IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (8)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (8)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo terzo (3)

LA LEGGE DELL’AMORE

III. – L’AMORE DI NOI STESSI

E’ famosa nella storia della Chiesa la polemica svoltasi un giorno fra Bossuet e Fénelon. Il Vescovo di Cambrai, nel suo Livre des maximes des Saints, sosteneva che il timore dell’inferno o la speranza del paradiso corrompevano la purezza dell’amore e che non v’era amore vero, se non quando l’anima amava Dio esclusivamente per Lui stesso, senza pensare a sé. « V’è uno stato abituale d’amore di Dio — diceva Fénelon — che è una carità pura, senza miscuglio alcuno dei motivi di interesse nostro. Nè paura di castighi, né desiderio di premio hanno parte a questo amore ». Un’anima, anzi, può essere persuasa, d’una convinzione invincibile e riflessa, che è riprovata da Dio ed in pari tempo amare Dio e fargli il sacrificio assoluto della propria eterna felicità. La ricompensa è il motivo specifico e l’oggetto formale di un’altra virtù: la speranza. – Il Vescovo di Meaux, invece — ed il suo Traité sur les états d’oraison sviluppa la sua idea, appoggiandosi su tutti i Padri, e specialmente sui due suoi preferiti, san Bernardo e sant’Agostino, ragionava press’a poco così: se noi amiamo Dio, dobbiamo volere tutto ciò che Egli vuole ed amare tutto ciò che Egli ama; orbene, Dio ama noi e vuole la nostra beatitudine; perciò, il vero e puro amore di Dio comprende l’amore di noi stessi, l’aspirazione alla nostra beatitudine, il timore di perderla. « E’ dunque chiaro che tale desiderio e la domanda della felicità futura, malgrado le raffinatezze dei nuovi mistici, secondo i sentimenti di tutti i santi cominciando dagli Apostoli, appartengono alla carità ed alla carità perfetta ». Gesù, del resto, nel Vangelo continuamente ci incita a pensare alla salvezza della nostra anima, ad agire bene per conquistare la vita eterna, a fuggire il male per non cadere nell’inferno. Noi sappiamo come la Chiesa sia intervenuta nella polemica ed abbia dato ragione a Bossuet, mentre Fénelon umilmente s’inchinava e si sottometteva al giudizio della Santa Sede. Ma sappiamo anche come l’episodio sia il simbolo d’un conflitto, che nel campo della morale dura da secoli, tra la felicità e la virtù, tra l’utile ed il bene. Questi due concetti hanno dato del gran filo da torcere ai moralisti ed intorno a questo problema, da Socrate a Platone, da Aristotele sino a Hobbes ed all’utilitarismo inglese, da Cartesio e da Leibniz sino a Rousseau, a Kant ed a Hegel, si è travagliata la filosofia e si è suscitata viva la discussione fra coloro stessi che sono profani ai dibattiti filosofici. Da un lato, è innegabile che esiste in noi una tendenza irresistibile alla felicità. Per quanto i filosofi discordino nel resto, nota il Cathrein, su questo punto si trovano tutti all’unisono. Scegliamo alcune testimonianze dalle più svariate tendenze filosofiche. Aristotele, che in tutte le sue indagini muove da fatti sperimentali sicuri, nel primo capitolo della sua Etica a Nicomaco prese come punto di partenza di tutta la sua teoria la tendenza naturale alla felicità. Egli affermò esser manifesto che tutti aspirano alla felicità perfetta. Allo stesso fatto accennò spessissimo Platone nei suoi Dialoghi, specialmente nel Convito, nel Gorgia e nel Politico. Cicerone, nell’Ortensio, partiva dalla massima assolutamente costante, di cui nessuno può dubitare: cioè, dal desiderio ardente di essere felice, comune a tutti gli uomini. Gli stessi Stoici, del resto avversi a ogni genere di soddisfazione, qualificavano la felicità come fine etico dell’uomo. Ad essi tenne dietro lo stoico dell’età moderna. « Esser felice, pensava Kant, è necessariamente il desiderio di ogni creatura ragionevole, finita; conseguentemente un motivo inevitabile del suo appetito.. Che abbia seguito la medesima opinione tutta la turba degli eudemonisti moderni, i quali rappresentavano la felicità possibile ed immaginabile con la suprema norma morale, è inutile ricordarlo. Anche il padre del pessimismo moderno, Schopenhauer, fu della stessa opinione: « L’uomo vuole incondizionatamente conservare la sua esistenza; vuole esser assolutamente libero di dolori; vuole la maggior quantità possibile di benessere ed ogni godimento di cui è capace ». Lo stesso Fénelon riconosceva che « l’inclinazione naturale e indeliberata alla beatitudine è invincibile come l’amore alla vita »; e solo aggiungeva che si può non seguirla negli atti deliberati, alla stessa guisa che, nonostante l’inclinazione spontanea alla vita, si può risolvere deliberatamente di morire. Tutti, dunque, vogliono essere felici; e l’utile è voluto da tutti, anche dai filosofi che cercano di deprezzarne il valore a vantaggio del bene. Dall’altro lato, però, non si può neppure negare che la coscienza morale, se non fa le necessarie distinzioni, quando uno aspira alla propria utilità e tende al suo vantaggio personale, si rifiuta di parlare di atto virtuoso. Molti, anzi, restano perplessi e scombussolati dinanzi a certi disinteressatissimi pensatori e scrittori dei giorni nostri, i quali accusano Cristo di avere insegnato una morale interessata, basata sul paradiso e sull’inferno, e dicono: « Si deplorano gli strozzini, quando fanno dei prestiti al cinquanta per cento; ma che si deve dire del Cristiano, che, agendo per una felicità eterna, fa dei prestiti a Dio all’infinito per uno? Il motivo utilitario del cielo o del fuoco infernale altera il carattere morale di un’azione e ci spinge fra le braccia dell’egoismo. È immorale agire per l’inferno o il paradiso. V’è un’etica più alta, più nobile, più disinteressata, che ripudia cupidità di calcoli, volgarità di compensi, tenebre di paure, e vive nelle serene regioni del disinteresse.

Come si vede, l’argomento non potrebbe essere più interessante.

1. – L’utile ed il bene

Per non giocare con le parole e per non cadere negli equivoci, gioverà premettere un’osservazione. L’utile può essere considerato in due modi: in astratto ed in concreto.

1. In astratto, il concetto di utilità nulla dice pro e contro la morale. È ridicolo confondere l’utilità con l’egoismo, tant’è vero che si può ricercare la propria utilità, senza essere egoisti. Ad es., gli operai di una grande società anonima odierna vanno all’officina, lavorano e sudano non già perché si sdilinquiscano d’amore per gli azionisti che non conoscono neppure, ma per avere il loro salario giornaliero o settimanale, ossia per il loro utile; c’è forse qualche puritano che vuol scagliare pietre contro questi lavoratori, accusandoli di egoismo? – L’aspirazione alla nostra felicità è stata posta da Dio nei nostri cuori ed è fonte di mille benefiche conseguenze: sveglia, eccita, suscita energie: sprona, suggerisce ed incoraggia iniziative; e quando è regolata, ossia subordinata alla morale, è una delle forze umane più provvidenziali. Oh, che dovremmo forse agire per essere infelici? Ciò non sarebbe la negazione dell’egoismo; sarebbe uno schietto cretinismo.

2. In concreto, possiamo tendere alla nostra utilità in due maniere: o facendo di noi il centro della realtà (concezione antropocentrica); o ponendo a centro dell’universo Iddio (visione teocentrica). Nel primo caso, sì, abbiamo un utile egoistico, e che perciò contrasta con la morale. L’egoismo consiste nell’erigere il proprio io ad Assoluto, a Dio, e nel sacrificare gli altri a noi. Mi è utile avere un’automobile: e la rubo. Mi è utile stracciare un trattato: e lo definisco un pezzo di carta. Si scorge allora la miseria, intellettuale e morale, dell’etica utilitarista. Sia che si tratti d’un utile individuale, oppure d’un utile nazionale o collettivo, non è mai riducibile il concetto morale a quello di utile e, quando si tenta una simile operazione, si nega la moralità. Mi è utile avere un milione; ma posso forse appropriarmelo indebitamente, pur sfuggendo alle reti del codice penale? Mi è utile opprimere un’altra nazione libera ed indipendente; ma è forse morale questo? Fra l’altro, la morale deve dirmi se un’azione è buona o cattiva, prima che io la compia. Se avessero ragione gli utilitaristi, io non potrei sapere se un atto è buono o cattivo, se non dopo averlo compiuto, perché solo allora è possibile giudicare della sua utilità. Ad es., la Germania nel 1914 ha invaso il Belgio per passare in Francia: era lecito un simile procedimento? Secondo gli utilitaristi, il governo tedesco sarebbe stato moralissimo facendo invadere il Belgio, se la ciambella fosse riuscita col buco; dato che l’invasione del Belgio ha cominciato a rovinare tutto il piano prestabilito dagli invasori, bisognerebbe oggi concludere che quel governo ha agito in modo immorale. È forse lecito un simile sragionamento?.-Nel secondo caso, quando poniamo non solo teoricamente, ma anche praticamente Dio al centro della realtà, il cercare la propria utilità, ossia la propria felicità, non solo non fa a pugni con la morale, ma non ci può essere atto morale che non sia utile e non ci orienti alla felicità. Si può concepire un Dio, Ragione perfetta e perfetto Amore, il quale costituisca un universo, in cui chi agisce moralmente debba affrontare quaggiù mille sacrifici e battaglie e che poi in compenso, debba andare incontro alla propria infelicità? Può un Dio-Amore crearci per renderci infelici, non per colpa nostra, ma per suo volere? Essenzialmente diverse sono l’utilità egoistica e questa felicità che consegue all’amore nostro per Dio. La prima fa del proprio io l’Assoluto; l’altra considera come fine ultimo Dio e la propria felicità come fine subordinato. La prima è l’aspirazione all’utilità immediata (anche scevra d’onestà), che passa e sfuma; l’altra è l’utilità immedesimata con l’onestà e giudicata dal punto di vista di Dio, ed è la sicurezza che l’atto morale conduce alla gioia nonostante le angustie, i sacrifici, i dolori del presente. L’uno ripone la felicità nelle piccole cose transeunti; l’altra la ripone (come vedremo, parlando della sanzione della morale) in Dio, ossia nella visione intuitiva e nell’amore di Dio, che saranno il massimo perfezionamento soprannaturale del nostro spirito e della nostra personalità.

2. – Amore perfetto ed imperfetta di Dio

Quali sono, adunque, i principi della morale cristiana a proposito delle azioni fatte con l’aspirazione alla felicità? Si possono ridurre a due. Li esporremo con semplicità.

1. Se uno dovesse fare il bene od evitare il male escludendo l’amore di Dio, ma unicamente per amore di sè, non compirebbe un atto naturalmente onesto, nè un atto cristianamente buono. E quando Ippolito Taine ha definito la virtù: « Un egoismo, munito di cannocchiale lungimirante », ha semplicemente preso un grazioso granchiolino.

2. Perchè ci sia un atto cristianamente buono, occorre l’amore o imperfetto o perfetto di Dio. Supponiamo che una persona ci aiuti, ci soccorra disinteressatamente, ci dimostri un vero amore. Nel cuore nostro noi distinguiamo due sentimenti, che si intrecciano insieme, che anzi si fondono in una sola cosa, tanto che solo all’analisi minuta si mostrano distinti. Noi, cioè, siamo contenti per i benefici ricevuti da quella persona (e ciò si riferisce a noi) e sentiamo gratitudine per il benefattore (e ciò riguarda non noi, ma l’altra persona). Questa gratitudine è amore, che non è confondibile col vantaggio ricercato, che resta anche quando io non abbia più bisogno di aiuto, che ci fa amare quella persona in quanto è buona in sè e buona per noi. La sua bontà noi l’abbiamo conosciuta attraverso l’utile nostro; e fu l’utile nostro ciò che ha suscitato in noi l’amore; ma l’amore che portiamo poi alla persona non è proporzionato alla quantità di bene che ci ha fatto, ma alla sua intima bontà. Noi l’amiamo, quindi, e perché è degna in sé di essere amata e perché ci ha beneficato. Tale amore noi lo chiamiamo imperfetto, perché, pur non essendo riducibile all’egoismo né ispirato al gretto utilitarismo, ha però come motivo anche il proprio utile. Qualora invece noi, da questo primo gradino dell’amore, dovessimo ascendere più in alto ed amare quella persona prescindendo dai benefici avuti, solo per se stessa, perché è degna di essere amata, avremmo un amore perfetto e d’amicizia. – Amare Dio per i beni ricevuti, per la rugiada di grazie naturali e soprannaturali che ha fatto piovere sopra di noi, per il paradiso che ci prepara; amarlo perché gli siamo grati di essere morto per noi sulla Croce e d’averci redenti; non offenderlo, e perché gli siamo riconoscenti ed anche perché non vogliamo perdere la nostra vera felicità ed anzi la speriamo da Lui, non è un male; anzi è buona ed ottima cosa; e l’azione immorale calpesta tutti questi nobilissimi motivi, che il Vecchio ed il Nuovo Testamento ci inculcano, ci raccomandano, ci ingiungono; ma in questo caso noi amiamo imperfettamente Iddio. Il nostro diventa amore perfetto, quando — da questo trampolino della riconoscenza, del santo timore suo (da non confondersi col timore servile), dalla speranza, in una parola dall’amore per Dio che implica anche, subordinatamente, l’amore giusto e ragionevole per noi — spicchiamo il salto a Dio amato unicamente per sé, per le sue perfezioni infinite. – Si tratta di due categorie di amore, nelle quali l’amore perfetto racchiude l’imperfetto e lo supera. Io le paragonerei al raggio ed al sole. Con l’amore imperfetto noi guardiamo Dio nei suoi benefici, ossia nei raggi del suo Amore; con l’amore perfetto noi ci tuffiamo nel Sole, dal quale partono bensì i raggi, ma è infinitamente più bello in se stesso ed è la pienezza dell’Amore. Felicità nostra (utile) e amore non son cose che contrastino tra loro, né se ci poniamo a guardarle in rapporto a Dio, né in rapporto a noi, né in rapporto all’atto morale. Dio, perché Amore, deve volere la nostra felicità e la vuole; e noi volendo Dio e amandolo, vogliamo la nostra felicità, che consiste in Lui e in Lui si assomma. Noi, se amiamo Dio, ossia se viviamo moralmente e cristianamente bene, siamo felici: abbiamo, nello stesso periodo della prova, la tranquilla dignità della nostra coscienza e la convinzione del vantaggio che al prossimo nostro deriva dal dovere compiuto e dall’amore fraterno praticato; avremo, nell’altra vita, il coronamento supremo degli sforzi fatti, ossia il paradiso, in cui la felicità consiste nella visione e nel possesso di Dio e nell’amore. Là, nel paradiso, utile e bene coincidono. In se stesso, l’atto morale è sempre utile, come la vera utilità (non effimera e passeggera) è sempre morale, procedendo l’utile ed il bene dall’unico Dio, che essendo Amore, ci vuole felici e buoni e che, quanto più noi dimentichiamo il nostro piccolo io e trascuriamo noi stessi per amor suo, tanto più ci rende e ci renderà felici e contenti. Chi è più felice del vero e perfetto Cristiano? Colui che ama Dio solo per Dio, ogni volta che ha un dolore lo santifica e lo cambia in un atto di amore; ogni volta che ha una gioia, invece di fermarsi al raggio, sale al Sole e benedice ed ama Dio in se stesso, ed in questo raggiunge la massima gioia.

3. – Conclusione

Nei laboratori di biologia si fanno tante volte esperimenti sopra animali che si uccidono e si tagliano a pezzi. Uccidere un cane, un gatto o un coniglio, non è difficile per lo scienziato; ma ciò che nessun laboratorio riesce a fare, è l’operazione inversa: raccogliere, cioè, le varie parti divise in un tutto unico e vivificarle ancora. press’a poco, se non erro, ciò che capita in morale. I filosofi prendono l’atto morale, vivo, uno ed unico, e lo uccidono, lo tagliuzzano, lo esaminano pezzo a pezzo, e sovente conservano un pezzo solo, gettando via le altre parti. Ed ecco allora pullulare i sistemi, ognuno dei quali ha nelle sue mani un lato dell’atto morale e si illude di possedere il tutto unico, già precedentemente rovinato. E chi si sofferma sulla materia dell’atto morale, chi sulla forma; chi parla dell’utilità dell’atto buono e chi discorre di ciò che costituisce la moralità dell’azione; chi guarda il vantaggio sociale dell’atto morale e chi mira al perfezionamento intimo della personalità umana da esso causato. E, di divisione in divisione, si vanno moltiplicando i punti di vista, i metodi d’indagine, le costruzioni sistematiche. Queste ultime, non possono abbracciare l’azione etica nel suo complesso e nelnfremito della sua vita: la sintesi è impossibile, quando nel processo analitico si è perduta l’anima unificatrice.

Il Cristianesimo, mi pare, è più profondo, più comprensivo. Nessun punto di vista è da esso trascurato. Materia e forma dell’atto morale, utile e bene, natura e soprannatura formano un unico tutto, dove Dio, l’amore del prossimo ed il nostro bene sono tre punti organicamente congiunti. Non si può amare Dio, senza amare noi e gli altri; non è possibile raggiungere la felicità, se non nell’amore di Dio e del prossimo; non è possibile considerare gli altri, prescindendo da Dio e da noi. Le verità parziali degli altri sistemi sono qui raccolte, e non in una somma; ma in una sintesi vivente. Anche per questo motivo i sistemi di morale, persino i più alti, hanno avuto un’efficacia scarsissima nella formazione delle coscienze; mentre da venti secoli Cristo è il grande educatore dell’umanità.

Riepilogo.

Gesù stesso ha sintetizzato la sua morale nel precetto dell’amore: dobbiamo amar Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come noi stessi. E’ necessario, perciò, analizzare questa legge suprema dell’etica cristiana, studiando l’amore di Dio, l’amore del prossimo e l’amore che dobbiamo a noi.

I. – L’AMORE DI DIO. – Il vero amore di Dio, nel quale consiste la morale di Cristo, non è il semplice amore della creatura per il Creatore, bensì l’amore soprannaturale, il cui principio ci è infuso dallo Spirito Santo, col quale amiamo Dio come Padre. Tale amore presuppone quaggiù la fede ed implica la speranza. Di conseguenza, l’amore di Dio, voluto da Cristo:

a) non è l’amore sensibile, ossia non può essere confuso col sentimentalismo

b) non è un amore di pure parole. Esso, al contrario esige:

a) che si ami Dio con tutto il cuore;

b) con tutta la mente;

c) con tutte le forze, ossia con la volontà e le azioni nostre.

E si distingue:

a) in un amore comandato, che ci dà il campo del dovere o dei precetti;

b) e in un amore consigliato, che è il campo dei consigli.

L’amore di Dio implica che si faccia la sua volontà. Di qui deriva sia il vero concetto della rassegnazione cristiana e della santa indifferenza ignaziana, come altresì la valutazione esatta intorno alla vita attiva o contemplativa.

II. – L’AMORE DEL PROSSIMO. — E’ un comandamento « nuovo», portato da Cristo, perché non consiste solo in un amore umano, a base di pura umanità, ma in un amore umano divinizzato. Essendo tutti i Cristiani uniti a Gesù Cristo e formando con Gesù un unico organismo, noi:

a) siamo tutti fratelli in Cristo;

b) amiamo con Cristo — ed il nostro amore umano per il prossimo è sublimato dalla sua grazia soprannaturale;

e) amiamo Cristo nei nostri fratelli, né potremmo dire di amare Gesù, se non amassimo anche il nostro prossimo.

