LO SCUDO DELLA FEDE (231)

LO SCUDO DELLA FEDE (231)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO II

ART. II

L’Altare.

L’Altare fu il primo monumento, che gli uomini proscritti dal paradiso terrestre, ricoverati alla meglio in questa valle di lagrime, s’affrettarono ad innalzare a memoria della perduta grandezza, e per implorare la pietà di Dio (Ben. XIV, ap. Cic. lib. 2, cap. 11, n.1). D’ allora in poi pel mondo universo l’erezione degli altari fu sempre come uno slancio dell’umana natura verso del cielo, dove sente ancora, che debbono essere collocati i suoi destini. L’erezione degli altari adunque dagli uomini fatta è come un’eco alla primitiva rivelazione, di cui si trova una parola, un argomento, un segno in tutte le religioni dell’universo (Cantù, St. Univ. v. Religione. Dei Sacrifizi religiosi del Card. Tadini; Plutarc.). Coll’ erigere in tutti i tempi, in ogni angolo della terra, dov’è un gruppo d’uomini uniti in società, altari in onore di qualunque divinità, gli uomini confessano solennemente di riconoscere il primo e l’universale loro dovere; anzi esprimono il maggiore, il sommo loro bisogno; manifestano il più naturale sentimento, il dovere cioè d’onorare Dio, il bisogno d’una felicità. senza fine, e il sentimento di demeritarla per propria colpa. Queste verità le ha rivelate Dio; e le nazioni infedeli le hanno malamente offuscate e confuse, bruttando la religione primitiva e rivelata di superstizioni miserande, che la sfigurarono. Eppure come, distrutta la civiltà, i popoli barbari rizzano le loro catapecchie sulle rovine delle città devastate, ma non ne distruggono affatto i nobili avanzi, sicché i ruderi di quelle macerie accennano alle antiche glorie, e fanno indovinare la grandezza guastata, così in mezzo alle superstizioni, di che le nazioni guastarono la religione primitiva, restano ancora alcuni avanzi di verità, quasi frantumi di antico edifizio e monumenti della sua grandezza; e le loro favolose leggende sono quasi archivi di antichissime tradizioni. Difatti in tutte le religioni vediamo confessato il dovere e il bisogno che hanno gli uomini di offrir sacrifici al loro Creatore. Ora sull’Altare di Lui, che potevano mai deporre gli uomini, che degno fosse di venire accolto da Dio? Che far potevano, se non presentargli quelle vittime, che per loro si credevano le migliori, e poi distruggerle innanzi a Lui, per protestargli di riconoscere di dovergli il tutto; ma niente potere offrirgli, che si meritasse di stare al suo cospetto? Veramente gli antichi sacrifici, più che offerte erano voti, erano come suppliche: desse agli uomini da offrirgli tale un dono che gli fosse gradito. Dio lo dà a noi questo dono, il più grande della sua misericordia, sul nostro altare. Per noi l’altare è il più bel monumento della bontà del Signore, è il fondamento di tutte le speranze, è il centro della devozione, è il focolare della carità, è il santuario delle nostre consolazioni veramente divine, è la rupe benedetta, da cui zampilla l’acqua saliente a vita eterna: sì, l’altare è come il campo, in cui si dà lo spettacolo di qual misericordia è Dio potente! – Quando gli antichi Patriarchi ricevevano la grazia di un’apparizione celeste, si affrettavano d’innalzare almeno un cumulo di pietre a monumento, che stesse a memoria del favore divino, e confortasse i posteri a sperare tutto da Dio. Ecco ora la Chiesa, che nel mezzo del tempio sotto le cupole, che si slanciano arditamente verso il cielo sublimi come il pensiero della fede che le ha inspirate, sull’eretto altare, pianta il Crocifisso, quasi dicesse: « guardate, o figliuoli, che cosa ha saputo fare Iddio per voi; poi dubitate, se potete della sua bontà!… e mostra attaccata al patibolo l’immagine del Figliuolo di Dio Crocifisso!…. Contempliamola questa adorata immagine.

Il Crocifisso.

Che bella posizione, sclameremo col gran Bossuet, ha fatto pigliare al figliuol di Dio la croce! Eccolo Crocifisso innalzato ira il cielo e la terra, e par che dica: « Figliuoli, al cielo, al cielo…; è là tutto il vostro bene che sospirate. » Il Crocifisso tien le braccia allargate, e vuol dire: « venitemi tutti in braccio; menatemi i figli; cercatemi tutti i peccatori; vi voglio portar tutti in paradiso. » Il crocifisso mostra al cielo le mani piene di sangue, e par che gridi: « Padre! pago io per li peccati di tutti. » Il Crocifisso stende le braccia sopra di noi, e vuol dire: « Padre, li amo come vita mia questi figliuoli del mio sangue: me li piglio sotto di me, come la madre stringe il bimbo al seno che lo alimenta, come la gallina copre coll’ali i suoi pulcini e se li scalda nel proprio petto. » Il Crocifisso lascia cader giù la testa, e con questo dice: « Poverini miei; tribolati, crocifissi in tanti mali con me, guardatemi come sono tutto piagato anche io! ancora un poco, e poi meco a vita eterna… » Il Crocifisso manda il sangue dal cuor squarciato; e vuol farci intendere che sta sempre pronto a pioverci il sangue sull’anima nei Sacramenti, e pigliarci in quel cuore in Comunione, e portarci in paradiso. Sì, contempliamo ancora e poi sempre Gesù benedetto crocifisso! Ve?!… tiene le braccia alzate verso il cielo; ma il peso del corpo lo strascina giù verso la terra: e vuol dire tutta la Religione cattolica. Con quelle braccia al cielo ci dice: « O figliuoli, io son Dio col Padre eternamente beato; ma fattomi Uomo con voi, là pur nel ciclo qualche cosa mi manca! ; » par che dica quasi li per cader sull’altare: « mi mancate voi altri carne della mia carne, sangue del mio sangue; il cuor mio mi tira giù, mi lega a voi in Sacramento, mi sacrifico con voi su questo altare per salvarvi meco. » Oh Crocifisso! Oh monumento della bontà di Dio, fatto nostro in sacrifizio! Oh! quando entriamo nella chiesa, contempliamo quella cara adorata immagine del Crocifisso Gesù, e, mentre quella benedetta figura ci mette sotto gli occhi visibili ed insanguinate le piaghe, che misticamente ma realmente, benché invisibili offre Gesù sull’altare nella santa Messa (C. Bona, Rerum lit. lib. 1, cap. 23, v.$, et Ben. XIV, De sac. Miss.), deh! corriamo coll’anima sotto la croce, pregando che le vive gocce del sangue divino piovano sul nostro cuore, e lo fecondino di santi affetti. Oh! per chi comprende i segreti divini nelle cerimonie della Chiesa, e vede nel Crocifisso l’immagine del Figliuol di Dio morto pei nostri peccati, basterà bene contemplarlo per guarire dalle piaghe, di che hanno i peccati avvelenato il cuore (Ecco un bel fatterello che fa comprendere quanto è caro oggetto al cuor cristiano l’adorabile immagine del Crocifisso. Predicando il Card li Cheverus, accorrevano molti protestanti attirati dall’amabile sua parola, e, vedendolo in tanta bontà, gli fecero sentire come verrebbero ben più volentieri, se non tenesse al fianco quell’idolo, dicevano, del Crocifisso: e si narra, che Cheverus il dì appresso di dal pergamo: Signori, sento che ad alcuni offende la vista il Crocifisso: io vorrei compiacerli, e per ora lo levo; e così dicendo abbassasse la croce, e la mettesse come al coperto…:. poi, rivolto a loro che restavano sorpresi, soggiunse Io ho da raccontarvi il fatto seguente: — Un dì un signore usciva di casa, e sopra via gl’interruppe addosso un assassino, che lo riversa per terra, e con un ginocchio sul petto gli drizza al cuore un pugnale. In quel frangente un buon uomo si getta sopra a difesa dell’assalito, e lo copre colla propria persona: il sicario giù un colpo cuore al buon uomo che cade trafitto sul signore protetto! Un pittore per caso quivi presente, colpito a quello spettacolo, corre a casa e dipinge al vivo, come l’aveva nell’immaginazione, il ritratto del signore caduto e del buon uomo, che morendo, lo salva: e porta il dipinto coperto al signore, dicendo: vi presento un regalo che vi gradirà: e glielo scopre in parte. « Ah! il mio ritratto, esclama, in quell’orribile istante!… » Ma il pittore alza il restante del velo… ed il signore a quel punto balza in piedi, gridando: « Ah! il buon uomo che mi ha salvato! Vi ringrazio, vi ringrazio di avermelo così al vivo dipinto!» E si getta sopra, e lo bacia, e ribacia a calde lagrime, sclamando: « Cara immagine, ti terrò sempre con me! » — Signori, dice Cheverus, alzando allora il Crocifisso: io vi presento un ritratto: guardatelo; vedete di chi è. E scopre il Salvatore, e continua: « Voi andavate tutti perduti; Egli vi coprì colla sua persona, e ricevette questo colpo nel petto!… Lascio la fredda discussione: m’indirizzo al vostro cuore, io vi dirò; Non volete l’immagine del Salvatore?… io me la porto con me …   Allora sì alza un grido da tutti, e Cattolici e protestanti esclamarono a gara: « Vogliamo il Crocifisso: Vogliamo il Crocifisso! » Cheverus l’abbassò dal pulpito, e quelli si strinsero intorno disputandosi di coprirlo di baci e di lacrime.).

I ceri e i gradi dell’altare,

Stanno sui gradi dell’altare i ceri ardenti. I gradini significano i vari gradi di virtù e di santità, per cui le anime staccandosi da questa povera terra s’innalzano a Dio per l’amor del Crocifisso. I candelieri ardenti ed il Crocifisso in mezzo mostrano i popoli credenti uniti dalle due parti opposte, giudaica e gentile a Colui, che, elevato in alto trae ogni cosa (Innoc. III, Rosm. Dell’educ. Crist.): e i ceri significano le anime che s’incamminano su per quei gradi. Ecco la nostra destinazione. Su via, colla mente illuminata dai raggi della santa fede, coi cuori ardenti di carità, giubilanti per le più care speranze, palpitando di tenerezza intorno all’altare, nel vedervi Gesù sacrificare se stesso per nostra salute, corriamogli in seno. – I ceri adunque, che spandono nelle sacre ombre del santuario, come le stelle nel firmamento, una mite luce d’intorno, e col tremolio delle loro fiammelle danno movimento, pare che spirino fra la quiete maestà dei sacri riti quasi un’anima misteriosa, e sembrano qualche cosa di più che un semplice simbolo privo di vita; i ceri, io dico, vivi e scintillanti popolano, se così lice esprimerci, di tanti esseri vivificati il santo altare. Mentre andranno a posarsi fra loro quegli angelici spiriti, che, adorando continuamente Gesù, vivono della vita della sua Divinità, anche noi mandiamo a frammischiarsi con essi, e palpitare d’amore in mezzo al tremolio dei lumi, i nostri cuori ardenti di divozione. Sembra a noi poi, che le candele intorno al Crocifisso rendendo la più bella immagine della vita cristiana, suggeriscano queste tre osservazioni: I. Le candele stanno diritte al cielo rivolte; II. Sono candidissime; III. Si consumano spandendo luce nel Santuario in mezzo al popolo. Ora, come la candela è ritta, così la vita nostra deve essere al cielo indirizzata, e noi, camminando innanzi a Dio, dobbiamo tendere alla patria nostra tenendo al Paradiso rivolto i pensieri, mentre siamo pellegrini in terra. La candela è bianca, e significa che la religione è pura, ci conserva mondi dalle brutture di questo povero secolo: perché l’oblazione di un’anima pura, quasi vittima immolata sull’altare del Dio vivente, insieme con Gesù è il culto accettevole che Dio dimanda, e rende onore alla divina Maestà, dinanzi a cui viviamo. – La bianca candela poi si consuma a gloria di Dio spargendo luce; e ci insegna che dobbiamo, come olocausto tutto a Dio devoto, consumarci in opere di carità, spargendo intanto luce di buon esempio, sicché veda il popolo le opere nostre, e renda gloria al Padre nostro, che è nel cielo. Questi ceri che ardono in pieno giorno fra le ombre del Santuario, ricordano ancora quei tempi di fervore, e di persecuzione, in cui i santi nostri misteri venivano celebrati di notte nelle oscure viscere della terra, cioè nelle (Ben. XIV, lec. cit.):

Catacombe

Eisistono ancora, in Roma specialmente, in Napoli, e altrove le catacombe; e sono escavazioni sotterraner, spesso a due o più piani, con corridoi tortuosi, che girano, e s’attraversano in ogni senso, e formano sotto la terra il più intricato labirinto di tetri viottoli, molti dei quali mettono, e s’incontrano in una camera o grotta quasi ad un centro, in cui trovi avanzi di altari o mense, con altri argomenti, che indicano aver servito alla celebrazione dei santi riti cristiani. In alcuni s’addita il luogo, ove si riponevano le lampade; anche qualche traccia di pulpito, da cui il Vescovo parlava a’ suoi fedeli raccolti; anche sedili, in cui pare si ascoltassero le confessioni. Tutto è scavato nel tufo; e sono estesi così quei sotterranei, che le catacombe sole, dette di S. Sebastiano in Roma, si credono tenere ben dodici miglia, e più di duecento miglia tutte le altre catacombe insieme. – Non si può esprimere a parole ciò che si sente in cuore nel visitarle! Immaginatevi per una scaletta, o per ripida scesa, di scendere giù nelle viscere della terra, e di trovarvi in mezzo a centomila sepolcri scavati nel tufo, a tre piani orizzontali, nei due fianchi di quegli anditi. In quel tenebrore, in mezzo a quei morti di benedetta memoria, a cui dà vita la fede nostra, che è la medesima di quei prodi, che la difesero col sangue, voi colla vostra fiaccola in mano cercate ansiosi di visitarli. Ben vi pare di parlare con ciascun di loro, d’interrogarli dei patimenti e dei tempi loro, ed in quelle lapidi leggere la risposta; e quasi vi compiacete di stender loro la vostra mano, di baciare quei cari fratelli di eterna speranza. Mettete la candeletta fra le fessure dei lastroni scassinati di tufo o di terra cotta, e vedete dentro le ossa dei martiri con al fianco l’ampolletta del sangue raccolto, e talvolta lo strumento del martirio. Qui un pontefice, poi un vergine illustre, od un soldato; colà un fanciullo, poi una matrona romana; poi un padre, una madre, e intorno tutti i figli sepolti l’un all’altro vicini, e tutti martiri: e sopra il tufo rozzamente graffiato con un saluto il nome del martire, e un simbolo della vittoria e della vita eterna, e più sovente la semplice scritta: è morto per Cristo: il che significa l’anagramma figurato in questo modo XP. –  Convien pur dire che quei nascondigli fossero cari alla pietà dei fedeli, che, adornandoli di pitture, mosaici, e talvolta anche di graziose sculture per esprimere con divozione i santi misteri, ne fecero la culla dell’arte cristiana. Là nelle viscere della terra, in quelle figure del Redentore, di Maria e dei Santi, rozze, se vuoi, e di duro contorno, ma altrettanto devote e care, tu scorgi l’arte cristiana ancora bambina; ma traspira dentro un casto sorriso di bellezza più pura della terrena, che accenna già allo splendore della celeste bellezza che si sarebbe rivelata pei sommi Raffaello o Michelangelo e nel grazioso e melanconico Gaudenzio Ferrari e nell’Angelico pittore Beato! che rapito in estasi coglieva in cielo quei tipi di bellezze di paradiso, e le traduceva in quelle sante amabilissime sue Madonnine, in quelli angioletti vestiti di corpicciuoli, diresti spiritualizzati, che ti rubano il cuore ad amore divino. Così le arti sorelle, appena comparve la religione cattolica, si affrettarono ad offrirle l’umile tributo di loro servitù; ed essa in contraccambio spirò in quelle la propria divinità. Le ha ben ricompensate! Fino dalle prime persecuzioni ordinò la Chiesa con sapiente disposizione. Notai, che tenessero registro degli atti dei martiri, del dì del martirio, e del luogo di loro sepoltura. Meritano pure di essere ricordati quei generosi, a cui era affidata la cura delle preziose reliquie dei Santi scannati. Essi si chiamavano Fossori o Fossari; e trovasi talvolta nelle catacombe dipinto il Fossore in atto di scavare la fossa; mentre un altro gli fa lume colla lucerna. Questi Fossori vanno contati fra i maggiori eroi del Cristianesimo: perché, e si esponevano ai persecutori, affine di raccogliere gli avanzi dei Martiri trucidati, e passavano la vita in quei tetri sotterranei nel preparare depositi ancora in bell’ordine, e talvolta lavorati con amore e buon gusto, ai santi cadaveri dalla persecuzione mandati giù loro in abbondanza (Ognora si vanno trovando sempre nuovi monumenti che provano essere stati  moltissimi i martiri, vedi la Civiltà Cattolica. fasc. del 1 luglio 1854. Fra tanti monumenti che provano il numero dei martiri, piace qui presentar due sole iscrizioni fra le moltissime raccolte dai Visconti. (Memorie Romane d’ntichità, Roma 1825).

I

MARCELLA ET CHRISTI MARTIRES CCCCC L.

II

HIC REQUIESCIT MEDICUS CUM PLURIBUS

CL MARTIRES CHRISTI

Sovente poi si mettevano solamente numeri, che forse indicavano i martiri colle corone e palme.). Il Sacerdote poi, i discepoli, le anime fervorose, massime le donne dedicate alla pietà, come si facevano un santo impegno di mandare pei diaconi i loro soccorsi di carità nelle prigioni ai confessori; così, quando venivano uccisi, era per loro un dovere di tenera religione raccogliere ì cadaveri, ed anche nasconderli nelle proprie case, e sovente spedire le reliquie alle diverse chiese (Oltre alle catacombe, che sono piene di monumenti, che parlano della devozione, con cui si raccomandavano ai Santi i primi fedeli, non possiamo trattenerci di riportare questi due fatti. Quando si era per tagliare la testa a s. Cipriano, ì fedeli corsero in quel pericolo a stender d’intorno a lui i pannolini, per raccogliere il sangue prezioso. Poi non si può leggere niente di più tenero e di più devoto di ciò che scrive s. Giovanni Grisostomo della venerazione, con cui furono ricevute le reliquie di s. Ignazio che soffrì il martirio a Roma, 100 anni dopo Cristo. Egli era vescovo d’Antiochia, e vediamo che il suo corpo fu traslocato di città in città alla sue sede, come un tesoro inestimabile. Di questa traslazione ecco come parla eloquentemente S. Giovanni Grisostomo: « Quando egli dunque soggiacque in questa città (di Roma), o piuttosto, quando salì al cielo, rivenne per essere coronato, perché la volontà di Dio volle ch’Ei ritornasse fra noi, e il martire fosse diviso tra le nostre città. – Quella città vide colare il suo sangue, ma voi avete onorato le sue reliquie e vi siete rallegrati del suo vescovato. A Roma si sue reliquie, e vi si vide lottare, vincere e trionfare; voi lo possedete ognora: Dio ve lo tolse per poco tempo, e ve lo rendette con molto più di gloria. E siccome coloro, che prendono a prestito del danaro, danno poi con usura ciò che ricevono, così Dio, avendo preso per un istante questo prezioso tesoro, ed avendolo mostrato a quella città, ve lo ritorna sfolgoreggiante di nuovo splendore. Avete spedito un Vescovo, ed avete ricevuto un Martire; lo avete mandato con preghiere, e lo avete ricevuto con corone, e non solo voi, ma tutte le città, che si sono trovate sul suo passaggio; poiché da quali sentimenti non sono state comprese, quando videro traslocare queste reliquie? Quali frutti d’una santa gioia non hanno esse raccolto? Con quali acclamazioni non hanno salutato il coronato vincitore? In quella guisa che gli spettatori si slanciano nell’arena si impadroniscono del nobile combattente, che, superati i suoi avversari, si avanza nella sua gloria, non permettendogli toccar terra, e portandolo seco in trionfo; nella stessa guisa tutte le città, ricevendo alla loro volta da Roma questo santo uomo, hanno recato ed accompagnato il Martire vincitore fino a quella città, celebrando con inni la sua gloria, e trionfando del demonio, i cui artifizi ricaddero in suo proprio disdoro, e il quale, adoperandosi contro il Martire, non ha adoperato che contra se stesso. » (Hom. in s. Ign. mart.). Impertanto scorgiamo che le reliquie dei Santi sono onorate da coloro che gli hanno rate dai discepoli immediati degli Apostoli, da coloro che li hanno conosciuti, e che dalla venerazione di quelle si cavarono col più gran rispetto sublimi lezioni, tenendole le chiese, che le possedevano, come un pegno per ottenere grazie da Dio per l’intercessione dei Santi.). – Le catacombe, massime in Roma, diramansi intorno, e sotto gli edifizi della città. Alcune eran in principio scavate per estrarre la pozzolana, specie di calcina per fabbricare; le più erano scavate per servire alle sepolture: e quindi guardate come luoghi sacri, in cui era quasi pei pagani una profanazione il penetrarvi. Restavano adunque come un rifugio dove nascondersi i fedeli cerchi a morte. Qualche volta dall’interno delle case si passava in quei sotterranei. Di qui avveniva che le case dei più ragguardevoli fedeli servivano di chiese, cioè luoghi di adunanze o di collette; e i sotterranei di cimiteri. Illustri sono i Cimiteri o Cripte o Catacombe di S. Lucia, Priscilla e Lucina, ecc. Così di quei nascondigli presero pratica i Cristiani perseguitati, e li scelsero per convegno ai vivi, e per sepoltura ai morti. Succedeva adunque un martirio? I coraggiosi fedeli, col pericolo della propria vita, raccoglievano gli estinti, il sangue sparso, i ferri, i sassi, e tutto che fosse del loro sangue prezioso consacrato; componevano quelle membra lacerate nelle nicchie scavate, dove ora le troviamo, Chiamavano poi quei santi asili della morte col soave nome di Cimiteri, cioè dormitori: espressione di una coscienza pura e tranquilla consolantesi nella certezza di svegliarsi all’altra vita, dopo il sonno della beata morte cristiana. – A chi visita Roma con cuore ben disposto alle inspirazioni della fede cristiana, tutto parla di pietà e di fervore, e lo fa vivere e conversare coi Santi in quell’alma città, centro della Religione, e come casa propria della Madre universale della cristiana famiglia, singolar medo di comunione cattolica! Ad ogni passo egli trova una casa, un monumento, una pietra, che lo mette in relazione con un eroe del Cristianesimo. Là può sedersi e meditare sopra a cento e mille tombe che stanno intorno a quella di s. Pietro, monumenti eloquenti della religione Divina da lui predicata. Quando s’entra, per esempio, nella chiesa di S. Prassede, eretta sull’area della casa di questa ricca Verginella, e si vede la statua della vergine in atto di spremere le spugne inzuppate del sangue dei Martiri, per nasconderlo in un pozzo che ancora è là scavato; a quella vista, in quel luogo dinanzi a Dio nel santo ciborio, che nella sua eternità ravvicina tutti i tempi nell’istante presente, pare allora di veder qualche cosa di più di una morta immagine, e sì veramente sì sente, si gode la comunione dei Santi. – Nelle catacombe adunque, che s. Girolamo chiama vere basiliche della morte, si raccoglievano dì e notte i fedeli a celebrare i santi misteri; e mentre Roma incestuosa e micidiale, spalancante le porte al vitupero, era invasa da prostituzioni e da suicidi, ed i Romani erano vili così da adorare sull’altare il delitto, incensando al dio Nerone: anime, che quel mondo era indegno di possedere, nelle viscere della terra si apparecchiavano a fecondar col sangue la rigenerazione dell’umanità, col rinnovare sulle tombe dei sacrificati il sacrificio del Dio-Uomo morto per tutti in croce, pregando per quelli, che lo crocifiggevano. Intorno a quelle tombe si raccoglievano nascostamente sbucati dalle città e dagli ergastoli degli atroci padroni. e venivano a trovarsi liberi e schiavi con Pontefici miracolosamente scampati al martirio e filosofi mutati in apostoli, che in quella dottrina trovavano la soluzione di quelle interminabili questioni (Cantù, Storia universale). Quivi ricevevano col vero il Pane Celeste, giravano il calice del Sangue Divino, e celebravano insieme l’agape, cioè facevano carità mangiando insieme ricchi e poveri i cibi a gloria di Lui, che li dà, e rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell’affetto e nella gioia del perdono per l’amor di Dio, così consolante in pure coscienze. Seduti all’ombra di morte giuravano su quelle tombe la fede, e si confortavano colla Comunione a confermarla in faccia alle genti nelle tremende prove sul patibolo, sopra il fuoco, ed in mezzo alle fiere dell’anfiteatro forse dimani; se pure non venivano là in quegl’istanti scoperti e scannati sull’altare, così mischiando il proprio sangue col Sangue di Gesù Cristo in Sacrificio, come avvenne al Pontefice s. Stefano, trafitto nelle catacombe di S. Sebastiano sull’altare, e dai fedeli quivi sepolto, quale era vestito, insieme colla cattedra su cui fu scannato.

La pietra Sacra.

Data pace alla Chiesa dall’imperator Costantino, fu una santa letizia per tutta la cristianità: allora sbucavano i Sacerdoti dallo squallido silenzio delle catacombe a celebrare i riti della nuova alleanza, e a spiegare al cospetto del mondo lo splendor maestoso del puro culto divino. Allora Pontefici e Vescovi dedicare chiese a pieno sole, specialmente sopra quei sotterranei, e a celebrare la memoria dei Martiri, che là eran sepolti. Quivi tutti i fedeli sicuri, riconoscendosi fra loro, si abbracciavano, e saldavano la fratellanza col Sacrificio della perpetua commemorazione; e cantavano inni a Dio, che aveva sedate le tempeste, sui gloriosi sepolcri, che restavano nell’interno delle chiese sotto le mense, e che, a ricordo del loro coraggio, chiamavano confessioni. E perché sotto ma chiesa sola spesso erano molto tombe di Martiri illustri, che meritavano un particolare monumento, moltiplicossi fino d’allora il numero delle cappelle al modo appunto che si vede nelle chiese moderne, e si mandò poi a raccogliere reliquie di santi Martiri, e se ne deposero frammenti in tutti gli altari; e dei Martiri più chiari per meriti e per singolare gloria di combattimenti, o per opere, o per miracoli, si collocavano i corpi in urne preziose. Di qui l’uso di foggiare a modo di urna sepolcrale il cippo, Su cui posano le mense degli altari anche ai dì nostri. Religiosamente osservando questo costume, scriveva S. Ambrogio a Marcellina sua sorella, che la basilica di Milano egli non voleva consacrare, come si usava in Roma, se non trovasse reliquie di Martiri (Epist. 51 ad Marcellinam sor.), come poi consacrò di fatto, trovati ch’ebbe i corpi de’ ss. Gervasio e Protasio. Quindi poi le pietre consacrate, per servire di mensa per celebrare, hanno tutte nel mezzo un sepolcreto, entro il quale sono sigillate le reliquie dei santi Martiri (Conc. Alric. vulgo dictura cap. 56, Bon 1, Celert. 1, ex Conc. Carth. 7, et Ben XIV loc. cit, S. August. 113 sermo.), ed anche di altri Santi (Maasi, Del vero Focl. Vol. 2, Lib. 5, cap. I). Così sull’altare cattolico a’ piedi del Crocifisso sono deposte le spoglie di quegli eroi, che resero il più grande onore che uomo potesse a Dio, sacrificandogli tutto se stessi. Questi uomini sentivano di non aver la vita per altro che per darla a gloria di Dio; caddero a piè della Croce, e vi lasciarono i loro corpi, trofei della vittoria, che sopra del mondo riporta la croce piantata sulle gloriose spoglie di più milioni di martiri. Questi milioni di Martiri sono il più grande olocausto e il più degno del cielo, che sulla terra potevano offrire gli uomini rigenerati dal sangue di Dio fatto Uomo. Così si può dire veramente che la terra ha dato tal frutto, che il cielo non poteva aspettare migliore; né poteva essere altare più santo delle tombe dei martiri, sopra cui offrire a Dio il gran sacrificio, che i corpi dei suoi fedeli sacrificati. Come nel tempo della persecuzione la santa Messa si celebrava sulle tombe dei Martiri, così anche a’ dì nostri sopra le loro ossa si sacrifica il sacratissimo Corpo di Gesù, che in loro trasfuse tanto eroismo di virtù, che seppero morire per Dio, e che fu per loro, ed è per noi, arra e pegno di risurrezione alla vita dell’immortalità. Qui intanto accompagnano dall’altare il gran sacrifizio coi profumi dei loro sacrifici particolari (S. Paulin. Ep. Nol. in 6 feb. nar. 9 post medium in epist. Ad Severum.).

Il Pallio, e il vario colore dei drappi sacri.

L’altare si para a festa, e si addobba del ricco Pallio, che è un drappo, che lo fregia con decoro, e pende dinanzi sotto la mensa di color corrispondente a quello delle sante vesti, di che si parano i ministri. Anche nelle famiglie il dì delle gioie più care va distinto di vesti più gaie, come hanno le loro vesti i giorni di corruccio e di duolo. Tutto è armonia nella Chiesa, e col variar dei colori mostra la varietà delle celesti attrattive (Ps. XLIV), che rende questa sposa terrestre si bella agli occhi dello Sposo divino. Co’ diversi colori, giusta la diversità dei tempi e delle feste, si esprimono i diversi affetti dei fedeli, or di letizia per la gloria di Dio, ora di gratitudine pei suoi benefizi, or di fortezza nelle avversità, ora di afflizione per i propri o gli altrui peccati (Bona. Trac. ant. Loc. cit.). Nel bianco colore risplendente d’oro, ora tu intendi i gigli di purità, che adornano le vergini sposate a Dio eternamente in Paradiso; ora l’illibato costume di quegli austeri penitenti, la cui vita è così caro spettacolo agli uomini ed agli Angioli: ora la carità di quei Pontefici, e Sacerdoti, che, consumandosi nei travagli del loro ministero, generarono tanti figli pel paradiso. Nel color rosso contempli il sangue sparso , e le rose eterne, di che risplendono i Martiri in gloria. Poi nel color della melanconica viola intendi il gemito della Chiesa, che in mesto ammanto si presenta al grande Sposo signore dei cuori, e lo prega, che converta i figli suoi peccatori: ora invita noi, vestiti a lutto, ad accompagnare colla nostra preghiera il gran sacrificio, per espiare le colpe dei confratelli che gemono nel purgatorio: mentre appiè delle tombe rallegra l’orror della morte colla speranza del paradiso (Ben. XIV, lib. I, cap. 8, n. 16 et Ugo Op. cit.). Finalmente nel color verde usato in tutte le feste dell’anno, in cui non si faccia festa particolare, e non sia tempo di duolo e penitenza, la Chiesa fa intendere, che questo è il tempo di seminare in opere buone, affine di raccogliere in vita eterna, essendo questo non il tempo di godere, ma di sperare e di preparar l’eternità. Il bianco pannolino che si stende purissimo sopra la sacra mensa, ricorda il lenzuolo in cui fu involto dopo morte la santissima salma del Redentore, e la purezza, che deve aver l’anima e il cuore, in cui ha da discendere Gesù Cristo (Isidorus Pelusiota lib, I, ep. 123. Beda Hom. Rabanus lib. L de rit. Cler.).

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO IV

Sulla condizione dei risorti dal punto di vista dell’attività vitale.

