporzionata alla nostra debolezza. È senza dubbio il Verbo, la Sapienza del Padre, che ci si propone a conoscere e ad imitare; ma questo Verbo, questa Sapienza appaiono sotto le sembianze dell’infanzia. Nulla dunque ci impedisca di avvicinarci. Non è un trono, ma una culla; non è un palazzo, ma una stalla; non si tratta ancora di fatiche, di sudori, di croce e di sepolcro; meno ancora di gloria e di trionfo; non si tratta che di dolcezza, di silenzio e di semplicità. Avvicinatevi dunque – ci dice il Salmista – e sarete illuminati (Sal. XXXIII, 6). – Chi potrebbe degnamente narrare il mistero dell’infanzia di Cristo nelle anime, e dell’infanzia delle anime in Cristo? Questo duplice mistero che si compie in questo sacro tempo è stato reso meravigliosamente da san Leone nel suo sesto Sermone sulla Natività del Salvatore, quando dice: « Benché l’infanzia che la maestà del Figlio di Dio non ha disdegnata abbia successivamente lasciato il posto all’età dell’uomo perfetto, e dopo il trionfo della Passione e della Risurrezione, tutto il seguito degli atti dell’umiltà di cui il Verbo si era rivestito per noi sia per sempre compiuta, la presente solennità rinnova per noi la Nascita di Gesù dalla vergine Maria; e adorando la nascita del nostro Salvatore, è la nostra stessa origine che noi celebriamo. Infatti, la generazione temporale di Cristo è la fonte del popolo cristiano, e la nascita del Capo è insieme quella del corpo. Senza dubbio, ognuno dei chiamati ha il proprio posto, e i figli della Chiesa sono distinti gli uni dagli altri per la successione dei tempi; tuttavia l’insieme dei fedeli, uscito dal fonte battesimale, come è crocifisso con Cristo nella sua Passione, risuscitato nella sua Risurrezione, messo alla destra del Padre nella sua Ascensione, è anche generato con Lui in questa Natività. Ogni uomo, in qualunque parte del mondo dei credenti abiti, è rigenerato in Cristo; la vecchiaia della sua prima generazione è troncata; egli rinasce in un uomo nuovo, e d’ora in poi non si trova più nella filiazione del proprio padre secondo la carne, ma nella natura stessa di quel Salvatore che si è fatto Figlio dell’uomo, affinché possiamo diventare figli di Dio ».

La nuova Natività.

Eccolo, il mistero di Natale! E appunto questo che ci dice il Discepolo prediletto nel Vangelo che la Chiesa ci fa leggere alla terza Messa di questa grande festa. “… A quelli che l’hanno voluto ricevere, ha concesso di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo Nome, che non sono nati dal sangue ne dalla volontà dell’uomo, ma da Dio”. Dunque, tutti quelli che dopo aver purificato la propria anima, dopo essersi liberati dalla servitù della carne e del sangue, dopo aver rinunciato a tutto ciò che conservano dell’uomo peccatore, vogliono aprire il proprio cuore al Verbo divino, a questa luce che risplende nelle tenebre e che le tenebre non hanno compresa, tutti questi nascono con Gesù il Cristo, nascono da Dio; cominciano una vita nuova, come il Figlio stesso di Dio in questo mistero. – Quanto sono belli questi preludi della vita cristiana! Quanto è grande la gloria di Betlemme, cioè della santa Chiesa, la vera Casa del Pane, in seno alla quale in questi giorni, su tutte le terre si produce una così immensa moltitudine di figli di Dio! O perpetuità dei nostri Misteri che nulla esaurisce! ‘L’Agnello immolato fin dall’inizio del mondo si immola per sempre dal tempo della sua immolazione reale; ed ecco che, nato una volta della Vergine Maria, trova la sua gloria nel rinascere continuamente nelle anime. E non pensiamo che l’onore della Maternità divina ne sia diminuito, come se ciascuna delle nostre anime raggiungesse d’ora in poi la dignità di Maria. « Lungi da ciò – ci dice il Venerabile Beda nel suo commento a san Luca – bisogna che alziamo la voce di mezzo alla folla, come quella donna del Vangelo che raffigura la Chiesa cattolica, e diciamo al Salvatore: Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato! ». Prerogativa incomunicabile, infatti, e che stabilisce per sempre Maria Madre di Dio e Madre del genere umano. Ma non è detto con ciò che dobbiamo dimenticare la risposta che il Salvatore diede alla donna di cui parla san Luca: Più beati ancora – egli dice – quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc. II, 28). « Con questa sentenza – continua il Venerabile Beda – Cristo dichiara beata non più soltanto Colei che ebbe il favore di generare corporalmente il Verbo di Dio, ma anche tutti coloro che si impegneranno a concepire spiritualmente quello stesso Verbo mediante l’obbedienza della fede, e che, praticando le opere buone, Lo genereranno nel proprio cuore e in quello dei fratelli, e ve Lo nutriranno con cura materna. Se dunque la Madre di Dio è chiamata giustamente beata perché è stata il ministro dell’Incarnazione del Verbo nel tempo, quanto più è beata per essere rimasta sempre nel suo amore! ». – Non è forse la stessa dottrina che ci propone il Salvatore in un’altra circostanza, quando dice: Colui che farà la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre? (Mt. XII, 50). E perché l’Angelo fu inviato a Maria in preferenza che a tutte le altre figlie d’Israele, se non perché essa aveva già concepito il Verbo divino nel proprio cuore, mediante l’integrità del suo amore, la grandezza della sua umiltà, l’incomparabile merito della sua verginità? – E ancora, quale è la causa dello splendore di santità che riluce nella Madre di Dio in nell’eternità, se non il fatto che la benedetta fra tutte le donne avendo una volta concepito e partorito secondo la carne il Figlio di Dio, lo concepisce e lo partorisce per sempre secondo lo spirito, mediante la sua fedeltà a tutti i voleri del Padre celeste, il suo amore per la luce increata del Verbo divino, la sua unione con lo Spirito di santificazione che abita in Lei? – Ma nessuno nella stirpe umana è privato dell’onore di seguire Maria, benché da lontano, nella prerogativa di questa maternità spirituale, ora che l’augusta Vergine ha adempiuto il glorioso compito di aprirci la strada con il parto temporale che celebriamo, e che è stato per il mondo l’iniziazione ai misteri di Dio. Nelle settimane dell’Avvento, abbiamo dovuto preparare le vie del Signore; ormai dobbiamo averLo concepito nelle nostre anime; affrettiamoci a darLo alla luce nelle opere, affinché il Padre celeste, non vedendo più noi stessi in noi, ma soltanto il suo Verbo che crescerà in noi, possa dire di noi, nella sua misericordia, come disse una volta nella sua verità: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto (Mt. III, 17). – A tale uopo, prestiamo orecchio alla dottrina del serafico san Bonaventura, che ci dimostra eloquentemente come si operi nelle nostre anime la nascita di Gesù Cristo. « Questa lieta nascita ha luogo – dice il santo Dottore in una Esortazione per la festa di Natale – quando l’anima, preparata da una lunga meditazione, passa infine all’azione; quando, sottomessa la carne allo spirito, sopraggiunge a sua volta l’opera buona: allora rinascono nell’anima la pace e la gioia interiore. In questa natività, non vi sono né lamenti, né doglie, né lacrime; tutto è ammirazione, esultanza e gloria. Ma se questo partorire ti aggrada, o anima devota, pensa ad essere Maria. – Ora, questo nome significa amarezza: piangi amaramente i tuoi peccati; significa ancora, illuminatrice: diventa risplendente di virtù; significa infine padrona: sappi dominare le passioni della carne. – Allora Cristo nascerà in te, senza doglie e senza fatica. È allora che l’anima conosce e gusta quanto è dolce il Signore Gesù. Essa prova tale dolcezza quando, con sante meditazioni, nutre il Figlio divino; quando Lo bagna delle sue lacrime; quando Lo avvolge dei suoi casti desideri; quando lo stringe negli abbracci d’una santa tenerezza; quando lo riscalda nel più intimo del suo cuore. O beata mangiatoia di Betlemme, in te trovo il Re di gloria; ma più beato di te è il cuore pio che racchiude spiritualmente Colui che tu hai potuto contenere solo corporalmente ». – Ora, per passare così dalla concezione del Verbo alla sua nascita nelle nostre anime, in una parola per passare dall’Avvento al Tempo di Natale, bisogna che teniamo continuamente gli occhi del cuore su Colui che vuol nascere in noi, e nel quale rinasce la natura umana. – Dobbiamo mostrarci gelosi di riprodurre i suoi tratti nella nostra debole e lontana imitazione, tanto più che, secondo l’Apostolo, è l’immagine del Figlio suo che il Padre celeste cercherà in noi, quando si tratterà di dichiararci capaci della divina predestinazione (Rom. VIII, 29). – Ascoltiamo dunque la voce degli Angeli, e portiamoci fino a Betlemme. Ecco il vostro segno – ci vien detto: – troverete un bambino avvolto nelle fasce e posto in una mangiatoia (Lc. II, 12). Dunque, o cristiani, bisogna che diventiate bambini; bisogna che conosciate di nuovo le fasce dell’infanzia; bisogna che scendiate dalla vostra altezza, e veniate presso il Salvatore disceso dal cielo, per nascondervi nell’umiltà della mangiatoia. Così, comincerete con Lui una nuova vita; così la luce, che va sempre crescendo fino al giorno perfetto (Prov. IV, 18), vi illuminerà senza mai più lasciarvi; e, cominciando col vedere Dio in questo splendore nascente che lascia ancora il posto alla fede, vi preparerete per la felicità di quella unione che non è più soltanto luce, ma la pienezza e il riposo dell’amore.

La Conversione.