III. – L’AMORE A NOI STESSI. — I filosofi discutono da secoli intorno ai rapporti esistenti fra l’utile e il bene, fra la felicità e la virtù, cioè fra l’amore a noi e l’amore a Dio o agli altri. La morale cristiana risolve tali questioni osservando che noi possiamo tendere alla nostra felicità in due modi: o amando noi sopra ogni cosa, facendo del nostro io il centro dell’universo e subordinando tutto a noi (ed in questo caso siamo egoisti, non Cristiani); ovvero amando Dio sopra ogni cosa. È evidente che amare Dio significa volere ciò che Egli vuole; e siccome Egli vuole e non può non volere la nostra felicità, anche noi dobbiamo tendere a quest’ultima, come a fine subordinato. Quindi:

a) chi dovesse fare il bene od evitare il male unicamente per amore di sé escludendo l’amore di Dio, non compirebbe un atto morale, cristianamente buono;

b) chi fa il bene od evita il male solo per amore di Dio, agisce moralmente, con amore perfetto.

Novena a San LORENZO

NOVENA A S. LORENZO (inizia 1 agosto, festa 10 agosto)

martirizzato col Papa S. Sisto sotto Valeriano nel 257.

I. O glorioso S. Lorenzo, che, fatto pel vostro disinteresse, pel vostro zelo, il primo dei sette diaconi della Chiesa romana, quindi custode e amministratore di tutti i di lei beni per il sollievo dei poveri e pel decoro del culto divino, chiedeste ardentemente ed otteneste di seguire il sommo Pontefice S. Sisto nella gloria del martirio, ottenete a noi tutti la grazia di viver sempre staccati da tutte le cose del mondo, e di riguardare come guadagni i patimenti e i travagli di questa terra. Gloria.

II. Glorioso S. Lorenzo, che, prossimo a spargere il sangue per la fede di Gesù Cristo, vi esercitaste in tutte le opere dell’umiltà e della carità evangelica, lavando i piedi ai ministri degli altari, dispensando ai poveri tutte le ricchezze, restituendo alla fede  Ippolito, custode del vostro carcere, ottenete a noi tutti la grazia di non consumare il sacrificio di nostra vita senza aver prima colla pratica delle cristiane virtù adunati grandi meriti pel Paradiso. Gloria.

III. Glorioso S. Lorenzo, che dopo aver con eroica intrepidezza sostenuti gli slogamenti della tortura, i laceramenti degli scorpioni di ferro, con un eroismo non più veduto, vi rideste dei carnefici e dei tiranni mentre eravate arrostito a fuoco lento su d’una ferrea graticola, per cui si estese la vostra fama a tutto il mondo, ottenete a noi tutti la grazia di mantenerci sempre immobili nella fede, malgrado tutte le tentazioni del demonio e le persecuzioni del mondo, e di vivere in tale maniera da meritarci nell’altra vita la vostra beata immortalità. Gloria.

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed.1888, Milano)

1 AGOSTO (2023) FESTA DI SAN PIETRO IN VINCOLI

Sotto l’imperatore Teodosio il giovane, Eudossia, sua sposa, essendo andata a Gerusalemme per sciogliere un voto, vi fu colmata di numerosi doni. Il più prezioso di tutti fu il dono della catena di ferro, ornata d’oro e di gemme, colla quale si affermava essere stato legato l’Apostolo Pietro da Erode. Eudossia, dopo aver venerato piamente detta catena, l’inviò in seguito a Roma, alla figlia Eudossia, che la portò al sommo Pontefice. Questi a sua volta glie ne mostrò un’altra colla quale lo stesso Apostolo era stato legato sotto Nerone.

Mentre dunque il Pontefice confrontava la catena conservata a Roma con quella portata da Gerusalemme, avvenne ch’esse si unirono talmente da sembrare non due, ma una catena sola fatta dallo stesso artefice. Da questo miracolo si cominciò ad avere tanto onore per queste sacre catene , che la chiesa del titolo d’Eudossia all’Esquilino venne perciò dedicata sotto il nome di san Pietro in Vincoli, in memoria di che fu istituita una festa al 1° Agosto.

Da questo momento, gli onori che usavasi tributare in questo giorno alle solennità dei Gentili, si cominciò a darli alle catene di Pietro, il contatto delle quali guariva i malati e scacciava i demoni. Il che avvenne nell’anno dell’umana salute 969 a un certo conte, famigliare dell’imperatore Ottone, il quale essendo posseduto dallo spirito immondo, si lacerava coi proprii denti. Condotto per ordine dell’imperatore dal Pontefice Giovanni, non appena le sante catene n’ebbero toccato il collo, il maligno spirito se ne fuggì all’istante lasciando libero l’uomo: dopo di che la devozione alle sante catene si diffuse in Roma sempre più.

Omelia di sant’Agostino Vescovo
Sermone 29 sui Santi, alla metà


Pietro è il solo degli Apostoli che meritò di udire: «In verità ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa» Matth. 16,18; degno certo d’essere, per i popoli di cui sarebbesi formata la casa di Dio, la pietra fondamentale, la colonna di sostegno, la chiave del regno. Così leggiamo nel sacro testo: «E mettevano fuori, dice, i loro infermi, affinché, quando Pietro passava, almeno l’ombra sua ne coprisse qualcuno» Act. 5,15. Se allora l’ombra del suo corpo poteva portare soccorso, quanto più ora la pienezza del suo potere? se, mentr’era sulla terra, si sprigionava al suo passaggio tal fluido salutare per i supplicanti, quanta maggior influenza non eserciterà ora ch’è nel cielo? Giustamente, dunque in tutte le chiese cristiane si ritiene più prezioso dell’oro il ferro delle catene onde egli fu legato.

Se fu sì salutare l’ombra del suo passaggio, quanto più la catena della sua prigionia? Se la fuggitiva apparenza d’una vana immagine poté avere in sé la proprietà di guarire, quanta maggior virtù non meritarono d’attrarre dal suo corpo le catene onde egli soffrì e che il peso impresse nelle sacre membra? S’egli a sollievo dei supplicanti fu tanto potente prima del martirio, quanto più efficace non sarà dopo il trionfo? Benedette catene, che, da manette e ceppi dovevano poi cambiarsi in corona, e che toccando l’Apostolo, lo resero così Martire! Benedette catene, che menarono il loro reo fino alla croce di Cristo, più per immortalarlo, che per farlo morire!

Omelia di sant’Agostino Vescovo
Trattato 28 su Giovanni

Quando dunque [Gesù] si nascose come uomo, non dobbiamo credere che perdesse la sua potenza, ma volle dare un esempio alla (nostra) debolezza. Giacché quando volle Lui, fu preso: quando volle, fu ucciso. Ma siccome più tardi i suoi membri, cioè i suoi fedeli non avrebbero avuto quel potere che aveva Lui

l’Iddio nostro nascondendosi, sottraendosi quasi per evitare di essere ucciso, faceva capire che i suoi membri agirebbero così, e, in questi suoi membri, c’è Lui stesso.

Dal Breviario romano.

Psalmus 96

96:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: * læténtur ínsulæ multæ.
96:2 Nubes, et calígo in circúitu ejus: * justítia, et judícium corréctio sedis ejus.
96:3 Ignis ante ípsum præcédet, * et inflammábit in circúitu inimícos ejus.
96:4 Illuxérunt fúlgura ejus orbi terræ: * vidit, et commóta est terra.
96:5 Montes, sicut cera fluxérunt a fácie Dómini: * a fácie Dómini omnis terra.
96:6 Annuntiavérunt cæli justítiam ejus: * et vidérunt omnes pópuli glóriam ejus.
96:7 Confundántur omnes, qui adórant sculptília: * et qui gloriántur in simulácris suis.
96:7 Adoráte eum, omnes Ángeli ejus: * audívit, et lætáta est Sion.
96:8 Et exsultavérunt fíliæ Judæ, * propter judícia tua, Dómine:
96:9 Quóniam tu Dóminus Altíssimus super omnem terram: * nimis exaltátus es super omnes deos.
96:10 Qui dilígitis Dóminum, odíte malum: * custódit Dóminus ánimas sanctórum suórum, de manu peccatóris liberábit eos.
96:11 Lux orta est justo, * et rectis corde lætítia.
96:12 Lætámini, justi, in Dómino: * et confitémini memóriæ sanctificatiónis ejus.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (46): “INDICE DEGLI ARGOMENTI – V”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (46)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -V-

 DIO PERMETTE IL PECCATO

  1. Il peccato angelico.

D 1a. a. – IL FATTO

Il diavolo decadde dal sommo bene 286; il diavolo e gli altri demoni da se stessi (ossia per il proprio arbitrio) sono diventati malvagi 325 794 800.

D 1b. b. – CATTIVE CONSEGUENZE.

1ba. Male personale. La pena del diavolo fu la dannazione a. eterna (286) a411 a801; Si riprova: [In futuro ci sarà la conversione ossia la reintegrazione del demonio mediante la crocifissione di Cristo] a409 411.

1bb. Male sociale. Il diavolo cerca l’occasione per nuocere, soprattutto nell’ora della morte 1694; per la suggestione del diavolo l’uomo ha peccato 800.

Il peccato è il cadere in potere del diavolo, ossia è il dominio del diavolo (sull’uomo) 1347 1349 1521 1668; il diavolo è (nel senso stretto suddetto) l’autore del peccato e della morte del genere umano 291; ottiene l’impero della morte 291 1511; Spiegazioni riprovate dell’influsso (o violenza) dei demoni nel peccato dell’uomo 736 2192 2241-2253 3233s.

2. Il peccato umano in genere.

D 22a. a. — NATURA DEL PECCATO.

Il peccato è —: l’avversione a Dio 1525; — : offesa a Dio 3891; —: trasgressione libera della legge d Dio 2291; il peccatore è nemico di Dio 1528.

Il concetto erroneo circa il peccato si presuppone nelle affermazioni riprovate —: circa la concupiscienza che non è propriamente e veramente un peccato nei rinati, ma si chiama così, perché è dal peccato e ad esso inclina 1012 1452 1515 1950s 1974-1976; —: [Dio può comandare l’odio di Dio] 1049: [né l’azione,, né la volontà né la concupiscenza né il piacere sono peccato, né dobbiamo cercare di estinguerlo] 739; — circa il peccato filosofico 2291.

Condizioni del peccato: vd. In K la (Condizioni dell’atto morale).

D 2b. b. — DISTINZIONI DEL PECCATO.

2ba. Distinzione teologica. Esiste una ragione discriminatoria tra i peccati: peccati capitali (ossia criminali, gravi, a. mortali) e peccati piccoli (ossia minuti, b. lievi, c. veniali) a795 a835 a838s a858 a897 a926 a965 a1002 a1306 bc1537 a1577 a1638 ac1680 b1920 ac2257 b3375 ac3381.

Si riprova: [l’unico peccato mortale è l’infedeltà] 1544 1577.

Effetto del peccato mortale: l’inimicizia con Dio 1680; perdita della grazia giustificante 1544; perdita dell’eterna beatitudine (1456) 1705; esclusione dal regno di Dio 835; sottomissione al potere del diavolo 1347 1349 1521 1668: la dannazione eterna, l’inferno 780 839 858 1002 1075 1306; add.: L 6c

(Cause della dannazione); oltre alla pena eterna è inflitta anche una pena temporale (1543) 1715.

Tuttavia col peccato mortale di per sé non è persa la fede 1544 1578.

Il peccato veniale è di tal fatta che pur gli uomini santi cadono in esso durante questa vita. 1537 1680; l’uomo può evitare i peccati veniali per tutta la vita, solo per uno speciale privilegio 1573; sempre l’uomo potrà dire di avere con sé il pecccato 228-230; si riprova.: [Per via interna il quietismo perviene ad un tale stato d’animo per cui non si commette alcun peccato veniale] 2256-2258.

Col peccato veniale l’uomo non è escluso dalla grazia (giustific.) 1537 1680; ma anche dopo la morte può essere fatta la necessaria purgazione 838; si riprova [Nessun peccato per sua natura è veniale, ogni peccato merita la pena eterna] 1920; remissione dei veniali: vd. in D 2e.

2bb. Distinzione specifica. Riprov. asserz. più lassa di a. godere del male altrui, b. tristezza per il bene dell’altro, c. desiderio del male altrui abc2113 c2114 a2115.

D 2c. C. — CAUSA DEL PECCATO

Solo la medesima volontà dell’uomo è la causa del peccato: non pecca se non consenziente alla tentazione della concupiscenza 1515 1950 1966s.

Non è Dio la causa: si condanna: [Dio opera il male non solo permettendolo, ma anche in senso proprio] 1556; Dio non comanda cose impossibili (397) 1536 1568 (1572) 1954 2001 2406 2619 (3718).

Il diavolo è causa solo per modo di persuasione: cf. D lbb.

D 2d. d. — OCCASIONI DEL PECCATO.

Le occasioni del peccato sono da fuggire: è riprovata l’affermazione più blanda 2161-2163.

Bisogna resistere alle tentazioni: non è sufficiente una resistenza meramente negativa quietistica 2192 2217 2224 2137 2241-2253.

D 2c. C. — REMISSIONE DEL PECCATO.

2ea. Fede nella remissione a. di ogni peccato 1 11-22 a23 26-30 36 50s (62s 71) 72 a540 a684 a854; il peccato contro lo Spirito Santo è irremissibile: modo di intenderlo 349.

2cb. Potere di rimettere. L’autore della remissione è Cristo per la sua passione] 485 1523 1530 1741 3370 3438 3805; si riprova: [la passione di Cristo senza altro dono non è sufficiente] 1014.

La Chiesa media la remissione di a. tutti i peccati 348 a349 a684 794 802 a854; add.: J 6b (amministr. della penitenza).

2ec. Modo di rimettere i peccati. Battesimo: vd. J 3c; per i peccati dopo il Battesimo si ricorre al Sacramento della Penitenza: vd. J 6; la contrizione perfetta già prima della ricezione del Sacramento della penitenza ottiene la remissione includendo tuttavia il voto del Sacramento: vd. J 6ac.

Il solo dispiacere non è sufficiente a rimettere i cattivi pensieri 1413.

L’effusione del sangue degli animali non opera la remissione 1079.

Il solo ricordo del Battesimo non ottiene la remissione o la commutazione dei peccati gravi in veniali 1623.

I peccati veniali si possono espiare con mezzi diversi (oltre la confessione sacram.) 1680; come loro antidoto si raccomanda l’Eucaristia 1638 3375 (3380).

2ed. Condizioni e modalità di remissione Si riprov. L’afferm.: [La remissione si ottiene per la fiducia nella remissione dei peccati ] 1460-1462 1533 1563s 1709; [solo un peccato è occulto] 3235; [Rimessa la colpa e il reato della pena eterna non rimane alcuna pena temporale da cancellare] 1580; [La carità perfetta non è necessariamente congiunta con la remissione dei peccati] 1918 1932s 1943; [la remissione è solo la liberazione dal reato del peccato ossia dall’obbligo della pena] 1956-1958.

3. Peccato di Adamo.

D3a. a. — PECCATO COME PERSONALE

Adamo peccò usando male il suo libero arbitrio 621.

Sequele del peccato per Adamo: perse la nobile origine della prima immagine 496; perse la santità e la giustizia 1511s; fu mutato in peggio nella sua anima e corpo 371s 385 1511; incorse nella schiavitù del diavolo 151; è indebolito nel suo libero arbitrio 383: dovette subire la morte e la pena del peccato 222 231 413 1511.

D 3b. b. — PECCATO IN QUANTO ORIGINALE.

Si afferma l’esistenza del peccato trasmesso da Adamo (in genere) 223 239 341 361 371s 391 470 491 621s 1073 1512 1865 2538.

3bb. Essenza. s . il peccato originale è un in origine 1513; gli uomini per effetto della propagazione da Adamo, appena concepiti contraggono dalla sua prevaricazione, l’ingiustizia (239) 1523.

Si contrae senza consenso 780; è proprio ad ognuno 1513; si riprova: gli errori della volontarietà 1948s 2319; riprov.: [da Adamo i posteri contraggono la pena, non la colpa] 728 (1006) 1011.

Si riprova la spiegazione del modo in cui la B. Maria potette essere preservata dal pecc. or. 3234. Nozione del peccato or. In tempi recentissimi è perversa 3891.

3bc. Propagazione. avviene non per a. imitazione, ma per generazione da Adamo 223 231 a1513 1523 3705; il peccato originale pertanto si estende a tutti gli uomini anche infanti a223 a231 239 a1514; non tuttavia solo Cristo è libero dal peccato or., ma anche la B. Maria 1973; cf. E 6ab.

3bd. Sequele. Stato della stessa natura: Adamo perse per i suoi posteri la santità, l’innocenza, la giustizia 239 1512 1521; il buono della natura è depravato 400; l’uomo sec. anima e corpo è mutato in peggio 371; l’uomo dominato è soggetto al diavolo 1347 1349 1521.

Piu difficilmente comprende la cognizione religiosa 2756 2853 3875.

L’osservazione lella legge divina èfatta con maggiore difficoltà: il libero arbitrio è attenuato nell’uomo (146) 339 378 383 396 622 633 1521; il fomite del peccato ossia la concupiscenza inclina al peccato 1515.

Non tuttavia l’uomo è destituito dall’uomo morale, cosicché gli sia impossibile condurre una vita morale: gli resta la libertà dell’arbitrio, l’intelletto per cui la libertà non è mossa solo dalla a. violenza o b. coartazione o da ciò che il peccato originale fu volontariamente sua causa (Adam) 1939 1941 1952 a1966s b2003 c2301; la libertà dell’arbitro non vale sono per peccare 1927- 1930 1965 2438-2440; si difende il valore del libero arbitrio ctr. l’affermazione: [a. in tutto è estinto, b è di solo titolo c. è rappresentazione di satana] a331 a336 a339 b1486 abc1555 3245s.

Si difende la facoltà dell’uomo nell’opera naturalmente buona ed alla vita onesta.

ctr. L’asserzione: [l’uomo pecca in ogni opera] 1481s 1486 1539 1557 1575 1916 1922 1925 1935-1937 (1940) 1961//1968 2308 2311 2401-2407 (2408-2425) 2439 2459 2866.

Si deve ammettere anche l’amore naturale onesto: [Esiste solo un duplice amore, sci. Amore buono dalla grazia et l’amore dalla concupiscenza peccaminoso] 1934 1938 2307 2444-2448 (2449112458) 2619 2623s.

La concupiscenza dell’uomo non consenziente non può nuocere 1515: reprob. affermazione circa la peccaminosità della concupiscenza o fomite del peccato 1012 1453 1515 1950s 1974-1976.

Sorte futura dell’uomo infetto dal peccato originale: Morte del a. corpo e b. dell’anima 222 231 ab3715 (b1400) ab1512 1521; privazione della visione di Dio (219) 780:

Esclusione dal regno celeste (184) 224 1347; pena del danno (ma a. diversa dalla pena per propria colpa del dannato, i. e. Oltre la pena del fuoco) a858 a1306 b2626; l’omo diventa “massa di perdizione” 621; add. J 3c (circa l’effetto del Battesimo nella restituzione della perdita dei beni).

3be Rimedi. Non le forze umane eliminano il pecc. or., ma i meriti (intercessione) di Cristo 341 1514.

Nella Legge Antica il peccato or. era cancellato dalla circoncisione 780; nella Legge Nuova dal Battesimo: vd. J 3.

Si riprov. l’ass. della rivalidazione del peccato originale dopo aver amministrato il Battesimo 334.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (47) “INDICE DEGLI ARGOMENTI – VI”

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: AGOSTO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: AGOSTO 2023

AGOSTO è il mese che la Chiesa cattolica dedica all’Assunzione in cielo della Vergine ed al Cuore Immacolato di Maria SS.

Surge! Jam terris fera bruma cessit,
Ridet in pratis decus omne florum,
Alma quæ Vitæ Génitrix fuísti,
Surge, María!

Lílium fulgens velut in rubéto,
Mortis auctórem teris una, carpens
Sóntibus fructum pátribus negátum
Arbore vitæ.

Arca non putri fabricáta ligno
Manna tu servas, fluit unde virtus,
Ipsa qua surgent animáta rursus
Ossa sepúlcris.

Prǽsidis mentis dócilis minístra,
Haud caro tabo pátitur resólvi;
Spíritus imo sine fine consors
Tendit ad astra.

Surge! Dilécto pete nixa cælum,
Sume consértum diadéma stellis,
Teque natórum récinens beátam
Excipe carmen.

Laus sit excélsæ Tríadi perénnis,
Quæ tibi, Virgo, tríbuit corónam,
Atque regínam statuítque nostram
Próvida matrem.
Amen.

