
LO SCUDO DELLA FEDE (263)
P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,
Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (6)
4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864
CAPO VI.
INDIFFERENZA IN RELIGIONE
I. Indifferenza pratica, che colpa sia. Il. Dove abiti più frequentemente.
I due assiomi combattuti nel capo antecedente mirano a stabilire un principio pratico, l’indifferenza in religione: e però confutati quelli, resta chiusa la via anche a questa. Con tutto ciò, come l’indifferenza pratica è senza alcun dubbio la piaga che più affligge l’odierna società, così non sarà altro che utile il darle un’occhiata anche più direttamente. Che cosa è l’indifferenza pratica in religione? Miratela pure sotto l’aspetto che volete, essa vi comparirà sempre una mostruosità singolare. L’aspetto, sotto cui ella più si compiace di darsi a vedere, è il filosofico, in quanto che l’indifferente vorrebbe comparire un uomo superiore agli altri, e mosso da una ragione più illuminata, che non è la volgare. Ebbene, l’indifferenza in filosofia non è altro che un assurdo. Imperocché la religione, oltre all’essere una somma d’ossequi e di affetti verso il Signore, è ancora la rivelazione di una serie di verità rispetto a Dio ed a noi, alla vita presente ed all’avvenire, ai veri beni ed ai veri mali di questa vita e dell’altra. Ora che cosa significa essere indifferente in religione? Significa non curarsi delle verità in sé più nobili, all’uomo più necessarie. Il dubbio anche solo intorno a queste verità, è la morte di un intelletto che si sollevi alquanto sopra il comune; ma la non curanza di queste verità ha qualche cosa di stupido e brutale. Bisogna per giungere a questo stato essere talmente immerso nel senso, affogato nella materia, da non aver mai compreso, nè lo sconcio che è tale ignoranza, nè avere mai sospettato l’importanza di tutti que’ veri. Bisogna dire praticamente a sè stesso che non importa nulla l’accertare se abbiamo un’anima immortale o se siamo come le bestie; se un Dio ha parlato da sé medesimo, oppure se unica nostra guida ha da esser la debole nostra ragione. Se abbiamo nulla a temere per l’avvenire, o se abbiamo tutto a temere. Se è vero che un giorno saremo consorti degli Angeli del cielo, oppure se torneremo nel nulla d’onde fummo creati; e così andate dicendo di tutte le questioni più sublimi che riguardino l’umanità, non meno che la divinità. Se dunque un uomo, che può non curarsi di tutto ciò, merita il nome od il vanto di filosofo, di amatore della sapienza, addio per sempre filosofia. – Sebbene non solo verso la filosofia, ma pure verso il senso comune, l’indifferenza in religione è un assurdo. Non è mestieri esser filosofo per intendere che niuno può essere indifferente intorno a cosa, da cui dipende qualche grande suo interesse. Un capo di casa indifferente intorno ad una lite, da cui dipenda il sostentamento della sua famiglia, un generale indifferente intorno ad un fatto d’arme, da cui dipenda l’esito di una campagna, un principe indifferente intorno ad un avvenimento, che può mantenerlo sul trono o balzarnelo, sono esseri che escono dal consueto dell’umana natura e che appartengono ad un genere di stupidità non conosciuta. Ma un indifferente in religione è assai peggiore: perocché egli è indifferente a beni di ben altra importanza, che non sono gli accennati, se pure è vero, come è verissimo, che la religione si apprende con una mano all’uomo, coll’altra a Dio, e confina da una parte col tempo, dall’altra coll’eternità. Il perchè se fosse incerto tutto quello che si dice della religione, fosse anche leggerissimamente fondato, ogni buon senso vorrebbe che se ne facessero ricerche minute, diligenti, profonde, costanti fino ad avere al tutto raggiunta la verità. Ora che avrà a dirsi della stupidità di chi non se ne cura, mentre essa è, per testimonianza dei più chiari intelletti dell’universo, sì saldamente stabilita? L’assurdità, come ognun vede, è senza fine, e cede solo al delitto che in essa si ritrova. Conciossiaché la religione non è solo bene dell’uomo (notatelo bene, o lettore), è ancora e principalmente diritto di Dio. Se la Religione non fruttasse a noi bene di alcuna sorta, se non fosse il mirto della vita presente e la beatitudine dell’avvenire, se fosse per l’uomo null’altro che un penosissimo sacrifizio, tuttavia