IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (V)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (V)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO

SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO:

FEDE (2)

4. LA SACRA SCRITTURA E LA TRADIZIONE.

1. LA SACRA SCRITTURA O BIBBIA È COMPOSTA DA 72 LIBRI SCRITTI, ALCUNI PRIMA, ALTRI DOPO GESÙ CRISTO, DA UOMINI ILLUMINATI DA DIO SU MOZIONE E PER ISPIRAZIONE, DELLO SPIRITO SANTO E CHE SONO RICONOSCIUTI DALLA CHIESA COME PAROLA DI DIO.

Lo Spirito Santo ha agito su questi autori in modo particolare; li ha spinti a scrivere, li ha diretti e illuminati: per questo ciò che hanno scritto è parola di Dio. Le Sacre Scritture sono state create da Dio (II Tim. III. 16). Questo è chiaro da molte espressioni di Gesù Cristo (Mt XV, 3; Mc XII, 36) e dalle decisioni dei Concili. Il Concilio di Trento (1546) e il Concilio Vaticano (1870) hanno dichiarato espressamente che Dio è l’Autore di tutte le Scritture. È, dice sant’Agostino, come se la mano di Cristo avesse scritto i Vangeli. – La Scrittura è un’epistola di Dio alle sue creature. (S. Grég.) – La Scrittura è come una lettera che il nostro amato Padre ci ha inviato dalla nostra patria. (S. Ant. l’Erm.). Questa lettera ci dice cosa dobbiamo fare per tornare nella nostra patria. ed esservi eternamente felici. È stato lo Spirito Santo a parlare attraverso gli autori della Sacra Scrittura. (S. Agos.) Questi autori erano come una lira suonata dallo Spirito Santo (S. Giustino). Lo Spirito Santo si è servito di essi come il musicista usa l’organo o il flauto (Athénag.). Tuttavia, questi autori non erano strumenti passivi; tutti loro potevano mostrare le loro qualità personali nei loro libri. Erano come i pittori che vedono un edificio alla luce del giorno e lo copiano fedelmente, ma in modo diverso a seconda del loro maggiore o minore talento secondo la varietà degli strumenti a loro disposizione. – La Sacra Scrittura è quindi priva di errori. Tuttavia, dobbiamo prestare attenzione non tanto alle parole quanto al loro significato. (S. Ger.) La verità non è tanto nelle parole quanto nelle cose. (S. Aug.) Non dobbiamo quindi appoggiarci su espressioni come: il sole sorge. – È perché la Sacra Scrittura contiene la parola di Dio che le portiamo sempre grande rispetto; ci alziamo in piedi quando viene letto il Vangelo, giuriamo sul Vangelo; la Chiesa, durante le Messe solenni, fa incensare il Vangelo circondato da accoliti con torce, e lo fa baciare dal Sacerdote. Il Concilio di Trento ha decretato delle sanzioni contro coloro che abusano delle Scritture per scherzi o altri scopi profani (4. Sess.). I Giudei avevano già grande venerazione per la Sacra Scrittura; hanno sopportato il martirio piuttosto che agire in modo contrario alle leggi registrate nei Libri sacri (Giuseppe), per esempio i Maccabei ed Eleazaro.

I 72 LIBRI DELLA SCRITTURA SI DIVIDONO IN 45 LIBRI DELL’ANTICO TESTAMENTO E 27 LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO.

Ciascuna di queste due parti è ulteriormente suddivisa in libri storici, sapienziali e profetici.

Antico Testamento : I libri storici contengono principalmente narrazioni. Si tratta, ad esempio, dei libri di Mosè, che raccontano le origini dell’umanità, le vite dei patriarchi, la storia del popolo ebraico fino al suo ingresso nella Terra Promessa il Libro di Giosuè racconta la conquista; i Libri dei Re raccontano le vicende dei re ebrei; il libro di Tobia contiene la biografia di Tobia durante la prigionia; i libri dei Maccabei sono le prove del popolo sotto Antioco e la loro lotta per la libertà, ecc. – I libri sapienziali contengono generalmente una dottrina edificante. Come ad esempio il libro di Giobbe, che predica la pazienza; i Salmi, ossia 150 inni, composti per lo più da Davide, che venivano cantati nel tempio; il libro dei Proverbi di Salomone. – I libri profetici contengono soprattutto predizioni sul Salvatore: i 4 grandi profeti, Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, e i 12 profeti minori, Giona, Abacuc, ecc.

Il Nuovo Testamento: I libri storici sono i 4 Vangeli e gli Atti degli Apostoli. – I libri sapienziali sono le 21 Lettere degli Apostoli, di cui 14 di San Paolo. – Il libro profetico, l’Apocalisse (rivelazione di S. Giovanni, che la scrisse durante il suo esilio sull’isola di Patmos). Questo libro è molto difficile da comprendere e descrive i destini della Chiesa. – Per quanto riguarda la lingua in cui sono stati scritti questi libri, bisogna notare che prima di Gesù Cristo sono stati scritti per lo più in ebraico, e quelli scritti dopo Gesù Cristo, per lo più in greco. Una traduzione latina delle Scritture, accuratamente riveduta e corretta da San Girolamo per ordine del Papa (intorno al 400), si è diffusa in tutta la Chiesa ed è quindi chiamata VuIgata, cioè la più diffusa. Il Concilio di Trento la dichiarò la traduzione autentica (ufficiale) del testo primitivo della Scrittura.

I LIBRI PIÙ IMPORTANTI DELLA SCRITTURA SONO I 4 VANGELI DI SAN MATTEO, DI SAN MARCO, DI SAN LUCA E DI SAN GIOVANNI E GLI ATTI DEGLI APOSTOLI DI SAN LUCA.

I 4 santi Vangeli ci raccontano la vita e la dottrina di Gesù Cristo; gli Atti ci raccontano in particolare dell’apostolato dei principi degli Apostoli SS. Pietro e Paolo. –

Il numero quaternario dei Vangeli è un simbolo dei quattro punti cardinali verso i quali il Vangelo deve essere predicato (S. Aug.).

Due di loro erano Apostoli: S. Matteo (dapprima pubblicano) e S. Giovanni, discepolo prediletto del Salvatore, al quale il Salvatore predisse una morte naturale; egli raggiunse un’età molto avanzata e morì come Vescovo di Efeso S. Marco fu discepolo di Pietro; S. Luca, all’inizio medico, fu il primo a morire. Luca, inizialmente medico, fu compagno di San Paolo.

Origine e scopo dei Vangeli. – S. Matteo scrisse il suo Vangelo per gli ebrei della Palestina, in lingua ebraica, quando stava per lasciare quel Paese, vuole dimostrare che Gesù era il Messia atteso, e cita in ogni momento le profezie che si sono realizzate in Gesù Cristo – S. Marco scrisse il suo Vangelo, che è breve, per i fedeli di Roma; esso probabilmente contiene un riassunto delle storie di San Pietro. Marco rappresenta Gesù Cristo come Figlio di Dio. – S. Luca compose il suo Vangelo per un nobile romano, Teofilo, per istruirlo sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù Cristo. Il suo libro è senza dubbio un riassunto dei discorsi di San Paolo. Dobbiamo a San Luca ciò che sappiamo della vita della Beata Vergine e le più belle parabole di Nostro Signore. Anche gli Atti degli Apostoli sono indirizzati a Teofilo. – S. Giovanni scrisse il suo Vangelo, quando era molto anziano, per provare contro gli eretici del suo tempo che Gesù Cristo è Dio stesso. Egli riporta principalmente i discorsi pronunciati da Cristo che fanno comprendere la sua divinità.

Epoca della composizione dei Vangeli. – Gli Evangelisti hanno probabilmente scritto nell’ordine in cui i loro libri appaiono nella Bibbia: S. Matteo, intorno all’anno 40;

S. Marco e S. Luca qualche anno prima della rovina di Gerusalemme, cioè prima del 70; S. Giovanni intorno all’anno 90. Ma non furono riuniti in un unico libro fino al II secolo.

LE CARATTERISTICHE INTRINSECHE DEI VANGELI PROVANO CHE ESSI SIANO STATI SCRITTI DAI DISCEPOLI DI GESÙ CRISTO E CHE SIANO VERITIERI. Possiamo dimostrare con le copie, le traduzioni, le citazioni più antiche che nulla sia stato cambiato (È questa la prova dell’autenticità, veridicità, integrità dei Vangeli).

Le caratteristiche intrinseche dei Santi Vangeli ci mostrano che sono stati scritti dai discepoli di Gesù Cristo. Se esaminiamo il testo greco, possiamo vedere che sia stato scritto da ebrei; infatti lo stile presenta molte tracce di ebraismo. Per esempio, si dice: Lé Maestro vide (udì) il rumore (S. Marc, V. 38); chiamano il corpo umano carne (S. Giovanni, YI, 52); l’anima, respiro; la coscienza, cuore (Rom. II 15). Se gli autori fossero stati Greci, non si sarebbero permessi questi ebraismi. – Gli autori scrissero prima della rovina di Gerusalemme (70); essi hanno una conoscenza molto esatta della topografia, delle persone e degli eventi. Scrittori del II sec, cioè di un’epoca in cui Gerusalemme era stata distrutta, in cui tutta la Palestina era stata devastata dalla guerra, non potevano possedere queste nozioni. Inoltre, i primi tre Vangeli non menzionano la presa di Gerusalemme. – Gli autori erano degli illetterati; la loro narrazione è in uno stile semplice, proprio degli uomini del popolo. – Gli autori hanno visto ed ascoltato essi stessi ciò che raccontano; poiché raccontano in modo vivido e pittoresco. Citano i loro stessi nomi. – L’autenticità dei Vangeli si basa anche su prove estrinseche. I più antichi scrittori ecclesiastici parlano di questi Vangeli e ne citano alcuni passi, così come fanno gli eretici. Infine, abbiamo la testimonianza delle chiese più antiche. – Anche le caratteristiche intrinseche dei Santi Vangeli provano la veridicità dei loro autori. Infatti, essi raccontano la storia con calma e spassionatezza (non mostrano né animosità verso i nemici di Cristo, né si stupiscono dei suoi miracoli, ecc.) non nascondono i propri insuccessi; raccontano fatti che avrebbero portato loro persecuzioni, persino la morte (e chi mente a proprio svantaggio?); tutti ci mostrano lo stesso volto di Cristo, anche se scrivono in tempi e luoghi diversi; le apparenti contraddizioni (sull’ora della crocifissione, per esempio, gli Aangeli al sepolcro, il centurione a Cafarnao) mostrano che non fossero tra loro d’accordo; infine, è assolutamente impossibile immaginare un personaggio ideale come quello del Salvatore. – Nel corso dei secoli nulla è stato cambiato nei Vangeli. Tutti i manoscritti (esistono quasi 700 copie del testo originale, molte delle quali risalgono al IV secolo) e tutte le prime versioni (la Peschito in siriaco, l’Itala in latino, del II secolo; la traduzione gotica del vescovo Ulfilas, ora a Upsala, del 370) concordano tutte perfettamente con il nostro testo attuale. Quindi non ci sono stati cambiamenti per diciassette secoli. – Né ci sono stati prima del II secolo, perché a quell’epoca i Vangeli venivano letti durante le assemblee liturgiche (secondo S. Giustino, 138) e lì erano strettamente controllati. Del resto, chi avrebbe potuto corrompere i manoscritti dell’intero universo nello stesso momento e nello stesso modo? – Inoltre, gli scrittori cristiani dei primi secoli riportano così tante citazioni dalla Scrittura che potremmo quasi ricostruire i Libri Santi. Ora, tutte queste citazioni sono conformi al nostro testo attuale. – L’Antico Testamento, in particolare, non avrebbe potuto essere corrotto, poiché era contemporaneamente nelle mani degli Ebrei, i cui scrupoli si spingevano fino a contare le lettere. – Il Dio onnipotente che ha ispirato la Bibbia provvederà anche alla sua conservazione. “Dio, che per 6.000 anni ha preservato la luminosità del sole, ha anche il potere di preservare la fiaccola della fede che ha acceso nei Libri santi. Così come ha creato il sole per i nostri primi genitori, così non di meno ha fatto scrivere la Bibbia solo per i Cristiani primitivi.”. (Deharbe.)

La lettura della Bibbia è lecita per i Cattolici ed anche molto utile; ma la traduzione deve essere approvata dal Papa e corredata di spiegazioni. (Benedetto XIV, 13 giugno 1757.)

“Tutto ciò che è scritto è scritto per la nostra istruzione”. (Rom. XV, 4.) Nella Bibbia impariamo a conoscere Dio con esattezza; vediamo la sua onnipotenza (il racconto della creazione, molti miracoli), la sua sapienza (il governo del genere umano e la vocazione di alcuni uomini in particolare), la sua bontà (l’Incarnazione e la Passione del Figlio di Dio), ecc. Include i migliori esempi di virtù (Abramo, Giuseppe, Mosè, Tobia, Giobbe e soprattutto Cristo), e di conseguenza siamo fortemente stimolati a fare il bene. La Bibbia è quindi come la tromba che suscita il coraggio del soldato (S. Efrem); ci indica la via del cielo, come un faro in mezzo alla tempesta, indica al pilota l’ingresso del porto. – La Bibbia ci mostra le pericolose conseguenze del vizio e ci mette in guardia dal peccato.

(La caduta dei nostri primi genitori, la rovina di Sodoma, il diluvio, la fine deplorevole dei figli di Eli, Assalonne, Giuda, Erode e altri). Vediamo i nostri vizi come in uno specchio e impariamo a correggerci. (S. Ger.) L’amore per le Scritture fa scomparire l’amore carnale. (S. Jer.) La lettura delle Scritture produce anime sante. (S. Jér.) Tutto ciò che l’uomo può trovare altrove utile alla sua salvezza, lo trova nella Bibbia, lo trova in abbondanza e trova anche ciò che non trova da alcun altra parte (S. Aug.). Così pure non si finisce mai di studiare la Scrittura; per quanto la rileggiamo, vi scopriamo sempre cose nuove, perché molti dei suoi passaggi contengono molteplici significati. Secondo S. Efrem, somiglia ad un campo la cui messe non può mai essere completamente raccolta, e quindi non è mai vuoto o deserto, e secondo S. J. Chrys., ad una sorgente sempre viva che sgorga tanto più abbondantemente quanto più vi si attinge. È un pascolo grasso: se assaggiamo spesso ciò che contiene, saremo nutriti e confortati. (S. Ambr.) – Ma chi vuole leggere e capire la Bibbia deve avere dentro di sé la spirito che ha ispirato i suoi autori, altrimenti non riuscirà a penetrare il senso delle parole (S. Bern.). È lo Spirito Santo che deve aprire la loro intelligenza. (S. Luc. XXIV, 45.)

ECCO LE RAGIONI CHE PROIBISCONO DI LEGGERE LA BIBBIA NEL PRIMO TESTO CHE SI PRESENTA:

Le vere Scritture e la loro vera interpretazione si trovano solo nella Chiesa cattolica;

La Bibbia è generalmente molto difficile da capire.

Solo nella Chiesa cattolica si trova la Bibbia nella sua integrità e nella sua esatta interpretazione. (Conc. di Tr. IV); perché è solo agli Apostoli ed ai loro successori, i Vescovi, cioè alla Chiesa Cattolica, che Gesù Cristo ha promesso lo Spirito Santo (S. Giovanni XIV); è solo ad essa che ha promesso che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. (S. Matth. XVI, 18.) Anche la Bibbia, da cui la Chiesa trae la sua dottrina, non può essere corrotta. Gli eretici, al contrario, hanno distorto la Bibbia in una direzione favorevole ai loro errori ed hanno persino soppresso passi e libri che li infastidivano: Lutero, per esempio, soppresse l’epistola di S. Giacomo perché dice che la fede è morta senza le opere. Nessun Cattolico dovrebbe leggere una Bibbia protestante. – La Bibbia è generalmente difficile da capire. Pochissime persone possono dire di capire le Epistole lette nel sermone domenicale. S. S. Pietro stesso dice delle epistole di San Paolo che sono difficili da capire (Il S. Piet. III, 16). Anche S. Agostino ci dice: ci sono più passaggi che non capisco che quelli che capisco”. Né i profeti né Cristo hanno enunciato tutti i misteri divini in modo tale da essere compresi da tutti. (Clém. d’Al.) Così i dottori pure differiscono nell’interpretazione di uno stesso passo. La Chiesa deve quindi spiegare il significato dei passaggi difficili. “Tutti i codici presuppongono un’autorità che li interpreti nei casi dubbi; l’autorità istituita da Dio per la custodia e l’interpretazione della Bibbia è la Chiesa”. (Deharbe.) È alla Chiesa che Dio ha dato lo Spirito (S. Giovanni, XIV e XVI.). “Allo stesso modo, dice S. Efrem, di un bambino che porti alla madre la noce che ha trovato e le chiede di aprirla per lui, il Cristiano chiede alla Chiesa di spiegargli la Scrittura”. Sta alla Chiesa di decidere il vero significato, di dare l’esatta interpretazione della Scrittura (Conc. di Tr. IV); per questo il fedele deve leggere solo una Bibbia con note approvate, cioè che contenga l’interpretazione della Chiesa.

II. LE VERITÀ RIVELATE DA DIO NON CONTENUTE NELLA BIBBIA, MA TRASMESSE ORALMENTE AI POSTERI SONO CHIAMATE TRADIZIONE.

Gli Apostoli non ricevettero da Cristo l’ordine di mettere per iscritto le sue dottrine, ma di predicarle (S. Matth. XXVIII, 19). Solo pochi tra essi scrivevano e furono costretti a farlo dalle circostanze. Questi scritti sono molto incompleti; essi riportano piuttosto le azioni e i miracoli di Cristo che la sua dottrina. Gli autori sacri dichiarano espressamente di non aver messo tutto per iscritto e di aver comunicato ai fedeli solo oralmente. (II S. Giovanni, II; I Cor. XI, 2.) “Gesù”, dice formalmente San Giovanni alla fine del suo Vangelo, “fece molte altre cose”; e se dovessimo raccontarle in dettaglio, non credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che verrebbero scritti su di esse (S. Giovanni XXI, 25.). – Per questo ci rimanda alla tradizione orale.. Attraverso la tradizione orale sappiamo, per esempio, che il Cristo abbia istituito sette Sacramenti, che la domenica debba essere santificata, che ci sia un purgatorio, che sia permesso il Battesimo dei bambini; solo da essa sappiamo quali libri facciano parte della Bibbia, e così via. Quando i protestanti affermano di aderire solo alle Scritture, si contraddicono con la santificazione della domenica; perché la Bibbia parla di santificazione non della domenica, ma del sabato. – Questo è sempre stato osservato in tutta la Chiesa ed è di origine apostolica (S. Vinc. Lér.). Se non troviamo un dogma nella Scrittura, lo troveremo sicuramente attraverso la tradizione. Così come chi ha le tubature che non danno più acqua, risale alla fonte per trovare le tracce del corso d’acqua, allo stesso modo possiamo trovare le prove storiche delle credenze dei secoli passati e sicuramente troveremo le tracce del dogma in questione. (S. Cypr.).

LA TRADIZIONE È REGISTRATA SOPRATTUTTO NEGLI SCRITTI DEI SANTI PADRI, NELLE DECISIONI DEI CONCILI, NEI SIMBOLI E NELLA LITURGIA DELLA CHIESA.

I Santi Padri sono scrittori cristiani dei primi1 secoli che si sono distinti per la loro scienza e la loro santità: il filosofo San Giustino, di Roma, zelante apologeta del Cristianesimo (+ 166); sant’Ireneo, vescovo di Lione (+ 202); San Cipriano, Vescovo di Cartagine (f 258), ecc. – Alcuni di loro erano discepoli degli Apostoli e sono chiamati sacerdoti apostolici: Sant’Ignazio, Vescovo di Antiochia (+ 107), e San Policarpo, Vescovo di Smirne (+ 167), ecc. – Uomini illustri che sono vissuti più tardi sono chiamati Dottori della Chiesa; ci sono 4 grandi Dottori nella Chiesa greca e 4 nella Chiesa latina. I Padri greci sono: S. Attanasio, Vescovo di Alessandria (f 373); S. Basilio, Vescovo di Cesarea in Cappadocia (+ 378); S. Gregorio, vescovo di Nazianzo in Cappadocia (+ 389); S. Giovanni Crisostomo, (bocca d’oro, Vescovo di Costantinopoli (+ 407). I Padri latini sono: S. Ambrogio, Vescovo di Milano (+ 397); S. Agostino, Vescovo di Ippona in Africa settentrionale, (+ 430); S. Girolamo, sacerdote traduttore della Bibbia (+ 420); San Gregorio Magno, Papa e riformatore del canto liturgico (+ 604). – Nel Medioevo ci furono anche 4 grandi dottori: S. Anselmo, Arcivescovo di Canterbury in Inghilterra (+ 1189); S. Bernardo, abate di Chiaravalle grande servitore della Madre di Dio (+ 1153); San Tommaso d’Aquino, domenicano (+ 1274) e S. Bonaventura, francescano (+ 1274) – In epoca moderna, si sono distinti i seguenti personaggi: S. Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra (+ 1622); S. Alfonso M. de Liguori, Vescovo di S. Agata presso Napoli, fondatore dei Redentoristi (f 1787). – La Chiesa conferisce il titolo di Dottore ad alcuni studiosi illustri per la loro santità (così anche ai SS. Padri), di cui approva gli scritti; d’altra parte, a studiosi famosi la cui vita o la cui vita o l’ortodossia lasciavano a desiderare, sono chiamati semplicemente scrittori ecclesiastici. Tali erano Origene, il maestro della scuola catechetica di Alessandria (+ 254); Tertulliano, sacerdote di Cartagine (f 240) ecc. Per i Concili, vedi sotto il capitolo sulla Chiesa, per i simboli, il capitolo sulla fede. – Le preghiere liturgiche si trovano nel Messale e nei Rituali che vengono utilizzati per l’amministrazione dei Sacramenti e dei sacramentali. I Messali, ad esempio, dimostrano che si è sempre pregato per i defunti durante la Messa: la conclusione è ovvia.

5. LA FEDE CRISTIANA.

LA FEDE CRISTIANA È LA FERMA CONVINZIONE ACQUISITA PER GRAZIA DI DIO, DELLA VERITÀ DI TUTTO CIÒ CHE GESÙ CRISTO HA RIVELATO E CHE LA CHIESA CATTOLICA CI INSEGNA IN SUO NOME.

Nell’Ultima Cena Gesù Cristo disse ai suoi Apostoli: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Anche se dovevano aver visto con i loro occhi che questo è il pane e questo è il vino, erano fermamente convinti della realtà di ciò che Gesù Cristo stava dicendo loro. Infatti, la santità della vita di Cristo, il gran numero dei suoi miracoli, l’adempimento di alcune profezie che aveva fatto, avevano dimostrato agli agli Apostoli l’evidenza della sua filiazione divina e, di conseguenza, l’impossibilità di dubitare della verità delle sue parole. – Abramo aveva ricevuto da Dio prima la promessa e poi il comando di sacrificare il suo unico figlio. Egli non esitò a eseguire l’ordine, fermamente convinto che, nonostante tutto, la promessa di Dio si sarebbe realizzata (Eb. XI, 19; Rm. IV, 9). Paolo chiama la fede una ferma convinzione di ciò che non vediamo (Eb. X, 1).

La fede cristiana è sia una questione di mente che di volontà. Prima di credere, esaminiamo se ciò che dobbiamo credere siaa stato realmente rivelato. Dio vuole questa indagine, perché esige un’obbedienza ragionevole (Rm XII, 1) e si considera uno stolto chi presta fede troppo in fretta e senza esame (Esod. XIX, 4). Ma l’intelletto ha acquisito la certezza che la dottrina proposta sia rivelata da Dio? Se la dottrina proposta è rivelata da Dio, la volontà deve immediatamente sottomettersi alla parola divina, anche se la ragione non la comprende. La volontà può resistere e poi non arriva alla fede. “Non si crede se non si vede”. (S. Agos.)

1. LA FEDE CRISTIANA SI RIFERISCE A MOLTE DOOTTRINE CHE NON CADONO SOTTO I NOSTRI SENSI E CHE LA NOSTRA RAGIONE NON COMPRENDE DA SÉ.

La fede è la ferma convinzione di ciò che non vediamo (Eb XI, l).

Noi crediamo nell’esistenza di Dio e non lo vediamo; crediamo nell’esistenza degli Angeli, che non vediamo. Crediamo nella risurrezione dei corpi, senza capire come avverrà; lo stesso vale per i misteri della S. Trinità, del SS. Sacramento. Queste verità non possono essere comprese o dimostrate direttamente dalla ragione. (Conc. del Vat.). È proprio per questo motivo che la fede sia meritoria e gradita a Dio, come disse Gesù Cristo a san Tommaso: Beati quelli che non vedono, ma credono. (S. Giovanni XX, 29) Anche il B. Clemente Hofbauer ripeteva: Se potessi vedere i misteri della nostra santa Religione con gli occhi aperti, li chiuderei per non perdere i meriti della mia fede.

È UN ERRORE CREDERE CHE PER QUESTO MOTIVO LA DOTTRINA DI CRISTO E DELLA CHIESA SIA IN CONTRADDIZIONE CON LA RAGIONIE O CON LR SCOPERTE DELLA SCIENZA.

Senza dubbio molte verità rivelate, la Trinità, l’Incarnazione, la Presenza Reale, sono in contraddizione con la ragione.(Conc. del Vat.) Dio è la fonte delle verità rivelate. e delle verità razionali; e Dio non può contraddirsi. L’apparente contraddizione deriva da una falsa nozione di dogma, da una mancanza di riflessione. (Conc. del Vat. 3, 4) Bacone diceva quindi giustamente: “Un po’ di filosofi allontana da Dio, molta filosofia riconduce a Lui”. Allo stesso modo, il poeta Weber ha detto: “La mezza scienza porta al diavolo, la scienza completa porta a Dio”. La fede non contraddice le conclusioni della scienza più di quanto lo faccia la ragione. Infatti, come può essere che proprio i più grandi scienziati, che hanno meglio meritato per l’umanità con le loro invenzioni, fossero in genere di fede e pietà infantili: Newton, Keplero, Copernico, Linneo, ecc. e recentemente Pasteur, quello scienziato così famoso per le sue scoperte in campo medico, che sul letto di morte ha reso omaggio alla fede ricevendo devotamente i sacramenti (1895), anche lui dichiarò che attraverso i suoi studi, aveva raggiunto il livello di un contadino bretone. Non bisogna dimenticare che che le scienze naturali sono in parte costituite da ipotesi che, come la moda, scompaiono per essere sostituite da altre. In queste condizioni, come può esserci contraddizione tra scienza e fede? Prendiamo l’esempio delle teorie sul sole. Nell’antichità, la scienza considerava il sole come una massa di ferro (Anassagora) o di oro fuso (Euripide); in epoca moderna, come un grande fuoco (Kant). Da allora, per quasi mezzo secolo, la scienza è stata dell’opinione che la massa solare fosse oscura, forse addirittura abitata, e che sia circondata da un’atmosfera di gas luminosi. Si dice che le macchie solari siano cime di montagne (Herschell). Dal 1868, è stato accettato che l’intera sostanza solare sia gassosa e di bassa luminosità ed alta temperatura provenienti dall’interno del Sole, che costituirebbero le macchie (L’astronomo francese Fay e l’italiano Secchi). Ma quando l’analisi spettrale ha mostrato che queste macchie sono masse collassate e raffreddate, sono state elaborate nuove teorie. Lo stesso vale per molte delle conclusioni delle scienze naturali! E sono proprio questi sistemi che sarebbero in contraddizione con la Religione! Che ridicolo! Non dimentichiamo che, ad eccezione del racconto della creazione e del diluvio, scienza e religione non hanno alcun punto di contatto.

2. AGIAMO IN MODO MOLTO RAZIONALE QUANDO CREDIAMO, BASIAMO LE NOSTRE CREDENZE SULLA VERIDIVITA DIVINA E SAPPIAMO ANCHE PER CERTO CHE LE VERITÀ DI FEDE SIANO RUVELATE DA DIO.

Una persona miope agisce in modo molto razionale quando crede che uno dei suoi compagni con la vista acuta vede che c’è un palloncino in aria, anche se non lo vede. Il cieco crede a un uomo di buona vista che su una carta geografica siano state segnate città, fiumi e montagne, anche se non può vederli né toccarli. Tutti crediamo nell’esistenza di Parigi, Roma e Londra, forse senza esserci mai stati e senza alcuna speranza di andarci. Un re negro dei tropici crede ai missionari che gli dicono che in inverno l’acqua indurisce nel loro Paese e forma un ponte sui fiumi, anche se non può rappresentarsi questo fenomeno. Tutti loro, però, agiscono in modo scientifico; il motivo è ovvio. Eppure si agisce in modo ancora più scientifico quando si crede in Dio; perché gli uomini possono ingannarsi e mentire, Dio no. È quindi Dio il fondamento della nostra fede. – Va da sé che questo presuppone la certezza della realtà della rivelazione di Dio della verità che dobbiamo credere. Questa certezza è in possesso del credente, perché Dio l’ha dimostrata con numerosi fatti divini, in particolare miracoli e profezie (di cui parleremo più avanti) che è Lui a rivelare la verità che dobbiamo credere, che è Lui l’autore della fede. “I buoni troveranno sempre un motivo sufficiente per credere, mentre i malvagi, da parte loro, troveranno sempre scuse per non credere. (Caterina Emmerich). – Noi riponiamo la nostra fede nella parola di Cristo perché Egli è Figlio di Dio, e quindi incapace di sbagliare e di ingannare, e perché ha dimostrato con i miracoli che la sua dottrina sia vera. Sarebbe una blasfemia, dice Agostino, supporre che il nostro Maestro, che è la verità stessa, abbia mentito anche solo in un singolo punto. Se, dunque, crediamo nella parola di Cristo, abbiamo una certezza maggiore che se la percepissimo attraverso i nostri sensi. B. Clém. Hofbauer disse davanti ad un quadro: “Credo più fermamente in un Dio in tre Persone che nell’esistenza di questo quadro su questa parete, perché i miei sensi possono ingannarmi, Dio no. – Cristo stesso si appellava ai suoi miracoli per dimostrare la verità della sua dottrina. Se, dice, (S. Giovanni X, 38) non credete a me (cioè alle mie parole) credete alle mie opere. – Crediamo negli insegnamenti di Cristo. Crediamo nell’insegnamento della Chiesa, perché Gesù Cristo la governa per mezzo dello Spirito Santo e la preserva dall’errore; perché ancora oggi Dio testimonia con i miracoli che la Chiesa Cattolica insegna la verità. Gesù Cristo disse ai suoi Apostoli prima della sua ascensione: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”. (S. Matth. XXVII1, 20); e già nell’ultima cena aveva detto: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre”. (S. Giovanni XIV, 16). Come il giorno della Pentecoste lo Spirito Santo è ancora nel Cenacolo, cioè nella Chiesa. – Dio ancora opera miracoli nella sua Chiesa nel nostro tempo: gli innumerevoli prodigi che si compiono a Lourdes e quelli su cui si basano i processi di canonizzazione; i corpi intatti dei Santi: Santa Teresa (f 3582) nel Convento delle Carmelitane di Avila, Santa Elisabetta del Portogallo (f 1336) presso le Clarisse a Coïmbra, San Saverio (+ 1552) a Goa Goa, Santa Caterina da Bologna (+ 1463) presso le Clarisse di quella città, San Giovanni della Croce (+ 1591) a Segovia, Santa Maria Maddalena dei Pazzi (+ 1607) a Firenze, la B. Eletta a Praga (+ 1663) nel convento delle Carmelitane. La lingua di San Giovanni Nepomuceno è intatta (da 500 anni si espone a Praga il 25 maggio per 8 giorni) come quella di Sant’Antonio da Padova. Il braccio destro di Santo Stefano d’Ungheria (f 1038), è anch’esso conservato intatto nella cappella di S. Sigismondo nel castello di Ofen. Tuttavia, questi corpi non erano imbalsamati; la maggior parte ha trascorso molti anni nel terreno per molti anni e non hanno mai emanato il minimo odore. Non sono rigidi, ma duttili. Il miracolo di S. Gennaro a Napoli è noto in tutto il mondo. Il sangue in due fiale del sangue del Vescovo S. Gennaro di Benevento, decapitato sotto Diocleziano nel 305. Appena portate queste due fiale insieme al sangue coagulato della testa del Santo contenute in reliquiari d’argento, il sangue comincia a liquefarsi e a bollire. Lontano dalla testa, si coagula di nuovo. Questo miracolo può essere visto più volte all’anno e dura da secoli; ha prodotto molte conversioni di dissidenti, anche di prelati luterani. La fede cristiana è quindi più certa della percezione dei sensi, della vista, ecc., più certa della conoscenza razionale. I nostri sensi e il nostro ragionamento possono ingannarci, ma non Dio: il nostro occhio, per esempio, vede la terra come un disco relativamente piccolo, l’arcobaleno come una materia colorata, il cielo come una materia colorata, il bastone immerso nell’acqua come spezzato. La nostra ragione, turbata dal peccato originale, ci inganna come l’occhio. Proprio come vediamo meglio con un telescopio che ad occhio nudo, meglio alla luce del sole che a quella di una lampada, conosciamo meglio grazie alla fede che con la ragione, – non bisogna confondere il credo con il “sembra”; l’opinione è una scienza senza certezza, la fede è una scienza certa basata sull’infallibilità di Dio.

3. LA FEDE CRISTIANA SI ESTENDE A TUTTE LE DOTTRINE DELLA CHIESA CATTOLICA.

Rifiutare di credere in una sola dottrina della Chiesa significa non avere fede. Infatti, chi ammette alcune parole di Gesù Cristo o della Chiesa e ne rifiuta altre, cessa di credere che Gesù Cristo sia il Figlio di Dio e governi la Chiesa cattolica.

La fede di un tale uomo è come una casa traballante. Avrebbe una fede senza valore chi dicesse: Credo a tutta la dottrina cattolica, ma non all’infallibilità del Papa, cioè quel particolare aiuto dello Spirito Santo concesso al Papa per effetto del quale egli non può né sbagliare né ingannare nelle solenni decisioni dottrinali che egli dà come capo supremo della Chiesa. Quale temerarietà da parte di una creatura di agire con Dio come con un mercante fraudolento di cui non ci fidiamo e da cui rifiutiamo certi beni “Che follia”. La ragione umana, così miope, si erge a giudice di Dio e della Rivelazione e la convoca al suo tribunale. È così per la fede come per certi fenomeni naturali: una campana perde il suo suono per la minima incrinatura; il corpo è malato quando un solo arto soffre, una nota falsa disturba l’armonia; un granello di polvere nell’occhio offusca la nostra visione. Se si rifiuta un solo articolo di fede, la fede viene distrutta. S. Giacomo dice, a proposito della legge, che la trasgressione di un punto rende l’uomo colpevole contro tutta la legge (S. Giacomo VI, 12) si può dire allo stesso modo della fede: Chi rifiuta un solo articolo di essa pecca contro tutti. – Quindi non si può dire che gli eretici possiedano la fede cristiana; il vino artificiale non è tanto vino quanto la fede. La loro fede non è la fede cristiana. Tuttavia, poiché anche gli eretici affermano di avere la fede cristiana, chiamiamo vera fede cristiana, che esiste solo nella Chiesa cattolica, la fede cattolica.

