UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “LACRIMABILI STATU”

« … Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra … » Questa è la scomunica riservata agli Ordinari del luogo, che S.S. S. Pio X comminava a tutti coloro che infliggevano agli indios dell’America latina, barbare torture, deportazioni, schiavitù e finanche la morte. E questa è la medesima scomunica che ancor oggi pende sul capo di tutti coloro che ancora riservano, in molti Paesi del pianeta, specialmente in quelli che si autodefiniscono “civili”, simili trattamenti a popolazioni deboli, inermi come lo sfruttamento in stato di schiavitù, la prostituzione di donne e bambini, la vendita o l’“affitto” di minori nati o non nati, impiegati per usi finanche “sanitari”, lavori inumani a costo zero, ed una infinita varietà di privazione di libertà ed induzione a soddisfare voglie di empi personaggi, spesso colletti bianchi, o (falsi) prelati in talare. Su questi e sulle loro nazioni, oltre alla scomunica sui singoli, grava pure la maledizione di Dio sui popoli conniventi e complici, maledizione che non tarda a punire con castighi incontenibili, siano essi malattie, fame, eventi cataclismici ed altri eventi metereologici “naturali”. Questa peste che imperversa sempre più nei nostri popoli un tempo cristiani, non viene neanche più arginata dalla santa Madre Chiesa impedita, che un tempo denunziava con veemenza queste turpitudini, anzi i falsi prelati delle sette delle false pseudo-chiese moderniste, collaborano senza ritegno ad alimentare morte, corruzione, lussuria ed impurità innominabili.


san Pio X
Lacrimabili statu

Lettera Enciclica

Appello per sollecitare qualunque genere

di aiuto a favore degli indios dell’America del Sud.

Profondamente commosso per lo stato lagrimevole degli indios dell’America del Sud, il Nostro illustre predecessore Benedetto XIV prese, come vi è noto, seriamente a cuore la loro causa con la lettera Immensa pastorum, in data 22 dicembre 1741; e poiché quasi le cose stesse, deplorate in essa da lui, abbiamo a deplorare tuttora anche Noi in molti luoghi, Ci affrettiamo perciò a richiamare al vostro pensiero la memoria di quella lettera. Ivi infatti, insieme ad altre cose, di questo pure Benedetto si duole, che, cioè, sebbene da lungo tempo la sede apostolica molto si fosse adoperata per sollevare la loro misera sorte, vi fossero tuttavia anche allora “uomini professanti la vera fede, i quali, quasi del tutto dimentichi dei sensi di carità infusi nei nostri cuori dallo Spirito santo, si credono lecito verso i miseri indios, non solamente se privi della luce della fede, ma anche se bagnati del santo lavacro della rigenerazione, o di ridurli in schiavitù o di venderli ad altri come schiavi, o di privarli dei loro beni, e di comportarsi con essi con tale inumanità da distoglierli soprattutto dall’abbracciare la fede di Cristo, e raffermarli sempre più nell’odio contro di essa”. – La peggiore fra siffatte indegnità, cioè la schiavitù propriamente detta, poco appresso, per grazia di Dio misericordioso, venne tolta di mezzo; e ad abolirla pubblicamente in Brasile e in altre regioni molto contribuì la materna insistenza della Chiesa presso gli uomini egregi che governano quegli stati. E di buon grado riconosciamo che se non vi si fossero opposti numerosi ostacoli di luoghi e di circostanze, i loro propositi avrebbero ottenuto risultati molto migliori. Sebbene dunque qualche cosa sia stata già fatta per gli indios, molto di più è tuttavia quello che ancora rimane da fare. E in verità, quando Ci soffermiamo a considerare le sevizie e i delitti che si sogliono ora commettere contro di essi, abbiamo davvero di che inorridire e sentiamo nell’animo una profonda commiserazione per quella razza infelice. Che cosa può esservi, infatti, di più barbaro e più crudele dell’uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte? A rendere gli animi tanto feroci certo grandemente influisce la cupidigia del lucro, ma non poco altresì vi contribuisce la natura stessa del clima e la posizione di quelle regioni. Infatti essendo quei luoghi soggetti ad un’atmosfera torrida, che inoculando nelle vene un certo languore, viene quasi ad affievolire la forza degli animi, e, trovandosi essi lontani da ogni pratica della religione, dalla vigilanza dello stato, e quasi dallo stesso consorzio civile, facilmente accade che se taluni, di costumi non pervertiti, si rechino colà, in breve tratto di tempo comincino a depravarsi e man mano, rotti tutti i ritegni del dovere e delle leggi, precipitino in tutti gli eccessi del vizio. Né da costoro si perdona la debolezza del sesso e dell’età, che anzi fa vergogna il riferire le loro scelleratezze e malvagità, nel fare incetta e mercato di donne e fanciulli, talché si direbbero per essi, con tutta verità, sorpassati gli esempi più estremi della turpitudine pagana. – Noi, invero, per qualche tempo, quando Ci venivano riportate siffatte voci, dubitavamo di prestare fede a simili atrocità, tanto Ci sembravano incredibili. Ma dopo che da amplissime testimonianze, cioè dalla maggior parte di voi, venerabili fratelli, dai delegati della sede apostolica, dai missionari e da altre persone del tutto degne di fede, ne siamo stati informati, non Ci è più lecito avere alcun dubbio sulla verità delle cose. – Fissi pertanto, da lungo tempo, nel pensiero di sforzarCi, per quanto è in Nostro potere, di riparare a tanti mali, chiediamo a Dio, con umili e supplichevoli istanze, che voglia benignamente additarci qualche mezzo opportuno a curarli. Ma egli, che è il Creatore e Redentore amorosissimo di tutti gli uomini, avendo ispirato alla Nostra mente di lavorare per la salute degli indios, Ci darà certamente i mezzi per conseguire l’intento. Frattanto però, Ci è di somma consolazione il sapere che coloro i quali reggono quelle repubbliche si sforzano, con ogni mezzo, di cancellare questa macchia e questa ignominia dai loro Stati; della quale sollecitudine loro, in verità, non possiamo mai abbastanza approvarli e lodarli. Quantunque in quelle regioni, lontane come sono dalle sedi dei governi, remote, e per la maggior parte inaccessibili, questi sforzi così umani dei poteri civili sia per la scaltrezza dei malvagi, che varcano in tempo i confini, sia per l’inerzia e perfidia dei funzionari, spesso a nulla giovano, e non di rado cadono nel vuoto. Che se all’opera dello Stato si aggiungesse quella della Chiesa, allora sì che molto più ubertosi sarebbero i frutti desiderati. – A voi, pertanto, venerabili fratelli prima che ad ogni altro, facciamo appello, affinché rivolgiate particolari cure e sollecitudini a questa causa degnissima del vostro pastorale ufficio e ministero. E, lasciando il rimanente alla vostra sollecitudine e al vostro zelo, prima di ogni altra cosa e maggiormente vi esortiamo a promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell’avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano. Sappiano dunque che in doppiomodo debbono essi concorrere a questo intento: con la raccolta, cioè, delle offerte e col sussidio delle preghiere, e che questo a loro domanda non soltanto la Religione, ma anche la Patria stessa. Voi, poi, dovunque si attende alla buona educazione dei costumi, negli istituti giovanili e negli educandati delle fanciulle, e soprattutto nei sacri templi, fate sì che non abbia mai a venir meno la raccomandazione e predicazione della carità cristiana, che considera tutti gli uomini come fratelli, senza alcuna diversità di nazione e di colore e che, non tanto a parole quanto coi fatti, vuole essere dimostrata. Parimenti non si deve lasciar passare alcuna occasione che si presenti, per dimostrare quanto disonore spargano sul nome Cristiano queste indegnità, che abbiamo qui denunziato. – Per quanto Ci riguarda, avendo non senza ragione buona speranza dell’assenso e del favore dei pubblici poteri, avremo cura principalmente di estendere, in quelle così vaste regioni, il campo dell’azione apostolica con l’istituire altre stazioni di missionari, nelle quali gli indios trovino un rifugio e un salutare presidio. Infatti, la Chiesa Cattolica non fu mai sterile di uomini apostolici, che, spinti dalla carità di Gesù Cristo, non fossero pronti e disposti a dare la vita stessa per i loro fratelli. E oggi ancora, mentre tanti aborrono dalla fede o ad essa vengono meno, l’ardore di diffondere l’evangelo presso i barbari non solo non affievolisce fra le persone dell’uno e dell’altro clero, e fra le sacre vergini, ma aumenta ancora e si diffonde più largamente per virtù dello Spirito Santo, che, secondo le necessità dei tempi soccorre la sua sposa, la Chiesa. Perciò crediamo di adoperare, in tanto maggior abbondanza, quei presidi che per divina grazia sono in mano nostra, per liberare gli indios dalla schiavitù di satana e da quella di uomini perversi, quanto maggiore è il bisogno che li stringe. D’altra parte, poiché quelle terre furono dai banditori dell’Evangelo bagnate non solo dai loro sudori, ma anche dal loro sangue, nutriamo fiducia che da tante fatiche abbia infine a germogliare una larga messe e ottimi frutti di civiltà cristiana. – Intanto, affinché a quello che voi di vostra spontanea iniziativa o per esortazione Nostra, sarete per fare a vantaggio degli indios si aggiunga la maggiore efficacia possibile, Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra”. Vogliamo pertanto riservata agli Ordinari dei luoghi la potestà di assolvere da siffatti delitti i penitenti, nel sacro tribunale della Confessione. – Queste cose abbiamo creduto di scrivervi, venerabili fratelli, nell’interesse degli indios, sia per obbedire agli impulsi dell’animo nostro paterno, sia per seguire le orme di molti fra i nostri predecessori, tra i quali va pure particolarmente ricordato Leone XIII, di felice memoria. Toccherà a voi battervi con tutte le forze, affinché i Nostri voti vengano appieno soddisfatti. – Certamente vi sosterranno in quest’opera coloro che governano queste repubbliche; non mancheranno sicuramente di assistervi con l’opera e col consiglio i Sacerdoti e in prima linea gli addetti alle sacre missioni; vi aiuteranno infine, senza dubbio, tutti i buoni e sia col denaro, coloro che possono, e sia con altre industrie della carità favoriranno un’impresa nella quale sono insieme impegnate le ragioni della Religione e quelle della dignità umana. Ma, ciò che è di capitale importanza, vi assisterà la grazia di Dio onnipotente, in auspicio della quale, e altresì come attestato della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri greggi l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, 7 giugno 1912, anno IX del Nostro pontificato.

DOMENICA IV DI AVVENTO (2022)

IV DOMENICA DI AVVENTO. (2022)

Stazione alla Chiesa dei 12 Apostoli.

Dom. privil. Semid. di II cl. Paramenti violacei.

Come tutta la liturgia di questo periodo, la Messa della Quarta Domenica dell’Avvento, ha lo scopo di prepararci al doppio Avvento di Cristo, avvento di misericordia a Natale, nel quale noi commemoriamo la venuta di Gesù, e avvento di giustizia alla fine del mondo. L’Introito, il Vangelo, l’Offertorio e il Communio fanno allusione al primo, l’Epistola si riferisce al secondo, e la Colletta, il Graduale e l’Alleluia possono applicarsi all’uno e all’altro. Le tre grandi figure delle quali si occupa la Chiesa durante l’Avvento ricompaiono in questa Messa. Isaia, Giovanni Battista e la Vergine Maria. Il Profeta Isaia annuncia di S. Giovanni Battista, che egli è: « … la voce di colui che grida nel deserto: preparate la via del Signore, appianate tutti i suoi sentieri, perché ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». E la parola del Signore si fece sentire a Giovanni nel deserto: ed egli andò in tutti i paesi intorno al Giordano e predicò il battesimo di penitenza (Vang.). « Giovanni, spiega S. Gregorio, diceva alle turbe che accorrevano per essere battezzati da lui: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire la collera che sta per venire? La collera infatti che sovrasta è il castigo finale, e non potrà fuggirlo il peccatore, se non ricorre al pianto della penitenza. « Fate dunque frutti degni di penitenza. In queste parole è da notare che l’amico dello sposo avverte di offrire non solo frutti di penitenza, ma frutti degni di penitenza. La coscienza di ognuno si convinca di dover acquistare con questo mezzo un tesoro di buone opere tanto più grande quanto egli più si fece del danno con il peccato » (3° Nott.). « Iddio, dice anche S. Leone, ci ammaestra Egli stesso per bocca del Santo Profeta Isaia: Condurrò i ciechi per una via ch’essi ignorano e davanti a loro muterò le tenebre in luce, e non li abbandonerò. L’Apostolo S. Giovanni ci spiega come s’è compiuto questo mistero quando dice: Noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza perché possiamo conoscere il vero Iddio ed essere nel suo vero Figlio » (2° Nott.). – Per il grande amore che Dio ci porta ha inviato sulla terra il Suo unico Figlio, che è nato dalla Vergine Maria. Proprio questa Vergine benedetta ci ha dato di fatto Gesù; così, nel Communio, la Chiesa ci ricorda la profezia di Isaia: « Ecco che una Vergine concepirà e partorirà l’Emmanuele », e nell’Offertorio Ella unisce in un solo saluto le parole indirizzate a Maria dall’Arcangelo e da Santa Elisabetta, che troviamo nei Vangeli del mercoledì e del venerdì precedenti: « Gabriele, (nome che significa « forza di Dio »), è mandato a Maria — scrive S. Gregorio — perché egli annunziava il Messia che volle venire nell’umiltà e nella povertà per atterrare tutte le potenze del mondo. Bisognava dunque che per mezzo di Gabriele, che è la forza di Dio, fosse annunciato Colui che veniva come il Signore delle Virtù, l’Onnipotente e l’Invincibile nei combattimenti, per atterrare tutte le potenze del mondo » (35° Serm.). La Colletta fa allusione a questa «grande forza» del Signore, che si manifesta nel primo Avvento, perché è nella sua umanità debole e mortale che Gesù vinse il demonio, come anche ci parla dell’apparizione della sua «grande potenza» che avverrà al tempo del suo secondo Avvento, quando, come Giudice Supremo, verrà nello splendore della sua maestà divina, a rendere a ciascuno secondo le sue opere (Ep.). Pensando che, nell’uno e nell’altro di questi avventi, Gesù, nostro liberatore, è vicino, diciamogli con la Chiesa « Vieni Signore, non tardare ».

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Exod XVI :16; 7
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus.

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]


Ps XXIII: 1
Dómini est terra, et plenitúdo ejus: orbis terrárum, et univérsi, qui hábitant in eo.

[Del Signore è la terra e quanto essa contiene; il mondo e e tutti quelli che vi abitano.]

Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus.

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria


Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio  

Oremus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: et magna nobis virtúte succúrre; ut per auxílium grátiæ tuæ, quod nostra peccáta præpédiunt, indulgéntiæ tuæ propitiatiónis accéleret:

[O Signore, Te ne preghiamo, súscita la tua potenza e vieni: soccòrrici con la tua grande virtú: affinché con l’aiuto della tua grazia, ciò che allontanarono i nostri peccati, la tua misericordia lo affretti.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Corinthios
1 Cor IV: 1-5
Fratres: Sic nos exístimet homo ut minístros Christi, et dispensatóres mysteriórum Dei. Hic jam quaeritur inter dispensatóres, ut fidélis quis inveniátur. Mihi autem pro mínimo est, ut a vobis júdicer aut ab humano die: sed neque meípsum judico. Nihil enim mihi cónscius sum: sed non in hoc justificátus sum: qui autem júdicat me, Dóminus est. Itaque nolíte ante tempus  judicáre, quoadúsque véniat Dóminus: qui et illuminábit abscóndita tenebrárum, et manifestábit consília córdium: et tunc laus erit unicuique a Deo.

[ “Fratelli miei, così ci consideri ognuno come ministri di Cisto, e dispensatori dei misteri di Dio. Del resto poi ciò che si richiede ne’ dispensatori è che sian trovati fedeli. A me pochissimo importa di esser giudicato da voi, o in giudizio umano; anzi nemmeno io giudico di me stesso. Poiché non ho coscienza di nessun male; ma non per questo sono giustificato; e chi mi giudica, è il Signore. Onde non vogliate giudicare prima del tempo, finché venga il Signore: il quale rischiarerà i nascondigli delle tenebre, e manifesterà i consigli de’ cuori, ed allora ciascuno avrà lode da Dio”.]

A qual fine la Chiesa fa leggere oggi questa lettera?

Per avvertire quelli che ieri ricevettero i sacri ordini a distinguersi per la fedeltà ai loro doveri e per la santità della vita, quanto sono distinti per l’alta dignità del loro stato; per ispirare il rispetto dovuto ai Sacerdoti. che sono i ministri di Gesù Cristo, e i dispensatori dei divini misteri; ed in ultimo per ricordare ai Fedeli questa seconda venuta del Figliuolo dell’uomo; ed invitarli così a giudicarsi da se stessi, a purificare il loro cuore per la festa del Natale, ed a ricevere degnamente Gesù Cristo come Salvatore, sicché non l’abbiamo a temer come Giudice.

Perché S. Paolo non voleva giudicar se stesso?

Perché non sapeva come Dio lo giudicava, sebbene di niente gli rimordesse la coscienza: senza una rivelazione di Dio, nessuno sa se sia degno d’amore o d’odio. Dio scandaglia i cuori e le reni; nulla può sfuggire al suo sguardo, ed i giudizi di Lui sono ben differenti da quelli degli uomini, che accecati dall’amor proprio e dalla passione, spesso non vedono il male che fanno; nascondono sé a se stessi, e si giustificano quando dovrebbero condannarsi. Tale si crede innocente e si riguarda come santo, che al giorno poi del giudizio sarà ricoperto di confusione, quando Dio svelerà in faccia all’universo tutte le azioni di lui e tutti gli interni segreti. Non giudichiamo gli altri; di loro ci è ignoto l’interno; ma giudichiamo noi stessi: esaminiamoci accuratamente, pesiamo tutte le nostre azioni, scendiamo nel fondo della nostra coscienza, frugando tutte le pieghe e i nascondigli del nostro cuore; ed imiteremo s. Paolo che si giudicava così da se stesso; ma imitiamo parimente s. Paolo che in un altro senso non si giudicava da sé, cioè se dopo un’esatta ricerca, non troviamo nulla di riprensibile in noi, senza troppo fidarci del nostro giudizio, rimettiamo a Dio il giudizio definitivo, ed affatichiamoci per la nostra salvezza con timore e tremito, ponendo la confidenza nella misericordia del Signore.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale 

Ps CXLIV:18; CXLIV:  21
Prope est Dóminus ómnibus invocántibus eum: ómnibus, qui ínvocant eum in veritáte.

[Il Signore è vicino a quanti lo invocano: a quanti lo invocano sinceramente.]


V. Laudem Dómini loquétur os meum: et benedícat omnis caro nomen sanctum ejus.

[La mia bocca dia lode al Signore: e ogni mortale benedica il suo santo Nome.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
V. Veni, Dómine, et noli tardáre: reláxa facínora plebis tuæ Israël. Allelúja

[Vieni, o Signore, non tardare: perdona le colpe di Israele tuo popolo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc III:1-6
Anno quintodécimo impérii Tibérii Cæsaris, procuránte Póntio Piláto Judæam, tetrárcha autem Galilaeæ Heróde, Philíppo autem fratre ejus tetrárcha Ituraeæ et Trachonítidis regionis, et Lysánia Abilínæ tetrárcha, sub princípibus sacerdotum Anna et Cáipha: factum est verbum Domini super Joannem, Zacharíæ filium, in deserto. Et venit in omnem regiónem Jordánis, praedicans baptísmum pæniténtiæ in remissiónem peccatórum, sicut scriptum est in libro sermónum Isaíæ Prophétæ: Vox clamántis in desérto: Paráte viam Dómini: rectas fácite sémitas ejus: omnis vallis implébitur: et omnis mons et collis humiliábitur: et erunt prava in dirécta, et áspera in vias planas: et vidébit omnis caro salutáre Dei.”

“L’anno quintodecimo dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Ponzio Pilato, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello, tetrarca dell’Idurea della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i Pontefici Anna e Caifa, il Signore parlò a Giovanni figliuolo di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutto il paese intorno al Giordano, predicando il battesimo di  penitenza per la remissione dei peccati: conforme sta scritto nel libro dei sermoni d’Isaia profeta: Voce di uno cbe grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i suoi sentieri: tutte le valli si riempiranno, e tutti i monti e le colline si abbasseranno: e i luoghi tortuosi si raddrizzeranno, e i malagevoli si appianeranno: e vedranno tutti gli uomini la salute di Dio”.

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

VOCE NEL DESERTO: PREPARATE LA VIA

Quando gli esploratori della terra promessa ritornarono da Mosè con gli occhi ancora dilatati dalla meraviglia, dissero: « Abbiamo veduto degli uomini giganteschi, in confronto dei quali noi parevamo grilli » (Num., XIII, 34). Il medesimo stupore prende anche le anime nostre, leggendo il Vangelo di questa domenica d’Avvento, davanti all’eroica figura di San Giovanni Battista: egli è un gigante della santità in confronto del quale noi siamo dei grilli. – Probabilmente era l’anno 27 dell’era volgare, quando fra le dune e i tamerischi del deserto la voce di Dio risuonò per bocca di Giovanni, figlio di Zaccaria. Era coperto con una pelle di cammello, stretta alle reni da una cinghia di cuoio. Molti anni aveva trascorso nella solitudine sconfinata, fra le pietre e le belve… Molti anni s’era cibato appena di miele selvatico e di locuste e s’era dissetato appena di acqua. Solo un uomo cresciuto così può avere la forza di varcare la soglia d’un re incestuoso, di gridargli in faccia il suo delitto, di lasciarsi troncare il capo. Tra i nati da donna egli è il più santo. La sua voce possente risonava nei dintorni del Giordano, attirando da ogni parte gente al battesimo e alla remissione dei peccati. Voce di gridatore nel deserto: preparate la via del Signore. Spianate i sentieri: dove adergono, livellate; dove sprofondano, colmate; dove serpeggiano, raddrizzate. Così ogni uomo vedrà il Salvatore. Fermiamoci a una frase soltanto e commentiamola nelle sue due parti: Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.. 1. VOCE NEL DESERTO. Dice S. Tommaso da Villanova che l’anima del peccatore è un deserto. Ne ha infatti tutto l’aspetto: è arida e incolta, non produce frutto alcuno di vita, è ingombra dei rovi di cattivi pensieri, delle spine di cattivi desideri, delle ghiande di passioni immonde. E neppure mancano i serpenti, che sono i demoni. E poi, quanta solitudine dove Dio manca! quanta siccità dove la grazia non piove!… Ebbene, in questo deserto Dio non cessa di parlare per chiamarci al battesimo della penitenza e alla remissione dei peccati. E ci chiama con la voce della predicazione e con quella dell’ispirazione: con la voce del beneficio e con quella del castigo. a) Voce della predicazione. — Come in quei tempi il Signore si fece preparare i cuori dalle prediche del Battista, così attraverso i secoli Egli si è sempre servito della parola dei Sacerdoti. La predicazione è come l’acqua fecondatrice: ove essa non discende, vi è terra dura e sterile. La predicazione è come la manna alimentatrice: chi non ne raccoglierà morirà di fame spirituale. La predicazione è come l’olio che nutre la lampada: chi non se ne procura, rimarrà al buio. S. Ilario d’Arles vide una volta alcune persone che, appena ebbe cominciata la spiegazione del Vangelo, si dileguarono fuori di chiesa per sottrarsi alla noia d’una predica. Il santo allora gridò verso di quelli: « Uscite pure: ora potete fuggire dalla chiesa, ma verrà tempo che non potrete fuggire dall’inferno ». – b) Voce dell’ispirazione. — Ma talvolta il peccatore è così indurito che nessuna voce esteriore può penetrarlo, nessun grido può risvegliare il suo deserto. E allora Dio, buono e misericordioso, parla direttamente a quel cuore, parla quella sua parola viva, più acuta della spada a due tagli, che penetra gelida e rovente fino alle più intime compagini dell’anima (Hebr., IV, 12). « Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?» diceva l’Innominato dei Promessi Sposi, quell’uomo che aveva riempito di spavento e di delitto una intera regione. E a lui il Card. Federico Borromeo rispondeva così: «Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate? ». – c) Voce dei benefici. — Ci sono certi periodi della vita in cui Dio ci manda ogni fortuna: salute, danaro, onori; ed aspetta quasi che l’uomo dica: « Anima mia, serviamo un Padrone così buono e generoso: non vedi che meritiamo pene e ci dà gioie? ». Ma invece l’uomo non riconosce attraverso le creature la voce del suo Padrone: Il cielo grida: « O uomo, io giro per tuo comodo e utilità ». Il sole grida: « O uomo, io ti riscaldo e ti fortifico: io, a primavera, rinnovo la terra e l’adorno come un paradiso; io faccio crescere i frutti sulle piante e le piante sul suolo ». Grida la terra: « O uomo, io ti lavo, rinfresco, e fecondo ogni cosa ». E tutte insieme dicono le creature: « Riconosci dunque, e ringrazia il tuo generoso Signore ». L’uomo non ode. E Dio si lamenta: « anche il bue è grato all’uomo che lo nutre, anche l’asino riconosce che la stalla è del suo padrone: solo Israele non ha conosciuto me, solo il mio popolo lascia cadere nel deserto la mia voce » (Is., I, 3). – d) Voce dei castighi. — Come un padre che ama suo figlio ricorre ai castighi quando non è ubbidito, così il Padre eterno fa con noi. Anche i suoi castighi sono un segno del suo grande e tenero amore. Se la malattia non lo avesse costretto a letto, Ignazio di Loyola forse non sarebbe diventato mai Santo. Se una ostinatissima piaga non avesse travagliato Camillo de Lellis, egli non sarebbe forse mai diventato il grande amico degli ammalati. Se la morte non avesse rapito crudelmente il marito a Margherita di Cortona, noi ora non la venereremmo. E se la miseria e la tribolazione non avessero colpito i fratelli di Giuseppe, essi non si sarebbero giammai pentiti del loro peccato orribile ». « Merito hæc patimur, — dicevano, — quia peccavimus în fratrem nostrum » (Gen. XLII, 21). I veri Cristiani che non sono sordi alla voce di Dio così devono dire nei dolori: « Soffro giustamente, perché ho peccato contro il mio fratello Gesù Cristo ». – 2. PREPARARE LA STRADA DEL SIGNORE. La strada per la quale il Signore deve venire nel nostro cuore, al prossimo Natale, ora impedita, forse, dalle colline del peccato, dalle valli che simboleggiano la mancanza delle buone opere, dai sentieri tortuosi che invece di mirar diritto al fine si perdono nei piaceri e nelle lusinghe del mondo. – a) Abbattiamo i colli del peccato con una sincera confessione. Sarebbe un’ironia crudele per un Cristiano festeggiare la venuta del Salvatore, mentre il suo cuore è già occupato dal demonio. Una buona confessione dunque! Non come quella di Saul che disse a Samuele: « Ho peccato!» e si sentì rispondere: « Il Signore ti ha rigettato », perché non era pentito; ma una confessione sincera e dolorosa come quella di David che disse a Nathan: « Ho peccato! »  e si sentì rispondere: « Il Signore ha già distrutto il tuo peccato ». – b) Non basta la confessione, se poi non si continua, con le opere buone, a camminare sulla strada intrapresa. Le opere buone che ci preparano meglio al santo Natale sono la preghiera e la elemosina: la preghiera perché senza di essa noi siamo come una città senza difesa; l’elemosina perché in cielo è preferita a qualsiasi penitenza corporale: « Non sapete quale sia il digiuno che io prediligo? dice il Signore Iddio: Spezzare il proprio pane con l’affamato, albergare i poveri senza asilo, vestire chi si trova ignudo, non sottrarsi alle necessità. del proprio fratello. Allora la tua luce spunterà come l’aurora… ». (Is., LVIII, 6-8) – c) Ed infine viviamo un po’ più ritirati; amiamo un poco anche noi il deserto, come S. Giovanni Battista. Lontani dai divertimenti pericolosi, lontani dai ritrovi rumorosi, lontani dalle compagnie corrompitrici; noi vivremo dolcemente, cristianamente tra la nostra casa e la nostra chiesa. Senza questa volontà di isolamento le antiche abitudini cattive ci riprenderanno facilmente. Quando S. Antonio passò da Alessandria, il governatore d’Egitto voleva fermarlo per qualche giorno. Gli rispose il santo: « Capita al monaco quello che capita al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore se lascia la sua solitudine ». Capita anche al Cristiano quello che capita al pesce: l’uno muore: se lascia l’acqua, l’altro muore alla grazia se lascia la solitudine della sua casa e della sua chiesa, e si espone ai pericoli e alle seduzioni del mondo. – Compariremo un giorno al tribunale; di Dio. E Cristo; giudicandoci, ci dirà: «Vieni, o benedetto! Ero pellegrino, e mi accogliesti ». « Quando, Signor mio; vi ho incontrato pellegrino. per accogliervi? ». «Ti ricordi del Natale 19…? Io camminavo, allora sulla terra, e stanco passavo per la strada del tuo cuore. Tu. allora hai spianato i colli del peccato con una sincera confessione; tu hai colmato le valli delle omissioni con opere buone; tu hai raddrizzato nella solitudine il sentiero; così ho potuto trascorrere nella tua cara compagnia questa festa santa ». «Avete ragione, Signore mio buono ». –

