11 OTTOBRE: FESTA DELLA MATERNITA’ DELLA B.V. MARIA

11 OTTOBRE FESTA DELLA MATERNITA’ DELLA B. V. MARIA (2023)

(doppio di II classe)

In ricordo del Concilio di Efeso

Questa nuova festa è stata estesa a tutta la Chiesa per ordine del S. Padre Pio XI, di v. m.

I. IL MOTIVO DELILA FESTA. – Il divino Ufficio così ne parla (sesta Lezione del Mattutino): « Con grande giubilo del mondo cattolico fu celebrato nell’anno 1931 il centenario del Concilio di Efeso. In questo Concilio tenuto sotto la presidenza del Papa S. Celestino, i Padri del Concilio affermarono, contro la eresia di Nestorio, la verità di fede che la beatissima Vergine Maria dalla quale nacque Gesù Cristo, è veramente Madre di Dio ». Il Papa Pio XI, nella sua pietà e nel suo zelo, volle che si perpetuasse nella Chiesa la memoria del grande avvenimento. Perciò fece rinnovare a proprie spese il celebre monumento del Concilio di Efeso che si conserva in Roma, il grande arco trionfale di santa Maria Maggiore sull’Esquilino e il transetto della basilica. Il suo predecessore Sisto III (431-440) aveva adornato quest’arco con un magnifico mosaico che però era stato assai danneggiato dalle intemperie. – Il S. Padre volle poi esporre in un’Enciclica le idee, fondamentali del Concilio generale di Efeso e animato da grande amore volle mettere in piena luce il privilegio unico della Maternità divina della beatissima Vergine Maria, affinché la dottrina di questo altissimo mistero si imprima sempre più profondamente nel cuore dei fedeli. Nello stesso tempo il Papa propose « la Benedetta fra tutte le donne » e la santa Famiglia di Nazareth a modello perfetto della dignità e della santità di un casto connubio, come pure dell’educazione religiosa della gioventù. E infine, perché non mancasse un ricordo liturgico del grande avvenimento, il S. Padre dispose che la festa della divina Maternità della Beatissima Vergine Maria si celebrasse dalla Chiesa universale ogni anno l’11 ottobre con Messa e Ufficio propri e di rito doppio di II classe.

2. DALLA MESSA (Ecce Virgo). – Nelle sue parti proprie la Messa parla della divina Maternità di Maria. I due primi canti (Introito e Graduale) sono tolti dall’Antico Testamento, mentre del Nuovo sono gli altri due canti del Sacrificio. Nell’Introito ascoltiamo la voce del profeta Isaia: « Ecco la Vergine concepirà a darà alla luce un Figlio ». Tosto intoniamo il salmo XCVII, salmo del Natale: « Cantate al Signore un cantico nuovo perché Egli ha fatto cosa meravigliosa ». Questa cosa meravigliosa è la nascita verginale di Cristo. La Colletta è tolta dalla Messa Rorate; essa afferma la nostra fede nella divina Maternità di Maria: « Noi crediamo che Ella sia veramente Madre di Dio ». L’Epistola è uno dei passi più belli applicati dalla liturgia a Maria santissima: « Come vigna io porto frutti dolci e profumati e i miei fiori danno frutti nobili e magnifici ». Quale sia questo Frutto, ce lo dice il Graduale con la profezia messianica: « Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse ». Il Frutto è il Figlio di Dio. Perciò Maria si presenta come « la Madre del bell’Amore » e ci invita: « Venite a me voi tutti che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti ». Il canto dell’Alleluia esalta « la Madre di Dio ». Quale passo del Vangelo ci saremmo aspettati il racconto dell’Annunciazione di Maria; invece sentiamo parlare di Gesù perduto e ritrovato nel tempio, ma è in questa circostanza che Maria ci appare in tutta la sua tenerezza e nell’angoscia del suo cuore materno. In questo Vangelo sentiamo pure la prima affermazione che Gesù fa della sua Divinità, nominando Dio come Padre suo. Nell’Offertorio ci arriva l’eco di uno dei più gravi dolori di Maria in un’ora specialmente angosciosa per la sua maternità divina (il dubbio di S. Giuseppe). Ma nella Comunione proviamo con Maria la felicità di questa maternità divina e cantiamo il dolcissimo canto: « Beato il seno della Vergine Maria che ha portato il Figlio dell’eterno Padre ». La Messa non è nuova; essa si trovava già in appendice al Messale.

[Pio Parsch O.S.A.: L’ANNO LITURGICO, vol. V, V.a ediz. Soc. ed. Vita e pensiero, Milano, 1950]

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Confiteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Isa 7:14.
Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel.
Ps 97:1.
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto…
Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmanue
le.

[Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.
Ps 97:1.
Canto nuovo cantate al Signore poiché fatti mirabili Egli ha operato.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo…
Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.]

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.

[Rallegriamoci tutti nel Signore celebrando questo giorno di festa in onore della beata Vergine Maria! Della sua festa gioiscono gli angeli, e insieme lodano il Figlio di Dio]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genitrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

Per eúndem Dóminum nostrum …

[O Dio, che hai voluto che all’annuncio dell’angelo il tuo Verbo s’incarnasse nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi di essere aiutati presso di te dall’intercessione di Colei che crediamo vera madre di Dio.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli 24:23-31
Ego quasi vitis fructificávi suavitátem odóris: et flores mei, fructus honóris et honestátis. Ego mater pulchræ dilectiónis, et timóris, et agnitiónis, et sanctæ spei. In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis. Transíte ad me omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini. Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum. Memória mea in generatiónes sæculórum. Qui edunt me, adhuc esúrient: et qui bibunt me, adhuc sítient. Qui audit me, non confundétur: et qui operántur in me, non peccábunt. Qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.
R. Deo grátias

[Come una vite, io produssi pàmpini di odore soave, e i miei fiori diedero frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza. In me si trova ogni grazia di dottrina e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, voi tutti che mi desiderate, e dei miei frutti saziatevi. Poiché il mio spirito è più dolce del miele, e la mia eredità più dolce di un favo di miele. Il mio ricordo rimarrà per volger di secoli. Chi mangia di me, avrà ancor fame; chi beve di me, avrà ancor sete. Chi mi ascolta, non patirà vergogna; chi agisce con me, non peccherà; chi mi fa conoscere, avrà la vita eterna.]

Graduale


Isa 11:1-2.
Egrediétur virga de rádice Jesse, et flos de rádice ejus ascéndet.
V. Et requiéscet super eum Spíritus Dómini. Allelúja, allelúja.
V. Virgo Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja.

[Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse, un fiore crescerà dalla radice di lui.
V. E su di esso si poserà lo Spirito del Signore. Alleluia, alleluia.
V. O Vergine, Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
R. Glória tibi, Dómine.
Luc II:43-51
In illo témpore: Cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diei, et requirébant eum inter cognátos, et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos, et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? ecce pater tuus, et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est quod me quærebátis? nesciebátis quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse. Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis.

[In quel tempo, mentre essi se ne tornavano, il fanciullo Gesù rimase in Gerusalemme, senza che i suoi genitori se ne accorgessero. Credendo che egli si trovasse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, e lo cercavano fra parenti e conoscenti. Ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme per farne ricerca. E avvenne che lo trovarono tre giorni dopo, nel tempio, seduto in mezzo ai dottori e intento ad ascoltarli e a interrogarli. E tutti quelli che lo udivano restavano meravigliati della sua intelligenza e delle sue risposte. Nel vederlo, essi furono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché facesti a noi così? Ecco, tuo padre ed io addolorati ti cercavamo». Ma egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che è necessario che io sia nelle cose del Padre mio?». Essi però non compresero ciò che aveva detto loro. Ed egli scese con essi e tornò a Nazareth; ed era loro sottomesso.]

OMELIA

LA MADRE DEL SIGNORE

(O. Hopfan: Maria – Marietti ed. 1953)

Nessun essere in tutto il Cielo può dire al Re della gloria: « Tu sei mio Figlio! », nessuno all’infuori del Padre celeste e di… Maria. Quando Maria sta accanto al trono della maestà di Cristo, può ricordarGli: «Io Ti ho partorito, Tu lo sai bene, nell’antro di Betlem; Io sono fuggita con Te; Io Ti ho educato; Io Ti ho seguito col cuore nella tua attività; Io sono stata accanto a Te anche nell’ora più dura ». Questa strettissima comunanza fra Madre e Figlio, questi episodi tanto intimi, propri a Loro solamente, sono il sigillo, che resta impresso indelebilmente nell’anima di tutti e due. Maria nei riguardi di Cristo e Cristo nei riguardi di Maria stanno in un rapporto così intimo, quale non spetta ad alcun altro Beato del Cielo. Per questo il Beato Pio X nella sua Enciclica già ricordata insegna: « Grazie alla comunanza d’amore e di dolore fra Maria e Cristo, grazie a questa comunanza di dolori fra Madre e Figlio, fu conferito all’augustissima Vergine il privilegio d’essere la potentissima mediatrice e conciliatrice dell’universo intero ». Già S. Tommaso d’Aquino aveva riconosciuto che Maria distribuisce in un certo senso — « quodammodo » — tutte le grazie, perché Ella è la più vicina a Cristo, che è la fonte di tutte le grazie. Quando, dunque, Maria si piega dinanzi al Figlio suo per intercedere, Egli ripeterà regalmente il suo comando di Cana: « Riempite le idrie! Attingete dalle idrie! Attingete una misura buona, pigiata, traboccante! ». Quando nessun Beato del Cielo osa più accostarsi al trono della grazia, quando nessuno può più pregare, può sempre farsi ancor innanzi Maria; Ella, come la regina Ester, ha accesso agli appartamenti del Re in tutte le ore; Ella passa attraverso tutte le sale sino alle camere più riposte del Cuore del Figlio suo. Gli Spiriti di guardia secondo il loro turno abbassano sorridenti le spade fiammeggianti; Maria non deve loro far vedere alcun passaporto né alcun documento. E si presenta al trono della grazia; vi ritorna sempre di nuovo; in umile naturalezza; nessuno vi accede così spesso come Lei. Dagli abissi della divina misericordia la sua mano prende grazie così profonde e così pesanti, quali tutto il restante Cielo non potrebbe sollevare; quello che a tutti gli altri è impossibile è riservato a Maria e solo a Lei: Ella è la Madre del Signore. È anche Madre nostra! Sin da quando viveva in questa terrena vita gli uomini Le stavano così a cuore, che per essi immolò persino il Figlio suo; in Cielo Ella continua a lavorare per la nostra salvezza. La sua preghiera trasfigurata mira anzitutto alle cose grandi ed essenziali, che scorge nei piani di Dio. Non ci allontana con la sua preghiera ogni croce, neanche la più piccola, Lei che non volle toglier la croce neppure al Figlio suo. La sua preghiera è la sollecitudine della Madre per i Figli, che ancora s’attardano lungo la via, affinché essi non soccombano ai pericoli del viaggio, affinché raggiungano la maturità in Cristo, affinché ottengano la salvezza eterna. Una madre non finisce mai di pregare per i figli suoi; un amico può elevare una preghiera per noi una volta, dieci volte, forse anche cento volte, ma una madre prega sempre; il suo amore non cessa mai: crede tutto, spera tutto, sopporta tutto, supera tutto. Maria prega per noi con amorosa tenacità anche quando tutto sembra inutile e perduto per colpa della nostra corruzione o caparbietà. Ella è il rifugio dei peccatori. Quali miracoli di grazia non poté Ella ottenere! La parola che il Signore disse alla donna cananea vale in verità ancor più per Maria: « O donna, la tua fede — e il tuo amore — è grande! Ti sia fatto secondo il tuo desiderio » L’intercessione quindi di Maria è più potente d’ogni altra. In veste di broccato d’oro Ella sta qual grande protettrice, quale « avvocata » dell’umanità, come la « Salve Regina » la chiama così bellamente e semplicemente, accanto al trono del Re, raccomandando ai suoi occhi e al suo Cuore le nostre necessità. Quivi pregano per noi anche Pietro e Paolo, Antonio e la piccola grande Teresa del Bambino Gesù; quivi pregano la nostra mamma amata e il nostro caro papà e tutta intera la lunga litania di tutti i Santi. Il segreto di questa intercessione dei Beati del Cielo è il loro amore, l’amore per Iddio e l’amore per noi; quanto più essi furono intimamente uniti per amore con Dio sin dalla terra, tanto più anche il loro amore per noi può dal Cielo riflettersi quaggiù luminoso e possente. L’intercessione di Maria però trascende quella di tutti gli altri, può più che non quella di tutti gli altri nobili spiriti: è l’intercessione della Madre di Dio, non degli amici di Dio solamente. Una sentenza ben fondata ritiene anzi che la preghiera di tutti gli altri dev’essere appoggiata dall’intercessione di Maria, se pur vuol trovare esaudimento: « Qualunque cosa gli altri domandino, essi la domandano in qualche modo per mezzo della Vergine ». Maria, come La esalta il Santo Pio X, è « la prima mediatrice di tutte le grazie e di tutte le grazie la distributrice ». (Ad diem illum). Ci troviamo qui dinanzi alla « mediazione universale di grazia » di Maria. Il compito di tutti gli altri Santi sulla terra fu limitato, ristretto a un tempo, a una regione, a una condizione; la potenza quindi della loro intercessione è anche nel Cielo per così dire circoscritta e particolare, poiché l’esistenza celeste ha la sua corrispondenza in quella terrena. Maria è la Madre di tutti i redenti; la sua premurosa preghiera quindi si estende alla loro nascita, al loro sviluppo e al loro perfezionamento nella grazia. Ella disse Sì all’Incarnazione per noi tutti, per tutti Ella pianse e soffrì sul Calvario, per noi tutti implorò il Santo Divino Spirito. Il Pontefice Leone XIII conchiude quindi: « Com’Ella un dì fu un aiuto per l’attuazione del Mistero della redenzione, così anche al presente è l’aiuto per la partecipazione di questo Mistero in tutti i secoli avvenire ». « Tu, Madre, copri col tuo largo manto i Cristiani tutti in gioia e in pianto », si canta con fiducia e con letizia nelle chiese della Svizzera. Nel 1921 Benedetto XV, esaudendo una preghiera del Cardinale Mercier, permise ai Vescovi del Belgio di celebrare una festa in onore di Maria « mediatrice di tutte le grazie »; il Pontefice Pio XI nel 1931 ha esteso questo permesso a tutte le diocesi. Questo titolo lascia aperti ancora molti problemi. Preferiremmo in questa materia essere piuttosto cauti che precipitosi, poiché il Magistero della Chiesa non ha ancora stabilito il contenuto di questo termine con precisione e definitivamente.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Eccli XXIV:25; Eccli XXXIX:17

Súscipe, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus, hanc immaculátam hóstiam, quam ego indígnus fámulus tuus óffero tibi Deo meo vivo et vero, pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et neglegéntiis meis, et pro ómnibus circumstántibus, sed et pro ómnibus fidélibus christiánis vivis atque defúnctis: ut mihi, et illis profíciat ad salútem in vitam ætérnam. Amen.

[Accetta, Padre santo, onnipotente eterno Iddio, questa ostia immacolata, che io, indegno servo tuo, offro a Te Dio mio vivo e vero, per gli innumerevoli peccati, offese e negligenze mie, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti, affinché a me ed a loro torni di salvezza per la vita eterna. Amen.]

In me grátia omnis viæ et veritátis, in me omnis spes vitæ et virtútis: ego quasi rosa plantáta super rivos aquárum fructificávi

[In me ogni grazia di verità e dottrina in me ogni speranza di vita e di forza. Sono fiorita come una rosa, piantata lungo i corsi delle acque].

Secreta

Tua, Dómine, propitiatióne, et beátæ Maríæ semper Vírginis, Unigéniti tui matris intercessióne, ad perpétuam atque præséntem hæc oblátio nobis profíciat prosperitátem, et pacem.

[Per la tua clemenza, Signore, e per l’intercessione della beata Vergine Maria, madre del tuo unico Figlio, l’offerta di questo sacrificio giovi alla nostra prosperità e pace nella vita presente e nella futura.]

Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtù celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:


Pater noster

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria che portò il Figlio dell’eterno Padre.]

Postcommunio

Orémus.

Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genitríce María, cœléstis remédii fáciat esse consórtes.

[Questa comunione ci mondi dalla colpa, o Signore, e per l’intercessione della beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, ci faccia perennemente partecipi del rimedio celeste.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVII)

10. LA COMUNIONE DEI SANTI.

Consideriamo il passaggio degli israeliti attraverso il Mar Rosso. Possiamo distinguere tre parti in questa immensa folla; la retroguardia degli israeliti doveva ancora attraversare il mare ed era insidiata dai soldati egiziani; il centro era ancora minacciato dalle mura liquide e la testa aveva già fortunatamente guadagnato un punto d’appoggio sulla riva opposta. Questo gruppo di emigranti che lascia la terra della servitù per entrare nella Terra Promessa, è l’immagine dell’umanità; siamo in viaggio verso la nostra patria celeste, come dice San Paolo: “Non abbiamo una dimora fissa quaggiù, siamo in viaggio verso la nostra patria celeste”. (Eb. XIII, 14). Siamo come pellegrini che si danno appuntamento ad un santuario benedetto. Molti uomini sono già arrivati lì; altri, le anime del purgatorio, sono in cammino e sono molto vicini alla meta; altri, i fedeli quaggiù, stanno appena iniziando il loro viaggio. Tutti insieme, però, siamo un solo popolo, una sola grande nazione. Siamo tutti cittadini della stessa città dei santi e membri della famiglia di Dio. (Efes. II, 19). I tre figli di un padre possono trovarsi in situazioni molto diverse: uno è ancora a scuola, un altro in un istituto di istruzione superiore, il terzo è già avviato a una brillante carriera; questo non impedisce loro di essere della stessa famiglia, figli dello stesso padre, fratelli tra loro e co-eredi della fortuna paterna. Allo stesso modo, gli alunni delle classi medie e basse costituiscono un unico collegio; tutti perseguono lo stesso obiettivo. E così è per i fedeli sulla terra, le anime del purgatorio e i santi in cielo: tutti perseguono lo stesso obiettivo, l’intima unione con Dio, che li unisce in una comunione. – I membri di questa società sono chiamati Santi perché tutti sono stati santificati dal Battesimo (I. Cor. VI, 11) e tutti sono chiamati alla santità (I. Tessal. IV, 3). Molti di loro hanno già raggiunto una santità consumata, e S. Paolo chiama santi anche i Paolo anche i fedeli della Chiesa ancora in vita. (Ef. 1, 1).

1. SI CHIAMA COMUNIONE DEI SANTI LA COMPAGNIA E L’UNIONE INTIMA DEI FEDELI VIVENTI, DELLE ANIME DEL PURGATORIO E DEGLI ELETTI IN PARADISO. .

I fedeli viventi costituiscono la Chiesa militante, perché devono combattere contro un triplice nemico: il mondo (le insidie degli uomini perversi), la loro carne (le loro cattive inclinazioni), il diavolo e le sue tentazioni (Giob. VII, 1). Le anime del Purgatorio costituiscono la Chiesa sofferente, perché devono soffrire prima di entrare in in cielo. I Santi in cielo sono chiamati la Chiesa trionfante, perché hanno trionfato dei loro nemici e godono della loro vittoria. – Può sembrare strano che il nome Chiesa sia dato alle anime del Purgatorio e ai Santi ma bisogna rimarcare che chiunque abbia avuto il battesimo è diventato un membro della Chiesa, e per essendo in un altro st3, non cessano di appartenervi. Non sono quindi tre chiese, ma una sola chiesa in stati diversi.

2. I FEDELI VIVENTI, LE ANIME DEL PURGATORIO E GLÌ ELETTI DEL CIELO SONO UNITI A CRISTO COME LE MEMBRA DEL CORPO CON IL CAPO (Rm XII, 4).

Tutti sono animati dallo Spirito Santo1 (I. Cor. XII, 13). L’anima vivifica tutte le tutte le membra del corpo, dà la vista all’occhio, l’udito all’orecchio, eccetera, allo stesso modo lo Spirito Santo. Lo Spirito anima tutte le membra del corpo di Gesù Cristo (S. Aug.). Ma siccome lo Spirito Santo procede dal Figlio, è proprio Gesù Cristo a muovere tutti i membri di questa grande comunità così come il capo è il principio motore di tutti i membri del corpo. Per questo Cristo è chiamato capo del corpo della Chiesa (Col. I, 18). Gesù Cristo è come la vite. (S. Giovanni XV, 5) che rende partecipi i tralci della linfa. – Ogni membro ha la sua funzione, e ogni membro della Chiesa ha i suoi doni particolari. (L Cor. XII, 6-10, 28}. Lo stomaco, per esempio funziona per il bene di tutto il corpo, e allo stesso modo ogni membro della Chiesa serve per il bene di tutti. Paesi diversi si scambiano i frutti che ciascuno produce. (S. Greg. M.). Ogni membro sente il benessere o il dolore dell’altro, ed è lo stesso nella Chiesa come risultato del legame di carità. “Se uno dei membri soffre, tutti gli altri soffrono con lui; o se uno dei membri riceve onore tutti gli altri si rallegrano con lui”. (I. Cor. XII, 26). I santi in cielo non sono dunque insensibili alle nostre pene. – I fedeli peccatori continuano a far parte del grande corpo, ma non quelli che sono stati tagliati fuori dalla Chiesa, come gli scomunicati; solo che i peccatori sono membri morti della Chiesa.

3. TUTTI I MEMBRI DELLA COMUNIONE DEI SANTI PARTECIPANO AI BENI SPIRITUALI DELLA CHIESA CATTOLICA E POSSONO AIUTARSI A VICENDA CON LE LORO PREGHIERE E LE OPERE BUONE. GLI ELETTI IN CIELO, TUTTAVIA, NON HANNO PIÙ BISOGNO DI AIUTO.

In una società tutti i cittadini partecipano ai suoi benefici: alle sue scuole, ai suoi ospedali, tutti hanno il diritto di chiedere giustizia davanti ai tribunali; nella famiglia, tutti i membri partecipano ai suoi beni: nobiltà, ricchezza, ecc. Nella Chiesa è lo stesso: tutti i suoi membri partecipano ai beni spirituali comuni. Tutti i sacrifici della Messa, tutte le fonti di grazia, tutte le preghiere, tutte le buone opere dei fedeli sono utili a tutti i membri della Chiesa. – Nel Padre Nostro preghiamo per tutti i fedeli, il S. Sacrificio è offerto per tutti i fedeli, vivi e defunti, ed il Breviario dei chierici è detto con la stessa intenzione. Possiamo concludere da questo perché un grande peccatore che conserva la fede si converte più facilmente di un massone che viene scomunicato; perché un Cattolico può sperare più facilmente di essere liberato dal purgatorio. San Francesco Saverio, durante il suo peregrinare apostolico, si consolava che tutta la Chiesa pregasse per lui e lo sostenesse nelle sue fatiche. – Inoltre, tutti i membri della comunione dei santi possono aiutarsi a vicenda. Nel corpo, la forza e la salute di un membro contribuiscono al bene degli altri membri, anche di un membro malato: uno stomaco sano, un polmone sano, ad esempio, contribuiscono potentemente alla guarigione di una persona malata. L’occhio non vede solo per sé, ma agisce a favore degli altri arti, perché se un ostacolo minaccia la mano o il piede, l’occhio li aiuta a evitare l’impatto; e lo stesso vale per gli altri arti. (S. Aug.). Nella Chiesa non è diverso: i meriti di alcuni agiscono a favore di altri. Dio avrebbe perdonato Sodoma se ci fossero stati 10 giusti,

1 . I Cattolici viventi possono quindi aiutarsi l’un l’altro attraverso la preghiera e le opere buone.

I fedeli possono pregare Dio gli uni per gli altri. I fedeli hanno pregato quando Pietro era in prigione e lo hanno liberato. Santo Stefano, durante la sua tortura, ha pregato per la conversione di Saulo (S. Aug.) e Santa Monica, dopo 18 anni di suppliche, per la conversione di suo figlio Agostino. – Già nell’Antico Testamento, Dio aveva promesso di ascoltare favorevolmente l’intercessione dei sacerdoti per il popolo (Lev. IV, 20; Numeri XVI, 48). Cristo disse a Maria Lataste: “Così come l’intercessione della regina Ester presso Assuero ottenne il perdono per il popolo ebraico, così la preghiera di una sola anima è spesso sufficiente a frenare il braccio vendicatore di Dio teso contro una nazione. Ecco perché San Giacomo ci fa questa raccomandazione: “Pregate gli uni per gli altri, affinché possiate raggiungere la vostra salvezza (V, 16)”. Gli altri Apostoli chiedevano spesso ai fedeli di pregare. Aiutatemi”, diceva San Paolo, presso Dio con le vostre preghiere” (Rm XV, 30). I bambini dovrebbero quindi pregare per i loro genitori e viceversa. Questa intercessione è un’opera di misericordia ed una doppia benedizione, su colui che prega e su colui per il quale si prega. Il fedele può anche, con le sue buone azioni (preghiera, digiuno, elemosina), rendere gli altri partecipi delle sue soddisfazioni (Rom. Catech.). Così è anche nella vita ordinaria: uno può pagare i debiti di un altro, ed il fedele può pagare a Dio il debito di pena contratto con il peccato. Nella Chiesa primitiva un peccatore veniva talvolta perdonato di una parte della sua penitenza perché un martire intercedeva per lui.

2. Possiamo anche aiutare le anime del Purgatorio con preghiere ed opere buone; essi a loro volta possono aiutarci con le loro preghiere, soprattutto quando sono entrati in cielo.

Già gli ebrei credevano che si potessero aiutare le anime del purgatorio; Giuda Maccabeo inviò 12.000 dracme d’argento a Gerusalemme per farvi offrire sacrifici per i suoi guerrieri morti in battaglia (I. Macch. XII). La Chiesa raccomanda di pregare per i defunti attraverso la campana e l’Angelus della sera; prega per loro anche durante la Messa nel memento dei defunti. “La preghiera per i morti, è la chiave che apre il paradiso* per loro, e il Concilio di Lione (1274) ci

insegna formalmente che l’intercessione dei fedeli vivi attraverso la santa Messa, la preghiera, l’elemosina e altre opere buone allevia le sofferenze delle anime del Purgatorio. – Essi possono anche aiutarci, ecco perché molti santi approvano la loro invocazione (Bellarmino, S. Alf. de Lig.). Santa Caterina da Bologna (+.1463) che aveva l’abitudine di, sostiene di non averli mai invocati invano. Le anime dei defunti sono grate a chi le aiuta, come dimostra la brillante vittoria di Giuda Maccabeo su Nicanore, (II. Macch. XV).

I Santi in Cielo ci aiutano con le loro preghiere davanti al trono di Dio, soprattutto quando li invochiamo (Apoc. VIII, 4).

I Santi sanno certamente quello che succede sulla terra, perché la beatitudine consiste nel perfetto adempimento dei desideri della creatura. Anche il diavolo mostra, con le sue tentazioni, di essere consapevole delle nostre debolezze, i Profeti prevedevano il futuro e conoscevano cose segrete, e i Santi dovrebbero essere meno avanzati? Essi sanno quando un peccatore si converte (S Luc. Xv, 7), a maggior ragione sanno quando vengono invocati. “Vedono in Dio, come in uno specchio, tutto ciò che accade quaggiù” (S. Ter.); non possono non vedere, loro che vedono Colui al quale nulla è nascosto (S. Tom. Aq.), non possono non vedere le cose esterne, coloro che vedono Dio interiormente. (S. Greg. M.) Quando invochiamo i Santi, essi pregano con noi in cielo (Catech. rom.). La loro intercessione ha una grande virtù, perché già su questa terra la preghiera fervente dei giusti può fare molto. (S. Giac. V, 16). Quale fu il valore dell’intercessione di Abramo per la città di Sodoma! E se i santi ancora viventi nella loro carne pregano con tale successo, possono certamente farlo una volta ottenuta la vittoria. (S. Ger.). I Santi obbligano Dio, per così dire, ad ascoltare le loro preghiere: essi si comportano come guerrieri di fronte alle potenze della terra: mostrano le ferite che hanno ricevuto nelle battaglie che hanno combattuto per Lui, e Dio non può rifiutare loro nulla. (S. G. Cris.). L’intercessione dei Santi è stata spesso segnalata da miracoli, come vediamo a Lourdes e nei risultati certi della canonizzazione.

I nostri parenti e amici defunti in cielo intercedono per noi continuamente davanti al trono di Dio e ci proteggono nei momenti di pericolo.

I legami con i nostri fratelli e sorelle defunti non si spezzano con la morte, ma rimangono. (Orig.). La carità non muore (1. Cor. XIII, 8), quindi non cessa in cielo. Al contrario, è glorificata e quindi più intima. Anche il malvagio ricco conserva nell’inferno un certo attaccamento per i suoi fratelli ancora vivi. (S. Luc. XVI, 19). Nel limbo Geremia e il sommo sacerdote Onia pregavano per il popolo ebraico. (II. Macch. XV, 14). Cristo promise ai suoi Apostoli di pregare per loro (Giovanni XIV, 16; I. S. Giovanni II, 1). Questo spiega come S. Agostino abbia fatto grandi progressi nella santità dopo la morte di sua madre Monica, e S. Venceslao, dopo la morte della nonna Santa Ludmilla. – I Santi, attraverso la loro intercessione, soccorrono anche le anime del purgatorio. La santa Vergine ne salva ogni giorno un gran numero (Alano dell’Isola); Ella è la regina e la madre delle anime del purgatorio. (S. Brigida); nella festa della sua Assunzione ne libera a migliaia ogni anno. (S. Pier Dam., S. Alf.) e senza dubbio anche in altre feste. Papa Giovanni XXII ci dice nella Bolla Sàbbatina che la Beata Vergine libera molte anime. Vergine libera molte anime nel sabato a Lei dedicato. I SS. Angeli non sono insensibili nemmeno alle sofferenze delle anime che un giorno saranno in cielo con loro. San Michele in particolare è il loro santo patrono; la sua preghiera, dicono gli uffici liturgici, introduce le anime in cielo: il ruolo di questo principe della milizia celeste è quello di accompagnarle nel paradiso della gioia. – Gli Angeli custodi e gli Angeli che sono stati particolarmente onorati hanno una preoccupazione particolare per le anime del purgatorio. (P. Faber). Quanto è consolante, dunque, la dottrina cattolica della Comunione dei santi!

10. Articolo del Simbolo: la remissione dei peccati.

1 . NESSUNO SULLA TERRA È SENZA PECCATO. TUTTI HANNO BISOGNO DEL PERDONO DEI NOSTRI PECCATI.

Chi dice di essere senza peccato è un bugiardo (I. S. Giovanni I, 8); anche la persona giusta cade sette volte (spesso) al giorno. (Prov. XXIV, 16). Dio ci permette di cadere per mantenerci nella umiltà. (S. Franc. di S.) Poiché cadiamo ogni giorno, siamo obbligati ogni giorno a chiedere nel Padre Nostro il perdono per le nostre offese (S. G. Cris.) .

Senza un privilegio speciale, come quello ricevuto dalla Vergine, è impossibile trascorrere la vita senza alcuna colpa veniale (Conc. Tr.); ci vuole addirittura una grazia speciale per stare abbastanza a lungo senza colpa leggera (S. Aug.). La perfezione a cui può giungere la debolezza umana è quella di non cadere deliberatamente in una colpa veniale. (Sant’Alfonso).

2. IL PERDONO DEI NOSTRI PECCATI È POSSIBILE, PERCHÉ GESÙ CRISTO LO HA MERITATO SULLA CROCE ED HA DATO AGLI APOSTOLI IL POTERE DI PERDONARE I PECCATI.

Non c’è nulla di così consolante per l’uomo come il perdono dei peccati, perché nulla ci causa più tormento delle nostre colpe. Socrate si rallegrava già al pensiero che un mediatore inviato da Dio sarebbe venuto per insegnare agli uomini come purificarsi dai loro peccati. – Questo perdono è stato meritato da Gesù Cristo attraverso la sua passione sulla croce (Conc. Tr. cap. 7); egli è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (S. Giovanni 1, 29). È con il suo sangue che abbiamo ottenuto la redenzione, il perdono dei peccati (Col. I, 14); Egli è la vittima di propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli del mondo intero. (Giovanni II, 2). – Cristo ha dato il potere di rimettere i peccati solo agli Apostoli e ai loro successori; Lui stesso aveva questo potere, e lo ha usato con la Maddalena, Zaccheo, il buon ladrone e ha detto espressamente, quando ha guarito il paralitico, che: “Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, io ti dico: alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua.” (S. Matth. IX, 6). Questo potere che possedeva, Gesù Cristo lo ha comunicato agli Apostoli dicendo loro, dopo la sua risurrezione: Ricevete lo Spirito Santo. I peccati saranno rimessi a coloro ai quali li rimetterete, e ritenuti a quelli ai quali li riterrete. (S. Giovanni XX, 23). Se, dunque, uno desidera ottenere la remissione dei peccati, deve rivolgersi agli Apostoli, cioè ai Vescovi o ai Sacerdoti ordinati da loro. La remissione dei peccati esiste solo nella Chiesa cattolica, perché solo essa ne ha ricevuto il pegno nello Spirito Santo. Spirito. (S. Aug.).

3. I PECCATI MORTALI SONO PERDONATI DAI SACRAMENTI DEL BATTESIMO E DELLA PENITENZA., i peccati veniali, dalle opere buone compiute in stato di grazia; come la preghiera, il digiuno, l’elemosina, la partecipazione alla Messa, la ricezione della Santa Comunione, l’uso dei sacramentali, le indulgenze, il perdono delle offese, ecc.

Il Battesimo è la nave su cui siamo stati imbarcati per il cielo. Quando commettiamo un peccato mortale, siamo come dei naufraghi che si salvano solo se afferrano una tavola e vi si aggrappano. Questa tavola di salvezza è il sacramento della penitenza. La remissione del peccato mortale non può essere ottenuta con la preghiera, il digiuno o l’elemosina. Queste opere possono solo prepararci alla penitenza che, sola, rimette veramente il peccato.

“Né gli Angeli né gli Arcangeli possono cambiare questo ordine. Gesù Cristo stesso non ci perdonerà senza la penitenza” (S. Aug.). I peccati veniali possono essere perdonati con l’uso dell’acqua santa, con la preghiera, la comunione, la benedizione del Vescovo ecc.

4. QUALSIASI PECCATO, PER QUANTO GRAVE, PUÒ ESSERE PERDONATO DA DIO QUAGGIÙ, QUANDO CI SI PENTE E CI SI CONFESSA SINCERAMENTE.

“Quando anche i vostri peccati fossero rossi come lo scarlatto, diventeranno, dice il Signore, bianchi come la neve, e quando fossero rossi come il vermiglio, saranno bianchi come la lana. (Is. 1, 18), Dio non fa differenza per il potere di perdonare i peccatori: permette al Sacerdote di perdonarli tutti senza eccezione. (S. Ambr.) Nessuno, dunque, è tanto empio, tanto malvagio, da perdere ogni speranza di essere perdonato, se si pente seriamente dei suoi errori. (Cat. rom.). Sembra addirittura che Dio accolga più volentieri il grande peccatore, perché questa infinita misericordia lo onora di più; è come un pescatore a cui piace prendere i pesci grossi. – Il peccato contro lo Spirito Santo è l’unico che non possa essere perdonato, perché consiste proprio nella volontà di non correggersi. Il peccato, pertanto, non è da parte di Dio, ma da parte dell’uomo che, pur riconoscendo il male, non vuole smettere di commetterlo, non vuole pentirsene. E senza pentimento, senza conversione, non ci può essere perdono.

5. UNA VOLTA CHE UN PECCATO SIA STATO PERDONATO, NON TORNA MEI PIÙ, ANCHE SE IL PECCATORE RICADE NEL PECCATO. (S. Thom. Aq.).

11. Lo stesso non vale per le opere buone: i loro meriti rivivono non appena l’uomo si riconcilia con Dio. Oh quanto è grande la sua misericordia!

CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVIII)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XI – “AD SALUTEM HUMANI”

Splendida lunga lettera “ad salutem” interamente dedicata alla figura del gigante della Chiesa, il Padre occidentale africano Sant’Agostino Vescovo di Ippona. Viene tratteggiata la figura storica del Santo, ricordate alcune sue immortali opere, le lotte ed i trionfi contro la nascenti eresie domate e confutate dell’intelletto acutissimo e dalla sapienza immensa di questo grande luminare della filosofia e teologia cristiana che, passando tra diverse esperienze spirituali più o meno deviate, giunse alfine nell’ovile mistico di Cristo ove difese con ardore, zelo e coraggio non solo il gregge a lui affidato come pastore e Vescovo, ma tutta la cristianità affetta allora dalle pesti diffuse da eretici sottili e teologicamente truffaldini per avvelenare la retta fede cattolica. Già S.S. Pio XI invocava fin da allora un nuovo personaggio illuminato della forza del santo Vescovo di Ippona che rinverdisse i fasti della dottrina cattolica come un faro nelle tenebre oscure della fede; oggi questo desiderio è spasmodico addirittura, alla luce della pochezza o nullità dei chierici attuali, larve disidratate senza linfa dottrinale, teologica, pastorale, oltretutto nemmeno validamente consacrati né officianti riti della tradizione cattolica sostituiti da agapi o “cene” nella ottica massonica rosa+croce e protestante. Certo non uno, ma cento Agostino ci vorrebbero per veder rifiorire la Chiesa di Cristo in mano a cani voraci, lupi ululanti, iene aggressive e divoranti brandelli di cadaveri di fedeli e confratelli. Ma anche in questa situazione noi pusillus grex non disperiamo animati dal non praevalebunt promesso da Cristo al suo Vicario S. Pietro e successori, sapendo che a Dio nulla è impossibile, nemmeno trasformare le pietre di strada in tanti Sant’Agostino pronti a combattere contro i demoni incarnati che oggi occupano i palazzi apostolici dell’urbe e dell’intero orbe cristiano, e poi … IPSA conterei caput tuum!