È NECESSARIO CREDERE A TUTTI GLI INSEGNAMENTI DELLA CHIESA CATTOLICA, MA PER ESSERE SALVATI NON È NECESSARIO CONOSCERLI TUTTI NEL DETTAGLIO.

Tuttavia, un cristiano Cattolico deve almeno sapere che c’è un Dio e che questo Dio giudicherà tutti gli uomini in modo giusto; che in Dio ci sono tre Persone e che la seconda Persona si è fatta uomo e ci ha salvato.

Per avvicinarci a Dio”, dice San Paolo, “dobbiamo prima credere che c’è un Dio e che Egli ci ricompensa coloro che lo cercano. (Ebr. XI, 6) La conoscenza, della SS. Trinità non era necessaria prima della venuta di Gesù Cristo, ma era necessario avere una nozione almeno confusa del Redentore. (Lehmkuhl, gesuita tedesco autore di un trattato sulla morale molto apprezzato). Ora è diverso, soprattutto per i Cristiani. Chi ignora queste due verità essenziali non è ammesso né al Battesimo né all’assoluzione; un’eccezione sarebbe possibile soltanto per i moribondi, ai quali mancherebbe il tempo per l’istruzione.

Coloro che hanno la possibilità di conoscere la fede cristiana sono tenuti a conoscere anche: il testo e il significato del Simbolo degli Apostoli, i Comandamenti di Dio e della Chiesa, i punti importanti dei Sacramenti ed il Padre Nostro.

Sono quindi tenuti a conoscere i punti fondamentali del loro Catechismo; Questa è la prescrizione della Chiesa.

4. LA FEDE CRISTIANA È UN DONO DI DIO, PERCHÉ LA FACOLTÀ DI CREDERE VIENE DALLA SOLA GRAZIA.

La fede è un dono di Dio (Ef. II, 8); “Nessuno viene a me”, dice Gesù Cristo, “se non gli viene data dal Padre mio.” (S. Jean VJ, 66) Dio ci dà la fede dal Battesimo, che per questo è chiamato Sacramento della fede. (Conc. di Tr. VI, 7). Egli ci concede infatti, contemporaneamente alla grazia santificante, la facoltà di credere, o la virtù della fede. Finché il battezzato non abbia raggiunto l’età della ragione, non può avvalersi di questa facoltà, e non può tradurre la sua fede in atto. Questa attività non si produce che nell’età della ragione sotto l’influenza della grazia e dell’istruzione religiosa. – Lo stesso vale per il senso della vista nel neonato; finché il suo occhio non è aperto, la sua facoltà visiva non agisce. Ma non appena l’occhio si apre, vedrà, sotto l’influenza della luce, gli oggetti che colpiscono la sua vista. – Il peccatore1 (che ha perso la fede) recupera questa virtù attraverso la penitenza; ma poiché Dio non dà la grazia agli adulti senza la loro cooperazione (Conc. de Tr. VI, 7) il peccatore (i peccati, eccetto quelli contro la fede, lasciano sussistere la virtù della fede come virtù informe) è obbligato a prepararsi ad essa.

Dio concede la grazia della fede soprattutto a coloro che 1° desiderano conoscere la verità; 2° che conducono una vita morale 3° che gli chiedono la grazia della vera fede.

Chi aspira seriamente alla verità arriverà sicuramente alla fede. “Beati quelli – dice Gesù Cristo -che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”(S. Matth. V, 6); Dio aveva già detto in Geremia (XXIX, 14): “Se mi cercate con tutto il cuore mi troverete” . Giustino il filosofo (+ 166) provò la verità di queste parole; sulle rive del Tevere incontrò un anziano che lo fece avvicinare al Cristianesimo e lo convertì. – La seconda via della fede è una vita pura. Le buone azioni attirano la grazia di Dio e, di conseguenza, l’illuminazione della mente: “Se uno – dice Gesù Cristo, – vuole fare la volontà di Dio, saprà se la mia dottrina viene da lui o se parlo da me stesso” (S. Giovanni VII, 19). Tommaso d’Aquino pensa che anche un selvaggio, che vive nelle profondità delle foreste e con bestie feroci, che secondo i lumi della sua ragione facesse il bene ed evitasse il male, otterrebbe da Dio la grazia della fede, o per mezzo di un’illuminazione interiore o per l’invio di un messaggero celeste (Angelo o missionario). È così che Dio, nella persona di san Pietro, inviò un messaggero a Cornelio, il centurione pagano (At. Ap. X). – Infine, la via più sicura per la fede è la preghiera, come disse Gesù Cristo: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”. (S. Matth. VII., 8). Il conte protestante Fréd. de Stolberg, (+ 1819) ottenne la fede dopo 7 anni di preghiera e divenne un famoso scrittore cattolico. (Mehler VI, 294). – Nella sua misericordia Dio spesso dona la fede anche a nemici della Religione cristiana. (Conversione di S. Paolo). Ma Egli non dà questa grazia straordinaria che a coloro che hanno aderito all’errore con una retta intenzione. (S. Alf.)

Per dare la grazia della fede, Dio si serve o di un mezzo ordinario, come la predicazione, o di un mezzo straordinario, come il miracolo.

Oltre alla predicazione, i mezzi ordinari comprendono la lettura di libri religiosi, e l’istruzione da parte dei semplici fedeli. S. Agostino giunse gradualmente alla fede attraverso i sermoni di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano; Sant’Ignazio di Loyola, attraverso la lettura delle vite di Nostro Signore e dei Santi (Mehler I 191); il filosofo S. Giustino il martire, attraverso le lezioni di un vecchio sulle rive del Tevere. – Dio ha usato mezzi straordinari all’inizio del Cristianesimo, e spesso anche oggi. I pastori di Betlemme furono avvertiti da un Angelo della nascita del Salvatore; i Magi furono portati a Cristo da una stella straordinaria, San Paolo da una voce miracolosa e da una luce dal cielo (Atti IX); il carceriere di Filippi per lo scuotimento e l’apertura della prigione (Atti XVI, 16); Costantino il Grande per l’apparizione di una stella luminosa e di una luce dal cielo (a. 312); il famoso missionario Alph. Ratisbonne, un ricco banchiere ed ebreo alsaziano che si convertì grazie a un’apparizione della Beata Vergine nella chiesa di Sant’Andrea a Roma nel 1842 (Mehler I, 20); il poeta incredulo, Clemente Brentano (+ 1842), che in seguito pubblicò le visioni della veggente, Cath. Emmerich, si convertì perché la Provvidenza lo condusse sul letto di morte di lei; l’avvocato parigino cieco Henri Lasserre, il futuro storico dei miracoli di Lourdes, si convertì grazie alla guarigione dei suoi occhi con l’acqua di Lourdes nel 1882. Anche un giovane pagano, Teofilo, si è convertito miracolosamente grazie al martirio di Santa Dorotea (398). Per ironia della sorte, le aveva chiesto di inviargli fiori e frutti dal giardino del suo fidanzato celeste; ed in effetti, dopo l’esecuzione della Santa, fiori e frutti caddero ai suoi piedi; egli si convertì immediatamente e fu martirizzato.

Molti uomini non arrivano mai alla fede cristiana perché mancano di buona volontà e sono troppo orgogliosi.

Molti uomini non credono perché mancano di buona volontà. (S. Aug.) Come Dio dà a tutti la luce del sole, così vuole dare a tutti la luce della fede. (S. Aug.) Cristo, luce del mondo, illumina con lo Spirito Santo ogni uomo che viene in questo mondo. (S. J. I,9.) Ma alcuni uomini rifiutano questa luce; non vogliono credere per non cambiare la loro vita malvagia. Preferiscono le tenebre alla luce, (S. Giovanni III, 19) e così peccano contro lo Spirito Santo. “Se chiudete gli occhi non vedrete nulla”, dice sant’Eutimio, “ma né la luce né gli occhi ne saranno la causa, sarà la vostra volontà” Così agivano i farisei al tempo di Gesù Cristo. – Gli orgogliosi non arrivano alla fede; ecco perché: è il modo di Dio usare mezzi molto semplici per portare le persone alla fede. Lo scandalo che ne prendono i superbi è un ostacolo alla fede. Cristo è apparso nell’abiezione e nella povertà, e volle venire apposta dalla disprezzata città di di Nazareth. “Che cosa può venire di buono da Nazaret? ( S. Giovanni IV, 46), e disprezzarono gli insegnamenti del Messia. Al popolo romano, così fiero, Dio inviò come messaggeri della fede i Giudei, sudditi conquistati e privi di cultura. Ad Erode ed ai principi dei sacerdoti, Dio mandò deliberatamente dei pagani, i 3 Magi, per annunciare la nascita di Cristo. È ancora oggi lo stesso; si lascia la sua Chiesa, dispensatrice di verità, in uno stato di oppressione, di persecuzione. Il tesoro della parola divina è sepolto in un campo ordinario (S. Matth. XIII, 44). Non dobbiamo quindi stupirci se i superbi1 siano confusi. Dio nasconde i suoi misteri ai sapienti ed ai prudenti del mondo (ibid XI, 25), Egli resiste ai superbi (I. S. Pierre. V, 5).

5. LA FEDE CRISTIANA È CONDIZIONE NECESSARIA ALLA SALVEZZA.

La fede assomiglia alla radice dell’albero; come l’albero non può vivere senza radici, così il Cristiano non può vivere senza radici. Senza radici, anche il Cristiano non può senza la fede arrivare alla vita eterna (S. Bern.).

La fede è l’inizio della salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione. (Concilio di Tr. VI, 8) La fede è come la chiave che apre le riserve della speranza, carità e delle opere buone (Alban Stoltz). Inoltre, in che considerazione è la grazia della fede! Il pio Alfonso il Saggio, re di Castiglia, era solito dire: Ringrazio incessantemente Dio, non per avermi fatto re, ma per avermi fatto Cattolico: non c’è salvezza al di fuori della fede. Allo stesso Mosè fu rifiutato l’ingresso nella Terra Promessa perché aveva avuto dei dubbi. Chiunque che non crede (S. Marco, XVI, 16), sarà condannato. Chiunque in questa vita non cammina bella fede non raggiungerà la visione nella prossima. (S. Agos.) Senza la fede è impossibile piacere a Dio (Ep. Ad Ebr. XI, 6). S. Pietro sprofondò nell’acqua appena cominciò a dubitare (S. Matth. XIV, 30), e va nell’abisso chi perde la fede. Questa virtù è come una nave: senza di essa non si può attraversare l’oceano, e senza la fede non si può entrare nel porto della salvezza. È anche come la colonna di fumo che guidò gli israeliti attraverso il deserto (Giustino) fino alla Terra Promessa, o alla stella che indicò ai Magi la strada per Betlemme. – Senza fede non ci sono opere meritorie. L’albero senza radici è sterile e l’uomo senza fede non può produrre opere buone (soprannaturali). È una follia immaginare che non importi se si creda o meno, che basta vivere, perché senza la fede è impossibile condurre una vita onesta. nel vero senso della parola. Tuttavia, non intendiamo dire che tutte le azioni che non derivino dalla fede soprannaturale siano peccati; questa è una proposizione condannata da Alessandro VIII. E ciò che diciamo delle opere buone, dobbiamo dirlo delle virtù. È impossibile costruire un edificio materiale senza fondamenta, come è impossibile costruire un edificio di virtù e perfezione senza fede. (S. Bonav.) Al contrario, la vera fede dà l’impulso alle buone opere e alle virtù cristiane. La radice non rimane isolata, ma fa crescere i germogli e la fede produce le opere buone. La fede nella ricompensa dà all’uomo la forza di fare il bene. La fede incrollabile nella risurrezione ha rafforzato i fratelli Maccabei e tutti i martiri, la generosità di Tobia e di altri santi. La fede al momento delle tentazioni allontana il peccato (Giuseppe in Egitto). Il faro fa il pilota attenti agli scogli e lo protegge dal naufragio. La fede ci rende consapevoli della morte eterna a cui siamo precipitati a causa del peccato. La fede, dice San Paolo, è uno scudo contro il quale si spengono tutti i dardi infuocati di satana (Ef. VI, 16) e che ci copre, aggiunge San Bonaventura, come lo scudo copre i combattenti. I fedeli assomigliano (S. J. Chrisost.) a un uomo posto su un’alta torre, dove è al sicuro dalla sorpresa e può difendersi meglio. La fede ci difende dalle tentazioni della disperazione; è un capitale di riserva segreto i cui interessi si riscuotono nel momento del bisogno (Goethe). La misura della nostra fede è anche la misura delle grazie che Dio ci concede, come le guarigioni che ha operato Gesù Cristo. Una fede più viva ha ottenuto una guarigione più veloce. Era la fede la prima cosa di cui Cristo si preoccupava, era la fede che lodava quando diceva: la tua fede ti ha salvato. (S. Matth., IX, 22).

6. LA SOLA FEDE NON BASTA PER ESSERE SALVATI; BISOGNA VIVERE SECONDO LA FEDE E PROFESSARLA PUBBLICAMENTE.

La nostra fede deve essere viva, cioè deve produrre opere buone. “Non tutti quelli che mi dicono: “Signore, Signore” entreranno nel regno dei cieli; ma vi entrerà solo chi farà la volontà del Padre mio che è nei cieli” (S. Matth. VII, 21). Chi non ha fatto opere di misericordia sarà condannato da Cristo all’ultimo giudizio” (ibid. XXV, 41). La sua fede somiglia a quella degli spiriti maligni che credono ma fanno il male (S. Giac. II, 19). La fede che non produce opere buone non è, a rigore, una vera fede. La fede è vera solo quando non si contraddice con le opere ciò che si professa con la bocca. (S. Greg. M.). Il corpo senza anima è un cadavere; la fede senza opere è morta. (S. Giac. II, 26.) La fede senza opere è un albero senza frutto (S.. Chrysost.), una vite sterile (S. Cir. Al.), un pozzo senza acqua, una lampada senza olio, una mandorla senza nocciolo, (S. Greg. M.) Assomiglia ad un uomo ricco che non usa il suo capitale e che muore di fame nonostante i suoi soldi (Mons. Zwerger), ad un viaggiatore che vede la sua meta davanti a sé, ma è troppo pigro per avvicinarsene. – Un semplice atto di Battesimo non è quindi sufficiente per essere salvati. – Le opere meritorie per il cielo, perché queste sono le uniche opere buone, possono essere compiute solo da chi ha la carità, cioè la grazia santificante (vedi il capitolo sulla grazia e le opere buone). Ne consegue che solo la fede unita alla carità portano alla salvezza. Così San Paolo diceva: “Se avessi fede da spostare le montagne e non avessi la carità, non sarei nulla (I. Cor. XIII, 2). Il fedele che non ha avuto la carità sarà dunque dannato. – È inoltre necessario che noi professiamo la nostra fede esteriormente: “perché per essere giustificati bisogna credere di cuore e confessare la propria fede con parole per essere salvat” (Rm X, 10). Si perde poco a poco la conoscenza di una lingua trascurando di usarla; e perdiamo la vita della fede non portandola alla luce attraverso la testimonianza pubblica. (Deharbe.) La fede si perde presto senza la pratica (S. Amb.) L’uomo è composto da un corpo e da un’anima, quindi il culto di Dio deve essere non solo interiore ma anche esteriore.

La natura stessa ci spinge a rivelare ciò di cui siamo interiormente convinti. Coloro che non hanno confessato la loro fede sentiranno il giudizio di Dio: ” Vi dico in verità, Io non vi conosco”. (S. Matth. XXV, 12.) Parleremo più avanti in modo più esplicito della professione di fede.

6. I MOTIVI DELLA FEDE.

1. I MOTIVI PRINCIPALI CHE CI INDUCONO A CREDERE SONO LE PROFEZIE ED I MIRACOLI, PERCHÉ ATTRAVERSO DI ESSI OTTENIAMO LA CERTEZZA ASSOLUTA CHE UNA VERITÀ SIA STATA RIVELATA DA DIO.

In ultima analisi, la veridicità divina è il fondamento della fede; perché accettiamo le verità da Lui rivelate, perché sappiamo che non può ingannare né se stesso né noi. Ma nessun uomo ragionevole ammetterà come divina una verità finché non sappia con certezza che Dio l’ha rivelata. Ecco perché i fatti con i quali Dio certifica di aver parlato sono per noi il motivo principale e la condizione assolutamente indispensabile della fede. Gli Apostoli hanno creduto senza esitare alle parole dell’Ultima Cena: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, perché avevano visto con i loro occhi gli innumerevoli miracoli di Gesù Cristo e perché avevano visto realizzarsi molte delle predizioni di Cristo e dei profeti. 3000 Giudei si convertirono alla fede cristiana il giorno di Pentecoste, alla vista del miracolo delle lingue; altri 2000 alla vista mel miracolo sotto il portico del tempio. I pagani accettarono la fede a causa dei miracoli con cui Dio accompagnò la predicazione degli Apostoli. S. Paolo si è convertito solo grazie al miracolo sulla via di Damasco e Costantino dalla croce che brillava nel firmamento. Quanti uomini si convertirono quando, nell’anno 70, videro realizzarsi la profezia di Gesù Cristo sulla rovina di Gerusalemme! Quanti altri quando videro nel 361 il compimento di un’altra profezia nel fallimento della ricostruzione del tempio! – Ci sono ancora altri motivi di credibilità: il grande numero e la costanza dei martiri; la meravigliosa e perpetuità del Cristianesimo, le quattro note della Chiesa. “La Chiesa stessa è un solido e costante motivo di credibilità (Conc. Vatic. III, 3): basta considerare la sua durata e la sua espansione in mezzo alle persecuzioni. I motivi di credibilità non agiscono tutti allo stesso modo su tutti gli uomini. Alcuni sono toccati dalla costanza dei martiri, altri dalla santità di un predicatore; uno da un miracolo, un altro dalle punizioni che i persecutori del Cristianesimo hanno subito. (S. Aug.)

La maggior parte dei miracoli avveniva all’inizio del Cristianesimo, perché allora erano necessari per la diffusione del Cristianesimo.

Dio è come un giardiniere che innaffia le piante quando sono piccole. Finché la Chiesa era piccola, Dio la innaffiava con il dono dei miracoli (S. Gregorio M.).

2. I MIRACOLI SONO DELLE OPERE STRAORDINARIE CHE NON POTEVANO ESSERE PRODOTTE DA ALCUNA FORZA NATURALE, MA CHE SONO STATE REALIZZATE DALL’AZIONE DI UNA POTENZA SUPERIORE.

Ciò che chiamiamo straordinario è ciò che ci riempie di stupore, perché non l’abbiamo ancora visto o sentito, o perché non riusciamo a spiegarlo. Una ferrovia o un battello a vapore stupirebbero chiunque li vedesse per la prima volta. Siamo stupiti dal fonografo che riproduce i discorsi, brani di musica, ecc. con il loro timbro, e che permetterà di ascoltare le voci di uomini illustri, anche dopo secoli. Tuttavia, tutte queste straordinarie invenzioni non sono miracoli, anche se la loro vista ci fa gridare allo stupore. Questi risultati sono ottenuti con mezzi naturali, con le forze della natura. Solo quegli avvenimenti sono miracolosi e non si possono essere ottenuti con le forze della natura. La resurrezione di un uomo morto, per esempio, è un miracolo, qualcosa che di solito non accade, quindi è una cosa straordinaria. In secondo luogo, gli scienziati e gli operatori più illustri non sono in grado di riportare in vita una persona morta con le forze conosciute della natura. È quindi richiesto l’intervento di un agente superiore. – I miracoli sono deviazioni (fenomeni straordinari) dal corso ordinario della natura; sembrano contraddire le leggi ordinarie naturali, ma non è così. Le leggi della natura non vengono soppresse, la loro azione è semplicemente ostacolata dall’intervento di un’altra forza. Se un libro cade e la mia mano lo tiene, la legge di gravità non viene soppressa; qualcosa di simile accade nel miracolo, ma non possiamo vedere la forza che interviene.

Ci sono miracoli veri, che possono essere grandi o semplici, e miracoli apparenti.

I grandi miracoli sono eventi straordinari che, in qualsiasi circostanza non possono essere l’effetto di cause naturali; per esempio, la resurrezione di un morto, l’incorruttibilità e la morbidezza duratura di un cadavere. I miracoli semplici sono eventi straordinari che non potrebbero assolutamente essere prodotti da cause naturali, ma che nelle circostanze date sarebbero stati impossibili, per esempio la guarigione di un malato con una semplice parola, la conoscenza improvvisa di una lingua straniera. – I miracoli apparenti sono le cose straordinarie che il demonio produce con cause naturali, in modo così abile da ingannare i nostri sensi. (Noi crediamo la realtà di qualcosa che in realtà non c’è). I miracoli apparenti sono come i trucchi dei prestigiatori (ingoiare spade, sputare monete d’oro, ecc.). con la differenza che i demoni superano di gran lunga questi prestigiatori in intelligenza ed abilità. Tali sono i miracoli compiuti con l’aiuto del diavolo dai maghi del Faraone che imitavano i miracoli di Mosè (Esodo VII, 11); da Simone il mago (Act. Ap. VIII, 9). Anche l’Anticristo (II. Tessal. II. 8) opererà apparenti miracoli attraverso l’uso di mezzi naturali (S. Th. d’A.). Allo stesso modo si potrebbero spiegare le presunte sparizioni delle vittime sugli altari dei pagani, la presunta metamorfosi di Ifigenia in cervo, ecc.

Dio produce i miracoli reali solo per la sua gloria e soprattutto come prove della verità.

Dio produce miracoli per i seguenti motivi: per provare la missione divina dei suoi inviati e la verità della loro dottrina; per rivelare la verità della loro dottrina.; per rivelare la santità di una persona deceduta; o per rivelare la sua bontà e la sua giustizia. Dio non può permettere che i miracoli sostengano l’errore. –

Tutti i documenti di autorità hanno un sigillo che ne conferma l’autenticità. Anche Dio ha un sigillo con cui conferma l’origine divina di una cosa. Questo sigillo è il miracolo. Esso ha anche il vantaggio di non poter essere contraffatto. (Abel.). Cristo si è spesso appellato ai suoi miracoli per dimostrare la divinità della sua missione (S. Matth., XI, 4-5; S. Giov. X, 37). Un membro del Direttorio, Laréveilière-Lépeaux, dopo molti studi, aveva immaginato una nuova religione, la Teofilantropia, ma non era riuscito a conquistare seguaci. Egli se ne lamentava con Talleyrand, che gli rispose: “Non mi sorprende il vostro fallimento. Vuoi avere successo? Guarisci i malati, risuscita i morti, fatti crocifiggere e risuscita il terzo giorno. Laréveillère se ne andò confuso. In effetti, i messaggeri di Dio hanno l’obbligo di essere accreditati da miracoli. Dio dimostra anche la divinità della vera Chiesa con i miracoli. (vedi sotto). – Dio dichiara anche la santità dei morti con veri e propri miracoli. Così i miracoli si verificano nelle tombe dei Santi (sulla tomba di Eliseo, IV Re, XIII), nei loro corpi (la loro incorruttibilità) e per loro intercessione. – La Chiesa richiede almeno due miracoli dopo la morte per dichiarare una persona Beata; ne richiede di nuovi per la canonizzazione. Nell’Antico Testamento i Santi hanno compiuto più miracoli durante la loro vita e meno dopo la loro morte; l’opposto è vero nel Nuovo Testamento, ecco perché la Chiesa richiede questi miracoli dopo la morte per la canonizzazione (Ben. XIV). – I veri miracoli servono anche a rivelare la bontà e la giustizia di Dio: ad esempio il miracoloso attraversamento del Mar Rosso e del Giordano degli Israeliti, la manna e l’acqua dalla roccia nel deserto; il diluvio, la pioggia di fuoco e dii zolfo su Sodoma, la morte improvvisa di Anania e Zaffira. I miracoli spesso erano punizioni; servivano a strappare gli israeliti dalle mani degli Egiziani, per mantenerli obbedienti nel deserto, a rivelare ai popoli vicini di Israele la gloria del Dio di Israele. Nel Nuovo Testamento non vediamo miracoli come pena, a parte il disseccamento del fico. Dio cerca piuttosto di ispirare amore. I miracoli dell’A.-T. erano più grandiosi, quelli di Cristo lo sono meno, ma hanno un significato più profondo ed intimo Nell’AT, le acque del Giordano si alzano come due muri per far passare gli Ebrei. Nel Nuovo Testamento questo miracolo è correlato al calmarsi della tempesta, meno grandioso, ma che rappresenta con un simbolismo più perfetto la fine delle persecuzioni ed i trionfi della Chiesa; nell’Antico Testamento, Dio nutre il suo popolo nel deserto con la manna, nel N. moltiplica due volte i pani per diverse migliaia di uomini; nell’AT. vediamo la colonna di fuoco abbagliante nel deserto, nel N. è una luce tranquilla che illumina i campi di Betlemme. – Dio non fa mai veri miracoli a favore dell’errore, perché essi sono sempre un segno dell’operazione divina ed una prova della verità. Se il diavolo fosse in grado di compierli, Dio approverebbe l’errore, cosa che ripugna alla sua bontà (S. Th. d’Aq.). Senza dubbio Dio permette ai demoni o agli empi di operare miracoli apparenti; la giustizia di Dio si serve di essi per punire gli increduli (Suarez) e protegge i giusti con la sua grazia, quando fa loro riconoscere l’inganno (S. Th. d’Aq.). Miracoli di origine demoniaca, e quindi miracoli che non durano (guarigioni effimere), che non servono né al corpo né all’anima, che non servono a rafforzare la fede e la morale, che si compiono con cerimonie ridicole e insensate. (S. Th. d’Aq.)

Di solito Dio si serve di una creatura per compiere un miracolo, spesso anche una creatura indegna.

Le creature possono fare miracoli quando Dio dà loro il potere di farlo. (S. Th. d’Aq.) I Santi hanno sempre operato miracoli con il potere (in Nome) di Dio. Solo Cristo li ha operati nel suo Nome. – Il dono dei miracoli è una grazia gratuita e può essere concessa agli indegni per la salvezza delle anime (S. Matth., VII, 25). Anche i pagani e i miscredenti erano in grado di operare miracoli per corroborare la verità. Se nei giudizi di Dio persone innocenti potevano camminare impunemente sui carboni ardenti o portavano l’acqua attraverso i setacci, Dio avrà voluto persuadere gli uomini della realtà della sua Provvidenza. – Il diavolo può fare veri miracoli quando serve come strumento di Dio per castigare gli empi (S. Aug.); è stato solo il diavolo a provocare le piaghe d’Egitto e la miserabile morte di Erode (Act. XII). In questo caso, i miracoli del diavolo stesso servono a difendere la verità. – Ma non dobbiamo mai proclamare un miracolo quando sia possibile una spiegazione naturale. (S. Aug.).

3. SI CHIAMANO PROFEZIE DELLE PREDIZIONI PRECISE DI EVENTI FUTURI CHE SOLO DIO, ESCLUDENDO ALTRE CREATURE, PUÒ CONOSCERE.

Dio a volte predice eventi futuri che dipendono dalla libera volontà degli uomini, che solo Lui può conoscere. Come ad esempio la previsione del rinnegamento di Pietro, da parte di un Apostolo in cui tutto faceva pensare al contrario (S. Marc. XIV, 31); come anche la previsione di eventi che dipendono dal beneplacito di Dio, per esempio la rovina di Gerusalemme ed i segni della fine del mondo. – Si potrebbero chiamare le Profezie miracoli di onniscienza, in contrapposizione ai miracoli di onnipotenza.. Sono davvero miracoli, perché possono avere solo Dio come autore. Infatti, gli eventi futuri che dipendono unicamente dal libero arbitrio dell’uomo sono conosciuti solo da Dio (Isaia, XLI, 23; XLVI, 10), che sonda i misteri di cuori e menti. (Ger. XVI1, 10). Nessuno conosce ciò che è in Dio se non lo Spirito di Dio. (I Cor. II, 11). – Le profezie si distinguono dagli oracoli pagani in quanto questi ultimi erano generalmente equivoci; ad esempio quando l’oracolo dice di Creso: “Se egli attraverserà il fiume di Halys, distruggerà un grande impero”, ma non dice se si riferisce all’impero di Creso o ad un altro. – Non c’è carattere profetico nelle previsioni del tempo da parte dei meteorologi, le previsioni delle eclissi da parte degli astronomi, l’annuncio dell’imminente guarigione o della morte di un malato da parte di un medico, la previsione di una guerra da parte degli uomini di Stato, ecc. perché sono previsioni di eventi che possono essere previsti da cause preesistenti.

Dio fa pubblicare le sue profezie, in generale, solo dai suoi inviati da Lui o con lo scopo di promuovere la fede o per migliorare gli uomini.

I profeti feceto molte predizioni sul Messia, per far sì che le persone aspettarsero il Salvatore tra gli uomini che vivevano prima della sua venuta e per convincere le epoche successive della verità del Cristianesimo. La previsione del diluvio da parte di Noè aveva lo scopo di convertire gli uomini corrotti. – Di norma, il ruolo di profeta è affidato solo a coloro che sono inviati da Dio; è per eccezione che Dio annuncia il futuro attraverso uomini viziosi e miscredenti e li usa come strumenti per il bene. – Dio annunciò la sua rovina a Baldassarre con l’apparizione della mano che scriveva sul muro (Dan. IV). Balaam annunciò la venuta del Salvatore ai Moabiti e al loro re con la famosa profezia profezia: “Una stella uscirà da Giuda” (Numeri V). Ma di solito Dio concede il dono della profezia solo alle anime scelte (Ben. XIV). Queste conoscono il futuro attraverso un’ispirazione interiore, attraverso una visione (apparizione) o attraverso gli Angeli. Così, durante la cattività babilonese, l’Arcangelo Gabriele annunciò a Daniele le 70 settimane (Dan. IX) dopo le quali sarebbe venuto il Messia. Il dono di profezia si riferisce solo a casi particolari; nessun profeta possiede la capacità permanente di predire il futuro. Solo Gesù Cristo la possedeva. Il profeta più ispirato non può rispondere a tutte le domande (IV. Re IV, 27); Samuele non riconobbe il re designato da Dio finché non gli fu portato Davide (I Re XVI, la).

Le profezie sono quindi generalmente una prova della missione divina del profeta.

Per accreditare qualcuno come inviato da Dio, le profezie devono realizzarsi (Deut. XVIII, 12); che non siano contrarie alla dottrina rivelata (Deut. XIII, 2) o alla santità di Dio. Devono essere edificanti, utili salutari. (1. Cor. XIV, 3) e annunciate con calma e modestia: è la caratteristica dei falsi profeti agitarsi come uomini furiosi (S. Giovanni Chr.).

7. ASSENZA E PERDITA DELLA FEDE CRISTIANA.

La fede cristiana è la via del cielo. Tutto questo non si trova in coloro che camminano in una falsa fede.

I. La fede cristiana non si trova:

1. negli eretici,

2. negli infedeli.

1. Gli eretici sono coloro che rifiutano ostinatamente questa o quella verità rivelata.

Coloro che allontanano gli altri dalla vera fede sono chiamati eresiarchi. Gli eresiarchi sono le tarme che rosicchiano la preziosa veste di Cristo, la Chiesa, (S. Greg. M.). È quasi sempre l’amor proprio ferito a far nascere gli eresiarchi.

(S. Ireneo.) I principali eretici furono Ario, sacerdote di Alessandria, che negava la divinità di Cristo e contro il quale fu convocato il Concilio di Nicea (325); Macedonio, Vescovo di Costantinopoli, che negava la divinità dello Spirito Santo, poi definita dal Concilio di Costantinopoli (381); Giovanni Huss, sacerdote di Praga, che falsificò la dottrina sulla Chiesa (Concilio di Costanza, 1414); Martin Lutero, monaco di Wittemberg, che attaccò principalmente l’istituzione divina del Papato e il Magistero della Chiesa (Concilio di Trento, 1545-63). Enrico V III d’Inghilterra (morto nel 1547) introdusse l’eresia anglicana in Inghilterra (Concilio di Trento, 1545-63), (l’Irlanda resistette) e perseguitò crudelmente i Cattolici per odio verso il Papa che rifiutava di sciogliere il suo matrimonio. Dôllinger, ex professore e prevosto del capitolo di Monaco, famoso per numerose opere di alto valore scientifico, era amareggiato per non essere stato invitato come teologo ai ai lavori preparatori del Concilio Vaticano (1870) e, anche dopo il Concilio, fu scomunicato e morì impenitente (1890). Dôllinger è il principale autore del Vetero Cattolicesimo. Gli eresiarchi erano, ahimè! come possiamo vedere, quasi sempre sacerdoti! Coloro che diffondono false dottrine sono come i falsari che fabbricano denaro falso e lo mettono in circolazione. Sono assassini che allontanano i viaggiatori dalla fede, dalla via della salvezza, verso i sentieri che portano alla morte eterna. (Mons. Zwerger). Il Cristo ci mette in guardia contro di loro: “Guardatevi, dice, dai falsi profeti che si presentano a voi in veste di pecore (cioè che vi lusingano con belle parole) e che in realtà sono lupi rapaci (pieni di malizia). È dalla loro condotta che li riconoscerete. (S. Matth. VII, 15)”. Che sciocchezze vennero pronunciate da Lutero! Di quanti insulti è autore! Solo questo è una prova della mancanza di missione divina. Lo stesso vale per altri cosiddetti riformatori. Per loro non si tratta mai della purezza della fede, ma della soddisfazione delle passioni più basse: l’orgoglio o la sensualità. Le dottrine religiose sono il pretesto dietro il quale perseguono il loro obiettivo peccaminoso. Cercano sempre di sfruttare il lato debole dell’umanità: Lutero consegna le proprietà della Chiesa ai principi, e libera i Sacerdoti dal giogo della castità, e così via. Sono ciò che fu il serpente perEva. – Tra gli eretici ci sono gli scismatici, (i separati), che a rigore rifiutano non solo di riconoscere il capo della Chiesa, ma che cadono sempre nell’eresia. Gli scismatici sono, ad esempio i Greci non uniti, che nel 1053 si staccarono da Roma su istigazione dell’ambizioso patriarca Michele Cerulario; 2° i Russi, che si sono separati dalla Chiesa greca nel 1587 e che dal 1721 sono stati governati spiritualmente dallo zar. La Chiesa ha sempre considerato l’eresia come uno dei più grandi crimini. E se un Angelo dal cielo”, diceva S. Paolo, vi annunciasse un Vangelo diverso dal nostro sia anatema (Gal. I, 8), a cui San Girolamo aggiunge che tra tutte le empietà l’eresia è la più grande. Gli eretici sono esclusi dalla Chiesa, ed è un castigo da cui il Papa solo o chi per lui ne ha ricevuto potere può assolvere (Pio IX, 12 ottobre 1869).

Colui che per scusabile ignoranza vive nell’errore non è eretico davanti a Dio.

Chi, per esempio, è stato educato nel protestantesimo e non ha mai avuto la possibilità di essere istruito seriamente nella Religione cattolica è eretico solo di nome, perché non c’è un’adesione ostinata all’errore. Se è disposto a credere Se è disposto a credere a tutto ciò che Dio ha rivelato, è ortodosso (S. Aug.). Egli non è più eretico di un ladro che in buona fede trattiene la proprietà altrui.