1. – Non abbiamo detto tutto sulla parte che sarà fatta ai corpi dei figli di Dio nella beatitudine eterna. La beatitudine non è tanto nell’essere e nel potere, quanto nell’atto. Glorificato dall’anima, il corpo avrà tutte le operazioni dei sensi che gli sono proprie? La risposta affermativa, per quanto certa, non manca di presentare alcune difficoltà. I nostri teologi, che le hanno riportate solo per risolverle, le riducono a due principali. Si veda, innanzitutto, come si producono le percezioni sensibili, siano esse della vista, dell’udito, del gusto, dell’olfatto o del tatto. Ovunque e sempre, l’organo deve subire l’azione di un agente esterno, cioè deve patire. Da qui l’assioma del principe dei filosofi: “sentire è soffrire: sentire est quoddam pati” (Arist., de Anima, t. II, testo 118). È possibile conciliare questa condizione necessaria con l’impassibilità? – Inoltre, è un fatto di esperienza che se l’intelligenza è fortemente presa da un pensiero, il corpo diventa come insensibile a tutti gli stimoli esterni; non si può vedere o sentire più che se si fosse ciechi o sordi. Mille fatti naturali lo testimoniano, e i fenomeni soprannaturali di estasi e rapimento, raccontati nelle vite dei Santi, non possono lasciare dubbi nella mente dei credenti.  Se l’esercizio delle facoltà sensitive è incompatibile con le alte contemplazioni di questa vita, come potrebbe non esserlo quando Dio si mostra faccia a faccia in tutto lo splendore della sua luce? – Vedremo presto come queste ed altre difficoltà simili possano essere risolte. Ma anche se fossero cento volte più imbarazzanti, il fatto sarebbe innegabile: perché rifiutandolo, dovremmo affermare che la risurrezione di Gesù Cristo non è il modello della nostra, diciamo di più, che non ci sarà alcuna risurrezione per gli eletti di Dio. Infatti, se Gesù Cristo è il modello divino su cui Dio riformerà i loro corpi, è ovvio che essi dovranno godere del perfetto esercizio delle facoltà sensitive: perché Gesù Cristo, risorto dai morti, lo ha dimostrato nella sua Persona, come attestano sia i Vangeli che gli Atti. – Ho aggiunto che sarebbe necessario negare la resurrezione stessa. Perché dovrebbe essere così? Perché le facoltà organiche eternamente inattive e senza atti sarebbero una contraddizione in un corpo posseduto da un’anima glorificata: a cosa servirebbero le potenze, quando le si tolgono le operazioni proprie, cosa che è ragione della loro esistenza: lungi dal partecipare alla beatitudine dell’anima, questa massa insensibile ne sarebbe un ostacolo. Come gli idoli delle nazioni pagani, essa avrebbe occhi per non vedere e orecchie per non sentire; mille volte più imperfetto, nello stato di perfezione finale, di quanto non fosse nello stato di imperfezione originaria. – Monumento eterno di un’opera incompiuta, darebbe inoltre una smentita formale alle promesse del Salvatore: è la vita eterna che Egli ha promesso all’uomo intero, nel suo spirito e nel suo corpo. « I vostri padri – Egli diceva ai Giudei – mangiarono la manna e morirono. Chi mangia questo pane vivrà eternamente » (Gv., VI, 49). È quindi evidente che i nostri sensi avranno la loro attività. E se il cielo si differenzia dalla terra, è perché lì questa attività si dispiegherà in operazioni incomparabilmente più eccellenti di quelle che potrà mai esercitare durante la prova.

2. Inoltre, la Scrittura non si accontenta di affermare in generale queste operazioni della vita sensibile; ci descrive in molti punti le loro diverse manifestazioni. « Io so – dice Giobbe – che il mio Redentore vive… e io stesso lo vedrò, i miei occhi lo vedranno, io stesso e non un altro, e questa speranza riposa nel mio seno » (Giobbe XIX, 27). Sì, i nostri occhi di carne vedranno il Re Gesù, il più bello di tutti i figli degli uomini, e quella grazia incomparabile diffusa sul suo volto; lo vedranno, e nella sua santa umanità, mille volte più trasparente del cristallo, ammireranno il cuore ardente e radioso che ci ha tanto amati: e questa sola vista basterebbe a gettarci nell’estasi eterna. E anche Voi, o Maria, mia Regina e mia Madre, Vi contemplerò sul trono della vostra gloria, la più bella delle creature dopo vostro Figlio, vestita di sole e con il capo coronato di stelle (Apoc. XII, 1); e il vostro sguardo incontrerà il mio sguardo, e sentirò il mio cuore sciogliersi d’amore alla vostra presenza. Tutti questi benedetti abitanti del cielo, figli di Dio, li vedrò nella loro carne e con gli occhi della mia carne, una moltitudine immensa che nessuno potrebbe contare, in piedi davanti al trono, alla presenza dell’Agnello, vestiti di vesti bianche e con le palme nelle mani (Ap. VII, 9). In questa folla di volti amici riconoscerò quelli che ho conosciuto sulla terra, e chi può dire la gioia di questo incontro? Chi può dire la delizia in cui ci getterà la contemplazione di questa nuova terra e dei nuovi cieli, brillanti davanti a noi per magnificenza ed uno splendore rispetto ai quali tutto ciò che il nostro mondo offre di più ricco e bello non è nulla. – Vedremo con gli occhi ed ascolteremo con le orecchie; e cosa ascolteremo? Delle armonie ineffabili: l’inno di quei beati che « gettando le loro corone davanti al trono del Signore, ripetono in coro: Tu sei degno, Signore nostro Dio, di ricevere gloria, onore e potenza » (Apoc. IV, 10, 11); il cantico nuovo che i soli Vergini possono cantare seguendo l’Agnello, lo Sposo sacro delle Vergini (Apoc. XIV, 3, 4); l’Alleluia senza fine che risuonerà in tutte le strade e le piazze della Gerusalemme celeste (Tob. XIII, 22): i canti dei vittoriosi nel giorno del loro trionfo, i canti dei commensali seduti allo stesso inebriante banchetto, canti d’amore che riposa nel godimento dopo lunghi sospiri e amari dolori, canti di lode che non si stancano di benedire ed esaltare Colui la cui gloria e i cui benefici superano ogni concezione. Che dire poi delle parole, così dolci e così affettuose, che gli eletti di Dio si scambieranno tra loro nella misteriosa lingua del paradiso: infatti, molto meglio che nei tempi passati, questo popolo, che avrà un solo cuore ed una sola anima, avrà una sola pronuncia ed una sola lingua (Gen. XI, 1). Inoltre, poiché tutti saranno ascoltati e compresi da tutti, il dono delle lingue cesserà per sempre: « linguæ cessabunt », dice San Paolo (I Cor. XIII, 8). – Ecco un passo originale di Sant’Agostino, che si riferisce al nostro argomento. L’ho tratto da un sermone che tenne al suo popolo ad Ippona sulla risurrezione dei morti. « Che cosa faremo in cielo? Quello che so, fratelli miei, è che lì non dormiremo in un triste ozio, perché il sonno ci è stato dato per riparare le nostre forze, che una costrizione troppo prolungata finirebbe per spezzare. Quindi non c’è sonno. Dove non c’è la morte, non ci deve essere l’immagine della morte. Nessuno, però, deve temere la noia, quando gli si parla di una veglia perpetua in assenza di qualsiasi lavoro. Posso dire che non ci sarà noia; come questo avverrà non posso dirlo, perché non lo vedo ancora. Ma posso dire senza temerarietà, perché lo dico secondo le Scritture, quale sarà la nostra azione. Sarà tutta nell’Amen e nell’Alleluia. Che ne dite, fratelli? Vedo che avete inteso, e questo vi rende felici. Ma non continuate a fare pensieri carnali e a rattristarvi al pensiero che se uno di voi dovesse stare in piedi e ripetere continuamente Amen e Alleluia, si addormenterebbe alle parole e chiederebbe solo di tacere. No, non continuate a disprezzare questa vita in cielo e a dire a voi stessi: Cosa! dire sempre Amen e Alleluia; chi potrà mai stare al passo con questo? – Quindi parlerò, se posso e come posso. Non diremo Amen o Alleluia per mezzo di suoni passeggeri, ma con l’affetto dell’anima. Perché cos’è l’Amen? Che cos’è l’Alleluia? Amen, è vero; Alleluia, lode a Dio. Perché Dio è la verità immutabile, senza difetti, senza progresso, senza diminuzione, senza alcuna mescolanza di falsità; la verità perpetua, stabile e sempre incorruttibile; perché, invece, ciò che facciamo nella creazione visibile, nel corso della nostra vita mortale, non è che una figura delle realtà a venire, e non camminiamo in piena luce, ma nella fede. Quando vedremo faccia a faccia ciò che vediamo in enigma e come in uno specchio, allora con un sentimento molto diverso, ineffabilmente diverso, diremo: è vero; e dire che è vero è dire Amen, ma con insaziabile sazietà. Poiché non ci mancherà nulla, ci sarà sazietà, e poiché ciò che non ci mancherà mai, ci rallegrerà sempre, sarà, se così si può dire, una sazietà insaziabile. Insaziabilmente soddisfatti della verità, ripeterete con non meno insaziabile sazietà: Amen. – « Ma chi potrà leggere ciò che è vero, ciò che l’occhio non ha visto, né l’orecchio ha udito, ciò che non è salito al cuore dell’uomo? Perciò, mentre contempliamo il vero con evidenza e certezza, senza smentite, con una fedeltà sempre nuova, infiammati dall’amore della verità stessa, incollati per così dire alla stessa verità da un abbraccio delizioso, casto e tutto spirituale, con la stessa voce esalteremo il nostro Dio e diremo Alleluja! Animati gli uni gli altri a cantare una lode uguale e comune, uniti nel più ardente amore per Dio e per i fratelli, tutti gli abitanti della città del cielo diranno Alleuja, perché diranno Amen. » – S. Agost., Serm 362, n. 29; col. N. 31.]. – Avendo letto nella storia dei Santi quali deliziosi profumi emanassero talvolta i loro corpi, anche e soprattutto quando la morte aveva fatto il suo lavoro in loro, non posso persuadermi che questi stessi corpi non esaleranno profumi meravigliosamente più dolci, una volta che Dio li avrà glorificati.  Poiché questi odori non erano più della terra e non avevano un equivalente tra le cose conosciute. Se talvolta coloro che li hanno annusati, volendo darne un’idea, ce li rappresentano come una miscela in cui si combinano in modo ineffabile i più squisiti profumi della terra, il più delle volte hanno una sola espressione per caratterizzarli: è un odore celestiale, un odore soprannaturale, un odore di santità, un odore di paradiso (cfr. a questo proposito M. J. Ribet, La mystique divine, t, IT. 2° p., 27). Non è quindi in cielo che dobbiamo vedere una semplice figura in questa apostrofe dello Sposo alla sposa, cioè dire a ogni anima fedele: « O sorella mia, sposa mia, l’odore dei tuoi profumi è al di sopra di tutte le spezie, e l’odore delle tue vesti come l’odore dell’incenso. Ella è il giardino chiuso, mia sorella, mia sposa… Là ci sono cipro col nardo, croco e zafferano, canna e cinnamomo, mirra e aloe con tutti i profumi più preziosi » (Cant. IV, 10-15). Quali saranno dunque le ineffabili fragranze esalate dalla carne del Salvatore, che profumeranno tutto il cielo e porteranno nelle anime quelle che sono le dolcezze celesti? – Dolcemente inebriato di profumi dall’olfatto, l’eletto avrà ancora i piaceri del gusto. Non è forse a questo che potremmo adattare queste parole dell’Apocalisse: « Al vincitore darò una manna nascosta » (Apoc. II, 17). È certo che questa misteriosa soddisfazione del gusto non viene dal mangiare o dal bere, perché un corpo spiritualizzato non usa il cibo. Ma, a parte questa fonte grossolana, Dio saprà trovare altri mezzi per compensare l’organo del gusto per le privazioni imposte dalla penitenza. Si dice che San Felice da Cantalice provasse un incomparabile piacere nel pronunciare il nome di Gesù, come se avesse assaporato il miele più delizioso. “Mel in ore“, dice il devoto San Bernardo, parlando dello stesso Nome. Chi può dubitare che il nome di Maria non provochi un piacere simile a chi lo ripete per benedirlo? Il tatto non sarà meno perfetto, né meno adatto degli altri sensi nel suscitare in noi le impressioni più delicate. Ma allontaniamo da noi tutte le immagini e i pensieri di gioie disordinate e di piaceri grossolani: dove la carità regna sovrana, dove la concupiscenza è spenta, dove la legge delle membra ha lasciato il posto al dominio trionfante dello spirito, tutto è puro e tutto è santo. Puri e santi sono i baci posati sulle sacre piaghe del Salvatore e sulle mani benedette della sua divina Madre; puri e santi sono anche i casti abbracci dati sotto lo sguardo di Dio, e tanto più dolci al cuore perché il primo motivo è l’amore divino. – Questo è ciò che dobbiamo sempre ricordare quando parliamo delle operazioni sensibili dell’età futura e del piacere che le accompagna. Tutti vanno a Dio. Un piacere che non si potrebbe gustare se non per amore, sarebbe un orrore e diventerebbe il più intollerabile dei tormenti. « Il mio cuore ha sussultato di gioia, la mia carne ha trasalito per l’eccitazione – dice il Profeta reale – ma è per il Dio vivente » (Sal. LXXXII, 3). È ispirata dallo stesso sentimento, la moltitudine di cui San Giovanni, l’Apostolo del cielo, ha sentito la grande voce che diceva: « Alleluia, perché il Signore nostro Dio, l’Onnipotente regna. Rallegriamoci, esultiamo e rendiamo gloria a Lui, perché è giunto il tempo delle nozze dell’Agnello » (Ap. XIII, 6-7). Certamente ella accetta la gioia: perché questa gioia è un dono di Dio, in cui ella lo ama. Non solo lo accetta, ma è entusiasta di gioire con tutte le sue forze, perché la gioia degli invitati è la gloria del Re che li ha radunati per il banchetto di nozze eterno dello Sposo, suo Figlio. – Non immaginiamo quindi lo stato del cielo come un’estasi immobile, dove tutte le forze del corpo sono sospese. No, il paradiso sarà per l’uomo esteriore, così come per l’uomo interiore, una vita pura, libera, piena: l’esercizio senza fatica, senza ostacoli, senza affanni, sovranamente perfetto e sovranamente delizioso, delle nostre facoltà spirituali e corporee. Bisogna essere ignoranti delle cose della fede, come lo sono i nostri moderni increduli, per mettere la beatitudine dei Cristiani nel sonno inerte e totale che essi perseguono con le loro beffe.

3. – Potrei passare oltre e dire, come fece una volta la venerabile Giovanna d’Arco ai suoi giudici, “Confido in Dio”. Ma a questa soluzione generale se ne possono aggiungere alcune particolari. Innanzitutto, è un fraintendimento della dottrina aristotelica prendere la sofferenza che essa rivendica nelle percezioni sensibili per la sofferenza esclusa dal dono dell’impassibilità. Non nego che questo doppio patire non sia unito nel nostro attuale stato di imperfezione. Troppo spesso la luce, la cui impressione sull’organo ha determinato la visione, stanca l’occhio e lo danneggia. Quindi, a parità di condizioni, le stesse cose accadono agli altri sensi. È soprattutto l’immaginazione che, applicata troppo fortemente e troppo costantemente agli stessi oggetti, finisce per alterare il suo organo; ed è per questo che il lavoro del pensiero, quando è perseguito senza prudenza, provoca una stanchezza che può portare persino all’esaurimento. – Ma questi due fenomeni, l’impressione che determina la percezione sensibile e l’alterazione più o meno notevole dell’organo che essa provoca, quando è troppo vivace o troppo continua, sono distinti e separabili; altrimenti si dovrebbe dire che nessuna operazione dei sensi si svolge senza fatica e senza lesioni organiche, il che è manifestamente contrario all’esperienza. Non confondiamo quindi la passività delle facoltà organiche con la patibilità e, poiché quest’ultima scompare nella gloria, pretendiamo che la prima scompaia con essa. Ora, se la passività permane, cioè se l’organo animato rimane sensibile alle influenze esterne degli oggetti della conoscenza, la prima difficoltà che ci è stata imposta si dissolve con l’equivoco che le faceva da supporto. – La seconda difficoltà è tutt’altro che facilmente risolvibile. Ciò che lo rende ancora più grande è la sensazione comunemente ricevuta da San Tommaso riguardo al rapimento sperimentato da San Paolo, e raccontato dalla stesso nel capitolo XII della seconda epistola ai Corinzi. L’Angelo della Scuola suppone, al seguito di Sant’Agostino, che San Paolo sia stato allora ammesso alla visione transitoria dell’essenza divina; inoltre suppone e dimostra, in base al testo dell’Apostolo, che questa visione fosse accompagnata da una cessazione della percezione sensibile. È impossibile, infatti, che l’attenzione dell’anima, condizione necessaria per l’intero atto cosciente di conoscere, si frammenti tra oggetti diversi, a meno che non ci sia un legame tra di essi che li riporti all’unità. Ora, non è il caso dell’essenza divina come degli altri oggetti della conoscenza umana, che raggiungiamo per mezzo di rappresentazioni tratte dalla percezione dei sensi; ma nessuna immagine proveniente dai sensi può conoscere la visione di quella. Perciò l’attenzione dell’anima sarà tanto più assolutamente allontanata da ogni oggetto sensibile quanto più la verità suprema, rivelandosi in tutta la sua gloria, assorbirà tutte le forze dell’anima. Questa, in breve, è la dottrina dei maestri: con essa vediamo che il ragionamento conferma l’obiezione tratta dall’esperienza, invece di indebolirla (S. Thom., 2. 2, q. 175, a. 4; de Verit., q. 13, a. 3 e 4). – Tuttavia, la dottrina cattolica ci presenta un fatto innegabile in cui si dimostra che l’intuizione di Dio è alleata, non per un momento fugace, ma per tutta la vita, interamente all’esercizio più perfetto di tutte le facoltà sensitive. È nel Verbo incarnato che questo strano fenomeno ci viene rivelato. Da un lato, è assolutamente certo che Gesù Cristo, nella regione superiore della sua anima, fosse costantemente illuminato dagli splendori della visione divina. Se alcuni teologi, per spiegare i dolori della Passione, hanno ritenuto possibile ammettere un’eclissi momentanea, è sempre prevalso il sentimento contrario. D’altra parte, sarebbe una negazione del Vangelo ed un capovolgimento dell’intera economia della nostra fede negare a Gesù Cristo le funzioni della vita sensibile. Pertanto, l’esperienza garantisce che non c’è alcuna incompatibilità radicale tra il libero uso dei sensi e l’intuizione di Dio. – Ciò che rende illusoria la questione è che non sappiamo distinguere tra due stati così diversi tra loro: lo stato di beatitudine e quello di mortalità attuale. In quest’ultima, l’anima dipende in larga misura dal corpo e dai sensi; nella prima, l’intero impero appartiene all’anima divinizzata dalla luce della gloria. Abbiamo già visto quali conseguenze opposte derivino da questo stato di dolcezza: come, nell’uno, l’infermità del corpo si rifletta, per così dire, sull’Anima e la appesantisca; e come, nell’altro, la glorificazione dell’Anima si traduca in una correlativa perfezione di tutto l’essere organico. È in virtù della stessa legge che, nella condizione attuale della nostra natura, l’anima, per elevarsi alla vita superiore dello spirito, debba astrarsi dalle operazioni inferiori; e che sarà in grado, nella beatitudine, non solo di contemplare Dio senza ostacoli, ma anche di far scendere dall’alto di questa contemplazione un nuovo vigore sulle sue facoltà di sentire (S. Thom., 2. 2, q. 173, a. 4 ad 1.). – Ma allora, si potrebbe dire, perché San Paolo, momentaneamente elevato al cospetto di Dio, perse l’uso delle facoltà sensitive e perché Nostro Signore lo conservò, dal momento che entrambi erano in uno stato di mortalità? È perché, rispondono i nostri Dottori, il principio successivo della visione non era lo stesso nel Maestro e nel discepolo. Gesù Cristo aveva in sé, sotto forma di perfezione permanente, la luce della gloria: tanto da richiedere un intervento della sua potenza divina per salvaguardare nel suo corpo le debolezze della mortalità, rivendicate dal suo ruolo di Redentore. In Paolo, invece, l’atto della visione divina, essendo come un lampo fugace, non procedeva da un principio intimo e stabile nell’anima. L’Apostolo non ha ricevuto la luce della gloria, come la possiedono i Santi in cielo e come l’ha ricevuta Gesù Cristo, conversando con noi. L’illuminazione che gli rivelò, per un istante, le profondità di Dio, era analoga alle grazie passeggere che riceve un peccatore (S. Thom., de Verit., q. 13, a. 3, ad 3; q. 10, a. 11, ad 3; cf. 2-2, q. 175, a. 3, ad 2). E questo è il motivo per cui, riguardo alla visione divina, c’era una differenza tra San Paolo e ogni Beato abitante del cielo che è analoga a quella che si riscontra, riguardo allo stesso atto soprannaturale, tra due Cristiani, l’uno privo della grazia e delle virtù infuse, e l’altro giustificato. Quindi, per concludere, se l’esempio di San Paolo dimostra che la visione immediata di Dio ha come conseguenza in questa vita la cessazione della percezione sensibile, nulla ci obbliga a dare lo stesso giudizio sulla stessa visione, come quella che ammiriamo in Nostro Signore e nelle sue membra glorificate. – Bisogna ammettere che tutte queste spiegazioni, anche se mille volte più luminose e profonde, sono solo concezioni infantili rispetto alle realtà che il Signore ha preparato per coloro che lo amano. E non è l’ultima delle nostre consolazioni, in mezzo all’angoscia in cui ci troviamo, sapere che questa futura beatitudine dei nostri corpi superi in modo eccellente tutte le gioie di questo mondo, essendo essa stessa superata dalla beatitudine sostanziale dell’anima, cioè dalla vista, dall’amore e dal godimento di Dio?

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe. – Paramenti bianchi.

Festa di precetto.

Avendo da tutta l’eternità deciso di fare di Maria la Madre del Verbo Incarnato (Ep.), Dio volle che dal primo istante del suo concepimento Ella schiacciasse la testa del serpente, e la circondò di un ornamento di santità (Intr.) e fece della sua anima, che preservò da ogni macchia, un’abitazione degna del suo figliuolo (Oraz.). La festa dell’Immacolata Concezione si celebrava nel sec. VIII in Oriente il 9 dicembre; nel sec. IX in Irlanda il 3 maggio e nell’XI sec. in Inghilterra l’8 dicembre. I benedettini con S. Anselmo, e i francescani con Duns Scoto (+ 1308) si dimostrarono favorevoli alla festa dell’Immacolata Concezione, celebrata dal 1128 nei monasteri anglo sassoni. Nel sec. XV papa Sisto IV, fece costruire nel Vaticano la cappella Sistina in onore della Concezione della Vergine. E l’8 dic. 1854 Pio IX proclamò ufficialmente questo grande dogma; interpretando la tradizione cristiana, sintetizzata dalle parole dell’Angelo: « Ave Maria, piena di grazia, il Signore è teco ». ( Vang.) « Sei tutta bella, o Maria, e macchia originale non è in te » dice con grande verità il verso alleluiatico. Come l’aurora, messaggera dei giorno, Maria precede l’astro che ben presto illuminerà il mondo delle anime. (Com.). Ella introduce nel mondo suo Figlio e per la prima volta si presenta nel ciclo liturgico. Domandiamo a Dio di « guarirci e di purificarci da tutti i nostri peccati » (Secr.. e Post.), affinché siamo resi più degni di accogliere Gesù nei nostri cuori.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Is LXI: 10

Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.


Ps XXIX: 2

Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me: nec delectásti inimícos meos super me.

[Ti esalterò, o Signore, perché mi hai rialzato: e non hai permesso ai miei nemici di rallegrarsi del mio danno.]


Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti: quǽsumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas.

[O Dio, che mediante l’Immacolata Concezione della Vergine preparasti al Figlio tuo una degna dimora: Ti preghiamo: come, in previsione della morte del tuo stesso Figlio, preservasti lei da ogni macchia, cosí concedi anche a noi, per sua intercessione, di giungere a Te purificati.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov VIII: 22-35

Dóminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram: necdum fontes aquárum erúperant: necdum montes gravi mole constíterant: ante colles ego parturiébar: adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat coelos, áderam: quando certa lege et gyro vallábat abýssos: quando æthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum: quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos: quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens: et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore: ludens in orbe terrárum: et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

[Il Signore mi possedette dal principio delle sue azioni, prima delle sue opere, fin d’allora. Fui stabilita dall’eternità e fin dalle origini, prima che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi e io ero già concepita: non scaturivano ancora le fonti delle acque: i monti non posavano ancora nella loro grave mole; io ero generata prima che le colline: non era ancora fatta la terra, né i fiumi, né i càrdini del mondo. Quando preparava i cieli, io ero presente: quando cingeva con la volta gli abissi: quando in alto dava consistenza alle nubi e in basso dava forza alle sorgenti delle acque: quando fissava i confini dei mari e stabiliva che le acque non superassero i loro limiti: quando gettava le fondamenta della terra. Ero con Lui e mi dilettava ogni giorno e mi ricreavo in sua presenza e mi ricreavo nell’universo: e le mie delizie sono lo stare con i figli degli uomini. Dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Udite l’insegnamento, siate saggi e non rigettatelo: Beato l’uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno all’ingresso della mia casa, e sta attento sul limitare della mia porta. Chi troverà me, troverà la vita e riceverà la salvezza dal Signore.]

Graduale

Judith XIII: 23

Benedícta es tu, Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram,
[Benedetta sei tu, o Vergine Maria, dal Signore Iddio Altissimo, piú che tutte le donne della terra].

Judith XV: 10

Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri. Allelúja, allelúja
[Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu l’allegrezza di Israele, tu l’onore del nostro popolo. Allelúia, allelúia]

Cant. IV: 7

Tota pulchra es, María: et mácula originális non est in te. Allelúja.
[Sei tutta bella, o Maria: e in te non v’è macchia originale. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc I: 26-28
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus.[In quel tempo: Fu mandato da Dio l’Àngelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nàzaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la Vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, l’Àngelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: Benedetta tu fra le donne.]

OMELIA

[J. B.- Bossuet: La Madonna, discorsi nelle sue feste – trad. F. Bosio; 1944 – V. Gatti ed. Brescia, 1934].

IMMACOLATA CONCEZIONE – II DISCORSO

Tota pulchra es.

