ASCENSIONE

ASCENSIONE

Et cum hæc dixisset, videntibus illis, elevatus est: et nubes suscepit eum ab oculis eorum. Cumque intuerentur in cælum euntem illum, ecce duo viri astiterunt juxta illos in vestibus albis, Qui et dixerunt: Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cælum? Hic Jesus, qui assumptus est a vobis in cælum, sic veniet quemadmodum vidistis eum euntem in cælum. [Act. I, 9-11.]

 “… Perciò i beatissimi Apostoli e tutti i discepoli, ch’erano sgomenti per la morte (di Gesù) sulla croce ed avevano esitato sulla fede nella sua risurrezione, furono talmente confermati dall’evidenza della verità, che, lungi dall’essere rattristati al vedere il Signore ascendere nelle altezze dei cieli, furono al contrario ripieni di grande gioia. E certo, c’era là una grande ed ineffabile causa di gioia, allorquando in presenza di questa santa moltitudine, una natura umana s’innalzava al di sopra della dignità di tutte le creature celesti, per sorpassare gli ordini Angelici, per essere elevata più alto degli Arcangeli, e non arrestarsi nelle sue elevazioni sublimi che allorquando, ricevuta nella dimora dell’eterno Padre, ella sarebbe associata al trono e alla gloria di colui alla natura del quale si trovava già unita nel Figlio.”

[S. Leone Papa, Sermon. 1 de Ascensione Domini]

[J.-J- Gaume: “Catechismo di perseveranza”, Torino, 1881 – vol. IV]

I. Ascensione. — Abbiamo veduto il Figlio di Dio sceso dal cielo nascere, vivere e morir per redimere e restaurare l’opera propria, danneggiata dal peccato originale. Erano quaranta giorni dacché il divino Riparatore aveva provato ai più increduli la propria risurrezione. Per riposarsi dai patimenti della sua umanità, egli avrebbe potuto rimanere minor tempo sopra la terra; ma il suo amore per noi lo tratteneva lontano dagli Angeli. Sarebbesi detto un reale proscritto, il cui bando era stato tolto, ma che non voleva tornare subito alla propria patria, perché durante il suo esilio Ei si era abituato ad amare gli uomini coi quali aveva sofferto. S’Ei si allontana in questo giorno è questo parimente un segno d’amore. Il nobile vincitore va a prender possesso del regno acquistato col proprio sangue e a collocare l’umanità sul trono della gloria immortale. Volete voi essere testimoni di questo mistero che corona l’opera della redenzione? Partiamo per Gerusalemme. Eccovi il Salvatore attorniato dai suoi discepoli; eccolo presso Betania, borgo da voi tutti ben conosciuto, fabbricato sul declive del monte Oliveto, a circa quindici stadii da Gerusalemme, da dove l’Uomo-Dio era partito per fare il suo ingresso trionfale nella città deicida. Con essi Egli salì quella montagna, poco fa testimone della sua agonia. Essa vi si presenta sulla via che va da Gerusalemme a Gerico, è la più elevata collina attorno alla città di David, i lati sono coperti di verdura, la cima è coronata di viti e di olivi. Giunti alla sommità il Figlio di Dio si ferma e dice ai suoi discepoli situati in cerchio attorno a Lui: « E stata a me conferita tutta la podestà in cielo ed in terra, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo; insegnando loro di osservare tutto quello che Io vi ho comandato, ed ecco che Io sono con voi in ogni tempo fino alla consumazione dei secoli ». – Nel tempo stesso Egli aprì loro l’intelletto affinché comprendessero, affinché intendessero le Scritture e vedessero che tutto ciò ch’era stato annunziato dai profeti a proposito di Gesù Cristo si era adempiuto nella persona di Lui. « Testimoni voi di tutte queste cose, Ei soggiunge, non dovete obliarle. Io sto per mandare sopra di voi il dono del Padre mio che vi è stato promesso; ma fino a qual momento restate nella città finché non siate stati rivestiti della forza di lassù». – Per consolarli della sua partenza e per mostrar loro che tutti i suoi passi erano guidati dall’amore di loro: « È per voi vantaggioso, diss’Egli, ch’Io me ne vada; se Io non me ne vo, lo Spirito non verrà in voi ». E che, mio Salvatore? Dunque la vostra presenza sensibile è un ostacolo alle comunicazioni dello Spirito Santo? Ciò sembrano indicare le vostre parole: ora quale ne è il significato? – In principio fu necessario distaccare gli Apostoli dall’amore delle cose sensibili col mezzo dell’amore della presenza sensibile del Figlio di Dio nella nostra carne. Ma ilSalvatore non volle affezionarli per un certo tempo alla sua presenza visibile fuorché per abituarli insensibilmente all’amore della giustizia, della verità, della carità, dell’umiltà e di tutte le altre virtù di cui dava loro tanti mirabili precetti e tanti illustri esempi. L’amore di Gesù Cristo è utile ed anche necessario a coloro che incominciano, ma sarebbe finalmente nocivo a quelli che debbono transitare dall’infanzia spirituale ad una età e ad una condizione più perfetta, nelle quali essi debbono amare Gesù Cristo come Dio, come eterna verità, come incorruttibile giustizia e santità. Ecco perché fu necessario che Gesù Cristo salisse al cielo, senza di che gli Apostoli non avrebbero potuto amarlo di amore puramente spirituale, e non avrebbero per conseguenza potuto ricevere il suo Spirito Santo. Ma è giunto ormai il momento supremo; il precettore dell’uman genere sta per privare il mondo della sua presenza visibile; la bocca divina che ha istruito l’universo è per chiudersi. Era giorno di giovedì, verso il meriggio, il dì quarantesimo dopo la risurrezione, quando il Salvatore gettando per l’ultima volta i suoi sguardi su la sua santa Madre e sopra i discepoli, stese le mani, li benedisse e fu rapito di mezzo a loro. Come nella sua risurrezione egli era uscito dalla tomba per suo proprio potere, così si alzò del pari nella sua ascensione senza abbisognare, a guisa di Elia, di carro di fuoco, né di Angeli, né di alcuno estraneo soccorso. Una splendida nube, simbolo della sua gloria, lo avvolse, e questo nuovo carro trionfale lo tolse ben presto alla loro vista. – Mentre erano tutti intenti a considerarlo, due Angeli, simili a due bei giovani, apparvero loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state mirando verso il cielo? Quel Gesù, il quale tolto a voi è stato assunto in cielo, cosi verrà, come l’avete veduto andare in cielo». – Avendolo dunque i discepoli adorato, prostrandosi con la faccia per terra, e avendo baciato le orme dei suoi tornarono giubilanti a Gerusalemme rimasero aspettando l’adempimento della promessa che aveva fatta loro il Signore e rimpiegando il tempo dell’aspettativa a lodare Iddio, a prepararsi coll’orazione al grande avvenimento. – Ecco pertanto narrata in succinto la partenza del Cristo da questa terra, che la sua mano potente aveva creata nel dì che trasse le cose dal nulla, e che aveva in seguito bagnata del proprio sangue nel giorno della redenzione.

II. Vestigie dei piedi di Nostro Signore. — Dal punto più elevato del monte degli Olivi il Salvatore sali al cielo, e quivi lasciò le vestigie de’ suoi piedi divini, impressi nel posto ove egli toccò la terra per l’ultima volta. Molti secoli le hanno vedute, le hanno baciate con rispetto e bagnate di lagrime di pentimento e d’amore. San Girolamo, san Sulpizio Severo, san Paolino di Nola, sant’Ottato, sono testimoni irrefragabili di questo fatto miracoloso; e alla loro autorità si aggiunge quella di sant’Agostino. « Si va in Giudea, dice l’illustre vescovo d’Ippona, per adorare le vestigia de’ piedi di Gesù Cristo che si vedono nel luogo dove Ei salì al cielo ». [“Ibi sunt vestigia cius, modo adorantar ubi novissime stetit, unde ascendit in coelum. S. Aug. XXXVII in Joan.]. – Nel tempo dell’assiedio di Gerusalemme fatto da Tito, l’esercito Romano stette molto tempo accampato sul monte degli Olivi, senza che né il movimento dei soldati, né lo scalpitare dei cavalli, né i lavori dell’accampamento, pei quali non si poteva a meno di rivoltare la terra, potessero scancellare quelle sacre vestigia. – Si scorgevano tanto bene al tempo dell’Imperatrice Elena, madre del gran Costantino, che quando quella pia principessa fece edificare la basilica dell’Ascensione, nel luogo stesso della montagna, da dove si sapeva che Gesù Cristo era salito al cielo, si volle lastricare e coprire di marmo l’orma dei piedi egualmente che il resto di quella magnifica chiesa, ma giammai si poté venirne a capo. Tutto quanto vi si poneva sopra era rigettato da una forza invisibile, e fu di mestieri lasciare il sito scoperto e nello stato in cui siera trovato. Fin da quel tempo divenne uno dei dei grandi oggetti di devozione per i cristiani che, pellegrinando da tutte le Provincie dell’impero e di tutte le nazioni straniere, si recavano a visitare i luoghi santi. – San Girolamo racconta a questo proposito un altro splendido miracolo: «Quando vollero, dice il gran dottore, finire il tetto della Basilica dell’Ascensione fu impossibile chiudere la volta che corrispondeva perpendicolarmente al posto delle vestigia del Signore. Furono costretti a lasciar libero e scoperto lo spazio dal quale Egli era innalzato da terra e veniva accolto dalle nubi; il che permetteva ai fedeli di contemplare il sentiero che Gesù Cristo aveva preso per salire al cielo ». – Le cose erano tuttavia in questo stato verso la fine del settimo secolo, quando un vescovo di Francia, chiamato Arnolfo, visitò i luoghi santi. Nel medio evo l’edificio fu distrutto dai Saraceni; finalmente un viaggiatore che giunse da poco tempo dalla Palestina, il reverendo padre de Geramb, parla in tal guisa: «Sulla sommità del monte degli Olivi si trova una moschea, sul ripiano della quale era anticamente una chiesa della più gran magnificenza, fabbricata da sant’Elena nel luogo dal quale Gesù Cristo salì al cielo dopo la risurrezione. Questa moschea che minaccia rovina è circondata da miserabili casupole abitate da Turchi. Nel centro, in una specie di cappella, si vede l’orma impressa nel masso dal piede sinistro di Nostro Signore nel momento di lasciare la terra per salire al cielo. Si assicura che i Turchi hanno sottratto l’impronta del piede diritto e l’hanno sotterrata per poi trasportarla nella moschea dal tempio. Quanto all’impronta del piede sinistro, ella esiste in modo da non lasciare alcun dubbio, quantunque sia ora alquanto consunta dagl’innumerabili baci che da più secoli i pellegrini non cessano d’imprimervi, e fors’anche da qualche devoto furto, che un’attenta vigilanza non ha potuto impedire ».

III. Ingresso trionfale nei cieli di nostro Signore Gesù Cristo. — Il Figlio di Dio che aveva lasciata sul masso l’impronta dei suoi piedi, come un monumento eterno del suo passaggio sopra questa terra, che Egli aveva santificata col proprio sangue, si avanzava rapidamente verso la Gerusalemme celeste. Ma quale armata invisibile, quali carri di fuoco plaudono al suo trionfo? Ecco Egli è accompagnato dagli antichi patriarchi, dai profeti e da tutti gli uomini virtuosi, ai quali il cielo era stato fino allora chiuso, e che Egli innalzava allora seco Lui, menando schiava la stessa schiavitù. Tutti quegli schiavi, ora liberati, seguivano il loro Redentore nel suo trionfo, cantando la vittoria dì Gesù che dopo averli sottratti alla podestà del demonio, gli traeva seco al cielo come trofei della propria vittoria, come ricche spoglie tolte al nemico, come prezzo del suo sangue adorabile, come l’ornamento e la gloria del suo trionfo. « Qual grande qual brillante processione, esclama san Bernardo, alla quale gli apostoli non erano ancora degni d’assistere! » [Serm. II in Ascens., n. 8].Ad un tratto si schiudono le porte eterne. Chi potrà narrare lo stupore degli angeli al vedere la natura umana di Gesù Cristo innalzata al di sopra di loro e collocata a destra di Dio medesimo? Al vedere Gesù Cristo che come uomo era stato ignominiosamente condannato e messo a morte sulla terra ora riconosciuto come il Signore di tutto il creato e come il supremo Giudice degli uomini?E in questo giorno la Chiesa della terra unendosi alla Chiesa del Cielo palesa il proprio entusiasmo per celebrare il trionfo del suo Sposo e del suo capo; l’uffizio dell’Ascensione spira la più viva gioia ed è accompagnato da una processione particolare. Essa è stata instituita col disegno di figurare la gita degli Apostoli da Gerusalemme a Betania, e di là al monte degli Olivi per vedervi nostro Signore salire al cielo, e il loro ritorno a Gerusalemme, per ivi prepararsi nella solitudine a ricevere lo Spirito Santo, ecco il perché essa non deve farsi che dopo terza, cioè dopo le ore nove. In fatti in quel momento il Salvatore, accompagnato dai suoi discepoli, salì la santa montagna. Deh! nel giorno dell’Ascensione richiami alla mente ciascuno di noi le circostanze di questo viaggio: pensiamo tutti che siamo noi medesimi che accompagniamo il Salvatore; abbandoniamo il cuor nostro ai sentimenti della fede; sopra tutto non dimentichiamo che diciotto secoli ci precedono nella celebrazione di questa festa gli esempi, la divozione, le lagrime pie, i santi desideri dei padri nostri ci tornino al pensiero, e allora credetemi, questa festa, questa processione non ci saranno più indifferenti.

