DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il Sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, lo Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti, Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? Chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il Cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LO ZELO DELLE ANIME

Gesù si trovò in mezzo ai Farisei. Contro questa gente bianca di fuori e nera di dentro; contro questa gente larga di parole e stretta di cuore; contro questa gente che aveva scacciato dalla sinagoga il giovanetto nato cieco solo perché voleva bene a Colui che l’aveva guarito, Gesù disse la parabola della sua bontà. « Io sono il buon Pastore! Non sono io come il negoziante o come il servo che mena a pasturare un branco non suo: costoro, se un lupo assalta le pecore, fuggono e lasciano che la belva azzanni or questa or quella, scavi all’una un fianco e all’altra la gola e semini la sanguinosa strage in tutto il gregge. Si capisce come costoro fuggano: ad essi importa poco delle pecore, ma tanto della propria pelle e della propria borsa. Ma io no; Io sono il buon Pastore! Io le conosco, le mie pecorelle, ad una ad una, come un padre conosce i suoi figliuoli ed esse conoscono me e distinguono la mia voce quando le chiamo. Tutta la mia vita sacrifico per loro, ed è per loro che morirò ». – Poi la sua voce si fece mestissima. Nella sua mente, passava il pensiero di tutte quelle anime che non l’avrebbero conosciuto o l’avrebbero misconosciuto; e lanciò un grido appassionato: « Oh! quante pecore non sono ancora nel mio ovile? Eppure è necessario ch’Io vada a prenderle e faccia loro udire la mia voce e le conduca aformare un solo ovile sotto un solo pastore. Il Pastore buono sono io ». Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovili.Queste parole accorate Gesù le ripete oggi ancora a ciascuno di noi; perché oggiancora sono troppe le anime che non ascoltano la sua voce di salvezza, ma vannodietro ai lusinghevoli richiami del mercenario che le lascerà poi sgozzare dal lupo.Il mercenario è il mondo e il lupo è il demonio. Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovit. Ed a ciascuno di noi incombe l’obbligo di fare tutto quello che può per ricondurre queste pecore all’ovile di Cristo. Lo zelo delle anime non riguarda appena i Sacerdoti, ma tutti i Cristiani. Èimpossibile voler bene a Gesù che nacque, visse e morì per la salvezza delle anime, senza sentirci obbligati di far qualche cosa anche noi. Udite quello che lo Spirito Santo comanda indifferentemente a ciascuno: « Recupera proximum secundum virtutem tuam » (Eccl., XXIX, 27). Attendi a conquistare l’anima del tuo prossimo secondo i tuoi mezzi. E nessuno dica, osserva San Gregorio (Hom., VI in Evang.) di non esserne capace, di non averne il tempo o di non esserne obbligato, poiché precetto dell’amore è l’essenza della religione, e l’amore comincia dalle anime.Ma un’altra considerazione ci manifesterà l’obbligo di zelare la salvezza delle anime. Non avete mai scandalizzato nessuno? Pensate un poco quanti perversi consigli vi saranno usciti di bocca a danno altrui, quanti cattivi esempi, quante parole libere o blasfeme avete sparso in giro a voi. E intanto strappaste a Dio delle anime: ora bisogna restituirgliele. Animam pro anima (Lev., XXIV, 18). Ecco come ci tocca da vicino il grido che Gesù leva dalla sua parabola: « Oh quante anime non sono ancora del mio ovile! eppure bisogna che vengano… ». Sono anime lontane, in regioni selvagge, dove il missionario non è ancora giunto; sono anime vicine a noi, nelle nostre città, nei nostri paesi, che non avendo udito il richiamo del buon Pastore si sono lasciate sedurre dal mercenario; sono forse le anime della nostra famiglia, che mangiano insieme a noi, che dormono sotto il nostro tetto. Per tutte queste anime, Gesù ci chiama a far qualche cosa. – 1. PER LE ANIME DELLE MISSIONI. Nell’estate del 1929 la nostra patria ed ogni nazione tendeva l’orecchio se arrivasse dalle zone polari una voce, un grido di speranza e d’angoscia. Un gruppo di valorosi, spinti dall’amore della patria e della scienza, fiduciosi nella Provvidenza divina, avevano osato violare le misteriose regioni del freddo e del ghiaccio: ma qualche cosa di triste doveva a loro essere accaduto, perché da più giorni avevano cessato di mandarci qualsiasi comunicazione. Tutti, perfino il Papa, nell’attesa angosciosa, tremavano e pregavano. Quand’ecco passare nell’aria, raccolta dalle stazioni radiotelegrafiche, una voce sperduta: «Italia: S.O.S.». Salvate le anime nostre! E tutta l’Italia, e tutto il mondo palpitò: da ogni parte si accorreva al soccorso, ogni uomo si commoveva come se avesse avuto un fratello smarrito tra la nebbia sul ghiaccio, ed ogni madre come se si trattasse di salvare il proprio figliuolo. O Cristiani, ogni giorno altre infinite voci passano nell’aria. Vengono dalle regioni dell’Africa arsa dal sole, vengono dalle foreste dell’Asia traversate da impetuose fiumane, vengono dall’America e dall’Australia circondate dall’oceano. « S.O.S.: salvate le anime nostre! ». Sono milioni e milioni di infedeli che non conoscono il buon Pastore, ed in mezzo a loro il lupo infernale, nelle maniere più barbare, semina la strage. Tratto tratto vi arriva qualche missionario, solo, senza mezzi: ma gli operai sono pochi e la messe è molta. E sono nostri fratelli, perché e noi e loro siamo tutti figli di un unico Padre: Dio che sta nei cieli. « Salvate le anime nostre dalla morte eterna! Salvatele dall’inferno di fuoco che brucia per l’eternità! ». Così essi gridano a noi: ma la loro voce angosciosa non è raccolta. Bisogna leggere i giornali e le riviste missionarie, per formarsi una idea di quello che si soffre laggiù: la profonda ignoranza, l’odio e la vendetta, le malattie inguaribili, i bambini abbandonati o uccisi, e tutta la schiavitù del demonio, il mercenario delle anime. Ma nelle nostre case forse la stampa missionaria non è conosciuta: arrivano romanzi cattivi, illustrazioni vergognose, ma non si trova il denaro per abbonarsi a un piccolo giornaletto delle Missioni. Non si trova una moneta d’elemosina per quei nostri Fratelli bisognosi di tutto, fin anco del Battesimo, mentre tanto si sciupa nelle golosità, nelle mode, nei divertimenti mondani. S. Teresa del Bambino Gesù, che non possedeva nulla da offrire alle Missioni, perché era carmelitana scalza nel convento di Lisieux, offriva le sue preghiere e i suoi sacrifici. E quando la stanchezza, o il dolore di testa, o la tosse della tisi la tormentava, « Coraggio, coraggio!» si diceva. « Forse in questo momento un Missionario si sente male sulla strada e non può più andare avanti… È per lui che soffro, perché cammini ancora ». E chi di voi può rifiutarsi di fare almeno questo per ricondurre all’ovile di Cristo quelle anime lontane? – 2. PER LE ANIME DELLE NOSTRE CONTRADE. Un giorno, nella capitale di Francia, un gruppo di giovani tra cui v’era, ventenne appena Federico Ozanam, discorrevano della bellezza della loro fede cattolica. Ma una persona di idee avverse che li ascoltava, disse: « Voi, che vi vantate Cattolici, che fate voi? Dove sono le opere che vi dimostrano tali, e che valgono a far rispettare la vostra credenza? ». « In verità — disse poi Ozanam — in quel rimprovero vi era pur troppo del vero, perché noi non facevamo nulla. Fu allora che noi dicemmo a noi stessi: ebbene, operiamo! Facciamo qualche cosa che sia consentaneo alla nostra fede. Ma che faremo noi? che potremo fare per essere veramente Cattolici, se non adoperarci in quello che più piace a Dio, la salvezza delle anime? ». Il medesimo rimprovero, e con più forza, può essere rivolto a moltissimi Cristiani: « Voi che vi vantate Cattolici, che fate voi? dove sono le vostre opere di zelo? ». È vero che non appartiene a voi far prediche, ma quante volte vi siete trovati in una conversazione dove si ordivano calunnie, si insidiava l’onestà, si meditava la vendetta, si tesseva la frode, si diffondeva l’incredulità, e non avete fatto nulla per trattenere queste anime dal male che si preparavano a compiere, anzi le avete sospinte più in là: Recupera proximum tuum secundum virtutem tuam! Sei tu una persona stimata e autorevole? Sei tu una persona ricca? Perché con le tue elargizioni non aiuterai le opere buone; e non solleverai la miseria di quelle persone che tu conosci in povertà? Sei il padrone di un’officina, il capo di un reparto: non permettere in tua presenza né la bestemmia, né i discorsi osceni. Sei commerciante: non aiutare gli altri nei furti e nelle frodi, ma cerca di distoglierli. Sei adulto: cerca col tuo esempio e con la tua parola di attirare i giovani a alla pratica della virtù. Hai degli amici ammalati? assistili, perché non abbiano ad aggravarsi senza ricevere il prete e i Sacramenti. E quando anche non potessi far niente per l’anima del tuo prossimo, puoi sempre pregare. La forma più bella di zelare la salute delle anime è quella d’iscriversi e operare nelle file dell’Azione Cattolica. – 3. LE ANIME DELLE NOSTRE FAMIGLIE. L’inverno rincrudiva con tutto il suo rigore e la neve era ben alta sui montani paesi dell’Umbria. In Cascia dove Rita, la santa, moriva, venne a trovarla una sua parente da Rocca Porrena, il paesello in cui era nata, in cui aveva tanto pregato, e moltissimo sofferto. Nell’accommiatarsi quella parente le chiese se desiderasse qualche cosa. « Sì – rispose Rita – andate nell’orto della mia casa, cogliete una rosa e portatemela ». Sembrò strana alla visitatrice la richiesta della parente, s’era nel colmo dell’inverno e le campagne del paese nativo, chiuso tra i burroni e privo di sole, erano d’uno squallore senza pari. Temette la donna che la malattia avesse alienato la mente di Rita, e compiangendola tra sé, se ne tornò al paese. Giuntavi, più per curiosità che peraltro, si reca nell’orticello e scorge nel roseto una rosa, splendidamente fiorita. La coglie commossa, e ritorna a Cascia. La morente accolse tra le scarne dita quel fiore e levando gli occhi grandi al Cielo, ringraziò. Dio così la premiava. A diciotto anni, contro il suo desiderio che era di consacrarsi al Signore, i suoi genitori l’avevano sposata a un uomo bestiale e furioso. Ogni giorno, rovesciava sulla sua testa una bufera di bestemmie, di parole ingiuriose, e talvolta di percosse. Ma ella, lungi dal comportarsi come tante altre spose rintuzzando le ingiurie di lui con altrettante ingiurie, cercò di vincere il male col bene: si dedicò allo scrupoloso adempimento delle domestiche faccende; alle parole aspre rispondeva dolcemente, e più spesso taceva; alle percosse faceva riscontro con tenerezze e la preghiera. E così per anni e anni. Finalmente Dio le concesse la grazia: Ferdinando, il suo Sposo, si convertì, e divenne mite e si sforzò sempre d’essere degno della sua compagna. Questa era la rosa che la sua dolce umiltà e la sua grande pazienza avevano fatto fiorire. Entrando in Paradiso la santa avrà presentato a Gesù la rosa fiorita nell’orto domestico tra i rigori dell’inverno, come il dono più bello. Può darsi che anche nelle altre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Può darsi che anche nelle nostre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Forse è lo sposo collerico e ubriacone; forse è un figliuolo scioperato e vizioso; forse è il fratello bestemmiatore e senza fede. Tocca a noi imitare quello che Rita da Cascia fece per il suo sposo Ferdinando. quello che Monica fece per Agostino suo figliuolo. Morendo, anche noi, nelle mani tremule e pallide stringeremo una rosa simbolica: la rosa fiorita fuor di stagione nell’orticello di casa nostra. – Uscendo dal palazzo, avanti l’alba, il papa Gregorio Magno incespicò in un cadavere disteso sulla soglia. Era un povero uomo, morto di freddo. «Io dormivo, mentre potevo aprirgli e salvarlo. Forse avrà bussato ripetutamente con mano sempre più stanca, forse m’avrà chiamato con voce sempre più fioca… ed è morto » pensò fra sé Gregorio Magno. Il Papa allora, si curvò sul cadavere e scoppiò a piangere, come un fanciullo, dirottamente. Lontane da noi, vicino a noi, sulla soglia della nostra casa, ci sono forse anime che muoiono nel peccato. Ogni giorno il mercenario abbandona al lupo infinite pecore. E noi potremmo salvarle: una parola, una preghiera, un’offerta, il buon esempio. Ma noi dormiamo e il demonio trionfa. Perché non dobbiamo commuoverci? Perché non dobbiamo sentire il singhiozzo salirci dal del cuore, come a san Gregorio? Perché non dobbiamo oggi fare un proposito opportuno? « Signore! — diceva S. Giovanni Bosco — Dammi le anime che tutto il resto non m’interessa ». — I DOVERI DEI GENITORI. In certe città indiane l’idolatria ha suscitato un fanatismo orribile. Ogni anno, quando ricorre la festa del dio, si vedono scene raccapriccianti. Mentre tra i fiori e i profumi e i suoni di trombe e urla del popolo passa il cocchio con l’idolo dalla faccia mostruosa, sempre, qualche madre, con le proprie mani, lancia sotto la ruota stritolante del carro un suo bimbo, in offerta al dio. Povere mamme! Ma non sono forse più sventurate certe mamme e certi padri, non dell’India, ma dei nostri paesi civili e Cattolici? Oh! Non i corpi dei loro figliuoli sacrificano sotto il carro del demonio che passa nel mondo, ma le anime! Quelle piccole anime, create da Dio, belle per la sua gloria, sono stritolate per la negligenza o i mali esempi dei genitori, sotto le unghie del demonio. Eppure Iddio ad ogni famiglia ha preposto un padre e una madre perché fossero il pastore buono del piccolo gregge domestico, come Cristo è pastore di tutto il mondo. « Io sono il pastore buono » dice Gesù nel Vangelo, « e so dar la vita per le mie pecorelle. Il mercenario invece, che non è pastore vero, quando vede venire il lupo fugge, perché le pecore non sono sue: … et non pertinet ad eum de ovibus  ». E che cosa importa, a certi genitori snervati, dell’anima dei loro figlioli, quando non sanno resistere ai loro capricci? Quando non vegliano a custodia, ma dormono ancora mentre il lupo è giunto e fa stragi? Quando essi stessi con la loro condotta insegnano la mala via a quelle anime ignare che Dio gelosamente aveva loro affidato … Et non pertinet ad eos de ovibus. La molle indulgenza, la non vigilanza, il cattivo esempio rendono i padri e le madri pastori mercenari nella loro famiglia. – 1. LA MOLLE INDULGENZA. Pochi anni or sono, in una grande città d’Italia moriva di broncopolmonite una giovane, perché aveva preso freddo, uscendo accaldata da un ballo. Nella piccola stanza del terzo piano s’erano radunati i parenti a salutarla per l’estrema volta e a confortarla nel misterioso passaggio. Tutti tacevano: s’udiva solo l’ansimar faticoso della malata. Ognuno in cuor suo sentiva compassione di quel povero fiore che appassiva mentre sarebbe stato il tempo di spiegare i colori nel sole della vita. Ad un tratto entrò nella stanza una donna pallida e piangente. La morente accennò col tremito delle labbra di voler parlare. « Mamma! » E poi raccolse tutte le forze in un grido incredibile: « Oh, se tu non mi avessi lasciata andare al ballo, la prima volta, mamma! Ora non morirei così. Oh, questo grido straziante, dal letto di morte, dal limitare dell’eternità, non pochi figli ve lo grideranno dietro, o genitori! È invalsa una sacrilega moda di tenere i figliuoli da piccoli come balocchi, e grandi come tiranni. E i genitori cominciano a truccarli come tanti giocattoli o marionette; a trattarli come tanti idoletti; e poiché non li vogliono sentir piangere, ogni loro capriccio, anche il più stravagante, deve essere accontentato. E crescono questi figliuoli moderni, e in loro indisturbate crescono le passioni come la gramigna nel campo del pigro. Crescono i figliuoli ed entrano nella vita senza aver imparato a rinunciare ad una vogliuzza grama, simili a quel susino che l’agricoltore, per timore di vederlo appassire, non ha potato a suo tempo. Il susino frondeggia oziosamente, me non dà frutto. Ma chi potrà imporre a questi figli, fatti adulti, un freno che rattenga le lore passioni? – Non era per questo, o genitori, che Dio vi ha concesso i figli: non perché voi, come il pastore mercenario, lasciaste in balìa del lupo i vostri agnelli. Ricordate il grido straziante di quella fanciulla morente: « Mamma, non morirei così!… » Non morirei così disonorata se tu mi avessi punito quel primo giorno in cui mi vedesti tra le mani un frutto rubato. Non morirei così senza religione, se la prima volta che mi coricai senza la preghiera, m’avessi risvegliato e fatto pregare ancora, se quando violai il precetto festivo m’avessi costretto ad alzarmi una settimana intera, di buon mattino, ad ascoltare la santa Messa. Non morirei così bestemmiatore se la prima volta che davanti ai miei genitori ripetei invanamente il nome di Dio, m’avessero dato uno schiaffo sulle labbra, invece di sorridermi come a una precocità d’ingegno. Mamma, non morirei così!… – 2. LA NON VIGILANZA. Somnolentia pastorum est gaudium luporum. — Si dice che un viaggiatore si sia fermato in un paesello per studiare i costumi popolari. Incontrò una massaia ed attaccò discorso. « Quante galline mantenete? ». « Quindici, Signore » rispose precisa la massaia. «E dove le avete? ». « Ecco » rispose la donna, accennando: « cinque sono chiuse in pollaio, tre crocitano sull’aia, le altre vagano nel cortile ». Il viaggiatore parve soddisfatto e cambiò argomento. « Quanti figli avete? ». « Cinque o sei ». « E dove sono? ». La donna sgranò gli occhi e rispose: « Chi lo sa dove sono!?. Non ho mica tempo di correrci dietro tutto il giorno! ». « Come? » fece stupito quel signore. « Sapete dove sono le vostre galline, e non sapete dove sono i vostri figliuoli? ». E non è appena in quel paesello che avveniva così. Ci sono genitori che non dormono tranquilli di notte, per custodire nei loro cassetti qualche gemma e qualche anello d’oro, e non vigilano sui loro figliuoli. Ma non sanno che l’anima dei loro figli è una gemma di cielo, è un anello di Dio? Ci sono genitori che a sera s’addormentano placidamente ed hanno fuor di casa, senza sapere dove, qualche figliuolo. Ma potrebbero dormire se avessero lasciato fuor dall’uscio un oggetto prezioso, o fuor del pollaio una gallina? Dove sono i vostri figliuoli, o genitori, mentre voi siete al lavoro, siete in casa, siete in chiesa? Avete indagato con chi vanno? Quali libri leggono? « Ma noi siam di mestiere e abbiamo affari… e non troviam tempo per vigilare sui nostri figliuoli ». Ecco la scusa di molti genitori. Ma il primo mestiere, il primo affare non è quello di educare i propri figliuoli? Tutto il resto è secondario. – La madre di S. Teodoro lavorava in un albergo. Ma quando s’accorse che il suo bambino, crescendo, poteva essere cattivamente impressionato da quello che si vedeva, diceva e si sentiva in quel luogo, fuggì col suo piccolo tesoro nel deserto. Patì fame e sete, ma il suo figlio fu santo. Giobbe, avendo saputo che i suoi figli s’erano radunati a banchetto, levò a Dio fervente preghiera, perché in quell’occasione li avesse a preservare da ogni peccato. – Quante volte, o genitori, avete saputo che i vostri figli si trovano in cattive occasioni: all’officina, nello studio, in caserma. Avete pregato, voi? – 3. IL CATTIVO ESEMPIO. Qualche anno fa i giornali pubblicavano l’incendio di un teatro di varietà. È mezzanotte: salone addobbato con motivi decorativi di carta a rosoni e a tralci; domina l’allegria e la sete del piacere. D’improvviso un lampo si proietta dal palcoscenico: e una lingua di fuoco scoppiettante, uscita fuori dai tendaggi laterali, si arrampica su su fino al soffitto, si propaga in tutti i sensi, perseguendo le decorazioni di carta. Grida di spavento, fumo, fuoco: è un inferno. Intanto le attrici si sono trovata preclusa la via del salvamento: corrono nelle loro cabine; ma il fuoco le ha raggiunte. E tra di esse c’era una mamma, c’era una bimba che s’iniziava a quella vita sciagurata. E sono morte. Noi pensiamo con angoscia a quella mamma che aveva venduto la sua figliuola ad un’arte così pericolosa; a quella mamma. che, stolta, le insegnava il misurato passo della danza e della corruzione; a quella mamma che ha trascinato la sua creatura nel fumo e nel fuoco d’un teatro, e, Dio non voglia, dell’inferno. Forse nell’ultimo spasimo quella povera bimba avrà tese le sue mani, imprecando alla mamma. O genitori: questo esempio non suscita in voi nessun rimorso? Chi insegnò a quel fanciullo a profanare il Nome di Dio, se non la madre che ad ogni piccola stizza l’ha sulla lingua? Chi gli ha insegnato a bestemmiare il Corpo e il Sangue del Redentore se non il padre nelle sue collere? Chi gli ha insegnato a profanar la festa, se non l’esempio dei suoi di casa che lavorano, che trascurano la santa Messa? Che meraviglia se quel figlio ama le osterie, quando suo padre ama l’ubriachezza? Che meraviglia se quella fanciulla non è ritirata né modesta, quando la sua mamma si perde dietro alla vanità del vestire e del trattare? Se un figlio dovesse cadere nell’inferno per il mal esempio dei suoi genitori, oh come li maledirebbe! E da quelle fiamme uscirebbe contro di loro un grido d’imprecazione per tutta l’eternità. – Nell’arca dell’alleanza accanto alla manna che Dio per i suoi figli raminghi aveva fatto piovere sul deserto, si custodiva pure la verga vigilante di Aronne. Nell’arca di ogni famiglia si deve custodire la manna e la verga: la manna che è simbolo d’amore, ma anche la verga che insegna il cammino, la verga che sferza i disviati.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

DOMENICA IN ALBIS (2023)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza dei sangue. Così devono fare i battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre, che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che è venuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio”.

Il Vangelo ci presenta la storia come una grande lotta del bene contro il male, della verità contro l’errore, e viceversa. A chi la vittoria? Ai figli di Dio, risponde la Epistola di quest’oggi, dovuta a San Giovanni, l’autore del quarto Vangelo. L’insieme delle forze del male, le negative forze dell’errore, delle tenebre e del gelo, ha un nome classico: si chiama il mondo; l’antitesi, l’antagonista di Dio, l’anti-Dio. Un anti-Dio in carne ed ossa, realissimo a suo modo, d’una realtà empirica e grossolana. Gente che c’è, che parla, che si agita, che si dà delle grandi arie e del gran daffare, che assume volentieri pose trionfatrici. Apparenza e menzogna nota, proclama l’Apostolo. La Vittoria non è del mondo, il mondo è l’eterno sconfitto. Vince Dio e chi nasce da Dio: i figli di Dio. Un altro termine prediletto del quarto Vangelo, che qui riappare: i nati di Dio. E chi è che nasce da Dio? A chi è perciò riservata la vittoria? Potremmo adoperare una frase del quarto Vangelo: « Hi qui credunt in nomine eius: » i credenti in Lui. C’è la frase precisa anch’essa nella nostra Epistola: « gli uomini di fede ». La Vittoria che vince, abbatte, schiaccia il mondo, è la nostra fede: « Hæc est Victoria quæ vincit mundum, fides nostra! – La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è l’abisso fra le due cose, per quanto molti le scambino. La credulità è una debolezza di mente. Il credenzone è un vinto, vinto dalle illusioni a cui (stolto!) egli dà una consistenza che non hanno. Perché anche senza essere credenzoni o troppo creduli, si può avere una fede non davvero religiosa o punto religiosa. Si può aver fede in un uomo; si può aver fede in un’idea, non divina. La fede di cui parla il Vangelo è sempre e sola fede religiosa, sanamente, profondamente religiosa: la fede, grazie alla quale noi siamo i figli di Dio, è qualcosa che viene da Lui e va a Lui. Fede buona nella Bontà; una fede, certezza immota, assoluta, profonda. – Il mondo non ha questa fede. Il mondo è scettico. Ha della fede, non la fede; degli idoli; non Iddio, il mondo. Non crede nella bontà amorosa e trionfatrice. Crede alle passioni, non alla ragionevolezza. Crede ai ciarlatani, non agli Apostoli. Crede all’astuzia, non alla verità. Noi siamo invece uomini di fede, gli uomini della fede, noi Cristiani. Noi crediamo alla carità, alla bontà di Dio, della Realtà più profonda, più vera, più alta: Dio! È la formula che adopera per altre volte lo stesso Apostolo: « nos credidimus charitati. » Sono tutte formule che si equivalgono: siamo figli di Dio, crediamo nel Suo Nome, abbiamo fede nella Sua bontà. Questa fede è la nostra forza. Chi crede davvero alla Bontà sovrana, dominatrice, divina, è buono; comincia dall’essere o per essere buono. Egli stesso combatte, lotta per bontà, lotta fiduciosamente, colla fiducia della vittoria. Perché sa di essere dalla parte di Dio e di avere Iddio dalla parte propria. « Si Deus prò nobis quies contra nos? » Credere alla vittoria è il segreto per conseguirla. E infatti nella storia, chi l’abbracci nel suo meraviglioso complesso, trionfa la bontà, trionfa Dio. Lo scettico ha dei trionfi apparenti e momentanei… i minuti. La fede ha per sé i secoli: trionfa con infinito stupore di chi credeva superbamente di aver potuto costruire un edificio sulla mobile arena dello scetticismo. Teniamo alta come segnacolo di vittoria la bandiera della nostra fede.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam.

[Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja.

[Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuso le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nello mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù è il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31). »

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA PERSEVERANZA DOPO LA PASQUA