Se ci è caro il dolce nome di Maria, e godiamo nel celebrare le sue lodi e bramiamo la sua gloria, io e voi, o Cristiani, figli della Vergine, che qual madre oggi qui ci riunisce, dobbiamo godere ed esultare nel Signor nostro Iddio. Oggi è tornato luminoso il giorno di festa che ricorda il grande istante in cui l’anima di Maria, anima predestinata al più alto grado di grazia e di gloria, s’unì al corpo: un corpo la cui purezza non ha confronto e neppur l’uguaglia il candore degli spiriti celesti; corpo che un giorno attirerà sulla terra lo Sposo vergine delle anime caste! È doverosa, nevvero, o fratelli, una grande gioia?… una grande gioia spirituale inondi dunque l’anima nostra in questa festa! Via, via da questa concezione le lacrime ed i pianti che accompagnarono il nostro primo essere… questa fu tutta purezza e candore. Oh no, non dobbiamo credere, o Cristiani, che la corruzione che intacca all’inizio la vita di ogni essere nato da donna, abbia anche solo sfiorato la immacolatezza dell’anima di Colei che Dio destinava a Madre dell’Unigenito! È questo che voglio pensiate con me, che vi parlo, ma, non ve lo nascondo, con una grande trepidazione. Tra tutti gli argomenti, che si trattano nelle scuole e nelle adunanze dei dotti ecclesiastici, nessuno è delicato quanto questo, perché oltre la difficoltà del Soggetto, che mette in imbarazzo anche i più dotti oratori, la S. Chiesa impone la più grande cautela ed un grande riserbo nelle affermazioni! [Notiamo che Bossuet parlava quando il dogma non era definito.] … Diciamo subito, o Cristiani, e diciamolo a gloria del nostro Padre celeste, che la Vergine Santa, non provò affatto gli attacchi del peccato, comune alla nostra misera natura… diciamolo con quanta forza e gioia possiamo… che non si stacchi però da una prudente riservatezza: sarà soddisfatto il bisogno del nostro cuore… ma insieme sarà obbedita, e quindi contenta, la nostra Madre la Chiesa, senza che nulla vi perda la nostra tenerezza figliale verso la gran Madre del Cielo. Vi sono certe teorie oscure e difficili, che per persuaderle a noi ed agli altri occorre accanto ad uno sforzo di ragionamento, tutto il fascino dell’arte del dire. Altre, invece, hanno in se stesse una tale luminosità, che subito gettano sprazzi di luce nell’anima che le studia; anzi ci si sente portati ad amarle prima ancora d’averle conosciute attraverso il lavoro della intelligenza. Sono verità che non hanno bisogno di dimostrazione: si tolgan gli ostacoli, si chiariscan le obbiezioni e subito l’intelligenza, per un moto spontaneo dell’anima, vi aderisce. – Per me la verità che la concezione della Madre di Dio godette d’uno specialissimo privilegio, cioè che il suo Figlio, suo Dio onnipotente, l’abbia voluta preservata dalla comune infezione che intacca tutte le nostre facoltà, giù, giù fino in fondo all’anima ed avvelena le sorgenti della nostra vita, per me vi dico è una di queste verità che s’intuiscono e si amano per un bisogno prepotente del cuore! …. Crederete con tranquillità, vi dissi, ma lo dissi così per dire, poiché voi ne siete più che convinti, e le mie parole non potranno che confermare la vostra pia credenza, in attesa della parola definitrice della Chiesa nostra Madre e Maestra infallibile. – Mi pare proprio inutile esporre qui una verità che non può essere sconosciuta ad alcuno. La sappiamo tutti: Adamo nostro primo padre, s’alzò contro Dio, e perdette all’istante il dominio che naturalmente aveva sulle sue passioni: la ribellione vendicò terribilmente la prima grande disobbedienza umana. Egli sentì subito una rivolta paurosa, dentro di sé, alla quale non trovava forza per opporsi: la materia di cui era composto s’era alzata prepotente contro la ragione spaventata di non poterla domare. Ma, ed è ancor più deplorevole, avvenne che le brame brute e cieche dei nostri sensi, abbuiando la mente, ebbero gran parte nella nostra nascita. Viene da questo che un non so che di vergognoso circonda il fatto della generazione d’un uomo, perché noi tutti veniamo da un appetito fuorviato che fece arrossire il nostro primo padre. – (….)  Che diremo allora della Santa Vergine? È verità: concepì essendo Vergine; ma non fu concepita da una vergine! Tale onore non può attribuirsi che al Figlio suo: per Lei, la concezione dovette compiersi nel modo comune; come sarà preservata dalla corruzione inseparabilmente congiunta all’atto della generazione umana? Ricordiamo che l’Apostolo Paolo, parla di questa infezione con frase così universale, che pare impossibile poter ammettere una deroga a questa legge, una eccezione. Dice infatti, nella sua lettera ai Romani (V, 12) « tutti hanno peccato: tutti morirono in Adamo, ché tutti in Adamo hanno peccato ». Vi sono anche altre frasi simili e non meno forti né meno universali!… Dove troveremo noi un rifugio in cui porre la cara nostra Madre perché sfugga alla condanna universale? Oh certamente tra le braccia del suo Figlio divino… nell’onnipotenza divina. Sarà questa sorgente di misericordia divinamente inesauribile, il suo rifugio. Mi pare abbiate ben compresa l’obbiezione: io cercai, come meglio potevo, presentarvela in tutta la sua forza. Seguitemi con attenzione, mentre rispondo: vi dirò tutto in poche parole, poiché parlo a persone intelligenti. Non possiamo negare, o Cristiani, che Maria sarebbe come noi stata perduta, se il Medico pietoso che sa trovar rimedi a tutti i nostri mali, non avesse divisato di prevenirne la morte con la sua grazia. Il peccato che, come torrente impetuoso, travolge ogni nato da donna avrebbe travolto nei suoi gorghi avvelenati Maria. Ma, non v’è ondata, così travolgente ed impetuosa, che non possa essere arrestata dalla divina onnipotenza quando e come le piaccia. Mirate con quale rapida costanza il sole compie il cammino tracciatogli dalla provvidenza: eppure noi sappiamo che, nella piena corsa, con la parola di un uomo, Dio lo fermò. – Gli abitanti le rive del Giordano, il fiume sacro della Palestina, vedevano con quanta rapidità le sue acque correvano al Mar Morto… eppure l’Armata d’Israele le vide rimontare alla sorgente per lasciar libero il passo all’Arca dell’Alleanza del Dio Onnipotente. – Qual cosa più naturale che le fiamme d’una fornace ardente brucino… eppure l’empio Nabucodonosor non ammirò tre giovani lieti tra le fiamme, che il suo comando ed i suoi carnefici avevano invano aizzato? – Non di meno davanti a questi fatti miracolosi, nessuno di noi vorrà dire che vi sia fuoco che non bruci, né che il sole non corra eterno per la sua via, né che qualche fiume torna le acque alla sorgente da cui nascono: tutti siamo di questo persuasissimi senza che i fatti prodigiosi, che non neghiamo, ci tolgano la nostra convinzione che è certezza. Ma perché questo? Oh bella!… perché noi, cari fratelli, siamo troppo avvezzi a parlare guardando al corso ordinario degli avvenimenti e delle cose… mentre al Signore piace alle volte operare secondo le leggi della sua onnipotenza che è al di sopra di tutto il nostro parlare e pensare. Ed allora non meraviglia affatto, che il grande Apostolo abbia così parlato e scritto, sulla universalità del peccato originale, che dà la morte ad ognuno dei discendenti d’Adamo: era l’ordine naturale delle cose che qui considerava l’Apostolo: ogni nato da donna viene infallantemente e per necessità di natura ucciso dalla colpa nella sua anima: come è naturale al fuoco di bruciare, all’acqua di scorrere dalla montagna alla pianura, così il nascere porta con sé la corruzione e la morte. Ma io posso anche dire che questa maledizione universale, e tutto quanto l’uomo davanti al fatto può dire, non può impedire al Re onnipotente, che con leggi governa gli spiriti e la materia, di spezzarle queste leggi… sospendere le condanne uscite le une e le altre, dalla sua bocca! E quando, o Dio, e con chi, domando al mio Signore, userete voi di questa vostra potenza senza limiti, che è legge a se stessa, se non per far grazie a Maria? Non vi nego, o fratelli, che alcuni dottori, sostengono che questo voler mettere restrizioni a queste parole così chiare e generali è grande imprudenza…. e porta a terribili conseguenze! Ma, io vi chiedo o Cristo Salvatore nostro, quale conseguenza?… Pesate, vi prego, le mie parole: Queste conseguenze minacciate, mi pare non si debbano affatto temere… forse qualcuno potrà vantare uguale diritto? Scusate, se voi ad esempio, pensate di fare un dono od un favore ad una persona di condizione poco elevata: state ben attenti vi dico, potrebbe venirne per conseguenza che molti altri, davanti al fatto, pretendano eguali favori? Ma, fratelli, cerchiamo pure nei cori degli Spiriti belli del cielo e tra i Beati, credete voi si possa trovare una creatura che non solo possa eguagliare, ma anche solo confrontarsi con la Vergine Santa? Ah no… né l’obbedienza dei Patriarchi, né la fedeltà dei Profeti né lo zelo instancabile degli Apostoli, né il coraggio dei Martiri, né la diuturna penitenza dei Confessori, né la purezza intemerata dei Vergini, né tutta la grande virtù che in modo così mirabile e vario Dio ha sparso nei gradi dei Santi, può dare nulla che possa solo avvicinare la Vergine Maria. La sua maternità gloriosa, l’alleanza stretta tra Lei e Dio la sollevano ad un ordine di grandezza che rifiuta ogni confronto. Ed allora?… quando abbiamo tanto dislivello e disuguaglianza, quali conseguenze si potrebbero temere da un intervento dell’Onnipotente? Trovatemi prima un’altra madre di Dio, un’altra vergine feconda… un’altra che possa esser salutata piena di grazia, che riunisca in sé una umiltà sì profonda ed una dignità così eccelsa ed ogni altra meraviglia che si contempla ed ammira nella Vergine, e poi diremo che un’eccezione alla legge generale in suo favore, può suscitare… pretese… preparare tristi conseguenze!! Vi sono leggi universali da cui Maria fu esente? non è triste necessità ad ogni donna di diventar madre nel pianto e con pericolo della vita? Maria ne fu esente. E non diciamo di tutti gli uomini che « peccano molte volte ed in molte cose » « in multis offendimus omnes » e non c’è anima giusta che non cada in quelle debolezze che noi diciamo colpe veniali? È verissima e universale tale asserzione, ma pure l’ammirabile S. Agostino non esita a sottrarne l’innocentissima Maria. Certamente accettando ed ammettendo che Ella segua, nella sua vita l’ordine comune potremmo anche credere, come conseguenza, che sia stata concepita in colpa, come ogni uomo? Ma se, al contrario, noi accettiamo una esenzione speciale da tutte le leggi; se consideriamo secondo il dettame della fede, od almeno secondo il pensiero dei più grandi Dottori; se, dico, noi vediamo una maternità ed un parto senza dolore, una carne senza corruzione, sensi senza ribellione, una vita senz’ombra di macchia, una morte senza strazio né pena: se il suo sposo non ne fu che il custode, le nozze null’altro che un velo candido che protesse e coprì la sua verginità, il nato da Lei un fiore staccato dalla sua integrità: se, quando concepì, la natura attonita e confusa credette fossero abolite le sue leggi, e lo stesso Santo Divino Spirito sostituì la natura e protesse le delizie di quella purezza che è insidiata dalle brame cupide della carne… chi vorrà sostenere che qualche cosa di soprannaturale non sia intervenuto nel concepimento di questa Principessa, e che questo momento solo della sua vita non sia stato suggellato da prodigi? Potreste dirmi che questa purissima innocenza è la prerogativa del Figlio di Dio e volerla concedere alla sua Madre, è un diminuirla al Cristo o, almeno, togliere a Lui, quanto è esclusivamente suo? È l’ultima lancia spezzata dai dottori di cui confutiamo le obbiezioni. Ma io vi prego e scongiuro, o Dio mio, o Cristo mio Maestro, che mai un tal pensiero offuschi un istante la mia intelligenza! S’oscuri la mia mente, cessi la mia parola, si cancellino i miei scritti se essi posson togliere un ette alla vostra grandezza! Voi siete l’Innocente per natura, Maria per grazia… Voi per eccellenza, Maria per un divinissimo privilegio. Voi siete Innocenza infinita perché Redentore, Lei innocentissima come la prima che il vostro sangue purificatore ha purificato. – Eccovi soddisfatti quelli che trepidano si tolga qualcosa a Nostro Signore… così io penso. E poi se noi ci proclamiamo tutti colpevoli per natura, non è un modo questo per proclamare l’innocenza del Salvatore? Che se pensate aver fatto già molto col metterLo al disopra d’una massa infinita di colpevoli, non vogliate far cattivo viso a me se tento trovare almeno una creatura innocente sopra la quale innalzare ancora il Salvatore, per dimostrare che non è solo della nostra colpa ch’Egli ha una esenzione, ma da ogni colpa! È necessarissimo ch’Egli s’alzi ad altezza infinita al disopra della santità della sua Madre; lo ammetto, ma dovrete anche concedermi che è più che ragionevole il bisogno di innalzare questa Madre al di sopra, e quasi senza misura, delle altre creature serve del Signore. Cosa rispondereste ad una domanda tanto ovvia e legittima? Badate però, che io non mi accontento, dico a costoro; se mi affermano che fu santificata nel nascere, anzi prima della nascita; perché se è già un grande privilegio, li prego di ricordare che di tale privilegio ne godette anche Giovanni Battista, e forse qualche altro profeta. – Quello che oggi io domando e voglio, e mi si possa dare, è mi si conceda qualcosa di singolare, anzi unico, per Maria, salvi solo i diritti del suo Gesù! Io per mio conto, mi sento appagato nei bisogni della mia mente e della mia pietà stabilendo come tre gradi, molto facili a comprendersi. Vi dico subito: il Salvatore s’alza infinitamente alto sopra la corruzione comune… Maria vi sarebbe stata soggetta: ma ne fu, pesate bene la parola, preservata. Per gli altri Santi… essi contrassero il contagio, ma ne furono liberati. Mi pare che in tal modo si conceda un privilegio alla Madre senza toccare l’infinita grandezza del Figlio; soluzione giusta ed equa questa e per nulla sconveniente alla Divina Provvidenza: anzi, il Cristo Salvatore, che, come insegna la teologia, venne a purificare gli uomini tutti dal peccato originale, che era la grande opera del diavolo, in Maria riporta su di lui una gloriosa e completa vittoria… lo domina, lo vince, lo scaccia dovunque possa nascondersi. Come? mi domandate voi névvero fratelli? È chiarissimo il ragionamento. Questo vizio originale regna in ogni nato nuovo: Gesù ne lo scaccia col Battesimo. Non basta: il demonio per questo peccato penetra fino nel seno delle madri nostre, dove, incapaci di sfuggirgli, ci rende nemici di Dio; Gesù scelse qualche anima grande che purificò ancora nel seno che materno: anche là Egli sconfisse il peccato. Sono coloro dei quali diciamo che furono santificati avanti la nascita come S. Giovanni, di cui ci assicura il Vangelo, Geremia e S. Giuseppe come pensano alcuni Dottori. – Rimane però ancora un rifugio, o Salvatore caro, che il demonio ritiene inespugnabile… dal quale crede ed afferma che nessuno lo potrà cacciare. È nel momento della concezione, che sfida la vostra onnipotenza. Voi gli strappate, dice, il corso della vita nostra, ma egli s’aggrappa, senza nulla temere, alla radice, alla sorgente che infetta col suo dominio. « Sorga il Signore e siano sgominati i suoi nemici, fuggan dal suo cospetto quelli che lo odiarono, prega il vostro santo Re. – Scegliete una creatura, almeno una sola, che voi santificherete nell’istante stesso in cui avrà la vita!… mostrate al vostro nemico giurato, che la vostra potenza previene il suo soffio pestifero… costringetelo a confessare che non v’è oscurità profonda in cui non penetri la vostra luce scacciando con sprazzi luminosissimi le sue tenebre infernali. Eccovi Maria… degno della vostra infinita bontà, e dello splendore d’una tal Madre, che si senta si veda in Lei un prodigio di onnipotenza, della vostra protezione speciale! Fratelli miei, che ve ne pare?… cosa pensate di questa dottrina? non vi si presenta ben accettabile?… Per conto mio, quando considero Gesù Salvatore, amore, gioia speranza nostra, tra le braccia della Vergine, o quando si nutre del suo latte virgineo, o dolcemente addormentato sul suo petto, o ancora nascosto nel suo seno (ma io qui mi arresto, mi fermo davanti a questo pensiero che sarà più adatto quando fra pochi giorni celebreremo il Natale del Salvatore e l’adoreremo nell’attesa dentro le viscere materne…). Quando, vi dico, io contemplo l’Incomprensibile fatto piccolo, l’Immenso quasi limitato a confini, quando o dolce Redentore, vi penso ed adoro dentro a questa angusta prigione, dico a me stesso: Sarà mai possibile pensare che Dio abbia voluto cedere, diciamo pure per un solo istante, questo tempio santo che destinava al suo figlio, questo tabernacolo in cui avrebbe dimorato riposando per lunghi mesi, questo letto verginale su cui avrebbe celebrate mistiche nozze con la natura umana? Parlo e penso così da me stesso… poi rivolgendomi di nuovo al Salvatore « O Benedetto Bambino, gli grido, deh non sopportate, deh non permettete che la vostra Mamma sia toccata da quella mano putrida!… Che se satana l’osasse mentre voi dimorando in Lei ne fate un paradiso… quali fulmini non dovreste scagliare su quella testa superba!… Con quanto ardore geloso difendere l’innocenza di vostra Madre!… Ma, fanciullo benedetto per cui sono i secoli ed i tempi… Voi eravate avanti i tempi ed i secoli tutti! quando la Mamma vostra fu concepita, la rimiravate dall’alto dei cieli… anzi Voi ne formavate le membra, soffiaste dal vostro labbro il soffio di vita che animò la carne che divenne carne vostra… State attenta divina Sapienza, vigilate che proprio in questo momento, Ella la vostra Mamma verrà contaminata da un peccato schifoso… in questo istante sarà la schiava di satana, il vostro nemico… deh scongiurate tanta sventura, ve ne prego per la vostra bontà infinita! Cominciate Voi ad onorare la Madre vostra, fate godere a Lei il beneficio di aver un Figlio che era prima che Lei fosse… alla fin fine Ella è già vostra Madre, e Voi le siete Figliolo, fin da quell’istante! » Fedeli miei cari, sarà un momento di entusiasmo pio che mi farà dire questa preghiera?… non sarebbe invece una verità? e perché non potrebbe essere realtà dolce, consolante realtà, quella che domando io al Signore a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo?… Sì, l’Unigenito dell’Eterno Padre, già da quell’istante è Figlio di Maria: non nella successione dei secoli che si svolgeranno, ma nel consiglio di Dio cui tutto è presente. – Ascoltatemi ancora: quando Dio nell’eterno segreto dei suoi disegni ha deciso un avvenimento, osservate che la Scrittura santa ne parla come d’un fatto compiuto. Isaia ad esempio dice: « Ci è nato un bimbo, ci fu dato un Figlio » (IX-6) parlando di nostro Signore: che vuol dire ciò, o fratelli miei? Gesù Cristo non era ancor nato, ma il santo Profeta pensava che Iddio non pensasse come gli uomini che fanno progetti che sfumano: pensiero e volontà in Dio hanno un effetto infallibile! Fu così che penetrando Egli, illuminato dall’alto, nel grande disegno dell’Eterno Padre d’inviare il suo Unigenito nel mondo, trasalisce di gioia, e come se la visione fosse già compiuta l’annuncia, perché Egli la vede decretata da un decreto immutabile. È ben degno dei Profeti tal modo di parlare che tanto rispecchia la Maestà di Colui che li inspira; perché, come osserva il severo Tertulliano, « è ben conveniente alla Natura divina che non conosce in se stessa alcuna successione né mutazione di tempo, d’aver come già fatto tutto quanto ella comanda, poiché davanti a Lei l’Eternità tiene fisso un eterno presente ». Allora è vero, ed io non mi posso ingannare affermando che la Vergine Santa, fin dal primo istante della sua concezione era già Madre del Cristo Salvatore, non umanamente parlando, ma secondo la parola di Dio, cioè, come abbiamo visto, è modo di parlare della Santa Scrittura. Voglio rafforzare la mia affermazione, con un’altra dottrina meravigliosamente spiegata dallo stesso Tertulliano. Racconta questo grande uomo, che avendo deciso il Figlio di Dio di prender umana carne (quando sarebbe giunta l’ora segnata) fin dal principio si compiacque conversare cogli uomini: per questo spesso discese dal Cielo: era Lui che parlava in forme umane ai Patriarchi, ai Profeti. Tertulliano considera queste varie apparizioni della divinità, come altrettanti preludi della Incarnazione, come preparativi del grande prodigio che già cominciava fino d’allora: « così, continua Tertulliano, Egli si avvezzava a parlare agli uomini, imparando, per così dire, ad esser uomo compiacendosi essere dapprincipio, quel che sarebbe diventato nella pienezza dei tempi ». « Ediscens jam inde a primordio, jam inde hominem quod erat futurus in fine ». (Libro I contro Marcione, n. 27). – Ovvero per parlare in un modo più degno del grande mistero, non avvezzava sé, ma avvezzava noi a non scandalizzarci, quando avremmo sentito parlare d’un Dio uomo, e d’un Uomo-Dio: non si addestrava, ma abituava noi a trattare più famigliarmente con Lui, che velava, quasi, la sua maestà per adattarsi alla puerile nostra debolezza. Tale il piano del Salvatore! Su questa magnifica dottrina di Tertulliano io appoggio questo mio ragionamento che vi pregherei di ben seguire: non dubito vi farà bene. Maria era Madre di Dio nel primo istante in cui fu concepita: (ricordate che ve lo dissi appena ora?) Lo era secondo le leggi della Divina Provvidenza, e secondo le leggi d’un’immutata ed immutabile eternità che in sé esclude ogni successione di tempo. Certamente non avete già scordato il passo mirabile di Tertulliano che tanto bene chiarisce questa verità. E proprio secondo queste norme il Figlio di Dio dovrà operare e non secondo le norme umane: non secondo le leggi del tempo ma quelle dell’eternità. Quando trattasi dell’Eterno Figlio dell’Eterno Padre, non parliamo di regole umane, ma parliamo di regole di Dio: per esse Maria era Madre di Dio secondo l’ordine delle cose divine, ed il Verbo eterno tale la considerò fin dall’istante della concezione, e già lo era al suo sguardo che vede un eterno presente. Tenete sott’occhio queste affermazioni, vi saranno di grande aiuto a ben comprendere quanto vi dirò in seguito. Continuiamo dunque: Noi impariamo da Tertulliano che il Verbo divino, molto tempo prima di prender umana carne, si compiaceva adattarsi alle sembianze ed al modo di sentire di noi uomini, tanto s’era, lasciatemi dir così, appassionato per la nostra miserabile natura! Ed allora, o cari, qual sentimento più naturale in noi che l’amore ai genitori?… Il Verbo di Dio quindi, molto tempo prima d’esser uomo amò Maria come Madre, e gioiva di questo suo amore: e non togliendo l’occhio da Lei, stornava dal tempio in cui già abitava ogni maledizione di profani: anzi già l’abbelliva dei suoi doni, la riempiva delle sue grazie continuamente: dal primo istante in cui Ella cominciava la sua vita fino all’ultimo sospiro con cui l’avrebbe chiusa. È questa la conseguenza che io voglio tirare dai saggi principi di Tertulliano: conseguenza molto veritiera, almeno pare a me, anzi mi sembra una base solida alla verità dell’Immacolata Concezione. Questa opinione ha una segreta forza, che persuade immediatamente le anime pie… dopo le verità definite io non troverei verità più assodata. È per questo che non meraviglia affatto, che la celebre scuola dei teologi di Parigi, imponga a tutti i suoi allievi la difesa di questa verità! Oh dotta assemblea, questa pietà per la Vergine forse è la più bella eredità trasmessavi dai vostri primi padri. Possiate crescere e sempre più fiorente! La devozione che avete verso la Madre come riflesso del suo divin Figlio, possa far suonare nei secoli avvenire la grande stima che le gloriose vostre fatiche vi hanno acquistato per tutta la terra! … La Chiesa, nostra madre e maestra, ha in grande onore l’immacolato concepimento della Vergine: è vero non ce la impone come verità di fede l’Immacolata, ma fa ben comprendere che un tale sentire le è di gran gioia. Vi sono cose ch’Ella comanda e che accettate fanno conoscere la nostra obbedienza; ve ne sono altre che ella dolcemente insinua: accettandole, noi le testimoniamo il nostro amore. Veri figli della Chiesa dev’essere un bisogno della nostra pietà, non solo obbedire ai comandi ma ancora piegarci immediatamente ad ogni più piccolo desiderio d’una madre sì buona sì Santa. Mi pare che voi tutti condividiate il mio sentire. Sarebbe però un’offesa la nostra cura in difender la purezza della Madre nostra, se altrettanta cura e premura non usassimo nel conservare in noi la purezza….

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28

Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, allelúja.

[Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne. Allelúia].

Secreta

Salutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta: ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur.

[Accetta, o Signore, quest’ostia di salvezza che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria: e fa che, come la crediamo immune da ogni colpa perché prevenuta dalla tua grazia, cosí, per sua intercessione, siamo liberati da ogni peccato].

Praefatio

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubique grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Concezione immacolata della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtù celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo: ]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXXVI: 3, Luc I: 49

Gloriósa dicta sunt de te, María: quia fecit tibi magna qui potens est.

[Cose gloriose sono dette di te, o Maria: perché grandi cose ti ha fatte Colui che è potente].

Postcommunio

Orémus.
Sacraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster: illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti.

[I sacramenti ricevuti, o Signore Dio nostro, ripàrino in noi le ferite di quella colpa dalla quale preservasti in modo singolare l’Immacolata Concezione della beata Maria].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LA GRAZIE E LA GLORIA (53)

LA GRAZIA E LA GLORIA (53)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO III

La condizione dei risorti dal punto di vista dell’essere. Le qualità esclusive dei corpi degli eletti; la loro relazione con l’anima glorificata.

1. – Quali saranno le gloriose prerogative di cui il Padre doterà i corpi dei suoi figli nel giorno della risurrezione? L’Apostolo si è assunto l’onere di risponderci: Cristo è il primogenito dai morti; come Egli è il nostro capo e il nostro esemplare nell’ordine della grazia e della santità, così lo è nell’ordine della gloria e della beatitudine (Rm, VIlI, 29: 1 Cor XV, 20, 23: Apoc, I, 5). La sua Risurrezione, pegno della nostra, sarà quindi il modello. Tale è il Capo, tali saranno i membri. Egli stesso, risuscitando i nostri corpi dalle ceneri dei sepolcri, li renderà conformi alla gloria del suo corpo (Fil. III, 21). E questo è una conseguenza necessaria del meraviglioso disegno che li ha resi membri del Corpo mistico, di cui Egli è il Capo. Se poi avessimo un’idea chiara della gloria del corpo risorto di Gesù Cristo, impareremmo, contemplandolo, quali privilegi siano riservati ai nostri corpi nella vita futura. Ma a Dio non è piaciuto mostrarci il corpo trasfigurato di suo Figlio nell’apparato del suo trionfo. Non è questo uno spettacolo per occhi mortali. Tuttavia, durante i giorni che volle trascorrere sulla terra prima di ascendere al cielo, Gesù Cristo risorto si degnò di lasciare che i suoi discepoli intravedessero alcuni raggi della sua gloria. Lo stesso Spirito Santo, per l’incoraggiamento e la consolazione dei fedeli, ha confermato questo insegnamento indiretto rivelandoci attraverso le Scritture, almeno nei suoi tratti generali, la perfezione che sta preparando per il corpo degli eletti. È da questa duplice fonte che i teologi e i Padri hanno tratto le descrizioni che ci forniscono. Ricordiamo, in poche parole, ciò che gli uni e gli altri hanno scritto su questo argomento. – « Il Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non avrà mai più dominio su di lui » (Rm VI, 9). Perciò « … il corpo (degli eletti), seminato nella corruzione, risorgerà nell’incorruttibilità; mortale, rivestirà l’immortalità » (I Cor. XV, 42, 53). Di conseguenza, per le membra come per il Capo, non ci sarà più nulla che predisponga alla morte, nulla che segua la mortalità: né il dolore, né la fame, né la sete, né la fatica; ma una vita piena, sicura di sé, al di sopra di tutti gli incidenti, di tutti i fallimenti e di tutti i cambiamenti (Apoc. XVIII, 8, ecc.): questo è il primo privilegio, l’impassibilità. – Ecco il secondo: il corpo di Gesù Cristo, dalla sua risurrezione, non conosce più gli impedimenti che la legge di gravità oppone al nostro libero movimento nello spazio. In un attimo è in grado di spostarsi da Gerusalemme ad Emmaus, da Emmaus a Gerusalemme e da quella città alla Galilea. Lo vediamo sollevarsi in aria, senza sforzo, sollevato non da una forza estranea, ma per virtù propria. Questa è l’agilità che lo Spirito Santo promette alle membra di Cristo. « Il loro corpo è stato seminato nella debolezza; risorgerà nella forza », completamente liberato da tutto ciò che può paralizzare o ritardare l’esercizio dei suoi movimenti … « Voleranno come aquile, correranno senza fatica, cammineranno senza stancarsi », dicono i nostri libri sacri (Is. XL, 31). – Se la pietra che chiude il suo sepolcro, né le porte dietro le quali i suoi Apostoli stanno chiusi e tremanti, non possono fermare Gesù Cristo risorto, Egli esce, entra all’ora che ha fissato; dove vuole, come vuole. Un raggio di luce non passa più facilmente attraverso il cristallo più puro che attraverso i corpi più solidi. Questa è una meravigliosa sottigliezza che fa parte di quella degli spiriti puri, ed è per questo che i nostri interpreti hanno pensato che sia affermata anche per gli eletti, almeno in egual misura, con queste altre parole dell’Apostolo: « Chi è stato seminato corpo animale, risorgerà corpo spirituale » (I Cor. XV, 44). Sì, come Gesù Cristo, il nostro modello, non conosceremo più barriere; non c’è bisogno che ci allontaniamo dagli ostacoli o che ci sottraiamo ad essi, se non possiamo né evitarli né abbatterli: perché nulla è più un ostacolo per un Corpo spiritualizzato. – Non ho letto nel Vangelo che Gesù Cristo, dopo la sua uscita dal sepolcro, abbia rivelato qualche caratteristica particolare dell’ultima e forse più nobile prerogativa dei corpi risorti, quella che San Paolo chiama gloria e la teologia chiama chiarezza (claritas), luminosità. Ma tre dei suoi discepoli ne avevano visto un’anticipazione, quando sul Tabor Egli si era trasfigurato davanti a loro, con il volto che risplendeva come il sole e le vesti che divenute candide come la neve (Mt. XVII, 2), una pallida immagine di ciò che ci viene promesso da queste parole dell’Apostolo: « Il corpo è stato seminato nell’ignominia, ma risorgerà nella gloria ». Che spettacolo è quello del Corpo di Gesù Cristo appeso alla croce; ammazzato, insanguinato, straziato; che spettacolo è anche quello dei corpi dei giusti mutilati e frantumati dalla tortura, o sfigurati dalla penitenza e dalla morte! Questa è l’ignominia. Ma guardate ora: eccoli qui, che risplendono con incomparabile luminosità intorno al Sole che è l’Agnello. E questa gloria non è solo luce; è la perfetta armonia tra tutte le parti del loro organismo. È quindi una bellezza senza eguali, poiché la bellezza è solo il fiorire dell’essere nell’armonia delle proporzioni, dell’ordine e della luce. – Sarà necessario rimuovere da questi corpi le gloriose cicatrici delle torture subite per preservare l’amore e la fedeltà del Re del Cielo? Dio non voglia! Nel giorno del trionfo, non c’è nulla da ammirare come le lacerazioni ed i fori fatti sulla bandiera nell’infuriare della battaglia. Gesù Cristo, il grande trionfatore, ha conservato la traccia dei chiodi e della lancia. E nessuno oserebbe dire che questo va a discapito della Sua ineffabile bellezza. « Mi sembra – scrive Sant’Agostino – che il nostro amore per i beati Martiri non sarebbe soddisfatto se, in questo regno, non vedessimo nei loro corpi le vestigia delle ferite che hanno ricevuto per il Nome di Cristo; e penso che probabilmente li vedremo. Non sarà per loro una deformità, ma un onore, e come una nuova bellezza che non scaturisce dal corpo ma dalla virtù, e che sarà ancora nel Corpo. Non enim deformitas in eis, sed dignitas erit, quædam, quamvis in corpore, non corporis sed virtutis Pulchritudo fulgebit. « Tuttavia, se i Martiri hanno perso qualche arto, Colui che ha promesso loro che nemmeno un capello del loro capo sarebbe andato perduto, saprà come restituirglielo, conservando i segni lasciati dal ferro che ha colpito questi gloriosi atleti. È vero che non resterà nulla dei difetti che hanno guastato i corpi mortali; ma dovremmo chiamare difetti le nobili testimonianze di una virtù eroica? » (S. Agost., De Civit., L. XXII, c. 19, n. 3). Questo è il pensiero di Sant’Agostino. Sebbene la fede non mi obblighi a credere nella sopravvivenza di queste gloriose impronte, non so quale senso cristiano mi convinca ad ammetterlo e a vedere in esse un complemento di bellezza per chi le porta. Ho fiducia nell’Artista sovrano e gli farei un’ingiustizia se gli negassi il potere o la volontà di fare per i corpi dei suoi fratelli ciò che ha fatto nel suo stesso Corpo.

