TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (10) “da Onorio I a Martino I”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (10)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

(Da Onorio I a Martino I)

ONORIO I: 27 ottobre 625 – 12 ottobre 638

4° Concilio di Toledo, iniziato il 5 dicembre 633: capitoli.

Professione di fede trinitaria e cristologica.

485 – (Cap. 1) Conformemente alle divine Scritture e alla dottrina che abbiamo ricevuto dai santi Padri, confessiamo che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono di una sola divinità e sostanza; credendo nella Trinità nella diversità delle persone e predicando l’unità nella divinità, non confondiamo le persone, né separiamo la sostanza. Diciamo che il Padre non è stato generato da nessuno, affermiamo che il Figlio non è stato fatto dal Padre, ma generato; dello Spirito Santo confessiamo che non è stato né fatto né generato, ma procede dal Padre e dal Figlio; lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio e creatore di tutto, è stato generato prima dei secoli dei secoli dalla sostanza del Padre, negli ultimi tempi, per la redenzione del mondo, è disceso dal Padre, lui che non ha mai cessato di essere con il Padre; perché si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla santa e gloriosa Vergine Maria, la Madre di Dio, e da lei soltanto è nato; Lo stesso Signore Gesù Cristo, l’unico della Santa Trinità, assunse l’uomo completo nell’anima e nella carne, senza peccato, rimanendo ciò che era, assumendo ciò che non era, uguale al Padre nella divinità, inferiore al Padre nell’umanità, avendo in una sola persona le proprietà di entrambe le nature; perché in lui c’erano due nature, Dio e uomo: non due figli e due dèi, ma la stessa persona in entrambe le nature; sopportò la Passione e la morte per la nostra salvezza, non nella forza della divinità, ma nella debolezza dell’umanità; discese agli inferi per liberare i santi che vi erano rinchiusi e, vinto il potere della morte, risuscitò; è sceso negli inferi per liberare i santi che vi erano detenuti e, avendo vinto il potere della morte, è risorto; poi, salendo in cielo, verrà in futuro per giudicare i vivi e i morti; purificati dalla sua morte e dal suo sangue, abbiamo ottenuto la remissione dei peccati, per essere da lui risuscitati all’ultimo giorno nella carne in cui viviamo ora e nella forma in cui il Signore è risorto; alcuni riceveranno da lui la vita eterna e altri saranno elevati alla gloria di Dio.

Alcuni riceveranno da lui la vita eterna per i meriti della giustizia, altri la condanna alla pena eterna per i loro peccati. Questa è la fede della Chiesa cattolica, e questa professione di fede noi la manteniamo e la conserviamo, e chi la mantiene più fermamente avrà la salvezza eterna.

L’Apocalisse di Giovanni, Libro delle Sacre Scritture.

486. (Cap. 17) L’autorità di molti Concili e i decreti sinodali dei santi Vescovi romani attribuiscono il libro dell’Apocalisse all’evangelista Giovanni e hanno ordinato che sia accolto tra i libri divini. E poiché sono molti coloro che non ne ricevono l’autorità e trascurano di proclamarlo nella Chiesa di Dio, se qualcuno ora non lo riceve o non lo proclama in Chiesa durante le Messe da Pasqua a Pentecoste, sarà scomunicato.

Lettera “Scripta fraternitatis” al Patriarca Sergio di Costantinopoli – Costantinopoli, 634

Le due volontà e le operazioni in Cristo.

487 – Sotto la guida di Dio giungeremo alla misura della retta fede che gli Apostoli della verità hanno diffuso con la regola delle sante Scritture: confessando che il Signore Gesù Cristo, mediatore di Dio e degli uomini 1Tm II, 5 ha operato ciò che è divino per mezzo dell’umanità unita al Verbo di Dio secondo la natura (in greco: Secondo l’ipostasi) e che lo stesso ha operato ciò che è umano mediante la carne assunta in modo ineffabile ed unico e riempita dalla divinità in modo distinto (in greco: senza distinzione), senza confusione e senza cambiamento. … così che manifestamente, con grande stupore della mente, si riconosce che (la carne capace di soffrire) è unita (alla divinità), mentre le differenze delle due nature rimangono in modo meraviglioso… Perciò confessiamo anche una sola volontà del Signore nostro Gesù Cristo, perché in effetti la nostra natura, non la colpa, è stata assunta dalla Divinità: cioè quella natura che fu creata prima del peccato, e non quella che fu viziata dopo la trasgressione. Cristo infatti… concepito dallo Spirito Santo senza peccato, nacque anch’Esso senza peccato dalla santa e immacolata Vergine, Madre di Dio, senza aver conosciuto alcun contatto con la natura viziata… Non c’era infatti altra legge nelle sue membra, né una volontà diversa e contraria a quella del Salvatore, poiché Egli nacque senza essere soggetto alla legge della condizione umana… Che il Signore Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio “per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose” (Gv 1,3), sia Egli stesso l’unico operatore della divinità e dell’umanità, è chiaramente dimostrato da tutta la Sacra Scrittura. Quanto al fatto che, a causa delle opere della divinità e dell’umanità, si debbano dire o concepire solo una o due operazioni derivate, non ci interessa; lo lasciamo ai grammatici che hanno l’abitudine di vendere ai bambini termini acquisiti per derivazione. Per quanto ci riguarda, non abbiamo appreso dalle Scritture che il Signore Gesù Cristo e il suo Spirito Santo hanno una o due operazioni, ma abbiamo riconosciuto che ha operato in molti modi.

Lettera “Scripta dilectissimi filii” a Sergio di Costantinopoli.

Le due operazioni di Cristo.

488 – Per quanto riguarda la dottrina della Chiesa e ciò che dobbiamo ritenere e insegnare, per amore della semplicità degli uomini e per porre fine alle inestricabili oscurità delle controversie… non dobbiamo definire una o due operazioni nel mediatore di Dio e degli uomini, ma confessare che le due nature, unite in una sola natura nell’unico Cristo, operano e agiscono ciascuna in connessione con l’altra, cioè la divina opera ciò che è di Dio e l’umana opera ciò che è della carne: insegnando che, senza divisione e senza confusione o cambiamento, la natura di Dio non è stata cambiata in uomo nè la natura umana in Dio, ma confessando che le differenze delle nature rimangono intatte. Desiderando quindi… evitare lo scandalo di una nuova invenzione, non dobbiamo definire e predicare una o due operazioni, ma invece dell’unica operazione che alcuni affermano, dobbiamo confessare in verità l’unico Cristo Signore che opera in entrambe le nature; e invece delle due operazioni, scartando il termine doppia operazione, dobbiamo piuttosto proclamare con noi che le due nature stesse, cioè quella della divinità e quella della carne assunta, operano ciò che è loro proprio nell’unica Persona del Figlio unigenito di Dio Padre, senza confusione o divisione, e senza cambiamento.

6° Concilio di Toledo, iniziato il 9 gennaio 638.

La Trinità e il Figlio di Dio, il Salvatore fatto carne.

490 – Crediamo e confessiamo la santissima e onnipotente Trinità, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, un solo Dio, non solitario, di una sola essenza, forza, potenza, maestà e natura, inseparabilmente distinto in Persone, indistinto quanto all’essenza nella sostanza della Divinità, Creatore di tutte le creature; il Padre, increato è la fonte e l’origine di tutta la Divinità; il Figlio è stato generato, increato, dal Padre senza tempo, prima di ogni creatura, senza inizio; perché il Padre non è mai esistito senza il Figlio, né il Figlio senza il Padre, eppure il Figlio è Dio da Dio Padre, e il Padre non è Dio da Dio Figlio, il Padre del Figlio non è Dio dal Figlio; ma è Figlio del Padre e Dio dal Padre, uguale in tutto al Padre, vero Dio da vero Dio; lo Spirito Santo, invece, non è né generato né creato, ma è lo Spirito di entrambi che procede dal Padre e dal Figlio; e quindi sono uno nella sostanza, perché uno procede da entrambi. Ma in questa Trinità c’è una tale unità di sostanza che è priva di pluralità e conserva l’uguaglianza, e non è minore in ciascuna delle Persone che in tutte, né maggiore in tutte che in ciascuna.

491 – Di queste tre Persone della Divinità, confessiamo che solo il Figlio, per la redenzione del genere umano, al fine di rimuovere i debiti del peccato che abbiamo contratto all’inizio con la disobbedienza di Adamo, sia uscito dal segreto e dal mistero del Padre, ed abbia assunto da Maria, la santa e sempre Vergine, l’uomo senza peccato, cosicché lo stesso Figlio di Dio Padre è anche Figlio dell’uomo, perfetto Dio e perfetto uomo, cosicché l’unico Cristo è uomo e Dio in due nature, una nella Persona, cosicché non si aggiungerebbe una quaternità alla Trinità se in Cristo la persona fosse duplicata. Egli è quindi inseparabilmente distinto dal Padre e dallo Spirito Santo nella Persona, ma dall’uomo assunto è distinto nella natura, e il nostro Signore Gesù Cristo è, come abbiamo detto, uno in due nature e in una sola Persona, uguale al Padre nella forma di divinità, inferiore al Padre nella forma di schiavitù; è da questo che dobbiamo comprendere le sue parole nel Salmo XXI:11: “Dal seno di mia madre tu sei il mio Dio”. Egli solo, dunque, è nato da Dio senza madre, è nato dalla Vergine senza padre, e “il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14); e sebbene tutta la Trinità abbia cooperato alla formazione dell’uomo assunto, perché le opere della Trinità sono inseparabili, tuttavia Egli solo ha assunto l’uomo nella singolarità della persona, non nell’unità della natura divina, in ciò che è proprio del Figlio, non in ciò che è comune alla Trinità; Infatti, se avesse mescolato la natura dell’uomo e quella di Dio, tutta la Trinità avrebbe assunto il corpo, poiché è stabilito che la natura della Trinità è una, ma non la Persona.

492 – Questo Signore Gesù Cristo è stato dunque mandato dal Padre, prendendo ciò che non era e non perdendo ciò che era, non potendo essere danneggiato a causa di ciò che è suo, mortale a causa di ciò che è nostro, ed è venuto in questo mondo per salvare i peccatori e per giustificare coloro che credono, e Colui che faceva miracoli è stato consegnato a causa delle nostre iniquità, è morto per la nostra espiazione; È stato risuscitato per la nostra giustificazione; per le sue piaghe siamo stati salvati Is 53,5 , riconciliati con Dio Padre per mezzo della sua morte e risuscitati per mezzo della sua risurrezione; attendiamo anche la sua venuta alla fine dei secoli, per dare ai giusti la loro ricompensa e agli empi il loro castigo, secondo il suo giustissimo giudizio.

493 – Crediamo anche che la Chiesa cattolica, senza macchia nelle sue opere né ruga nella sua fede, sia il suo corpo e che otterrà il Regno con il suo Capo, Gesù Cristo l’Onnipotente, dopo che questa realtà corruttibile avrà indossato l’incorruzione e questa realtà mortale l’immortalità, 1 Cor XV, 43 , affinché Dio sia tutto in tutti, 1 Cor XV, 28 . Con questa fede i cuori sono purificati (Act XV, 9), con essa le eresie sono estirpate, in essa tutta la Chiesa abita già nel Regno celeste e si glorifica finché rimane nel mondo presente; e non c’è salvezza in nessun’altra fede: “Non c’è infatti nome sotto il cielo offerto agli uomini nel quale dobbiamo essere salvati” (Act IV, 12).

SEVERINO: 28 maggio – 2 agosto 640

GIOVANNI IV: 24 dicembre 640-12 ottobre 642

Lettera “Dominus qui dixit”, all’imperatore Costantino III (Difesa di Papa Onorio), primavera 641.

Il significato delle parole di Onorio riguardo alle due volontà.

496. – Il Patriarca Sergio di benedetta memoria informò il suddetto Pontefice della città di Roma, di santa memoria (Onorio), che c’erano alcuni che affermavano che c’erano due volontà contrarie nel nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo; avendo appreso ciò, il suddetto Papa rispose che come il nostro Salvatore è un’unica unità, così è stato concepito e nato miracolosamente al di sopra di tutti gli uomini. E in ragione della sua santa economia incarnata insegnò che il nostro Redentore, come è perfetto Dio, è anche perfetto uomo, cosicché, nato senza alcun peccato, ristabilisce la nobiltà dello stato originale che il primo uomo aveva perso con la trasgressione. È nato quindi come secondo Adamo, senza peccato, né nella nascita né nei rapporti con gli uomini; infatti, il Verbo fatto carne a somiglianza di carne peccaminosa ha assunto tutto ciò che è nostro, senza portare alcuna colpa derivante dalla trasmissione della trasgressione…. L’unico e solo mediatore senza peccato di Dio e dell’uomo è dunque l’uomo Cristo Gesù (1Tim II,5), concepito e nato libero tra i morti. Nell’economia della sua carne santa egli non ebbe mai due volontà opposte, e mai la volontà della sua carne contraddisse la volontà del suo spirito… Poiché, dunque, sappiamo che in Lui, quando nacque e fu in relazione con gli uomini, non c’era assolutamente alcun peccato, dichiariamo, come è giusto, e confessiamo in verità una sola volontà nell’umanità della sua santa economia, e non predichiamo due volontà contrarie, dello spirito e della carne, come in un semplice uomo, come alcuni eretici evidentemente sostengono nel loro delirio.