LETTERA ENCICLICA

AD SALUTEM HUMANI
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
IN OCCASIONE DEL QUINDICESIMO CENTENARIO
DELLA MORTE DI SANT’AGOSTINO

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi,
Primati, Arcivescovi, Vescovi
e agli altri Ordinari locali
che hanno pace e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

L’efficace assistenza, con la quale Gesù Cristo ha finora protetto e proteggerà in avvenire la Chiesa da Lui provvidenzialmente fondata per la salute del genere umano, se già non apparisse conveniente, anzi del tutto necessaria alla natura stessa della divina istituzione e non si appoggiasse alla promessa del divino Fondatore, quale si legge nel Vangelo, si potrebbe tuttavia dedurre con ogni evidenza dalla stessa storia della Chiesa, non mai contaminata da veruna peste di errore, né scossa dalle defezioni, per quanto numerose, di figli suoi, né dalle persecuzioni degli empi, anche se spinte all’estremo della ferocia, mai limitata nel suo vigoroso rigoglio, quasi di gioventù che continuamente si rinnova. Svariate furono le vie e i disegni con cui Iddio volle, in ogni età, provvedere alla stabilità e favorire i progressi della sua istituzione perenne, ma specialmente vi provvide suscitando di volta in volta uomini insigni, perché essi, con l’ingegno e con opere mirabilmente opportune alla varietà dei tempi e delle circostanze, arginando e debellando il potere delle tenebre, confortassero il popolo cristiano. – Orbene, tale accurata elezione della Divina Provvidenza, più che in altri, risalta nitidamente in Agostino di Tagaste. Egli, dopo essere apparso ai coetanei quasi lucerna sul candelabro, sterminatore di ogni eresia e guida all’eterna salute, non solo continuò nel corso dei secoli ad ammaestrare e confortare i fedeli, ma anche ai giorni nostri reca un grandissimo contributo perché vigoreggi il fulgore della verità della fede e divampi l’ardore della carità divina. Anzi a tutti è noto, come non pochi, benché da Noi separati e che sembrano persino totalmente alieni dalla fede, si sentono attratti dagli scritti di Agostino, pieni di tanta sublimità e di soave diletto. Pertanto, cadendo quest’anno la fausta ricorrenza del XV centenario della beata morte del grande Vescovo e Dottore, i fedeli di quasi tutto il mondo bramosi di celebrarne la memoria, preparano solenni dimostrazioni di devota ammirazione. E Noi, sia per ragione del Nostro ministero apostolico, sia perché mossi da profondo sentimento di giubilo, volendo prendere parte a questa celebrazione universale, vi esortiamo, venerabili Fratelli, e con voi esortiamo il vostro clero e il popolo a voi affidato, a unirvi con noi nel rendere vivissime grazie al Padre celeste per aver Egli arricchito la sua Chiesa di così grandi e numerosi benefìci per mezzo di Agostino, il quale dalla doviziosa sorgente dei doni divini tanta ricchezza seppe attingere per sé e tanta diffonderne in mezzo al popolo cattolico. Ben è vero però che anziché gloriarsi di un uomo, il quale, aggregato quasi per prodigio al corpo mistico di Gesù Cristo, non ebbe forse mai, a giudizio della storia, in nessun tempo e presso nessun popolo chi lo superasse in grandezza e sublimità, converrà piuttosto penetrarne la dottrina e nutrirsene e imitare gli esempi della santa sua vita. – Le lodi di Agostino non cessarono mai di risuonare nella Chiesa di Dio, massime per opera dei Romani Pontefici. Infatti Innocenzo I salutava il santo Vescovo ancora vivente, suo amico carissimo, ed encomiava le lettere ricevute da lui e da quattro Vescovi suoi amici come « lettere piene di fede e forti di tutto il vigore della religione cattolica ». E Celestino I difendeva dagli avversari Agostino, poc’anzi defunto, con queste magnifiche parole: «Noi ritenemmo sempre nella nostra comunione Agostino di santa memoria per la sua vita e per i suoi meriti, né mai quest’uomo fu anche solo sfiorato da dicerie di sinistro sospetto; e ricordiamo ch’egli fu ai suoi tempi di tanto sapere, che anche dai miei predecessori fu sempre reputato fra i maestri migliori. Tutti dunque nutrirono comunemente buona opinione di lui, come d’uomo che riuscì a tutti di gradimento e di onore ». Gelasio I esaltava insieme Girolamo ed Agostino, « quali luminari dei maestri ecclesiastici ; ed Ormisda, al Vescovo Possessore che lo consultava, rispose in questa forma veramente solenne: «Quale dottrina sia tenuta e affermata dalla Chiesa Romana, ossia cattolica, intorno al libero arbitrio e alla grazia divina, benché possa conoscersi nei vari libri del beato Agostino, massime in quelli ad Ilario e a Prospero, tuttavia si hanno capitoli espliciti negli archivi ecclesiastici ». Non diversa è la testimonianza di Giovanni II, il quale, richiamandosi contro gli eretici alle opere di Agostino, dice: « La sua dottrina, secondo gli statuti dei miei predecessori, è seguita ed osservata dalla Chiesa Romana ». E chi ignora quanto, nei tempi più vicini alla morte di  Agostino, fossero versati nella dottrina di lui i Pontefici Romani, come per esempio Leone Magno e Gregorio Magno? Questi infatti, con sentimento quanto umile per sé altrettanto onorifico per Agostino, così scriveva ad Innocenzo, Prefetto dell’Africa: «Se desiderate impinguarvi di un pascolo delizioso, leggete gli opuscoli di Agostino, vostro compatriota, e dopo l’acquisto del suo fior di farina non cercate la nostra crusca ». È parimenti noto come Adriano I fosse solito citare passi di Agostino, da lui chiamato «Dottore egregio »; è noto altresì come Clemente VIII per chiarire controversie difficili e Pio VI nella Costituzione Apostolica « Auctorem Fidei » per smascherare gli equivoci capziosi del Sinodo di Pistoia si servissero, come di appoggio, dell’autorità di Agostino. Torna poi ad onore del Vescovo d’Ippona, che assai spesso i Padri riuniti in Concilio adoperarono le stesse sue parole per definire la verità cattolica; e basti citare come esempio il Concilio di Orange II e il Tridentino. E per rifarCi agli anni Nostri giovanili, Ci piace riferire qui, e quasi far soavemente risonare nel Nostro cuore le parole con cui l’immortale Nostro predecessore Leone XIII, dopo aver fatto menzione dei Dottori delle età precedenti a quella di Agostino, esalta l’aiuto da lui recato alla filosofia cristiana: «Ma parve che a tutti togliesse la palma Agostino, il quale, dotato di robustissimo ingegno, e pieno al sommo delle discipline sacre e profane, gagliardamente combatté tutti gli errori dell’età sua con somma fede e con eguale dottrina. Qual punto della filosofia non ha egli toccato? Anzi, quale non approfondì con somma diligenza, o quando spiegava ai fedeli i misteri altissimi della fede e li difendeva contro gli stolti assalti degli avversari, o quando, annientate le follie degli Accademici e dei Manichei, metteva in salvo i fondamenti e la solidità della scienza umana, o quando andava ricercando la ragione, l’origine e le cause di quei mali dai quali gli uomini sono travagliati? ». – Ma prima di addentrarCi nella trattazione dell’argomento che Ci siamo proposto, vogliamo che siano tutti avvertiti che le lodi, veramente magnifiche, tributate dagli antichi autori ad Agostino, vanno prese nel loro giusto valore, e non già nel senso in cui le intesero alcuni di sentimenti non cattolici, come se l’autorità delle sentenze di Agostino fosse da anteporre all’autorità della Chiesa docente. Veramente « ammirabile è Iddio ne’ suoi Santi! ». Ed Agostino nel libro delle sue Confessioni illustrò ed altamente magnificò la misericordia usatagli da Dio, con accenti che sembrano prorompere dai recessi più profondi di un cuore pieno di gratitudine e di amore. Per una speciale disposizione della Divina provvidenza, fin da fanciullo da sua madre Monica era stato talmente infiammato dell’amore divino, che poté un giorno esclamare: «Questo nome, tutto secondo la tua misericordia, o Signore, questo nome del mio Salvatore e Figlio tuo, fu dal mio cuore ancor tenero succhiato con lo stesso latte materno e altamente ritenuto impresso; e qualunque cosa non portasse questo nome, per quanto ricca di dottrina, di eleganza e di verità, non mi attirava totalmente ». Da giovane poi, lungi dalla madre e discepolo di pagani, rallentatosi nella pietà di prima, si diede miseramente a servire alle voluttà del corpo e s’impigliò nei lacci dei Manichei, rimanendo nella loro setta circa nove anni; e ciò permise l’Altissimo, perché il futuro Dottore della Grazia apprendesse per propria esperienza, e tramandasse ai posteri, quanta sia la debolezza e la fragilità di un cuore, anche nobilissimo, non rinsaldato nella via della virtù dall’aiuto di una formazione cristiana e dalla preghiera assidua, massime nell’età giovanile, quando la mente con maggiore facilità resta adescata e snervata dagli errori, ed il cuore viene sconvolto dai primi impulsi dei sensi. Parimente Iddio permise questo disordine, perché Agostino conoscesse per pratica quanto infelice sia colui che tenta di riempirsi e saziarsi di beni creati, come egli stesso più tardi ebbe schiettamente a confessare al cospetto di Dio: « Tu infatti mi eri sempre vicino, misericordiosamente tormentandomi e aspergendo di amarissime contrarietà tutti i miei illeciti godimenti, perché così cercassi di godere senza contrarietà, e insieme non trovassi ove poter ciò fare, fuori di te, o Signore ». E come mai Agostino sarebbe stato abbandonato a se stesso dal Padre celeste, se per lui insisteva con pianti e preghiere Monica, vero modello di quelle madri cristiane le quali, con la loro pazienza e dolcezza, con la continua invocazione della Divina Misericordia, ottengono alla fine di veder richiamati i figliuoli al retto sentiero? No, non poteva accadere che perisse il figlio di tante lacrime; e bene ebbe a dire lo stesso Agostino: « Anche quanto narrai nei medesimi libri intorno alla mia conversione, convertendomi Iddio a quella fede che io turbavo con la mia così meschina e dissennata loquacità, non ricordate come tutto questo fu narrato in modo da mettere in risalto essere stato concesso alle fedeli e costanti lacrime di mia madre che io non perissi? ». Pertanto Agostino cominciò gradatamente a staccarsi dall’eresia de’ Manichei, e, come spinto da ispirazione e impulso divino, a lasciarsi condurre incontro al Vescovo di Milano, Ambrogio, mentre il Signore « con mano tutta delicatezza e misericordia, trattando e plasmando il cuore » di lui, operava in modo che, per mezzo dei dotti sermoni di Ambrogio, venisse condotto a credere nella Chiesa Cattolica e nella verità dei Libri Santi; sicché fin d’allora il figlio di Monica, benché non ancora sciolto dalle cure e dalle lusinghe dei vizi, pure era già fermamente persuaso che, per divina disposizione, non esiste via di salute se non in Gesù Cristo Signor Nostro e nella Sacra Scrittura, della cui verità unica garante è l’autorità della Chiesa Cattolica. Ma quanto difficile e tormentata è la totale mutazione di un uomo da lungo tempo fuorviato! Egli infatti continuava a servire alle cupidigie e passioni del cuore, non sentendosi abbastanza forte da soffocarle; e lungi dall’attingere il vigore a ciò necessario almeno dalla dottrina platonica intorno a Dio e alle creature, avrebbe anzi spinto all’estremo la sua miseria con una miseria assai peggiore, ossia con la superbia, se finalmente non avesse appreso dalle Epistole di San Paolo, che chiunque voglia vivere da Cristiano deve cercare appoggio nel fondamento dell’umiltà e nell’aiuto della grazia divina. Allora finalmente — episodio che nessuno può rileggere o ricordare senza sentirsi commuovere fino alle lacrime — pentito dei trascorsi della vita passata e mosso dall’esempio di tanti fedeli, che rinunciavano a tutto pur di lucrare l’unica cosa necessaria, si diede vinto alla misericordia divina, che lo stringeva soavemente di assedio, allorché colpito, mentre pregava, da una voce repentina che gli diceva: « Prendi e leggi », aperto il libro delle Epistole che gli stava vicino, sotto l’impulso della grazia celeste che tanto efficacemente lo stimolava, gli cadde sott’occhi quel passo: «Non nelle crapule e nelle ubriachezze, non nelle morbidezze e disonestà, non nella discordia e nell’invidia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne nelle sue concupiscenze ». E a tutti è noto come da quel momento, fino a quando rese l’anima a Dio, Agostino vivesse ormai totalmente consacrato al suo Signore. – Certo, apparve ben presto quale « vaso di elezione » e quanto illustri imprese il Signore avesse preparato in Agostino. Il quale, appena ordinato sacerdote e poi assunto all’episcopato di Ippona, prese ad illuminare con gli splendori della sua immensa dottrina e a giovare coi benefìci del suo apostolato non solo l’Africa cristiana ma la Chiesa tutta. Egli meditava pertanto le Scritture sacre, innalzava al Signore preghiere prolungate e frequenti, delle quali ancora ci risuonano nei suoi libri i sensi e gli accenti fervorosi, e intensamente studiava le opere dei Padri e dei Dottori che l’avevano preceduto e che egli umilmente venerava, per sempre meglio penetrarvi e assimilarne le verità rivelate da Dio. Così, sebbene posteriore a quei santi personaggi che rifulsero come astri splendidissimi nel cielo della Chiesa, quali ad esempio Clemente di Roma e un Ireneo, un Ilario e un Atanasio, un Cipriano e un Ambrogio, un Basilio, un Gregorio Nazianzeno e un Giovanni Crisostomo, e sebbene fosse contemporaneo di Girolamo, Agostino riscuote tuttavia la maggiore ammirazione presso il genere umano per l’acutezza e la gravità dei pensieri e per quella meravigliosa sapienza che spirano i suoi scritti, composti e pubblicati per il lungo periodo di quasi cinquant’anni. Se riesce arduo il seguire quelle sue così numerose e copiose pubblicazioni che, abbracciando tutte le questioni precipue della teologia, della sacra esegesi e della morale, sono tali che i commentatori appena riescono ad abbracciarle e a comprenderle tutte, sarà bene tuttavia in una così ricca miniera di dottrina trarre in luce alcuni di quegli ammaestramenti che sembrano più opportuni ai tempi nostri e più utili alla società cristiana. – Dapprima Agostino si adoperò con ardore a che gli uomini imparassero e con ferma persuasione ritenessero quale fosse il fine ultimo e supremo prefisso loro, e quale la via unica da seguire per giungere alla verace felicità. E chi, domandiamo noi, per quanto leggero e frivolo, poteva udire senza commuoversi un uomo, stato per tanto tempo dedito alle voluttà e ricco di tante doti da procacciarsi le agiatezze di questa vita, confessare a Dio. «Ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto fin che riposi in te »?. Parole che, mentre ci danno la sintesi di tutta la filosofia ci descrivono insieme al vivo sia la carità divina verso di noi, sia la dignità singolare dell’uomo, sia la condizione miseranda di quelli che vivono lontano dal loro Creatore. E senza dubbio, ai nostri tempi soprattutto, in cui le meravigliose proprietà delle cose create ci si manifestano ogni giorno più chiaramente, e l’uomo con la virtù del suo genio riduce in suo potere le forze prodigiose per applicarle ai proprî vantaggi, ai proprî lussi e godimenti; oggidì, diciamo, mentre le opere e i capolavori artistici che l’intelligenza o la meccanica dell’uomo va producendo, si moltiplicano ogni giorno, e con incredibile rapidità si esportano in tutte le parti della terra, avviene purtroppo che l’animo nostro, immergendosi tutto nelle creature, dimentichi il Creatore, cerchi i beni fuggevoli trascurando gli eterni e converta in danno privato e pubblico, e in rovina sua propria, quei doni che dal benignissimo Iddio ha ricevuto al fine di dilatare il regno di Gesù Cristo e promuovere la salvezza sua propria. Orbene per non lasciarci assorbire da una siffatta civiltà umana, tutta intenta alle cose sensibili e alle voluttà, conviene meditare profondamente i princìpi della sapienza cristiana, tanto bene proposti e chiariti dal Vescovo d’Ippona: « Iddio dunque sapientissimo Creatore e ordinatore giustissimo delle nature tutte, Egli, che costituì il genere umano come l’ornamento massimo tra tutte le cose terrene, diede agli uomini alcuni beni convenevoli a questa vita, cioè la pace temporale secondo il modo della vita mortale, nella salvezza, nell’incolumità, e la società dello stesso genere umano, e le altre cose che sono necessarie a conservare o a recuperare questa pace stessa, come quelle che sono con opportuna convenienza accessibili ai sensi, la luce, la notte, l’aria da respirare, l’acqua da bere e tutto ciò che serve a nutrire, a vestire, a curare e ad abbellire il corpo, con questa condizione giustissima che se l’uomo farà un retto uso di siffatti beni proporzionati alla pace dei mortali, ne riceverà dei maggiori e migliori, cioè la stessa pace dell’immortalità e la convenevole gloria, e onore nella vita eterna per godere di Dio e del prossimo in Dio; chi invece ne avrà abusato, non otterrà gli uni e perderà insieme gli altri beni ». – Ma parlando del fine ultimo dell’uomo, Sant’Agostino si affretta a soggiungere che vano sarà lo sforzo di quanti vogliono raggiungerlo, se non si sottometteranno alla Chiesa Cattolica e non le presteranno umile obbedienza, essendo la Chiesa sola divinamente istituita per conferire luce e forza alle anime, quella luce e quella forza senza le quali necessariamente si devia dal retto sentiero e si corre facilmente all’eterna rovina. Iddio infatti, per sua bontà, non ha voluto che gli uomini restassero come titubanti e ciechi a ricercarlo: « cercare Iddio se mai, a tentoni, lo rinvenissero »; ma, sgombrate le tenebre dell’ignoranza, si diede a conoscere mediante la rivelazione e richiamò gli erranti al dovere di pentirsi: e « sopra i tempi di una tale ignoranza avendo Iddio chiuso gli occhi, adesso ordina agli uomini che tutti in ogni luogo facciano penitenza ». Così avendo guidato gli scrittori sacri con la sua ispirazione, affidò le Scritture sante alla Chiesa, perché le custodisse e autenticamente le interpretasse, mentre della Chiesa stessa mostrò e confermò fin da principio l’origine divina, con i miracoli operati da Cristo suo fondatore: « sanati i languenti, mondati i lebbrosi, restituito il camminare agli zoppi, la vista ai ciechi e l’udito ai sordi. Gli uomini di quel tempo videro l’acqua convertita in vino, cinque migliaia di persone saziate con cinque pani, i mari passati a piedi, i morti che risorsero a vita. Alcune di queste meraviglie provvedevano con più manifesto beneficio al corpo, altre con prodigio più occulto all’anima, e tutte agli uomini con la testimonianza della maestà divina. Così allora l’autorità di Dio tirava a sé le anime erranti dei mortali ». E sia pure che la frequenza dei miracoli andasse poi alquanto diminuendo; ma per quale ragione, chiediamo, avvenne ciò se non perché la testimonianza divina si venne facendo ogni giorno più manifesta e per la stessa meravigliosa propagazione della fede e per il miglioramento che ne seguiva alla società, a norma della morale cristiana? « Pensi, dunque — così Agostino, nell’adoperarsi a richiamare alla Chiesa il suo amico Onorato — pensi che poco vantaggio sia derivato alle cose umane dal fatto che non poche persone dottissime hanno preso a discutere, e lo stesso volgo ignorante, di uomini e di donne, crede e confessa come nessuno degli elementi né di terra né di fuoco, niente insomma che tocchi i sensi del corpo, si può adorare invece di Dio, e a Dio si ha da arrivare per la sola via dell’intelligenza? che professa l’astinenza fin a contentarsi di lievissimo sostentamento di pane e di acqua, e pratica digiuni non osservati per un giorno solo, ma continuati per più giorni, e la castità fino alla rinuncia delle nozze e dei figli? che si sottopone ai patimenti fino a non far conto delle croci e del fuoco? che la liberalità spinge fino a distribuire ai poveri i proprî patrimoni? infine, che tutto questo mondo visibile disprezza, fino al desiderio della morte? Il praticare ciò è di pochi; minore è il numero di coloro che sanno farlo come si conviene; ma intanto ecco moltitudine di gente che l’approva, che l’ascolta, che manifesta per questo il suo favore, che infine l’ama; essi danno colpa alla propria fiacchezza, se non arrivano a tanto, ma ciò non è senza profitto dello spirito nella via di Dio, né senza produrre almeno alcune scintille di virtù. A tanto condusse la divina provvidenza con gli oracoli dei profeti; con l’Incarnazione e l’insegnamento di Cristo; con i viaggi degli Apostoli; con le contumelie, le croci, il sangue, le morti dei martiri; con la vita edificante dei Santi, e oltre a tutto questo, secondo la convenienza dei tempi, con miracoli degni di fatti e di virtù tanto grandi. Considerando dunque tanto manifesto l’intervento di Dio, con vantaggio e frutto così rilevanti, potremmo noi esitare a raccoglierci nel seno di quella Chiesa, che nella Sede Apostolica, per le successioni dei Vescovi, occupa il fastigio stesso dell’autorità, riconosciuta dal genere umano, checché indarno vadano attorno abbaiando gli eretici, condannati parte dal giudizio del popolo, parte dalla solennità dei Concilii e parte anche dalla maestà dei miracoli? » [23]. Queste parole di Agostino, oltre a non avere finora perduto nulla di forza e di autorità, sono state anzi, come ognuno vede, del tutto confermate dal lungo spazio di ben quindici secoli, nel corso dei quali la Chiesa di Dio, benché angustiata da tribolazioni tanto numerose e da tanti sconvolgimenti; benché dilaniata da tante eresie e scissioni, afflitta dalla ribellione e dalla indegnità di tanti suoi figli, pur nondimeno fidente nelle promesse del suo Fondatore, mentre si è veduta cadere attorno, l’una dopo l’altra, le umane istituzioni, non solamente è rimasta salva e sicura, ma ancora in ogni età, oltre ad essere stata sempre più adorna di esempi di santità e di sacrificio ed aver continuamente acceso ed aumentato in numerosissimi fedeli la fiamma della carità, è giunta con l’opera dei suoi missionari, dei suoi martiri, alla conquista di nuove genti, fra le quali sono in fiore e crescono vigorose la tanto inclita prerogativa della verginità e la dignità del sacerdozio e dell’episcopato; infine talmente seppe trasfondere nei popoli tutti il suo spirito di carità e di giustizia, che gli stessi uomini a lei estranei o anche nemici non possono che ritrarre da lei qualche cosa della sua maniera di parlare e di operare. A ragione quindi Agostino, dopo aver mostrato ed opposto ai Donatisti, i quali pretendevano restringere e rimpicciolire la vera Chiesa di Cristo ad un angolo dell’Africa, la universalità, o come si dice, la cattolicità della Chiesa aperta a tutti, perché vi potessero venire soccorsi e difesi con i mezzi proprî della divina grazia, concludeva l’argomentazione con queste solenni parole: « Sicuro ne giudica il mondo intero »; la cui lettura, non è gran tempo, talmente colpì l’animo di un personaggio illustre e nobilissimo, che senz’altra lunga e grave esitazione si risolvette ad entrare nell’unico ovile di Cristo. – Del resto apertamente Agostino dichiarava che questa unità della Chiesa universale, non meno che l’immunità del suo magistero da qualsiasi errore, non solo procedeva dall’invisibile suo Capo Cristo Gesù, il quale « governa dal cielo il corpo suo » e parla mediante la sua Chiesa docente, ma anche dal capo visibile in terra, il Pontefice Romano, che, per diritto legittimo di successione, siede sulla Cattedra di Pietro; poiché questa serie dei successori di Pietro « è la stessa pietra che non possono vincere le superbe porte dell’inferno », e sicurissimamente nel grembo della Chiesa « ci mantiene, a cominciare dallo stesso apostolo Pietro, a cui il Signore, dopo la sua risurrezione, affidò da pascere le sue pecorelle, la successione dei sacerdoti fino al presente episcopato ». Pertanto, allorché cominciò a spandersi l’eresia Pelagiana e i seguaci di essa si sforzavano, con inganno ed astuzia, di confondere le menti e gli animi dei fedeli, i Padri del Concilio Milevitano che, oltre altri Concilii, si radunò, per l’opera e quasi sotto la guida di Agostino, non presentarono forse le questioni da essi discusse, e i decreti fatti per risolverle, a Innocenzo I, perché li approvasse? E il Papa, rispondendo, lodava quei Vescovi del loro zelo per la religione e dell’animo devotissimo al Romano Pontefice, ben « sapendo essi — così diceva loro — che dalla sorgente apostolica sempre sgorgano i responsi per tutte le regioni a coloro che li domandano; e specialmente, quando trattasi della regola di fede, penso che non ad altri che a Pietro, cioè a causa del loro nome ed onore, tutti i fratelli e colleghi nostri nell’episcopato si debbano rivolgere, come ora si è rivolta la Carità vostra perché egli è in grado di giovare in comune a tutte le Chiese, in qualsivoglia parte del mondo si trovino ». Così, dopo che la sentenza del Romano Pontefice contro Pelagio e Celestio fu colà recata, Agostino in un discorso al popolo pronunciò quelle memorande parole: « Intorno a questa causa furono già mandate le sentenze di due Concilii alla Sede Apostolica; da essa si ebbero pure le risposte. La causa è finita; Dio voglia che abbia fine una volta anche l’errore ». Parole che, in forma alquanto compendiosa, sono passate in proverbio: Roma ha parlato, la causa è finita. E altrove, dopo aver riferito la sentenza del Papa Zosimo che condannava e riprovava i Pelagiani, dovunque fossero, egli così diceva: « In queste parole della Sede Apostolica suona tanto certa e chiara la fede cattolica, così antica e così sicura, che al cristiano non è lecito dubitarne ». – Orbene chiunque crede alla Chiesa, che dallo Sposo divino ricevette le ricchezze della grazia celeste da distribuirsi specialmente per via dei sacramenti, sull’esempio del buon Samaritano, infonde olio e vino nelle ferite dei figli di Adamo, in modo da purificare i rei dalla colpa, da fortificare i deboli e gli infermi, e da conformare infine i buoni all’ideale di una vita più perfetta. E sia pure che qualche ministro di Cristo, abbia potuto talora venir meno al proprio dovere: forse per questo sarà restata priva di efficacia la virtù di Cristo? « Anch’io, dico, ascoltiamo il Vescovo di Ippona, e tutti diciamo che i ministri di tanto giudice devono essere giusti; siano i ministri giusti, se vogliono; che se poi tali non vogliono essere coloro che siedono sulla cattedra di Mosè, mi rassicurò nondimeno il mio maestro, del quale il suo Spirito disse: Questi è colui che battezza ». Oh, davvero avessero ascoltato Agostino, o l’udissero oggi tutti coloro che, come i Donatisti, sogliono prender motivo dalla caduta di qualche sacerdote, per lacerare la inconsutile veste di Cristo, e si gettano in tal modo miseramente fuori della via della salute! Abbiamo veduto con quanta ubbidienza il nostro Santo, pur d’ingegno così sublime, si assoggettasse all’autorità della Chiesa docente, ben persuaso fin che si fosse così regolato, di non discostarsi un punto dalla cattolica dottrina. Inoltre, avendo ben ponderato quella sentenza: « Se non avrete creduto non capirete », aveva perfettamente inteso che, non solamente coloro i quali, obbedientissimi agli insegnamenti della fede meditano la parola di Dio con animo desideroso e umile, sono illustrati da quella luce celeste che è negata ai superbi; ma anche che appartiene all’ufficio dei Sacerdoti, le cui labbra devono custodire la scienza — essendo essi obbligati a debitamente spiegare e difendere le verità rivelate, e farne ai fedeli penetrare il senso — di meditare profondamente, per quanto dalla divina bontà è dato a ciascuno, le verità della fede. Così egli, illuminato dalla Sapienza increata, nell’orazione e meditazione dei misteri delle cose divine, poté giungere, coi suoi scritti, a lasciare in eredità ai posteri un vasto e meraviglioso complesso di sacra dottrina. Chiunque abbia dato una scorsa anche rapida a tanta ricchezza di opere Venerabili Fratelli, certo non può ignorare con quanto acume il Vescovo di Ippona si studiasse di progredire nella conoscenza di Dio stesso. Oh, come seppe egregiamente sollevarsi dalla varietà ed armonia delle cose create al loro Creatore, e con quanta efficacia si adoperò sia con gli scritti sia con la viva parola perché da quelle anche il popolo affidato alle sue cure salisse a Dio. « La bellezza della terra — diceva — è quasi una voce della muta terra. Considerandone attentamente la bellezza, vedendo com’essa è feconda, come ricca di forze, come fa germinare le sementi, come sovente produce anche dove non fu seminato, ti senti spontaneamente portato quasi ad interrogarla, poiché la stessa ricerca è un interrogare. Dalle cose stupende rivelate dall’attenta investigazione, vedendo tanta potenza, tanta bellezza, tanta eccellenza di virtù, la tua mente è portata a pensare come essa, non potendo esistere da sé, deve avere ricevuto l’essere non da se stessa ma dal Creatore. E questo che in essa hai trovato, è il grido della sua confessione affinché tu lodi il Creatore. E considerate le bellezze tutte di questo mondo, non senti forse quella bellezza stessa rispondere come ad una voce: Non sono opera mia ma di Dio? ». E con simile magnificenza di eloquio, quante volte egli esaltò l’infinita perfezione, bellezza, bontà, eternità, immutabilità e potenza del suo Creatore, mentre pur considerava come Dio si possa meglio pensare che esprimere, come Egli sia meglio nell’essere che nel pensiero, e come al Creatore più propriamente si convenga il nome che rivelò Dio stesso a Mosè allorquando lo interrogava per sapere chi era che lo mandava. Tuttavia egli non fu pago di investigare la divina natura con le sole forze dell’umana ragione, ma, seguendo il lume delle Sacre Scritture e dello Spirito di Sapienza, applicò tutto il vigore del suo potentissimo ingegno a scrutare nel più profondo di tutti i misteri quello che tanti altri Padri già prima di lui avevano preso a difendere dagli empi assalti degli eretici, con una costanza che diremmo senza limiti ed un meraviglioso ardore di spirito: vogliamo dire l’adorabile Trinità del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo nell’unità della natura divina. – Ripieno di luce superna, egli ragiona di questo primo e fondamentale articolo della fede cattolica con tale profondità e sottigliezza che per gli altri Dottori venuti dopo di lui fu in qualche modo sufficiente che attingessero dalle riflessioni di Agostino per innalzare quei saldi monumenti di scienza divina in cui sono andati a spuntarsi in ogni tempo i dardi della depravata ragione umana intesa a combattere questo mistero, il più difficile da capire. E giova qui riferire la dottrina del Vescovo di Ippona: « Con proprietà doversi dire che in quella Trinità appartiene alle singole persone distintamente ciò che si dice reciprocamente in senso relativo, rispetto cioè alle altre Persone, come Padre e Figlio e Dono di entrambi, lo Spirito Santo: perché non il Padre è Trinità non Trinità è il Figlio, non Trinità è il Dono. E ciò che si dice dei singoli a sé, non dirsi tre in plurale, ma uno solo, la Trinità stessa; come Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo: buono il Padre, buono il Figlio, buono lo Spirito Santo; onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, onnipotente lo Spirito Santo; ma non tre Dei, o tre buoni, o tre onnipotenti, ma un solo Dio, buono, onnipotente, la stessa Trinità: e ogni altra cosa non si dica con relazione tra loro, ma dei singoli a sé. Ciò infatti si dice di essi quanto all’Essenza, perché essere qui vale quanto essere grande, essere buono, essere sapiente e ogni altra cosa che si dice essere a sé ciascuna persona o la stessa Trinità ». Il mistero che qui è adombrato con tanta sottigliezza e concisione, egli poi si studia di farlo intendere in qualche modo mediante appropriate similitudini: così, ad esempio, quando ravvisa una immagine della Trinità nell’anima umana che si avvia alla santità. Essa infatti, nell’atto stesso in cui si sovviene di Dio, lo pensa e lo ama: e ciò ci mostra in certa guisa come il Verbo è generato dal Padre, « il quale in certo modo ha espresso nel Verbo a sé coeterno tutto ciò ch’egli ha sostanzialmente »; e come dal Padre e dal Figlio proceda lo Spirito Santo, che « ci dimostra la comune carità con cui il Padre e il Figlio scambievolmente si amano ». Agostino ci ammonisce poi che questa immagine di Dio che è in noi, dobbiamo renderla ogni giorno più splendida e più bella fino al termine della vita; sicché quando questo termine avverrà, quella divina immagine già insita in noi « divenga perfetta mediante la visione stessa che si godrà dopo il giudizio a faccia a faccia, mentre avviene ora solo per ispecchio in enigma ». Né si potrà mai ammirare abbastanza la dichiarazione che il Dottore d’Ippona ci dà del mistero dell’Unigenito di Dio fatto carne, quando chiede esplicitamente (con quelle parole che San Leone Magno riferisce nella Lettera dommatica a Leone Augusto) che « dobbiamo riconoscere una duplice sostanza in Cristo, cioè la divina, per la quale egli è uguale al Padre, e l’umana per la quale il Padre è superiore. Le due sostanze unite non formano due, ma un solo Cristo; perché Dio non risulti una Quaternità ma una Trinità. Come infatti l’anima razionale e la carne formano un solo uomo, così Dio e l’uomo formano un solo Cristo ». Sapientemente adoperò quindi Teodosio il giovane, allorquando ordinò che egli, con ogni dimostrazione di riverenza, fosse indotto a partecipare al Concilio Efesino, che abbatté l’eresia di Nestorio: ma una morte inattesa vietò ad Agostino di unire la sua forte e possente voce alla voce degli altri Padri presenti, nell’esecrare l’eretico che aveva osato, per così dire, dividere Cristo ed impugnare la divina maternità della Beatissima Vergine. – Non vogliamo poi tralasciare di ricordare, sia pur di passaggio, che più di una volta Agostino mise pure in chiara luce la regale dignità di Cristo, che Noi abbiamo additata e proposta al culto dei fedeli nell’Enciclica «Quas primas », pubblicata alla fine dell’Anno Santo: il che risulta anche dalle lezioni desunte dai suoi scritti, che Ci piacque introdurre nella liturgia della festa di N. S. Gesù Cristo Re. – Non vi è forse chi ignori come egli, abbracciando in uno sguardo la storia di tutto il mondo, appoggiato a quei sussidi che potevano prestargli sia la lettura assidua della Bibbia, sia la scienza umana di quei tempi, nella sua eccellentissima opera «Della città di Dio » tratti mirabilmente della divina provvidenza nel governo di tutte le cose e di tutti gli eventi. Con quel suo profondo acume egli vede e distingue, nell’avanzare e progredire dell’umano consorzio, due città, fondate sopra « due amori: cioè, l’amore terreno di se stessi fino al disprezzo di Dio, e l’amore celeste di Dio fino al disprezzo di se stessi »; la prima, Babilonia; la seconda Gerusalemme; le quali « sono insieme confuse, e vanno così confuse dall’origine dell’uman genere sino alla fine del mondo »; non però con eguale esito, giacché mentre verrà giorno in cui i cittadini di Gerusalemme saranno chiamati a regnare con Dio eternamente, i seguaci di Babilonia dovranno espiare per tutta l’eternità le loro nequizie insieme coi demoni. Così alla mente investigatrice di Agostino la storia della società umana appare come un quadro della incessante effusione in noi della carità di Dio, il quale promuove l’incremento della città celeste da lui fondata in mezzo a trionfi e a travagli, ma in modo che anche le follie e gli eccessi, operati dalla città terrena abbiano a servire ai suoi progressi, conforme sta scritto: « agli amanti di Dio, che giusta il proposito sono chiamati santi, ogni cosa si volge in bene ». Stolti ed insipienti sono quindi tutti coloro i quali considerano il corso dei secoli non altrimenti che come uno scherzo ed un giuoco della cieca fortuna e quasi fosse unicamente dominato dalla cupidigia e dalla ambizione dei potenti della terra, ovvero come un’incessante spinta dello spirito a secondare le forze umane, a favorire i progressi delle arti, a procacciarsi le agiatezze della vita; laddove, al contrario, questi eventi naturali ad altro non hanno da servire se non a secondare l’incremento della Città di Dio, che è quanto dire la diffusione della verità evangelica e il conseguimento della salute delle anime in conformità degli arcani ma pur sempre misericordiosi consigli di Colui « il quale attinge dall’una all’altra estremità fortemente, e tutto dispone con soavità ». E per insistere alquanto su questo punto diremo ancora che Agostino volle impresso il marchio o meglio bollate a fuoco le turpitudini del paganesimo dei Greci e dei Romani; della cui religione alcuni scrittori dei nostri giorni, leggeri e dissoluti, sembrano quasi sdilinquirsi di desiderio, stimandola cosa eccellente per bellezza, armonia e piacevolezza. Egli, che ben conosceva come i suoi contemporanei vivevano infelicemente dimentichi di Dio, non di rado ricorda con parole mordaci, talvolta con frasi sdegnose tutto ciò che di violento, di insulso, di atroce e di lussurioso si era infiltrato per opera dei demoni nei costumi degli uomini mediante il falso culto degli dei. Nessuno del resto potrebbe illudersi di trovare salvezza in quel fallace ideale di perfezione che la Città terrena si propone: non v’è persona, infatti, che riesca ad attuarlo in se stesso, e se pure vi riuscisse, non otterrebbe altro che il gusto di una gloria vana e fugace. Agostino lodava sì i Romani antichi, in quanto « posponevano gli interessi privati a quelli pubblici, cioè a quelli dello Stato, e facendo tacere la propria avarizia sovvenivano al pubblico erario e provvedevano spontaneamente ai bisogni della patria: uomini onesti e costumati, conformemente alle leggi allora vigenti, che si giovarono di tutti questi mezzi della vera via a conseguire onori, imperio e gloria; furono in onore tra quasi tutti i popoli; e assoggettarono molte genti alle leggi dell’impero ». Ma, come egli soggiunge poco dopo, con tali e tante fatiche che cosa altro essi ottennero mai « se non quel fasto inutile e vano dell’umana gloria, alla quale si riduce tutta la ricompensa di tanti che arsero di cupidigia, e intrapresero guerre furenti per essa? ». Non ne segue per altro che i felici successi e l’impero stesso, dei quali il Creatore nostro si serve giusta i segreti consigli della sua provvidenza, siano un privilegio riservato solo a coloro che non si curano della Città celeste. Iddio infatti « ricolmò l’Imperatore Costantino che non invocava i demoni ma adorava lo stesso vero Dio, di tanti doni temporali, quanti nessuno oserebbe desiderare »; e concesse una prospera fortuna e innumerevoli trionfi a Teodosio, che si diceva « più lieto di appartenere alla Chiesa che non all’impero terreno », e ripreso da Ambrogio per la strage di Tessalonica « ne fece penitenza in guisa che il popolo orante per lui spargeva più lacrime nel vedere la maestà imperiale umiliata, che non la temesse quando peccando aveva infierito ». Anzi, ancorché i beni di questo mondo siano elargiti indistintamente a tutti, buoni e cattivi, come pure le sventure possano colpire tutti, onesti e malvagi, non si può tuttavia dubitare che Iddio distribuisce i beni e i mali di questa vita come meglio giovano alla salute eterna delle anime e al bene della Città celeste. Quindi è che i prìncipi e i governanti, avendo ricevuto la potestà da Dio affinché con l’opera loro si sforzino, ciascuno nei limiti della propria autorità, ad attuare i disegni della divina Provvidenza, cooperando con essa, evidentemente non debbono mai, per provvedere al benessere temporale dei cittadini, perdere di vista quel fine altissimo che è proposto a tutti gli uomini; e non solo non debbono fare od ordinare cosa alcuna la quale possa riuscire in detrimento delle leggi della giustizia e della carità cristiana, ma anzi debbono rendere ai sudditi più agevole la via a conoscere e a conseguire beni non caduchi. « Noi infatti — così il Vescovo d’Ippona — non chiamiamo fortunati alcuni imperatori cristiani per avere avuto un lungo regno, per essere morti tranquillamente lasciando sul trono i figli, per avere domato i nemici dello Stato, per avere saputo schivare e sgominare i sudditi ribelli. In questa vita travagliata, di tali doni o conforti, e di altri ancora, sono stati favoriti anche certuni che adoravano i demoni e non appartenevano quindi, come costoro, al regno di Dio. E ciò, per effetto della misericordia divina, affinché quelli che credevano in Dio non andassero dietro a questi beni, quasi fossero i supremi. Invece li chiamiamo felici se comandano con giustizia, se, ricordandosi di essere uomini, non si lasciano boriosamente inebriare dalle lingue che li esaltano e da omaggi troppo servili, se pongono l’autorità loro al servizio della maestà divina, massime per la dilatazione del suo culto; se temono, amano, onorano Dio; se amano soprattutto quel regno dove non hanno a temere rivali; se sono lenti alla vendetta, facili al perdono; se si servono della vendetta per la necessità di governare e difendere la Repubblica e non per saziare gli odi delle inimicizie; se concedono il perdono, non per l’impunità della colpa, ma per la speranza della correzione; se, quando sono costretti a punire aspramente, compensano, con la dolcezza della misericordia e con la larghezza dei benefìci; se in loro la sensualità è tanto più raffrenata quanto più potrebbe essere libera; se preferiscono domare le prave cupidigie, anziché i popoli; e se tutte queste cose le fanno non per amore di una vana gloria, ma per l’amore della felicità eterna e non trascurano di immolare al loro vero Dio il sacrificio dell’umiltà, della misericordia e dell’orazione per i proprî peccati. Tali sono gli Imperatori cristiani che diciamo che sono intanto felici per la speranza su questa terra, e che lo saranno poi in realtà quando giungerà la beatitudine eterna che aspettiamo ». È un ideale questo del principe cristiano di cui non si può trovare altro più nobile e più perfetto; ma esso non sarà certo abbracciato ed attuato da chi confida nella sapienza umana, spesso ottusa in sé e più spesso accecata dalle passioni; ma solamente da colui che, formato alla dottrina del Vangelo, sa che egli presiede alla cosa pubblica in forza di una disposizione divina, e che ciò non può farlo nel miglior modo e con felice successo se non sia profondamente radicato nel sentimento della giustizia, unita alla carità ed alla umiltà interna: « I re delle genti che governano con impero e quelli che le hanno sotto il loro dominio si fanno chiamare benefattori. Non così però per voi, ma chi tra di voi è più grande diventi come il più piccolo, e colui che governa sia come uno che serve ». Mentre pertanto sono in grande errore tutti quelli che ordinano le condizioni dello Stato, senza tener conto alcuno del fine ultimo dell’uomo, né dell’uso regolato dei beni di questa vita, sono del pari in errore molti altri i quali pensano che le leggi per governare lo Stato e favorire i progressi del genere umano, non possono regolarsi alla stregua dei precetti di Colui che proclamò: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno »; di Cristo Gesù, diciamo, il quale volle la sua Chiesa abbellita e fortificata con tale costituzione magnifica ed immortale, che tante vicissitudini di cose e di tempi, tante persecuzioni non poterono mai in tutto lo spazio di venti secoli, né mai potranno scuoterla in avvenire sino alla fine del mondo. Perché, dunque, quanti sono governatori di popoli, solleciti del bene e della salvezza dei loro cittadini, dovranno impedire l’azione della Chiesa? Non dovrebbero piuttosto offrirsi ad aiutarla, per quanto portano le circostanze? Lo Stato non ha infatti da temere una invasione della Chiesa nei suoi propri fini e diritti; ché anzi i cristiani sino dall’inizio rispettarono con tanta deferenza questi diritti, secondo l’ordine del loro, stesso fondatore, che, esposti alle vessazioni ed alla morte, potevano dire giustamente: « I prìncipi mi perseguitarono senza ragione ». Al quale proposito con la sua solita chiarezza diceva Agostino: « In che cosa i Cristiani avevano mai leso i regni terreni? Forse che il Re loro proibì ai suoi soldati di prestare e compiere quanto era dovuto ai re della terra? Ai Giudei anzi che stavano su ciò architettando una calunnia contro di Lui, non disse Egli: Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio? Ed Egli stesso non pagò il tributo traendolo dalla bocca di un pesce? Non è vero che il suo precursore non disse ai soldati di questo regno, che gli domandavano il da farsi per la salvezza eterna; Sciogliete il cingolo, gettate via le armi, abbandonate il vostro re, perché possiate essere soldati di Dio; ma disse invece: Non opprimete nessuno, non calunniate nessuno, accontentatevi del vostro stipendio? Uno dei suoi soldati, e a lui carissimo compagno, non proclamò forse ai suoi commilitoni e per così dire connazionali di Cristo: Ogni uomo, sia soggetto alle maggiori autorità? E poco appresso: Rendete a tutti quanto dovete: a chi il tributo, il tributo; a chi la tassa, la tassa; a chi il timore, il timore; a chi l’onore, l’onore; a nessuno siate debitori, se non dell’amore scambievole. E ancora non ordinò che la Chiesa pregasse pure per gli stessi re? Che offesa dunque i Cristiani fecero loro? Quale debito non adempirono? Quale ordine dei re terreni i Cristiani non eseguirono? Dunque i re della terra perseguitarono i Cristiani senza ragione ». Certamente si deve richiedere ai discepoli di Cristo di ubbidire alle giuste leggi della propria nazione, a patto che non si voglia loro comandare o proibire cosa che la legge di Cristo proibisca o comandi, dando con ciò origine ad un dissidio tra la Chiesa e lo Stato. Appena occorre perciò avvertire — come Ci pare di avere sempre detto abbastanza — che dalla Chiesa non può venire nessun danno allo Stato, ma anzi può derivarne moltissimo aiuto e utilità. Su questo punto non occorre qui di nuovo allegare le bellissime parole del Vescovo di Ippona, riportate già nell’ultima Nostra Enciclica «Della cristiana educazione della gioventù » o quelle che il Nostro immediato predecessore Benedetto XV riferì nella sua Enciclica « Pacem Dei munus », per mostrare più chiaramente che la Chiesa sempre si studiò di unire mediante la legge cristiana le nazioni, e promosse del pari in ogni tempo tutto ciò che poteva stabilire fra gli uomini i benefìci della giustizia, della carità e della pace comune, affinché esse tendessero « a una certa unità, generatrice di prosperità e di gloria ». Inoltre, dopo aver descritto le note proprie del governo divino, svolgendo per sommi capi punti che gli sembravano toccare la Chiesa e lo Stato, Agostino non si ferma, ma passa oltre ad indagare con acume sottilissimo e a contemplare come la grazia di Dio, in un modo del tutto interno ed arcano, muove l’intelletto e la volontà dell’uomo. E quanto potere abbia nell’anima questa grazia di Dio, egli stesso aveva sperimentato fin da quando, a un tratto, in Milano, meravigliosamente trasformato si accorse che dileguavano tutte le tenebre del dubbio. «Quanto dolce — andava dicendo — mi si fece improvvisamente il mancare della soddisfazione dei piaceri! se prima temevo di perderli, ora godevo di lasciarli. Tu li allontanavi da me, Tu, vera e somma soavità, li allontanavi ed entravi Tu in vece loro, più dolce di ogni piacere, ma non dolce alla carne ed al sangue; più chiaro di ogni luce, ma più intimo di ogni segreto; più alto di ogni onore, ma non per gli altezzosi ». Frattanto il Vescovo d’Ippona teneva per maestra e guida la Sacra Scrittura e specialmente le lettere di Paolo apostolo (il quale pure in modo meraviglioso era stato, un tempo, condotto a seguire Cristo), si uniformava alla dottrina tradizionale, trasmessagli da personaggi santissimi, ed al sentimento cattolico dei fedeli; e con sempre più ardente zelo insorgeva contro i Pelagiani che protervamente blateravano che la Redenzione umana di Gesù Cristo mancava di ogni efficacia; infine, illuminato dallo spirito divino, per più anni venne investigando sopra la rovina del genere umano, seguita alla caduta dei progenitori, sulle relazioni che corrono tra la grazia di Dio e il libero arbitrio e sopra le questioni che chiamiamo della predestinazione. E con tanta sottigliezza e buon esito egli investigò, che, chiamato poi e tenuto come « il Dottore della Grazia », aiutò, ispirandoli, tutti gli altri scrittori cattolici delle età susseguenti, e nello stesso tempo impedì che in tali difficilissime questioni errassero o per l’uno o per l’altro estremo di questi due punti: non insegnassero cioè, o che nell’uomo decaduto dalla pristina integrità il libero arbitrio sia una parola senza realtà, come piacque ai primi novatori ed ai giansenisti; ovvero che la grazia divina non si conceda gratuitamente e non possa ogni cosa, come sognavano i Pelagiani. Ma per riportare qui alcune pratiche considerazioni opportune ad essere meditate con gran frutto dagli uomini del nostro tempo, è ben chiaro che i lettori di Agostino non saranno trascinati nel perniciosissimo errore divulgatosi nel secolo XVIII, vale a dire che le inclinazioni naturali della volontà non sono mai da temersi né da frenarsi, perché tutte buone. Da questo falso principio originarono sia quei metodi di educazione, riprovati non è molto nella Nostra Enciclica «Della cristiana educazione della gioventù »; metodi che giungono a tali estremi che, tolta ogni separazione dei sessi, non viene più adoperata nessuna cautela contro le nascenti passioni dei fanciulli e dei giovanetti; sia quella licenza di scrivere e leggere, di procurare e frequentare spettacoli, nei quali si apprestano insidiosi pericoli alla innocenza ed alla pudicizia, e, quel che è peggio, cadute rovinose: sia quella disonesta moda di vestire, per la cui estirpazione non potranno mai lavorare abbastanza le donne cristiane. È infatti insegnamento del nostro Dottore che l’uomo, dopo il peccato dei progenitori, non si trova più nella integrità nella quale fu creato, e dalla quale, mentre la godeva, era portato con facilità e prontezza al retto operare; ma che invece, nella presente condizione della vita mortale, è necessario che egli si opponga e comandi alle cattive passioni, da cui è trascinato e allettato, secondo il detto dell’Apostolo: «Nelle mie membra vedo un’altra legge, che si oppone alla legge della mia mente e mi fa schiavo della legge del peccato, la quale è nelle mie membra ». Egregiamente Agostino commentava questo punto al suo popolo: « Finché si vive quaggiù, o fratelli, è così; così anche noi, che pure siamo vecchi in questa battaglia, abbiamo meno nemici, ma tuttavia ne abbiamo. In certo qual modo sono stanchi i nostri nemici anche per la nostra età, ma pure così stanchi non cessano di turbare la quiete della vecchiaia con ogni genere di cattivi moti. La battaglia dei giovani è più aspra; noi la conosciamo; attraverso essa passammo … Infatti, finché portate il corpo mortale, combatte contro di voi il peccato; ma, che non domini. Che vuol dire, non domini? Che non si deve ubbidire ai suoi desideri. Se cominciate ad obbedire, esso domina. E che significa obbedire, se non prestare le vostre membra quali strumenti di iniquità al peccato? Non voler prestare le membra tue quali strumenti di iniquità al peccato. Iddio ti diede il potere di tenere a freno le tue membra, mediante il suo Spirito. Insorge la natura; tu raffrena le membra; che potrà essa fare con la sua ribellione? Tu raffrena le membra: non prestare le tue membra a strumenti di iniquità al peccato, non armare il tuo avversario contro di te. Tieni in freno i piedi, perché non vadano a cose illecite. Insorge la natura: tu tieni a freno le membra; trattieni le mani da ogni delitto; trattieni gli occhi, perché non vedano malamente, trattieni le orecchie perché non odano volentieri le parole libidinose; tieni a freno tutto il corpo, tieni a freno i fianchi, tieni a freno le parti superiori, tieni a freno le inferiori. Che fa la natura? Sa insorgere, vincere non sa. Insorgendo spesso inutilmente, impara anche a non insorgere ». Se per tale battaglia noi ci rivestiamo delle armi della salvezza, dopo che avremo cominciato ad astenerci dal peccato, quietato a poco a poco l’impeto dei nemici e snervate le loro forze, voleremo finalmente a quel regno della pace, dove trionferemo con gaudio infinito. Se avremo vinto tra tanti ostacoli e combattimenti, si dovrà ciò attribuire alla grazia di Dio, che dà internamente luce alla mente e forza alla volontà; alla grazia di Dio, il quale, avendoci creato, può ancora con i tesori della sua sapienza e potenza infiammare l’animo nostro della carità e interamente riempirlo. Giustamente dunque la Chiesa, che per mezzo dei Sacramenti diffonde in noi la grazia, si chiama santa, perché non solo fa che in ogni tempo innumerevoli uomini si uniscano a Dio con stretto vincolo di amicizia e in essa perseverino, ma molti di più ne solleva, con la sua guida ed invitta grandezza d’animo, a perfetta santità di vita, ad eroiche imprese. E in verità non cresce forse ogni anno il numero dei martiri, delle vergini, dei confessori, che essa propone all’ammirazione e all’imitazione dei suoi figli? Non sono bellissimi fiori di eroica virtù, di castità e carità, questi che la grazia di Dio trapianta dalla terra in cielo? Solo restano e languiscono miseramente nella nativa debolezza coloro che resistono alle divine ispirazioni e non fanno giusto uso della loro libertà. Parimenti la grazia di Dio non permette che noi disperiamo della salute di nessuno, finché vive, e in tutti anzi speriamo ogni giorno maggiori gli aumenti della carità. In essa grazia è posto il fondamento della umiltà, giacché quanto più uno è perfetto, tanto più deve ricordare quelle parole: « Che cosa hai che tu non abbia ricevuto? Se poi l’hai ricevuto, perché gloriarti, come se non l’avessi ricevuto? »; e non può non mostrarsi riconoscente verso colui che « ai deboli riservò questa forza di essere, col suo aiuto, invitti nel volere ciò che è buono e invitti nel non volere abbandonarlo ». E il benignissimo Gesù Cristo ci stimola a chiedere i doni della sua grazia: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Infatti ognuno che chiede, riceve; e chi cerca trova; e a chi picchia sarà aperto ». Anche il dono della perseveranza « si può meritare con la preghiera ». Quindi è che nelle chiese non cessa mai la preghiera privata e pubblica: « E quando mai non si pregò nella Chiesa per gli infedeli e per i nemici di lei, affinché credano? Quando mai un fedele ebbe un amico, un parente, un coniuge infedele senza chiedere per lui al Signore una disposizione di mente docile alla fede cristiana? E chi mai non chiese per se stesso di essere perseverante nel Signore? ». Dunque, Venerabili Fratelli, auspice il Dottore della Grazia, pregate Iddio e con voi preghino il clero e il popolo vostro, per quelli specialmente che sono privi della fede cattolica o errano dalla retta via; e con ogni diligenza procurate, inoltre, che santamente si vengano educando coloro che si mostrano idonei e chiamati al sacerdozio, dovendo questi un giorno, ciascuno per il proprio ufficio, divenire i dispensatori della grazia divina. – Possidio, il primo scrittore della vita di Agostino, sin d’allora affermava che, assai più dei lettori delle opere di lui, « avevano potuto trarre profitto coloro che poterono udirlo parlare e vederlo presente nella Chiesa, e che in particolare conobbero il suo contegno tra gli uomini. Perché non solo egli era uno scriba, erudito nel regno dei cieli, che dal suo tesoro trae fuori cose nuove e cose vecchie; un negoziante che, trovata la perla preziosa, la comperò vendendo tutte le cose che possedeva; ma anche uno di coloro rispetto ai quali fu scritto: Così parlate e così fate; e dei quali il Salvatore dice: Chi così avrà fatto e così avrà insegnato agli uomini, costui sarà chiamato grande nel regno dei cieli ». Pertanto, a cominciare dalla prima di tutte le virtù, il nostro Agostino tanto desiderò e cercò l’amore di Dio, rinunziando a tutto il resto, con tanta costanza in sé l’accrebbe, che a ragione si dipinge con un cuore infuocato in mano. E chi ha letto anche una sola volta le « Confessioni », potrà mai dimenticare quel colloquio tenuto dal figlio con la madre presso la finestra della casa di Ostia? La descrizione di quella scena non riesce tanto colorita al vivo e così tenera, da parerci di vedere fissi nella contemplazione delle cose celesti Agostino e Monica? « Soli ci intrattenevamo insieme — egli scrive — assai dolcemente; e dimenticando il passato, guardandoci innanzi, venivamo tra noi cercando alla presenza della Verità, che sei tu, quale debba essere la vita eterna dei Santi, che mai occhio vide, né orecchio udì, né mente d’uomo comprese. Ma con la bocca aperta del cuore agognavamo abbeverarci alle tue superne acque, della fontana di vita che è in te perché, da essa irrorati, secondo la nostra capacità potessimo in qualche modo afferrare col pensiero una così grande cosa … E così parlando, e a quella vita agognando, l’afferrammo un tantino con tutto l’impeto del cuore, e sospirammo e quivi  lasciammo come prigioniere le primizie dello spirito e ritornammo al suono della nostra voce dove la parola ha inizio e fine. Ma che cosa mai è simile al tuo Verbo, Signore nostro, che in sé sussiste e mai invecchia e tutto rinnova? ». Né si dovranno dire insoliti nella sua vita tali rapimenti della mente e del cuore. Poiché ad ogni istante di tempo libero dai doveri e dalle fatiche quotidiane, egli meditava le Sacre Scritture, a lui così note, per coglierne diletto e luce di verità; con il pensiero e con l’affetto s’innalzava a volo sublime dalle opere di Dio e dai misteri dell’infinito suo amore verso di noi, a grado a grado, sino alle stesse divine perfezioni e in esse quasi si immergeva, quanto a lui era dato per l’abbondanza della grazia soprannaturale. – « E spesso torno a far questo, — così pare che egli ci parli, come in confidenza — questo mi delizia, e quando posso rilassarmi dalle mie necessarie occupazioni, in questo diletto mi rifugio. Né in tutti questi oggetti, che io percorro consultando te, trovo luogo sicuro all’anima mia se non in te, dove si raccolgono le cose mie disperse e nulla di me si diparte da te. E talvolta mi fai entrare in un affetto molto insolito, dentro ad una non so quale dolcezza, che se in me toccasse il colmo, non so qual cosa sarebbe, ma certo non sarebbe più questa vita ». Perciò esclamava: «Tardi io ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova! tardi io ti ho amato ». E quanto affettuosamente contemplava la vita di Cristo, la cui somiglianza si studiava di ritrarre ogni giorno più perfetta in sé, l’amore ripagando con amore, non altrimenti da quello che proprio egli andava, con il consiglio, inculcando alle vergini: « Si configga a voi interamente nel cuore, chi per voi fu confitto in croce! ». Di questo amore di Dio ardendo sempre più vivacemente, fece incredibili progressi in tutte le altre virtù. Né si può non ammirare come un uomo tale — che per la straordinaria eccellenza d’ingegno e di santità era da tutti venerato, esaltato, consultato ed ascoltato — fosse tuttavia, negli scritti destinati al pubblico e nelle sue lettere, intento sopra ogni cosa a procurare che le lodi tributategli andassero all’Autore di ogni bene, cioè a colui al quale soltanto si dovevano, e agli altri facesse animo e, salva la verità, li encomiasse. Inoltre usava il massimo ossequio verso i suoi colleghi nell’episcopato, segnatamente verso i più insigni che l’avevano preceduto, come Cipriano e Gregorio Nazianzeno, Ilario e Giovanni Crisostomo, come Ambrogio, suo maestro nella fede, che egli venerava qual padre e di cui soleva spesso ricordare gl’insegnamenti e gli esempi. Ma segnatamente in lui rifulse, come inseparabile dall’amor di Dio, lo zelo delle anime, di quelle anime in ispecie che egli aveva da reggere per debito dell’ufficio pastorale. Da quando infatti, così ispirando Iddio, e per la fiducia del vescovo Valerio e la scelta del popolo, fu prima iniziato al sacerdozio e poi sollevato alla cattedra d’Ippona, egli pose ogni studio nel condurre il gregge alla felicità celeste, sia col nutrirlo della sana dottrina, sia col tutelarlo dagli assalti dei lupi. Accoppiando dunque alla fortezza la carità verso gli erranti, combatté le eresie, mise in guardia il popolo contro gl’inganni usati in quel tempo dai Manichei, dai Donatisti, dai Pelagiani, dagli Ariani; e questi stessi egli confutò in modo che non solo ne infrenò la diffusione delle false dottrine e ricuperò le anime da essi traviate, ma anche li convertì alla fede cattolica. Pertanto egli stava sempre pronto a disputare anche in pubblico, mentre aveva ogni fiducia nel divino aiuto, nella forza e nella virtù insite nella verità, e nella fermezza del popolo; e qualora gli venissero recati scritti di eretici, senza por tempo in mezzo li confutava l’uno dopo l’altro, non lasciandosi infastidire o staccare né dalla scipitezza delle opinioni, né dai cavilli, né dall’ostinatezza e dalle ingiurie degli avversarii. Nondimeno, benché così alacremente combattesse per la verità, non cessava mai d’implorare da Dio la correzione di questi nemici, che egli trattava con benevolenza e carità cristiana; e dai suoi scritti stessi si vede con quanta modestia d’animo e vigore di persuasione parlava loro: « Infieriscano contro di voi — diceva loro — quelli che non sanno con quale fatica si scopra il vero e con quanta difficoltà si schivino gli errori. Infieriscano contro di voi quelli che non sanno quanto sia raro ed arduo l’innalzarsi sopra le fantasie della carne nella serenità di una mente pia … Infieriscano contro di voi anche coloro che non furono mai sedotti da un errore come quello da cui vedono sedotti voi. Io, invece, che dopo un lungo e fiero travaglio finalmente potei venire a conoscere che cosa sia quella schietta verità che si percepisce senza la mescolanza di vane favole …; io, che finalmente tutte quelle fantasie, dalle quali voi siete per lunga consuetudine avviluppati e stretti, le cercai curiosamente, le udii attentamente, le credetti sconsigliatamente e con ardore le persuasi a quanti potei, e contro altri le difesi pertinacemente ed animosamente, io davvero non posso infierire contro di voi, ma vi debbo ora sopportare, come allora sopportai me medesimo, e trattarvi con altrettanta pazienza quanta me ne usarono i prossimi miei, nel tempo in cui rabbioso e cieco andavo errando dietro i vostri dogmi ». – Il Vescovo d’Ippona pertanto, con il suo amore per la religione, con l’assidua operosità e la benignità di animo, come poteva rimanere deluso e senza buon successo? E così, i Manichei venivano tratti all’ovile di Cristo, il dissidio o scisma di Donato veniva a cessare, e i Pelagiani erano completamente sgominati, in modo che, morto Agostino, Possidio poteva scrivere di lui: «Quel memorando uomo, membro principale del corpo del Signore, era sempre sollecito e quanto mai vigilante per il bene della Chiesa universale. E gli fu concesso da Dio di poter godere anche in questa vita del frutto delle sue fatiche, dapprima con l’unione e la pace perfetta nella Chiesa e nel territorio d’Ippona, a cui egli massimamente soprintendeva; poi, vedendo come in altre parti dell’Africa, per la sua stessa cura e per quella dei Sacerdoti che egli vi aveva assegnati, la Chiesa del Signore aveva felicemente germogliato e s’era moltiplicata e rallegrandosi che quei Manichei, Donatisti e Pelagianisti e Pagani erano finiti per buona parte e s’erano aggregati alla Chiesa di Dio. Andava lieto ed esultante dei progressi da lui favoriti e del fervore di tutti i buoni; tollerava con santo e pietoso compatimento le mancanze disciplinari dei fratelli e gemeva sulle iniquità dei cattivi, sia di quelli che erano dentro la Chiesa, sia di quelli che ne erano fuori, godendo sempre, come dissi, degli acquisti che il Signore faceva, e dolendosi dei danni ». Se nel trattare i grandi affari dell’Africa e anche della Chiesa universale fu d’animo forte ed invitto, verso il suo gregge fu, più che altri mai, padre premuroso e benigno. Era solito predicare al popolo assai spesso, o commentando testi per lo più desunti dai Salmi, dal Vangelo di San Giovanni, dalle Lettere di San Paolo, in una forma piana e adatta all’intendimento della gente più umile e semplice, o riprendendo col più felice esito gli abusi e i vizi che si fossero insinuati fra i cittadini d’Ippona, e molto si affaticava, e a lungo, non solo per riconciliare a Dio i peccatori, soccorrere i poveri e intercedere per i colpevoli, ma anche per comporre le liti e le contese che accadessero tra i fedeli in cose profane; e benché si lamentasse della distrazione e dissipazione che ciò gli costava, tuttavia al disgusto per le cose del secolo fece andare innanzi l’esercizio della carità episcopale. E tale carità e grandezza di animo sommamente rifulse nell’estremo frangente in cui si trovò quando, dai Vandali che devastavano l’Africa, nessun’offesa fu risparmiata alla dignità sacerdotale e ai luoghi sacri. Esitando alcuni Vescovi e Sacerdoti sulla condotta che dovevano tenere fra quelle tante e così gravi calamità, il santo vecchio, interrogato da uno di essi, rispose chiaramente che a nessun Sacerdote era lecito disertare il posto, checché fosse per avvenire, poiché i fedeli non potevano rimanere privi del sacro ministero: « Come non pensare — diceva — quando si giunge a questa estrema gravità di pericoli, né vi è alcuna via di scampo, che grande accorrere suole farsi nella chiesa da gente dell’uno e dell’altro sesso e d’ogni età, e chi domanda il battesimo, chi la riconciliazione, chi anche l’applicazione della penitenza, e tutti chiedono conforto e celebrazione e amministrazione dei Sacramenti? Se vi mancano i sacri ministri, quale immensa perdita ne segue per coloro che partono da questo secolo o non rigenerati o non assolti! e quanto grave lutto per i loro congiunti e amici che non li avranno con sé nella pace della vita eterna! Quanti gemiti da tutti, e da parte di alcuni quali bestemmie si leverebbero per l’assenza dei sacri ministri e dei sacri ministeri! Vedi che cosa fa la paura dei mali temporali e che triste acquisto con essa invece si fa dei mali eterni! Quando invece si trovano al loro posto i ministri, si reca a tutti il soccorso con le forze che Dio ad essi provvede; quelli sono battezzati, questi sono riconciliati, nessuno resta privo della comunione del Corpo di Cristo; tutti sono consolati, edificati, esortati a pregare Dio, il quale è in grado di sventare tutti i mali che si temono; e tutti si trovano disposti ad ogni evento, in modo che se da essi questo calice non può passare, s’uniformino alla volontà di colui che non può volere niente di male ». E concludeva in questa forma: « Chi poi fugge, sì che al gregge di Cristo vengano a mancare gli alimenti di cui vive spiritualmente, è un mercenario che vede venire il lupo e scappa perché non gli importa delle pecore ». Per il resto, Agostino confermò gli ammonimenti con l’esempio; perché assediata dai barbari la città dov’era la sua sede episcopale, il magnanimo pastore vi rimase col suo popolo e ivi rese l’anima a Dio. Ed ora, per aggiungere ciò che un più compiuto elogio di Agostino sembra ancora richiedere, diremo, come la storia attesta, che il Santo Dottore della Chiesa, il quale a Milano aveva visto « fuori delle mura della città, sostenuto e nutrito da Ambrogio un albergo di Santi », e poco dopo la morte di sua madre, era venuto a « conoscere in Roma parecchi monasteri … né solo di uomini, ma anche di donne », appena approdò sui lidi d’Africa, concepì il pensiero di promuovere le anime alla perfezione e santità della vita nello stato religioso, e fondò in un suo podere un cenobio, ove « dopo avere allontanato da sé tutte le cure del secolo, postavi dimora per quasi un triennio insieme con quelli che gli erano associati, viveva a Dio nei digiuni, nelle orazioni e buone opere, meditando giorno e notte la legge di Dio ». Promosso poi al sacerdozio, fondò subito ad Ippona nelle vicinanze della chiesa un altro cenobio « e cominciò a vivere coi servi di Dio secondo il modo e la regola stabilita ai tempi degli Apostoli, in quanto soprattutto nessuno doveva possedere cosa di proprio in quella comunità, ma tutto era comune e a ciascuno si distribuiva secondo il bisogno ». Sublimato alla dignità di Vescovo, non volendo restare privo dei benefìci della vita comune e volendo d’altra parte lasciar aperto il monastero a tutti i visitatori e ospiti del Vescovo d’Ippona, egli istituì nella stessa casa episcopale un cenobio di chierici con questa regola: che, rinunziati i beni di famiglia, vivessero in comunità lungi dalle seduzioni del mondo e da ogni suo lusso ma con un tenore di vita non troppo austero né difficile, adempiendo nello stesso tempo ai doveri di carità verso Dio e verso il prossimo. Alle religiose poi che, governate da sua sorella, abitavano non molto distante, diede una regola meravigliosa, piena di saggezza e di moderazione, secondo la quale oggidì si reggono molte famiglie religiose dell’uno e dell’altro sesso, e non solo quelle che sono chiamate Agostiniane, ma altre ancora che dal proprio Fondatore hanno ricevuto la regola stessa accresciuta con particolari costituzioni. Con i semi gettati in patria di una siffatta professione di vita perfetta, conforme ai consigli evangelici, egli non solo si rese benemerito dell’Africa cristiana ma di tutta la Chiesa, alla quale vennero da una siffatta milizia, col volgere degli anni e anche oggidì, tanto vantaggio ed incremento. Così, vivente ancora Sant’Agostino, da questa opera insigne erano già derivati consolantissimi frutti. Possidio narra che per concessione di lui, quale Padre e legislatore pregatone da ogni parte, un gran numero di religiosi si era già sparso per ogni dove per fondarvi nuovi monasteri e per aiutare con la dottrina e l’esempio della santità le chiese dell’Africa, recandovi dappertutto la fiamma attinta dal centro. Di questa magnifica fioritura di vita religiosa, che tanto pienamente corrispondeva ai suoi desideri, poté ben consolarsi Agostino, come quando scriveva: « Io, che scrivo queste cose, ho amato con ardore quella perfezione di cui il Signore ha parlato quando disse al ricco giovinetto: Va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro in cielo; vieni e seguimi; così ardentemente l’amai, e non per le mie forze, ma per l’aiuto della sua grazia ho fatto così. Che se io non fui ricco, ciò non mi diminuisce il merito; perché gli stessi apostoli che primi fecero questo non furono ricchi; chi lascia ciò che ha e ciò che desidera di avere, lascia il mondo intero. Quanto poi io abbia profittato in questa via della perfezione, lo so più io di qualsiasi altro uomo, ma più lo sa Iddio di me. E allo stesso proposito di vita, con quanta forza io posso, esorto gli altri, e nel nome del Signore ho compagni quelli che per il mio ministero vi sono stati indotti ». Così vorremmo oggi che ogni parte della terra sorgessero molti, a somiglianza del santo Dottore, « seminatori di casto consiglio », i quali con prudenza pure, ma con fortezza e perseveranza si facessero promotori della vita religiosa e sacerdotale, abbracciata beninteso per vocazione divina, affinché più efficacemente si venisse a impedire che lo spirito cristiano vada indebolendo, e perisca a poco a poco l’integrità dei costumi.- Abbiamo accennato, Venerabili Fratelli, alle imprese e benemerenze di un Santo che per forza di ingegno acutissimo, per copia e altezza di scienza, per santità tanto sublime, per invitta difesa della verità cattolica, non trova quasi altri, o certo pochissimi, che gli si possano paragonare di quanti fiorirono finora dal principio del genere umano. E sopra abbiamo citato parecchi suoi encomiatori; ma quanto cordialmente e quanto bene gli scriveva San Girolamo come a suo contemporaneo e familiarissimo: « Io sono ben risoluto di amarti, di accoglierti, di onorarti, ammirarti e difendere i tuoi detti come fossero miei ». E di nuovo altra volta: «Orsù, coraggio, tu sei celebrato nel mondo; i cattolici ti venerano e onorano come restauratore dell’antica fede e, ciò che è segno di gloria maggiore, tutti gli eretici ti detestano, e con pari odio abbominano anche me, quasi per uccidere col desiderio quelli che non possono con la spada . – A noi pertanto, Venerabili Fratelli, sta sommamente a cuore che in questo quindicesimo centenario dalla morte del Santo, che si compirà fra non molto, come Noi stessi l’abbiamo molto volentieri ricordato in questa Enciclica, così voi lo commemoriate in mezzo al vostro popolo, in modo che tutti gli facciano onore, tutti si sforzino di imitarlo, tutti ringrazino Iddio dei benefizi che per via di un così grande Dottore pervennero alla Chiesa. Noi ben sappiamo quanto la insigne figliuolanza di Agostino andrà innanzi con l’esempio, come è giusto, mentre pure gode di conservare religiosamente a Pavia, nella chiesa di San Pietro in Ciel d’oro, le ceneri del suo Padre e Legislatore, restituito a lei per benignità del nostro antecessore, Leone XIII, di felice memoria. Ci auguriamo che colà numerosissimi accorrano da ogni parte i fedeli per venerare il sacro corpo di lui e guadagnare l’indulgenza da Noi concessa. Ma non possiamo qui passare in silenzio quale e quanta speranza e attesa nutriamo in cuore, che il Congresso Internazionale Eucaristico, il quale si terrà prossimamente a Cartagine, riesca ad onore di Agostino, oltre che di trionfo a Cristo Gesù nascosto sotto le specie Eucaristiche. Siccome infatti si tiene il Congresso in quella città, dove un tempo il nostro santo Dottore vinse gli eretici e rassodò nella fede i cristiani; in quell’Africa latina le cui antiche glorie non potranno mai essere dimenticate in nessuna età, e meno che altre, quella di avere dato alla Chiesa questo luminare splendidissimo di sapienza; non molto lontano da Ippona a cui toccò la felice sorte di godere per tanto tempo dell’esempio di virtù e delle cure pastorali di lui, non può certo accadere che la memoria del santo Dottore e la dottrina di lui intorno all’augusto Sacramento dell’Altare — che qui abbiamo omessa siccome già nota in buona parte a moltissimi dalla stessa liturgia della Chiesa — non siano presenti agli animi, anzi quasi davanti agli occhi di tutti i congressisti. Infine esortiamo tutti i fedeli cristiani, e quelli principalmente che si raduneranno a Cartagine, che invochino l’intercessione di Agostino presso la bontà divina, perché conceda in avvenire giorni più felici alla Chiesa, e che quanti sono dispersi in quelle immense regioni dell’Africa, indigeni e stranieri o privi ancora della verità cattolica o dissidenti da Noi, accolgano la luce della dottrina evangelica loro recata dai nostri missionari, e si affrettino a rifugiarsi in seno alla Chiesa, Madre amantissima. – Delle celesti grazie, intanto, sia mediatrice e al tempo stesso testimonianza della Nostra paterna benevolenza l’Apostolica Benedizione che a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il clero e popolo vostro impartiamo con ogni affetto nel Signore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 aprile, festa della Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, dell’anno 1930, nono del Nostro Pontificato.

