LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (8)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (8)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO III

La vita nella Chiesa

1. Il Sacrificio della Messa

Non sarebbe possibile farsi un’idea della vera vita cattolica senza capire, in qualche misura almeno, che cosa è per il Cattolico quella ch’egli chiama la Santa Messa. È assai più che una cerimonia religiosa o una pratica di pietà, è il rito per eccellenza cui egli assiste quasi fosse il centro di tutta la Religione. Se va alla S. Messa egli considera compiuto l’essenziale del suo dovere religioso; nessun’altra funzione basterebbe a surrogarla né  un numero qualsiasi di funzioni. Quanto abbiamo detto sin qui ci ha condotto a trattare questo argomento, anzi è stato difficile escluderlo da buona parte delle considerazioni già fatte. – Se studiamo la vita dei veri Cattolici, basterà osservare le loro abitudini quotidiane per convincerci che la S. Messa è il fulcro della loro fede. Non la domenica soltanto, ma ogni giorno dell’anno, in tutte le chiese aperte al pubblico, si trovano gruppi di fedeli di ogni condizione riuniti attorno all’Altare per assistere alla Messa prima di iniziare il lavoro della giornata: in qualunque paese veramente cattolico all’ora della Messa si direbbe che ogni mattina fosse domenica. E riandando al passato, troviamo che pei figli della Chiesa ciò fu caratteristico e abituale in ogni tempo, pei re nei loro palazzi, (molti dei re inglesi davan principio alla loro giornata con l’ascoltare la Messa); pei soldati nelle loro tende, ché non incominciavano a combattere senza aver assistito al Santo Sacrificio; pei ricchi nei grandi santuari; pei poveri nella chiesetta del loro villaggio; per le classi operaie nelle sedi delle loro corporazioni; anche per le università e i centri di studio. Prima della riforma la Messa era il vincolo comune della cristianità, e dopo la riforma è rimasto il vincolo di unità al disopra di ogni altro per tutto il mondo cattolico. Nelle isole Britanniche in ispecie, i Cattolici hanno ben ragione di tenere la Messa nel massimo conto perché essa rappresenta in modo particolare il loro Sacrificio. Per essa morirono a centinaia i loro antenati; quando arrivò il giorno della distruzione, i nemici sapevano che quanto più importava era precisamente la Messa, e fecero tutto il possibile per liberarsene. Il celebrare la Messa meritava la morte, quanto la semplice dichiarazione di averne il potere; innumerevoli borghesi furono multati e ridotti alla miseria per averla ascoltata, e spesso i nostri poveri furono condannati a morte per questo, e per questo solo. Ciò non va dimenticato: se per la Messa i nostri antenati sacrificarono tanto, noi pure siamo disposti a fare continui e gravi sacrifici perché essa venga perennemente celebrata e debitamente onorata. Si costruiscono chiese su chiese, pur fra tante difficoltà economiche, e non si risparmiano fatiche per abbellirle; non si considereranno mai sprecati i valori che si prodigano nei santuari dove si celebra la Messa. E perché? Non è questo il luogo adatto per una discussione teologica né per una compiuta analisi della Messa, pur essendo entrambe necessarie, per una esatta comprensione del suo valore, anche al fedele che non ha pretese di cultura. Noi ci limiteremo qui ad esporre in breve ciò che della Messa il Cattolico pensa e crede. Innanzi tutto, per render subito chiaro ciò ch’è essenziale, il Cattolico crede con l’autore dell’Epistola agli Ebrei che Nostro Signore Gesù Cristo, il Sommo Sacerdote della nuova alleanza, ha riconciliato a Dio l’uomo peccatore per mezzo del solenne Sacrificio di Sé al Padre che è nei cieli. Questo Sacrificio si compì sull’altare della croce al Calvario e fu sufficiente, più che sufficiente, ad espiare tutti i peccati di tutto il mondo. Non vi è più bisogno di altri sacrifici, il debito dell’uomo verso Dio è stato completamente cancellato. È stato pagato tutto il prezzo che poteva riconquistare all’uomo la vita di unione col suo Creatore; quel sacrificio ha reso a Dio tutto l’ossequio che la creatura gli deve. L’amore è stato interamente ricambiato; si è ristabilita l’interrotta corrente d’amore fra Dio e l’uomo. Ma il Cattolico sa pure che questo Sacrificio unico, sebbene consumato sul Calvario, si rinnova e si rinnoverà ogni giorno sull’altare, sino alla fine dei secoli. Egli crede che alla vigilia della sua passione, Cristo istituì il mezzo di commemorarlo non solo, ma di ripeterlo in modo mistico eppur reale dovunque venga predicato il suo Vangelo e diffuso il suo regno. Questa rinnovazione quotidiana del sacrificio del Calvario è il sacrificio della Messa. Come Gesù Cristo si offrì, vittima cruenta al Padre sulla croce, così Egli scende ogni giorno sui nostri altari e rinnova quella stessa offerta di Sé al Padre per le mani del sacerdote. In altre parole, la Messa è il sacrificio stesso del Calvario misticamente ma realmente rinnovato ogni giorno, nel tempo. Chi offre il Sacrificio è lo stesso Signor nostro Gesù Cristo; la vittima offerta è la medesima: come allora, così ora Egli offre se stesso, e si offre allo stesso Iddio del cielo e della terra e per lo stesso scopo. Nella Messa si adempie la profezia: “Da dove sorge il sole fin dove tramonta, il mio Nome è grande fra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome oblazione pura; perché grande è il mio Nome in tutte le genti, dice il Signore degli eserciti. – È ovvio che bisognerebbe dire assai di più per precisare la posizione e l’importanza della Messa nella fede e nella pratica cattolica; ma i motivi della nostra fede non ci interessano qui, occupandoci noi ora soltanto del lato pratico di essa. Il Concilio di Trento mette in evidenza tre cose che spiegano abbastanza chiaramente l’influenza della Messa sul pensiero e sull’anima cattolica. La Messa, così ammaestra il Concilio riassumendo tutto l’insegnamento che l’ha preceduto, fu istituita da Nostro Signore Gesù Cristo e fu lasciata in dono quaggiù alla sua diletta sposa la Chiesa, come Sacrificio visibile che rimanesse per sempre nelle sue mani per tre scopi:

Primo, quale memoria viva e perenne di Sé.

Secondo, affinché restasse fra i suoi una rappresentazione vivente, e non solo una commemorazione, della prova massima del suo amore, il Sacrificio del Calvario.

Terzo, affinché con questo mezzo fosse assicurata, fra Lui e l’anima umana, la comunione più intima che potesse Egli stesso immaginare. – Consideriamo questi tre aspetti separatamente. In quanto al primo; all’ultima cena, quando Nostro Signore ebbe convertito con la sua parola il pane nel suo Corpo e il vino nel suo Sangue, “Fate questo in memoria di me”. E con ciò diede agli Apostoli il potere di fare quanto Egli aveva fatto, di convertire cioè il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue. In quale senso particolare e a quale scopo particolare dobbiamo intendere quelle parole, San Paolo stesso ce lo spiega quando, ripetuto il racconto dell’istituzione della Messa, conclude: “Quante volte voi mangiate questo pane e bevete questo calice voi rammenterete l’annuncio della morte del Signore fino a che Egli venga” (I Cor. XI, 26). – Perciò la Messa doveva anzitutto essere per i suoi fedeli seguaci una commemorazione perpetua della sua passione e morte, con la presenza del vero Corpo e della vera Persona di Cristo stesso. Quando assistono alla Messa, i fedeli assistono in ispirito a quella scena del Calvario, hanno dinanzi agli occhi sopra ogni altra cosa il loro Signore crocifisso, Gesù in agonia, Gesù che compie per loro il Sacrificio supremo. – In secondo luogo, e questo è ancor più importante, la Messa è, oltre che commemorazione, rappresentazione viva del Sacrificio della croce. Così si esprime il Concilio di Trento: “In questo divino sacrificio che si svolge nella Messa, si contiene e si immola in maniera incruenta lo stesso Sacrificio che fu offerto nel sangue una volta per sempre sulla croce. È la medesima ed unica vittima, il medesimo ed unico Sommo Sacerdote, che si offre oggi per il ministero dei suoi sacerdoti dopo essersi offerto ieri sulla croce; solo la maniera dell’oblazione è diversa”. (Sessione XXII, c. 2). È lo stesso Sommo Sacerdote. Come già abbiamo veduto, il supremo Sommo Sacerdote della nuova legge, 1’unico Sacerdote nel senso più stretto, è Nostro Signore Gesù Cristo. È vero che nella Messa Egli si offre per il ministero dei Sacerdoti che sono semplici uomini, ma non poteva farsi altrimenti. E va notato, d’altronde, che da sé il Sacerdote non può far nulla; non offre sacrificio di per sé, agisce solo per libera volontà e investitura di Gesù Cristo. Il Sacerdote non è che un rappresentante, egli non fornisce che le mani e la voce per mezzo delle quali agisce Gesù Cristo suo Signore. Nella sua infinita condiscendenza, Cristo ha voluto far dipendere la sua presenza sull’altare dalla volontà e dalla parola di semplici uomini. Ma il prete non è tale che in quanto dipende da Gesù Cristo; egli non può crearsi prete da sé, né può un uomo qualsiasi conferirgli tale dignità. Nessuna autorità umana sulla terra può consacrarlo: il suo potere viene da Gesù Cristo solo, ed egli quindi non agisce che come rappresentante di Lui. D’altra parte, una volta debitamente ordinato, appena pronunciate le parole della consacrazione e compiuto l’atto della transustanziazione, sull’altare vi è Gesù Cristo che si offre al Padre, e l’oblazione fatta dal prete, e con lui dalla Chiesa universale, sebbene unita all’offerta di Gesù, è per se stessa una cosa ben distinta. Nella Messa è Gesù Cristo stesso che fa l’oblazione pel primo, il prete non la fa che “per Lui e con Lui e in Lui”, “ per ipsum, et cum ipso, et in ipso”. Come sul Calvario, così sull’altare nel Sacrificio della Messa il Sommo Sacerdote è Nostro Signore Gesù Cristo. Egli rimane pure la medesima vittima. Per effetto delle parole della consacrazione pronunciate dal Sacerdote, Nostro Signore diviene presente sull’altare, nascosto sotto il velo delle sacre specie, le apparenze del pane e del vino; è lo stesso Cristo con gli stessi affetti, le stesse aspirazioni e disposizioni che aveva sul Calvario. Si prostra in adorazione davanti al Padre, confessando la sua assoluta dipendenza da Lui in quanto uomo, implorando perdono per i peccati di tutta l’umanità, pronto a farsi ancora, se occorre “obbediente fino alla morte, e morte di croce”. –  Da quell’istante abbiamo sull’altare la stessa vittima del Calvario con le identiche disposizioni: abbiamo quindi il medesimo Sacrificio. Poiché non tanto vale il modo con cui l’atto si compie quanto l’atto stesso. Se l’immolazione cruenta del Calvario ha potere di commuoverci più della Messa, tuttavia, agli occhi di Dio, non è l’effusione del sangue quella che maggiormente conta; è piuttosto l’amore filiale con cui fu consumato il Sacrificio, è il profondo sentimento di religione che condusse il Figlio di Dio fatto uomo a compiere quel sacrificio perché la gloria del Padre fosse perfetta. Era senza dubbio necessaria una oblazione visibile, e oblazione di terribile olocausto, perché la volontà di Cristo fosse soddisfatta e il suo amore effuso in tutta la sua pienezza. Egli non si sarebbe appagato che di una immolazione sensibile proporzionata agli abissi della sua abnegazione. E naturalmente nulla meglio della completa ed assoluta immolazione del Calvario poteva esprimere questo desiderio di tutto donare a Dio Padre e all’uomo, questo amore sconfinato per entrambi, questa decisione di pagare qualunque prezzo perché essi si riconciliassero e fossero unificati. – Ma, ripetiamo, il valore massimo del Sacrificio, più che nell’effusione del sangue e nell’atrocità del tormento subito, sta nell’amore che indusse al pagamento di quel prezzo e nella religione verso il Padre, sentimenti che portarono l’oblazione al limite estremo. Ed è a questo stesso amore, a questo stesso sentimento del dovere che noi dobbiamo il mezzo mirabile con cui si perpetua il Sacrificio di Cristo, unico e identico sul Calvario e sull’altare. Lo stesso cuore con lo stesso amore per Iddio e per l’uomo, la stessa coscienza del debito di giustizia contratto verso il Padre offeso, lo stesso desiderio di darsi tutto all’uomo, rinnovano il sacrificio nell’identico spirito con cui si compì la prima volta sulla terra, come nel cielo, ove Cristo è “sempre vivo a fare intercessione per noi”, e la Messa è precisamente il miracolo della continuazione del Sacrificio di Cristo. – E da ultimo, come insegna il Concilio di Trento, la Messa è mezzo di comunione fra Gesù e l’anima umana, fra Dio e l’uomo. Forse non è questo terzo aspetto il più importante per se stesso, ma lo è per lo scopo delle nostre considerazioni. Sappiamo come negli antichi sacrifici consumare una parte della vittima simbolizzasse una comunione con questa e con Dio al quale essa era stata immolata. In questo senso, la santa Comunione è parte integrale e veramente essenziale della Messa, almeno per il Sacerdote che la celebra. E il Concilio di Trento insiste che dovrebbe esserlo anche per i fedeli che vi assistono, affinché essi pure partecipino più intimamente e più sensibilmente allo spirito e alla vita del loro Signore Gesù Cristo. Scopo infatti della SS. Eucarestia è, come già abbiamo osservato, la nostra più intima incorporazione a Lui, affinché “per Lui, in Lui e con Lui” possiamo meglio dar gloria a Dio e rimanere maggiormente uniti alle tre Persone della Santissima Trinità. – Innanzi tutto, dunque, la santa Comunione unisce e incorpora l’anima a Gesù Cristo. Per questa ragione, ci è lecito crederlo, fu istituita sotto la forma del pane e del vino. Sotto questa forma, Cristo ci nutre del suo Corpo, del suo Sangue, della sua Anima, della sua Divinità, di tutto se stesso, e la sua vita così fluisce in noi: ecco l’incorporazione. Egli ci dà il diritto di far nostro il suo cuore, dimodoché non vi è più tra noi che un cuor solo e un’anima sola, come amano ripetere San Paolo e tanti altri santi. È in verità un’unione così intima che non è facile immaginarne altra più stretta, pur continuando a rimanere noi stessi, ed è unione duratura. – “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”. (Giov. VI. 56). È, inoltre, unione santificante che sempre più trasforma, chi si comunica, in un altro Cristo. A poco a poco, e qualche volta anche all’improvviso, si alterano i suoi pensieri e i suoi apprezzamenti, si rovescia la sua prospettiva, si sviluppa in lui una coscienza del vero e del bello che conduce a una comprensione nuova di tutte le cose. Non considera più la vita e gli avvenimenti dal punto di vista primitivo, umano e terreno, si slancia in una sfera più alta e riguarda questo mondo come se già lo avesse lasciato, e quasi inconsciamente impara a giudicare la vita dal punto di vista di Dio. Esercitandosi a osservare con gli occhi stessi di Cristo e a sentire coi sentimenti di Lui, la sua volontà sempre più si conforma a quella del Maestro. Vede e sente ch’Egli solo è la verità e la sapienza eterna, e vuole unicamente le cose ch’Egli vuole e come Egli le vuole. Facilmente, anzi spontaneamente, impara a ripetere: “Padre, sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra” e nell’adempimento di essa trova quella “pace in terra” promessa “agli uomini di buon volere”. Per una rinnovata unione e intimità con Lui, il suo cuore è sempre più staccato da tutto e da tutti; al confronto di Lui, più nulla e nessuno vale. –  E sempre meglio impara ad amare Colui che solo è degno di ogni amore; sempre più è indotto a considerare ogni cosa con gli occhi di Lui e ad amare perciò il mondo, con tutto quanto contiene, non meno ma più di prima poiché ora lo amerà con l’amore stesso di Lui, e per i motivi medesimi, e con la stessa totale abnegazione. – Così la santa Comunione completa il Sacrificio; attira l’anima del comunicando nell’anima e nel cuore della Vittima divina, e la sua vita nella vita di quella; trasforma in veri e propri olocausti anche il corpo e l’anima di chi di essa si nutre, unendoli alla Vittima per eccellenza nel suo ufficio di dar gloria a Dio, di espiare per l’umanità, di impetrare agli uomini le grazie che li innalzeranno al disopra di loro stessi. Nessuna meraviglia che San Paolo esca in una di quelle esclamazioni che solo nella dottrina dell’Eucarestia sembrano trovare la loro completa spiegazione: “Vi esorto dunque, o fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come ostia vivente, santa, gradevole a Dio, ciò che è il vostro culto ragionevole. E non conformatevi al secolo presente, ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito, affinché possiate ravvisare qual è la volontà di Dio, ciò che è bene e gradevole e perfetto ”. (Rom. XII, 1, 2). – Ma nell’unire così l’uomo al suo Signore Gesù Cristo, la santa Comunione lo unisce anche alla Divinità tutta, ossia alle tre Persone della Santissima Trinità. Poiché in Gesù Cristo, 1’Unigenito di Dio e Verbo Incarnato, si trovano pure le altre due Persone: il Padre e lo Spirito Santo. Esse sono inseparabili, sono un unico Dio, vivono l’una nelle altre. Perciò quando il Figlio di Dio viene in noi, non è solo, viene col Padre, da cui è generato da tutta l’eternità e per tutta l’eternità: “Io e il Padre siamo uno”. Viene con lo Spirito Santo, che pure dall’eternità e per l’eternità procede per amore dal Padre e dal Figlio, – Incorporati a Cristo per il Battesimo, diventiamo per quell’atto figli adottivi di Dio, entriamo a far parte della sua famiglia, e nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo, quella parentela diventa sempre più stretta e reale e quei vincoli sempre più saldi, perché non siamo più noi che viviamo, ma Egli vive in noi. Così si attua ogni giorno più, ad ogni Messa celebrata, ad ogni Comunione ricevuta, il fine della creazione, lo scopo che Dio ebbe nel fare l’uomo: una unione sempre più intima fra Dio e la creatura umana. – Ciò basta a spiegare perché il Sacrificio della Messa, con la Comunione come sua parte integrale, costituisca pel Cattolico l’atto culminante di tutto il culto, il centro della sua pietà, il fulcro di ciò ch’egli intende per religione sia nella dottrina che nella pratica, la sorgente più feconda e la riserva più ricca di vita soprannaturale. Ciò spiega perché il Cattolico consideri una vera sfortuna la perdita della Messa e perché, per difenderla, tanti siano morti sia del clero che del laicato. È un memoriale della Passione, e come tale ci porta ai piedi del Calvario a contemplarvi attraverso il tempo e lo spazio, nel dolore, nell’amore, nella vera simpatia di compagni e partecipanti, quel Signore crocifisso che ci ha amati fino a soffrire, ad agonizzare, a morire per le mani di coloro che ama e per amor loro. È una rappresentazione viva e reale del dramma del Calvario, e come tale mette fra le nostre mani tutta la virtù, tutta la grazia, tutti i meriti e i frutti del sacrificio consumato un giorno sul Golgotha. Nella Messa e per la Messa siamo uniti a Nostro Signore, l’Agnello di Dio, la vittima senza macchia, uniti a Lui anche noi, malgrado la nostra miseria e le nostre colpe, fatti capaci di glorificar Dio come merita, di ottenere il perdono dei nostri peccati, per quanto gravi, con impetrazione e riparazione nostra, capaci di implorare, con la certezza di venire ascoltati, le grazie e gli aiuti necessari alla nostra salvezza e santificazione. Poiché Gesù Cristo supplica insieme a noi con gemiti inenarrabili, e la sua preghiera non può venir respinta: lo Spirito Santo esprime i sentimenti del cuor nostro, e la sua voce è verità. – La S. Messa è una comunione intima fra noi e Gesù Cristo e, per Lui, fra noi e Dio stesso, una comunione che ci trasforma in altrettanti Cristi, che ci fa sempre più simili al divino Maestro e sempre più ci avvicina a quella perfezione del Padre che ci fu proposta a modello. Per questi motivi, e altri ancora ve ne sono, la Messa rimane la più grande fra tutte le devozioni del Cattolico, se pure è lecito darle questo nome. È il culmine della sua fede religiosa, la più efficace delle sue preghiere, quella a cui ricorre di continuo. E ha un proprio valore intrinseco, affatto indipendente da chi la celebra, come da chi l’ascolta, come dalla persona per la quale si offre, dipendente solo da Colui che è l’unico Sommo Sacerdote e l’unica vittima, lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo. Il suo valore è oggettivo, ossia contiene realmente l’olocausto e la preghiera di Colui che si offrì una volta per tutte e di tutta la sua Chiesa universale, unita a Lui nell’offerta e nella preghiera. È un memoriale perpetuo di Lui, un perpetuo ricordo della sua presenza fra noi, con noi ancora “oggi e lo stesso per sempre”. È una perenne rinnovazione dell’unico sacrificio che fa testimonianza di quell’amore del quale neppur Lui avrebbe potuto mostrarcene uno più grande. È un patto di alleanza fra Lui e i suoi, mezzo di comunione con loro nell’amore, nel sacrificio, nella vita stessa, quale Dio solo poteva immaginare. – Così la Messa supera di gran lunga qualsiasi altra offerta, sacrificio, oblazione l’uomo possa fare da sé, qualsiasi altra forma di preghiera egli possa pronunciare. È, non ci stancheremo mai di ripeterlo, l’oblazione continuata del Calvario, non solo commemorazione e memoriale, ma, essendo identici il Sacerdote e la Vittima, è tutt’uno col Sacrificio primo del Calvario. Nella Messa il tempo e lo spazio si eliminano, gli occhi di Dio guardano attraverso il Sangue del suo Figliolo Gesù Cristo e in quel Sangue diventiamo tutti uno solo. Il cuore che fu squarciato sul Calvario è ancora aperto, è tuttora la sorgente dalla quale scendono incessantemente tutte le grazie meravigliose con cui Dio arricchisce la sua Chiesa e benedice tutto il genere umano. È il tesoro dei tesori, la perla di gran prezzo per aver la quale si dà tutto il resto e, se occorre, anche la vita. Nulla potrà ritenersi troppo bello per il luogo in cui si celebra la Messa e nulla troppo ricco per adornarlo. – La Messa ha ispirato le opere più nobili di ogni arte, ha sollevato l’umanità agli ideali più alti e le ha fatto raggiungere una unità che nessun trattato ha mai raggiunto né mai può sperare di raggiungere. Soprattutto e in primo luogo la Messa è il tesoro del Sacerdote cattolico. Si può dire che per essa egli esista e da essa riceva in cambio il suo sostentamento e insieme la sua ricompensa. Egli non vanta alcun diritto personale a quella sua alta dignità: è ciò che è, non per merito proprio, ma solo in virtù di Colui che ha detto: “Non voi mi avete scelto, ma io voi”, e che ha scelto chi ha voluto. Il Sacerdote ha ricevuto una unzione e un comando, e secondo questo comando, in virtù del potere che gli fu conferito, egli parla e agisce, non in nome proprio, ma nel nome e come strumento e voce di Gesù Cristo dal quale ricevé l’investitura. Non adopera parole proprie, ma si serve di quelle stesse di Cristo: “Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue”, e in virtù di esse, come se parlasse Cristo in persona, il pane si cambia nel Corpo di Cristo, il vino nel suo Sangue, e Cristo stesso diviene presente sull’altare per l’intervento del Sacerdote. È questa la funzione prima della sua vita, e ne è anche il premio e la spiegazione sufficiente, formando il completamento del suo essere. Ed è pure la sua forza: dalla Messa e per la Messa gli viene ogni mattina l’aiuto necessario al suo compito quotidiano. Nella Messa attinge i mezzi di santificazione per sé e per gli altri, per tutte le anime che a lui si affidano. Lo zelo sacerdotale lo porta inevitabilmente ad amare la sua Messa quotidiana, allo stesso modo che l’amore di essa è garanzia sicura del suo zelo ardente per le anime. E i Cattolici riconoscono al Sacerdote il diritto a un posto privilegiato fra loro. La reverenza che hanno per lui è ben diversa da quella che hanno per chi occupa le posizioni anche più elevate: è una venerazione che sentono di dovergli per una dignità conferita a lui dall’alto, e non gliela negheranno mai, perché egli è “sacerdote in eterno”. Dovunque egli si trovi, a qualunque nazione appartenga, anche nemica, e per quanto possa apparire manchevole, egli è per i Cattolici un essere a parte, che Dio stesso ha scelto per la sua opera. Le sue mani sono state particolarmente consacrate per compiere questa speciale funzione, tutta la sua persona è ormai e per sempre diversa dalle altre. Potrà cadere e mostrarsi indegno, la debolezza umana potrà rivelarsi in lui non meno che in altri, ma per quanto grande possa essere la sua colpa e la sua vergogna, i Cattolici non potranno mai dimenticare quel ch’egli è, irrevocabilmente Sacerdote, segnato col segno indelebile che lo distinguerà, nella buona come nella cattiva sorte, per tutta l’eternità, rappresentante di Gesù Cristo stesso nella funzione più solenne del mondo. – Ed è la Messa che più di ogni altra cosa attira l’attenzione del miscredente. Egli non può passarle accanto e continuare ad ignorarla; potrà non capire, ma il suo fascino misterioso agirà facendo di lui o un amico o un nemico implacabile. È ancora la Messa che attira il peccatore ai piedi di Cristo perché la sua anima sia purificata dal sangue prezioso che vi si effonde. È la Messa che dà la forza sovrumana di resistere in ogni prova, sia interna che esterna; per essa hanno vissuto i Confessori e sono morti i Martiri, essa ha popolato di Santi i conventi e i focolari. Con l’aiuto della Messa l’infimo degli ignoranti e dei miserabili raggiunge l’apice della sua dignità umana e cristiana, come ha modo di constatare ogni giorno nel suo ministero il Sacerdote dei poveri. E d’altro canto, il più eminente fra gli uomini nella Messa apprende il dovere della sua posizione: in nessun luogo più e meglio che dinanzi all’altare di Dio gli uomini sono veramente fratelli e liberi, uniti, indipendenti e consci dei loro diritti reciproci. Per essa si rivela a tutti, piccoli e grandi, ignoranti e dotti, sciocchi e saggi, una visione nuova della vita; per essa sono tutti animati da nuovo coraggio e spinti ad accettare la verità pura anziché 1’apparenza o la convenzione o una falsa sapienza, a vivere una vita fatta di realtà più alte di quelle del mondo, una vita apparentemente semplice, in sostanza eroica. La Messa, con l’orizzonte sconfinato che ci scopre dinanzi, solleva le anime generose alle vette dell’unione mistica; in una parola, è attraverso la Messa, più che per ogni altro canale, che scorrono e si riversano sul mondo le acque salutari della Redenzione.

LA GRAZIA E LA GLORIA (45)

LA GRAZIA E LA GLORIA (45)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO III

La natura della visione beatifica. Il principio: l’essenza divina, la forma intellegibile; la luce della gloria.

1. – È attraverso la considerazione delle cose che rientrano nell’ambito della nostra conoscenza attuale che possiamo arrivare, per analogia, all’intelligenza delle realtà eterne. Perciò, per arrivare ad un’idea meno imperfetta dell’intuizione di Dio, nostra eredità e nostra gloria, diamo un’occhiata alla visione che più di tutte è alla nostra portata, cioè la visione sensibile di cui è capace il nostro occhio, intendo la visione sensibile di cui il nostro occhio è lo strumento. Cosa mi serve per vedere questo o quell’oggetto, ad esempio quest’albero? Due cose sono ugualmente necessarie: un organo vivente e la presenza luminosa dell’oggetto nell’organo. Che l’albero si riproduca attraverso la sua immagine sulla retina e si unisca all’organo; se l’organo stesso non è animato, se la facoltà di vedere si spegnein esso, non c’è visione. Non esiste nemmeno una visione con un organo perfettamente sano, con una facoltà nella pienezza della sua vita, finché l’oggetto rimanga estraneo ad esso. – Ora, ciò che abbiamo visto nella conoscenza sensibile, viene riprodotta per l’intuizione intellettuale. Datemi l’intelligenza più potente e libera nel suo esercizio, e tutto mi sarà oscuro, qualora alcun oggetto non abbia un’esistenza ideale nella mia facoltà di conoscenza. Supponiamo, invece, che un’intelligenza immersa, per così dire, nella luce, qualora manchi di una delle condizioni necessarie per entrare in azione, rimanga impotente a contemplare la verità che la penetra. Diciamo dunque in una parola, che la legge generale della conoscenza, comporta due elementi assolutamente essenziali: primo, una facoltà di conoscenza proporzionale all’oggetto; in secondo luogo, la presenza o l’unione dello stesso oggetto con la potenza che deve rappresentarlo.  Questo è ciò che l’Angelo della Scuola ha espresso molto felicemente quando dice: « Per costituire pienamente in noi il principio di ogni visione, ci deve essere la facoltà di vedere e l’unione dell’oggetto visibile con questa facoltà; infatti non c’è atto di visione senza che la cosa vista sia in qualche modo nel soggetto che la contempli » (S. Thom:; I p. q. 12, a. 2).Notiamo questa espressione generale: “in un certo modo”, quodammodo. Questo perché non tutti gli oggetti della conoscenza sono anche nel soggetto che li conosce. Io sono consapevole dei miei pensieri e dei miei giudizi: essi sono in me da se stessi e nella loro realtà. Io mi rappresento un oggetto distinto da me; che questo oggetto sia spirito o corpo, esso è in me, non con la sua sostanza, ma per l’immagine intellegibile dalla sua sostanza, per l’immagine intelligibile che me ne formo, grazie ai materiali fornitimi dalla conoscenza sensibile. – Non è possibile in questa sede spiegare nel dettaglio il complesso fenomeno della nostra attività intellettuale. Ma ciò che è importante notare è che l’oggetto, sia di per sé che per la sua somiglianza nella potenza del conoscere, svolge il ruolo di forma, in quanto la perfeziona, la completae ne determina l’operazione che deve compiere (« Effectus similatur causæ secundum formam suam. Forma intellectus ext res intellecta. Et ideo verbum quod oritur ab intellectu, est simililudo rei iulellectæ, sive sit idem quod intellectus, sive illud ». S. Thom. de Pot, q. 8, a. 1). Molto prima del Dottore Angelico, Sant’Agostino aveva esposto la stessa dottrina nella sua opera immortale sulla Trinità. « È evidente – egli scriveva – che ogni oggetto della nostra conoscenza cooperi a generare in noi la conoscenza che ne abbiamo: perché ogni conoscenza procede sia dal conoscente che dal conosciuto » (S. August., de Trinit., LIX, c. 46).È a quest’ultimo che appartiene la fecondazione dell’intelligenza, che senza di essa rimarrebbe sterile. È per questo che il grande Dottore, considerando l’intelligenza come quel tesoro di immagini che rappresentano in essa i diversi oggetti della conoscenza una volta acquisiti, la chiama una « memoria feconda »; ed è anche per questo che, parlando delle nostre idee, si usano le parole di parto dello spirito e di frutti dell’intelligenza « partus mentis, proles intelleclus » ricorrono così frequentemente nei suoi scritti. Questo, dunque, deve essere il principio successivo della nostra visione, se siamo chiamati a contemplare Dio faccia a faccia, come Lui contempla se stesso: una potenza vivente che è in grado di fissare il suo sguardo su questo sole risplendente di ogni verità, e Dio presente in questa potenza per fecondarla, attuarla e determinarla a vederlo come è in se stesso. Come avviene questa duplice elevazione dell’intelligenza creata? È questa la questione che cercheremo di risolvere, sostenuta da un lato dai dati della fede e dall’altro dalle conclusioni della sana teologia.