PREPARAZIONE AL SANTO NATALE. Molti secoli or sono, proprio in questi giorni, una giovane donna e il suo Sposo erano in viaggio verso le montagne di Giuda. Venivano da molto lontano, dalla Galilea, e andavano alla città dei loro vecchi, a Betlemme, per dare il nome al gran censimento dell’imperatore Ottaviano Augusto. Una folla immensa era accorsa in città, per ciò Maria e Giuseppe passarono di porta in porta bussando e chiedendo con lagrime un po’ di posto, invano. Nessuno li accolse. E nella notte, mentre Erode adagiato tra gli ori e la porpora terminava il sontuoso banchetto, mentre per le vie ormai deserte si spegneva l’ultima acclamazione al feroce Idumeo e all’usurpatore Romano, in una stalla nasceva il Re dei re. Perché questo delitto d’ingratitudine più non si rinnovi nel mondo ora che il Re dei re sta per tornare tra noi nel suo Natale, ecco che la Chiesa manda avanti San Giovanni Battista ad avvisarci di preparare il cuore.  « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la strada al Signore. Se la via è tortuosa: per monti e per valli, colmando le valli e spianando i monti rendetela dritta; se la via è malagevole per triboli e pietre, togliendo ogni scabrosità rendetela liscia… » et erunt prava in directa et asperas in vias planas. Nella regione selvaggia ove il Giordano precipita nel Mar Morto, il Precursore gridava queste parole; ma il suo monito sorpassa i secoli; sorpassa le vicende degli uomini, il trambusto della vita materiale, la nostra dissipazione: e giunge fino a noi: « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la via del Signore ». Ormai, Gesù sta alla porta dell’anima mostra e bussa. Anche noi, come quei di Betlemme, gli chiuderemo l’uscio in faccia e lo costringeremo a nascere in una stalla? Nessuno, vorrà essere crudele così. Ma in che maniera potrà venire dentro di noi se il nostro cuore è una strada impraticabile? Se il peccato vi ha scavato burroni scoscesi e vi ha innalzato greppi rocciosi e nudi? Ecco: una bella Confessione prima del santo Natale colmerà ogni valle e spianerà ogni colle per fare nel nostro cuore una strada diritta: Et erunt pravas in directa. In altri cuori invece la strada del Signore c’è già, non essendoci il peccato mortale. Però è una strada pietrosa e scomposta che fa sanguinare i piedi al pellegrino: costoro hanno soltanto da lisciarla, col togliere la tiepidezza e i molti attacchi mondani. Et erunt aspera in vias planas. Ecco i due pensieri: I peccatori si devono preparare al Santo Natale col togliere il peccato; i giusti col togliere ogni più piccolo difetto. – RADDRIZZARE LA VIA PRAVA: TOGLIERE IL PECCATO. a) In casa vostra, in questi giorni; tutto diventa nitido e profumato: le pareti sono sbiancate, il pavimento è scopato; ogni ragnatela è levata. Anche la cucina del più povero si adorna con qualche ramo di sempreverde alloro; e di qualche frutto colorito. Fra tanto nitore, soltanto l’anima vostra rimarrà nera.. e sporca di peccato? Fra tanto profumo soltanto l’anima vostra, morta alla grazia; esalerà un fetore cadaverico? No, Cristiani: inutilmente v’affaccendate a tergere e abbellire la vostra dimora, quando prima non vi curate di tergere ed abbellire la vostra coscienza! – b) In casa vostra in questi giorni c’era molta abbondanza e un lusso discreto: ognuno si procura abiti nuovi o almeno ben ripuliti; si acquistano carni e vivande squisite, si prepara un vino più vecchio e più schietto, si comperano dolci inconsueti. Ma, dite, a che vale tutto questo quando l’anima che di noi è la parte più preziosa, muore di fame e si dispera per la sete? O peccatori, non la sentite dentro di voi l’anima vostra piangere a lungo e singhiozzare pietosamente perché ha fame e ha sete del suo Dio e voi glielo negate crudelmente, e glielo negate anche in questi giorni di feste quando nulla rifiutate al vostro corpo? No, Cristiani: non siate cattivi, con l’anima vostra, che è tanto preziosa ed immortale! – c) In casa vostra, in questi giorni, c’è molta letizia. Gli affanni della vita sembrano più leggeri, ogni lavoro pare meno pesante: .. c’è nell’aria una diffusa allegria che si respira con soave piacere. Beate, poi, le famiglie dove ci sono bambini! Contano i giorni che ci separano dalla grande solennità, pregano con più innocenza, aspettano i doni, sognando il Pargolo divino che passa… Soltanto il vostro cuore resterà cupo, o peccatori? Soltanto l’anima vostra resterà amara? Perché non diverrete anche voi lieti come i vostri bambini? che cosa vi manca? L’innocenza perduta nel peccato. Ricordate la parola del Vangelo: « Chi non si farà come uno di questi piccoli, non entrerà nel regno dei cieli ». No, Cristiani, non resistete più all’amore di Dio: confessatevi e riavrete la vostra innocenza, e diventerete anche voi, come i vostri figliuoli, lieti. Forse il demonio vi spaventa col timore delle difficoltà che dovrete affrontare per togliere i vostri peccati, distruggere le vecchie abitudini, ricominciare una vita nuova. Sentite. Camminava Sansone per una strada solitaria e boschiva: ecco un improvviso ruggito, un lampo rossastro, un tonfo. Un grosso leone era balzato fuori dalla selva sulla strada e gli muoveva incontro con negli occhi la brama della sua carne. Fu una lotta tremenda, corpo a corpo, tra l’uomo e la belva. Sansone era inerme, ma investito dallo Spirito con le sue mani afferrò il leone per la gola e lo strozzò come un capretto. Madido di sudore, macchiato di sangue, a lunghi passi proseguì ansimando il cammino. Ma quando ritornò per quella strada, trovò la massa inerme del leone che nella bocca aveva un dolce e profumato favo di miele (Giudici, XIV, 8). – Così è anche di voi, o peccatori: è dura la lotta corpo a corpo col demonio e con la passione, ma dopo che avrete vinto, là dove c’era il peccato trovetere il miele; e sentirete com’è soave la vita quando si è in grazia di Dio! Sentirete anche voi, come in quella notte i pastori innocenti, oltrepassare nel cielo di Natale le schiere angeliche, cantando: « Gloria a Dio nell’altissimo cielo, pace in terra agli uomini di buona volontà ». E potrete dire: « Angeli, anche a me un po’ di pace, perché ora anch’io sono uomo di buona volontà ». – 2. LASCIARE LA VIA SCABROSA: PURIFICARSI DALLA TIEPIDEZZA. Ora parlo a quelli che già sono in grazia di Dio. – a) Che cosa sono quei piccoli odî che nutrite contro il vostro vicino? Quella superbia con quelli di casa vostra, quell’antipatia tra cognati e cognati, tra parenti e parenti, che cosa è? È una pietra aguzza sulla strada del vostro cuore, che pungerà i piedi del Bambino Celeste quando verrà. Orsù toglietela via generosamente. Che importa se la ragione è nostra e il torto è degli altri, che importa se ci toccherà umiliarci, che importa se perderemo del nostro, quando il Signore entrerà volentieri in noi e ci colmerà di grazie eterne che valgono migliaia di volte più di quelle inezie che per suo amore abbiamo sacrificato? – b) Che cosa sono quelle trascuratezze nelle opere di pietà, quell’omettere facilmente il santo Rosario, quella negligenza nel mandar i figliuoli all’Oratorio, quel vivere intere giornate senza una giaculatoria e una comunione spirituale? Sono tutti indizi che il nostro cuore è più attaccato al mondo che a Dio. Bisogna lisciar via i maligni attacchi. – c) Che cosa sono quelle negligenze nel respingere i pensieri cattivi e nel mortificare gli occhi e la lingua, quelle intemperanze nel bere, nel mangiare, nel fumare? Sono le spine della sensualità che ingombrano la strada su cui Gesù dovrà passare per giungere a noi. Bisogna strapparle. In questi ultimi giorni che ci separano dal Santo Natale sforziamoci con entusiasmo di lisciare la via al Signore levando ogni più piccola scabrosità e lordura che possa offendere il suo piede od il suo sguardo. – S. Rosa da Lima si era appassionata con troppa sollecitudine a una pianticella di basilico. All’alba, appena desta, correva ad esporla perché ricevesse i primi raggi umidi di rugiada: Quando il sole montava verso il mezzodì, Rosa pronta la ritirava perché l’eccessivo calore non l’inaridisse. Quando al tramonto le ombre si allungavano e di lontano ogni montagna s’imporporava, Rosa tornava ad esporla, bramosa che si ristorasse negli ultimi tepori del giorno; ma al sopraggiungere della notte, subito la nascondeva perché le brine troppo fredde non la danneggiassero. Così in Chiesa, e in cella, e in parlatorio, e in cortile, sempre il pensiero della verde e olezzante pianticella era con lei. Ma una mattina svegliandosi trovò l’amata pianticella divelta e gettata al suolo a marcire. Non poté trattenere il pianto: « Qual mano — esclamò — fu così invidiosa da troncare la vita ad una pianta così innocente? Perché mi sono affannata a salvarla dalla brina e dall’arsura, se poi doveva finire così? ». Mentre si lamentava, ecco apparirle Gesù. Era mesto negli occhi e senza sorriso: « Non l’invidia, ma Io divelsi il tuo basilico con la mia mano. Potevo forse sopportare che una parte di quell’amore e di quei pensieri che a me sono dovuti, andassero ad una creatura vile come era la tua pianta? ». – O Cristiani, quando nel santo Natale verrà nel nostro cuore, che non sia mesto negli occhi, che non sia senza sorriso! che non trovi dentro di noi pensieri e affetti inutili e pericolosi verso le cose e le persone di quaggiù! Anche un solo peccato veniale potrebbe fargli tanto dispiacere. – I ladroni Amaleciti erano venuti a predare nei campi del popolo di Israele. Ma nel tumulto della fuga, un povero schiavo abbandonato dal suo padrone perché ammalato, era rimasto disteso sulla nuda terra a morire di febbre e sfinimento. Ed ecco passarono di là i soldati del re Davide, che lo videro sdraiato nella campagna come un morto. Lo portarono dal re, il quale n’ebbe compassione e ordinò che gli dessero pane da mangiare e acqua da bere, e una parte di fichi e alcuni grappoli d’uva. L’infelice schiavo a poco a poco rinvenne e si ristorò. « Non più schiavo, ma libero sarai. In guerra combatterai al mio fianco da valoroso, e in pace vivrai onorato con molte ricompense ». Così gli parlò il re Davide, condusse seco a far grande strage di nemici. (I Re, XXX, 11-16). Cristiani, lo schiavo Amalecita è un simbolo dell’anima nostra. Essa ha servito il demonio, predatore e assassino dei cuori, e stanca e febbricitante per i peccati e per gli affetti mondani, è rimasta a languire sulla strada della vita. Ma ecco che già viene il nostro re Gesù: viene col suo santo Natale. – O Gesù, salvatore! non siate meno pietoso di quello che già Davide fu col suo suddito. Ristorateci col vostro cibo e con la vostra bevanda, riscaldateci con l’alito del vostro amore. Poi conduceteci sempre al vostro fianco: in guerra e in pace, in questa e nell’altra vita.E un’altra volta è vicino il Natale del Signore. In questa solennità, alcuni vedono una festa di piacere. Già stanno organizzando veglie danzanti, spettacoli lussuriosi, ricevimenti mondani, e trascorreranno la notte santa in cui il Salvatore venne al mondo per redimerli, nell’ebbrezza dei sensi, sprofondando sempre più nel fango e nel peccato. – Altri vedono invece nel Natale una festa di benessere corporale. Anche i più poveri per un giorno almeno all’anno possono nutrirsi a sazietà e con cibi succulenti e con bevande corroboranti; quelli poi che non son poveri imbandiscono la loro mensa con inconsuete e laute vivande. Sicché c’è della gente che tutta questa settimana sarà indaffarata per il pranzo di Natale, senza trovare tranquillità e tempo per pensieri diversi da quelli gastronomici. – Vi sono altri ancora che vedono nel Natale una festa sportiva. Alla vigilia o all’antivigilia, con maglioni e calzettoni per difendersi dal rigore invernale, partiranno per la montagna, a sciare. « Ah che religiosità commovente — dicono — contemplare dalle finestre d’un albergo alpino le stelle della notte natalizia scintillanti sugli abeti coperti di neve! che senso di pace e di purezza volar tutto il giorno come Angeli sui campi immacolati!». E la Messa di Natale? « Probabilmente non mancherà. Forse verrà lassù un prete a celebrare ». Così tutta la santificazione della grande solennità cristiana si esaurisce in una ipotetica Messa. E nessuno, che non sia maligno, sospetti ipotetiche profanazioni. Altri, infine nel Natale non vedono che una festa di poesia domestica. Nessuno manca della famiglia, anche i lontani sono ritornati, almeno per un giorno. È gioia del cuore raccogliersi in casa, dove tutto luccica per la recente pulizia, e arde il focherello sul camino; e c’è l’albero fosforescente di cordelline e di dolciumi, e c’è il presepio, e c’è qualche fanciullo che declama un complimento in rima stringendo nelle mani i doni del Bambino Gesù. – Ma non è Natale veramente e compitamente cristiano se non quello in cui si vede con la fede il Signore. « E vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Questo è l’insegnamento che S. Giovanni Battista ci dà nel Vangelo odierno. Infatti, prima che Gesù incominciasse la vita pubblica, Egli si mosse a preparargli la strada, e predicando la penitenza, diceva: « Preparate la via al Signore che viene! Ogni valle si colmi; ogni colle si spiani, ogni tortuosità si rettifichi. Così vedrà ogni uomo la salvezza in Dio ». Bisogna dunque prepararci al Santo Natale in modo tale da meritare di vedere spiritualmente il Signore. Ma per meritare tanta grazia occorre prepararci con la purità dell’anima, con la bontà delle opere. Quando a Presburgo, in Ungheria, nel 1207, nacque, S. Elisabetta, un poverello malato e cieco s’avvicinò alla culla e toccando quella bambina riebbe improvvisamente la vista. Se la nascita dei Santi è accompagnata spesso da simili prodigi, maggiori meraviglie può operare in noi la nascita di Colui che è la stessa Santità. E se il peccato ci ha resi miseri e ciechi, avviciniamoci con cuore preparato alla culla del pargolo divino, e otterremo la grazia di vederlo, adesso con la fede, e, un giorno, senza veli nella gioia del suo regno.1. PURITÀ DELL’ANIMA. È l’anima che Vede Dio; ma per vedere ha bisogno di luce e di igiene. – a) Luce dell’anima è la grazia. Cristiani, che il Santo Natale non vi trovi immersi nelle tenebre. Luminosa è la casa tutta ripulita, luminosi i vostri vestiti nuovi, tutto è luminoso al di fuori: e dentro c’è il buio del peccato mortale? Questo sarebbe un’ipocrisia peggiore di quella dei Farisei che pulivano il piatto all’esterno e nell’interno lo lasciavano insudiciato. « Che unione ci può essere tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte? » esclama S. Paolo; e come può illudersi d’avvicinarsi a Gesù, colui che tiene il peccato sulla coscienza? Gesù è la luce, egli è tenebre; Gesù il giorno, egli è notte! Gesù è la vita, egli è morte. – b) Igiene dell’anima la custodia dei sensi, specialmente della vista. Chi vuole vedere il Signore con l’anima, preservi gli occhi del corpo dalle mondane vanità. Ci sono dei bambini che mettono in bocca tutto. Quello che scovano negli angoli più remoti della dispensa, quello che viene loro donato per strada o in visita presso qualche famiglia, quello che colgono dalle piante del giardino o a passeggio lungo una siepe. Dopo scontano la vorace imprudenza con dolori lancinanti alle viscere. Milioni e miliardi di microbi ingeriscono, e non sospettano mai che forse tra quelli c’è uno che supererà le forze di resistenza dell’organismo, si moltiplicherà, disgregherà il sangue o i tessuti interni, produrrà la morte. Ci sono dei figliuoli, delle figliuole, dei giovani, degli uomini che sono peggiori dei bambini. Essi guardano tutto, qualsiasi giornale, cartolina, illustrazione, libro che capiti tra mano; qualsiasi figura reclamistica sui muri della via, o sulle stecconate intorno alle case in costruzione, o nelle luminose vetrine dei negozi; entrano in qualsiasi sala da spettacoli, vedono qualsiasi proiezione. Poi sono dolori! Sì, perché gli occhi sono la bocca dell’anima, e l’anima ha pure la sua igiene che va rispettata come e meglio dell’altra per lo stomaco. Perché hanno continuamente l’anima ottenebrata da nuvole dense di pensieri e desideri perversi, e non possono più pregare con gusto e fervorosa attenzione, e non possono più credere con la gioia e la spontaneità di quando erano piccoli? Perché i loro occhi non sono stati custoditi. Bisognerebbe cavar fuori tutte le figuracce vedute, le novelle e i romanzi letti, le scene provocanti dei cinema, le cronache nere, gli scherni religiosi raccolti sui giornali. Siate meticolosi nell’igiene dell’anima! Specialmente in questi giorni d’attesa santa, conservate mondi i vostri occhi, quelli dei vostri figli, perché possano vedere il Signore.2. BONTÀ DELLE OPERE. Perché l’anima veda Iddio, non basta colmare le valli del peccato con una sincera confessione, non basta spianare ogni ostacolo opaco con la custodia dei sensi: occorre che Dio viva nell’anima con le opere buone. Verso il Natale del 396, l’ultimo che gli restava da vivere in terra; S. Ambrogio si sentiva stanco e alla fine delle sue eroiche fatiche; ma aveva il cuore pieno d’una pace vasta e serena com’è quella del colono, quando in certe domeniche d’autunno contempla beato la sua campagna colma di frutti, mentre in lontananza campane suonano a distesa. In quei giorni appunto, a Paolino, il suo fedele segretario, dettava queste parole: « Cristo vive in me: cioè, vive quel Pane vivo che discese dal cielo e nacque a Betlemme, vive la sua carità, vive la sua pace, vive la sua giustizia, vive la sua sapienza ». Mirabili espressioni, che ci suggeriscono con quali buone opere Cristo deve nascere in noi nel prossimo Natale. Vive in me quel Pane vivo, la prima opera, la più bella e cara a Lui che sta per venire: è la santa Comunione. – I pastori si ritennero fortunatissimi in quella notte in cui lo poterono vedere e forse baciare. I re magi fecero lunghissimo e pericoloso viaggio per poterlo trovare. Il vecchio Simeone per i molti anni della sua vita non desiderò altro; e come lo poté stringere tra le sue braccia tremanti, disse che non gli importava di morire, perché il suo cuore non chiedeva più nulla. La gioia dei pastori, dei magi, di Simeone, ci è vicina: perché non ne approfitteremo? È vero che siamo peccatori e oppressi d’infinite miserie, però se un rincrescimento profondo delle nostre colpe, se un desiderio vivo di farci più puri per più vedere il Signore c’è dentro di noi, quel Dio che venne al mondo in una stalla, non sdegnerà il nostro povero cuore. – Vive in me la sua carità: Non può gustare il Natale cristiano chi si priva della consolazione di fare in questi giorni un po’ di carità, con le opere di misericordia corporali e spirituali. I poveri pastori e i ricchi magi non si presentarono a mani vuote al Celeste Bambino, ma ciascuno con un dono proporzionato alla propria condizione: agnellini, frutti agresti, formelline di tenero cacio erano i doni dei poveri, oro, incenso, mirra erano i doni dei re. Così tutti noi, poveri e ricchi, dobbiamo avvicinarci alla culla di Gesù col nostro dono proporzionato. È dato al Dio nato poverissimo e inerme tutto quanto è donato senza ostentazione ai poveri e agli infermi. Vive in me la sua pace. Colui che nasce fu vaticinato come il Principe della pace. Egli stesso ha detto: « Io vi dono la mia pace: ma non ve la dono come fa il mondo » (Giov. XIV, 27). Il mondo, quando vuol sembrare buono, fa la pace con quelli che la meritano; i Cristiani, che vogliono essere buoni, fanno pace con tutti, anche con quelli che non la meritano e da cui sono stati offesi. Perciò nessuna scusa è valevole, nessuna ragione è plausibile, perché tra noi si conservi anche un solo rancore durante il santo Natale. Vive in me la sua giustizia: Quand’Egli nacque gli Angeli dissero agli uomini: « Non temete più: vi annunciamo una grande gioia ». Ora che il suo Natale ritorna, c’è forse qualcuno che non può gioire per colpa nostra? Nessuno dei nostri fratelli può accusarci d’ingiustizia nei danari, nella roba, nei commerci, nei contratti, nei debiti e nei crediti? Non abbiamo nulla con noi che invoca il suo legittimo padrone? – Vive in me la sua sapienza: Ascoltiamo e meditiamo volentieri in questi giorni santi la parola di Dio per poter capire qualche cosa almeno dell’infinita sapienza nascosta nel mistero della natività del Salvatore. Se vi si offre il tempo e l’occasione, leggete nel Vangelo il racconto della nascita di Gesù, così lo potrete raccontare alla sera ai vostri figliuoli, che sono avidissimi d’ascoltarlo dalle vostre labbra.Un giorno Napoleone passava in rivista le sue truppe. Un umile soldato anziano attirò il suo sguardo, per alcune cicatrici che gli apparivano sul volto. L’imperatore si fermò davanti a lui, e, con un gesto consueto gli pose una mano sulla spalla; poi, guardandolo negli occhi gli rivolse brevissime domande. « Tu, a Ulm? ». « C’ero ». « A Austerlitz? ». « C’ero ».  « A Iena? ». « C’ero ». –  « A Wagram? ». « C’ero ». – « A Dresda? ». « C’ero ».  « Bene, capitano! ». L’altro, ch’era soltanto soldato, voleva correggere il grado credendo fosse uno sbaglio. Ma l’imperatore, senza correggersi, aggiunse: « Capitano, decreto per voi la grande croce della legione d’onore ». Quando preparate le strade secondo il consiglio di Giovanni Battista, il nostro Re divino giungerà nel santo suo Natale e passerà in rivista i suoi fedeli; felice colui che potrà rispondere alle sue domande franco e ardito come quel soldato napoleonico.  « Alla dottrina cristiana? ». « C’ero ». – « Alla messa festiva? ». « C’ero ». – « Al confessionale? ». « C’ero ».« Alla balaustra? ». « C’ero » – « Nella resistenza aspra contro latentazione? ». « C’ero ». – « Nella professione coraggiosa della fede in faccia a chiunque? ». « C’ero ». – « Bene, servo buono e valoroso: perché nel poco sei stato fedele, ti darò autorità sul molto, e verrai nella gioia del tuo Re ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, gratia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta

Sacrifíciis pæséntibus, quǽsumus, Dómine, placátus inténde: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti.

[O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno alle presenti offerte: affinché giovino alla nostra devozione e alla nostra salvezza.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is. VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio: e si chiamerà Emanuele.]

Postocommunio

Orémus.
Sumptis munéribus, quǽsumus, Dómine: ut, cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus.

[Assunti i tuoi doni, o Signore, Ti preghiamo, affinché frequentando questi misteri cresca l’effetto della nostra salvezza.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. I.

Il Sacerdote, ed il Popolo si presentano all’altare,

Accompagniamo il Sacerdote, che si avanza nell’interno del santuario sino ai piedi dell’altare a compiere la tremenda missione. Mentre procede a grave passo, col corteggio di tutti i ministri, questo principe della Chiesa, l’accompagnano i cuori di tutti i fedeli, che con varia espressione di sentimenti mandano al trono delle misericordie i voti delle anime bisognose. L’organo, complesso ed insieme di tante voci distinte e diverse, rende immagine dell’unione di tutti gli animi, la vita dei quali sta nel movimento e nella espressione degli affetti. Mentre si suona il preludio, il quale è una successione d’accordi, vagante incerto di dissonanze in consonanze senza ritmica misura e tendente alla sospirata meta della cadenza, si associa perfettamente alle menti dei fedeli. All’udire questi suoi accordi dissonanti pei quali passa come inquieto, e si getta a riposo nell’accordo consonante, tu diresti che voglia esprimere i vari movimenti degli animi, che passano irrequieti pel tempo presente, per gittarsi a riposo nell’eternità.

Genuflessione innanzi all’altare e segno di croce.

Egli s’inchina, o s’inginocchia; e con questo prostrarsi a terra significa, che l’uomo deve cadere a nulla innanzi a Dio, e per render omaggio alla Divinità, deve prostrarsi nella polvere sua primiera per confessare il proprio nulla a Lui, cui tutto dobbiamo, e per adorarlo a nome di tutte le creature (Bona, Trac. ant. 1 cit.). Sorge; si segna della croce dal capo al petto, dall’una all’altra spalla. Questo segno adorabile, che spaventa i demoni, fu usato fin dai primi secoli dai fervorosi Cristiani, che di croce segnavano sé stessi, e le loro azioni (Tertul De Coron. I. cap. 3). Esso chiama la benedizione di Dio sopra di noi, sulle cose nostre, e sulle nostre azioni per i meriti di Gesù Cristo (Mansi, Il vero Eccl. vol. 2, lib. 5, cap. 1). Con esso rammentiamo a Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo il maggior prodigio dell’amor divino. Nel momento, in cui noi vogliamo partecipare alla più grande sua misericordia, e rendergli maggior gloria, col segno della croce, armiamo dirò così, un diritto di aspettare tutte le grazie da  quel Dio, che morì sulla croce per noi; e vogliamo dire col segnarci: « Se abbiamo l’ardimento di alzare la fronte, e presentarci all’altare del Santissimo Iddio, questo avviene, perché siamo coperti della croce di Gesù Cristo. » Gran mistero! Col Sangue di Gesù Cristo, per lo Spirito Santo rimpastala l’umana natura, noi siamo rinati alle speranze eterne, figliuoli divenuti di Dio medesimo. E contenendo questo segno di croce, come insegna s. Tommaso e la Chiesa, i principali misteri di nostra santa fede, noi nel segnarci nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, press’a poco vogliamo dire così: nel nome del Padre, grande Iddio! sì, voi con noi non siete più il terribile Ieova, che agli ebrei non bastava l’animo di pur nominare; ma anche in mezzo alla vostra gloria vi riconosciamo in volto, siete nostro Padre. Eh! Vi siete lasciato conoscere… Sì, vi abbiamo conosciuto proprio per nostro Padre, quando ci avete dato vostro Figlio ad essere nostro fratello, ed a partecipare a noi eziandio il suo Sangue Divino. Deh! E qual degli uomini avrebbe mai avuto ardimento di chiamar Dio col nome di Padre?… Nessuno, nessuno, fosse pur degli angioli. Ma la Madre Chiesa, palpitando sul Cuor di Gesù, che si tiene in seno nel Sacramento, e ne conosce ben tutti i segreti, «su, su, ci dice, chiamate pur Dio col nome di Padre. » Nel nome del Figlio, o Gesù benedetto, li su nel cielo tra i fulgori della vostra gloria avete qualche cosa del nostro, avete della nostra carne, del nostro sangue, siete Voi della nostra famiglia… vita nostra, Gesù! Nel nome dello Spirito Santo; Spirito Santo, Amor eterno del Padre e del Figlio, spirate da Gesù qui con noi in seno al Padre, e travolgeteci nel vortice della beatitudine eterna: coronate l’opera del Padre, che crea, del Figlio, che salva: santificateci voi; alimentateci dell’eterna felicità in seno a Dio. – Quando siamo per pregare, ed anche in tutte le altre occasioni, temendo troppo di comparire innanzi a Dio, e trattare con Lui, colle brutture sull’anima dell’uomo peccatore, affrettiamoci di metterci sotto la croce dì Gesù Cristo, di coprirci colle sue piaghe, di mettere innanzi i suoi meriti, confortandoci con questi pensieri. Per questo la Chiesa prima di tutte le preghiere, in tutte le benedizioni, usa sempre fare il segno della Croce. Noi non lavoriamo pel mondo, nè pel tempo presente; il nostro cuore ha il suo tesoro, a cui Sospira incessante, lassù in Cielo. Giacché essendo noi concittadini del paradiso lavoriamo a conto del nostro Re e Padrone, cui serviamo sulla terra. Segniamo adunque come il Sacerdote sovente il capo, il petto, le membra, anche le nostre azioni colla Croce (S. Hieron. Ep. Ad Eustoc.. S. Ambr. Lib. De Isaac et anima, can. 8), perché al mondo e a’ suoi desideri siam crocifissi, Poiché deve venire il dì della grande giustizia, e l’Angelo di Dio con una spada di fuoco caccerà tutti i reprobi alla sinistra. Benedetto allora chi in quel di sarà in sulla fronte crocesignato, giacché sarà questo il segno dei predestinati pel paradiso. Come in quella notte, in cui l’Angelo vendicatore scorreva per l Egitto a dar la morte a tutti i primogeniti degli Egiziani, passando egli innanzi alla casa degli Israeliti, veduto il sangue dell’agnello, di che erano bagnate le imposte, abbassava il capo in venerazione della figura del sangue di Gesù Cristo, e tirava innanzi senza offendere persona, così alla vista di questo segno di Croce rosso del Sangue di Gesù Cristo, di che saranno bagnate e segnate le nostre teste. s’inchinerà riverente il terribil Angiolo del giudizio, e ci lascerà alla destra, perché per Cristo e con Cristo e in Cristo, tutto abbiam fatto per Dio in ispirito di adorazione e di penitenza.

Art. II.

Salmo: Judica me Deus.