2. – Da dove verrà questo nuovo modo di essere, così diverso da quello che ci fa gemere quaggiù sotto il peso del nostro misero corpo? Non parlo della prima fonte: è troppo ovvio che, per trovarla, dobbiamo risalire a Dio, principio di ogni bellezza, di ogni luce, di ogni forza e di ogni armonia. Non parlo nemmeno del primogenito dai morti, Gesù Cristo, il Dio fatto uomo: è perché è morto che io risorgerò; è perché è risorto che io uscirò dal sepolcro; e se ho la felicità di partecipare alle glorie della sua Risurrezione, è perché Lui ne ha ricevuto la pienezza. Cerco una Causa, inferiore, senza dubbio, ma più vicina a me, più immediata. Questa causa delle proprietà che ho appena riconosciuto, la trovo indicata in questo testo del grande Apostolo: « Il corpo sarà seminato corpo animale e risorgerà corpo spirituale » (I Cor. XV, 44). No, non è più un corpo animale, che vive una vita materiale come quella delle bestie: così era il corpo dell’uomo al momento della prova e, in un certo senso, anche prima del peccato, causa della sua caduta. Che cos’è allora? Un corpo che partecipa alle proprietà dello spirito. Ma da dove viene questo privilegio, dove affondano le radici di tutte le altre? Ascoltate ancora San Paolo: « Se c’è un corpo animale, c’è anche un corpo spirituale, come sta scritto: ‘Il primo uomo, Adamo, fu fatto con un’anima vivente e il secondo con uno spirito vivificante” ». (Ibid. 44, 45, segg.). È qui che i maestri della Scolastica, e prima di loro Sant’Agostino, hanno visto il principio successivo delle qualità soprannaturali di cui saranno arricchiti i corpi degli eletti. – Lasciate che siano loro stessi a spiegarci cosa abbiano imparato alla scuola dell’Apostolo: « Se –  dice Sant’Agostino – chiamiamo carnale un’anima soggetta all’impero della carne, è giusto che una carne totalmente soggetta all’impero dello spirito porti il nome di spirituale; non perché diventi essa stessa spirito, ma perché lo spirito eserciterà su di essa un impero così meraviglioso e totale, che le toglierà completamente e per sempre la morte, la corruttibilità, il dolore, in una parola, tutto quel peso di debolezza e di miseria che la schiaccia o la ritarda. Non sarà più la salute perfetta di cui talvolta si gode sulla terra, e nemmeno lo stato che ammiriamo nell’uomo prima del peccato. Infatti, sebbene non sarebbe dovuto morire, se fosse rimasto fedele, aveva bisogno di cibo per sostenere la sua vita: era il corpo animale, non il corpo spirituale », perché lo spirito che lo animava non era ancora uno spirito vivificante (S. August. de Civit. L. XIII, c. 20; it. Ep 118, n. 14). Così parlava Sant’Agostino nella “Città di Dio“. Altrove scrive ancora, a proposito dello stesso testo: « Sia che per “primo Adamo” si intenda colui che fu formato dalla polvere, sia che per secondo si intenda Colui che nacque dalla Vergine; sia che ciascuno degli uomini debba essere l’uno e l’altro, il primo Adamo nel corpo mortale, il secondo Adamo nel corpo immortale, l’Apostolo ha voluto fare questa differenza tra l’anima vivente e lo spirito vivificante, affinché la prima faccia il corpo animale e il secondo il corpo spirituale. L’anima vive, in verità, nel corpo animale, ma essa non lo vivifica al punto da sopprimere la corruzione; nel corpo spirituale, invece, poiché aderisce perfettamente a Dio, e con questa adesione diventa un solo spirito con Lui, vivifica il corpo in modo tale da spiritualizzarlo, annientando in esso ogni germe di corruzione, ogni pericolo di separazione » (S. August. Ep. 205, n. 11). – L’Angelo della Scuola non parla diversamente. Chiedetegli perché questa impassibilità, questa bellezza risplendente, questa agilità, questa meravigliosa sottigliezza dei corpi glorificati; a tutte queste domande ha una sola risposta: poiché l’anima è immutabilmente e totalmente sottomessa a Dio, ha di conseguenza un pieno dominio sul proprio corpo; e poiché nulla potrà mai indebolire il regno di Dio sull’anima, nulla prevarrà contro l’influenza potente e salutare che l’anima esercita sul corpo (« Corpus erit totatiter subjectum animæ, divina virtute hoc faciente, non solum quantum ad esse, sed etiam quantum ad actiones, et passiones, et motus et Corporeæ qualitates. » – S. Thom, c. Gent. L. IV, c. 86). – Che cos’è la morte; che cosa sono le infermità, la debolezza, la passibilità? Tante insurrezioni contro il pieno e pacifico dominio dell’anima sul corpo. Pertanto, il corpo del risorto deve essere impassibile, immortale; e poiché nessun agente creato può sciogliere la catena d’amore che lega l’anima a Dio, nessuna forza esterna potrà distruggere la subordinazione che rende il corpo felicemente prigioniero dello spirito. Cos’è questa pesantezza che, in qualche modo, ci avvince alla terra? Un trionfo della materia sulla nostra natura spirituale. « Il corpo corrotto appesantisce l’anima », dice la Sapienza (Sap. IX, 15). Pertanto, l’anima, una volta padrona e pienamente indipendente nell’esercizio della sua facoltà motrice, dovrà sottrarre il proprio corpo a questa tirannia della legge fisica; e quando Gesù Cristo scenderà per giudicare il mondo, noi saliremo liberamente nell’aria per incontrare il trionfatore della morte (1 Tess., IV; 16). Sappiamo quale onta un corpo ribelle possa infliggere all’anima, e con quali ignominiose stimmate la segni, quando siamo abbastanza vigliacchi da cedere ai deliri dei suoi appetiti! Ora la situazione è cambiata. L’anima, bella e piena della luce di Dio, diffonde un bagliore di bellezza in tutto il suo corpo, di bellezza che nessun’altra bellezza naturale può suscitare in noi. – Che altro dire ancora? Per un’anima che è entrata nella gloria, non ci sono più ostacoli che impediscano il movimento del pensiero; con uno sguardo sicuro e fermo entra nelle profondità di Dio: perché il corpo, che essa spiritualizza, non dovrebbe partecipare a suo modo a questo potere di penetrazione? Dio ne ha fatto un corpo di luce, e ogni giorno conosciamo meglio quanto sia sublime la luce nell’aprire una via, anche attraverso i corpi apparentemente più impenetrabili (S. Thom., Suppl,, q. 81, a. 1 e 2; q. 84, a. 1; q. 85, a. 1 – Il santo Dottore non crede che ci possa essere per il dono della sottigliezza quello che ammette per gli altri, cioè una perfezione permanente che scaturisce dall’anima glorificata sul corpo; occorre supplire con un intervento miracoloso dell’Onnipotenza, che peraltro non viene mai rifiutata. Cfr. Suppl. q. 82, a. 2). Per avere l’ultima parola su queste meraviglie dobbiamo tornare al testo di San Paolo. Il primo uomo è stato fatto con un’anima vivente; l’ultimo, con uno spirito vivificante, cioè con uno spirito che prende possesso di tutta la vita dell’uomo e la trasforma a sua immagine e somiglianza (se vediamo nel secondo Adamo solo Gesù Cristo, il nostro Capo (1 Cor., XV. 45), avremmo comunque il diritto di attribuire a ciascuna delle sue membra una partecipazione dello spirito vivificant, vita del secondo Adamo). (1 Cor., XV, 45), avremmo comunque il diritto di attribuire a ciascuna delle sue membra una partecipazione allo spirito vivificante, poiché San Paolo, poche righe più avanti, dice espressamente: Qualis cœlestie, tales et cœlestes, etc.). – Dio, per la consolazione dei suoi figli, ha voluto dare loro più di una volta, in questa terra di esilio, un’immagine dei gloriosi privilegi che riserva loro nella vita futura. La storia dei Santi ci fornisce molti esempi. A volte è un’anima che, correndo verso Dio in un trasporto d’amore, solleva il suo corpo e lo tiene sospeso, come se avesse perso la sua gravità naturale; a volte è la luce interiore che fuoriesce, per così dire, attraverso le membra, come una fiamma dal suo focolare, e le incorona con i suoi raggi. Altri sono stati visti camminare sull’acqua o passare, come se fossero puri spiriti, attraverso i corpi che sbarravano loro la strada; altri ancora sono stati gettati nel fuoco e ne sono usciti vivi, integri, sani, come se avessero lasciato la più rinfrescante delle atmosfere. Sto parlando di fatti attestati da testimonianze inconfutabili e registrati nei documenti più autentici, i processi di canonizzazione: preludi imperfetti, senza dubbio, ma garanzie certe che il cielo ci sta preparando per l’eternità. – Aggiungiamo un’ultima riflessione: è che la natura materiale trova la sua destinazione finale nell’uomo spirituale: essa è fatta per lui. Non dirò in quali forme la sua attività universale e costante sia interamente al servizio dell’uomo. Per il momento è sufficiente sottolineare la sua nobile proprietà di manifestare lo spirito e le cose dello spirito.  San Paolo, nel primo capitolo della sua lettera ai Romani, ci insegna ciò che la Sapienza ci aveva già insegnato (Sap. XIII,1, segg.), come essa riveli le perfezioni del suo autore. Che cos’è nelle mani del vero artista? La rappresentazione dell’ideale attraverso il reale. Sotto l’ispirazione del genio, questo metallo inerte, questa pietra grezza, prende vita e diventa nei capolavori dell’architettura o della statuaria l’incarnazione più pura della bellezza spirituale. Che cos’è per l’oratore, cosa dico, per ogni uomo che gode del pieno uso delle sue facoltà? L’espressione dei pensieri più intimi. La voce, considerata fisicamente, non è altro che corporea, eppure è in essa e attraverso di essa che si rivela e si esprime ciò che di più spirituale e profondo c’è nella mente e nel cuore; tanto le idee e i sentimenti la penetrano e la assimilano. Per dirla in breve, è una legge, anche della nostra vita terrena, che il corpo sia come lo specchio dell’anima, che quest’ultima lo plasmi più o meno perfettamente a sua immagine e si manifesti attraverso di esso. Come possono dunque le anime glorificate, con l’aiuto di Dio Onnipotente, non rendere i loro corpi l’espressione vivida e radiosa di ciò che sono in sé? E che cos’è questo, se non il diffondere su questi stessi corpi le qualità con cui la nostra fede li mostra arricchiti per l’eternità (S. Thom. C. Gent., L. IV.)? Quali sono le leggi della materia che potrebbero sconfiggere la potenza, la sapienza e l’amore di Dio per i suoi eletti?

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (14)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (14)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO V

CONCLUSIONE (1)

Vediamo ora di riassumere quanto siamo andati dicendo a spiegazione di ciò che i Cattolici intendono per vita cattolica. Nulla di nuovo e nulla di originale; se lo fosse, non potremmo più parlarne come di pensiero cattolico, universale nel tempo e nello spazio. È qualche cosa di antico anzi, quale si trova in S. Paolo e S. Pietro e quale giunge sino a noi attraverso S. Agostino e S. Girolamo, S. Benedetto e S. Francesco d’Assisi, S. Tomaso d’ Aquino, S. Teresa, S. Giovanni della Croce, S. Francesco di Sales e S. Vincenzo de’ Paoli. È precisamente ciò che ha fatto questi Santi i quali, alla loro volta, altri ne hanno suscitati col loro esempio e con la loro influenza. È ciò che ha fatto l’ispirazione di una Giovanna d’Arco, di un Colombo, di un Thomas More, di un Pasteur, di un Pastor, di un Foch; di Dante, Petrarca, Racine; Chaucer, Crashaw, Francesco Thompson; Alfredo il Grande, Edoardo il Confessore, Enrico VI; Dunstan, Langton, Grosseteste, Colet; e per reazione anche di coloro la cui vita nel passato cattolico sembra non aver affatto contribuito alla gloria di esso. È lo spirito che vive oggi in ogni parte del mondo e in ogni condizione sociale, a Roma, a Parigi, a Londra, a Berlino, a New York, come nella foresta africana o nella jungla indiana, o nel villaggio cinese, lo stesso nella fede e nell’ideale morale, lo stesso, grazie a Dio, nei frutti. E questa vita è conseguenza logica di ciò che il Cattolico accetta e che tutto il Cristianesimo ha sempre e dovunque accettato fino a secoli recenti come base del suo credo e della sua stessa esistenza: “Abbiate in voi quel sentire che era anche in Gesù Cristo”. (Filip. II, 5). –  Ecco, per il Cattolico, l’importanza, la giustificazione, la necessità di ciò che si chiama dogma e di un’autorità che sia tanto sicura da renderne stabile la base. Senza un credo ben determinato, senza un’autorità infallibile non potrà darsi terreno solido sul quale costruire la vita ch’egli professa: ciò è provato ogni giorno dalla marea di opinioni e di contraddizioni, di certezze e di corrispondenti recise negazioni, dalle sabbie mobili e dagli edifici su di esse costruiti che cadono in rovina attorno a lui. – Nel Cristianesimo occidentale almeno, e noi non dobbiamo occuparci d’altro che di questo, la sola Chiesa Cattolica resiste intatta. Tutte le altre chiese hanno tanto cambiato e tanto continuano a cambiare che, per disperazione, pretendono essere questa medesima instabilità e queste continue fluttuazioni un contrassegno di verità. Chi parla di evoluzione accordo col progresso dei tempi dimentica che la verità non muta né può mutare. La fede e la pratica della Chiesa cattolica sono un tutto consistente giunte fino a noi, attraverso i secoli passati, adattandosi ad ogni successiva generazione, ma rimanendo inalterate nella sostanza, acquistando anzi in precisione per effetto della cultura e dell’esperienza, ma sempre l’identica e una verità. Sono state conservate dalla grande maggioranza dei Cristiani nel passato e son mantenute dalla grande maggioranza dei Cristiani di oggi in ogni clima e in ogni nazione, in ogni classe e in ogni circostanza. In quella fede e in quella pratica il Cristianesimo è ancora uno, e solamente in grazia loro quella che si civiltà cristiana può vantarsi di superare tutte le altre. –  Il pensiero cattolico, anzi la vita cattolica, si fonda innanzitutto sulla accettazione cattolica un Dio vivo, personale, oggettivo, onnisciente e onnipotente, dal quale tutte le cose create derivano e al quale vanno, in cui e per cui vivono e da cui in tutto dipendono, ma nello stesso tempo un Dio che è l’amore essenziale e che ha una cura personale ed amorosa di ciascuna delle sue creature. Questo Dio, autore di ogni essere e di ogni bene, è il primo principio e il fine ultimo dell’uomo che da Lui viene e a Lui va; in Lui vive e si muove ed esiste. L’uomo è dunque fatto per lo scopo d’amore di questo Dio che è tutto amore, e il raggiungimento di tale scopo costituisce la sua vera ragione d’essere, la meta ultima che gli darà la piena realizzazione di se stesso e perciò la pace. –

Il pensiero cattolico e la vita cattolica si fondano in secondo luogo sull’accettazione cattolica, intera e senza riserve, di Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Redentore del genere umano dal suo stato decaduto, Mediatore fra Dio e l’uomo, Amico degli uomini, loro Maestro infallibile, Modello che tutti debbono imitare, Capo del corpo umano, Luce venuta nel mondo, Via, Verità e Vita, Sacerdote e Vittima dell’unico Sacrificio di riconciliazione in cui “la clemenza e la verità si incontrano, la giustizia e la pace si abbracciano ». (Sal. LXXXIV, 11). In relazione a questi due assiomi dai quali non possiamo prescindere, la vita cristiana, distinta ma non mai avulsa dalla vita naturale dell’uomo, può esser considerata da due punti estremi che sono l’azione di Dio e l’azione dell’uomo stesso. Da una parte, il dono di questo Dio d’amore che si prodiga, com’è nella sua natura, all’anima tanto amata; dall’altra, e in contraccambio, nell’accettazione e nell’uso di sì grande liberalità, il dono dell’anima umana al Signore Iddio suo.

1. – Il dono di Dio all’uomo.

In primo luogo, dunque, il dono affatto gratuito dell’amore di Dio all’anima umana. Dio, la cui essenza è amore e che solo per amore può agire, ha amato l’uomo, sua creatura, fin da tutta l’eternità. “Ti ho amato di un amore eterno e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione”. (Ger. XXXI, 3). Il Profeta qui non fa che esprimere il vero motivo della Rivelazione divina. Ci ricorda che solo gli occhi dell’amore posson decifrare esattamente la Sacra Scrittura, solo una ragione illuminata dall’amore può interpretare la condotta di Dio nei riguardi dell’uomo, e solo una volontà resa ardita dall’amore potrà afferrare la mano che Dio misericordioso ci tende. Per effetto di quell’amore divino, e perché l’amore, sia da parte di Dio che dell’uomo, non può che desiderare il più e il meglio per l’essere amato, e per il bene di lui, darà ciò che è e tutto ciò che può, il Dio di ogni amore ha fin da principio ha predestinato la sua diletta creatura ad una vita, ad una meta, ad una sorte eterna molto superiore a quella che spetterebbe alla natura umana, e perciò veramente soprannaturale, che si può soltanto definire come partecipazione alla sua stessa vita perfetta, la vita divina.

(« Benedetto Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, celeste, in Cristo, in quanto ci ha eletti in Lui, prima della fondazione del mondo, a esser santi e irreprensibili nel suo cospetto, per amore avendoci predestinati ad asser figli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo, secondo la benignità del suo volere, sì che ciò torni a lode della gloriosa manifestazione della grazia sua di cui ci fece dono nel suo diletto Figliuolo”. (Efes. I, 3-6).

“Benedetto Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo il quale, secondo la sua grande misericordia, ci ha rigenerati ad una speranza più viva, mediante la resurrezione di Gesù Cristo da morte, ad una eredità incorruttibile, purissima, inalterata, riservata nei cieli per voi”. (I Piet. 1, 3-4).

Tuttavia, per la propria maggior gloria e anche per l’eterna ricompensa e gloria dell’uomo, Dio non ha creduto bene, nella sua infinita Sapienza, d’imporre la sua generosità alla creatura umana ch’Egli ha voluto libera. Fra tutti gli esseri nell’ordine della creazione di Dio, l’uomo solo ha la facoltà di onorarlo con libero ossequio, e una obbedienza spontanea e amorosa è certo il maggior onore che si possa rendere a qualsiasi potenza superiore. –  Dio onnipotente che non vuol contraddire il suo atto creativo ha lasciato libero l’uomo di accettare, o di rifiutare se preferisce, il favore straordinario che gli è offerto, dandogli così il modo di rendere a Lui stesso con quella accettazione la gloria che l’uomo solo può rendergli e di assicurarsi in cambio la gloria che l’uomo solo può conquistare. L’ha lasciato di accogliere il dono o di respingerlo, ma il suo amore non gli consentiva di abbandonarlo poi solo senza aiuti a far la sua scelta. Per puro amore dell’uomo, desiderandolo felice, non contento di dargli il mezzo di sceglier la via retta e di seguirla, Dio ha voluto ancora attirarlo, persuaderlo, scongiurarlo, anche minacciarlo. Perché la sua creatura possa conseguire la vita che le è offerta, e viverla, per quanto consentono le sue condizioni umane, anche sulla terra, Dio ha trovato il mezzo di vivere Egli stesso in ogni anima disposta ad accoglierlo. Né il suo amore si è appagato di questo; ha voluto innalzarla sempre più, attirarla a sé, ricrearla, farla rinascere a un nuovo stato di esistenza. Ecco ciò che la Chiesa Cattolica intende per vita della grazia, quella vita di cui S. Paolo, S. Giovanni e S. Pietro non si stancano mai di parlare. L’uomo nato di donna nell’ordine della natura “rinasce di Spirito Santo” (Giov. III, 5) nell’ordine della grazia: “nati non da sangue né da voler carnale né da volontà di uomo, ma da Dio”. (Giov. I, 13).

(“Voi non siete nella carne, ma nello spirito, se lo spirito di Dio abita in voi”. (Rom. VIII, 9).

“Poiché voi non avete ricevuto spirito di servitù da ricader nel timore, ma spirito di adozione a figliuoli in cui gridiamo: Abba! (Padre). Lo Spirito stesso attesta allo spirito nostro che siamo figli di Dio. E se figli, anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo”. (Rom. VIII, 15-17).

“E perché siete figli, mandò Iddio lo spiritò del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: Abba, cioè Padre. Sicché tu non sei più servo ma figlio, e se figlio anche erede per opera di Dio”. – Gal. IV, 6, 7).

Questo è ciò che intendiamo per vita soprannaturale: è una cosa nuova, un arricchimento della nostra esistenza naturale, che ci innalza ad un’altra sfera, quella di Dio stesso, e dà un nuovo significato al nostro pellegrinaggio quaggiù, una meta oltre quella della creazione, anzi il diritto al raggiungimento di quella meta, purché  vogliamo viver la vita che ad essa conduce. Così Dio, il Creatore, il Conservatore, il Padre, l’Amico nostro è insieme causa della vita soprannaturale in noi e ideale di questa vita. Egli ne è la sorgente, il mezzo, il fine; e noi tanto viviamo in quanto lo amiamo. E siccome per ogni vita è indispensabile un organismo adatto, così all’uomo, per questa sua vita soprannaturale, è dato un organismo soprannaturale corrispondente, inteso a trasformare qualunque azione Egli compia in quanto uomo; i suoi atti così non sono più soltanto semplici atti della natura umana dotati di solo valore naturale, ma sono altresì atti della vita divina ch’è in lui. E come tali sono accetti a Dio, perché provenienti non da una sua creatura qualsiasi, ma da un vero figlio diletto; in quell’ordine superiore diventano meritori, mettono l’uomo in grado di guadagnarsi il premio che spetta ai figli di Dio. È la vita di un Dio d’amore che non può trattenersi dal dare e la cui generosità non conosce altro limite all’infuori della limitata capacità della sua diletta creatura. Questa sua ricostruzione in noi è interamente opera sua, come lo fu la nostra prima creazione; è anzi Egli stesso che vive in noi in maniera affatto nuova, non solo in virtù dell’Esser suo – per potentiam, per præsentiam, per essentiam, — come si esprimono i filosofi, ma in virtù di un’unione ulteriore liberamente donata e liberamente ricevuta. Tutto questo intende il Cattolico quando parla di stato di grazia, di vita della grazia abituale, di inabitazione nell’anima umana dello Spirito Santo con i suoi doni e i suoi frutti e con le grazie attuali che li accompagnano. E questo fu il programma di Dio fin da tutta l’eternità; sotto questo riguardo l’uomo è vissuto fin da tutta l’eternità come pensiero di Dio. Se il disegno divino non gli fosse stato rivelato dall’alto, l’uomo non avrebbe mai potuto immaginarlo, sebbene qualche cosa di simile s’intuisca e s’intraveda nei filosofi del pensiero antico sotto forma di desiderio e quasi di presentimento. È una volta /che questa magnifica realtà gli è stata svelata e che, per la rivelazione della parola stessa di Dio, l’uomo è staio innalzato oltre il mondo della ragione e del senso fino ad un regno dove la verità sola vive senza veli, egli riflette e si accorge come questo apparente eccesso di liberalità sia perfettamente consono alla natura di quel Dio amorosissimo che finalmente conosce. È un miracolo degno in tutto di Lui e del suo amore. Ma l’uomo tradì il disegno di Dio. Con la libertà che gli era propria, l’unica forza che lo distingueva da tutte le altre creature e lo costituiva padrone sopra di esse tutte, e con la quale avrebbe potuto rendere a Dio un onore, una gloria, un servizio che nessun’altra creatura può rendergli, l’uomo calpestò il grande ideale che gli si offriva, respinse la grazia e la perdette. Preferì alla vita soprannaturale quella naturale che è a sua portata, che incomincia e finisce nella morte e che tutto a lui circoscrive. A Dio preferì se stesso, e alla vita eterna la vita di questa valle di lagrime: l’uomo preferì “le tenebre alla luce”. (Giov. II, 19). E con questa scelta deliberata commise un’offesa che, non essendo egli che creatura, mai avrebbe potuto da sé riparare. – Ma l’amore di Dio non si diede per vinto. L’uomo lo aveva respinto, preferendo ridursi allo stato abbietto di semplice uomo naturale; aveva detto al suo Dio che non voleva saperne di Lui; eppure questo Dio d’amore ancora lo inseguiva, e volle ancora venire a lui e riconquistarlo, se comunque ciò fosse possibile, e riaverlo per Sé. Volle scusarlo dicendosi che era cieco e che non sapeva quello che faceva; e decise di vincerlo con un nuovo eccesso di amore. Ma ciò doveva compiersi nell’ordine, secondo quella perfetta armonia che è attributo di Dio e che si riflette in tutta la creazione. Pur amando infinitamente, Egli era anche infinitamente giusto, e perché giustizia fosse compiuta oltre che soddisfatto l’amore e la misericordia, volle che questo dono di Sé, una volta respinto dall’uomo, fosse dall’uomo stesso riconquistato. E come poteva farsi ciò? Ché ormai, come abbiamo veduto, l’uomo naturale non poteva più nulla meritare.

“Come per opera d’un sol uomo entrò la colpa nel mondo e per la colpa la morte, così a tutti gli uomini si è estesa la morte in quanto che tutti peccarono”. (Rom. V, 12). E i morti nulla possono. L’uomo che di propria mano era morto alla vita di Dio non poteva più da sé risorger da morte e riprender la vita che aveva respinto. Ma il Dio d’amore trovò la soluzione, una soluzione che l’amore solo poteva concepire e portare ad effetto.

(“Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliuolo Unigenito affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Poiché Dio non ha mandato il Figliuol suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui”. (Giov. II, 16, 17).

“In questo si è manifestata la carità di Dio verso di noi, che Dio mandò il suo Figlio Unigenito nel mondo, affinché per mezzo di Lui abbiamo vita. In questo è la carità; che senza aver noi amato Dio Egli per primo ci ha amati e ha mandato il suo Figliuolo come propiziazione per i nostri peccati”. – I Giov. IV, 9, 10).

Per redimere i perduti e gli schiavi, per risuscitare i morti alla vita, per restituire al figliuol prodigo un posto nella casa del Padre, e per dare insieme a Sé medesimo in quanto Dio un compenso adeguato a ciò che gli era stato tolto, Dio stesso, nella Persona del Figlio, venne sulla terra a viver la vita dell’uomo e a morirne la morte. Come uomo, veramente uomo, ma puro e immacolato, “in ogni cosa simile a noi eccetto che nel peccato”, Gesù Cristo Figlio di Dio, fatto vero uomo, nella nostra natura sulla terra, rese a suo Padre un perfetto ossequio in nome di tutto il genere umano. In quanto uomo, ma con la forza della Divinità in Sé, chiese perdono al Padre per il male che era stato fatto e immolò in degna espiazione la propria vita umana fino all’ultima goccia di sangue. Fu l’amore a ideare il mezzo, l’amore a compiere il sacrificio volontario, l’amore ad accettare con gioia la riparazione e ad effondersi nuovamente sulla creatura amata.

(« Dio dà a vedere il suo vivo amore per noi, perché essendo noi ancora peccatori, Cristo per noi è morto. Or dunque, giustificati nel sangue di Lui, tanto più saremo a’ mezzo di Lui salvati dall’ira. Giacché se, essendo nemici, siamo stati riconciliati a Dio per la morte di suo Figlio, tanto più, riconciliati, saremo salvati nella vita di Lui. Né solo questo, ma anche ci gloriamo in Dio per opera del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione ”. – Rom. V, 8-11).

Così in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, e solo perché tale Egli era nella sua unica divina Persona, l’umanità restituì a Dio servizio ed ossequio perfetto e adeguato, anzi assai più perfetto e adeguato di quello che avrebbe potuto rendere se non fosse mai caduta o piuttosto se Gesù Cristo non si fosse mai fatto uomo. L’uomo offerse così a Dio una soddisfazione divina. In Gesù Cristo, con Lui e per i meriti di Lui, egli poteva rialzare il capo ed esser perdonato e riprendere la sua vita soprannaturale, rimanendo soddisfatte la giustizia e la misericordia. Ecco ciò che l’umanità deve a Nostro Signore Gesù Cristo; ecco l’essenza dei misteri che il Cattolico chiama Incarnazione e Redenzione. Ma non è ancora tutto. Non bastò al Dio d’amore, fatto uomo per amore, cancellare la sentenza che condannava la sua creatura e abbandonarla poi a compier da sola il suo destino come meglio potesse. Nostro Signor Gesù Cristo è realmente vero Dio, e come tale gli spetta di diritto l’uguaglianza col Padre; ma è anche vero uomo, e come tale si è fatto l’eguale dell’uomo e di conseguenza modello dell’umanità intera anche nelle vie di questa vita, con tutta la sua debolezza e le ansie del suo faticoso procedere a tastoni nel buio. –

(Di sé Egli disse: “Io vi ho lasciato l’esempio. Io sono la Via, la Verità, la Vita”. S. Paolo sottolinea con ardore queste parole del Maestro: “Abbiate in voi quel sentire ch’era anche in Gesù Cristo: il quale, sussistendo in natura di Dio, non considerò questa sua eguaglianza con Dio come una rapina, ma vuotò se stesso, assumendo la forma di schiavo, e facendosi simile ,all’uomo; e in tutto il suo esteriore atteggiamento riconosciuto come un uomo, umiliò se stesso, fattosi ubbidiente sino al punto di morire su una croce”. (Filip. II, 5, 8).

“Noi vediamo Gesù che è stato fatto di poco inferiore agli Angeli, per via della morte patita, coronato di gloria e d’onore, affinché per la grazia di Dio a favor di tutti subisse

la morte, giacché ben si conveniva a Colui per mezzo del quale e a cagion del quale ogni cosa è, volendo condurre alla gloria molti figliuoli, render perfetto per via di patimento l’autore della salvezza”. (Ebr. II, 9, 10).

“Noi non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire le nostre debolezze, ma invece è stato provato in tutto a somiglianza di noi, salvo il peccato”. (Ebr. IV, 15).

«Ond’è ch’Egli doveva in tutto esser fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo. Poiché appunto per essere stato provato lui e avere sofferto, per questo può venire in soccorso a quelli che sono nella prova”. (Ebr. II, 17, 10).

«Poiché quel che era impossibile alla legge in quanto era indebolita per via della carne, Dio, mandando suo Figlio in carne simile a quella del peccato e mandandolo per il peccato, condannò il peccato nella carne”. – Rom. VII, 3).

In altre parole, Gesù Cristo, essendo Dio fin da tutta l’eternità, è anche nel tempo uomo come tutti gli altri, con un’unica eccezione, lo abbiamo già notato. È l’amico dell’uomo, avendo portato sulla terra quell’amore che era in Lui nel Cielo: il Sacro Cuore di Cristo palpita dell’amore di Dio. È il fratello dell’uomo, membro della famiglia umana e con essa solidale, della stessa carne e dello stesso sangue; perciò nulla di umano gli è estraneo: gioia o dolore, vittoria o sconfitta, scienza o ignoranza. In virtù di ciò ch’Egli è e di ciò che ha fatto, Cristo è la sorgente e il seminatore di quanto v’è di buono nel campo dell’umanità. “Della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto ». (Giov. I, 16). – « Egli è il beato e unico Sovrano, Re dei re, Signore dei signori ». (I Tim. VI, 15). È la pietra angolare del tempio umano, base e coronamento

dell’edificio. È unito ai suoi da un vincolo più forte di quello del matrimonio perché è il Capo vivo del Corpo Mistico vivo. Gli scrittori del Nuovo Testamento, con frasi del tenore delle seguenti, e con una forza che indica com’essi vi annettessero un valore molto superiore a quello di semplici metafore, cercano di esprimere ciò che Gesù Cristo è agli uomini pel solo motivo della sua umanità.

(“Perciò dunque non siete più ospiti e forestieri, ma concittadini dei santi e della famiglia di Dio; edifizio eretto sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, essendone pietra angolare lo stesso Cristo Gesù su cui tutto l’edificio ben costruito s’innalza a tempio santo nel Signore, E voi pure siete parte di questo edificio che ha da essere abitacolo di Dio nello spirito”. (Efes, II, 19-22).

“Il campo di Dio, l’edificio di Dio siete voi”. (I Cor. III 9).

“Poiché nessuno può porre altra base oltre quella che già c’è, che è Gesù Cristo ». (I Cor. III, 11).

“Cristo fu come Figlio soprastante alla propria casa, e la sua casa siamo noi, a condizione che manteniamo salda sino alla fine la sicura fiducia e la speranza di cui ci gloriamo”, (Ebr. III, 6).

“Accostatevi a Lui, alla pietra viva rifiutata è vero dagli uomini, ma scelta e onorata da Dio; e voi pure come pietre vive siete edificate sopra di Lui per essere una cosa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire vittime spirituali, gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo”. (I Piet. II, 4.5).

“Come dunque avete accolto Cristo Gesù il Signore, in Lui vivete, radicati ed edificati in Lui e rinforzati nella fede, come vi era stato insegnato, progredendo in azioni di grazie”. (Col. II, 6, 7).

“Come una donna soggetta al marito è legata per legge al marito vivente; e se il marito muore vien sciolta dalla legge del marito… Così, fratelli miei, anche voi siete morti alla legge per il corpo di Cristo, sì da appartenere ad un altro, cioè a Colui che risuscitò da morte, e ciò perché cogliamo frutti a Dio”. (Rom. VII, 2, 4).

“Perché io son geloso di voi, d’una gelosia di Dio, poiché vi ho fidanzati per darvi, vergine casta, a un uomo solo, a Cristo”, (2 Cor. XI, 2).

“Poichè, come il corpo è uno e ha molte membra e tutte le membra del corpo pur essendo molte il corpo è uno, così anche Cristo. Poiché noi tutti, sia Giudei sia Gentili, sia schiavi sia liberi, in unico Spirito siamo stati battezzati sì da formare un corpo solo, e tutti siamo stati imbevuti di unico Spirito… Orbene, voi siete corpo di Cristo e partitamente siete membra di esso”. (I Cor. XII, 12, 27).

« Poiché come in unico corpo abbiamo varie membra e le membra non hanno tutte la stessa funzione, così noi molti siamo un corpo solo in Cristo; e, per i rapporti reciproci, siamo membri gli uni degli altri”. – Rom. XI)

Così in Gesù Cristo tutti gli uomini sono uno e possono essere uno, come i tralci fanno tutt’uno con la vite, sia che crescan dal tronco o che vengan su di esso innestati.

(“Restate in me ed io resterò in voi, Come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo se non rimane unito alla vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta abbondanti frutti, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me è gettato via come il tralcio sterile, e inaridisce”. (Giov. XV, 4, 6).