sarebbe altamente doverosa, perché Iddio ha diritto d’esigerla. Dio, autore dell’uomo e della società, ordinatore dell’uno e dell’altra, e padrone supremo e assoluto; fintantoché gli competeranno gli attributi di onnipotenza, giustizia, sapienza, verità, santità, bontà infinita, sarà nostro debito d’ossequiarlo, riconoscerlo, propiziarlo, invocarlo; ringraziarlo, adorarlo. Ognuno dei suoi titoli è un vincolo insolubile che a lui ne stringe e ci obbliga alla religione verso di lui. Epperciò l’essere indifferente intorno a Dio ed ai suoi diritti, gli è un dir col linguaggio dell’opera che non stimiamo gran fatto importante il rivolgerci a Lui per onorarlo o dargli le spalle in faccia: e che non ci cale gran cosa il presentargli atti ch’Ei gradisca, Ei comandi, Egli accetti, oppure che Egli disapprovi, che Egli abbomini, che Egli rigetti. Ne vedrete più sensibilmente l’eccesso, se trasporterete il caso a quello che interviene nel mondo. Immaginate un marito che dica alla sua sposa, che egli è indifferente al viver con lei oppure con una donna qualunque; immaginatevi un figliuolo che dica al suo padre, che egli rispetta lui, ma come farebbe un altro qualsiasi; immaginate un suddito che dica, che a lui fa lo stesso obbedire al suo principe, oppure ad un nemico di lui: tutta cotesta indifferenza parrebbevi una colpa sì leggiera? Come! un padre pareggiato nell’amore con uno straniero! Un principe col suo rivale! Una sposa con una donna pubblica! Ebbene voi colla vostra indifferenza religiosa non fate infinitamente peggio, mentre portate lo stesso amore alla sposa immacolata di Cristo, la Chiesa, ed alla sinagoga di satana; mentre tenete in uguale stima le dottrine sozze di Lutero, Calvino, Zuinglio e di non so quanti altri settarii, e le dottrine degli Apostoli, dei Patriarchi e dei Profeti, e mettete nello stessa fascio le pratiche sacrosante della cattolica Chiesa colle invenzioni umane, di un cervello farneticante, e professate colla vostra condotta che tutto vi è indifferente, che per voi tutto è lo stesso? Ma non è questo un delitto, di cui mai non si arriva a toccare il fondo? – Vi fu chi osservò che in questa sciagurata indifferenza si racchiude una total negazione del Cristianesimo, una piena apostasia da Gesù Cristo; ma poteva anche aggiungere, che vi si racchiude un pratico ateismo. La negazione totale del Cristianesimo è evidente. Imperocché chi crede ogni religione buona, non può credere che vi abbia una rivelazione; oppur, se vi ha una rivelazione, che non importi il conoscerla e molto meno il darle retta: altrimenti non potrebbe essere indifferente. Un soldato che dicesse, che è la stessa cosa per lui recarsi al campo di battaglia o starsene sotto le tende, mostrerebbe chiaro che o non ha ricevuto ordini dal capitano o che non si tiene per obbligato a quegli ordini: ma similmente per poter dire che non importa più una pratica di culto che un’alta, bisogna esser persuaso che o Gesù non ha dato nessun ordine in proposito, o che i suoi ordini non ci legano. Or questa persuasione appunto è un verissimo rinnegare la fede cristiana, è assolutissimo atto di apostasia, perché al tutto esclude la verità della rivelazione. – Inoltre, io diceva, è un pratico ateismo. E come no? Chi stima tutte ugualmente buone le religioni, non può aver di alcuna la stima che è necessaria, non può adottarne l’esercizio come si conviene, non superare le difficoltà che s’incontrano nel praticarla. Appena si riesce a porla in atto quando il nostro intelletto è convitto della verità di essa, e che senza di essa non vi è affatto salvezza: tanto è l’ostacolo che le frappongono le umane passioni, le occupazioni della vita e la nostra infermità! Pensate adesso se un intelletto senza persuasione, un cuore senza affetto riusciranno mai in un’opera cosi laboriosa. Il crederlo è un ingannarsi a volontà. – Se fosse necessario un ultimo disinganno, si potrebbe fare ricorso alla sapienza, la quale porrebbe in tutta la sua luce come un vero indifferente affatto non pratichi religione di sorta. Non il protestantesimo; poiché anche per praticare quell’abbozzo di religione, bisogna avere qualche fiducia di possedere in esso la verità. Di fatto fu giustamente osservato che anche tra di loro quelli i quali mantengono ancora qualche pratica positiva, sono quelli che, fond9andisu in qualche modo