CALENDARIO CATTOLICO LITURGICO DI: MARZO 2018

CALENDARIO LITURGICO MARZO 2018

MARZO è il mese che la Chiesa dedica a SAN GIUSEPPE,

dichiarato da Pio IX l’8 Dic. 1870 Patrono della Chiesa!

Sette Dolori ed Allegrezze.

I. Sposo purissimo di Maria, glorioso s. Giuseppe siccome fu grande il travaglio e l’angustia del vostro cuore nella perplessità di abbandonare la vostra illibatissima Sposa; così fu inesplicabile l’allegrezza, quando dall’Angelo vi fu rivelato il Mistero sovrano dell’Incarnazione. — Per questo vostro dolore, e per questa vostra allegrezza preghiamo di consolar ora e negli estremi dolori l’anima nostra coll’allegrezza di una buona vita e di una santa morte somigliante alla vostra in mezzo di Gesù e di Maria. Pater, Ave e Gloria.

II. Felicissimo Patriarca, glorioso S. Giuseppe, che trascelto foste all’ufficio di Padre putativo del Verbo umanato, il dolore che sentiste nel veder nascere con tanta povertà il Bambino Gesù, vi si cambiò subito in giubilo celeste nell’udire l’armonia angelica, e nel vedere le glorie di quella splendentissima notte, — Per questo vostro dolore, per questa vostra allegrezza vi supplico di impetrarci, che dopo il cammino di questa vita ce ne passiamo ad udir le lodi angeliche, ed a godere gli splendori della celeste gloria. Pater, Ave, Gloria.

III. Esecutore obbedientissimo delle divine leggi, glorioso S. Giuseppe, il Sangue preziosissimo che sparse nella Circoncisione il Bambino Redentore vi trafisse il cuore, ma il Nome di Gesù ve lo ravvivò riempiendolo di contento. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza otteneteci, che tolto da noi ogni vizio in vita col Nome santissimo di Gesù nel cuore e nella bocca giubilando spiriamo.

Pater, Ave, Gloria.

IV. O fedelissimo Santo, che a parte foste dei Misteri della nostra Redenzione, glorioso S. Giuseppe, se la profezia di Simeone di ciò che Gesù e Maria erano per patire, vi cagionò spasimo di morte, vi ricolmò ancora di un beato godimento per la salute e gloriosa risurrezione, che insieme predisse dover seguire di innumerabili anime. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza, impetrateci che noi siamo nel numero di quelli, che pei meriti di Gesù, e ad intercessione della Vergine Madre hanno gloriosamente a sorgere.

Pater, Ave e Gloria.

V. O vigilantissimo Custode, famigliare intrinseco dell’Incarnato Piglio di Dio, glorioso S, Giuseppe, quanto penaste in sostentare e servire il Figlio dell’Altissimo, particolarmente nella fuga, che doveste fare in Egitto: ma quanto ancora gioieste avendo sempre con voi lo stesso Dio, e vedendo cadere a terra gli idoli Egiziani. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che tenendo da noi lontano il tiranno infernale, specialmente con la fuga delle occasioni pericolose, cada dal nostro cuore ogni idolo di affetto terreno: e tutti impiegati nella servitù di Gesù e di Maria, per loro solamente da noi si viva e felicemente si muoja.

Pater, Ave e Gloria.

VI. O Angelo della terra glorioso S. Giuseppe, che ai vostri cenni ammiraste soggetto il Re del Cielo, se la consolazione vostra, nel ricondurre dall’Egitto intorbidossi col timore di Archelao; assicurato nondimeno dall’Angelo, lieto con Gesù e Maria dimoraste in Nazaret. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che da timori nocivi sgombrato il cuore, godiamo pace di coscienza, e sicuri viviamo con Gesù e Maria e fra loro ancora moriamo.

Pater, Ave, Gloria.

VII. O esemplare di ogni santità glorioso San Giuseppe, smarrito che aveste senza vostra colpa il fanciullo Gesù, per maggior dolore tre giorni lo cercaste, finché con sommo giubilo godeste della vostra Vita ritrovata nel tempio fra i Dottori. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi supplichiamo col cuore sulle labbra ad interporvi, onde non ci avvenga mai di perdere con colpa grave Gesù; ma se per somma disgrada lo perdessimo, tanto con indefesso dolore lo ricerchiamo, finché favorevole lo ritroviamo, particolarmente nella nostra morte, per passare a goderlo in Cielo, ed ivi con voi in eterno cantare le sue divine misericordie.

Pater, Ave e Gloria

Antiph. Ipse Jesus erat incipiens quasi annorum triginta, ut putabatur Filius Joseph.

V. Ora prò nobis Sancte Joseph.

R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS.

Deus, qui ineffabili providentia Beatum Joseph sanctisimæ Genitricis tuæ sponsum eligere dignatus es: presta quæsumus, ut quem Protectorem veneramur in terris, intercessorem habere mereamur in cœlis. Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen.

 INDULGENZE PER LE 7 ALLEGREZZE ED I 7 DOLORI E PER LE DOMENICHE DI S. GIUSEPPE.

A sempre più infervorare i fedeli nella divozione a S. Giuseppe, a chiunque pratica il suesposto esercizio dei suoi sette Dolori ed Allegrezze, Pio VII il 9 dic. 1819 accordò l’Ind. di 100 giorni una volta al giorno, e di 300 in ogni Mercoledì nonché in tutti i nove giorni precedenti così la sua festa, 19 Marzo, come quella del suo Patrocinio nella III Dom. dopo Pasqua, oltre la Plen. in dette due feste, ricevendo i SS. Sacramenti. Più ancora Indulg. Plen. a coloro che l’avranno praticato per un mese intero in un giorno a scelta, confessandosi e comunicandosi. — Inoltre Gregorio XVI, 22 Gen. 1836, concesse a chi lo praticherà per 7 continue domeniche fra l’anno, da scegliersi ad arbitrio, Indulg. Di 300 giorni in ciascuna delle prime 6 domeniche e la Plen. nella settima confess. e comunic. — Pio IX in seguito, l Febbr. 1847, confermò le sudd. Indulg. e vi aggiunse indulg. Plen. in ciascuna delle 7 domeniche purché, premesso il sudd. Esercizio, e ricevuti i SS. Sacramenti si visiti una chiesa, pregandovi secondo la mente di S. Santità. La quale ultima concessione lo stesso Pont. 22 Marzo 1847, la estese a favore anche di coloro, che non sapendo leggere reciteranno solamente i 7 Pater, Ave e Gloria, adempiendo però le surriferite condizioni. [Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXXed. Milano, 1888]

Ench. Indulg. N. 469:

Ai fedeli che davanti ad un’immagine di San Giuseppe, reciteranno devotamente un Pater, Ave, e Gloria con l’invocazione: Sancte Joseph, ora pro nobis, si concede:

Indulgentia trecentorum dierum:

Indulgentia Plenaria s. c. a coloro che avranno piamente perseverato nella recita, ogni giorno per un intero mese (S. Pænit. Ap., 12 oct. 1936).

Ench. Indulg. N. 466:

ai fedeli che nel mese di MARZO, o per giusto impedimento in altro mese dell’anno, praticheranno devotamente in pubblico, un pio esercizio in onore di San Giuseppe, Sposo della B. V. M., si concede:

Indulgenza di sette anni per ogni giorno del mese;

Indulgentia Plenaria, se praticato per almeno 10 volte nel mese, a coloro che, confessati e comunicati, pregheranno per le intenzioni del Sommo Pontefice.

Se poi nel mese di marzo, sarà praticata privatamente una preghiera o altra opera di pietà in ossequio a San Giuseppe Sposo della B. M. V., si concede:

Indulgentia di 5 anni ogni volta in ogni giorno del mese;

Indulgentia Plenaria, s. c. se si pratica per un mese (S. C. Indulg. 27 Apr. 1865; S. Pæn. Ap., 21 Nov. 1933)

Ench. Indulg. N. 467

Ai fedeli che praticheranno pubblicamente il pio esercizio della novena in suo onore, prima della festa di San Giuseppe, Sposo di B. M. V. si concede:

Indulgenza sette anni per ogni giorno della novena;

Indulgenza Plenaria, se confessati sacramentalmente, comunicati e pregando per le intenzioni del Sommo Pontefice, sarà praticato per almeno cinque giorni durante la novena. Se praticato privatamente, si concede:

Indulgenza di cinque anni per ogni giorno della novena;

Indulgenza Plenaria, suet. cond. al termine della novena, a chi sia legittimamente impedito al pubblico esercizio.  (S. C. Ind. 26 nov. 1876; S. Pænit. Ap., 4 Mart. 1935).

Ecco le feste del mese di MARZO

[Tempo di Quaresima]

2 Marzo Primo Venerdì

3 Marzo Primo Sabato

4 Marzo Dominica III in Quadr. Semiduplex I. classis

6 Marzo Ss. Perpetuæ et Felicitatis Mártyrum    Duplex *L1*

7 Marzo S. Thomæ de Aquino Confessóris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Marzo S. Joannis de Deo Confessóris  Duplex

9 Marzo S. Franciscæ Romanæ Víduæ  Duplex

10 Marzo Ss. Quadraginta Mártyrum  Semiduplex

11 Marzo Dominica IV in Quadr.  Semiduplex I. classis

12 Marzo S. Gregorii Papæ Confessóris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex

17 Marzo S. Patricii Epíscopi et Confessóris    Duplex

18 Marzo Dominica I Passionis    Semiduplex I. classis *I*

19 Marzo S. Joseph Sponsi B.M.V. Confessóris  Duplex I. classis *L1*

21 Marzo S. Benedicti Abbatis  Duplex majus *L1*

24 Marzo S. Gabrielis Archangeli  Duplex majus *L1*

25 Marzo Dominica II Passionis seu in Palmis  Semiduplex I. classis

27 Marzo S. Giovanni Damasceno conf. et Eccles doct.. duplex

28 Marzo S. Giovanni da Capistrano confessore, duplex.

29 Marzo Feria Quinta in Cena Domini Duplex I. classis *I*

30 Marzo Feria Sexta in Passione et Morte Domini  Duplex I. classis

31 Marzo Sabbato Sancto   Duplex I. classis

 

QUARESIMALE: LA MORTE, con una breve Meditazione di p. UK.

– LA MORTE.

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili: QUARESIMALE–Libr. Ed. Ecclesiast. Vicenza, 1911]

 Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reveteris.- Genesi III, 19.

ESORDIO. — Oggi, la Chiesa con mesto rito asperge le nostre fronti di cenere, mentre intuona solenne: O mortale, ricorda che sei polvere, ed in polvere ritornerai.

— In altre parole: ricorda, che rapida fugge la scena del mondo e, quasi incalzata da forza ignota, declina la vita; sulla soglia dell’eternità ti attende la morte. È un avviso amoroso di questa tenera madre; vi rammenta la fredda cenere della tomba, non per attristarvi, ma bensì per tenervi lontani dalla colpa e dalla morte eterna dell’anima.

— La Chiesa è sicura che, col memore pensiero della morte, 1’anima vivrà alla grazia di Dio. e produrrà, arboscello gentile, fiori di virtù e di sacrifici al cospetto del Signore. — Già lo insegna anche lo Spirito Santo: — Memorare novissima tua, et in æternum non peccabis. (Eccl. VII). Questa sera, vieni, o cristiano, alla scuola della morte. Ottima maestra, rammentando la polvere in cui ritornerai, ti darà Lezioni e Consigli… ; allora non più peccati, ma una vita pura e santa.

I . LEZIONI. — La morte ti dice:

(a) Verrò: morrai anche tu. — È di Fede, — Statutum est hominibus semel morì (Hebr. IX, 27) Dio aveva creato la vita …; aveva donato ad Adamo 1’immortalità …; e perché con la disobbedienza non avesse a meritare la morte, gli diceva: Non toccare di questo frutto, che ti ho proibito; se ne mangi, morrai. — In quacumque die comederis ex eo, morte morieris (Genesi II).Ma Adamo pecca; e la sentenza di morte piomba sul primo ribelle ai comandi divini. Da quel punto tutti hanno dovuto morire. — Anche Gesù è morto…, la Madonna …, i Santi …. — Morrai anche tu. — Il battito del tuo polso è il martello che mina la tua vita, ed a colpi sordi, lenti, continui, ti scavala fossa.

— Te Io dice l’Esperienza – Funerali, cimiteri, vesti a lutto, gemiti, pianto …. Tu pure lascierai la tua casa, verrai portato al cimitero, calato in una fossa… : e non si parlerà più di te.

(b) — Verrò presto – In dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi (Cant. Ezechia). — Che cosa è la tua vita? — Un fiore — un’ombra — un lampo; non torna più. — Il demonio sussurra: Sei giovane, robusto; per ora non muori …, c’è tempo a pensarvi …; nequaquam moriemini. — Sei avanti con l’età, m a per adesso non vi è pericolo… Sei debole…, malato …, mai più sono guariti …; spera, vivi tranquillo …; nequaquam moriemini… — Non dargli retta, che t’inganna … Nel cimitero vi è una selva di croci piantate sulle tombe di giovani fiori, recisi dalla morte: cedri, che parevano inconcussi, rovinarono di un tratto nella fossa… Non gli badare; morrai, quando meno il pensi … In che giorno?… in quale luogo ? — Non lo so. —La morte ti verrà come un ladro notturno… sarai felice per tutta 1’eternità… Ma se ti raggiungessi dopo quella colpa …, in quel luogo, dove pecchi sì spesso?

— Semel periisse æternum est.

— (d) — Ti porterò via tutto. — Ricchezze, – onori – piaceri – creature – quell’oggetto,… quella persona … Oh! distacca il tuo cuore da queste povere cose terrene …, lo dona tutto al tuo Dio… Beati quelli che sanno staccarsi da quanto li circonda, anche dalla vita …, mettendo la loro salute, il loro avvenire nelle mani di Dio! — Al punto di morte la loro anima volerà al Creatore cantando l’inno dell’amore; come 1’augelletto sfuggito al laccio, che lo teneva prigioniero, ritorna al suo nido gorgheggiando la canzone natia … Beati mortui qui in Domino moriuntur! Apocalisse XIV, 28).

— (e) — Se sarai caro al Signore, ti riuscirò gioconda.

— Allora ricorderai con gioia le privazioni, le lotte, le tribolazioni, – le preghiere, le virtù, i sacrifìci. — lam hiems transiit, imber abiit et recessii; surge, amica mea, et veni. (Cantic.) — È giunto il tempo di riposare, — di godere il frutto, … 1’alloro della vittoria. — Come ti sentirai felice di avere sprezzato le massime e gli errori del mondo, — di avere portato il giogo soave della legge del Signore, — di avere faticato e patito per amor suo! Gesù, come viatico, entrerà nella tua stanza …; discenderà, un’ultima volta, nel tuo cuore…, e nell’ebbrezza del gaudio esclamerai: Signore, ti affretta; schiudimi il tuo regno… Cupio dissolvi et esse cum Christo – (S. Paolo). — Giungeranno a te gli inni degli angeli: Veni coronaberis; vieni a ricevere la tua corona. — Qualis vita, finis ita.