Avvertiam qui per più facile intelligenza di ciò che diremo, che il popolo anticamente accompagnava nella Messa il sacerdote (Ben. XIV loc. cit. cap. X, n. l, cit. op.), cosicché egli rispondeva alle parole, e alle preghiere del Sacerdote, frammischiandovi le sue. Era dunque allora un confortarsi a vicenda, un implorare a vicenda la divina bontà, un eccitarsi a fervore tra il Sacerdote e quelli che erano ammessi ad aver parte con lui al santo Sacrificio. – Presso alcuni popoli d’America, quando un povero supplicante si presenta alle porte di un grande, tocca ad un fanciullo introdurlo alla presenza (Chaleaub). Ora per lo più la Chiesa fa rispondere a nome del popolo da un fanciullo. Bene sta: un’anima Vergine, come un fanciullo pieno di vita e di speranze, è la meglio fatta per entrare con confidenza a parlare con Dio, ed esprimergli il giubilo delle anime ringiovanite alla vita eterna.

Il Salmo Judica me Deus, che si recita a pié dell’altare, è un monumento della severa disciplina ecclesiastica degli antichi tempi. In esso esprimesi in sul principio, come si discernevano i santi dai peccatori con rigore di giudizio. Non tutti i Cristiani venivano ammessi al gran Sacrificio senza riguardo e discrezione. Nei popoli si faceva la cerna colle regole della più rigorosa disciplina: i soli giusti, che avevan conservata l’anima innocente, quale uscì dal battesimo, e i penitenti, che già avevan lavati i loro peccati nel Sangue dell’Agnello, potevano accompagnare il Sacerdote colle parole del santo Profeta. Gli altri intanto si mettevano a gemere alla porta per la disgrazia d’essere esclusi. Ci gi stringe il cuore di compunzione nel ricordare i pubblici penitenti, i quali, non essendo ammessi ai santi Misteri, si fermavano nel portico innanzi alla porta della chiesa. Quivi Vestiti di sacco, cospersi di cenere, con una corda al collo, colle mani giunte sul petto, stavano prostrati per terra quei fervorosi umiliati, ed abbracciavan le ginocchia, cogli occhi pieni di pianto raccomandandosi a quelli che andavano a partecipare al Sacrifizio, più fortunati di loro, cui non era dato entrare! Gran lezione per noi, che portiamo arditamente sino nel più interno del Santuario anime cariche di peccati, senza il più piccolo indizio di penitenza, quasi che la moltitudine dei peccatori autorizzi qualcuno di noi, a profanare il luogo santo colle irriverenze, ed oltraggiare la gran Vittima divina col nostro induramento! – Invitiamo coloro, che han desiderio di entrare nello spirito della Chiesa, che è lo Spirito del Signore, a meditar questo salmo, e a far proprie quelle espressioni, che risvegliano nel nostro cuore le disposizioni colle quali la Chiesa desidera preparare i suoi figliuoli. Sono questi come gemiti inspirati dallo Spirito Santo. Ci voleva Proprio sol questo Santo Divino Spirito, che comprende nella Sua eternità, come tutti i tempi, così tutti gli individui e i loro bisogni, che si facesse interprete delle povere anime nostre. Perciocché quant’è tenero e sublime questo dialogo tra il Sacerdote e il popolo! Il Sacerdote: questo nome rappresenta un uomo incanutito nella tradizione, Un uomo, che visitò i regni della verità, e scorse le rive dell’errore, e fece raccolta a pro degli nomini di saggezza più sublime, che non è quella del tempo. Quest’uomo, nel cui sguardo traggono i popoli a consultarsi, per leggervi pensieri venerandi, porta all’altare per la sua esperienza la cognizione delle miserie della povera umanità: depositario dei secreti di tutti, va per tutti ad offrire il gran Sacrificio. – Quest’uomo ai piè dell’altare è tutto compunto, e mentre con soave malinconia anima se stesso a gettarsi in braccio a Dio, lascia che i suoi figliuoli a Lui si confidino nel presentarsi seco al gran Padre delle misericordie. E questi rinati alla grazia, come un popolo di allegra gioventù, a cui ridono innanzi le più liete speranze, gli dicono le loro contentezze: ma egli da buon padre, sfogando la sua compassione, induce i suoi figli a piangere seco le proprie colpe. E qui un misto di compunzione e di speranze, che l’uomo sollevano alla bontà di Dio! – Noi procureremo d’interpretare questi santi pensieri nella seguente esposizione.

Il Sacerdote. « Io mi accosterò all’altare di Dio, e voi, o Dio della bontà, attiratemi tutto a voi affinché senza perturbazione di spirito, col fervore di un’anima ricreata, venga ad esercitare il ministero mio santo » (Bona in exposition. hui. Ps. Tract. ant. de san. Missæ) cap. 5 § 6.).

Il popolo risponde. « Sì, andiamo a Dio, egli letifica la nostra giovinezza. »  Il popolo del Signore è sempre pieno di gioventù, e di care speranze nella bontà di Dio.

Il Sacerdote. « Giudicatemi, o Signore, e la mia causa discernete dalla gente non santa, e dall’iniquo uomo ed ingannatore liberatemi. » Giudicatemi non col rigore della vostra giustizia; ché qual dei viventi resterebbe così a voi dinanzi giustificato? ma secondo la vostra grande misericordia. Noi non vogliamo più mai aver parte in peccato con quei poveri nostri fratelli, che si perdono nel mondo, commettendo l’iniquità. Deh! o Signore, non confondeteci con loro nel rigor del vostro giudizio; affinché non abbiam parte agli anatemi ed ai castighi contro loro fulminati. Separateci da loro, e tirateci a Voi per pietà, salvandoci dalle loro ingiustizie e da’ loro inganni.

Il popolo. « Oh sì, perché siete Voi, o Signore, la nostra fortezza. Ah! Voi la creatura vostra ributtereste Voi forse? Anima mia, perché te ne vai così trista, se i tuoi nemici cercano affligerti ? »

Il Sacerdote. « Mandateci, o Signore, dal cielo un raggio di quella fede, che ci fa comprendere nella sua grandezza la vostra verità, e questa luce di verità ci scorga, e ci accompagni sin sulla santa montagna, nel tabernacolo santo, dove voi abitate, o Signore. E qual sarà questo monte se non l’altare, il mistico Calvario, in cui Dio cogli uomini sì riconcilia, e poi resta ad abitare con essi (Car. Bona Trac. ant. de Miss. cap. 5, § 4.)?

Il popolo. « Ah sì, noi entreremo all’altare di Dio che letifica la nostra giovinezza! »

Il Sacerdote. « Io canterò sull’arpa le vostre lodi in questa adunanza, e confesserò la vostra misericordia. Grande Iddio, io ho paura per la mia miseria!… Anima mia, perché sei triste così, perché mi conturbi tu!?… » È sorpreso da un sacro orrore; ma gli risponde:

Il popolo. « Spera in Dio, che ha compassione di un’anima, che ne’suoi terrori gli si getta in braccio: Egli sol ci degni di uno sguardo, e ci farà salvi. Egli è il Signor nostro. »

Il Sacerdote. « O Dio! Chi ci fa degni di render merito al Signore di tante misericordie? Sia gloria adunque al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo; » e col più ardente fervore piega il capo in compunzione, e si porge pronto ad incontrar tutto per Dio, anche la morte (Card. Bona loc. cit.).

Il popolo. « Sia gloria e lode eterna, com’era da principio, ed è ora, e sarà sempre per tutti i secoli dei secoli. »

Il Sacerdote. « Mi accosterò adunque all’altare di Dio. »

Il popolo. « Sì, del Dio, che letifica la mia giovinezza. »

Il Sacerdote. » Il nostro soccorso è nel nome del Signore. » E si fa in così dire il segno di Croce; perché sui meriti del Redentore crocifisso appoggia tutte le sue speranze.

Il popolo. « Bene sta: Egli ha fatto il cielo e la terra. » Quasi dicesse: « sì, andiam con coraggio a Dio che letifica la nostra giovinezza; e, se è Dio la nostra speranza, la letizia della nostra gioventù, l’appoggio della nostra debolezza, di che temiamo? » Il Sacerdote rassicurato alquanto, s’accorda col popolo in confidare in Dio, e tutto si ripromette dalla sua bontà. Non gli rimane altro che gittarsegli a’ piedi per confessare i suoi peccati, togliere così gli ostacoli, che si frappongono tra Dio e i suoi figliuoli, e lì fanno indegni d’avvicinarsi a Lui.

La Confessione e l’Assoluzione

Confiteor, Misereatur, Indulgentiam.

Il Confiteor è un’umile confessione dei peccati, che fanno a vicenda il sacerdote e il popolo innanzi a Dio, alla presenza della Chiesa. La confessione del proprio peccato Dio aveva ordinato doversi far precedere fino agli antichi sacrifizi, in cui si offrivano agnelli e tori. Il sommo sacerdote, gli altri ministri della legge antica, tutti gli Israeliti, quando portavano la loro offerta, erano obbligati a confessarsi per peccatori con questa parola « Io ho peccato, ho commesso ingiustizia, » La prima disposizione a ricevere i doni di Dio è il cuor vuoto di noi stessi ed il riconoscere che da noi non abbiam niente, che buono sia; perché in verità quello che veramente è tutto nostro, è solo il peccato. Perciò per meritarci compassione e perdono da Dio, quel tutto che possiamo fare è presentarci in umiltà, e pregarlo di rinnovare tutto che vede in noi corrotto per terrena fragilità, o violato per opera del demonio. Il giusto, dice lo Spirito Santo, prima di tutto s’affretta ad accusar  di accusare se stesso e le opere sue (Proverb. XIII,17). Ora il Sacerdote, che, sollevato in mezzo del santuario, deve rendere immagine dell’uomo giusto, ed anzi rappresenta il Capo dei giusti il quale prese sopra di Sé i peccati di tutti, e si presentò in somiglianza d’uom peccatore (ad Rom. VIII, 9); deve precedere agli altri col buon esempio nel sentiero della giustizia. Perciò per praticare la giustizia, rinnovato il segno di croce, protesta solennemente innanzi a Dio, innanzi alla Regina del Cielo, al gran Principe delle Potenze celesti, Michele Arcangelo, a s. Giovanni Battista, innanzi ai santi Apostoli, a tutta la Corte celeste, in faccia a tutta la Chiesa in terra, che egli è troppo gran peccatore, e, picchiandosi il petto in segno della sua gran confusione, si chiama in colpa, e si ripete grande e grandissimo peccatore, e piange il più terribile dei mali, l’offesa di Dio. Il perché non dovrebbe ardire di andare più avanti; ma confida nella misericordia di Lui, della cui bontà abbiamo prove così certe: si mette sotto la protezione di Maria s del beato Arcangelo, degli Apostoli e di tutti i Santi; ed appoggiandosi ai loro meriti ed alle preghiere, si raccomanda ai suoi fratelli di accompagnarlo dinanzi a Dio colle loro suppliche, per Ottenergli il perdono delle colpe, che con dolore confessa di avere commesse coi pensieri, colle parole e coll’opere, per sua gravissima colpa.

Il popolo risponde. « Il Dio nostro è onnipotente, e noi lo preghiamo, che colla sua misericordia rimetta i tuoi peccati, e ti conduca all’eterna vita. »

Quindi è, che la necessità di avvicinarsi alla santa Mensa con un cuor puro rese tanto sovente praticato il precetto della confessione. Poiché il peccatore pentito sente uno stimolo a compiere questo dovere, per molti rispetti così penoso, per la letizia promessa del banchetto divino. Di modo che la pratica della confessione e della penitenza è strettamente legata alla fede della Comunione di Gesù Cristo (Wiseman, Conferenze sulle dottrine e pratiche più importanti della Chiesa catt. Conf. 16.). Non è quindi da far meraviglia, se i protestanti, quando spensero il fuoco del sacrifizio coll’abolire la santa Messa, abolissero anche la sacramentale confessione, e togliessero agli uomini il conforto di sentirsi riconciliati colla virtù del Sangue di Gesù Cristo. Essi non hanno più bisogno di prepararsi a comunicare con Dio! – Questa confessione al principio della santa Messa ricorda la confessione dei peccati, che per ricevere il perdono si usava altre volte fare pubblicamente. Tempi fortunati eran quelli, in cui la vera fede veniva provata nel crogiuolo delle tribolazioni, dal fuoco delle persecuzioni. Allora ascriversi al numero dei fedeli seguaci di Gesù Cristo» importava avere il coraggio di dare il nome alla proscrizione, ed aspettarsi intrepidamente la morte in premio delle più grandi virtù e dei maggiori sacrifici che essi facevano, rinunciando alle speranze di un secolo, largo promettitore. – Figuriamoci quegli uomini traditi dai loro congiunti, rifuggiti nelle caverne, quasi belve feroci, quivi pur cerchi a morte, quando era loro concessa la sorte di potersi trovare insieme a celebrare la santa Messa nei sotterranei col loro Vescovo, che era la prima testa designata al patibolo, e che mostrava Sovente le onorande ferite e le membra mutilate, per essersi confessato Cristiano. Quando il Vescovo cominciava in mezzo a loro a confessarsi pel gran peccatore, doveva essere uno scoppio di pianto universale la risposta di quei santi confessori, i quali gareggiavano con lui a confessarsi pur essi per peccatori; come con lui gareggiavano nel dichiararsi Cristiani, e durar fermi in mezzo a quelle terribili prove delle persecuzioni. Picchiandosi tutti il petto, gridava ciascuno essere sua la grandissima colpa, e chiedevan a calde lagrime misericordia a Dio, aiuto ai Santi del Paradiso, e perdono al Vescovo padre: come il padre chiedeva perdono ai suoi figli: e tutti insieme perdono a Dio, per correre poi tutti insieme, come figliuoli perdonati, in seno al Padre eterno, al celestiale convito. – Deh! in qual miseria siamo venuti noi! Con una disinvoltura che fa spavento, si passa dalle baie del secolo, dalle tresche, dai peccati tranquillamente ad assistere nella Chiesa ai più tremendi misteri! Qui tutta la Preparazione sta in un’occhiata di leggerezza e di curiosità intorno, intorno, per divagarsi da una noia mortale, che già si sente prima di averla provata. Chi è di noi che si raccoglie a compunzione? Chi sente il terror dell’uomo peccatore nel luogo santo? Chi geme sprofondato nelle proprie miserie in faccia ai santi altari, e picchiandosi il petto in umiltà col buon Pubblicano (Luc. XVIII, 13), si fa coscienza di dire, gemendo: « Ah! Signore, dove mi trovo io miserabile, come sono, in questo momento tremendo! dove mi nascondo così gran peccatore, ora che il cielo si deve abbassare alla terra » e sta per comparire l’Uomo-Dio in mezzo di noi! O Dio della misericordia, siate propizio a noi peccatori! » Noi no, non ci commoviamo più che tanto. Oh! siam noi adunque i farisei superbi cui pareva aver già fatto troppo per Dio, se lo degnavano d’una svogliata e sprezzante presenza? Ma ecco: allora partivano ì nostri padri santificati dai sacrifizi; e noi ripartiamo peccatori col soprassello delle nostre villanie orgogliose e delle irriverenze sacrileghe. Allora il Sacerdote si sentiva in obbligo di rispondere consolanti parole a quelli, che lo intenerivano colla confessione delle proprie colpe; adesso dovrebbe sollevare gli occhi al Crocifisso, e sclamare nell’amarezza di un santo zelo: O Signore, alcuni di questi non sono più vostri adoratori! piegarono, (bisogna dirlo), il ginocchio a Baal, al mondo, ed al demonio, ché par disdegnino di piegarlo innanzi a Voi, né si curan punto di supplicarvi del vostro perdono! Ah! pesa così poco in questi poveri tempi, o gran Dio, pesa così poco sul cuore umano l’essere in vostra disgrazia! » – Però, se molti più non pensano di confessarsi per peccatori e giudicarsi adesso, cioè fare nel mondo i proprii conti colla misericordia di Dio, per iscampar dal rigore della giustizia sua nell’eternità; la Chiesa perdura sempre nei suoi gemiti, e nel suo dolore, e vuole che il chierico a nome del popolo faccia la santa confessione. Ma deh! mentre il fanciulletto con aria da spensieratello chiama Dio in testimonio dei nostri peccati ed insieme del dolor nostro, e la Vergine, che fu sì bene preparata alla santa destinazione di portar Gesù Cristo, e l’angelo, che fulminò il capo degli empi, che alzarono la testa in peccato contro Dio, e cacciatili dal paradiso li confinò nell’inferno, e s. Giovanni, il miglior degli uomini, perché esser doveva l’amico dello Sposo; e Pietro e Paolo, che piansero tanto, e tanto fecero di bene per soddisfare le colpe commesse, e tutta la Chiesa, che è in Cielo gloriosa, e fondata in terra sulla distruzione del peccato, noi colla coscienza carica e forse fetente di freschi peccati, noi duriamo lì insensibili, impenitenti? Noi così facciam insulto colla nostra presenza alla santità del Dio vivente, noi offendiamo tutta la Corte celeste, noi oltraggiamo l’eterna giustizia; e stiamo a vedere, che noi ci ridiamo della collera di Dio stesso? Deh! Tremiamo, almeno, quando recitiamo il Confiteor col Sacerdote, perché in quel momento Iddio penetra l’anima nostra col suo sguardo divino, e ci scruta le reni, e conta fino i pensieri ignoti pure a noi stessi. Eh! se Egli entra adesso con noi in giudizio, noi siam perduti, e già c’ingoia l’inferno! Affrettiamoci di buttarci ai piedi di Dio per confessarci colpevoli, ed implorare mercé. Diciamo: Confiteor: « Io mi confesso, » cioè io m’accuso a Voi, grande Iddio; voi avete creato ad immagine vostra quest’anima mia, figlia del vostro amore; ella deve esser felice in seno a Voi; io la buttai a sollazzo nelle creature; m’ingolfai nel peccato: ecco la povera anima mia, la vostra immagine insozzata di tante brutture. È mia colpa! Voi mi avete ricreato nello Spirito Santo col vostro Sangue ch’io profanai, ed oh quale tristo abuso io n’abbia fatto, Voi lo sapete! Ah mia grande colpa! Non basta: meravigliate, o cieli! Voi, o Signore, volete ancora sacrificarvi sull’altare, Voi darvi tutto a noi stessi; ed io qui senza fede, senza dolore, senza compunzione, noiato del vostro dono, non ho per Voi neppure un sol pensiero! Oh mia grandissima colpa! – Sacerdote e popolo piangiamo a gara i nostri peccati: ed allora, oh quale armonia di gemiti, che spettacolo commovente qui! Un popolo compunto, che apre l’anima, e mostra piangendo le piaghe dei cuori, e sfoga l’amarezza del suo dolore in seno a Dio ed ai Beati! Intanto il paradiso è aperto sopra di noi, e Gesù Cristo, e Maria, e gli Angeli, e i Santi, e la Chiesa in cielo cara a Dio pei suoi trionfi, e la Chiesa in terra cara a Dio pei suoi travagli, e il Sacerdote ai piè dell’altare, che coperto della croce di Gesù Cristo, fatto degno di farla da mediatore tra Dio e gli uomini, mette innanzi i meriti di Gesù Cristo! Intenerito dalla preghiera con cui il popolo per lui implora la divina misericordia, prima per sentimento di gratitudine fa pel popolo la stessa orazione, che il popolo ha fatto per lui: poi per compiere la sua funzione di pacificatore e di riconciliatore degli uomini con Dio, per la ragione del perdono che vuol concedere, mette innanzi l’onnipotenza e misericordia di Dio, cioè confessa, che per perdonare i peccati, e ricreare nell’innocenza un’anima, ci vuol tutta l’onnipotenza e misericordia di Dio. Omnipotens et misericors Deus!… Questa è una gran verità. Egli è più grande miracolo della divina potenza perdonare un peccato come insegna s. Tommaso, che creare l’universo. Perché per creare l’universo bastò una parola di Dio onnipotente; e per perdonare il peccato si vuole il miracolo di tutti i miracoli il più grande, il miracolo di Dio, che paghi il debito infinito col morire pel peccato. –  Quindi fuori della Religione cristiana il peccato commesso deve essere incancellabile; perché il male fatto non si può mai fare, che fatto non sia, ed il rimorso dovrebbe gettarci nella disperazione. Anche i protestanti, che pur ammettono Dio perdonare il peccato, ma però solo col coprirci dei meriti del Salvatore, tengono che sotto l’applicazione della giustificazione rimanga ancora incancellabile la colpa. Così, secondo essi, al disgraziato, che fu peccatore, può bene non essere imputato il peccato; ma egli porterebbe la piaga scolpita nell’animo sempre, e, fosse pure in paradiso, là pure sentirebbe la colpa anche in seno a Dio. Sconsolante dottrina! Quanto invece è veramente dottrina di grazia questa della fede cattolica, la quale insegna, che il Verbo divino colla più grande opera della sua onnipotente misericordia ricrea l’anima del peccatore, rimpasta, per dir così secondo l’energica espressione di Tertulliano (Lib. De pudicit.),  l’umana natura nel suo Sangue imbevuto di virtù creatrice divina, e così la rinnovella a vita eterna; onde frutto della passione di Gesù Cristo e sua morte di croce è la ristorazione e il ritorno dell’umanità all’innocenza e santità. L’uomo adunque, perché ha peccato, è in potere della morte, la quale è il salario e la vendetta del peccato; ma i fedeli, che colla faccia a terra confessaronsi d’essere decaduti dinanzi a Dio; alla benedizione del Sacerdote fattosi il segno della croce, terminata l’orazione della remissione dei peccati si raddrizzano sulla persona per significare, che per la grazia e virtù di Gesù Cristo ridonati alla vita, sì avviano al Padre di tutti i beni. – Preposte queste riflessioni, speriamo s’intenderà meglio il senso di quell’orazione, che accompagna l’assoluzione, detta il Misereatur e l’Indulgentiam. Dice adunque il sacerdote:

Misereatur.

« L’onnipotente Iddio usi con voi tutta la sua misericordia; e con essa, perdonandovi i vostri peccati, vi conduca a vita eterna. »

Indulgentiam.

« Sì, l’indulgenza, l’assoluzione, e la rimessione dei peccati nostri ci conceda l’onnipotente e misericordiosissimo Iddio. »

Qui rialzandosi alquanto il Sacerdote pare dica al popolo: « fate coraggio, coperti della croce di Gesù Cristo, leviamoci su, gettiamoci abbandonati tra le braccia della bontà di Dio, troveremo all’altare un Dio un Padre, che ci vuol dare tutto il bene. » Poi si rivolge a Dio con tale una confidenza, come chi sa d’aver tutto ottenuto dalla sua bontà. e dice:

Il Sacerdote. « O Signore, basta solo che vi degniate di volgerci uno sguardo, e ci farete rivivere sicuramente. »

Il popolo risponde. « Si veramente il popolo vostro ne andrà lietissimo, se vi degnerete.

Il Sacerdote. « Mostrate a noi dunque la vostra misericordia. »

Il popolo. « Donatela come il pegno più sicuro di nostra salute. »

Il sacerdote. « Signore, io vengo, ascoltate la mia preghiera. »

Il popolo. « Signore, il nostro grido giunga a Voi in questo santo momento. »

Il Sacerdote. « Fratelli, îl Signore sia con voi, »

e prega lo spirito di orazione a preparare il popolo a trattare con Dio.

Il popolo. « Ed accompagni anima tua, che ha tanto bisogno, lo Spirito del Signore, in questo officio di tanta pietà » (o. Chrys. hom. 14. in ep. ad Rom. et hom. 36 in 1 ad Cor.).

Il Sacerdote. « Via adunque preghiamo. »

Il sacerdote stende le palme, e S’avvia su pei gradini, che significano la via della perfezione, che conduce al cielo, e tutto raccolto in se stesso, camminando su quella mistica scala, sente tutto il peso della propria infermità, e un santo terrore lo ributta dall’altare del Dio vivente. Colla coscienza più che colla voce gemendo sulle sue miserie, protende tremanti le braccia verso la croce, e sale dicendo in secreto: « Per pietà togliete, o Signore, da noi le nostre iniquità, onde possiamo con un’anima tutta piena di casti pensieri entrare al Santo dei Santi. Deh! fatelo per pietà, per li meriti di Gesù Cristo nostro Signore. »

Bacio all’Altare.

Giunto sull’altare il Sacerdote stende le mani come in atto di abbracciarlo, e lo bacia dicendo: « noi vi preghiamo, o Signore, per i meriti dei Santi vostri, di cui son qui le reliquie, e di tutti i Santi a degnarvi d’usare indulgenza a tutti i nostri peccati. » – Questo bacio, che dà il sacerdote all’altare, a cui si tiene abbracciato, è uno dei riti, che inteneriscono alle lacrime chi bene l’intende. Esso significa la carità, che in Gesù Cristo abbraccia tutti i fedeli, e ricorda ancora quei tempi d’ingenua semplicità e di fervore, in cui i fedeli con un’anima bella d’innocenza battesimale trovatisi nel luogo santo si baciavano l’un l’altro in carità, e vuol dire, che ci dobbiamo amare come fratelli qui, e poi formare una sola famiglia col Padre nostro in cielo. Questo bacio significa anche il baciar, che facevano essi le tombe dei martiri, come noi le sante reliquie. – Significa poi finalmente un atto di ossequio e di umiltà, con cui il Sacerdote bacia quel sasso, su cui deve posare Gesù Cristo, baciando coll’anima le vestigie della santa sua umanità, come la peccatrice gli baciava i santi piedi, bagnandoli di caldo pianto (poiché l’altare cristiano è la mistica pietra, che rappresenta Gesù) (S. Thom., 3 par., qu. 83, art. 3, ad 5); come usano anche gli orientali, quando debbono essere introdotti innanzi ad un sovrano, o ad un grande, baciare la soglia nel presentarsi alla porta: come si baciavano dai fedeli anche le soglie delle chiese (S. Paul. in Nat. 6, s. Felic.). – Pertanto il sacerdote portando sull’altare nel suo cuore il cuore dei fedeli, bacia coll’anima in fronte tutti, e le reliquie dei Santi insieme con essi; e nell’atto che si prostra sull’altare, che è la porta del cielo, per cui s’introduce innanzi al trono dell’Eterno, allarga le braccia con questo bacio sopra l’altare, in atto di stringere al cuore Gesù ed unire questi suoi fratelli tribolati in terra con quelli già felici in patria, per averli insieme a beatitudine in seno a Dio. Oh! come il Sacerdote qui rappresenta bene l’amabilissimo Redentore divino in quel bacio di riconciliazione, che il divin Figliuolo dà all’umana natura, a quella povera carne segnata dal marchio di dannazione, in quell’atto, in cui allargando sulla croce le braccia, colle mani piene di sangue, purifica tutti, e gli raccoglie nel suo tenero cuore; e abbassa in sul morire il santo capo sul petto per dire agli uomini questa benedetta parola: « Coraggio, vi ho redenti!!! » Pare anche che qui si rinnovi invisibilmente la commovente Scena, che con caratteri così toccanti descrisse Gesù, del ritorno del figliuol prodigo: e che Dio appunto in questo istante accolga fra le braccia della sua misericordia i figliuoli ravveduti, ché gli corrono a piangere in seno: e che risponda loro, consolandoli col bacio del suo perdono, per introdurli poi al gran convito divino. – Conchiuderemo col devoto cardinal Bona (loc. cit.) proponendo che ogni volta, ch’imprimeremo sull’altare un bacio, per noi sarà accompagnato da un tenero atto d’amore verso Gesù Cristo Signor nostro e Padre, con un intenso desiderio di stare come membra a Lui uniti per sempre, come gli sono già i Santi, dei quali qui veneriamo le reliquie (Pouget apud Ben. XIV, loc. cit.).

Introito

Dopo il bacio di pace i fedeli si recavano ciascuno al proprio posto nelle chiese antiche, e i cantori in questo frattempo, finché tutti all’ordine fossero disposti, cantavano brevi salmi; e questo canto chiamavano Introito; perché in questo mentre ciascuno entrava nel proprio luogo. Nell introito si annunzia la funzione, e si dà principio alla solennità in quel canto, in cui il popolo esilara il suo cuore, e respira nella soave emozione della pietà. È per lo più ora un estratto dei Salmi, esprimente uno sfogo d’affetti; ora è uno slancio di esultanza: ora un gemito di contrizione, oppure un ricordo del mistero, che si va celebrando, ed un invito a goder santamente nel Signore coi Beati, di cui celebra la festa. Termina col Gloria Patri: così additando che tutto deve terminare a gloria della SS. Trinità, essendo essa principio e fine d’ogni cosa. Poi gode ripetere la soave espressione, con cui ha cominciato a giubilare. Ciò ben ci ricorda, che così lavorando a gloria di Dio, raccoglieremo consolazioni, che dureranno eterne, quando assorti in Dio ricominceremo un gaudio, che non avrà fine mai più. – Il sommo Pontefice Innocenzo II dice, che l’introito, essendo per lo più un estratto dai libri dell’antico Testamento, esprime i voti ed i desideri, con cui gli antichi Padri sospiravano il Messia (Ben. XXIV, loc. cit.). E intanto noi siamo freddi e vuoti di cuore senza che ci spiri mai dentro un’aura d’affetti a darci un po’ di vita. Però, se noi ci sentiamo abbandonati in tanta aridezza, e non è mai che una stilla ci piovi di Cielo, a rinfrescarci l’anima di qualche consolazione, lo dobbiamo attribuire al viver nostro spensierato di Dio, a questo nostro intervenir che facciamo alle sante funzioni, senza che il cuor nostro vi prenda parte, e senza richiamarvi tutti i pensieri, affine di accompagnare l’offerta del Sacrificio. Noi piangeremo col Profeta la cagione della mancanza di devozione ai nostri di, e diremo: La terra tutta è desolata, perché ormai non v’ha più nessuno, che raccolga i pensieri a meditar Dio, l’eternità, l’importanza di salvar l’anima, la vanità del mondo, che passa via colla rapidità del baleno, ed i santi misteri che celebriamo. Ora a noi consolati del perdono di Dio, bisognosi di tutto, non resta altro che ricorrere a Dio colla preghiera.

LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO II

Come i doni di grazia e di gloria, ricevuti nell’anima, realizzino pienamente la nozione del soprannaturale. Qual è il soprannaturale per i corpi glorificati degli eletti?

1. – Con l’aiuto delle nozioni generali stabilite nel capitolo precedente, sarà facile mostrare quanto i doni dati da Dio ai suoi figli adottivi siano soprannaturali e liberi, non solo come modalità, ma anche come sostanza. Mi dispiace passare oltre la rassegna della magnifica raccolta di testimonianze che provano questo doppio carattere dei benefici che Dio ci concede per i meriti di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Salvatore. Si trovano ad ogni passo di questo lavoro e presto avremo occasione di segnalarne alcuni di grande importanza. È meglio studiare questi doni in sé, per far emergere fino a che punto si realizzi in essi la vera idea di soprannaturale e di gratuità. – « La visione beatifica, nel genere della causalità finale, è come la radice primaria di tutto l’ordine della grazia e di tutti i doni soprannaturali (« Visio beatifica in genere finis est quasi prima radix totius ordinis gratiæ omniumque supernaturalium donorum ». Suarez, de Deo, Tract. L. II, c. 9, n. 1 ». Questa è l’osservazione di Suarez; e questo grande teologo conclude giustamente che, se il carattere assolutamente soprannaturale di questa visione sia stato dimostrato una volta, si è provato allo stesso modo che tutti gli altri doni che essa presuppone e rivendica come sue proprietà siano anch’essi un prodotto non della natura ma della grazia. Ecco perché i teologi scolastici si sono impegnati così tanto per mettere in evidenza questo dogma. Essi sapevano che il principio fondamentale della dottrina cattolica sul destino soprannaturale della creatura ragionevole e sulle qualità o i mezzi che ci preparano a questo destino è la natura stessa del termine ultimo verso cui tutte le cose convergono, da cui tutte le cose sono determinate, a cui tutte le cose devono essere proporzionate. Se, dunque, la visione beata è totalmente al di là dei poteri, delle capacità e delle esigenze della natura, la grazia santificante, le virtù infuse e le operazioni che costituiscono i nostri diritti al possesso di questo fine ultimo, l’intero ordine della grazia e della gloria debba essere ritenuto soprannaturale e gratuito nella sua essenza, senza la necessità di provare ciascuna di questi benefici in particolare. – Questa dimostrazione, necessaria e fruttuosa, è già stata fatta. Non abbiamo forse stabilito che la visione beatifica è un’operazione il cui principio non si trova in nessuna intelligenza creata, se non tanto che non partecipi alla natura stessa di Dio? (Cf. T. I. Lib. II, c. 2.) Non abbiamo forse già dimostrato che questa stessa visione, oltre alla grazia santificante che ci rende partecipi dell’essere divino, esiga una luce superiore, « la luce della gloria » e l’unione più intima della forma ideale che è unicamente di Dio, poiché è la sua essenza (Cf. T. II, Lib. IX, c. 3.)? In vero, ciò che è difficile da dimostrare non è tanto la soprannaturalità assoluta, quanto la possibilità stessa della visione intuitiva. La ragione, finché è illuminata solo dai suoi principii, è totalmente impotente a stabilire questa possibilità; tutto ciò che può fare, purché non sia traviata da false luci, è convincere della sua debolezza qualsiasi ragionamento che tenda a dimostrare l’impossibilità del dogma cattolico. – Ora, poiché non solo per la natura umana, ma anche per ogni natura che non sia quella di Dio, esiste una radicale impotenza a vedere Dio faccia a faccia, è evidente che la visione beatifica sia soprannaturale nella pienezza che si addice a questa parola, cioè per quanto riguarda la sostanza. Come potrebbe, infatti, la natura richiedere una percezione della vita così assolutamente superiore a quella che risponde alle sue stesse operazioni? Si potrebbe allora anche dire che la pianta possa aspirare agli atti della vita sensibile e l’animale all’esercizio della ragione. – Direte che, se la creatura ragionante non possa arrivare con le sue forze native alla contemplazione dell’essenza divina, abbia essa diritto alla luce supplementare che è indispensabile per raggiungerla? Si tratterebbe di uno strano fraintendimento della nozione di natura, perché i requisiti o, se volete, i diritti della natura non vanno oltre le condizioni necessarie perché essa raggiunga il pieno sviluppo della propria attività. Un’integrazione della forza vitale che la porti in un ordine di attività incomparabilmente superiore alla sua sfera, diciamo nell’ordine dell’attività divina, non può mai essere chiamata naturale, a meno che non si intenda con questa parola una qualsiasi perfezione della natura. Ma, non dimentichiamolo, in quest’ultima accezione il naturale al suo apice non è altro che il soprannaturale. – La visione beatifica è dunque essenzialmente soprannaturale; e di conseguenza soprannaturali devono essere anche la grazia santificante, le virtù infuse, i doni dello Spirito, la luce della gloria ed i meriti dei giusti: perché tutti questi favori della munificenza divina sono tenuti insieme e legati a formare un unico e medesimo ordine, di cui l’intuizione beata è la ragion d’essere ed il vertice.

2. – Ma non è solo l’anima ad essere chiamata ed a godere della beatitudine. L’uomo esteriore, l’uomo corporeo, ha la sua parte nell’eredità del cielo, e quanto è ricca e magnifica questa parte! I doni che costituiscono questa beatitudine devono essere chiamati soprannaturali; e se lo sono, a quale idea di soprannaturale devono essere collegati? Si tratta di un problema complicato, sul quale è abbastanza facile trovare soluzioni divergenti, almeno per quanto riguarda il modo in cui vengono espresse. – Cominciamo col dare una soluzione assolutamente inoppugnabile. Tutti i privilegi che abbiamo ammirato nella parte corporea e sensibile degli eletti di Dio sono soprannaturali, non solo per quanto riguarda il modo di produzione, ma anche in sé e nella loro sostanza. Sono, dico io, soprannaturali; per quanto riguarda il modo, non è necessario dimostrare la cosa. Infatti, il principio di tali doni gloriosi non è nella natura, poiché è Dio che li produce da sé, e non c’è nessuna disposizione positiva nella natura umana che richieda la sua azione. Inoltre, il fine a cui sono ordinati è anch’esso soprannaturale: è in vista dell’anima glorificata che Dio li dona. Soprannaturali come modalità, sono anche soprannaturali come sostanza nella loro stessa realtà, poiché superano sia le forze che le pretese della natura. Anche se si vedesse nella natura umana un certo diritto alla riunione dei suoi elementi sostanziali, separati dalla morte, ci sarebbe comunque un abisso tra la semplice ricostituzione, anche permanente, della natura umana e la glorificazione corporale degli eletti. Infatti, non è nei principi naturali del nostro essere che dobbiamo cercare il requisito di tali meravigliose qualità, ma solo nello splendore soprannaturale dell’anima ammessa alla visione di Dio. – Le sentenze dogmatiche della Chiesa ci danno una prova dimostrativa del carattere soprannaturale dei privilegi che Dio riserva ai corpi dei suoi eletti. Non è questa la sede per intraprendere uno studio dettagliato dello stato della giustizia originale, e nemmeno dei doni peculiari che tale stato comportava per il corpo, se l’uomo fosse rimasto stabile nella sua fedeltà. Ci basti sapere che questi doni fossero, in fondo, solo una pallida immagine delle proprietà della gloria. Infatti, per parlare qui solo di immortalità, quella del nostro primo padre gli dava il potere di non morire; e la beata immortalità omette persino la possibilità di morire. Ora, la Santa Chiesa, tra gli altri errori, ha condannato in Bajo una proposizione che faceva dell’immortalità di Adamo non un beneficio della grazia, ma la normale condizione della natura (« Immortalitas primi hominis non erat gratiæ beneficium, sed naturalis conditio ». Prop. 78). Più in generale, essa ha riprovato quell’altra proposizione in cui il novatore affermava che « Dio non avrebbe potuto, in principio, creare l’uomo così come nasce ora » (Prop. 55), cioè passibile, mortale e soggetto alle rivolte della carne contro lo spirito. Ora, vi chiedo, se questi doni primordiali, dati alla nostra natura, sono di ordine soprannaturale e delle grazie propriamente dette, quali saranno allora i privilegi incomparabilmente superiori dell’uomo restaurato in Cristo e consumato su questo modello divino? – Ma si presenta un nuovo problema da risolvere. Se le perfezioni corporee dei beati sono assolutamente ed in ogni modo soprannaturali, come possono i teologi collocarle, da questo punto di vista, così al di sotto della visione beatifica e della grazia santificante, tanto da usare parole diverse per esprimere il carattere soprannaturale delle une e delle altre? Senza addentrarci in considerazioni che ci porterebbero troppo lontano dal nostro tema, diciamo innanzitutto che nessuno di questi teologi contesta il doppio elemento che costituisce il soprannaturale perfetto, poiché lo ritengono soprannaturale nella sua causa e nel suo termine, cioè nella sua realtà fisica. – Tuttavia, è proprio perché, anche dal punto di vista soprannaturale, essi li distinguono dalla grazia e dalla gloria, privilegio proprio dell’anima. Poiché la grazia e la gloria elevano la natura all’essere divino; attraverso di esse la creatura ragionevole diventa partecipe della vita stessa di Dio: ciò che Egli vede, essa lo vede; ciò che Egli ama, essa lo ama; essa lo vede, io dico, e lo ama, come Egli si vede ed ama se stesso. Non è così che il corpo partecipa alle perfezioni di Dio. Il movimento della vita divina non vi discende per riprodurlo nel suo essere o nelle sue operazioni. Per quanto possa essere elevato al di sopra dei limiti assegnati dalla natura agli esseri corporei, il corpo glorificato non si perde, come l’anima, nelle profondità di Dio. È vero che la sua vita riceve un grado di perfezione superiore a tutto ciò che la natura possa dare; ma questo non lo fa assurgere al possesso di una vita superiore a quella sensibile. È quindi giusto e doveroso negargli il soprannaturalismo specifico che si addice all’anima. – Per questo motivo i teologi hanno cercato di dare nomi diversi a questi due aspetti del soprannaturale propriamente detto. Per gli uni, il soprannaturale che risplende sia nella visione di Dio, sia nei doni celesti ordinati dalla loro natura a questa visione beatifica, è il soprannaturale per eccellenza; per altri, quello che non ordina direttamente la creatura alla vita divina, sia che si tratti di una perfezione dell’anima sia dell’elemento organico e materiale del nostro essere, è il preternaturale. – Al posto di questa terminologia recente, altri usano una formula che non lo è di meno. La prima forma di soprannaturale sarebbe il soprannaturale assoluto; la seconda, quella che risponde al preternaturale, cioè il soprannaturale relativo. Il motivo dell’uso di questi due nomi opposti è che l’ordine soprannaturale, la cui chiave di volta è la visione di Dio, supera assolutamente i poteri nativi e le esigenze non solo della natura umana o angelica, ma di qualsiasi altra natura che non sia quella di Dio. Al contrario, i doni così liberalmente elargiti al primo uomo, oltre alla grazia santificante, l’esenzione dalla morte, dal dolore, dalla concupiscenza e dall’errore; allo stesso modo, i privilegi ancora più magnifici che noi speriamo per i nostri corpi risorti, per quanto gratuiti in sé per la natura umana, non la elevano al di sopra di tutta la natura creata. In effetti, li troviamo nella natura angelica, anche se li possiede in un’altra forma ed in un grado sovreminente. Di là questa applicazione fatta all’uomo, ancora innocente, delle parole del Salmo ottavo: « Lo hai posto un po’ più in basso degli Angeli e lo hai coronato di onore e di gloria » (Sal. VIII, 6). E quest’altro, che riguarda gli uomini glorificati: « Saranno come gli Angeli di Dio nel cielo » (Mt XXII, 30). – C’è ancora una terza formula di cui dobbiamo dire almeno qualche parola. L’elevazione dell’anima all’ordine della grazia e della gloria sarebbe il soprannaturale semplicemente detto; la trasfigurazione del corpo che l’accompagna sarebbe anch’esso il soprannaturale, ma con una restrizione secundum quid (è importante capire la distinzione tra il soprannaturale propriamente detto ed il miracoloso. Tralasciando ogni altro punto di vista, considereremo solo quello del soprannaturale. Nel Soprannaturale propriamente detto, la natura non ne è né la causa né l’effetto. Ad esempio, nella giustificazione di un peccatore, la causa che produce la grazia e la grazia prodotta sono ugualmente soprannaturali. Prendiamo, al contrario, un fatto miracoloso, come la guarigione improvvisa di un cieco nato. L’effetto è di per sé naturale, perché la vista è una perfezione propria della natura umana. Ciò che è soprannaturale è solo l’azione che ripristina o guarisce l’organo, poiché le leggi della natura non richiedono che l’organismo sia ripristinato nella sua integrità con questo mezzo. San Tommaso diceva in questo senso: « Tra i movimenti o le azioni di cui la natura è il soggetto, ve ne sono alcuni di cui la natura non è né il principio né il termine…; in altri, il principio e il termine sono nella natura…; in altri ancora, la natura è il termine ma non il principio. » – S. Thom, Supplem. q. 75, a 3). – Ma, quali che siano le formule utilizzate per caratterizzare i doni soprannaturali dei corpi glorificati, guardiamoci bene dal considerare questi doni come separati da quelli più elevati che sono prerogativa esclusiva dell’anima. Anche quando essi parlano delle prerogative dello stato primitivo, i teologi e i Padri le collegano in gran parte all’influsso dell’anima spirituale: sono per loro il risultato di una virtù soprannaturale di cui è stata investita dal suo Autore divino. (« Incorruptio et immortalitas corporis Adæ principaliter veniebat ab anima, sicut à continente et influente; à corporis bona et æquali complexione, sicut à disponente et suscipiente; à ligno autem vitæ sicut a vegetante et admininiculante; a regimine vero divinæ providentiæ sicut interius conservante et exterius protegente. » – S. Bonav, Breviloq., L. ll, c. 10; coll. S. Thom. de Malo, q. 5, a. 5, ad 9 et 11; S. August, de Gen. ad litt. L. XI, c. 31 ecc.). È soprattutto la glorificazione finale del corpo che essi collegano alla beatitudine dell’anima, consumata nella visione. « Dio –  dice Sant’Agostino – ha fatto l’anima di una natura così potente, che dalla piena beatitudine promessa ai Santi, fluisce sulla natura inferiore che è il corpo, non la beatitudine propria dell’intelligenza, ma la pienezza della salute e il vigore dell’incorruzione » (S. August. Ep. 118, ad Dioscor., n. 14). – Così le perfezioni del corpo glorificato non hanno solo l’anima beata come causa finale, ma anche, in una certa misura, come radice e fonte. La proprietà della grazia consummata è quella di perfezionare nel seno dell’anima la dimora dello Spirito Santo, iniziata nella vita presente. Ora, questo Spirito divino non si ferma al vertice dell’anima. La natura umana in tutte le sue parti è il tempio, di cui lo Spirito è il santuario (1 Cor. VI, 19). È necessario che lo Spirito di Dio, prima unito alla sostanza dell’anima per grazia, dopo aver fatto un palazzo degno della Maestà che vi abita, porti la sua operazione onnipotente sulle nostre membra, quest’altra parte del tempio, per appropriarsene trasfigurandole. « Se dunque – scrive san Paolo – lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti vivificherà anche i nostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in voi » (Rm VIII, 11). – Lo Spirito Santo abita nei beati per la grazia e trasfigura i corpi dopo aver glorificato le anime; l’anima, trasformata dalla gloria, riceve dallo Spirito Santo una Virtù che trasfigura il corpo e lo spiritualizza a sua immagine. Come conciliare queste due affermazioni, entrambe basate sull’autorità dei Padri e dei Dottori? Diciamo, senza entrare in ulteriori dettagli, che in questa trasfigurazione del corpo e questa glorificazione del tempio materiale, lo Spirito Santo è l’unica causa principale e l’anima il suo strumento ed il suo organo. Ma, ammiriamo innanzitutto quanto siano stretti i legami che uniscono tra loro i doni soprannaturali concessi alla natura glorificata; poiché la gloria del corpo è il riflesso ed il flusso della gloria che risplende sulla sommità dello spirito, illuminata dagli splendori di Dio (cfr. T. II, L. X, c. 3.).

LA GRAZIA E LA GLORIA (59)

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO PRIMO

La vera nozione del soprannaturale e del gratuito.

1. – Se vogliamo avere una nozione chiara e certa del soprannaturale, è importante studiare innanzitutto i principali significati che vengono attribuiti alle parole naturale e natura; così, essendo questi termini correlativi, è attraverso il secondo che possiamo risalire al significato preciso del primo. Nella terminologia scientifica spesso si chiama natura, o meglio, esseri e cose della natura, le sostanze materiali, e soprattutto quelle che fanno parte del mondo organico. Da qui le espressioni usate di scienza naturale, di storia naturale, di spettacolo della natura. Da qui proviene, tra i nostri studiosi più o meno intaccati dal materialismo, l’uso abusivo della parola “soprannaturale” per caratterizzare tutto ciò che si eleva al di sopra delle cose e dei fenomeni materiali, Dio, l’anima e gli spiriti. Per la filosofia tradizionale, la natura, in senso stretto, designa la sostanza di ogni essere o, se vogliamo parlare più precisamente, ciò che in ogni essere sostanziale è il principio fondamentale delle operazioni che esso compie e delle modifiche che può subire sotto l’azione di agenti esterni. È in questo senso che noi parliamo della natura umana e della natura angelica. – Di conseguenza, il termine « naturale » sarà usato per riferirsi a tutto ciò che è connesso alla natura, presa in quest’ultima accezione; agli elementi che la costituiscono; alle proprietà che ne derivano; ai movimenti di cui essa è causa; alle perfezioni che tendono a completarla, o perché la natura le trae dal suo stesso fondamento, o perché ne porta solo il germe, che si svilupperà sotto l’influenza dell’esterno; al destino finale che risponde alla sua essenza; ai mezzi necessari per operare e muoversi verso questo fine ultimo. Così il corpo e l’anima sono i principi naturali dell’uomo; la proprietà naturale dello spirito è l’immortalità; il pensare, il volere sono operazioni naturali della creatura ragionevole; naturale è ancora la mozione divina o il concorso senza il quale nessuna attività creata potrebbe entrare in azione (Il naturale ha anche come controparte l’innaturale e l’antinaturale: ma non dobbiamo occuparci di questi ultimi, poiché il nostro scopo è solo quello di portare alla luce il soprannaturale). – E poiché la parola natura può significare non solo una sostanza particolare, ma l’intero corpo degli esseri creati e delle sostanze finite, sia che appartengano al mondo dei corpi sia che costituiscano il mondo degli spiriti, possiamo ancora classificare tra le cose che hanno il carattere di naturale tutto ciò che una creatura può operare per virtù propria in un’altra creatura, e ciò che essa stessa ne riceve: poiché, in entrambi i casi, il principio dell’effetto sarà incluso tra i confini estremi della natura. – Chiameremo quindi soprannaturale qualsiasi realtà, di qualunque tipo, che non rientri in una di queste categorie del naturale. Tale è la nozione di soprannaturale nel senso più rigoroso del termine. È una perfezione che non appartiene alla costituzione della loro natura; che non emana né può emanare da questa stessa natura come sua proprietà, sua risultante o suo effetto; che non può essere prodotta in essa da alcuna causa principale (se qualche agente creato, spirito o corpo, potesse produrla come causa principale, cesserebbe di essere soprannaturale, poiché questo agente apparterrebbe esso stesso all’ordine della natura). Il soprannaturale stesso non esclude l’azione di uno strumento creato, perché l’azione dello strumento, considerato come strumento, è l’azione della causa principale che lo impiega per la sua opera. Così Dio, causa principale della grazia, la produce in noi non solo con Se stesso, ma anche con i Sacramenti, come mediante cause strumentali. Diciamo ancora di più: esso non esclude, almeno quando si tratta di operazioni, la principale causalità della creatura; tanto meno i nostri atti meritori, di cui siamo certamente la causa principale. Ma allora non è questa la natura che opera con le sue forze native; è la natura elevata, potenziata, soprannaturalizzata dalla grazia e dalle virtù infuse. È una perfezione, infine, che Dio stesso produce senza presupporre nella natura alcuna disposizione positiva, alcun titolo, alcuna esigenza legittima che la rivendichi. Se si elimina l’una o l’altra di queste condizioni, si può avere forse un soprannaturale ridotto, ma non si conserva certo il soprannaturale propriamente detto, quello che i teologi hanno chiamato il soprannaturale rispetto alla sostanza, Supernaturale quoad substantiam. – Diamo alcuni esempi a sostegno di questa tesi. Un Angelo trasporta un corpo solido senza l’aiuto di alcuna forza materiale, e persino contro la resistenza che le sue forze oppongono. Questo è solo un fatto soprannaturale molto incompleto, perché, oltre al fatto che questo spirito angelico fa parte delle nature create, non c’è assolutamente nulla che impedisca alle forze decuplicate, o centuplicate se necessario, di una causa visibile di produrre un effetto simile. Che Gesù Cristo, con la sua onnipotenza, richiami Lazzaro dal sepolcro, nessuna energia creata potrebbe farlo; ma la vita che Egli restituisce a Lazzaro è quella che egli aveva ricevuto un tempo nel grembo di sua madre; e di conseguenza, se c’è qualcosa di soprannaturale nel modo di produrla, c’è solo qualcosa di naturale nel termine prodotto. È Dio, e solo Dio, che crea l’anima umana e la unisce al corpo che anima: ma vedo nella natura non so quale organizzazione rudimentale che richieda l’anima, e non avrebbe ragione di esistere, se la materia così disposta non fosse animata da un principio di vita. Ecco perché questa produzione, per quanto divina, appartiene ancora all’ordine della natura. – Mi si permetta di spingere queste applicazioni ancora più in là, perché esse gettano luce su nozioni astratte e sono meravigliosamente adatte a eliminare la confusione di idee, così pregiudizievole in una questione che tocca l’essenza stessa dell’ordine della grazia. È una dottrina indiscutibile che ogni causa creata abbia bisogno dell’assistenza concreta di Dio per poter compiere la minima delle sue operazioni. Diremmo che questi atti in cui la causa suprema ha la parte principale siano atti soprannaturali? In nessun modo: perché Dio deve alla natura, o meglio all’Autore della natura deve a Se stesso, darle tutto ciò che è necessario per lo sviluppo della propria attività; ed è per questo che il moto divino stesso è, in questo ordine, un moto puramente naturale (ciò che la natura non richiederebbe sarebbe un’azione di Dio che la facesse passare in un ordine di attività superiore alle sue potenze native). Supponiamo che a Dio piaccia, come ha fatto, si dice, con illustri teologi (Alberto Magno, per esempio, e Francesco di Suarez, secondo una rispettabile tradizione), trasformare una mente mediocre in un genio che ci stupisca per la sua profondità; questo vigore dell’intelligenza sarà altrettanto naturale che gli occhi miracolosamente restituiti ai ciechi da Gesù Cristo: poiché, in fondo, non è che un più pieno dispiegamento delle forze latenti nella natura ragionevole. Supponiamo ancora che Dio, per un singolare privilegio, riveli a questo stesso uomo i segreti più nascosti della scienza, intendo quelli in cui rientri lo studio delle opere divine (« Per ea quæ facta sunt », Rom., 20.); questa scienza infusa sarà naturale nella sua essenza, anche se il modo in cui viene acquisita supera i poteri della natura. – Pertanto, come abbiamo giustamente detto, per avere il soprannaturale totale e completo, dobbiamo abbracciare tutti i caratteri precedentemente enumerati. Dove non si trovano insieme, si avrà, a seconda delle diverse ipotesi, solo il naturale semplicemente detto, o il soprannaturalemescolato al naturale, cioè il soprannaturale quanto al modo, il soprannaturale incompleto, il soprannaturale per accidente (quod modum, secundum quid, per accidens).

2. – Aggiungiamo una triplice osservazione. La prima è che la parola naturale ha dei sensi che non la oppongono al soprannaturale. Lo abbiamo già visto per due termini che sono abbastanza ben compresi, anche se la nostra lingua non ne ha ammesso l’uso: il non naturale e l’innaturale. La stessa mancanza di opposizione si riscontra quando si vuole designare con naturale solo ciò che sia conforme alla natura, ciò che la perfeziona. Da questo punto di vista, nulla è più naturale dei doni soprannaturali; in altre parole, beni che non hanno la loro ragion d’essere né nei principi, né nelle proprietà, né nella dignità, né nelle esigenze della natura, poiché il loro compito è quello di elevare la natura al di sopra di se stessa. – Era abitudine di Sant’Agostino, nelle sue controversie con il pelagianesimo, considerare la natura umana tale com’è non per i suoi principi costitutivi, ma come è uscita dalle mani del suo Autore rivestita di giustizia originale e tutta splendente di grazia. È evidente che, secondo questo modo di vedere le cose, i doni più soprannaturali appartengono di per sé all’integrità della natura così intesa, e che privati degli stessi doni dalla colpa originale, la natura viene denaturata, corrotta, viziata. Questa nuova osservazione è di grande importanza per una corretta comprensione del pensiero del santo Dottore; ed è proprio perché ne hanno frainteso la portata che i nemici della grazia più o meno mascherati hanno preteso di trovare nelle sue opere un sostegno alle loro teorie errate.  – Possiamo quindi, usando la terminologia di Agostino, dire in tutta verità che per Adamo la grazia era naturale, poiché era il suo privilegio primordiale. Sarebbe ancora così per noi, se il peccato non avesse invertito l’ordine divinamente stabilito; infatti, nascendo all’esistenza, noi riceveremmo la natura umana come il padre degli uomini l’ha ricevuta all’origine, non solo perfetta nei suoi principi, ma arricchita di tutti i doni soprannaturali della giustizia e della grazia. Per noi, invece, la santità non è più naturale, perché non ci deriva dalla nostra origine; piuttosto, ciò che è naturale per noi è l’essere figli dell’ira, « natura filii iræ », poiché, in virtù della nostra discendenza, riceviamo la natura umana spogliata della bellezza soprannaturale che doveva renderla gradita al suo Autore. – La terza ed altrettanto importante osservazione riguarda l’espressione « esigenze della natura ». Il soprannaturale, abbiamo detto, supera le esigenze della natura. Le “esigenze” non sono la semplice capacità di ricevere. Quante cose, nell’ordine ordinario della vita, possiamo ricevere, senza avere un titolo per esigerle! L’esigenza aggiunge all’idea di capacità come un certo diritto a ricevere. Tutta la natura è un principio di attività; quindi, in virtù di ciò che è, esige le condizioni necessarie per il dispiegamento delle forze di cui è dotata. Può darsi che cause particolari ostacolino il normale esercizio delle facoltà native di questo o quel rappresentante della natura; ma una legge che negasse universalmente alla natura i mezzi per agire e di perfezionarsi nella propria sfera, non sarebbe più nell’ordine della sapienza. – Tutta la natura, e in particolare la natura ragionevole, ha la sua destinazione finale, in relazione alle attitudini che trova in se stessa e alle sue perfezioni innate; essa può dunque solo legittimamente rivendicare i mezzi per muoversi verso questo destino supremo e raggiungerlo attraverso l’uso che fa di questi mezzi. Fondamentalmente, queste due cose, il perseguimento del proprio destino naturale e lo svolgimento ordinato della propria attività naturale, non sono distinte. Per la natura è la stessa cosa raggiungere il suo fine ultimo e arrivare al perfetto sviluppo delle operazioni superiori di cui porta il germe ed il seme. Pertanto, tutto ciò che andrà solo verso questo fine e che, di conseguenza, non eleverà la creatura ragionevole ad un ordine superiore di operazioni, cioè non la renderà capace di produrre atti sproporzionati alle sue facoltà native, rientrerà nel dominio e nelle esigenze della natura. Al di sopra di questo c’è il soprannaturale in tutta la sua indipendenza e in tutta la sua gloria. – Potremmo riassumere il tutto dicendo che il soprannaturale è tutta la perfezione della natura, al di fuori e al di sopra delle sue esigenze: escluderemmo così ciascuno degli elementi che abbiamo visto rientrare nel naturale. La natura, infatti, esige i principi che la costituiscono, le proprietà e le facoltà che derivano dagli stessi principi e la libera perfezione che trova nelle sue operazioni, e di conseguenza tutte le condizioni ed i complementi necessari all’esercizio della sua attività fisica, intellettuale e morale.