[Inno  – dal Proprio dei Santi –
Sorgi! Cessi già in terra l’aspro inverno; rida nei prati ogni bellezza di fiori: tu, che fosti la divina Madre della Vita, sorgi, o Maria! / O giglio fulgente tra le spine, tu sola abbatti l’autore della morte, togliendo il frutto negato ai padri colpevoli con l’albero della vita. / Nell’arca fabbricata con legno non guasto conservi la manna, da cui fluisce la forza che dai sepolcri fa di nuovo risorgere, animate, le ossa. / Docile ministra della mente di Dio, la carne non si assoggetta alla corruzione; anzi per sempre consorte dello Spirito, sale al cielo, /Sorgi! Col tuo Diletto, vola in cielo, ricevi il diadema intrecciato di stelle ed accogli il carme dei figli, che ricanta, te beata. / Lode perenne alla Triade eccelsa, che a te, o Vergine, consegnò la corona
e provvide a stabilirti Regina e nostra Madre. Amen.]

Dagli Atti del Papa S. S. Pio XII

Poiché la Chiesa universale nel corso dei secoli ha manifestato la fede nell’Assunzione corporea della beata vergine Maria, e i Vescovi del mondo cattolico con quasi unanime consenso chiesero che questa verità, fondata sulla sacra Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli e sommamente consona con le altre verità rivelate, fosse definita come dogma di fede divina e cattolica, il sommo pontefice Pio XII, annuendo ai voti di tutta la Chiesa, stabilì di proclamare solennemente questo privilegio della beata vergine Maria. Perciò il primo novembre 1950, anno del massimo giubileo, a Roma, nella piazza della basilica di san Pietro, alla presenza di moltissimi Cardinali e Vescovi di santa romana Chiesa giunti anche dalle più remote regioni, dinanzi ad un’ingente moltitudine di fedeli, col plauso dell’universo mondo cattolico, con infallibile oracolo proclamò in questi termini l’assunzione corporea in cielo della beata vergine Maria: « Dopo aver innalzato ancora a Dio supplici istanze, ed aver invocato la luce dello Spirito di verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria la sua speciale benevolenza, ad onore del suo Figlio, re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre ed a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo esser dogma da Dio rivelato che l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ».

Il Cuore Immacolato di Maria SS. — Giunta tant’alto là dove niun’altra semplice creatura mai giungerà — quale sarà il cuore di Maria SS. verso di noi — esuli figli di Eva – eredi miserabili di colpe e di sciagure? — Il dubbio sarebbe ragionevole, se si trattasse d’una donna qualsiasi: — è tanto difficile che un cuore in festa armonizzi nel suo palpito con cuori in lutto: — com’è difficile che le luminose ebbrezze della gloria làscino ancor un affettuoso interesse alle necessità degli umili, ormai troppo al di sotto … Ma non è così di Maria SS. — anche nella gloria celeste il suo Cuore non muta! — È sempre il bel core d’una volta!

Cuore di Vergine! — Immune assolutamente dal peccato originale — come pure da qualsiasi personale mancanza — esso fu ed è Cuore senza alcun naturale difetto: — tanto si doveva alla sua dignità di Madre di Dio! — Inoltre esso fu ed è un Cuore ripieno incredibilmente della divina grazia — e dei doni dello Spirito Santo — anche per la continua corrispondenza usata qui in terra ai divini favori: — quanto dunque non dovette quel Cuore divenire anche soprannaturalmente sempre più bello — più perfetto — più degno di tutte le nostre simpatie — e quindi pienamente meritevole di tutta la nostra fiducia!

È Cuor di Regina! — Destinata da Dio all’Impero dell’Universo, — Impero anche spiccatamente di misericordia — la SS. Vergine ebbe, appunto per questo, dalla Divina Provvidenza un Cuore magnanimo — che cioè si piace di moltiplicare sulla più larga scala i suoi benefici. — Possiamo dunque approfittarne amplissimamente — assiduamente — e per l’anima e per il corpo — e per l’eternità e per il tempo — e per noi personalmente e per i nostri cari — per i nostri amici e dipendenti — e per quanti siano oggetto della nostra sollecitudine!

È Cuore di Madre! — « Cuore di Madre! ». — Lo capiamo noi che cosa voglia dire? — Allora n’avremo basta, per confidarci interamente a Maria SS. in tutte le nostre miserie — e di corpo — e di spirito — in tutte le afflizioni — e persino in quei giorni, in cui il rimorso travagliasse la povera anima nostra. — E, su quel Cuore materno posando il nostro capo, nulla avremo a temere: — ché Maria SS. è onnipotente a nostro favore — essendo insieme e Madre di Dio e Madre nostra: — onnipotente per grazia, dacché il suo Divin Figlio è l’Onnipotente per natura! (G. Monetti S.J.: Sapienza cristiana vol. II, p. 2)

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Fidelibus, quolibet mensis augusti die, si ad honorem immaculati Cordis B. M. V. aliquas preces vel alia pietatis exercitia devote præstiterint, conceditur:

Indulgentia quinque annorum semel. dies vero, qui per integrum præfatum mensem eiderh exercitio quotidie vacaverint, conceditur: Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. C. S. Officii, 13 mart. 1913; S. Pæn. Ap., 2 iun. 1935).

Queste sono le feste del mese di AGOSTO 2023

1 Agosto S. Petri ad Vincula  Duplex majus *L1*

          Commemoratio: Ss. Mártyrum Machabæorum

2 Agosto S. Alfonsi Mariæ de Ligorio Episc. Conf. et Eccles. Doct.  Duplex m.t.v.

          Commemoratio: S. Stephani Papæ et Martyris

3 Agosto De Inventione S. Stephani Protomartyris  Semiduplex *L1*

4 Agosto S. Dominici Confessoris  Duplex majus m.t.v.

5 Agosto S. Mariæ Virginis ad Nives  Duplex majus

6 Agosto Dominica X Post Pentecosten II. Augusti    Semiduplex Dominica minor *I*

    In Transfiguratione Domini Nostri Jesu Christi  Duplex II. classis *L1*

7 Agosto S. Cajetani Confessoris  Duplex

            Commemoratio: S. Donati Episcopi et Martyris

8 Agosto Ss. Cyriaci, Largi et Smaragdi Martyrum  Semiduplex

9 Agosto S. Joannis Mariæ Vianney Confessoris  Duplex m.t.v.

             Commemoratio: S. Romani Martyris

10 Agosto S. Laurentii Martyris  Duplex II. classis *L1*

11 Agosto Ss. Tiburtii et Susannæ Virginis, Martyrum  Simplex

12 Agosto S. Claræ Virginis  Duplex

13 Agosto Dominica XI Post Pentecosten III. Augusti  Semiduplex Dominica minor *I*

    Ss. Hippolyti et Cassiani Martyrum    Simplex

14 Agosto In Vigilia Assumptionis B.M.V.  Simplex

               Commemoratio: S. Eusebii Confessoris

15 Agosto In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis  Duplex I. classis *L1*

16 Agosto S. Joachim Confessoris, Patris B. M. V.  Duplex II. classis m.t.v.

17 Agosto S. Hyacinthi Confessoris  Duplex m.t.v.

18 Agosto S. Agapiti Martyris    Feria

19 Agosto S. Joannis Eudes Confessoris  Duplex

20 Agosto Dominica XII Post Pentecosten IV. Augusti  Semiduplex Dominica minor *I*

S. Bernardi Abbatis et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

21 Agosto S. Joannæ Franciscæ Frémiot de Chantal Viduæ  Duplex

22 Agosto Immaculati Cordis Beatæ Mariæ Virginis  Duplex II. classis

23 Agosto S. Philippi Benitii Confessoris  Duplex m.t.v.

24 Agosto S. Bartholomæi Apostoli  Duplex II. classis

25 Agosto S. Ludovici Confessoris  Semiduplex

26 Agosto S. Zephyrini Papæ et Martyris    Simplex

27 Agosto Dominica XIII Post Pentecosten V. Augusti  Semiduplex Dominica minor

S. Josephi Calasanctii Confessoris    Duplex

28 Agosto S. Augustini Episcopi et Confessoris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex

             Commemoratio: S. Hermetis Martyris

29 Agosto In Decollatione S. Joannis Baptistæ  Duplex majus *L1*

              Commemoratio: S. Sabinæ Martyris

30 Agosto S. Rosæ a Sancta Maria Limanæ Virginis  Duplex

            Commemoratio: Ss. Felicis et Adaucti Martyrum

31 Agosto S. Raymundi Nonnati Confessoris  Duplex m.t.v.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo terzo (2)

II. – L’AMORE DEL PROSSIMO

Al comandamento dell’amore di Dio Gesù soggiunge l’altro dell’amore del prossimo. È un « comandamento nuovo che vi dò, disse il Maestro divino, « d’amarvi scambievolmente. Amatevi l’un l’altro così come io vi ho amato. Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro. Forse non vi sono in tutto il Vangelo parole più conosciute; ma fors’anche, non vi sono parole meno comprese e meno praticate. Molti obbiettano: un comandamento nuovo? Ma noi Prima di Gesù, il cuore umano, nelle antiche civiltà, già possedeva questo tesoro. Prendiamo, ad es., gli Egiziani: sugli epitaffi dei grandi signori d’Egitto leggiamo attestazioni di beneficenza di questo genere: « Ho dato del pane a chi aveva fame, delle vesti a chi era nudo, da bere a chi aveva sete.. « Entef… ha reso giustizia al pianto dei poveri; era il padre dei deboli, l’asilo dell’orfano ». E nel Libro dei morti troviamo massime come la seguente: « Se tu diventi ricco, non divieni se non l’amministratore dei beni di Dio; non porre dopo di te il prossimo, che è tuo simile; sii per lui come un compagno ». Sembra che non occorra aprire il Vangelo, per raccogliere il precetto dell’amore fraterno; anche gli Stoici, per tacere di altri, ci forniscono lo stesso insegnamento. Marco Aurelio s’allieta, perché — dice — « ogni volta che io volli soccorrere alcuno, o povero o bisognoso, non mi fu mai risposto che io non avessi denaro per farlo.. Egli nei suoi Ricordi concepisce « tutte le cose… reciprocamente collegate fra loro; sacro è il legame che le unisce, e niuna cosa può dirsi estranea ad un’altra. Esse sono tutte coordinate insieme. E, come Seneca, soggiunge che « la società umana somiglia ad una volta, ove le differenti pietre, tenendosi le une le altre, fanno la sicurezza dell’insieme… Quella relazione che hanno fra loro le membra del corpo nell’animale individuo hanno fra loro gli esseri intelligenti nel corpo collettivo della società; tutti sono fatti per cooperare insieme ad uno scopo comune. Noi, quindi, non dobbiamo odiare, perché chi odia cessa di essere un ramo unito alla grande pianta dell’umanità e diviene un ramo divelto. Dobbiamo perdonare le ingiurie, non solo perché « il miglior modo di vendicarsi d’un’ingiuria è il non rassomigliare a chi l’ha fatta », ma anche perché, come suona l’ammonimento di Antistene, « operare bene ed essere lacerato è opera da re ». – Orientati in questa direzione, molti hanno cercato il precetto dell’amore del prossimo presso gli antichi Ebrei, in India, ad Atene; ne sono sorti confronti fra la morale di Cristo e quella di Mosè, di Buddha, di Platone; e si è giunti, certe volte, a sostenere la superiorità delle altre religioni sull’etica cristiana. Altri hanno fatto ricorso a Schopenhauer, il quale, in nome stesso del suo pessimismo, ideò la morale della pietà e della simpatia e persino agli utilitaristi inglesi, che la morale volevano fondata sul bene sociale. Si è chiamata in questione anche la vita politica; ed il magico grido della « fratellanza », lanciato dalla Rivoluzione francese, parve dovesse avere efficacia maggiore del precetto cristiano dell’amore. Fu anzi dopo quella proclamazione di « fraternité », che si sono intensificati i tentativi di mettere a riposo la vecchia charitas, per sostituirla con la fresca e giovane filantropia, vestita all’ultima moda e trionfante fra balli di beneficenza ed i calici di uno champagne che spumeggia come i cuori teneri delle dame e dei loro cavalieri. – Un Sillabario non può muovere a battaglia contro teorie desunte dalla storia delle religioni, dalla storia della filosofia, dalla storia politica e sociale, antica, moderna e contemporanea. Noi vogliamo solo esporre la dottrina morale cristiana. La nuda enunciazione, che, ancora una volta, potrà persuadere certi illustri della loro ignoranza in fatto di Cristianesimo, sarà una implicita confutazione di tutte le obbiezioni e mostrerà come l’amore naturale di uomo ad uomo (omne animal diligit simile sibi) non è la carità inculcata da Cristo, ma solo l’amore filantropico degli etnici e dei pubblicani. L’amore cristiano del prossimo ha la stessa radice dell’amore di Dio e si stende anche là dove la filantropia non giunge, fino cioè alla dilezione dei nemici.

1. – Il vero concetto cristiano della carità del prossimo.

Precisiamo, innanzi tutto, il concetto vero dell’amore fraterno, secondo il Cristianesimo. Un individuo, ad esempio, un antico egiziano, vedeva un’altra persona sofferente; e, mosso a compassione, la soccorreva. Era questo un atto di carità cristiana? Non ancora: non abbiamo ancora in ciò nulla che si riferisce all’ordine soprannaturale. E’ un atto caritatevole umano, che nell’atto di carità cristiana è un elemento indispensabile, ma non sufficiente. Per capire l’amore cristiano del prossimo, occorre partire dalla nostra unione con Gesù Cristo. Noi, come vedemmo, non siamo separati da Lui; ma costituiamo con Gesù un unico organismo, di cui Egli è il capo, noi le membra, lo Spirito Santo è l’anima. Ora, come ogni tralcio, unito alla vite, vive della vita di questa, così in ogni Cristiano, unito a Cristo, è presente Cristo, il quale lo vivifica. Ogni Cristiano, perciò, è un altro Gesù —

Christianus alter Christus. E noi, col P. Plus — nel suo facile e bel volumetto: Gesù Cristo nei nostri fratelli — possiamo esclamare: « Ad ogni passo, o Signore, io ti incontro. In virtù di questa meraviglia della nostra divina incorporazione alla tua sacra persona, non posso fare un movimento senza essere alla tua presenza. Rivolgo gli occhi verso di me: Tu vi sei. Guardo il prossimo: Tu vi sei. Dovunque, se voglio vedere, sono circondato da tabernacoli viventi! ». È questa l’idea che tutto chiarisce. Nel discorso dopo l’ultima Cena, nel quale appunto spiegò il « comandamento nuovo », Gesù ebbe cura di indicarne la vera nota essenziale: « Che tutti quelli che crederanno in me, o Padre, siano tutti uno, come tu sei in me, Padre, ed io in te; siano anch’essi uno in noi… Io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità ». In altre parole: noi siamo figli adottivi di Dio, perché uniti a Cristo, Figlio naturale del Padre: appunto per questo siamo fratelli tra noi, perché partecipi di questa divina figliolanza, per la quale Cristo è il « primo tra i fratelli ». La nostra fratellanza, di conseguenza è a base soprattutto di divinità, non come quella della Rivoluzione francese, a base puramente di umanità. Noi amiamo Dio in Cristo, e amiamo il prossimo per amore di Dio, in quanto, amando il fratello, amiamo Cristo in lui. – « Come posso io amare il mio schiavo? », si chiedeva inorridito Petronio. Ed è vero: se nel mio prossimo io dovessi vedere solo l’individuo umano, ben poche persone io amerei e molte le detesterei; ma per me il prossimo è Gesù Cristo presente in lui; è un astuccio, più o meno bello, ricco anzi di difetti al pari di me, che racchiude un diamante, nasconde, cioè, nostro Signore. Che importa se l’astuccio mi mostra una persona antipatica, un avversario, un delinquente? Come nel tralcio io non amo un po’ di legno, così nel prossimo io non mi soffermo all’uomo, ma guardo a Cristo. E l’atto cristiano di carità consiste appunto nell’amare il prossimo riconoscendo in lui nostro Signore, presente o di fatto (con la grazia, se si tratta d’un giusto) ovvero di diritto (se si tratta d’un peccatore o d’un infedele). Io non soccorro Tizio, Caio o Sempronio; ma Gesù in Tizio, in Caio, in Sempronio. Ciò che faccio, lo faccio per amore di Gesù; ossia l’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono due cose diverse o divisibili: ma « il secondo precetto è simile al primo . Fin quando non ho conquistato un simile punto di vista, non ho capito il precetto cristiano dell’amore. Chi lo raggiunge, ha una forza nuova immensa in sé: perché è d’intuitiva evidenza che, se noi sapessimo che Gesù è venuto ancora sulla terra visibilmente ed ha bisogno di essere aiutato da noi, ci sentiremmo felici nel toglierci anche il pane di bocca, per darlo a Lui; faremmo sforzi e prodigi, per soccorrerlo. Il Cristiano non ha bisogno di contemplare con gli occhi del corpo Gesù; ha lo sguardo, ben più profondo, della fede, e Gesù lo vede, come sotto le apparenze di un’Ostia, così sotto le sembianze dei suoi fratelli. Allora tutto il Vangelo ed il Nuovo Testamento divengono intelligibili. E’ proprio un comandamento nuovo, questo. E’ ridicolo cercarlo in Egitto e nell’India, nella Grecia, o a Roma, nelle tombe dei Faraoni, nella dottrina di Buddha, accanto alle ghigliottine della Rivoluzione francese, nei libri di Marco Aurelio o di Schopenhauer, ovvero nelle cosiddette feste di beneficenza: è Cristo solo che l’ha insegnato. In san Matteo, là dove si descrive il giudizio universale, Gesù annuncia che, nell’ultimo dei giorni, il Figlio dell’uomo, il Re dell’universo apparirà e dirà a quelli della sua destra: « Venite, benedetti del Padre mio, possedete il regno preparatovi fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi rifocillaste; ebbi sete, e mi deste da bere; fui pellegrino, e mi ricettaste; ignudo, e mi copriste; infermo, e mi visitaste; carcerato, e veniste da me ». « Allora gli risponderanno i giusti: — Signore, quando mai t’abbiamo visto affamato e t’abbiamo rifocillato; assetato e ti demmo da bere? Quando t’abbiamo visto pellegrino, e ti abbiamo ricettato; ignudo, e t’abbiamo coperto? Quando mai t’abbiamo visto infermo e carcerato, e venimmo a visitarti? « E il Re risponderà loro così: In verità vi dico: quante volte avete fatto qualche cosa a uno di quelli de’ minimi miei fratelli, l’avete fatta a me ». Ed ai reprobi, dopo il rimprovero per non averlo soccorso, e dopo il loro stupore, « risponderà: In verità vi dico: quante volte non avete ciò fatto a uno di questi più piccoli, non l’avete fatto a me ». Il povero, il bisognoso, il sofferente, il prossimo nostro è Gesù Cristo. Ciò che si fa per il fratello, lo si fa per Gesù. Se si perseguita il fratello, Gesù si lamenta come con Paolo, sulla via di Damasco: « Perchè perseguiti Me? . Se noi possediamo dei beni, soggiunge san Giovanni, e, vedendo il fratello nella necessità, chiudiamo il nostro cuore, « come può rimanere in noi l’amore di Dio? »; chi non ama il prossimo, non ama Cristo, e perciò non ama il Padre. Da ciò è derivata tutta la predicazione di carità del Discepolo dell’amore e tutta la storia della carità cristiana nei secoli, dalle catene spezzate degli schiavi agli asili del dolore opposti ai circhi ed ai Colossei. E se noi ci interessassimo un pochino dell’anima grande dei Santi, faremmo forse una scoperta: Non ve n’è uno, il quale abbia concepito la carità verso il prossimo in modo diverso di quanto abbiamo esposto: tutti hanno amato nel loro prossimo Gesù Cristo. – Spesso, scrive san Girolamo nelle sue Lettere, Fabiola trasportava gli infelici e lavava loro le immonde piaghe vincendo ogni disgusto, poiché nelle piaghe dei poveri sapeva bene che medicava quelle del Salvatore ». San Benedetto, nella sua Regola comanda che a tutti gli ospiti che arrivano siano ricevuti tamquam Christus, come Gesù » e che sian salutati anche alla partenza con grande umiltà: « Cristo in loro sia adorato ». Soggiunge che è da avere, innanzi a ogni cosa e sopra tutte le cose, la cura degli infermi e che a loro, come a Cristo, sia reso servizio ». San Bernardo, rudemente, si esprime così: « Nelle vostre relazioni col prossimo, lasciate da parte l’uomo esteriore colnsuo involucro di fango; e non vi fermate se non all’uomo interiore, creato ad immagine di Dio, redento dal sangue di Gesù Cristo, tempio dello Spirito Santo, dimora di Gesù e destinato alla beatitudine eterna ». Cercate di veder Dio e Gesù Cristo nel prossimo », insiste sant’Ignazio. Il Vescovo san Martino, Angela da Foligno, Elisabetta d’Ungheria, Giuseppe Cottolengo, Federico Ozanam e Ludovico da Casoria non hanno mai parlato diversamente. Vincenzo de’ Paoli giunge persino, affinché non sia sottratto un tempo prezioso all’azione, a limitare le preghiere delle sue Figlie della Carità: « Che i poveri, prescrive loro, siano il vostro Uffizio, le vostre litanie. Bastano. Per loro lasciate tutto. Facendo così, è come abbandonare Dio per Dio ». – « Fratelli, ripeteva spesso Camillo de Lellis, il santo fondatore dei Camilliani, ai suoi compagni infermieri, pensate che gl’infermi sono pupilla e cuore di Dio e quello che fate a questi poveretti è fatto a Dio stesso ». « Non solo, affermava un testimonio del processo di canonizzazione, Camillo amava gli infermi, ma in certo modo li adorava, perché in ciascun povero adorava la persona di Cristo « Io l’ho visto molte volte piangere intorno a detti infermi, depone un altro, per la veemente considerazione che faceva che in quelli fosse Cristo ». Un giorno che il Priore di Santo Spirito lo mandò a cercare, Camillo stava tutto occupato a ripulire un infermo: « Dite che io sto occupato con Gesù Cristo; ma come avrò finita la carità, sarò da Sua Signoria Illustrissima ». Del resto, siamo sinceri, guai se la morale cristiana fosse diversa! Guai se nel prossimo dovessimo vedere solo l’uomo! Come potremmo sopportarci a vicenda, con tutti i difettacci del nostro più o meno amabile carattere? Come potremmo amarci? Come si potrebbe ottenere da una Suora di carità di passar tutta la sua esistenza, non per denaro, ma col voto di povertà, nelle corsie degli ospedali? E’ inutile: per capire le signore nei balli di beneficenza, basta la considerazione dell’uomo; ma una giovane Suora non sacrificherebbe mai nell’austera penitenza una vita severa e pura, se nell’ammalato — spesso brontolone ed incontentabile — non scorgesse Gesù Cristo. – Con questa semplice chiave nelle mani, voi potete entrare in quelle sale, che si chiamano i capi del Vangelo, o le meraviglie dei secoli cristiani. L’odio sarà riprovato, perché, come ben osserva san Giovanni nella sua prima Lettera, « chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre »; ancora non vede il Salvatore nel prossimo. Ed aveva insistito Gesù: « Io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli »; « perdonate e vi sarà perdonato ». Non fermatevi all’involucro esterno, non al fragile recipiente: rammentate il « tesoro » che ivi si nasconde.

