IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (III)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (III)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur: Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

INTRODUZIONE

Perché siamo qui sulla terra?

Come un alunno o uno studente va a scuola per uno scopo preciso, cioè una carriera da intraprendere, così l’uomo è sulla terra, alla scuola della vita, per raggiungere un obiettivo sublime, la felicità eterna dopo la morte, ed in qualche modo già durante questa vita.

NOI SIAMO SU QUESTA TERRA PER ACQUISTARE LA FELICITÀ ETERNA PER LA GLORIFICAZIONE DI DIO.

La glorificazione di Dio è l’obiettivo di tutta la creazione. Tutte le creature sono state fatte da Dio affinché attraverso di esse (innanzitutto attraverso le qualità che hanno ricevuto da Dio) la perfezione o la gloria di Dio fosse rivelata alle creature ragionevoli, cioè agli Angeli e agli uomini, e affinché lodino e onorino Dio. Spinto dalla sua infinita bontà, il buon Dio creò il cielo e la terra, gli Angeli e gli uomini, le creature viventi e quelle non viventi, affinché ciascuno lo lodasse e lo onorasse secondo la sua dignità e le sue facoltà”. (P. Cochem, cappuccino autore di numerose opere religiose popolari). Anche gli esseri privi di ragione e di sensibilità, gli animali feroci e domestici, gli alberi e le piante, i metalli e le pietre, lodano Dio, ciascuno secondo le proprie capacità, perché tutti contribuiscono alla gloria ed all’onore del loro Creatore (P. Cochem.). Il Signore ha fatto ogni cosa per causa sua (Prov. XVI, 4) e ha detto, tramite il profeta Isaia: “Sono io che ho creato per la mia gloria tutti coloro che invocano il mio nome” (Is. XLIII, 7). Per questo l’uomo è stato creato: per rivelare la gloria di Dio. Ogni uomo rivela questa gloria, che lo voglia o no. Il magnifico organismo del suo corpo, le sublimi facoltà del suo spirito, le ricompense del giusto, le punizioni del peccatore, in una parola, tutto in lui proclama la gloria di Dio: la sua onnipotenza, la sua sapienza, la sua bontà, la sua giustizia, e così via. I dannati stessi procurano gloria a Dio (Prov. XVI, 4), perché mostrano la grandezza e la santità della giustizia divina. – Ma l’uomo è un essere ragionevole e libero, glorificherà Dio soprattutto attraverso la conoscenza di Dio e l’uso della sua libertà, ed egli lo fa riconoscendolo come Dio, amandolo ed onorandolo Ne parleremo nel prossimo paragrafo. – Poiché, dunque, l’uomo non è creato solo per la vita terrena, ma soprattutto per la vita dopo la morte, ne consegue che egli è solo un viaggiatore, uno straniero quaggiù (Sal. CXVIII, 19); assomiglia all’atleta che corre nella gara. (I Cor. IX, 24). La vita è un viaggio (Gen. XLVll, 19), un pellegrinaggio verso un santuario comune (S. Basilio). Noi non abbiamo una dimora permanente qui, ma cerchiamo quella che verrà. (Heb. XIII, 14). La nostra patria è in cielo, la terra è un esilio (Segneri, gesuita italiano, predicatore celebre).

QUINDI NON ESISTIAMO SOLO PER ACCUMULARE TESORI TERRENI, PER RAGGIUNGERE ONORI, PER MANGIARE E BERE, PER GODERE I PIACERI DEI SENSI.

Chiunque persegua solo questi obiettivi si comporta in modo stolto come il servo che, invece di servire il suo padrone, dedica il suo tempo ad occupazioni secondarie e trascura quella principale, se ne sta ozioso nella pubblica piazza e non lavora nella vigna del Signore (Mt. XX, 4). Si tratta di un comportamento sciocco come quello di un bambino che, incaricato di un compito dal padre, trova qualcosa sul suo cammino, si ferma e, dimenticando completamente gli ordini ricevuti non si occupa che solamente di ciò che dovrebbe lasciare. (L. de Gren.). Egli è come un viaggiatore che, sedotto dal fascino della strada, si ferma troppo a lungo, viene sorpreso dall’inverno e non raggiunge la meta. (S. Aug.) – Noi non siamo stati creati per questa terra; Dio ha costruito i nostri corpi in modo tale che i nostri occhi guardino verso il cielo. (S. Grég. de Nysse.) Il campanile, persino gli alberi e le piante, ci ricordano la nostra patria: tutti tendono verso le regioni dell’alto.

COSÌ CRISTO DICE: “UNA SOLA COSA È NECESSARIA”. (S. Luca X, 42); “CERCATE INNANZITUTTO IL REGNO DI DIO E LA SUA GIUSTIZIA, IL RESTO VI SARÀ DATO IN AGGIUNTA”. (S. Matth. VI, 33).

Molti uomini, ahimè, dimenticano il loro destino; pensano solo alle cose presenti ed effimere, al denaro, alle ricchezze, alle dignità, ecc. L’epitaffio sulla loro lapide potrebbe recitare: “Qui giace uno sciocco, che non ha mai saputo perché sia vissuto”. (Alban Stolz. Prof. di pastorale di Friburgo in Brisgau, uno degli scrittori piu umoristidi della Germania, 1808-1883). Molti uomini si comportano come i re dell’antichità, che regnavano per un solo anno, per poi essere relegati su un’isola deserta e che, dopo aver trascorso l’anno in una sfrenata dissolutezza, perivano miseramente sulla loro isola. Pochi assomigliano al re saggio che approfittò del suo regno di un anno per esplorare l’isola e si fece precedere da servi e tesori (Mohler VI, 213, autore di un grande catechismo in esempi). Cristo ricordava sempre agli uomini il loro fine ultimo, s. Filippo Neri faceva lo stesso: ad uno studente al quale rivolgeva sempre la domanda: “E poi? (Mehler Vï, 440.) – Chi non si preoccupa della meta non è un viaggiatore, ma un vagabondo. L’uno cade nelle mani della polizia, l’altro in quelle del diavolo; cade in tentazione. (S. Matth. XXVI, 41). È come un marinaio che non sa dove sta andando. Egli somiglia ad un marinaio che non sa dove andare e che porta la sua nave al naufragio. (S. Alph.) Gesù Cristo lo paragona ad un uomo che dorme (S. Matth. XXV, 5); colui che è attento alla cura della propria salvezza è comparato al contrario ad un uomo che veglia. (S. Matth. XXIV, 42).

2 . Come dobbiamo comportarci con la felicità eterna?

La felicità eterna consiste nell’unione con Dio. Questa unione è prodotta da un atto dell’intelletto (attraverso la conoscenza, o meglio la vista, di Dio) e da un atto della volontà (mediante l’amore di Dio). Noi vogliamo raggiungere questa meta: la felicità, ma dobbiamo essere già vicini ad essa qui sulla terra: dobbiamo cercare di conoscere Dio e di amarlo. E l’amore consiste, secondo Gesù Cristo (S. Giovanni XIV, 21), nell’osservanza dei comandamenti. Ne consegue che:

ACQUISTEREMO LA FELICITÀ ETERNA CON I SEGUENTI MEZZI:

1. DOBBIAMO CERCARE DI CONOSCERE DIO ATTRAVERSO LA FEDE NELLE VERITÀ DA LUI RIVELATE.

Gesù Cristo ha detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, o Padre, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo” (S. Giovanni XVII, 3). Egli afferma così che la conoscenza della divinità conduce l’uomo alla felicità.

2. LA VOLONTÀ DI DIO DEVE ESSERE COMPIUTA OSSERVANDO I SUOI COMANDAMENTI.

Gesù Cristo dice nel suo colloquio con il giovane ricco nel Vangelo: “Se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti” (S. Matth. XIX, 17).

RIDOTTO ALLE PROPRIE FORZE , L’UOMO NON PUÒ NÉ CREDERE NÉ OSSERVARE I COMANDAMENTI, PER QUESTO EGLI HA BISOGNO DELLA GRAZIA DI DIO.

L’uomo, considerato in se stesso, ha bisogno della grazia per raggiungere il suo scopo. Adamo, anche nella sua innocenza, ne aveva bisogno. Se si vuole intraprendere un viaggio si ha bisogno di risorse diverse dalla capacità di camminare. Così noi, per marciare verso il cielo abbiamo bisogno di un soccorso divino. Il contadino che ara il suo campo non raccoglie nulla senza il sole e la pioggia; così anche l’uomo che aspira al cielo. – Ma dobbiamo anche ricordare che l’uomo è particolarmente indebolito dal peccato originale. La grazia diventa ancora più necessaria. Tutto ciò che è debole ha bisogno di aiuto e sostegno; il cieco ha bisogno di una guida, il malato di un consolatore. L’uomo indebolito dal peccato ha bisogno di un aiuto esterno, della grazia divina, se vuole raggiungere la sua meta. (S. Bonav.) Siamo come un uomo che si è accasciato sulla strada e non riesce a proseguire;se vede passare qualcuno in auto, lo prega di dargli un passaggio. Il sentimento della nostra debolezza deve quindi portarci a cercare l’aiuto che è in Dio. (Alb. Stolz.) Così Cristo ci dice: “Senza di me non potete fare nulla”. (S. Giovanni. XV. 5). La grazia di Dio è necessaria alla nostra anima come il sole alla terra per illuminarla e riscaldarla. (S. Giovanni Crisostomo).

LA GRAZIA DI DIO È ATTINTA ALLE SORGENTI DELLA GRAZIA STABILITE DA CRISTO. DUNQUE:

3. NOI DOBBIAMO ATTINGERE ALLE FONTI DELLA GRAZIA, CHE SONO: IL SSNTO SACRIFICIO DELLA MESSA, I SACRAMENTI E LA PREGHIERA.

Come un recipiente è un mezzo per bere, così ci sono modi e mezzi stabiliti da Dio per concederci la grazia. – La fede è come la strada che conduce alla porta del cielo, i comandamenti sono come i carrtelli indicatori e le grazie come delle provvigioni di denaro. La strada che conduce al cielo è stretta, ripida, piena di spine, e pochi la percorrono. Al contrario, “la porta e la via della perdizione sono larghe e quelli che vi passano sono molti ” (S. Matth. VII, 13.).

POSSIAMO ANCHE DIRE: CHI VUOL SALVARSI, DEVE AVERE RELIGIONE.

Infatti la religione è la conoscenza della divinità, unita al servizio di Dio e al comportamento conforme alla volontà di Dio. – La religione non è, come alcuni credono oggi, una questione di sentimenti. Perché la religione si manifesta con fermi principi rivelati da Dio; è soprattutto una questione di volontà e di attività. Fornisce la misura di ciò che sia giusto per tutte le nostre azioni. È un’ancora in tutte le tempeste della vita. La religione non è una questione puramente scientifica, una mera conoscenza delle cose religiose, altrimenti anche i demoni sarebbero religiosi: essi sanno infatti cosa vuole Dio, ma agiscono nella direzione opposta. La religione comprende anche il servizio a Dio. Non si chiama pianista chi ha una conoscenza più o meno approfondita del pianoforte, ma non lo pratica; allo stesso modo, non si dice che un uomo abbia religione se non dimostra i suoi sentimenti religiosi con atti esteriori.

POSSIAMO ANCHE DIRE: CHI VUOLE SALVARSI DEVE CERCARE DI DIVENIRE SIMILE A DIO.

L’uomo diventa simile a Dio se tutti i suoi pensieri e le sue azioni assomigliano ai pensieri ed alle azioni divine. I comandamenti di Dio sono uno specchio in cui possiamo vedere fino a che punto siamo o non siamo simili a Dio (San Leone I).

3. Non c’è felicità perfetta quaggiù.

1. I BENI TERRENI DI QUESTO MONDO SOLO, LE RICCHEZZE. GLI ONORI, I PIACERI, NON POSSONO RENDERCI FELICI, PERCHÉ NON POSSONO APPAGARE LA NOSTRA SNIMA, ANZI SPESSO AVVELENANO LA NOSTRA VITA ED INFINE CI ABBANDONANO ALLA MORTE.

I beni terreni ci ingannano: sono bolle di sapone, iridescenti di colori brillanti, ma sono solo gocce. d’acqua. Assomigliano anche a frutti artificiali di cera, spesso più belli alla vista di quelli veri, ma deludenti per chi vuole assaggiarli. I piaceri del mondo sono altrettanto ingannevoli (Weninger, predicatore attuale tedescon, S.J.). Sono come una goccia d’acqua gettata sul fuoco. Lungi dallo spegnerlo, lo si fa divampare ancora di più; allo stesso modo, i piaceri eccitano le passioni sensuali. L’uomo è nato per Dio e per la felicità del cielo, come un pesce per l’acqua: toglietelo dall’acqua e si dibatte, si piega e si contorce, nonostante l’esca che gli si mette davanti; vuole rimanere nel suo elemento, solo lì c’è vita e soddisfazione per lui. È lo stesso per l’uomo quando si allontana da Dio (Deharbe, autore di un grande catechismo molto diffuso in Germania). Così Sant’Agostino grida: “Il nostro cuore è inquieto, Signore, finché non riposa in te! “I beni e i piaceri di questo mondo non possono soddisfare la nostra anima. Questo ha bisogno di nutrimento, come il corpo, ma non può essere saziata da nulla di corporeo, così come il corpo non può essere saziato da nulla di spirituale. (Ketteler. Vescovo di Magonza, + 1887) Per questa ragione Cristo disse alla Samaritana: “Chiunque beve quest’acqua avrà di nuovo sete” (S. Giovanni IV, 13.). Si soddisfa l’anima con le ricchezze tanto poco quanto si spegne il fuoco con legna, olio o pece, o dissetarsi con il sale. (S. Bonav.) Nella Roma pagana, all’inizio dell’Impero, quando la ricchezza e il lusso ebbero un eccesso sfrenato, i suicidi aumentarono in proporzione spaventosa. Cosa ci dice questo? “È che l’uomo può trovare la pace del cuore solo nella conoscenza della verità e della santità della vita. (S. Aug.) – I beni di questo mondo a volte avvelenano persino la vita. Quali preoccupazioni non ha un uomo ricco? Le ricchezze sono come spine; chi si aggrappa ad esse si procura un dolore simile a quello di un uomo che stringe le spine tra le mani. (S. J. Chrys.) Come ogni goccia d’acqua dolce si mescola con le onde amare e salate dell’Oceano, così la dolcezza dei piaceri mondani si trasforma in amarezza. (S. Bonav.) Ma è soprattutto quando questi piaceri sono peccaminosi che gettano in disgrazia, come il frutto proibito del Paradiso. L’uomo è allora come un pesce che si lascia prendere all’amo; al piacere temporaneo segue un dolore amaro. (S. Aug.) I piaceri colpevoli del mondo sono le bacche velenose che sembrano cibo delizioso, ma il cui uso produce grandi sofferenze e spesso la morte. “Il mondo è nemico dei suoi amici” (P. Segneri, S.J.). I beni temporali ci abbandonano alla morte. Non porteremo nulla con noi oltre la tomba. (I, Tim. VI, 7). Il mondo passa con le sue attrattive. (I., Joan., II, 17.) Da qui le parole di Salomone: “Vanità delle vanità, e tutto è vanità” (Eccl. II). Quando il Papa viene incoronato, si accende uno stoppino di quercia e si canta: “Santo Padre, così passa la gloria del mondo!” – In breve, l’uomo ha solo il destino del ragno. Passa giorni a tirare i fili della sua tela dalla sua sostanza per catturare una mosca o un insetto. Poi arriva una domestica e, con un colpo di scopa, distrugge la tela ed uccide spesso il ragno. Allo stesso modo, un uomo si affanna per anni per ottenere un bene, una posizione, il cuore di una persona, e poi arriva un ostacolo, una malattia, un’infermità e infine la morte; tutti i piani sono rovinati e tutti le pene sono state inutili. (Hunolt, predicatore tedesco S.J. +1740.) La lucciola brilla di notte, ma di giorno è nera e si nasconde; i piaceri mondani sono come essa, brillano durante la notte di questa vita passeggera ed il loro splendore scompare nel grande giorno del giudizio. (S. Bonav.)

I BENI TEMPORALI ESISTONO SOLO PER AIUTARCI AD ACQUISTARE LA FELICITÀ ETERNA.

L’intera creazione non è che una scala, e ogni creatura è un piolo sulla via che porta a Dio (Weninger). Nello studio del pittore, tutti gli oggetti, i pennelli, i colori, gli oli, non servono, in ultima istanza, se non a completare il quadro; allo stesso modo, tutti gli esseri della creazione servono solo a completare il quadro; allo stesso modo, tutti gli esseri della creazione servono in definitiva solo a sostenerci nella conquista del Cielo. (Deharbe.) Chi dunque ha un’avversione esagerata per le cose della terra e si rifiuta di farne uso, non porterà a compimento il suo destino; ma lo stesso vale per chi abbia un attaccamento eccessivo ad esse. I beni terreni sono come un fiammifero, che è un mezzo necessario per fare luce, ma che, alla fine, brucia le dita di chi li tiene troppo a lungo. I beni della terra sono un mezzo per ottenere la luce eterna, ma coloro che li trattengono, li brucia la dannazione eterna. (Weninger.) Possiamo anche paragonare i beni temporali agli strumenti, ai rimedi: se vengono usati male, danneggiano invece di servire. (Deharbe.). Si possono ancora comparare i beni di questo mondo come mezzi per il nostro fine ultimo; ma non appena essi diventano ostacoli, dobbiamo distaccarcene. (S. Ign. L.) Che questi beni siano i nostri schiavi; noi non dobbiamo essere i loro. (S. Alph.)

2. SOLO IL VANGELO DI GESÙ CRISTO È IN GRADO DI RENDERCI PARZIALMENTE FELICI IN QUESTO MONDO, PERCHÉ CHI SEGUE QUESTA DOTTRINA TROVERÀ L’INTERIORE SODDISFAZIONE.

Gesù Cristo disse alla Samaritana: Chiunque beve dell’acqua che io gli do non avrà mai sete, (S. Giovanni IV, 13); poi quando promise il Santissimo Sacramento nella sinagoga di Cafarnao, ripete: “Chi viene a me non avrà mai fame”.

(Gli insegnamenti di Gesù Cristo possono quindi placare i desideri della nostra anima, e di conseguenza le sofferenze della nostra vita, non potranno più rendere l’uomo veramente infelice.

3. CHI SEGUE GLI INSEGNAMENTI DI GESÙ CRISTO SARÀ PERSEGUITATO; MA QUESTE PERSECUZIONI NON POTRSNNO NUOCERGLI. TUTTI COLORO, DICE SAN PAOLO, CHEVVOGLIONO VIVERE PIENAMENTE IN GESÙ CRISTO, SUBIRANNO PERSECUZIONI. (II Tim. III, 12).

Tutta la vita del Cristiano è una croce ed un martirio, se vuole vivere secondo il Vangelo. (S. Aug.) Lo dico con piena convinzione: meno una persona è devota, meno persecuzioni subirà. (S. Grég. I.) “Il servo, dice Gesù Cristo, non è superiore al padrone”. (S. Matth, X, 24), cioè il servo non ha diritto ad una sorte migliore di Cristo, suo padrone. Gesù disse: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (Ib. 16). I ladri detestano la luce, e i peccatori aborriscono i giusti. (S. J. Chrys.) I mondani (coloro che cercano la felicità quaggiù) ci guarderanno come degli originali, persino come stolti. (1 Cor. IV, 3), ci giudicheranno sfavorevolmente (ibid. 3), ci odieranno (S. Giovanni XVII, 14; S. Matteo X, 22), ci perseguiteranno. (S. Giovanni XV, 20). Ma guai a chi è lodato da loro (ibid. 19), perché non si può essere amati dal mondo se non odiando Cristo (S. Giovanni XV, 20). Le massime dei mondani sono in flagrante contraddizione con quelle di Cristo Il mondo considera stolti coloro dei quali Cristo predica la beatitudine (S. Matth. V, 3-10.)

TUTTAVIA CRISTO AGGIUNGE: “CHI ASCOLTA E PRATICA LE MIE PAROLE, E COME UN UOMO PRUDENTE CHE COSTRUISCE LA CASA SULA ROCCIA.”. (S. Matt. VII, 24).

Costruire su Dio significa costruire su un fondamento incrollabile. Le persecuzioni a cui è stato soggetto Giuseppe, non solo non lo danneggiarono, ma gli furono addirittura utili. Quali persecuzioni non subì il pio Davide, prima dal re Saul e poi dal suo stesso figlio Assalonne; e da tutte queste prove uscì vittorioso. Così Davide si rallegrava: “I giusti sono sottoposti a molte afflizioni, ma il Signore li libera da tutte queste pene” (Sal. XXXIII, 20). Don Bosco a Torino fu sottoposto a innumerevoli prove nel prendersi cura dei bambini abbandonati. Nonostante ciò, fino alla sua morte (1888) fondò, con la grazia di Dio, quasi duecento case di accoglienza dove 130.000 bambini ricevettero un’educazione. Dio non abbandona il giusto (Sal, XXXVI, 25.) Il malvagio trama la nostra rovina e Dio lo fa contribuire al nostro vantaggio. Ai dolori del Calvario seguono le gioie della Risurrezione. “Un buon Cristiano non ha nulla da temere né dagli uomini né dal diavolo. Se Dio è con noi chi può essere contro di noi? (S. J. Chrys.)

4. LA PERFETTA FELICITÀ NON È POSSIBILE QUAGGIÙ; PERCHÉ NESSUNO PUÒ ASSOLUTAMENTE SFUGGIRE ALLA SOFFERENZA.

Come abbiamo visto, i mondani sono soggetti a disgrazie e di giusti sono perseguitati. Inoltre, nessuno sfugge alla malattia, al dolore ed alla morte. La terra è una valle di lacrime (Salve Regina), un enorme ospedale dove ci sono tanti malati quanti sono gli uomini vivi. La terra è un campo di battaglia contro i nemici della nostra salvezza, e la nostra vita una lotta. (Giobbe VII, 1) La terra è un luogo di esilio, di esilio lontano dalla patria (Segneri), un oceano sempre agitato da violente tempeste. (S. Vinc. F.) – Felicità e disgrazia, gioia e dolore si alternano nella vita, come il sole e la pioggia in natura. Ogni piacere è come il precursore imminente dell’infelicità. Un giorno Filippo di Macedonia venne a conoscenza di tre eventi felici in una volta sola: “Sono stato troppo felice”, gridò, “questa prosperità non durerà a lungo”. Questa prosperità non continuerà a lungo. La vita nera è una traversata, durante la quale le onde a volte ci innalzano, a volte ci abbassano (S. Amb.), un viaggio che ci costringe a camminare a volte in pianura e a volte in salite dolorose. (San Gregorio I). – Fate il massimo sforzo per migliorare la sorte dell’umanità, perché essa non sarà mai libera da grandi flagelli, perché la sofferenza ed il dolore sono il destino dell’umanità. Il socialismo è, quindi, incapace di raggiungere l’obiettivo che si propone, organizzare una vita libera dalle privazioni e piena di piacere e godimenti. (Leone X lil, 1891).

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (48)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (48)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -VII-

F. – DIO CHE DONA LA VITA DELLA GRAZIA

1. Grazia in genere.

F1a. a. – GRATUITÀ.

La grazia di Cristo è un dono di Dio 226 245 248 376 379 382 395 397-400 623 626 632s 1541 1566 3014: l’ordine soprannaturale è gratuito 3891.

Dalla grazia provengono tutte le disposizioni dell’anima degli uomini ed i meriti. (246) 248 373-379 388 396-400 1525s 1532 1553; l’uomo non può impetrare con l’orazione (naturale) la grazia 373 376.

La bontà di Dio vuole che i nostri meriti siano gli stessi suoi doni. 248 1548 1582.

F 1b. b. – SOPRANNATURALITÀ

La grazia è il principio della vita soprannaturale 3714; (lo stesso si dimostra indirettamente da ciò) la grazia come principio superiore efficace si oppone al principio meramente naturale (al vigore o bene di natura) impotente 373 377 (383//395) 396-400.

F2. Grazia attuale

F2a. a. – NATURA DELLA GRAZIA ATTUALE.

Dio opera in noi mediante la grazia 244 248; da ciò l’eccellenza della grazia rispetto alla cooperazione del libero arbitrio 243.

La grazia consiste non nella mera conoscenza dei comandamenti, ma anche nelle forze che mettiamo nell’amare e comprenderli 226 245; la grazia da per se stessa il “potere

semplicemente”, non solo “il poter più facilmente” 227 245 1552.

La grazia a. illumina, b. inspira, muove la volontà a243 b375-377 abc1525 b1553 ab3010.

La grazia a. precede le azioni salutari (previene), b. concorre, c. Sussegue .(perfezionando) a243 a245s ab248 a373//407 abc399 ab685 a1525s abc1546.

F2b. b. – NECESSITÀ DELLA GRAZIA ATTUALE

La grazia è necessaria – : alla salute (soprannaturale) in genere 376//395 1691; -: per risorgere dal peccato originale 239: -: per usar bene il libero arbitrio 242 246 248 (622): – : per ogni azione salutare, onde prevenirle, accompagnarle, susseguirle. vd. F 2a; —: per preparare la giustificazione 1525s 1551 1553; —: al desiderio della grazia illuminantie ed eccitante 1525 1553 2618 2620; —: per credere (a. all’inizio anche alla fede e l’affezione alla credulità) a375 378 396s 1526 1553 3010 3035; —: all’orazione 373 376; —: al purgante o al penitente 374 1553 ; —: allo sperante 1553 ; —: a colui che ama (1526) 1553; —: per praticare i comandamenti di Dio (a. e quindi non solo per praticarli più facilmente) 226 a227 a245 239//248 a1552; con um l’aiuto della grazia l’uomo può osservare i comandamenti ed a. astenersi dai gravi peccati b. eccetto i difetti più lievi (397) 1536 a1537 b1544 1568 (1572); —: per resistere quotidianamente alle insidie del diavolo e della concupiscenza

240s (248) 1515; per acquisire meriti 243 246 248 1546; —: per perseverare fino alla fine della vita 241 246 380 623 626 632s 1541 1566 1572 1911 3014.