497 – È in questo modo, dunque, che appare… ciò che egli (Papa Onorio) scrisse (a Sergio), cioè che nel nostro Salvatore non ci sono in alcun modo due volontà opposte, cioè nelle sue membra Rm VII, 23 poiché Egli non ha contratto alcun difetto dalla trasgressione del primo uomo. Ma affinché nessuno di minore intelligenza possa rimproverare (Onorio) di parlare solo della natura umana e non anche di quella divina… chi discute deve sapere che si tratta di una risposta data a una domanda del suddetto Patriarca. Anche per il resto, è consuetudine applicare l’aiuto della medicina dove c’è la ferita. E anche il beato Apostolo evidentemente lo faceva spesso quando si adattava all’abitudine degli uditori; a volte, quando parlava della natura più eminente,

tace totalmente sulla natura umana; a volte, trattando dell’economia umana, non tocca il mistero della sua divinità…

498 – Il mio predecessore ha detto, dunque, nel suo insegnamento sul mistero dell’incarnazione di Cristo, che in Lui non c’erano, come in noi peccatori, due volontà contrarie, dello spirito e della carne. Alcuni hanno trasformato questa affermazione in una loro concezione e hanno pensato che egli avrebbe insegnato una sola volontà della sua divinità e della sua umanità, il che è totalmente contrario alla verità.

TEODORO I: 24 novembre 642 –

14 maggio 649

MARTINO I: 5 luglio 649-17 giugno 653 (16 settembre 653)

Concilio Lateranense, 5-31 ottobre 649.

a) Professione di fede.

500 Le due volontà e operazioni in Cristo

(Testo latino) E come confessiamo le sue due nature unite senza confusione, così anche le sue due volontà naturali, la divina e l’umana, per confermare perfettamente e senza diminuire che uno e lo stesso, Gesù Cristo nostro Signore e Dio, è veramente perfetto Dio e perfetto uomo in tutta verità, e che così ha voluto e operato la nostra salvezza divinamente e umanamente.

(Testo greco)

E come confessiamo le sue due nature unite senza confusione o divisione, così in accordo con le nature, due volontà, la divina e l’umana, e due operazioni naturali, la divina e l’umana, affinché confermiamo perfettamente e senza omissioni che l’unico e solo Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, è veramente per natura perfetto Dio e perfetto uomo, ad eccezione del peccato, e che così ha voluto ed operato divinamente e umanamente la nostra salvezza.

b) Canoni.

Condanna degli errori riguardanti la Trinità e Cristo

501 – Can. 1. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, Trinità nell’unità e unità nella T rinità, cioè un solo Dio in tre ipostasi consustanziali della stessa gloria, e per le tre una sola e medesima divinità, natura, sostanza, potenza, signoria, regalità, autorità, volontà, operazione, increata, senza inizio, inconcepibile, immutabile, creatrice di tutti gli esseri e protettrice di essi, sia condannato. (Testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, trinità nell’unità e unità nella trinità, cioè un solo Dio in tre ipostasi consustanziali della stessa gloria, e per le tre una sola e medesima Divinità, natura, potenza, signoria, regalità, autorità, volontà, operazione, sovranità, increata, senza inizio, senza limite, immutabile, creatrice degli esseri e che li tiene insieme nella sua provvidenza, sia condannato.

502 – Can. 2. Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che uno della santa, consustanziale e adorabile Trinità, Dio Verbo stesso, è disceso dal cielo, si sia incarnato dallo Spirito Santo e dalla sempre vergine Maria, si è fatto uomo nella carne, è stato crocifisso per noi, è stato sepolto, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e siede alla destra del Padre; verrà di nuovo con la gloria del Padre con la carne presa da lui e animata dall’intelletto, per giudicare i vivi e i morti, sia condannato. (Testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che uno della santa, consustanziale e adorabile Trinità, Dio Verbo stesso, discese dal cielo, si incarnò dallo Spirito Santo e da Maria, la tutta santa e sempre vergine, e si fece uomo, è stato crocifisso nella carne volontariamente per noi e per la nostra salvezza, ha sofferto, è stato sepolto, è risorto il terzo giorno, è salito al cielo e siede alla destra del Padre, con la carne che ha preso e che è animata dall’intelletto, per giudicare i vivi e i morti, sia condannato.

503 – Can. 3. Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, la santa, sempre vergine e immacolata Maria come Madre di Dio, poiché è in senso proprio e vero, Dio stesso il Verbo, generato da Dio Padre prima di tutti i secoli, che Ella concepì dallo Spirito Santo negli ultimi giorni senza seme, e partorì senza corruzione, rimanendo inalterata la sua verginità anche dopo il parto, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, la Madre di Dio la santa, sempre vergine e immacolata Maria, poiché è in senso proprio e vero, Dio stesso il Verbo, generato da Dio Padre prima di tutti i secoli, che negli ultimi secoli concepì dallo Spirito Santo senza seme e partorì senza corruzione, rimanendo inalterata la sua verginità anche dopo il parto, sia condannato.

504 Can. 4. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, due nascite dell’unico e solo Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, sia prima dei secoli di Dio Padre, incorporeo ed eterno, sia di Maria, santa e sempre vergine, Madre di Dio, corporea, alla fine dei tempi, e un solo e medesimo Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, consustanziale a Dio Padre secondo la divinità, e consustanziale con l’uomo e con la madre secondo l’umanità, e lo stesso capace di soffrire nella carne, incapace di soffrire nella divinità, limitato nel corpo, illimitato nella divinità, lo stesso creato e increato, terrestre e celeste, visibile ed intelligibile, concepibile e inconcepibile, affinché per mezzo dello stesso sia ristabilito l’uomo completo e Dio, l’uomo completo che era caduto in potere del peccato, sia condannato. (Testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che ci sono due nascite dell’unico e solo Gesù Cristo nostro Signore, una prima dei secoli, da Dio Padre, incorporea ed eterna, e l’altra da Maria, santa, sempre vergine, nella carne, in questi ultimi giorni, e un solo e medesimo Gesù Cristo nostro Signore e Dio, consustanziale con Dio Padre secondo la divinità, consustanziale con la Vergine e Madre in umanità, e lo stesso capace di soffrire nella carne, incapace di soffrire nella divinità, limitato nel corpo, illimitato nello spirito, lo stesso increato e creato, terrestre e celeste, visibile e intelligibile, concepibile e inconcepibile, affinché per mezzo dello stesso, sia uomo completo che Dio, l’uomo completo che era caduto in potere del peccato fosse ristabilito, sia condannato.

505 – Can. 5. Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, un’unica natura incarnata di Dio Verbo, nel senso che si dice che la nostra sostanza si sia fatta carne completamente e senza restrizioni in Cristo Dio, con la sola eccezione del peccato, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che “l’unica natura di Dio Verbo si è fatta carne” significhi, con l’espressione “si è fatta carne”, la sostanza conformata a noi completamente e senza restrizioni in Cristo Dio stesso, con la sola eccezione del peccato, sia condannato.

506 – Can. 6. Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che di due e in due nature, sostanzialmente unite, senza confusione e senza divisione, è uno stesso Signore e Dio Gesù Cristo, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che di due nature, la divinità e l’umanità, e in due nature, la divinità e l’umanità, unite secondo l’ipostasi senza confusione e senza divisione, è un solo e medesimo Signore e Dio Gesù Cristo, sia condannato.

507 Can. 7. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che la differenza sostanziale delle nature sia custodita in Lui senza confusione e senza divisione, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che la differenza sostanziale delle nature, dopo la loro ineffabile unione per cui esiste l’unico e solo Gesù Cristo, sia custodita in Lui senza confusione e senza divisione, sia condannato.

508 Can. 8. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che l’unione sostanziale delle nature sia riconosciuta in Lui senza divisione e senza confusione, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che l’unione delle nature secondo la congiunzione, o, per dire veramente, secondo l’ipostasi, da cui esiste l’unico e solo Cristo, sia riconosciuta in Lui senza divisione e senza confusione, sia condannato.

509. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che le proprietà naturali della sua divinità e della sua umanità siano conservate in Lui costantemente e senza diminuzione, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, che le proprietà naturali della divinità di Cristo siano conservate in Lui costantemente e senza diminuzione, in modo da confermare veramente che Egli sia lo stesso, secondo natura, perfetto Dio e perfetto uomo, sia condannato.

510 Can. 10. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, due volontà dello stesso e unico Cristo nostro Dio unite in un unico accordo, la divina e l’umana, in quanto con ciascuna delle sue due nature lo stesso ha voluto, per natura, la nostra salvezza, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, due volontà dell’unico Cristo Dio, unite in pieno accordo, la divina e l’umana, poiché secondo ciascuna delle sue due nature Egli era per natura capace di volere la nostra salvezza, sia condannato.

511. Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, due operazioni, unite in pieno accordo, del medesimo e unico Cristo nostro Dio, la divina e l’umana, poiché secondo ciascuna delle due nature Egli è, per natura, l’operatore della nostra salvezza, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confessa, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, due operazioni dello stesso e unico Cristo Dio, unite in pieno accordo, la divina e l’umana, poiché secondo ciascuna delle sue due nature Egli opera la nostra salvezza, sia condannato.

512 Can. 12. Se qualcuno confessa, secondo gli empi eretici, una sola volontà e una sola operazione di Cristo nostro Dio, e con ciò sopprime ciò che i santi Padri confessano, e nega l’economia di Colui che è il nostro Salvatore, sia condannato (testo greco). Se qualcuno confessa, secondo gli empi eretici, una sola natura, una sola volontà, una sola operazione della divinità e dell’umanità di Cristo, rovesciando così ciò che confessano i santi Padri e negando l’economia di Colui che è il nostro Salvatore, sia condannato.

513. Se qualcuno, secondo gli empi eretici, mentre in Cristo Dio due volontà e due operazioni, la divina e l’umana, sono sostanzialmente custodite in unità e devotamente insegnate dai nostri santi Padri, professa, contro la dottrina dei santi Padri, una sola volontà ed una sola operazione, sia condannato (testo greco). Se qualcuno, secondo gli empi eretici, contemporaneamente alle due volontà e operazioni, la divina e l’umana, che in Cristo Dio sono sostanzialmente custodite in unità e devotamente confessate dai nostri santi Padri, comanda di professare anche, contro la loro dottrina, una sola operazione, sia condannato.

514 Can. 14. Se qualcuno, secondo gli empi eretici, contemporaneamente all’unica volontà e all’unica operazione professata dagli eretici nella loro empietà, nega e ripudia anche le due volontà e le due operazioni, cioè la divina e l’umana, che nello stesso Cristo Dio sono salvaguardate in unità e insegnate dai santi Padri, sia condannato (testo greco). Se qualcuno, secondo gli empi eretici, oltre all’unica volontà e all’unica operazione professata dagli eretici nella loro empietà in Cristo Dio, nega e ripudia anche le due volontà e le due operazioni, cioè la divina e l’umana, che nello stesso Cristo sono custodite fisicamente in unità ed insegnate in Lui in modo ortodosso dai santi Padri, sia condannato.

515. Can. 15. Se qualcuno, secondo gli empi eretici, nella sua stoltezza considera l’operazione divino-umana, che i greci chiamano “teandrica“, come una sola e medesima, ma non la confessa, secondo i santi Padri, come duplice, cioè divina ed umana, o considera questo nuovo appellativo “divino-umano” come se designasse una sola operazione, ma non significasse la meravigliosa e gloriosa unione delle due, sia condannato (testo greco).

516 Can. 16. Se qualcuno, secondo gli empi eretici, per abolire le due volontà e operazioni, cioè la divina e l’umana, che in Cristo sono sostanzialmente salvate in unione e sono state piamente insegnate dai santi Padri, nella sua follia lega opposizioni e divisioni al mistero della sua economia, e per questo non riferisce le parole evangeliche ed apostoliche su questo stesso Salvatore all’unica e medesima Persona, e sostanzialmente allo stesso Signore Gesù Cristo nostro Dio, secondo il beato Cirillo, affinché si veda che Egli sia lo stesso, per natura, Dio e uomo, sia condannato. (Testo greco). Se qualcuno, secondo gli empi eretici, volesse abolire le due volontà e le due operazioni, la divina e l’umana, che in Cristo Dio sono sostanzialmente salvate in unione e sono devotamente insegnate dai santi Padri, introduce nella sua follia opposizioni e divisioni nel mistero, e per questo non attribuisce le parole dei Vangeli e degli Apostoli su questo Salvatore all’unico e medesimo nostro Signore Gesù Cristo, secondo il beato Cirillo, per certificare che lo stesso sia per natura Dio e veramente uomo, sia condannato.

517. Can. 17. Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, tutto ciò che è stato tramandato e predicato alla santa, cattolica e apostolica Chiesa di Dio, sia dagli stessi santi Padri che dai cinque venerabili Concili universali, fino all’ultimo dettaglio, in parola e in spirito, sia condannato (testo greco). Se qualcuno non confesserà, secondo i santi Padri, in senso proprio e vero, tutto ciò che sia stato tramandato e predicato alla Chiesa di Dio santa, cattolica ed apostolica, sia dagli stessi santi Padri che dai cinque Concili ecumenici riconosciuti, fino all’ultimo dettaglio, nella parola e nello spirito, sia condannato.