IV. Mezzi di celebrare degnamente la festa dell’Ascensione. — Frattanto questo mistero, sì idoneo a svegliare l’allegrezza degli spiriti beati, non deve essere un soggetto di duolo per noi che rimaniamo orfani sulla terra? « Qual parte ho io a queste solennità? dice san Bernardo? » [Serm. III in Ascen. Dom.]. – E che? Obliate voi, o gran santo che tutti i passi di nostro Signore sono inspirati dall’amor suo? Ecco i motivi del vostro giubilo. – 1° Gesù Cristo sale al cielo a prender possesso della sua gloria, e godere dei frutti delle sue umiliazioni e dei suoi patimenti. Per un figlio pietoso si potrebbe mai aver soggetto più grande di gioia, che il vedere suo padre trionfante e ricco delle spoglie dei nemici suoi, entrare al possesso di quel riposo e di quella gloria guadagnatosi con lunghe fatiche e molte battaglie, e vederselo onorato, esaltato, benedetto da tutto l’universo? – 2° Gesù Cristo sale al cielo per inviarci lo Spirito consolatore, quello Spirito che doveva rigenerare il mondo intero a quel modo che fecondò il caos nel giorno della creazione. “Se io non me ne vo, dice Gesù Cristo, non verrà a voi il paraclito”. Se il Padre nostro ci priva della sua presenza sensibile, ciò non fa per lasciarci orfani, ma per riempire i nostri cuori dei doni preziosi dello Spirito Santo. Preghiamo dunque e sospiriamo, affinché il divino Consolatore ci trovi degni delle sue i nfrazioni; preghiamo che rischiari il nostro intelletto e che purifichi il nostro cuore. Il serpente di Mosè divorò tutti i serpenti dei maghi; lo spirito deve egualmente consumare tutte le nostre propensioni e tutti i nostri appetiti sensuali. In questo gran giorno diciamo al Salvatore per noi e per il mondo intiero: Inviate il vostro spirito, e tutto sarà creato, e voi rinnoverete la faccia della terra; ella ne ha gran bisogno!!! – 3° Gesù Cristo sale al cielo per aprircene le porte e prepararvi il nostro luogo. La vittoria di Gesù Cristo è completa. Nuovo Adamo Egli apre al genere umano il cielo chiuso dai peccati del primo Adamo. Qual nobile orgoglio deve far palpitare il mio cuore! Io ho un seggio nel cielo: si, io povera e meschina creatura, io sebbene coperto di cenci, io mendicante, io umile pastore, io oscuro agricoltore, io debole fanciullo, io sconosciuto, forse disprezzato da tutti, io ho un seggio nel cielo! Demonio invidioso della felicita dei nostri primi padri, oh! tu sei vinto! Osserva, la nostra natura era maledetta e condannata all’obbrobrio, e ad un tratto ella è esaltata, e il cielo le è aperto; noi eravamo indegni della vita e siamo chiamati all’immortalità; in Gesù Cristo, questa umana natura, che tu avevi contaminata, occupa il primo posto in cielo; e ciò che fu l’oggetto dei tuoi sarcasmi sacrileghi è adorato dagli Angeli; osserva bene, questa stessa umana natura perseguitata dal tuo furore, di cui tu credevi aver cagionata la perdita, è adesso coronata in cielo, essa occupa il tuo posto e quello dei tuoi angeli maledetti; essa è nel cielo e tu sei nell’inferno, dopo ciò ti rallegra, se puoi, della tua invidia e delle tue menzogne. – Così in Gesù Cristo nostro capo noi siamo oggi in possesso del cielo; egli vi è salito in qualità di foriero; il foriero suppone qualcuno che viene dietro a lui; e questo qualcuno sei tu, sono io, è tutto il genere umano, perché Gesù Cristo è morto per lutti gli uomini.

4° Gesù Cristo sale al cielo per conservarci i nostri posti. Non contento di averci sgombrata la via della Gerusalemme celeste, di averne schiuse le porte, di averci preparato dei posti, Gesù Cristo vuole assicurarcene il possesso. Che fa Egli nel cielo? Come avvocato Ei patrocina incessantemente la nostra causa. Miei figli, diceva il discepolo prediletto, io vi scrivo queste cose, affinché voi non pecchiate: ma se qualcuno ha peccato non si disanimi; noi abbiamo un avvocato presso il Padre ed è Gesù Cristo il giusto, Egli che ha sparso il proprio sangue non solamente per i nostri peccati ma anche per quelli del mondo intero. Pontefice eterno, Ei ci riconcilia col Padre suo, presentandogli le stimmate delle proprie piaghe rimaste nelle sue mani e nei suoi piedi adorabili; poi, continuando sopra la terra il Sacrificio del proprio corpo e del proprio sangue, Ei l’oppone costantemente come un infallibile parafulmine alle folgori della divina vendetta. Primogenito dei suoi fratelli (e i suoi fratelli siamo noi) Ei fa valere a nostro favore i suoi titoli sacri al paterno retaggio. Come Dio, Ei vi ha diritto per natura: come uomo Ei vi ha diritto pel suo sangue; il cielo è sua conquista, ed Ei lo ha conquistato per noi.

V. Armonia di questa festa con la stagione in cui ricorre. — Seguiamo dunque l’aquila generosa che si lancia oggi verso il cielo: noi siamo i suoi aquilotti; Egli stende le proprie ali, e ci invita a posarci su di esse per seco trasportarci. « Ma rammentiamoci, dice sant’Agostino, che l’orgoglio non sale al cielo insieme col Dio dell’umiltà, né l’avarizia col Dio povero, né la mollezza col Dio dei dolori, né l’impurità col figlio della Vergine, né i vizi col padre delle virtù ». Solleviamo i cuori; solleviamoci; strappiamoci alle affezioni che ci degradano; si salga; si salga sempre; tutta la natura c’invita; sembra che ella pure voglia salire al cielo. Osservate in qual modo, al tempo dell’Ascensione, tutte quelle miriadi di giovani augelletti che escono dai loro nidi provano il primo loro volo verso il cielo! Osservate le piante che spingono i loro deboli germogli verso il cielo; osservate gli alberi che slanciano i loro nascenti rami verso il cielo. In alto, in alto i cuori! egli è questo l’invito dell’intera natura. – Sant’Agostino scorge di più un’altra armonia tra la festa di questo giorno e la stagione in cui ella viene celebrata. « Autore della natura e della grazia, Dio ha voluto, dice questo gran dottore, mettere qualche analogia tra i misteri del Figlio suo e le stagioni dell’anno. Il Redentore viene al mondo quando i giorni sono più brevi e incominciano a crescere, per significare che Ei trova il mondo nelle tenebre e che Ei vi reca la luce; e muore e risuscita nel plenilunio del primo mese. Allora quell’astro, che per le sue variabilità è l’emblema delle cose caduche, è totalmente oscurato nella sua parte che guarda il cielo, e non ha luce e bellezza che nella parte che guarda la terra; però Ei comincia a rivoltarsi dalla terra e a ravvicinarsi al sole per non ricever luce e chiarezza che dalla parte del cielo. « Questo spettacolo è in perfetta armonia con la morte e con la risurrezione del Salvatore; per mezzo delle quali noi volgiamo verso il sole di giustizia tutta la propensione che avevamo verso la terra. Il Figlio di Dio è salito al cielo ed ha inviato il fuoco del suo santo spirito verso il tempo in cui il sole è nel suo apogeo, cioè nella sua più grande elevazione, nella sua maggiore distanza della terra; nuova armonia che ci rammenta che dopo essersi sollevato dalla terra, Gesù Cristo ha sparso nel mondo le più vive fiamme della sua carità » – Questi mirabili rapporti, di cui la mente abituata a riflettere conosce tutta la realtà, si provano assai bene per l’analogia delle leggi divine. Infatti poiché l’autore della grazia è anche il Creatore della natura, non era forse conveniente che Ei ponesse armonia tra queste due grandi opere, affinché i cambiamenti che accadono nella natura, egualmente che lo spettacolo dell’universo, anziché distrarci richiamassero il nostro spirito ai pensieri della religione? Se si aggiunga a questa osservazione quello che abbiamo detto circa la storia del genere umano nella quale Iddio ha anche voluto scrivere a grandi caratteri la verità della Religione cristiana, noi dovremo concludere che la natura, la storia universale del genere umano e l’economia della Chiesa sono tre libri meravigliosi, tra i quali regna una straordinaria armonia: libri ad un tempo semplici e sublimi, che si rendono testimonianza l’uno altro ed ove Dio ha scolpito a caratteri di fuoco tutto ciò che è necessario per distaccare da questo mondo i nostri pensieri e le nostre affezioni e per innalzarle al cielo insieme con Gesù Cristo

VI. Origine di questa festa. — La festa dell’Ascensione risale ai tempi apostolici, e le prime età della Chiesa videro istituirsi la processione che oggi pure si compie in memoria del viaggio di nostro Signore e degli apostoli sul monte de. Olivi, dove il divino Maestro benedisse i discepoli e in loro presenza abbandonò la terra! Questa festa è il complemento di tutte le solennità di nostro Signore e il felice termine del suo viaggio sopra la terra. Laonde così pure deve avvenire di noi tutti; noi siamo figli di Dio, e dobbiamo ritornare a Lui; egli è questo il fine ultimo della vita.

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio che siate salito al cielo per aprirmene la porta e prepararmi un posto; fatemi grazia ch’io quivi mi riunisca a voi. – Mi propongo d’amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso, per amor di Dio, e in prova di questo amore, io guarderò spesso il cielo, dicendo: colà vi ha un posto che mi attende.

 

 

 

Calendario Liturgico della vera Chiesa cattolica: MARZO

MARZO è il mese che la Chiesa dedica a SAN GIUSEPPE.

[TEMPO DI QUARESIMA]

Il tempo di Quaresima inizia il 1 marzo 2017 e si protrae fino al 15 Aprile 2017 (Sabato santo). Questo è un periodo di digiuno ed astinenza. – Siamo obbligati al digiuno ed all’astinenza durante questo periodo. Tale periodo di astinenza dura 40 giorni in commemorazione dei quaranta giorni di digiuno trascorsi da Gesù nel deserto. Escluse le domeniche della Quaresima, si hanno esattamente 40 giorni dal Mercoledì delle Ceneri fino al Sabato Santo.

Il mercoledì delle ceneri ed il Sabato santo: giorni di digiuno e completa astinenza.

Tutti i venerdì di Quaresima: Giorno di digiuno ed astinenza completa

Tutti i giorni di Quaresima (eccetto la domenica): digiuno e astinenza parziale.

Di seguito, la lista delle feste di Marzo 2017

1 Marzo: Mercoledì delle ceneri.

3 Marzo: Primo VENERDI’ – Sacra corona di spine.

4 Marzo: Primo SABATO – S. Casimiro confessore, semplice, Comm. S. Lucio Papa e Martire.

5 Marzo: I Domenica di Quaresima, Doppio di I Classe. 

6 Marzo: Ss. Perpetua e Felicita Martiri, Doppio.

7 Marzo: S. Tommaso d’Aquino, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio.

8 Marzo 8: MERCOLEDI’ DI QUATEMPORA / S. Giovanni di Dio Confessore, Doppio.

9 Marzo: S. Francesca Romana Vedova, Doppio.

10 Marzo 10: VENERDI’ DI QUATEMPORA /I 40 Santi Martiri. Semplice. Ven. dopo la I Dom. di Quar.: Sacra lancia e Chiodi di Nostro Signore

11 Marzo: SABATO DI QUATEMPORA

12 Marzo: II Domenica di Quaresima, Doppio di I Classe. 

17 Marzo: S. Patrizio Vescovo e Confessore. Doppio; Ven. dopo la II Dom. di

Quar.: Santo Sudario di nostro Signore.

18 Marzo: S. Cirillo Vescovo di Gerusalemme, Confessore e dottore della Chiesa, Doppio

Marzo 19: III Domenica di Quaresima, Doppio di I Classe. 

Marzo 20: San GIUSEPPE, Sposo della Santa Vergine Maria, Confessore e Patrono universale della Chiesa. Doppio di I Classe.

21 Marzo: S. Benedetto Abate, Doppio maggiore.

24 Marzo: S. Gabriele Arcangelo, Doppio Maggiore; Ved. Dopo la III Dom. di Quar.: le cinque sante piaghe di Nostro Signore.

25 Marzo: Annunciazione della Santa Vergine Maria, Doppio di I Classe.

26 Marzo: IV Domenica di Quaresima, Doppio di I Classe. 

27 Marzo: S. Giovanni Damasceno, Confessore e Dottore della Chiesa. Doppio.

28 Marzo: S. Giovanni Capistrano, confessore, Doppio.

31 Marzo 31: Ven. Dopo la IV Dom. Di Quar.: Il prezioso Sangue di Nostro Signore.

 

TEMPO DI SETTUAGESIMA

TEMPO DI SETTUAGESIMA

[da Dom Guéranger. L’Anno Liturgico, vol I]

Capitolo I

STORIA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Importanza di questo tempo.

Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono immediatamente la Quaresima e costituisce una delle parti principali dell’Anno Liturgico. È suddiviso in tre sezioni ebdomadarie, di cui solamente la prima porta il nome di Settuagesima; la seconda si chiama Sessagesima; la terza Quinquagesima. È chiaro che questi nomi esprimono una relazione numerica come la parola Quadragesima, donde deriva la parola Quaresima. La parola Quadragesima sta ad indicare la serie dei quaranta giorni che dobbiamo attraversare per arrivare alla festa di Pasqua. Le parole Quinquagesima, Sessagesima e Settuagesima ci fanno quasi vedere tale solennità in un lontano ancora più prolungato; però non è meno importante il grande oggetto che comincia ad assillare la santa Chiesa, la quale lo propone ai suoi figli quale mèta verso cui devono ormai tendere tutti i loro desideri e tutti i loro sforzi. – Orbene, la festa di Pasqua esige per preparazione quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza. E il tempo più propizio, il mezzo più potente che adopera la Chiesa per ravvivare nel cuore e nello spirito dei fedeli il sentimento della loro vocazione. Nel loro più alto interesse, essi non devono lasciar passare questo periodo di grazie, senz’averne approfittato per il rinnovamento dell’intera loro vita. Perciò conveniva disporli a questo tempo di salute, ch’è di per se stesso una preparazione, affinché, spegnendosi a poco a poco nei loro cuori i rumori del mondo, fossero più attenti al grave monito che la Chiesa farà loro, imponendo la cenere sul capo.

Origine.