“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente”. (Giov. X, 10).

“Io sono la luce del mondo, Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce di vita”. (Giov. VIII, 12).

Tutte queste considerazioni ci mostrano la vita spirituale come puro dono di Dio che giunge all’uomo per effetto di giustizia e insieme di amore e di misericordia, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli stesso ne è la sorgente, il sostentamento, il modello; Egli ha provveduto i mezzi coi quali potremo conservarla e svilupparla. Infatti, per evitare che l’uomo nella sua debolezza non comprenda, o nella sua superficialità interpreti male, o nella sua distrazione dimentichi, o nel suo egoismo trascuri la verità vitale che Cristo ha rivelato e per la quale ha sparso il suo sangue, Egli ha provveduto per sempre una guida sicura che la conserverà intatta e viva e che salverà l’uomo dalla sua cecità.

“Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non

prevarranno contro di essa. E io ti darò le chiavi del regno dei Cieli”. (Matt. XVI, 18).

“Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me; e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato”. (Luca X, 16).

“Vi ho detto queste cose mentre mi trovavo ancora in mezzo a voi; ma il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre manderà in mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che io vi ho detto”. (Giov. XIV, 25, 26).

“Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora sono al disopra della vostra portata. Ma quando sarà venuto lo Spirito di verità, Egli vi insegnerà tutta la verità”. (Giov. XVI, 12, 13).

“Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà Condannato”. (Marco, XVI, 15, 16).

Il Cattolico medita questi passi e molti altri simili, ricorda la ben nota verità che “Dio è fedele” e immutabile, e non sa spiegarsi come possano alcuni, malgrado ciò, negare la sua immanente e infallibile assistenza o anche solo dubitarne. Chi fece tali rivelazioni di Sé e della sua vita d’amore, chi impose tali comandamenti alle sue dilette creature, chi diede tali assicurazioni di continua presenza: “ecco che io sono con voi tutti giorni”, non avrebbe mai potuto abbandonar l’uomo alle sue sole risorse a cercarsi una strada nell’oscurità come meglio potesse. Colui pel quale il tempo non esiste, che è con gli uomini oggi come nei giorni in cui quelle parole vennero pronunciate, Colui al quale preme che gli apparteniamo, noi della generazione presente non meno di quei di Betsaida e di Cafarnao, non può averci abbandonato. Lo ha detto Egli stesso, e la sua parola è verità; e siccome crediamo in Lui, noi crediamo pure nel suo rappresentante, chiunque egli sia. – La parola di Dio è verace; la voce che annuncia nel tempo quella parola di verità è, nel pronunciarla, infallibile. Per dubitarne, il Cattolico dovrebbe modificare tutta la sua concezione di Dio, di quel Dio d’amore che per amore si è legato alla sua creatura. Il Suo è un amore che non può ingannare né ingannarsi, che non può venir meno, che, avendo parlato una volta con sicurezza, parla con altrettanta sicurezza per sempre. “Io credo nella Santa Chiesa Cattolica” perché credo nella fedeltà assoluta di Dio. – È questo il primo mezzo che garantisce la vita di Dio nell’anima dell’uomo: la guida sicura della Chiesa. Come Gesù Cristo parlò infallibilmente con le sue labbra umane, altrettanto infallibile è quando parla per bocca di quella Chiesa di cui Egli rimane il Capo vivente. Poi, viene il dono dei Sacramenti e con essi della vita sacramentale. “Con gaudio attingerete acque dalle fonti del Salvatore”. (Is. XII, 3). Così cantava il Profeta, e il Cattolico crede che dal costato aperto di Cristo siano sgorgate quelle sette sorgenti, quei “segni esteriori di grazia interiore”, quegli atti che, compiuti dall’uomo con le debite disposizioni, lo inondano per se stessi di grazie sempre più abbondanti di giustificazione e di salute. Non sono semplici devozioni, né semplici riti, sono segni esteriori di grazie effettivamente conferite all’anima; il Cattolico crede che siano stati istituiti da Gesù Cristo stesso e che, nell’accoglierli, egli riceve dalle mani pietose di Lui e in virtù della sua grande vittoria un aumento positivo di vita soprannaturale che in nessun altro modo potrebbe ricevere. Per effetto della sua unione con Cristo e dei propri sforzi personali, il fedele può acquistare ancora altre grazie, ma la grazia sacramentale egli non può altrimenti guadagnarla da sé: non può aprire la porta se non con la chiave che Cristo stesso ci ha dato, e allora il torrente del suo amore gli inonderà l’anima. Ecco perché nella frequenza ai Sacramenti meglio che in altri modi si manifesta la pratica della religione: per il Cattolico religione e sacramenti sono due termini correlativi e complementari, quasi espressioni di un’unica realtà, e un Cattolico è spesso definite come “uno che si accosta ai sacramenti”. – E fra questi sette sacramenti, uno gli è particolarmente caro. È quello che è insieme Sacramento e Sacrificio, Sacramento dell’Eucarestia, sacrificio della Messa, il “Sacro Banchetto in cui Cristo si fa nostro cibo, e si rinnova la memoria della sua Passione e l’anima si riempie di grazia e riceve un pegno della gloria futura ». Questo sacramento è diventato inevitabilmente il centro attorno a cui circola tutta la pratica cattolica. Sulla parola di Cristo stesso, sempre confermata attraverso i secoli dal suo legittimo rappresentante, il Cattolico crede che nella SS. Eucarestia il suo Signore e Maestro dimora con lui sulla terra e scende nella sua anima e vi rimane, alimentandone la vita con la Sua, anzi assorbendola in Sé di modo che non vive più lui ma in lui vive Gesù Cristo. Assistendo alla S. Messa il Cattolico è con lo stesso Signore Gesù non solo nell’istante in cui essa è celebrata ma anche in quell’ora solenne in cui realmente si compì il Sacrificio del Calvario. È una verità che per essere ineffabile non è per ciò meno vera, e in tutta l’Europa, anzi nel mondo intero, abbondano le evidenze, gli effetti prodotti da quella verità. “Gesù Cristo il medesimo ieri, oggi e per sempre: ecco in una parola la fede cattolica, il pensiero cattolico. La vita nella Chiesa Cattolica non è né più né meno che questo: “Per me la vita è Cristo, e la morte è un guadagno”. È l’atto culminante di un Dio d’amore, l’eccesso cui è giunto Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, nello sforzo di conquistare il cuore della sua amata ma ostinata creatura. Ed Egli ha vinto; si è avverata la profezia: “Da dove sorge il sole fin dove tramonta il mio Nome è grande tra le genti e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome oblazione pura. Perché grande è il mio Nome fra tutte le genti, dice il Signore degli eserciti. (Mal. I, 11). – Ma i Cattolici non possono separare la Madre dal Figlio, ché anzi per essi onorar quella è onorare e imitar questo. Per la volontaria adesione di lei, Egli venne in questo mondo; per il “fiat” di lei, s’iniziò l’opera della Redenzione; l’amore della Madre pel Figlio e l’amore del Figlio per la Madre, il naturale fuso col soprannaturale, li legò insieme inseparabilmente in vita, in morte e dopo morte. Per molti anni essa comandò ed Egli le ubbidì. Essa rimase sua Madre sino all’ultimo; infine Egli ci diede a Lei e diede Lei a noi perché ci custodissimo ed amassimo a vicenda. Ella è quindi ora per noi, che le fummo affidati quali figli, avvocata insuperabile presso il suo Figliuolo, e d’altra parte, essendoci essa stata affidata da Lui, onorarla è ancora onorar Cristo. Trattarla come un figlio amoroso tratta una tenera madre è fare quanto ha fatto Cristo sulla terra e quanto Egli stesso ci ha chiesto di fare in sua vece. – Con la Madonna stanno gli Angeli e i Santi. Questi ultimi son pure nostri fratelli, sono parte della grande famiglia di Dio, suoi figli ed eredi, membra di quello stesso corpo al quale noi apparteniamo. Durante la loro vita quaggiù i Santi hanno combattuto la buona battaglia, hanno compiuto la loro corsa, hanno ricevuto la corona di giustizia da Colui che è Giudice giusto. Dal luogo della loro beatitudine essi hanno cura di noi. “Vi sarà gioia fra gli Angeli di Dio per un peccatore che fa penitenza”, Se gli Angeli si rallegrarono alla nascita di Cristo fra noi, cantando “Gloria a Dio nel Cielo e pace in terra agli uomini di buona volontà”; se, quando Egli ebbe fame e sete, vennero gli Angeli a servirlo; se, nell’ora dell’agonia al Getsemani, quando pregò perché si allontanasse da Lui quel calice, un Angelo gli diede nuova forza, se i figli degli uomini hanno i loro Angeli in Cielo che li proteggono, — “guardatevi dal disprezzare alcuni di questi piccoli, poiché vi dico che i loro Angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli” —, ancor noi possiamo sicuramente contare sull’assistenza, la preghiera, la compagnia di tutti questi fratelli nelle lotte della vita. « Poiché non è la nostra lotta contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria”. (Efes. VI, 12).

LA GRAZIA E LA GLORIA (52)

LA GRAZIA E LA GLORIA (52)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO II

La condizione dei corpi resuscitati dal punto di vista dell’essere. – Cosa sarà in comune per tutti: identità, integrità, incorruttibilità.

1 « Ecco – dice San Paolo ai fedeli di Corinto – vi dichiaro un mistero: tutti saremo elevati alla verità, ma non tutti saremo trasformati. » (I Cor, XV, 51. Il testo greco recita: « Non tutti dormiremo, ma tutti saremo trasformati  ». S. Paolo, seguendo questa lezione, parla a nome dei soli eletti, come se dicesse: Noi discepoli di Cristo non moriremo tutti. Quando Cristo apparirà nella sua gloria, ci saranno alcuni che Egli troverà vivi e che passeranno senza morire da questa mortalità alla gloriosa immortalità. Questa è l’opinione comune dei Padri greci, e diversi Padri dell’Occidente l’hanno adottata come propria. Inoltre, non è in contrasto con la sentenza di morte pronunciata su tutti i figli di Adamo. « Anche se i giusti che sopravvivono (alle catastrofi degli ultimi tempi) non morissero prima dell’arrivo del Signore, sarebbe comunque vero che la legge della morte pesa su di loro e che ne subirebbero la pena, se Dio non la rimettesse loro come può fare grazia anche di quella dei peccati attuali. » S. Thom, 12, q. 81, a. 3, ad. 3). – Non ignoro che il testo greco presenta un altro significato; ma nulla ci vieta di accettare quello della Vulgata: perché, oltre a non essere contrario all’altro, esprime una verità dogmatica, chiaramente enunciata dallo stesso Apostolo nel versetto immediatamente successivo, quando aggiunge: « Suonerà la tromba ed i morti risorgeranno incorruttibili e noi, eletti di Cristo, saremo trasformati » (1 Cor., XV. 52). Il pensiero contenuto nei due testi è evidente: c’è nella resurrezione finale un duplice fatto: uno, comune a tutti gli uomini; l’altro, proprio solo dei figli di Dio; un fatto di restaurazione corporea, omnes resurgemmus, mortui resurgent incorrupti; un fatto di glorificazione soprannaturale, non omnes immutabimur, et nos immutabimur. È questa doppia condizione dei risorti che resta da spiegare secondo l’insegnamento della Scrittura, dei Dottori e dei Padri. – Ora, per iniziare con la restaurazione comune, si deve ritenere una verità certa che tutti i corpi degli uomini risorgeranno nella loro identità, con l’integrità delle loro membra, e non torneranno mai più alla corruzione della tomba. – Si eleveranno nella loro identità, cioè saranno gli stessi in modo specifico e numerico. Ho detto: specificamente. Sarebbe una follia sognare corpi che diventino letteralmente spirituali dopo la risurrezione, da materiali che erano nel tempo della prova; e Sant’Agostino (S. August., De Civit., L. XIII, c. 20) giustamente deride coloro che pensavano di poter interpretare in questo senso il testo dell’Apostolo: « È stato seminato come un corpo animale, risorgerà come un corpo spirituale » (1 Cor., XV, 44). Non sarebbe meno contrario alla fede affermare, secondo lo stesso testo, che i corpi risorti, pur rimanendo materiali nella loro sostanza, saranno di una fluidità simile a quella dell’aria, fantasmi senza densità né consistenza. San Gregorio Magno (Moralia, L. XIV, C. 29), che riporta questa strana opinione, la confuta nelle sue opere. Nostro Signore, il giorno stesso della sua gloriosa Risurrezione, l’aveva condannata in anticipo, quando, per rassicurare i suoi discepoli, spaventati dalla sua improvvisa apparizione, disse loro con adorabile condiscendenza: « Perché vi turbate? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio Io; toccatemi e vedete, perché uno spirito non ha né carne né ossa come vedete che Io ho » (Lc. XXIV, 7). Inoltre, l’idea stessa della risurrezione è sufficiente ad escludere un simile errore. Risorgere, infatti, significa riprendere il proprio corpo, quello stesso corpo che la morte aveva separato dall’anima, e non un’altra sostanza materiale, con qualsiasi nome la si voglia chiamare. – Ora questo stesso fatto, indipendentemente da tutte le altre prove, dimostra con evidenza che il corpo dei risorti non solo sarà identico dal punto di vista specifico, ma anche individuale. Supponiamo per un attimo che si tratti di un corpo umano, ma diverso da quello che la morte ha ridotto in polvere: così non c’è più una surrezione della carne, ma una sostituzione. Qual corpo, Gesù Cristo, modello della nostra futura resurrezione, fa toccare a San Tommaso? Quello stesso le cui mani e i cui piedi erano stati trafitti dai chiodi, il cui fianco era stato squarciato da una lancia (Gv XX, 25-27). Vedrò il mio Redentore e il mio Dio nella mia carne – grida Giobbe – vedrò me stesso e non un altro (Giobbe XIX, 25-27). Anche la Chiesa, interprete infallibile del pensiero divino, ha definito, in uno dei suoi Concili, che « tutti, eletti e reprobi, risorgeranno con i corpi che ora possiedono » (Conc. Later. IV, Firmiter.) e richiedeva, in un altro, la solenne professione di « fede nella resurrezione di questa carne che ora abbiamo. Credimus etiam veram resurrectionem hujus carnis quam nunc gestamus (Confessione fid., Mic. Paleologi, ipsi a Clem. VI proposita, et ab ipso in Conc. Lugd. II Gregor. X oblata). – Sì, ci troveremo, per quanto riguarda la sostanza e la disposizione organica delle nostre membra, come siamo e cosa siamo. Lo stesso cuore che l’amore di Dio ha fatto battere nel tempo dell’esilio condividerà in cielo le ardenti emozioni dell’amor gaudente; gli stessi occhi, che erano chiusi per non vedere le vanità della terra, contempleranno un giorno gli splendori del paradiso; le stesse labbra che hanno così spesso baciato i piedi del Crocifisso, si poseranno sui piedi del Salvatore vivente e glorificato; questa bocca che si è aperta alla preghiera, canterà in una lingua divina l’eterno Alleluia. Questa è la nostra speranza e la nostra fede: nessun figlio della Chiesa oserebbe contraddirla. – La piena identità dei corpi risorti con i corpi mortali non è una questione controversa; ciò che è controverso è il modo in cui questa stessa identità debba essere intesa, perché mentre la Chiesa ha definito la risurrezione dell’uomo con il proprio corpo e la carne che ora possiede, da nessuna parte ha determinato più esplicitamente ciò che costituisce l’identità individuale dei corpi. – Tra gli scrittori cattolici del nostro tempo, e parlo soprattutto degli apologeti e dei polemisti, ci sono molti che credono che potremmo risorgere con il nostro stesso corpo, anche se non conserveremmo più una sola molecola che abbiamo posseduta durante la nostra esistenza terrena, a condizione, però, che il corpo del risorto riproduca la stessa forma, le stesse caratteristiche e, per il bene della risurrezione, le stesse caratteristiche e, per dirla in una parola, gli stessi caratteri individuali della nostra mortalità. – Per convincerci di questo, ci invitano a considerare il corpo umano così come l’esperienza ce lo mostra durante questa vita di prova. Da un lato, è certo che le molecole che costituiscono i nostri organi sono in perenne mutamento: tanto che, dopo poco tempo, il rinnovamento è completo. Quelle che possiedo oggi, appartenevano ieri ad altri composti, e torneranno domani nel fondo comune, dove altri esseri verranno ad assimilarle a loro volta. L’organismo umano è come un fiume che scorre sulla stessa sabbia e nello stesso letto, irrigando la stessa campagna, ma i cui flussi si spingono e si succedono continuamente; o meglio, come un fiume che scorre nella stessa direzione o, meglio ancora, come un popolo che, conservando le sue leggi, le sue istituzioni e le sue frontiere, vede, circa ogni trent’anni, nuove generazioni prendere il posto di quelle passate: così è il corpo dell’uomo. D’altra parte, non è meno evidente che, in mezzo a questo incessante flusso e riflusso, il corpo umano non perda affatto la propria individualità. Il corpo dell’anziano è lo stesso di quello che aveva nella culla, che portava nel grembo di sua madre. Un occhio esperto, avendolo visto in questi due periodi della sua esistenza, non potrebbe sbagliarsi. – Cos’è, dunque, che mantiene l’identità di questo organismo, attraverso queste alternative e perpetui scambi di materiali con la natura che lo circonda e lo avvolge? È l’anima che si appropria di tutti questi elementi materiali, che li penetra, li informa e li vivifica; l’anima che è sempre la stessa e che con la sua unione sostanziale li fa partecipare alla sua identità. Se si rompe questa unione, l’idea di permanenza del corpo non ha basi solide. Supponiamo, ad esempio, che uno spirito angelico, come il compagno celeste di Tobia, unisca a turno due corpi assolutamente simili per mostrarsi visibilmente agli uomini; se non ci fosse un intervallo apprezzabile tra l’una e l’altra unione, si potrebbe avere l’illusione di un unico corpo, ma, in fondo, sono due corpi e l’uno non sarà mai l’altro. Il motivo è che lo spirito puro, non entrando nella costituzione dei corpi, è di conseguenza impotente a dare loro l’unità che non trovano nei materiali che li compongono. – Che cosa ci vorrà, dunque, perché l’uomo, nell’ultimo giorno, ritrovi il suo corpo, il suo proprio corpo? Dovrà riprendere le molecole materiali che ne facevano parte durante la sua vita terrena? Niente affatto, quand’anche tutti i materiali fossero diversi, se è la stessa anima che anima il corpo rinnovato; se gli stessi principii, rimanendo in quest’anima allo stato di radice feconda, le restituiscono la pienezza delle sue facoltà di sentire; se la stessa virtù riproduce in esso la stessa forma e gli stessi tratti; è il mio corpo, e ho il diritto di riconoscerlo come mio; perché non è più diverso da quello che ho deposto nella tomba, di quanto l’organismo in decomposizione non differisca da quello dal neonato. Così ragionano questi autori, e la Chiesa, custode della fede, non ha condannato le loro dottrine. – Tuttavia, lo dirò, per quanto questa opinione possa sembrare plausibile a prima vista, non posso darle il mio assenso. A fermarmi non è tanto il peso di considerazioni metafisiche, quanto il rispetto per il pensiero dei nostri antichi Dottori e Padri. Da sempre gli increduli, nel loro desiderio di rovesciare il dogma della Risurrezione, hanno avanzato presunte impossibilità. Come farà Dio a trovare la polvere che era il corpo di un uomo sepolto da migliaia di anni, per farne un organismo identico a quello che ha perso? Qual è la storia di questi atomi umani che, depositati nella terra, passano dall’uomo all’erba dei campi, per essere mangiati dagli animali, e da questi animali ad altri uomini che se ne nutrono; poi, tornando di nuovo a degradarsi, vengono divorati questa volta dai vermi, con i quali diventano preda degli uccelli, per ritornare nella sostanza di questi ultimi all’organismo dell’uomo; e tutto questo senza fine o tregua in cambiamenti e metamorfosi? Che cosa sarebbe allora se ipotizzassimo un uomo abbastanza crudele da nutrirsi solo della carne dell’uomo, così che ogni molecola che entra nel suo corpo appartenga ad un altro uomo? Ancora una volta, si chiede il non credente, chi può dipanare elementi così confusi, e come possiamo restituire a ciascuno ciò che forse era patrimonio di tanti altri? – Non conosco nessun apologeta dei primi secoli, né nessuno dei grandi maestri della teologia, che abbia risolto queste ridicole obiezioni come gli autori di cui ho appena esposto le opinioni. Tutti, all’unisono, suppongono che gli uomini nella Risurrezione riprenderanno gli elementi materiali di cui erano composti i loro corpi (tra gli scolastici, trovo solo Durand che fa eccezione. Ecco perché Suarez, dopo aver ricordato questa particolare opinione, aggiunge: « Communis vero sententia est, de necessitate resurrectionis esse ut corpus resurgentis constet ex eadem numero-materia ex qua prius constitit, Ita D. Thomas… et cæteri scolastici hanc sententiam amplectuntur ». Suar, in II Pa, D. 44, 1. 2, n. 2 e 3). Ma sanno che nulla perisce per Dio: che nulla sfugge al suo sguardo, così come nulla si sottrae al suo sguardo, nulla fuoriesce dalla sua mano onnipotente. Per questo essi non temono che Egli non possa un giorno distinguere ciò che appartenga a ciascuno di noi in mezzo alle ceneri, sparse da mille fortune diverse ai quattro angoli del mondo. Inoltre, le ipotesi formulate dai loro avversari non hanno nulla che li metta in imbarazzo. Infatti, non siamo affatto obbligati a credere che la materia di cui i nostri corpi saranno riformati sia la stessa che avevano nel momento preciso della loro decomposizione; ancor meno, che sia una materia che il turbinio della vita non abbia mai fatto passare in un altro organismo. – Inoltre, sarebbe palesemente assurdo supporre che l’integrità dei corpi rianimati richieda che essi riprendano in sé tutte le molecole successivamente scartate dal momento della nascita a quello della morte. Diciamo di più: l’identità del corpo è nella sua sostanza, e non nelle dimensioni maggiori o minori che può ricevere. Ora, la sostanza corporea può rimanere la stessa, non solo sotto l’andirivieni di molecole, ma con un’incredibile differenza di volume e di massa. Prima di essere il gigante di cui parla la Scrittura, Golia era un bambino molto piccolo; e la stessa quercia che tiene orgogliosamente la testa tra le nuvole era all’inizio solo un umile alberello. Negherete a Dio il potere di recuperare abbastanza elementi primitivi per ricostituire la sostanza umana; e dal centro che le era proprio, l’anima non sarà forse in grado, sotto l’azione dell’Onnipotenza, di rifarsi in un attimo un organismo a misura dell’uomo rinnovato? Le difficoltà non sono quindi di natura tale da costringerci a guardare solo all’anima per l’identità che è oggetto della nostra fede. – A questa testimonianza degli antichi maestri, aggiungiamo quella fornita dalla Risurrezione del Salvatore, esempio e pegno della nostra. Gesù Cristo non ha forse tolto dal sepolcro il corpo che i fedeli discepoli vi avevano preziosamente deposto? Sarebbe inutile rispondere che si trattava di un privilegio proprio di questa carne, perché essa rimaneva, anche separata dall’anima, personalmente unita al Verbo della vita: vi mostrerei infatti il corpo glorioso della sua divina Madre, e vi chiederei se c’è qualcuno nella Chiesa che non riconosca in esso questa stessa carne che non si trovava più nel sepolcro della Vergine immacolata. Perché Dio, che non ha voluto che i resti mortali di sua Madre cadessero in preda alla corruzione nemmeno per un momento, dovrebbe consegnare eternamente quelli dei suoi figli alla decomposizione sempre crescente del cadavere?  – Inoltre, ci sarebbe una grande differenza tra l’identità che persiste nel Corpo vivente, attraverso tutte le mutazioni che non cessa di subire, e quella che avrebbe il Corpo risorto, se la materia dell’uno e dell’altro fosse totalmente diversa. Nel fenomeno del rinnovamento quotidiano, le molecole del Corpo vengono sostituite solo lentamente e in successione: è come un edificio da cui si staccano una ad una alcune pietre che vengono presto sostituite da altre. Ma un organismo ricostruito nella sua interezza, senza che nessuno degli atomi che lo compongono ritorni ai propri tessuti, sarebbe come una casa crollata ricostruita interamente sulla stessa pianta, ma con materiali totalmente diversi. Per me, più medito su questa questione, più mi aggrappo al sentimento dell’antichità cristiana; tanto più che è anche la persuasione comune del popolo fedele. Sì, nei disegni di Dio, l’identità dei corpi risorti non prescinde dal recupero più o meno completo dei principi materiali che li componevano nella loro precedente esistenza, anche se la permanenza dello stesso principio formale è il fattore primario.

2. – Con l’identità affermiamo l’integrità. Ciò che crediamo dei corpi glorificati, non può lasciare dubbi sugli eletti di Dio: non mancherà loro nulla di ciò che rende la perfezione naturale dell’organismo umano. I Santi, le cui membra sono state mutilate dagli incidenti della vita o dalle mani degli uomini o dalla furia dei carnefici, rinasceranno come la natura, o meglio l’Autore della natura, ha concepito l’uomo e lo ha modellato fin dall’inizio. Ciò che Dio fa da sé, non lo fa a metà: come potrebbe allora decidere di lasciare incompleti i corpi che fa rinascere dalla loro polvere, per formarne l’ornamento più bello della Gerusalemme celeste? – Ciò che abbiamo appena detto sul corpo degli eletti, San Tommaso lo afferma su quello dei reprobi. Anch’esso recupererà tutto ciò che fa parte della sua integrità naturale, non per premio ma come castigo (S. Thom., c. Gent., L. IV, c. 89.). È così che il Santo Dottore intende le parole dell’Apostolo: « I morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati » (1 Cor., XV, 52). Così questa corruzione parziale, che risulterebbe dalla privazione di una parte dell’organismo, non coglierà nessuno tra i morti, nemmeno tra coloro che non avranno parte alla risurrezione gloriosa. Questo è anche il pensiero di Sant’Agostino che commenta lo stesso testo. « Cosa significa questa distinzione dell’Apostolo – egli dice – se non che tutti risorgeranno incorruttibili (incorrupus, incorrupti), ma che solo i giusti avranno un’incorruttibilità che nessun tipo di corruzione potrà mai più raggiungere? E perciò, chi non è trasformato, risorgerà nell’integrità delle sue membra, ma per soffrire in esse i morsi del dolore » (S. August., ep. 205, al 446, n. 15.). – A cosa serve, dicevano gli oppositori del dogma, trasportare nella vita futura arti che non esercitano più le loro funzioni, denti che non hanno più nulla da masticare, uno stomaco che non digerisce più, dei piedi che non dovranno più lottare contro la gravità? Questa obiezione, confutata nel II secolo da San Giustino (S. Giustino, Fragmenta ex l. de Resurrect., n. 3. P. Gr., t. VI, col. 1576), altri miscredenti l’hanno ripresa ai nostri giorni, o per attaccare la nostra fede cattolica, o per sostenere singolari fantasticherie (J. Reynaud, nella sua opera “Terre et Ciel”, ha trasportato nella vita futura da lui immaginata, la maggior parte delle funzioni della vita presente, e persino quelle che tendono alla conservazione della specie, perché non comprende un organo che non avrebbe più il suo funzionamento naturale). Sì, lo ammettiamo subito, molte delle funzioni proprie dei nostri organi non saranno più adatte alla vita perfetta che è la nostra speranza. Perché degli alimenti, quando il corpo dell’uomo incorruttibile e immortale non sentirà più né la fame né la sete (Apoc. III, 16), né la perdita di sostanza e di forza che li esigono? Perché questi rapporti, destinati per loro natura a riempire i vuoti fatti dalla morte, quando il numero dei figli di Dio sarà completo, e nulla potrà far scomparire il più piccolo di loro dalla terra dei viventi (S. Matth. XXII, 30)? Ma se le funzioni più o meno grossolane a cui le esigenze della vita mortale li avevano sottoposti sulla terra, devono cessare per i nostri organi, non è questo un motivo per sopprimerle nella vita perfetta. – Io lo comprenderei per alcuni, se ci fosse del vero nel principio di certi filosofi, che non sanno distinguere l’idea del bello dalla nozione dell’utile. Ma chi non vede quanto sia bassa e falsa una dottrina che misura la bellezza dall’utilità? Perché, dunque, le membra dei beati sussisteranno nella loro perfetta integrità, anche quando non saranno più necessarie per le operazioni a cui la natura le aveva principalmente destinate? Rimarranno per condividere la felicità di cui sono stati strumenti e per essere una testimonianza permanente dei meriti acquisiti nell’uso della loro attività. Rimarranno, perché la loro presenza è necessaria per la perfezione del corpo che Dio vuole glorificare (« Cætera ergo membra (quæ deserviunt vel nostræ conservandæ individuæ vel speciei propagandæ), erunt ad speciem, non ad usum; ad commendationem Pulchritudinis, non ad indigentiam necessitates. Numquid quia vacabunt, ideo indecora erunt? Erunt ibi membra integra, etiam quæ hic pudenda sunt, sed ibi pudenda non erunt. Non ibi erit sollicitum integritatis decus, ubi non erit libidinis dedecus ». S. Agost.., serm. 283 in dieb. pasch. 14, n. 4, 6 – Il Santo sottolinea nello stesso testo che, anche nel nostro attuale stato di mortalità, non tutto nell’uomo è per l’utilità. « Barbæ quis usus nisi sola pulchritudo? Speciem video, usum non quæro ». – Cfr. Tertull, de Resurr. carn, c. 60, 61. ): infatti, la costituzione dell’organismo umano è tale che tutte le parti si tengono insieme e che nessuna, di conseguenza, può essere tagliata senza danneggiare l’armonia dell’insieme  (« Deus autem ita est artifex magnus in magnis, ut minor non sit in parvis“): Quæ parva non sua granditate, nam nulla est, sed artificis sapientia metienda sunt: sicut in specie visibilis hominis, si unum radatur supercilium, quam propemodum nihil corpori, et quam multum detrahitur pulchritudini: Quoniam non mole constat, sed parilitate ac dimensione membrorum ». S. Augus, de Civit. Dei, L. XI, c. 22). Rimarranno, perché l’anima stessa non dispiegherebbe tutta la sua perfezione, priva come sarebbe di questi organi. – Un testo di Aristotele, spiegato da San Tommaso, ce lo farà capire meglio. Questo grande filosofo disse dell’anima « che essa è per il Corpo, non solo una causa formale e finale, ma anche una causa efficiente » (Arist., de Anima. I, II, testi 36 e 37). Le bellezze che l’opera rivela all’esterno, l’arte le conteneva già implicitamente in sé, ed è per questo che era in grado di produrle. Così è per l’anima: tutto ciò che vediamo nel corpo e nelle sue varie parti, l’anima lo contiene allo stato latente, come fonte da cui emana. – Come l’opera d’arte sarebbe imperfetta, e l’arte stessa potrebbe essere accusata di impotenza, se l’opera mancasse di una parte della bellezza contenuta nell’arte, così l’uomo non sarebbe perfetto né nell’anima né nel corpo, se lo sviluppo di quest’ultimo non rispondesse pienamente alla potenza formativa contenuta nella prima (S. Thom., Supplem., q. 80, a. 1). Non volete organi senza funzioni, e condannate l’anima, la parte più nobile di noi stessi, a non creare per sé, con l’aiuto di Dio, un organismo che si armonizzi con la sua natura e la sua stessa virtù. Ma, inoltre, quale uomo ha sufficiente dimestichezza con i misteri dell’altra vita per affermare che le membra spiritualizzate potrebbero avere, in assenza delle funzioni grossolane che svolgono quaggiù, una destinazione più consona alla loro nuova condizione?

