TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (44): “INDICE DEGLI ARGOMENTI -III-“

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (44)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

B. – DIO SUSSISTENTE UNO E TRINO

1. DIO “uno” secondo natura.

B1. a. – ESSENZA DIVINA

Si definisce l’Essenza metafisica di Dio (sec. i Tomisti), Essere sussistente, 3623; si spiega 3601-3604 3623s. Identità (reale) tra essenza e perfezioni di Dio. ogni perfezione di Dio ne è l’essenza: Dio è verità, sapienza etc., non una sola è participe 285; di Dio infatti è essere quanto volere, similmente volere quanto sapere 566; cf. e la semplicità di Dio, sotto B lbb. Riprov. asserzioni che peccano per eccesso 973s.

B 1b. b. – ATTRIBUTI DIVINI

1ba. AttributI trascendentali. Unità di Dio: Fedes in un solo Dio (per quanto in alcuni simboli, l’ “unum” omesso si riferisce a singole Persone divine) 3-5 42//50 71 108 125 150 800 3001 3021 3875; Dio è una sostanza singolare 3001; è similmente uno del Vecchio e del Nuovo Testamento 198 325 790 854 1334 1336.

Verità (ontologica) di Dio: Fede nel “vero” Dio 3 42/150 60 125 1800 1862 3001 3021 3026; Dio è la fonte di ogni verità 2811;

Bontà (ontologica) di Dio: Dio è il bene infinito, o il sommo bene (62) 240 285 .287 470 621 1333 (3002) 3004s .3251; ripov. l’asserzione che concepisce Dio come bene extra ragione 978.

1bb. Attributi quiescenti. Dio è: increato, incomposto 75 501; -: infinitamente perfetto (in ogni perfezione) 2751 3001 3623; add. infinitamente buono: B lba; in Lui niente è imperfetto 569; non abbisogna di nessuna partecipazione 285 358; non si lascia vincere nel numero dalla ragione della sostanza 530 -: eccelso sopra ogni cosa 3001; Maestà 73 75 293 529 1331; add. C 2a.

– incomprensibile ed ineffabile 294501 525 800 804 3001

– semplice (non composto, indiviso) 297 800 b805 ab1880 3001

-: personale 3542 3875 3890; sussistente in tre persone: vd. B 2.

– immutabile 285 294 297 501 569 683 800 853 1330 2901 3001

inconvertibile 197 358 416; in Dio non c’è emanazione o evoluzione 3024; nulla aumenta o sminuuisce 285 569.

– sostanza spirituale 3001; infatti Dio (Padre: Dio) è invisibile a16 a21 a39 b293s 683 853 3001; non può esprimersi con colori o figure 1825.

— : immenso 75 800 1330 3001; non circoscritto ed incontenibile 504:

nulla si estende fuori da Dio 204; pertanto Dio è dappertutto ed onnipresente (per potenza, presenza, essenza) 2185 a3330.

– eterno (sempiterno) 27 71 74s 147 173 284s 291 293 441 683 800 853 1330 1337 2828 3001; è senza inizio 501: Deus (aPater; bFiglio di Dio) è immortale a21s b294 b297 b358 b681 b801 b852 b1337; Dio (Padre) è il re dei secoli 21s; errore dei Teopaschitari: [Dio Figlio che soffre sec. divinità mortale] 359; vd. et E la.

1bc. Attributi operativi. Vita di Dio in genere 40 (173) 3001.

Vita intellettiva: Dio è (infinitamente) sapiente 2901 3001 3004 3009 3781; onnisciente 164 169 3009 3646;

In specie: ha la scienza dei cuori e dei segreti 670 2866; conosce in anticipo (scienza della visione) le future libere scelte delle creature (333 419) 621 625-629 646 685 3003 a3646 3890; queste quindi hanno verità determinata 1391-1395;

Dio non può fallire 3008.

Vita volitiva: Dio è —: volontà infinita 3001;

— libero da necessità 526 3890;

— volontà razionale, non preveniente la sapienza 526;

— giusto 285 621 1547 1549 1672 2216 3781:

— buono e misericordioso verso gli uomini 62 236 248 309 1534 1548s 1562 1576 1668 1696;

— verace: non può fallire 3008; Dio è la fonte di ogni verità 2811:

— onnipotente (referendosi solo ai luoghi più importanti di Dio in quanto uno. 680 683 685 800 851 1330 1880 3001; le singole Persone si dicono “onnipotente” 29 75 164 169 173 441 490; massimamente nei simboli l’onnipotenza si attribuisce al Padre 2//64 71 115 125 150 191 290 297 441; alla volontà di Dio niente può resistere 647; si riprov. l’asserzione che restringe la potenza di Dio 410 721 726s.

Vita affettiva : Dio è (in e fuori da Sè) beato 415 441s a3001.

Dio è impassibile ed inviolabile (soprattutto affermato contro i Theopaschiti la passione del Figlio incarnato che ripugna all’essenza della stessa Trinità)

16 166 0196s 284 293s 297 0300 318 358 0359 0367 504 635s 681 801 852 2529; si può pure dire “Dio che soffre nella carne”: vd. E 2ba.

2. Dio trino secondo le Persone.

B 2a a. — ESISTENZA DELLA TRINITÀ DELLE PERSONE IN DIO.

2aa. Testimonianze della fede. Fede nelle singole Persone divine, nel Padre, Figlio, Spirito Santo 1//30 36 40//51 55 60-64 71 73 75 105 125 144s 150 188 300 325 367 421 441 451 470 485 490 501 525 542 546 680 790 851 1330; add. forma Battesimo: J 3a.

Fede nella Trinità divina come tale: 3s 6 71 73 75 112 115 177 188 325 367 421 525 528s 546 568s 680 790 800 851 1330 1880.

Sono esclusivamente le tre Persone: al di fuori di Esse nessun altro possiede la divina natura 188 851; si riprovano i Priscilliani introducenti altri nomi della divinità fuori dalla Trinità 452; questa Trinità non moltiplica di numero 367; queste tre Persone in sé non si ridimensionano o diminuiscono, permangono 144;

Il Verbo di Dio, pertanto non ha mai fine 160.

2ab. Applicazione della ragione umana alla rivelazione della Trinità divina: è mistero incomprensibile all’intelletto, ineffabile, inenarrabile 167 367 525 616 619 2669; nella Trinità è inesplicabile la generazione 114; riprov. dell’assunto circa la dimostrabilita’ della Ss. Trinità e della sua identificazione con la realtà, l’idealita’, la moralità 3225s.

B 2b. b. — PROCESSIONI DIVINE

Pater. Sue proprietà: è senza principio 1331; da nessun altro è fatto o creato o generato c60 abc075 e441 ac485 bc490 be525 bc527 569 c572 c683 800 1330s; ciò che ha lo ha da sé 1331.

È principio generante 71 284; è fonte ed origine o principio di ogni divinità a490 a525 a568 b3326; il Padre genera il Figlio non per volontà, non per necessità, ma per natura a71 526; il Padre genera da Sè, dalla sua sostanza 470 485 525s 571 617 805 1330; senza sua diminuzione trasferisce la sua sostanza al Figlio 805; pertanto non è solo che per il Padre (sec. Ario) che si debba dire “Dio” 176 1332.

Attributi (appropriati al Padre): onnipotente 21/64 71 115 125 150 191 290 297 441; riprov.: [al Padre propriamente appartiene l’onnipotenza, non anche la sapienza e la bonta] 734.

Il Creatore ossia il fondatore di ogni cosa 27-30 36 40//51 60 125 150; “dal quale viene ogni cosa” 60 421 680 (851) 3326; ogni cosa fece per mezzo del F. e dello Sp. Sancto 171; è il dominatore dell’universo 1 5.

Re dei secoli immortale 21s.

Invisibile 16 21s 29.

Riprov. del predicato: [Croce del Figlio è la passione del Padre] 284; [Al Padre si può attribuire l’avvento alla fine del mondo] 737.

2bb. Figlio. Sue Proprietà: è principio dal principio 1331; è (veramente e propriamente) generato o nato dal Padre 40//51 71 75 113 125 144 150 163 a168 188s 272 284 485 490 503 526s 547 554 564 568s 572 681 851 1830 1337 2526.

È della sostanza o natura del Padre (non da altra sostanza) c43 a44 c45 a48 c49 a76 a125 c126 c144 a163 ab441 c526 c900 a2526; ciò che il Figlio ha, lo ha dal Padre 1331; il Padre da al Figlio tutto il suo “essere Padre” (900) 01301 01986 3675; è al Padre consustanziale: vd. B 2cba.

Non è parte (particola) del Padre 526 805; non è estensione o continuazione del Padre 160.

Non è fatto o creato dal nulla 042//50 60 75 113s 125 a126 a130 150 155 209 485 490 a526 536 1332 a2526; nel senso sec. Prov. 8,22, Figlio si dice “creato” 114; non è sostantivo 160.

È unico (unus) Figlio (oltre il quale non ce n’è altro) 4s 12/130 36 62s 0105 502; pertanto unigenito 2s I I 25 27 40//51 60 125 150 178 258 266 272 291 300 302 318 357 538 683 900 2526 3350 3352; solo Figlio da solo Padre 75 800 1330.

È generato dal Padre non per volontà o necessità, ma per natura 71 526.

È generato senza inizio o principio 357 470 526 536 572 617 1331; eternamente (atemporalmente) a490 504 (611) a617 681 852 900 1300s 1331 (3274); è dal principio con il Patre 61; sussiste dall’eterno in eterno

(126) 147; fu prima di ogni secolo (prima di ogni principio, ab aeterno) 40-42 48 50s 60 76 b126 b147 150 a189 272 294 a297 301 357 427 a441

485 0490 503s 526 538 547 554 568 571 (611) 617 681; è primogenito di ogni creaturae 40 50s 60 (490); riprov. l’asserzione ctr. l’eternità del Figlio [avrà fine; è mortale] e futura mutazione 43 45 47 49 113 126 130 a160 b359 2526.

Appellativi (oltre al nome “Figlio Dei” il più frequente): “Verbo di Dio” (Logos) 40 55 113 144 147 178 250/1263 427 502s 852 3326; Che invero non è da concepire come Verbum parlato 144 147; disapprovato come termine principale il titolo “Verbum” 2698; “Sapientia” (113) 148 476; “Sermo” 148; “Virtus” 113.

Predicati (appropriati al Figlio): Figlio rapportato alla creazione come “per il quale tutte le cose” 40//51 60 125 150 421 680 3326; “per il quale sono compaginati i secoli” 50s; si dice “creator di ogni cosa” 485.

2bc Spirito Sancto. Sue Proprietà: non è né ingenito né generato ab71 ab75 b485 b490 b527 b617 ab683; procede d Padre e dal Figlio [“Filioque”] 42 44 a48° 51 64 (a64) 71 (a71°) a75 (147) 150 (gr.) a150 (lat.) 178 (188) a284 441 a470 a485 a490 a527 546 a568s a617 a682s a800 a850 a853 a1072 a1300 a1330 a1986 a3807; lo Spirito è del Padre e del Figlio 178 527s 441 490; “Filioque” razionalmente è aggiunto al simbolo (perché si può provare) 1302 1986 a3553.

Sp. S. Procede come da un tanto principio o spirazione, non da due principii a850 a1300 ab1331 1986; si può dire: Sp. S. Procede dal Padre per mezzo del Patre Figlio 1300; lo Sp. S. è concepito dal Figlio sec. i Greci per causa, sec. i Latini come principio di sussistenza 1301 1986; lo stesso procede in quanto Spirito S. dal Figlio, il Figlio stesso lo ha dal Padre 1301.

Un solo tanto Spirito, che solo procede 40s 51 71 108 a1330. Sp. S. è fin dall’inizio 568 800 1331; procede eternamente (atemporalmente) 441 617 850 1300 1331 1986; è sempre e senza fine 800.

È di sostanza divina 168; riprov.: [non è della sostanza del Padre] 722; si rivendica la sua divinità increata ctr. errori: [Sp. S. è servo, creatura fatta per mezzo del Figlio] 44-49 71 75 145 a152 155 a170 485 490 527 617 1332 2527.

Appellativi: Paraclito 1 41 44 46 60 64 188; Dono 570 1522 1529s 1561 1690 3330.

Predicati (appropriazione allo Spirito S.): Sp. S. riferito alla creazione come, “in quo tutte le cose” 421 680 3326; riprov.: [Sp. S. è l’anima del mondo] 722.

Amore, in particolare tra Padre e Figlio 3326 3331; volontà 573 nella storia della salvezza allo Spirito S. si attribuisce— : l’ispirazione o locuzione per mezzo della Legge, i Profeti, gli Apostoli 41//48 150 682 790; —: incarnazione del Verbo: vd. E 5ba; non veramente è da credere Padre del Figlio 533; —: disceso al battesimo di Cristo 44 46 48 – — : sacrificio di Cristi 3327; —: riposare in Cristo 178; in modo peculiare si dice “Spirito di Cristo” 3807.

Nella vita della Chiesa lo Sp. S. è concepito come —: anima della Chiesa 3328; abitante in essa 600; congiungente le membra 3808; —: assistente ai concili e nelle preghiere nelle decisioni circa la fede e gli ordini 102 265 444 631 1500s 1600 1635 1667 1726 1738 1820.

Nella vita della grazia dei fedeli è concepito come —: fonte della grazia creata 3807; per i suoi doni si dice Sp. settiforme, Sp. di sapienza etc. 178 183 1726; ad Esso si appropriano i carismi 3328 3342; —: vivificante 3s 42 51 62 150 62 150 546; —: purificante 62s; — cooperante alla giustificazione illuminando e muovendo 374-378 387 1525 1552 1678 3009s; è lo stesso dono (altissimo) delle giustificazioni 1527 1529s 1561 1690 a3330; agisce nei Santi dell’eternità 60; inabita nei Santi e giusti 44 46 48 1962 3329-3331 3814s; i loro corpi sono tempio dello Sp. S. 1822; —: cooperante ai sacramenti 123 183 320 793 1774; —: alla perfezione delle virtù 3343.

Il peccato contro lo Spirito Santo è facente parte della potestà della Chiesa di rimettere qualsiasi peccato 349.

B2c. c. — LE PERSONE DIVINE TRA DI LORO COMPARATE.

2ca. Distinzione delle Persone tra loro. Esistenza della distinzione (ctr. la posizione del modalismo): Dio è uno, ma tuttavia, no è solitario 71 451 490; la Trinità divina non è sussistente in tre nomi 284-546; le Persone non sono da identificare, pertanto come Dio si nomina in egual modo il Filio, lo Sp. S. 73 75 112 154 188 192-194 284 451 530 569 1330; non il Padre incarnato è morto 105; uno è il Padre, non tre, etc. 75 421.

Ragione della distinzione: Padre, Figlio, Sp. S. sono nomi relativi 528 532 570; per quanto attiene al relativo, discretamente sono da predicare le proprietà delle tre Persone 570 573 800; altro è il Padre, altro il F. etc., non tuttavia altro è il P., altro F. etc. 573 80; nel Nome relativo sono designate anche le altre Persone 532 570; al nome “Spirito S.” Per questa relatività non si può sostituire pienamente il nome “Dono” 570.

Proprietà delle Persone tra loro comparate: il Padre è dall’eternità senza nascita, il Figlio è dell’eternità con la natività, lo Sp. Santo e procedente senza natività con l’eternità 532; oppure: il Padre è generante, il Figlio è generato o nascente, lo Sp. S. procedente 71 188 284 367 470 (526) 800.

Conseguenze logiche della distinzione delle Persone: Non è trasferibile all’essenza divina, quello che è proprio delle Persone 367; non pertanto “la cosa ” (sostanza divina) è generante, generata, procedente, ma il Padre è generante, il Figlio generato etc. 803s.

2cb. Eguaglianza delle Persone tra loro. Comparazione del Figlio con il Padre: il Padre non è generato da nessuno, è da se stesso 525; al Figlio da tutto ciò che è suo (senza diminuzione) tranne l’ “essere Padre” a470 b526 a805 1301 1986; il Figlio pertanto è (co)eguale al Padre per tutto, in nulla dissimile 74(76) ab144 164 b290 441 470 485 a490 491 a526 536s 572 617 a681 a852 1337; è della stessa natura 144 297 470; è consustanziale al Padre 42/151 55 125 138 150 272 301 357 430 441s 504 526 547 554 617 619 681 852 1337 (1880) 2526 2529 3350 3675.

In particolare si predica di questa eguaglianza per la — divinità 74 144 149 168 295 318 357; il Figlio è infatti Dio da Dio 40/151 125 144 150 490 (525); luce da luce 40//48 125 144 150 525; vita de vita 40; —: onore, gloria, maestà 74 290 318; —: eternità (coeterno) 27 74 290s 297 357 441 526 (611) 617 1337; —: sapienza o scienza 164 169 566 573; —: volontà ed (onni)potentia 144 164 169 290 566 573 681n852; add.: Gesù Cristo perfetto Dio: E la.

Comparazione dello Spirito Santo col Padre e col Figlio: lo Sp.S. è veramente dal Padre come dal Figlio 168; è al Padre e al Figlio — : consustanziale 29 46 55 (152) 441 853; —: (co)eguale 71 175 441 527 569 853; e lo stesso in onore e maestà, quindi a da coadorare, b da conglorificare ab42 147 ab150 a174 ab546; —: coeterno (sempiterno) 71 441;

—: eguale in potenza e virtù (29) 145 147 152; è in ogni luogo come il P. ed il F. 169.

Comparizione simultanea delle tre Persone: P., F., Sp. S. sono di una medesima natura 297; quindi a consustanziale o b coessenziale a3 ab325 a415 421 a442 a501 502 a516 a542 b547 554 a616-618 ab680 b682 ab790 a800 a805 ab851; in sè coeguali 4 75 169 173 415 441 537 616-618 682 800; pertanto nella Trinità nulla è inferiore, superiore, maggiore, minore 75 569 618.

In particolare si equiparano P., F., Sp. S. —: in divinità (sono Dio a pieno, b perfetto) 4 73 75 176 a325 b441 a529 a790 ab851; —: in gloria, maestà 73 75 501 529 1331; — in eternità (nella Tr. nulla è primo o posteriore) a75 a144 162 173 284 a618 1331; sono tra sè coeterni 75 147 325 546 616-618 680 682 790 800s 853; nessuna esiste prima o dopo l’altra o senza l’altra 531; — immensità (sono ovunque, contengono ogni cosa) 75 169 173; —: potenza 75 173 325 529 680 790 800 853; non sono di diverso grado di diverso grado di potenza nella Tr. 144 721 1331.

Riprov. errori ctr. l’eguaglianza delle Persone e dello Sp. S. sono creature] a155 721s 734 a1332.

2cc. Esistenza mutua (circumincessione) della Persone. Il Figlio sempre è nel Padre (e viceversa) 113 115; il Verbo necessariamente è unito a Dio 112 115; lo Sp. S. rimane in Dio ed inabita 112; il Padre tutto è nel Figlio, tutto nello Sp. Santo, etc. 1331; questo stesso procede dal Figlio, lo stesso Figlio lo ha dal Padre 1301.

B 2d d. — PERSONE DIVINE COMPARATE CON L’ESSENZA DIVINA.

2da. Identità reale dell’essenza divina nelle tre Persone. Principi: le tre Persone sono un solo Dio 71 73 75 112 325 530 546 680 683 853 1330; il numero in Dio concerne solo la ragione delle Persone 530; unica divinità è il nome delle tre Persone 188 441; trina Unità— una Trinità 441 501 546.

Nelle tre Persone è una (a medesima, b comune, c singolare) la divina sostanza (o essenza, natura) 3 71 73 75 144s 147 153 172 177 188 a284 c367 415 421 441 451 b470 485 490 501 525 527-529 535 542 546 616 683 800 804s 806 1330 2527; lo stesso è il Padre come il Figlio, lo stesso il Padre ed il Figlio come lo Spiruto S., id est: di natura è uno Dio 573 805; Dio non solo in senso ablativo si dice di essenza divina, ma pure in senso nominativo 745.

La forza dell’essenza divina esclude in Dio una quaternità 804.

L’unità della sostanza nella Trinità è così forte, che non è minore nella singola quanto in tutte le Persone. (441) 490 529.

Nelle tre Persone c’è —: una gloria 73 172 542 546; —: una maestà 144s 172 177 490 525 542 618 680 851; —: una verità 172; —: una volontà.; 172 501 542 545s 572s 680 851; —: una virtù 73 144s 415 421 441 451 490 501 525 542; —: una potestà (potenza) 3 71 73 (144) 153 172 177 415 421 441 451 490 501 546 680 851; —: una operazione 415 441 501 531 542 545s; —: una dominazione, un regno 172 501 542 548 3350; —: una beatitudine 415 441.

Tutte le cose in Dio sono uno, ove non si trova opposizione di relazione 1330; la sola natura divina è principio dell’universo 804.

La Trinità è la divinità consustanziale 284s 415.

Nelle tre Persone divine c’è la a individuale, b indivisa (indivisibile) c inseparabile, d indistinta (indiscreta) essenza divina bc73 c144s b188 b284 b290 d318 d367 bd415 d490 c505 b529 c531s c538 c542 c545s c561 c571 c569 c616

a683 a800 d805 d2697 bc3326 b3815.

Sequele logiche dell’essenza identica una indivisibile in qualunque Persona divina: “Dio” non è un nome relativo o di proprietà, ma nome di potestà che si applica in modo speciale 71 528;

Quanto si dice essenzialmente della natura della Trinità, si può dire per il singolo numero che per le tre Persone 542; infatti per il singolare numero si dice:

Deus Pater, Deus Filius etc. 529; non “tre Dii” 71 73 75 176 529 546 683 853 1330; non: “tre onnipotenti, increati, immensi etc.” 75 529 (pecca ctr. questa regola 173: “omnipotenti”); non: Dio (deitas) è triplice, ma: trino (trina) 528; non: Dio distinto in tre Persone, ma: distinti (2696) 2697 2830; non: battezzato nei nomi del Padre etc., ma: nel nome del Padre etc. 415 441.

Conseguenze cultuali: la Sostanza della Trinità indistinta è distintamente adorabile 367; non conviene riferire il culto ad una singola Persona trinitaria, ma offrire un culto comune alla Trinità 3325; infatti non esiste una festa propria delle singole Persone 3325.

2db. Distinzione della ragione tra essenza divina e le Persone. Non è da stabilire la divisione tra la natura divina e le Persone 745 803; il Trideismo è riprovato il trideismo che separa la natura unica delle Persone, introducendo tre dii, volontà ed operazioni personali 112 115 367 545 1880 3325; tuttavia non è da negare ogni distinzione in Dio 973s.

e. — OPERAZIONE DI DIO TRINO AD EXTRA.

2ea. Unità delle operazioni delle Persone all’esterno. Pater. F. et Spirito S. sono di operazione unica (171 325) 415 441 501 531 542 545s; per forza di principio: tutto in Dio sono un unico, ove non lo contrasti opposizione di relazione 1330.

Le opere della Trinità sono inseparabilmente indivise, comuni 491 531 535 538 571 618 3326; nessuna Persona opera prima o dopo l’altra o senza l’altra 531; le Persone divine a non sono tre principi di creatura, ma uno solo, cioè. b una sola natura divina 800 b804 a1331.

Pertanto l’Incarnazione è operata in comune da tutta la Trinità 491 535 57 I 801 3327; Sp. Sanctus si inserisce nell’operazione e remissione dei peccati col Padre ed il F. 145; l’inabitazione e l’opera di salvezza nelle anime dei giusti, per quanto attribuita allo Spirito S. sono comuni alla Trinità 3331 3814.

2eb. Appropriazioni fatte alla singole Persone. Fondamento: una certa similitudine ed affinità tra l’opera e la proprietà della Persona divina 573 3326.

Quindi la creazione è riferita alle singole Persone sec. la formula: Padre, dal quale tutte le cose, Figlio per cui tutte le cose, lo Sp. S., in cui tutte le cose 421 680 (851) 3326; oppure: P. ha fatto tutte le cose per mezzo del Figlio e dello Sp. S. 171.

Facoltà dell’anima riferite alla Trinità: al Padre la memoria, al Figlio l’intelligenza, allo Sp. S. la volontà 573.

Al Padre sono appropriate le opere nelle quali eccelle la potenza 3326; creazione dell’universo. 171 3326; cf. Il predicato “onnipotente” è attribuito solo al Padre”: vd. B 2ba. Al Figlio sono appropriate le opere nelle quali eccelle la sapienza (causa esemplare delle cose) 3326; la riconciliazione degli uomini con Dio 3326; vd. anche B 2bb.

Allo Spirito Santo sono appropriate le opere nelle quali eccelle l’amore e la bontà divina 3326; l’incarnazione del Verbo: vd. E 5ba; le opere completanti la santificazione dell’anima, inabitazione nel giusto: vd. B 2bc.

2ec Missioni delle Persone divine. Missione di Gesù Cristo Figlio di Dio 101 145 527 538 1522 3806.

Missione dello Spirito Santo: è mandato dal Padre e dal Figlio 60 145 527 681 3325 3327s: la sua missione è doppia: manifesta nella Chiesa, segreta nell’anima del giusto. 3327; la festa della sua missione è il giorno di Pentecoste 3325.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (45): “INDICE DEGLI ARGOMENTI -IV-“

25 LUGLIO: SAN GIACOMO IL MAGGIORE

SAN GIACOMO IL MAGGIORE

(OTTO HOPHAN: GLI APOSTOLI. Ed. Marietti. Torino, 1951)

Giacomo ha molto di comune con Andrea, che nel Collegio apostolico gli era vicino, precedendolo d’un unico posto; se però ci addentriamo nella loro anima, ci appariranno molto diversi l’uno dall’altro. Anche Giacomo era pescatore del lago di Galilea e quindi doveva essere certamente da anni collega di professione con Andrea e suo fratello Simone Pietro; si direbbe anzi, stando ad accenni del Vangelo, che le due famiglie di pescatori possedevano, secondo il costume diffuso nel paese, barche e arnesi in comune ed in comune esercitavano il mestiere; in occasione infatti della pesca miracolosa, quando Simone e Andrea non riuscivano a dominare il miracolo, « fecero segno ai loro compagni nell’altra barca, perché venissero e li aiutassero. E quelli vennero ». Parabola dell’avvenire! Quando un giorno Pietro, divenuto pescatore d’uomini, ritirerà sovraccariche le reti, i compagni d’un tempo divideranno con lui il peso ed il piacere del lavoro. Anche Giacomo aveva un fratello, che con lui fu chiamato all’ufficio apostolico, ed era Giovanni, quel Giovanni, che ha per proprio simbolo l’aquila: chè anche questi è volato più in alto del fratello Giacomo, che dunque, come Andrea, deve starsene nell’ombra o, meglio, nella luce di un fratello più grande. È possibile che tutti e due, Giacomo e Andrea, fossero debitori di qualche privilegio ai loro fratelli più grandi; Giacomo però era molto interessato — e in questo si differenzia sostanzialmente dall’umile Andrea — d’essere grande lui stesso.

GIACOMO L’AMBIZIOSO.