Consigli della morte. — Ella ti dice: Vuoi morire contento? … Allora:

— 1° — Ricordati sempre che devi morire. — Daniele copre di uno strato di cenere il pavimento del tempio di Belo e così scopre la malizia dei sacerdoti di quell’idolo deforme. — E tu pure scoprirai le insidie del demonio, meditando spesso, che fra breve ti attende l a cenere del sepolcro. — Domine, illumina oculos meos, ne unquam obdormiam in morte (Salmo XII).

Questo pensiero, che devi morire, è la spada santa, per vincere l’orgoglio,… causa principale dei nostri peccati. — Fissa il tuo sepolcro, 1’oblìo, in cui verrai lasciato…, e saprai disprezzare il mondo, le sue vanità, i suoi vizi …, Uno a ripetere con Gesù: Ego non sum de hoc mundo. —

— 2° — Lavora: nel tuo dovere…, con diligenza …, per amore di Dio … — Lavora per acquistare tesori di virtù, di pazienza, di carità…, di conformità ai voleri del Signore…

— Ed in questo lavoro ti affretta …; perché non ti sorprenda la morte, ed il tuo lavoro non sia ancora compiuto. Qua hora non putatis, filius hominis veniet. (Luca XII, 40).

— 3° —’ Veglia: e quindi, ogni sera, esamina la tua coscienza, per vedere i falli commessi lungo la giornata …; per conoscerne le cause, le occasioni …; per studiarne i rimedi … Poi chiedi umilmente perdono… ; prometti di emendarti …, disponi così 1’anima tua da essere sempre pronta alla partenza per l’eternità. — Dispone domui tuæ, quia morieris tu, et non vives. (Isaia XXXVIII).

— 4° — Ama Gesù Crocefisso – la Vergine: benedetta…  solo Gesù e Maria, nelle estreme agonie, sapranno tergere le tue lacrime, consolare il tuo spirito desolato, infondere coraggio alla trepidante anima tua … Fra le loro braccia darai sorridendo 1′ estremo anelito…; e sulla tua salma gelida si vedrà soffuso un raggio della calma imperitura del cielo. — Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius. (salmo CXV).

CHIUSA. — Memento homo! sì, ricordati che sei polvere, e fra breve, quando meno lo pensi, in polvere ritornerai. — I giorni, che tramontano con fuga vertiginosa; le immagini delle persone care, che pendono dalle pareti bianche della tua casa; i fanciulletti che scherzano intorno a te, quasi per dirti di cedere loro il tuo posto; tutto, quanto ti circonda, ha per te una voce sola: Memento! ricordati; devi morire. — Memor esto quoniam mors non tardat (Eocli. XIV, 12). Fuggi quindi la colpa; prega – lavora – veglia – ama il tuo Signore …; ed allora il pensiero della morte ti darà pace e gioia; la pace e la gioia di chi vive in grazia di Dio … La morte, così, sarà per te una compagna fedele, che col suo ricordo, con le sue lezioni, ti additerà il sentiero alla vita che mai tramonta, preparando anche al tuo corpo una gloriosa risurrezione per il giorno del finale Giudizio.

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“Mercoledì delle ceneri: la profezia di Dio e la guerra cristiana”

[Una meditazione di p. UK, sacerdote una cum Gregorio XVIII]

Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reveteris.

 [Ricorda, o uomo, che tu sei polvere e polvere tornerai]

Questo testo profetico del libro della Genesi, III:19, è ciò che dice un sacerdote, mentre segna con  cenere benedetta, la propria testa e le quelle del clero e della gente.

Durante la cerimonia del Mercoledì delle Ceneri, la gente prega così insieme al sacerdote:

Concede nos Domine, præsidia militiæ christianæ sanctis inchoare jejiunis: ut contra spiritales nequitias pugnaturi, continentiæ muniamur auxiliis. Per Christum Dominum nostrum. [“Concedi a noi, o Signore, di affrontare la nostra guerra cristiana con santi digiuni, di modo che, preparandoci a combattere contro gli spiriti maligni, possiamo essere fortificati con l’aiuto della rinuncia.  Per Cristo nostro Signore. . Amen. ]

Quanto sono semplici le parole della Chiesa, dal momento che ci insegna che lo scopo della Quaresima è una guerra cristiana contro gli spiriti della malvagità. – Molto spesso le persone combattono contro gli spiriti della malvagità che li circondano, e questo è davvero un dovere cristiano, ma quanto spesso esse devono combattere contro i medesimi spiriti, dentro di loro? Noi tutti combattiamo contro l’orgoglio e l’ingiustizia del nostro prossimo , contro il cinismo e la crudeltà del mondo odierno, ma quante volte combattiamo contro le nostre stesse inclinazioni peccaminose? – Ci stiamo tutti interrogando sul futuro delle cose, cercando di capire quando si verificherà l’uno o l’altro evento e cercando di prepararci a quegli eventi. Ma quante volte pensiamo a Dio, che può prendere le nostre anime molto prima, per il giusto giudizio particolare? E che potrebbe accadere domani o anche stasera, come fu per il ricco dalla parabola del Signore?

Trascorriamo molto tempo, sprechiamo energia spirituale e fisica, cercando di capire quando il globo terrestre diventerà polvere. Ma quanto spesso pensiamo invece seriamente al giorno in cui i nostri corpi diventeranno polvere?

Non dimentichiamo mai questa severa profezia di Dio: “tu sei polvere e polvere tornerai”, e questo  potrebbe accadere a ciascuno di noi molto prima di ogni futuro evento cataclismico. In effetti, la fine potrebbe arrivare nel momento stesso in cui siamo così impegnati a meditare sui destini delle nazioni e del mondo intero. ”

-fr. UK

(Mercoledì delle ceneri, 14 febbraio 2018 d.C.)

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA – FEBBRAIO 2018

FEBBRAIO è il mese che la CHIESA DEDICA alla SANTISSIMA TRINITA’ [2018]

All’inizio del mese è bene rinnovare il Credo Cattolico, autentico e solo, il Credo Atanasiano, le cui affermazioni, tenute e tenacemente professate contro tutte le insidie ed eresie della gnosi: modernista … protestante … massonica … pagana … comunisto-liberista … noachide-mondialista, permettono la salvezza dell’anima per l’eterna felicità.

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

L’adorazione della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con il mistero dell’Incarnazione e la Redenzione di Gesù-Cristo, costituiscono il fondamento della vera Fede insegnata dalla Maestra dei popoli, la Chiesa di Cristo, casta Sposa del Verbo, verità unica ed infallibile, via di salvezza, fuori dalla quale c’è la dannazione eterna!

O uomini, intendetelo quanto questo dogma vi nobiliti. Creati a similitudine dell’augusta Trinità, voi dovete formarvi sul di lei modello, ed è questo un dover sacro per voi. Voi adorate una Trinità il cui carattere essenziale è la santità, e non vi ha santità sì eminente, alla quale voi non possiate giungere per la grazia dello Spirito santificatore, amore sostanziale del Padre e del Figlio. Per adorare degnamente l’augusta Trinità voi dovete dunque, per quanto è possibile a deboli creature umane, esser santi al pari di lei. Dio è santo in se stesso, vale a dire che non è in lui né peccato, né ombra di peccato; siate santi in voi stessi. Dio è santo nelle sue creature: vale a dire che a tutto imprime il suggello della propria santità, né tollera in veruna il male o il peccato, che perseguita con zelo immanchevole, a vicenda severo e dolce, sempre però in modo paterno. Noi dunque dobbiamo essere santi nelle opere nostre e santi nelle persone altrui evitando cioè di scandalizzare i nostri fratelli, sforzandoci pel contrario a preservarli o liberarli dal peccato. Siate santi, Egli dice, perché Io sono santo. E altrove: Siate perfetti come il Padre celeste è perfetto; fate del bene a tutti, come ne fa a tutti Egli stesso, facendo che il sole splenda sopra i buoni e i malvagi, e facendo che la pioggia cada sul campo del giusto, come su quello del peccatore. Modello di santità, cioè dei nostri doveri – verso Dio, L’augusta Trinità è anche il modello della nostra carità, cioè dei nostri doveri verso i nostri fratelli. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri come si amano le tre Persone divine. Gesù Cristo medesimo ce lo comanda, e questa mirabile unione fu lo scopo degli ultimi voti che ei rivolse al Padre suo, dopo l’istituzione della santa Eucarestia. Egli chiede che siamo uno tra noi, come Egli stesso è uno col Padre suo. A questa santa unione, frutto della grazia, ei vuole che sia riconosciuto suo Padre che lo ha inviato sopra la terra, e che si distinguono quelli che gli appartengono. Siano essi uno, Egli prega, affinché il mondo sappia che Tu mi hai inviato. Si conoscerà che voi siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri «Che cosa domandate da noi, o divino Maestro, esclama sant’Agostino, se non che siamo perfettamente uniti di cuore e di volontà? Voi volete che diveniamo per grazia e per imitazione ciò che le tre Persone divine sono per la necessità dell’esser loro, e che come tutto è comune tra esse, così la carità del Cristianesimo ci spogli di ogni interesse personale ». – Come esprimere l’efficacia onnipotente di questo mistero? In virtù di esso, in mezzo alla società pagana, società di odio e di egoismo, si videro i primi Cristiani con gli occhi fissi sopra questo divino esemplare non formare che un cuore ed un’anima, e si udirono i pagani stupefatti esclamare: « Vedete come i Cristiani si amano, come son pronti a morire gli uni per gli altri! » Se scorre tuttavia qualche goccia di sangue cristiano per le nostre vene, imitiamo gli avi nostri, siamo uniti per mezzo della carità, abbiamo una medesima fede, uno stesso battesimo, un medesimo Padre. I nostri cuori, le nostre sostanze siano comuni per la carità: e in tal guisa la santa società, che abbiamo con Dio e in Dio con i nostri fratelli, si perfezionerà su la terra fino a che venga a consumarsi in cielo. – Noi troviamo nella santa Trinità anche il modello dei nostri doveri verso noi stessi. Tutti questi doveri hanno per scopo di ristabilire fra noi l’ordine distrutto dal peccato con sottomettere la carne allo spirito e lo spirito a Dio; in altri termini, di far rivivere in noi l’armonia e la santità che caratterizzano le tre auguste persone, e ciascuno di noi deve dire a sé  stesso: Io sono l’immagine di un Dio tre volte santo! Chi dunque sarà più nobile di me! Qual rispetto debbo io aver per me stesso! Qual timore di sfigurare in me o in altri questa immagine augusta! Qual premura a ripararla, a perfezionarla ognor più! Sì, questa sola parola, io sono l’immagine di Dio, ha inspirato maggiori virtù, impedito maggiori delitti, che non tutte le pompose massime dei filosofi. [J.-J. Gaume, Catechismo di Perseveranza]

Queste sono le feste del mese di FEBBRAIO

1 Febbraio S. Ignatii Epíscopi et Martyris    Duplex

2 Febbraio In Purificatione Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

Primo Venerdì del mese

3 Febbraio Sanctae Mariae Sabbato  –Fer. S. Blasii Epíscopi Martyris Simpl.

Primo sabato del mese

4 Febbraio Dominica in Sexagesima    Semiduplex II classis S. Andreæ Corsini 

                                                                             Epíscopi et Confessoris    Duplex

5 Febbraio S. Agathæ Virginis et Martyris    Duplex *L1*

6 Febbraio S. Titi Epíscopi et Confessoris    Duplex

7 Febbraio S. Romualdi Abbatis    Duplex

8 Febbraio S. Joannis de Matha Confessoris    Duplex

9 Febbraio S. Cyrilli Episc. Alexandrini Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

10 Febbraio S. Scholasticæ Virginis    Duplex

11 Febbraio Dominica in Quinquagesima    Semiduplex 2nd class In   

        Apparitione Beatæ Mariæ Virginis Immaculatæ  – Duplex majus

12 Febbraio Ss. Septem Fundatorum Ordinis Servorum B. M. V.    Duplex

14 Febbraio Feria IV Cinerum  – Feria privilegiata

15 Febbraio SS. Faustini et Jovitæ    Simplex

18 Febbraio Dominica I in Quadr    Semiduplex I classis

21 Febbraio Feria Quarta Quattuor Temporum Quadragesimæ    Feria privilegiata

22 Febbraio In Cathedra S. Petri Apostoli    Duplex II classis *L1*

23 Febbraio S. Petri Damiani Confessoris  Duplex  Feria Sexta Quattuor Temporum  Quadragesimæ    Feria privilegiata

24 Febbraio S. Matthiæ Apostoli    Duplex II classis *L1*Sabbato Quattuor Temporum  Quadragesimæ    Feria privilegiata

25 Febbraio Dominica II in Quadr    Semiduplex I classis

27 Febbraio S. Gabrielis a Virg. Perdolente Confessoris    Duplex

CATTEDRA DI PIETRO A ROMA – 18 Gennaio

 

CATTEDRA DI SAN PIETRO A ROMA (1)

[Dom Guéranger. l’Anno Liturgico, Ed. S Paolo, Alba, 1957, vol. I]

L’Arcangelo aveva annunciato a Maria che il Figlio che sarebbe nato da lei sarebbe stato Re, e che il suo Regno non avrebbe avuto mai fine. I Magi guidati dalla Stella vennero dal lontano Oriente a cercare questo Re in Betlemme. Ma ci voleva una capitale per il nuovo Impero; e poiché il Re che doveva stabilirvi il suo trono doveva anche, secondo i consigli eterni, risalire presto al cielo, era necessario che il carattere visibile della sua regalità risiedesse in un uomo che fosse, fino alla fine dei secoli, il suo Vicario. – Per questa gloriosa reggenza, l’Emmanuele scelse Simone, cambiandone il nome in quello di Pietro e dichiarando espressamente che tutta la Chiesa sarebbe stata basata su quell’uomo, come su una roccia incrollabile. E siccome Pietro doveva anch’egli terminare con la croce la sua vita mortale. Cristo s’impegnava a dargli dei successori nei quali sarebbero sempre stati rappresentati Pietro e la sua autorità.