F2c. c. — DISTRIBUZIONE DELLE GRAZIE.

2ca La volontà di Dio è salvifica universale. Dio vuole senza eccezioni che tutti gli uomini siano salvi 623; Dio (Cristo) vuole che nessun uomo perisca 340 780.

Chlristo è inviato perché tutti riacquistino l’adozione dei figli di Dio 1522; ha patito per gli uomini (a. per quanto attiene alla sua bontà) 332 a340 624 630 1522s 2005 2304s.

Da questo non ne consegue che tutti (a. cristiani) siano salvi 623s 630 a2362; Cristo fornisce la grazia anche a quelli che periscono 340; chi perisce, perisce a. non per volontà di Dio (Cristo), ma b. per propria colpa, potendosi salvare a333 a339 a340 b623 b6265.

La grazia è concessa anche al di fuori dalla Chiesa 2305 1429 3014.

La grazia ai giustificato non manca mai, poiché Dio non li abbandona 1537 1546.

2cb Predestinazione. Dio scelse sec. la prescienza gli uomini, che per grazia, predestinò alla vita 621.

Dio predestinò solo i buoni 685; non predestinò ai cattivi la loro malizia. 335 397 596 621 628 1567; predestinazione non riguarda il male agire, ma la pena 621 628s.

Dio solo conosce in anticipo (non predestina) i cattivi 628 685; la prescientia non fa che ne consegua necessariamente il male 333 627.

Riprov. afferm: (Alcuni sono predestinati alla morte, altri alla vita) 335;

[La grazia della giustificazione attiene solo ai predestinati] 1567.

F 2d. d. — EFFICIENZA DELLA GRAZIA.

La grazia richiede la libera cooperazione, a. contr. asserzione: [il libero arbitrio deve esercitarsi in modo meramente passivo ] 243-245 248 a330 a339 397 1525s 1529 1541 a1554 3846 22012217 (2224//2253).

La grazia non toglie il libero arbitrio: a. L’uomo può resistere alla grazia (così come la b.grazia riesce meramente sufficiente) 248 685 a1525 2002 2004 b2305s a2401-b2425 2430s a2621 a3010.

Riprov. spiegazione inopportuna sul concorso della grazia col libero arbitrio: [Dio ci dona la sua onnipotenza] 2170s.

3. Grazia della giustificazione.

F3a. a. — NATURA DELLA GIUSTIFICAZIONE.

Essenza: la giustificazione è tanto giustizia di Dio quanto giustizia nostra” 1529 1547.

La grazia della giustificazione ovvero carità non è solo un favore (esterno) di Dio, ma aderisce sé stesso al giustificato 1530 1547 1561.

Riprov. l’afferm.: [gli uomini senza la giustizia di Cristo o per la giustizia di Cristo sono formalmente giustificati 1560s; [la giustificazione consiste nell’obbedienza ai comandamenti] 1942 1969s.

Effetto : la grazia giustificante elimina qualsiasi ragione di peccato 225 245 1515 1528; si riprova: [il reato del peccato si estingue da solo o non è imputato] 1515 (1575) 3235: la giustificazione invero non consiste nella sola remissione dei peccati 1528 1561.

– fa a.del nemico un amico di Dio a1528 1535.

– produce una rinascita, una rigenerazione, un rinnovamento 632 1523 1528s (1565) 1942; rende l’uomo un figlio a. adottivo di Dio 1515 a1522 a1524 (1913) a1942 2623 3012 3771 3957; rende familiari di Dio 1535; fa eredi di Dio (e della gloria sua) 1515 1528 3957; innesta in Cristo (394) 1530.

– produce la santificazione dell’uomo interiore 1528 1942; all’uomo è infusa la virtù della fede, della speranza, della carità (780 904) 1530s 1561.

L’uomo giustificato non è trattenuto dall’ingresso del cielo 1453 1515.

Si espone il riconoscimento della dottrina Tridentina circa la giustificazione (a. ctr. la calunnia, derogarla dalla gloria di Dio e dai meriti di Cristo) 1550 a1583 1863.

F3b. b. – EFFICIENZA DEL DONO DELLA GIUSTIFICAZIONE

La grazia santificante è il permanente principio vitale soprannaturale 3714; la giustificazione non si ottiene se non mediante la grazia 1014.

L’inabitazione divina nell’anima del giusto come in un tempio 3330s; per questo stato o condizione differisce dalla celeste 3331 3815; si realizza la presenza di tutta la Trinità 3331 3814s; questa è predicata come peculiare dello Spirito Santo 44 46 48 1923 1963 3329-3331 3814s: lo Spirito S. è il dono a. dell’Altissimo per i giustificati 1522 1529s 1561 1690 a3330; lo Sp. S. è operante nei Santi 60; è purificante, vivificante 62s 150.

F3c. c. – CAUSE DELLA GIUSTIFICATIONE.

Causa meritoria: Gesù Cristo (a. Per la sua passione) a1529 1546s (1582).

Causa efficiente : la misericordia di Dio 1529.

Causa strumentale: il Battesimo (o il suo voto) 1524 1529; per la ricaduta nel peccato, il sacramento della Penitenza 1542; add. J 3c. et 6c

(Circa la necessità del Battesimo e della Penitenza); si riprova.: [la giustificazione si opera per la sola fede a. senza sacramento.] (1559) a1579 a1604s 1608.

Causa formale: la giustizia di Dio Dei nella quale l’uomo riceve in sé la sua giustizia sec. la misura che Dio vuole dare e secondo la propria disposizione ed operazione 1529.

Causa finale: la gloria di Dio e di Cristo e la vita eterna 1529 (1583).

F3d. d. – GRATUITÀ DELLA GIUSTIFICATIONE.

I peccati sono rimessi gratuitamente 1529 1533; nessuno di essi che precede la giustificazione la merita. 1525 1532.

F3e. e. – DISPOSIZIOME ALLA GIUSTIFICATIONE.

È Richiesta una certa preparazione o disposizione 1525 1529.

Tra gli atti di preparazione è recensita: -la fede 1526s (1531) 3012; la fede è fondamento e radice di ogni giustificazione 1532; questo appartiene alla disposizione dell’uomo battezzando 2836-2838; la fede non consiste nella fiducia, che siano rimessi i peccati 1533s 1562; si riprov. l’affermazione più lassa della fede per la giustificazione 2119-2123.

– : speranza nella misericordia di Dio 1526. – : un certo amore di Dio iniziale 1526.

— : la virtù della penitenza (contenente la contrizione o l’attrizione, l’odio del peccato , a.non solo il proposito di una nuova vita) a1457 1526s 1669 a1692 a1713 2836-2838.

— il timore della giustizia divina (che può essere un motivo buono soprannaturale) (1456) 1526s 1558 2314 2460-2467 2625.

– l’inizio di una nuova vita e l’osservanza dei comandamenti di Dio 1526s (1531 1964).

F3f. f. — STATO DELLA NATURA RIPARATA.

3fa. Quanto al pericolo di perdere la grazia. L’uomo anche dopo la giustificazione può peccare 241 339 1540 (1542) 1573; si riprova: [Peccando dopo la giuustificazione nessuno fu veramente giustificato] 1573; [la grazia giustif. si perde col solo peccato di infedeltà] 1544 1577.

Rispetto alla proprie infermità ed indisposizione l’uomo può temere circa la sua grazia 1534; l’uomo non deve confidare sulle sue buone opere né sulla buona coscienza 1548s; nessuno deve presumere con assoluta certezza, di essere perseverante nello stato di grazia 1541 1566 1572; nessuno può con certezza essere tranquillo ripromettendosi il pentimento 1540.

Il giustificato non è immune dai peccati lievi (a. se non per speciale privilegio della grazia) 1537 a1573. Il ricaduto può essere ancora giustificato (a. col Sacram. della penit.) a1542 1579 (1668 1670).

3f b. Quanto alla coscienza dello stato di grazia. Nessuno può conoscere con certezza di fede se abbia conseguito la grazia 1534; nessun viatore a. senza una speciale rivelazione se sia un eletto a1540 1565 a1566.

3fc. Quanto all’aumento della grazia. La grazia della giustizia può essere conservata ed aumentata con le buone opere 1535 1545-1547 1574; le buone opere non sono pertanto frutto o segni della giustificazione 1574; add. l’argomento dell’aumento della grazia mediante i sacramenti: J 2cb.

3fd. Quanto alle sequele (naturali) del peccato. Si ottiene la remissione quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma resta da assolvere al reato della pena temporale (o in terra o in purgatorio) 1580; resta il fomite del peccato e della concupiscenza 1515.

3fe. Quanto all’obbligo della legge divina. Il giustificato non è esonerato dall’osservazione dei precetti, il che è contrario all’affermazione: [a. I precetti di Dio non riguardano i Cristiani; b. Il Vangelo è la nuda promessa della vita eterna senza obbligo di osservarne i comandamenti; c. Il Vangelo comanda solo la fede, le altre cose sono libere] 1535-1539 1568 ac1569 abc1570 c1571 1572 2471; tuttavia l’osservanza dei comandamenti non è impossibile al giustificato. (397) 1536 1568 (1572) 1954 2001 2406 2619 (3718).

F 4. 4. Virtù infuse.

Nella giustificazione all’uomo sono infuse la fede, la speranza, la carità (780 904) 1530.

Con le opere buone si può ottenere l’aumento delle virtù 1944.

Chi si riveste di grazie e carità può pure vestirsi di fede e speranza. 1544 1578 1963s 2312 3803.

La fede e la speranza quali virtù teologali sono prive dalla visione dell’essenza divina 1001.

La fede è una virtù soprannaturale (375) 3008 3032; nozione: vd. A 8a.

La fede è un dono della grazia (a.pur quando non operi per la carità) 443 824 a3010 3035.

La fede è l’inizio della salvezza, fondamento e radice della giustificazione 1532 3008;

sotto la fede in cui crede, l’uomo defunto prima dell’accoglienza del sacramento potrebbe essere giusto 121.

Vari errori circa la fede quale grazia 2351s 2416-2428 2442 2448 2468s.

Si rivendica contro gli errori la speranza della mercede eterna per le opere buone: [a.Pecca chi opera per la speranza della mercede eterna; b.la perfetta rassegnazione richiede che sia eliminata la speranza] a1539 a1576 a1581 b2207 b2212; riprov.: [ogni peccatore decade, se gli manca la speranza e questa non c’è dove non c’è l’amor di Dio] 2457.

La grazia è preparata dal timor di Dio 1526 2625; errori circa la fede come virtù della carità teologica 1454 2453-2456 2458.

Obblighi morali nell’esercizio delle virtù teologali: vd. K 2a-c.

F5. 5. Doni dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è chiamato per i suoi doni: Spirito settiforme, Sp. di sapienza. etc. (a.enumerando i singoli doni) a178 183 1726.

F6. 6. Il Merito dell’uomo giusto.

Le opere buone dell’uomo giustificato così sono doni di Dio, affinché siano anche i meriti dello stesso giustificato 243 248 1546 1548 1582 (3846); riprov. ass. negante la ragione del vero merito soprannaturale 1908//1918.

Alle buone opere invero è meritato (ossia tq. e resa la mercede): a.un aumento di grazia, b.la vita eterna, c.conseguimento della vita eterna, d.l’aumento della gloria b72 b443 b485 b802 b1545 a1574 abcd1582.

Per la diversità dei meriti diversa è la visione di Dio (1305).

I Peccatori (mortalmente) non sono giammai capaci di meriti superiori 3803.

I meriti (mortificati) rivivono con la forza della penitenza 3670.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (49)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (10)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (10)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo QUARTO (2)

L’AMORE NEL SACRIFICIO

II. – IL SACRIFICIO

La più alta parola dell’amore è il sacrificio. E questa è anche la condizione indispensabile per poter conseguire la vittoria, nel conflitto quotidiano fra l’ideale e la realtà, fra l’Amore di Dio e le diverse forme di egoismo umano. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua », ha ammonito Gesù. Egli per il primo ce n’ha dato un divino esempio ed ha potuto esclamare, additandoci il suo martirio: « Nessuno ha maggiore amore, di chi sacrifica la sua vita per gli amici ». Perciò la morale cristiana, appunto perché è unione a Cristo ed imitazione di Cristo, implica un continuo rinnegamento di noi stessi e delle nostre cattive tendenze. Chi vuol vivere, deve cominciare a morire. Solo attraverso la oscurità della morte, si giunge alla Vita.

1. – Le obbiezioni.

Le ribellioni, dinanzi all’enunciazione rude e franca di un simile programma, non potevano mancare. E si sono moltiplicate in ogni campo. La filosofia ci presenta non solo il pseudo-epicureismo moderno, intollerante di abnegazione e di sacrificio; ma ci getta in faccia, quasi uno schiaffo, le dichiarazioni di alcuni grandi pensatori. Hegel, ad esempio, nella sua Geschichte der Philosophie, che denuncia alla detestazione comune Ơ«» i monaci, i quacqueri ed altrettanta gente pia », tristi creature, che non costituiscono un popolo, ma « come i pidocchi o le piante parassite non possono esistere per sè, bensì solo sopra un corpo organico ». È  Friedrich Nietzsche, che in tutte le sue opere disprezza la morale cristiana come « cosa compassionevole, e come « commedia stranamente dolorosa e in pari tempo grossolana e raffinata », perché — soggiunge — essa « ha condotto a schiacciare i forti, ad ammorbare le grandi speranze, a rendere sospetta la felicità che risiede nella bellezza, a tramutare tutto ciò che v’ha di indipendente, di virile, di conquistatore, di dominatore nell’uomo; a cangiare l’amore per le cose terrene e per la dominazione delle medesime in odio contro la terra ». È « una morale di animale aggregato., che ottenne il risultato di « deteriorare la razza europea ». Bisogna abolirla, distruggerla, se si vuol raggiungere le grandezze del Superuomo. Non all’etica cristiana, ma conviene porgere l’orecchio alle voci festose che ci vengono dall’Ellade santa, dalla Grecia con le sue cento città rivali, « tutta risonante del ritmo dei peani, vibrante di gloria, inebbriata dei suoi miti e dei suoi canti dionisiaci, forte di illusioni. Alcuni decenni or sono, queste ultime espressioni erano in ogni occasione ripetute dalla letteratura. « Tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra cielo e terra non v’è mezzo: — così proclamava Giosuè Carducci; lo spirito, l’anima, il cielo è Gesù: la materia, il corpo, la terra, satana. La natura il mondo la società è Satana; il vuoto il deserto la solitudine, Gesù. Felicità dignità libertà è satana; servitù mortificazione dolore, Gesù. E questo Gesù è soave tanto da scendere col perdono e con l’amore fin tra i dannati (sic); ma a patto che prima sia l’inferno nell’universo. – Questa l’idea della perfezione cristiana… ». In essa « tutto rappresenta la morte; e il Dio crocifisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione su gli altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi giovenili forme divine, dal marmo pario negli spazi della vita ». Per questo In una chiesa gotica il poeta imprecava: Addio, semitico nume! Continua ne’ tuoi misteri la morte domina. O inaccessibile re degli spiriti, i tuoi templi il sole escludono. Cruciato martire, tu cruci gli uomini, tu di tristizia l’aer contamini… E, nel suo furore, in Rime nuove, intimava:

Pigri terror de l’evo medio, prole

Negra de la barbarie e del mistero,

Torme pallide, via! Si leva il sole,

E canta Omero.

Non la morale cristiana, apportatrice di morte; ma « le primavere elleniche » allora si invocavano da molti e « di Grecia i numi » che « non hanno occaso ». E gridava il poeta:

O Paro, o Grecia, antichità serena,

Datemi i marmi e i canti.

Marmi di Paro in fulgidezza bianca,

Splendenti a la marina,

Come la falce de la luna stanca

Nel ciel de la mattina;

Carmi di Lesbo sussurranti al vento

Su molte isole intorno,

Come d’Apollo il grande arco d’argento.

Nel ciel di mezzogiorno,

Ricoprano il mio cuore irrigidito

Da i cristiani tufi.

Gabriele d’Annunzio, a quei tempi, univa la sua voce, annunciando la morte del Dio nemico della « Vitale idea », insultava la Vergine Madre « vestita di cupa doglianza », invocava la « Dea ritornante dal florido mare onde nacque », proponeva, infine, di gettare « nelle oscure favisse » del Campidoglio la croce di quel Galileo che « temeva i pensieri ardenti e dominatori ». Gaudeamus igitur, sogghignava da Parigi il vecchio e grasso Renan, felice nel suo dilettantismo superficiale. Gaudeamus, soggiungeva, aristocraticamente scettico, Anatole France; ed ovunque erano deplorazioni contro « il dolente Dio che non ama il sole »; erano invocazioni di una morale nuova…

Si è esagerato, — commentano oggi parecchi studiosi, ricercando attenuanti e scuse; — ma, se vogliamo essere schietti, anche oggi, praticamente, se non teoricamente, si ritiene dai più che la morale cristiana, con la sua dottrina della mortificazione, dell’abnegazione e del sacrificio, colpisce al cuore la nostra personalità, conduce alle esagerazioni dell’ascetismo, abolisce la gioia dal mondo. Ecco, perciò, la vita contemporanea che si ispira solo al « piacere » e detesta la parola « sacrificio.. Ecco i metodi educativi, così balordi, in uso in moltissime case, dove i fanciulli non vengono formati allo spirito di abnegazione, ma sono appagati in tutti i loro capricci, in tutte le loro passioncelle, con una indulgenza che prepara alla società dei deboli, privi di energia e di volontà. – Il Dio dell’Amore sarebbe entusiasticamente plaudito, se si limitasse a dire: « Amate! »; ma quando avverte: « Rinnegate voi stessi e prendete la vostra croce! », il suo appello fa tremare. E non pochi scrollano la testa, in atto di diniego, quasi che per amare non fosse indispensabile sacrificarsi.

2. – Il concetto del sacrificio.

È necessario porre in luce un principio fondamentale, che Ollé Laprune, nelle sue lezioni tenute a Parigi, all’École Normale e poi raccolte nel suo Prix de la vie, così delicatamente e accuratamente inculcava.

C’è un duplice genere di morte: una morte, che è fine a se stessa: ed una morte liberatrice, che è mezzo di vita. Nell’etica cristiana, « tutto conduce alla vita. Tutto, anche il sacrificio… La morte non è la ragione, né il termine di qualsiasi cosa. La morte è un mezzo. La morte sopprime l’ostacolo, e, quando occorre, rompe i legami e ce ne libera. Tu n’anéantis pas, tu délivres… (tu non annienti, tu liberi) dice Lamartine, rivolgendosi alla morte. E così si dica di ogni rinuncia, di ogni sacrificio, essendo ogni rinuncia ed ogni sacrificio una mortificazione ed una morte almeno parziale. Tutto viene dalla vita e tutto va alla vita. Solo la volontà che si allontana dalla vita col peccato, va alla morte. Peccatum generat mortem. Ecco la vera morte. Ma la rinuncia, ma il sacrificio, ma tutte queste morti che uccidono il desiderio, la passione, anche il corpo se è necessario, e quando occorre anche il proprio spirito con le sue meschinerie e con le sue gonfiezze, la propria volontà con le sue piccinerie e le sue stravaganze, tutte queste morti sono mezzi di vita ». Un altro metodo non è possibile. La legge della vita è questa: « Rinunciare alla vita parziale, alla vita egoista, abbandonarla e perderla, è un andare alla vera vita. Mourir c’est vivre, et pour vivre il faut mourir. (Morire è vivere, e per vivere bisogna morire). L’abnegazione, la rinuncia, la mortificazione ha una virtù vivificante… Non si è un uomo, se non si sa morire. Ogni grande azione esige una fatica, che è un inizio di morte, perchè è un logoramento, un dispendio di forze vitali. Ciò è vero in ogni campo. E se non si è pronti a morire qualora fosse necessario, quale vita si conduce? Quale impresa ardita si oserà affrontare? Per vivere grandemente, nobilmente, generosamente, bisogna abbracciare la morte. L’eroismo appare così ammirabile, solo per il poco conto che fa della vita ». Non è, del resto, questo un principio così evidente, nell’ordine stesso naturale, che gli stessi pagani talvolta hanno acclamato ed imposto? L’educazione severa della gioventù a Sparta, la disciplina che Pitagora imponeva ai discepoli, il metodo di autoformazione che gli Stoici suggerivano ai loro seguaci, l’onore che sempre nella storia venne tributato a coloro che si sacrificano per la patria o per un ideale, ne sono una conferma luminosa. È vero: fuori del mondo cristiano è fiorito in ogni tempo — come esagerazione di quella verità or ora illustrata — un misticismo assurdo, che dall’India alla Germania, da Buddha a Bohme, tende all’annientamento del finito, dell’individuo e delle sue facoltà, con l’assorbimento in Dio e nell’infinito. Ma la Chiesa l’ha sempre condannato, come si è egregiamente opposta (si ricordi ad es., la storia del quietismo e di Molinos) a ogni forma di misticismo che annientasse l’azione. Il misticismo ortodosso, veramente cristiano, ha sempre lavorato, come rileva il Gratry, alla glorificazione di ogni essere, « allo sviluppo indefinito del finito, mediante la sua unione con l’Infinito. Si tratta forse d’annullare e di distruggere la propria personalità, la propria dignità, la propria volontà? Per null’affatto. Si tratta solo di liberarci da ciò che sono i nostri egoismi, le nostre meschinità, le nostre cattive tendenze, per volere ciò che vuole Iddio, nella vera libertà di figli suoi, nella dilatazione d’un cuore che prima era prigioniero della passione. Rinunciare ad una volontà di morte, per abbracciare la volontà di Colui che è la Vita, significa annientare in sè il male e la morte e vivere in modo completo. Forse qualcuno sospetterà che qui si indora la pillola amara, o si cospargono di soave liquor gli orli del vaso, ma che la realtà è diversa. Prendete i monaci insultati da Hegel; prendete i Padri del deserto, denunciati da Carducci; non erano forse negatori della vita e dei valori umani? Non io; ma risponderanno… gli imputati stessi. Prendo l’opera già citata d’un Certosino, edita dal Tissot: La vita interiore semplificata, e riferisco: « Vere e false mortificazioni. — Quale penetrazione di discernimento deve avere la mortificazione, per distinguere in me tra l’uomo e il peccatore, fra materia e il male a fine di distruggere la morte e salvare la vita! Il punto più delicato della mortificazione è il saper spezzare il lacciuolo e liberare l’uccello, uccidere il microbo e guarire il malato, disimpegnare la vita dalla morte. È vera mortificazione che spezza ciò che è da spezzare e fortifica ciò che è da fortificare. Le mortificazioni false, e non sono rare, colpiscono senza discernimento; e sotto l’impulso del genio del male, arrivano fatalmente a spezzare quello che bisognerebbe conservare e a conservare ciò che bisognerebbe spezzare. Invece di crocifiggere nella carne i vizi e le concupiscenze, esse uccidono l’uomo, lasciandogli le sue passioni e moltiplicando i suoi vizi.