3. – All’identità e all’integrità dei corpi risorti va aggiunta l’incorruttibilità. Sì, tutti questi corpi estratti dal sepolcro saranno incorruttibili, nel senso che questa parola designa l’immortalità. « E non ci sarà più la morte » (Apoc. XXI, 4) e i morti risorgeranno incorruttibili (I Cor. XV, 52). La sentenza è generale e si estende universalmente a tutti, ai riprovati come agli eletti. Perché questa corruzione che dividerebbe l’anima dal corpo, quando non v’è più lo stato di cambiamento e di cammino, ma quello di immobilità nel termine? Il corpo è unito all’anima perché l’uomo possa subire la punizione dei suoi crimini o ricevere la ricompensa dei suoi meriti; eppure, come insegna la fede e approva la ragione naturale, né la punizione né la ricompensa avranno fine. È ai risorti e non alle sole anime che si dirà: « Venite, benedetti del Padre mio… e…: Via da me, maledetti, andate nel fuoco eterno » (Mt. XXV, 34, 41). – Io so che l’inferno non è la dimora dei vivi, come il Paradiso, ma dei morti. « E il mare rese i morti che aveva; e furono giudicati secondo le loro opere. E l’inferno e la morte furono gettati nel lago di fuoco. Questa è la seconda morte » (Ap. XX, 13, 14). Come sono morti coloro la cui anima è stata unita alla carne; e come possono vivere se sono morti? Non risolverebbe del tutto la difficoltà dire che sono morti, e per sempre, perché hanno perso la vita naturale, eternamente separati come sono da Dio, la vita delle anime. Né basterebbe rispondere che una vita di torture e di sofferenze, senza riposo né godimento, non è tanto una vita quanto una morte (S. Augus., de Civit., L. XIII, c. 2) – C’è, mi sembra, nelle parole dell’Apostolo un significato ancora più profondo. La morte per noi uomini mortali, cioè questa lacerazione suprema in cui si spezzano i legami, in cui avviene la separazione, è solo di un istante. Per gli sfortunati dannati, il morire è eterno. Tale è la forza del tormento che basterebbe a distruggere milioni di vite; ma tale è la potente virtù di Dio che tiene queste anime maledette legate ai loro corpi, che la divisione non può essere completata. È un’agonia senza nome che non è né il tranquillo possesso della vita né la consumazione della morte. Non vivono e non sono morti; stanno morendo, moriranno sempre; ed è per questo che la seconda morte, lungi dall’essere incompatibile con l’unione del corpo e dell’anima, la richiede come sua condizione essenziale.

4. – I teologi, dopo aver affrontato le questioni principali dell’identità, dell’integrità e dell’immortalità, ne sollevano incidentalmente una quarta a cui è meno facile rispondere. Quanti anni avranno i risorti o, per meglio dire, a qual età della vita corrisponderà il loro sviluppo organico? Se dovessimo prendere troppo alla lettera alcune espressioni delle Scritture e dei nostri Libri liturgici, sembrerebbe che essi avranno proprio l’età in cui dovranno lasciare la terra. L’Apocalisse parla di anziani seduti su troni, con corone d’oro sul capo, che circondano il trono su cui siede l’Altissimo (Ap. IV, 4 Segg.); e la Chiesa, in uno dei suoi inni più graziosi, rappresenta i bambini, massacrati da Erode, che giocano sotto l’altare con le palme e le corone. Ma si tratta di immagini che non possono fornire argomenti solidi. Lo stesso testo dell’Apocalisse non mostra forse, accanto agli anziani, quattro misteriosi animali che, notte e giorno, non cessano di glorificare il Dio tre volte Santo? Alcune anime, favorite da visite celestiali, hanno avuto la felicità di vedere Gesù apparire loro nella figura incantevole di un bambino; non concludiamo pertanto che questo sia lo stato di Nostro Signore in cielo. – Due illustri dottori, San Tommaso e Sant’Agostino, sono entrambi dell’opinione che gli eletti, dovendo risorgere nella perfezione della loro natura, rinasceranno tutti all’età in cui l’uomo raggiunge la pienezza del suo sviluppo fisico; cioè all’età in cui Gesù Cristo, il loro esemplare, uscì glorioso e vittorioso dalla tomba. Inoltre, questa regola non deve essere intesa con precisione matematica. Sembra opportuno che nell’aspetto esteriore dei risorti ci sia qualcosa che ricordi la loro vita quaggiù. Ci piace pensare che un Santo Stanislao, per esempio, conservi le grazie della sua giovinezza, e l’anziano Simeone la nobile maestà che lo caratterizzava quando accolse tra le sue braccia il Salvatore del mondo. Questo è tutto ciò che si può dire su un argomento in cui lo Spirito Santo non ha voluto definire nulla. – Anche Sant’Agostino conclude ciò che scrive al riguardo con questa importante osservazione: « Tutti risorgeranno con lo sviluppo corporeo che hanno avuto, o che avrebbero acquisito, nel pieno della loro giovinezza; tuttavia nulla impedisce di ritrovare le forme esteriori dell’infanzia e della vecchiaia, dove non ci sarà né l’ombra di infermità né la minima traccia di caducità. Pertanto, se qualcuno pensasse che ciascuno degli eletti riapparirà nello stato corporeo in cui lo ha sorpreso la morte, non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi di contraddirlo » (S. August, de Civit., L. XXII, c. 16; S. Thom, Suppl., q. 81,a, 1). – Ho già sottolineato che la differenza tra i sessi non sarà soppressa, come alcune menti poco equilibrate hanno pensato di poter concludere da un testo di San Paolo, erroneamente interpretato (Ef., XIII, 4.). La donna, come l’uomo, è la creatura di Dio; ella entra, come lui, nel piano primitivo della creazione; come lui, sarà l’ornamento di quella Gerusalemme celeste, di quel regno in cui l’uomo regnerà in Gesù e la donna in Maria, sua e nostra Madre (S. Agostino, De Civit., L. XXII, c. 20; S. Thom, Suppl., q. 81, a.3). – Poniamo un’ulteriore duplice domanda che i più grandi Dottori non hanno considerato come oziosa. Quale sarà l’altezza e la fisionomia degli eletti, reintegrati nella perfezione della loro natura? La risposta alla prima domanda è la seguente: non tutti saranno di uguale statura. Infatti, ciò che la risurrezione deve riparare in ognuno di loro non è solo la natura specifica, ma l’individuo. Ora, sebbene la specie umana abbia dei limiti che sarebbe imperfetto superare o non raggiungere, non richiede di per sé alcuna dimensione specifica. Tali non sono le nature individuali. Ognuno, tra i termini estremi che sono appropriati alla natura specifica, ha un suo sviluppo normale. E poiché i principii individuali differiscono nelle diverse persone, non dobbiamo aspettarci di vedere negli eletti quell’uniformità di dimensioni che sarebbe non meno contraria alle leggi della loro costituzione che a quelle dell’estetica. Ciò che possiamo affermare è che tutti raggiungeranno quella giusta misura al di sopra o al di sotto della quale la bellezza delle forme cederebbe alla minima deformità (S. Thom., Suppl., q. 8l, a d: S August, l. c.). – La risposta è simile per l’altra parte della domanda. Né la differenza di fisionomia sarà distrutta, né le imperfezioni che li contraddistinguono li seguiranno oltre la tomba. Ogni volto dell’eletto, manterrà, anche dopo la sua trasfigurazione, il suo carattere distintivo; ma, pur conservando i suoi tratti fondamentali, raggiungerà l’ideale della sua perfezione. E questa non è una meraviglia così difficile da concepire. L’arte umana, per soddisfare un vano compiacimento, sa realizzare qualcosa di simile. Chi può ostacolare l’opera dell’Operatore onnipotente che riformerà i suoi figli a somiglianza di Gesù Cristo il Primogenito? -Colui che trasforma le anime e conferisce una bellezza divina ai più deformi, sarebbe impotente a idealizzare un corpo senza privarlo del suo carattere distintivo? Per aiutare la nostra fede, ha voluto darci un’anticipazione di questa gloriosa metamorfosi nella vita e nella morte dei suoi Santi. Quante volte ha diffuso sui loro volti, emaciati dal digiuno o sfigurati dalla malattia, uno splendore di bellezza che ha deliziato i felici testimoni di questi miracoli! Eppure, nessuno si sbagliava: erano davvero gli stessi uomini, la stessa espressione facciale, la stessa fisionomia, ma idealizzata, trasfigurata. – Sarebbe temerario aggiungere di sfuggita che anche gli eletti del cielo, con la loro fisionomia, conservano la loro caratteristica naturalezza? Questo, almeno, è ciò che credo sia espresso in un testo di Sant’Agostino. Quando arriva all’esposizione dell’ultimo salmo, il Santo ama riconoscere i beati abitanti del Paradiso nella moltitudine di strumenti che il sacro Cantore chiama a far risuonare la lode di Dio. « Così – egli dice – i Santi avranno ancora le loro differenze in cielo; ma proprio in questa varietà ci sarà consonanza e non dissonanza; ci sarà unità e non divisione. Non vediamo forse il concerto più gradevole derivare da suoni diversi ma non discordanti? Habebunt etiam tunc sancti Dei differentias suas consonantes non dissonantes, id est; consentientes non dissentientes: sicut fit suavissimus concentus ex diversis quidem sed non inter se adversis sonis » (S. August. Enarr. In psalmis 150, n. 7 e 8). – Soffermiamoci su queste considerazioni più generali. – A prima vista, sembrerebbe che non abbia raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato, perché invece di parlare della restaurazione comune a tutti i risorti, ho insistito soprattutto su quella dei benedetti dal Padre. Ma se guardiamo bene, quello che ho appena detto vale, tutto sommato, sia per i reprobi che per i salvati: con la differenza, però, che nel caso di alcuni questa identità e questa perfetta integrità si trasformeranno in punizioni eterne, e nel caso di altri in eterne delizie (« È necessario che i corpi dei morti siano in proporzione alle loro Anime. Ora, le anime dei malvagi sono buone, considerate nella loro natura, poiché questa è la creatura di Dio; ciò che è disordinato in loro è la volontà perennemente deviata dal suo fine proprio. Perciò i loro corpi, per quanto riguarda la loro natura, saranno restituiti alla loro integrità; saranno risuscitati all’età perfetta, con la totalità delle loro membra e senza i difetti che potevano essere introdotti in precedenza o dall’errore della natura o dalle loro infermità. » S. Thom, c. Gent, L. IV, c. 89).

LA GRAZIE E LA GLORIA (53)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S, S. SAN PIO X – “PIENI L’ANIMO”

« … Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria … » Sono queste le vigorose parole del santo Pontefice Pio X a sigillo della sua lettera Enciclica che  imponeva ai Vescovi di vigilare attentamente sulla scelta dei Sacerdoti e dei predicatori autorizzati. Quanta cristiana saggezza il Santo Padre infonde in questo documento forte, autoritario sì, ma di una forza che tende a tutelare l’operato dei Sacerdoti  secondo lo spirito evangelico fatto proprio dalla Chiesa di Cristo in particolare nei decreti immutabili ed inviolabili del Santo Concilio di Trento. Queste norme impartite nella presente lettera, se seguite completamente, avrebbero garantito un Sacerdozio cattolico idoneo a formare alla fede ed alla morale evangelica l’intera società. Ed è appunto dai seminari che le logge di perdizione degli empi demolitori della struttura ecclesiastica hanno cominciato a scardinare lentamente ma inesorabilmente la purezza d’animo dei giovani Sacerdoti, la cui formazione si sarebbe poi propagata fino alle più alte sfere della Gerarchia fino a creare le condizioni del “colpo di mano” del ’58 con la cacciata del legittimo  canonico Papa, la sua sostituzione usurpante con una serie di fantocci gestiti da logge e conventicole di “Illuminati” fino a far apparire la Chiesa di Cristo una combriccola di sacrileghi ministri senza fede e pronti ad eretiche innovazioni, introdotte con subdola e menzognera azione fino ad impregnare l’anima dell’intera società un tempo animata da salutari principi cristiani. Oggi questo abominio è sotto gli occhi di tutti, di coloro che hanno dormito, ed ancora dormono, il sonno della infingarda abulia, di coloro che usano tonaca e talare, o incarichi e prebende varie per fini personali materiali e di avidità, per non parlare dei vizi malcelati di innominabili e ributtanti pruriti che fanno orrore solo a nominarli. Ecco perché dobbiamo necessariamente pensare e credere che la vera Chiesa di Cristo, sua Sposa immacolata senza macchia e senza rughe, sgorgata dal costato ferito di Gesù morto sulla croce, sia “eclissata” secondo la tipica espressione profetica usata dalla Vergine Madre nelle sue apparizioni a La Salette.

san Pio X
Pieni l’animo +

Lettera Enciclica

Riafferma i concetti dell’Enciclica “Il fermo proposito” e richiama i Vescovi d’Italia alla maggiore cautela e severità nella scelta dei sacerdoti e dei predicatori.

Pieni l’animo di salutare timore per la ragione severissima, Che dovremo rendere un giorno al Principe dei pastori Gesù Cristo a riguardo del gregge da Lui affidatoCi, passiamo i dì Nostri in una Continua sollecitudine, a preservare, quanto è possibile, i fedeli dai mali perniciosissimi, onde è afflitta di presente l’umana società. Teniamo perciò come detta a Noi la parola del profeta “Parla senza mai stancarti, fa’ che la tua voce sia forte come una tromba“(Is. LVIII, 1);e non manchiamo, ora di viva voce ed ora per lettere, di avvertire, di pregare, di riprendere, eccitando sopra tutto lo zelo dei Nostri fratelli nell’episcopato, onde spieghi Ciascuno la più sollecita vigilanza sulla porzione dell’ovile, a cui lo Spirito Santo lo ebbe preposto. – Il motivo, che Ci spinge a levare di nuovo la voce, è del più grave momento, Trattasi di richiamare tutta l’attenzione del vostro spirito e tutta l’energia del Nostro pastorale ministero contro un disordine, di cui già si provano i funesti effetti: e, se con mano forte non si svelle dalle più ime radici, Conseguenze ancor più fatali si proveranno con l’andar degli anni. – Abbiamo infatti sott’occhile lettere di non pochi fra voi, o Venerabili Fratelli, lettere piene di tristezze e di lacrime, le quali deplorano lo spirito d’insubordinazione e d’indipendenza, che si manifesta qua e là in mezzo al clero. – Purtroppo, un’atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni; gli effetti mortiferi sono quelli che già descrisse l’apostolo San Giuda 1: “Macchiano perfino la carne, disprezzano ogni dominio e bestemmiano la maestà” (Iud. 8); oltre cioè alla più degradante corruzione dei costumi, il disprezzo aperto di ogni autorità e di coloro che la esercitano. Ma che tale spirito penetri comecchessia fino nel santuario e infetti coloro, ai quali più propriamente convenir dovrebbe la parola dell’Ecclesiastico: “Loro nazione è l’obbedienza e il diletto (III, 1);è cosa questa che Ci ricolma l’animo d’immenso dolore. – Ed è soprattutto fra i giovani sacerdoti che si funesto spirito va menando guasto, spargendosi in mezzo ad essi nuove e riprovevoli teorie intorno alla natura stessa dell’obbedienza. E, ciò ch’è più grave, quasi ad acquistar per tempo nuove reclute al nascente stuolo dei ribelli, di tali massime si va facendo propaganda più o meno occulta tra i giovani, che nei recinti dei seminari si preparano al sacerdozio. – Pertanto, o Venerabili Fratelli, sentiamo il dovere di fare appello alla vostra coscienza, perché, deposta ogni esitazione, con animo vigoroso e con pari costanza diate opera a distruggere questo mal seme, fecondo di esizialissime conseguenze. Rammentate ognora che lo Spirito Santo vi ha posti a reggere. Rammentate il precetto di San Paolo a Tito: “Rimprovera con tutta autorità. Nessuno ti disprezzerà” (II, 15). Esigete severamente dai sacerdoti e dai chierici quella obbedienza che, se per tutti i fedeli è assolutamente obbligatoria, pei sacerdoti costituisce parte precipua del loro sacro dovere. – A prevenire però di lunga mano il moltiplicarsi di questi animi riottosi, gioverà moltissimo, Venerabili Fratelli, l’aver sempre presente l’alto ammonimento dell’Apostolo a Timoteo: “Non imporre ad alcuno troppo facilmente le mani” (I Tim. V22). È la facilità infatti nell’ammettere alle sacre Ordinazioni, quella che apre naturalmente la via ad un moltiplicarsi di gente nel santuario, che poi non accresce letizia. – Sappiamo esservi città e diocesi, ove, lungi dal potersi lamentare scarsità nel clero, il numero dei sacerdoti è di gran lunga superiore alla necessità dei fedeli. Deh! qual motivo, o Venerabili Fratelli, di rendere così frequente la imposizione delle mani? Se la scarsità del clero non può essere ragione bastevole a precipitare in negozio di tanta gravità, là dove il clero sovrabbonda al bisogno nulla è che scusi dalle più sottili cautele e da somma severità nella scelta di coloro, che debbono assumersi all’onore sacerdotale. Né l’insistenza degli aspiranti può menomare la colpa di siffatta facilità. Il sacerdozio, istituito da Gesù Cristo per la salvezza eterna delle anime, non è per fermo un mestiere od un uffizio umano qualsiasi, al quale ognun che lo voglia e per qualunque ragione abbia diritto di liberamente dedicarsi. Promuovano adunque i Vescovi, non secondo le brame o le pretese di chi aspira, ma come prescrive il Tridentino, secondo la necessità delle diocesi; e nel promuovere in tal guisa, potranno scegliere solamente coloro che sono veramente idonei, rimandando quelli che mostrassero inclinazioni contrarie alla vocazione sacerdotale, precipua tra esse la indisciplinatezza e ciò che la genera, l’orgoglio della mente. – Perché poi non manchino i giovani che porgano in sé attitudine per essere assunti al sacro ministero, torniamo, Venerabili Fratelli, ad insistere con più premura su ciò che già più volte raccomandammo, sull’obbligo cioè che vi corre, gravissimo dinanzi a Dio, di vigilare e promuovere con ogni sollecitudine il retto andamento dei vostri seminari. Tali avrete i sacerdoti, quali voi li avete educati. – Gravissima è su ciò la lettera che vi diresse, in data 8 dicembre 1902, il Nostro sapientissimo Predecessore, quasi testamento del suo diuturno Pontificato. Nulla Noi vogliamo aggiungervi di nuovo: richiamiamo solo alla vostra memoria le prescrizioni in essa contenute; e raccomandiamo vivamente che al più presto sieno messi in esecuzione i Nostri ordini, emanati per organo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, sulla concentrazione dei seminari specialmente per gli studi della filosofia e della teologia, a fine di ottenere così il grande vantaggio derivante dalla separazione dei seminari piccoli dai seminari maggiori, e l’altro non meno rilevante della necessaria istruzione del clero. – I seminari siano gelosamente mantenuti nello spirito proprio, e rimangano esclusivamente destinati a preparare i giovani, non a civili carriere, ma all’alta missione di ministri di Cristo. – Gli studi di filosofia, di teologia e delle scienze affini, specialmente della Sacra Scrittura, si compiano, tenendosi alle Pontificie prescrizioni, e allo studio di San Tommaso, tante volte raccomandato dal venerato Nostro Predecessore e da Noi nelle Lettere Apostoliche del 23 gennaio 1904. I Vescovi poi esercitino la più scrupolosa vigilanza sui maestri e sulle loro dottrine, richiamando al dovere coloro, che corressero dietro a certe novità pericolose, ed allontanino senza riguardo dall’insegnamento quanti non approfittassero delle ricevute ammonizioni. Il frequentare le pubbliche università non sia permesso ai giovani chierici se non per molto gravi ragioni e con le maggiori cautele per parte dei Vescovi. – Sia onninamente impedito che dagli alunni dei seminari si prenda parte comecchessia ad agitazioni esterne; e perciò interdiciamo loro la lettura di giornali e di periodici, salvo per questi ultimi, e per eccezione, qualcuno di sodi principi, stimato dal Vescovo opportuno allo studio degli alunni. – Si mantenga con sempre maggior vigore e vigilanza l’ordinamento disciplinare. – Non manchi da ultimo in verun seminario il direttore spirituale, uomo di prudenza non ordinaria ed esperto nelle vie della perfezione cristiana, il quale, con cure indefesse, coltivi i giovani in quella soda pietà, che è il primo fondamento della vita sacerdotale. Queste forme, o Venerabili Fratelli, ove siano da voi coscienziosamente e costantemente seguite, vi porgono sicuro affidamento di vedervi crescere intorno un clero, il quale sia vostro gaudio e corona vostra. – Se non che il disordine d’insubordinazione e d’indipendenza, finora da Noi lamentato, in taluni del giovane clero va assai più oltre, con danni di gran lunga maggiori. Imperocché non mancano coloro, i quali sono talmente invasi da sì reprobo spirito, che, abusando del sacro ministero della predicazione, se ne fanno apertamente, con rovina e scandalo dei fedeli, propugnatori ed apostoli. – Fin dal 31 luglio 1894, il Nostro Antecessore, per mezzo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, richiamò l’attenzione degli Ordinari su questa grave materia. Le disposizioni e le norme date in quel Pontificio documento Noi le manteniamo e rinnoviamo, onerando su di esse la coscienza dei Vescovi, perché non abbiano ad avverarsi mai in veruno di loro le parole di Nahum profeta: “I tuoi pastori hanno dormito” (III, 18). – Nessuno può avere la facoltà di predicare, “se prima non sia stato provato nella vita e nei costumi” (Conc. Trid., Sess. V, cap. 2, De Reform.). I sacerdoti in altre diocesi non debbono ammettersi a predicare senza le lettere testimoniali del proprio Vescovo. – La materia della predicazione sia quella indicata dal divin Redentore, là dove disse: “Predicate il vangelo” (Marc. XVI15), “insegnando loro di conservare tutte le cose che vi ho affidate” (Matth. XXVIII20). Ossia, come commenta il Concilio di Trento, “annunciando loro i difetti che devono abbandonare e le virtù che devono seguire per poter sfuggire alla pena eterna e conquistare la gloria Celeste” (Loc. cit.). – Quindi si bandiscano del tutto dal pulpito gli argomenti più acconci alla palestra giornalistica ed alle aule accademiche che al luogo santo; si antepongano le prediche morali a conferenze, il men che possa dirsi infruttifere; si parli “non con le parole persuasive della sapienza umana, ma mostrando lo spirito e la virtù” (I Cor. II4). Perciò la fonte precipua della predicazione devono essere le Sacre Scritture, intese, non già secondo i privati giudizi di menti il più delle volte offuscate dalle passioni, ma secondo la tradizione della Chiesa, le interpretazioni dei Santi Padri e dei Concili. – Conformemente a queste norme, Venerabili Fratelli, egli è d’uopo che voi giudichiate coloro, ai quali vien da voi commesso il ministero della divina parola. E qualora troviate che talun di essi, più cupido degli interessi propri che di quelli di Gesù Cristo, più sollecito di plauso mondano che del bene delle anime, se ne allontani; e voi ammonitelo, correggetelo; se ciò non basti, rimovetelo inesorabilmente da un ufficio di cui si manifesta affatto indegno. – La quale vigilanza e severità tanto più dovete adoperare, perché il ministero della predicazione è tutto proprio di voi ed è parte precipua dell’ufficio episcopale; e chiunque oltre di voi lo esercita, lo esercita in nome vostro ed in vostro luogo; ond’è che resta sempre a voi di rispondere innanzi a Dio del modo col quale viene dispensato ai fedeli il pane della parola divina. – Noi, per declinare da parte Nostra ogni responsabilità, intimiamo ed ingiungiamo a tutti gli Ordinari di rifiutare e di sospendere, dopo le caritatevoli ammonizioni, anche durante la predicazione, qualsivoglia predicatore, sia del clero secolare sia del regolare, il quale non ottemperi pienamente alle ingiunzioni della precitata istruzione emanata dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Meglio è che i fedeli si contentino della semplice omelia e della spiegazione del catechismo fatta dai loro parroci, anziché dover assistere a predicazioni che producono più male che bene. – Un altro Campo, dove tra il giovane Clero si va trovando pur troppo ansia ed eccitamento a professare e propugnare la esenzione da ogni giogo di legittima autorità, è quello della cosi detta azione popolare cristiana. Non già, o Venerabili Fratelli, perché questa azione sia in sé riprovevole o porti di sua natura al disprezzo dell’autorità; ma perché non pochi, fraintendendone la natura, si sono volontariamente allontanati dalle norme che a rettamente promuoverla furono prescritte dal Predecessore Nostro d’immortale memoria. – Parliamo, ben l’intendete, della istruzione che circa l’azione popolare cristiana emanò, per ordine di Leone XIII, la Sacra Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, il 7 gennaio 1902, e che fu trasmessa a ciascun di voi, perché nella rispettiva diocesi ne curasse l’esecuzione. – Questa istituzione altresì Noi manteniamo, e colla pienezza di Nostra podestà ne rinnoviamo tutte e singole le prescrizioni, come pure confermiamo e rinnoviamo tutte le altre da Noi stessi all’uopo emanate nel Motu proprio del 18 dicembre 1903 “De populari actione christiana moderanda“,e nella lettera circolare del diletto figlio Nostro il Cardinale segretario di Stato, in data 28 luglio 1904. – In ordine alla fondazione e direzione di fogli e periodici, il clero deve fedelmente osservare quanto è prescritto nell’art. 42 della Costituzione Apost. “Officiorum (25 gennaio 1897): “Agli uomini del clero… è vietato, salvo il permesso degli Ordinari, assumere l’incarico di dirigere giornali o fogli periodiciParimente, senza il previo assenso dell’Ordinario, niuno del clero può pubblicare scritto di sorta sia di argomento religioso o morale, sia di carattere meramente tecnico. Nelle fondazioni di circoli e società gli statuti e regolamenti debbono previamente esaminarsi ed approvarsi dall’Ordinario. – Le conferenze sull’azione popolare cristiana o intorno a qualunque altro argomento, da nessun sacerdote o chierico potranno essere tenute senza il permesso dell’Ordinario del luogo. – Ogni linguaggio, che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori, è e deve ritenersi affatto contrario al vero spirito di carità cristiana. – Il similmente da riprovare nelle pubblicazioni cattoliche ogni parlare, che ispirandosi a novità malsana, derida la pietà dei fedeli ed accenni a nuovi orientamenti della Chiesa, nuove aspirazioni dell’anima moderna, nuova vocazione sociale del clero, nuova civiltà cristiana, e simili. I sacerdoti, specialmente i giovani, benché sia lodevole che vadano al popolo, debbono nondimeno procedere in ciò col dovuto ossequio all’autorità e ai comandi dei superiori ecclesiastici. E pure occupandosi, con la detta subordinazione, dell’azione popolare cristiana, deve essere loro nobile còmpito “di togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; riaffermare gli adulti nello fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscono veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnar sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, ne’ quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civil convivenza.. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo egli posto a capo dei fratelli animarum causa (San Greg. M., Regul. Past. Pars. II, c. VII); qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe essere che altamente riprovata“(Ep. Encicl., 8 dicembre 1902). – Del resto, Venerabili Fratelli, a porre un argine efficace a questo fuorviare di idee ed a questo dilatarsi di spirito di indipendenza, colla Nostra autorità proibiamo d’oggi innanzi assolutamente a tutti i chierici e sacerdoti di dare il nome a qualsiasi società che non dipenda dai Vescovi. In modo più speciale, nominatamente, proibiamo ai medesimi, sotto pena pei chierici di inabilità agli Ordini sacri e pei sacerdoti di sospensione ipso facto a divinis, di iscriversi alla Lega democratica nazionale,il cui programma fu dato da Roma-Torrette il 20 ottobre 1905, e lo Statuto, pur senza nome dell’autore, fu nell’anno stesso stampato a Bologna presso la Commissione provvisoria. – Sono queste le prescrizioni, che avuto riguardo alle condizioni presenti del clero d’Italia, ed in materia di tanta importanza, esigeva da Noi la sollecitudine dell’Apostolico ufficio. – Ora altro non ci resta, che aggiungere nuovi stimoli al vostro zelo, Venerabili Fratelli, affinché tali disposizioni e prescrizioni Nostre abbiano pronta e piena esecuzione nelle vostre diocesi. Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria. E a tal fine vi impartiamo dall’intimo del cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 luglio 1906, anno III del Nostro Pontificato.

DOMENICA II DI AVVENTO (2022)

DOMENICA II DI AVVENTO (2022)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semid. Dom. privil. Il cl. – Paramenti violacei.

Tutta la liturgia di questo giorno è piena del pensiero di Isaia, (nome che significa: Domini Salus: Salvezza del Signore), che è per eccellenza il Profeta che annuncia l’avvento del regno del Cristo Redentore. Egli predice, sette secoli prima, che « una Vergine concepirà e partorirà l’Emanuele »  — che Dio manderà « il suo Angelo, — cioè Giovanni Battista — per preparare la via avanti a sé (Vang.) e che il Messia verrà, rivestito della potenza di Dio stesso, (I e III antif. dei Vespri) per liberare tutti i popoli dalla tirannia di satana. « Il bue — dice ancora il profeta Isaia — riconosce il suo possessore e l’asino la stalla del suo padrone; Israele non m’ha riconosciuto: il mio popolo non m’ha accolto » (I Dom. 1° Lez. ) — « Il germoglio di Jesse — continua — s’innalzerà per regnare sulle nazioni » (Ep.) e « i sordi e i ciechi che sono nelle tenebre (cioè i pagani) comprenderanno le parole del libro e verranno » (Vang.). Allora la vera Gerusalemme (cioè la Chiesa) « trasalirà di gioia » (Com.) perché i popoli santificati da Cristo vi accorreranno (Grad. All). Il Messia — spiega Isaia — « porrà in Sion la salvezza e in Gerusalemme la gloria » — « Sion sarà forte perché il Salvatore sarà sua muraglia e suo parapetto » cioè il suo potente protettore. Così la Stazione è a Roma, nella Chiesa detta di S. Croce in Gerusalemme, perché vi si conservava una grossa parte del legno della Santa Croce, mandata da Gerusalemme a Roma quando fu ritrovata.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.


Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

 Introitus

Is XXX: 30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.

[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:

[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV: 4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

 “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

***

L’intenzione di s. Paolo in questa lettera è di far cessare certe controversie domestiche, che lo spirito di gelosia aveva suscitate tra i Giudei ed i Gentili convertiti alla fede. Quelli si gloriavano delle promesse che Dio aveva fatto ai lor padri, di dare il Salvatore, che sarebbe della loro nazione; questi rimproveravano ai Giudei la manifesta ingratitudine della quale si eran fatti colpevoli uccidendo il loro Redentore. S. Paolo dimostra agli uni come agli altri che essi devono tutto alla grazia ed alla misericordia del Salvatore.

Perché Dio è chiamato il Dio della pazienza, della consolazione e della speranza?

Perché la sua longanimità verso i peccatori lo determina ad aspettare la loro conversione con pazienza; perché da Lui viene questa consolazione interiore che sbandisce ogni pusillanimità; e fa insieme trovar gaudio nelle croci; perché Egli è che ci dà la speranza di pervenire, dopo questa vita a godere Lui stesso.

Aspirazione. O Dio di pazienza, di consolazione e speranza, fate che una perfetta rassegnazione al vostro santo volere versi la gioia e la pace nei nostri cuori, e che la Fede, la Speranza e la Carità ci rechino, con la pratica delle buone opere, al possedimento del bene a cui fummo creati, e che ci attende nell’eternità, se adempiremo fedelmente le condizioni alle quali ci è stato promesso.

Graduale

Ps XLIX: 2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.