La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica del l’attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che vanno fino al Giovedì Santo, considerato dall’antichità cristiana come il primo Mistero pasquale. – La domenica non si digiunava; di conseguenza non v’erano, propriamente parlando, che 34 giorni di digiuno effettivo (36 col Venerdì e il Sabato Santo), Ma il desiderio d’imitare l’intero digiuno del Signore portò le anime più ferventi ad anticiparlo a Quinquagesima. – Questa usanza si vede apparire la prima volta nel V secolo; tanto che S. Massimo di Torino, nel Sermone 260, pronunciato forse nel 451, la biasima e ricorda che la Quaresima comincia la domenica di Quadragesima. Ma siccome in seguito essa si andava molto diffondendo tra i fedeli, verso il 465, nel Sermone 360, l’approva. Nel vi secolo S. Cesario d’Arles, nella sua Regola per le Vergini, fa cominciare il digiuno una settimana prima della Quaresima, Dunque è certo che, almeno nei monasteri, la Quinquagesima esiste fin d’allora. Il Primo Concilio d’Orléans (511) ordina ai fedeli di osservare prima di Pasqua la Quadragesima e non la Quinquagesima, per « mantenere – dice il canone 26,0 – l’unità delle usanze », Il primo e secondo Concilio d’Orange (511 e 541) combattono il medesimo abuso e proibiscono di digiunare prima della Quadragesima, L’autore del Liber Pontificalis, intorno al 520, segnala l’usanza d’anticipare la Quaresima d’una settimana, ma sembra che fosse ancora poco diffusa.

Sessagèsima,

In seguito, il periodo consacrato al digiuno venne ancora anticipato di un’altra settimana, che si aggiunse alla Quinquagesima e si chiamò Sessagesima, La prima menzione si riscontra nella Regola di S, Cesario, scritta per i Monaci prima del 542, Ugualmente ne parla il IV Concilio d’Orléans, nel 541, ma solo per proibire le anticipazioni del digiuno.

Settuagesima.

Finalmente, verso la fine del vi secolo o al principio del vii, apparve a Roma la Settuagesima, come se ne fa menzione nelleOmelie di S. Gregorio Magno (594-604). Le osservanze liturgiche raggiunsero a poco a poco prima l’Italia del Nord, con Milano, poi, per l’influsso dei Carolingi, tutta l’Europa occidentale, L’Inghilterra le ricevette alla fine del VII secolo e l’Irlanda soltanto dopo il IX. Però, se il digiuno era ormai osservato durante le settimane di Quinquagesima e di Sessagesima, sembra che al momento della sua istituzione, la Settuagesima non fosse che una celebrazione liturgica senza digiuno; mentre nel IX secolo i Concili Carolingi lo prescrivono formalmente.

Soppressione dell’Alleluia.

Sappiamo da Amalario che, dall’inizio del IX secolo, alla Settuagesima si sospendeva l’Alleluia e il Gloria in excelsis Deo, Anche i monaci si conformarono a quest’uso, sebbene la Regola di S. Benedetto formulasse una disposizione contraria. Secondo alcuni fu S. Gregorio VII (1073-1085) che, alla fine del XI secolo, soppresse l’ufficiatura alleluiatica, in uso fino allora, alla domenica di Settuagesima, Si tratta delle Antifone alleluiatiche delle Lodi, che S, Gregorio VII avrebbe sostituite con quelle dell’ufficio della domenica di Settuagesima, fornendo quest’ultima di nuove antifone. Tale fatto è attestato dall’Orbo Ecclesiae Lateranensis del XII secolo, È dunque da ritenere che fu quel Papa ad anticipare la soppressione dell’Alleluia al sabato avanti la Settuagesima (Mons. Callewaert, Sacris eruditi, p, 650), Così questo Tempo dell’Anno Liturgico, dopo vari esperimenti,finì per stabilirsi definitivamente.- Fondato sull’epoca della festa di Pasqua è, per ciò stesso, soggetto a ritardo o ad anticipo, secondo la mobilità di quella festa. Il 18 gennaio e il 22 febbraio vengono chiamati chiave della Settuagesima, perché la domenica che porta questo nome non può essere collocata né prima del 18 gennaio, né dopo il 22 febbraio.

Capitolo II

Il tempo in cui entriamo contiene profondi misteri, che non sono solamente propri delle tre settimane che ci preparano alla santa Quarantena, ma si estendono a tutto il periodo che ci separa dalla grande festa della Pasqua.

Due tempi.

Il numero settenario è il fondamento di questi misteri. « Vi sono due tempi, dice S. Agostino nel suo commento al Salmo 148: uno si attraversa ora, nelle tentazioni e tribolazioni della vita; l’altro si passerà in una sicurezza e letizia eterne. Noi li celebriamo, il primo avanti la Pasqua, il secondo dopo la Pasqua. II tempo avanti la Pasqua esprime le angosce della vita presente; quello che comincia con la Pasqua significa la beatitudine che godremo un giorno. Ecco perché passiamo il primo dei due tempi nel digiuno e nella preghiera, mentre il secondo lo dobbiamo dedicare ai canti della gioia; e per tutta la sua durata è sospeso il digiuno ».

Due luoghi.

La Chiesa, interprete delle sacre Scritture, ci addita due diverse città, in diretto rapporto coi due tempi descritti da S. Agostino: Babilonia e Gerusalemme. La prima è il simbolo di questo mondo di peccato, dove il cristiano passerà il tempo della prova; la seconda è la patria celeste, dove si riposerà di tutti i suoi combattimenti. Il popolo d’Israele, la cui storia è tutta una grandiosa figura dell’umanità, fu esiliato da Gerusalemme e tenuto, per settant’anni prigioniero in Babilonia. Per esprimere questo mistero la Chiesa, secondo Alenino, Amalario, Ivo di Chartres e generalmente i liturgisti del Medioevo, ha voluto fissare per i giorni dell’espiazione il numero settuagenario, e seguendo lo stile delle sacre Scritture, ha preso il numero simbolico per quello reale.

Le sette età del mondo.

Secondo le antiche tradizioni cristiane anche la durata del mondo si suddivide in sette periodi. Prima che albeggi il giorno della vita eterna il genere umano deve attraversare sette età. La prima è trascorsa dalla creazione di Adamo a Noè; la seconda dal diluvio fino alla vocazione di Abramo; la terza comincia con questo primo nucleo del popolo di Dio e arriva a Mosè, per le cui mani il Signore elargì la Legge; la quarta si estende da Mosè a David, nella cui persona si inizia la sovranità reale nella casa di Giuda; la quinta abbraccia la serie di secoli dopo il regno di David fino alla cattività dei Giudei in Babilonia; la sesta si svolge dal loro ritorno dalla cattività fino alla nascita di Gesù Cristo. Finalmente si apre la settima età, che sorge con l’apparizione del Sole di giustizia, e durerà fino all’avvento del Giudice dei vivi e dei morti. Tali sono le sette grandi frazioni dei tempi, dopo i quali non v’è che l’eternità.

Il settenario della gioia.

Per confortarci in mezzo ai combattimenti di cui è cosparso il nostro cammino, la Chiesa ci fa conoscere un altro settenario, che in realtà seguirà a quello che andiamo attraversando. Dopo la Settuagesima della tristezza verrà la Pasqua, con sette settimane di gioia, a farci pregustare le consolazioni e le delizie del cielo. Difatti, dopo aver digiunato con Cristo e compartecipato alle sue sofferenze, risusciteremo con lui, e i nostri cuori lo seguiranno nel più alto dei cieli. A poco a poco sentiremo discendere in noi il divino Spirito coi suoi sette doni; per cui la celebrazione di sì grandi meraviglie non ci chiederà meno di sette settimane, cioè da Pasqua a Pentecoste.

Il periodo della tristezza.

Dopo aver gettato uno sguardo di speranza verso il consolante avvenire dobbiamo ora rifarci alle realtà presenti. Che cosa siamo quaggiù? Degli esiliati, degli esseri in catene, in preda a tutti i pericoli che Babilonia ci nasconde. Orbene, se amiamo la patria, se desideriamo rivederla, dobbiamo romperla con le false lusinghe di questo perfido straniero e respingere lungi da noi quella tazza, alla quale s’inebria una gran parte dei nostri fratelli di cattività. Essa c’invita ai trastulli ed ai piaceri; ma le nostre arpe devono rimaner sospese ai salici presso le rive del suo fiume, fino a quando ci sarà dato il segnale di rientrare in Gerusalemme. Vorrebbe impedirci di riascoltare i canti di Sion entro le sue mura, come se il nostro cuore potesse star contento lontano dalla patria, mentre un esilio eterno sarebbe la pena della nostra infedeltà. « Come canteremo i cantici del Signore in terra straniera?» (Sal. CXXXVI, 4).

I riti della penitenza.

Sono questi i sentimenti che la Chiesa cerca d’infonderci in tali giorni, richiamando l’attenzione sui pericoli che ci circondano, dentro e fuori di noi, da parte delle creature. Per il resto dell’ anno ci spronerà a ripetere il canto celestiale del gioioso Alleluia! Ma ora ci mette la mano sulla bocca, perché non abbia mai a risuonare quel grido d’allegrezza in Babilonia. «Siamo in viaggio e lontani dal Signore » (II Cor. V, 6): serbiamo i nostri inni per il momento che lo raggiungeremo. Siamo peccatori, e molto spesso complici degli infedeli: purifichiamoci col pentimento, perché sta scritto che « la lode del Signore perde la sua bellezza nella bocca del peccatore» (Eccli. XV, 9). La caratteristica di questo tempo è, dunque, la sospensione dell’Alleluia che non dovrà più sentirsi sulla terra, fino a quando non avremo partecipato alla morte di Cristo e non saremo risuscitati con Lui per una vita nuova (Col. II, 12). – Ugualmente ci viene tolto l’inno angelico Gloria a Dio nel più alto dei cieli, che riecheggiò ogni domenica dopo la nascita del Redentore; ci sarà solo concesso ripeterlo in quei giorni della settimana in cui si commemora la festa d’un Santo. Alla domenica il Mattutinoperde fino a Pasqua l’Inno Ambrosiano “Te Deum laudamus”. – Al termine del Sacrificio il diacono non scioglierà più l’assemblea dei fedeli con le parole Ite, Missa est ; ma solo li inviterà a continuare la loro preghiera in silenzio, benedicendo il Dio della misericordia che, malgrado le nostre iniquità, non ci ha rigettati da Lui. – Dopo il Graduale della Messa, in luogo dell’Alleluia, che si ripeterà tre volte per disporre i nostri cuori ad aprirsi per ascoltare la voce stessa del Signore nella lettura del suo Vangelo, sentiremo l’emozionante melodia del Tratto, il quale esprime il linguaggio del pentimento, della supplica incessante e dell’umile confidenza, che ci devono essere abituali in questi giorni.

Altri riti liturgici

Pare che la Chiesa si preoccupi d’avvertire anche i nostri occhi, che il tempo in cui entriamo è un tempo di dolore. Difatti, il violaceo sarà il colore abituale, quando non vi sarà un Santo da festeggiare. Fino al Mercoledì delle Ceneri il diacono e il suddiacono continueranno a indossare la dalmatica e la tunica; ma a partire da questo giorno deporranno questi abiti di gioia, e aspetteranno che l’austera Quarantena ispiri alla Chiesa come esprimere ancora più la sua tristezza, eliminando tutto ciò che potrebbe minimamente risentire di quello splendore, di cui in altro tempo ama circondare i suoi altari.

Capitolo III

Sono scomparse le gioie che gustammo con la Nascita dell’Emmanuele. Furono quaranta giorni di breve gioia; poi il cielo della Chiesa si è oscurato, apparendo soffuso di tinte più tristi. Forse è per sempre perduto il Messia atteso con tanta speranza nelle settimane d’Avvento? O il Sole di giustizia ha deviato il suo corso per dirigersi lontano da questa terra colpevole?

Partecipazione alla Passione di Cristo.

Rassereniamoci. Il Figlio di Dio e di Maria non ci può aver abbandonati, perché il Verbo s’è fatto carne per abitare in mezzo a noi. Gli è riservata una gloria più grande di quella di nascere fra i cori angelici, e noi ne avremo parte; ma la comprerà a prezzo di mille patimenti e con la più crudele e più ignominiosa delle morti. Se, dunque, vogliamo partecipare al trionfo della sua Risurrezione, dobbiamo prima seguirlo nella via dolorosa bagnata dalle sue lacrime e dal suo sangue. – Fra poco si farà sentire la voce della Chiesa per invitarci alla penitenza quaresimale; ma in preparazione a questo penoso battesimo, vuole che per tre settimane ci soffermiamo a sondare la profondità delle piaghe fatte alle nostre anime dal peccato. È vero, niente uguaglia il fascino e la dolcezza del Bambino di Betlem; ma non ci bastano più le sue lezioni d’umiltà e semplicità. Sta per essere eretto l’altare, dove sarà immolata da una tremenda giustizia la grande vittima che morirà per noi, ed è quindi tempo che ci chiediamo conto delle obbligazioni che abbiamo con Colui ch’è pronto a sacrificare l’innocente in luogo dei colpevoli.

Opera di purificazione.

Il mistero d’un Dio che si degna incarnarsi per gli uomini ci ha aperto i sentieri della Via illuminativa ; ma i nostri occhi sono invitati a contemplare una luce più viva. Non si turbi il nostro cuore: la bellezza della Natività sarà superata dalla grande vittoria dell’Emmanuele. Ma se il nostro occhio è ansioso di mirare il suo splendore, si deve prima purificare, immergendosi senza debolezza nel profondo abisso della sua miseria. A nessuno sarà negato il lume divino per compiere quest’opera di purificazione e di giustizia. Quando giungeremo a ben conoscere noi stessi ed a renderci conto della profonda caduta originale e della malizia dei peccati attuali, a comprendere, nella luce di Dio, la sua immensa misericordia per noi, allora soltanto saremo preparati alle salutari espiazioni che ci attendono ed alle gioie ineffabili che le seguiranno.

Il pianto dell’esilio.