3. – È facile capire che il soprannaturale e la grazia, intesi secondo il significato principale del nome, esprimano una stessa cosa, da due punti di vista diversi. Non è necessario ritornare sui molteplici significati che l’uso ha dato alla parola « grazia »: si possono ritrovare nel secondo libro di quest’opera (cfr. T. I, L. II, c. 4.). Prendiamo dunque la grazia come un dono che Dio fa alla creatura ragionevole, e vedremo che essa si fonde con il suprannaturale, come al contrario il gratuito, cioè il debito o il dovuto, riconduce al naturale. – A questo proposito, ascoltiamo la bella dottrina di San Tommaso d’Aquino: « La grazia, per il fatto stesso che è un dono gratuito, esclude un doppio dovuto (debitum). Esclude ciò che sia dovuto alla persona, cioè ciò che deriva dal merito: infatti, dice l’Apostolo, “a chi lavora, la ricompensa non è imputata come grazia, ma come debito” » (Rom. IV, 4; coll. de verit. Q. 6, a.2; q. 26, a. 6; Rom. IV, 4). Essa esclude il dovuto alla natura, come sarebbe per l’uomo avere l’intelligenza e altre proprietà che derivino dalla sua essenza. « Tuttavia – aggiunge – se in un senso o nell’altro si parla di debito o di un dovuto, non è che Dio stesso sia obbligato nei confronti della sua creatura: piuttosto, è che la creatura debba essere così sottomessa a Dio che l’ordinazione divina si compia in lei: l’ordinazione della Sapienza infinita che, per una tale natura, ha definito tali proprietà e tali condizioni, e per tali opere, tale ricompensa.  Ora – conclude l’Angelo della Scuola – i doni naturali non appartengono al primo dovuto, ma rientrano nel secondo; quanto ai doni soprannaturali, né l’uno né l’altro si addicono ad essi; ed è per questo che portano in modo speciale il nome di grazia » (S. Thom. 1.2, q. 111, a. 1, ad 2; col. de Verit, q. 6, a. 2; q. 26, a. 6. È vero che ci sono doni soprannaturali che sono dovuti al merito, per esempio l’aumento della grazia e della gloria; ma questo merito non è il merito della natura, escluso dal santo Dottore; è un merito fondato sulla grazia e che la presuppone. Da qui la formula di Sant’Agostino già citata: Deus coronando merita nostra coronat dona sua). – A suo tempo, e conformemente agli stessi principi, aveva risolto una controversia che, a quanto pare, divideva alcuni teologi del suo tempo. Alcuni sostenevano che tutto ciò che Dio fa, lo produca per puro e semplice piacere; altri, al contrario, che in tutte le sue opere interviene qualche debito (debitum) che determina la sua Operazione. « Ora, entrambe le opinioni sono palesemente false: la prima è falsa perché annienta l’ordine necessario che deve legare insieme gli effetti della potenza divina; la seconda è falsa perché suppone che tutto proceda da Dio per necessità di natura. La verità si trova tra questi due estremi. Ciò che Dio ha voluto dal principio, cioè le nature sussistenti, procede da Lui per semplice volontà: su che cosa si potrebbe fondare il debito che ne motiverebbe la creazione? Ma su questi primi effetti della semplice liberalità di Dio si innesta un debito. E quale? Che cos’è questo debito? Quello che fa donar loro tutto ciò che è necessario per il normale complemento del loro essere e della loro attività. Che un re crei un cavaliere tra i più umili dei suoi sudditi è pura liberalità; ma, una volta supposta questa elevazione volontaria, egli deve fornire al nuovo cavaliere il cavallo e l’equipaggiamento adatto al servizio del principe. Tuttavia, se Dio può essere debitore, lo è a rigore solo verso la propria sapienza e volontà, ma non verso la sua creatura » (De Verit., q. 6, a 2; col. 23, a. 6 ad 3). – Aggiungo un altro testo del Dottore Angelico, non tanto per chiarire nozioni già sufficientemente chiare, quanto per mostrare con quale ingiustizia i teologi del Medioevo sarebbero stati accusati di non aver distinto con sufficiente chiarezza il soprannaturale dal naturale, o la grazia dalla natura. Si chiede se ci sia giustizia in Dio. Un’obiezione che tenderebbe a negarla è che l’atto di giustizia consiste nel rendere ciò che è dovuto. E poiché Dio non deve nulla a nessuno, sembra che non possa avere in Sé la perfezione della giustizia. La risposta a questa difficoltà ci riporterà, in altra forma, alle stesse idee che abbiamo già incontrato nelle opere del grande teologo. – « Ciò che è dovuto a qualcuno è ciò che è suo. Ora, una persona ha il diritto di considerare come proprio ciò che sia ordinato per essa e verso di essa… Quindi la parola “dovuto” porta nel suo concetto una certa esigenza, basata sull’ordinazione di una cosa per un’altra. Così, i frutti di un giardino sono dovuti al proprietario, perché l’ordine gli dà il diritto di rivendicarli come propri. Ora ci sono due ordini da considerare nelle cose. In primo luogo, l’ordine in virtù del quale il creato è ordinato al creato, ad esempio le parti al tutto, gli accidenti alle sostanze e le sostanze stesse al loro fine; in secondo luogo, l’ordine superiore in virtù del quale ogni creatura è ordinata a Dio. Di conseguenza, il dovuto può essere coinvolto in due modi nelle operazioni divine: o come dovuto a Dio, o come dovuto alla creatura. – Dio rende il dovuto in entrambe le forme. Ciò che è dovuto a Dio è che le cose create rispondono ai decreti della sapienza divina e dimostrano la sua bontà: di conseguenza, quando Dio le dispone in quest’ordine, rende a Se stesso ciò che gli spetta. Ciò che è dovuto alla creatura è che essa abbia tutto ciò che le è attribuito dall’ordine delle cose, in altre parole, tutto ciò che è richiesto per la perfezione naturale; per esempio, è dovuto all’uomo che abbia le mani e che gli animali esistano per il suo servizio. E Dio esercita ancora la giustizia, quando dà ad ogni cosa ciò che le è dovuto secondo la sua natura e la sua condizione particolare. Ma, tutto sommato, il secondo debito dipende dal primo: perché non c’è nulla di dovuto ad un essere creato se non le perfezioni determinate dall’ordine della Sapienza divina. Inoltre, sebbene Dio renda così il dovuto alla sua creatura, non ne è il debitore; perché non spetta a Lui essere ordinato verso di essa e per essa, ma ad ogni creatura essere ordinata verso Dio » (S. Thom., I p., q,21, a. 1 ad 3. Cfr. c. Gent., L II, c. 28 e 29). – Il soprannaturale e il gratuito sono dunque la stessa cosa; affermare l’uno è riconoscere l’altro. Hanno una misura comune, tanto che diminuiscono o crescono insieme e nello stesso grado. Si potrebbe dire, per contrasto, che il nome di grazia è spesso applicato dai Padri ai beni naturali, come l’esistenza, l’anima con le sue facoltà, il corpo con i suoi organi; e che, di conseguenza, le due parole non possano essere equivalenti. Questa difficoltà svanisce grazie ad una semplice osservazione, praticamente contenuta nei testi di San Tommaso che ho appena tradotto. Quando parliamo di soprannaturale e di grazia, abbiamo in vista ciò che può essere per la natura sostanziale già costituita. Da questo punto di vista, l’unico che può essere discusso in un trattato sulla grazia, tutto ciò che è completamente grazia, in altre parole, tutto ciò che non possa essere rivendicato dalla natura, una volta presupposto, come dovuto o ai suoi meriti o alle sue esigenze native, tutto questo, dico, è soprannaturale. Questo è evidente dalle definizioni date alle parole « soprannaturale e gratuito ». È vero che la nostra stessa natura è essa stessa una grazia: chi ha obbligato la potenza e la bontà divina a crearla? Ma questa natura non si presuppone da se stessa. Ora, ancora una volta, il naturale ed il gratuito, quando li confrontiamo, sono giudicati in base al loro rapporto con la natura che li riceve e che essi perfezionano.

LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO VI

Conclusioni. Come la vita beata sia il complemento perfetto dell’adozione e come, nella gloria, il figlio di Dio sia l’uomo spirituale per eccellenza.

.1. – Basta dare un rapido sguardo al contenuto degli ultimi due libri per capire come la vita beata sia, in tutta verità, la perfezione finale e il coronamento dell’adozione. Infatti, tutto ciò che costituisce la nostra filiazione è portato al limite estremo. Non è senza ragione, quindi, che diversi Padri abbiano rappresentato il pieno ingresso degli eletti nella gloria non solo come il compimento della loro nascita divina, ma anche come il momento della loro vera adozione: tanto lo stato del termine sorpassa in modo eccellente la nostra condizione nella via. – Qual è il fondamento ed il principio della figliolanza adottiva in noi? La grazia, cioè la partecipazione formale alla natura divina. Ora, vedete quanto la partecipazione del cielo prevalga sulla partecipazione presente. Essa prevale in quanto ci mostra nel suo totale compimento ciò che quest’ultima aveva solo in germe: non è più solo il principio primo dell’atto essenzialmente proprio di Dio, ma il principio successivo, intendo la luce della gloria, ma l’operazione stessa, la visione faccia a faccia. Da qui le parole di Sant’Ireneo: « La partecipazione a Dio è vedere Dio e godere della sua bontà. Participatio Dei est videre Deum et frui benignitate ejus » (S. Ireneo, c. Hær. L. IV, c. 20, n. 5, P. Gr. t. 7, p. 1036). Prevale perché questa partecipazione formale è ormai così radicata nell’anima, così identificata, per così dire, con essa, che nulla potrà mai separarla da essa, né distruggerla. – Che cos’altro fa ancora la filiazione adottiva? L’inabitazione della Trinità nelle anime e la misteriosa unione che lo Spirito Santo contrae con esse. Confrontate l’unione attuale con quella della patria eterna, non solo dal punto di vista della stabilità, ma anche e soprattutto dal punto di vista dell’intimità; che differenze ci sono tra l’una e l’altra! Vedete Dio che penetra con la sua essenza fino alle profondità degli spiriti beati per farsi loro forma intelligibile, e li inonda con la sua luce, come li infiammerà con il suo amore « In lumine tuo videbimus lumen »! – Che cosa rende possibile la filiazione adottiva? La somiglianza e l’immagine di Dio. È allora che il ritratto divino, ora abbozzato, riceverà la sua perfezione finale dal cuore e dalla mano dell’Artista onnipotente. Saremo come Lui, perché lo vedremo così com’è. « Lo Spirito ci renderà simili a Lui per volontà del Padre, perché completerà l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio » (Id. ibid. L. V, c. 8, n.1. P. Gr. p. 1142). Così parla sant’Ireneo. Sant’Agostino dirà più tardi: « In questa immagine di Dio (che noi siamo), la somiglianza di Dio sarà perfetta, quando la visione di Dio sarà perfetta » (Sant’Agostino, De Trinit…, L XIV, n. 23, ss.). – Cos’altro richiede la grazia dell’adozione? Che i figli non abbiano altra volontà che quella del Padre e che evitino tutto ciò che potrebbe essere un’offesa nei suoi confronti. Il privilegio del cielo è la realizzazione immutabile di questo oracolo dei nostri Libri santi: « Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme di Dio abita in lui, e non può peccare, perché è nato da Dio » (1 Joan. VI, 9); è anche una conformità così perfetta tra la volontà dei figli e quella del loro Padre, che non solo non vogliono nulla contro la regola della volontà divina, ma anche che in Dio e ovunque vogliono identicamente solo ciò che Dio vuole, e nella misura in cui Egli lo vuole (« In statu gloriæ omnes videbunt in singulis quæ volent ordinem eorum ad id quod Deus circa hoc vult; et ideo non solum formaliter sed materialiter in omnibus suam voluntatem Deo conformabunt » – S. Thom, 1. 2, q. 19, a. 10, ad 1; col. de Verit., q. 23. 8). – Lascio al lettore la consolazione di seguire da solo il parallelo tra l’adozione dei figli che sono ancora lontani dalla casa del Padre e quella dei Santi che sono entrati in possesso della sua eredità. Riempito di questi pensieri elevati e salutari, sentirà crescere nel suo cuore la santa ambizione di entrare nella Gerusalemme celeste o, per usare un’espressione di Sant’Agostino, di far parte « di quel tempio di Dio che è costruito da dei, fatti da quel Dio non fatto Templum Dei quod ædificatur ex diis quos fecit non factus Deus ».

2. – Prima di concludere queste considerazioni sulla perfezione finale dei figli di Dio, vediamole riassunte in un nome frequentemente usato dagli autori ascetici: è il nome di uomo spirituale. Presa nella pienezza del suo significato scritturale, questa parola esprime mirabilmente i privilegi della natura glorificata. Sì, l’eletto di Dio, una volta raggiunta la sua beatitudine, è veramente l’uomo spirituale per eccellenza. Non parlo della spiritualità che gli si addice, come ad ogni altro uomo, a causa della sua anima immateriale, ma di una spiritualità superiore, che spiegheremo alla luce delle Scritture. – Le epistole di San Paolo, in particolare, oppongono in ogni momento la carne allo spirito. La carne è la parte inferiore dell’uomo, considerata non solo come l’elemento più materiale del nostro essere, ma come la sede, il fulcro, il principio delle tendenze e degli affetti disordinati (Rm VII, 5; VIII, 1-15). Al contrario, lo spirito sarà la parte superiore dell’uomo che, sotto l’influenza della grazia che lo eleva e dello Spirito Santo che lo inabita, è diventato un principio delle operazioni divine. Perciò le opere della carne, secondo San Paolo, sono l’impurità, l’idolatria, gli avvelenamenti e altri crimini; ed i frutti dello spirito, la carità, la pazienza e tutte le virtù (Gal. V, 19-24). Da qui la lotta, di cui parla lo stesso Apostolo, tra i desideri della carne e quelli dello spirito; perché lo spirito e la carne sono in contraddizione tra loro (Ibid. V, 17). Cosa sarà dunque l’uomo carnale? Chi vive secondo la carne e cerca le cose della carne! – E cosa sarà l’uomo spirituale? L’antitesi dell’uomo carnale, cioè colui che cammina secondo lo spirito, che mortifica con lo spirito le passioni della carne e si abbandona all’azione dello spirito (Rm VIII, 3, 9, 13, 14). L’uomo spirituale non è solo l’opposto dell’uomo carnale; è anche l’opposto dell’uomo animale. San Paolo non dà alla parola anima (animus, ψυχὴ = psuke) il cattivo significato che spesso attribuisce a quella di carne. L’anima è per lui, secondo i diversi testi, a volte il principio vivificante del corpo o la vita che essa gli dà, a volte il principio della vita sensibile e ragionevole (At. XXII, 10; Rom., XI, 3; XIII, 1; Ebr., XII, 3, ecc.); ma in nessun luogo esprime con questa parola i doni soprannaturali racchiusi in quella di spirito. Pertanto, l‘uomo animale, nel senso inteso dall’Apostolo, è colui che non ha altra vita, altra luce, altro principio di pensare, volere e agire, se non quello che gli deriva dalla sua natura vivente e ragionevole, cioè dall’anima; l’uomo, quindi, è puramente umano, per il quale le cose dello spirito sono scandalo e follia (I Cor. I e II); l’uomo che parla in modo superbo e ripudia Gesù Cristo, l’unico dominatore, con le sue leggi e i suoi misteri (Giud. 19, 7, 4). Dall’altra parte, l’uomo spirituale è il fedele che, sottomettendo umilmente la propria mente, accetta le lezioni della Sapienza divina, e possiede lo Spirito che è di Dio e rivela i doni di Dio (I Cor., XII, 10, 12, 15). – L’antagonismo tra i due uomini si ripresenta sotto un terzo punto di vista. « La carne ed il sangue non possono entrare nel possesso del regno di Dio », cioè – come spiega lo stesso San Paolo – la natura umana con la sua attuale corruttibilità (I Cor. XV, 50). È dunque essere ancora un uomo carnale, indossare un corpo terreno, quella pesante dimora sotto la quale l’Apostolo delle genti gemeva (1 Cor., V, 1 segg.); e, poiché questo corpo è allo stesso tempo un corpo animale, corpus animale, che non è ancora liberato da esso, rimane sempre per questo motivo l’uomo animale, di cui ci parla la Scrittura. Perciò l’uomo, per essere veramente spirituale, deve rivestirsi di una carne spirituale e celeste, corpus spirituale (I Cor. XV, 44), partecipe dello spirito e totalmente dominata dallo spirito – Dopo questa descrizione molto apostolica, è facile capire che l’uomo spirituale, nel senso assoluto del termine, è il figlio di Dio che regna in cielo, e non può che essere lui. A qualsiasi grado di spiritualità un uomo venga elevato nel tempo della prova, rimane sempre animale e carnale in qualche punto (II Cor., V, 1-4; 1 Cor., XV passim). Senza parlare del peso della corruzione che dobbiamo portare in questa carne infelice, quali rivolte in essa contro l’impero dello spirito; quali tenebre e veli sulla nostra intelligenza; quali minacce di instabilità anche in coloro che più certamente possiedono lo Spirito di Dio! Non sono solo i piccoli figli in Cristo che San Paolo può chiamare carnali (I Cor., I, 1-3); lui stesso, quell’uomo che è stato rapito al terzo cielo, si lamenta di esserlo ancora (Rom. VII, 14-20). L’uomo carnale e l’uomo vecchio vanno di pari passo; e come l’uno rimane sotto la novità stessa, così l’altro non è mai completamente estirpato né dal corpo né dall’anima dalla virtù vivificante e santificante dello Spirito. – Ma in cielo, dopo la gloriosa risurrezione, ci sarà la vittoria piena e stabile dell’uomo spirituale sull’uomo animale e carnale; una vittoria così radicale che tutto ciò che è carnale e animale in noi sarà annientato per sempre. Nella carne, niente più cupidigia, niente più debolezze, niente più malattie, niente più mortalità; perché essa è eternamente soggetta allo spirito come lo spirito lo è a Dio. Nella ragione non c’è più ignoranza, non c’è più oscurità, non c’è più possibilità di ribellione alla conoscenza di Dio, perché l’intelligenza è perennemente annegata nella luce ed i misteri sono messi a nudo davanti ad essa. Nella volontà c’è l’attualità sempre presente e la rettitudine inamovibile dell’amore divino, il cui regno è assoluto su tutti gli affetti e tutti i movimenti dell’anima.

3. – Insistiamo ancora di più sulla considerazione della stessa verità. Ciò che rende l’uomo, dal punto di vista filosofico, un essere spirituale è che, per il principio superiore della sua natura, partecipa all’immaterialità divina, cioè alla spiritualità di Dio. Ora, che cos’è la gloria, considerata nel suo elemento più essenziale, se non la partecipazione più alta e più perfetta di questo attributo divino? Dio, infatti, conosce e ama se stesso solo perché è immateriale, e la misura, per così dire la radice, della sua conoscenza e del suo amore è questa immaterialità per cui è infinitamente Spirito: « Deus spiritus est ». Poiché, dunque, i conoscitori del cielo prevalgono incomparabilmente nella conoscenza e nell’amore su tutte le creature diverse da loro, si deve necessariamente concludere che essi abbiano raggiunto il più alto grado della vita spirituale e che ciascuno di loro sia quindi l’uomo spirituale nel suo punto più alto. – Ciò che rende ancora l’uomo spirituale è, secondo la testimonianza dei Padri, la sua singolare ed intima unione con lo Spirito Santo. Ricordiamo i testi già citati di San Basilio e di Sant’Ireneo, che mettono in piena luce questo pensiero. « Come la superficie levigata di un corpo, quando viene colpita da un raggio di sole, diventa brillante… così le anime che portano in sé lo Spirito divino diventano splendenti e spirituali » (San Basilio, L. de Spir. S., c. 9, P. Gr., t. 32, p. 110). Pertanto, « che questo Spirito divino si unisca all’anima e l’anima alla carne, questa effusione dello Spirito Santo renderà l’uomo spirituale e perfetto… ». Ma se l’anima è separata dallo Spirito, l’uomo che avrete non sarà altro che un uomo animale, imperfetto e carnale » (S. Iren, de Hæres, L. V, c. 6, n. 1. P. Gr., t. 7, p. 1137). Quanto è stretta l’unione dello Spirito con l’anima dei Santi durante i giorni di questa vita mortale. Ma quanto più intimo, quanto più indissolubile, quanto più attivo diventerà nella beata eternità, quando Dio, prendendo possesso di tutto il nostro essere, sarà come la forma luminosa della nostra intelligenza, l’oggetto immediato e sempre presente della nostra conoscenza e del nostro amore, l’Ospite divino che glorifica il nostro corpo, il suo santuario più puro e incorruttibile! – Alcuni degli antichi scrittori ecclesiastici, per esprimere con maggior forza l’incomprensibile immaterialità di Dio, lo proclamarono l’unico immateriale. Certamente erano lontani dal pensare che tutte le creature, sia gli spiriti angelici che le anime umane, siano materia o dipendano intrinsecamente dalla materia, sia nel loro essere che nel loro operare. Sostenevano che la spiritualità divina, che supera infinitamente tutte le spiritualità delle nature create, non possa essere contrapposta all’altra senza che la seconda venga eclissata dalla prima. È nello stesso senso che l’essere della creatura, per quanto perfetto possa essere, diventa come un nulla per chi lo confronta con l’Essere infinito di Dio. Così, tutto considerato, si può dire dei figli di Dio, che hanno raggiunto il pieno sviluppo della loro adozione, che essi soli, dopo Dio, sono uomini spirituali, tanto che ciò che rende l’uomo carnale e animale è distrutto in loro in modo più assoluto di quanto possa esserlo nello stato di prova e di mortalità. « Ciò che nasce dalla carne è carne, ma ciò che nasce dallo Spirito è spirito », diceva il Salvatore al fariseo Nicodemo. Questo è un grande detto, che il cielo ci riserva come chiara dimostrazione, se, vivendo della vita dello spirito, conserviamo e sviluppiamo in noi l’essere spirituale di cui l’adozione divina ci ha liberalmente dotati.

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (15)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (15)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO V

CONCLUSIONE (2)

2. – Il dono dell’uomo a Dio.

Abbiamo considerato la vita spirituale come dono gratuito dell’immenso amore di Dio per l’uomo. Sta all’uomo accettarlo liberamente. Poiché in questa libera accettazione si compie la felice consumazione del dono, e, una volta accettato, coltivarlo nella fede, nella speranza, nella carità. E sarà un degno contraccambio d’amore se la dedizione di sé a Dio saprà esser completa, secondo l’esempio di Colui che tutto si è dato. Egli mi ha amato fino a darsi per me: io debbo riamarlo e darmi per Lui. Riconosco che la mia vita di quaggiù, in confronto a quella ch’Egli mi offre, è cosa meschina, di ben poco valore intrinseco attuale, per quanto grande potrebbe sembrare se non mi fosse stato svelato nessun altro orizzonte, ma resa grande effettivamente fin d’ora dalla sua identità con qualche cosa ch’è molto più grande di lei. Se desidero esser quale Egli mi vuole debbo darmi tutto a Lui, com’Egli si è dato a me, perché mi plasmi come più gli piace; e la mia vita spirituale tanto maggiormente si svilupperà quanto più completo sarà il dono di me

(“Chi avrà perduto la vita per causa mia la ritroverà ”. (Matt. X, 39).

“Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, e chi avrà perduto la vita per amor mio la salverà. Che giova mai all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde e danneggia se stesso?” (Luca IX, 24, 25),

“Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. – Giov. XIII, 25).

E ciò si farà in tre modi. Innanzi tutto, per chi accetta il soprannaturale, per ogni cattolico, per ogni credente nel Figlio di Dio fatto Uomo, primo dovere è quello di sottomettere a sé l’uomo naturale e particolarmente quella parte dell’uomo naturale che lo fa schiavo di bassi appetiti: “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (I Giov. II, 16). Lo stesso uomo naturale deve combattere contro queste forze dominanti, se uomo vuol rimanere e non abbassarsi al livello del bruto; molto più poi, se vuol sottomettere a sé tutto ciò ch’è naturale in lui e diventarne padrone assoluto.

(“La notte è inoltrata e il giorno si avvicina; gettiamo via dunque l’opera delle tenebre, rivestiamo le armi della luce. Come in pieno giorno, camminiamo onestamente, non in crapule e ubbriacature, non in alcove e in licenza, non in contese e invidia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne sì da destarne le concupiscenze” (Rom. XIII, 12, 14).

“To dico invece, conducetevi secondo lo spirito e non soddisfate ai desideri della carne. La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito li ha contrari alla carne; son cose opposte fra loro, sì che voi non dovete fare tutto quel che vorreste… I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze. Se viviamo collo spirito, procediamo anche con lo spirito. (Gal. V, 16, 25).

“Carissimi, io vi scongiuro che come forestieri e pellegrini vi asteniate dai desideri carnali che fan guerra all’anima”. – I Piet. II, 11).

Questa necessaria sottomissione interiore sarà la prima cosa da intraprendere per il vero seguace di Gesù Cristo, e la grazia di Dio sarà con lui, È la via tracciata alla preghiera da ogni maestro di spirito, è la chiave di quel sereno ascetismo che ha sempre accompagnato la Chiesa Cattolica nella sua storia, nei suoi Santi, nei suoi eremiti e reclusi e in tutti i suoi ordini religiosi, nel cilicio di un Thomas More e nella povertà volontaria di tanti principi e re. Non è cosa contraria, alla natura, ché anzi i veri Santi furono gli uomini più naturali, non è che un conquistar la natura, un sottometterla, un assoggettarla affinché possa servire, un ribellarsi energicamente alla sua tirannia che vorrebbe dare alla nostra capitolazione la pietosa illusione della libertà. Poi, nel campo positivo, il seguace di Cristo si sforzerà non solo di vincere il male, ma anche tenderà a coltivare tutto il bene che ha in sé.

(“Poiché chi vuol amare la vita e vedere giorni beati raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra non parlino inganno. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e le vada dietro; perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie attente alle loro orazioni, ma la faccia del Signore sta contro coloro che fanno il Male”. – I Piet. III, 10-12).

E il maggiore di tutti i beni è l’amore: amore di Dio, in primo luogo, di Dio che “è amore”, “che ci ha amati per primo”, e tanto “da dare il suo Unigenito”, che ci ama “di un amore eterno”, amore che sospinge l’uomo il quale desideri veramente ricambiarlo almeno in parte. Ora, secondo gli stessi criteri del mondo, la maggior prova d’amore è la dedizione di sè. “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per l’amico” e perciò nessuno avrà un più grande amore verso Dio di chi per Lui dà la vita. Ma dare la propria vita non significa necessariamente quello che s’intende di solito per “morire”: è la dedizione di sé all’essere amato, in assoluta e completa devozione al suo servizio. Così è dell’amore dell’uomo per Iddio. Stimar la vita e tutte le cose di quaggiù non secondo le proprie vedute, ma secondo quelle di Dio, sforzarsi per amor suo di renderci quali Egli ci vuole, anche quando la sua volontà contrasta con la nostra e malgrado tutte le ribellioni della natura, vivere non secondo le nostre ambizioni, ma facendo della nostra esistenza tutto ciò che Dio vuole, ecco l’ideale cattolico. È questo davvero un “dar la vita per l’amico”, è l’adempimento perfetto della legge: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”. Ed è cosa che porta con sé la sua abbondante ricompensa, secondo ch’Egli ha promesso, il centuplo, misura piena, pigiata e traboccante, Poiché morire a se stessi con Cristo è risuscitare con Lui, dar la propria vita per amor suo è ricevere in cambio la sua vita. Né questa è metafora o pura allegoria. Cristo vive misticamente e non per questo meno realmente in ognuno che sia disposto ad accoglierlo, e gli conferisce il potere di diventare e di essere veramente figlio di Dio. Viviamo, non più noi, ma Egli vive in noi. Ecco perché noi offriamo le nostre preghiere “per Gesù Cristo Signor nostro”, unendo il nostro nulla ai suoi meriti infiniti. Ecco perché anche il più insignificante dei nostri atti può acquistar valore e riuscire accetto a Dio nostro Padre. Per questa unione, creature deboli quali siamo, ci soprannaturalizziamo e tutte le nostre azioni partecipano del soprannaturale: siamo fatti “ partecipi” della divina natura di Colui che si è “degnato di partecipare alla nostra natura umana’; ejus divinitatis participes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps. E inoltre, a motivo di questa unione, essendo il vero amore attivo e fattivo in tutti, in ogni altra anima come nella mia, siamo fatti uno tra noi in un senso assai più reale ed effettivo di quello che potrebbe conseguire la sola natura umana. Unificati e affratellati così, desideriamo che anche il resto dell’umanità, ancora escluso dall’abbraccio divino, vi giunga finalmente e sia fatto uno con noie partecipi alla stessa ineffabile eredità, “affinché Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede e voi radicati e fortificati in amore siate resi capaci di comprendere con tutti i Santi qual sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità e intendere quest’amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio… Con tutta umiltà e mansuetudine e con longanimità, tollerandovi a vicenda con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un corpo solo, un solo spirito come in unica speranza siete stati chiamati. Uno è il Signore, una la fede, uno il Battesimo, uno Iddio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutti e in tutti”. (Efes. III, 17-19; IV, 2-6).