2. Cominciamo dalla presenza intelligibile di Dio nell’anima che deve contemplarlo nella sua gloria. Sappiamo che Dio è presente ad ogni creatura e sappiamo che, oltre a questa presenza comune, è unito in modo incomparabilmente più intimo alle anime che sono sue per la grazia e l’amore. Ma per quanto sia unito a queste creature privilegiate, non lo è in modo tale da rendersi immediatamente intelligibile per loro. Finché esse sono rivestiti della nostra mortalità, lo conoscono, ma attraverso le ombre della fede, nello specchio delle creature. – Come farà a diventare così presente in loro da essere loro intelligibile in se stesso, e perché la sua luce inaccessibile cada come un oggetto immediato davanti ai loro occhi? Basterà che Egli produca nelle profondità della mente un’immagine di se stesso, analoga a quelle che ci danno la conoscenza degli oggetti distinti dai nostri atti e da noi stessi? Questa è stata il sentimento di alcuni dottori; ma tutti i grandi maestri della scienza sacra sono unanimi nel respingere questa ipotesi. San Tommaso d’Aquino riassume in poche righe, nella Summa Theologica, le principali ragioni che lo portano a rifiutare qualsiasi fecondazione per immagine, quando si tratta della visione di Dio (Se un lettore volesse approfondire queste ragioni in tutto il loro sviluppo, potrebbe consultare S. Tommaso, 1 p., q. 12, a. 2; Supplem, q. 92, 9 a. 1; compend. Theol, 1a p. c. 105; 2° p., c. 9; de Verit. 1, ecc.). – Ecco la sostanza. Per quanto riguarda l’unione dell’oggetto con la facoltà che deve raggiungere l’essenza divina, nessuna somiglianza creata, nessuna immagine finita potrebbe bastare. La prima ragione è che nulla può essere conosciuto così com’è in sé da rappresentazioni di ordine inferiore. Così insegna giustamente Dionigi l’Areopagita nel suo trattato sui Nomi divini (Dionys: de divin, Nomin., c. 1, § 1. P. Gr., t, 3. p. 588.). Chi dirà mai che l’immagine di un corpo possa portarci alla piena conoscenza delle cose immateriali, considerate nella loro essenza? Essendo Dio incomparabilmente più elevato per natura di qualsiasi essere creato, di quanto lo sia un puro spirito al di sopra di un essere materiale, ne consegue chiaramente che nessuna similitudine creata sia in grado di rivelarci chiaramente la sua essenza. – Inoltre, questa essenza divina è l’Essere stesso: un privilegio incomunicabile a qualsiasi natura uscita dal nulla, poiché diventando puro essere sarebbe Dio. Ora, come potrebbe ciò che non è l’essere rappresentare l’Essere, non come si mostra imperfettamente a noi nelle fattezze delle creature, ma nella sua stessa sostanza, e tale come è nell’infinita purezza della sua natura? Infine, che cos’è l’Essenza divina, se non l’abisso infinito dell’Essere, un oceano senza sponde e senza fondo, che contiene in modo sovraordinato tutta la bellezza, tutta la perfezione, tutta la realtà possibile? Ora, una forma creata, per quanto perfetta la si possa immaginare, è necessariamente limitata nella sua virtù rappresentativa, poiché è limitata nel suo essere. Avrete, se volete, immagini distinte della giustizia, della sapienza e delle altre perfezioni che scaturiscono da Dio; ma una rappresentazione di questa perfezione sovrana, in cui tutti gli splendori dell’essere si identificano in un’unità molto semplice e indivisibile, nulla di creato potrà mai darla. – Se nessuna immagine può essere la forma intelligibile che rende Dio presente alla mente creata, cosa resta se non che Dio stesso si unisca alle nostre intelligenze, e che sia in esse ciò che è eminentemente per sé il principio fecondo e formale della visione beatifica? E questo è ciò che si degnerà di fare per i suoi eletti. Questa essenza, che è la pienezza della verità, penetrerà, per così dire, fin nelle più intime profondità del nostro intelletto e, attraverso questa meravigliosa unione, realizzerà pienamente la parola del profeta: « in lume tuo videbimus lumen, nella tua luce, o Dio, vedremo la tua luce » (Sal. XXXV, 10). – Allora capiremo anche il testo profondo dell’amato Apostolo: « Saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è in se stesso ». L’intelligenza, per conoscere il suo oggetto, deve assimilarsi ad esso, così che la misura dell’assimilazione sia anche la misura della perfezione della conoscenza. Vedere Dio, quindi, non in quel modo imperfetto che il nostro stato di infanzia può rivendicare, ma con un’intuizione modellata, per così dire, su quella di Dio, il che significa diventare come Lui, poiché Egli deve diventare incomparabilmente più simile, poiché deve essere Lui stesso in noi come la forma vivente ed il complemento luminoso del nostro essere intellettuale. – Non chiedetemi come si possa realizzare questa unione della luce sostanziale con l’intelligenza creata. Ci basta aver dimostrato che sia assolutamente necessario per concepire la visione che ci viene promessa. Inoltre, per quanto misteriosa possa essere in sé, la ragione non ha nulla nei suoi principi che ci obblighi a rifiutarla. Nessun’altra sostanza, è vero, anche se si tratta di uno spirito puro come quello degli Angeli, è in grado di fornire un’immagine di sé. Nessun’altra sostanza, è vero, anche se si tratta di un puro spirito come gli Angeli, può unirsi immediatamente all’intelligenza creata, in modo tale da diventare il principio determinante di una conoscenza di cui essa stessa sarebbe l’oggetto; ma altra è la condizione dell’Essenza divina, altra è la condizione della creatura. Solo quella è puramente luce e puramente verità, tutta la luce e tutta la verità, mentre la creatura partecipa alla luce ma non è Luce, partecipa alla verità ma non è la Verità, così come partecipa all’Essere e non è l’essere per essenza. Anche se, dunque, la sostanza creata è radicalmente impotente a svolgere il ruolo di forma intelligibile in qualsiasi intelligenza che non sia la sua, non ne consegue che abbiamo il diritto di attribuire la stessa impotenza alla sostanza increata: perché ciò che sarebbe un ostacolo per la prima non lo è lo più per la seconda. – Un’analogia proposta dall’Angelo della Scuola ci aiuterà forse a capire questo. Vedete – egli dice – l’anima umana: sebbene abbia una natura propria e sussista da sola, nulla le impedisce di unirsi alla materia per costituire con essa un unico e medesimo essere, un unico e medesimo principio di vita, perché è forma e nient’altro che forma. Ma il composto che risulta dall’unione non può in alcun modo diventare a sua volta l’elemento formale di un altro essere; e la causa di ciò sta nella sua materialità. Così, nell’ordine della conoscenza, può convenire a Dio, la verità pura, essere la forma ideale di uno spirito creato, per quanto questo ruolo sia incompatibile con un’essenza che non è di per sé né la verità né il centro da cui scaturisce ogni luce intellettuale (S. Thom, Gent, L. III, c. 51). – Il lettore mi sarà grato di mettergli ancora una volta davanti agli occhi l’insegnamento di S. Francesco di Sales. « Quando guardiamo una cosa – dice questo grande e santo Dottore – anche se è presente per noi, non è, non si unisce ai nostri occhi, ma invia loro solo una certa rappresentazione o immagine di sé che è chiamata specie sensibile, per mezzo della quale vediamo. E quando contempliamo qualcosa, nemmeno ciò che ascoltiamo si unisce alla nostra comprensione, se non per mezzo di un’altra rappresentazione e immagine molto delicata e spirituale che si chiama specie intelligibile. Noi vediamo e sentiamo così, tutto ciò che vediamo o sentiamo in questa vita mortale, ivi comprese le cose della fede… Ma in cielo, ah! mio Dio, qual favore! La divinità si unirà alla nostra comprensione, senza alcun tipo di intermediario o rappresentazione… O vero Dio! Quanto è dolce per la mente umana essere unita per sempre al suo oggetto sovrano, ricevendo non la sua rappresentazione, ma la sua presenza; non un’immagine o una specie, ma l’Essenza stessa della sua divina verità e maestà… in modo che la sostanza eterna serva da specie, oltre che da oggetto, alla nostra comprensione. – « Felicità infinita, Teotimo; e che non solo ci è stata promessa, ma ne abbiamo una caparra nel sacratissimo Sacramento dell’Eucaristia, il banchetto perpetuo della grazia divina, perché in esso riceviamo il sangue del Salvatore nella sua carne, e il suo sangue; il suo sangue che ci viene applicato con la sua carne, la sua sostanza attraverso la sua sostanza alla nostra bocca corporea, affinché sappiamo che Egli ci applicherà così la sua Essenza divina nel banchetto eterno della gloria. È vero che qui questo favore ci viene realmente fatto, ma sotto la copertura delle specie o apparenze sacramentali, laddove in cielo la divinità si donerà a noi allo scoperto, e noi la vedremo faccia a faccia così com’è » (S. Franç. de Sales, Traité de l’amour de Dieu, L. III, c. 11). – E ciò che è ancora più ammirevole è che l’intelligenza, una volta consumato questo matrimonio interamente spirituale con la Luce sostanziale che lo penetra, non ha più bisogno di specie intelligibili ed immagini finite per contemplare il mondo degli esseri creati, oggetto secondario della visione beata. Dio, vedendo se stesso, conosce con lo stesso atto ogni creatura distinta da sé, sia essa esistente o solo possibile. Non è questo il momento di dimostrarlo: ma se c’è un fatto certo è che la conoscenza che l’Intelligenza divina ha degli esseri creati non richiede né presuppone in essa come principio alcuna forma particolare che li rappresenti; la stessa perfetta semplicità dell’Essere divino si oppone, come una barriera insormontabile, a ciò che non sarebbe più una perfezione, ma la degradazione della sua natura (S. Thom. c. Gent., L, I, c. 51-52). – Eppure, la legge di ogni conoscenza richiede che nulla possa essere conosciuto se non è presente, per se stesso o per la sua somiglianza, nella facoltà che deve conoscerlo e concepirlo. – A chi dobbiamo chiedere la spiegazione di questo mistero? All’infinita perfezione dell’Essenza divina. Ogni essere, a parte Dio, è per sua natura un’imitazione più o meno perfetta, un’irradiazione più o meno pura di quella pienezza dell’Essere a cui tutto partecipa, tutto tranne il nulla. Ne consegue che, essendo l’Essenza divina davanti allo sguardo di Dio, non solo come l’abisso senza fondo delle perfezioni increate, ma anche come il prototipo e l’esemplare di tutta la realtà finita, Dio conosce con un solo atto e nell’esemplare tutto ciò che gli assomiglia in diversi gradi. La sua stessa essenza è dunque per Dio la forma intelligibile, infinitamente una, con la quale, contemplando se stesso nella sua gloria, vede con uno sguardo unico e sempre immutabile, e le sue infinite perfezioni, e quell’universalità di esseri che non sono, né possono essere, se non nella misura in cui lo rappresentano per qualche lato. – Queste spiegazioni ci porteranno alla comprensione di una formula che ricorre spesso nei trattati dei nostri teologi scolastici. Dio – essi dicono – vede se stesso in se stesso; quanto agli altri esseri, non li vede in se stessi, ma nella propria essenza. Ciò significa che di essi non conosce che l’essere che essi hanno in Lui? No, senza dubbio: perché Egli vede tutto ciò che sono e tutto ciò che hanno, al di fuori della loro fonte primaria, cioè al di fuori di Dio. Vedere una cosa in sé stessa vuol dire vederla nella sua specie o forma intelligibile; vederla in un’altra è anche conoscerla, ma per la forma o immagine dell’oggetto in cui è vista. Pertanto, poiché l’Essenza divina è per Dio la forma unica, in virtù della quale conosce tutto ciò che cade sotto lo sguardo della sua intelligenza, è vero dire che vede se stesso in se stesso, e che vede il resto in se stesso (S. Thom., c. Gent;: L. 1. C. 53-55: 1 p., q. 14, a. 5 e 6). – Pertanto, anche noi, vedendo Dio, la Verità sovrana, in se stesso, vedremo tutto in Lui. Perché? Perché questa stessa Essenza divina che, non essendo che una e medesima cosa con l’intelligenza di Dio, fa che essa sia l’infinita comprensione di tutta la verità, diventerà per la più ineffabile delle unioni la forma ideale della nostra stessa intelligenza; non una forma ridotta, ma una forma sussistente, archetipo e modello di ogni partecipazione creata dall’Essere infinitamente perfetto. « Così – dice l’Angelo della Scuola – nell’intelligenza creata che vede Dio si realizza la condizione di ogni conoscenza, cioè l’assimilazione del soggetto conoscente all’oggetto conosciuto. Infatti, le somiglianze delle cose preesistono nel loro archetipo, l’Essenza divina, alla quale questa intelligenza è unita. (S. Thom., 1 p., q. 12, a. 9).

3. – Dopo aver studiato come Dio si unisca all’intelligenza della sua creatura per diventare oggetto della contemplazione beatifica, ci resta da considerare questo potere stesso. Le sue forze native sono sufficienti; o se ha bisogno di qualche miglioramento, è sufficiente quello che ha ricevuto dalla fede? No, né la ragione né la fede hanno il potere di elevarci a quella visione sublime in cui Dio sarà in sé e nella sua stessa essenza la meta immediata della nostra intuizione. Ho già mostrato che su questo punto è presente la radicale impotenza della natura (L. II, c. 2.). Ho solo una parola da dire sulla fede: è che, pur aprendo davanti a noi orizzonti nuovi e radiosi, non cambia il nostro modo naturale di pensare e di concepire. Pertanto, laddove le energie naturali dell’uomo sarebbero assolutamente impotenti, l’aiuto che essa ci dà non può supplire all’incapacità della sola ragione. La fede ci fa credere e noi dobbiamo vedere ciò che crediamo. Le Sacre Scritture ci avvertono che la fede non rimane (1 Cor. XIII). Essa è la conoscenza imperfetta della via, non è la luce che ci è riservata per il termine. – Che cosa serve dunque all’intelligenza, se la virtù naturale della ragione, se la chiarezza soprannaturale della fede, non è in grado di portare i nostri occhi a queste misteriose altezze? La teologia risponde: la luce della gloria, cioè una forza intellettuale di ordine superiore, che corrisponde alla forma divina con cui lo spirito dell’uomo deve contemplare il suo Dio (S. Thom., 1 p., q. 12, a.5). Ascoltiamo ancora una volta gli insegnamenti del Maestro. « È impossibile – egli ci dice – che un essere si elevi ad operazioni superiori alle sue, se prima non riceva un supplemento di forza e di virtù. – Questa aggiunta può derivare, è vero, da un semplice aumento di intensità della sua energia primaria. Così il calore, per il fatto stesso di diventare più intenso, produce effetti sempre più violenti. Ma, osserviamo bene, questi effetti, per quanto grandi possano essere, non cambiano di natura e sono sempre dello stesso tipo. Se si vogliono ottenere effetti positivi di ordine incomparabilmente superiore, non è più solo la stessa forza, resa più intensa, che si debba applicare; è una virtù che si deve aggiungere all’energia primitiva. Nessun corpo sarà coronato da un’aureola luminosa se il sole non verrà a inondarlo con i suoi raggi. Ora, la virtù naturale dell’intelligenza è assolutamente impotente a vedere Dio faccia a faccia. Perciò essa ha bisogno di ricevere un complemento di luce intellettuale; e questo complemento deve essere di natura eminentemente superiore, poiché la ragione ultima della sua impotenza risiede nell’essenza stessa della sua virtù nativa » (S. Thom, c. Gent., L. III, c. 53; S. Franc. de Sales, Traité de l’amour de Dieu, L. III, c. 14). – Questo indispensabile complemento è ciò che i teologi hanno convenuto di chiamare luce di gloria: luce perché dissipa le nostre tenebre originarie e ci rende visibile Dio; luce di gloria perché vedere Dio è la gloria della creatura prima ancora che di Dio. – Questa prova è perentoria, ma ce ne sono altre che non di meno e certamente portano alla stessa conclusione. Ricordiamo che la visione beatifica presuppone, come elemento necessario, un’unione molto speciale dell’intelligenza con la Luce increata, principio e termine di questa visione. Ora la stessa unione, lungi dal rendere vana la luce della gloria, non può essere spiegata senza di essa. Infatti, due cose che non sono state unite non possono essere intimamente legate l’una all’altra, senza che almeno una di esse subisca un qualche cambiamento. Questo principio è abbastanza chiaro di per sé. Inoltre, l’abbiamo già utilizzato per dimostrare che la dimora dello Spirito Santo nei giusti non va senza una trasformazione soprannaturale delle anime che Egli benedice con la sua presenza. Se, dunque, nessuna intelligenza creata può aspirare alla visione di Dio, senza che l’essenza divina sia in essa come forma infinitamente intelligibile che la avvolge e la penetra, ci deve essere una modificazione da parte della creatura: perché la stabilità immutabile della natura divina si oppone a qualsiasi idea di cambiamento di cui diventerebbe oggetto. Ora, questa trasformazione dell’intelligenza umana, dove la troveremo, se la luce della gloria, invece di essere una realtà, sia solo una parola vana? – Aggiungiamo una terza ed ultima prova. L’Essenza divina è una forma intelligibile che, per sua natura, è così propria dell’intelligenza di Dio da non avere alcuna proporzione con essa: perché in Dio queste tre cose, l’intelligenza che conosce, l’oggetto che è conosciuto ed il principio formale da cui la conoscenza procede, sono una sola e medesima cosa, senza divisione o distinzione. Come potrebbe la stessa forma intelligibile diventare la forma di un’intelligenza creata, se questa intelligenza non ricevesse in sé una partecipazione più profonda e sublime dall’intelligenza a cui questa forma è naturalmente propria? Quindi, ancora una volta, è necessario, per la visione beatifica, che l’intelligenza creata sia resa ad immagine dell’intelligenza increata mediante un’assimilazione che superi in eccellenza ogni altra luce intellettuale, sia che provenga dalla natura, come la ragione, sia che provenga dalla grazia come la fede (S. Thom., Gent., vol. III, c. 53). La luce della gloria ha quindi due funzioni che si completano e si richiamano a vicenda: da un lato, è il legame necessario tra l’anima del veggente e la luce divina che la feconda; dall’altro, è una capacità aggiuntiva che dà l’attitudine necessaria a contemplare l’infinito splendore, presente in ciascuno degli eletti. Confesso che questa dottrina non è di fede in ogni dettaglio. Ciò che ogni Cattolico debba credere, perché la Chiesa, illuminata dalla rivelazione, lo ha solennemente definito, « è che l’anima umana ha bisogno della luce della gloria per elevarsi alla visione di Dio e per goderlo nella beatitudine » (Concil. Viennens. Damnat. error. Beguardorum… prop. 5). Per quanto riguarda la determinazione più esplicita e precisa di questa elevazione soprannaturale, questa è, in misura maggiore o minore, una questione di scienza teologica. Una cosa è certa: le stesse ragioni che provano l’esistenza di virtù infuse, anteriori agli atti meritori, dimostrano la necessità di una simile elevazione per l’intelligenza, ammessa alla contemplazione della bellezza eterna. Né l’analogia tra la natura e la fede, né la perfezione dello stato, richiesta per la beatitudine, ci permettono di immaginare una luce di gloria che non istituisca nell’anima alcun principio reale e permanente dell’operazione divina (S. Thom.; 2. 2., q. 175, a. 3 ad 2; de Verit., q. 20, a. 2; q. 13 ad 2 ecc.). Non credo che ci sia nulla nei Padri che ci obblighi a dubitare di queste verità. È vero che essi non parlano espressamente di questo principio creato che abbiamo chiamato luce della gloria. Questa è l’osservazione di Petau (Petav., de Theolog. dogmat., t. 1, de Deo, L. VII, c. 8, n. 3); ma bisogna riconoscere che tutti richiedono nel beato una virtù superiore alle forze naturali, come questo grande teologo concede e dimostra negli stessi testi. Che poi il nome di luce della gloria si applichi o all’Essenza divina che si unisce all’intelligenza come sua forma ideale, o alla virtù creata che rafforza l’intelligenza stessa, è una mera disputa di parole, purché si sia d’accordo sulla sostanza della dottrina. – Non mi sembra neppure che si possa attaccare la teoria di San Tommaso, di San Francesco di Sales e degli Scolastici in nome dei testi accumulati dal dotto Thomassin (Thomass. De Deo, L. V, c. 16). Secondo lui, la dottrina dei Padri si riassumerebbe in due affermazioni principali. In primo luogo, la forma intelligibile che rende visibile Dio all’anima beata è il Verbo; da qui la nota espressione: « Vedere nel Verbo ». In secondo luogo, la luce della gloria non è altro che lo Spirito Santo, che è unito molto strettamente alla mente del veggente. Così, è attraverso Dio che Dio viene visto, perché lo Spirito Santo è la potenza attraverso la quale viene visto, e il Figlio è la specie nella quale viene visto” (in un’appendice speciale sul verbo nella visione beatifica, diremo cosa si può intendere con queste parole: « vedere Dio nel Verbo »). Queste due affermazioni, dico, anche supponendo che esprimano bene il pensiero dei Padri a cui Thomassin le attribuisce, non vanno in alcun modo contro la nostra dottrina. Se ne sarà pienamente convinti, se ricordiamo i caratteri ipostatici del Figlio e dello Spirito Santo e le leggi di appropriazione. – Poiché il Figlio procede per via di intelligenza, come Verbo, e quindi come luce e verità, cosa c’è di più naturale che attribuire al Figlio ciò che è appropriato all’Essenza divina, in quanto Luce e Verità? Inoltre, che cos’è il Verbo se non l’immagine, la somiglianza, il volto, la parola, la manifestazione viva e sostanziale di Dio? Così, c’è un nuovo titolo per il ruolo di immagine e la funzione di forma ideale che la divinità ricopre nella visione beatifica, da appropriarsi a Lui, piuttosto che al Padre o allo Spirito Santo. D’altra parte, non dobbiamo forse vedere nel Principio superiore di attività che deve elevare l’intelligenza e renderla adatta alla contemplazione di Dio, la perfezione suprema e finale della creatura ragionevole, il dono per eccellenza che viene fatto all’uomo, la causa prossima della sua unione beata con Dio? Ora, se non sbaglio, è proprio questo il carattere degli effetti divini che attribuiamo singolarmente a Colui che si manifesta come il complemento della Trinità, il Dono personale, l’Unione del Padre e del Figlio, cioè allo Spirito Santo. – Leggo nel Vangelo: « Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e coloro ai quali il Figlio ha voluto rivelarlo » (Mt X, 27). E ancora: « Chi mi ama sarà amato dal Padre mio ». E ancora: « Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e Io lo amerò e mi manifesterò a lui » (Gv. XIV, 21). Bisognerà concludere che questa rivelazione che ci viene fatta dal Padre e dal Figlio, sia l’opera esclusivamente personale del Figlio unico? Niente affatto, perché leggo altrove: « Nessuno conosce ciò che è in Dio se non lo Spirito di Dio; e noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che è di Dio, per conoscere i doni che Dio ci ha fatto » (1 Cor., II, 11-12). È sempre la stessa legge di appropriazione, attraverso la quale tutto si chiarisce e si riconcilia nell’unità armoniosa di una verità totale. – Un errore che non posso passare del tutto sotto silenzio consisterebbe nel supporre, come alcuni sembrano aver fatto in passato, che la luce della gloria sia la visione di Dio stesso, che è diventata, non so per qual influsso, la visione stessa della creatura. Chimere di menti sbagliate che non meritano di essere confutate. Perché non è forse follia lusingarsi di vedere con un atto che non sia nostro? Se non c’è altra visione che quella di Dio, diresti cento volte che essa non è comunicata; non è questo un atto in cui trovo la mia stessa vita: quindi, per quanto perfetta possa essere la visione divina, mi lascia nelle tenebre. Rispondereste che, se la visione divina non è vostra, ne avete la coscienza e che con questa coscienza entrate in possesso del suo oggetto? Si tratterebbe comunque di un’illusione manifesta: perché ciò che cade sotto l’occhio della vostra coscienza sono i vostri atti e non quelli degli altri. Chiunque volesse andare a fondo di tali teorie vi troverebbe presto il panteismo come corollario o principio; e questa ragione da sola è sufficiente perché esse siano universalmente bandite da ogni scuola e libro cattolico. Ma questo è sufficiente per parlare del principio prossimo della visione beatifica. È giunto il momento di studiarne esplicitamente l’oggetto e le operazioni.

(Vale la pena di citare il testo seguente, molto adatto a chiarire molte delle idee contenute in questo terzo capitolo. « Oportet nunc considerare et intelligere: quis sit modus videndi Deum per essentiam. In omni siquidem vision oportet ponere aliquid quo videns visum videat. Et hoc est vel essentia ipsius visi, sicut Cum Deus cognoscit seipsum, vel aliqua similitudo ejus, sicut cum homo videt lapidem. Et hoc ideo quia ex intelligente et intelligibili oportet aliquo modo fieri in intelligendo unum. Non autem potest dici quod essentia divina videatur ab aliquo intellectu creato per aliquam similitudinem…. Omnis enim similitudo divinæ essentiæ in intellectu recepta non potest habere aliquam convenientiam cum essentia divina, nisi analogice tantum. Et ideo cognitio quæ esset per talem similitudinem, non esset ipsius Dei per essentiam, sed multo imperfectior quam si cognosceretur substantia per similitudinem accidentis. Restat ergo ut illud quo intellectus creatus Deum per essentiam videt, sit essentia divina. Non auteun oportet quod ipsa essentia intellectus ipsius, quod se habeat ad ipsum ut forma. » – S. Thom. De Verit. D. 8, a. 1).

LA GRAZIA E LA GLORIA (46)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV – “ALLATAE SUNT” (1)

Questa lunga lettera Enciclica del Sommo Pontefice Benedetto XIV, fu scritta per regolare i rapporti fra le consuetudini ed i riti orientali ed occidentali all’interno della Chiesa Cattolica, per armonizzare le condotte dei pastori dei fedeli dell’una e dell’altra parte in modo da rispettare le consuetudini proprie, approvate già dalla Santa Sede, senza alterare minimamente i principii fondamentali della fede cattolica. Trattasi di un documento ben articolato e ricco di particolarità storiche e dottrinali, …fra l’altro, autorizza i Siriaci e gli Armeni che assistono alle cerimonie religiose nelle Chiese latine a conservare i loro riti; nega ai Missionari la facoltà di dispensarli dall’astinenza dai pesci in tempo di digiuno; precisa quando è permessa la Comunione sotto le due specie; illustra l’origine e l’intangibilità del Sanctus Deus, Sanctus Fortis, Sanctus Immortalis, miserere nobis; ribadisce quale dogma di fede la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque); indica le regole cui devono attenersi i Missionari che cercano di portare gli Orientali e i Greci all’unione e alla fede cattolica dallo scisma e dagli errori; raccomanda infine l’adozione del Calendario Gregoriano. Questo è l’esempio del vero ecumenismo, portare tutti nell’unico ovile di Cristo sotto un solo Pastore, nulla a che vedere con gli apostati usurpanti posconciliari, gli adoratori delle pachamame e dello sterco di vacca indiana. Abbiamo diviso, per la sua lunghezza, in due parti la lettera per consentirne un maggiore approfondimento e goderne l’interessante prezioso contenuto.

Benedetto XIV
Allatæ sunt (1)

1. È giunta alla Congregazione dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa preposti agli affari di Propaganda Fide la lettera di un Sacerdote assegnato come missionario alla città di Balsera, che comunemente chiamano Bassora, che dista da Babilonia quindici giorni di viaggio e che è celeberrima dal punto di vista commerciale. In tale lettera credette opportuno esporre che in quella città risiedevano molti cattolici di rito orientale, cioè Armeni o Siriani che, mancando di una loro Chiesa specifica, si recano nella chiesa dei missionari latini dove i loro Sacerdoti offrono il Santo Sacrificio secondo i loro riti particolari e compiono altre sacre cerimonie. I laici intervengono a questi sacrifici e ricevono i Sacramenti dai medesimi Sacerdoti. Per cui colse l’occasione per chiedere se i predetti Armeni e Siriani debbono osservare il loro rito o se si debba togliere la varietà nella stessa Chiesa, nella quale anche i Latini, come abbiamo detto, si radunano e non sembri più logico che Armeni e Siriani, lasciato il vecchio calendario, abbraccino quello nuovo nelle questioni che riguardano i tempi della solennità pasquale e della Comunione annuale, come pure della Quaresima e i giorni delle feste, sia mobili, sia immobili. Andando oltre, poiché ai predetti Armeni di Balsera e ai Siriani si comanda di osservare il nuovo calendario, chiese se ciò si deve prescrivere anche agli altri Orientali che hanno un tempio particolare ma così angusto che è ritenuto inidoneo ad ospitare le sacre funzioni in modo decoroso, così che per lo più si recano nella Chiesa dei Latini.