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia fa leggere nell’Ufficio divino la storia di Ester verso quest’epoca (5a Domenica di Settembre). Reputiamo quindi cosa utile, al fine di rivedere ogni anno con la Chiesa tutte le figure dell’Antico Testamento e per continuare a studiare le Domeniche dopo Pentecoste in corrispondenza del Breviario, di parlare in questo giorno di Ester. – L’lntroito della Domenica 21 dopo Pentecoste è la preghiera di Mardocheo. Non potremo noi vedervi un indizio della preoccupazione della Chiesa di unire, a questo periodo liturgico, la stona di Ester ad una Messa di questo Tempo? « Assuero, re di Susa in Persia, aveva scelto per prima regina Ester, nipote di Mardocheo. Aman, l’intendente del palazzo, avendo osservato che Mardocheo rifiutava di piegare le ginocchia davanti a lui, entrò in grande furore e, saputo che era ebreo, giurò dì sterminare insieme a lui tutti quelli che fossero della sua razza. Accusò quindi al re gli stranieri che si erano stabiliti in tutte le città del suo regno e ottenne che venisse dato ordine di massacrarli tutti. Quando Mardocheo lo seppe, si lamentò e fu presso tutti gli Israeliti un gran duolo.- Mardocheo disse allora a Ester che essa doveva informare il re di quanto tramava Aman, fosse pure col pericolo della sua vita medesima. » Se Dio ti ha fatta regina, non fu forse in previsione di giorni simili? ». Ed Ester digiunò tre giorni con le sue ancelle; e il terzo giorno, adorna delle sue vesti regali, si presentò davanti al re e gli domandò di prender parte ad un banchetto con lui e Aman. Il re acconsentì. E durante questo banchetto Ester disse al re: « Noi siamo destinati, io e il mio popolo, ad essere oppressi e sterminati ». Assuero sentendo che Ester era giudea, e che Mardocheo era suo zio, le disse: « Chi è colui che osa far questo? ». Ester rispose: « Il nostro avversario e nostro nemico è questo crudele Aman ». Il re, irritato contro il suo ministro, si levò e comandò che Aman fosse impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto preparare per Mardocheo. E l’ordine fu eseguito immediatamente, mentre veniva revocato l’editto contro i Giudei. Ester aveva salvato il suo popolo e Mardocheo divenne quel giorno stesso ministro favorito del re e uscì dal palazzo portando la veste regale azzurra e bianca, una grande corona d’oro e il mantello di porpora, e al dito l’anello regale ». — Il racconto biblico ci mostra come Dio vegli sul suo popolo e lo preservi in vista del Messia promesso. « Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore, in qualunque tribolazione mi invochino, li esaudirò e sarò il loro Signore » (Introito). « Quando cammino nella desolazione Tu mi rendi la vita, Signore. Al disopra dei miei nemici, accesi d’ira, tu mi stendi la mano e la tua destra mi assicura la salvezza » (Off.); il Salmo del Communio parla del giusto che è oppresso dall’afflizione e che Dio non abbandona; quello del Graduale, ci mostra come, rispondendo all’appello di coloro che in Lui sperano, Dio fa cadere i peccatori nelle loro proprie reti; il Salmo dell’Alleluia canta tutte le meraviglie che il Signore ha fatto per liberare il suo popolo. Tutto questo è una figura di quanto Dio non cessa di fare per la sua Chiesa e che farà in modo speciale alla fine del mondo. Aman che il re condannò durante il banchetto in casa di Ester, è come l’uomo che è entrato al banchetto di nozze di cui parla il Vangelo, e che il re fece gettar nelle tenebre esteriori, perché non aveva la veste di nozze, cioè « perché non era rivestito dell’uomo novello che è creato a somiglianza di Dio nella vera giustizia e nella santità, per non aver deposto la menzogna e i sentimenti di collera, che nutriva in cuore verso il prossimo » (Epistola). Cosi iddio tratterà tutti coloro che, pur appartenendo al corpo della Chiesa per la loro fede, sono entrati nella sala del banchetto senza essere rivestiti, dica S. Agostino, della veste della carità. Non essendo vivificati dalla grazia santificante, non appartengono all’anima del Corpo mistico di Cristo, e rinunziando alla menzogna, dice S. Paolo, ognuno di voi parli secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membri gli uni degli altri. Possa il sole non tramontare sull’ira vostra » (Epistola). E quelli che non avranno adempiuto a questo precetto saranno dal Giudice supremo gettati nel supplizio dell’inferno, come pure gli Ebrei che hanno rifiutato l’invito al pranzo di nozze del figlio del re, cioè di Gesù Cristo con la sua sposa che è la Chiesa (2° Notturno) e che hanno messo a morte Profeti e gli Apostoli recanti loro questo invito. — Assuero in collera, fece impiccare Aman. Anche il Vangelo ci narra che il re montò in furore, inviò i suoi eserciti per sterminare quegli assassini e bruciò la loro città. Più di un milione di Giudei morirono nell’assedio di Gerusalemme per opera di Tito, generale dell’esercito romano, la città fu distrutta e il Tempio incendiato. Aman infedele, fu sostituito da Mardocheo; gli invitati alle nozze furono sostituiti da coloro che i servi trovarono ai crocicchi. I Gentili presero il posto degli Ebrei e verso di quelli si volsero gli Apostoli, riempiti di Spirito Santo, nel giorno di Pentecoste. E al Giudizio universale, che annunziano le ultime domeniche dell’anno, queste sanzioni saranno definitive. Gli eletti prenderanno parte alle nozze eterne e i dannati saranno precipitati nelle tenebre esteriori e nelle fiamme vendicatrici, ove sarà pianto e stridore di denti. – Bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, dice S. Paolo, come ci si toglie una veste vecchia e rivestirsi di Cristo come ci si mette una veste nuova. Bisogna dunque rinunziare alla concupiscenza traditrice delle passioni che, come figli di Adamo, abbiamo ereditato, e aderire a Cristo accettando la verità evangelica, che ci darà la santità nei nostri rapporti con Dio e la giustizia nei nostri rapporti col prossimo. – « Dio Padre, dice S. Gregorio, ha celebrate le nozze di Dio suo Figlio, allorché l’unì alla natura umana nel seno della Vergine. E le ha celebrate specialmente allorché, per mezzo dell’Incarnazione, lo unì alla santa Chiesa. Inviò due volte i servi per invitare i suoi amici alle nozze, perché i Profeti hanno annunziata l’Incarnazione del Figlio di Dio come cosa futura e gli Apostoli come un fatto compiuto. Colui che si scusa col dover andare in campagna, rappresenta chi è troppo attaccato alle cose della terra; l’altro che si sottrae col pretesto degli affari, rappresenta chi desidera smodatamente i guadagni materiali. E ciò che è più grave, è che la maggior parte non solo rifiutano la grazia data loro di pensare al mistero dell’Incarnazione e di vivere secondo i suoi insegnamenti, ma la combattono. La Chiesa presente è chiaramente indicata dalla qualità dei convitati, tra i quali si trovano coi buoni anche I cattivi. — Cosi il grano si trova mescolato con la paglia e la rosa profumata germoglia con le spine che pungono. — All’ultima ora Dio stesso farà la separazione dei buoni dai cattivi che ora la Chiesa contiene. Quegli che entra al festino nuziale senza l’abito di nozze appartiene alla Chiesa colla fede, ma non ha la carità. Giustamente la carità è chiamata abito nuziale perché essa era posseduta dal Creatore allorché si unì alla Chiesa. Chi per la carità è venuto in mezzo agli uomini ha voluto che questa carità fosse l’abito nuziale. Allorché uno è invitato alle nozze in questo mondo, cambia di abiti per mostrare che partecipa alla gioia della sposa e dello sposo e si vergognerebbe di presentarsi con abiti spregevoli in mezzo a tutti quelli che godono e celebrano questa festa. Noi che siamo presenti alle nozze del Verbo, che abbiamo fede nella Chiesa, che ci nutriamo delle Sante Scritture e che gioiamo dell’unione della Chiesa con Dio, rivestiamo dunque il nostro cuore dell’abito della carità, che deve comprendere un doppio amore: quello di Dio e quello per il prossimo. Scrutiamo bene i nostri cuori per vedere se la contemplazione di Dio non ci faccia dimenticare il prossimo e se le cure verso il prossimo non ci facciano dimenticare Dio. La carità è vera se si ama il prossimo in Dio e se si ama teneramente il nemico per amore di Dio » (Omelia del giorno).

Incipit

In nomine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]

Ps LXXVII: 1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.
[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum.

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.

[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 23-28


“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

(“Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, deposta la menzogna, ciascuno parli al suo prossimo con verità: poiché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira siate senza peccato: il sole non tramonti sul vostro sdegno. Non lasciate adito al diavolo. Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno.”)

IDEALE E REALTÀ.

Il Cristianesimo è venuto al mondo con una realtà nuova e divina ch’era un ideale e con un ideale umano che era una realtà divina. Non è per quanto possa parerlo, non è un bisticcio, un gioco di parole: le parole qui traducono un concetto magnifico e che a voi, Cristiani miei uditori, dovrebbe essere famigliare. O non è forse il Cristianesimo venuto al mondo con Gesù Cristo? E non è Gesù Cristo vero uomo e vero Dio? È la formula precisa che la Chiesa mette sulle nostre labbra nelle famose benedizioni popolari e semiliturgiche. Vero. C’è l’eco di una frase di San Paolo nel brano che oggi leggiamo. Vero vuol dire qui: reale, che è realmente uomo e Dio. Ma vero vuol dire che N. S. Gesù Cristo rappresenta in sé l’umanità quale deve, quale dovrebbe essere Egli è il nostro modello. E San Paolo lo proclama oggi apertamente. Invita i suoi lettori, a diventare copie di Gesù Cristo. –  Dobbiamo trasformarci interiormente, ricreare in noi l’uomo nuovo, che è poi viceversa molto antico, in quanto nell’uomo nuovo si realizza quell’ideale di umanità che brillò davanti a Dio Creatore. Gesù, Signor Nostro, nella Sua reale umanità (ipostaticamente unita alla divinità) è perfetto, è ciò che Dio voleva fare e sognò di fare sin da principio, fece anzi da parte sua fin da principio. Ecco il paganesimo. – Chi è l’uomo vero? forse l’uomo pagano? l’uomo passionale e passionato? che alla passione si abbandona? alla passione, che è ragione contro la ragione? Purtroppo molti lo pensano. Salutano l’umanesimo pagano. È un ritornello preferito degli anticlericali. Il paganesimo è (o era) umano: e ciò significa ed implica che il Cristianesimo non lo è: è antiumano. Il Cristianesimo è veramente umano. È stato e continua ad essere una restaurazione. Quando si restaura un edificio, che cosa si fa? lo si prende deformato e lo si riconduce alla purezza, alla verità delle linee primitive. Dio ha restaurata l’umanità in Gesù Cristo. La linea primitiva, il disegno divino dell’uomo era bello. Dio lo aveva creato a Sua immagine e somiglianza: con un intelletto fatto per la verità, con una volontà dirizzata verso il bene. E l’uomo guastò in se stesso l’opera di Dio, si scostò dal disegno divino. Adoperò l’intelletto per ributtare coi sofismi la verità: adoperò la sua volontà per fare il male. Il senso si sovrappose alla ragione, e la passione alla volontà. Umanità rovesciata: ecco il paganesimo. – Ma viene Gesù Cristo, l’uomo nuovo, dice San Paolo, il nuovo Adamo; proprio così dice San Paolo e lo dice benissimo. Nuovo Adamo quello (è San Paolo che continua), che fu creato proprio secondo il disegno di Dio (secundum Deum) e perciò fu creato giusto e vero. E il nostro sforzo d’uomini e di Cristiani deve essere quello di ricopiare, di rifare Gesù Cristo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. (Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXV: 2

Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.

[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]
V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja

[L’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV: 1

Alleluja

Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja.

[Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII: 1-14


“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisæis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum cœlórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo. Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

(“In quel tempo Gesù ricominciò a parlare a’ principi dei Sacerdoti ed ai Farisei per via di parabole dicendo: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agl’invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e li trattarono ignominiosamente, e gli uccisero. Udito ciò il re si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme le loro città. Allora disse a’ suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate dunque ai capi delle strade e quanti riscontrerete chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovarono, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridor di denti. Imperocché molti sono i chiamati e pochi gli eletti”)