A questa unione con Dio la natura umana  tende spontaneamente, anche se spesso inconsciamente. Quella sete di perfezione, quella brama di una più completa realizzazione di sé, innata in ogni essere umano normale, non è che lo sforzo dell’anima ansiosa di corrispondere all’invito dell’amore di Dio. Per quanto cerchi di completarsi e di appagarsi altrove, l’uomo non è mai soddisfatto; c’è sempre da raggiungere qualche cosa di più, anzi tanto di più che i beni ormai raggiunti sembrano un nulla e gli sfuggono come acqua fra le dita. Poiché “per primo Egli ci ha amato” e ha radicato il suo amore in noi; ci ha amato “di un amore eterno”, e il nostro è parimenti amore per l’eterno; ci ama di un amore infinito personale e fedele che non vien mai meno; e, purché vogliamo accoglierlo, quell’amore agisce su noi, e quasi senza rendercene conto noi bramiamo di ricambiarlo. È questo il segreto del desiderio dell’uomo, e del suo malcontento di sé e di ogni sua conquista. Consapevoli o no, noi tendiamo a Dio, e la fame di Lui è diventata inerente al nostro essere. “Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché in Te non riposa”. – Ne deriva che nessuna conoscenza al mondo può confrontarsi con la conoscenza di Dio. Poiché non possiamo amare ciò che non conosciamo, e poiché l’amore di Dio è l’appagamento unico dell’uomo, per esser logico e coerente, questi dovrebbe fare della conoscenza di Dio la sua principale occupazione. Anzi, siccome Dio stesso è amore, la conoscenza di Lui è conoscenza dell’amore nel suo grado più sublime, nel suo oggetto più degno. Fu l’amore che ispirò e diede il precetto unico rendendolo sufficiente a tutto: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”. Questa conoscenza di Dio e dell’amore di Dio in se stesso e nella sua effusione in noi, necessariamente dovrà modificarci. Sappiamo bene che da noi siamo un nulla e affatto indegni di quell’amore, mentre per le nostre colpe e infedeltà ce ne siamo resi ancor più indegni. Eppure vi aspiriamo ardentemente, e ciò basta a farcene sentire il bisogno e a indurci ad ogni sforzo per diminuire la nostra indegnità, a farci ricorrere a Colui che ancora ci ama di un amore immutato, a farci implorare la sua misericordia e il suo perdono, la sua compassione e la sua benevolenza, a buttarci ai suoi piedi affinché Egli ci riammetta al suo amplesso. E cercheremo di fare in ogni cosa la volontà di Colui che tanto ci ha amato e che noi vorremmo tanto riamare, poiché far la volontà di chi amiamo è già di per sé una prova d’amore feconda di gioia; accetteremo le sue leggi e le ubbidiremo, cercheremo i suoi consigli e li seguiremo, coglieremo le occasioni di dargli gloria e le promuoveremo noi stessi, saremo pronti a riconoscere in tutti gli avvenimenti lieti o tristi della vita la manifestazione del suo beneplacito e quindi altrettante occasioni di dargli nuove testimonianze d’amore. E saremo inoltre portati alla preghiera, poiché per essa entriamo in comunione con Lui, e — come insegna la nota definizione — la mente e il cuore a Lui si sollevano. Se questo è l’orientamento interiore dell’anima consapevole delle sue relazioni con Dio, inevitabilmente esso troverà modo di riflettersi sulla vita esteriore. Poiché le cose della vita sono non meno di noi creature del. Dio vivente, che tutte le ama nella loro condizione e in tutte vive, mentre esse, pel semplice fatto di esistere, manifestano Lui e la sua gloria. “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia le opere delle sue mani” (Sal. XVIII, 1). “Del Signore è la terra e ciò che la riempie, il mondo e tutti i suoi abitanti » (Sal. XXIII, 1). “Le perfezioni invisibili di Lui fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità” (Rom. I, 20). – Nelle cose della terra, dunque, possiamo se vogliamo riconoscere l’opera di Dio, anzi riconosciamo Lui stesso, perché esse pure sono sua immagine, tengono imprigionato un tenue raggio della sua infinita bellezza e amabilità e riflettono in qualche modo quel fulgido sole centrale che è Dio stesso. Così tutto l’ordinamento della vita viene ad essere il disegno di Colui che “governa sapientemente da un capo all’altro del mondo e tutte le cose dispone soavemente”. Sebbene a noi le sue intenzioni sembrino spesso misteri, e le sue vie, troppo dissimili dalle nostre, addirittura inesplicabili, pure sappiamo che dietro a tutto quanto appare alla superficie sempre risplende la sua volontà e quell’amore ineffabile che è il motivo della sua azione, allo stesso modo che il sole continua a splendere dietro alle nuvole più cupe e che ancor quelle sono effetto della stessa azione solare e, in definitiva, ordinate a uno scopo di bene. – La conformità alla volontà di Dio non è sottomissione cieca, forzata, fatalistica, è gioiosa accettazione di una guida che ci conosce assai meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi, è servizio leale prestato ad un Sovrano, servire il quale è l’onore massimo riserbato all’uomo. È un contraccambio d’amore che brama di ripagare nella debole misura consentitagli tutto quanto gli è stato donato, è il raggiungimento del fine pel quale fummo creati, e perciò l’unico mezzo col quale possiamo anche in questa vita trovare vera soddisfazione.

(“Ho corso la via dei tuoi comandamenti quando tu hai allargato il mio cuore.

“Insegnami, o Signore la via dei tuoi statuti e io la ricercherò sempre.

“Dammi intelletto e scruterò la tua legge e l’osserverò con tutto il mio cuore.

« Guidami per il sentiero dei tuoi comandamenti poiché in esso io mi diletto”. – Sal. CXVIII, 32-35). – E se ritroviamo Dio e la sua volontà nelle cose materiali e negli avvenimenti della vita, quanto più lo troveremo negli esseri umani dai quali siamo circondati! Come noi, essi pure, Ebrei e Gentili, schiavi e liberi, chiunque essi siano, tutti sono fatti a sua immagine e somiglianza, anche se i nostri occhi miopi stentano a riconoscerlo. La grazia non distrugge la natura, il soprannaturale non cancella ciò che è veramente naturale; se quindi la stessa natura ci inclina ad amare il nostro simile, l’amor di Dio ci spinge ad amarlo più e meglio ancora. L’amore e la reverenza verso Dio stringono maggiormente i legami familiari, il vincolo fra marito e moglie, fra genitori e figliuoli.

“E voi, o mariti, amate le vostre mogli, così come Cristo amò la Chiesa e diede se stesso per lei… Così anche i mariti devono amare le loro mogli come i propri corpi” (Efes. V, 25, 28).

Ecco l’ideale cattolico dello stato coniugale, un amore quale fu quello di Cristo per i suoi, dimostrato con la morte. A ideale della paternità, poi, è proposta la paternità di Dio stesso: “il Padre del nostro Signore Gesù Cristo da cui ogni famiglia e nei cieli e sulla terra prende nome” (Efes. III 14, 15). Ai figli pure è dato per modello Colui che per trent’anni fu “soggetto” ai suoi genitori. (Luca II, 51); essi imparano ad obbedire a quelli che alla loro volta obbediscono a Colui dal quale deriva ogni autorità. E così è dei nostri rapporti con tutti coloro che amiamo. L’amicizia non è affatto condannata da Colui che amò così teneramente i suoi amici. S. Giovanni ne è buon testimone, e S. Paolo pure, seguace del suo esempio, è una splendida fiamma di puro amore per gli amici. Così è ancora dei nostri rapporti col prossimo in genere. Per amor di Dio noi amiamo il destino, il dovere, la condizione sociale, la professione che la sua Provvidenza ci ha assegnato, precisamente perché da Lui ci vengono e perché sono espressioni della sua volontà. E per amor suo ancora amiamo i fratelli tutti, perché Egli li ama; e questo è per noi motivo assai più forte e sicuro di qualunque nostra inclinazione affettiva, e vorremmo prodigar loro tenerezza e cure: perché Gesù Cristo si sacrificò per gli uomini, vorremmo anche noi, nel nostro piccolo, spender per loro tutto ciò che abbiamo e che siamo. Far questo alla maniera di Lui, amare i fratelli perché Cristo li ama, per i motivi medesimi per cui Egli li ama e nello stesso modo, non è che dimostrare maggiormente a Dio medesimo l’amor nostro e dimostrarglielo nella maniera che a Lui più ci avvicina e che ci fa vivere una vita più nobile e più eroica di quella che la natura umana da sola possa mai sperar di attuare. “Noi dunque amiamo Dio, poiché Egli per il primo ci ha amati. Ma se uno dirà: “Io amo Dio” e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo comandamento lo abbiamo da Dio: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello”. (I Giov. IV, 19, 21). Così l’amore verso Dio ci impegna all’amore verso i fratelli, amore per i singoli e per l’umanità nel suo insieme, tutti membri di un solo corpo che è il Corpo di Gesù Cristo, ispirati tutti dallo stesso amore che è l’amor suo, acceso e ardente in ciascuno di noi. E reciprocamente, l’amore per i fratelli ci riporta all’amore per Iddio che è il principio e insieme l’oggetto di ogni amore; noi siamo il suo Corpo, siamo membri l’uno dell’altro, così vicini a Lui e fra noi che il suo spirito è il nostro spirito, la sua Verità è la nostra, infallibile e sicura, la sua Vita una cosa sola con la nostra. – Questo amore nato da Dio che è fedele e nel quale crediamo, profuso su ogni cosa esistente a somiglianza del suo, uno, santo, universale, apostolico, è l’ideale vissuto della fede cattolica. È l’attuazione del pensiero cattolico: “Da questo conosceranno tutti gli uomini che siete miei discepoli se vi amerete gli uni con gli altri”. – È questo il suo Verbo fatto carne, la meta alla quale tendono i Cattolici, e, per quanto possano in pratica rimanerne lontani, pure essi sperano, ad onta di qualunque sconfitta, di riuscire ad accostarvisi sempre più “per Cristo Gesù Signor nostro”.

F I N E

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO V

Sulla glorificazione finale della natura. La nuova terra e i nuovi cieli.

.1 – L’uomo, questo composto di spirito e corpo, ha bisogno di una dimora materiale che corrisponda all’elemento visibile della sua natura: palazzo o prigione, a seconda che sia degno di amore o di odio, amico del Re dei secoli o suo eterno nemico. Ai tempi della prova, questa dimora materiale era la terra su cui camminiamo: un luogo di delizie, finché l’uomo ha conservato la giustizia e l’innocenza; un esilio ed una valle di lacrime, quando le ha perse per sé e per la sua posterità. Sant’Agostino, dovendo trattare del paradiso biblico, esordisce con questa osservazione: « So bene che si sia parlato molto del paradiso dell’Eden, e che se ne sia parlato in modo molto diverso. Tuttavia, ci sono solo tre opinioni principali su questo argomento. Alcuni interpretano ciò che dice la Scrittura in senso puramente materiale; altri lo vedono come un paradiso puramente spirituale; altri ancora lo ritengono un paradiso sia spirituale che materiale; ed è, aggiunge, questa terza opinione che io condivido » (S. August. De Gen. Ad litt. L. VIII, c. 1). – Mi sembra che queste parole del grande Dottore riassumano abbastanza chiaramente l’idea che gli uomini hanno ancora del paradiso a cui il Padre celeste ha invitato i suoi figli. Alcuni, per eccesso di semplicità, prendono alla lettera tutto ciò che leggono nelle Scritture ed in particolare nell’Apocalisse. Non parlate loro di metafore o simboli. Arriverebbero a persuadere che questi animali, contemplati da San Giovanni nelle sue visioni profetiche, sono e fanno davvero ciò che l’Apostolo scrive di loro. Può essere un’innocente illusione, ma è priva di qualsiasi fondamento serio. Ci sono altri che sono di parere diametralmente opposto. Il paradiso è per loro la visione di Dio, è l’anima beata di cui la Trinità divina ha fatto il suo trono; e questa gloriosa città degli eletti, la nuova Gerusalemme, è solo una magnifica figura che rappresenta le ricchezze spirituali e gli splendori della Chiesa santa, ora velati. – Tra questi due modi di vedere, c’è il sentimento comune del popolo fedele che recita il Pater, quello che la Chiesa, per bocca dei suoi Dottori e Padri, ha manifestamente approvato: Dio, che nei primi giorni del mondo ha posto l’uomo in un luogo di delizie, prepara anche per gli uomini divinizzati e risorti una dimora conforme alla gloria di cui li incorona (S. Agostino: de Hæres., hær. 50 – enumera tra gli errori dei Seleucidi la negazione di un “paradiso visibile“). È lì che raccoglierà i suoi figli; per questo deve fare una nuova terra e nuovi cieli (Ap. XXI, 1). Certo, non nego che il nome di Paradiso sia molto vago e si presti a diverse interpretazioni; ammetto che si possa essere in paradiso con l’anima, quando il corpo giace sulla terra, perché il Signore disse al ladrone: « Oggi sarai con me in paradiso ». Dio non voglia che io voglia sposare la causa di tante descrizioni fantasiose in cui l’immaginazione ha dato libero sfogo. Quello che sostengo è che ci sarà certamente per i figli di Dio una dimora materiale in cui risplenderanno la loro gloria e la maestà di Dio; una dimora che supererà come all’infinito tutte le bellezze e le magnificenze dell’universo in cui viviamo. – In mancanza di testi positivi, mi basterebbe convincermi di questo considerando il mondo attuale nel suo rapporto con la nostra natura umana. Non dimentichiamo che la creazione materiale ha la sua ragione finale non in se stessa, né nei puri spiriti, ma nella creatura che è insieme ragionevole e corporea, nell’uomo. L’universo, fatto per l’uomo, è in un certo senso parte di Lui stesso; è come il grande corpo dell’umanità. Se Dio, nei suoi eterni consigli, non avesse decretato altra creazione che quella delle nature angeliche, il mondo dei corpi non sarebbe mai esistito, tanto i suoi destini dipendono intimamente da quelli della creatura intelligente e sensibile. – Questo legame è stato evidente sulla terra fin dall’inizio dei tempi ed è diventato sempre più chiaro nel corso dei secoli. All’uomo creato da Dio in tutto lo splendore della giustizia, una terra che la Scrittura chiama « un paradiso di delizie ». Ma ecco che l’uomo si allontana dal suo Dio. Subito la maledizione di Dio cade sulla terra, essa perde la bellezza della sua giovinezza, la sua prima giovinezza si esaurisce e l’uomo dovrà nutrirsi di essa con il sudore della sua fronte (Gen. III, 17). Più tardi, dopo che tutta la carne si è corrotta, l’ira di Dio si abbatte con onde vendicative sulla superficie del nostro pianeta, distruggendo con l’uomo le piante e gli animali creati per servirlo. Quante volte nella vita del popolo di Dio abbiamo visto gli elementi schierarsi a favore o contro di esso, a seconda che esso fosse docile o ribelle alla legge del Dio che lo aveva fatto appositamente suo! – Ma è dall’avvento del Salvatore che l’alleanza tra il mondo della natura e l’umanità, considerata nel suo Capo e nelle sue membra, sarà rivelata da segni più manifesti. La nuova Legge è senza dubbio un codice in cui il distacco dai beni e dai godimenti materiali ricorre quasi in ogni riga. Ma se ci è vietato abbandonare il nostro cuore alle attrattive della creatura corporea, se dobbiamo elevarlo al di sopra del mondo sensibile, vediamo tuttavia quanto l’ordine della natura fisica si mescoli alla nostra vita, intendo dire anche e soprattutto alla nostra vita di figli di Dio. – Ricorderò cosa abbia fatto la natura per il Figlio unigenito quando si è degnato di rivestirsi della nostra carne e di diventare il capo dei predestinati? È presente alla sua nascita, manifestandolo con fenomeni luminosi che conducono i pastori e i magi alla sua mangiatoia. È al Calvario, in lutto a modo suo per il suo Re: la terra trema, le rocce si spaccano, il sole si copre di tenebre. Quante volte, durante i tre anni di vita pubblica del Salvatore, non si è allontanata spontaneamente dalle leggi che la governano, per contribuire ai suoi disegni di misericordia? Ciò che è stato per Gesù Cristo, sarà per i figli dell’adozione; non basterebbero dei volumi per raccontare i fatti miracolosi in cui vediamo ciascuno degli ordini della creazione materiale venire uno dopo l’altro ad abbassarsi davanti agli uomini di Dio, come umili servitori davanti al rappresentante del loro Padrone. È la natura sensibile che sarà, attraverso i Sacramenti, lo strumento ordinario della santificazione degli uomini; è la natura che fornirà il materiale per le loro contemplazioni, i loro sacrifici, le loro immolazioni volontarie. – Così dappertutto e sempre, nell’ordine della grazia come in quello della natura, trovo la creazione materiale unita da legami indissolubili agli esseri umani. Non mi sorprende quindi leggere in San Paolo che « la creatura attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio. Soggetto com’è alla vanità, essa nutre la speranza di essere un giorno liberata anch’essa dall’assoggettamento alla corruzione presente e di passare alla libertà dei figli di Dio; infatti – aggiunge l’Apostolo – sappiamo che finora tutte le creature gemono e sono nel travaglio » (Rm VIII, 19-22). Quindi non è solo il corpo dell’uomo, ma il mondo degli esseri sensibili in cui viviamo, che un giorno dovrà essere purificato, trasfigurato come lui. I cieli passeranno attraverso il fuoco, gli elementi si scioglieranno nell’incendio della terra con tutto ciò che contiene (2 Pt. III, 12). Ma questa catastrofe finale sarà per loro ciò che la fornace è per l’oro ed i metalli di gran valore. Non ci sarà né annichilimento né distruzione totale, ma una trasformazione completa: « perché noi aspettiamo, secondo la promessa del Signore, nuovi cieli e una nuova terra, ove abiterà solo la giustizia » (Id. ib. 13). – Un momento davvero sublime in cui Dio, rinnovando tutte le cose, farà risplendere le anime, i corpi e la natura stessa di una bellezza incomparabile ed immortale: « E vidi un cielo nuovo e una terra nuova. Perché il primo cielo e la prima terra erano passati e non c’era più il mare. E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva da Dio dal cielo, preparata come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Questo è il tabernacolo di Dio con gli uomini, ed egli abiterà con loro.  Essi saranno il suo popolo ed egli, Dio in mezzo a loro, sarà il loro Dio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non ci sarà più. E non ci sarà più lutto, né lamento, né dolore, perché il primo era sarà passato. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io rinnovo tutte le cose. Ed egli mi disse: Scrivi, perché queste parole sono molto sicure e vere » (Apoc. XXI I, 5). Se volete dire che questa visione di San Giovanni si riferisca alla Chiesa di Dio, non lo nego; ma bisogna anche ammettere che l’Apostolo contemplava questa Chiesa così come la vedremo nella dimora del suo eterno trionfo. Il contesto non ci permette di dubitarne: questa descrizione della nuova Gerusalemme segue immediatamente quella della risurrezione dei morti, del giudizio finale e del lago di fuoco e di zolfo dove saranno gettati satana ed i suoi complici. – Ripetiamo che questi testi di San Giovanni sono pieni di espressioni figurative sulle quali sarebbe sbagliato insistere troppo. Sono d’accordo; ed ho già sottolineato che sarebbe eccessivo prenderli troppo alla lettera. Ciò che l’Apostolo vide non era che un’immagine brillante, ma debole, della magnificenza a cui Dio invita i suoi figli. Ma queste, pur superando tutto ciò che l’immaginazione possa concepire e il nostro linguaggio esprimere, non sono né meno reali né meno palpabili. Non credo certo che questa Gerusalemme abbia mura e porte, né che il suo pavimento sia d’oro purissimo, né che nelle sue fondamenta siano ammassati tutti i tipi di pietre preziose, con compiacenza enumerati dall’Apostolo (Apoc. XXI, 11, ss.; col. Tob, XIII, 29, ss.; Is, LXV, 17,18). Ma so bene che, per darci un’idea degli splendori sconosciuti alla terra, era necessario prendere come simbolo tutto ciò che la terra offre di più ricco, seducente e piacevole ai nostri occhi. – Questo mondo corporeo così trasformato dalla magnificenza del nostro grande Dio è il Paradiso dei Cristiani; è la sala del banchetto dove il Padre celebra eternamente le nozze del Figlio con la Chiesa trionfante; è la nostra casa familiare con le sue dipendenze; è il Paradiso finale di cui quello dell’Eden era solo una figura. Si realizza così ognuno dei significati che possiamo dare alla parola « cielo »: il significato spirituale, poiché la beatitudine che ci viene promessa è soprattutto la gloria dell’anima, cioè Dio posseduto, Dio che regna sugli spiriti beati come nel suo tempio; il significato materiale, poiché la glorificazione del nostro corpo porta con sé la trasformazione del nostro universo, che è diventato per sempre la terra dei viventi. – È per queste ed altre ragioni simili che il Dottore Angelico dimostra il fatto del rinnovamento del mondo, dopo l’ultimo giudizio. « Una volta completato  il giudizio finale – egli dice – la natura umana sarà pienamente costituita nel suo termine. Ora, poiché tutte le cose corporee sono state create per l’uomo, sarà opportuno che esse passino in uno stato che sia in armonia con la nuova condizione realizzata per gli uomini. Essendo gli uomini diventati incorruttibili, la stessa creatura materiale non sarà più soggetta alla corruzione. Non ci saranno più cataclismi da temere, non ci saranno più quelle rivoluzioni che disturbano o sconvolgono l’ordine del pianeta; e questo è ciò che ci annuncia l’Apostolo, quando dice che la creatura stessa sarà liberata dalla corruzione per la gloriosa libertà dei figli di Dio » (S. Thom., c. Gent. L. IV, c. 97). – È vero che l’organismo umano, spiritualizzato dall’anima, non avrà più bisogno, come oggi, di mendicare da esseri inferiori il nutrimento per la sua vita corporea. L’intelletto non dovrà nemmeno chiedere alla creazione visibile una conoscenza delle cose divine che riceverà in modo più eccellente dall’intuizione faccia a faccia; ma l’occhio della carne, che non può raggiungere Dio, troverà la sua felicità nel contemplarlo nelle sue opere materiali. E questo è uno dei motivi per cui sarà necessario che la natura corporea riceva più ampiamente gli influssi della bontà divina (S. Thom. Suppl., q. 91, a. 1). « È ancora vero, a rigore, che gli esseri insensibili non hanno meritato un eccesso di gloria. Ma non c’è motivo per cui debba essere loro negato: perché l’uomo stesso ha meritato che fosse elargito a tutto l’universo, in quanto è un suo coronamento; così come un uomo merita di avere ricami più ricchi sulla sua veste, anche se la veste stessa non lo abbia in alcun modo meritato » (Id. ibid. . ad 5).

2. – Dopo questo, non chiedetemi dove sarà la dimora abituale ed il luogo di incontro comune dei figli di Dio risorti. Sarà con la terra uno di quei corpi celesti che vediamo brillare sopra le nostre teste; o saranno tutti insieme? Posso io saperlo, visto che Dio non l’ha detto? Mi ha rivelato che ci saranno un nuovo cielo e una nuova terra; e so che ciò che è stato creato per l’uomo sarà glorificato con l’uomo e per l’uomo, e quindi farà parte della grande città degli eletti. Non potrei dire di più senza entrare nel campo delle congetture, delle ipotesi e forse dei sogni. Non chiedetemi quali siano le nuove condizioni ed i cambiamenti che la trasformazione finale dovrà apportare allo stato fisico del nostro pianeta, né se l’intero sistema solare vi parteciperà, né se le migliaia di mondi che oscillano in profondità sconosciute nel seno dello spazio saranno inclusi nel dominio dell’umanità totalmente rigenerata; non lo so. In ogni caso, non posso essere d’accordo con coloro che vorrebbero che la dimora degli eletti fosse circoscritta dai confini della stretta dimora che ci circonda. Non è questo il significato del popolo fedele, né l’idea che ci viene quando lo Spirito Santo ci parla non solo di una nuova terra, ma anche di un nuovo cielo. Quando il mio Salvatore ci ha lasciato per il cielo, si è alzato in volo ed è andato lontano da questa terra dove viviamo. Che l’uomo, durante il suo noviziato dell’eternità, sia confinato in un piccolo pianeta, posso facilmente concepirlo; ma che la razza umana immutabilmente divinizzata non abbia un palazzo più degno della sua grandezza, mi sembra impossibile da ammettere. – Ci addentriamo ancora di più nel campo delle congetture. Perché l’intera creazione di Dio, con le sue migliaia di mondi, non dovrebbe costituire questo palazzo? La sua immensità sembra troppo per la creatura ragionevole, una volta glorificata in tutto il suo essere? Mi sembra che questo significhi conoscere molto poco dell’eccellenza e della maestosità contenute nel titolo di figlio adottivo di Dio. Che cos’è, infatti, l’intero corpo degli esseri materiali in confronto non solo ad una creatura intelligente e libera, ma ad un essere che porta in sé così perfettamente la somiglianza con Dio? E poi, chi mi impedisce di considerare mio tutto questo dominio, dal momento che è proprietà di mio Padre e io ne sono un erede? Ma se è mio, non deve condividere la mia nuova condizione? Inoltre, tra le ragioni che più fortemente sostengono che la trasformazione dell’ordine corporeo accompagni e completi in qualche modo quella dell’uomo, ce n’è più di una che militi a favore di questa ipotesi. – In primo luogo, tutte queste creature, per quanto nascoste nelle profondità del cielo, contribuiscono a loro modo alla perfezione morale dell’uomo, perché di loro è scritto: « I cieli annunziano la gloria del loro autore » (Sal. XVIII, 2). Importa poco che esse sfuggano agli sguardi della moltitudine e che, durante lunghi secoli non se ne abbia intravisto l’esistenza. Ciò che è fatto per l’uomo non deve, allo stesso modo, essere utile a tutti gli uomini. Chi mi vieta di pensare che dopo di noi verranno altri che, grazie al progresso della scienza, sapranno ciò che noi non sappiamo, come noi stessi sappiamo ciò che i nostri padri non sapevano? La terra cessa di essere interamente dominio dell’uomo, perché contiene nelle sue viscere un numero infinito di tesori al di fuori della nostra portata? Per me, trovo proprio in questo mistero, che sappiamo coprire tante meraviglie, la più sublime predicazione della grandezza, della bontà e della potenza del nostro Dio. « Tutte le cose sono vostre – scrive l’Apostolo – e voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio » (I Cor. III, 22, 23). Se tutto è per gli eletti, perché mai vorremmo staccare dalla loro corona una parte dell’universo creato? – Si potrebbe dire che stia spingendo troppo in là le conclusioni da trarre da queste parole. Così sia, ma « non è agli Angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro ». Gesù Cristo fatto uomo è il suo Re universale. Perché, o Dio, « Voi avete messo tutte le cose sotto i suoi piedi. E quando Dio gli sottomise tutte le cose, non lasciò nulla che non gli fosse assoggettato » (Ebr. II, 5, 8). Ammassate mondo su mondo e moltiplicate all’infinito i soli e le stelle, non ne troverete nessuno che non appartenga a Cristo Gesù. – Sarebbe forse avventato pensare che il Dio fatto Uomo, giunto, come dice l’Apostolo, alla pienezza della sua età e del suo sviluppo, li comprenderà nella gloriosa restaurazione che coronerà la perfezione finale del suo Corpo mistico? Dio, che glorificherà il Verbo incarnato con il rinnovamento del nostro pianeta, rifiuterà di imprimere alle migliaia di mondi, sconosciuti ai mortali, il sigillo della potenza e della gloria di suo Figlio, quando questi mondi non sono meno del suo impero che il più umile dei corpi celesti? È una questione di fede che l’Incarnazione ristabilisca l’uomo. Il sangue che è sgorgato sul Calvario è stato versato su tutta la creazione per pacificare e restaurare tutto ciò che è in cielo e in terra (« Instaurare omnia in Christo, quæ in cœlis, quæ in terra sunt, ipsoPacificans per sanguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt ». Ef., I, 10; col. 1, 20): Egli ha bagnato non solo il nostro mondo, ma tutti i mondi che rotolano nello spazio e l’universo che li comprende tutti, come canta la Chiesa: « Terra, pontus, astra, mundus hoc lavantur flumine ». Pertanto, tutti gli esseri materiali, purificati, restaurati e glorificati, saranno il palazzo reale di Cristo. Cristo, infatti, si è degnato di unirci alla sua Persona, non solo come suoi amici, ma come suoi coeredi, o meglio, come sue membra. Più di una volta, mentre scrivevo queste righe, ho percepito l’obiezione che mi sarebbe stata mossa. Si ragiona come se non ci fosse altra natura ragionevole nella creazione se non quella dell’uomo. Ora, secondo un’opinione che è lecito sostenere, altre stelle, forse nel nostro sistema solare e più probabilmente al di fuori di esso, hanno i loro abitanti proprio come la nostra terra. Pertanto, è il destino di questi esseri intelligenti, e non il nostro, che questi mondi debbano condividere: e, di conseguenza, il cielo umano, per quanto si possa spingere indietro i suoi limiti, dovrà fermarsi ai loro confini. Se si accetta questa ipotesi, il rinnovamento cosmico che ci aspettiamo avvenga dopo l’ultimo giudizio dovrebbe rimanere parziale, almeno fino a quando le creature ragionevoli, distinte e separate dall’uomo, non avranno esse stesse completato la loro carriera di prova. Innanzitutto, osserviamo che in nessun punto ho posto la negazione dell’ipotesi in questione, ma piuttosto il destino dell’uomo e delle creature e le affermazioni dei nostri Libri sacri. Confessiamo, inoltre, che se l’ipotesi fosse vera, la glorificazione dell’uomo non includerebbe più la glorificazione dell’intera creazione materiale. Ma questa ipotesi è, a quanto pare, meno solida di quanto molti immaginino. – Se la terra fosse la dimora eternamente permanente dell’uomo, potremmo trarre dalla sua piccolezza una ragione plausibile per affermare che altri mondi, che la sorpassano per volume, debbano essere abitati da creature intelligenti come noi; ma poiché è una dimora temporanea, un’osteria in cui entriamo solo per andare, al termine di una breve sosta, alla dimora della sua eternità, la conclusione non è più la stessa. L’argomentazione avrebbe più forza se si dimostrasse che questi pianeti, che ci stupiscono per il loro numero e le loro dimensioni, non servissero al genere umano: perché allora sarebbe necessario, per spiegare la loro esistenza, porre altri esseri, simili a noi, che possano volgere alla gloria del Creatore; ma abbiamo già visto come essi ci insegnino a conoscere meglio le infinite perfezioni del nostro Dio. Non è, inoltre, la più bella testimonianza da rendere ai grandi e limitati destini della nostra natura, mostrarle una creazione così maestosa fatta solo per essa? – Qualunque siano queste considerazioni, una cosa è certa: la nostra terra e il nostro cielo parteciperanno alla rigenerazione dei figli di Dio. Ciò che il corpo risorto è per il corpo di corruzione, gli elementi restaurati e rinnovati saranno per ciò che ora appare ai nostri occhi. Nella sua descrizione della vita futura, lo Spirito di Dio ha tracciato, per così dire, tanti sacri geroglifici. Essi ci permettono di intravedere come sarà per noi la terra della patria; ma farsi un’idea esatta di questo fortunato paese è impossibile come per un cieco immaginare gli splendori di una bella giornata. Il regno dei cieli ci è stato rappresentato solo per immagini. Ma è anche vero che queste immagini sono il ritratto di cose molto grandi e vere, il commento eloquente di questa parola dei nostri Libri santi: « L’occhio dell’uomo non ha visto ciò che Dio prepara per coloro che lo amano » (cfr. Hettinger, Apol. del Cristian., vol. III, c. 16). Tacciamo dunque su queste meraviglie, o piuttosto ripetiamo con gli esuli di Babilonia: « Se ti dimentico, o Gerusalemme, sia dimenticata la mia stessa mano destra. Che la mia lingua si attacchi al mi palato, se perdo il ricordo di te e tu cessi di essere la mia prima gioia » (Salmo, CXXXVI, 5-7).