2. – Amore umano e amore cristiano del prossimo.

Se ora volessimo confrontare la carità umana con la carità cristiana, potremmo venire alle seguenti conseguenze. Innanzi tutto, non intendiamo fare un processo alla carità, che di fatto si è avuta nel campo estraneo al Cristianesimo.

Ln sappiamo bene con quanta ragione san Paolo definisce i pagani: « Gentes sine affectione; — gente senza amore » e con quanta esattezza la definizione si può applicare al paganesimo odierno, col cacio della filantropia sui maccheroni delle feste di beneficenza. Sappiamo benissimo quali siano state le delizie della schiavitù e gli orrori verificatisi ogni volta che si è calpestato il Vangelo. Ed alla fraternité astrattista od agli eterni principi dell’89 noi crediamo press’a poco come al cuore dell’anticlericalissimo farmacista Homais — così artisticamente ritratto da Gustave Flaubert — il quale, imbattutosi in un povero cieco, gli consigliò di bere buon vino, buona birra, di mangiare carne arrostita e finalmente aprì la borsa: « Toh! ecco un soldo! rendimi due centesimi; e non dimenticare le mie raccomandazioni; te ne troverai bene ».- Prescindiamo da simili bazzecole e da fatti storici non troppo lontani, come quello avvenuto all’inizio di questo secolo in Francia, quando si soppressero le Congregazioni religiose e si rubarono i loro beni, per un motivo di… fratellanza umana, ossia per accumulare il miliardo occorrente alle pensioni operaie. Ahimè! il miliardo sfumò e dopo la “liquidazione” non restò nulla: l’amore del prossimo, fra le mani del massonismo francese e dei suoi alleati, — il socialismo ed il radicalismo, — si era mutato nell’amore del proprio portafoglio. Diciamo solo che nel confronto fra l’amore del prossimo, quale si può incontrare in un sistema di morale umana, ed il precetto cristiano, non bisogna mai fermarsi all’enunciazione della norma etica. Anche il buddhista può comandare il perdono ai nemici; in apparenza può sembrare talvolta che parli in modo eguale a Gesù; ma in realtà il suo ragionamento né questo: “Noi dobbiamo abolire il dolore. Abbandoniamo, quindi, l’attività e tutto ciò che può turbare la tranquillità nostra. Tuffiamoci nel Nirvana. Se tu ti vendichi del nemico, egli si vendicherà poi di te; avrai noie ed inquietudini ». In breve: l’enunciazione verbale della massima morale è identica: lo spirito è semplicemente opposto da un lato, dobbiamo perdonare per amore di noi stessi; dall’altro, per amore del prossimo! E scusate se è poco! Ma anche nelle forme più alte della morale filosofica, anche nello sviluppo più severo della ragione, noi non possiamo avere mai se non un amore dell’uomo per l’uomo. Questo — ripetiamolo fino alla noia — è un elemento prezioso, indispensabile. La morale cristiana lo prende, lo perfeziona, lo divinizza con la grazia e con l’unione a Cristo, in modo che ci fa amare Gesù Cristo in tutti i nostri fratelli. I giovani d’Italia hanno guardato con entusiasmo santo alla figura di Pier Giorgio Frassati, fulgido esempio di carità cristiana per il prossimo. La documentazione, che di recentenha pubblicato la sua buona sorella, può servire, più di qualsiasi elucubrazione, ad illustrare il comandamento di Cristo.

Quindici giorni prima di morire, Pier Giorgio andò a Valsalice a parlare con don Cojazzi d’una famiglia disgraziatane bisognosa. Venendo a discorrere del fondatore delle Conferenze di San Vincenzo, mirabile frutto di questa pianta dell’amor cristiano, il Sacerdote ricordò al giovane il modo col quale Ozanam soleva celebrare la Pasqua. Dopo la Comunione pasquale, prima di recarsi a casa, andava a trovare il più povero dei suoi protetti « per restituire la visita ricevuta a Gesù nella persona del povero ». Sul ciglio di Pier Giorgio Frassati brillò una lagrima, una di quelle lagrime buone, che vorremmo vedere negli occhi puri della gioventù nostra, chiamata ad asciugare il pianto, a sollevare il debole, a diffondere l’amore di Cristo.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (8)

UN’ENICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO X – “IL FERMO PROPOSITO”.

Enciclica importante, questa scritta in italiani da S.S. Pio X, che intendeva promuovere la diffusione dell’Azione Cattolica in Italia e nel mondo. Ciò su cui batteva il Sommo Pontefice era l’unità di intenti e di azione, ma soprattutto l’adesione al Magistero della Chiesa ed alla Cattedra di S. Pietro, elemento che ne garantiva l’immunità dottrinale ed il cadere in azioni sconsiderate o poco cristiane. Applichiamo anche a noi queste direttive, sia in gruppi, sia singolarmente per affrontare, come Corpo mistico di Cristo, le falangi infernali oggi scatenate e potenti come non mai. Solo uniti in questo Corpo mistico, che travalica i limiti territoriali di Stati e continenti, si può sperare nell’eterna salvezza dell’anima anche se questo dovesse costarci sacrifici, persecuzioni e martirio. Nel Corpo mistico e sotto la guida della Vergine Immacolata avremo sicura vittoria, … questa è la vera Azione Cattolica di questi giorni finali.

San Pio X
Il fermo proposito

Lettera Enciclica

Il fermo proposito, che fin dai primordi del Nostro Pontificato abbiamo concepito, di voler consacrare tutte le forze che la benignità del Signore si degna concederCi alla restaurazione di ogni cosa in Cristo, Ci risveglia nel cuore una grande fiducia nella potente grazia di Dio, senza la quale nulla di grande e di fecondo per la salute delle anime possiamo pensare od imprendere quaggiù. Nello stesso tempo però sentiamo più che mai vivo il bisogno di essere secondati unanimemente e costantemente nella nobile impresa da voi, Venerabili Fratelli, chiamati a parte dell’ufficio Nostro pastorale, da ognuno del Clero e dei singoli fedeli alle vostre cure commessi. Tutti in vero nella Chiesa di Dio siamo chiamati a formare quell’unico corpo, il cui capo è Cristo: corpo strettamente compaginato, come insegna l’Apostolo Paolo (Eph. IV, 16), e ben commesso in tutte le sue giunture comunicanti, e questo in virtù dell’operazione proporzionata di ogni singolo membro, onde il corpo stesso prende l’aumento suo proprio e di mano in mano si perfeziona nel vincolo della carità. E se in quest’opera di “edificazione Corpo di Cristo” (Eph. IV, 12) è Nostro primo ufficio d’insegnare, additare il retto modo da seguire e proporne i mezzi, di ammonire ed esortare paternamente, è altresì dovere di tutti i Nostri figliuoli dilettissimi, sparsi pel mondo, di accogliere le parole Nostre, di attuarle dapprima in se stessi e di concorrere efficacemente ad attuarle eziandio negli altri, ciascuno secondo la grazia da Dio ricevuta, secondo il suo stato ed ufficio, secondo lo zelo che ne infiamma il cuore. – Qui vogliamo soltanto ricordare quelle molteplici opere di zelo in bene della Chiesa, della società e degli individui particolari, comunemente designati col nome di azione cattolica, che fioriscono per grazia di Dio in ogni luogo e che abbondano altresì nella nostra Italia. Voi ben intendete, Venerabili Fratelli, quanto esse Ci debbano tornar care e quanto intimamente bramiamo di vederle rassodate e promosse. Non solo a più riprese ne abbiamo trattato a voce con parecchi almeno di voi, e col principali loro rappresentanti in Italia nell’occasione che essi Ci recavano in persona l’omaggio della loro devozione e del loro affetto filiale, ma altresì pubblicando Noi su questo argomento o facendo pubblicare con la Nostra Autorità vari Atti, che tutti già conoscete. Vero è che alcuni di questi, come richiedevano le circostanze per Noi dolorose, erano piuttosto diretti a rimuovere gli ostacoli al più spedito procedere dell’azione cattolica e a condannare certe tendenze indisciplinate, che con grave danno della causa comune si andavano insinuando. Però Ci tardava il cuore di rivolgere a tutti eziandio una parola di paterno conforto e di eccitamento acciocché sul terreno, per quanto è da Noi, sgombro dagli impedimenti, si continui ad edificare il bene e ad accrescerlo largamente. Ci è dunque ben grato di farlo ora con le presenti Nostre Lettere a comune consolazione, nella certezza che le parole Nostre saranno da tutti dolcemente ascoltate e seguite. – Vastissimo è il campo dell’azione cattolica, la quale per sé medesima non esclude assolutamente nulla di quanto, in qualsiasi modo, diretto od indiretto, appartiene alla divina missione della Chiesa. Di leggieri si riconosce la necessità del concorso individuale a tant’opera, non solo per la santificazione delle anime nostre, ma anche per diffondere e sempre meglio dilatare il Regno di Dio negli individui, nelle famiglie e nella società, procurando ciascuno, secondo le proprie forze, il bene del prossimo con la diffusione della verità rivelata, con l’esercizio delle virtù cristiane e con le opere di carità o di misericordia spirituale e corporale. Questo è il camminare degno di Dio, a che ci esorta San Paolo, così da piacergli in ogni cosa, producendo frutti di ogni opera buona e crescendo nella scienza di Dio: “Ut ambuletis digne Deo per omnia placentes: in omni opere bono fructificantes et crescentes in scentia Dei” (Coloss. I, 10). – Oltre a questi però v’è un gran numero di beni appartenenti all’ordine naturale a cui la missione della Chiesa non è direttamente ordinata, ma che pure sgorgano dalla medesima, quasi naturale sua conseguenza. Tanta è la luce della Rivelazione cattolica, che si diffonde vivissima su ogni scienza; tanta la forza delle massime evangeliche, che i precetti della legge naturale si radicano più sicuri ed ingagliardiscono; tanta infine l’efficacia della verità e della morale insegnate da Gesù Cristo, che lo stesso benessere materiale degli individui, della famiglia e della società umana si trova provvidenzialmente sostenuto e promosso. La Chiesa, pure predicando Gesù Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza innanzi al mondo (I Cor. I, 23), è divenuta ispiratrice e fautrice primissima di civiltà; e la diffusione per tutto dove predicavano i suoi Apostoli, conservando e perfezionando gli elementi buoni delle antiche civiltà pagane, strappando dalla barbarie ed educando a civile consorzio i nuovi popoli che al suo seno materno si rifugiavano, diede all’intera società, bensì a poco a poco, ma con tratto sicuro e sempre più progressivo, quell’impronta tanto spiccata, che ancora oggi universalmente conserva. La civiltà del mondo è civiltà cristiana; tanto è più vera, più durevole, più feconda di frutti preziosi, quanto è più nettamente cristiana; tanto declina, con immenso danno del bene sociale, quanto all’idea cristiana si sottrae. Onde, per la forza intrinseca delle cose, la Chiesa divenne anche di fatto custode e vindice della civiltà cristiana. E tale fatto in altri secoli della storia fu riconosciuto e ammesso; formò anzi il fondamento inconcusso delle legislazioni civili. Su quel fatto poggiarono le relazioni tra la Chiesa e gli Stati, il pubblico riconoscimento dell’autorità della Chiesa nelle materie tutte che toccano in qualsivoglia modo la coscienza, la subordinazione di tutte le leggi dello Stato alle divine leggi del Vangelo, la concordia dei due poteri dello Stato e della Chiesa, nel procurare in tal modo il bene temporale dei popoli, che non ne abbia a soffrire l’eterno. – Non abbiamo bisogno di dirvi, o Venerabili Fratelli, quale prosperità e benessere, quale pace e concordia, quale rispettosa soggezione all’autorità e quale eccellente governo si otterrebbero e si manterrebbero nel mondo, se si potesse attuare ovunque il perfetto ideale della civiltà cristiana. Ma posta la lotta continua della carne contro lo spirito, delle tenebre contro la luce, di satana contro Dio, tanto non è da sperare, almeno nella sua piena misura. Onde continui strappi si vanno facendo alle pacifiche conquiste della Chiesa, tanto più dolorosi e funesti, quanto più la società umana tende a reggersi con principi avversi al concetto cristiano, anzi ad apostatare interamente da Dio. – Non per questo è da perdere punto il coraggio. La Chiesa sa che le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; ma sa ancora che avrà nel mondo premura, che i suoi apostoli sono inviati come agnelli tra lupi, che i suoi seguaci saranno sempre coperti d’odio e di disprezzo, come d’odio e di disprezzo fu saturato il divino suo Fondatore. La Chiesa va quindi innanzi imperterrita, e mentre diffonde il Regno di Dio là dove non fu peranco pregiudicato, si studia per ogni maniera di riparare alle perdite nel Regno già conquistato. “Restaurare tutto in Cristo” è stata sempre la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo: “in Lui, tutte le cose che sono in Cielo ed in terra, soggiunse l’Apostolo (Eph. I, 10): ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che, come abbiamo spiegato, da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono. – E poiché Ci fermiamo a quest’ultima sola parte della restaurazione desiderata, voi vedete, o Venerabili Fratelli, di quanto aiuto tornano alla Chiesa quelle schiere elette di Cattolici che si propongono appunto di riunire insieme tutte le forze vive, a fine di combattere con ogni mezzo giusto e legale la civiltà anticristiana, riparare per ogni modo i disordini gravissimi che da quella derivano; ricondurre Gesù Cristo nella famiglia, nella scuola, nella società; ristabilire il principio dell’autorità umana come rappresentante di quella di Dio; prendere sommamente a cuore gli interessi del popolo e particolarmente del ceto operaio ed agricolo, non solo istillando nel cuore di tutti il principio religioso, unico vero fonte di consolazione nelle angustie della vita, ma studiandosi di rasciugarne le lacrime, di raddolcirne le pene, di migliorare la condizione economica con ben condotti provvedimenti; adoperarsi quindi perché le pubbliche leggi siano informate a giustizia, e si correggano o vadano soppresse quelle che alla giustizia si oppongono: difendere infine e sostenere con animo veramente cattolico i diritti di Dio in ogni cosa e quelli non meno sacri della Chiesa. – Il complesso di tutte queste opere sostenute e promosse in gran parte dal laicato cattolico e variamente ideate a seconda dei bisogni propri di ogni nazione e delle circostanze particolari in cui versa ogni paese, è appunto quello che con termine più particolare e certo nobile assai suoi essere chiamato azione cattolica, ovvero azione dei Cattolici. Essa in tutti i tempi venne sempre in aiuto della Chiesa, e la Chiesa tale aiuto ha sempre accolto favorevolmente e benedetto, sebbene a seconda dei tempi si sia variamente esplicato. – Ed è infatti da notare qui subito, che non tutto ciò che potrà essere stato utile, anzi unicamente efficace nei secoli andati, torna oggi possibile restituire allo stesso modo: tanti sono i cangiamenti radicali che col correre dei tempi s’insinuano nella società o nella vita pubblica, e tanti i nuovi bisogni che le circostanze cambiate vanno di continuo suscitando. Ma la Chiesa nel lungo corso della sua storia ha sempre ed in ogni caso dimostrato luminosamente di possedere una meravigliosa virtù di adattamento alle variabili condizioni del consorzio civile, talché, salva sempre l’integrità e l’immutabilità della fede e della morale, e salvi egualmente i sacrosanti suoi diritti, facilmente si piega e si accomoda in tutto ciò che è contingente ed accidentale alle vicende dei tempi ed alle nuove esigenze della società. La pietà, dice San Paolo, a tutto si acconcia possedendo le promesse divine, così per i beni della vita presente, come per quelli della vita futura. “Pietas autem ad omnia utilis est, promissionem habens vitæ, quæ nunc est, et futuræ” (ITim. IV, 8). E però anche l’azione cattolica, se opportunamente cambia nelle sue forme esterne e nei mezzi che adopera, rimane sempre la stessa nei principi che la dirigono e nel fine nobilissimo che si propone. Perché poi nello stesso tempo torni veramente efficace, converrà diligentemente avvertire le condizioni che essa medesima impone, se ben si considerino la sua natura ed il suo fine. – Anzitutto dov’essere altamente radicato nel cuore che lo strumento vien meno, se non è acconcio all’opera che si vuol eseguire. L’azione cattolica (come si ritrae ad evidenza dalle cose anzidette) poiché si propone di ristorare ogni cosa in Cristo, costituisce un vero apostolato ad onore e gloria di Cristo stesso. Per bene compierlo ci vuole la grazia divina, e questa non si dà all’apostolo che non sia unito a Cristo. Solo quando avremo formato Gesù Cristo in noi, potremo più facilmente ridonarlo alle famiglie, alla società. E però quanti sono chiamati a dirigere o si dedicano a promuovere il movimento cattolico devono essere Cattolici a tutta prova, convinti della loro fede, sodamente istruiti nelle cose della Religione, sinceramente ossequienti alla Chiesa ed in particolare a questa suprema Cattedra Apostolica ed al Vicario di Gesù Cristo in terra; di pietà vera, di maschie virtù, di puri costumi e di vita così intemerata che tornino a tutti di esempio efficace. Se l’animo non è così temprato, non solo sarà difficile promuovere negli altri il bene, ma sarà quasi impossibile procedere con rettitudine d’intenzione e mancheranno le forze per sostenere con perseveranza le noie che reca seco ogni apostolato, le calunnie degli avversari, le freddezze e la poca corrispondenza degli uomini anche dabbene, talvolta perfino le gelosie degli amici e degli stessi compagni di azione, scusabili senza dubbio, posta la debolezza dell’umana natura, ma pure grandemente pregiudizievoli e causa di discordie, di attriti, di domestiche guerricciuole. Solo una virtù paziente e ferma nel bene, e nello stesso tempo soave e delicata, è capace di rimuovere o diminuire questa difficoltà, così che l’opera a cui sono dedicate le forze cattoliche non ne vada compromessa. Tale è la volontà di Dio, diceva San Pietro ai primitivi fedeli, che col ben fare chiudiate la bocca agli uomini stolti. “Sic est voluntas Dei, ut bene facientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam” (I Petr. II, 15). – Importa inoltre ben definire le opere intorno alle quali si devono spendere con ogni energia e costanza le forze cattoliche. Quelle opere devono essere di così evidente importanza, così rispondenti ai bisogni della società odierna, così acconce agli interessi morali e materiali, soprattutto del popolo e delle classi diseredate, che mentre infondono ogni migliore alacrità dei promotori dell’azione cattolica pel grande e sicuro frutto che da sé medesime promettono, siano insieme da tutti e facilmente comprese ed accolte volonterosamente. Appunto perché i gravi problemi della vita odierna sociale esigono una soluzione pronta e sicura, si desta in tutti il più vivo interesse di sapere e conoscere i vari modi onde quelle soluzioni si propongono in pratica. Le discussioni in un senso o nell’altro si moltiplicano ogni dì più e si propagano facilmente per mezzo della stampa. È quindi supremamente necessario che l’azione cattolica colga il momento opportuno, si faccia innanzi coraggiosa e proponga anch’essa la soluzione sua e la faccia valere con propaganda ferma, attiva, intelligente, disciplinata, tale che direttamente si opponga alla propaganda avversaria. La bontà e giustizia dei principi cristiani, la retta morale che professano i Cattolici, il pieno disinteresse delle cose proprie non altro apertamente e sinceramente bramando che il vero, il solo, il supremo bene altrui, infine l’evidente loro capacità di promuovere meglio degli altri anche i veri interessi economici del popolo, è impossibile non facciano breccia sulla mente e sul cuore di quanti ascoltano e non ne aumentino le file, fino a renderli un corpo forte e compatto, capace di resistere gagliardamente alla contraria corrente e di tenere in rispetto gli avversari. – Tale supremo bisogno avvertì pienamente il Nostro Antecessore di b. m. Leone XIII, additando soprattutto nella memoranda Enciclica “Rerum Novarum“ed in altri documenti posteriori, l’oggetto intorno al quale precipuamente doveva svolgersi l’azione cattolica, cioè “la pratica soluzione a seconda dei principi cristiani della questione sociale“. Noi pure, seguendo così sapienti norme, col Nostro Motu proprio del 18 Dicembre 1903 abbiamo dato all’azione popolare cristiana, che in sé comprende tutto il movimento cattolico sociale, un ordinamento fondamentale che fosse quasi la regola pratica del lavoro comune ed il vincolo della concordia e della carità. Qui dunque ed a questo scopo santissimo e necessarissimo devono anzitutto aggrupparsi e solidarsi le opere cattoliche, varie e molteplici nella forma, ma tutte egualmente intese a promuovere con efficacia il medesimo bene sociale.