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

LA GRAZIA

In casa del re c’era una gran festa: si sposava il suo figliuolo. Erano stati uccisi molti buoi ed altri animali squisiti; già l’aroma delle bevande e delle vivande vagava in giro alla reggia, vellicando la gola ai passanti. Mancavano solo gli invitati. Ma gli invitati s’erano ricusati di venire; anzi, alcuni avevano ingiuriato e ucciso i messi del re. Credevano forse quegli invitati che non si sarebbe potuto far nozze senza di loro? Intanto il re aveva lanciato i suoi eserciti a sterminare loro e le loro case e le loro città; e poi disse ai servi: « Giacché gli invitati non furono degni, riempite le mie sale d’ogni gente che c’è sulla strada, sulla piazza, sul campo ». E fecero così. Mentre tutti si assidevano alla gran mensa, il re passò in rivista i banchettanti. Ed ecco ne trova uno senza la veste nuziale. « Amico! con che coraggio ti presenti così? ». Legategli le mani e i piedi, lo fece buttar fuori dalla porta a stridere i denti nel gelo della notte. Dunque: per entrare nel Regno de’ cieli, all’eterno banchetto di nozze con Cristo, non è necessario essere nobili; e neppure essere sapienti; e nemmeno essere ricchi; e neanche essere sani e belli di corpo. Una cosa sola è necessaria: indossare la veste nuziale. Quale profondo mistero Gesù ha svelato sotto questo simbolo? Il mistero della grazia. Si sa che la grazia si riceve nel S. Battesimo; si sa che s’accresce con le opere buone e specialmente coi Sacramenti; è risaputo anche che al primo peccato mortale si perde, e di solito non si può riaverla se non per mezzo d’una buona Confessione. Ma pochi sono quelli che hanno compreso e che vivono il mistero della grazia. Alcuni credono che essere in grazia, significhi soltanto essere senza peccati mortali; è troppo poco questa; essa importa molto di più. Che cos’è allora la grazia? È difficile dirlo, tanto è cosa meravigliosa e divina; però dagli effetti che essa produce nelle anime, possiamo formarcene un’idea. È difficile dire che cosa sia la forza che noi chiamiamo elettricità: ma quando noi osserviamo la differenza che v’è tra un filo con la corrente ed uno senza, quando vediamo il treno divorare le distanze rumorosamente, quando sentiamo il rullare sordo di gigantesche motrici, quando in un attimo vediamo illuminarsi una città che prima era nelle tenebre, un grido di meraviglia ci sfugge dal labbro: « Ma questa è la più bella forza del mondo! ». Così quando consideriamo l’infinita distanza che v’è tra un un’anima con la grazia ed una senza, quando pensiamo che la grazia ci mette Dio in cuore, ci rende figli di Dio, ci fa degni della vita eterna, allora è un grido d’amore che erompe dal nostro cuore: « Ma questo è il più bel dono di Dio! ». – 1. CI METTE DIO IN CUORE. In diversi modi Dio è presente nel mondo. « Dov’è Dio? » domanda il Catechismo, e risponde: « Dio è in ogni luogo. Egli è l’immenso ». Ma questa presenza universale di Dio in tutti gli esseri, nei minerali e nei vegetali, nelle cose e negli uomini, nei buoni e nei cattivi, finisce per impressionare un piccolo numero soltanto di anime. Per la maggior parte essere dappertutto, equivale a non essere in nessun posto. Dio, inoltre, è presente in Cielo. Ma in Cielo ci si arriva soltanto dopo la morte: e siccome alla morte gli uomini non ci vogliono mai pensare, così non pensano neppure alla presenza di Dio nel Cielo. Dio è presente, ancora sui nostri altari nell’Eucaristia: questa presenza, benché anch’essa molto misteriosa, è assai più sensibile. Noi possiamo sempre dire:  « Dietro a quelle apparenze di pane, vi è realmente Iddio ». Ma la presenza eucaristica, nella Comunione, dura poco; né possiamo restare in chiesa tutto il giorno e far della nostra vita un perpetua visita al Santissimo Sacramento. Ma v’ha un’altra meravigliosa presenza di Dio tra gli uomini: quella per mezzo della grazia. « Se qualcuno mi ama, — ha detto Gesù — mio Padre ed Io l’ameremo: e verremo a lui, e resteremo in lui come in casa nostra ». Dunque, quelli che amano Gesù, ossia che non fanno peccati e si mantengono in grazia, hanno Dio nel loro cuore. Quando S. Ignazio martire fu trascinato davanti a Traiano, non potendo il tiranno indurlo all’apostasia, gli gridò: — Tu sei un miserabile! — E il Martire calmo e solenne gli rispose: « Nessuno osi chiamare, miserabile Ignazio, perché egli porta Cristo ». — Come puoi dire di portar Cristo? « Posso dirlo, perché è verità: io porto Dio in me ». Dio in noi! ecco che cosa è la grazia. E se Dio è con noi, che cosa ci potrà spaventare? Quando verranno le tribolazioni ad angustiarci, non rattristiamoci, che abbiamo con noi il Dio della letizia. Quando il demonio con le seduzioni cercherà di lusingarci al peccato, resistiamogli che abbiamo con noi il Dio della fortezza. E quand’anche in casa nostra ci fosse e la miseria, e la fame, e la nudità, e la malattia, Dio è con noi, non temiamo. Una cosa sola ci deve far paura: il peccato. Perché il peccato ci toglie la grazia, e, con la grazia, Dio. – 2. CI RENDE FIGLI DI DIO. S. Luigi, re di Francia, quando firmava qualche decreto, accanto al suo nome, poneva anche il nome della città in cui era stato battezzato. Gli osservarono: « Perché vi ostinate a chiamarvi Luigi di Poissy, quando ben altri titoli più gloriosi che non quello d’un’oscura città potrebbero far corona al vostro nome? ». — E non sapete, — rispose il Re, — che a Poissy nel santo Battesimo la grazia mi ha fatto figlio di Dio? E v’è forse sulla terra una nobiltà maggiore di quella d’essere figlio di Dio? Quando S. Giovanna d’Arco guidava il gregge sui pascoli paterni e non s’era ancora decisa di lasciare i suoi monti e le sue pecore e di correre, lei fanciulla ignorante e debole, in capo agli eserciti e salvare la Francia, udiva spesso delle voci misteriose gridarle: — Va, Figlia di Dio, va! — Come quella pastorella poteva essere detta figlia di Dio? Sì, qualunque anima in grazia è figlia di Dio. Perché il digiuno di Gesù? Perché i suoi sudori? Perché i suoi flagelli? Perché le sue spine? Perché la sua croce? Perché la sua morte? In una parola, perché da figlio di Dio s’è fatto Figliuolo dell’uomo?… Perché noi che siamo figli dell’uomo avessimo a diventare figliuoli di Dio!… dedit eis potestatem filios Dei fieri (Giov., I, 12). Ecco perché Gesù, compita la redenzione, salendo al Cielo disse alla Maddalena: « Ascendo al Padre mio e Padre vostro ». Considerate, adunque, le meraviglie della grazia: Dio diventa nostro Padre e noi suoi figli! Ma pensate anche l’orrore del peccato mortale: noi cessiamo di essere figli di luce e diventiamo figli d’oscurità, non è più Dio il nostro padre, ma il demonio. Vos ex patre diabolo estis (Giov., VIII, 44). – CI FA DEGNI DELLA VITA ETERNA. Come alle nozze della parabola nessuno poteva entrare senza la candida veste, così in paradiso nessuno può ascendere che non sia rivestito di splendore. La grazia è appunto questo splendore che fa bella l’anima e la rende degna del Cielo e della compagnia degli Angeli e dei Santi. Quando a Montpellier, in un’oscura prigione sotto il letto d’un fiume, morì S. Rocco, nessuno se ne accorse. L’avevano rinchiuso là sotto credendolo una spia, ed invece era il nipote del governatore della città, che tornava dopo aver pellegrinato per tutta la vita. Ma appena la sua anima uscì dal corpo, una gran luce uscì dal carcere per ogni fessura, tanto che un grande incendio vi pareva sepolto. Che cos’era quella luce se non lo splendore della sua anima ornata di grazia? Quando a Lisieux, nella clausura delle carmelitane, morì S. Teresa del Bambino Gesù, tutte le suore sentirono per le scale, per le celle del convento, un finissimo olezzo di violette, tanto che sembrava ritornata la primavera. Che cos’era quell’olezzo se non il profumo della sua anima ornata di grazia? La grazia è splendore, è profumo dell’anima. S. Caterina da Siena vide un giorno, per favore divino un’anima priva di peccato e divinizzata dalla grazia. Era tanta la bellezza di quella visione e la dolcezza che ne ridondava in lei ammirante, che sarebbe venuta meno se Dio non l’avesse sostenuta. E Nostro Signore, indicandole quel divino splendore, le soggiungeva: « Non ti sembra graziosa e bella quest’anima? Chi dunque non accetterebbe qualunque pena per guadagnare una creatura così meravigliosa? ». E chi di noi, ora che abbiam compreso che cos’è la grazia, non preferirebbe qualsiasi sofferenza, pur di non perdere tanto splendore con un peccato mortale? S’io sapessi tutti i libri degli scienziati a che mi gioverebbe senza la grazia? Senza la grazia a che mi gioverebbero gli onori di questo mondo, le ricchezze, la beltà? Tutto finisce con la morte: unica cosa che vale ancora più in là è la grazia. Solo per la grazia ci verrà aperta la porta del paradiso e più grazia avremo e più gloria ci sarà data. Per ciò nell’Imitazione di Cristo c’è questa preghiera: « O Signore, dammi la grazia e mi basta: di tutto il resto non m’importa!  (L. III, 4). Noi invece il nostro cuore l’attacchiamo a tutto il resto, danaro, piaceri, onori, e della grazia non c’importa. Non sappiamo quasi nemmeno che ci sia: per noi Gesù è morto inutilmente. Siam come quell’uomo del Vangelo che aveva nel suo campo un tesoro ingente sepolto e non lo sapeva. – Durante la persecuzione dei Vandali, Elpidoro apostatò. Era stato battezzato da poco tempo, con gioia aveva portato per otto giorni la candida veste simbolo della grazia, ma davanti alle lusinghe e alle minacce dei cattivi, aveva ceduto e aveva rinunciato alla sua fede. Allora il vecchio diacono che l’aveva battezzato, prese con sé la veste con cui aveva rivestito l’altro nel giorno della sua ammissione alla Chiesa e gli andò incontro. Davanti a lui spiegò la veste e l’agitò come un vessillo bianco: « Prendila, Elpidoro, e guarda! Riconosci quest’abito. Oggi tu l’hai profanato, tu l’hai lacerato, tu l’hai insozzato. Esso ti accuserà nel giorno del giudizio. Pensa bene a quello che fai ». Anche a noi, quando fummo battezzati, il Sacerdote ci pose indosso la candida veste, simbolo della grazia. Ma se quest’oggi, tra voi, ci fosse qualcuno che ha ceduto alle lusinghe del demonio e si trova in peccato, anch’io come quel vecchio diacono agito, davanti a lui, la sua veste battesimale come un vessillo bianco; e gli grido: « Prendila, e guardala. Col tuo peccato tu l’hai insozzata, tu l’hai stracciata, Tu hai perso la grazia. Quest’abito ti accuserà nel giorno del giudizio, quando il Re del Cielo vedendoti senza la veste nuziale, 9dirà anche a te: « Amico; con che coraggio ti presenti così? ». Non aspettate, o Cristiani, quel giorno d’ira. Ma tutti mettetevi in grazia con una santa Confessione, perché Dio non getti voi pure dalla porta del paradiso, legati e mani e piedi, a stridere i denti nel gelo e nel fuoco della notte eterna. — L’INFERNO. Un filosofo francese faceva un giorno, con la sua anima, questo dialogo: « Anima mia se tu abusi, non solo sarai infelice in questa vita, ma ancora dopo morte, nell’inferno ». E l’anima dal fondo gli rispondeva con un filo di fiato: « Ma chi ha detto che c’è l’inferno? ».  E il filosofo: « L’inferno è così orrendo, che anche solo il dubbio che ci possa essere, ci dovrebbe costringere a far giudizio ». L’anima ardì rispondergli: « Io son certa che l’inferno non c’è ». « Anima mia, non dir bugie! » gridò il filosofo. « Se sei persuasa che l’inferno non c’è, io ti sfido » (Diderot). Quando dalla bocca di qualche uomo ascolto l’eresia: « Morto io, morto tutto. L’inferno è una favola… », io lo guardo con un sorriso di compassione e dico: « Buon uomo non dir bugie, che tu adesso non sei persuaso delle tue parole. È la tua vita sregolata; è un certo guadagno ingiusto a cui ti sei attaccato; è quell’affetto impuro che non vuoi spegnere in cuore; è quel peccato che non vuoi confessare, che ti far dir così ». « Finito noi, finito tutto; mai nessuno è venuto a dirci quello che c’è di là ». — Non dire questo, che non è vero. Oggi stesso viene Gesù, Gesù morto e risorto, Gesù Figlio di Dio che non inganna, oggi stesso viene col suo Vangelo e ti dice che l’inferno c’è. « Come un re che festeggia le nozze del suo figliuolo, così è il regno dei cieli. Erano stati invitati molti, e il re per tempo, li mandò a chiamare. Non vennero. Li mandò a chiamare un’altra volta: e quelli schernirono, batterono, uccisero i poveri servi. Il re adirato disse: Le nozze si faranno egualmente e senza di loro. Andate negli incroci delle vie, e tutti quelli che passeranno invitate alla mia festa ». Allora una folla d’ogni colore si riversò al banchetto; ogni posto fu occupato. Il re passò nelle sale a salutarli; ma vide un uomo senza la veste nuziale. Fremette e gli disse: Amico! in quest’arnese si viene qui? — Il misero taceva. — Prendetelo! stringetegli con ferri mani e piedi, e buttatelo di fuori nell’oscurità, dov’è pianto e stridore di denti ». Mittite eum in tenebras exteriores, ibi fletus et stridor dentium. Il Signore parla chiaro: se qualcuno gli comparirà mal vestito, (e il peccato è un pessimo vestito), sarà buttato fuori dalla sua presenza, nell’oscurità ove in eterno piangerà nello stridor dei denti. Dunque l’inferno c’è. E c’è perché Dio è giusto; perché Dio è buono. Ecco tre pensieri da comprendere bene. – 1. L’INFERNO C’È. Se lo dicesse un Profeta che l’inferno c’è, gli credereste voi? Ebbene: ricordate che non uno, ma molti Profeti sono venuti sulla terra a dir alla gente che l’inferno c’è. Isaia così parla dei dannati: « Il verme che li rode non morrà mai; il fuoco che li divora non si spegnerà mai » (LXVI, 24). E Daniele dice: « Tutti risorgeranno: alcuni destinati alla vita eterna, altri alla rovina eterna ». Se venisse Gesù Cristo a dirvelo, credereste che l’inferno c’è? Ebbene: sappiate che Gesù Cristo è venuto e l’ha detto; e più d’una volta. Egli stesso ci ha insegnato che è molto meglio sottoporci in questo mondo ai più dolorosi sacrifici, anche a lasciarci amputare un braccio e cavare un occhio, piuttosto che incorrere nel supplizio eterno (Mt., XVIII, 8). Egli stesso parlando del giudizio finale, ci rivelò le parole che dirà ai condannati: «Via da me, o maledetti; andate nel fuoco eterno ». E quelli dovranno entrare nel tormento senza fine. Ibunt hi in supplicium æternum). (Mt., XXV, 46). Se venisse qua a dirvelo un Apostolo, S. Paolo per esempio, credereste allora che l’inferno c’è? Ebbene, sentite S. Paolo; che cosa scrive ai Tessalonicesi: « Quelli che non riconosceranno Dio, quelli che non obbediranno al Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, riceveranno in morte tormenti eterni (II Tess., I, 8). Non basta? È necessario forse che vengano a dirvelo trecento Vescovi insieme? Ebbene: sono i trecento Vescovi, tutti raccolti a Nicea che dissero: « Quelli che faranno bene entreranno nella vita eterna. Ma quelli che faranno male entreranno nel fuoco eterno » (Simb. Atan.). L’inferno c’è. Più chiaro di così non potrebbe dirvelo nemmeno un dannato se vi comparisse in casa vostra. E se non credete alle testimonianze dei profeti, di Cristo, degli Apostoli di tutta la Chiesa, non credereste neppure a vederlo coi vostri occhi stessi. Fareste anche voi come Gaetano Negri che diceva: « Se io, proprio con i miei occhi in pieno giorno, vedessi anche un miracolo, non crederei ». Come mai? « Correrei in casa, mi caccerei in letto, mi metterei il ghiaccio sul cervello, persuasissimo d’aver un febbrone ». – 2. C’È PERCHÈ DIO È GIUSTO. Semei figlio di Gera aveva rincorso lungo il Cedron il re David, lanciandogli la maledizione peggiore. Ora, morto David, Salomone lo fece chiamare e gli disse: « Fabbricati una casa in Gerusalemme e là vi abiterai, senza uscir mai dalla città. Poiché se ti coglieranno, in qualche giorno, oltrepassare il Cedron, tu morrai; il tuo sangue allora sia sopra il tuo capo ». Semei rispose al re: « Dici bene, perché io ho maledetto David. Così farò ». Dopo tre anni fu riferito a Salomone che Semei era uscito da Gerusalemme, fino a Geth. Mandò subito a chiamarlo. « Semei! Semei! Non te l’avevo io minacciato? Non te l’avevo io predetto, che ogni qualvolta fossi uscito dalla città e avessi passato il Cedron t’avrei messo a morte? Ora ci sei caduto. Muori dunque, e di questa morte tu solo fosti la causa; tu solo e la tua malizia ». Dominus reddidit malitiam tuam in caput tuum (III Re, II, 44). E Salomone fece spiccare la testa a Semei di Gera. Nessuno poté accusare Salomone d’ingiustizia o di crudeltà per questa morte, poiché Semei era stato preavvisato. E chi allora potrà accusare d’ingiustizia il Signore quando ci condannerà all’inferno, se più e più volte ci ha avvisati, scongiurati, minacciati? quando anche oggi, vi fa ammonire dal Sacerdote che spiega il suo Vangelo? « L’uomo avvisato — dice un proverbio — è mezzo salvato ». E se dopo tutto questo noi cadiamo in inferno, l’ingiustizia non è di Dio, ma nostra. Malitia tua in caput tuum. « È  impossibile — si sente dire — che l’inferno esista;. Dio è troppo buono… ».. È vero Cristiani; Dio è troppo buono; è infinitamente buono, ma è pure infinitamente giusto. Che direste voi di un uomo che avesse un braccio lungo e l’altro corto? che è un mostro. Allora non fatemi di Dio un mostro. Non crediate che il braccio della sua misericordia sia lungo lungo, e quello della sua giustizia corto corto. Dio è buono, ma anche giusto. Vedete: a questo mondo c’è poca giustizia: Gli iniqui spesso trionfano: hanno ricchezze, palazzi, cibi, vesti, amici, onori. E nelle cause hanno sempre ragione. Mentre ci sono invece degli uomini buoni che al mondo soffrono: soffrono la miseria, le malattie, l’ingiustizia dei più forti. Ad essi, molte volte, come al povero Lazzaro, vien negato perfin quello che si butta ai cani. È necessario allora che la giustizia si faccia almeno nell’altro mondo; che il povero Lazzaro abbia nel cielo quel che gli fu negato in terra; e che all’Epulone sia negato in cielo quel che ha negato agli altri in terra. Dio è giusto! consolatevi, voi che patite, perché Egli vede ogni vostro dolore, conta ogni lagrima vostra, ogni vostro affanno, anche il più nascosto… niente andrà perduto; di tutto sarete compensati. Dio è giusto! spaventatevi, uomini tristi, che vivete nel peccato; che non osservate le leggi di Dio; che angariate il vostro prossimo… niente andrà perduto; di tutto sarete puniti anche di un desiderio cattivo. La vostra pena è l’inferno; che c’è perché Dio è giusto. – 3. C’È PERCHÈ DIO È BUONO. Di solito si dice che l’inferno non c’è perché Dio è buono e non può farci soffrire così. Ma io vi dico che appunto perché Dio è buono, l’inferno c’è. Un magnifico re, che aveva un unico figlio, una volta cominciò a voler bene anche al figliuolo di un suo schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere. Il gran re lo nutrì ogni giorno, lo arricchì, lo colmò di favori e arrivò perfino a chiamarlo suo figlio, a farlo erede d’ogni sua sostanza insieme all’unigenito suo. Questo figlio adottivo, un giorno malaugurato, commise un pessimo delitto e fu condannato a morte dalla giustizia. Il re non poteva andar contro giustizia. Era straziato dal dolore, eppure l’amava ancora. E in una follìa, che solo l’amore potrebbe spiegare, piuttosto che lasciar condannare lui — figlio di schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere — preferì veder morire il suo unigenito: l’innocente, E sopportò che questi patisse fame e stanchezza, obbrobrio e dolore, che fosse tradito, messo in croce. Tutto sopportò, pur che l’altro si salvasse. Non basta: l’amore non è ancor stanco. L’altro non si pente; salvato ritorna ancora al pessimo delitto. Il gran re lo segue per ogni via, gli perdona più volte, lo conforta. Inutilmente: eppure l’amore non è ancor stanco. Lo perseguita con rimorsi: lo fa avvisare dai suoi ministri; ma lo sciagurato s’abbandona al capriccio di tutte le sue passioni. Una volta annunciano al re che egli è malato da morire. Il re lascia ogni cosa e corre al suo capezzale e lo chiama: « Guardami in viso: sono io, il tuo Re, ma chiamami padre, che tu sei mio figlio. Guardami, son io ». E l’ingrato stringe i pugni, si nasconde nelle coltri, gli volta le spalle, e rantola nell’agonia: « Vattene! che non ti voglio ». Oh dite: che farà adesso l’amore? L’amore non corrisposto, o peggio tradito, è terribile nelle sue vendette. Ne potrebbe dire l’orgoglio umano qualcosa! Che farà allora il gran re con quell’ingrato? Che farà allora Dio col peccatore, poiché già tutti l’avete indovinato, il gran re è Dio e il figlio ingrato è il peccatore? Egli non ha più che la vendetta per salvare il proprio onore. Cadi, peccatore, cadi nel fuoco che non si spegne mai; cadi nel dolore che non ha fine, mai; cadi nell’inferno. L’inferno c’è perché Dio è amore, e guai a chi non lo ama. Con Lui non si scherza (Gal., VI, 7). Questo non è mio pensiero, ma è di S. Giovanni, ed io non ho fatto che ampliarlo: « Quis non timebit te, Domine, quia solus pius es? » (Apoc., XV, 4). Dobbiamo dunque temere Dio, appunto perché è buono. – Lisimaco, bruciato dalla sete, pur d’avere una tazza d’acqua fresca, onde placare quel tormento d’arsura, diede i suoi beni e il suo regno e la sua felicità in mano del nemico. E bevve. Dopo quella breve soddisfazione, mirando la tazza vuota, scoppiò in pianto. « Dii boni! quam ob brevem voluptatem amisi felicitatem summam ». « Un regno per una tazza d’acqua! la felicità di tutta la vita per il rinfresco d’una bevanda! Condannarmi a un fuoco eterno per liberarmi da un poco di sete! Che ho mai fatto… ». E cominciò a piangere che riempì di lacrime quella tazza che aveva vuotata d’acqua. Quando commettiamo il peccato, la pazzia di Lisimaco la ripetiamo noi. Per un breve piacere, per la soddisfazione momentanea d’una passione, perdiamo ogni merito, il paradiso, la somma felicità di goder Dio e ci condanniamo al fuoco eterno. Se così abbiamo fatto, giacché siamo ancora in tempo, riempiamo con le lacrime del pentimento la tazza del piacere, che abbiamo vuotata. Queste lacrime varranno a spegnere il fuoco che ci potrebbe tormentare nei secoli dei secoli.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVII: 7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua.

[Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta

Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde.

[Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

 Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas.

[Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio

Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.

[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (272)

SOPRANNATURALE

I. Basta la ragione, basta il cuore.

Quel che è stato detto nel capo antecedente intorno al soprannaturale, dovrebbe esser bastante; però siccome intorno ad esso è più capitale errore del nostro secolo, e Tiene espresso sotto varie forme, così non sarà altro che utile l’investigarlo più a fonda, richiamando ad esame alcuni altri detti che vanno attorno. – Che sia tendenza universale di questa età l’escludere nell’esercizio della religione e nella condotta tutto quello che ha qualche cosa di soprannaturale, nessuno v’ha che nol veda. Alcuni il fanno senza pure renderne conto a sé medesimi né quasi avvertirlo; altri lo dicono espressamente; e quando sentonsi parlare di culto, di virtù superiori, di esercizi di pietà cristiana, vi rispondono freddamente: e che necessità di tutto ciò’? Basta la ragione per regolare il nostro intelletto, basta il cuore per reggere i nostri affetti. E ciò per tacere di quelli, i quali non solo avversano tutto ciò .I.  vi ha altra religione che la naturale. – Ora non può entrar nello scopo di questo libretto il confutare questi ultimi, poiché io ho sempre supposto di parlare con Cattolici i quali ammettono la rivelazione; e per altra parte le ragioni innumerevoli che provano la divinità di Cristo, provano ancora la verità della religione rivelata: ben credo di dover esaminare un poco questi due principii: Basta la ragione, basta il cuore; perché da essi originano i maggiori errori, in cui cadono anche molti che si stimano Cattolici in questa età: e, lo avvertano essi o no, quei due principii levano loro dal cuore affatto la fede cattolica.

I. Non basta dunque la ragione, non basta il cuore, per essere Cattolici, ma ci vuole tutto quello che di soprannaturale vi ha aggiunto nostro Signore Gesù Cristo. Perché intendiate ciò, richiamate alla vostra mente alcune verità cattoliche. Gli è da sapere in primo luogo che Dio, creando l’uomo, non si contentò d’assegnargli un fine naturale, ma lo innalzò ad un fine soprannaturale. Noi chiamiamo naturale quel fine, a cui un essere può arrivare colle forze che si trovano nella sua natura medesima: così, a cagione di esempio, fine naturale di una pianta sarà il germinare, fiorire, portar frutti, poiché essa ha nella sua costituzione intima e nell’organismo tutto quello che è necessario per dare e fiori e frutti. Chiamiamo fine soprannaturale quel fine, a cui non può pervenire un essere colle sole sue forze naturali, e per ottenere il quale, si richiede che Dio gli inserisca, dirò così, un altro principio. Per esempio, se Dio volesse che una pianta non solo producesse e fiori e frutti, come abbiamo detto di sopra, ma che ancora parlasse o intendesse, questo sarebbe un fine sopra la natura di essa pianta e richiederebbe che Dio inserisse in quella pianta e l’intendimento e gli organi della loquela. – Ciò presupposto, Iddio nel formare l’uomo che cosa ha fatto? Non si contentò di prefiggere a lui un fine naturale, cioè un fine, cui potesse pervenire colle forze che erano in lui, ma lo ordinò invece ad un fine, a cui le forze che erano in lui non bastassero. L’uomo colle sue forze avrebbe potuto innalzarsi fino a Dio, conoscerlo, ma solo speculativamente, unirsi con Lui, ma solo per un amore naturale: a più alto scopo non poteva levarsi; in quel modo con cui la pianta naturalmente non poteva levarsi più che alla produzione dei fiori e dei frutti. Iddio però volle benignamente che l’uomo fosse innalzato fino alla dignità di vederlo a faccia a faccia, e possederlo nella visione beatifica, ed unirsi a Lui con un amore sì perfetto, da essere, dirò così, trasformato in Lui. Epperò perché l’uomo potesse poggiare tanto alto, che cosa dovette egli fare? Dovette inserire un nuovo principio nell’uomo, mediante il quale, egli fosse capace di questa operazione sì nobile ed elevata. Dire quale eccesso di bontà sia questo in Dio, di averci degnato di un fine sì alto, dire che sublimità sia per l’uomo l’avere questo fine nobilissimo, sarebbe argomento maraviglioso, ma ci farebbe uscire di strada. – Al nostro proposito fa il sapere in secondo luogo che, dopo che Dio ha avuta questa degnazione verso di noi di prefiggerci un fine soprannaturale, noi abbiamo al tutto l’obbligo di tendervi, perocché noi non possiamo evitare la dannazione, nè acquistare la salute altro che tendendo ad esso. Potrebbe dire alcuno che ci si contenta di arrivare al fine naturale; ma questo non è possibile, perché Iddio ha determinato al tutto che non vi fosse altra beatitudine che la soprannaturale, oppure la dannazione: tantoché o possederemo godendone la vista chiara e trasformandoci, per così dire, in Lui, oppure saremo privi di Lui per sempre e gittati nell’abisso eterno. – In terzo luogo, è da sapere, che come la pianta, di cui abbiamo parlato sopra, avrebbe avuto bisogno, per poter parlare e intendere, che le venissero inserite nuove facoltà e gli organi opportuni; così alla nostra natura, perché possa tendere a quel fine soprannaturale che le fu proposto, si richiedono nuovi principii. Questi sono: primo, una qualità che s’infonde da Dio nell’anima, la quale chiamiamo grazia santificante; e dopo la caduta che l’uomo fece in Adamo, per la quale perdette il tesoro di essa grazia santificante, si richiese la fede e la speranza in un Redentore venturo, per poter ricuperare la detta grazia; e finalmente dopo che questo Redentore venne sulla terra e ci meritò e ci ricuperò la grazia, si richiede che noi pratichiamo tutti quei mezzi, che Egli preferisce come i soli valevoli per giungere al fine soprannaturale. – Questo è il punto che poco s’intende da molti Cristiani, che pure è di massima importanza per chi voglia giungere alla salute. È necessaria dunque in primo luogo la fede in Gesù Cristo, nostro unico Redentore e Salvatore, per i cui meriti ci vengono conferite tuttu le grazie e tutti gli aiuti necessari alla salute; la quale fede cì viene infusa nel santo Battesimo. È necessario, in secondo luogo, possedere la grazia santificante, la quale nello stesso Battesimo si conferisce, ed ordinariamente poi dagli adulti, che per loro sventura la perdono, si riacquista nel sacramento della Penitenza. – Terzo è necessaria la conformità con Gesù Cristo, perché Iddio ha determinato che non vi sia salvezza se non nella imitazione di Lui; è necessario che gli atti buoni e di virtù, che noi facciamo, siano atti soprannaturali, cioè, per parlare più chiaro, atti che muovano dal principio interno di quella qualità infusaci, che abbiamo detto essere la grazia santificante, ed atti che siano fatti per motivi conosciuti col lume della fede. – Se non si adoperano questi mezzi, è nulla del mai sperare il conseguimento del fine; perché tutti gli altri mezzi, fuori di questi, non hanno proporzione veruna col fine che ci è proposto. Per continuare la similitudine già addotta, quella pianta, che dovesse non solo produrre fiori e frutti, ma ancora intendere e parlare, giungerà mai a questa operazione, se non mettesse in moto altro che gli organi della vegetazione, e non già quelle qualità tanto più eccellenti, di cui è stata arricchita straordinariamente per produrre suoni e pensieri? Certo no, poiché gli organi della vegetazione non hanno proporzione coll’uso della favella e colla facoltà dell’intendere: ora il simile avviene in noi. La gloria, che ci aspetta nella beatitudine avvenire, non può essere effetto di soli atti naturali. Questi non hanno proporzione con quella, bisogna che si metta in moto la grazia, perché possiamo produrre atti valevoli al fine soprannaturale. – Ora le cose stando così, che non vi è salute se non per mezzo della fede, della grazia, dell’imitazione di Gesù Cristo, delle opere fatte per motivi soprannaturali, come può altri dire che basti la ragione, che basti il cuore, che non si estendono da sé a niuna opera che sia soprannaturale? Che poi veramente si richiedano questi mezzi è tanto certo, quanto è certa la parola di Dio, quanto è certa tutta l’economia della fede cristiana. Il negare la necessità della grazia santificante e della grazia attuale è cadere nella superba eresia di Pelagio, il quale non volle mai riconoscere le dottrine di Cristo che promulgava, che senza di Lui nulla si poteva fare, e dell’Apostolo il quale asseriva, che senza la carità l’uomo è nulla. Il non conoscere la necessità della fede per la salute è lo stesso che contraddire all’Apostolo, il quale afferma che senza la fede è impossibile piacere a Dio ed a Gesù Cristo, il quale assicura che chi non crede sarà condannato. Che la imitazione di Cristo sia indispensabile alla salvezza, lo intima il Principe degli Apostoli, il quale ci ammaestra che Gesù ci precedette perché noi ne seguissimo poi le orme; e quelle di Paolo, che non è predestinato alcuno, se già non è previsto conforme all’immagine del divin Figliuolo. Che si richieda un fine soprannaturale nel bene che facciamo, come poteva insegnarcelo più chiaramente il divino Maestro, che col farci sapere che chi si propone un fine terreno, coll’ottenere questo ha già conseguito quel che bramava ed ha già ricevuta la sua mercede? Inoltre, tutta l’economia della venuta di Cristo, della sua predicazione, della sua vita, de’ suoi esempi, della istituzione degli Apostoli, della fondazione della Chiesa, non fa poi altro che gridare a gran voce che siamo tenuti alla vita soprannaturale. Tutte le frasi così solenni della santa Scrittura, che siamo chiamati alla luce, che dobbiamo essere morti alla natura per vivere alla grazia, che non ha più da vivere in noi l’uomo vecchio ma il nuovo, che non ha più da trionfare la carne ma lo spirito, che il nuovo Adamo ha sepolto l’antico: tutte queste frasi della santa Scrittura ed altre innumerevoli, significano tutte che non abbiamo da regolarci con la sola ragione, col solo cuore, ma bensì coi principii superiori alla ragione, con affetti superiori a quelli naturali del cuore. – Alla presenza di tante ragioni stimo inutile l’allegare in proprio sia la pochezza della ragione; l’insufficienza di essa per scoprire pienamente il vero, e tutti gl’interminabili e gravissimi errori in cui sono sprofondati e sprofondano tuttodì i suoi adoratori fanatici. Stimo inutile il mettere sott’occhio al lettore la bruttezza, la doppiezza, la corruzione di quel cuore, di cui alcuni menano tanto vanto. Ognuno che riflette sopra di sé un istante, sarà più che bastevolmente convinto, che s’ingannano in gran maniera tutti coloro i quali gridano che basta la ragione, che basta il cuore. Piuttosto è a dire (perché non tutti l’intendono bastevolmente) qual sia la gravità di questo disordine ed il danno: io lo toccherò brevemente, sia perché si conosca meglio, sia perché chi vuole il possa sfuggire più agevolmente. – Cotesto immenso errore vizia il Cristiano intorno alla radice stessa della salute che è la fede: imperocché chi crede bastar la ragione a salvamento, non potrà mai far gran caso della fede che è sopra la ragione. Ed infatti vediamo poi costoro non capir nulla della necessità di essa, sentenziare che qualunque religione è buona, che basta il far bene; non fare differenza alcuna tra il protestante, il deista ed il Cattolico; limitare ad un poco di probità naturale tutta l’essenza della religione: e mentre il Salvatore del mondo vien sulla terra a bella posta per seminare la vera fede, mentre grida che chi non crede sarà condannato, che chi non crede è già giudicato; essi non sanno neppur capire come si possa fare tanto caso di questo dono ineffabile: e mentre vedono i primi fedeli lasciarsi strappare piuttosto l’anima dal corpo che la fede dal cuore; essi la stimano un nonnulla da gittarsi per ogni vano sofisma o leggera nebbia di difficoltà. – Lo vizia altresì in ordine alla grazia, giacché costoro non pensano neppure alla necessità che hanno, per salvarsi, di mantenersi in quella: che la grazia ha da essere il principio nuovo del loro operare in ordine alla salute, che è la sola per cui possano essere amici di Dio e grati ai suoi occhi. Perciò passano gli anni intieri senza di essa, e talvolta, appena ricuperata, la gittano di bel nuovo; e mentre si affliggerebbero immensamente di aver perduta una tenue somma di argento e di oro, non sentono neppure di aver perduto il tesoro immenso che solo poteva spendersi per l’acquisto del cielo. – Come s’ingannano intorno alla necessità della grazia, così si ingannano intorno alla necessità ed all’uso dei mezzi necessari ad acquistarla e mantenerla. Non sarebbe credibile, se non si vedesse tutto giorno in quelli che sono travagliati da cotesto errore, la trascuratezza in che giacciono di tutti cotesti mezzi. I sacramenti sono i canali ordinari della grazia, il santo sacrifizio della Messa e le orazioni la impetrano, la divina predicazione le apre la strada, e generalmente tutti i mezzi di pietà la fomentano nel cuore: ora non è a dire fino a qual punto siano trascurati in tutto ciò. Sebbene la trascuratezza è anche il meno a petto dell’indifferenza, con cui mirano tutte queste pratiche. Colla persuasione che hanno, che basta la ragione ed il cuore alla salute, non possono più mirare tutti i mezzi sopraccennati, che come cose inutili o soverchie o certamente tutt’altro che necessarie, e faccia Dio che non anche come superstiziose. E così, come lo pensano, anche lo dicono, parlandone con altri, coi quali si fanno le maraviglie che se ne faccia tanto caso. Ho sentito io più di una volta persone non cattive dire con un sangue freddo che metteva compassione a chi si mostrava sollecito dell’uso di tutti cotesti mezzi: e come mai voi, che avete tanto ingegno, siete poi tocco da questi pregiudizi? Anche voi per le chiese? Anche voi a spazzare confessionali? Oh che Iddio si avrà da curare di tutto ciò? E non sospettare neppure che dicevano il più bestiale sproposito che potessero dire! Quest’errore corrompe poi tutto quello che fanno, perfino le virtù. Come non riconoscono che il bene, perché sia bene giovevole alla salute, bisogna che sia fatto per motivi soprannaturali, ed anche in istato di grazia perché sia meritorio di vita eterna, che le virtù siano esercitate per motivi soprannaturali, onde siano virtù cristiane; così in tutto operano puramente all’umana, e così non meritano punto, e perdono il tempo e l’opera. Quanto non hanno gridato e preso scandalo di sacerdoti zelanti, i quali han condannata la loro filantropia ed hanno cercato di richiamarli alla carità! Non sapevano darsi pace che i sacerdoti impugnassero le loro opere filantropiche di asili, di orfanotrofi, di ricoveri, di scuole, di culle, di che so io: ma forse avevano ragione di scandalizzarsi così? Tutto all’opposto. Avevano veduto questi ecclesiastici dalle persone che promovevano, caldeggiavano, patrocinavano quelle opere che non vi era in esse lo spirito del Vangelo, poiché spesse volte esse partivano da increduli, da libertini, da protestanti, e ne presero sulle prime ragionevolmente sospetto. Attesero ai motivi che si allegavano in favore di esse, e si accorsero che non avevano nulla che si sollevasse sopra l’umano, e lamentavano che presso i Cristiani non avessero anche la bontà soprannaturale. Vedevano in una parola che non si beneficava l’uomo, perché figliuolo di Dio, perché redento da Gesù Cristo, perché immagine dell’Altissimo, perché raccomandatoci e confidatoci dal Salvatore, che sono i veri motivi della soprannaturale carità; ma che si beneficava unicamente perché nostro simile, per natural compassione, per naturale benevolenza, per quella naturale soddisfazione clie si prova a far del bene altrui: i quali motivi tutti, sebbene non cattivi, tuttavia, siccome naturali solamente, non sono valevoli ad ottenere la vita eterna: e così si sforzavano, in tutti i modi e con tutta la carità, a suggerire altri motivi più sodamente utili all’anima ed onorevoli a Gesù Cristo: ma chi ha mai potuto far penetrare a quegl’illusi, che disconoscono il soprannaturale, la verità? Similmente (per dirlo qui di passaggio) riprendevano la carità fatta coi balli, colle serate, colle rappresentazioni teatrali e somigliante. Or chi non ha uditi i mondani gridare la croce addosso a chi non approvava simili mezzi di fare carità? Eppure chi conosce la necessità di fare opere soprannaturali per l’acquisto della vita eterna, potrà mai negare esser giustissima una tale riprensione? Chi comprendesse che far limosina cristianamente, non è gittare un tozzo di pane ad un povero per liberarsi dalla noia d’averlo intorno, oppure privarsi di qualche cosa per soddisfare ad un sentimento “naturale di compassione, ma bensì il dare come si darebbe a Gesù Cristo in persona un sovvenimento; chi comprendesse, io dico cìò, non vedrebbe subito quanta serietà e quasi non dissi riverenza interiore si richieda in quest’atto, e non comprenderebbe ad un tratto la estrema sconvenienza che è il farlo per mezzo di un ballo, di una tresca, di un sollazzo? La negazione soprannaturale guasta e distrugge tutti i principi evangelici. Anche prima che Gesù Cristo venisse sulla terra vi avevano delle naturali virtù, e non può mettersi in dubbio, se altri non vuole insultare tutta l’umana natura e reputar false tutte le storie. Con tutto ciò, siccome non bastevoli alla salute, venne Gesù Cristo apportatore alla terra di principii al tutto nuovi, di nuove massime, di nuove dottrine, alle quali la natura non arrivava. Ora chi nega il soprannaturale, bisogna che disconosca tutti questi divini insegnamenti. – La ragione umana insegnava a fare del bene e ad amare gli amici perfino ai pagani, come l’avvertì il divino Maestro; ma Gesù giunse: Io vi dico che facciate del bene anche a chi vi fa del male e vi perseguita, affinché siate degni figliuoli di quel Padre celeste il quale fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi. La ragione umana arrivava fino a consigliare la modestia in mezzo al merito ed alla lode; questa era la maggior perfezione a che sapeva innalzarsi: ma Gesù Cristo travalicandola smisuratamente condusse l’uomo fino alla umiltà ed al disprezzo di sè medesimo. La ragione umana giungeva fino a consigliare un uso onesto dei beni della terra, e se talvolta si stendeva fino a non curar la possessione di beni smisurati, era per sostituirvene solo una tal quantità che mentre giovasse col bastevole, non desse troppa cura col soverchio: ma Gesù Cristo introdusse sopra la terra l’amore alla povertà, tanto odiata fino a quel punto, e la chiamò beata e la dichiarò fonte di tutti i beni. La ragione umana non conobbe dell’uso dei diletti della natura altro limite che quello del soverchio e dell’illecito, ed anche questi limiti male conobbe e spesso trapassò: Gesù Cristo insegnò a privarsi anche del lecito, anche dell’onesto e proclamò beato il pianto, beate le lagrime di chi addolora. La temperanza nell’uso dei beni fu l’unico dettame della ragione: Gesù Cristo vi aggiunse la mortificazione e la penitenza con tutti i suoi flagelli e rigori. In una parola, la ragione persuadeva la virtù, ma pei motivi soli che conosceva, la giustizia per la rettitudine naturale, la continenza per mantenere la sanità, la beneficenza per la soddisfazione che produce, e così andate dicendo: laddove Gesù Cristo, rivelando nuove virtù, manifestò nuove ragioni per praticarle, l’imitazione del Padre celeste, la conformità con lui Redentore e modello, la perfezione interiore dell’uomo, l’acquisto d’una immarcescibile corona, come i veri e santi motivi dell’operare. Ora tutte queste cognizioni arrecate da Gesù, tutte le annienta chi disconosce il soprannaturale. Finalmente disconosce il fine e la natura della santa Chiesa. Il trovato più mirabile della sapienza divina è stato questo: l’avere Dio ordinati in una universale società tutti gli uomini, e per mezzo di essa l’avere a tutti fornito quanto era necessario all’acquisto dell’eterna beatitudine. Or di questa società non solo non può far parte chi non conosce il soprannaturale, ma non può neppure ravvisarla, imperocché se è esterna e visibile nella sua riunione e gerarchia, è tutta soprannaturale nelle sue interiori proprietà. Soprannaturale nel fine che si propone, poiché non è terreno quello a cui essa indirizza tutti i suoi membri; soprannaturale nei mezzi che adopera, consistendo questi nell’applicazione dei meriti e delle soddisfazioni di Cristo coi Sacramenti, colle preghiere, colle indulgenze, coi sacrifizi. È soprannaturale nel suo Capo, giacché rivestito di un’autorità immediata da Gesù Cristo capo invisibile; è soprannaturale nei legami che la stringono, che sono la fede e la carità; e soprattutto nelle sue leggi, poiché sancite immediatamente o mediatamente da Dio; soprannaturale nelle sue speranze, poiché vagheggia e si promette beni che occhi umani non videro, né  orecchie sentirono, né entrarono in cuore d’uomo; è soprannaturale in sé stessa, perché è lo spirito di Dio che la forma, è l’assistenza di Cristo che la regge e la vivifica. Il perché chiunque non conosce il soprannaturale, come può conoscere la Chiesa? Chiunque non conosce la Chiesa, come può giungere alla salute? – Laonde, a voler restringere ormai il tutto in poche parole, ecco a che riesce quel detto: Che bisogno vi ha di tanto soprannaturale? Basta la ragione, basta il cuore. Riesce a rinnegare compiutamente Gesù Cristo, la sua fede, la sua dottrina, la sua Chiesa, ed a ritornare gli uomini quel che erano prima della sua venuta, cioè con tutta la loro impotenza a conoscere Dio, con tutta la loro corruzione, o ad infracidamento nei vizi, con tutta la loro impossibilità a mai giungere alla salvezza. Se questo non basta a mettere orrore ad un Cattolico di quell’assioma, io confesso che non so che altro ci vorrà.

FESTA DEL SS. ROSARIO (2023)

Festa del S. Rosario della B. V. M. (2023)

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

La festa odierna fu istituita da S. Pio V per ricordare la strepitosa vittoria riportata dai Cristiani sui musulmani a Lepanto il 7 ottobre del 1571, giorno in cui le numerose e diffuse confraternite del Rosario onoravano in modo particolare Maria SS. Sotto l’invocazione di Madonna del Rosario. Forma popolare di devozione e risultato d’una lunga evoluzione attraverso gli ultimi secoli del basso Medio evo, il Rosario – ad imitazione dei 150 Salmi del Salterio – consta di 150 Ave Maria, ogni decina delle quali è intercalata con un Pater e accompagnata dalla meditazione di uno dei principali episodi della vita di Gesù e di Maria. Questa forma altrettanto semplice che facile di preghiera, adatta anche ai meno colti, è divenuta una delle più care alla pietà privata, favorita ed arricchita da indulgenze da parte dei Papi. La festa odierna, celebrando una grande vittoria, celebra pure l’umile ma potente arma cui è dovuta: la preghiera e particolarmente quella del Rosario.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Confiteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat te ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.

[Rallegriamoci tutti nel Signore celebrando questo giorno di festa in onore della beata Vergine Maria! Della sua festa gioiscono gli angeli, e insieme lodano il Figlio di Dio]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, cujus Unigénitus per vitam, mortem et resurrectiónem suam nobis salútis ætérnæ præmia comparávit: concéde, quǽsumus; ut, hæc mystéria sacratíssimo beátæ Maríæ Vírginis Rosário recoléntes, et imitémur, quod cóntinent, et quod promíttunt, assequámur.

[O Dio, il tuo Unico Figlio ci ha acquistato con la sua vita, morte e risurrezione i beni della salvezza eterna: concedi a noi che, venerando questi misteri nel santo Rosario della Vergine Maria, imitiamo ciò che contengono e otteniamo ciò che promettono.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Prov VIII:22-24; VIII:32-35

Dóminus possédit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram. Nunc ergo, fílii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie. et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.
[Dall’inizio delle sue vie Iddio mi ha posseduta, dal principio dei tempi, prima di ogni opera sua. Fin dall’eternità io sono stata formata; dai tempi remoti, prima che la terra fosse. Ancora non c’era l’abisso, ma io ero già stata concepita. Or dunque, figlioli, ascoltatemi: beati coloro che custodiscono le mie vie. Ascoltate l’ammonizione e diventate saggi, e non vogliate disprezzarla. Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte e custodisce la soglia della mia casa. Chi trova me, trova la vita: e dal Signore attingerà la salvezza.]

Graduale

Ps XLIV:5;11;12
Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam, et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.
V. Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex spéciem tuam. Allelúja, allelúja.
V. Sollémnitas gloriósæ Vírginis Maríæ ex sémine Abrahæ, ortæ de tribu Juda, clara ex stirpe David. Allelúja.

[Per la tua fedeltà e mitezza e giustizia la tua destra compirà prodigi.
V. Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.
Alleluia, alleluia.
V. Celebriamo la gloriosa vergine Maria, della discendenza di Abramo, nata dalla tribù di Giuda, nella nobile famiglia di Davide.
Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:26-38

In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elisabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, di nome Nazareth, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe, della stirpe di Davide; e il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, piena di grazia; il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Mentre l’udiva, fu turbata alle sue parole, e si domandava cosa significasse quel saluto. E l’angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre: e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». L’angelo le rispose, dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo il Santo, che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era detta sterile: poiché niente è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: sia fatto a me secondo la tua parola».]

OMELIA

Devozione della Chiesa per Maria.