2. Inoltre lo stesso Missionario sottopose alla predetta Congregazione perché – mentre ai Cattolici Orientali Armeni e Siriani viene comandato, nei giorni di digiuno, di astenersi dai pesci – vi sono parecchi tra di loro che non osservano affatto ciò, spinti da un certo disprezzo, ma in parte trascinati dalla fragilità della natura, in parte dal fatto che vedono che i cattolici latini hanno un’altra tradizione: perciò non sembri strano se si dà al Missionario la facoltà di permettere, non a tutti, ma in particolare a questi o a quelli, di usare il pesce in tempo di digiuno, in modo che non nasca scandalo alcuno e siano obbligati a fare altra opera di pietà in luogo dell’astinenza dai pesci.

3. Questi quesiti, come abbiamo detto, furono sottoposti dal suddetto Missionario alla Congregazione di Propaganda Fide che, secondo il costume, rimise la stessa cosa da esaminare all’altra Congregazione generale dell’Inquisizione. Questa si riunì davanti a Noi il 13 marzo del corrente 1755 e con il consenso unanime dei Cardinali fu risposto che “nulla doveva essere innovato“. Ciò Noi stessi abbiamo confermato con la Nostra autorità, spinti soprattutto dal Decreto in altri tempi emanato dalla predetta Congregazione di Propaganda Fide il 31 gennaio 1702, che poi fu confermato e rinnovato non una volta sola ed è di questo tenore: “Referente R. P. D. Carlo Agostino Fabrono, Segretario, la Sacra Congregazione ordinò di comandare, come col presente decreto si comanda, a tutti e ai singoli prefetti di Missioni apostoliche e ai Missionari, che nessuno di essi in seguito, per qualunque occasione o con qualunque pretesto, osi dispensare i cattolici di qualunque Nazione Orientale da digiuni, orazioni, cerimonie e simili prescritti dal Rito proprio delle stesse Nazioni, e approvati dalla Santa Sede Apostolica. Inoltre la stessa Sacra Congregazione stabilì che non era lecito né è lecito ai predetti Cattolici allontanarsi dalla consuetudine e dall’osservanza del proprio Rito, approvato, come sopra, dalla Santa Chiesa Romana. Tale decreto, così confermato e rinnovato, gli stessi Eminentissimi Padri comandarono si dovesse osservare per intero e senza alcuna esitazione da tutti e singoli i suddetti Prefetti e Missionari“. Tale decreto riguarda i cattolici della Chiesa Orientale e i loro Riti approvati dalla Sede Apostolica. A tutti è noto che la Chiesa Orientale consta di quattro Riti: il greco, l’armeno, il siriaco e il copto, i quali Riti si intendono tutti compresi nell’unico nome di Chiesa Greca o Orientale, così come sotto il nome di Chiesa Latina Romana si comprendono il Rito Romano, Ambrosiano, Mozarabico e i vari Riti particolari degli Ordini Regolari.

4. È così chiaro il senso del decreto che non ha bisogno di alcuna spiegazione, per cui questa Nostra Lettera Enciclica ha lo scopo che questa legge sia conosciuta da tutti, per essere osservata con maggiore diligenza. Giustamente si può dubitare infatti che le questioni proposte dal Missionario di Balsera dipendano dalla ignoranza dei decreti che già molto tempo prima furono emanati. Ma poiché da molti altri e frequenti indizi siamo indotti a ritenere che i Missionari latini mettano ogni cura e impegno in questo: per convertire gli Orientali dallo scisma e dall’errore all’unità e alla Santa Cattolica Religione, tolgono di mezzo il rito orientale o almeno lo indeboliscono e attirano i Cattolici Orientali ad abbracciare il rito latino, non per altra ragione, se non col desiderio di amplificare la Religione e di fare opera buona e gradita a Dio, perciò reputammo consentaneo (poiché ci siamo decisi a scrivere) con questa Nostra Enciclica, di comprendere nella forma più breve tutto ciò che, a parere di questa Sede Apostolica, devono tenere di norma gli Orientali tutte le volte che si convertono alla Religione Cattolica, e quello che si deve osservare coi Cattolici Orientali che sono nei luoghi dove non abitano Latini o i Cattolici Latini quando dimorano con gli Orientali Cattolici.

5. Per certo non si può ignorare quanto abbiano fatto i Romani Pontefici, fin dai primi tempi della Chiesa, per ridurre ad unità gli Orientali, dopo il funesto scisma di Fozio, che al tempo del Sommo Pontefice San Nicola I, allontanato con la forza Sant’Ignazio, patriarca legittimo, occupò la Sede di Costantinopoli. San Leone IX, Nostro predecessore, mandò i suoi ambasciatori a Costantinopoli per eliminare siffatto scisma, che, sopito per circa due secoli, Michele Cerulario aveva rinfocolato; ma i suoi tentativi caddero nel nulla. Successivamente, Urbano II invitò gli Orientali al Concilio di Bari ma ne ricavò poco frutto, quantunque Sant’Anselmo, arcivescovo di Canterbury, abbia messo ogni cura per conciliarli con la Chiesa Romana, ed abbia loro manifestato gli errori in cui si trovavano con la luminosità della propria dottrina. Nel Concilio di Lione che il beato Gregorio X aveva indetto, l’imperatore Michele Paleologo e i Vescovi greci abbracciarono l’unità della Chiesa Romana; ma poi, cambiato parere, si allontanarono nuovamente da essa. Nel Concilio di Firenze (sotto il Papa Eugenio IV), dove si erano recati Giovanni Paleologo e Giuseppe, patriarca di Costantinopoli, con gli altri Vescovi Orientali, fu stabilita l’Unione e accettata con la firma di ognuno. Nello stesso Concilio le Chiese degli Armeni e dei Giacobiti ritornarono all’obbedienza della Sede Apostolica; poi il Pontefice Eugenio, partito da Firenze per Roma, ricevette anche gli ambasciatori del Re degli Etiopi e ridusse all’obbedienza della Sede Romana i Siri, i Caldei e i Maroniti. Ma poiché, come si legge nel Vangelo di San Matteo, il seme che cade sulla pietra non reca alcun frutto, perché non ha dove mettere le radici: “Questi sono coloro che ricevono con gioia la parola di Dio, ma non hanno in sé radice: per cui quando vengono la tribolazione e la persecuzione a cagione della parola, subito si scandalizzano” (Mt 13,20-21), così appena Marco Arcivescovo di Efeso, come un nuovo Fozio, cercò di distruggere l’Unione e cominciò ad alzare la voce contro di essa, subito il frutto desiderato andò perduto completamente.

6. Inoltre si dimostrerebbe ignorante di storia chi non sapesse che l’unione con gli Orientali fu fatta e confermata in modo che si accettasse il dogma della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, così che ammettevano come lecita l’aggiunta della parola Filioque fatta nel Credo, e che il pane fermentato e l’azimo fossero materia dell’Eucaristia. Così abbracciarono il dogma del Purgatorio, della visione beatifica e del Primato del Romano Pontefice; in una sola parola, fu messa ogni cura per eliminare gli errori contrari alla Fede Cattolica, ma mai si fece sì che venisse alcun danno al venerabile Rito orientale. Ma anche chi ignorasse la presente disciplina della Chiesa, sulla quale non si fosse sufficientemente documentato, sappia che i Romani Pontefici, per nulla trattenuti dagl’insuccessi dei tempi passati, sempre pensarono di riportare i Greci all’Unione, come poco sopra abbiamo indicato: sempre insistettero e ancor oggi insistono, così come dalle loro parole e dai loro comportamenti chiaramente si comprende.

7. Nell’undicesimo secolo a Costantinopoli, ad Alessandria e nel Patriarcato Gerosolimitano si trovavano diverse Chiese latine, nelle quali si osservava il Rito latino, così come a Roma non mancavano Chiese greche nelle quali si celebravano i sacri Riti in Rito greco. Michele Cerulario, l’empio instauratore dello scisma, comandò di chiudere le Chiese latine. Invece Leone IX, Pontefice Romano, non restituì pan per focaccia, quantunque lo potesse fare con estrema facilità, e non chiuse a Roma i templi dei Greci, ma volle fossero aperti. Perciò, lamentandosi dell’ingiustizia compiuta contro i Latini, nella sua prima lettera, al cap. 9, così scrive: “Ecco, sotto questo aspetto, la Chiesa Romana quanto è più discreta, moderata e clemente di voi? Infatti, essendoci dentro e fuori Roma molti monasteri e Chiese dei Greci, nessuno di essi è turbato o gli è proibito seguire la tradizione avita o la specifica tradizione: ché anzi è persuaso ed esortato ad osservarle“.

8. All’inizio del secolo decimoterzo, avendo i Latini conquistato Costantinopoli e il Sommo Pontefice Innocenzo III avendo stabilito di istituire in quella città un Patriarca latino a cui obbedissero non solo i Latini, ma anche i Greci, tuttavia non dimenticò di dichiarare pubblicamente che egli non voleva interferire nei Riti greci, a meno che consuetudini da loro accolte costituissero un pericolo per le anime o fossero in contrasto con l’onestà della Chiesa. La decretale di questo Papa, data nel Concilio Lateranense IV, è riportata nel tomo VII della collezione dei Concili di Arduino, nel cap. Licet de Baptismo “Quantunque vogliamo eccitare i Greci ad obbedire e a ritornare alla Sede Apostolica, oggi vogliamo onorarli sostenendo, per quanto possiamo con l’aiuto di Dio, i loro costumi e i loro Riti, non vogliamo tuttavia sostenerli in quello che costituisce pericolo per le anime o deroga all’onestà della Chiesa“. Onorio III, poi, che successe subito a Innocenzo, usò le stesse parole quando scrisse al Re di Cipro che desiderava due Vescovi per alcune popolazioni del suo Regno, uno Latino per i Latini che colà abitavano, e l’altro Greco per i Greci che abitavano nei medesimi territori. Questa lettera di Onorio si legge stampata negli Annali di Rainaldo (Anno di Cristo 1222, n. 5).

9. Di documenti siffatti abbonda il secolo decimoterzo. A questo secolo appartiene la lettera di Innocenzo IV a Daniele, re di Russia, presso Rainaldo (Anno 1247, n. 29), il quale, lodando la speciale devozione del Re alla Chiesa Cattolica, concede che si conservino nel Regno stesso i Riti che non ripugnavano alla Fede della Chiesa Cattolica, così scrivendo: “Perciò, carissimo Figlio in Cristo, propensi alle tue suppliche, ai Vescovi ed agli altri Sacerdoti di Russia, permettiamo che sia lecito ad essi operare secondo il loro uso a fermento e permettiamo, in forza della presente, che possano osservare gli altri loro Riti che non siano contrari alla Fede Cattolica che la Chiesa Romana professa“. Qui viene a proposito la lettera dello stesso Innocenzo IV ad Ottone, Cardinale tuscolano, legato della Santa Sede nell’isola di Cipro, a cui aveva affidato l’incarico di comporre alcune controversie che erano nate tra Latini e Greci, come si apprende dalla sua Costituzione, che comincia “Sub Catholicae” e che nel vecchio Bullario, tomo I, è registrata al numero 14: “Ma poiché alcuni Greci da tempo tornati alla devozione della Sede Apostolica a questa obbediscono con reverenza, conviene che, tollerando, per quanto possiamo con Dio, i costumi e i Riti loro, li conserviamo nell’obbedienza alla Chiesa Romana, senza concessioni ai pericoli delle anime e all’onestà della Chiesa“.

Dopo avere disposto nella stessa lettera ciò che si doveva fare dai Greci, enumerò quello che pensava si dovesse loro permettere. Conclude con queste parole: “Ricordate poi all’Arcivescovo di Nicosia e ai suoi Suffraganei latini di non inquietare e molestare i Greci e nessuno dopo la nostra deliberazione“. Lo stesso Pontefice Innocenzo IV, nominando Lorenzo Minorita suo penitenziere, come delegato apostolico e dandogli piena autorità su tutti i Greci che abitavano nel Regno di Cipro, nei patriarcati Antiocheno e Gerosolimitano e anche sui Giacobiti, Maroniti e Nestoriani, questo soprattutto gli raccomandò: di mettere sotto la sua autorità tutti i Greci, difendendoli da tutte le molestie che potevano essere loro recate dai Latini: “Ti raccomandiamo che proteggendo con l’autorità apostolica i Greci di quelle parti, con qualunque nome vengano chiamati, tu non permetta che siano turbati da molestie o violenze recate dai Latini, facendo chiedere piene scuse e comandando ai Latini stessi che cessino completamente da cose simili“. Queste sono le parole di Innocenzo al predetto Delegato Apostolico che sono riportate da Rainaldo (Anno 1247, n. 30).

10. Alessandro IV, succeduto immediatamente al Pontefice Innocenzo, essendosi accorto che la volontà del suo Predecessore era stata vana e venendo a sapere che le agitazioni tra i Vescovi Greci e Latini esistevano ancora nel Regno di Cipro, comandò ai Vescovi Latini che lasciassero andare gli Ecclesiastici Greci ai loro Sinodi, e dichiarandoli soggetti ai decreti sinodali aggiunse la seguente condizione: “Accogliere e osservare gli Statuti Sinodali che non siano contrari ai Riti Greci della Fede Cattolica e che siano tollerati dalla Chiesa Romana“. Aderendo a tale lodevole esempio, Elia Vescovo di Nicosia nel 1340 nei suoi decreti sinodali inserì questa dichiarazione: “Con questo non intendiamo proibire ai Vescovi greci e ai loro sudditi di seguire i loro Riti, che non siano contrari alla Fede Cattolica, in conformità del patto pubblicato da Alessandro, Romano Pontefice di felice memoria, fra Greci e Latini nel Regno di Cipro, e rispettato“. Tutto questo si può vedere nella collezione di Filippo Labbe (edizione di Venezia, tomo 14, p. 279, e tomo 15, p. 775).

11. Sulla fine del secolo decimoterzo si colloca la citata Unione dei Greci e dei Latini concordata nel Concilio Generale di Lione, sotto il beato Gregorio X, Sommo Pontefice, che mandò a Michele Paleologo la Confessione di Fede e il decreto di Unione confermato dal Concilio e giurato dai Legati Orientali, affinché lo stesso Imperatore e gli altri Vescovi Greci lo sottoscrivessero. Tutto fu fatto dall’Imperatore e dagli Orientali, aggiuntavi però questa condizione che è contenuta nella stessa lettera riportata nella sua Raccolta da Arduino: “Ma chiediamo alla Vostra Grandezza di restare nei nostri Riti, che usavamo prima dello scisma, Riti che non sono contrari alla Fede né contro i Divini Comandamenti” (Arduino, tomo 8, p. 698). Quantunque la risposta di Gregorio Papa a questa lettera degli Orientali sia andata perduta, tuttavia poiché egli reputò abbastanza sicura l’Unione da essi accettata e sottoscritta, da ciò naturalmente si deduce che questa condizione fu da lui accettata e approvata. E in verità Nicolò III, successore di Gregorio, per mezzo dei suoi ambasciatori che mandò a Costantinopoli, con queste parole rivelò fino in fondo il suo animo, come si ha presso Rainaldo nell’anno di Cristo 1278: “Circa gli altri Riti dei Greci, la stessa Chiesa Romana vuole che i Greci, per quel che Dio permette, possano perseverare in quei Riti che abbiano l’approvazione della Sede Apostolica purché con essi non si violi l’integrità della Fede Cattolica, né si deroghi ai sacri statuti dei Canoni“.

12. Per quel che riguarda il secolo decimoquinto, può bastare la sopra citata Unione stabilita nel Concilio di Firenze che, approvata da Papa Eugenio, Giovanni Paleologo sottoscrisse con questa nota: “Purché non si muti alcunché dei nostri Riti“, come si può vedere dalla Raccolta di Arduino (tomo 9, p. 395). Ma non avendo in animo di elencare i singoli provvedimenti che furono presi dai Romani Pontefici nei secoli successivi, ne sottolineeremo alcuni principali dai quali si conosca manifestamente che essi hanno fatto ogni tentativo affinché gli Orientali cancellassero da se stessi gli errori che occupavano i loro animi, ma nel contempo con chiari argomenti i Pontefici avevano manifestato che volevano protetti e difesi i Riti che i loro antenati, prima dello scisma, con l’approvazione della Sede Apostolica, avevano praticato; né mai avevano chiesto agli Orientali che, se volevano essere cattolici, abbracciassero il Rito latino.

13. Nella raccolta di documenti greci, edita a Benevento, si hanno due Costituzioni, di Leone X e di Clemente VII, nelle quali si sgridano violentemente quei Latini che censuravano nei Greci l’osservanza delle norme che nel Concilio di Firenze erano state loro permesse; soprattutto perché celebravano la Messa con pane fermentato, prendevano moglie prima di adire ai Sacri Ordini, e la conservavano dopo aver ricevuto l’ordinazione, e perché davano l’Eucarestia sub utraque specie anche ai bambini. Pio IV nella Costituzione Romanus Pontifex (n. 75, tomo 2, dell’antico Bollario)mentre stabilisce che i Greci abitanti nelle Diocesi dei Latini sono soggetti ai Vescovi Latini, subito aggiunge: “Con questo tuttavia non intendiamo che i Greci siano sottratti al loro Rito Greco o che siano impediti dagli Ordinari locali o da altri in alcun modo“.

14. Gli Annali di Gregorio XIII raccolti da Padre Maffeo e stampati a Roma nel 1742 riportano molte cose che lo stesso Pontefice fece, sia pure con esito poco felice, per convertire alla Fede Cattolica i Copti e gli Armeni. Ma si confanno soprattutto al nostro argomento quelle che si leggono nella Costituzione 63 (nel nuovo Bollario al tomo 4, parte 3), e in altre due, cioè la 157 e la 173 dello stesso Bollario (tomo 4, parte 4) a proposito della fondazione in Roma di tre Collegi istituiti dallo stesso Pontefice per Greci, Maroniti e Armeni, nei quali volle che gli alunni delle dette Nazioni fossero educati in modo che restassero sempre nei loro Riti Orientali. Fu celeberrima l’Unione dei Ruteni con la Sede Apostolica al tempo di Papa Clemente VIII di felice memoria, i cui documenti si leggono negli Annali del Venerabile Cardinale Baronio dove si espone il decreto fatto dagli Arcivescovi e Vescovi Ruteni per realizzare l’Unione, a questa condizione: “Salve e osservate per intero le cerimonie e i riti del culto Divino e dei Santi Sacramenti, secondo la tradizione della Chiesa Orientale, correggendo soltanto quei particolari che potrebbero impedire l’Unione stessa, in modo che si faccia tutto secondo l’antico costume, come fu una volta” (edizione romana dell’anno 1596, tomo VII, p. 682). Ma poco dopo a turbare la pace, si diffuse la voce che nell’Unione erano stati tolti tutti i Riti che i Ruteni avevano usato nella divina salmodia, nel sacrificio della Messa, nell’amministrazione dei Sacramenti e nelle altre sacre cerimonie. Paolo V nel 1615 in una lettera apostolica sotto forma di Breve, che è stampata nella stessa Raccolta di Greci, dichiarò la sua volontà solennemente con queste parole: “Purché non contrastino con la verità e con la dottrina della Fede Cattolica e non escludano la comunione con la Chiesa Romana, non c’è stata né c’è l’intenzione, il pensiero e la volontà nella Chiesa Romana di togliere o far scomparire con la citata Unione (i Riti Orientali): né che ciò si potesse dire od opinare, ché anzi i detti Riti per apostolica benignità ai Vescovi e al Clero Ruteno furono permessi, concessi e dati“.

15. Da qui si può facilmente arguire che le Chiese che in seguito i Romani Pontefici concessero in Roma ai Greci, ai Maroniti, agli Armeni, ai Copti, ai Melchiti, e che tuttora esistono, apertamente fanno le sacre funzioni, ciascuna secondo il proprio Rito. Qui si potrebbe citare opportunamente come Papa Clemente VIII nella sua Costituzione 34 (paragrafo 7 del vecchio Bollario) fissò un Vescovo greco a Roma, affinché amministrasse gli Ordini secondo il Rito greco, per gli Italo-Greci che abitavano le diocesi latine. Successivamente da Clemente XII, nostro immediato Predecessore, con la Costituzione Pastoralis fu aggiunto un altro Vescovo greco, che ha sede nella Diocesi di Bisignano, per ordinare gli Italo-Greci, affinché quelli che abitano lontano da Roma non siano costretti a fare un lungo cammino per ricevere gli Ordini dal Vescovo greco residente a Roma secondo la citata Costituzione di Clemente VIII; nemmeno ai Vescovi Cattolici dei Maroniti, dei Copti e dei Melchiti, che talvolta vengono a Roma, viene negata la facoltà di conferire gli Ordini secondo il proprio Rito alle persone del proprio popolo, purché ne siano idonee. Del pari qui si potrebbe aggiungere che ogni volta in cui sembrò dovesse modificarsi qualcosa nella disciplina degli Orientali o degli Italo-Greci, la Sede Apostolica lo fece precisando subito che nulla doveva toccarsi del Rito Orientale o dichiarando apertamente che si dovevano accettare le cose che si stabilivano per gl’Italo-Greci abitanti fra noi e soggetti alla giurisdizione dei Vescovi Latini, e che in nessun modo esse devono estendersi ai Greci Orientali che, separati da noi da lungo tempo, vivono sotto i loro Vescovi Greci Cattolici.

16. Ciò si apprende da quanto è stato approvato dal Sinodo provinciale dei Ruteni avvenuto nella città di Zamoscia nel 1720, di cui dovemmo occuparci personalmente, come Segretario della Congregazione del Concilio, su mandato di Benedetto XIII di felice memoria. È lecito ritenere che egli assecondasse le proposte dei Padri dello stesso Concilio, dai quali diversi Riti vigenti fra i Greci erano stati temperati o aboliti con propri decreti. Infatti, nel 1724 approvò il predetto Sinodo con una lettera apostolica in forma di Breve, tuttavia con la seguente dichiarazione: “Con la nostra approvazione del Sinodo nulla si pensi siasi derogato alle Costituzioni dei Romani Pontefici nostri predecessori e ai decreti dei Concili i generali, emanati circa i Riti greci che, nonostante questa approvazione, debbono sempre restare in vigore“. La stessa cosa si deduce da molte nostre Costituzioni che sono contenute nel nostro Bollario circa i Riti dei Copti, dei Melchiti, dei Maroniti, dei Ruteni e degli Italo-Greci in genere, e in ispecie, circa i Riti del clero della Chiesa collegiata messinese detta di Santa Maria “de Grafeo”, e infine del Rito Greco da osservare nell’Ordine di San Basilio. Nella Costituzione 87 (cf. stesso Bollario, tomo 1), sui Riti dei Greci Melchiti così si legge: “Sui Riti e i costumi della Chiesa Greca abbiamo decretato che in primis si deve stabilire che a nessuno fu, né è lecito, a qualunque titolo, o colore, o per qualunque autorità o dignità, anche se patriarcale, o episcopale, innovare alcunché o introdurre qualcosa che diminuisca l’integra ed esatta osservanza degli stessi“. Inoltre, nella precedente Costituzione 57, che comincia Etsi Pastoralis (al § 9, n. 1 che riguarda gli Italo-Greci) si dispone: “Poiché i Riti della Chiesa Orientale, partiti in non piccola parte dai Santi Padri, o trasmessi dai nostri antenati, si sono talmente fissati negli animi dei Greci e degli altri, i Pontefici Romani nostri Predecessori ritennero preferibile e più prudente approvare o permettere tali Riti, che in parte non sono contrari alla Fede Cattolica, né generano pericolo nelle anime, o derogano alla chiarezza della Chiesa, che ricondurli alle norme del cerimoniale romano“. Esi legge: “Inoltre, ciò che in qualunque regione concedemmo agli Italo-Greci (o consentimmo, dichiarammo, prescrivemmo, ordinammo, interdicemmo o proibimmo), o in Oriente fu concesso ai Greci residenti sotto la giurisdizione di propri Vescovi, Arcivescovi o Patriarchi cattolici, o in qualsiasi altra Nazione Cristiana che pratichi Riti approvati o permessi dalla Santa Sede, a qualunque titolo o giuridico, o di consuetudine, o in qualunque altro legittimo modo attribuito, o da Costituzioni Apostoliche, o da decreti di Concili generali o particolari, o delle Congregazioni dei nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa in materia di Riti Greci o di altri Riti Orientali, intendiamo che non sia pregiudicato da alcun patto o che ad esso si porti pregiudizio” (Ivi, § 9, n. 24).

17. Quindi, tralasciate molte altre testimonianze, diremo liberamente che i Pontefici Romani hanno messo ogni assidua cura per sconfiggere le eresie da cui partì lo scisma tra la Chiesa Orientale e Occidentale, e perciò richiesero la detestazione e l’abiura da quegli orientali che domandano di tornare all’unità della Chiesa o da coloro sui quali si deve indagare se veramente appartengono all’unità della Sede Apostolica. Sono due le professioni di fede, la prima delle quali fu prescritta da Gregorio XIII (tomo 2 dell’antico Bollario Romano, n. 33); l’altra fu stabilita da Urbano VIII fra gli Orientali. Ambedue furono stampate dalla tipografia della Congregazione di Propaganda Fide, la prima nel 1623, l’altra nel 1642. Poiché nel 1665 il Patriarca di Antiochia, siriano di Ierapoli, e l’Arcivescovo dei Siri che abitano nella stessa città di Ierapoli, avevano trasmesso a Roma la loro professione di Fede, che era stata data da esaminare a padre Lorenzo de Lauria, conventuale, allora consultore del Santo Officio e poi Cardinale di Santa Romana Chiesa, questi il 28 aprile dello stesso anno produsse per iscritto il suo parere, che fu approvato dalla Congregazione e che si conclude con queste parole: “Va tutto bene, ma c’è da segnalare a chi di dovere, che in seguito curino che sia emessa la professione di Fede prescritta da Urbano VIII di felice memoria per gli Orientali, perché essa contiene l’abiura di molte eresie e altre cose necessarie per quelle zone“.

18. Avendo il nemico, per seminare zizzania, spinto l’animo di taluni a tal punto di malizia da spargere errori nei Messali, nei Breviari e nei Rituali dai quali gli ecclesiastici e gli altri del clero venissero avvelenati, con decisione opportuna e dopo accurato esame i Romani Pontefici curarono la stampa, per i tipi della Congregazione di Propaganda Fide, del Messale Copto e Maronita, e così pure Slavo e simili. Né si deve passare sotto silenzio quanta cura e fatica siano costate nel correggere l’Eucologio greco, che uscì negli ultimi mesi, emendato, dalla Tipografia della stessa Congregazione. L’esame di quest’opera fu iniziato con grande impegno sotto il Papa Urbano VIII e tralasciato dopo non molto tempo; di nuovo fu ripreso recentemente sotto Clemente XII, nostro immediato Predecessore; Dio ottimo massimo Ci diede questa gioia, dopo molte veglie, fatiche e discussioni compiute nel tempo del Nostro Pontificato da Cardinali, Vescovi, Teologi e studiosi di lingue orientali, che accuratamente ricercando, leggendo e rileggendo, valutando tutto ciò che doveva essere letto e consultato, ci hanno dato un’opera di assoluta profondità, realizzata con sistematica accuratezza e scrupolosa cura: un’opera, che guardiamo con ammirazione, nella quale non fosse assolutamente toccato il Rito greco, ma restasse intatto ed integro quantunque nei tempi precedenti tra i nostri teologi non siano mancati quelli che totalmente ignari delle liturgie orientali e dei Riti che vigevano nella Chiesa Orientale prima dello scisma riprovavano tutto quello che era contrario al Rito della Chiesa Occidentale, il solo che conoscevano bene. Per dirla in una parola, curando il ritorno dei Greci e degli Scismatici Orientali alla Religione Cattolica, massima preoccupazione dei Romani Pontefici fu di estirpare radicalmente dalle coscienze gli errori di Ario, Macedonio, Nestorio, Eutiche e Dioscoro, dei Monoteliti e di altri, nei quali erano sciaguratamente incappati, salvi tuttavia e intatti i Riti e la disciplina che osservavano e professavano prima dello scisma, e ciò che si fonda nelle loro venerande, antiche Liturgie e nei Rituali. I Romani Pontefici non richiesero mai che tornando alla Fede Cattolica dovessero abbandonare il loro Rito e abbracciare quello Latino: ciò avrebbe portato con sé tale devastazione della Chiesa Orientale e dei Riti Greci che non solo non fu mai tentato, ma fu, ed è, totalmente alieno dai propositi di questa Santa Sede.