518. Can. 18. Se qualcuno non respinge e anatematizza secondo i santi Padri, d’accordo con noi e nella stessa fede, con la propria anima e la propria bocca, tutti coloro che la Chiesa santa, cattolica e apostolica di Dio – cioè i cinque santi Concili universali e d’accordo con tutti i provati Padri della Chiesa – respinge e anatematizza come i più abominevoli eretici, insieme a tutti i loro empi scritti, fino all’ultimo dettaglio, (testo greco). Se qualcuno non respinge e anatematizza secondo i santi Padri, d’accordo con noi e della stessa fede, con la propria anima e la propria bocca, tutti coloro che la Chiesa santa, cattolica ed apostolica di Dio – cioè i cinque santi Concili ecumenici e tutti i Padri riconosciuti della Chiesa che la pensano allo stesso modo – respinge e anatematizza come empi eretici, con tutti i loro empi scritti, fino all’ultimo dettaglio, …

519. cioè Sabellio, Ario, Eunomio, Macedonio, Apollinare, Polemone, Eutiche, Dioscoro, Timoteo Aelureo, Severo, Teodosio, Colluto, Temistio, Paolo di Samosata, Diodoro, Teodoro, Nestorio, il persiano Teodoro, Origene, Didimo, Evagrio e tutti gli altri eretici presi insieme… (testo greco) – cioè Sabellio, Ario, Eunomio, Macedonio, Apollinare, Polemone, Eutyches, Dioscoro, Timoteo Aelureo, Severo, Teodosio, Colluto, Temistio, Paolo di Samosata, Diodoro, Teodoro, Nestorio, Teodoro persiano, Origene, Didimo, Evagrio e tutti gli altri eretici insieme…

520. … se dunque qualcuno… non respinge e non anatematizza le empie dottrine della loro eresia e ciò che è stato empiamente scritto da chiunque a loro favore o per spiegarle, nonché i suddetti eretici, cioè Teodoro, Ciro, Sergio, Pirro e Paolo… o se qualcuno considera come condannato o addirittura deposto uno di coloro che sono stati deposti e condannati da questi o da altri come loro perché non pensa la stessa cosa di questi, ma confessa con noi la dottrina dei santi Padri, e se non lo considera, al contrario… come un combattente pio e ortodosso della Chiesa cattolica e considera come tale piuttosto questi empi e le loro decisioni detestabili in questa materia e le loro sentenze nulle, inefficaci e invalide, e per di più empie, esecrabili e reprobe, costui sia condannato. (Testo greco) Se dunque qualcuno… non respinga e non anatemizzi le dottrine più empie della loro eresia e ciò che è stato empiamente scritto da chiunque in loro favore o in loro difesa, nonché i suddetti eretici, cioè Teodoro, Ciro, Sergio, Pirro e Paolo… o se qualcuno considera deposto o addirittura condannato uno di quelli che sono stati deposti o condannati da questi o da altri che la pensano come questi, perché non pensa quello che pensano loro, ma confessa con noi la dottrina dei santi Padri, e se non lo considera, al contrario. … come un combattente pio e ortodosso per la Chiesa cattolica, e considera invece come tali quegli empi e le loro ingiuste decisioni in questa materia e le loro vane, inefficaci e invalide sentenze, e ancora più empi, esecrabili e reprobi, sia condannato un tale uomo.

521 Can. 19. Se qualcuno professa e pensa palesemente ciò che sostengono gli empi eretici, e nella sua vana impudenza dice che questi sono gli insegnamenti di pietà che coloro che osservano e servono la Parola – cioè i cinque santi Concili universali – hanno tramandato fin dall’inizio, e calunnia così gli stessi santi Padri e i cinque santi Concili summenzionati per ingannare i semplici o per difendere la propria empia perfidia, sia condannato. (Testo greco). Se qualcuno pensa e insegna palesemente ciò che gli empi eretici sostengono, e nella sua stolta fretta dice che questi siano gli insegnamenti di pietà che coloro che osservano e servono la Parola – cioè i cinque santi Concili ecumenici – hanno tramandato fin dall’inizio, e così calunnia gli stessi santi Padri ed i cinque suddetti santi Concili ecumenici per ingannare i semplici e difendere la propria fede erronea ed empia, sia condannato.

522 – Can. 20. Se qualcuno, secondo gli empi eretici, in qualsiasi modo… rimuova illegalmente i limiti che i santi Padri della Chiesa cattolica – cioè i cinque Concili universali – hanno irrevocabilmente stabilito, e cerchi incautamente novità e presentazioni di un’altra fede, o libri, o lettere, o scritti, o firme, o false testimonianze, o sinodi, o atti di dibattito, o vane ordinazioni non riconosciute dai canoni ecclesiastici, o delegazioni improprie e senza fondamento, e se in generale, come sono soliti fare gli eretici, qualcuno fa qualsiasi altra cosa con la sua attività diabolica e con modi subdoli e astuti contro la pia predicazione degli ortodossi della Chiesa cattolica – cioè dei suoi santi Padri e sinodi – al fine di distruggere la sincera confessione del nostro Signore e Dio Gesù Cristo, e se persisterà in queste azioni empie fino alla fine senza pentirsi, tale uomo sia condannato in eterno, “e che tutto il popolo dica: così sia”. Sal CVI, 48 (testo greco).

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (11) “da EUGENIO I ad AGATONE”

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (65): LA TEOSOFIA (1)

LA  TEOSOFIA (1)

(Enciclopedia APOLOGETICA della RELIGIONE CATTOLICA – QUARTA ED. – Trad. T. Dragone, Ed. PAOLINE, ALBA 1953. Impr. Parigi 1948, ed. it. Impr. 1953, P. Gianolio)

Fin verso il termine del secolo xrx, l’uso corrente e le storie della filosofia, per teosofia intendevano una tradizione esoterica, che si vantava di possedere il segreto di un modo di conoscere superiore all’esercizio normale e ordinario delle facoltà umane mediante estasi, intuizioni, illuminazioni sovrarazionali, per cui gli iniziati godevano di corrispondenti poteri d’azione, magici e teurgici. I Neoplatonici alessandrini, gl’Illuminati dei secoli XVII e XVIII, come Giacomo Boehme, Swedenborg, Saint-Martin e molti altri rappresentavano questa tradizione. Ma dopo che, nel 1875, venne fondata a New York la Società Teosofica, per teosofia s’intende, se non esclusivamente, almeno principalmente, il movimento inaugurato da questa società e seguito dai raggruppamenti che ne sorsero per dissidio o in altro modo. Nel presente articolo, prendiamo il termine in quest’ultimo senso.

 CAPITOLO I. – ORIGINE E FONDATORI DELLA TEOSOFIA.

Il primo slancio: le signore Blavatsky e Annie Besant. In primo piano, appaiono due  donne: la prima è una grande dama russa, discendente da una nobile famigli del Mecklenburg, stabilitasi nella Russia meridionale e alleata con la grande aristocrazia dell’impero zarista. Giovane visionaria e indomabile, Elena Petrowna di Hahn, per rispondere a una sfida (La governante le aveva detto: « Nessuno ti sposerebbe, nemmeno il generale Blavatsky » – MARTINDALE, Theosophy, p. 15), a diciassette anni sposò l’ultrasettantenne generale Blavatsky per abbandonarlo subito e correre il vasto mondo con un destino procelloso. Senza seguirla in tutti i suoi vagabondaggi, la troviamo in Egitto, nell’Asia Minore, nelle Indie, negli Stati Uniti, in Italia, a Londra, Parigi, Odessa. Nell’Asia Minore, fa conoscenza col « mago » copto Paulos Metamon che l’affascina con i suoi prodigi; pratica lo spiritismo con ardore, apre « circoli di miracoli », non è insensibile alla politica, frequenta gli ambienti rivoluzionari ed anarchici, senza dimenticare le logge massoniche; si mette in relazione con Mazzini, si affilia alla società carbonara della Giovane Europa, entra fra le truppe di Garibaldi che accompagna nelle sue spedizioni, e quando il generale, il 25 ottobre 1867, penetra nel territorio pontificio, la signora Blavatsky. vestita da uomo, con i capelli tagliati, indossando la camicia rossa ed impugnando il fucile, è nelle prime file dei garibaldini. A Viterbo, combatte contro gli zuavi del generai Kanzler e a Mentana la volontaria Blavatsky viene colpita da due pallottole… è creduta morta e abbandonata in un fosso. Si rimette per riprendere il vagabondaggio e le esperienze spiritiche e occultistiche. Come ci dice lei stessa con un racconto infinitamente sospetto, un viaggio al Tibet (1852) fu il fatto più saliente, che orientò la sua vita; colà avrebbe incontrato un Mahàtma e sarebbe rimasta sotto la sua direzione. Finito il lungo ritiro, ormai « iniziata » e in possesso della Dottrina occulta, sarebbe rientrata nel mondo per propagarvi la buona novella. Vero o no tutto questo, durante i viaggi negli Stati Uniti, incontrò il colonnello Olcott dalle aspirazioni concordanti con le sue e con lui aperse un salotto dove si vedevano tutte le specie di « fenomeni », come tavoli giranti, materializzazioni di spiriti, etc.. Tra i frequentatori del salotto, erano Alberto Pike e il generale Sothern, gran maestro aggiunto della massoneria americana. Finalmente, insieme con Olcott, il 17 novembre 1875, fonda a New York la Società Teosofica (il cui centro venne poi trasferito ad Adyar, sobborgo di Madras). Olcottne era il presidente e la Blavatsky, segretaria con compito, se così possiamo dire, dottrinale. In molte opere e articoli, la signora Blavatsky diventa l’apostola infaticabile della Teosofia. – Stando al giudizio non malevolo del colonnello Olcott, la signora Blavatsky aveva una « duplice personalità » e appariva ora come una « russa menzognera » e ora come un’« ispirata ». Ad ogni modo, questo è certo, che la sua potenza suggestiva, fascinatrice, dominatrice era senz’eguali, e che non minori erano le sue capacità d’inventiva e l’immaginazione creatrice. La faccenda del Tibet fu decisamente smentita, e i fenomeni che essa produceva o allegava lasciarono scoprire frodi grossolane. Il suo carattere e comportamento rispecchiavano il tipo di santità cristiana non più che quello dell’ascetismo indù. Una persona che le fu molto vicina e per molto tempo associata ne traccia questo profilo fisico e morale: « Aveva corporatura gigantesca, appetito vorace; inveteratamente appassionata per il tabacco, ma con un linguaggio facilmente grossolano », calpestava tutte le convenienze e perfino  le regole comuni del bene e del male. Era d’umore terribile, con odii implacabili. Con la sua esperienza personale dell’infinita credulità del genere umano, lo copriva copriva con un disprezzo trascendente senza risparmiare neppure i suoi familiari, compreso il bravo Olcott che trattava da imbecille, da babbeo, (muff), da «bambolone spalmato di psicologia » (psychologized baby). –  La Blavatsky morì nel 1891, e il posto di segretaria venne occupato da un’inglese con tre quarti di sangue irlandese, la signora Besant, nata Annie Wood, separata dal marito, un ministro del culto anglicano, madre di due figli, che furono sottratti alle sue cure per le sue ardenti campagne maltusiane. Di temperamento instabile e focoso, umore « bohème » come quello della signora Blavatsky, Annie Besant, dopo molte trasformazioni e voltafaccia spirituali, da un cristianesimo mistico passò all’ateismo militante, e alla fine, venne affascinata dalla fondatrice della società teosofica, di cui si fece discepola entusiasta e, alla morte di Olcott (1907), da segretaria diventò presidente della Società. In molti scritti e innumerevoli conferenze, predicò la dottrina con una convinzione contagiosa e con grande successo, incarnando, per così dire, la teosofia in se stessa. Nel 1911, nel grande anfiteatro della Sorbona, sotto la presidenza di Liard, vicerettore dell’Accademia di Parigi, davanti al nuovo budda reincarnato, Alcyone o Krishnamourti, la Besant espose le sue idee in una conferenza di cui si occupò tutta la stampa francese. La sua ardente parola trovò eco perfino nelle Indie. Stabilitasi a Benares e vivendo come i bramini, raccomanda agli indù di rimanere se stessi e non aggregarsi alle religioni dell’occidente, presentando specialmente il Cattolicesimo come il grande nemico (Martindale).