Poiché tale tempo è consacrato ai più gravi pensieri, non sappiamoesprimere meglio i sentimenti che la Chiesa attende dal cristiano che traducendo un brano dell’eloquente esortazione, che nel secolo IX indirizzava il grande Ivo di Chartres al suo popolo, all’aprirsi della Settuagesima. « Lo disse l’Apostolo: Tutte le creature sospirano e sono nei dolori del parto. E non esse soltanto, ma anche noi che dobbiamo le primizie dello spirito, anche noi sospiriamo dentro noi stessi, aspettando l’adozione dei figli di Dio e la redenzione del nostro corpo (Rom. VIII, 22). Questa anelante creatura è l’anima allontanata dalla corruzione del peccato, che piange la sorte d’essere ancora soggetta a tante caducità e continuerà a soffrire i dolori della sua nascita fino a quando sarà lontana dalla patria. Per la stessa ragione il Salmista esclamava: Misero me! il mio pellegrinaggio è prolungato! (Sal. CXIX, 5). Lo stesso Apostolo, che aveva ricevuto lo Spirito Santo ed era uno dei primi membri della Chiesa, ansioso di ricevere di fatto l’adozione filiale, che già possedeva nella speranza, esclamava: “Desidero morire ed essere con Cristo” (Filip. I, 23). Perciò dobbiamoin questi giorni più che mai abbandonarci al pianto ed alle lacrime, per meritare con la tristezza ed i lamenti del nostro cuore di ritornare nella patria, dalla quale ci esiliarono le gioie che procurano la morte. Piangiamo durante il viaggio, se vogliamo gioire giunti alla mèta; percorriamo l’arena della vita presente per cogliere al termine il premio della chiamata celeste; non siamo dei viaggiatori insensati che dimenticano la propria terra e s’affezionano a quella dell’esilio, o si fermano lungo la via; neppure dobbiamo essere di quei malati insensibili che non sanno cercare il rimedio ai loro mali, perché è già spacciato chi non ha neppure coscienza della propria infermità. Corriamo dunque dal medico dell’eterna salute, a scoprirgli tutte le nostre ferite e a fargli sentire l’intimo grido dell’anima nostra: Abbi pietà di me. Signore, che son malato: ridonami la salute, perché le mie ossa sono sconquassate (Sal. VI, 3). Così questo medico divino perdonerà le nostre iniquità, ci guarirà da tutti i languori e colmerà tutti i nostri desideri per il bene ».

Vigilanza.

Il cristiano che vuole, durante questo tempo, penetrare lo spirito della Chiesa, deve bandire da sé quella falsa sicurezza, o quella propria soddisfazione che spesso alligna nelle anime molli e tiepide e non produce che sterilità, quando non porta insensibilmente alla distruzione del vero senso cristiano. Chi si crede dispensato da questa continua vigilanza, tanto raccomandata dal Salvatore (Mc. XIII, 37), è già nelle mani del nemico; chi non sente il bisogno di combattere, lottare per mantenersi saldo nella via del bene deve temere d’essere molto lontano dal Regno di Dio, che si conquista con la forza (Mt. XI-12); chi dimentica i peccati perdonati dalla misericordia divina, deve tremare al pensiero che d’ora in poi sarà lo zimbello d’una pericolosa illusione (Eccli. V, 5). Diamo dunque gloria a Dio in questi giorni, consacrandoci alla coraggiosa contemplazione delle nostre miserie, ed attingendo nella conoscenza di noi stessi sempre nuovi motivi di sperare in Colui, che mai debolezze ed errori impedirono d’abbassarsi fino a noi per innalzarci fino a Lui.

Calendario liturgico cattolico di FEBBRAIO

Febbraio è il mese che la Chiesa dedica alla Santissima Trinità

 

Il mistero della sempre adorabile Trinità è il fondamento della religione cristiana, e deve essere fermamente creduto e assentito, anche se è incomprensibile per la ragione umana.  Ciò che la Chiesa cristiana ci insegna, per quanto riguarda questo mistero, in poche parole, è questo: C’è solo un supremo eterno Dio, Creatore del cielo e della terra, in tre Persone divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, realmente distinte una dall’altra; Il Padre non è il Figlio, né è lo Spirito Santo; né è il Figlio il Padre, o lo Spirito Santo; né lo Spirito Santo, è il Padre e il Figlio.  Il Padre è da nessun altro: il Figlio è nato dal Padre da tutta l’eternità, ed è uguale a Lui per potere e maestà, della stessa natura e la stessa sostanza: lo Spirito Santo procede dal Padre e Figlio da tutta l’eternità, è uguale a Loro in potenza e grandezza, della stessa Loro natura e sostanza. Di modo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono l’Uno, supremo, eterno Essere; e di conseguenza, il Padre è Dio, il Figlio è Dio, e lo Spirito Santo è Dio, sono un Dio unico anche nell’essere lodato, adorato, venerato per sempre. – Dobbiamo quindi in questo mese Chiedere a Dio Onnipotente di preservare in questa fede, che continua ad insegnarci di sottomettere la nostra ragione alla rivelazione.  Cerchiamo di offrire le nostre preghiere per gli uomini infelici, che, avendo una ragione debole nella comprensione di tutta la verità, empiamente smentiscono l’Onnipotente, e rifiutano di credere a ciò che Dio ci insegna (attraverso la Chiesa) e ci rivela per quanto Lo riguarda. – Il famoso Credo basato sulla dottrina trinitaria è il Credo di Atanasio. Esso è pure focalizzato sulla cristologia.  Il nome latino del credo, “Quicunque Vult”, è tratto dalle parole di apertura, “chi vuole”.  Questo credo dichiara esplicitamente l’uguaglianza delle tre Persone della Trinità.

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

(Simbolo Atanasiano) [Chiunque vuol esser salvo, * prima di tutto bisogna che abbracci la fede cattolica. Fede, che se ognuno non conserverà integra e inviolata, * senza dubbio sarà dannato in eterno. La fede cattolica consiste in questo: * che si veneri, cioè, un Dio solo nella Trinità [di Persone] e un Dio trino nell’unità [di natura]. Senza però confonderne le persone, * né separarne la sostanza. Giacché altra è la persona del Padre, altra quella del Figlio, * altra quella dello Spirito Santo; Ma del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo unica è la divinità, * eguale , la gloria, coeterna la maestà. Quale è il Padre, tale il Figlio, * e tale lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato il Figlio, * increato lo Spirito Santo. Immenso è il Padre, immenso il Figlio, * immenso lo Spirito Santo. Eterno è il Padre, eterno il Figlio, * eterno lo Spirito Santo. Pur tuttavia non vi sono tre [esseri] eterni, * ma uno solo è l’eterno. E parimenti non ci sono tre esseri increati, né tre immensi, * ma uno solo l’increato, uno solo l’immenso. Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, * onnipotente lo Spirito Santo. E tuttavia non ci sono tre [esseri] onnipotenti, * ma uno solo è l’onnipotente. Così il Padre è Dio, il Figlio è Dio, * lo Spirito Santo è Dio. E tuttavia non vi sono tre Dèi, * ma un Dio solo. Così il Padre è Signore, il Figlio è Signore, * lo Spirito Santo è Signore. Però non vi sono tre Signori, * ma un Signore solo. Infatti, come la fede cristiana ci obbliga a professare quale Dio e Signore separatamente ciascuna Persona; * così la religione cattolica ci proibisce dì dire che ci sono tre Dèi o tre Signori. Il Padre non è stato fatto da alcuno, * né creato e neppure generato. Il Figlio è dal solo Padre; * non è stato fatto, né creato, ma generato. Dal Padre e dal Figlio è lo Spirito Santo, * che non è stato fatto, né creato, né generato, ma che procede. Dunque c’è un solo Padre, non tre Padri; un solo Figlio, non tre Figli; * un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi. In questa Triade niente vi è di prima o di dopo, niente di più a meno grande; * ma tutte e tre le Persone sono fra loro coeterne e coeguali. Talché, come si è detto sopra, * si deve adorare sotto ogni riguardo nella Trinità l’unità, e nella unità la Trinità. Pertanto chi si vuol salvare, * così deve pensare della Trinità. Ma per la salute eterna è necessario * che creda di cuore anche l’Incarnazione di nostro Signor Gesù Cristo. Or la vera fede consiste nel credere e professare * che il Signor nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo. È Dio, generato, sin dall’eternità, dalla sostanza del Padre, * ed è uomo, nato nel tempo, dalla sostanza d’una madre. Dio perfetto e uomo perfetto * che sussiste in un’anima razionale e in un corpo umano. È eguale al Padre secondo la divinità, * è minore del Padre secondo l’umanità. Il Figlio quantunque sia Dio e uomo, tuttavia non sono due, ma è un Cristo solo. Ed è uno non perché la divinità si è convertita nell’umanità, * ma perché Iddio s’è assunta l’umanità. Uno assolutamente, non per il confondersi di sostanza; * ma per l’unità di persona. Ché come l’uomo, anima razionale e corpo, è uno: * così il Cristo è insieme Dio e uomo. Il quale patì per la nostra salvezza, discese agli inferi, * e il terzo giorno risuscitò da morte. Salì al cielo, siede ora alla destra di Dio Padre onnipotente, * donde verrà a giudicare i vivi ed i morti. Alla cui venuta tutti gli uomini devono risorgere con i loro corpi, * e dovranno rendere conto del loro proprio operato. E chi avrà fatto opere buone avrà la vita eterna; * chi invece opere cattive subirà il fuoco eterno. Questa è la fede cattolica, * fede che se ciascuno non avrà fedelmente e fermamente creduto non si potrà salvare.]

Qui di seguito elencate sono le feste che cadono in questo mese:

1 ° febbraio: San Ignazio Vescovo e Martire, Doppio.

2 febbraio: Purificazione della Beata Vergine Maria / giorno della Candelora, doppio della Classe II.

3 febbraio: PRIMO VENERDI / Commemorazione di San Biagio Vescovo e Martire

4 febbraio: PRIMO SABATO / S. Andrea Corsini Vescovo e Confessore, doppio.

5 febbraio: V Domenica dopo l’Epifania, doppio. Festa della Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria

6 febbraio: S. Tito Vescovo e Confessore, doppio; Commemorazione di Santa Dorotea Vergine Martire.

7 febbraio: San Romualdo Abate, doppio.

8 febbraio: San Giovanni di Matha Confessore, doppio.

9 febbraio: San Cirillo vescovo di Alessandria, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio; Commemorazione di S. Apollonia Vergine Martire.

10 febbraio: Santa Scolastica Virgine, doppio.

11 febbraio: Apparizione della Beata Vergine Maria Immacolata (a Lourdes), doppio Maggiore.

(INIZIA LA PRE- Quaresima – Carnevale)

12 febbraio: Domenica di Settuagesima, doppio.

14 febbraio: Commemorazione di San Valentino sacerdote e martire

15 Febbruaio: Commemorazione dei Ss. Faustino e Giovita martiri

18 febbraio: Commemorazione di San Simeone Vescovo e Martire.

19 febbraio: Domenica di Sessagesima, doppio.

22 febbraio: Cattedra di San Pietro ad Antiochia, Gran doppio; Commemorazione di S. Paolo.

23 febbraio: San Pier Damiani Confessore, doppio.

24 febbraio: S. Mattia Apostolo, doppio della Classe II.

26 febbraio: Domenica Grassa / Domenica di Quinquagesima, doppio.

27 febbraio: Lunedi grasso / San Gabriele dell’Addolorata, doppio.

28 febbraio: Martedì Grasso

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo; Come era nel principio, e ora e sempre sarà, nei secoli dei secoli senza fine. Amen.

 

In preparazione all’EPIFANIA

“Orietur stella ex Jacob, et consurget virga de Israel”

[UNA STELLA sorgerà da Giacobbe; uno scettro spunterà da Israele]

stella-dei-magi

EPIFANIA DI NOSTRO SIGNORE

[Dom. Guéranger. L’anno liturgico, vol. I]

Il nome della festa.

La festa dell’Epifania è la continuazione del mistero di Natale; ma si presenta, sul Ciclo cristiano, con una sua propria grandezza. – Il nome, che significa Manifestazione, indica abbastanza chiaramente che essa è destinata ad onorare l’apparizione di Dio in mezzo agli uomini. – Questo giorno, infatti, fu consacrato per parecchi secoli a festeggiare la Nascita del Salvatore; e quando i decreti della Santa Sede obbligarono tutte le Chiese a celebrare, insieme con Roma, il mistero della Natività il 25 dicembre, il 6 gennaio non fu completamente privato della sua antica gloria. Gli rimase il Nome di Epifania con la gloriosa memoria del Battesimo di Gesù Cristo, di cui la tradizione ha fissato a questo giorno l’anniversario. – La Chiesa Greca dà a questa Festa il venerabile e misterioso nome di Teofania, celebre nell’antichità per significare un’Apparizione divina. Ne parlano Eusebio, san Gregorio Nazianzeno, sant’Isidoro di Pelusio, e, nella Chiesa Greca, è il titolo proprio di questa ricorrenza liturgica. – Gli Orientali chiamano ancora questa solennità i santi Lumi, a motivo del Battesimo che si conferiva un tempo in questo giorno in memoria del Battesimo di Gesù Cristo nel Giordano. È noto come il Battesimo sia chiamato dai Padri illuminazione, e quelli che l’hanno ricevuto “illuminati”[oggi “illuminati” si definiscono gli appartenenti ad una setta dell’alta massoneria! –ndr.-] – Infine, noi chiamiamo comunemente, in Francia, tale festa la Festa dei Re, in ricordo dei Magi la cui venuta a Betlemme è celebrata oggi in modo particolare. – L’Epifania condivide con le Feste di Natale, di Pasqua, della Ascensione e di Pentecoste, l’onore di essere qualificata con il titolo di giorno santissimo, nel Canone della Messa; e viene elencata fra le feste cardinali, cioè fra le solennità sulle quali si basa l’economia dell’Anno liturgico. Una serie di sei domeniche prende nome da essa, come altre serie di domeniche si presentano sotto il titolo di Domeniche dopo Pasqua, Domeniche dopo la Pentecoste. – Il giorno dell’Epifania del Signore è dunque veramente un gran giorno; e la letizia nella quale ci ha immersi la Natività del divino Bambino deve effondersi nuovamente in questa solennità. Infatti, questo secondo irradiamento della Festa di Natale ci mostra la gloria del Verbo incarnato in un nuovo splendore; e senza farci perdere di vista le bellezze ineffabili del divino Bambino, manifesta in tutta la luce della sua divinità il Salvatore che ci è apparso nel suo amore. Non sono più soltanto pastori che son chiamati dagli Angeli a riconoscere il verbo fatto carne, ma è il genere umano, è tutta la natura che la voce di Dio stesso chiama ad adorarlo e ad ascoltarlo.

I misteri della festa.