19. Da quello che finora fu riferito ampiamente, facilmente si possono trarre molte conclusioni. Primo: da quel Missionario che cerca di indurre all’unità, con l’aiuto di Dio, gli Scismatici orientali e i Greci e ad allontanare dal loro animo gli errori contrari alla Fede Cattolica che i loro antenati abbracciarono, per avere un motivo purchessia per dividersi dall’unità della Chiesa e per sottrarsi all’obbedienza e all’ossequio al Romano Pontefice, come capo della stessa Chiesa, devono essere esperiti tutti i tentativi e tutte le cure, e questo soltanto. Per quel che riguarda gli argomenti che il Missionario deve usare, dal momento che gli Orientali aderiscono assai ai propri Padri antichi, la cosa è già stata fatta dall’operosa assiduità del diligentissimo Leone Allazio e di altri famosi Teologi, i quali dimostrarono, senza ombra di errore, che tra di loro concordano ampiamente gli antichi e più rinomati Greci e i nostri Padri della Chiesa occidentale in tutto ciò che riguarda il dogma e nella confutazione degli errori nei quali gli Orientali e i Greci sono ora miseramente caduti. Per cui lo studio di questi libri indubbiamente recherà la massima utilità. Per la verità, i Luterani nel secolo scorso tentarono di trarre gli Orientali e i Greci nei loro errori. Lo stesso tentarono i Calvinisti, strenui nemici della presenza reale di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia e della transustanziazione del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue, e attirarono dalla loro parte il patriarca Cirillo, come si dice. Tuttavia, come i Greci, ancorché Scismatici, si accorsero che con le eresie di Lutero andavano contro l’autorità dei loro antichi Padri, in particolare dei Santi Cirillo, Giovanni Crisostomo, Gregorio Nisseno, Giovanni Damasceno, e contro i veri argomenti che vengono dalle loro Liturgie per affermare la reale presenza e transustanziazione, non tollerarono di essere ingannati né vollero in alcun modo recedere dalla verità cattolica. Tutto ciò si deduce dallo Schelestrato nella dissertazione Del perpetuo consenso della Chiesa Orientale contro i Luterani sotto il titolo Della transustanziazione (tomo 2, p. 717), degli Atti della Chiesa Orientale. Gli stessi in due Sinodi condannarono unanimi il patriarca Cirillo, cioè i dogmi Calvinisti passati sotto il suo nome, come si può vedere presso Cristiano Lupo (parte 5, Concili generali e provinciali, e soprattutto nella dissertazione Di alcuni luoghi, cap. 9, in fine). Da ciò brilla innanzi tutto una speranza non lieve, che le opinioni dei vecchi Padri, sottoposte ai loro occhi, combattano i loro nuovi errori, favoriscano più che mai il nostro Dogma Cattolico, rendano facile la via del loro ritorno e li spingano a vera conversione. Poi si può dedurre una seconda conseguenza, cioè che non solo non è necessario agli Orientali e ai Greci, per essere richiamati sulla via dell’unità, che siano toccati e cambiati i loro Riti; in verità ciò fu sempre alieno dalle decisioni della Sede Apostolica, che in questa materia dei sacri Riti seppe distinguere la zizzania dal grano, quando fu necessario. Tentativi siffatti erano molto contrari alla desideratissima Unione, come ben disse Tommaso di Gesù Sulla conversione di tutte le genti (libro 7, cap. 2): “Si deve anche mostrare che la Chiesa Romana approva e consente che ciascuna Chiesa aderisca ai propri Riti e alle proprie cerimonie, dal momento che gli Scismatici sono attaccatissimi ai propri Riti. E perché il sospetto infondato di doverli perdere non li allontani dalla Chiesa Romana, si deve opportunamente lavorare perché si persuadano che si conservano le loro cerimonie“. Infine, da quanto abbiamo detto sopra si deduce questo terzo principio: il Missionario che desidera convertire lo Scismatico orientale, non cerchi di indurlo a seguire il Rito Latino; questo solo dovere viene affidato al Missionario: richiamare l’Orientale alla Fede Cattolica, non indurlo al Rito Latino.

20. Fatta nel Concilio di Firenze l’Unione che sopra abbiamo ricordata, alcuni Latini Cattolici, che abitavano in Grecia, stimarono fosse loro lecito passare dal Rito Latino al Greco, attratti forse da quella libertà che era stata riservata ai Greci, di trattenere, dopo l’Ordine Sacro, le mogli che avevano sposato prima di ricevere l’Ordine. Ma Nicolò V, Pontefice Massimo, non trascurò di porre un rimedio opportuno a questa corruzione, come si deduce dalla sua Costituzione (tomo 3, parte 3 del Bollario edito di recente a Roma, p. 64): “Giunse al nostro orecchio che nei luoghi che in Grecia sono soggetti ai Cattolici, molti Cattolici, col pretesto dell’Unione, passano spudoratamente ai Riti Greci. Siamo molto meravigliati e non cessiamo di meravigliarci, non sapendo che cosa sia che li spinse, dalla disciplina e dai Riti nei quali sono nati e cresciuti, a trasferirsi in Riti forestieri: infatti, anche se i Riti della Chiesa Orientale sono lodevoli, non è lecito tuttavia mischiare i Riti delle Chiese, né ciò mai permise il Sacrosanto Sinodo Fiorentino“. Dal momento che il Rito Latino è quello che usa la Santa Romana Chiesa, che è Madre e Maestra delle altre Chiese, deve preferirsi a tutti gli altri Riti. Da ciò si deduce che non è lecito passare dal Rito Latino a quello Greco, né a quelli che una volta dal Rito Greco o Orientale passarono a quello Latino è pacifico tornare all’antico Rito Greco come appar chiaro dalla Nostra Costituzione Etsi Pastoralis (nel Nostro Bollario, tomo 1, 57, par. 2, n. 13), a meno che non intervengano delle circostanze rilevanti, che persuadano a dare una dispensa per questa ragione, come in passato e anche ora avviene nel Collegio dei Maroniti di questa nostra Urbe, nel quale, quando si trovi qualche Sacerdote della Compagnia di Gesù che, entrando in Congregazione, ottenne la dispensa di passare al Rito Latino, talvolta da esso viene dispensato, così da celebrare la Messa nella Chiesa di detto Collegio in Rito Siriaco e Caldaico e recitare l’Ufficio divino secondo lo stesso Rito. Per di più, può insegnare lo stesso Rito agli alunni ospiti nel medesimo Collegio. Ciò appare chiaramente da diversi decreti del Santo Officio, uno datato 30 dicembre 1716, uno 14 dicembre 1740, nonché da un altro più recente che Noi abbiano ordinato di spedire il 19 agosto 1752.

21. Ciò riguarda il passaggio dal Rito Latino al Greco. Ora poi parlando del passaggio dal Rito Orientale e Greco a quello Latino, si può liberamente affermare che questo passaggio è interdetto non come il primo; tuttavia non è lecito al Missionario indurre il Greco e l’Orientale, desiderosi di tornare all’Unità della Chiesa Cattolica, ad abbandonare il proprio Rito, poiché da questo modo di agire possono derivare gravissimi danni, come sopra abbiamo detto. I Cattolici Melchiti volentieri una volta passavano dal Rito Greco a quello Latino: ma ciò fu loro proibito, e i Missionari furono ammoniti a non consigliare quel transito, il cui permesso è riservato al giudizio esclusivo della Sede Apostolica, come è manifesto nella Nostra Costituzione Demandatam del Bollario (tomo 1, 85, paragrafo 35): “Inoltre a tutti e ai singoli Melchiti Cattolici, che osservano il Rito Greco, proibiamo espressamente di passare al Rito Latino. A tutti i Missionari comandiamo, a prezzo delle pene che più sotto verranno indicate e di altre che verranno stabilite a nostro giudizio, di non presumere di far passare chiunque di essi dal Rito Greco al Latino, né lo permettano a coloro che lo desiderano, senza avere consultato la Sede Apostolica“. Dello stesso tenore sono i decreti di Urbano VIII, Nostro Predecessore, circa il Rito Greco-Ruteno, emessi in sua presenza dalla Congregazione di Propaganda Fide il 7 febbraio e il 7 luglio 1624. Quantunque sembrasse giusto lasciare libera facoltà agli Italo-Greci di passare dal Rito Greco al Latino, dal momento che sono tra noi e sono soggetti ad un Vescovo latino, tuttavia si è stabilito che si richieda l’autorità della Sede Apostolica se si tratta di Ecclesiastici, sia Secolari, sia Regolari; se poi Laici e Secolari hanno chiesto questo passaggio, basta il permesso del Vescovo, che può moderatamente concedere per giuste e legittime cause a certe persone, ma mai ad un’intera comunità. In questa fattispecie occorre sempre l’autorità della Sede Apostolica, come si può vedere nella Nostra spesso citata Costituzione Etsi Pastoralis (17, § 2, n. 14 primo tomo del nostro Bollario).

22. Se si volesse sostenere gli Orientali e i Greci che, abiurando l’eresia e ritornando all’Unità, a buon diritto possono essere attratti e sollecitati a denunziare i propri Riti e ad abbracciare interamente il Rito Latino, tanto più che in altri tempi fu approvato, ed ancor oggi si approva, che gli Orientali e i Greci seguano qualche Rito Latino, viene risposto che non è opportuno. Infatti, gli Orientali e i Greci costituiscono come due categorie. La prima è di coloro che, non contenti in nessun modo di quanto è stato loro permesso dalla Sede Apostolica per conservare l’Unione, sono portati fuori dai confini dell’onestà, sostenendo che quanto è compiuto da loro avviene a buon diritto, e che sono in errore i Latini che non sollecitano le stesse cose. Ad esempio il pane azimo: i Greci e gli Orientali, per essere Cattolici, devono dichiarare che il pane, sia azimo, sia fermentato, è materia valida del Sacramento dell’Eucaristia e che bisogna che ogni Chiesa segua il proprio Rito. Pertanto, chiunque contesta il Rito Latino, che nella consacrazione dell’Eucaristia usa il pane azimo, si allontana dalla verità e cade in errore. Il monaco Ilarione nella sua Orazione Dialettica che Leone Allazio tradusse dal greco in latino (tomo 1 della Graecia Ortodossa, edito dai tipi della Congregazione di Propaganda Fide nel 1652, p. 762) così si esprime: “Vi ho scritto, Greci amicissimi, non accusando il vostro pane che, adorando, venero come il nostro azimo, ma per lamentare e dire che voi non vi comportate né onestamente, né come si conviene a un cristiano, quando offendete il pane azimo dei Latini con parole e con fatti, e vi ostinate nell’ingiuria: in ambedue infatti, come si è detto, è contenuto Cristo“. Ecco un esempio della libertà lasciata alla Chiesa Orientale e Greca: coloro che in essa sono insigniti dei Sacri Ordini e anche del Sacerdozio possono tenere le mogli che presero prima dell’Ordinazione, come chiaramente reca il Canone Aliter (dist. 31, cap. “Cum olim, de Clericis coniugatis”) I Romani Pontefici, riflettendo che questo non era contrario né al diritto Divino né a quello naturale, ma solo alle regole ecclesiastiche, ritennero opportuno lasciare questa consuetudine vigente tra i Greci e gli Orientali perché, frapponendo l’autorità Apostolica con il proposito di estirparla, non si desse loro l’occasione di allontanarsi dall’Unità, come spiega bene Arcudio nella sua Concordia (libro 7, cap. 33). Tuttavia, chi lo crederebbe? Non mancarono, né mancano, tra i Greci e gli Orientali, taluni che ingiuriano la Chiesa Latina in quanto contraria al matrimonio perché, seguendo l’esempio degli Apostoli, ha conservato e conserva il celibato nei suoi Suddiaconi, Diaconi e Presbiteri. Si può leggere Incmaro di Reims (tomo 2, epist. 51 delle sue opere). Un terzo esempio lo recano parecchi Copti, il cui Rito prescrive che dopo il Battesimo sùbito si amministri la Cresima; tale costume non c’è nella Chiesa Occidentale, che nei Confermandi per lo più richiede una età tale che possano distinguere il bene dal male. La Chiesa Romana non si oppone all’antica consuetudine dei Copti. Ma (chi lo crederebbe?) tra loro vi sono alcuni che rifiutano però il Battesimo dei Latini perché dopo il Battesimo non viene amministrata la Cresima. Perciò nella nostra Costituzione 129 che inizia Eo quamvis tempore (tomo 1 del nostro Bollario), giustamente sono ripresi e condannati: “Come alla bontà e alla pazienza della Sede Apostolica può sembrare coerente che i Copti perseverino nella loro consuetudine, così non si deve tollerare che essi considerino con ripugnanza il Battesimo conferito in Rito Latino e separatamente dalla Cresima“.

23. Un altro gruppo è costituito da quegli Orientali e dai Greci che mantenendo in gran parte i loro Riti e insieme venerando i Riti Occidentali e Latini, ne seguono alcuni, per vecchia consuetudine rispettata dai loro Vescovi, e inoltre espressamente o tacitamente confermata dalla Sede Apostolica. In questa categoria si possono mettere gli Armeni e i Maroniti che lasciarono il pane lievitato e fanno l’Eucaristia col pane azimo come i Latini, come testimonia Abramo Echellense nel suo Eutichio Vendicato, p. 477. Diversi attribuiscono questa disciplina degli Armeni a San Gregorio Illuminatore, primo Vescovo degli Armeni, che all’inizio del quarto secolo, sotto il re Tiridate, conseguì la corona del martirio; altri al Pontefice San Silvestro, oppure la dichiarano accettata da San Gregorio Magno nelle trattative iniziate con la nazione Armena e che sono indicate dal Sommo Pontefice Gregorio IX nelle sue lettere al re di Armenia, riferite da Rainaldo (anno 1139, n. 82). Che quella disciplina sia stata data agli Armeni dalla Chiesa Romana è testimoniato dal Patriarca degli stessi Armeni Silense Gregorio in una lettera ad Aitone, padre di Leone, re di Armenia, cenobita, come si legge presso Clemente Galano nella Conciliazione della Chiesa Armena con la Romana (tomo I, p. 449): “Per cui da Santa Romana Chiesa abbiamo ricevuto l’unione dell’acqua (col vino nel calice) come dalla stessa abbiamo ricevuto il pane azimo, la Mitra Vescovile e il modo di segnare la Croce“. Del pari è antichissima e immemorabile presso i Maroniti la consuetudine del pane azimo, come si sa da Morini nella Prefazione alle Ordinazioni dei Maroniti e dalla Biblioteca Orientale di Assemano il Vecchio (tomo 1, p. 410). Inoltre è testimoniata dal Sinodo Nazionale svoltosi sul monte Libano nel 1736 e da Noi confermata nella Nostra Costituzione Singularis (31, tomo 1 del Nostro Bollario)nella quale, cap. 12, sul Sacramento dell’Eucaristia, quando si parla del pane azimo, si leggono queste parole: “Il quale costume nella nostra Chiesa e presso gli Armeni in Oriente dura da tempo immemorabile, e possiamo citare documenti autentici di questo fatto“. Con questo esempio degli Armeni e dei Maroniti, il Cardinale Bessarione, al quale per primo fu affidata l’Abbazia di Grottaferrata in Diocesi di Tuscolo, ottenne che i Monaci Greci che in essa si trovavano potessero consacrare in azimo, come si può leggere nella Nostra Costituzione 33, Inter multa (paragrafo Ut autem, tomo 2° del nostro Bollario). Questo fu sempre osservato, e anche oggi si osserva, nella Chiesa collegiata di Santa Maria di Grafeo, posta in Diocesi di Messina, al cui clero è consentito di mantenere il Rito Greco (come si può leggere nella nostra Costituzione 81, che comincia Romana Ecclesia (§ 1, tomo 1 del nostro Bollario), la loro disciplina e di celebrare l’Eucaristia in lievitato, quantunque, parlando in generale, i preti Italo-Greci operino in Italia e nelle isole adiacenti, e i Sacerdoti, sia di Rito Latino, o Greco, siano spesso avvertiti di non trascurare di consacrare l’Eucaristia e distribuirla ciascuno secondo il proprio Rito, come è dichiarato nella nostra Costituzione che comincia Etsi Pastoralis (57, § 1, n. 2 e § 6, n. 10 e ss. del nostro Bollario,tomo 1).

24. In alcuni secoli si affermò l’uso di dare l’Eucaristia ai fanciulli dopo il Battesimo, con la convinzione che ciò era necessario all’eterna salute dei fanciulli, ma per puro Rito e tradizione allora in auge, come saggiamente dissero i Padri del Concilio di Trento (sess. 21, cap. 4). Tra gli errori degli Armeni condannati dal Sommo Pontefice Benedetto XII, il cinquantottesimo presso Rainaldo (Anno 1341, § 66), viene registrato quello, secondo il quale, alla salute eterna dei fanciulli e per la validità del Battesimo ad essi conferito, oltre la Cresima si doveva amministrare loro anche l’Eucaristia. Nella Chiesa Occidentale da quattrocento e più anni non si dà ai fanciulli l’Eucaristia dopo il Battesimo. Ma non si può negare che nei libri dei Rituali Orientali si cita il Rito della Comunione da dare ai fanciulli dopo il Battesimo. Assemano il Giovane (Codice Liturgico, libro 2, p. 149), riporta la regola dell’amministrazione del Battesimo presso i Melchiti; e a p. 309 espone l’ordine del Battesimo dei Siri, stampato da Filosseno di Mabbügh, Vescovo Monofisita; a p. 306 ne riporta un altro preso dal vecchio Rituale di Severo, patriarca di Antiochia, antesignano dei Monofisiti; nel libro 3 dello stesso Codice (p. 95 e p. 130), riporta due altri ordini osservati tra gli Armeni e i Copti nel dare il Battesimo: in tutti si comanda che ai fanciulli dopo il Battesimo si dia l’Eucaristia. San Tommaso (part. 3, quest. 80, art. 3), asserisce che questa consuetudine durò presso alcuni Greci fino ai suoi tempi. Arcudio, poi, nel libro 3, De Sacramento Eucharistiae, cap. II, scrive che questa era la disciplina dei Greci, ma alcuni di loro a poco a poco l’abbandonarono per le difficoltà che incontravano nell’amministrare la Comunione ai fanciulli dopo il Battesimo. Negli atti del Sinodo celebrato sul monte Libano il 18 settembre 1596 sotto Sergio, Patriarca di Antiochia dei Maroniti, e che fu presieduto da padre Girolamo Dandino, gesuita, legato del papa Clemente VIII, si leggono queste parole: “Poiché a stento si può dare la Comunione di Cristo ai fanciulli senza grande indecenza e senza offesa al venerabile Sacramento, per il futuro tutti i Sacerdoti si guardino di ammetterli prima dell’uso di ragione” (Ivi, can. 7). Dello stesso parere sono i Padri del Concilio di Zamoscia del 1720 (nel § 3 del De Eucharistia). Altrettanto viene confermato negli Atti del Concilio del Libano del 1736, come si legge nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia (cap. 12, n. 13), le parole del quale sono queste: “Nei nostri antichi Rituali, come nel vecchio Ordine Romano e nelle Eucologie Greche, al Ministro del Battesimo viene prescritto chiaramente di curare i bimbi purificati dal Battesimo e dalla Cresima col Sacramento dell’Eucaristia; tuttavia per la reverenza dovuta a questo augustissimo Sacramento e poi perché non è necessario alla salvezza degli’infanti e dei fanciulli, prescriviamo che agli infanti, quando vengono battezzati, l’Eucaristia non venga data a nessuna condizione, nemmeno sub specie Sanguinis”. La stessa cosa fu stabilita nella Costituzione per gli Italo-Greci, Etsi Pastoralis (nel nostro Bollario, 57, § 2, n. 7, tomo 1).

25. Dell’uso di dare l’Eucaristia sub utraque specie anche ai laici, secondo la disciplina orientale e greca, parlano diffusamente Arcudio nella Concordia occidentale e orientale nell’amministrazione dei Sacramenti (libro 3, cap. 4), e Leone Allazio nella prima annotazione De Ecclesiae Occidentalis atque Orientalis consensione (p. 1614 e ss.). Nel Collegio greco che fu eretto a Roma, come dicemmo, da Gregorio XIII, fu stabilita la legge che il Greco si conservi in quel Rito, come attesta Leone Allazio nel suo Tractatus de aetate et interstitiis (p. 21), secondo le Costituzioni del Collegio stesso, confermate dal Sommo Pontefice Urbano VIII: gli alunni ogni otto giorni devono confessarsi, e comunicarsi ogni quindici giorni, nonché nelle feste solenni e nelle domeniche di Avvento e di Quaresima, osservando il Rito Latino; nelle feste più solenni, cioè a Pasqua, Pentecoste e Natale è loro comandato di ricevere l’Eucaristia sub utraque specie col Rito Greco, cioè con pane lievitato, intinto nel Sangue, per fare la qual cosa il Sacerdote usa un piccolo cucchiaio, che mette nella bocca di chi si comunica. Lo stesso Rito si osserva con tutti gli altri Greci, che in quei giorni convengono per la Messa solenne, o che negli altri giorni dell’anno nella Chiesa del Collegio Greco chiedono che venga loro amministrata l’Eucaristia con Rito Greco. Ma per gli Italo-Greci nella ricordata Costituzione Etsi Pastoralis (57, § 6, n. 15), l’Eucaristia sub utraque specie è permessa solo in quei luoghi in cui è conservato il Rito di questa Comunione; ma negli altri luoghi, dove lo stesso Rito è obsoleto, la Comunione sub utraque specie è proibita. Da questa disciplina o Rito della Comunione sub utraque specie, pur accettato in tutta la Chiesa Orientale, alcuni Greci e Orientali a poco a poco si sono allontanati. Luca Olstenio, uomo famoso, nella lettera a Bertoldo Nimisio, che si legge stampata negli opuscoli Greci e Latini di Leone Allazio (p. 436), riferisce di aver dato l’Eucaristia nella Basilica Vaticana a un Sacerdote abissino che, dovendo comunicarsi, si era accostato con altri alla Sacra Mensa. Avendogli amministrato la Comunione sotto l’unica specie del pane, allo stesso ed anche agli altri uomini della Chiesa di Etiopia fu chiesto se, secondo il Rito della loro patria erano soliti prendere l’Eucaristia sub unica specie, tanto nella liturgia solenne quanto nella quotidiana partecipazione all’Eucaristia, nonché quando in immediato pericolo di morte la recavano come Viatico. Egli attesta che da essi fu risposto che sempre si amministrava l’Eucaristia sotto l’unica specie del pane e che questa era l’antica disciplina che ancora durava nella Chiesa Etiopica. Tra i quesiti posti al Sommo Pontefice Gregorio XIII dal Patriarca dei Maroniti si trova questo: “Noi celebriamo la Messa solo in azimo; ma i nostri laici si comunicano sub utraque specie”. Gli rispose il Papa: “Se vogliono consacrare in azimo non sembra che si debba loro proibire, ma i Laici piano piano devono essere allontanati dalla Comunione sub utraque specie; infatti tutto il Cristo è contenuto in una sola specie e nell’uso del calice c’è gran pericolo di effusione“, come è possibile leggere nella lodata opera di Tomaso da Gesù De conversione omnium gentium (p. 486 e ss.). Anche i Padri del Concilio del Libano celebrato nel 1736 (part. 2, cap. 12, n. 21), aderendo a questo orientamento così stabilirono: “Aderendo alle leggi della medesima Santa Romana Chiesa, vi ordiniamo e comandiamo letteralmente che a nessun laico o chierico con Ordini Minori venga data la Comunione sub utraque specie ma solo sub una, quella del pane“, permettendo ai soli Diaconi di ricevere nella Messa solenne l’Eucaristia sub utraque specie, cioè prima sotto la specie del pane e poi sotto quella del vino, rimosso tuttavia l’uso del cucchiaio, che sopra abbiamo ricordato: “Ma ai Diaconi concediamo e permettiamo, soprattutto nella Messa solenne, di poter ricevere l’Ostia intinta nel Sangue dai Sacerdoti, purché sia evitato l’uso del cucchiaio che abbiamo stabilito doversi abolire totalmente“.

26. Da ultimo, senza allontanarci dall’Eucaristia, qui parleremo di un altro Rito Orientale e Greco per cui il Sacerdote, dopo la consacrazione e prima della consumazione, vuota nel calice un po’ di acqua tiepida. Matteo Blastaris in Syntagmate Alphabetico (cap. 8, tomo 2), Synodicon Graecorum (p. 153), ricorda questo Rito e ne spiega il significato. Eutimio, Arcivescovo di Tiro e di Sidone, nel 1716 pose al Sommo Pontefice Clemente XI alcuni quesiti, uno dei quali era perché ai Melchiti di Siria e di Palestina si doveva proibire di versare acqua tiepida nel Sangue divino dopo la Consacrazione; fu risposto, con l’aggiunta di un’accurata e ricca spiegazione, approvata dallo stesso Pontefice e per suo ordine trasmessa ai Superiori delle Missioni di Terra Santa, di Damasco, di Tiro e di Sidone. Fu ingiunto allo stesso Arcivescovo di non proibire che ciò si facesse, trattandosi di vecchio Rito, studiato dalla Sede Apostolica e permesso ai Sacerdoti Greci anche a Roma; da ciò si deduce l’ardore di Fede che deve bruciare verso tanto Mistero. Simile risposta il 31 marzo 1729 per ordine del Papa Benedetto XIII fu data a Cirillo di Antiochia, Patriarca dei Greci. Lo stesso Rito è permesso agli Italo-Greci nella citata Costituzione 57, Etsi Pastoralis (nel nostro Bollario, § 6, n. 2, tomo 1). Nelle Congregazioni che subito dopo si ebbero per la correzione dei libri ecclesiastici della Chiesa Orientale, al fine di usare una diligenza quanto mai accurata, essendosi disputato molto e a lungo se si dovesse proibire il Rito di versare acqua tiepida nel calice dopo la Consacrazione, avendo il Cardinale Umberto di Selva Candida in precedenza parlato moltissimo con veemenza contro questo Rito, il 1° maggio 1746 fu risposto che non si doveva rinnovare nulla, e questo rescritto fu poi confermato da Noi; si scoperse infatti che le ragioni addotte da questo Cardinale non erano di alcun peso. Tuttavia i Padri del Concilio radunati a Zamoscia nel 1720 per gravi motivi proibirono ai Sacerdoti Ruteni di versare acqua tiepida nel calice dopo la Consacrazione, come si può leggere al paragrafo sulla celebrazione delle Messe: “Proibisce per grave ragione e abroga la consuetudine tollerata nella Chiesa Orientale di versare acqua tiepida nelle Specie consacrate del calice, dopo la Consacrazione, prima della Comunione“.

27. Di questi ed altri esempi consimili, che si potrebbero facilmente aggiungere, si avvalgono coloro che sono più propensi al passaggio dal Rito Orientale e Greco a quello Occidentale e Latino, o certamente coloro che credono di agire con pieno diritto, quando, convertendo lo Scismatico orientale all’unità della Chiesa, cercano di condurlo da un Rito che era solito osservare prima di unirsi a noi, ed è fermamente conservato ed osservato da tutti gli altri Orientali e Greci, per antica disciplina. In verità, né gli esempi sopra citati, né gli altri che si potrebbero addurre recano alcuna prova in loro favore, perché nel passaggio dal Rito Orientale e Greco all’Occidentale e Latino si toglie tutto quello che è prescritto dal Rito Greco e non è conforme al Rito Latino; ciò non accade negli esempi che sopra sono stati portati nei quali, se si toglie qualche peculiare solennità del Rito Greco, il Rito stesso tuttavia e tutto quello che in esso è prescritto vengono conservati intatti; sia perché togliere anche una certa parte del Rito, salve le altre parti dello stesso, non è materia di un uomo privato, ma è necessario intervenga la pubblica autorità, cioè quella del Capo Supremo di tutta la Chiesa, qual è appunto il Romano Pontefice. Infatti la Sede Apostolica è la sola che, per diritto proprio, tutte le volte che ritenne giusto, cancellò qualche Rito dalla Chiesa Orientale e lo trasferì nell’Occidentale o permise che qualche Rito Greco venisse praticato in qualche Chiesa latina. La stessa Sede Apostolica, tutte le volte che apprese che qualche Rito pericoloso o indecoroso si era intrufolato nella Chiesa Orientale, lo condannò, lo disapprovò e ne proibì l’uso. Infine la stessa Sede Apostolica, dopo che vide che talune popolazioni Orientali o Greche erano fortemente decise nell’uso e nella difesa di qualche Rito Latino e in particolare quando il Rito stesso risale a un’epoca antica e da tutti è generalmente accettato, e dal Vescovo è espressamente o tacitamente approvato, confermò il Rito stesso, tollerandolo e per ciò stesso approvandolo.

[Continua … ]

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Questa Domenica negli anni in cui la Pasqua cade il 24, o il 25 Aprile si anticipa al Sabato (rispettiv. 19, 20 Nov.) con tutti i privilegi della Domenica occorrente, cioè Gioria, Credo, Prefazii della Trinità e Ite Missa est per lasciar luogo rispettivamente nei giorni 20, 21 Novembre alla Domenica ultima dopo Pentecoste. Il tempo dopo Pentecoste è simbolo del lungo pellegrinaggio della Chiesa verso il cielo; le ultime Domeniche ne descrivono profeticamente le ultime tappe. In quest’epoca si leggono nel Breviario gli scritti dei grandi e dei piccoli profeti, che annunziano quello che accadrà alla fine del mondo. Quando i Caldei ebbero condotti gli Israeliti in cattività a Babilonia, Geremia percorse le rovine di Gerusalemme, ripetendo le sue Lamentazioni « Guarda, Signore, poiché è caduta nella desolazione la città che una volta era piena di ricchezza, la padrona delle nazioni è assisa nella tristezza. Essa amaramente piange durante la notte e le sue lagrime scorrono sulle sue gote » (3° Responsorio, 1a Dom. Nov.; Antit. del Magnificat, 2a Dom.). E profetizzò il doppio avvento del Messia che restaurerà tutte le cose. « Il Signore ha riscattato il suo popolo e lo ha liberato; e verranno ed esulteranno sul monte Sion e si rallegreranno dei beni del Signore » (1° Responsorio, lunedì 2a settimana). Fra i prigionieri condotti a Babilonia si trovava un sacerdote detto Ezechiele. Egli aveva annunziato la cattività che stava per ricadere su Israele: « Ora la fine è su di te e manderò contro di te il mio furore; e ti giudicherò secondo la tua vita e non avrò pietà » (1a Lezione, Mercoledì, 1a settimana). E nell’esilio egli profetizzò: « Le nostre iniquità e i nostri peccati sono sopra di noi; come dunque possiamo vivere? Ma il Signore ha detto: Non voglio la morte dell’empio, ma che egli si tolga dalla cattiva strada e viva. – Distoglietevi dalle vostre male vie e non morrete » (3a lezione, Lunedì 2a settimana). Dio mostrò al profeta in una visione il futuro su di un’alta montagna e gli indicò il culto perfetto che Egli attendeva dal suo popolo quando lo condurrebbe verso i colli eterni di Sionne (7a lezione Venerdì 2a settimana). Daniele, che era pure tra i prigionieri di Babilonia, spiegò il sogno di Nabucodonosor, dicendo che la piccola pietra che, dopo aver fatto cadere la statua d’oro, d’argento, di ferro e di argilla, diventò una grande montagna, è figura di Cristo, il regno del quale, consumerà tutti gli altri regni e sussisterà eternamente (Lunedì 3° settimana). – Le guarigioni e le risurrezioni corporali, compiute dal Signore, sono la figura della nostra liberazione e della nostra risurrezione futura: Da tutte le parti ricondurrò i prigionieri » dice Geremia nell’Introito « Tu hai fatto cessare la cattività di Giacobbe » aggiunge il Versetto dell’Introito « Signore, tu ci hai liberato da coloro che ci odiavano » continua il Graduale. « Dal fondo dell’esilio le nazioni hanno infatti gridato verso il Signore, supplicandolo di ascoltare la loro preghiera » spiegano l’Alleluia e l’Offertorio e, come in Dio vi è un’abbondante redenzione, Egli riscatterà il suo popolo da tutte le sue iniquità » (stesso Salmo, vers. 7 e 8). Preghiamo dunque con fiducia, poiché se Gesù risuscitò la figlia di Giairo e guarì l’emorroissa, ciò fu fatto secondo la parola del Signore: « Tutto quello che domanderete, lo riceverete ». Quale terrore quando il Giudice verrà ad esaminare rigorosamente ognuno!… dice la Sequenza dei Defunti. La tromba squillerà fra le tombe e convocherà tutti gli uomini davanti al Cristo. La morte e la natura resteranno interdette quando la creatura risorgerà per rispondere al giudizio divino. Allorché l’eterno Giudice siederà sul suo seggio, tutto quello che è nascosto sarà palesato e nulla resterà impunito. Giusto Giudice, nella tua clemenza accordami grazia e perdono prima del giorno del rendiconto ». Nelle ultime parole dell’Epistola odierna, l’Apostolo allude al libro di vita ove sono scritti i nomi dei Cristiani che la loro condotta esemplare rende degni della vita eterna. Gesù resuscita la figlia di Giairo con la stessa facilità con la quale noi svegliamo una persona che dorme. Così la sua divin virtù resusciterà i nostri corpi l’ultimo giorno.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]


Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.