2. Gli increduli sono coloro che vogliono credere solo a ciò che percepiscono con i sensi o che possono capire con la ragione.

Tommaso era un incredulo; non voleva credere nella risurrezione finché non avesse messo le dita nelle ferite delle mani e la sua mano nel costato di Cristo. (S. Giovanni XX, 25). Molti uomini sono come lui: vogliono credere solo a ciò che vedono, toccano e sentono.; rifiutano tutto il resto. Il non credente, dice S. Giov. Cris, è un campo sabbioso che non produce nulla, nonostante la pioggia che riceve. Il miscredente offende il suo Dio, come un suddito offenderebbe un sovrano che si rifiuta di riconoscerlo, pur sapendo che è il re legittimo. (Lehmkuhl). E d’altra parte quante cose il non credente è obbligato a credere per non credere! (Clêm. Hofbauer). L’incredulità ha molto spesso la sua origine nell’immoralità. – Il sole si riflette nell’acqua limpida e calma, ma non nell’acqua fangosa. È così anche per l’uomo: se è di buoni costumi, arriverà facilmente alla fede, ma l’uomo sensuale non percepisce ciò che è dello Spirito di Dio. (I Cor. II, 14). Uno specchio appannato rifletterà male o non rifletterà affatto. L’anima è uno specchio (S. Massimo) che deve essere sensibile alla luce divina e non è in grado di riflettere le verità della fede, quando è appannata dal vizio.

H. La fede cristiana si perde facilmente:

1° quando si è indifferenti alla fede;

2° quando si dubita volontariamente delle verità della fede;

3° quando si leggono libri o giornali ostili alla religione;

4° quando si aderisce ad associazioni antireligiose o si contrae matrimonio misto.

I. Se, per colpevole indifferenza, si cessa di interessarsi alla fede, si diventa incredulo, così come una pianta muore per mancanza di acqua o una lampada si spegne per mancanza di olio. Oh, che sfortuna gli uomini indifferenti alla religione che vivono di giorno in giorno senza Dio, che non pregano mai, che non ascoltano mai un sermone, non leggono mai un libro religioso e si preoccupano solo delle cose temporali! Questi sono gli invitati del Vangelo che rifiutano di andare al banchetto celeste, uno a causa dei suoi buoi, un altro a causa della sua fattoria, il terzo a causa del suo matrimonio. (S. Luc. XIV, 16) Curiosa cosa: queste persone si considerano illuminate e gettano uno sguardo di pietà e disprezzo su coloro che adempiono coscienziosamente ai loro doveri religiosi. Ma sono proprio loro che mancano di cultura e di scienza allo stesso tempo, perché non hanno intelligenza per i beni più preziosi della vita e sono ignoranti nelle questioni più importanti. Molto spesso questi uomini non conducono una vita irreprensibile. Una vite non curata è presto invasa da siepi e rovi, e l’anima che non viene coltivata dall’istruzione religiosa, a poco a poco adotta i costumi di un rozzo campagnolo. (S. Luigi de Grign.). Il corpo ha bisogno di nutrimento o morirà di fame; c’è anche un cibo per l’anima, senza il quale essa muore, e questo cibo è il Vangelo. (S. Aug.) Nella sua conversazione con la Samaritana, Gesù Cristo chiama la sua dottrina “acqua che disseta per sempre l’anima umana” (S. Giovanni IV, 48); nella sinagoga di Cafarnao disse di sé: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà mai fame” (S. Giovanni VI, 35). Questo significa morire già qui sulla terra, non curarsi di questo cibo spirituale, di questo pane della vita.

2. Il dubbio deliberato sulle verità di fede porta gradualmente alla perdita della fede. Questi dubbi vengono dal diavolo. Un edificio cade necessariamente se le sue fondamenta sono minate. Ne sono un esempio le città costruite sui bacini carboniferi. Allo stesso modo, la fede si sgretola quando è scossa dal dubbio. Chi dubita delle verità rivelate dispiace a Dio, perché gli nega fiducia. Mosè dubitò della promessa di Dio di dare l’acqua al popolo che mormorava e fu punito con l’esclusione dalla terra promessa (Numeri, XX.); Zaccaria dubitava dell’adempimento della promessa dell’Angelo sulla nascita di San Giovanni Battista: per la sua punizione divenne muto (S. Luc. I.) I dubbi involontari non lo sono. Per non soffermarci su di essi; devono essere combattuti subito con la preghiera: in mezzo alle tenebre del dubbio, essa ci ottiene la grazia della luce. Non è un peccato nemmeno studiare più da vicino i punti sui quali è sorto il dubbio, al fine di rafforzare la nostra fede; anzi, è un atto di prudenza e di saggezza (Marie Lat.). Non dobbiamo però cercare una spiegazione dei misteri; un eccesso di curiosità farebbe perdere la fede, come uno sguardo prolungato al sole farebbe perdere la vista.

3. Si perde la fede anche leggendo libri irreligiosi. Jean Hus, il sacerdote di Praga, che fu bruciato a Costanza nel 1415, aveva letto le opere dell’eresiarca inglese Wicleff; fu per questo che egli stesso divenne un famoso eresiarca e il flagello della Boemia. Fu soprattutto grazie alla lettura degli scritti di Lutero che Zwinglio, predicatore della cattedrale di Zurigo (f 1531), e Calvino di Ginevra (t 1564) caddero nell’eresia. La storia ci racconta anche che l’apostasia dell’imperatore Giuliano non ebbe altra causa che la lettura a Nicomedia delle opere del pagano Libanio. I libri moderni più pericolosi, e purtroppo anche i più diffusi, sono quelli dell’empio Rousseau (f 1778), di Voltaire (f 1778) e di altri filosofi rivoluzionari, più recentemente, quelli di Renan (f 1892) e Zola. Come madre, la Chiesa li indicava ai suoi figli e vietava loro di leggerli, così come lo Stato non concede libertà assoluta di leggere. A questo scopo, nel 1571, ha istituito una congregazione speciale per la censura dei libri, la congregazione dell’Indice, che condanna i libri pericolosi per la fede e la morale in nome della Santa Sede. – Anche la lettura regolare di giornali irreligiosi fa perdere la fede, come ha dimostrato l’esperienza. Per fare più rumore, certi giornali si specializzano nel disprezzare i dogmi, le istituzioni della Chiesa ed i suoi ministri. Questo tipo di lettura mina la fede. Non si dica: il lettore giudicherà da sé. È il caso di applicare il proverbio secondo cui la goccia d’acqua scava la roccia: l’incredulità o l’indifferenza si impadroniscono della mente. Il cibo malsano distrugge a lungo andare la salute corporea più solida; è impossibile che la lettura frequente non produca lo stesso effetto sull’anima. Mettiti nel fuoco dice Isidoro, e anche se siete fatti di ferro, alla fine vi scioglierete. – Di tutte le associazioni antireligiose, la più pericolosa è la Massoneria. Lo scopo principale della Massoneria è quello di minare e distruggere, segretamente o in parte pubblicamente, qualsiasi autorità ecclesiastica o civile e di instaurare la fondazione di una repubblica cosmopolita. La Massoneria fu fondata intorno al 1717 da alcuni liberi pensatori dell’alta società inglese. Poiché assunsero come istituzione i responsabili delle officine architettoniche delle cattedrali del Medioevo, si chiamarono massoni. Chi viene accettato in questa società, partecipa alle sue riunioni o semplicemente le favorisce, è ipso facto scomunicato, cioè cessa di partecipare alle preghiere della Chiesa ed è escluso dai Sacramenti. Il Papa si è riservato l’assoluzione da questa pena, tranne che in articulo mortis. (Clem. XII. 1738; Ben. XIV, 1751; Pio VII, 1821; Leone XII, 1825; Leone XIII, 20 aprile 1884). L’obiettivo finale della Massoneria è conosciuto in generale dai gradi più alti, gli altri pagano soltanto: è come nell’esercito dove i soldati marciano senza sapere nulla del piano del generale. – Nel capitolo sul matrimonio parleremo dei disordini dei matrimoni misti.

Tutti coloro che, per propria colpa, muoiono senza la fede cristiana vanno dannati.

L’infedele, il pagano, è già infelice qui; S. Luc. (I, 79) dice di loro che si trovano nelle tenebre e nelle ombre della morte; prendono le verità della religione per favole (Clém. Hofbauer). Cristo dice espressamente: “Chi crede sarà salvato, chi non crederà sarà condannato (S. Marco XVI, 16); e aggiunge anche: “chi non crede è già giudicato” (S. Giovanni III, 18), e San Paolo (Tt. III, 1) dice che un eretico pronuncia la propria condanna. Pregate dunque ogni giorno, Cristiani, ad imitazione dei Santi per la conversione dei non credenti e degli eretici! B. Clem. Hofbauer (nato a Vienna nel 1820) diceva: “Se solo potessi convertire tutti i miscredenti e gli eretici, li porterei in Chiesa sulle mie braccia e sulle mie spalle” .

8. LA PROFESSIONE DI FEDE ESTERNA.

1. Dio ci chiede di professare la nostra fede esternamente: fate splendere la vostra luce davanti agli uomini, dice Cristo, perché vedano le vostre opere buone e benedicano il Padre vostro che è nei cieli”. (S. Matth. V, 16).

Dobbiamo quindi far sapere agli altri, con le nostre parole e le nostre azioni, che siamo Cristiani e Cattolici e che teniamo alla nostra Religione per intima convinzione.. Secondo Cristo, dobbiamo essere per il mondo quello che una torcia è in un appartamento. Con la professione pubblica della nostra fede, dobbiamo contribuire alla diffusione della conoscenza di Dio tra i nostri simili e all’osservanza più esatta dei comandamenti divini. Un cavallo, anche se debole, si imbizzarrisce quando vede altri cavalli che corrono e quindi i nostri simili ci imiteranno quando vedranno le nostre opere buone. Noi stessi rafforziamo la nostra fede confessandola davanti agli altri. È l’esercizio che fa il maestro. – Molti uomini, ahimè, sono vigliacchi. Per non essere presi in giro da uno dei loro compagni o da un giornale cattivo, di soffrire nella loro carriera, di perdere clienti, ecc. non osano confessare con coraggio la propria fede o opporsi ai suoi nemici; è simile ad un bambino incaricato di una commissione dai genitori che torna senza averla eseguita, perché non ha osato passare davanti ad un cane che abbaia. Gli uomini ci chiamano ipocriti, deboli di mente, sciocchi, fanatici, e così ci lasciamo allontanare dai nostri buoni propositi e dalla via della salvezza. (S. Vinc. Ferr.). Noi siamo come delle lepri tremante, che uno spaventapasseri fatto di vecchi stracci impedisce di pascolare. Eppure sono i nostri insultatori che saranno svergognati nel giorno del giudizio. (Sap. V, 1). Chi non osa difendere l’onore di Dio, è un cane muto che non sa abbaiare. (Is. VI, 10). – Un bell’esempio di professione di fede ci viene dato dai tre giovani nella fornace, che si rifiutarono di nella fornace, che si rifiutarono di adorare la statua di Nabucodonosor (Dan. il.); dal santo vecchio Eleazar, che rifiutò le carni proibite, nonostante le minacce di morte. (2 Macch. VI.) S. Maurizio e la legione tebana (martirizzata presso il lago di Ginevra, 286) si dichiararono Cristiani davanti all’imperatore e rifiutarono di offrire prima della battaglia i sacrifici da lui prescritti. Per la vergogna di tanti Cattolici, i seguaci delle false religioni, ad esempio i maomettani, non esitano a professare il loro culto. È soprattutto nelle processioni che la Chiesa ci dà l’opportunità di professare pubblicamente la nostra Religione.

La professione pubblica della fede, tuttavia, non è richiesta solo quando comporterebbe il disprezzo per la Religione o lo scandalo del prossimo.

Per salvarsi l’anima, non è necessario professare la propria fede sempre e ovunque, è necessario solo se, trascurandola, si toglie l’onore a Dio e al nostro prossimo la edificazione che è dovuta loro. (S. Tom. d’Aq.) – Non dobbiamo quindi rispondere alle domande indiscrete dei non credenti; possiamo farli tacere con una parola o andarcene. In un albergo, un viaggiatore che aveva chiesto un un misero pasto fu ironicamente interrogato sulla sua religione dall’albergatore: “Signore! Signore”, rispose, “si preoccupi del mio stomaco vuoto, non della mia fede. Ma se se siamo interrogati da un’autorità competente, siamo obbligati a rispondere, come Cristo davanti a Caifa, anche sotto minaccia di morte. In questo caso basterebbe attenersi al precetto di Gesù Cristo: “Non temete coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima.”(S. Matth. X, 28.) Fare ciò significa incorrere nell’ira di Dio, dice S. Matth. X, 28. È attirare l’ira di Dio, dice S. Agostino, temere gli uomini più di Dio. – Né è consigliabile iniziare discussioni religiose con i non credenti. Queste dispute diceva San Pietro Canisio, riscaldano gli animi ed aumentano il dissenso. Quando si è costretti a farlo, lo si deve fare con grande modestia (Salviano). La gente comune ha spesso discussioni simili nelle locande; è una cosa da evitare.

2. IL CRISTO PROMETTE UNA RICOMPENSA ETERNA A CHI PROFESSI CON CORAGGIO LA SUA FEDE DAVANTI AGLI UOMINI:

“Chi mi confesserà davanti agli uomini, anch’io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli”. (S. Matth. X, 32).

S. Pietro professò coraggiosamente la divinità di Cristo davanti agli altri Apostoli. Gesù Cristo lo chiamò beato e lo nominò capo degli Apostoli. (S. Matth. XVI, 18). Egli esalterà allo stesso modo coloro che lo confessano senza rispetto umano. I tre giovani di Babilonia che confessarono il vero Dio davanti al re e a tutto il popolo furono miracolosamente salvati ed elevati a grandi onori (Dan. III). Rodolfo d’Asburgo che un giorno, andando a caccia, si imbatté in un Sacerdote che portava il viatico e rese omaggio al Santissimo Sacramento. Poco dopo fu eletto re di Germania alla Dieta di Francoforte (1273).

Una ricompensa molto alta in cielo è destinata a chi è perseguitato per la sua fede e a chi sacrifica la sua vita per essa.

Beati voi”, dice Gesù Cristo, “quando gli uomini vi malediranno, vi perseguiteranno e diranno falsamente ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Allora rallegratevi ed esultate, perché una grande ricompensa è in serbo per voi in cielo” (Matteo V, 12). Colui che ha subito grandi prove per la sua fede è chiamato Confessore. – Colui che muore per la sua fede, è chiamato Martire. Il martire si fa infallibilmente Santo, perché Gesù Cristo ha detto: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. (S. Math. X, 39). I martiri sono morti con tanta gioia e letizia. Sant’Andrea abbracciava la sua croce, S. Ignazio di Antiochia si presentò davanti a Traiano! Noi facciamo ingiura a un martire se abbiamo pregato per lui (Innoc. III). I martiri possiedono il più alto grado di carità, perché disprezzano tutti i beni terreni, ed il più preziosa prezioso, la vita. Questa vittoria vale per loro la rappresentazione di.una palma. Tuttavia, non è lecito cercare deliberatamente la persecuzione ed il martirio. Alcuni lo hanno fatto – per esempio quelli che hanno denunciato se stessi, che hanno rovesciato gli idoli ed hanno ceduto alla prova; questi presuntuosi non sono mai stati onorati dalla Chiesa come martiri, perché non è mai permesso incitare qualcuno all’ingiustizia. (S. Thom. d’Aq.) Gesù Cristo ci permette persino di fuggire dalla persecuzione. (S. Matth. X, 23); Egli stesso fuggì, così come gli Apostoli e alcuni Vescovi, come S. San Cipriano e Sant’Atanasio. Solo i pastori sono obbligati a rimanere quando la salvezza del loro gregge rende necessaria la loro presenza. (S. Thom. d’Aq.) Il mercenario lo fa quando arriva il lupo, ma non il buon pastore. (S. Giovanni X, 12.) I pastori possono fuggire solo quando la loro presenza non sarebbe utile o ecciterebbe ancora di più i persecutori. La morte per eresia non è martirio, perché manca la carità senza la quale il martirio stesso è senza merito (1. Cor. XIII, 3). Hus di Praga, che preferiva essere bruciato vivo (1415) piuttosto che rinunciare alla sua eresia, non è quindi un martire. Ma siamo martiri quando siamo feriti a causa della fede e si muore per la ferita; quando, per la propria fede si è condannati alla prigionia perpetua, all’esilio; quando uno viene ucciso per un’altra virtù cristiana, ad esempio San Giovanni Battista, San Giovanni Nepomuceno, perché, dice San Tommaso la virtù cristiana è una certa professione di fede. Il numero dei martiri è stimato in 16.000.000.. – Non è cristiano, dice San Cipriano, chi teme di morire per la propria fede.

3. CHI SI VERGOGNA DELLA PROPRIA FEDE PER PAURA O PER RISPETTO UMANO LA RINNEGHI FORMALMENTE,

si espone alle minacce di Gesù Cristo: “Chiunque rinuncia a mi rinneghi davanti agli uomini, Io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. (S. Matth. X, 33) “Se qualcuno si vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo arrossirà anche di lui quando verrà nella sua gloria.(S. Luca, IX, 26.).

Chi arrossisce della propria fede imita Pietro che rinnegò Gesù Cristo (S. Matth. XXVI, 69.) Molti Cristiani fecero lo stesso durante le persecuzioni e sacrificarono agli idoli. Oggi molti uomini si vergognano di fare il segno della croce in Chiesa, di ricevere i Sacramenti, di adorare l’Eucaristia quando incontrano un Sacerdote che porta il viatico, ecc. Altri peccano partecipando agli esercizi religiosi dei dissidenti, quando, ad esempio, contraggono un matrimonio misto davanti a un ministro protestante; quando fanno da padrini e madrine. a dei protestanti, quando vanno con loro a ricevere la Cena del Signore, ecc. (Non è un peccato contro la fede assistere a cerimonie religiose per pura curiosità, o assistere ai loro matrimoni o ai loro funerali. Vergognarsi della propria fede significa anche rendersi disprezzabili agli occhi dei propri simili, perché i vigliacchi non sono rispettati. Costanzo, padre di Costantino il Grande, licenziò dal suo servizio i suoi servi Cristiani ai quali aveva ordinato di sacrificare agli idoli e che gli avevano obbedito (Mehler I, 45.)! – I rinnegati formali sono ancora più disgraziati. Il saggio re Salomone rinnegò il vero Dio e divenne un idolatra per amore delle sue mogli pagane. Giuliano l’Apostata (f 363) rinnegò il Cristianesimo e ne divenne il peggior nemico, come si può vedere dal suo tentativo di ricostruire il tempio di Gerusalemme e dalla blasfemia che pronunciò quando esclamò: Hai vinto, Galileo! Non è raro che i Cattolici passino al protestantesimo o all’Ebraismo, oppure si definiscono liberi pensatori, cioè non appartenenti a nessun culto particolare. In genere, lo fanno per motivi puramente umani, ad esempio per un matrimonio o per esprimere il loro odio verso un Sacerdote. I viziosi rinnegano la loro fede. Non si pensi”, dice San Cipriano, “che i buoni abbandonino la Chiesa. Il vento non porta via il buon grano, ma la pula”. Il vento non sradica gli alberi sani, ma quelli marci. Chi fa apostasia commette un peccato mortale, perché crocifigge di nuovo il Figlio di Dio. Il Papa si è riservato l’assoluzione per questo peccato: il Vescovo può assolvere solo per sua delega (Decreto di Pio IX. 12 ottobre 1869). Ora, chi non ha la Chiesa per madre, non può avere Dio per padre. (S. Cipriano). Non c’è quindi nessuna prova che un Cattolico non debba superare per mantenere la sua fede, deve essere fortemente radicato chi sfida tutte le tempeste, il soldato che anche in guerra non abbandona il suo posto.

9. IL SEGNO DELLA CROCE.

Il Cattolico professa la sua fede soprattutto con il sacro segno della croce.

Il segno della croce è per il Cristiano ciò che l’uniforme è per il soldato o il funzionario pubblico; con esso professa di accettare la dottrina del Salvatore crocifisso. Il segno della croce è per gli ebrei e i pagani oggetto di odio e di disprezzo (I. Cor. I, 23); anche i protestanti rifiutano il segno della croce. È il segno proprio dei Cattolici, e poiché è di origine antichissima e si trova in tutta la Chiesa, è ragionevole pensare che il segno della croce sia in tutta la Chiesa, è ragionevole supporre che sia di origine apostolica. – Ci sono due modi di fare il segno della croce. Il primo è tracciare piccole croci sul viso, sulla fronte, la bocca e sul petto con il pollice della mano destra, tenendo la mano sinistra un po’ sotto il petto. Allo stesso tempo, si dice: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo Così sia”. Con ciò noi ci impegniamo a credere, a professare, a seguire la dottrina del Crocifisso. Noi chiediamo che la grazia di Dio illumini la nostra comprensione attraverso la potenza della croce, che nelle tentazioni del rispetto umano possa aprire le nostre labbra per professare la fede e che muova i nostri cuori e le nostre volontà a osservare i comandamenti; noi consacriamo i nostri pensieri a Dio Padre, autore di tutte le cose (segnando la fronte); al Figlio, Verbo che procede dal Padre, le nostre parole (segno sulla bocca); allo Spirito Santo, lo Spirito di carità, tutte le aspirazioni del nostro cuore (segno sul cuore, la sede dell’amore). Questo è chiamato il piccolo segno della croce. (In alcune zone della Germania è chiamato anche segno tedesco, perché è più popolare tra la gente rispetto al segno di croce grande). – Il segno di croce grande, o segno latino, si usa durante la Messa e ci ricorda la nostra unione con la Chiesa attraverso la Croce di Pietro e ci ricorda la nostra unione con la Chiesa romana. Si esegue portando la mano destra sulla fronte, al petto, alla spalla sinistra, poi a destra, tenendo la mano sinistra sul petto. (Si va da sinistra a destra perché Cristo, con la sua redenzione, ci ha posto sul lato destro. Nei Paesi di lingua romana e slava, questo segno è usato anche dai laici. L’importante è non fare mai il segno della croce in modo troppo frettoloso e pensare  di farlo davanti alla maestà dell’Altissimo.

1. FACENDO IL SEGNO DELLA CROCE PROFESSIAMO I DUE MISTERI PRINCIPALI DELLA RELIGIONE: LA TRINITÀ E L’INCARNAZIONE DEL REDENTORE.

Il singolare “nel nome” indica l’unità di Dio; le altre parole le tre Persone divine.

Nel Nome” significa: Per missione di Dio, per la potenza di Dio, con l’aiuto di Dio, alla gloria di Dio.

La croce singola che facciamo sulla fronte, sul petto e sulle spalle simboleggia l’unità di Dio; la triplice croce simboleggia le tre Persone della SS. Trinità.

La forma della croce ci ricorda che il Figlio di Dio fattosi uomo ci ha salvato sulla croce.

Il segno della croce è quindi come un riassunto della Religione cristiana.

Il corpo umano ha la forma di una croce; le linee della figura formano una croce, così come l’uccello che vola, il pesce che nuota, la bella costellazione di questo nome nel cielo meridionale, certi alberi, certi fiori, ecc. ecc.. L’apparizione di una croce nel cielo annuncerà l’arrivo del Giudice al giudizio finale (S. Matth. XXIV, 30). La Chiesa cattolica onora molto il segno della croce. È spesso usato nella Santa Messa e nell’amministrazione dei Sacramenti e delle benedizioni; essa pone la croce su campanili, altari, stendardi e casule, ed è piantata sulle tombe. Molte chiese sono costruite a forma di croce.

2. ATTRAVERSO IL SEGNO DELLA CROCE OTTENIAMO LA BENEDIZIONE DI DIO.

Attraverso il segno della croce noi soprattutto, siamo protetti dal diavolo e da una moltitudine di mali spirituali e temporali.

Il segno della croce non è quindi una cerimonia vana, ma una benedizione di se stessi (un appello a Dio per ottenere aiuto), ed ogni benedizione divina consiste nell’allontanare i mali e procurare il bene. – Il segno della croce mette in fuga il diavolo con le sue tentazioni. Come un cane teme e fugge dal bastone con cui è stato picchiato, così il demonio è terrorizzato e messo in fuga dalla croce, che gli ricorda la sua sconfitta (S. Cyr.) – Si narra che un cervo portasse con sé un piccolo cartello con questa iscrizione in lettere d’oro:

Non toccarmi, sono l’imperatore. Nessun cacciatore osò mai sparargli. Come facciamo il segno della croce, facciamo il segno: Io sono il Salvatore, ed il demonio non potrà raggiungerci. Sul campo, è vietato sparare a coloro – cappellani e medici – che indossano la fascia bianca con la croce rossa; allo stesso modo, al diavolo è vietato fare del male a chi si firma con la croce. – Il segno della croce è stato modellato sul segno tracciato sugli stipiti delle porte, davanti al quale l’Angelo sterminatore dell’Egitto passò senza colpire (S. J. Dam.). Gesù Cristo fu rappresentato (S. Giovanni III, 14) dal serpente di rame (Numeri XXI) innalzato da Mosè nel deserto e che guariva con il suo stesso aspetto le ferite provocate dai serpenti di fuoco; il segno della croce, che rappresenta anche la croce di Gesù Cristo, ci protegge dalle insidie del serpente infernale. Finché Mosè pregava con le braccia tese a guisa di croce, i Chananiti venivano messi in fuga. (Esodo XVII, 12). – Nel 312 Costantino e tutto il suo esercito videro una croce luminosa nel cielo con queste parole: “In hoc signo tnnces“, mise la croce su uno stendardo e fu vittorioso. (Questa è l’origine dei nostri stendardi). Queste parole si applicano anche al segno della croce che facciamo su noi stessi. Il solo ricordo della croce di Gesù Cristo mette in fuga i nostri nemici invisibili e ci rafforza contro i loro attacchi (Sant’Agostino); E così molti Santi, per scacciare i pensieri cattivi, erano soliti segnarsi subito. I primi Cristiani la usavano spesso per abbattere gli idoli. All’epoca dell’invenzione della santa croce da parte dell’imperatrice Sant’Elena, madre di Costantino il Grande, i malati venivano guariti semplicemente toccando il legno sacro (325). Che potere miracoloso! La croce guarisce dalle malattie del corpo ed il segno della croce non è meno potente. Che sollievo hanno ricevuto da Dio alcuni malati quando si segnarono spesso e devotamente. La storia registra che molti martiri si sono segnati prima dei loro supplizi e ne sono usciti sani e salvi.. Di San Giovanni Evangelista si dice che un giorno si fece il segno della croce su una coppa avvelenata e la bevve senza subire alcun danno. La stessa cosa deve essere accaduta a Francesco Saverio, l’Apostolo dell’India. I profeti dell’Antico Testamento avevano già annunciato questa virtù del segno della croce. Una visione mostrò a Ezechiele che in una punizione riservata a Gerusalemme, la morte avrebbe risparmiato coloro che un Angelo aveva prima segnato sulla fronte con la lettera Thau a forma di croce (Ezechiele IX, 4).

Il segno della croce deve essere fatto spesso, soprattutto a letto, prima e dopo le preghiere, prima e dopo i pasti, prima e dopo essere usciti di casa, al momento delle tentazioni e prima di tutte le azioni principali.

Fatevi il segno della croce al vostro risveglio. Così facendo, vi assicurerete la benedizione di Dio per l’intera giornata. Fatelo anche la sera, per allontanare i pensieri cattivi. Prima della preghiera, per scacciare le distrazioni; prima delle grandi imprese, per avere successo, ecc.. Adottando questa abitudine, adempiremo sicuramente al comando dell’Apostolo: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi cosa, fate tutto a gloria di Dio” (I. Cor. X, 31). Già i primi Cristiani avevano l’abitudine di segnarsi, secondo Tertulliano (f 240) che dice: “Prima e durante le nostre occupazioni, quando usciamo, quando rientriamo, quando ci vestiamo, prima di dormire, in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte con la croce. – Facciamo il segno della croce in particolare nella Santa Messa: all’inizio, al Vangelo, alla fine della Messa e alla fine della Messa. Facciamo il segno della croce soprattutto nella Messa: all’inizio, al Vangelo, all’Elevazione, alla Comunione e alla benedizione del Sacerdote. Pio IX (28 luglio 1863) assegnò 50 giorni di indulgenza ad ogni segno di croce. Santa Editrice (+ 984), principessa reale d’Inghilterra, si segnava molto spesso: 13 anni dopo la sua morte il suo pollice fu trovato ancora perfettamente conservato. (Mehlex I, 179).

È molto salutare usare l’acqua santa quando si fa il segno della croce. Quest’acqua ha una virtù particolare contro gli assalti del demonio, grazie alla preghiera della Chiesa per benedire l’acqua.

L’uso dell’acqua santa vale ogni volta 100 giorni di indulgenza. (Pio IX, 23 marzo 1866). Si possono trovare acquasantiere in appartamenti e nelle chiese; ma in molti appartamenti l’acquasantiere ahimè sono vuote di acqua santa e piene di polvere.

Siete degli sciocchi; se vi vergognate di farvi il segno della croce, Cristo a sua volta si vergognerà di voi: il diavolo, dice sant’Ignazio di Antiochia, si rallegra se rinnegate la croce, che è la sua rovina e il segno della vittoria sul suo potere.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (12)

Capitolo quinto

SUL CAMPO DI BATTAGLIA

La legge cristiana dell’Amore, la quale si assomma nella virtù praticata nella vita, è un ideale che non basta sognareo salutare con tenere lacrimucce invocatrici, ma, come abbiamo constatato, bisogna realizzarlo in mezzo a difficoltà, a combattimenti, talvolta purtroppo a sconfitte. « Il mondo, il demonio, la carne » — l’ambiente che ci circonda, gli spiriti ribelli, il nostro io — tutto ci trascina lontano dal Sole dell’Amore. Le « tentazioni » si rinnovellano sempre ad ogni momento. Una battaglia perenne si impone, per tradurre in realtà l’ideale divino. L’occasione è sempre pronta ad aspettarci. Guardando al passato, noi scorgiamo come spesso lo sviluppo nostro ed i nostri progressi siano dipesi da circostanze minime, da occasioni che abbiamo preso come palla al balzo. Un istante di forza in un conflitto vi dà un eroe; un attimo di debolezza vi dà un traditore. E le lotte non terminano mai; si succedono, si avvicendano, si cambiano, continuano incessantemente. È la battaglia della vita, che — come ricorda Lacordaire — faceva esclamare a Seneca: « Ecco uno spettacolo degno di Dio » — Ecce par Deo spectaculum — ed a san Paolo: « Siamo stati fatti spettacolo al mondo, agli Angeli ed agli uomini ». Noi non possiamo avere la vana pretesa di descrivere tutte le lotte che si svolgono nell’intimità delle coscienze: solo vogliamo gettare uno sguardo sul campo del combattimento quotidiano, per convincerci che ogni conflitto si riduce, in ultima analisi ad un contrasto tra l’amore per Dio e per ciò che non è Dio.

I. – IL CRISTIANO E L’EGOISMO DELLO SPIRITO.

La prima grande battaglia che ognuno deve sostenere è dal Gratry felicemente definita: « L’egoismo dello spirito ». L’anima nostra dovrebbe essere un santuario, consacrato al Signore; invece, sull’altare del cuore, noi sostituiamo un idolo: il nostro piccolo io. Due norme allora stanno di fronte e cozzano ad ogni momento fra loro: la morale cristiana comanda di amare Dio sopra ogni cosa ed ogni cosa per Dio; l’egoismo dello spirito risponde: ama il tuo io sopra ogni cosa e tutto il resto amalo solo per il tuo io. Ecco la superbia, il primo dei peccati capitali; ecco la vanagloria, l’amar proprio — come dice l’asceta con una meravigliosa parola che esprime l’antitesi accennata. Ed al seguito di tale nemico, v’è un mondo di difetti e di colpe, che ne sono fatali conseguenze.

1. – Il piccolo io e Dio.