(Dom Gueranger: l’Anno liturgico, Ed. Paoline, 1957)

La Liturgia nel corso dell’anno ci ha mostrato più volte che Gesù e Maria sono così uniti nel piano divino della Redenzione che si incontrano sempre insieme ed è impossibile separarli sia nel culto pubblico che nella divozione privata. La Chiesa, che proclama Maria Mediatrice di tutte le grazie, la invoca continuamente per ottenere i frutti della Redenzione che con il Figlio ha acquistati. Comincia sempre l’anno liturgico col tempo di Avvento, che è un vero mese di Maria, invita i fedeli a consacrarle il mese di maggio, ha disposto che il mese di ottobre sia il mese del Rosario e le feste di Maria nel Calendario Liturgico sono così numerose che non passa un giorno solo dell’anno, senza che Maria in qualche luogo della terra sia festeggiata sotto un titolo o sotto un altro, dalla Chiesa universale, da una diocesi o da un Ordine religioso. – La festa del Rosario: La Chiesa riassume nella festa di oggi tutte le solennità dell’anno e, con i misteri di Gesù e della Madre sua, compone come un’immensa ghirlanda per unirci a questi misteri e farceli vivere e una triplice corona, che posa sulla testa di Colei, che il Cristo Re ha incoronata Regina e Signora dell’universo, nel giorno del suo ingresso in cielo. Misteri di gioia che ci riparlano dell’Annunziazione, della Visitazione, della Natività, della Purificazione di Maria, di Gesù ritrovato nel tempio; Misteri di dolore, dell’agonia, della flagellazione, della coronazione di spine, della croce sulle spalle piagate e della crocifissione; Misteri di gloria, cioè della Risurrezione, dell’Ascensione del Salvatore, della Pentecoste, dell’Assunzione e dell’incoronazione della Madre di Dio. Ecco il Rosario di Maria. – Storia della festa: La festa del Rosario fu istituita da san Pio V, in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi. È cosa nota come nel secolo XVI, dopo avere occupato Costantinopoli, Belgrado e Rodi, i Maomettani minacciassero l’intera cristianità. Il Papa san Pio V, alleato con il re di Spagna Filippo II e la Repubblica di Venezia, dichiarò la guerra e Don Giovanni d’Austria, comandante della flotta, ebbe l’ordine di dar battaglia il più presto possibile. Saputo che la flotta turca era nel golfo di Lepanto, l’attaccò il 7 ottobre del 1751 presso le isole Echinadi. Nel mondo intero le confraternite del Rosario pregavano intanto con fiducia. I soldati di Don Giovanni d’Austria implorarono il soccorso del cielo in ginocchio e poi, sebbene inferiori per numero, cominciarono la lotta. Dopo 4 ore di battaglia spaventosa, di 300 vascelli nemici solo 40 poterono fuggire e gli altri erano colati a picco mentre 40000 turchi erano morti. L’Europa era salva. Nell’istante stesso in cui seguivano gli avvenimenti, san Pio V aveva la visione della vittoria, si inginocchiava per ringraziare il cielo e ordinava per il 7 ottobre di ogni anno una festa in onore della Vergine delle Vittorie, titolo cambiato poi da Gregorio XIII in quello di Madonna del Rosario. – Il Rosario: L’uso di recitare Pater e Ave Maria risale a tempi remotissimi, ma la preghiera meditata del Rosario come noi l’abbiamo oggi è attribuita a san Domenico. È per lo meno certo che egli molto lavorò con i suoi religiosi per la propagazione del Rosario e che ne fece l’arma principale nella lotta contro gli eretici Albigesi, che nel secolo XIII infestavano il sud della Francia.  La pia pratica tende a far rivivere nell’anima nostra i misteri della nostra salvezza, mentre con la loro meditazione si accompagna la recita di decine di Ave Maria, precedute dal Pater e seguite dal Gloria Patri. A prima vista la recita di molte Ave Maria può parere cosa monotona, ma con un poco di attenzione e di abitudine, la meditazione, sempre nuova e più approfondita, dei misteri della nostra salvezza, porta grandiosità e varietà. D’altra parte si può dire che nel Rosario si trova tutta la religione e come la somma di tutto il Cristianesimo. – Il Rosario è una somma di fede: Riassunto cioè delle verità che noi dobbiamo credere, che ci presenta sotto forma sensibile e vivente. Le espone unendovi la preghiera, che ottiene la grazia per meglio comprenderle e gustarle. – Il Rosario è una somma di morale: Tutta la morale si riassume nel seguire e imitare Colui, che è « la Via, la Verità, la Vita » e con la preghiera del Rosario noi otteniamo da Maria la grazia e la forza di imitare il suo divino Figliolo. – Il Rosario è una somma di culto: Unendoci a Cristo nei misteri meditati, diamo al Padre l’adorazione in spirito e verità, che Egli da noi attende e ci uniamo a Gesù e Maria per chiedere, con loro e per mezzo loro, le grazie delle quali abbiamo bisogno. – Il Rosario sviluppa le virtù teologali e ci offre il mezzo di irrobustire la nostra carità, fortificando le virtù della speranza e della fede, perché « con la meditazione frequente di questi misteri l’anima si infiamma di amore e di riconoscenza di fronte alle prove di amore che Dio ci ha date e desidera con ardore le ricompense celesti, che Cristo ha conquistate per quelli che saranno uniti a Lui, imitando i suoi esempi e partecipando ai suoi dolori. In questa forma di orazione la preghiera si esprime con parole; che vengono da Dio stesso, dall’Arcangelo Gabriele e dalla Chiesa ed è piena di lodi e di domande salutari, mentre si rinnova e si prolunga in ordine, determinato e vario nello stesso tempo, e produce frutti di pietà sempre dolci e sempre nuovi » (Enciclica Octohri mense del 22 settembre 1891). – Il Rosario unisce le nostre preghiere a quelle di Maria nostra Madre. « Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi poveri peccatori ». Ripetiamo con rispetto il saluto dell’Angelo e umilmente aggiungiamo la supplica della confidenza filiale. Se la divinità, anche se incarnata e fatta uomo, resta capace di incutere timore, quale timore potremmo avere di questa donna della stessa nostra natura, che ha in eterno il compito di comunicare alle creature le ricchezze e le misericordie dell’Altissimo? Confidenza filiale. Sì, perché l’onnipotenza di Maria viene dal fatto di essere Madre di Gesù, l’Onnipotente, e ha diritto alla nostra confidenza, perché è nello stesso tempo nostra Madre, non solo in virtù del testamento dettato da Gesù sulla Croce, quando disse a Giovanni: « Ecco tua Madre » e a Maria: « Ecco tuo figlio », ma ancora perché nell’istante dell’Incarnazione, la Vergine concepì, insieme con Gesù, tutta l’umanità, che Egli incorporava a sé. Membri del Corpo mistico di cui Cristo è il capo, siamo stati formati con Gesù nel seno materno della Vergine Maria e vi restiamo fino al giorno della nostra nascita alla vita eterna. Maternità spirituale, ma vera, che ci mette con la Madre in rapporti di dipendenza e di intimità profondi, rapporti di bambino nel seno della Madre. – Qui è il segreto della nostra divozione per Maria: è nostra Madre e come tale sappiamo di poter tutto chiedere al suo amore, perché siamo suoi figli! Ma, se la madre, appunto perché madre, pensa necessariamente ai suoi figli, i figli, per l’età, son facili a distrarsi e il Rosario è lo strumento benedetto che conserva la nostra intimità con Maria e ci fa penetrare sempre più profondamente nel suo cuore. Strumento divino il Rosario che la Vergine porta in tutte le sue apparizioni da un secolo in qua e che non cessa di raccomandare. Strumento della devozione cattolica per eccellenza, in cui l’umile donna senza istruzione e il sapiente teologo sono a loro agio, perché vi trovano il cammino luminoso e splendido, la via mariana, che conduce a Cristo e, per Cristo al Padre. Così considerato il Rosario realizza tutte le condizioni di una preghiera efficace, ci fa vivere nell’intimità di Maria e, essendo essa Mediatrice, suo compito è di condurci a Dio, di portare le nostre preghiere fino al cuore di Dio. Per Maria diciamo i Pater, che inquadrano le decine di Ave Maria, e, siccome quella è la preghiera di Cristo e contiene tutto ciò che Dio volle che noi gli chiedessimo, noi siamo sicuri di essere esauditi. – Maria nel compito di educatrice. Non si può eludere il carattere mariano di questa pagina dei Proverbi, obiettando che si applica al Verbo Incarnato e solo per accomodamento la Chiesa la riferisce alla Santa Vergine. La Chiesa non fa giochi di parole e la Liturgia non si diverte a far bisticci. Trattandosi di vite, che nel pensiero di Dio e nella realtà sono unite insieme, come le vite del Signore e della Madre sua unite nello stesso decreto di predestinazione, il senso accomodatizio è in sé e deve esserlo per noi uno degli aspetti multipli del senso letterale. « Giova a noi, per onorare Maria, considerarla agente della nostra educazione soprannaturale. Noi non siamo mai grandi per Dio, né per la nostra madre, né per la Madre di Dio. Come non vi è Cristianesimo senza la Santa Vergine così se l’amore di Dio non è accompagnato da un tenero amore per la Santa Vergine qualsiasi vita soprannaturale è in qualche modo mancante. « Maria è tutto quello che Essa insegnerà a chi l’ascolta e l’ama: l’esempio, la carità, l’influenza persuasiva… « Maria ha educato il Figlio ed educherà noi. Non si resiste ad una Madre » (Dom Delatte, Omelie sulla Santa Vergine, Plon, 1951). – Parole benedette. Il Vangelo è quello del Santo nome di Maria del 12 settembre. È il Vangelo dell’Incarnazione del quale rileggiamo volentieri le parole. Parole benedette perché  vengono da Dio: L’Angelo infatti ne è soltanto il messaggero; parole e messaggio gli sono stati affidati da Dio. Parole benedette perché vengono da Maria, che, sola, poté riferire con ferma precisione di dettagli, che rivelano un testimonio e una esperienza immediata. – Messaggio di gioia. « Questo messaggio è un messaggio di gioia. La gioia mancava nel mondo da molto tempo: era sparita dopo il primo peccato. Tutta l’economia dell’Antico Testamento e tutta la storia dell’umanità portavano un velo di tristezza, perché era continuamente presente all’uomo la coscienza di una inimicizia nei suoi rapporti con Dio, che doveva ancora essere espiata. Il messaggio è preceduto da un saluto pieno di gioia e da una parola pacifica, carezzevole: Ave. Questo Ave, primo elemento del messaggio, detto una volta, verrà poi ripetuto per l’eternità. – La fede di Maria. « La fede di Maria fu perfetta e non dubitò della verità divina neppure nel momento in cui chiedeva all’Angelo come si poteva compiere il messaggio. Gabriele rivelò il modo verginale della concezione promessa, sollecitando il consenso della Vergine per l’unione ipostatica, perché, per l’onore della Vergine e per l’onore della natura umana. Dio voleva avere da Maria il posto che avrebbe occupato nella sua creazione. E allora fu pronunziata con libertà e con consapevolezza la parola, che farà eco fino all’eternità: « Io sono l’umile ancella del Signore: sia fatto secondo la sua volontà » (Dom Delatte. Opere citate). – Preghiera alla Vergine del Rosario. Ti saluto, o Maria, nella dolcezza del tuo gioioso mistero e all’inizio della beata Incarnazione, che fece di te la Madre del Salvatore e la Madre dell’anima mia. Ti benedico per la luce dolcissima che hai portato sulla terra. O Signora di ogni gioia, insegnaci le virtù che danno la pace ai cuori e, su questa terra, dove il dolore abbonda, fa’ che i figli camminino nella luce di Dio affinché, la loro mano nella tua mano materna, possano raggiungere e possedere pienamente la meta cui il tuo cuore li chiama, il Figlio del tuo amore, il Signore Gesù. Ti saluto, o Maria, Madre del dolore, nel mistero dell’amore più grande, nella Passione e nella morte del mio Signore Gesù Cristo. Unendo le mie lacrime alle tue, vorrei amarti in modo che il mio cuore, ferito come il tuo dai chiodi che hanno straziato il mio Salvatore, sanguinasse come sanguinano quelli del Figlio e della Madre. Ti benedico, o Madre del Redentore e Corredentrice, nel purpureo splendore dell’Amore crocifisso, ti benedico per il sacrificio, accettato al tempio ed ora consumato con l’offerta alla giustizia di Dio, del Figlio della tua tenerezza e della tua verginità, in olocausto perfetto. Ti benedico, perché il sangue prezioso che ora cola per lavare i peccati degli uomini, ebbe la sua sorgente nel tuo Cuore purissimo Ti supplico, o Madre mia, di condurmi alle vette dall’amore che solo l’unione più intima alla Passione e alla morte dell’amato Signore può far raggiungere. Ti saluto, Maria, nella gloria della tua Regalità. II dolore della terra ha ceduto il posto a delizie infinite e la porpora sanguinante ti ha tessuto il manto meraviglioso, che si addice alla Madre del Re dei re e alla Regina degli Angeli. Permetti che levi i miei occhi verso di te durante lo splendore dei tuoi trionfi, o mia amabile Sovrana, e diranno i miei occhi, meglio di qualsiasi parola, l’amore di figlio, il desiderio di contemplarti con Gesù nell’eternità, perché tu sei Bella, perché sei Buona, o Clemente, o Pia, o Dolce Vergine Maria.

IL CREDO

Credo.

Offertorium

Orémus.
Eccli XXIV:25; Eccli XXXIX:17
In me grátia omnis viæ et veritátis, in me omnis spes vitæ et virtútis: ego quasi rosa plantáta super rivos aquárum fructificávi

[In me ogni grazia di verità e dottrina in me ogni speranza di vita e di forza. Sono fiorita come una rosa, piantata lungo i corsi delle acque].

Secreta

Fac nos, quǽsumus, Dómine, his munéribus offeréndis conveniénter aptári: et per sacratíssimi Rosárii mystéria sic vitam, passiónem et glóriam Unigéniti tui recólere; ut ejus digni promissiónibus efficiámur:

[Rendici degni, Signore, di offrirti questo sacrificio: e concedi che, venerando nel santo rosario i misteri della vita, passione e gloria del tuo unico Figlio, diventiamo partecipi dei beni da lui promessi]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festivitate della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Floréte, flores, quasi lílium, et date odórem, et frondéte in grátiam, collaudáte cánticum, et benedícite Dóminum in opéribus suis.

[Fiorite, come gigli, o fiori, date profumo, spandetevi in bellezza: cantate in coro la lode divina e benedite Dio nelle sue opere.]

Postcommunio

Orémus.
Sacratíssimæ Genetrícis tuæ, cujus Rosárium celebrámus, quǽsumus, Dómine, précibus adjuvémur: ut et mysteriórum, quæ cólimus, virtus percipiátur; et sacramentórum, quæ súmpsimus, obtineátur efféctus:

[Ci aiutino, Signore, le preghiere della tua santissima Madre, nella festa del suo rosario: concedi a noi di sentire l’efficacia dei misteri che veneriamo, e di ottenere il frutto dei sacramenti che abbiamo ricevuto:]

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVI)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVI)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO:

FEDE (12).

9. Art. del Simbolo: la Chiesa (2)

5. LA CHIESA CATTOLICA È INDEFETTIBILE ED INFALLIBILE.

1. L’INDEFETTIBILITÀ DELLA CHIESA.

La stessa religione mosaica non poteva essere distrutta né dalla cattività babilonese né dagli sforzi dei tiranni per costringere gli ebrei all’idolatria. Strepitosi miracoli (i tre giovani nella fornace, Daniele nella fossa dei leoni) hanno sempre preservato la sinagoga. Lo stesso vale per la Chiesa cattolica. Essa ha come tipo l’arca di Noè, inaffondabile nelle piene del diluvio e tranquillamente depositata da esse sulla roccia delle montagne dell’Armenia.

La Chiesa cattolica è preservata e diretta dallo Spirito Santo Spirito, che la rende indefettibile ed infallibile nel suo insegnamento. La Chiesa, dice Sant’Ambrogio, è un carro guidato da Dio stesso.”

La Chiesa cattolica è indefettibile, cioè ci sarà un Papa, dei Vescovi, dei Sacerdoti, dei fedeli, e il Vangelo sarà predicato fino alla fine dei tempi.

Cristo ha detto: “Le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa”. (S. Matth. xvi, 18) e inoltre: “Il cielo e la terra passeranno, ma le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa” (S. Matth. XVI, 18). Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.”. (S. Luc. XXI, 33).

Le opere di Dio non possono essere distrutte, come disse Gamaliele al Sinedrio. (Act. Apost. V, 38). Le parole di Cristo: “Le porte dell’inferno…”, ecc. significano che il potere di tutti i demoni non sarà sufficiente a rovinare la Chiesa.

L’Angelo Gabriele aveva già annunciato a Maria che il regno del Figlio suo non avrebbe avuto fine. (S. Luc. I, 33). – La Chiesa è come la luna: sembra che stia tramontando e in realtà non sta tramontando.

È oscurata, ma non annientata. (S. Ambr.) La barca di

essere coperta dalle onde, ma non naufragare, perché contiene Cristo.

(S. Ans.) Chi attacca la Chiesa non la sconfiggerà, perché il Dio che la protegge è più potente di tutti gli uomini.

(S. J. Chr.) Chi attacca la Chiesa non la sconfiggerà, perché il Dio che la protegge è più potente di tutti gli uomini.

con Dio, ma non trionfare su di lui.

1. QUANDO LA CHIESA È IN PERICOLO IMMINENTE, CRISTO VIENE MERAVIGLIOSAMENTE IN SUO AIUTO, SIA CON MIRACOLI, SIA CON UOMINI PROVVIDENZIALI.

La Chiesa è come la barca di Pietro: al culmine della tempesta, Cristo si sveglia e le ordina di calmarsi (S. Gir.) Come si rallegrarono i farisei e gli scribi quando fecero crocifiggere Cristo e sigillare e custodire la sua tomba con le guardie! Ma il terzo giorno Gesù è risorto nella gloria e i suoi nemici sono stati confusi.

Questo stesso fenomeno si è ripetuto nei secoli. L’imperatore Diocleziano (+313) aveva perseguitato così violentemente i Cristiani che gli furono eretti monumenti con questa iscrizione: “All’imperatore Diocleziano, distruttore del nome cristiano”. E cosa accadde? Costantino il Grande gli succedette e fece del Cristianesimo la religione dell’impero. La gioia dei pagani per la rovina del Cristianesimo era finita. – La persecuzione provocata da Napoleone non durò a lungo. Per la Chiesa, la festa di Pasqua, della Risurrezione, segue infallibilmente il Venerdì Santo delle persecuzioni. Nei momenti critici, Dio ha sempre suscitato nella Chiesa uomini provvidenziali. (Vedi art. VIII del Simbolo, 2. IV).

2. TUTTI I PERSECUTORI DELLA CHIESA HANNO SPERIMENTATO LA VANITÀ DEI LORO SFORZI; MOLTI DI ESSI SONO FINITI TRISTEMENTE.

La misera morte di Giuda è l’immagine della fine dei persecutori del Cristianesimo e della Chiesa. Erode, l’uccisore dei S.S. Innocenti, il persecutore di Gesù Bambino, fu divorato da una massa di insetti che erano penetrati nelle sue viscere e gli causarono un violento dolori r gli impedirono di mangiare (Flav. Gius.) Erode, l’assassino di San Giacomo e il carceriere di San Pietro, fu mangiato vivo dai vermi. (Act. Ap. XII; 23). Pilato fu bandito dall’imperatore romano a Vienne, nelle Gallie e si suicidò lì nell’anno 41. (Flav. Gius.) Il destino di Gerusalemme nell’anno 70 non fu meno terrificante. Un milione di ebrei morì di fame, malattie, guerra civile e sotto la spada dei romani; la città stessa fu ridotta in cenere e 100.000 Giudei furono fatti prigionieri. (Flav. Gius.) L’imperatore Nerone, crudele persecutore della Chiesa, fu deposto e bandito da Roma. da uno schiavo e morì esclamando: “Quale artista scompare con me?” Anche l’imperatore Diocleziano omeo finì la sua vita in disgrazia; la sua famiglia fu bandita, le sue immagini spezzate e lui stesso si gonfiò a dismisura, mentre la sua lingua veniva mangiata da vermi puzzolenti. Non meno tipica fu la fine di Napoleone. Egli aveva tenuto prigioniero Pio VII per 5 anni; lui stesso fu tenuto prigioniero per 7 anni all’Elba e a Sant’Elen. Nello stesso castello di Fontainebleau dove aveva estorto al Papa la rinuncia ai suoi Stati in cambio di una rendita di 2 milioni, egli stesso fu costretto a firmare la sua abdicazione in cambio di un’analoga rendita. Il 17 maggio 1809 diede l’ordine di riunire lo Stato Pontificio alla Francia e, quattro giorni dopo, la sua stella cominciò a impallidire nelle battaglie di Aspern e di Esslingen. Napoleone aveva deriso la scomunica dicendo che essa non avrebbe fatto cadere le armi dei suoi soldati, e durante la campagna di Russia, in cui morirono quasi 500.000 dei suoi soldati, il freddo strappò le armi dalle loro mani. Il 21 maggio 1821 Napoleone morì a Sant’Elena, e quello stesso giorno Pio Vil celebrò la sua festa a Roma. È un pensiero che fa riflettere, e un proverbio francese dice: “Qui mange du Pape en meurt!” – La sorte degli eresiarchi e dei grandi empi non fu diversa: Ario morì in mezzo ad una processione solenne (+335); Voltaire, il filosofo miscredente, ripeteva spesso: “Sono stanco di sentir parlare di 12 pescatori che hanno fondato la Chiesa; dimostrerò al mondo che io da solo sono in grado di distruggerlo. Morì in un impeto di rabbia e disperazione, dopo aver sofferto una sete orribile ed essersi bagnato le labbra con un liquido disgustoso.(+ 27 febbraio 1778). E la chiesa è ancora oggi in piedi! Curiosamente, fu il 25 febbraio 1758, esattamente vent’anni prima della sua morte, che egli aveva scritto all’amico d’Alembert: “Tra vent’anni, avrò eliminato Dio”. – Alla fine della sua vita, l’empio Rousseau fu torturato da un’angoscia tale da porre fine alla sua vita. – Tutti questi empi sperimentarono la verità di questa frase: è terribile cadere nelle mani del Dio vivente (Eb. X, 31). Hanno subito la sorte di un uomo che si infrange contro una roccia. Cristo si è dato questo nome e ha detto: “Chiunque cadrà su questa roccia sarà schiacciato”. (S. Matth. XXI, 44).

3. È una caratteristica della Chiesa che non fiorisce se non nelle persecuzioni (s. Hil.).

Le persecuzioni educano i grandi Santi (S. Aug.), e la nostra santa madre Chiesa può applicare a se stessa le parole dette a Eva: “Partorirai con dolore”. (Gen. III, 16). Come l’arca di Noè, più il diluvio si alza, più si slancia verso il cielo. La persecuzione moltiplica i fedeli; la Chiesa è il campo che è fecondo solo quando viene lavorato dall’aratro; è la vite la cui fruttificazione si ottiene con la potatura. Le piante crescono sotto l’influenza dell’irrigazione, la fede fiorisce quando è perseguitata. (S. Giovanni Cris.) Il fuoco si accende quando viene soffiato su di esso e la Chiesa cresce attraverso la persecuzione. (S. Rup.) – Le persecuzioni purificano la Chiesa: sono la fornace in cui viene ripulita dalle sue scorie. (S. Aug.); Sono il vento che spazza via i frutti marci. Migliaia di defezioni non danneggiano la Chiesa, ma la purificano. – Le persecuzioni sono un’opportunità per Dio di fare miracoli, per dimostrare la divinità della Chiesa, come fece al tempo della sinagoga al tempo della cattività. Quante volte i Cristiani sono fuggiti e al sicuro dalla tortura! 1 I nemici della Chiesa sono costretti a dirsi: “In verità, il Dio dei Cattolici è potente!” – La Chiesa esce trionfante da tutte le persecuzioni. Il Venerdì Santo è sempre seguito dall’alba della Pasqua. – La Chiesa in Germania è stata crudelmente perseguitata circa trent’anni fa. I vescovi vennero imprigionati, gli ordini religiosi banditi, l’amministrazione dei Sacramenti proibita, ecc. e tutte queste tribolazioni hanno provocato una magnifica rinascita della vita religiosa tra i Cattolici tedeschi. Il numero dei deputati cattolici salì a 100, il numero dei giornali cattolici da 400 a 500, i congressi cattolici annuali, le associazioni cattoliche si moltiplicarono, le convinzioni dei fedeli si rafforzarono, e i Cattolici tedeschi poterono essere additati a modello al mondo intero. “Quanto più la Chiesa è oppressa, tanto più essa sviluppa la sua forza; quanto più è abbattuta, tanto più si innalza. (Pio VII). È proprio della Chiesa che essa comincia a vivere veramente quando viene sacrificata (S. Ilar.). Questo è un privilegio che non appartiene a nessuna istituzione umana, è da questo che si riconosce la figlia di Dio onnipotente, la sposa di Cristo.

2. L’infallibilità della Chiesa.

Dio ha messo nei nostri cuori una sete di verità e l’uomo è in ansia finché questa sete non viene soddisfatta. I nostri primi genitori non hanno avuto difficoltà nella ricerca della verità. Nel loro stato di innocenza era impossibile per loro credere nell’errore (S. Thom. Aq.). Dopo il peccato originale la situazione è ben diversa: l’uomo può errare , e per comunicargli di nuovo la verità dopo la caduta, Dio gli ha mandato un maestro infallibile, il suo unico Figlio. “Sono venuto nel mondo – disse Gesù a Pilato – per rendere testimonianza alla verità” (S. Giovanni XVIII, 37). Cristo doveva essere la luce per la nostra intelligenza oscurata dal peccato (ibid. III, 19). Ma poiché non doveva rimanere sempre qui sulla terra, istituì al suo posto un maestro infallibile dell’umanità, la Chiesa, e gli concesse le grazie necessarie per questo ministero, l’aiuto dello Spirito Santo, come aveva promesso ai suoi Apostoli al momento dell’Ascensione.

Cristo ha affidato agli Apostoli e ai loro successori il Magistero dottrinale e ha promesso loro l’assistenza divina.

“Andate – disse loro mentre saliva al cielo – insegnate a tutte le nazioni… e siate certi che Io sarò sempre con voi, fino alla fine del mondo (S. Matth. XXVIII, 20). Nell’ultima cena aveva già detto: “Pregherò il Padre mio ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre: lo Spirito di verità”. (S. Giovanni XIV, 16j. A Pietro aveva promesso che le porte degli inferi non avrebbero prevalso contro la Chiesa. (S. Matth. XVI, 18). Se Cristo è Dio, le sue parole devono essere la verità: se la Chiesa potesse insegnare l’errore, Cristo non avrebbe mantenuto la sua parola. Che bestemmia! – S. Paolo chiama quindi la Chiesa colonna e fondamento della verità (I. Tim. III, 15) e gli Apostoli riuniti nel Concilio di Gerusalemme del 51 misero a capo della loro decisione la seguente dichiarazione: “è sembrato buono allo Spirito e a noi” (Act. Ap. XV, 28). – La convinzione dell’infallibilità della Chiesa è di tradizione immemorabile. Origene diceva: “Ci sono due stelle che illuminano i nostri corpi, il sole e la luna, ce ne sono due per illuminare le nostre anime, Cristo e la sua Chiesa. Cristo, luce del mondo la comunica alla Chiesa, che a sua volta illumina noi, tutti noi che camminiamo nell’errore. Dove c’è la Chiesa, dice S. Ireneo, c’è lo Spirito divino.

1. LA CHIESA CATTOLICA È INFALLIBILE NEL SUO INSEGNAMENTO, CIOÈ È ASSISTITA DALLO SPIRITO SANTO IN MODO TALE DA NON POTERE ERRARE NE NELLA CONSERVAZIONE NE NELL’INSEGNAMENTO DELLE VERITÀ RIVELATE.

La ragione, in linea di principio, ci impedisce di produrre affermazioni contrarie ad alcune verità primordiali, e lo Spirito Santo, con la sua assistenza, impedisce alla Chiesa di dare una decisione contraria alla rivelazione di Cristo (Deharbe). Molti hanno creduto di trovare un errore nelle dottrine della Chiesa. È accaduto loro ciò che accadde ai pescatori che volevano catturare le stelle con le loro reti: le tirarono su vuote, avendo scambiato l’apparenza per la realtà. (Gôrres). – – Attribuendosi l’infallibilità, la Chiesa non è uguale a Dio, perché non pretende di essere infallibile in sé, come Dio, ma attribuisce la sua infallibilità al sostegno divino.

2. LA CHIESA PRENDE DECISIONI INFALLIBILI ATTRAVERSO I CONCILI GENERALI ED IL PAPA.

In ogni Stato c’è un tribunale superiore che emette sentenze inappellabili. La saggezza di Dio richiede che Egli abbia istituito un tribunale simile nella sua Chiesa. Questa autorità risiede soprattutto nell’Episcopato nel suo insieme, perché Cristo, prima di salire al cielo, gli ha affidato il magistero dottrinale e gli ha promesso di assisterlo dall’errore. (S. Matth, XXVIII, 18). Questo è ciò che esprime san Cipriano quando dice “La Chiesa è nei Vescovi”. Ma poiché i Vescovi non possono sempre incontrarsi o rimanere insieme, Dio ha dovuto prendere altre misure per fornire decisioni definitive. – I Sacerdoti, che possono esercitare le funzioni di insegnamento solo con il permesso del Vescovo, non hanno la promessa di essere aiutati a preservare dall’errore, anche se Dio concede loro le grazie per l’esercizio delle loro funzioni. Per questo l’Episcopato li utilizza talvolta come consulenti, ma non hanno voce deliberante nel pronunciare sentenze dottrinali. – Non appena la Chiesa ha preso una decisione definitiva, tutti sono obbligati in coscienza a sottomettersi ad essa. Chi si rifiuta di farlo si separa dalla Chiesa. Per questo motivo la Chiesa sancisce i suoi decreti dottrinali con la scomunica contro tutti coloro che li rifiutano, cioè si rifiutano di riconoscerne la verità.

Il Concilio generale o ecumenico è l’assemblea dei Vescovi di tutto il mondo sotto la presidenza del Papa.

Gli stessi Apostoli tennero un concilio a Gerusalemme nel 51 e proposero la loro decisione come emanata da Dio. Parlando dei primi quattro Concili ecumenici S. Gregorio Magno disse: “Accetto e riverisco le decisioni dei Concili come i quattro Vangeli.”. – Dopo il Concilio Apostolico ci sono stati 20 concili generali. Il primo si tenne a Nicea (325) contro l’eresia di Ario; l’ottavo a Efeso (431), dove fu definita la maternità divina di Maria; il settima a Nicea (787), che approvò il culto delle immagini; il dodicesima in Laterano (il quarto con questo nome) nel 1215, dove fu emanato il decreto della comunione pasquale; il 19° a Trento contro gli errori della Riforma; il 20° in Vaticano (1870), che definì l’infallibilità del Papa. – La presenza di tutti i Vescovi non è essenziale per la natura ecumenica di un concilio. È sufficiente la maggioranza morale. Al Concilio Vaticano erano presenti 1044 Vescovi, all’inizio ne erano presenti solo 750, alla fine solo 580. – L’unanimità dei voti non è necessaria per una decisione, basta una maggioranza che si avvicini all’unanimità. L’infallibilità del Papa, ad esempio, ha ricevuto 533 voti; due Vescovi hanno votato contro e 55 non hanno partecipato alla sessione. – Non è richiesta nemmeno la presidenza personale del Papa, che viene rappresentato da legati, come è avvenuto nel 1°, 3° e 4° Concilio Generale. Ma è necessario per la validità delle decisioni che il Papa le approvi. – I cardinali, i generali (degli Ordini), i prelati con giurisdizione episcopale (ad esempio alcuni abati), hanno diritto di voto nel Concilio, così come i Vescovi. (in partibus) quando vengono convocati. – I Concili generali prendono decisioni solo dopo un’attenta deliberazione, che si concentrano principalmente sull’insegnamento della Chiesa nei secoli passati. – Oltre ai Concili generali, ci sono i concili nazionali, in cui si riuniscono i Vescovi di una nazione, di uno Stato o di un Paesesotto la presidenza del primate; i concili provinciali o assemblea dei Vescovi di una provincia ecclesiastica sotto la presidenza dell’Arcivescovo o del Metropolita; e i sinodi diocesani, in cui si riunisce il clero di una diocesi sotto la presidenza del Vescovo. A parte i Concili generali, nessun altro concilio gode dell’infallibilità.

Anche le decisioni dell’Episcopato disperso sono infallibili.

Queste decisioni possono avvenire quando il Papa consulta i Vescovi su un punto di dogma o di morale. È il caso del 1854, quando Pio IX chiese a tutti i Vescovi del mondo la loro testimonianza sulla fede nell’Immacolata Concezione della Madre di Dio. Quasi tutte le risposte furono affermative e l’8 dicembre 1854 Pio IX proclamò solennemente il dogma per tutta la cristianità. Le decisioni dell’Episcopato non sono meno infallibili di quelle di un Concilio, perché l’assistenza dello Spirito non è legata a un luogo specifico. – Non è nemmeno necessaria una decisione esplicita dell’Episcopato disperso, è sufficiente che su un punto tutti i Vescovi insegnino la stessa dottrina. Anche in questo caso è impossibile che l’Episcopato si sia allontanato dalla verità. altrimenti tutta la Chiesa sarebbe caduta nell’errore, il che è contrario alla sua indefettibilità. Ecco perché il Concilio Vaticano (3, 3) ha dichiarato che dobbiamo credere non solo le verità solennemente proclamate dalla Chiesa, ma anche quelle che ci vengono proposte come rivelate dalla dottrina ordinaria e universale (dall’Episcopato in generale).

La decisione del Papa è infallibile quando promulga per la Chiesa universale, in qualità di capo e maestro supremo dei fedeli, una verità riguardante la fede o la morale. Queste decisioni sono chiamate dottrinali o ex cathedra.

Il Concilio Vaticano (1870) ha definito l’infallibilità delle decisioni dottrinali (ex cathedra) come un dogma. Questa infallibilità _ può essere dedotta dalle parole di Gesù Cristo a San Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ” (S. Matth. XVI, 18). Se colui che è il fondamento della Chiesa potesse condurla all’errore, non sarebbe una roccia, ma un banco di sabbia su cui l’edificio crollerebbe. S. Pietro è inoltre costituito pastore e capo degli gli Apostoli e dei fedeli con queste parole di Cristo: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. (S. Giovanni XXI, 15) e Cristo gli ha dato la forza di confermare i suoi fratelli nella fede. (S. Luca XXII, 32). Se il papa potesse insegnare l’errore, la parola di Cristo sarebbe vana, il che è impossibile. – Le decisioni del Papa hanno sempre goduto di un’alta autorità. Quando la S. Sede aveva condannato l’errore dei Pelagiani, Sant’Agostino esclamò: “Roma ha parlato, la causa è finita!” – “Gli eretici – diceva San Cipriano – non hanno accesso alla Chiesa romana”. Gli stessi Concili generali chiamano il Romano Pontefice Padre e Dottore di tutti i Cristiani (Conc. di Firenze. 1439) e la Chiesa romana madre e maestra di tutti i fedeli. (IV Concilio Lateranense, 1215). Ovviamente il Concilio intendeva con questo la Chiesa docente (romana), perché la Chiesa discente non è stata mai considerata come autorità dottrinale. L’infallibilità, inoltre, appartiene al Papa per il fatto stesso che egli ha il pieno potere di governare tutta la Chiesa (Conc. Flor.), poiché la suprema autorità dottrinale è necessariamente parte di questa pienezza di potere di governo. Ora, la suprema autorità dottrinale è protetta per diritto divino attraverso la suprema assistenza dello Spirito Santo. L’autorità dottrinale suprema è infallibile. Per questo le decisioni ex cathedra del Papa sono infallibili di per sé, indipendentemente dall’assenso dei Vescovi (Conc. Vatic. 4, 4), altrimenti la roccia, il successore di Pietro, trarrebbe la sua forza dall’edificio che poggia su di lui, mentre l’edificio trae la sua solidità dalla roccia su cui poggia. – Tuttavia, egli non può essere infallibile in tutto; perché è un uomo e può sbagliare come noi nelle cose umane, nel leggere, nello scrivere, nel calcolare, eccetera; può anche peccare, come ogni uomo, e non neghiamo che ci siano stati Papi viziosi. Ma quando egli prende una decisione dottrinale, è Cristo che agisce su di lui attraverso lo Spirito Santo e lo preserva dall’errore. Inoltre, il Papa non emette mai

un decreto dottrinale senza aver prima consultato l’Episcopato. – Non c’è nessuna decisione ex cathedra, ad esempio, nei discorsi del Papa ai pellegrini, nelle sue lettere ad un sovrano, nella soppressione dei Gesuiti (1773). Gli insegnamenti ex cathedra sono di solito sanciti dalla minaccia di scomunica nei confronti di coloro che li negano: sono quindi obbligatori per tutti i Cattolici. – L’infallibilità del Papa, ex cathedra, non rende superflui i Concili generali. Le decisioni infallibili dei concili hanno un peso maggiore a causa della loro solennità, e le deliberazioni dei Concili permettono di andare a fondo delle ragioni della dottrina ecclesiastica. In alcune circostanze, queste assemblee sono molto utili, persino necessarie: gli Apostoli ritennero opportuno tenerne una a Gerusalemme, anche se tutti godevano del dono dell’infallibilità.

3. LE MATERIE IN CUI LE DECISIONI DELLA CHIESA SONO INFALLIBILI SONO: GLI ARTICOLI DI FEDE, LE LEGGI MORALI ED IL LORO SIGNIFICATO, LA SCRITTURA, LA TRADIZIONE E LA LORO INTERPRETAZIONE.

Quando, dunque, la Chiesa definisce l’eternità delle pene dell’inferno, questa decisione è infallibile, perché è una questione di fede. Quando dice che la santificazione della domenica è ordinata da Dio, ci promulga la volontà di Dio in modo infallibile, perché la sua decisione riguarda un punto di moralità. Cristo ha promesso ai suoi Apostoli che lo Spirito di verità avrebbe insegnato loro tutta la verità (S. Giovanni XVI, 13), cioè almeno tutta la verità relativa alla religione. Ora, le parole di Gesù Cristo dimostrano che la religione comprende le verità di fede e la legge morale; Egli disse infatti ai suoi apostoli: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni… e insegnate loro a fare tutto ciò che vi ho comandato”, (S. Matth. XXVIII, 20) e fu proprio questo comando a conferire loro l’infallibilità.

Poiché la Chiesa attinge le sue verità religiose dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione, essa è necessariamente infallibile nella loro interpretazione. – Da quanto detto sopra possiamo dedurre l’assurdità dell’affermazione fatta dai giornali anticlericali, secondo cui la Chiesa potrebbe definire come dogma la proposizione: Il Papa deve essere sovrano temporale.

Secondo la convinzione comune, la Chiesa è anche infallibile nella condanna degli errori e nella canonizzazione dei Santi.

Secondo la convinzione comune, la Chiesa è infallibile quando definisce una dottrina contraria alla verità rivelata. Se, dunque, la Chiesa condanna l’opinione darvinista che l’uomo discende dalla scimmia, sta definendo qualcosa che è intimamente connesso con le verità rivelate, e rimane nell’ambito della sua infallibilità. Infatti, se per assistenza divina la Chiesa conosce la verità, deve anche conoscere l’errore. Per questo motivo, da sempre, ha condannato gli errori, sia che fossero professati oralmente o per iscritto: i padri del Concilio di Nicea (325), ad esempio, condannarono gli errori di Ario. È così che i papi condannano i libri che sono contrari alla fede e alla morale. Ora, la Chiesa non prenderebbe queste decisioni se non fosse consapevole della sua infallibilità in questo campo. L’infallibilità nella canonizzazione dei Santi non è meno fondata, non solo per il lungo e serio processo che precede ogni canonizzazione, ma anche perché il culto dei Santi è un atto di Religione. (S. Thom. Aq.) Attraverso la canonizzazione, la venerazione di un Santo è, per così dire, raccomandata dalla Chiesa come una professione di fede, perché il santo è ufficialmente onorato nelle preghiere della Messa e del breviario. Quindi, se si fosse canonizzato un defunto che non era un santo, tutta la Chiesa parteciperebbe a un errore. Questo è tanto meno possibile se si considera che Benedetto XIV sostiene di aver, nel corso di lunghi processi di canonizzazione quasi toccato con mano l’intervento dello Spirito Santo: “si produssero all’improvviso testimonianze straordinarie che risolvevano le difficoltà o hanno fatto sì che il processo venisse abbandonato. E di fatto la Chiesa, nella canonizzazione dei Santi, giudica una delle questioni più strettamente legate alla virtù della fede e della morale; Dio ha infatti rivelato ciò che costituisce la santità. Tuttavia, questa infallibilità non è ancora un dogma, perché la santità di un determinato santo non è stata rivelata; dobbiamo aspettare una definizione da parte della Chiesa. (Ben. XIV).

6. GERARCHIA NELLA CHIESA.

Gerarchia significa ordine, subordinazione dei vari gradi nella Chiesa. La Chiesa è come un esercito in cui i soldati ordinari sono soggetti a ufficiali che a loro volta sono soggetti agli ufficiali superiori e generali (S. Clem. di Roma). Nella Chiesa c’è una subordinazione tra Vescovi, Sacerdoti e Diaconi, come tra i cori degli Angeli. (Clem. Aless.).

1 . I ministri della Chiesa sono divisi in tre classi di grado e potere diversi: Vescovi, Sacerdoti e Diaconi. (Concilio di Trento 23, cap. 4, can. 6).

Questa gerarchia è rappresentata nell’Antico Testamento dal sommo sacerdote, dai presbiteri e dai sacerdoti e leviti, e nel Nuovo Testamento da Gesù Cristo, i 12 apostoli e i 72 discepoli. Cristo fa una differenza nella missione che affida agli Apostoli e ai discepoli; a quelli disse: “Come il Padre mio ha mandato me, anch’Io mando voi”. (S. Giovanni XX), a questi altri dice semplicemente: “Andate, io vi mando”. (S. Luca X). Egli manda gli Apostoli in tutto il mondo, i discepoli solo in quei luoghi in cui Egli è passato (ibidem). I Vescovi hanno preso il posto degli Apostoli (Conc. Tr. 23, 4); essi sono superiori ai Sacerdoti, perché hanno ricevuto un ordine superiore e perché hanno un potere maggiore, ed il diritto di governare la Chiesa (da qui il loro pastorale).

A rigore, il Vescovo è il pastore, il capo del gregge, e spetta a lui decidere chi, e in che misura, deve partecipare a questo governo. dando la giurisdizione. Il Vescovo è il capo della sua chiesa, senza il cui permesso non si può fare nulla in materia sacra. (S. Ign. Ant.) Il Vescovo fa le veci di Gesù Cristo, il buon pastore. Egli ha un potere di ordine superiore; solo lui può ordinare i Sacerdoti (S. Gir.), solo lui è il ministro ordinario della Cresima (S. Cyp.), solo lui esercita certe funzioni ad esclusione di qualsiasi altro ministro inferiore (Conc. Tr. 23, 4), solo lui ha il diritto di voto nei Concili. – I Sacerdoti sono superiori ai diaconi; hanno un ordine superiore e un potere maggiore, in particolare possono offrire il Santo Sacrificio e perdonare i peccati. I diaconi hanno solo il diritto di battezzare, predicare e distribuire la Santa Comunione. I diaconi sono solo i servitori del Vescovo nella Chiesa (S. Cipr.), sono spesso chiamati mani, piedi e occhi della Chiesa (S. Cipr.). La superiorità dei sacerdoti ai diaconi è dimostrata dalla pratica della Chiesa primitiva di scegliere i Vescovi tra i sacerdoti e non tra i diaconi. (S. Gir.).

2. Questa gerarchia è di origine apostolica.

S. Paolo nell’epistola ai Filippesi parla di Sacerdoti e diaconi, ma ne nomina solo uno, il fedele compagno dei suoi lavori (IV, 3). Già allora esisteva in ogni chiesa qualcuno che doveva giudicare i Sacerdoti (1, Tim. V, 19), ordinarli (I, Tim. V, 22), impiegarli in determinate città (Tt. I, 6). S. Anche S. Ignazio di Antiochia distingue una triplice gerarchia tra i ministri della Chiesa:

“Obbedite a tutti”, scrive ai Filadelfi, “al Vescovo come Gesù obbediva a suo Padre, ai Sacerdoti come agli Apostoli, e i diaconi come la legge divina”. Vedere più in alto le comparazioni di Clemente di Roma (+ 100) e Clemente di Alessandria (+ 217). Tuttavia, in epoca apostolica, i termini non erano ancora stati fissati. I Sacerdoti erano talvolta chiamati anziani (presbitero) o sorveglianti (episcopus, vescovo). Tra gli ebrei si usava il nome di anziani (presbyter) presbiteri, perché gli ebrei avevano degli anziani nel Sinedrio e nelle sinagoghe, e quindi avevano familiarità con questa espressione. A questo è stato preferito il termine “sorvegliante”, perché la parola “anziano” sarebbe sembrata loro strano, visto che anche i giovani diventavano sacerdoti. In ogni comunità c’erano diversi sacerdoti (1. Tim. IV, 14), ma uno di loro li presiedeva, era come il sommo sacerdote, ed era il “capo” della comunità; era come il sommo sacerdote, ed è a lui che in seguito è stato riservato il titolo di Vescovo. Il Vescovo è spesso chiamato solo sacerdote, perché è davvero un sacerdote per eccellenza, così S. Pietro (I, V, 1) e S. Giovanni (U. I, 1) si danno questo nome.

3. CRISTO HA ISTITUITO IL SACERDOZIO IMMEDIATAMENTE, IL DIACONATO MEDIATAMENTE ATTRAVERSO GLI APOSTOLI.

Gli Apostoli eleggevano i diaconi per essere sostituiti da loro nella distribuzione delle elemosine; conferirono loro quest’ordine con l’imposizione delle mani. (Act. Ap. VI). I diaconi, infatti, avevano anche funzioni sacre da svolgere: predicavano (Santo Stefano), battezzavano (San Filippo che battezzò il tesoriere della regina d’Etiopia). – Le diaconesse della Chiesa primitiva erano vedove o vergini a cui veniva affidata la cura dei malati e delle donne catecumene. Non facevano parte della gerarchia, perché la Chiesa si è sempre attenuta al principio di B. Paolo: “Le donne tacciano nella Chiesa”. (1. Cor. XIV, 34); esse sono condannate al silenzio, perché Eva ha sedotto Adamo e quindi perse il diritto di insegnare nell’assemblea dei fedeli (I. Tim. II, 12 ecc.).