I dissidenti: l’Antroposofia di R. Steiner. – Nella Società Teosofica, sotto l’influsso dell’americano W. Quan Judge, accusato dalla signora Besant di aver inventato di sana pianta messaggi attribuiti ai Mahatma, si produsse uno scisma (1898), avendo W. Quan Judge accusato a sua volta la Besant della stessa sopercheria. Vi fu un processo, e Quan Judge si staccò e presiedette un gruppo di teosofi dissidenti facenti capo a Point Loma (California), che ignorano naturalmente la Besant e Olcott e riconoscono solo la defunta Blavatsky, formando l’United Brotherhood and Theosofical Society (Fraternità unita e società teosofica). Anche in Italia, il più cospicuo gruppo di teosofi, quello di Roma, guidato da Decio e Olga Calvari e da A. Agabiti, si distaccò dalla Società Teosofica aderendo dapprima alla Lega teosofica indipendente fondata a Benares nel 1909 e vivendo poi di vita propria intesa segnatamente alla ricerca mistica. – Più tardi, scoppiò un altro scisma molto più importante. Questa volta, il capo che presentiamo è  un uomo, Rudolf Steiner, nato nel 1861 a Kraljevic da una famiglia ebrea e morto nel 1925 a Dornach presso Basilea. Fu educato nel Cattolicesimo, fece parte del coro dei fanciulli della sua parrocchia, e ben presto, ebbe « intuizioni » sulla realtà opposta a «la sensazione irrefragabile di potenze occulte che agivano dietro e attraverso di lui per dirigerlo » (E. Schouré) e che finirono coll’apparirgli in forma umana prima nella persona di un « botanico bizzarro », riconosciuto poi come inviato da un Maestro lontano e invisibile che però sorvegliava il giovane, poi nella persona di stesso Maestro, una specie di Mahatma occidentale di nome sconosciuto. Nello stesso tempo, Steiner studia i grandi filosofi tedeschi Kant, Fichte, Schelling e soprattutto Hegel, che, da un punto di vista ancora esoterico, gl’insegna come l’essere si sviluppa e si evolve. Le scienze naturali, che studia con passione, gli danno la stessa lezione e subisce un forte influsso di Haeckel, del quale però rifiuta il grossolano materialismo. Dopo aver conseguito il dottorato in filosofia a Vienna, collabora alla riedizione delle opere scientifiche di Goethe, al quale più tardi dedicherà il suo Istituto, il « Goetheanum ». Infatti, Goethe, con le sue idee divinatrici sulla evoluzione degli esseri naturali, col suo gusto per l’occultismo, ben visibile in Faust, e con la iniziazione giovanile alla Rosa-Croce, rappresenta molto bene le due tendenze di Steiner e meritava il suo patronato. Steiner in  politica fu « socialdemocratico », e per qualche tempo, militò in una scuola di questo partito. – Presentando Stainer al pubblico francese, E. Schuré insiste assai sulla differenza dell’occultismo del dottore austriaco e quello della Blavatsky e della Besant, la quale ultima si ricollega specialmente alle dottrine indiane, mentre Steiner pretende di ricollegarsi con la tradizione occidentale degli antichi misteri della Grecia, della Siria, dell’Egitto, riflessa, a quanto egli crede, nel quarto Vangelo, nell’Apocalisse e, attraverso lo gnosticismo, nella Kabala, ecc. e culminante nella favolosa personalità di Cristiano Rosenkreuz, il sedicente fondatore della società segreta dei Rosa+Croce. In questa tradizione, come la pensa e descrive Steiner, Cristo occupa un posto centrale, non però come Dio incarnato, ma come supremo Iniziato. Però, non dimentica l’India e le riserva anzi il posto d’onore, conservando tutte le dottrine fondamentali della teosofia induista. Quindi, non ci stupisce che Steiner, nel 1902, diventi membro della Società Teosofica ed in breve occupi un posto di primo piano, facendosene l’ardente propagandista, diffondendola largamente in Germania e nella Svizzera, dove prosperò, poi\in Francia, dove E. Schuré la volgarizza presentandola al grande pubblico. A poco a poco, sorgono divergenze tra il nuovo venuto e i direttori della teosofia primitiva; la personalità e l’influsso invadente di Steiner adombrano Annie Besant, mentre nella Società Teosofica avvengono scandali di cui parleremo in seguito. Basti dire che, per incidenti i cui particolari qui non interessano, Steiner venne escluso dalla Società (1913) e trasse maggior parte dei membri tedeschi e svizzeri. Sorse così una nuova teosofia che s’intitola: Società Antroposofica e che ebbe il suo centro nella Freie Hochschule fiir Geisteswissenschaften (Libera Scuola Superiore per lo studio delle scienze dello spirito) con sede nell’edificio del « Goetheanum » fondato a Dornach (Svizzera), secondo le regole d’« un’architettura antroposofica ». Steiner svolse un’intensa attività di conferenziere e scrittore, con parola eloquente, talvolta poetica, che, col magnetismo personale (33) e la cultura innegabilmente superiore a quella delle signore Blavatsky e Besant, gli guadagnò numerosi partigiani, senza lasciarsi affatto piegare dai loschi fatti che avevano screditato l’antica teosofia. Per questo, l’Antroposofia prosperò specialmente nei paesi germanici. Tuttavia, le opere di Steiner, tradotte da uomini come E. Schuré e Giulio Sauerwein ebbero la stessa accoglienza in Francia e fecero delle « conversioni ». Steiner si spaccia come gran Maestro dell’Ordine dei « Rosa+Croce » in cui si entra con un’iniziazione della quale scrive il P. de Granmaison: « Senza pretendere di decidere se e in qual misura il dottor Steiner appartenga alla massoneria rosacrociana, bisogna constatare che l’iniziazione da lui conferita assomiglia come una sorella a quella delle logge massoniche… » (Grandmaison p. 150: Non si può dubitare sull’appartenenza della Besant alla massoneria, poiché compare nelle pubblicazioni massoniche come una sorella… del grado più alto, il trentatreesimo – G.T., p. 103, nota 2. Il rabbino Elia Benamozegh di Livorno, nel suo libro Israel et l’Umanaé, dovendo parlare delle relazioni del giudaismo con la massoneria scrive: « Se c’è una cosa certa è che la teologia della Massoneria, non è che teosofia e corrisponde a quella della Cabbala). C’è però un decoro più brillante, e nella cerimonia, il gran Maestro pontifica in camice e mantello scarlatto. Però conosciamo solo l’iniziazione dell’ apprendista » Rosa+Croce; invece, quella al grado di maestro e gli altri gradi superiore è rigorosamente proibita dalla disciplina del segreto alla curiosità dei profani.

CAPITOLO II. – DOTTRINE DELLA TEOSOFIA

Fonti. – La teosofia si vanta di derivare dalla sapienza dell’India e da questa sorgente antica attinge i suoi insegnamenti. E colore di orientalismo autentico hanno indubbiamente e grosso modo il panteismo, il carattere illusorio del mondo sensibile, l’evoluzione progressiva e la reincarnazione delle anime, la legge del Karma, la conoscenza dell’essere vero raggiunta non con processi volgari o scientifici, ma con intuizioni cui si arriva con un allenamento metodico, compito proprio dei maestri nell’iniziazione le opere della alle Blavatsky, della Besant e consorti sono costellate di  di termini sancriti e continui rimandi alle opere braminiche; ma disgraziatamente quest’erudizione indù, non fu giudicata di buona lega dagli specialisti del pensiero indù, che non hanno abbastanza disprezzo per essa. René Guenon, pur sdegnando il letteralismo di questi specialisti ed illudendosi di trarre alla luce la verità chiusa nei Vedanta. È tuttavia concorde con essi nel trattare le interpretazioni teosofiche come caricature. – La questione delle fonti indù è connessa con quella dell’esistenza dei Mahàtma, dai quali la teosofia pretende ricevere i messaggi; ma bisogna dire che si tratta soltanto d’un’enorme mistificazione, e al riguardo, nel The Key to Theosophy (La chiave della teosofia) della Blavatsky, c’è un passo molto curioso. A chi le domanda con insistenza se esistano realmente tali maestri, ella finisce col dire che ciò importa poco; ma se essa inventò i maestri, deve anche averne inventato l’insegnamento, la loro sublime e benefica dottrina, ammessa da tanti spiriti superiori, destinata a colmare le lacune della scienza attuale, come si scoprirà in cent’anni », ecc. E allora, « che imporla che esistano o no, dal momento che esiste la signora Blavatsky di cui difficilmente si può contestare l’esistenza? ». Non è possibile burlarsi più spassosamente del mondo. – Anche i lama del Tibet, tra i quali si crede siano esistiti alcuni Mahàtma, ne ignorano l’esistenza, e una severa inchiesta di Hodgson, condotta nelle Indie per conto della Società di ricerche psichiche di Londra, arrivò alla stessa conclusione negativa. La causa è spacciata.

I principali punti dottrinali. – Compendiamo le dottrine fondamentali della teosofia e dell’antroposofia notando che non interessano la presente opera le differenze che dividono le due dottrine, essendo in gran parte secondarie, poiché ambedue le dottrine sfruttano un fondo comune. Steiner, anziché rinnegare le dottrine generali della Società Teosofica, le espone anche lui, sebbene a modo suo (7). Non dimentichiamo che Steiner, per vari anni, fu uno dei membri più in vista della Società. Noi, quindi, attingeremo la maggior parte delle nostre citazioni dalle pubblicazioni della teosofia primitiva. contentandoci di ricordare di sfuggita alcune concordanze e divergenze di Steiner.

a) Dio. – « Ogni grande religione, dice A. Besant, ha una parte interiore e una parte esteriore, uno spirito e un corpo; da una parte, la conoscenza di Dio che è la vita eterna; dall’altra, i dommi, i riti, le cerimonie… La teosofia o misticismo è la conoscenza diretta che l’uomo ha di Dio, e appartiene egualmente a tutte le grandi religioni, come la vita che le sostiene, e ogni individuo, anche fuori di qualsiasi organizzazione religiosa, la può acquistare… », ed è « un vero teosofo » chiunque la possiede. Perciò, i dommi, i riti, sacramentali o puramente cerimoniali, non hanno importanza, e Dio si può trovare in essi tutti; basta interpretarli « esotericamente » o teosoficamente. In che cosa consiste la « conoscenza diretta » di Dio? « L’uomo — risponde la Besant — è essenzialmente un essere spirituale, perché il suo io o spirito è un’emanazione dell’Io o Spirito universale, cioè di Dio. Quindi, se l’uomo conosce se stesso e il suo io più profondo, conosce Dio… ». In quest’esperienza, in cui l’uomo sprofonda se stesso coscientemente fin nelle profondità del proprio essere, oltre il corpo, le passioni, le emozioni, l’intelligenza e la ragione, egli « realizza (cioè percepisce) se stesso come separato da tutto questo, come « Io » puro, essere puro… L’Essere universale, in cui così l’io sfocia, trascende tutti gli esseri ed è eguale in tutti… Sopra quest’esperienza riposano le due verità fondamentali della teosofia, cioè l’immanenza e la trascendenza di Dio, la solidarietà o fraternità di tutti gli esseri viventi ». Il teosofo si sente identico nella natura a Dio e a tutti gli esseri, potendo così « mescolare il suo io con quello di tutti gli esseri che sono attorno a lui e abitare coscientemente nelle loro forme come nella propria » (Il). La dottrina è evidentemente panteista, come ammette chiaramente la Besant: « La teosofia… è panteista: Dio è tutto e tutto è Dio ». Le stesse idee si trovano sostanzialmente nell’antroposofia. È vero che Steiner parla molto meno di Dio, e al posto di Dio, mette l’uomo al centro della prospettiva, donde il nome di antroposofia invece di teosofia. Ma si chiami o no « divina », la realtà prima e fondamentale resta sostanzialmente unica e non si esce dal monismo. La pratica di una qualsiasi religione non è proibita né dall’antroposofia né dalla teosofia: si tratta solo di comprendere e interpretare secondo lo spirito ciò che l’uomo volgare intende alla lettera. Quest’atteggiamento finisce col coincidere con quello raccomandato dal modernismo .

b) L’evoluzione. – Dio, la Sostanza unica o Principio primo, l’Assoluto, come può prendere forma nel Cosmo e in particolare nell’uomo? Risposta: con un’evoluzione necessaria. E a che cosa tende quest’evoluzione? Al riassorbimento degli esseri nella Sorgente infinita da cui sono usciti. – Riguardo all’origine delle cose, l’idea di creazione, che comporta un’attività personale, intelligente, libera e distinta dalla sua opera è respinta risolutamente. Si può trovare qua e là la parola, che però bisogna capire. « Noi crediamo — dice la Blavatsky — in un Principio universale, radice di tutto da cui tutto procede e in cui tutto sarà riassorbito alla fine del grande ciclo dell’essere, la nostra divinità.., è il misterioso potere dell’evoluzione e dell’involuzione, la potenza creatrice onnipresente, onnipotente e anche onnisciente… La nostra Divinità, in breve, è la costruttrice eterna dell’universo non per creazione, ma per evoluzione incessante (incessantly evolving, not creating): quest’universo sviluppa se stesso partendo dalla propria essenza, e non è fatto ». Secondo Steiner, al principio esiste solo lo spirituale, e la storia dell’universo è quella della condensazione dello spirito in materia più o meno spessa e densa, dando luogo ad esseri molteplici e diversi e, attraverso stadi evolutivi e trasformazioni successive, avanzando verso l’unificazione finale dello spirito puro. In sostanza, nel ritmo del mondo, vi sono due fasi alternate: quella dell’espirazione con cui l’Essere emette fuori di se stesso le diverse realtà, e quella dell’ispirazione, con cui li riassorbe in sé. I miti dell’India chiamano questo la respirazione di Brama, il sonno e il risveglio, la notte e il giorno di Brama. In fondo però, il vero essere è soltanto spirito. « Filosoficamente — scrive la Besant — la teosofia è idealista ». La materia nasce quando lo spirito s’addormenta, diminuisce o arresta la sua attività. « Lo spirito è materia in potenza, e la materia è semplicemente lo spirito cristallizzato, come il ghiaccio, è vapore cristallizzato » (Blavansky, Key, p. 33. Si noterà qui una singolare somiglianza perfino nelle parole colla dottrina bergsoniana dell’origine della materia. E non è questa l’unica somiglianza, poiché anche altre idee bergsoniane non dispiacciono ai teosofi: l’idea d’una realtà universalmente costituita da vibrazioni; quella d’una corrente unica di vita che attraversa tutti gli esseri; quella dell’evoluzione umana che finirà col creare il superuomo; « l’universo macchina per creare dèi »; il Cristo, riuscita eccezionale di questa evoluzione. D’altra parte, è noto che Bergson ammetteva la possibilità d’una prova sperimentale della sopravvivenza, in cui l’anima si manifesterebbe dopo la dissoluzione del corpo fisico attuale (L’énergie spirituelle, p. 62). R. Guénon crede che vi siano stati rapporti personali tra Bergson e la teosofia, perché la sorella del filosofo aveva sposato Mac Gregor, che rappresentava in Francia l’Order of the Golden Datvn in the outer, società occultista segreta, e fratello del conte Mac Gregor Mathers, segretario della Societas Rosicruciana in Anglia, società dello stesso genere, strettamente alleata della precedente e che si diceva « in relazione di amicizia » con la Società Teosofica. La signora Mac Gregor, nata Bergson, insieme al ben noto occultista Giulio Bois partecipò a un tentativo di restaurare il culto di Iside a Parigi nel 1899 e nel 1903- (Revue de philosophie, 1921, p. 40 e 41, riprodotto in Le Théosophisme, pp. 35, 36). Perciò, la materia, il mondo sensibile, i corpi non sono il vero essere; sono un’illusione, una pura apparenza, una specie di allucinazione e di sogno dello spirito. « L’unica, universale ed eterna realtà proietta periodicamente un riflesso di se stessa nelle profondità infinite dello spazio. Questo riflesso che voi considerate come universo materiale oggettivo, noi teosofi lo consideriamo nulla più che un’illusione temporanea. Solo ciò che è eterno è reale ». « Gl’individui umani, « tu ed io », personalità fuggenti, oggi questo e domani quello, non sono altro che illusioni ». Sprofondato nel suo sogno, che è il mondo dei corpi, lo spirito, in forza della sua natura, tende a emergere e a risvegliarsi; degradato nella materia, aspira a ritrovare la sua purezza integrale e ritornare alla sua sorgente, all’Atma, lo Spirito Assoluto, l’Essenza universale. Conforme a questa teoria, con « intuizioni » che vedono direttamente e dettagliatamente quello che è avvenuto migliaia di anni addietro, i teosofi e gli antroposofi fondano una cosmogonia fantastica, che fa uscire i mondi da altri mondi e dove si succedono le razze infraumane, sovrumane e umane.