Noi siamo nell’egoismo, esclama il Gratry nella sua opera La connaissance de l’ame. Chi può fingere di ignorarlo?… Posso forse non vedere che io mi preferisco agli altri, all’ordine, alla giustizia ed alla verità, di conseguenza a Dio, e che non soltanto mi preferisco ai miei simili, ma che accetto, per un po’ di felicità, una grande sofferenza altrui? Più ancora: posso negare la storia quando mi mostra che certe anime amavano intensificare la loro gioia col dolore degli altri? quando constato questo fatto così generale del sangue umano mescolato alle grandi orge e che mi indica non solo dei proconsoli che facevano massacrare gli schiavi nei loro banchetti, per il piacere loro e delle loro cortigiane, ma ancora popoli interi, ebbri di gioia e di piacere allo spettacolo di gladiatori che si scannavano? Non è questo forse egoismo? « Ciascuno discenda nel proprio cuore. Chi non ha avuto, nella sua vita, qualche ora di feroce passione, in cui si sarebbe accettata la distruzione del genere umano, per vivere nella propria concupiscenza soddisfatta a tal prezzo? Tutti gli uomini hanno potuto sentirsi, in qualche giorno, fratelli di Nerone, che bruciava Roma per il suo piacere, o di Caligola, il quale s’augurava che il genere umano avesse una sola testa per poterla recidere. In quasi tutti i cuori, v’è un Nerone, se non sviluppato, almeno in germe… « Noi nasciamo ingiusti, dice Pascal, perché ciascuno tende a sé. Ciò è contro ogni ordine… L’inclinazione verso di sé è l’inizio d’ogni disordine, in guerra, in politica, in economia. Chiunque non odia in sé questo amor proprio e questo istinto, che lo porta a mettersi al di sopra di tutto, è ben cieco. « Pascal, come Platone, come Michelangelo, e come tutti i veri filosofi, ha visto che noi nasciamo e siamo in uno stato di egoismo assurdo e mostruoso, che consiste nel volere fare di noi in ogni cosa il centro, il principio, il tutto ». Per questa strana, ma possente illusione « quasi tutti gli spiriti che pensano vivono isolati. Ciascuno, al centro della sua sfera, non vede che se stesso; gli altri, da lontano, gli appaiono come astri nella notte che si intravedono senza comprenderli; e quando negli slanci del pensiero attuale il nostro proprio sole si leva e si percepisce direttamente e senza nubi, si eclissano nel nostro cielo anche le deboli tracce dei soli più vicini. Sì: noi siamo il sole; tutti gli altri spiriti sono stelle eclissate dal giorno ». – La punta del nostro naso diviene così il centro dell’universo. All’amore per Dio, che implica l’amore del prossimo e di tutti vorrebbe fare un corpo unico vivente, si sostituisce l’egoismo e, perciò, la disgregazione, la dispersione, il contrasto, l’odio, con i diversi frutti avvelenati che ne conseguono. Saranno le anto incensazioni, per le quali si assomiglia ai vecchi palloni gonfiati, con la minaccia di scoppiare. Saranno le ambizioncelle, di chi sprezza la raccomandazione di san Francesco di Sales: « Non imitare il ragno, che è l’immagine degli orgogliosi, ma imita l’ape, simbolo dell’anima umile. Il ragno tesse la sua tela a vista di tutti, giammai in segreto: la fila nei verzieri da un albero all’altro, e nelle case, alle finestre, ai soffitti, insomma sotto gli occhi di tutti; rassomiglia in questo ai vanitosi ed agli ipocriti, che ogni cosa fanno per essere veduti e ammirati dagli uomini… Le api sono più savie e prudenti: fabbricano il loro miele dentro l’alveare, dove non le può vedere nessuno; oltre a questo si costruiscono ivi tante cellette, in cui conducono avanti il lavoro segretamente; il che ci rappresenta molto bene l’anima umile, sempre chiusa in sè, non vaga di gloria o di lode per le sue azioni, ma studiosa di occultare i suoi divisamenti, contenta che vegga e sappia Iddio quello che essa fa ». Del resto, è logico il procedimento: se non si agisce per amore di Dio, si cerca « di essere veduto dagli uomini », nonostante la condanna di Gesù nel Vangelo. E l’adorazione del proprio io, centro del mondo, assumerà forme svariatissime: arà il culto esagerato della propria bellezza o della propria forza. Sarà il vanto di poter portare ciondoli e gioielli, non ricordando ciò che osservava ancora il mite spirito di Sales: “Forse che il mulo cessa di essere una povera bestia, perchè carico di monili preziosi?”. Saranno gli eccessi della moda ridicola ed oscena. Saranno brame esasperanti di gloria, di onori, di successi. Saranno gelosie che di tutti vorrebbe fare un corpo unico vivente, si sostituisce l’egoismo e, perciò, la disgregazione, la dispersione, il contrasto, l’odio, con i diversi frutti avvelenati che ne conseguono invidie, più o meno abilmente ricoperte da veli benigni. – Pubblicava un giorno il « Mercure de France » un gustosissimo aneddoto. Che Sarah Bernhardt, anche quando era consacrata ormai artista insuperabile e aveva raggiunto il vertice della celebrità, sentisse profonda la gelosia verso tutti quelli che potevano contrastarle il primato che essa deteneva, è cosa da tutti saputa. E si sa anche che gli allori, che attraverso il mondo raccoglieva Eleonora Duse, turbavano i sonni della grande tragica francese, la quale volentieri avrebbe voluto mettere in pratica l’opinione di Medea: « Io sola, e basta ». Questa gelosia di mestiere era in Sarah Bernhardt così profonda, da non riuscire molte volte a dissimularla, come avvenne quando, nel 1897, Eleonora Duse si produsse per la prima volta a Parigi, in una serata di gala per il monumento ad Alessandro Dumas figlio, al teatro della Renaissance. In quella serata, dice il « Mercure de France », la Duse fu semplicemente ammirevole. Sarah era dietro una quinta, spiando con l’occhio attraverso uno strappo della tela i movimenti del pubblico e l’impeto della Duse. Ad ogni istante gli applausi scoppiavano nella sala entusiastici e Sarah Bernhardt se ne mostrava visibilmente urtata, come se un fuoco di fucileria fosse stato diretto contro di lei. Vicino a lei era un gruppo di familiari, i quali per compiacerla affettavano di scrollare le spalle e di sogghignare ogni qualvolta la Duse veniva applaudita. Uno di essi, staccandosi ad un certo momento dal gruppo, si pose a percorrere il retroscena, imitando con grossolana caricatura i gesti della grande attrice italiana, le sue contrazioni del volto, il suo passo alquanto zoppicante. E Sarah, voltatasi, l’approvò con un sorriso, non sapendo, la disgraziata, che un giorno essa avrebbe zoppicato ancora di più, poiché le avrebbero tagliato una gamba. Tuttavia Sarah accolse tra le sue braccia la Duse, quando essa uscì di scena. Ma era per il pubblico. Una gran quantità di gente era venuta sul palcoscenico a felicitare l’italiana: bisognava ben dissimulare il proprio rancore, almeno per orgoglio. Con quella esagerazione, che è la caratteristica della gente di teatro, Sarah Bernhardt la copriva di baci e con effusione diceva: « Divina!… Ah! cara, voi siete stata divina…» E Sarah stringeva così forte la Duse, da far venire in mente ai presenti il verso famoso: « J’embrasse mon rival, mais c’est pour l’étouffer » (abbraccio il mio rivale, ma solo per soffocarlo. Nulla come questo egocentrismo rende ridicoli gli uomini grandi e gli uomini piccoli. Si pensi, ad es., a Cola di Rienzo, piangente perchè più non v’erano i grandi d’un tempo e la loro sublime giustizia, disperato di non esser nato quattordici secoli prima, sicuro d’essere il restauratore di Roma e dell’Italia, il campione della libertà ed il redentore dell’umanità, mentre datava le sue lettere dal Campidoglio nell’anno primo della nuova repubblica e si cingeva la fronte di sei corone: con foglie, cioè, di quercia, di edera, di mirto, di ulivo, di alloro e di argento dorato. Si pensi al nostro grande Petrarca, gloria della letteratura nostra. Persino il cantore d’aura si fece compatire, quando pretese di non andar debitore di nulla ai suoi contemporanei, di non voler essere paragonato a nessuno di essi, di rifiutare ad altri la gloria del suo tempo. Non aveva caro, così almeno fu detto, che gli si parlasse di Dante e della Divina Commedia; trovandosi a Milano, all’inizio della peste, dichiarò stoicamente ad un medico che non si doveva fuggire la morte e poi subito riparò a Padova ed a Venezia; s’irritava dei suoi critici, sentenziando: « Si sono arrogati il diritto di giudicarmi; in verità, io non so chi abbia dato loro un tale diritto ». Erano gli scherzi dell’orgoglio. – E pazienza se si trattasse solo di questo! L’egoismo dello spirito non solo ci copre di ridicolo, come anche per colui che è sempre stato rinchiuso nel proprio villaggio si può dimostrare con esemplificazioni gustose; ma ci conduce anche a mille spropositi, più o meno grossi e grossolani, secondo le mansioni affidate ad una persona. Individui simili ad Icaro, che pretendeva volare con ali di cera; famiglie rovinate da pretese pazzesche, suggerite dall’amor proprio; coscienze perdute, che, pur di soddisfare il loro egoismo superbo, son ricorse a tutti i mezzi, anche ai più indecorosi ed illeciti; ribellioni all’autorità dei genitori e disprezzo di ogni e qualsiasi autorità: simili colpe —e delitti sono le esigenze di questo idolo imperioso ed esigente, che è il nostro io. Soffermiamoci sopra un caso concreto e frequentissimo, che il Gratry illustra: il caso del giovane studente. Frequenta il liceo, o le scuole magistrali, o, se anche si vuole, l’Università; ossia, omincia ad appressare le labbra al calice della cultura. Subito è ubbriaco. Egli vi risolve ogni problema. Per lui non esistono enigmi dell’universo. Non esistono uomini grandi, se non a parole. Vi discute la grandezza di Dante, di Aristotele, persino di Cristo: e vi dice sul serio che non crede più. Scrutate il suo stato d’animo: egli è proprio convinto d’aver maggior luce, maggior conoscenza dell’uomo e di Dio, di sant’Agostino, di san Tommaso, di Dante, di Bossuet, di Pascal, di Manzoni. « Tutto questo gli sembra notte oscura: egli non vi vede nulla; e sulla testimonianza dei suoi occhi, che, non giungendo sin là, in realtà nulla vedono, giudica che tutto questo passato non è che una notte. Chiunque s’è occupato di giovani ed ha ricevuto le loro intime e sincere confidenze, conosce queste cose. Questo ragazzo, adunque, dichiara questo: per lui, maestri, genitori, Chiesa e tradizione, grandi uomini, grandi autori e grandi secoli, tutte queste autorità sono nulle e non avvenute; tutto questo per lui non è che menzogna, stupidità, ipocrisia, superstizione, tenebre; lui solo sa a che cosa deve attenersi e vi si attiene. A ce compte et en ce sens, continua il Gratry e citiamolo in francese, per non offendere nessuno, que d’hommes demeurent écoliers toute leur vie! [Quanti uomini restano studenti tutta la loro vita]. Questo è il fatto. Possiamo ridere, ma dobbiamo confessare che quando eravamo in liceo il compito di risolvere le varie questioni filosofiche o religiose, artistiche o letterarie, non ci atterriva; avevamo in tasca per ogni problema una soluzione netta, precisa, esauriente, infallibile, anzi così infallibile che magari bisognava modificarla e mutarla ogni volta che si cambiava il moccichino; e tuttavia non si dubitava mai del nostro signor io. Dubitare di tutti, sì; era giusto, intuitivo; era il dovere dell’uomo moderno, dopo Cartesio ed il suo dubbio metodico: l’unica cosa di cui eravamo sicuri, di cui non sospettavamo affatto, era questo io benedetto, superbo ed ignorante, nonostante le quattro parole di greco o i quattro concettuzzi che i nostri disgraziati professori a stento appiccicavano alla nostra memoria, come un manifesto sui muri d’una città. E pensare che ci spiegavano il problema della conoscenza!… • accaloravano per farci capire come egualmente Emanuele Kant aveva rinnovato la rivoluzione copernicana: non è più il soggetto che girava intorno all’oggetto, ma è l’oggetto che gira intorno a noi; e noi ci sprofondavamo nel nostro io alla ricerca delle categorie a priori e… l’unica cosa che non conoscevamo era proprio questo… pessimo soggetto, che è l’animo nostro con la sua superbia. Sorvolo sulle conseguenze disastrose dell’egoismo dello spirito e della sostituzione dell’amor proprio all’amore di Dio. Satana, la figura tipica dell’orgoglio, cadde nell’inferno; anche noi per lo stesso peccato, precipitiamo spesso nell’abisso delle disillusioni, delle amarezze, delle inquietudini, delle scimunitaggini. L’egocentrismo ci fa ritenere d’aver maggiori forze, che in realtà non abbiamo, e disprezza le difficoltà che purtroppo esistono. Perciò fin quando celebra i suoi trionfi nel regno dell’immaginazione fantastica, tutto va a pennello: quando, invece, scende sul terreno pratico, son dolori e disastri! E persino nella più rosea delle ipotesi, anche se si riesce ad affermare il proprio io e ad imporne la venerazione agli altri, non si raggiunge la pace dell’animo e la gioia. Anche i pochi che han toccato le alte vette del monte della gloria, ripetono con Cordelia: « Quelle rocce che sembran di diamante e che risplendono ai raggi del sole son formate di lagrime; le sue viscere non sono altro che cuori infranti e sanguinosi ». Non è il caso di rammentare la confessione di un Bismarck, che a Friedrichsruhe nel 1895 diceva ai suoi ammiratori, accorsi a festeggiarlo: « Signori, debbo dirvi che durante la mia vita non sono stato veramente felice neppure ventiquattro ore. La gioia maggiore la provai quando uccisi la prima lepre ». Non è il caso di rievocare il lamento di Goethe, poco tempo prima di morire, e che leggiamo nei suoi Gespriiche mit Eckermann: « La mia vita non è stata in sostanza, che pena e lavoro; posso affermare con sicurezza che in settantacinque anni di vita non ho avuto quattro settimane di vera gioia. È stato come l’eterno rotolare di una pietra, che sempre doveva essere sollevata ». – Poi, da ultimo, viene la morte e dinanzi ad essa l’egocentrismo dilegua, svanisce. Lo ha rivelato persino Pierre Loti, in uno dei suoi libri di viaggio, quando in una cabina del « Redoutable », mentre la nave s’avvicinava a Nagasaki, il 17 gennaio 1901, udì i colpi di cannone, annunciare la morte della regina Vittoria d’Inghilterra. Il cannone aveva tuonato tutto il giorno: « Verso sera, quando il vero crepuscolo s’aggiunge alla penombra delle nubi e della piaggia, il cannone grado grado si calma. A lunghi intervalli qualche ultimo colpo rumoreggia ancora, prolungato dall’eco. Poi un infinito silenzio ricade su questa morte con la notte che giunge: la pagina della storia è voltata; la vecchia dama orgogliosa comincia la sua eterna discesa, forse nella pace, certo nella cenere e nell’oblìo… ». E le iscrizioni sepolcrali, non solo per i grandi, ma persino e soprattutto per i piccoli e i microcefali, potrebbero suonare così: « Qui giace colui — o colei — che credeva essere il centro dell’universo… ».

2. – Un’obbiezione.

No, ci pare di sentire. Mille volte no! Non bisogna distruggerlo questo nostro piccolo io! È ciò che di più necessario e di vital esista! Se non ci fosse la molla di quello che la morale cristiana chiama « orgoglio » od « amor proprio », noi getterermmo la storia in un’atmosfera grigia di stupida tranquillità e di indolenza spirituale. Sono i fremiti dell’ambizione, dell’invidia, della superbia, che scuotono il mondo. Sono le affermazioni superbe del proprio io, che creano energie, suscitano entusiasmi, dànno la forza per affrontare sacrifici, per compiere opere immortali. Una folla di umili sarebbe un branco di scemi. E mi sembra che, « forte e radioso come un sole mattutino », Zarathustra s’avanzi; e non al gregge miserabile degli schiavi, ma si indirizzi agli eletti nelle cui vene scorre sangue divino, alle anime orgogliose intorno alle quali aleggia il profumo dei mari, alle nature forti e titaniche che possono sopportare l’aria delle altezze e che, dotate di coraggio, non conoscono pusillanimi viltà. Compagni egli cerca, e non cadaveri, e neppure mandrie o credenti. Cerca creatori come lui, che scrivano nuovi valori su nuove tavole. Solo a costoro Zarathustra dice: « Io vi insegnerò il Superuomo… Per l’amor mio e la mia speranza, io vi scongiuro: non rigettate l’eroe che è nella vostra anima; credete alla santità della più alta speranza! »; ed innalza un inno alla vita ed alla bellezza, all’esaltazione della propria individualità, al superamento dell’uomo; ad una vita esuberante, lussureggiante, tropicale, che sia continuo sviluppo, progresso illimitato, perpetua tendenza a nuove affermazioni, ad ascensioni più. alte, a conquiste più dolci: ad una vita possente, bella, artisticamente bella; all’azione, all’attività eroica, all’energia, alla Wille zur Macht, alla volontà di dominio, alla forza, in una parola al proprio io. Guai a chi lo tocca!

3. – L’umiltà e l’amore.

Il Superuomo non deve spaventarci. Sulla sua fronte v’è il segno della lebbra. Oh che! Riconoscere che Dio è il centro della realtà, e non il nostro io, equivale forse a condannarci ad una vita di spirituale pigrizia e di viltà, ad annientare le forze individuali, a spegnere la fiamma della conquista e dello sviluppo? Per null’affatto. Anche noi vogliamo l’attività e la vita. Ed è proprio il Dio bestemmiato, io scrivevo altrove, è « il dolente Dio che non ama il sole », che ci ha indicato un Sole infinito di perfezione e ci ha detto: — Imitate! Siate perfetti come il Padre, che a voi sorride dall’azzurro dei cieli. — Il nostro Dio che ci inculca di « fare la propria vita come si fa un’opera d’arte », poiché la vita umana è simile ad un poema, del quale ogni anno scriviamo un canto, ogni giorno componiamo un verso; poema che dev’essere magnifico e bello, ispirato dal soffio dell’amore divino. È il nostro Dio che suscita l’eroismo, perché « nella morale comune, come ben si è osservato, c’è già quanto basta per essere eroi.; c’è quanto basta per dare la propria vita per la patria e per l’ideale, per compiere al tempo della carestia e della peste di Milano i prodigi di Carlo Borromeo (il santo che nel suo stemma e nella sua vita ebbe come parola programmatica: humilitas, o per salpare con. Cristoforo Colombo alla scoperta di nuovi mondi… – Quale differenza, dunque v’è tra il superbo e il Cristiano? Il superbo dice: il vero Dio sono io: tutto dipende da me. Il Cristiano risponde: no, non sono io che ho creato il mondo, che mi sono dato l’esistenza e queste doti che posseggo, questa intelligenza, questa volontà, questa attività che mi divora e mi sospinge. In tutto questo io saluto l’amore di Dio per me. Sarebbe falsa e puerile umiltà quella di non guardare e riconoscere in noi ciò che Dio ci ha dato; sarebbe un’ingiuria all’amore di Dio. Egli ci ha dato un dono che noi non possiamo disprezzare, né negligere. Umiltà è verità; ma, in pari tempo, sarebbe stoltezza il pretendere che quello che ho, sia una creazione mia. « Cos’hai, ci grida Paolo l’Apostolo, che tu non abbia ricevuto? E se così è, perchè ti vai gloriando, come se non l’avessi ricevuto? ». Il superbo dice: io sono qualcosa di grande; se non avessi fede nelle mie forze, nulla farei. Il Cristiano risponde: io sono un complesso di forza e di debolezza, di buone tendenze e di istinti malvagi. Se guardo a me stesso, debbo scrivere le mie Confessioni con Agostino ed esclamare con una santa, che aveva chiesto a Dio la grazia di conoscere la sua anima e n’era stata esaudita: « Signore, basta, altrimenti mi perdo di coraggio! ». È insulsaggine non prendere coscienza delle proprie deficienze ed è molto pericoloso. È vero: ho una volontà preziosa, dalla quale dipende la mia decisione; ed anch’essa è dono dell’Amore di Dio; ma è pur vero che molteplici e gravi sono le difficoltà. Esse, tuttavia, non mi possono atterrire. Io pongo la mia fiducia non nel mio io umano, ma nel mio io divinizzato dalla grazia, fortificato da Dio, ed allora posso esclamare con san Paolo: « Posso tutto in Colui che mi conforta ». Il superbo dice: gli altri esistono per me. Il Cristiano risponde: no; gli altri esistono per Dio ed io li debbo amare come fratelli. Quanti debiti di riconoscenza io ho verso il prossimo! Della vita, della civiltà, della cultura, di mille e mille cose, io sono debitore agli altri. Il superbo dice: io posso schiacciare gli altri con piede inesorabile e servirmene come di sgabello; posso sacrificare gli altri a me. Il Cristiano risponde: no; io non ho diritto di sacrificare nessuno; ma debbo sacrificarmi io stesso per il mio prossimo. Solo a questo modo farò qualcosa di grande per me, per la mia famiglia, per la patria, per la Chiesa. – Ancora una volta: la differenza tra il superbo ed il Cristiano non sta nella volontà di vivere, nell’audacia dell’azione, nella vastità dei programmi, nella saldezza dei propositi, nella generosità degli sforzi. Nessuno dev’essere audace più di chi vive unito a Dio e si sente potente della sua potenza. Nessuno più di chi apre la finestra della sua anima e non sta rinchiuso nel suo egoismo, contempla orizzonti sereni e larghi. La differenza risiede nell’oggetto dell’amore: il superbo ama se stesso; il Cristiano ama Dio, e sé ed il prossimo in Dio. Agendo in tal modo, il Cristiano non va all’annientamento, bensì alla sua grandezza; non si spaventa di nessuna impresa, purché Dio ad essa lo chiami; dà un valore eterno alla sua vita, perchè quest’ultima diventa un contributo positivo di un’opera, dinanzi alla quale, meglio dell’artista antico, egli può asserire: laboro æternitati. In breve: l’umiltà è grandezza di amore e carità; l’orgoglio è l’egoismo dello spirito.

4. – La morale autonoma.

I sacerdoti, però, di quel terribile idolo che è l’egoismo dello spirito non si dànno per vinti. E, soprattutto ai giorni nostri, essi si appellano alla affermazione tante volte ripetuta, da Kant sino agli idealisti contemporanei, della nostra autonomia, come conditio sine qua non dell’etica. Senza far qui una discussione filosofica ed una critica dei vari sistemi, possiamo dire che il pensiero fondamentale che tutti hanno in comune, si può esprimere nei termini seguenti. Qual è il segreto che spiega l’influsso affascinante di Emanuel Kant? Perché, durante la sua vita, molti si recavano in pellegrinaggio a Kónigsberg per vederlo e per consultarlo? Perché anche oggi la corrente idealistica lo saluta come padre e molti sulla tomba di lui si commuovono, ripetendo le celebri parole: « Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me »? Perché l’idealismo, dall’inizio del secolo XIX ai giorni nostri, ha potuto spesso penetrare nelle anime e pretendere di sintetizzare tutta la cultura moderna? È la grandezza e la dignità dell’uomo, che forma il segreto di questi apparenti trionfi. Lo spirito umano è qualcosa di grande ed è artefice a se stesso del suo valore. Un senso innato della propria signoria canta in noi: ciascuno deve conquistarsi da sé la verità che è degno di possedere e tutto il merito delle buone azioni, che è capace di fare. Non da fuori, ma da noi, e da noi soltanto dobbiamo aspettarci tutto: è dallo svolgimento senza posa delle energie operose nostre, è dalla libera nostra ricerca intellettuale, è dalle successive nostre conquiste morali, è dall’uomo, e non da Dio, che dipende la nostra dignità e la nostra spirituale grandezza. Dipende da noi, insisterà Kant, e la sua parola è ancor oggi ripetuta, « l’alto valore che l’umanità si può e si deve procurare mediante la moralità »; e perciò « l’autonomia della volontà è l’unico principio di tutte le leggi morali e dei doveri che loro corrispondono ». – Non è Dio che mi obbliga ad osservare la legge morale, sono io che mi dò tale obbligazione. Altrimenti io mi sentirei schiacciato da un peso immane, mi sentirei avvilito da un comando tirannico, mi sentirei annullato dal tutto di Dio e dalle sue imposizioni. Dio, ben lungi dall’essere la base della morale, ne sarebbe la negazione assoluta, se io dovessi agire conformemente al dovere, sì, ma per Lui e non semplicemente per il dovere. Solo quando io agisco per puro rispetto alla legge morale mi sento grande, mi sento uomo e non schiavo! – Da questo principio sgorga l’invocazione calda e commossa del filosofo di Kònigsberg al dovere: « Dovere! nome grande e sublime, che non comprendi in te niente di ciò che piace e lusinga, ma reclami l’ubbidienza; che tuttavia per muovere la volontà non hai in te nulla di minaccioso, che non desti un’avversione naturale nè atterrisci, ma poni soltanto una legge; la quale trova da sè accesso nello spirito e guadagna da se, anche malgrado noi, la venerazione (se non sempre l’obbedienza), e davanti la quale tacciono le passioni, per continuare ad agire contro di essa in segreto; quale è la nascita di te degna e dove si trova la radice delle tue nobili origini, che fieramente respinge ogni parentela con le passioni ed è la sola sorgente di quell’unico valore che gli uomini possono darsi da se stessi? ». Ed alla domanda l’idealismo, con Kant, risponde indicando la nostra personalità umana e puramente umana. L’amore di sé, nella forma più austera e più seducente, viene così opposto all’amore di Dio. E l’uomo, postosi su questa strada, è giunto a proclamarsi Dio. Il trascendente ed il soprannaturale sono stati negati. Nella storia della cultura non si era mai verificata una negazione così completa e recisa del Cristianesimo.

5. – Il Cristianesimo e la nostra autonomia.

Alle voci allettatrici di tutte le sirene idealiste, il Cristiano non porge orecchio, perchè osserva a se stesso: « Non illuderti. Non fantasticare. Non farneticare. Non è l’uomo, non sei tu il centro dell’universo. Certo: tu hai un pensiero; hai una volontà libera: puoi svolgere la tua intelligenza e le tue energie; anzi, ne hai il dovere! Guai se tu lasciassi inoperose le forze che possiedi! Verresti meno al compito della tua vita. Ma questa stessa tua intelligenza viene forse da te? La tua volontà l’hai fosse data tu a te stesso? Sono forse un prodotto, una creazione tua? Puoi davvero, sul serio, affermare la autonomia del tuo essere?… Se Dio non ti avesse creato, se i tuoi genitori, strumenti suoi, non ti avessero messo al mondo, la tua persona sarebbe un nulla e resterebbe nel nulla. E domani, nonostante tutte le declamazioni di autonomia che tu puoi fare, basterà un malanno, per mostrarti come non sei tu il padrone della tua esistenza. Un po’ di tempo ancora e poi il tuo cadavere in putrefazione insegnerà a tutti il valore ineffabile delle tue superbe affermazioni. L’autonomia del tuo pensiero!… No. Non è il tuo pensiero che produce la realtà; non è l’atto del tuo pensiero che crea gli Appennini od una minuscola formica! Tu non puoi pensare quello che vuoi. Non puoi pensare, in nome di una pretesa autonomia, che due e due fanno dieci e che le stelle non brillano. La verità non la crei tu; la conquisti e riconosci soltanto … L’autonomia della tua volontà!… Anche qui, ti illudi forse di dare a te stesso la tua legge? Non è il singolo uomo il creatore della norma etica. Noi non creiamo la legge morale; la riconosciamo e la dobbiamo liberamente applicare e seguire. La nostra vera dignità, la nostra vera grandezza non consiste nel creare noi le forme etiche, ma nell’applicarle. Io non posso dare a me stesso imperativi categorici di questo genere: tu « devi rubare; devi uccidere chiunque non ti vada a genio ». E se non lo posso, dove va la mia autonomia? Non rispondermi che è la legge intrinseca del tuo spirito, che ti impone di non essere ladro od assassino; perché è verissimo che sono le leggi intrinseche dell’essere, conosciute dalla coscienza, quelle che ci tracciano la linea della nostra condotta; ma, ancora una volta, le hai forse costituite tu queste leggi intrinseche della realtà? Non è forse Dio il loro autore sapiente ed amorevole? Guai se Dio non esistesse! Io potrei deridere queste leggi; esse mi comandano: « Tu devi »; ed io risponderei: « Io posso fare quello che voglio », anzi farei quello che voglio, se non altro per affermare che nulla v’è che mi lega e mi incatena ». Non è forse a queste esplicite conseguenze che è giunto il pensiero e la letteratura contemporanea? Senza dubbio: bisogna compiere il proprio dovere. E forse non era necessario aspettare che un professore di filosofia lo insegnasse: l’umanità già lo sapeva da secoli parecchi. E sa anche che bisogna agire non solo conformemente al dovere, a anche per il dovere. Perché cos’è il dovere? Non è forse la volontà di Dio e non la nostra volontà? Non basta dire che la legge del dovere ci impone: « Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio d’una legislazione universale; io mi domando: perché la mia massima può divenire legge universale? E rispondo: non già perché ho in me un principio sintetico a priori in una « facoltà misteriosa » che « la ragione umana non potrà mai capire » e che si chiama coscienza; ma perchè il centro della realtà è Dio: da Lui dipendono gli esseri ed i loro rapporti; l’individuo singolo o l’umanità intera debbono inchinarsi a queste leggi intrinseche della realtà, le quali, se osservate, conducono allo sviluppo ed al perfezionamento nostro; se violate, conducono alla catastrofe. – Quando la morale cristiana comanda di fare il dovere non per egoismo, ma per Dio, non insegna forse a compiere il dovere per il dovere? Certo: non è un dovere, che venga fissato da me, ma solo da me riconosciuto; è un dovere, che mi dice la voce di Dio e non solo la voce del mio io; ed è altresì un dovere, una legge che abbraccia solo una parte della attività morale. – Non bisogna illudersi su quest’ultimo punto. L’invocazione al dovere, nome grande e sublime, non ci porta alla vetta più alta della morale. Al di sopra della morale del dovere c’è la morale dell’amore, anche se Kant ed i suoi seguaci non se ne sono accorti. Prendiamo un semplice esempio. I missionari, che dall’Europa vanno fra i lebbrosi dell’America del Sud e si richiudono in quei lazzaretti, dove, pochi anni dopo, muoiono vittime della carità; e tutto l’esercito sterminato di Suore, che sacrifica la propria giovinezza e la vita intera nelle corsie degli ospedali, non sono forse persone che ci parlano di morale non a parole, ma a fatti? Eppure, secondo Kant e gli idealisti, sono persone… immorali!… Non si rida: è la realtà. Per Kant è azione morale solo quella che si compie per il dovere. Ora, quale dovere avevano quei missionari di recarsi in un lebbrosario? E chi di voi potrebbe dire a una figlia, nel fiore degli anni: « Tu hai il dovere di rinunciare alle tue ricchezze, alle tue comodità, alla tua casa, al tuo avvenire, alle gioie d’una famiglia; tu hai il dovere di consacrarti tutta agli infermi; hai il dovere di star là, per tutta la vita in un ospedale? ». Gli eroi della carità non sono spinti dall’imperativo categorico del dovere. C’è un nome più grande e sublime del dovere stesso: è l’amore, nel suo senso più alto e divino, anche quando i suoi consigli non possono divenire « principio di una legislazione universale ». Ed è, anzi, l’amore, che, come vedemmo, fa sì che lo stesso dovere sia compiuto, non per un semplice amore o puro rispetto della « legge », ma per amore del legislatore. Ma allora, si obbietterà, la mia personalità umana è schiacciata! Allora la dignità dell’uomo resta distrutta! Allora dobbiamo subire una legge capricciosa, tirannica, d’un Essere che non è il mio essere e che mi comanda, come il negriero comanda alle sue vittime! Allora abbiamo « l’eteronomia! »… Non è vero. Non giochiamo, innanzi tutto, con le frasi. Pare a qualcuno, quando pronuncia questa parola: « eteronomia », di avere espre o chi sa quale idea mirabilmente profonda, quasi che il problema della vita si potesse risolvere con una parola greca italianizzata o tedeschizzatal La legge morale, nella concezione cristiana, non è mai stata una imposizione capricciosa di un Dio tiranno, nemico della dignità e della grandezza dell’uomo. Abbiamo visto come tale legge pullula dalla realtà stessa ed è il dettame della ragione; perciò non ha nulla di cervellotico, di arbitrario. Non da un tiranno, ma dall’Amore essa proviene e, seguendola, diventiamo non schiavi, bensì liberi. È una legge non asservitrice, ma liberatrice; non ci incatena, ma spezza i ceppi delle passioni e degli istinti irrazionali; non schiaccia, ma vivifica ed innalza. Finiamola di rappresentarci materialisticamente Iddio come qualcosa di esterno a noi. « Dio è più intimo in noi, di ciò che in noi vi è di più intimo », ammoniva sant’Agostino, ripetendo san Paolo ed il Vangelo. Ed anche il soprannaturale, ossia la divinizzazione nostra, non è qualcosa di estrinseco, che pesi sopra di noi e non ci pervada nelle intimità profonde della nostra anima. L’idealismo si balocca con immagini spaziali là dove lo spazio non c’entra, forse per darci un compenso alle negazioni dello spazio, là dove lo spazio esiste. Ciò che importa notare è che dall’amore di Dio, e non dal nostro io, abbiamo l’esistenza, la natura umana e la soprannatura. Se per eteronomia s’intende che noi non abbiamo creato noi stessi e che per il nostro sviluppo spirituale abbiamo avuto bisogno degli altri, dei genitori, dei maestri, della società, e soprattutto di Dio, allora noi siamo difensori di essa; ma crediamo che ogni uomo ragionevole lo sarà con noi. Se, al cont ario, si intende per eteronomia l’oppressione della nostra dignità, della nostra libertà, della nostra grandezza spirituale, nulla di meno eteronomo del Cristianesimo e della morale cristiana. Quest’ultima non trascura Dio e gli altri; ma guarda anche al nostro io. Noi non possiamo porre un atto morale, se non mediante l’attività nostra libera, il nostro libero consenso, il nostro libero atto di amore. E non sta forse qui il merito e la cooperazione umana? Noi siamo uomini; e questa dignità di uomo, questa natura di essere umano non è merito nostro. Noi siamo figli di Dio; e questa dignità di uomini divinizzati, questa soprannatura, non è merito nostro. Tutto ciò lo dobbiamo all’amore di Dio per noi. Ma, per merito nostro, noi rispondiamo all’amore di Dio per noi con l’amore nostro per Lui. Sviluppando le nostre energie spirituali e la nostra personalità morale, agendo liberamente secondo la legge etica, noi cooperiamo alla nostra formazione. Questo contributo personale è essenziale all’atto morale, tanto che non abbiamo moralità se non quando raggiungiamo l’uso della ragione e se non quando agiamo coscienti e liberi. Dio e la sua grazia, in altri termini l’amore di Dio per noi, non annullano, ma potenziano il nostro spirito; non rendono inutile la nostra attività, ma la eccitano, l’aiutano e la sospingono al più alto grado di intensità; non sono l’annegamento del soggetto, ma tendono alla sua più potente affermazione. Le più grandi personalità morali, le più grandi anime, non sono state forse formate dal Cristianesimo?

6. Conclusione.

Quand’era giovane, Enrico Ibsen compose un poema epico, dal titolo significativo: Sulle altezze. Descriveva un cacciatore, che, abbandonata la valle, la madre, la fidanzata ed il campanile, era salito sulla montagna. Lassù, su la cima, aveva incontrato uno straniero venuto da lontano, dagli occhi freddi e profondi, che lo suggestionò, lo conquise, lo dominò. Ogni volta che il cacciatore era tentato di ridiscendere, l’altro lo strappava ai ricordi e lo teneva in alto. Dalla valle la campana della chiesa lanciava alle vette la voce suadente, che pareva un invito dolce al ritorno; ma lo straniero diceva: « Lascia suonare! Il canto della cascata ha un suono più armonioso! ». Il giovane si lasciò convincere; dimenticò tutto per conquistare una sola cosa: la sua libertà. Anche a noi, sul monte dell’orgoglio, appare la visione seduttrice. E ci sembra di essere in alto, di poter svolgere su libere altezze, sfrenata e bella, la vita, e di dare la legge a noi stessi, senza riceverla da nessuno. Ma altri monti non possiamo dimenticare, il monte delle Beatitudini ed il monte dell’amore, il Calvario. Ed Uno, forse per qualcuno dei miei lettori ancora « straniero », ci guarda negli occhi su quelle vette e da quella Croce. È un Dio che ha umiliato se stesso, e che sacrificandosi ci salva, ci divinizza, salva e divinizza il mondo. Nessun canto di cascata ha un suono più armonioso dell’appello che parte da quelle labbra e, meglio ancora, da quel costato trafitto, dal Cuore di quel Crocifisso.

FESTA DELLA’ASSUNZIONE IN CIELO DELLA B. VERGINE MARIA (2023)

FESTA DELLA B. V. MARIA ASSUNTA IN CIELO

15 AGOSTO (2023)

Assunzione della B. V. M.

[D. G. LEFEBVRE O. S. B.: Messale romano – L.I.C.E. –R. BERRUTI, TORINO 1936]

Doppio di I classe con Ottava Comune – Paramenti bianchi.

In questa festa, la più antica e la più solenne del Ciclo Mariano (VI secolo), la Chiesa invita tutti i suoi figli sparsi nel mondo a unire la loro gioia (Intr.), la loro riconoscenza (Pref.) a quella degli Angeli che lodano il Figlio di Dio, perché sua Madre è entrata in questo giorno, con il corpo e con l’anima, nel cielo (All.). Nella Basilica di Santa Maria Maggiore si celebra a Natale il Mistero, che è il punto di partenza di tutte le glorie della Vergine ed ancora si celebra oggi l’Assunzione, che ne è l’ultimo. Maria, porta in sé l’umanità di Gesù al momento dell’incarnazione del Verbo; oggi è Gesù, che riceve a sua volta il corpo di Maria in cielo. Ammessa a godere le delizie della contemplazione eterna, la Madre ha scelto ai piedi del suo divin Figlio la miglior parte, che non le sarà giammai tolta (Vang., Com.).