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “SINGULARI QUADAM”.

« … La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose … » In questa lettera Enciclica scritta ai Vescovi tedeschi, S. S. Pio X chiarisce con chiarezza i presupposti de debbano animare la questione sociale non in termini esclusivi di condizione socio-economica autoregolata, ma soprattutto in chiave religiosa ispirata alla Chiesa Cattolica ed al suo Magistero, senza cedere ad alcun principio interconfessionale o acattolico, come preteso da alcune parti sociali. Oggi naturalmente questo pensiero viene considerato offensivo della libera espressione personale ed autodeterminante, scaturita da ideologie falsamente libertarie, senza regole e principi sperimentati e validi sotto nessun profilo pratico, tutt’altro. È ciò che stiamo sperimentando sulla nostra pelle da diversi decenni, e che purtroppo sperimenteremo in modo sempre più drammatico, viste le strade impervie battute da ideologie economiche e politiche dichiaratamente anticristiane, anzi meglio sarebbe definirle antiumane e lesive degli interessi più elementari di cittadini e Stati. Rileggiamo allora attentamente la lettera cercando di coglierne gli aspetti che coinvolgono la dottrina della “vera” Chiesa, Maestra infallibile dei popoli che sola può dare stabilità e pace sociale, custodire anche gli interessi materiali in vista di quelli soprannaturali che conducono alla salvezza dell’anima ed alla eterna beatitudine.

san Pio X
Singulari quadam

Lettera Enciclica

24 settembre 1912

Uno speciale affetto e benevolenza verso i Cattolici di Germania, i quali, uniti a questa Sede Apostolica da un grande spirito di fede e di obbedienza, sogliono combattere con generosità e con forza in favore della Chiesa, ci ha spinto, venerabili fratelli, a rivolgere tutto il nostro zelo e la nostra cura all’esame della controversia sulle associazioni operaie, che tra di essi si agita; sulla quale controversia, in questi ultimi anni, già più volte ci avevano dato informazioni, oltre alla maggior parte di voi, anche prudenti e autorevoli persone di entrambe le tendenze. E con tanto zelo ci siamo dedicati a questa cosa, in quanto, nella coscienza dell’Apostolico Ufficio, comprendiamo che è Nostro sacro dovere sforzarci di far sì che questi Nostri carissimi figli conservino la dottrina cattolica nella sua purezza e integrità, e di non permettere in alcun modo che la stessa loro fede sia messa in pericolo. È chiaro infatti che, se non vengono tempestivamente esortati a vigilare, c’è pericolo che essi, a poco a poco e quasi senza accorgersene, si adattino a una specie di Cristianesimo vago e non definito, che si suol chiamare interconfessionale, e che si diffonde sotto la falsa etichetta di comunità cristiana, mentre evidentemente nulla vi è di più contrario alla predicazione di Gesù Cristo. E inoltre, essendo Nostro sommo desiderio di favorire e rafforzare la concordia tra i Cattolici, vogliamo rimuovere qualsiasi causa di dissensi, che, disperdendo le forze dei buoni, non possono giovare se non agli avversari della Religione; ché anzi desideriamo vivamente che i nostri anche con i loro concittadini che non professano la Religione Cattolica coltivino quella pace che è indispensabile al governo dell’umana società e alla prosperità dello stato. – Sebbene poi, come abbiamo detto, ci fosse noto lo stato della questione, abbiamo tuttavia voluto, prima di darne un giudizio, chiedere il parere di ciascuno di voi, venerabili fratelli, e ognuno di voi ha risposto alla Nostra richiesta con quella diligenza e con quella prontezza che la gravità della questione richiedeva. In primo luogo dunque proclamiamo che è dovere di tutti i Cattolici – dovere che va scrupolosamente e completamente adempiuto tanto nella vita privata quanto nella vita sociale e pubblica – di mantenere fermamente e di professare senza timidezza i principi della verità cristiana, insegnati dal Magistero della Chiesa Cattolica, soprattutto quelli che il Nostro predecessore ha formulato con tanta sapienza nell’enciclica Rerum novarum;i quali principi sappiamo essere stati seguiti sopra ogni altro dai Vescovi di Prussia, riuniti a Fulda nel 1900, ed essere stati esposti sommariamente da voi stessi, quando Ci avete risposto che cosa pensate intorno alla presente controversia. E precisamente qualunque cosa un Cristiano faccia, anche se nell’ordine delle cose terrene, non gli è lecito trascurare i beni soprannaturali; anzi deve, conformemente alle regole della dottrina cristiana, tutto dirigere al bene supremo come a fine ultimo. E tutte le sue azioni, in quanto moralmente buone o cattive, cioè conformi o no alla legge naturale e divina, sono soggette al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa. – Tutti coloro, singoli o associati, che si gloriano del nome di Cristiani, devono, se non dimenticano il proprio dovere, alimentare non le inimicizie e le rivalità tra le classi sociali, ma la pace e il mutuo amore. – La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, “essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose”. – Quanto poi alle associazioni operaie, sebbene il loro scopo sia di procurare agli associati dei vantaggi in questa vita, tuttavia meritano la più alta approvazione, e sono da considerare più delle altre adatte ad assicurare una vera e durevole utilità ai soci, quelle che sono state costituite prendendo come principale fondamento la Religione Cattolica, e che seguono apertamente le direttive della Chiesa; e più volte Noi lo abbiamo dichiarato, quando se ne è offerta l’occasione in un paese o in un altro. Da ciò discende che si devono costituire e con ogni mezzo aiutare tali associazioni confessionali cattoliche, non solo nei paesi cattolici, ma anche in tutti gli altri, dovunque si ritenga possibile venire incontro per mezzo di esse ai bisogni dei soci. Se poi si tratta di associazioni che direttamente o indirettamente toccano la religione o la morale, non sarebbe in alcun modo da approvare che nei suddetti paesi si volessero favorire e diffondere le associazioni miste, ossia composte di Cattolici e non cattolici. Infatti se non altro, a causa di tali associazioni, a non piccoli pericoli si espongono, o almeno si possono trovare esposti, sia l’integrità della fede dei nostri fedeli, sia la dovuta obbedienza alle leggi e ai precetti della Chiesa Cattolica; pericoli del resto, che abbiamo visto espressamente messi in rilievo, venerabili fratelli, nella maggior parte delle vostre risposte su questo punto. – Perciò facciamo molto volentieri ogni elogio a tutte le associazioni operaie puramente cattoliche esistenti in Germania, desideriamo che ogni loro iniziativa in favore delle masse operaie abbia successo, e auguriamo ad esse sviluppi sempre più felici. Con questo, tuttavia, non intendiamo negare che sia lecito ai Cattolici lavorare, con cautela, insieme con gli acattolici, per procurare all’operaio una sorte migliore e per una più equa retribuzione e condizione di lavoro, o per qualunque altro fine utile e onesto: ma preferiamo che per tale scopo le associazioni cattoliche e non cattoliche si uniscano per mezzo di quel genere di patto opportunamente escogitato che si chiama Cartello. – A questo proposito, venerabili fratelli, non pochi di voi Ci domandano che Noi vi permettiamo di tollerare i cosiddetti sindacati cristiani, come sono ora costituiti nelle vostre diocesi, dato che essi abbracciano un numero di operai molto maggiore di quello delle associazioni puramente cattoliche e che molti inconvenienti ne verrebbero se tale tolleranza non fosse permessa. In considerazione della speciale situazione del Cattolicesimo in Germania, Noi riteniamo di dover accogliere tale richiesta, e dichiariamo che si può tollerare e permettere che i Cattolici facciano parte anche di quelle associazioni miste, che esistono nelle vostre diocesi, fino a che per nuove circostanze tale tolleranza non cessi di essere opportuna o lecita; purché, tuttavia, si prendano le precauzioni necessarie per evitare i pericoli che, come abbiamo detto, sono inerenti a tal genere di associazioni. – Prima di tutto si deve curare che gli operai cattolici che fanno parte di questi sindacati, siano anche iscritti alle associazioni di operai cattolici denominate Arbeitervereine. Che se per questo essi devono fare qualche sacrificio, soprattutto pecuniario, siamo certi che, nel loro zelo per la conservazione della loro fede non lo faranno malvolentieri. Fortunatamente, infatti, accade che queste associazioni cattoliche, sotto l’impulso del clero, che con la sua guida e vigilanza le dirige, molto contribuiscono a tutelare nei loro membri la purezza della fede e l’integrità dei costumi, e ad alimentare il loro spirito religioso con molteplici esercizi di pietà. Senza dubbio, perciò, i dirigenti di queste associazioni, ben conoscendo i nostri tempi, vorranno insegnare agli operai quei precetti e quelle norme, soprattutto circa i doveri di giustizia e di carità, che ad essi è necessario e utile ben conoscere, per potersi comportare, nei sindacati, in modo retto e conforme ai principi della dottrina cattolica. – Inoltre, perché i sindacati siano tali che i Cattolici vi si possano iscrivere, è necessario che si astengano da qualsiasi manifestazione teorica o pratica, contrastante con la dottrina e i precetti della Chiesa e dell’Autorità Ecclesiastica competente; e parimenti che nulla di men che accettabile sotto questo aspetto vi sia nei loro scritti, discorsi, o attività. Considerino perciò i Vescovi uno dei più sacri doveri osservare diligentemente come si comportino queste associazioni, e vigilare che i Cattolici non soffrano alcun danno dai loro rapporti con esse. E i Cattolici stessi, iscritti ai sindacati, non permettano mai che i sindacati anche come tali, nel curare gl’interessi temporali dei membri, professino o facciano cose che in qualsiasi modo contrastino con i principi insegnati dal supremo Magistero della Chiesa, con quelli specialmente che abbiamo sopra richiamato. A tale scopo, ogni qualvolta si agitino questioni relative a materie che toccano i costumi, e cioè alla giustizia e alla carità, i Vescovi vigileranno con la massima attenzione affinché i fedeli non trascurino la morale cattolica, né da essa menomamente si allontanino. – Siamo d’altronde sicuri, venerabili fratelli, che voi curerete che sia scrupolosamente e completamente osservato quanto nella presente vi abbiamo ordinato e che, data l’importanza della cosa, Ci terrete spesso e accuratamente informati. Poiché però abbiamo avocato a Noi questa cosa, e spetta a Noi, sentito il parere dei Vescovi, darne un giudizio, comandiamo a tutti i buoni Cattolici di astenersi d’ora in poi da qualunque discussione tra di loro su questa materia; e Ci piace sperare che essi, in spirito di fraterna carità e pienamente sottoposti all’autorità Nostra e dei loro pastori, faranno in modo completo e leale quello che comandiamo. Che se sorgesse in essi qualche difficoltà, essi hanno a loro disposizione il modo di risolverla; consultino i loro Vescovi, e questi deferiranno la questione al giudizio di questa Sede Apostolica. Resta ora da dire – si deduce facilmente da quanto abbiamo esposto – che come da una parte a nessuno sarebbe lecito accusare di fede sospetta e combattere a questo titolo coloro che, costanti nella difesa della dottrina e dei diritti della Chiesa, vogliono tuttavia, con retta intenzione, appartenere, e realmente appartengono, ai sindacati misti, dove l’autorità ecclesiastica, secondo le circostanze del luogo, ha ritenuto opportuno di permettere l’esistenza di tali sindacati; così d’altra parte, sarebbe altamente da riprovare che si svolgesse attività ostile contro le associazioni puramente cattoliche – mentre si deve con ogni mezzo aiutare e favorire tal genere di associazioni – e che si volesse seguire e quasi imporre un tipo interconfessionale,anche se sotto il pretesto di ridurre a un modello uniforme tutte le associazioni di Cattolici esistenti in ciascuna diocesi. – Frattanto, mentre facciamo voti perché la Germania cattolica progredisca sia nel campo religioso che in quello politico, imploriamo per questo caro popolo il particolare aiuto di Dio onnipotente e la protezione della vergine Madre di Dio, che è anche la Regina della pace; e, come pegno dei doni divini e testimonianza della Nostra speciale benevolenza, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione a voi diletto Nostro figlio e venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo.

Roma, presso San Pietro, il 24 settembre 1912, anno decimo del Nostro pontificato.

DOMENICA III DI AVVENTO (2022)

III DOMENICA DI AVVENTO (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pietro

Semid. Dom. privil. di II cl. – Paramenti rosacei o violacei.

Il Signore è già vicino, venite, adoriamolo (Invitatorio). 1° Avvento. È Maria che ci dà Gesù: « Tu sei felice, o Maria, perché tutto quello che è stato detto dal Signore, si compirà in te » (Ant. Magn.). « Da Bethlem verrà il Re dominatore, che porterà la pace a tutte le Nazioni » (2° resp.) « e che libererà il suo popolo dal dominio dei suoi nemici » (4° resp.). Le nostre anime parteciperanno in un modo speciale a questa liberazione nelle feste di Natale, che sono l’anniversario della venuta in questo mondo del vincitore di satana. « Fa’, chiede la Chiesa, che la nascita secondo la carne del tuo unico Figlio ci liberi dall’antica schiavitù che ci tiene sotto il giogo del peccato ». (Messa del giorno, 25 dic.). S. Giovanni Battista prepara i Giudei alla venuta del Messia: egli ci prepara anche all’unione, ogni anno più intima, che Gesù contrae con le nostre anime a Natale. « Appianate la via del Signore » dice il Precursore. Appianiamo dunque le vie del nostro cuore, e Gesù Salvatore vi entrerà per darci le sue grazie liberatrici. – 2° Avvento. S. Gregorio fa allusione alla venuta di Gesù alla fine del mondo allorché, spiegando il Vangelo, dice: «Giovanni, il Precursore del Redentore, precede Gesù nello spirito e nella virtù d’Elia, che sarà il precursore del Giudice » (9a Lezione). Dell’avvento di Gesù come Giudice parlano l’Epistola e l’Introito. Se proviamo gran gioia nell’avvicinarsi alle feste del Natale, che ci ricordano la venuta dell’umile Bambino della mangiatoia, quanto più il pensiero della sua venuta in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà, non deve empirci di santa esultanza, perché  allora soltanto la nostra redenzione sarà compiuta. S. Paolo scrive ai Cristiani: « Godete, rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, perché il Signore è vicino ». E come nella Domenica Lætare (Questa pia pratica in uso per la benedizione della rosa a Roma, nella Domenica Lætare, si è estesa a tutti i Sacerdoti che ne hanno desiderio per la celebrazione della Messa ed è passata alla Domenica Gaudete, perché queste due domeniche cantano la nostra liberazione dalla schiavitù del peccato per opera di Cristo), i Sacerdoti che lo desiderano celebrano oggi con paramenti rosa, colore che simboleggia la gioia della Gerusalemme celeste, dove Gesù ci introdurrà alla fine dei tempi. « Gerusalemme, sii piena di gioia, perché il tuo Salvatore sta per venire » (2a Ant. vesp.). Desideriamo dunque questo avvento, che l’Apostolo dice vicino, e, invece di temerlo, auguriamoci con santa impazienza che si realizzi presto. « Muovi, o Signore, la tua potenza, e vieni a soccorrerci » [« Ecco — dice l’Apocalisse — il Signore apparirà e con Lui milioni di Santi e sulla sua veste porterà scritto: Re dei Re e Signore dei Signori » (1° resp.). « Il Signore degli eserciti verrà con grande potenza » (4° resp.). « Il Suo Regno sarà eterno e tutte le Nazioni Lo serviranno » (6° resp.). (All). « Vieni, o Signore, non tardare » (Ant. delle Lodi). « Per adventum tuum libera nos, Domine »].

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Phil IV:4-6
Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum.

[Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni]

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai liberato Giacobbe dalla schiavitù].

Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum.

[Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Aurem tuam, quǽsumus, Dómine, précibus nostris accómmoda: et mentis nostræ ténebras, grátia tuæ visitatiónis illústra:

[O Signore, Te ne preghiamo, porgi benigno ascolto alle nostre preghiere e illumina le tenebre della nostra mente con la grazia della tua venuta.]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses

Philipp IV: 4-7
Fratres: Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne et obsecratióne, cum gratiárum actióne, petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Et pax Dei, quæ exsúperat omnem sensum, custódiat corda vestra et intellegéntias vestras, in Christo Jesu, Dómino nostro.
R. Deo gratias.

[“Rallegratevi sempre nel Signore: da capo ve lo dico, rallegratevi. La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi di nulla: ma in ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nell’orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo „ (Ai Pilipp. IV, 4-7]

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Che significa rallegrarsi nel Signore?

Significa ringraziare Dio del benefizio che ci ha dato di una felice eternità, e della continua protezione che ci presta: e rallegrarsi dei mali e delle persecuzioni che si possono avere a sopportare per il Signore, come se ne rallegrarono gli Apostoli, e specialmente s. Paolo. – Docili all’esortazione di s. Paolo, la nostra vita sia esemplare, e mai la nostra sollecitudine per i beni temporali sia eccessiva; confidiamoci nella Provvidenza: gratissimi a Dio per i suoi benefizi esponiamo a Lui le nostre necessità. E può questo Dio di bontà, che ha cura dei più piccoli animali abbandonare i suoi figli, se ricorrono a Lui come al migliore dei padri?

SERVITE DOMINO IN LÆTITIA!

Ecco un testo latino, biblico, molto popolare, forse troppo, nel senso che forse c’è chi, malignamente o ingenuamente (non importa), lo fraintende. Però, a parte gli equivoci e i malintesi, il testo in sé è bello ed è di indubbia marca religiosa, giudeo-cristiana. Un’onda di letizia corre dal Vecchio al Nuovo Testamento, dalla Legge al Vangelo di Gesù Cristo. Nostro Signore non è il maestro arcigno e burbero, non è l’asceta truce o il filosofo altero. No. Di fronte ai discepoli del Battista, che digiunano troppo, i suoi discepoli digiunano meno, poco. Di fronte ai Farisei accigliati per ostentazione di virtù o per piccineria di spirito, il volto del Maestro, Gesù, e dei suoi discepoli è non solo sereno; addirittura ilare. E San Paolo riprende questa tradizione evangelica, come Egli suole, quando grida nell’Epistola che oggi leggiamo, ai Filippesi: allegri, allegri in Dio. « Gaudete, iterum dico gaudete. » Il quale cristiano gaudio non è — sarebbe quasi superfluo il dirlo se io non volessi circoscrivere bene questa gioia cristiana di fronte ad altri stati spirituali affini ma non da confondersi con essa — l’incomposta rumorosa sfrenata ilarità del mondo: una ilarità fatta di incoscienza e di voluttà più o meno accentuata. La gioia cristiana sta molto più in qua, sta molto più in su della follia pagana. Quella è divina, questa è brutale. Quella si esprime nel sorriso, nel riso magari; questa nella sghignazzata. Paolo la descrive benissimo con due tratti contrastanti: la letizia nostra è: divina; in Domino e composta, « modestia vestra nota sit omnibus hominibus. » Ma come la gioia cristiana si oppone alle accigliatezze o tristezze farisaiche e alla gioia pagana, così non va confusa colla serenità pura e semplice, colla imperturbabilità — per usare la frase precisa — del filosofo stoico, greco. Non turbarsi mai. Nell’alto cielo non arrivano i turbamenti atmosferici della terra. Ma questa imperturbabilità oltreché tutta umana, oscilla, nello stoicismo, tra l’egoismo e l’orgoglio; egoista la imperturbabilità se nutrita dal desiderio di non soffrire; orgogliosa se ispirata da desiderio di parere; è qualcosa di negativo, di freddo; anche il marmo non si turba mai, nella sua glaciale, marmorea freddezza e durezza. Il Cristianesimo ha portato al mondo l’attività di fronte alla passività, la possibilità di fronte alla negabilità. Quello che è la carità attiva e calda del Cristianesimo di fronte alla inerte compassione buddistica, questo è la gioia cristiana di fronte alla stoica imperturbabilità. Il Cristianesimo ci vuole, sì, sereni, della serenità di un bel viso terso, ma ci vuole anche lieti, giocondi, allegri, positivamente contenti. Non gli basta che noi non si maledica; vuole che benediciamo, e molto, la vita. Non solo non dobbiamo essere corrucciati coi nostri fratelli, ma dobbiamo verso di loro nutrire la nostra benevolenza. Il nostro non deve essere un viso olimpico, serenamente olimpico per disprezzo di tutti e di tutto, disprezzo altezzoso e quasi corrucciato, o disprezzo umoristico, disprezzo sempre…Noi non dobbiamo disprezzare nulla e nessuno. Dobbiamo amar tutti e tutto, meno il male. – Una luce divina deve nutrire questa nostra gioia: la luce della bontà di Dio. Il mondo, per noi che lo vediamo in quella luce divina del Dio Creatore, Creatore buono, il mondo è bello. – Per noi che vediamo la storia nella luce di Dio, il Dio Redentore, caritatevole, l’avvenire è santo. Non siamo dei fatui che non vedono le ombre nel quadro, nel mondo e nella vita: ma su quella ombra grandeggia la luce di Dio. La luce trionfa. Lietamente noi abbracciamo la vita — non dice l’accettiamo, che è di nuovo una espressione di passività: l’abbracciamo, che vuol dire attività — colle sue lotte e coi suoi sacrifici e dolori. Alla lotta andiamo giocondi, sicuri della vittoria; i sacrifici li accettiamo lieti, sicuri della ricompensa. « Servite Domino in Lætitia: » ripetiamolo pure il vecchio ritornello, con nuova e più lucida coscienza, e, soprattutto, applichiamolo.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. – Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps LXXIX: 2; 3; 79:2

Qui sedes, Dómine, super Chérubim, éxcita poténtiam tuam, et veni.

[O Signore, Tu che hai per trono i Cherubini, súscita la tua potenza e vieni.]

Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.

[Ascolta, Tu che reggi Israele: che guidi Giuseppe come un gregge. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,

Excita, Dómine, potentiam tuam, et veni, ut salvos fácias nos. Allelúja.

[Suscita, o Signore, la tua potenza e vieni, affinché ci salvi. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem

Gloria tibi, Domine!

Joann l: XIX-28

“In illo tempore: Misérunt Judæi ab Jerosólymis sacerdótes et levítas ad Joánnem, ut interrogárent eum: Tu quis es? Et conféssus est, et non negávit: et conféssus est: Quia non sum ego Christus. Et interrogavérunt eum: Quid ergo? Elías es tu? Et dixit: Non sum. Prophéta es tu? Et respondit: Non. Dixérunt ergo ei: Quis es, ut respónsum demus his, qui misérunt nos? Quid dicis de te ipso? Ait: Ego vox clamántis in desérto: Dirígite viam Dómini, sicut dixit Isaías Prophéta. Et qui missi fúerant, erant ex pharisæis. Et interrogavérunt eum, et dixérunt ei: Quid ergo baptízas, si tu non es Christus, neque Elías, neque Prophéta? Respóndit eis Joánnes, dicens: Ego baptízo in aqua: médius autem vestrum stetit, quem vos nescítis. Ipse est, qui post me ventúrus est, qui ante me factus est: cujus ego non sum dignus ut solvam ejus corrígiam calceaménti. Hæc in Bethánia facta sunt trans Jordánem, ubi erat Joánnes baptízans.”

“In quel tempo i Giudei mandarono da Gerusalemme a Giovanni i sacerdoti ed i leviti, per domandargli: Chi sei tu? Ed ei confessò, e non negò, e confessò: Non son io il Cristo. Ed essi gli domandarono: E che adunque? Se’ tu Elia. Ed ei rispose: Noi sono. Se’ tu il profeta? Ed ei rispose: No. Gli dissero pertanto: Chi se’ tu, affinché possiamo render risposta a chi ci ha mandato? Che dici di te stesso? Io sono, disse, la voce di colui che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia. E questi messi erano della setta de’ Farisei. E lo interrogarono, dicendogli: Come adunque battezzi tu, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose loro, e disse: Io battezzo nell’acqua; ma v’ha in mezzo a voi uno, che voi non conoscete: questi è quegli che verrà dopo di me, il quale è prima di me; a cui io non son degno di sciogliere i legaccioli delle scarpe. Queste cose successero a Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando”.