4. OLTRE A QUESTO TRIPLICE ORDINE, NELLA CHIESA ESISTE UN’ALTRA GERARCHIA SECONDO LA SUBORDINAZIONE DEI POTERI: Il Papa, i Cardinali, gli Arcivescovi.

Abbiamo già parlato di queste dignità (le ultime due non sono di istituzione divina). – Questa gerarchia è importante perché si basa sull’obbedienza. Gli inferiori la devono ai superiori. Tutti devono obbedienza ai loro superiori. Tutti devono obbedienza al Papa; i Sacerdoti e i laici al Vescovo, i diaconi ed i laici al Sacerdote (I. S. Pietro V, 5; Eb. XIII, 17). La gerarchia ecclesiastica è quindi come l’ordine di battaglia di un esercito (Conc. Tr. 23, 4). La Chiesa è un corpo in cui il capo influenza i membri superiori e questi ultimi influenzano i membri inferiori; senza questa influenza la Chiesa non sarebbe altro che un rigido cadavere, non resisterebbe alle persecuzioni con il successo che conosciamo. Tutta la forza risiede in questa organizzazione.

7. I SEGNI DELLA VERA CHIESA.

Quando lo spirito maligno vide i falsi dei in rovina e i loro templi abbandonati, escogitò un nuovo stratagemma ingannando gli uomini sotto la copertura del nome cristiano e provocando eresie (S. Cipr.). Da Cristo in poi, ha fondato quasi 200 nuove chiese, tutte diverse per dottrina. Ora, poiché Cristo ha istituito una sola Chiesa, ne consegue che di tutte queste chiese solo una è quella vera. Dio ha quindi voluto che la verità, e di conseguenza la vera Chiesa, fosse riconosciuta da alcuni segni infallibili.

1. LA VEA CHIESA È QUELLA CHE È STATA PIÙ PERSEGUITATA DAGLI UOMINI E LA PIÙ GLORIFICATA DAI MIRACOLI DIVINI.

Cristo ha spesso predetto queste persecuzioni ai suoi discepoli. Disse loro: ” Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (S. Giovanni XV, 20); annunciò loro che sarebbero stati portati davanti a re e governatori per rendere conto della loro dottrina (S. Matth. X, 18), disse loro addirittura: “Verrà l’ora in cui tutti quelli che vi hanno messo a morte crederanno di aver fatto bene” (S. Giovanni XVI, 2), e “perché vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia”. (ibid. XV, 19). Inoltre la Chiesa non è mai senza persecuzioni; la storia ci insegna che tutti i Sacerdoti e i Vescovi che hanno lo Spirito di Gesù Cristo hanno dovuto soffrire, anche il carcere. – Quanti Paesi hanno visto una persecuzione aperta! (In Germania le persecuzioni sono state chiamate Kulturkampf, cioè la lotta per la cosiddetta civiltà, ad esempio nel 1837 e nel 1874, quando molti vescovi, centinaia di Vescovi e centinaia di Sacerdoti furono imprigionati per aver detto Messa, per aver amministrato sacramenti ai moribondi, per aver condannato o non aver osservato le leggi persecutorie). La Chiesa ha subito questi assalti quasi ovunque nel corso dei secoli. Anche le sette che si combattono l’un l’altra, si uniscono nell’odio contro la Chiesa, proprio come Erode e Pilato si riconciliarono e divennero amici il giorno della condanna di Cristo. – Il mondo intero sa che tutte le opere cattoliche, gli ordini religiosi, le associazioni, i congressi cattolici, le missioni, incontrano sempre i più violenti ostacoli, che in quest’epoca di libertà di stampa ci sono Paesi in cui la pubblicazione di decreti pontifici è vietata e mentre i mandati episcopali sono soggetti al placet, i nemici della Chiesa hanno una libertà di stampa e di associazione illimitata.. Che odio c’è, soprattutto in certi Paesi, contro gli ordini religiosi! che possono essere così odiati e perseguitati! Quindi non sono le chiese che favoriscono lo spirito del mondo che possiede la verità. – Non c’è miracolo se non all’interno della vera Chiesa, e ce ne sono innumerevoli nei pellegrinaggi cattolici, ad esempio a Lourdes; sono prodotti dalle reliquie, dai corpi dei santi preservati dalla corruzione. Nessun’altra Chiesa può affermarlo e sappiamo che i miracoli sono il sigillo con il quale Dio conferma la verità.

2. LA VERA CHIESA È QUELLA IN CUI C’È IL SUCCESSORE DI SAN PIETRO.

La Chiesa poggia su una roccia, che è Pietro, perché è a lui che Gesù Cristo ha detto: “Tu sei Pietro ecc. “

Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa. (S. Amb.). Durante la pesca miracolosa nel lago dove Gesù predicava, parlò sulla barca di Pietro. (S. Luc. V, 3). La ragione di ciò è ovvia, ora il successore di Pietro si trova solo nella Chiesa cattolica. Si noti in effetti la successione dei papi: Leone XIII successe a Pio IX, Pio IX a Gregorio XVI e così via fino al primo Papa, San Pietro.

3. La vera Chiesa si riconosce anche da quattro marchi principali: essa è una, santa, universale o cattolica e apostolica. Solo la Chiesa cattolica possiede questi quattro segni. È curioso vedere. quali titoli altisonanti si attribuiscono le altre chiese al loro posto. Una è ortodossa (ha la vera fede), un’altra è evangelica (aderisce strettamente al Vangelo), una terza è vetero-cattolica (proveniente dalla Chiesa primitiva). Questi titoli sembrano essere come un trucco.

1. LA VERA CHIESA È UNA, CIOÈ IN TUTTI I LUOGHI ED IN TUTTI I TEMPI HA LO STESSO CAPO, LA STESSA DOTTRINA, GLI STESSI SACRAMENTI E LO SPESSO SACRIFICIO.

La verità non può essere che una sola; la dottrina della Chiesa non può quindi cambiare. Gesù Cristo ha voluto questa unità della Chiesa; lo dimostra con le sue parole e le sue azioni Egli ha pregato per l’unità della Chiesa nell’Ultima Cena (S. Giovanni XVII, 20), ha voluto che nella sua Chiesa non ci sia che un solo gregge ed un solo pastore (ibid. X, 16).

Come tipo di unità della Chiesa

troviamo Nell’Antico Testamento il tempio unico di Gerusalemme, gli ebrei come unico popolo eletto; nel Nuovo Testamento, la veste senza cuciture di Cristo. – La Chiesa cattolica è una sola: tutti i catechismi del mondo concordano nella dottrina, si celebbra il Santo Sacrificio, i sacramenti vengono amministrati allo stesso modo, le stesse feste principali e le stesse cerimonie importanti, e riconoscono il primato del Papa romano. – Se ci sono stati antipapi (come attualmente dal 26 ottobre 1958 – ndr. -), solo lui era il vero capo della Chiesa, eletto regolarmente; un pretendente alla corona non toglie i diritti al capo legalmente stabilito nello Stato. La Chiesa rimane una anche nonostante le eresie, perché un eretico che rifiuta un dogma da essa definito è escluso dal suo seno. – L’immutabilità della dottrina e delle istituzioni della Chiesa non è una mancanza di progresso, poiché la ragione non può chiamare progresso l’abbandono della verità per adottare una novità, un errore. La verità dogmatica è immutabile come la verità matematica, che non ammetterà mai che il principio secondo cui 2 e 2 fanno 4 possa essere cambiato”. – È quindi impossibile riconoscere l’unità di una chiesa che accetta la libera interpretazione della Bibbia da parte del primo che capita, che accetta come ugualmente veri i significati più molteplici e contraddittori come ugualmente veri, che permette a ogni teologo di sostenere qualsiasi dottrina, che ammette a volte cinque, a volte tre, a volte solo due sacramenti. “Protestantesimo, esclama con ragione Bossuet, tu hai delle variazioni, quindi non sei la verità.

2. LaA CEERA CHIESA È SANTA, CIOÈ HA I.MEZZI ED IL DESIDERIO DI SAABTIFICARE TUTTI GLI UOMINI.

La santificazione degli uomini è proprio lo scopo per cui Cristo ha fondato la Chiesa, che ha dotato di tanti mezzi di grazia. Solo un santo può suscitare santi. (Stôckl. – La Chiesa cattolica è santa. Tutte le sue dottrine sono severe e sublimi; tutta la sua morale è fondata, dopo l’amore di Dio, sull’amore del prossimo e sull’abnegazione. Ha due sacramenti, la Penitenza e l’Eucaristia, eminentemente adatti a elevare il cuore umano alla perfezione morale, alla quale si può ancora lavorare attraverso la sincera osservazione dei consigli evangelici. Ha anche prodotto legioni di santi, la cui santità è stata confermata da Dio con innegabili miracoli. – I singoli vizi dei Cattolici, gli scandali e gli abusi che talvolta si verificano nella Chiesa non possono essere imputati ad essa; sono il risultato di umane passioni. Una cosa util come un coltello, un martello, ecc. può essere usata per un crimine; non è la cosa che diventa cattiva, ma è l’uomo che ne ha abusato. Gli stessi apostoli avevano un uomo malvagio tra loro, e Cristo ha rappresentato alcuni membri della sua Chiesa come erbacce e pesci cattivi. – Al contrario, la santità manca alla. chiesa che insegna che la sola fede salva, che le opere sono inutili (Lutero, a quella che insegna che certi uomini sono predestinati in anticipo da Dio all’inferno (Calvino), a quella che, per sua stessa ammissione, non riesce a indicare nessuno dei loro membri che abbia vissuto con santità che Dio ha garantito con i miracoli.

3. LA VERA VERA CHIESA È UNIVERSALE E CATTOLICA, CIOÈ HA LA. FACOLTÀ E LA DESTINAZIONE DI ACCOGLIERE NEL SUO AENO UOMINI DI OGNI EPOCA E RAZZA.

Cristo è morto per tutti gli uomini e dopo la sua morte ha mandato i suoi Apostoli agli uomini di tutto il mondo che sarebbero vissuti fino alla fine dei tempi (S. Matth. XXVIII, 20); la Chiesa deve quindi esistere per tutti i popoli. L’unione di tutte le nazioni nella Chiesa è stata indicata dal miracolo delle lingue a Pentecoste. – La Chiesa romana è universale. Le sue dottrine sono tali da poter essere insegnate a tutte le nazioni ed ha accolto nel suo seno le razze più diverse: i greci con la loro cultura, i romani con il loro spirito di conquista e i loro sudditi, I Germani barbari ed avidi di bottino, gli slavi, lontani da tutti gli stranieri, ecc. Oggi è diffusa in tutto il mondo. San Agostino dice: ci sono eretici ovunque, ma non sono uguali dappertutto.

La sola Chiesa cattolica ha 260 milioni di membri, più di tutte le altre chiese. Inoltre, invia costantemente i suoi missionari nei paesi come messaggeri della fede. – Le altre chiese al contrario si identificavano con lo spirito nazionale o locale e diventavano chiese nazionali. Una chiesa, ad esempio quella russa, che dipende assolutamente da un sovrano, non può essere la vera Chiesa., così come non può esserlo colui (Lutero) che ha dichiarato la lettura della Bibbia come indispensabile per la salvezza (secondo lui, infatti, la salvezza dipende dalla fede e questa deriva dalla lettura della Bibbia), né quelli che non hanno missioni tra i popoli o le cui missioni non hanno successo.

4. LA VERA CHIESA È APOSTOLICA, CIOÈ DEVE RIISALIRE AGLI APOSTOLI, CHE LE SUE. ISTITUZIONI DEVONO ASSOMIGLIARE A QUELLE.DEEIU. TENOI. APOSTOLICI E CHE I SUOI CAPI DEVONO ESSERE I LEGITTIMI SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI.

Le parole di Gesù al momento della sua ascensione dimostrano che Egli volesse la perpetuità delle sue istituzioni fino alla fine dei tempi; la Chiesa è costruita sugli Apostoli, con Gesù come fondamento e pietra angolare (Efesini II, 20).

La vera Chiesa è quindi l’unica che, fondata dagli Apostoli, dura da 1900 anni. Lutero stesso concordava sul fatto che la Chiesa cattolica è la più antica delle chiese: “tutti i fedeli – disse, “hanno ricevuto la loro religione dai cattolici – I Padri più antichi hanno già insegnato ciò che contengono i nostri catechismi, e il nostro culto differisce da quello dei primi cristiani solo per cerimonie accessorie. I nostri Vescovi e gli Aapostoli sono uniti dall’Ordinazione come gli anelli alle estremità di una catena. – Una Chiesa che esiste solo da 400 anni (Lutero è sorto nel 1520), o solo da pochi anni, non può essere la vera Chiesa. Alcuni protestanti ammettono di essersi separati dalla vera Chiesa. – Il vecchio maresciallo Moltke è citato per aver detto: “Noi protestanti dovremo tornare ad essere Cattolici”. Un gran personaggio. Si permise sui dire all’illustre conte di Stolberg, dopo la sua conversione al Cattolicesimo: “Non mi piace chi abbandona la. religione del padre”; egli rispose maliziosamente: ” Non piace nemmeno a me. Se i miei antenati non avessero cambiato religione, non avrei avuto bisogno di rientrare nella Chiesa cattolica”. – Lo studio dei segni della vera Chiesa ha riportato nel corso degli anni nel suo seno una schiera di uomini illustri. È sorprendente che si tratti di uomini di grande cultura e virtù, come i futuri cardinali inglesi Newmann e Manning nel diciannovesimo secolo, che si sono convertiti, anche a loro discapito temporale, nonostante la perdita dei loro uffici. D’altra parte, coloro che si sono allontanati dalla Chiesa hanno sempre dimostrato, con la loro vita successiva, quanto poco valessero. – È quindi per noi motivo di gioia di appartenere alla vera Chiesa, tanto più che la fede cattolica ha questo immenso vantaggio di darci la massima consolazione nei momenti di disgrazia e nel momento della morte. Melantone, il principale discepolo di Lutero, scrisse alla madre cattolica: “È più facile vivere nel protestantesimo, ma è più dolce morire nel Cattolicesimo”, e a un’altra: “La nuova religione è più apparentemente, la cattolica è più sicura”.

8. FUORI DALLLA CHIESA CATTOLICA NON C’È SALVEZZA.

La Chiesa cattolica è un fiume che ha la sua sorgente nelle acque vive che sgorgano dalla bocca di Cristo, nella sua dottrina (parole di Gesù alla Samaritana – S. Giovanni IV) e scorre da 18 secoli. Chi si imbarca in questo fiume (si lascia guidare dalla Chiesa) galleggia verso il porto della felicità eterna. Chi si imbarca su altro fiume (che appartiene a un’altra chiesa) non arriverà al porto, a meno che non torni indietro nel fiume. In altre parole: fuori dalla Chiesa, non c’è salvezza.

1. LA SALVEZZA SI TROVA SOLO NELLA CHIESA CATTOLICA, CIOÈ SOLO ESSA POSSIEDE I MEZZI DI SALVEZZA: la dottrina di Cristo, le fonti della grazia e le guide da Lui nominate per insegnare e governare la Chiesa.

Non si può rimproverare alla Chiesa di aver proclamato il principio: “All’infuori di me non c’è salvezza”; essa non può dichiarare che la verità e l’errore siano vie ugualmente sicure verso il cielo. Non esitiamo a mettere alla gogna l’opinione di commercianti che vendono merci adulterate, a maggior ragione dobbiamo mettere in guardia dalle chiese che hanno deviato ed avvelenato il pane dell’anima. La Chiesa, non dice chi andrà in cielo, ma cosa porta in cielo. Dio solo, che sonda le menti e i cuori, sa chi si salverà o meno. Il principio cattolico non contiene nessuna intolleranza, nessun fanatismo contro le persone, ma piuttosto l’intolleranza della verità contro l’errore, l’intolleranza di Dio, che non sopporta nessun idolo accanto a sé. (I. Re V.). La Chiesa odia così poco coloro che non sono nel suo seno che il Venerdì Santo implora la misericordia di Dio su di loro. L’uccisione degli eretici nel Medioevo (ad esempio il rogo di Giovanni Huss nel 1415) non è stata un’opera della Chiesa, che non vuole che il peccatore muoia, ma che si converta; era opera del potere secolare e della legislazione civile che perseguiva gli eretici perché, perché di norma attaccavano anche il potere, la morale e la pace pubblica. – La Chiesa cattolica è quindi la via del Paradiso. In questo si distingue dalla Sinagoga, che mostrava questa via solo nell’oscura distanza, mentre essa stessa è la via; si distingue anche dall”eresia che tronca la dottrina di Cristo e sopprime le fonti di grazia, come la Santa Messa e il Sacramento della Penitenza. Le vie di queste chiese sono false e tortuose.

Un paralitico va meglio sulla strada giusta che un carro con ottimi destrieri su una falsa strada (S. Aug.). Chi non confessa la vera fede, fa grandi passi, ma fuori dal sentiero; più cammina, più si allontana dalla meta. (S. Aug.) Possiamo andare a Roma passando per Costantinopoli, ma quando ci arriveremo e a quale costo? Più di uno non ci arriverebbe.

2. Ogni uomo che vive fuori dalla Chiesa ha l’obbligo serio di essere accolto nella Chiesa, non appena ne riconosca la verità.

Di solito si dice: un uomo onesto non cambia religione. Questa massima è un’assurdità. Un figlio onesto non può tenersi i guadagni illeciti del padre, solo perché li ha ereditati. Allo stesso modo non può vivere in una religione che riconosce essere falsa, solo perché l’ha ricevuta dai suoi antenati, per nascita o per educazione. (Deharbe). Altri dicono: “Crediamo tutti nello stesso Dio, tutte le religioni sono buone e si può andare in paradiso in ognuna di esse” (Deharbe).

Questi principi sono chiamati indifferentismo. Sono falsi, perché una sola fede può essere la rivelazione divina, come c’è un solo Dio e la ragione stessa ci impone di cercare sempre la verità e la perfezione morale. Siamo quindi obbligati a cercare la vera fede e tenerla stretta. È assurdo pensare che sia indifferente per Dio adorarlo, o adorare idoli di legno e di pietra; riconoscere Gesù come suo Figlio, o considerarlo come i giudei un bestemmiatore. Perché Cristo, e dopo di Lui gli apostoli, avrebbero dovuto soffrire tante tribolazioni per annunciare il Vangelo, se non importava che ci credessero? Perché gli Apostoli si sarebbero sollevati con tanta energia contro coloro che falsificavano la dottrina di Cristo? (Gal. I, 8; II, S. Giovanni 1, 10). Perché Gesù avrebbe convertito San Paolo? O inviato un Angelo e un Apostolo a Cornelio? (Ac. Ap. IV 42). Gesù ha detto espressamente: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. (S. Giovanni XIV, 6). – Così troviamo tra i convertiti le anime più nobili; la loro conversione spesso costa loro i sacrifici più duri. Christine, l’unica figlia di Gustavo Adolfo, il grande persecutore dei Cattolici, si convertì, si convinse della verità del Cattolicesimo grazie alle sue letture. Le leggi svedesi non tolleravano il Cattolicesimo, per cui depose la corona dopo tre anni, pose fine al suo regno (1654) e finì i suoi giorni a Roma (1689), dove è sepolta a S: Pietro. È un comportamento eroico! Il conte Fréd. de Stolberg, che tenne una condotta analoga (1800); questo brillante scrittore rinunciò alla sua carica. Nell’ultimo mezzo secolo l’Inghilterra ha visto la conversione in massa di quasi 50o0 importanti figure tra le quali Newmaun (1845) e Manning (1851), che sono poi diventati Cardinali. In Germania, ci fu nel XIX secolo, la conversione di quasi 20 membri di case sovrane e quasi 120 membri della nobiltà. Ci furono anche conversioni dall’ebraismo, tra cui quelle del viennese Veit, che divenne predicatore della cattedrale, e degli alsaziani Ratisbonne e Libermann.

3. CHI PER COLPA PROPRIA, RIMANE AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA NON PUÒ ESSERE SALVO.

Gesù ha detto: “Il servo che conosce la volontà del padrone e non la esegue sarà severamente punito“. (S. Luc. XII, 47). Terribile, dunque, sarà il destino di chi conosce bene la divinità della Chiesa e che, ad esempio, per contrarre matrimonio con un protestante, per fare un buon affare, lascia la Chiesa.; lo stesso dicasi per chi, avendo riconosciuto la verità della religione cattolica, rifiuta di aderirvi per viltà, per paura di ciò che la gente dirà o per disprezzo. Lo stesso giudizio va dato di chi ha dubbi fondati sulla verità della sua religione e trascura di illuminarsi, che soffoca i suoi scrupoli per paura di riconoscere la divinità della Chiesa cattolica. Questi uomini danno più importanza ad un interesse passeggero che all’amicizia di Dio e alla loro felicità eterna; preferiscono le tenebre alla luce. (S. Giovanni III, 19). Coloro che rimangono fuori dalla Chiesa sono perduti come quelli che erano fuori dall’Arca di Noè (San Cipriano). Non può avere Dio come Padre, colui che non ha la Chiesa come madre (id.). Non ci si può salvare quando non abbiamo Cristo come capo; e questo avviene quando non facciamo parte del corpo di Cristo. (S. Aug.). Separarsi dalla comunione della Chiesa è separarsi da Cristo (IV Concilio Lateranense).

4. CHI, SENZA COLPA, RIMANE FUORI DALLA CHIESA, PUÒ SALVARSI SE CONDUCE UNA VITA PIA: È CATTOLICO DI VOLONTÀ.

Un gran numero di coloro che sono nati e cresciuti nell’errore e credono di appartenere alla vera Chiesa e di essere cattolici per volontà. Essi appartengono alla vera Chiesa e si immaginano di essere veri Cristiani. Si sbagliano non per odio, ma, per così dire, per amore di Dio (Salviano). Colui che conduce una vita pia ha in sé la carità; essa serve come Battesimo di desiderio e lo rende membro della vera Chiesa; si salverà non per l’errore, ma per l’appartenenza alla Chiesa (Bellarmino). “Di qualsiasi nazione – dice S. Pietro – Siete graditi a Dio se lo temete e praticate la giustizia”. (Act. Ap. X, 35). La Chiesa comprende tutti i giusti da Abele fino all’ultimo eletto prima della fine del mondo. (S. Greg. M.). Tutti coloro che vivevano secondo ragione erano Cristiani, nonostante le apparenze, come Socrate tra i greci, Abramo ed Elia tra gli ebrei. (Giustino). Quelli di cui abbiamo appena parlato non appartengono al corpo della Chiesa, cioè alla società costituita dalla professione di fede esteriore, ma all’anima della Chiesa, per i sentimenti interiori che devono animare i suoi membri.

Nella Chiesa, quindi, ci sono membri visibili e invisibili.

Le membra visibili sono quelle che sono entrate nella Chiesa attraverso il Battesimo, che professano la vera fede e sono soggetti ai legittimi pastori. Non sono membri visibili della Chiesa gli infedeli (pagani, ebrei, maomettani), gli eretici (protestanti) e gli scismatici (greci), gli scomunicati, cioè coloro che sono esclusi dalla Chiesa. I membri invisibili della Chiesa sono coloro che non vi appartengono per loro colpa e sono in stato di grazia: come Abramo, Mosè, Davide, Giobbe, ecc.

I membri visibili della Chiesa si dividono a loro volta in vivi e morti, a seconda che siano o meno in stato di grazia.

È un errore credere che si sia esclusi dalla Chiesa per un peccato mortale. La Chiesa è come un campo dove crescono grano e zizzania (S. Matth. XIII, 24), come una rete dove ci sono pesci buoni e cattivi (ibidem, 47), somiglia all’arca di Noè che conteneva animali puri e impuri, ad un’aia dove si trova del buon grano e della pula (S. Aug.), ad un albero con rami verdi e rami appassiti. – Non basta essere membri della Chiesa per essere salvati, bisogna vivere secondo la religione, altrimenti questa qualità servirebbe solo per una condanna più rigorosa.

9. IL RAPPORTO TRA CHIESA E STATO.

Lo Stato può essere definito un’istituzione il cui scopo immediato è la prosperità temporale dei cittadini di un Paese. – La Chiesa e lo Stato perseguono obiettivi analoghi: la felicità temporale dei cittadini e la prosperità temporale lo Stato, la Chiesa non solo la prosperità temporale, ma soprattutto la felicità eterna. Entrambi i poteri provengono da Dio; la Chiesa ha ricevuto la sua autorità da Cristo, lo Stato ha ricevuto la sua, non dalla moltitudine ma da Dio, Autore della società (Leone XIII). – La Chiesa, tuttavia, è distinta dallo Stato; gli Stati sono molti, la Chiesa è una; lo Stato comprende solo uno o più popoli, la Chiesa tutti i popoli della terra. Gli Stati nascono e muoiono, la Chiesa è immortale. La Chiesa riconosce tutte le forme di governo, purché in esse non ci sia nulla di contrario alla Chiesa Cattolica (Leone XIII); per questo Leone XIII non ha mai smesso di esortare i monarchici francesi a riconoscere la forma repubblicana del governo esistente. (1892). Cristo, inoltre, aveva già insegnato che dobbiamo rendere a Cesare ciò che è di Cesare. (S. Matth. XXII, 21).

1. LA CHIESA NEL SUO AMBITO È COMPLETAMENTE INDIPENDENTE DALLO STATO, POICHÉ CRISTO HA CONFERITO IL MINISTERO DOTTRINALE, SACERDOTALE E PASTORALE SOLO AGLI APOSTOLI E AI LORO SUCCESSORI, MA NON AI PRINCIPI TEMPORALI.

Lo Stato non è quindi competente a prescrivere ai Cristiani ciò che debbano o non debbano credere, né ai Sacerdoti ciò che debbano o non debbano fare, ai Sacerdoti ciò che debbano predicare, quando e come debbano amministrare i Sacramenti, offrire il Santo Sacrificio, ecc. La Chiesa ha quindi sempre rifiutato energicamente qualsiasi interferenza dello Stato in questioni puramente religiose. Il Vescovo di Cordova, Osio, che si era distinto nel Concilio di Nicea, dichiarò coraggiosamente all’imperatore, che voleva intromettersi nelle questioni dogmatiche: “Qui, non hai nulla da comandare a noi, ma piuttosto da prendere i nostri ordini”. – Lo Stato da parte sua, è indipendente dalla Chiesa: entrambi hanno un proprio dominio chiaramente delimitato, all’interno del quale ciascuno è libero di agire come meglio crede (Leone XIII). – Tuttavia, ci sono questioni in cui i due poteri si toccano e in cui è necessaria un’intesa comune, perché se ogni potere decidesse in modo opposto all’altro, si creerebbero dei conflitti e i sudditi non saprebbero a chi obbedire. (Leone XIII). Quando la Chiesa e lo Stato sono in conflitto, non solo le piccole cose ne soffrono, ma vengono rovinati grandi interessi (id.). I due poteri devono essere uniti come il corpo e l’anima (id.). – La Chiesa e lo Stato concludono spesso dei trattati; si chiamano concordati. La Chiesa mostra sempre un magnanimo amore materno, facendo le più ampie concessioni possibili con la sua condiscendenza

2. LA CHIESA CONTRIBUISCE FORTEMENTE ALLA PROSPERITÀ DELLO STATO. ESSA INSEGNA LA SOTTOMISSIONE AI POTERI. IMPEDISCE I CRIMINI, SPINGE GLI INDIVIDUI AD AZIONI GENEROSE E FAVORISCE L’UNIONE TRA LE NAZIONI.

Lo Stato è protetto meglio dalla religione che dalle mura (Plutarco), e la forza di polizia meglio organizzata non è migliore di un semplice catechismo di villaggio. La Chiesa ci insegna che il potere civile trae la sua autorità da Dio (Rom. Xlll) e che è da obbedire anche si cattivi poteri (I. S. Pierre II, 18). – Molti grandi criminali sono stati convertiti dalla Chiesa e trasformati in grandi santi, grandi benefattori dell’umanità; ad esempio Sant’Agostino; molti uomini sono stati allontanati dal crimine grazie agli austeri insegnamenti della Chiesa: su Dio che sa tutto,

che è ovunque presente, e sul giudizio dopo la morte. Quanti guadagni illeciti restituiti, quanti nemici riconciliati, grazie all’influenza del Sacerdote, soprattutto nel confessionale. – Infine, la Chiesa insegna che la felicità eterna si ottiene attraverso le opere di misericordia e rende un dovere rigoroso per i Cristiani aiutare gli sfortunati. Quali istituzioni caritatevoli per i malati, gli orfani, i ciechi, i sordi, ecc. sono state fondate dai suoi ministri. La Chiesa, in conformità con la legge di Cristo, guarda innanzitutto ai bisognosi, che sono i più esposti al pericolo di cadere nel vizio, ed è a questo scopo che ha fondato una miriade di associazioni di soccorso. – Inoltre, la Chiesa cerca di realizzare la fratellanza dei popoli. (S. Aug.), da un lato con l’unità delle prescrizioni morali e della religione, dall’altro con la legge della carità.

I governi seri e i veri statisti hanno sempre hanno sempre cercato di proteggere la Chiesa.

Basti ricordare ciò che Costantino il Grande fece per la Chiesa nell’Impero Romano, Carlo Magno tra i Franchi e i Germani, Santo Stefano in Ungheria, S. Venceslao in Boemia, ecc. – Un buon principe, lungi dal rifiutare l’aiuto della Chiesa, lo ricerca (S. Amb.). I sovrani che perseguitano la Chiesaminano la propria autorità; il popolo non li considera più come rappresentanti di Dio ma come pari, come meri impiegati del popolo: hanno segato il ramo su cui siedono.

Gli Stati che perseguitavano la Chiesa andarono presto in rovina.

Ogni regno diviso contro di sé, disse Gesù Cristo, sarà desolato (S. Luc. XI, 17). La religione e il potere civile sono come l’anima e il corpo: senza anima, il corpo è solo un cadavere, così è lo Stato senza religione. Isaia disse: “Il popolo e il regno che non ti servono saranno distrutti”. (LX, 12). Anche Machiavelli scrisse queste parole: “Il sintomo più sicuro della decadenza degli Stati è il disprezzo della religione”. Nulla lo dimostra meglio della rovina dell’Impero Romano e gli orrori della Grande Rivoluzione. Lo stesso Napoleone disse che è impossibile governare un popolo senza religione. Appena la religione diminuisce, aumenta il numero dei crimini. Il grande Federico, amico di Voltaire, avendo notato questo fenomeno nel suo regno, disse a uno dei suoi ministri: “Cerca di riportare la religione nel paese. Questo è ciò che il profeta Osea disse ai suoi compatrioti: “Poiché non c’è conoscenza di Dio sulla terra, le ingiurie, le menzogne, gli omicidi, i furti e l’adulterio si sono diffusi in essa come il diluvio.”. (IV, 2). La stragrande maggioranza della popolazione carceraria è composta da individui irreligiosi. “Si potrebbe”, dice Plutarco, “piuttosto costruire una città in aria che conservare uno Stato senza religione”.

La ragione e l’esperienza dimostrano che senza religione non c’è moralità, e non è un patriota chi mina la religione, quel potente sostegno della società. (Washington).

3. LA CHIESA È DA SEMPRE LA PROTRETTRICE DELLA SCIENZA E DELLA CIVILTÀ.

È nell’interesse della Chiesa coltivare la scienza, perché l’ignoranza è spesso accompagnata da immoralità e barbarie.

La Chiesa è, per così dire, è costretta a studiare la natura, perché l’universo è il libro di cui ogni pagina proclama la sapienza di Dio. Quanto più l’uomo studia la natura, tanto più impara a conoscere perfettamente Dio e più il suo cuore si riempie dell’amore di Dio (Leone XIII, ancora Vescovo di Perugia). I popoli più civilizzati sono quelli in cui la Chiesa ha potuto esercitare la sua influenza più liberamente. È il Cristianesimo che ha domato i popoli barbari dell’Europa e li ha civilizzati in modo tale da renderli maestri e guide delle altre nazioni.

Fu la Chiesa a occuparsi per prima dell’educazione dei bambini e a fondare scuole.

Sotto Carlo Magno, le scuole nei monasteri, nelle cattedrali e nelle parrocchie erano istituzioni ecclesiastiche, e la maggior parte delle università devono la loro fondazione ai Papi. Intere congregazioni, come i piaristi, i benedettini, i gesuiti, i fratelli e le sorelle di Gesù, si dedicarono all’insegnamento. L’eccellenza dei metodi dei Gesuiti fu riconosciuta anche dai loro nemici; nonostante la loro soppressione (1773), Federico II di Prussia e l’Imperatrice di Russia, Caterina II continuarono ad affidare loro la gestione di alcuni collegi. – Ancora oggi, la Chiesa fonda scuole libere nei Paesi in cui la religione è bandita dalle scuole. In Italia ci sono quasi 16.000 scuole libere, con un milione e mezzo di alunni. (nel 1889 c’erano 9.000 scuole con 800.000 alunni), e in Nord America ci sono 4000 scuole parrocchiali. Curiosamente, ci sono persone anticlericali che mandano i propri figli non alle scuole laiche, ma a quelle cattoliche.

È stata la Chiesa a preservare dalla rovina i monumenti dell’antichità.

Sono stati i monaci del Medioevo a copiare i capolavori letterari dell’antichità e a conservarli per i posteri; nelle biblioteche dei monasteri, nelle biblioteche papali e nei musei, un gran numero di opere d’arte antiche. I Benedettini contano nel loro ordine 16.000 scrittori, i gesuiti quasi 12.000.

È la Chiesa che ha costruito le più belle opere di architettura. Basti pensare alle magnifiche cattedrali del Medioevo: la cupola di Colonia (1249-1880), che ha richiesto sei secoli di lavoro, e Strasburgo (1015), Friburgo (1120), Ratisbona (1275), Vienna (1365), Ulm (1377), Milano (1386), ecc. È alla Chiesa che dobbiamo la famosa basilica di San Pietro a Roma, con la sua gigantesca cupola, la cui costruzione, iniziata nel 1506, durò 150 anni e costò 150 milioni di franchi.

È la Chiesa che ha coltivato maggiormente le belle arti, la musica, la scultura e la pittura.

Il canto liturgico contiene capolavori; fu coltivato da S. Ambrogio di Milano (+ 597), e da San Gregorio Magno (+ 604). I Papi furono i mecenati di un gran numero di musicisti e compositori, tra cui il da Palestrina (+ 1594). – La Chiesa protesse le immagini, prima con il Concilio di Nicea (787) contro l’iconoclastia, sostenuti dagli imperatori bizantini, poi al Concilio di Trento contro i seguaci di Lutero e Zwingle. – Gli artisti più famosi, Leonardo da Vinci (+ 1519), Raffaello (+ 1520), Michelangelo (1564), il Correggio (+ 1534) e Canova (+ 1822) furono protetti dai sovrani Pontefici. I primi pittori e laboratori di pittura provenivano dai monasteri. – È stata la Chiesa a dissodare e a fertilizzare vaste regioni.

I monaci di S. Benedetto e di Citeaux, in particolare in Germania, hanno disboscato immense foreste, prosciugarono paludi, praticarono l’agricoltura, ecc. Questo è ciò che i Trappisti ed altri ordini religiosi stanno ancora facendo nei paesi selvaggi.

È ai Sacerdoti e ai monaci che dobbiamo alcune delle più importanti invenzioni.

È stato un diacono, Flavio Gioja a inventare la bussola intorno al 1300; Guido d’Arezzo ha scoperto la scala e le regole della musica e dell’armonia; il domenicano Spina inventò gli occhiali, il francescano Berthold Schwartz inventò la polvere da sparo (intorno al 1300); il gesuita Kircher, la lanterna magica e un nuovo tipo di specchio concavo (1646); Copernico, canonico di Frauenberg, scoprì il sistema planetario (1507); la Cavalière, la composizione della luce bianca; il benedettino spagnolo Ponzio, trovò un metodo per insegnare ai sordomuti, che fu portato a compimento dall’abate de l’Epée; il gesuita Lana inventò un metodo per insegnare ai non vedenti a leggere (1687); il gesuita Secchi (+ 1878) è famoso per i suoi studi sul sole; e il Sacerdote bavarese Kneipp è diventato famoso per il suo metodo di idroterapia (f 1897). – I nemici della Chiesa sostengono che essa è nemica del progresso e dei lumi; ciò è vero, se con questo nome si intende il declino della moralità e del timore di Dio o lo sviluppo dell’egoismo e del materialismo. – Si dice anche che la Chiesa sia nemica della libertà; senza dubbio, se con questo nome si intende la licenza e la sfrenatezza. “L’eccesso di libertà”, dice Platone, “è licenziosità e porta al dispotismo”.

4. LA CHIESA HA SENPRE FAVORITO LA PROSPERITÀ TEMPORALE.

È essa che ha fondato le istituzioni caritatevoli e le società di soccorso. Non c’è mai stata una miseria o un bisogno a cui la Chiesa non abbia cercato di provvedere. La Chiesa ha fondato istituzioni per i sordomuti, per i i ciechi, gli orfani e i bambini abbandonati; le sue congregazioni ospedaliere di fratelli e sorelle hanno fondato e gestito ospedali per i malati, per i malati incurabili, per le case di riposo, case per i prigionieri rilasciati (S. Vincenzo de Paoli), per i pazzi, case di riposo per anziani, ospizi per trovatelli (Innoc. III), per viandanti (ospizio di S. Bernardo), lebbrosari (oggi in Birmania, in India, dove su 12.000.000 di abitanti ci sono 30.000 lebbrosi rifiutati da tutti, che soffrono crudelmente spesso per lunghi anni). In una parola, la Chiesa è stata ovunque alla alla guida delle opere di carità. – È stata anche la Chiesa a fondare le società di soccorso: la Società di San Vincenzo de’ Paoli, i circoli operai, la Società di San Raffaele per gli emigranti, la società antischiavista, l’opera della B. Infanzia per la redenzione dei poveri, la redenzione, gli asili per domestici nelle grandi città, ecc. – Nella sola diocesi di Colonia, nell’ultimo mezzo secolo sono state create più di 1.200 istituzioni e società caritatevoli. Inoltre, i Papi hanno compiuto gli sforzi più lodevoli per prevenire le guerre. È quindi una calunnia accusare la Chiesa di consolare gli sfortunati solo con le speranze della vita futura, senza preoccuparsi dei loro bisogni quaggiù. – Se la Chiesa – dice Agostino – fosse stata fondata solo per le necessità di questa vita, non avrebbe potuto procurare benefici maggiori di quelli che ha procurato. – Le risorse raccolte dalla Chiesa, dice Thiele, cappellano di corte protestante, vengono restituite al popolo attraverso i numerosi canali della cultura e della beneficenza. Se i ricchi del nostro tempo avessero imitato solo lontanamente l’esempio della Chiesa, molti tristi fenomeni sociali non si sarebbero verificati. Per distogliere l’attenzione dai propri vizi, i nemici della Chiesa li attribuiscono ad essa; come il ladro che depista chi lo insegue, gridando lui stesso: “al Ladro!”.

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVII)

IL SACRO CUORE (69)

IL SACRO CUORE (69)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (6)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Cuore di Gesù, Cuore di vero uomo.

Il Cuore di Gesù coll’essere il Cuore di un Dio, ci palesa quello Egli possa e sappia e voglia fare in nostro favore: come però per la nostra pusillanimità, mai non finiamo di fidarci di Lui, ci giovi il considerare che Gesù è anche vero uomo, ed il suo Cuore ha tutte le umane proprietà, dalla colpa in fuori. Così ci ravvicineremo in qualche modo a Lui e posto che il Padre ce l’abbia dato, ed Egli sia venuto a bella posta nella nostra condizione, per eccitarci a fiducia, Dio otterrà il suo intento e noi il nostro vantaggio. Diciamo adunque che il Cuore di Gesù essendo il Cuore di Dio è però anche il Cuore di un uomo vero, e così congiunge colla grandezza della divinità 1° le infermità, 2° la compassione, 3° la facilità di essere accostato propria dell’uomo.

I. Le infermità. Iddio nella sua infinita natura poteva usare agli uomini ogni sorta di riguardi, e favorirli con ogni sorta di grazie: gli è però vero che non poteva sentire i loro mali, perocché l’infermità umana non cade nella divinità. Quando si compiacque di farsi uomo per noi, allora egli poté provare e difatti provò nella natura da sé assunta tutte le infermità umane. Percorretele pure a vostro bell’agio e troverete vero quel dell’Apostolo che Egli fu sperimentato in ogni cosa tentatum autem per omnia in ogni genere d’infermità. Le angustie della povertà lo strinsero dalla nascita alla morte, Pauper sum ego. Le fatiche ed i disagi furono suoi indivisibili compagni, In laboribus a iuventute mea. Le pene e i dolori corporei se non si accostarono a Lui per infermità, gli si rovesciarono addosso per la malizia e violenza degli uomini in maniera affatto disusata, come è noto, nella sua dolorosa Passione e morte. Le pene dello spirito che sono poi sempre le più gravi lo investirono sì fattamente che non vi ha esempio non dico uguale ma somigliante nella storia. Il Cielo cospirò colla terra contro di Lui, gli amici ed i nemici, i grandi del secolo ed i popolani, i Principi secolari e i Prelati ecclesiastici, tutti ebbero una ferita da fare a quel Cuore. Il Padre celeste lasciò che Ei soddisfacesse alle colpe umane a tutto rigore di patimenti, i suoi nemici istigati dal demonio inventarono crudeltà inaudite per saziare l’odio che gli portavano, Egli stesso volendo dimostrare agli uomini quanto li amasse, elesse un modo di redenzione pieno per sé di tanti obbrobri, di tante carneficine, di tanti spasimi che dovesse persuadere finalmente a tutti qual fosse verso di noi il suo Cuore. Una sola infermità nostra non poteva Egli prendere sopra di sé, il peccato e tuttavia anche di questo volle provare l’obbrobrio e l’avvilimento: perocché avendo preso a scontare i nostri peccati, volle apparire coperto di essi dinanzi alla tremenda giustizia divina, e sostenerne tutta la vergogna e la confusione. Il perché quando ci accostiamo al Cuor divino non vi ha mai pericolo che Egli non intenda le infermità nostre, che non le senta intimamente. Non vi lagnate dunque che Gesù non capisca i vostri mali, che non li conosca… si sì tutto, tutto ha provato.

II. La compassione. Quindi è al caso di tutto compatire. Chi è stato sempre nell’abbondanza non sa compatire le strettezze della povertà, chi mai non fu infermo poco intende le lagnanze degli ammalati: come colui che ebbe sempre in poppa il vento prospero della fortuna, non sa quanto affannino le persecuzioni, gli odi, le calamità. Non è così il Cuore del nostro Gesù. Egli mai non vide infermità umana che non si commovesse e talora fino alle lagrime. Vede da ogni parte infermi, languenti di ogni ragione, quel Cuore tenerissimo subito è commosso e si fa loro incontro e tutti li risana. senza indugiare un momento. Curans omnem languorem et infirmitatem. Vede le turbe abbandonate senza pascolo di dottrina come pecorelle senza pastore e Gesù si commuove e piange. Incontra una vedovella che versa lagrime inconsolabili sopra un unico figliuolo defunto, e Gesù mescola le sue colle lagrime di lei prima di risuscitarlo alla vita; s’accosta alla città di Gerusalemme, e pensa ai flagelli che si tirerà addosso coll’ostinata sua perfidia nel commettere un Deicidio, e Gesù non può raffrenare le sue lagrime. Vien condotto alla tomba del suo amico Lazzaro già sepolto da quattro giorni, Ei freme nel divino suo spirito e piange. Quanta compassione per la Samaritana, per l’Adultera, per la Cananea, per Zacheo, pel Centurione, per la Maddalena, per tutti i peccatori e per tutte le peccatrici. Ah si è vero che niuna delle nostre infermità trovò mai insensibile il suo Cuore. Qual vantaggio adunque per noi che i tesori della sapienza, della potenza, della bontà di Dio siano alla disposizione di un Cuore di tanta amorevolezza e compassione. Oh lo intendessero i poveri peccatori che più non temerebbero di dover esserne rigettati e respinti. Oh l’intendessero anche quei Giusti sì timidi che non osano sperare il rimedio alle loro orazioni imperfette, alle loro quotidiane mancanze che se ne sentirebbero al tutto riconfortati.