In altri tempi si leggeva il Vangelo della Vigilia, dopo quello del giorno, a fine di dimostrare che la Madre di Gesù è la più fortunata tra tutte, perché meglio d’ogni altra, « Ella ascoltò la parola di Dio ». Questa Parola, questo Verbo, questa Sapienza divina che stabilisce, sotto l’Antica Legge, la sua dimora nel popolo d’Israele (Ep.), è discesa sotto la Nuova Legge in Maria. Il Verbo si è incarnato nel seno della Vergine e ora negli splendori della celeste Sion egli l’ha colmata delle delizie della visione beatifica. Come Marta, la Chiesa sulla terra si dedica alle sollecitudini delle quali necessita la vita presente ed ancora come Marta, la Chiesa reclama l’aiuto di Maria (Or., Secr., Postc). Una processione fu sempre fatta nel giorno della festa dell’Assunzione. A Gerusalemme era formata dai numerosi pellegrini che andavano a pregare sulla tomba della Vergine e contribuirono così all’istituzione di questa solennità. Il clero di Costantinopoli faceva anch’esso nel giorno della festa dell’Assunzione di Maria una processione. A Roma, dal VII al XVI secolo, il corteo papale, al quale prendevano parte le rappresentanze del Senato e del popolo, andava in quel giorno dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a quella di Santa Maria Maggiore. Questo si chiamava fare la Litania.

Assunzione della Beata Maria Vergine.

[Appendice al Messale ut supra]

Doppio di I classe con Ottava Comune. – Paramenti bianchi.

La credenza nell’Assunzione corporea di Maria SS. era già radicata da secoli nel cuore dei fedeli, profondamente persuasi che la Vergine, sin dal momento del suo transito da questa terra al Cielo, era stata glorificata da Dio anche nel corpo, senza che dovesse attendere che questo risorgesse, insieme con quello di tutti gli altri, alla fine del mondo. Cosi La festa dell’Assunzione, celebrata già verso il 500 in Oriente, costituì la più antica e la maggiore solennità dell’anno in onore di Maria SS. Tuttavia la realtà dell’Assunzione corporea di Maria in Cielo non fu oggetto di una solenne definizione da parte del Papa se non il 1° novembre 1950. In tale giorno, il Sommo Pontefice Pio XII proclamò dogma di fede che « Maria, terminata la carriera della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste quanto all’anima e quanto al corpo. – Questa definizione, maturata lentamente, ma incessantemente nei diciannove secoli che seguirono al beato transito di Maria da questa terra, ha ed avrà un’eco incalcolabile nella dottrina come nella vita cristiana. – Una delle sue conseguenze pratiche sarà quella di attirare vieppiù l’attenzione dei fedeli sulla futura glorificazione nostra non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo. Come Adamo ci rovinò nell’una e nell’altro, così Gesù ci redense non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo, cosicché l’anima del giusto è destinata ad una beatitudine immensa mediante la visione beatifica di Dio, ed il corpo alla sua volta verrà risuscitato, trasformato e configurato a quello glorioso del Cristo. Per Maria SS. la glorificazione corporea avvenne alla fine della sua carriera mortale; per gli altri giusti non avverrà che alla fine del mondo; ma se devono attenderla, non possono però dubitarne; la loro redenzione è certissima e sarà completa e perfetta (Rom. VIII, 23; Ef. IV, 30). Avendo già realizzato pienamente in se stessa il disegno divino della nostra redenzione, Maria SS. è per noi, colla sua Assunzione corporea, un altro modello, oltre quello di Gesù, della divinizzazione dell’anima mediante la visione beatifica e della glorificazione del corpo cui tutti siamo chiamati e che tutti dobbiamo meritare con le buone opere e con le sofferenze di questa vita cristianamente sopportate. Come del Cristo, così saremo coeredi di Maria SS., se soffriremo con Lei e come Lei (Rom. VIII, 17). – D’altra parte, l’Assunta non soltanto ci ricorda quale sia la nostra meta soprannaturale e la via per raggiungerla, ma ci presta anche il suo validissimo aiuto. A quel modo che una buona mamma mira sempre a rendere partecipi della sua felicità tutti i suoi figli, così la Madre nostra celeste regna in Paradiso sempre sollecita della salvezza di tutti gli uomini. S. Paolo ci rappresenta Gesù che vive alla destra del Padre, sempre pregando per noi (Rom. VIII, 34; Ebr. VII, 25); la Chiesa, alla sua volta, ci dice che la Vergine è stata assunta in cielo, affinché fiduciosamente s’interponga presso Dio per noi peccatori (Segreta della Vigilia).

Affine di perpetuare anche nella Liturgia il ricordo della definizione del dogma dell’Assunzione di Maria SS., la Santa Sede ha pubblicato una nuova Messa in onore dell’Assunta, ordinando di inserirla nel Messale il giorno 15 d’agosto, in luogo di quella antica (A. A. S. 1950, pag. 703-5).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim.

[Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit.

[Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie].

Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.

[Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria].

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10

Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo piú che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale

Ps XLIV:11-12; XLIV:14
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum.

[Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

V. Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja.

[V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia].

V. Assumpta est María in cælum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.  

[Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA

[E. Campana: Maria nel dogma cattolico, Marietti ed. VI ed. Torino, 1946]

VI. — In genere, a causa della divina maternità, Maria si trovò così intimamente congiunta a Gesù, i misteri della vita di Maria si intrecciano così armonicamente coi misteri della vita del Salvatore, che la mancata glorificazione del corpo di Maria segnerebbe una insopportabile stonatura in questo così divino armonioso concerto. « Non v’è, ci sia lecito usare le parole stesse del Nicolas, non v’è un solo mistero di Gesù Cristo, che non abbia il suo accompagnamento e come la sua eco in un mistero corrispondente della santissima Vergine: e questo parallelo dei misteri del Figlio con quelli della Madre è così costante, che è impossibile non vederci una legge. Così il primo di questi misteri, quello della destinazione di Gesù Cristo, implica necessariamente quello della predestinazione di Maria, poiché Egli è predestinato solo in quanto uomo, e per conseguenza figliuolo di Maria. Il secondo mistero di Gesù Cristo, quello della sua preannunciazione profetica, non si presenta a noi senza associare Maria alla medesima grandezza: la donna, la Vergine è sempre mostrata dai profeti al tempo stesso che il suo seme, ossia il Figliuolo, il cui nome proprio di Fiore, di Germe, di Figlio, che gli è sempre dato nelle sacre Scritture, chiama necessariamente quello di radice, di donna, di madre, che corrisponde. Maria può dire come Gesù Cristo: Nel complesso del libro di me sta scritto. — In testa del libro è stato scritto di me. Il mistero, il gran mistero della venuta di Gesù Cristo, dell’Incarnazione del Verbo, non forma che uno con quello dell’Annunciazione della maternità divina; il medesimo mistero che produce un Uomo-Dio, fa una Madre di Dio. Il mistero della visita di Gesù al suo Precursore e della santificazione che gli arrecava con quello della Visitazione di Maria ad Elisabetta, e lo Spirito Santo per la bocca di questa non benedice il frutto, senza benedire il seno di Maria. Il giorno della Natività presenta il Bambino con Maria sua madre, riflettendo sopra di Lei lo splendore della sua divinità e della gloria che gli angeli, i pastori ed i re gli conferiscono. Il mistero della Presentazione si congiunge con quello della Purificazione, e l’associazione della Madre col Figliuolo nel gran destino di essere posto per bersaglio alla contraddizione affinché di molti cuori restino disvelati i pensieri, va nella profezia del vecchio Simeone, fino a passar l’anima della Madre colla medesima spada di dolore che penetrerà quella del Figlio. La fuga in Egitto ed il ritorno a Nazareth ci fanno vedere il Bambino e la Madre, strettamente uniti nel pericolo e nella salute, confidati come un solo deposito alla guardia ed alla fedeltà di Giuseppe. La manifestazione della sapienza del Fanciullo-Dio, al tempio fra i Dottori, non può separarsi dalla manifestazione della sua sommissione a Maria, prolungata per ben vent’anni, e della fedeltà con cui questa Madre faceva di tutte queste cose conserva in cuor suo. L’entrata di Gesù nella carriera dei suoi prodigi, e la manifestazione della sua gloria col miracolo di Cana, fa luogo al glorioso mistero della potente intercessione di Maria, che l’ottiene da questo divin Figliuolo, sino a fargli anticipar l’ora della sua gloria. Finalmente, quando quest’ora è venuta, questa grand’ora della sua passione e della sua morte, che dev’esser quella della nostra redenzione e del suo trionfo, allora il Salvatore del mondo vuole che la sua Madre sia al suo lato, che divida i suoi patimenti liberatori, quel calice di amarezza e di morte che deve esaurire quello della collera celeste: Egli vuole che la compassione di Lei risponda alla sua passione, e che questa e quella si raddoppino reciprocamente, per concorrere al medesimo fine, quello di generare noi alla vita di Dio, sino a costituire Maria nostra Madre, col medesimo mistero che rende Dio nostro Padre. « È chiaro: tutti i misteri di Gesù camminano così accompagnati da un mistero corrispondente di Maria. Sono come due voci, due strumenti disuguali di tono, ma che formano sempre un perfetto accordo di armonia. Maria è come quella nube su cui il sole per riflesso dei suoi raggi viene a rappresentarsi esso medesimo, in una brillante chiarezza, formando un altro sole intorno a sè, con quel fenomeno luminoso che si chiama perielio. Così intorno ad ogni mistero, ad ogni grandezza, ad ogni gloria di Gesù Cristo, v’ha un mistero luminoso, una grandezza ed una gloria corrispondente in Maria. È un fatto, ed un fatto così certo, che suppone una economia, una legge. « Come si vorrebbe ora che il mistero dell’Ascensione sia il solo mistero di Gesù Cristo che non avesse il suo parellelo in un mistero conforme in Maria? Come mai due destini così meravigliosamente uniti sin dalla loro origine ed in tutto il loro corso si vorranno separare al loro termine? Sarebbe questa un’anomalia tanto più strana, perchè egli è in vista del termine ch’Ei sono stati sì strettamente uniti nella loro predestinazione e nel loro corso. L’Assunzione della SS. Vergine vien dunque coll’Ascensione di Gesù Cristo a compiere mirabilmente il meraviglioso accordo dei loro destini ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.

[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta

Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.

[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

Præfatio  …

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Assumptione beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Assunzione della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est.

[Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.

[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (49)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (49)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -VIII-

G. – DIO CONGREGANTE LA CHIESA DELLA SALVEZZA.

1. Fondazione della Chiesa.

G1a. a. – ESISTENZA DELL’ASSEMBLEA DEI FEDELI DI CRISTO

Fede dei simboli nella Chiesa I 5 10-30 36 41//51 60-63 126 150: fede nella in remissione dei peccati, vita eterna mediante la Chiesa 21s; fede in un unico regno, Battesimo nella Chiesa 2-4.

G1b. b. – CRISTO FONDATORE DELLA CHIESA.

Cristo è primo e principale fondamento della Chiesa 774.

La Chiesa è comprata al prezzo del Sangue di Cristo 540 575.

La Chiesa è sorta -; dalla libera volontà di Cristo 3302s; -: dal fianco del secondo Adamo come dormiente sulla croce 3328.

Il primo apparire della Chiesa fu nel giorno di Pentecoste 3328.

Cristo per giuridica missione di per sé è colui che battezza per la Chiesa, insegna, regge, sacrifica 3806.

G1c. c. – FONDAMENTO GERARCHICO: COLLEGIO DEGLI APOSTOLI le

Fede dei simboli nella Chiesa apostolica 42-49 60 150.

Paritaria è l’elezione degli Apostoli, ma lo fu anche per la discrezione di potestà 282 2594.

G1d. d – FONDAMENTO MONARCHICO: PIETRO PRINCIPE DEGLI APOSTOLI

Cristo costituisce Pietro principe degli Apostoli 3055 ; da questo il primato di Pietro 350s 446 640 774s 3053s 3055 3308; vari appellativi di Pietro circa il suo primato 3308.

Pietro è il fondamento secondario della Chiesa 774 (3051); è il capo visibile di tutta la Chiesa 942 (944) 1207 3055; è principio di unità 3051.

Pietro ricevette la giurisdizione immediatamente da Cristo, non mediante (a.per decreti sinodali) la Chiesa a350 a640 3054 3055; fu Vicario di Cristo 942 1263.

Pietro assunse pienissima giurisdizione 1052; non solo un primato di onore 3055; Gli Apostoli non prendono la loro potestà senza Pietro e contro Pietro 3309; la loro giurisdizione è soggetta alla potestà di Pietro 1052; neanche Paolo fu pari a Pietro (ctr. L’errore circa il duplice capo della Chiesa) 1999 3555; riprov.: [Pietro non ebbe alcuna cognizione del suo primato] 3455.

2. Continutà della Chiesa.

G2a. a. — PERPETUITÀ DELLA CHIESA.

La Chiesa è perpetua ossia perenne. 2997 3303s; tempio eterno 3051.

È Costituita per rendere perenne l’opera di Cristo 3050; la salvezza dei popoli richiede la Chiesa perpetua 3328.

G2b. b. — CONTINUITÀ DELLA GERARCHIA.

La gerarchia è costituita dalla Ordinazione sacra. CdIC 109.

Apostoli constituiron Vescovi e diaconi 101; i Vescovi sono i successori degli Apostoli 101 1318 1778 3061

3307 3804 CdIC 329, § 1; si riprova: [La Potestà di legare e sciogliere è data solo agli Apostoli non ai loro successori] 732 (1476).

I Vescovi sono stabiliti dallo Spirito Santo, e per il loro ministero sono anche generati Padri onde reggere la Chiesa. 3328.

G2c. c. — CONTINUAZIONE DELLA MONARCHIA

Il Vescovo romano è successore di Pietro Apostolo 111, cap. 17; 133 136 181 233-235 861 1053 1264 1307 1868 2540 2593 3056s 3058 3059 3067 (3555) CdIC 218, § 1; pertanto la Sede Romana del Pontefice è “Sede Apostolica, “Sede di Pietro Ap.”, “Fonte Apostolica” 136 149 217s 238 etc.

I Pontifici Romani successero a Pietro nella stessa pienezza di potestà 1053.

Il Primato della Sede Romana non è ottenuta con decreti sinodali 350 640 874.

G2d. d. — CONTINUITÀ DEL POPOLO DI DIO.

Tra i finì del matrimonio si contempla anche l’aumento corporale della Chiesa. 1311 3143 3705.

G3. Unità della Chiesa di Cristo.

Fede nella Chiesa una ed a.unica (riprovate le affermazioni b.degli scismatici ossia della teoria dei rami silenti) 5 41s 44 46 a47s 51 150 350 b446 b468s 802 a870s 872 1050 b1159 ac2885-2888 b2937s 2997-2999 3300-3304;

in unico regno di Dio 3s.

La Ch. è una per unità di sposa, di fede, di Sacramenti, di carità 871;

In quanto Corpo mistico di Cristo 3300-3304.

Cristo non formò la Chiesa come comunità distinte plurime simili per genere 3303; l’unità consiste in ciò, che un solo gregge sia sotto un unico pastore in forza della comunione con il Romano Pontefice e della medesima professione di fede 3060; principio (radice, fondamento) è a. il primato e b. il Magistero a2888 b3113 ab3305-3310.

4. Costituzione giuridica della Chiesa.

G4a. a. – PERFEZIONE DELLA CHIESA QUALE SOCIETÀ GIURIDICA.

La Chiesa è una società perfetta nel genere e nel diritto (a.in possesso di ogni mezzo per il suo fine) 2919 a3167 3171 3685; pertanto è suprema nel suo ordine 3167s 3171 3685; non è inferiore al governo civile 3167; è ina delle due supreme potestà che reggono il mondo 347 362 (642) 767 873.

Nelle cose essenziali la costituzione della Chiesa è fondata sull’ordinazione divina, immune dall’arbitraria disposizione degli uomini 3114; si riprovano gli errori del modernismo circa la costituzione della Chiesa 3452-3456 3492s.

La Chiesa si riserva il diritto esclusivo di costituire il clero 604 659 712 1063 1769 1777 CdIC 109 1352.

La Chiesa si riserva il diritto ai beni temporali; ctr. avversari 941 1126s 1137s 1160 1166 1168 1181//1189 1194 1274-1276 1491 2281 29242927 2975s CdIC 1495 1499.

G4b. b. – POTESTÀ LEGIFERANTE, GIUDIZIARIA, COERCITIVA

La Chiesa ha giurisdizione diretta nelle cose spirituali e suoi annessi CdIC 1553; al giudizio della Chiesa spetta il governo interno delle anime 2265-2268; partecipa il diritto di educare ed istruire religiosamente 2892 2945-2948 3685-3689 CdIC 1329-1348.

Alla Chiesa compete il diritto di perseguire i trasgressori con le pene spirituali e temporali (cioè scomuniche, interdetti, altre censure) 945 1129-1135 1161-1163 1180 1214//1219 1271-1273 1473s 2604s 2646- 2650 2914 CdIC 2214, § 1; la Ecclesia rifugge da ogni vendetta cruenta, accontentandosi del giudizio sacerdotale 283; rivendica tuttavia a sé il diritto di invocare il braccio secolare 1215 1272 1483s.

Si riprova l’asserzione postulante come necessaria all’esercizio della legittima potestà la dignità morale e la predestinazione (a.soprattutto del romano Pontefice) (1210) 1211-1213 ‘1220//1226 1230.

Circa le cose occulte (a.della mente e dell’intenzione della cosa interiore) la Chiesa non giudica 1814 2266s a3318.

Il diritto della Chiesa non riguarda i non battezzati 1671 CdIC 12; gli eretici non sono esenti dall’autorità della Chiesa, tuttavia sono privati dei bene della Chiesa 2568-2570.

G4c. c. – MEMBRI DELLA CHIESA ECCLESIAE

I membri della Chiesa sono coloro che hanno ricevuto il Battesimo, professano la vera fede, né mai si sono separati dalla compagine del Corpo di Cristo 3802.

Riprov. le asserzioni che restringono l’ambito dei membri -: alla Chiesa spirituale evangelicamente vivente distinta dalla Chiesa carnale papale 911; -: ai soli predestinati alla beatitudine 1201-1206 12201224 2476 3803; – : ai soli giusti, viventi in grazia 2474-2478 2615.

Riprov. Le asserz. estendenti l’ambito dei membri agli scomunicati per rito 1128//1163 1180 1217-1219 1271-1273 1473s 2491-2493.

Il diritto dei membri di ricevere i ben spirituali impone al clero l’obbligo di amministrare i a.mezzi necessari alla salvezza, b.il Sacrificio della Messa e dei Sacramenti , c.la dottrina cristiana CdIC a682 b785 b853 b886 b892 b939 a1329- 1348.

G4d. d. – ORDINE DEL REGIME

4da. In genere. La Potestà della Chiesa non deriva nei ministri dalla comunità dei fedeli 2602s; si riprova: (Cristo volle amministrare la Chiesa secondo gli usi di una repubblica) 2595.

Per il ministero del verbo (e a.dei Sacramenti) è richiesta (a.l’ordinazione) e la missione dalla potestà della Chiesa 760s (769) 796 809 866 1163s 1217s 1277s a1777.

La Potestà della Chiesa non si esttingue nel ministro peccatore o errante 912 1135 1158 1165 1212s (1220//1226) 1230.

Nella Chiesa sono noti la diversità del grado dell’ordine ecclesiastico 282 796 1765 1772 (1776) CdIC 108.

Varie distinzioni degli ordini nella Chiesa: chierici – laici CdIC 107; a.Sommo Sacerdote (“Vescovo uno”) – b.Vescovo – c. presbitero (o “secondo Sacerdote) – d.levita – e.diaconi – f.subdiaconi – g.accolito – h.esorcista – i.lettori – k.ostiari – I.salmisti o cantori – m.laici – n.vedove aedm101 e bc101. agekin bec119 bce121 bce187 b215s bcefghikl cefghikl326-329 cefghik765; ordini maggiori (presbiteriato, diacon., subdiacon.) – minori (accolitato, esorcist., lettor., ostiar.) CdIC 949.

La gerarchia di divina istituzione consta di Vescovi, presbiteri, ministri (a.diaconato) 1776 CdIC a108, § 3.

Nella gerarchia vi è distinzione di potestà, riprovata l’asserzione opposta: [tutti di Sacerdoti istituiti da Cristo sono di eguale giurisdizione9] 282 944 1265 1767 1777.

4db. Giurisdizione del Sommo Pontefice: primato. La Chiesa richiede per diritto divino l’unità di regime 3306; questa si trova nel primato: vd. G 3; la solidità della Chiesa consiste nel primato 3052.

Riconoscimento del primato — è richiesto (102) 109 132 181s 221 232-235 282 347 446 468s 638-641 774s 861 875 910 1051-1064 1191 1307s 2539 2592s 3059s 3064; — è eccellente 108 133-136 181s 1860 216s 264 306 661-664; —; è necessaria alla salute 233s 875 1051 1060 (1191) 3867; chi rinuncia alla sottomissione al S.Pontefice è scismatico CdIC 1325, § 2.

Riprovate le obiezioni ctr. il primato [tra le altre: a.la Dignità del Papa emanò da Cesare”; b.essa deriva dal diavolo: c. la Chiesa non ha bisogno di un capo terreno] b1187 1188 b1190 1192 a1209 c.1227-1229 1475s 2592-2597 3555.

Il S. Pontefice è il capo visibile della Chiesa 872 1307 2592s 3059 3113; è il vicario di Cristo 872 1054 (1118 1187) 1307 1448 (1475) 1868 2540 2592s 2603 3059; assume da Cristo immediatamente ogni potestà di giurisdizione 1054 (1187 2592s) 3060 3064 3113.

Il S. Pontefice è subordinato per diritto divino a Cristo per le disposizioni ecclesiastica, così da non poter mutare la sua costituzione3114.

Giurisdizione del S. Pontefice —: è est episcopale, ordinaria, immediata 3060 3064 CdIC 218, § 2.

—: se estende a tutta la Chiesa militante, ad ogni fedele 1053s 1307 3059 (3113) CdIC 218, § 2.

—: ha suprema potestà sia nelle cose di fede e di morale, sia in cose disciplinari e di regime ecclesiastico 3060 3064 (3307) CdIC 109 218, § 1 219; i decreti del S. Pontefice non richiedono il consenso della Chiesa affinché siano ut irreformabili 2284 2490 3074.

—: è di somma potestà legislativa, amministrativa, coercitiva 1057 1059 1061 1271-1273; questa non consiste dei soli diritti riservati (3064) 3113; può dispensare da tutto ciò di che la Chiesa universale stabilisce 1417.

—: è suprema la potestà giudiziaria eccles. 1055 1128-1135 2592 3063 CdIC 1569 1597; i fedeli devo sempre accogliere l’appello del S. Pontefice 133-135 639 641 861 3063 CdIC 1569; dal suo giudizio non è lecito discostarsi 133 135 182 221 232 235 641 3063; la prima Sede non deve essere giudicata da nessuno.638 873 943 1056 1058 1139 CdIC 1556; dalla sentenza del S. Pontefice a nessuno è dato appellarsi ad altro giudizio (a.nello specifico al Concilio generale) 641 1056 a1375 (a2935) 3063 CdIC a228, § 2 1880 2332.

—: ha la pienezza di potestà per elargire le indulgenze 819 868 1026 1059 1266 1398 1416.

—: è indipendente dall’autorità 2596 2603 CdIC 218, § 2.

-: è independente dalla probità morale e dalla predestinazione del Papa 912 914 1158 ( 1165).

Il S. Pontefice costituisce i Vescovi 2592 CdIC 329, § 2; precede gli altri Vescovi non solo per l’onore del grado ma anche per la suprema potestà 661 811 861 1308 2593 3067 CdIC 218; si riprova l’asserz circa la relazione del S. Pontefice con altri Vescovi e sedi 2595 2597 2935 3064; si rivendica il primato dall’accusa di centralismo ed assolutismo 3112-3116.

La Sede Romana per il primato è chiamata “madre”, “maestra” di tutte le chiese (particulari) 774 1616 1868 2781.

Il S. Pontefice ha autorità sul Concilio che giudica, b.trasferisce, c.proroga, d.scioglie, e.conferma (approva) e398-400 447 861 abd 11445 ‘18474850 2282s 2329 bcdS1309 CdIC abde222 e227.

4dc. Giurisdizione dei Vescovi. L’ordine dei Vescovi è proprio dell’ordine gerarchico (a.attinente all’intima constituzione della Chiesa a3307; la sua istituzione è (a.egualmente) divina (e b.immutabile) e ad eessa il a.il primato a3115 CdIC 329, § I.

La giurisdizione episcopale è a.immediata ed b.ordinaria (essa è c.potestà a sé propria, non vicaria del S. Pontefice) ab3061 ac3307 b3804 CdIC b329, § I.

I Vescovi reggono le chiese particolari sotto l’autorità del S. Pontefice (a.dal quale ricevono giurisdizione immediata) 1778 3308s a3804 CdIC 329, § 1; la potestà del S. Pontefice non si oppone alla potestà di giurisdizione dei Vescovi è non può assorbirla 3061 3112 3115 3310.

Si riprovano le asserzioni esageranti i diritti dei Vescovi 2594 2606-2608.

Sedi patriarcali (a.Constantinopoli, b.Alessandria, c.Antiochia, d.Gerusalemme e.ad esse si confermano tutti i diritti ed i privilegi bc351 abcd661 abcd 881 861 abcde1308.

Proprio dei Vescovi è ordinare i ministri della Chiesa e conferire il Sacramento della confermazione 1768 1777 (3328).

I Vescovi sono presbiteri superiori 1768 1777. –

Il Concilio generale dei Vescovi non può essere giudicato dal Sinodo particolare 447; non è invero superiore al. Papa 233 1151 (2935s) S1309; add. G 4db. (circa l’autorità del Pontefice sui Concili);

Si riprova: [lee definizioni del Concilio nazionale non ammettono dispute] 2936.

4dd. La funzione dei laici nella Chiesa. Al laico non è data missione canonica onde predicare 760s (770s) 796 809 866 1163s 1217s 1277 1777; i peccati non si devono confidare ai laici 866 1260 1463 1684 1700.

5. Costituzione spirituale carismatica della Chiesa.

G5a. a. – INDOLE SOPRANNATURALE IN GENERE.

La Chiesa (a.come proprio fine e mezzo per il fine) è soprannaturale a3167 3300s 3685; è spirituale.3167 3300s.

La Chiesa muove i doni dello Spirito nei carismi 575 3328; non vi sono uomini carismatici che manchino di essi homines.3801.

La Chiesa è chiamata “Santa” nei simboli 1-5 11-30 36 41s 47 51 60-63 150; è senza macchia e ruga 493 575.

G5b. b. – INDOLE VITALE MISTICA.

La Chiesa è chiamata “madre” dei fedeli 45 47 478 807 1507 1863; “coniuge (sposa) di Cristo” 901 3805.

La Chiesa è la pienezza di Cristo 3813; si descrive il modo in cui Cristo vive nella Chiesa 3806.

La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, di cii il capo è Cristo 493 575

870 3300s 3800-3816; spiegazione di questa nozione (ctr. gli errori) 3300s 3800 3809-3811 3816; cooperazione dei membri con il capo 3805; la sola fede non rende membro vivo del Corpo di Cristo 1531.

Lo Spirito Santo è concepito come anima della Chiesa 3328 3807s; add. B 2cb.

L’Eucharistia è deta anima della Chiesa (gerarchica) 3364.

6. Fine della Chiesa

G6a. a. — LA CHIESA MEZZO ESTERNO DI SALVEZZA.

Fine della Chiesa è la salvezza eterna delle anime 3166 3168.

Fede dei simboli nella Chiesa quale mezzo: “per” la Chiesa 21s; “nella” Chiesa 2-4.

Necessità della Chiesa per la salvezza 575 792 802 870 1191 1351 2720 2730s 2785 2865 2867 2917 2997-2999 3304 3821s 3866-3873; la divina legge tiene avvianti alla vera Chiesa CdIC 1322, § 2; in certe situazioni è sufficiente il voto = (anche implicito) o il desiderio (appartenenti alla Chiesa) 3821 3869-3872; anche fuoori dalla Chiesa è concessa la grazia 2429.

È riprovato l’indifferentismo o latitudinarismo 2720 2730s 2785 2865-2867 2915-2918 (2921 2977-2979).

G6b. b. — DESTINAZIONE UNIVERSALE DELLA CHIESA.

La Chiesa è destinata a comprendere tutto il genere umano. Ecclesia destinata est, ut complectatur totum genus humanum (a.non è circoscritta a nessun luogo o tempo) 350 a3166 3685 CdIC 1322, § 2.

Fede dei simboli nella Chiesa “cattolica” 3-5 12 15 19 21 23 27-30 36 41//51 60 126 150.

G6c. c.— CONOSCIBILITÀ DELLA VERA CHIESA.

La Chiesa è esterna, visibile 3300; Dio istituì la Chiesa con note manifeste affinché potesse essere riconosciuta da tutti. 3012.

Motivi vari di credibilità della Chiesa 2779 3013s; soprattutto la si può riconoscere dalle quattro note di: cattolicità, unità, santità apostolica successione 42 150 684 792 2888 2997.

Nessun uomo può accampare l’ignoranza invincibile della vera Chiesa. 2865 2866.

G6d. d. — RELAZIONE DELLA CHIESA CON I FINI NATURALI.

La Chiesa non vuole ostacolare la cultura, le comodità ed i beni (materiali) della società umana 2775 2940 3019 3178 3255; infatti anche questi beni. Se rettamente usati possono condurre a Dio 3019.

Nella questione sociale ed economica la Chiesa è maestra dei costumi morali: vd. H1 ba.

Si riprova: Recriminazioni circa la relazione della Chiesa con la cultura profana. 1179 2980 3457.

G6e. e. — RELAZIONI DELLA CHIESA CON IL POTERE.

In tutto ciò che attiene alla salvezza delle anime, è competente unicamente la Chiesa, indipendente e libera 345 347 362 638 642 941-945 1058 1063 2919 (2934) 3168 3171.

La Chiesa rivendica nella fattispecie —: l’elezione e la consacrazione per gli uffici ecclesiastici 604 659 712 1063 1769 1777; —: il regime spirituale ed il commercio tra il S. Pontefice ed i fedeli 663 2944 2949-2953 3062 CdIC 2333; —: la disposizione circa le cose ecclesiastiche 712; —: la celebrazione dei Concili 600; tuttavia talvolta si è tuttavia permessa la partecipazione dei principi secolari ai Concili. 343 639.

Si riprovano le asserzioni secondo cui la libertà della Chiesa debba essere repressa in favore del potere civile [in particolare: il potere civile è, definire i diritti della Chiesa; la forza delle leggi ecclesiastiche dipende dall’assenso del potere civile; nel conflitto tra leggi eccl. e civ. prevale il diritto civile] 2893-2896 2919s 29281/2948 2954s 3062.

Nei vari negoziati è da curare la modestia di entrambi gli ordini 642.

Nei negoziati misti è desiderabile che non vi sia secessione (separazione) tra autorità eccl. e civ., ma concordia, collegamento ordinato (a somiglianza del corpo e dell’anima) 2955 a3168 3172.

La Chiesa è indifferente alla forma di governo civile 2769 3150 3165 3173s.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (50)

IL CATECHISMO DI SPIRAGO (IV)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (IV)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO

SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

PRIMA PARTE DEL CATECHISMO

LA FEDE. (1)

I. LA CONOSCENZA DI DIO.

La conoscenza di Dio è la conoscenza delle sue qualità e perfezioni, delle sue opere, della sua volontà, delle fonti di grazia da Lui stabilite, ecc. “Crescete sempre nella conoscenza di Dio”. (Col. 1, 10.) Ora vediamo solo come in uno specchio e con enigmi (gli specchi degli antichi erano poco chiari), ma dopo la morte conosceremo Dio in modo chiaro. (I. Cor. XIII, 12.)

1. LA CONOSCENZA DI DIO È LA FELICITÀ DEGLI ANGELI E DEI SANTI.

Questa conoscenza è il nutrimento degli Angeli e dei santi; è di questo nutrimento che parlava l’Arcangelo Raffaelle quando diceva a Tobia: “Io uso un cibo e una bevanda invisibili agli uomini.” (Tob. XII, 19) Allo stesso modo Cristo dice: “Ora la vita eterna consiste nel conoscere te, l’unico vero Dio, e Gesù Cristo che tu hai mandato. “Tuttavia, la conoscenza che gli eletti hanno di Dio in cielo è diversa da quella che abbiamo sulla terra. I Santi hanno una conoscenza immediata (diretta) di Dio, che si chiama visione (beatifica). Noi, invece, conosciamo Dio solo mediatamente (indirettamente) attraverso le sue opere e la rivelazione. 11 Questa conoscenza è come la scienza geografica, si conosce un paese solo dalle carte geografiche (e se ne ha una conoscenza solo indiretta e imperfetta), l’altro lo conosce per averlo attraversato e osservato (e ne ha una conoscenza immediata e più perfetta). Il Salvatore ha detto degli Angeli buoni: “Gli Angeli del cielo vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli”. Anche i santi vedono il volto di Dio, perché assomigliano agli Angeli” (S. Luca XX, 36.)

2. LA CONOSCENZA DI DIO È MOLTO IMPORTANTE; PERCHÈ SENZA DI ESSA SULLA TERRA NON CI PUÒ ESSERE NÉ FELICITÀ, NÉ VERA ONESTÀ.

Senza la conoscenza di Dio, non ci può essere felicità. Essa è in effetti il nutrimento della nostra anima. Se manca questo cibo, l’anima è tormentata dalla fame, l’uomo è scontento. “Se manca la pace interiore, tutti i beni della terra, le ricchezze, la salute, ecc. non potranno mai darci gioia”. (S. Grég. Nys.)