.(1) Nel III secolo si venerava in un cimitero di Roma un trofeo-cattedra di tufo o di legno – del ministero di San Pietro in quel luogo. Più tardi si venerò nel battistero di Damaso in Vaticano la sella gestatoria apostolicæ confessionis. Sotto il nome di Natale Petri de Cathedra era celebrata una festa il 22 febbraio; ma, a causa della quaresima, le chiese della Gallia presero l’abitudine di celebrarla il 18 gennaio. Le due usanze si svilupparono in modo parallelo; poi, finalmente, si perdette l’unità primitiva del loro significato e si ebbero due feste della Cattedra di San Pietro, la prima attribuita a Roma – quella del 18 gennaio -, la seconda attribuita a un’altra sede – In definitiva a quella d’Antiochia – il 22 febbraio. – La Cattedra di San Pietro è ora conservata nell’abside della basilica vaticana, racchiusa in un grande reliquiario; nemmeno il Papa si può sedere, come usavano i Pontefici dei primi quindici secoli, sulla Cathedra Apostolica (Schuster, Liber Sacram.).

Regalità del Vicario di Cristo.

Ma quale sarà il segno distintivo di questa successione nell’uomo privilegiato sul quale deve essere edificata la Chiesa sino alla fine dei tempi? Fra tanti Vescovi, chi è il continuatore di Pietro ? Il Principe degli Apostoli ha fondato e governato parecchie Chiese; ma una sola, quella di Roma, è stata irrorata del suo sangue; una sola, quella di Roma, custodisce la sua tomba; il Vescovo di Roma è dunque il successore di Pietro, e perciò stesso, il Vicario di Cristo. Di lui, e non d’un altro, è detto: Su te costruirò la mia Chiesa. E ancora: Ti darò le chiavi del Regno dei cieli. E inoltre: Ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; …conferma i tuoi fratelli. E infine: Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle. L’eresia protestante l’aveva compreso tanto bene che per lungo tempo si sforzò di avanzare dubbi sul soggiorno di san Pietro a Roma, credendo giustamente di distruggere, con questo ritrovato, l’autorità del Pontefice Romano, e la nozione stessa d’un capo nella Chiesa. La scienza storica ha fatto giustizia di quella puerile obiezione; e da lungo tempo studiosi della Riforma sono concordi con i cattolici sul terreno dei fatti, e non contestano più nessuno dei punti della storia meglio definita dalla critica. – Fu in parte per opporre l’autorità della Liturgia a quella strana pretesa dei Riformatori, che Paolo IV, nel 1558, fissò al 18 gennaio l’antica festa della Cattedra di san Pietro a Roma. Da lunghi secoli, la Chiesa non celebrava il mistero del Pontificato del Principe degli Apostoli se non il 22 febbraio. D’ora in poi quest’ultimo giorno è stato assegnato al ricordo della Cattedra d’Antiochia, la prima ad essere occupata dall’Apostolo. Oggi dunque, la Regalità dell’Èmmanuele brilla in tutto il suo splendore; e i figli della Chiesa si rallegrano nel sentirsi tutti fratelli e concittadini d’uno stesso Impero, celebrando la gloria della Capitale che è comune a tutti. Allorché, guardando attorno a sé, si vedono tante sette divise e sprovviste di tutte le condizioni della continuità perché manca ad esse un centro, rendono grazie al Figlio di Dio per aver provveduto alla conservazione della sua Chiesa e della sua Verità, con l’istituzione di un capo visibile nel quale Pietro continua per sempre, come lo stesso Cristo in Pietro. Gli uomini non sono più pecore senza pastore; la parola detta al principio si perpetua, senza interruzione, attraverso i tempi; la prima missione non è mai sospesa e, per il Pontefice Romano, la fine dei tempi si ricollega all’origine delle cose. « Quale consolazione per i figli di Dio – esclama Bossuet nel Discorso sulla Storia universale – ma quale convinzione della verità, quando vedono che da Innocenzo XI, che occupa oggi (1681) degnamente la prima Sede della Chiesa, si risale senza interruzione fino a san Pietro, costituito da Gesù Cristo come Principe degli Apostoli! ». [Oggi diciamo: da Gregorio XVIII si risale senza interruzione fino a Pietro, costituito da Gesù-Cristo come Principe degli Apostoli. – ndr. -]

Primato della sede di Roma.

Pietro, entrando in Roma, viene dunque a compiere e amplificare i destini di questa città sovrana, recandole un impero ancora più esteso di quello che essa possiede. È un Impero che non si costituirà con la forza, come il primo: da superba dominatrice delle genti che fu, Roma, per mezzo della carità, diventa Madre dei popoli. Ma, per quanto pacifico, il suo Impero non sarà meno durevole. Ascoltiamo san Leone Magno, in uno dei suoi più magnifici Sermoni (Serm. 82), narrare, con tutta la nobiltà del suo linguaggio, l’ingresso oscuro eppure così decisivo, del Pescatore di Genezareth nella capitale del paganesimo: « Il Dio buono, giusto e onnipotente, che non ha mai negato la sua misericordia al genere umano e che con l’abbondanza dei suoi benefici, ha dato a tutti i mortali i mezzi per giungere alla conoscenza del suo Nome, nei segreti consigli del suo immenso amore ha avuto pietà del volontario accecamento degli uomini e della malizia che li sprofondava nella degradazione, e ha inviato il suo Verbo, che è a Lui uguale e coeterno. Ora, questo Verbo, fattosi carne, ha unito così strettamente la natura divina con quella umana, che l’umiliazione della prima fino alla nostra abiezione è diventata per noi il principio della più sublime elevazione. » Ma, per spargere nel mondo intero gli effetti di quel beneficio, la Provvidenza ha preparato l’Impero romano, e ne ha esteso così lontano i confini, da fargli abbracciare nella sua cerchia tutte le genti. Era infatti una cosa utilissima per il compimento dell’opera progettata che i diversi regni formassero la confederazione d’un unico Impero, affinché la predicazione generale giungesse più presto all’orecchio dei popoli, raccolti com’erano già sotto il regime d’una sola città. » Questa città, disprezzando il divino autore dei suoi destini, s’era fatta schiava degli errori di tutti i popoli, nel tempo stesso in cui li teneva quasi tutti sotto le sue leggi, e credeva ancora di possedere una grande religione, perché non respingeva nessuna menzogna; ma più fortemente era tenuta legata dal diavolo e più meravigliosamente fu riscattata da Cristo. » Infatti, quando i dodici Apostoli, dopo aver ricevuto con lo Spirito Santo il dono di parlare tutte le lingue, si furono distribuite le varie parti della terra, ed ebbero preso possesso di quel mondo a cui dovevano predicare il Vangelo, il beato Pietro, Principe dell’Ordine Apostolico, ricevette in eredità la roccaforte dell’Impero romano, affinché la Luce della verità che era manifestata per la salvezza di tutte le genti, si diffondesse più efficacemente, irradiando al centro di questo Impero sul mondo intero. » Quale nazione, infatti, non contava numerosi rappresentanti in quella città? Quali popoli avrebbero mai potuto ignorare ciò che Roma aveva loro insegnato ? Qui dovevano essere battute le opinioni della filosofia; qui sarebbero state distrutte la vanità della sapienza terrena; qui sarebbe stato confuso il culto dei demoni e distrutta infine l’empietà di tutti i sacrifici, in quello stesso luogo in cui una stuta superstizione aveva radunato tutto ciò che i diversi errori avevano potuto produrre. » Non temi tu dunque, o beato Apostolo Pietro, di venire solo in questa città? Paolo Apostolo il compagno della tua gloria, è ancora intento a fondare altre Chiese; e tu ti immergi in questa foresta popolata di bestie feroci, avanzi su questo oceano il cui fondo è pieno di tempeste, con più coraggio di quando camminasti sulle acque. Non hai timore di Roma, la dominatrice del mondo, tu che nella casa di Caifa avevi tremato alla voce d’un servo del sacerdote. Il tribunale di Pilato o la crudeltà dei Giudei erano forse più temibili della potenza di Claudio o della ferocia di Nerone? No; ma la forza del tuo amore vinceva il timore, e non avevi paura di quelli che t’eri impegnato di amare. Senza dubbio avevi già avuto il sentimento di quell’intrepida carità il giorno in cui la professione del tuo amore verso il Signore fu sanzionata dal mistero della triplice domanda. Cosicché non si richiese altro alla tua anima se non che, per pascere le pecore di Colui che amavi, il tuo cuore effondesse per esse la sostanza di cui era ripieno. » La tua fiducia, è vero, doveva aumentare al ricordo dei numerosi miracoli che avevi operati, dei preziosi doni della grazia che avevi ricevuti, e delle esperienze molteplici della virtù che risiedeva in te.  Tu avevi già ammaestrato i Giudei che avevano creduto alla tua parola; avevi fondato la Chiesa d’Antiochia, dove ebbe i suoi inizi la dignità del nome Cristiano; avevi sottomesso alle leggi della predicazione evangelica il Ponto, la Galazia, la Cappadocia, l’Asia e la Bitinia; e allora, certo del progresso della tua opera e della durata della tua vita, venisti ad innalzare sulle mura di Roma il trofeo della croce di Cristo, proprio là dove i consigli divini avevano predisposto per te l’onore della potenza sovrana e la gloria del martirio » (P. L. vol. 54, c. 423-425). – L’avvenire del genere umano mediante la Chiesa è dunque fissato a Roma, e i destini di questa città sono per sempre comuni con quelli del sommo Pontefice. Diversi per razza, per lingua, per interessi, noi tutti, figli della Chiesa, siamo Romani nell’ordine della religione; questo titolo ci unisce mediante Pietro a Gesù Cristo, e forma il legame della grande fraternità dei popoli e degli individui cattolici.

Gloria della Roma cristiana.

Gesù Cristo per mezzo di Pietro, e Pietro per mezzo del suo successore ci reggono nell’ordine del governo spirituale. Ogni pastore la cui autorità non emana dalla Sede di Roma, è un estraneo, un intruso. Così pure nell’ordine della credenza Gesù Cristo per mezzo di Pietro e Pietro per mezzo del suo successore ci impartiscono la dottrina divina e ci insegnano a distinguere la verità dall’errore. Qualunque simbolo di fede, qualunque giudizio dottrinale, qualunque insegnamento contrario al Simbolo, ai giudizi e agli insegnamenti della Sede di Roma, viene dall’uomo e non da Dio, e dev’essere respinto con orrore ed anatema. Nella festa della Cattedra di san Pietro in Antiochia, parleremo della Sede Apostolica, come unica fonte del potere di governo nella Chiesa. Oggi, onoriamo la Cattedra romana come l’origine e la regola della nostra fede. – Prendiamo ancora qui le eloquenti parole di san Leone (Serm. 4) e interroghiamolo sui titoli di Pietro all’infallibilità dell’insegnamento. Impareremo da questo grande Dottore a misurare la forza delle parole che Cristo pronunciò perché fossero il principale motivo della nostra adesione per tutta la durata dei secoli. « Il Verbo fatto carne era venuto ad abitare in mezzo a noi, e Cristo si era consacrato interamente alla riparazione del genere umano. Non c’era nulla che non fosse regolato dalla sua sapienza, o che fosse superiore al suo potere. Gli elementi gli obbedivano, e gli Spiriti angelici erano ai suoi ordini; il mistero della salvezza degli uomini non poteva non giungere ad effetto, poiché, era lo stesso Dio,. nella sua Unità e nella sua Trinità, che si degnava di occuparsene. – Tuttavia in questo mondo, solo Pietro è scelto per essere preposto alla vocazione di tutte le genti, a tutti gli Apostoli, a tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio, vi saranno parecchi sacerdoti e parecchi pastori; ma Pietro reggerà, con un potere che gli è proprio, tutti quelli che Cristo stesso governa in una maniera ancora più elevata. Quale grande e meravigliosa partecipazione del suo potere Dio si è degnato di dare a quest’uomo, fratelli diletti! Se ha voluto che vi fosse qualcosa di comune fra lui e gli altri pastori, l’ha fatto a condizione di dare a questi, per mezzo di Pietro tutto ciò che non voleva loro rifiutare. » Il Signore chiede a tutti gli Apostoli quale idea gli uomini abbiano di Lui. Gli Apostoli sono concordi, finche si tratta di esporre le diverse opinioni dell’ignoranza umana. Ma quando Cristo giunge a chiedere ai suoi discepoli quello che pensano essi stessi, il primo a confessare il Signore è colui che è anche il primo nella dignità apostolica. È lui che dice: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo. Gli risponde Gesù: Beato te, O Simone, figlio di Giona, poiché né la carne né il sangue ti hanno rivelato queste cose, ma il Padre mio che è nei cieli. Cioè: Sì, tu sei beato, poiché il Padre mio ti ha ammaestrato; i pensieri della terra non ti hanno indotto in errore, ma ti ha illuminato l’ispirazione del cielo. Non già la carne e il sangue, ma Colui stesso del quale Io sono il Figlio unigenito, mi ha rivelato a te. Ed Io, aggiunge, ti dico: Come il Padre mio ti ha svelato la mia divinità, Io a mia volta ti farò conoscere la tua grandezza. Poiché tu sei Pietro, cioè, come Io sono la Pietra incrollabile, la Pietra angolare che unisce i due muri, il Fondamento tanto essenziale che non se ne potrebbe costituire un altro, così tu pure sei Pietro, poiché sei basato sulla mia solidità, e le cose che sono proprie a me per la potenza che in me risiede sono comuni anche a te per la partecipazione che io te ne faccio. E su questa pietra fonderò la mia Chiesa ; e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Sulla solidità di questa pietra, io fonderò il tempio eterno; e la mia Chiesa, il cui fastigio salirà fino al cielo, s’innalzerà sulla fermezza di questa fede. » Alla vigilia della sua Passione, che doveva essere una prova per la costanza dei discepoli, il Signore disse quest’altre parole: Simone, Simone, Satana ha chiesto di macinarti come il frumento; ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. Quando poi sarai convertito, conferma i tuoi fratelli. Il pericolo della tentazione era comune a tutti gli Apostoli; tutti avevano bisogno dell’aiuto della protezione divina, poiché il diavolo aveva proposto di agitarli tutti e di annientarli. Tuttavia il Signore prende una cura speciale per il solo Pietro; le sue preghiere sono per la fede di Pietro, come se la salvezza degli altri fosse già sicura, per il fatto stesso che non verrà abbattuto l’animo del loro Principe. È dunque su Pietro che si baserà il coraggio di tutti e l’aiuto della grazia divina sarà disposto affinché la solidità che Cristo attribuisce a Pietro sia attraverso Pietro conferita agli Apostoli» (P. L. vol. 54, c. 149-152).

L’infallibilità del Vicario di Cristo.