[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI: 1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.

[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére? arúndinem vento agitátam? Sed quid exístis videre? hóminem móllibus vestitum? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére? Prophetam? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te.  

“In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesù Cristo, mandò due de’ suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro? E Gesù rispose loro: Andate, e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Ma quando quelli furono partiti, cominciò Gesù a parlare di Giovanni alle turbe: Cosa siete voi andati a vedere nel deserto? una canna sbattuta dal vento? Ma pure che siete voi andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno ne’ palazzi dei re. Ma pure cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico io, anche più che profeta. Imperocché questi è colui, del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà la tua strada davanti a te” .

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL PRECURSORE: UOMINI DI CARATTERE

Perché le sue parole non venissero sospettate d’opportunismo o di adulazione, Gesù aspettò che i due discepoli mandati da Giovanni Battista se ne fossero tornati al loro maestro che languiva nelle carceri di Erode. Poi cominciò a parlare di Giovanni alla moltitudine. – « Che cosa vi attirava nel deserto, quando lasciavate le case e. accorrevate in folla? Forse una canna che si piega ad ogni fiato di vento? Forse un uomo effeminato vestito con eleganza e mollezza? ». – No: Giovanni non era un effeminato cortigiano, egli che fin da fanciullo crebbe e si fortificò nelle solitudini di luoghi selvaggi: portava una veste di peli di cammello stretta ai fianchi con una cintola di cuoio; si nutriva con locuste e miele e non beveva mai vino. – Cristiani, Gesù loda Giovanni Battista perché era un uomo di carattere. Chi non ha carattere, non è un uomo, ma una cosa; Dante direbbe che è una pecora matta perché si muove non secondo ragione, ma secondo istinto: l’istinto della paura, l’istinto del piacere. Due cose fanno l’uomo di carattere: convinzione profonda; volontà energica. – 1. CONVINZIONE PROFONDA. Quando Mosè salì sul monte a ricevere gli ordini da Dio, una nube avvolse la vetta del Sinai e nascose i colloqui dell’Eterno con l’uomo. Ma il popolo rimasto alle falde della sacra montagna, col passar dei giorni, cominciò ad annoiarsi dell’attesa, a disinteressarsi di quello che avveniva oltre quella nube che non lasciava trasparir nulla, se non forse qualche lampeggiamento seguito dal brontolare del tuono. Alla fine perse la pazienza di restar fedele, si costruì un vitello d’oro, intorno al quale tutti se la godevano, mangiando e bevendo e ballando. E non pensavano che da un momento all’altro sarebbe potuto tornare Mosè? Ci pensavano, ma dicevano anche: « Di quel Mosè che ci ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto e del suo Dio che sta sopra le nuvole, non sappiamo che cosa sia accaduto » (Es., XXXII, 1 ss.). – Noi sentiamo un fremito d’indignazione verso quel popolo sleale e ondeggiante tra il vero Dio e gli idoli, che cento volte prometteva fedeltà e altrettante la trasgrediva. Eppure non è questo il male di moltissimi Cristiani, il male che forse rode anche la nostra vita? Diciamo di essere creature poste sulla terra per il cielo, ma intanto lo dimentichiamo. Diciamo d’aver un cuore destinato ad amare la sola cosa veramente amabile, e intanto sciupiamo il nostro amore in vergognose passioni. Il vero motivo di questo nostro ondeggiare sta nella mancanza di convinzioni profonde. Ne avessimo almeno una, saremmo uomini; e invece siamo canne. La nostra fede ha radici superficiali, come quella del popolo ebraico nel deserto, e, in pratica, diciamo anche noi: « Di quel Gesù che ci ha redenti col sangue ed è salito oltre le nuvole a parlare col suo padre Celeste, non sappiamo che cosa sia accaduto ». Con siffatta perplessità d’idee, è impossibile pretendere d’assomigliare a Giovanni Battista. – Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime. « Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo? ». – « Sì, a tutto ». « Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso? ». « Sicurissimo ». « Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì? ». « No, molto più sicuro ». « Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina? ». « No. Molto, molto più sicuro. Poiché può darsi anche che venga una domenica dopo la quale non ci sia più il lunedì, quale non ci sia un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sarà più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non s’avverino ». « Quali parole? ». « Queste: Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà… Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». – Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda poteva dargli la forza di vivere come viveva. Tale profondità di convinzione era quella che condusse Giovanni Battista nel deserto, che gli diede il coraggio di rinfacciare al re il suo nefando peccato, che lo fece intrepido quando si lasciò troncare la testa. Tale profondità di convinzione era quella che sostenne i martiri: Agnese, bella e ricca ereditiera d’una cospicua famiglia romana, che a 13 anni, mentre le fiamme del rogo già la lambivano, esclamava: « Ecco che finalmente io vengo a Voi, Signore, che io amavo, cercavo, desideravo, senza intermissione »; Pancrazio di 14 anni che lasciò sbranare dalle belve la sua giovane vita, ma non sacrificò agli idoli; Policarpo di 85 anni, Simeone di 120, entrambi col corpo tremante di vecchiezza, ma con l’anima immobile nella certezza della fede. Né si creda che questa convinzione capace di sfidare perfino la morte, sia un ricordo archeologico di tempi antichi che non ritornano più. È del nostro tempo il fatto di una fanciulla americana, (Grazia Minford), convertita dal protestantesimo e divenuta suora domenicana. Suo padre morendo le lasciò la somma favolosa di 12 milioni e mezzo di dollari, a patto che abbandonasse il convento. Che cos’ha risposto quella fanciulla? « Il mio Padre del cielo è assai più ricco del mio padre della terra, e mi darà una ricompensa più grande ancora ». Questa è convinzione e forza veramente cristiana! («Schonere Zukunft », 1-5-1927). – Convinzione cristiana spinge ancora tante figliuole a rinunciare a un sogno di felicità, piuttosto che sposare una persona che non rispetterebbe la loro coscienza, a rinunciare a un impiego lucroso piuttosto che sgualcire il candore della loro innocenza in certi uffici. Convinzione cristiana sostiene il padre di famiglia in gravi e lunghi sacrifici piuttosto che violare la legge del Signore. – 2. VOLONTÀ ENERGICA. La volontà energica è una conseguenza naturale della convinzione profonda. L’uomo di carattere sa dimostrare la sua volontà decisa davanti al mondo, a sé, a Dio. – Davanti al mondo. Il mondo ha due armi terribili per trascinare al male: la lusinga e lo scherno. Le lusinghe del mondo sono le amicizie, certe amicizie specialmente; sono i divertimenti, come gli spettacoli licenziosi, i balli, le passeggiate sbrigliate e promiscue. Gli scherni del mondo sono fatti di sorrisi maliziosi, di mormorazioni, di ironia, di disprezzo, e perfino di persecuzioni; poiché spesso i buoni si vedono preclusa la via alle loro legittime aspirazioni, e alle ricompense meritorie. La volontà energica dell’uomo di carattere non cede alle lusinghe, non teme gli scherni: ma va diritta e sicura, ascoltando sempre la voce della coscienza. – Davanti a sé. Un nemico potente è entrato in noi stessi per il peccato originale, ed ha esteso il suo nefasto impero un poco su tutte le facoltà dell’anima. Bisogna riconquistare e difendere la nostra libertà interiore. I cattivi pensieri la minacciano nella nostra mente, i cattivi desideri nel rostro cuore, i cattivi istinti nella nostra carne: quale campo di battaglia aspra e incessante per la volontà! Chi cede è rammollito. – Davanti a Dio. Dio ogni giorno per purificarci o per provarci ci manda la nostra parte di fatica e di sofferenza. È necessaria la volontà energica, che tronchi ogni querela e ogni impazienza, e ci faccia accettare con santa e lieta rassegnazione la sua paterna e misteriosa volontà. La volontà energica sa placare la natura ferita, e la induce a ripetere quella preghiera che, quando è sincera, vuole coraggio e amore: « La tua volontà sia fatta! ».- Santa Giovanna è all’assedio d’Orléans. Sette ore ha combattuto, sempre calma e intrepida, in mezzo alle sue truppe; ora è il momento in cui deve strappare al nemico la famosa bastiglia di Tourelles. Repentinamente si slancia, afferra la scala, l’appoggia alla torre, e sale impetuosa. Una freccia la colpisce in mezzo al petto: sgorga sangue. Ella impallidisce, trema: sospesa a metà della scala, piange di dolore e di paura. Ridiscende e si nasconde a curarsi. Ecco la debolezza umana. Gli Inglesi imbaldanziscono, ed i Francesi spauriti cedono il campo, e suonano la tromba della ritirata. Ma al primo squillo, Giovanna scatta in piedi: ricorda le visioni che ebbe, le voci che udì, e fa una breve preghiera. Poi di colpo si strappa la freccia, e col petto chiazzato di sangue, grida: « Avanti, siamo vincitori! » E vince. – Cristiani, la vita è una battaglia per la conquista del regno di Dio. Se ci capitasse qualche momento di paura e di debolezza, richiamiamo i motivi della nostra fede, ravviviamo le nostre condizioni, e chiediamo forza con la preghiera, Poi come Santa Giovanna andiamo avanti, sicuri che la vittoria è nostra. –PREPARIAMOCI AL SANTO NATALE CON LA FEDE. Due parti ha il brano di Vangelo da commentare: il messaggio di S. Giovanni Battista a Gesù; l’elogio di Gesù per San Giovanni Battista. 1. Da parecchi mesi il Precursore languiva nella fortezza di Macheronte, erma e selvaggia sul mar Morto, dove lo teneva rinchiuso Erode. Venivano i suoi discepoli a trovarlo e non senza amarezza gli raccontavano i primi successi di Gesù. «Maestro, gli dicevano, sai, quell’uomo che era con te al di là del Giordano, a cui tu hai reso testimonianza? ecco battezza anch’egli, e tutti vanno da lui » (Giov., III, 26). – Per quei discepoli affezionati riusciva molto duro vedere il loro maestro prigioniero in una fosca e solitaria torre mentre pensavano che laggiù nella ridente Galilea un altro Maestro predicava alla luce del sole, e la folla lo ascoltava ammirata. E se qualche volta s’imbattevano a passare di là, sapendo che Gesù, con i suoi amici era entrato in qualche casa a mangiare, mossi da invidia e sdegno, si mettevano sulla porta a protestare (Mc., II, 18). – San Giovanni aveva cercato già di dissipare questi sentimenti non generosi, ma tanto naturali e facili a germinare nel cuore dell’uomo; e aveva detto: « Sentite: se una persona si sposa e tutti gli fan festa, il suo amico deve rattristarsi? No; ma l’amico dello sposo, che sta presso di lui, e lo ascolta, si rallegra grandemente nell’udire la voce dello sposo. Questa è la mia gioia: ed è perfetta. Bisogna che egli cresca, e io diminuisca » (Giov. III, 29-30). – Quella volta però in prigione, il Precursore sentendosi incapace a disarmare e a illuminare i suoi amici, ne scelse due e li mandò a interrogare Gesù: « Sei Tu colui che ha da venire, o ne aspetteremo un altro? » Lo scopo recondito dell’ambasciata fu subito intuito da Gesù che in presenza dei due inviati moltiplicò i miracoli. Al momento di congedarli, disse: « Andate ora, e riferite a Giovanni ciò che avete udito, ciò che avete visto ». Poi, volendo mostrare come leggesse nei loro cuori, aggiunse: « E beati quelli che non si lasciano sconcertare dalla mia maniera di fare! ». 2. Partiti che furono, evitata quindi anche l’apparenza d’adulazione, Gesù rese una magnifica testimonianza al suo Precursore davanti ad una gente che l’aveva conosciuto nel deserto. « Chi siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna sbattuta dal vento? ». No. Di canne erano folte le rive del Giordano, senza andarle a cercare lontane nel deserto. Giovanni poi non era certo una canna, lui il predicatore terribile che non infinse, che non tacque, ma andò fin dal Re a rimproverargli l’adulterio. « Chi dunque siete andati a vedere nel deserto? — incalza Gesù con una seconda domanda. — Forse un uomo di lusso vestito alla moda? ». I cortigiani dalle ricche vesti, gli uditori di Gesù sapevano bene che non abitavano il deserto, ma la reggia. Nel deserto, dove da vestire non ci sono che’ pelli ispide, da mangiare che erbe e locuste, da bere che acqua e scarsa ancor quella, non vivono che i ladroni e i profeti. E Giovanni era un profeta, anzi più che un profeta. « Non ‘è sorto un altro tra i figli di donna più grande di lui, — disse Gesù conchiudendone l’elogio. — Egli è l’araldo preannunziato per prepararmi la strada ». Ora che abbiamo raccontato con qualche commento, il Vangelo, fermiamo l’attenzione sulla risposta che il Signore diede ai due inviati. Questa risposta ha per noi una grande importanza. Oggi, come allora, in molti cuori manca la fede, oppure s’è illanguidita, oppure s’è fatta inerte. Anche per questi cuori, perché si ridestino a una fede operosa e amorosa, perché con tale fede si preparino al santo Natale, Gesù incaricò i due discepoli del Battista di riferire quello che udirono e quello che videro. – 1. QUELLO CHE UDIRONO. Certamente udirono quello che Cristo ha detto di sé medesimo. Lo udirono cioè proclamarsi figlio di Dio, Dio uguale al Padre. Il Vangelo non ci riferisce le parole precise pronunciate da Lui in quell’occasione: ma non ci rincresce perché ne abbiamo molte altre equivalenti pronunciate in diverse circostanze. Basterà ricordarne alcune. a) Un giorno l’Apostolo Filippo lo prega di fargli vedere Dio Padre, di cui parlava con tanta affettuosa insistenza. E Gesù: « Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Non credi tu che Io sono nel Padre, e che il Padre è in me?» (Giov., XIV, 9-10). La terra nostra non aveva mai inteso prima d’allora un simile parlare. Non c’è che Dio solo, e niente è simile a Lui in tutto il mondo. Ed ecco che questo uomo, Gesù, afferma d’essere un unico Dio col Padre: di possedere la stessa eternità, la stessa potenza, la stessa scienza, la stessa natura e vita divina. E lo confidò anche a Nicodemo in quella notte in cui l’ammise a un colloquio segreto (Giov., III, 13-18); lo ripeté al cieco nato dopo avergli donata la vista (Giov., IX, 35-37); lo proclamò solennemente alla folla che l’attorniava nel tempio (Giov., X, 30); lo disse in faccia a Caifa, l’ipocrita che cercava un pretesto per scandalizzarsi di lui (Mt. XXVI, 63-64). – b) Non solo Gesù affermò d’essere Dio, ma anche d’avere quei diritti che competono soltanto a Dio. Ad esempio, l’onnipotenza in cielo e in terra. Salutando i suoi discepoli, prima di salire al cielo, disse loro: « Io ho ogni potere, lassù in cielo e quaggiù in terra ». (Mt., XXVIII, 18). – Un altra volta domanda per sé un amore sopra ogni cosa. « Chi non mi ama più di suo padre e di sua madre, di suo figlio e di sua figlia, non è degno di me » (Mt., X, 37). Soltanto Dio può pretendere un simile amore. Gesù voleva appunto dire d’essere Dio. – c) E se l’ha detto, lo è. Era troppo equilibrato, semplice, schietto, buono per illudersi o per illudere. Ma non solo lo disse, lo comprovò coi fatti, e i due inviati del Battista videro cose che non può fare se non colui che ha fatto il mondo e che è il padrone della vita e della morte. – 2. QUELLO CHE VIDERO. Videro Gesù avvicinarsi affettuoso alle pupille spente d’alcuni ciechi, e chieder loro: « Che cosa desiderate? ». « Vedere! Vedere! », « Ebbene, guardate ». Sotto l’impero di quella parola, davanti alle loro facce stupefatte si rivelava per la prima volta la luce del sole e in essa tutte le altre cose belle. Erano scoppi di gioia, parole di riconoscenza interrotte da incomprimibile meraviglia infantile: «Oh gli uomini, sono come alberi che camminano! » (Mc., VIII, 24). – Videro sordomuti gonfiare la gola nello sforzo d’esprimere la parola che non potevano dire e agitare le dita intorno alle orecchie. Gesù, appoggiato un dito tra le sue labbra, l’intinse di saliva, poi toccò la loro bocca e il loro orecchio: « Apriti! » esclamò. D’improvviso come se finalmente un ingorgo maligno fosse travolto, la parola libera e chiara usciva dal loro petto, entrava nel loro timpano. Videro storpi gettare via le grucce e saltare sulle loro gambe. Videro alcuni in un momento guarir dalla lebbra che è inguaribile. Forse videro anche il centurione supplicare il Maestro per un suo carissimo servo che giaceva a letto in condizioni disperate, e Gesù guarirglielo in distanza (Lc. VII, 259). Forse videro anche i funerali dell’unigenito della vedova di Naim. Gesù fermò la barella e comandò alla morte di cedergli la tenera preda. « Fanciullo, ti dico di alzarti! ». E il morto risuscitò (Lc., VII, 11-17). – Questi sono fatti sicuri che non hanno che una sola spiegazione: Gesù è Dio fatto uomo, e rivestito d’un corpo come il nostro. Eppure molti non si lasciano persuadere. Non c’è da stupirsi, quando si pensa che perfino due città di quelle che videro coi loro occhi i miracoli si ostinarono nella incredulità. Gesù abbandonandole rivolse su loro la maledizione: « Guai a te, Corozain! Guai a te, Bethsaida! Se i miracoli che sono stati fatti tra le vostre contrade fossero avvenuti a Tiro e a Sidone, già si sarebbero convertite » (Mt. 11.21). Che vuol dire ciò? Vuol dire che alla buona fede che lo cerca Gesù si presenta con prove certe della sua divinità, ma non s’impone per forza all’ostinazione che lo respinge. – S’avvicina il giorno in cui la Chiesa ricorderà a tutto il mondo il mistero della ancora nascita di Gesù. E la Grazia che da questo mistero sgorgò allora, verrà diffusa a tutti i cuori, nella misura che se ne renderanno capaci. Dio Eterno che nasce bambino per noi! C’è qui un abisso di amore e di degnazione di cui non ci sarà mai possibile vedere il fondo. Santa Maddalena de’ Pazzi con incessante amorosa adorazione ripeteva centinaia di volte al giorno: «Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi ». S. Alfonso de’ Liguori non sapeva studiare se sul suo tavolo di lavoro non vedeva la cara immagine di Gesù Bambino. Ed infinite volte la baciava, adorando Colui che vi era rappresentato. Cristiani: in questa settimana d’Avvento più volte al giorno, sull’esempio dei Santi, diremo col cuore: « Bambino Gesù, io ti ringrazio d’essere nato per me! ». Ma forse qualcuno penserà: « Come farò a ricordarmelo? ». Ebbene: perché non l’abbiate a dimenticare tre volte al giorno, al mattino, al mezzodì, alla sera, la Chiesa fa suonare le campane dell’Angelo che annunzia l’incarnazione del Verbo. Nessuno dunque si scordi, almeno in questa settimana, che udendo quel suono deve pensare al Figlio di Dio che si fece uomo per la nostra salvezza. — I FRUTTI DELL’AVVENTO DEL SIGNORE.- Se un rincrescimento pungeva ancora Giovanni il Battista, non era per sé, ma per i suoi discepoli: quelli che avevano raccolta la sua parola gridata dalle soglie del deserto, che avevano ricevuto il suo battesimo di penitenza sulle rive del Giordano: i suoi discepoli che non volevano rassegnarsi a separarsi da lui, che ancora venivano a trovarlo in prigione, che per stare con lui trascuravano di seguire il Messia. Ah no! questo era troppo, questo non poteva più permetterlo. Solo Gesù è il Salvatore, solo Gesù bisogna seguire! Per ciò, sentendo imminente la sua tragica morte, mandò due discepoli a Cristo per dirgli. « Sei tu il Messia, o è un altro che dobbiamo aspettare? ». – Giovanni, si capisce, non dubitava nemmeno: egli fino dal seno materno, sobbalzando misteriosamente, l’aveva riconosciuto; egli l’aveva additato alle folle ignoranti; egli l’aveva battezzato mentre la voce dell’Eterno Padre discendeva dal cielo aperto. Ma nella squisitezza della sua fede e del suo amore voleva che i discepoli suoi lo vedessero coi loro occhi, lo udissero con le loro orecchie: così affascinati dal Cristo, si sarebbero staccati da lui senza rimpianti. E Gesù comprese lo scopo di quella ambasciata. Li accolse con affetto e se li tenne con sé amorevolmente facendo molti miracoli in presenza di loro. Poi li congedò con queste parole: « Tornate da Giovanni e ditegli quel che avete udito, quel che avete veduto ». Orbene, Cristiani: la santa Chiesa in principio dell’Avvento, imitando il gesto del Precursore, manda anche noi a considerare i frutti della venuta del Salvatore perché abbiamo a credere più fermamente in Lui, a seguirlo più coraggiosamente. Questi frutti sono molti, ma i principali sono tre: la pace, la luce, l’amore. – 1. LA PACE. Prima ancora che nascesse, da un profeta fu chiamato « principe della pace »; quando nacque, i cori d’Angeli cantarono che «la pace in terra, agli uomini» era discesa. Alla vigilia della morte diceva ai suoi amici: « Me ne vado, ma vi lascio la pace »; risuscitando disse: « Pace a voi ». Gesù Cristo, dunque è la nostra pace. Ipse enim est pax nostra (Eph., II, 14). Perciò non fa meraviglia se, con la sua venuta, mise pace tra Dio e l’uomo, tra l’Angelo e l’uomo, tra uomo e uomo. a) Tra Dio e l’uomo: dal momento che il primo uomo peccò, Dio voltò via la sua faccia sdegnata e abbandonò la nostra natura al giogo del demonio. Passarono migliaia e migliaia d’anni in cui nessun uomo poté, benché santo, entrare in Paradiso: né Adamo, né Mosè, né Isaia, né Davide, alla loro morte, lo trovarono aperto. Finalmente nel seno verginale di Maria la natura divina e la natura umana s’abbracciarono nell’unica Persona nel verbo incarnato. Come Iddio poteva continuare la sua inimicizia con gli uomini, se uomo era anche il suo Figlio Unigenito? – b) Tra l’Angelo e l’uomo. Fino alla venuta di nostro Signore Gesù, gli Angeli trattavano gli uomini come stranieri con superiorità ed asprezza. Perciò quando apparvero ad Abramo, a Loth, a Giacobbe, a Mosè, ad Ezechiele, a Davide gli uomini tremanti si gettavano a terra per adorarli come padroni. Ma dal giorno della venuta del Signore, tutta la schiera angelica ci è diventata benevola ed amica: ai loro occhi cessammo di apparire la razza degradata e maledetta, poiché vedono che il Figlio di Dio ha voluto rivestire umana natura, farsi uomo in carne ed ossa come noi. Se Dio ebbe di noi tanta misericordia da diventare uno dei nostri, gli Angeli come ci potrebbero ancora trattare duramente? Quando a S. Giovanni Evangelista apparì un Angelo, egli, secondo l’uso dell’Antico Testamento, fece per gettarsi sulla nuda terra ad adorarlo. Ma la celeste creatura glielo impedì, dicendo: « Che fài? Io sono come te un servo dell’Altissimo ». – c) Tra uomo e uomo. Prima che il Salvatore discendesse su questa terra, il sentimento più diffuso tra gli uomini era l’odio. I pagani odiavano i Giudei, i Giudei odiavano gli immondi pagani. I Greci chiamavano barbaro chiunque non fosse della loro nazione; i Romani non riconoscevano i diritti se non dei cittadini di Roma. La guerra e l’odio implacabile per i nemici era un vanto. Venne Gesù: e davanti a Lui non ci furono più né Giudei né Gentili, né Greci né barbari, né rivali né nemici, ma tutti gli uomini divennero fratelli suoi, compartecipi della sua natura umana: e perciò figli tutti d’un Padre unico, Iddio. L’uomo dunque da Dio, dagli Angeli, dagli uomini stessi era odiato e disprezzato come un lebbroso. Gesù Redentore, portandoci la pace con Dio, con gli Angeli, con gli uomini, ci ha mondati da quella lebbra. Leprosi mundantur. Ma guai a quelli che ritornano negli odi antichi! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano. – 2. LA LUCE. Tutti i popoli camminavano nelle tenebre e nell’ombra della morte. In Egitto si adoravano le cipolle e il bue; in Grecia si erano costruite divinità viziose e libidinose; in Roma si incensavano i tiranni crudeli. Le madri uccidevano i loro figliuoli per placare le ire di Baal o di Astharte, idoli sanguinarî. Anche gli uomini più intelligenti d’allora non riuscivano a sapere del loro eterno destino quanto ora ne sa anche l’ultimo dei nostri bambini. Gesù venne: e fu come se si squarciasse la maligna nuvolaglia che ottenebrava il mondo e risplendesse improvvisamente il sole. Sole di giustizia è Gesù! Luce del mondo è Gesù! – Quante meravigliose verità ci ha Egli disvelate riguardo a Dio, all’anima nostra, alla vita eterna… Tutte le cose più utili al nostro vero bene il Vangelo ce le insegna. – I nostri occhi erano ciechi, ed ora vedono. Cæci vident. Eppure ci sono di quelli che la dottrina cristiana hanno dimenticata, che non vogliono più impararla. Eppure ci sono di quelli che vivono solo per mangiare e guadagnare, veri adoratori delle cipolle e del bue; di quelli che vivono per accontentare ogni istinto bestiale, veri adoratori delle passioni immonde; di quelli che i proprî figli non educano cristianamente e sacrificano la loro innocenza al demonio. Guai a questi che ritornano nell’antica tenebrosa ignoranza! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano. – 3. L’AMORE « Signore, perché sei venuto sulla terra? ». «Sono venuto a portare il fuoco dell’amore sulla terra ghiacciata, e non bramo altro che di incendiarla tutta in questa mistica fiamma ». Anche senza l’Incarnazione, nella sua infinita misericordia, Dio avrebbe saputo trovare il modo di perdonarci e salvarci. Ma era l’amore della sua creatura, che il Creatore dell’universo voleva: e si fece uomo per amore. Nell’Antico Testamento avevano imparato a temerlo e a rispettarlo; lo sentivano presente nel fragore del tuono, nell’urlo della bufera, nell’ardore del fuoco; ma gli uomini non riuscivano ad amare un Dio invisibile. Ma ora Egli si è fatto visibile, e tutto il mondo vede la sua dolce Umanità. « Fratelli, — scriveva S. Paolo — dopo la sua venuta più nessuno può vivere per sé, ma solo per Lui, che visse e morì per noi ». E sorsero allora moltitudini di uomini, di donne, di fanciulli che con desiderio offrirono la loro vita nel martirio. Sorsero allora infinite schiere di Monaci e di Vergini che si ritirarono nei deserti a vivere solo per suo amore, già fatti angeli prima di morire. Sorsero in ogni tempo i Santi che non temettero penitenze e umiliazioni, fatiche e malattie, tribolazioni e persecuzioni, accesi com’erano nell’amore di Cristo, il Dio fatto Uomo. – Senza questo eterno amore, che sarebbero stati gli uomini se non dei cadaveri? – Gesù venne e li risuscitò. Mortui resurgunt. Eppure sono troppi quelli che non amano il Signore: passano lunghe settimane senza un pensiero e un palpito per Lui! Troverete di quelli che neppure una Messa alla festa sanno ascoltare per suo amore; per suo amore non sanno nemmeno compiere una piccola rinuncia. E se si volesse entrare nel segreto delle famiglie, quanti ne trovereste che non sanno più rispettare la castità coniugale e vivono nell’egoismo brutale, dissacrando ogni legge di Dio e di natura! Guai a questi che ritornano nell’antica morte dell’indifferenza e del peccato! Per loro la primavera della redenzione è venuta senza fiori e senza frutti. –  Dopo due millenni, nuovamente ci prepariamo al Santo Natale per partecipare maggiormente ai frutti della divina venuta. – S. Gaetano da Thiene sì struggeva in affettuose preghiere; S. Filippo Neri si ritirava nelle catacombe a meditare; San Francesco d’Assisi s’avviava verso Greccio gridando: « Amiamo il Bambino celeste! ». Noi che faremo? Facciamo pace con Dio e con gli Angeli togliendo via i peccati dal cuore, facciamo pace con gli uomini perdonando e chiedendo perdono. Ritorniamo a frequentare la Chiesa, a studiare la dottrina cristiana, ad ascoltare la parola di Dio. Infine, per amore di Gesù che tanto ci amò, facciamo un po’ di penitenza, di elemosina, di mortificazione. – Così la pace, la luce, la carità del nostro Signore ritorneranno in noi.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV: 7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.

[O Dio, rivolgendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta

Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis.

[O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.

[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.