Fin qui abbiamo parlato per le membra vive della Chiesa; abbiamo avuto di mira quelli che sono venuti al Signore nel sacro periodo dell’Avvento, e quelli che, viventi per la grazia dello Spirito Santo, quando finisce l’Anno Liturgico, hanno cominciato il nuovo nell’attesa e nella preparazione e si dispongono a rinascere con il Sole divino; ma non dobbiamo dimenticare quei nostri fratelli che hanno voluto morire, e che né l’avvicinarsi dell’Emmanuele né l’attesa universale hanno potuto risvegliare dai loro sepolcri. Dobbiamo annunciare anche a loro, nella morte volontaria, ma guaribile da essi voluta, che la benignità e la misericordia del nostro Dio Salvatore sono apparse al mondo (Tito III, 4). Se dunque il nostro libro capitasse per caso fra le mani di qualcuno di coloro che, sollecitati ad arrendersi all’onnipotente Bambino, non l’avessero ancora fatto, e che, invece di tendere verso di Lui nelle settimane che sono appena trascorse avessero passato quel santo periodo nel peccato e nella indifferenza, vorremmo ricordar loro l’antica pratica della Chiesa, attestata dal canone 15 del Concilio di Agda (506), nel quale è imposto a tutti i fedeli l’obbligo di accostarsi alla divina Eucaristia nella festa di Natale, come in quelle di Pasqua e di Pentecoste, sotto pena di non essere più considerati cattolici. Vorremmo descrivere loro il gaudio della Chiesa che in tutto il mondo, malgrado il raffreddamento della carità, vede ancora in quei giorni innumerevoli fedeli celebrare la Nascita dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, con la partecipazione reale al suo corpo e al suo sangue. Sappiatelo, dunque, o peccatori: la festa di Natale è una festa di grazia e di misericordia, nella quale il giusto e l’ingiusto si trovano riuniti alla stessa tavola. Per la nascita del Figlio suo, il Padre celeste ha voluto accordare la grazia a molti colpevoli; e vuole anche non escludere dal perdono se non quelli che si ostinassero ancora a rifiutare la misericordia. Così e non altrimenti, deve essere celebrata la venuta dell’Emmanuele. – Del resto, queste parole d’invito, non le diciamo di nostro arbitrio e avventatamente; ma nel nome della Chiesa stessa, che vi invita ad iniziare l’edificio della vostra vita nuova, nel giorno in cui il Figlio di Dio apre il corso della sua vita umana. Le prendiamo da un grande e santo Vescovo del medioevo, il pio Rabano Mauro, che in una sua Omelia sulla nascita del Salvatore, non esitava ad invitare i peccatori perché venissero ad assidersi a fianco dei giusti, nella beata Stalla in cui gli animali privi di ragione seppero riconoscere il loro Padrone. « Vi supplico, diletti Fratelli – diceva – ricevete di buon cuore le parole che il Signore mi suggerirà per voi in questo dolcissimo giorno che dà la compunzione agli stessi infedeli e ai peccatori, in questo giorno che vede il peccatore implorare il perdono nelle lacrime del pentimento, il prigioniero non disperare più del suo ritorno in patria, il ferito desiderare il proprio rimedio. È questo il giorno in cui nasce l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Cristo Salvatore nostro: natività che è la fonte d’una gioia deliziosa per colui che ha la coscienza in pace; che ridesta il timore in colui che ha il cuore malato; giorno veramente dolce e pieno di perdono per le anime penitenti. Io ve lo prometto dunque, o figliuoli, e lo dico con sicurezza: a chiunque in questo giorno vorrà pentirsi, e non tornare più al vomito del peccato, tutto ciò che domanderà sarà accordato. Una sola condizione gli sarà imposta: che abbia una fede senza esitazioni, e che non cerchi più i suoi vani piaceri. » Certo, oggi che il peccato del mondo intero è distrutto, come potrebbe il peccatore disperare? In questo giorno in cui nasce il Signore, promettiamo, fratelli carissimi, promettiamo a questo Redentore, e manteniamo le nostre promesse, come è scritto: Venite al Signore Dio vostro, e offriteGli i vostri voti. Promettiamo nella pace e nella fiducia; egli saprà darci il modo di mantenere i nostri impegni. Tuttavia, comprendete bene che non si tratta qui di offrire cose periture e terrene. Ognuno di noi deve offrire quello che il Signore ha riscattato in noi, cioè la sua anima. E se mi dite: E come offrirò la mia anima al Signore, che già la tiene in suo potere? Vi risponderò: Offrirete la vostra anima mediante costumi pii, pensieri casti, opere vive, distogliendovi dal male, volgendovi verso il bene, amando Dio e amando il prossimo, usando misericordia perché siamo stati noi stessi miserabili prima di ricevere la misericordia; perdonando a coloro che peccano contro di noi, perché noi stessi siamo stati nel peccato; calpestando l’orgoglio, perché è appunto l’orgoglio che perdé il primo uomo ». – Così si esprime la misericordia della santa Chiesa invitando i peccatori al banchetto dell’Agnello fino a che la sala sia piena (Lc. XIV, 23). La Sposa di Gesù Cristo è nel gaudio per effetto della grazia di rinascita che le concede il Sole divino. Comincia per essa un nuovo anno, e deve essere come tutti gli altri fecondo di fiori e frutti. – La Chiesa rinnova la sua giovinezza come quella dell’aquila; si dispone a presiedere ancora una volta su questa terra allo sviluppo del Ciclo sacro, e ad effondere di volta in volta sul popolo fedele le grazie di cui il Ciclo costituisce il mezzo. Attualmente, è la conoscenza e l’amore del Dio bambino che ci vengono offerti; siamo docili a questa prima iniziazione, per meritare di crescere con il Cristo in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (ibid II, 52). – Il mistero di Natale è la porta di tutti gli altri; ma appartiene alla terra e non al cielo. « Noi non possiamo ancora – dice sant’Agostino nel suo XI Discorso sulla Nascita del Signore – non possiamo ancora contemplare lo splendore di Colui che è generato dal Padre prima dell’aurora (Sal. CIX, 3); visitiamo almeno Colui che è nato da una Vergine nelle ore della notte. Non comprendiamo come il suo nome è prima del sole (Sai. LXXXI, 17); confessiamo almeno che ha posto il suo tabernacolo in colei che è pura come il sole (Sal. XVIII, 6). – Non vediamo ancora il Figlio unigenito che abita nel seno del Padre; pensiamo almeno allo Sposo che esce dalla sua camera nuziale (ibid.). Non siamo ancora maturi per il banchetto del Padre nostro; riconosciamo almeno la Mangiatoia di nostro Signore (Is. I, 3).

 

TEMPO DI NATALE

STORIA DEL TEMPO DI NATALE

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[Dom Gueranger: l’Anno Liturgico]

Diamo il nome di Tempo di Natale ai quaranta giorni che vanno dalla Natività di Nostro Signore (25 dicembre) alla Purificazione della Santa Vergine (2 febbraio). Questo periodo forma, nell’Anno Liturgico, un tutto speciale, come l’Avvento, la Quaresima, il Tempo Pasquale, ecc. Vi domina completamente la celebrazione d’uno stesso mistero, e né le feste dei Santi che si susseguono in questa stagione, né l’occorrenza abbastanza frequente della Settuagesima con i suoi colori tristi, sembrano distrarre la Chiesa dal gaudio immenso che le hanno evangelizzato gli Angeli (Lc. II, 10) nella notte radiosa così a lungo attesa dal genere umano, e la cui commemorazione liturgica è stata preceduta dalle quattro settimane che formano l’Avvento. L’usanza di celebrare con quaranta giorni di festa o di memoria speciale la solennità della Nascita del Salvatore è fondata sul santo Vangelo stesso, che ci riferisce come la purissima Maria, trascorsi quaranta giorni nella contemplazione del dolce frutto della sua gloriosa maternità, si recò al tempio per compiervi, nell’umiltà più perfetta, tutto ciò che la legge prescriveva a tutte le donne d’Israele quando fossero diventate madri. La commemorazione della Purificazione di Maria è dunque indissolubilmente legata a quella della Nascita stessa del Salvatore; e l’usanza di celebrare questi santi e lieti quaranta giorni sembra risalire ad una remota antichità della Chiesa. Innanzitutto, per ciò che riguarda la Natività del Salvatore il 25 dicembre, san Giovanni Crisostomo, nella sua omelia su tale Festa, pensa che gli Occidentali l’avessero fin dall’origine celebrata in questo giorno. Si ferma anche a giustificare questa tradizione, facendo osservare che la Chiesa Romana aveva avuto tutti i modi di conoscere il vero giorno della nascita del Salvatore, poiché gli atti del censimento eseguito per ordine di Augusto in Giudea si conservavano negli archivi pubblici di Roma. Il santo Dottore propone un secondo argomento ricavato dal Vangelo di san Luca, facendo notare che, secondo lo scrittore sacro, dovette essere nel digiuno del mese di settembre che il sacerdote Zaccaria ebbe nel tempio la visione in seguito alla quale la sposa Elisabetta concepì san Giovanni Battista: donde consegue che la santissima Vergine Maria avendo essa pure, secondo il racconto dello stesso san Luca, ricevuto la visita dell’Arcangelo Gabriele e concepito il Salvatore del mondo al sesto mese della gravidanza di Elisabetta, cioè in marzo, doveva partorirlo nel mese di dicembre [Il più antico documento che ci permette di concludere che la festa di Natale era celebrata il 25 dicembre fin dal 336, è il calendario filocaliano redatto nel 354. E’ infatti poco dopo il Concilio di Nicea (325) che la Chiesa romana istituì una festa commemorativa della Nascita del Salvatore. Se gli storici moderni sono concordi nel dire che le date del 25 dicembre e 6 gennaio non sono basate su una tradizione storica, è legittimo pensare che la Chiesa le abbia scelte per qualche serio motivo]. – Le Chiese d’Oriente, tuttavia, non cominciarono se non nel quarto secolo a celebrare la Natività di Nostro Signore nel mese di dicembre. Fino allora l’avevano celebrata ora il 6 gennaio, confondendola, sotto il nome generico di Epifania, con la Manifestazione del Salvatore ai Gentili nella persona dei Magi, ora – secondo la testimonianza di Clemente Alessandrino – il 25 del mese Pachon (15 maggio), o il 25 del mese Pharmuth (20 aprile). San Giovanni Crisostomo nell’omelia che abbiamo citata, e che egli pronunciò nel 386, attesta che l’usanza di celebrare con la Chiesa Romana la Nascita del Salvatore il 25 dicembre datava appena da dieci anni nella Chiesa d’Antiochia. Questo cambiamento sembra essere stato intimato dall’autorità della Sede Apostolica, alla quale venne ad aggiungersi, verso la fine del quarto secolo, un editto degli Imperatori Teodosio e Valentiniano, che decretava la distinzione delle due feste della Natività e dell’Epifania. La sola Chiesa scismatica d’Armenia ha conservato l’usanza di celebrare il 6 gennaio il duplice mistero; e ciò senza dubbio perché quella nazione era indipendente dall’autorità degli Imperatori, e fu molto presto sottratta dallo scisma e dall’eresia agli influssi della Chiesa Romana [Anche Gerusalemme non conobbe che la festa del 6 gennaio, sino alla fine del IV secolo]. – La festa della Purificazione della Santa Vergine, che chiude i quaranta giorni di Natale, è una delle quattro più antiche feste di Maria: avendo fondamento nel racconto stesso del Vangelo, è possibile che sia stata celebrata fin dai primi secoli del Cristianesimo. – Ma per ciò che riguarda la Chiesa orientale, non vi troviamo definitivamente stabilita la festa del 2 febbraio se non sotto l’impero di Giustiniano, nel vi secolo [Gli studi recenti del Liturgisti hanno mostrato che questa festa cominciò a essere celebrata a Gerusalemme non il 2 febbraio, come lo fu più tardi a Roma, ma il 14 febbraio, quaranta giorni dopo la festa della Natività che gli Orientali celebravano il 6 gennaio. La Peregrinatio Sylviae (del 400 circa) rileva che la festa era celebrata nel 380 a Betlemme e a Gerusalemme nella basilica dell’Anastasi, con la stessa solennità di quella di Pasqua. La Cronaca di Teofane ci dice che fu introdotta a Costantinopoli, fra il 534 e il 542, e celebrata il 2 febbraio. Di qui passò a Roma. Il Liber Pontificalis indica che Sergio (687-701) istituì una litania per le quattro feste della Vergine (Purificazione, Dormizione, Natività e Annunciazione), donde si conclude che esistevano già, benché non si possa sapere da quando]. – Se ora passiamo a considerare il carattere del tempo di Natale nella Liturgia Latina, siamo in grado di riconoscere che questo tempo è dedicato in special modo alla letizia che suscita in tutta la Chiesa la venuta del Verbo divino nella carne, e particolarmente consacrato alle lodi dovute alla purissima Maria per l’onore della sua maternità. Questo duplice pensiero d’un Dio figlio e d’una Madre vergine si trova espresso ad ogni istante nelle preghiere e nelle usanze della Liturgia. – Così, nei giorni di Domenica e in tutte le feste che non sono di rito doppio, per l’intera durata di questi quaranta giorni, la Chiesa ricorda la feconda verginità della Madre di Dio, con tre Orazioni nella celebrazione del santo Sacrificio. Negli stessi giorni, alle Laudi e ai Vespri, implora il suffragio di Maria, proclamando altamente la sua qualità di Madre di Dio e la purezza inviolabile che resta in lei anche dopo il parto. Infine, l’usanza di terminare ogni Ufficio con la solenne Antifona del monaco Ermanno Contratto in lode della Madre del Redentore, continua fino al giorno stesso della Purificazione. – Queste sono le manifestazioni d’amore e di venerazione Con le quali la Chiesa, onorando il Figlio nella Madre, testimonia la sua religiosa letizia nella stagione dell’Anno Liturgico che designiamo con il nome di Tempo di Natale. – Tutti sanno che il Calendario Ecclesiastico contiene fino a sei domeniche dopo l’Epifania, per gli anni in cui la festa di Pasqua tocca i limiti estremi nel mese di aprile. I quaranta giorni dal Natale alla Purificazione racchiudono talvolta fino a quattro di queste domeniche. Spesso non ne contengono che due, e talvolta perfino una sola, quando l’anticipazione della Pasqua in alcuni anni costringe a far risalire a Gennaio là Domenica di Settuagesima, e anche quella di Sessagesima. Nulla tuttavia è stato innovato, come abbiamo detto, nei riti di questi lieti quaranta giorni, fuorché il colore viola e l’omissione dell’Inno angelico, nelle domeniche che precedono la Quaresima.La santa Chiesa onora, per tutto il corso del Tempo di Natale, con una religiosità particolare, il mistero dell’Infanzia del Salvatore.Ma quando il corso del Calendario, anche negli anni in cui la festa di Pasqua è più inoltrata, dà meno di sei domeniche per la celebrazione dell’intera opera della nostra salvezza, cioè dal Natale alla Pentecoste, obbliga la stessa Chiesa ad anticipare, nelle letture del Santo Vangelo, i fatti della vita attiva di Cristo. La liturgia non resta tuttavia meno fedele nel ricordarci le bellezze del divino Bambino e la gloria incomunicabile della Madre sua, fino al giorno in cui verrà a presentarlo al tempio.I Greci fanno anche, nei loro Uffici, frequenti Memorie della maternità di Maria, per tutto questo tempo; ma hanno soprattutto una speciale venerazione per i dodici giorni che vanno dalla festa di Natale a quella dell’Epifania: periodo designato nella loro Liturgia sotto il nome di Dodecameron. In questo periodo, essi non osservano alcuna astinenza dalla carne; e gli Imperatori d’Oriente avevano perfino stabilito che, per il rispetto dovuto a un sì grande mistero, fossero proibite le opere servili, e i tribunali stessi vacassero fino al 6 gennaio.Queste sono le particolarità storiche e i fatti positivi che servono a determinare il carattere speciale di quella seconda parte dell’Anno Liturgico che designiamo con il nome di Tempo di Natale. Il capitolo seguente svolgerà le intenzioni mistiche della Chiesa, in questo periodo così caro alla pietà dei suoi figli.