 La mano di satana e quella di Dio. — Nessun sacrificio è voluto per se stesso. L’idea del sacrificio per se stesso è satanica, perché omicida. Per l’individuo, essa mette capo logicamente al termine fatale del suicidio; per la società, alle abominazioni dei sacrifici umani. Quante aberrazioni e mostruosità ci fa vedere la storia, nel corso dei secoli, presso tutti i popoli! Dovunque, colui che S. Agostino chiama il « præpositus mortis » semina la morte. Uno dei suoi trionfi più graditi è impadronirsi di questa idea del sacrificio, una delle idee religiose più fondamentali, è farne strumento di morte. L’impronta diabolica si riconosce facilmente a questo fatto, che esso è un attentato alla dignità e all’integrità delle membra e facoltà dell’uomo; è distruttore della vita; è omicida. Nulla di ciò che è divino degrada. Senza dubbio, Dio esige talvolta il sacrificio di un membro, d’una facoltà, della salute, della vita stessa, ma lo esige in vista dello sviluppo generale. Se fa delle ferite, sono ferite che portano alla guarigione; se dà la morte, è a fine di farne scaturire la vita – Io debbo morire a me stesso, prosegue il Certosino; ma ciò « non è la distruzione né dell’anima, né del corpo, né delle facoltà, né delle attitudini, né delle aspirazioni, né dell’attività, né degli strumenti, né dei loro piaceri, né delle speranze, né della felicità. È piuttosto la loro purificazione, mediante la distruzione d’una certa viscosità che m’attacca alle cose create, e -d’una certa indipendenza che m’allontana da Dio. 《 la liberazione del mio essere, mediante la rottura dei vincoli che lo incatenano alle cose di quaggiù. Quello che bisogna spezzare, distruggere, annientare, non sono io, bensì i legami; io debbo essere liberato. E se, secondo la protesta del Precursore, vi è un io che deve diminuire e cancellarsi dinanzi a Dio, affinché cresca Lui, quest’io è quello dell’egoismo, che ricerca sé fuori di Dio, è quello della natura che si muove senza Dio Il Santo, di conseguenza « è il solo uomo veramente e totalmente ragionevole… Se gli è stato necessario passare per spogliamenti e distruzioni senza numero, egli sente che nulla del suo essere è perito in questi tormenti; che nulla di ciò che deve vivere è perduto. Al contrario, la sua vita si è svincolata nella sua purezza e nella sua libertà; è un bagno nel quale il corpo ha lasciato le sue immondezze; è un crogiuolo nel quale l’oro ha deposto le sue scorie. V’ha qui ancora uno dei suggelli della vera santità; le sue penitenze sanno immolare ciò che bisogna, senza nulla compromettere di ciò che è vitale. Le mortificazioni dei Santi quanto sono igieniche, per l’anima, anzitutto, ed anche pel corpo! ». – Ma, si obbietterà, e le esagerazioni degli anacoreti e gli esempi, che ci mettono addosso i brividi, delle gravi penitenze dei Santi? Rispondiamo, citando ancora il Certosino: « La mortificazione è un rimedio, e, in questa qualità e come in tutti i rimedi, dev’essere dosata, misurata secondo lo stato del male da guarire e secondo la capacità dell’anima e del corpo a cui dev’essere applicata. Non ogni mortificazione conviene ad ogni persona, in quella guisa che un rimedio non conviene a tutte le malattie; ci vuol discernimento nell’uso ». Parole d’oro, che dimostrano, ancora una volta, come il senso della concretezza e della storicità lo si apprende davvero nei nostri grandi maestri di morale cristiana. Com’è possibile valutare il significato dei Padri del deserto, se non si tien conto del compito storico da essi assolto? Persino il Carducci l’ha intuito, nonostante il suo odio a quella religione che predicava « la stoltezza della Croce, l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la rinnegazione della vita ». Dopo d’aver deplorato tutto questo, soggiungeva: « E pure, non lo negherò già io, quelle idee e quelle rappresentazioni furono storicamente necessarie ad abbattere per una volta la sozza materialità dell’Impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana, tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità selvaggia de’ barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo: con tanta carne e tanto sangue un po’ di astinenza ci voleva ». E sta bene, M L aggiunga subito — chi ne desidera la documentazione brillante, legga i due suggestivi volumi su “Les Pères du desert” [i padri del deserto], pubblicati da Jean Brémond — che le regole dell’eremitaggio han sempre condannato ogni eccesso. Esse dicevano, ad esempio: « I digiuni eccessivi fanno lo stesso male della golosità. Le veglie immoderate sono altrettanto dannose del troppo dormire; e l’eccesso d’una astinenza indiscreta, indebolendo straordinariamente il corpo, lo riduce per necessità nello stesso stato in cui lo mette una negligenza volontaria. Il che è così vero, che noi abbiamo spesso visto delle persone, le quali, non essendo mai state soccombenti nelle battaglie contro la gola, si sono lasciate così indebolire dai digiuni eccessivi, che in seguito l’infermità e la debolezza sono state per esse l’occasione di ricadere sotto la tirannia della passione che già avevano superata. Abbiamo parimenti visto che le veglie straordinariamente indiscrete, fino a passare spesso tutte le notti senza dormire, hanno alla fine abbattuto coloro che il sonno non aveva potuto vincere ». E quando fu chiesto: « Se scorgiamo qualche fratello dormicchiare durante l’Ufficio, dobbiamo scuoterlo, perchè si mantenga desto? », un Abate rispose: « Quanto a me, se vedo un fratello che sonnecchia, io metto la sua testa sulle mie ginocchia, e l’aiuto a riposarsi ». Per ciò, poi, che riguarda i monaci, bisogna pregare Giorgio Hegel a non paragonarli ai pidocchi ed ai parassiti, perché ciò è semplicemente indizio di stoltezza. Limitiamoci ai Benedettini. La dottrina di morte, inculcata dalla morale cristiana, li ha resi i personaggi più benefici che vanti la storia umana. In secoli di sconvolgimenti e di rovine, essi seppero scrivere pagine immortali di fede e di civiltà ad un tempo. Convertirono l’Europa al Cristianesimo, mutarono le boscaglie ed i deserti in campi fecondi e conservarono l’antico sapere. Sì, furono questi pretesi « pidocchi e parassiti » che insegnarono l’agricoltura ai barbari, aprirono scuole gratuite al popolo, furono maestri di scienze e di arti, raccolsero pergamene, manoscritti, libri, salvandoli dallo sterminio, ricopiarono i classici, e ad uno storico non sospetto, il Gibbon, fecero confessare che essi contribuirono più alla letteratura ed alla civiltà che non le due illustri Università inglesi di Oxford e di Cambridge, e, si può soggiungere, che non l’idealismo hegeliano. – La mortificazione, o la morte, dal Calvario di Gerusalemme ai vari Calvari cristiani di ogni esistenza, ha sempre portato la vita; ed, aggiungiamo, ha portato la gioia. I pellegrini, che spinti dalla curiosità, andavano nei deserti a trovare gli Eremiti, erano sorpresi dall’impressione di letizia serena che constatavano in quelle colonie di monaci; e chi conosce gli uomini di Dio, sa che l’austerità loro è sempre alleata col sorriso. Ciò è naturale. Poiché, qual altro sentimento se non di spirituale allegrezza può provare e nutrire chi si libera dalle miserie dello spirito, dagli orizzonti limitati del suo piccolo io, per rinnovarsi in Dio e per spiccare ad ogni ora il suo libero volo? Anche se la ferita prodotta dal sacrificio è sanguinante, la coscienza è tranquilla e felice, nella nobile fierezza della vittoria conquistata.

3. – Il sacrificio cristiano.

Con tale idea che bisogna morire per vivere, siamo già arrivati al concetto completo del sacrificio cristiano? Non ancora.. Innanzi tutto, il Cristianesimo sviluppa l’idea che il vero sacrificio ha origine dall’amore. La Croce è amore, e se tutti possono fare sacrifici per raggiungere uno scopo (poiché non c’è ideale umano che possa realizzarsi per altra via, tanto che anche l’egoista batte la strada del sacrificio e persino l’avaro non riempie mai senza sacrificio la sua cassaforte), il Cristiano è colui che si sacrifica per amore. Non basta ancora. Una madre pagana può sacrificarsi per amore dei figli; un soldato greco o romano può morire fieramente per amore della patria. Per avere un sacrificio cristiano, occorre non qualcosa di meno, ma qualcosa di più, che si aggiunga a questo e lo trasformi divinamente. Noi siamo uniti a Gesù Cristo è costituiamo un unico organismo con Lui e coi nostri fratelli. Gesù non è un essere isolato e noi non viviamo atomisticamente divisi. Viviamo in Lui, per Lui, con Lui. Ogni nostro sacrificio, perciò, è non solo nostro, ma Suo ed ha un influsso su tutto quanto l’organismo della Chiesa. Egli è morto per darci la vita; e noi moriamo con Lui; Egli si è sacrificato; e noi ci sacrifichiamo con Lui. I suoi patimenti furono la redenzione del mondo; e noi cooperiamo con Lui all’opera redentrice. San Paolo, con parole che a prima vista possono sembrare audaci, non esitava a scrivere ai fedeli di Colossi: « Compio nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, per il corpo suo che è la Chiesa ». In sè certo, nulla mancava all’integrità del sacrificio di Cristo, di valore infinito; ma Cristo non è solo; è capo della Chiesa, dell’organismo del quale noi siamo le membra, che debbono per la somiglianza convenire col Capo; noi, quindi, compiamo in noi ciò che manca al corpo mistico di Cristo. In linea pratica: quando io mi mortifico, il mio atto, per l’unione di carità che ho con Cristo, è divinizzato dalla grazia, ed è mio, ma non del mio piccolo io isolato, bensì del mio vero io, che forma un unico tutto con Cristo e con la Chiesa. Io, quindi, soffro, combatto, lavoro, mi mortifico con Cristo. Egli, con la Sua forza divina, mi aiuta e mi sprona a vincere ed a superare me stesso; è in me, mentre lotto e procedo innanzi fra sforzi e abnegazioni; i miei sacrifici continuano quello del Golgota; le mie piccole croci costituiscono un’unica Croce con la Sua; e, per usare ancora un’espressione di san Paolo ai credenti di Filippi, a me ed a tutti noi « è stato dato il dono non solo di credere in Cristo, ma anche di patire per lui Ogni singhiozzo ha un accento divino; ogni mortificazione è simile ad una nota musicale che io scrivo nella storia della Chiesa. Chi guarda le cose alla superficie, ritiene eguali due sol, due la, ossia una stessa mortificazione fatta da uno stoico e da un cristiano; ma, quantunque l’uno e l’altro abbiano compiuto un gesto simile, il valore della nota dipende dal canto in cui essa entra. Il canto dello stoico mira solo alla dignità umana; il canto del cristiano mira all’armonia della musica divina, che si inizia con la Passione e prosegue nei secoli. Il sacrificio del Cristiano è, quindi, un atto di amore a Dio in unione con Cristo, perchè la carità, ordinando tutti gli atti delle virtù infuse con lei connesse, dà a questi atti la propria forma d’amore e di merito sostanziale; ed è altresì un atto di amore per i fratelli, in quanto, siccome amiamo Gesù nel fratello nostro, non differiscono specificamente l’atto col quale si ama Dio e quello col quale si ama il prossimo, ed in quanto altresì, per il dogma della Comunione dei santi, ogni azione buona individuale ha una ripercussione in tutto l’organismo della Chiesa. La nostra dignità, non che essere diminuita, è in tal modo soprannaturalmente elevata ed io sento quella che Bossuet definiva « la terribile serietà della vita umana ». Di qui il concetto di riparazione a Dio per le colpe non solo nostre, ma anche altrui; di qui la vera imitazione di Cristo, che consiste nel sacrificarsi per i fratelli; di qui gli eroi della carità cristiana, che in ogni tempo, non con chiacchiere vuote, ma coi fatti, hanno dimostrato che il « cruciato Martire » insegna efficacemente la grandezza di animo e le generosità feconde dell’abnegazione; di qui il saluto, opposto alla bestemmia volgare, e così eloquente nel suo significato storico: « Ave, Crux, spes unica » La Croce non è morte, ma è l’unica speranza di vita.

4. – Il problema del dolore.

È superfluo spendere parole per indicare come la stessa attuazione del programma « morire per vivere » venga in tale modo facilitato ed acquisti una divina fisionomia. Ed è anche superfluo insistere sulla soluzione cristiana, che sgorga da tali premesse, del problema del dolore. Nessuno mai capirà tale problema, se non lo imposta e non ricerca una soluzione in funzione dell’amore. Io non lo esamino in un paragrafo speciale, perchè tutto il mio volumetto lo risolve. Il Cristiano è colui che alla domanda:

« Perchè il dolore? », risponde: « Perché, nelle attuali condizioni esso è la prova dell’amore nostro per Dio ». Sarebbe facile amare Dio, se fossimo sempre in una barca elegante su un lago di delizie; ma il vero modo di amare Dio è di essergli figli fedeli anche nel dolore. Il Cristiano, perciò, non si lascia ammaliare dalle correnti pessimistiche, pronte con Buddha a rinunciare alla vita pur di sopprimere il dolore, o disposte con Schopenhauer a proclamare l’irrazionalità del reale; ma muta, piuttosto, il dolore in amore, traendo profitto dalle sue pene e cambiando in celesti ricchezze tutti i travagli della vita. Soffrire con Cristo e per i fratelli: ecco la vera visione cristiana della sofferenza. Soffro io; ma non sono io che soffro; è Cristo che soffre in me. La croce che ho sulle spalle è la Sua. Egli me la impone e mi sussurra: « Avanti, per amore mio, per le anime… Avanti, un giorno ancora, ancora un anno, finchè Io vorrò… Nessuna lagrima tua, santificata così, cade a terra invano; il mio Cuore la raccoglie e serve alla Vita del mondo.. E le anime, che hanno approfondito e che vivono il Cristianesimo con serietà, giungono, anche nei loro più crudeli martiri, a ripetere il grido caro a santa Liduina, fra i tormenti delle sue gravissime malattie: « Io non sono da compiangere: sono felice ». Ogni dolore, diceva Argene Fati, la santa giovane, che fu una delle prime apostole della Gioventù Femminile d’Italia, si trasforma in un gioiello, in cui brilla il raggio dell’Amore.

5. – Conclusione.

Negli Atti commoventi del martirio di santa Perpetua e Felicita, leggiamo che quest’ultima, al carceriere che la interrogava in qual modo avrebbe potuto aver il coraggio di divenire pasto delle belve, rispose: « Vi sarà dentro di me un altro, il quale patirà per me, perché anch’io mi dispongo a morire per Lui ». – È la parola di tanti martiri oscuri del dovere quotidiano, che nel silenzio operoso delle pareti domestiche, fra le esigenze del lavoro, sul letto dell’agonia, nella battaglia d’ogni ora contro le tentazioni, le insidie e gli istinti malvagi, soffrono con Cristo e sanno che solo la crocefissione prepara lo squillo lieto, annunziatore della gloria del Risorto. – Il Cristiano sa che deve combattere e sacrificarsi; ma non teme, seguace anche in ciò delle Martiri suaccennate: « Sorse il dì della vittoria, ed esse uscirono dalla prigione verso l’anfiteatro, liete e composte in volto, come quelle che s’avviavano al cielo: trepidavano, è vero; non però di paura, ma piuttosto di gioia ». Furono straziate dapprima con staffili, passando tra le file dei venatores; ma anche di ciò « furono liete, perché eran messe in qualche modo a parte dei patimenti del Signore ». Con tale animo affrontarono, sublimi, la morte. Non di smidollati, schiavi di ogni passione ed incapaci di combattere; ma di queste anime, cristianamente forti, abbiamo bisogno. In ogni campo ci porteranno una nuova primavera ridente, annunciatrice d’un avvenire degno di Cristo.

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (II)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (II)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

TAVOLA SINOTTICA

Noi siamo su questa terra per ottenere, mediante la glorificazione di Dio, la salvezza eterna; noi la otteniamo con i mezzi seguenti:

1. Bisogna cercare di conoscere Dio con la fede, o credenza delle verità che Egli ci ha rivelate.

Si parlerà in questa parte della conoscenza di Dio, della rivelazione, della fede, dei suoi motivi, dei suoi contrari, della sua pubblica confessione, infine del segno della croce.

   Si spiegheranno i dodici articoli del simbolo degli Apostoli: Art. 1 L’esistenza di Dio, la sua essenza, le sue perfezioni, la Trinità. La creazionre del mondo e la Provvidenza. Gli Angeli e gli uomini. Il peccato originale. La promessa del Redentore. La preparazione dell’umanità alla venuta del Redentore. – 2. Gesù è il Messia, il Figlio di Dio medesimo e Nostro Signore. – 3 a 7. L’incarnazione e la vita del Cristo. – 8. Lo Spirito Santo e la dottrina della grazia. – 9. La Chiesa Cattolica, la sua organizzazione, il suo sviluppo, la sua divina perpetuità, il suo capo, la sua gerarchia, le sue note. Fuori dalla Chiesa, non c’è salvezza; la Chiesa e lo Stato. – La comunione dei Santi, – 10 La remissione dei peccati. – 11 e 12. La morte; il giudizio particolare; il cielo, l’inferno; il purgatorio; la resurrezione della carne; il giudizio universale. Alla fine del simbolo degli Apostoli, c’è la questione del bene che dobbiamo sperare da Dio. Vi si tratterrà dunque della natura della speranza cristiana, della sua utilità e di ciò che ne è contrario.

II. Bisogna osservare i Comandamenti di Dio, cioè:

I DUE COMANDAMENTI DELLA CARITÁ:

– Il comandamento dell’amor di Dio

Che è spiegato nei primi 4 Comandamenti del Decalogo.

Dio come Signore sovrano domanda:

L’adorazione e la fedeltà nel 1°

Il rispetto nel 2°

Il servizio nel 3°

Il servizio verso i suoi rappresentanti nel 4°.

I Comandamenti della Chiesa

Sono un’applicazione pratica del 3° Comandamento di Dio.

– I Comandamenti dell’amore del prossimo:

a) che proibiscono di nuocere al prossimo:

Nel suo corpo al 5°

Nella sua innocenza al 6°

Nella sua fortuna nel 7°

Nel suo onore nell’8°

Nei suoi diritti di capo di famiglia, nel 9° e 10°

b) Che obbligano a soccorrerlo nei suoi bisogni, con la pratica delle opere di misericordie.

Dopo l’amore di Dio, si parlerà dell’amore del mondo; dopo l’amore del prossimo, dell’amore degli amici, dei nemici, di se stesso. Al 1°Comandamento si collegherà il culto dei Santi, il giuramento ed il voto; al 3° la dottrina del lavoro; al 1° Comandamento della Chiesa, l’anno ecclesiastico; al 4° comandamento di Dio, i doveri verso il Papa ed il Sivrano dello Stato, ed i doveri delle autorità; il 5°, i doveri verso gli animali. In occasione delle opere di misericordia, si parlerà dell’uso della fortuna, del dovere della riconoscenza e della povertà. L’obbedienza ai comandamenti si manifesta nella pratica delle buone azioni e delle virtù, nella fuga dal peccato e dal vizio; infine, nella fuga da tutto ciò che può portare al peccato, vale a dire la tentazione e l’occasione.

Le principali virtù fondamentali sono le 7 virtù fondamentali, opposte ai 7 vizi o peccati capitali. Per compiere esattamente i precetti, occorre impiegare i mezzi della perfezione. (I mezzi ordinari riguardano tutti gli uomini, i mezzi straordinari o i 3 consigli evangelici, non riguardano che determinate persone). Questa via ci porterà fin da quaggiù, alla vera felicità. – Le 8 Beatitudini.

III. Per credere e osservare i Comandamenti, noi abbiamo bisogno della grazia di Dio. Noi prendiamo la grazia alle sorgenti della grazia, che sono: il Santo Sacrificio della Messa, i Sacramenti e la preghiera. Prima del capitolo della Santa Messa, si parlerà del sacrificio in generale e del Sacrificio della croce. Si tratterà in seguito della Santa Messa; della sua istituzione, della sua natura, delle sue parti, delle cerimonie, del rapporto della Messa al Sacrificio della Messa, della sua utilità, della sua applicazione, della devozione nell’assistenza alla Messa, dell’obbligo di assistervi, del tempo e del luogo del Sacrificio, dei paramenti e degli oggetti sacri, i loro colori, la lingua del canto liturgico. – Si parlerà poi della dottrina dei Sacramenti in generale e di ogni Sacramento in particolare. Il capitolo del santissimo Sacramento parlerà della sua istituzione e della sua natura, della Comunione, della sua utilità e dei suoi effetti, della preparazione alla Comunione; quello della Penitenza, della sua istituzione, della sua natura, della sua necessità, del ministro (confessore), dei suoi effetti, della sua valida recezione (i 5 atti del penitente), della confessione generale, dell’istituzione e dell’utilità della confessione, della ricaduta nel peccato e delle indulgenze. – Al Sacramento del Matrimonio si farà il punto sulla sua istituzione, la sua natura, i doveri degli sposi, i matrimoni misti ed il celibato. – I Sacramentali costituiscono il seguito naturale di questa parte. Quanto alla preghiera, si farà questione della sua natura, dela sua utilità, della sua necessità, delle sue qualità; del luogo, dei tempi, dell’oggetto delle nostre preghiere; della meditazione. Si spiegheranno in seguito le principali preghiere (il Pater, le invocazioni alla Santa Vergine), gli esercizi di pietà più importanti (preghiere del mattino e della sera, le processioni, i pellegrinaggi, la via crucis, i santi, le missioni (ritiri e giubilei), i congressi cattolici, i drammi della Passione, le associazioni religiose (terzo-ordine), confraternite, e le principali corporazioni cristiane).  

PREGHIERE

2. PREGHIERE IN USO NELLA CHIESA

  1. IL SEGNO DELLA CROCE

Nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo, così aia.

  • L’ORAZIONE DOMENICALE O PATER

Padre nostro che siete nei cieli,

1. santificato sia il vostro Nome;

2. venga il vostro regno;

3. sia fatta la vostra volontà in terra come in cielo;

4. Date a noi il nostro pane quotidiano;

5. rimettete a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori;

6. non ci lasciate soccombere alla tentazione;

7. ma liberateci dal male. Così sia.

  • LA SALUTAZIONE ANGELICA O AVE MARIA
  • 1. Ave o Maria, piena di grazia; il Signore è con Voi;

2. Voi siete benedetta tra le donne, e benedetto è il frutto del vostro seno, Gesù.

3. Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Così sia.

4. IL SIMBOLO DEGLI APOSTOLI

1. Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra;

2. e in Gesù-Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore;

3. che è stato concepito dallo Spirito Santo, ed è nato dalla Vergine Maria,

4. ho sofferto sotto Ponzio Pilato, è stato crocifisso, è morto, è stato seppellito,

5. è disceso ali inferi, il terzo giorno è resuscitato dai morti,

6. è salito nei cieli, è seduto alla destra del Padre, onnipotente,

7. da dove verrà a giudicare i vivi ed i morti (cioè coloro che nel momento del giudizio finale vivranno e moriranno ancor davanti al giudizio, così come colo che sono morti prima. Ma questo può anche significare gli eletti ed i dannati).

8. Io credo allo Spirito Santo;

9. la Santa Chiesa Cattolica, la comunione dei Santi;

10. la remissione dei peccati;

11. la resurrezione della carne;

12. la vita eterna. Così sia.

  • I due COMANDAMENTI DELLA CARITÀ

(S. Marc. XII, 30)

1. Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutto la tua anima, con tutto il tuo spirito, con tutte le tue forze.

2. Ed il tuo prossimo come te stesso.

6. I DIECI COMANDAMENTI  

(2 Mosè, XX, 1- 17)

1. Amerai ed adorerai perfettamente un solo Dio.

2. Non giurerai invano per Dio né parimenti per altra cosa.

3. ti riposerai nelle Domeniche, servendo devotamente Dio.

4. onorerai il padre e la madre, per vivere lungamente,

5. Non sarai omicida, di fatto né volontariamente.

6. Non sarai lussurioso, né di corpo né di consenso-

7. Non prenderai i beni altrui né li terrai a tuo piacimento.

8. Non darai falsa testimonianza, né mentirai giammai.

9. Non desiderare l’opera della carne se non in un solo matrimonio.

10. Non desidererai i beni altrui, per averli ingiustamente. 

7. I Comandamenti della Chiesa.

1. Santificherai le feste che sono di precetto.

2. Ascolterai la Messa la Domenica, così come nelle feste.

3. Confesserai tutti i peccati almeno una volta all’anno.

4. Riceverai il tuo Creatore, in umiltà, almeno a Pasqua.

5. Digiunerai nelle “Quatempora”, nelle Vigilie ed in tutta la Quaresima.

6. Non mangerai carne il venerdì né similmente il sabato (sabato non più obbligatorio -ndr.-).

II. Preghiere da recitare nei diversi momenti della giornata.

PREGHIERE DEL MATTINO

Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo, e così sia.

Mettiamoci alla presenza di Dio, ed adoriamo il sui santo Nome.

Santissima ed augustissima Trinità, Dio uno in tre Persone, io credo che Voi siate qui presente. Vi adoro con i sentimenti più profondi di umiltà, e vi rendo con tuttonil mio cuore gli omaggi che sono dovuti alla vostra sovrana Maestà.

Atto di fede

Mio Dio, io credo fermamente tutte le verità che avete rivelato che ci insegnate per mezzo della vostra Chiesa, perché Voi non potete ingannarvi, né ingannarci.

Atto di speranza

Dio mio, io spero con fiducia ferma che Voi mi darete, per i meriti di Gesù-Cristo, la vostra grazia in questo mondo e, se osservo i vostri Comandamenti, la vostra gloria nell’altra; perché Voi lo avete promesso e Voi siete sovranamente fedele nelle vostre promesse.

Atto di carità

Mio Dio, io vi amo di tutto cuore e al di sopra di ogni cosa, perché Voi siete infinitamente buono ed infinitamente amabile; ed amo il mio prossimo come me stesso per amor vostro.

Ringraziamo Dio per le grazie che ha fatte ed offriamoci a Lui.

O mio Dio, io vi ringrazio umilmente per tutte le grazie che mi avete fatto finora. È ancora per effetto della vostra bontà che io vedo questo giorno; io voglio impiegarlo unicamente per servirvi. Vi consacro tutti i pensieri, le parole, le azioni e le pene. Benediteli Signore, affinché non vene sia alcuno che non sia animato dal vostro amore e che non tenda alla vostra maggior gloria..

Formiamo la risoluzione di evitare il peccato e praticare la virtù.

Gesù adorabile, modello divino della perfezione a cui dobbiamo aspirare,

farò del mio meglio per diventare come te, mite, umile, casto, zelante, paziente, caritatevole e rassegnato come te. E farò tutti i miei sforzi per non cadere oggi nei difetti che commetto così spesso e che spero sinceramente di correggere.

Chiediamo a Dio le grazie di cui abbiamo bisogno.

Mio Dio, tu conosci la mia debolezza, non posso fare nulla senza l’aiuto della tua grazia.. Non me la negare, o Dio: proporzionala ai miei bisogni; dammi la forza sufficiente per evitare tutto il male che mi proibisci, per fare tutto il bene che ti aspetti da me, e per soffrire pazientemente tutte le pene che ti piacerà mandarmi.

Orazione domenicale, vedi sopra.

Saluto angelico, vedi sopra,

Simbolo degli Apostoli, vedi sopra.

Confessione dei peccati.

Confesso a Dio Onnipotente, alla Beata Vergine Maria, a San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista, gli Apostoli San Pietro e San Paolo, a tutti i Santi (e a te, Padre), che ho molto peccato nei miei pensieri, parole e azioni. È colpa mia, è colpa mia, è una colpa molto grande. Per questo prego la Beata Vergine Maria, San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista, gli Apostoli San Pietro e San Paolo, tutti i Santi (e voi), pregate il Signore nostro Dio per me.

Che Dio onnipotente abbia pietà di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Così sia.

Che il Signore onnipotente e misericordioso ci dia l’indulgenza, l’assoluzione e la remissione di tutti i nostri peccati. Così sia.

Invochiamo la Beata Vergine, il nostro buon Angelo ed il nostro santo Patrono.

Santa Vergine, Madre di Dio, mia Madre e mia patrona, mi pongo sotto la tua protezione e mi affido con fiducia al seno della tua misericordia. Sii, o Madre di bontà, il mio rifugio nelle mie necessità, la mia consolazione nelle mie pene, e la mia avvocata presso il tuo adorabile Figlio, oggi, tutti i giorni della mia vita e soprattutto nell’ora della mia morte.

Angelo del cielo, mia guida fedele e caritatevole, ottienimi la grazia di essere così docile alle tue ispirazioni e di regolare così bene i miei passi da non deviare in alcun modo dal cammino dei comandamenti del mio Dio.

Grande Santo di cui ho l’onore di portare il nome, proteggimi, prega per me, affinché io possa servire Dio come te sulla terra e glorificarlo eternamente con te in cielo. Così sia.

Angelus.