In un altro discorso (Serm. 3), l’eloquente Dottore ci fa vedere come Pietro vive ed insegna sempre nella Cattedra Romana. « La disposizione data da Colui che è la Verità stessa, permane dunque sempre, e il beato Pietro, conservando la solidità che ha ricevuta, non ha mai abbandonato il timone della Chiesa. Perché è tale il posto dato a lui al disopra di tutti gli altri, che, quando è chiamato Pietro, quando è proclamato Fondamento, quando è costituito Portinaio del Regno dei cieli, quando è nominato Arbitro per legare e sciogliere con una forza tale nei suoi giudizi che questi vengono ratificati anche in cielo, noi siamo in grado di conoscere, attraverso il mistero di così sublimi titoli, il legame che lo univa a Cristo. Ora egli compie con maggior pienezza e potenza la missione che gli è stata affidata; e tutte le parti del suo ufficio e del suo incarico le esercita in Colui e con Colui dal quale è stato glorificato. » Se dunque, su questa Cattedra, facciamo qualcosa di buono, se decretiamo qualcosa di giusto, se le nostre preghiere quotidiane ottengono qualche grazia dalla misericordia di Dio, è per effetto delle opere e dei meriti di colui che vive nella sua sede e vi agisce con la sua autorità. Egli ce lo ha meritato, fratelli diletti, con la confessione che, ispirata al suo cuore di Apostolo da Dio Padre, ha superato tutte le incertezze delle opinioni umane, ed ha meritato di ricevere la fermezza della Pietra che nessun assalto potrebbe scuotere. – Ogni giorno in tutta la Chiesa, è Pietro che dice: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo, e ogni lingua che confessa il Signore è guidata dal Magistero di quella voce. E questa fede che vince il diavolo, e spezza i legami di coloro che egli tiene prigionieri. È essa che introduce in cielo i fedeli quando escono da questo mondo; e le porte dell’inferno non possono prevalere contro di essa. La forza divina che la garantisce, infatti, è tale che mai la perversità eretica l’ha potuta corrompere, né la perfidia pagana sopraffarla » (P. L. vol. 54, c. 146).

Così parla san Leone. « Non si dica dunque, esclama Bossuet nel suo Sermone sull’Unità della Chiesa, non si dica e non si pensi che questo ministero di san Pietro finisce con lui: ciò che deve servire di sostegno a una Chiesa eterna, non può mai aver fine. Pietro vivrà nei suoi successori, Pietro parlerà sempre nella sua Cattedra: è quanto dicono i Padri ed è quanto confermano seicentotrenta Vescovi nel Concilio di Calcedonia ». E ancora: « Così la Chiesa Romana è sempre Vergine, la fede Romana è sempre la fede della Chiesa; si crede sempre quello che si è creduto, la stessa voce risuona dappertutto, e Pietro rimane, nei suoi successori, il fondamento dei fedeli. È Gesù Cristo che l’ha detto; e il cielo e la terra passeranno, ma la sua parola non passerà ».

Pietro continuato nei suoi successori.

Tutti i secoli cristiani hanno professato questa dottrina dell’infallibilità del Romano Pontefice che guida la Chiesa dall’alto della Cattedra Apostolica. La si trova insegnata espressamente negli scritti dei santi Padri, e i Concili ecumenici di Lione e di Firenze si sono pronunciati, nei loro atti, in un modo abbastanza chiaro per non lasciare alcun dubbio ai cristiani di buona fede. Tuttavia, lo spirito di errore, con l’aiuto di sofismi contraddittori e presentando sotto falsa luce alcuni fatti isolati e mal compresi, tentò, per troppo tempo, di far cambiare idea ai fedeli d’un paese devoto del resto alla sede di Pietro. L’influenza politica fu la prima causa di quella triste scissione, che l’orgoglio di scuola rese troppo durevole. L’unico risultato ottenuto fu quello di indebolire il principio di autorità nelle regioni in cui essa regnò, e di perpetuarvi la setta giansenista, i cui errori erano stati condannati dalla Sede Apostolica. Gli eretici ripetevano, dopo l’Assemblea di Parigi del 1682, che i giudizi che avevano messo al bando le loro dottrine non erano neanch’essi irrefutabili. – Lo Spirito Santo che anima la Chiesa ha infine estirpato quel funesto errore. Nel Concilio Vaticano ha dettato la sentenza solenne la quale dichiara che d’ora in poi chiunque si rifiutasse di riconoscere come infallibili i decreti emessi solennemente dal Pontefice romano in materia di fede e di morale cessa per ciò stesso di far parte della Chiesa Cattolica. Invano l’inferno ha tentato di ostacolare gli atti dell’augusta assemblea, e se il Concilio di Calcedonia aveva esclamato: «Pietro ha parlato per bocca di Leone»; se il terzo Concilio di Costantinopoli aveva ripetuto : « Pietro ha parlato per bocca di Agatone »; il Concilio Vaticano ha proclamato: « Pietro ha parlato e parlerà sempre per bocca del Romano Pontefice ». – Pieni di riconoscenza per il Dio di verità che si è degnato di elevare e garantire da ogni errore la Cattedra romana, ascolteremo con umiltà di spirito e di cuore gli insegnamenti che ne emanano. Riconosceremo l’azione divina nella fedeltà con cui questa Cattedra immortale ha saputo custodire la verità senza macchia per diciannove secoli, mentre le Sedi di Gerusalemme, d’Antiochia, d’Alessandria e di Costantinopoli hanno potuto appena custodirla per qualche centinaia di anni, e sono diventate l’una dopo l’altra le cattedre di pestilenza di cui parla il Profeta.

La Fede della Chiesa.

In questi giorni consacrati ad onorare l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua nascita dal seno d’una Vergine, richiamiamo alla nostra mente che dobbiamo alla Sede di Pietro la conservazione di quei dogmi che costituiscono il fondamento di tutta la nostra Religione. Non soltanto Roma ce li ha insegnati per mezzo degli Apostoli ai quali affidò la missione di predicare la fede nelle Gallie; ma quando le tenebre dell’eresia tentarono di gettare la loro ombra su così sublimi misteri, fu ancora Roma che assicurò il trionfo della verità con la sua suprema decisione. A Efeso, dove si trattava, condannando Nestorio, di stabilire che la natura divina e la natura umana in Cristo non formano che una sola ed unica Persona e che di conseguenza Maria è veramente Madre di Dio; a Calcedonia, dove la Chiesa doveva proclamare contro Eutiche la distinzione delle due nature nel Verbo incarnato. Dio e uomo, i Padri dei due Concili ecumenici dichiararono che non facevano altro che seguire nella loro decisione la dottrina trasmessa loro dalle lettere della Sede Apostolica. Questo è dunque il privilegio di Roma, di provvedere mediante la fede agli interessi della vita futura, come provvedé con le armi, per lunghi secoli, agli interessi della vita presente, nel mondo allora conosciuto. Amiamo ed onoriamo questa città Madre e Maestra, nostra patria comune, e con cuore fedele celebriamo oggi la sua gloria. Noi siamo dunque fondati su Gesù Cristo nella nostra fede e nelle nostre speranze, o Principe degli Apostoli, poiché siamo fondati su te che sei la Pietra che Egli ha posta. Siamo dunque le pecore del gregge di Gesù Cristo, poiché obbediamo a te come a nostro Pastore. Seguendo te, o Pietro, siamo dunque certi di entrare nel Regno dei cieli, poiché tu ne possiedi le chiavi. Quando ci gloriamo di essere le tue membra, o nostro Capo, possiamo considerarci come le membra di Gesù Cristo stesso, poiché il Capo invisibile della Chiesa non riconosce altre membra se non obbediamo ai suoi ordini, è la tua fede, o Pietro, che noi professiamo, sono i tuoi comandi che noi seguiamo; poiché se Cristo insegna e governa in te, tu insegni e governi nel Pontefice Romano. Siano dunque rese grazie all’Emmanuele che non ha voluto lasciarci orfani, ma prima di tornare in cielo si è degnato di assicurarci, fino alla consumazione dei secoli, un Padre e un Pastore. La vigilia della sua Passione, volendo amarci sino alla fine, ci lasciò il suo corpo per cibo e il suo sangue per bevanda. Dopo la sua gloriosa Resurrezione, sul punto di salire alla destra del Padre, mentre gli Apostoli erano riuniti intorno a lui, costituì la sua Chiesa come un immenso gregge, e disse a Pietro: Pasci le mie pecore, pasci i miei agnelli. In che modo, o Cristo, assicuravi la perpetuità di quella Chiesa; costituivi nel suo seno l’unità, la sola che potesse conservarla e difenderla dai nemici esterni ed interni. Gloria a te, o divino Creatore, che hai fondato sulla Pietra solida il tuo immortale edificio! Hanno imperversato i venti, si sono scatenate le bufere, l’hanno percossa rabbiosamente i marosi, ma la casa é rimasta in piedi, poiché era fondata sulla roccia (Mt. VII, 25). O Roma, in questo giorno in cui tutta la Chiesa proclama la tua gloria e si rallegra di essere fondata sulla tua Pietra, ricevi le nuove promesse del nostro amore, i nuovi giuramenti della nostra fedeltà. Tu sarai sempre la nostra Madre e la nostra Maestra, la nostra guida e la nostra speranza. La tua fede sarà per sempre la nostra, poiché chiunque non è con te, non è neanche con Gesù Cristo. In te tutti gli uomini sono fratelli, e non sei per noi una città straniera, né il tuo Pontefice un sovrano straniero. Noi viviamo per te della vita del cuore e dell’intelligenza; e tu ci prepari ad abitare un giorno quell’altra città di cui sei l’immagine, la città celeste di cui costituisci l’ingresso. Benedici, o Principe degli Apostoli, le pecore affidate alla tua custodia, ma ricordati, di quelle che sono sventuratamente uscite dall’ovile. Lontano da te, popoli interi che tu avevi nobilitati e civilizzati per mezzo dei tuoi successori, languiscono e non sentono ancora l’infelicità di essere lontani dal Pastore. Lo scisma raffredda e corrompe gli uni; l’eresia divora gli altri. Senza Cristo visibile nel suo Vicario, il Cristianesimo diventa sterile e a poco a poco svanisce. Le audaci dottrine che tendono a diminuire l’insieme dei doni che il Signore ha elargiti a colui che deve farne le veci fino al giorno dell’eternità, hanno per troppo tempo inaridito i cuori di quelli che le professavano; troppo spesso esse li hanno portati a sostituire il culto di Cesare al servizio di Pietro. Guarisci tutti questi mali, o Pastore supremo! Accelera il ritorno delle genti separate; affretta la caduta dell’eresia del XVI secolo; apri le braccia alla tua figlia, la Chiesa d’Inghilterra, e che essa rifiorisca come negli antichi giorni. Scuoti sempre più la Germania e i regni del Nord, e che tutti quei popoli si accorgano che non vi è più salvezza per la fede se non all’ombra della tua Cattedra. Rovescia il mostruoso colosso del Settentrione, che pesa insieme sull’Europa e sull’Asia, e scardina dovunque la vera religione del tuo Maestro. Richiama l’Oriente alla sua antica fedeltà, e che esso riveda dopo così lunga eclisse, le sue Sedi Patriarcali risorgere nell’unità della sottomissione all’unica Sede Apostolica. E infine mantieni noi che, per divina misericordia e per effetto della tua paterna tenerezza, siamo rimasti fedeli, nella fede Romana, nell’obbedienza al tuo successore. Istruiscici nei misteri che ti sono affidati; rivelaci ciò che il Padre celeste ha rivelato a te stesso. Mostraci Gesù, tuo Maestro; guidaci alla sua culla, affinché dietro il tuo esempio, e senza essere scandalizzati dai suoi abbassamenti, abbiamo la fortuna di dirgli come te: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!

 

[Noi oggi, il pusillus grex dell’arca di Pietro, cogliamo l’occasione di questa Festa meravigliosa che, per grazia di Dio celebriamo, per augurare al Santo Padre, Gregorio XVIII, successore di Gregorio XVII [il già cardinal G. Siri] e, in linea diretta continua, di San Pietro, Sommo Pontefice e Vicario di Cristo oggi in esilio, costrettovi dalle macchinazioni delle conventicole massoniche occultamente dirette dal Gran Kahal, salute materiale in questa vita, l’eterna salute spirituale ed una pronta e legittima rioccupazione della Cattedra della Sede Apostolica usurpata nel 1958 da ignobili marrani e servi di satana … sed portæ inferi non prævalebunt et Ipsa conteret caput eorum!

Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes. [Ps. LVIII, 9]

Lunga vita al Papa nostro Gregorio! Fuori i satanici lupi dalla Sede usurpata!

BATTESIMO DI GESU’ CRISTO

 

BATTESIMO DI CRISTO (1)

[Dom P. Guéranger: l’ANNO LITURGICO, I vol. Ed. Paoline, Alba, 1957 impr. ]

(1) [Col decreto della Congr. dei Riti del 22 Marzo 1955, abolita l’Ottava dell’Epifania, venne istituita al 13 Gennaio la « Commemorazione del Battesimo di Gesù Cristo » (n. 16 del decreto) con le stesse prerogative e riti dell’abolito giorno ottavo. Tuttavia, nel caso che in questo giorno cadesse la festa della Sacra Famiglia, si celebra questa, senza commemorazione del Battesimo di Cristo].

Il secondo Mistero dell’Epifania, il Mistero del Battesimo di Cristo nel Giordano, attira oggi in modo speciale l’attenzione della Chiesa. L’Emmanuele si è manifestato ai Magi dopo essersi mostrato ai pastori; ma questa manifestazione è avvenuta nel ristretto spazio d’una stalla a Betlemme, e gli uomini di questo mondo non l’hanno conosciuta. Nel mistero del Giordano, Cristo si manifesta con maggior splendore. La sua venuta è annunciata dal Precursore; la folla che accorre al Battesimo del fiume ne fa testimonianza, e Gesù esordisce alla vita pubblica. Ma chi potrebbe descrivere la grandiosità delle cose che accompagnano questa seconda Epifania?

Il mistero dell’acqua.