Quando tornò a casa Tommaso, uno dei Dodici, detto il Gemello, un’ondata di gioia l’accolse, e tutte le facce dei discepoli, rapite ancora nella divina ebbrezza, gli furono d’attorno. «Oh, Tommaso, se fosti rimasto con noi avresti veduto anche tu il Signore risorto! ». Siccome teneva un’aria tra melanconica e incredula, si fecero a narrargli tutto per filo e per segno. Era oscuro e le porte erano chiuse, quando senza muovere battente Gesù si trovò in mezzo a loro, e mostrava ad ognuno le palme piagate e il costato squarciato; e per due volte aveva detto: « A voi sia pace! ». Pax vobis. Ma in quell’atmosfera accesa d’esultanza e d’amore, Tomaso lasciò cadere, gelida e amara, la parola del suo cuore chiuso: « Non credo ». Gesù fra loro? Ma non poteva essere. Egli era morto, e la sua spoglia straziata chiusa da un masso enorme nella caverna scura; era custodita ancora dalle guardie di Pilato. Gesù rivivente? Ma come poteva rivivere quel corpo; dove piaga si era aggiunta a piaga, dove non una fibra era rimasta intatta? Come poteva palpitare ancora quel cuore perforato dalla lancia? « È inutile! — ribatteva alle insistenze dei compagni, — se io non metto il dito nel posto dei chiodi, se io non metto la mano nel suo costato, non credo ». – E otto giorni dopo Gesù venne ancora. Tommaso. c’era, stavolta; il Risorto esclamò: « Pace sia con voi». Pax vobis. Poi chiamò l’incredulo: « Qua, il tuo dito. Qua, la tua mano! ».  In tutta la sala fatta silenziosa, scoppiò un grido: « Signore mio e Dio mio. Non sulla gioia dei discepoli, non sulla incredulità di Tommaso, ma sull’augurio del Maestro divino dobbiamo fermare la nostra attenzione. « A voi sia. Pace! ». Risorgendo da morte non altra parola, non altro dono recò ai suoi se non la pace: quella che Egli aveva firmata tra Dio e l’umanità con il suo sangue. Pax vobis! è pur questo ancora il dono e la parola che Gesù reca ad ognuno che ha compiuto in questi giorni il suo dovere pasquale, e credo che nessuno tra voi resti escluso. Dopo d’aver confessati bene i peccati, dopo d’esservi cibati della Sacra Ostia, avete sentito la sua voce ripetervi in fondo al cuore: « A te sia pace. Dio è placato e ti ama ». Sì, oggi tutti siamo in pace col Cielo; io lo spero. Però quel che importa è che questa pace non duri appena una o due settimane, ma sempre. Non venga più, dunque, il peccato a rapirci il dono della risurrezione. Nessuno si renda meritevole del rimprovero che S. Paolo fece ai Galati. Aveva a loro annunziato il Vangelo, li aveva battezzati, li aveva entusiasmati nella Religione nostra: ma appena fu lontano, quelli dimenticarono ogni cosa e ritornarono alla vita di prima. S. Paolo lo seppe, e scrisse a loro una lettera di rimproveri e di lacrime: « In così poco tempo avete saputo abbandonare Cristo? Avete cominciato nel fervore e finite nella disonestà! O stolti, chi vi ha illusi a disubbidire alla verità? ». O insensati Galatæ, quis vos fascinavit non obœdire veritati? (Galat., III, 1). Non basta dunque aver fatto pace con Dio, bisogna adesso mantenerla, continuando in grazia, poiché soltanto chi avrà perseverato fino alla fine si salverà. Perseveranza ci vuole! e la perseveranza dipende da Dio e da noi. Se dipende da Dio preghiamolo; se dipende da noi, vigiliamo. – 1. DIPENDE DA DIO: PREGHIAMOLO. Udite un paragone che una volta portava Gesù alle turbe. « Se alcuno pensa di edificare una torre, prima si ritira in casa e calcola un progetto preventivo di spesa e considera se le sue ricchezze basteranno a tener fronte all’impresa, e se mai qualche amico lo aiuti con prestiti… ma non si mette all’opera all’impensata, altrimenti correrebbe il rischio di non poter condurre a termine la costruzione e di abbandonarla a mezzo, fra lo scherno della gente: « Guardate il tale! ha cominciato a fabbricare e non ho potuto finire » (Luc.; XIV, 28-30). Or bene, noi dobbiamo cominciare l’ardua fabbrica d’una vita nuova, una vita di pace e in grazia: se ci ritiriamo a riflettere sui mezzi che disponiamo, bisogna concludere che da soli ci mancano le forze per durarla anche un giorno solo. C’è però un nostro grande Amico, ricchissimo e potentissimo, che appena lo preghiamo, supplisce ad ogni nostra debolezza: Dio. Senza la preghiera è quindi impossibile la perseveranza. Ma con la preghiera ogni difficoltà sparisce, ogni tentazione si dissolve, la nostra debolezza trionfa. Prima che S. Agata fosse martirizzata, il tiranno volle tentare ogni seduzione per indurla al peccato; ma ogni sua arte riuscì inutile perché la santa pregava. « Sarebbe più facile, — disse il tiranno — sarebbe più facile ammollire i macigni e il diamante, cambiare il ferro in piombo, anziché cambiare l’animo di Agata e sviarla dall’amore di Gesù Cristo e dal proposito della castità ». Che bella testimonianza! Noi invece siamo come fogliette di pioppo tremanti ad ogni vento; siamo come cera che si liquefa al primo caldo; siamo come rugiada che svanisce al primo raggio. Quante volte è bastato un pensiero ozioso, uno sguardo, una parola, un sorriso per travolgerci in rovina! Perché? Perché non si può perseverare senza l’aiuto di Dio. Quest’aiuto, che il Signore pietoso non nega mai, lo si ottiene con la preghiera e con i Sacramenti. – Per essere più preciso, vi ricorderò che Dio ha diviso il tempo in giorni, in settimane, in mesi, in anni: e noi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno abbiamo bisogno del conforto divino a perseverare. Ed allora ogni giorno ci sia la preghiera del mattino e della sera col Rosario; ogni settimana, nel giorno festivo, la Messa e la spiegazione della Dottrina cristiana; ogni mese la Confessione e la Comunione, — questo è solo un mio consiglio ma tanto giovevole; ogni anno la Pasqua sia santificata con un esame di coscienza generale e con l’adempimento esatto del dovere pasquale. Queste pratiche non vi sembrino esagerate: siamo pronti a ben maggiori fatiche per conservare le ricchezze del mondo, e ci rifiuteremo vilmente quando si tratta di conservare la pace e la grazia, che sono ricchezze di paradiso? D’altronde a chi le eseguirà, io assicuro da parte di Dio la perseveranza fino alla fine. – 2. DIPENDE DA NOI: VIGILIAMO. S. Gerolamo dice che noi viaggiamo carichi d’oro: è il gran tesoro della grazia di Dio, della pace sua santa. Non lasciamoci derubare. Temiamo i ladri astuti e feroci che stanno nascosti dentro e fuori di noi. Vigiliamo, ché nel cammino della vita dobbiamo essere non degli sventati, ma dei prudenti. Vigilate! Quando Antonio fu all’età di trentacinque anni volle recarsi in un antico romitaggio, dove avrebbe potuto lodare Dio in tutta povertà e penitenza. Ma l’infernale nemico tentò d’impedire il proposito eroico e gettò, sulla via per dove doveva passare, un dischetto d’argento. « Lo raccoglierà, — pensava il demonio, — tornerà indietro per spendere la moneta, o donarla: e poi probabilmente dimenticherà il romitaggio ». Ma appena s. Antonio vide il dischetto d’argento luccicare davanti a’ suoi passi, conobbe l’inganno, e gridò come se il demonio lo potesse sentire. « Quest’argento sia teco in perdizione ». Una fiammetta, una boccata di fumo e il dischetto scomparve. L’astuzia del tentatore non è mutata neppure dopo mill’anni. Egli sa del vostro proposito di perseverare dopo la Pasqua e sulla strada per dove passate getta, come luccicanti monete, i suoi inganni. È quel ballo, è quella persona, è quel ritrovo, è quel piacere, è quel libro… Non raccogliete, per amor di Dio, il dischetto d’argento infernale: fuggite l’occasione! e voi pure gridate: « Questa lusinga sia teco in perdizione ». In un attimo ogni tentazione, tutto si dissolverà in vano fumo, davanti ai vittoriosi, Resistete giorno per giorno! « Ma io sono giovane e come potrò resistere per venti e quarant’anni in una vita pura, ritirata, cristiana? Ho già provato altre volte: per un giorno, per una settimana ho resistito, ma poi le forze mancarono, le passioni ingagliardirono, e cedetti… ». Risponderò ancora con un esempio dei Padri del deserto, assai sperimentati nei combattimenti spirituali. Vivevano nell’eremo due Egiziani, che da poco avevano abbracciato quella vita santa, e, si capisce, il demonio li spingeva ad abbandonarla. Per superare questa tentazione, essi decisero di aspettare fino alla stagione seguente: « Ecco l’inverno! — si dicevano; — passiamolo ancora qui: del resto è tanto breve; ce ne andremo a primavera ». L’inverno passava ancora in santità ed orazione. « Ecco la primavera! — dicevano poi; — è cosa tiepida che piace perfino nel deserto. Ce ne andremo in autunno ». E così di stagione in stagione, rimasero cinquant’anni nella solitudine e morirono in pace. Altrettanto fate voi, o Cristiani, che desiderate perseverare in grazia. « Da Pasqua a Pentecoste non ci sono cent’anni: resistete fino allora: poi dopo una bella Confessione e una fervorosa Comunione, deciderete. — E da Pentecoste alla Sagra o all’Ufficio Generale, o alle S. Quarant’ore, o al Giorno dei morti… non è un’eternità: resistete fino allora ». E così di periodo in periodo, tutta la vita passerete nella santa perseveranza di Pasqua. – Tre convalescenti si presentarono al medico. Erano appena usciti da malattia gravissima, e tutti e tre — temendo la ricaduta — ricorsero pieni di fiducia al loro dottore per domandargli consigli. I consigli furono uguali a tutti: prendere maggior nutrimento; astenersi da certe bevande e da certe vivande irritanti; accorrere dal medico senza indugi appena i sintomi del male riprendessero a manifestarsi. Il primo convalescente, ritornato a casa sua, dimenticò ogni prescrizione medica, anzi se ne rise: ma d’improvviso il male lo riprese e lo strappò nella tomba. Il secondo convalescente preferì ascoltare per metà i consigli del dottore: prese maggior nutrimento, ma non si astenne dai cibi proibiti; e neppure lui godette salute. Il terzo invece eseguì scrupolosamente ogni comando e, appena temeva un assalto del vecchio male, ricorreva al suo medico: così poté campare lieto e sano fino alla più tarda età. Tra i fedeli che dopo la santa Pasqua vogliono perseverare nella salute dell’anima, noi distinguiamo tre categorie. Alcuni non ricordano nemmeno uno dei consigli ricevuti in confessione: maggior nutrimento di preghiere, ed essi non pregano mai; astensione dai cibi irritanti, ed essi amano invece cose, luoghi, persone pericolose; farsi vedere frequentemente dal medico, ed essi non si confessano più d’una volta all’anno. Costoro ricadranno in peccato peggio di prima, e sempre con minor speranza di risollevarsi. Altri prendono sì un maggior nutrimento di preghiere, una maggior frequenze di Sacramenti; ma non fuggono le occasioni peccaminose. Costoro non potranno mai perseverare, perché chi ama il pericolo in esso perisce. Infine, c’è un piccolo gruppo che eseguisce scrupolosamente i tre consigli. E vi assicuro che son costoro quelli che non perderanno mai la pace pasquale e cammineranno con Gesù risorto fino alla morte e poi per sempre di là. In quale categoria ci poniamo noi? — 1. LA FEDE DONA LA PACE ALLA MENTE. Santa Perpetua, perché cristiana, fu trascinata davanti al giudice e condannata alle fiere. Questa donna, così gentile e affettuosa che un giorno era stata rimproverata dal rigorista Tertulliano perché baciava il suo bambino con troppo amore, non tremò davanti alla morte, ma parve sorridere. Quando in mezzo al circo, in cospetto del popolo africano, vide contro di lei venir la mucca infuriata, congiunse le mani e si protese verso la bestia come se si preparasse a pregare sulla culla del suo bimbo addormentato. Al primo assalto fa travolta dalla polvere, ma non le fu recato alcun male. Ed ella si alzò da terra senza turbarsi e riannodò modestamente le chiome che s’erano scompigliate nell’urto e scosse la polvere dagli abiti, ed aspettò la morte come si aspetta una sorella che venga… Ma chi poteva dare a una donna tanta serena pace da curarsi ancora del decente aspetto della sua persona, proprio quando la soprastava un tragico martirio? La fede. Dice la fede: quaggiù non è la nostra dimora, ma solo una valle di patire. Dice la fede: chi perde la vita per amor del Signore, la ritroverà. Ella credeva fermamente, e di che cosa poteva temere? Oh se si avesse fede, non si bestemmierebbe la Provvidenza di Dio quando ci manda le croci! Se si credesse un po’ di più alle verità del Vangelo che il prete ogni festa spiega nella Chiesa, nel mondo non ci sarebbe tanta gente che ad ogni piccola sventura cerca la morte! Guardate i fanciulli: essi sono sempre beati: perché credono alla loro mamma. Noi pure saremo beati, se crederemo a Dio nostro Padre, con la fede d’un fanciullo. Ecco perché Gesù risorto rimproverò Tommaso il gemello e gli disse: « Tommaso non essere incredulo. Beati quelli che, pur non vedendo, crederanno ». – 2. LA CONFESSIONE DONA LA PACE AL CUORE. Un missionario del secolo XVIII predicava in un paese alpestre di Francia. Narra il P. Monsabré che una volta entrò in quella chiesa ad ascoltarlo anche un ufficiale di cavalleria avvolto nel suo mantello. Il suo sguardo nero e profondo era irrequieto e sembrava un lampo che guizzasse fuori dalla nuvolaglia che s’accozzava in quel cuore in tempesta. Tratto tratto ansimava, premendosi la mano sul cuore tumultuoso. E Dio volle che il missionario parlasse proprio della confessione. La parola suadente del prete gli penetrava in cuore e alla fine risolvette di buttarsi ai piedi del confessore. Il missionario lo raccolse con amore e lo aiutò a confessarsi davanti a Dio. Quando quell’ufficiale dall’ampio mantello uscì dalla Chiesa, piangeva e volgendosi ad alcune persone disse: « In vita mia non ho provato una pace così pura e così soave come quella che il ministro di Dio mi ha procurato col mettermi in grazia. E credo che neppure il re, che servo da trent’anni, può essere più felice di me ». Pasqua è venuta: ma è venuta la pace nei nostri cuori? Se in noi non c’è pace è forse perché ci siamo confessati male, o fors’anche non ci siamo confessati? Il peccato è come un tarlo che rode senza posa il nostro povero cuore: ed esso non muore se non col perdono di Dio che si riceve ai piedi del confessore. Ecco perché Gesù, apparendo quella sera nel cenacolo, dopo aver detto: « La pace sia con voi » si curvò sopra degli Apostoli e alitando sopra le loro fronti disse: « Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete, sarà perdonato; a chi non perdonerete non sarà perdonato ». Come il Divin Padre aveva mandato Gesù, così ora Gesù manda i suoi discepoli a portare la pace nel mondo. Ma pace non ci può essere se non nella coscienza pura. E Dio istituì perciò il Sacramento della purificazione. – L’OSSERVANZA DELLA LEGGE DI DIO METTE LA PACE IN OGNI NOSTRA AZIONE. Un giorno Dio comandò a Saul di muovere sopra gli Amaleciti, di saccheggiare e incendiare ogni cosa. E Saul piombò contro i nemici di Dio e stravinse: però volle risparmiare il re, forse per far più bello il suo trionfo; volle ancora risparmiare alcune pecore col pretesto di sacrificarle a Dio. Di ritorno dalla guerra, il profeta mosse ad incontrarlo e gli disse: « Hai tu distrutto ogni cosa? » – « Ho compiuto la parola del Signore »  rispose Saul. Ma in quel momento le pecore belarono. « Ma io odo un belare d’agnelli » disse il profeta. Saul titubò un istante cercando una scusa: « Fu il popolo che ha voluto che si risparmiassero i capi migliori per farne sacrificio ». Samuele si adirò. « Poiché tu hai gettato dietro alle tue spalle la parola di Dio, ecco: Dio ti ripudia e non ti vuol più re ». È il caso di molti Cristiani. Durante la quaresima hanno ravvivato la loro fede, nei giorni di Pasqua hanno fatto anche la Comunione, eppure nel loro cuore non sentono la pace che Gesù risorto portò ai suoi discepoli. Oh, non basta la fede, quando non si agisce ancora nella luce della fede! Oh, non basta la confessione quando si conservano in cuore certi attaccamenti al peccato. Et quæ est hæc vox gregum? Cos’è questo belar d’agnelli? Non aveva Dio imposto la distruzione d’ogni cosa? E perché allora si è voluto continuare in certe amicizie, in certe compagnie, in certi desideri che la legge del Signore proibisce? Perché in fondo al cuore cova ancora quell’astio o quell’attacco alla roba d’altri? Perché si è voluto risparmiare il re degli Amaleciti, ossia la propria passione predominante? Qual meraviglia allora se la pace del Signore non è venuta dentro di noi? La pace di Dio è solo nell’osservanza dei comandamenti di Dio. Pax multa diligentibus legem tuam, Domine! – Irrequietum est cor nostrum, donec requiescat in Te. L’anima ardente di S. Agostino cercava la pace. E dalle spiagge della sua Africa d’oro si volge alle mondane cose con tormentose domande: chiedendo pace. Ma gli aranceti e gli olivi in fiore di Tagaste e tutto il verde pendio sembravano rispondergli: — Quello che tu cerchi non è qui tra le nostre fronde agitate dal vento: cerca più in su! E S. Agostino cerca il mare: ma le onde e gli infiniti increspamenti del mare nel loro perpetuo ondulamento gli rispondono: « Quello che tu cerchi non è qui nelle nostra eterna agitazione: più in su!» E S. Agostino leva gli occhi sopra il cielo stellato della sua Africa d’oro. Ma gli astri dicono: « Quello che tu cerchi non è qui: ché noi siamo, come il tuo cuore, sempre vaganti: più in su ». « Dio! ». – Egli solo, quando vive nella nostra mente, nel nostro cuore, in tutta la vita nostra, Egli solo è la nostra pace. Ipse est pax nostra (Ef., II, 14).

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6.

Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.

[Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

[Ti preghiamo, Signore Dio nostro, che i sacrosanti misteriose tu hai dato a presidio del nostro rinnovamento ci siano rimedio nel presente e nell’avvenire]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

QUARESIMALE (XXXVIII)

QUARESIMALE (XXXVIII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).

PREDICA TRENTESIMAOTTAVA

Nella Feria terza dopo Pasqua.

La Perseveranza è quella virtù che corona l’opera.

Stetit Jesus in medio discipulorum suorum. Luc. 14.

Origene, figlio di martire, padre spirituale de’ martiri, sì santo un dì, e sì nemico implacabile di sé stesso, che ne passava i più rigidi penitenti dell’Eremo; sì immacolato e puro, che non sembrava uomo di carne, ma Angelo vestito di essa. Quegli, a cui la grande Alessandria d’Egitto, dove insegnava, era nella pietà e nella dottrina obbediente discepola. Origene sì assiduo nel contemplare, che pareva vivere tutto a sé solo, sulla punta d’un monte, o nelle solitudini della Nitria, o ne’ deserti della Tebaide, del cui zelo nel dilatare la fede oltre l’Egitto, ne fa fede l’Arabia, ove là predicò, e la conversione de’ popoli che vi fece; del cui sapere nelle materie sacre vi hanno numerosi testimoni ne’ tanto eccellenti volumi che compose. Origene in poche parole, fanciullo Angelo, giovane santo, uomo apostolo, e vecchio? Oh Dio! Apostata, seminatore d’eresie, diviso dalla comunione de’ fedeli, come membro putrefatto, ed infettatore degli altri. Dio immortale! dopo lunga condotta d’anni virtuosi, tutto si perde, se non si persevera? Così è! La Perseveranza è quella virtù che porta il premio sicuro ad ogni altra. Quanti e quanti, simili ad Origene si sono veduti operari indefessi nella vigna di Cristo, che poi gli hanno vergognosamente voltate le spalle, son tornati al partito del mondo sotto le insegne del demonio? – Confesso il vero riveriti ascoltanti, che io non vorrei mutazioni sì dolorose; spero, con giubilo del mio cuore, aver fatto qualche frutto nelle anime vostre in questi sacri giorni. Sarei troppo inconsolabile se potessi sol sospettare, che chi ha mutato vita divenisse un altro Origene nel terminarla; vorrei perseveranza nel bene incominciato; vorrei, che al fine di nostra vita potesse verificarsi che siccome Gesù stetit, si fermò in medio Discipulorum; così si fosse stabilito nel mezzo del nostro cuore, con vera perseveranza. A questa v’esorterò, e son da capo. Chi ama teme, e chi più ama, più teme: res est solliciti, plena timoris amor. Non vi sdegnate, o miei RR.AA., (e io vi paleso il mio timore), temo che abbandoniate quel tenor di vita che avete preso, sicché non torniate sotto lo stendardo del demonio, ed il timore ha qualche fondamento. Sovvengavi di quei due pellegrini, che andavano in Emaus: certo che da principio si erano portati bene; avevano dato fede a Cristo: sperabamus quia ipse esset redempturus Israel; ma quando cominciò a spuntar la sera del terzo giorno senza vederlo, cominciarono a vacillare, a diffidare; onde da Cristo furono ripresi. O stulti, tardi corde ad credendum! Chi però mi promette, che innanzi sera qualcheduno di voi muti parere, volti le spalle a Cristo e, passata la Pasqua, torni a quei ridotti, a quei discorsi, a quei compagni, quegli odii, a quegli amori? No, no, esto firmus, state saldi nella vita intrapresa, né vi lasciate ingannare dall’inimico del vostro bene. Tre sono gl’inganni, che il demonio procura di mettere nel nostro cuore perché non perseveriamo nella grazia del Signore. Il primo riguarda noi, ed è il farvi apprendere, esser impossibile continuar lungamente senza lo sfogo delle vostre passioni. Il secondo riguarda il demonio, figurandovi esser facile scappar di nuovo dalle sue reti, quando ne restiate nuovamente presi. Il terzo riguarda Dio, credendovelo con le braccia aperte sempre per ricevervi a penitenza. Quanto al primo, vi replico: non vi lasciate ingannar dal demonio che vi dice al cuore: tu, dunque, non ti hai da prender più un sollievo; non più in quel giuoco, non più in quel ballo, in quella veglia? E come è possibile passare tutta la vita priva di tali sollievi? Ecco l’inganno del demonio; ecco che ve lo scopro; piano voi dite, sempre tutta la vita senza spassi? Ma che vita vi figurate? E chi sa che la vostra vita non si riduca a giorni? E se così fosse, per pochi giorni vi sareste perduto il Paradiso. Ricordatevi di ciò che avvenne a Mosè con gl’Israeliti. Voi ben sapete, che questi avevano aspettato Mosè nel monte con molta pazienza, né mai avevano dato segno alcuno di cuor ribelle; ma finalmente attediati dalla dimora, cominciarono ad infastidirsi, e pensando che Mosè si fosse affatto dimenticato di loro, e che almeno dovesse indugiar lungamente a ritornare, deliberarono d’eleggersi un nuovo capo; e per poterne più agevolmente disporre a lor modo, che pensate  che facessero? Soggettarono ad un bue dorato: mutaverunt gloriam suam in similitudinem vituli comedentis fœnum. Eccoli, dunque, idolatri senza pietà, senza modestia; quando sopraggiunse ad un tratto Mosè, il quale alla vista di quell’indegno spettacolo, avvampando di santo zelo, rompe incontanente le Tavole della legge, sgrida Aronne, stritola il simulacro, ed assoldata tutta la tribù di Levi, scorre a guisa di folgore da’ quartieri della moltitudine attonita e disarmata, e spargendo per tutto ferite, per tutto sangue, per tutto strage alla confusa, in poco tempo uccise ventitré mila persone con un macello tanto più orrido, quanto più inaspettato; ora io vi domando, miei RR.AA., quanto credete che costoro avessero aspettato Mosè? Sapete quanto? Trentacinque giorni per lo meno; sapete quanto stette a venir Mosè? Cinque altri giorni; sicché, se avessero aspettato cinque altri giorni, non avrebbero avuta una morte sì fiera. Ah, che io dubito che, se non persevererete, il simile debba intervenire anche a voi. Vi credete vita lunga, e però, dite: sempre senza veglie, sempre senza amori tanti snni. No, forse saran giorni, un mese, anno, e se la sbagliate, guai a voi; state saldi ne’ buoni propositi, perché vi resta pochissimo, ed anche quel molto che vi promettete è poco, è nulla. – Così appunto, la discorreva tra sé quell’infelice cavaliere di gran nascita nella provincia dell’Umbria, ma di sordidi costumi. Era questi invitato da Dio a penitenza per mezzo d’una santa Confessione; ma non sapeva ridursi perché diceva tra sé: come potrò io stare senza i piaceri del senso per tutta la vita che mi rimane? Se ne prometteva molta, ma s’ingannava, poiché la notte susseguente a quel giorno, in cui Iddio l’aveva chiamato più gagliardamente, se ne morì affogato da fiero catarro. State saldi, non vi lasciate ingannare dal diavolo, anzi usate con lui gl’inganni. Se volete perseverare nel bene, non bisogna che prendiate tutto il negozio della vostra salute in un lancio, ma a poco a poco pensate a viver bene il giorno d’oggi, sì ed al dì venente vi penserete domani, con un giorno alle volte si passa l’anno, ed intanto, dice San Fausto, sempre più l’anima si fortifica, perché: Gratia de gratia nascitur, et merita meritis locum faciunt. Replico dunque, non vi sbigottite con dire: come mai ho io da fare a vivere tanti anni in una tal vita? Ho tanti anni senza un piacer di vendetta, senza un diletto di senso? E chi può resistere? No, non dite così, perché potrebbe essere che questi vostri conti ad anni non riuscissero neppure a mesi, neppure a settimane, ma a pochi giorni, e quando ciò fosse, voi per non aver voluto perseverare nel bene per brevissimo tempo, vi troverete ne’ tormenti dell’inferno per tutta un’eternità. Tutto è vero, ben conosciamo che se torniamo a peccare, faremo una gran pazzia, ma serve a noi di gran scusa l’avere pronto il modo di rimediare allo sproposito fatto. O che pazzo modo di parlare! Questo è appunto il secondo inganno del diavolo, il quale mi fa parere facile lo scappargli di mano, doppo esservi ricaduto. V’ingannate, perché se gli ricadrete nelle mani, ei vi terrà sì stretti, che non gli fuggirete mai più. Ecco che vi confermo tale verità. Sentite di grazia, che caso strano. Un cavaliere degno figlio di quella Religione, che su bandiere gloriose spiega candide croci, e che con tanto terrore e con danno dell’ottomana luna partorisce tante glorie alla Cattolica fede, … uno di quei cavalieri, dico, trovatosi a fiera battaglia con squadre nemiche; dopo aver svenati più barbari, non potendo più resistere al numero, asperso del proprio e dell’altrui sangue, fu fatto prigioniero di guerra e, riconosciuto per nobile, fu custodito più tosto con discrete che con rigide diligenze, e trattato più tosto con cortesi, che con strane maniere. Ad ogni modo il generoso cavaliere che, se aveva perduta la libertà, non aveva però sminuito lo spirito; intollerante della sua schiavitù, meditava la fuga; quando un dì, vedendo le guardie poco sollecite di sua persona, e del tutto intente ad altro, sforzò i rastelli, e si pose in libertà. Fortunato cavaliere giovane veramente spiritoso, ma che? Appena slontanato dalle soldatesche nemiche, invece d’affrettar la fuga per assicurarsi la libertà, si ferma a contemplare la vaghezza d’un giardino, ed a cogliere pochi fiori; ond’è, che raggiunto dalle guardie, è nuovamente ricondotto sotto l’unghie del barbaro da cui fuggì, il quale ordina che sia posto nella più spaventosa e sotterranea prigione, e qui vi sta assicurato con ferri a piedi, ferri alle mani ed al collo; ed acciò, che il misero divenga sempre più fiacco, e per ciò meno abile a rifuggire, non passa giorno in cui non sia macerato da rigorose inedie e da fiere percosse. Ben gli sta, sento che voi dite AA.! E chi gli ha insegnato fermarsi a coglier fiori, mentre aveva bisogno di fuga per assicurarsi la libertà? Voi dite: ben gli sta e deplorate la di lui imprudenza; ed avete ragione: ma non ho già il torto io a dirvi che molto più pazzi del cavaliere voi siete. Voi ben sapete, che per quei peccati che commetteste, vi rendeste schiavi del demonio, gli siete scappati dalle mani felicemente; o sia stato perché egli vi guardasse con poca cura, o perché voi vi portaste con maggior animo, poco importa: dalle granfie gli siete usciti: ma perché, dico io, ora non seguitate a slontanarvi da Lui? Perché vi lascerete di nuovo prendere per cose da nulla per volere sfogare quella vendetta: per non voler restituire quella poca di roba che non è vostra, per voler tornare in quella casa, per quella strada, a quelle veglie, a quegli amori, e qui cogliere quei fiori che avvelenano l’anima? Che seguirà, se mai più gli ritornate nelle mani? Che seguirà? Ve lo dice Geremia, udite: ut non egrediamini aggravabit compedes vestros; vi raddoppierà le catene; vi rinforzerà le ritorte; ed attentamente mirando per qual via gli siete scappati dalle mani, circumædificabit adversum vos; chiuderà tutti gli aditi; romperà tutti i passi; non vi lascerà neppure un angusto spiraglio donde possiate rimirare il cielo. Se voi vi sarete convertiti per una lezione di libri pii, egli sarà sempre attentissimo che altri libri non vi giungano alle mani che di romanzi, favole ed amori. Se per le prediche, ve ne distoglierà con rendervi tutti ingolfati ne’ traffici, acciocché anche in tempo della predica v’impiegate, Se per le congregazioni, ve ne distaccherà con allettarvi a’ ridotti; Se per le ispirazioni interiori, procurerà tenervi ravvolti fra strepiti e tumulti tali, che fra d’essi la voce divina non possa udirsi. In una parola, egli adoprerà tutta la sua malizia, tutta la sua arte, per perdervi: circumædificabit ad versum vos ut non egrediamini aggravabit compedes vestros. Or sentite, che ceppi fieri mise a’ piedi d’un giovane, che poi seco tirò miseramente all’inferno. Narra il Padre Rho ne’ suoi esempi, come in un castello di Napoli, v’era un giovane pessimamente invischiato con amicizia d’una rea femmina. Il Signore, che bramava la salute di quell’anima, lo fece avvisare per mezzo d’una visione, cọn intimargli in capo a breve tempo severissimo castigo, se non si ravvedeva. S’arrese il giovane alla minaccia, e purgò l’anima sua con una generale Confessione. Ma che non può una sfrenata passione? Tornò di nuovo a cadere; ed altresì compunto tornò dal confessore, che lo fortificò con nuovi rimedi. Non bastarono però già che il giovane scappato più volte dalle mani del diavolo ne credeva sempre facile l’uscita dalle sue mani, ma non gli riuscì. Quand’ecco che in una notte fu sorpreso da fierissimi dolori, alzò le voci da disperato; s’alzò la rea femmina ancora, si chiamò il confessore; venne, ma non venne a tempo, perché lo trovò spirato con l’assistenza alla sua morte di quella donna che gli mandò l’anima al precipizio infernale. Torno a dirvi: non vi fidate; perché se tornate nelle mani del diavolo, troverà egli modo che non gli scappiate mai più. Non vi lasciate ingannare neppure con la temeraria speranza in Dio. Ricordatevi una verità indubitata, ed è, aver Iddio stabilito il numero de’ peccati che vuol pazientemente tollerare da noi; onde, che quando questo numero è compito, al primo peccato che noi dopo commetteremo, ne seguirà che Dio ci tolga improvvisamente la vita, o ci levi di senno; e così ci abbandoni in braccio della dannazione. Vi confermi questa verità la Divina Scrittura. Voi ben sapete, che gli Israeliti peccarono più volte colà nel deserto: peccarono con mormorazione, con idolatrie, e ne riceverono il perdono. Tornarono finalmente a peccare a vista della terra di promissione, lamentandosi di Dio. Allora Dio, tutto adirato, disse a Mosè: Usquequò detrahet mihi populus iste? Feriam igitur vos pestilentia, atque consumam. lo li voglio tutti distruggere quanti sono con una general pestilenza, li voglio ridurre in niente. Mosè mosso a compassione supplicò per la loro salvezza. Ed Iddio condiscese in parte, protestandosi che Egli perdonerebbe a quelli che fossero nati dopo l’uscita d’Egitto, o non molto prima, ma non già a quelli che ne erano usciti nell’età già avanzata. Or mi sapreste voi dire, per qual ragione il nostro Dio praticasse questa disuguaglianza? Sapete perché? Perché costoro l’avevano già irritato dieci volte: tentaverunt me per decem vices: dieci volte m’hanno irritato; e perciò tutti li voglio morti. Cari UU., Iddio numera le nostre colpe: non vi fidate. Ah, che se questi sfortunati Israeliti avessero trovato, allorché giunsero al nono peccato, un buon amico, che gli avesse detto: fermatevi, basta, basta, non peccate più; perché se lo farete, non vi sarà più pietà per voi, li avrebbe tolti da quel macello. Ma chi glielo poteva dire, se questo è un segreto nascosto nel cuore di Dio? Cristiani miei, dite un poco che sapete voi, che quel peccato del quale vi siete confessati, non sia quell’ultimo, il quale Iddio ne’ suoi profondi decreti ha prescritto condonarvi? Avete certezza in contrario? Ne avete neppure indizio? Ne avete barlume? No, no, anzi avete fondamento di temere che sia l’ultimo; avendovi tollerato finora, anzi di star tremando, perché non solo dieci ve ne ha perdonati, ma trenta, ma cento, ma mille, ma senza numero. State dunque da qui avanti sopra di voi, custoditevi bene lontani dalle occasioni, state saldi, e non vi arrischiate. Io non dico che il peccatore finché ha vita o libertà non si possa ravvedere, ma dico che, quando avrà compito quel numero stabilito di peccati, illic percutietur; resterà nel colpo con un accidente, con una ferita, e si dannerà. Non vi sia mai dunque tra voi, che si metta in sì gran pericolo, col non perseverare, col tornare a peccare, dicendo: Iddio per il passato mi ha perdonato, mi perdonerà anche per l’avvenire: no! Non dite così, perché quanto più peccate, tanto più vi mettete in pericolo di perdervi; e cresce la probabilità della vostra dannazione. In una parola: ecco la sentenza scritta dal dito di Dio nelle sacre carte, e promulgata dall’Ecclesiaste, quasi da celeste banditore: Qui transgreditur a justitia ad peccatum, Deus paravit eum ad rompheam. Udite, o peccatori temerari, che sempre vi promettete un medesimo passaporto, una medesima impunità, per quanto aggiungete di nuove scelleratezze alle antiche. Udite chi è passato dalle bandiere del demonio a quelle di Gesù Cristo, cioè a dire, chi è confessato de’ suoi falli passati ed ha promesso con tanta solennità di non tornare mai più a commetterli; se poi torna di nuovo a mancar di fede, se fugge di nuovo a servire al demonio; se di nuovo ripiglia quelle maledette amicizie: sappiate che egli si mette ad evidente pericolo d’esser una vittima infelice destinata al coltello della Divina Giustizia, e perciò condannata all’inferno: Deus paravit eum ad Rompheam. Non vi crediate, miei UU., che le minacce di Dio siano un tuono vano, siano una bravata in credenza, un semplice spauracchio. Non sarà così no, non sarà così: Quœretis me, dice Cristo, et in peccato vestro moriemini; mi cercherete è vero; ma non in modo che giungiate a trovarmi, e ciò per vostra colpa, e però morirete nel vostro peccato. Non vi mettete, miei UU., a questo gran pericolo di dannarvi col tornare alle colpe, col non perseverare nel bene incominciato. Cristiano mio amatissimo, io non so più che dirmiti, già t’ho posto avanti gli occhi e la pazzia grande che fai, ed il pericolo evidente, in cui ti metti di dannarti se tu non perseveri; ti dirò dunque per ultimo con San Bernardo: Si Christum induisti, Christum ne exuas. Ti sei confessato, hai lasciato il peccato, ti sei liberato della servitù del diavolo, ti sei vestito di Cristo, seguendo il consiglio dell’Apostolo: induimini Dominum Jesum Christum. Lodato Dio, non ti spogliar più di Cristo, non abbandonar Cristo, persevera nel bene. Io non so come meglio possa spiegarsi il pensiero dell’Apostolo e di San Bernardo, che con quanto riferisce l’Incognito della veste inconsutile di Cristo. Dice egli, che essendo dall’Imperator Tiberio chiamato a Roma Pilato Presidente della Giudea, per fargli rendere conto dell’iniqua sentenza data a compiacenza degli Ebrei contro di Cristo, e temendo egli il giusto sdegno dell’Imperatore, confidato ne’ miracoli che delle vesti dello stesso Cristo riferiva la fama, procurò d’aver la tonaca inconsutile. Ottenutala, e vestitosene sotto gli altri abiti, si presentò all’udienza di Tiberio, il quale, benché fieramente adirato, lo riceve nondimeno con segni di benevolenza. Meravigliatosi poi di sé Tiberio, e pentito della prima indulgenza, lo fece di nuovo chiamare per castigarlo. Ma comparendovi pure vestito con la stessa tonaca, fu come prima graziosamente accolto e licenziato senza castigo. Tanto gli accade finché comparve con quella veste; ma in fine, affidato soverchiamente nell’acquistata grazia, comparve avanti all’Imperatore senza quella sagrata veste, ed allora fu ricevuto con quello sdegno che meritava la di lui perfidia, ed era proprio della fierezza di Tiberio; e così fu condannato a ben mille volte meritata morte. Tanto riferisce l’Incognito, concludendo: Tertio revocatus Pilatus, cum dicta tunica esset exutus; sic præsentatus accepit sententiam capitalem, quam nec recepisset, si Christi tunica fuisset indutus. Ecco ciò che vuol dire l’Apostolo: induimini Dominum Jesum Christum, e San Bernardo, si Christum induisti, Christum ne exuas. Avete mutato vita: vi siete vestiti di Cristo: già si sono detestate quelle bestemmie, quelle mormorazioni; già si è cambiata in candore quella impurità, in amore quell’odio così invecchiato? Si perseveri dunque nello stesso tenor di vita; perché quando non si perseveri, vi potrete aspettare, come Pilato, la giusta sentenza di morte, che col privarvi di vita vi butti l’anima ad ardere tra dannati. Dio non lo voglia, e respiro.


LIMOSINA.
Sta nelle vostre mani R. A. la perseveranza nel bene de’ poverelli; non mancano tentazioni di peccare a chi manca il pane da sfamarsi. Atalarico presso Cassiodoro chiamò la povertà: madre de’ vizi mater criminum necessitas; perché  non vi è quasi scelleraggine, per enorme che sia, che non derivi dalla povertà. Figli della povertà sono i tradimenti, i furti, gl’inganni, le disonestà: mater criminum necessitas. Quelle fanciulle, che generose parevano a tollerare mille morti per la fede, le vedrete vender l’onore per pochi denari, quelle matrone, che sembravano specchio d’onestà, per un piccolo aiuto interessato, eccole svergognate; vedonsi insomma sotto pretesto di necessità le più nefande abominazioni. Slargate dunque la mano alla limosina, perché la povertà non torni a peccare, ma perseveri nel bene. Poco sarebbe però se la limosina fosse causa della perseveranza nel bene solo a’ poverelli; quello che più importa è, che darà anche a voi la perseveranza del bene. Osiscires donum Dei! – dice il Boccadoro – Petit Deus humanam misericordiam, ut largiatur divinam. Vuole Iddio, che noi siamo misericordiosi in questo mondo verso i poveri, per esser’Egli con noi misericordioso e in questo, e nell’altro; volete da Dio questa gran misericordia della perseveranza finale? Fate limosina!


SECONDA PARTE.