e) Il destino umano. – Torniamo all’uomo, dalla cui situazione di spirito incarnato deriva per l’individuo il dovere di sforzarsi, con un’ascesi metodica, di superare la materia praticando l’altruismo, elevandosi a piani superiori di conoscenza, ecc.. Quando l’opera di perfezionamento non fosse compiuta alla morte fisica, ne deriva la necessità di una o più reincarnazioni. In questo modo, nel corso del loro destino, le anime emigrano da un corpo all’altro. Tutta l’evoluzione cosmica e personale è soggetta alla legge del Karma, che i teosofi presentano come semplice espressione di causalità universale: « Nessuna causa, dalla più alta all’infima, manca di produrre l’effetto che deve produrre…

Il Karma è questa legge invisibile e sconosciuta che adatta saggiamente, intelligentemente, equamente ogni effetto a ciascuna causa » e funziona su tutti i piani: fisico, mentale, spirituale, e da esso derivano le leggi della natura. Il Karma ha la stessa essenza dell’Assoluto: « La nostra idea della Deità universale, sconosciuta, rappresentata dal Karma, è quella di un potere che non può fallire, e quindi, non può nemmeno provare collera o pietà; equità assoluta, che lascia ogni causa, grande o piccola, operare i suoi inevitabili effetti », i quali, essendo proporzionati alle loro cause, sono anche giusti. Il Karma rappresenta la giustizia stretta e imparziale », e quindi, è detto a saggio, intelligente, equo », pur non essendo personale. In realtà, propriamente parlando, « il Karma non punisce e non ricompensa ed è semplicemente la legge unica e universale che guida infallibilmente, e per così dire, ciecamente tutte le altre leggi… sulla linea delle loro rispettive causalità ». Applicato all’uomo nelle sue successive esistenze, il Karma esige che in ciascuna esistenza egli subisca le conseguenze delle esistenze anteriori. La teosofia e l’antroposofia concepiscono i pensieri, i sentimenti e gli atti come entità dotate di vita propria, che, sebbene create dal soggetto cui restano legate come attraverso un cordone ombelicale, hanno però esteriormente uno sviluppo autonomo e producono ineluttabilmente tutte le loro conseguenze. Una volta messe al mondo, non possono più essere ricuperate e abolite. Quindi, l’anima che s’incarna nuovamente ritrova i risultati delle sue vite passate da cui dipendono il suo carattere attuale, la condizione sociale e lo stesso stato fisico. Nessun intervento personale e libero può ostacolare il Karma, né  può essere efficace la volontà che si pente, ritratta e sconfessa il suo passato. La teosofia indignata rigetta come ingiusta la soddisfazione offerta per un altro e la redenzione per mezzo di Cristo. (BLAVATSKY, Key, p. 223: Cfr. C.T., p. 37. D’altronde, i teosofi di tutte le tendenze comprendono male il domma della Redenzione, perché lo considerano nella visuale protestante, luterana, calvinista, dove il cristiano appare giustificato dalla semplice fede nel sacrificio di Gesù e dalla fiducia che gli sia applicato. La Chiesa Cattolica insegna che la grazia meritata dal Sacrificio di Cristo è la causa prima della conversione, ma che questa conversione o mutamento della volontà — con tutte le conseguenze che produce nella vita — è una realtà non materiale, ma morale e che perciò può avere un’efficacia reale. Una delle tare della teosofia è la misconoscenza delle realtà veramente spirituali.).Se ci fosse un Dio personale, non avrebbe diritto di perdonare »; ma noi sappiamo che un simile Dio non esiste e non crediamo all’espiazione da parte di un altro o che possa venir « meno il minimo peccato da parte di qualche dio, fosse pure un « Assoluto personale » o un Infinito, supposto che possa esistere » (Key). Evidentemente, in questo sistema, non c’è posto per la preghiera e l’« io » è l’unico artista del proprio destino, « il salvatore di se stesso in ogni mondo che attraversa e in ogni sua incarnazione » (ivi). – Sorge ora una questione: la ferrea legge del Karma lascia sussistere la libertà umana? I teosofi lo affermano e mantengono con forza la realtà del libero arbitrio, l’intera responsabilità dell’uomo riguardo alla sorte che lo attende, convinti che il Karma non distrugga la libertà più delle leggi necessarie della natura, ammesse da tutti, attraverso le quali la libertà si traccia una via obbedendo loro e utilizzandole per i suoi fini. Il fatto che i miei atti una volta posti siano in qualche modo « immortali e non possano essere eliminati dall’Universo » prima che abbiano esaurito tutti i loro effetti, non mi toglie la possibilità di porre altri atti, differenti, anche opposti, che avranno anch’essi le loro conseguenze necessarie, e quindi modificheranno l’insieme del mio Karma che, in questo caso, non è più una legge assolutamente universale. Anche se inchiodate nell’impero del Karma, sussiste una quantità di zone franche sulla cui soglia cessa la sua giurisdizione. D’altronde, non è facile conciliare l’esistenza di molte libertà individuali e capaci d’entrare in conflitto, con l’identità fondamentale di tutti gli esseri nel senso dell’Essere primo, l’unico reale. Le personalità distinte sono un’illusione: il « sè » di tutti è unico ed esso solo esiste. Quest’unità assoluta come può esprimersi in apparenze discordanti? (« Tutti gli ” Io ” sono della stessa essenza, e appartengono all’emanazione primordiale di un solo “Io” infinito e universale » Blavatsky, Key, p. 110. La coscienza dell’iniziato giunto a un certo grado « conosce e sente come ” il Sé ” di tutti » (A. BESANT, La Sagesse Antique, trad. frane. p. 471. Le Sentier du disciple, trad. franc. p. 114). La maggior parte degli scrittori cattolici che si occupano di teosofia pensano che il Karma implichi la negazione della libertà (GRANDMAISON, G. T., p. 6o; MAINAGE, Les Principes de la Théosophie, pp. 283, 284; MARTINDALE., Theosophy, p. 891. Però secondo i teosofi al principio degli esseri diversi e finiti c’è un atto libero dell’Assoluto, dell’ « Uno senza secondo », in cui nasce un desiderio, una « volontà di moltiplicarsi » (A. BESANT, Le Sentier du disciple. p. 9; L’ Avolution de la vie et de la forme, pp. 39, 115 ecc.); cosi pure il Logos che lo manifesta limita volontariamente se stesso » (A. BESANT, La Sagesse Antique, trad. franc. p. 68). Questa libertà radicale sussiste sotto le manifestazioni che assume, sotto le conseguenze necessarie che sviluppa nel Karma: essa continua a risiedere nel « Sè unico, ma non la si vede perché non potrebbe intervenire e manifestarsi come ha fatto una prima volta. La vera difficoltà consiste nel concepire questa « prima volta »: non si capisce come un Assoluto, supposto incapace per essenza di « avere alcuna relazione col finito e il condizionato » (Blavatsky Key, p. 62) possa limitare se stesso e divenire condizionato. Questa difficoltà delle relazioni dell’Infinito e del finito che la Blavatsky muove contro l’idea di creazione (che pertanto non suppone affatto l’identità dell’infinito e del finito!) si ritorce, e questa volta con valore e forza piena, contro l’idea di un Assoluto che limita se stesso.). Il termine dell’evoluzione umana è il Nirvana, che è annientamento totale. L’individuo completamente evoluto, giunto al culmine della perfezione, allo stato « divino », non è più soggetto alla necessità della reincarnazione. Un impulso naturale lo porta a inabissarsi nell’Atma, a fondersi nell’Essere assoluto, dove non sussiste distinzione o separazione di sorta. Allora, « esso non è più nulla, perché è tutto; è completamente annientato in quanto forma apparenza, cosa figurata, ma come Spirito assoluto esiste ancora, perché è divenuto l’Essere stesso ». (BESANT, La Sagesse Antique, p.262. Cfr. G. T., p. 39. Questa nozione del Nirvana differisce sensibilmente dalla nozione o dalle nozioni autenticamente buddistiche, anche se la teosofia si richiama ad esse. assai più impacciata e certamente influenzata dalle dottrine panteistiche d’Occidente.). – Per compassione dei fratelli umani meno evoluti, per insegnare loro la via della salute, esso può rinunciare provvisoriamente al riposo del Nirvana e scegliere d’incarnarsi ancora: così fece Sakyamuni, il grande Budda, nella sua ultima vita terrestre; così ancora fanno queste Guide misteriose, i Mahatma, dei quali la Società Teosofica si pretende la messaggera.

GNOSI, LA TEOLOGIA DI sATANA (66): LA TEOSOFIA (2)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (9) “da Pelagio I a Bonifacio V”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (9)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

(Da Pelagio I a Bonifacio V)

PELAGIO I:  16 aprile 556 – 3, (4)? Mar.561

Lettera “Humani generis” al re Childeberto I, 3 febbraio 557

Fides Pelagii Papæ

441 – [La Trinità divina] Credo dunque in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo: cioè nel Padre onnipotente, eterno, non generato; nel Figlio generato dalla sostanza o dalla natura dello stesso Padre, prima di qualsiasi inizio di tempo o di eternità, cioè (dell’Onnipotente) onnipotente, uguale, coeterno e consustanziale a Colui che lo ha generato; anche nello Spirito Santo, onnipotente, uguale a entrambi, cioè al Padre e al Figlio, coeterno e consustanziale; che, procedendo dal Padre fuori dal tempo, è lo Spirito del Padre e del Figlio; quindi in tre Persone o tre ipostasi di una sola essenza o natura, di una sola forza, di una sola operazione, di una sola beatitudine e di una sola potenza; così che l’unità è trina e la Trinità è una, secondo la verità della parola del Signore che dice: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Mt XXVIII: 19. Dice “nel nome” e non “nei nomi”, sia per mostrare l’unico Dio attraverso il Nome indistinto dell’essenza divina, sia per far conoscere la distinzione delle Persone manifestata dalle loro proprietà (cfr. 415); Infatti, il fatto che i tre abbiano un solo Nome per quanto riguarda la Divinità, manifesta l’uguaglianza delle Persone, e viceversa l’uguaglianza delle Persone non permette di riconoscere in esse qualcosa che sarebbe estraneo ad esse o che si aggiungerebbe ad esse, in modo che ciascuno di essi sia veramente e perfettamente Dio, e tutti e tre siano veramente e perfettamente un unico Dio, vale a dire che la pienezza della divinità debba essere riconosciuta in ciascuno di essi senza che vi sia nulla di mancante in nessuno di essi e senza che vi sia nulla di più nei tre.

442 – [Il Figlio di Dio incarnato]. Ma di questa santa, beatissima e consustanziale Trinità, credo e professo che una sola Persona, cioè il Figlio di Dio, sia sceso dal cielo negli ultimi tempi per la salvezza del genere umano, ma senza lasciare il trono del Padre e il governo del mondo; e quando lo Spirito Santo discese sulla beata Vergine Maria e la potenza dell’Altissimo la coprì con la sua ombra, questo stesso Verbo e Figlio di Dio entrò misericordiosamente nel grembo di questa stessa santa Vergine Maria, e si unì alla carne della sua carne, animata da un’anima ragionevole e intellettuale; e la carne non fu creata prima, il Figlio di Dio venne su di essa dopo, ma come è scritto: “Quando la Sapienza si costruì una dimora”, Pr IX,11, immediatamente la carne nel grembo della Vergine divenne carne del Verbo di Dio. Perciò il Verbo e Figlio di Dio si è fatto uomo senza alcun cambiamento o conversione della natura del Verbo e della carne, l’una e l’altra natura, la divina e l’umana, e così Cristo Gesù è apparso, cioè è nato, vero Dio e, allo stesso modo, vero uomo, mantenendo intatta la verginità della Madre, che lo ha generato rimanendo Vergine così come lo ha concepito vergine. Per questo confessiamo la stessa beata Vergine Maria Madre di Dio in tutta verità, poiché ha portato il Verbo incarnato di  di Dio. C’è dunque un solo e medesimo Cristo Gesù, vero Figlio di Dio e lo stesso che è vero Figlio dell’uomo, perfetto nella divinità lo stesso perfetto nell’umanità, poiché è interamente in ciò che è suo e, lo stesso, interamente in ciò che è nostro (cfr. 293); con la seconda natività ha preso dalla Madre umana, ciò che non era, ma senza cessare di essere ciò che era con la prima, quella per cui è nato dal Padre. Perciò crediamo che Egli sia di due e in due nature che rimangono senza divisione o confusione: senza divisione, poiché dopo l’assunzione della nostra natura anche l’unico Cristo è rimasto e rimane il Figlio di Dio; senza confusione, perché crediamo che le nature siano state unite in una sola Persona e ipostasi in modo tale che, essendo salvaguardata la proprietà di ciascuna, nessuna delle due si sia trasformata nell’altra. E perciò, come abbiamo spesso detto, confessiamo che un solo e medesimo Cristo è vero Figlio di Dio e che lo stesso è vero Figlio dell’uomo, consustanziale al Padre secondo la divinità e consustanziale a noi secondo l’umanità, simile a noi in tutto tranne che nel peccato; passibile nella carne e impassibile nella divinità. Noi professiamo che sotto Ponzio Pilato egli ha liberamente sofferto per la nostra salvezza nella carne, che è stato crocifisso nella carne, che è morto nella carne, che è risorto il terzo giorno nella stessa carne, glorificato e incorruttibile, e… che è salito al cielo e siede anche alla destra del Padre.