Nei misteri della divina Epifania, tre raggi del sole di giustizia scendono fino a noi. Questo sesto giorno di gennaio, nel ciclo della Roma pagana, fu assegnato alla celebrazione del triplice trionfo d’Augusto, autore e pacificatore dell’Impero; ma quando il nostro pacifico Re, il cui impero è eterno e senza confini, ebbe deciso, con il sangue dei suoi martiri, la vittoria della propria Chiesa, questa Chiesa giudicò, nella sapienza del cielo che l’assiste, che un triplice trionfo dell’Imperatore immortale dovesse sostituire, nel rinnovato Ciclo, i tre trionfi del figlio adottivo di Cesare. Il 6 gennaio restituì dunque al venticinque dicembre la memoria della Nascita del Figlio di Dio; ma in cambio tre manifestazioni della gloria di Cristo vennero ad adunarsi in una stessa Epifania: il mistero dei Magi venuti dall’Oriente sotto la guida della Stella per onorare la divina Regalità del Bambino di Betlemme; il mistero del Battesimo di Cristo proclamato Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla voce stessa del Padre celeste; e infine il mistero della potenza divina di quello stesso Cristo che trasforma l’acqua in vino al simbolico banchetto delle Nozze di Cana. – Il giorno consacrato alla memoria di questi tre prodigi è insieme l’anniversario del loro compimento? È una questione discussa. Ma basta ai figli della Chiesa che la loro Madre abbia fissato la memoria di queste tre manifestazioni nella Festa di oggi, perché i loro cuori applaudano i trionfi del divin Figlio di Maria. Se consideriamo ora nei particolari il multiforme oggetto della solennità, notiamo innanzi tutto che l’adorazione dei Magi è il mistero che la santa Romana Chiesa onora oggi con maggior compiacenza. – A celebrarlo è impiegata la maggior parte dei canti dell’Ufficio e della Messa, e i due grandi Dottori della Sede Apostolica, san Leone e san Gregorio, sembra che abbiano voluto insistervi quasi unicamente, nelle loro Omelie sulla festa, benché confessino con sant’Agostino, san Paolino di Nola, san Massimo di Torino, san Pier Crisologo, sant’Ilario di Arles e sant’Isidoro di Siviglia, la triplicità del mistero dell’Epifania. La ragione della preferenza della Chiesa Romana per il mistero della Vocazione dei Gentili deriva dal fatto che questo grande mistero è sommamente glorioso a Roma che, da capitale della gentilità quale era stata fino allora, è diventata la capitale della Chiesa cristiana e dell’umanità, per la vocazione celeste che chiama oggi tutti i popoli alla mirabile luce della fede, nella persona dei Magi. – La Chiesa Greca non fa oggi menzione speciale dell’adorazione dei Magi. Essa ha unito questo mistero a quello della Nascita del Salvatore negli Uffici per il giorno di Natale. Tutte le sue lodi, nella solennità odierna, hanno per unico oggetto il Battesimo di Gesù Cristo. – Questo secondo mistero dell’Epifania è celebrato insieme con gli altri due dalla Chiesa Latina, il 6 gennaio. Se ne fa più volte menzione nell’Ufficio di oggi; ma siccome la venuta dei Magi alla culla del neonato Re attira soprattutto l’attenzione della Roma cristiana in questo giorno, è stato necessario, perché il mistero della santificazione delle acque fosse degnamente onorato, legare la sua memoria a un altro giorno. Dalla Chiesa d’Occidente è stata scelta l’Ottava dell’Epifania per onorare in modo particolare il Battesimo del Salvatore. – Essendo inoltre il terzo mistero dell’Epifania un po’ offuscato dallo splendore del primo, benché sia più volte ricordato nei canti della Festa, la sua speciale celebrazione è stata ugualmente rimessa a un altro giorno, e cioè alla seconda Domenica dopo l’Epifania. Alcune Chiese hanno associato al mistero del cambiamento dell’acqua in vino quello della moltiplicazione dei pani, che ha infatti parecchie analogie con il primo, e nel quale il Salvatore manifestò ugualmente la sua potenza divina; ma la Chiesa Romana tollerando tale usanza nel rito Ambrosiano e in quello Mozarabico, non l’ha mai accolta, per non venir meno al numero di tre che deve segnare nel Ciclo i trionfi di Cristo il 6 gennaio, e anche perché san Giovanni ci dice nel suo Vangelo che il miracolo della moltiplicazione dei pani ebbe luogo nella prossimità della Festa di Pasqua, il che non potrebbe attribuirsi in alcun modo al periodo dell’anno nel quale si celebra l’Epifania. – Diamoci dunque completamente alla letizia di questo bel giorno e nella Festa della Teofania, dei santi Lumi, dei Re Magi, consideriamo con amore la luce abbagliante del nostro divino Sole che sale a passi da gigante, come dice il Salmista (Sal. XVIII, 18) e che riversa su di noi i fasci d’una luce tanto dolce quanto splendente. Ormai i pastori accorsi alla voce dell’Angelo hanno visto accrescere la loro schiera fedele; il Protomartire, il Discepolo prediletto, la bianca coorte degli Innocenti, il glorioso san Tommaso, Silvestro, il Patriarca della Pace, non sono più soli a vegliare sulla culla dell’Emmanuele; le loro file si aprono per lasciar passare i Re dell’Oriente, portatori dei voti e delle adorazioni di tutta l’umanità. L’umile stalla è diventata troppo stretta per un simile afflusso di persone; e Betlemme appare vasta come il mondo. Maria, il Trono della divina Sapienza, accoglie tutti i membri di quella corte con il suo grazioso sorriso di Madre e di Regina; presenta il Figlio alle adorazioni della terra e alle compiacenze del cielo. Dio si manifesta agli uomini, perché è grande, ma si manifesta attraverso Maria, perché è misericordioso.

Ricordi storici.

Nei primi secoli della Chiesa troviamo due avvenimenti notevoli che hanno illustrato il grande giorno che ci raduna ai piedi del Re pacifico. Il 6 gennaio del 361, l’imperatore Giuliano già apostata nel cuore, alla vigilia di salire sul trono imperiale, che presto la morte di Costanzo avrebbe lasciato vacante, si trovava a Vienne nelle Gallie. Aveva ancora bisogno dell’appoggio di quella Chiesa cristiana nella quale si diceva perfino che avesse ricevuto il grado di Lettore, e che tuttavia si preparava ad attaccare con tutta l’astuzia e tutta la ferocia della tigre. Nuovo Erode, artificioso come il primo, volle inoltre, in questo giorno dell’Epifania, andare ad adorare il Neonato Re. Nella relazione del suo panegirista Ammieno Marcellino, si vede il filosofo incoronato uscire dall’empio santuario dove consultava segretamente gli aruspici, avanzare quindi sotto i portici della Chiesa e in mezzo all’assemblea dei fedeli offrire al Dio dei cristiani un omaggio tanto solenne quanto sacrilego. – Undici anni dopo, nel 372, anche un altro Imperatore penetrava nella chiesa, sempre nel giorno dell’Epifania. Era Valente, cristiano per il Battesimo come Giuliano, ma persecutore, in nome dell’Arianesimo, di quella stessa Chiesa che Giuliano perseguitava in nome dei suoi dèi impotenti e della sua sterile filosofia. La libertà evangelica d’un santo Vescovo abbatté Valente ai piedi di Cristo Re nello stesso giorno in cui la politica aveva costretto Giuliano ad inchinarsi davanti alla divinità del Galileo. – San Basilio usciva allora allora dal suo celebre colloquio con il prefetto Modesto, nel quale aveva vinto tutta la forza del secolo con la libertà della sua anima episcopale. Valente giunse a Cesarea con l’empietà ariana nel cuore, e si reca alla basilica dove il Pontefice celebrava con il popolo la gloriosa Teofania. « Ma – come dice eloquentemente san Gregorio Nazianzeno – l’Imperatore ha appena varcato la soglia del sacro tempio, che il canto dei salmi risuona al suo orecchio come un tuono. Egli contempla sbalordito la moltitudine del popolo fedele simile ad un mare. » L’ordine, e la bellezza del santuario risplendono ai suoi occhi con una maestà più angelica che umana. Ma ciò che lo colpisce più di tutto, è l’Arcivescovo ritto davanti al suo popolo, con il corpo, gli occhi e la mente raccolti come se nulla di nuovo fosse accaduto, e tutto intento a Dio e all’altare. Valente osserva anche i ministri sacri, immobili nel raccoglimento, pieni del sacro terrore dei Misteri. – Mai l’Imperatore aveva assistito a uno spettacolo così sublime. La sua vista si oscura, il capo gli gira, e la sua anima è presa dallo sbigottimento e dall’orrore ». – Il Re dei secoli. Figlio di Dio e Figlio di Maria, aveva vinto. Valente sentì svanire i suoi progetti di violenza contro il santo Vescovo, e se in quel momento non adorò il Verbo consustanziale al Padre, confuse almeno i suoi omaggi esteriori a quelli del gregge di Basilio. Al momento dell’offertorio, avanzò verso la balaustra, e presentò i suoi doni a Cristo nella persona del suo Pontefice. Il timore che Basilio non lo volesse ricevere agitava con tanta violenza il principe che la mano dei ministri del santuario dovette sostenerlo perché, non cadesse, nel suo turbamento, ai piedi stessi dell’altare. – Così, in questa grande solennità, la Regalità del neonato Salvatore è stata onorata dai potenti di questo mondo che si son visti, secondo la profezia del Salmo, abbattuti e prostrati bocconi a terra ai suoi piedi (Sal. LXXI). – Ma dovevano sorgere nuove generazioni d’imperatori e di re che avrebbero piegato i ginocchi e presentato a Cristo Signore l’omaggio d’un cuore devoto e ortodosso. Teodosio, Carlo Magno, Alfredo il Grande, Stefano d’Ungheria, Edoardo il Confessore, Enrico II Imperatore, Ferdinando di Castiglia, Luigi IX di Francia tennero questo giorno in grande devozione, e furono orgogliosi di presentarsi insieme con i Re Magi ai piedi del divino Bambino e di offrirGli i loro cuori come quelli Gli avevano offerto i loro tesori. – Alla corte di Francia s’era anche conservata, fino al 1378 e oltre (come testimonia il continuatore di Guillaume de Nangis) l’usanza che il Re cristianissimo, giunto all’offertorio, presentasse dell’oro, dell’incenso e della mirra come un tributo all’Emmanuele.

Usanze.

Ma questa rappresentazione dei tre mistici doni dei Magi non era in uso solo nella corte dei re. Nel medioevo, anche la pietà dei fedeli presentava al Sacerdote, perché lo benedicesse, nella festa dell’Epifania, dell’oro, dell’incenso e della mirra; e si conservavano in onore dei tre Re quei commoventi segni della loro devozione verso il Figlio di Maria, come un pegno di benedizione per le case e per le famiglie. Tale usanza è rimasta ancora in alcune diocesi della Germania. – Più a lungo è durata un’altra usanza, ispirata anch’essa dall’età di fede. Per onorare la regalità dei Magi venuti dall’Oriente verso il Bambino di Betlemme, si eleggeva a sorte, in ogni famiglia, un Re per la festa dell’Epifania. In un banchetto animato da una santa letizia, e che ricordava quello delle nozze di Galilea, si rompeva una focaccia di cui una parte serviva a designare l’invitato al quale era attribuita quella momentanea regalità. Due porzioni della focaccia erano prese per essere offerte al Bambino Gesù e a Maria, nella persona dei poveri che godevano anch’essi in quel giorno del trionfo del Re umile e povero. Le gioie della famiglia si confondevano con quelle della religione; i legami della natura, dell’amicizia, della vicinanza si rinforzavano attorno alla tavola dei Re; e se la debolezza poteva apparire qualche volta nell’abbandono di un banchetto, l’idea cristiana non era lontana e splendeva in fondo ai cuori. – Beate ancor oggi le famiglie nel cui seno si celebra con cristiana pietà la festa dei Re! Per troppo tempo un falso zelo ha trovato da ridire contro queste semplici usanze nelle quali la gravità dei pensieri della fede si univa alle effusioni della vita domestica. – Si faceva guerra a queste tradizioni della famiglia con il pretesto del pericolo dell’intemperanza, come se un banchetto privo di ogni linea religiosa fosse meno soggetto agli eccessi. Con uno spirito di ricerca alquanto difficile a giustificarsi, si è giunti fino a pretendere che la focaccia dell’Epifania e la innocente regalità che l’accompagnava non fossero altro che un’imitazione dei Saturnali pagani, come se fosse la prima volta che le antiche feste pagane avessero dovuto subire una trasformazione cristiana. Il risultato di sì imprudenti conclusioni doveva essere ed è stato, infatti, su questo punto come su tanti altri, di isolare dalla Chiesa i costumi della famiglia, di espellere dalle nostre tradizioni una manifestazione religiosa, di favorire quella che è chiamata la secolarizzazione della società. – Ma torniamo a contemplare il trionfo del regale Bambino la cui gloria risplende in questo giorno con tanta luce. La santa Chiesa ci inizierà essa stessa ai misteri che dobbiamo celebrare. Rivestiamoci della fede e dell’obbedienza dei Magi; adoriamo, con il Precursore, il divino Agnello al di sopra del quale si aprono i cieli; prendiamo posto al mistico banchetto di Cana, presieduto dal nostro Re tre volte manifestato, e tre volte glorioso. Ma, nei due ultimi prodigi, non perdiamo di vista il Bambino di Betlemme, e nel Bambino di Betlemme non cessiamo inoltre di vedere il gran Dio del Giordano, e il padrone degli elementi.

SULLA FESTA DELL’EPIFANIA.

[da Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ed. Milano 1888]

ISTRUZIONE.