Essa ha per oggetto, al pari della prima, il bene e la salvezza del genere umano; ma seguiamo il progredire dei Misteri. La stella ha condotto i Magi verso Cristo. Prima essi aspettavano e speravano; ora, credono. La fede nel Messia venuto comincia in seno alla Gentilità. Ma non basta credere per essere salvi; è necessario che la macchia del peccato sia lavata nell’acqua. « Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc. XVI, 16): è tempo dunque che avvenga una nuova manifestazione del Figlio di Dio, per inaugurare il grande rimedio che deve dare alla Fede la virtù di produrre la vita eterna. Ora, i decreti della divina Sapienza avevano scelto l’acqua come strumento di questa sublime rigenerazione della razza umana. Già all’origine delle cose lo Spirito di Dio ci è rappresentato mentre sorvola sulle acque, affinché, come canta la Chiesa il Sabato Santo, la loro natura concepisse già un principio di santificazione. – Ma le acque dovevano servire alla giustizia contro il mondo colpevole, prima di essere chiamate a compiere i disegni della misericordia. Ad eccezione d’una sola famiglia, il genere umano per un terribile decreto, scomparve sotto le acque del diluvio. Tuttavia, alla fine di quella terribile scena, si manifestò un nuovo indizio della futura fecondità di questo elemento predestinato. La colomba, uscita per un momento dall’arca della salvezza, vi rientrò con un ramoscello d’ulivo, simbolo della pace ridata alla terra dopo l’effusione dell’acqua. Ma il compimento del mistero annunciato era ancora lontano. Nell’attesa del giorno in cui il mistero sarebbe stato manifestato, Dio moltiplicò le immagini destinate a sostenere l’attesa del suo popolo. Così, fu attraversando le acque del Mar Rosso che il popolo arrivò alla Terra promessa; e durante il misterioso tragitto, una colonna di nube copriva insieme il cammino d’Israele e le acque benedette alle quali questi doveva la sua salvezza. Ma il solo contatto delle membra umane d’un Dio incarnato poteva dare alle acque la virtù purificatrice che ogni uomo colpevole sospirava. Dio aveva dato il Figlio suo non al mondo soltanto come Legislatore, Redentore e Vittima di Salvezza, ma perché fosse anche il Santificatore delle acque; e appunto in seno a questo sacro elemento doveva rendergli una testimonianza divina, manifestarlo una seconda volta.

Il battesimo di Gesù.

Gesù dunque, all’età di trent’anni, va verso il Giordano, fiume già famoso per le meraviglie profetiche operate nelle sue acque. Il popolo ebreo, risvegliato dalla predicazione di Giovanni Battista, accorreva in massa per ricevere il Battesimo che poteva produrre il pentimento del peccato, ma non cancellarlo. Il nostro divino Re va anch’egli al fiume, non per cercarvi la santificazione, poiché Egli è il principio di ogni giustizia, ma per dare finalmente alle acque la virtù di produrre, come canta la Chiesa, una razza nuova e santa. Scende nel letto del Giordano, non più come Giosuè per attraversarlo a piedi asciutti, ma affinché il Giordano lo cinga delle sue acque, e riceva da Lui, per comunicarla a tutto l’elemento, quella virtù santificatrice che esso non perderà mai più. Riscaldate dai divini ardori del Sole di giustizia, le acque divengono feconde, nel momento in cui il sacro capo del Redentore viene immerso nel loro seno dalla mano tremante del Precursore. Ma in questo preludio di una nuova creazione, è necessario che intervenga tutta la Trinità. Si aprono i cieli, e ne scende la Colomba, non più come simbolo e figura, ma per annunciare la presenza dello Spirito d’amore che dà la pace e trasforma i cuori. Essa si ferma e si posa sul capo dell’Emmanuele, scendendo insieme sull’umanità del Verbo e sulle acque che bagnano le sue auguste membra.

La testimonianza del Padre.

Tuttavia il Dio-Uomo non era manifestato ancora con abbastanza splendore; bisognava che la parola del Padre risonasse sulle acque, e le agitasse fin nella profondità dei loro abissi. Allora si fece sentire quella Voce che aveva cantata David: Voce del Signore che risuona sulle acque, tuono del Dio di maestà che spezza i cedri del Libano, l’orgoglio dei demoni, che spegne il fuoco dell’ira celeste, che scuote il deserto, che annuncia un nuovo diluvio (Sal. 28), un diluvio di misericordia; e quella voce che diceva: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto. – Così fu manifestata la Santità dell’Emmanuele dalla presenza della divina Colomba e dalla voce del Padre, come era stata manifestata la sua Regalità dalla muta testimonianza della Stella. Compiuto il divino mistero e investito della virtù purificatrice l’elemento delle acque, Gesù esce dal Giordano e torna a riva, portando con sé – secondo l’opinione dei Padri – rigenerato e santificato il mondo di cui lasciava sotto le acque i delitti e le immondezze.

Usanze.

Come è grande la festa dell’Epifania, che ha per oggetto di onorare così sublimi misteri! E come non c’è da stupire se la Chiesa Orientale ha fatto di questo giorno una delle date per l’amministrazione solenne del Battesimo. Gli antichi monumenti della Chiesa delle Gallie ci mostrano che l’usanza esisteva anche presso i nostri avi; e più d’una volta – stando a quanto riferisce Giovanni Mosch – si vide il santo battistero riempirsi d’un’acqua miracolosa il giorno di questa grande festa, e asciugarsi da sé dopo l’amministrazione del Battesimo. La Chiesa Romana, fin dal tempo di san Leone, insisté per riservare alle feste di Pasqua e di Pentecoste l’onore di essere gli unici giorni consacrati alla celebrazione solenne del primo fra i Sacramenti; ma in parecchi luoghi dell’Occidente si conservò e dura ancora oggi l’usanza di benedire l’acqua con una solennità del tutto speciale nel giorno dell’Epifania. – La Chiesa d’Oriente ha conservato inviolabilmente tale usanza. La funzione ha luogo, ordinariamente, nella Chiesa, ma talvolta il Pontefice si reca sulle rive di un fiume, accompagnato dai sacerdoti e dai ministri rivestiti dei più ricchi paramenti e seguito da tutto il popolo. Dopo alcune magnifiche preghiere, che ci dispiace di non poter riportare qui, il Pontefice immerge nelle acque una croce rivestita di pietre preziose che significa il Cristo, imitando così l’azione del Precursore. Un tempo, a Pietroburgo, la cerimonia aveva luogo sulla Neva, e attraverso un’apertura praticata nel ghiaccio il Metropolita faceva scendere la croce nelle acque. Questo rito si osserva parimenti nelle Chiese dell’Occidente che hanno conservato l’usanza di benedire l’acqua nella Festa dell’Epifania. – I fedeli si affrettano ad attingere nella corrente del fiume quell’acqua consacrata; e san Giovanni Crisostomo – nella sua ventiquattresima Omelia sul Battesimo di Cristo – attesta, chiamando a testimone il suo uditorio, che quell’acqua non si corrompeva mai. Lo stesso prodigio è stato riconosciuto molte volte in Occidente. – Glorifichiamo dunque Cristo per questa seconda manifestazione del suo divino carattere, e rendiamogli grazie, insieme con la santa Chiesa, per averci dato, dopo la Stella della fede che ci illumina, l’Acqua potente che toglie le nostre immondezze. Nella nostra riconoscenza, ammiriamo l’umiltà del Salvatore che si curva sotto la mano di un uomo mortale al fine di compiere ogni giustizia, come dice egli stesso; poiché, avendo assunto la forma del peccato era necessario che sopportasse l’umiliazione per risollevarci dal nostro abbassamento. Ringraziamolo per questa grazia del Battesimo che ci ha aperto le porte della Chiesa terrena e della Chiesa celeste. Infine, rinnoviamo gli impegni che abbiamo contratti sul sacro fonte, e che sono stati la condizione di questa nuova nascita.

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

[Dom P. Guèranger: l’ANNO LITURGICO, vol. I, Ed. Paoline, 1957 – impr.]

Scopo di questa festa.

Fino a pochi anni fa era la Regalità di Cristo, il suo impero eterno che la Liturgia cantava in questa Domenica, unendo i suoi cantici a quelli dei Cori angelici nell’adorazione del Dio fatto uomo (Introito della Messa della Domenica nell’Ottava della Epifania). Ma la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e dalla sua materna sollecitudine, ha pensato che poteva essere opportuno invitare le generazioni del nostro tempo a considerare oggi le mutue relazioni di Gesù, di Maria e di Giuseppe, per raccogliere le lezioni che esse contengono e trarre profitto dai soccorsi così efficaci che offre il loro esempio (Martirologio romano). Il fatto che nel Messale è assegnato lo stesso brano evangelico alla Domenica nell’Ottava dell’Epifania e alla recente festa della Sacra Famiglia, non è stato senza influsso – si può supporre – sulla scelta del posto che occupa ormai nel calendario la nuova solennità. Questa d’altronde non distoglie completamente il nostro pensiero dai misteri del Natale e dell’Epifania: la devozione alla sacra Famiglia non è forse nata a Betlemme, dove Maria e Giuseppe ricevettero dopo Gesù, gli omaggi dei pastori e dei Magi? E se l’oggetto dell’odierna festa sorpassa i primi momenti dell’esistenza terrena del Salvatore e si estende ai trenta anni della sua vita nascosta, non si trovano forse già presso la mangiatoia alcuni dei suoi aspetti più significativi? Gesù, nella volontaria debolezza in cui lo pone il suo stato d’infanzia, si abbandona a coloro che i disegni del Padre suo hanno affidato alla sua custodia; Maria e Giuseppe esercitano, nell’umile adorazione riguardo a Colui che ha loro dato l’autorità, tutti i doveri che impone la loro sacra missione.

Modello del focolare cristiano.

Più tardi il Vangelo, parlando della vita di Gesù fra Maria e Giuseppe a Nazareth, la descriverà con queste sole parole: « Ed era loro sottomesso. E la madre custodiva nel suo cuore tutte queste cose, e Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc. 2, 51, 52). Per quanto breve sia in questo caso il testo sacro, esso scopre tuttavia al nostro sguardo una luminosa visione d’ordine e di pace, nell’autorità, nella sottomissione, nella dipendenza e nei mutui rapporti. La santa casa di Nazareth si offre a noi come il modello perfetto del focolare cristiano. Qui Giuseppe comanda con la calma e con la serenità, perché ha coscienza, agendo in tal modo, di fare la volontà di Dio e di parlare in suo nome. Sa che riguardo alla sua castissima Sposa e al suo divin Figlio egli è molto inferiore, tuttavia la sua umiltà gli fa accettare, senza timore né turbamento, il compito che gli è stato affidato da Dio di essere il capo della sacra Famiglia, e come un buon superiore non pensa a far uso dell’autorità se non per adempiere più perfettamente l’ufficio di servitore, di suddito, di strumento. Maria, come conviene alla donna, rimane modestamente sottomessa a Giuseppe e, a sua volta, adorando Colui cui essa comanda, dà senza esitare gli ordini a Gesù nelle mille occasioni che presenta la vita di famiglia, chiamandolo, chiedendo il suo aiuto, affidandogli questa o quella occupazione, come fa una madre con il figlio. E Gesù accetta umilmente tale soggezione; si mostra sollecito ai minimi desideri dei genitori, docile ai loro minimi ordini. In tutti i particolari della vita ordinaria, egli, più abile, più sapiente, più santo di Maria e di Giuseppe, e benché ogni onore sia dovuto a lui, resta sottomesso a loro, e lo sarà fino ai giorni della sua vita pubblica, perché quelle sono le condizioni della umanità che ha rivestito e quello è il beneplacito del Padre. « Sì – esclama san Bernardo preso dall’entusiasmo davanti a spettacolo così sublime – il Dio al quale sono sottomessi gli Angeli, al quale obbediscono i Principati, le Potestà, era sottomesso a Maria; e non soltanto a Maria, ma anche a Giuseppe a motivo di Maria! Ammirate dunque l’uno e l’altro, e osservate ciò che vi sembra più ammirevole, se la benignissima condiscendenza del Figlio o la gloriosissima dignità della Madre. Motivo di stupore da entrambe le parti; miracolo sublime ancora da entrambe le parti. Un Dio obbedisce a una creatura umana: ecco un’umiltà che non ha riscontro; una creatura umana comanda a un Dio: ecco una sublimità che non ha uguali » ( Omelia I sul Missus est). – Salutare lezione quella che qui ci è presentata! Dio vuole che si obbedisca e si comandi secondo il compito e le funzioni di ciascuno, non secondo il grado dei meriti e della virtù. A Nazareth, l’ordine dell’autorità e della dipendenza non è lo stesso che quello della perfezione e della santità. Così avviene pure spesso in qualsiasi società umana e nella stessa Chiesa: se il superiore deve talvolta rispettare nell’inferiore una virtù più alta della sua, l’inferiore ha sempre il dovere di rispettare nel superiore un’autorità derivata dall’autorità stessa di Dio. – La sacra Famiglia viveva del lavoro delle sue mani. La preghiera in comune, i santi colloqui con i quali Gesù si compiaceva di formare ed elevare in maniera sempre crescente le anime di Maria e di Giuseppe, avevano un proprio tempo, e dovevano cessare davanti alla necessità di provvedere alle esigenze della vita quotidiana. Povertà e lavoro sono mezzi di santificazione troppo importanti perché Dio non li imponesse al piccolo gruppo benedetto di Nazareth. – Giuseppe esercitava dunque assiduamente il suo mestiere di falegname, e Gesù, appena sarà in grado di farlo, condividerà il suo lavoro. Nel II secolo, la tradizione conservava ancora il ricordo dei gioghi e degli aratri fabbricati dalle sue mani divine (S. Giustino, Dialogo con Trifone, 88). In quelle ore. Maria compiva tutti i suoi doveri di padrona d’una umile casa. Preparava i pasti che Giuseppe e Gesù dovevano trovar pronti dopo il lavoro, attendeva all’ordine e al disbrigo delle faccende, e senza dubbio – secondo l’usanza di quel tempo – provvedeva Ella stessa in gran parte ai vestiti suoi e della famiglia, oppure faceva per altri qualche lavoro il cui compenso sarebbe servito ad aumentare il benessere di tutti. Così, con la sua vita oscura ed attiva nella bottega di Giuseppe, Gesù ha elevato e nobilitato il lavoro manuale che è la sorte della maggior parte degli uomini. Assumendo per sé e per i genitori la condizione di semplice artigiano, egli ha meravigliosamente onorato e santificato la condizione delle classi lavoratrici, che possono d’ora in poi venire a cercare, in così augusti esempi, insieme ad un incoraggiamento nella pratica delle più nobili virtù, un motivo costante di soddisfazione e di felicità (Leone XIII, Breve Neminem fugit del 14 giugno 1892). Così ci appare la sacra Famiglia sotto l’umile tetto di Nazareth, vero modello di quella vita domestica con i suoi mutui rapporti di carità e le sue ineffabili bellezze, che è la sfera d’azione di milioni di fedeli in tutto il mondo; dove il marito comanda come faceva Giuseppe, la moglie obbedisce come faceva Maria; dove i genitori sono solleciti dell’educazione dei figli, e dove questi ultimi tengono il posto di Gesù con l’obbedienza, il progresso, la gioia e la luce che diffondono intorno a sé. Secondo l’espressione d’un pio autore che ci piace citare, il focolare cristiano, per le grazie che ogni giorno e ad ogni istante sono riversate dal cielo su di lui, per la moltitudine delle virtù che mette in azione e infine per la felicità di cui è lo scrigno, è « come il vestibolo del Paradiso » (Coleridge, La vita della nostra vita, ovvero la Storia di Nostro Signor Gesù Cristo, III, c. 16). Cosicché non c’è da stupire se esso forma l’oggetto di continui attacchi dei nemici del genere umano. E se questi riportano talora qualche notevole vittoria sul regno fondato quaggiù da Nostro Signore, ciò avviene « quando riescono a contaminare il matrimonio, a distruggere l’autorità dei genitori, a raffreddare gli affetti e i doveri che legano i figli al padre e alla madre. Non v’è invasione di orde barbariche avanzanti attraverso una fiorente regione che mettono a ferro e fuoco, che sia tanto odiosa agli occhi del cielo quanto una legge che sanzioni lo scioglimento del vincolo matrimoniale, o che sottragga i figli alla custodia e alla direzione dei genitori. In tutto il mondo per misericordia di Dio, la famiglia cristiana è stata stabilita e difesa dalla Chiesa come la sua più bella creazione e il suo più grande beneficio verso la società. Ora la luce, la pace, la purezza e la felicità del focolare cristiano, è derivato tutto dalla vita trascorsa da Gesù, Maria e Giuseppe nella santa casa di Nazareth.