[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III: 17-21; IV: 1-3

Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

(“Fratelli: Siate miei imitatori, e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi. Poiché ci sono molti dei quali spesse volte vi ho parlato; e adesso vene parlo con lacrime, i quali si diportano da nemici della croce di Cristo: la loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre: si vantano in ciò che forma la loro confusione, e non han gusto che per le cose terrene. Noi, invece, siamo cittadini del cielo, da dove pure aspettiamo, come Salvatore, il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso; per quella potenza che ha di poter anche assoggettare a sé ogni cosa. Pertanto, miei fratelli carissimi e desideratissimi, mio gaudio e mia corona, continuate a star così fermi nel Signore, o amatissimi. Prego Evodia ed esorto Sintiche ad avere gli stessi sentimenti nel Signore. E prego anche te, fedel compagno, di venir loro in aiuto: esse hanno combattuto con me per il Vangelo, insieme con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”.).

LA NUOVA IDOLATRIA.

Ecco: voi siete convinti, credo tutti, che l’idolatria abbia fatto il suo tempo; il Cristianesimo l’ha seppellita. E se io vi dicessi che v’è ancora, che vive, forse vi scandalizzereste e, scandalizzati, mi dareste su la voce. E invece ecco qua San Paolo che ci parla di una idolatria diversa da quella che adorava Giove, Saturno… ma non meno verace idolatria di quella. E ce la presenta come l’abisso nel quale precipitano i nemici della Croce di Gesù Cristo. Questi nemici sono due; singolarmente due passioni, due stati d’animo: due gruppi di persone in questi stati d’animo: il piacere e l’orgoglio. L’orgoglio odia la Croce di Gesù Cristo, perché essa è simbolo e personificazione di umiltà. « Umiliò se stesso alla obbedienza della Croce » dice San Paolo, parlando di N. S. Gesù Cristo. Ma per ciò gli orgogliosi non lo tollerano, par loro un’ignominia, un avvilimento. Parlano con sdegno della servitù o schiavitù della Croce… Abbiamo ancora nell’orecchio le frasi blasfeme del poeta pagano. Gesù, egli il pagano poeta, lo vede nell’atto di gettare una Croce sulle spalle di Roma, dicendole, intimandole: portala e servi. E coll’orgoglio fa comunella contro la Croce il piacere, contro la Croce che canta l’inno austero del dolore, che gronda lagrime, lagrime amare. C’è un mondo che vuol divertirsi, che intuisce la vita come voluttà, come piacere. La Croce a questo mondo di uomini sensuali fa paura. Non la vogliono, le si ribellano, la respingono. Ma le passioni che li allontanano dalla Croce diventano il loro castigo, la divina nemesi della loro apostasia. La sensualità vince gli uomini del piacere, che, del piacere, diventano schiavi. E allora il loro dio, il loro padrone, colui al quale tutto sacrificano e che non sacrificherebbero mai, in nulla e per nulla, il loro dio è il ventre. Si riducono a vivere per mangiare, invece di mangiare per vivere e vivere per Dio. O se il loro Dio, il loro tiranno, il loro ideale non è il cibo con la bevanda relativa, è l’abito, la vanità nel vestire, o la casa comoda, sfarzosa, sempre la materia. Alla quale servono proni, supinamente proni, invece di servirsene. Il loro Dio è il ventre, dice San Paolo, che ha poche nebbie al suo pensiero e pochi peli sulla lingua quando il suo pensiero nitido si tratta di esprimerlo: « quorum Deus venter est ». Bella divinità! Valeva la pena di ribellarsi a Gesù Cristo, alla sua Croce, per cadere così in basso? Per gli orgogliosi c’è un altro destino, un altro castigo. L’orgoglioso diventa lo schiavo di se stesso, rimane solo in balìa di sé, delle sue esaltazioni tumide. Il suo Dio è il suo io, l’ipertrofia del suo io. L’umanità è bella, buona, ma a posto suo, come, del resto, ogni cosa di questo mondo. Fuor di posto, messa al posto di Dio, fa pessima figura e si guasta. La domestica sta bene al posto suo proprio, la serva-padrona è ridicola e funesta a sé e agli altri. È la sorte della umanità divinizzata, e la divinizzazione dell’umanità è la logica della superbia, dell’orgoglio nemico della umile Croce di Gesù Cristo. Il confusionismo è poi la risultante di questo orgoglio, confusionismo di idee e confusionismo di opere. – E quando si contemplano i due abissi a cui mettono capo l’orgoglio e la sensualità dei nemici del Cristianesimo, viene voglia non solo di prostrarsi con rinnovato fervore di adorazione davanti alla Croce, ma di abbracciarla e baciarla ripetendo: «O Crux, ave spes unica! »

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

 Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]


In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX: XVIII, 18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam.

[“In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, ecco che uno de’ principali se gli accostò, e lo adorava, dicendo: Signore, or ora la mia figliuola è morta; ma vieni, imponi la tua mano sopra di essa, e vivrà. E Gesù alzatosi, gli andò dietro co’ suoi discepoli. Quand’ecco una donna, la quale da dodici anni pativa una perdita di sangue, se gli accostò per di dietro, e toccò il lembo della sua veste. Imperocché diceva dentro di sé: Soltanto che io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala, le disse: Sta di buon animo, o figlia; la tua fede ti ha salvata. E da quel punto la donna fu liberata. Ed essendo Gesù arrivato alla casa di quel principale, e avendo veduto i trombetti e una turba di gente, che faceva molto strepito, diceva: Ritiratevi; perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando poi fu messa fuori la gente, egli entrò, e la prese per una mano. E la fanciulla si alzò. E se ne divulgo’ la fama per tutto quel paese”].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

TOCCARE GESÙ

Nella sala del banchetto si fece un silenzio improvviso. Un uomo, stanco ed ansimante come uno che arrivi di corsa, entrò: aveva il viso pallido e sconvolto, aveva gli occhi umidi di lagrime, aveva nella voce un singhiozzo che tremava. Era il capo della Sinagoga, Giairo, che veniva a cercare Gesù perché gli era appena morta l’unica figlia. Appena lo vide, lo guardò, si gettò a terra, l’adorò e gli disse; « Signore! te ne supplico, vieni a casa mia. La mia bambina è appena morta, ma se tu la tocchi colla tua mano potente, essa vivrà ancora! ». La fede di quell’uomo che domandava la risurrezione di sua figlia, come fosse la cosa più semplice del mondo, commosse Gesù che lasciò la mensa e gli andò dietro insieme ai suoi Apostoli. Ed ecco che sulla strada c’era insieme alla turba una povera donna ammalata. Erano dodici anni che pativa perdite di sangue e non aveva trovato né medici né medicine capaci di ridonarle la salute perduta. Aveva fede soltanto in Gesù. Se Egli sapeva risuscitare i morti, forse non avrebbe saputo guarirla dal suo male? Si gettò in mezzo all’onda fluttuante del popolo e riuscì a giungere vicino al Signore. « Oh! se riuscissi — pensava — a toccare anche l’estremo lembo del suo mantello, sarei guarita! » Tremando si accostò, di dietro, e protese la mano fino a sfiorare il suo vestimento. In quell’istante una commozione profonda la sconvolse fibra a fibra e comprese di essere guarita. Gesù si rivolse e la vide: « Figlia, — le disse — confida che la tua fede, oggi, ti ha guarita ». Guardate con quanto desiderio Giairo sospira che il corpo morto dell’unica figliola venga in contatto delle mani di Gesù; osservate con quale ansia la povera emorroissa vorrebbe toccare anche solo un lembo delle vesti del Maestro. Toccare Gesù ed essere da Lui toccati: ecco la brama di tutti i sofferenti che vivevano al tempo del Signore. Ma se non siamo ammalati nel corpo, quante malattie tormentano le anime nostre! Tocchiamo allora Gesù, lasciamoci da Lui toccare ed a noi come alla donna, come alla giovane del Vangelo, Egli donerà la salute. Adesso però Gesù non lo vediamo più coi nostri occhi: Egli è salito col suo corpo visibile alla gloria del cielo e là soltanto i nostri occhi lo potranno vedere così come è: ma anche quaggiù in qualche modo ci è dato ancora toccarlo, Lo tocchiamo per mezzo della fede e della preghiera, lo tocchiamo ancora nella S. Eucaristia dove è realmente presente. Ed io, in questa Domenica, vorrei proprio, coll’aiuto di Dio, accendere in voi l’ardore che avevano quelli che poterono vedere e toccare Gesù. – 1. CON LA FEDE. Il 15 dicembre 1502 Cristoforo Colombo, nel suo quarto viaggio pel nuovo mondo, era quasi agonizzante per le grandi tribolazioni subite, quando da una delle caravelle partiva un grido disperato che annunziava estremi pericoli. Tutto l’equipaggio fu preso da spavento alla vista di un cono immenso, di una tromba marina che riuniva il mare al cielo, innalzando le acque come immense montagne. Un vento impetuoso spingeva questo terribile fenomeno contro la piccola flotta che certo sarebbe affondata in un batter d’occhio. Cristoforo Colombo, quando sentì il muggito dei venti ed il grido disperato dei suoi, pensò alla scena evangelica in cui Gesù dormiva mentre il mare in burrasca riempiva di panico gli Apostoli. La figura soave del Maestro che con un gesto solenne calmava le onde si affacciò alla sua mente ripiena di fede e raccogliendo le sue forze si buttò in ginocchio per dire a Gesù che egli credeva alla sua potenza e lo supplicava a salvarli dall’imminente pericolo. Fu esaudito perché quando il capitano, per ispirazione divina, tracciò contro il turbine un gran segno di croce, questi mutò direzione ed andò a disperdersi nell’immensità dell’Atlantico. E Cristoforo Colombo poté portare la croce a popoli ignoti. Attraverso il gran mare della vita anche noi, o fratelli carissimi, siamo indirizzati ad una meta che deve essere ad ogni costo raggiunta: il paradiso. Anche noi, ciascuno in quel posto in cui l’ha messo il Signore, dobbiamo far conoscere e far amare un poco Iddio. Ma quante volte l’orizzonte si oscura ed appaiono dei turbini strani che s’avvicinano per farci perire. Chiamatele così le tentazioni che non ci lasciano mai in pace un momento e rendono difficile il servizio di Dio. Chiamatele così le contrarietà e i dispiaceri della vita che ci vengono senza andarli a cercare o che ci procurano i nostri fratelli che non ci vogliono bene. Cristiani, pensiamo a Gesù! Rendiamo così viva la fede che ci faccia quasi vedere  Gesù coi nostri occhi e come il grande ammiraglio cristiano supplichiamolo che voglia salvarci. Ogni volta che noi crediamo in Gesù, è come se toccassimo le sue vesti, se gli stringessimo con amore le ginocchia, se baciassimo la mano miracolosa. Ed ogni volta che facciamo questi tre atti di fede, un fluido di vita, uno sprazzo di vivida luce penetra nelle nostre anime e le rende sempre più invincibili. È questo spirito di fede e di preghiera che scioglie ogni difficoltà e ci rende salvi non solo, ma apostoli di bene tra i nostri fratelli. Ben più fortunati di Cristoforo Colombo, noi scopriremo una terra dove la felicità sarà eterna. – 2. CON LA SANTA COMUNIONE. « Tu vuoi fare la prima Comunione, ma… quanti anni hai? Mostrami i tuoi dentini ». E la piccina, di appena cinque anni, che voleva dal Padre Missionario la SS. Eucaristia, mostrò una fila di denti da latte. « Ma tu hai ancora i dentini da latte, sei ancora troppo piccina! ». La bambina tace un momento, ma poi soggiunge: « E quando non avrò più questi denti, mi prometti che mi darai Gesù? » « Sì, te lo prometto ». La bambina se ne va e ritorna dopo dieci minuti, ma in quale stato, mio Dio! Tremante, col viso bagnato di lacrime e la bocca macchiata di sangue… Armata di un sasso, ella aveva fatto saltare i suoi denti. Il giorno dopo, con la testina fasciata, ella si presentava felice alla santa Mensa, e attraverso a quella bocca ferita per amore, Gesù entrava nel cuore di quella piccina. C’è nell’episodio una barbara ingenuità, ma guardate che c’è anche un grande eroismo. Certe cose le capiscono soltanto quelli che hanno le predilezioni del cuore di Gesù. Ma io in questo episodio vorrei farvi notare con quale prontezza una bambina di cinque anni ha voluto togliere subito, sia pur con dolore quello che… le impediva, secondo il suo modo infantile di ragionare, di ricevere Gesù. Pensate invece quanti potrebbero tanto spesso ricevere la Santa Comunione e non hanno il coraggio di rendersi degni. C’è il peccato mortale nell’anima? Una buona confessione lo distrugge. Ci sono dei piccoli attacchi alle cose del mondo, alle creature di questa terra, ai propri comodi, alle proprie idee? Con un po’ di coraggio ogni cosa si vince. E poi dove meglio che nella Santa Comunione noi possiamo accrescere la nostra fortezza? Cristiani, è ora di scuoterci dal nostro torpore, è ora di deporre il nostro freddo. Gesù non si accontenta del tabernacolo di marmo: Egli vuole dei tabernacoli vivi, palpitanti di amore che sono i nostri cuori. Se li toccherà Gesù, saranno sanati. – Al tempo della peste di Milano, avveniva tra le tante una scena davvero commovente. I magistrati avevano dato ordine che i cadaveri fossero trasportati dietro i lazzaretti per venire tutti assieme in ogni sera seppelliti in una ampia fossa. Ma perché lungo la notte sopraggiungevano altri morti, al nuovo giorno il cumulo dei cadaveri era già pronto. Giacevano quei corpi gettati là alla rinfusa, accavallati gli uni agli altri, chiazzati di livide macchie, coperti di mosche, contaminati da schifezze. Quand’ecco che una mattina, mentre passava di lì frettoloso il piccolo corteo che portava il S. Viatico, da quell’orribile monte si levò una voce fioca: « Padre, padre, anche a me, per amor di Dio, anche a me la S. Comunione. Almeno, morirò contento ». Era un povero vecchio che colpito dalla peste e creduto morto era stato gettato là con gli altri per essere sotterrato. Levatosi a stento di mezzo ai cadaveri si pone in ginocchio e ricevuto che ebbe l’assoluzione e la Sacra Particola, chiude gli occhi e col sorriso sul volto ricade morto fra i morti per non levarsi più. Le tentazioni e i patimenti che ci opprimono da ogni parte, ci fanno spesso sembrare di essere in mezzo ad un’atmosfera di morte, tetra e spaventosa. Cristiani, quando fosse così, invochiamo Gesù col fervore della fede e la fiducia della preghiera; riceviamolo nella santa Eucaristia e sul nostro volto tornerà il sorriso, e nella nostra anima rifluirà la grazia che è seme di vita intensa e di gloria perenne anche quando il corpo si dovesse sfasciare nella corruzione della morte.– LA COMUNIONE FREQUENTE. Com’è bella questa pagina di Vangelo, piena di sprazzi di fede come un cielo di marzo è pieno di raggi di sole. Non è sulla persona dell’emoroissa che ci fermeremo a pensare: a noi poco interessa sapere se fosse Marta sorella di Lazzaro come vuole S. Ambrogio, o se fosse la Veronica, quella che asciugherà il volto del Signore, quella che insorgerà nel pretorio di Pilato a difendere Gesù, come appare nei vangeli apocrifi. Non questo c’interessa: ma è il desiderio bruciante che spingeva verso il Maestro le anime di Giairo e della donna che ci deve far riflettere e forse piangere sopra la nostra freddezza. Noi siamo indifferenti verso Gesù forse perché a casa nostra non c’è nessuno che muore; ma dite, non muore l’anima nostra quando commettiamo peccato? Forse perché noi non siamo malati; ma, dite, non sono malattie quelle cattive abitudini in cui ci trasciniamo da anni e anni? E le nostre passioni non sono quei cattivi medici che hanno scialato tutto il nostro patrimonio spirituale di preghiere, di purità, di elemosine? Allora, perché non andiamo frequentemente da Gesù? Gesù si trova nella Comunione. Ci si lamenta che la fede non è più viva come una volta, come al tempo dei martiri e degli eremiti; sapete perché? Perché ai nostri tempi ci si comunica troppo poco. Ci sono due classi di persone che tendono ad allontanarsi dall’Eucaristia per diversi motivi: i buoni per falso rispetto, i cattivi per ingrato dispetto. Ed io, con l’aiuto della Madonna, vorrei convincere tutti che lontani dalla Comunione si muore: quì elongant se a te peribunt (Salmi, LXXII, 27).1. I BUONI PER FALSO RISPETTO. Un mattino sereno, due barche si cullavano sulla riva del mar di Genezaret, mentre gli uomini di pesca erano discesi e lavavano le reti nell’acqua. Gesù ne sale una, e prega Simone di remare al largo: e là, in mezzo al lago gli dice di gettar le reti. Fu dapprima un sorriso triste che sfiorò il volto di Simone, come uno che sospetti d’essere scherzato, ma poi si rincorò, e per ubbidienza fece. Ma quando ritirando la rete la sentì schiantarsi per troppo peso, quando s’accorse che i pesci erano così abbondanti da riempir due barche, mandò un grido: « Signore, va via da me che son peccatore » (Lc., V, 8). Un altro giorno, il Maestro, senza volerlo, si trovò circondato da una folla che lo acclamava. S’era a Cafarnao. Gesù non era contento e disse: « Voi mi cercate perché ho moltiplicato, per voi, nel deserto cinque pani e pochi pesci. Non il cibo del corpo, ma il cibo dell’anima io voglio darvi ». E disse loro che cibo dell’anima era Lui, pane vivo disceso dal cielo, e non era lontano il giorno che avrebbe dato a tutti da mangiare la sua carne, e da bere il suo sangue. Molti, anche de’ suoi discepoli, si alzarono a protestare: « Com’è possibile ciò? Le tue parole sono dure, e nessuno le può digerire ». E se ne andarono. Gesù guardò i dodici, e mormorò tristissimamente: «Anche voi volete andarvene? ». Allora Simone, quel Simone che aveva scongiurato il Signore a stargli lontano, saltò su a dire: « Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Noi ti conosciamo » (Giov., VI, 69). Anime buone, che il pensiero. delle vostre miserie passate, della vostra debolezza presente, della vostra indegnità passata presente e futura, vorrebbe tener lontani dal Santo Altare, nei due gridi di Pietro non avete trovato la risoluzione dei vostri timori dubbiosi? Se dovessimo guardare i nostri peccati soltanto, giammai dovremmo comunicarci: neppure una volta. « Exi a me, quia homo peccator sum, Domine! ». Ma che sarebbe poi dell’anima nostra senza il suo Pane vivo? « Ad quem ibimus? verba vitæ æternæ habes ». « Ma come posso io comunicarmi spesso, dicono certe anime dubbiose, — se vivo in una casa dove non si rispetta la religione, se passo la giornata fra operai che ne dicono d’ogni colore? », Appunto per questo è necessaria la Comunione frequente: tu vivi in una fornace ardente e se non vuoi bruciare, è necessario che un Angelo ti difenda da quelle fiamme. L’Angelo bianco è l’Eucaristia. — Ma io ho tante tentazioni: vi resisto, è vero; ma ritornano sempre. E sono pensieri, e sono immaginazioni… — Appunto per questo è necessaria la Comunione frequente: la vita dell’uomo è una battaglia e tu hai bisogno di armi e di coraggio per vincere. La tua arma e il tuo coraggio è l’Eucaristia. — Ma il mondo mi chiamerà ipocrita, mi accuserà di mangiar Cristo a tradimento, mi rinfaccerà i miei difetti. Lascia dir la gente, come Gesù lasciò dire quando mormoravano perché mangiava in casa dei peccatori. E se trovano difetti in te, nonostante la Comunione frequente, ne troverebbero dei maggiori senza di essa. — Ma io non sono mai tranquillo… ho paura. — Giusta e santa è questa paura. Consigliati col tuo confessore e poi serenamente a lui ubbidisci. E, per finire, a queste anime titubanti, ripeterò le parole del Vescovo di Ginevra: « Temete di avvicinarvi a questa adorabile mensa; ma soprattutto temete d’allontanarvene ».2. I CATTIVI PER INGRATO DISPETTO. Dopo la burrasca, Gesù toccò terra nel suolo di Gerasa. Nell’uscire dalla tremante barchetta, vide correre in mezzo alle tombe, scavate nei fianchi del colle, un uomo ignudo che urlava selvaggiamente. Un brivido di pietà e di spavento prese gli Apostoli. Quell’infelice era posseduto dallo spirito impuro. Invano erasi tentato di legarlo: rompeva d’un tratto le funi, e ripigliava le sue corse vagabonde fra le tombe, e si percuoteva con le pietre dei colli. Assaliva perfino i passanti sul loro cammino, e non pochi avevano sofferto per lui.Come da lontano scorse venire Gesù, cominciò a gridare: « Che vi è di comune tra me e te, o Gesù figlio dell’Altissimo? Vattene, te ne congiuro; non tormentarmi » (Mc. V, 7). Questo indemoniato mi pare una paurosa figura dell’uomo cattivo che non vuol ricevere Gesù. Era un ossesso, homo in spiritu immundo, e l’uomo che ha peccato, in certo senso, è pure posseduto dal demonio, che in lui abita come in casa sua. Era un ossesso da uno spirito immondo, homo in spiritu immundo, ecco il principale motivo che tiene lontano gli uomini dalla Comunione: chi si ciba di ghiande di porci, non ha più gusto per il pane degli Angeli. V’è di più: l’infelice abitava in mezzo alle tombe tra la corruzione dei cadaveri: qui domicilium habebat in monumentis. Certe sale di divertimento, certi ritrovi sono tombe ove si corrompe non solo il corpo, ma anche l’anima. Chi frequenta questi luoghi non ha più il tempo di ritornare alla Chiesa per la Comunione. L’indemoniato di Gerasa rompeva ogni catena, dirupisset catenas; sono le catene delle leggi di Dio, delle leggi di natura, dei doveri di famiglia che l’uomo impuro spezza, per sprofondarsi nel fango. E non si accontenta della propria rovina ma con gli scandali, trascina nel suo baratro molti incauti. Proprio come l’ossesso: sævus nimis, ita ut nemo posset transire per viam illam (Mt.; VIII, 28). Quand’è così, non fa più meraviglia, se queste persone rifiutano di comunicarsi? È una conseguenza logica della loro vita quel grido: “Che c’è di comune tra me, che grufolo nel pantano, e te, o Gesù purissimo? Vattene; non tormentarmi. Ne me torqueas“. Non tormentarmi con i tuoi soavi inviti alla Comunione: io amo il piacere della disonestà e non ho voglia di riceverti. C’è pure un altro peccato che allontana dalla Eucaristia: l’avarizia. Proseguiamo il racconto dell’indemoniato e capiremo. Gesù comandò ai demoni che uscissero da quell’uomo sventurato. C’era in quei dintorni montuosi un branco di porci, e i demoni prima di lasciare quell’uomo dissero a Gesù: « Mandaci là che vogliamo entrare almeno quel gregge immondo ». Il Maestro permise. Gli animali atterriti e percossi come da un uragano improvviso, si slanciarono in gruppo verso la sommità della montagna, donde precipitarono, a picco, in mare. Accorsero i padroni e molta gente dalla città; e come conobbero il disastro pregarono Gesù di andarsene in fretta, perché la sua presenza non li rovinasse maggiormente. Et rogare cœperunt eum ut discenderet de finibus eorum (Mc., V, 19). Che umiliazione per Gesù! quella gente preferiva, a Lui, un branco di porci. L’uomo avaro preferisce una manata di soldi, un po’ di roba, al supremo bene che è la Comunione. E lo sentirete dire che non ha tempo per comunicarsi: ha tempo solo per gli affari di questo mondo. Eppure Gesù tutti chiama e sforza a sé, come l’uomo che aveva fatto una grande cena. Compelle intrare (Lc., XIV, 23). Resisteremo ancora a questo pressante invito, dispettosamente? Passeranno ancora mesi e mesi senza comunicarci? Con questo non voglio dire che si debba ricevere la Comunione anche senza le dovute disposizioni, perché se sta scritto che chi non mangia la carne del Figlio dell’uomo dovrà morire (Giov., VI, 54), sta scritto pure che chi la mangia indegnamente, ingoia la sua condanna. Ma come ho incoraggiato con la parola di S. Francesco di Sales, a comunicarsi quelli che si astenevano per un vano rispetto, così a costoro che per dispetto non ricevono Gesù, ripeterò l’austera parola del Crisostomo: « O fratelli! se alcuno tra voi capisce d’essersi reso indegno della santa Comunione, io lo scongiuro che si renda degno ». – Torniamo all’emorroissa. Eusebio nella Storia Ecclesiastica racconta che la donna, guarita dal flusso di sangue, era oriunda da Cesarea di Filippo. In riconoscenza volle che in mezzo alla sua città si elevasse una statua a Cristo, proprio con quella veste i cui lembi aveva baciati. Si diceva che sotto a quel monumento crescesse l’erba di nessuna virtù; ma tosto che, cresciuta, toccava i lembi della veste di Gesù, acquistava il potere di sanare ogni male. Cristiani! non in mezzo alla città, ma in mezzo al nostro cuore eleviamo un trono a Gesù e su di esso poniamoci non una statua, ma la sua Persona viva e vera com’è nella santa Comunione. Ogni nostro pensiero, ogni nostro affetto, ogni nostra gioia ed ogni dolore sarà santificato, come quell’erba, dalla sua presenza ed acquisterà valore per la vita eterna. Dice ancora S. Gerolamo che Giuliano l’Apostata aveva tentato una volta di rimuovere quella statua, per sostituirla con una propria immagine. Ma un fulmine dal cielo sminuzzò la sordida figura dell’imperatore sacrilego. Se noi ricevessimo frequentemente Gesù, vi assicuro che appena il demonio tentasse di porre la sua immagine in noi (e l’immagine del demonio è il peccato) Gesù saprebbe frantumarla e ci salverebbe da ogni male. — Allora, ogni quanto tempo ci dovremo comunicare? Il più frequente possibile: ciascuno però si consigli col suo confessore. — Comprendo — direte voi — tutto questo va bene per le donne; ma per gli uomini? Ho parlato anche, e specialmente per gli uomini. Nel Vangelo di oggi non è appena una donna che ha mostrato desiderio di Gesù; fu un uomo, Giairo, che lo scongiurò a venirgli in casa.– IL PECCATO VENIALE. Ecco due donne ed entrambe ammalate: l’una d’un male che tormenta per anni e anni, l’altra d’un male che in poco tempo uccide. Queste donne sono simbolo dell’anima nostra, e le loro malattie sono simbolo delle malattie dell’anima nostra. Non è il peccato mortale quel terribile morbo che in un attimo toglie la vita dell’anima, la rende nemica di Dio, maledetta in vita e nell’eternità? Ma c’è un’altra malattia, che se non l’uccide la indebolisce di volta in volta; che se non la fa nemica di Dio, la rende però a Lui nauseante; che se non la fa maledire, non la fa neppure benedire: il peccato veniale. Tutti facilmente comprendono la nefandità del peccato mortale, ma troppo spesso anche i Cristiani non sentono il dovuto orrore per il peccato veniale. « Che male c’è — dicono — ad accontentare un po’ le nostre passioni? è peccato veniale, è cosa leggera, è roba da poco ». Sì, è vero: il peccato veniale in confronto al peccato mortale, è leggero. Anche la terra intera confrontata con l’immensità del cielo è un pulviscolo, ma per questo nessuno oserà dire che i cinque continenti insieme e l’oceano che li separa siano una quantità trascurabile. Considerate con l’occhio della fede il peccato veniale, consideratelo in se stesso, nelle sue conseguenze, poi anche voi come santa Caterina da Genova esclamerete inorriditi: « Meglio qualsiasi sciagura, ma non il più piccolo peccato veniale ». – 1. IL PECCATO VENIALE È UN MALE GRAVE IN SÉ. Atalarico re dei Goti aveva comandato la strage dei Cristiani. Faceva passare per le contrade un carro con sopra la statua d’un idolo: tutti quelli che non uscivano ad adorarlo, tutti quelli che non mangiavano la carne sacrificata all’idolo, venivano uccisi. Nella regione dove dimorava S. Saba, vi erano dei pagani così affezionati per le sue virtù e per la sua carità a questo servo di Dio, che volevano ad ogni modo conservarlo in vita. Ma poiché sapevano bene che egli non si sarebbe lasciato persuadere in nessun modo ad apostatare, pensarono di recarsi dagli ufficiali imperiali per testificare che nel loro circondario non v’era neppure un Cristiano, e che risparmiassero quindi di venire con il carro e con l’idolo. Appena il Santo conobbe questo pensiero, cominciò a gridare: Sventurati, che cosa state macchinando? Volete dire una bugia per salvarmi? Volete offendere Dio per conservarmi la vita? Che cos’è la mia vita e tutto il mondo perché la si debba anteporre alla gloria del Signore? E quando giunse il carro dell’idolo, egli subito uscì fuori gridando: « Non io adorerò il demonio! Non io mangerò le carni a lui sacrificate! Sono Cristiano vero: uccidetemi » (VOGEL, Vite dei Santi). Aveva ragione di chiamarsi cristiano Vero, perché non si può essere Cristiani se non quando alla propria vita, al proprio comodo, al proprio capriccio si preferisce la gloria di Dio. Cristiano vero fu S. Giovanni Crisostomo che piuttosto che un peccato veniale avrebbe voluto restar invasato dal demonio per tutta la vita. Cristiano vero fu S. Agostino e S. Anselmo che volentieri si sarebbero precipitati in una fornace. ardente, pur di risparmiare la più piccola offesa al Signore. E in verità consideriamo il peccato veniale e riguardo all’anima che lo commette e riguardo a Dio. Riguardo all’anima il peccato veniale significa una diminuzione di bellezza e di splendore. Che direste voi di un principessa reale che indifferentemente comparisse in pubblico con la faccia lorda di fango, con le vesti smunte e sbrandellate? L’anima nostra è appunto questa principessa reale, essa che è figlia di Dio. Ed il peccato veniale è quello che macchia il suo volto e lacera il suo manto e spegne il suo splendore. Riguardo a Dio, poi, significa offesa; ma ogni offesa fatta all’Essere perfettissimo, benché minima, è sempre un male sommo. E subito ce ne convincono i castighi con cui Dio talvolta punisce il peccato veniale. Una donna, contro il divieto del Signore, si volta indietro a guardare una città in fiamme. Fu un attimo: e la moglie di Lot rimase pietrificata. Mosè ed Aronne titubarono un istante della parola di Dio, e dovettero morire senza por piede nella terra promessa, essi che per quarant’anni, sotto il sole e la pioggia, con fame e con sete, avevano guidato il popolo. Un profeta accetta un invito a colazione, e Dio glielo aveva proibito: quando riprende il cammino sbuca un leone che lo rovescia in terra e lo sgozza. Anania e Zaffira, marito e moglie, portando una grossa elemosina a San Pietro dicono una bugia. E subito, in faccia a molti Cristiani raccolti in preghiera, stramazzano ai piedi dell’Apostolo, esanimi. La loro bugia, commentano S. Gerolamo e S. Agostino, era soltanto un peccato veniale e Dio li ha puniti di morte a nostro insegnamento. E noi crediamo che gli unici mali sono le malattie, la morte, la miseria, le liti… Queste cose sono nulla in confronto del peccato: anche del più piccolo peccato veniale. – 2. IL PECCATO VENIALE È GRAVE NELLE CONSEGUENZE. Una madre, da tanto tempo lontana, ritornava alla sua famigliola ove l’aspettavano i suoi bambini e il focolare spento. Lungo la via trova un palazzo: vi entra, beata di riposarsi un poco, ella che aveva dovuto camminare tanto, camminare sempre. Abbagliata dallo splendore di quelle sale, sedotta. dai profumi e dalle vivande che la circondavano, dimenticò i suoi figliuoli che lontano la chiamavano piangendo. Rimase un giorno o un’ora? neppur ella lo seppe. Ma quando fece per andarsene sulla porta di entrata trovò distesa nel sole una ragnatela: fine, leggera, quasi invisibile. Sorrise la madre davanti a questo delicatissimo ostacolo, e con una mano la strappò. Ed ecco, dietro alla prima, una seconda ragnatela; e la seconda ne nascondeva una terza, e la terza una quarta. Strano! ce n’erano cinque, sei… venti. Ella le strappa tutte, ma ce n’è ancora; sempre. Ella continua a strapparle, e le ragnatele continuano a riapparire ancora… ancora. La povera donna è affannata, gronda di sudore, soccombe alla fatica, e si butta per terra disperatamente. Davanti a lei, in alto, luccicava e dondolava nel sole quell’ostacolo da nulla: leggero, e pure vincitore. Da lontano il vento portava il grido dei piccoli figli, che attendevano invano: « Mamma, mamma! ». È cosa da nulla il peccato veniale, è un filo di seta, è una ragnatela: ma dopo il primo ne viene un altro, poi un terzo, poi una catena lunga, non mai spezzata appunto perché si credeva fatta di cose da poco. E intanto si formano le cattive abitudini che ci tengono prigionieri, come quella povera madre, lontano dal nostro dovere. E intanto dalle cose da poco si scivola nelle cose da tanto, senz’accorgersene. Guai, dice S. Paolo, se si comincia a lasciare un posticino al diavolo! « Nolite dare locum diabolo! » (Ef. IV, 27). Da un posticino ne vuole due, tre, quattro… vuole tutto noi e ci porta via. Da lontano piangono i nostri Angeli custodi abbandonati e ci chiamano invano come quei figli piangenti chiamavano invano la loro mamma. Che male c’è stare alla finestra oziando, qualche ora alla sera? Che male c’è fissare, sorridere, parlare scioccamente con persone di sesso diverso? Domandatelo a Davide. Che male c’è, se i fanciulli rubano qualche golosità; se nel far spesa s’imbroglia di qualche lira il ricco negoziante; se il contadino si crede lecito d’allungare la mano nel campo del vicino; se l’operaio si porta via da bottega un asse, un ferro, un pezzo di cuoio? Che male c’è? Domandatelo a Giuda. Che male a chiacchierare in chiesa, conservare poco raccoglimento davanti a Dio presente? Che male c’è dimenticare le orazioni mattino e sera? Che male c’è sciupare il tempo davanti allo specchio, seguire l’ambizione della moda? Oh! Vorrei che venisse a rispondervi un’anima del purgatorio; una di quelle che da anni e anni è consumata in quei tormenti indicibili forse per un solo peccato veniale! E penserete ancora che il peccato veniale sia una cosa da nulla? Cosa da nulla è un sassolino: ma se si distacca dalla montagna e precipita a valle e colpisce la statua colossale nel suo calcagno di creta, in un attimo la rovescia in pezzi. Cosa da nulla è un pugno di neve: ma se si arrotola su altra neve s’ingrossa e diventa una valanga che travolge i paesi nello sfacelo. In un serraglio stava legato con grossa fune un terribile leone. Durante il silenzio della notte uscì un minuscolo topolino e per lunghe ore rosicchiò la fune. All’alba quando il domatore entrò nella gabbia del leone legato, la belva, destandosi, s’allungò verso l’uomo. La corda rosicchiata, a quell’urto, si ruppe; dopo un istante il domatore era disteso con il petto orribilmente squarciato. Il leone son le nostre passioni: il topolino è il peccato veniale. All’erta, perché  egli rosicchia la corda, ed al momento opportuno, ci troveremo sopraffatti dalle tentazioni e, abbandonati da Dio, soccomberemo. – Roma cresceva. Dalla sponda africana Cartagine intuiva che solo di là poteva giungere la sua rovina. Perciò in un giorno di festa, davanti alla folla radunata nel tempio, Asdrubale condusse il suo figlioletto Annibale e lo sollevò perché potesse arrivare all’ara fumante degli dei. Il piccolo Annibale, con negli occhi il fosco bagliore del fuoco e del fumo, distese la mano sulla fiamma e gridò nel silenzio: « Odio eterno al nemico! ». Noi pure sappiamo che la nostra rovina ci può venire solamente dal peccato. E bene: oggi, davanti all’altare del Signore vero, gridiamo anche noi con irremovibile volontà: « Odio eterno al peccato: non solo mortale, ma anche veniale ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris.

[Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

(Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché a coloro ai quali concedi di godere di una divina partecipazione, non permetta di soggiacere agli umani pericoli.)

Preghiere leonine

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDE DELLA FEDE (227)

LO SCUDO DELLA FEDE (227)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (1)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

PREFAZIONE

L’uomo ha bisogno di Dio ; sempre qualche cosa gli manca, che non trovano i poveri nei loro tuguri, né i ricchi nei loro palazzi, né altri in mezzo ai traffici, neppure in mezzo al trionfi. Questa cosa che manca agli uomini è Dio, che solo può soddisfarli interamente; e Dio si usa cercarlo nei templi. Per questo in ogni angolo della terra, appena si trova un gruppo di uomini, si affrettano subito di formarsi un tempio, e nel tempio rizzare un altare quasi per farsi scala in cerca di Dio: quando poi l’uomo non ne può più della vita, a riposarsi de’ suoi sogni crudeli, corre a gettarsi ginocchioni nel tempio, fissa gli occhi all’altare, e su per esso, sull’ali della preghiera cerca di sollevarsi a Dio per respirare nel suo seno il profumo di una vita migliore. Ma allora che si innalza a Dio col suo pensiero, deve sentire il suo nulla l’uomo meschino dinanzi a Lui, e da Lui riconoscere tutto, e tutto da Lui aspettare. – Anche convien confessare che sollevandosi l’animo a Dio, sente il peso della propria miseria, e dinanzi a Lui un tristo pensiero l’accompagna, che s’attraversa all’unione con Dio. E la coscienza della propria colpa, che rompe l’armonia tra il Creatore e l’opera sua, e sturba la pace che l’uomo sperava di trovare in Dio. Pur troppo tutti gli uomini di tutti i tempi si sentono rei fin dal loro nascere, e, come per istinto, pare che dicano almen confusamente: « Ecco siam concepiti in iniquità, ed in peccato ci han generati le madri nostre. » Questo lor sentimento gli uomini confessarono di provare in tutti i tempi, in tutti i luoghi con tutte le forme dei riti, manifestando in ogni religione il bisogno non solo d’onorare, ma anche di placar Dio con sacrifici. (Vedasi Roselly de Lorques. — Della morte anteriore all’uomo ecc. cap. X, dott. dell’espiazione. De-Maistre — Del sacrificio e dei sacrifizi religiosi di tutte le nazioni. Trattato storico-Critico, opera del Card. Tadini Arciv. di Genova, — Nicolas: Studi filosofici, etc). – Così la Chiesa Cattolica, che fa conoscere il dovere ed il bisogno che hanno gli uomini di placare, di adorare, ringraziare e supplicare Dio con sacrificio, e lo dà loro in man preparato, trova un’eco nel cuore degli uomini alla sua dottrina, e pare che tutte le nazioni del mondo le debbano rispondere « Voi dite bene; ci avete voi interpretati i sentimenti che noi proviamo confusi, e così provvedeste ai nostri bisogni. » Perché difatti la storia di tutti i popoli mostra che essi furono persuasi in ogni tempo di questa spaventosa verità: che si vive sotto la mano di Dio irritato, e che Egli si deve solo placare coi sacrifizi (« La caduta dell’uomo degenerato è il fondamento della Teologia di tutte le nazioni antiche. » Voltaire, Filosofia della Storia. Questio i sull’Enciclop.). Vediamo di più, che tutti i popoli del mondo, pur tra loro d’indole, di favella, di leggi e fino di colore così diversi, non solamente vennero sempre ad offrire sacrifici, ma per sacrifici offrirono quasi sempre vittime d’animali. Essi cioè essendo persuasi d’esser colpevoli, col fare le loro offerte dell’animale in sacrificio, mostrarono di credere, che si potesse mettere innanzi una vittima per pagare la pena a conto dell’anima, che ha peccato; credettero adunque sempre gli uomini, che, ad unirsi e comunicare con Dio, come richiede la loro necessità, non bastasse la preghiera e l’oblazione; ma che fosse d’uopo prima placare la giustizia Divina, e a togliere di mezzo l’ostacolo della colpa si dovesse mettere innanzi la morte del colpevole, almeno nel sacrificio rappresentata. Ora, se per la soddisfazione dovuta sì credeva potesse valere un animale sacrificato, tanto più facilmente si pensava, che potesse un uomo per un altro uomo soddisfare. Quindi in tutte le religioni furono con gran rispetto osservati quegli uomini, che si sacrificarono per aiutare la povera umanità. Ben appare da questo, che gli uomini s’accorgevano d’esser tutti insieme come una sola famiglia, che viene da una sola radice, e forma come un corpo solo; di cui le membra sono solidarie fra loro; cioè l’un può per l’altro portarne i pesi, le pene, ed offrirsi in soddisfazione alla Divinità, a cui pensavano dover riuscire soprattutto accettevole il sacrificio della verginità e dell’innocenza. Ora per procedere colla maggior chiarezza, ritorniamo a dire in breve il già detto; ed è che gli uomini sentono di dover adorar Dio, e che dinanzi a Dio sentono d’essere colpevoli, e d’aver bisogno di offrirgli sacrifizi, che credono di poter sostituire una vittima per la soddisfazione dovuta dall’anima colpevole. Le vittime difatti anticamente si chiamavano anti-psyche, parola che vuol dire vice-anima, quasi pro anima, cioè anima sostituita per un’altr’anima (Lami, Appar. Ed. Bib. I, 7). E queste verità che troviam confessate nelle religioni di tutti i popoli, ben dovettero essere già fisse nella mente umana prima di ogni istituzione di riti, perché le pratiche religiose le suppongono già, e sono ordinate a tradurre in atto e ad eseguire quanto insegnano esse; potendosi affermare che presso i diversi popoli della terra « di tante varie religioni nessuna havvene, che non abbia per iscopo la espiazione (Voltaire, Filosofia della Storia — Quest. sull’Enciclop.) per mezzo dei sacrifizi: mentre i sacrifizi praticati in tutte le religioni non furono semplici offerte fatte in ossequio alla Divinità. Perché, quando gli uomini avessero voluto fare semplici offerte, vi avrebbero recata cogli altri doni, se si vuole, anche la carne; ma la carne se l’avrebbero, noi crediamo, provveduta altrove, e coperta di fiori, profumata d’incensi, o preparata altrimenti, per venire poi con solenni funzioni a farne l’offerta: e non sarebbero venuti a sgozzar l’animale, azione per altro in se stessa tutt’altro che festosa e bella. Ma no: nei sacrifici la solennità delle funzioni sta appunto nell’immolare la vittima, che si vuole sacrificare sull’altare col versarne il sangue dinanzi a Dio. E perché questo atto, che sa di sdegno? Perché questa vendetta, questa effusione di sangue? Perché è diffuso nella coscienza de’ popoli un sentimento indeterminato di quella verità, che fu poi così chiaramente rivelata dal Cristianesimo; che per la via della carne formata ed irrorata di sangue fu trasfuso il peccato nella umanità, per la quale tutti quanti nascono dal sangue e dalla volontà della carne, non nascono più figliuoli in grazia di Dio. Si vuole adunque nel sacrificio al cospetto di Dio colpire d’anatema il mezzo per cui si trasfonde nella generazione viziata un peccato, cagione di tutte le altre colpe. Siccome gli uomini nascono di sangue peccatori, offerendosi per loro espiazione la vittima, della vittima si sparge il Sangue: perché è questo veicolo, che si vuol versare a placare Iddio, quasi per distruggere il mezzo per cui nel mondo s’introdusse il mal germe dell’iniquità: per così, col versare il sangue, procurare l’espiazione. Così tutti i culti, anche quelli che paiono non avere alcun parentado col culto nostro Divino, se penetriamo sotto alle apparenze ed alle aggiunte delle superstizioni, troviamo che vanno a confondersi nella maestà di un culto universale: e questo culto universale depurato, santificato, a cui aspira l’umanità, splende degno di Dio nella Religione Cattolica. – Colla scienza di questa verità gli uomini inferociti per brutali passioni, furono traboccati nei più grandi eccessi da diaboliche superstizioni. Si vorrebbe poter negare: ma la storia l’attesta in troppi luoghi, che gli uomini furono spinti a sacrificar gli uomini, ed a mangiar le carni « Si vuol sangue, » pareva che lor gridasse un tremenda voce misteriosa; e correvano a scannare in sacrificio prima i colpevoli, che si guardavano come sacri allo sdegno della Divinità; (quindi il sacrificare i rei si diceva espiare, cioè dissacrare, il che vuol dire sciogliere il voto dell’offerta col dare a Dio ciò che gli era sacro; poi si sacrificavano i nemici, poi gli stranieri; perché, quando non vi è carità, si trovano mille titoli per tener come nemici i nostri simili. Noi conserviamo ancor una parola per significare la materia di che si prepara il sacrificio, che noi chiamiamo Ostia. Questa parola viene dalla parola latina hostis, e hostis significa nemico ed anche straniero. V’era adunque ben poca differenza tra i nemici, e gli stranieri, quando si trattava di scannarli in sacrificio. Ora noi Cattolici, quando prendiamo in mano quel po’ di pane candidissimo che chiamiamo Ostia, siamo in obbligo di confessare che la Religione Cattolica colle idee ha ben mutati i costumi! Noi adesso sentiamo ribrezzo e spavento a quegli orrori. Bene sta: ma per carità! non dimentichiamoci che noi siamo nati in seno alla Chiesa Cattolica, pietosa madre, che alla nostra culla ci parlò d’amore di Dio e ci fece sorridere coll’immagine di un Dio Bambino innamorato di patire per noi. Del resto, se domandassimo un poco ai poveri Missionari, che nell’Asia, nell’Oceania, nell’Africa affrontano i furori della superstizione, ci risponderebbero, che ancora ai di nostri nelle Polinesie. Nel Tonchino, ed altrove si squartano i Missionari, e da loro agonizzanti si strappa il cuor dal petto, e si mangian le viscere palpitanti innanzi agl’idoli (V. Annali Prop. Della Fede). Non dimentichiamoci che nel 1793 nella nazione più incivilita del mondo si abolì il sacrificio di Gesù Cristo, e si rovesciarono gli altari, ma subito fu inondata di sangue umano; non dimentichiamo quegli orrori!…. ed altri che avverrebbero… Credono adunque tutti, che senza effusione di sangue non si fa remissione. Ci vuol sangue! Ecco la persuasione universale. E qual sangue? Eh! non potevano gli uomini immaginarsi di qual sangue avessero bisogno. Veramente noi Cristiani, entrati la prima volta nell’America, abbiam trovato, che gli Americani si credevano obbligati a preparîfr fino ventimila teste da sacrificar sugli altari delle orribili loro divinità (Cong. De la Nueva Espana 3, 3), e serbavano a tal fine i nemici, e quando mancavano, facevano guerra apposta per far prigionieri da farne carne, e quando si mancava anche di questi, tagliavano la testa fino ai proprii figli (Lettere Americane de’ Carli). Ma quando, invece di vedere quei feroci sacrificanti con furore di demonio diguazzare nel sangue, gli Americani videro la prima volta il sacerdote cattolico mite, compunto  confidente in Dio, alzar fra le mani teneramente adorando la Santa Ostia, consacrata sopra i fedeli che prostesi a terra picchiavansi il petto con umiltà; allora quei poveri Americani avranno chiesto « che volesse dire quel rito, e che fosse ciò, che al ciel si alzava: » e i Cattolici avranno risposto: Questa è l’offerta del Figliuol di Dio, che paga per tutti i mostri peccati. » Oh si! quei Catecumeni, abbracciandosi fra loro per consolazione, e le madri baciando con largo sospiro i lor bambini, avranno esclamato « Sia Benedetto il Grande Spirito, che non si scanneranno più sugli altari i nostri figli. » Ah! ripariamo noi adunque la nostra povera umanità intorno all’Altare, e, tenendoci attaccati ad esso, mostriamo al cielo il tremendo Mistero in quell’Ostia pacifica, Corpo e Sangue di Gesù Cristo, che riconcilia gli uomini con Dio, pel cui mezzo il Sangue di Dio, mischiandosi col sangue degli uomini, oltre al salvarci le anime risparmia ben anche di molto sangue umano. Noi abbracciati con Gesù sulla Croce gridiamo pure: tutto è consumato, consummatum est! Sì, veramente a questo grido dalla croce, e dall’Altare il velo del tempio si squarcia, i secreti del Santuario ben addentro son conosciuti. Dio ha mostrato in una maniera degna di Sé ciò che il genere umano, senza ben intendere, confessava; cioè che gli uomini creati per adorare l’Eterno, radicalmente tutti peccatori, sarebbero tutti perduti; e che a salvarli ci voleva sangue, e sangue innocente, Sangue Divino. Così Dio ha pur manifestato i segreti della sua Divinità; ed ecco in qual modo ci proviamo di esporre qualche idea della sua ineffabile manifestazione. In principio Dio, Essere infinito, creava l’universo come per isfogo della sua bontà, e, contemplando poi le opere sue, vedendole buone, pure non poteva essere soddisfatto, finché lo sguardo suo, per dir così, non s’incontrasse fra le creature in due occhi che collo sguardo al cielo cercassero di Lui. Allora Dio lasciava scorrere un piccolo raggio della sua luce divina sopra l’argilla più perfettamente organizzata, ed accendeva il lume dell’intelletto umano, spirandovi sopra un soffio della sua bocca; e die’ principio a quel movimenti d’affetti nel cuor dell’uomo, che sono come tanti slanci, per cui l’anima nostra irrequieta sopra la terra non trova più pace fino che non salga a beatitudine in seno a Dio. Così era creato l’uomo ad immagine di Dio. Quando, avendo Adamo prevaricato, e reso sé e tutti i suoi posteri eternamente infelici, il Verbo di Dio contemplò la sua immagine, che è quest’anima umana, caduta in basso dopo il peccato; ne senti una vivissima compassione, e per la sua carità infinita, quasi un bisogno di aiutarla a risorgere, a ritornare a sé; affinché questa luce della ragione umana non andasse come luce fosforica errando terra a terra mischiata al fango, volle pertanto vivificarla della potenza del suo raggio divino, per farla riflettere divinamente: vivida verso il suo Principio. Quindi il Figliuol divino, per abbassarsi a sorreggere l’umanità, e a salvarla, discese Egli stesso Lume di lume, Dio di Dio. Per iscaldare dei raggi di sua Divinità l’umana natura, unì la sua Divinità alla natura umana: incarnandosi nell’umanità, l’umanità fu assunta in Dio così da essere una Persona in due nature, l’Uomo-Dio, il Verbo Divino Figliuolo di Dio e Figliuol di Maria, Gesù Cristo Salvatore nostro. – Ora quest’Uomo-Dio, comprendendo appieno Dio in tutto l’esser suo, colla sua mente divina ben conobbe quanto Iddio merita d’esser conosciuto, adorato, amato e ringraziato, perché fonte inesauribile di ogni bontà: ben conobbe quale immensa offerta gli è dovuta in ricognizione di Lui, a cui tutto si deve! Dall’altra parte vedeva essere Iddio orribilmente sconosciuto ed offeso dagli uomini, e, trovandosi anche Egli fratello degli uomini, porzione dell’umanità, membro solidario di questo gran corpo, che trovava reo dinanzi a Dio, dovette sentir bisogno di tutta adoperare la ricchezza della sua divina umanità, Per far di se stesso per tutti la grande offerta, che si voleva per adorare Dio, ringraziarlo, rendergli soddisfazione come si merita. Se qui ci fosse permesso tradurre in forma umana i pensieri dell’Uomo-Dio, vorremmo dire che Gesù Cristo avrà dovuto esclamare in tutta la sua vita: « Ah! dove è una vittima degna del mio Padre Iddio? Lungi dall’Altare di Dio vittime di fungo… Ecco vengo Io, o Padre… Io son ben fortunato che voi m’abbiate datò un corpo da offrirvi degno di Voi: Io vengo, io vengo ad offerirvelo. » Corpus autem aptasti mihi. une mihi: ecce venio (Ps, XXXIX e Hebr. X). Quindi come sulla Croce, qui sugli Altari, in tutte le Messe Gesù Cristo cade a nulla dinanzi a Dio per adorarlo, si getta ai piedi del Suo trono per ringraziarlo: e, mostrando il suo Corpo consacrato sotto la Specie di pane, ed il suo Sangue consacrato sotto la Specie di vino, e così sacramentalmente, il Sangue diviso dal Corpo, sta davanti a Dio sotto le forme di agnello svenato, e trova in cielo la Reden- zione. (S. Cip. ad Heb. IX, 12). Così adunque sarà soddisfatto e contento Gesù? No, no: il Divin Figliuolo è uno coll’Essenziale bontà, e la bontà tende a sfogarsi comunicando il bene a chi n’ha bisogno. –  Fatto mediatore tra Dio e gli uomini, Ei guarda gli uomini suoi fratelli, e li vedo affamati di bene, e bisognosi al tutto di Dio. Quindi sull’altare sacrificaridosi a Dio, la sua bontà non è contenta appieno, se agli uo- mini non si comunica in modo infinito; e per l’amor suo, vorremmo dire, che non ha pace, finché non li ravvicini, e non li riassorba in Dio. Ecco in vero, che, quando si andava a sacrificare sulla croce, parve che sentisse troppo forte i legami, che lo strin-gevano al suoi poveri fratelli; e in sull’andare al Calvario dona agli uomini nella San- tissima Eucaristia il suo Corpo, il suo Sangue da offrirsi a Dio per loro nella santa Messa, e da riceversi nella santa Comunione. Ah! quando il Padre Divino ci donò il suo Figlio, e il Figlio, sacrificandosi al Padre, ci donò Se stesso; e lo Spirito Santo cooperò al mistero dell’amor infinito, noi siamo veramente divenuti padroni dei tesori della Divinità, avendo acquistato diritto a tutti i doni divini — ommia nobis donavit — Replichiamo ancora: sì veramente qui tutto è consumato! Perché Dio ha palesato il Mistero della sua Divinità: poiché nel Sacrificio della S. Messa noi possiamo dire, che abbiam conosciuto la grandezza, la bontà, la giustizia di Dio, e sopra esse vediamo trionfare la sua misericordia; e grandezza, bontà, giustizia, misericordia infinita sono attributi essenziali di Dio: abbiam dunque veduto la gloria di Dio nell’Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità. – Grazie, eterne grazie a Dio!

LA GRAZIA E LA GLORIA (44)

LA GRAZIA E LA GLORIA (44)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO II

La visione beatifica, considerata quanto alla sua esistenza.

1. Fatta per la verità, l’intelligenza umana, ridotta alle sue forze naturali, ha la vista ben corta. È vero che la fede, questa luce della vita presente per i figli adottivi di Dio, apre davanti ai loro occhi orizzonti magnifici, dove nessun occhio umano saprebbe giungere. È la fede che ci ha rivelato i misteri di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono nascosti nelle profondità dell’eternità; essa ci ha anche mostrato il Dio fatto uomo che conversava tra noi e ci ha detto: Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. – Senza la fede non conoscerei né i Sacramenti, poiché a ciascuno di essi si applica, nella sua misura, ciò che la Chiesa afferma soprattutto del più sublime di tutti, la divina Eucaristia: mysterium fidei – mistero della fede; né gli alti destinati a cui è piaciuto alla bontà divina chiamare la sua creatura gracile e colpevole, né tutti i grandi doveri che questa vocazione così gratuita ci impone. Cosa devo dire? La fede, nella condizione attuale del genere umano, gli conferisce il potere di conoscere prontamente, con ferma certezza e senza alcuna mescolanza di errore, quelle verità divine che di per sé appartengono al dominio naturale della ragione (Concilio Vaticano De Fide Cath., c. 2). È quindi a ragione che il Sacramento che lo infonde nelle nostre anime, il Battesimo nel nome della Trinità, è chiamato Sacramento di illuminazione, che i battezzati sono gli illuminati, i figli della luce e del giorno, e che il loro ingresso nella Chiesa è salutato come il passaggio dalle tenebre alla luce miracolosa di Cristo (Ebr.-VI. 4; I Tess., V, 5; 1.Joan., I, 7; I Pet., I, 6). – Ma infine, per quanto grande sia lo splendore con cui la fede ci circonda, non è questo lo splendore del sole, e nemmeno la sua alba. Che cos’è allora? « Una lampada che brilla in un luogo oscuro, fino a quando il giorno comincia ad apparire e la stella del mattino sorge splendente nel suo cuore » (II Pt. I, 6, ecc.). La consumazione finale del figlio di Dio sarà di vedere ciò che crede; passare dalle ombre al Sole, dalla conoscenza imperfetta al pieno possesso della verità, contemplata faccia a faccia in Dio, la luce per essenza e la Fonte di ogni luce. – Per procedere con ordine, stabiliamo innanzitutto l’esistenza della visione intuitiva; in seguito diremo, per quanto la nostra debolezza lo consenta, quali siano la sua natura e le sue proprietà. È di fede che questo grande destino sarà il nostro. A parte le prove esplicite che raccoglieremo presto, sia nella rivelazione evangelica (Rom. V; Joan. I, 7; I Pet. I, 19), sia nella Tradizione della Chiesa, ci basterebbe sapere ciò che Dio ha già fatto in noi con la sua grazia, per intuire con certezza ciò che un giorno farà per noi nel regno della sua gloria. – Che cos’è la grazia? La vita eterna nel suo principio. Che questa vita divina si sviluppi e fiorisca, ne diventi la vita gloriosa come è in Dio, una vita che scorre senza fine nella contemplazione amorosa della bellezza divina. Cos’altro è la grazia? Una partecipazione alla natura stessa di Dio. Chi non vede che la partecipazione alla natura porta direttamente alla partecipazione agli atti, e di conseguenza all’operazione propria di Dio, cioè all’intuizione dell’essenza divina? – Cosa fa la grazia in noi? Ci rende figli adottivi di Dio, suoi eredi; fratelli, membri, collaboratori di Gesù Cristo: tanti titoli, per chi li sa capire, di questa visione benedetta. La grazia e la gloria sono così strettamente legate l’una all’altra che San Tommaso ha potuto dire in tutta verità che esse « appartengono allo stesso genere: perché la grazia non è che solo l’inizio della gloria in noi » (San Tommaso, 2-2, q. 24, a. 3 ad 2); e che il catechismo del Concilio di Trento chiama la gloria « la grazia nel suo stato di compimento e perfezione » (Catechismo del Concilio di Trento, de Orat. dom. p. IV). Questo è ciò che Origene voleva esprimere quando disse all’uomo giusto, che portava l’immagine dell’uomo celeste: « Tu sei un cielo e andrai in cielo. Cœlum es et in cœlum ibis » (Orig. In Hier. hom. 8, n. 2. P. Gr., t.13, p. 340). – Ma lasciamo qui le induzioni e prestiamo l’orecchio agli oracoli, dove la visione di Dio ci viene espressamente e direttamente affermata. « Chi mi ama – ha detto Gesù Cristo – sarà amato dal Padre mio e Io lo amerò e mi manifesterò a lui » (Giovanni, XIV, 21). Altrove, per confermare la sua raccomandazione di rispettare i piccoli e i bambini, dà questa motivazione: « perché i loro Angeli vedono senza posa la faccia del Padre che è nei cieli » (Mt XVIII, 10). Ora, come Egli stesso afferma, saremo in cielo come gli Angeli di Dio (Matth., XXII, 30). Dobbiamo ricordare ancora una volta la beatitudine promessa alla purezza di cuore, quella beatitudine che non è altro, nella sua perfezione, che la vista di Dio? (Mt. V) Finora abbiamo ascoltato il Maestro. I suoi discepoli non parlano in modo diverso da Lui. « Ora – dice San Paolo – noi conosciamo imperfettamente, profetizziamo imperfettamente. Ma quando verrà ciò che è perfetto, allora ogni imperfezione scomparirà… Attualmente vediamo Dio come in uno specchio, in un enigma, in immagini oscure; ma allora lo conoscerò come Io stesso sono da Lui conosciuto » (Cor. XIII, 10-12), cioè immediatamente e per intuizione. Lo stesso insegnamento ci è dato dall’evangelista San Giovanni: « Miei diletti, ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo un giorno non è ancora apparso. Sappiamo che nel giorno in cui Dio si manifesterà nella sua gloria, saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è in se stesso » (I Giovanni III, 2), e non più solo come si mostra a noi attraverso le sue opere o alla pallida luce della fede. – Meditiamo su queste ultime parole dell’Apostolo: « Saremo simili a Lui, perché lo vedremo », per ora la somiglianza soprannaturale non è completa. Uno schizzo più o meno fedele non è ancora la perfezione del ritratto. La nube che copre il volto di Dio deve scomparire e la luce eterna che ci colpisce, per così dire, in volto, deve completare l’immagine di Dio in noi per sempre. « Come una nuvola che il Sole penetra con i suoi raggi diventa tutta luminosa, tutta brillante e si vede in essa un oro, una brillantezza; così la nostra anima esposta a Dio, mentre la penetra, è penetrata da Lui, e noi diventiamo degli dei guardando attentamente la divinità, secondo le parole di san Gregorio di Nazianzo: Un Dio unito agli dei » (Bossuet).