Ma perché quest’azione sociale si mantenga e prosperi con la necessaria coesione delle varie opere che la compongono è soprammodo importante che i Cattolici procedano con esemplare concordia tra loro; la quale per altro non si otterrà mai, se non vi ha in tutti unità di intendimenti. Su tale necessità non può cadere dubbio di sorta alcuna; tanto chiari ed aperti sono gli insegnamenti dati da questa Cattedra Apostolica, tanta la viva luce che vi hanno sparso intorno coi loro scritti i più insigni tra’ cattolici d’ogni paese, tanto lodevole esempio che più volte, anche da Noi medesimi, si è proposto ai Cattolici di altre nazioni, i quali appunto per questa concordia ed unità di intendimenti, in breve tempo hanno ottenuto frutti fecondi e assai consolanti. – Ad assicurarne poi il conseguimento, tra le varie opere degne egualmente di lode, si è dimostrata altrove singolarmente efficace un’istituzione di carattere generale, che col nome di Unione popolare è destinata ad accogliere i Cattolici di tutte le classi sociali, ma specialmente le grandi moltitudini del popolo intorno ad un solo centro comune di dottrina, di propaganda e di organizzazione sociale. Essa infatti, poiché risponde ad un bisogno egualmente sentito quasi in ogni paese, e poiché la sua semplice costituzione risulta dalla natura stessa delle cose quali egualmente per tutto s’incontrano, non può dirsi che sia propria più di una nazione che di un’altra, ma di tutte, dove si manifestano gli stessi bisogni e sorgono i medesimi pericoli. La sua grande popolarità la rende facilmente cara ed accettevole e non disturba né impedisce alcun’altra istituzione ma piuttosto a tutte le istituzioni dà forza e compattezza poiché con la sua organizzazione strettamente personale sprona gli individui a entrare nelle istituzioni particolari, li addestra al lavoro pratico e veramente proficuo, ed unisce gli animi di tutti in un unico sentire e volere. – Stabilito così codesto centro sociale, tutte le altre istituzioni d’indole economica, destinate a risolvere praticamente e sotto i vari suoi aspetti il problema sociale, si trovano come spontaneamente raggruppate insieme nel fine generale che le unisce, mentre pure, a seconda dei vari bisogni a cui si applicano, prendono forme diverse e diversi mezzi adoperano, come richiede lo scopo particolare proprio di ciascuna. E qui Ci torna ben caro di esprimere la Nostra soddisfazione pel molto che in questa parte si è già fatto in Italia, con certa speranza che, posto l’aiuto divino, si faccia ancora assai più nell’avvenire, rassodando il bene ottenuto e dilatandolo con zelo sempre più crescente. Nel che si rese grandemente benemerita l’Opera dei Congressi e Comitati Cattolici, grazie all’attività intelligente degli uomini esimi che la dirigevano, e che a quelle particolari istituzioni furono preposti o le dirigono tuttora. E però tale centro od unione di opere d’indole economica, come fu da Noi espressamente conservata al cessare dell’anzidetta Opera dei Congressi, così dovrà continuare anche in seguito sotto la solerte direzione di coloro che le sono preposti. – Contuttociò, perché l’azione cattolica sia efficace sotto ogni rispetto, non basta che essa sia proporzionata ai bisogni sociali odierni; conviene ancora che si faccia valere con tutti quei mezzi pratici, che le mettono oggi in mano il progresso degli studi sociali ed economici, l’esperienza già fatta altrove, le condizioni del civile consorzio, la stessa vita pubblica degli Stati. Altrimenti si corre rischio di andare tentoni lungo tempo in cerca di cose nuove e mal sicure, mentre le buone e certe si hanno in mano ed hanno fatto già ottima prova; ovvero di proporre istituzioni e metodi propri forse di altri tempi, ma oggi non intesi dal popolo, ovvero infine di arrestarsi a mezza via non servendosi, nella misura pur concessa, di quei diritti cittadini che le odierne costituzioni civili offrono a tutti e quindi anche ai cattolici. E per fermarsi a quest’ultimo punto, certo è che l’odierno ordinamento degli Stati offre indistintamente a tutti la facoltà di influire sulla pubblica cosa, ed i Cattolici, salvo gli obblighi imposti dalla legge di Dio e dalle prescrizioni della Chiesa, possono con sicura coscienza giovarsene, per mostrarsi idonei al pari, anzi meglio degli altri, di cooperare al benessere materiale civile del popolo ed acquistarsi così quell’autorità e quel rispetto che rendano loro possibile eziandio di difendere e promuovere i beni più alti, che sono quelli dell’anima. – Quei diritti civili sono parecchi e di vario genere, fino a quello di partecipare direttamente alla vita politica del paese rappresentando il popolo nelle aule legislative. Ragioni gravissime Ci dissuadono, Venerabili Fratelli, dallo scostarsi da quella norma già decretata dal Nostro Antecessore di s. m. Pio IX e seguita poi dall’altro Nostro Antecessore di s. m. Leone XIII durante il diuturno suo Pontificato, secondo la quale rimane in genere vietata in Italia la partecipazione dei Cattolici al potere legislativo. Sennonché altre ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi, possono richiedere che nei casi particolari si dispensi dalla legge, specialmente quando voi, Venerabili Fratelli, ne riconosciate la stretta necessità pel bene delle anime e dei supremi interessi delle vostre Chiese e ne facciate dimanda. – Ora la possibilità di questa benigna concessione Nostra induce il dovere nei Cattolici tutti di prepararsi prudentemente e seriamente alla vita politica, quando vi fossero chiamati. Onde importa assai, che quella stessa attività, già lodevolmente spiegata dai Cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali, si estenda altresì a prepararsi convenientemente e ad organizzarsi per la vita politica, come fu opportunamente raccomandato con la circolare del 3 dicembre 1904 alla Presidenza generale delle Opere economiche in Italia. Nello stesso tempo dovranno inculcarsi e seguirsi in pratica gli altri principi che regolano la coscienza di ogni vero Cattolico. Deve egli ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente Cattolico, accedendo agli offici pubblici ed esercitandoli col fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della Patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difendere insieme gli interessi della Chiesa, che sono quelli della Religione e della giustizia. – Tali sono, Venerabili Fratelli, i caratteri, l’oggetto e le condizioni dell’azione cattolica, considerata nella parte sua più importante, che è la soluzione della questione sociale, degna quindi che vi si applichino con la massima energia e costanza tutte le forze cattoliche. Il che però non esclude che si favoriscano e si promuovano anche altre opere di vario genere, di diversa organizzazione, ma tutte egualmente destinate a questo o quel bene particolare della società e del popolo ed a rifiorimento della civiltà cristiana sotto vari determinati aspetti. Sorgono esse per lo più grazie allo zelo di particolari persone e si diffondono nelle singole diocesi e talvolta si aggruppano in federazioni più estese. Ora, sempreché sia lodevole il fine che si propongono, siano fermi i principi cristiani che seguono e giusti i mezzi che adoperano, sono anch’esse da lodare e incoraggiare per ogni modo. E si dovrà lasciare loro una certa libertà di organizzazione, non essendo possibile, che dove più persone convengono insieme, si modellino tutte in medesimo stampo e si accentrino sotto un’unica direzione. L’organizzazione poi deve sorgere spontanea dalle opere stesse, altrimenti si avranno edifici bene architettati, ma privi di fondamento reale e perciò al tutto effimeri. Conviene pure tener conto dell’indole delle singole popolazioni. Altri usi, altre tendenze si manifestano in luoghi diversi. Quel che importa è che si lavori su buon fondamento, con sodezza di principi, con fervore e costanza, e se questo si ottiene, il modo e la forma che prendono le varie opere, sono e rimangono accidentali.

Per rinnovare ed infine accrescere in tutte indistintamente le opere cattoliche l’alacrità necessaria, e per offrire occasione ai promotori e ai membri delle medesime di vedersi e conoscersi scambievolmente, di stringere sempre meglio i vincoli della carità fraterna fra loro, d’animarsi l’un l’altro con zelo sempre più ardente all’azione efficace e di provvedere alla migliore solidità e diffusione delle opere stesse, gioverà mirabilmente il celebrare di tempo in tempo, secondo le norme già date da questa Santa Sede, i Congressi generali e parziali dei Cattolici italiani, che devono essere la solenne manifestazione della fede cattolica e la festa comune della concordia e della pace. – Ci resta a toccare, Venerabili Fratelli, di un altro punto di somma importanza, ed è la relazione che tutte le opere dell’azione cattolica devono avere rispetto all’Autorità ecclesiastica. Se bene si considerano le dottrine che siamo andati svolgendo nella prima parte di queste Nostre Lettere, si conchiuderà di leggieri, che tutte quelle opere che direttamente vengono in sussidio del ministero spirituale pastorale della Chiesa e che si propongono un fine religioso in bene diretto delle anime, devono in ogni menoma cosa essere subordinate all’autorità dei Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle diocesi loro assegnate. Ma anche le altre opere, che, come abbiamo detto, sono precipuamente istituite a ristorare e promuovere in Cristo la vera civiltà cristiana e che costituiscono nel senso spiegato l’azione cattolica, non si possono per niun modo concepire indipendenti dal consiglio e dall’alta direzione dell’Autorità ecclesiastica, specialmente poi in quanto devono tutte informarsi ai principi della dottrina e della morale cristiana; molto meno è possibile concepirle in opposizione più o meno aperta con la medesima Autorità. Certo è che tali opere, posta la natura loro, si debbono muovere con la conveniente ragionevole libertà, ricadendo sopra di loro la responsabilità dell’azione, soprattutto poi negli affari temporali ed economici ed in quelli della vita pubblica amministrativa o politica, alieni dal ministero puramente spirituale. Ma poiché i Cattolici alzano sempre la bandiera di Cristo, per ciò stesso alzano la bandiera della Chiesa, ed è quindi conveniente che la ricevano dalle mani della Chiesa, che la Chiesa ne vigili l’onore immacolato e che a questa materna vigilanza i Cattolici si sottomettano, docili ed amorevoli figliuoli. – Per la qual cosa appare manifesto quanto fossero sconsigliati coloro, pochi invero, che qui in Italia e sotto i Nostri occhi vollero accingersi a una missione che non ebbero da Noi, né da alcun altro dei Nostri Fratelli nell’episcopato, e si fecero a promuoverla, non solo senza il debito ossequio all’Autorità, ma perfino apertamente contro il volere di lei, cercando di legittimare la loro disobbedienza con frivole distinzioni. Dicevano anch’essi di alzare in nome di Cristo un vessillo; ma tal vessillo non poteva essere di Cristo, perché non recava tra le sue pieghe la dottrina del divin Redentore, che anche qui ha la sua applicazione: “Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me” (Luc. X, 16);”Chi non è meco è contro di me; e chi meco non raccoglie, disperde” (Ib. XI, 23),dottrina dunque di umiltà, di sommissione, di filiale rispetto. Con estremo rammarico del Nostro cuore abbiamo dovuto condannare una simile tendenza ed arrestare autorevolmente il moto pernicioso che già si andava formando. E tanto maggiore era il dolor Nostro, perché vedevamo incautamente trascinati per così falsa via buon numero di giovani a Noi carissimi, molti dei quali di eletto ingegno, di fervido zelo, capaci di operare efficacemente il bene, ove siano rettamente guidati. – Mentre però additiamo a tutti la retta norma dell’azione cattolica, non possiamo dissimulare, Venerabili Fratelli, il pericolo non lieve al quale, per la condizione dei tempi, si trova oggi esposto il Clero; ed è di dare soverchia importanza agli interessi materiali del popolo, trascurando quelli ben più gravi del sacro suo ministero. Il Sacerdote, elevato sopra gli altri uomini per compiere la missione che tiene da Dio, deve mantenersi egualmente al disopra di tutti gli umani interessi, di tutti i conflitti, di tutte le classi della società. Il suo proprio campo è la Chiesa, dove ambasciatore di Dio predica la verità ed inculca col rispetto dei diritti di Dio il rispetto ai diritti di tutte le creature. Così operando, egli non va soggetto ad alcuna opposizione, non apparisce un uomo di parte, fautore degli uni, avversario degli altri, né per evitare l’urto di certe tendenze o per non irritare in molti argomenti gli animi inaspriti si mette nel pericolo di dissimulare la verità o di tacerla, mancando nell’uno o nell’altro caso ai suoi doveri; senza dire che dovendo trattare ben spesso di cose materiali, potrebbe trovarsi solidale in obbligazioni dannose alla sua persona, e alla dignità del suo ministero. Non dovrà dunque prender parte ad associazioni di questo genere, se non dopo matura considerazione, d’accordo col suo Vescovo, ed in quei casi soltanto, ne’ quali l’aiuto suo è immune da ogni pericolo e torna di evidente profitto. Né in tal maniera si raffrena punto il suo zelo. Il vero apostolo deve “farsi tutto a tutti, per tutti salvare” (I Cor. IX, 22); come già il divin Redentore, deve sentirsi muovere a pietà le viscere, “mirando le turbe così vessate, giacenti quasi pecore senza pastore” (Matth. IX, 36). Con la propaganda efficace degli scritti, con l’esortazione viva della parola, col concorso diretto nei casi anzidetti s’adoperi adunque a fine di migliorare eziandio, entro i limiti della giustizia e della carità, la condizione economica del popolo, favorendo e promovendo quelle istituzioni che a ciò conducono, quelle soprattutto che si propongono di ben disciplinare le moltitudini contro l’invadente predominio del socialismo e che ad un tempo le salvano e dalla rovina economica e dallo sfacelo morale e religioso. In questo modo l’assistenza del clero alle opere dell’azione cattolica mira ad un fine altamente religioso, né tornerà mai d’impedimento, sarà anzi di aiuto al suo ministero spirituale, allargandone il campo e moltiplicandone il frutto. – Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto Ci premeva esporre ed inculcare intorno all’azione cattolica da sostenere e promuovere nella nostra Italia. —Additare il bene non basta; è necessario eseguirlo in pratica. Nel che tornerà di grandissimo aiuto l’esortazione vostra altresì ed il paterno vostro immediato eccitamento al ben fare. Siano pure umili i principi, purché veramente si cominci, la grazia divina li farà crescere in breve tempo e prosperare. E tutti i Nostri diletti figliuoli, che si dedicano all’azione cattolica, ascoltino di nuovo la parola che Ci sgorga tanto spontanea dal cuore. Nelle amarezze onde siamo tuttodì circondati, se vi ha alcuna consolazione in Cristo, se alcun conforto Ci vien dalla carità vostra, se vi ha comunione di spirito e viscere di compassione, diremo Noi pure con l’Apostolo Paolo (Phil. II, 1-5), rendete compiuto il Nostro gaudio con la concordia, con l’identica carità, col sentimento unanime, con l’umiltà e debita soggezione, cercando non il proprio comodo, ma il bene comune, e trasfondendo nei vostri cuori quei medesimi sentimenti, che in sé nutriva Gesù Cristo, Salvatore nostro. Sia Egli il principio di ogni vostra impresa: “Quanto voi dite o fate, sia tutto nel nome del Signore Gesù Cristo” (Coloss. III, 17); sia Egli il termine d’ogni vostra operazione: “Conciossiaché da Lui, e per Lui, ed a Lui sono tutte le cose; a Lui gloria nei secoli” (Rom. XI, 36).Ed in questo giorno faustissimo, che ricorda gli Apostoli, quando, ripieni di Spirito Santo, uscirono dal Cenacolo a predicare al mondo il Regno di Cristo, discenda eziandio su tutti voi la virtù del medesimo Spirito e pieghi ogni durezza, ritempri gli animi freddi, e quanto è sviato rimetta sul retto sentiero: “Flecte quod est rigidum, fove quod est frigidum, rege quod est devium“.

Auspice intanto del divino favore e pegno del Nostro specialissimo affetto sia l’Apostolica Benedizione, che dall’intimo del cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al vostro Clero e al popolo italiano.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella Festa della Pentecoste, 11 Giugno 1905, del Nostro Pontificato anno II.