L’Angelo del Signore venne ad annunciare a Maria che sarebbe stata la Madre del Salvatore,

ed Ella concepì per opera dello Spirito Santo.

Ave Maria, ecc.

Ecco la serva del Signore; si compia in me la tua parola.

Ave Maria, ecc.

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

Ave Maria, ecc.

Ÿ Prega per noi, santa Madre di Dio.

R Affinché possiamo diventare degni delle promesse di Gesù Cristo.

Preghiamo. Signore, ti preghiamo di riversare la tua grazia nelle nostre anime, affinché, avendo conosciuto, attraverso la voce dell’Angelo, l’incarnazione del tuo Figlio Gesù Cristo, attraverso la sua passione e la sua croce, possiamo giungere alla gloria della sua risurrezione. Per lo stesso Gesù Cristo Nostro Signore. Così sia.

Nel tempo pasquale, al posto dell’Angelus, diciamo:

Regina del cielo, datti alla gioia, alleluia: colui che hai avuto il privilegio di portare nel tuo seno è resuscitato come aveva detto, alléluia.

Prega Dio per noi, alleluia.

Gioisci e rallegrati, Vergine Maria.

Perché il Signore è veramente risorto.

Preghiamo, o Dio, che hai voluto dare agli uomini la santa gioia della risurrezione del tuo Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, concedi che con l’aiuto della sua santa Madre, la Vergine Maria, ci renda partecipi della gioia di una vita eterna e beata. Per lo stesso Gesù Cristo Nostro Signore. Così sia.

PREGHIERE DELLA SERA.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Mettiamoci alla presenza di Dio ed adoriamolo.

Ti adoro, o mio Dio, con la sottomissione che mi ispira la presenza della tua grandezza sovrana. Credo in te perché sei la verità stessa. Spero in te perché sei infinitamente buono. Ti amo con tutto il mio cuore, perché sei sommamente amabile, e amo il mio prossimo come me stesso per amore tuo.

Ringraziamo Dio per le grazie che ci ha concesso.

Quale ringraziamento ti renderò, o mio Dio, per tutte le cose buone che ho ricevuto da te? Tu hai pensato a me da tutta l’eternità, mi hai fatto nascere dal nulla, hai dato la tua vita per redimermi, e ogni giorno mi colmi di un’infinità di favori. Ahimè, Signore, cosa posso fare in segno di gratitudine per tante gentilezze? Unitevi a me, spiriti benedetti, nella lode al Dio delle misericordie, che non cessa di fare del bene alla più indegna e ingrata delle sue creature.

Chiediamo a Dio di conoscere i nostri peccati.

Eterna sorgente di luce, Spirito Santo, dissipa le tenebre che mi nascondono la bruttezza e la malizia del peccato. Fa’ che ne abbia così orrore, o mio Dio, da odiarlo.

Dio, che io possa odiarlo, se possibile, tanto quanto lo odi tu stesso, e che io non tema nulla tanto che commettere un peccato in futuro.

Esaminiamo i peccati commessi.

Verso Dio. Omissioni o negligenze nei nostri doveri di pietà, irriverenza nei confronti della Chiesa, distrazioni volontarie nelle nostre preghiere, disattenzione, resistenza alla grazia, imprecazioni, mormorazioni, mancanza di fiducia e di rassegnazione.

Verso il nostro prossimo. Giudizi temerari, disprezzo, odio, gelosia, desiderio di vendetta, litigi, ira, imprecazioni, insulti, maldicenze, derisioni, false notizie, danni alla proprietà o alla reputazione, cattivo esempio, scandalo, mancanza di rispetto, obbedienza, carità, zelo, fedeltà.

Verso noi stessi. Vanità, rispetto umano, menzogna; pensieri, desideri, discorsi e azioni contrarie alla purezza; intemperanza, ira, impazienza, vita inutile e sensuale, pigrizia nel compiere i doveri del nostro stato.

Facciamo un atto di contrizione

Eccomi, Signore, coperto di confusione e pieno di dolore alla vista delle mie colpe. Sono arrivato a detestarli davanti a te, con vero dispiacere per aver offeso un Dio così buono, così grande, e così degno di essere amato. Era dunque questo, o mio Dio, ciò che  dovevi aspettarti dalla mia riconoscenza, dopo avermi amato fino a  versare il tuo sangue per me? Sì, Signore, ho spinto troppo in là la mia malizia e la mia ingratitudine. Ti chiedo umilmente di perdonarmi e ti supplico, o mio Dio, per la stessa bontà di cui ho sentito tante volte gli effetti, di concedermi la grazia di fare una sincera penitenza da ora fino alla morte.

Facciamo un fermo proposito di non peccare più.

Come vorrei, o Dio, non averti mai offeso! Ma poiché ho avuto la sfortuna di dispiacerti, ti mostrerò il dolore che provo comportandomi in modo del tutto opposto a come mi sono comportato finora. Io rinuncio al peccato ed alle occasioni di peccato, soprattutto a quelle in cui ho la debolezza di cadere così spesso. E se ti degnerai di concedermi la tua grazia, come chiedo e spero, cercherò di adempiere fedelmente ai miei doveri, e nulla potrà fermarmi quando si tratterà di servirvi. Così sia.

Preghiera della domenica, Saluto angelico, Simbolo degli Apostoli, Confessione dei peccati.

Raccomandiamoci a Dio, alla Beata Vergine e ai Santi:

Benedici, o mio Dio, il riposo che sto per prendere per riparare le mie forze, affinché io possa servirti meglio. Santa Vergine, Madre del mio Dio, e dopo di Lui mio Dio, la mia unica speranza; il mio buon Angelo, il mio santo Patrono, interceda per me, mi protegga durante questa notte, per tutti i giorni della mia vita e nell’ora della mia morte. Così sia.

Preghiamo per i vivi e per i fedeli defunti.

Signore, benedici i miei genitori, i miei benefattori, i miei amici e i miei nemici.. Proteggi tutti coloro che mi hai dato come superiori, spirituali e temporali. Aiuta i poveri, i prigionieri, gli afflitti, i viaggiatori, i malati ed i moribondi. Converti gli eretici ed i peccatori ed illumina gli increduli. Dio di bontà e di misericordia, abbi pietà anche delle anime dei fedeli in purgatorio. Poni fine alle loro sofferenze e dona a coloro per i quali sono obbligato a pregare, il riposo e luce eterna. Così sia.

Chiediamo a Dio la sua protezione questa notte.

Ti preghiamo, Signore, di visitare la nostra dimora e di tenere lontane da essa da tutte le insidie del nemico; che i tuoi santi Angeli vi abitino, così da mantenerci in pace, e la tua benedizione sia sempre su di noi. Per il nostro Signore Nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Preghiera a tutti i Santi.

Anime benedette, che avete avuto la grazia di raggiungere la gloria, ottenete per noi due cose da Colui che è il nostro comune Dio e Padre: che non lo offendiamo mai mortalmente e che Egli allontani da noi tutto ciò che gli dispiace. Così sia.

 Preghiere di devozione.

Allo Spirito Santo.

Autore della santificazione delle nostre anime, Spirito di amore e di verità, ti adoro come principio della mia felicità eterna; ti ringrazio come sovrano dispensatore delle cose buone che ricevo dall’alto; ti invoco come fonte della luce e della forza di cui ho bisogno per conoscere il bene e praticarlo. Spirito di luce e di forza, illumina la mia comprensione, rafforza la mia volontà, purifica il mio cuore, regola tutti i suoi movimenti e rendimi docile a tutte le tue ispirazioni..

Alla Beata Vergine.

Salve Regina. – Ti salutiamo, Regina del cielo, Madre del Dio della misericordia.

Ti salutiamo, o tu che sei dopo di Lui la nostra vita, la nostra consolazione e la nostra speranza. Esiliati quaggiù come infelici figli di Eva, alziamo a te la nostra voce, ti offriamo i nostri sospiri e i nostri gemiti in questa valle di lacrime. Sii il nostro Avvocato; guardaci con compassione e, dopo l’esilio di questa vita, ottienici la felicità di contemplare Gesù, il sacro frutto del tuo seno. Vergine Maria, piena di clemenza, di dolcezza e di tenerezza per gli uomini!

Sub tuum. – Ci mettiamo sotto la tua protezione, santa Madre di Dio; non respingere le nostre preghiere nel momento del bisogno, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine di gloria e di benedizioni.

Memorare. – Ricorda, o misericordiosissima Vergine Maria, che non è mai udito che nessuno di coloro che hanno fatto ricorso alla tua protezione, implorato il tuo aiuto e chiesto i tuoi suffragi siano rimasti delusi. Animato dalla stessa fiducia, vengo a te, o Vergine Madre delle Vergini, e gemendo sotto il peso dei miei peccati, mi prostro davanti a te. O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare le mie preghiere, ma ascoltale favorevolmente e degnati di esaudirle. Così sia.

Il Santo Rosario.

Quando si recita quotidianamente non l’intero Rosario, ma solo la terza parte del Rosario, di solito si medita: il lunedì e il giovedì sui misteri gaudiosi; martedì e venerdì sui misteri dolorosi; mercoledì, sabato e domenica sui misteri gloriosi.

All’inizio di ogni decina, si enuncia il soggetto ed il frutto di ciascun mistero.

Misteri gaudiosi.

1° Mistero. – L’Annunciazione della Beata Vergine Maria. – Frutto del mistero: umiltà.

2° Mistero. – La Visitazione della Beata Vergine Maria. – Frutto del mistero: la carità verso il prossimo.

3° Mistero. – La Natività di Nostro Signore. – Frutto del mistero: il distacco dai beni di questo mondo.

4° Mistero. – La presentazione di Nostro Signore al Tempio. – Frutto del mistero: la purezza.

5° Mistero. – Il ritrovamento nel tempio di Nostro Signore. – Frutto del mistero: la vera sapienza.

Misteri dolorosi.

I° Mistero – L’agonia di Nostro Signore. – Frutto del mistero: l’odio per il peccato.

2° Mistero. – La Flagellazione di Nostro Signore. – Frutto del mistero: mortificazione dei sensi.

3° Mistero. – L’incoronazione di spine. – Frutto del mistero: il disprezzo del mondo.

4° Mistero. – Il trasporto della croce. – Frutto del mistero: la pazienza.

5° Mistero. – La crocifissione di Nostro Signore. Frutto del mistero: la salvezza delle anime.

Misteri gloriosi.

1° Mistero. – La Risurrezione di Nostro Signore. – Frutto del mistero: la carità verso Dio.

2° Mistero. – L’Ascensione di Nostro Signore. – Frutto del mistero: il desiderio del cielo.

3° Mistero. – La discesa dello Spirito Santo. – Frutto del mistero: la discesa dello Spirito Santo nelle nostre anime.

4° Mistero. – L’Assunzione della Beata. V. Maria. – Frutto del mistero: la devozione a Maria.

5° Mistero. – L’incoronazione del Beato. V. Maria. – Frutto del mistero: la perseveranza finale.

Preghiera a San Giuseppe.

Grande Santo, tu sei il servo saggio e fedele a cui Dio ha affidato la cura della sua famiglia; tu che hai fatto diventare il protettore e l’affidatario di Gesù Cristo, il consolatore e il sostegno della sua santa Madre, e fedele cooperatore nel grande disegno della redenzione del mondo; tu che hai avuto la fortuna di vivere con Gesù e Maria e di morire tra le loro braccia; casto sposo della Madre di Dio, modello e patrono delle anime pure, umili, pazienti e interiori, sii commosso per la fiducia che abbiamo in te ed accogli gentilmente le testimonianze della nostra devozione. Ringraziamo Dio per gli straordinari favori di cui si è compiaciuto di ricoprirvi e lo supplichiamo di renderci, per sua intercessione, imitatori delle sue virtù. Prega dunque per noi, grande Santo, e, per l’amore che hai avuto per Gesù e Maria, e che Gesù e Maria hanno avuto per te, ottienici l’incomparabile felicità di vivere e morire nell’amore di Gesù e Maria. Amen.

Preghiera all’Angelo custode.

Angelo di Dio, al quale la divina Bontà mi ha affidato, illuminami, governami oggi (stasera), per tutti i giorni della mia vita e nell’ora della mia morte.

Salvezza cattolica.

Sia lodato Gesù Cristo. – Nei secoli dei secoli. Così sia.

Due persone che si salutano in questo modo ottengono un’indulgenza di 50 giorni; chi è abituato a farlo per tutta la vita guadagna un’indulgenza plenaria

(Clemente XIII, 5 settembre 1759).

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (III)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (9)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (9)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo QUARTO (1)

L’AMORE NEL SACRIFICIO

Fu un sogno, il nostro? La fiamma dell’amore di Dio, che incendi le anime e tutte le unisca in un’anima sola, nella generosità operosa dell’amore fraterno, non è forse un ideale roseo, fulgente nella credula fantasia come una stella lontana, ma in antitesi assoluta con la realtà delle cose? Oh, se tutti tenessero fisso lo sguardo ed il cuore in Dio e nel suo Cristo; se lo spirito dominante d’ogni individuo e d’ogni iniziativa fosse davvero lo Spirito Santo; se nessuno s’avvicinasse al prossimo senza pensare che si avvicina a Gesù velato da quelle apparenze; se la giustizia e l’amore non ottenessero solo il plauso della retorica e dell’ingenuità, ma fossero attuate nella vita quotidiana; se la pace fra i popoli non belasse nei Congressi o nelle Carte, e non fosse divorata immediatamente dai denti dell’odio e degli interessi; se uomini e Stati non facessero concorrenza alla concordia proverbiale che regna fra cani e gatti, oh, allora il mondo sarebbe pur bello e l’esistenza pur lieta. Ma, ahimè! è inutile che Gerolamo Savonarola predichi nella città di Lorenzo de’ Medici la morale cristiana e rizzi i suoi roghi. Ironicamente gli risponde in ogni tempo l’anima umana col verso di Ovidio:

aliudque cupio, Mens aliud suadet: video meliora proboque; Deteriora sequor.

(Met. VII, 19 e seg.)

Beffardo gli guarda il Rinascimento folgorante a da tutte le parti, da tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri stampati in Firenze e in Italia », da mille e mille manifestazioni, in cui irrompeva la ribellione della carne contro lo spirito… Tra le ridde dei suoi piagnoni non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere pietosamente il pallido viso di Nicolò Machiavelli ». Il quale, in un famoso capitolo del suo Principe, ancor oggi mormora con malizia arguta: « Se gli uomini fossero tutti buoni… » …e dovunque poi, in ogni momento della sua vita ed in ogni passo delle sue opere, con viso severo ci rammenta il dovere di non perder d’occhio « la verità effettuale », ossia il ciò che è, per il ciò che dovrebbe essere e che non esiste. – Sarebbe forse l’etica dell’Amore un’utopia irrealizzabile? Lo scetticismo morale lo sostiene e lancia il grido disperato: “Virtù, tu non sei che un nome vano!”.. I vili vanno ripetendo una tale parola, rispondente alla debolezza del loro carattere e cedono le armi. Gli uomini ” pratici “, col loro caratteristico sussiego, rammentano che la vita è lotta, è contrasto, è cozzo di interessi; non è amore. La vita non è bacio di fratelli, bensì baci di Giuda, insidie, opposizioni, guerre. Come mai può il Cristianesimo dimenticare la realtà dura, sì, ma inesorabile? Si racconta che Carlo V, quando, verso il tramonto dei suoi anni, si ritirò in un monastero, talvolta si ricreava a regolare gli orologi; e constatando l’impossibilità di accordarne anche soltanto due di essi, esclamò: « Disgraziato! Non riesco ad accordare due orologi; ed ho preteso di accordare fra loro gli uomini! ». Non è forse, questa, l’utopia cristiana? La legge cristiana dell’Amore non teme simili obbiezioni. Noi esporremo brevemente come essa risolva l’antitesi fra reale e ideale, mediante il concetto di sacrificio e di formazione della propria volontà.

# # #

I. – REALE ED IDEALE

Il Cristianesimo non è un ideale astratto; anzi è la negazione assoluta dell’astrattismo, di questa merce, bella in apparenza, ma ingannatrice, proprietà dell’umanitarismo illuministico, del democraticismo moderno e delle ideologie contemporanee. Appunto perché il Vangelo è il libro più alto per la soluzione del problema della vita, è anche il libro che ci infonde e cura in noi al massimo grado il senso della concretezza. La Chiesa di Cristo non è mai stata una bottega di lattemiele. E Gesù, se da un lato dice: « Amate », dall’altro soggiunge. « Son venuto a portare non la pace, ma la spada ». Svolgiamo l’idea principe dell’amore e tutto sarà chiaro.

1. – L’amore e la lotta

Il vero amore non ha nulla in comune con le sdolcinature sentimentali, che — ripetiamo ancora — hanno una origine fisiologica, più che psicologica. I genitori che amano i loro figli non li allevano a carezze solo ed a caramelle; ma quando è necessario, battono e castigano: e tale castigo non è l’antitesi dell’amore; anzi è esso stesso amore! Il chirurgo, che ama l’ammalato, non lo lusinga con paroline soavissime e con illusioni mendaci; ma prende il bisturi e taglia senza misericordia. Una nazione, che viene aggredita e minacciata nella sua esistenza, dal cancro d’un invasore ingordo, dev’essere difesa in nome del precetto stesso della carità; poiché, se noi amiamo Dio ed il prossimo, come possiamo permettere che un popolo venga ingiustamente schiacciato, iniquamente torturato e sfruttato? È l’amore ai fratelli, che nella guerra giusta può portare la guerra. È la spada, che dona la pace agli uomini di buona volontà, agli unici, ai quali il canto natalizio la augura. Un castigo necessario, una operazione chirurgica ben fatta, una guerra giusta possono essere la vera realizzazione concreta del precetto dell’amore, in quanto non sono un’ingiuria a Cristo nei nostri fratelli, ma uno sforzo legittimo e spesso doveroso per liberare gli altri dall’involucro esteriore, che nulla ha a che fare con Cristo ed attenta, anzi, all’amore cristiano nella vita o nella storia. Ciò che il Cristianesimo proibisce è, ad es., il castigo inflitto ad un figliolo, non perché lo meriti, ma perché il padre è di cattivo umore; la correzione, che tratta il prossimo come un nemico da distruggere e non un fratello da guarire; la guerra suscitata dall’ingordigia e dalla prepotenza. Ciò che vieta è lo stato d’animo passionale, per colpa del quale non ci poniamo più dal punto di vista di Cristo, ma dal punto di vista della nostra ira, delle nostre cattive tendenze e degli istinti brutali che in noi fremono ed urlano. Ed, in pari tempo, condanna una pace senza giustizia. È bello, è cristiano il voto del poeta che nei Canti da Castelvecchio diceva:

a’ piedi dell’odio che, alfine,

solo è con le proprie rovine,

piantiamo l’ulivo;

ma il solo ulivo vero della pace vien distribuito nella domenica delle palme ed accompagna il sereno trionfo di Gesù nella storia: in altre parole, il vero amore e la vera pace non sono se non l’amore e la pace di Cristo, che tutti — individui e nazioni — debbono affrettare, attuando la morale cristiana, ossia combattendo.

2. – La vita è una milizia

Nell’altro mondo non sarà così: ma quaggiù l’Amore è necessariamente connesso con la battaglia: ed è per questo che la Scrittura ci ammonisce: « La vita dell’uomo sulla terra è una milizia ».

Noi abbiamo bensì consapevolezza degli esseri; possiamo conoscere il loro ordine e le conseguenze pratiche che ne risultano; la coscienza e le tavole del Sinai ci gridano, l’una con la parola della ragione, l’altra con quella della rivelazione, la voce di Dio. Ma obbedire a questa voce significa sacrificarsi; seguirla importa spesso insorgere contro di noi, contro le consuetudini dell’ambiente, contro i suggerimenti di satana. L’ideale è bello; ma la lotta è aspra, e la passione è prepotente, e le insidie allettatrici sono numerose. Comincia a combattere il ragazzo, appena giunge all’età della ragione. Vedetelo là, dinanzi alla zuccheriera. La piccola coscienza gli intima: « Piccolo, quello zucchero non lo devi toccare »; ma l’acquolina in bocca gli sussurra: « Allunga la mano: è così dolce lo zucchero ». Tutta la vita è una ripetizione d’una simile scena. Invece della zuccheriera, sarà una cassaforte; e l’impiegato si soffermerà e si svolgerà nell’intimità del suo cuore il conflitto: « Allunga la mano… No; non rubare, sii onesto ». Invece dello zucchero dolce, sarà la dolcezza d’un’altra qualsiasi tentazione. Come a Cleopatra, il serpente sempre ci è presentato in un vaso di fiori. Il ruggito della belva, il fremito passionale, la tendenza malvagia ci sospingeranno verso l’abisso, mentre il comando del dovere echeggerà dentro di noi categorico e minaccioso. Siamo liberi; e possiamo scegliere. Non siamo solo intelligenza; da questa procede una volontà. Ed essa può indurci a fuggire dal pericolo. Può comandare all’intelligenza di rivolgere la sua attenzione ad uno o ad un altro motivo d’azione, che in tal modo diverrà prevalente, non già perchè i motivi siano come pesi posti sulla bilancia della nostra decisione per determinarci, ma, al contrario, perchè il nostro stesso libero volere li prende e li usa. La volontà decide, sovente immersa nella nube e nei miasmi della passione, talvolta nella serenità dell’animo tranquillo, talvolta sentendo che una mano l’afferra e la trascina; potrebbe resistere, ribellarsi, liberarsi; ma non sempre lo vuole. Non tanto sui campi sanguinosi delle guerre antiche e recenti occorre recarsi, quanto nel silenzio delle coscienze nostre: ecco qui il più spaventoso campo di battaglia che mai si possa immaginare. Spesso è la ferita, la morte, la desolazione della sconfitta; talora, il peana della vittoria.

IL SACRO CUORE (67)

IL SACRO CUORE (67)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (4)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Il Verbo di Dio è Dio come il Padre, perché è generato da tutta l’eternità della divina sostanza. Dovendo esso eleggersi e formarsi un Cuore chi può pensare che non sel sia formato conforme alla sua SS. volontà? Molto più che nol formava se non per assumerlo nella sua divina Persona. – Uno sposo che potesse da sè formarsi la sposa, senza dubbio raccoglierebbe in lei tutte le immaginabili perfezioni. Or il Verbo che formava quel Cuore per unirlo a sé indissolubilmente nella sua Persona divina, che cosa avrà fatto? È dunque indubitato che quel Cuore è la delizia più cara del divin Verbo: e per convincervene pienamente investigate alquanto sino a qual punto Egli lo prediliga. Il che si scorge: 1° dall’elezione che ne ha fatto; 2° dall’unione a cui l’ha innalzato; 3° dagli uffici per cui l’ha assunto.

I. Dalla elezione che ne ha fatto. Il Verbo di Dio da tutta l’eternità aveva presenti tutti i cuori che avrebbe creato un giorno con tutti i gradi di bontà che avrebbero avuto o avrebbero potuto avere. Di più aveva presenti tutti quelli che la sua onnipotenza avrebbe per quanto è lunga l’eternità sempre potuto creare gli uni più degli altri perfetti . Qual immenso campo in cui scegliere una umanità, un cuore da farlo suo proprio! Ora al Verbo divino che è sapienza infinita toccava di fare la scelta, gli toccava di farla per sé, e doveva eleggere un cuore che fosse adatto al fine altissimo di glorificare degnamente il Padre, di servire nel mondo di modello di ogni immaginabile perfezione, di ristorare la rovina di unto l’universo. Che cosa ha eletto il Verbo divino? Ha eletta non l’umanità, degli Abrami, degli Isacchi, dei Giacobbi, dei Mosè e di tanti altri santi personaggi che illustrarono colla loro santità il mondo: ma elesse una umanità singolare che è quella del N. S. Gesù Cristo, elesse quel Cuore.sacrosanto in particolare che ora noi adoriamo. Egli vide nella sua sapienza tal modo di arricchirlo, nella sua potenza tal virtù da formarlo che rispondesse appieno a tutti i suoi altissimi disegni, e quindi colla sua dolcissima bontà lo elesse perché fosse il cuore suo in eterno. Ma deh! che cosa è questa? Quali perfezioni non dovette vedere la sapienza infinita di Dio in questo Cuore se lo elesse, se lo volle? Quale amore non fu quello che gli fece dare la preferenza sopra milioni di cuori che avrebbe potuto destinare a sì alto scopo? Ma se il Verbo divino ha fatto questa scelta, perché non la potremo fare anche noi? Se le perfezioni di esso poterono allettare quella infinita bontà, perché non alletteranno il cuor nostro? Ah Verbo divino, io voglio fare la scelta che avete fatto Voi e tutto conselacrarmi a questo Cuore sacrosanto.