– Pochi uomini, purtroppo, si preoccupano di questo nutrimento, che rimane per la vita eterna; essi si preoccupano solo del cibo che soddisfa solo per un momento. L’uomo che non conosce Dio è come un cieco, ha un passo instabile, cade spesso e sbatte contro le cose, si sente molto infelice, non ha piacere nella vita; tale è l’uomo senza Dio: non vede la sua meta, cade da un peccato all’altro non ha consolazione nella vita e non ha speranza nella morte. – Chi non ha conoscenza di Dio è un ignorante, anche se fosse il più grande studioso. (Marie Laïaste.). Guai all’uomo che sa tutto, ma non conosce Te, o mio Dio!” (S. Aug.) Infelice soprattutto perché manca di contentezza. Lo stesso Goethe, quell’uomo illustre, riconosceva (nelle conversazioni con l’amico Eckermann) che in 75 anni non aveva sperimentato che 4 settimane di vero benessere; egli paragonava tutta la sua vita ad una pietra, che deve sempre essere fatta rotolare in avanti su un pendio. Da dove veniva dunque l’insoddisfazione di un uomo del genere? – Senza conoscenza di Dio, non ci può essere vera onestà. Un campo incolto non può produrre buoni frutti, ed un uomo che non ha conoscenza di Dio non può fare buone azioni. Questa ignoranza è la causa della maggior parte dei peccati. Perché tanti falsi giuramenti, o prestati alla leggera ? Perché non si prega, perché non partecipiamo alle funzioni religiose, perché trascuriamo i Sacramenti? Perché questa ricerca appassionata di oro e onori, di piaceri sensuali, dove calpestiamo così audacemente i comandamenti di Dio? Perché non conosciamo Dio. L’imperatore Giuseppe II (+ nel 1790) si mescolava spesso con il popolo sotto mentite spoglie, e più di una volta fu maltrattato to dai suoi funzionari… Perché? Perché non lo riconoscevano, altrimenti lo avrebbero trattato in modo diverso. Lo stesso vale per Dio. Osea grida: “Perché non c’è conoscenza di Dio sulla terra”, insulti, menzogne, omicidi, furti… . si sono diffusi come un diluvio”. (IV. 2.) E S. Paolo assicura che i Giudei non avrebbero mai crocifisso Gesù Cristo, il Re della Gloria, se lo avessero conosciuto (I Cor. 11, 8). “Se gli uomini vi conoscessero, non vi offenderebbero mai”. (S. Ign. L.) L’esperienza dimostra che la maggior parte dei detenuti nelle carceri non sa nulla di “Dio“. Quando Federico II di Prussia ha riconosciuto che la scomparsa della conoscenza di Dio portava ad un aumento della criminalità, apostrofò il suo ministro dicendogli “Portatemi della religione”- Imparare e comprendere il catechismo, che è solo un riassunto del Vangelo di Gesù Cristo, sono due cose molto importanti. Tuttavia, la conoscenza delle verità religiose noncostituisce ancora onestà; perché uno può conoscerle ed essere comunque un uomo immorale. “Nella religione, la cosa principale non è la conoscenza e la fede, ma l’azione e la condotta”.

3. LA VERA CONOSCENZA DI DIO SI ACQUISISCE DALLA FEDE NELLE VERITÀ RIVELATE DA DIO.

Indubbiamente possiamo conoscere Dio con la ragione, con la considerazione delle creature (Rm I, 20); i cieli raccontano la sua gloria (Sal XVIII, 2), mostrano la sua onnipotenza e la sua sapienza. la sua la sua bontà, la sua bellezza. Ma la nostra ragione è debole e non arriveremmo mai ad una conoscenza esatta e chiara di Dio. – Sappiamo quali idee insensate avessero sulla Divinità e quale culto immorale praticassero i pagani, che pensavano solo in termini di ragione. “Se tanti oggetti su questa terra sono inspiegabili per l’uomo, quanto più grande è il pericolo di errore, quando cerca di scrutare ciò che è al di sopra del cielo” (Bellarmino). Nessuno può scrutare ciò che è al di sopra del cielo, se Dio non gli dà la sapienza e non gli manda il suo Spirito. (Sap. IX, 14-16); e questo aiuto ci è dato dalla fede.

Questa fede nelle verità rivelate da Dio ci dà una conoscenza esatta e distinta di Dio. Così sant’Agostino dice: “Credo per conoscere”, e sant’Anselmo: “Quanto più siamo nutriti dalla fede, tanto più siamo pieni di comprensione”. La fede è l’inizio di ogni conoscenza superiore di Dio. La fede è spesso chiamata una luce divina (Catech. Rom. – 1. Pietro II, 9) che risplende nella nostra anima”. (2. Cor. IV, 6). Infatti, così come la luce, il lampo, penetra le tenebre, allo stesso modo la fede penetra i misteri cristiani (S. Bern.). Come la luce illumina la casa, così la fede illumina l’anima (S. J. Chr.) La fede rassomiglia ad un osservatorio su un monte: da lì si scopre ciò che non si vede in pianura; dall’alto della fede si scopre ciò che non si nota nella semplice contemplazione delle creature. La fede è come un telescopio attraverso il quale si può vedere ciò che non si vede ad occhio nudo; attraverso la fede si vede ciò che non si riconosce dalla sola ragione. La fede è come uno specchio: in uno specchio si vede una torre altissima.; con la fede possiamo conoscere la maestà di Dio (S. Bonav.); assomiglia anche a un bastone, un bastone usato per sostenere le membra tremanti; con la fede sosteniamo la nostra ragione in modo da conoscere meglio Dio (S. J. Chr.) – Ci sono due libri in cui impariamo a conoscere Dio: un libro senza lettere, la Natura, ed un libro con lettere, la Sacra Scrittura, che ci comunica la Rivelazione.

2. LA RIVELAZIONE DIVINA.

Se qualcuno si trova dietro a delle tende trasparenti in una stanza, può vedere i passanti per strada, ma loro non vedono lui. Se tuttavia si manifesta con la voce, i passanti possono indovinare chi c’è dietro la tenda. 11 Lo stesso vale per Dio, che ci vede senza essere visto da noi (Is. XLV, 15), eppure si è manifestato agli uomini in vari modi: ai nostri primi genitori, ad Abramo (al quale si presentò in forma umana con due angeli), a Mosè nel roveto ardente, agli Ebrei sul Monte Sinai, ecc.

1. DIO SI È SPESSO RIVELATO AGLI UOMINI NEL CORSO DEI SECOLI. (Eb. I. 1, 21).

Cioè, Dio ha spesso parlato agli uomini delle sue qualità, dei suoi progetti (ad esempio della futura Redenzione), della sua volontà, e li ha illuminati sul loro destino, il loro futuro dopo la morte, ecc. – Questa rivelazione di Dio si chiama soprannaturale in contrapposizione alla manifestazione naturale che avviene attraverso la creazione visibile, cioè mediante la natura.

2. LA RIVELAZIONE DIVINA AVVENIVA DI SOLITO NEL MODO SEGUENTE: DIO PARLAVA A CERTI UOMINI IN PARTICOLARE E DAVA LORO L’ORDINE DI ANNUNCIARE PUBBLICAMENTE AGLI ALTRI UOMINI LE COSE CHE ERANO STATE RIVELATE LORO.

Dio parlò a certi uomini in particolare, per esempio a Noê, ad Abramo ed ai suoi figli e a Mosè, perché trovò in loro un’anima pura (S. J. Chr.). Dio mandò Noè agli uomini viziosi prima del diluvio, e Mosè agli israeliti perseguitati e al Faraone. – Come eccezione, Dio parlò a molti uomini a volte o si servì del ministero degli Angeli. Dio si è rivelato a un’intera folla in una sola volta dando la sua legge sul Sinai (Dio ha parlato a tutto il popolo d’Israele) e al battesimo di Gesù. (Dio Padre ha pronunciato queste parole: “Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”). Dio si è servito anche degli Angeli per rivelarsi. Mandò Raffaele a Tobia. Quando Dio parlava agli uomini, assumeva una forma visibile; per esempio, quella di un Angelo o di un uomo, oppure parlava da una nuvola (sul Monte Sinai), in un roveto ardente (a Mosè), in una luce intensa (a Paolo), nel mormorio del vento (a Elia), o con un’illuminazione interiore (Levit. XII, 6-8). – Gli uomini a cui Dio aveva parlato e che aveva incaricato di rendere testimonianza davanti ad altri uomini (S. Giovanni I, 7) sono solitamente chiamati Inviati di Dio. Generalmente Dio scelse solo uomini di buoni costumi e li dotò del dono dei miracoli e della profezia, affinché la loro parola fosse creduta. Ricordiamo i miracoli di Mosè davanti al faraone, i miracoli dei profeti e degli Apostoli.

3. LA PRELDICAZIONE DELLA RIVELAZIONE DIVINA FU FATTA SOPRATTUTTO MEDIANTE I PATRIARCHI, I PROFETI, IL FIGLIO DI DIO GESÙ CRISTO (Eb. I, 1) E GLI APOSTOLI.

La rivelazione è semplicemente l’educazione del genere umano. Ciò che l’educazione è per l’individuo, la rivelazione è per l’intera umanità. La Rivelazione risponde alle alle esigenze delle età successive dell’uomo: l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. I Patriarchi, che erano come bambini, avevano meno bisogno di leggi e Dio conversava con loro in modo familiare. Gli israeliti, ovr come negli adolescenti vi era sensualità ed amor proprio, avevano bisogno di essere educati con insegnamenti continui e leggi severe. Ma quando Dio volle che l’umanità entrasse nell’età matura, le leggi severe sono cadute e Dio ha dato attraverso il suo Figlio la legge dell’amore. (I Cor. XIII, 11; Gal. III, 24.) – Di tutti i predicatori della rivelazione, il Figlio di Dio è stato il testimone più fedele. (Apoc. I, 5) ed era venuto in questo mondo per testimoniare la verità. (S. Giovanni XVIII, 37) Ciò che disse, lo disse come il Padre gli aveva insegnato. (S. Giovanni XII, 50.) Poteva parlare con più precisione e chiarezza di tutti gli altri, perché, essendo il Figlio unigenito nel seno del Padre, vedeva la natura di Dio meglio di chiunque altro. (S. Giovanni I, 18) Testimoniò ciò che aveva visto, ma gli uomini non accettarono la sua testimonianza. (S. Giovanni III, 11.) – Anche gli Apostoli erano predicatori di rivelazioni. Dovevano rendere testimonianza di ciò che avevano visto, soprattutto della risurrezione del Salvatore (Atti X, 39 ss.), non solo a Gerusalemme, ma in tutta la Giudea, in Samaria, ma fino ai confini della terra. (I, 8) Così San Paolo diceva che il suo ministero consisteva nel rendere testimonianza al Vangelo. (XX,24). La rivelazione di Gesù Cristo e degli Apostoli è stata l’ultima parola di Dio agli uomini. (Héb. I, 1.); essa chiude la serie delle rivelazioni, che sono rivolte a tutta l’umanità.

4. ANCHE DOPO LA MORTE DEGLI APOSTOLI DIO SI È RIVELATO SPESSO AGLI UOMINI; MA QUESTE RIVELAZIONI NON SONO CONTINUAZIONI DELLA RIVELAZIONE EVANGELICA SU CUI SI BASA LA NOSTRA FEDE. (Ben. XIV. S. Thom. Aq.)

Le rivelazioni divine si verificano spesso ancora oggi, per ravvivare la fede tra gli uomini, come ad esempio le apparizioni della Vergine a Lourdes, in Francia, nel 1858. Anche se, da una parte, non dobbiamo essere troppo precipitosi nel credere a tali rivelazioni (Sap. XIX, 4), perché molto spesso ci sono state delle imposture, non dobbiamo però respingerle senza esaminarle (Tess. V, 20 ss.), come, ahimè gli uomini con sentimenti carnali di solito lo fanno. – Queste rivelazioni sono ancora fatte a uomini desiderosi di perfezione, come vediamo nella storia, soprattutto negli atti di canonizzazione dei santi. Cristo apparve a San Francesco d’Assisi in una chiesa (Origine della Porziuncola), il Bambino Gesù a Sant’Antonio di Padova (Immagine di questo santo con in braccio il Bambino Gesù); Santa Teresa vedeva spesso Cristo, Santi e Angeli e parlava con loro, ecc. Queste rivelazioni private (apparizioni, visioni, ecc.) sono doni di Dio il cui scopo è quello di staccarci completamente dalla terra e di elevarli a una perfezione superiore. (Scaramelli) Tuttavia, la santità non consiste in queste rivelazioni e consolazioni, ma nelle sofferenze e nella virtù eroica. Anche gli uomini empi possono avere visioni: Balthasar vide la mano che scriveva sul muro. (Dan. V.). Non possiamo quindi concludere logicamente dalle visioni di un uomo che egli sia santo. Queste rivelazioni private non sono una continuazione della rivelazione su cui poggia la nostra fede; riguardano solo gli individui, e, di norma, servono solo a rendere più comprensibili le verità rivelate. (Ne abbiamo un esempio nell’apparizione di Lourdes (1858): Maria vi dice: Io sono l’Immacolata-Concezione; sgorga una fonte le cui acque hanno prodotto molte guarigioni meravigliose. Ora, curiosamente, quattro anni prima (1854) Pio IX aveva solennemente definito il dogma dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio.; questa apparizione servì a diffondere e chiarire il dogma e Dio ne confermò la verità con i miracoli. – È da notare, tuttavia, che in molte private, il demonio cerca di provocare delle imposture; nessuno quindi deve dare credito alle rivelazioni, anche a quelle riconosciute dalla Chiesa (come quelle di Santa Teresa, Santa Brigida, Santa Gertrude, ecc.), con una fede maggiore di quella in un uomo onesto. Se si hanno delle ragioni, si può anche in modo riservato rifiutare la sua fede. (Ben. XIV.)

5. LA RIVELAZIONE DIVINA ERA NECESSARIA, PERCHÈ SENZA DI ESSA, DOPO IL PECCATO ORIGINALE, GLI UOMINI NON AVREBBERO CONOSCIUTO NÈ DIO, NÈ LA SUA VOLONTÀ, E PERCHÈ L’UMANITÀ AVEVA BISOGNO DI ESSERE PREPARATA ALLA VENUTA DEL REDENTORE .

I tre Magi, nel profondo Oriente, non avrebbero mai trovato Cristo, se non si fosse rivelato a loro attraverso una stella; allo stesso modo, l’umanità, che dal peccato originale viveva lontano dalla propria patria, non sarebbe mai giunta a un’esatta conoscenza di Dio, se Egli non si fosse rivelato. “L’occhio corporeo ha bisogno di luce per vedere le cose della terra, e la ragione, l’occhio dell’anima, ha bisogno della luce della rivelazione divina per vedere le cose di Dio. (S. Aug.) Il peccato originale e i disturbi della carne avevano oscurato la ragione umana in modo tale da renderla incapace di riconoscere Dio nelle sue opere (Sap. IX, 16); lo dimostra la storia di tutti i popoli pagani. Essi adoravano migliaia di divinità, e tra queste i cattivi,

bestie, statue, e questo di un culto immorale, spesso crudele (sacrifici umani). Rappresentavano i loro dèi con tutte le loro debolezze e tutti i loro vizi, addirittura come protettori di questi vizi. Le più grandi menti dell’antichità caddero in grossolani errori: Cicerone approvava il suicidio, Platone l’esposizione dei bambini, il disprezzo per gli stranieri, l’ubriachezza in onore degli dèi; tutti loro erano ”in errore” sulla creazione, si contraddicevano l’un l’altro, cambiavano spesso opinione e csdevano in un contrasto tra la loro condotta e i loro discorsi. (Socrate insegnava l’unità di Dio e derideva la follia dell’idolatria, eppure prima di morire sacrificò un gallo ad Esculapio). La maggior parte di loro – Socrate e Platone fra tutti – riconosceva la propria miseria e confessava francamente l’impotenza della loro ragione a scoprire qualcosa di Dio e delle cose divine, e la necessità dell’intervento diretto e della manifestazione esplicita della sua volontà. – Senza la rivelazione divina gli uomini non avrebbero riconosciuto o onorato adeguatamente il Redentore.

Dio ha agito come un re che vuole fare il suo ingresso solenne in una città e che annuncia il suo arrivo con molto anticipo. – Abbiamo questa rivelazione divina.e dobbiamo ringraziare Dio, come il cieco deve ringraziare il medico che gli ha restituito la vista. Dobbiamo compatire coloro che non si preoccupano della rivelazione; sono come l’uomo che, a mezzogiorno, tiene le imposte chiuse e rimane nelle tenebre.

3. LA PREDICAZIONE DELLA RIVELAZIONE.

1. LE VERITÀ RIVELATE AGLI UOMINI DA DIO SONO, PER SUO ORDINE, ANNUNCIATE A TUTTI I POPOLI DELLA TERRA DALLA CHIESA CATTOLICA, E COL MEZZO DELLA PAROLA PARLATA, VALE A DIRE CON LA PREDICAZIONE.

L’ordine di proclamare a tutti i popoli le verità rivelate da Dio è stato impartito ai capi della Chiesa da Gesù Cristo al momento della sua ascensione. Cristo disse allora agli Apostoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Andate dunque e insegnate a tutte le nazioni e battezzatele nel nome del Padre, del Figlio e del Santo, ed ecco, Ko sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”. Gli Apostoli e i loro successori non lasciarono che alcun potere civile proibisse loro di predicare il Vangelo. Quando il Sinedrio proibì agli Apostoli di predicare, San Pietro e gli altri dichiararono categoricamente: “Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 29). E ancora oggi la Chiesa non ammette alcuna interferenza da parte dello Stato nell’esercizio del mandato di insegnamento conferitogli da Cristo. In molti Paesi, e anche nel nostro tempo, diversi Stati rivendicano il cosiddetto luogo reale, secondo il quale i decreti della Chiesa anche quelli dogmatici, siano soggetti alla censura governativa. La Santa Sede ha minacciato di scomunica tutti coloro che direttamente o indirettamente, impediscono la pubblicazione o l’esecuzione dei decreti pontificii. (Pio IX, 12 ottobre 1869). È difficile spiegare l’esistenza di queste leggi nel nostro tempo, in cui, in base alle legislazioni liberali sul diritto, ognuno è libero di esprimere pubblicamente la propria opinione. E poiché la Chiesa ha il compito di annunciare le verità rivelate a tutti gli uomini, i Papi inviano continuamente missionari nei Paesi ed Encicliche al mondo cristiano. I Vescovi indirizzano lettere alle loro diocesi e inviano sacerdoti nelle loro diocesi: ogni domenica questi sacerdoti tengono un sermone nelle loro chiese parrocchiali e impartiscono l’istruzione religiosa nelle scuole. – Mentre la nostra Chiesa diffonde le verità rivelate con la predicazione, i maomettani, per esempio, propagano la loro fede con il ferro e il fuoco, i protestanti con la Bibbia.

SONO NELL’ERRORE QUELLI CHE CREDONO CHE LA BIBBIA SOLA ABBIA COME SCOPO DI COMUNICARE LE VERITÀ RIVELATE A TUTTA I POPOLI DELLA TERRA.

Dio ha voluto che gli uomini conoscessero la rivelazione e quindi giungessero alla fede in Lui attraverso la predicazione e non, come sostengono i protestanti, attraverso le sole Scritture. Cristo ha solo predicato, senza scrivere nulla. Agli Apostoli disse: “Andate ed ammaestrate tutte le nazioni (Matth. XXIII 79), non: “Scrivete a tutte le genti”. Quindi gli Apostoli, ad eccezione di due, non scrissero vangeli, ma si limitarono a predicare. Erano”, dice Sant’Agostino, “i libri dei fedeli”. S. Paolo dice: “La frde viene dall’udito”. (Rom. X, 17), e non dalla semplice lettura. L’insegnamento orale, inoltre, risponde perfettamente alla natura dell’uomo: preferiamo imparare da un insegnante piuttosto che fare una grande ricerca. Se la Scrittura fosse l’unico mezzo per conoscere la Rivelazione, sarebbe difficile capirla, prima di tutto, nonostante la predicazione di Cristo e degli Apostoli, gli uomini, vivendo prima della scrittura delle Sacre Scritture non sarebbero stati in grado di raggiungerla (cioè tutti gli uomini prima di di Mosè, quindi prima della composizione dei Vangeli). Anche oggi sarebbe il caso di tutti coloro che non saprebbero leggere, che sarebbero troppo poveri per comprare una Bibbia, o troppo poco istruiti per capire certi passaggi molto difficili della Bibbia. Eppure Dio vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità (I Tim. II, 4). – I libri sacri stessi perderebbero il loro valore se la Chiesa, attraverso la parola vivente, non ci assicurasse la loro origine divina e la loro perfetta integrità. S. Agostino dice: non crederei nel Vangelo se non vi fossi condotto dall’autorità della Chiesa.

UNA VERITÀ CHE LA CHIESA CI RAPPRESENTA COME RIVELATA DA DIO SI CHIAMA DOGMA O ARTICOLO DI FEDE.

I Concili generali (i Vescovi di tutta la Chiesa riuniti insieme) e il Papa da solo hanno il diritto di dichiarare che una verità sia divinamente rivelata. Il Concilio di Nicea ha definito come articolo di fede la divinità di Cristo (325) e Pio IX l’Immacolata Concezione della Beata Vergine. Ma non si trattava della creazione di una nuova verità, bensì della semplice dichiarazione che questa verità fosse realmente rivelata da Dio e sempre creduta dalla Chiesa. Non si tratta di un nuovo seme seminato nel campo della Chiesa, è semplicemente il seme gettato dagli Apostoli che sta arrivando ad una più ampia fioritura. (S. Vinc. de P.) il bambino, avanzando nella conoscenza della religione, non cambia la sua fede, ma piuttosto il suo modo di vivere la religione, non cambia la sua fede, e come poco l’insieme dei fedeli, la Chiesa accetta dottrine, quando all’apparire di alcune eresie discute e spiega più chiaramente alcune verità e rende la fede obbligatoria per tutti. – Una verità accettata nella Chiesa da sempre, ma non ancora dichiarata come rivelata da Dio, si chiama pia opinione. La fede nell’Assunzione della Beata Vergine, ad esempio, è una pia opinione (oggi dogma definito da Pio XII).

2. LA CHIESA CATTOLICA TRAE LE VERITÀ RIVELATE DA DIO DALLA SACRA SCRITTURA E DALLA TRADIZIONE.

La Sacra Scrittura e la Tradizione hanno pari autorità e devono essere ricevute con uguale rispetto e sottomissione. (Conc. Tr. 4.) La Sacra Scrittura è la Parola scritta di Dio, la Tradizione è la Parola non scritta di Dio. S. Paolo esorta i fedeli ad attenersi non solo a ciò che è stato loro scritto, ma anche a ciò che è stato comunicato oralmente. (Il Tessal. 11, 14).

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (V)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. BENEDETTO XV – “PATERNO JAM DIU”

Il Santo Padre, nel tempo immediatamente seguente al primo conflitto mondiale, mosso dalla carità verso i fratelli più bisognosi dell’Europa centrale, in particolare i bambini, commosso dagli infiniti drammi umani, smuove i fedeli Cattolici ad aprirsi alla carità per alleviare le condizioni economiche di quei popoli travagliati dalle brutture di una guerra orribile. Ecco l’amore di un padre spirituale che al bisogno diviene anche benefattore materiale. Questo è un vero Pontefice, Vicario in terra del Dio uomo che si commuoveva fino al pianto nel vedere i bisogni temporali degli uomini che era venuto a redimere dalla schiavitù spirituale del demonio. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’intervento divino per evitare il baratro in cui stanno precipitando interi popoli e nazioni e le società un tempo cristiane oggi apostate dalla fede nel nostro Salvatore e Redentore.

PATERNO IAM DIU

ENCICLICA DI PAPA BENEDETTO XV

SUI BAMBINI DELL’EUROPA CENTRALE

AI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E ALTRI ORDINARI IN PACE E COMUNIONE CON LA SANTA SEDE

Venerabili Fratelli,

Salute e Benedizione Apostolica.

Era attesa e speranza del Nostro cuore paterno che, una volta terminato il terribile conflitto e ripristinato lo spirito di carità cristiana, le regioni desolate dalla carestia e dalla miseria, soprattutto nell’Europa centrale, potessero a poco a poco migliorare la loro condizione, grazie agli sforzi congiunti di tutti gli uomini buoni. Ma questa Nostra speranza non è stata realizzata dagli eventi. Infatti, da ogni parte ci giunge notizia che quelle popolose regioni sono prive di cibo e di vestiario in una misura che va al di là di ogni immaginazione, cosicché un deplorevole decadimento della salute è il risultato tra i meno resistenti, e specialmente tra i bambini. Questa loro disgrazia affligge il Nostro cuore tanto più che essi sono del tutto innocenti e persino ignari del sanguinoso conflitto che ha desolato quasi tutto il mondo; inoltre, essi rappresentano i germi delle generazioni future, che non possono non risentire della loro debilitazione.

2. Tuttavia, la nostra angoscia è stata in qualche modo alleviata dall’apprendere che uomini di buona volontà si sono riuniti in società per “salvare i bambini”. Non abbiamo esitato ad approvare e confermare con la nostra autorità, come era giusto, questo nobile piano. Infatti, esso corrisponde al grave dovere di affetto che sentiamo nei confronti di quella tenera età che è più cara al nostro Divino Redentore e che ha meno forza per sopportare e soffrire i mali. In effetti, l’avevamo già fatto in passato. Ricorderete che in tempi non lontani ci siamo adoperati con i nostri mezzi per soccorrere i bambini del Belgio che si trovavano in condizioni estreme di fame e di miseria, raccomandandoli alla pubblica carità dei Cattolici. La generosità di quest’ultima fu tale che in gran parte fu possibile provvedere alle necessità di tanti bambini innocenti e preservarne la vita e la salute. Infatti, non appena abbiamo rivolto la nostra esortazione per questo nobile scopo all’Episcopato degli Stati Uniti d’America, i nostri desideri sono stati generosamente soddisfatti dalla più ampia corrispondenza. Registriamo oggi questo felice risultato, non solo per rendere il tributo del Nostro elogio a uomini degni di essere ricordati negli annali della carità cristiana, ma anche per invitare con la Nostra voce e la Nostra autorità i Vescovi di tutto il mondo a prendere provvedimenti per attuare la Nostra proposta, e a impiegare a tal fine tutto il loro prestigio presso i loro greggi. Con l’approssimarsi del periodo natalizio, che commemora la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, il nostro pensiero vola spontaneamente ai poveri bambini, specialmente nell’Europa centrale, che sentono più crudelmente la mancanza delle necessità della vita; e abbracciamo questa tenera età con tanta più sollecitudine in quanto richiama più esattamente l’immagine del Divino Bambino che sostiene per amore degli uomini nella grotta di Betlemme il rigore dell’inverno e la mancanza di ogni cosa. Nessuna circostanza potrebbe essere più opportuna di questa per indurci a sollecitare per i bambini innocenti la carità e la pietà dei cristiani e di tutti coloro che non disperano della salvezza del genere umano.

3. Perciò, Venerabili Fratelli, allo scopo di raggiungere nelle vostre rispettive diocesi l’obiettivo di cui abbiamo parlato, ordiniamo che il prossimo 28 dicembre, festa dei Santi Innocenti, si facciano preghiere pubbliche e si raccolgano le elemosine dei fedeli. Per aiutare su scala più ampia tanti bambini poveri in questa nobilissima gara di carità, oltre al denaro sarà necessario raccogliere cibo, medicine e vestiti, tutti elementi che mancano in queste regioni. Non è il caso di dilungarsi a spiegare come queste offerte possano essere convenientemente suddivise e inviate a destinazione. Questo compito può essere affidato ai comitati che sono stati costituiti per questo scopo e che possono provvedere in qualsiasi modo.

4. Infine, confidiamo che l’esortazione che, mossi dal dovere di quella paternità universale che Dio ci ha affidato, abbiamo fatto, sebbene rivolta principalmente ai cattolici, possa essere benevolmente ascoltata da tutti coloro che hanno sentimenti di umanità. Inoltre, per dare esempio agli altri, nonostante le continue richieste di aiuto che ci giungono da ogni parte, abbiamo deciso, nella misura delle nostre possibilità, di contribuire al soccorso di questi poveri bambini con la somma di 100.000 lire.

5. Nel frattempo, come auspicio dei felici risultati che ci aspettiamo dalla vostra benevolenza, impartiamo con tutto l’affetto a voi, Venerabili Fratelli, e al vostro clero e popolo, la Benedizione Apostolica.

Dato a San Pietro, Roma, il 24 novembre dell’anno 1919, nel sesto del Nostro Pontificato.

BENEDETTO XV

NOVENA AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

NOVENA AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI (inizia 13 agosto, festa 22 agosto)

I. O Cuore immacolato di Maria, irradiato sempre dal sole di Giustizia, Gesù, vibrate un raggio di vostra luce divina nel cuore di quegli infelici che vivono immersi nelle tenebre del peccato, e  scoprire loro l’enormità delle loro colpe, e la via di uscirne con sicurezza e senza dilazione. Ave.

II. O Cuore immacolato di Maria, dolce rifugio dei poveri peccatori, deh, quanti di essi per la vostra intercessione, già provano i salutevoli strazi di quei rimorsi che sono i primi frutti di quella divina grazia di cui Voi siete la Madre. Ah, cara Madre, compite l’opera che avete incominciato, e riduceteli fiduciosi e dolenti al vostro figlio Gesù. Ave.

III. O Cuore immacolato di Maria, Cuore, ahi, trafitto le mille volte dall’acutissima spada del peccato! deh, per pietà, ottenete a questi sgraziati che hanno di bel nuovo crocefisso il vostro divin Figlio, un dolore profondo delle loro colpe, e la grazia di non peccare mai più. Ave.

IV. O Cuore immacolato di Maria, più candido della neve, più splendente del sole, deh, vi commuova lo stato lagrimevole di quegli infelici che gridano all’impotenza d’uscire da quella schiavitù in cui sono stretti dalle loro basse e ree passioni. Ah, cara Madre, Voi che siete la Vergine Potente  per eccellenza, spezzate Voi quelle catene per le quali il demonio tenta di trascinarli all’eterna rovina. Ave.

V. O Cuore immacolato di Maria, che per i miseri peccatori avete tanto patito con Gesù là sul Calvario, esposto agli scherni di quella plebe sfrenata. Voi che conoscete quanto timido e fiacco sia lo spirito dell’uomo, deh, aiutate gl’infelici traviati a vincere gli umani rispetti, e disprezzar le beffe e le derisioni degli ostinati libertini, onde possano stringersi al vostro Cuore materno per non separarsene mai più. Ave.

VI. O Cuore Immacolato di Maria, il più tenero e compassionevole per noi, che deste a Gesù quel Sangue che Egli tutto versò sulla Croce per lavare d’ogni colpa le anime nostre, deh, lavate anche Voi le anime di tutti i peccatori in questo bagno salutare, aiutandoli ad accostarsi al Sacramento della Penitenza col cuore penetrato dal più profondo dolore delle loro colpe. Ave.

VII. O Cuore Immacolato di Maria tempio della Divinità, tabernacolo del divin Verbo, trono luminoso di gloria, santuario di tutte le grazie, deh, fate che dalle anime di tutti i Cristiani spariscono le nere  macchie del peccato, e splendente rifulga d’ogni più bella luce il soave raggio della grazia, onde così sian fatti degni di ricevere il vostro figlio Gesù. Ave.

VIII. O Cuore Immacolato di Maria, sorgente di ogni grazia, albergo delle più elette virtù, deh, fate che nelle anime ravvedute risplendano le cristiane virtù della Fede, della Speranza, della Carità e della Religione; perché così ornate di tanta bellezza, vengano loro da Voi aperte un giorno le beate porte del Paradiso. Ave.

IX. O Cuore Immacolato di Maria, speranza dei fedeli, delizia del Cielo, le passate infedeltà fanno tremare quei benedetti che già risorsero alla grazia. O Regina del Cielo e della terra, o caro Rifugio dei peccatori, deh! continuate ancora il vostro ministero di misericordia e d’amore, col non lasciarli dipartire da Voi mai più. Voi siete la madre della santa perseveranza. Deh, fate loro adunque da Madre: correggeteli, castigateli, ma teneteli sempre nel vostro Cuore santissimo immacolato! Ave, Gloria .

PEL SACRO CUORE DI MARIA.

Deus, qui beatæ Mariæ semper virginis Cor sanctissimum spiritualibus gratiæ donis cumulasti, et ad imaginem divini Cordis Filii tui Jesu Christi charitate et misericordia plenum esse voluisti, concede: ut qui hujus dulcissimi Cordis memoriam agimus, fideli virtutum ipsius imitatione, Christum in nobis exprimere valeamus. Qui tecum , etc.

PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

Deus, misericors et clemens, exaudi preces quas pro fratribus pereuntibus, gementes in conspectu tuo effundimus ut, conversi ab errore viæ suæ, liberentur a morte, ut ubi abundavit delictum superabundet et gratia.

ALTRA PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, suscipe deprecationem nostram; et omnes famulos tuos, quos delictorum catena constringit, miseratio tuæ pietatis clementer absolvat. Per Dominum nostrum, etc.

DOMENICA XI DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA XI DOPO PENTECOSTE (2023)

Semidoppio – Paramenti verdi.

La Chiesa nella liturgia di questo giorno ci insegna come Dio accordi il suo aiuto divino a tutti quelli che lo domandano con confidenza. Ezechia guarì da una malattia mortale, grazie alla sua preghiera, come pure liberò il suo popolo dai nemici; mercè la sua preghiera sulla croce, Gesù cancella i nostri peccati (Ep.) e risuscita il suo popolo a nuova vita mediante il Battesimo di cui è simbolo la guarigione del sordo muto, dovuta pure alla preghiera di Cristo (Vang.). Così, dato che per la virtù dello Spirito Santo, Gesù cacciò il demonio dal sordo muto e che i Sacerdoti di Cristo cacciano il demonio dall’anima dei battezzati, si comprende come questa XI Domenica dopo Pentecoste si riferisca al mistero pasquale ove, dopo aver celebrata la risurrezione di Gesù si celebra la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa, e si battezzano i catecumeni nello Spirito Santo e nell’acqua affinché, come insegna S. Paolo seppelliti con Cristo, con Lui resuscitino. – Il regno delle dieci tribù (regno d’Israele) durò 200 anni circa (938-726) e contò 19 re. Quasi tutti furono malvagi al cospetto del Signore e Dio, allora, per castigarli, dette il loro paese ai nemici. Salmanassar, re d’Assiria, assediò Samaria e trascinò Israele schiavo in Assiria nell’anno 722. I pagani, che presero il posto nel paese, non si convertirono totalmente al Dio d’Israele e furono detti samaritani dal nome di Samaria. — Il regno di Giuda durò 350 anni circa (938-586) ed ebbe 20 re. Una sola volta questa stirpe regale fu per perire, ma venne salvata dai sacerdoti che nascosero nel tempio Gioas, al tempo di Atalia. Parecchi di questi re furono malvagi, altri finirono come Salomone nel peccato, ma quattro furono, fino alla fine, grandi servi di Dio. Questi sono Giosafat, Gioathan, Ezechia, Giosia. L’ufficio divino parla in questa settimana di Ezechia, tredicesimo re di Giuda. Egli aveva venticinque anni quando diventò re e regnò in Gerusalemme per ventinove anni. Durante il sesto anno del suo regno, Israele infedele fu tratto in schiavitù. « Il re Ezechia, dice la Santa Scrittura, pose la sua confidenza in Jahvè, Dio d’Israele e non vi fu alcuno uguale a lui fra i re che lo precedettero o che lo seguirono; così Jahvè fu con lui ed ogni sua impresa riuscì bene ». Allorché Sennacherib, re d’Assiria, voleva Impadronirsi di Gerusalemme, Ezechia salì al Tempio e innalzò una preghiera a Dio, pura come quelle di David e Salomone. Allora il profeta Isaia disse a Ezechia di non temere nulla poiché Dio avrebbe protetto il suo regno. E l’Angelo di Jahvè colpì di peste centosettantacinque mila uomini nel campo degli Assirii. Sennacherib, spaventato, ritornò a marce forzate a Ninive ove morì di spada. Dio accordò più di cento anni di sopravvivenza al regno di Giuda pentito, mentre aveva annientato il regno d’Israele impenitente. — Ma Ezechia cadde gravemente malato e Isaia gli annunciò che sarebbe morto: « Ricordati, o Signore, disse allora il re a Dio, che io ho proceduto avanti a te nella verità e con cuore perfetto, e che ho fatto ciò che a te è gradito » (Antifona del Magnificat). E Isaia fu mandato da Dio ad Ezechia per dirgli: « Ho intesa la tua preghiera e viste le tue lacrime; ed ecco che ti guarisco e fra tre giorni tu salirai al Tempio del Signore ». Ezechia infatti guari e regnò ancora quindici anni. Questa guarigione del re che uscì, per così dire, dal regno della morte il terzo giorno, è una figura della risurrezione di Gesù. Così la Chiesa ha scelto oggi l‘Epistola di S. Paolo nella quale l’Apostolo ricorda che il Salvatore è « morto per i nostri peccati, è stato seppellito ed è resuscitato « nel terzo giorno » e che per la fede in questa dottrina noi saremo salvi come l’Apostolo stesso. Per questo stesso motivo è preso per l’Introito il Salmo 67, nel quale lo stesso Apostolo ha visto la profezia dell’Ascensione (Ephes., IV, 8).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LXVII: 6-7; 36

Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ.

[Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtù e potenza.]

Ps LXVII: 2
Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus.

[Sorga Iddio, e siano dispersi i suoi nemici: fuggano dal suo cospetto quanti lo odiano.

Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ.

[Dio abita nel luogo santo: Dio che fa abitare nella sua casa coloro che hanno lo stesso spirito: Egli darà al suo popolo virtù e potenza.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui, abundántia pietátis tuæ, et merita súpplicum excédis et vota: effúnde super nos misericórdiam tuam; ut dimíttas quæ consciéntia metuit, et adjícias quod orátio non præsúmit.

[O Dio onnipotente ed eterno che, per l’abbondanza della tua pietà, sopravanzi i meriti e i desideri di coloro che Ti invocano, effondi su di noi la tua misericordia, perdonando ciò che la coscienza teme e concedendo quanto la preghiera non osa sperare.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV: 1-10
“Fratres: Notum vobis fácio Evangélium, quod prædicávi vobis, quod et accepístis, in quo et statis, per quod et salvámini: qua ratione prædicáverim vobis, si tenétis, nisi frustra credidístis. Trádidi enim vobis in primis, quod et accépi: quóniam Christus mortuus est pro peccátis nostris secúndum Scriptúras: et quia sepúltus est, et quia resurréxit tértia die secúndum Scriptúras: et quia visus est Cephæ, et post hoc úndecim. Deinde visus est plus quam quingéntis frátribus simul, ex quibus multi manent usque adhuc, quidam autem dormiérunt. Deinde visus est Jacóbo, deinde Apóstolis ómnibus: novíssime autem ómnium tamquam abortívo, visus est et mihi. Ego enim sum mínimus Apostolórum, qui non sum dignus vocári Apóstolus, quóniam persecútus sum Ecclésiam Dei. Grátia autem Dei sum id quod sum, et grátia ejus in me vácua non fuit.”

[“Fratelli: Vi richiamo il Vangelo che vi ho annunziato, e che voi avete accolto, e nel quale siete perseveranti, e mediante il quale sarete salvi, se lo ritenete tal quale io ve l’ho annunciato, tranne che non abbiate creduto invano. Poiché in primo luogo vi ho insegnato quello che anch’io appresi: che Cristo è morto per i nostri peccati, conforme alle Scritture; che fu seppellito, e che risuscitò il terzo giorno, conforme alle Scritture; che apparve a Cefa, e poi agli undici. Dopo apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta, dei quali molti vivono ancora, e alcuni sono morti. Più tardi apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Finalmente, dopo tutti, come a un aborto, apparve anche a me. Invero io sono l’ultimo degli Apostoli, indegno di portare il nome d’Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per la grazia di Dio, però sono quel che sono; e la sua grazia in me non è rimasta infruttuosa.”].

LA SINTESI DEL CREDO IN S. PAOLO.

Una delle cose che ci stupiscono davanti a certi monumenti costrutti dalla mano dell’uomo, monumenti materiali, è la loro antichità. Quando dinanzi all’arco di Tito, ancora così ben conservato nelle sue linee maestose, e anche in certi, in molti particolari secondarî, possiamo dire: ha duemila anni circa… ci pare d’aver fatto un grande elogio. Eppure questo è monumento morto. Noi ci troviamo oggi dinanzi a un monumento vivo, una costruzione ideale, cioè di idee, di concetto, di verità: il Credo, quello che voi sentite cantare ogni domenica. Ebbene il Credo ha duemila anni di vita. E noi ci troviamo oggi davanti al primo Credo, quale lo insegnava Paolo ai suoi convertiti. Non c’è tutto, c’è però la sostanza, il midollo centrale. Alcuni articoli sono sottintesi come presupposto necessario e implicito: altri saranno da lui stesso accennati altrove come corollari, ma il nucleo centrale è il Cristo Gesù, e Gesù è crocifisso e risorto. La sostanza, il centro del Vangelo è lì: Dio, Dio Creatore fa parte del credo religioso; cioè proprio di ogni religione che voglia essere appena appena non indegnissima di tal nome. Anche i Giudei credono in Dio Creatore e Signore del cielo e della terra. San Paolo non ricorda questo articolo, qui dove sintetizza il suo Credo, il Credo dei suoi Cristiani, non perché essi possano impunemente negare Dio, ma perché è troppo poca cosa per noi l’affermarlo Creatore. Il nostro Credo incomincia dove finisce il Credo della umanità religiosa. Ed eccoci a Gesù Cristo. Uomo-Dio, Dio incarnato, uomo divinizzato, mistero di unione che non è confusione e non è separazione. Ebbene, questi due aspetti che in Gesù Cristo Signor nostro si sintetizzano, San Paolo li scolpisce, da quel maestro che è, nella Crocifissione e nella Resurrezione di Lui. « Io, – dice Paolo ai suoi fedeli suoi… da lui istruiti, da lui battezzati, da lui organizzati, — io vi ho prima di tutto trasmesso quello che ho ricevuto anch’io, vale a dire: che Cristo è morto per i nostri peccati, come dicono le Scritture, che fu sepolto ». È il poema, grandioso poema, e vero come la più vera delle prose, delle umiliazioni di N. S. Gesù Cristo: l’affermazione perentoria e suprema della sua vera e santa umanità: patire, morire, patir sulla Croce, morire sulla Croce. – San Paolo tutto questo lo ha predicato ai Corinzi, come egli stesso dice altrove, con santa insistenza. A momenti pareva che non lo sapessero: era inebriato della Croce; ossessionato dal Crocefisso. Lo predicava con entusiasmo. E veramente questo Gesù che soffre e muore è così nostro. È così vicino a noi. Non potrebbe esserlo di più. « In labore hominum est: » è anch’egli soggetto al travaglio degli uomini. Travaglio supremo, supremo flagello: la morte. Tanto più ch’Egli è morto non solo come noi, ma per noi, per i nostri peccati e per la nostra salute; per i nostri peccati, causa la nostra salute, scopo e risultato della Redenzione. Ma per le loro cause sono morti anche gli eroi: Gesù Cristo è quello che è, quello che Paolo predica, la Chiesa canta nel Credo: Figlio di Dio unigenito, e la prova, la dimostrazione: la Sua Resurrezione. Uomo muore, Dio vive di una vita che vince la morte, e va oltre di essa immortale. Perciò Paolo continua: « Vi ho trasmesso che Cristo risuscitò il terzo giorno, come dicono le Scritture ». E della Resurrezione cita i testimonî classici, primo fra tutti Cefa, ultimo Lui, Paolo, ultimo degli Apostoli, indegno di portarne il nome, ma Apostolo come gli altri. La morte univa Gesù a noi, la vita non lo separa da noi. Gesù Crocifisso è il nostro amore mesto e forte. Gesù Risorto è la nostra grande speranza, primogenito quale Egli è di molti fratelli. Da venti secoli la Chiesa canta questo inno di fede, di speranza, d’amore.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXVII:7 – :1
In Deo sperávit cor meum, et adjútus sum: et reflóruit caro mea, et ex voluntáte mea confitébor illi.

[Il mio cuore confidò in Dio e fui soccorso: e anche il mio corpo lo loda, cosí come ne esulta l’ànima mia.]

V. Ad te, Dómine, clamávi: Deus meus, ne síleas, ne discédas a me. Allelúja, allelúja

[A Te, o Signore, io grido: Dio mio, non rimanere muto: non allontanarti da me.]

Alleluja

Allelúia, allelúia
Ps LXXX:2-3
Exsultáte Deo, adjutóri nostro, jubiláte Deo Jacob: súmite psalmum jucúndum cum cíthara. Allelúja.

[Esultate in Dio, nostro aiuto, innalzate lodi al Dio di Giacobbe: intonate il salmo festoso con la cetra. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc VII:31-37
In illo témpore: Exiens Jesus de fínibus Tyri, venit per Sidónem ad mare Galilaeæ, inter médios fines Decapóleos. Et addúcunt ei surdum et mutum, et deprecabántur eum, ut impónat illi manum. Et apprehéndens eum de turba seórsum, misit dígitos suos in aurículas ejus: et éxspuens, tétigit linguam ejus: et suspíciens in coelum, ingémuit, et ait illi: Ephphetha, quod est adaperíre. Et statim apértæ sunt aures ejus, et solútum est vínculum linguæ ejus, et loquebátur recte. Et præcépit illis, ne cui dícerent. Quanto autem eis præcipiébat, tanto magis plus prædicábant: et eo ámplius admirabántur, dicéntes: Bene ómnia fecit: et surdos fecit audíre et mutos loqui.

[“In quel tempo Gesù, tornato dai confini di Tiro, andò por Sidone verso il mare di Galilea, traversando il territorio della Decapoli. E gli fu presentato un uomo sordo e mutolo, e lo supplicarono a imporgli la mano. Ed egli, trattolo in disparte della folla, gli mise le sua dita nelle orecchie, e collo sputo toccò la sua lingua: e alzati gli occhi verso del cielo, sospirò e dissegli: Effeta, che vuol dire: apritevi. E immediatamente se gli aprirono le orecchie, e si sciolse il nodo della sua lingua, e parlava distintamente. Ed egli ordinò loro di non dir ciò a nessuno. Ma per quanto loro lo comandasse, tanto più lo celebravano, e tanto più ne restavano ammirati, e dicevano: Ha fatto bene tutte lo cose: ha fatto che odano i sordi, e i muti favellino!”


Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

APRI L’ANIMA ALLA PREGHIERA

Condussero a Gesù un uomo sordo e muto perché, toccandolo con la sua mano, lo sanasse. Egli lo trasse fuori dalla calca: gli toccò con le dita le orecchie e gli pose un po’ di saliva tra le labbra. Poi, guardando in alto, sospirò: « Apriti! » disse. A quel comando divino il sordomuto cominciò a udire e a parlare. La folla intorno ammirava stupefatta e magnificava la potenza del Signore, dicendo: « Ogni cosa gli riesce bene. Ma che uomo è costui che ai sordi dà l’udito, ai muti la parola? ». – I gesti di Gesù in questo miracolo, ci ricordano il rito del santo Battesimo. È ancora Gesù che nella persona del suo ministro tocca l’orecchio e bagna di saliva le labbra del battezzando, e ripete il suo comando miracoloso: « Apriti! ». Apriti! E l’anima ch’era sorda e muta alla vita soprannaturale si apre alla grazia che da ogni parte scaturisce in lei e la rende una nuova creatura, innestata a Cristo come un tralcio nel tronco della vite, figlia anch’essa di Dio e perciò erede delle divine sostanze. Questi sono gli effetti del Battesimo. Ma l’immenso tesoro di grazie che Dio pone in noi deve essere accuratamente conservato, rinnovato, accresciuto con una continua preghiera. È necessario che il battezzato preghi sempre senza mai cessare. In un libro molto noto di letteratura umoristica si parla di un buffo barone (quello di Münchausen) il quale pretendeva di sollevarsi da terra aggrappandosi ai capelli. Illusi nella medesima stoltezza sono quei Cristiani che pensano di vivere il loro Battesimo e di salvarsi senza pregare continuamente, soltanto aggrappati alle proprie forze. – Nell’ordine soprannaturale noi, colle nostre forze, non possiamo tener fronte ai nostri nemici spirituali così astuti e così forti. Non possiamo nella nostra debolezza sostenere il peso della legge di Dio e osservare i comandamenti. Non possiamo compiere il minimo atto di virtù. Esplicita la parola di Gesù Cristo: « Senza di me non potete far nulla » (Giov., XV, 5); è ben esplicita la parola dell’Apostolo Paolo: « Noi non siamo capaci di pensare, da per noi stessi, qualche cosa di buono; la nostra capacità è da Dio » (II Cor, III, 5). Da ciò risulta che la preghiera è il linguaggio indispensabile della vita cristiana e che ogni mutismo in proposito è ingiustificabile. – 1. LA PREGHIERA È IL LINGUAGGIO DELLA VITA CRISTIANA. Lo Spirito Santo provoca continuamente l’anima battezzata con queste parole: « apriti alla preghiera! ». Anzi Egli stesso forma nel profondo dei cuori quei gemiti inenarrabili, quegli atti di domanda fiduciosa che attraversano i cieli e vanno a toccare il cuore di Dio. a) Quando alla vista di un cielo stellato, d’un ridente mattino, d’un campo promettente copioso raccolto, d’una cerchia di monti, di un’azzurra conca di lago, dello sconfinato orizzonte del mare, voi assurgete ad ammirare la grandezza, la bellezza, la forza di Dio autore di tutte le cose; quando considerando le vicende degli uomini e i casi stessi della vostra vita, voi intravvedete la trama della sapienza e della bontà di Dio che tutto dispone soavemente; e nel medesimo tempo di fronte alla Maestà Divina sentite la nullità del vostro essere, e v’inchinate col vostro pensiero profondamente davanti a Lui, riconoscendolo per vostro Padre, allora l’anima vostra si eleva a Dio: voi pregate. Questa è preghiera di adorazione. È un dovere la preghiera di adorazione; è un dovere del figlio riconoscere suo padre; del suddito riconoscere il suo sovrano; del servo riconoscere il suo padrone; della creatura riconoscere il suo Creatore. È poi una delle forme più belle di preghiera, perché l’anima non chiede nulla per sé, dimentica se stessa e si immerge in Dio: lo loda, lo adora, lo benedice, lo glorifica per nessun motivo interessato, ma solo per la sua gloria. Propter magnam gloriam tuam! Quando ripensando ai molti e segnalati benefici ricevuti da Dio, voi sentite in fondo all’anima vostra sgorgare l’onda della gratitudine verso di Lui, e mentre il cuore si effonde in teneri affetti, il labbro non sa contenere calde espressioni di ringraziamento, allora l’anima vostra si eleva a Dio: voi pregate. Questa è preghiera di ringraziamento. È un dovere la preghiera di ringraziamento, perché è un dovere del beneficato essere riconoscente dei benefici ricevuti. Un soldato indigeno durante la guerra africana faceva questa pungente osservazione: « I soldati bianchi, quando si sentono colpiti dalla disgrazia, allora implorano soccorso: aiutami, buon Dio! buon Dio, aiutami! Quando invece tutto procede bene, a loro gusto, allora se ne fregano di Dio, anzi lo bestemmiano con le parole e lo insultano con le opere ». Quel soldato nero forse esagerava, ma diceva una dolorosa verità. Infatti, quanti sospiri, quante novene, lumini, fiori per ottenere una grazia! Ed ottenutala, intenti a godersela, si dimentica il benefattore. I più grandi benefici del Signore sono tre:— la Creazione; e di questo lo dovete ringraziare con le preghiere del mattino e della sera; — la Incarnazione del suo Figlio; e di questo lo dovete ringraziare con la S. Messa ogni domenica e ogni festa di precetto. E perché fuggire via prima delle tre «Ave Maria » finali? È forse segno di riconoscenza?  — la vostra divinizzazione mediante la grazia santificante; e di questo lo dovete ringraziare con la fuga dalle occasioni di peccato.  c) Quando alla considerazione dei vostri sbagli, vi sentite profondamente penetrati di umiliazione e di dolore per le offese fatte a Dio, e inorridendo alla vostra perfidia e miseria cominciate a rivolgervi a Lui implorando perdono, allora l’anima vostra si eleva a Dio: voi pregate. Questa è preghiera di propiziazione. È un dovere la preghiera di propiziazione perché è dovere dell’offensore chiedere perdono all’offeso, dichiararsi pronto alla riparazione. – d) Quando nei dubbi, nei pericoli, nelle lotte, nelle tribolazioni, nelle amarezze, voi sentite il bisogno di Dio e a Lui ricorrete chiedendo aiuti materiali e spirituali, invocando specialmente per l’anima luce, assistenza, forza di adempire fedelmente la Sua divina volontà, allora l’anima vostra si eleva a Dio: voi pregate! Questa è la preghiera di domanda. È un dovere la preghiera di domanda (o impetrazione), perché è un dovere indeclinabile per ciascuno di provvedere alla propria eterna salvezza, e così raggiungere il fine vero per cui è stato creato. Siccome nel presente ordine di Provvidenza Dio ha legato la concessione delle sue grazie alla preghiera, è ben chiara la conseguenza che ne deriva: chi prega si salva, chi non prega si danna. – 2. INGIUSTIFICABILE MUTISMO. Ho l’impressione incresciosa che in questo nostro tempo si preghi troppo poco. -a) La società moderna, in quanto tale, non prega più: le nazioni sono diventate o atee o indifferenti. Nei parlamenti e dai governi non si nomina più il Nome di Dio, né per invocarlo, né per ringraziarlo. – La famiglia moderna va perdendo il suo linguaggio cristiano. Il Rosario in troppe case non risuona più, e quella sua dolce e intima monotonia non solleva più i cuori oppressi dalla faticosa giornata. b) Degli individui, molti non aprono più bocca col Signore: moltissimi aprono ancora la bocca ma non il cuore e non è preghiera la loro. Sono Cristiani che non possono vivere, e in realtà non vivono, in grazia di Dio. In essi il Battesimo è ridotto ad un’energia soffocata, ad un germe isterilito. satana, ritornandovi con la sua tirannia, li ha rifatti sordi e muti: sordi agli inviti di Dio, muti a chiamarlo e a rispondergli. — Non prego, perché è inutile pregare: Dio vede bene che al mondo ci sono anch’io e sa già i miei bisogni. Dio sa che ci sei al mondo, ma tu non sai che al mondo c’è anche Dio, Dio sa i tuoi bisogni, ma tu non sai i suoi desideri e le sue volontà sopra di te. — Non prego perché non ho mai ottenuto nulla. Senza dubbio tu sbagli le cose da chiedere. Dio non nega mai nulla di ciò che è necessario o utile alla nostra salvezza eterna. I beni temporali che gli vai chiedendo, tu non puoi sapere se siano favorevoli o dannosi alla tua anima. Fidati di Lui. Guai se ascoltasse tutte le sciocchezze che gli chiediamo! Molte nostre preghiere assomigliano a quelle di una fanciulla che pregava perché cessasse la febbre di sua madre così: « Fate che la febbre scenda a zero, fate che  scenda a zero ». — Non prego, perché non ho ottenuto nulla anche quando chiedevo beni spirituali. T’inganni: non ti avrà esaudito in quella forma che t’aspettavi. Dio non ha promesso di esaudirci a modo nostro, ma al suo. S. Monica aveva pregato che Dio non lasciasse partire dall’Africa il suo Agostino, altrimenti non si sarebbe convertito più. Dio lo lascia partire per l’Italia. Monica dunque non fu esaudita? Anzi meglio e più presto: in Italia Agostino doveva convertirsi e porre le basi della sua santità. — Non prego perché non ho fede: mi pare di buttar via il tempo a parlare con nessuno. Appunto perché la tua fede è quasi spenta hai bisogno di pregare di più. La preghiera è l’olio della lampada della fede. S. Tommaso d’Aquino, il più sapiente dei Santi e il più santo dei sapienti, diceva: « Ho visto più luce ai piedi del Crocifisso che in tutti i libri dei sapienti ». L’uomo che non prega è un viaggiatore sperduto in una foresta e senza lume. — Non prego perché sono sempre quel medesimo peccatore. E lo sarai, finché non ti metterai a pregare veramente. Senza preghiera si è incapaci di essere puri, di essere umili, di perdonare, di amare. – Ma la più grave disgrazia di quelli che non pregano è che a poco a poco si rendono incapaci di pregare. È un incensiere spento, che non solleverà più alle sfere celesti una nube di profumo attesa e gradita. È un’arpa dalle corde consunte e infrante, che non vibrerà più nessuna nota che s’accordi ai canti angelici. — L’APOSTOLATO DELLA PREGHIERA. Fermate la vostra attenzione sull’atteggiamento delle turbe: ognuno dimentica per un istante se stesso, non pensa che all’infelice che è sordo e muto e per lui implora la grazia della guarigione. E furono degni di vedere il miracolo..  Ai nostri tempi capita spesso di sentire mormorare così: « Il mondo va male è ritornato nel paganesimo. Non ha l’udito per ascoltare la voce di Dio, la voce dei suoi ministri, la voce dei comandamenti e dei precetti. Non ha più la bocca per pregare, per confortare, ma solo per le imprecazioni, per i giudizi temerari, per le liti, per discorsi osceni ». Tutto questo è vero: ma che cosa facciamo noi per migliorare il mondo? che cosa possiamo fare? Pregare. – La città di Catania, una volta era stata sorpresa da un incendio terribile. La siccità prolungata e il vento avevano secondata la fiamma nell’opera devastatrice. Gli abitanti con gli occhi pieni di lacrime guardavano la rovina delle loro case, impotenti a salvarle. Quand’ecco il Vescovo esclamare: « E non abbiamo noi un rimedio miracoloso? Contro le sventure la beata Agata non ci ha forse lasciato il velo suo? Si prenda il velo di santa Agata ». Appena la preziosa reliquia, tra i singhiozzi e le suppliche, fu levata contro le fiamme, queste perdettero ardire e si spensero come se mancasse materia da consumare. Il vizio impuro, la follìa dei piaceri, l’indifferenza religiosa devastano la vita cristiana e tentano di travolgerla in una fiamma infernale. È inutile perdere il tempo in constatazioni oziose e in piagnistei: bisogna ricorrere ai rimedi. Ed il rimedio infallibile è la preghiera. Essa, come il velo miracoloso di S. Agata, soffocherà l’incendio del male divampante e farà trionfare Gesù Cristo. Invece sono pochi i Cristiani che pregano; e sono troppo pochi quelli che nelle loro preghiere sanno oltrepassare l’orizzonte dei propri interessi personali per occuparsi degli interessi delle anime e della Chiesa. « Noi dobbiamo pregare per tutti perché Dio vuole la salvezza di tutti ». Così c’invita S. Paolo. Ma specialmente dobbiamo pregare per i Sacerdoti perché Iddio li renda santi e li preservi da ogni sordità e mutolezza spirituale. Dobbiamo pregare per i peccatori, perché Gesù ritorni vicino a loro e li tragga dalla sordità e mutolezza del peccato, come un giorno ha guarito il povero sordo-muto. – 1. LA PREGHIERA PER I SACERDOTI. Nella vita dei frati predicatori si racconta una mirabile storia. Dal convento i frati sono usciti per lontane regioni a predicare. Ma ecco che la stagione delle piogge e lo sciogliersi delle nevi hanno ingrossato le acque, ed un fiume vorticoso taglia loro la via. Veramente si scopre una barca, ma senza remi… Dall’altra parte le folle aspettano, ansiose della parola di Dio, ansiose dei sacramenti di Dio. Ad un tratto dal vertice d’un monte vicino discese correndo una bambina di forse otto anni, con un grosso ramo sulle spalle: si slanciò nella barca, con quello fece da remo, e traghettò i frati predicatori alla sponda opposta, ove poterono incominciare la loro missione. Ebbene, quante volte i Sacerdoti, come già quei frati predicatori sono impossibilitati a compiere la loro opera di bene! Talvolta è il demonio che suscita infiniti ostacoli, che indurisce i cuori; tal’altra mancano i mezzi materiali, il tempo, il danaro, la salute; e intanto le anime attendono invano l’opera del ministro di Dio. È necessario accompagnare il loro ministero con ferventi preghiere perché dal cielo la grazia del Signore, come la misteriosa bambina della leggenda, cali a fecondare l’apostolato sacerdotale. S. Vincenzo de’ Paoli, quando tornava a casa stanco per una giornata di faticoso lavoro, raccoglieva i suoi amici e li conduceva a pregare per i sacerdoti. « In questo momento forse sono afflitti, in questo momento forse stanno persuadendo un moribondo a ricevere i sacramenti, in questo momento forse il demonio tenta la loro fede, il loro fervore, la loro virtù… preghiamo, perché ne hanno bisogno. Se il sale diventa insipido, che cosa mai potrà salare la terra? ». S. Francesco Saverio scriveva a S. Ignazio che egli aveva potuto convertire l’India, solo perché in Europa si era pregato molto per lui. Pochi anni or sono un Vescovo di Cina fu interrogato sul mezzo che egli credesse migliore per convertire a Cristo tutto quell’immenso impero. « Avremmo bisogno, rispose, di qualche Carmelitana di più, di qualche Trappista di più, di molte anime che pregassero di più per i missionari ». – 2. PREGHIERA PER I PECCATORI. S. Giovanni l’Evangelista in una lettera ha scritto: « Se alcuno possiederà ricchezze di questo mondo e vedrà che c’è un altro il quale soffre nell’indigenza, e chiuderà la sua borsa e la sua mano in un egoismo crudele, costui è uno scomunicato e la grazia di Dio non è in lui ». Se l’Apostolo prediletto ha scritto parole così terribili per le necessità materiali della vita, pensate, o Cristiani, quale condanna avrà l’uomo che, vedendo il suo prossimo in sciagure spirituali, non avrà fatto nulla per la salvezza di quell’anima! E Gesù ha detto: « Io conoscerò se voi siete miei discepoli, se vi amerete gli uni e gli altri come io vi ho amati ». Or bene, l’amore che il Figlio di Dio ci ha voluto, fu soprattutto l’amore per le anime. Per le anime sotto la condanna del peccato originale Egli si fece uomo; per le anime oppresse dai peccati ha istituito il Sacramento della Penitenza; per lavare le anime da ogni macchia non ha esitato a lasciarsi tradire, flagellare, mettere in croce, e spargere tutto il suo sangue, e financo le ultime stille di acqua rimaste nel suo cuore squarciato. Dopo questo, c’è forse qualcuno che può dire in verità di essere seguace di Gesù Cristo se non sente il bisogno di pregare per i peccatori, di riparare per loro, di affrettarne la conversione? Quanto diversa invece è la condotta di molti tra noi. Si viene a sapere che un tale ha commesso uno sbaglio e subito, con acre compiacenza, si sparge in pubblico il peccato altrui e si diffonde lo scandalo. Molto meglio invece pregare per quell’anima, ascoltare qualche Messa, offrire a Dio qualche nostra mortificazione. Così hanno fatto le turbe per il povero sordo-muto: non l’hanno scacciato, non l’hanno deriso, ma presolo per mano lo condussero davanti a Gesù e scongiurarono il Signore di guarirlo. Quanto meglio se invece di portar rancore e di cercare la vendetta contro quelli che ci hanno fatto del male, noi imparassimo a pregare per loro! Penserebbe il Signore a illuminarli, e a sospingerli alla dovuta riparazione. E quanto di guadagnato sarebbe se invece delle mormorazioni, noi avessimo sulle labbra delle preghiere! In breve si cambierebbe la faccia al mondo. Le sorelle di Lazzaro con la preghiera hanno saputo strappare a Gesù il miracolo grande della resurrezione. Ogni uomo che è caduto in peccato è pure un nostro fratello che è morto nell’anima: la sua sventura è così grave che ci deve fare compassione, poiché a questo mondo l’unico vero male è l’offesa di Dio. Tocca a noi imitare le sorelle di Lazzaro, e tanto supplicare da ottenere la resurrezione spirituale. O genitori, se nella vostra casa c’è qualche figliuolo lontano da Gesù, è solo con la preghiera che voi potrete convertirlo. È con la preghiera, o buone sorelle, che dovete ottenere dal Signore che vostro fratello ritorni sulla via della bontà e della salvezza, è con la preghiera che le spose otterranno la grazia per il loro marito, e i figli per il loro padre. Dio ascolta queste suppliche ardenti, e certamente le esaudisce, anche se talora ci fa alquanto aspettare. Del resto, se nessun vincolo umano ci lega al peccatore, c’è sempre — e più forte — il vincolo divino: egli è il figlio di Dio come noi, egli è redento dal sangue di Cristo come noi. Felici quelli che avranno la fortuna di salvare almeno un’anima, perché saranno sicuri di essere salvi. Animam salvasti animam prædestinasti. – È scritto nella Leggenda aurea che Bartolomeo apostolo, arrivando nell’estrema regione dell’India, entrò in un tempio ov’era l’idolo d’Ascaroth e molti altri nelle loro nicchie con davanti bracieri e profumi ardenti. L’Apostolo angustiato di quella demoniaca idolatria, si portò nel mezzo e levando le mani in alto e sospirando cominciò a pregare e a piangere. Subito i fuochi si spensero e Ascaroth e tutti gli altri idoli furono rovesciati dalle loro nicchie e travolti, da una forza invisibile, in una rovina miseranda. Nei cuori di molti uomini, come in altrettanti templi viventi, il demonio col peccato ancora oggi si è acceso molti fuochi e si è innalzato molti idoli. Leviamo le mani in preghiera verso il Cielo: supplichiamo e piangiamo affinché venga finalmente il regno di Cristo. Dio a noi pure, come in quel giorno al suo Apostolo, farà grazia di vedere nelle anime spegnersi i fuochi delle passioni e frantumarsi gli idoli dei peccati.

 IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXIX:2-3
Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me, nec delectásti inimícos meos super me: Dómine, clamávi ad te, et sanásti me.

[O Signore, Ti esalterò perché mi hai accolto e non hai permesso che i miei nemici ridessero di me: Ti ho invocato, o Signore, e Tu mi hai guarito.]

Secreta

Réspice, Dómine, quǽsumus, nostram propítius servitútem: ut, quod offérimus, sit tibi munus accéptum, et sit nostræ fragilitátis subsidium.

[O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno al nostro servizio, affinché ciò che offriamo a Te sia gradito, e a noi sia di aiuto nella nostra fragilità.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.

V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Prov III: 9-10
Hónora Dóminum de tua substántia, et de prímitus frugum tuárum: et implebúntur hórrea tua saturitáte, et vino torculária redundábunt.

[Onora il Signore con i tuoi beni e con l’offerta delle primizie dei tuoi frutti, allora i tuoi granai si riempiranno abbondantemente e gli strettoi ridonderanno di vino.]

Postcommunio  

  Orémus.
Sentiámus, quǽsumus, Dómine, tui perceptióne sacraménti, subsídium mentis et córporis: ut, in utróque salváti, cæléstis remédii plenitúdine gloriémur.

[Fa, o Signore, Te ne preghiamo, che, mediante la partecipazione al tuo sacramento, noi sperimentiamo l’aiuto per l’anima e per il corpo, affinché, salvi nell’una e nell’altro, ci gloriamo della pienezza del celeste rimedio.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1

)ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (264)

LO SCUDO DELLA FEDE (264)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (6)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO VII.

CULTO ESTERNO

I. Iddio non ha bisogno di culto esterno. II. Iddio non ritrae verun vantaggio dal nostro culto.

Simigliante alla massima precedente è un’altra, che pur gode gran credito ai giorni nostri, ed è l’affermare che a Dio bastando il cuore, Ei non abbisogna di culto esterno, e che Egli non cura le forme esteriori del culto, che altro non sono che vane superfluità, e che Egli non abbisogna dei nostri ossequi. Coll’antecedente miravano ad abbattere ogni culto, con questa mirano ad annientare almeno il culto esteriore come si pratica nella Chiesa; con quella assalivano direttamente la Religione, con questa l’assaltano indirettamente, ma con niente minor efficacia e perversità.

I. A Dio bastando il cuore, voi dite, ei non si cura del culto esterno; ma siete poi ben certa che a Lui basti il cuore? Io invece son certo che non gli basta né punto, né poco, e la mia ragione è semplicissima, perché è impossibile il dargli il cuore, senza darglielo per mezzo di riti, di cerimonie, di atti anche esteriori. Volete vederlo? Che cosa è l’uomo? È un composto di anima e di corpo essenzialmente. Se prendete la sola anima, è uno spirito separato, se prendete il solo corpo, è un cadavere: bisogna prendere l’uno e l’altro per avere un uomo. Come opera egli adunque in forza di questa unione? Opera con quel genere di operazione che risulta dall’uno e dall’altra. Provatevi un poco ad ammettere nel vostro cuore un qualche affetto, senza che tosto traspaia anche nell’esterno. Il timore vi fa impallidire, la gioia vi fa tripudiare, la collera vi fa tremare a verga a verga, l’amore vi si conosce in faccia a mille miglia lontano: tantochè quando volete simulare anche alcuno di questi affetti, la commozione vi tradisce e vi scopre quando il volete meno. Che cosa vuol dire ciò? Che il corpo e lo spirito in questo stato d’unione vanno così d’accordo e sono così dipendenti l’uno dall’altro, che non possono non avere un’operazione comune. Ora se questo si verifica in tutte le nostre operazioni, perché non dovrà verificarsi anche nell’esercizio della Religione? Oh che? Saremo di una natura per le cose terrene e di un’altra per le cose celesti? Guardate, questi capi scarichi vorrebbero disfarci uomini per farci filosofi. Appunto come quel bottaio che per ripulire una botte cominciava coll’appiccarvi il fuoco! Del resto fosse pure anche possibile il venirne a capo, e l’uomo potesse esercitare tutta la religione solamente col cuore, sarebbe allora lecito il farlo? Punto punto. Poiché la Religione è un dovere che appartiene non alla sola persona individuale, ma a tutta la società, cioè è tale, a cui debbono tutti gli uomini prender parte in comune. Vi dichiarerò le cose con un esempio., Se un monarca va a visitare una sua provincia, basta forse che ciascun cittadino in particolare gli faccia atto di riverenza? Certo no: ma la città tutta in corpo con atti e feste pubbliche lo riconosce. E ciò perché? Perché quel monarca è superiore non solo degl’individui, ma di tutta la città e di tutta la provincia. Ora Iddio non è solo padrone degl’individui, ma è padrone e autore della società tutta quanta, ed ha diritto di essere dalla società stessa riconosciuto con atti di Religione. Ed in qual modo si praticherà questa Religione in comune senza atti esteriori? Sto a vedere che gli uomini potranno congiungersi insieme coi soli atti della mente, come fanno gli Angeli, e non avranno più bisogno dei sensi per intendersi! Forse questa sarà una proprietà di quei signori della religione del cuore, e tal sia di loro: ma per noi, poveri figliuoli d’Adamo, ci vuole la Religione del cuore, ma non disgiunta da quella dei sensi. E che sia così, voi potreste convincervene anche per altra via. Quando vi abbatterete con alcuno di quegli che con piglio filosofico levano tanto alto la religione del cuore, chiamatelo un poco in disparte e fategli qualche interrogazione. Il mio valentuomo, ditegli confidentemente ed a quattro occhi, questa religione del cuore sì perfetta, e di cui voi avete il profondo segreto, come riesce poi all’opera? la praticate voi davvero? La ‘praticate spesso? La praticate almeno qualche volta? Su dite, vi ritirate voi talvolta nel segreto del vostro cuore, e là solo con Dio, vi umiliate profondamente, gli chiedete perdono delle vostre colpe, prendete delle generose risoluzioni di non più offenderlo? In una parola gli fate poi l’omaggio di quel vostro gran cuore, che è il solo incenso che deve ardere, come voi dite, sull’altare della divinità? Su, parlate schietto, dite la verità una volta, fate tutto ciò, o non ne fate nulla? Mio lettore, a questa domanda, qualcuno vi cadrà dalle nuvole, altri vi guarderà trasognato, ed altri, per sbrigarsi più presto, vi manderà a tutti i diavoli. Oh che è mai questo? Eccovi decifrato il mistero. La religione del cuore, cioè la religione senza atti esterni, è un impossibile, e que’ ribaldi che cercano di metterla in onore, il sanno al pari di noi, e non se ne valgono che come di uno stratagemmandi guerra. Veggono benissimo’ che il ricusare al tutto un qualche culto è cosa brutale e da parerne meno che uomini, anche presso del mondo, il quale pure non la guarda così per sottile: dall’atra parte il professarne alcuna è lo stesso che accollarsene la obbligazione in faccia alla società; e questo è un fardello che non si vuole sulle spalle: epperò si è fatto ricorso ad una religione invisibile, comenè quella del cuore, e si protesta che quella è la propria religione; ma come nel cuore nessuno può vedere, così non si ha obbligo di farne altro. Diceva un bell’umore, che costoro fingono la natura dell’Angelo per poter essere bestie impunemente. A questo modo si fugge la taccia di non aver religione di sorta, e non si ha la noia di praticarne alcuna; anzi si sale ancora in riputazione di filosofo, mentre si mena una vita da sciocco: non è bello questo trovato? Bellissimo invero! peccato solo che, come si fa gabbo agli uomini, così non si possa fare a Dio scrutatore dei cuori! E che questa sia la spiegazione vera del tanto magnificare la religione del cuore che si fa ai dì nostri, voi lo potrete raccogliere ancora da ciò che i medesimi, dimenticandosi la parte che fanno in scena, lascino poi sfuggire talvolta chiaro chiaro il loro intendimento in un’altra massima ugualmente perversa: Che bisogno ha Dio delle nostre meschinità, dei nostri atti di religione? Che vantaggio ne può egli ritrarre? Colle quali parole tradiscono apertamente il loro segreto, e mostrano fino al fondo tutta la corruzione dei loro cuori, dando a conoscere che non vogliono praticarne veruna. Seguitiamoli tuttora in questa nuova loro massima portentosa.