Epifania è una parola greca che significa Manifestazione. Con questo nome fu chiamata la festa che si celebra 13 giorni dopo il Natale, perché dopo la prima manifestazione del Signore ai pastori dei dintorni di Betlem nella notte della sua Natività, ci ricorda tre altre principali circostanze in cui Gesù Cristo si è fatto conoscere agli uomini come il promesso Messia, cioè ai Gentili, nell’adorazione dei Magi chiamati e condotti per mezzo d’una stella prodigiosa alla capanna di Betlemme; ai Giudei nel suo Battesimo per mezzo dello Spirito Santo apparso sopra di Lui in forma di Colomba e del divin Padre che sul Tabor, disse a voce chiarissima: Questo è il mio Figlio nel quale io mi sono compiaciuto, ai Discepoli, nelle nozze di Cana col cangiamento miracoloso dell’acqua in vino. Nel rito Ambrosiano si aggiunge una quarta manifestazione, ed è quella fatta a tutte le turbe quando Gesù Cristo moltiplicando pochi pani, che avevano i suoi discepoli, saziò più di 5 mila persone che da tre giorni Lo seguitavano, e c’era pericolo che svenissero per la fame ritornando digiuni alle loro case. – Comunemente si tien per certo che i Magi giungessero al Presepio nel giorno 6 di Gennaio; e che al sei di Gennaio trenta anni dopo accadesse anche i l Battesimo del Signore. – Ma il cangiamento dell’acqua in vino si crede avvenuto verso la fine di Febbraio nell’anno stesso del Battesimo. – Tuttavia la Chiesa stimò conveniente il ricordare con una sola festa solenne tutti questi meravigliosi avvenimenti! – Vuolsi che questa festa abbia cominciato ad essere celebrata fino dai tempi apostolici, perché ne parlano nelle loro opere i Padri più antichi. Siccome però lo scopo primario di questa festa è di celebrare la manifestazione di Cristo ai Gentili, cioè la lor vocazione alla fede nella persona dei Santi Magi, su di questo fatto particolarmente terremo qualche discorso. – La stella che apparve ai Magi era profetizzata nel capo XXIV del libro dei Numeri in quelle parole dette da Balaam: “ da Giacobbe nascerà una stella, e da Israele spunterà uno scettro”. “Orietur stella ex Jacob, et consurget virga de Israel”. Essa apparve subito dopo la nascita del divin infante, come osserva il cardinal Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, nelle sue annotazioni sopra le feste deducendole dalle Parole dette dai Magi in Gerusalemme. Dov’è il nato Re de’ Giudei, imperocchè abbiam veduto la sua stella nell’Oriente, e siamo venuti ad adorarlo “Ubi est qui natus est Rex Judæorum? Vidimus enim stellam ejus in Oriente et venimus adorare eum” (Matteo II, 2). Infatti se avessero creduto che la stella fosse segnale della nascita vicina anziché già avvenuta, avrebbero detto: “Ov’e che deve nascere il Re de’ Giudei”, e non già “Dov’è che Egli si trova il nato Re de’ Giudei?” – In qual natura poi fosse quella stella, varii sono i pareri: secondo il Cardinal Lambertini, la più vera opinione si è che la stella fosse una Meteora formata da un Angelo, tutta piena di luce così viva da non confondersi con alcun’altra, in figura di stella e mossa dall’Angelo stesso da Oriente verso Occidente nella media regione dell’aria, a somiglianza della colonna di fuoco che condusse il popolo Ebreo nel deserto; oppure una stella creata di nuovo, non nel cielo ma nell’aria a poca distanza dalla terra che muovevasi come Dio voleva. – Matteo non dice dei Magi né quanti fossero, né come si chiamassero, ma la tradizione più antica vuole che fossero tre: e secondo l’asserzione del Venerabile Beda, scrittore del secolo ottavo, essi erano anche prima de’ suoi tempi conosciuti sotto i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Si ritiene pure comunemente che essi fossero Re cioè Signori di qualche territorio, sebbene non molto esteso, ove alla cura del governo dei loro sudditi, univano l ‘amore allo studio, perciò chiamati con voce persiana Magi, che significa uomini eruditi nella Filosofia e nella Astrologia. – Essi vennero dall’Arabia Felice che, rispetto alla Giudea, è regione Orientale. E che di là venissero, Io prova la qualità dei doni che seco recarono per presentarli al nuovo Re dei Giudei. Per venirvi si servirono di Dromedari così veloci al corso da fare non meno di 120 miglia al giorno. Onde i Magi agevolmente poterono compiere il lungo viaggio fino a Betlemme in soli 13 giorni, cioè dal 25 Dicembre al 6 Gennaio. Qui trovarono il Bambino Gesù con Maria nel Presepio, come lo attesta S. Girolamo praticissimo dei Luoghi Santi, nella sua lettera 44 a Marcella, e lo conferma la Chiesa nell’antifona di questo giorno. Vedere il Divino Infante, e adorarLo, prostrati colla fronte per terra, fu per loro la medesima cosa, indi Gli offrirono in dono, Oro, Incenso e Mirra per denotare in Gesù Cristo la Divinità, la Dignità Reale, e la Umanità, convenendo l’Incenso a Dio, l’Oro ad un Re, e la Mirra ad un uomo mortale il cui corpo dopo morte dovevasi imbalsamare. – Qual vita menassero essi dopo il ritorno alla loro patria non si sa con certezza; ma il culto che loro presta la Chiesa ci prova fuor d’ogni dubbio che essi professarono costantemente la Religione Cristiana e morirono così santamente da meritarsi la pubblica venerazione. Quindi niente è più probabile di ciò che si asserisce da più autori, che essi siano stati pienamente istruiti nella Fede dall’Apostolo S. Tommaso, e da battezzati ed ordinati Vescovi delle loro patrie ove cooperarono con gran fervore alla dilatazione del Cristianesimo. – I santi corpi dalla città di Serva nell’Arabia, ov’erano stati sepolti, vennero, per ordine di Costantino Magno, trasportati in Costantinopoli e poi donati ad Eustorgio governatore di Milano, che fu poi fatto vescovo di questa città, e da lui collocati nella Chiesa che dal nome di questo santo vescovo fu detta Eustorgiana, mentre pel sacro deposito dei santi Magi si chiamava prima la Basilica dei Re. Ivi stettero i sacri corpi fino all’anno 1162 in cui l’imperatore Federico Barbarossa, impadronitosi di Milano, li levò dal loro marmoreo sepolcro, che è vasto come una piccola camera, e li diede in dono a Rainoldo Arcivescovo di Colonia, nella qual città furono trasferiti il 23 Luglio 1164; il che vien confermato”‘ dalla festa che ogni anno si celebra nella città di Colonia in detto giorno per solennizzare la detta Traslazione, come all’11 di Gennaio si solennizza la memoria della preziosa loro morte. – Nella Diocesi di Milano esistono ancora i tre diti anulari dei Santi Magi, riposti in un bel Reliquiario d’argento di lavoro antico. Essi erano nell’Altare di S. Ambrogio, oratorio sotto la parrocchia di Brugherio presso Monza. Quando l’Arcivescovo cardinale Federico Borromeo nel 1611 vi fece la visita, li riconobbe per reliquie autentiche, e li trasferì nella parrocchia dove sono tuttora in molta venerazione. La tradizione dice, che santa Marcellina abbia fondato ed abitato quel monastero, e che da suo fratello S. Ambrogio, abbia avuto in dono questi tre dita.

La tua luce è venuta, o Gerusalemme, e la gloria del Signore brilla sopra di te, e le genti cammineranno dalla tua luce.

Ai SANTI MAGI

Per la Novena, la Festa e l’Ottava dell’Epifania

I. O santi Magi, che viveste in continua aspettazione della stella di Giacobbe, la quale doveva annunziare la nascita del vero sole di Giustizia, otteneteci la grazia di vivere sempre nella speranza di vedere spuntato sopra di noi il giorno della verità, la beatitudine del Paradiso. Gloria.

II. O Santi Magi, che al primo brillar della stella miracolosa abbandonaste i patrii paesi, per andar tosto in cerca del neonato re dei Giudei, otteneteci la grazia di corrispondere, come voi, prontamente a tutte le divine ispirazioni. Gloria.

III. O Santi Magi, che non temeste i rigori delle stagioni e gli incomodi dei viaggi per giungere e ritrovare il nato Messia, otteneteci la grazia di non sgomentarci giammai per le difficoltà che si incontrano nella via della salute. Gloria.

IV. O Santi Magi, che abbandonati dalla stella nella città di Gerusalemme, ricorreste umilmente e senza umano rispetto a chi poteva darvi certa notizia sul luogo ove si trovava l’oggetto delle vostre ricerche, otteneteci la grazia che in tutti i dubbi, in tutte le perplessità noi ricorriamo umilmente e fedelmente ci atteniamo al consiglio dei nostri superiori, che rappresentano sulla terra la stessa Persona di Dio. Gloria.

V. O Santi Magi, che, contro ogni vostra aspettazione, foste di nuovo consolati dalla stella ricomparsa a servirvi di guida; otteneteci dal Signore la grazia che, rimanendo a Lui fedeli in tutte le afflizioni, meritiamo di essere consolati dalla sua grazia, nel tempo, e dalla sua gloria nell’eternità. Gloria,

VI. O santi Magi, che, entrati pieni di fede nella stalla di Betlemme, prostesi a terra, adoraste il nato Re dei Giudei, quantunque non fosso circondato che da indizi di povertà e di debolezza, otteneteci dal Signore la grazia di ravvivar sempre la nostra fede quando entriamo nella sua casa, alfine di dimorarvi con quel rispetto, che è dovuto alla grandezza della sua maestà. Gloria.

VII. O santi Magi, che offrendo a Gesù Cristo, Oro, Incenso e Mirra, Lo riconosceste concordemente come Re, come Dio e come Uomo, otteneteci dal Signore la grazia che non ci presentiamo mai colle mani vuote davanti a Lui e Gli offriamo anzi continuamente l’Oro della carità, l’Incenso dell’adorazione, la Mirra della penitenza, giacché senza questa virtù è impossibile incontrare il suo gradimento. Gloria.

VIII. O santi Magi, che, avvisati da un angelo di non ritornare da Erode, vi avviaste subito per altra strada alla vostra patria, otteneteci dal Signore la grazia che, dopo esserci con Lui riconciliati nei santi Sacramenti, viviamo lontani da tutto quello che potrebbe esserci occasione di nuovi peccati. Gloria.

IX. O santi Magi, che, chiamati per i primi fra i Gentili alla cognizione di Gesù Cristo, perseveraste fino alla morte nella professione di sua fede, otteneteci dal Signore la grazia di viver sempre in conformità alle promesse da Lui fatte nel santo Battesimo, di rinunciare cioè costantemente al Mondo ed alle sue pompe, alla Carne ed alle sue lusinghe, al demonio e alla sue suggestioni, affine di meritarci come voi la visione beatifica di quel Dio che forma qui in terra l’oggetto di nostra fede. Gloria.

ORAZIONE.

“Deus, qui hodierna die Unigenitum tuum Gentìbus, stella duce revelasti, concede propitius; ut qui jam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam speciem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem Dominum etc.”

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– A GESÙ ADORATO DAI MAGI-

I Magi prostrati ai vostri piedi, o mio Salvatore, sono le primizie della Gentilità. Vi ringrazio mille volte della loro vocazione; essa fu pegno della mia; ma sono io poi altrettanto fedele a corrispondervi quanto lo furono questi primi apostoli della Religione, miei veri modelli, miei colleghi nella fede? Ah! Signore, risuscitate in me lo spirito di quella preziosissima grazia la cui memoria mi vien richiamata nell’adorazione dei Magi, di quella grazia inestimabile di cui già mi favoriste con una predilezione speciale, e che troppo sovente ho meritato di perdere dopo di averla ricevuta. La memoria della mia vocazione al Cristianesimo sia per l’avvenire, o mio Dio, il motivo della mia più viva riconoscenza, le sue massime e le obbligazioni che ella mi impone facciano tutta la regola di mia condotta per meritarmi così il diritto all’eredità dei veri credenti.        3 Gloria.

IL SS. NOME DI GESU’

2 gennaio: Il SANTISSIMO NOME DI GESÙ

 Rango: Doppio della Classe II.

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 Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha risuscitato, e Gli ha dato un NOME, che è al di sopra tutti i nomi; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega.

Gesù! Nome dato al Verbo Incarnato non dagli uomini, ma da Dio stesso. Apparve l’Angelo a San Giuseppe, e poiché egli pensava di rimandare occultamente Maria sua santissima Sposa, lo rassicura: « Giuseppe, gli disse, figlio di David, non temere di prender teco Maria la tua consorte, perché ciò che è nato in Lei è dallo Spirito Santo. Darà alla luce un figliuolo cui porrai nome Gesù, poiché sarà Lui che libererà il popolo suo dai peccati». Nacque il Bambino e otto, giorni dopo fu circonciso, e fu chiamato Gesù, cioè Messia, Salvatore. Gesù! Nome per noi d’allegrezza, nome per noi di speranza, per noi nome d’amare. – Nome d’allegrezza. Quando ci affligge la memoria dei nostri mali trascorsi, quando il rimorso si fa sentire più forte entro la nostra coscienza, quando lo spavento degli eterni castighi ci assale, il demonio vorrà precipitarci in seno alla disperazione, noi pensiamo a Gesù, il Salvatore, ed una gioia, una nuova giocondità ci conforta, ritroviamo in esso la luce, quella luce che illumina, che salva, che santifica. – Nome di speranza. Gesù stesso ci dice: « Se chiederete qualcosa al Padre in nome mio, Egli ve la darà ». O uomini, di che temete? Se la vostra miseria vi fa arrossire, se temete pei vostri peccati il Padre mio, se non osate chiedere a Lui ciò che a voi sta a cuore, fate coraggio, chiedetelo in Nome mio, poiché « se qualcosa chiederete al Padre in mio nome, ve lo darà ». Sperate adunque. Gesù, nome d’amore. Oh sì! Chi pronunciando questo dolcissimo Nome non ricorda quanto sia costata la nostra Redenzione? Chi non si commuove innanzi ad un eccesso di tanto amore? E Gesù, Dio uguale al Padre, che si sacrifica su di una croce, agonizza fra atroci tormenti, egli innocente, muore schernito e vilipeso da quelli stessi per cui dà la vita. Nome d’amore, d’infinito amore, nome che a Gesù solo compete, perché dopo aver creato viene a redimere e per redimere si è annichilito facendosi l’Uomo dei dolori, ed obbediente sino alla dura morte di croce; per la qual cosa il Padre Gli diede un nome che è sopra ogni nome : « dedit illi nomen quod est super omne nomen », a questo nome piegano la fronte gli Angeli ed i beati del Cielo, tremano al suono di questo le forze degli abissi, a questo riverenti si inchinano gli abitanti della terra. – Quel Bambino che i profeti da tanti anni preannunziarono quel Bambino di cui parlano le Scritture, quello che l’umanità da tanto tempo aspettava come un liberatore, oggi Lo conosciamo, si chiama Gesù, Salvatore; Egli è che chiuderà le porte dell’inferno ed aprirà quelle del Cielo, Egli che porterà la pace alla terra, Egli ancora che per i poveri uomini darà al Padre suo quella gloria che a Lui solo è dovuta.

PRATICA. — Non pronunciamo mai invano, o senza tutto il dovuto rispetto il nome di Gesù; invochiamoLo invece, con fede in ogni nostro bisogno.