II. Dall’unione a cui l’ha innalzato. Il Verbo divino ha scelta l’Umanità ed in essa quel Cuore peculiare di Gesù Cristo: ma a qual fine l’ha scelto? Qui si curvino riverenti gli Angeli e pii Arcangeli. Tutti i Dottori, tutti i Santi, perché non è dato a mente creata di penetrare sino all’intimo della dignità a cui fu esso innalzato. Noi diciamo che all’unione personale del Verbo e diciam bene. Ma forse che noi intendiamo quello che diciamo? Tutte le maniere più insigni di unione, con cui possiamo farci scala ad intendere questo innalzamento, qui fanno tutte difetto. La natura umana in Gesù Cristo è terminata sì fattamente dalla Persona divina che, sebbene non vi sia alcuna confusione della natura divina coll’umana, pure questa forma colla Persona divina un tutto così intero che Figliuolo dell’uomo è vero Figliuolo di Dio. La Divinità si dà, si dona all’umanità e tanto si intrinseca con lei che le azioni di Gesù si attribuiranno a Dio ugualmente che all’uomo. Sarà Dio quegli che converserà cogli uomini, che patirà, che morirà per loro. Saranno fatte proprie di Dio le membra del figliuolo dell’uomo, il capo di un Dio sarà coronato di spine, le mani di un Dio saranno trafitte da chiodi, le carni di un Dio saranno peste da flagelli, una bocca divina sarà amareggiata dal fiele, ed il Cuore di un Dio sarà angustiato, oppresso, trafitto, squarciato, e sarà innalzato un vero uomo alla gloria di Dio in compagnia delle Persone dell’Augustissima Trinità per tutti i secoli. Di che potete considerare quale sia la condizione del Cuore di Gesù, quale l’esaltamento che riceve dal Verbo, e quindi di quale compiacenza esso sia l’oggetto. Noi sospiriamo alla gloria che è riposta nella visione beatifica, la quale è un bene che eccede tutto quello che sappiamo immaginare. Ma questa non è più che un’unione accidentale. Il Cuore di Gesù ha una unione sostanziale colla divinità per mezzo del Verbo che lo sostenta e fin dal suo primo momento godette la pienezza della beatitudine. In noi questa sarà una ammiranda comunicazione che Dio farà di sé chiaramente scoperto al nostro intelletto ed al nostro cuore partecipandoci il bene supremo. A Gesù non è partecipato, ma è donato interamente il bene supremo nell’ipostasi divina. A noi il gaudio verrà comunicato a stille, a torrenti ancora se volete, da Dio. Gesù Cristo ha i torrenti in sè medesimo anzi possiede l’oceano d’infinita grandezza perché ha il mare smisurato della divinità. Vedete dunque a quale alto scopo sia rivolto il vostro culto quando è rivolto al Cuore del vostro Gesù. Mirate allora al Cuore del divin Verbo, ad un Cuore di cui ogni palpito ha un valore infinito per la dignità che in lui si riverbera dalla divina Persona. Eccovi, anime devote, il fondamento della vostra speranza, anzi l’àncora della vostra sicurezza. Potete star certe che mai non mancherà ivi nè la potenza nel soccorrervi, né i tesori di cui disporre in vostro favore.

111. E dagli uffici per cui ha preso quel Cuore, potete raccogliere che non gli manca neppure la volontà di comunicarvisi in tutte le guise. E per la verità, poteva Dio spargere sopra gli uomini ogni più eletto dono del cielo, poteva perdonar loro, poteva sollevarli alla grazia, poteva arricchirli di questa, senza mai porvi un termine, poteva elevarli alla gloria anche più sfolgorata: ma non poteva a rigor di parola sentir compassione, che è quanto dire provare quella pena in se stesso che prova un uomo al vedere gli altrui mali: ed è chiaro perciocchè Iddio come purissimo spirito non può andar soggetto a queste e somiglianti affezioni. Che cosa fece Dio pertanto? La seconda Persona della SS. Trinità prese un Cuore a bella posta per sentire tutte le umane infermità al pari di noi. Ed ecco che poté d’allora in poi compatire, intenerirsi, piangere, indegnarsi, provare tutte quelle affezioni che sogliono provare i cuori. Della quale potenza oh quanto ampiamente usò in tutta la sua vita mortale! Per poco che altri percorra l’Evangelio non può non vedere che niuna calamità vi ebbe mai al mondo che non commovesse subito quel Cuor pietoso. Le infermità del corpo, le tribolazioni dello spirito, l’ignoranza che fa la strada agli errori, le colpe che trascinano le anime all’inferno, le sventure anche temporali de’ genitori e dei figliuoli, dei grandi e dei popolani, tutto il commuove, lo intenerisce, lo eccita ad offrire pronto il soccorso dei suoi aiuti de’ suoi miracoli, e della sua dottrina. In quella guisa che il Creatore ha dato alle donne un cuore di madre acciocché in quel solo abbiano quanto è necessario per provvedere ai bamboli, ed assisterli e curarli in quanto loro abbisogna: così il Figliuolo di Dio ha voluto prendere un Cuore d’infinita tenerezza ed affetto, perché fosse lo strumento di tutte le sue beneficenze, ed un pegno sensibile che risvegliasse la nostra piena fiducia. – Dalle quali considerazioni voi comprenderete quanto sia vero che il Cuore di Gesù sia la delizia del Verbo divino. Lo star con noi, l’ha detto Egli stesso, essergli sommamente caro. Deliciae meae esse eum filiis hominum. Egli in niun modo è mai tanto affettuosamente con noi come per mezzo del suo Cuore che lo muove a diffondersi tutto in misericordia. Resterebbe solo che a compiere più pienamente la sua contentezza, noi c’incontrassimo felicemente con Lui in quella viva fornace di amore. E perché nol faremmo? Se Egli è il più alto di tutti gli oggetti cui possa poggiare la nostra debolezza, sarebbe somma nostra grandezza il farlo: se è il più dolce di tutti i cuori, sarebbe somma nostra felicità lo stringerci a Lui: se è tutto compassione, tutto misericordia sarebbe anche per noi di sommo vantaggio. Adeamus ergo ad thronum gratiae e non ci fermiamo fino ad averne riportato misericordia.

Iesu Fili Dei miserere nobis.

OSSEQUIO. Postoché Gesù sta tanto volentieri con noi, passate qualche momento di questo giorno con Lui.

Cuore di Gesù Delizia dello Spirito Santo.

È verità della Cattolica fede che il Figliuolo divino riceve la pienezza della natura divina dal Padre per mezzo dell’eterna generazione. Il Figliuolo si volge al Padre con immenso impeto di carità e dal Padre ne è in pari modo riamato: onde è che da ambendue, spiranti in unità di principio, procede lo Spirito Santo. Che cosa darà lo Spirito Santo al divin Figliuolo in cambio di quel che riceve? Ah il divino Spirito si sfoga, lasciatemi dir così, nelle diffusioni amorose che fa di sé stesso sul Cuore deificato di Gesù Cristo. Considerate ad intelligenza di questa verità: 1° come lo Spirito Santo formi quel Cuore; 2° come lo ricolmi di sè; 3° come da quel trono esso regni.

I. Come lo Spirito Santo si formi quel Cuore. Non conveniva, osservano i Padri, che il Figliuolo di Dio venisse sulla terra appena commessa la colpa per molte ragioni, ma soprattutto perché l’uomo facesse giusta estimazione del peccato, sentisse la necessità del rimedio, lo stimasse poi quanto si conveniva, ed intanto si disponesse a riceverlo. Chi però presiedette a tanto apparecchio se non lo Spirito Santo? Esso fu che venne ispirando i Profeti ad annunziarlo a mano a mano sempre più chiaramente, esso che ai Patriarchi fece conoscere in ispecie il popolo, la tribù, la famiglia, le circostanze della sua venuta. Egli che mosse i Giusti di tutti i secoli a quelle preghiere che dovevano affrettarne il tempo. E questo era un apparecchio remoto. Ma quando giunse la pienezza dei tempi e che doveva aver luogo si alto portento in sulla terra, lo Spirito Santo preparò la gran Vergine Maria con quella copia di grazie che alla dignità, cui doveva essere elevata di Madre di Dio, erano convenienti. La fortificò di tutti gli aiuti interiori necessari a sostenere sì grande dignità ed incarico. E poi adombrandola di sua infinita virtù compì in Lei i miracoli maggiori che mai abbia veduto e mai sia per vedere il mondo. Fece che Maria senza detrimento della sua illibata Verginità diventasse Madre. Formò del suo purissimo sangue un corpo al Figliuolo di Dio ed in quell’atto medesimo già organizzato il congiunse all’anima più perfetta che mai uscisse dalle mani creatrici, ed impedendo ogni umana personalità, l’anima ed il corpo ineffabilmente congiunse alla Persona del Verbo di Dio: sicché tutto in un punto si verificarono colla Verginità di Maria la formazione del corpo di Gesù, l’animazione e la deificazione. Fu allora che il dolce Cuore di Gesù palpitò per la prima volta, fu allora che lo Spirito Santo ricevette in riconoscimento il primo palpito di Gesù Verbo incarnato. Quali strette di amore fra quel Cuore dolcissimo e lo Spirito di amore! Oh Spirito divino per amore di quel Cuore degnatevi di avvivarne anche in noi una scintilla. Oh Gesù, per gloria dello Spirito Santo accendetene in noi una fiamma!

Il. Come lo ricolmi di sé;. Proseguite a considerare le opere dello Spirito Santo nel Cuore SS. di Gesù, e vedrete come ci lo ricolmi di sé medesimo. Gesù ha una grazia che è così singolare a Lui che mai non fu e mai non sarà ad altri comunicata, la grazia dell’unione personale. Grazia sostanziale e non accidentale, grazia che il santifica per eccellenza, che lo fa essere il Santo dei Santi, e che gli conferisce per sé sola con infinito vantaggio tutti i doni ed aiuti che sono proprii della grazia santificante. – Cionondimeno come le sostanze sono compiute da loro accidenti, il sole dal suo splendore, il fuoco dal suo calore, i fiori dalle proprie fragranze, così la grazia sostanziale di Gesù Cristo fu consumata dalla grazia santificante acciocchè Ei fosse perfetto secondo ogni ragione. In qual grado poi questa fosse, raccoglietelo da ciò che non essendo altro che un effetto, una dipendenza della grazia essenziale dell’unione dovette essere a quella unione in qualche modo proporzionata. Al comune dei Santi lo Spirito divino si comunica a misura, e l’Apostolo ci fa sapere che ognuno ha il suo proprio dono. Sopra Gesù Cristo non fu serbata alcuna misura. Non enim ad mensuram dat Deus spiritum: (Ioan. 3, 34,) ma si posò tutto sopra di Lui lo Spirito Santo. Requiescet super eum Spiritus Domini. (Is.11,1). E se bramate conoscere quali forme prendesse cotesto Spirito, Isaia le va enumerando così: spirito di sapienza e d’intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor divino. Quali ricchezze ineffabili che tutte adornano ed abbelliscono il Cuor divino! Se non ché non si contenta lo Spirito Santo di inabitare nel Cuore di Cristo co’ suoi doni più singolari. Egli inabita in Lui in modo non solo particolare ma unico. Conciossiache l’umanità santa di Cristo essendo congiunta con la Persona del Verbo, per la mutua inabitazione delle divine Persone, lo Spirito Santo si trova congiunto altresi ineffabilmente al Cuore divino: il quale ne riceve una vita di inesprimibile amore. A qual termine poi riferirà quel buon Cuore tasta comunicazione, se non a quello spirito medesimo da cui le sono provenute? Quale abisso di riconoscenza da una parte, quale effusione dall’altra, quale incendio di amore in unione sì intima e sì eccelsa! Nessuna lingua mortale oserà spiegare misteri che di tanto trapassano quel che possono escogitare gli uomini. Ci valga l’averli in qualche modo adombrati per concepire comecchessia in quali vortici di fiamme viva e respiri qutl Cuore sacrosanto. Oh Gesù fate che lo conosciamo perché ci riuscirà allora impossibile il non amarlo.

III. Come da quel Cuore esso regni. Lo Spirito Santo è l’autore della santificazione degli uomini e nulla tanto brama quanto di poter produrre nel mondo questo effetto da Lui tanto desiderato. Però il trono da cui Egli regna veramente è il Cuore SS. di Gesù. Quello che si oppone principalmente alla santificazione delle anime sono le colpe di cui sono cariche, sono le ripulse che dànno allo Spirito Santo, sono i demeriti che perciò sempre maggiormente accrescono. Chi è che toglie di mezzo tutte queste difficoltà, chi è che scioglie, lasciatemi dir così, le mani a quello Spirito vivificatore che tutti vorrebbe infiammare di sè medesimo? Non è se non Gesù Cristo il quale ai peccati che pongono ostacolo, sostituisce le lagrime sue che ne impetrano il perdono, ai demeriti nostri sostituisce i meriti suoi. Le lagrime de’ suoi occhi, i sospiri del suo Cuore, i gemiti del suo spirito sono quelli che tolgono tutti gli ostacoli alla santificazione che poi fa delle anime lo spirito santificatore. E Gesù tutti questi beni trae dal tesoro del suo Cuore sacrosanto, il quale nella grazia santificante, che possiede si smisurata, contiene quella che i Dottori chiamano grazia di essere capo della Chiesa per la quale piove di continuo a tutti i membri di S. Chiesa tutti quelli influssi divini che alla salute dei fedeli sono necessari. Così Gesù Cristo prepara la via allo Spirito Santo. E lo Spirito Santo poi dove conduce colla sua divina operazione i fedeli? Esso rende un contraccambio di amore a Gesù. Imperocehè tutto quel che persuade coll’unzione dolcissima della sua comunicazione non mira se non ad esprimere nei cuori umani una copia fedele del Cuor divino. Il nostro cuore è miseramente invischiato dalla meschinità della terra che sono quei beni che ci circondano, lo Spirito Santo ci muove al distacco di cui ci ha dato insegnamento e dottrina Gesù. Noi siamo proclivi a tutte le passioni del senso le quali ci travolgono troppo nelle colpe più vituperose: lo Spirito Santo mira a condurci invece all’amore di Dio secondochè ci ha tanto esortato Gesù. Noi siamo proclivi alla prevaricazione dello spirito colla nostra superbia, arroganza, invidia, infedeltà, e lo Spirito Santo mira a formare in noi il cuore umile e docile secondo il Cuore di Gesù. Sono adunque scambievolmente ragione del bene nostro, lo Spirito Santo e Gesù. Gesù ci merita quel dono e ce lo invia: lo Spirito Santo gli rende testimonianza e cel fa ricopiare. Gesù dopo d’avercelo meritato come Verbo divino che è, ce lo manda, e lo Spirito Santo mandato ristora nel mondo l’onore e la gloria di Gesù Verbo incarnato. Qual meraviglia se con tanti legami di amore, lo Spirito Santo formi di quel buon Cuore le sue delizie? – Ah la meraviglia è che noi ancora non sappiamo fare altrettanto. O Spirito divino traeteci a Gesù, fatecelo conoscere, fatecelo amare una volta.

Cor Iesu thronus gratiæ miserere nobis.

OSSEQUIO. Raccomandatevi allo Spirito S. che vi faccia conoscere il Cuore di Gesù.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. BENEDETTO XV – “IN HAC TANTA”

Il Santo Padre esalta in questa Lettera Enciclica la figura dell’apostolo della Germania, san Bonifacio, Santo che evangelizzò in lungo e largo quelle terre allora dedite all’idolatria ed all’errore. L’elemento che il Sommo Pontefice particolarmente sottolinea, è l’attaccamento del gran Santo alla Sede Apostolica romana alla quale segnalava ogni sua mossa e da cui accettava consigli ed ordini come da Dio stesso. Questo è l’esempio che tutti i Cristiani oggi dovrebbero seguire e la cui inosservanza è causa di disgrazie sociali e personali, soprattutto spirituali che conducono a certa dannazione. La condizione preliminare che conduce alla salvezza è proprio l’unione tenace al soglio di s. Pietro che rende la fede degna di meriti e grazie per la vita eterna. Modernisti, scismatici pseudotradizionalisti, eretici di ogni risma battono la via che conduce lontano dal Vicario di Cristo in terra, lontano da Cristo, da Dio e dalla eterna beatitudine. Che s. Bonifacio ci aiuti ad amare e seguire il Santo Padre validamente eletto, voce dell’unico ed invariabile Spirito Santo, anima della “vera” unica immutabile Chiesa.

Benedetto XV
In hac tanta

Lettera Enciclica

Ai Vescovi di Germania, rievocando il dodicesimo centenario della Missione Apostolica in quel Paese.

Fra tanti affanni e difficoltà d’ogni genere che Ci turbano in tempi cosi’ penosi e ancora più, per usare l’espressione dell’Apostolo, ” oltre queste preoccupazioni esteriori, la cura quotidiana che da Noi attende la Chiesa “, abbiamo seguito, cari Figli e Venerabili Fratelli, con la più viva apprensione lo svolgersi di questi avvenimenti imprevisti, improntati ad anarchia e a disordine, che si sono ultimamente svolti presso di voi e presso i vostri popoli e che ancora tengono gli animi sospesi nell’incertezza dell’avvenire. In questi momenti torbidi ed oscuri un raggio di luce sembra venire dal vostro paese, messaggio di speranze e di gioia: il lieto ricordo del saluto portato alla Germania, or sono dodici secoli, da Bonifacio, legato del Seggio Apostolico, che l’autorità del Pontefice aveva designato araldo del Santo Vangelo. Ci è quindi sommamente gradito l’intrattenerci ora con voi, perché reciproca consolazione ne venga ai nostri spiriti, e per esprimervi il Nostro paterno compiacimento. – Ci uniamo a voi in questa speranza e in questa gioia, e vi confermiamo il Nostro amore e la Nostra paterna benevolenza verso la vostra nazione, commemorando questa antica unione del popolo tedesco con la Sede Apostolica, da Noi vivamente desiderata.
Scaturirono da essa per la vostra patria i primi elementi della fede, che presto ebbero un superbo sviluppo, allorché dal Seggio Apostolico a un tale uomo fu affidata la legazione romana, resa nobile dalla gloria delle gesta compiute e sublimata dal sangue dei martiri. Dopo dodici secoli di questo felice inizio della religione cristiana, Noi vediamo giustamente prepararsi da voi, compatibilmente con le circostanze dei tempi, solennità secolari, che celebreranno con la memore riconoscenza degli uomini e con degne lodi, questa nuova era di civiltà cristiana, iniziata dalla missione e dalla predicazione di Bonifacio e sviluppata dai suoi discepoli e successori, per la salute e la prosperità della Germania. – Sappiamo, amati Figli e Venerabili Fratelli, che voi indirizzate questo lieto ricordo e questa felice celebrazione del passato a perfezionare il presente ed assicurare, per l’avvenire, l’unità e la pace religiosa, che Noi cosi vivamente desideriamo. Questo immenso bene, che emana solamente dalla fede e dalla carità cristiana, fu portato dal cielo da Gesù Cristo, nostro Dio e Signore, e da Lui affidato alla Sua Chiesa e al suo Vicario in terra, il Pontefice Romano, per custodirlo, propagarlo, difenderlo. Donde la necessità dell’unione con la Sede Apostolica; unione di cui Bonifacio fu l’araldo perfetto; di qui anche il sorgere di più strette relazioni di amicizia e buoni uffici fra la Santa Sede romana e la vostra nazione, che Bonifacio stesso ha cosi meravigliosamente avvicinato a Cristo e al Suo Vicario sulla terra. Evocandone il ricordo, facciamo voti perché questa unione e questa armonia perfetta si ristabiliscano presso tutti i popoli, si che “Cristo sia tutto in tutti” (Coloss. III, 11). E dopo tanti secoli, è impossibile ricordare senza un vivo sentimento di gioia ciò che così fedelmente gli scrittori di quell’epoca lontana, e particolarmente i compagni di Bonifacio, fra cui il noto Vescovo Willibaldo, riportarono intorno alle virtù e alle opere di questo Santo e soprattutto intorno all’inizio e al felice sviluppo della legazione romana a Lui affidata presso il popolo germanico. Per la lunga pratica di vita religiosa, che fin dalla più tenera età nella sua patria aveva abbracciato, e per l’esperienza di apostolato acquisita fra le nazioni barbare in qualche tentativo fatto, egli comprese come non avrebbe raccolto frutti durevoli senza il consenso e l’approvazione della Sede Apostolica e senza la sua missione e il suo mandato. Così, dopo aver rifiutato l’onorevolissima dignità d’abate e detto addio ai religiosi, suoi fratelli, malgrado le loro preghiere e le loro lacrime, egli parti e attraverso vaste terre e vie ignote di mari giunse felicemente alla sede dell’Apostolo Pietro. Qui s’intrattiene col Santo Padre Gregorio II, che allora sedeva sul seggio papale, e “gli racconta il suo viaggio, gli espone la ragione della sua venuta e il desiderio che da lungo tempo lo tormenta”. Il Papa accoglie questo Santo “col viso sorridente e lo sguardo pieno di dolcezza”. E non solo lo ammette più volte in udienza, ma “colloqui tiene con lui ogni giorno importanti” (Vita di San Bonifacio, di Willibaldo, c. V, 13-14) e infine gli affida nei termini più solenni e per lettere ufficiali, la missione di predicare il Vangelo fra i popoli della Germania. Le quali lettere (Ep. Exigit manifestata, inter Bonifacii epistulas XII, al. 2) spiegano meglio e mettono maggiormente in rilievo lo scopo e l’importanza della missione, di quanto non facciano gli scrittori di quell’epoca nel ricordare il mandato del “Seggio Apostolico” o del “Pontefice Apostolico”. – I termini che egli usa sono improntati ad una tale gravità e a tanta autorità, che difficilmente se ne possono trovare di più espressivi. “Lo scopo che tu ti sei proposto e che Ci rivela il tuo ardente amore per Cristo e la tua fede purissima che si è manifestata a Noi, esigono che Noi Ci serviamo di te come aiuto per la diffusione della parola divina, che la Provvidenza Ci ha affidato”. -Infine, dopo averne lodato la cultura, l’indole, i propositi, e l’autorità suprema del Seggio Apostolico, da Bonifacio stesso invocata, solennemente conclude: “Perciò, nel nome dell’indivisibile Trinità, per la saldissima autorità del Beato Pietro, Principe degli Apostoli, Noi, che da Lui abbiamo ereditato il Magistero della dottrina e che nella Santa Sede ne occupiamo il posto, riconosciamo la purezza della tua fede ed ordiniamo che tu, con la grazia infinita di Dio, vada tra quei popoli che vivono nell’ignoranza e nell’errore, per insegnar loro la verità, far loro conoscere l’avvento del regno di Dio e il nome Santissimo di Nostro Signor Gesù Cristo”. L’esorta infine ad osservare sempre nella somministrazione dei Sacramenti : “la forma rituale della Sede Apostolica” ed a ricorrere al Santo Pontefice ogni qualvolta egli ne avesse bisogno nell’esercizio del suo ministero. – Dopo questa lettera solenne, chi potrebbe dubitare della benevolenza di questo Santo Pontefice e del suo sincero e rispettoso affetto verso Bonifacio, e della sua paterna sollecitudine verso il popolo germanico, al quale inviava questo pio e tanto caro predicatore? La coscienza della sua missione, unita al profondo amore per Cristo, incitava continuamente all’azione quest’Apostolo; era per lui motivo di consolazione nei momenti più tristi, gli infondeva nuovo coraggio quando le forze sembravano abbandonarlo. Ciò si vide chiaramente al suo arrivo in Frisia e in Turingia quando, come narra un cronista dell’epoca, “secondo il mandato della Sede Apostolica, parlò della religione cristiana ai senatori, ai capi del popolo, indicando loro l’unica e vera via per la conoscenza di Dio e per la fede in Lui”. Questa coscienza della sua missione lo tenne lontano dall’ozio, impedendogli di desiderare il riposo e di fissarsi in un posto qualunque come in un porto tranquillo; e sempre lo indusse ad affrontare le più aspre difficoltà e i più umili lavori, unicamente per procurare di accrescere la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Con tale devozione e tale pietà religiosa che lo rendevano sottomesso alla volontà della Sede Apostolica, alla quale offriva il servizio tanto prezioso della sua opera, inviava a Roma lettere e messaggi, “si da rendere noto — fin dall’inizio della sua missione — al Venerabile Padre della Sede Apostolica tutto ciò che la grazia di Dio aveva per mezzo suo operato” e “chiedeva consiglio alla Sede Apostolica sulle quotidiane necessità della Chiesa di Dio e sulla salvezza dei popoli” (Vita di San Bonifacio, c. VII, 19) Un sentimento tutto particolare di venerazione animava lo spirito di Bonifacio, come egli, negli ultimi anni, ebbe a confessare in un momento disincerità al Papa Zaccaria: “Con l’approvazione e per ordine del Papa Gregorio II, di venerabile memoria, io mi legai per quasi trent’anni con un voto, quello cioè di vivere in amicizia e al servizio della Sede Apostolica; per questo motivo “io ero solito comunicare al Santo Pontefice Romano le mie gioie e i miei dolori, per poter insieme lodare Dio nei momenti felici, e per trovare nella sua parola e nei suoi consigli la forza di resistere alle mie pene” (Ep. LIX, al. 57). Si trovano qua e là preziosi documenti che attestano uno scambio ininterrotto di corrispondenza e un perfetto accordo di volontà fra questo insigne predicatore del Vangelo e la Sede Apostolica, accordo continuato e favorito successivamente da ben quattro Pontefici di gloriosa memoria. I Pontefici Romani non trascurarono alcuna occasione ed ebbero la massima cura per aiutare e favorire questo attivo Legato, mentre Bonifacio da parte sua nulla tralasciava e tutto il suo zelo e il suo operato erano rivolti a compiere santamente e largamente la missione ricevuta dal Pontefice, ch’egli venerava ed amava come figlio. – Papa Gregorio quindi, in considerazione dello sviluppo e dell’estensione acquistata dal campo evangelico affidata a Bonifacio e vedendo crescere la bella messe dei popoli, che per mezzo suo erano entrati nel grembo della Santa Chiesa, decise di conferire a lui il grado più alto del Sacerdozio, imponendogli l’Episcopato su tutta la provincia germanica.