sull’autorità, più si allontanano dal credere ine buona ogni religione. Non pratica il Cattolicismo; poiché, come sopra abbiamo detto, il principio dell’indifferenza chiaramente il rinnega. Resta adunque che praticamente viva senza culto di sorta alcuna. – Di che ecco poi l’ultima conseguenza. L’indifferente è quel mostro singolare che vive sopra la terra come non vi avesse divinità. Un celebre teologo avendo udito un giorno, che un cotale che l’avvicinava, si gloriava di essere ateo, si fermò di rincontro a lui e prese a correrlo più e più volte coll’occhio da capo a piedi. Ammiratosi quell’empio di essere così diligentemente considerato, interrogò il teologo, che trovasse in lui di così nuovo, che tanto attirasse la sua attenzione. Non mi è mai venuto fatto, rispose, d’incontrare quella belva che chiamano ateo: voglio saziarmene questa volta per sempre. Ora se è un mostro così strano chi non crede, che esista Dio, che mostro sarà quello che, credendo che Dio esista, pure non lo riconosce, non l’adora, non gli presta ossequio di alcuna sorta? Eppur questa è la condizione dell’indifferente. Egli può definirsi un essere che non ha commercio col cielo, un essere per cui Dio è come non fosse, un essere che riceve grazie continuamente e non sente gratitudine di alcuna sorta. Ha un intelletto, e mai nol rivolge a chi glie lo ha dato, possiede un cuore, che mai non ha un palpito per chi gliel ha formato, è sostenuto in vita, e non conosce la mano che lo regge; offende con mille enormità il Signore, e non ha un sospiro mai di pentimento verso di Lui. – Ad un ateo, che in una nobile conversazione si vantava presso certe signore di essere il solo, che in quel palagio non credesse a Dio, la padrona di casa, stomacata di una impudenza così svergognata, rispose che nel suo palagio vi aveva anche altri, che non vi credevano altrimenti. E chi sono questi? I miei cani ed i miei cavalli, replicò essa prontamente: solo che quelle povere bestie, se hanno la sventura di non conoscere Dio, hanno però il buon senso di non vantarsene. Giusta risposta, ma risposta che ancora non basterebbe per un indifferente. Imperocché, che non onori Iddio chi non lo riconosce, in qualche modo s’intende: ma dove si troverà chi al tutto professi di non onorarlo, mentre lo riconosce? Non vi è altro luogo che l’inferno, nè altro essere che il demonio. E con tutto ciò, quasi non bastasse tanta empietà, aggiunge la beffa all’insulto. Imperocché, mentre non ha più religione di quello che ne abbia uno spirito reprobo, vuoi passare agli occhi dei semplici come un uomo che ha senno, che ha ingegno, che ha vedute più larghe, in fatto di religione, che non hanno gli uomini stessi di Chiesa, e che non fa diversamente dal comune degli uomini, se non perchè così richiede la filosofia e la verità. – Era portato alla sepoltura un cotale, che in vita aveva fatto di ogni erba un fascio, uomo ingiusto, rapace, dissoluto, lo scandalo di tutto il suo paese. In termine di morte, tuttavia, volle essere vestito di abito religioso e così sepolto. Un buon uomo, che non sapeva nulla della sua morte e che s’imbatté nel cadavere di lui, mentre era portato a seppellire: chi è morto? chiese agli astanti, appressandosi alla bara: ed avutone che il tale, e vedutolo in quei panni, oh ve’, disse, come si è mascherato bene! Mal per te che Dio ti riconosce anche sotto la maschera. Ora dite pur voi il simile degl’indifferenti. Fingano pur filosofia, altezza di pensieri, religione alla portata dei tempi e quel che vogliono, che non nasconderanno per ciò a Dio il loro ateismo. – Solo perché non sfugga anche a voi, o lettore, e perchè il possiate detestare e guardarvene, io vi abbozzerò qui in pochi tratti l’immagine dell’indifferente, accennandovi anche dove per lo più si annidi. E indifferente in religione è quello il quale, sotto pretesto di filosofia, non fa caso più di Cattolicismo che di protestantismo, più protestantismo che di giudaismo, più di giudaismo che di buddismo, e sa (come se ne vanta) portar rispetto al bramano, al maomettano, al sandvichese, come al Cristiano ed al Cattolico. L’indifferente in religione è quello il quale, dal trono della sua grandezza e dal tripode della sua sapienza mirando al basso, compatisce la follia dei Cattolici, che sono, come egli parla, troppo esclusivi, perché non sanno accogliere, come egli fa