PREGHIERA. — Gesù mio, scrivete il vostro Nome sul mio povero cuore, e sulla mia lingua, acciocché, tentato a peccare, io resista con invocarvi, tentato a disperarmi, io confidi nei vostri meriti, trovandomi tiepido in amarvi il vostro Nome m’infiammi col ricordarmi quanto Voi mi avete amato. Sia, o Signore, il vostro Nome sempre la mia speranza, la mia difesa, sempre e l’unico mio conforto, sempre la fiamma che mi terrà acceso del vostro divino amore.

[da: I Santi per ogni giorno dell’anno”. S. Paolo ed. Alba- Roma, 1933]

L’IMPOSIZIONE DEL NOME

[da: I Sermoni – S. Antonio da Padova]

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«E gli fu posto nome Gesù» (Lc II,21). Nome dolce, nome soave, nome che conforta il peccatore, nome di beata speranza. Giubilo al cuore, melodia all’orecchio, miele alla bocca. Piena di giubilo, la sposa del Cantico dei cantici dice di questo nome: «Olio sparso è il tuo nome» [Profumo olezzante è il tuo nome] (Ct I, 2). Osserva che l’olio ha cinque proprietà: galleggia sopra tutti i liquidi, rende cedevoli le cose dure, tempera quelle acerbe, illumina le oscure, sazia il corpo. Così anche il nome di Gesù, per la sua grandezza è al di sopra di tutti i nomi degli uomini e degli Angeli, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega (cf. Fil II, 10). Quando lo proclami intenerisce i cuori più duri, se lo invochi tempera le tentazioni più aspre, se lo pensi illumina il cuore, se lo leggi sazia il tuo spirito. – E fa’ attenzione che questo nome di Gesù non è detto soltanto «olio», ma olio «sparso». Da chi? E dove? Dal cuore del Padre, nel cielo, sulla terra e negli inferi. In cielo per l’esultanza degli Angeli, che perciò acclamano esultanti: «Salvezza al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap VII, 10), cioè a Gesù, che è chiamato «Salvezza, Salvatore»; sulla terra per la consolazione dei peccatori: «Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia» (Is XXVI, 8-9); negli inferi per la liberazione dei prigionieri, infatti si dice che, prostrati alle sue ginocchia, abbiano gridato: «Sei venuto finalmente, o nostro Redentore!…» (Breviario Romano, antico Ufficio dei defunti).- Riporterò brevemente ciò che scrive Innocenzo di questo nome. Questo nome di Gesù (lat. Jesus) è composto di due sillabe e di cinque lettere: tre vocali e due consonanti. Due sillabe, perché Gesù ha due nature, la divina e l’umana: la divina dal Padre, dal Quale è nato senza madre; l’umana dalla Madre, dalla quale è nato senza padre. Ecco, due sono le sillabe in quest’unico nome, perché due sono le nature in quest’unica persona. – Da notare però che la vocale è quella che ha un suono per se stessa, la consonante invece ha suono solo unita con una vocale. Quindi nelle tre vocali è simboleggiata la divinità la quale, essendo unica in se stessa, produce il suono nelle tre persone. Infatti “tre sono quelli che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e questi tre sono uno» (lGv V, 7). – Nelle due consonanti è simboleggiata l’umanità la quale, avendo due sostanze, cioè il corpo e l’anima, non ha suono per se stessa, ma solo in virtù dell’altra natura, alla quale è congiunta nell’unità della persona. «Infatti come l’anima razionale e la carne sono un solo uomo; così Dio e l’uomo sono un solo Cristo» (Simbolo atanasiano). La persona infatti è definita «una sostanza razionale a se stante», e tale è Cristo. – Cristo è Dio e anche uomo, ma per sé «suona» in quanto è Dio, e non in quanto è uomo, perché la divinità conservò il diritto di personalità assumendo l’umanità, ma l’umanità assunta non ricevette il diritto di personalità [poiché non la persona assunse la persona, né la natura assunse la natura, ma la persona assunse la natura] (Innocenzo III, papa, Sermone sulla Circoncisione). – Questo dunque è il nome santo e glorioso «che è stato invocato sopra di noi» (Ger XIV, 9), e non c’è altro nome – dice Pietro – sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (cf. At IV.12). – Per la virtù di questo nome ci salvi Dio, Gesù Cristo nostro Signore, che è benedetto sopra tutte le cose nei secoli dei secoli. Amen.

 INNO

Jesu decus angelicum,

In aure dulce canticum,

In ore mel mirificum,

In corde nectar caelicum.

Qui te gustant, esuriunt;

Qui bibunt, adhuc sitiunt;

Desiderare nesciunt,

Nisi Jesum, quem diligunt.

O Jesu mi dulcissime,

Spes suspirantis animae!

Te quaerunt piae lacrimae,

Te clamor mentis intimae.

Mane nobiscum, Domine,

Et nos illustra lumine;

Pulsa mentis caligine,

Mundum reple dulcedine.

Jesu, flos Matris Virginis,

Amor nostrae dulcedinis,

Tibi laus, honor nominis,

Regnum beatitudinis. Amen.

[Gesù, decoro degli Angeli, all’orecchio dolce cantico, alla bocca miele dolcissimo, al cuore nettar celeste. Quelli che ti gustano, hanno ancor fame; quelli che ti bevono, hanno ancor sete; desiderar non sanno, se non Gesù, che amano. O Gesù mio dolcissimo, speranza dell’anima che sospira! te cercano le pie lacrime, te il grido intimo del Cuore. Rimani con noi, o Signore, e c’illumina colla tua luce: ne fuga la caligine dell’anima, riempi il mondo della tua dolcezza. Gesù, fior della Vergine Madre, amor nostro dolcissimo, a te la lode, l’onor del nome, il regno della beatitudine. Amen.]

V. Sia benedetto il Nome del Signore. Alleluia. Alleluia.

 R. Ora, e per sempre. Alleluia. Alleluia.

OREMUS

Deus, qui unigenitum Filium tuum constituisti humani generis Salvatorem, et Jesum vocari jussisti: concede propitius; ut cujus sanctum nomen veneramur in terris, ejus quoque aspectu perfruamur in cælis.

Preghiamo [O Dio, che hai costituito Salvatore del genere umano il Figlio tuo unigenito e hai voluto che si chiamasse Gesù: concedi benigno, che, come ne veneriamo il santo nome in terra, così ne godiamo ancora la vista in cielo].

V. Adjutorium nostrum in nomine Domini. R. Qui fecit cœlum et terram.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore;

Che ha fatto cielo e terra.

MERCOLEDÌ’ DELLE QUATTRO TEMPORA

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[Dom Gueranger: l’“Anno liturgico”, vol 1]

La Chiesa pratica in questo giorno il digiuno chiamato delle Quattro Tempora, il quale si estende anche al Venerdì e al Sabato seguenti. Questa osservanza non appartiene punto all’economia dell’Avvento; essendo una delle istituzioni generali dell’Anno Ecclesiastico. Si può annoverare nei numero delle usanze che la Chiesa ha derivate dalla Sinagoga; poiché il profeta Zaccaria parla di digiuno del quarto, del quinto, del settimo e del decimo mese. L’introduzione di tale pratica nella Chiesa cristiana sembra risalire ai tempi apostolici; questa è almeno l’opinione di san Leone, di sant’Isidoro di Siviglia,, di Rabano Mauro e di parecchi altri scrittori dell’antichità cristiana: tuttavia, è da notare che gli Orientali non osservano tale digiuno. – Fin dai primi secoli, le Quattro Tempora sono state fissate, nella Chiesa Romana, alle epoche in cui si osservano ancora attualmente; e se si trovano parecchie testimonianze dei tempi antichi nelle quali si parla di Tre Tempora e non di Quattro, è perché le Tempora di primavera, cadendo sempre nel corso della prima Settimana di Quaresima, non aggiungono nulla alle osservanze della Quarantena già consacrata a un’astinenza e a un digiuno più rigorosi di quelli che si praticano in qualsiasi altro tempo dell’Anno. –

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Le intenzioni del digiuno delle Quattro Tempora sono nella Chiesa le stesse che nella Sinagoga: consacrare cioè, mediante la penitenza, ciascuna delle stagioni dell’anno. Le Tempora dell’Avvento sono conosciute, nell’antichità ecclesiastica, sotto il nome di Digiuno del decimo mese; e san Leone ci riferisce, in uno dei Sermoni che ci ha lasciati su tale giorno e di cui la Chiesa ha posto un frammento nel secondo Notturno della terza Domenica di Avvento, che questo periodo è stato scelto per una manifestazione speciale della penitenza cristiana, poiché, essendo allora terminata la raccolta dei frutti della terra, é giusto che i cristiani mostrino al Signore la loro riconoscenza con un sacrificio di astinenza, rendendosi tanto più degni di accostarsi a Dio, quanto più sapranno dominare l’attrattiva delle creature; «poiché – aggiunge il santo Dottore – il digiuno è sempre stato l’alimento della virtù. Esso è la fonte di pensieri casti, di risoluzioni sapienti, di consigli salutari. Mediante la mortificazione volontaria, la carne muore ai desideri della concupiscenza, lo spirito si rinnova nella virtù. Ma poiché il digiuno non ci basta per acquistare la salvezza delle nostre anime, suppliamo al resto con opere di misericordia verso i poveri. Facciamo servire alla virtù quello che togliamo al piacere; e l’astinenza di colui che digiuna divenga il nutrimento dell’indigente ». – Prendiamo la nostra parte di questi avvertimenti, noi che siamo i figli della santa Chiesa; e poiché viviamo in un’epoca in cui il digiuno dell’Avvento non esiste più [grazie all’impegno delle pseudo-autorità moderniste –ndr.-], impegniamoci con tanto più fervore a soddisfare il precetto delle Tempora, in quanto questi tre giorni a cui va aggiunta la Vigilia di Natale, sono gli unici nei quali la disciplina della Chiesa ci impone in modo preciso, in questa stagione, l’obbligo del digiuno. Rianimiamo in noi, con l’aiuto di queste lievi osservanze, lo zelo dei secoli antichi, ricordandoci sempre che se per la venuta di Gesù Cristo nelle nostre anime é soprattutto necessaria la preparazione interiore, tale preparazione non potrà essere vera in noi, senza manifestarsi all’esterno attraverso le pratiche della religione e della penitenza. – Il digiuno delle Quattro Tempora ha ancora un altro fine oltre quello di consacrare, con un atto di pietà, le diverse stagioni dell’Anno; esso ha un legame intimo con l’Ordinazione dei Ministri della Chiesa, che riceveranno la consacrazione il sabato, e la cui proclamazione aveva luogo un tempo davanti al popolo nella Messa del Mercoledì. Nella Chiesa Romana, l’Ordinazione del mese di Dicembre fu celebre per lungo tempo; e sembra, secondo le antiche Cronache dei Papi, che, salvo casi del tutto eccezionali, il decimo mese sia stato per parecchi secoli il solo in cui si conferivano i sacri Ordini in Roma. I fedeli debbono unirsi alle intenzioni della Chiesa, e presentare a Dio l’offerta dei loro digiuni e delle loro astinenze, con lo scopo di ottenere degni Ministri della Parola e dei Sacramenti, e veri Pastori del popolo cristiano. – Nel Mattutino, oggi la Chiesa non legge nulla del profeta Isaia; si contenta di ricordare il passo del Vangelo di san Luca nel quale é narrata l’Annunciazione della Santa Vergine, e legge quindi un frammento del Commento di sant’Ambrogio su quello stesso passo. – La scelta di questo Vangelo, che è lo stesso della Messa, secondo la usanza di tutto l’anno, ha dato una particolare celebrità al Mercoledì della terza settimana di Avvento. Si può vedere, da antichi Ordinari in uso presso parecchie e insigni Chiese, tanto Cattedrali che Abbaziali, come si trasferissero le feste che cadevano in questo Mercoledì; come non si dicessero in tale giorno in ginocchio le preghiere feriali; come il Vangelo Missus est, cioè quello dell’Annunciazione, fosse cantato nel Mattutino dal Celebrante rivestito da una cappa bianca, con la croce; i ceri e l’incenso, e al suono della campana maggiore; e come, nelle Abbazie, l’Abate dovesse tenere una omelia ai Monaci, allo stesso modo che nelle feste solenni. È appunto a tale usanza che siamo debitori dei quattro magnifici Sermoni di san Bernardo sulle lodi della Santa Vergine, e che sono intitolati: Super Missus est. La Stazione ha luogo a Santa Maria Maggiore, a motivo del Vangelo dell’Annunciazione che, come si è visto, ha fatto per così dire attribuire a questo giorno gli onori d’una vera Festa della Santa Vergine.

CALENDARIO LITURGICO CATTOLICO DI DICEMBRE

Dicembre è il mese la Chiesa dedica alla Immacolata Concezione

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La definizione di Immacolata Concezione

… Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli. Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e, se avrà osato rendere pubblico, a parole o per iscritto o in qualunque altro modo, ciò che pensa, sappia di essere incorso, ipso facto, nelle pene comminate dal Diritto”.

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[da: ENCICLICA “INEFFABILIS DEUS” DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX “SULL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA SANTISSIMA]

Qui di seguito elencati sono le feste che cadono in questo mese:

2 dicembre: PRIMO VENERDI / Commemorazione di S. Bibiana Vergine e Martire.

3 dicembre: PRIMO SABATO / S. Francesco Saverio Confessore, Grande doppio.

4 dicembre: II Domenica di Avvento, doppio della I Classe. 

5 dicembre: Commemorazione di San Sabba Abate.

6 dicembre: Nicola Vescovo e Confessore, doppio.

7 dicembre: S. Ambrogio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio.

8 dicembre: Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, doppio della I Classe.

10 dicembre: Commemorazione di San Melchiade Papa e Martire.

11 dicembre: III Domenica di Avvento, doppio della I Classe.

13 dicembre: Santa Lucia Vergine e Martire, Doppio.

14 dicembre: EMBER MERCOLEDI (digiuno e astinenza parziale)

16 dicembre: EMBER VENERDI (digiuno e l’astinenza completa). Commemorazione di S. Eusebio Vescovo e Martire.

dicembre: EMBER SABATO (digiuno e astinenza parziale) / ‘O’ gli inni solenni (dicembre 17-23 dicembre)

18 dicembre: IV Domenica di Avvento, doppio della I Classe. (Calendari regionali di Spagna, Irlanda ecc .: Attesa della Beata Vergine Maria conosciuto anche come “Madonna di ‘O'”)

21 dicembre: San Tommaso Apostolo, doppio della Classe II.