E Bonifacio, che pure aveva resistito di fronte al suo intimo amico Willibaldo, accettò ed obbedì, non osando opporsi al desiderio di un sì grande Pontefice”. Il quale Pontefice Romano aggiunse a questo alto onore un altro favore del tutto particolare e degno d’essere segnalato ai posteri del popolo tedesco, poiché accordò l’amicizia della Sede Apostolica a lui e ai suoi soggetti per sempre (Vita di San Bonifacio, c. VII, 21). Gregorio aveva già dato chiara prova di una siffatta amicizia quando scriveva, rivolgendosi ai Re, ai Principi, ai Vescovi, agli Abati e a tutto il Clero, ai popoli barbari o noviziati della fede cristiana, per invitarli “a dare il loro appoggio e il loro concorso a questo grande servitore di Dio, mandato dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana per diffondere nel mondo la luce della verità”. – La particolare amicizia fra Bonifacio e la Sede Apostolica fu confermata dal successivo Pontefice Gregorio III, allorché Bonifacio gli mandò messaggeri per felicitarsi della Sua elezione Questi gli fecero conoscere il patto d’amicizia che il Suo predecessore aveva concluso con Bonifacio e i suoi e “lo assicurarono della completa dedizione del Suo umile servitore per l’avvenire” e infine, secondo quanto era stato loro segnalato, chiesero che “il missionario devoto fosse ancora beneficato dell’amicizia e del legame col Santo Pontefice e la Santa Chiesa” (Vita di San Bonifacio, c. VIII, 25)..Il Papa accolse i messaggeri con benevolenza, e dopo aver loro rimesso per Bonifacio nuove dignità, fra l’altro “il pallio dell’Arcivescovado, li rimandò al loro paese, carichi di doni e di diverse reliquie di Santi”. Si può a mala pena esprimere “la riconoscenza di questo Apostolo per tali dimostrazioni d’affetto e il conforto che al suo spirito derivò dalla benevolenza della Santa Chiesa verso di lui, colpito dalla misericordia divina” (Vita di San Bonifacio, c. VIII, 25 e segg.). Egli attinse nuove forze per intraprendere più grandi e difficili compiti: edificare nuovi templi, ospedali, monasteri, fondare nuovi villaggi; percorrere nuove regioni predicando il Vangelo; creare nuove diocesi e riformare le antiche, estirpandone i difetti, gli scismi e gli errori; gettare ovunque i germi della fede e della vita cristiana; diffondere i veri dogmi e le vere virtù; portare la civiltà fra nazioni barbare, spesso terribilmente crudeli, servendosi di discepoli ch’egli aveva educato alla pietà, e di alcuni compatrioti venuti d’Inghilterra. In mezzo a questo immenso lavoro, già nobilitato da importanti opere sante, fra le opposizioni, le sciagure, le inquietudini quotidiane, non ostante l’età avanzata che l’induceva a riposarsi dopo una cosi lunga fatica, egli non dava adito alcuno a sentimenti d’orgoglio, ne a desiderio dì riposo; aveva costantemente dinanzi agli occhi la missione da compiere e gli ordini del Pontefice. Perciò “data la sua intima unione col Papa e con tutto il clero, venne a Roma una terza volta, accompagnato dai suoi discepoli, per intrattenersi col Santo Padre e raccomandarsi alle preghiere dei Santi, poiché si sentiva molto avanti negli anni (Vita di San Bonifacio, c. IX, 27 e segg.). Ancora una volta egli fu affabilmente accolto dal Pontefice, “colmato di nuovi doni e di reliquie di Santi” e fornito di preziose e importanti lettere di raccomandazione come lo dimostrano quelle a noi pervenute..I due Gregori ebbero per successore Zaccaria, erede del loro Pontificato e del loro interessamento verso i tedeschi e il loro Apostolo. Non contenti di rinnovare l’antica unione, l’accrebbero ancor più colla testimonianza di una maggior fiducia — se ciò era possibile — e benevolenza verso Bonifacio. Il quale ebbe con Zaccaria lo stesso comportamento, come ne fanno fede i numerosi messaggi e le amichevoli lettere che furono scambiate. Fra le altre cose, che sarebbe troppo lungo riferire, il Papa si rivolge al suo Legato con questi termini affettuosi: “Sappia, carissimo Fratello, la tua santa fraternità, che ti amiamo al punto da desiderarti ogni giorno vicino a Noi, per averti nel Nostro consorzio quale ministro di Dio e della Chiesa di Cristo” (Ep. Susceptis, inter Bonifacii ep. LI, al. 50). A buon diritto quindi, qualche anno prima della sua morte, l’Apostolo della Germania così scriveva al Pontefice Stefano, successore di Zaccaria : “II discepolo della Chiesa Romana domanda costantemente dal più profondo dell’animo l’amicizia e l’unione con la Santa Sede Apostolica” (Ep. LXXVIII). Mosso da una fermissima fede, infiammato di pietà e di carità, Bonifacio conservò sempre intatta e non tralasciò giammai di raccomandarla a quelli che egli aveva formato con la parola evangelica, con una tale assiduità che sembrava volesse assegnarla loro per testamento, questa fedeltà e rara unione con la Sede Apostolica; fedeltà che egli sembrava avere attinto dapprima nella sua patria, nel segreto della vita monastica; fedeltà che in seguito aveva promesso a Roma attraverso un giuramento sul corpo del Beato San Pietro, capo degli Apostoli, prima di affrontare le difficili vie dell’Apostolato; fedeltà che egli aveva infine mostrato fra mille pericoli e mille lutti, come il simbolo del suo Apostolato e la regola della sua missione. – Sfinito dagli anni e dal lavoro intenso, sebbene si definisse umilmente “l’ultimo e il peggiore dei Legati che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana avesse eletto onde predicare il Vangelo” (Ep. LXIII, al. 22), teneva ben alta questa missione romana ed amava chiamarsi, ringraziando Iddio : “il Legato della Santa Chiesa Romana per la Germania” desiderando essere il devoto servitore dei Pontefici successori di San Pietro e loro discepolo sottomesso e ubbidiente. Aveva profondamente fissato nell’animo, osservandola con ogni scrupolo, l’affermazione del martire Cipriano, testimone dell’antica tradizione cristiana: “Dio è uno, Cristo è uno, la Chiesa è una, ed una la Cattedra fondata con San Pietro per la parola del Divino Maestro” (San Cipriano, Ep. XLIII, 5); come anche il detto di Sant’Ambrogio, grande Dottore della Chiesa: “Dove è Pietro, là è la Chiesa; ove è la Chiesa, non esiste la morte, ma la vita eterna” (Enarr. in Ps. XL, n. 30); e ciò che infine insegnava il dotto Gerolamo: “La salvezza della Chiesa dipende dall’autorità del Sommo Pontefice, e se a Lui non viene attribuito un potere indipendente e sovrano. Egli avrà in seno alla Chiesa tanti eretici quanti preti” (Contro Lucif., 9). Questo è provato dalla triste storia delle antiche discordie e confermato dall’esperienza dei mali che ne sono derivati. Non dobbiamo richiamarci al passato in momenti come questi, in cui siamo oppressi da ogni genere di sventure e da sanguinose stragi, ma piuttosto dobbiamo deplorarlo, e lasciarlo in eterno oblio. Ciò che importa è invece ricordare e celebrare l’antica unione e gli intimi rapporti che legarono Bonifacio, primo Apostolo della Germania, e lo stesso popolo tedesco alla Sede Apostolica; unione da cui derivò per i Germanici la fonte della fede, e tanta prosperità e civiltà. – Sarebbe possibile, voi ben lo sapete, cari Figli e Venerabili Fratelli, segnalare prove e dettagli degni di essere citati, ma la cosa è così chiara e conosciuta, che non occorre indugiare con lunghi discorsi. Se Noi Ci siamo soffermati più a lungo di quanto fosse necessario su questo argomento, è stato perché Ci è piaciuto richiamare con voi questi antichi ricordi, al fine di trame consolazione per sopportare con maggior coraggio i momenti presenti, resi forti dalla speranza di un prossimo risorgere di questa unione e di questo attaccamento alla Chiesa, “nella speranza della pace e nei vincoli della carità”. D’altra parte, Ci è soprattutto gradito il fatto che l’esempio e le nobili virtù di Bonifacio, vostro predecessore, e in particolar modo i rapporti di amicizia e di unione, che abbiamo voluto celebrare in questa lettera, Ci siano oggi palesi nel vostro attuale comportamento, destando tutta la Nostra ammirazione. Si, egli vive ancora in voi, vive gloriosamente, l’Apostolo della vostra patria; egli vive, come si era definito: “il Legato della Chiesa Cattolica Romana per la Germania”; egli continua ancora la sua missione per mezzo delle sue preghiere, del suo esempio e del ricordo delle sue opere, per le quali “colui che è morto ancora parla”. Sembra con ciò che esorti il suo popolo ad essere unito con la Chiesa Romana, sicuro interprete ed araldo di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che predica soprattutto ai suoi figli d’essere uniti. Invita i fedeli discepoli della Chiesa a rinsaldare più strettamente i vincoli della loro pietà religiosa; invita i dissidenti a ritornare con amore e con fiducia in seno alla Nostra Madre Chiesa, abbandonando gli antichi odi, le rivalità, i pregiudizi; invita tutti i credenti in Cristo, vecchi e nuovi, a perseverare con sentimento, perché da questa divina concordia fioriscano la carità e la pace del mondo. — Chi può non ascoltare questo invito e questa esortazione d’un padre?
Chi può disprezzare questo paterno avvertimento, questo esempio, queste parole? Poiché (per usare, la frase cosi bella e appropriata di un antico scrittore, vostro Compatriota, nel momento in cui celebrate il centenario della missione di Bonifacio nel vostro paese) se, come disse l’Apostolo, abbiamo avuto per educatori i nostri padri naturali e li veneriamo, a maggior ragione non dovremmo forse obbedire al padre delle anime? E non soltanto Iddio è nostro padre spirituale, bensì anche tutti coloro, la cui dottrina e il cui esempio ci indicano la via della verità, e ci esortano ad aderire fortemente alla religione. Come Abramo con la sua fede e la sua obbedienza, che rimangono per tutti un esempio, è chiamato il padre di tutti coloro che credono in Cristo, cosi San Bonifacio può essere chiamato il padre dei Germanici, dal momento che li ha iniziati alla fede cristiana con la sua predicazione, li ha rafforzati col suo esempio, e ha immolato la sua vita per loro, dando con ciò la più grande prova d’amore che sia possibile all’uomo concedere” (Vita di San Bonifacio del monaco Otlono, lib. I, cap. ult.). – Noi aggiungiamo pertanto, cari Figli e Venerabili Fratelli, sebbene già lo sappiate, che questa meravigliosa carità di Bonifacio non si è limitata alla nazione germanica, bensì ha abbracciato tutti i popoli, anche quelli ostili fra loro; ed è cosi che, secondo la legge dell’amore, l’Apostolo della Germania affratella particolarmente la vicina nazione di Francia, della quale fu saggissimo riformatore, e ai suoi compatrioti, “discendenti da stirpe inglese, egli, fratello di razza, Legato della Chiesa, universale e servitore della Sede Apostolica”, affida la diffusione della Teligione cattolica, loro già precedentemente annunciata dai Legati di San Gregorio Magno, per ristabilirla presso i Sassoni e i popoli affini, raccomandando loro di conservare preziosamente “l’unione e l’intima comunione degli spiriti”.

Poiché la carità — per usare ancora le parole dello scrittore più sopra citato — è la sorgente e il fine di tutti i beni, fermiamoci su questo punto, cari Figli e Venerabili Fratelli.

E confidiamo dunque con tutto cuore che sorga presto il giorno in cui, nel mondo turbato e sconvolto, i diritti di Dio onnipossente e della Chiesa, le loro leggi, il culto e l’autorità siano restaurati, così che la carità cristiana riviva per mettere un freno tanto alle guerre e agli odi furiosi, quanto alle discordie, alle eresie e agli errori che ovunque hanno invaso la terra, e per legare i popoli con un patto più saldo che non siano i poveri trattati degli uomini, cioè a dire per l’unità della fede soprattutto e per le relazioni, o meglio, per l’intima e antica unione con la Sede Apostolica, stabilita da Cristo come base della Sua famiglia sulla terra e consacrata dalla virtù, dalla saggezza, dalle fatiche di tanti Santi e dal sangue dei martiri, specialmente di Bonifacio. Una volta raggiunto sulla terra questo accordo di fede e di spiriti, Noi potremo a buon diritto rivolgere alla cristianità intera quanto il Papa Clemente, conscio della superiorità romana e dell’autorità della Santa Sede, scriveva ai Corinzi fin dai primi secoli del Cristianesimo: “Voi Ci procurerete immensa gioia se, obbedendo a ciò che vi abbiamo scritto, illuminati dallo Spirito Santo, metterete da parte l’ardore illegittimo della vostra rivalità, secondo la Nostra esortazione alla pace e alla concordia universale” (San Clem. Rom., Ep. I ai Corinzi, 63).
Possa l’Apostolo e Martire Bonifacio ottenere tutto ciò a Noi e soprattutto ai popoli che più direttamente sono i suoi, per origine o per elezione, perfezionando in Cielo ciò ch’Egli non cessò mai di ricercare sulla terra. “Tutti coloro che Dio si compiacque di inviarmi durante la mia missione, come uditori o come discepoli, io non cesso di invitare e di incitare alla sottomissione alla Sede Apostolica” (Ep. I, al. 49). – Frattanto, quale pegno di speranza e di felice risultato della vostra solennità, vi accordiamo di tutto cuore la Benedizione Apostolica; e per dare maggiore importanza a questa festa vi concediamo dal sacro tesoro della Chiesa i seguenti favori:

1. – In qualunque giorno del mese di giugno e luglio prossimo, salvo quelli della Pentecoste, del Corpus Domini e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in tutte le Chiese e oratori pubblici o semipubblici della Germania, dove si festeggia il centenario, ogni prete potrà celebrare la Messa del Santo, sia durante il triduo, sia nel giorno stesso della festa.

2. – II giorno della festa i Vescovi potranno impartire di persona o per delega la Benedizione Papale.

3. – Chiunque visiterà le Chiese di Germania nel giorno della celebrazione del centenario, potrà acquistare ogni volta un’indulgenza plenaria secondo l’uso della Porziuncola.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 maggio 1919, anno V del Nostro Pontificato.

6 AGOSTO: TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

6 AGOSTO

TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE

« O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito confermasti con la testimonianza dei patriarchi i misteri della fede, e con la voce uscita dalla nube luminosa proclamasti mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi della gloria e partecipi della medesima » (Colletta del giorno). Nobile formula, che riassume la preghiera della Chiesa e ci presenta il suo pensiero in questa festa di testimonianza e di speranza. Senso del mistero. Ma è bene osservare subito che la memoria della gloriosa Trasfigurazione è già stata fatta due volte nel Calendario liturgico: la seconda Domenica di Quaresima e il Sabato precedente. Che cosa significa ciò, se non che la solennità odierna ha come oggetto, più che il fatto storico già noto, il mistero permanente che vi si ricollega, e più che il favore personale che onorò Simon Pietro e i figli di Zebedeo, il compimento dell’augusto messaggio di cui essi furono allora incaricati per la Chiesa? Non parlate ad alcuno di questa visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti (Mt. XVII, 9). La Chiesa, nata dal costato squarciato dell’Uomo-Dio sulla croce, non doveva incontrarsi con Lui faccia a faccia quaggiù; e quando, risuscitato dai morti, avrebbe sigillato la sua alleanza con lei nello Spirito Santo, solo della fede doveva alimentarsi il suo amore. Ma, per la testimonianza che supplisce la visione, nulla doveva mancare alle sue legittime aspirazioni di conoscere. La scena evangelica. A motivo di ciò, appunto per lei, in un giorno della sua vita mortale, ponendo tregua alla comune legge di sofferenza e di oscurità che si era imposta per salvare il mondo, Egli lasciò risplendere la gloria che colmava la sua anima beata. Il Re dei Giudei e dei Gentili (Inno dei Vespri) si rivelava sul monte dove il suo pacifico splendore ecclissava per sempre i bagliori del Sinai; il Testamento dell’eterna alleanza si manifestava, non più con la promulgazione d’una legge di servitù incisa sulla pietra, ma con la manifestazione del Legislatore stesso, che veniva sotto le sembianze dello Sposo a regnare con la grazia e lo splendore sui cuori (Sal. XLIV, 5). La profezia e la legge, che prepararono le sue vie nei secoli dell’attesa, Elia e Mosè, partiti da punti diversi, si incontravano accanto a Lui come fedeli corrieri al punto di arrivo; facendo omaggio della loro missione al comune Signore, scomparivano dinanzi a Lui alla voce del Padre che diceva: Questi è il mio Figlio diletto! Tre testimoni, autorizzati più di tutti gli altri, assistevano a quella scena solenne: il discepolo della fede, quello dell’amore, e l’altro figlio di Zebedeo che doveva per primo sigillare con il sangue la fede e l’amore apostolico. Conforme all’ordine dato e alla convenienza, essi custodirono gelosamente il segreto, fino al giorno in cui colei che ne era interessata potesse per prima riceverne comunicazione dalle loro bocche predestinate. Data della festa. Fu proprio quel giorno eternamente prezioso per la Chiesa? Parecchi lo affermano. Certo, era giusto che il suo ricordo fosse celebrato di preferenza nel mese dell’eterna Sapienza: Splendore della luce increata, specchio immacolato dell’infinita bontà (Verso alleluiatico; cfr. Sap. VII, 26). – Oggi, i sette mesi trascorsi dall’Epifania manifestano pienamente il mistero il cui primo annuncio illuminò di così dolci raggi il Ciclo ai suoi inizi; per la virtù del settenario qui nuovamente rivelata, gli inizi della beata speranza sono cresciuti al pari dell’Uomo-Dio e della Chiesa; e quest’ultima, stabilita nella pace del pieno sviluppo che l’offre allo Sposo (Cant. VIII, 10), chiama tutti i suoi figli a crescere come lei mediante la contemplazione del Figlio di Dio fino alla misura dell’età perfetta di Cristo (Ef. IV, 13). Comprendiamo dunque perché vengano riprese in questo giorno, nella sacra Liturgia, formule e cantici della gloriosa Teofania. Sorgi, o Gerusalemme; sii illuminata; poiché è venuta la tua luce, e la gloria del Signore s’è levata su di te (I Responsorio di Mattutino; cfr. Is. LX, 1). Sul monte, infatti, insieme con il Signore viene glorificata la sua Sposa, che risplende anch’essa della luce di Dio (Capitolo di nona; cfr. Apoc. XXI, 11). Le vesti di Gesù. Mentre infatti « il suo volto risplendeva come il sole – dice di Gesù il Vangelo – le sue vesti divennero bianche come la neve » (Mt. XVII, 2). Ora quelle vesti, d’un tale splendore di neve – osserva san Marco – che nessun tintore potrebbe farne di così bianche sulla terra (Mc. IX, 2), che altro sono se non i giusti, inseparabili dall’Uomo-Dio e suo regale ornamento, se non la tunica inconsutile, che è la Chiesa, e che Maria continua a tessere al suo Figliuolo con la più pura lana e con il più prezioso lino? Sicché, per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il Capo nella sua resurrezione. O volto del Salvatore, estasi dei cieli, allora risplenderanno in te tutta la gloria, tutta la bellezza e tutto l’amore. Manifestando Dio nella diretta rassomiglianza del suo Figliuolo per natura, tu estenderai le compiacenze del Padre al riflesso del suo Verbo che costituisce i figli di adozione, e che vagheggia nello Spirito Santo fino alle estremità del manto che riempie il tempio (Is. VI, 1). Il mistero dell’adozione divina. Secondo la dottrina di san Tommaso, infatti (III, q. 45, art. 4), l’adozione dei figli di Dio, che consiste in una conformità di immagine con il Figlio di Dio per natura (Rom. VIII, 29-30), si opera in duplice modo: innanzitutto per la grazia di questa vita, ed è la conformità imperfetta; quindi per la gloria della patria, ed è la conformità perfetta, secondo le parole di san Giovanni: « Ora noi siamo figli di Dio; ma non si è manifestato ancora quel che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è » (I Gv. III, 2). Le parole eterne: Tu sei il mio Figliuolo, oggi io ti ho generato (Sal. II, 7) hanno due echi nel tempo, nel Giordano e sul Tabor; e Dio, che non si ripete mai (Giobbe XXXIII, 14) non ha in ciò fatto eccezione alla regola di dire una sola volta quello che dice. Poiché, per quanto i termini usati nelle due circostanze siano identici, non tendono però allo stesso fine – dice sempre san Tommaso – ma a mostrare quel modo diverso in cui l’uomo partecipa alla rassomiglianza con la filiazione eterna. Nel battesimo del Signore, in cui fu dichiarato il mistero della prima rigenerazione, come nella sua Trasfigurazione che ci manifesta la seconda, apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce intesa, il Figlio nella sua umanità, lo Spirito Santo prima sotto forma di colomba e quindi nella nube risplendente; poiché se, nel Battesimo, egli conferisce l’innocenza indicata dalla semplicità della colomba, nella resurrezione concederà agli eletti lo splendore della gloria e il ristoro di ogni male, che sono significati dalla nube luminosa (III, qu. 45, ad 1 et 2). Insegnamento dei padri. « Saliamo il monte – esclama sant’Ambrogio; – supplichiamo il Verbo di Dio di mostrarsi a noi nel suo splendore e nella sua magnificenza; che fortifichi se stesso e progredisca felicemente, e regni nelle anime nostre (Sal. XLIV). Alla tua stregua infatti, o mistero profondo, il Verbo diminuisce o cresce in te. Se tu non raggiungi quella vetta più elevata dell’umano pensiero, non ti appare la Sapienza; il Verbo si mostra a te come in un corpo senza splendore e senza gloria » (Comm. su san Luca, 1. VII, 12). Se la vocazione che si rivela per te in questo giorno è così santa e sublime (VII Responsorio di Mattutino; cfr. Tim. 1, 9-10), « adora la chiamata di Dio – riprende a sua volta Andrea da Creta (Discorso sulla Trasfigurazione): – non ignorare te stesso, non disdegnare un dono così sublime, non ti mostrare indegno della grazia, non essere tanto pusillanime nella tua vita da perdere questo celeste tesoro. Lascia la terra alla terra, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti (Mt. VIII, 22); disprezzando tutto ciò che passa, tutto ciò che muore con il secolo e con la carne, segui fino al cielo senza mai separartene Cristo che per te compie il suo cammino in questo mondo. Aiutati con il timore e con il desiderio, per sfuggire alla caduta e conservare l’amore. Donati interamente; sii docile al Verbo nello Spirito Santo, per raggiungere quel fine beato e puro che è la tua deificazione, con il gaudio di indescrivibili beni. Con lo zelo delle virtù, con la contemplazione della verità, con la sapienza, arriva alla Sapienza principio di tutto e in cui sussistono tutte le cose » (Col. 1, 16-17). Storia della festa. Gli Orientali celebrano questa festa da lunghi secoli. La vediamo fin dagli inizi del secolo iv in Armenia, sotto il nome di « splendore della rosa », rosæ coruscatio, sostituire una festa floreale in onore di Diana, e figura tra le cinque feste principali della Chiesa armena. I Greci la celebrano nella settima Domenica dopo Pentecoste, benché il loro Martirologio ne faccia menzione il 6 di agosto. In Occidente, viene celebrata soprattutto dal 1457, data in cui il Papa Callisto III promulgò un nuovo Ufficio e la rese obbligatoria in ringraziamento della vittoria riportata l’anno precedente dai Cristiani sui Turchi, sotto le mura di Belgrado. Ma questa festa era già celebrata in parecchie chiese particolari. Pietro il Venerabile, abate di Cluny, ne aveva prescritto la celebrazione in tutte le chiese del suo Ordine quando Cluny ebbe preso possesso, nel secolo XII, del monte Thabor. La benedizione delle uve.

Vige l’usanza, presso i Greci come presso i Latini, di benedire in questo giorno le uve nuove. Questa benedizione si compie durante il santo Sacrificio della Messa, al termine del « Nobis quoque peccatoribus ». I Liturgisti, insieme con Sicardo di Cremona, ci hanno spiegato la ragione di tale benedizione in un simile giorno: « Siccome la Trasfigurazione si riferisce allo stato che dev’essere quello dei fedeli dopo la resurrezione, si consacra il sangue del Signore con vino nuovo, se è possibile averne, onde significare quanto è detto nel Vangelo: Non berrò più di questo frutto della vite, fino a quando non ne beva del nuovo insieme con voi nel regno del Padre mio » (Mt. XXVI, 29). – Terminiamo con la recita dell’Inno di Prudenzio, che la Chiesa canta nei Vespri ed al Mattutino di questo giorno: INNO O tu che cerchi Cristo, leva gli occhi in alto; ivi scorgerai il segno della sua eterna gloria. La luce che risplende manifesta Colui che non conosce termine, il Dio sublime, immenso, senza limiti, la cui durata precede quella del cielo e del caos. Egli è il Re delle genti, il Re del popolo giudaico, e fu promesso al patriarca Abramo e alla sua stirpe per tutti i secoli. I Profeti sono i suoi testimoni, e sotto la loro garanzia, testimone egli stesso, il Padre ci ordina di ascoltarlo e di credere in lui. Gesù, sia gloria a te che ti riveli agli umili, a te insieme con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 (Dom P. Guèranger: L’Anno Liturgico, vol. II, Ed. Paoline, Alba Cuneo, 1957).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
M. Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat vos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps 76:19
Illuxérunt coruscatiónes tuæ orbi terræ: commóta est et contrémuit terra.

[I lampi sfolgoravano sul mondo, e la terra si è scossa ed ha tremato.
Ps 83:2-3]

Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini.
[Quanto amabili sono le tue dimore, o Signore degli eserciti! L’anima mia spasima ed anela verso il tempio del Signore.]
V. Gloria Patri…

lluxérunt coruscatiónes tuæ orbi terræ: commóta est et contrémuit terra.

[I lampi sfolgoravano sul mondo, e la terra si è scossa ed ha tremato.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.
Oratio
Orémus.
Deus, qui fídei sacraménta in Unigéniti tui gloriósa Transfiguratióne patrum testimónio roborásti, et adoptiónem filiórum perféctam, voce delápsa in nube lúcida, mirabíliter præsignásti: concéde propítius; ut ipsíus Regis glóriæ nos coherédes effícias, et ejúsdem glóriæ tríbuas esse consórtes.