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Per il giorno di Natale e ottava

[da Manuale di Filotea, del sac. G Riva, XXX ed. Milano 1888 – imprim.]

I. Vi adoro umiliato nel Presepio, o vero Angelo del gran Consiglio che colla vostra misericordia conciliaste così bene la misericordia di cui eravamo noi bisognosi, colla soddisfazione dovuta alla divina Giustizia. Deh! per tanta vostra bontà, fate che vi siamo sempre riconoscenti per così gran beneficio, e non rinnoviamo mai col peccato la causa delle vostre umiliazioni. Gloria.

II. Vi adoro nel Presepio come nell’altare del vostro sacrificio, o vero Agnello di Dio, che vi addossaste spontaneamente tutte le pene dovute ai peccati di tutti gli uomini. Deh! per tanta vostra bontà, accordate a noi tutti il perdono di tutte quante le nostre colpe, e dateci la grazia di vivere in tal maniera che la nostra vita si possa dire un continuo sacrificio per Voi. Gloria.

III. Vi adoro nascosto nel Presepio, o vera Luce del mondo che sceglieste di nascere fra le tenebre della notte per indicare lo stato in cui si trovano gli uomini senza di Voi, e il comun loro bisogno d’essere da Voi illuminati. Deh! per tanta vostra bontà, diradate le tenebre della nostra mente, onde non apprendiamo giammai per veri i falsi beni, e corriamo sempre verso la luce delle vostre sante ispirazioni. Gloria.

IV. Vi adoro umiliato nel Presepio, o vero Principe della pace, che, nascendo al mondo in quel tempo in cui sotto il dominio d’Augusto, erano dappertutto cessate le turbolenze e le guerre, voleste farci conoscere i preziosi effetti della vostra venuta fra noi. Deh! per tanta vostra bontà, fate che noi sempre godiamo i frutti di quella pace che Voi portaste nel mondo, pace con Voi per mezzo della fede e dell’osservanza della vostra santa legge, pace col prossimo con un compatimento sincero di tutti i suoi mancamenti, pace con noi stessi con un costante signoreggiamento de’ disordinati nostri appetiti. Gloria.

V. Vi adoro nel Presepio, o divino Infante, che siete per tutti gli uomini la Via, la Verità e la Vita; la Via coi vostri precetti, la Verità coi vostri esempi, la Vita per il premio che ci tenete preparato nel cielo. Deh! per tanta vostra bontà, fate che noi osserviamo esattamente i vostri precetti, imitiamo fedelmente i vostri esempi, affinché dopo avervi seguito come Via, e imitato come Verità in questa valle di lacrime, meritiamo di godervi come Premio nell’eternità dei Beati. Gloria.

VI. Vi adoro nel Presepio, come in cattedra di divina sapienza, o Maestro infallibile d’ogni virtù, che vi metteste in stato di tanta pena e di tanta umiliazione per farci conoscere la vera strada che conduce alla vita. Deh! per tanta vostra bontà, concedeteci di amare costantemente, a vostra imitazione, le umiliazioni e i patimenti, e di non gloriarci mai d’altro che di esser vostri discepoli, crocifissi insieme con voi in tutto il tempo di nostra vita. Gloria.

VII. Vi adoro nascosto nel Presepio, o unica Porta del Cielo che sosteneste con tanta pazienza gli incomodi della povertà, i rigori delle stagioni e le scortesie degli uomini, per insegnarci la vanità di tutti i beni del mondo. Deh! per tanta vostra bontà come già accoglieste le offerte dei poveri pastori, così gradite l’offerta che vi facciamo di noi stessi; e fate che, vivendo sempre stranieri a tutte le mondane delizie, non ci allontaniamo giammai da Voi, che siete il solo che può introdurci nel gaudio eterno del Paradiso. Gloria.

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Orazione a Gesù Bambino.

Venite in me, o divin Salvatore; degnatevi di nascere nel mio cuore. Fate che, istruito dal vostro esempio, ed aiutato dalla vostra grazia, io sia povero di spirito, umile di cuore, come straniero sopra la terra, mortificato ed obbediente, come foste Voi nella vostra mangiatoia. Voi, o divin Gesù, vi siete fatto Bambino, affinché io possa divenire uomo perfetto. Avete sofferto di esser involto tra le fasce, affine di sciogliere l’anima mia da tutti i lacci del peccato. Avete voluto giacere in una stalla per ammettermi al vostro altare nel tempo, ed alla vostra gloria nell’eternità. – Voi scendeste fino in terra per innalzar me sino al cielo. Voleste esser rifiutato da Betlemiti per assicurare a me un cortese accoglimento nel vostro regno. Non voleste altra compagnia che quella di due ammali per meritare a me il consorzio dei Santi e degli Angeli in Paradiso. Finalmente Voi vi siete reso debole per fortificarmi, povero, per arricchirmi, umile par esaltarmi, soggetto a tutti i patimenti per liberarmi da tutti i mali e procurarmi tutti i beni. Fate, o Signore, che tali grazie non divengano, per difetto della mia corrispondenza altrettanti titoli di condanna per me; ma fate piuttosto che, approfittandone fedelmente mi assicuri il possesso di quella gloria che fu l’unico scopo, non solo della vostra incarnazione, ma ancora di tutta la vostra passione o della vostra morte. Cosi sia.

SULLA FESTA DEL NATALE

SULLA FESTA DEL NATALE

[Il Manuale di Filotea, del Sac. Giuseppe Riva, XXX ed. Milano 1888]

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Giovanni Grisostomo, nella Omelia 31, non credeva di esagerare chiamando il Natale la festa la più venerabile di tutte, perché in essa si ricorda il gran prodigio aspettato da tutti i secoli, il parto di una Vergine predetto da Isaia, l‘annientamento del divin Verbo sotto le spoglie dell’uomo, figurato da Elia e da Eliseo quando si annichilarono in modo da adattare le proprie membra a quelle di un bambino defunto per restituirgli la vita col proprio alito. Di qui è che dal compimento di questo mistero, vero principio della nostra salute, cominciò un’Era del tutto nuova, ond’è che abbandonato il computo antico, si contò per anno primo della nuova epoca quello della nascita del Redentore, e si continuerà fino alla fine del mondo a partire da tal punto per contar gli anni. L’importanza di questa Festa fu sì ben conosciuta fin dal principio, che il Grisostomo la dice manifesta e celebre in tutto il mondo fin dai primordi del Cristianesimo. E ciò tanto è vero, che s. Gregorio Nazianzeno, s. Basilio, s Ambrogio, e molti altri, ci fan sapere com’era antico e universale tra ì fedeli il costume di accostarsi in questo gran giorno alla SS. Eucaristia. E fu poi così comune la pratica di comunicarsi al Natale, che il Concilio Toledano, al cap. 13, dichiarò non computabile fra i cristiani chi non si comunicasse in tal giorno Qui in natali Domini non comunicaverunt, catholici non credantur, nec inter Catholicos habeantar. Le particolarità poi tutte proprie di questo mistero e di questa Festa ci mostrano abbastanza il gran conto che sempre se ne è fatto. Esse meritano tutta la nostra attenzione. Scorriamole quindi ad una, sebbene con la massima brevità.

LA VIGILIA.

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Preso nello stretto suo senso, la Vigilia è il vegliare in preghiera la notte antecedente alla festa, il che facevasi sempre nei primi tempi da tutti i fedeli insieme col vescovo, come si sa aver fatto S.Ambrogio nella basilica di Fausta, quando il giorno appresso dovevansi ivi collocare solennemente i due martiri s. Protaso e s. Gervaso. Così considerate le vigilie, quella di Natale è la sola che siasi sempre conservata, dacché oltre la Messa che è stabilita per la mezzanotte, in varie chiese, come in Bergamo, in Roveredo, in Venezia, in Roma ve n’ha una che si celebra alla stessa sera della Vigìlia. Se poi per Vigilia intendiamo tutto il giorno antecedente santificato dalla preghiera e dal digiuno, quella di Natale fu sempre praticata come quella di Pasqua, di Pentecoste, e nei primi tempi anche quella dell’Epifania. Quindi si sa che S. Agostino depose dal suo officio un sacerdote perché nella Vigilia del Natale fu trovato a cenare lautamente in una casa privata; e San Gregorio Turonese ci parla d’un speciale castigo mandato da Dio ad un certo Eparchio, per aver profanata questa Vigilia. In questa Vigilia ogni 25 anni, si fa dal Papa l’apertura della Porta Santa per dar cominciamento al gran Giubileo dell’Anno Santo che finisce colla Vigilia dell’anno susseguente.

LE TRE MESSE.

Il sommo Pontefice S. Telesforo fino dall’anno 142 comandò la celebrazione di una Messa alla Mezzanotte, d’un’altra all’Aurora, e di una terza all’ora solita in vicinanza del Mezzo giorno. La prima ricorda la nascita temporale di Presepio di Betlemme. La seconda la sua manifestazione ai Pastori e la sua nascita spirituale nell’anima dei fedeli. La terza la sua eterna generazione nel sen del Padre fra gli splendori della gloria. Queste tre Messe sono anche originate ad onorare distintamente le Tre Persone della ss. Trinità che concorsero in questo mistero. Il Padre perché amò talmente il mondo da mandar in terra per la nostra salute il proprio divino Unigenito. Il Figliuolo perché spontaneamente si assoggettò al decreto del Padre, e si compiacque di pagare con i propri patimenti ì debiti di tutta la Umanità. Lo Spirito Santo perché concorse col proprio adombramento ad operare in Maria la incarnazione del divin Verbo, senza il più piccolo nocumento della sua immacolata verginità.Se le tre Messe sono obbligatorie per tutte le catterali e a tutti i sacerdoti è permesso di celebrare seguentemente l’una dopo l’altra conservando il digiuno lino alla terza, in cui solo devono fare la purificazione; l’obbligo che incombe ai fedeli non è che di ascoltarne una sola, la quale può essere tanto la prima, quanto la seconda, o la terza, essendo tutte e tre vere messe. Se la pietà insinua come doveroso in tal giorno l’ascoltamento di 3 Messe, bisogna ricordarsi che sono in inganno coloro che non solamente credono necessario l’udir tre Messe, ma credono anche che sia dovere l’ascoltarle tutte e tre da un solo sacerdote. – Le tre Messe del Natale devono inspirarvi un impegno straordinario di glorificare il Signore, colla pietà più distinta, dacché il Signore più frequentemente che in ogni altro giorno dell’anno rinnova per noi il suo Sacrificio sopra gli altari. Conobbe assai bene la grandezza di questa distinzione quel famoso Umberto di Romano, che fu il quinto Generale dei Frati Predicatori. Rinunziato il Principato di Filippo Valesio Re di Francia, e vestito l’abito di S. Domenico, volle ricevere gli Ordini Maggiori nelle tre messe del Santo Natale. Quindi nella prima fu fatto soddiacono, nella seconda diacono, e nella terza celebrata da Papa Clemente V, il quale allora si trovava in Lione, fu fatto sacerdote. Corrispose poi cosi bene a una sì grande estinzione che fu uno dei primi luminari dell’Ordine, così per scienza come per pietà. Basta il dire che compose uno sterminato numero di opere, e dopo nove anni, cioè nel 1263, per solo umiltà rinunziò il Generalato, ricusando invincibilmente il patriarcato di Gerusalemme, e visse così santamente che molti lo qualificarono per Beato

LA DISPENSA DAL MAGRO.