III. La facilità dell’accesso. Tutto sarebbe che si accostassero gli uni e gli altri a quel dolce Cuore. Ma e perché nol farebbero? La sua umanità sacrosanta c’invita, il suo Cuore ci sforza. Quale fu finalmente la ragione per cui Iddio si fece uomo? Certamente acciocché in Lui l’umana natura pagasse i nostri debiti: ma altresì perché in Lui l’uomo si sollevasse; ad una vita divina. E come fare ciò se non si accosta a questa vita? Se avessimo dovuto avvicinarci alla divinità solamente, avremmo fatto come i figliuoli d’Israele. Avremmo detto non ci parli Iddio perché alla presenza della sua Maestà morremmo dallo spavento. Laddove la sua divinità velata dalla sacratissima umanità ora è diventata accessibile. Egli ha un corpo siccome il nostro, un’anima come la nostra, ha menato una vita simile alla nostra, ha sperimentata come noi la nostra infermità. Questa rassomiglianza fa scomparire le differenze, ci ravvicina. Che se consideriamo poi le condiscendenze e degnazioni a cui nella sua Umanità è disceso verso di noi vedremo sino a qual punto il suo Cuore desideri che a Lui ci accostiamo. È poco l’essersi come tolta di fronte la corona smagliante della divinità che ci avrebbe abbagliata la pupilla inferma, che nella sua umanità giunse ad allettarci, ad invitarci, a careggiarci in tutte le maniere più. amabili. Venite ad me, è la sua chiamata generale, rivolta a tutti: Venite da me. Et ego reficiam vos, ed Io vi ristorerò, è il premio che propone e lo stimolo con cui alletta. Tutti i nomi che prende a nostro riguardo come vedremo sono altrettanti titoli con cui ci chiama dintorno a sé. Nella sua vita mortale a quelli che si accostavano a Lui faceva poi le più dolci accoglienze col Cuore sulle labbra, dava loro il dolce nome di figliuoli, ne lodava la fede, li proponeva in esempio anche agli altri e persino allora che doveva riprendere qualcuno per suo vantaggio, non lasciava di mostrare il suo Cuore pietoso. Ai peccatori stessi non negò mai la sua persona, il suo ministero, che anzi si mostrò accessibile tanto a tutti loro che se ne ebbero a scandalizzare i farisei. Il Maestro vostro mangia coi peccatori… lo rinfacciarono agli Apostoli. Ma Gesù Cristo non si sottrasse loro per questo: fa sapere invece che per loro principalmente era venuto. Ora, devoto lettore, quella degnazione che ebbe Gesù un tempo, è pur sempre la stessa. Quel Cuore che ebbe allora è pur sempre quello del nostro Gesù. Quei desideri che ebbe di avere a sé dintorno e giusti e peccatori, è il desiderio che serba pure al presente, i tesori di che disponeva allora il suo buon Cuore non sono esausti, ma sono ancora intatti anche per noi. Perché non profitteremo di un bene sì grande qual è quello che Gesù ci offre nell’umanità sua sacrosanta?

GIAC. Cor Iesu, fili hominis, miserere mei.

OSSEQUIO. Fate in questo giorno qualche atto di confidenza nel suo buon Cuore.

Cuore dl Gesù, Cuore di Redentore.

Non poté essere senza qualche grande e degna cagione che l’Unigenito divino venisse sulla terra a vestire le nostre spoglie. Quale fu dunque questa? Essa è molteplice ,senza dubbio, ma la prima e più solenne è quella che viene espressa dalla fede cristiana, quando chiama Gesù Redentore degli uomini. Erano questi sia per la colpa del primo padre, sia per quelle tante più che essi v’avevano aggiunte personalmente schiavi di lucifero, esclusi dalla finale beatitudine. Gesù venne per saldare i nostri debiti colla divina giustizia, sottrarci alla tirannia infernale, rimetterci sulla via del cielo. È dunque questo il primo e più solenne ufficio che Egli esercitò per noi e perciò considerate come la Redenzione 1° Gesù Verbo eterno la volle; 2° Gesù Verbo incarnato la effettuò; 3° ed il suo Cuore divino ne dié la misura.

I. Gesù Verbo eterno la volle. Quando vogliamo concepire in qualche modo il disegno della divina Incarnazione siamo soliti a raffigurarci le divine Persone che radunate in consiglio trattano del grande affare della nostra salute. Ora come è che fu preso sì alta determinazione che il Verbo di Dio prendesse la nostra carne ed in essa soddisfacendo alla divina Giustizia ci riscattasse dalla servitù infernale? Fu il Verbo divino il quale per immensa degnazione di amore si offerse per noi. Niuno il costrinse, niuno il forzò, oblatus est quia ipse voluit. Ma deh! che cosa è questo? Se si mira alla persona che si offre è un eccesso di amore che sopraffà ogni mente creata. L’Unigenito di Dio è Dio come il Padre, la sua vita nel seno paterno è vita di beatitudine infinita, di che cosa poteva abbisognare, qual cosa poteva volere se a sé stesso è infinito bene? Spieghi a sé medesimo il Cristiano quale smisurato oceano di amore sia quello che mosse il Verbo di Dio ad una opera così eccelsa. Se si mira la viltà della condizione a cui elesse di sottoporsi ricresce ancora ai nostri occhi la smisuratezza del suo amore: perocché non v’ha proporzione tra la sua grandezza e la nostra viltà, tra il suo tutto ed il nostro nulla, ed il volere farsi come uno di noi Egli che è infinito è un abbassamento d’inestimabile amore. Se noi vedessimo il figliuolo di un Monarca gettarsi legato mani e piedi in un fondo di torre per salvare altri prigionieri ci parrebbe un eccesso incredibile: eppure tra un Monarca ed un prigioniero per quanto vile vi sarebbe proporzione poiché vi è medesimezza di natura. Ora che sarà che il Figliuolo di Dio elegga la condizione abbiettissima di un uomo per salvare gli uomini? chi potrà farne degna estimazione? Questo fu sempre quell’eccesso che rapi in ammirazione gli uomini più sapienti della Chiesa e che rinfocò di amore i Santi più illuminati. Che il Verbo divino si contentasse di sottoporsi a sì alta umiliazione: ed a noi quale senso desterà una piena sì ineffabile di amore?

II. Gesù Verbo incarnato la effettuò. Come poi una volontà si amorosa fu recata ad effetto? Giunta la pienezza dei tempi, il Figliuolo di Dio dié compimento al suo disegno. Venne di fatto sulla terra e nel seno verginale di Maria, presa la nostra carne, compì la grande opera della Redenzione. Questa richiedeva come suo fondamento che fosse placata la divina Giustizia irritata sì giustamente contro dell’uomo prevaricatore. Ed ecco che Gesù impiegando tutta la sua vita mortale in opere d’immenso servigio di Dio, e soprattutto offrendo se stesso in sull’altar della Croce, diede alla SS. Trinità per le nostre colpe un compenso valevole a tutto rigore di giustizia, e così poté la divina Misericordia largheggiare cogli uomini del suo perdono. Fu compenso a tutto rigore di giustizia. Imperocché sebbene fosse l’Umanità in Cristo quella che dolorava, pativa e moriva, tuttavia essendo quella Umanità SS. sussistente nella Persona del Verbo, e quindi vera Umanità di Dio, da quella ineffabile unione ritraeva una infinita dignità che la rendeva idonea e proporzionata ad una piena e totale soddisfazione ed estinzione di tutti i nostri debiti. Placata così la divina Giustizia abbisognavamo della grazia santificante la quale ci sottraesse alla dominazione dell’inferno, e ci rendesse amabili agli occhi divini: ed ecco che Gesù coi meriti della sua vita, della sua passione e morte c’impetrò anche questo. Ci meritò quella qualità sublimissima o per parlare con S. Pietro, quella partecipazione della divina natura che è la grazia santificante, e questa ci ritolse dal servaggio diabolico e ci rese amabili alle divine Persone. Restava che tutti questi frutti preziosi ci venissero applicati. Ebbene Gesù col sacrificarsi che aveva fatto per noi, diventando capo dell’umana natura, acquistò un doppio diritto: diritto sopra di noi, diritto sopra de’ beni che aveva accumulati. Ora valendosi di questi suoi diritti, Egli ordinò tutte le vie per cui i frutti della sua Redenzione ci fossero conferiti. Ordinò la Chiesa cui cementò del suo sangue, costituì sacramenti che fossero come i canali per cui fluissero le sue grazie, ordinò un sacerdozio permanente che dispensasse in nome suo i tesori preziosi che aveva raccolti, e così efficacemente dopo d’averci placato il cielo ci corroborò sulla terra. Qual cumulo immenso di grazie e di misericordie! Gli anni della nostra vita non bastano a scoprirle tutte, a ringraziarne la sua bontà, e nei secoli eterni solo comprenderemo qualche cosa di quello che per noi ha fatto.

III. Il suo Cuore divino ne dié la misura. Che se desideraste una qualche misura onde fare concetto di quello che colla sua Redenzione Egli ci ha ottenuto, e voi troverete questa nel suo Cuore sacrosanto. La sua Redenzione non fu solo bastevole, ma fu soprabbondante. Copiosa apud eum Redemptio. È indubitato che a saldare i nostri debiti colla divina giustizia, ad ottenerci ogni maniera di grazia sarebbe stato bastevole un atto qualsiasi del divin Redentore. Una lagrima de’ suoi occhi, un sospiro del suo Cuore, una parola del suo labbro, una preghiera qualunque, posta la dignità infinita che in Cristo risultava dalla Persona divina, avrebbe avuto merito e valore per la Redenzione di mondi innumerevoli, se tanti ve ne fossero stati. Ma dove Gesù avesse con questo, che alla cecità degli uomini sarebbe apparso sì poco, redento gli uomini, chi avrebbe creduto di essere molto amato da Gesù Cristo? Il suo Cuore divino e l’abbondanza dell’amore suo sarebbero stati disconosciuti. Ora Gesù che mirava con tante opere che faceva ad acquistarsi il cuore nostro, volle ed elesse patimenti sì gravi, passione sì amara, morte sì atroce che niuno potesse più dubitare al cospetto di prove sì vive, del quanto da Gesù fosse amato. Non ragguagliò pertanto le pene solo alla necessità della Redenzione ma eziandio alla tenerezza del suo Cuore per noi, al desiderio suo di essere riamato. Ond’è che la moltitudine e la gravità de’ suoi patimenti sono come altrettante bocche che ci rivelano l’amor del suo Cuore. Prenda dunque il Cristiano di qui la norma per giudicare il Cuor divino. Quel capo trafitto sì duramente grida l’amore che arde nel suo Cuore, amore gridano quegli occhi coperti di sputi e di sangue, quella bocca amareggiata di fiele, quelle spalle solcate dai flagelli, que’ piè, quelle mani trafitte sì duramente dai chiodi, quel corpo estenuato, sfinito, languente: e molto più ancora quelle tante pene interiori da cui è sì duramente straziato, altro non sono che prove della carità che arde nel suo Cuore sacrosanto. Perché tanto ha amato, per questo ci ha redenti con tanta soprabbondanza di carità. Quale stimolo qui a riamarlo, quale speranza di dover partecipare i frutti preziosi della Redenzione! Se tanto ha fatto per attirarsi il nostro amore, come ci negherà quello che è necessario a riamarlo nel tempo per poterlo amare nei secoli eterni? E se tanto ci ha amati, e d’un amore così gratuito, anzi così immeritato, che cosa farà per noi quando ci sforzeremo di corrispondergli? Oh Cuore dolce del mio Redentore, fatemi conoscere quel che avete fatto per me e fatevi da me una volta amare efficacemente.

GIAC. Cor Jesu Redemptoris nostri: miserere mei.

OSSEQUIO. Ringraziate per qualche momento il Cuore di Gesù di tutto quello che ha fatto e patito per voi.

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

P- B. LAR – RUCHE

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

OSSIA IL MEZZO PIU’ INDISPENSABILE E NELLO STESSO TEMPO INFALLIBILE PER IMPETRARE DA DIO OGNI BENE E SOPRATTUTTO L’ETERNA SALVEZZA.

ISTITUTO MISSIONARIO PIA SOCIETA’ S. PAOLO

N. H., Roma, 15 maggio 1942, Sac. Dott. MUZZARELLI

Imprim., Alba 25 maggiio 1942. Cn. P. Gianolio, Vic. Gen.

Tipogr. – Figlie di S,. Paolo. – Alba – giugno – 1942.

1. — Perché siamo øl mondo

11 più o meno lungo periodo di tempo che noi siamo destinati a trascorrere su questo piccolo pianeta dell’immenso universo, è un periodo di prova, alla quale Dio, nostro Creatore e quindi nostro grande Padrone, ci sottomette. Infatti « Dio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo libero arbitrio. Aggiunse però i suoi comandamenti e i suoi precetti » (Eccli. XV, 14-15). Perché? Oh! certamente perché fossero dall’uomo osservati. Gesù stesso„ il nostro divin Maestro e Redentore, confermò tal disposizione suprema. Ne trascrivo due parabole che riflettono assai bene il suo pensiero. « Un uomo — ei disse — sul punto di mettersi in viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò ad essi i suoi beni. Ad uno diede cinque talenti, a un altro due e ad un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e senz’altro partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò subito a trafficarli, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo colui che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Chi invece ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare un buco nella terra, e vi seppellì il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi ritornò, e li chiamò a rendere i conti. Si fece innanzi chi aveva ricevuto cinque talenti, e ne presento altri cinque, dicendo: Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Il padrone gli rispose: Va bene, o servo buono e fedele: tu sei stato fedele nel poco, ed io ti darò autorità su molto: entra nel gaudio del tuo signore ». Anche colui che aveva ricevuto due talenti, li presentò raddoppiati, e si ebbe le stesse buone parole dal suo padrone. Ma « venne pure innanzi colui che aveva ricevuto un solo talento, e disse: Signore, io sapevo che tu sei un uomo severo, che Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai piantato. Ebbi timore, ed andai a nascondere il tuo talento sotterra. Eccoti il tuo. Ma il padrone gli rispose: Servo iniquo ed infingardo, se tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho piantato, dovevi portare il mio denaro ai banchieri, e al mio ritorno avrei ritirato il mio coll’interesse. Toglietegli perciò il talento, e datelo a colui che ne ha dieci… E questo servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti » (Matt. XXV, 14-30). Questo per chi ha trascurato di operare il bene. Ma che sarà di chi si è diportato male? E’ presto detto. « C’era una volta un padre di famiglia, il quale piantò una vigna, la recinse di siepe, vi scavò un frantoio, vi edificò una torre; e, datala a lavorare a dei contadini si pose in viaggio. Venuta la stagione dei frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare i frutti della vigna. Ma i contadini, presi quei servi, uno bastonarono. un altro uccisero e un terzo lapidarono. Egli mandò di nuovo altri servi in maggior numero dei primi, e furono trattati allo stesso modo. Finalmente mandò da essi il suo figliuolo, dicendo: Rispetteranno il mio figlio. Ma i contadini, vedendo il figliuolo, dissero fra di loro: Costui è l’erede. Venite, uccidiamolo; e avremo la sua eredità. E presolo, lo gettarono fuori della vigna, e l’uccisero. Ora — chiese Gesù — quando verrà il padrone della vigna, che farà egli a quei contadini? Gli risposero: Egli colpirà senza misericordia quei tristi, e affiderà la vigna ad altri contadini, che a suo tempo gliene renderanno i frutti » (Matt. XXI, 33-40). E Gesù non solo confermò quel giudizio, ma per giunta lo rincarò. Il vero giudizio infatti è questo: Già sopra la terra ogni anima che opererà il male, cioè andrà contro le disposizioni di Dio, « avrà tribolazione ed angustia » (Rom. II, 9); e nell’altro mondo « andranno i buoni nella vita eterna, ed i cattivi nel fuoco eterno » (Matt. XXV, 46). E si dovrà render conto non solo delle trasgressioni esterne e di quelle che — come si dice — portan conseguenze; ma anche dei pensieri e desideri cattivi (Matt. V, 28), e persino « di ogni parola oziosa » (Matt. XII, 36). Eh, sì! Quantunque a più di uno non garbi questa regola, pure sarà così. « E’ Lui il Signore! E chi oserà contraddirlo? » (I Re, III, 18, e Giob. XI, 10). La mira di Dio infatti è che noi — dopo esserci diportati quaggiù da suoi servi fedeli o, meglio, da buoni figliuoli nell’amorosa osservanza dei suoi comandamenti — possiamo un giorno non lontano (20-50-80 anni di vita non son certo un gran che!) godere di Luì stesso nella sua splendida dimora soprannaturale, come sta scritto: Io stesso sarò la tua mercede immensamente grande… Saremo sempre col Signore… Saremo simili a Lui… Lo vedremo com’Egli è » (Gen. XV, 1; I Tessal. IV, 16; I Giov, III, 2). Oh, il bel Paradiso! « Né occhio vide, né orecchio udì, né cuore umano sperimentò quanto Iddio tien preparato a coloro che lo amano.., non a parole, soltanto con la lingua, ma colle opere e in verità » osservando i suoi comandamenti (I Cor. II, 9; I Giov. III, 18). – E’ troppo chiaro però che, se da una parte ci sono infallibili promesse d’eterna felicità, dall’altra vi sono pure — come ho già accennato — non meno serie minacce di eterna irreparabile rovina per tutti coloro che non avranno voluto sottomettersi alle divine disposizioni. A questi Dio nasconderà la sua faccia amorosa, e tutti i guai cadranno sopra di essi (Deuter. XXXI, 17). Se poi col loro contegno avranno dato ad altrui cattivo esempio, alienando così delle anime dal suo cuore, Egli si scaglierà contro di essi come un’orsa a cui siano stati rapiti i càtuli, per farsene pagare il fio (Os. 1 , 8)! e tutti poi saetterà colle ben note tremende parole: « Via, via da me voi tutti, operatori d’iniquità! Andate; maledetti, nel fuoco eterno! » (Luc. XIII, 27; Matt. XXV, 41). Là poi « saranno puniti di eterna perdizione e tormentati giorno e notte per tutti i secoli » (II Tessal. 1, 9; Apoc. XX, 10). Anzi verrà tempo in cui « il fuoco punirà anche la carne dell’empio » (Eccli. VII, 19). Quali spaventosi riflessi! É’ certo però che Dio, sottomettendoci a prova sì decisiva, non intende affatto umiliarci e, tanto meno, farci violenza; ma intende invece darci modo di potergli provare la nostra fedeltà, affinché Egli, a sua volta, possa premiarci e renderci felicissimi per tutta l’eternità. Sicché chi si lamentasse di questa condizione in cui il Signore ci ha posti, potrebbe assai bene paragonarsi a chi — mentr’era ancora in fasce — fosse stato fatto erede di una immensa fortuna, e che era — già adulto — si rammaricasse d’aver avuto tal felice ventura. E’ chiaro che, se sopra la terra ci fosse un tal uomo, egli sarebbe considerato come uno stolto e un pazzo. Eh, sì! Un tal uomo sarebbe pazzo davvero! Ad ogni modo, dopo quanto ho detto, e comunque la pensino gli stolti ed insensati mondani, « il numero dei quali è infinito » (Eccle. XV), bisogna ritenere che la vita nostra è una cosa oltre ogni dire seria; poiché, proprio quando meno ce l’aspetteremo, essa sboccherà senza dubbio in un’altra vita o di eterni contenti o di eterni tormenti. Vale dunque la pena di pensarci sopra davvero.

2. — Chi sa se è possibile?…

Ma è mai possibile riuscire vittoriosi in questa grande e decisiva prova, alla quale siamo da Dio sottoposti? Se si guarda attorno pel mondo e si osserva ciò che ordinariamente succede, sembrerebbe che agli uomini, anzi alla maggior parte dei Cristiani stessi della nostra epoca, riesca del tutto impossibile stare per lungo tempo alla condizione posta da Gesù medesimo per poterci meritare il Paradiso, e che suona così: « Se vuoi entrare alla vita eterna, osserva i comandamenti » (Matt. XIX, 17): tanti sono gli strappi che continuamente si fanno ai medesimi, specialmente a taluni. Infatti il bestemmiare Dio, Gesù Cristo, l’Ostia divina e la Madonna, il mancare alla Messa domenicale e il profanar le feste con lavori servili, con sbornie e con divertimenti immorali, la più sfacciata libertà di occhi, di parole ed anche di atti contro il buon costume, le esagerazioni della moda che apre la via ai più sozzi piaceri sensuali, la trascuranza d’intervenire alle istruzioni catechistiche e quindi la più supina ignoranza religiosa, e poi le mancanze contro il VII Comandamento e le segrete innumerevoli turpitudini che facilmente si possono intravvedere, sono alcune di quelle colpe divenute ormai talmente comuni che colui, il quale tosto o tardi non vi si trova impigliato ed infangato„ può considerarsi come un’« araba fenice ». E per tal modo i divini comandamenti vengono, non solo martoriati e bistrattati, ma ridotti in frantumi, uno dopo l’altro, tutti. – Oso però fare una domanda: I comandamenti di Dio non si osservano perché è impossibile osservarli, oppure non si osservano perché non si vuole osservarli? In breve: Non si può o non si vuole osservarli? – Potrei spicciarmi col dire come, dal momento che tanti e tanti riuscirono ad osservarli, così potrebbero farlo tutti coloro che hanno — come si dice — la testa sul busto, e potremmo farlo noi pure, poiché siamo della stessa natura; ma è meglio che vediamo insieme un po’ come stiano le cose. A più di uno di coloro che ritornano a Dio dopo una vita molto agitata, feci questa domanda: « Ma com’è stato di te? non potevi fare a meno di commettere tutti quei disordini?… » E mi risposero quasi invariabilmente: « Eh, caro amico! E’ un fatto che io — specialmente per le cattive abitudini contratte nella mia giovinezza e non corrette dai miei genitori — sentivo in me una forza prepotente che mi spingeva o mi trascinava al male. Ma, a dire il vero, la mia reazione a quella forza non fu mai forte, seria e continuata. Anzi spessissimo andavo io stesso in cerca di occasioni per poter soddisfare le mie passioni. Fu solo a principio ch’io provai un po’ di vergogna e ripugnanza al male; ma purtroppo anche allora mi lasciai soggiogare dal desiderio di novità, e mi abbandonai al male soprattutto per non parere diverso dai tristi compagni coi quali m’era messo a bazzicare. Pensavo: Che si dirà di me, s’io non faccio come loro?! — e rimasti vittima del vizio. Ora però, riandando le mie scapestrataggini, posso dire che, se veramente volevo, io potevo evitarle tutte; e che, se le ho invece assecondate, lo devo imputare unicamente a mia colpa. Dio mi perdoni! ». – Dopo aver udito il peccatore ravveduto (i peccatori in alto non fanno volentieri una tal confessione, poiché, se la facessero, si darebbero — come si dice — la zappa sui piedi), ascoltiamo ciò che ci dice la Chiesa nostra Madre. Anche questa per mezzo del catechismo ai fanciulli ed agli adulti, insegna francamente che « i comandamenti di Dio si possono osservare tutti e sempre, anche nelle più forti tentazioni ». – Pure Iddio ci fa sapere che, se vogliamo, possiamo osservare i suoi comandamenti e che il serbargli fedeltà dipende dal nostro arbitrio; e su questo punto insiste in modo tutto speciale, soggiungendo: « Ti ho messo davanti l’acqua e il fuoco: stendi la mano a quello che vuoi. In faccia all’uomo sono la vita e la morte (spirituale), il bene e il male: e gli sarà dato ciò che gli piacerà » (Eccli. XV, 16-18). Fa attenzione alle parole « se vogliamo, possiamo… dipende dal nostro arbitrio.., quello che vuoi.., ciò che gli piacerà ». Esse ci convincono che, volendo, possiamo riuscire bene nella prova alla quale il Signore ci ha sottoposti. Del resto non è forse questa anche la voce della nostra coscienza?… Infatti, caduti che siamo in qualche fallo volontario, tosto dobbiamo intimamente riconoscercene colpevoli, quantunque il nostro amor proprio faccia il possibile per giustificarci o almeno scusarci di fronte agli altri. Gesù pure, quantunque metta come condizione per entrare nella vita eterna l’osservanza dei suoi comandamenti, tuttavia ci assicura che « il suo giogo è soave e il suo peso è leggero » (Matt. XI, 30); ed anche dopo asceso al Cielo, ci fa dire dal suo discepolo prediletto, che « i suoi comandamenti non son gravosi)) (I Giov. V, 3). – Vorresti sentire anche il responso dei miseri dannati. Io ti assicuro che nessuno di essi incolpa il Signore della propria dannazione: tutti quei disgraziati son costretti a riconoscere che, se avessero fatto, per l’onor di Dio e per la salute dell’anima, appena metà dei sacrifici che fecero per accontentare i propri perversi istinti, essi sarebbero riusciti grandi santi in Paradiso. Già, se riuscirono nel male, potevano riuscire anche nel bene. – Del resto — a parte tutto — con chi abbiamo a fare? Forse con un crudele ed esoso tiranno che intenda e voglia la nostra eterna rovina?… Ah, no! questo non deve neppur passare per la nostra mente. Noi abbiamo a fare col Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione » (I Cor. 1, 3); abbiamo a fare con un Signore che « ha compassione di quei che lo temono, come un padre ha compassione dei suoi figliuoli; poiché Egli sa di che miseria siamo impastati, e non dimentica che siam polvere » (Salmo CII, 13-14); abbiamo a fare con un Dio sì buono che invita a sé i peccatori stessi, anche i più grandi, persino con una vera amorosa sfida, dicendo loro: « Su, venite! e poi datemi pur torto se non farò che i vostri peccati — fossero pur come scarlatto — diventino bianchi come la neve, e — fossero pur rossi come la porpora — divengano come candida lana » (Is. 1, 18); (abbiamo a fare con un « Dio che vuole salvi tutti gli uomini », (I Tim. II, 4), con un « Dio che ha talmente amato il mondo da dare il suo Unigenito Figliuolo » alla più atroce delle morti « affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Giov. III, 16). Abbiamo poi a fare con un Uomo-Dio di cui era stato predetto che « non avrebbe spezzato la canna già fessa, né spento il lucignolo appena fumante » (Is. XLII, 2; Matt. XII, 20), che « passò facendo del bene a tutti gli oppressi dal diavolo » (Att. X, 38), e che su tutti coloro che — dopo ciò — lo avevano condannato al più barbaro ed atroce dei supplizi e che tuttavia continuavano a dileggiarlo ed offenderlo colle più ingiuriose parole, invocò dal suo celeste Genitore il più ampio perdono, supplicando: « Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno! » (Luc. XXIII, 34). E questo Dio sì buono e misericordioso c’imporrà dei comandi impossibili ad osservarsi?! Ma non sarebbe questa la più orrenda delle bestemmie? – Ah, na non è in Dio che dobbiamo ricercare la vera cagione di tante nostre colpe e quindi di tante sciagure che desolano noi e il mondo tutto. Siamo invece noi, sì, proprio noi i tristi e gl’insensati che — non volendo comprendere il gran bene che sotto tutti gli aspetti ci apporterebbe l’osservanza dei divini comandamenti —ci lusinghiamo di poter raggiungere la felicità in quelle chimere che si chiamano onori, ricchezza e piaceri. Sì, sono proprio questi che c’illudono di poter raggiungere in essi la nostra felicità, e che invece ci tradiscono ogni qualvolta vogliamo goderne senza o contro il beneplacito di Dio. Quindi verrà certamente l’ora in cui il buon Dio, a qualunque peccatore che si sarà dannato, potrà francamente dire: « Che potevo io fare di più per salvarti? Della tua perdizione sei causa tu! » (Is. V, 4; Osea XIII, 9). Ed al misero, per tutta risposta, non resterà che di chinare, con immensa confusione e dolore, la già tanto proterva cervice, e tacere!

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (3)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XV)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XV)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO:

FEDE (12).

9. Art. del Simbolo: la Chiesa (1)

I. LA CHIESA CATTOLICA E LA SUA ORGANIZZAZIONE.

1. LA CHIESA CATTOLICA È UN’ISTITUZIONE VISIBILE FONDATA DA GESÙ CRISTO, IN CUI GLI UOMINI SONO PER IL CIELO.

La Chiesa cattolica, cioè la Chiesa universale (mondiale), è stata fondata da Gesù Cristo.

Gesù Cristo continua la sua opera dopo l’ascensione: educare l’umanità per il cielo. La Chiesa è un’istituzione analoga a una scuola. Lo scopo di una scuola è l’educazione dei bambini, in parte per renderli buoni cittadini dello Stato, della Chiesa, della patria celeste. Ogni scuola ha il suo capo, il suo direttore i suoi insegnanti e i suoi alunni (uditori). In ogni scuola c’è un programma di materie da insegnare, i mezzi di istruzione, le tabelle, le carte geografiche, delle regole disciplinari per il mantenimento dell’ordine. – La Chiesa è visibile; ha un capo visibile, un segno visibile di iniziazione, (battesimo) e una professione di fede esterna (visibile). È per questo che Cristo la paragona a oggetti visibili: una città su un monte, una fiaccola sul moggio. La Chiesa è anche chiamata corpo, (Ef. I, 22) casa di Dio (I. Tim. III, 15), città santa. (Apoc. XXI, 10). La Chiesa è quindi ovunque ci siano Cristiani cattolici e Sacerdoti cattolici. Gli eretici esclusi dalla Chiesa, ma che desiderano appartenervi, sostengono che la Chiesa sia invisibile; anche i liberi pensatori preferirebbero che la Chiesa visibile non esistesse, il che li dispenserebbe dall’ascoltarla. – Con il nome di Chiesa non si intende quindi l’edificio materiale che porta anch’esso questo nome, anche se la Chiesa come istituzione ha una certa analogia con l’edificio (Ef. II, 21); essa ha una pietra angolare vivente, Gesù Cristo, che per mezzo dello Spirito Santo, che unisce i fedeli nella grande famiglia di Dio ha diverse pietre di fondazione, gli Apostoli (Apoc, XXI, 14) e pietre da costruzione, i fedeli. Le pietre di un edificio devono essere ben tagliate e ben cementate. Allo stesso modo le pietre vive della Chiesa, i fedeli, sono tagliate per il cielo con le tentazioni e le sofferenze, e saldamente unite dalla vera carità. – Con il nome di Chiesa cattolica non intendiamo nemmeno la religione cattolica. La Chiesa sta alla religione come il corpo sta all’anima indissolubilmente unita. –

La Chiesa cattolica è spesso chiamata il regno di Dio, la società di tutti i fedeli Cristiani.

S. Giovanni Battista e Gesù Cristo stesso annunciarono che il regno dei cieli fosse vicino. (S. Matth. III, 2; IY, 17). La maggior parte delle parabole di Gesù sul regno dei cieli si riferiscono alla Chiesa cattolica; a causa della sua gerarchia (Papa, Cardinali, Vescovi, Sacerdoti, Diaconi, fedeli) è simile ad un regno, e poiché il suo scopo è quello di elevare gli uomini al cielo, essa è giustamente chiamata il regno dei cieli. – La Chiesa è il popolo di Dio sparso su tutta la terra. (La Chiesa è la società dei fedeli (S. Thom. Aq.); potrebbe anche essere chiamata una grande associazione, una grande comunità. Cristo la paragona ad un ovile, dove, come buon Pastore, vuole raccogliere tutte le sue pecore. (S. Giovanni X). –

La Chiesa è giustamente chiamata la Madre dei Cristiani, perché con il Battesimo dona loro la vera vita dell’anima, e perché alleva i suoi figli come una madre.

La madre dà la vita al bambino, e la Chiesa nel Battesimo dà all’umanità la grazia santificante che ci dà diritto al cielo. La Chiesa è quindi la madre dell’uomo, se non la madre del corpo, almeno la madre dell’anima del Cristiano. – La Chiesa è anche nostra madre, perché deve educarci. Quando il padre parte per un viaggio, lascia i figli alla madre e le cede la sua autorità. Gesù Cristo ha fatto lo stesso quando ha lasciato la terra, lasciandoci con la nostra madre la Chiesa e le ha dato piena autorità su di noi (S. Giovanni XX, 21). Dobbiamo quindi onorare Dio come nostro Padre e la Chiesa come nostra madre (S. Aug.). Se amiamo già la nostra patria terrena, perché ivi siamo nati e vi abbiamo ricevuto la nostra prima educazione, e siamo disposti a soffrire la morte per amore di essa, quanto più dobbiamo amare la Chiesa, alla quale dobbiamo la vita eterna. È giusti in effetti dare la preferenza ai beni superiori dell’anima rispetto a quelli del corpo (Leone XIII).

2. LA CHIESA INNALZA L’UOMO CON IL TRIPLICE MINISTERO CONFERITOLE DA CRISTO: QUELLO DOTTRINALE, QUELLO SACERDOTALE, E QUELLO PASTORALE.

La Chiesa insegna la dottrina di Cristo, applica i mezzi di santificazione da Lui istituiti e governa i membri della Chiesa. – L’insegnamento della dottrina di Cristo avviene attraverso la predicazione; l’applicazione dei mezzi di santificazione con l’oblazione del santo sacrificio, l’amministrazione dei Sacramenti, le benedizioni, le consacrazioni, le devozioni pubbliche; il governo, attraverso la promulgazione delle leggi (precetti e divieti; ad esempio, la proibizione di leggere certi libri pericolosi), con l’applicazione di determinate pene ai crimini più gravi (ad esempio, la scomunica, cioè l’esclusione dalla comunione dei fedeli), ecc.

Questo triplice ministero è stato adempiuto da Gesù Cristo stesso, che lo ha trasmesso agli Apostoli e ai loro successori.

Gesù Cristo ha predicato, ad esempio il Discorso della montagna; ha dispensato grazie, perdonando i peccati della Maddalena, donando il suo corpo e il suo sangue agli Apostoli nell’Ultima Cena, celebrando il primo Sacrificio della Messa, benedicendo i bambini. Cristo ha agito come un governo promulgando leggi, inviando i suoi Apostoli, rimproverando e castigando i farisei, ecc. – Ha trasmesso questo triplice ministero ai suoi Apostoli. Il magistero dottrinale: prima della sua ascensione ordinò loro di insegnare a tutte le nazioni. (S. Matth. XXVIII, 19). Il sacerdozio: nell’ultima cena, diede loro il potere di offrire il Sacrificio della Messa (S. Luc. XXII, 20); dopo la sua risurrezione, apparve loro nel cenacolo e diede loro il potere di perdonare i peccati. (S. Giovanni XX, 23); al momento della sua ascensione, comandò loro di battezzare (S. Matth. XXVIII, 19). Il ministero pastorale: diede loro il potere di rimproverare i peccatori (S. Matth. XVIII, 17), di legare e sciogliere, cioè di fare leggi e di abolirle. – Cristo ha parlato ai suoi Apostoli in questo modo per far capire che sta parlando anche ai loro successori: inviandoli a tutte le nazioni prima di salire al cielo, disse loro: “Io sono con voi fino alla fine dei secoli”. (S. Matth. XXVIII, 20). Chiaramente, queste parole non erano solo per gli Apostoli.

3. GESÙ CRISTO È IL CAPO E IL RE DI DELLA CHIESA.

I profeti avevano già annunciato che il Messia sarebbe stato un grande re (Sal. II), il cui regno sarebbe durato per sempre e avrebbe incluso tutte le nazioni della terra. L’Arcangelo Gabriele disse a Maria che il Salvatore sarebbe stato un re il cui regno non avrebbe avuto mai fine. (S. Luc. I, 33). Cristo davanti a Püate è chiamato un Re il cui regno non è di questo mondo (S. Giovanni XVIII, 36). Cristo dirige e governa la Chiesa in modo invisibile per mezzo dello Spirito Santo, come il capo governa le membra del corpo, per cui S. Paolo chiama Cristo il capo della Chiesa e la Chiesa il corpo di Cristo. (Ef. I, 23). Tutti i Cristiani costituiscono il corpo di Cristo, ogni Cristiano è membro di questo corpo (I. Cor. XII, 27), Gesù Cristo è chiamato il Capo invisibile della Chiesa perché non risiede più sulla terra in modo visibile. A causa del suo amore per la Chiesa, Cristo è chiamato suo sposo e la Chiesa sua sposa. (Apoc. XXI, 19). Cristo ha usato spesso questo paragone, tra l’altro nella parabola del banchetto di nozze. (S. Matth. XXII). S. Paolo dice che per amore della Chiesa, Gesù Cristo si è fatto schiavo, come Giacobbe, per ottenere la mano di Rachele (Fil. II), che ha dato la sua vita per la Chiesa (Ef. V, 25). – La parola Chiesa deriva da una parola che significa assemblea, e S. Agostino sottolinea che questa parola greca Ecclesia significa coloro che sono stati chiamati per grazia, mentre la Sinagoga indica coloro che sono stati costretti dalla coercizione della legge.

4. La Chiesa cattolica è composta dalla Chiesa docente e dalla Chiesa discente. La prima è è costituita dal capo della Chiesa, il Papa, dai Vescovi e, in senso più ampio, dai Sacerdoti; la seconda è costituita dai fedeli comuni. La parola Papa deriva dal greco pappas, padre; Vescovo, da episcopos, supervisore; Sacerdote da presbitero, anziano. Tuttavia, i Sacerdoti non hanno di per sé il potere di prendere decisioni. (Il termine pontefice è mutuato dai culti antichi. A Roma si usava per i sacerdoti incaricati del Pons Sublicius). – Sacerdozio deriva dalla parola sacra dare, offrire cose sacre. Essi lo detengono dal Vescovo e lo esercitano solo con il suo consenso. La divisione sopra indicata corrisponde anche a quella di clero e laici.

2. IL CAPO VISIBILE DELLA CHIESA.

Il sostegno più solido della Chiesa è il suo capo; egli è la roccia su cui si fonda (S. Matth. XVI, 18) e serve soprattutto a preservare la sua unità. L’esistenza di un capo impedisce gli scismi (Ger.). Una nave senza capitano, un esercito senza un generale è destinato al naufragio e alla sconfitta, così la Chiesa cadrebbe in rovina senza il suo capo, il centro dell’unità. (S. Giov. Cris.). I nemici della Chiesa attaccano il suo capo con tale violenza, perché con la scomparsa del pilota essi prevedono la rovina del naviglio. (S. Cipr.). Tra i Papi ci sono non meno di 40 martiri.

1. CRISTO HA COSTITUITO SAN PIETRO COME CAPO DEGLI APOSTOLI E DEI FEDELI; ANZI GLI DISSE: PASCI I MIEI AGNELLI, PASCI LE MIE PECORELLE; GLI DIEDE LE CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI E LO ONORÒ SPESSO CON SPECIALI DISTINZIONI.

Dopo la sua risurrezione, Gesù Cristo apparve agli Apostoli sulle rive del lago di Gènézareth e per tre volte chiese a San Pietro se lo amasse, e quando questi rispose affermativamente gli affidò la cura (il nutrimento) delle pecore, cioè degli Apostoli, e degli agnelli, cioè i fedeli (S. Giovanni XXI, 15). Gli Apostoli, che sono i pastori delle nazioni, sono qui chiamati pecore, in relazione a San Pietro (Bossuet). – Già prima della risurrezione Gesù Cristo aveva promesso a Pietro il primato nella Chiesa. Sulla strada verso Cesarea di Filippo, aveva lodato Pietro per la sua coraggiosa professione di fede nella sua divinità e gli aveva detto: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno (il potere di tutti i demoni) non prevarranno contro di essa (non potranno abbatterla). Ti darò le chiavi del Regno dei cieli (il potere supremo nella Chiesa) e qualsiasi cosa legherai sulla terra sarà legata in cielo e qualsiasi cosa legherai in terra sarà legata in cielo. Qualsiasi cosa comanderai sarà come se l’avessi comandata Io, e qualsiasi cosa permetterai sarà come se fosse stata permessa da me (S. Matth. XVI, 18). – Le distinzioni conferite a San Pietro. Gesù Cristo cambiò il suo nome da Simone a Pietro; lo coinvolse nelle circostanze più importanti della sua vita: sul Tabor, nell’Orto degli Ulivi; pagò un tributo per lui; quando risuscitò dai morti, gli apparve prima che a tutti gli altri Apostoli (S. Luc. XXIV, 34; I. Cor. XV, 5) ecc.

S. Pietro agì sempre come capo degli Apostoli e fu riconosciuto da loro come tale.

S. Pietro agisce come capo degli Apostoli: a Pentecoste parla in loro nome. Egli ha accolto nella Chiesa i primi Giudei e, a Cesarea, i primi Gentili; compie il primo miracolo; ordina l’elezione di un nuovo Apostolo; difende gli Apostoli davanti al tribunale; difende gli apostoli davanti al tribunale; fece prevalere la sua opinione nel Concilio apostolico di Gerusalemme del 51. Pietro fu riconosciuto come capo dagli Apostoli. Gli Evangelisti quando elencano gli Apostoli, nominano sempre Pietro per primo. (S. Matth. X, 2; S. Marc. I, 26; Act. Ap. II, 14). S. Paolo, dopo la sua conversione, ritenne necessario recarsi a Gerusalemme per presentarsi a San Pietro (Gai. 1, 18; II, 2).

2. SAN PIETRO È MORTO VESCOVO DI ROMA, OL PRIMATO ED. IL POTERE DI PIETRO SONO PASSATI AL VESCOVO DI ROMA.

È storicamente dimostrato che S. Pietro fu Vescovo di Roma per quasi 25 anni. La sua presenza a Roma (44-69) e il suo martirio sono registrati da numerose testimonianze. – Intorno al 65, San Pietro scrisse in una delle sue epistole: “La Chiesa che è in Babilonia… e mio figlio Marco vi salutano” (I. S. Piet. V, 13). I Cristiani diedero questo nome a Roma, che a causa della sua grandezza e corruzione assomigliava all’antica Babilonia. Papa Clemente di Roma scrisse intorno all’anno 100:

“Pietro e Paolo sono stati martirizzati insieme ad innumerevoli eletti e ci hanno lasciato un esempio ammirevole. Tertulliano, sacerdote di Cartagine (200), celebrò la felicità della Chiesa di Roma, perché aveva visto Pietro morire come il Signore, Paolo come Giovanni Battista. Il suo contemporaneo Origene, maestro della famosa scuola alessandrina, ci dice che Pietro fu crocifisso a Roma e, su sua richiesta, a testa in giù. Infine, da tempo immemorabile, Roma è in possesso della tomba di S. Pietro. Le sue ossa riposano in una catacomba sotto il circo di Nerone; il terzo Papa già eresse una cappella sopra questa tomba, e Costantino il Grande una splendida basilica”(324). La basilica era in pericolo di rovina, per cui i Papi costruirono l’immensa basilica di oggi, completata nel 1626 dopo cento anni di lavori. – La sede episcopale di Roma è stata chiamata Sede di Pietro fin dai tempi antichi. –

I Vescovi di Roma hanno sempre esercitato il potere supremo nella Chiesa e sono sempre stati riconosciuti come capi della Chiesa.