Storia del culto.

II culto della sacra Famiglia si sviluppò particolarmente nel secolo XVI, sotto la forma di pie associazioni aventi come fine la santificazione delle famiglie cristiane sul modello di quella del Verbo incarnato. Questa devozione, introdotta nel Canadà dai Padri della Compagnia di Gesù, non tardò a propagarsi rapidamente grazie allo zelo di Francesco di Montmorency-Laval, primo vescovo di Quebec. Il virtuoso Prelato, con il suggerimento e il concorso del Padre Chaumonot e di Barbara di Boulogne, vedova di Luigi d’Ailleboùt di Coulonges, antico governatore del Canadà, eresse nel 1665 una Confraternita di cui egli stesso ebbe cura di stendere i regolamenti, e poco tempo dopo istituì canonicamente nella sua diocesi la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, disponendo che ci si servisse della Messa e dell’Ufficio che aveva fatto comporre per tale circostanza (Gosselin, Vie de Mgr. de Lavai, I, c. 27). – Due secoli più tardi, davanti alle crescenti manifestazioni della pietà dei fedeli riguardo al mistero di Nazareth, il papa Leone XIII, con il Breve « Neminem fugit » del 14 giugno 1892, istituiva a Roma l’associazione della Sacra Famiglia, con lo scopo di unificare tutte le Confraternite costituite sotto lo stesso nome. L’anno seguente, lo stesso Sommo Pontefice decretava che la festa della Sacra Famiglia si celebrasse nella terza Domenica dopo l’Epifania dovunque era stata concessa, e la dotava d’una nuova Messa e d’un Ufficio di cui egli stesso aveva voluto comporre gli inni. Infine Benedetto XV, nel 1921, rendeva obbligatoria la festa in tutta la Chiesa, e la fissava alla Domenica tra l’Ottava dell’Epifania (La Francia però festeggia la Sacra Famiglia nella seconda Domenica dopo l’Epifania, a motivo della solennità dell’Epifania che ha luogo oggi).

CALENDARIO LITURGICO della CHIESA CATTOLICA: GENNAIO

GENNAIO è il mese che la CHIESA dedica al Nome di Gesù, all’Epifania e al Battesimo di GESU’

… Balaam andò, e, il giorno dopo il suo arrivo, Balac lo condusse sopra un’alta montagna, d’ove si scuopriva l’armata di Israello. A quella vista Balaam, preso dallo spirito del Signore, si fa a benedire quel popolo che era venuto a maledire, e in cominciando a profetare esclama:

« Parola di Balaam figliuolo di Beor, parola di quell’uomo che ha chiuso l’occhio; parola di lui, che ha udito i parlari di Dio, che fa la dottrina dell’Altissimo, e vede le visioni dell’Onnipotente…. Io lo vedrò ma non ora: fisserò in lui lo sguardo ma non da vicino. Di Giacobbe nascerà una stella, e spunterà da Israele una verga e percuoterà i capi di Moab… da Giacobbe verrà il dominatore e sterminerà gli avanzi della città».

Una tradizione inalterabile comune ai Giudei e ai Cristiani, mantenutasi più di 3500 anni, ha sempre attestato che Balaam designava il Messia con quelle parole: Una stella nascerà da Giacobbe, una verga sorgerà da Israello. Le parole del profeta avevano risuonato per tutto l’Oriente; la memoria se n’era perpetuata d’età in età; e quando la stella apparve, i Magi, istruiti e dalla tradizione e dalla grazia, si misero in cammino per andare ad adorare Il glorioso germe d’Israello, che trovarono in Betlemme con la sua Madre divina, ed al quale offersero in dono oro, incenso e mirra. Seguendo l’orientale costume, tutt’oggi in vigore, di non psentarsi ai Re senza qualche tributo, i Magi deposero ai piedi del bambino Gesù misteriosi donativi. Coll’oro, confessarono la sua origine regale, il suo dominio sull’universo, il suo diritto alla sudditanza delle nazioni tutte: coll’incenso, emblemi dell’adorazione, del sacrificio, dell’annientamento della creatura innanzi a Dio venerarono la sua divinità: colla mirra, adoperata nelle imbalsamazioni, riconobbero la sua santa umanità. Ed ecco in questi regali un ammaestramento per noi pure giacché al Bambino di Betlemme noi tutti dobbiamo offrire l’oro della carità e dell’obbedienza assoluta, l’incenso delle nostre orazioni e della nostra fede, la mirra della mortificazione e dell’estinzione dei nocevoli appetiti. Ecco quali sono i tributi ch’Egli da noi richiede. – Furono i Magi le primizie del Gentilesimo, sicché fin dal loro arrivo a Betlemme comincia quell’epoca nuova di grazie e di benedizioni, in cui il Sole di verità e di giustizia illumina l’intero universo: epoca per sempre memorabile, di cui la Chiesa ha consacrata la ricordanza per mezzo della solennità dell’Epifania.

Le feste del mese di Gennaio 2018

1 Gennaio Die Octavæ Nativitatis Domini  Feria privilegiata *L1*

2 Gennaio Sanctissimi Nominis Jesu   Duplex II. classis *L1*

5 Gennaio 1° Venerdì

6 Gennaio In Epiphania Domini  Duplex I. clasis *L1* – 1° Sabato

7 Gennaio Dom. I post Epiphaniam Sanctæ Familiæ Jesu Mariæ Joseph    Duplex

13 Gennaio Commemoratio Baptismatis D. N. Jesu Christi    Duplex II. classis

14 Gennaio Dominica II post Epiphaniam  Semiduplex Dominica minor *I*

                        S. Hilarii Epíscopi Confessoris Ecclesiæ Doctoris

15 Gennaio S. Pauli Primi Eremitæ et Confessoris – Duplex

16 Gennaio S. Marcelli Papæ et Martyris – Semiduplex

17 Gennaio S. Antonii Abbatis    Duplex

18 Gennaio Cathedræ S. Petri    Duplex majus *L1*

19 Gennaio Ss. Marii, Marthæ, Audifacis, et Abachum martyrum    Simplex

20 Gennaio Ss. Fabiani et Sebastiani Martyrum    Duplex

21 Gennaio Dominica III Post Epiphaniam   Semiduplex Dominica minor *I*

                         S. Agnetis Virginis et Martyris

22 Gennaio Ss. Vincentii et Anastasii Martyrum    Semiduplex

23 Gennaio S. Raymundi de Peñafort Confessoris    Semiduplex

24 Gennaio S. Timothei Epíscopi et Martyris    Duplex

25 Gennaio In Conversione S. Pauli Apostoli    Duplex majus *L1*

26 Gennaio S. Polycarpi Epíscopi et Martyris    Duplex

27 Gennaio S. Joannis Chrysostomi Epíscopi Conf. et Eccl. Doc.   Duplex

28 Gennaio  Dominica in Septuagesima    Semiduplex 2nd class *I*

                            S. Petri Nolasci Confessoris

29 Gennaio S. Francisci Salesii Epíscopi Confessoris Ecclesiæ Doct. Duplex

30 Gennaio S. Martinæ Virginis et Martyris – Semiduplex

31 Gennaio S. Joannis Bosco Confessoris  – Duplex

TEMPO DI AVVENTO

TEMPO DI AVVENTO

[J.-J. Gaume: Catechismo di Perseveranza, vol. IV, lez. XXV, Torino 1881]

La vita dell’uomo dev’essere una festa continua; tutti i giorni, tutte le ore che la compongono, debbono essere santificate in modo, che ogni istante della nostra esistenza sia come un inno di gloria a Colui che ha creato l’uomo e il tempo. – Ma tanta si è l’umana fragilità, tanta la preoccupazione degli affari, tanta la violenza delle passioni, che la Chiesa nella sua materna tenerezza ha riputato conveniente di stabilire certi giorni e certi periodi speciali destinati a purificare il nostro cuore con la preghiera, con la mediazione delle verità eterne e con la penitenza: ecco quello che noi abbiamo velato nella precedente lezione.

I. – Idea dell’Avvento. — Nel primo ordine di quest’epoche salutari vuolsi collocare il tempo dell’Avvento. Infatti l’Avvento è un tempo di preghiera e di penitenza che la Chiesa ha stabilito per preparare suoi figli alla nascita del Salvatore. Ciò che sono le vigilie per le feste ordinarie, ciò che la Quaresima è per la Pasqua, ciò che quattro mila anni del vecchio mondo furono in ordine alla venuta del Messia, è l’Avvento alla solennità del Natale. – Quattro settimane di preparazione non sembreranno soverchie, quantunque si consideri l’eccellenza del mistero che le segue. Se il popolo d’Israele dovè prepararsi con tanta accuratezza a ricevere la legge promulgata sul monte Sinai”, a varcare le acque del Giordano e penetrare nella Terra promessa, a partecipare alle inefficaci sue vittime, o a celebrare le sue feste figurative, quali a parer vostro esser devono le preparazioni dei cristiani per riavere il Dio del Cielo, il Verbo eterno, il legislatore supremo, la vittima senza macchia, il tipo eterno di tutte le feste e di tutti i sacrifici?

II. – Antichità dell’Avvento. — Penetrata di questi alti pensieri, la Chiesa ha istituito l’Avvento per facilitare al Messia l’adito del nostro cuore. Sembra che la celebrazione dell’Avvento sia antica al pari della festa del Natale, quantunque la disciplina della Chiesa non sia stata a questo proposito sempre costante. Per molti secoli l’Avvento fu di quaranta giorni come la Quaresima, e incominciava a san Martino; e la Chiesa di Milano, fedele agli usi antichi, ha conservato le sei settimane dell’Avvento primitivo, che erano state adottate dalle Chiese di Spagna. Non andò molto per altro che dalla Chiesa di Roma fu ridotto a quattro settimane, cioè a quattro domeniche, compresa la porzione di settimana che precede il Natale. Tutto l’Occidente ne ha seguito l’esempio. – Per l’addietro si digiunava nell’Avvento, e in alcuni paesi questo digiuno era obbligatorio per tutti, in altri era di semplice devozione. L’istituzione del digiunoIè attribuita a san Gregorio Magno, il quale però non ebbe in mente di farne un precetto generale. Fino dalla metà del quarto secolo, nell’anno 462, san Perpetuo, vescovo di Tours, ordinò nella sua diocesi tre giorni di digiuno per ogni settimana, da san Martino fino a Natale; regolamento che divenne generale nella Chiesa di Francia nel settimo secolo dopo la convocazione del Concilio di Macon nel 581. Quella santa adunanza prescrisse che pel comune dei fedeli i digiuni si osservassero nel lunedì, mercoledì e venerdì di ciascuna settimana, dalla feria o festa di san Martino fino a quella della nascita di Nostro Signore, e che gli uffizi, e specialmente il sacrificio della Messa fossero celebrati come in Quaresima; vietò inoltre l’uso della carne in tutti i giorni durante lutto l’Avvento. La medesima astinenza era osservata nelle altre provincie cattoliche, e ne abbiamo la prova in una donazione pia di quell’epoca. Nel 753 avendo Astolfo re dei Longobardi in Italia concesso l’uso delle acque di Nonantola alla badia di questo nome, si era riservato quaranta lucci per uso della sua tavola durante la Quaresima di san Martino; dal che si può dedurre, che nell’ottavo secolo i Longobardi osservavano il digiuno nei quaranta giorni che precedono la festa di Natale, o che almeno si astenevano dalle carni – Al digiuno si aggiungevano le preghiere ed altri esercizi di penitenza. « Presso noi, scrive un antico autore, dalla festa di san Martino fino a quella di Natale, l’astinenza da ogni carne viene comandata a tutti i figli della Chiesa, come un mezzo indispensabile di accostarsi ai sacramenti nel giorno della nascita del Salvatore ». Il Pontefice Bonifazio VIII nella Bolla di canonizzazione di san Luigi dichiara, che quel degno successore di Carlo Magno passava tutti i giorni dell’Avvento in,digiuni e preghiere. Tale era la condotta dei semplici fedeli. – Quanto ai religiosi, essi digiunavano come in tempo di Quaresima, e i più hanno conservato fino ai dì nostri quest’uso. Aggiungeremo che questo è il corso naturale delle cose, poiché è colui che di tutti i suoi giorni non fa che una continua preparazione alle cose eterne, che conserva le strette osservanze di preparazione e di digiuno; è colui che non è più in battaglia, che conserva la propria arme mentre quegli la cui vita è una continua distrazione, un avvicendamento di piaceri e di disordini si disarma e più non veglia per difendersi dal nemico.

III. Liturgia dell’Avvento. — Intanto la Chiesa non trascura alcun mezzo per eccitare neI propri figli l’antico fervore dei padri loro. E non è forse con ragione? – Il Bambino che noi aspettiamo è forse meno amabile, meno santo, men degno di tutto l’amor nostro oggi che in altro tempo? Ha egli forse cessato di essere l’amico dai cuori puri? La sua venuta nelle anime nostre è forse meno necessaria? Ah! Che noi forse abbiamo rialzato in cuore gli idoli che Egli era venuto a rovesciare diciotto secoli fa! Deh! facciam senno davvero ed entriamo nei disegni della Chiesa, dacché vediamo come questa madre affettuosa raddoppia le sue premure per fermare in noi le disposizioni di penitenza e di carità necessarie al buon ricevimento del Bambino di Betlemme. Nei suoi uffizi ella dimette i suoi ornamenti di gioia e prende il color violetto in segno di compunzione. Il Gloria in excélsis si tralascia alla Messa; ma la stessa mestizia è temperata dalla speranza, ed ecco perché essa ripete l’Alleluia alla Messa della domenica. Lo sopprime alle ferie per richiamarci alla penitenza e per dire ai cristiani d’oggidì: sappiate che per i vostri padri tutti i giorni dell’Avvento erano giorni di astinenza e di digiuno: siano per voi almeno giorni di pentimento e dì preghiera. – E a fine di eccitare in tutte le anime questo doppio sentimento di speranza e di compunzione, ecco che adopra a vicende la voce di Paolo, la voce d’Isaia, la voce di Giovanni sulle rive del Giordano, la voce dello stesso Messia che si mescola agli accenti dei predicatori e agl’inni della Chiesa. « È tempo che ci svegliamo, l’ora della nostra redenzione si avvicina, la notte s’inoltra, il giorno è per nascere; affrettiamoci dunque ad abbandonare le opere delle tenebre, e rivestiamoci delle armi di luce. Camminiamo con onestà e decenza come si conviene nel giorno; non vi abbandonate ai vizi, ma rivestitevi del Nostro Signore Gesù Cristo ». Sono questi gli avvertimenti che ci dà l’apostolo san Paolo nell’epistola della prima domenica dell’Avvento. Allo scopo di rendere questa lezione più efficace, la Chiesa ci rammenta nel Vangelo il giudizio finale e la seconda venuta del Figlio di Dio; egli è come se dicesse: Se volete vedere senza timore arrivare il Dio ch’io vi annunzio, allorché verrà come vindice deivivi e dei morti, preparatevi a riceverlo ora ch’Ei viene come Salvatore. Beato chi è docile al mio avviso! Vedete quanto sarà formidabile la sua seconda venuta. « Si vedranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle; le nazioni della terra saranno nella costernazione; gli uomini geleranno di spavento nell’aspettativa di ciò che deve accadere all’universo; le colonne del firmamento crolleranno; ed ecco arrivare il Figlio dell’Uomo sopra una nube, armato di gran potenza e maestà. Quanto a voi, allorché vedrete succedere tali cose, aprite gli occhi ed alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina. Giudicatene dal paragone del fico e degli altri alberi: quando li vedete fiorire voi dite, l’estate è vicina. Per egual modo quando vedrete quel ch’Io vi predico, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità Io vi dico, questa generamene non passerà senza che ciò si adempia. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno ». – Ditemi di grazia, poteva forse la Chiesa trovare una verità più capace di gettare il terrore nelle anime, e di forzare i cristiani a rientrare in loro stessi? Ma ella vuole che alle lacrime della penitenza e ai terrori del giudizio si uniscano i sospiri e le consolazioni della speranza. Perciò all’uffizio della sera essa li palesa nell’inno, Statuta decreto, le cui note e parole esprimono una dolce ma profonda malinconia.

« Ecco finalmente venire i tempi designati dai decreti del Signore;

» Ecco venire il giorno che si è fatto aspettare per tanti secoli.

» La posterità di un padre colpevole giaceva tribolata ed in angustie sopra un letto di dolori;

» Gli uomini erano senza forza, scoraggiati, sepolti nelle ombre della morte;

» I terrori della tomba, i tormenti dell’inferno erano la loro eredità;

» I figli d’Adamo tremavano e si esinanivano nell’aspettazione del supremo Giudice.

» Ohimè! chi poteva liberarli da mali sì grandi? Qual mano sarà abbastanza potente per sanare una piaga sì profonda?

» Voi solo, o Cristo! voi solo potete, scendendo dal vostro trono, rendere alla vostra immagine la sua forma e la sua bellezza!

» O cieli, apritevi sul nostro capo, lasciate cadere la vostra preziosa rugiada, e la terra fecondata dia al mondo il suo Salvatore.

» O Figlio, che venite per essere il nostro liberatore, sia lode a voi col Padre e con lo Spirito nei secoli eterni ».

.- In vece dell’Inno Statuto decreto, la Chiesa romana canta l’Inno. En clara vox redarguit, di cui porgiamo qui la poetica versione.

VERSIONE DELL’INNO

En clara vox redarguit.

Di buie tenebre fra l’ombre nere

Chiara una voce tuonar s’udì;

Lungi dei sogni sgombran le schiere,

Cristo dall’alto ci apporta il dì.

Dal reo torpore sorga la mente,

Assai sen giacque depressa al suo.

Novello un astro brilla repente

Sanando i mali, calmando il duol.

Ecco l’Agnello dal ciel s’invia

A nostro scampo già muove il piè.

Col mesto canto, o gente pia,

Dei nostri falli chiediam mercè.

– Tutto il popolo che la mattina tremava alla ricordanza della valle di Giosafatte, esulta la sera di deliziosa speranza, intravedendo il presepio di Betlemme, e mille schiette armonie esprimono questi sentimenti. E ne abbiamo una bella prova in quel cantico popolare che il fanciullo e il vecchio si dilettano di ripetere la sera nel cantuccio del fuoco: « Venite, divino Messia, cambiate i nostri giorni affannosi; venite, sorgente di vita, venite, venite, venite, ecc.». – La seconda domenica dell’Avvento la Chiesa continua le sue istruzioni; esse divengono sempre più preziose, a misura che il grande avvenimento si avvicina: è la luce che divien più viva a misura che il sole si avvicina all’orizzonte. Nell’epistola il grande Apostolo fa ancora udire la sua voce; egli annunzia che Gesù Cristo è inviato per adempiere tutte le figure e per riunire in un solo gregge i giudei e i gentili. – Il vangelo ci presenta il Precursore che addita nella persona di Gesù Cristo il Redentore aspettato da quaranta secoli. Egli conosceva quest’Agnello di Dio, ma i suoi discepoli nol conoscevano. Per ammaestrarli, egli spedì a Gesù due di loro con ordine di fargli questa interrogazione e aspettarne la risposta: « Sei Tu Colui che deve venire, o dobbiamo noi aspettarne un altro? » Gesù, avendo in loro presenza operato diversi miracoli, a cui secondo Isaia si riconoscerebbe il Cristo, Gesù rispose loro: « Andate, e dite a Giovanni quello che avete veduto; i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano;

Quando alla terra di nuovo splenda,

Cingendo il mondo d’alto terror,

Sul reo la giusta pena non scenda,

Ma ci protegga pietoso allor.

Sia gloria eterna al Genitore,

Sia gloria all’unica prole immortale,

All’almo Spirito, divino amore

Per tutti i secoli sia gloria egual.     P. L,

« Il vangelo è predicato ai poveri; felice colui che non si sarà scandalizzato: » Più si avvicina il momento solenne cui il Messia deve fare il suo ingresso nel mondo, e più la Chiesa raddoppia le sue esortazioni. – La terza domenica S. Paolo ci parla ancora nell’epistola e ci invita al giubilo: L’aurora della liberazione splende sull’orizzonte; alla gioia egli vuole che aggiungiamo la preghiera,  vale a dire quel desiderio ardente che attrae Dio in noi, e che chiamerà nei nostri cuori. Nel Vangelo san Giovanni Battista, più che profeta, non predica più il Messia ma asserisce che è già nel mondo, e infatti Egli era in mezzo dei Giudei, e anche noi già l’adoriamo in seno a sua Madre allorché ascoltiamo questo Vangelo. Il Precursore aggiunge una parola che si verifica anche oggigiorno. « Egli è in mezzo di voi, e voi non lo conoscete ». Poi prendendo il tuono d’Isaia, egli fa echeggiare le volte dei nostri templi, come in addietro le rive del Giordano, di queste potenti parole: « Voce di colui che grida nel deserto: fate diritte le vie del Signore, abbassate le colline, colmate le valli, cioè preparate il vostro spirito e il vostro cuore e i vostri sensi al ricevimento del Messia. Ecco ch’ei viene, ed io non sono degno di sciogliere i lacciuoli delle tue scarpe » – E colui che tiene questo linguaggio è il più grande dei figli degli uomini! Oh! Quanto è grande, santo e rispettabile il Messia! Con quale zelo dobbiamo prepararci a riceverlo! – Finalmente la quarta domenica, allorché il divino Fanciullo è sul punto d’entrare nel mondo, allorché quest’amabile sposo batte già alla porta dei nostri cuori, la Chiesa termina tutte le sue istruzioni con queste parole: «Ogni carne vedrà il Salvatore inviato da Dio»; concetto meraviglioso che ne dice: state pronti, i tempi sono adempiti, il sole di giustizia e di verità è per splendere nell’universo; la sua luce è per diffondersi su tutti gli uomini, senza distinzione di ricchi e di poveri, di dotti e d’ignoranti, io vi ripeto, siate preparati. intendete voi l’immensa importanza, il sommo valore di quest’ultimo annunzio: ogni carne vedrà il Salvatore inviato da Dio? » Non ci contentiamo di ammirare la sapienza con cui la Chiesa distribuisce le sue istruzioni durante l’Avvento, ma entriamo eziandio nel suo spirito; aumentimo di fervore e di raccoglimento a misura che ci avviciniamo alla nascita del Desiderato dalle nazioni, che dev’essere pur anche il Desiderato del nostro cuore.

Antifone O. — A fine di rendere più vivi i nostri sospiri e i nostri voti, la Chiesa ha instituito la festa dell’Espettazione, ossia dell’aspettativa del parto divino. Questa festa, instituita al 16 dicembre, dura per tutta un’ottava ed in Francia stessa dura nove giorni. Ecco perché dal 15 al 23 dicembre la Chiesa canta a Vespro, innanzi e dopo il cantico della santa Vergine, le grandi antifone le quali sono chiamate le antifone “O”, perché incominciano tutte con questa invocazione. Esse sono ripetute tre volte per giorno all’uffizio della sera, di maniera che la festa dell’Espettazione è una specie di novena di sospiri, di gemiti, d’invocazioni. È impossibile per chi ha fede il recitarle senza entrare nei sentimenti ch’esse esprimono. Esse continuano per nove giorni in onore dei nove cori angelici; e scongiurano gli spiriti celesti a sospirare con noi per la venuta del Liberatore che ha pacificato tutto ciò ch’è nel cielo ed in terra. Con la loro varietà queste antifone esprimono i diversi caratteri del Messia e i diversi bisogni del genere umano. – Dal giorno della sua caduta l’uomo è un insensato quasi senza cognizione e senza gusto die veri beni; la sua condotta fa paura e pietà: egli ha bisogno di saviezza, e la Chiesa con la prima antifona la implora per lui: O Sapientia: « O Salienza, che sei uscita dalla bocca dell’Altissimo, che raggiungi il tuo scopo con forza, e che disponi tutte le cose con dolcezza, vieni ad insegnarci la via della prudenza ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è uno schiavo del demonio: egli ha bisogno di un potente liberatore, e la Chiesa con la seconda antifona lo implora per lui: O Adonai: « O potente Iddio, condottiero della casa d’Israele! che vi siete mostrato a Mosè nel roveto ardente, e che gli avete dato la legge sul Sinai, venite a riscattarci con la potenza del vostro braccio ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è venduto all’iniquità: egli ha bisogno di un Redentore, e la Chiesa lo chiede per lui con la terza antifona : O radix Jesse: « O radice di Jesse, che sei esposta come uno stendardo agli occhi delle nazioni, davanti alla quale i monarchi staranno in silenzio, e cui i gentili offriranno le loro preghiere, vieni a redimerci, non indugiare ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è un prigioniero chiuso nel carcere tenebroso dell’errore e della morte: egli ha bisogno di una chiave per uscirne, e là Chiesa nella quarta antifona la chiede per lui: O clavis David: « O chiave di David e scettro della casa d’Israele, che apri e nessuno chiude, che chiudi e nessuno apre, vieni a levare il prigioniero dal carcere, quello sventurato ch’è immerso nelle tenebre e nell’ombra della morte». Dal giorno della sua caduta l’uomo è un cieco: egli ha bisogno di un sole che lo illumini, e la Chiesa con la quinta antifona lo chiede per lui: O Oriens: « O Oriente, splendore dell’eterna luce e sole di giustizia, vieni ad illuminare coloro che stanno sepolti nelle tenebre e nell’ombra della morte ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è tutto corrotto: egli ha bisogno di un santifìcatore, e la Chiesa con la sesta antifona la chiede per lui: O sancte sanctorum: « O Santo de’ santi, specchio senza macchia della maestà di Dio e immagine della sua bontà, venite a distruggere l’iniquità ed a portare l’eterna giustizia ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è come una grande rovina: egli ha bisogno d’un restauratore, e la Chiesa con la settima antifona lo domanda per lui: O Rex gentium: « O Re delle nazioni, Dio e Salvatore d’Israele, pietra angolare, che unite in un solo edificio i Giudei e i Gentili, venite e salvate l’uomo che avete formato del fango della terra ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo ha curvato la testa sotto il giogo di tutte le tirannie: egli ha bisogno d’un legislatore giusto, e la Chiesa con l’ottava antifona lo domanda per lui : O Emmanuel: « O Emanuele, nostro re e nostro legislatore, aspettato dalle nazioni, oggetto di tutte le brame, venite a salvarci, Signore Dio nostro ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è una pecorella smarrita ed esposta al furore dei lupi: egli ha bisogno di un pastore che lo difenda e che lo conduca in buoni pascoli, e la Chiesa lo domanda per lui con la nona antifona: O Pastor Israel: « O Pastore e Dominatore della casa di David, voi che siete da tutta l’eternità, venite a pascolare il vostro popolo nella pienezza della vostra potenza, e regnate sopra di lui nella giustizia e nella saviezza ». – Chi può additare qualche cosa di più commovente e di più completo di queste magnifiche invocazioni? Quanto a noi ci sembra che uno dei migliori preparativi alla festa del Natale sia di ripetere spesso queste belle antifone e di chiedere il dono dei sentimenti ch’esse esprimono. Sì, se vogliamo passare santamente il tempo dell’Avvento, uniamo i nostri desideri a quelli della Chiesa, dei patriarchi, dei profeti, dei giusti dell’antica legge; adottiamo qualcuna delle loro più fervorose parole; sia ella la nostra orazione giaculatoria di ogni giorno, affinché Dio possa dire di noi: « Ecco un uomo di buona volontà » così verremo esauditi. E se meglio ne talenta, scegliamo tra le seguenti preghiere, efficaci per formare in noi le disposizioni che la Chiesa richiede; « Io ve ne supplico, o Signore, inviate quello che voi dovete inviare. — Venite, Signore Gesù, e non indugiate; cieli, apritevi, lasciate discendere la vostra rugiada. — Divino bambino Gesù, venite a nascere nel mio cuore per bandirvi il peccato e collocarvi le vostre virtù ». – Uniamo alla preghiera un raccoglimento più grande e una vigilanza più continua; discendiamo più spesso nel nostro cuore per purificarlo ed onorarlo; pensiamo che ci deve diventare la cuna del divino Fanciullo. – Ma il grande preparativo è la rinunzia al peccato, e in modo speciale al peccato mortale. Che cosa può esservi di comune tra il Figlio di Maria e un cuore macchiato d’iniquità? – Ascoltiamo san Carlo che esorta il suo popolo a santificare l’Avvento, e applichiamo a noi stessi le parole di quel grande arcivescovo: « Durante l’Avvento noi dobbiamo prepararci a ricevere il Figlio di Dio che lascia il seno del Padre suo per farsi uomo ed abitare fra noi. Fa di mestieri ogni giorno sottrarre un poco di tempo alle nostre occupazioni per meditare in silenzio sopra le seguenti domande: Chi è colui che viene? Donde viene? Come viene? Chi sono coloro per i quali viene? Quali sonò i motivi, e quale deve essere il frutto della sua venuta? Chiamiamolo con tutti i nostri voti, unendoci ai giusti e ai profeti dell’antico Testamento che lo hanno sì a lungo aspettato; poscia per aprirgli il cammino del nostro cuore purifichiamoci mediante la Confessione, il digiuno e la Comunione « Non dimentichiamo che per l’addietro si digiunava tutto l’Avvento come se fosse la vigilia di Natale. E a gran ragione, perciocché la grandezza e la santità di questa festa ben richiedono una sì lunga vigilia e un sì lungo preparativo. Ma se in oggi non è il digiuno quotidiano come in allora prescritto dovrebbe ogni cristiano digiunare uno o più giorni la settimana, secondo la propria devozione. Conviene otre a ciò distribuire più larghe limosine ai poveri in un tempo in cui il Padre eterno ci diede, e ci dà ancora ogni anno, il suo proprio Figlio come una grande elemosina, e un tesoro di grazie e di misericordie; esser più attenti, che in altro tempo, alle opere buone e alla lettura dei libri devoti; finalmente prepararsi a questa prima venuta del Figlio di Dio, in maniera da poter aspettare la sua seconda venuta non solo senza timore, ma con quella fiducia e contentezza che accompagnano sempre una buona coscienza ». – E gravissimi sono i motivi che ha ciascuno di noi per seguire i consigli di questo grande apostolo dei tempi moderni, e per santificare l’Avvento.