443 – [Il compimento del mondo]. Credo e professo… che come è salito al cielo, così verrà a giudicare i vivi e i morti. Per tutti gli uomini che sono nati e morti da Adamo fino alla consumazione dei secoli, con Adamo stesso e sua moglie, che non sono nati da altri genitori, ma sono stati creati, l’uno dalla terra e l’altra da una costola dell’uomo (cfr. Gen. II, 7 Gen II: 22). Professo che poi risorgeranno e staranno “davanti al seggio del giudizio di Cristo, per ricevere la ricompensa di ciascuno per ciò che ha fatto nel suo corpo, sia in bene che in male” Rm XIV: 10 2 Cor V:10 ; e i giusti, come “vasi di misericordia preparati per la gloria” (cfr. Rm IX, 23), li ricompenserà per la sovrabbondante grazia di Dio con i premi della vita eterna e vivranno all’infinito in compagnia degli Angeli, senza alcun timore di ricadere; Quanto agli empi, che per loro scelta rimarranno come “vasi d’ira, destinati alla perdizione” (Rm IX, 22), che non hanno riconosciuto la voce del Signore, oppure l’hanno riconosciuta ma l’hanno abbandonata di nuovo perché sedotti da trasgressioni di ogni genere, Egli li consegnerà con il suo giustissimo giudizio alle pene del fuoco eterno e inestinguibile, affinché brucino senza fine. Questa è dunque la mia fede e la mia speranza, che è in me per dono della misericordia di Dio; e per essa, come ci comanda il beato Apostolo Pietro, dobbiamo essere pronti soprattutto a rispondere a chiunque ce ne chieda conto (cfr. 1 Pt III, 5 ).

Lettera circolare “Vas electionis” a tutto il popolo di Dio, ca. 557.

L’autorità dei Concili ecumenici.

444 – Per quanto riguarda i quattro santi Concili, cioè quello di Nicea dei trecentodiciotto (padri), quello di Costantinopoli dei centocinquanta, il primo di Efeso dei duecento, ma anche (per quanto riguarda) quello di Calcedonia dei seicentotrenta. Professo di aver condotto i miei pensieri sotto la protezione della misericordia divina e di farlo fino alla fine della mia vita, con tutto il mio cuore e le mie forze, per conservarli con piena devozione nella difesa della santa fede e nella condanna delle eresie e degli eretici, poiché questi pensieri sono stati confermati dallo Spirito Santo. Professo che la loro solidità, perché è la solidità di tutta la Chiesa, la proteggerò e la difenderò come hanno fatto senza dubbio i miei predecessori. In questo desidero seguire e imitare soprattutto colui che sappiamo essere stato l’autore del Concilio di Calcedonia (Papa Leone I), il quale, in accordo con il suo nome, si dimostrò chiaramente, con il suo ardentissimo zelo per la fede, un membro di quel leone che nacque dalla tribù di Giuda (cfr. Ap V, 5 ). Così sono convinto che mostrerò sempre la stessa riverenza per i suddetti sinodi, che tutti coloro che sono stati assolti da questi quattro Concili li riterrò ortodossi, e che mai nella mia vita… toglierò qualcosa all’autorità della loro santa e vera predicazione. Ma seguo e venero anche i canoni che la Sede Apostolica accetta… Professo che conservo anche le lettere di papa Celestino di benedetta memoria… e di Agapeto, per la difesa della fede cattolica, per la solidità dei quattro sinodi suddetti e contro gli eretici, e tutti coloro che essi hanno condannato li ritengo condannati, e tutti coloro che essi hanno accolto, specialmente i venerabili vescovi Teodoreto e Ibas, li venero tra gli ortodossi.

445 – Lettera “Admonemus ut” al Vescovo Gaudenzio di Volterra,

(tra il settembre 558 e il febbraio 559).

La forma del battesimo.

Riguardo agli eretici (che vogliono tornare alla fede cattolica, riguardo a chi)… avete pensato di dover consultare noi…. se devono essere battezzati o solo riconciliati, vogliamo la vostra deferenza per mantenere questo… :… affermano di essere battezzati solo nel nome di Cristo e con una sola immersione, ma il precetto del Vangelo …. ci avverte di conferire a ciascuno il santo Battesimo nel Nome della Trinità e con una triplice immersione, poiché nostro Signore dice ai suoi discepoli: “Andate, battezzate tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo – Mt XXVIII,19; pertanto, se di fatto le persone che fanno parte dei suddetti eretici, … dovessero riconoscere di essere stati battezzati nel solo Nome del Signore, se passeranno alla fede cattolica, li battezzerete, senza alcuna incertezza, nel nome della Santissima Trinità. Ma… se affermano chiaramente con una professione manifesta di essere stati battezzati nel nome della Trinità, vi affretterete a unirli alla fede cattolica con la sola grazia della riconciliazione, che sarà loro concessa.

446 – Lettera “Adeone te” al Vescovo (Giovanni), inizio 559.

La necessità di unità con la Sede Apostolica.

Voi, che siete collocati nel più alto grado del sacerdozio, siete stati così privi della verità della madre cattolica da non considerarvi subito scismatici quando vi siete allontanati dalla Sede Apostolica? Non avete letto che la Chiesa è stata fondata da Cristo nostro Dio sul principe degli Apostoli, e su un fondamento tale che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (cfr. Mt XVI, 18)? E se avete letto questo, dove pensate che sia la Chiesa, se non presso colui nel quale solo si trovano tutte le sedi apostoliche, al quale, come a colui che ha ricevuto le chiavi, è stato concesso il potere di legare e sciogliere? Ma ciò che ha voluto dare a uno, lo ha dato anche a tutti, affinché, secondo le parole del beato martire Cipriano, che spiega questo, si dimostri che la Chiesa sia una. Dove hai vagato, separato da lei, carissimo fratello in Cristo, o quale speranza di salvezza avevi?

Lettera ‘Relegentes autem’ al patrizio Valeriano, marzo oaprile 559.

Il Papa interpreta i decreti dei Concili

447 – Non è mai stato permesso, né sarà mai permesso, che un concilio particolare si riunisca per giudicare un Concilio generale. Ma ogni volta che ad alcuni sorge un dubbio su un Concilio universale – per avere chiarimenti su ciò che non capiscono – o coloro che desiderano la salvezza delle loro anime vengono di propria iniziativa alle sedi apostoliche per essere illuminati, o… se dovessero essere così ostinati e testardi da non voler essere istruiti, è necessario che siano attirati alla salvezza in ogni modo da queste stesse sedi apostoliche, o che siano perseguiti dai poteri secolari secondo i canoni, per non poter essere causa di perdizione per altri.

GIOVANNI III: (17 luglio561-13 luglio 574)

Primo Concilio di Braga (Portogallo), iniziato il 1° maggio 551

Anatemi contro i priscillianisti ed altri.

La Trinità e il Cristo.

451 – 1. Se qualcuno non confessa che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo siano tre Persone di una sola sostanza, forza e potenza, come insegna la Chiesa cattolica e apostolica, ma dice che siano una Persona sola e solitaria, in modo che il Padre sarebbe lo stesso del Figlio e che lo stesso sarebbe anche lo Spirito Paraclito, come hanno detto Sabellio e Priscilliano, sia anatema!

452 – 2 Se qualcuno introduce al di fuori della Santa Trinità altri nomi della Divinità, dicendo che nella Divinità stessa c’è una Trinità di Trinità, come hanno detto gli gnostici e Priscilliano, sia anatema!

453 – 3 Se qualcuno dice che il Figlio di Dio, nostro Signore, non esisteva prima di nascere dalla Vergine, come hanno detto Paolo di Samosata, Fotino e Priscilliano, sia anatema!

454 – 4 Se qualcuno non onora il giorno della nascita di Cristo secondo la carne, ma finge di onorarlo, e digiuna in quel giorno e nella domenica perché non crede che Cristo sia nato nella vera natura di uomo, come hanno detto Cerdone, Marcione, Mani e Priscilliano, sia anatema!

Creazione e governo del mondo

455 – 5 Se qualcuno crede che le anime umane o gli Angeli provengano dalla sostanza di Dio, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

456 – 6 Se qualcuno dice che le anime umane peccarono per la prima volta nelle dimore celesti e furono quindi gettate sulla terra in corpi umani, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

457 – 7. Se qualcuno dice che il diavolo non fosse all’inizio un Angelo buono, creato da Dio, e che la sua natura non è opera di Dio, ma dice che sia uscito dalle tenebre, che nessuno lo ha creato, ma che egli stesso è il principio e la sostanza del male, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

458 – 8. Se qualcuno crede che il diavolo abbia creato alcune creature nel mondo e che abbia prodotto tuoni, fulmini, tempeste e siccità con il proprio potere, come ha detto Priscilliano sia anatema!

459 – 9. Se qualcuno pensa che le anime umane siano legate a stelle che ne regolano il destino, come dicevano i pagani e Priscilliano, sia anatema!

460 10. Se qualcuno crede che i dodici segni delle stelle che gli astrologi sono soliti osservare siano disposti secondo le varie membra dell’anima o del corpo, e dice che siano attribuiti ai nomi dei Patriarchi, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

461 – 11. Se qualcuno condanna il matrimonio umano e aborre la procreazione dei figli, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

462 – 12. Se qualcuno dice che la formazione del corpo umano sia opera del demonio e che il concepimento nel grembo materno è opera dei demoni, e se per questo non crede nella risurrezione della carne, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

463 – 13. Se qualcuno dice che la creazione di ogni carne non sia opera di Dio, ma degli angeli cattivi, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

464 – 14 Se qualcuno considera impure le carni che Dio ha dato all’uomo per il suo uso e si astiene dal mangiarle, non per punire il suo corpo, ma perché le considera impure e non gusta neppure le verdure cucinate con la carne, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

BENEDETTO I: 2 giugno 575-30 luglio 579

PELAGIO II: 26 novembre 579-7 febbraio 590

Lettera “Dilectioni vestræ” ai Vescovi scismatici dell’Istria, 585 o 586

La necessità dell’unione con la Sede romana.

468. – Sebbene sia chiaro dalla stessa parola del Signore nel Santo Vangelo dove si trova il fondamento della Chiesa, ascoltiamo tuttavia ciò che il beato Agostino ha stabilito, ricordando la stessa parola. La Chiesa di Dio è fondata, dice, su coloro che sono riconosciuti, in ragione della successione dei Vescovi, come coloro che hanno presieduto le sedi apostoliche; e chi si è separato dalla Comunione o dall’autorità di queste sedi, si dimostra scismatico. E dopo altre cose: “stando fuori, sarete anche morti per il Nome di Cristo. Tra le membra di Cristo, soffri per Cristo, essendo attaccato al corpo; combatti per il capo [Non sarai annoverato tra le membra di Cristo, soffri per Cristo, essendo attaccato al corpo combatti per il Capo,].

469 – Ma anche il beato Cipriano… dice tra l’altro: “L’inizio procede dall’unità, e il primato è dato a Pietro, affinché si dimostri che la Chiesa di Cristo e il pulpito sono una cosa sola”; e pastori lo sono tutti, ma il gregge è dimostrato essere uno, quel gregge che deve essere condotto al pascolo dagli Apostoli in accordo unanime. E poco dopo: “Colui che non mantiene l’unità della Chiesa crede forse di possedere la fede? Colui che abbandona la cattedra di Pietro, su cui la Chiesa è fondata, e le resiste, si vanta forse di essere nella Chiesa?”… Non possono abitare con Dio coloro che non hanno voluto vivere unanimemente nella Chiesa di Dio; e anche se bruciano nelle fiamme, se espongono la loro vita al rogo e alle belve, non otterranno la corona della fede, ma la punizione della loro malafede, né la gloria finale, ma la morte della disperazione. Un tale uomo può essere messo a morte, ma non può ricevere la corona”… “Il crimine dello scisma è peggiore del crimine di coloro che hanno sacrificato; questi almeno si sottomettono alla penitenza del loro crimine e implorano Dio pagando pienamente la soddisfazione richiesta. Qui si cerca e si chiede la Chiesa, lì si combatte la Chiesa. Qui chi ha fallito ha danneggiato solo se stesso; qui chi si sforza di fare uno scisma porta molte persone nell’errore con lui. Qui si danneggia solo un’anima, lì il pericolo è per molti. Quello, almeno, riconosce di aver peccato e piange e si lamenta; quello si vanta della sua colpa, si compiace della sua offesa, separa i figli dalla madre, allontana le pecore dal loro pastore, turba i Sacramenti di Dio, e mentre quello che ha fallito ha peccato una sola volta, questo pecca ogni giorno. Infine, colui che ha fallito, se in seguito ottiene il martirio, può ricevere le promesse del Regno; costui, se viene messo a morte fuori dalla Chiesa, non può ottenere le ricompense della Chiesa. “

3° Concilio di Toledo, iniziato l’8 maggio 589

Professione di fede del re Reccardo.