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Perchè al tripudio dello spirito si aggiungesse anche quello del corpo, Onorio III, essendo al papato nel 1216, accordò ai fedeli il permesso di mangiare di grasso, qualunque fosse il giorno in cui capitasse il Natale, eccettuando però da questa dispensa chi per voto speciale è obbligato a mangiar sempre di magro, come i Certosini, i Paolotti, ecc.

IL LUOGO DELLA NASCITA.

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A differenza di tutti gli altri bambini che non possono mai scegliere il luogo della lor nascita, Gesù Cristo nostro Signore se lo scelse da sé stesso: Michea aveva predetto che il Messia sarebbe nato a Betlemme Ora a mandare a compimento codesto oracolo, Iddio dispose che, per ordine dato da Augusto, che tutti i suoi sudditi avessero a farsi inscrivere nel luogo di loro provenienza, Maria con Giuseppe, come discendenti di Davide, il quale era nato a Betlemme, dovessero partire da Nazaret per recarsi a questa piccola città della Giudea, distante da Nazaret circa 100 miglia. Però, non trovando ivi alloggio né nelle case private, né nei pubblici alberghi, uscirono dalla città, e si ricoverarono in una capanna che serviva da ricovero agli animali nel caso di trovarsi sorpresi da qualche intemperie. Ivi, venuta l’ora segnata negli eterni decreti, venne alla luce il Messia che, involto fra poveri panni fu reclinato nel presepio, cioè nella mangiatoia. Queste circostanze furono ordinate a far conoscere: 1° Che il Cristo discendeva da Davide dalla cui stirpe, secondo le promesse, doveva nascere il Messia, 2. Che Michea aveva detto la verità quando si fece ad esclamare. “Tu, o Betlemme, non sei più la minima tra le città della Giudea, giacché dal tuo territorio uscirà Colui che sarà il supremo condottiero del popolo di Dio, 3°. Che il Messia veniva per combattere tutti i pregiudizi del mondo, preferendo la povertà, alle ricchezze, l’umiliazione alla gloria, i patimenti ai piaceri.

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RIGUARDO ALLA NASCITA.

Riguardo allo stato politico era il tempo della pace universale dacché Augusto, finite tutte le guerre, aveva tutto il mondo allor conosciuto obbediente ed ossequioso al proprio scettro. Quest’epoca era la più conveniente per dare una giusta idea di Colui che i Profeti avean detto Principe della Pace, e che non per altro veniva al mondo che per portare a tutti gli uomini la vera Pace, insegnando loro a domare tutte le proprie passioni che tengono l’uomo sempre in guerra con sé medesimo, non men che con Dio e con i propri simili. Riguardo al Mese, fu il Dicembre, e precisamente al cominciare del giorno 25. E ciò con divina sapienza. Siccome in quest’epoca il giorno ha finito di accorciarsi, e comincia a crescere, così dessa era opportunissima a rappresentare Colui che veniva per far spuntare sul mondo la luce della verità e della Grazia che doveva andare crescendo fino alla fine dei secoli. L’ora poi della mezzanotte in cui le tenebre sono più fitte, e il mondo è tutto in silenzio, era ordinato ad indicare: 1°. Che le tenebre dell’ignoranza e della iniquità cui il Messia veniva a dissipare, erano arrivate al loro colmo, e che fino da quel momento cominciavano a dissiparsi. 2.° Che Iddio vuol la quiete per comunicarsi agli uomini colla sua grazia, 3°. Che nel fare le opere nostre, per quanto sante e vantaggiose, dobbiamo cercare il più che è possibile di non esser veduti da alcuno.

I PRODIGI AVVENUTI NELLA NASCITA,

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Appena venne al mondo il Messia, che un coro di Angeli disceso sulla capanna fe’ risuonare tutta l’aria di quel bellissimo cantico “Gloria a Dio nel più alto de’ cieli, e Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Un Angelo apparve ai pastori veglianti sul loro gregge, nei dintorni di Bethlemme, annunciando loro la nascita del Salvatore, ed invitandoli a recarsi alla sua capanna per presentargli i proprii ossequi. Una stella di nuova luce apparve nel cielo nelle parti dell’Oriente e servì di Guida ai Re Magi per condurli all’adorazione del Messia, che, giusta l’oracolo di Balaam, sarebbe nato allora appunto che un astro di splendore non più veduto sarebbe comparso nel cielo.

ONORI AL PRESEPIO DI CRISTO,

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Per cancellare ogni idea di Cristianesimo in Oriente, l’imperatore Adriano fece innalzare la statua dell’idolo Adone nel luogo in cui era stato adagiato bambino il Re dei Vergini. Ma dopo 100 anni, finite le persecuzioni, data da Costantino la pace alla Chiesa, S. Elena di lui madre fece atterrare quest’idolo, cambiò la capanna in un tempio, e al luogo del Presepio fece erigere un suntuoso altare. D’allora in poi fu sempre in grandissima venerazione, e ai suoi piedi si videro ì personaggi più eccelsi, fra cui meritano speciale memoria l’ìmperatrice Agnese tanto lodata da san Pier Damiani, e santa Brigida principessa di Svezia. In questo luogo santissimo fissò la propria dimora, e vi divenne modello d’ogni virtù il gran dottore S. Girolamo, il cui esempio venne imitato, dietro i suoi inviti dalle famose dame di Roma, santa Eustochia e santa Marcella. – Eretto poi in Roma, sotto del papa Liberio, un magnifico tempio a Maria sopra del monte Esquilino, su cui era caduta la neve il 5 Agosto, dall’ Oriente fu quivi trasportata la santa mangiatoia che si adorava in Betlemme, e quindi si chiama quella Chiesa Santa Maria del Presepio, la quale è poi quella stessa che si denomina Santa Maria Maggiore, ove insieme col Presepio di Cristo, fu trasportato anche il corpo di San Girolamo che ne fu il più distinto veneratore.

IL COSTUME DI FARE IL PRESEPIO.

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San Francesco d’Assisi, per disposizione del cielo, nacque in una stalla, dacché la sua madre Pica, travagliata dai dolori del parto, senza mai riuscire a sgravarsi, si sgravò subito felicemente appena fu portata dentro una stalla, secondo l’avviso che venne a dargliene uno sconosciuto mendico accostatosi all’uscio della sua casa a chieder limosina mentre ella trovavasi in quel travaglio. Fatto adulto questo gran Santo, ebbe sempre una devozione particolare a Gesù Bambino, che come lui era nato in un presepio; e per meglio soddisfare la sua devozione, mentre trovavasi in un romitaggio della selva detto il Greco, gli venne in mente di rappresentare al vivo il mistero della nascita del Redentore, per eccitare al fervore tutti i devoti abitanti di quella remota campagna. E perché la sua invenzione non fosse disprezzata come leggerezza, ne chiese prima licenza al Papa e, ottenutala, costrusse una capanna, v’introdusse un bue ed un asino, dispose bene la mangiatoia, e pieno di fede, chiese al Signore che pensasse Egli a dargli il Bambino. La sua preghiera fu esaudita, poiché nel medesimo istante Gesù Cristo, in figura di grazioso bambino, comparve a riposare su quelle paglie, che divennero subito portentose al risanamento d’ogni male appena venivano applicate. Sparsa la notizia del gran prodigio, si universalizzò ancora il costume di rappresentar col Presepio il gran mistero della nascita del Redentore, e sono infiniti ì prodigi che si operarono a pro di coloro che si mostrarono per tal modo devoti di Gesù Bambino. Il costume dunque di far il Presepio con distinti gruppi di ligure tutte atteggiate a devozione, quali avviantisi, quali ritornanti, e quali arrestantisi alla capanna ed afferentevi diversi doni, e festeggianti il gran prodigio coi propri musicali strumenti, è assai più stimabile di quel che si pensa, perché vanta fin dal principio l’approvazione del Sommo Pontefice ed il Papa Innocenzo IX, colla Bolla 27 Marzo 1687 approvò formalmente un Ordine Religioso che si chiamava dei Frati Bethlemitici, perché sopra del proprio abito, simile a quello dei Cappuccini, portano sempre una gran medaglia in cui è rappresentato il mistero della Nascita di Gesù nel Presepio. Quest’ordine, istituito nel 1653 da un piissimo uomo delle Canarie, per nome Pietro Betancour di S. Giuseppe, si consacra al servizio degli ospedali del nuovo mondo, specialmente nel Messico ed in Angelopoli, professando ì suoi religiosi la regola del gran padre S. Agostino.

GRANDI FATTI ACCADUTI NEL DÌ DI NATALE.

Questo giorno solennissimo per la Religione divenne in progresso anche celebre per la storia perocché nel dì di Natale Ottaviano Augusto emanò un editto con cui proibiva di dargli come in passato, il titolo di Signore. S. Ambrogio, circa l’anno 395 riconciliò con la Chiesa l’imperator Teodosio. Clodoveo, primo re cristiano di Francia, nel 496 ricevette il Battesimo in Reims dalle mani di S. Remigio, Bonifacio V, nel 617 fu consacrato Papa. Carlo Magno, nell’ 800 fu coronato imperatore dal Papa Leone III, e cosi venne a ristabilirsi l’impero d’Occidente. Ricevettero pure la imperiale corona di Natale dal papa Giovanni VIII, nell’876, Carlo il Grosso, da Giovanni XII, nel 936, Ottone il Grande; da Clemente II nel 1047, Enrico III. Il Duca Costanzo XII, nel 1060, fu eletto imperatore dell’Oriente. Guglielmo duca di Normandia, vinto Eraldo, fu nel 1066 coronato re d’Inghilterra, e stabili la nuova dinastia che dura tuttora. Balduino III figliuolo di Fulcone nel 1441, fu coronato re di Gerusalemme Michele Paleogolo nel 1258, fu coronato imperatore d’Oriente. Innocenzo IV, due anni dopo il Concilio generale di Lione, cioè nel 1247, mentre col re di Francia passava per Cluny, diede ai cardinali la distinzione che, decretata loro dal Concilio medesimo, hanno invariabilmente ritenuto la distinzione cioè del Cappello rosso all’intento di ricordar loro il grand’obbligo di esser disposti di versare anche il sangue per la difesa della Fede e del Romano Pontificato.

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A CONCLUSIONE

Abbiate adunque grande premura di festeggiare con molto fervore il Santo Natale di Cristo, che S. Gregorio Nisseno chiamava la festa delle feste. Tenetevi sempre cara la rappresentazione di Gesù nel presepio. Meditate le virtù praticate da Gesù Cristo. nella sua nascita, e sforzatevi di ricopiarle in voi stesso tenendo sempre davanti agli occhi la gran sentenza dell’Evangelio: “se non diventerete piccoli come ì bambini, non entrerete mai nel regno de’ cieli”.

L’Aspettazione della Santa Vergine.