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

La liturgia di questo giorno insiste sui castighi terribili che la giustizia di Dio infliggerà a quelli che avranno rinnegato Cristo. Morranno tutti e nessuno entrerà nel regno dei cieli. Coloro invece che in mezzo a tutte le avversità di questa vita saranno rimasti fedeli a Gesù, saranno un giorno strappati alle mani dei loro nemici ed entreranno al suo seguito nel cielo, ove Egli entrò nel giorno della sua Ascensione, che la Chiesa ha celebrato nel Tempo Pasquale. Questi pensieri sulla giustizia divina sono conformi, in questa IX Domenica dopo Pentecoste, colla lettura che la liturgia fa della storia del profeta Elia nel Breviario. – Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per capitale Gerusalemme: il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: « pieno di zelo per il Dio degli eserciti », uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, VII re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano trascinato il popolo all’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e alla regina, che era stata il cattivo genio di Achab, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da lezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebù, il dio di Accaron, come aveva intenzione, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: « Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta », E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini » (Breviario). Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro ed Elia sali al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito. E tutti i discepoli di Elia dissero: « lo spirito di Elia si è posato su Eliseo ». E mentre Eliseo andava verso Bethel, alcuni ragazzi lo schernirono dicendo: « Sali, sali, calvo! ». Ed Eliseo li maledisse nel nome di Dio che essi offendevano: due orsi uscirono dalla foresta e sbranarono 42 di quei fanciulli. — Per tutta la sua vita Elia, con la sua parola di  fuoco, difese i diritti di Dio. Più tardi Giovanni Battista, « pieno dello Spirito e della virtù di Elia », si presentò vestito come lui ed abitante come lui nel deserto, e difese allo stesso modo gli stessi diritti di Dio, annunziando la separazione che farà Cristo venturo della paglia dal buon grano »: raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà. –   « Elia, dice S. Agostino, rappresenta il Salvatore e Signore nostro. Come infatti Elia soffrì persecuzioni da parte dei Giudei; nostro Signore, il vero Elia, fu rigettato e disprezzato dal medesimo popolo. Elia lasciò il paese suo; Cristo abbandonò la sinagoga e accolse i Gentili (2° Nott.). « Dio liberò Elia dai suoi nemici elevandolo al cielo, Dio innalzò Cristo in mezzo ai suoi nemici e lo fece salire il giorno dell’Ascensione in cielo ». « Liberami, o Signore dai miei nemici, dice l’Alleluia, e allontanami da quelli che insorgono contro di me ». Elia, trasportato in un carro di fuoco è, secondo i Padri, la figura di Cristo, che sale al Cielo. Il Graduale è il versetto del Salmo VIII, che la liturgia usa nel giorno dell’Ascensione: « Signore, Dio nostro, come è ammirevole il tuo nome su tutta la terra: poiché la tua magnificenza si solleva al di sopra dei cieli. » E l’Introito aggiunge:« Ecco che Dio viene in mio aiuto e che il Signore accoglie la mia anima. Oh, Dio! salvami nel tuo nome e liberami nella tua potenza ». Questo trionfo di Gesù su quelli che lo odiano, figurato da quello di Elia su coloro che lo disprezzano, sarà anche il nostro se «non tenteremo Cristo », cioè se eviteremo l’idolatria, l’impurità, la mormorazione» (Ep.) rimanendo fedeli alla grazia Poiché « se Gesù continua a immolarsi sui nostri altari per applicarci i frutti della sua redenzione » (Secr.), e se « mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue,  noi dimoriamo in Lui e Lui in noi » (Com.), si è perché, « uniti a Lui », (Postcom.), osserviamo fedelmente i suoi comandamenti, che sono più dolci del miele » (Off.). S. Paolo ci dice infatti che « Dio, il quale è fedele, non permetterà che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne affinché possiamo perseverare » (Ep.). Supplichiamo dunque il Signore d’accogliere benignamente le preghiere che noi gli indirizziamo e di fare in modo che gli chiediamo solo quanto gli sia gradito, affinché ci possa sempre esaudire (Oraz.). – Ma la Giustizia divina non si accontenta di proteggere il giusto contro i suoi nemici e di ricompensarlo per la sua fedeltà; essa punisce anche quelli che fanno il male. Elia minacciò il regno di Israele infedele e fece cadere il fuoco dal cielo sui suoi nemici (Brev.); « Gli Israeliti, che tentarono Iddio con le loro mormorazioni, perirono per mezzo dei serpenti di fuoco » (Ep.), e Gerusalemme sulla quale Gesù pianse, minacciandole castighi perché lo respingeva, fu distrutta dalla guerra e dall’incendio (Vang.). « Ventitremila Ebrei perirono in un sol giorno per la loro idolatria, e molti furono colpiti a morte dall’Angelo sterminatore per le loro mormorazioni ». Ma tutti questi avvenimenti, spiega S. Paolo, furono permessi da Dio, e narrati per servire di nostro ammaestramento » (Ep.). Più di un milione di Giudei perirono nella distruzione di Gerusalemme, perché avevano rifiutato il Messia e il Vangelo (Vedi I Domenica dell’Avvento e XXIV dopo Pentecoste). Gesù ha sempre paragonata questa fine tragica alle catastrofi che segneranno la fine del mondo, quando Dio verrà a giudicare il mondo col fuoco. Allora il Giudice divino opererà la separazione dei buoni dai cattivi e mentre ricompenserà i primi, allontanerà dal regno di Dio tutti quelli che lo avranno rinnegato per la loro incredulità e i loro peccati, come cacciò dal Tempio, che è la figura della Chiesa terrestre e celeste, tutti i venditori che avevano trasformato la casa di Dio in una spelonca di ladri (Vang.). « Il male ricada sui miei avversari, chiede il Salmista e, fedele alle tue promesse, distruggili, o Dio, mio protettore! » (Intr.). Allora, infatti il tempo della misericordia sarà passato e non vi sarà più che quello della giustizia ». « Frattanto colui che crede di essere in alto guardi di non cadere! », dice l’Apostolo (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.


Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.

[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília. Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

[“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”.]

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL TIMOR DI DIO

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni dei Giudei ed i castighi che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!

[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]


V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja

[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.

 [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e liberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

[“In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincea, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

« DELLA CASA DI DIO NON FATE SPELONCA »

C’è un punto sul monte degli Olivi, da dove tutta si svela agli occhi la sottostante città. Fu là che Gesù, arrivando per l’ultima Pasqua, indugiò a contemplarla. Come vide, in una nebbia d’oro, le mura, le torri, il tempio biancheggiante di contro il sole, gli venne su dal cuore un amaro lamento: « Gerusalemme! ah se conoscessi anche tu, in quest’ora, quello che giova per la tua pace… » singhiozzò. Quando poi fu in città, si recò al tempio. Che scandalo! Nei cortili sacri; sotto ai portici austeri, sulle gradinate, i cambiamonete avevano posto i loro tavolini ed i venditori di colombe le loro gabbie: tutt’intorno la folla vagolava schiamazzante come sulla piazza del mercato. Gesù s’accese d’ira, ed impugnando un flagello, scacciava i profanatori che fuggivano davanti a lui come foglie secche davanti al vento autunnale, e senza neppure volgersi indietro l’udivano gridare: « La mia casa è per la preghiera, e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri ». Vos autem fecisti illam speluncam latronum. Se Gesù, ancora umidi gli occhi per le lagrime versate sui peccati di Gerusalemme e del mondo, entrasse anche in questa chiesa, in questa sua casa fatta per l’orazione, dite: non impugnerebbe più il suo flagello? non ripeterebbe più quelle terribili parole: « La mia casa è per la preghiera e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri? ». Ogni chiesa è la casa di Dio. I cieli, e i cieli dei cieli sono troppo piccoli per Lui eppure si degna di abitare in queste mura costrutte dalle piccole mani e dalla piccola arte degli uomini (III Re, VIII, 27). Ogni chiesa è il rifugio dei bisognosi. Oh quanto sono amabili e cari i vostri padiglioni, o Signore delle virtù! Il passero ha un nido, la tortora ha una gronda ove rifugiarsi: per me, 0 Dio, o Sovrano, sono gronda e nido i vostri altari (Salmo LXXXIII, 1-4). Quando Giacobbe vide in sogno la prodigiosa scala piena d’Angeli ascendenti e discendenti, svegliatosi esclamò: « Veramente il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo. Veramente terribile è questo luogo: altro non è che la casa di Dio e la porta del Cielo » (Gen., XXVIII, 16). Queste parole con più verità le possiamo dire della nostra chiesa: da essa non si eleva forse una prodigiosa scala che attinge il cielo donde calano gli Angeli a prendere le nostre suppliche, e dove salgono a riportarle? Ecco perché le preghiere più efficaci sono quelle fatte in chiesa. « Se la peste, l’epidemia, la ruggine, le locuste desoleranno la terra; se il nemico affliggerà il popolo assediando le città, tu, o Signore, esaudirai coloro che ti pregheranno in questo luogo santo (III Re, VIII, 37). Se la Chiesa è tutto questo, meditiamo allora il sacrilegio che è l’avvicinarsi ad essa senza rispetto esterno od interno. – 1. MANCANZA DI RISPETTO ESTERIORE. Una compagnia di allegroni amava radunarsi sul piazzale della basilica milanese ad inscenare giochi clamorosi e talvolta indecenti. Ebbene, è tradizione che S. Ambrogio, sdegnato, una volta sia uscito, coi sacri paramenti, lanciando parole di fuoco contro i profanatori. Poi si curvò, prese un pugno di terra e lo strinse in alto: tutti videro che grondava sangue. « È il sangue dei martiri — esclamò S. Ambrogio — che su questo luogo offrirono a Dio la loro giovinezza; è il sangue dei martiri a cui la chiesa e la piazza intorno è consacrata ». Da allora non osarono più quei giovani mancar di rispetto a quel luogo santo. – Io quando vedo della gente che passa davanti alla chiesa col berretto in testa, senza un cenno di religioso saluto; quando vedo nei giorni festivi molte persone indugiare sulla soglia del tempio in chiacchiere e sorrisi, mentre pretendono di ascoltare la Messa del precetto; quando vedo delle donne avanzarsi fin sotto l’altare vestite senza cristiana delicatezza, io invoco S. Ambrogio perché ritorni anche tra noi e ripeta il suo miracolo. – Nella Sacra Storia si legge che Eliodoro entrò nel tempio di Gerusalemme con propositi sacrileghi; ma subito apparvero due giovani di vigoroso aspetto, splendidi di bellezza essi e le loro vesti, i quali, preso in mezzo il profanatore, lo flagellarono senza posa con ripetuti colpi. Cadde tramortito Eliodoro, e tutto il popolo lo spinse fuori del tempio maledicendolo (II Macc., III). Quanti anche tra noi meriterebbero d’essere fustigati a sangue dagli Angeli che custodiscono la casa di Dio!… Tra gli altri quelli che chiacchierano inutilmente; che tengono un contegno annoiato o senza raccoglimento; quelli che alla domenica mattina vengono in chiesa vestiti ancora con gli abiti sporchi di una settimana di lavoro, mentre al pomeriggio si adornano squisitamente per recarsi a passeggio, ai ritrovi, con gli amici. – 2. MANCANZA DI RISPETTO INTERIORE. Lunghe carovane di devoti passavano da Alessandria per recarsi in pellegrinaggio al Sepolcro di Cristo. Una donna corrotta e corrompitrice li guardava passare e le balenò in mente un proposito diabolico: « Anch’io — disse — mi farò pellegrina, e seminerò una bella strage di anime nella stessa terra del Salvatore; negli stessi templi ove entreranno a pregare, anch’io entrerò e li adescherò nelle mie reti sensuali ». E partì. Ma quando fu nel paese di Gesù, quando fu in quelle contrade che lo videro camminare e l’udirono parlare, qualcosa già si era cambiato nel suo spirito. Ancora immonda com’era tentò di entrare nel tempio di Santa Croce: appena si trovò nell’atrio uno sgomento la prese. Si sforzò di avanzare e non poteva: una forza misteriosa la respingeva indietro, e non valeva a superarla. Maria Egiziaca comprese, tremò tutta come una foglia di pioppo e pianse. Nel levare al cielo gli occhi gonfi di lacrime, vide appesa nell’atrio un’immagine della Madonna. Si ricordò che bambina l’aveva udita chiamare Madre di misericordia. S’inginocchiò e fece una preghiera a Lei. Quando si alzò, era pentita in cuore: poté entrare nel tempio ove confessò i suoi peccati e poi divenne santa. Più importante del rispetto esterno è il rispetto interno che noi dobbiamo portare alla casa di Dio. Pavete ad santuarium Meum: ego Dominus (Lev. XXVI,) « Nell’avvicinarvi al mio santuario tremate: io sono il Signore! » — Eppure quante volte si entra in Chiesa con l’anima lorda di colpe e senza nessun dolore di esse, senza nemmeno il proposito di una buona confessione! Iddio non sempre vi respingerà sensibilmente come ha fatto con Maria Egiziaca, ma i suoi occhi, che scoprono le macchie negli Angeli, si chiuderanno con ribrezzo davanti a voi. Non vi siete accorti come ogni cosa nella Chiesa v’invita a santità interiore? Voi entrate, ed ecco prendete l’acqua benedetta. Che cosa vi dice? « Monda la tua anima come aspergi il tuo corpo ». Avanzate un passo: ecco il battistero. Che vi dice? « Dov’è la veste candida della tua innocenza che un giorno ti fu imposta? Che ne hai fatto dei giuramento che i tuoi padrini per te pronunciarono? ». Avanzate ancora: ecco le panche e le sedie delle preghiere. Qui si sono inginocchiati i tuoi genitori, i tuoi nonni, che vissero e morirono nell’onestà e nella fede; qui hanno pregato e pianto generazioni e generazioni, che dalla Religione attinsero la forza di una santa vita. « Perché tu non preghi? — dicono. — Perché così raramente sopra di esse ti raccogli? ». Ed ecco il pulpito. Quante parole furono dette per te, ed invano! « La parola di Dio — dice il pulpito — è preziosa più che oro: guai a quelli che non la trafficano ». Ed ecco la croce grande dell’altar maggiore. Dio vi è confitto e Vi sanguina ogni ora. « Crocifiggi la tua carne e i tuoi vizi! ». Ma tu hai sfrenato ogni tuo desiderio, ti sei abbandonato a tutti i piaceri. E così, senza un rimpianto, senza un proposito, vieni in Chiesa. Ma guarda la sacra mensa, coperta d’una bianca tovaglia. Da quanti mesi più non ti assidi? Da quanti anni, forse? Se proprio è così, cerca il confessionale, prendi nelle tue mani la tua anime morta e piagata e presentala al ministro di Dio. Egli ha potestà di risuscitarla e guarirla. A che vale tenere in Chiesa lampade d’oro, vasi preziosi, stoffe finissime, quando le anime sono lampade spente che non vogliono essere riaccese, quando il cuore è un vaso contaminato che non vuole la purificazione, quando la veste interiore della grazia è perduta né si brama di riacquistarla? A che vale che ogni cosa nella Chiesa v’inviti a santità, se voi non udite il richiamo e, quel che è peggio, si viene nella casa di Dio a pascere gli occhi di vanità e il cuore di desideri illeciti? Voglia il Signore che non accada ora proprio l’opposto di quel che avvenne allora, quando Gesù compiva i miracoli nel tempio. Entravano ciechi, storpi e infermi e ne uscivano sani. Nelle nostre chiese entrano sani e n’escono infermi; entrano per pregare e ne escono acciecati da qualche peccato. – Narrano antiche cronache (SIGONIO, Annali d’Italia) che nella primavera del 589 l’Adige gonfiato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi, si rovesciò fuori degli argini ed invase Verona. Ogni via era un canale, ed ogni casa veniva colmata d’acqua. Eppure, quantunque tutto in giro l’inondazione oltrepassasse l’altezza delle finestre, nella chiesa di S. Zenone nemmeno una goccia penetrò. Pare proprio che ai nostri tempi il fiume della corruzione sia cresciuto fuor dì misura quasi a sommergere ogni città. Che almeno le chiese siano salve! I Vescovi e i parroci fanno affiggere alle porte avvisi e minacce; ma Dio vi ponga i suoi Angeli perché più nessuno osi, né esternamente né internamente, profanare la sua casa che è casa d’orazione e non una spelonca di ladri.LE LACRIME DI GESÙ. Piansero i Profeti della Legge Antica. Dio usò i loro occhi per versare lacrime sul suo popolo. Amos, fuggendo la luce del sole splendente sulle colpe umane, scende nel luogo delle tenebre, grida al vento d’oriente e d’occidente il castigo di Dio: e quando attorno a lui vede molti figli d’Israele, con un tremito nella voce e col dolore che sale acuto dal cuore, così a loro parla: « Figli miei, sapete che faccio il dì? sapete che faccio la notte? Sono fissi nella mia mente i vostri peccati e sono piene le mie pupille di pianto. E quando m’assopisco subito mi sveglio ed ho gli occhi bagnati da lacrime ed ho il cuore spezzato dal dolore ». Poi parla al Signore e gli dice: « Jahvé, che debbo fare per la tua gente? ». « Profeta, risponde Iddio, va sulle piazze, corri nelle vie, entra nelle case: e piangi; entra nelle botteghe degli artigiani, penetra nel palazzo di giustizia e dì a tutti costoro: piangete con me i vostri peccati, piangete fino alla tomba ». Anche Geremia pianse sopra le iniquità degli uomini, e diceva: « Ah! mio Dio, ah! mio Dio: m’avete dato la cura di un popolo ribelle, che dirò a lui? ». E Dio gli rispose così: « Mostra quello che io soffro e fa così: afferra a ciocche i tuoi capelli, strappali di colpo, gettali nell’abisso; perché il peccato di questo popolo ha acceso il mio furore » – « Ma, Signore, e la tua ira quando cesserà? ». « Vestiti di sacco, mettiti la cenere sulla testa e piangi: piangi così che dì e notte il tuo volto sia bagnato, sì che i peccati del popolo siano lavati ». Anche al profeta Gioele Dio impose di piangere per i peccati, con queste parole: « Piangi la perdita delle anime, come lo sposo che ha perduto la sposa, e da quel dì è inconsolabile e cerca con i deserti di Siria e i colli di Palestina; e non hanno tregua le sue lacrime ». Piansero dunque i profeti della Legge Antica, l’uno dopo l’altro: ma il loro pianto era un preannunzio e una figura del pianto del Figlio di Dio, che sarebbe venuto a salvare l’umanità; le loro lacrime non avevano valore se non perché si univano misteriosamente a quelle che il Redentore avrebbe versato. Bisognava che il Redentore venisse e bisognava che piangesse sui nostri peccati ed ottenerci il perdono divino. Venne finalmente Gesù; ed il Vangelo odierno ci narra il suo pianto. Cavalcava tra le acclamazioni del popolo ed il suo viaggio verso Gerusalemme, pareva un trionfo e invece era un martirio. Tanto è vero che quando dall’alto dell’oliveto la capitale apparve distesa sotto il suo sguardo, Gesù si fermò a mirarla tristemente e pianse. Pianse vedendo i palazzi e il tempio che sarebbero stati rasi al suolo, ma soprattutto pianse vedendo il cuore di tanti uomini colmo come un sepolcro di corruzione e di miseria. « Gerusalemme, ah, se in questo giorno avessi conosciuto anche tu quello che occorreva per la tua pace, ma ormai ciò è nascosto ai tuoi occhi. Eppure verranno giorni sopra di te, quando i tuoi nemici scaveranno trincee, ti premeranno d’ogni parte, spezzeranno i tuoi figliuoli contro il suolo, non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo della tua visita ». Noi siamo commossi assai delle lacrime divine e spontaneamente ci vengono dal cuore queste due riflessioni: perché piange Gesù e che cosa ottengono le sue lagrime. – 1. PERCHÉ GESÙ PIANGE. Se qualcuno avesse osato interrogare Gesù perché piangesse, indubbiamente si sarebbe sentito rispondere: « Piango perché gli uomini hanno peccato; piango perché  gli uomini non vogliono accogliere il mio amore ». Ma davanti agli sguardi divini di Gesù non era distesa appena Gerusalemme, ma tutta la storia del mondo. Il suo pianto non si fermò appena sui Giudei dalla dura cervice, ma discese anche su di noi che abbiamo peccato e che non vogliamo accogliere il suo amore. Pianse dunque anche su noi: vide le nostre povere anime ingrate e le sue pupille si riempirono di lacrime. Pianse sulla nostra gioventù che cresce lontana da Lui; che non sa più pregare ma sa bestemmiare, non conosce più il sorriso innocente degli occhi divini, ma ha gli occhi pieni di cupi desideri e il cuore pieno di fango. E pianse sugli uomini che hanno perso la via della Chiesa e conoscono solo quella delle sale di divertimento, ed hanno sul labbro il motto equivoco ed hanno nell’anima l’odio feroce e la discordia. E pianse sulle donne che l’hanno dimenticato, che si ribellano alla loro missione materna e non sanno più portare la croce senza l’imprecazione contro la Provvidenza. Pianse sul nostro orgoglio, sulla nostra smania di piaceri e di onori. Ed Egli s’è umiliato tanto ed ha sofferto acerbamente! Pianse sulle nostre vendette, ed Egli morì con la parola del perdono. Pianse sui nostri sguardi cattivi, sui nostri discorsi osceni, sui nostri atti bassi e vergognosi: ed Egli era così santo, innocente, sopra ogni peccato!… Almeno avessimo udito il suo lamento e l’avessimo meditato; invece il nostro cuore è rimasto, rimane duro da non conoscere mai il tempo della visita dei Salvatore. Ci visita spesso Gesù, ci passa vicino; e noi siamo così distratti dal rumore delle terra che non ce ne accorgiamo. Ci visita con le carezze, quando benedice il lavoro della terra e la fatica dell’officina; e noi non siamo neanche un po’ riconoscenti. Ci visita col rimorso di coscienza, con una buona parola d’un amico, con la frase acerba del predicatore: e noi abusiamo. Non ancora oggi ci siamo convertiti a Lui, oggi in cui grida di più all’anima nostra con angoscia rotta e con amore desolato: « Gerusalemme, mia città, getta lontano il tuo manto d’ignominia, abbandona le orge che ti hanno sedotta: e ritorna al tuo Signore ». Convertere ad Dominum Deum tuum. – 2. L’EFFICACIA DEL PIANTO DI GESÙ. S. Vincenzo de’ Paoli amava con tutta l’anima un giovane che era cresciuto bene, come un giglio in una serra; ma che poi s’era abbandonato al vizio. Il Santo; ogni volta che lo vedeva, non riusciva a trattenere il pianto. « Ebbene, gli disse un giorno S. Vincenzo, non posso più esortarti a lasciare la strada cattiva, perché vedo che delle mie parole e delle mie lagrime non tieni conto. Ti chiedo però una cosa ancora ». « Quale? », domandò il giovane. « Prendi questa immagine e guardala, ogni sera, prima di addormentarti ». Il giovane accontentò la stranezza del Santo e promise. La sera vide quell’immagine per la prima volta: e fu scosso e prese il sonno solo dopo un’ora: lo sguardo dolorante del Maestro Divino lo fissava, incatenava i suoi occhi, l’anima sua. E la sera dopo, ebbe paura a guardare, a stento riuscì a mantenere la parola. Ma Gesù sofferente lo guardava, sempre, tutta la notte, così che non poté dormire. Ed al mattino si recò da S. Vincenzo. « Padre, non ne posso più: le lacrime di Gesù hanno vinto ». Questo non è che un piccolo episodio in cui il pianto di Gesù ha ottenuto una la conversione: ma voi capite subito quanto valgono le lacrime divine, il pianto che ha fatto la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio di Dio. Lacrime di valore infinito ci hanno meritato una cosa divina, la grazia, la partecipazione della vita divina, l’essere figli adottivi di Dio. – O Angeli santi, grida Nieremberg, ditemi dunque: che cosa è la grazia? Cherubini, voi così pieni di scienza, ditemi: che cosa è la grazia che è costata tanto al nostro Dio? ». Che ha fatto il digiuno di Gesù? il suo lavoro, i suoi sudori? Che hanno fatto i suoi flagelli, le sue spine, il suo pianto? Hanno meritato la grazia santificante all’anima nostra. E voi sapete che cosa è un’anima in grazia? Quando Giovanni la vide in cielo, era così bella che pareva Dio e si prostrò ad adorarla; ma ella gridò: « che fai? son tua sorella ». Quando a S. Caterina la mostrò il Signore, la Santa fu così meravigliata da dire: se io non sapessi che v’ha un Dio solo, crederei questa esserne uno ». Quando Bossuet meditò sulla sua bellezza, scrisse così: « Chi vedesse un’anima dove Dio regna con la sua grazia, crederebbe vedere Dio stesso, come si vede un secondo sole in un terso cristallo dov’esso si rifletta con tutti i suoi raggi ». Quando il S. Curato d’Ars ne parlava faceva dire così al Signore: « Io l’ho fatta sì grande che io solo posso bastarle: io l’ho fatta sì pura che solo il mio corpo le può servire di alimento ». Lacrime di valore infinito, hanno meritato tante e tante conversioni; così che per i lamenti del Buon Pastore quante pecorelle sono ritornate all’ovile; così che per le lacrime del Buon Pastore quanti figli prodighi sono venuti ancora alla casa paterna; così che per le premure amorose, come quelle della donna di casa, quante dramme si trovano ancora con l’impronta dell’immagine di Dio! Lacrime di valore infinito, ci hanno ottenuto di conservare la grazia. Volete sapere quanto costa l’anima nostra? Domandatelo al demonio che ogni dì vi tenta, anche quando meno pensate all’anima, anche quando pregate. Così potrete anche misurare quanto valgono le lacrime di Gesù. Invece noi stimiamo tanto poco la grazia e l’anima nostra e stiamo in peccato; un orgoglioso la vende per un pensiero di orgoglio, un avaro per un po’ di terra, un lussurioso per un attimo di piacere, un ubriaco per un bicchiere di vino, un vendicativo per un pensiero di vendetta… Invece noi lasciamo di nutrirla col SS. Sacramento, con la S. Comunione, lasciamo aperta la porta e lasciamo entrare il ladro di giorno, di notte, la lasciamo assalire, ferire, morire… Quanto poco stimiamo l’anima in grazia, quanto poco stimiamo le lacrime di Gesù!. – « Gettate uno sguardo, esclama commosso Bossuet, contemplate Gesù lacrimoso, doloroso: voi siete nati da quelle lacrime, voi siete stati generati da quei dolori: e la grazia che vi santifica si riversa su voi assieme alle sue lacrime. Figli di dolore, figli di pianto… ». « Ecco l’Uomo »: fu detto ai Giudei nel dì del dolore. Era l’Uomo nuovo che sostituiva l’uomo vecchio, era l’Uomo nuovo che veniva a piangere sui peccati dell’uomo, a darci la grazia, a farci figli di Dio. Da allora cessò il pianto dei profeti: e come ci fu poi un solo Sacrificio a cui partecipano i figli della grazia, così ci fu un sol pianto a cui parteciparono i figli redenti nel dolore. Tanto valsero le lacrime di Gesù.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.