II. Iddio non ha bisogno dei nostri ossequi meschini e non ne ritrae nessun vantaggio, dicono essi. Sapevamocelo. E che però? Dunque, non gli si debbono rendere? Ma siamo noi, noi proprio quelli che ne abbiamo bisogno, non è Dio. Mai nessuno al mondo è stato così stolido che abbia inculcata la religione, perché Dio ne avesse bisogno. Già si sa che il bisogno è tutto nostro. Noi siamo creature di Dio e tali, che tutto che abbiamo e che speriamo, tutto è nelle sue mani: quindi dobbiamo aver da Lui una dipendenza continua per ricevere da Lui tutto quello onde abbisogniamo. Se Egli non ci conservasse continuamente, noi ad ogni istante cadremmo nel nulla; se Egli non ci assistesse ad ogni momento, in ogni momento rimarremmo sopraffatti da qualche calamità. Fingete che la luna non volesse dipendere dal sole, sul pretesto che il sole non ha bisogno di lei, che cosa direste voi? Direste che non è per bene del sole che essa deve dipendere, ma è per bene suo, perocché essa, senza del sole, sarà in perpetua scurità. – Immaginate che una pecorella non volesse star soggetta e dipender dal suo pastore, sul pretesto che il pastore non abbisogna di lei, e voi direste a questa pecora matta che essa è che ne ha bisogno, poiché, senza il pastore, non saprà dove ire a pascolare e morrà di fame, oppure, rimasta senza difesa, sarà sbranata dai lupi. Similmente Iddio essendo il solo nostro padre, il solo nostro aiuto, la sola nostra sicurezza, il solo che possa condurci all’altissimo nostro fine, noi non possiamo fare senza di Lui: abbiamo da stargli d’intorno ad ogni istante, perché Egli ad ogni istante sparga soprandi noi le sue grazie. Soprattutto però questo si vede rispetto ai peccati. Iddio non ha bisogno di noi, ma è egli vero che noi l’offendiamo pur troppo colle nostre colpe? Se è vero che trascuriamo e calpestiamo moltenvolte la legge che ci ha imposta, è vero che siamo rei. Or chi non vede, che abbiamo bisogno e bisogno grande e bisogno stretto di ottenere il perdono, se pur non vogliamo incorrere la sua vendetta,ne, non ostante le nostre reità, finalmente giungere alla salute? Il giudice senza dubbio non ha bisogno del reo, il ricco non ha bisogno del povero, il potente non ha bisogno del debole; ma i languenti, i colpevoli hanno bisogno di chi li aiuti e li protegga. Così noi abbiamo bisogno di Dio per rendercelo favorevole, onde sospenda i suoi castighi, ed accettando le nostre umiliazioni, ci usi misericordia. Andate adesso a dire che il Signore non abbisogna della nostra religione, se vi basta l’animo. Senzachè, quando anche noi non ne avessimo bisogno, sarebbe egli vero che fossimo disobbligati dal prestargli i nostri ossequi? Nulla meno. Iddio ne ha il diritto, e diritto così essenziale, così assoluto, inalienabile, che non può rinunziarvi senza cessare d’essere Dio. Potrebbe mai un padre spogliarsi della dignità ed autorità paterna da render lecito ad un figliuolo il vilipenderlo, batterlo, maltrattarlo? Sarebbe una violazione delle leggi sacrosante della natura. Potrebbe uno sposo rinunziare ai suoi diritti per modo da consentire ad una sposa delle infedeltà? Sarebbe un orrore. Potrebbe un principe svestire la sua qualità di sovrano al punto di mettere in mano de’ suoi sudditi ogni autorità? Sarebbe una sovversione di tutto l’ordine sociale. Ma quando tutti essi potessero rinunziare a sì essenziali loro diritti, non potrebbe ancora rinunziarvi Iddio. Egli può non formar creature, ma non può, formate che le abbia, a sè non dirigerle, perché non può non essere, com’è, il loro principio, così ancora l’ultimo loro fine. Il perché quando anche noi non avessimo bisogno di Lui, Egli non potrebbe non esigere il nostro culto, se pure egli non può cessare d’essere Dio e noi creature. – Questa osservazione mi somministra anche un’altra ragione non meno chiara. Se Dio, anche per impossibile, ci proibisse di onorarlo, di ossequiarlo, di prestargli il nostro culto, noi non potremmo neppure allora farne a meno tanto è necessaria a noi la religione verso di lui! Vi ammirate forse di questa proposizione! Ebbene, rispondete a me. Se Dio prescrivesse alla luce di non illuminare, al fuoco di non bruciare, all’acqua di non bagnare, al vento di mai non soffiare, agli alberi di non spiegar mai rami, fronde, fiori e frutti, e così via via, se levasse ad ogni creatura la propria naturale operazione, che cosa potrebbero rispondere tutti questi esseri? Che tanto varrebbe per loro l’essere annichilati: posciaché, se tutto quello che sono, il sono solamente in ordine a quelle opere; levate queste, essi sono vani ed inutili. Or sappiate che è lo stesso dell’uomo riguardo a Dio. L’uomo ha un intelletto fatto per conoscer Lui, un cuore per amarlo, come l’albero è fatto produrre, l’uccello per volare mentre l’intelletto mai non si posa, il cuore mai è sazio finché non si congiungano a Dio; se voi però togliete all’uomo la religione, che è il solo mezzo per cui stringersi a Lui, e voi avete annientato e distrutto l’uomo. Vedete dunque quanto errino quelli che credono, che Iddio li abbia dispensati dall’obbietto della Religione! E ciò per dir nulla del torto che fanno costoro alla bontà di Dio, la quale esigerebbe, se tanto si potesse, un’infinità di amore e di servigio. Come no? Una bontà da nulla e’ incanta, ed una bontà, qual è quella di Dio, non ci ha pure a muovere? Un raggio di beltà creata ci affascina, e non ci hanno a rapire raggi infiniti di una bellezza increata? Un’aura di sapienza ci tiene assorti di maraviglia, e possiamo rifiutare le nostre ammirazioni ad una infinita sapienza? Non possiamo vietare al nostro cuore di amare gli oggetti amabili, e potremo impedirgli di amare un oggetto amabile infinitamente? E potremo tutto ciò quand’anche quest’oggetto infinitamente buono, bello, santo, amabile sia verso di noi largo de’ benefizi più squisiti, delle grazie più preziose, dell’amore il più tenero? Ma che? Siamo noi tigri dell’Africa, pantere, leopardi? Abbiamo noi un cuore dentro il petto, oppure un macigno? Eppure tant’è. O negare che quanto abbiamo l’abbiamo da Dio, o consentire che gli stiamo continuamente d’intorno con ogni maniera d’ossequio che ci può mettere sul labbro e nel cuore la religione. – Finalmente se Dio non si cura del nostro culto, perché è venuto sulla terra per stabilirlo? Perché l’ha istituito, perché l’ha propagato, perché ha fatto tutto ciò con tanta sollecitudine? Perché ha mandato i suoi Apostoli a tutta la terra? Qui vi vuole una risposta, e non può essere altra che questa: O negare recisamente tutta la grand’opera dell’Incarnazione divina, o concedere che a Gesù infinitamente importa del nostro culto. Il primo non osaron dirlo neppure i demoni, poiché confessarono che Gesù era il Figliuolo di Dio; come dunque negare il secondo?

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (11)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (11)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo QUARTO (3)

L’AMORE NEL SACRIFICIO

III – LA FORMAZIONE DELLA VOLONTÀ AL SACRIFICIO.

Il programma del sacrificio è duro; e tutti i tentativi ideati dalla fragilità umana per mutare la rozza croce del Golgota, chiazzata di sangue, in graziosi ed artistici crocefissi d’avorio, con sfondo di velluto, sono sempre falliti. L’educazione morale, perciò, consiste nello sforzo di allenare gli spiriti al sacrificio. Si è tanto meglio preparatinalla vita e tanto meglio si vive, quanto più si è capaci di nobili e sante abnegazioni. Una simile formazione alcuni si illusero di raggiungerla rivolgendosi alla mente umana. Senza discutere quale sia l’importanza storica della teoria di Socrate, che riduceva la virtù a conoscenza e la malvagità ad ignoranza; senza voler seguire nella storia della filosofia la corrente intellettualistica e la volontaristica a proposito della identità o della distinzione in morale della pratica dalla teoria, abbiamo nell’epoca moderna Benedetto Spinoza, che nel suo scritto De emendatione intellectus affidò alla conoscenza adeguata della realtà la soluzione del problema della vita. L’autore dell’Ethica, in nome dell’esperienza, dichiarò vani e futili « tutti gli avvenimenti più frequenti della vita ordinaria ». Non bisogna porsi — egli inculcava — dal punto di vista del finito, del contingente, del perituro, dell’imperfetto. Non bisogna legarsi alle ricchezze, ai beni sensibili. Bisogna giungere al grado più alto della conoscenza, a quella conoscenza intuitiva che, dal punto di vista dell’Unica Sostanza, tutto spiega, che capisce come ogni cosa abbia una ragione d’essere e tutto accada necessariamente, anche ciò che chiamiamo il male. Quando si arriva ad una tal visione della realtà, la parola del vecchio Eraclito: « Non ridere, non piangere, ma comprendere — non ridere, non flere, sed intelligere » diventa bella come un programma. Nulla può turbarci allora nella nostra olimpica serenità. E noi in tal modo vivremo felici. Tale panteismo deterministico di Spinoza, se non può avere in questo Sillabario la sua confutazione, la trova nella stessa coscienza, che, pur cogliendo il reale nella sua organicità, sente da un lato di essere libera e, dall’altro, pur sapendo che tutto, anche il male, viene razionalizzato nella storia per opera di Dio, non è con ciò olimpicamente serena. Il vero può illuminarci ed aiutarci nella vita. E noi, che concepiamo il progresso educativo nella sua unità viva, siamo ben lungi dal negare che la luce della mente abbia un influsso immenso sull’azione e che alla decisione della volontà debba precedere il giudizio della ragione: nil voliturn, quin praecognitum, dicevano i nostri antichi. Anche nel campo soprannaturale, non sosteniamo noi forse la necessità di basare la morale sul dogma? Non basta, però, sapere. La vita è qualcosa di più. Con la mente illuminata, bisogna liberamente agire ed allora solo si ha l’attività morale. Diffondiamo pure la luce nelle intelligenze; ma dobbiamo formare anche la volontà ed i caratteri, conformi alla retta ragione ed alla fede. Lo sanno per esperienza tutti gli educatori, anche quando prescindono dall’ordine soprannaturale; e meritatamente su questo punto ha insistito il Fikster, maestro oggi così caro alla gioventù. In che modo, dunque, si può formare la volontà al sacrificio? Siccome l’azione morale cristiana implica non solo un elemento divino, — la grazia, — ma altresì l’elemento umano, — l’adesione ed il libero contributo del nostro volere, — conviene lumeggiare i due problemi, per vedere quale obbligo ci spetta come uomini e quale come Cristiani.

1. – I mezzi umani per la formazione della volontà.

Il pensiero semplice che Feirster, sia nelle lezioni all’Università di Zurigo come nei suoi libri, è andato sviluppando si può riassumere in poche righe. Se noi vogliamo prepararci alla vita, all’azione, e non sciupare la nostra giovinezza e l’esistenza tutta, dobbiamo formarci un carattere, dobbiamo essere padroni della nostra volontà; altrimenti, nell’oceano del mondo e degli eventi, saremo una nave senza timone in balia delle burrasche. È di una immensa importanza per « l’uomo in tutte le professioni ed in tutte le circostanze, l’essere padrone di sè. È importante quasi quanto l’imparare a camminare. Chi non sa dominarsi, è come un uomo che non sia sicuro sulle sue gambe, e non può mai sapere dove andrà a finire, perché in tutto ciò che fa e dice non ha nessun indirizzo preciso ». Per ottenere questo dominio sopra di noi, in modo da poter svolgere un’attività proficua ed energica, la scienza e la cultura non bastano. « Non basta conoscere la buona strada, ma bisogna anche saperla seguire. Anche il sapere qual è la forza del vapore ed il modo di dominarla, non è di molto vantaggio, se il meccanico non costruisce la macchinane la caldaia. Lo stesso avviene del ben fare »: non basta conoscere le grandi cose; « dobbiamo anche acquistare, mediante l’esercizio, l’abitudine di sopprimere gli istinti ribelli, l’arte di eseguire ciò che si è concepito ».nQual è la strada unica e sicura per giungere ad una vetta così eccelsa? Come conquistare la padronanza della propria volontà, in modo da rendere quest’ultima pronta ad agire, senza impacci e senza viltà? – Il Fiirster, per risolvere il problema, osserva che, sia nelnbene come nel male, l’animo non ascende né  discende in un istante: ma procede sempre per una lenta formazione; il nostro carattere non è l’opera di un giorno; ma è simile alle isole madreporiche. « Spesso, egli scrive, a settecento metri sotto il livello del mare, una colonia di polipi coralliferi sorge e sempre più cresce, fínchè un anello chiuso di scogli emerge dalle acque. L’acqua del mare salsa che vi è racchiusa diviene lago di acqua dolce che con l’andar del tempo si dissecca. Dalle piante decomposte, dai detriti del corallo e dalla sabbia del mare ha origine un terreno fecondo; una noce di cocco approda alla costa; vengono uccelli e lasciano cadere semi di arbusti e di alberi di paesi lontani; ogni onda, e, anche più, ogni burrasca abbandona sulla spiaggia qualche cosa di nuovo, finché l’isola si copre di ogni specie di piante e di alberi. Allora fa la sua comparsa l’uomo, che prende dimora sull’isola ospitale fabbricata dal polipo del corallo, un piccolo essere che ha l’aspetto di una goccia di latte ». Avviene lo stesso fenomeno per il carattere nella nostra vita individuale, come altresì per i grandi avvenimenti nella nostra vita sociale. Il paziente ed assiduo lavoro di ogni giorno, le piccole gocce, le cose minuscole, producono poi rivolgimenti giganteschi, che all’occhio superficiale paiono improvvisi, ma che furono in realtà lentamente preparati. Gli « infinitamente piccoli » assumono in tal modo una immensa efficacia nel mondo e nella storia. Ecco perché, conclude il Iiirster, è grandiosa l’importanza della ginnastica della volontà. La maggior parte degli uomini non ha il dominio di sé, manca di energia, di spirito, non sa volere efficacemente, per il motivo che non ha mai conosciuto il segreto della propria educazione. Come il bimbo, quando incomincia a camminare, non può partecipare subito ad una maratona, ma comincia a piccoli passini sostenuto dalle dande, e poi attraverso molteplici capitomboli, adagio adagio, irrobustisce le sue gambe ed impara a passeggiare da sè, senza necessità di sostegno nè pericoli di cadute; così anche la nostra volontà, se noi la esercitiamo, se la teniamo in una ginnastica attiva, a poco a poco si fortifica, impara a vincersi nelle piccole cose, ed al momento dell’assalto trova in sè l’energia sufficiente per la vittoria. La quotidiana e minuscola ginnastica della volontà ha un grande valore, non già considerata in se stessa, ma in quanto è indirizzata al dominio del proprio io, alla liberazione della schiavitù degli impulsi, delle passioni, dei capricci, dei nervi, della propria ed altrui viltà. Di conseguenza il Fórster raccomanda vivamente e descrive a lungo i vari esercizi di ginnastica spirituale. Per esempio: si fa una gita e si ha sete; bisogna resistere, per non essere schiavi del proprio palato. Non già che non si debba mai bere nelle gite. Ma, di tempo in tempo, bisogna provare se si è ancora padroni di casa propria. Si sta mangiando un frutto appetitoso, che ci fa venire l’acquolina in bocca; noi vogliamo affermare la nostra volontà dinanzi ad esso: vi rinunciamo; non perchè sarebbe un delitto od una colpa gustare quel frutto, ma per fare un po’ di ginnastica della volontà. Un giorno, perciò, sarà una sigaretta che non fumeremo; un altro giorno una espressione brillante, che sarebbe stata applaudita e che noi sapremo tacere, e via dicendo. E, ripetiamolo ancora una volta, tutto ciò, non perché il fumare una sigaretta o il lanciare un frizzo geniale sia una colpa; ma per esercitare il nostro animo alla padronanza di sè. – L’antimoralismo può sorridere di compassione dinanzi a questi esercizi necessari per la formazione del proprio carattere; potrà stimarli piccoli espedienti di spiriti gretti; potrà dire ai giovani: « Godete la vostra primavera; rompete ogni divieto; avvicinate le vostre labbra ad ogni frutto »; ma persino Benedetto Croce riconosceva che « niente v’è di più stolto dell’antimoralismo ». Esso « crede di celebrare la forza, la salute, la libertà; e vanta, invece, la servitù delle passioni sbrigliate, l’apparente floridezza del malato e la forza del maniaco. La moralità (non dispiaccia agli antimoralisti letterati) non che fisima da pedante o consolazione di impotenti, è il sangue buono contro il sangue guasto ». Soltanto frenando le passioni e gli istinti, noi diveniamo veramente liberi.

2. – La morale cristiana e la formazione della volontà.

Il Cristianesimo ha sempre inculcato questa pratica della ginnastica della volontà, che in termini cristiani è chiamata la virtù e la mortificazione.

1. – Come una rondine non fa primavera, osserva Aristotile nella sua Etica a Nicomaco, così un atto solo non fa una virtù. Quest’ultima è l’abitudine del bene; e, solo mediante la ripetizione degli atti o un dono di Dio, possiamo acquistare quella dolce inclinazione a compiere azioni buone, che è così utile ed efficace nella vita dello spirito. Se giova imparare il nuoto e se vai la pena di esercitarsi per saper nuotare, molto più nel mare burrascoso della esistenza nostra, fra le tempeste e le burrasche, serve possedere quelle perfezioni proprie dell’attività pratica, che ci facilitano l’adempimento del nostro dovere e l’attuazione della legge cristiana d’amore. Io non mi dilungherò a ricordare come i teologi classifichino le virtù in teologali ed in cardinali, secondo che hanno per oggetto Dio, nostro ultimo fine, ovvero i mezzi per raggiungere Dio. Non rammenterò come tre siano le virtù teologali, la fede, la speranza e la carità; e quattro le cardinali, la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza, così chiamate, perchè — nota san Tommaso — sopra di esse si aggira e si fonda la vita morale, come la porta sui cardini. Non soggiungerò nulla intorno alla distinzione delle virtù in acquisite ed in infuse, secondo che si tratta di abitudini contratte con le sole forze naturali mediante la ripetizione degli stessi atti, ovvero di un prodotto della grazia, inserito in noi immediatamente da Dio. Ciò che ci interessa è lo sforzo nostro nell’acquisto delle virtù. Poichè, anche quando la virtù è infusa, essa è sempre un germe, che occorre svolgere; è una rosa che deve sbocciare al sole della nostra cooperazione. È stolto credere che i Santi ci abbiano dato la fioritura delle loro opere virtuose, unicamente perchè furono favoriti dal cielo di speciali aiuti; essi corrisposero ai doni divini e con quanta generosità! La mitezza di san Francesco di Sales è costata vent’anni di battaglia e di lavoro; l’umiltà di san Carlo Borromeo fu il frutto di un lungo ed intenso esercizio; e nessun Santo sarebbe divenuto tale, se avesse sepolto il talento ricevuto da Dio e non l’avesse trafficato con energia perseverante di volontà.

2. – Come la virtù implica la pratica abituale nel bene, così la mortificazione consiste nella lotta abituale contro il male. Cosa ci predica l’esempio dei Padri del deserto e di tutti i Santi? Leggiamo nella vita di san Macario che un giorno, là nel deserto, gli venne portato in dono un grappolo di uva. Padrone di sè e della sua gola, ascoltò la voce dell’amore fraterno, che lo consigliava segretamente a recarlo ad un altro eremita, il quale ne aveva forse maggior bisogno di lui. Così fece. Ed il solitario, accogliendo il regalo, rese grazie a Dio ed a Macario, ma, come lui, portò il grappolo ad un altro eremita, e questo ad un altro, e così via, in modo che quel grappolo fece il giro di tutte le celle disperse nel deserto e spesso molto lontane le une dalle altre, finchè ritornò ancora intatto nelle mani del Santo, senza che nessuno avesse saputo che da lui, per il primo, era partito. Ed i fatti, uno più affascinante dell’altro, si potrebbero citare a iosa. Mi limiterò ad avvertire solo che tali mortificazioni assumono un colorito speciale nei vari Santi e nei vari Cristiani, secondo la loro indole e la missione storica che dovevano e che debbono compiere. Ad esempio, prendiamo Filippo Neri, « Pippo il buono,, il Santo dell’allegria o, come diceva superficialmente Goethe, « il santo umorista ». Uno dei suoi più accurati biografi, il Bacci, riferisce che « soleva il sant’uomo molte volte saltare in presenza delle persone, eziandio de’ Cardinali, e Prelati; nè solo facea questo in luoghi remoti, e non abitati, ma ancora dove suol esser maggior frequenza di gente, come ne’ palazzi, nelle piazze, e nelle strade…». « Un’altra volta si fece tagliare la barba da una banda sola, e con mezza barba uscì in pubblico saltando, come avesse avuto vittoria di qualche grande cosa… ». « Volendo un suo penitente lasciarsi il ciuffo come usava in quei tempi, il Santo non solo non glie lo permise; ma gli comandò che si tosasse, e per mortificarlo maggiormente gli disse che andasse da fra Felice Cappuccino, che gli avrebbe fatto la carità. Andò il buon penitente, e fra Felice (il quale era rimasto d’accordo col Santo) in cambio

di tosarlo gli rase tutta la testa, e colui sopportò il tutto con grandissima pazienza ». Ed eran cani che faceva portare in braccio ai suoi penitenti, anche illustri, per le vie di Roma; ed era il Baronio, il celebre storico, inviato « con un fiasco grande, che tenea più di sei boccali, all’osteria ordinandogli, che si facesse dare una foglietta di vino; ma che prima facesse lavar il fiasco, e che andasse in cantina a vederlo cavare; e poi si facesse rendere il resto, alle volte d’un testone ed altre volte d’uno scudo d’oro; per la qual cosa volendo egli fare tutte quelle diligenze, questi osti tenendosi beffati, non solo gli dicevano villanie, ma bene spesso lo minacciavano di dargli delle bastonate ».

Voi ridete e forse siete tentati di dar ragione a certi biografi moderni di san Filippo, i quali sostengono che ai giorni nostri non lo porrebbero più sugli altari. Ahimè! Avreste torto. Quelle che, in apparenza, sembrano stranezze da manicomio, erano mezzi per dominare se stessi; erano mortificazioni, per non essere schiavi dell’ambiente o della superbia; era, in breve, ciò che Fórster definisce la ginnastica dell’educazione, nella Roma dei suoi tempi!… I discepoli capivano che le bizzarrie imposte eran più sapienti del dileggio da esse provocato; e dello stesso dileggio si servivano come arma per la propria formazione. – Si noti. La Chiesa stessa impone a tutti i credenti l’esercizio di queste mortificazioni. Le astinenze ed i digiuni, ad es., — oltre che un ossequio che noi presentiamo a Dio, rinunciando a qualche cosa per suo amore — non sono forse altresì una ginnastica spirituale « per chi deve sostenere il combattimento contro la legge delle membra? ». « Il digiuno, spiega il Manzoni, accompagna senza interruzione il primo Testamento; Giovanni, precursore del nuovo, l’osserva e lo predica; e Quello che fu l’aspettazione e il compimento dell’uno, il fondatore e la legge dell’altro, e la salute di tutti, Gesù Cristo, lo comanda, lo regola, ne leva l’ipocrita ruvidezza e la malinconica ostentazione, l’attornia d’immagini socievoli consolanti, ne insegna lo spirito, e ne dà lui stesso l’esempio. Certo, la Chiesa non ha bisogno d’altra autorità, per rendere ragione d’averlo conservato. Gli Apostoli sono i primi a praticarlo. Il digiuno e la preghiera precedono l’imposizione delle mani, che conferì a Paolo la missione verso le genti; e la religione, come disse il Massillon, nasce nel seno del digiuno e dell’astinenza. D’allora in poi, dove si può segnare un tempo di sospensione o d’intervallo? La storia ecclesiastica ne attesta la continuità in tutti i tempi e in tutti i santi; e se si trova purtroppo qualche volta il letterale adempimento del digiuno, scompagnato da una vita cristiana, è impossibile trovare una vita cristiana scompagnata dal digiuno. I martiri e i re, i Vescovi e i semplici fedeli eseguiscono e amano questa legge: essa si trova come in un posto naturale tra Cristiani. Fruttuoso, Vescovo di Tarragona, rifiutò, andando al martirio, una bevanda che gli era offerta per confortarlo; la rifiutò, dicendo chennon era passata l’ora del digiuno. Chi non prova un sentimento di rispetto per una legge così rispettata, nel momento solenne del dolore, da un uomo che stava per dare una testimonianza di sangue alla verità? Chi non vede che questa legge medesima aveva contribuito a prepararlo al sacrificio, e che, per morire imitatore di Gesù Cristo, egli n’era vissuto imitatore? Ma prescindendo da questi esempi ammirabili, nelle circostanze più ordinarie d’un Cristiano, il digiuno e le astinenze si legano con ciò che la sua vita ha di più degno e di più puro. Si veda un uomo giusto, fedele a’ suoi doveri, attivo nel bene, sofferente nelle disgrazie, fermo e non impaziente contro l’ingiustizia, tollerante e misericordioso; e si dica se le pratiche dell’astinenza non sono in armonia con una talencondotta. San Paolo paragona il Cristiano all’atleta che, per guadagnare una corona corruttibile, era in tutto astinente. L’agilità ed il vigore che ne veniva al suo corpo era tanto evidente, i mezzi erano così corrispondenti alfine, che a nessuno pareva irragionevole quel tenore di vita, nessuno se ne meravigliava; e noi, educati all’idee spirituali del Cristianesimo, non sapremo vedere la necessità e la bellezza di quelle istruzioni che tendono a render l’animo desto e forte contro le inclinazioni del senso? ». – Come si vede dalla citazione del Manzoni, anche san Paolo discorre di ginnastica. E non ci sarebbe differenza fra le mortificazioni nell’ordine naturale e nell’ordine soprannaturale, se il Cristiano non le compisse in unione a Gesù Cristo, al Quale è incorporato e che in tutta la sua vita si mortificò, da Betlem al digiuno nel deserto ed alla morte di croce. Le virtù cristiane e la mortificazione nostra divinizzate dalla grazia, rese più efficaci per la preghiera, accompagnate dai Sacramenti, sono qualcosa non di meno, ma di più della ginnastica umana della volontà. E l’elemento divino congiunto all’elemento umano; è, sopra tutto, un esercizio che non potrebbe esistere in una visione antropocentrica della realtà, riguardato come un metodo di perfezionamento della propria personalità e che, invece, viene inquadrato in una visione teocentrica e cristiana. Noi ci mortifichiamo, per far vivere Cristo in noi; ci crocifiggiamo con Lui per risorgere insieme. In altre parole, la caratteristica della virtù e della mortificazione cristiana è la educazione della volontà umana, mediante la grazia e la formazione di Cristo in noi. Non c’è, quindi, da meravigliarsi se tale formazione è unita ai Sacramenti e specialmente a tre di essi: la Cresima, la Comunione, la Confessione. – La Cresima ci fa soldati dell’esercito cristiano e ci rende forti per i sacrifici dell’Amore nella vita. Non invano il nipote di Renan, Ernest Psichari, 1’8 febbraio 1913, dopo aver ricevuto da mons. Gibier, Vescovo di Orléans, il Sacramento della Confermazione, poteva esclamare: « Monsignore, mi sembra d’avere un’altra anima! ». Non invano Giosuè Borsi, al card. Maffi che l’aveva cresimato dopo la conversione, poteva dire: « Ora sono soldato di Cristo ». È lo Spirito Santo che fortifica il figlio di Dio, segnato dal segno della Croce e confermato col crisma della salute. – La Messa, ricordo e rinnovazione della immolazione della Croce, ci rammenta ogni volta la grande verità cristiana dell’Amore nel sacrificio ed accresce le nostre energie, perchè anche noi, scendendo ed allontanandoci dal mistico Calvario dell’altare, ci sappiamo sacrificare per Dio e pernamore dei fratelli. L’Eucaristia, unendoci a Gesù Cristo, presente nell’Ostia, ci trasforma in Lui, di modo che la battaglia può essere ripresa, continuata, combattuta con la chiara consapevolezza che Gesù Cristo combatte in noi, con noi, per noi e che quindi siamo forti di una forza divina. La Confessione, prescindendo dal perdono dei peccati che ci interesserà in seguito, è infine un Sacramento di immensa efficacia educativa. Il confessore non è solo giudice, ma padre e maestro e medico; e l’accusa dei peccati importa una serie di atti quanto mai utile per l’opera formatrice delle nostre coscienze. Se poi il sacerdote viene scelto da un’anima, non solo come confessore, ma come Direttore spirituale, ecco che la formazione resta sempre più facilitata e favorita. Mentre il confessore è colui che ascolta le colpe, le giudica e le assolve, il Direttore spirituale (che può essere, del resto, lo stesso confessore, ma può essere anche un altro ministro di Dio studia un carattere e adagio adagio lo coglie, attraverso la molteplicità dei suoi atti e dei suoi difetti, nell’unità della sua indole. È allora che il Direttore spirituale può divenire la guida buona, che ci accompagna sulle alte montagne e ci fa evitare pericoli e precipizi. Le stesse mortificazioni vengono da lui dirette e ordinate ad un fine particolare, che potrà essere, ad es., la lotta contro il difetto predominante o lo sforzo per la conquista di una virtù.

3. – Conclusione.

Quale unità organica, allora, ci si presenta allo sguardo tra dogma, morale, Sacramenti, gerarchia e vita nel Cristianesimo! Il dogma della Redenzione e la storia della Passione sono la base della virtù e dell’abnegazione; i Sacramenti sono mezzi per raggiungere la formazione nostra soprannaturale; il Sacerdote è la guida in tali spirituali ascensioni. Ed in tutto questo un’unica anima palpita e freme: l’Amore. È per amor suo che noi ci sacrifichiamo ogni giorno; è per comunicare sempre più intensamente al suo Amore divino che ci accostiamo ai Sacramenti e ci avviciniamo ai suoi ministri. L’Amore nel sacrificio: ecco ciò che apprendiamo dalla verità dogmatica, dall’insegnamento morale, dall’aiuto dei Sacramenti, dal sacerdozio cattolico; ed ecco la vera vita cristiana con le battaglie quotidiane, che ora dobbiamo considerare.

Riepilogo

La morale cristiana risolve il contrasto che sorge tra l•a realtà dura della vita e l’idealità bella dell’amore, mediante il concetto di sacrificio e la formazione della propria volontà.

I. REALE ED IDEALE. – Il vero amore della legge morale cristiana non ha nulla in comune con le sdolcinatezze sentimentali o con le utopie irrealizzabili, ma proclama che la vita è lotta, è milizia, è continua battaglia. Come ama la patria solo il soldato che combatte per essa, così ama Dio ed il prossimo chi sa rinnegare senstesso e dimostrare a fatti il suo amore. Una simile battaglia non contrasta con l’Amore infinito di Dio per noi, ma è la prova del nostro amore per Lui.

II. IL SACRIFICIO. – Per amare Dio bisogna rinnegare se stessi prendendo la croce e seguire Cristb: ecco la condizione, indispensabile su questa terra, dell’amore. Per non cadere in errori, è necessario ricordare:

a) 11 vero concetto di sacrificio. — Il sacrificio non è la morte per la morte, od il dolore per il dolore; bensì è la morte per la vita. Bisogna morire per vivere; bisogna rinunciare alla vita parziale ed egoistica, alle passioni, alle cattive tendenze, per raggiungere una vita più alta. E’ con tale criterio che occorre distinguere le vere dalle false mortificazioni.

b) Il concetto di sacrificio cristiano. — Esso, oltre l’idea espressa, implica due altre esigenze:

l° il sacrificio cristiano è solo quello compiuto per amore a Dio ed ai fratelli;

2° in unione a Cristo.

II problema del dolore, a questo modo, si risolve nel problema dell’amore e più non costituisce una difficoltà.

III. LA FORMAZIONE DELLA VOLONTÀ AL SACRIFICIO. – Il comando di rinnegare noi stessi per l’amore, se è bello in sè, è duro da praticarsi. È indispensabile, quindi, formarci, allenarci ed esercitarci nel sacrificio. Ciò si ottiene:

a) con la ginnastica spirituale della nostra volontà, ossia con le mortificazioni, che immensamente giovano a correggere ed a fortificare il carattere. Anche le astinenze ed i digiuni imposti dalla Chiesa sono ispirati da simile motivo;

b) con la rinnovazione degli atti buoni, che generano in noi la virtù acquisita;

c) coi mezzi soprannaturali, come la grazia, le virtù infuse, la preghiera, i Sacramenti.