Un’antica tradizione di Toledo per contemplare i Desideri di Maria negli ultimi otto giorni di Avvento

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Nel secolo VII il santo Papa Martino I confermò con Decreto uno stabilimento della chiesa di Toledo che da tempo immemorabile celebrava la Festa dell’Aspettazione il diciotto di dicembre, otto giorni prima del Natale. In seguito Sant’Ildefonso difese e propugnò questa tradizione dandole il titolo di Aspettazione del Parto della Santa Vergine. Così il vescovo della città spagnola voleva fare intendere ai suoi fedeli che, quantunque durante tutto il tempo dell’Avvento dovessero anelare ardentemente con la Chiesa la Nascita del Signore, la loro premura e i loro desideri per il Parto sacro della Vergine dovevano essere raddoppiati in questi otto giorni. Il culto dell’Aspettazione, poi detto anche dei Desideri di Maria, si diffuse in tutta la Spagna, passò in Francia e in Italia. In Messico “Nuestra Señora de la Expectación” è venerata nell’antica cattedrale di Zapopan ed è all’origine del cattolicesimo in quella terra. In Spagna la Vergine dell’Aspettazione si celebra per uno spazio di otto giorni con grande pietà. Ogni giorno si dice una Messa solenne alla quale assistono le donne gravide. La festa è stata sempre mantenuta in Spagna ed è stato approvata per Toledo nel 1573 da Gregorio XIII come “doppio” maggiore, senza ottava. La chiesa di Toledo ha il privilegio (approvato 29 Aprile 1634) di celebrare questa festa, anche quando essa cade nella quarta Domenica di Avvento. – Proponiamo qui di seguito un testo spirituale nel quale il padre domenicano Sante Pascucci rifletteva nell’anno 1750 sulla magnificenza e sui doni dei Desideri di Maria: in attesa con tutta la Chiesa del divino Parto. – “Avvicinandosi il compimento de’ novi Mesi di gravidanza della S.S. Vergine; ella, che sempre era stata in aspettazione del suo Parto, cominciò a vivere più che mai anelante di darlo in luce pur, una volta, sì per rispetto di Gesù; acciò terminassero quelle incomodità, e que’ patimenti, che sosteneva nell’oscura e stretta prigione del suo Ventre; sì per rispetto degli Uomini, acciò entrassero anch’essi in parte d’un tanto dono; e tutti ne godessero beneficio; giacché s’era incarnato appunto per tutti; sì finalmente per rispetto proprio, acciò potesse vagheggiare la di Lui bellissima faccia, stringerLo amorosamente al seno; affettuosamente baciarLo; e godendo della sua esteriore presenza impiegarsi tutto giorno in di Lui servigio. Da tali desiderj infiammata, ben può credersi, che ad ogni tratto seco parlasse col cuore, e gli dicesse: quando sarà, o Figlio, quell’ora, quando giungerà quell’istante, in cui vi vegga fuori attaccato al petto di me vostra dilettissima Madre? Mio bene, a che tardate; mia vita a che tanti indugi? Mio amore, a che più dimore? Ah che gli occhi miei si struggono, per voglia di vedere il vostro bel volto. Ah che le mie braccia anelano di stringervi a questo seno. Ah che le mie mani son avide d’accarezzarvi, i miei labbri di baciarvi, le mie orecchie di udirvi, le mie poppe d’allattarvi. Così approssimandosi sempre più l’ora del parto, crescevano maggiormente in Maria non i dolori, non le convulsioni, compagne ordinarie degli altri parti; ma gli ardori dei desiderj col fervore delle preghiere, e con l’intenzione degli abiti virtuosi: sin che giunse quel momento, in cui questo benedetto frutto di vita dolcissimamente si staccò dall’Albero: diventando la Vergine compitamente Madre; e restando nella sua Verginità illibata. Or in memoria di ciò fu istituita, al tempo del Sommo Pontefice Martino primo, nel Concilio decimo Toletano, questa Festa chiamata de’ Desideri di Maria, o dell’aspettazione del Parto della Vergine. E perché indi a diecissette anni, essendo contraddetta da alcuni nella Spagna, venne difesa da Idelfonso: questi ne fu dall’istessa Vergine, per ricompensa, adornato d’un candido manto. Ad oggetto poi che si celebrasse più perfettamente, fu altresì istituita, in riverenza de’ nove Mesi della gravidanza dell’istessa Vergine, una Novena di giorni, la quale serva insieme per apparecchio della Festa del S. Natale. Né andò guari, che principiata nella Spagna, largamente si propagò negli altri Regni Cattolici, e specialmente nella nostra Italia, con non ordinario frutto de’ Fedeli”. – La festa del 18 dicembre è stata comunemente chiamata, anche nei libri liturgici, “S. Maria della “O”, perché in questo giorno i chierici del coro dopo i Vespri emettono un forte e prolungato “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore. Questa festa e la sua ottava erano molto popolari in Spagna, dove la gente ancora lo chiama “Nuestra Señora de la O”.

 

NOVENA DI NATALE

Novena liturgica del Santo Natale

[ATTENZIONE, ATTENZIONE!

questa pagina è altamente SCONSIGLIATA ai NEMICI DEL PRESEPE, che avvisiamo pertanto subito consigliando loro: VADE RETRO sATANA!]

[La novena fu composta dal P. Antonio Vacchetta, prete della Missione della Provincia di Torino nel 1720, su ispirazione della Marchesa Mesmes di Marolles]

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Invitatorio e profezie

1. – Regem ventùrum Dominum, – venite adoremus. [Il coro ripete ad ogni antifona: Regem ventùrum, etc.] [1. Venite, adoriamo il Re che sta per venire ed è il Signore].

2. – Jucundàre, filia Sion, – et exùlta satis, filia Jerusalem. – * Ecce Dominus véniet, – et erit in die illa lux magna, – et stillabunt montes dulcedinem, – * et colles fluent lac et mel, – quia veniet Prophéta magnus,  et ipse renovàvit Jerusalem. [2. Gioisci, o Sion, ed esulta, o Gerusalemme! [Ecco: verrà il Signore e in quel giorno vi sarà una grande luce, i monti stilleranno dolcezza e dalle colline scorreranno latte e miele, perché verrà il grande Profeta ed Egli rinnoverà Gerusalemme].

3. – Ecce véniet Deus, – et Homo de domo David sedére in throno, * et vidébitis, – et gaudébit cor vestrum. [3. Ecco verrà Dio che dalla casa di Davide siede sul trono. Voi Lo vedrete e il vostro cuore ne gioirà].

4. Ecce véniet Dóminus, protéctor noster, Sanctus Israel, – coronam regni habens in càpite suo * et dominàbitur a mari usque ad mare, – et a flùmine usque ad términus orbis terràrum. [4. Ecco verrà il Signore, nostro protettore, il Santo d’Israele con la corona regale sul à capo e dominerà da un mare all’altro e dal fiume sino ai confini della terra].

5. Ecce apparébit Dóminus, et non mentiétur: * si moram fécerit, – exspécta eum, * quia véniet et non tardàbit. [5. Ecco apparirà il Signore e non ingannerà! Se tarda, aspettalo; perché verrà e non tarderà].

6. Descéndet Dóminus sicut plùvia in vellus, – oriétur in diébus éjus justitia – et abundàntia pacis, * et adoràbunt eum omnes Reges terra?, – omnes gentes sérvient ei. [6. Il Signore scenderà come pioggia sull’erba; ai giorni suoi fiorirà la giustizia e abbonderà la pace; tutti i re della terra Lo adoreranno* e tutte le genti Lo serviranno].

7. Nascétur nobis pàrvulus, et vocàbitur Deus fortis; * ipse sedébit super thronum David patris sui, – et imperàbit: * cujus potéstas super hùmerum éjus. [7. Ci nascerà un fanciullo e sarà chiamato Dio forte. Siederà sul trono del suo antenato Davide, e regnerà, e avrà su di sé ogni potere].

8. Béthlehem civitas Dei summi, – ex te éxiet Dominator Israel, * et egresses éjus sicut a principio diérum æternitatis, – et magnificàbitur in medio universæ terræ, – et pax erit in terra dum vénerit. [8. Betlemme, città del Dio altissimo, da te uscirà il Dominatore d’Israele, la cui origine risale all’eternità; sarà glorificato in tutto il mondo e quando verrà porterà la pace sulla nostra terra].

La Vigilia di Natale si aggiunge la seguente profezia:

Crastina die delébitur iniquitas terræ – et regnabit super nos Salvator mundi, [9. Domani sarà distrutta l’iniquità sulla terra e su noi regnerà il Salvatore del mondo].

.10 – Prope est iam Dominus – Coro: Venite adoremus.  [10. Il Signore è ormai vicino. R. Venite, adoriamo].

Læténtur cæli

Lætentur cæli, et exsultet terra: * iubilàte montes, laudem

làudem. Erumpant montes jucunditatem, * et colles justitiam.

Quia Dóminus noster veniet * et pàuperum suorum miserébitur.

Rorate, cæli, désuper, et nubes plùant iùstum: *operiatur terra, et gérminet Salvatórem.

Memento nostri, Dómine, * et visita nos in Salutari tuo. Salutari tuo.

Osténde nobis, Dòmine, misericórdiam tuam, * et salutare tuum da nobis.

Emitte Agnum, Dòmine, dominatórem terræ * de petra deserti ad montem filiæ Sion.

Veni ad liberàndum nos, Dòmine, Deus virtùtum, * osténde fàciem tuam, et salvi érimus.

Veni, Dòmine, visitare nos in pace, * ut Lætémur coram te corde perfécto.

Ut cognoscàmus, Dòmine, in terra viam tuam, * in òmnibus géntibus salutare tuum.

Excita, Dòmine, poténtiam tuam, et veni, * ut salvos fàcias nos.

Veni, Dòmine, et noli tardare, * relàxa facinora plebi tuæ.

Utinam dirùmperes cælos, et descénderes: * a fàcie tua montes deflùerent.

Veni, et osténde nobis faciem tuam, Dòmine, * qui sedes super Cherubim.

Gloria Patri… 

[Si rallegrino i cieli esulti la terra; cantate, o monti, giubilando, le lodi di Dio. – Prorompano i monti in grida di allegrezza, cantino i colli la divina Giustizia. – Perché il Signor Nostro verrà, e avrà pietà dei suoi poverelli. – Stillino rugiada i cieli, e le nubi piovano il Giusto; s’apra la terra e germini il Salvatore. – Ricordati di noi, o Signore, e visitaci per mezzo del tuo Salvatore. Mostraci, o Signore la tua misericordia, e dacci il tuo Salvatore. – Manda, o Signore, l’Agnello che regni sulla terra, dalle pietre del deserto al monte Sion. – Vieni a liberarci, Signore, Dio delle virtù; mostraci la tua faccia e saremo salvi. – Vieni a visitarci in pace, per rallegrarci con Te con cuore perfetto. Acciocché conosciamo in terra la tua via, e in tutte le genti il tuo Salvatore. – Si svegli, o Signore la tua potenza e vieni a salvarci. – Vieni, Signore, e non tardare, perdona le colpe del tuo popolo. – Oh, s’aprano i cie1i e scenda il Signore! Al suo cospetto si scioglieranno i monti. – Vieni, e mostraci la tua faccia, o Signore, che siedi sui Cherubini. Gloria al Padre…].

Capitolo (lo recita il celebrante)

Præcursor prò nobis ingréditur Agnus sine maàcula secùndum órdinem Melchisedech, Pontifex factus in ætérnum et in sæculum sæculi. Ipse est Rex iustitiæ, cùjus generàtio non habet finem. R. Deo Gratias.

Inno

[Le due prime strofe sono la la e la 3a dell’inno di Lodi d’Avvento (sec. V), scritto dapprima in poesia tonica e ridotta dalla riforma di Urbano VIII in dimetri giambici. Le altre tre sono la 2a, 3a e 4a dell’Inno di Lodi del Natale di Sedulio (sec. IV-V)].

 

En clara vox redàrguit

obscura quæque, pérsonans:

procul fugéntur somnia:

ab alto Jesus promicat.

En Agnus ad nos mittitur

laxàre gratis débitum:

omnes simul cum lacrimis

precémur ìulgéntiam.

Beatus Auctor sæculi

servile corpus induit:

ut carne carnem liberans,

ne perderet quos cóndidit.

Castæ Paréntis viscera

cæléstis intrat gràtia:

venter puéllæ bàiulat secréta,

quæ non nóverat.

Domus pudici péctoris

templum repènte fit

Dei: intàcta nésciens

virum concépit alvo

Filium.

Deo Patri sit glòria,

eiùsque soli Filio, cum

Spiritu Paràclito in

sæculórum sæcula.

Amen

[Alta fra dense tenebre Voce suonar s’intende; Su, genti, su, destatevi; Gesù dall’alto splende. Da nostre colpe a scioglierci, scende l’Agnel di Dio; Suvvia perdon chiediamogli con cuor pentito e pio. Per noi l’autor de’ secoli veste l’umane spoglie, E fatto uom ci libera dalle tartaree soglie. – Entro le caste viscer di Verginella ignara –

Dall’alto l’ineffabil Mistero si prepara. – Tempio di Dio, Vergine, nel sen concepe un Figlio, Né si scolora o sfrondasi il verginal suo giglio. – Al sommo Iddio gloria. Sia gloria al suo Figliuolo; Sia gloria al Santo Spirito – Sia gloria a Dio che è uno solo.

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Antifone maggiori per i nove giorni

16 Dic. Ecce véniet Rex Dóminus terree, et ipse àuferet iùgum captivitàtis nostree.

[Ecco verrà il Re e Salvatore della terra, e ci libererà dal giogo della nostra schiavitù.]

17 – O Sapiéntia, quæce ex ore Altissimi prodisti attingens a fine usque ad finem, fórtiter, suaviter que dispónens omnia, veni ad docéndum nos viam prudéntiæ.