Verso la fine del I secolo scoppiarono dei dissensi nella Chiesa di Corinto. La disputa non fu portata davanti all’Apostolo S. Giovanni, che viveva ancora ad Efeso, ma a Clemente, il Vescovo di Roma, la cui epistola ebbe un grande effetto a Corinto. – Intorno al 190, il Vescovo di Roma, Vittore, convocò i Cristiani dell’Asia Minore per celebrare la Pasqua con la Chiesa di Roma e non più con i Giudei; quando i Cristiani si mostrarono riluttanti ad obbedire, Vittore li minacciò di scomunica ed essi si sottomisero a lui immediatamente. – Nel III secolo (250 circa), il Vescovo di Roma, Stefano, proibì ai Vescovi del Nord Africa di ribattezzare gli apostati che tornavano alla Chiesa cattolica, e ordinò loro di imporre le mani solo su di loro. Alcuni Vescovi si rifiutarono. Vittore ottenne la loro sottomissione minacciandoli di scomunica. – I Vescovi di Roma hanno presieduto tutti i Concili generali, dal primo di Nicea al più recente. – Quando sorgeva un’eresia, i Vescovi la riferivano immediatamente a Roma; spesso vi si appellavano quando credevano di essere accusati con ingiustizia, ad esempio Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria, deposto dall’imperatore e reintegrato nel suo ufficio dal Papa (350 circa). Il Vescovo di Roma è spesso chiamato Sommo Pontefice o Vescovo dei Vescovi. Quando la lettera di San Leone Magno fu letta al Concilio di Calcedonia del 451, i Vescovi riuniti gridarono: “Pietro ha parlato per bocca di Leone; chi ha un’altra fede sia anatema! – Cristo vuole che Pietro abbia successori senza interruzione fino alla fine del mondo. (Concilio Vaticano). Quindi non ci sarà mai un momento in cui la Chiesa sarà senza Papa. I troni sono caduti in gran numero nel corso dei secoli, le nazioni e gli imperi sono scomparsi, solo l’odiato e perseguitato Papato è ancora in piedi.

3. Il VESCOVO DI ROMA È QUINDI CHIAMATO PAPA O SANTO PADRE SUA SANTITÀ, IL PADRE DELLA CRISTIANITÀ, IL VICARIO DI CRISTO.

Il Salvatore disse a Pietro: “Benedetto sei tu, Simone, figlio di Jonas”. (S. Matth. XVI, 17); ai Papi era stato dato il titolo di “Sua Beatitudine” (beatissime pater); al suo posto oggi diciamo Sua Santità, titolo che si applica all’alta dignità di questo ministero. – L’ufficio o il potere del Papa è talvolta chiamato Sede di Pietro, Santa Sede o Sede Apostolica. Questo titolo deriva dal pulpito o trono, dove secondo l’usanza ebraica Pietro si sedeva per insegnare o celebrare la liturgia. Questo pulpito è ancora conservato nella Basilica di San Pietro. Essendo la sede del Papa a Roma, il Papa è talvolta chiamato Papa romano e la Chiesa da lui governata, la Chiesa cattolica romana.

Ad oggi si contano circa 260 Papi; quasi 60 dei primi quattro secoli sono onorati come santi. 33 di loro hanno subito il Martirio. Tranne Pietro e Pio IX, nessun Papa ha regnato per più di 25 anni. – L’attuale papa si chiama Leone XIII; è nato il 2 marzo 1810 a Carpineto, in Italia, fu ordinato sacerdote il 31 dicembre 1837, divenne nunzio a Bruxelles, quindi Arcivescovo di Perugia (1846) e Papa il 20 febbraio 1878. Il suo lavoro fu un grande successo: contribuì all’abolizione della schiavitù in Brasile, aiutò nella lotta contro questo flagello in Africa, fece cessare le persecuzioni religiose in Germania, evitò la guerra tra Germania e Spagna, eresse più di cento sedi episcopali nei Paesi di missione, ecc. Egli scrisse notevoli encicliche sulla massoneria, il Terzo Ordine di San Francesco, il Rosario, il miglioramento della sorte dei lavoratori, la riunione delle chiese separate, ecc..

4. IlL PAPA HA NELL’EPISCOPATO UN PRIMATO D’ONORE ED UNA GIURISDIZIONE SUPREMA SU TUTTA LA CHIESA. (Conc. Vat. 4, X, 83).

Il Papa ha il primato d’onore nella Chiesa. “Il Papa è il Pontefice sovrano e il principe dell’episcopat”. (S. Bern.). Il Papa non rappresenta il Salvatore con l’oppressione della croce, ma il Salvatore che regna gloriosamente in cielo, e gode dei seguenti onori: assume un nuovo nome, come Pietro, il cui nome era stato cambiato da Cristo, il che indica che egli deve ora occuparsi del suo ufficio (dal X secolo, i Papi prendono solo i nomi dei precedenti e si distinguono da loro per il numero ordinale aggiunto al loro nome; il solo nome Pietro non è più scelto per rispetto al vicario immediato di Gesù Cristo). Il Papa indossa la tiara, cioè una mitra con tre corone che rappresentano il magistero dottrinale, il sacerdozio e la regalità pontificia. È talvolta rappresentato con un pastorale sormontato da una croce; è vestito con una tonaca di seta bianca. Il Papa viene salutato baciandogli i piedi … la ragione deriva dalle parole della Scrittura: “Come sono belli i piedi di coloro che annunciano la pace, il Vangelo della felicità”. – Ma il Papa non ha solo il primato d’onore, ma ha anche piena giurisdizione nella Chiesa. Come Dottore universale (Con. Vat), come pastore dei pastori e delle pecore (San Bernardo), è investito della suprema autorità nell’insegnamento della fede e della morale (prende decisioni definitive), nella disciplina e nel governo di tutta la Chiesa, ha autorità su ogni chiesa particolare, su ogni Vescovo e su ogni sacerdote: può istituire e deporre i Vescovi, convocare i Concili, fondare e sopprimere gli Ordini religiosi, inviare i sacerdoti, fondare e sopprimere Ordini religiosi, inviare missionari, concedere privilegi e dispense, riservare l’assoluzione per alcuni peccati. Per lo stesso motivo deve essere in grado di comunicare liberamente con i pastori ed i fedeli di tutta la comunità, istruirli e guidarli nelle vie della salvezza; deve anche avere libero accesso (libertà di pellegrinaggio) a Roma (Conc. Vat.). Il Papa possiede quindi anche il diritto supremo di vigilanza su tutta la Chiesa come giudice supremo di tutti i fedeli, spetta a lui prendere decisioni irrevocabili per contenziosi in materia ecclesiastica e tutti hanno il diritto di appellarsi a lui. – Il Papa ha un consiglio di 70 Cardinali che appartengono a diverse nazioni e che hanno (12 giorni dopo la vacanza della sede) il diritto di eleggere il nuovo Papa. I Cardinali hanno il titolo di Eminenza, indossano un cappello rosso ed un mantello viola per ricordare che devono essere pronti a versare il loro sangue per Gesù Cristo. I Cardinali sono a capo della maggior parte delle aree dell’amministrazione papale, per esempio, le Congregazioni dell’Indice, le Indulgenze e le Reliquie, i Riti, la Propaganda, ecc. – Il Papa è indipendente da tutti i sovrani temporali e dalle autorità ecclesiastiche. Per molti secoli, i Papi sono stati essi stessi sovrani temporali dello Stato Pontificio. Ecco come sono stati costituiti questi Stati: Fin dai primi secoli, i Papi acquisirono grandi ricchezze tramite donazioni. Dal tempo di Costantino il Grande, poiché gli imperatori ed i governatori imperiali non risiedevano più a Roma, i Papi esercitarono una sorta di sovranità sulle terre romane e sull’Italia centrale. Poi il re franco Pipino cedette ai Papi il territorio romano conquistato ai Longobardi con alcune città sulla costa orientale dell’Italia (754), dono ratificato nel 774 da suo figlio Carlo Magno. I Papi persero i loro Stati 77 volte, ma tornarono sempre in loro possesso. Napoleone glieli tolse nel 1809 e loro li recuperarono al Congresso di Vienna nel 1815. Dal 1949 al 1870, il Regno d’Italia ha annesso tutti i possedimenti papali ad eccezione di Roma e, nel 1870, anche questa; non gli resta più che il Vaticano. Il potere temporale era di grande utilità per la Chiesa; esso assicurava al suo capo l’indipendenza, aumentava la sua autorità nei confronti dei poteri e forniva parte delle entrate necessarie all’amministrazione della Chiesa; soprattutto, garantiva la libertà del Conclave. Dalla sua espropriazione, il Papa è stato sostenuto dall’imposta volontaria dei Cattolici, l’obolo di San Pietro. – Anche se il papa non ha più il potere temporale, la sua sovranità è ancora riconosciuta dalle potenze, anche dall’Italia (Leggi di garanzia del 1871). Ecco perché l’arbitrato del Papa è già stato invocato in controversie tra nazioni, ad esempio tra Germania e Spagna nell’affare delle Caroline (1885). Il Papa come sovrano ha il diritto di battere moneta, di conferire decorazioni e di avere una bandiera (i cui colori sono il bianco e l’oro) in allusione alle parole di San Pietro al paralitico: “Non ho né oro né argento. (Act. Ap. III, 6); ha degli ambasciatori (legati, nunzi, ecc.) presso le potenze, ecc. – Il Papa non ha alcuna giurisdizione sulla terra al di sopra di lui, nemmeno il Concilio Generale, cioè l’assemblea di tutti i Vescovi dell’universo. (Eugenio IV, 4 settembre 1439; Conc. Vat. 4, 3). L’appellarsi al Papa al Concilio Generale costituisce un atto di per sé punibile con la scomunica. (Pio IX, 12 ottobre 1869).

3. VESCOVI, SACERDOTI, FEDELI.

1. I VESCOVI SONO I SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI.

I Vescovi prendono il posto degli Apostoli (Concilio Vaticano). I Vescovi risalgono agli Apostoli con la loro ordinazione, come l’ultimo anello di una catena è unito al primo. – I Vescovi differiscono dagli Apostoli solo per i limiti della loro giurisdizione: gli Apostoli avevano come campo d’azione il mondo intero, i Vescovi hanno solo la loro diocesi. Gli Apostoli erano dotati di un’infallibilità personale che manca ai Vescovi. Ciò si spiega con la missione straordinaria degli Apostoli, che richiedeva poteri e doni straordinari, come il dono dei miracoli, delle lingue e dell’infallibilità.

Il potere dei Vescovi consiste nel governare la parte della Chiesa assegnata loro dal Papa e di partecipare con lui al governo della Chiesa universale.

Già gli Apostoli avevano assegnato ai Vescovi regioni specifiche: Creta, ad esempio, a Tito, come dice San Paolo (Tt 1, 5). La regione assegnata a un Vescovo si chiama diocesi (ce ne sono anche di molto grandi di milioni di anime). – Il Vescovo esercita la sua autorità pastorale e dottrinale approvando e formando i candidati al sacerdozio, costituendo e conferendo le cariche ecclesiastiche, la giurisdizione ai confessori e la missione ai catechisti (ecclesiastici o laici), approvando libri, promulgando decreti quaresimali, e così via. Le funzioni pontificie (potestà d’ordine) sono l’amministrazione della Cresima, il conferimento degli Ordini, l’assoluzione dei peccati a lui riservata, la consacrazione di chiese, altari, vasi sacri, olii santi, ecc. – In quanto partecipano al governo generale della Chiesa, sono chiamati a partecipare ai Concili generali dove, in comunione con il Papa, hanno il potere deliberativo di emanare decreti e fare leggi.

I Vescovi non sono quindi semplici vicari del Papa, hanno un’autorità reale nel governo della Chiesa.

I Vescovi hanno una propria giurisdizione e autorità nella Chiesa; sono i veri pastori del gregge loro affidato (Concilio Vaticano, IV, 3), perché sono “costituiti dallo Spirito Santo per governare la Chiesa di Dio”. (Act. Ap. XX, 28). E come un principe-erede ha, per la sua nascita, un diritto reale sul futuro governo del Paese, così i Vescovi acquisiscono con la loro ordinazione un diritto sul governo della Chiesa affidato loro dal Papa; i Vescovi sono quindi principi della Chiesa, e giustamente. È perché i Vescovi hanno la giurisdizione, l’autorità ordinaria immediata, sono chiamati anche “ordinari“. Il consiglio che assiste il Vescovo si chiama Capitolo; i suoi membri portano il titolo di canonici. In caso di vacanza della sede, uno di loro viene eletto vicario capitolare e governa la diocesi fino alla fine della vacanza. In base al diritto, l’elezione del Vescovo spetta al Capitolo. I concordati possono trasferire questo diritto al Papa, al governo o all’Arcivescovo. I Vescovi hanno dei vicari generali o coadiutori che li assistono nel loro governo; per assisterli nell’esercizio dei poteri dell’ordine hanno Vescovi ausiliari o suffraganei. – L’episcopato è una dignità molto alta, superiore, secondo S. Ambrogio, alla dignità reale. Come segno della sua dignità, il Vescovo porta la mitra, come capo dell’esercito di Gesù Cristo; il pastorale, simbolo dell’autorità pastorale, un pastorale curvo per la limitazione della giurisdizione; un anello, come segno di alleanza con la sua Chiesa; una croce pettorale. – In segno di rispetto, i Sacerdoti e i fedeli baciano il suo anello.

Ha il titolo di Monsignore, di Sua Grandezza. Il Papa rivolgendosi al Vescovo. Lo chiama Venerabile fratello, perché il potere d’Ordine del Vescovo è uguale al potere d’ordine del Papa. I Vescovi sono comunque sotto la giurisdizione del Papa e gli devono obbedienza. Il Papa conferisce ai Vescovi il potere di giurisdizione; è la radice da cui i rami traggono la loro linfa. Nessun Vescovo può quindi esercitare la sua autorità finché non ha ha ricevuto l’istituzione canonica dal Papa. Inoltre, è obbligato a riferire periodicamente al Papa sullo stato della sua Diocesi. (Pellegrinaggio ad limina Apostolorum.) I Vescovi italiani vi si recano ogni due anni; quelli d’Europa ogni quattro anni, quelli d’America, ogni dieci anni). Una sentenza episcopale può essere appellata al Papa. – I vescovi separati dalla Sede di Pietro, che non sono in comunione con lui, come ad esempio i greci, i russi e gli anglicani, non sono più membri della Chiesa e quindi non hanno giurisdizione. Leone XIII ha persino definito solennemente che gli anglicani non hanno nemmeno il potere d’ordine. I Vescovi che hanno altri Vescovi sotto la loro giurisdizione sono chiamati Arcivescovi o Metropoliti.

Questi hanno una preminenza sui Vescovi semplici: in alcuni casi hanno il diritto di indossare il pallio (una fascia di lana d’agnello bianca attorno alle spalle, simbolo di mitezza e umiltà); in alcuni Paesi ricevono onorificenze civili. – Al di sopra degli Arcivescovi si trova il primate o primo Vescovo di una nazione. (L’Arcivescovo di Lione è primate delle Gallie; l’Arcivescovo di Malines è primate dei Paesi Bassi; l’arcivescovo di Salisburgo è primate di Germania, quello di Gian, primate di Ungheria). I primati hanno al di sopra di loro i Patriarchi, in alcuni Paesi gli esarchi, a cui erano originariamente soggetti i metropoliti. (I principali Patriarcati erano quelle di Antiochia, Alessandria, Roma, perché queste sedi erano state fondate da San Pietro). Oggi i titoli di primate e patriarca sono puramente onorifici; non implicano alcuna giurisdizione e sono, inoltre, come l’arcivescovado, di semplice diritto ecclesiastico. – Esistono ancora prelati nella Chiesa che, senza avere l’ordine episcopale, possiedono il rango: sono dignitari ecclesiastici (generalmente capi di ordini religiosi) che, insieme ai loro subordinati, sono esenti dalla giurisdizione episcopale, ma immediatamente soggetti alla Santa Sede. Alcuni prelati governano addirittura una diocesi, senza avere l’ordine episcopale; ce ne sono altri, che governano una regione specifica con i propri sacerdoti e i suoi fedeli e che, con il loro territorio, sono soggetti alla giurisdizione episcopale. Ci sono anche sacerdoti che hanno solo il titolo onorifico di prelato.

2. I SACERDOTI SONO I COLLABORATORI DEI VESCOVI.

Con l’Ordinazione, i Sacerdoti ricevono la vita sacerdotale dal Vescovo, come i figli ricevono la vita naturale dai genitori; sono quindi figli spirituali dei Vescovi. Ma i figli non hanno mai autorità personale nella casa del padre, sono soggetti all’autorità del padre e devono eseguire gli ordini che vengono loro impartiti. Lo stesso vale per i sacerdoti: non hanno l’autorità pastorale della Chiesa. Nei Concili generali essi non hanno diritto di parola, al massimo costituiscono una voce consultiva quando chiamati in causa; né possono scomunicare, sono solo gli aiutanti, i coadiutori dei Vescovi, ai cui ordini devono sottomettersi.

I Sacerdoti hanno solo una parte dei poteri del Vescovo e possono esercitarli solo con l’autorizzazione di quest’ultimo.

Questa autorizzazione si chiama approvazione, missione canonica. – Il paramento del sacerdote Sacerdote è la tonaca nera, un indumento che arriva fino al tallone. La tonaca nera ricorda al sacerdote il pensiero della morte; la chiusura completa dell’abito gli ricorda che deve essere assolutamente inaccessibile alle gioie colpevoli o mondane.

I Sacerdoti a cui il Vescovo affida in modo permanente l’amministrazione di un distretto diocesano sono chiamati parroci (curati).

Questo distretto è chiamato parrocchia (parochia). Nella Chiesa greca, il parroco è chiamato pope. – I parroci di alcune grandi parrocchie sono chiamati decani. In alcuni Paesi, il parroco viene presentato al Vescovo da patroni, individui o corporazioni che hanno acquisito questo privilegio grazie a servizi eccezionali resi alla parrocchia. – Il parroco è il rappresentante del Vescovo nella parrocchia. Nessuno può esercitare una funzione ecclesiastica nella parrocchia senza il suo permesso (o quello del Vescovo), in particolare il solo parroco ha il diritto di predicare, battezzare, dare l’estrema unzione, assistere ai matrimoni e presiedere alle sepolture. – I parroci non esistevano nei primi secoli della Chiesa, in quanto i Vescovi esercitavano da soli la maggior parte delle funzioni sacre e, in seguito, inviavano a distanza i sacerdoti legati alla chiesa cattedrale, con una delegazione temporanea, a celebrare le funzioni e amministrare i Sacramenti. I parroci che il Vescovo pone al di sopra dei parroci di un distretto più ampio sono chiamati Arcipreti, Arcidiaconi.

Su incarico del Vescovo, visitano le chiese e fungono da intermediari tra l’amministrazione episcopale ed i parroci. I parroci delle parrocchie più popolose hanno anche dei sacerdoti di soccorso. Questi Sacerdoti sono chiamati vicari, cappellani, ecc. e sono nominati dal Vescovo. Quando una parrocchia è vacante, viene nominato temporaneamente un amministratore.

3. UN CATTOLICO È COLUI CHE È BSTTEZZATO E CHE PROFESSA ESTERIORMENTE DI ESSERE MEMBRO DELLA CHIESA CATTOLICA.

Un’associazione considera membro solo chi è stato accolto in essa; è membro della Chiesa solo chi è stato accolto in essa. Questa iniziazione avviene attraverso il Battesimo. Il Battesimo è la porta attraverso la quale si entra nella Chiesa, come la finestra che dava accesso all’arca di Noè. La Scrittura annovera tra i membri della Chiesa anche i i 3000 ebrei che furono battezzati il giorno di Pentecoste come membri della Chiesa (Atti II, 41). Inoltre, è necessario fare una professione esterna di questa appartenenza alla Chiesa. Chi se ne separa, ad esempio per eresia, cessa di essere membro della Chiesa, anche se davanti a Dio non è liberato dagli obblighi imposti dal Battesimo; si trova nella situazione di un soldato che ha disertato la sua bandiera ed è passato al nemico. I pagani, gli Ebrei, eretici e scismatici (Conc. di Firenze) non appartengono alla Chiesa cattolica, ma i loro figli battezzati sì. Il Battesimo è un bene dell’unica vera Chiesa, i suoi frutti appartengono quindi solo ad essa. (S. Aug.). Ma questi figli battezzati si separano dalla Chiesa quando raggiungono la maggiore età, fanno professione di eresia, ad esempio ricevendo la Cena del Signore in un tempio eretico. – I cristiani furono chiamati inizialmente con nomi diversi: prima furono chiamati Nazareni, perché Nazareth era la patria di Cristo, poi Galilei (stranieri) , perché i Giudei immaginavano che Gesù Cristo provenisse da lì. Il nome Cristiani (Act. Ap. XI, 26) compare per la prima volta nella grande comunità di Antiochia, dove S. Pietro e, più tardi, S. Ignazio erano Vescovi. Noi portiamo giustamente questo nome di Cristiani (christianus), che significa unto, perché interiormente le nostre anime hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo, così come i nostri corpi lo hanno ricevuto esternamente; inoltre, la nostra vocazione è quella di diventare come Gesù Cristo. (Rom. VIII, 29). Questo nome non viene dagli uomini, viene da Dio (Greg. Naz.). – Non prendiamo il nome da un re temporale, da un Angelo, da un arcangelo o da un serafino, ma dal loro re. (S. G. Cris.). Il titolo di Cristiano è amato da Dio, ma disprezzato dai viziosi e dai superbi (S. Theoph. d’Ant.).

Ma un verocattolico è l’unico che, dopo essere stato battezzato e membro della Chiesa, si impegna seriamente di raggiungere la vita eterna, che quindi crede nelle dottrine della Chiesa, osserva i Comandamenti di Dio e della Chiesa, riceve i Sacramenti e prega Dio nel modo prescritto da Gesù Cristo.

Non si è veri Cristiani quando non si conosce nemmeno la dottrina cristiana; – allora si è come uno che si definisce pittore o medico e non capisce nulla della sua arte. Non si è veramente Cristiano quando non vive secondo la morale di Cristo (S. Giustino), che disse ai Giudei: “Se voi siete i figli di Abramo, fate le opere di Abramo” (S. Giovanni VIII, 39), che per noi significa: “Se volete essere Cristiani, fate anche voi le opere dei Cristiani”. Una vita malvagia ci fa perdere il titolo di Cristiano (Salviano). Perciò, se vogliamo essere Cristiani, viviamo come Cristo (S. Greg. Naz.).

Cristiano è colui che è mite, gentile, misericordioso con tutti, che divide il suo pane con i poveri (S. Aug.). Cristo stesso dice che i suoi discepoli si riconosceranno dalla loro carità verso il prossimo (S. Giovanni XX, 35), che è quindi come l’uniforme del Cristiano. – Un Cristiano che non riceve i Sacramenti, che non prega, è come un soldato disarmato, un artigiano che non esercita il suo mestiere. – Nel nostro tempo, purtroppo, ci sono troppi Cristiani che non meritano il loro nome. Portano questo titolo perché hanno ricevuto il Battesimo e ne hanno un estratto, ma vivono come pagani. Si potrebbero chiamare Cristiani sulla carta o pagano-cristiani. Che responsabilità per l’eternità! “Da un’aratura migliore, abbiamo il diritto di aspettarci frutti più abbondanti, così come possiamo aspettarci più virtù da un Cristiano che pretenderle da un pagano, perché egli ha più grazie a disposizione. (Louis de Gren.).

Ogni cattolico ha diritti e doveri; ha diritto ai mezzi di santificazione della Chiesa ed è obbligato ad obbedire ai capi della Chiesa in materia di religione, contribuire al loro mantenimento ed alle spese del culto divino.

I Cattolici possono quindi esigere che venga loro rivolta la parola di Dio, che vengano loro amministrati i sacramenti, di poter partecipare ai servizi divini e di avere diritto alla sepoltura ecclesiastica, ecc. – La Chiesa non obbliga nessuno ad aderire, ma chiunque entri o rimanga liberamente in essa è obbligato a sottomettersi alle sue leggi. In alcuni casi la disobbedienza alle leggi della Chiesa può portare alla scomunica, cioè l’esclusione dalla Chiesa. La persona scomunicata perde tutti i diritti ai beni spirituali della Chiesa, la partecipazione alle funzioni della Chiesa, la partecipazione alle funzioni religiose, la ricezione dei sacramenti, le funzioni ecclesiastiche, le cariche ecclesiastiche, la sepoltura cristiana; non partecipa più alle preghiere e alle benedizioni della Chiesa. La scomunica si verifica ipso facto per alcuni crimini, come ad esempio l’apostasia, l’adesione alla massoneria, il duello, ecc. (Pio IX, 12. ott. del1869), altre volte si incorre solo dopo una sentenza emessa dall’autorità ecclesiastica e preceduta da ammonizioni canoniche e da un regolare processo. Pio IX ha scomunicato i vescovi vetero-cattolici Reinkens (f 1896) e Herzog, e il prevosto Doellinger fu scomunicato dall’Arcivescovo di Monaco (1871). S. Ambrogio aveva già escluso dalla Chiesa l’imperatore Teodosio, che aveva fatto massacrare dai suoi soldati 7000 abitanti della Tessaglia che aveva attirato nel circo con il pretesto di giochi pubblici. (390) Quando Teodosio invocò l’esempio di Davide Ambrogio rispose: “Tu hai imitato Davide nel crimine, imitalo anche nella penitenza”, ed egli lo riaccolse nella sua comunione solo dopo una severa penitenza. S. Paolo scomunicò anche un membro vizioso della Chiesa di Corinto. (I. Cor. V, 5). La Chiesa ha gli stessi diritti della società civile che punisce certi crimini con la pena dell’esilio; anche gli alunni incorreggibili si escludono dalla scuola.

4. FONDAZIONE ED ESTENSIONE DELLA CHIESA.

Cristo aveva paragonato la sua Chiesa a un granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi, ma che, una volta germogliato, produce un albero sotto il quale gli uccelli del cielo possono abitare. (S. Matth. XIII, 31). Cristo paragona la sua Chiesa a una pianta, perché la Chiesa, nonostante la sua estensione, rimarrà sempre quaggiù in uno stato di umiliazione.

1. Cristo ha posto le fondamenta della sua Chiesa quando, durante la sua vita pubblica, radunò intorno a sé un certo numero di discepoli, tra i quali ne scelse 12 come Apostoli e uno di loro come capo.

Cristo, i 12 apostoli, i 72 discepoli e gli uomini e le donne che lo seguivano abitualmente formavano una sorta di comunità.

2. La Chiesa non fu fondata definitivamente fino alla Pentecoste, quando furono battezzate 3000 persone.

La Pentecoste fu quindi il giorno in cui nacque la Chiesa. 2000 persone dopo il miracolo nel portico del tempio.

3. Immediatamente dopo la discesa dello Spirito Santo, gli Apostoli andarono in nome di Cristo a predicare il Vangelo in tutto il mondo e fondarono comunità cristiane in molte città.

Il più zelante fu Paolo, il persecutore dei Cristiani che si era miracolosamente convertito nell’anno 34 (I. Cor. XV, 8); viaggiò per tutta l’Asia Minore, l’Europa meridionale e molte isole del Mediterraneo. S. Pietro viaggiò quasi quanto Paolo dopo la sua liberazione miracolosa dalla prigione (44) da parte di un Angelo. La sua sede fu Roma, dove subì il martirio insieme a san Paolo il 29 giugno 69. S. Giovanni, il discepolo amato, si era stabilito a Efeso, dove viveva anche la Beata Vergine, e da lì governava le chiese dell’Asia Minore. Suo fratello, Giacomo il maggiore, si spinse fino in Spagna (dove le sue reliquie si trovano a Compostela) e tornò a Gerusalemme dove fu decapitato. (44), Giacomo il Minore governò la Chiesa di Gerusalemme e fu gettato giù dalla terrazza del tempio (63). Andrea predicò nei Paesi del Basso Danubio e fu crocifisso ad Achaia. – S. Tommaso e S. Bartolomeo evangelizzarono i paesi del Tigri e dell’Eufrate e l’India, San Simone l’Egitto e il Nord Africa, ecc. “O uomini misericordiosi – grida S. Giovanni Crisostomo – quanto vi siamo riconoscenti per la grazia della fede che ci avete dato a costo del vostro sudore e del vostro sangue! Quanto dolore e torture avete sofferto per noi!

Gli Apostoli hanno fondato comunità cristiane convertendo e battezzando un certo numero di abitanti del luogo e scegliendo tra di loro dei collaboratori, ai quali trasmettevano una parte più o meno grande dei loro poteri. Quando si trasferivano, sceglievano un successore e gli conferivano tutti i poteri. (Act. Ap. XIV, 22).

I cooperatori ai quali gli Apostoli hanno trasferito solo una piccola parte dei dei loro compiti erano chiamati diaconi; quelli che avevano più potere, anziani o presbiteri o sacerdoti; i successori degli apostoli, Vescovi (anziani, pontefici). – Il Cristo aveva dato agli Apostoli il potere di scegliere i propri successori, perché aveva dato i poteri che Egli aveva ricevuto dal Padre (S. Giovanni XX, 21); Gesù Cristo li aveva anche ordinati, poiché li aveva incaricati di predicare (S. Matth. XXVIII, 20).

La comunità cristiana di Roma occupava il primo posto tra le altre, perché era governata da San Pietro, il capo degli Apostoli, e perché tutte le prerogative e i diritti passavano al Vescovo della comunità romana.

S. Ignazio, vescovo di Antiochia (+ 107), scrisse ai Cristiani di Roma di di non rilasciarlo; nella sua epistola chiamava la Chiesa di Roma maestra della santa alleanza della comunità dei fedeli, cioè la maestra della cristianità. S. Ireneo, Vescovo di Lione (+ 202), scrisse anche: “Tutti i fedeli dell’universo devono essere con la Chiesa romana a causa del suo eminente primato.

Tutte le comunità cristiane fondate dopo gli Apostoli avevano la stessa fede, gli stessi sacramenti, lo stesso sacrificio e lo stesso capo; insieme, formavano un’unica grande comunità, la Chiesa cattolica.

4. QUANDO COMINCIA COMINCIARONO LE PERSECUZIONI, LA CHIESA SI DIFFUSE ANCORA PIÙ RAPIDAMENTE.

Nei primi tre secoli ci sono state 10 grandi persecuzioni da parte degli imperatori romani; le più terribili furono quelle di Nerone (54-68) e di Diocleziano (284-305); questo tiranno martirizzò quasi due milioni di Cristiani, tanto che in 10 anni quasi 17.000 Cristiani furono martirizzati ogni mese. Molto varie erano le tipologie di martirio: crocifissione (San Pietro), decapitazione (San Paolo), lapidazione (Santo Stefano), esposizione a bestie feroci (Sant’Ign. d’Ant.). Altri venivano arrostiti nel fuoco (San Lorenzo), gettati in acqua (San Floriano), scorticati (S. Bartolomeo), gettati da una roccia o da una torre (S. Giacomo il minore), bruciati sul rogo (San Policarpo a Smirne), sepolti vivi (Santa Crisante), ecc. I Cristiani non temevano il martirio, anzi vi volavano come le api all’alveare (San Giovanni Crisostomo). – Tutto ciò che veniva fatto per distruggere i Cristiani serviva solo a moltiplicarli. Le suppliche dei Cristiani davanti ai tribunali erano una vera e propria predicazione che commuoveva e convertiva un gran numero di persone. Anche la gioia con cui i Cristiani andavano incontro alla morte, la loro pazienza e il loro amore per i nemici facevano una grande impressione sui pagani, non meno dei molti miracoli che avvenivano durante i supplizi. (San Giovanni resta sano e salvo nell’olio bollente, Policarpo nel fuoco). I martiri assomigliano1 al seme che muore nella terra, “ma germoglia e diventa fecondo”. (San Ruperto). La tempesta che scuote il seme dal terreno è utile, perché ne genera altri 50 (San Leone Magno). Il sangue dei martiri, dice Tertulliano, divenne semenza di Cristiani. – Il periodo delle persecuzioni è stato il più florido: i Cristiani vi conducevano una vita pe I Cristiani rischiavano la vita per partecipare alle assemblee liturgiche nelle catacombe. L’iniziazione al cristianesimo attraverso il battesimo era preceduta da due anni di istruzione chiamati catecumenato. Quando l’imperatore Costantino il Grande permise ai suoi sudditi di abbracciare il Cristianesimo (313) e successivamente lo dichiarò (324) come religione di Stato, la Chiesa fiorì all’esterno, ma molti Cristiani divennero tiepidi. Costantino emette il suo Editto di Tolleranza dopo l’impressione di una croce luminosa in cielo (312), e certamente anche sotto l’influenza della sua pia madre, Sant’Elena. – Egli prescrisse l’osservanza delle domeniche e delle feste, consegnò i Vescovi, vietò i combattimenti gladiatori, abolì la crocifissione e costruì un gran numero di chiese (312) (fino a 30 solo in Palestina), ecc. – Durante la pesca miracolosa, la rete si strappò e le due barche piene di pesci stavano quasi per rovesciarsi.; questa era un’immagine degli scismi introdotti nella Chiesa dalle eresie e dalle passioni terrene, in cui sarebbero caduti i Cristiani quando la Chiesa si fosse espansa e avesse goduto della pace.

Già al tempo di Costantino apparve la perniciosa eresia di Arîo (318), che si diffuse in lungo e in largo. Divenne anche più facile essere ammessi alla Chiesa ed il catecumenato scomparve gradualmente a partire da Costantino in poi. Agostino ha giustamente detto: “Quando la Chiesa è in pace con i suoi nemici esterni, ne trova molti in mezzo a sé, che con la loro cattiva condotta lacerano il cuore dei buoni.

5. NEL MEDIO EVO, LA MAGGIOR PARTE DEI POPOLI PAGANI D’EUROPA SI UNI’ ALLA CHIESA.

I Franchi, una tribù germanica che aveva invaso le Gallie, furono i primi a convertirsi al Cattolicesimo come nazione. In Austria, il Vangelo fu predicato intorno al 450 dal monaco orientale S. Sévérin, famoso per le sue austerità, che esercitò il suo apostolato lungo il Danubio per trent’anni (t 482), e successivamente da S. Valentino, Vescovo belga, che evangelizzò la regione di Passau e Tyrolo (+ 470 a Merano). Salisburgo ricevette il Vangelo da San Ruperto, vescovo di Worms (580). Intorno al 600, l’Inghilterra ricevette quarantuno missionari da San Gregorio Magno, tra cui il monaco benedettino Agostino, futuro Arcivescovo di Cantorbéry. In meno di 80 anni, l’Inghilterra fu convertita e divisa in 26 vescovati. L’apostolo della Germani fu S. Bonifacio, allora arcivescovo di Magonza, che lavorò a questa missione per quasi 40 anni (+ 755). Gli Slavi, soprattutto quelli della Boemia e della Moravia furono evangelizzati con grande successo dai monaci greci Cirillo e Metodio (+ 885). Gli ungheresi dovettero la loro conversione agli sforzi del loro re, S. Stefano (+ 1038), la cui mano Dio ha conservato intatta fino ad oggi, senza dubbio come ricompensa per le sue numerose opere buone. Stefano ricevette dal Papa il titolo di Re Apostolico. Danimarca, Svezia, Norvegia, Islanda, Polonia e Russia si convertirono solo dopo l’anno 1000.

Nel Medioevo, la Chiesa soffrì molto a causa dell’islamismo.

 L’islamismo è la dottrina di Maometto, che proveniva dall’Arabia e si spacciava per il profeta del vero Dio, prometteva un paradiso dopo la morte, ha permesso la poligamia, ha prescritto il pellegrinaggio alla Mecca in onore di una pietra nera lì conservata, insegnava il fatalismo, cioè la sottomissione al cieco destino, e raccomandava la diffusione della sua dottrina con il ferro e il fuoco. La sua dottrina è riportata nel Corano. Nel 632 fu avvelenato da una donna ebrea. I maomettani osservano il venerdì e pregano cinque volte al giorno, rivolti verso la Mecca. I successori di Maometto, i Califfi (cioè i vicari), intrapresero grandi conquiste che hanno spazzato via la civiltà cristiana; hanno sottomesso gran parte dell’Asia, il nord dell’Yemen e il sud della Cina, gran parte dell’Asia, l’Africa settentrionale, la Spagna e le isole del Mediterraneo; Carlo Martello fermò la loro invasione della Francia con una serie di vittorie (732-38). Le loro invasioni in Occidente furono sventate dall’eroica resistenza di Vienna nel 1683.

Nel Medioevo, la Chiesa perse molti membri a causa dello scisma greco.

Le cause di questo scisma risiedevano nella tendenza degli imperatori dell’Europa orientale a rendere i patriarchi di Costantinopoli sempre più indipendenti da Roma. e molti dei quali erano già stati condannati dai Concili per eresia. Infine, l’ambizioso patriarca Fozio, ferito da una condanna papale convocò un concilio di vescovi orientali e si staccò da Roma (867). Il nuovo imperatore ristabilì le relazioni con il Papa, ma 200 anni dopo il patriarca Michele Cerulario rinnova lo stesso conflitto (1054) e lo scisma da lui provocato si protrae purtroppo, fino ai giorni nostri. I greci scismatici si definiscono ortodossi (veri credenti), noi li chiamiamo greci orientali o non uniti, in contrapposizione ai greci in comunione con Roma, che chiamiamo greci uniti,

5 IN TEMPI MODERNI MOLTI POPOLI DEL NUOVO MONDO SI SONO CONVERTITI.

I navigatori spagnoli e portoghesi scoprirono regioni sconosciute; I missionari li seguirono per predicare il Vangelo. Il più famoso di questi fu S. Francesco Saverio, l’apostolo del Nuovo Mondo. Francesco Saverio, l’apostolo delle Indie, che, con una campana in mano, percorreva le città dell’India, delle Isole Molucche e del Giappone per chiamare a raccolta i suoi ascoltatori. Dotato del dono delle lingue, battezzò quasi due milioni di infedeli (+ 3 dic. 1552). Dopo la sua morte, i gesuiti, tra cui i padri Ricci e Schall, lavorarono con successo in Cina, dove grazie alle loro conoscenze di astronomia, meccanica, ecc. acquisirono il favore dei grandi uomini dell’impero. In Cina il cristianesimo ha fatto progressi da quando la libertà è stata garantita dai trattati del 1845. – S. Pierre Claver (f 1654) fu anch’egli un illustre missionario. tra i negri delle province settentrionali dell’America del Sud (Colombia). Negli ultimi anni l’apostolo dell’Africa è stato il cardinale Lavigerte, arcivescovo di Cartagine; ha girato le grandi città d’Europa per organizzare società antischiaviste e fondato l’Ordine dei Padri Bianchi, dedicato all’evangelizzazione dell’Africa. (+ 1892). – A Roma c’è lo stabilimento di Propaganda, fondato nel 1622, dove vengono formati giovani di tutte le nazioni per le missioni.

1 – Attualmente, i Paesi selvaggi sono evangelizzati da quasi 15.000 sacerdoti, 5.000 fratelli laici e 50.000 suore, la maggior parte dei quali appartengono ai Gesuiti, ai Cappuccini, ai Francescani e Benedettini, Lazzaristi, ecc. La maggior parte di loro proviene dalla Francia e dall’Alsazia. Queste missioni sono mantenute principalmente dall’Opera della Propaganda della fede e della Santa Infanzia. (Si veda la conclusione della Parte III). Il mantenimento delle missioni è per i cattolici è un’opera di primaria necessità; va detto per nostra confusione che gli eretici mostrano la più grande generosità.

Nei tempi moderni, la Chiesa ha perso molti membri a causa dell’eresia luterana e anglicana.

Martin Lutero, inizialmente monaco agostiniano e professore all’Università di Wittenberg, era animato da sentimenti di ripicca nei confronti di Roma, perché in un viaggio che vi aveva compiuto nel 1510 era stato completamente ignorato. Leone X, avendo fatto pubblicare delle indulgenze in favore di collette per la costruzione della basilica di S. Pietro, ed uno di questi predicatori, Tetzel, venne a Wittenberg. Prima del suo arrivo Lutero affisse 95 tesi sulla porta della chiesa del castello, in cui, invece di limitarsi a predicare le indulgenze, combatteva i predicatori di indulgenze, si batteva contro la dottrina cattolica delle indulgenze” (1517). Lutero, avendo resistito all’ordine di ritrattare, il Papa lo scomunicò (1520) e l’imperatore lo bandì dall’impero dopo aver rifiutato di abiurare. alla Dieta di Worms (1521). Ma l’Elettore di Sassonia gli diede asilo nel Wartburg, e l’eresia luterana si diffuse rapidamente in tutta la Germania, portando a lunghe guerre di religione. I suoi aderenti furono chiamati protestanti, perché alla Dieta di Spira, nel 1529, protestarono contro tutte le proposte di conciliazione. La pace di Augusta del 1555 concedeva loro gli stessi diritti dei cattolici, mentre il Concilio di Trento (1543-63) definì chiaramente la dottrina cattolica di fronte agli errori dei protestanti. Lutero morì nel 1546. I suoi errori principali furono:

1. la negazione di un Magistero supremo nella Chiesa;

2. l’attribuzione del potere ecclesiastico a principi laici secolari;

3. la negazione di qualsiasi sacerdozio, essendo l’esercizio del ministero ecclesiastico fatto in nome della comunità dei credenti.

4. l’affermazione che tutte le verità di fede sono contenute nella Bibbia;

5. che chiunque può interpretare la Bibbia secondo le proprie esigenze.

6. che la sola fede salva e che le opere sono inutili;

7. che l’uomo ha perso il suo libero arbitrio;

8. che non c’è nessun sacrificio della nuova alleanza, né sacramento della penitenza, della confessione, del purgatorio e dei veri santi. – Un gran numero di protestanti è ritornato alla fede grazie all’apostolato dei Gesuiti, fondati nel 1540 da Sant’Ignazio di Loyola; da qui l’odio contro di loro. – Nello stesso periodo in cui Lutero, Zwingle e Calvino pervertivano la Svizzera, Enrico VIII pervertì l’Inghilterra. Egi era irato contro il Papa perché non aveva ratificato il suo divorzio. Si mise a capo della Chiesa anglicana e perseguitò i Cattolici. Gli errori anglicani sono stati in seguito raccolti in 40 articoli che contengono la maggior parte degli errori luterani.

7. LA CHIESA CATTOLICA CONTA ATTUALMENTE

260 milioni di fedeli.

Essi sono guidati da circa 1200 vescovi, tra cui 15 patriarchi, 200 arcivescovi e 20 prelati con giurisdizione episcopale, e da circa 350.000 sacerdoti.

– Italia, Spagna, Francia, Austria, Belgio e Irlanda sono quasi esclusivamente cattoliche; in Germania i Cattolici costituiscono un terzo della popolazione della popolazione e sono 18.000.000, e in Russia 11.000.000. In tutta l’Europa nel suo complesso ci sono 170 milioni di Cattolici, quasi tre quarti della popolazione. In America, 80 milioni, di cui 10 milioni negli Stati Uniti (un sesto della popolazione). Il Messico, l’America Centrale e l’America del Sud con le isole adiacenti, sono quasi tutte cattolici; in Asia solo 10 milioni; in Africa, tre, e in Australia, un milioni. – I protestanti sono circa 150 milioni, divisi in più di 150 sette; occupano la Germania centrale e settentrionale, Olanda, Danimarca, Inghilterra, Svezia, Norvegia, parte di Svizzera e dell’Ungheria e degli Stati Uniti d’America. Inoltre, ci sono circa 100 milioni di orientali scismatici che vivono principalmente nella penisola balcanica e in Russia; a questi si aggiungono quasi 10 milioni di cristiani di varie sette. Complessivamente ci sono quindi quasi 520 milioni di cristiani. Poiché il numero di uomini è stimato in un miliardo e mezzo, solo un terzo dell’umanità è cristiana. – I maomettani sono 170 milioni. Vivono in Arabia, Asia occidentale, Africa settentrionale e parte della Turchia. Ci sono anche quasi 8 milioni di israeliti o ebrei, soprattutto in Russia, Austria e Polonia. La religione ebraica è importante per noi perché è la depositaria dei libri dell’Antico Testamento, che contengono alcune delle prove della missione divina del Salvatore. “Essi sono – dice Sant’Agostino – i custodi dei nostri Libri Santi”. Gli ebrei credono ancora nell’esistenza di Dio, nella sua rivelazione, e nelle sanzioni della vita futura, ma la maggior parte ha rinunciato alla speranza del Messia, la salvezza che sperano è poco più che la liberazione dalla loro presunta oppressione politica. – Infine, ci sono ancora quasi 800 milioni di pagani, molti dei quali nell’Africa meridionale, in Africa meridionale, India, Cina e Giappone. – Dobbiamo pregare ogni ogni giorno per l’illuminazione di coloro che siedono nelle tenebre e nelle ombre della morte” (S. Luc. 1, 79), al fine di affrettare il compimento della promessa di Cristo che ci sarebbe stato un solo gregge e un solo pastore. (S. Giovanni X, 16).

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XVI)