1°.-  L’obbedienza al precetto della Chiesa, «io sono la voce di colui che grida nel deserto; preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri; la scure sta già alla radice dell’albero ». Quest’invito che il santo Precursore dirigeva ai Giudei riguarda egualmente gli uomini di tutti i secoli. Gesù Cristo venne al mondo per tutti: è dunque obbligo indispensabile per tutti di riceverlo. Per timore che noi trascuriamo un punto così essenziale, la Chiesa, sempre intenta al bene spirituale dei propri figli e interprete fedele degli oracoli divini, di cui le è affidata la cura, proclama nella maniera più stringente e più solenne l’invito del santo precursore per tutto il tempo dell’Avvento. La Giudea si scosse al suono di quella voce profetica che si alzava sulle rive del Giordano; i sacerdoti, i leviti, i soldati, i pubblicani, i peccatori di ogni classe e d’ogni condizione accorrevano in folla per chiedere il battesimo della penitenza. – Ora la voce stessa risuona nei nostri templi: abbiamo noi per avventura minor bisogno di penitenza? Abbiamo noi meno da temere di questo gran Dio che ora viene come Salvatore, e che un giorno verrà come giudice? Lasceremo noi che la Chiesa si affatichi invano a ripeterci: « Preparate i vostri cuori; ecco che ogni carne vedrà ben presto il Salvatore inviato da Dio? »

2°.- La gratitudine verso il Salvatore. Che cosa era l’uomo prima dell’incarnazione del Salvatore? Che cosa saremmo noi senza di Lui? Poveri, ciechi, schiavi, vittime del demonio, del peccato e dell’inferno, di che mai non gli andiamo noi debitori? E per liberarci, illuminarci, redimerci, restituirci i perduti nostri diritti, che non ha costato al Figlio di Dio? Un Dio che si nasconde sotto le sembianze di schiavo, che si sottomette a tutte le miserie dell’umanità; un Dio povero; un Dio fanciullo: ciò nulla dirà al nostro cuore? E noi che siamo riconoscenti ai minimi benefizi, nol saremo per un Dio che ci dà se stesso?

3°.- Il nostro vantaggio spirituale. La sorgente delle grazie non rimane esausta in nessun tempo dell’anno; ma le grandi feste sono giorni più propizi, son giorni in cui le grazie vengono sparse con maggior abbondanza. Tutta la Chiesa, animata allora dal medesimo spirito, offre a Dio un omaggio più solenne, gl’indirizza preghiere più fervide, lo piega con lacrime più sincere. Gesù Cristo è nato per la nostra salvezza; ma egli spande le sue grazie sopra quelli soltanto che si presentano con un cuore preparato a riceverlo. Le disposizioni ch’ei trova in noi diventano la misura dei suoi favori. Ebbene, abbiamo noi poco o nulla da domandargli? Scrutiamo l’interno del nostro cuore, interroghiamo la nostra vita passata, il nostro stato presente, il nostro avvenire, e risponderà per noi l’abisso delle nostre miserie.

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio che abbiate instituito il santo tempo dell’Avvento per prepararmi alla festa del Natale; fatemi la grazia ch’io la celebri santamente. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore,  io ripeterò ogni giorno, durante l’Avvento questa preghiera: Divino bambino Gesù, venite a nascere nel mio cuore.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: DICEMBRE

DICEMBRE è il mese che la Chiesa dedica alla Immacolata Concezione ed alla Natività di N. S. Gesù-Cristo

Si dà nella Chiesa latina, il nome di Avvento al tempo destinato dalla Chiesa a preparare i fedeli alla celebrazione della festa di Natale, anniversario della Nascita di Gesù Cristo. Il mistero di questo grande giorno meritava senza dubbio l’onore d’un preludio di preghiera e di penitenza: cosicché sarebbe impossibile stabilire in maniera certa la prima istituzione di questo tempo di preparazione, che ha ricevuto solo più tardi il nome di Avvento. L’Avvento deve essere considerato sotto due diversi punti di vista: come un tempo di preparazione propriamente detta alla Nascita del Salvatore, mediante gli esercizi della penitenza, o come un corpo d’Uffici Ecclesiastici organizzato con lo stesso fine. – Nella prima venuta, dice San Bernardo nel quinto sermone sull’Avvento, egli viene nella carne e nell’infermità; nella seconda viene in spirito e in potenza; nella terza, viene in gloria e in maestà; e la seconda Venuta è il mezzo attraverso il quale si passa dalla prima alla terza ».

… dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli [“INEFFABILIS DEUS” di S. S. Pio IX]

 « Lungi da ciò – ci dice il Venerabile Beda nel suo commento a san Luca – bisogna che alziamo la voce di mezzo alla folla, come quella donna del Vangelo che raffigura la Chiesa cattolica, e diciamo al Salvatore: Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato! ». Prerogativa incomunicabile, infatti, e che stabilisce per sempre Maria Madre di Dio e Madre del genere umano. Ma non è detto con ciò che dobbiamo dimenticare la risposta che il Salvatore diede alla donna di cui parla san Luca: Più beati ancora – egli dice – quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc. II, 28). – […] « Con questa sentenza – continua il Venerabile Beda – Cristo dichiara beata non più soltanto colei che ebbe il favore di generare corporalmente il Verbo di Dio, ma anche tutti coloro che si impegneranno a concepire spiritualmente quello stesso Verbo mediante l’obbedienza della fede, e che, praticando le opere buone, lo genereranno nel proprio cuore e in quello dei fratelli, e ve lo nutriranno con cura materna. Se dunque la Madre di Dio è chiamata giustamente beata perché è stata il ministro dell’Incarnazione del Verbo nel tempo, quanto più è beata per essere rimasta sempre nel suo amore! ». [Dom Gueranger]

FESTE DI DICEMBRE

1 Dicembre Primo venerdì

2 Dicembre S. Bibianæ Virginis et Martyris    Semiduplex –    

                          Primo Sabato

3 Dicembre Dominica I Adventus    Semiduplex 1st class *I*

4 Dicembre S. Petri Chrysologi Epíscopi Confess. et Ecclesiæ Doc. – Duplex

5 Dicembre S. Sabbæ Abbatis    Simplex

6 Dicembre S. Nicolai Epíscopi et Confessoris    Duplex

7 Dicembre S. Ambrósii Epíscopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Dicembre In Conceptione Immaculata Beatæ Mariæ Virginis    Duplex I. cl.

9 Dicembre De II die Infra Octavam Concept. Immac. Beatæ Mariæ Virginis    Feria major

10 Dicembre Dominica II Adventus    Semiduplex 2nd class

11 Dicembre S. Damasi Papæ et Confessoris    Duplex

12 Dicembre De V die Infra Octavam Concept. Immac. Beatæ Mariæ Virginis    Feria major

13 Dicembre S. Luciæ Virginis et Martyris    Duplex

14 Dicembre De VII die Infra Octavam Concept. Immac. Beatæ Mariæ Virginis    Feria major

15 Dicembre In Octava Concept. Immac. Beatæ Mariæ Virginis    Duplex majus

16 Dicembre S. Eusebii Epíscopi et Martyris    Semiduplex

17 Dicembre Dominica III Adventus   Semiduplex 2nd class – inizio ‘O’ degli inni solenni (dicembre 17-23 dicembre)

20 Dicembre Feria IV Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

21 Dicembre S. Thomæ Apostoli    Duplex II. classis

22 Dicembre Feria VI Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

23 Dicembre Sabbato Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

24 Dicembre In Vigilia Nativitatis Domini    Duplex I. classis *L1*

25 Dicembre In Nativitate Domini    Duplex I. clasis *L1*

26 Dicembre S. Stephani Protomartyris    Duplex II. classis *L1*

27 Dicembre S. Joannis Apostoli et Evangelistæ    Duplex II. classis *L1*

28 Dicembre Ss. Innocentium    Duplex II. classis *L1*

29 Dicembre Die quinta post Nativitatem    Feria privilegiata *L1*

30 Dicembre Die sexta post Nativitatem    Feria privilegiata *L1*

31 Dicembre Dominica Infra Octavam Nativitatis    Semiduplex Dominica minor

CALENDARIO LITURGICO della Chiesa Cattolica: NOVEMBRE [2017]

NOVEMBRE

è il mese che la Chiesa dedica alle Anime Sante del Purgatorio

L’espiazione del peccato.

Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l’anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l’uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un’eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell’abisso dell’oblio divino anche l’ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell’altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.

Le indulgenze.

È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono à quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l’Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell’efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita. – Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? É così pungente che nessuna miseria della terra l’uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il « fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all’oceano del paradiso » (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt. V, 26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me voi almeno che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Giob. XIX, 21). (Dom. Guéranger: l’Anno Liturgico – 1957]

SEQUENZA DIES IRÆ

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

 

[Giorno d’ira sarà quello: il fuoco distruggerà il mondo come disse David con la Sibilla. – Qual terrore vi sarà, quando verrà il giudice ad esaminare tutto con rigore! – La tromba spanderà il suono mirabile sulle fosse della terra, radunerà tutti presso il trono. – Stupirà la morte e la natura, quando la creatura risorgerà per rispondere al Giudice. – Sarà aperto il libro scritto, dove è tutto quello riguardo a cui il mondo sarà giudicato. – Quando il Giudice si assiderà, tutto ciò che è occulto sarà svelato: niente resterà segreto. – Misero che sono! che dirò allora? A chi mi raccomanderò se appena il giusto sarà sicuro? – O Re di tremenda maestà, che salvi gratuitamente gli eletti, salvami, o fonte di pietà. – Ricorda, o Gesù pio, che io son la causa della tua venuta: non mi dannare in quel giorno. – Ti affaticasti a cercarmi, per salvarmi hai sofferto la croce: non sia vano tanto lavoro. – Giusto giudice vendicatore, dammi la grazia del perdono avanti il giorno dei conti. – Come reo gemo, la colpa copre di rosso il mio volto, o Dio, perdona a chi ti supplica. – Tu che assolvesti la Maddalena ed esaudisti il ladrone, da’ anche a me la speranza. – Le mie preghiere non son degne, ma tu buono e pietoso fa’ che non bruci nel fuoco eterno. – Mettimi tra le pecorelle, e separami dai capretti, ponendomi dalla parte destra. – Condannati i maledetti, e consegnatili alle orribili fiamme, chiama me coi benedetti. – Ti prego supplice e prosteso, col cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio fine. – Giorno di lacrime sarà quello in cui dalla cenere l’uomo reo risusciterà per essere giudicato. – A lui dunque perdona, o Dio. O pio Signore Gesù, dona loro il riposo. Così sia.]

Le FESTE del mese di NOVEMBRE

1 Novembre Omnium Sanctorum  –  Duplex I. classis *L1*

2 Novembre In Commemoratione Omnium Fidelium Defunctorum – Duplex I. classis *L1*

3 Novembre I Venerdì

4 Novembre S. Caroli Epíscopi et Confessoris  Duplex I Sabato

5 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten II. Novembris  Semiduplex Dominica minor

8 Novembre In Octavam Omnium Sanctorum  –  Duplex majus

9 Novembre In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris  –  Duplex II. classis *L1*

10 Novembre S. Andreæ Avellini Confessoris  – Duplex

11 Novembre S. Martini Epíscopi et Confessoris   – Duplex *L1*

12 Novembre Dominica XXIII Post Pentecosten III. Novembris  Semiduplex Dominica minor *I* – Martini Papæ et Martyris

13 Novembre S. Didaci Confessoris  – Semiduplex

14 Novembre  S. Josaphat Epíscopi et Martyris  –  Duplex

15 Novembre S. Alberti Magni Epíscopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

16 Novembre  S. Gertrudis Virginis – Duplex

17 Novembre   S. Gregorii Thaumaturgi Epíscopi et Confessoris  –  Duplex

18 Novembre  In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex *L1*

19 Novembre  Dominica VI Post Epiphaniam IV. Novembris – Semiduplex Dominica minor *I* Elisabeth Víduæ

20 Novembre  S. Felicis de Valois Confessoris – Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis  –  Duplex

22 Novembre  S. Cæciliæ Virginis et Martyris  – Duplex *L1*

23 Novembre  S. Clementis Papæ et Martyris  –  Duplex

24 Novembre  S. Joannis a Cruce Confessoris et Ecclesiæ Doctoris -Duplex

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris  –  Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis  –  Duplex

30 Novembre S. Andreæ Apostoli  –  Duplex II. classis *L1*