2. – L’evidenza di questa verità nella rivelazione è così grande che la Santa Chiesa non ha mai avuto bisogno di stabilirla con definizioni esplicite. Io so che i Padri e i Pontefici hanno più volte difeso il nostro dogma dagli attacchi dell’eresia; ma in verità i novatori, lungi dal negare la visione immediata di Dio, l’hanno rivendicata, al contrario, come un privilegio della natura. Lo testimoniano gli Anomei del IV secolo, che sostenevano di vedere e comprendere Dio come Egli vede e comprende se stesso; lo testimoniano anche i beghini del Medioevo, condannati da Clemente V al Concilio ecumenico di Vienne (Clemente, L. V, tit. 3 de hæret., c. 3, prop. 5). Una definizione più importante, dal punto di vista che qui ci interessa, è quella che giunse, nel 1336, a porre fine ad una controversia in cui l’eresia non aveva alcuna parte. Alcuni teologi, fuorviati da una falsa interpretazione di alcuni testi scritturali, ritenevano che gli eletti, per godere della visione di Dio, dovessero attendere il giudizio generale e la risurrezione dei morti. Un papa, Giovanni XXII, in qualità di dottore particolare, ha addirittura difeso, se non la certezza, almeno la probabilità di questo parere. Non è il caso di fare la storia di una controversia che è stata piuttosto vivace per alcuni anni, ma la decisione finale deve essere citata, almeno in parte, perché esprime molto chiaramente la fede della Chiesa su questo argomento: è di Papa Benedetto XII. « Definiamo in virtù dell’autorità apostolica che, dalla morte e passione di Nostro Signore e, secondo l’ordine ordinario della divina provvidenza, le anime di tutti i Santi… purché abbiano compiuto la loro purificazione…… vedono l’Essenza divina; che esse la vedono con una visione intuitiva e facciale, in modo che questa Essenza divina si manifesti loro immediatamente, chiaramente, apertamente, senza che nessuna creatura si interponga come oggetto tra i loro occhi e Dio. Definiamo, inoltre, che dalla stessa visione nasce il godimento dell’Essenza divina, e che questo godimento e questa visione rendono le stesse anime veramente felici, nel seno della vita e del riposo eterno… Infine: Noi definiamo che la visione intuitiva e facciale con il godimento, una volta iniziata per essi, continuerà senza fine o intermittenza fino all’ultimo giudizio e oltre, durante l’eternità » (Benedetto XII, Cost. “Benedictus Deus“, 4. cal. Febr. 1336). – Il Concilio di Firenze, dove fu ristabilita, per un tempo purtroppo troppo breve, la riunione dei Greci con la Chiesa romana, Madre e Maestra delle Chiese, definì ancora una volta che « le anime dei giusti, sia quelle che non hanno contratto alcuna macchia di peccato dopo il Battesimo, sia quelle che avendola contratta se ne sono lavata, sia quando abitavano nel corpo, sia quando l’hanno lasciato, entrano senza indugio in cielo, e lì vedono Dio chiaramente e come Egli è, nell’unità della sua natura e nella Trinità delle Persone; non con la stessa perfezione, ma secondo la diversità dei meriti. » (Conc. Fiorentino. Decreto. Unionis Græcor. in Bulla Eugen IV, « Lætentur cœli »). – Il lettore avrà sicuramente fatto un’osservazione confrontando questi due testi: laddove Benedetto XII parla solo della visione dell’Essenza divina, i Padri di Firenze fanno esplicita menzione della Trinità. Questa differenza di linguaggio è stata motivata da qualche errore generato da un periodo all’altro? La storia non lo dice.  Del resto, in una forma leggermente diversa, si tratta sempre della stessa dottrina. Quale adoratore della Trinità potrebbe convincersi che sia possibile contemplare l’Essenza di Dio in sé, senza vedere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo insieme? – « Forse – si chiedeva Sant’Agostino – saremo felici della vista del Padre senza godere della vista del Figlio? Ascoltate Cristo: Chi vede me vede il Padre mio (Gv. XIV, 9). Infatti, quando vediamo l’unico Dio, vediamo contemporaneamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo » (S. August., Enarr. in Psalm LXXXI, n. 9). Se per un’ineffabile immanenza il Padre è nel Figlio, e il Figlio nel Padre, e il Figlio nello Spirito Santo, e lo Spirito Santo in entrambi; se tutti e tre, pur restando distinti, sono una sola cosa, una sola e medesima luce, una e medesima infinita Verità; infinitamente se questa stessa unica e semplicissima Essenza è davvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, come parlano i Padri e i Concili, vedere intuitivamente una Persona senza vedere le altre, contemplare l’essenza senza contemplare le Persone, cosa sarebbe se non vedere e non vedere? È vero che, allo stato imperfetto della nostra conoscenza, queste astrazioni non siano impossibili; e Dio può essere conosciuto nella sua unità, senza la conoscenza e la fede della Trinità. Ma perché? Perché non godiamo della visione facciale; perché la nostra conoscenza è improntata alle molte immagini di Dio, diffuse da Lui nella creazione. – Sì, credo che se sarò fedele al mio Dio, lo contemplerò nella terra dei vivi. Lo vedrò nella sua natura e nelle sue Persone, faccia a faccia, senza intermediari, senza oscurità, senza veli. Questa professione di fede, posta per così dire alla base, mi permette di studiare con umile sottomissione il come di ciò che credo. È una fede in cerca di intelligenza: « Fides quærens intellectus », una ricerca che la Chiesa non condanna, quando è umile; che approva e persino incoraggia, mentre la indirizza affinché non si allontani dai sentieri della verità.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (7)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (7)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO II

LA VITA IN GESÙ CRISTO

3. La Comunione dei Santi.

Abbiamo già accennato al posto che occupano i Santi, la Chiesa trionfante, nel Corpo mistico di Cristo, ma la devozione verso di loro e specie verso Colei che la Chiesa teneramente invoca Regina di tutti i Santi, è così spiccatamente cattolica che, a costo di ripeterci, ci sembra questo il momento adatto per parlarne più diffusamente. Il Cattolico sa benissimo che vi è un solo Dio e un unico mediatore, Cristo Gesù. “Poiché uno è Iddio, uno anche il mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, colui che diede se stesso prezzo di riscatto per tutti, testimonianza fatta nel suo proprio tempo” (I Tim. II, 5, 6). Tuttavia, egli crede che, nella sua sapienza e bontà, Dio si è compiaciuto di darci altri protettori intercessori, modelli della nostra stessa natura, che sono o almeno sembrano in un certo senso più vicini a noi, a motivo appunto di questa loro parentela umana con noi. Dio si è servito di ogni mezzo per attirarci più vicino a Sé, non esclusa la stessa natura per la quale tutti gli uomini son fratelli. – Ecco i Santi, membri dello stesso Corpo mistico al quale apparteniamo noi, che, vivendo quaggiù in condizioni simili alle nostre, hanno riprodotto in loro stessi i lineamenti e le perfezioni di Gesù Cristo, hanno messo in pratica il suo insegnamento e sono perciò diventati nostro esemplare e nostra ispirazione pur rimanendo nostri fratelli. Nell’osservare le loro opere a servizio di Dio e degli uomini siamo portati a chiederci: “Perché non potremmo ancor noi fare altrettanto?” Li pensiamo nel paradiso ch’è il loro premio e sappiamo che l’amore non può morire: ne concludiamo, e la Sacra Scrittura lo conferma, che dal loro posto accanto al trono di Dio essi ci ascoltano e ci soccorrono; anzi, crediamo che Dio mostra di approvare la nostra devozione accordandoci non di rado, per loro intercessione, speciali favori. Noi li onoriamo per quello che sono e per l’onore che la loro vita ha reso a Dio e all’umanità. Parliamo loro come si parla ad amici, li preghiamo di aiutarci come il povero può ricorrere al ricco che ama e in cui ha fiducia, come il viandante sperduto domanda una guida a chi ha già esplorato la sua stessa strada. Inoltre, nell’onorare i Santi, noi sappiamo di onorare maggiormente Iddio poiché, dopo tutto, è l’immagine di Lui che in essi onoriamo. Li onoriamo proprio perché e per i motivi medesimi per cui Dio li ha onorati e nella maniera stessa in cui crediamo Egli desideri di vederci onorare quelli che l’hanno servito fedelmente e che hanno meritato il suo amore e la sua approvazione. Quando imploriamo la loro intercessione, è a Dio stesso che si rivolge la nostra supplica, poiché a loro, fratelli privilegiati, noi non chiediamo che di pregare con noi ai piedi del Padre comune. Quando ci proponiamo di imitarli, è Gesù Cristo riflesso in loro che ci proponiamo a modello. « Siate miei imitatori — diceva arditamente San Paolo ai suoi neofiti — come io lo sono di Cristo ». Essi ci servono di stimolo, come accade di tutti i grandi che ci hanno preceduto. “Un fratello aiutato da un fratello è come una città forte”. Li preghiamo di mostrarci in qual modo possiamo, come loro, riprodurre Gesù Cristo in noi. Ben lungi dall’ostacolare il nostro culto verso Dio o verso il Verbo Incarnato, la devozione ai Santi non fa che avvicinarci sempre più ad entrambi, come i secoli hanno dimostrato; essa completa e consolida il nostro culto. Vicini a loro, siamo in compagnia di Colui ch’essi hanno amato più di chiunque altro: nessuno ha mai avuto vera divozione per i più degni seguaci di Cristo senza desiderare ardentemente di seguir Lui com’essi fecero. E nutriamo fiducia che, in compenso, i Santi del cielo s’interessino a noi. Se essi sono i nostri fratelli, noi siamo i loro; se noi abbiamo affetto per loro, quello stesso affetto potenziato dalla loro presente unione con Dio deve render noi molto cari e vicini al loro cuore. Stando i Santi intorno al trono di Dio, adesso che la loro battaglia è finita e la vittoria assicurata, la loro voce non può che esser potente su Colui pel quale essi hanno vissuto e pel quale son morti: perciò noi li invochiamo e ne imploriamo l’aiuto guardando al cielo coi nostri poveri occhi miopi, fiduciosi che le nostre suppliche saranno benevolmente accolte. Noi viviamo nelle tenebre, cercando a tastoni la via; vediamo come in uno specchio, e specchio di fattura umana; sappiamo bene che “occhio non vide, né orecchio udì, né a cuor d’uomo fu dato d’intendere ciò che Dio preparò a quelli che lo amano”, ma facciamo il poco che è in nostro potere. E quelli che vedono “faccia a faccia”, dopo essere ancor loro passati per questa valle di lacrime, non vorranno adesso, nel guardar verso di noi, rifiutarci compassione ed affetto. Quando alla nostra volta morremo, abbiamo fiducia ch’essi vorranno accoglierci in loro compagnia, anche perché abbiamo amato ed onorato la loro memoria e ci siamo gloriati di loro come di quelli fra i nostri che il Re si è compiaciuto di premiare. – Ma fra le creature che vivono il trionfo della santità una ve n’è che nel culto cattolico occupa un posto di eccezione, e questa vogliamo considerare con tutte le sue prerogative. La Beata Vergine Maria, la Madre terrena di Cristo Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, deve essenzialmente a quella maternità la sua posizione affatto unica. Il giorno dell’Incarnazione Maria, la Vergine di Nazaret, divenne la vera Madre di Dio sceso in terra: essa diede del proprio corpo per formare quello di Lui, del proprio sangue per generarne la vita umana. Se non avesse altri titoli alla nostra venerazione e devozione, questo solo basterebbe. Ma la storia dell’Incarnazione va oltre ancora: ogni parola del racconto è piena di significato, e la Chiesa Cattolica ne è vissuta in ogni tempo. Maria è salutata con rispetto da un Angelo, e con parole che senz’altro la pongono al disopra di ogni creatura. Prima che il messaggio sia comunicato essa è salutata “piena di grazia”; “il Signore è con lei” in una maniera tutta particolare ed essa è “benedetta fra le donne”. A nessun’altra creatura fu reso un simile onore, attraverso tutte le generazioni da Adamo ai giorni nostri. E quando il messaggio è pronunciato, esso annuncia la nascita non di un figlio semplicemente, ma di un Salvatore, di un Redentore atteso e sospirato dalle nazioni. Ecco la natura della maternità di Maria. “Concepirai nel tuo seno e darai alla luce un figlio a cui porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell’Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre ed egli regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe” (Luca, I, 31, 32). È l’annuncio dell’avvento del Messia aspettato, e Maria lo sapeva bene. Eppure, perché la promessa si compisse, occorreva il suo libero consenso; il disegno di Dio per la redenzione del mondo doveva dipendere dal “fiat” della Vergine di Nazaret. Liberamente essa lo diede, e all’istante si iniziò l’opera della Redenzione: Dio volle che il mondo intero avesse a ringraziare la giovane Vergine del “si” che pronunciò. “Ecco l’ancella del Signore; si faccia di me secondo la tua parola”. – Fu un atto di dedizione completa che molto le costò, come lo prova la sua domanda all’Angelo; e Maria sapeva pure che cosa implicasse per il futuro essere associata a Colui che doveva redimere il mondo. Pochi giorni dopo fece una profezia che si è meravigliosamente avverata: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché Egli ha rivolto i suoi sguardi sulla bassezza della sua ancella e così da questo momento tutte le nazioni mi chiameranno beata”. (Luca I, 46, 48). – Così, Maria occupa un posto unico: Madre del nostro Signore Gesù Cristo Redentore del mondo, in virtù del suo “fiat” associata, come nessun’altra creatura poteva esserlo, all’opera di Lui, novella Eva, Madre della vita nuova in perfetto contrasto con la prima Eva. Nessuna meraviglia che Iddio abbia in anticipo benedetto quell’anima, ornandola come nessun’altra mai fin dall’istante del suo concepimento. Di più, pel solo fatto di essere vera Madre di Cristo, il Figlio di Dio, Maria veniva immediatamente a trovarsi rispetto alla SS. Trinità in una posizione nuova che trascendeva quella di ogni altra creatura. Era la diletta, la eletta dal Padre, sua collaboratrice personale nell’opera dell’Incarnazione. Era la Madre dell’Unigenito Figlio di Dio, con tutto il diritto naturale di una madre al suo rispetto, al suo amore e, in terra, perfino alla sua obbedienza. Anzi, per quella intimità che unisce il figlio alla madre, essa aveva anche il diritto di condividere in tutto la sua sorte: le gioie di Lui eran gioie sue, e così pure i dolori; e quando venne la vittoria finale chi poté più di Lei parteciparvi? Inoltre, Ella era, in un modo affatto intimo e suo proprio, tempio vivo dello Spirito Santo come l’Angelo aveva predetto: “Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra? (Luca I, 35). Era il suo santuario di elezione, la sua sposa; con Lui e in obbedienza a Lui, eppur nondimeno per spontanea e completa sua cooperazione, avrebbe adempiuto alla sua missione di Madre di Cristo e Madre degli uomini generandoli tutti in Dio. Né si pensi che questo sia solo un titolo vago e poetico. Maria ha un particolare diritto a esser chiamata Madre del genere umano, come noi abbiamo diritto di chiamarla così. Abbiamo visto in altra parte di questo stesso capitolo l’importanza e il significato di quel Corpo mistico di cui Gesù Cristo è il capo. Maria, essendo Madre di Lui, Madre di quel principio vitale che ha dato vita a tutto il Corpo mistico, è pure Madre di tutto quel corpo. In un senso reale sebbene mistico le membra vive di quel corpo posson considerarla loro madre; la Madre di Gesù Cristo secondo la carne diventa Madre secondo lo spirito di tutte le sue membra. E quasi a confermare e sanzionare personalmente questa interpretazione, quasi a incoraggiare i suoi discepoli a portarla alla sua conseguenza logica, Nostro Signore Gesù Cristo volle che ci rimanesse il ricordo di un episodio memorabile svoltosi sul Calvario. Nell’istante in cui, con la sua morte, stava per compiersi l’opera della Redenzione, in cui, secondo le leggi di natura, il cuore della Madre avrebbe dovuto spezzarsi con l’ultimo battito del cuore del Figlio ed Ella quindi avrebbe dovuto morire con Lui, Cristo sostò a contemplarla. Le mostrò il suo diletto discepolo Giovanni e le affidò in lui il resto dell’umanità dicendo: “Donna, ecco tuo figlio”. Con quel dono veniva a sostituire Giovanni a se stesso nel cuore della Madre. Volle che la tenerezza materna di Maria trovasse uno sbocco nel discepolo prediletto. “Ogni volta che avete fatto ciò al minimo fra questi miei lo avete fatto a me”. Similmente mostrò Maria a Giovanni e gli ordinò di esser per Lei un figlio, in vece sua. “Ecco tua Madre” disse; e “Da quel momento egli la prese con sé”. Da quel momento e in virtù di quella raccomandazione, ogni devoto discepolo del Figlio ha accolto la Madre nel proprio cuore. – È questa l’interpretazione autentica del racconto di San Giovanni. È giunta sino a noi, tramandata nei secoli fin dal tempo di Origene e prima ancora, e gli storici non si stancano di ripeterci le felici conseguenze che ne derivarono alla cristianità, la liberazione della donna e il rispetto assicuratole, la sconfitta della brutalità dei barbari, la fondazione e lo sviluppo della cavalleria, la stima della castità e con essa di tutta la legge morale, e anche la gioia e la speranza offerte ai poveri e agli oppressi. – In questi due titoli, Madre di Dio e Madre del genere umano, si fonda tutta la devozione del Cattolico alla Beata Vergine Maria. Essa è la seconda Eva come Cristo è il secondo Adamo; come la caduta avvenne per colpa di una donna, per una donna si compì la riparazione. Ella rimane unica; unita così al Figlio di Dio, Ella è immacolata, esente — come nessuno — da macchia di peccato, e Dio si compiace di onorarla come Madre; come Madre gli piace ch’Ella venga onorata da noi, e in qualità di Figlio si degna di accordarle ciò ch’Ella chiede, quando lo supplica a favore dei suoi innumerevoli figli. Il Cattolico deve farsi violenza per non dire di più. Ama Maria con una tenerezza di figlio; pensa. a Lei e ne canta le lodi con cuore di fanciullo. Fin dai suoi primissimi anni il nome di Lei è sulle sue labbra; Ella è sempre stata l’ispirazione della sua arte e della sua letteratura; tutto ciò che di più bello è nel Cristianesimo è venuto da Lei. E oggi anche il tugurio più misero e l’infimo strato della nostra vantata civiltà trovano l’unico sollievo e l’unica luce loro nella devozione alla Madonna. – È giusto dire che la miglior riprova di una religione sta nell’aiuto ch’essa fornisce ai poveri. Sotto quest’aspetto, quante delle nostre moderne architetture di sofismi si riducono al nulla! Ma così non è della Chiesa Cattolica: essa è dovunque per eccellenza la religione del povero. “Pauperes evangelizantur”; e questo è particolarmente vero della devozione alla Madonna. – L’ultimo anno della guerra mondiale, nel mese di maggio, in uno dei quartieri più poveri di una grande città nostra, una povera donna era inginocchiata dinanzi a una statua della Vergine. Suo figlio, l’unico suo sostegno, era al fronte. Con le lagrime agli occhi essa esclamava: “Madre di Dio, sii buona col mio figliolo, e io sarò buona col tuo!”. Non aggiungeremo che questo: più si apprezza e si ama il Figlio, più si apprezza e si ama la Madre, e l’esperienza ce lo dimostra chiaramente. Così, quanto più si ama la Madre, tanto più aumenterà la devozione per il Figlio, poiché è innanzi tutto a motivo di Lui che si onora Lei.

LA GRAZIA E LA GLORIA (43)

LA GRAZIA E LA GLORIA (43)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO PRIMO

Nozioni preliminari. Come l’adozione abbia solo in cielo il suo ultimo compimento.

Finora abbiamo studiato i figli adottivi di Dio nella loro intima natura e nella loro crescita. È giunto il momento di considerarli nella loro perfezione finale. Ora, è necessario sottolineare che, approcciandoci a queste considerazioni sulla gloria, non usciamo dal nostro argomento, cioè l’adozione dei figli. Il Battesimo ci ha conferito questo privilegio quando, dandoci la grazia con l’effusione dello Spirito Santo, ci ha incorporato a Gesù Cristo. Quando siamo usciti dalle acque rigeneranti, eravamo figli di Dio; eppure, in un senso molto reale, non lo eravamo, poiché anche dopo questo bagno vivificante ci è stato raccomandato di diventare: ut ſilii sitis Patris vestri (Matth. V, 45). Santificati da una vita cristiana, uniti nella divina Eucaristia da legami sempre più stretti con il Figlio di Dio, trasformati in Lui in modo che il Padre non possa né guardarci senza avere il suo Cristo in noi, né guardarlo senza vedere noi in Lui, nulla sembri più mancare alla verità della nostra adozione. No, questa filiazione, per quanto reale in sé, non è ancora completa. La prova di ciò si manifesta nelle Scritture e nei loro autorevoli commentari. « Avete ricevuto lo Spirito di adozione di figli in cui gridiamo: Abba, Padre; e lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rom. VIII, 15, 16). La dottrina di San Paolo è ben riconosciuta. Un’adozione fondata su un’affermazione così precisa potrebbe lasciare qualche dubbio? Ma ascoltate il seguito: « La creatura è nell’attesa: aspetta la rivelazione dei figli di Dio. Infatti, soggetta come è alla vanità, non volontariamente, ma a causa di colui che l’ha sottoposta, spera che lei stessa, come creatura, sarà liberata dalla corruzione, per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. » – Forse non si tratta qui che d’una restaurazione di natura materiale, degradata come la stessa natura umana, in punizione per il peccato. Si potrebbe crederlo se l’Apostolo non continuasse in questi termini: « Sappiamo che ogni creatura geme fino a quest’ora e si affanna nelle doglie del parto. E non solo, ma pure noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo, aspettando l’adozione dei figli di Dio, la redenzione dei nostri corpi. In effetti, noi siamo stati salvati, ma solo nella speranza, anche se siamo stati salvati dall’acqua della rigenerazione » (Tt. III, 5); la nostra adozione totale rimane nella speranza come la salvezza stessa. – Inoltre, Gesù Cristo ci assicura che questa rigenerazione che ci viene così spesso proposta come effetto proprio dei battezzati, sia ancora da farsi. Ecco come si esprime, parlando della ricompensa promessa a coloro che hanno lasciato tutto per seguirlo: « In verità vi dico, voi che mi avete seguito, nel tempo della rigenerazione, quando il Figlio dell’uomo siederà sul trono della sua gloria, anche voi sarete su dodici troni, che rappresentano le dodici tribù d’Israele » (Mt XIX, 27, 28). – E non è solo sull’adozione e sulla rigenerazione che troviamo affermazioni apparentemente contraddittorie, ma anche, e forse più insistentemente, sui principi che le costituiscono e sugli effetti che ne derivano. Era incorporato a Cristo, questo Apostolo delle genti che ha chiesto la dissoluzione del suo corpo per essere con Cristo? (Fil. I, 22)? Sono uniti a Dio, coloro che, secondo lo stesso Apostolo, attaccati a dei corpi mortali, « camminano lontano dal Signore » (II Cor. V, 6). Che altro dire: un’anima, per quanto la si ritenga pura, è in senso completo un tempio vivente dello Spirito Santo, quando deve implorare la Sua venuta? I doni che costituiscono il figlio di Dio hanno raggiunto la loro misura definitiva, quando lo stesso Spirito è ancora in lui sotto forma di « pegno e deposito »? (II Cor., V, 5; Efes., I, 14).  La grazia, questo seme di Dio, ha attecchito, come dovrebbe, in un cuore che lotta dolorosamente contro il peccato, che a volte vi soccombe, sebbene lo Spirito Santo ci assicuri che chi la possiede « non pecca »? (I Joan. III, 9). Infine, per riassumere tutto in una parola, possediamo noi l’eredità dei figli, noi a cui il Padre appare ancora attraverso dei veli? Pertanto, è necessaria una conclusione: il figlio di Dio non ha ancora raggiunto la sua perfezione finale, non è completo. Il Complemento Supremo manca all’opera (Da notare qui una bella nota di S. Bernardo sulle prime parole dell’orazione domenicale: Pater noster qui es in coelis. « Fidelis sermo cujus ipsa primordis et divinæ adoptioniset terrenæ peregrinationes admoneant: ut hoc scientes quod, quamdiu non sumus in cœlo, peregrinamur a Domino, gemamus intra nosmetipsos, adoptiones filiorum expectantes, præsentiam utique Patris » Serm. De Aquæd. N. 1). Qual complemento, questo è ciò che ora dobbiamo spiegare!