[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

IL SACRO CUORE DI GESÙ (60)

IL SACRO CUORE DI GESÙ(59)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

I. – DAL 1690 AL 1725

La morte di Margherita Maria, grazie, in gran parte, al libro del P. Croiset, non fece che dare un nuovo slancio alla divozione. Il libro ebbe una diffusione prodigiosa; se ne fecero edizioni ed adattamenti in parecchie città di Francia; fu tradotto in diverse lingue. Dappertutto esso accendeva il fuoco sacro facendo conoscere, con il valore e l’unità della divozione, le sue origini celesti. – L’apostolato vivente faceva ancora di più. In ogni luogo ove era un monastero della Visitazione o un collegio di Gesuiti, si trovava qualche anima ardente per propagarla. Non era sempre senza difficoltà. Perché, se la divozione provocava l’entusiasmo, trovava anche delle opposizioni. Si vede dagli scritti del P. Galliffet, e ciò si sarebbe potuto indovinare, che, come d’ordinario, bisogna distinguere due o tre momenti nel progresso della divozione. Appena essa appare, alcune anime se ne innamorano: attrattiva della grazia, affinità naturale, entusiasmo di novità. È come polvere che s’incendia. – Ma ecco l’opposizione; essa nasce appunto dal successo medesimo; l’entusiasmo degli uni provoca la resistenza degli altri. È il momento delle divisioni delle dispute, delle critiche. Interviene l’autorità, per ristabilire la pace. Conservatrice per dovere, come per istinto, essa reprime gli slanci troppo vivi, le iniziative troppo brusche. Poi essa impone silenzio ai partiti. Le anime docili fanno silenzio. Ma quando il movimento viene da Dio, questa stessa docilità ne assicura il trionfo, mentre gli indocili e i fanatici mormorano forse, ed abbandonano quasi subito la causa che hanno compromessa con i loro eccessi e con la loro indiscrezione; gli altri più seri e più soprannaturali, la liberano di tutto ciò che poteva mescolarvisi di umano e di naturale; pregano, attendono, agiscono discretamente, sotto lo sguardo e con l’approvazione dell’autorità. Il movimento riprende a poco a poco, più profondo, senza rumore, senza urti. Fra gli oppositori i migliori riflettono, esaminano; sotto l’azione della grazia i pregiudizi, si mostra la verità; ed eccoli conquistati; essi saranno forse un giorno ardenti zelatori. – Noi abbiamo visto che tale fu la storia della divozione a Paray. Tale essa fu in molti monasteri della Vistazione; tale nei collegi della Compagnia di Gesù; tale quasi in ogni luogo dove si propagava la nuova divozione. Questa prima opposizione non era, di sua natura, un’opposizione giansenista. Ma vi si mescolarono qua e là influenze gianseniste che servirono a renderla più ostinata ed amara. Non è dei primissimi tempi che parla il P. Galliffet; ma si può dire con lui che « la persecuzione fu forte ». « Si arrivò, continua egli, a riguardare quelli che volevano praticare o stabilire questa festa, come una specie di setta, capace di turbare la Chiesa. Tutto, fino il nome della divozione, divenne odioso. Non si poteva nominare il cuore di Gesù, senza offendere certi spiriti ». I Cristiani istruiti e pii arrivarono presto ad apprezzamenti più giusti: « La verità, dice ancora il P. Galliffet, si faceva strada a poco a poco, i pregiudizî si dissipavano, gli spiriti si rialzavano, calmandosi in modo che, in pochi anni, si videro persone di tutte le condizioni e di tutti i caratteri abbracciare la nuova divozione e trovarvi la loro consolazione ». Egli aggiunge che essa « s’introdusse soprattutto nei conventi ». É ciò si comprende facilmente. È sempre stata la divozione degli eletti! – Ma fu obbligata a conquistare le anime una ad una. Anche la Visitazione, come corpo, e la Compagnia di Gesù, furono ben lungi dal lasciarsi conquistare ciecamente, alla prima, dalla nuova divozione. Vi furono perfino condanne dell’autorità, destinate a far riflettere i temerari e gli innovatori. Da Annecy, dalla « Sorgente santa ». partiva il 1 novembre 1693 una circolare che spiegava perché si era alieni da « quelle pratiche così singolari, che sono state introdotte da poco, per onorare il sacro Cuore di Gesù ». Non rigettavano la divozione, lo dicevano chiaramente: « Per questo, noi non vogliamo avere meno rispettoso culto per il sacro Cuore; noi lo consideriamo come il centro di tutti i nostri desiderî e la mèta di tutti i nostri voti ». Ciò che si respinge sono le pratiche nuove, contro le quali i santi fondatori avevano messo tanto in guardia. Ma la parola rimase dura. D’altra parte Annecy riceverà presto la Madre Greyfié, la sceglierà per superiora, e imparerà da lei ad apprezzare meglio la nuova divozione. – Cose analoghe nella Compagnia di Gesù. I profani  s’immaginano, talvolta, che una divozione reclamata dalle visioni e dalle rivelazioni di una religiosa, è sicura di trovar credito in questo mondo di predicatori, di confessori, di teologi… Si conoscono molto malel… Il P. Croiset e i suoi amici, pur essendo così prudenti, apparvero ad alcuni eccessivi e troppo crudeli. La cosa arrivò fino al P. Thyrse Gonzales, allora Generale della Compagnia. Egli non era certo disposto alle novità. Tuttavia non condannò la divozione; ma temeva che il P. Croiset non si fosse « volto ad opinioni singolari ». Gli si spiegò che non era così; egli rispose guardandosi dal biasimare la divozione, ma senza volerla incoraggiare e sopprimendo le pratiche contrarie agli usi. Ciò avveniva nel 1695. La Compagnia, per intero, non doveva fare atto di divozione al sacro Cuore che al tempo di Lorenzo Ricci, quando piombando su essa le disgrazie da tutte le parti, essa non aveva più speranza che nel sacro Cuore. – Frattanto, le confraternite si moltiplicavano, le pratiche principali erano adottate; si costruivano cappelle, si dedicavano altari; i predicatori parlavano. In pochi anni la devozione fu conosciuta da tutta la Francia, conosciuta nel Canada e fin nell’Estremo Oriente. Alcuni santi preti se ne facevano i propagatori zelanti. Abbiamo già parlato di Boudon. Un po’ più tardi, nel 1711, Simone Gourdan, il pio e sapiente canonico di San Vittore, ne faceva l’elogio in una consultazione celebre, in cui egli la mostrava come « la più antica, la più autorizzata, la più perfetta, la più utile, la più gradita da nostro Signore, di tutte le divozioni ». Alcune congregazioni religiose le spalancarono le loro porte. Le Benedettine del SS. Sacramento, furono preparate dal P. Eudes; così pure alcuni conventi di Benedettine e di Orsoline; le Certosine lo erano dalle mistiche del loro Ordine. Forse sono i Certosini che per i primi hanno adottato, quasi ufficialmente, la nuova divozione, Verso il 1692 alcune monache di questo ordine, domandavano al loro Superiore generale, don Innocente Le Masson, se potevano adottare le pratiche proposte in un piccolo libro della devozione al sacro Cuore: il ritrovo quotidiano in quel divin Cuore, alcune preghiere speciali, una consacrazione, un’ammenda onorevole, una specie di festa riparatrice in onore del sacro Cuore nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento. E gli mandarono il libro. Sembra che fosse il libretto di Digione, quello di suor Joly. Don Le Masson rispose: « Non solo acconsento… Ma vi esorto a farlo ». E volle scrivere lui stesso un Esercizio di devozione al sacro Cuore per le religiose Certosine che fu pubblicato nel 1694. – In questa prima diffusione della divozione ci piacerebbe distinguere le influenze di Margherita Maria e quelle del P. Eudes, vedere almeno come esse si uniscano e si fondano. Non si possono raccogliere a questo proposito che poche informazioni. Nel 1693 una lettera del P., Croiset ci mostra alcune Benedettine, le Dame di S. Pietro a Lione, che ritrovano, per così dire, nella divozione che vien loroproposta quella che il loro Ordine ha avuto in altri tempi. Ma esse ne avevano perduto ogni ricordo, Quelle Dame, « avendo gustato straordinariamente questa divozione, appresero che essa era stata altre volte molto ordinaria nell’Ordine…, e che c’era stata, molti anni avanti, una festa nell’Ordine e un Ufficio, in onore del sacro Cuore ». Sembrerebbe trattarsi di cosa di molti secoli prima. Non è così, pare. « Dio ha permesso, aggiunge il P. Croiset, ch’esse abbiano trovato, a Parigi, questo Ufficio a nove lezioni con una Messa molto bene composta in onore del sacro Cuore, il tutto approvato a Roma, con permesso, per tutto l’ordine di S. Benedetto, di fare tutti gli anni questa festa ». L’Ufficio di cui è fatta questione qui è probabilmente quello del Padre Eudes. In tutti i casi bisogna riconoscere che, se fra queste persone di Lione il P. Eudes era completamente sconosciuto, il collegamento della nuova divozione con l’antica si faceva nel modo più naturale. Questo servirsi dell’Ufficio e della Messa del P. Eudes per la divozione di Paray non sarebbe unico; già abbiamo avuto l’occasione di segnalarne delle tracce, fin presso le Visitandine, presso quelle di Strasburgo per esempio, di Nancy, di Metz. Lo si può pure constatare a Roven. Le Visitandine vi avevano accolto la divozione fin dal 1690. Là fu pubblicato, nel 1694, un opuscolo, La divozione al sacro Cuore di Gesù Cristo (Ripubblicato a Montreuil sur Mer, nel 1899, ma con adattamenti che ne fanno quasi un altro libro.). La divozione di Paray vi era nettamente. Esposta ed anche distinta, in certo modo, da quella del P. Éudes: ma la Messa che vi si unisce è quella del P. Eudes. Anche a Rouen si ritrovano a contatto le due influenze il 6 giugno 1608. Per la festa solenne della Confraternita adoratrice (che è proprio la festa di Paray, giugno, nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento, quella che Roma ha appunto allora concesso alle Visitandine), sono gli Eudisti, «i signori del Grande Seminario » che cantano la Messa del sacro Cuore, ed è un Eudista che fa la predica della sera. Toccava a loro, dice la circolare dove son raccontati tali avvenimertti, « di fare l’inaugurazione di questa devozione, già stabilita nella loro Congregazione da lungo tempo ». Sono questi fatti isolati, Oppure si presentano di frequente casi simili? Per rispondere occorrerebbero documenti precisi, che ancora non sono stati raccolti. Ma una cosa è sicura. L’impulso conquistatore, il movimento che invade l’Europa, l’Oriente, l’America, è partito da Paray. Presto il libro del P. Croiset non basta più. Se ne vedono apparire altri da tutte le parti. Spesso non sono che manuali ad uso delle confraternite che si stabiliscono in ogni luogo, raccolte di preghiere e di pratiche, con qualche spiegazione sulla natura e sulle origini della divozione con alcune approvazioni episcopali. Talvolta le confraternite, non sono che l’occasione; il libro è un vero trattato, pio e teologico insieme. Tale è quello del P. Froment, cominciato ancor prima della pubblicazione di quello del P. Croiset e sotto l’influenza di Margherita M, ma non apparve che nel 1699. Tale è quello del P. Bouzonié. Pubblicato a Parigi nel 1697. – Verso lo stesso tempo, i revisori generali della Compagnia di Gesù a Roma, ne esaminavano uno che sembra mirasse più in alto ancora, mirasse cioè ad ottenere la festa con Messa e Ufficio per la Chiesa universale. Essi lodarono l’opera « scritta con talento e sapere ed atta a promuovere la divozione e il culto del sacro Cuore ». Tuttavia furono di parere di non stamparla, E il P. Thyrse Gonzales, allora generale della Compagnia, decise, in conformitàal loro consiglio, per le ragioni che diremo fra poco. Che opera era quella e di chi? Fino adora non si sapeva. Si era creduto che si trattasse forse di estratti del P. Croiset o di una nuovqa edizione. Nuovi dati favoriscono un’altra congettura. 11 P. Pietro Charrier dice di aver trovato a Roma un Manoscritto del P. Galliffet De culto sacrosanti Cordis Jesu, datato dal 1696. Se queste inidicazioni sono esatte, non si può più dubitare che non sia quella l’opera sottoposta dal Provinciale di Lione ai revisori di Roma. Così il Padre Galliffet avrebbe aspettato per 30 anni l’ora della Provvidenza! La sua opera latina non apparve che nel 1726. La divozione stessa stava per subire altri ritardi davanti alla Corte di Roma. Le anime buone avevano creduto che le cose camminerebbero da sé. Non si aveva il desiderio di Gesù e la sua promessa, che egli regnerebbe malgrado le resistenze e le opposizioni?… Essendosi rivolte inutilmente a Roma una prima volta, nel 1687, le Visitandine si rivolgevano agli Ordinari, seguendo il consiglio di Roma stessa; e spesso gli Ordinari accordavano per le loro Confraternite la festa del sacro Cuore, con Messa e Ufficio propri. Altri Vescovi facevano lo stesso, ciascuno a piacer suo. Niente di uniforme, niente di sicuro; tutto dipendeva dal beneplacito dell’Ordinario. E poi mancava il prestigio dell’autorità papale. Dal 1693 le Confraternite furono approvate da Roma e arricchite d’indulgenze. Il P. Croiset si figurava che con questo si avesse tutto. « Si aspettavano le indulgenze, scriveva egli nel 1693. Appena Roma avrà parlato, mi aspetto di veder solennizzare questa festa dappertutto ». Anche lui stava per esser deluso.  – Nel 1697 si credette venuto il momento di tentare un grande sforzo presso Innocenzo XII, per avere la festa tanto desiderata, con Messa e Uffici proprî. Le Visitandine avevano interessato alla loro causa la regina decaduta di Inghilterra, Maria d’Este, moglie di Giacomo II. Era facile, giacché ella non aveva potuto dimenticare il suo predicatore del 1677, il P. de la Colombière. Dal suo esilio regale di Saint-Germain-en-Laye, ella scrisse al Papa, domandandogli di accordare ai monasteri della Visitazione la festa del sacro Cuore con Messa propria, il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. Il Papa, secondo l’uso, rinviò la causa alla sacra Congregazione dei Riti. Il cardinale Prospero Bottini, Arcivescovo di Mira, fece le obbiezioni secondo l’uso, La principale era la novità; poi anche le conseguenze che se ne tirerebbero, per stabilire altre feste, specialmente quelle del cuor di Maria. Il postulatore rispose risolvendo le obbiezioni e ricordando i meriti della regina d’Inghilterra. La sacra congregazione emise il suo decreto il 30 marzo 1697. Essa accordava ai monasteri della Visitazione delle cinque piaghe per la festa del sacro Cuore. Si può vedere nei resoconti del tempo con quale entusiasmo e con quale solennità fu celebrata la festa. – Tuttavia, non era che una mezza soddisfazione. È la impressione a Roma non fu quella di una vittoria che incoraggia ad andare avanti… Due mesi dopo il decreto per la causa delle Visitandine, i revisori Gesuiti si pronunziarono, come noi abbiamo visto. Essi aggiungevano: « Noi speriamo che i Nostri non si impegnino più a patrocinare la causa del sacro Cuore alla Corte di Roma, e soprattutto che la paternità vostra non intervenga per ottenere che la festa con Messa e Ufficio propri del sacro Cuore siano accordati a tutta la Chiesa; particolarmente in un tempo in cuile nuove devozioni pullulano da ogni parte e sono spietatramente rigettate dalla santa Chiesa » – Infatti, verso la stessa epoca, le Orsoline di Vienna, che si erano rivolte, per loro conto, alla Congregazione dei Riti, per ottenere la festa per loro stesse, ricevevano dalla Congregazione un rifiuto formale: Non expedire. – La divozione stava per ricevere un colpo più forte. Nel 1704 il libro del P. Croiset fu messo all’Indice. Perchè? Il P. Galliffet spiegava così la cosa a Mons. Languet, venti anni dopo: « La novità della cosa, la mancanza di alcune formalità richieste qui e forse, anche, un po’ di malignità, da parte degli uomini, e molta certamente da parte dell’inferno ». Il libro non cessò di propagarsi; fu tradotto in italiano; corretti i difetti di forma: anche in Francia riceveva grandi elogi da Mons. Languet, che lo raccomandava senza fare la minima allusione all’Indice. Il P. Galliffet, nella sua lettera a Mons. Languet, esprimeva la speranza che, dopo l’approvazione della divozione, si farebbe « rendere al detto libro la giustizia che gli è dovuta ». Questa speranza si è realizzata, ma lungo tempo dopo, nel 1887. Malgrado tutti gli ostacoli, la divozione continuò a diffondersi nel pubblico. Le confraternite si moltiplicavano con approvazione e indulgenze da Roma. Indulgenze si avevano anche per tutti coloro che visitavano le chiese delle Visitandine, il giorno della festa. Le Orsoline di Vienna, imitavano le Visitandine di Francia: la Polonia apriva le braccia al sacro Cuore, come pure il Canada. – Nel 1707 le Visitandine rinnovarono le loro istanze presso Clemente XI per avere la Messa propria. Il Papa rispose loro, il 4 giugno 1707, lodando il loro zelo, la loro pietà, la loro prudenza, nella condotta di quest’affare; che esse aspettassero dunque, in pace, il giudizio della Chiesa; per questa sottomissione sincera esse arriverebbero direttamente al cuore del Signore. La peste di Marsiglia, nel 1720, fu forse la prima occasione di una consacrazione solenne, di un culto pubblico, al di fuori delle comunità religiose. Si sa come Marsiglia era stata ardente per il sacro Cuore, fin dai tempi di Margherita Maria. Da alcuni anni un’altra Visitandina, Anna Maddalena Rémuzat, vi diffondeva la stessa divozione. Ella aveva annunziato il flagello del 1720. Quand’esso scoppiò, nostro Signore le indicò il rimedio nella divozione al suo sacro Cuore. Ammenda onorevole e consacrazione furono fatte da Mons. di Belsunce, in mezzo alle lagrime ed ai singhiozzi di tutto un popolo; un decreto stabilì la festa per l’anno seguente. La peste cessò. Nel 1722 essa riapparve. Questa volta i magistrati stessi fecero il voto solenne di festeggiare ormai il sacro Cuore con Messa, comunione, omaggi e processione solenne. Altre città, colpite o minacciate, ricorsero pure al sacro Cuore: Aix, Arles, Tolone. Fu una supplica generale. Così la divozione diveniva popolare.

LO SCUDO DELLA FEDE (230)

LO SCUDO DELLA FEDE (230)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (4)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO II

Art. 1

SACRE VESTI.

L’Amitto

Segnasi col segno di croce per porsi, dirò, sotto la croce come sotto l’albero della salute, e venire protetto dall’ombra sua, come colui, che allo scoperto non reggerebbe di presentarsi alla Divinità. Poi impone l’amitto sopra il capo. Come gli antichi guerrieri mettevansi l’elmo in capo, e della gorgiera, di che l’elmo era fregiato, si coprivano a difesa il collo intorno, così dell’Amitto, scopresi il capo, il collo, e lo stende giù per le spalle e sul petto (Rub. Miss. Præp.). L’amitto è un misterioso velo, che significa il Sacerdote dovere solo per Dio riservare gli affetti del cuore, a Lui interamente consacrato, anzi coprirsi come d’un velo il capo, la bocca, il petto, perché niente di guasto, di vano, di falso abbia da offendere colui che è chiamato sul santo Monte a conversare con Dio (Bona, Trac. ant. de Missa., Bened. XIV, De sac. Missæ). L’uomo, così posto al sicuro dagli attacchi del mondo, alza il capo, il cuore, la voce, per combattere le battaglie del Signore, forte per l’armatura della fede, di che risplende terribile al nemico di Dio e degli uomini. Così il Sacerdote resta il capitano della crociata di Dio. Ecco ragione della guerra eterna dell’inferno e de’ suoi contro i Sacerdoti. Bene sta: quando si fa guerra al re, sono i guerrieri, che stan per lui, che ne ricevono i colpi della vita. Il Sacerdote dice perciò mettendosi l’amitto: « imponi, o Signore, al mio capo l’elmo della salute per combattere gli assalti diabolici. » Mai non è da dimenticarsi, che il Sacerdote non solo sacrifica in nome di Gesù Cristo, ma anche lo rappresenta; perché il suo sacerdozio è uno con quello del gran Pontefice eterno Gesù Cristo, il quale è pur la gran Vittima ad un tempo. Il perché il Sacerdote rappresenta Gesù come sacrificatore, e rende immagine di Gesù Cristo come vittima (Durandus Minut. Ep. Ration., div. off. lib. 3, cap. 4.). – Perciò giova qui avvisare, che dopo le altre significazioni simboliche e morali, noi toccheremo delle significazioni, che riguardano Gesù Cristo direttamente; fra le quali una è questa, che l’amitto significa il velo, col quale i Giudei bendarono gli occhi a Gesù, quando gli scaricarono sul volto benedetto quegli orrendi schiaffi, dicendo: « Indovina chi ti ha percosso, o Profeta da burla (Manzi loco cit.). » L’Amitto significa pure la corona di Spine, egualmente che la santa umanità, di che velò sulla terra la sua divina persona (Bona loc. cit. Manzi Del vero ecclesiastico).

Il Camice.

Ecco il bianchissimo camice (alba), simbolo dell’umana natura purificata nel Sangue dell’Agnello immacolato Gesù (Card. Bona trac. an. de Missa.). Il battesimo, la penitenza, poi le sante lagrime, la compunzione e tutti i mezzi di santificazione mirano qui, cioè a riparare i guasti fatti dal peccato nelle anime nostre, ed a restituirle nell’originale giustizia e santità; affinché, purificati per i meriti di Gesù Cristo, compiamo la nostra destinazione, che è questa, di poter giungere ad essere beati in seno a Dio. Dice perciò nell’atto di vestire il Camice: « Lavatemi, o Signore, e mondate il mio cuore, affinché, reso candido nel Sangue dell’Agnello, possa fruire dei gaudi sempiterni. » – Ecco adunque il Sacerdote vestito tutto di bianco, che significa l’uomo dover essere purificato delle braccia, perché si affretti a lavorare a gloria di Dio, e deporre della sua vita continue offerte sull’Altare, che arde in cielo innanzi al trono dell’Eccelso; purificato delle ginocchia, e fatto degno di prostrarsi innanzi all’altare, a presentare all’Altissimo ossequiosa adorazione; purificato dei piedi, affinché cammini diritto sul sentiero della legge divina, sull’orme segnate dall’Uomo-Dio; purificato del petto e di tutta la persona, perché, ricreato in santità, sia degno d’essere assorto in Dio (Idem. Amalarius Ben. XIV, loc. cit. Rupertus Abba. Tuil. de div. off. lib. I, cap. 20. De Alba Hug. Card. in Apocal. cap. 2, I. Durand. loc. cit.). – Il Camice significa anche la veste di Cristo, con che Erode lo vesti per ischerno per farsi trastullo di lui come d’uomo pazzo (Manzi loc. cit.). Bene sta; una vita monda che piace a Dio, è stoltezza agli occhi di coloro, che s’involgono nel fango d’ogni lordura, qui sulla terra. Ahì disgraziati! hanno bruttato in sé la santa immagine di Dio, perciò, senza pure volerlo, sentono ribrezzo di presentarsi a Dio, e per non sentire i lamenti della coscienza, che latra, gridano allegramente: « godiamo, godiamo l’istante presente; » e con brama infocata si ingolfano nei vizi, cercando furiosi nelle soddisfazioni della carne la felicità, che sola si trova in Dio; carnefici della propria pace, ché per andamenti sozzi di vita e mper opere dissolute, diventano feccia e scolatura d’ogni ribalderia, e sì gettano miseramente a disperazione!

Il Cingolo.

Poi il Sacerdote si stringe la vita col Cingolo, che significa l’angelica virtù della purità (Miss. Rubr. de præpar. Miss.), che rende la carne nostra degna di Dio: e, « cingetemi, o Signore, ei dice, col cingolo della purità ed estinguete nella mia carne l’umore della libidine, affinché rimanga in me la virtù della continenza e della castità. » Il voto della castità sposa a Dio il Sacerdote che ha giurato di volere i suoi affetti purificati (Bona Durand. Rutio div. off. lib. 3, cap. 3 De Alba Petrus Bles. Barhon Arcid. cit. 40.) tutti a Lui consacrare, e le sue delizie cercare in Lui solo; ed il Cingolo significa questo legame di caste nozze divine. Come i buoni fedeli appendono quei loro voti d’argento con belli nastri e gala intorno alle immagini care alla divozione dei popoli; così questo Cingolo appunto appende come un voto purissimo all’altare, a piè del Crocefisso, la persona devota e consacrata a Dio, e legata a Gesù unico oggetto delle sue tenerezze di Paradiso (Ben. XIV loc. cit.): e rappresenta pure i vincoli, che legarono Gesù nell’Orto. In tal modo il Sacerdote si lega, e va ad offrirsi con Gesù sull’Altare.

Il Manipolo.

Stende quindi il braccio sinistro a ricevere il Manipolo, e bacia sopra esso la croce. Questo era forse anticamente una pezzuola, di che i fervorosi nostri antichi Padri si asciugavano le lagrime, senza cui non potevano mai celebrare così santi Misteri. Sembra pure che il Manipolo servisse come di un pannolino per astergersi (Alcuinus De div. off. c. quid. signif. vestim.), e presentare con garbo e pulitezza sull’altare i santi vasi al Suddiacono affidati. Esso, colla croce che porta, significa la vita presente, in cui la nostra miglior porzione sono le lagrime ed i travagli, che Gesù ci comparte (Id. Rub. Miss. de præp.). La terra è un esilio per noi creati pel paradiso; la vita è un tempo di prova, e sono meriti di vita eterna le tribolazioni della vita presente. Verrà tempo, e non è lontano, quando sarà per noi gran fortuna l’aver avuto da soffrire con Gesù Crocifisso. Mieteremo allora in gaudio per l’eternità ciò che abbiam seminato lagrimando nel tempo (Duran. Ruper. ab Bona. Psal. CXXV.). Noi adunque, finché siam confinati qui sulla terra, siamo in bando, in pressura, in catene; ed il braccio sinistro, a cui si lega il Manipolo, significa la carne umana; che tiene legata la nostra persona colla terra, in cui dobbiamo espiare le nostre colpe coi patimenti (Ben. XIV loc. cit.). E siccome il Manipolo rappresenta anche la corda, che teneva avvinto alla colonna il benedetto Gesù, mentre Egli sopportava quella tempesta di battiture (Durandus, loc. cit.), ed eziandio la sua santa umanità, per cui restava Egli legato al mondo e soggetto ai patimenti; noi così con Gesù Cristo legati alla terra soffriamo, Lui fissando lassù in cielo dove godremo la vera libertà dei figliuoli di Dio, e diciam flagellati con Gesù Cristo, come il Sacerdote nello stendere il braccio, a cui si stringe il Manipolo: « fatemi degno, o Signore, di portare il Manipolo del pianto, e del dolore, perché con esultanza riceva la grande mercede eterna, che la vostra misericordia ai brevi travagli di questa povera vita apparecchia in paradiso; » e baciamo la mano, che ci manda le croci, e ci santifica i patimenti.

La Stola.

Così l’uom di Dio rinnovellato alla vita in Gesù Cristo, con Lui preparato a combattere la battaglia del Signore, e durarla da forte sotto il peso della tribolazione, pone sul collo segnato di croce la Stola. La Stola esprime il terzo vincolo, col quale fu legato Gesù, quando portava la croce. Essa è un dignitoso ornamento di autorità che si adopera nel presentarsi alle più importanti funzioni: significa la veste dell’immortalità, che, perduta pel peccato del primo Padre, riacquistiamo nei meriti di Gesù Cristo. Adunque, dove nell’anima nostra, spogliata della grazia che la rendeva degna di vita eterna, sovrabbondò il peccato, e del peccato fu stipendio la morte, ora la giustizia di Gesù Cristo, cancellando la nostra ingiustizia, fa che nell’anima nostra sovrabbondi la grazia (Ad Rom. V, 20.); e questa grazia è pegno di vita immortale. La Stola di color vario secondo il variare della solennità d’ogni dì, e splendida di oro e fino brillante di gemme, significa la veste dell’immortale gloria, che in cielo ricorda i vari meriti dei beati. Chi visse vita angelica in carne qui, vestirà il candor degli Angeli in cielo; e belli della luce del color di mite viola di paradiso saranno gli umili e i penitenti: splendidi i martiri dello splendor del Sangue divino: e le anime grandi in carità ricche in quella gloria della stola d’oro del regno dell’immortalità. Tutto questo viene significato dal nobile arredo, che è la ricca Stola, di che si adorna il Sacerdote dicendo: « rendetemi, o Signore, la Stola l’immortalità, affinché, quantunque indegno m’accosti al vostro santo Ministero, meriti pure il sempiterno gaudio ». Qui giova osservare il bel rito, con cui il Sacerdote compone la Stola sulla sua persona. Prende adunque egli questa, che significa la veste dell’immortalità infiorata di tutte virtù, che hanno da render risplendente l’anima nostra eternamente in paradiso, e la indossa formando con essa stretta sul petto una Croce, per farci intendere, che la virtù negli uomini è sincera e sicura solo, quando è saldata nella Croce di Gesù Cristo. Lo possiamo dire francamente: abbiamo diciotto secoli di prove, e sappiamo dalla storia di molte migliaia d’uomini che, chi guarda il Crocifisso, e lo medita, e vi si raccomanda, sotto la Croce di Gesù Cristo, si sente venire giù sull’anima da quelle piaghe santissime un balsamo, che guarisce le due piaghe eterne del cuore degli uomini; la piaga dell’orgoglio vile, e della voluttà schifosa; ma, chi volge le spalle al Crocifisso, con tutta la filosofia in corpo, resta pur sempre l’uomo dell’orgogli o vile e della voluttà schifosa. Non vi è adunque altro me a salvarci, fuorché unirci a portar la croce con Gesù Cristo, obbedienti insieme con Lui fino alla morte (Rub. Miss. praep. Bona, Durand. Ben. XIV loc. cit.) crocifiggendo la propria carne, serbarci immacolati dalle sozzure di questo secolo. Col cingolo ferma al fianco la Stola, il che pare voglia esprimere, che tutte virtù stanno in sesto, massime nei Sacerdoti, e risplendono come i più belli ornamenti agli occhi di Dio e degli uomini, finché campeggiano sopra di una vita monda. Che se d’una carne rinata nel Sangue di Gesù Cristo si fa vitupero di brutto peccato, allora si rompe il legame, che la unisce a Gesù e la compone a santità: e come nel vestimento sacerdotale, rotto il cingolo, cade giù a penzolone dalla persona in disonesto modo ogni adornamento, così, rotta al mal costume la vita, che deve essere santa, cade tutto in disordine vituperevole: lasciandosi poi andare l’uomo ai desideri d’una carne corrotta in fracido di snervamento dell’anima e del corpo, anche il lustro della virtù che sì possedeva, serve a rendere più disonorevoli e più deformi i disordini di una vita vituperata. Il Sacerdote velato dell’amitto, di candida veste interamente coperto, stretto dal cingolo al fianco, col manipolo legato al braccio, adorno della stola, colla croce sul petto, rappresenta l’uomo ricreato in Gesù Cristo, e rigenerato nello Spirito Santo alle opere di vita eterna.

La Pianeta.

Or ecco che veste la Pianeta; che significa la veste nuziale, colla quale solo è permesso comparire ad aver parte al gran convito per noi preparato da Dio (Innoc. INI, Ben. XIV, et Bona De Missa ei Durandus loc. cit.). E la veste nuziale è la carità, la quale colla sua forza e soavità rende leggiero il giogo di Dio (Rubrica Miss.). La Pianeta ha la croce dinanzi, che l’occupa tutta: perché, quando Gesù Cristo s’addossò la croce, coprì colla sua carità la moltitudine dei nostri peccati. La Pianeta significa anche la tunica inconsutile del Salvatore, che fu giocata ai dadi ai piè della Croce (Durand. loc. cit.). La bontà del Redentore per noi ha lasciato che gli giocassero fin l’ultimo de’ cenci che lo coprivano: così dava proprio tutto per noi! Ora il Sacerdote che rappresenta la Chiesa, la prende come il regal vestimento, che convien alla Sposa del Re divino, che ha dato per lei fino la vita (S. Laurentius Justin. lig. Visa de Car.). Perciò il Sacerdote, della Pianeta ricoperto nella persona, ci rappresenta Gesù Cristo, che porta nella Croce il peso delle nostre iniquità (Bona loc. cit.). Colla carità di Gesù Cristo confida di portare con costanza il peso del suo ministero, ed il caro giogo della legge di Dio; dice adunque in atto d’indossarsela, « O Signore, che avete detto: Il mio giogo è soave, ed il mio peso è leggero, fate che io così portar lo possa da meritarmi la vostra grazia. » Così il santo ministro, immediatamente a Cristo congiunto per l’unione dell’immortal Sacerdozio, che Gesù continua in Cielo, e cui esso Sacerdote come suo strumento esercita in terra, deve sempre ardere di quella carità, che in Dio sfavilla uguale ed eterna; la cui figura in terra nella legge antica si aveva in quel fuoco perpetuo, che doveva ardere sull’altare degli olocausti, per bruciarvi il grasso delle ostie pacifiche; il quale fuoco veniva mantenuto dal Sacerdote col porvi ogni mattina le legna (Lev. 6, 12, 13). Ora Cristo accese sulla terra la carità, fuoco spirituale, da quel materiale significato; e il Sacerdote ha da mantenerlo colle legna (chi nol vede?) della Santa Croce, di cui egli ha misticamente caricatala sua persona, e sulle quali rinnova egli ogni mattina il gran sacrificio dell’altare; il qual fuoco della carità donde ha da poter venire, se non dal cielo? Questo indicavano le fiamme, che, cadute nella legge antica di cielo, consumavano i sacrifizi. Ecco adunque il principio e la fonte inesauribile di quella vita di carità, che rende immortale, sempre attivo è più potente della morte, il Cattolicismo; voglio dire il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, che si consuma vero olocausto dal Sacerdote in un incendio di carità divina. Così egli è pronto all’azione tremenda, questo uomo di Dio. Ha il segno della corona di spine sul capo, la croce sul petto, la croce sulle spalle, la croce sul braccio; la croce sull’uno e sull’altro fianco, le mani piene di sacri crismi, che ricordano le mani piene di Sangue di Gesù Crocifisso, vero rappresentante di Cristo, il sacerdote misticamente con Lui crocifisso; come Gesù si avviava al Calvario portando la croce, egli, recando gli arredi, coì mezzi quali vuole compiere il gran sacrificio, va all’altare.