[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur.

[Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Præfatio


V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et
sanabitur anima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.

[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (5)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

-CAPO V.

RELIGIONE (2)

I. I Cattolici sono intolleranti. II. Mancano di carità.

Quel che abbiano discorso nel capo antecedente somministra ad alcuni l’occasione di tacciare i Cattolici d’intolleranza: e siccome quest’accusa ai nostri giorni, in cui sono di moda la discrezione, la prudenza e l’umanità, riesce pungentissima, così tutti cercano di declinarla. Tuttavia, non vi commovete di soverchio, piuttosto cercate di comprendere quel che sia l’intolleranza dei Cattolici, che forse potreste trovare in essa piuttosto materia di vanto e di onore, che di torto e di confusione.

A. I Cattolici sono intolleranti, dicono in primo luogo, quando si tratta di religione. Ora avvertite che quei che muovono questa accusa sono i protestanti, o grandi ammiratori della tolleranza protestantica, che vorrebbero vedere trapiantata fra di noi. Epperò prima di ogni altra cosa interrogateli con tutto segreto e tutta confidenza, come stiano a casa loro in fatto di tolleranza; che vi dicano, per esempio, come l’intesero i tollerantissimi Inglesi per lo spazio di tre secoli coi Cattolici dell’Inghilterra, della Scozia e soprattutto dell’Irlanda; come l’hanno mantenuta nelle parole, nelle leggi, nella libertà. Sentite un poco da loro, se per caso non abbiano mai fatta nessuna legge che riguardi i medesimi. Dite pur loro che per la nostra edificazione vi parlino a fidanza… Ipocriti (Hanno coraggio di parlare di tolleranza con un codice che spira oppressioni, taglie, multe, soprusi, carneficine d’ogni fatta contro un popolo che ebbe la gran colpa di volersi mantener fedele alla Religione dei suoi padrine di tutto il mondo incivilito; con una storia che ricorda i fatti di Arrigo VIII, di Edoardo VI, di Lisabetta, di Cromwello di Inox, ecc. ecc. Vi dicano come abbiano inteso la tolleranza gli Svizzeri di Berna e dei Cantoni protestanti con i Cantoni cattolici fino a questi ultimi anni. Vi dicano come la intendano in questi giorni i luterani nella Svezia, nella Danimarca, nella Norvegia.- Se dopo d’aver isterminata la religione cattolica col ferro e col fuoco, non hanno poi stabilito il loro culto con leggi affatto draconiane contro il Cattolicismo, allora levino pure la testa e parlino di intolleranza, che ascolteremo le loro accuse. Ma se la cosa va tuttonì altrimenti, ed essi non riescono a cancellare tre secoli intieri di storia ed a nasconderci tutti i giornali, allora hanno mal garbo a parlare d’intolleranza. – Ma venendo a rispondere direttamente, osservate che in due maniere si può intendere che altri sia intollerante in fatto di religione: o che perseguiti chi non pensa come lui, o che disapprovi con la voce e colla voce si opponga a chi insegna diversamente da lui. Quanto al primo modo d’intolleranza ne dirò più sotto ed a luogo opportuno qualche cosa, quanto al secondo ne dirò qui una parola. – I Cattolici non possono patire che altri si opponga alla loro Religione e disapprovano tutte le sètte che sono da lor divise. Evoi, lettore, sareste così soro da farne le maraviglie? Comprendereste ben poco, non dico l’indole della Religione Cattolica, ma neppure la natura dell’uomo, se poteste credere o possibile o doveroso il contrario. Niuno v’ha al mondo che non sia intollerante, quando creda di possedere una qualche verità, e se voi volete convincervene io mi impegno a farvene fare la confessione solenne di bocca del più fervente patrocinatore dell’universale tolleranza. Io lo interrogherò pertanto alla vostra presenza. Di grazia, signore, se alcuno venisse ad impiantare nella vostra città un nuovo culto, che richiedesse il sacrifizio di vittime umane, lo tollerereste voi? risponderà: No certo. E perché? Perché è un delitto, ed un delitto non si può tollerare. Ma dunque voi siete intollerante, voi fate violenza alla coscienza altrui, proscrivendo come delitto quello che è un ossequio degno della divinità, secondoché ne pensarono tanti popoli dell’antichità e secondoché ne pensano anche tanti popoli ai dì nostri. Con qual diritto volete dunque che la vostra coscienza prevalga sopra la loro? La risposta unica che potrebbe dare è, che la sua intolleranza sarebbe per bene dell’umanità. Sia pure, ma non negate più adunque che possa darsi tal caso, in cui l’intolleranza, rispetto ad un culto, vi paia un dovere ed un diritto. Che se proscrivete questo culto atroce, permettereste almeno che si proclamasse nell’insegnamento come santa e salutare la pratica de’ sacrifici di umane vittime? Tolgalo Iddio, poiché sarebbe un insegnare l’assassinio. Ebbene eccovi di bel nuovo una dottrina che voi non potete tollerare. Andiamo oltre, voi conoscete senza dubbio i sacrifici che offrivansi un tempo alla Dea di amore, e l’infame culto che le si offriva in Babilonia ed a Corinto: ora se un culto simile rinascesse fra di noi, parrebbevi da tollerare? No certo, poiché sarebbe contrario alle leggi del pudore. Ma permettereste almeno che s’insegnasse la dottrina sopra cui quel culto è fondato? Neppure, e per la stessa ragione. Eccovi dunque un altro caso, in cui voi vi credete in diritto ed in dovere di essere intollerante, di far violenza alla coscienza altrui, e ciò perché così ve lo impone la vostra coscienza. Più ancora: immaginate che qualche testa fervida, riscaldata anche più dalla lettura della Bibbia, volesse fondare un nuovo Cristianesimo, sulla foggia di quello già vagheggiato da Mattia Harlem o Giovanni di Leyden, e già cominciasse a spargere la sua dottrina, fare attruppamenti e si trascinasse dietro una parte del popolo, parrebbevi da tollerare questa nuova religione? No certo, poiché questi infelici potrebbero rinnovare le tragedie del secolo XVI, quando in Allemagna gli anabattisti, conculcata ogni proprietà, per ordine dell’Altissimo abbattevano le podestà costituite, trucidavano i signori e spargevano dappertutto la desolazione e la morte. Benissimo, e l’infrenarli sarebbe giustizia non meno che carità e prudenza. Ma adunque che cosa diventa quel principio sì chiaro, sì evidente, sì giusto nell’universale tolleranza, se ad ogni tratto siete costretto dalla forza delle cose a rinnegarlo? Direste per ventura che la sicurezza dello Stato, il buon ordine della società, la pubblica morale vi ci costringono? Ma allora, io ripeto, che sorta di principio è quello che si trova sì spesso in lotta colla morale, coll’ordine, colla pubblica sicurezza? (Balmes).È dunque evidentissimo che quel principio è una assurdità, checché si dica e si ripeta in contrario da gran baccalari. – Applichiamolo adesso al nostro caso. Che cosa crediamo noi Cattolici? Noi crediamo di possedere in fatto di religione la verità; crediamo che siano per sovrastarci mali gravissimi nel tempo ed ancora più nell’eternità, dove lasciamo corrompere in noi questo vero; noi crediamo che tutti gli altri culti tanto più si distinguano dal vero, quanto più si allontanano dalle nostre credenze: e crediamo tutto ciò appoggiati ai fondamenti più incontrastabili di ragione, di autorità, di fede: sicché siamo disposti a dare tutto il sangue delle nostre vene in mezzo a tormenti più spietati, piuttostoché rinunziare ad una sola delle nostre credenze: e con questa persuasione nel cuore, protremmo mai tollerare che altri assalisse od in noi o ne’ nostri prossimi o nella nostra patria la verità cattolica? Per tollerare tranquillamente l’errore, bisogna non esser uomo, od esser la feccia più vile degli uomini; ma per tollerarlo in materia così rilevante come la Religione, bisogna esser caduto sotto la condizione dei bruti ed accostarsi a quella dei demoni. – La natura d’uomo, anche sola, esige che chiunque possiede la Verità non la lasci oscurar dall’errore. Niun matematico consentirà mai ad alcuno che non sia vera quella proposizione, di cui la sua scienza ha fornita la dimostrazione: niun naturalista consentirà che sia negabile quella sperienza, che egli ha fatta e ripetuta le mille volte: niun legale consentirà che si rechi in dubbio l’esistenza d’una legge, la quale è registrata nel codice. Anzi niun artigiano accorderà anche all’uomo più dotto del mondo che non siano vere quelle regole, che egli esercita tuttodì nella sua officina. Ed il Cattolicismo, che possiede verità che ha ricevute da Dio stesso, le prostituirà ad ogni umana fantasia, come si fa d’una favola o d’una finzione? – All’assurdità si aggiungerebbe l’empietà: perocché sapendo di certo il Cattolico che quelle credenze sono anche mezzo, ed unico mezzo per la salvezza sua e dei suoi prossimi, col rinunziarvi, col lasciarle recare in dubbio, farebbe non solo un danno a sé, ma un tradimento nerissimo a’ suoi prossimi. Che direste di chi si lagnasse e strepitasse perchè non si lasciano impunemente spacciare pugnali, pistole, veleni, e gridasse che è violata l’umana libertà, e che è una tirannia, e che ornai nol si può più sopportare? Voi cadreste dalle nuvole per la maraviglia. Ebbene, e non vi meravigliate di chi strepita perché non si tollera che si rubino alle anime le verità della fede, i mezzi della salute, gli eccitamenti al ben vivere, i conforti al ben morire, gli aiuti della grazia, le speranze del paradiso e l’eternità? Se chi chiama i Cattolici intolleranti, dicesse chiaro che non crede né a Dio, né alla religione, né a vita avvenire, né a Paradiso, né ad inferno, si potrebbe comprendere quel che dice; ma che il faccia un Cristiano, un Cattolico, che professa di credere alla rivelazione di Gesù Cristo, è al tutto inesplicabile.

II. Ma la carità almeno non esigerebbe un poco di tolleranza? Orsù adunque che cosa è la carità? Carità è senza dubbio voler bene al prossimo, qualunque sia il motivo per cui si vuole un tal bene, poiché non è qui il luogo d’investigarlo. Ora se la Religione è il massimo bene dell’uomo, e per converso l’irreligione è il più grave suo male, in qual modo si chiama carità il tollerare che l’uomo sia spogliato della Religione e traboccato nel baratro dell’irreligione? Bisogna aver perduto il senno sino a scambiare la luce colle tenebre, la verità coll’errore per portare siffatti giudizi. Disapproviamo l’errore, lo allontaniamo: dunque non abbiamo carità. Gli è anzi tutto l’opposto. Disapproviamo l’errore: dunque abbiamo la maggior carità che possiamo avere. Abbiamo carità verso gli erranti, poiché essendo avvertiti in tempo del loro inganno, possano ritrarsene. Chi avverte un cieco che sta per traboccare in un fosso, con quell’avviso, quanto è da sé, lo salva; così il Cattolico che avvisa chi dà in errore, quanto è da sé, lo mette in salvo. – Abbiamo carità eziandio verso quelli che ancora sono sulla strada della verità; conciossiaché chi grida in tempo al fuoco, fa che tutti se ne preservino i vicini. La carità non deve aversi soltanto verso i disseminatori di false massime, la carità non ci obbliga, per non contristare essi, a soffrire noi qualunque danno; vuole anzi la carità ben ordinata dimostrarsi non con parole soltanto, ma coi fatti, preservandoli, quanto è da noi, dal male orribile, che sarebbe l’irreligione; male più Spaventoso d’ogni male, perché male eterno. – Aggiungete. a ciò, che quando si tratta d’errori in Religione, tutti ad una voce i Santi, i Dottori, i Padri della Chiesa raccomandano, che non si dissimuli né punto né poco la verità. E la ragione di ciò è molteplice. Abbiamo obbligo stretto di professare la fede e professarla pura quale ce la rappresenta la santa Chiesa. Il tollerare che dinanzi a noi tacenti, si parli contro di essa, è una specie di apostasia. Abbiamo obbligo di onorare Iddio con tutto il cuore, e dove sarebbe l’onor suo, se sopportassimo con pazienza chi dinanzi a noi lo bestemmiasse, rinnegando la sua fede? Abbiamo obbligo di amare il prossimo come noi stessi, e dove sarebbe il nostro amore, se soffrissimo che gli fosse propinato il veleno micidiale della infedeltà, senza pure una nostra protesta in contrario? – Che se per ottenere questo bene del prossimo è necessario contristare con l’opposizione i nostri fratelli perversi, di chi è la colpa? Perché essi vi ci obbligano e vi ci conducono? Finalmente, postoché tanto predicano la carità e la tolleranza, non farebbero male a darcene un poco d’esempio. Perché invece si cacciano tra di noi per fas et nefas, mentre noi non li cerchiamo? Perché spargono nelle nostre città e nelle nostre famiglie la discordia religiosa? Gridano all’intolleranza, al mancamento di carità, e poi diffondono libri e fascicoli che ci rubano la pace e la quiete dello spirito, declamano giorno e notte contro tutte le nostre istituzioni, spirano veleno contro il Capo della nostra Chiesa, sputano fiele contro il corpo venerando de’ nostri Sacerdoti, bestemmiano tutto il giorno i nostri Sacramenti, beffeggiano i nostri Santi avvocati e protettori, motteggiano tutte le nostre pratiche di pietà e divozione: fanno tutto ciò con un dispetto, una rabbia, un livore che paiono invasati da mille demoni; e poi, se qualcuno vuol rispondere e difendere le sue credenze, se il fa con qualche ardore e risentimento, allora torcono il collo, giungono le mani, e, compostisi a divozione, gridano all’intolleranza, e rammentano la carità. Pur cari cotesti nuovi apostoli della tolleranza e dell’amore! Se noi dicessimo. di loro che cantan bene e razzolano male, non ne avremmo qualche ragione? Eh via! se ne stiano a casa loro una volta e vadano a predicare altrove queste generose virtù. E voi, o lettore, non siate mai così dolce di sale di ammetterle e da riconoscerle; e l’iniqua massima che ogni religione è buona, rigettatela prontamente, ancorché vi si presenti dinanzi camuffata sotto la maschera della carità.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo terzo (1)

LA LEGGE DELL’AMORE

È stato osservato che se è bene cogliere qualche rosa e deliziarsi della sua bellezza e del suo profumo, è meglio, però rivolgere le proprie cure al rosaio completo: le rose si moltiplicheranno ad ogni primavera e ci procureranno sorriso e fragranza. Avviene lo stesso nella morale: è tutt’altro che inutile esaminare le singole virtù, le singole norme, i singoli punti dell’etica cristiana; ma ciò che più importa è il rosaio dell’Amore, perché chi lo coltiva ha tutte le altre virtù. Quando noi possiamo dire con sincerità a noi stessi di amare Dio, possiamo soggiungere con sant’Agostino: « Ama e fa quello che vuoi ». L’amore è la perfezione della legge, avverte san Paolo; è la fonte di ogni precetto; dev’essere il soffio ispiratore di ogni atto; ed in esso sta tutta la morale cristiana. Lo ha insegnato Gesù nel Vangelo: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze: ecco il primo ed il massimo dei comandamenti… Il secondo è simile al primo: Ama il tuo prossimo come te stesso ». Per comprendere il significato di queste parole, dobbiamo esaminare l’amore che dobbiamo a Dio, al prossimo, a noi stessi.