Giacomo e Giovanni erano figli di Zebedeo, nome che letteralmente significa “dono di Dio”; i Vangeli notano espressamente il nome del padre per distinguere questo Giacomo da un altro Apostolo dello stesso nome, da Giacomo cioè figlio di Alfeo. Il figlio di Alfeo, dì cui ci occuperemo più tardi, è chiamato dagli Evangelisti « Minore », minore perchè il Signore lo chiamò a Sè più tardi e certo anche perchè doveva essere più giovane d’età del nostro Giacomo; per il figlio di Zebedeo quindi divenne usuale la designazione: «Il Maggiore ” e in

latino: « Major ». « Major » alla lettera vuol dire «più grande, il Grande »; ora questo appellativo aggiunto — il Signore ne aggiunse anche un altro a questo Apostolo — richiama l’intima natura di Giacomo; Giacomo Maggiore è di fatto « Giacomo il Grande », di alto sentire, di aspirazioni nobili, anche orgoglioso inizialmente, un uomo di carattere, portato all’autorità e al lavoro; come uomo di nerbo, pieno di espressione ed energia lo ha pensato anche il Rubens, e a buon diritto. Giacomo e Giovanni sortirono quest’indole distinta fin dalla nascita. Il loro padre Zebedeo, un vero « dono di Dio », doveva essere un uomo dall’anima grande e generosa, sebbene per professione fosse soltanto pescatore; quanto elevati fossero i suoi pensieri e a quali orizzonti si protendessero i suoi desideri, lo rivela l’ora della vocazione dei suoi figli. Il Signore glieli tolse letteralmente dalla barca e dalle reti, e non uno solo, ma tutti e due, e tutti e due in una sola volta: « essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con gli operai e Lo seguirono », ci riferisce chiaramente Marco; gli tolse i due giovani vigorosi quand’egli era ormai invecchiato e da tempo attendeva con impazienza l’ora, nella quale poter rimettere a loro il mestiere, poiché non si sentiva più le forze d’un tempo e anche gli occhi, nel rattoppare le reti, non lo servivano bene e le mani fallivano il colpo sempre più spesso; eppure Zebedeo non disse una parola di protesta contro la dolorosa chiamata di Gesù, non pose la sua mano sui figli, che pure erano suoi; essi erano ancor più del Signore! Dovevano andar con Lui; non si oppone alla loro volontà, non arresta la loro ascesa; con Gesù avrebbero realizzati maggiori progressi che non presso il loro padre ormai vecchio, nella barca, sul lago; e lui saprà accomodarsi anche senza i figli. Un gran padre Zebedeo! Solo pochi padri si comportano come Lui! – Anche la madre Salome era una donna dall’animo nobile. Per lei riuscì anche più difficile cedere i suoi due figli, perché se n’andassero lontani dalla famiglia, sulle vie sperdute dell’apostolato; ma pure lei accettò il sacrificio generosamente; anzi lei stessa si mise a seguire Gesù e con le altre pie donne Lo soccorreva con le proprie sostanze; perseverò accanto a Gesù persino sul Calvario e forse per il suo cuore materno riuscì di soddisfazione dolorosa vedere il proprio figlio Giovanni, l’unico fra i Dodici, fedele anche lui presso la Croce. Genitori simili sono veramente genitori « Zebedeo », veri doni di Dio. – Giacomo non è ricordato in occasione della vocazione dei primi discepoli presso le rive del Giordano; era ivi invece Giovanni, il fratello più giovane; uno dei duc dovette rimanere a casa per aiutare il padre. Chi di noi si sia trovato il più anziano, sa per esperienza quello che in analoghe contingenze tocca di solito al « maggiore » : il più giovane, come si può concludere anche dalla parabola evangelica del figlio prodigo, approfitta dei privilegi della sua età. Quando Giovanni fu di ritorno in famiglia, riferì con occhi raggianti di Gesù, « del Figlio di Dio, del Re d’Israele », ch’egli, con i figli di Giona, aveva incontrato laggiù al Giordano, e la sua relazione dovette procurare un profondo tormento a Giacomo, che in quella circostanza non s’era trovato presente: dev’egli passar tutta la sua vita solamente occupato a prender pesci e a lavar reti? Non si sente anche lui chiamato a uffici più elevati? Se quel Gesù gli passasse dinanzi, se n’andrebbe con Lui sull’istante! Passò forse un anno, e Gesù venne e, insieme a suo fratello Giovanni, chiamò anche Giacomo alla piena comunione di vita con Sè. Fu come un levarsi del sole sul mare: Gesù era già sorto per la coppia di fratelli Simone e Andrea; più avanti toccò con i suoi raggi anche Giacomo e Giovanni:《 Camminando, Egli vide due altri fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e suo fratello Giovanni, che con Zebedeo, padre loro, riparavano le loro reti nella barca. Ed Egli li chiamò. Essi lasciarono subito la barca e il padre loro e Lo seguirono… 》. Pochi mesi dopo questa chiamata seguì l’elezione dei dodici Apostoli; in quell’occasione Marco ha la breve ma significativa osservazione: « A Giacomo, figlio di Zebedeo, e a Giovanni, il fratello di Giacomo, Egli diede il soprannome di Boanerges, che significa figli del tuono ». Il Signore veramente aggiunse un soprannome anche a Simone e lo chiamò « Pietro », che vuol dire « roccia »; ma questo nome riguarda un ufficio, quello invece di « Boanerges » indica un carattere; Giacomo e Giovanni erano dotati d’un’indole così forte e ardente, d’una natura così impetuosa e violenta, che il Signore per ritrarli convenientemente creò una parola apposta, ed era a metà lode e a metà biasimo. Quest’indole violenta e presuntuosa dei figli di Zebedeo è documentata da due esempi conservatici dal Vangelo stesso. Il primo lo leggiamo in occasione d’un viaggio verso Gerusalemme attraverso la Samaria. « Gesù mandò innanzi a Sé dei messaggeri, i quali giunsero in un paese dei Samaritani per provvedere un albergo per Lui; ma non Lo si ricevette, perchè Egli si trovava in viaggio verso Gerusalemme »). Questo atteggiamento dei Samaritani verso Gesù, in questo suo passaggio per la loro terra, ci sorprende davvero, perchè ben diversamente s’erano comportati con Lui quando da Gerusalemme era disceso in Galilea e aveva sostato presso di loro per due giorni; allora L’avevano pregato di fermarsi; questa volta invece, poichè ha rivolto « la sua faccia》 alla Capitale, odiosa ai Samaritani, Gli rifiutarono ricetto. Anche gli altri Apostoli erano certamente urtati per questa violazione del sacro dovere dell’ospitalità; « quando però i discepoli Giacomo e Giovanni videro questo, domandarono: “Signore, dobbiamo invocare fuoco dal cielo perché li divori? ». Una richiesta tremenda! I due Apostoli avrebbero voluto fare della città di Samaria quello che la guerra inumana dei nostri anni ha fatto delle città moderne, seminandovi la rovina e il dolore. E saranno questi gli Apostoli della Nuova Alleanza?! Hanno ascoltato invano la predica sul monte: « Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori! »; forse l’inumana pretesa era stata suggerita ai due fratelli dal ricordo del castigo, che il profeta Elia aveva invocato sui messi dell’infedele re Ochozia. Ma Gesù non si fa la strada con fuoco e violenza, e per questo sdegnato « si voltò e li rimproverò ». In qualche antico manoscritto si legge anche la nobile aggiunta: « Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle! ». Boanerges! Come conviene bene questo nome ai due fratelli! È penoso anche il secondo episodio trasmessoci dal Vangelo. Nell’ultima ascesa a Gerusalemme, i due figli di Zebedeo non si peritarono di presentarGli la richiesta seguente: « Fa che nella tua gloria uno di noi sieda alla tua destra e l’altro alla tua sinistra ». Non potremmo misurare quanto d’inconcepibile e anzi di sfacciato ci sia in questa pretesa, senza leggerla nel suo contesto evangelico. Immediatamente prima, predicendo per la terza volta la sua passione, il Signore aveva dichiarato: « Noi adesso ascendiamo a Gerusalemme. Ivi il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai gentili, sarà deriso, maltrattato e sputacchiato. Lo si flagellerà e ucciderà. Ma il terzo giorno risorgerà». E precisamente in quel momento, in quell’ora gravissima della vita di Gesù, Giacomo e Giovanni misero innanzi la loro egoistica richiesta. Di tutta la profezia della passione essi non avevano colto che la parola circa la « risurrezione », e anche questa interpretavano secondo le loro idee, quasi fosse cioè l’inizio del glorioso regno messianico finale; era dunque quello il momento opportuno per muoversi. La loro richiesta era diretta evidentemente contro Simone Pietro, a cui il Signore aveva già promesso la preminenza su tutti i colleghi, e questo non li aveva soltanto sorpresi, ma anche amareggiati; quel Simone bisognava respingerlo indietro! Non è la prima volta che nella Sacra Scrittura leggiamo d’un Giacomo, che defrauda un altro della sua precedenza e dei suoi privilegi; lo fece già il patriarca Giacobbe a danno di suo fratello Esaù, che derubò del diritto di primogenitura e della benedizione paterna; in quell’occasione Esaù gridò amaramente: « Con ragione gli si è imposto il nome di Giacobbe; mi ha

ingannato già per la seconda volta》; e questa interpretazione di « urgente la pianta del piede, soppiantatore » viene data anche dell’Apostolo Giacomo in certi « Atti degli Apostoli» antichi dell’Etiopia. Un rimasuglio di pudore trattenne Giacomo e Giovanni dal proporre essi stessi la loro richiesta al Signore; secondo la relazione di Matteo, spinsero innanzi la loro madre. Che cosa non fanno le mamme per amore dei loro figli! Può essere.però che la buona donna Salome avvertisse quanto di vergognoso v’era nella loro richiesta, ma la logica femminile sa alla fine accomodare anche cose spiacevoli: non aveva lei dato al Signore due figli e mezza sostanza — ma quest’ultima cosa non la pensò sino in fondo —, i suoi figli non erano energici, bravi e più idonei degli altri ai primi posti nel regno dei Cieli.- L’ambiziosa aspirazione dei figli di Zebedeo provocò negli altri un profondo sconcerto: « Quando i Dieci sentirono questo, s’indignarono contro i due fratelli »; e non è escluso che l’indole violenta, intollerante e presuntuosa dei due abbia recato spesso delle molestie al Collegio apostolico. Un particolare, trasmessoci da Clemente di Alessandria, riguardante il martirio dell’Apostolo Giacomo, è una prova ancora del temperamento faticosamente domato di questo figlio del tuono: sulla via, che conduceva al luogo del supplizio, s’accostò a lui il suo delatore e lo pregò del perdono; Giacomo stette a riflettere un po’…! Solo dopo lo abbracciò dicendogli: « La pace sia con te », e insieme con colui, ch’era stato prima il suo nemico, ricevette il colpo di spada, che lo fece martire. Neppure Giovanni, come vedremo ancora, è in alcun modo un giovane fantasioso e mansueto, come troppo spesso lo si presenta; Giacomo e Giovanni erano e… restarono Boanerges. Chissà quanti autori d’ascetica ed educatori avrebbero consigliato insistentemente di trattenere con fermezza simili Boanerges nell’ombra, perchè, se le nature ambiziose non sono frenate, prendono il sopravvento l’orgoglio e la presunzione; gli spiriti quindi angusti e timorosi si meraviglieranno assai che il Signore abbia adottata con Giacomo e Giovanni una pedagogia diversa, che fu poi veramente chiaroveggente e magnanima. Percorrendo i Vangeli ci avvediamo che i figli di Zebedeo conseguono dovunque precedenze e privilegi: in tutti i cataloghi degli Apostoli essi fan parte del primo gruppo, Marco anzi pone Giacomo al secondo posto, immediatamente dopo Pietro; in casa di Giairo, quando Gesù gli risuscitò la figlia, « Egli non fece entrare con Sè nessuno all’infuori di Pietro, Giacomo e Giovanni》 ; anche come testi degli splendori del Tabor, Egli prese solo « Pietro, Giacomo e Giovanni》, e forse fu qui che sorsero nel loro animo il presentimento e il desiderio “della gloria” del Signore, nella quale ambivano di sedere ai primi posti; «Pietro, Giacomo e Giovanni Egli prese con Sè » anche quando, sul Monte degli Olivi, non passò il « calice », quel calice, che un giorno anch’essi avrebbero dovuto trangugiare. Oltre a questi privilegi ricordati espressamente nel Vangelo, altri ancora forse ne furono concessi ai tre primi Apostoli, dei quali però non ci fu trasmessa alcuna notizia. Questa condotta di Gesù ci fa intendere ch’Egli vuole come Apostoli degli uomini grandi in abbozzo; solo dei grandi nello spirito sono in grado di capire Lui, il Grande, e sono atti agli alti compiti, ch’Egli vuole loro assegnare; le indoli invece pieghevoli e fiacche, che con le loro aspirazioni non si spingono mai al di là dell loro comoda mediocrità e, soddisfatte di se stesse, gironzolano sempre nelle loro piccole barche né mai invocano il fuoco o guardano alle stelle del cielo, non saranno prime neppure nel regno dei Cieli. Il Signore non schiacciò la natura ardita di Giacomo, non lo lasciò neghittoso, ma profittò delle sue belle doti per fare proprio di lui uno dei primi. Giacomo, come pure suo fratello Giovanni, aveva ancora in sè, senza dubbio, tendenze ben poco nobili; non erano solamente mossi da ardenti desideri, ma anche da ambizione; non erano semplicemente inclini a grandi cose, ma anche orgogliosi; ma chi mai getta via l’oro, perché è misto a una massa di terra? Chi sradica un albero, perchè vi crescono sopra dei vischi? S’impone piuttosto una prudente separazione del nobile dal non nobile. A questa luce ci spiegheremo perché la risposta alla richiesta audace dei figli di Zebedeo, anelanti ai primi posti nel regno dei Cieli, fu tanto mite da sorprendere. Il Signore non tuonò contro i due fratelli e neppure rivolse loro un aspro rimprovero, perché di tanto s’erano allontanati dallo spirito del Vangelo; certo, smontò la loro temeraria pretesa, rinviandoli alla misteriosa predestinazione divina: «Non sapete quello che domandate. Il posto alla mia destra o alla mia sinistra non ho da conferirvelo Io; esso spetta a coloro, ai quali è preparato dal Padre mio》; non spense però le loro aspirazioni alle grandi cose, indicò invece ad esse un’altra meta: « Potete voi bere il calice », e allettando, « che Io berrò presto? »; in questo Giacomo deve dar prova della sua grandezza, nel « bere il calice », nel condividere la sorte e la passione di Gesù. Chi aspira a un primo posto « nella gloria del Signore », dev’esser anzitutto primo nel bere « il calice del Signore ». Seguì una lezione, con la quale il Signore istruì anche gli altri Apostoli sulla vera grandezza. L’indignazione dei Dieci verso i figli di Zebedeo aveva ben rivelato ch’essi pure erano stimolati dalla stessa sete di onori; ma Gesù non rintuzzò neppure le loro aspirazioni per sostituirvi soddisfazioni nel poco e contentezza di se stessi; anch’essi devono tener vivo l’anelito alla grandezza, dirigendolo però per altra via: « Sapete che coloro, i quali passano per i principi dei popoli, dominano su di essi, e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Così non dev’essere fra voi; ma chi tra voi vuol divenire grande, sia vostro servo, e chi tra voi vuol essere il primo sia il servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita come riscatto per tutti ». Il primo compito nel regno di Dio è servire. E così l’orgogliosa richiesta di Giacomo e di suo fratello Giovanni diede al Signore occasione e motivo di stabilire una legge evangelica fondamentale, che per tutti i tempi è un capovolgimento dei valori: anche nel regno di Cristo ci sono dei primi, ma essi devono essere come gli ultimi. – Alla domanda del Signore: « Potete voi bere il calice? », Giacomo, sicuro di sè, rispose: « Lo possiamo! ». Gesù allora guardò profondo negli occhi ai suoi Boan erges…

GIACOMO IL MARTIRE

Nel tempo che seguì non avvenne nulla, che distinguesse Giacomo fra i colleghi d’apostolato. Dopo la risurrezione, andò con loro nuovamente a pescare; sul lago, quel giorno, tutto era come prima, e però tutto era diverso, come avviene a chi dall’estero giunga in patria l’ultima volta, prima di andarsene per sempre Nel dì di Pentecoste stava con gli altri nella sala e anche su di lui guizzò « fuoco dal cielo », ma il vero, il santo, il celeste fuoco, che purifica e illumina. Poi anch’egli partì da Gerusalemme col Vangelo; nelle lezioni della sua festa il Breviario lo esalta dicendo: « Dopo l’Ascensione, Giacomo predicò la divinità del Signore in Giudea e Samaria e condusse moltissimi alla fede cristiana »; questo però lo fecero anche tutti gli altri. Egli gustò pure alcune gocce del « calice del Signore »: nella prima persecuzione, mossa dall’autorità ecclesiastica giudaica, fu arrestato e gettato nelle carceri della nazione e flagellato; ma anche questo avvenne a tutti gli Apostoli e tutti « s’allontanarono dal Sinedrio rallegrandosi altamente, perché erano stati fatti degni di patire contumelia per il nome di Gesù». Rimarrà dunque senza uno speciale significato la parola, che un giorno Giacomo diede al Signore? Dopo la seconda persecuzione, che tenne dietro alla lapidazione di Stefano, infuriò sulla Chiesa apostolica anche la terza, voluta dal re Erode Agrippa I°, che fu pure la più pericolosa di tutte e tre. Sulla stirpe degli Erodi gravava la maledizione; abbiamo in quella famiglia una dimostrazione biblica di quanto possa l’ereditarietà della colpa Il nonno di Erode Agrippa I° era stato Erode I°, detto « il Grande », che aveva regnato dal 40 al 4 a. C.: splendido e forte nel suo governo, per carattere astuto e crudele, aveva tentato di soffocare il Cristianesimo nella culla, letteralmente, ordinando l’uccisione dei bimbi di Betlemme. Il padre di Agrippa, Aristobulo, era stato giustiziato, con un altro dei suoi fratelli, dal vecchio Erode, perché sospetto d’alto tradimento. Lo zio, Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, aveva governato dal 4 prima al 39 dopo Cristo ed era stato il sovrano di Nostro Signore; principe indolente e tutto dedito alle gozzoviglie, adultero incestuoso, aveva ucciso Giovanni Battista e la mattina del Venerdì Santo aveva deriso. Gesù. Erode Agrippa, re dei Giudei dal 41 al 44, germogliò da radice tanto iniqua. Passata la giovinezza dissolutamente a Roma, ove per i debiti contratti compromise la sua posizione, riuscì ad ottenere, col favore dell’imperatore Caligola (37-41), suo amico e del suo livello, la tetrarchia rimasta senza capo per la morte di suo zio Filippo, poi quella di Lisania, in seguito, con una serie di intrighi, anche il territorio dello zio Erode Antipa, costretto ad andarsene in esilio; e finalmente dall’imperatore Claudio ottenne pure il dominio sull’Idumea, la Giudea e la Samaria; divenne così un potente dominatore, che riuniva sotto il suo scettr l’intero territorio una volta appartenuto al nonno suo, ma insieme fu pure un potente avversario della Chiesa; sembrò ch’egli potesse schiacciarla con un cenno della. sua volontà. – Gli Atti degli Apostoli indicano il motivo della persecuzione mossa da lui co brevità e semplicità: « Per piacere ai Giudei »; la maggior parte cioè dei Giudei era contraria al dominio di Agrippa; un rabbi aveva persino proposto di proibirgli il Tempio; il re però giocò di scaltrezza e condiscendenza, e così riuscì a disarmare i suoi nemici e a cattivarsi un po’ alla volta l’affetto del popolo. La persecuzione contro i Cristiani, ch’erano invisi ai Giudei, rientrava in questo programma: a quel modo che un giorno suo zio Erode Antipa, per calcolo politico-diplomatico, aveva rimandato Nostro Signore a Pilato per la condanna, così Erode Agrippa, per venale furberia, gettò in mano ai Giudei gli uomini più ragguardevoli della Chiesa apostolica: «In quel tempo re Erode cominciò una persecuzione contro alcuni membri della Chiesa. Fece giustiziare con la spada Giacomo, il fratello di Giovanni 》. Eravamo alla festa di Pasqua dell’anno 42. Dovette esserci certamente un motivo perché Erode, per una vittima qualificata, gettasse l’occhio su Giacomo; possiamo con ragione pensare che appunto il focoso «”figlio del tuonoo” si fosse reso, col suo zelo impetuoso per Cristo, quanto mai odioso ai Giudei; doveva quindi cadere prima di tutti gli altri. E così fu tolto di mezzo quest’uomo prezioso! Avrebbe forse lavorato per Cristo meno di Paolo? E invece eccolo, l’energico Apostolo, atterrato dalla potenza di un ribaldo, prima ancora che giungesse nei vasti campi della messe. Non sa provveder meglio Iddio agli uomini che si propongono di mandare ad effetto le sue santissime intenzioni? – E qui ci si presenta anche un’altra domanda, più molesta ancora: Erode « fece arrestare anche Pietro, quando s’avvide che questo piaceva ai Giudei. Voleva produrlo al popolo — darlo in pasto! — subito dopo Pasqua »; ma Pietro fu liberato miracolosamente dal carcere per mezzo d’un Angelo: perchè a Giacomo non fu mandato nessun Angelo? non sarebbe stato degno d’un miracolo anche lui? I disegni di Dio sono imperscrutabili! E nondimeno nella morte violenta di Giacomo possiamo scorgere un raggio della divina sapienza. Un giorno Giacomo, con occhio risplendente, aveva assicurato il Signore: « Possiamo bere il calice »; Iddio lo prese in parola; Egli permise questo martirio, che doveva essere per gli Apostoli il segnale della loro dispersione in tutto il mondo. Secondo informazioni molto antiche e sicure, gli Apostoli eran rimasti e avevano faticato circa dodici anni nell’angolo della Palestina, loro patria; la persecuzione di Erode Agrippa ebbe il compito di lanciarli al di là della terra di Giuda; Pietro « si portò in un altro luogo》 non appena fu liberato dal carcere, e la maggior parte degli altri Apostoli seguì il suo esempio. Giacomo però giacque a Gerusalemme, accanto al Tempio, nel proprio sangue; aveva ardentemente desiderato, fin da quando s’era trovato in Samaria, di disporre gli uomini ad accogliere il Signore, ma per la seconda volta questa sorte non gli era toccata; la sua morte servì alla Provvidenza, perchè allora fu posta mano finalmente alla grande opera della evangelizzazione del mondo. Per questo servizi Giacomo è divenuto il « Grande » e il « Primo »; il Vangelo ha la sua applicazione: « Chi fra di voi vuole divenite grande, dev’essere vostro servo; e chi fra di voi vuol essere il primo, dev’essere il vostro schiavo ». Quando gli altri Apostoli si trovarono lontani, nelle fatiche dell’apostolato, «in pene e vigilie, nella fame e nella sete, al freddo e nella nudità, in peregrinazioni, pericoli e affanni », dovettero ripensare con commozione al martirio del loro grande fratello Giacomo; egli aveva fatto per Cristo anche più di loro e dovette essere per loro un monit e un incoraggiamento continuo; un giorno li aveva feriti con la sua indole altezzosa; ma poi dimostrò con i fatti ch’egli era veramente un primo, non il Primo in potere, come Pietro, non il primo per lavoro, come Paolo, ma il Primo nel sangue. non fu il Primo e il più grande di tutti?

GIACOMO IL PELLEGRINO

La morte prematura dell’Apostolo — morì ancor prima del Concilio apostolico — non favorì il sorgere di leggende intorno a lui; gli apocrifi più antichi si limitano a colorire la sua attività a Gerusalemme e nelle terre vicine e la storia del suo martirio. Solo Teodomiro,Vescovo di Iria in Galizia verso l’anno 772, riferisce espressamente che Giacomo soffrì il martirio a Gerusalemme, dopo il suo ritorno dalla Spagna; i resti mortali sarebbero stati portati dai discepoli dell’Apostolo a Joppe e di là, per via di mare, a Iria in Spagna; Iria ebbe poi il nome di « Compostella ». Questo nome è interpretato da parecchi come un’abbreviazione di « Giacomo Postolo » — Giacomo Apostolo; in forma più lunga si dice: « San Jago di Compostella ». L’anno 1082 sopra il sepolcro dell’Apostolo si cominciò a costruire una splendida chiesa. Con Gerusalemme e Roma, Santiago di Compostella fa parte dei tre luoghi più celebri come mete di pellegrinaggio dell’intera cristianità. Così anche dopo la morte Giacomo è fra i tre primi! I pellegrinaggi al suo sepolcro, segnatamente dal secolo decimo al decimoquinto, furono celeberrimi; solo il Papa poteva dispensare dal voto d’un pellegrinaggio a Santiago; chiese e cappelle senza numero, erette in onore di San Giacomo, orlarono le vie, che da tutti i paesi conducevano a Santiago. Vi fu un tempo, in cui Giacomo Maggiore era il più popolare di tutti gli Apostoli. Egli è il patrono della Spagna e il patrono pure dei pellegrini. – Vorremmo concedere al cavalleresco popolo di Spagna l’onore di essere stato evangelizzato da questo Apostolo dall’animo nobile, col quale può sentirsi intimamente congiunto; ma la leggenda d’un’attività di Giacomo nella Spagna non è sostenibile. Essa è anche molto tardiva; la letteratura spagnola dal quinto all’ottavo secolo, ch’è pur così abbondante, tace assolutamente sul viaggio di Giacomo in Spagna; un passo invece della lettera dell’Apostolo Paolo ai Romani fa capire che in quel tempo, verso l’anno 58, la Spagna non era ancora una terra dischiusa al Cristianesimo: « Spero, quando andrò in Spagna, di vedervi nel viaggio e di esservi condotto da voi》 3°. Diversa è la questione del trasporto delle reliquie di Giacomo a Compostella. L’anno 1884 il Papa Leone XIII riconobbe la loro autenticità. Nella Chiesa antica la festa di Giacomo Maggiore — un’altra sentenza ritiene che si tratti di Giacomo Minore — fu celebrata, con quella di Pietro e Giovanni, il 27 dicembre, come festa che faceva corteggio a quella del Natale; il giorno della festa attuale, il 25 luglio, dev’essere il giorno del trasporto delle reliquie. Nell’uso del popolo è considerato come giorno della sorte, come giorno delle prime mele e giorno di fortuna per la messe — « giorno di Giacomo nella raccolta, giorno di Giacomo nella mietitura » —; sui monti è pure il giorno di cambiamento della servitù e giorno festivo per i pastori. – Dal secolo decimosecondo in poi Giacomo è rappresentato quasi sempre come pellegrino, con la conchiglia, la tasca e il bordone del pellegrino. Tutto questo un senso profondo, anche se la leggenda del suo viaggio nella Spagna lontana sia priva d’ogni fondamento storico: Giacomo è il primo Apostolo, che è pellegrinato presso il Signore, in patria, ed è divenuto il primo « nella gloria del Signore », perchè per primo ne ha bevuto « il calice ». Noi pellegriniamo lontani dal Signore, perchè quaggiù non abbiamo una stabile dimora, ma cerchiamo quella avvenire; se, come Giacomo, beviamo i nostri « calici », anche noi un giorno perverremo stanchi, ma felici e maturi nella lontana terra natale. « Sii dunque con noi, o Signore, giacchè te ne supplichiamo, e fa che il viaggio dei tuoi servi trascorra favorevolmente nella tua salvezza, affinché in tutte le vicende di questa via e di questa vita trovino continuamente presso di Te protezione e aiuto ». Ce lo concedi per l’intercession del tuo santo pellegrino e Apostolo Giacomo. Amen.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (5)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (5)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo secondo (2)

L’ATTIVITA’ MORALE

II. L’AZIONE BUONA

Si narra che, sulla tomba di un povero sciagurato, i parenti volevano porre una lapide con questa iscrizione: « Il male lo fece bene: ed il bene lo fece male ». Almeno la seconda parte di una iscrizione tanto feroce potremmo dedicarla spesso a noi ed alle azioni che reputiamo « buone ». Non basta che un atto nel suo oggetto e nelle sue circostanze sia secondo ragione; occorre anche che sia compiuto con un fine buono. È certo secondo la ragione partecipare generosamente ad una sottoscrizione in occasione d’un terremoto o d’una sciagura; ma se il donatore compie il suo gesto solo per poter ottenere una onorificenza da tanto tempo agognata e mai raggiunta, non fa un’azione buona: la sua non è generosità; è dell’egoismo puro e ributtante. Cosi ancora: è buona cosa in sè la preghiera; ma se essa si riducesse ad un puro movimento delle labbra, senza nessuno sforzo d’attenzione, non sarebbe preghiera se non di nome. In altre parole: dopo d’aver visto l’atto morale dal punto di vista oggettivo, dobbiamo ora analizzarlo dal punto di vista soggettivo, secondo l’intenzione e l’animo che ispira l’azione; ossia, come usano dire i filosofi, dopo la materia occorre scrutare la forma dell’atto, che costituisce insieme con la prima un unico tutto, come il corpo e l’anima in noi. Evidentemente, ciò che più importa nell’atto è l’anima, o l’intenzione del fine, che, come proprio oggetto della volontà, dà la forma all’azione morale; cosicchè, se l’atto fosse in sè materialmente cattivo, ma chi lo compie, in buona fede, lo ritenesse buono, non vi sarebbe colpa. Quando, ad esempio, san Crispino, se è vero ciò che di lui si narra, rubava il cuoio ai ricchi per far scarpe per i poveri, la sua azione era oggettivamente cattiva, ma soggettivamente buona, supposto che egli incolpevolmente ritenesse lecito il suo modo di procedere: e se una persona giudicasse erroneamente che un atto buono è peccato e lo facesse, sarebbe colpevole dinanzi a Dio. – Diciamo, dunque, una parola sull’anima dell’azione, ossia sul fine. In questo sta la nostra grandezza, ma anche la nostra responsabilità. È la libertà di scegliere fra il bene ed il male, è l’intenzione che è in nostro potere, ciò che conferisce un valore morale alla nostra attività. Un orologio che si guasta, una tegola che cade, un’inondazione non sono un bene o un male morale, né li definiamo con l’appellativo di cosa buona e di cattiva. Noi, invece, siamo buoni o cattivi, perché siamo i padroni dei nostri atti. Dio ci ha creati liberi, perché vuole che con la nostra volontaria adesione decidiamo di amarlo. Per questo, se è bello il canto degli uccelli, più bello è il canto delle anime virtuose che amano Dio. Lo sappiamo: dopo il peccato originale, una tale volontà buona è spesso ardua e difficile. Il primo disordine fu la fonte degli altri disordini, come avviene a colui al quale si abbuia la ragione e che continua a pronunciare parole sconnesse. Tale, purtroppo, è la storia dell’umanità: invece della subordinazione a Dio, al « Bene dei beni », come dice sant’Agostino, alla Ragione suprema, in una parola all’Amore divino, abbiamo il disordine, la irrazionalità, la ribellione all’Amore infinito. E non solo si sbaglia facendo il male, ma possiamo in due modi sciupare ciò che è bene in sè e non arrivare all’altezza dell’atto morale; o compiendo il bene con un’intenzione non buona, che lo guasta, oppure limitandoci a porre un’azione buona materialmente, meccanicamente, per pura abitudine, senza darle un fremito di vita.

1. – Il bene per il bene.

Innanzi tutto, perché si abbia un’azione normalmente buona, occorre voler fare il bene per il bene. E’ questa l’espressione precisa di san Tommaso, il quale non esita a dichiarare che « affinché la volontà sia buona, si richiede che voglia il bene e lo voglia per il bene. — Ad hoc quod voluntas sit bona, requiritur quod velit bonum et propter bonum (I, II, q. 19, a. 7 ad 3) ». Non basta, cioè, ad esempio, sfamare un povero o fare il proprio dovere, ma è necessario fare questo con un fine buono. Se aiutassi l’indigente per un motivo volgare, o se osservassi il mio dovere solo per farmi vedere dal superiore o dal padrone, io avrei compiuto un’azione che in sè è buona, ma ha un’anima ispiratrice che la guasta. E’ per questa ragione inoltre che il Vangelo ci intima di non giudicare mai gli altri: per giudicare un’azione non basta limitarsi alla superficie di essa, alle apparenze esteriori, ma bisogna scendere nella coscienza di chi la compie; e siccome solo Dio intuisce i cuori, soltanto Lui può valutare il valore morale di un atto. In altri termini, il bene perfetto — come abbiamo mostrato — è ciò che è voluto dall’Amore di Dio, è ciò che è richiesto dalla sua volontà d’amore; e noi, per fare una azione buona, dobbiamo non solo volere e fare ciò che Dio vuole ed ama, ma volerlo e farlo per amore di Dio, ossia per amore del Bene sommo. L’ascetica cristiana inculca caldamente il pensiero della presenza di Dio e la preghiera, appunto perché in tal modo riesce più facile il bene fatto per amor suo. Quando non le labbra, ma la vita intera d’un Francesco d’Assisi grida: Deus meus et omnia, o quando un Ignazio di Loyola ad ogni momento si propone di tutto fare alla maggior gloria di Dio, si evita il pericolo di sciupare il bene con un’intenzione ispiratrice non nobile ed alta. -:Nulla di più opposto al Cristianesimo di un’attività materialmente buona, ma viziata da un’anima malvagia. Il fariseismo è ciò che più dispiaceva a Gesù e quando noi scorriamo il Vangelo di san Matteo e leggiamo le fiere ed inesorabili condanne dei « sepolcri imbiancati », comprendiamo come il Maestro divino non può gradire un’azione che in apparenza sia bella come il marmo bianco d’un monumento, ma intimamente racchiuda il cadavere e la putrefazione di mire egoistiche. Si può digiunare e distribuire elemosine; si possono moltiplicare abluzioni e purificazioni; si può osservare un rigorismo esteriore perfetto; ma se tutte queste pratiche non sono vivificate dall’amore di Dio, ma da un fine ignobile, Cristo condanna con una terribile ed espressiva parola; « Ipocrita ». È la sincerità che Egli vuole. La morale dell’amore non può appagarsi di una bugiarda manifestazione esteriore, ma chiede ed esige il cuore, ossia la rettitudine d’intenzione.

2. spiritualizziamoci

In secondo luogo, c’è un altro pericolo da evitare. Composti di spirito e di materia, noi dobbiamo continuamente vincere l’accidia e sforzarci di volare in alto. La materia ci trascina al basso, come zavorra pesante. Ed è facile la stanchezza, è facile cadere nel precipizio del meccanismo e della materializzazione. La vita morale implica l’attivismo dello spirito e non già passività comoda ed inerte. Non è un vero ammiratore di Dante colui che si accontenta di imparare a memoria tutta la Divina Commedia senza approfondirne le bellezze; così pure, il bene è fatto male da chi lo compie meccanicamente, senza rinnovarsi ad ogni istante, senza suscitare in sé le energie che gli dànno un soffio di vita spirituale. Questo sforzo vigile dello spirito nostro è più che mai necessario per frenare le nostre passioni. Se esse non fossero dominate, ci trascinerebbero al precipizio, simili all’acqua impetuosa, che, invece d’essere incanalata nel letto d’un torrente, dilaga nei campi e tutto sommerge. Ma come quell’acqua, sapientemente utilizzata, può essere sorgente di forza elettrica, di luce e di calore per intere città, così le passioni nostre, ben indirizzate, costituiscono un potente aiuto. Anche un focoso destriero, esclama il Cathrein, guidato a dovere, serve a farci percorrere, nel più breve tempo possibile, il massimo spazio; non frenato, ci conduce a perdizione. « Un uomo apatico non è atto a nulla di grande e non riuscirà ad elevarsi al di sopra di una ben calcolata mediocrità. Anche nel puro lavoro intellettuale l’uomo dev’essere sostenuto da una certa misura di passione, se vuol compiere qualcosa di bello. Chi si dà allo studio con entusiasmo, lavora più energicamente e con maggiore costanza, e la sua intelligenza si fa più pronta ed acuta. Questo si verifica in ogni campo. Quante volte l’uomo apparisce, tutt’ad un tratto, quasi trasformato, se lo dominano potenti passioni! Allora diviene più geniale, più ricco d’idee, più eloquente ». Infelice colui che procede per moto d’inerzia e per mera abitudine! Certo: dobbiamo distinguere due generi d’abitudine. C’è un’abitudine che dice ripetizione amorfa e senza vita; e c’è l’abitudine che è prontezza, facilità, e agilità. Quest’ultima viene dall’abito acquisito di fare il bene. Sulla tomba di san Paolo, a Roma, si leggono le parole di una sua lettera ai fedeli di Filippi: « La mia vita è Cristo. Mihi vivere Christus est ». Non era Paolo che viveva; era il Cristo che viveva in Paolo: Io vivo, scriveva egli un giorno ai Galati, ma non sono io che vivo; è Cristo che vive in me ». Da questo programma bisogna prendere le mosse, se si vuol abbracciare con un’occhiata la differenza tra l’azione morale umana e l’azione morale cristiana, tra l’attività naturale e l’attività soprannaturale, tra l’uomo onesto e il discepolo di Gesù. Come già vedemmo nel Sillabario del Cristianesimo, noi possiamo vivere la vita in tre modi: da bruti, da uomini, da Cristiani. Possiamo, cioè, orientarci o verso la materializzazione e l’abbrutimento, calpestando la legge morale; o verso la spiritualizzazione, ispirata da un sistema filosofico e da un’etica puramente umana: ovvero verso la elevazione soprannaturale della vita umana. È quest’ultimo punto che occorre approfondire, alla luce del dogma, che ci insegna il mistero della nostra divinizzazione e dell’incorporazione nostra a Cristo. – Sarò elementarmente chiaro in questo capitolo, perché so benissimo che esso rivelerà un’idea sconosciuta a moltissimi lettori, che pur si ritengono credenti e non conoscono le basi del Cristianesimo. Mi si segua con attento raccoglimento, perché è un’enormità che il Cristiano non sappia qual è la caratteristica propria della sua attività e la fisionomia speciale della sua vita. La ignoranza religiosa dei nostri tempi è qualcosa, non dico di spaventoso, ma di mostruoso.

1. – L’incorporazione a Cristo.

Era la sera dell’Amore divino. Poche ore prima di una acerbissima passione, quale solo l’eccesso dell’amore per gli uomini poteva suggerire, Gesù istituì il Sacramento dell’Eucaristia,nvale a dire il Sacramento dell’amore. Poi, in termini espliciti, riprendendo un pensiero già altre volte insegnato nella sua predicazione, manifestò ai dodici la verità consolante della nostra incorporazione in Lui. « Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può da sè dar frutto, se non rimane nella vite, così nemmeno voi, se non rimanete in me. Io sono la vite; voi i tralci. Se uno rimane in me, ed io in lui, questo porta molto frutto, perchè senza di me non potete far niente. Chi non rimarrà innme, sarà gettato via, a guisa di tralcio che si secca, si raccoglie e si butta sul fuoco ove brucia ». Il Cristiano, dunque, non deve considerarsi come una persona avulsa o separata da Cristo e dagli altri credenti. Comeni vari tralci sono uniti fra loro e con la vite, così i discepoli di Cristo costituiscono un unico tutto tra di loro e col loro Capo adorato. Tale unione tra i fratelli e con Dio, Gesù proseguì a spiegarla, soggiungendo: « Il comandamento mio è questo, che vi amiate scambievolmente, come io ho amato voi »; e poi si rivolse con una ineffabile preghiera al Padre, chiedendo che i suoi seguaci fossero tutti una cosa sola, come Egli ed il Padre erano un solo Dio nell’unità dell’Amore sostanziale, vale a dire dello Spirito Santo: « Padre, custodisci nel Nome tuo quelli che mi hai dato, acciò siano uno, come noi… Né soltanto prego per questi (Apostoli), ma anche per quelli i quali per la loro parola crederanno in me; che siano tutti uno, come tu sei in me, Padre, ed Io in te: siano anch’essi uno in noi ». San Paolo non fece altro, se non commentare simili parole rivelatrici e spiegarle con molteplicità di paragoni. Nella lettera ai Cristiani di Roma enunciò il dogma della nostra unione a Cristo, con la similitudine dell’innesto: « Noi siamo stati innestati in Cristo » e partecipiamo perciò della sua linfa, della sua vita divina; e con Cristo formiamo l’unica grande pianta della Chiesa, che si svolgerà sino alla fine del mondo e durerà immortale. Nella lettera ai fedeli di Corinto volle ricorrere al paragone del corpo umano: a Pur essendo molti, noi siamo un sol corpo ». 《 Come il corpo è uno ed ha molte membra, e come tutte le membra del corpo, benché siano molte, non formano che un unico corpo, così è anche di Cristo ». Noi tutti abbiamo ricevuto il Battesimo per formare un corpo unico… Voi siete il corpo di Cristo e membra di questo corpo ». Ognuno di noi, continuava l’Apostolo, non deve mai profanare se stesso, perché profanerebbe Cristo. E tutto l’intento della sua predicazione era di infondere negli animi questa idea dominante (che oggi esula dalla mente di moltissimi Cristiani); noi dobbiamo sentirci uniti a Cristo; siamo incorporati a Lui: non viviamo la vita nostra, ma la Sua. Il braccio è bensì braccio ed ha la sua attività, ma non dev’essere riguardato come avulso dall’organismo, poiché vive della vita dell’organismo; così noi: abbiamo, sì, la nostra attività umana, ma essa è elevata, potenziata, soprannaturalizzata da Cristo, il Capo del grande organismo che è la sua Chiesa. – Nella lettera ai credenti di Efeso san Paolo ha insistito su quest’ultimo concetto: Dio ha dato Cristo come capo alla Chiesa, la quale è il suo corpo ed il suo compimento, e tutti sono uniti in Cristo, in un corpo unico. Non contento di questo, prese l’altra immagine, dell’edificio, e soggiunse che Cristo è la pietra angolare: « In Lui sorge un edificio bene ordinato per formare un tempio santo nel Signore ». Se noi non giungiamo a questa convinzione, se ci riguardiamo come individui egoisticamente divisi, come atomi separati da Cristo, se la nostra attività è considerata solo come nostra e non come la vita di Cristo in noi, che cooperiamo con Lui, come il braccio coopera alla vita unica dell’organismo, noi potremo arrivare alla morale umana, ma non concepiremo mai cos’è la morale cristiana. È un errore del protestantesimo — essenzialmente individualistico e, di conseguenza, negazione assoluta del Cristianesimo, che è organismo sociale — quello di immaginare la giustificazione nostra come una attribuzione giuridica dei meriti di Cristo a noi. No, osserva egregiamente il P. Plus nel suo aureo volumetto: In Cristo Gesù: « Per salvarci, nostro Signore non si è sostituito a noi, lasciandoci separati da Lui. Egli ci ha fatti solidali con Lui, unendosi intimamente e vitalmente a noi, tanto che, ormai, quando il Padre guarda un redento, lo vede come qualche cosa di Gesù e quando guarda Gesù, lo scorge, con tutti i redenti innestati in Lui », incorporati a Lui, congiunti con Lui. È vero: non si tratta d’una unione fisica, come avviene fra le parti d’un corpo; e nemmeno d’un’unione puramente morale, come fra i membri d’una famiglia; ma non si tratta neppure d’una unione esclusivamente giuridica e di una attribuzione esterna di meriti. Con Cristo noi siamo realmente e misticamente uniti. – La vera realtà non è solo il Cristo storico che è nato a Betlemme ed è morto sul Calvario; è anche il Cristo mistico, ossia il Gesù che si è incarnato, che è nato, ha vissuto a questo mondo e via dicendo, e che ci unisce tutti a sé nel grande corpo che è la Chiesa militante, purgante e trionfante, — che non è lontano da ognuno di noi, ma vive in noi con la sua grazia divinizzante, con la sua vita divina. Noi conosciamo per rivelazione questo fatto; non sappiamo oggi — perché in ciò sta il mistero — spiegare come si verifica il fatto, a somiglianza di molti fenomeni naturali, che sappiamo essere reali, ma non riusciamo a scorgere la intima spiegazione. Ma non dobbiamo mai dimenticare una simile dolce e consolante verità, come non la scordavano mai i Padri nei primi secoli del Cristianesimo. Tutti i loro discorsi si ispiravano a questo supremo concetto, che mirava ad infondere in tutti la persuasione che il Cristiano è un altro Gesù Cristo: Christianus alter Christus; che i credenti sono piccoli Gesù in fiore, per dirla con sant’Ambrogio: Christi florentes; che noi non solo siamo di Cristo, ma siamo Cristo, come inculcava Agostino: Christi sumus et Christus sumus; Cristo ci ha incorporati a sé, perché in Lui fossimo Cristo: corporans nos sibi, ut in illo Christus essemus. Non sgraniamo, dunque, più gli occhi, quando negli Atti dei martiri ad ogni passo leggiamo frasi come queste: « Il corpo intero era tutto una piaga: ma Cristo che soffriva in lui dimostrava che nulla può incutere timore, quando v’è l’amore del Padre ». Finiamola una buona volta di celebrare, ad esempio, un centenario di Bossuet, con articolucci e con pubblicazioni vuote, che lasciano sfuggire questa grande idea, presente come soffio possente in ogni opera o discorso di quel grande oratore. Non stupiamoci se « l’Apostolo del Verbo Incarnato », il cardinale De Bérulle, quando incontrava un fanciullo che col suo stesso candore lo assicurava della vita di Cristo nell’anima innocente, gli prendeva la piccola mano, e accompagnandola, si faceva dare una benedizione, che egli riteneva non benedizione d’un bimbo,nma quella di Gesù vivente in lui. Non stupiamoci se nelle Mémoirs dell’Olier noi leggiamo che il padre de Condren —il grande e santo Oratoriano — « non era che un’apparenza ed una scorza di ciò che realmente era, perché « era piuttosto Gesù Cristo che viveva nel padre de Condren, che non il padre de Condren che vivesse in se stesso. Egli era come un’Ostia dei nostri altari; al di fuori, si vedono le apparenze del pane, ma, di dentro, è Gesù Cristo. Così avveniva anche per questo gran servo di nostro Signore tanto amato da Dio ». – Con tale idea tutto capiremo. Comprenderemo cosa significa la nostra elevazione allo stato soprannaturale e la grazia santificante, perchè, uniti a Cristo, la nostra vita è elevata, santificata e divinizzata. Comprenderemo il dogma della Chiesa e della Comunione dei Santi, ossia l’unione di tutti i fedeli con Cristo e fra di loro, in uno scambio mutuo ed in un mutuo influsso di vita soprannaturale. Comprenderemo il perchè della rivelazione del mistero della Trinità, in quanto diveniamo figli adottivi di Dio per la nostra unione a Cristo, figlio naturale del Padre: ed allora il Figlio, che è non solo se stesso, ma l’unione di tutti i figli, ci unisce al Padre nell’amore dello Spirito Santo. Comprenderemo l’importanza del Battesimo, il sacramento che ci incorpora a Cristo e ci innesta in Lui, per esprimerci con san Paolo, e non stimeremo più pazzo il missionario, che reputa compensati tutti i suoi sacrifici anche per un semplice battesimo, amministrato ad un bimbo pagano morente. Comprenderemo la Confessione, che, quando il peccato ci rende membra morte nel corpo di Cristo, ci ritorna la vita e la partecipazione ai meriti del Salvatore. Capiremo il vero culto alla Vergine e ai Santi, e lo concepiremo come un omaggio allo stesso Gesù, poiché i grappoli ed i pampini li lodiamo e li ammiriamo in relazione alla vite: chi onora il frutto, dà lode alla pianta, che l’ha prodotta: ben lungi dall’essere la nostra devozione alla Madonna od ai Santi un atto di idolatria, è un atto di amore a Gesù Cristo Dio. Ameremo soprattutto l’Eucaristia, mediante la quale Gesù Cristo si unisce sacramentalmente a noi, per intensificare sempre più in noi la sua vita divina, in quanto nell’ora soave della Comunione, noi e Lui, come dice Cirillo di Gerusalemme, siamo due cere fuse, gettate l’una sull’altra e compenetrantisi totalmente. E, quando assisteremo alla Messa, non ci lascerà più indifferente il gesto del Sacerdote, che nel calice infonde col vino da consacrarsi alcune gocce d’acqua: quelle gocce rappresentano noi stessi, che, uniti a Gesù, siamo da Gesù trasformati e diventiamo consorti della divinità di Colui che della nostra povera umanità si è degnato divenire partecipe. Com’è bello il Cristianesimo, quando è conosciuto e vissuto! Perché mai saremo così stolti, da dedicare tutto il nostro tempo alle verità umane e trascureremo la verità e la vita divina?

2. – L’azione cristianamente buona.

Vediamo ora l’applicazione pratica, le conseguenze necessarie del dogma nella vita morale. « Noi, scrive il card. De Bérulle, facciamo dunque parte di Gesù ed Egli è il nostro tutto. Il nostro bene è di essere in Lui, d’essere suoi, d’essere, di vivere e d’agire per mezzo suo, come il tralcio è e attinge vita e frutti dalla vite ». Il nostro io si sente incompleto ed imperfetto; ma non deve volgersi alle piccole cose o ai piccoli uomini per avere il suo complemento e la sua perfezione, ma a Cristo. Egli dev’essere « lo spirito del nostro spirito, la vita della nostra vita, la pienezza della nostra capacità… Di conseguenza, noi non dobbiamo agire se non come uniti a Lui, da Lui diretti, attingendo forza da Lui, per pensare, parlare, operare. Come meravigliosamente descrive san Giovanni Eudes nel suo libro: Le Royaume de Jésus, la vita cristiana non è altro se non la continuazione ed il compimento in ciascuno di noi della vita di Gesù, di modo che Gesù viva nelle sue membra. Ecco, del resto, la grande idea madre del sublime volumetto: De imitatione Christi: noi dobbiamo imitare Gesù Cristo divino; far nostri i suoi pensieri, le sue vedute, i suoi affetti, la sua volontà. Egli è l’esemplare che dobbiamo ricopiare; e, si noti bene, non è un modello fuori di noi, che dobbiamo guardare da lungi, per ritrarlo; per null’affatto; è unito a noi, ed è per questo che i « Cristiani », soggiunge san Giovanni Eudes, essendo suoi membri, fanno le sue veci sulla terra, rappresentano la sua persona e quindi debbono fare tutto quello che fanno… come Egli lo farebbe ». Agire cristianamente è agire con Gesù Cristo e secondo Gesù Cristo, con le medesime sue disposizioni, con le stesse sue intenzioni, col suo « spirito ». Dobbiamo armonizzare la nostra vita con la sua; i giudizi su noi, sulle cose e sugli avvenimenti coi suoi giudizi; i nostri sentimenti, i nostri discorsi, i nostri atti coi suoi. – Perchè, quindi, un’azione sia cristianamente buona, si richiede: che sia un atto morale, perchè altrimenti non sarebbe compiuto secondo lo spirito di Cristo e di conseguenza, che sia secondo la retta ragione, nel suo oggetto, nelle circostanze, nella intenzione e nel fine. Nulla v’è nell’atto naturalmente onesto che venga ripudiato dal Cristiano o che non occorra al Cristiano. Il soprannaturale non distrugge la natura, ma la suppone sempre; altrimenti che cosa verrebbe elevato e divinizzato?

2° che colui che agisce sia unito a Cristo con la grazia, sia, quindi, battezzato, almeno col battesimo di desiderio, e sia senza peccati mortali, perché altrimenti l’attività buona, pur restando umanamente buona, non sarebbe divinamente elevata e potenziata. Una grande differenza, dunque, esiste tra il galantuomo e il Cristiano, tra la virtù filosofica e la virtù cristiana, nella quale, essenzialmente, consiste la santità, perché — osserviamolo subito — la santità non sta nel far miracoli o nell’aver delle visioni, bensì nel santificare la nostra attività con la grazia di Cristo:

I) Per l’atto umanamente buono basta la luce e la guida della ragione; per l’atto cristianamente buono occorre anche la rivelazione, che ci porti la dolce novella dell’elevazione nostra allo stato soprannaturale. Nel primo caso potrebbe bastare la filosofia; nel secondo caso si richiede anche la fede, perché come mai si potrebbe concepire la morale cristiana, prescindendo dal dogma e dalla cognizione del fine soprannaturale, al quale dirigiamo le nostre azioni?

II) L’atto umanamente buono ha come principio il nostro io, le forze morali della nostra natura, sia pure confortate dall’assistenza e dall’aiuto del Creatore. L’azione cristianamente buona, invece, ha come principio il nostro io, divinizzato, per così dire, dalla grazia santificante; sono io che agisco, ma non sono solo; col mio piccolo io umano è Gesù Cristo che agisce in me, in quanto, unito a Lui, io agisco con Lui e per Lui.

III) L’atto che è solo umanamente buono è fatto per il bene, e non per un bene astratto, ma per amore naturale, almeno implicito, di Colui che è il « Bene dei beni », Dio. – L’atto cristianamente buono è fatto per Dio, nostro fine soprannaturale e per Gesù Cristo: uniti per la grazia con Lui, agiamo per amore del Padre, nel soffio vivificante dello Spirito Santo.

IV) L’atto onesto non può avere ricompense se non di ordine naturale. L’atto cristiano, compiuto in grazia, diventa meritorio di vita eterna ed ha come premio una felicità soprannaturale, della quale in seguito parleremo. Se ogni atto cristianamente buono è anche onesto, non ogni atto onesto è anche cristiano. E si capisce anche come tutte le virtù umane si possano e si debbano trovare nel credente; ma come altresì vi siano virtù cristiane, che non sarebbe possibile trovare in un ipotetico uomo puramente onesto. Ad esempio, la fede, la speranza e la carità soprannaturale, le virtù infuse ed i doni dello Spirito Santo solo li possiamo avere in chi crede a Cristo, alla unione con Lui, alla sua rivelazione.

3. – L’azione cristiana e l’amore

Svilupperemo in seguito il concetto che la morale cristiana è la morale dell’Amore. Ma già fin da questo momento possiamo intravvedere la profondità dell’insegnamento di san Paolo, quando nella lettera a quelli di Colossi raccomandava: « Sopra ogni cosa abbiate l’Amore, che è il vincolo della perfezione ». Nel Cristianesimo, infatti, la morale consiste essenzialmente nell’amore dei figli, uniti in Cristo, al Padre ed ai fratelli. È la grazia, è il dono dell’amore infinito di Dio per noi che ci divinizza; è il nostro amore per il Padre, in Cristo Gesù, che ci spinge ad agire moralmente. Amore di Dio per noi, da un lato, e amore nostro per Dio, dall’altro, sono i due elementi che concorrono nell’attività cristianamente buona. Il divino e l’umano si uniscono a formare un unico tutto, quantunque, per i bisogni dell’analisi, noi possiamo scrutare distintamente i due elementi della sintesi. – Quando, perciò, si parla di scuola ignaziana, di scuola oratoriana, e via dicendo, non si deve ritenere che si tratti di correnti opposte; finiamola di creare opposizioni inesistenti fra il cosiddetto Seneca cristiano, il p. Rodriguez, e un san Francesco di Sales! Secondo le necessità dei tempi, i pensatori sacri lumeggiano l’uno o l’altro dei due elementi dell’azione cristiana. Quando Pelagio tende al naturalismo o nega il soprannaturale, sant’Agostino svolge l’idea della grazia. Quando Lutero e Calvino negano il libero arbitrio e riducono l’atto morale alla sola imputazione estrinseca della grazia di Cristo, Ignazio di Loyola, seguito dal grande autore della Perfezione cristiana e da un teologo come il Molina, insiste sulla formazione della nostra volontà e sulla cooperazione nostra con l’aiuto divino. Quando, in seguito all’Umanesimo, il naturalismo cerca di prevalere, avremo la splendida fioritura dovuta al card. de Bérulle, a san Giovanni Eudes, al de Condren, all’Olier, a Grignion de Montfort, a Bossuet, a san Francesco di Sales, a san Vincenzo de’ Paoli, che sottolineeranno la vita di Gesù nelle anime cristiane, l’influsso divino nelle nostre azioni, il dovere che « Gesù sia tutto in ogni cosa », nelle parole, nei pensieri e nelle opere. Ma intendiamoci: il benedettino, che col vivo senso liturgico ci ricorda ad ogni istante l’incorporazione nostra a Cristo, col quale preghiamo e viviamo; — l’oratoriano, che con opere immortali insiste sul fatto che il soprannaturale ci bagna da ogni lato e ci penetra sino alle più profonde intimità dell’anima; — il gesuita, che con la meditazione, gli esami di coscienza e gli « Esercizi Spirituali », diventa maestro di energia, non sono in contrasto fra loro. Sant’Ignazio, che negli Esercitia spiritualia esamina in modo speciale l’elemento umano dell’atto morale, non trascura l’altro e nelle Costituzioni insisterà perché l’uomo non dimentichi mai di essere « uno strumento congiunto a Cristo, instrumentum Deo cojunctum »; come, d’altra parte, sant’Agostino e san Giovanni Eudes sono lontani mille miglia dal fare poco conto dell’umana attività, quantunque insistano sulla necessità del soprannaturale. Alcuni illustrano di preferenza l’amor di Dio per noi, gli altri l’amore nostro per Dio; la concretezza dell’atto morale è la sintesi di questi due elementi costitutivi di esso.

4. – Conclusioni

Dice Gesù nel Vangelo di san Giovanni: « Io non sono solo; è con me il Padre ». Ogni Cristiano che combatte le battaglie della vita può ripetere a sé: io non sono solo; è con me Gesù Cristo e con Lui sono con me il Padre e lo Spirito Santo. Alcuni filosofi hanno creduto che Dio e la sua grazia annientassero i valori umani, la volontà nostra, la nostra dignità. Follie! Non solo nulla dev’essere distrutto, eccetto le imperfezioni e le deficienze nostre: ma tutto è innalzato e potenziato. Nella concezione cristiana non abbiamo mai la debolezza dell’isolamento; uniti ai fratelli tutti, alla Chiesa di ieri e di oggi, alla storia passata e presente, uniti soprattutto a Cristo con la grazia santificante e coi suoi doni, sentiamo la forza divinamente grande che ci sospinge, ci sorregge, ci incoraggia; ed è per questo che i Santi hanno compiuto opere, le quali, anche dal punto di vista umano, sono gigantesche: essi agivano forti della potenza di Cristo. Vivere con Lui significa non l’annientamento, non la morte, ma la risurrezione e la vita. « Voi, filosofi, diremo anche noi con Auguste Cochin nel suo volume Espérances chrétiennes, voi non potete comprendere come noi amiamo Cristo e ciò che Egli è per noi. Egli è sempre là dinanzi ai nostri occhi, con la mano in qualche modo sulla nostra spalla, mentre lavoriamo e mentre riposiamo, alla tribuna ed all’ufficio, a tavola o al nostro capezzale. Ogni Cristiano, il quale sappia cosa crede, vive in presenza ed in compagnia di Gesù Cristo. Dopo questo, via via, o visioni di poeti, o divinità ispiratrici, o bellezze affascinanti della vita! Via anche voi, o santi affetti! Né poesia, né passione, né fascino potranno mai eguagliare l’amore reale e tenero, che ci ispira la persona di Cristo Gesù ». Cosa sono in confronto a Lui, tutti i personaggi della storia? Egli solo è il vero Vivente, che vive con noi, in noi, per noi, perché noi possiamo vivere con Lui, in Lui, per Lui.

Riepilogo.

L’attività morale cristiana può essere riguardata:

1) dal punto di vista oggettivo, ossia nella sua materialità esteriore;

2) dal punto di vista soggettivo, ossia nella forma, nel fine dell’azione;

3) nell’elemento soprannaturale che la divinizza.

Occorre, perciò, studiare:

1° il bene in se stesso;

2° l’azione buona;

3° l’azione cristiana.

I. – IL BENE. — Per poter giudicare ciò che in sè è bene e ciò che è male, ossia per conoscere qual è la norma della moralità, giova elaborare tre concetti:

a) Il concetto di essere. Dio è l’Essere supremo e da Lui sgorgano tutti quanti gli esseri, fra loro coordinati e tendenti a Dio, come a un ultimo fine. Questo grande principio della centralità divina è il punto di partenza anche in morale.

b) Il concetto di verità o dell’essere in quanto è conosciuto.

Quando noi, con la vostra ragione, cogliamo l’essere e le relazioni fra gli esseri, abbiamo la verità.

c) Il concetto di bene o dell’essere in quanto è voluto. Quando noi, con la nostra libera attività, agiamo rispettando praticamente la natura degli esseri, come sono da noi conosciuti, ed il loro ordine, abbiamo il bene.

La forma della moralità, di conseguenza, è questa: « Agisci in modo che il tuo atto sia secondo la retta ragione »; rispetta cioè l’Essere ed i rapporti fra gli esseri che la ragione ti manifesta. E’ buona l’azione che segue una tal regola e cattiva l’azione che la calpesta. – Ripensando questi concetti alla luce dell’Amore, si vede che ogni essere creato è un palpito dell’amore di Dio per noi; e così si dica dei rapporti che esistono fra gli esseri e dell’obbligo che abbiamo di agire moralmente. Se Dio è Amore, l’Essere e il Bene coincidono; e l’obbligazione morale è un frutto dell’Amore divino. Dio non amerebbe, se fosse indifferente all’ordine o al disordine, al bene o al male; anzi, non sarebbe più Dio, dato che l’ordine rispecchia la sua volontà.

II. – L’AZIONE BUONA. — Non basta, per avere l’atto morale, che l’azione in sè, oggettivamente considerata, sia un bene; è necessario altresì:

a) che sia compiuta con un fine od un’intenzione buona, ossia occorre che il bene sia fatto per il bene; e siccome il bene, in ultima analisi, è la volontà di Dio ed il suo Amore, per agire moralmente bisogna che noi facciamo il bene per amore di Dio, per amore cioè del Bene supremo;

b) che sia compiuta non meccanicamente, per pura abitudine, per moto d’inerzia. Per l’atto morale occorre l’attivismo dello spirito. Dobbiamo spiritualizzarci continuamente, servendoci dei meccanismi, che sono in sè utilissimi, quando sono mossi e ravvivati da un soffio di vita spirituale.

III. – L’AZIONE CRISTIANA. — L’atto onesto non è ancora l’atto cristiano, il quale implica bensì la nostra attività morale umana, ma la divinizza con la grazia divina. Innestati in Cristo, incorporati a Lui, vivendo una vita soprannaturale che ci permette di dire con san Paolo che Cristo vive in noi, le nostre energie umane sono divinamente sublimate e potenziate. Agire cristianamente è agire secondo la norma del Bene, ma in unione con Cristo, santificati dalla sua grazia, forti della sua forza divina, animati dal suo Spirito, che è lo Spirito Santo, Spirito d’amore.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “MILITANTIS ECCLESIÆ”

Militantis Ecclesiae è una lettera Enciclica inviata ai Vescovi tedeschi in occasione del III centenario della morte di S. Pietro Canisio, grande diffusore della verità cattolica presso quei popoli martoriati dalla peste del protestantesimo in atto. Oltre alla vita ed alle opere del Santo, il Santo Padre si dilunga sapientemente sulla didattica scolastica, fruttuosa solo se basata e costruita come solido edificio sulla morale cattolica radicata sul dogma cristiano. Così possiamo vedere la differenza con l’attuale orientamento scolastico dei Paesi “laici”, che si guardano bene dal fornire i mezzi per la conoscenza e la pratica cristiana, imbevuti come sono, fino all’esasperazione, di “massonismo” pseudo ecumenico ed indifferentista, appoggiati da una finta chiesa modernista con cui condividono ideologia e “succulenti prebende”… Godiamoci questa magnifica lettera e, invocando la venuta di un novello Pietro Canisio, preghiamo con pazienza accelerando la venuta del Signore Gesù tutti uniti strettamente nel suo Corpo mistico, di cui sono membri solo i veri Cattolici, perché ripristini le condizioni di vita cristiana ed essi formino un’armata compatta sotto la guida dell’Immacolata contro le falangi infernali operanti in ogni struttura ed in ogni ambito.

Leone XIII
Militantis Ecclesiae

Lettera Enciclica

III centenario della morte del beato Pietro Canisio
(ora santo)

1 agosto 1897

Il bene della Chiesa militante, e così pure il suo onore, esorta a celebrare più spesso con rito solenne la memoria di coloro che per la loro straordinaria virtù e pietà furono innalzati alla gloria della Chiesa trionfante. Mediante questi segni di onore infatti si insinua il ricordo dell’antica santità, cosa sempre opportuna, utilissima poi in questi tempi infausti per la fede e la pietà. E proprio nel presente anno, per la benevolenza della divina provvidenza, è concesso a Noi di rallegrarci per il compiersi del terzo centenario della morte di Pietro Canisio, uomo di eccelsa santità, con l’unico intento di incitare gli animi dei buoni a quelle arti mediante le quali lui stesso venne in aiuto in modo tanto efficace alla società cristiana. Il nostro tempo infatti presenta non poche analogie con i tempi nei quali operò il Canisio, quando la bramosia di novità e l’avvento tumultuoso di una cultura più libera furono seguiti dallo smarrimento della fede e dalla decadenza dei costumi. Ad allontanare questa duplice peste da tutti, ma soprattutto dalla gioventù, si adoperò questo apostolo della Germania, secondo dopo Bonifacio, e non solo con opportune predicazioni o con la sottigliezza delle dispute, ma soprattutto con l’istituzione delle scuole e con la stampa di ottimi libri. Avendo seguito i suoi esempi preclari, anche molti altri uomini volonterosi del vostro popolo, usando le medesime armi contro un genere di nemici per nulla grossolano, mai trascurarono, per la difesa e la dignità della Religione, di custodire ogni nobile disciplina e di perseguire con animo ardente ogni esercizio delle arti oneste, con il favore e l’approvazione dei Romani Pontefici, che sempre si preoccuparono con grande sollecitudine di custodire l’antica grandezza delle lettere, e di far sì che ogni espressione di umana civiltà ricevesse di giorno in giorno sempre nuovi incrementi. E voi ben sapete, venerabili fratelli, che la cosa che sempre Ci è stata più cara è l’educazione corretta e salutare dell’adolescenza; a questo, per quanto Ci è stato possibile, abbiamo sempre guardato con attenzione. Ora poi utilizziamo volentieri la presente occasione, presentando l’esempio del valoroso condottiero Pietro Canisio agli occhi di coloro che negli accampamenti della Chiesa militano per Cristo, affinché, forti del pensiero che alle armi della giustizia si debbano associare le armi della cultura, possano più energicamente e vittoriosamente servire la causa della Religione. – Quanto sia stato gravoso l’impegno assunto da quell’uomo zelantissimo della fede cattolica, appare facilmente a coloro che considerano con attenzione il volto della Germania agli inizi della ribellione luterana. Modificati i costumi, di giorno in giorno sempre più degradati, fu facile il passaggio all’errore; e lo stesso errore poi condusse a maturazione la definitiva rovina dei costumi. Così, a poco a poco, molti si allontanarono dalla fede cattolica; quindi il virus del male si diffuse ampiamente in quasi tutte le province e contaminò uomini di ogni condizione e fortuna, al punto che nella mente di molti si consolidò l’opinione che la causa della Religione in questo regno fosse ormai totalmente perduta, e che non ci fosse ormai più alcun rimedio per curare la malattia. E senza dubbio non ci sarebbe stato più nulla da fare riguardo alle cose supreme, se Dio non fosse intervenuto con efficace soccorso. C’erano ancora in Germania uomini di antica fede, ragguardevoli per la cultura e lo zelo della Religione; c’erano i principi della Casa Bavarese e Austriaca, e soprattutto il re dei romani Ferdinando, primo del suo nome, per i quali era un dato indiscusso la protezione e la difesa con tutte le loro forze della causa cattolica. E Dio donò alla Germania in pericolo un nuovo e di gran lunga il più valido soccorso, la Compagnia di Gesù, nata opportunamente proprio in quella tempesta, e a questa, primo fra i tedeschi, diede il suo nome Pietro Canisio. – Non dobbiamo qui ora ripercorrere tutti gli aspetti dell’esemplare santità di quest’uomo; con quale impegno si sia preso cura della patria lacerata da dissidi e sedizioni, per ricostituire un comune sentire degli animi e l’antica concordia; con quale ardore abbia combattuto nelle dispute con i maestri dell’errore, con quali discorsi abbia incitato gli animi, quali fastidi abbia sopportato, quante regioni abbia percorso, quante faticose missioni abbia intrapreso per la causa della fede. Prendiamo in considerazione soltanto le armi della cultura; con quale costanza le ha esposte, con quale prudenza, con quale senso di opportunità! Quando ebbe fatto ritorno da Messina, dove si era recato come maestro della parola, subito si impegnò con singolare energia ad insegnare le sacre discipline nelle Università di Colonia, Ingolstadt e Vienna, e seguendovi la via regale della scuola cristiana dei dottori di sicura fama, aprì le menti dei tedeschi alla grandezza della teologia scolastica. Dal momento che in quel tempo i nemici della fede da questa si tenevano lontani con supremo disgusto, poiché su di essa si fondava principalmente la fede cattolica, proprio questo metodo di studio cercò di rimettere pubblicamente in auge nei licei e nei collegi della Compagnia di Gesù, che lui stesso aveva contribuito a realizzare con tanta fatica e lavoro. E lui stesso non si vergognò affatto di calarsi dalla sapienza più alta ai primi elementi degli studi letterari, e di accogliere fanciulli da istruire, scrivendo proprio per loro dei libri di letteratura e delle grammatiche. Contemporaneamente, dalle dimore dei principi, nelle quali teneva le sue orazioni, tornava spesso alle prediche al popolo, al punto che, mentre scriveva le cose più alte, sia in ordine a controversie dottrinali che sui costumi, metteva mano anche alla composizione di opuscoli che rafforzassero la fede del popolo e suscitassero e nutrissero la sua pietà. Degna di grande ammirazione per la sua utilità nel preservare dal laccio dell’errore gli inesperti fu la sua pubblicazione di una Summa della dottrina cattolica, opera densa e concisa, chiarissima nel suo limpido latino, non indegna dello stile dei padri della Chiesa. A questa splendida Opera, che fu accolta dai dotti in tutti i regni europei con unanime lode, sono inferiori per la mole, ma non per l’utilità, quei due famosissimi Catechismi, scritti da quel santo uomo ad uso degli indotti, uno per istruire sulla religione i fanciulli, l’altro per istruire su di essa gli adolescenti che si dedicano allo studio delle lettere, Tutti e due, non appena furono pubblicati, conobbero un così grande successo fra i Cattolici, da essere fra le mani di tutti coloro che insegnavano le verità fondamentali della fede cristiana; e non venivano usati soltanto nelle scuole, quasi come latte da sorbirsi dai fanciulli, ma venivano pubblicamente spiegati per l’utilità di tutti nelle chiese. È successo così che il Canisio per trecento anni è stato considerato il maestro comune dei Cattolici di Germania, al punto che nella coscienza del popolo queste due affermazioni avevano lo stesso significato, conoscere il Canisio, e tenere saldamente la verità cristiana. – Questi scritti del nostro santo indicano chiaramente a tutti i buoni la via da seguire. Sappiamo poi, venerabili fratelli, che questa gloria della vostra gente è magnifica: usatela con sapienza e in modo felice per promuovere con intelligenza e passione l’onore della patria e per conseguire il bene privato e pubblico. In verità è del massimo interesse che chiunque fra di voi è sapiente e buono, si adoperi con forza a favore della Religione; diriga al suo decoro e difesa ogni luce della mente e tutte le risorse delle scienze letterarie; e con il medesimo proposito, colga subito e si impadronisca con la conoscenza di qualsiasi cosa che in ogni ambito porti al bene, sia con l’incremento delle arti che della cultura. Infatti, se mai vi fu un tempo in cui, per la difesa del Cattolicesimo, fosse richiesto in modo speciale una grande cultura ed una grande erudizione, questo è proprio il nostro tempo, nel quale un più rapido progresso in ogni campo della cultura umana, offre talvolta ai nemici del nome cristiano lo spunto per combattere la fede. Per respingere l’attacco di costoro, bisogna far ricorso a forze di pari valore; occupare per primi le posizioni e strappare dalle loro mani le armi con le quali si sforzano di spezzare ogni legame fra le cose divine e quelle umane, I cattolici interiormente così preparati e a dovere formati, potranno facilmente dimostrare che la fede divina non solo non si contrappone alla cultura umana, ma è anzi di questa come il coronamento e il fastigio.
Anche in quelle cose in cui maggiore sembra essere la distanza, o in cui sembra esservi opposizione, la fede può molto facilmente accordarsi con la filosofia e ad essa associarsi, al punto di illuminarsi l’una con l’altra in modo sempre più grande; la natura non è nemica, ma compagna e ancella della religione.
Con il suo aiuto non solo tutte le conoscenze si arricchiscono, ma le lettere e tutte le arti ricevono maggiore vigore e vitalità. Quanto poi pervenga alle sacre dottrine di ornamento e di dignità dalle discipline profane, lo può facilmente comprendere chi ben conosce la natura umana, incline a tutto ciò che colpisce piacevolmente i sensi. Perciò, presso i popoli che eccellono sugli altri per la loro cultura, a stento si presta una qualche fiducia ad un sapienza rozza, e soprattutto i dotti non prestano attenzione a quelle cose che non si accompagnino ad una forma bella ed elegante. Ora noi siamo debitori ai dotti non meno che agli ignoranti: dobbiamo stare con i primi nel combattimento, dobbiamo sostenere questi ultimi quando vacillano e rafforzarli.
E’ qui in verità il campo si aprì davanti alla Chiesa con estrema larghezza. Infatti, appena essa riprese vigore dopo le lunghe persecuzioni, vi furono uomini di grande dottrina che con il loro ingegno e la loro scienza illustrarono quella fede che per l’innanzi uomini di grande coraggio avevano suggellato con il loro sangue. In questa lode per primi operarono concordi i padri, e lo fecero con tale vigore, che non potrà mai esserci nulla di più valido; e lo fecero il più delle volte con espressione dotta, degna delle orecchie dei romani e dei greci, Spronati quasi come da aculei dalla dottrina e dall’eloquenza di costoro, molti in seguito si gettarono con tutte le loro forze nello studio delle sacre verità, e raccolsero un patrimonio cosi’ grande di Sapienza cristiana, nel quale, in ogni successivo periodo della Chiesa, gli uomini fossero in grado di trovare tutto quanto potesse loro servire a sradicare le antiche superstizioni, o a distruggere i nuovi flagelli degli errori. In ogni tempo si trovò sempre una grande abbondanza di uomini dotti, anche in quel periodo in cui tutto ciò che vi era di più prezioso fu esposto alla furia e alla rapina dei barbari e quasi cadde nella trascuratezza e nella dimenticanza. Al punto che, se quegli antichi preziosi prodotti della mente e della mano dell’uomo, se quelle cose che un tempo furono in sommo onore presso i romani e i greci non andarono completamente perdute, tutto questo deve essere ascritto a merito del lavoro e della diligenza della Chiesa. – Dal momento che lo studio della scienza e delle arti apporta alla Religione una luce così grande, senza alcun dubbio coloro che si sono totalmente consacrati agli studi è necessario che adoperino tutta la loro solerzia non solo per pensare, ma anche per agire, affinché le loro conoscenze non rimangano chiuse in loro stessi e sterili. I dotti quindi mettano i loro studi a servizio della comunità cristiana e dedichino il loro tempo libero al bene comune, e cosi’ le loro conoscenze non sembreranno restare inconcludenti, ma saranno congiunte con la realtà dell’azione. Questa azione si evidenzia soprattutto nell’educazione dei giovani; e quest’opera è di così grande valore che richiede per sé la maggior parte dell’impegno e della sollecitudine. Proprio per questo, venerabili fratelli, vivamente vi esortiamo affinché vegliate a custodire nelle scuole l’integrità della fede, oppure, qualora fosse necessario, affinché ad essa queste siano con sollecitudine ricondotte; sia quelle di antica fondazione, come quelle che sono state aperte di recente; sia quelle dedicate all’infanzia, sia quelle che vengono chiamate medie ed universitarie. Gli altri Cattolici delle vostre regioni cerchino in primo luogo ed ottengano che nell’educazione degli adolescenti siano garantiti e salvaguardati i diritti propri dei genitori e della Chiesa. – A questo riguardo, bisogna prendersi cura specialmente delle cose che seguono. Prima di tutto, bisogna che i Cattolici abbiano, specialmente per i bambini, delle scuole proprie e non miste [pluriconfessionali], e che siano scelti degli ottimi maestri, assolutamente fidati. L’insegnamento in cui la realtà religiosa è erronea o assente è pieno di pericoli, e vediamo che questo spesso succede nelle scuole che abbiamo chiamato miste. Nessuno si lasci facilmente persuadere che si possa senza pericolo separare la pietà dall’istruzione. Infatti, se nessun periodo della vita umana, sia nelle cose pubbliche che in quelle private, può fare a meno della funzione della Religione, tanto meno può essere privata di quella funzione quell’età inesperta, di fervido ingegno, e posta fra le tante tentazioni della corruzione. Chi dunque organizza l’insegnamento in modo tale che non abbia nessun punto di contatto con la Religione, corrompe gli stessi germi del bello e dell’onesto e prepara non un presidio alla patria, ma la peste e la rovina del genere umano. Chi infatti, tolto di mezzo Dio, potrà ancora trattenere gli adolescenti nel dovere, o ricondurre quelli che hanno deviato dai retti sentieri della virtù e che sono caduti nel baratro dei vizi? – È necessario poi che la Religione venga insegnata ai giovani non soltanto in certe ore, ma bisogna che tutta l’educazione sia impregnata del modo di sentire della pietà cristiana. Se questo viene meno, se questo sacro alito non pervade e non scalda l’anima dei docenti e dei discenti, si raccoglieranno pochi frutti dall’insegnamento; e invece ne deriveranno spesso gravi danni. – Quasi tutte le discipline hanno i loro pericoli, e questi difficilmente potranno essere evitati dagli adolescenti se alle loro menti e alle loro volontà non vengono posti dei freni divini. Bisogna perciò fare molta attenzione affinché non venga posto in secondo piano ciò che è l’essenziale, cioè il culto della giustizia e della pietà; affinché nella gioventù, costretta soltanto alle cose che si vedono con gli occhi, non si atrofizzi ogni vigore di virtù; affinché i maestri, mentre insegnano con grande fatica le pedanterie dell’istruzione e analizzano sillabe e accenti, non siano poi solleciti di quella vera sapienza il cui “inizio è il timore del Signore”, ed ai cui precetti ci si deve conformare in tutti i momenti della vita. La conoscenza delle molte cose abbia perciò unita a sé la cura della perfezione dello spirito; la Religione informi e diriga a fondo ogni scienza, qualunque essa sia, e colpisca con la sua maestà e soavità, da rimanere così come un pungolo negli animi degli adolescenti.
Siccome fu sempre intenzione della Chiesa che ogni genere di studi servisse principalmente alla formazione dei giovani, è necessario che questa materia di studio non solo abbia il suo posto, e un posto speciale, ma è ugualmente necessario che nessuno possa svolgere un insegnamento così importante, se prima non sia stato riconosciuto idoneo a tale insegnamento dal giudizio e dall’autorità della Chiesa stessa. – Ma non è soltanto nelle scuole dei fanciulli che la Teligione reclama i sui diritti. Vi fu un tempo in cui negli statuti di ogni Università, in primo luogo di quella di Parigi, era disposto che tutti gli studi fossero orientati alla teologia, in modo tale che nessuno fosse ritenuto giunto al supremo livello della sapienza, se non avesse conseguito la laurea in questa disciplina. Il restauratore dell’età Augustale Leone X, e dopo di lui gli altri Pontefici Nostri predecessori, vollero che l’Ateneo romano e le altre cosiddette Università degli studi, quando ardevano le empie guerre contro la Religione, fossero come solide fortezze, dove, sotto la guida e l’autorità della sapienza cristiana, venissero istruiti i giovani. Un ordinamento degli studi siffatto, che dava il primo posto a Dio e alle cose sacre, portò ottimi frutti; certamente fece sì che i giovani così istruiti fossero maggiormente fedeli al loro dovere. Questo positivo risultato potrà rinnovarsi anche presso di voi, se voi cercherete con tutte le vostre forze di ottenere che nelle scuole medie, nei ginnasi, nei licei e nelle università, vengano assicurati alla Religione i suoi propri diritti. – Non succeda però mai che anche ottimi consigli siano vanificati, e venga intrapresa una inutile fatica, qualora venisse meno l’accordo degli animi e la concordia nell’azione. Che cosa potranno mai fare le forze divise dei buoni, contro l’impeto unito dei nemici? O a che cosa servirà il coraggio dei singoli, dove venga meno una comune regola di condotta? Per questo vi esortiamo grandemente affinché, tolte di mezzo le inopportune controversie e le contese di parte, che possono con facilità dividere gli animi, tutti consentano in modo univoco a procurare il bene della Chiesa, e, riunite le forze, tendano a quest’unica cosa e manifestino un’unica volontà, “cercando si conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,3). – Ci ha persuasi a fare queste ammonizioni la memoria e la commemorazione di un grande Santo; e volesse il cielo che i suoi esempi luminosi si imprimessero negli animi e li muovessero a quel suo amore della sapienza che non può recedere mai dal lavorare per la salvezza degli uomini e dal difendere la dignità della Chiesa, Confidiamo quindi che voi, venerabili fratelli, che in questo avete una particolare sollecitudine, troverete sicuramente tra i dotti numerosi soci e compagni in questo glorioso lavoro. Ma questa nobile impresa, quasi deposta nel loro seno, la potranno soprattutto attuare coloro che sono stati dalla divina .provvidenza incaricati del magnifico compito di istruire la gioventù. Se costoro ricorderanno, cosa cara agli antichi, che la scienza separata dalla giustizia deve essere chiamata astuzia piuttosto che sapienza, o meglio, se presteranno attenzione a quanto dicono le sacre Scritture “vani sono… tutti gli uomini nei quali non c’è la scienza di Dio” (Sap 13,1), impareranno ad usare le armi della scienza non solo per la loro personale utilità, ma per la comune salvezza. Potranno infine sperare di ottenere, dal loro lavoro e dalla loro operosità, i medesimi frutti che ottenne un tempo Pietro Canisio nei suoi collegi e nei suoi istituti, formare cioè dei giovani docili e virtuosi, ornati di buoni costumi, che detestano con forza gli esempi dei cattivi, e che sono solleciti della scienza e della virtù. Quando la pietà avrà posto nell’animo di questi giovani più solide radici, sarà quasi del tutto scomparso il pericolo che essi possano essere intaccati da opinioni perverse o che possano deflettere dalla loro precedente vita virtuosa. E in costoro che la Chiesa e la società civile ripongono le loro migliori speranze essi saranno in futuro illustri cittadini e, con il loro consiglio, la loro prudenza, la loro cultura potranno essere salvaguardati l’ordinamento civile e la tranquillità della vita domestica. – Per il resto, a Dio ottimo massimo, che è il “Signore delle scienze”, alla sua vergine Madre, che è chiamata “Sede della sapienza”, forti dell’intercessione di Pietro Canisio, che per la gloria della sua dottrina ha così bene meritato dalla Chiesa Cattolica, innalziamo le Nostre preghiere, affinché sia possibile essere partecipi dei voti che abbiamo formulato per l’incremento della Chiesa stessa e per il bene della gioventù. Fiduciosi di questa speranza, a voi singolarmente, venerabili fratelli, e a tutto il vostro clero e popolo, auspice dei doni celesti e testimone della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 1 agosto 1897, ventesimo anno del Nostro pontificato.

DOMENICA VIII DOPO PENTECOSTE 2023

DOMENICA VIII DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi

Durante la festa di Pentecoste la Chiesa ha ricevuto la manifestazione dello Spirito Santo e la liturgia di questo giorno ce ne mostra le felici conseguenze. Questo Spirito ci rende figli di Dio, tanto che possiamo dire in tutta verità: “Padre nostro; siamo quindi assicurati dell’eredità del cielo (Ep.): ma per questo bisogna che, vivendo per opera di Dio, noi viviamo secondo Dio (Oraz.) lasciandoci indurre in tutto dallo Spirito di Dio (Ep.), cosi Egli ci accoglierà un giorno nei tabernacoli eterni (Vang.). Sta qui la vera sapienza di cui ci parla la storia di Salomone, della quale in questa settimana si continua la lettura nel Breviario; qui sta la grande opera alla quale il re dedicò tutta la sua vita. – Salomone costruì il Tempio del Signore nella città di Gerusalemme, secondo la volontà di David suo padre, che non aveva potuto edificarlo egli stesso per le continue guerre che i nemici gli avevano mosso contro. Salomone impiegò tre anni a preparare il materiale, cioè le pietre che ottantamila uomini estraevano dalle cave di Gerusalemme e il legno di cedri e cipressi che trentamila uomini abbattevano sul Libano nel regno dell’Iram (V. Domenica prec.). – Quando tutto fu pronto si cominciò, nel 480° anno dopo l’uscita dall’Egitto, la costruzione che durò sette anni. Pietre da taglio, legno e fregi ornamentali erano stati così esattamente misurati prima, che i lavori si compivano nel più grande silenzio. Nella casa di Dio non si sentiva colpo di martello, né ascia, né altro strumento di ferro durante il tempo che si edificava. Salomone prese come piano quello del tabernacolo di Mosè; ma gli diede proporzioni più vaste e vi accumulò tutte le ricchezze che poté. I soffitti e i pavimenti di legni preziosi erano rivestiti da placche di oro, gli altari e le tavole erano ricoperti di oro, i candelabri e i vasi erano di oro massiccio. Tutte le mura del tempio erano ornate da cherubini e da palmizi coperti di oro. A lavori terminati, Salomone consacrò con grande solennità questo Tempio al Signore. In presenza di tutti gli Anziani di Israele e di un popolo immenso appartenente alle dodici tribù, i sacerdoti trasportavano l’Arca dell’alleanza nella quale si trovavano le tavole della legge di Mosè, sotto le ali spiegate di due cherubini, ricoperte di oro e alte dieci cubiti, che si innalzavano nel santuario. Si immolarono anche migliaia di pecore e di buoi e, quando i sacerdoti uscirono dal Sancta Sanctorum, una nube riempì la casa del Signore. Allora Salomone levando gli occhi verso il cielo, domandò a Dio di ascoltare le suppliche di tutti quelli, Israeliti o estranei, che sarebbero venuti in differenti circostanze, felici o infelici, nella loro vita, a pregarlo in questo luogo che era stato a Lui consacrato. Gli domandò anche di esaudire tutti quelli che, con la faccia rivolta verso Gerusalemme e verso il Tempio, gli avrebbero indirizzato le loro suppliche, per mostrare che Egli aveva scelta questa casa per sua residenza e che non vi era in nessun luogo altro Dio, che quello d’Israele. – Le feste della Consacrazione del Tempio durarono quattordici giorni in mezzo a sacrifici e banchetti sacri. E il popolo se ne tornò benedicendo il re e sentendo riconoscenza per tutto il bene che il Signore aveva fatto a Israele dal giorno dell’alleanza sul Sinai. Il Signore apparve allora una seconda volta a Salomone e gli disse: « Ho esaudita la tua preghiera, ho scelto e benedetto il tempio che mi hai innalzato; là saranno sempre i miei occhi ed il mio cuore per vegliare sul mio popolo fedele ». Nella Messa di questo giorno la Chiesa canta alcuni versetti di sei Salmi differenti che riassumono tutti i pensieri espressi da Salomone nella sua preghiera: « Il Signore è grande e degno di lode nella città del nostro Dio, sulla sua montagna santa » (l’Intr., Alt.). « Chi è dunque Dio se non il Signore?» (Off.). È nel suo tempio che si riceve la manifestazione della sua misericordia » (Intr.) e che « si prova e si sente quanto il Signore sia dolce » (Com.), poiché Egli è « per tutti quelli che sperano in Lui, un Dio protettore e un luogo di rifugio » (Grad.), — Come il regno di Salomone fu una specie di abbozzo e di figura del regno di Cristo (2° Nott.), cosi il tempio che egli innalzò a Gerusalemme non fu che una figura del cielo nel quale Dio risiede ed esaudisce le preghiere degli uomini. È sulla montagna santa e nella città di Dio (All.) che noi andremo un giorno a lodarlo per sempre. L’Epistola ci dice che se noi vivremo di Spirito Santo, facendo morire in noi le opere della carne saremo figli di Dio, e che da quel momento, eredi di Dio e coeredi di Cristo, entreremo nel cielo che è il luogo della nostra eredità. Ed il Vangelo completa questo pensiero dicendoci, sotto forma di una parabola, quale sia l’uso che dobbiamo fare delle ricchezze d’iniquità per assicurarci l’entrata nei tabernacoli eterni. Un fattore infedele, accusato di aver dissipato i beni del padrone, si procura degli amici con i beni che questi gli aveva affidato, per avere, dopo essere stato cacciato, « persone pronte ad accoglierlo nelle proprie case ». I figli della luce, dice Gesù, contendano per zelo coi figli del secolo, e, imitando la previdenza di questo fattore, utilizzino i beni, che Dio ha messi a disposizione loro per venire in aiuto dei bisognosi e si faccianoamici nel cielo, perché quelli che avranno sopportato cristianamente le privazioni sulla terra, entreranno lassù e renderanno testimonianza ai loro benefattori nel momento in cui tutti dovrann orendere conto al divino Giudice della loro amministrazione (Vang.)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Introitus

Ps XLVII: 10-11.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Ps XLVII: 2. Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitate Dei nostri, in monte sancto ejus.

[Grande è il Signore, e degnissimo di lode nella sua città e nel suo santo monte.]

Ps XLVII: 10-11 Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, semper spíritum cogitándi quæ recta sunt, propítius et agéndi: ut, qui sine te esse non póssumus, secúndum te vívere valeámus.

[Concedici propizio, Te ne preghiamo, o Signore, di pensare ed agire sempre rettamente; così che noi, che senza di Te non possiamo esistere, secondo Te possiamo vivere.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 12-17

Fratres: Debitóres sumus non carni, ut secúndum carnem vivámus. Si enim secúndum carnem vixéritis, moriémini: si autem spíritu facta carnis mortificavéritis, vivétis. Quicúmque enim spíritu Dei aguntur, ii sunt fílii Dei. Non enim accepístis spíritum servitútis íterum in timóre, sed accepístis spíritum adoptiónis filiórum, in quo clamámus: Abba – Pater. – Ipse enim Spíritus testimónium reddit spirítui nostro, quod sumus fíli Dei. Si autem fílii, et herédes: herédes quidem Dei, coherédes autem Christi.

(“Fratelli: Non abbiam alcun debito versa la carne per vivere secondo la carne. Se, pertanto, vivrete secondo la carne, morrete; se, al contrario, con lo spirito farete morire le opere della carne, vivrete. Poiché, quanti sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Invero, non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricadere nel timore, ma avete ricevuto lo spirito di adozione in figliuoli, per il quale gridiamo «Abba! (o Padre)». E lo Spirito Santo stesso attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. Ora, se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo”).

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.]

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Che grande parola ha detto il Cristianesimo agli uomini quando ha detto loro: voi siete figli di Dio! Fuori del Cristianesimo, osservate, l’uomo o è avvilito o è adulato. Gli spregiatori dicono all’uomo: sei una scimmia, appena un poco più perfezionato. Gli adulatori dicono: sei un Dio, sei Dio… E gli uni e gli altri dicono parole che hanno sapore di falsità e riescono moralmente funeste; perché è funesta l’abbiezione del bruto, come è funesto l’orgoglio di un falso iddio, di un idolo. Il Cristianesimo appaga e non solletica i nostri istinti, le nostre aspirazioni di grandezza, quando ci dice: voi siete figli di Dio. Purtroppo noi abbiamo fatto l’abitudine a questa parola, ed essa, che dovrebbe riempirci di gioia e di legittimo orgoglio, per poco non ci lascia indifferenti. – Ma non fu così per le prime generazioni cristiane. San Paolo si esalta, si entusiasma analizzando e quasi assaporando la frase. Per meglio gustarla e illuminarla, Paolo contrappone la sorte nostra, di noi Cristiani, a quella dei Giudei, che furono pure per tutto il mondo antico, e prima che venisse Gesù, i depositari della religione vera. Ma quella loro religione era pervasa da un suo spirito, perché dominata da una sua idea. Lo spirito onde l’anima giudaica era pervasa nel suo momento religioso, ben s’intende, era spirito di timore, anzi di timore servile, perché per il fedele giudeo cresciuto alla scuola di Mosè e della sua Legge, Dio era il Padrone, il grande, il vero padrone, il Re, il Sovrano, alla guisa orientale. L’anima, davanti a quel padrone, temeva e tremava. Era la forza specifica della sua adorazione. San Paolo ne aveva fatta l’esperienza: aveva tremato anche lui e sofferto insieme e goduto di quel timore. Più sofferto che goduto, perché la sua anima avrebbe voluto aprirsi a sensi più nobili, come sono i sensi dell’affetto. Ma la vecchia legge non glielo consentiva. Ed ecco sopraggiungere Gesù, non più semplice profeta, e servo, ma Figlio di Dio veracemente, propriamente. Ed ecco annunziare agli uomini, coll’autorità sua di Figlio, che Dio è per noi e vuole essere Padre « Pater noster; » Padre già per diritto e fatto di creazione, ma assai più e meglio per diritto e fatto di redenzione; Padre dacchè ci ha dato per fratello vero il vero e unico suo Figlio. – Chiamarsi così per noi non è più una usurpazione — come non fu usurpazione per Gesù il dirsi eguale al Padre — o una metafora: è un diritto. Guardate — dirà un altro Apostolo agli stessi primi Cristiani, — quale carità ci ha usato il Signore, dandoci nome e realtà di suoi figlioli: « ut filì Dei nominemur et simus ». Il Cristianesimo ha fatto e fa lievitare in noi, in noi esalta tutti quegli elementi che già costituiscono un fondo di sbiadita rassomiglianza con Dio. Esalta col lume della fede il lume dell’intelletto, orma di Dio nella nostra anima; ci soleva a quelle verità che sono il segreto di Dio, che nessuno dei principi di questo mondo sarebbe arrivato a scoprire. Esalta la nostra coscienza e la spinge a desiderare e volere forme nuove e più atte al bene. È qui anzi, nella fornace dell’amore al bene, della carità, che si compie questa meravigliosa trasformazione del Cristiano, in figlio di Dio, simile — non uguale, privilegio questo di Gesù Cristo — simile al Padre. Trasformazione dovuta alla grazia, ma alla cui completa realizzazione noi dobbiamo collaborare, operando da figli di Dio. I filosofi dicono che l’opera segue l’essere e lo dimostrano. « Operari seguitur esse ». Siamo figli di Dio! E operiamo allora da figli di Dio, non da estranei, non da nemici. Siano divine le nostre opere, sia divina la nostra condotta. Per fortuna, quale sia la divina condotta di un uomo noi lo sappiamo, guardando a N. S. Gesù Cristo, l’Uomo-Dio. Verrebbe voglia di riepilogare con parola evangelica questa condotta divina, superiore sovrannaturale in un binomio: spirito e verità. Seguiamo le ispirazioni dello Spirito e non le suggestioni della carne; queste fanno l’uomo animale, bruto, inferiore, degenere; lo spirito, al contrario, ci dà l’uomo superiore, spirituale. E della verità siamo solleciti ed entusiasti: Dio in ciascuno di noi… Se procederemo così secondo spirito e verità, avremo la soddisfazione arcana e profonda di sentirci davvero figli di Dio: quello che pareva sogno superbo, sarà diventato per noi realtà consolante.

Graduale

Ps LXX: 1V. Deus, in te sperávi: Dómine, non confúndar in ætérnum. Allelúja, allelúja.

[V. O Dio, in Te ho sperato: ch’io non sia confuso in eterno, o Signore. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XLVII:2

Alleluja, Alleluja.

Magnus Dóminus, et laudábilis valde, in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja.

[Grande è il Signore, degnissimo di lode nella sua città e sul suo santo monte. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam. (Luc XVI: 1-9)

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Homo quidam erat dives, qui habébat víllicum: et hic diffamátus est apud illum, quasi dissipásset bona ipsíus. Et vocávit illum et ait illi: Quid hoc audio de te? redde ratiónem villicatiónis tuæ: jam enim non póteris villicáre. Ait autem víllicus intra se: Quid fáciam, quia dóminus meus aufert a me villicatiónem? fódere non váleo, mendicáre erubésco. Scio, quid fáciam, ut, cum amótus fúero a villicatióne, recípiant me in domos suas. Convocátis itaque síngulis debitóribus dómini sui, dicébat primo: Quantum debes dómino meo? At ille dixit: Centum cados ólei. Dixítque illi: Accipe cautiónem tuam: et sede cito, scribe quinquagínta. Deínde álii dixit: Tu vero quantum debes? Qui ait: Centum coros trítici. Ait illi: Accipe lítteras tuas, et scribe octogínta. Et laudávit dóminus víllicum iniquitátis, quia prudénter fecísset: quia fílii hujus saeculi prudentióres fíliis lucis in generatióne sua sunt. Et ego vobis dico: fácite vobis amicos de mammóna iniquitátis: ut, cum defecéritis, recípiant vos in ætérna tabernácula

 (“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Eravì un ricco, che aveva un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui, come so dissipato avesse i suoi beni. E chiamatolo a sé, gli disse: Che è quello che io sento dire di te? Rendi conto del tuo maneggio; imperocché non potrai più esser fattore. E disse il fattore dentro di sé: Che farò, mentre il padrone mi leva la fattoria? non sono buono a zappare; mi vergogno a chiedere la limosina. So ben io quel che farò, affinché, quando mi sarà levata la fattoria, vi sia chi mi ricetti in casa sua. Chiamati pertanto ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: Di quanto vai tu debitore al mio padrone? E quegli disse: Di cento barili d’olio. Ed ei gli disse: Prendi il tuo chirografo; mettiti a sedere, e scrivi tosto cinquanta. Di poi disse a un altro: E tu di quanto sei debitore? E quegli rispose: Di cento staia di grano. Ed ei gli disse: Prendi il tuo chirografo, e scrivi ottanta. E il padrone lodò il fattore infedele, perché prudentemente aveva operato: imperocché i figliuoli di questo secolo sono nel loro genere più prudenti dei figliuoli della luce. E io dico a voi: Fatevi degli amici per mezzo delle inique ricchezze; affinché, quando veniate a mancare, vi dian ricetto ne’ tabernacoli eterni”).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

L’ASTUZIA DEI FIGLI DEL SECOLO

C’era un uomo ricco che aveva un fattore. Ma alcuni invidiosi vedevano di mal occhio quel fattore e lo calunniarono presso il padrone. Il padrone lo fece chiamare e gli disse: « Belle cose che so di te! Ed io dormivo tranquillo, e avevo un ladro in casa. È tempo di finirla: tu sei licenziato ». Il fattore rimase fulminato; non tentò nemmeno di scusarsi. Che cosa dovere fare adesso che il padrone lo metteva alla porta? Mestieri non ne sapeva, d’elemosinare non ne aveva il coraggio. « Bene, farò così », decise in fine. E chiamò privatamente i debitori del suo padrone. E disse al primo: « Tu quanto devi pagare? — Cento misure d’olio. « Siedi in fretta; ecco la tua fattura. Facciamo le cose come fossimo in famiglia. Al posto di cento scrivi cinquanta ». Poi disse ad un altro: « E tu quanto devi pagare? ». — Cento pesi di frumento. « Prendi la fattura e scrivi ottanta ». « Ecco della gente, pensava poi contento in cuore, che tra poco mi aprirà volentieri le porte di casa sua ». Chi sa come, il padrone venne a sapere, e quantunque indispettito per la frode non poté non lodare l’astuzia con cui il fattore aveva agito. Filii huius sæculi prudentiores filii lucis. — E questo lamento che sta nella parabola di Gesù, è vero anche per noi. Quanto interesse per le cose mondane e quanto disinteresse per le cose del cielo! Quanta astuzia nel fare il male e quanta trascuratezza nel fare il bene! Impariamo dai figli del secolo. – 1. FIGLI DEL SECOLO E I MISTERI DELLA NATURA. Quando Michele Montgolfier, con un pallone di carta gonfiato d’aria calda dimostrò a Parigi che l’uomo poteva volare nei cieli, un poeta esclamava: « O uomo! che più ti resta? tu hai saputo scoprire le origini del tuono; hai saputo imprigionare il lampo e disperderlo nelle voragini della terra; hai saputo descrivere l’orbita alle stelle e misurare la loro distanza; tutto hai saputo scoprire e domare: la terra, il fuoco, il mare, il cielo, le fiere ». E veramente l’uomo, « con brando e con fiaccola » ascende arditamente alla conquista del mondo anche sacrificando la propria vita. Plinio, soffocato dalle ceneri e dai lapilli ardenti, muore a Stabia per scrutare l’eruzione del Vesuvio. Colombo con tre caravelle si slancia nel mistero tenebroso dell’oceano. Galileo consuma la vista e la vita a scrutare le macchie del sole. Clemente Adler, uno dei primi aviatori, cade in un mattino umido, con le gambe sfracellate sotto l’apparecchio, ma con lo sguardo nei cieli che aveva tentato di violare. È una sete d’ignoto e di conquista che sospinge i figli del secolo. Si può dir così anche dei figli della luce? Anche per essi c’è un mondo da conoscere e da conquistare: il mondo dello spirito. S’incontrano talvolta dei Cristiani che confondono le tre Persone della Sacra Famiglia con le tre Persone della SS. Trinità; che confondono l’Immacolata Concezione con il virginale concepimento di Maria; che non sanno bene che cosa ricevono nella santa Comunione. Eppure, ogni festa, queste sublimi verità si spiegano nella Chiesa. Ma i figli della luce non vengono ad istruirsi, e non hanno vergogna della loro supina ignoranza, mentre arrossirebbero di non sapere certe nozioni d’elettricità. Quanta ammirazione nel mondo per l’uomo che slancia il suo veicolo ad una folle velocità, che in poche ore attraversa l’oceano, che con una forza bestiale di pugno atterra un suo simile. È per l’uomo che sa vincere l’astutissimo demonio, conservarsi nell’equilibrio del bene anche in mezzo a tanto male, volare nei cieli della santità, per l’uomo che in pochi anni, come S. Luigi, S. Stanislao, S. Teresa del Bambin Gesù, sa raggiungere la cima della perfezione cristiana, nulla o fors’anche un sorriso di compatimento. – 2. I FIGLI DEL SECOLO E GLI INTERESSI MATERIALI. È triste la partenza degli emigranti. Con gli occhi lacrimosi, col cuore martoriato da mille sentimenti, ascendono la nave e dalla tolda si rivoltano a salutare. Povera gente che varca i mari verso un destino ignoto! Lasciati i loro cari, la loro casa, il loro campicello, il paese dei loro giuochi e dei loro sogni, la patria, tutto; ma perché? Perché sperano di tornare un giorno ricchi, riabbracciare i loro vecchi e i loro figli cresciuti e passare con loro beatamente gli ultimi giorni. Anche i figli della luce devono pensare al loro avvenire: quando questo mondo finirà, ed entreranno nei regni eterni. Eppure, sono pochi quelli che sanno distaccarsi dai luoghi, dalle persone, dalle cose terrene per accumulare meriti per il cielo. Filii huius sæculi prudentiores filii lucis. — Napoleone per conquistare un regno patì freddo e fame, stanchezza e sonno, e si espose più volte alla guerra. Eppure, il suo regno non fu che una meteora ed egli moriva, lacrimando, sulla scogliera brulla in mezzo al mare. Cesare, sospirando l’impero di Roma, combatté le difficili guerre coi Galli, e le più difficili con i suoi rivali; eppure egli raggiunse appena le soglie del sognato impero, che cadde, pugnalato, ai piedi della statua di Pompeo. Alessandro combatté con una forza di volontà non mai vista sopra la terra e quando ottenne la signoria del mondo lo raggiunse la morte, e con lui si sfasciò il suo impero. Ma se i figli del secolo sanno patire ineffabili tormenti, superare terribili difficoltà per raggiungere il regno d’un giorno, perché i figli della luce non sapranno sopportare piccoli patimenti, combattere le passioni, respingere la lusinga del mondo per conquistarsi un regno eterno di felicità inimmaginabile? Filii huius sæculi prudentiores filii lucis. – Due principi Romani andarono a far visita al beato Egidio che viveva in una grotta, pregando e macerando il suo corpo. Rimasti alcun poco in colloquio, i due mondani lo salutarono, dicendo: « O Padre! pregate per noi ». – « Che dite mai? — rispose frate Egidio. — Io pregare per voi?! Voi piuttosto pregate per me; voi che non tremate al cospetto di Dio, voi che non sudate per salvare l’anima, voi che fate tanto a fidanza con Dio!… Io?! non vedete come tremo di perdermi, e vado meditando lunghe giornate per sapere il modo di piacere a Dio, mentre voi non trovate difficoltà se non per le cose del corpo? ». I due principi abbassarono la testa, e se ne andarono senza più voltarsi indietro. Se le parole del beato Egidio bruciano anche sulla nostra coscienza, abbassiamo noi pure la testa davanti a Dio, e ritorniamo alle nostre case, oggi, con un fermo proposito. –LE RICCHEZZE E IL LORO USO. Il Signore è paziente e grande nella sua fortezza. Quegli che fa tremare i monti e disseccare gli oceani, un giorno disse a Nahum, suo profeta: « Va a Ninive ed annuncia i castighi di Javé ». Il messo di Dio accorse e predicò sulla piazza ad un popolo numeroso come l’arena del mare. « Voi avete fatto più gran numero d’affari che non sono le stelle del cielo. Ma ecco che il nemico famelico vi tiene d’occhio: e quando vi avrà visto ben pasciuti si getterà sopra di voi come una nube di cavallette sui campi biondi di spighe. Prenderanno l’argento, prenderanno l’oro e non vedranno la fine delle ricchezze nascoste nei vostri vasi. Le case saranno rovinate e le sostanze disperse: dissipata, et scissa et dilacerata » (Nah., II, 10). Quello che disse il Signore al suo profeta, lo dice Gesù a noi: oggi nel Vangelo ch’io vi presento. Che debbono fare i figli della luce? I beni acquistati in eredità, accumulati col guadagno, ottenuti con mezzi forse non del tutto onesti, sono chiamati « mammona di iniquità »: occasione, frutto, mezzo di ingiustizia. Quelli che li hanno a disposizione sono semplici amministratori, come l’economo della parabola: bisogna ch’essi stiano attenti a non defraudare il Padrone che sta nei cieli, ma ad amministrarli bene, a prelevare qualche cosa per i poveri, per essere ricevuti in cielo assieme a loro, che sono gli amici di Dio. Altrimenti la loro furberia sarà quella dei figli del secolo, e se la scamperanno in vita, non la scamperanno in morte: e le sostanze loro saranno et dissipata et scissa et dilacerata. « Ed io vi dico: fatevi degli amici per mezzo delle ricchezze materiali e dei beni di fortuna, affinché, quando veniate a morire, vi diano ricetto nelle tende eterne ».1. L’USO CATTIVO. Seneca, che fu un filosofo pagano, andava torturandosi un dì il cervello per sapere dov’è la vera sapienza. Gli accadde d’incontrarsi con un uomo che mangiava in un piatto d’argilla, ma s’accorse che aveva in cuore tanta brama d’aver vasellame d’oro: concluse che quello non era un uomo saggio. Gli venne poi d’incontrarsi con un uomo che mangiava in un piatto d’argento, beveva in una coppa d’oro; lo interrogò e seppe che mangiava e viveva con tanta semplicità come se il vasellame fosse d’argilla; e concluse: questi è l’uomo saggio. Anche il Signore Gesù aveva detto chi erano i ricchi saggi ed i ricchi stolti, quando distinse due specie di poveri, quelli di spirito e quelli di mezzi. I poveri di spirito sono anche i ricchi, quando non sono attaccati ai beni della terra e non dimenticano quelli del cielo, e vivono in semplicità, con l’animo medesimo con cui vive anche il povero. Quando è così, buone sono le ricchezze, dice S. Agostino, perché sono usate come vuole Dio, per operare il bene. E la Scrittura chiama beato quel ricco « che si è elevato sino alla comprensione del povero e dell’indigente ». Ma quanto è difficile essere savi fra le ricchezze! Sentite ancora Gesù: «In verità vi dico: un ricco entrerà difficilmente nel regno dei cieli. E aggiunge: è più facile per un cammello passar per la cruna d’un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli »: e nel Vangelo di quest’oggi le ricchezze sono da lui chiamate mammona iniquitatis, perché spesso sono frutto, occasione, mezzo di iniquità. La S. Scrittura chiama la cupidigia simulacrorum servitus; ah! quanto è vera l’espressione, quando l’idolo di cui s’è schiavi è la ricchezza! Per l’avidità di possedere, quanti mali acquisti fa l’uomo! speculatore, gioca sul danaro altrui con false notizie; capitalista, sfrutta il bisogno con un interesse da usuraio; industriale, non ripaga equamente l’operaio; commerciante, altera il peso, la misura, la merce; operaio, inganna il padrone. Così le ricchezze sono frutto di iniquità. Quando le ricchezze si hanno, divengono spesso mezzo di peccato: e si pongono nello scrigno avaramente o si spendono all’osteria, nelle sale, nei teatri, per i piaceri, per il fango; così come il ricco Epulone e come il Figliuol Prodigo. Ah, è troppo inumano che il denaro grondi sudore altrui o sprema sangue, ah! è troppo vergognoso che divenga mezzo di peccato. Domandate alle famiglie in dissidio la causa perché son divise, e vi risponderanno: il denaro; domandate alla società la causa dell’odio, delle inimicizie, delle lotte fra il ricco ed il povero, e vi risponderà: il denaro; domandate a quell’uomo perché ha perso la fede, l’onore e vi risponderà: per il denaro; domandate a quell’altro perchè ha dimenticato il suo dovere e vi risponderà: per il denaro. Denaro, sempre denaro; ah! è una ben triste occasione di peccato, il denaro! E se poteste domandare a tanti e a tanti perché sono nell’inferno, ancora con un gesto disperato e con un singulto orribile vi risponderebbero: per il denaro. Morì il ricco e fu sepolto nell’inferno ». La furberia dei figli del secolo non chiude quelle porte di fuoco. – 2. L’USO BUONO. Nell’Antico Testamento vi erano due specie di sacrificio: un sacrificio che uccide la vita e un sacrificio che dona la vita. Noi conosciamo bene il primo: la giustizia divina, che fulmina e scuote e strappa i cedri del Libano, esigeva sacrifici di sangue che spruzzava di rosso l’altare, sacrifici di fuoco che consumava la vittima. Ma vi era l’altro sacrificio di cui parla l’Ecclesiastico: Qui facit misericordiam offert sacrificium. (Eccl., XXXV, 4). Se con sacrificio di sangue si onora la giustizia divina offesa, col sacrificio dell’elemosina si onora la bontà divina, dolce e amabile che vuole la vita del peccatore, che non ha pensieri di afflizione, ma pensieri di pace. « Beati questi misericordiosi, perché otterranno misericordia » disse Gesù nel Nuovo Testamento, e la otterranno più splendida nel dì finale. Nel dì finale il Re dirà a coloro che sono a destra: « Venite benedetti, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; sete e mi avete dato da bere; ero Pellegrino e mi avete ricoverato; nudo e mi avete vestito; malato e mi avete curato, prigioniero e mi avete visitato ». « Quando, o Signore, abbiamo fatto questo? ». – « Ve lo dico in verità, tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me medesimo ». Ora le capite le parole del Vangelo: « Colle ricchezze fatevi amici che vi riceveranno in cielo »; quanti, dopo averle udite e dopo averle meditate, hanno distribuito ai poveri i loro averi, hanno riparato alla ingiustizia, hanno reso la merce defraudata: e si sono fatti amici in cielo. Ora le capite le parole della Sacra Scrittura: « La elemosina copre non solamente i peccati, ma la moltitudine dei peccati »; « come l’acqua estingue il fuoco, così l’elemosina estingue la colpa ». Ora capite che il buon uso delle ricchezze è di colui che non si considera un padrone assoluto, ma nel tempo e secondo i limiti che il Padrone Assoluto Eterno ha stabilito: ora capite che il buon uso delle ricchezze è di colui che, quando ha soddisfatto alla propria necessità, alla convenienza della sua posizione, alla esigenza della sua famiglia, il resto lo dà ai poveri. Ora capite che l’elemosina diviene frutto, mezzo, occasione di giustizia. Chi ha rubato e non trova l’antico padrone, chi ha danneggiato e non può riparare il danno, chi ha ereditato male e non può far più nulla; tutti costoro con l’elemosina convertono mammona iniquitatis in frutti di giustizia che raccoglieranno in cielo. Colui che penetra nel cuore e nell’anima del tapino per diffondere un po’ di luce fra tanto odio, per portare la pace e la grazia del Signore fra tanta miseria e fra tanta colpa, costui conquista anime e fa veramente amici in cielo: l’elemosina è occasione di tanto bene. « Chiudi la limosina nel seno del povero, e questa pregherà per te contro ogni male: essa è come sigillo dinanzi a Dio che segnerà il libro di vita, essa è come pupilla dell’occhio di Dio e irraggerà di luce in cielo » (Eccli., XXIX, 15). –  V’è nella vita del B. de la Colombière questo piccolo episodio autentico. Un ricco gentiluomo di Francia era morto dopo aver vissuto la vita galante di società. Il primo marzo del 1680 un’umile e santa suora della Visitazione lo vede mentre prega in coro e ascolta le sue parole: « Ah! quanto è grande Iddio, e giusto e santo! Nulla è piccolo ai suoi occhi, tutto è pesato, punito, ricompensato ». « Avete ottenuto misericordia? » domanda la suora. « Sì, per le elemosine ai poveri ». E sparve. Costui ha trovato in cielo i poveri suoi amici: e fu salvo. Li troveremo anche noi, che ci spaventiamo, guardando ai nostri peccati e al giudizio di Dio?

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps XVII: 28; XVII: 32

Pópulum húmilem salvum fácies, Dómine, et óculos superbórum humiliábis: quóniam quis Deus præter te, Dómine? [Tu, o Signore, salverai l’umile popolo e umilierai gli occhi dei superbi, poiché chi è Dio all’infuori di Te, o Signore?]

Secreta

Súscipe, quǽsumus, Dómine, múnera, quæ tibi de tua largitáte deférimus: ut hæc sacrosáncta mystéria, grátiæ tuæ operánte virtúte, et præséntis vitæ nos conversatióne sanctíficent, et ad gáudia sempitérna perdúcant.

[Gradisci, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che noi, partecipi dell’abbondanza dei tuoi beni, Ti offriamo, affinché questi sacrosanti misteri, per opera della tua grazia, ci santífichino nella pratica della vita presente e ci conducano ai gaudii sempiterni.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.
de Spiritu Sancto
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Qui, ascéndens super omnes cælos sedénsque ad déxteram tuam, promíssum Spíritum Sanctum hodierna die in fílios adoptiónis effúdit. Quaprópter profúsis gáudiis totus in orbe terrárum mundus exsúltat. Sed et supérnæ Virtútes atque angélicæ Potestátes hymnum glóriæ tuæ cóncinunt, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: per Cristo nostro Signore. Che, salito sopra tutti cieli e assiso alla tua destra effonde sui figli di adozione lo Spirito Santo promesso. Per la qual cosa, aperto il varco della gioia, tutto il mondo esulta. Cosí come le superne Virtú e le angeliche Potestà cantano l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXXIII: 9 Gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus: beátus vir, qui sperat in eo.

[Gustate e vedete quanto soave è il Signore: beato l’uomo che spera in Lui.]

Postcommunio

Orémus.

Sit nobis, Dómine, reparátio mentis et córporis cæléste mystérium: ut, cujus exséquimur cultum, sentiámus efféctum.

[O Signore, che questo celeste mistero giovi al rinnovamento dello spirito e del corpo, affinché di ciò che celebriamo sentiamo l’effetto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (261)

LO SCUDO DELLA FEDE (261)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (4)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO IV.

I. Ogni religione è buona. II. Io rispetto ogni religione. III. Volete voi che vadano all’Inferno tutti quelli che non pensano come noi?

Che ci voglia una religione qualunque, sono pochi al mondo che osino negarlo: poiché solo che si riconosca un Dio, ognun vede che non può rifiutarglisi un qualche culto; ma pur troppo non songo pochi quelli che gli ricusano il culto, che Egli avrebbe diritto di riportare. E per potere disobbedire a Dio a man salva hanno dato credito a certi assiomi, i quali, ammessi per veri una volta, mettono in piedi mille disordini. Cominciamo dal principale. Ogni religione è buona, dicono, a che dunque affannarsi in tante ricerche ed in tante dispute di religione? Solo gl’intolleranti disconoscono questa gran verità, e pretendono che tutti pensino secondo il loro modo di vedere. – Questi bei principii li sentirete ripetere così spesso in mezzo al mondo, e talvolta perfino da persone di tal reputazione, che sarà un miracolo se li apprenderete per quelle gravissime iniquità che pare sono. Esaminiamoli un poco.

I. Ogni religione è buona. Questa proposizione racchiude la licenza di commettere il maggior delitto che si possa effettuare sulla terra. Perocché, che cosa vuol essa significare? Che qualunque atto d’idolatria, qualunque errore, in cui possa cadere un uomo rispetto alla divinità, è tanto buono quanto il possa essere l’atto più puro d’ossequio che si faccia alla medesima. Sono religioni quelle dei Giudei, dei Musulmani, dei Bramani, degl’irochesi, dei popoli di Sandwich, i quali rinnegano Gesù Cristo e si prostrano davanti a Maometto, a Buda, a Sciacca o ad un altro idolo qualunque. Se è buono ogni culto, bisogna dire che l’errore è la verità, l’onore di Dio ed il suo biasimo, il conoscerlo o l’ignorarlo, l’adorare Lui o l’onorare il demonio negl’idoli, è la stessa cosa. Quale mostruosità più portentosa di questa? Perché adunque nell’antica legge Iddio vietò con tanti comandi l’idolatria? Perché minacciò tante pene a chi v’incorresse? Perché punì con tanti castighi gl’idolatri, perché sterminò tante nazioni che la praticavano? Perché munì con tante cautele il suo popolo, acciocché non cadesse in quell’eccesso? Si è scoperto ora che è buona ogni religione, e che tutto è istessa cosa! Il popolo giudaico aveva pure una religione, prima che Gesù Cristo venisse sopra la terra; e religione vera, poiché riconosceva l’unico vero Iddio; e religione buona, perché l’onorava con pratiche sante e manifestate e volute dallo stesso Dio. Se ogni religione è buona, perché è venuto Egli a cambiarla e ad abrogarla? Se a Dio fa lo stesso qualunque culto, non vi era ragione di questo cambiamento. – Ma forse vorranno dire che ogni religione, almeno di quelle che in qualche modo riconoscono Gesù Cristo, è buona: se anche limitassero così la loro proposizione, non sarebbe essa meno empia, meno assurda. Contiossiaché chi non sa che le sètte protestanti sono divise in mille differenti partiti? Quelle dottrine, che hanno difeso con tanto ardore da principio, quasi universalmente le rigettano al presente. Quello che tengono i luterani, lo negano i calvinisti: quello che ammettono i calvinisti, lo ricusano gli scozzesi: quello che ammettono gli scozzesi, lo impugnano gli anglicani: quello che difendono gli anglicani, lo rigettano i dissidenti, e così via via. Ogni setta ha quest’oggi il suo simbolo, che invecchiando domani, domani sarà cambiato. Di che avviene, che mentre gli uni stimano rivelata una verità, gli altri non la credono rivelata né punto né poco. Tutto ciò è indubitato. Ora che cosa è il dire che tutte queste religioni sono buone ugualmente? È lo stesso che dire che è buono e vero ugualmente il sì ed il no: che è buono, a cagion d’esempio, adorare il SS. Sacramento nell’altare coi Cattolici, ed è buono, adorandolo, commettere un atto d’idolatria, come pensano i calvinisti: che è buono ricevere l’assoluzione dei peccati nel Sacramento di Penitenza, come vogliono i Cattolici ed è buono il farsene beffe, come usano gli anglicani: che è buono adorare Gesù qual vivo e vero Figliuolo di Dio, come colla Chiesa Cattolica fanno molte sètte, ed è buono lo stimarlo una semplice creatura, come fanno i sociniani e gli unitari. Ma che cosa è mai tutto ciò? È un chiaro beffarsi di Gesù Cristo, perché si viene a dire col fatto o che Gesù Cristo non ha manifestato colla sua rivelazione quello che voleva che si credesse e si praticasse, o che manifestandolo non ha saputo farsi intendere dagli uomini, o che finalmente non gl’importa punto né poco di quel che facciano o credano i suoi seguaci. Il che quanto sia ingiurioso a Gesù Cristo, quanto in sé stesso empio, si può intendere dall’importanza estrema che Gesù Cristo pose nell’istruirci della verità. – L’unigenito Figliuolo di Dio, travalicando una distanza infinita che da noi lo separava, si fa uomo: nella nostra umanità fattosi visibile, predica, insegna, inculca la verità, stabilisce una Chiesa, la fa depositaria della sua dottrina, le dona il suo Spirito, le promette la sua assistenza fino alla consumazione dei secoli, perché mai non cada in errore. Il Figliuolo di Dio manda a tutta la terra i suoi Apostoli, perché annunzino le verità che Egli ha predicate, le stabilisce con ogni maniera di prodigi, miracoli, grazie e virtù: le conferma col sangue più puro dei suoi fedeli: e dopo tanto aver fatto perché tutti gli uomini arrivino al possesso della sua dottrina, traggono avanti questi nuovi maestri e ci fanno sapere, come ci svelassero un gran segreto di perfezione, che a Gesù Cristo non importa nulla quello che altri creda o pratichi di religione: ma se questo non è un farsi gabbo degli insegnamenti divini, che sarà mai? E dopo di essersi beffati di Gesù Cristo, passano a beffarsi eziandio di tutta la Chiesa. Imperocché ergono cattedra contro la Cattedra che Egli ha eretto, insegnano direttamente il contrario di quello che essa insegna. E come no? se è buona ogni religione, non vi ha più eresia di alcuna sorta: eppure l’Apostolo colloca l’eresia insieme all’omicidio ed all’adulterio, vuole ehe l’eretico sia rigettato dai fedeli, afferma che gli eretici non saranno eredi del regno di Dio. Se è buona ogni religione, ebbe torto l’Apostolo san Giovanni, sia nell’ aver prescritto che non si ricevesse in casa l’eretico, sia nel non aver voluto porre il piede in un pubblico bagno, dove trovavasi l’eresiarca Cerinto, come testifica S. Ireneo. – Se è buona ogni religione, son ridicole tutte le raccomandazioni dell’Apostolo di conservare intatto il deposito della fede, e l’esattezza nel modo di favellarne, e son vane tutte le sollecitudini della Chiesa nel premunire i fedeli contro ogni novità nelle credenze. Se è buona ogni religione, furono inutili tanti Concilii e tante lotte sostenute contro gli eretici dai primi secoli della Chiesa infino a noi. Se è buona ogni religione, furono stolidi tanti Vescovi, tanti Sacerdoti e tanti fedeli, i quali sopportarono carceri e spietatissime morti per sostenere o contro gli ariani, o contro i nestoriani, o contro gli scismatici, o contro altri eretici la cattolica verità. Credereste? Se è buona ogni religione, non solo è inutile la vigilanza dei Sacerdoti nell’ammaestrare, nell’istruire; ma è inutile la fondazione della Chiesa, l’assistenza dello Spirito Santo e tutta l’opera di Gesù; poiché, anche prima della sua venuta in terra, vi erano delle religioni. Finalmente se è buona ogni religione, è inutile la predicazione dei ministri protestanti; sono inutili le declamazioni degl’increduli. Imperocché che accade che essi tanto brighino o per far diventar protestanti i Cattolici, o per farli deisti, atei, naturalisti e che so io? Se ogni religione è buona, essi nulla guadagnano ad averli dalla loro, e questi nulla perdono ad essere Cattolici; poiché anche il Cattolicismo è una religione, ed ogni religione è buona. – Di che vede ognuno come quella massima sì assurda è poi finalmente un insulto gravissimo anche alla ragione ed al buon senso degli uomini; poiché è cosa da frenetico e da dissennato l’immaginare che siansi ingannate tutte quante le generazioni degli uomini, perché tutte col loro zelo, col loro operare e perfino colle guerre di religione, mostrarono la persuasione in che erano, del non poter esser buona ogni religione. E per fermo, se altro che una non può essere in sè stessa la verità, se Gesù Cristo non ha fatto altro che una rivelazione, se solo quello, che Egli ha rivelato è vero, bisognerà pur dire che una sola sia la verità, una sola la Religione buona.

II. Che cosa vorrà dire adunque quella parola: io rispetto ogni religione? Vuol dire praticamente io non ne credo nessuna vera, o le stimo tutte dubbiose, o penso che sia questione cui non importi gran fatto il risolvere. Il primo è la negazione di tutta la rivelazione, è un dichiarare sofismi tutte quelle prove che hanno mosse sin qui i popoli ed i principi, i semplici ed i sapienti ad abbracciare il Cristianesimo; il secondo è un atto formale di apostasia, poiché chi dubita della sua fede è già infedele, siccome è noto; il terzo finalmente equivale a dire che è di poco rilievo che l’uomo colga la verità rispetto a Dio, che non importa quello che un Dio ha creduto importante a segno di venire dal cielo per insegnarlo, e finalmente che non monta nulla che l’uomo raggiunga il suo ultimo fine, al quale è rivolta tutta la religione.. Quello che a taluni fa gabbo in quel modo di dire, è una certa apparenza di filosofica sublimità e di tolleranza umanitaria, che i libertini amano grandemente sfoggiare: ma gli è appunto un’apparenza e nulla più, poiché non v’ha cosa più contraria ad ogni buona filosofia e ad ogni vera umanità, che un rispetto sì sciocco a qualunque culto. La filosofia è la prima che se ne risente, poiché chi ha mai udito un vero filosofo insegnare che egli rispetta ugualmente le sentenze contraddittorie? Se la filosofia è l’indagine della verità, l’acquetarsi nell’errore, e peggio giungere sino a rispettarlo, è l’atto meno filosofico che si possa concepire. Ma molto più è contrario ad ogni umanità vera. lmperocché, se l’umanità vera insegna a non disprezzare gli erranti, a compatirli, ad amarli, mai non ha insegnato a sopportare tranquillamente l’errore. Eppure, questo è che importa quel famoso detto. Io rispetto ogni religione: vuol dire io rispetto anche quello che so certamente non poter esser vero, poiché la verità non può trovarsi nelle proposizioni contraddittorie. Se voi diceste: invece io compatisco tutti gli erranti, io li amo, nè, perché sono nelle tenebre, voglio lor male, voi parlereste non solo da uomo ma ancor da Cattolico, di cui è proprietà, come dice S. Agostino, detestare i traviarnenti e compatire i traviati; ma il dire io riguardo i loro errori, le loro follie, le toro aberrazionine le rispetto, è tutt’insieme una balordaggine ed un’empietà. Una balordaggine, perchè è un dire che voi rispettate quello che al mondo merita meno rispetto, cioè la falsità: è un’empietà, perché venite a dichiarare di portare rispetto a quello cui Dio odia infinitamente, e che vorrebbe vedere sterminato dal mondo. Laonde quando d’ora innanzi vi si presenti il caso di udire alcuno di quelli, che affermano con gran presunzione che è buona ogni religione, che egli rispetta ogni religione, e voi osservatelo da capo a piè. Se vi avvedete che sia uno di quei fanciulloni, che, per darsi aria d’uomo spregiudicato, si lascia uscir dalla chiostra dei denti quella sentenza che neppure comprende, e voi, dopo d’averlo compatito sino nel fondo del cuore, se potete, fategli un poco di correzione; se vi avvedete invece che sia uno di quelli più profondamente iniqui, che mettono in campo quella proposizione conoscendone tutto il veleno, allora voltatevegli contro come una vipera, e smascheratelo e svergognatelo per guisa, che non osi più alla vostra presenza fare il filosofo, con disonore di Gesù Cristo ed a spese delle anime da Lui redente.

III. Volete voi che vadano all’inferno, soggiungono poi, tutti quelli che non pensano come noi? Lettore mio, io ho già risposto sopra a questa difficoltà, facendo vedere che non va all’inferno se non chi il vuole, poiché Iddio non manca di provvidenza né coi gentili né cogli eretici. Qui mi contenterò di opporre alla vostra interrogazione un’altra interrogazione. Voi mi domandate, volete voi che vadano all’inferno tutti quelli che non pensano come noi; ed io vi domando a rincontro, volete voi che entrino in paradiso gli uomini qualunque sia il modo in cui pensano? Ma allora perché il Figliuolo di Dio è venuto sulla terra a stabilite una Religione, perché ha abrogate le altre, perché ha dichiarato con solennità che chi non avesse creduto a Lui sarebbe stato condannato? Oh, che? Avrebbe mai Egli fatto tante leggi, minacciate tante pene, e, che più è, incontrate e sopportate tante umiliazioni nel farsi nosiro maestro, per lasciare poi ad ognuno il diritto di fare quel che gli piace? Che cosa ne dite? La fede cattolica insegna ad ognuno che Dio vuole la salute di tutti sinceramente, ma vuole che l’acquistino per quella via che Egli ha tracciata, e dove noi facciano quando il possono, infallibilmente li condannerà. Il solo caso, che, può sottrarli ai fulmini della divina giustizia, è quell’ignoranza che non si può vincere perché non sospettata; ma in questo caso (secondoché abbiamo detto) essi saranno aiutati da Dio, prima perché comincino a fare quello che possono nello stato in cui sono, e poi perché abbiano il potere di fare quello che non possono ora: ma Iddio non salverà il Turco lasciandolo Turco, né l’idolatra lasciandolo idolatra; sebbene colla sua grazia il trarrà fino alla verità che è necessaria alla salute, e chi si arrenderà alla grazia divina, giungerà a salvamento, chi resisterà e si rimarrà infedele, perirà miseramente. – Quindi è che quei che si perdono, non vanno all’inferno perché non pensano come noi, ma perché sono infedeli alle grazie che ricevono, perché per loro colpa non pervengono a pensare rettamente siccome debbono. Né si vuole recare in dubbio questa dottrina per una compassione sciocca, né per un sentimentalismo romantico, né per un umor fantastico di filantropia. Il Signore che ha creato gli uomini e che li ha redenti li ama alcun poco più di noi; e se Egli ha così determinato, non tocca a noi a rifargli i disegni, ed a sostituire le nostre corte vedute alla sua provvidenza. Del resto volete voi vedere dove andrebbe a parare in ultimo questa teoria sentimentale? A distruggere tutta l’opera di Gesù Cristo sopra la terra, ed a fare il passaporto a tutti gli errori. Infatti voi affermate che Dio non può condannare quelli che non pensano come noi, ed applicate questo detto ai protestanti, agli eretici, a quelli che hanno almeno qualche conoscenza di Gesù Cristo: ma chi impedisce ad un altro più compassionevole di applicare quel detto medesimo ai musulmani, agli idolatri? Oh perché non dovranno andar salvi anche loro? Ma stabilito questo principio ed allargato il cuore alla compassione, non si vede perché non si debba stendere la salute anche al razionalista, al panteista, al deista, i quali finalmente non hanno altro torto che di onorare Dio a loro modo. I libertini certo non dovrebbero essere condannati, poiché ancor essi non sono rei di altro che di non pensar come noi. Dirò di più. Nerone, Giuda, gli stessi demonii dell’inferno che cosa hanno fatto? Hanno pensato a loro modo e nulla più. Se la compassione ha da far la legge, è evidente che il Cristianesimo si rende inutile, poiché ognuno che pensi a suo modo ha ugual salute. Lettor mio caro, questo è il colmo dell’assurdità. Iddio è verità, è giustizia, è santità, non è solo misericordia. Gesù Cristo ha pronunziato che chi crederà in lui e sarà battezzalo sarà salvo, e che chi non crederà, sarà condannato, e bisogna che sia così. L’Apostolo ha detto che senza fede è impossibile piacere a Dio: dunque ci vuole la fede. Conformemente a questa dottrina, lo stesso Apostolo collocò l’eresia tra gli omicidii e gli adulterii, ed affermò che chi si nude colpevole di essa non erediterà il regno dei cieli; dunque è chiaro che ne rimarrà escluso. Queste ed altre infinite sentenze delle Scritture, l’autorità della santa Chiesa, la tradizione di tutti i Padri ci assicurano che non vi è salvezza fuori della vera fede di Gesù Cristo: non basta adunque pensare di essere nel vero, quando vi è obbligo e mezzo di non pensare in tal guisa. Che se questo ha luogo per tutti gli uomini, e se anche gl’infedeli, anche gli eretici hanno d’uopo di fare quello che possono per giungere a mano a mano fino alla verità, come saranno scusabili i volteriani, i libertini, i quali vivono in mezzo a noi? Questi rigettano il Cristianesimo dopo d’averlo conosciuto; il rigettano per seguire la corruzione del loro cuore, il rigettano malgrado i rimorsi che provano nella coscienza, e con un affronto indicibile a quel Signore che, per sua pura misericordia, avevali illuminati, e poi pretendono che ad ogni modo li abbia a salvare la divina bontà. – Affè sì che Dio muterà i suoi disegni, renderà fallaci le sue parole, ritirerà le sue minacce, e spalancherà loro le porte del cielo per non privarsi della loro compagnia! Ah presunzione impudentissima di vermi schifosi, i quali poco meno che non credono di essere necessarii alla divinità! Ah si persuada bene ognuno, che non gioverà ad un reo la compassione di un altro reo, dove il giudice protesti di non usar compassione.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (1)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (1)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

PREFAZIONE

Alcuni anni or sono, io ponevo nelle mani del popolo italiano un primo Sillabario. Il titolo era birichino. Qualche amico ebbe un fremito di spavento e mi consigliò di mutarlo. Non lo feci, perché ero troppo convinto che nella patria nostra non la copertina dei libri, né tanto meno una stupida e menzognera réclame sono un invito a leggere, ma la sostanza ed il pensiero. Il Sillabario del Cristianesimo ebbe fortuna. Dio lo benedisse. Uomini piccoli e uomini grandi lo approvarono. In poco tempo si susseguirono molte copiosissime edizioni. Nessun romanzaccio moderno o contemporaneo ha raggiunto la tiratura del minuscolo volume sul soprannaturale. Anche questo è un segno dei tempi. Oggi le stelle interessano le coscienze, più che non il fango. Sono lieto di constatare un simile fatto, perché non si tratta d’un mio lavoro. Di mio in quel volumetto c’era solo il nome e la stesura materiale. Ma il contenuto non mi apparteneva. Quelle pagine offrivano l’esposizione semplice, nuda, elementare della vecchia ed eterna idea cristiana. E mille e mille ottime persone guardarono; forse alcuni compresero per la prima volta cos’era il Cristianesimo; e tutti si convinsero che per l’insegnamento della Religione occorrono oggi in« sillabari » in questa terra nostra, che pur fu madre di Tommaso e di Bonaventura e l’ispiratrice delle Somme medievali. A quel Sillabario del dogma succede ora logicamente l’altro sulla morale, che suppone il primo e lo sviluppa. Il che è quanto dire che è assurdo comprendere il significato esatto dell’etica di Cristo, se non si è già appreso cosa siano la grazia, l’ordine soprannaturale e le varie verità dogmatiche della rivelazione. Solo Bertoldo poteva illudersi di erigere il secondo piano d’una casa, senz’aver costruito il primo; ed è da augurarsi che, almeno, quando si tratta d’affrontare il problema della vita, Bertoldo non abbia imitatori. – Anche il nuovo Sillabario, che vede ora la sua decima quarta edizione, non è stato di facile compilazione. Nato — non a tavolino, fra dotti volumi — ma nella vita e nella scuola, tra palpiti di cuori e le serene battaglie dell’Azione Cattolica; cresciuto in mezzo alle esperienze quotidiane dello sforzo educativo; elaborato finalmente — dopo quattro anni di tentativi ripetuti con ostinazione — in una Settimana Sociale indetta dalla Gioventù Cattolica Femminile, per iniziare una serie di Corsi per la morale nelle varie regioni d’Italia (La Settimana fu tenuta a Castelnuovo Fogliani, alla fine del luglio 1929. Erano presenti S. E. mons. Ugo Giubbi, Vescovo di San Miniato, mons. Alfredo Cavagna, Assistente Generale della G. F. di A. C., 14 altri sacerdoti e 200 dirigenti della floridissima Associazione, guidate dalla loro presidente, la compianta signorina Armida Barelli), questo piccolo libro ha conosciuto l’oscuro, lento e paziente lavoro delle radici. A me purtroppo torna difficile esporre con semplicità i veri profondi del Cristianesimo, in modo da presentarli all’occhio di tutti, perché lo sguardo colga l’intima natura di essi e non si fermi alla superficie esteriore. – Bisogna arrivare ad un’esposizione limpidissima, che non degeneri nel semplicismo; ad una enunciazione, sostanzialmente completa, dei primi principi della morale nostra, che eviti il linguaggio tecnico della filosofia e della teologia — pane di primo ordine, ma troppo duro per i denti di latte della nostra generazione —; ad una trattazione, la quale non insista tanto sulla morale umana, quanto sulla morale cristiana. Umilmente e fervidamente ho chiesto aiuto per quest’opera, che non aveva nulla di personale, ma aspirava unicamente a far partecipare tutti ai tesori dei misteri di Cristo. E — come già aveva fatto per la prima edizione del Sillabario del Cristianesimo — un dotto gesuita della « Civiltà Cattolica il P. Giovanni Busnelli, volle assumersi il faticoso impegno di revisione e di correzione. Non mi è possibile insistere sulla preziosità di una così alta ed efficace assistenza, non so se più degna di gratitudine o di ammirazione. All’illustre scrittore, che onorò col suo sapere il clero italiano e che oggi ci sorride dal Cielo, va il mio pensiero riconoscente (Anche all’amico carissimo mons. Carlo Figini, professore nel Seminario teologico di Milano, ed a mons. Giuseppe Borghino, un ringraziamento cordiale per la loro collaborazione.). Da quanti, poi, scorreranno le pagine seguenti imploro una preghiera, perché  la nuova crociata, per diffondere sempre più la conoscenza della dottrina morale cristiana, sia ricca di pratici risultati.

Don Olgiati.

INTRODUZIONE (1)

Un celebre romanziere inglese contemporaneo, il Chesterton, in una delle scene suggestive del suo volume La sfera e la croce, si soffermava sul dialogo curioso, svoltosi fra il professor Lucifero ed il monaco Michele. I due noti personaggi si trovavano su d’un vascello volante,.che solcava il cielo di Londra e passava sopra la cattedrale di San Paolo. La croce, ergentesi sul tempio quasi preghiera verso il grande azzurro e come programma per i piccoli mortali, provocò la bestemmia e la parola di disprezzo di Lucifero. E Michele subito gli rispose: — Io ho conosciuto in altri tempi un uomo come te, Lucifero… Anche quell’uomo aveva adottato l’opinione che ilnsegno del Cristianesimo fosse un simbolo di barbarie e di irragionevolezza. Cominciò, naturalmente, col bandire il crocifisso da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri. Diceva, come tu dici, che era una forma arbitraria e fantastica, una mostruosità; e che la si amava soltanto perché era paradossale. Poi diventò ancora più furioso, ancora più eccentrico; e avrebbe voluto abbattere le croci che si innalzavano lungo le strade del suo paese, che era un paese cattolico romano. Finalmente, s’arrampicò sopra il campanile di una chiesa, ne strappò la croce e l’agitò nell’aria, in un tragico soliloquio sotto le stelle. Una sera d’estate, mentre ritornava lungo un viale, a casa sua, il demone della sua follia lo ghermì di botto, agitandolo in quel delirio che trasfigura il mondo agli occhi dell’insensato. S’era fermato un momento, fumando la sua pipa di fronte a una lunghissima palizzata e fu allora che i suoi occhi si spalancarono improvvisamente. Non brillava una luce; non si moveva una foglia; ma egli credette di vedere, come in un fulmineo cambiamento di scena, la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci legate l’una all’altra, su per la collina, giù per la valle. Allora, facendo volteggiare nell’aria il suo pesante bastone, egli mosse contro una schiera di nemici. E per quanto era lunga la strada, spezzò, strappò, sradicò tutte quelle che incontrava sul suo cammino. Egli odiava la croce: ed ogni palo era per lui una croce. Quando arrivò a casa, era pazzo da legare. Si lasciò cadere sopra una sedia, ma ribalzò subito in piedi, perché sul pavimento scorgeva l’intollerabile immagine. Si buttò sopra un letto; ma tutte le cose che lo circondavano avevano ormai l’aspetto del simbolo maledetto. Distrusse tutti i suoi mobili, appiccò il fuoco alla casa, perché  anche questa era ormai fatta di croci; e l’indomani lo trovarono nel fiume. – Lucifero guardò il vecchio monaco, mordendosi le labbra — È vera questa storia? — No! disse Michele. È una parabola: la parabola di tutti voi razionalisti e di te stesso. Cominciate con lo spezzare la croce; ma finite col distruggere il mondo abitabile. Quest’ultima frase di Chesterton sintetizza la storia di parecchi secoli. La morale cristiana, simboleggiata dalla croce, fu derisa, combattuta, spezzata, distrutta. Una lotta sistematica, un assalto irrompente, un succedersi di battaglie dirette dai condottieri più diversi, un moltiplicarsi di tentativi concepiti dai più svariati punti di vista e di tattiche spesso in contraddizione fra loro, ma cospiranti al medesimo fine, hanno voluto abolire nel mondo la morale di Cristo, per dichiarare il suo regno finito per sempre. Le conseguenze d’un simile stolto conato sono da tutti conosciute. Non è esagerazione da letterato, o geremiade da predicatore additare il cumulo di rovine nel mondo degli spiriti, che affliggono l’epoca moderna. Individui, famiglie, nazioni, umanità soffrono e potrebbero confessare con Giovanni Papini, che « gli uomini, allontanandosi dall’Evangelo, hanno trovato la desolazione e la morte » – Io mi rivolgo a coloro che scorreranno queste prime linee e li prego di soffermarsi un istante, per rispondere a se stessi, nel silenzio della loro coscienza; — Voi siete proprio contenti della vita vostra, degli anni che avete trascorso, dei giorni che ora passate? Non avete forse la sensazione chiara, netta, precisa d’aver sciupato gran parte della giovinezza, d’esservi pasciuti di illusioni e d’aver invano rincorso la vera gioia, la intima tranquillità, la pace? Il deficiente, che, in ogni epoca, è sempre stato soddisfatto di sé, oggi non si trova con molta facilità. Troppi, invece, sentono l’ « angoscia » d’un animo nauseato, gli spasimi atroci del disinganno, il bisogno d’una vita nuova. Ed è per questo che molti ritornano a Cristo. La morale cristiana suscita nei cuori fremiti nuovi, aspirazioni ed aneliti ardenti. L’etica dell’Amore costituisce una speranza anche per chi non la conosce a perfezione, e che, fra le morse di una esistenza inquieta ed insoddisfatta, la ricerca soltanto col gesto del naufrago che afferra la tavola della salvezza. I credenti, poi, provano la necessità di approfondirla maggiormente e di praticarla con coerenza, con intensità, con fervore. Dopo un’epoca di criminose leggerezze, di superficialità insulsa e di disastri, il problema morale s’impone alla vigile coscienza di tutti, e specialmente delle giovani generazioni, che si affacciano alla vita, decise a creare un avvenire bello e radioso. – Il mio Sillabario vuol essere puramente il piccolo libro per l’una e per l’altra schiera, per coloro che ancora non sono giunti, ma già s’avviano al Cuore di un Dio che li attende e fa sentire ogni giorno più il dolce suo appello imperioso, e per coloro che già respirano, forse con polmoni molto deboli, l’atmosfera buona nella casa del Padre. Perché la lettura riesca proficua, è opportuno accennare ai motivi che rendono oggi ardua l’esposizione dell’etica nostra, ed in pari tempo è necessario sottolineare i criteri che mi hanno ispirato. Difficoltà attuali nello studio della morale cristiana e metodo da seguirsi per poterla comprendere nella sua divina efficacia: ecco ciò che si propongono di mostrare queste pagine introduttive.

I. – Difficoltà attuali nello studia della morale cristiana.

Per tre ragioni ai giorni nostri è ardua impresa enunciare e far capire i principi essenziali dell’etica cristiana. Innanzi tutto, una morale si intuisce meglio, quando ci è insegnata dal libro della vita quotidiana, che non quando si medita su un freddo volume. E, purtroppo, oggi la morale cristiana vissuta si incontra poco di frequente nelle strade, nelle piazze, nelle case, nell’economia, nella letteratura ed in tutte le varie esplicazioni dell’attività umana. Se prescindiamo dalle definizioni filosofiche astratte (le quali con questo Sillabario nulla hanno a che fare, non già perché siano superflue, ma perché non potranno essere apprezzate se non al termine di questo lavoro), possiamo dire subito che la morale del Cristianesimo esige che noi, superando i difetti e le cattive nostre inclinazioni, viviamo come vivrebbe Gesù Cristo. Noi siamo veri seguaci della morale cristiana, quando, in ogni determinata circostanza, pensiamo come vuole Gesù Cristo, quando abbiamo in noi i sentimenti di Gesù Cristo, quando agiamo secondo lo spirito di Gesù Cristo. Un maestro è Cristiano, ad esempio, se nella sua scuola cerca di trattare i fanciulli ed i giovani a lui affidati, come li tratterebbe Cristo. Un padre ed una madre sono Cristiani, se educano i loro figli comenli educherebbe Cristo. Un operaio od un contadino sono Cristiani, quando lavorano come lavorerebbe Gesù, con lo stesso animo, con lo stesso atteggiamento spirituale, chiedendo a sé, ad imitazione di S. Vincenzo de’ Paoli: “Che farebbe Gesù, se Egli fosse al mio posto?”. E subito, a questa prima riflessione tanto naturale e tanto semplice da sembrare lapalissiana, qualcuno, ben consapevole del male a cui si lascia trascinare dalle passioni, avrà un sussulto di spavento e dovrà esclamare: « Allora io non sono Cristiano! Le parole che io pronuncio, soprattuttonnei momenti di rabbia, i discorsi che tengo con gli amici, i metodi che uso nei miei affari, la condotta abituale della mia giornata sono parole che Gesù non avrebbe MAI pronunciato, son discorsi che Egli non avrebbe MAI tenuto, è un metodo di agire che Egli non avrebbe MAI seguìto… ». – Ma non spaventiamoci tanto presto. È certo che il catechismo del card. Bellarmino cominciava con una domanda ed una risposta terribile, anche se per tanti secoli venne dai fanciulli pappagallescamente ripetuta:

— Siete voi Cristiano?

— Sì, sono Cristiano per grazia di Dio.

Ahimè! Se liberiamo il nostro orecchio dal tono monotono della cantilena infantile, e ridiciamo a noi stessi l’interrogazione del Bellarmino, vi scopriamo un significato non sospettato ed insospettabile. Voi siete un mercante, ad esempio. Per realizzare, per caso, un guadagno ragguardevole, imbrogliate il prossimo. E la coscienza vi chiede: « Siete voi Cristiano? ». La cantilena vi muore sul labbro. Il bel « sì, sono Cristiano » dei vostri anni innocenti si è cambiato in una condanna. Voi siete un giovane, un uomo. Non un animale immondo. Ma la passione rugge, insiste, comanda. Vilmente voi cedete. « Siete voi Cristiano ?». La formuletta catechistica è là. Essa vi assolve, o vi rimprovera; vi dà un senso di gioia, o l’assillo d’un fecondo rimorso. Ma, in nome del cielo, nell’anno di grazia che stiamo percorrendo, quanti sono nel mondo che ad ogni istante potrebbero gridare a fronte alta: « Sì, io sono Cristiano »? – Uno scrittore inglese, che col titolo d’un suo romanzo si domandava: « Cosa farebbe il Cristo? » ed immaginava Gesù che, sceso in terra un’altra volta, entrava negli uffici di amministrazione di un giornale di Londra e poi nelle stanze di redazione, ed in nome della sua morale rescindeva contratti di pubblicità, cestinava articoli, mandando al fallimento il giornale, e così press’a poco faceva, portando dovunque la rivoluzione, in altre aziende ed iniziative della attività moderna, poneva un problema che forse sarebbe interessante esaminare. Nella vita dei popoli, delle famiglie e degli individui, possiamo distinguere tre casi a proposito dell’etica nostra.

1. — Spesso la morale di Cristo è simile ad antiche navi, affondate un giorno con preziosi tesori. Occorrono palombari esperti, miracoli di energia e spese ingenti, per riportare sulla terra le vecchie triremi. E se nelle acque di certe coscienze voi doveste frugare e scandagliare il fondo, forse di morale cristiana non trovereste nulla, o quasi, ad eccezione dei resti di un pallido e lontano ricordo, giacenti laggiù come un rimprovero, la cui voce si tenta di soffocare sotto il peso delle colpe quotidiane, sotto le onde delle quotidiane vicende.

2. — Altre volte, frequentissimamente, vedete in pratica una morale, che vi richiama alla memoria il romanzo russo, non certo lodevole nella sua ispirazione, di Demetrio Mereshkowsky: La risurrezione degli Dei. L’umanista paganeggiante Giorgio Merula passava cautamente una spugna umida sui fogli d’una vecchia pergamena sottilissima e delicata; di tratto in tratto raspava con la pomice, lisciava con la lama d’un coltello e col lisciatoio, indi, alzando il foglio contro la luce, lo guardava. Qualche monaco medievale, volendo utilizzare la preziosa pergamena, aveva cancellato le antiche righe pagane e a quelle aveva sovrapposto la sua scrittura, le parole del salterio, le note del canto che accompagnavano i salmi penitenziali. Sopra, si leggeva: « Ascolta, o Signore, le mie preci: ascolta ed esaudiscimi, o Signore. Immerso nel mio dolore, io gemo e sospiro. Il mio cuore freme; ed i terrori della morte invadono l’anima mia ». Sotto, man mano che i caratteri ecclesiastici venivan raspati, comparivano altri caratteri, ombre di antiche lettere, pallide tracce delicate e scolorite, rimaste impresse sulla pergamena: era un inno agli Dei dell’Olimpo ed a Venere: « Gloria al gentil Dionisio, riccamente di pampini cinto… Gloria a te, madre Afrodite, dall’aurato piede, — degli uomini gioia e degli Dei… ». « Vedi? osservava malignamente l’umanista paganeggiante ad un amico Cristiano. Anche tu sei come questa pergamena nella superficie i salmi penitenziali, dentro l’inno ad Afrodite ». – Oh, non è forse questa la storia di molti? Al di fuori una patina di morale cristiana; ma sotto di essa un diavoletto in cuore. E non occorre neppure raspare troppo: i caratteri della superficie di quando in quando scompaiono; la morale pagana appare con tutta la sua fisionomia precisa, fin che un nuovo velo la ricopre ancora… La vita morale di moltissimi è oggi una tale miscela di paganesimo e di Cristianesimo, che vi rammenta la figura del Moro nel romanzo citato, quando, per invocare gli aiuti del Gran Turco, pregò a lungo e con fervore davanti all’immagine d’una Madonna, quell’immagine nella quale la mano di Leonardo da Vinci aveva ritratto le sembianze della contessa Cecilia Bergamini. Oppure, se volete un altro paragone anch’esso di Mereshkowsky, potete pensare a Leonardo, che ideò una colossale statua equestre, il “Cavallo”, in onore di Francesco Sforza, scrivendo sul basamento: « Ecce Deus », e che poi, nel silenzioso refettorio di Santa Maria delle Grazie, aveva dipinto il « Cenacolo ».

— Maestro, balbettò tremando un discepolo, Maestro, perdonate… Io non riesco a capire come avete potuto creare il « Cavallo » ed il « Cenacolo » nello stesso tempo… — Ebbene, che cosa non riesci a capire? — Oh, messer Leonardo! Ma voi, dunque, non lo vedete che è impossibile concepirli insieme?… Insieme! Cristo e un tal uomo, insieme! No, no… — e non trovava parole per esprimere il suo pensiero, si sentiva turbato l’animo all’idea dell’accozzamento di due cose inconciliabili, e non sapeva a chi dei due Leonardo avesse detto con sincerità: « Ecco il Dio! ». – Anche noi non sappiamo a chi tante persone rivolgono il loro « Ecce Deus ». Talvolta ci sembra che lo dicano a Cristo, talvolta all’oro, al piacere, o a qualche altro idoletto, che non riusciamo davvero a conciliare con Dio.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (2)

UB’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – ” QUÆ AD NOS”

Si tratta ancora una volta di una breve Lettera Enciclica indirizzata ai Vescovi della Boemia e della Moravia, per incitarli ad un’azione comune nella difesa del gregge cattolico attaccato da infedeli, increduli ed adepti di conventicole demoniache. È quanto oggi vediamo in modo amplificato nelle nostre Nazioni ormai divorate dal tarlo del modernismo e dal verme del paganesimo operante in ogni ambito e prossimo all’epilogo descritto da San Giovanni nell’Apocalisse. Il Sommo Pontefice sapeva molto bene a cosa andasse incontro la Chiesa Cattolica e cercava con ogni mezzo di allontanarne i lupi ed i falsi profeti che la dilaniavano, difesa efficace per poco tempo, fino al “colpo si stato” del Conclave del 26 ottobre 1958, quando una falsa chiesa, o meglio la sinagoga demoniaca, cacciando il Santo Padre e relegandolo inoperante ad un ruolo di secondo piano, insediava un agente infernale sul trono di S. Pietro, cosa che proprio Leone XIII aveva visto profeticamente in visione negli ultimi anni del diciannovesimo secolo. Ma non è il caso di avvilirsi, piccolo gregge, sono tempi di pazienza e persecuzione ai quali simo stati chiamati dalla Sapienza eterna ad operare sostenuti dalla nuda fede e dall’operosità “sotterranea”, in ambiente eclissato o catacombale. Così ha disposto la Volontà suprema per darci occasione di redimerci con la penitenza ed acquisire meriti onde aspirare alla salvezza ed alla eterna beatitudine. Profittiamone con gioia per essere stati scelti a sopportare e soffrire ogni sofferenza in nome di Cristo e della sua Chiesa Cattolica, e sostenendo con la preghiera la vita e l’opera del Santo Pontefice impedito… abbiate fede, Io ho vinto il mondo! Parola di Dio.

QUÆ AD NOS
ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII 
ALLA CHIESA IN BOHEMIA E MORAVI
A

Al cardinale Skrbensky, arcivescovo di Praga, e agli altri arcivescovi e vescovi di Boemia e Moravia.

Le notizie che quotidianamente ci giungono sullo stato delle vostre diocesi e sull’allontanamento di un gran numero di persone dai riti e dalle pratiche del Cattolicesimo sono per noi motivo di grande tristezza e dolore. Certamente non dubitiamo che voi applichiate strenuamente ogni argomento per riparare le disgrazie del gregge a voi affidato e per evitare che le perdite si aggravino di giorno in giorno. Se i nemici della fede non risparmiano né lavoro né denaro e si sforzano con tutte le loro forze di distruggere il vostro gregge, voi, che Cristo ha voluto come Pastori, non dovete stare con le mani in mano; dovete usare ogni mezzo disponibile per difendere il vostro gregge. Tuttavia, l’entità del pericolo ci spinge a sollecitare i volenterosi. Sappiamo, certo, che non tutte le vostre diocesi si trovano nelle stesse condizioni per quanto riguarda la sicurezza della fede; pertanto, gli stessi mezzi di assistenza per preservare la fede non possono essere applicati ovunque. Tuttavia, poiché il pericolo è comune ed è una patria comune che chiede di essere difesa, pensiamo che la soluzione migliore sia che voi comunichiate tra di voi e con un parere unito per stabilire ciò che deve essere realizzato e ciò che deve essere evitato. Perciò è nostro desiderio che tutti voi Vescovi di Boemia e Moravia vi riuniate al più presto per deliberare sulla difesa della fede tra i vostri connazionali. Naturalmente farete in modo che la natura delle deliberazioni e delle decisioni che avranno luogo sia riferita a Noi, affinché siano sancite dall’approvazione apostolica. Inoltre, non vogliamo lasciar passare questa opportunità senza raccomandarvi ancora una volta con forza che abbiate cura di estirpare totalmente lo zelo di parte che provoca la divisione del clero santo tra di voi; questo divide e snatura le forze di coloro la cui unione è molto necessaria, ora soprattutto, per la difesa della fede. Che l’aiuto della grazia divina sia con voi in questi compiti. In segno del Nostro amore ricevi la Benedizione Apostolica che con grande amore nel Signore impartiamo a te e al tuo gregge.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 22 novembre 1902, nel 25° anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII

DOMENICA VII DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA VII dopo PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

In questa settimana non si poteva scegliere una lettura migliore nel Breviario,  del doppio racconto degli ultimi giorni di David — poiché, dice S. Girolamo, « tutte le energie del corpo si indeboliscono nei vecchi, mentre solo la sapienza aumenta in essi » (2° nott.) — e della storia di suo figlio Salomone, che fu celebre fra tutti i re per la sapienza. – David, sentendo avvicinarsi il momento della morte, designò come suo successore, fra i suoi figli, Salomone, il diletto da Dio. E Natan profeta, condusse Salomone a Gihon, ove il sacerdote Sadoc prese dal tabernacolo l’ampolla d’olio ed unse Salomone; si suonò la tromba e tutto il popolo disse: « Viva il Re Salomone! ». David disse a suo figlio: « Sarai tu a innalzare il tempio del Signore. Mostrati forte e sii uomo! Osserva fedelmente i comandamenti del Signore, affinché si compia la parola che pronunciò su me: « Il tuo nome si è affermato e i tuoi discendenti regneranno per sempre! Tu agirai secondo la tua sapienza, poiché sei un uomo saggio ». E David s’addormentò coi suoi padri e fu sepolto nella città che porta il suo nome dopo aver regnato sette anni a Ebron e trentatré anni a Gerusalemme, la fortezza inespugnabile che egli aveva preso ai Filistei. E Salomone si assise sul trono di suo padre, ed il suo regno fu ben sicuro. Era un giovane di diciassette anni, amava il Signore e gli offriva olocausti. – Iddio apparve in sogno a Salomone e gli disse. « Chiedi tutto quello che vuoi e io te lo darò ». Salomone gli rispose: « Signore, io non sono che un fanciullo per regnare al posto di David, mio padre; accordami la sapienza affinché io possa discernere il bene dal male e conduca il tuo popolo sulle tue vie ». E Dio aggiunse: « Ecco io ti dono un cuore saggio e intelligente, tale che tu supererai tutti i sapienti che furono e quelli che verranno, e ciò che tu non mi hai chiesto (lunga vita, ricchezza, trionfi) te lo darò in più ». Secondo la promessa del Signore, Salomone non solo fu il più sapiente, ma il più splendido e possente re d’Israele. Tutti i re gli apportavano i loro doni e tutte le nazioni che fino allora avevano disprezzato Israele, ne ricercavano l’alleanza. La regina di Saba venne a consultarlo e rimase piena di ammirazione per tutto quello che vide e intese da lui. Il Faraone, re d’Egitto, gli dette la figlia in isposa; Hiram, re di Tiro, fece con lui alleanza e un trattato, pel quale, in compenso del grano, dell’orzo, del vino, dell’olio, che le campagne della Palestina producevano abbondantemente, gli forniva legni preziosi delle foreste del Libano, e operai per la costruzione del tempio. Salomone insegnò al popolo il timor di Dio e questi lo protesse in tutte le imprese e lo aiutò quando il suo fratello maggiore avrebbe voluto regnare in sua vece. Così si realizzarono le parole che Salomone medesimo pronunciò e che S. Girolamo ci ricorda nell’ufficio di oggi: « Non disprezzare la sapienza e questa ti difenderà. Mettiti in possesso delia sapienza e acquista la prudenza; impadronisciti di essa ed essa ti esalterà, tu sarai glorificato da essa e, quando l’avrai abbracciata, ti metterà sul capo splendori di grazia e ti coprirà di una gloriosa corona ». « Infatti colui che giorno e notte, commenta S. Girolamo, medita la legge del Signore, diventa più docile con gli anni, più gentile, più saggio col progresso del tempo e negli ultimi giorni raccoglie i più dolci frutti dei suoi lavori d’altri tempi » (2° Nott.). – Laddove, « Quale frutto, chiede l’Apostolo, avete tratto dal peccato, se non la vergogna e la morte eterna? », mentre « ricevendo Dio voi producete frutti di santità e guadagnate la vita eterna » (Ep.). E nostro Signore dice nel Vangelo: « Si riconosce l’albero dai suoi frutti. Ogni albero buono porta frutti buoni e ogni albero cattivo porta frutti cattivi ». E aggiunge: « Non sono già quelli che mi dicono: Signore, Signore, che entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che fan la volontà del Padre mio che è nei cieli • Cosi, commentando l’Introito di questo giorno, S. Agostino dice « È necessario che le mani e la lingua siano d’accordo: che l’una glorifichi Dio e che le altre agiscano ». La vera sapienza non consiste solamente nell’intendere le parole di Dio, ma nel realizzarle; né pregare Dio, ma anche nel mostrargli con le opere che lo amiamo ». « Il Vangelo – dice S. Ilario – ci avverte che le parole dolci e gli atteggiamenti mansueti debbono essere valutati dai frutti delle opere e che bisogna apprezzare qualcuno non secondo quello che egli si mostra a parole, ma secondo quello che si mostra ai fatti, perché spesso la veste dell’agnello serve a nascondere la ferocità dei lupi. Dunque, attraverso la nostra maniera di vivere noi dobbiamo meritare la beatitudine eterna, di modo che noi dobbiamo volere il bene, evitare il male e obbedire di tutto cuore ai precetti divini per essere gli amici di Dio mediante il compimento di questi propositi » (3° Nott.). – Salomone, il re pacifico, non è che una figura del Cristo: il suo segno che tutti acclamano (Intr., Alt.) annuncia quello del Messia che è il vero Re della pace; Salomone, il più saggio dei re, presagisce il Figlio di Dio del quale il Padre disse sul Tabor: « Ascoltatelo » (Grad.). Egli presagisce la Sapienza incarnata che ci insegnerà il timor di Dio (id.) e il modo per distinguere il bene dal male (Vang.). Gli olocausti, fatti al tempo della consacrazione del Tempio di Salomone (Off.) sono, come quello di Abele (Secr.), ombra dell’unico Sacrificio cruento, che Cristo offrì sul Calvario; che coronò in cielo, ove entrò dopo aver ottenuta la vittoria su tutti i suoi nemici. Questo dichiara il Salmo XLVI (Intr.), nel quale i Padri hanno visto, sotto il simbolo dell’Arca dell’alleanza che il popolo di Dio fa passare, in mezzo alle acclamazioni, dai campi di battaglia sulla montagna di Sion, una figura dell’Ascensione di Gesù nel regno celeste.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XLVI:2.  Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Ps XLVI: 3 Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis: Rex magnus super omnem terram.

[Poiché il Signore è l’Altissimo, il Terribile, il sommo Re, potente su tutta la terra.]

Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, cujus providéntia in sui dispositióne non fállitur: te súpplices exorámus; ut nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas.

[O Dio, la cui provvidenza non fallisce mai nelle sue disposizioni, Ti supplichiamo di allontanare da noi quanto ci nuoce, e di concederci quanto ci giova.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom VI: 19-23

“Fratres: Humánum dico, propter infirmitátem carnis vestræ: sicut enim exhibuístis membra vestra servíre immundítiæ et iniquitáti ad iniquitátem, ita nunc exhibéte membra vestra servíre justítiæ in sanctificatiónem. Cum enim servi essétis peccáti, líberi fuístis justítiæ. Quem ergo fructum habuístis tunc in illis, in quibus nunc erubéscitis? Nam finis illórum mors est. Nunc vero liberáti a peccáto, servi autem facti Deo, habétis fructum vestrum in sanctificatiónem, finem vero vitam ætérnam. Stipéndia enim peccáti mors. Grátia autem Dei vita ætérna, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

“Fratelli: Parlo in modo umano, a motivo della debolezza della vostra carne. Come deste le vostre membra al servizio dell’immondezza e dell’iniquità per commettere l’iniquità; così ora date le vostre membra al servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate servi del peccato, eravate liberi rispetto alla giustizia. Ma qual frutto aveste allora da quelle cose, delle quali adesso arrossite? Giacché il loro termine è la morte. Ma adesso, affrancati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per vostro frutto la santificazione e per termine la vita eterna. Perché la paga del peccato è la morte, ma il dono grazioso di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore…” (Rom. VI, 19-23).

DUE LIBERTA’.

C’è un giudice nel vocabolario. Il vocabolario nostro dispone di una sola parola, per la realtà vera e per il suo surrogato: così ad esempio, ci si chiama caffè tanto il moca o il portorico, caffè vero e proprio, come il caffè maltus miserabile surrogato. Monete si chiamano le vere e le false. E libertà si chiama la falsa e la vera, la libertà liberale e la libertà cristiana. San Paolo con una genialità stupenda definisce nel brano della lettera sua ai Romani che oggi si legge alla S. Messa, la libertà falsa, la pagana d’allora, la liberale d’adesso, che è poi la libertà pagana rediviva. Una volta dice ai Cristiani, alludendo ai giorni ormai passati e superati del loro paganesimo, una volta (quando non eravate ancora Cristiani, ma pagani), voi eravate « liberi dalla giustizia e servi del peccato ». Parole testuali d’un sapore evidentemente ironico nella prima parte ai Romani: « Eravate liberi dalla giustizia ». Bella libertà! La libertà di uno spiantato che dicesse: eccomi qua, mi sono liberato dai danari: la libertà di un malato che dicesse anche lui con una falsa soddisfazione: mi sono liberato dalla salute. Liberazione equivoca, o, piuttosto, uso equivoco della parola « liberazione », la quale suona uno svincolarsi da un peso, da una disgrazia, non da una fortuna o di una grazia. – Ebbene, è proprio sullo stesso equivoco che giuocano i liberali vecchi e nuovi, quando parlano di libertà, e intendono con tal parola il liberarsi, l’affrancarsi dalla legge, l’esserne emancipati. Si gloriano i liberali della loro libertà, come di una cosa bella, buona, onorifica, gloriosa; ma la loro libertà non è altro che emancipazione dalla legge. I pagani antichi, quelli di cui San Paolo parla direttamente, erano fuori dalla legge, liberi da essa, perché non la conoscevano o la conoscevano poco; i moderni liberali, perché l’hanno calpestata e dimenticata. Paolo però nota subito molto bene l’equivoco di quella libertà, osservando che i fautori, i glorificatori di essa, erano perciò stesso schiavi del peccato: del male! Ed è proprio così. Automaticamente chi si sottrae alla luce, entra nel regno delle tenebre. Automaticamente chi si sottrae alla legge del bene, cade sotto il giogo della legge del male. E qui è proprio il caso di parlare di giogo. Giogo pesante, obbrobrioso quello del male, del peccato. Catena del peccatore il peccato, vischio in cui rimane impigliato chi una volta ci casca dentro. « Qui facit peccatum servus est peccati: » servo del vino l’ubriacone, servo della donna, schiavo di essa l’uomo corrotto. – A questa pseudo libertà di quando erano ancora pagani, S. Paolo contrappone il quadro della libertà di cui veramente godono ora che sono Cristiani. – I termini sono letteralmente invertiti. Allora liberi (per modo di dire; anzi per antifrasi liberi) dall’onestà, dal bene e schiavi del male, oggi liberi dal peccato, dal male e schiavi della giustizia. Ah, questa è libertà vera! La libertà del male, da malvagi istinti, dalle ree consuetudini, e questa è servitù nobile e degna; la servitù del bene, della giustizia, della legge. Sì, perché — e lo dice equivalentemente S. Paolo — servire alla giustizia; alla verità, alla bontà, significa ed importa servire a Dio. S. Paolo, l’Apostolo, sente la grandezza, la poesia di tale servizio divino. Un servizio, nel quale c’è un segreto di vita e di gioia e di gloria, mentre nel servizio del male c’è un segreto opposto d’ignominia e di morte. Il male uccide. « Stipendium peccati mors: » uccide in tutti i sensi, perché  uccide in senso pieno. E potremmo dire che: « Stipendium legis vita, » vita del tempo, vita nell’eternità.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXIII: 12; XXXIII: 6

Veníte, fílii, audíte me: timórem Dómini docébo vos. – V. Accédite ad eum, et illuminámini: et fácies vestræ non confundéntur.

[Venite, o figli, e ascoltatemi: vi insegnerò il timore di Dio. V. Accostatevi a Lui e sarete illuminati: e le vostre facce non saranno confuse.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps XLVI: 2 Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt VII: 15-21

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Atténdite a falsis prophétis, qui véniunt ad vos in vestiméntis óvium, intrínsecus autem sunt lupi rapáces: a frúctibus eórum cognoscétis eos. Numquid cólligunt de spinis uvas, aut de tríbulis ficus? Sic omnis arbor bona fructus bonos facit: mala autem arbor malos fructus facit. Non potest arbor bona malos fructus fácere: neque arbor mala bonos fructus fácere. Omnis arbor, quæ non facit fructum bonum, excidétur et in ignem mittétur. Igitur ex frúctibus eórum cognoscétis eos. Non omnis, qui dicit mihi, Dómine, Dómine, intrábit in regnum coelórum: sed qui facit voluntátem Patris mei, qui in cœlis est, ipse intrábit in regnum cœlórum.”

[“In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono da voi vestiti da pecore, ma al di dentro son lupi rapaci: li riconoscerete dai loro frutti. Si coglie forse uva dalle spine, o fichi dai triboli? Così ogni buon albero porta buoni frutti; e ogni albero cattivo fa frutti cattivi. Non può un buon albero far frutti cattivi; né un albero cattivo far dei frutti buoni. Qualunque pianta che non porti buon frutto, si taglia, e si getta nel fuoco. Voi li riconoscerete adunque dai frutti loro. Non tutti quelli che a me dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno de’ cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è ne’ cieli, questi entrerà nel regno de’ cieli”]

Omelia

G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956).

I FALSI PROFETI.

Iddio, che fin dal principio del mondo ha separato la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, l’acqua dalla terra, solo alla fine del mondo separerà i buoni dai cattivi, i veri profeti dai falsi. Intanto noi siamo costretti a vivere in una promiscuità insidiosa e a trovarci, talvolta, con compagni, maestri, superiori, che ci attirano a perdizione. All’erta! « Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire. « Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in paradiso; ma guardate alle loro azioni. « Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». L’immagine di Gesù che si strinse d’attorno i suoi Apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se dall’inizio del secolo III essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, mi ha diviso la predica in due punti: I falsi profeti della fede; I falsi profeti dei costumi. – 1. I FALSI PROFETI DELLA FEDE. Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). Questo fatto della Storia Sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste di pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti, essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche Cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono cristiano anch’io — vi diranno forse — sono Cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credetegli perché  quell’Angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli: 1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina cristiana! Dottrina cristiana! 2) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti. Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in un casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum. – 2. I FALSI PROFETI DEI COSTUMI. Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. (Mt., VII, 6). E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché ne’ uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime. Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero delle stampe cattive ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico: « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti dei ». Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca della bestia feroce « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ». Le amicizie. — Talvolta il falso profeta sì presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffiguri Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica ad un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinate dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ». I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S. Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf. libr. VI, cap. 8). – Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che così vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom. XVI, 17 s.). « Vi sono ancora molti chiacchieroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza dì essi è immonda… » (Tit., I, 10 S.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di S. Paolo. — LE OPERE BUONE. Dante descrivendo nel suo poema immortale il paradiso, dice d’avere sentito parole come queste: senza la fede in Cristo crocifisso, nessuno può salvarsi. Ma la fede non basta, occorrono le opere. Perciò nel giorno del giudizio, molti pur avendo avuto la fede e sentito molte prediche e Messe, si vedranno dalla parte dei dannati perché non fecero le opere della loro fede; mentre certi poveri e ignoranti Etiopi saranno dalla parte degli eletti e tenderanno le mani a condannare quelli che vissero mel centro della cristianità. … molti gridan: « Cristo Cristo!» / che saranno in giudizio assai men prope a Lui, che tal che non conosce Cristo. (XIX, 106-108). Questa persuasione Dante se l’è fatta meditando sul Vangelo di questa domenica. Dice infatti il Maestro divino: « Non tutti coloro che dicono: Signore, Signore, entreranno nel Regno dei Cieli, ma quelli che avranno fatto la volontà del Padre mio, ubbidendo ai suoi comandamenti ». Non tutti coloro che dicono Signore, Signore, entreranno nel Regno de’ Cieli! non tutti coloro che pronunciano qualche preghiera e rendono qualche omaggio a Dio, otterranno la vita eterna. Non omnis qui dicit mihi: Domine, Domine intrabit in regnum cœlorum; sed qui facit voluntatem Patris mei qui in coelis est, ipse intrabit in regnum cœlorum Mt., VII, 21). Tutta la vita nostra quaggiù dev’essere spesa a meritarci il Regno de’ Cieli. Per giungere ad esso non c’è altro mezzo che fare la volontà del Padre, compiere opere buone. Vediamo la necessità delle opere e quali opere noi dobbiamo fare. – 1. NECESSITÀ DELLE OPERE BUONE. Un uomo aveva nella sua vigna un albero di fico che coltivava con ogni cura. D’inverno lo rivestiva di paglia e ne copriva le radici perché fossero difese dai rigori del freddo. Quando il tiepido aprile svegliava le prime gemme, lo bagnava mattino e sera, ed a suo tempo lo tagliava opportunamente per dargli maggior vigoria. A tempo opportuno venne per cercarvi dei frutti, ma non trovò che foglie verdi, abbondanti. Allora disse al vignaiuolo: « Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico e non ne trovo. Troncalo dunque e fanne legna da ardere. Perché deve occupare inutilmente il terreno? » Ma quegli rispose: « Signore, lascialo stare ancora per quest’anno, finché io gli abbia scavato tutto intorno una fossa e vi metta del letame: e se darà frutto, bene; se no, lo taglierai » (Lc. XIII, 6-9). Noi siamo gli alberi che Dio ha piantato nella sua vigna, circondandoci di mille premure. È Lui che ci ha chiamato alla vita, a preferenza di tanti esseri rimasti nel numero delle cose soltanto possibili. Se i nostri occhi possono contemplare le bellezze del creato, lo dobbiamo soltanto a Dio. Se le nostre labbra pronunciano il dolce nome del padre e della mamma, se possono esprimere i pensieri ed i sentimenti più cari, è tutto per la bontà del Signore. Ma Egli ci ha dato un dono ancora più grande, che supera i doni materiali quanto il Cielo è superiore alla terra, quanto Dio sta sopra l’uomo: il dono della grazia che ci divinizza. L’albero dell’umanità, in principio, era puro e bello; ma, per la disobbedienza dei progenitori, da albero di vita divenne albero di morte. Allora Dio in un eccesso d’amore per l’uomo mandò il suo Figlio Unigenito perché bagnasse col sangue divino l’albero inselvatichito dell’umanità, e quel sangue prezioso rinnovasse le sue linfe e le rendesse feconde di frutti preziosi e degni del Cielo. Ha forse l’agricoltore trascurato qualche cosa perché possa la pianta scusare di essere sterile? Nulla; non ha proprio trascurato nulla. Dopo ciò, se appressandosi ad essa troverà foglie e nient’altro che foglie, il Padrone sarà costretto a dire: « Perché mai ingombra il terreno? Sia sradicata e gettata nel fuoco ». Cristiani, se la nostra vita non è ripiena di opere buone, se l’amore che diciamo di avere per Iddio non è fattivo, noi ingombriamo il terreno. Nella chiesa di Dio siamo degli esseri inutili che sciupano il tempo e sprecano una linfa fertilissima che per nostra colpa diventa sterile. Ed allora nessuna meraviglia se ci incombe una sentenza terribile. Excidatur et in ignem mittatur. Ma io — dirà qualcuno — non faccio nulla di male! Non importa; non sei un dannoso ma sei inutile, perché non fai nulla di bene. Excidatur. Venga tagliato come un albero secco, non ostante che sia ancor verde gli sia tolta qualunque comunicazione col sangue di Cristo, sia cioè staccato per sempre da Cristo che per lui si è incarnato ed è morto inutilmente. Rendere Cristo inutile! È la massima sventura che possa toccare ad un Cristiano. In ignem mittatur. Sia gettato nell’inferno colui che era fatto per il paradiso. Arda per sempre nelle fiamme divoratrici colui che avrebbe dovuto essere abbeverato dal torrente delle grazie di Dio. Il Signore però ci vuol bene, e quantunque forse da più di tre anni siam piante sterili, vuol lasciarci ancora un anno — altro tempo di prova. Continuerà le sue cure amorose, anzi… farà di più, ci darà maggiori grazie, ma poi non ci sarà misericordia. Per le piante ostinatamente sterili non c’è altra sorte che il taglio ed il fuoco. – 2. QUALI OPERE NOI DOBBIAMO FARE. A 43 anni S. Filippo svolgeva in Roma il suo ministero sacerdotale. I giovani, i ragazzi lo conoscevano tutti e dovunque lo trovassero gli facevano festa, gli si stringevano attorno affascinati dal suo celestiale sorriso. Quante anime rubava al demonio e conduceva nelle vie del Signore! Gli afflitti avevano da lui parole dolci che scendevano fino al cuore; i dubbiosi trovavano in S. Filippo la guida esperta e sicura, i tentati la forza ed il coraggio per le lotte più aspre. Le personalità più distinte per virtù e sapere, perfino principi e prelati ricorrevano a lui per lumi e consigli. Ma un giorno la visione di un apostolato più vasto, in terre lontane, cominciò a rapirlo ed acceso di giovanile entusiasmo sognava le Indie. Venti dei suoi Sacerdoti eran già pronti a seguirlo per salpare dal porto, quand’ecco incontra un santo religioso dell’ordine Cistercense. Ispirato da Dio: « No! — esclama— No! Padre Filippo, ritorni indietro, le sue Indie sono là, a Roma ». E Padre Filippo ubbidiente, allegro ritorna a Roma a far amare il Signore nella letizia del cuore. – Molte volte noi… sogniamo ad occhi aperti ed andiamo dicendo: se mi trovassi in altre condizioni, tra persone migliori, con meno faccende, se fossi in luogo più adatto, quanto bene farei, come lo amerei il Signore, che bella vita sarebbe la mia. Questa è un’illusione. A ciascuno di noi il Signore ha segnato una strada da battere e tutti, nessuno escluso, dobbiamo guadagnarci il Cielo nello stato e nella condizione in cui ci ha posti. – Due sposi Cristiani servono Iddio nel vicendevole affetto che han giurato dinanzi all’altare. Se poi il Signore dà ad essi dei figli, non li devono, no, rifiutare quasi fossero insopportabili pesi, ma li accolgano come pegni preziosi da educare alla vita cristiana. Una mamma che pensasse, pentita, al convento, cui non era chiamata, perché strillano i bimbi di giorno e di notte bisogna continuamente curarli, sbaglierebbe certamente. « Le tue Indie sono là vicino alla cuna della tua creatura! » Un padre che rimpiangesse una vocazione … che non ha mai avuto, solo perché i figliuoli devono mangiare ed è il suo sudore che li dovrà mantenere, perderebbe ogni merito. « Le tue Indie sono lì, in quel campo che devi dissodare, vicino  all’incudine su cui devi battere, in quell’officina che ogni giorno ti accoglie ». « Sia che mangiate, sia che beviate o facciate qualunque altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio »? Non è dunque necessario stare tutto il giorno in ginocchio! Anche nelle officine, nei campi, nelle banche, per le vie, noi possiam fare tante opere sante. L’osservanza della legge di Dio, i doveri del nostro stato: ecco le opere che il Signore vuole da noi. In paradiso, accanto ai Pontefici, ai Dottori, ai Sacerdoti, ai Martiri, ci saranno, risplendenti di gloria, anche gli umili figli del popolo che forse conoscevano appena le preghiere essenziali, ma sapevano molto bene fare ogni giorno fare la volontà di Dio. – Una leggenda narra così. Uscì dal suo corpo un’anima umile umile, tanto che tutti l’avevano trascurata: l’Angelo suo custode la guidò nel cammino dell’altra vita. Quando fu sopra le stelle e il sole fulgente e la luna argentea, ella cominciò a tremare sbigottita di tanta altezza e luce. « Non temere, — disse l’Angelo a lei, — tu stai per entrare nel Regno dei Cieli ». Ma i Santi, quando la videro, bisbigliarono: « Com’è piccina! Non ha la stola bianca delle Vergini, non ha la tunica rossa dei Martiri, non la divisa degli Ordini religiosi… Chi sarà? Giunta davanti al trono di Dio, l’Angelo aprì il libro della sua vita. Disse poi: « Qui son notate due cose: nell’anima sua sorrise sempre la grazia, nel suo cuore ci fu sempre una giaculatoria: sia fatta la volontà di Dio. Nient’altro. Qual è il suo posto in cielo? ». « Basta, rispose il buon Dio, basta così, per avere il primo posto in cielo ». Non vuole di più da noi il Signore, non opere straordinarie, non grandi digiuni o lunghe penitenze, non miracoli: no; ma la vita semplice, con le sue croci quotidiane, con l’adempimento esatto del proprio dovere; e in tutto vuole si faccia la sua volontà. Così si può arrivare fino ai primi posti del paradiso!

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

Dan III: 40

“Sicut in holocáustis aríetum et taurórum, et sicut in mílibus agnórum pínguium: sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi: quia non est confúsio confidéntibus in te, Dómine”.

[Il nostro sacrificio, o Signore, Ti torni oggi gradito come l’olocausto di arieti, di tori e di migliaia di pingui agnelli; perché non vi è confusione per quelli che confidano in Te.]

Secreta

Deus, qui legálium differéntiam hostiárum unius sacrifícii perfectione sanxísti: accipe sacrifícium a devótis tibi fámulis, et pari benedictióne, sicut múnera Abel, sanctífica; ut, quod sínguli obtulérunt ad majestátis tuæ honórem, cunctis profíciat ad salútem.

[O Dio, che hai perfezionato i molti sacrifici dell’antica legge con l’istituzione del solo sacrificio, gradisci l’offerta dei tuoi servi devoti e benedicila non meno che i doni di Abele; affinché, ciò che i singoli offrono in tuo onore, a tutti giovi a salvezza.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.
de Spiritu Sancto
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Qui, ascéndens super omnes cælos sedénsque ad déxteram tuam, promíssum Spíritum Sanctum hodierna die in fílios adoptiónis effúdit. Quaprópter profúsis gáudiis totus in orbe terrárum mundus exsúltat. Sed et supérnæ Virtútes atque angélicæ Potestátes hymnum glóriæ tuæ cóncinunt, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: per Cristo nostro Signore. Che, salito sopra tutti cieli e assiso alla tua destra effonde sui figli di adozione lo Spirito Santo promesso. Per la qual cosa, aperto il varco della gioia, tutto il mondo esulta. Cosí come le superne Virtú e le angeliche Potestà cantano l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXX: 3. Inclína aurem tuam, accélera, ut erípias me.

[Porgi a me il tuo orecchio, e affrettati a liberarmi.]

Postcommunio

Orémus. Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et ad ea, quæ sunt recta, perdúcat.

[O Signore, l’opera medicinale (del tuo sacramento), ci liberi misericordiosamente dalle nostre perversità e ci conduca a tutto ciò che è retto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “QUOD VOTIS”

Brevissima è questa lettera di approvazione dell’istituzione di una Università cattolica nell’Impero austriaco. Ma è evidente la soddisfazione del Pontefice Romano, Vicario di Cristo a capo della sua Chiesa, soddisfazione perchè sempre il suo desiderio di scuole cattoliche ha animato tutto il suo Pontificato a testimonianza dell’importanza che egli attribuiva in particolare all’insegnamento dei principii e della dottrina cattolica in particolare, come è ovvio, per gli aspiranti Sacerdoti. Di parere simile sono sempre stati anche i nemici della Chiesa e di Dio, ma in senso opposto. Seminare falsità, empie dottrine e mistificazioni filosofiche o teologiche è stata l’arma di cui si sono serviti per distruggere nella gioventù e nella civiltà umana il Cristianesimo, adducendo il principio della educazione laica e dell’insegnamento scolastico di stato, senza fare mai riferimento a valori che non siano liberisti, “democratici”, bensì tenacemente atei o contaminati da ogni vizio via via sempre più turpe e vergognoso, cominciando dagli insegnanti ignoranti (quelli del 18 politico agli esami  degli anni 70) ed asserviti alle logiche delle “conventicole” che hanno preso il sopravvento in ogni ambito, compreso quello clericale, o meglio, “finto clericale”. Questa lotta culturale fu combattuta con grande energia dai Pontefici degli ultimi secoli che vedevano sfuggire gran parte dei popoli dalla retta e tradizionale sapienza illuminata dalla fede divina, verso una deriva anticristiana ed infine francamente demoniaca. Oggi è palese il vero intento di questa apparente filantropia culturale gratuita dello Stato che ci ha portato alla totale anarchia in ogni ambito, dalla letteratura, alla filosofia, all’arte, alla scienza della morte e perfino alla scienza medica profana ed atea e per questo incapace di comprendere ogni male ed ogni stato patologico, attribuiti a fattori esclusivamente materiali e, per mascherare l’evidente ignoranza, dichiarati sconosciuti o “invisibili”, fattori che scaturiscono ovviamente dalle condizioni deplorevoli dell’anima.

QUOD VOTIS

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII

SULLA PROPOSTA DI UNIVERSITÀ CATTOLICA

Ai nostri amati figli Antonio Giuseppe Cardinale Gruscha, Arcivescovo di Vienna, Giorgio Cardinale Kopp, Vescovo di Breslavia, Leone Cardinale De Skrbensky, Arcivescovo di Praga, Giovanni Cardinale Puzyna, Vescovo di Cracovia, e agli altri Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi d’Austria.

Amati Figli e Venerabili Fratelli, saluto e benedizione apostolica.

Con grande gioia annunciate ora che l’oggetto dei desideri dei vostri predecessori, a cui si è lavorato per molti anni, sta accelerando verso la sua felice conclusione. Infatti, tutto ciò che è necessario per la fondazione di un’Università Cattolica è quasi a portata di mano; è il vostro consenso che permette di dare gli ultimi ritocchi alla creazione di questa grande Istituzione di apprendimento. Abbiamo dovuto attendere più a lungo di quanto avremmo sperato, ma il suo completamento è giunto al momento giusto ed opportuno. Di conseguenza, diamo liberamente e con piena approvazione il nostro assenso ai vostri progetti, che di per sé sono lodevoli. Desideriamo sottolineare esplicitamente per iscritto la nostra grande gioia per questa notizia, dal momento che incoraggiamo la creazione e l’ampliamento delle scuole sacre ovunque. Inoltre, lo dichiariamo anche per incentivare i vostri fedeli ad affrettare la conclusione di una così grande impresa. Per quanto riguarda i dettagli, ve li confidiamo; non dubitiamo della generosità e dell’approvazione di coloro a vantaggio dei quali nascerà la desiderata Università. Non appena i dettagli relativi a questa istituzione saranno pronti, la Sacra Congregazione degli Studi dovrà comunicarceli: il suo compito, infatti, è quello di informarci su questi affari e di usare il suo potere di fissare le norme per le istituzioni cattoliche di apprendimento secondo le norme dei Sacri Canoni.

2. Nel frattempo testimoniamo a ciascuno di voi i Nostri felici e benevoli sentimenti, e imploriamo il favore divino sull’opera intrapresa, e impartiamo a tutti voi la benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 aprile 1902, nel 25° anno del Nostro Pontificato.