(Jo. I, 19-28).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LO SCONOSCIUTO

Il mondo era stanco d’attendere. Eran secoli e secoli che i Patriarchi e i Profeti l’avevano annunciato, ed ogni giorno il popolo scrutava i confini del deserto per vedere se venisse verso Sion il Dominatore della terra (Is., XVI, 1), ed ogni alba alzava le mani verso l’alto e scongiurava che si squarciasse alfine il cielo e il Salvatore discendesse (Is., LXIV, 1). Ed ecco che fuori dalle lande desolate della Perea esce un uomo; e si ferma sulla riva sinistra del Giordano, presso Betania, a battezzare e a predicare. L’asprezza del suo abito, fatto con peli di cammello e stretto ai fianchi con cinghia di cuoio, l’austerità del suo volto e della sua vita, che sostentava di radiche amare e di miele silvestre, la sua parola minacciosa e sdegnosa fece balenare a molti l’idea ch’egli fosse il Messia atteso. I Giudei di Gerusalemme lo mandarono ad interrogare per bocca di autorevoli rappresentanti: sacerdoti e leviti. « Sei tu il Cristo? ». Ma il Battezzatore protestò e confessò: « No: io, non sono il Cristo ». « Allora sarai Elia? o almeno un profeta? ». « Né Elia io sono, né un Profeta. Sono l’eco della Sua parola che s’alza dal deserto; sono l’ombra della Sua figura che s’avanza; sono indegno di essergli schiavo e di curvarmi a sciogliergli i legacciuoli dei calzari ». Quelli disillusi protestarono: « Allora perché battezzi? ». « In acqua soltanto io battezzo. Ma in mezzo a voi c’è Uno che voi non conoscete ». Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis. Ed in mezzo a quella gente, ignoto, c’era il Figliol di Dio, incarnato per la salute del mondo. Portava vesti d’operaio, mangiava carne e beveva vino coi peccatori, lo chiamavano il figlio del fabbro. Sì, figlio del fabbro: ma di quel fabbro che edificò il mondo non col martello, ma con il comando della sua volontà, di quel fabbro che compagnò con ordine gli elementi dell’universo, di quel fabbro che accese il sole e le stelle con fuoco non terreno, di quel fabbro che, all’impeto della sua voce, fece balzare dal nulla ogni cosa. Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis Questo rimprovero può essere rivolto anche ad un gran numero di Cristiani, ai nostri tempi. Quel Gesù che era presente e sconosciuto in mezzo ai Giudei ai giorni del Battista, è pure presente e sconosciuto in mezzo a noi. Il piccolo catechismo c’insegna che nell’Eucaristia vi è lo stesso Gesù che nacque dalla Vergine Maria; che vi è vivente e immortale come lo è in Paradiso; che vi è certamente perché ce l’assicurò Egli medesimo quando disse: questo è il mio corpo. Da fanciulli imparammo queste verità, le credemmo, e le crediamo ancora; ma in pratica Gesù Eucaristico è uno sconosciuto tra gli uomini. Perché i Cristiani sentono così poco desiderio della S. Comunione? Perché a stento e non tutti riescono ad ascoltare una Messa alla settimana? Perché le chiese sono sempre silenziose e deserte, mentre tutta la vita ferve nei teatri, nelle osterie, nelle piazze? Perché Gesù Eucaristico è in mezzo a noi come uno sconosciuto: 1 – sconosciuto nella S. Comunione – sconosciuto nella S. Messa – sconosciuto nel S. Tabernacolo. Oggi, davanti a Lui che ci guarda e ci vede fin nel profondo del cuore, esaminiamo in proposito la nostra coscienza. – 1. GESÙ È SCONOSCIUTO NELLA COMUNIONE. Una tempesta improvvisa colse la nave su cui viaggiava Satiro, fratello di S. Ambrogio quando già all’orizzonte s’intravvedeva il profilo scialbo del porto. Il vento gonfiava le onde enormemente e le nubi erano discese in giro alla nave come una coltre grigia densa. Il fragore dell’acque copriva l’ululo delle donne e il pianto dei bambini. Qualche mercante s’era buttato sopra le sue casse, piene di prodotti oltremarini, quasi per strapparle alla furia selvaggia dell’elemento, o per sommergersi con esse in fondo al mare. Satiro, quando vide che la nave, sbattuta contro uno scoglio, faceva acqua da ogni parte e calava a picco, dimenticò la sua roba e i suoi denari, e gridò ad alcuni Cristiani: « Datemi l’Eucaristia ». Quelli portavano seco il Sacramento come permetteva la liturgia del tempo. Ma Satiro non poteva far la Comunione, ché ancora non era battezzato: perciò, posta e sul cuore l’Ostia santa, si gettò in mare. Che cosa può fare un uomo contro l’infinita rabbia del mare? Ma quest’uomo portava Gesù, il dominatore del mare, e toccò la sponda della salvezza.  Ogni giorno quante persone fan naufragio nella vita! Sono giovani travagliati dalla passione impura, che a loro suscita in mente una fosca nuvolaglia di pensieri, che a loro ridesta in cuore rabbiose ondate di desideri, e deboli e stanchi della dura lotta si abbandonano agli istinti cattivi disperatamente. Sono fanciulle che dopo aver cercato di resistere alle frivolezze della moda, dei divertimenti, delle compagnie, sfiduciate si lasciano trascinare dalla corrente vorticosa, del male verso la rovina eterna. Sono uomini che non si sentono capaci di liberarsi dalla bestemmia, dal gioco, dal vino, dal furto, da un affetto proibito e impuro. Sono madri di famiglia che hanno perso la pazienza e la forza di portar la croce: e non sanno più educare i figliuoli, e s’imprecano la morte ogni giorno, e più volte al giorno. »: Povera gente! Avete in mezzo a voi colui che può salvarvi dalla bufera, e voi non lo conoscete, non lo volete conoscere. Perché v’attaccate a mille cose di quaggiù, come quei mercanti che speravano di salvarsi gettandosi sopra le casse delle loro merci? Imitate piuttosto l’esempio di Satiro; gridate anche voi: « Datemi l’Eucaristia ». Con essa nel cuore non temerete né il demonio, né le passioni; con la forza che in voi metterà Gesù Eucaristico trionferete di ogni vizio, porterete ogni croce e la serenità della vita ritornerà ancora sopra il vostro cielo. – Alcuni credono di aver toccato la perfezione se una volta all’anno, a Pasqua, non tralasciano la Comunione. Oh quanto poco conoscono Gesù! Valeva forse la pena, allora, di rimanere tra noi sotto le specie di pane? « Si panis est — dice S. Ambrogio — quomodo illum post annum sumis? ». Se questo pane celeste avesse virtù di prolungare per molti anni la vita terrena, o soltanto di guarire dalle infermità corporali, in folla il popolo si accosterebbe alla sacra mensa. Ma la vita e la salute dell’anima non sono da più di quelle del corpo? Ma Gesù Cristo non è il dono che supera ogni dono? Sì: ma troppi Cristiani ignorano. Medius vestrum stetit quem vos nescitis. – 2. GESÙ SCONOSCIUTO NELLA MESSA. Circa l’ora nona d’un Venerdì, lontano ormai nei secoli, moriva in croce il Salvatore del mondo. Era disceso dal cielo in una notte rigida d’inverno, era cresciuto nel lavoro e nell’umiltà, per tre anni aveva camminato senza requie predicando e facendo miracoli, ed infine perseguitato e calunniato e flagellato moriva come un delinquente, lui il Figlio di Dio, per la salvezza degli uomini. E gli uomini non se ne davano pensiero. – A Roma forse in quell’ora tutto il popolo era assembrato nella cavea del circo, urlando di gioia belluina ad ogni gladiatore che gettasse il rantolo dell’agonia. Ad Atene la gente non pensava che a danzare e a mangiare allegramente. Ad Alessandria, ad Antiochia affluivano i mercanti non desiderosi d’altro che di perle e di profumi orientali. A Gerusalemme stessa la maggior parte della popolazione attendeva alle solite faccende d’ogni giorno. E Gesù, intanto, spasimava e agonizzava per tutti costoro. – Sul Calvario c’erano delle persone. Ma i più erano là indifferenti e curiosi. Stabat populus spectans (Lc., XXIII, 35). E Gesù moriva per loro. I ricchi e i caporioni lo beffavano: « Alios salvos fecit, se salvum faciat ». E Gesù moriva per loro. Anche i soldati lo prendevano in giro, e gli umettavano le labbra riarse con l’aceto: « Si tu es rex, salvum te fac ». E Gesù moriva per loro. Perfino il ladro, a sinistra crocifisso, lo scherniva: « Si tu es Christus, salvum fac temetipsum et nos ». E Gesù moriva per lui. Cristiani, questa tragedia che non ha confronti, nel mondo, si ripete ancora e spesso tra noi. Che cosa è la S. Messa? è il Sacrificio della croce, — risponde il catechismo, — che si rinnova sui nostri altari realmente quantunque senza spargimento di sangue. È ancora Gesù che si sacrifica al suo divin Padre per la salute di noi peccatori. « Prendimi, o Dio — sembra che dica ogni volta che il sacerdote leva l’ostia e il calice in alto — prendimi, salva gli uomini ».— Fra tutte le azioni più sacre e venerande della fede, non ve n’ha alcuna che possa paragonarsi al sacrificio della Messa: questa è il compendio di tutta la nostra santissima Religione. Eppure gli uomini, ancora come in quel venerdì ormai lontano nei secoli, se ne danno così poco pensiero! Come gli antichi Romani, come gli Ateniesi, come i commercianti di Alessandria e d’Antiochia, gli uomini anche oggi hanno tempo per tutto: per i teatri, per i balli, per le chiacchere, per gli affari; ma per la Santa Messa, no. Quanti Cristiani hanno il coraggio di non trovare, nemmeno alla festa, il tempo per ascoltare la S. Messa. I selvaggi, convertiti dai missionari, fanno giornate di cammino, attraverso foreste senza sentieri, per udire una S. Messa; e noi non sappiamo balzare dal letto qualche tempo prima, e noi non abbiamo la forza di fare un piccolo sacrificio per ricevere tanto bene. Medius vestrum stetit quem vos nescitis. Oh se lo si conoscesse Gesù che s’immola ogni giorno sull’altare, sarebbe ben diverso il nostro contegno durante la S. Messa! Molti vi assistono di malavoglia e nei giorni d’estate si ama rimanere fin sul sagrato per divagarsi meglio con la gente che passa. Si mormora del prete che nel celebrare non è frettoloso come si desidera. Si girano gli occhi su tutto e su tutti con un’aria curiosa e maliziosa. Si cerca un amico per scambiare qualche chiacchiera o qualche sorriso. Si viene alla chiesa: a sfoggiare il lusso delle vesti, l’acconciatura del volto e della persona. Così, così han fatto i Giudei sotto la croce. Intanto sull’altare Gesù muore un’altra volta per noi!… S. Giovanni Crisostomo, accortosi un giorno che durante il Santo Sacrificio stavano taluni in piedi e cianciavano, in un impeto di zelo così li apostrofò: « Qui stanno tremanti perfino gli Angeli e voi, in piedi, cianciate? Mi meraviglio come non vi colpisca un fulmine, o sacrileghi. Mentre il sangue dell’Agnello leva al Padre per i Cristiani voci di misericordia, contro voi lancia una voce terribile di vendetta e maledizione ». Non così, o Cristiani, rechiamoci ad ascoltare la S. Messa, ma coi sentimenti di Tommaso apostolo quando disse: « Andiamo anche noi e moriamo con lui! » (Giov., XI, 16). Con Cristo che rimuore sull’altare, moriamo al peccato e al mondo. – 3. GESÙ SCONOSCIUTO NEL TABERNACOLO. Assalonne, privato da Davide suo padre dell’onore di comparire alla sua presenza, non sa trovar pace. Che gli vale essere sfuggito alla morte, se vivo gli è proibito di vedere il volto di suo padre? Che sollievo potevano dargli, in questo stato, le parole degli amici da cui era corteggiato e l’abbondanza dei beni che possedeva? Cupo di giorno, inquieto di notte, s’aggira come un’ombra singhiozzante intorno alla reggia, penetra furtivamente nelle anticamere, e scongiura qualcuno che gli ottenga il sospirato favore. Un giorno, non potendone più, ferma Gioab e gli dice: « Recati innanzi al re mio padre e digli che da due anni languisco. Che non mi neghi più di vedere la sua faccia! E se il mio delitto è tale da non lasciarmi sperar perdono, o Gioab, digli che mi è più dolce morire che vivere senza vederlo ». Obsecro ergo ut videam faciam regis; quod si memor est iniquitatis meæ, interficiat me (II Reg.,XIV, 32).Quale stridente confronto, o Cristiani, tra noi e quel figlio sgraziato! Gesù nel Santo Tabernacolo ove s’è fatto eterno prigioniero d’amore, non ci proibisce d’andare a lui, anzi c’invita: «Voi che faticate, voi che siete angosciati, venite da me che vi ristorerò» (Mt., XI, 28). «O assetati, venite all’acqua! » (Is. LV, 1). Eppure le chiese per tutta la giornata sono sempre silenziose e deserte come una tomba. Quante volte si passa davanti alla chiesa e perché non si entra almeno un minuto a salutare Gesù?— Non si ha tempo — si dice; ma se s’incontra un amico per strada, nonostante tutta la fretta che ci sospinge, ci si indugia per delle mezz’ore. Perché nei lunghi pomeriggi le buone donne di casa non sanno correre da Gesù per una visitina? Perché si va, a poco a poco, dimenticando la bella consuetudine di passare da Gesù, dopo il lavoro della giornata, a prendere la perdonanza? Medius vestrum stetit quem vos nescitis. Quando il rimorso dei peccati vi stringe il cuore, voi cercate il rimedio nelle dissipazioni: e in mezzo a voi c’è Uno che vi può guarire, e non lo conoscete. Quando qualche disgrazia, qualche calunnia, qualche discordia vi strazia l’anima,voi cercate conforto tra gli amici, che non vi sanno comprendere, né vi possono aiutare; e in mezzo a voi c’è Uno che vi può consolare e non lo conoscete. – Nella notte di Natale, S. Gaetano da Thiene vegliava in preghiera ardente davanti al presepio nella basilica di S. Maria Maggiore. Con la sua fede rifaceva la storia di quella notte santa, e gli pareva d’esser lui pure un pastore a cui l’Angelo annunciasse la grande gioia. E gli pareva d’accorrere anche lui giù per le stradette rupestri verso la grotta di Betlemme, ove con un fil di voce gemeva l’Onnipotente nato bambino. Ed ecco, mentre così meditava, gli apparve davvero la Vergine Maria che portava il Bambino. E venne da lui e reclinò sulle sue braccia aperte e tremanti il piccolo Figlio di Dio. E Gaetano lo guardava, e stringeva al suo cuore di povero uomo quel Cuore di Dio, e gustava il paradiso. (Brev. Ambr., 9 Agosto). – Cristiani, in tempo d’Avvento, ravviviamo il nostro amore e la fede verso il santissimo e divinissimo Sacramento: Che Gesù Eucaristico non sia più per noi lo Sconosciuto! Allora nella Comunione di Natale, che tutti vorremmo ricevere, sarà la Madonna che metterà tra le nostre braccia, nel nostro cuore tremante di poveri peccatori il suo piccolo Figlio di Dio. E gusteremo un presagio di paradiso. — PREPARIAMOCI AL S. NATALE CON UMILTÀ. Davanti alla rude umiltà di San Giovanni Battista viene spontanea questa osservazione: Il primo peccato nell’universo fu di superbia. A redimere il mondo rovinato dalla superbia ci volle l’umiltà di Colui che, essendo Dio per natura, s’abbassò fino alla nostra misera condizione di uomini. Volendo poi mandare avanti chi gli preparasse la strada, era conveniente che scegliesse un uomo come Giovanni, che sapeva stare al suo posto. Questi infatti non s’arrogò il posto di Dio: « No, io non sono il Cristo ». Questi infatti non s’arrogò il posto del prossimo: « No, io non sono Elia; no, io non sono il profeta ». Umiltà con Dio, umiltà col prossimo prepareranno nel nostro cuore la strada al Signore che viene nel santo Natale. – 1. UMILTÀ con Dio. Nella Storia Sacra si racconta che a Nabucodonosor venne in mente di farsi una statua d’oro e di innalzarla in mezzo a un vasto piano. Nel giorno dell’inaugurazione fece dare questo bando: « Magistrati e Popolo, siete avvisati: appena udrete la poderosa orchestra suonare con trombe, flauti, arpe, cetre, zampogne, sull’istante vi butterete per terra adorando la statua del Re. Se qualcuno non lo farà, una fornace di fuoco inestinguibile già arde per lui ». Evidentemente una folle superbia spingeva Nabucodonosor a credersi Dio, e a scimmiottare il castigo divino dell’inferno. Non passò molto tempo che la vendetta del Signore lo raggiunse. Fu preso da un male strano e bestiale per cui urlava e morsicava come una belva, mangiava fieno come un bue, e gli crescevano sulle dita le unghie come artigli. Chi volle farsi Dio, si trovava ad essere bestia. (Dan., III, 1-7; IV, 26-30). L’orgoglio è quella profonda depravazione che induce l’uomo a mettersi al posto di Dio. – a) Sono io il Messia! gridano tante anime, non a parole ma con la pratica della vita: ad esempio, con lo spirito d’indipendenza dalle leggi di Dio. Perché il Signore deve proibirmi questo piacere? Che c’entra Lui con l’uso che del matrimonio io credo di fare nel segreto della mia famiglia? Così della propria volontà si fanno una statua d’oro da adorare. b) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito d’egoismo che le inclina ad operare per sé, come se fossero fine a se stesse. Perché devo perdere un guadagno se mi viene da un lavoro di festa? Che mi viene in tasca a frequentare la Chiesa, le prediche? Così, del proprio interesse si fanno una statua d’oro da adorare. – c) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito di vana compiacenza che si diletta nelle proprie qualità come se Dio non ne fosse l’autore; che si vanta per qualche opera buona come se essa non fosse, prima di tutto, principalmente il risultato dell’azione divina in loro. Così della propria stima si fanno una statua d’oro da adorare. – E in conclusione, tante anime, arrogandosi il posto di Dio, misconoscendo la loro realtà di creature che devono ubbidire, servire, adorare il Signore, sono diventate più felici, più elevate? Né più felici, né più elevate. Dio le vede cadute nell’abbiezione di Nabucodonosor. Si sono preclusa la comprensione e la grazia dell’umile nascita di Gesù nella stalla di Betlemme. – 2. UMILTÀ COL PROSSIMO. San Giovanni Battista ricusò di innalzarsi nella stima dei suoi contemporanei, proclamandosi Elia o il Profeta. Quanti invece tenendosi per grandi uomini, disprezzano il prossimo col cuore, con la parola, con gli atti. – a) Col cuore perché hanno invidia dei buoni successi altrui; si rattristano come di un torto fatto a loro; e giungono perfino a desiderarne il male. Essi sono il grande Elia, il Profeta atteso, e guai a chi fa ombra su di loro. – b) Con la parola perché vedendo il prossimo sbagliare, lo diffamano ripetendo a tutti con maligna mormorazione quel che hanno veduto o saputo. E non vedono i loro sbagli e i loro peccati; si credono zelanti come Elia, santi come il Profeta. – c) Con gli atti perché non riconoscono nessuna superiorità più in su della loro, e vogliono a tutti soprastare. Se si ricordassero che coi loro peccati hanno meritato l’inferno, e dovrebbero stare sotto i piedi del demonio, con quanta più delicata carità tratterebbero il prossimo. Ma essi si credono come Elia destinati al Paradiso prima ancora di morire. – Il santo Natale s’avvicina. Moviamo incontro a Gesù Bambino col sentimento della nostra nullità e miseria. Egli è colui che redimendoci dalla maledizione e dalla schiavitù ci ha riaperto le porte del paradiso, di cui avevamo smarrito la chiave. A S. Gerardo Maiella, quand’era fanciullo, capitò un caso tanto bello che quasi non parrebbe vero, ma è degno di fede perché fu esaminato e riconosciuto dalla Chiesa quando si trattò la causa della sua beatificazione. Gerardo faceva da servitorello al Vescovo di Lacedonia. Un giorno fu visto con la faccia pallida e piena di spavento vicino al grande pozzo sulla piazza del mercato. Con negli occhi una muta angoscia guardava in quell’oscura profondità. Neppur lui sapeva dire come fu: ad un certo momento udì un tonfo, ed erano le chiavi di casa sgusciategli dalle dita. E adesso che fare? che cosa gli avrebbe detto il suo padrone, malaticcio e nervoso? Forse l’avrebbe messo alla porta. Dove sarebbe andato, solo, senza lavoro, senza tetto? Di colpo gli balenò un’idea. Attraversa correndo la piazza, entra nella cattedrale, e prende, dalla cuna in cui giaceva, la statuetta del Bambino Gesù. « Bambino Gesù — supplica Gerardo quasi stringesse non una figura di gesso, ma proprio Lui di carne, vivo e respirante. — Tu soltanto puoi aiutarmi. Tu e nessun altro: fammi dunque ripescare la chiave! ». Poi legò il Bambino Gesù alla corda del pozzo e lo fece calare dolcemente. Come lo sentì nell’acqua gli gridò dentro con tutta la forza della sua speranza: « Bambino Gesù! portami su la chiave ». E cominciò a ritirare la corda. – Un grido di gioia: già sull’orlo era apparso il Bambino Gesù e nella manina teneva la chiave. Gerardo la prese da Lui, e poi sospinto come da un vento di allegrezza e di riconoscenza corse a riportarlo nella sua cuna. Cristiani, questo fatto è la conclusione più bella al Vangelo che abbiamo spiegato in questa terza settimana d’Avvento. – Gli uomini per la loro superbia avevano perduto la chiave della loro casa, cioè del Paradiso. Il demonio con l’astuzia e con la menzogna l’aveva fatta sgusciare dalle loro mani, e con riso beffardo l’aveva gettata in un abisso, donde era impossibile riprenderla. – Venne Gesù Bambino, ci ripescò la chiave, e ci riaprì il cielo: non da noi, ma solo da Lui venne la nostra salvezza. Umiliamoci! Il triste tempo della chiave perduta è finito: la chiave del Paradiso c’è per tutti che la vogliono. Rallegriamoci con riconoscenza amorosa! E se qualcuno sentisse di non potersi rallegrare perché nel suo cuore s’è spalancato ancora un pozzo di peccati e la chiave di nuovo gli è caduta dentro, con una umile, sincera confessione faccia calare Gesù Bambino in quel suo pozzo. Riavrà la chiave. — PREPARATE LA STRADA DEL SIGNORE. Anche a noi che ci prepariamo al Santo Natale, S. Giovanni grida: Dirigite viam Domini. Gesù Bambino è per venire e la via per cui verrà è il nostro cuore: bisogna prepararglielo. Per preparare la strada all’ingresso d’un re prima la si eguaglia, poi la si netta da ogni lordura, infine la si adorna. Eguagliar la via del cuore significa, dunque, togliere ogni occasione di caduta in peccato. – Nettare il cuore da ogni lordura significa purificarlo da ogni colpa. Infine adornarlo non è altro che abbellirlo d’opere buone. Queste son le tre cose che verrò spiegando un poco, son le tre cose che dobbiamo fare prima che giunga Natale. – 1. TOGLIERE LE Occasioni. Gerolamo il dalmata, un giorno, sparì dalle liete brigate romane: lo si cercò alle terme, al circo, ai divertimenti; invano. Per lunghi anni non si seppe più nulla di lui, così allegro, così intelligente. Ma una volta Vigilanzio lo scovò in una grotta in Palestina presso Bethlem, sfinito dalla penitenza, colla faccia sulla terra, pregante. Lo chiamò: « Gerolamo! Perché ti sei rintanato come un orso in questa spelonca, di che temi? ». Si rizzò il santo sulle ginocchia e, guardandolo, gli disse: « Vigilanzio; sai di che temo? temo di tanti pericoli tra i quali tu vivi, temo i discorsi oziosi, le liti, l’avarizia sordida, temo gli occhi della donna mondana ». Poi ritornò a poggiare la testa sul suolo di quella grotta dove quattro secoli prima era nato Gesù, il Salvatore. « Questo è un fuggir da vigliacco, — insistè Vigilanzio, — e non un vincere da glorioso. Bello è saper resistere al male pur vivendone in mezzo! ». « Basta, Vigilanzio. Se questa mia è debolezza, confesso d’esser debole. Confiteor imbecillitatem meam. Preferisco fuggire per vincere, che rimanere per perdere ». L’unico modo, dunque, di toglier le occasioni è quello di fuggirle. Se un santo, già disfatto dalle penitenze, assicura di non saper resistere in mezzo alle occasioni, come pretenderemo noi di non vedere senza lasciar quella compagnia, senza abbandonar quel ritrovo, quella relazione, senza bruciar quel libro? S. Bernardo dice che la nostra natura è troppo debole, e perciò è più facile risuscitare un morto che vivere nelle occasioni senza peccare. Via adunque quella lettura, via quella persona, via quel gioco. Il Signore viene, bisogna preparargli la strada. – 2. TOGLIERE IL PECCATO. Era un giorno arioso d’aprile quando Gesù uscito dalla casa di Marta prese la via di Gerusalemme. Il mezzogiorno dorato si stendeva sopra la città affollata d’ogni gente accorsa per la celebrazione della Pasqua vicina. La notizia si diffuse rapidamente e la moltitudine cominciò ad affluire. Irrompeva giù dall’Oliveto incontro al Signore, agitando rami di palma, frasche di mortella, ciocche d’ulivi. Alcuni gettavano sotto al suo passo i propri mantelli. E Gesù avanzava: mite e solenne come un trionfatore, cavalcando un asino non mai aggiogato. Tutti che l’accompagnavano si sentivano esaltare in quell’ora di trionfo luminoso. « Benedetto chi viene in nome di Dio! » gridò qualcuno; tutta la folla rispose con urlo impetuoso: « Osanna, osanna! ». « Benedetto il re d’Israele che viene! » gridarono altri che sopraggiungevano allora e tutti in un rapimento sovrumano risposero: « Osanna, Osanna! ». Non era questo il giorno più bello per Gesù? Eppure, come dall’alto della costa Gesù vide Gerusalemme bianca di marmo e piena di sole, scoppiò in pianto sopra di essa. Videns civitatem, flevit super illam (Lc., XIX, 41). Buon Dio! Ora che la città è tutta in festa dentro le sue mura, ora che tutto il popolo corre ad incontrarlo con fronde e con grida, Gesù piange. Gesù, che non ha pianto quando quelli del suo paese lo buttarono fuori dalla sinagoga; che non ha pianto quando gli gridarono dietro ch’era indemoniato; che non ha pianto quando tolsero su i sassi per lapidarlo, piange ora, nel giorno suo più bello. Videns civitatem flevit super illam. Perché? Egli intravvedeva sotto le fronde di palma e d’ulivo il tradimento: distingueva tra osanna e osanna il terribile crucifige di pochi giorni dopo; e quei mantelli sotto il suo passo gli erano immagine delle sue vesti di cui l’avrebbero tra poco spogliato. Per questo piangeva. Or ecco, Cristiani, che Gesù sta ancora per venire. Nel santo Natale Gesù entra nel mondo, entra nei nostri cuori. Io so che in tutte le famiglie all’avvicinarsi di questa solennità c’è molta preparazione. Le massaie fan rilucere il rame; il capo di famiglia pensa ai vestiti nuovi per i figliuoli; i figliuoli sognano i regali; ogni soglia s’adorna con vischio, con fronde di alloro, con piccoli abeti. Tutto questo va bene: ma forse son come le palme agitate dai Giudei, son come gli osanna d’allora. Tutta esteriorità e sotto c’è il peccato. Gesù Bambino venendo nelle nostre case, nei nostri cuori, Egli che vede fino in fondo alla coscienza, forse scoppierà in pianto. Videns… flevit. Vede che abbiamo dimenticato i nostri doveri di famiglia: che abbiamo trascurato l’educazione dei figli; che li abbiamo considerati come un fastidio da evitare. Vede la nostra passione per il gioco, per il vino; vede quell’amicizia indegna, vede i cattivi desideri, i pensieri. Vede che da mesi e mesi non ci confessiamo mentre sulla coscienza pesano certi peccati, certi sacrilegi, certe confessioni mal fatte. Gesù Bambino vede e piange. Come fa pena un bimbo che piange! quando di notte, svegliandoci, s’ode il suo vagito passare nel tenebroso silenzio, ci si stringe il cuore, non possiamo riprendere sonno e mormoriamo: « Ma perché lo lasciamo piangere?!… ». Allora, perché non ci farà pena il vagito di un Dio Bambino, perché lo lasceremo piangere? – Purifichiamoci con una bella confessione! che non li veda più i nostri peccati! Sorriderà. – 3. ORNIAMO IL CUORE. È commovente leggere nella Storia Sacra con quale desiderio bruciante i patriarchi invocavano la nascita del Messia. Quando qualche disgrazia li opprimeva, dicevano: « Gocciate o cieli, dall’alto; s’aprano le nubi e discenda il Giusto » (Is., XLV, 8). Quando la tirannia di qualche re li angariava, sognavano il soavissimo regno di Cristo: « Signore, dicevano, manda il tuo Agnello a regnare su Gerusalemme » (Is., XVI, 1). E quando Mosè ebbe l’incarico di liberare il popolo dalla schiavitù, e tremava di spavento, gli sgorgò l’invocazione sublime: « Signore, manda colui che devi mandare, che m’aiuti » (Esodo, IV, 13). – In questi giorni che precedono il Santo Natale facciamo nostre queste aspirazioni; ripetiamole mattino e sera, ma soprattutto nei momenti della tentazione. Ripetiamole quando l’adempimento del nostro dovere ci pesa: quando l’osservanza della legge del Signore ci sembra dura e difficile. Solo così, con la preghiera e con le opere buone, si può adornare il nostro cuore. Gesù venendo non troverà in noi lo squallore della stalla di Bethlem, ma un’abitazione calda d’affetto. – L’anima diletta dei Sacri Cantici, nel cuore della notte, udì strepere vicino alla sua porta. Si sveglia e tende l’orecchio. Sentì una voce che la chiamava: « Aprimi, sorella mia, amica, colomba!» Ella, sorpresa così tra la veglia e il sonno, pensava: «Devo proprio vestirmi e scendere ad aprire che fa freddo, che è notte, che ho sonno? » E si voltò dall’altra parte. Ma poiché la voce insisteva a chiamarla, poiché alla sua porta s’insisteva a bussare, dopo un poco decise di scendere ad aprire. Ma quando fu aperta la porta, non trovò più nessuno. S’accorse, disperata, che di là era passato il suo Signore, che aveva bussato proprio alla sua porta, ch’ella, per pigrizia, non gli aveva aperto, ed Egli se n’era andato lontano. Lo chiamò allora, con quanto fiato avesse in gola, perché tornasse; ma la sua voce velata di pianto tremava nella notte senza stelle, e nessuno le rispondeva: vocavi et non respondit mihi. Lo cercò allora, correndo come una pazza in giro per la città, interrogando le sentinelle, ma non lo trovò: quæsivi eum et non inveni (Cant., V, 6). – Il Santo Natale è vicino, e Gesù Cristo già bussa alla porta dell’anima nostra. Ci scuote dal sonno dei peccati e ci dice: « Aprimi! scaccia fuori il demonio e apri al Signore ». Temiamo che se ne vada via per sempre da noi. Forse è l’ultima volta che Gesù ci chiama a convertirci; poi ci abbandonerà in balia delle nostre passioni. Forse è l’ultimo Natale della nostra vita, poi verrà la morte. E nel momento della morte saremo noi che busseremo alla casa di Gesù; ma se adesso non gli apriamo, neppure Egli aprirà a noi, allora.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob: remisísti iniquitatem plebis tuæ.

[Hai benedetto, o Signore, la tua terra: liberasti Giacobbe dalla schiavitù: perdonasti l’iniquità del tuo popolo.]

Secreta

Devotiónis nostræ tibi, quǽsumus, Dómine, hóstia iúgiter immolétur: quæ et sacri péragat institúta mystérii, et salutáre tuum in nobis mirabíliter operétur.

[Ti sia sempre immolata, o Signore, quest’ostia offerta dalla nostra devozione, e serva sia al compimento del sacro mistero, sia ad operare in noi mirabilmente la tua salvezza.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is XXXV: 4.
Dícite: pusillánimes, confortámini et nolíte timére: ecce, Deus noster véniet et salvábit nos.

[Dite: Pusillànimi, confortatevi e non temete: ecco che viene il nostro Dio e ci salverà.]

Postcommunio

Orémus.
Implorámus, Dómine, cleméntiam tuam: ut hæc divína subsídia, a vítiis expiátos, ad festa ventúra nos præparent.

[Imploriamo, o Signore, la tua clemenza, affinché questi divini soccorsi, liberandoci dai nostri vizii, ci preparino alla prossima festa.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

Ite, Missa est.
R. Deo gratias.