I. – L’AMORE DI DIO

Vi è un grave errore, quanto mai diffuso, che giova subito liquidare. Si crede che l’amore di Dio, voluto da Gesù, consista in questo: l’individuo, con tutte le energie della sua anima umana, col suo affetto, con la sua intelligenza e con la sua azione, protesta a Dio il suo amore. Si tratterebbe, quindi, d’un amore individuale ed umano. È uno sbaglio. Se l’amore nostro per Dio dovesse consistere solo in questo, non erano necessari il Cristianesimo, l’ordine soprannaturale e la rivelazione. Bastava la ragione o la coscienza del puro uomo, che, risalendo mediante un semplice ragionamento dalle cose create al Creatore, doveva sentire il dovere di amar Dio sopra ogni cosa. Ogni filosofo pagano, come un Platone o un Epitteto, anzi ogni anima naturalmente onesta, poteva giungere a questo atto di amore naturale.

1. – L’amore soprannaturale di Dio

L’amore a Dio, del quale parla Gesù, è qualcosa di più grande. È bensì anche tutto ciò che abbiamo detto or ora, poichè l’ordine soprannaturale non distrugge mai l’ordine naturale, ma è un atto di amore fatto da noi in unione con Cristo. Incorporati a Lui, divinizzati dalla sua grazia, uniti al suo corpo mistico, noi siamo vivificati dall’Amore sostanziale che unisce il Padre al Figlio ed il Figlio al Padre. Noi, dunque, siamo figli di Dio, ed il nostro amore a Diobnon è il semplice amore d’una creatura, ma è l’atto d’amore soprannaturale, il cui principio ci è infuso dallo Spirito Santo, col quale amiamo Dio, come i figli amano il Padre. Non per nulla la prima parola della grande preghiera, insegnata da Gesù, è un atto di amore: « Padre nostro »; insieme con Gesù noi salutiamo ed amiamo il Padre, che in noi non vede solo i singoli individui (come nella pagina d’un libro io non vedo solo le singole lettere), ma in noi contempla il suo Gesù che ci unisce, ci eleva, ci divinizza (come io nella pagina, attraverso le singole lettere, vedo il pensiero), e da noi viene amato con un amore umano sì, perché libero, ma trasformato e sublimato dalla grazia soprannaturale del Paradiso. – Cos’è il piccolo nostro cuore di fronte a Dio? cos’è il palpito d’amor umano per l’Infinito? È nulla, se per la carità il nostro cuore non è unito al Cuore di Cristo. Se noi insieme con Lui amiamo il Padre, allora i due palpiti — l’umano ed il divino — divengono simili, pur nella loro infinita differenza, a due grani d’incenso, gettati in un unico turibolo. La nube che s’alza al Padre allora è gradita ed è fragranza degna di Lui. L’amore soprannaturale di Dio, base ed anima della morale cristiana, presuppone, quindi, la fede. Con la fede noi crediamo ai misteri della nostra divinizzazione ed a tutte le verità, che in rapporto ad essa ci furono rivelate; — in una parola crediamo all’amore di Dio per noi: nos credidimus Charitati! Ancora: l’amore soprannaturale per Dio implica la speranza, poiché, come vedremo, cos’è questa se non il protendersi dell’anima verso l’amore di Dio, che sarà un giorno la nostra gioia eterna? Ed è con questa nozione di un amore non puramente individuale, ma in unione con Cristo — e non semplicemente umano, ma elevato dalla grazia, che bisogna leggere il Vangelo ed il Nuovo Testamento. Quando san Giovanni dice: « Colui che rimane nell’Amore, rimane in Dio e Dio in Lui », dobbiamo scorgere in tale espressione l’unione nostra con Dio nell’abito e nell’atto di carità. Quando san Paolo parla del nostro « amore per Dio che è in Cristo Gesù., la sua frase non dev’essere più un enigma incompreso. E quando soggiunge che in cielo non vi sarà più la fede né la speranza, perché Dio lo vedremo e lo possederemo, ma solo la carità, dobbiamo capire come il paradiso è la visione ed il possesso di Dio, conquistato con la carità di quaggiù, la quale non vien meno, ma in cielo si continua e si perfeziona in un eterno atto di amore dei figli verso la Trinità sacrosanta.

2. – I « surrogati » dell’amore di Dio

Se si partisse sempre da un simile concetto esatto dell’amore di Dio, non si correrebbe il rischio di confonderlo con i surrogati pericolosi, che si trovano in commercio.

a) Il primo surrogato, quanto mai ingannatore, è quello che sostituisce l’amore soprannaturale di Dio con l’amore sensibile, con quel sentimentalismo che ha origine nel nostro organismo fisiologico, con una serie di oh e di ah, che somigliano — direbbe il padre Aubry — a sospiri colombini. Vi sono delle anime che temono di non amare il Signore e son persuase d’aver pregato male, se non hanno avuto il fervore sensibile, quasi che l’amore di Dio, che risiede nella volontà nostra, non dovesse essere spirituale, ma fisiologico!

b) Il secondo surrogato, contro il quale ci ha messo in guardia lo stesso Gesù, fa consistere l’amore a Dio in pure parole, in dolci proteste verbali. « Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio ». – Nella storia del Cristianesimo noi sappiamo come la Chiesa abbia condannato il quietismo, con non minore energia di quello che abbia riprovato il naturalismo-. Se il naturalismo riduceva la vita all’attività umana soltanto, senza amor di Dio, il quietismo avrebbe voluto togliere il nostro contributo e ridurre tutto all’azione divina. Sono due punti di vista unilaterali: sono il vero amore soprannaturale di Dio tagliato a metà, di modo che da un lato si ha l’attività dell’uomo e dall’altro la grazia di Dio, due cose che debbono essere ben unite insieme. – Perciò, chi crede d’amare Dio, perché frequenta la Chiesa, assiste alle funzioni, recita preghiere, e poi non pratica la legge morale nella sua vita, s’inganna grossolanamente: è un Cristiano di nome e d’apparenza, non un Cristiano vero e di fatto. Non si ama Dio, se non facendo la sua volontà. E non si fa la volontà del Padre senza la carità, che è forma d’ogni azione soprannaturale meritoria.

3. – Il vero amore di Dio.

Il vero amore di Dio l’abbiamo quando, uniti a Cristo e vivificati dallo Spirito Santo, noi amiamo il Padre « con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze ».

a) Con tutto il cuore, — vale a dire quando tutti gli affetti del cuore tendono a Lui come a fine e in Lui si riuniscono come a centro. Bisogna — commenta il padre Grou nelle sue Meditazioni sull’amor di Dio — che non vi sia divisione alcuna nel cuore nostro, ma che tutto sia per Dio; « bisogna, cioè, che Dio sia la sola cosa che io ami per se stessa, e che tutte le altre cose… io ami in rapporto a Dio ». – « Non è amare Te a sufficienza, esclamava sant’Agostino, l’amare con Te altra cosa che non si ami per Te ». In questo senso san Bernardo proseguiva: « La misura dell’amore che dobbiamo a Dio, è di amarlo senza misura ». Vedremo in seguito come in tal modo non è distrutto nè diminuito nessun valore umano, l’amore, ad es., a noi, agli altri simili, alle ricchezze, alla gloria e così via, ma tutto è unificato e subordinato all’amore di Dio.

b) Con tutta la mente, — ossia sempre l’intelligenza nostra deve contemplare la realtà alla luce di Dio e del suo Amore. Siccome tutto ciò che esiste è creazione di Dio e da Lui dipende, la mia mente non raggiungerà la vera cultura, se non coglierà il nesso fra le singole cose e Dio. Studino pure la natura il fisico, il chimico, il biologo, il naturalista; ma si ricordino che, se anche per le necessità dell’analisi occorre prescindere da Dio, non è però mai possibile la sintesi del sapere senza l’amore Suo per noi e nostro per Lui. Il biologo scruterà le leggi della vita; l’astronomo ammirerà l’armonia e l’ordine degli astri; il filosofo indagherà l’universo per giungere ai supremi principi dell’essere; ma tutte le scienze debbono ricondurmi al centro della realtà. Per continuare il paragone di prima, io potrò prescindere per un istante dal pensiero che ha originato una pagina e che da essa è espresso; potrò limitarmi ora a ricercare l’alfabeto usato, ora a studiare il metodo della punteggiatura, ora a fare un elenco di vocaboli, ora a scoprire le regole grammaticali e sintattiche di quella lingua, ma tutto questo è un mezzo per risalire al pensiero e per comprenderlo. Così nel gran libro dell’universo la mia mente, mediante gli innumerevoli rami delle scienze, condurrà indagini parziali, che non debbono essere fine a se stesse, ma debbono avere come principio e come termine quel Dio che, nella natura e nella storia, ci dà una delle manifestazioni del suo Amore. Ama Dio con tutta la mente colui, che dovunque lo sguardo gira, qualunque scienza coltivi, cerca Dio.

c) Con tutte le forze, — ossia con tutta la volontà e con l’azione nostra. L’amore per Dio esige che si viva per Lui, che si operi secondo la sua volontà, che Gli si sia praticamente fedeli, anche nelle piccole cose. – « Le piccole cose, ammoniva sant’Ambrogio, sono piccole cose; ma esser fedele nelle piccole cose, è una gran cosa ». E il Tissot commenta genialmente: « Nostro Signore non è forse tutt’intero, tanto grande, tanto vivo, tanto adorabile, in una piccola Ostia come in una grande, in una particella come in un’Ostia intera? Non ne raccolgo io forse i frammenti con la medesima adorazione che ho per l’Ostia grande? Così è della volontà di Dio »: essa è identica nel minimo dei precetti e nel massimo dei comandamenti. Ogni norma della legge morale è dettata dall’Amore e dev’essere eseguita per amore; perciò nelle piccole e nelle grandi imprese, nell’umile e nascosto adempimento del dovere quotidiano e nell’atto eventuale dell’eroismo, sempre v’è lo stesso amore.. Ogni nostra azione deve, quindi, essere un atto di amore per Dio. Per dirla col Rodriguez, nel Sancta Sanctorum, là nel tempio di Salomone, ogni cosa era oro e coperta d’oro; così in noi, ogni cosa ha da essere o amor di Dio, o fatta per amor di Dio. La preghiera, il lavoro, il dolore, il sacrificio, la vita, la morte, tutto deve tramutarsi in un cantico d’amore. Solo una distinzione è da farsi, secondo ciò che ci avverte Gesù nel Vangelo. Infatti:

a) C’è un amore comandato, ed è il campo del dovere, dei comandamenti, dei precetti. A questo amore nessuno può sottrarsi, senza rendersi ribelle. Qui abbiamo la volontà di Dio che impone.

b) E c’è un amore consigliato, ossia il campo dei consigli « Se vuoi essere perfetto, dice Gesù, posando il suo occhio di predilezione sopra un’anima, consacrati a Me col voto di castità, di povertà, di obbedienza ». Qui abbiamo la volontà di Dio, che non comanda, ma solo invita dolcemente. Ed ecco la duplice schiera dei Cristiani: vi sono coloronche viaggiano sulla strada comune della legge morale, ed altri che ascendono l’alta montagna. I primi ed i secondi amano Dio: la differenza consiste nel modo più diretto della pratica dell’amore, anche se non sta sempre nell’intensità di esso, la quale, in chi vive nel mondo, può anche pareggiare e superare quella di chi si trova nel chiostro.

4. – La rassegnazione cristiana e la « santa indifferenza di sant’Ignazio.

Siamo ora in grado di afferrare il vero senso della dottrina morale cristiana a proposito della rassegnazione nel dolore e del programma ignaziano circa la « santa indifferenza ». Abbiamo visto come l’amor di Dio implica essenzialmente che si faccia la sua volontà, ossia che si voglia ciò che vuole Lui. Se Egli ci vuole nella gioia, dobbiamo benedirlo con l’autore dell’Imitazione di Cristo; se ci vuole nel dolore, dobbiamo parimenti benedirlo. Cos’è la rassegnazione? Forse l’insensibilità o l’indifferenza? No, mille volte no! Anzi, quanto più si sente e si soffre, tanto più dobbiamo amare Dio, conformandoci ed uniformandoci al suo volere. Noi sappiamo che Egli è Padre e che, se permette il dolore, lo fa per il bene nostro; anche se non comprendiamo le sue segrete intenzioni, siamo certi di questo: che è il Padre Colui che ci manda la sofferenza. Perciò non ci ribelliamo, non ci disperiamo mai, ma proseguiamo sicuri il nostro cammino, con un grande atto di amore per Lui, anche se non riusciamo né possiamo ridurre la sofferenza ad una gioia. – « Dobbiamo farci indifferenti riguardo a tutte le cose create », continua sant’Ignazio, suscitando il coro delle recriminazioni di chi, in nome del « perinde ac cadaver », lo accusa d’esser fautore di apatia, di fatalismo musulmano, di inerzia buddhistica, di insensibilità stoica, e chi più ne ha più ne metta. Sciocchezze! Noi, secondo sant’Ignazio, dobbiamo amare Dio ed in questo non possiamo essere indifferenti. È il fine nostro, sul quale non si discute. Ma in qual modo dobbiamo amare Dio? E l’autore immortale degli Esercizi risponde: facendo ciò che Dio vuole, non ciò che voglio io. C’è qualcosa di più evidente? No. Ed allora ne consegue che noi non dobbiamo valutare le cose in se stesse, quasi fossero l’Assoluto, ma solo in rapporto alla volontà di Dio: le cose non hanno mai valore di fine, ma sono solo mezzi, variabili all’infinito, che possono condurre al fine. Se Dio mi vuole professore, lo amo facendo bene il professore; se Dio mi vuole contadino, lo amo coltivando bene i campi; se Dio mi vuole ammalato in un letto, lo amo soffrendo; se mi vuole soldato, lo amo combattendo e così via. Io debbo farmi indifferente di fronte alle cose umane: il che è tutt’altro che inerzia o insensibilità! È il contrario: è il massimo grado di attivismo a cui io posso aspirare e gli Esercizi ignaziani sono tutti pervasi di questo spirito di energico attivismo. Il facere nos indifferentes esige una lotta formidabile contro noi stessi, da affrontare per amore di Dio. La rassegnazione inerte del fatalista è negazione di attività ed è egoismo bell’e buono; egli dice: — Non voglio angustiarmi, e prendo le cose come vengono; tanto « che giova nelle fata dar di cozzo? ». — L’accettazione cristiana del beneplacito divino è la prova più bella di amore che possiamo dare a Dio, perché se è facile gridargli il nostro affetto nelle ore ridenti di felicità; non è così facile ripetergli l’attestazione del nostro amore quando Egli ci domanda il sacrificio, la lagrima, il martirio.

5. – Vita attiva e contemplativa.

Ecco, dunque, risolto anche l’altro problema se sia migliore la vita attiva o la contemplativa. Non basta discutere una simile questione in astratto, perché allora è evidente che la vita contemplativa è l’optima pars, in quanto l’anima si volge direttamente a Dio, mentre la vita attiva, volgendosi alle cose, sale a Dio solo indirettamente; ma bisogna discuterla in concreto. La vita migliore per ognuno di noi è quella che è voluta da Dio. Se una operaia dovesse ragionare così: « Io sono stanca di fare da Marta; voglio imitare Maria, che ha scelto l’ottima parte, e starò quindi in chiesa tutto il giorno, pregando dinanzi al Tabernacolo), la morale cristiana la riproverebbe, perché esser Cristiani vuol dire amare Dio, ossia fare la sua volontà; se Dio vuole che una persona lavori in un’officina, essa non ama Dio, ribellandosi al volere divino, stando cioè lunghe ore in chiesa. Se Dio vuole un figlio suo fra il febbrile agitarsi del commercio, è là che il figlio buono deve restare, senza sognare le estasi della contemplazione. Di modo che il Cristiano più perfetto, in linea pratica, è colui che compie meglio la volontà di Dio nello stato in cui la Provvidenza lo vuole. Il bene non è bene, se non è fatto quando conviene, come conviene, da chi conviene, secondo, cioè, tutte quelle circostanze concrete, che ci indicano il volere divino.

6. – Conclusione.

Non saprei come meglio chiudere questo paragrafo che col riferire alcuni versetti dell’Imitazione di Cristo (libro III, 5). « Io ti benedico, o Padre celeste, o Padre del mio Signor Gesù Cristo, perché ti sei degnato di ricordarti di me meschino. – « O Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione… sempre ti benedico e ti rendo gloria con l’Unigenito tuo e con lo Spirito Santo, ne’ secoli de’ secoli. « O Signore Iddio, divino oggetto del mio amore.., tu sei la gloria e la delizia del mio cuore… « Gran cosa è l’amore ed il maggiore di tutti i beni! L’amore rende leggero ogni peso ed i pesi differenti porta tutti con animo eguale. Porta il peso senza sentirlo; e cangia in dolce sapore ogni amarezza… Nulla vi è in cielo e sulla terra che sia più dolce, più forte, più sublime, più espansivo, più giocondo, più perfetto, più eccellente dell’amore; perché l’amore è nato da Dio e non può trovar pace e quiete, se non al di sopra di ogni cosa creata, in Dio. « Colui che ama corre, vola, esulta; è libero e nulla può trattenerlo. Dà tutto per tutto e trova il tutto in tutte le cose, perché si riposa nel sommo unico Bene, da cui ogni bene fluisce e procede… « Per l’amore l’impossibile non esiste… Stanco, non perde lena; avvinto dai lacci, si serba disciolto; minacciato, non si sgomenta; ma come viva fiamma e come fiaccola ardente si slancia in alto e procede oltre, sicuro… « Un altro grido è all’orecchio di Dio questo stesso fervido affetto dell’anima, che dice: — Mio Dio, amor mio, tu sei tutto mio ed io sono tutto tuo. Apri il mio cuore all’amore, perché io possa nell’intimo dell’animo pregustare quanto sia dolce amare, struggersi, nuotar nell’amore… Deh! che io canti il cantico dell’amore; che io ti segua, o mio Diletto, fino al cielo; che languisca l’anima mia nelle tue lodi, giubilando d’amore… « Senza dolore, però, non si vive nell’amore. « Chi non è preparato a soffrire tutto ed a conformarsi alla volontà del Diletto, non è degno del nome di amante di Dio. Chi ama, per amore dell’amato deve abbracciare volentieri tutto ciò che v’ha di duro e d’amaro, nè per qualsiasi contrarietà deve separarsi da lui ». – Dal Cantico dei Cantici a questa pagina, forse scritta in estasi, l’inno tante volte si è elevato. E forse il nostro povero cuore, ne ha percepito così raramente, o così debolmente, una eco…

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)