nel proprio cuore, tutte le religioni dal Cristianesimo fino all’ateismo. E indifferente in religione è quello, il quale mai non vedete impigliato in veruna pratica di culto. Va a messa, se la convenienza lo porta; non vi va, se può farne a meno. Parla di religione con rispetto se l’indole delle persone con cui tratta, lo domandi; bestemmia come un turco, se si trova con altri, presso i quali sia onorevole la bestemmia. Checchè però si faccia, non si trova mai impegnato col cuore in quello che fa. – L’indifferente in religione è un essere, che in contraddizione colla sua professione, ha un’avversione al Cattolicismo così sentita che, per quanto la voglia nascondere, mai non vi riesce. Se insorga qualche controversia tra il sacerdozio e l’impero, s’infiamma tutto di santo sdegno, e trova subito che il clero ha torto, che i Vescovi pretendono troppo, che il Papa è un usurpatore, che la Chiesa non conosce la sua missione. Se si parli di cose ecclesiastiche, tutto gli fa afa, e tutto risveglia la sua collera. Non può sentir nominare templi, funzioni, frati, monache senza ribrezzo e senza avventar loro contro i suoi frizzi ed i suoi sarcasmi. L’indifferente in religione è un uomo che, come ha le sue avversioni, così ha le sue simpatie: ma queste sono tutte per gli eterodossi, per gl’increduli. Fra noi Cattolici non trova nulla che sia buono, ma trova tutto oro di ventiquattro carati nei paesi protestanti. In Inghilterra, esclama.., ah in Inghilterra!.., oh in Inghilterra!… oh in Inghilterra! Quelle leggi, quelle costumanze, quella civiltà! Come tra noi tutto è ciarpa e pattume, così colà vi sono in atto le otto beatitudini. E come alle cose, così ha simpatia per le persone. Per lui non vi sono grandi uomini che quelli i quali sono spregiudicati in religione. Trova grandi tutti i nemici della Chiesa, i filosofi del secolo scorso grandissimi, superlativi i nostri moderni legulei, ed avessero pure appiccato il fuoco alle quattro parti del mondo, purché abbiano tormentata un poco la santa Chiesa, sono eroi aí suoi occhi.
II. Questa è sottosopra l’indole e la natura intrinseca dell’indifferente. Che se ora volete sapere dove si annidi, io prima vi risponderò, che ve ne ha per tutto in que paesi che sono all’altezza dei tempi: ma poi si scovano principalmente in certi siti di aria loro più favorevole. – Se ne trovano di molti nelle università moderne, e tanto sui banchi quanto sulle cattedre, e di là cominciano a scendere anche in certi collegi o liceij nazionali, dove i maestri o dettano lezioni exprofesso d’indifferenza religiosa, o, per accattare l’applauso di quattro fanciulloni, ne gittano a quando a quando qualche sprazzo per condimento della lezione; e dove quei fanciulloni medesimi, per dimostrare che: sono usciti di fanciulli, si fanno un vanto di non credere più a nulla. Si annidano talvolta tra le pandette ed i digesti,. i codici e le novelle: ve ne ha tra i trattati delle febbri e dell’ostetricia, ve ne ha sotto i bisturi e le lancette; e ne’ paesi di campagna dove l’aria finora è loro sfavorevole, si appiattano per lo più tra le carte dei notai, oppure fra i barattoli delle spezierie. Quando poi si parli di que’ Governi, che si vantano di non confessarsi, allora si assidono perfino sui banchi dei Ministri, perfino sui seggioloni delle Magistrature : giacché dicono che la politica non cammina mai tanto snella quanto allora che non ha al piede prima. le pastoie della religione. ~ Nei paesi retti a parlamento, ve ne ha sempre un buon deposito in quella parte che chiamano la sinistra, come se ne trova pure un buon dato tra quegli impiegati, che hanno bisogno di servire qualunque Governo a qualunque costo ed a qualunque condizione. – Ve ne ha per ultimo, lo debbo dire? perfino un certo numero di genere femmineo, impacciato tra i cerchi di ferro e gli alberelli dell’acque nanfe; sì, troverete delle donne leggiere , delle fanciulle vane, le quali, per ottenere un sorriso di un giovane dal capo scarico, o l’applauso di un cicisbeo dalle maniere leziose, vi professeranno francamente l’indifferenza religiosa, aspirando così ad essere credute tanto alle altre superiori, quanto più singolari e più audaci ad insultar Dio. Vi ha però un luogo dove non si trovano più gl’indifferenti, e sapete dov’è? Riflettetevi bene: è al letto di morte e nella vita che a questa succederà