[O Sapienza, proferita dalla bocca dell’Altissimo, cheabbracci cin la tua potenza l’universo e soavemente disponi ogni cosa, vieni ad insegnarci la via della prudenza]

18 – O Adonài, et Dux domus Israel, qui Móysi igne flammæ rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti, veni ad rediméndum nos in bràchio exténto.

[O Signore e Guida della casa d’Israele, Tu che apparisti a Mosè nel roveto ardente e gli desti la legge sul monte Sinai, vieni a redimerci dispiegando la tua forza]

19 – O radix Jesse, qui stas in signum populórum super quem continébunt reges os suum, quem gentes deprecabùntur, veni ad liberàndum nos, jam noli tardare.

[O Germoglio di Iesse, posto come segno dei popoli, dinanzi al quale i re ammutolirono, e le nazioni lo invocheranno, vieni a liberarci, non indugiare oltre!]

20 – O Clavis David, et sceptrum domus Israel, qui àperis et nemo clàudit, clàudis, et nemo àperit veni et aduc vinctum de domo carceris, sedentem in ténebris, et umbra mortis.

[O chiave di Savide e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e togli dal carcere l’incatenato che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.]

21. O Oriens, splendor lucis ætérnæ, et sol iusticiæ, veni, et illumina sedéntes in ténebris et umbra mortis.

[O Oriente, splendore della luce eterna e sole di giustizia, vieni e illumina chi siede nelle tenebre e nell’ombra di morte. ]

22 – O Rex géntium, et desìderàtus eàrum, lapisque angulàris, qui facis utràque unum, veni, et salva hominum, quem de limo formasti.

[O Re delle nazioni e da loro desiderato, pietra angolare che dei due popoli ne fai uno, vieni e salva l’uomo che Tu stesso formasti dal fango.]

23 – O Emmanuel, Rex et Legifer noster, expectation gentium, et Salvator eàrum, veni ad salvàndum nos, Dòmine, Deus noster.

[O Dio-con-noi, Re e legislatore nostro, aspettato dalle nazioni e loro Salvatore, vieni a salvarci, o Signore nostro Dio.]

24. Cum ortus fuerit sol de coelo, vidébitis Regem cum procedéntem a Patre tamquam sponsum de thalamo suo.

[Quando il sole sarà spuntato all’orizzonte, vedrete il Re dei re, che procede dal Padre, come sposo dal suo talamo.]

V. Dóminus vobiscum.

R. Et cum spiritu tuo.

Orèmus

Festina, quæsumus, Domine, ne tardàveris, et auxilium nobis supérnæ virtùtis impénde: ut advéntus tui consolatiónibus sublevéntur, qui, tua pietàte confidunt: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitàte Spiritus Sancti Deus: per omnia sæcula sæculórum. R. Amen. – [Affrettati, o Signore, non indugiare oltre! Porta dall’alto il soccorso della tua forza affinché la gioia della tua venuta riconforti quanti confidano nella tua bontà. Tu che, Dio, vivi etc.].

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Gli inni solenni, ‘O’

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Queste Antifone solenni, che esprimono e rappresentano il desiderio ardente dei santi profeti per la venuta di Cristo, e che dovrebbe esprimere il desiderio che abbiamo tutti noi Cristiani che la grazia di Cristo possa nascere in noi, sono iniziati il 17 dicembre, e proseguiranno fino al 23 dicembre;  si recitano quotidianamente prima e dopo il Magnificat, come nelle feste di rango “Doppio”. Ognuno di essi comincia con l’esclamazione “O”, e si conclude con un appello al Messia a presto venire. Man mano che si avvicina il Natale, il grido diventa più pressante.

I chierici nel coro dopo i Vespri pronunciano una forte e prolungata “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore.

Queste sono indicate come: le ” Antifone O ” perché ognuna inizia con l’interiezione “O”.  Ogni inno è un nome di Cristo, uno dei suoi attributi menzionati nella Scrittura: essi sono:

17 Dicembre: O Sapientia (O Sapienza)

18 Dicembre: O Adonai (O Adonai)

19 Dicembre: O Radix Jesse (O radice di Jesse)

20 Dicembre: O Clavis David (O Chiave di Davide)

21 Dicembre: O Oriens (O Oriente)

22 Dicembre: O Rex gentium (O Re delle genti)

23 Dicembre: O Emmanuel (O Emmanuel)

 Una curiosa caratteristica di questi inni è che la prima lettera di ogni invocazione può essere presa dal latino per formare un acrostico in senso inverso.  Così le prime lettere di Sapientia, Adonai, Radix, Clavis, Oriens, Rex, e Emmanuel, forniscono le parole latine: ERO CRAS. La frase enuncia quindi la risposta di Cristo stesso all’accorata preghiera della sua Chiesa:

DOMANI CI SARO’“.

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18 dicembre: ATTESA DELLA BEATA VERGINE MARIA

 conosciuta anche come NOSTRA SIGNORA DI ‘O …’

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La festa dell’Attesa della Beata Vergine Maria è una festa cattolica originariamente celebrata in Spagna, per poi essere celebrata in altri paesi cattolici (Irlanda, ecc) – . Anche se non è inserita nel Calendario Romano, questa festa è stata celebrata in quasi tutta la Chiesa latina, a causa della grande aspettativa della Madre di Gesù.

La festa del 18 dicembre è stata comunemente chiamata, anche nei libri liturgici, “S. Maria della “O”, perché in questo giorno i chierici del coro dopo i Vespri emettono un forte e prolungato “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore. Questa festa e la sua ottava erano molto popolari in Spagna, dove la gente ancora la chiama “Nuestra Señora de la O“. –  La festa è stata sempre mantenuta in Spagna ed è stata approvato per Toledo nel 1573 da Gregorio XIII come “doppio” maggiore, senza ottava.  La chiesa di Toledo ha il privilegio (approvato il 29 Aprile 1634) di celebrare questa festa, anche quando essa cade nella quarta Domenica di Avvento.

MERCOLEDÌ’ DELLE QUATTRO TEMPORA

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[Dom Gueranger: l’“Anno liturgico”, vol 1]

La Chiesa pratica in questo giorno il digiuno chiamato delle Quattro Tempora, il quale si estende anche al Venerdì e al Sabato seguenti. Questa osservanza non appartiene punto all’economia dell’Avvento; essendo una delle istituzioni generali dell’Anno Ecclesiastico. Si può annoverare nei numero delle usanze che la Chiesa ha derivate dalla Sinagoga; poiché il profeta Zaccaria parla di digiuno del quarto, del quinto, del settimo e del decimo mese. L’introduzione di tale pratica nella Chiesa cristiana sembra risalire ai tempi apostolici; questa è almeno l’opinione di san Leone, di sant’Isidoro di Siviglia,, di Rabano Mauro e di parecchi altri scrittori dell’antichità cristiana: tuttavia, è da notare che gli Orientali non osservano tale digiuno. – Fin dai primi secoli, le Quattro Tempora sono state fissate, nella Chiesa Romana, alle epoche in cui si osservano ancora attualmente; e se si trovano parecchie testimonianze dei tempi antichi nelle quali si parla di Tre Tempora e non di Quattro, è perché le Tempora di primavera, cadendo sempre nel corso della prima Settimana di Quaresima, non aggiungono nulla alle osservanze della Quarantena già consacrata a un’astinenza e a un digiuno più rigorosi di quelli che si praticano in qualsiasi altro tempo dell’Anno. –

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Le intenzioni del digiuno delle Quattro Tempora sono nella Chiesa le stesse che nella Sinagoga: consacrare cioè, mediante la penitenza, ciascuna delle stagioni dell’anno. Le Tempora dell’Avvento sono conosciute, nell’antichità ecclesiastica, sotto il nome di Digiuno del decimo mese; e san Leone ci riferisce, in uno dei Sermoni che ci ha lasciati su tale giorno e di cui la Chiesa ha posto un frammento nel secondo Notturno della terza Domenica di Avvento, che questo periodo è stato scelto per una manifestazione speciale della penitenza cristiana, poiché, essendo allora terminata la raccolta dei frutti della terra, é giusto che i cristiani mostrino al Signore la loro riconoscenza con un sacrificio di astinenza, rendendosi tanto più degni di accostarsi a Dio, quanto più sapranno dominare l’attrattiva delle creature; «poiché – aggiunge il santo Dottore – il digiuno è sempre stato l’alimento della virtù. Esso è la fonte di pensieri casti, di risoluzioni sapienti, di consigli salutari. Mediante la mortificazione volontaria, la carne muore ai desideri della concupiscenza, lo spirito si rinnova nella virtù. Ma poiché il digiuno non ci basta per acquistare la salvezza delle nostre anime, suppliamo al resto con opere di misericordia verso i poveri. Facciamo servire alla virtù quello che togliamo al piacere; e l’astinenza di colui che digiuna divenga il nutrimento dell’indigente ». – Prendiamo la nostra parte di questi avvertimenti, noi che siamo i figli della santa Chiesa; e poiché viviamo in un’epoca in cui il digiuno dell’Avvento non esiste più [grazie all’impegno delle pseudo-autorità moderniste –ndr.-], impegniamoci con tanto più fervore a soddisfare il precetto delle Tempora, in quanto questi tre giorni a cui va aggiunta la Vigilia di Natale, sono gli unici nei quali la disciplina della Chiesa ci impone in modo preciso, in questa stagione, l’obbligo del digiuno. Rianimiamo in noi, con l’aiuto di queste lievi osservanze, lo zelo dei secoli antichi, ricordandoci sempre che se per la venuta di Gesù Cristo nelle nostre anime é soprattutto necessaria la preparazione interiore, tale preparazione non potrà essere vera in noi, senza manifestarsi all’esterno attraverso le pratiche della religione e della penitenza. – Il digiuno delle Quattro Tempora ha ancora un altro fine oltre quello di consacrare, con un atto di pietà, le diverse stagioni dell’Anno; esso ha un legame intimo con l’Ordinazione dei Ministri della Chiesa, che riceveranno la consacrazione il sabato, e la cui proclamazione aveva luogo un tempo davanti al popolo nella Messa del Mercoledì. Nella Chiesa Romana, l’Ordinazione del mese di Dicembre fu celebre per lungo tempo; e sembra, secondo le antiche Cronache dei Papi, che, salvo casi del tutto eccezionali, il decimo mese sia stato per parecchi secoli il solo in cui si conferivano i sacri Ordini in Roma. I fedeli debbono unirsi alle intenzioni della Chiesa, e presentare a Dio l’offerta dei loro digiuni e delle loro astinenze, con lo scopo di ottenere degni Ministri della Parola e dei Sacramenti, e veri Pastori del popolo cristiano. – Nel Mattutino, oggi la Chiesa non legge nulla del profeta Isaia; si contenta di ricordare il passo del Vangelo di san Luca nel quale é narrata l’Annunciazione della Santa Vergine, e legge quindi un frammento del Commento di sant’Ambrogio su quello stesso passo. – La scelta di questo Vangelo, che è lo stesso della Messa, secondo la usanza di tutto l’anno, ha dato una particolare celebrità al Mercoledì della terza settimana di Avvento. Si può vedere, da antichi Ordinari in uso presso parecchie e insigni Chiese, tanto Cattedrali che Abbaziali, come si trasferissero le feste che cadevano in questo Mercoledì; come non si dicessero in tale giorno in ginocchio le preghiere feriali; come il Vangelo Missus est, cioè quello dell’Annunciazione, fosse cantato nel Mattutino dal Celebrante rivestito da una cappa bianca, con la croce; i ceri e l’incenso, e al suono della campana maggiore; e come, nelle Abbazie, l’Abate dovesse tenere una omelia ai Monaci, allo stesso modo che nelle feste solenni. È appunto a tale usanza che siamo debitori dei quattro magnifici Sermoni di san Bernardo sulle lodi della Santa Vergine, e che sono intitolati: Super Missus est. La Stazione ha luogo a Santa Maria Maggiore, a motivo del Vangelo dell’Annunciazione che, come si è visto, ha fatto per così dire attribuire a questo giorno gli onori d’una vera Festa della Santa Vergine.

MADONNA DI LORETO

La traslazione della Santa Casa.

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Per la Santa Casa si intende quella piccola casa di Nazaret che fu abitata dalla Beatissima Vergine, insieme al Casto suo sposo S. Giuseppe, che fa distinta dall’Annunciazione fatta a Maria dall’Arcangelo Gabriele, e ove con Maria e Giuseppe, abitò per tanti anni il divin Redentore Gesù. Fin dai primi giorni del Cristianesimo, dessa per opera degli Apostoli fu convertita in una devota cappella, erigendovi un semplice altare con una croce di legno, sopra cui venne dipinta l’immagine del Redentore, e con una statua di cedro rappresentante la Madre di Dio, lavoro dell’evangelista S. Luca. Passata poi la Palestina sotto il dominio dei Mussulmani e trovandosi la Santa Casa esposta alle profanazioni degli infedeli il 10 Maggio 1291, gli Angioli la levaron da Nazaret e la portarono in Schiavonia fra Tersatto e Fiume nell’illirico.Non essendo quivi onorata come si conveniva, gliela levarono da quel luogo, e traversando il mare, la deposero in una selva del territorio di Recanati di cui era padrona una gentildonna detta Loreta, onde prese il nome di Santa Maria di Loreto. Il concorso dei devoti alla portentosa chiesuola venne ben presto disturbato da alcuni malfattori che, nel folto della selva annidaronsi per spogliare e maltrattare i concorrenti. Ond’è che gli Angioli ne la levarono e la portarono sopra un monte dello stesso territorio posseduto da due fratelli. Venuti questi in discordia per la cupidigia di appropriarsi ciascuno di tutte le offerte dei Fedeli, nel giorno 10 dicembre 1294, gli Angioli alzarono un’altra volta la Casa, e la portarono sulla via comune vicina a quel monte ove si trova anche al presente, posata sulla superficie della terra, senza fondamenti, lasciati a Nazaret. La sua forma è quadrangolare, di palmi 40 in lunghezza, 18 in larghezza e di 25 in altezza; presenta l’antico camino o focolare ancor nero, ed ha scavato nel muro un piccolo armadio che serviva di ripostiglio alle poche suppellettili più necessarie alla Sacra Famiglia, delle quali si conserva ancora una scodella di terra, che opera spesso grandi prodigi al sol toccarla, o col solo bevere per mezzo di essa un poco d’acqua.

Un perfetto fac simile di questa santissima Casa, con tutti i relativi ornamenti, fu con grande consolazione di tutti i buoni, costruita nel 1863 in Milano presso l’Ospitale dei Fate-bene-fratelli a S. Vittore in porta Vercellina (ora Magenta). Quanti si recano a visitarla, e sono sempre moltissimi, hanno il contento di poter vagheggiare in Milano quanto dal lato materiale si trova in Loreto. Di sì bell’opera, che può dirsi una nuova gloria della Lombarda Metropoli, si devesi il primo merito ai milanesi Oblatori, che ne somministrarono i mezzi ai sempre benemeriti Religiosi di S. Giovanni di Dio che ne sollecitarono l’effettuamento, dovrà sempre ricordarsi con speciale riconoscenza il pio e dotto milanese Sac. Don Domenico Giardini, Penitenziere nella Metropolitana, il quale assunta la direzione della bella opera, non rispamiò viaggi, cure e fatiche per procurare a quella nuova Santa Casa una imitazione così perfetta d’ogni più piccola sua parte col Santuario Loretano da costituire una specie di identità che fece meravigliare anche il piissimo vescovo di Lodi Monsignor Gaetano Benaglio, che nella gravissima età d’anni 95, ne fece la prima solenne inaugurazione. Ma torniamo a Loreto dove esiste la vera Santa Casa, in cui solo può dirsi con verità: Il divin Verbo, Qui si è fatto carne. Come immenso divenne il concorso a sì insigne Santuario, e innumerabili furono i prodigi che vi si operarono, così in breve tempo vi si costruirono in vicinanza diverse case per alloggio dei pellegrini, vi si stabilirono artefici e negozianti, e abitatori d’ogni condizione e d’ogni stato fino a formare una nuova bella città, e la Santa Casa venne rinchiusa in un vasto e magnifico tempio in cui anche attualmente si celebrano fino a 120 Messe per giorno, e ove i forestieri hanno il comodo di Penitenzieri che confessano in ogni lingua e di assistenti e Canonici che quotidianamente vi praticano le più solenni funzioni. Per tutto questo bisogna dirlo a gloria del vero, i recanatesi vi spiegarono per i primi il più ammirabile zelo. Il famoso Giubileo nel 1300, che portò a Roma centinaia e centinaia di forestieri, portò pure a Loreto un tal numero di devoti, che la fama del gran Santuario eccitò in breve l’ammirazione di tutto il mondo, per cui da ogni parte gli spedirono i doni più vistosi. Martino V concesse a Loreto pubbliche fiere: Nicolò V lo fortificò contro gli assalti dei pirati che spesso tentarono di saccheggiarlo. Pio II vi mandò a voto con un prezioso calice d’oro per implorare la propria guarigione. Il vescovo di Recanati nel 1458 gli fece dono di grandi poderi, e non molto dopo, il cardinale Pietro Barbo, attaccato dalla peste in Ancona, volle esser portato al Santuario di Loreto, dove si mise in orazione, e sorpreso da un placido sonno, si svegliò affatto guarito, e coll’orecchio ancor risuonante dell’avviso avuto in visione, che egli sarebbe Papa, come lo fu infatti nel 1464, e prese il nome di Paolo II, il quale volle si desse mano a surrogare al primo tempio una più ampia e maestosa Basilica, che fu opera di Bramante terminata sotto Giulio II, e da Leone X e Clemente VII, resa più ancora distinta per nuovi ornati. Fra i doni preziosi offerti alla Santa Casa meritano menzione una veste su cui scintillavano circa 4 mila diamanti, mandatavi da una Regina di Spagna; un’Aquila do oro brillante di 150 diamanti, offerta dall’Imperatrice Anna d’Astria; un Angelo d’argento, del peso di 35 libbre, che offriva sopra un cuscino pure d’argento un Regio Bambino d’oro del peso di 24 libbre; voto offerto da Luigi XIII nell’occasione che gli nacque il real successore; che fu poi Luigi XIV. Ah, so a questo divin Santuario non mai venerato abbastanza non possiamo offrire distinti pegni del nostro affetto alla sacra Famiglia che vi abitò, né ci è dato di recarci in persona a visitarlo, non lasciamo almeno stargli la nostra pietà col dirigere a Maria ss. le seguenti orazioni affine di appropriarci quei documenti che Dio intese di dare al mondo colla traslazione della Santa Casa e così assicurarci il conseguimento di quelle grazie che sono più necessarie per arrivare con certezza alla casa eterna della sua gloria.

ALLA MADONNA DI LORETO (10 Dicembre).

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I . Per quel giudizio di severità che voi esercitaste sopra quei popoli che possedevano per i primi la vostra santissima Casa, privandoli con aperto prodigiò di così ricco tesoro, perché rinnegando la vera fede, non ne facevano quel conto che essa si merita, otteneteci, o beatissima Vergine, di viver sempre in maniera da non provocare giammai la vostra collera contro di noi, niente essendovi di più spaventoso della perdita del vostro favore, il quale è confermazione di grazia in questa, assicuramento di gloria nell’altra. Ave.

II. Per quella benignità particolare con cui, a differenza d’ogni altro popolo della terra, voleste arricchire l’Italia dell’inestimabile tesoro della vostra Santissima Casa, e per quei tanti prodigi che accompagnarono il suo trasporto eseguito dagli angioli, dalla Palestina in Dalmazia, poi dalla Dalmazia a Recanati, fissando poscia la propria dimora in quell’amenissimo colle dei recanatesi dintorni che, dal nome della sua prima proprietaria, e dall’abbondanza dei lauri onde fu sempre abbellito, denominassi Loreto, otteneteci, o beatissima Vergine, di essere sempre riconoscenti a tanta vostra predilezione col venerare profondissimamente quei grandi misteri, e col praticare costantemente quelle eminentissime virtù cui voi, in unione del vostro divin Figliuolo, rendeste così santa e così celebre la vostra Casa. Ave.

III . Per quella magnificenza affatto nuova di cui per la pietà dei fedeli, venne rivestita la vostra Casa, cui sempre concorsero ad onorare i facoltosi coi loro doni, i poveri colle loro preghiere, i sacerdoti con i loro uffici, i Pontefici coi loro privilegi, otteneteci o beatissima Vergine, che noi veneriam sempre in spirito quelle sacre mura che furono santificate dal vostro alito, e quel pavimento che fu calcato dai vostri piedi, e di offrir sempre a Voi, come vi offeriamo in questo momento, tutto il nostro cuore con quello spirito di devozione con cui tanti vostri devoti afferirono alla vostra Casa l’oro il più puro e le gemme le più preziose. E come davanti alla vostra ss. Immagini in Loreto ardono continuamente innumerevoli lumi, così arda sempre di santo amore davanti a Voi il nostro cuore, onde dopo avervi venerata nella vostra casa qui in terra, passiamo per la vostra intercessione a partecipare per tutti i secoli alla vostra gloria su in cielo. Ave, Gloria.

AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

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AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA:

PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

[da il Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ediz., Milano 1888]

Questa festa fu istituita in conseguenza delle grazie d’ogni maniera, e specialmente delle tante strepitose conversioni dei peccatori più indurati, appena si fece ricorso a Maria Immacolata, o si fece devoto uso della Medaglia che la rappresenta, e che fino dal 1830, cominciò a denominarsi miracolosa. Dove esiste la relativa Confraternita, unita colla Arciconfraternita di santa Maria delle Vittorie in Parigi [attualmente riaperta da S. S. GREGORIO XVIII -ndr.-], oltre la solennissima universal festa dell’Immacolata Concezione di Maria l’otto dicembre, si celebra pure nella Domenica avanti la settuagesima, o riparazione dei tanti scandali e disordini del carnevale, una festa speciale in onore del sacro Immacolato suo Cuore, facendovi precedere una devota Novena in cui si recitano le seguenti Orazioni, che possono usarsi in ogni tempo per ottenere le conversione o dei peccatori in genere, o di qualcheduno in particolare.

I – O Cuor Immacolato di Maria, irradiato sempre dal sole di Giustizia, Gesù, vibrate un raggio di vostra luce divina nel cuore di quegli infelici che vivono immersi nelle tenebre del peccato, e scoprite loro l’enormità delle loro colpe, e la via di uscire con sicurezza e senza dilazione. Ave.

II – O Cuor Immacolato di Maria, dolce rifugio dei poveri peccatori, deh, quanti di essi per la vostra intercessione, già provano i salutevoli strazii di quei rimorsi che sono i primi frutti di quella divina grazia di cui voi siete la Madre. Ah, cara Madre, compite l’opera che avete incominciato, e riduceteli fiduciosi e dolenti al vostro Figlio Gesù. Ave.

III – O Cuore Immacolato di Maria, Cuore, ahi, trafitto in mille volte dall’acutissima spada del peccato! Deh, per pietà, ottenete a quegli sgraziati che hanno di bel nuovo crocifisso il vostro divin Figlio, un dolore profondo delle loro colpe, e la grazia di non peccare mai più. Ave.

.IV – O Cuore Immacolato di Maria, più candido della neve, più splendente del sole, deh, vi commuova lo stato lacrimevole di quegli infelici che gridano all’impotenza d’uscire da quella schiavitù in cui sono stretti stretti dalle loro basse e ree passioni. Ah, cara Madre, voi che siete la Vergine Potente per eccellenza, spezzate voi quelle catene per le quali il demonio tenta di trascinarli all’eterna rovina. Ave.

.V – O Cuore Immacolato di Maria, che per i miseri peccatori avete tanto patito con Gesù là sul Calvario, esposto agli scherni di quella plebe sfrenata, Voi che conoscete quanto timido e fiacco sia lo spirito dell’uomo, deh, ajutate gli infelici traviati a vincere gli umani rispetti, e disprezzar le beffe e le derisioni degli ostinati libertini, onde possano stringersi al vostro Cuore materno per non separarsene mai più. Ave.

VI – O Cuore Immacolato di Maria, il più tenero e compassionevole per noi, che deste a Gesù quel sangue che egli tutto versò sulla croce per lavare d’ogni colpa le anime nostre, deh, lavate anche Voi le anime di tutti i peccatori in questo bagno salutare, aiutandoli ad accostarsi al sacramento della Penitenza col cuore penetrato dal più profondo dolore delle loro colpe. Ave.

VII – O Cuore Immacolato di Maria, tempio della Divinità, tabernacolo del divin Verbo, trono luminoso di gloria, santuario di tutte le grazie, deh, fate che dalle anime di tutti i cristiani spariscano le nere macchie del peccato, e splendente rifulga d’ogni più bella luce il soave raggio della grazia, onde così sian fatti degni di ricevere il vostro figlio Gesù. Ave.

VIII – O Cuore immacolato di Maria, sorgente di ogni grazia, albergo delle più elette virtù, deh, fate che nelle anime ravvedute risplendano le cristiane virtù della Fede, della Speranza, della carità e della Religione; perché così ornate di tanta bellezza, vengano loro da Voi aperto un giorno le beate porte del Paradiso. Ave.

IX – O Cuore immacolato di Maria, speranza dei fedeli, delizia del cielo, le passate infedeltà fanno tremare quei benedetti che già risorsero alla grazia. O Regina del Cielo e della terra, o caro Rifugio dei peccatori, deh! continuate ancora il vostro ministero di misericordia e d’amore, col non lasciarli dipartire da Voi mai più. Voi siate la Madre della santa perseveranza. Deh, fate loro adunque da Madre: correggeteli, castigateli, ma teneteli sempre nel vostro cuore santissimo ed immacolato! Ave, Gloria.

Orazione

Per il sacro Cuor di Maria

Deus, qui beatæ Mariæ semper virginis Cor Sanctisissimum spiritualibus gratiæ donis cumulasti, et ad immagine divini Cordis Filii tui Jesu Christi charitate et misericordia plenum osse voluisti, concede: ut qui hujus duicissimi Cordis memoriam agimus, fideli virtutum ipsius imitatone, Christum in nobis exprimere valeamus. Qui tecum vivit etc.

Per la Conversione dei Peccatori.

Deus, misericors et clemens, exaudi preces quas pro fratribus pereuntibus, gementes in conspectu tuo, effundimus; ut converse ab errore viæ suæ, liberentur a morte, ut ubi abundavit delictum superabundet et gratia.

Altra per la Conversione dei Peccatori

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, suscipe deprecationem nostram; et omnes famulos tuos, quos delictorum catena constringit, miseratio tuæ pietatis clementer absolvat. Per Dominum etc.

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ORAZIONE A MARIA IMMACOLATA.

O gloriosa trionfatrice dell’infernal serpente, che con occhio di speciale predilezione riguardate tutti coloro che devotamente vi ossequiano nel più onorifico fra tutti i misteri, il vostro immacolato Concepimento, volgete i vostri occhi misericordiosi sopra di noi che Vi veneriamo colla fronte per terra per sì adorabile prerogativa, che non fu, e non sarà mai concessa ad altra creatura, voi siete propriamente quella femmina singolare in cui dalla pianta dei piedi infino al sommo de capo non si trova macchia veruna: voi quel Fonte sigillato le cui acque non furono mai intorbidate dal minimo moto men santo; voi quell’Orto sempre chiuso in cui nessun uomo nemico poté mai seminare la zizzania; voi quella mistica Porta per cui non passò mai altri che Dio, affine di rendervi sempre più grande col farvi sua Genitrice nel tempo e arbitra tra i suoi tesori nell’eternità. Deh! per quella fedeltà inalterabile con cui corrispondeste mai sempre a tutti i doni del cielo; per quella pietà veramente celeste con cui appié della croce, dopo averci col sacrificio inestimabile del vostro divino Unigenito rigenerati alla grazia, ci adottaste in vostri figliuoli per quell’illimitato notere onde vi ha rivestito nel cielo Chi volle esservi suddito sopra la terra, otteneteci, ve ne preghiamo, di non contristar mai col peccato il vostro amabilissimo cuore e quello del vostro Gesù, che furono per noi già trafitti dalla spada mistica del dolore, di corrisponder sempre fedelmente alle sue ed alle vostre misericordie, e di perseverare così bene nell’adempimento de’ vostri voleri, da assicurarci per tutti i secoli la partecipazione della vostra grazia di continuo dispensate a tutto il mondo, così ci metton in cuore la consolante speranza d’essere sempre favoriti dalla vostra speciale assistenza, mentre noi di tutto cuore protestiamo che ci faremo sempre un dovere d i amarVi qual nostra Madre, di ossequiarVi qual nostra Regina, d’invocarVi qual nostra Avvocata, e di imitarVi a tutto potere siccome nostro Esemplare. La grazia che vi domandiamo non può essere più conforme ai vostri desiderj; siateci dunque cortese del sospirato esaudimento.

Supplica della Medaglia

LA MEDAGLIA MIRACOLOSA (27 Novembre)

Non è una medaglia come le altre, è la Medaglia per eccellenza fatta coniare per ordine espresso della Madonna, secondo il modello da Lei stessa ideato. È il “dono” che la buona Mamma del Cielo ci ha portato, affinché fosse per noi un pegno del suo amore e della sua protezione, fonte inesauribile di grazie.

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Santa Caterina Labourè, Figlia della Carità, di S. Vincenzo, fu la fortunata privilegiata che Maria prescelse per trasmetterci il suo dono. Nella notte dal 18 al 19 luglio 1830, S. Caterina vide per la prima volta la Madonna che le profetizzò, con le lacrime agli occhi le sciagure che stavano per colpire la Francia, il clero e le comunità, promettendo però una speciale protezione sulla sua. Infine le preannunziò che Dio le voleva affidato una grande missione. – Il 27 novembre 1830, vide due prodigiosi quadri, corrispondenti alle due facce della Medaglia, e udì una voce che le disse: Fa coniare una medaglia secondo il modello che hai visto: coloro che la porteranno saranno sotto la specialissima protezione della Madre di Dio e riceveranno grandi grazie; copiose saranno le grazie per chi avrà fiducia… I raggi sono simbolo delle grazie che io concederò a chi me le chiederà con fiducia.

Maria ci ha pure insegnato la preghiera che esercita un potere irresistibile sul suo cuore, volendo fosse scritta sulla medaglia la giaculatoria:

O Maria, concepita senza peccato,

pregate per noi che ricorriamo a Voi.

Portiamola dunque, la cara medaglia, che per i prodigi operati ha meritato il nome di Miracolosa, con amore e gratitudine, quale prezioso dono di Maria; portiamola a tutti quelli a cui vogliamo assicurare la protezione di Maria Santissima.

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Per impetrare qualche grazia

1. — O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa che, mossa a pietà delle nostre miserie, scendeste dal cielo per mostrarci quanta parte prendete alle nostre pene e quanto vi adoperate per stornare da noi i castighi di Dio e impetrarci le sue grazie, muovetevi a pietà della presente nostra necessità; consolate la nostra afflizione e concedeteci la grazia che vi domandiamo.

Ave Maria – O Maria concepita etc.

2. – O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, che quale rimedio a tanti mali spirituali e corporali che ci affliggono, ci avete portato la vostra Medaglia affinché fosse difesa delle anime, medicina dei corpi e conforto di tutti i miseri, ecco che noi la stringiamo riconoscenti al nostro petto e vi domandiamo per essa di esaudire la nostra preghiera.

Ave Maria – O Maria concepita ecc.

3. – O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, Voi avete promesso che grandi sarebbero state le grazie per i devoti della vostra Medaglia che vi avessero invocata con la giaculatoria da Voi insegnata; ebbene, o Madre, ecco che noi, pieni di fiducia nella vostra parola, ricorriamo a Voi e vi domandiamo, per la vostra Immacolata Concezione, la grazia di cui abbiamo bisogno.

Salve Regina …

Supplica della Medaglia

Da farsi verso le 5,30 di sera del 27 Novembre, del 27 di ogni mese ed in ogni urgente necessità.

O Vergine Immacolata, noi sappiamo che sempre ed ovunque siete disposta ad esaudire le preghiere dei vostri figli esuli in questa valle di pianto, ma sappiamo pure che vi sono giorni ed ore cui Vi compiacete di spargere più abbondantemente i tesori delle vostre grazie. Ebbene, o Maria. eccoci qui prostrati davanti a Voi, proprio in quello stesso giorno ed ora benedetta, da Voi prescelti per la manifestazione della vostra Medaglia. – Noi veniamo a Voi, ripieni di immensa gratitudine ed illimitata fiducia, in quest’ora a Voi sì cara, per ringraziarVi del gran dono che ci avete fatto dandoci la vostra immagine, affinché fosse per noi attestato di affetto e pegno di protezione. Noi dunque Vi promettiamo che, secondo il vostro desiderio, la santa Medaglia sarà la nostra compagna indivisibile; sarà il segno della vostra presenza presso di noi; sarà il nostro libro su cui impareremo a conoscere quanto ci avete amato e ciò che noi dobbiamo fare, perché non siano inutili tanti sacrifici vostri e del vostro divin Figlio. Sì, il vostro Cuore trafitto, rappresentato sulla Medaglia, poggerà sempre sul nostro e lo farà palpitare all’unisono col vostro. Lo accenderà d’amore per Gesù e lo fortificherà a portar ogni giorno la propria croce dietro a Lui.

Questa è l’ora vostra, o Maria, l’ora della vostra bontà inesauribile, della vostra bontà trionfante, l’ora in cui faceste sgorgare per mezzo della vostra Medaglia, quel torrente di grazia e di prodigi che inondò la terra. Fate, o Madre che quest’ora, che Vi ricorda la dolce commozione del vostro Cuore, la quale vi spinse a venirci a visitare ed a portarci il rimedio di tanti mali, fate che quest’ora sia anche l’ora nostra, l’ora della nostra sincera conversione, e l’ora del pieno esaudimento dei nostri voti. – Voi che avete promesso in quest’ora fortunata, che grandi sarebbero state le grazie per chi le avesse domandate con fiducia, volgete benigna i vostri sguardi alle nostre suppliche. Noi confessiamo di non meritare le vostre grazie, ma a chi ricorreremo, o Maria, se non a Voi, che siete la Madre nostra, nelle cui mani Dio ha posto tutte le sue grazie? Abbiate dunque pietà di noi. Ve lo domandiamo per la vostra Immacolata Concezione e per l’amore che Vi spinse a darci la vostra preziosa Medaglia. O Consolatrice degli afflitti, che già Vi inteneriste sulle nostre miserie, guardate ai mali da cui siamo oppressi. Fate che la vostra Medaglia sparga su di noi e su tutti i nostri cari i suoi raggi benefici: guarisca i nostri ammalati, dia la pace alle nostre famiglie, ci scampi da ogni pericolo. Porti la vostra Medaglia conforto a chi soffre, consolazione a chi piange, luce e forza a tutti. Ma specialmente permettete, o Maria, che in quest’ora solenne domandiamo al vostro Cuore Immacolato la conversione dei peccatori, particolarmente di quelli che sono a noi più cari. RicordateVi che anch’essi sono vostri figli, che per essi avete sofferto, pregato e pianto. Salvateli, o Rifugio dei peccatori, affinché dopo averVi tutti amata, invocata e servita sulla terra, possiamo venirVi a ringraziare e lodare eternamente in cielo. Così sia.

Salve Regina e tre volte:

O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi!

ATTENZIONE

Ancora una volta il lupo massonico-cabalista si è introdotto nell’ovile per azzannare finanche la Medaglia Miracolosa della Vergine In giro infatti ci sono tante FALSE medaglie, anche nei negozi pretesi cattolici e santuari una volta cattolici. Attenti a non portare al collo lo “sgorbio” di satana, che scimmiotta audacemente la sacra Immagine della Medaglia. Ve ne mostriamo qui diverse, in vendita anche su siti internet. Queste false medaglie sono riconoscibili subito da due caratteristiche: 1) in alto della medaglia, perpendicolarmente al centro c’è una sola stella, simbolo di lucifero portatore della “falsa” luce, mentre in quella “vera” ce ne sono due a cinque punte e mai a sei. 2) La spada passa dietro il Cuore in basso a destra nella “falsa”, mentre nella Medaglia la spada trafigge il Cuore! Il cuore a sinistra, invece della corona di spine, nella patacca, porta camuffato il nefasto simbolo massonico, la squadra ed il compasso che stanno ad indicare quale sarà il lavoro eterno dei massoni dannati nell’inferno: ammassare pietre ardenti per costruirsi all’infinito il loculo rovente! Poi ci sono i dettagli della croce che incontra la M in modo opposto all’originale, le terminazioni dei bracci della croce, ed altri particolari.

ECCO LE PATACCHE:

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