2. – Ma, prima di entrare nel merito, voglio ricordare una bella dottrina di sant’Agostino che conferma quanto abbiamo detto innanzi.  I pelagiani, non contenti di pretendere che l’uomo nasca senza peccato originale, insistevano anche sul fatto che potesse arrivare sulla terra a quella perfezione di giustizia che esclude ogni colpa, anche minima. A supporto di quest’altra eresia, ricorrevano proprio al testo di San Giovanni a cui si è appena accennato. « Chi è nato da Dio non pecca, perché è nato da Dio ». – A questa incredibile pretesa, rinnovata ai nostri giorni dai fanatici del protestantesimo, il grande Dottore rispodeva: « Si ingannano coloro che non considerano che l’uomo sia figlio adottivo di Dio, nella misura che possiede la novità dello spirito, cioè è rinnovato nell’uomo interiore, ad immagine di Colui che lo ha creato » (Colos III, 10). Ora, uscire dalle acque battesimali non significa aver deposto tutte le infermità del vecchio uomo. Il rinnovamento inizia con la remissione dei peccati, con il gusto per le cose spirituali in coloro che già le possiedono. Tutto il resto è più o meno nella speranza, fino al pieno rinnovamento che avverrà con la risurrezione dei morti. Ecco perché Nostro Signore dà a questa il nome di rigenerazione, non perché sia una rigenerazione simile a quella che avviene nel Battesimo, ma perché completerà nel corpo ciò che è già iniziato nello spirito. Nel giorno della rigenerazione – egli dice – quando il Figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, anche voi siederete su dodici troni, a giudicare le dodici tribù d’Israele. – « Se infatti il frutto attuale del Battesimo, oltre alla piena e completa remissione dei peccati, fosse ancora un passaggio completo e perfetto alla novità eterna dell’uomo, non dico nel Corpo, troppo evidentemente dominato dall’antica corruzione; ma nell’anima, nell’uomo interiore, l’Apostolo non direbbe: … Anche se il nostro uomo esteriore tende alla rovina, l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno (II Cor. IV, 16). Certamente, chi si rinnova continuamente giorno per giorno, non è del tutto nuovo; e nella misura in cui non si rinnova, appartiene alla vetustà: figlio del secolo per l’obsolescenza che rimane; figlio di Dio per la novità di cui è rivestito… Ecco perché l’Apostolo dice in un altro luogo: … sappiamo che ogni creatura geme e soffre come nel travaglio del parto. E anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi, aspettando l’adozione a figli di Dio, la liberazione del nostro corpo, ed infatti siamo ancora salvati solo nella speranza (Rom. VIII, 22, 24)… Dunque la piena adozione dei figli sarà consumata dalla liberazione del nostro corpo. – « È vero, noi abbiamo ora le primizie dello Spirito, ed ecco perché noi siamo realmente figli di Dio, ma per il resto, laddove siamo salvati e rinnovati solo nella speranza, non siamo ancora né salvati né rinnovati, siamo anche figli di Dio nella speranza, e di fatto figli del secolo. Perciò, man mano che avanziamo in questa giustizia e in questo rinnovamento che ci rende figli di Dio, noi non possiamo peccare; ma dal momento che siamo figli del secolo, noi possiamo ancora peccare, fino al giorno in cui non sarà avvenuta la trasformazione. E così si accordano queste due verità apparentemente inconciliabili: chi è nato da Dio non pecca; e: … se diciamo di non avere peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1 Giovanni I, 10; III, 2). « Così verrà anche il giorno in cui ciò che resta in noi del figlio della carne e del secolo, sarà pienamente consumato nel giorno in cui sarà perfetto ciò che è del figlio di Dio, rinnovato nello spirito. Perciò lo stesso Giovanni dice altrove: « Miei diletti, ora siamo figli di Dio ma ciò che saremo non è ancora manifesto ». Che cosa significano queste parole: noi siamo e noi saremo, se non che noi siamo in speranza e che noi saremo nella realtà? Infatti aggiunge: « Sappiamo che nel giorno della sua manifestazione saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è in se stesso » (1 Giovanni III, 2); ora, dunque, le primizie dello Spirito hanno abbozzato la somiglianza; ma la dissomiglianza rimane ancora nei resti della nostra vetustà. Figli di Dio per rigenerazione spirituale e nella misura della nostra somiglianza, non possiamo peccare; figli della carne e del mondo nella proporzione della nostra dissomiglianza, se ci lusinghiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi; e questo, fino al giorno benedetto in cui, avendo l’adozione preso possesso di tutto il nostro essere, il peccatore svanirà a tal punto in noi (Sal. XXXVI, 10), che si cercherà il suo posto e non lo si troverà più » (S. August, de Peccat. merit. et remiss., L. II, n. 9 e 10). Questo testo è molto lungo, lo confesso, ma contiene una spiegazione così chiara di ciò che manca ai giusti della terra per essere nella pienezza della loro adozione, che non ho pensato di poterlo omettere, e nemmeno abbreviare. – Possiamo quindi distinguere tre gradi nella filiazione adottiva. Nella prima c’è l’adozione che spettava ai giusti che erano soggetti alla legge mosaica e, più in generale, a tutti i Santi che vivevano prima della Redenzione attraverso Gesù Cristo, Nostro Signore: adozione vera, ma iniziale, le cui principali imperfezioni abbiamo descritto altrove (L. IV, c. 6). Al secondo grado, c’è la filiazione più completa, appannaggio dei fedeli che appartengono alla legge del Vangelo. Nel terzo e supremo grado, troviamo la filiazione che non è più della terra ma del cielo. I figli di adozione, nella misura in cui facevano parte dell’Antico Testamento, erano per quelli della legge di grazia in rapporto di un servitore rispetto al figlio di casa (Galati IV, 5, 6, 24, 27; Romani VIII, 15 ss.). I figli, che camminano ancora sulla via, ma governati e vivificati dalla nuova Economia, sono rispetto agli abitanti gloriosi della patria, quello che un bambino appena uscito dalle fasce, è nei confronti dell’uomo perfetto. (I Cor. XIII, 12, 13). Non basta aver dimostrato la necessità di un complemento per la consumazione finale dei figli adottivi di Dio. Ci resta da dire quali perfezioni comporti; e poiché il figlio di Dio che siamo è sia spirituale che corporale, tratteremo in seguito le perfezioni che gli sono promesse e che lo attendono da questo duplice punto di vista.

LA GRAZIA E LA GLORIA (44)

9 NOVEMBRE (2022): DEDICAZIONE DELL’ARCIBASILICA DEL SS. SALVATORE IN LATERANO

9 NOVEMBRE: DEDICAZIONE DELL’ARCIBASILICA DEL SS. SALVATORE IN LATERANO

(Benedetto Baur O.S. B.: I Santi nell’Anno Liturgico; Herder Ed. 1958)

1. – La Basilica lateranense gode di una speciale importanza per essere la Chiesa madre di tutte le chiese del mondo, la prima chiesa del Salvatore, eretta dall’imperatore Costantino. Poiché dal tempo di Costantino per quasi dieci secoli i Papi risiedettero nel palazzo del Laterano, questa basilica è anche la Chiesa Cattedrale del Papa. Come cattedrale papale e come « madre di tutte le chiese », la basilica del SS. Salvatore fu agli occhi del mondo cattolico il simbolo dell’autorità pontificia. La chiesa del Laterano fu consacrata da Papa Silvestro il 9 novembre 324. Nell’896 crollò in seguito a un terremoto, fu ricostruita sotto Sergio III e ricevette come patrono S. Giovanni Battista. Nel secolo XIV subì due incendi, uno nel 1308 e un altro nel 1361. Col restauro barocco del secolo 17° l’interno della basilica perdette molto del suo carattere primitivo e medioevale. – Nella festa della Dedicazione la Chiesa non pensa soltanto alla casa di pietra: questa è per lei il simbolo e la rappresentazione della Chiesa vivente, della Chiesa qui sulla terra e della Chiesa celeste. Questo simbolismo si addice in modo particolare alla chiesa «madre e capo di tutte le chiese ».

2.-« In quel tempo Gesù, entrato a Gerico, attraversava la città. Ed ecco che un uomo, per nome Zaccheo, che era capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e montò sopra un sicomoro per vederlo, perché egli doveva passar di là. E come Gesù fu giunto in quel luogo, guardò su, lo vide e gli disse : « Zaccheo, scendi presto, perché oggi devo albergare in casa tua. Ed egli s’affrettò a scendere e lo accolse con allegrezza ». In Zaccheo, pagano e pubblicano, la liturgia della festa della Dedicazione riconosce la Chiesa che è pervenuta a Cristo, alla salvezza, dal paganesimo. Piccolo di statura e insignificante, disprezzato dal popolo eletto d’Israele, il paganesimo anela ardentemente di conoscere il Salvatore che il giudaismo, nel suo accecamento, rigetta. In Zaccheo esso precorre il popolo d’Israele ed ottiene per primo la salvezza. Presso la Chiesa proveniente dalla gentilità il Signore prende alloggio ed elargisce benedizioni. Essa lo accoglie con allegrezza. « Oggi su questa casa (la santa chiesa), è venuta la salvezza », poiché in Zaccheo anch’essa, la Chiesa delle Genti, è divenuta un « figliuolo di Abramo » cui va l’eredità del popolo eletto. Essa, la santa Chiesa è diventata « il tabernacolo di Dio in mezzo agli uomini ». Nella Chiesa « Egli abiterà con loro: ed essi saranno Suo popolo » (Epistola). Essa, la santa Chiesa sa di essere l’abitazione di Dio, piena di Dio e di Cristo, piena di grazia e di verità, « la casa di Dio e la porta del cielo ». Per questo la Chiesa ringrazia ed esulta senza fine. Essa accoglie il Signore con allegrezza in ogni santo Sacrificio, in ogni sua parola, in ogni grazia che Egli dona ai suoi figli. « Oggi su questa casa è venuta la salvezza ». « Ma Zaccheo si presentò al Signore e gli disse: Ecco, Signore, la metà dei miei la dò ai poveri, e se ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo » (Vangelo). Non appena il Signore è entrato nella casa di Zaccheo, opera una completa conversione e trasformazione nel cuore del pubblicano. Che cosa eravamo, che cosa avevamo prima che venissimo alla Chiesa e a Cristo? « Eravate morti per i vostri falli e i vostri peccati, seguendo le cupidigie della carne. Facevamo i voleri della carne e dei pensieri ed eravamo per natura figliuoli dell’ira. Ma Dio, ricco di misericordia, ci richiamò in vita con Cristo, e con lui ci risuscitò » (Efes. II, 1 segg.). Il Signore alloggia presso Zaccheo. Egli solleva la gentilità fuor dall’abisso del suo traviamento e della sua perdizione, riempie le anime con la sua luce, con la sua vita col suo spirito di santità. La gentilità abbandona la precedente perversione e diviene la « santa » Chiesa, la Sposa del Signore « senza macchia, né  ruga » (Efes. V, 27). Così dice il Signore: « Ecco, io rinnovo tutte le cose » (Epistola). Questo è il gioioso ringraziamento della Chiesa nella giornata odierna. Noi ci associamo.

3 – Il giorno in cui Papa Silvestro consacrò la basilica Lateranense, Cristo Signore nel Santissimo Sacramento ha preso dimora in questo tempio e da allora, attraverso lunghi secoli ha salvato e santificato innumerevoli uomini. Nell’odierno anniversario della dedicazione lo ringraziamo per questo suo continuo e misericordioso operare. Nella Chiesa-madre del mondo riconosciamo la sublime immagine della santa Chiesa da Cristo fondata. Cristo continua a vivere, attraverso tutti i tempi, nella sua Chiesa. Egli la sorregge e guida e la compenetra del suo Spirito e della sua forza, della sua verità e della sua grazia, cosicché in definitiva « è lui che mediante la Chiesa battezza e ammaestra, lega e scioglie, offre ed immola ». Se già il popolo d’Israele considerava una grandissima gioia di pensare al suo tempio in Gerusalemme (Ps. CXXXVI, 5-6) « con quanta maggior gloria e più ampio gaudio abbiamo noi il dovere di esultare appunto per questo che siamo cittadini di una Città costruita sul monte santo con vive e scelte pietre e della quale è pietra angolare Gesù Cristo » (Efes. II, 20; 1 Pietr. II, 4-5). Giacché niente si può immaginare di più glorioso, niente di più nobile, niente senza dubbio di più onorifico, che appartenere alla santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa, per la quale diventiamo membra di un unico e così venerando Corpo, siamo guidati da un unico e così eccelso Capo, siamo ripieni di un unico divino Spirito, siam nutriti in questo terrestre esilio da una sola dottrina e da uno stesso Pane angelico, finché ci ritroveremo a godere di un’unica sempiterna beatitudine nei cieli » (Papa Pio XII, Enciclica sul Mistico Corpo di Cristo).

Preghiera

O Dio, che da pietre vive e scelte prepari alla tua Maestà una eterna abitazione, soccorri il tuo popolo che ti prega, affinché mentre la tua Chiesa si sviluppa nello spazio materiale, moltiplichi anche i suoi progressi spirituali. Amen.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (6)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (6)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO II

LA VITA IN GESÙ CRISTO

2. – Applicazione.

Accettata questa dottrina come una verità viva, è logico ch’essa influisca su tutta la nostra concezione della vita. Vero è che abbiamo esposto un ideale, e non a tutti è dato di realizzare l’ideale; tuttavia, anche per l’essere più meschino che pure ancora crede la luce è lì che splende e gli illumina il cammino. Quando tutto intorno è grigio e desolato egli trova anche sulla terra uno scopo alla vita, ed è cosa assai più preziosa di quanto di meglio il mondo possa mai offrire. In grazia di questo ideale tutte le cose di quaggiù acquistan nuovo valore e nuove proporzioni, e il mondo stesso appare in una prospettiva affatto diversa. E s’illuminano di luce nuova gli articoli della fede cristiana che alcuni credono di avvilire chiamandoli dogmi, e la ragione trova un altro punto di partenza, maggiori argomenti e orizzonti nuovi che da sé sola non avrebbe mai potuto scoprire. –  Prendiamo ad esempio un punto fra i tanti: che cosa intende il cattolico per vita sacramentale. Per chi crede nella presenza di Gesù Cristo i sacramenti sono assai più di quanto appare dal loro rito esteriore. Sono l’innesto nel corpo, sono le articolazioni delle membra, sono le vene per le quali il sangue di Cristo circola in ogni parte dell’organismo. Siccome Egli stesso li ha istituiti e ha conferito loro efficacia, per essi si inizia il movimento di quella vita che la loro azione successiva alimenta ed accresce. Così, l’importanza del Battesimo determina in certo modo quella dei sacramenti che lo seguono. Per virtù sua propria, secondo la promessa di Cristo e senza alcun merito nostro, esso ci inserisce nel corpo e nella vita di Lui, e l’azione degli altri sacramenti, indipendentemente da noi, per virtù propria accresce in noi quella medesima vita. Ciò è vero soprattutto della Santa Eucarestia, quello che il Cattolico devotamente chiama il Santissimo Sacramento e che è il cibo per la vita dell’anima. Ma la vita ch’esso viene ad alimentare altro non è che la vita di Cristo presente in noi, e quella non può esser nutrita se non dal Cristo vivo che viene a noi. Non occorrono incitamenti al cattolico perché sia devoto dell’Eucaristia. È la sua gloria, il pegno  dell’amore di Dio, l’alimento quotidiano di quella sua vita soprannaturale che gli è assai più cara della stessa vita materiale. È la visita dall’amico per eccellenza che penetra nel suo cuore, o meglio, lo attira in un Cuore che ama come nessun altro sa amare. Come potrebbe il Cattolico non desiderare ardentemente che anche altri conoscano questa Via, questa Verità, questa Vita e di essa come lui si glorino? –  Ma non sono i sacramenti l’unico mezzo con cui si accresce in noi la vita di Cristo. Ogni atto meritorio che compiamo, dopo essere stati per il Battesimo uniti a Cristo, ci ottiene un aumento di vita divina e ci unisce a Lui ancor più intimamente. E così è soprattutto se viviamo, ci muoviamo, operiamo in unione con Lui, quando ci lasciamo guidare da Lui, quando aspettiamo da Lui l’impulso vitale che ci occorre, quando lo invitiamo a vivere in noi e a operare per mezzo nostro, non secondo la nostra ma secondo la sua volontà. Allora noi siamo davvero membra sue, tralci della vite resi fecondi dalla sua stessa linfa vitale. Quando la sua volontà si compie in noi e per noi, allora Egli vive davvero in noi in modo reale, e noi lo esperimentiamo sempre meglio, a ciascun atto che compiamo in unione con Lui. “Colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta abbondanti frutti”. (Giov. XV, 5). Questo è quindi pel Cattolico nella vita pratica, come conseguenza della abitazione di Cristo in lui, il secondo ideale che si sforza di raggiungere. E proponendosi di coltivare sempre più la sua unione col Cristo vivo, egli sa di perseguire lo scopo essenziale della sua esistenza. Darà a Dio la lode, la reverenza, il servizio che gli deve, e con ciò farà in questo mondo e nell’altro l’essere perfetto che Dio vuole egli sia. Non lascerà passare nessuna giornata senza offrirla al suo Dio in unione a Cristo che vive in lui. Nell’alzarsi al mattino vorrà subito unirsi a Cristo e con Lui offrirsi al Padre per fare la sua volontà. “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” è l’offerta mattutina di ogni vero Cristiano. E nel resto della sua preghiera il Cristo gli sarà ancora modello e ispirazione. Se fa meditazione, cerca una guida nel suo Maestro, studia la verità e la virtù e gli ideali di tutta l’umanità come in Lui si manifestano, a Lui chiede luce per poter vedere il meglio e forza per eseguirlo. E se vuole di più, la santa Messa è ogni giorno a sua disposizione. Assistervi quotidianamente non è per lui una singolarità né un eccesso di devozione: è cosa naturale per chi crede che Gesù Cristo suo Signore è morto per lui, che la sua immolazione si rinnova ogni giorno sull’altare e che, inginocchiato dinanzi alla croce che lo sovrasta, egli può meglio associarsi a quel sacrificio d’amore e ottenere il perdono dei suoi peccati e la grazia e la provvidenza di Dio per sé e per tutti. Né egli si contenta della Messa quotidiana. Sa che gli è possibile, se vuole, anche la Comunione quotidiana; e si contano a migliaia, grazie a Dio, anche solo in Inghilterra, coloro che di tale possibilità approfittano. Così iniziano la giornata con la Comunione, cantando il loro Magnificat, e rinnovano col loro Signore e Maestro quel patto di unione che vorranno mantenere ad ogni costo. Nella Comunione si svolge la prima conversazione della loro giornata con Colui il cui orecchio è sempre disposto ad ascoltarli, e gli espongono i loro bisogni non solo, ma anche quelli di tutti gli uomini, della Chiesa intera. E si partono dall’altare con una luce nuova negli occhi, e nel cuore quella calma, quella pace che il mondo non può dare né può togliere. – Come potrà un giorno iniziato così essere un giorno sprecato o soltanto futile? Come potrà una nazione, in cui ciò si verifichi quotidianamente, non essere benedetta agli occhi di Dio e degli uomini? Così vorrà dunque il Cattolico fervente dar principio alla sua giornata, se non sempre di fatto almeno in ispirito, e quand’anche la pratica della Messa e Comunione quotidiana non gli sia abituale né  possibile, per lo meno non la troverà strana negli altri. E così preparato, si avvierà al lavoro. Anche l’umile contadino può sapere non solo che Cristo fu Egli operaio, ma ch’Egli stesso oggi lavora in lui. Può rammentare a se stesso che nell’attendere a qualsiasi occupazione egli fatica in unione con Cristo quale membro attivo del corpo di Lui, per il bene di tutti. Può mangiare, bere, riposare, sapendo che anche Cristo conobbe e soddisfece la fame, la sete. la stanchezza, e prese il necessario riposo qualche volta in luogo deserto e appartato, qualche volta presso i suoi amici; e quanto fece allora fa adesso in coloro che sono membra attive del suo corpo. Durante il giorno possiamo vedere in ogni Chiesa e ad ogni ora, quasi dappertutto e come cosa naturale, il Cattolico che entra a visitare il suo grande amico per intrattenersi con Lui sia pur brevi istanti e rinnovare con Lui l’intesa reciproca. Le parole: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò” hanno per lui un significato pratico nella vita d’ogni giorno; e nell’ora del bisogno non dimentica Colui che “può salvare perfettamente coloro che per via di Lui si accostano a Dio, sempre essendo da poter intercedere in loro favore. “Ebr. VII, 25). –  E se l’unione con Cristo determina ed orienta così l’anima e l’atteggiamento dei Cattolici per quel che riguarda il ritmo ordinario della vita privata, altrettanto farà dei loro rapporti col prossimo. Anche senza rendersene conto esplicitamente, il Cattolico non potrà mai dimenticare che Nostro Signore Gesù Cristo vive in tutti gli uomini o almeno desidera di vivervi, e che tutti come lui sono chiamati a esser membri di quel Corpo mistico che è Cristo al quale egli appartiene. Da questo pensiero fa derivare la propria concezione dell’autorità e il proprio atteggiamento verso di essa. Non dimentica che per legittima autorità il Maestro disse: « Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi disprezza me » (Luca X, 16) e che anche di un’autorità indegna della sua fiducia poté dire: “Sulla cattedra di Mosè stan seduti gli Scribi e i Farisei. Fate dunque e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non imitate le loro opere » (Matt. XXIII, 3). Perciò, quando obbedisce a un padrone legittimo che gli comanda un qualsiasi atto lecito, egli sa di obbedire a Cristo stesso; ma se il comando impone cosa illecita, e viene a violare una legge più alta, allora egli resisterà anche a costo della vita. Il Cattolico sa pure che per la pratica dell’obbedienza egli si fa più simile a Colui la vita del quale si può sintetizzare in questa semplice affermazione: “stava loro soggetto” e del quale si può raccontare la storia con queste altre parole: “fatto obbediente fino alla morte”. Analogamente, per quel che riguarda i suoi simili, egli sostiene e segue un principio che non è nuovo ma che, in sostanza ha trasformato il mondo e ha fondato la nostra civiltà e al quale oggi ci richiamiamo davanti alla instabilità di tutte le basi della nostra società. “In verità vi dico, tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi tra i miei fratelli l’avete fatto a me», (Matt. XXV, 40). – Non dimentichiamo che, come già abbiamo osservato, in questa espressione ripetuta sotto varie forme dal fondatore del Cristianesimo, sta la chiave di tutta la nostra interpretazione della vita sociale. Il Cattolico ha imparato attraverso i secoli a riconoscere nel minimo dei fratelli il suo Signore e Maestro, il suo Cristo, a servir Lui in loro, ad amarli come ama se stesso, anzi di più, ad amarli com’egli è amato da Cristo. Ricorda San Paolo che intercede per Onesimo, lo schiavo fuggitivo, presso il padrone di lui Filemone, e trova facile, anzi più che naturale, accettar la dottrina che fra gli uomini non c’è né schiavo né padrone. Il padrone stesso addolcirà il suo comando nel ricordare che il suo servo è per lui come Cristo Signor nostro “colui che serve”. Non potrà più l’eguale proporsi di superare o di schiacciare il suo eguale, perché esso è per lui al posto di Cristo. Con questi principî il Cristianesimo è sempre stato una religione di aiuto reciproco, e il presente lo attesta dovunque non meno del passato. Se il Cristianesimo, se la Chiesa Cattolica si sviluppa, la carità in azione progredirà di pari passo; soffocatela, e la carità andrà decadendo. È una realtà che il governo inglese conosce bene e di cui si vale in paesi nei quali senza l’aiuto della Chiesa poco o nulla potrebbe fare. – E guardando oltre l’ambito del Cristianesimo, considerando in patria o all’estero coloro pei quali Cristo è nulla, il vero seguace di Cristo sa che non per questo essi sono esclusi dall’incommensurabile amore di Lui. Per quanto colpevoli siano, per quanto lo disprezzino e l’oltraggino, pure proprio per essi Cristo implorò: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sebbene essi lo sfuggano, convinti — perché così fu loro insegnato — che Cristo sia un falso maestro, una minaccia alla loro libertà e ai loro diritti, un prevaricatore da doversi evitare e combattere e possibilmente sconfiggere con tutti i suoi seguaci, pure Egli li insegue col suo amore e non li lascerà finché vivranno. Cristo vorrebbe incorporare a Sé anche loro, vorrebbe accogliere ancor loro nel suo ovile. “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io conduca”. Nei riguardi loro il vero discepolo di Cristo vorrà pensare e comportarsi come Lui, e come Lui adoperarsi a loro vantaggio. Sa che Cristo, Re di tutte le creature, il cui regno ricopre la terra intera, i cui diritti sono assoluti, chiede anche in questo la collaborazione dell’uomo, per restaurare in Sé tutte le cose e riunire tutti quanti in Sé; e il Cattolico si offrirà a questo nobile compito con la preghiera, con la parola, con l’azione, con l’esempio e, se chiamato, anche con la dedizione di tutto se stesso. Credendo tutto ciò che crede di Cristo e del suo Corpo mistico e desiderando di condurvi tutti gli uomini, ogni Cattolico, se sincero e coerente, deve di necessità essere apostolo. “La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, dian gloria al Padre vostro che è nei cieli”. (Matt. V, 16). E da ultimo, con Gesù Cristo è entrato nel mondo anche nei rapporti coi nostri nemici uno spirito affatto nuovo. Aristotile, come risulta dalla sua Etica, aveva dell’uomo un alto concetto, ma di fronte all’ingiuria e all’insulto non sapeva concepire altra nobiltà che nella giustizia quale egli l’intendeva e nella vendetta.  Anche il Vecchio Testamento domandava “occhio per occhio, dente per dente”. Gesù Cristo propone un’altra misura. « Avete sentito che è stato detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Io invece dico a voi: “Amate i vostri. nemici, fate del bene a chi vi odia, e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se voi amate coloro che vi amano, qual ricompensa meritate? Non fanno forse altrettanto anche i pubblicani? E se voi salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno forse altrettanto anche i Gentili? Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli » (Matt. V, 43, 48). – Fu e rimane ancor oggi lezione difficile per la natura umana, ma appunto per questo forse Cristo non si stancò di ripeterla. E col tempo l’uomo ha compreso. Fu l’ultima lezione che gli Apostoli riuscirono ad afferrare, sebbene impartita loro fin dal principio, e una volta assimilata fu la lezione più importante che dovettero insegnare agli altri. In ciò solo il mondo ha trovato una nuova luce e una nuova vita “per Gesù Cristo”. “E lapidarono Stefano mentr’egli invocava Gesù e diceva: “Signore Gesù, ricevi lo spirito mio”. Poi, caduto ginocchioni, gridò a gran voce: “Signore, non imputar loro questo peccato”. E, detto questo, “si addormentò nel Signore”. (Atti VII, 58, 59). – San Paolo e San Pietro non si scostano da questa lezione. “Non lasciarti vincer dal male, ma vinci nel bene il male ». (Rom, XII, 21). “Poichè è una grazia se per riguardo a Dio uno sopporta molestie soffrendo ingiustamente. Infatti, quale gloria c’è quando si soffre perché si è peccato e si è puniti? Ma se vi tocca patire quando fate del bene, e voi lo sopportate pazientemente, codesta è grazia presso Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo ha sofferto per noi, lasciando a voi l’esempio, affinché seguiate le sue orme. Egli non fece mai peccato e mai sul labbro di lui fu trovato inganno. Maledetto, non malediceva; soffrendo, non minacciava, anzi si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno, affinché morti al peccato viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ma ora siete ritornati al pastore e vescovo delle anime vostre”. (I Pietr. II, 19, 25). E tutto ciò San Paolo riassume nella sua definizione pratica e indimenticabile della carità cristiana, superiore a quante ne siano state date prima di lui: “La carità è longanime, è benigna; la carità non ha invidia, non agisce invano, non si gonfia, non è ambiziosa, non è egoista, non si irrita, non pensa il male, non si compiace dell’ingiustizia, ma gode della verità; soffre ogni cosa, ogni cosa crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non mai vien meno”. (I Cor. XIII, 4, 8). Ecco quello che possiamo chiamare il programma d’azione del Cattolico il quale considera la sua fede né più né meno come l’incorporazione al Corpo mistico di Cristo nostro Signore. La sua vita è la vita di Cristo stesso. “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”. (Filipp. I, 21). Il suo ideale è riprodurre Cristo, farlo vivere in sé. “Vivo, non più io, ma vive in me Cristo”. (Gal. II, 20). Avendo coscienza di questa incorporazione, e della propria dignità di vero figlio adottivo di Dio che ne è la conseguenza, nulla è difficile. Egli ha nuove prospettive, ormai: il suo orizzonte si allarga oltre i confini di questo mondo. Ogni cosa di quaggiù perde valore in se stessa e solo conserva quello di mezzo ad un fine più alto, di mezzo con cui dar prova di amore e di fedeltà al Signore. Perché questo amore si sviluppi deve necessariamente esercitarsi, e trova il suo oggetto nel prossimo che Cristo pure ama. Così ogni relazione coi nostri simili assume un significato nuovo. Amarli come membri del Corpo di Cristo è amar Cristo stesso, render loro servigio è renderlo a Lui, e noi sappiamo benissimo che ne saremo ripagati il centuplo con un aumento di amore, qualunque sia quaggiù il nostro destino visibile. – E amar Dio e il prossimo così, ecco l’adempimento della legge, ecco la perfezione dell’uomo anche secondo i canoni di questo mondo. Non è questo l’ideale di tutti, ché anzi, ad alcuni, potrà apparire strano ed irrealizzabile, ma precisamente questo fu insegnato da Colui che è la stessa verità e che nel magistero di essa non ha eguali né simili; è l’ideale che per diciannove secoli milioni di anime hanno vissuto e che ancor oggi differenzia la civiltà cristiana da tutte le altre. Milioni di anime lo vivon tuttora, e anche a coloro che trovano la sua perfezione troppo alta per creature imperfette quali noi siamo, a noi stessi, quest’ideale appare come luce radiosa se pur lontana, avvicinarsi alla quale è indice sicuro di progresso, ideale superiore ad ogni altro che mai sia stato immaginato per noi e per tutto il genere umano. Quando dunque io mi chiedo che cosa è la mia Chiesa, mi sento subito come assorbito in un centro più grande, come una pietra nell’edificio, come il ramo nel suo albero, come il membro nel corpo. La mia Chiesa rappresenta per me assai più di quanto io non rappresenti a me stesso; essa ha più di me pienezza di vita, e io non vivo che come parte di lei. Tanto è vero che i suoi pensieri e i suoi ideali sono i miei, la meta ch’essa si propone diventa la mia meta; in senso proprio e per me affatto naturale, io vivo, ma non più io: essa vive in me. Come la mia mano non si considera minimamente, ma considera soltanto me cui essa appartiene, non avendo alcuna vita di per sé ma solo quella che le viene dalla mia persona viva, così io come Cattolico posso non considerarmi affatto, ma solo considerare il corpo al quale appartengo e vivere non per mio conto, ma solo in quanto attingo vita da lui che vive indipendentemente da me e che in me fa scorrere il suo principio vitale. Nella Chiesa io vivo e mi muovo e ho l’esser mio; e tutto ciò è diventato così naturale per me che non posso più pensarmi, isolato, che come un atomo sperduto, membro distaccato e inanimato nel quale non è vera vita. La mia vita è la sua, il mio essere è il suo, ad essa vanno il mio amore e il mio servizio, allo stesso modo che a me spetta tutta la docilità, tutto il servizio della mia mano. Essa è l’organismo vivo. io non sono che uno dei suoi organi; essa il corpo, io solo un membro; essa è il tutto vivente, io solo una Parte; essa la sposa di Cristo, io null’altro che uno dei suoi lineamenti. E io posso venerare così la mia Chiesa e aderire a lei così, perché so che il suo spirito è lo spirito di Cristo stesso. Egli abita in lei come nel suo proprio Corpo; essa è risorta con Lui dalla tomba e perciò non può più morire: la morte non ha più su di lei alcun potere. Con essa e per essa, e perciò “in Cristo Gesù” sono anch’io risorto da morte, sono ripieno del suo spirito, sono non più l’io naturale e inanimato, ma un membro di Lui, e quando il mio corpo morrà, allora conoscerò che cosa è vivere. Ora vedo come in uno specchio e in maniera oscura, allora vedrò a faccia a faccia. Egli è il capo vivo e reale di questo corpo vivo e reale, e io sono membro, parte di quel medesimo corpo che è il corpo di Cristo, — tanto la Chiesa Cattolica è viva, feconda e intimamente unita ai suoi veri membri, tanto, per essa, ì suoi membri sono uniti a Cristo nostro Signore.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (7)