24 dicembre: Vigilia della Natività di nostro Signore Gesù Cristo.

25 dicembre: Natale del Signore nostro Gesù Cristo, doppio della I classe con ottava; Commemorazione di Sant’Anastasia Martire alla 2°. Messa di Natale.

26 dicembre: S. Stefano Protomartire, doppio della classe II;  Commemorazione della ottava della Natività.

27 dicembre: San Giovanni apostolo ed evangelista, doppio della classe II ;   Commemorazione della ottava della Natività.

28 dicembre: I Santi Innocenti, doppio della classe II; Commemorazione della ottava della Natività.

29 dicembre: San Tommaso Vescovo e Martire, doppio;  Commemorazione della ottava della Natività.

30 dicembre: Del giorno VI all’interno dell’ottava della Natività, Doppio.

31 dicembre: San Silvestro I Papa e Confessore, doppio; Commemorazione della ottava della Natività.

 

 

NOVEMBRE è il mese che la Chiesa dedica alle Anime Sante del Purgatorio

“Ahimè, quanto debole è la nostra fede! Se un animale domestico, un piccolo cane cade nel fuoco, si ritarda forse a trarlo fuori? E vedere i vostri genitori, benefattori, le persone più care, contorcersi tra le fiamme del Purgatorio, non è forse nostro dovere urgente alleviare le loro pene? Si ritarda, si consente che passino lunghi giorni di sofferenza per quelle povere anime, senza che si faccia uno sforzo per esercitare le buone opere che possano lenire i loro dolori “.

Schouppe, dal suo libro:. Purgatorio, pp 238-239, 1893 Imprimatur

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PREGHIERA

L’eterno riposo donate loro, o Signore, e risplenda ad essi la luce perpetua: per sempre con i vostri santi, perché Voi siete misericordioso!

V. Il Signore sia con voi.

R. E con il tuo spirito.

Supplici, Vi preghiamo, o Signore, perché la preghiera del vostro popolo possa essere a beneficio delle anime delle ancelle e dei vostri servi defunti: liberandoli da tutti i loro peccati, rendeteli partecipi della vostra redenzione. Amen.

L’eterno riposo donate loro, o Signore, e lasciate che risplenda su di essi la luce perpetua. Amen. Possano le loro anime e le anime di tutti i fedeli defunti, per la misericordia di Dio, riposare in pace. Amen

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Preghiera per le anime del Purgatorio

O Gesù, Voi che avete sofferto e siete morto affinché tutta l’umanità fosse salvata e portata alla eterna felicità:

Per i cari genitori e nonni, *(*… Gesù mio Misericordia!)

Per i miei fratelli, sorelle ed altri parenti, … *

Per … i miei padrini di battesimo e Cresima, … *

…. i benefattori miei spirituali e temporali, …*

…. i miei amici e vicini, … *

… coloro per i quali ho amore ed obbligo di pregare, *

… coloro che hanno subito da me oltraggi o danni, … *

…. coloro che sono particolarmente amati da Te, … *

…. coloro la cui liberazione è vicina, … *

…. coloro che desiderano essere maggiormente uniti a Te, … *

…. coloro che sopportano le più grandi sofferenze … *

… coloro la cui liberazione è più remota, *

… coloro che non sono mai ricordati, … *

… le anime sofferenti meritevoli per i loro servizi alla Chiesa, … *

…. i ricchi, che sono ora i più indigenti, …*

…. i potenti, che ora sono impotenti, …*

…. i ciechi spirituali di un tempo, che ora vedono la loro follia, … *

…. i frivoli, che hanno trascorso il loro tempo nell’ozio, … *

…. i poveri, che non cercano i tesori del cielo, … *

…. i tiepidi, che hanno dedicato poco tempo alla preghiera, … *

…. gli indolenti, che hanno trascurato di compiere opere buone, … *

…. quelli di poca fede, trascurati nel ricevere frequenti sacramenti, *

…. i peccatori abituali, salvati da un miracolo della grazia, … *

…. genitori che non hanno vegliato sui loro figli, … *

…. i superiori non solleciti per la salvezza di quelli loro affidati,… *

…. coloro dediti alle ricchezze ed ai piaceri mondani, … *

…. coloro che per mondanità, non hanno usato ricchezza e talenti al servizio di Dio, … *

…. coloro che assistendo alla morte di altri, non pensano mai alla loro, … *

…. coloro che non prevedevano vita nell’aldilà, … *

…. coloro la cui pena è grave a causa delle cose grandi a loro affidate, …*

…. i Papi, re e governanti, …*

…. i vescovi ed i loro consiglieri, …*

… i miei insegnanti e direttori spirituali, … *

…. i sacerdoti defunti di questa diocesi, … *

…. i sacerdoti e religiosi della Chiesa cattolica, … *

…. i difensori della santa fede, … *

…. coloro che sono morti sul campo di battaglia, … *

…. coloro che hanno combattuto per il loro paese, … *

…. coloro che sono stati sepolti in mare, … *

…. coloro che sono morti di colpo apoplettico, … *

…. coloro che sono morti di attacchi di cuore, … *

…. coloro che hanno sofferto e sono morti di cancro, … *

…. coloro che sono morti improvvisamente in incidenti, … *

…. coloro che sono morti senza gli ultimi riti della Chiesa, … *

…. coloro che moriranno nelle prossime ventiquattro ore, … *

…. la mia povera anima quando dovrà comparire davanti al vostro tribunale … *

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 Il Concilio di Trento – IL PURGATORIO

 primo decreto

Iniziato al terzo giorno del mese di dicembre, MDLXIII., e terminato il quarto giorno, sotto il Sommo Pontefice, Pio IV.

Poiché la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito santo, conforme alle sacre scritture e all’antica tradizione, ha insegnato nei sacri concili, e recentissimamente in questo Concilio ecumenico (403), che il purgatorio esiste e che le anime lí tenute possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli e in modo particolarissimo col santo sacrificio dell’altare, il santo Sinodo comanda ai vescovi che con diligenza facciano in modo che la sana dottrina sul purgatorio, quale è stata trasmessa dai santi padri e dai sacri concili (404), sia creduta, ritenuta, insegnata e predicata dappertutto. – Nelle prediche rivolte al popolo meno istruito, si evitino le questioni più difficili e più sottili, che non servono all’edificazione, e da cui, per lo più, non c’è alcun frutto per la pietà. Così pure non permettano che si diffondano e si trattino dottrine incerte o che possano presentare apparenze di falsità. Proibiscano, inoltre, come scandali e inciampi per i fedeli, quelle questioni che servono (solo) ad una certa curiosità e superstizione e sanno di speculazione. – I vescovi, inoltre, abbiano cura che i suffragi dei fedeli viventi e cioè i sacrifici delle messe, le preghiere, le elemosine ed altre pere pie, che si sogliono fare dai fedeli per altri fedeli defunti, siano fatti con pietà e devozione secondo l’uso della Chiesa e che quei suffragi che secondo le fondazioni dei testatori o per altro motivo devono essere fatti per essi, vengano soddisfatti dai sacerdoti, dai ministri della Chiesa e dagli altri che ne avessero l’obbligo, non sommariamente e distrattamente, ma diligentemente e con accuratezza. [Conciliorum Oecumenicorum decreta. – EDB]

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 Qui di seguito sono elencate le feste che cadono in questo mese:

 

1 novembre: Tutti i Santi, doppio della Classe I

2 novembre: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, doppio.

4 novembre: PRIMO VENERDI / S. Carlo Borromeo, Vescovo e Confessore, doppio; Commemoration of Ss. Commemorazione dei Ss.Vitalis and Agricola Martyrs. Vitale e Agricola Martiri.

5 novembre: PRIMO SABATO del mese

6 novembre: XXV Domenica dopo Pentecoste, doppio.

8 novembre: Commemorazione dei Quattro Santi Coronati martiri.

9 novembre: Dedicazione della Arcibasilica del Santissimo Salvatore, doppio della Classe II; Commemorazione di San Teodoro Martire.

10 novembre: S. Andrea Avellino Confessor, doppio; Commemoration of Ss. Commemorazione dei Ss. Trifone Martire, Respicio e Nymfa Martiri.

11 novembre: San Martino Vescovo e Confessore, doppio; Commemorazione di San Menna Martire.

12 novembre: San Martino I Papa e Martire, semplice.

13 Novembre : XXVI Domenica dopo Pentecoste, doppio.

14 novembre: San Josaphat Vescovo e Martire, Doppio.

15 novembre: San Alberto Magno Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio.

16 novembre: Santa Gertrude Virgin, doppio.

17 novembre: San Gregorio Taumaturgo Vescovo e Confessore, semplice.

18 novembre: Dedicazione delle basiliche dei Ss. Pietro e Paolo, Grande doppio

19 novembre: Santa Elisabetta Vedova, doppio;

Commemorazione di San Ponziano Papa e Martire.

20 novembre: XXVII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

21 novembre: Presentazione della Beata Vergine Maria, Gran doppio

22 novembre: Santa Cecilia Vergine e Martire, Doppio.

23 novembre: San Clemente I Papa e Martire, doppio; Commemorazione    di S. Felicita Martire.

24 novembre: San Giovanni della Croce Confessore e Dottore della Chiesa, doppio; Commemorazione di San Crisogono Martire.

25 novembre: Santa Caterina (di Alessandria) Vergine e Martire, Doppio.

26 novembre: San Silvestro Abate, doppio; Commemorazione di San Pietro di Alessandria Vescovo e Martire.

(INIZIO DEL TEMPO SANTO DI AVVENTO)

27 novembre: I Domenica di Avvento, doppio della II Classe.

29 novembre: Commemorazione di San Saturnino.

30 novembre: S. Andrea Apostolo, doppio della Classe II.

Possano le anime di tutti i fedeli defunti, per la misericordia di Dio, riposare in pace. Amen. Amen.

Ottobre è il mese che la Chiesa dedica al Santo Rosario e ai Santi Angeli

 

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Beata Vergine Maria del Santo Rosario

Nostra Signora disse a Lucia: “Gli ultimi mezzi che Dio darà al mondo per la sua salvezza sono il Santo Rosario e il mio Cuore Immacolato”. La parola “ultimo” significa ed indica che non ce ne saranno più altri.

[Parole di Padre Fuentes nella sua intervista con Suor Lucia di Fatima il 26 dicembre 1957]

È sufficiente sapere che questa devozione è stata approvata dalla Santa Chiesa, e i sovrani Pontefici hanno ad essa applicato diverse indulgenze. A colui che recita la terza parte del Rosario, è concessa l’indulgenza di settantamila anni, e a colui che lo recita per intero, ottantamila, e ancora più a colui che lo recita nella cappella del Rosario. Benedetto XIII, al Rosario (per colui che recita almeno la terza parte del Rosario) che è stato benedetto dai Padri Domenicani, applica tutte le indulgenze che sono fissate per i rosari di s. Brigida, vale a dire, cento giorni per ogni “Ave Maria” e “Padre nostro” … Il Rosario deve essere recitato con devozione; e qui si richiama alla mente ciò che ha detto la Santa Vergine a Santa Eulalia, e cioè che Ella era più soddisfatta da cinque decine dette con pause e devozione, piuttosto che da quindici recitate in fretta e con minor devozione. (Le glorie di Maria, di S. Alfonso de ‘ Liguori)

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Angelo di Dio, che sei il mio custode,

il cui amore ti impegna

in questo giorno/notte: sii sempre al mio fianco,

illumina e custodisci, reggi e governa me.

Amen.

” Si acquisita indulgenza plenaria nell’ora della morte [in articulo mortis], da parte dei fedeli che sono soliti fare questa invocazione frequentemente durante la loro vita, a condizione di essere confessati e comunicati, o, almeno che facciano un atto di contrizione, invocando il Santissimo nome di Gesù, pronunziandolo con la bocca o, se impossibilitati, almeno mentalmente e accettare la morte con rassegnazione dalla mano di Dio come giusta punizione per i loro peccati (breve apostolico , 2 ottobre 1795; S. C. ind., 11 giugno 1796 e 15 maggio 1821).” [Fonte: la Raccolta, 1957].

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Qui di seguito elencati sono le feste che cadono in questo mese:

1 ottobre: PRIMO SABATO / Commemorazione di San Remigio Vescovo e Confessore.

2 ottobre: XX Domenica dopo Pentecoste, doppio.

3 ottobre: S. Teresa di Gesù Bambino Madonna, doppio.

4 ottobre: San Francesco d’Assisi Confessore, doppio maggiore.

5 ottobre: Commemorazione di San Placido e compagni martiri.

6 ottobre: San Bruno Confessore, doppio.

7 ottobre: PRIMO VENERDI / Santissimo Rosario della Beata Vergine Maria, doppio della Classe II, Commemorazione di San Marco Papa e Confessore, e SS. Sergio, Bacco, Marcello and Apuleio Martiri.

8 ottobre: Santa Brigida Vedova, doppio.

9 ottobre: XXI Domenica dopo Pentecoste, doppio.

10 ottobre: San Francesco Borgia Confessore, semplice.

11 ottobre: la Maternità della Vergine Maria, doppio della Classe II.

13 ottobre: S. Edoardo Re, Confessore, semplice.

14 ottobre: San Callisto I Papa e Martire, Doppio.

15 ottobre: S. Teresa Vergine, doppio.

16 ottobre: XXII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

17 ottobre: S. Margherita Maria Alacoque Vergine, doppio.

18 ottobre: San Luca Evangelista, doppio della Classe II.

19 ottobre: San Pietro d’Alcantara Confessore, doppio.

20 ottobre: San Giovanni Canzio Confessore, doppio.

21 ottobre: Commemorazione di S. Ilarione Abate;

Commemorazione di Sant’Orsola e compagne vergini e martiri.

23 ottobre: XXIII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

24 ottobre: San Raffaele Arcangelo, doppio maggiore.

25 ottobre: Commemorazione dei Ss. Crisante e Daria Martiri.

26 ottobre: Commemorazione di S. Evaristo Papa e Martire.

28 ottobre: Ss. Simone e Giuda Apostoli, doppio della Classe II.

30 ottobre: Nostro Signore Gesù CRISTO RE, doppio del I Classe;  Commemorazione della IV Domenica dopo Epifania.

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