[O Dio, che nella gloriosa trasfigurazione del tuo unico Figlio hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei profeti; e hai mirabilmente preannunciato, con la voce uscita dalla nube luminosa, la nostra definitiva adozione a tuoi figli: concedi a noi di diventare coeredi del re della gloria e partecipi del suo trionfo.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli
2 Petri 1:16-19
Caríssimi: Non doctas fábulas secúti notam fecimus vobis Dómini nostri Jesu Christi virtútem et præséntiam: sed speculatores facti illíus magnitudinis. Accipiens enim a Deo Patre honórem et glóriam, voce delapsa ad eum hujuscemodi a magnifica glória: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi complacui, ipsum audíte. Et hanc vocem nos audivimus de cœlo allatam, cum essemus cum ipso in monte sancto. Et habémus firmiórem propheticum sermónem: cui bene facitis attendentes, quasi lucérnæ lucénti in caliginóso loco, donec dies elucescat et lucifer oriátur in córdibus vestris.
[Carissimi, noi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non seguendo favole ingegnose, ma dopo aver visto con i nostri occhi la sua grandezza. Egli, infatti, ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando dalla gloria maestosa discese a lui una voce: «Questo è il mio figlio diletto, nel quale ho posto la ·mia compiacenza: ascoltatelo». Questa voce noi l’abbiamo udita venire dal cielo, quando eravamo insieme con lui sul santo monte. Così, manteniamo più ferma la parola dei profeti, alla quale voi fate bene a prestare attenzione, volgendovi come ad una lampada che risplenda in un luogo tenebroso: finché spunti il giorno, e la stella del mattino sorga nei vostri cuori.]

Graduale

Ps 44:3; 44:2
Speciosus forma præ fíliis hóminum: diffúsa est grátia in lábiis tuis.
V. Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi. Allelúja, allelúja
[Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, la grazia è riversata sopra le tue labbra.
V. Il mio cuore vibra un piacevole motivo, io recito a un re la mia composizione. Alleluia, alleluia.]
Ps 7:26

Eccli 7:26
Candor est lucis ætérnæ, spéculum sine mácula, et imágo bonitátis illíus. Allelúja.
[Egli è splendore della luce eterna, egli è specchio senza macchia e immagine della divina bontà. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt 17:1-9
In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem ejus, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Moyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Surgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.

[In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse in disparte, su un alto monte; e, davanti a loro, si trasfigurò. II suo volto si fece splendente come il sole, le sue vesti divennero candide come la neve. Ed ecco, apparvero Mosè ed Ella, in colloquio con lui. Pietro allora, prendendo la parola, disse a Gesù: «Signore, è bene per noi stare qui. Se vuoi, facciamo qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Mentr’egli ancora parlava, ecco una nube luminosa li avvolse, e una voce dalla nube disse: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale ho riposto la mia compiacenza: ascoltatelo». A questa voce, i discepoli caddero faccia a terra, e furon presi da grande spavento. Ma Gesù si accostò a loro, li toccò e disse: «Alzatevi e non abbiate timore». Ed essi, alzati gli occhi, non videro più alcuno, all’infuori di Gesù. Mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest’ordine: « Non fate parola ad alcuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti ».]

Omelia

Sermone di san Leone Papa
Sermone sulla Trasfigurazione, prima della metà
Il Signore manifesta la sua gloria davanti ai testimoni che ha scelto, e quella forma corporale che gli è comune col resto degli uomini la fa risplendere di tale fulgore, che la sua faccia è scintillante come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. Con questa trasfigurazione egli certo si proponeva soprattutto di togliere dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce; e far sì che l’ignominia volontaria della sua passione non sconcertasse coloro davanti ai quali avrebbe svelato l’eccellenza della sua nascosta dignità. Ma con non minore provvidenza egli fondava la speranza della santa Chiesa, con che conoscendo l’intero corpo di Cristo quale trasformazione gli era riservata, ciascun dei membri potesse ripromettersi di partecipare alla gloria onde aveva visto risplendere il capo. Ma volendo confermare gli Apostoli ed elevarli ad una scienza perfetta, egli racchiuse un altro ammaestramento in questo miracolo. Mosé infatti ed Elia, la legge cioè e i profeti, apparvero in conversazione col Signore; così che nella presenza di queste cinque persone si compiva esattamente ciò che sta scritto: «Sul deposto di due o tre testimoni si stabilisce ogni cosa» Deut. 19,15. Che di più stabile, che di più certo di questa cosa, cui la tromba del vecchio e del nuovo Testamento annunziano concordemente, intorno alla quale gli istrumenti delle antiche testimonianze concordano colla dottrina evangelica? Infatti le pagine delle due alleanze s’accordano insieme perfettamente; e colui che le figure aveano preannunziato sotto il velo dei loro misteri, ora si mostra scoperto nello splendore della sua gloria. Pertanto l’Apostolo Pietro animato da queste rivelazioni di cose misteriose, sprezzante del mondo e infastidito della terra, si lascia trasportare fuori di sé fino all’estasi dei desideri eterni; e nel colmo della gioia per tutto quello che vede, domanda di rimaner con Gesù là dove lo diletta la manifestazione della sua gloria. E perciò esclama: «Signore, è bene per noi lo stare qui; se vuoi, facciamo tre tende, una per te, una per Mosé e una per Elia» Matth. 17,4. Ma a questa proposta il Signore non rispose, mostrando così che il suo desiderio, sebbene non fosse cattivo, però non era ordinato; perché il mondo non poteva essere salvato se non colla morte di Cristo, e perché la fede dei credenti dall’esempio del Signore apprendesse, che, nelle tentazioni di questa vita, se non si deve mai dubitare delle promesse della beatitudine, tuttavia occorre domandare piuttosto la pazienza che la gloria.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 24:1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te, o Signore, ho innalzata l’ànima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta

Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres.
[A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:
[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps 50:21
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.
[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2023).

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

La liturgia di questa Domenica ci insegna il vero concetto dell’umiltà cristiana che consiste nell’attribuire alla grazia dello Spirito Santo la nostra santità; poiché le nostre azioni non possono essere soprannaturali, cioè sante, se non procedono dallo Spirito Santo, che Gesù mandò agli Apostoli nel giorno della Pentecoste e che dona a tutti quelli che glielo chiedono. Dunque la nostra santificazione è impossibile se vogliamo raggiungerla da soli, perché, abbandonati a noi stessi noi non siamo che impotenti e peccatori. Dobbiamo a Dio se evitiamo il peccato, se ne otteniamo il perdono, se riusciamo a fare il bene, poiché nessuno può pronunciare neppure il santo Nome di Gesù con un atto di fede soprannaturale, che affermi la sua regalità e divinità, se non mediante lo Spirito Santo. L’orgoglio è, dunque, il nemico di Dio, perché si appropria dei beni che solo lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno nella misura che crede conveniente e impedisce alla potenza divina di manifestarsi nelle nostre anime in modo da farci credere che noi bastiamo a noi stessi. Come Dio potrebbe perdonarci (Oraz.), se noi non vogliamo riconoscerci colpevoli? Come potrebbe aver compassione di noi ed esercitare su noi la sua misericordia (Oraz.), se nel nostro cuore non vi è nessuna miseria riconosciuta cui il suo Cuore divino possa compatire? L’umile, invece, riconosce il proprio nulla perché sa che solo a questa condizione discenderà su lui la virtù di Cristo. Mentre la Chiesa sviluppa in questa Domenica tali pensieri, le letture, che fa durante questa settimana nel Breviario, danno due esempi di orgoglio e di grande umiltà. Dopo la figura del profeta Elia che si oppone così fortemente a quella di Achab e di Jezabele, dei quali nell’ufficio è ricordato il terribile castigo, vi è quella del giovane Gioas che contrasta fortemente con quella di Atalia. Figlia di Achab e di Jezabele, empia come sua madre, Atalia sposa il re di Giuda Joram, che morì poco dopo. Allora la regina si trovò padrona del regno di Giuda e per esserlo per sempre fece massacrare tutta la famiglia di David. Ma losabeth, sposa del gran sacerdote Joiada tolse dalla culla l’ultimo nato della famiglia reale e lo nascose nel Tempio. Questi si chiamava Gioas. Per sei anni Atalia regnò ed innalzò templi in onore del dio Baal perfino nell’atrio del Tempio. Nel settimo anno il gran sacerdote attorniato da uomini risoluti e armati, mostrò Gioàs che allora aveva sette anni e disse: « Voi circonderete il fanciullo regale e se qualcuno cercherà di passare fra le vostre file, lo ucciderete! ». E quando il popolo si riversò nell’atrio, all’ora della preghiera, Joiada fece venire avanti Gioas, l’unse e lo coronò al cospetto di tutta l’assemblea che applaudì e gridò: «Viva il Re!». Quando Atalia intese queste grida, uscì dal palazzo ed entrò nell’atrio e quando vide il giovane re assiso sul palco, circondato dai capi e acclamato dal popolo col suono delle trombe, stracciò le sue vesti e gridò: «Congiura! Tradimento!». Il gran sacerdote ordinò di farla uscire dal sacro recinto e quando essa giunse nel suo palazzo venne uccisa. La folla allora saccheggiò il tempio di Baal e non lasciò pietra su pietra. E il re Gioas si assise sul trono di David, suo avo; regnò quarant’anni a Gerusalemme e si dedicò a riparare e abbellire il Tempio (All., Com.). La Scrittura fa di lui questo bell’elogio: « Gioas fece quello che è giusto agli occhi di Dio» È questa l’Antifona del Magnificat dei Vespri alla quale fa eco quella dei II Vespri che è tratta dal Vangelo di questo giorno: « Questi (il pubblicano) ritornò a casa sua giustificato e non quello (il fariseo), poiché chi si esalta sarà umiliato e chi s’umilia sarà esaltato ». – « Quelli che si innalzano sono visti da Dio da lontano, dice S. Agostino. Egli vede da lontano i superbi, ma non perdona loro. « L’umile invece, come il pubblicano, si riconosce colpevole! ». Egli si batteva il petto, si castigava da sé, e Dio perdonava a quest’uomo perché confessava la sua miseria. Perché meravigliarsi che Dio non veda più in lui un peccatore dal momento che si riconosce da sé peccatore? Il pubblicano si teneva lontano ma Dio l’osservava da vicino » (Mattutino). Così l’umile fanciullo Gioas fu gradito a Dio perché la sua condotta avanti a Lui era quale doveva essere. Egli fece ciò che era giusto agli occhi del Signore. Atalia, invece, orgogliosa ed empia, non fece ciò che era giusto avanti al Signore, e sdegnò e insultò quelli che facevano il loro dovere, poiché l’orgoglio verso Dio si manifesta ogni giorno nel disprezzo verso il prossimo. Dice Pascal che vi sono due categorie di uomini: quelli che si stimano colpevoli di tutte le mancanze: i Santi; e quelli che si credono colpevoli di nulla: i peccatori. I primi sono umili e Dio li innalzerà glorificandoli, i secondi sono orgogliosi e Dio li abbasserà castigandoli. « Il diluvio, dice S. Giovanni Crisostomo, ha sommerso la terra, il fuoco ha bruciato Sodoma, il mare ha inghiottito l’esercito degli Egiziani, poiché non è altri che Dio, il quale abbia inflitto ai colpevoli questi castighi. Ma, dirai tu, Dio è indulgente. Tutto ciò allora non è che parola vana? E il ricco che disprezzava Lazzaro non fu punito? … e le vergini stolte non furono discacciate dallo Sposo? E quegli che si trova nel banchetto con le vesti sordide non verrà legato mani e piedi e non morrà? E colui che richiederà al compagno i cento denari non sarà dato al carnefice? Ma Dio si fermerà solo alle minacce? Sarebbe molto facile provare il contrario e dopo quello che Dio ha detto e fatto nel passato possiamo giudicare quello che farà nell’avvenire. Abbiamo piuttosto sempre in mente il pensiero del terribile tribunale, del fiume di fuoco, delle catene eterne nell’inferno, delle tenebre profonde, dello stridore dei denti e del verme che avvelena e rode » (2° Nott.). Questo sarà il mezzo migliore per rimanere nell’umiltà, che ci fa dire con la Chiesa: « Ogni volta che io ho invocato il Signore, questi ha esaudita la mia voce. Mettendomi al sicuro da quelli che mi perseguitavano, li ha umiliati, Egli che è prima di tutti i tempi » (lntr.). « Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dei tuoi occhi, perché i tuoi occhi vedono la giustizia » (Grad.). « Signore, io ho innalzata l’anima mia verso te, i miei nemici non mi derideranno perché quelli che hanno confidenza in te non saranno confusi » (Off.).

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nos omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIV: 17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudì la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV: 2

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.

[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII: 2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

[“Fratelli: Voi sapete che quando eravate gentili correvate ai simulacri muti, secondo che vi si conduceva. Perciò vi dichiaro che nessuno, il quale parli nello Spirito di Dio dice: «Anatema a Gesù»; e nessuno può dire: «Gesù Signore», se non nello Spirito Santo. C’è, sì, diversità di doni; ma lo Spirito è il medesimo. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore; ci sono operazioni differenti, ma è il medesimo Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia d’utilità. Mediante lo Spirito a uno è data la parola di sapienza, a un altro è data la parola di scienza, secondo il medesimo Spirito. A un altro è data nel medesimo Spirito la fede; nel medesimo Spirito a un altro è dato il dono delle guarigioni: a un altro il potere di far miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue, a un altro il dono d’interpretarle. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, il quale distribuisce a ciascuno come gli piace”].

UNITÀ NELLA VARIETÀ E VICEVERSA.

Gli uomini piccoli si rivelano colle loro unilateralità. C’è chi al mondo non vede, non vuole, non ama che la unità, una unità esagerata che diviene, né essi se ne dolgono, uniformità; c’è chi non vede, non vuole, non ama che la varietà, la diversità, una diversità che diviene, così esagerata, del che ad essi non cale, confusione babelica, caos. Per i primi tutti dovrebbero pensare allo stesso identico modo in tutto e per tutto, fare tutti la stessa cosa, farla tutti allo stesso modo. Per gli altri il rovescio, tutti pensare e agire diversamente. Estremismi opposti, figli della stessa micromania. Il Vangelo, il Cristianesimo ci si rivela grande e divino anche per quella formula « unitas in varietate » che è la sua divisa. N. S. Gesù ha detto una parola nella quale è lo spunto di quello che oggi dice San Paolo nel brano domenicale della Epistola prima ai Corinzi: « nella casa di mio Padre vi sono molte dimore. » La Casa è una, una la Chiesa, Casa di Dio, edificio classico e prediletto di Gesù Cristo; una per unità di culto. Se non fosse così, non sarebbe divina. Una nelle cose essenziali, sostanziali. Ma in questa bellissima e forte e compatta e vigorosa unità non si esaurisce la vita della Chiesa; se no saremmo nell’uniformità plumbea. La casa è una e le stanze, anzi i piani sono molti e diversi. San Paolo riprende il pensiero evangelico e dice testualmente così: « Or vi sono (nella Chiesa) distinzioni (ossia varietà) di doni, ma non c’è che un medesimo Spirito; e c’è distinzione nei ministeri, ma non c’è che un medesimo Signore; e c’è distinzione nei modi di operare, ma non c’è che un medesimo Dio, il quale opera ogni cosa in tutti ». Varietà, continua l’Apostolo, utile al corpo sociale, come, dico io, la varietà dei cibi è utile al corpo umano. Di questa varietà non bisogna né scandalizzarsi, né abusare. Alcuni estremisti se ne sono scandalizzati. Per esempio: i Greci, che poi si separarono dalla Chiesa, si scandalizzarono quando fu aggiunta una paroletta « Filioque » al Credo di Nicea, senza domandarsi se essa stonava o sintetizzava, armonizzava col Credo nel suo insieme, nel suo spirito. Altri ne abusano e vorrebbero portare la diversità dappertutto, dappertutto le novità, dimenticando l’aureo principio: « in necessariis unitas ». Varietà che nel campo pratico, l’operare e il modo dell’operare sono ben altrimenti ricche e accentuate che non siano nel campo teorico. Quante diversità, salva la unità essenziale, nei riti! Quante nell’azione dei Santi! Ecco qua dei Santi e delle spirituali famiglie dei Santi che son tutto calcolo e prudenza; altri ed altre che sono tutta spontaneità ed ingenuità. Santi che edificano monasteri grandiosi come spirituali reggie, quasi ad affermare la maestà dello spirito, e santi che fabbricano modestissimi conventini; Santi che sono tutto zelo e severità, altri il cui zelo realissimo è fatto di mansuetudine. Paolo che va a destra, Barnaba che va a sinistra e camminano per le vie di un unico apostolato. Ma lo Spirito è uno; lo Spirito di Dio, Spirito di verità d’amore. Rallegriamoci di questa varietà che è ricchezza e rispettiamola; rallegriamoci di questa unità e cerchiamola, lieti per conto nostro ciascuno del posto che gli è toccato nella casa del Padre, nella vigna del Signore, non smaniosi di cambiarlo, avidi solo di occuparlo degnamente.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. (Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XVI: 8; LXVIII: 2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.

[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]

V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem.

[Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

 Ps LXIV: 2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem. Allelúja.

[A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc XVIII: 9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisæus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri. Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.” 

 [“In quel tempo disse Gesù questa parabola per taluni, i quali confidavano in se stessi come giusti, e deprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio: uno Fariseo, e l’altro Pubblicano. Il Fariseo si stava, e dentro di sé orava così: Ti ringrazio, o Dio, che io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; ed anche come questo Pubblicano. Digiuno due volte la settimana; pago la decima di tutto quello che io posseggo Ma il Pubblicano, stando da lungi, non voleva nemmeno alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi dico, che questo se ne tornò giustificato a casa sua a differenza dell’altro: imperocché chiunque si esalta, sarà umiliato; e chi si umilia, sarà esaltato”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano 1956)

CUOR CONTRITO ED UMILIATO

Nella parabola che Gesù oggi ripete per noi, due uomini salgono al tempio, e fanno innanzi a Dio la propria confessione; uno è Fariseo, l’altro è Pubblicano. Il Fariseo stava davanti a tutti, dritto e immobile, come una colonna che non sorregge nulla. Avvolto nell’ampia veste portava, — com’era il costume della sua setta, — in fronte e sulle mani certe membrane, sopra cui era scritto il Decalogo, a significare che egli teneva sempre nella mente la legge di Dio per meditarla, e nelle mani i comandamenti di Dio per eseguirli. – Il Pubblicano invece s’era fermato lontano dall’altare, non osando appressarsi al luogo dove abitava la maestà di Dio invisibile, e s’era prostrato in un angolo, perché nessuno lo vedesse. Era uno dei piccoli funzionari incaricati di riscuotere le tasse. I soprusi, le vessazioni, le ingiustizie che aveva commesso nel suo odioso ufficio in quel momento gli erano presenti ed il rimorso lo faceva singhiozzare. Cominciò il Fariseo: « Signore! — disse e ammiccava con la coda dell’occhio il povero Pubblicano — Signore, io non sono un ladro, né un adultero: invece di rubare io pago le decime, e invece dell’adulterio io macero la mia carne coi digiuni ». Ed il superbo non s’accorgeva che il ladro e l’adultero era proprio lui: era lui il ladro che usurpava per sé la gloria che è di Dio; era lui l’adultero, perché la sua anima, aveva abbandonato Iddio per darsi in braccio al demonio della superbia. Intanto il Pubblicano non alzava nemmeno le palpebre e gemeva: « O Dio, sii buono con me, che son peccatore! ». « Io vi dico — conchiude Gesù in fondo della sua parabola — soltanto il Pubblicano tornò a casa giustificato ». Dico vobis descendit hic iustificatus in domum suam. Quante volte anche noi siamo andati al tempio per confessare i nostri peccati davanti a Dio e al suo ministro: siamo sempre ritornati a casa nostra giustificati? Se le nostre confessioni furono simili a quella del superbo Fariseo che accusava i peccati degli altri e le proprie virtù, non solo non siamo stati perdonati ma abbiamo fatto sacrilegio. Iddio perdona soltanto a quelli che hanno un cuore umile e contrito. Cor contritum et humiliatum Deus non spernit. (Ps., L. 19). Ed umile era il cuore del Pubblicano che si riconosceva con gemiti peccatore: Deus propitius esto mihi peccatori. L’umiltà, infatti, non è che sincerità, e consiste nel riconoscerci quali noi siamo: senza nascondere nulla di ciò che abbiamo commesso, senza aggiungere nulla di ciò che abbiamo tralasciato. Contrito era il cuore del Pubblicano. La contrizione non è un dolore sensibile come il male di testa o di denti; non consiste in piangere o sospirare: la contrizione è un dispiacere del cuore che sente d’aver offeso Dio e promette di non offenderlo più. Per ciò sul cuore si batteva il Pubblicano: percutiebat pectus suum. Dal cuore, ha detto Gesù, escono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie (Mc., VII, 21); e dal cuore esce anche la contrizione dei peccati. La confessione del Pubblicano c’insegna le due condizioni necessarie ad un vero peccatore: sincerità e dolore. Le voglio spiegare con due esempi. – 1. SINCERITÀ. Cromazio prefetto di Roma era malato di un male strano che nessun medico sapeva guarire. Gli dissero allora che in Roma v’erano due Cristiani che compivano guarigioni miracolose, e, chi sa, avrebbero forse guarito ancor lui. Cromazio li fece chiamare: erano Sebastiano e Policarpo. « Cromazio — dissero i due Santi al prefetto pagano — se tu vuoi guarire, dacci in mano tutti gli idoli della tua casa, ché noi vogliamo distruggerli ». « Se è necessario — rispose a malincuore, — io v’insegnerò dove sono, e voi prendeteli ch’io non oso ». Sebastiano e Policarpo presero tutte le immagini dei falsi dei e le frantumarono, poi tornarono da Cromazio. Ma Cromazio non era guarito; anzi stava peggio. « Cromazio! » dissero i Santi, guardandolo fisso nella nube ch’era nel bianco dei suoi occhi, « Cromazio, tu hai mentito: nella tua casa ci sono idoli ancora ». Ed il prefetto dovette confessarlo: egli ne aveva nascosti alcuni nella sua camera vicino a lui, perché gli erano più cari. Solo quando si decise a consegnare anche quelli, poté guarire. Così è pure nella Confessione; quelli che tengono nascosti nel più fondo della loro anima anche un solo peccato mortale, non saranno perdonati neppur degli altri, anzi si incolpano di un pessimo sacrilegio. S. Giovanni Crisostomo esclamava: « O uomo, che cosa è peggiore: fare il male o dirlo? Se dunque al cospetto di Dio non hai avuto rossore a far male, perchè hai vergogna a dirlo davanti agli uomini? Se non hai avuto vergogna a macchiarti, perché  avrai vergogna a lavarti? ». In tre modi la superbia ci fa mancare di sincerità in confessione: non accusando, accusando per metà, scusando. Non accusando: anche il Fariseo ha fatto così, egli ha taciuto le sue colpe, per dir soltanto le proprie virtù, per dir soltanto i peccati degli altri. Ma uscì dal tempio senza giustificazione. Infelici noi se tacciamo, di proposito, anche un peccato solo: profaneremmo il sangue di Cristo, e cominceremmo il primo anello d’una catena maledetta: la catena che ci strapperà giù nell’inferno. Accusando per metà: alcuni dicono d’aver un po’ d’ambizione, e non dicono che per questa ambizione hanno seguito una moda pagana, ed hanno suscitato discorsi e passioni cattive. Altri dicono d’aver detta qualche bugia, e non dicono che questa bugia l’hanno detta in confessione, oppure non dicono che dalla loro bugia è derivato un grave danno al prossimo. Scusando: ci sono di quelli, infine, che mentre si confessano involgono i lori peccati in una miriade di scuse, quasi quasi, in faccia a Dio son loro che ne avanzano. Non c’è umiltà in queste confessioni, e per ciò non c’è perdono. – 2. DOLORE. Santa Caterina da Genova, nata da una delle più ricche e nobili famiglie della città, contro sua voglia, costretta dai genitori, sposò Giuliano Adorno. Ma la bontà di Dio permise che le fosse dato un marito contrario e difforme alla sua vita, il quale consumò il patrimonio nei giochi e la fece soffrire moltissimo. Ella, stanca del lungo martirio, aveva cessato d’essere buona, cercando qualche consolazione nelle delizie e nelle vanità del mondo. Ma il giorno arriva che queste dilettazioni stancano, che sotto le belle apparenze si trovan frutti di cenere e vuoti; allora l’anima scontenta anela di sciogliersi dai legami del peccato ed implora. Era appunto in questo stato di tristezza quando la sorprese una mirabile e dolorosa visione. La porta di casa si aperse d’un tratto da sola, e in un’aureola luminosa Gesù con la croce in spalla entrò ospite silenzioso nelle sue stanze. Camminava faticosamente senza parlare: dalla testa coronata, dalle spalle flagellate, dagli occhi piangenti grondava sangue per modo che tutta la casa ne pareva bagnata. Caterina si gettò in ginocchio esclamando: « O Amore, mai più, mai più peccati! Se bisogna, sono disposta a confessare le mie colpe in pubblico ». Voleva dir altro e la parola non le usciva, voleva piangere e non poteva: uno scroscio come di fiume cadente le rimbombava negli occhi, sotto le palpebre chiuse. Era il giorno dopo la festa di S. Benedetto del 1473. Quando vi accostate al Sacramento della confessione pensate voi che i vostri peccati siano stati la vera causa della passione di Cristo? Pensate voi che quel perdono che implorate vi sia concesso solo per il sangue versato da Cristo? Che fu l’agonia del Getsemani, che fu l’umiliazione dei tribunali di Caifa e di Pilato, che fu la morte in croce a liberarci dal fuoco della maledizione eterna; lo pensate voi quando vi confessate? Non si può pensare a questo attentamente senza gridare dal profondo dell’anima il grido di Santa Caterina da Genova: « O Amore, mai più, mai più peccati! ». Dite: che dolore può avere certa gente che va a confessarsi come si va all’osteria, senza pregare, senza esame di coscienza, senza riflettere che s’accosta al sangue del Figlio di Dio? Che dolore possono avere taluni che prevedendo di doversi confessare presto, accrescono il numero dei peccati dicendo: — confessarne dieci e confessarne venti è la stessa fatica? E quelli che trascinano la loro vita in un’altalena di confessioni e di peccati, e non si decidono mai, e non si sforzano mai di cambiar vita, come possono illudersi di avere il dolore dei peccati? E senza dolore non c’è perdono. – Si presentò a S. Antonio di Padova un gran peccatore per confessarsi: ma era tanto confuso che non gli riusciva d’articolar parola e dava in singhiozzi. Il Santo gli disse: « Va, scrivi i tuoi peccati e poi ritorna ». Il penitente ubbidì. Poi tornò: e leggeva i suoi peccati come li aveva scritti. Appena ebbe terminato di leggere vide che dalla carta era scomparsa ogni traccia di scrittura e restava solo il foglio candido. Così sarà dell’anima nostra quando ci confesseremo con l’umiltà e con il dolore del pubblicano descritto da Gesù nella sua parabola bella. Ogni macchia di peccato svanirà dal nostro cuore e apparirà soltanto il candore dell’innocenza riacquistata. E dal Cielo Gesù che ci segue, si rivolgerà a’ suoi Apostoli ancora e agli Angeli e dirà: « Io vi dico che costui torna a casa giustificato ». Dico autem vobis descendit hic iustificatus in domum suam. –- UMILTÀ. « Chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato ». Con questo proverbio Gesù conchiuse la sua parabola: il proverbio è diventato ormai popolare, ma non però in pratica. Notate, o Cristiani, che senso di profondo disgusto racchiudono le parole divine contro i superbi. Già un filosofo pagano, a cui avevano chiesto che facesse Giove in cielo, diede questa risposta: « Fulmina i giganti ». Sì! Dio fulmina coloro che dimenticando d’essere cenere e polvere si sollevano sopra gli altri, mentre invece colma di grazie gli umili. Non avete visto mai un paesaggio di montagna? Di qua e di là s’ergono le cime rocciose, nude, aridissime, ma umile nel mezzo si allunga la valle verdissima e ferace di erbe e di frutti. Quando piove, tutta l’acqua abbandona le superbe vette e ricolma, fecondando, la valle; invece quando fulmina, i colpi di folgore vanno a battere fragorosamente le sommità. Omnis vallis implebitur omnis mons humiliabitur (Lc. III, 5): Simile a valle fecondata dall’acqua e risparmiata dalla folgore è l’anima del superbo. Oh beati i poveri di spirito, i quali possiedono umiltà. S. Bonaventura (Serm., XLVI) distingue questa preziosa virtù in umiltà di mente ed umiltà di cuore. La prima è quella che strappando gli inganni delle apparenze ci mostra in verità che cosa siamo e che cosa possiamo; la seconda è quelle che risveglia nel nostro cuore la fiamma della carità verso il prossimo, rendendoci utili e piacevoli agli altri. – 1. UMILTÀ DI MENTE. Un uomo, indebitato fino al collo, si vantava continuamente perché non c’era nessuno che fosse come lui pieno di debiti. «Io — diceva — devo al macellaio mille lire; non solo, ma la splendida villa in cui abito è ancora tutta da pagarsi; il giardino vasto come quello di un principe lo devo a un grosso prestito; anche quest’abito tagliato all’ultima moda mi ricorda un debito col sarto ». Se voi incontraste un capo ameno come costui, non è vero che dapprima vi farebbe ridere e poi lo credereste pazzo? Ma anche noi con ragione dobbiamo ritenerci pazzi e ridicoli quando pecchiamo di superbia. Tutto ciò che possediamo, beni in natura come l’ingegno, la sanità, la bellezza, beni di fortuna come le ricchezze, gli onori, le amicizie, non è tutto un prestito che Dio ci ha fatto, e quindi un debito di cui dovremo rendere conto? Quid habeat quod non accepisti? (I Cor., IV, 7). E se tutto è dato in prestanza, perché farci belli di quel che è di Dio come se fosse nostro? Perché vantarcene come se il Signore non potesse più, da un momento all’altro, togliercelo o diminuirlo a suo piacimento? ,Non troverete mai un santo che sia superbo di mente. Ecco la Vergine che proprio nell’istante in cui diviene la Madre di Dio, la Regina del Cielo, la Signora delle grazie, si curva e mormora: « Io sono l’ancella soltanto ». Ecco Giovanni Battista proclamato da Gesù in faccia alle turbe il più grande dei profeti e il più santo degli uomini, che del Messia dice: « Io non sono degno nemmeno di sciogliergli i legacci delle calzature ». Ecco Pietro, il capo degli Apostoli, il vicario di Dio sulla terra, che dice a Gesù: « Signore, allontanati che sono molto peccatore ». Ecco S. Paolo che si ritiene l’ultimo degli Apostoli, egli che aveva fatto lunghissimi viaggi ed aveva scritto lettere meravigliose. Non appena i Santi ma anche gli uomini veramente intelligenti rifuggono dal vantare i propri doni: ed ecco Virgilio che sul punto di morire vuol bruciare la sua Eneide immortale perché la sentiva troppo lontana da Omero; ecco Michelangelo che col martello colpisce il ginocchio del suo Mosè perché non era che un marmo senza parola; ecco S. Bonaventura che straccia nel suo mantello gl’inni scritti per l’Ufficio del SS. Sacramento dopo che S. Tommaso gli aveva letto i propri. La superbia delle mente dunque è la figlia dell’ignoranza e del peccato. – 2. UMILTÀ DI CUORE. Giuseppe ebreo, il figlio di Giacobbe, ci offre un esempio sublime di umiltà di cuore. I suoi fratelli gelosi lo maltrattavano ed egli simulava di non accorgersi, anzi li colmava di gentilezze. I suoi fratelli lo disprezzavano chiamandolo sognatore, ed egli taceva pensando che le sue visioni altro non erano che un dono gratuito di Dio. I suoi fratelli lo calarono in un pozzo per farlo morir vivo, ed egli si lasciò sprofondare nelle viscere della terra senza maledirli, ma piangendo per il loro pessimo peccato. Sapeva bene che se Iddio non gli avesse fatto grazie speciali, anch’egli sarebbe diventato cattivo come loro e peggio di loro. Ma quando fu nella cisterna umiliato così che di più non era possibile, la Provvidenza lo esaltò fino al trono del Faraone d’Egitto. E allora vide i suoi fratelli affamati e cenciosi, prostrarsi a’ suoi piedi e implorare vita e frumento. L’umile di cuore neppure allora, che ne aveva la facilità e quasi il diritto, abusò della sua potenza: ma avendo dimenticato ogni offesa diede a’ suoi fratelli case e terre. L’umile di cuore quando è accusato sa tacere come Gesù; quando è offeso sa perdonare come Gesù; quando gli altri sbagliano li sa scusare e compatire come Gesù. Se in tutte le famiglie ci fosse quest’umiltà di cuore, come sarebbe gioconda la vita! La nuora non si adonterebbe delle osservazioni della suocera, ma le ascolterebbe piamente per farne tesoro; la suocera non urlerebbe ad ogni sbaglio della nuora, ma in silenzio saprebbe compatire e riparare. I giovani rispetterebbero la saggezza dei vecchi, i vecchi riconoscerebbero la forza dei giovani. Tutti vedrebbero le virtù degli altri e chiuderebbero un occhio sui piccoli difetti del prossimo. Invece come è diversa la realtà. « Io perdono — dicono alcuni — ma non dimenticherò mai quello che mi è stato fatto ». Chi sei tu? Dimentica lo stesso Dio le offese degli uomini, e non dimenticherai tu quelle del tuo prossimo? « Questo piacere — dicono altri — non glielo farò mai, perché non sono il suo servitore ». Chi sei tu? Non ha sdegnato il Padrone dell’universo di lavare i piedi a dodici uomini rozzi, e a te par troppo umiliante un atto di gentilezza? Ed ecco si dice: « Quella persona l’ho conosciuta bene: ha il difetto di mentire ». E tu nessun difetto hai? E perché, se davvero l’hai conosciuta bene, non ti sei accorto che con quel difetto ha molte virtù, come l’onestà, la giustizia, la pietà? – Il profeta Geremia, mosso dallo Spirito Santo, andò un giorno in mezzo alla città dove la folla era assai densa. Sopravanzava su la gente accorsa intorno così che tutti lo potevano vedere senza fatica: teneva nelle mani un vaso d’argilla. Improvvisamente lo scagliò a terra ed esclamò: « Popolo d’Israele, così è l’uomo. Così è l’uomo come questo vaso d’argilla che in un attimo è frantumato né si può raggiustare. » Tutte le volte che il demonio vi gonfia la mente o il cuore di superbia, tutte le volte che state per illudervi d’essere qualcosa o per voi o per gli altri, ricordatevi del profeta Geremia. Ricordatevi che basta un soffio di vento, una goccia d’acqua a troncare il filo della nostra vita: ricordatevi che d’ogni cosa dovremo rendere conto a Dio come di un debito esattissimo.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te, o Signore, ho innalzata l’anima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta

Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres.

[A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: per Cristo nostro Signore. Che, salito sopra tutti cieli e assiso alla tua destra effonde sui figli di adozione lo Spirito Santo promesso. Per la qual cosa, aperto il varco della gioia, tutto il mondo esulta. Cosí come le superne Virtú e le angeliche Potestà cantano l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps L: 21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine.

[Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (263)

LO SCUDO DELLA FEDE (263)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (6)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO VI.

INDIFFERENZA IN RELIGIONE

I. Indifferenza pratica, che colpa sia. Il. Dove abiti più frequentemente.

I due assiomi combattuti nel capo antecedente mirano a stabilire un principio pratico, l’indifferenza in religione: e però confutati quelli, resta chiusa la via anche a questa. Con tutto ciò, come l’indifferenza pratica è senza alcun dubbio la piaga che più affligge l’odierna società, così non sarà altro che utile il darle un’occhiata anche più direttamente. Che cosa è l’indifferenza pratica in religione? Miratela pure sotto l’aspetto che volete, essa vi comparirà sempre una mostruosità singolare. L’aspetto, sotto cui ella più si compiace di darsi a vedere, è il filosofico, in quanto che l’indifferente vorrebbe comparire un uomo superiore agli altri, e mosso da una ragione più illuminata, che non è la volgare. Ebbene, l’indifferenza in filosofia non è altro che un assurdo. Imperocché la religione, oltre all’essere una somma d’ossequi e di affetti verso il Signore, è ancora la rivelazione di una serie di verità rispetto a Dio ed a noi, alla vita presente ed all’avvenire, ai veri beni ed ai veri mali di questa vita e dell’altra. Ora che cosa significa essere indifferente in religione? Significa non curarsi delle verità in sé più nobili, all’uomo più necessarie. Il dubbio anche solo intorno a queste verità, è la morte di un intelletto che si sollevi alquanto sopra il comune; ma la non curanza di queste verità ha qualche cosa di stupido e brutale. Bisogna per giungere a questo stato essere talmente immerso nel senso, affogato nella materia, da non aver mai compreso, nè lo sconcio che è tale ignoranza, nè avere mai sospettato l’importanza di tutti que’ veri. Bisogna dire praticamente a sè stesso che non importa nulla l’accertare se abbiamo un’anima immortale o se siamo come le bestie; se un Dio ha parlato da sé medesimo, oppure se unica nostra guida ha da esser la debole nostra ragione. Se abbiamo nulla a temere per l’avvenire, o se abbiamo tutto a temere. Se è vero che un giorno saremo consorti degli Angeli del cielo, oppure se torneremo nel nulla d’onde fummo creati; e così andate dicendo di tutte le questioni più sublimi che riguardino l’umanità, non meno che la divinità. Se dunque un uomo, che può non curarsi di tutto ciò, merita il nome od il vanto di filosofo, di amatore della sapienza, addio per sempre filosofia. – Sebbene non solo verso la filosofia, ma pure verso il senso comune, l’indifferenza in religione è un assurdo. Non è mestieri esser filosofo per intendere che niuno può essere indifferente intorno a cosa, da cui dipende qualche grande suo interesse. Un capo di casa indifferente intorno ad una lite, da cui dipenda il sostentamento della sua famiglia, un generale indifferente intorno ad un fatto d’arme, da cui dipenda l’esito di una campagna, un principe indifferente intorno ad un avvenimento, che può mantenerlo sul trono o balzarnelo, sono esseri che escono dal consueto dell’umana natura e che appartengono ad un genere di stupidità non conosciuta. Ma un indifferente in religione è assai peggiore: perocché egli è indifferente a beni di ben altra importanza, che non sono gli accennati, se pure è vero, come è verissimo, che la religione si apprende con una mano all’uomo, coll’altra a Dio, e confina da una parte col tempo, dall’altra coll’eternità. Il perchè se fosse incerto tutto quello che si dice della religione, fosse anche leggerissimamente fondato, ogni buon senso vorrebbe che se ne facessero ricerche minute, diligenti, profonde, costanti fino ad avere al tutto raggiunta la verità. Ora che avrà a dirsi della stupidità di chi non se ne cura, mentre essa è, per testimonianza dei più chiari intelletti dell’universo, sì saldamente stabilita? L’assurdità, come ognun vede, è senza fine, e cede solo al delitto che in essa si ritrova. Conciossiaché la religione non è solo bene dell’uomo (notatelo bene, o lettore), è ancora e principalmente diritto di Dio. Se la Religione non fruttasse a noi bene di alcuna sorta, se non fosse il mirto della vita presente e la beatitudine dell’avvenire, se fosse per l’uomo null’altro che un penosissimo sacrifizio, tuttavia sarebbe altamente doverosa, perché Iddio ha diritto d’esigerla. Dio, autore dell’uomo e della società, ordinatore dell’uno e dell’altra, e padrone supremo e assoluto; fintantoché gli competeranno gli attributi di onnipotenza, giustizia, sapienza, verità, santità, bontà infinita, sarà nostro debito d’ossequiarlo, riconoscerlo, propiziarlo, invocarlo; ringraziarlo, adorarlo. Ognuno dei suoi titoli è un vincolo insolubile che a lui ne stringe e ci obbliga alla religione verso di lui. Epperciò l’essere indifferente intorno a Dio ed ai suoi diritti, gli è un dir col linguaggio dell’opera che non stimiamo gran fatto importante il rivolgerci a Lui per onorarlo o dargli le spalle in faccia: e che non ci cale gran cosa il presentargli atti ch’Ei gradisca, Ei comandi, Egli accetti, oppure che Egli disapprovi, che Egli abbomini, che Egli rigetti. Ne vedrete più sensibilmente l’eccesso, se trasporterete il caso a quello che interviene nel mondo. Immaginate un marito che dica alla sua sposa, che egli è indifferente al viver con lei oppure con una donna qualunque; immaginatevi un figliuolo che dica al suo padre, che egli rispetta lui, ma come farebbe un altro qualsiasi; immaginate un suddito che dica, che a lui fa lo stesso obbedire al suo principe, oppure ad un nemico di lui: tutta cotesta indifferenza parrebbevi una colpa sì leggiera? Come! un padre pareggiato nell’amore con uno straniero! Un principe col suo rivale! Una sposa con una donna pubblica! Ebbene voi colla vostra indifferenza religiosa non fate infinitamente peggio, mentre portate lo stesso amore alla sposa immacolata di Cristo, la Chiesa, ed alla sinagoga di satana; mentre tenete in uguale stima le dottrine sozze di Lutero, Calvino, Zuinglio e di non so quanti altri settarii, e le dottrine degli Apostoli, dei Patriarchi e dei Profeti, e mettete nello stessa fascio le pratiche sacrosante della cattolica Chiesa colle invenzioni umane, di un cervello farneticante, e professate colla vostra condotta che tutto vi è indifferente, che per voi tutto è lo stesso? Ma non è questo un delitto, di cui mai non si arriva a toccare il fondo? – Vi fu chi osservò che in questa sciagurata indifferenza si racchiude una total negazione del Cristianesimo, una piena apostasia da Gesù Cristo; ma poteva anche aggiungere, che vi si racchiude un pratico ateismo. La negazione totale del Cristianesimo è evidente. Imperocché chi crede ogni religione buona, non può credere che vi abbia una rivelazione; oppur, se vi ha una rivelazione, che non importi il conoscerla e molto meno il darle retta: altrimenti non potrebbe essere indifferente. Un soldato che dicesse, che è la stessa cosa per lui recarsi al campo di battaglia o starsene sotto le tende, mostrerebbe chiaro che o non ha ricevuto ordini dal capitano o che non si tiene per obbligato a quegli ordini: ma similmente per poter dire che non importa più una pratica di culto che un’alta, bisogna esser persuaso che o Gesù non ha dato nessun ordine in proposito, o che i suoi ordini non ci legano. Or questa persuasione appunto è un verissimo rinnegare la fede cristiana, è assolutissimo atto di apostasia, perché al tutto esclude la verità della rivelazione. – Inoltre, io diceva, è un pratico ateismo. E come no? Chi stima tutte ugualmente buone le religioni, non può aver di alcuna la stima che è necessaria, non può adottarne l’esercizio come si conviene, non superare le difficoltà che s’incontrano nel praticarla. Appena si riesce a porla in atto quando il nostro intelletto è convitto della verità di essa, e che senza di essa non vi è affatto salvezza: tanto è l’ostacolo che le frappongono le umane passioni, le occupazioni della vita e la nostra infermità! Pensate adesso se un intelletto senza persuasione, un cuore senza affetto riusciranno mai in un’opera cosi laboriosa. Il crederlo è un ingannarsi a volontà. – Se fosse necessario un ultimo disinganno, si potrebbe fare ricorso alla sapienza, la quale porrebbe in tutta la sua luce come un vero indifferente affatto non pratichi religione di sorta. Non il protestantesimo; poiché anche per praticare quell’abbozzo di religione, bisogna avere qualche fiducia di possedere in esso la verità. Di fatto fu giustamente osservato che anche tra di loro quelli i quali mantengono ancora qualche pratica positiva, sono quelli che, fond9andisu in qualche modo sull’autorità, più si allontanano dal credere ine buona ogni religione. Non pratica il Cattolicismo; poiché, come sopra abbiamo detto, il principio dell’indifferenza chiaramente il rinnega. Resta adunque che praticamente viva senza culto di sorta alcuna. – Di che ecco poi l’ultima conseguenza. L’indifferente è quel mostro singolare che vive sopra la terra come non vi avesse divinità. Un celebre teologo avendo udito un giorno, che un cotale che l’avvicinava, si gloriava di essere ateo, si fermò di rincontro a lui e prese a correrlo più e più volte coll’occhio da capo a piedi. Ammiratosi quell’empio di essere così diligentemente considerato, interrogò il teologo, che trovasse in lui di così nuovo, che tanto attirasse la sua attenzione. Non mi è mai venuto fatto, rispose, d’incontrare quella belva che chiamano ateo: voglio saziarmene questa volta per sempre. Ora se è un mostro così strano chi non crede, che esista Dio, che mostro sarà quello che, credendo che Dio esista, pure non lo riconosce, non l’adora, non gli presta ossequio di alcuna sorta? Eppur questa è la condizione dell’indifferente. Egli può definirsi un essere che non ha commercio col cielo, un essere per cui Dio è come non fosse, un essere che riceve grazie continuamente e non sente gratitudine di alcuna sorta. Ha un intelletto, e mai nol rivolge a chi glie lo ha dato, possiede un cuore, che mai non ha un palpito per chi gliel ha formato, è sostenuto in vita, e non conosce la mano che lo regge; offende con mille enormità il Signore, e non ha un sospiro mai di pentimento verso di Lui. – Ad un ateo, che in una nobile conversazione si vantava presso certe signore di essere il solo, che in quel palagio non credesse a Dio, la padrona di casa, stomacata di una impudenza così svergognata, rispose che nel suo palagio vi aveva anche altri, che non vi credevano altrimenti. E chi sono questi? I miei cani ed i miei cavalli, replicò essa prontamente: solo che quelle povere bestie, se hanno la sventura di non conoscere Dio, hanno però il buon senso di non vantarsene. Giusta risposta, ma risposta che ancora non basterebbe per un indifferente. Imperocché, che non onori Iddio chi non lo riconosce, in qualche modo s’intende: ma dove si troverà chi al tutto professi di non onorarlo, mentre lo riconosce? Non vi è altro luogo che l’inferno, nè altro essere che il demonio. E con tutto ciò, quasi non bastasse tanta empietà, aggiunge la beffa all’insulto. Imperocché, mentre non ha più religione di quello che ne abbia uno spirito reprobo, vuoi passare agli occhi dei semplici come un uomo che ha senno, che ha ingegno, che ha vedute più larghe, in fatto di religione, che non hanno gli uomini stessi di Chiesa, e che non fa diversamente dal comune degli uomini, se non perchè così richiede la filosofia e la verità. – Era portato alla sepoltura un cotale, che in vita aveva fatto di ogni erba un fascio, uomo ingiusto, rapace, dissoluto, lo scandalo di tutto il suo paese. In termine di morte, tuttavia, volle essere vestito di abito religioso e così sepolto. Un buon uomo, che non sapeva nulla della sua morte e che s’imbatté nel cadavere di lui, mentre era portato a seppellire: chi è morto? chiese agli astanti, appressandosi alla bara: ed avutone che il tale, e vedutolo in quei panni, oh ve’, disse, come si è mascherato bene! Mal per te che Dio ti riconosce anche sotto la maschera. Ora dite pur voi il simile degl’indifferenti. Fingano pur filosofia, altezza di pensieri, religione alla portata dei tempi e quel che vogliono, che non nasconderanno per ciò a Dio il loro ateismo. – Solo perché non sfugga anche a voi, o lettore, e perchè il possiate detestare e guardarvene, io vi abbozzerò qui in pochi tratti l’immagine dell’indifferente, accennandovi anche dove per lo più si annidi. E indifferente in religione è quello il quale, sotto pretesto di filosofia, non fa caso più di Cattolicismo che di protestantismo, più protestantismo che di giudaismo, più di giudaismo che di buddismo, e sa (come se ne vanta) portar rispetto al bramano, al maomettano, al sandvichese, come al Cristiano ed al Cattolico. L’indifferente in religione è quello il quale, dal trono della sua grandezza e dal tripode della sua sapienza mirando al basso, compatisce la follia dei Cattolici, che sono, come egli parla, troppo esclusivi, perché non sanno accogliere, come egli fa nel proprio cuore, tutte le religioni dal Cristianesimo fino all’ateismo. E indifferente in religione è quello, il quale mai non vedete impigliato in veruna pratica di culto. Va a messa, se la convenienza lo porta; non vi va, se può farne a meno. Parla di religione con rispetto se l’indole delle persone con cui tratta, lo domandi; bestemmia come un turco, se si trova con altri, presso i quali sia onorevole la bestemmia. Checchè però si faccia, non si trova mai impegnato col cuore in quello che fa. – L’indifferente in religione è un essere, che in contraddizione colla sua professione, ha un’avversione al Cattolicismo così sentita che, per quanto la voglia nascondere, mai non vi riesce. Se insorga qualche controversia tra il sacerdozio e l’impero, s’infiamma tutto di santo sdegno, e trova subito che il clero ha torto, che i Vescovi pretendono troppo, che il Papa è un usurpatore, che la Chiesa non conosce la sua missione. Se si parli di cose ecclesiastiche, tutto gli fa afa, e tutto risveglia la sua collera. Non può sentir nominare templi, funzioni, frati, monache senza ribrezzo e senza avventar loro contro i suoi frizzi ed i suoi sarcasmi. L’indifferente in religione è un uomo che, come ha le sue avversioni, così ha le sue simpatie: ma queste sono tutte per gli eterodossi, per gl’increduli. Fra noi Cattolici non trova nulla che sia buono, ma trova tutto oro di ventiquattro carati nei paesi protestanti. In Inghilterra, esclama.., ah in Inghilterra!.., oh in Inghilterra!… oh in Inghilterra! Quelle leggi, quelle costumanze, quella civiltà! Come tra noi tutto è ciarpa e pattume, così colà vi sono in atto le otto beatitudini. E come alle cose, così ha simpatia per le persone. Per lui non vi sono grandi uomini che quelli i quali sono spregiudicati in religione. Trova grandi tutti i nemici della Chiesa, i filosofi del secolo scorso grandissimi, superlativi i nostri moderni legulei, ed avessero pure appiccato il fuoco alle quattro parti del mondo, purché abbiano tormentata un poco la santa Chiesa, sono eroi aí suoi occhi.

II. Questa è sottosopra l’indole e la natura intrinseca dell’indifferente. Che se ora volete sapere dove si annidi, io prima vi risponderò, che ve ne ha per tutto in que paesi che sono all’altezza dei tempi: ma poi si scovano principalmente in certi siti di aria loro più favorevole. – Se ne trovano di molti nelle università moderne, e tanto sui banchi quanto sulle cattedre, e di là cominciano a scendere anche in certi collegi o liceij nazionali, dove i maestri o dettano lezioni exprofesso d’indifferenza religiosa, o, per accattare l’applauso di quattro fanciulloni, ne gittano a quando a quando qualche sprazzo per condimento della lezione; e dove quei fanciulloni medesimi, per dimostrare che: sono usciti di fanciulli, si fanno un vanto di non credere più a nulla. Si annidano talvolta tra le pandette ed i digesti,. i codici e le novelle: ve ne ha tra i trattati delle febbri e dell’ostetricia, ve ne ha sotto i bisturi e le lancette; e ne’ paesi di campagna dove l’aria finora è loro sfavorevole, si appiattano per lo più tra le carte dei notai, oppure fra i barattoli delle spezierie. Quando poi si parli di que’ Governi, che si vantano di non confessarsi, allora si assidono perfino sui banchi dei Ministri, perfino sui seggioloni delle Magistrature : giacché dicono che la politica non cammina mai tanto snella quanto allora che non ha al piede prima. le pastoie della religione. ~ Nei paesi retti a parlamento, ve ne ha sempre un buon deposito in quella parte che chiamano la sinistra, come se ne trova pure un buon dato tra quegli impiegati, che hanno bisogno di servire qualunque Governo a qualunque costo ed a qualunque condizione. – Ve ne ha per ultimo, lo debbo dire? perfino un certo numero di genere femmineo, impacciato tra i cerchi di ferro e gli alberelli dell’acque nanfe; sì, troverete delle donne leggiere , delle fanciulle vane, le quali, per ottenere un sorriso di un giovane dal capo scarico, o l’applauso di un cicisbeo dalle maniere leziose, vi professeranno francamente l’indifferenza religiosa, aspirando così ad essere credute tanto alle altre superiori, quanto più singolari e più audaci ad insultar Dio. Vi ha però un luogo dove non si trovano più gl’indifferenti, e sapete dov’è? Riflettetevi bene: è al letto di morte e nella vita che a questa succederà