470La Trinità divina.

Confessiamo che c’è un Padre, che ha generato dalla sua sostanza il Figlio, che è co-uguale e co-eterno a lui, non però che lo stesso sia nato e generato (nato non generato), ma in modo tale che secondo la persona un altro è il Padre che ha generato, e un altro il Figlio, che è stato generato, e tuttavia secondo la Divinità entrambi sono della stessa sostanza: il Padre, da cui è il Figlio, non è altro da sé; il Figlio, che ha un Padre, esiste senza inizio né diminuzione in questa Divinità, perché è co-uguale e co-eterno al Padre. Allo stesso modo dobbiamo confessare e predicare che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e che con il Padre e il Figlio è di una sola sostanza; la terza persona della Trinità è quella dello Spirito Santo, che tuttavia possiede l’essenza della divinità in comune con il Padre e il Figlio. Questa santa Trinità è davvero un solo Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e per la sua bontà tutte le creature (la natura dell’uomo) sono state create buone, ma dalla forma dell’aspetto umano assunto dal Padre e dal Figlio.

la forma dell’aspetto umano assunto dal Figlio, dalla generazione dannata siamo restituiti alla prima beatitudine.

GREGORIO MAGNO I: 3 settembre 590-12 maggio

Lettera “Consideranti mihi” ai Patriarchi. Febbraio 591.

L’autorità dei concili ecumenici.

472 – … Oltre ai quattro libri del Santo Vangelo, confesso di ricevere e venerare i quattro Concili: Infatti abbraccio con piena devozione e custodisco con pieno assenso quello di Nicea, dove viene distrutta la perversa dottrina di Ario; quello di Costantinopoli, dove viene confutato l’errore di Eunomio e di Macedonio; così pure il primo di Efeso, dove viene giudicata l’empietà di Nestorio, e quello di Calcedonia, dove viene condannato l’errore di Eutiche e di Dioscoro; Perché su di essi si regge l’edificio della santa fede, come su una pietra a quattro lati, e su di essi poggia l’edificio di tutta la vita e l’azione; e chi non si attiene alla loro solidità, anche se è considerato una pietra, si trova comunque fuori dall’edificio. Veneriamo anche il quinto Concilio, nel quale la lettera di Ibas viene condannata come piena di errori, e nel quale Teodoro, che separa la persona del Mediatore di Dio e degli uomini in due ipostasi, viene condannato per essere caduto nel crimine di empietà, e nel quale gli scritti di Teodoreto, che sono opera di un’impresa folle, e nei quali viene biasimata la fede del beato Cirillo, vengono ugualmente respinti. Tutti coloro che i suddetti venerabili Concili respingono, io li respingo; quelli che essi venerano, li riconosco; poiché essi sono fondati su un consenso universale, è lui stesso e non loro che distrugge chi ha l’ardire di sciogliere coloro che essi legano o di legare coloro che essi sciolgono. Se qualcuno, quindi, la pensa diversamente, che sia anatema!

Lettera “O quam bona” al Vescovo Virgilio di Arles, 12 agosto 595.

Simonia

473 –  … Ho saputo che nelle regioni della Gallia e della Germania nessuno raggiunge l’ordine sacro senza aver concesso un dono adeguato. Se è così, lo dico con lacrime e lo proclamo con gemiti: se l’ordine sacerdotale è crollato dall’interno, non potrà resistere a lungo all’esterno. Sappiamo infatti dal Vangelo cosa fece il nostro stesso Redentore: entrando nel Tempio, rovesciò i seggi dei venditori di colombe, Mt XXI,12. Vendere colombe significa, infatti, ricevere un beneficio temporale dallo Spirito Santo, che Dio onnipotente conferisce agli uomini come consustanziali a Lui mediante l’imposizione delle mani. Ciò che risulta da questo male, come ho detto, è già indicato; per coloro che hanno l’audacia di vendere colombe nel Tempio di Dio, i loro posti sono caduti secondo il giudizio di Dio. Perché questo errore viene amplificato e diffuso tra i subordinati. Infatti, colui che viene condotto all’onore (ordine) sacro dietro compenso è già corrotto alla radice della sua promozione, ed è più disposto a vendere ad altri ciò che ha comprato. E dov’è allora ciò che è scritto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” Mt X, 8? E poiché l’eresia simoniaca è sorta come la prima eresia contro la santa Chiesa, perché non si considera, perché non si vede, che se si ordina qualcuno dietro compenso, lo si rende eretico promuovendolo?

Lettera “Sicut aqua” al patriarca Eulogio di Alessandria, agosto 600.

La scienza di Cristo (contro gli agnostici)

474 – Per quanto riguarda… il passo della Scrittura secondo cui “né il Figlio né gli Angeli conoscono il giorno e l’ora” (cfr. Mc XIII, 32), Vostra Santità pensa giustamente che non sia da riferirsi a questo stesso Figlio considerato come capo, ma considerato nel suo corpo, che noi siamo… Agostino fa uso di questo significato in molti luoghi. Dice anche un’altra cosa, che può essere ascoltata da questo stesso Figlio, e cioè che il Dio onnipotente a volte parla in modo umano, per esempio quando dice ad Abramo: “Ora so che tu temi Dio” (Gen XXII,12), non perché Dio sapesse allora di essere temuto, ma perché Abramo riconosceva allora attraverso di lui di temere Dio. Come si parla di un giorno felice, non perché il giorno stesso sia felice, ma perché ci rende felici, così il Figlio onnipotente dice di ignorare il giorno che Egli stesso fa conoscere, non perché lo ignori, ma perché non permette assolutamente che sia conosciuto.

475 – Perciò si dice anche che solo il Padre conosce, perché il Figlio, che gli è consustanziale per la sua natura, per cui è al di sopra degli Angeli, ha il potere di conoscere ciò che gli Angeli ignorano. Quindi questo può essere inteso in modo più sottile dicendo che il Figlio unigenito, fatto per noi uomo perfetto, conosceva il giorno e l’ora del giudizio nella natura umana e tuttavia non lo conosceva dalla natura umana. Ciò che dunque conosceva in essa, non lo conosceva attraverso di essa, perché era per il potere della sua divinità che il Dio fatto uomo conosceva il giorno e l’ora del giudizio… Perciò la conoscenza che non aveva per mezzo della natura umana, che lo rendeva una creatura con gli Angeli, egli la rifiutò agli Angeli, ha rifiutato di averla con gli Angeli che sono creature. Il Dio-uomo conosce dunque il giorno e l’ora del giudizio, ma proprio perché Dio è uomo.

476 – Questo è chiarissimo, perché chi non è nestoriano non può in alcun modo essere agnostico. Infatti, chi confessa che la Sapienza di Dio si è incarnata, come può dire che c’è qualcosa che la Sapienza di Dio non conosca? È scritto: “In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. Da Lui sono state fatte tutte le cose” (Gv 1, 1-3). Se è “tutto”, è senza dubbio anche il giorno e l’ora del giudizio. Chi è dunque così sciocco da osare dire che il Verbo del Padre ha fatto ciò che non conosceva? È scritto ancora: Gesù sapendo che il Padre aveva dato tutto nelle sue mani Gv XIII, 3. Se è “tutto” è ovviamente anche il giorno e l’ora del giudizio. Chi è dunque così sciocco da dire che il Figlio ha ricevuto nelle sue mani ciò che non conosce? Quanto al passo in cui dice alle donne a proposito di Lazzaro: “Dove l’avete deposto? “Noi abbiamo pensato esattamente quello che avete pensato voi, e cioè che se dicono che il Signore non sapeva dove era sepolto Lazzaro e che lo chiedeva per questo motivo, sono costretti senza dubbio a riconoscere che il Signore non sapeva in quali luoghi si erano nascosti Adamo ed Eva dopo il loro peccato quando nel paradiso disse: “Adamo, dove sei?” (Gen III, 9), o quando rimproverò Caino dicendo: “Dov’è Abele, tuo fratello? “Gen. IV, 9”. Se non lo sapeva, perché ha subito aggiunto: “Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra”?

Lettera “Litterarum tuarum primordia” al Vescovo Sereno Massiliense, ottobre 600.

Il diritto dei fedeli di venerare le immagini dei Santi.

477 – Ci è stato riferito… che avete rotto le immagini dei santi, adducendo la scusa che non dovevano essere venerate. Noi lodiamo pienamente il fatto che abbiate proibito di venerarle; ma vi biasimiamo per averle rotte…. Perché una cosa è venerare un’immagine, e un’altra cosa è imparare da ciò che l’immagine dice, cosa si deve venerare. Infatti, ciò che le Scritture sono per coloro che sanno leggere, l’immagine lo realizza per i semplici che la guardano, poiché gli ignoranti vedono ciò a cui devono attaccarsi, e coloro che non conoscono le lettere leggono in essa; perciò, per i popoli principalmente, l’immagine prende il posto della lettura… Se qualcuno vuole fare immagini, non vietateglielo in alcun modo; ma il culto delle immagini evitatelo in ogni modo. La vostra fraternità, al contrario, esorti a far sì che la visione di ciò che è accaduto faccia sentire loro l’ardore del pentimento, e che si prostrino umilmente nell’adorazione dell’unica, onnipotente e santa Trinità.

Lettera “Quia caritati nihil” ai Vescovi di Iberia (Georgia), 22 giugno 601 circa

Battesimo e Ordini sacri degli eretici.

478 – Abbiamo appreso dall’antico insegnamento dei Padri che tutti coloro che sono stati battezzati in eresia nel nome della Trinità, quando ritornano alla santa Chiesa, devono essere richiamati nel seno della Madre Chiesa o con l’unzione del crisma, o con l’imposizione della mano, o con la semplice professione di fede. Per questo l’Occidente rigenera gli ariani con l’imposizione della mano, l’Oriente con l’unzione del santo crisma in vista dell’ingresso nella Chiesa cattolica. Ma i monofisiti e gli altri li riceve solo con la vera professione di fede, perché il santo battesimo che hanno ottenuto dagli eretici riceva poi in loro i poteri della purificazione, quando alcuni hanno ricevuto lo Spirito Santo con l’imposizione della mano e altri sono stati uniti nel seno della Chiesa santa e universale con la professione della vera fede. Quanto agli eretici che non sono stati battezzati nel nome della Trinità, come i Bonosi e i Catafrigi, perché alcuni non credono in Cristo Signore e altri credono falsamente che lo Spirito Santo sia un depravato di nome Montan, essi vengono battezzati quando vengono nella santa Chiesa, perché quello che hanno ricevuto, quando erano nell’errore, senza il Nome della Santissima Trinità, non era un Battesimo. Né può essere chiamato un battesimo ripetuto, poiché, come è stato detto, il primo non è stato dato nel nome della Trinità… Vostra Santità deve accoglierli (i nestoriani) senza alcuna esitazione nella sua comunità, rispettando i loro ordini, in modo che… non suscitando con la vostra indulgenza alcuna opposizione o difficoltà riguardo ai loro ordini, li strapperete dalla bocca dell’antico nemico.

Il momento dell’unione ipostatica.

479 – Ora, la carne non è stata prima concepita nel grembo della Vergine e poi la divinità è entrata nella carne; ma non appena il Verbo è entrato nel grembo, il Verbo si è fatto carne, conservando la virtù della propria natura. … Né fu prima concepito e poi unto; ma essere concepito dallo Spirito Santo dalla carne della Vergine fu lo stesso che essere unto dallo Spirito Santo.

Lettera “Qui sincera” al Vescovo Pascasio di Napoli, novembre 602,

Tolleranza delle diverse credenze religiose

480 – Coloro che, con retta intenzione, desiderano avvicinare gli estranei alla Religione cristiana, alla retta fede, devono sforzarsi di farlo con parole gentili e non con parole dure, affinché l’inimicizia non allontani coloro il cui animo potrebbe essere stato smosso dall’indicazione di una chiara ragione. Per tutti coloro che fanno diversamente e che con questa scusa vogliono allontanarli dalla pratica abituale del loro rito, sembra che lavorino per la propria causa piuttosto che per quella di Dio. In effetti, i Giudei che vivono a Napoli si sono lamentati con noi del fatto che alcune persone stiano facendo sforzi irragionevoli per impedire loro di osservare alcune celebrazioni delle loro feste, in modo da non essere più autorizzati a osservare le celebrazioni delle loro feste come a loro ed ai loro parenti è stato permesso da tempo di osservarle o eseguirle. Se le cose stanno davvero così, sembra che si stiano impegnando in un’impresa inutile. Infatti, a che cosa serve se, anche se è vietato loro di farlo contro le consuetudini di lunga data, non ne traggono alcun vantaggio per la fede e la conversione? O ancora, perché stabilire regole per i Giudei sul modo in cui devono celebrare le loro cerimonie, se poi non riusciamo a conquistarli? Dobbiamo quindi fare in modo che, incoraggiati piuttosto dalla ragione e dalla gentilezza, vogliano seguirci e non fuggire da noi, in modo che, spiegando loro con le Scritture ciò che diciamo, possiamo con l’aiuto di Dio convertirli al seno della Madre Chiesa. Perciò la vostra fraternità li inciti alla conversione con le monizioni, per quanto può con l’aiuto di Dio, e non sia più turbata a causa delle loro celebrazioni; al contrario, abbia piena libertà di osservare e celebrare le proprie feste e ricorrenze, come ha fatto finora.