Eccoci giunti, miei R. A., al termine: voi della pazienza in udirmi, io delle mie povere fatiche. Confesso il vero che le mie povere fatiche di queste prediche sono state fredde, infeconde, difettose. Ma sappiate che non per questo perdo la speranza d’aver raccolto qualche poco di frutto, giacché la divina parola, quanto più nuda, tanto è più possente ad abbattere i vizi ne’ peccatori, ad avvalorare la divozione ne’ giusti. Spero dunque d’aver fatto qualche frutto, e perché lo conserviate nelle anime vostre, altro ricordo non vi lascio, se non che sempre più prendiate orrore al peccato, questo abominiate, questo detestiate, come quello che vi chiude il Paradiso, v’apre l’inferno; vi porta la rovina del corpo, la dannazione dell’anima. Per ottener quest’odio sì necessario, ricorrete ogni giorno a Maria Vergine con tre Pater, ed Ave, e tre Gloria Patri. Questo sia il mio ricordo, e ben s’imprima ne’ vostri cuori. Da qui avanti: peccato mortale, offesa di Dio, disprezzo della Divina legge? O questo no, prima mille volte morire! Così dice questo popolo, o mio Gesù, così stabilisce, così vuole. Or tocca a Voi, mio Redentore, di riceverlo e stringervelo al petto come amorosissimo Padre, e quando ciò sia troppo, perché furono peccatori, e perché molto tempo ostinati: vogliate almeno contentarvi di conservarli sotto la vostra divina protezione. Costantino quel grande, quel religiosissimo imperatore, dopo aver fabbricato Costantinopoli, ordinò che si formasse una statua di Cristo, e che terminata si collocasse nel mezzo della piazza; a faccia di quella volle anche si alzasse la sua propria statua, dalla cui bocca uscisse una fascia, la quale a’ pié di Cristo terminasse, e v’era scritto: Tibi, Christe Deus, Urbem hanc commendo, a voi mio Cristo, raccomando questa mia Città. Altrettanto ardirò io di dire questa mattina a voi: mio Redentore, raccomando questa Città. Prosperate quel Sacro Pastore che con apostolico zelo muove tanto la pietà nel suo gregge. Prosperate il sagro clero. Prosperate le sacre Religioni, che con fanti esempi accrescono il vostro divino culto, prosperate quella nobiltà, a che avvalorata dal vostro braccio con generoso cuore, è risoluta dar sconfitta al demonio, vincer l’inferno. Prosperate insomma tutto questo popolo a voi fedele, che col vostro aiuto vuol rintuzzare l’orgoglio dell’inimico infernale, e fare acquisto del Cielo. Orsù, miei amantissimi uditori, mi licenzio da voi per non rivedervi mai più probabilmente in questa vita; però, quando vi giunga la nuova della mia morte, pregate per l’anima mia. Prima però di partirmi da questo pulpito convien che io, alla vostra presenza, ed a’ piedi di questo Cristo mi protesti, non aver io avuto altra mira nel predicare, che di salvar l’anime; e perciò se niuno perirà, io mi dichiaro che: mundus sum a sanguine omnium; protesto, che non ho parte ne’ peccati d’alcuno. Ho preteso di santificar ognuno, correggendo con santa libertà i costumi, riprendendo i vizi; detestando le iniquità; e di ciò vi chiamo come testimoni d’udito, contestor vos hodierna die, che per quaranta giorni non cessavi monere unumquemque vestrum. Quanto disse Cristina martirizzata dal tiranno, altrettanto io dico a voi. Mirami, disse ella al barbaro, mirami bene in faccia: improntati nella memoria questo mio volto; perché io stessa avrò da rinfacciarti innanzi a Dio quella fede che ho predicata alla tua pertinace infedeltà. Peccatori miei amatissimi, che in questa serie di giorni m’avete udito , e pur ora mi ascoltate, miratemi bene in viso; fissate in me lo sguardo, per ben comprenderne il sembiante; perché se non vi sarete emendati de’ vostri peccati, approfittandovi di quel che da me avete udito: io stesso nel dì del Giudizio avanti il Tribunale di Cristo, in faccia del mondo tutto, vi rinfaccerò quanto v’ho predicato; chiamerò contro di voi stessi questo pulpito bagnato da’ miei sudori, queste mura battute dalle mie voci, quest’aria flagellata dalle mie invettive, e con tali testimoni accuserò i vostri delitti, perché  ne ricevano da Dio i meritati castighi. Ma che, mio Dio! La bontà di questo popolo non merita tanti rigori; giacché a caratteri di pietà vedo stampata ne’ loro volti l’emendazione. Deh, dunque, mio Dio, dirò: Visita quæsumus Domine civitatem istam. Vi supplico con quanto spirito racchiudo in cuore, perché con l’abbondanza delle vostre grazie, visitiate questa città, omnes insidias inimici ab ea longe repelle; togliete vi prego l’insidie, gl’inganni, i tradimenti, che possono turbarla. Tenete lontano da essa tutti gli inimici d’inferno, tutte le tentazioni, le passioni ribelli. Tenete lontano da essa le dissensioni, l’inimicizie, le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Angeli Sancti habitent in ea, e fate che gli Angeli vostri a numerose squadre l’abitino: qui illam in pace custodiant, i quali la mantengano in una pace di Paradiso. Et benedictio tua sit super nos semper, e la vostra benedizione sia sempre sopra di loro. Benedite dunque, o mio Dio, questo sacro Clero, queste sacre Religioni, questa nobiltà. Benedite, o mio Gesù, quanti m’ascoltano, giacché con vero dolore e pentimento de’ loro peccati, si sono resi degni della vostra benedizione. Benediteli su, mio Signore: ma con le loro persone, contentatevi di benedire i loro figli, le loro consorti, i loro congiunti, le case, le famiglie: secondate i loro armenti, diluviate benedizioni sopra de’ loro campi, e benedite ciò che di buono hanno nel mondo: Benedictio Dei omnipotentis.

FINE.

QUARESIMALE (I)

QUARESIMALE (XXXVII)

QUARESIMALE (XXXVII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).


PREDICA TRENTESIMASETTIMA
Nella Feria seconda dopo Pasqua
.

Della Divina Beneficenza. S’ammirano le Divine Beneficenze e si
rimprovera l’ingratitudine di chi non corrisponde

Et aperti sunt oculi eorum et cognoverunt eum. San Luca Cap. XXIV, 31

.Se mai meritaste il titolo di fortunata, o Roma, certo allora fu, quando assunto al suo impero, Adriano, solo a caratteri di beneficenza ti si mostrò monarca. Questi appena stretto lo scettro, bramò subitamente più d’ogn’altra cosa, l’amore de’ cittadini, come gemma la più preziosa de’ diademi, e cercò d’obbligarsi il popolo, liberandolo dalle obbligazioni, e di renderselo debitore con l’esenzione de’ debiti. Gran somma gli doveva il pubblico, grande il privato, e tutto il valore ascendeva a sette milioni d’oro. Liquido appariva il debito, facile a convincersi dalle carte da’ chirografi, dalle autentiche scritture che si trovavano presso la camera cesarea. Adriano, dunque, per guadagnare l’amore de’ cittadini, e l’amor dell’Imperio, fece adunare nel Foro Trajano a gran fasci, quelle tante carte, e d’esse alzarsi in più mucchi un monte, indi a vista del popolo, con una torcia accesa di sua mano gli dié fuoco. Fortunata, replico, o Roma mentre sortiste un imperatore che sol bramava mostrarsi Signore col beneficare. Molto più però fortunato ognun di noi, mentre siamo creature d’un Dio che solo cerca mostrarsi assoluto Padrone col beneficare; ma noi a guisa di misere talpe non abbiamo occhi bastanti per riconoscere i diluvi delle benedizioni che di continuo ci dispensa a pro del corpo, a salute dell’anima. – Deh amabilissimo Redentore, rinnovate il miracolo, ed anche a noi, come a’ discepoli d’Emaus, aprite gl’occhi, acciocché vediamo le vostre beneficenze, e deploriamo le nostre ingratitudini. Se si nega a Dio il beneficare, gli si toglie l’esser di Dio, tanto asserì Clemente Alessandrino, allor che disse Deus esse cessaret, si unquam benefacere cessaret. Chi vuol conoscere, se veramente è proprio di Dio il beneficiare, basta che rifletta che anche prima di crearci pensò a beneficarci. Quando Iddio sul bel principio, creò il cielo e la terra, veduto che per mancamento di splendori rimaneva acciecato il mondo, perché tenebræ erant super faciem terræ, si risolse di produrre la luce, fiat lux, e dubitando che non fosse riuscita di tutta perfezione, esaminolla. O Dio, esaminar la luce, e non è ella al parer d’Agostino, il corpo più perfetto, più nobile e più bello che possa darsi, benché da altri puro accidente si stimi; non è ella chiamata da Ambrogio, Creaturarum omnium pulchritudo? Perché dunque esaminarla, interroga qui Oleastro, ed a sé stesso, rispondendo asserisce che solo l’esaminò, quia nobis eam erat traditurus. Sapeva che doveva servire all’uomo, e perciò vuole esaminarla per provvedere a’ nostri bisogni e perfettamente beneficarci, prima ancora che noi venissimo alla luce del mondo. Ah, che la Beneficenza Divina ha operato con noi a guisa della natura ne’ fonti: queste non nascono dove sgorgano, ma l’origine loro l’hanno sulla cima de’ monti. Così appunto il beneficio di Dio nella Creazione, non cominciò dal tempo in cui fummo creati, ma ebbe il suo principio fin dall’eternità. Opus novum, dice Agostino, sed consilium antiquum, l’opera è nuova, ma il disegno è sempiterno. – Prima dunque di crearci, cercò Iddio di beneficarci; e se ci creò, ci creò per motivo di beneficenza. E che ciò sia il vero, portatevi meco col pensiero fin all’Empireo, ove vedrete che quelle tre Persone Divine quasi non sapessero contenere dentro i confini dell’esser loro infinito, l’infinita abbondanza della loro gloria; determinarono fino ab æterno, come parlano le scuole, di comunicarla e di diffonderla. Ond’è che a tale effetto die’ l’essere a milioni d’Angeli, e si formò Adamo capo d’uomini innumerabili, affinché nello spirito di questi, quasi in urne d’oro si trasfondessero le divine beneficenze, tanto ci lasciò scritto San Gregorio Nazianzeno nella Orat. 42. Bonitati minima satis erat sua ipsius solum contemplatione moveri, sed bonum diffundi, ac propagari oportebat, ut plura essent que beneficio assicerentur. Non creò Iddio i nove cori degl’Angeli, perché solamente il lodassero colassù ne cieli, né formò gl’uomini perché solamente l’adorassero, e l’incensassero in terra; no! Ma diede l’essere, sì agl’uni, come agl’altri, per avere ove trasmettere i tesori delle sue grandezze, per aver a chi conferire le perfezioni del suo Essere; la santità della sua Grazia, per avere in somma con chi mostrarsi, che era tutto beneficenza. Ut plura essent, quæ beneficio afficerentur. Eccovi dunque creati, per mera beneficenza divina. V’ha dato l’essere, ma qual essere mai v’ha comunicato, miei uditori? Ah, che v’ha provveduti d’un corpo fabbricato con tant’arte con tanta sapienza, che Galeno poté sfidare tutti gl’uomini, e poteva egualmente sfidare anche gl’Angeli a mirar se in cento anni riuscisse loro di cambiare solamente il sito, o la forma d’una sola parte di questa grand’opera; senza stroppiarla, e toglierle qualche cosa del bello, e del nobile, che ella contiene. Omnia in sapientia fecisti, e questo è il meno, poiché al corpo mortale ha unito uno spirito immortale, formato ad immagine del suo Fattore, padrone delle sue azioni, fornito del libero arbitrio, con un intendimento capace di conoscere il suo Autore, d’ammirar le sue opere, di contemplare le sue divine perfezioni, con una volontà capace d’amarlo di possederlo, di goderlo per sempre. O bontà infinita quanto mai ti dobbiamo, per averci sì altamente beneficato, organizzandoci d’attorno questo corpo, ed infondendoci quell’anima immortale. E quanto più poi ti siamo obbligati, mentre non solo hai donato noi a noi stessi ma hai donato a noi tutto il creato. Una madre che abbia in seno il suo portato, certo è, che prima che venga il tempo di darlo in luce, apparecchia la culla, le fasce, e quanto fa di mestiere per allevar la creatura. Così appunto ha fatto Iddio verso di noi, ci ha provveduti d’un numero senza numero di creature destinate fin dal principio a sollevar la nostra indigenza, ad impiegarsi tutte a nostro pro. Quante fiere vivono ne’ boschi tutte per noi; quanti animali abitano la terra tutti per noi; quanti pesci guizzano nelle acque tutti per noi; quanti augelli volan per l’aria tutti per noi; per noi crescono le selve; per noi fioriscono i prati; per noi pendono frutti dagl’alberi; per noi la terra tutto produce; l’aria ci nutre; il cielo ci influisce. Non vi crediate però miei UU. che qui finiscano le Divine Beneficenze ne’ benefici fattici finora; ha impiegato, è vero, una infinita potenza, ma questa si è solo applicata sopra del nulla. Adesso vi paleserò un benefizio, che per farcelo impiega la sua potenza sopra di sé medesimo con quello sforzo che si richiede per esinanisti, il Dio della Maestà, fecit potentiam in brachio suo. Voi ben sapete, che per il peccato del nostro primo Padre Adamo, eravamo tutti condannati alle fiamme eterne: cosa ha fatto il nostro Iddio, è arrivato tant’oltre che per liberarci dall’infermo, ha spiccato dal suo seno Divino l’Unigenito suo Figliuolo, mandandolo in terra, cinto di questa nostra carne passibile e mortale. Fatto di Creatore, creatura; di Signore, servo; di Dio Onnipotente, uomo poverissimo, e dopo aver patito per trentatré anni continui disagi, s’è contentato che per nostra salute di dare il suo Santissimo Corpo ai flagelli, alle spine, ai chiodi, alla lancia, alla croce, morendo di morte sì penosa e disonorata, come un’infame ladro ed assassino di strada … Ut servum redimeres proprio Filio non pepercisti. Intendetela o Cristiani. Noi eravamo schiavi del demonio, e Iddio c’ha ricomprati con la sua morte. Deh, Serafini del Cielo, voi che come più vicini al trono di Dio, siete più disposti a saperne gl’altissimi segreti, diteci se mai potevate immaginarvi un eccesso di tanta beneficenza, che un Dio eterno dovesse prender carne, patire e morire, per riscattar dal fuoco eterno noi miseri vermiccioli della terra. Io non so capire che chi considera un sì gran benefizio, possa continuare a vivere tra peccati. Allorché Alberto (attenti) re d’Inghilterra guerreggiava nella Soria restò disgraziatamente offeso in un braccio, di ferita che poteva dirsi leggiera, se non glie l’avesse convertita in gravissima l’iniquo costume che regnava in quei barbari d’avvelenar le saette, e già si disperava la vita d’un sì gran buon re; attesocché l’unico rimedio che rinvenissero i medici a quella piaga, sarebbe stato trovar chi ne volesse succhiare con le labbra l’umore infetto; ma Alberto con moderazione ammirabile in un suo pari, ripugnava a tal cura come crudele, negando costantemente di non voler tramandare in alcuno, benché privato, il rischio della sua vita, reale sì, ma pur anche essa mortale. Non poté però con tutto questo difendersi dalle amorevoli insidie della regina consorte. Questa, mentre Alberto più profondamente dormiva, gli entrò cheta cheta di notte in camera, e, scopertogli il braccio, levò gentilmente la fascia dalla ferita, indi accostatavi più volte la bocca, ne succhiò ben bene il veleno, con quel cuore, che se era di donna, era però reale e così bevendosi la morte, dovuta al re per la ferita, a lei, per amore. Restarono sopraffatte le storie d’affetto sì generoso. Fu grande il benefizio di questa Regina in prender la morte per sé, per dar la vita al marito. Ma o quanto è maggiore quello di Dio, salito in Croce a morir per uno schiavo, ed uno schiavo che tante volte con tanti peccati l’avrebbe offeso. O Divina beneficenza, e chi mai abbastanza può comprendervi questo benefizio della Redenzione, miei Uditori, sì grande, che la medesima parola del Padre non può ridirlo adeguatamente agli uomini; onde ragionandone ne parlò come in cifra e disse: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum Unigenitum daret. E a questo benefizio universale, ne ha pure aggiunto uno a voi specialissimo, ed è stato il farvi nascere nel grembo della Santa Chiesa Romana: se v’avesse fatto nascere tra’ Turchi, vivreste tra le sozzure di Maometto. Se foste nati eretici, vivreste tra le laidezze di Calvino o di Lutero. Se tra’ gentili adorereste le statue, i marmi, le cipolle, i serpi, e queste sarebbero le vostre deità; e Iddio benefico verso di voi, v’ha fatto nascere tra’ Cattolici, ove siete avvivato da tanti esempi, istruito dalla divina parola, vivificato con tanti Sacramenti, tra’ quali, contentatevi che io vi ponga sotto degli occhi quello della Penitenza, della Confessione, per cui vi giustificate, e da rei, divenite figli. Figuratevi che, navigando voi sopra d’un piccolo legno, foste venuto in poter de corsari, e che un pietoso benefattore senza conoscervi, senza sperar nulla da voi v’avesse con molto danaro ricomprato e ricondotto nella vostra patria; non credo già, che lascereste alcun termine di gratitudine verso d’un tal benefattore. Ma figuratevi di più, che la seconda e la terza volta voi foste ritornato nelle barbare mani, e che la seconda e la terza volta, dal medesimo benefattore amorevolmente foste stato riscattato: certamente le catene della vostra schiavitù non sarebbero state sì forti, quanto sarebbero forti le catene d’amore, con cui vi stringerebbe la gratitudine al vostro liberatore. Confesso il vero: mi vergogno d’applicare il paragone. Voi, con quel primo peccato mortale cadeste, non in mano dei corsari, ma de’ diavoli, le di cui catene non vi legavano il piè, ma l’anima, eravate destinati non alla fatica del remo per qualche tempo, ma ad un carcere eterno in mezzo al fuoco e ciò seguì, non per accidente, ma per vostra perversa volontà, che volle anteporre alla servitù di Dio, quella del demonio. E pure Iddio di propria mano ha rotte le catene e col prezzo d’un immenso tesoro v’ha riscattato, restituendovi la grazia perduta, per mezzo della santa Confessione. Una volta sola che Dio v’avesse fatto sì gran dono non sarebbe bastevole, né tanto lunga l’eternità per ringraziarlo; e pure Egli ha raddoppiato il benefizio, non una, ma due, ma tre, ma cento… o Dio, e più volte, cioè in ogni Confessione, e pure voi ve ne restate ingrati, ed il vostro cuore non sa dare una scintilla di corrispondenza. – Sebbene che meraviglia di ciò; i peccatori son materiali e grossolani, né si muovono, salvo da quel che veggono con gli occhi corporali e da quel che ricevono a benefizio del corpo. Se così è, dunque così io vi dico. Ah, che se io potessi battere ad ogni casa sarei sicuro di fare arrossire e confondere più d’un ingrato; poiché loro direi: Ditemi, di quanti benefizi ha Iddio cumulata la vostra famiglia, certo, che ciascheduno ne numererebbe infiniti. Chi liberò quel figlio dalla morte, chi rese la sanità a quel capo di casa, che se moriva precipitavano gl’interessi, chi benedisse quei campi, acciò rendessero ottimo il frutto; chi ridusse quelle mercanzie in porto, in cammino con felicità quei negozi, vi concesse quel figlio tanto bramato, chi…, chi? Se non il vostro Dio. Quante grazie vi son piovute dal Cielo: Quanti tesori ha sparso sopra di voi la benefica mano di Dio. Quante benedizioni sono diluviate sopra la vostra casa, la vostra famiglia, la vostra persona: sanità, bellezza, nascita, comodi, ingegno, talenti, non formano il mare di quelle Divine Beneficenze, nelle quali dal nascere fino al tramontar di vostra vita nuotate? Sì, dove è dunque la gratitudine, come fruttate a queste piogge, come baciate quella mano che vi benefica, come corrispondete a tante grazie? O Dio, o Dio, m’arrossisco a pensarvi, non che a ridirlo. Se si tratta di mondo e de’ nostri capricci, siamo tutti Argo, siamo tanti Briarei. Se si tratta di Dio, siamo tante statue; tant’ore del giorno, fra le quali non ne trovate neppure una mezza per darla a Dio, come liberamente le spendete, come volentieri l’impiegate ne’ giuochi, nelle conversazioni, sulla finestra, allo specchio. Quel danaro di cui siete sì poveri per pagar quei legati, per far dir quelle Messe, per ajutar quel mendico; come e come ne siete abbondanti per spendere nella gola, per comprare una vanità, per donare ad un saltimbanco, ad un commediante, ad una impudica. Quel figlio, quella figlia richieste da un principe della terra, si donano con allegrezza e ve ne stimate onorati. Se li chiede Iddio vi storcete, si addolora la casa e si riempie tutta di lacrime. Quella persona, che per formar serenate veglia le notti intiere; per correre dietro ad una fiera si strugge in sudori; per soddisfare ad una curiosità è tutta viaggi; se si tratta di Dio, non ha passo da muovere; non ha testa che regga; non ha braccia che possano, tutta è podagra, tutta è catarri, tutta dolori. O Dio, o Dio, tutto si dà al mondo, che è traditore, al senso, che è nemico, a’ demoni, che sono assassini; a Voi nulla, mio Signore; a Voi, che siete Padre, tutt’occhio per custodirci, tutto cuore per consolarci. Che stravaganze, che ingratitudini sono queste, miei uditori, chi non conosce i benefici divini è cieco; ma chi li conosce ed è ingrato, è un tronco, è una rupe, è più disamorato d’una tigre d’Ircania, più stolido d’un giumento d’Arcadia. Sì, si, le fiere stesse son pur grate a chi le beneficò; Officia, ci lasciò scritto Seneca, etiam feræ sentiunt. Se leggerete le storie, troverete, come un leone nella Soria non si saziava d’accarezzare un tal Mentor Siracusano, perché trassegli da un pié un pruno pungente; troverete, che un altro leone nell’Africa prestò servitù non ordinaria ad un tal Sammio, perché lo liberò dal travaglio, che gli causava un osso traversatogli in una mascella. Troverete, che una pantera tra’ boschi divenne non solo amica, ma custode fedele d’un uomo, che gli cavò pietosamente da un fosso i suoi teneri figlioletti. Deh lasciate ora che io esclami: Cristiani miei, peccatori seguitatemi, venite me che io vo’ condurvi là tra’ deserti , tra le rupi, tra le caverne, perché apprendiate dalle fiere la gratitudine che dovete usare con Dio. Queste beneficate da voi, si rendono se non altro più mansuete, odono le vostre voci, obbediscono a vostri cenni, seguono le vostre pedate, e non arrotano i denti per lacerarvi, se siete stati loro benefattori … Beneficia etiam feræ sentiunt . E voi verso Dio, tanto vostro benefattore, costumate affatto il contrario; anzi i più beneficati son quelli che più strapazzano Dio. Sentite a questo proposito ciò che racconta Erodoto: dice trovarsi al mondo alcuni popoli sì nemici del sole, che quando spunta gli vanno rabbiosi incontro, gli dicono degli improperi, gli scaglion pietre e saette: Non vi credeste già miei uditori, che questi fossero i popoli settentrionali, che quasi del tutto abbandonati dal sole, rare volte lo vedono, e perciò meno partecipano de’ suoi splendori, della sua bellezza, de’ suoi influssi; appunto, anzi questi subito che lo vedono, si portano a salutarlo, e lo ricevono con danze di cetre, e suoni. Inorridite, sapete quali sono i popoli che lo strapazzano? Quelli, verso de quali il sole è più benefico, secondando le loro miniere, e d’oro, e d’argento, quelli, a cui colma più i loro mari, e di coralli e di perle. Questi sono i popoli Atlantici. E non è vero, che tali siamo ancor noi di quelli appunto, de’ quali, dice San Gregorio, che, magis contra Deum elevantur, qui magis ditantur. Chi è più ricco, chi è più nobile, chi è più potente, questi più strapazzano Dio, quei che sono più beneficati. Vediamo questa verità in Jeroboamo nel terzo de’ Regi ed io v’assicuro che, se non fosse di fede, non mi indurrei a crederlo. Jeroboamo di servitore di Salamone, passò ad essere successore al padrone nella maggior parte del principato. Iddio gli spedì il Profeta acciocché gli desse l’investitura reale anche vivente Salamone. Or chi non avrebbe creduto, che il nuovo principe non dovesse esser gratissimo a Dio che tanto l’aveva beneficato, portandolo dalla servitù al regno, e l’aveva assicurato, che essendogli lui fedele, l’avrebbe sempre protetto, assistito e mantenuto nel Soglio. Ognuno avrebbe detto, che Iddio non era per aver principe più obbediente, e pure non passò molto, che l’empio Jeroboamo voltate le spalle a Dio, a dispetto di Dio, con pubblico editto proibì ogni pellegrinaggio in Gerusalemme, ogni gita al tempio. Né qui si ferma, fabbrica due vitelli d’oro, e chiama tutti i popoli ad un solenne sacrificio, e tanto fece, che deviò dal culto del vero Dio quei Popoli, Ecce Dii tui Israel. Questo è l’operare di tanti che, quanto più beneficati, tanto più voltano le spalle a Dio. Anzi nel tempo medesimo nel quale Egli con tanta liberalità vi benefica, l’oltraggiate. Ditemi uditori, che aborrimento non concepireste voi verso di uno il quale, allorché voi gli porgeste un regalo, egli vi desse uno schiaffo; oppure
quando voi lo liberaste da morte, egli vi girasse una stilettata, certo che scongiurereste il Cielo, perché piovesse saette sopra di quell’empio, o chiamereste a suoi danni le furie dell’inferno; e pure voi fate peggio contro di Dio, quando peccate; né solo voi l’offendete nel tempo stesso che vi benefica, ma vi servite degli stessi benefizi per oltraggiarlo. Peggio, chiedete grazie e benefizi di sanità, ricchezze ed ogn’altro bene temporale per esser superiore agl’altri, per sfogare i vostri appetiti, e così offenderlo con tanta maggior libertà, con quanta maggior liberalità vi benefica. O che ingratitudine! Sono arrivati gli uomini ad esser grati al diavolo, e non lo vogliono esser a Dio. Esortato un certo uomo a ritrattar la parola data al diavolo, e confermata la polizza scritta col proprio sangue di donargli l’anima… no! Rispose, no, gli sono troppo obbligato, perché m’ha fatto avere quanto ho bramato. Oh Dio, oh Dio! Ed a Dio? nulla. Specchiatevi nel seguente caso, ed in esso riconoscete la vostra ingratitudine. Io vi narro il successo, e voi in tanto siate giudici d’un imperatore, che vi conduco per reo. Basilio assai famoso tra’ monarchi d’Oriente, portossi un giorno per spasso a caccia dentro folti boschi, quando incontratosi in un cervo di smisurata grandezza, l’assaltò, l’arrestò, e già con l’asta stava per ucciderlo; il cervo bravamente schermandosi, tanto s’avanzò, che fittogli un ramo delle corna nel cingolo delle reni, già stava per togliergli la vita; accorse a caso sì funesto con la spada un gentiluomo, e tagliato con somma celerità il cingolo, salvò l’imperatore dalla morte. Divulgatosi la sera per corte la fama del caso, non vi fu neppur uno, che non si congratulasse col cortigiano a cui toccò in sorte di salvar la vita al suo principe. Ognuno si credeva che egli dovesse avere il primo luogo tra’ favoriti, ognuno gli augurava superbi donativi, splendide parentele, titoli speciosi. Quando l’ingratissimo imperatore, intollerante di vedersi debitore d’un inferiore, chiamato a sé il capitano della giustizia, sotto pretesto che il cortigiano avesse ardito di sfoderar ferro alla imperial presenza, ordina che pubblicamente gli sia tagliata la testa. S’eseguì l’empio comando con universale stordimento di quelli che videro palpitante sopra d’un palco colui che si credevano dover esser ammesso a parte del trono. Ecco il fatto esecrando. Ditemi, qual è il vostro sentimento verso del re? Io per me credo che, assieme con me, se voi l’aveste tra le mani, lo lacerereste con le unghie e lo sbranereste con i morsi. Ma piano, piano, perché un simil parlare è un sentenziar contro di voi. Certo è, che Dio ha fatto a voi maggiori benefici di quelli che Basilio ricevette dal cortigiano; finalmente il beneficio ricevuto da Basilio non fu altro che esser liberato dal pericolo della morte. Ma Dio immortale, da quanti mai di questi pericoli v’ha liberato Iddio nel corso de’ vostri anni, sì in terra, come in acqua, sì dal fuoco, come da aria; da uomini, da demoni. Ditemi, non sareste voi già ad abbruciar nell’inferno se Dio avesse dato licenza a quella febbretta che vi succhiasse le vene, a quel catarro che vi chiudesse le fauci, ad una cancrena che vi rodesse le viscere; a quella goccia che vi colpisse il cuore; ma no, Iddio vostro benevolo ha sfoderata la spada, v’ha liberato da tanti mali, e voi qual pariglia, qual guiderdone gl’avete reso? Udite, avete pigliato in mano martelli e chiodi, e di nuovo siete tornati a crocifiggerlo, iterum crucifigentes Filium Dei; e perché dunque sdegnarvi contro Basilio, mentre più ingrati e traditori siete voi verso di Dio? Arrossitevi della vostra ingratitudine, pensate alla corrispondenza dovuta, se non volete che quanto prima, diluvino sopra della vostra casa severissimi castighi.

LIMOSINA

Dio è verso di voi tutto benefico; e voi come fate benefizio ai poveri? Chiedete un poco a quel mendico a quanti ha egli oggi domandata la limosina: a venticinque persone, quanti l’hanno fatta? Dio sa, se neppur uno. Sono i poveri ridotti a tal segno, che possono dire col paralitico, Hominem non habeo. Perché infracidiscano nelle carceri i poveri prigioni, Hominem non babeo, non hanno chi stenda la mano a beneficarli. Perché stentano negli ospedali gl’infermi? Hominem non babeo, non hanno chi li soccorra; perché si muoiono di fame, quelle povere verginelle, chiuse ne’ sacri chiostri? Perché non son sovvenute da mano misericordiosa; perché vi sono di quegli uomini, i quali vogliono più tosto satollar le lupe d’un postribolo, che le Spose di Cristo.

SECONDA PARTE.

Navigava Alessandro il Grande per suo diporto, sopra d’un legno nel fiume Eufrate, a vista di quella sì felice e sì bella parte dell’Asia, compiacendosi col guardare, col godere, che l’occhio ancora si stendesse al possesso delle sue vittoriose conquiste. Sorgevano a tre ordini i remi, co’ quali volava sull’acque; quando non so se fosse o rabbia di vento, o insidia di fiume, cadde al monarca di capo il diadema in mezzo alla corrente; ma un nocchiero prestamente gettatosi a nuoto, tosto il ritolse all’acque, e per esser più libero con le braccia al nuotare, si pose il diadema in capo, e coronato si presentò al re. Mirollo Alessandro e tutto insieme premiò il valor delle braccia con isborsargli un talento, e punì la temerità del capo con fargli troncar la testa. Ecco le parole di Plutarco, Homini pro eo recuperato talentum donavit, sed quod illud capiti suo indigne posuerat, caput abstulit. Volle Alessandro esser riconosciuto per Signore non solo con la beneficenza, ma anche col castigo. Così appunto farà Dio, si farà conoscere per Dio con severi castighi a chi non l’ha voluto conoscere a caratteri di beneficenza. – Tanto appunto intervenne ad Eva prima fra le donne e madre di tutti i viventi. Sposa d’Adamo, compendio delle maraviglie Divine. Fu Eva sì ricca, che ebbe la monarchia dell’universo in dote; per sua stanza le fu assegnato un Paradiso di delizie. E che più poteva bramare, e pur fra tanti e segnalati favori non si lasciò mai cader dalla bocca una parola di gratitudine verso del suo Benefattore, anzi trasgredì i suoi comandi. Bene, eccola dunque, incorsa nelle mortali miserie, eccola diseredata di quel gran bene che godeva; bandita dal Paradiso, e sottoposta a’ dolori del parto esclama: possedi hominem per Deum. O Dio, eccola grata, eccola riconoscente de’ benefici divini. Non vi meravigliate, dice qui il Seleuciense, se Eva non volle riconoscere Dio a caratteri di beneficenza quando gli diede l’essere, quando la concede in moglie a marito sì qualificato, Lo riconosce ora, come punitore del suo fallo, docta cognoscere punitorem. O quanti sono i figli, quante sono le figlie d’Eva oggidì, i quali, allorché sono felicitati da Dio e favoriti con continue grazie, chiudono gl’occhi e vivono alla cieca, senza dare un minimo tributo al Benefattore Divino. So ben io perché così operano, mio Dio, la cagione è: perché troppo li beneficate. Deh, da’ benefici passate a’ castighi; fate che quel padre di famiglia perda l’annata, infirmategli la sanità, mandategli i travagli, e vedrete che apriranno gli occhi, e diranno come Eva: Ah, che non avendo voluto riconoscere Iddio a caratteri di beneficenza, adesso lo riconosco a’ castighi, doctus sum cognoscere punitorem. Che s’ha dunque da fare, mi dirà taluno, per corrispondere a’ Divini benefici? De’ quali tutti, ancorché miserabilissimi, o per nascita o per roba, siete circondati. – Che si ha da fare? Vivere secondo i suoi Comandamenti. Attenti, v’ha beneficato Iddio concedendovi la prole che bramavate; allevatela col suo santo timore. V’ha fatto nobile e ricco, sovvenite i poveri, e non v’insuperbite: ha posta la vostra bottega in credito, avvertite di non abusarvene con usure o con traffici illeciti. V’ha concesso sposa di vostro genio, vivasi dunque con fedeltà e pace; Vi perdonò i vostri peccati, perdonate voi le ingiurie al vostro nemico. La lingua detesti gli errori che commise ne’ giuramenti, nelle bestemmie, nelle mormorazioni! Gli occhi paghino con lagrime quei tanti sguardi che macchiarono e la propria e l’altrui coscienza; e finalmente corrispondete a quel gran benefizio de’ sacrosanti Sacramenti. Non ve ne abusate, e frequentateli almeno ogni mese, per estirpare i vizi, o per accrescimento di virtù. Sento voci di popolo obbligato, che mi risuonano alle orecchie. Padre … siamo
dolenti d’aver offeso un Dio che tanto c’ha beneficato, e per assicurarsi quanto
è possibile di non volerlo più offendere, vi preghiamo, che supplichiate l’Eterno Padre, che ci dia grazia di non commettere più peccati. Sì lo voglio fare, ed acciò che la supplica sia più accetta, la voglio stendere col sangue medesimo del suo Figlio. Angeli Santi, giacché le mie mani non ardiscono tanto, prendete voi vi prego, dal Sacro Costato qualche goccia di quel Sangue Divino, perché con esso stenda il memoriale. Ecco che do principio. Noi peccatori ben conosciamo d’aver corrisposto a’ vostri benefici con offese, e però pentiti di cuore ne domandiamo il perdono, con un fermo proposito di non più peccare. Fermate… Padre, fermate! E qual voce ardita m’interrompe opera sì degna? Fermatevi dico, voi stendete il memoriale a nome di tutti, ed io non prometto, non voglio abbandonar l’amicizia, non voglio licenziar di casa, voglio passeggiar quella strada, quella Chiesa ha da essere il teatro de’ miei amori. Fermate, dico, io son madre di famiglia, non prometto, no, perché ho caro che la mia figlia segua gli amori, la voglio comportar libera nel parlare, e sfrontata nel vestire, ed io non son decrepita e perciò bramo di vedere ed esser veduta. Fermate, vi dico, io son mercadante; non prometto, perché l’usura mi porta degl’utili, e le bilance non giuste mi danno de’ guadagni, né voglio restituire la roba male acquistata. Angeli, Angeli, dove siete … avete inteso? Tornate, vi supplico a ripigliar quel Sangue adorato, riponetelo nel Divin Costato, giacché i peccatori non vogliono che io con esso stenda la supplica. Ma no, lasciatelo, che giacché non lo vogliono per la salute, l’abbiano senza rimedio per loro perdizione. Ecco, che tutto io ve lo scaglio sull’anima, o peccatori ingrati a’ divini benefici; abbiasi da voi ostinati, da questo Sangue prezioso la dannazione, questo assai più del fuoco vi bruci nell’inferno; questo sia la bevanda, che assai più vi tormenti del piombo liquefatto; prendete iniqui, che io vi affogo dentro, perché v’abbiate un naufragio eterno, ed impariate a vostro costo che, chi non vuol conoscere Dio benefico, lo provi severo punitore per tutta l’eternità…

QUARESIMALE (XXXVIII)

DOMENICA DI PASQUA (2023)

DOMENICA DI PASQUA (2023)

DOMENICA DELLA RISURREZIONE.

Solennità delle Solennità.

Stazione a Santa Maria Maggiore!

Doppio di I cl. con ottava privilegiata. – Paramenti bianchi.

Come a Natale, così a Pasqua, la più grande festa dell’anno, la Stazione si tiene a S. Maria Maggiore.

Il Cristo risuscitato rivolge anzitutto al divin Padre l’omaggio della sua riconoscenza (intr.). La Chiesa a sua volta ringrazia Iddio di averci, con la vittoria del Figlio Suo, riaperto la via del Cielo e lo prega di aiutarci a raggiungere questo bene supremo (Oraz.) Come gli Ebrei mangiavano l’Agnello pasquale con pane non lievitato, dice S. Paolo, così noi pure dobbiamo mangiare l’Agnello di Dio con gli azzimi di una vita pura e santa (Ep., Com.) cioè, esente dal fermento del peccato. Il Vangelo e l’Offertorio ci mostrano la venuta delle Marie che vogliono imbalsamare il Signore. Esse trovano una tomba vuota, ma un Angelo annunzia loro il grande Mistero della Risurrezione. Celebriamo con gioia questo giorno nel quale Cristo, risuscitando, ci ha reso la vita (Pref. di Pasqua) ed affermiamo con la Chiesa, che « il Signore è veramente risuscitato » (inv.); secondo il suo esempio, operiamo la nostra Pasqua, o passaggio, vivendo in modo da poter dimostrare che noi siamo risuscitati con Lui.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.

R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps CXXXVIII: 18; CXXXVIII: 5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuisti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. 

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII: 1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. 

[O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.]

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja.

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: mirabile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. 

[O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] 

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor V: 7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

[“Fratelli: Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una pasta nuova, voi che siete già senza lievito. Poiché Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e delle perversità, ma con gli azimi della purità e della verità”.] .

Fratelli: Togliete via il vecchio fermento. Comunque si vogliano intendere queste parole, che l’Apostolo indirizza ai Corinti, è certo che li esorta a vivere santamente, lontani da ogni peccato, tanto più che si avvicinava la solennità di Pasqua. « Non c’è uomo che non pecchi », dice Salomone (3 Re, VIII, 46). E si pecca non solo venialmente: da molti si pecca mortalmente con la più grande indifferenza. Forse cesserà il peccato di essere un gran male, perché è tanto comune? Una malattia non cessa di essere un gran male, perché molto diffusa; e il peccato non cessa di essere il gran male che è, perché commesso da molti. Dio, autorità suprema, ci dice: «Osservate la mia legge e i miei comandamenti» (Lev. XVIII, 5). E noi non ci curiamo della sua legge e dei suoi comandamenti, che mettiamo sotto i piedi. Quale guadagno abbiamo fatto col peccato, e qual vantaggio riceviamo dal non liberarcene? Se non hai badato al peccato prima di commetterlo; consideralo almeno ora che l’hai commesso. Col peccato avrai acquistato beni, ma hai perduto Dio. Avrai avuto la soddisfazione della vendetta; ma ti sei meritato un condegno castigo; perché « quello che facesti per gli altri sarà fatto per te: sulla tua testa Dio farà cadere la tua mercede » (Abdia, 15). Se non aggraverà su te la sua mano in questa vita, l’aggraverà nella futura. Avrai provato godimenti terreni, ma hai perduto il diritto ai godimenti celesti. Ti sei attaccato a ciò che è momentaneo, ma hai perduto ciò che è eterno. Ti sarai acquistata la facile estimazione degli uomini, ma hai perduto l’amicizia di Dio. Hai abusato un momento della libertà; ma sei caduto nella schiavitù del peccato. « Che cosa hai perduto, che cosa hai acquistato?… Quello che hai perduto è più di quello che hai acquistato » (S. Agostino Enarr. in Ps. CXXIII, 9). – Il peccatore, però, da questo stato di perdita può uscire, rompendo le catene del peccato. Egli lo deve fare. Dio stesso ve lo incoraggia: « Togliti dai tuoi peccati e ritorna al Signore » (Eccli. XVII, 21), dice Egli. « Io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via, e viva… E l’empietà dell’empio non nuocerà a lui, ogni qual volta egli si converta dalla sua empietà » (Ezechiele XXXIII, 11…. 12). Non si è alieni dal ritornare a Dio; ma non si vuole far subito. Si vuole aspettare in punto di morte. Ma la morte ha teso le reti a tutti i varchi, e frequenti sono le sue sorprese. Può coglierci da sani, quando nessuno ci pensa; può coglierci da ammalati; quando non si crede tanto vicina, o si crede di averla già allontanata. Non sono pochi quelli che muoiono senza Sacramenti, perché si illudono che la malattia non sia mortale, o che il pericolo sia stato superato. E poi, non è da insensati trattare gli affari della più grande importanza, quando non si possono trattare che a metà, con la mente preoccupata in altre cose? E nessuno affare può essere importante quanto la salvezza dell’anima nostra; ed è imprudenza che supera ogni altra imprudenza volerlo trattare quando il tempo ci verrà a mancare, quando non avremo più la lucidità della mente. – Nessuno che è condannato a portare un peso, aspetterebbe a levarselo di dosso domani, se potesse levarselo quest’oggi. Nessuno che ha trovato una medicina, che può guarire una malattia recente, si decide a prenderla quando la malattia sarà inveterata. Nel nostro interno c’è la malattia del peccato; non lasciamola progredire. Un medico infallibile, Gesù Cristo, ci ha dato una medicina per la nostra guarigione spirituale, la Confessione; non trascuriamola.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. 

[Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] 

V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. 

[Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 

1 Cor V:7 V. Pascha nostrum immolátus est Christus. 

[Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” 

[Alla Vittima pasquale, lodi offrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pecore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontrarono in mirabile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la gloria del Risorgente. – I testimónii angélici, il sudàrio e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum. 

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” 

[In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperarono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivarono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicevano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, videro che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giovane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordirono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avevano posto. Ma andate, e dite ai suoi discepoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA GIOIA PASQUALE

Sulle colline d’oriente aleggiava una bianca speranza. In quel lume mattutino, astratte ancora nell’angoscia dei giorni precedenti, già le pie donne ascendevano al Sepolcro divino, portando profumi. Erano quattro, perché a Maria di Magdala e a Maria di Betania s’erano accompagnate Giovanna di Cusa e Salomè. Quando furono al Sepolcro, ammutirono dallo spavento: la grossa pietra di chiusura era rovesciata indietro. Avevano dunque profanato la salma di Gesù? Timorose entrarono: un giovinetto, seduto a destra, pareva aspettarle. « Non vi spaventate! Cercate forse Gesù Nazareno? Ma è già risorto: non è più qui ». Le donne, tutte e quattro, trepidanti di spavento e d’allegrezza, si precipitarono fuor del sepolcro. Il sole, che s’era oscurato nell’ora della morte, sfolgorava, come mai, giù dai monti annunciando la resurrezione. Alleluia! Alleluia! Cristo è risorto: la morte fu vinta; fu vinto il peccato; fu vinto l’inferno. Alleluia! squillano le campane nel cielo di primavera, in ogni angolo del mondo sotto ogni latitudine. Alleluia! oggi risuona sui monti silenziosi, oggi, sulle pianure tumultuanti. Alleluia! Oggi si ripete tra gli ardori della zona equatoriale come fra le capanne incavate nel ghiaccio dagli esquimesi; accanto alla pagoda di Brahama, presso la moschea di Maometto: dovunque un missionario cattolico ha levato una croce, ha innalzato un altare. È Pasqua: è il giorno sospirato, il principio d’ogni nostra letizia, il fine d’ogni dolore. Cristo non è più lacero, non è più crocifisso, non è più morto; ma integro, glorioso, trionfante. Alleluia! Dal giorno della Resurrezione tutto è diventato gioia per i veri discepoli di Gesù Cristo: gioia è vivere; gioia è morire; gioia è risorgere nella propria carne. – 1. GIOIA È VIVERE . Vi sembrerà strano udire che gioia sia per noi la vita quando continuamente sperimentiamo d’essere in una valle di lacrime, ove non passa giorno senza una pena.  Eppure è così: noi abbiamo il mezzo per trasformare la nostra vita di sofferenza in una vita di santa letizia. Ce lo insegna S. Paolo: Ut quomodo Christus resurrexit a mortuis, ita et nos in novitate vitæ ambulemus. Come Cristo risuscitò da morti, così ancor noi dobbiamo risorgere dal peccato e camminare per una via nuova. Sopra questa strada nuova del bene, dell’onestà, della fede, noi troveremo la gioia di vivere. Guardate il popolo di Israele fuggitivo dal servaggio brutale degli Egizi: Faraone col ferro alla mano; coi carri, con un esercito d’armati li rincorre, li incalza, li raggiunge, ormai è sopra a loro; gli Israeliti ansanti sono stretti tra il mare che mugghia davanti, e le lance che trafiggono alle spalle. Terribile agonia. Alza Mosè la verga e tocca le onde: ecco, e i flutti si calmano e il mare sì divide dal mare ed una strada si apre sul fondo e tutto il popolo del Signore si precipita per quella. Il sentiero riesce così delizioso che invece d’arena e di ghiaia è lastricato di fiori. Campus — così lo descrive la Storia Sacra — germinans flores de profundis aquarum. Questa è un’immagine delle anime devote che fanno veramente Pasqua: voltano le spalle all’Egitto dei mondani piaceri e dei peccati e camminano dietro a Gesù risorto. Voltiamo anche noi le spalle alla nostra vita passata lontano dalla legge di Dio, dai santi Sacramenti, e proveremo nel nostro cuore una gioia ed una pace non gustata fin qui. Davide esclama: « Il Signore non lascia mancar nulla a quelli che camminano nell’innocenza ». Non dico che non ci saranno più dolori; ma anche i dolori toccati dalla croce di Gesù, come da una verga miracolosa, diverranno gioie essi pure. « Ogni pena mi è diletto » canta S. Francesco. E santa Teresa di Lisieux meravigliata, diceva: « Come va, Signore, che anche in mezzo ai dispiaceri non posso più patire? ».2. GIOIA È MORIRE. La cosa più paurosa che v’è sulla terra è la morte. Sentirsi male in tutto il corpo, non trovar sollievo un istante per giorni e veder il mondo sfumar in una nebbia densa, non sentir più nulla, scendere sotterra nell’oscurità, tra le zolle grevi e fredde del camposanto… Oh è terribile! Ma Gesù Cristo, risorgendo per propria virtù, ha reso lieta la morte e piena di beate speranze. Per il navigante che ha traversato gli oceani in burrasca è forse spaventoso entrare un bel mattino nelle acque placide del porto? Per il soldato che è vissuto mesi e mesi nel fango d’una trincea, tra l’ululo dei proiettili e gli scoppi terribili delle bombarded, è forse spaventoso il giorno in cui potrà ritornare al suo paesello, nella sua casa, rivedere suo padre che l’attende sulla soglia, con le braccia spalancate per comprimerlo in estasi sul suo cuore? Per l’operaio che ha lavorato duramente per tutta la settimana, e s’è logorato sulla fatica, è forse spaventoso il sopraggiungere della sera del sabato, quando lo chiamerà il padrone, per donargli una generosissima ricompensa? Così è la morte per i veri Cristiani. « Per me — scriveva s. Paolo — morire è un guadagno (Philip., I, 21). io desidero la morte, perché mi unirà a Cristo (Philip., I, 23). Ma quando, finalmente, sarò liberato da questo corpo mortale? » (Rom., VII, 24). Il vecchio Vescovo Ignazio d’Antiochia, pochi giorni prima del martirio così scriveva ai Romani: « Quando godrò la felicità di essere dilaniato dalle belve feroci? « Ah, si affrettino a farmi morire e a tormentarmi; di grazia, non ri risparmino. Se le belve non verranno da me, le obbligherò io a sbranarmi ». – « Perdonatemi, figliuoli, questi trasporti! so quello ch’è bene per me. Che mi si faccia soffrire il fuoco, le croci, le zanne delle bestie feroci; sono pronto a tutto purché possa godere Gesù Cristo ». Ecco che cos’è la morte: il principio dell’eterno godimento. I primi Cristiani chiamavano il giorno della morte dies natalis, giorno di nascita perché chi ha vissuto cristianamente, morendo nasce alla vera vita, quella del Paradiso. Santa Teresa esclamava: « Io muoio di non poter morire ». E quando in Roma scoppiò la peste, S. Luigi Gonzaga con le lacrime scongiurò i superiori suoi di lasciarlo andare negli ospedali ad assistere gli appestati. « Ma non sai che la peste ti può colpire, e tu sei tanto giovane? ». Il Santo desiderava la morte. Ed una sera tornò a casa dopo aver assistito i moribondi, dopo aver baciato le loro piaghe violacee, tornò giulivo, ma con il male nel sangue. — Padre, — diceva al suo confessore prima di morire — mi permette che mi flagelli. « Non vedi che neppure ne hai la forza? ». — Mi farò battere, da capo a piedi, da un compagno. « Non parlare così… ». Lieta è la morte per i Cristiani perché dietro la morte c’è la vita. C’è il Paradiso. C’è Gesù risorto, là, ad aspettarli nella sua gioia eterna. – 3. GIOIA È LA RESURREZIONE DELLA CARNE. Una madre, a cui da poco tempo eran morti due figlioli, udì parlare del giudizio finale e della resurrezione della carne. « Dunque, — diceva estasiata — i miei due figliuoli li vedrò ancora, ancora potrò accarezzarli? Vedrò il loro viso buono, li bacerò ancora, ma non più piangendo come li baciai, freddi freddi, prima di ricomporli nella bara. Ma quando sarà? ». « Quando le trombe degli Angeli squilleranno l’ora del giudizio finale ». E quella madre, quasi impaziente di rivedere i suoi figli: « E perché — disse — quel giorno non è domani? ». Chi non piange qualche caro parente defunto? Forse la madre, forse un fratello, forse lo sposo? Quante volte non ci assale un violento desiderio. di rivederne le fattezze, di riguardare nei loro occhi mesti; di riudire la loro voce quale l’udimmo in ore beate? Ebbene, il mistero della Pasqua ci dona una grande consolazione. Noi li rivedremo: non solo rivedremo i loro spiriti, ma anche i loro corpi gloriosi, li rivedremo così come li abbiamo conosciuti e amati sopra la terra. La resurrezione di Gesù Cristo è garanzia della nostra resurrezione. I membri di un corpo devono essere conformi alla testa. Ora, Cristo nostro capo è risorto con la sua carne da morte e non muore più. Per conseguenza gli uomini che sono le membra di Cristo risorgeranno essi pure coi loro corpi e non morranno più. Ma, allora, il terribile giorno dell’ira di Dio — dies iræ — per i Cristiani sarà un giorno di gioia, il giorno della gioia completa. – Alleluia! È passato l’inverno della maledizione, è venuta la primavera dell’amore; è passata la schiavitù del demonio, comincia il dolce regno di Dio. Alleluia! gioia è la vita; gioia è la morte; gioia il risorgere. Ma chi ci rese così lieta l’esistenza? Gesù Cristo. Fu Lui, con la sua incarnazione, con la passione, con la resurrezione. Se dopo tutto questo c’è ancora qualcuno che non ama nostro Signor Gesù Cristo, sia scomunicato (S. PAOLO). — LA NOSTRA RESURREZIONE. La resurrezione spirituale che ogni Cristiano deve compiere, è il principio della gloriosa resurrezione dei nostri corpi. Omnes quidem resurgemus (I Cor, XV, 51). – 1. LA NOSTRA SPIRITUALE RESURREZIONE. Un granello di frumento un giorno cadde dalle mani del seminatore nel solco violetto d’un campo smosso di recente: e sparì nella terra.  Il granello sentendosi oppresso mormorò « Io muoio ». Caddero le piogge autunnali a macerare il terreno ed una grande umidità penetrò fino a lui. Il povero granello sentendosi tutto rammollito, mormorò con un fil di voce: « Io muoio ». Non più calore, non più luce, non più sole. Il granello, sentendosi fradicio, sospirò senza voce: « È finita! ». No, no, piccolo granello, non è finita! Ed eccolo mandar fuori impercettibili radici, e poi uno stelo esile come un ago, che passò nella terra e giunse nel sole, poi crebbe fino a dare una spiga stupenda. Ecco simboleggiato quello che ogni Cristiano deve compiere in se stesso dopo che Cristo è morto e risorto per noi. Dobbiamo cominciare una vita nuova: ma prima però è necessario distruggere la vecchia vita: quella in cui il peccato ci ha induriti e chiusi come un seme. Bisogna quindi lasciarci cadere nel solco sotto la terra: ossia ritirarci nel silenzio della Chiesa e nella preghiera, e decidere quello che bisogna fare per la salute nostra eterna. Decidere con fermezza e con coraggio, se vogliamo veramente risorgere. Non importa se bisognerà lasciare certe abitudini che ci sono care o comode; non importa se saremo costretti sotto al duro giogo della mortificazione nei nostri sensi, e se ci sembrerà di morire come il piccolo granello di frumento. Via, dunque, dal nostro cuore affetti o relazioni impure: basta con quei luoghi, con quelle amicizie, con quei divertimenti; basta con gli odi, con le gelosie, con l’avidità del denaro, della roba altrui. Bisogna risorgere! Non spaventatevi se questa resurrezione dello spirito vuol dire prima sacrificio e rinnegamento: Iddio saprà infondere a queste lotte intime e dure tanta gioia che voi stessi ne sarete meravigliati. Ernesto Psicari, il convertito nipote di Renan, esclamava: « Mio Dio! Non avrei mai creduto che fosse così facile e così soave l’amarti! ». – 2. LA NOSTRA CORPORALE RESURREZIONE. S. Monaco scita, gran servo di Dio, morendo, atteggiò le labbra a un sorriso. I circostanti, piangendo, gli chiesero perché sorridesse ed egli rispose semplicemente: Ho sorriso perché voi avete paura della morte, mentre essa è così amabile! ». Ed aveva ragione. Ma cos’è la morte, dopo che Cristo l’ha vinta, risorgendo? Non è più l’inesorabile dea che con la falce spinge nelle tenebre i poveri uomini, ma essa per il Cristiano non è che una breve partenza dell’anima dal corpo. È l’anima che saluta il suo corpo: « A rivederci, fratello! abbiamo combattuto insieme la battaglia del Signore, abbiamo servito il nostro Padrone, gioendo e patendo insieme. Ora sei stanco e ti lascio riposare: ma dopo il tuo breve sonno, allo squillar della tromba angelica, ritornerò a riprenderti, ma per godere, sempre, senza stancarti più! ». – Ecco perché S. Francesco cantava: « Lodato sia il mio Signore, per la sorella morte corporale! ». Resurrexit: non est hic. O morte, dov’è la tua vittoria? Se Cristo, primizia dei dormienti, è risorto, anche noi tutti dobbiamo risorgere nella nostra carne. Omnes quidem resurgemus: è dogma di fede. Cristo è il nostro capo: noi siamo le sue membra: e tutti con Lui formiamo un corpo unico. Ma ogni membro segue le sorte del capo: e s’Egli muore, tutte le membra morranno; ma s’Egli risorge tutte le membra risorgeranno. Cristo è passato — avanti a noi — con la sua voce; e vuole che tutti lo seguano, portando la croce. Ma Cristo è gloriosamente risorto: e perché tutti quelli che l’avranno seguito nel patimento, non lo dovranno seguire nella gloria? La morte è pena del peccato: ma il peccato fu asterso da Cristo: anche la morte, dunque, dovrà essere infranta. Resurgemus! È questo il grido di Giobbe: « So che il mio Redentore vive. Ma so anche che, nell’ultimo giorno, io pure risorgerò a vederlo con questi occhi miei ». È il grido dei Maccabei morenti: « Tu, o tiranno, potrai disperdere le nostre povere ossa, ma il Re immortale le farà risorgere ». È la parola chiara e infallibile di Dio: « Io sono resurrezione e vita » E allora: dove è, o morte, la tua vittoria se discendiamo nella fossa solo per aspettare la resurrezione? Et exspecto resurrectionem! – Prepariamoci alla gloriosa resurrezione dei corpi, con la resurrezione dal peccato e dalla tiepidezza. Filippo II di Spagna vegliò una notte intera per scrivere una lettera di somma importanza al Papa. Quand’ebbe finito, distratto dalla fatica e dal sonno, invece di versarvi la sabbia per asciugare, vi rovesciò l’inchiostro. Filippo impallidì: ma poi raccogliendo il suo coraggio, disse: « Cominciamo da capo ». Oh! se nella nostra vita ci sono stati dei momenti di sonno e di distrazione, in cui abbiamo rovesciato l’inchiostro dei peccati sull’anima nostra, oggi — che è Pasqua — è proprio il momento opportuno di dire: « Cominciamo da capo ».

IL CREDO

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV: 9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. 

[La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. 

[O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.] –

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio 

1 Cor V: 7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. 

[Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

QUARESIMALE (XXXVI)

QUARESIMALE (XXXVI)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).

PREDICA TRENTESIMASESTA
Nella Domenica di Resurrezione.

Si mostra come la speranza de’ Beni eterni deve renderci
soave ogni patimento in questa vita
.

Jesum quæritis Nazarenum Crucifixum, surrexit. San Marco al cap. 16.

Confesso il vero di non arrivare a capire, miei reveriti UU., con qual arte il Quercetano, quel medico ed alchimista insigne, calcinata e sciolta in ceneri una pianta, un fiore delle ceneri medesime la mostrasse rifiorita. Resurrezione, che si conta fra’ miracoli dell’alchimia a gran lode del chimico, fuoco potente a fare di ceneri fiori. So bene che incenerito il fiore di nostra vita e ridotto poco men che al nulla, vi è un’alchimia di Dio potente a far rifiorire questa nostra carne, e rassodarla in diamante, rendendola incontrastabile ad ogni colpo, e ciò seguirà, quando mortale hoc induet immortalitatem. Non sempre dunque, benché ridotti in cenere, dormirà sepolta tra le tenebre questa nostra carne mortale, non durerà così grave peso di lapide la nostra tomba, che non debba un giorno aprirsi per vedere la bella luce del Sole che mai tramonta, non si dirà più … pulvis es, in pulverem reverteris. Grazie dunque, per un sì gran bene, al nostro Gesù, che risuscitando se stesso, ci ha spalancato gli usci fatali, ed acciocché mai più si potessero chiudere a viva forza ha infranto le spranghe di ferro, portas areas, vectes ferreos confregit. Egli, dunque, siccome del risorgere nostro è stato l’esemplare, così ne sarà la cagione. Egli manderà gl’Angeli a rimpastare nei sepolcri le aride ceneri, Egli riunirà le anime a’ corpi, chiamerà gl’eletti a parte della gloria, che gode nel suo ricchissimo regno. Giubili dunque ognuno e gli serva di fondamento quella verità che la speranza dei beni eterni ci deve far tollerare con allegro cuore, le miserie di questo mondo. – Chi brama viver contento nel mondo esca col pensiero fuori del mondo, non è tutt’oro quel che riluce in terra. Tutte le cose di questa vita, sulle scene del mondo, rappresentano personaggi speciosi, ma se dentro si mirano, le trova vuote d’ogni vera consolazione, piene d’infinite calamità. Non occorre altro, in questa vita non vi sono che travagli, chi non li vede è cieco, e chi non si duole alle ferite, è insensato. Scrisse dunque pur bene Seneca allorché asserì, tota vita flebilis est, e meglio di lui Sant’Efrem Siro, allorche disse: cogita, atque perpende carissime quomodo, hac vita nihil contineat nisi lacrymas improperia, maledicta, atque convicia. Questa è una vita, dice il Santo, che di vita ha il nome, ed ha la morte infatti, giacché non è sì proprio, né ai venti il sollevar le tempeste nell’onde, né a’ fiumi traboccarsi con rapido corso in mare, né all’Oceano un inquieto e perpetuo flusso e riflusso, quanto è proprio che a’ danni nostri germoglino in questo mondo l’afflizioni, le tristezze, i scontenti, la morte. E qual mai sarà il filo che possa liberarci da sì travaglioso labirinto? Qual sarà? Eccolo in pronto, la considerazione de’ beni eterni. Ricordatevi tra’ vostri travagli, che dovete risorgere a vita beata, e questo basterà, se non a togliervi ogni amarezza, certo a sminuirvela. Succederà a voi ciò che al Patriarca Noè, allorché se ne stava racchiuso con poche persone e molte bestie nell’arca: sentiva egli da una parte il rumor dell’acque, che diluviando sommergevano il mondo e dall’altra le grida delle genti e gli urli delle fiere che, senza scampo restavano preda di morte, ma non per queto s’atterriva. Sicché attonito ad una tal considerazione il Boccadoro esclamò: vere admiror quomodò præ tristitia non fuerit absortus, cum mentem illius subiret bumani generis interitus sua solitudo, difficilis illa vita; mirabil cosa in vero; vedevasi quel santo vecchio racchiuso in quell’arca, sbattuto per ogni parte da venti furiosi con incertezza di esito fortunato da quelle onde, e pure con animo generoso non si turbò, anzi come asserisce il sopracitato Santo, versabatur in illo gravi carcere, sicut nos in pratis. Se ne stava in quel serraglio di bestie e di pene, in quella guisa che noi staremmo tra le delizie d’un ameno giardino e, se volete, dice il Santo, sapere la vera cagione della sua allegrezza tra tante miserie ed angustie, eccovela: cum spe pasceretur nihil triste sentiebat, la speranza de’ beni eterni della Resurrezione lo teneva contento, gli slargava il cuore, ed operava sì, che egli non sentisse neppure una minima puntura di tristezza, nihil triste sentiebat. Questo stesso rimedio e nulla più, dice Cassiano, dobbiamo praticar noi per viver contenti fra le tante miserie che seco porta il mondo, per tanto: se penerete tra l’infelicità d’una povera casa, d’una prigionia, d’un esilio, sollevatevi, spe contemplatione promisse beatitudinis, sollevatevi, dice, con la speranza de beni futuri, con la considerazione che verrà un dì, e sarà quello della vostra resurrezione, in cui entrerete nella libertà de’ figliuoli di Dio, arriverete a godere una Città di tutto decoro, perfecti decoris, ed avrete quanto mai potrete bramare di ricchezza, di felicità. Questo è il vero modo per sollevarvi dalle vostre calamità, giacché questo è quello che lo stesso Redentore insegnò a’ suoi discepoli, per toglier loro ogni amarezza dal cuore, e riempirlo di vero contento: Gaudete, gli disse, quoniam merces vestra copiosa est in cælis; la sola speranza sì de beni eterni ci deve tener contenti, la sola speranza che anche il nostro corpo, giusta l’ineffabile asserzione del Profeta Reale, ha da godere i beni eterni, cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum, ci deve tener contenti. – Tutto è vero, Padre, voi dite bene che la riflessione de’ beni eterni, della Resurrezione beata, ci deve tener contenti, ma che? È che i miei travagli non si restringono a star chiuso fra le miserie d’una prigione, ho la libertà, ma che mi giova, se i miei nemici mi perseguitano, e con insidiarmi alla vita, mi danno di continuo la morte. Pensate ai beni eterni, e troverete sollievo. Anche David si dichiarò, al par di voi perseguitato, quando disse, anticipaverunt vigilias oculi mei, legge Agostino, inimici mei; i miei nemici, grida questo Real Profeta, hanno prevenuto il giorno per avermi a loro disposizione nelle mani, e mi hanno perseguitato a morte, turbatus sum, mi turbai, è vero, ma, non sum locutus, ma per questo non proferii parola di lamento, perché, cogitavi dies antiquos annos æternos in mente habui; riflettei ai giorni antichi, agli anni eterni, alle future mercedi, e tanto bastò perché io tollerassi ogni più sinistra persecuzione Ideo, asserì su queste parole Brunone, ideo ei illa patientia contigit ut non esset locutus, quia cogitavit dies antiquos, et annos æternos in mente babuit. Contentatevi, dunque, quando avete inimicizie, se volete star contenti, d’alzar gl’occhi al Cielo, e considerare che verrà un dì in cui avrete un numero senza numero d’amici, non di riga ordinaria, ma di Principi del Soglio Celeste, di Santi del Paradiso, e ciò seguirà quando risorgerete a vita d’eterna felicità; ogni turbazione proviene perché non si pensa di proposito ai beni eterni. Io ci penso Padre … dunque, proverete pace in terra in ogni vostro travaglio! … Padre no, perché le mie miserie non consistono in sospetti, ma de facto mi trovo tacciato nella reputazione, e percosso nella vita, vi vuol altro che pensare alla futura resurrezione. Tacete non bestemmiate. Escite meco fuor della porta di Gierosolima, e vedrete che la considerazione de’ beni eterni, basta per tranquillare l’anima, ancorché il corpo soggiaccia a fiere percosse. Date d’occhio a San Stefano Protomartire il quale senza punto turbarsi, riceve lapidato da barbare mani, nembi di pietre, anzi osserverete col Nisseno, che riceveva quelle crude percosse con tal costanza e serenità, come se nulla più gli cadesse sulla vita, che candida neve. Ecco le parole, crebros lapidum ictus in modum flocorum nivis incedentium excepit; e se volete sapere la cagione di sì alto prodigio, eccovela, video Cœlos apertos, Jesum stantem a dextris virtutis Dei; meritò, dice il Santo, non turbatur duro imbre saxorum, dum occupatur in stupore, amore caelestium. Miei UU. non occorre, che più cerchiate la cagione delle vostre inquietudini tra le calamità che alla giornata vi affliggano, tutto deriva, perché non v’occupate in amore Cœlestium, bisogna pensare ai beni eterni, alla futura resurrezione, ed allora vi assicuro che, anche tra le percosse, goderete una calma interna di Paradiso, ma tutto il mal deriva, perché mai ci si pensa, oppur se ci si pensa, non ci si pensa di proposito, e sono a guisa de’ pensieri volanti, che nulla si fermano. Confesso il vero, o Padre, non v’essere rimedio più potente per sollevar l’animo tra le miserie del mondo, quanto quella considerazione della futura resurrezione de beni eterni; ma, Padre, a chi è oppresso dalle miserie, come son io, poco o nulla giova. T’inganni, basta che di proposito vi pensi, ancorché a tuo danni s’alzi una turba di dolorose calamità, le quali col loro peso t’aggravino, sicché vi rimanga oppresso col corpo anche lo spirito, ad ogni modo con questa considerazione ti solleverai, resterai vittorioso. Certo che le tue miserie non supereranno quelle di Paolo Apostolo. Odi ciò che egli di sé narra, e vedrai quanto possa la considerazione dei beni eterni della resurrezione: Nolumus, grida egli nella seconda a ‘ Corinti, vos ignorare fratres de tribulatione nostra, quæ facta est in Asia, quoniam supra modum gravati sumus supra virtutem, ita ut tæderet nos etiam vivere. Sappiate, dice l’Apostolo, o fratelli, che le tribolazioni sono giunte all’ultimo segno, e già superano ogni forza umana, a tal ché sino la vita ci pesa e ci riesce di tedio, sentite ed inorridite, comparendo le mie disavventure: In laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter, fatiche sopra fatiche mi opprimano, carceri, ceppi e catene m’atterrano, piaghe oltre ogni credere grandi, mi struggono, le morti continue mi tolgono la vita. Cinque volte fui da giudaica perfidia flagellato, tre volte da mano barbara con verga percosso, vi fu chi mi colpì con sassi, ebbi navigando un triplicato naufragio ed un giorno con una notte vissi sommerso nel profondo del mare. E qual maggiore Iliade di mali e di travagli si può mai sognare, mentre segue la narrazione delle sue disgrazie, dicendo: in itineribus sæpe, periculis fluminum, periculis latronum, periculis ex gentibus, periculis in civitate … ad ogni modo tollerò tutte generosamente l’Apostolo glorioso, asserendo con cuore intrepido, id quod in præsenti est, momentaneum, et leve tribulationis nostra. Io non v’intendo, grida qui il Crisostomo, voi parlate con enigmi, mentre proferite contrarietà, voi chiamate i vostri travagli gravi sopra ogni credere, e dopo i quali ritrattandovi confessate che furono leggerissimi, ed a guisa di baleno appena si fecero sentire, che terminarono quasi ludum puerorum, stimandoli quafi scherzi di fanciulli. Enigma, enigma est quod dicitur hæc enim repugnant. Sì, tutto è vero, replica a se stesso il Boccadoro, sed solvit enigma illatio sustentans tribulationis levitatem, ed eccone la ragione, non hæc que videntur nobis dum taxat considerantibus, sed quæ non videntur ostendit Bravium, desudantem solatus est. Come se appunto dicesse: ah che la sola considerazione del premio e di quell’eterna mercede, faceva che all’Apostolo Paolo paressero leggieri tutti i travagli, e le fatiche, benché intollerabili gli paressero un nulla. E con la speranza d’avere una volta a conseguir quel premio rasciugava ogni sudore della affannata sua vita; ostendit Bravium, et desudantem solatus est. In somma egli è verissimo che la speranza delle eterne mercedi della resurrezione è l’unica cosa che ci può e ci deve consolare tra le continue calamità e sinistri accidenti di questa nostra miserabile vita. Alzate dunque la mente alla considerazione dell’eternità beata che v’aspetta, e questa vi renda un cuore imperturbabile a quante austerità possano trovarsi nel mondo fino alla morte, perché anche la morte della considerazione del Paradiso, della resurrezione perde ogni amarezza. Quanti Cristiani d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione si presentarono a’ tiranni, combatterono co’ tormenti più fieri, ciascheduno però con la fede sempre viva, con la speranza sempre certa delle future mercedi della resurrezione. Che spettacolo vedere uomini in ogni genere di supplizio, contenti quasi, che con anima di diamante avessero corpi di diaspro. Ecco, che molti si distraggono nel fuoco a guisa d’incenso in odor di soavità, altri s’immergono nell’acque come stelle al tramontar più gioconde, ed altri trinciati col ferro a guisa di tronchi di balsamo feriti versar molto più di generosità che di sangue. Era un stupore vedere alcuni che, quantunque trucidati nelle carni, stirati ne’ nervi, fiaccati nell’ossa, portassero in ogni membro un martirio, ad ogni modo erano generosi nell’animo; si vedevano bensì sospirare stanchi dalla carneficina i manigoldi, ma non s’udiva mai un gemito dalle generose bocche, e se pur si dolevano, perché troppo leggiere ferivano le spade, ardevano le fiamme. Ah che tutti erano effetti di quella viva speranza di dover ripigliare i loro corpi per vivere immortali, pro Christi mori est rursum vivere. Che meraviglia dunque, che si siano più volte veduti i Santi Martiri invitare a’ morsi le fiere, al taglio i carnefici. Che meraviglia, che si siamo veduti porsi sopra del capo, stringersi al seno, baciar per tenerezza gli strumenti del supplizio, e talora giubilar d’allegrezza, quando si vedevano aperte nel corpo mille vie, onde l’anima vittoriosa uscisse. Tutto ciò seguiva per la speranza della futura mercede, at cum spe teneretur nihil triste sentiebat. Voglio che tra tanti martiri spicchi da sé solo uno come gigante sebben bambino, il quale tutto gioia nel correre la carriera del suo martirio, exultavit ut gigas ad currendam viam. Qua, qua Dunaam, che fra tiranni a niuno cedesti nella barbarie. Dimmi, che cosa fu quel filosofare di quel fanciullino di cinque anni, mentre unto col sangue dei martiri, quasi con crisma di fortezza accompagnato dalla madre, ti si portò avanti, tu condannasti quella al fuoco, ed invitaste il figlio alle carezze, ma che ne seguì? Udite, pianse il fanciullo tra gl’accarezzamenti, e bramò d’essere fra’ tormenti, rinunciò i vezzi, e chiese il martirio … ma figlio, disse il tiranno al fanciullo, tu così parli, perché non sai cosa sia martirio, ed egli francamente risponde: so molto bene, che pro Christo mori est rursum vivere, il martirio, il morire per Cristo è un ritornare a vivere, è un tramontar di sole che risorge più luminoso, un rigermogliare immortale della sua morte. Benedetta bocca, che col latte della dolcezza aveste sotto la lingua il miele della sapienza, mel, lac sub lingua ejus; ma convien che dalla bocca passi al capo per sua corona. Pieno dunque di un nobile sdegno, gli fugge dalle mani e, dalle lusinghe di Dunaan, corre in mezzo agli incendi, ove la madre a braccia aperte l’accoglie in seno, tremano le fiamme al prodigio, trema il tiranno, giubila la madre, applaude il Paradiso, che si profuma doppiamente con la fragranza di due vittime in odorato olocausto. Ecco o Tiranni ciò che rende generoso il cuore fra’ tormenti nella morte stessa, la speranza de’ beni eterni, il sapere, che pro Christo mori est rursum vivere. Catone il forte, quantunque privo di fede, che non fece col solo barlume, non di beni eterni, ma della sola immortalità dell’anima. Ecco che, vedendo egli ormai vicino a spirar nella sua romana repubblica quel quasi ultimo fiato di libertà che ancora vi rimaneva, deliberò di finir prima la vita per dimostrare che non potevano sopravvivere, o Catone mancata la libertà, o la libertà mancato Catone. Preso pertanto uno stilo, mortalmente si ferì con quella mano, che sino allora aveva serbata pura d’ogni sangue, e perché molti incontanente v’accorsero a trattenerlo, poterono bensì levargli il ferro e chiudergli la ferita, ma non però sminuirgli punto l’ardire, poiché quando si vide solo, raccolto subito quanto di forze gl’erano rimaste ed adirato, quanto prima con Cesare, altrettanto ora con sé, per non aver saputo darsi sollecita morte a quel primo colpo, strappò con tutta furia le fasce della ferita, e così non permise l’uscita, ma diede la spinta al suo spirito disprezzatore non solo d’ogni cosa, ma ancora di sé stesso, non emisit, sed ejecit. Fu ardito, non può negarsi Catone, né io qui pretendo lodarlo, ben sapendo che tanto è vituperevole chi vuol morire a dispetto della natura, quanto saria chi volesse vivere. Ma se voi domanderete a Seneca, come mai Catone si rendesse così coraggioso, e potesse con sì libero braccio far sì grande insulto alla morte con provocarla, udrete rispondervi, che tutto questo egli fece, fu per aver letto quel sì bel libro di Platone, in cui dimostra l’immortalità dell’anima. Il ferro dunque fece che egli potesse morire Platone, che egli volesse ferrum fecit ut mori posset, Plato ut vellet. Or ditemi, se Catone nulla stimò la morte, e si animò a darsela col solo pensiero della durazione dell’anima, che cosa non avrebbe mai fatto, se egli avesse avuto la speranza de’ beni eterni? Chi dunque sarà de’ miei, che ad un tal esempio non s’animi a patir tutto a far resistenza ad ogni viziosa passione, giacché vinta, deve essere remunerata con risorgere da morte a vita per vivere sempre Beati? Dica dunque ciascheduno a sé stesso: vi son beni eterni, taci dunque mia lingua, né  più si sparli contro l’onestà delle fanciulle, non più contro il decoro delle vedove, non più contro la fedeltà delle maritate, non si parli sinistramente de’ Ministri di Dio; sciogliti solo, o lingua, alle lodi di Dio e del prossimo. Vi sono beni eterni, dunque ogni livore che si nutriva in petto si smorzi, svanisca ogni accesa passione, s’accenda ed avvampi la carità. Vi sono beni eterni: dunque si raffreni l’occhio impudico, si chiuda l’orecchio alle lascivie, alle mormorazioni, e sol si miri Gesù, si sentano le sue lodi. Cristiano mio se hai speranza de’ beni eterni, se li vuoi, rendi ciò che malamente possiedi, lascia ciò che impudico mantieni, paga le mercedi, soddisfa a’ legati, vomita le tue colpe a ‘ piedi del confessore, muta vita e torna a Dio.

LIMOSINA
Nel giorno di nostra resurrezione, convocherà Iddio l’universo, e a tutti paleserà ogni minimo danaro dato per limosina a’ suoi poverelli, ed in quella tanta gloria riconoscerà ad uno ad uno tutti i suoi antichi benefattori fino a pubblicare quello straccio con cui ricopriste la nudità di quel misero, quel pomo, quel tozzo di pane con cui lo sovveniste, quella tazza o d’acqua o di vino con cui lo ristoraste, cum venerit in majestate sua dicet, esurivi et dedistis mihi manducare, sitivi, et dedistis mihi bibere. Chi di voi dunque non sarà una larga limosina, mentre è certo che nel dì della nostra resurrezione dovrà essere ringraziato, e remunerato dall’istesso Dio.

SECONDA PARTE.

Tra l’allegrezze di questo giorno, in cui giubila il Cielo, sento i dolorosi lamenti di San Bernardo, che dal suo Eremo esclama, prob dolor, prob dolor; e se l’interrogherete della causa di tanto suo dolore, egli vi risponderà, perché, peccandi tempus, facta est Resurrectio Salvatoris; piange perché la Pasqua è fatta salvacondotto ai peccati della quaresima; piange, perché il tempo della Resurrezione di Cristo è tempo dell’iniquità; Ex hoc tempo commessationes, et ebrietates redeunt; impudicitia repetuntur, concupiscentiæ fræna laxantur. Ah Dio i digiuni si cambiano in crapule, chi perdonò l’offese ripiglia gl’odii, le vendette, dai templi si passa alle sale, per i balli per le feste: Ah che vedo richiamate l’amiche, rinnovati i discorsi, vedo nuove vanità su di quei capi di già aspersi di ceneri, quegl’occhi, che piansero colpe nello scorso Venerdì, vibrano sguardi maligni per le Chiese, e pare a me – conchiuderò col Santo – che Cristo non per altro sia resuscitato se non perché si ravvivino in noi le scelleraggini. Ad hoc surrexit Christus et non propter justificationem nostram. Deh non segua così in voi, miei uditori. Deh non ritornate a’ peccati, che già detestaste come rovina dell’anime vostre, altrimenti i trionfi di Cristo saran per voi perdite eterne. Tre sorti di resurrezione si danno: la prima di chi risorge in apparenza a guisa de’ cadaveri resuscitati da Simon Mago, che sembrando vivi erano però morti ed invece d’un’anima informante avevano un demonio assistente, altro in somma non erano, che morti mascherati da vivi. Tanto, così non fosse, segue in queste feste a molti Cristiani i quali avendo ricevuta dal confessore l’assoluzione, ed essendosi pubblicamente comunicati, ognuno li crede risorti a nuova vita, ma perché il proponimento di lasciar quella pratica fu finto, la promessa dell’emenda è stata falsa, l’occasione prossima non s’è tolta, la Comunione s’è fatta per sfuggir la scomunica, ne segue che in apparenza sono vivi, ma realmente sono morti, perché l’anima è incadaverita ne’ vizi. La seconda resurrezione segue a guisa di quella di Lazzaro, il quale veramente resuscitò, ma resuscitò per tornare a veramente morire, così segue in molti, risorgono con una buona confessione, ma per tornare a peccare. Se quivi è qualche Lazzaro uscito per grazia di Dio dal sepolcro de’ peccati, avverta di non tornare a seppellirsi, perché se nuovamente muore alla grazia, dubito che più non risorga, e che una morte improvvisa non lo seppellisca nell’inferno. – La terza resurrezione segue come quella di Cristo, che vale a dire risorgere per non più morire: questa è la vera Resurrezione alla Grazia, che va a terminar nella Gloria; Christus resurgens ex mortuis jam non moritur. Beato chi risorge in tal modo, chi risorge dal peccato per mai più tornarvi. Nel primo colloquio del tomo terzo del Majolo si legge come un certo Ido non potendo tollerare che la sua moglie si fosse fatta Cristiana, procurava ogn’arte per sovvertirla, e ridurla nuovamente all’idolatria, la sgridava, la batteva e le minacciava ben spesso la morte, sempre però invano, perché la donna a questi rei sentimenti nulla più si moveva di quel che faccia uno scoglio tra furiosissime tempeste. Stanco per tanto il marito di più maltrattarla si portò dall’oracolo in Delfo, per sapere se mai la consorte fosse per ritornare al culto de’ suoi dei, al che il demonio, ben consapevole della virtù de’ presenti Cristiani, così rispose per bocca dell’oracolo: Citius in aqua scripseris, è più facile che tu formi lettere in mezzo all’acqua, che la donna si cambi. O costanza degna d’encomi, mentre sì altamente t’eri radicata nel cuor di quei Cristiani, ma ora dove te ne sei fuggita. Deh vieni, e torna almeno ne’ miei UU. sicché non solo risorgano a nuova vita per mezzo d’una buona Confessione, ma risorti non tornino più a morire, perdendo la vita della Grazia con nuove colpe: oh se io potessi fare, che ognuno de’ miei uditori dicesse col Santo David, inclinavi cor meum ad saciendas justificatione tuas in æternum. Son talmente risoluto di non tornare al peccato, che se vivessi in eterno, in eterno non peccherei, in questo modo esprimessimo al vivo la Resurrezione di Cristo, e cumulassimo il giubilo di Santa Chiesa in questo tempo pasquale, e ci disponessimo a quella Resurrezione Gloriosa nel giorno estremo, quando perfettamente beati, anche nel corpo, non temeremo mai più della morte, mors illi ultra non dominabitur.

QUARESIMALE XXXVII

LA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE DI GESU’

MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (1)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

— L’ultima parte della S. Quaresima è dalla Chiesa chiamata Tempo della Passione — e consacrata — anche con liturgìa speciale — alla commemorazione della Passione di Gesù. — Come ci devono essere care queste due settimane! La meditazione della Passione è per noi debito di riconoscenza! — E non era forse più che giusto che, mentre il Signore spargeva per noi tutto il suo Sangue, noi l’avessimo accompagnato in ciò almeno collo spargere le nostre lacrime – se fossimo vissuti allora — atteso specialmente che, non a Lui — l’Innocente — il Santo dei Santi — ma a noi – colpevoli — conveniva il patire? — Ebbene, ciò che non potemmo fare allora, facciamolo adesso! — E Gesù gradirà — accetterà intenerito — la nostra affettuosa compassione — proprio come se n’avesse tuttora bisogno! La meditazione della Passione è per noi miniera inesauribile! — Anzitutto è naturale che più partecipi dei frutti della Passione chi meglio — e più frequentemente — se ne ricordi — quasi a raccogliere su di sé in maggior copia il Sangue Divino. — Inoltre, il ricordo della Passione è nato fatto per eccitare in noi la contrizione perfetta dei nostri peccati, — che trassero Gesù alla croce — e insieme l’amore perfetto a quel Gesù — che per noi ha tanto sofferto. — Orbene carità e contrizione perfetta sono due radici fecondissime di merito soprannaturale —

di santificazione. La meditazione della Passione è per noi scuola di virtù insuperabile. — Ci mostra infatti in Gesù appassionato il modello più perfetto — e più suggestivo — di pazienza — mansuetudine — umiltà — obbedienza — zelo — carità — sacrificio… — Inoltre, già ci dissipa preventivamente tutti i pretesti che la nostra mollezza potrebbe invocare — per esimerci da difficoltà — da rinunzie — che da noi richiedesse la vita virtuosa; — se Gesù non entrò nella sua gloria, se non compiendo la sua Via Crucis. chi siam noi da pretendere condizioni più agevoli — o più comode — per ottenere il Paradiso? — Chi oserà rifiutar la propria croce?

L’Ultima Cena del Divin Salvatore. —

Con che cuore non la celebrò Gesù — sapendo ch’era venuta l’ora sua — e che l’orribile sua Passione era imminente! — Tanto più che aveva determinato d’istituire in essa la Eucaristia — consacrazione del Nuovo Testamento — Sacramento insieme e Sacrificio! L’ultima Cena Pasquale secondo la Legge Mosaica. — Ancora una volta Gesù e gli Apostoli mangiarono insieme l’Agnello Pasquale — senza macchia — mansueto — svenato — salvezza del popolo eletto… — simbolo eloquente di Gesù — vero Agnello immacolato di Dio — mite ed umile di cuore — vittima volontaria cruenta — per la salute dell’intero genere umano… — Oh impariamo l’esattezza — e lo spirito — col quale dobbiamo ottemperare alla Legge santa di Dio — unendo l’esterna compitezza degli atti coll’interno fervore dell’animo!

La prima Cena Eucaristica. — Che solennità! — Gesù la celebra in un raccolto Cenacolo — grandioso — addobbato — dopo lavati i piedi agli Apostoli — per vieppiù purificarli — ed iniziarli alla vicendevole umiltà e carità…! — Che generosità poi — in darsi in cibo e bevanda agli Apostoli — quando proprio e la giudaica invidia maligna — e la venalità del traditore — ne tramavan la morte! — E proprio allora creava Pontefici del nuovo Culto quegli Apostoli appunto, che entro poche ore tutti l’avrebbero abbandonato! — E che amore per noi — in prevenire nel suo sacrificarsi per noi l’opera stessa dei suoi nemici! — Grazie! mille grazie, Gesù!

La cena dell’affettuoso commiato. — Pensiamo — oltreché al Testamento reale (quello cioè del suo Corpo e del suo Sangue) — anche al Testamento morale lasciato da Gesù

agli Apostoli — e, in loro persona, a noi — alla Chiesa tutta. — È testamento d’amore divino: — « Conservatevi nel mio affetto! ». — È testamento di mutua concordia: — « Vogliatevi bene a vicenda! ». — È testamento di sovrana, incrollabile fiducia: — « Confidenza! Io ho vinto il mondo! ». — È testamento delle più larghe promesse: — « Quanto mi domanderete… ve lo farò! » — « Non vi lascerò orfani!» — « Vi preparo un regno! ». — È testamento di pace: — « Vi do la mia pace! ».

Nel folto del Gethsemani… —

cocca l’ora della Passione — l’ora tanto desiderata da Gesù — e per la gloria dell’Eterno suo Padre — e per la redenzione nostra — e per la restaurazione dell’ordine supremo di giustizia e di pace… — E Gesù — divino volontario della morte — si avvia al Giardino degli Ulivi — per darvisi in mano ai suoi nemici

La prima agonìa: — l’agonìa del cuore… — Gesù vuole egli stesso anticiparsi spiritualmente i tormenti: — quindi abbandona l’anima sua alle più mortali angosce. — Angosce di timore: — prevedeva tutto ciò che gli si preparava:; — umiliazioni — spasimi — agonie… — lo prevedeva tutto insieme — lo prevedeva con piena vivezza dolorosa! — Angosce di avversione profonda e disgusto: — prevedeva l’ingratitudine — sentiva tutto lo schifo dei peccati del mondo, cui voleva espiare! — Angosce di estrema mestizia: — vedeva che, nonostante la sua Passione e Morte, innumerevoli anime erano precipitate — e precipitavano — e continuerebbero poi a precipitar nell’inferno! — Vedeva ancora i suoi eletti perseguitati dagli empi in ogni tempo — e con quanta acrimonia!

La dolorosa preghiera. — Qual riparo cercò Gesù a quell’immane amarezza — che lo gittò in sì fiera agonia da spremergli — vivo ed abbondante — tutto un sudore di sangue? — La preghiera! — E fu preghiera riverente — la fece prostrato, prosteso in terra! — Fu preghiera semplice — iterò per ore la stessa richiesta! — Fu preghiera rassegnata — la domanda fu sempre subordinata al volere dell’Eterno Padre! — Fu preghiera costante — Gesù la proseguì sino ad alta notte — e sin quasi al sopravvenire di Giuda! — Fu preghiera feconda -—- fruttò a Gesù la discesa di un Angelo dal Cielo — mandatogli dal Padre per confortarlo — È così che preghiamo noi?

La cattura ignominiosa. — Al sopravvenire degli armati che dovevano arrestarlo, Gesù va loro incontro — spontaneamente: — che bontà per noi! — Fa anche ripetuti miracoli — per aprire ad essi gli occhi — e prevenirne il peccato: — che bontà anche per loro! — Ma tutto fu inutile; — indurati nel male — osarono inferocire contro il Salvatore del mondo — il Figliuolo di Dio! — Che satanica — fatale ostinazione! — E Gesù — mite Agnello tra i lupi furiosi — loro s’abbandona.

E gli Apostoli? —

Una delle fitte più penose al Cuore SS. di Gesù nel Gethsemani fu la condotta usata verso di lui dagli Apostoli — dai quali — dopo tante sue cure verso di loro — dopo tante loro dichiarazioni e promesse — era in diritto di attendere ben altro!…

Giuda. — L’ingrato! — Gesù l’aveva voluto tra gli Apostoli — con vocazione sublime: — ed egli la profanò! — Gli aveva affidato il poco denaro del Collegio Apostolico: — ed egli ne abusò! — Gli aveva dato il dono dei miracoli: — ed egli, salvatore così di altri, riuscì a perdere se stesso!… — Il cinico! — Gesù paternamente l’avvisa — prima con delicatezza — poi con severità — infine con tenerezza accorata… — ed egli, duro! — Tradisce — col bacio — fattosi guida ai manigoldi — e tutto di sua propria iniziativa! — Il disgraziato — Fatto il colpo — Satana lo terrorizza col fiero rimorso; — e Giuda — pur ricreduto — pentito — dimentica la Divina Misericordia Infinita — e si uccide! — Com’è tremendo l’abuso della grazia!

I tre privilegiati… — Sono Pietro — e i due fratelli, Giacomo — e Giovanni: — i tre testimoni della trasfigurazione di Gesù — nonché della risurrezione della figlia di Giairo. — Anche nel Gethsemani Gesù li privilegiava — scegliendoseli a speciali consolatori — e confidenti — nelle sue tanto terribili agonie… — Ma non ne capirono il esto pieno di tenerezza — né il susseguente affettuoso rimprovero — e si lasciarono vincer dal sonno — invece di vegliare — e pregare — come Gesù domandava! —

Povera fiacchezza umana! — Quanto non abbisogna di essere rinfrancata dalla preghiera — agguerrita dalla mortificazione — presidiata dalla vigilanza! Tutti gli undici Apostoli… — Visto Gesù arrestato — fuggono tutti! — Che schianto al Divin Cuore di Gesù — innanzi a tanta viltà — e poca fede! — E ciò dopo tre anni di vita intima con Lui — dopo vistine tanti miracoli — dopo tante proteste d’essergli fedeli sino alla morte — dopo le tante esortazioni fatte loro da Gesù di portare la croce dietro di lui! — Eppure, Gesù li compatisce — e ne procura — efficacemente — l’incolumità — mentre va alla morte per loro! — Che differenza tra la condotta di Gesù per gli uomini — e quella degli uomini con Gesù!

Un primo iniquo processo. — Gesù — dopo la sua cattura — dalla furia dei manigoldi viene trascinato giù dall’oliveto sino al torrente Cedron — e poi è fatto risalire al monte Sion — ove s’aduna il Sinedrio. — L’attendono Scribi e Farisei — agognanti la loro Vittima!

In casa del vecchio Anna. — Gioia ferina provò quel capo dei Sadducei — in vedersi innanzi legato Gesù! — Ma… riderà bene chi riderà l’ultimo! — Però Anna non aveva autorità d’interrogare Gesù: — quindi il Divino Maestro elude le sue domande fuori di posto: — il presunto reo mostra già che un giorno il Giudice sarà Lui! — Per questo un soldato dà uno schiaffo a Gesù, come ad un impertinente: — che dolore — e che affronto per Gesù! — Eppure, Gesù. compatendo alla sua grossolanità ed ignoranza, non lo fulmina: — soltanto lo corregge dolcemente.

In casa del Pontefice Caifa. — Là sedeva il Sinedrio — convocato per la circostanza — in notte piena. Quanto impegno nei cattivi per il male — mentre i buoni ne hanno sì poco per il bene! — S’istruisce il processo; — ma non si riesce ad avere deposizione giuridica contro Gesù! — Figurarsi! — Era la stessa innocenza — la santità in persona! — Allora Caifa scongiura Gesù a dichiarare, se Egli sia davvero il Figlio di Dio: — e Gesù l’afferma con tremenda solennità… — Ancora una grazia a quei ciechi, per convertirli! — E come vi rispondono? — Col condannare Gesù, quale reo di morte!

Tra i lazzi della soldataglia. — Dalla sala del Sinedrio fu allora Gesù tratto a uno stanzone — dove i soldati presero a schernirlo — e a percuoterlo e sputacchiandolo

– e trattandolo da profeta da strapazzo. — Tristo giuoco – e doloroso — contro ogni diritto — e che sembra durasse parecchie ore! — Quanto non n’ebbe a patire Gesù —

tanto mite e delicato — nella piena coscienza della sua grandezza divina – e dell’immenso debito di riconoscenza che gli avevano quei miserabili! — E soffriva tanto anche per la dannazione alla quale si avviavano!

Le negazioni di S. Pietro. —

Gesù tollerava — in mansueto — e insieme maestoso — silenzio — tanto l’insulto di quella sedicente procedura legale — quanto i lazzi — e le percosse — di quella malnata sbirraglia; — c’era da attendervisi! — erano nemici! — Ma la defezione di un Pietro che lo rinnega — e giura e spergiura di neppure conoscerlo! — Che strazio per Gesù!

Lo sdrcciolo… — Ma come mai il Principe degli Apostoli — il privilegiato discepolo di Gesù — l’araldo ispirato della sua Divinità — si ridusse a tale estremo? — E vi si ridusse dopo i tanto chiari preavvisi di Gesù medesimo? — Ecco come fu preparata la fatale caduta: — fu predisposta dalla presunzione, mostrata da Pietro nel Cenacolo: — dalla mancanza di preghiera, trascurata da lui nel Gethsemani — dalla temerità dell’esporsi da sé all’occasione pericolosa — là nell’atrio — anche dopo la sua fuga codarda…

La caduta. — Fu rovinosa! — Che distruzioni nella povera anima di Pietro! — Passava di tratto dalla dignità di Apostolo all’abbiezione del rinnegato — dell’apostata; — da paladino di Gesù — quale s’era atteggiato nel Gethsemani — passava ad essere un disertore, nel campo nemico! — Fu obbrobriosa — quanto il cedere le armi alle chiacchiere di due fantesche — e quanto è di maggior ignominia la ricaduta molteplice — che non un primo errore incorso quasi per sorpresa. — E quanto non fu penosa a Gesù!

La conversione. — Meno male che — all’opposto di Giuda — Pietro, non solo si pentì — ma confidò d’ottenere il perdono. — Passò Gesù presso di lui — tra i soldati — e lo guardò pietosamente — ricordandogli così la profezia che gli aveva fatta: — era proprio avvenuto che, avanti il secondo canto del gallo, Pietro rinnegasse il suo Divino Maestro — per ben tre volte! — Tutto dunque umiliato — fuggì dal luogo della sua colpa — si raccolse a piangerla amaramente — pensando al modo di ripararvi — e di farla dimenticare a Gesù!

Gesù al Pretorio di Pilato. —

Condannato dalla Sinagoga giudaica — e, per lei, dal Sinedrio — il gran Tribunale nazionale e religioso — Gesù vien tradotto a Pilato — a subirvi la condanna del Tribunale civile — e del potere straniero. — Che umiliazione per Gesù!

La malignità degli accusatori. — Che ipocrisia quella dei Giudei — in non volere entrare nel Pretorio pagano, per non contaminarsi — mentre non indietreggiavano innanzi allo stesso deicidio! — Che iniquità nel calunniare Gesù per sedizioso — antagonista di Cesare — bestemmiatore — quando di tali imputazioni non potevano addurre alcuna prova! — E che cecità in non avvertire che essi stessi comprovavano la venuta del Messia — col confessare d’avere perduta l’indipendenza — con quel loro ricorso a Pilato!

La vigliacca remissività di Pilato. — Egli ben capisce la montatura giudaica contro Gesù: ma — vigliacco — non ha il coraggio delle sue convinzioni: — prevaricatore — viene poi meno all’integrità doverosa del suo ufficio — tradendo la giustizia; — con ciò stesso si macchia di crudeltà — e di omicidio — mandando a morte Gesù innocente — ad onta di tutte le sue velleità di salvarlo! — Né giovano le mansuete attrattive di Gesù — né le sue divine — e tanto espressive — parole — né gli avvisi misericordiosi della consorte — né i rimorsi della coscienza. — Quant’è duro — e fatale — il giogo delle passioni!

La longanimità del Divino Paziente. — Che fa Gesù contro; la calunnia? — Tace! — E contro la malignità provocatrice? — Perdona! — E contro l’inqualificabile irresolutezza di Pilato? — Paziente, gli moltiplica chiarimenti e stimoli! — E contro i brutali maltrattamenti dei manigoldi — le imprecazioni della plebaglia — gli amari motteggi dei curiosi affollati sul suo passaggio? — Nessuna reazione! — Tutto accetta dalla mano del Padre! — Ed era l’Innocente! — il Salvatore! — il Figlio di Dio! — Quanto non abbiamo da imparare!

Dal Pretorio di Pilato alla Reggia di Erode. —

Pilato — impensierito dalla solenne affermazione di Gesù di essere Re — sempre più convinto dell’innocenza di Lui – coglie a volo l’accenno alla Galilea, fatto dalle turbe — per rimettere la causa di Gesù nelle mani di Erode — e liberarsene.

Le mezze volontà di Pilato. — Egli avrebbe dovuto, senz’altro, liberare Gesù — conoscendone l’innocenza: — e non già rimettere la causa di lui ad altre mani. — E che premio ne avrebbe avuto dal Divin Salvatore! — E invece? — Tergiversando — giocando di politica — volendo liberare Gesù — e insieme non volendo averne l’aria — se ne rimette ad Erode. — E non riesce a nulla! — Persuadiamocene pure: — la vittoria — e il conseguente trionfo celeste non sono dei pigri, — che vogliono e non vogliono: — ma dei risoluti, — che vogliono — e vogliono a qualsiasi costo — obbedire a Dio — e salvarsi l’anima!

I futili desideri di Erode. — Desiderava vedere Gesù: — e sarebbe stata l’ottima cosa — se l’avesse desiderato per fare onore a Lui — e giovarsi delle dottrine di Lui — e avere dalla grazia di lui i sussidi opportuni — a salute dell’anima propria. — Viceversa agì per curiosità frivola — ingiuriosa a Gesù, quasi fosse un giullare; — laonde, non secondato, la mutò in torvo dispetto — che culminò nell’insulto a Gesù — trattato da pazzo da tutta la Corte e da tutto l’esercito — e così rinviato ignominiosamente a Pilato!

La diabolica ostinazione giudaica. — Vediamo le corse di quei ciechi nemici di Gesù — dal Sinedrio al Pretorio — poi dal Pretorio ad Erode — e poi da Erode nuovamente a Pilato — instancabili — pur di rovinare Gesù — accaniti nel calunniarlo — furibondi nel domandarne la morte: — proprio mentre per Gesù non si leva nessuno — non si ode una voce — non si muove un dito! — E Gesù, quanto non sente questa cattiveria degli uni — e quest’inerzia degli altri! — Anche oggi gli empi imperversano: — e i buoni che cosa fanno? — E tu? — Che fai?

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (2)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

Gesù è posposto a Barabba. —

Erode rinviava Gesù a Pilato: — la Divina Misericordia offriva nuovamente a Pilato l’occasione di fare — meglio tardi che mai! — il bel gesto di liberar l’Innocente — riparando anche il torto già fattogli: — ma Pilato — recidivo! — rifiuta ancora una volta!

L’ignominioso confronto. — Anche se la nuova sua trovata fosse riuscita a quel giudice iniquo, — che torto non era essa per il Divino Maestro! — Lo si sarebbe liberato, – ma soltanto a titolo di grazia immeritata: – mentre la libertà gli si doveva a titolo di pretta giustizia! — Inoltre, con chi si confrontava l’Agnello Divino Immacolato? — Con un violento ladrone — con un sanguinario omicida — con un ribelle pericoloso — che — ad onta di tutto — si sarebbe rimesso in… circolazione! — Miserabile giustizia umana, quando si dimentica del trollo di Dio! — E, poveri noi, se unicamente ci fidassi ad essa!

L’urlo selvaggio della piazza. — Con tuttociò, se si ascoltava la ragione — era Gesù che doveva andar libero: – l’innocente era Lui — Lui inoltre il benefico taumaturgo – lui il maestro insuperabile di bontà — lui l’inviato da Dio — acclamato cinque giorni prima dall’intera Gerusalemme! — Ma si ascoltò la passione cieca — impulsiva – sobillata dai furbi — rappresentata dalla feccia del popolo: — e questo gridò il suo crucifige! — sfacciato — idiota — feroce — contro Gesù! — Davvero che Gesù poteva dolorosamente ripetere le profetiche parole di Michea: — « Popolo mio, che cosa mai ti ho fatto di male? ». — E non potrebbe ridirle anche a noi — quando pecchiamo?

Barabba in libertà. — Insperatamente Barabba ricuperava la libertà — da parte degli uomini: — ma, da parte di Dio? — Non per questo veniva pregiudicata la sua condanna al Divin Tribunale! — E il suo stesso nome passò ai posteri come simbolo ignobile del farabutto e del sovversivo! — Ma intanto? — Siamo avvertiti di rettificare la nostra intenzione nell’esercizio della virtù — sicché ce ne attendiamo i premi da Dio — non dagli uomini! — E insieme, niente paura del momentaneo trionfo del male! — Iddio ci farà giustizia a suo tempo: — né ci troveremo davvero scontenti d’averlo servito!

Gesù sottoposto alla flagellazione. —

Il secondo mezzuccio di Pilato per liberare Gesù era dunque tornato inutile anch’esso: — ne peggiorava anzi la posizione. — Pilato allora tenta uno sforzo: — ma purtroppo contro Gesù — e anch’esso vano — quanto a salvarlo!

Il disonore della flagellazione. — Quel terzo mezzo — dopo l’invio ad Erode — e dopo il confronto con Barabba — fu flagellarlo. —- Pensò così di placare i Giudei — in vederlo così sfigurato — e insieme di mostrare di non averlo voluto liberare senz’altro — e così mettersi a coperto da sospetti politici. — Anche qui l’innocente veniva trattato da reo con palese iniquità: — inoltre lo si trattava da schiavo — privo d’ogni diritto civile al rispetto ed all’incolumità: — lo si trattava anzi da bestia — incapace di ragione — epperò da assoggettarsi a colpi di frusta — di verghe — di bastoni! — Povero Gesù!

Lo strazio della flagellazione. — Ed oltre all’ignominia infame di tal supplizio — s’aggiungeva qui per Gesù un tormento indicibile; — giacché il suo corpo era assolutamente perfetto — e quindi della sensibilità e delicatezza più viva. — Di più, era fatto apposta per patire — attesa la sua missione di vittima per i peccati del mondo. — Immaginiamo lo scempio che i carnefici ne fecero — col loro cuore spietato — colle loro braccia nerborute — coi loro strumenti terribili! — chissà per quanto tempo: – anche se non abbiano avuta apposita consegna di vieppiù incrudelire — per più facilmente disarmare i Giudei! — Che lividure, in Gesù! — che sangue! — che orribili piaghe! —. Povero Gesù!

Il vero motivo della flagellazione. — Quella furia di colpi scaricatasi sul Divin Salvatore — se si dovette materialmente ai manigoldi — e ufficialmente all’iniquo comando di Pilato — ha però radicalmente una doppia causa recondita: — l’amore di Gesù per noi — poiché Gesù proprio per noi volle subir quegli spasimi: — ed i nostri peccati, — i quali Gesù volle così espiare: — e specialmente i peccati di sensualità. — Ah se gli uomini – ed anche le persone pie — pensassero a quanto costarono a Gesù Redentore gli eccessi disordinati — e gli scatti inconsulti delle nostre passioni, — e le renitenze ai divini voleri! — E se si ricordassero più spesso che Gesù ci amò sino al sangue!

Gesù coronato di spine. —

Agli orrori della flagellazione ordinata dal Preside Romano, i soldati aggiungono di proprio moto altri orrori — altri ludibri: – consideriamoli in ispirito di compassione — e di compunzione – tenendo compagnia a Gesù in ora così dolorosa!

Gesù camuffato da re da burla. — Niente impietositi del povero Gesù — fatto tutto una piaga sanguinolente per l’orribile flagellazione — i militi romani lo spogliano di nuovo — riaprendogli ed esasperandogli le ferite collo strappargli di dosso le vesti già ad e rapprese — e gli gittano sulle spalle una clamide purpurea — gli pongono in mano una canna — gli calcano in capo — come reale diadema — una celata di spine; — poi lo sbeffeggiano, a gara, genuflettendogli innanzi — salutandolo per Re dei Giudei — finendo la schifosa tregenda con sputacchiarlo — strappargli di mano quel misero scettro di canna — dandoglielo violentemente sulle spine del capo… — Che umiliante afflizione per Gesù — fatto zimbello di quei 500 scherani — che gli si accanivano attorno! Gesù coronato Re dei dolori! — Che fitte dolorosissime non dovette provare Gesù — a quei duri e ripetuti colpi di canna — nelle tempia — sulla fronte — nel cranio — al penetrargli quelle spine la pelle — nello scalfirsene le ossa in tanti punti! — E quante altre percosse ed urti doloranti non avrà Egli dovuto sopportare da quei malnati in quell’ora infernale! — vero Agnello dato in istrazio alla ferocia di lupi aizzata da satana, il maligno, l’omicida. — Compatiamo col più vivo affetto al patire indicibile di Gesù nostro — vero Re dei dolori — e risparmiamogli ogni nuova trafittura di nostri peccati! Salutiamo Gesù, nostro Re d’amore! — Ben se lo merita, – dopo tanto obbrobrio — da Lui incontrato — proprio per noi — volontariamente — e dopo tante torture da Lui subìte — anche per causa nostra: — e, non temiamo di aggiungerlo per la verità, anche dopo tante ingratitudini da noi moltiplicategli, purtroppo, nel corso della nostra vita! — E più lo vediamo svilito dai suoi nemici — e più saturo di pene e di vituperi — stringiamoglici attorno vieppiù amorosamente — gridandogli il nostro più fervido: — « Viva Cristo Re! ».

Ecce homo! ”. —

A stroncare la farsa crudele — inscenata dai soldati — venne forse un ordine di Pilato, di ricondurgli Gesù — quale era ridotto nelle condizioni più pietose. — E Pilato lo presenta al popolo — così com’era — tutto lividure e sangue — colla corona di spine in capo — con quello straccio di porpora sulle spalle… — E disse al popolo: — « Ecco l’uomo! ».

« Ecce homo! ». — Ecco il bel lavoro fatto dai nostri peccati! — Non dimentichiamolo mai! — Se Gesù patisce — e patisce tanto — la colpa ne è nostra! Noi col peccato, abbiamo talmente irritata la Divina Giustizia — da non averne perdono — se non era il gemito — la supplica — del Figlio stesso di Dio — dissanguato per noi! — Impariamo pertanto a capire che cos’è il peccato – ad aborrirlo — a fuggirlo — come il peggiore dei mali. – poiché va a colpire lo stesso Dio — nella persona abile di Gesù Cristo! — E non solo fuggiamo il peccato – ma anche i pericoli di peccare!

« Ecce homo! ». — Ecco sin dov’è giunto l’amore di Dio per noi! – Dio Padre ci ha amato tanto da sacrificare — pur di redimerci — il suo stesso Figlio Unigenito! – Dio Figlio ci ha amati tanto da volersi tutto sacrificare per noi — abbandonandosi ai vituperi ed alle carneficine – proprio perché noi n’andassimo salvi — pur avendoli meritati le mille e mille volte colle nostre colpe! — E Dio Spirito Santo ci ha tanto amati da mettere a nostra disposizione i meriti infiniti di Gesù Cristo — mercè le SS. Messe — i SS. Sacramenti — e le sue grazie divine! — Quanta bontà!

« Ecce homo! ». — Ecco il divino modello da imitare! — Se vogliamo affermare il nostro amore a Dio — non soltanto a parole, ma a fatti — ecco sino a qual punto dobbiamo giungere — se Dio lo richieda: — sino al martirio del cuore — dell’onore — dello stesso corpo! — Se vogliamo sapere come si obbedisca al Signore — ecco il tipo al quale ispirarci: — all’obbedienza di Gesù all’Eterno Padre — la quale non indietreggiò innanzi all’umiliazione più cocente — né ai patimenti più efferati! — Se vogliamo vedere come si debba intendere l’apostolato serio – fattivo — travolgente — eccone l’ideale: — sacrificarsi!

Il Sacrificio del Calvario. — L’indegna fiacchezza di Pilato — che voleva coi suoi meschini espedienti eludere l’odio giudaico contro Gesù — vistesi chiudere ad una ad una tutte le vie — cedette finalmente agli assalti; — e, condannando Gesù, condannò pure l’indegno suo giudice — il vilissimo Pilato.

Gesù condannato alla crocifissione. — Pilato pronuncia l’iniqua condanna: — quindi non lo scuserà dal deicidio il suo lavarsene le mani in pubblico — e il suo dichiararsene innocente! — Neppure lo scuserà dal tradimento del suo dovere di giudice imparziale il timore incussogli per istornarnelo: — con gli onori devonsi accettare anche gli oneri annessi! — Infine, non si assicurerà neanche il favore di Roma; — presto deposto e bandito, espierà già qui in terra l’immane sua colpa! — « Farina del diavolo ritorna in crusca! ».

Gesù s’avvia alla crocifissione. — Carico del peso opprimente del suo patibolo — tuttoché così piagato e sfinito — Gesù porta volentieri la sua croce — che gli sarà altare per il suo sacrificio al Padre — e chiave per aprire a noi il Paradiso — e cattedra suprema onde insegnarci ogni più eletta virtù. — Per via lo si strapazza — lo s’insulta — lo si percuote: — e Gesù tace! — Lo salutano col pianto la SS. Vergine e le pie donne: — e Gesù ne accetta l’ossequio pietoso! — Il Cireneo l’aiuta: — e Gesù prepara a lui e ai suoi figli le sue grazie riconoscenti. — Quant’è buono Gesù — anche se saturo d’amarezze! Gesù subisce la crocifissione. — Giunto sul poggio del Golgotha, — con stento immenso — Gesù è spogliato — con nuovo strazio delle sue ferite — poi adattato dai manigoldi alla croce — indi pesanti martellate sui chiodi conficcano questi nelle mani e nei piedi… — E così, sul mezzogiorno — nell’affollamento delle solennità pasquali — quando pellegrini d’ogni paese ne avrebbero riportata l’infamia sino ai confini del mondo. – Gesù appariva crocifisso tra due ladri — quasi loro capobanda: – con sul capo la sarcastica scritta: — « Re dei Giudei. — Potevasi scendere più basso per la via dell’abbiezione? — per la via dello spasimo atroce? — E | vi si rassegnò per noi! — Per noi, sue povere creature! — Per noi, suoi servi inutili. — Per noi, offensori ingrati!

Le parole del Divino Agonizzante… — Sacre parole quelle d’un morente — d’un morente divino — del nostro Supremo Benefattore e Padre — del Redentore e Maestro dell’umanità!

C’è la parola del perdono — invocato sui crocifissori – e che si spinge sino a scusarli al Padre… — Che bontà non ci rivela in Gesù! — Che fiducia non c’ispira! Che contrizione non deve eccitare in noi — vedendo la bontà di chi abbiamo offeso.

C’è la parola della magnificenza — che mostra in Gesù Crocifisso il Dominatore del Cielo e della terra — e c’è l’afferma altresì Consolatore efficace del povero convertito — e Rimuneratore generoso dell’ossequio fiducioso di Lui. — Neanche noi ci volgeremo invano a Gesù — né sarà per noi vano il secondarlo — il seguirlo – il compiacerlo!

C’è la parola della tenerezza — di Gesù morente, per la sua Vergine Madre — e per Giovanni, il prediletto, ch’è tornato a Lui… — Essa ci deve infervorare ad onorare anche noi Maria SS. – che allora appunto divenne Madre nostra. — Insieme deve animarci, sia alla passione per Gesù appassionato — sia alla riparazione delle nostre colpe…

C’è la parola della desolazione — strappata a Gesù dal suo immenso patire! — Ch’essa ci spinga a consolarlo col nostro amore operoso; — insieme ci avverta che il nostro gemito — anche più trangosciato — non deve avere altro suono che di preghiera!

C’è la parola del desiderio — di Gesù, riarso dalla sete — corrisposta dai soldati con aceto e fiele! — Da noi invece dovrà corrispondersi coll’amore — e collo zelo — dacché esprimeva — oltre la sete fisiologica — anche la sete morale di affetto — e di anime!

C’è la parola della costanza vittoriosa — che proclama assolto il proprio mandato — e già preannunzia il trionfo del Salvatore. — Preghiamo — e procuriamo di ripeterla anche noi — sia al termine della nostra vita mortale — sia allo spirare d’ogni nostra giornata. — L’ubbidire a Dio: — ecco per noi la perfezione — la grandezza — la vera felicità!

C’è la parola del filiale abbandono… — Oh fiorisca sulle nostre labbra — rassegnata — affettuosa — confidente — come sulle labbra di Gesù — anche nei momenti più foschi della nostra esistenza — anche nel crollare di tutte le nostre umane speranze! — Gettiamoci nelle braccia del nostro Padre Iddio: — non si ritrarrà indietro — a lasciarci

precipitar nell’abisso!

Contemplando Gesù Crocifisso. — Come la cristiana predicazione — e come la sacra liturgia sono impregnate del ricordo di Gesù Crocifisso — così dovrebb’esserne impregnata la nostra vita cristiana — per alimentarne in sé lo spirito di sacrificio.

Pensiamo a Gesù morto! — Non doveva morire — Perché era il Santo dei Santi — e la morte entrò nel mondo per la porta del peccato! — Ma bastò che Gesù si fermasse l’ombra del peccato — non suo — ma da lui preso ad espiare — perché, nascendo alla vita in Betlemme — nascesse insieme alle espiazioni del Golgotha! — Oh come dobbiamo aborrire la colpa! — E attraverso la morte del corpo — cui la morte sfigura — e gitta nell’inerzia — e nell’impotenza — sappiamo intravvedere i guasti del peccato nell’anima — spenta da esso alla vita soprannaturale – deformata mostruosamente innanzi a Dio — incapace, da sé di riaversi!

Pensiamo a Gesù, morto svenato in croce! — A tanto di crudeltà giunsero contro di Lui l’invidia e la malizia umana — ad onta dell’ineffabile sua amabilità personale – della sua divina grandezza — dei benefici innumerevoli da Lui irradiati attorno a sé — dell’essere Egli spontaneamente sceso di Cielo in terra — e farsi nostro fratello!

— Oh come dobbiamo umiliarci — e domandargli perdono della nostra efferata ingratitudine! — del nostro egoismo crudele — pronto a martoriare Lui — pur di scapricciare sé!

Pensiamo a Gesù, morto — in croce — svenato — proprio per noi!

Mentre Gesù soffriva — e tanto orribilmente – ciascuno di noi, in persona, era presente a lui — ed Egli — proprio per ciascuno — singolarmente — offriva i propri tormenti — le proprie agonie — per amore — in espiazione. — Ecco il posto che ciascuno di noi occupa nel Cuore SS. di Gesù! — E che posto occupa Gesù — Gesù Crocifisso — morto proprio per noi — nel nostro cuore? — Faremo noi mai abbastanza — non già per adeguare — ma anche solo per emulare — il suo amore per noi?

La sepoltura di Gesù. — A rendere innegabile a tutti la sua morte — e quindi incontrastabile il gran miracolo della sua prossima risurrezione — la divina Salma di Gesù rimase in istato di morte sino al terzo giorno: — quindi nei suoi fedeli il pensiero di seppellirla. — Ma, secondo le profezie — la sua sepoltura non fu come

le altre…

Fu una sepoltura gloriosa. — Anzitutto essa avvenne decorosamente — contro ogni aspettazione umana — trattandosi d’un giustiziato — anzi, d’un crocifisso — condannato al supplizio estremo a furor di popolo — e sentenziato a morte da tutti i tribunali del luogo. — Chi si sarebbe dovuto più curare di Lui? — dell’infame. secondo i pagani? — del « maledetto », secondo i Giudei? — Viceversa, ecco muoversi Giuseppe d’Arimatea — gentiluomo autorevole — per le pratiche legali, presso Pilato, per la consegna della Salma — e inoltre per regalargli il proprio sepolcro nuovo — e per procurargli la sindone funeraria; — ecco Nicodemo — altro autorevolissimo Sinedrita — portare aromi in abbondanza — e dar mano alla deposizione -. senza rispetti umani!

Fu una sepoltura riparatrice. — L’insinuò Zaccarìa Profeta (12, 10) — e difatti Giuseppe e Nicodemo ripararono così al rispetto umano, che li aveva tenuti più o meno lontani da Gesù vivo. — Parimenti l’affetto delle pie donne — unitesi con Maria SS. e con San Giovanni Apostolo nelle cure funebri — fu doverosa e delicata riparazione del vuoto morale fattosi attorno a Gesù dal momento della sua cattura. — E le lacrime di Maria SS. su ciascuna delle piaghe di Gesù morto, non furono preziosissima riparazione dei lazzi farisaici — delle torture inflitte a Gesù?

Fu una sepoltura provvisoria. — Lo si sentiva nell’aria — dopo le meraviglie avvenute in morte del Redentore — che le cose non dovevano finir lì — e che quella tomba doveva maturare grandi avvenimenti — anche se non si osasse pensare alla risurrezione. — Tutti avevano viste le fitte tenebre universali che avevano adombrate

le agonie di Gesù — tutti avevano avvertito il gran terremoto avvenuto allo spirare di Lui: — il terrore aveva pervaso e il popolo e i soldati abbandonanti il Calvario — e persino nel Tempio, sacerdoti e leviti e sacrificanti erano rimasti atterriti per il misterioso squarciarsi da cima a fondo del velo del Santuario… — Erano i prodromi della risurrezione! — Al terzo giorno, quel Corpo divino — sacro tempio del Dio vivo — doveva venire ricostituito!

L’Anima di Gesù in festa… — Mentre ancora la Salma adorabile del Divino Agnello svenato pendeva dalla croce – l’Anima di Gesù — già pienamente beata — subito entrò

in pieno possesso della gloria immensa — che s’era guadagnata con la sua dura passione. — Che festa per lei!

Festa in Paradiso. — Che festa non le avran fatta l’Eterno Padre e lo Spirito Santo — per la piena vittoria riportata sul peccato — e sull’inferno — com’anche per il pieno — esuberante — infinito compenso dato alla Divina Giustizia! — Che festa le avranno fatta eziandio gli Angeli — umiliandole gli ossequi delle loro gerarchie! — E che festa ancora — nel suo intimo — sarà stata la sua — mirando dalle altezze sideree smisurate la tanto piccola nostra terra — e su questa terra il tanto più piccolo Calvario — e, sul Calvario, la Croce-Altare ancora cruento del grande Sacrificio! — Com’era giubilante del grande atto compiuto!

Festa al Limbo dei Ss. Padri. — Dopo umiliati all’Eterno Padre i trofei della sua vittoria — la beata anima di Gesù cominciò la bella parte di consolatrice — iniziandola col beatificare le anime dei SS. Padri trattenute nel Limbo — in solo comparire in mezzo a loro. — Figuriamoci il tripudio dei Patriarchi — dei Profeti – dei Sacerdoti — degli Antenati del Redentore! — E la gioia di S. Giuseppe? — e quella del Battista, quella del ladro convertito, sopravvenuto in breve? — Chi può descriverla? — Meritiamo anche noi — com’essi — che il nostro primo incontro con Gesù nell’eternità sia incontro rassicurante — beatifico!

Festa al… Calvario. — Immaginiamo tutte quelle anime glorificate — condotte dall’Anima di Gesù al Calvario — a contemplarvi il suo sacro Corpo esangue — la Croce — i chiodi — la terra — tutto ancor rosseggiante del prezzo del nostro riscatto. — Che inni di ammirazione — e di riconoscenza — non avranno là iterati quegli spiriti eletti al Divino loro Salvatore — che tutti gli aveva redenti — a tanto suo costo! — e per sempre! — strappandoli alle tremende maledizioni divine! — Uniamo ancor noi la

nostra voce a quei canti — pregando d’iterarli un giorno nel Cielo!

QUARESIMALE (XXXV)

QUARESIMALE (XXXV)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).


PREDICA TRENTESIMAQUINTA
Nella Feria desta della Settimana Santa.


Nella Passione del Redentore si dimostra la gravezza del peccato mortale.


Passio Domini Nostri Jesu Christi

Ahi, Ahi, che vedo? Sacre pareti, e perché vi rimiro spogliate d’addobbi, prive di
luce, e ricoperte di lutto? E perché senza arredo, e senza Sacrifici gli altari? Già sentii flebile il vostro canto o addolorati Sacerdoti; e che strane mutazioni son queste? Ma e dove è il mio Cristo? Io qui non lo vedo, privo di Lui, se Egli non mi assiste, come potrò proferir parola? Non avrò lingua che valga, spirito che possa. Deh Ministri riveriti del Tempio rendetemi l’amoroso mio bene: deh non tardate! Ahimè non v’è Gesù, sento rispondermi dallo sconsolato Clero, è morto Gesù! Morto Gesù? Misero, e che farò? Infermi, siete privi di medico, è disperata la vostra salute. Figli, deplorate pure la perdita del vostro Padre. Eccovi o vassalli senza sovrano, senza duce ai soldati. Eccovi tutti a guisa di pecorelle smarrite senza Pastore Divino. Qual sarà dunque il mio rifugio tra tante turbazioni? Non gli Apostoli, perché accorati li vedo posti in fuga; non gli Angeli, perché addolorati spargono lagrime; non la Vergine, perché trafitta nel cuore da duolo acutissimo; non l’Eterno Padre tutto intento a scaricar le pene de’ peccatori sopra l’innocenza del Figlio. Tu sola mi resti o croce amata. Tu sarai per me arca di salute, portandomi sicuro fra l’onde del Sangue d’un Dio morto per me, morto per noi. Tu colonna di fuoco, guidami senza inciampo, ed a guisa di mosaica verga, aprimi sicuro il sentiero nel Mar Rosso del Sangue Divino. Quei chiodi trafiggano l’animo de’ peccatori; quella spongia zuppa di fiele gli faccia conoscere il tossico del peccato; quei martelli spezzino il lor cuore indurato nelle colpe; servano le corde per raffrenar le passioni, la lancia uccida i vizi, e quel vivo Sangue grondato dalle vene di Gesù, esiga balsamo di lagrime veramente penitenti dagli occhi di quanti m’odono. O Crux Ave spes unica, hoc passionis tempore, piis adauge gratiam, reisque dele crimina.

Passio Domini Nostri Jesu Christi.

Voci di poche parole, ma che? Ogni lettera è una pena, ogni sillaba è una spada, ogni parola è una carneficina. Ascoltanti per narrarvi la dolorosissima passione e morte del Redentore, vero parto delle nostre iniquità, che vale a dir la più funesta tragedia, che mai si rappresentasse dal mondo, e fu sì strana che necessitò tutta la natura a partorir inauditi portenti. Il Sole addolorato si ritirò lasciando tra le tenebre il mondo. Si spaventarono scossi da fieri terremoti per compassione gl’interi monti di durissimi macigni, e le pietre stesse par che lacrimassero per il dolore. Or quando a me non riesca questa mane con un simile racconto farvi conoscere la gravezza del peccato mortale, converrà che io dica di voi: o vivete senza fede, o campate senza cervello, e di me converrà asserire col filosofo, oleum, operam perdidi. M’accingo dunque all’opra, e vi rappresento la gravezza del peccato col farvelo vedere punito da Dio non già in un mondo di scellerati affogati nell’acque del diluvio: non nelle Pentapoli, ridotto d’iniquità e perciò incenerita dal fuoco che miracolosamente cadde dal cielo; non nelle pestilenze che arrivarono ad uccidere trentamila persone in un sol dì; ma nel suo Unigenito Figliuolo, non perché sia peccatore, poiché peccatum non fecit, ma perché è Egli pagator della pena per i nostri peccati. Grande Iddio, che grande enormità bisogna che sia questo peccato, mentre Voi non solo lo volete punito nel vostro innocentissimo Figlio, ma punito altresì con tormenti acerbissimi. Peccatore, peccatrice, portati meco all’orto di Getsemani, e quivi attentamente rimira Cristo Figlio di Dio tutto mesto, tutto addolorato col cuor tutto in angosce, giacché cæpit pavere, tedere, et mestus esse. Ed odi il Profeta, che dice: attritus est propter scelera nostra, Egli è in tale stato per i nostri peccati. Ah peccato, maledetto peccato, tu dunque hai gettato con la faccia sul suolo, procidit in faciem suam, quel Monarca che dié l’essere a’ cieli vastissimi di mole, agilissimi di moto, che sopra vi sparse stelle fisse ed erranti in grandezza smisurata, in numero senza numero, in vaghezza bellissime. Tu dunque tieni prostrato a terra quel Signore che con un sol fiat formò una terra da ripartir in monti, da piegarsi in valli, da tendersi in pianure, e l’arricchì con selve, con miniere, con ogni specie di viventi. Quel Signore che con un sol fiat dié l’essere ad un mare fecondo di tanti pesci, padre di mostri, d’isole, di fiumi. Ah peccato mortale quanto sei grave, mentre abbatti nell’ombra tua quel Re che ben s’intitola: Rex Regum et Dominus Dominantium, quel Re che senza il di cui volere non batte palpebra animale che viva in terra, non guizza nell’onde pesce che vi nuoti, non spiega piuma augello che voli, e che con sole tre dita regge la gran machina dell’universo; né solo l’abbatti, ma tu sei quel che li cavi a viva forza sangue dalle vene distillato in sudori, ed in tal copia che ne scorre a rivi: Et factus est sudor ejus sicut gutte sanguinis decurrentis in terram. Voi vi stupite che la pena di Cristo nell’orto avesse tanto di forza da spremergli sudori di sangue, cesserà però la meraviglia, se rifletterete alle parole del Profeta: Dolor meus in conspectu meo semper, che nell’orto a Cristo gli si rappresentò tutta insieme la dolorosissima Passione, e questa gli portò tutta insieme un acerbissimo dolore. E perché meglio capiate la grandezza di questo dolore, figuratevi un poco la pena che avrebbe provato il re Baldassarre, il quale morì trucidato improvvisamente nel proprio letto a furia di pugnalate, se molto tempo prima si fosse sempre veduti avanti quei pugnali ignudi che gli si dovevano immergere nel seno. Così appunto seguì in Cristo, giacché nell’orto tutta in una occhiata vide la sua dolorosissima passione, flagelli, chiodi, disprezzi, strapazzi, croci, carnefici, ignominie e morti. O che pena! Miratelo dunque così asperso di sangue, mentre a me pare che a voi rivolto dica: Popule meus, quid feci tibi, aut quid molestus fui, responde mihi! Dimmi popolo mio, altrettanto ingrato, quanto amato, dimmi, in che ti offesi mentre tanto m’oltraggi con i peccati, fino a spremermi sudori di vivo Sangue. Miei UU., ecco il Figlio di Dio prostrato nell’orto di Getsemani, cioè a dire attraversato nelle strade peccaminose delle vostre colpe; voglio ora vedere se avrete ardir di porre il piè su questa faccia divina per passar a goder i vostri malnati piaceri. Interessato, passerai tu sul petto di Cristo, per arrivar’a quell’ingiusto guadagno. Vendicativo, passerai a calpestar Cristo per correre a danneggiar il tuo nemico. Sensuale non t’inorridisci di non metterti sotto pié Gesù, che ti sta dicendo: sopra di me hai da passar per andar a quella casa, a quel ballo, a quella veglia, a quegli amori, a quelle disonestà. – Appunto, i peccatori non odono, ed hanno gli occhi chiusi per conoscer la gravezza del peccato; onde è che l’eterno Padre, quasi che non bastasse aver punito il peccato con i sudori di sangue sparsi dal Figlio, vuol punirlo con maggiori patimenti, acciò più spicchi la gravezza del delitto. Ecco pertanto, che Giuda l’indegno, portatosi dagli scribi con bocca sacrilega si fa intendere, quid vultis mihi dare, ego eum vobis tradam. Ah Giuda sacrilego, che fai? Tu Apostolo, tu discepolo amato del Signore, tu dunque ti fai capo per tradirlo? Cieli, qual calamità più deplorabile, qual afflizione più inconsolabile,
che ricevere il danno, donde s’aspettava l’aiuto? Ah indegno, sacrilego, stimaste trecento denari poco unguento di Maddalena, e sol trenta prezzi il Sangue di Cristo? O pazzo mercadante che sei, tu vendi Cristo a chi non lo stima; va’, e vendilo a Maria la peccatrice, che, se sopra la sua testa versò unguento di tanta valuta, considera a che prezzo ne comprerebbe la vita; va’, e vendilo ai Re Magi, che vennero fino dall’ultimo Oriente alla stalla di Betlemme per comprarne con tesori il gradimento della loro servitù. – Giuda non ode, e però stabilita la vendita di Cristo per trenta danari, accompagnato da sbirraglia, e soldatesca, ubbriacato dall’interesse, senza saper quel che faceva, al dir di Cirillo, s’invia all’orto, quivi trova Gesù, lo saluta, lo bacia, Ave rabbi, osculatus est eum. Ecco venduto Gesù, e perché? Ahi, che non ho cuore da dirlo. Giuseppe, voi ben sapete, che fu venduto per odio da ‘ fratelli traditori; ma o quanto diversamente da Gesù. Legano, i fratelli, Giuseppe con lunghissime corde, lo cavan fuori della cisterna per darlo in mano degli Ismaeliti; finalmente a guisa di schiavo, viene e legato, e posto sopra velocissimi dromedari, senza che gli giovino né le preghiere, né le lacrime. Povero Giuseppe, ti compatisco, sei venduto crudelmente da’ tuoi fratelli; consolati però alquanto, perché essi ti vendono, perché tu non abbia a morire, melius est ut venundetur. Questa grande ingiuria d’esser venduto per essere ucciso, non tocca a te, tocca a Gesù, Filius hominis tradetur, ut crucifigatur. Dio immortale, si può sentire barbarie più spietata? Io non ho mai letto, che nessun uomo venduto anche nelle battaglie più sanguinose, sia stato venduto per esser ucciso, ma so bensì, che per questo sono stati venduti, perché gli si conservi la vita; ma non è così per Cristo; Cristo è venduto, perché a guisa di vil giumento, sia condotto al macello. E Voi o Padre Eterno, permettete tradimenti sì esecrandi nella Persona del vostro Figlio? Sì, dice Dio, sì, perché i peccatori, vedendo punita l’ombra del peccato, ne arguiscano la gravezza, e più non pecchino, e per questo stesso non sono contento del tradimento, se non seguono gli effetti. Ecco dunque, che gli empi il cingono, come famelici lupi un innocente Agnello, e lo conducono a casa di Anna, ove precorsa la fama della di Lui prigionia, era di già aspettato. Deh spettacolo! Ecco il Re della gloria nell’umile sembiante di reo porre i piedi in quella sala, in cui siede, architetto di questa tragedia, l’iniquo Pontefice; trionfa la malizia, comanda l’ingiustizia. Ecco che gli assessori del concilio cospirano contro di Lui: sederunt principes, et adversum me loquebantur. Chi lo taccia nella dottrina, chi l’accusa come distruttore del Tempio, chi lo dichiara ribelle. Quando un soldato con mano temeraria ed armata di ferro, e vestita d’adulazione, non meno percuote la faccia, che gravemente macchia l’innocenza del Salvatore con quelle amare parole: Sic respondes Pontifici? Angeli, e che fate, vi dirò col Crisostomo, qui hæc intuemini, quomodo manus continere potestis? So pur che uno di voi, in vendetta d’una sola bestemmia, immerse la spada nel sangue di cent’ottanta cinque mila persone, non debiscit hic terra? E perché non t’apri o terra, tu, che non sostenesti i tumultuanti? Non Cœlum jaculatur fulmina. Cielo e perché non piombi fulmini sopra questi empi, tu che con fiamme ardenti, consumasti i soldati ad una voce d’Elia. Deh non lasciate impunita la mano di quel temerario, che certo altro non poteva esser che un ministro d’inferno: Unus assistens ministrorum. Niuna creatura si risente per vendicar l’oltraggio fatto al Creatore; e Gesù senza un principio di risentimento, accepit iniuriam, (come disse Ruperto) et servavit patientiam, tollerò pazientemente l’ingiuria per insegnarci che tali devono esser le vendette cristiane. – Confesso il vero, miei UU., che io inorridisco alla rimembranza di tanti patimenti ed oltraggi tollerati da Cristo. Ma perché, mio Dio, affligger tanto il vostro Divino Figliuolo? Se pur Voi volevate per mezzo suo la nostra redenzione e salute, bastava senza altro, un sospiro che uscisse dalle sue labbra divine. Così è, dice Dio, bastava un suo sospiro; ma intanto l’ho voluto sotto i rigori di tanti patimenti, in quanto bramavo che gli uomini dal veder che Io così ho trattato il mio Figlio per i peccati degli uomini, ne arguissero la gravezza dei medesimi peccati per sempre fuggirli. Oh mio Dio, torno a dirvi, bastava, perché gli uomini sapendo, che il vostro Divino Figliuolo avesse dato questo sospiro, che era di valor infinito, non avrebbero peccato. Taci, non è vero mi risponde Iddio; e non vedi tu, che quantunque Io le mostri la gravezza con aver sottoposto il mio Figlio a sudori di sangue, ai tradimenti d’un Giuda discepolo, ed alle ignominie nel tribunale di Caifa, alle ignominiose guanciate d’un temerario ministro, ad ogni modo peccano? E giacché non bastano a quel giovane lascivo, a quella donna impudica, a quell’usuraio, a quel mormoratore i patimenti tollerati dal mio Figlio finora, per fargli conoscer la
gravezza dei suoi errori, ecco, che sono contento di vederlo spasimare sotto de’ flagelli. Oh peccato, maledetto peccato, quanto sei spietato mentre sottoponi un Dio alle battiture per mano di carnefici. Giunto Cristo al Tribunale di Pilato, s’ode dalla bocca dell’infingardo presidente, vinto dalla fierezza del Popolo e dall’implacabile sdegno degli Giudei, l’orribile sentenza: Corripiam ergo illum, et dimittam. Piano, o Pilato, tu condanni senza dar le difese a chi ti si suppone per reo; una simil barbarie non si pratica neppure con gli uomini più ribaldi; giacché le leggi non consentono, che si condanni chi non ha fatto le difese, nunquid lex judicat hominem, nisi prius audierit ab ipso. Così è, ma non così si tratta con Cristo. Io so, che quando quei marinai che conducevano Giona, restarono chiariti esser lui il reo, e per lui star in pericolo d’annegarsi, non corsero già, senza udirlo, a gettarlo in mare; non per verità, ma gli vollero prima dar le difese, ne fecero consulta, ne formarono processo, e diligentemente l’interrogarono… chi sei tu, onde vieni, dove vai? E finalmente dovendolo pur sentenziare, mai vennero alla sentenza di morte, finché il misero non confessò di sua bocca il peccato e non giunse a dire: propter me tempestas orta est. Così si praticò con Giona reo da quei barbari, ma non così da’ Giudei con Cristo: si condanni senza sentirlo, vada sotto de’ flagelli. Ecco, che lo spogliano delle sue vesti. Cieli, accorrete con le vostre nuvole, e voi Angeli, perché non volate a ricoprire con le vostre ali il mio Gesù per liberarlo da tanta confusione. Ah Padre Eterno, perché non concedere al vostro Unigenito quelle grazie, che a tanti vostri servi partecipate, rendendoli invisibili allo sdegno de’ nemici, alla vendetta, alla crudeltà de’ tiranni. So pur che ad Agnese crebbero miracolosamente i capelli in modo che tutta la ricoprirono: Barbara fu nascosta sotto il manto d’un’insolita chiarezza, e le tele di ragno occultarono il Santo Martire Felice. Ma, quanto son pigre le creature insensate, tardi gli Angeli, lento l’Eterno Padre a sovvenirlo, tanto sono pronti a ferirlo i suoi nemici. Questi, spronati dall’ordine di Pilato, accesi dalle promesse de’ Giudici, inseriti da demoni, senza veruna compassione fecero un crudelissimo scempio delle Carni innocenti di Gesù: chi lo percuote con mazzi di spine, chi con nodosi bastoni, chi con verghe di ferro che armate d’uncino, col ritirar il colpo, tiravano seco a pezzo la carne, ed insieme gareggiavano i carnefici chi di loro meglio colpiva e più profondo ne lasciava nelle sacratissime spalle il solco, e quasi che angusto campo alla di loro barbarie fossero le sole spalle di Gesù, cingono il capo con le sferze, pestano il petto; l’impiagano: Caditur totoque sagris corpore dissipatur, nunco ventrem, nunc brachia, nunc crura cingunt, vulnera vulneribus, plagas plagis recentibus addunt; fu sentimento di S. Lorenzo Giustiniano. – Deh cessate, o manigoldi, cessate vi prego da tanta barbarie , dovria ormai bastare al vostro sdegno; non vedete che Ei è tutto sangue quello che vi sta sotto flagelli non è già un duro sasso, un pezzo di marmo; è Ei un uomo di complessione la più delicata e gentile che possa formar natura; ma che, quantunque al dir del Nazianzeno, scorresse a guisa di fiume il sangue, fluebat sanguis et de Paradiso illo cœlesti flumina manabant; ad ogni modo io parlo a sordi, a’ quali la crudeltà ha impietrito nel petto i cuori, ha tolta ogni pietà, non odono le mie voci, intenti solo ad aggiunger ferite a ferite, a rompergli l’ossa tanto che, se lo vedeste, miei riveriti ascoltanti, direste col Profeta che Egli è tutto una piaga: a planta pedis usque ad verticem capitis, non est in eo sanitas. – Ma, mio Dio, se volevate che il vostro Unigenito Figliuolo spargesse sangue, e così palesasse al mondo la gravezza del peccato, una sola stilla che avesse versato avrebbe fatto conoscere abbastanza quanto sia grave il peccato. Non è vero, dice Dio, non è vero, t’inganni, perché quantunque il mio Figlio n’abbia sparso non una stilla, ma un lago, ad ogni modo i peccatori non lo stimano di quel gran peso, ch’ei è, per
che di continuo lo commettono. Ad ogni modo quel mercante non cessa di far contratti illeciti, di spacciar la roba cattiva per buona, di guadagnar nell’usure. Ad ogni modo non lascia di mormorare quella lingua scomunicata, di spergiurar, di bestemmiare sacrilegamente. Ad ogni modo quel giovane si vuol distruggere negli amori; e quella giovane, che si è messa sotto de’ piedi la vergogna, vuol incenerire affatto la pudicizia. Se così è, mio Dio, che questi peccatori non vogliono stimar il peccato, quantunque lo veggano così punito nel vostro Gesù innocentissimo, grondante Sangue per noi sotto de’ flagelli. Che farete? che farò? darò nuovi segni della gravezza col sottoporre il mio Figlio a nuovi tormenti. O Peccato, maledetto peccato e quanto sei terribile, mentre da’ flagelli passi a tormentar Gesù con acutissime spine e pur Ei non ha, né può aver mai colpa, che sarà di voi, o peccatori, che sarà di voi che n’avete la colpa incarnata, incancherita fino dentro l’ossa. Ecco Gesù per scherno fatto re da burla, vestito d’uno straccio di consumata porpora, e coronato con una corona di pungentissime spine, la quale non solo gli cingeva le tempia, ma gli copriva il capo, né qui finisce la giudaica perfidia, e barbarie, o per dir vero i miei, i vostri peccati, poiché quelli empi prendono bastoni, la percuotono, e la calcano, sicché profondamente immersa, fino al cervello, con dolorosissimo squarcio uscivano le punture per la fronte, e per le tempia. A questo doloroso tormento, uniscono gli scherni, e per argomento d’un regno fallito, consegnandogli una canna per scettro, piegano le ginocchia, lo salutano e lo percuotono, et genuflexo illudebant Ei. Onde Crisostomo ebbe a dire: quod siebat in Christo, ultimus contumeliæ terminus erat. Chi può ridir, nonché comprendere, l’estrema agonia di Cristo nostro bene con sì fatto tormento. Questo solo delle spine, quando bene altri non n’avesse sofferti, bastava a togliergli la vita; quantula est spinæ punctura, quantum hominem domat, disse colui. Quel leone incontrato da San Girolamo nelle solitudini della Siria, per una spina fitta in un pie’ riempiva le selve d’urli e di strepito i boschi. Or se una spina nel piè d’un feroce leone, tanto lo crucia, che diremo di Cristo forato in tanti luoghi, e sì sensitivi e delicati, nei quali durando questa corona fino allo spirar fu continuo, né mai interrotto lo spasimo. Debuit plane mori, dice San Lorenzo Giustiniano, tanto dolore transfixus; ma se non morì, fu effetto dell’amor che lo preservò dalla morte, senza punto mitigargli la pena. Deh riconosci, o peccatore in queste spine, in questo sangue che gronda, la gravezza del tuo peccato, e però detestalo, e sollecito corri ad esporre le tue piaghe mortali alle punture di queste spine sacrosante, per farne uscire la velenosa putredine delle tue scelleraggini, altrimenti, io ti dico, che queste medesime spine ti trafiggeranno un dì talmente il che spremerai dolorosi sospiri, ma senza prò.

LIMOSINA.
Cristo oggi per voi dà il suo sangue, voi per Lui date il vostro denaro. Oggi è quel giorno, in cui Cristo si vende e si compra. Se Giuda lo vende per avarizia, voi potete comprarlo con liberalità. Cristo è vostro, se slargerete la mano con i poveri.


SECONDA PARTE

Così non fosse come quivi ci farà taluno, che ostinato ne’ suoi peccati, non ne vorrà confessar la gravezza, quantunque sappia che questi hanno esposto Gesù ai flagelli, alle spine. Se così è, mio Dio, bisognerà usar con costoro lo stratagemma di Pilato, e fargli veder cosa hanno operato con le loro iniquità. Orsù attenti UU.: dì tu Pilato ai circostanti: Ecce Homo; dico io a voi (e figuratevi di veder lo spettacolo che io vi rappresento) Ecce Homo. Ecco Gesù: eccolo piagato da capo a piedi. Eccolo grondante vivo sangue. Eccolo scarnificato fino all’ossa da duri flagelli. Eccolo re da burla, coronato di spine che trapanandogli il sacro capo gli fanno grondar rivi di sangue. Eccolo, più in sembianza di morto che di vivo. Ecco, ecco, o peccatori, la pietosa immagine delle vostre crudeltà. E voi non vi risolverete a detestar quel peccato, che per la sua gravezza ha causato tanto male? I fratelli di Giuseppe, doppo averlo venduto, per farlo creder dal lor padre divorato da qualche fiera, presero la veste dell’innocente fratello e, tinta di sangue, la mandarono a Giacobbe, a cui fecero dire: vide, si tunica filii tui fit, an non. Mira, se questo abito sì lacero sia del tuo figlio. Videte, videte, dirò io; mirate miei ascoltanti, se questo ha il vostro Gesù, Figlio del Padre Eterno, tutto livido, tutto lacero, tutto ferito, e poi dite, e direte bene: Færa pessima devoravit eum, la fiera più crudele, che trovar si possa in tutto l’universo; questa l’ha ridotto ad un tale stato. E qual è questa fiera? Il peccato mortale, quegli odii, quelle lascivie, quelle vanità, quelle mormorazioni, quell’interesse l’hanno scarnificato l’hanno svenato, l’hanno trasfigurato in modo che più non si conosce: færa pessima devoravit eum. È fiera passione il peccato, ma non agli occhi del peccatore che, quantunque veda sì maltrattato Gesù, non per questo vuole asserirne la gravezza; anzi lo stima cosa da nulla. Onde, mio Dio, se non ne date nuovi segni, non so qual profitto riportarne questa mane dalle vostre parole proferite per mia bocca. Bene, dice Dio, darò segni maggiori della gravezza del peccato, perché farò veder punito il mio Figlio per i peccati degli uomini con una condanna, la più luttuosa, che sia mai seguita al mondo. Cieli, e che sento? Non occorre altro, voglio trovar modo, che i peccatori confessino la gravezza del peccato, e perciò vengo a questi eccessi. Ecco, dunque, che Pilato spaventato al nome di Cesare, ed abbattuto dal brutto mostro dell’interesse, che fa tanta strage negli uomini, pensando che non gli bastasse, per non esser colpevole, lavarsi in pubblico le mani, se le lavò senza riflettere che tutta l’acqua del mondo non poteva mondar una lordura che neppur potevasi dallo stesso fuoco dell’inferno; concede la licenza bramata al popolo, che grida: crucifige, crucifige, e lo consegna alla croce. O barbarie, o crudeltà inaudita ne’ secoli. In questo mondo, non v’ha dubbio che molti innocenti sono stati condannati anche alla morte, o perché non si sia conosciuta la loro innocenza o per l’ingiustizia del Giudice; ma avvertite, che per questi che son morti innocenti, non sono stati fatti morire come innocenti, ma gli si sono inventati i delitti, si sono fatti apparire per rei, e come tali sono stati sentenziati e morti; Gesù solo è stato quello che è stato condannato a morte non solo innocente, ma dichiarato innocente. È innocente, ma muoia; è giusto, ma muoia; è benefico, ma muoia, nullam invenio in eo causam; si può trovar barbarie maggiore? Vi basta l’animo a voi metter le mani col ferro alla vita ad un vostro cagnolino che non v’abbia fatto mal veruno, ma sempre fedelmente servito? No, no, inorridite! E pure così si tratta Cristo, si dichiara innocente, e si condanna alla morte de’ rei; non accade altro, ecco Cristo condannato alla croce dalla perfidia de’ Giudei, mi disdico, dalla gravezza de’ nostri peccati. Or io rivolto a voi, miei UU., parlo: già i Giudei vollero Gesù Crocifisso, si agita di nuovo la medesima causa avanti di voi. Dite, su, miei UU., che volete, che si faccia del nostro Gesù? Dal vostro arbitrio dipende se s’abbia da uccidere o da liberare; da un cenno, da un sì, da un no, dalla vostra bocca aspetta Cristo la sentenza: lo volete libero o crocifisso? Vivo o morto? lo restituite a Maria, o lo consegnate al Carnefice? Qui non parlo del passato; già so, che da primi anni incominciaste a gridar Crucifigatur. Ciò che più mi trafigge l’anima, è che sento fin dal fondo di certi cuori ostinati quelle voci arrabbiate crucifige, crucifige; dunque io vi risponderò: Regem vestrum crucifigam. Che male vi fece mai questo buon Signore, che lo volete morto? In che mai vi disgusta, già che ne volete bever il Sangue svenato? Empi, scomunicati peccatori, voi siete sì peggiori di Giuda: gridò ei appena preso il denaro: peccavi, tradens sanguinem justum, si stimò degno di morte. E tu Cristiano lo vedi vicino a morte ed ad ogni modo stai risoluto di seguitar la tua libidinosa e sanguinaria vita, e gridi: Crucifige, crucifige. Volete dunque, o Peccatori, che Ei muoia? Muoia, muoia. Mio Signore, udite i lascivi prima di lasciar le loro disonestà, i superbi prima che perdonar le loro ingiurie, gl’ingordi, prima che restituir l’altrui roba, vi vogliono morto. Alla morte, mio Gesù, alla morte, bisogna morire. Ah peccato, maledetto peccato tu sei il carnefice crudele. E voi peccatori, non volete ancor conoscerne la gravezza, mentre ei è quello che consegna Gesù al piacer degli Ebrei per farlo morire? Ecco, che gli presentano l’obbrobrioso strumento di morte, la croce, ed Egli caramente se la stringe al seno, ed immedesimandosi quasi con quella per forza d’affetti, richiama subito alle labbra il cuore, e con mille tenerissimi baci, su di quella lo rovescia. Indi postasela sulle spalle, così addolorato per la corona di spine, così indebolito per il sangue versato, s’incammina verso il luogo del supplizio, ma per la sua stanchezza e per il peso della croce, abile a stancar un uomo ancorché robusto,
non tanto cammina, quanto strascina le sue misere membra. O impietà non più udita! O inumanità negli annali de’ tiranni più barbari non più letta! Si suol pur per pietà agli altri poveri delinquenti nasconder i coltelli e le mannaie, si velano loro gli occhi alla presenza de’ tormenti, gli usano in quel punto termini di molta carità; ma ahi, che a Cristo nostro innocentissimo Signore non si ha questa compassione; gli si pone per suo maggior tormento, non solo avanti agli occhi, ma sopra le sue divine spalle lo strumento dell’obbrobrioso supplizio. Giunto il nostro Gesù al Calvario distesa la croce, preparati i chiodi disposti i ministri, gli si comanda che sopra d’essa si corichi: obbedisce Cristo, e steso sopra della croce, distende subito quella destra, che sparge benedizioni, al chiodo. Conficcata questa, con incredibile scatenamento viene stirata la sinistra perché arrivi al foro. Il simile si fa de’ piedi, et crucifixerunt eum. E
con queste parole, vinte dall’atrocità del ifatto, le penne degli Evangelisti, compendiarono con mestissimo silenzio il principal mistero della nostra redenzione. Quel grande Alessandro, che con tante spese e sudori avea procurato di dar la morte a Dario; con tutto ciò, quando poi giunse al cospetto del suo cadavere esangue, non poté raffrenar le lacrime, anzi che toltasi la sua clamide d’indosso, con essa lo coprì, lo rinvolse. E contro al cadavere del mio Gesù, tutto lacero e stracciato, si cavan fuori le lance, per passare con un colpo spietato il cuore? Unus militum lancea latus ejus aperuit. A me non resta fiato da esclamare: ah lacrime, sospiri, pianti, voci di duolo venite al mio seno, ai miei occhi, alla mia lingua. Fu antico costume, al narrar delle sacre Carte, che scopertosi un omicidio, e non sapendosi l’uccisore, s’esponesse a pubblica vista il cadavere, e ne corresse l’obbligo a ciascuno de’ cittadini por la mano sopra l’estinto corpo, affermando con solenne giuramento non esser egli il reo d’un tal misfatto. A voi ora mi rivolto, RR. AA., e rinnovando l’antico costume, v’obbligo a stender la mano sopra l’estinto Gesù, e con solenne giuramento attestar non aver voi parte nel sacrilego deicidio. Avverti, tu sei spergiuro, o iracondo? Se ti chiami innocente, perché l’uccideste nelle vendette? Non tender la mano, o disonesto, le tue lascivie diedero la morte al Redentore. I vostri lussi, le vostre crapule, le irriverenze ne’ templi, gli strapazzi a’ genitori, le vanità immodeste, vi condannano per rei di morte data ad un Dio. Deh per pietà, se già il crocifiggeste con i peccati, non vogliate più crocifiggerlo con nuove iniquità, acciò che Egli non debba slontanarsi da voi anche visibilmente. Appunto allontanossi da un Cristiano colà nel Brasile. Commise questi una tal disonestà, allorché portava legata al collo. l’immagine di Gesù Crocifisso; dopo il calor del peccato, postasi la mano al petto, vi trovò bensì il laccio senza esser mutato, e sciolto il nodo, ma non Gesù, per quell’atto, doppiamente crocifisso. Stordito dalla novità, si rimirava d’intorno, ed alla fine corso l’occhio al più lontano e nascosto cantone della camera, ivi mira, ah disperato, il Signor Crocifisso, poiché ivi era fuggito per l’orrore delle sue impurità, ed ivi si stava accantonato il Monarca del mondo, che tollerando pazientemente la croce, non poteva sopportar la croce di quel disonesto ribelle. Ma che, il mirare dal reo, Cristo, e il disfarsi in pianto, fu tutto una cosa; se lo ripose sul petto, ma più dentro il cuore; lo legò col suo laccio, ma più con la carità; e per non perdere un’altra volta il suo caro fuggitivo, lavò in perpetue lacrime il fallo commesso, e serbò fede perpetua al suo amatissimo Gesù. Oh quante volte dovrebbe fuggirsene da molti il Crocifisso giacché molti l’hanno crocifisso con i peccati. Or, se errammo con questo Cristiano del Brasile, piangiamo altresì con lui, né mai più crocifiggiamo Gesù. Padre Eterno, io spero di potervi assicurare che questo popolo qui presente mai più crocifiggerà coi peccati il vostro Figliuolo Gesù. Ecco, che con le voci del cuore apertamente si protestano, Anima mea illi vivet: non vogliono più moderati affetti, non più sensuali piaceri: illi vivet. Vivrà ai suoi ossequi, alla sua gloria, all’osservanza della sua legge. Deh gradite Padre Eterno questi sentimenti, e confermate l’esecuzione d’essi col Sangue preziosissimo del vostro Unigenito, e mosso a compassione delle nostre iniquità; placatevi alla vista di queste piaghe, parce populo tuo; condonate le colpe sue a questo popolo che, umilmente prostrato ai vostri piedi, chiede il perdono, benedic hereditati tuæ, e dategli ora la vostra santa benedizione, per caparra dell’eterna in Cielo.

LIMOSINA

San Pier Damiano dice che in questo giorno in cui Cristo dà a noi la limosina, dando il suo corpo alla morte per noi, voi non avete da negar la limosina a’ suoi poverelli. Elemosynam fecit tibi, corpus suum tradendo, o tu elemosynam illi, fac, bucellam panis porrigendo pauperi. Starò a veder che Giuda venda Cristo per trenta danari, e voi non vogliate comprarlo con altrettanto danaro distribuito a’ poveri.

TERZA PARTE.

O non posso capire, come possa darsi il caso che chi considera un Dio morto in croce per redimerlo, possa indursi a peccare. Ma, oh ingratitudine, o pazzia dell’uomo, che non fa conto d’un sì gran benefizio, perché pecca. Arrossitevi, o Cristiani, al racconto di gratitudine praticata dai Gentili. Riferisce Senofonte, che Ciro re di Persia, avendo appresso di sé prigionieri Tigranes, Figlio del Re d’Armenia, e la di lui sposa Armena; rivolto un giorno a Tigranes, dissegli che pagherebbe a chi ponesse in libertà Armena vostra Consorte. Al che prontamente Tigranes: libenter vitam dabo, darei di buona voglia e sangue e vita. Risposta tanto stimata da Ciro, che ad ambedue concesse la libertà, parendogli che un affetto sì nobile, non una, ma cento ne meritasse. Or mentre lieti i due sposi tornavano alla patria, rivolto ad Armena Tigranes: vedeste, dissegli, o sposa, le grandezze immense di Ciro? Il superbo Palazzo, che per architettura eccede l’arte: vedeste l’oro, le gemme, gli abbigliamenti delle sale, i parati delle stanze, superano la stima. Le tavole d’avorio, le statue e di metallo e di marmo; le porte, le finestre intarsiate d’argento; le sedie, i letti, i padiglioni tessuti di broccato e tempestati di gemme? Non ha pari questa reggia, per certo, nel mondo. Sposa, che dite, non ammiraste un tanto splendor in corte sì magnifica? Allora Armena mostrossi totalmente nuova al discorso ed al racconto, e dissegli: nulla di ciò io vidi, amato consorte, né a me fu possibile applicar la vista a tali cose, mentre assorta, e quasi fuori di me, tutta ero intenta nella considerazione del vostro amore, che per la mia liberazione offerse sangue e vita, né fu possibile che in altro io potessi fissar le mie pupille, che in quello, che liberale del proprio sangue l’offriva tutto per me… nihil aliud spectare poteram, quam illum, qui vita sua me redempturum se confirmavit, ne ego servirem. Risposta fu questa superiore all’esser di donna; ma che avrebbe mai detto, se avesse trovato, non chi gl’avesse offerto e vita e sangue, e quanto avea per redimerla dalla cattività, ma l’avesse redenta come ha fatto per noi Cristo nostro Redentore? Io resto fuori di me, e voi non potrete far di meno di non darvi per vinti, al racconto. Io resto fuori di me, dico, al ricordarvi ciò che racconta Valerio Massimo d’un soldato di Gneo Pompeio, combattendo con uno di Sertorio, dopo vari colpi di spada, afferratolo per un braccio, lo trapassò con più ferite, e crudelmente l’uccise; indi curioso di vedere chi fosse, ed avido delle spoglie, gli scoprì il volto, e con orror riconobbe aver ucciso l’unico suo caro ed adorato fratello. Diede l’infelice all’accidente inaspettato un profondo sospiro, pianse e percosse il petto e tra le smanie d’un immenso dolore, chiedeva dell’errore replicato perdono al fratello estinto, ma non ne sentendo l’assoluzione, tutto frenetico , e tutto fuor di sé, impugnata quella medesima spada imbrattata di sangue fraterno, se la voltò con la punta al petto, e lasciandovisi cadere, spirò l’anima sopra il cadavere del fratello. Noi sappiamo, riveriti AA., che finora con i peccati Cristo, offendendolo, strapazzandolo, ed a guisa di nemico ferendolo con tante stoccate quanti finora sono stati i peccati, finalmente l’abbiamo ucciso. Può esser veramente, che le passioni furiose o l’ignoranza nostra ci abbiano tanto accecati sicché, bene non conoscessimo chi Egli fosse. Ma ora volete sapere chi era quel Cristo da voi barbaramente ucciso ed a qual stato e forma l’abbiano ridotto i vostri peccati, vi metterò avanti gli occhi l’oggetto più lacrimevole che mai vedesse il mondo. Testimoni qui v’invoco Angeli Santi, che in questo giorno sì amaramente piangeste, siate presenti a veder l’eccesso de’ nostri falli. E voi, Maria Addolorata, che in questo dì da spada di dolore foste trafitta, mirate ora dal Paradiso l’assassinio che abbiam fatto miseri noi del vostro Santissimo Figlio. Maria Regina di Scozia, essendogli stato ucciso il marito, venuta in Edemburgo, che è la città regia, si studiò di commuovere il popolo a pietà del morto principe comparve dunque tutta vestita a bruno, scapigliata nel crine, e tutta molle di pianto, e si fece portare avanti un lugubre stendardo in cui con vivi colori era dipinta la morte indegna dell’amato consorte; giaceva di steso il re trucidato, tutto intriso di sangue, con una sembianza egualmente amabile e miserabile, in atto di moribondo, esalando l’ultimo spirito sì malconcio dalle ferite de’ congiurati, che rendeva orrore. Tanto bastò, perché nel popolo si suscitasse un’altissima commozione, di modo tale che fremendo, riempì l’aria di clamori, e di gemiti. Io quanto a me non so figurarmi mezzo più opportuno per intenervi, che porvi avanti gli occhi lo stendardo funesto del Crocifisso Signore, e forse e senza forse, potrà più la vostra vista che la mia lingua ad ammollirvi. Ecco, ecco la dolorosa Immagine di Gesù, ecco il crudo scempio, che del Figlio di Dio han fatto i vostri, i miei peccati. Mirate come trafitto da spine nella testa, così l’hanno trafitto i miei pensieri d’amore, d’odio, di vendetta. Osservate quelle mani grondanti vivo sangue, così l’han traforate le mie mani rapaci, vendicatrici, così le mie mani stesse alla robba altrui, alle vendette; quella bocca è stata attossicata dalle parole licenziose, dalle mormorazioni, spergiuri, bestemmie etc. Quelli occhi trapassati anche essi da spine, ne sentirono le punture di quegli sguardi immodesti nelle piazze, nelle strade, nelle Chiese. Quei piedi traforati si dichiarano piagati da quei balli e salti fin d’allora che ti portaste a quelle case, a quei ridotti. Quel costato santissimo è aperto dalle brame indegne, che vi covaste, divise in tanti odii, in tanti amori, in tanti interessi pieni d’usure e tutte insomma quelle membra santissime si dichiarano maltrattate, percosse e lacerate dalle nostre iniquità. Se così è, guerra, guerra, vendetta, vendetta contro del peccato, né mai con esso facciam pace, giacché ha tolto a voi, mio Bene, la vita. Confessiamo la nostra indegnità, vi domandiamo perdono, misericordia, ed a questa ricorreremo nella adorazione de’ vostri santissimi piedi, dove prostrati, con vivo affetto diremo: Tu Rex gloria Christe; Tu Patris sempiternus es Filius. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna Cœlorum. Te ergo quæsumus tuis famulis subveni, quos prætioso Sanguine redemisti.

QUARESIMALE (XXXVI)

LA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE DI GESU’ (2)

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (2)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

Gesù è posposto a Barabba. —

Erode rinviava Gesù a Pilato: — la Divina Misericordia offriva nuovamente a Pilato l’occasione di fare — meglio tardi che mai! — il bel gesto di liberar l’Innocente — riparando anche il torto già fattogli: — ma Pilato — recidivo! — rifiuta ancora una volta!

L’ignominioso confronto. — Anche se la nuova sua trovata fosse riuscita a quel giudice iniquo, — che torto non era essa per il Divino Maestro! — Lo si sarebbe liberato, – ma soltanto a titolo di grazia immeritata: – mentre la libertà gli si doveva a titolo di pretta giustizia! — Inoltre, con chi si confrontava l’Agnello Divino Immacolato? — Con un violento ladrone — con un sanguinario omicida — con un ribelle pericoloso — che — ad onta di tutto — si sarebbe rimesso in… circolazione! — Miserabile giustizia umana, quando si dimentica del trollo di Dio! — E, poveri noi, se unicamente ci fidassi ad essa!

L’urlo selvaggio della piazza. — Con tuttociò, se si ascoltava la ragione — era Gesù che doveva andar libero: – l’innocente era Lui — Lui inoltre il benefico taumaturgo – lui il maestro insuperabile di bontà — lui l’inviato da Dio — acclamato cinque giorni prima dall’intera Gerusalemme! — Ma si ascoltò la passione cieca — impulsiva – sobillata dai furbi — rappresentata dalla feccia del popolo: — e questo gridò il suo crucifige! — sfacciato — idiota — feroce — contro Gesù! — Davvero che Gesù poteva dolorosamente ripetere le profetiche parole di Michea: — « Popolo mio, che cosa mai ti ho fatto di male? ». — E non potrebbe ridirle anche a noi — quando pecchiamo? Barabba in libertà. — Insperatamente Barabba ricuperava la libertà — da parte degli uomini: — ma, da parte di Dio? — Non per questo veniva pregiudicata la sua condanna al Divin Tribunale! — E il suo stesso nome passò ai posteri come simbolo ignobile del farabutto e del sovversivo! — Ma intanto? — Siamo avvertiti di rettificare la nostra intenzione nell’esercizio della virtù — sicché ce ne attendiamo i premi da Dio — non dagli uomini! — E insieme, niente paura del momentaneo trionfo del male! — Iddio ci farà giustizia a suo tempo: — né ci troveremo davvero scontenti d’averlo servito!

Gesù sottoposto alla flagellazione. —

Il secondo mezzuccio di Pilato per liberare Gesù era dunque tornato inutile anch’esso: — ne peggiorava anzi la posizione. — Pilato allora tenta uno sforzo: — ma purtroppo contro Gesù — e anch’esso vano — quanto a salvarlo!

Il disonore della flagellazione. — Quel terzo mezzo — dopo l’invio ad Erode — e dopo il confronto con Barabba — fu flagellarlo. —- Pensò così di placare i Giudei — in vederlo così sfigurato — e insieme di mostrare di non averlo voluto liberare senz’altro — e così mettersi a coperto da sospetti politici. — Anche qui l’innocente veniva trattato da reo con palese iniquità: — inoltre lo si trattava da schiavo — privo d’ogni diritto civile al rispetto ed all’incolumità: — lo si trattava anzi da bestia — incapace di ragione — epperò da assoggettarsi a colpi di frusta — di verghe — di bastoni! — Povero Gesù!

Lo strazio della flagellazione. — Ed oltre all’ignominia infame di tal supplizio — s’aggiungeva qui per Gesù un tormento indicibile; — giacché il suo corpo era assolutamente perfetto — e quindi della sensibilità e delicatezza più viva. — Di più, era fatto apposta per patire — attesa la sua missione di vittima per i peccati del mondo. — Immaginiamo lo scempio che i carnefici ne fecero — col loro cuore spietato — colle loro braccia nerborute — coi loro strumenti terribili! — chissà per quanto tempo: – anche se non abbiano avuta apposita consegna di vieppiù incrudelire — per più facilmente disarmare i Giudei! — Che lividure, in Gesù! — che sangue! — che orribili piaghe! —. Povero Gesù!

Il vero motivo della flagellazione. — Quella furia di colpi scaricatasi sul Divin Salvatore — se si dovette materialmente ai manigoldi — e ufficialmente all’iniquo comando di Pilato — ha però radicalmente una doppia causa recondita: — l’amore di Gesù per noi — poiché Gesù proprio per noi volle subir quegli spasimi: — ed i nostri peccati, — i quali Gesù volle così espiare: — e specialmente i peccati di sensualità. — Ah se gli uomini – ed anche le persone pie — pensassero a quanto costarono a Gesù Redentore gli eccessi disordinati — e gli scatti inconsulti delle nostre passioni, — e le renitenze ai divini voleri! — E se si ricordassero più spesso che Gesù ci amò sino al sangue!

Gesù coronato di spine. —

Agli orrori della flagellazione ordinata dal Preside Romano, i soldati aggiungono di proprio moto altri orrori — altri ludibri: – consideriamoli in ispirito di compassione — e di compunzione – tenendo compagnia a Gesù in ora così dolorosa!

Gesù camuffato da re da burla. — Niente impietositi del povero Gesù — fatto tutto una piaga sanguinolente per l’orribile flagellazione — i militi romani lo spogliano di nuovo — riaprendogli ed esasperandogli le ferite collo strappargli di dosso le vesti già ad e rapprese — e gli gittano sulle spalle una clamide purpurea — gli pongono in mano una canna — gli calcano in capo — come reale diadema — una celata di spine; — poi lo sbeffeggiano, a gara, genuflettendogli innanzi — salutandolo per Re dei Giudei — finendo la schifosa tregenda con sputacchiarlo — strappargli di mano quel misero scettro di canna — dandoglielo violentemente sulle spine del capo… — Che umiliante afflizione per Gesù — fatto zimbello di quei 500 scherani — che gli si accanivano attorno! Gesù coronato Re dei dolori! — Che fitte dolorosissime non dovette provare Gesù — a quei duri e ripetuti colpi di canna — nelle tempia — sulla fronte — nel cranio — al penetrargli quelle spine la pelle — nello scalfirsene le ossa in tanti punti! — E quante altre percosse ed urti doloranti non avrà Egli dovuto sopportare da quei malnati in quell’ora infernale! — vero Agnello dato in istrazio alla ferocia di lupi aizzata da satana, il maligno, l’omicida. — Compatiamo col più vivo affetto al patire indicibile di Gesù nostro — vero Re dei dolori — e risparmiamogli ogni nuova trafittura di nostri peccati! Salutiamo Gesù, nostro Re d’amore! — Ben se lo merita, – dopo tanto obbrobrio — da Lui incontrato — proprio per noi — volontariamente — e dopo tante torture da Lui subìte — anche per causa nostra: — e, non temiamo di aggiungerlo per la verità, anche dopo tante ingratitudini da noi moltiplicategli, purtroppo, nel corso della nostra vita! — E più lo vediamo svilito dai suoi nemici — e più saturo di pene e di vituperi — stringiamoglici attorno vieppiù amorosamente — gridandogli il nostro più fervido: — « Viva Cristo Re! ».

Ecce homo! ”. —

A stroncare la farsa crudele — inscenata dai soldati — venne forse un ordine di Pilato, di ricondurgli Gesù — quale era ridotto nelle condizioni più pietose. — E Pilato lo presenta al popolo — così com’era — tutto lividure e sangue — colla corona di spine in capo — con quello straccio di porpora sulle spalle… — E disse al popolo: — « Ecco l’uomo! ».

« Ecce homo! ». — Ecco il bel lavoro fatto dai nostri peccati! — Non dimentichiamolo mai! — Se Gesù patisce — e patisce tanto — la colpa ne è nostra! Noi col peccato, abbiamo talmente irritata la Divina Giustizia — da non averne perdono — se non era il gemito — la supplica — del Figlio stesso di Dio — dissanguato per noi! — Impariamo pertanto a capire che cos’è il peccato – ad aborrirlo — a fuggirlo — come il peggiore dei mali. – poiché va a colpire lo stesso Dio — nella persona abile di Gesù Cristo! — E non solo fuggiamo il peccato – ma anche i pericoli di peccare!

« Ecce homo! ». — Ecco sin dov’è giunto l’amore di Dio per noi! – Dio Padre ci ha amato tanto da sacrificare — pur di redimerci — il suo stesso Figlio Unigenito! – Dio Figlio ci ha amati tanto da volersi tutto sacrificare per noi — abbandonandosi ai vituperi ed alle carneficine – proprio perché noi n’andassimo salvi — pur avendoli meritati le mille e mille volte colle nostre colpe! — E Dio Spirito Santo ci ha tanto amati da mettere a nostra disposizione i meriti infiniti di Gesù Cristo — mercè le SS. Messe — i SS. Sacramenti — e le sue grazie divine! — Quanta bontà!

« Ecce homo! ». — Ecco il divino modello da imitare! — Se vogliamo affermare il nostro amore a Dio — non soltanto a parole, ma a fatti — ecco sino a qual punto dobbiamo giungere — se Dio lo richieda: — sino al martirio del cuore — dell’onore — dello stesso corpo! — Se vogliamo sapere come si obbedisca al Signore — ecco il tipo al quale ispirarci: — all’obbedienza di Gesù all’Eterno Padre — la quale non indietreggiò innanzi all’umiliazione più cocente — né ai patimenti più efferati! — Se vogliamo vedere come si debba intendere l’apostolato serio – fattivo — travolgente — eccone l’ideale: — sacrificarsi!

Il Sacrificio del Calvario. —

L’indegna fiacchezza di Pilato — che voleva coi suoi meschini espedienti eludere l’odio giudaico contro Gesù — vistesi chiudere ad una ad una tutte le vie — cedette finalmente agli assalti; — e, condannando Gesù, condannò pure l’indegno suo giudice — il vilissimo Pilato.

Gesù condannato alla crocifissione. — Pilato pronuncia l’iniqua condanna: — quindi non lo scuserà dal deicidio il suo lavarsene le mani in pubblico — e il suo dichiararsene innocente! — Neppure lo scuserà dal tradimento del suo dovere di giudice imparziale il timore incussogli per istornarnelo: — con gli onori devonsi accettare anche gli oneri annessi! — Infine, non si assicurerà neanche il favore di Roma; — presto deposto e bandito, espierà già qui in terra l’immane sua colpa! — « Farina del diavolo ritorna in crusca! ».

Gesù s’avvia alla crocifissione. — Carico del peso opprimente del suo patibolo — tuttoché così piagato e sfinito — Gesù porta volentieri la sua croce — che gli sarà altare per il suo sacrificio al Padre — e chiave per aprire a noi il Paradiso — e cattedra suprema onde insegnarci ogni più eletta virtù. — Per via lo si strapazza — lo s’insulta — lo si percuote: — e Gesù tace! — Lo salutano col pianto la SS. Vergine e le pie donne: — e Gesù ne accetta l’ossequio pietoso! — Il Cireneo l’aiuta: — e Gesù prepara a lui e ai suoi figli le sue grazie riconoscenti. — Quant’è buono Gesù — anche se saturo d’amarezze! Gesù subisce la crocifissione. — Giunto sul poggio del Golgotha, — con stento immenso — Gesù è spogliato — con nuovo strazio delle sue ferite — poi adattato dai manigoldi alla croce — indi pesanti martellate sui chiodi conficcano questi nelle mani e nei piedi… — E così, sul mezzogiorno — nell’affollamento delle solennità pasquali — quando pellegrini d’ogni paese ne avrebbero riportata l’infamia sino ai confini del mondo. – Gesù appariva crocifisso tra due ladri — quasi loro capobanda: – con sul capo la sarcastica scritta: — « Re dei Giudei. — Potevasi scendere più basso per la via dell’abbiezione? — per la via dello spasimo atroce? — E | vi si rassegnò per noi! — Per noi, sue povere creature! — Per noi, suoi servi inutili. — Per noi, offensori ingrati!

Le parole del Divino Agonizzante… —

Sacre parole quelle d’un morente — d’un morente divino — del nostro Supremo Benefattore e Padre — del Redentore e Maestro dell’umanità!

C’è la parola del perdono — invocato sui crocifissori – e che si spinge sino a scusarli al Padre… — Che bontà non ci rivela in Gesù! — Che fiducia non c’ispira! Che contrizione non deve eccitare in noi — vedendo la bontà di chi abbiamo offeso.

C’è la parola della magnificenza — che mostra in Gesù Crocifisso il Dominatore del Cielo e della terra — e c’è l’afferma altresì Consolatore efficace del povero convertito — e Rimuneratore generoso dell’ossequio fiducioso di Lui. — Neanche noi ci volgeremo invano a Gesù — né sarà per noi vano il secondarlo — il seguirlo – il compiacerlo!

C’è la parola della tenerezza — di Gesù morente, per la sua Vergine Madre — e per Giovanni, il prediletto, ch’è tornato a Lui… — Essa ci deve infervorare ad onorare anche noi Maria SS. – che allora appunto divenne Madre nostra. — Insieme deve animarci, sia alla passione per Gesù appassionato — sia alla riparazione delle nostre colpe…

C’è la parola della desolazione — strappata a Gesù dal suo immenso patire! — Ch’essa ci spinga a consolarlo col nostro amore operoso; — insieme ci avverta che il nostro gemito — anche più trangosciato — non deve avere altro suono che di preghiera!

C’è la parola del desiderio — di Gesù, riarso dalla sete — corrisposta dai soldati con aceto e fiele! — Da noi invece dovrà corrispondersi coll’amore — e collo zelo — dacché esprimeva — oltre la sete fisiologica — anche la sete morale di affetto — e di anime!

C’è la parola della costanza vittoriosa — che proclama assolto il proprio mandato — e già preannunzia il trionfo del Salvatore. — Preghiamo — e procuriamo di ripeterla anche noi — sia al termine della nostra vita mortale — sia allo spirare d’ogni nostra giornata. — L’ubbidire a Dio: — ecco per noi la perfezione — la grandezza — la vera felicità!

C’è la parola del filiale abbandono… — Oh fiorisca sulle nostre labbra — rassegnata — affettuosa — confidente — come sulle labbra di Gesù — anche nei momenti più foschi della nostra esistenza — anche nel crollare di tutte le nostre umane speranze! — Gettiamoci nelle braccia del nostro Padre Iddio: — non si ritrarrà indietro — a lasciarci precipitar nell’abisso!

Contemplando Gesù Crocifisso. —

Come la cristiana predicazione — e come la sacra liturgia sono impregnate del ricordo di Gesù Crocifisso — così dovrebb’esserne impregnata la nostra vita cristiana — per alimentarne in sé lo spirito di sacrificio.

Pensiamo a Gesù morto! — Non doveva morire — Perché era il Santo dei Santi — e la morte entrò nel mondo per la porta del peccato! — Ma bastò che Gesù si fermasse l’ombra del peccato — non suo — ma da lui preso ad espiare — perché, nascendo alla vita in Betlemme — nascesse insieme alle espiazioni del Golgotha! — Oh come dobbiamo aborrire la colpa! — E attraverso la morte del corpo — cui la morte sfigura — e gitta nell’inerzia — e nell’impotenza — sappiamo intravvedere i guasti del peccato nell’anima — spenta da esso alla vita soprannaturale – deformata mostruosamente innanzi a Dio — incapace, da sé di riaversi!

Pensiamo a Gesù, morto svenato in croce! — A tanto di crudeltà giunsero contro di Lui l’invidia e la malizia umana — ad onta dell’ineffabile sua amabilità personale – della sua divina grandezza — dei benefici innumerevoli da Lui irradiati attorno a sé — dell’essere Egli spontaneamente sceso di Cielo in terra — e farsi nostro fratello! — Oh come dobbiamo umiliarci — e domandargli perdono della nostra efferata ingratitudine! — del nostro egoismo crudele — pronto a martoriare Lui — pur di scapricciare sé!

Pensiamo a Gesù, morto — in croce — svenato — proprio per noi!

Mentre Gesù soffriva — e tanto orribilmente – ciascuno di noi, in persona, era presente a lui — ed Egli — proprio per ciascuno — singolarmente — offriva i propri tormenti — le proprie agonie — per amore — in espiazione. — Ecco il posto che ciascuno di noi occupa nel Cuore SS. di Gesù! — E che posto occupa Gesù — Gesù Crocifisso — morto proprio per noi — nel nostro cuore? — Faremo noi mai abbastanza — non già per adeguare — ma anche solo per emulare — il suo amore per noi?

La sepoltura di Gesù.

A rendere innegabile a tutti la sua morte — e quindi incontrastabile il gran miracolo della sua prossima risurrezione — la divina Salma di Gesù rimase in istato di morte sino al terzo giorno: — quindi nei suoi fedeli il pensiero di seppellirla. — Ma, secondo le profezie — la sua sepoltura non fu come le altre…

Fu una sepoltura gloriosa. — Anzitutto essa avvenne decorosamente — contro ogni aspettazione umana — trattandosi d’un giustiziato — anzi, d’un crocifisso — condannato al supplizio estremo a furor di popolo — e sentenziato a morte da tutti i tribunali del luogo. — Chi si sarebbe dovuto più curare di Lui? — dell’infame. secondo i pagani? — del « maledetto », secondo i Giudei? — Viceversa, ecco muoversi Giuseppe d’Arimatea — gentiluomo autorevole — per le pratiche legali, presso Pilato, per la consegna della Salma — e inoltre per regalargli il proprio sepolcro nuovo — e per procurargli la sindone funeraria; — ecco Nicodemo — altro autorevolissimo Sinedrita — portare aromi in abbondanza — e dar mano alla deposizione -. senza rispetti umani!

Fu una sepoltura riparatrice. — L’insinuò Zaccarìa Profeta (12, 10) — e difatti Giuseppe e Nicodemo ripararono così al rispetto umano, che li aveva tenuti più o meno lontani da Gesù vivo. — Parimenti l’affetto delle pie donne — unitesi con Maria SS. e con San Giovanni Apostolo nelle cure funebri — fu doverosa e delicata riparazione del vuoto morale fattosi attorno a Gesù dal momento della sua cattura. — E le lacrime di Maria SS. su ciascuna delle piaghe di Gesù morto, non furono preziosissima riparazione dei lazzi farisaici — delle torture inflitte a Gesù?

Fu una sepoltura provvisoria. — Lo si sentiva nell’aria — dopo le meraviglie avvenute in morte del Redentore — che le cose non dovevano finir lì — e che quella tomba doveva maturare grandi avvenimenti — anche se non si osasse pensare alla risurrezione. — Tutti avevano viste le fitte tenebre universali che avevano adombrate le agonie di Gesù — tutti avevano avvertito il gran terremoto avvenuto allo spirare di Lui: — il terrore aveva pervaso e il popolo e i soldati abbandonanti il Calvario — e persino nel Tempio, sacerdoti e leviti e sacrificanti erano rimasti atterriti per il misterioso squarciarsi da cima a fondo del velo del Santuario… — Erano i prodromi della risurrezione! — Al terzo giorno, quel Corpo divino — sacro tempio del Dio vivo — doveva venire ricostituito!

L’Anima di Gesù in festa… —

Mentre ancora la Salma adorabile del Divino Agnello svenato pendeva dalla croce – l’Anima di Gesù — già pienamente beata — subito entrò in pieno possesso della gloria immensa — che s’era guadagnata con la sua dura passione. — Che festa per lei!

Festa in Paradiso. — Che festa non le avran fatta l’Eterno Padre e lo Spirito Santo — per la piena vittoria riportata sul peccato — e sull’inferno — com’anche per il pieno — esuberante — infinito compenso dato alla Divina Giustizia! — Che festa le avranno fatta eziandio gli Angeli — umiliandole gli ossequi delle loro gerarchie! — E che festa ancora — nel suo intimo — sarà stata la sua — mirando dalle altezze sideree smisurate la tanto piccola nostra terra — e su questa terra il tanto più piccolo Calvario — e, sul Calvario, la Croce-Altare ancora cruento del grande Sacrificio! — Com’era giubilante del grande atto compiuto!

Festa al Limbo dei Ss. Padri. — Dopo umiliati all’Eterno Padre i trofei della sua vittoria — la beata anima di Gesù cominciò la bella parte di consolatrice — iniziandola col beatificare le anime dei SS. Padri trattenute nel Limbo — in solo comparire in mezzo a loro. — Figuriamoci il tripudio dei Patriarchi — dei Profeti – dei Sacerdoti — degli Antenati del Redentore! — E la gioia di S. Giuseppe? — e quella del Battista, quella del ladro convertito, sopravvenuto in breve? — Chi può descriverla? — Meritiamo anche noi — com’essi — che il nostro primo incontro con Gesù nell’eternità sia incontro rassicurante — beatifico!

Festa al… Calvario. — Immaginiamo tutte quelle anime glorificate — condotte dall’Anima di Gesù al Calvario — a contemplarvi il suo sacro Corpo esangue — la Croce — i chiodi — la terra — tutto ancor rosseggiante del prezzo del nostro riscatto. — Che inni di ammirazione — e di riconoscenza — non avranno là iterati quegli spiriti eletti al Divino loro Salvatore — che tutti gli aveva redenti — a tanto suo costo! — e per sempre! — strappandoli alle tremende maledizioni divine! — Uniamo ancor noi la nostra voce a quei canti — pregando d’iterarli un giorno nel Cielo!

LA PASSIONE DI GESU’ (1)

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (1)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

— L’ultima parte della S. Quaresima è dalla Chiesa chiamata Tempo della Passione — e consacrata — anche con liturgìa speciale — alla commemorazione della Passione di Gesù. — Come ci devono essere care queste due settimane! La meditazione della Passione è per noi debito di riconoscenza! — E non era forse più che giusto che, mentre il Signore spargeva per noi tutto il suo Sangue, noi l’avessimo accompagnato in ciò almeno collo spargere le nostre lacrime – se fossimo vissuti allora — atteso specialmente che, non a Lui — l’Innocente — il Santo dei Santi — ma a noi – colpevoli — conveniva il patire? — Ebbene, ciò che non potemmo fare allora, facciamolo adesso! — E Gesù gradirà — accetterà intenerito — la nostra affettuosa compassione — proprio come se n’avesse tuttora bisogno! La meditazione della Passione è per noi miniera inesauribile! — Anzitutto è naturale che più partecipi dei frutti della Passione chi meglio — e più frequentemente — se ne ricordi — quasi a raccogliere su di sé in maggior copia il Sangue Divino. — Inoltre, il ricordo della Passione è nato fatto per eccitare in noi la contrizione perfetta dei nostri peccati, — che trassero Gesù alla croce — e insieme lamore pertetto a quel Gesù — che per noi ha tanto sofferto. — Orbene carità e contrizione perfetta sono due radici fecondissime di merito soprannaturale — di santificazione. La meditazione della Passione è per noi scuola di virtù insuperabile. — Ci mostra infatti in Gesù appassionato il modello più perfetto — e più suggestivo — di pazienza — mansuetudine — umiltà — obbedienza — zelo — carità — sacrificio… — Inoltre, già ci dissipa preventivamente tutti i pretesti che la nostra mollezza potrebbe invocare — per esimerci da difficoltà — da rinunzie — che da noi richiedesse la vita virtuosa; — se Gesù non entrò nella sua gloria, se non compiendo la sua Via Crucis. chi siam noi da pretendere condizioni più agevoli — o più comode — per ottenere il Paradiso? — Chi oserà rifiutar la propria croce?

L’Ultima Cena del Divin Salvatore. —

Con che cuore non la celebrò Gesù — sapendo ch’era venuta l’ora sua — e che l’orribile sua Passione era imminente! — Tanto più che aveva determinato d’istituire in essa la Eucaristia — consacrazione del Nuovo Testamento — Sacramento insieme e Sacrificio! L’ultima Cena Pasquale secondo la Legge Mosaica. — Ancora una volta Gesù e gli Apostoli mangiarono insieme l’Agnello Pasquale — senza macchia — mansueto — svenato — salvezza del popolo eletto… — simbolo eloquente di Gesù — vero Agnello immacolato di Dio — mite ed umile di cuore — vittima volontaria cruenta — per la salute dell’intero genere umano… — Oh impariamo l’esattezza — e lo spirito — col quale dobbiamo ottemperare alla Legge santa di Dio — unendo l’esterna compitezza degli atti coll’interno fervore dell’animo!

La prima Cena Eucaristica. — Che solennità! — Gesù la celebra in un raccolto Cenacolo — grandioso — addobbato — dopo lavati i piedi agli Apostoli — per vieppiù purificarli — ed iniziarli alla vicendevole umiltà e carità…! — Che generosità poi — in darsi in cibo e bevanda agli Apostoli — quando proprio e la giudaica invidia maligna — e la venalità del traditore — ne tramavan la morte! — E proprio allora creava Pontefici del nuovo Culto quegli Apostoli appunto, che entro poche ore tutti l’avrebbero abbandonato! — E che amore per noi — in prevenire nel suo sacrificarsi per noi l’opera stessa dei suoi nemici! — Grazie! mille grazie, Gesù!

La cena dell’affettuoso commiato. — Pensiamo — oltreché al Testamento reale (quello cioè del suo Corpo e del suo Sangue) — anche al Testamento morale lasciato da Gesù agli Apostoli — e, in loro persona, a noi — alla Chiesa tutta. — È testamento d’amore divino: — « Conservatevi nel mio affetto! ». — È testamento di mutua concordia: — « Vogliatevi bene a vicenda! ». — È testamento di sovrana, incrollabile fiducia: — « Confidenza! Io ho vinto il mondo! ». — È testamento delle più larghe promesse: — « Quanto mi domanderete… ve lo farò! » — « Non vi lascerò orfani!» — « Vi preparo un regno! ». — È testamento di pace: — « Vi do la mia pace! ».

Nel folto del Gethsemani… —

Scocca l’ora della Passione — l’ora tanto desiderata da Gesù — e per la gloria dell’Eterno suo Padre — e per la redenzione nostra — e per la restaurazione dell’ordine supremo di giustizia e di pace… — E Gesù — divino volontario della morte — si avvia al Giardino degli Ulivi — per darvisi in mano ai suoi nemici

La prima agonìa: — l’agonìa del cuore… — Gesù vuole egli stesso anticiparsi spiritualmente i tormenti: — quindi abbandona l’anima sua alle più mortali angosce. — Angosce di timore: — prevedeva tutto ciò che gli si preparava:; — umiliazioni — spasimi — agonie… — lo prevedeva tutto insieme — lo prevedeva con piena vivezza dolorosa! — Angosce di avversione profonda e disgusto: — prevedeva l’ingratitudine — sentiva tutto lo schifo dei peccati del mondo, cui voleva espiare! — Angosce di estrema mestizia: — vedeva che, nonostante la sua Passione e Morte, innumerevoli anime erano precipitate — e precipitavano — e continuerebbero poi a precipitar nell’inferno! — Vedeva ancora i suoi eletti perseguitati dagli empi in ogni tempo — e con quanta acrimonia!

La dolorosa preghiera. — Qual riparo cercò Gesù a quell’immane amarezza — che lo gittò in sì fiera agonia da spremergli — vivo ed abbondante — tutto un sudore di sangue? — La preghiera! — E fu preghiera riverente — la fece prostrato, prosteso in terra! — Fu preghiera semplice — iterò per ore la stessa richiesta! — Fu preghiera rassegnata — la domanda fu sempre subordinata al volere dell’Eterno Padre! — Fu preghiera costante — Gesù la proseguì sino ad alta notte — e sin quasi al sopravvenire di Giuda! — Fu preghiera feconda -—- fruttò a Gesù la discesa di un Angelo dal Cielo — mandatogli dal Padre per confortarlo — È così che preghiamo noi?

La cattura ignominiosa. — Al sopravvenire degli armati che dovevano arrestarlo, Gesù va loro incontro — spontaneamente: — che bontà per noi! — Fa anche ripetuti miracoli — per aprire ad essi gli occhi — e prevenirne il peccato: — che bontà anche per loro! — Ma tutto fu inutile; — indurati nel male — osarono inferocire contro il Salvatore del mondo — il Figliuolo di Dio! — Che satanica — fatale ostinazione! — E Gesù — mite Agnello tra i lupi furiosi — loro s’abbandona.

E gli Apostoli? —

Una delle fitte più penose al Cuore SS. di Gesù nel Gethsemani fu la condotta usata verso di lui dagli Apostoli — dai quali — dopo tante sue cure verso di loro — dopo tante loro dichiarazioni e promesse — era in diritto di attendere ben altro!…

Giuda. — L’ingrato! — Gesù l’aveva voluto tra gli Apostoli — con vocazione sublime: — ed egli la profanò! — Gli aveva affidato il poco denaro del Collegio Apostolico: — ed egli ne abusò! — Gli aveva dato il dono dei miracoli: — ed egli, salvatore così di altri, riuscì a perdere se stesso!… — Il cinico! — Gesù paternamente l’avvisa — prima con delicatezza — poi con severità — infine con tenerezza accorata… — ed egli, duro! — Tradisce — col bacio — fattosi guida ai manigoldi — e tutto di sua propria iniziativa! — Il disgraziato — Fatto il colpo — Satana lo terrorizza col fiero rimorso; — e Giuda — pur ricreduto — pentito — dimentica la Divina Misericordia Infinita — e si uccide! — Com’è tremendo l’abuso della grazia!

I tre privilegiati… — Sono Pietro — e i due fratelli, Giacomo — e Giovanni: — i tre testimoni della trasfigurazione di Gesù — nonché della risurrezione della figlia di Giairo. — Anche nel Gethsemani Gesù li privilegiava — scegliendoseli a speciali consolatori — e confidenti — nelle sue tanto terribili agonie… — Ma non ne capirono il esto pieno di tenerezza — né il susseguente affettuoso rimprovero — e si lasciarono vincer dal sonno — invece di vegliare — e pregare — come Gesù domandava! —

Povera fiacchezza umana! — Quanto non abbisogna di essere rinfrancata dalla preghiera — agguerrita dalla mortificazione — presidiata dalla vigilanza! Tutti gli undici Apostoli… — Visto Gesù arrestato — fuggono tutti! — Che schianto al Divin Cuore di Gesù — innanzi a tanta viltà — e poca fede! — E ciò dopo tre anni di vita intima con Lui — dopo vistine tanti miracoli — dopo tante proteste d’essergli fedeli sino alla morte — dopo le tante esortazioni fatte loro da Gesù di portare la croce dietro di lui! — Eppure, Gesù li compatisce — e ne procura — efficacemente — l’incolumità — mentre va alla morte per loro! — Che differenza tra la condotta di Gesù per gli uomini — e quella degli uomini con Gesù!

Un primo iniquo processo. — Gesù — dopo la sua cattura — dalla furia dei manigoldi viene trascinato giù dall’oliveto sino al torrente Cedron — e poi è fatto risalire al monte Sion — ove s’aduna il Sinedrio. — L’attendono Scribi e Farisei — agognanti la loro Vittima!

In casa del vecchio Anna. — Gioia ferina provò quel capo dei Sadducei — in vedersi innanzi legato Gesù! — Ma… riderà bene chi riderà l’ultimo! — Però Anna non aveva autorità d’interrogare Gesù: — quindi il Divino Maestro elude le sue domande fuori di posto: — il presunto reo mostra già che un giorno il Giudice sarà Lui! — Per questo un soldato dà uno schiaffo a Gesù, come ad un impertinente: — che dolore — e che affronto per Gesù! — Eppure, Gesù. compatendo alla sua grossolanità ed ignoranza, non lo fulmina: — soltanto lo corregge dolcemente.

In casa del Pontefice Caifa. — Là sedeva il Sinedrio — convocato per la circostanza — in notte piena. Quanto impegno nei cattivi per il male — mentre i buoni ne hanno sì poco per il bene! — S’istruisce il processo; — ma non si riesce ad avere deposizione giuridica contro Gesù! — Figurarsi! — Era la stessa innocenza — la santità in persona! — Allora Caifa scongiura Gesù a dichiarare, se Egli sia davvero il Figlio di Dio: — e Gesù l’afferma con tremenda solennità… — Ancora una grazia a quei ciechi, per convertirli! — E come vi rispondono? — Col condannare Gesù, quale reo di morte!

Tra i lazzi della soldataglia. — Dalla sala del Sinedrio fu allora Gesù tratto a uno stanzone — dove i soldati presero a schernirlo — e a percuoterlo e sputacchiandolo

– e trattandolo da profeta da strapazzo. — Tristo giuoco – e doloroso — contro ogni diritto — e che sembra durasse parecchie ore! — Quanto non n’ebbe a patire Gesù —

tanto mite e delicato — nella piena coscienza della sua grandezza divina – e dell’immenso debito di riconoscenza che gli avevano quei miserabili! — E soffriva tanto anche per la dannazione alla quale si avviavano!

Le negazioni di S. Pietro.

Gesù tollerava — in mansueto — e insieme maestoso — silenzio — tanto l’insulto di quella sedicente procedura legale — quanto i lazzi — e le percosse — di quella malnata sbirraglia; — c’era da attendervisi! — erano nemici! — Ma la defezione di un Pietro che lo rinnega — e giura e spergiura di neppure conoscerlo! — Che strazio per Gesù!

Lo sdrcciolo… — Ma come mai il Principe degli Apostoli — il privilegiato discepolo di Gesù — l’araldo ispirato della sua Divinità — si ridusse a tale estremo? — E vi si ridusse dopo i tanto chiari preavvisi di Gesù medesimo? — Ecco come fu preparata la fatale caduta: — fu predisposta dalla presunzione, mostrata da Pietro nel Cenacolo: — dalla mancanza di preghiera, trascurata da lui nel Gethsemani — dalla temerità dell’esporsi da sé all’occasione pericolosa — là nell’atrio — anche dopo la sua fuga codarda…

La caduta. — Fu rovinosa! — Che distruzioni nella povera anima di Pietro! — Passava di tratto dalla dignità di Apostolo all’abbiezione del rinnegato — dell’apostata; — da paladino di Gesù — quale s’era atteggiato nel Gethsemani — passava ad essere un disertore, nel campo nemico! — Fu obbrobriosa — quanto il cedere le armi alle chiacchiere di due fantesche — e quanto è di maggior ignominia la ricaduta molteplice — che non un primo errore incorso quasi per sorpresa. — E quanto non fu penosa a Gesù!

La conversione. — Meno male che — all’opposto di Giuda — Pietro, non solo si pentì — ma confidò d’ottenere il perdono. — Passò Gesù presso di lui — tra i soldati — e lo guardò pietosamente — ricordandogli così la profezia che gli aveva fatta: — era proprio avvenuto che, avanti il secondo canto del gallo, Pietro rinnegasse il suo Divino Maestro — per ben tre volte! — Tutto dunque umiliato — fuggì dal luogo della sua colpa — si raccolse a piangerla amaramente — pensando al modo di ripararvi — e di farla dimenticare a Gesù!

Gesù al Pretorio di Pilato. — Condannato dalla Sinagoga giudaica — e, per lei, dal Sinedrio — il gran Tribunale nazionale e religioso — Gesù vien tradotto a Pilato — a subirvi la condanna del Tribunale civile — e del potere straniero. — Che umiliazione per Gesù!

La malignità degli accusatori. — Che ipocrisia quella dei Giudei — in non volere entrare nel Pretorio pagano, per non contaminarsi — mentre non indietreggiavano innanzi allo stesso deicidio! — Che iniquità nel calunniare Gesù per sedizioso — antagonista di Cesare — bestemmiatore — quando di tali imputazioni non potevano addurre alcuna prova! — E che cecità in non avvertire che essi stessi comprovavano la venuta del Messia — col confessare d’avere perduta l’indipendenza — con quel loro ricorso a Pilato!

La vigliacca remissività di Pilato. — Egli ben capisce la montatura giudaica contro Gesù: ma — vigliacco — non ha il coraggio delle sue convinzioni: — prevaricatore — viene poi meno all’integrità doverosa del suo ufficio — tradendo la giustizia; — con ciò stesso si macchia di crudeltà — e di omicidio — mandando a morte Gesù innocente — ad onta di tutte le sue velleità di salvarlo! — Né giovano le mansuete attrattive di Gesù — né le sue divine — e tanto espressive — parole — né gli avvisi misericordiosi della consorte — né i rimorsi della coscienza. — Quant’è duro — e fatale — il giogo delle passioni!

La longanimità del Divino Paziente. — Che fa Gesù contro; la calunnia? — Tace! — E contro la malignità provocatrice? — Perdona! — E contro l’inqualificabile irresolutezza di Pilato? — Paziente, gli moltiplica chiarimenti e stimoli! — E contro i brutali maltrattamenti dei manigoldi — le imprecazioni della plebaglia — gli amari motteggi dei curiosi affollati sul suo passaggio? — Nessuna reazione! — Tutto accetta dalla mano del Padre! — Ed era l’Innocente! — il Salvatore! — il Figlio di Dio! — Quanto non abbiamo da imparare!

Dal Pretorio di Pilato alla Reggia di Erode. —

Pilato — impensierito dalla solenne affermazione di Gesù di essere Re — sempre più convinto dell’innocenza di Lui – coglie a volo l’accenno alla Galilea, fatto dalle turbe — per rimettere la causa di Gesù nelle mani di Erode — e liberarsene.

Le mezze volontà di Pilato. — Egli avrebbe dovuto, senz’altro, liberare Gesù — conoscendone l’innocenza: — e non già rimettere la causa di lui ad altre mani. — E che premio ne avrebbe avuto dal Divin Salvatore! — E invece? — Tergiversando — giocando di politica — volendo liberare Gesù — e insieme non volendo averne l’aria — se ne rimette ad Erode. — E non riesce a nulla! — Persuadiamocene pure: — la vittoria — e il conseguente trionfo celeste non sono dei pigri, — che vogliono e non vogliono: — ma dei risoluti, — che vogliono — e vogliono a qualsiasi costo — obbedire a Dio — e salvarsi l’anima!

I futili desideri di Erode. — Desiderava vedere Gesù: — e sarebbe stata l’ottima cosa — se l’avesse desiderato per fare onore a Lui — e giovarsi delle dottrine di Lui — ed avere dalla grazia di lui i sussidi opportuni — a salute dell’anima propria. — Viceversa agì per curiosità frivola — ingiuriosa a Gesù, quasi fosse un giullare; — laonde, non secondato, la mutò in torvo dispetto — che culminò nell’insulto a Gesù — trattato da pazzo da tutta la Corte e da tutto l’esercito — e così rinviato ignominiosamente a Pilato!

La diabolica ostinazione giudaica. — Vediamo le corse di quei ciechi nemici di Gesù — dal Sinedrio al Pretorio — poi dal Pretorio ad Erode — e poi da Erode nuovamente a Pilato — instancabili — pur di rovinare Gesù — accaniti nel calunniarlo — furibondi nel domandarne la morte: — proprio mentre per Gesù non si leva nessuno — non si ode una voce — non si muove un dito! — E Gesù, quanto non sente questa cattiveria degli uni — e quest’inerzia degli altri! — Anche oggi gli empi imperversano: — e i buoni che cosa fanno? — E tu? — Che fai?