SABINIANO: 13 settembre 604 – 22 febbraio

BONIFACIO III: 19 febbraio – 12 novembre

BONIFACIO IV: 25 agosto 608 – 8 maggio 615

DEUSDEDIT (Adéodato I): 19 ottobre 61

BONIFACIO V: 23 dicembre 619 – 25 ottobre 625

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (10) “da Onorio I a Martino I”

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2023)

S. JOSEPH OPIFICIS

La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro. Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia. Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. – Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Sap. 10:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.
Ps 126:1
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

Ap. 10:17
[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.
Ps 126:1
Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.
R. Deo grátias.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore
R. Grazie a Dio.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio. Allelúja.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 13:54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità.]

OMELIA

Omelia di s. Alberto Magno Vescovo
Sul Vangelo di Luca, cap. 4

Gesù entrò un sabato nella sinagoga, dove tutti si recano ad imparare. Tutti lo guardavano. Chi lo guardava per affetto, chi per curiosità e chi per spiarlo e coglierlo in errore. Gli scribi e i farisei dicevano alla gente che già credeva ed era affezionata a Gesù: « Ma questo tale non è il figlio di Giuseppe?». È segno di disprezzo il non voler chiamare Gesù per nome. « Figlio di Giuseppe», nota qui in breve l’evangelista, mentre Matteo e Marco scrivono addirittura, con maggiori particolari: «Non è questo il figlio del falegname? Non è lui stesso un falegname?, Lui, il figlio di Maria?». In queste frasi si nota un vero disprezzo. Si sa che Giuseppe era falegname. Viveva del suo lavoro, e non perdeva il tempo nell’ozio e nei bagordi, come facevano gli scribi ed i farisei. Anche Maria si procurava da vivere attendendo alla filatura e servendosi dell’opera delle sue mani. Il senso della frase dei farisei è chiaro: « Non può essere il Signore messia, l’inviato da Dio, questo tale che è di origine vile e plebea. Perciò non si può avere fede in un tipo così rozzo e disprezzabile ». Anche il Signore era falegname: il profeta di lui dice: « Tu hai costruito l’aurora e il sole ». Un modo di disprezzare, analogo a quello usato dai farisei contro Gesù, lo troviamo anche nel libro dei Re, quando di Saul, elevato alla dignità di re, si diceva: « Che cosa mai è capitato al figlio di Cis? Che anche Saul sia un profeta? ». Una breve frase avvelenata da immisurabile alterigia. Il Signore risponde: « Veramente nessun profeta è accolto dai propri familiari ». Con questa frase il Signore si proclama profeta. Lui ebbe l’illuminazione profetica non attraverso una rivelazione, ma attraverso la sua stessa divinità. Per «familiari» qui vuol indicare il paese della sua nascita e della sua fanciullezza. Or dunque è chiaro che non era stato accolto dai suoi compaesani, che erano attizzati contro di lui soltanto per invidia.

Il Vangelo chiama Giuseppe « tékton », che possiamo tradurre per il senso con « falegname » e anche « legnaiuolo ». Essendo di tale professione, egli faceva aratri, gioghi, rastrelli e quegli altri arnesi di maggior uso nell’agricoltura, che a quell’epoca era certamente ancor molto semplice. Egli forniva quanto occorreva per la casa e il focolare: le travi per il tetto, le porte con i loro catenacci, i recinti e gli oggetti di legno necessari per la cucina. Non sono certo da accogliere le ciarle che a questo proposito leggiamo in uno scritto apocrifo: Giuseppe avrebbe costruito nientemeno che il trono del re Erode, veramente poi riuscito male, e questo lo si comprenderebbe psicologicamente. Alcuni antichi scrittori ecclesiastici tentarono fare di lui, semplice carpentiere, un ingegnere o addirittura un architetto; dobbiamo però respingere questa opinione, anche perché in Palestina le case non sono mai fabbricate in legno, ma in pietra o con mattoni cotti. Giuseppe al contrario, date le condizioni primitive del suo tempo, che ancor non conosceva né si valeva della meticolosa divisione e distinzione dei vari mestieri, dovette senza dubbio eseguire anche quei lavori, che in qualche modo si ricollegano con la professione del falegname; in quel tempo ancora non si doveva chiamare successivamente per un semplice telaio il muratore, il falegname, il fabbro e infine anche il pittore, come oggi; tutto questo poté apprestare da solo il buon Giuseppe. Il Vangelo di Matteo chiama Gesù « il figlio del falegname », il Vangelo di Marco lo dice semplicemente « il falegname; le due indicazioni non si contraddicono, ma si completano; perché dopo la morte di Giuseppe Gesù dovette continuare a esercitare, ormai da solo, il mestiere del padre e appreso da lui, come ancor oggi è in uso spesso anche presso di noi. Colui, che qual Figlio di Dio ha fatto l’universo e, secondo una bella espressione della Scrittura, ha ordinato « tutto in misura, in numero e peso », qual Figlio dell’uomo lavorò con la squadra, la sega e l’accetta; Egli è qui come lassù « fabri filius »: lassù Figlio dell’Architetto divino, quaggiù il Figlio del falegname. Nella storia dell’umanità, il legno ha un senso quasi magico: cresciuto all’aria libera, diviene il silenzioso servitore dell’uomo dalla culla alla tomba; nel legno l’umanità trovò rovina, sul legno l’umanità trovò risurrezione. È significativo che già prima della redenzione Gesù abbia avuto a che fare, per la sua professione, col legno; così la creatura del legno fu da Lui liberata prima d’ogni altra dal gemito di quella cattività, della quale con misteriose parole scrive una volta S. Paolo. La professione del falegname ebbe una risonanza anche nella predicazione di Gesù, meno intensa veramente di quello che ci saremmo aspettata. Nel Vangelo Gesù dice della «porta stretta », chiama se stesso « la porta », parla della «casa fabbricata» solidamente e non solidamente, dell’« aratro », del suo « giogo », che è leggero, della «siepe e dello strettoio »: immagini tolte dalla conoscenza e dall’esperienza d’un falegname; esse però sono di gran lunga superate dalle parabole di Gesù desunte dall’agricoltura, dalla pesca e dalla vita pastorizia. Per Maria, l’augusta e cara Signora, il mestiere di falegname del Figlio e del suo sposo importava non infrequentemente una pena nascosta. Gesù e Giuseppe non poche sere, dopo essere stati esposti per un lavoro pressante al sole ardente, erano tanto stanchi, tanto stanchi; e la Benigna li circondava delle sue premure; padre e Figlio Le sorridevano riconoscenti, tutti e due però non sentivano che il bisogno dì dormire; Maria risentiva nel suo cuore tutto il dolore — modello a tutte le donne, in questo campo così importante della vita domestica! — che ai suoi Due fosse imposto un lavoro così duro. Maggior pena ancora soffriva quando doveva constatare che tutti e due, a motivo della loro modesta professione, erano stimati poco dai benestanti e dai superiori. Lo sprezzo velenoso si insinua anche nel Vangelo: « Non è costui il figlio del falegname, il falegname! »; essi non contavano nulla. Ella dovette provare tutta l’asprezza d’una condizione sociale povera anche nel governo della casa. Quanto volentieri la Benedetta avrebbe voluto mettere in tavola per i suoi Due pietanze migliori! Come avrebbe avuto bisogno Gesù, già dall’ultima Pasqua, d’un vestito nuovo… il Giovane era così cresciuto! Ma il guadagno non lo consentiva. Giuseppe doveva fare i suoi calcoli, dividere, risparmiare. Le tasse, che i ricchi principotti elevavano, erano ingiuste e senz’altro pazzesche ai tempi di Erode, che per le sue millantate splendide costruzioni aveva bisogno di somme favolose. Le parole tanto dure di Gesù contro i ricchi — « Guai a voi, o ricchi! » — riflettono anche le privazioni della sua giovinezza. Non pochi poveri contadinelli, cui Giuseppe aveva preparato aratro e giogo, non potevano pagare il buon uomo per interi mesi; ne seguiva che egli stesso veniva a trovarsi in angustie, perché anche a lui, come al contadino, veniva senz’altro confiscato in valori reali: tavoli, banchi, brocche della sua bottega, quanto doveva per tasse e tributi. E così spesso era ospite della casa di Nazaret donna preoccupazione, e donna povertà era la direttrice di cucina… Anche Giuseppe fu chiamato ad aver parte nel mistero dell’Incarnazione, non parte essenziale come Maria, e però una parte marginale; e Giuseppe pure era pronto per l’imminente miracolo con la sua verginità. Egli fu vergine per mezzo di Maria, la Vergine, e a causa di Maria, la Vergine. Il suo amore per Lei dovette essere ben intenso e tenero, se diede il suo consenso a tanto sacrificio. Egli era giovane — un Giuseppe ” vecchio ” non spiega la virtù della sua purezza, ma la indebolisce semplicemente! — e anche in lui scorreva il sangue caldo; anche in lui pulsava l’esigenza della natura all’ultima realizzazione nella Sposa e alla più intima felicità d’un proprio figlio. Per amore rinunciò all’amore. Il suo e l’amore di Maria, come un fiume che abbia accolto due torrenti, scorsero gorgogliando nel mare dell’amore di Dio. Giuseppe aveva offerto questo sacrificio della natura ancor prima che Gesù avesse annunziato l’ideale dei « celibi per il regno dei Cieli », quasi santamente lo presentisse; ma già egli era sempre immerso in sogni e presagi divini. E rimase fedele alla sua immolazione — « O Giuseppe fedelissimo! » lo invocano le Litanie —, e dopo i miracoli del Natale il senso ultimo del suo sacrificio si dischiuse al suo sguardo sempre più chiaramente. « Giuseppe, capo della Sacra Famiglia ». Ma a quale felicità non s’accompagnò quella sua rinuncia! Maria era la sua sposa e Gesù era il suo piccolo. Anche la Sacra Scrittura celebra la felicità dell’uomo, cui è toccata una buona sposa: « Felice l’uomo che ha una brava sposa! Il numero dei suoi giorni si raddoppia… Una buona sposa è una buona porzione. Essa è destinata a chi teme il Signore». Giuseppe aveva una Sposa, che starà dinanzi a tutti gli uomini della terra come l’ideale irraggiungibile della perfetta femminilità. Nessun marito è a conoscenza di tutto quello che passa nell’animo della sposa; tanto meno poteva Giuseppe abbracciare col suo sguardo le grandezze pure e incommensurabili dell’anima di Maria. Neppure si parlavano di quello che parola umana non può esprimere, Maria anzi tacque persino la sua divina Maternità. Giuseppe però sapeva del miracolo del suo ventre, che cioè « era dallo Spirito Santo quello ch’era in Lei concepito ». Molte volte andava riflettendo anche a quell’altra parola, che « una spada avrebbe trapassata l’anima » di Maria, perché era presente quando a Maria era stata fatta questa dura profezia e L’aveva vista tremare come un albero di primavera dinanzi alla prima tempesta. Spesso, quand’Ella gli sedeva vicina, La contemplava con venerazione e amore e timido stupore, perchè quel Fiore grazioso e puro era stato affidato a lui, proprio a lui. Sentiva che Le era tanto più vicino quanto più vicino era a Dio; e così Maria divenne per lui la scala di Giacobbe che di gradino in gradino lo conduceva sempre più in alto verso il Signore, il quale aveva preso il loro matrimonio a suo servizio. E là stava pure il secondo e più mirabile miracolo, quel Fanciullo divino, che osservava Giuseppe amabilmente sino in fondo, quasi dall’eternità e con la bontà di Dio, tanto che egli rabbrividiva per il Mistero e per la felicità. Donde veniva quel Fanciullo? chi era quel Fanciullo? « Libererà il suo popolo dai peccati », gli aveva svelato nel sogno l’Angelo; porta « la gloria a Dio e la pace agli uomini », avevan raccontato i pastori nella felicità della Notte Santa. E più incomprensibili ancora erano state le parole profetiche di Simeone nel Tempio, che quel Bambino sarebbe « la salvezza di tutti i popoli », « una luce per illuminare i pagani », « e una gloria per il popolo d’Israele ». Non ci meravigliamo ch’egli e persino Maria « stupissero » a queste sublimi parole “, poiché accanto c’erano la stalla e la fuga e la perfetta povertà. Che mistero è un figlio! che mistero è questo Figlio! La Chiesa in una sua preghiera a Giuseppe esclama ammirata: « O felicem virum, beatum Joseph! — o uomo felice, San Giuseppe! A te fu concesso non solo di vedere e sentire, ma anche di portare, baciare, vestire e custodire Iddio, che molti re vollero vedere e non videro, vollero sentire e non sentirono ». Quale sorte! Giuseppe vide Iddio fatto uomo qual neonato impotente, qual incantevole bambino, qual fanciullo in fiore. Giuseppe sentì il suo gemito sulla greppia, il suo balbettio sorridente e il suo primo “papà “. Giuseppe Lo portò nella stalla qual oggetto prezioso ma fragile, Lo portò nella fuga come un gioiello cui s’insidia, e alla sera, quando era stanco e felice d’aver compiuto l’opera del giorno, come un delicatissimo tesoro. Giuseppe Lo vestì del piccolo e bell’abito a vari colori, come il patriarca Giacobbe il suo prediletto Giuseppe, e Lo avvolse talmente col profumo d’amore e col vigore dell’autorità paterna, che Gesù se ne sentiva riscaldato e rassicurato. E Giuseppe Lo baciò con timore come si bacia una cosa sacra, e con affetto, come si bacia una cosa propria; e allora anche il Fanciullo gettava le sue braccia snelle al collo di Giuseppe e anch’Egli lo baciava, e tutto questo era beatificante come il bacio di Dio stesso. Oh sì, felice uomo San Giuseppe! [Otto Hophan: Maria, Marietti ed. Torini, 1953].

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 89:17
Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.

E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia.

Secreta

Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen. Amen.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.


de S. Joseph
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Solemnitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? alleluia.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.
[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA