LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

  LA GRAZIA E LA GLORIA

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

Opera depositata conformemente alle leggi, nel maggio, 1901

LA GRAZIA E LA GLORIA

O

La filiazione adottiva dei figli di Dio studiata nella sua realtà, nei suoi principi, il suo perfezionamento e il suo finale coronamento.

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

Nuove edizione riveduta e corretta

TOMO SECONDO

PARIS – P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR; 10, RUE CASSETTE, 10

LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO PRIMO

Nozioni preliminari. La possibilità della crescita spirituale, sua misura e sua durata.

1. – Crescere è la legge dei figli di Dio, finché non abbiano raggiunto lo stato di uomo perfetto, fino alla misura dell’età della pienezza del Cristo (Ef. IV, 14). Nell’ordine spirituale siamo figli, cioè uomini in formazione nel Cristo. Generati nel Battesimo, dobbiamo continuare a nascere, per così dire, finché Cristo non sia completamente formato nella nostra anima (Galati IV, 19). – Per questo la Chiesa è sempre una Madre per noi: Madre perché ci ha dato la vita della grazia nel Battesimo; Madre anche perché è incaricata da Gesù Cristo, suo Sposo divino, di presiedere alla nostra crescita, di aiutarla e dirigerla. È ciò che avviene, fatta la debita proporzione, della nostra vita soprannaturale come della vita puramente naturale; nell’una come nell’altra i principii che compongono un essere vivente sono infusi fin dall’inizio, ma hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Aristotele ha detto una bella parola in qualche luogo. Tra gli esseri ordinati verso la perfezione, alcuni la ottengono senza movimento; altri, mediante un movimento; altri infine, con una successione più o meno lunga di movimenti (Arist., de Cœlo, L. I, c. 2, n. 9; col, S, Thom, 1, 2., q. 5, a. 7). Possedere la perfezione senza movimento è proprio di Dio, poiché Egli è per natura la perfezione sussistente, sovrana, immutabile, infinita. Raggiungere la perfezione in un unico movimento è ciò che si addice agli Spiriti angelici, poiché Dio, loro Creatore e santificatore, ha richiesto solo un atto di amorevole e libera adorazione davanti alla sua suprema Maestà per ammetterli alla beatitudine eterna. E questo ordine della provvidenza si combinava armoniosamente con la loro natura. Perfetti fin dall’inizio nelle loro facoltà naturali, era giusto che potessero pervenire tutto d’un tratto anche al terminale. – Non esaminerò se gli Angeli avrebbero potuto tornare indietro sulla decisione presa, da questo primo uso della loro libertà, gli uni per sottomettersi alla volontà di Dio, gli altri per ribellarsi ai suoi ordini sovrani. È una questione dibattuta nella Scuola e tra i teologi. Se dovessi scegliere tra le opinioni opposte, propenderei, mi sembra, per il sentimento del Dottore Angelico, quando insegna la naturale e necessaria immobilità degli Spiriti nelle loro libere determinazioni. È con questo che attestano la perfezione suprema della loro natura. Comprendendo a colpo d’occhio tutte le ragioni e tutte le conseguenze dei loro atti, in pieno possesso della loro intelligenza e della loro volontà, liberati dal loro essere spirituale da tutte le influenze che impediscono in noi il regolare svolgimento delle nostre deliberazioni, perché dovrebbero tornare sulle decisioni prese? – Qualunque sia il caso di questa impossibilità, sia che la si ritenga assoluta o solo relativa, è certo che la condizione degli Spiriti puri è molto diversa dalla nostra. Ecco perché l’uomo raggiunge la sua suprema perfezione solo attraverso una successione di movimenti, cioè di operazioni. Infatti, ci vogliono anni perché la sua natura raggiunga la piena maturità fisica, intellettuale e morale. L’infermità della nostra ragione è tale che di solito non riesce a fare una scelta adeguata senza una più o meno lunga riflessione: si brancola, si esita, si avanza e si ritorna; perché ci sono delle oscurità, dei lumi e delle attrazioni in direzioni opposte, lotte tra l’elemento inferiore del nostro essere e la parte superiore che dovrebbe avere il controllo; in una parola, perché spesso non abbiamo piena luce e pieno possesso di noi stessi, spesso falliamo. – Io ho già mostrato nel terzo libro di quest’opera (L. III, c. 2) fino a che punto si estenda questa legge di perfezionamento successivo, nell’ordine della natura e in quello della rivelazione. È applicabile anche all’ordine della grazia? Chi può dubitarne, visto che tutto lo afferma e ci obbliga a crederlo? Innanzitutto la Scrittura: « Crescete sempre più nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo » (II Pt., III, 18). Queste sono le parole che San Pietro lascia ai fedeli come ultimo saluto, alla fine della sua seconda lettera. Nella prima aveva già scritto loro: « Come bambini appena nati, desiderate il latte spirituale e puro, perché vi faccia crescere per la salvezza » (I. S. Piet., II, 2). S. Paolo ci parla spesso di questa crescita: crescita nella scienza di Dio (Col. III, 10), crescita nella carità, crescita fino alla pienezza di Cristo (Efes. IV, 14, 15). Gesù Cristo ha voluto darcene il modello nella sua santa umanità: « E Gesù – leggiamo in San Luca – cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e agli uomini » (S. Luca II, 52). Non certo che si faccia interiormente in Lui lo stesso progresso che debba essere fatto in noi. Nostro Signore, fin dal primo momento della sua esistenza umana, era pieno di grazia e di verità. Pertanto, dal lato della grazia abituale e della sapienza divina che l’accompagna, non c’è stata alcuna crescita soprannaturale. Ma se i doni infusi non ammettono accrescimento in Lui, gli atti di cui essi sono il principio potrebbero essere di per sé di una perfezione più o meno sublime. Altra fu in Gesù Cristo la saggezza che manifestò nella sua infanzia, altra la saggezza che faceva dire alle folle: « Nessun uomo ha mai parlato come quest’uomo! ». È vero che Gesù ha mostrato obbedienza, pazienza e umiltà a Nazareth, ma quanto più eclatanti sono stati gli atti di queste virtù nel Cenacolo, nel Pretorio e sul Calvario! Così il sole, pur essendo sempre la stessa fonte di calore e di luce, non emette i suoi raggi e il suo calore allo stesso modo all’alba e a mezzodì. Una parola che Gesù disse una volta ai suoi discepoli ci farà capire meglio cosa sia questa crescita per i figli di adozione. « Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli » (Mt. V. 44-45). Erano essi già figli del Padre; e con l’amore per i loro nemici occorreva che lo diventassero. Cosa significa questo, se non che un figlio di Dio può sempre diventarlo ancor di più, e man mano che compie opere più degne del Padre, diventare più simile alla bontà divina? La Chiesa, impregnata di questi insegnamenti divini, non ha mai smesso di chiedere la crescita spirituale a cui sono chiamati i suoi figli. « O Dio eterno e onnipotente – dice in una delle sue preghiere – donaci un aumento della fede, della speranza e della carità » (Or. per la 13ª Domenica dopo Pentecoste).

2. – Vedremo presto in dettaglio come avviene la nostra crescita e dimostreremo che non possa essere negata senza una manifesta eresia. Ma la ragione stessa, illuminata dalla fede, ci mostra, una volta supposta l’ordine della grazia per gli uomini, non solo che nulla si opponga a questa crescita spirituale, ma anche che essa possa andare indefinitamente oltre ogni limite determinato. Infatti, se ci fosse un’impossibilità di crescita, o almeno un limite alla crescita possibile, dovremmo cercarlo o nella natura stessa della grazia, o nell’infermità del soggetto che potrebbe riceverla solo secondo una certa misura, o infine nella causa stessa della grazia, cioè in Dio, che non potrebbe o non vorrebbe darla oltre una quantità fissata dalla natura delle cose e da Lui stesso. Ora, nulla di tutto ciò ostacola l’aumento indefinito della grazia santificante e, di conseguenza, la dimora sempre più intima di Dio nelle anime, l’unione sempre più stretta del Padre con i suoi figli adottivi (cfr. S. Thom., 2. 2, q. 24, a. 7). Non è la natura della grazia a impedire questo sviluppo. Che cos’è, infatti, la grazia? Una partecipazione alla natura divina, l’immagine e la somiglianza di Dio nell’anima santificata. Aggiungete grado a grado, perfezioni a perfezioni; forgiate una somiglianza finita, completa quanto volete, l’immagine di Dio, cioè la grazia, forma e principio di questa immagine, sarà sempre infinitamente distante dall’Archetipo sovrano, e nulla impedirà quindi di supporne indefinitamente un’altra più perfetta. Un’unica immagine di suprema bellezza esclude ogni idea di incremento e ogni perfettibilità. È l’immagine adeguata del Padre, il Figlio unigenito, il carattere infinito della sostanza infinita. Ora, poiché la perfezione creata potrebbe avvicinarsi eternamente ad essa senza mai riuscire ad eguagliarla, ne consegue che la perfettibilità della nostra grazia è di per sé indefinita. Non cercate quindi il limite preciso in cui la perfezione, in virtù della natura stessa delle cose, dovrà un giorno fermarsi: questo limite non esiste. Dio stesso, che conosce chiaramente tutti i possibili gradi di accrescimento per le grazie, non può dire quale sia il punto supremo oltre il quale la grazia creata non possa più salire, perché Dio non conosce il chimerico e l’impossibile. Così, anche nell’ordine della natura, non ci sono limiti alla perfezione delle specie che l’onnipotenza può trarre dal nulla. Nessun essere creato, per quanto grande sia la sua intelligenza e di qualunque splendore possa brillare nel firmamento degli spiriti, non può, se Dio vuole, non vedere al di sopra di sé altri esseri creati più belli nella loro natura e più perfetti nelle loro facoltà, perché rimarrebbero sempre infinitamente al di sotto della perfezione del modello. Se l’impossibilità di crescere non ha fondamento nella natura della grazia, non lo ha forse nella condizione stessa del soggetto che la riceve? La risposta è negativa. In altre parole, bisogna notare che ci sono due stati ben distinti per il figlio di Dio: lo stato di via e quello di fine, status viæ e status termini. Questi sono coloro che, avendo raggiunto la visione di Dio, sono entrati nel pieno possesso del loro fine ultimo e nel godimento del Bene sovrano. È qui che li ha condotti il desiderio della felicità, motivo e ragione di tutti i nostri passi in questa vita mortale; è qui che, soprattutto, intendeva condurli quella provvidenza ugualmente potente e soave con cui Dio si compiace di dirigere e muovere i suoi figli adottivi. – È evidente che per coloro che hanno raggiunto questo stato beato non sia possibile un’ulteriore crescita, poiché la loro grazia è consumata nella gloria. So bene cosa si potrebbe obiettare. Per quanto perfetta possa essere questa grazia, essa non è infinita; la stessa disuguaglianza che regna tra i beati ne è una palese dimostrazione. Sì, certo, se guardiamo questa grazia in sé, materialmente, come dicono i teologi, possiamo, anzi dobbiamo considerarla capace di una crescita illimitata. Ma per coloro che la considerano come una grazia formale del termine, come grazia consumata nella visione, essa non può ricevere alcun nuovo grado di perfezione. San Tommaso (S, Thom. 1 p. , q. 62, a. 9) ne dà una ragione molto convincente, che riassumo in poche parole. Dio, che muove sovranamente l’uomo verso la beatitudine, deve necessariamente aver fissato il termine a cui piace alla sua provvidenza condurlo, come al suo fine ultimo: poiché è della saggezza di un motore intelligente e libero il non agire su un mobile per muoverlo all’infinito, ma per farlo arrivare ad una meta. Ora – aggiunge il nostro grande dottore – vedere Dio, godere di Dio, non è questo un termine definito, poiché questo godimento e questa visione comprendono gradi senza numero. Quindi, per concludere, l’intenzione di Dio non è solo che la creatura raggiunga la beatitudine, ma un determinato grado di questa beatitudine, come fine ultimo. Ed è per questo che lo stato del termine è incompatibile con qualsiasi aumento della grazia santificante: perché se la gloria è nel grado voluto da Dio, la grazia proporzionata alla gloria è anche per ciascuno nella misura che Egli ha stabilito. Se volessimo qui usare termini scolastici, diremmo che, una volta raggiunto questo termine, la grazia e la gloria potrebbero, per lo meno, ancora aumentare secondo la potenza assoluta, de potentia absoluta; ma che questo aumento sia impossibile secondo la potenza ordinata, de potentia ordinata: perché ciò è possibile solo da quest’ultima potenza che, infatti, rientra nell’ordine della sapienza e della volontà di Dio (S. Thom. III, d. 1, q. 2, ad 3; col. 1 p., q. 25, a. 5, ad 1; Alex. Halens, 1 p., q. 20, m. 5). – Ma finché siamo lungo la via, non c’è nulla da parte del soggetto che rappresenti un ostacolo invincibile al perfezionamento della grazia. Non ditemi che la capacità della mia natura sia finita! Questo dimostra, è vero, che una grazia infinita ripugna alla mia essenza, poiché non posso diventare Dio; ma il progresso nella grazia non toglie l’infinità di questa stessa grazia. Se la natura può ricevere la grazia in sé, può più propriamente riceverne nuovi gradi. Perché i favori che ha già ricevuto, lungi dall’ostacolare o restringere la capacità di ricezione, la dilatano ulteriormente e la aprono a nuove e più abbondanti effusioni. Di due uomini, uno di intelligenza incolta, l’altro di mente già molto coltivata, sarebbe il primo a sembrarvi più capace di fare ulteriori progressi nelle scienze: come se le conoscenze acquisite fossero un ostacolo e non un aiuto? Quindi, più si ama Dio, più si partecipa alle sue grazie, più si è in grado di ricevere gli effetti della bontà divina. Grazia e carità sono legate: l’aumento dell’una è la perfezione dell’altra. Non sappiamo che amando acquistiamo nuova forza per amare? Il cuore che ama si anima e si entusiasma e lo Spirito Santo, che lo possiede, lo ispira con nuova forza ad amare sempre di più. Dare dei limiti al proprio amore significa ignorare la natura e la legge dell’amore, perché più si ama e più si vuole amare. – Chi ha amato come San Paolo, che sfidava il cielo e la terra dal separarlo dall’amore di Cristo Gesù? S. Paolo che si reputava egli stesso nel numero classificato dei perfetti (Fil. III, 15). E questo grande Apostolo non si crede ancora giunto al termine del punto ove vuole andare. « Mi resta – dice – una cosa da fare: dimenticando ciò che è dietro di me, rivolgermi a ciò che è davanti a me ». (Ibid., 13). E perché questa corsa ed i tanti sforzi a cui invita i suoi fratelli? È perché la meta a cui tende è sempre infinitamente lontana da lui, poiché la vocazione divina ci spinge all’imitazione di Gesù Cristo (Ibid. 17). Così, la grazia chiama la grazia. A Dio non piace che l’anima umana voglia che l’anima umana sia come un piccolo vaso in cui si versa un liquido. Se volete un paragone materiale, guardate piuttosto il mare dove scorrono i fiumi e che non deborda mai. (Eccl. I, 7). – Per trovare qualche ostacolo a questa perfezione indefinita della grazia, dovrà risalirsi alla causa da cui essa deriva? Ma questa causa, nell’ordine fisico, è Dio, la cui potenza non è fermata da alcun limite. Ma questa causa, nell’ordine morale, sono i meriti di Gesù Cristo Nostro Signore; meriti di valore infinito, come la dignità della Persona stessa; capaci, quindi, di ripagare con sovrabbondanza tutti i doni della grazia, scorressero anche a torrenti, senza misura e senza tregua, dal cuore di Dio sulle anime. – Ma, si dirà, se questo è il caso della crescita spirituale, chi può impedirci di ammettere che una creatura pura, attraverso un meraviglioso progresso di santità, possa arrivare alla pienezza di grazia che ammiriamo in Nostro Signore? Nulla, se non la sovreminenza della grazia del Salvatore Gesù. Questa grazia, infatti, considerata in tutto ciò che comporta, è di ordine superiore alla nostra; essa è alla grazia di una creatura pura, nel rapporto di una causa universale con una causa particolare, poiché è dalla sua pienezza che tutti abbiamo ricevuto. Mai la luce di un focolare, di qualsiasi materia comunque attivata, ha eguagliato lo splendore del sole (S. Thom., 3 p., q. 7, a, 11 in corp. e ad 3,1). Non sarebbe né meno temerario, né meno insensato per una semplice creatura aspirare alla santità della Vergine che l’Angelo ha salutato piena di grazia. La dignità di Madre di Dio esigeva da Maria, fin dal primo momento della sua esistenza, una pienezza inferiore, senza dubbio, a quella del suo Figlio, Dio fatto uomo, ma incomparabilmente superiore alla grazia conferita dal Battesimo ai figli adottivi. E poiché la crescita nella Vergine divina ha risposto costantemente e perfettamente a questa pienezza iniziale, chi non vede che la distanza che separa la sua grazia dalla nostra, lungi dal diminuire col tempo, cresceva al contrario come all’infinito? Per questo la Chiesa ci insegna su Maria, osservata ogni proporzione, ciò che crediamo su suo Figlio. La sua grazia è come una sorgente molto abbondante da cui sgorga la nostra stessa sorgente in relazione a noi, anche se è solo un ruscello alimentato dalla grazia di Gesù Cristo, nostro e suo santificatore.

3. – Ho detto che l’aumento della grazia e delle virtù, la crescita spirituale quindi, appartiene allo stato della Via. Ma qual è il confine estremo per noi di questo stato della via? La morte. Non esiste uno iato tra il tempo e l’eternità, tra la durata della crescita e la perfetta maturità che respinge il cambiamento. Finché l’anima non è separata dal corpo, siamo lontani dal Signore, pellegrini in cammino verso la dimora del Padre nei cieli. È per questo che i Santi desiderano ardentemente lasciare questo corpo per arrivare al termine e godere della presenza del Signore (II Cor. V, 6-8). Pertanto, lo stato di fine, quando cesserà per noi la crescita nella grazia, ha come primo momento l’ultimo della nostra vita mortale. Che i Santi, per un favore infinitamente raro, abbiano intravisto il volto di Dio prima di morire, come di sfuggita, non lo affermo né lo nego; in ogni caso, non si trattava della visione permanente riservata alla fine. La tenda che ci vela la gloria di Dio può essere stata aperta per un momento, ma il sipario non era stato ancora alzato: è necessario per questo la mano della morte. – Potrebbe sembrare che quelle anime che lasciano la vita presente, sante davanti a Dio, ma incompletamente purificate, e di conseguenza allontanate per un tempo più o meno lungo dalla beata contemplazione di Dio, possano ancora crescere nella grazia, poiché non sono giunte alla fine. No, non è possibile alcuna crescita per loro, perché non sono più sulla strada. Se la morte non li porta in possesso di Dio, è in un certo senso per accidente. D’ora in poi sono immobilizzati nel bene e il loro diritto all’eredità è inamovibile. La sala banchetti è lì ad attenderli. Per entrare nella porta è necessaria una purificazione finale, ma nulla può impedirne irrevocabilmente l’ingresso. Sono figli arrivati alla casa del Padre, ai quali il Padre ordina di togliere le macchie della strada, prima di ammetterli al bacio del suo amore, e di questo bacio hanno l’assoluta certezza che ne godranno per l’eternità. Di principio queste anime sono al termine (« Dicendum quod, quamvis animæ (purgantes) post mortem non sint simpliciter in statu viæ, tamen quantum ad aliquid adhuc sunt in via, in quantum scilicet earum progressus adhuc retardatur ab ultima retributioné: et ideo simpliciter earum via est circumsepta, ut non possint ulterius per aliqua opera transmutari secundum statum felicitatis et miseriæ: sed quantum ad hoc non est circumsepta quin, quantum ad hoc quod detinentur ab ultima retributione, possint ab aliis juvari, quia secundum hoc adhuc sunt in via ». S. Thom., Supplem. Q. 71, a 2 ad 3; col.2-2, q. 13, a. 4 ad 2 ; q. 182, a. 2; ad 2, 3p., q. 19, a. 3, ad 1).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “FIN DAL PRINCIPIO”

“Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani (…) Il Sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente …. ” – Due espressioni lapidarie che in poche parole riassumono concetti fondamentali nel Cristianesimo come voluti da Cristo, citate dal Sommo Pontefice nel corso di questa lettera Enciclica scritta ai Vescovi italiani perché si adoperassero a formare Sacerdoti santi e guide per portare il popolo alla eterna felicità. Inutile dire, purtoppo che questi auspici forono quasi completamente disattesi da ecclesiastici in gran parte modernisti, tra cui molti erano aderenti in modo occulto, a logge massoniche. I risultati non si fecero attendere, come sappiamo, tanto da profilare l’apostasia massiccia di religiosi, chierici e fedeli, migrati senza battere ciglio, nell’antichiesa conciliabolare, e lo scisma dal Vicario di Cristo, S. S. Gregorio XVII estromesso nel corso del Conclave del 26 ottobre 1958 e sostituito dal designato usurpante massone 33 Roncalli. Se fossero state seguite le indicazioni di Leone XIII, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente, ed il Signore non avrebbe punito così duramente la sua Chiesa con l’eclissarla e farla apparire un baraccone circense (senza offesa per i circensi!) in balia di nocchieri apparentemente ubriachi o francamente impazziti. Ma godiamoci questa lettera scritta in italiano sperando che quanto prima possano tornare utile ad una Chiesa finalmente rinata dalle ceneri spirituali di pazzi dinamitardi che hanno ucciso ed uccidono anime infinite riscattate dal preziosissimo sangue di Cristo.

Leone XIII
Fin dal principio

Lettera Enciclica

La formazione del clero in Italia
8 dicembre 1902

Fin dal principio nostro pontificato ponendo Noi mente alle gravi condizioni della società, non tardammo a riconoscere, come uno dei più urgenti doveri dell’Apostolico ufficio fosse quello di rivolgere specialissime cure alla educazione del Clero. Vedevamo infatti che ogni nostro divisamento ad operare nel popolo una restaurazione di vita cristiana sarebbe tornato invano, ove nel ceto ecclesiastico non si serbasse integro e vigoroso lo spirito sacerdotale. Pertanto, mai non cessammo, quanto era da Noi, di provvedervi, sia con opportune istituzioni, sia con parecchi documenti diretti a tale intento. Ed ora una particolare sollecitudine verso il Clero d’Italia Ci muove, Venerabili Fratelli, a trattare ancora una volta un argomento di grande rilievo.
Belle invero e continue testimonianze esso ne porge di dottrina, di pietà, di zelo; tra le quali Ci piace di additar con lode l’alacrità onde, secondando l’impulso e la direzione dei Vescovi, coopera al movimento cattolico che Ci è sommamente a cuore. Non possiamo tuttavia dissimulare la preoccupazione dell’animo Nostro al vedere come da qualche tempo vada qua e là serpeggiando una cotal brama d’innovazioni inconsulte, così, rispetto alla formazione, come all’azione multiforme dei sacri ministri. Ora è facile avvisare le gravi conseguenze che sarebbero a deplorarsi, ove a siffatte tendenze innovatrici non si apportasse pronto rimedio. Ond’è che a preservare il clero italiano dalle influenze perniciose dei tempi, stimiamo cosa opportuna, Venerabili Fratelli, richiamare in questa Nostra lettera i veri e invariabili principi che debbono regolare l’educazione ecclesiastica e tutto il sacro ministero. Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani. Partecipazione del sacerdozio eterno di Gesù Cristo, esso deve perpetuare fino alla consumazione dei secoli la missione stessa dal divin Padre affidata al suo Verbo Incarnato: “Sicut misit me Pater, et ego mitto vos” (1Gv XX, 21). Operare la salute eterna delle anime sarà sempre il grande mandato, a cui esso non potrà mai venire meno; come, per fedelmente attuarlo, non dovrà mai cessare di ricorrere a quei soprannaturali presidi e a quelle norme divine di pensiero e di azione che gli diede Gesù Cristo, quando inviava i suoi Apostoli per tutto il mondo a convertire i popoli al Vangelo, Quindi S. Paolo nelle sue lettere vien ricordando, non essere altro il sacerdote che il “legato“, il “ministro di Cristo“, il “dispensatore dei suoi misteri” (2Cor. V, 20; VI, 4; 1Cor IV, 1), e ce lo rappresenta quasi collocato in luogo eccelso (cf. Hb. V,1), quale intermediario fra il ciclo e la terra per trattare con Dio gl’interessi sommi dell’uman genere, che sono quei della vita sempiterna. Tale il concetto che i Libri santi ne danno del Sacerdozio cristiano, cioè di un’istituzione soprannaturale, superiore a tutti gl’istituti terreni e affatto separata da essi come il divino dall’umano. – La stessa alta idea emerge chiara dalle opere dei Padri, dal Magistero dei Romani Pontefici e dei Vescovi, dai decreti dei Concili, dall’unanime insegnamento dei Dottori e delle Scuole cattoliche. Che anzi tutta la tradizione della Chiesa è una voce sola nel proclamare che il Sacerdote è un “altro Cristo”, e che il Sacerdozio “si esercita bensì in terra, ma va meritamente annoverato tra gli ordini del cielo” (S. Io. Chrysostomus, De Sacerdotio, lib. III, n. 4), “poiché gli sono date da amministrare cose del tutto celesti, e gli è conferito un potere che Dio non affidò neppure agli Angeli”; potere e ministero che riguardano il governo delle anime, ossia “l’arte delle arti”. Perciò educazione, studi, costumi, quanto insomma si attiene alla disciplina sacerdotale, venne sempre dalla Chiesa considerato come un tutto a sé, non pur distinto, ma separato altresì dalle ordinarie norme del vivere laicale. – Tal distinzione e separazione deve dunque rimanere inalterata anche ai tempi nostri, e qualunque tendenza ad accomunare o confondere l’educazione e la vita ecclesiastica con la educazione e la vita laicale, ha da giudicarsi riprovata nonché dalla tradizione dei secoli cristiani, ma dalla dottrina stessa apostolica e dagli ordinamenti di Gesù Cristo. – Certamente nella formazione del clero e nel ministero sacerdotale ragion vuole che si abbia riguardo alle varie condizioni dei tempi. Quindi è ben lungi da Noi il pensiero di rigettare quei mutamenti che rendano l’opera del Clero sempre più efficace nella società in mezzo a cui vive; che anzi appunto per tale considerazione Ci è sembrato conveniente di promuovere in esso una più solida e squisita coltura, e di aprire un campo più largo al suo ministero. Ma ogni altra innovazione che potesse recare qualche pregiudizio a ciò ch’è essenziale al Sacerdote, dovrebbe riguardarsi come affatto biasimevole. Il Sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente. Ora non potrà egli mai corrispondere appieno a così nobili uffici, se non sia, quant’è mestieri, versato nella scienza delle cose sacre e divine; se non sia fornito a dovizia di quella pietà che ne fa un uomo di Dio; se non ponga ogni cura in avvalorare i suoi insegnamenti colla efficacia dell’esempio, conforme all’ammonimento dato ai sacri pastori dal Principe degli Apostoli: “Forma facti gregis ex animo” (1Pt 5,3). Comunque volgano i tempi, e le condizioni sociali cangino e si tramutino, queste sono le proprie e massime doti che debbono rifulgere nel Sacerdote cattolico, giusta i principi della fede; ogni altro corredo naturale ed umano in certo commendevole, ma non avrà rispetto all’ufficio sacerdotale, che una secondaria e relativa importanza. – Se pertanto è ragionevole e giusto che il Clero si pieghi, fin dove è lecito, ai bisogni dell’età presente, è altresì doveroso e necessario che alla prava corrente del secolo, non che cedere, fortemente resista. E ciò, mentre risponde naturalmente all’alto fine del sacerdozio, vale altresì a renderne più fruttuoso il ministero, crescendogli decoro e procacciandogli rispetto. – Ora è noto pur troppo come lo spirito del naturalismo tenti inquinare ogni parte anche più sana del corpo sociale: spirito che inorgoglisce le menti e le ribella ad ogni autorità; che avvilisce i cuori e li volge alla ricerca dei beni caduchi, trascurati gli eterni. Di questo spirito, così malefico e già troppo diffuso, grandemente è a temere che qualche influsso non possa insinuarsi anche fra gli ecclesiastici, massime fra i meno esperti. Tristi effetti ne sarebbero, il venir meno a quella gravità di condotta, che tanto si addice al Sacerdote; il cedere con leggerezza al fascino di ogni novità; il diportarsi con indocilità pretenziosa verso i maggiori; il perdere quella ponderatezza e misura nel discutere che tanto è necessaria, particolarmente in materia di fede e di morale. Ma effetto ben più deplorevole, perché congiunto col danno del popolo cristiano, ne seguirebbe nel sacro ministero della parola, inducendovi un linguaggio non conforme al carattere di banditore del l’Evangelo. – Mossi da tali considerazioni, Noi sentiamo di dover nuovamente e con più vivo studio raccomandare, che innanzi tutto i Seminari siano con gelosa cura mantenuti nello spirito proprio, così rispetto all’educazione della mente come a quella del cuore. – Non si perda giammai di vista, ch’essi sono esclusivamente destinati a preparare i giovani non ad uffici umani, per quanto legittimi ed onorevoli, ma all’alta missione, poc’anzi accennata, di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). – Da tale riflesso, tutto soprannaturale, sarà sempre agevole, come notammo già nella Enciclica al Clero di Francia data l’8 settembre 1899, ritrarre norme preziose non pure per la retta formazione dei chierici, ma per allontanare altresì dagl’Istituti, nei quali si educano, ogni pericolo così interno come esterno, d’ordine morale o religioso. – Rispetto agli studi, poiché il clero non dev’essere estraneo agli avanzamenti d’ogni buona disciplina, si accetti pure quanto di veramente buono ed utile si riconosca negl’innovati metodi: ogni tempo suole contribuire al progresso del sapere umano, Però vogliamo che su tal proposito siano ben ricordate le prescrizioni Nostre intorno allo studio delle lettere classiche, e principalmente della Filosofia, della Teologia, e delle scienze affini: prescrizioni che demmo in più documenti, massime nella detta Enciclica, di cui Ci piace perciò trasmettere a voi un esemplare. unito alla presente. – Sarebbe al certo desiderabile che i giovani ecclesiastici potessero tutti com’è dovere, fornire il corso degli studi sempre all’ombra dei sacri Istituti. Ma poiché gravi ragioni talora consigliano che alcuni di essi frequentino le pubbliche Università, non si dimentichi con quali e quante cautele i Vescovi debbano ciò loro permettere. Vogliamo del pari che si insista sulla fedele osservanza delle norme contenute in altro più recente documento, in special modo per quanto concerne le letture od altro che potesse dare occasione ai giovani di prender parte comecchessia ad agitazioni esterne. Così gli alunni dei Seminari, facendo tesoro di un tempo prezioso è colla massima tranquillità degli animi, potranno raccogliersi tutti intorno a quegli studi che li rendono maturi ai grandi doveri del sacerdozio, singolarmente al ministero della predicazione e delle confessioni. Ben si rifletta, quanto grave sia la responsabilità di quei Sacerdoti che, in tanto bisogno del popolo cristiano, trascurano di prestar l’opera propria nell’esercizio di questi sacri ministeri; e di coloro altresì che non vi portano una illuminata operosità: sì gli uni come gli altri mal corrispondono alla propria vocazione in cosa che troppo importa alla salute delle anime. E qui dobbiamo richiamare l’attenzione vostra, Venerabili Fratelli, sulla speciale Istruzione che volemmo data in ordine al ministero della divina parola; e desideriamo che se ne traggano più copiosi frutti. Rispetto poi al ministero delle confessioni, si rammenti quanto severe suonino le parole del più insigne e mite dei moralisti verso coloro che non dubitano di sedere inetti nel tribunale dipendenza; e come non meno severo sia il lamento dell’insigne Pontefice Benedetto XIV, che poneva tra le maggiori calamità della Chiesa il difetto nei confessori di una scienza teologica morale qual s’addice alla gravità di così santo ufficio. – Ma al nobile scopo di preparare degni ministri del Signore è necessario, Venerabili Fratelli, che sia volto, e con sempre maggior vigore e vigilanza, oltre l’ordinamento scientifico, anche il disciplinare e l’educativo dei vostri Seminari. – Non vi si accolgano che giovani i quali offrano fondate speranze di voler consacrarsi in perpetuo al ministero ecclesiastico.Si tengano segregati dal contatto e più dalla convivenza con giovani non aspiranti al sacerdozio: tale comunanza potrà per giuste e gravi cause tollerarsi a tempo e con singolari cautele, finché non sia dato di pienamente provvedere, conforme allo spirito della disciplina ecclesiastica. Si rimandino quanti nel corso della loro educazione manifestassero tendenze meno convenevoli alla vocazione sacerdotale, e nell’ammettere i chierici agli Ordini sacri si usi somma ponderazione, giusta l’ammonimento gravissimo di San Paolo a Timoteo: “Manus cito nemini ìmposueris” (1 Tm V, 22). In tutto ciò conviene posporre qualsiasi altra considerazione, che sarebbe sempre da ritenersi inferiore a quella rilevantissima della dignità del sacro ministero. Importa poi grandemente, che a formare negli alunni del santuario un’immagine viva di Gesù Cristo, nel che si assomma tutta l’educazione ecclesiastica, i moderatori e gl’insegnanti alla diligenza e alla perizia propria del loro ufficio congiungano l’esempio di una vita al tutto sacerdotale. La condotta esemplare di chi presiede, massime ai giovani, è il linguaggio più eloquente e persuasivo per ispirare negli animi loro il convincimento dei propri doveri e l’amore al bene. Un’opera di tanto rilievo richiede principalmente dal direttore di spirito prudenza non ordinaria e cure indefesse; onde un tale ufficio, che desideriamo non manchi in verun Seminario, vuol essere affidato ad ecclesiastico molto esperto nelle vie della perfezione cristiana. – Ed a lui non sarà mai abbastanza raccomandato d’infondere e coltivare negli alunni colla maggiore sodezza quella pietà la quale è per tutti feconda, ma specialmente per il clero, di utilità inestimabili (cf. 1Tm IV, 7-8). Perciò sia egli sollecito di premunirli altresì da un pernicioso inganno, non infrequente tra i giovani, cioè di lasciarsi talmente prendere all’ardore degli studi, da non curar poi a dovere il proprio avanzamento nella scienza dei Santi, Quanto più la pietà avrà messo radici profonde nei chierici, tanto meglio saranno temprati a quel forte spirito di sacrificio, ch’è al tutto necessario per zelare la gloria divina e la salvezza delle anime. – Non mancano, la Dio mercé, nel clero italiano Sacerdoti che diano nobili prove di quanto possa un ministro del Signore, penetrato di siffatto spirito, mirabile la generosità di quei tanti che per dilatare il regno di Gesù Cristo, corrono volenterosi in lontane terre ad incontrare fatiche, privazioni e stenti d’ogni maniera, ed anche il martirio. – Di questa guisa, scorto da provvide ed amorevoli cure nella conveniente coltura dello spirito e dell’ingegno, verrà a grado a grado formandosi il giovane levita, quale lo richiedono la santità della sua vocazione ed i bisogni del popolo cristiano. Il tirocinio in verità non è breve; eppure vorrà essere protratto anche oltre il tempo del Seminario. Conviene infatti che i giovani Sacerdoti non siano lasciati senza guida nelle prime fatiche, ma vengano confortati dalla esperienza dei più provetti che ne maturino lo zelo, la prudenza, e la pietà; ed è spediente altresì che, ora con esercitazioni accademiche, ora con periodiche conferenze, si allarghi l’uso di tenerli continuamente esercitati negli studi sacri. È manifesto, Venerabili Fratelli, che quanto abbiamo sin qui raccomandato, lungi dal menomamente nuocere, giova anzi in singolare modo a quella operosità sociale del Clero, da Noi in più occasioni inculcata come necessaria al nostri giorni. Poiché coll’esigere la fedele osservanza delle norme da Noi richiamate, si viene a tutelare ciò che di siffatta operosità dev’essere l’anima e la vita. – Ripetiamo dunque anche qui, e più altamente, esser mestieri che il Clero vada al popolo cristiano, insidiato da ogni parte, e con ogni sorta di fallaci promesse adescato segnatamente dal socialismo ad apostatare dalla fede avita; subordinando però tutti la propria azione all’autorità di coloro, “cui lo Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Dio”; senza di che seguirebbe confusione e disordine gravissimo, a detrimento anche della causa che hanno a difendere e a promuovere. – Anzi a tal fine desideriamo che i candidati al sacerdozio, sul termine della loro educazione nei Seminari, vengano convenientemente ammaestrati nei documenti pontifici che riguardano la questione sociale e la democrazia cristiana, astenendosi peraltro, come più sopra abbiamo detto, dal prendere qualsiasi parte al movimento esterno. Fatti poi Sacerdoti si volgano con particolare studio al popolo, stato sempre l’oggetto delle più amorose cure della Chiesa, Togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; raffermare gli adulti nella Fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscano veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnare sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, nei quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civile convivenza: tale è nelle precipue sue parti il nobile compito della loro azione sociale. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il Sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo esposto a capo dei fratelli, principalmente “animarum causa” ( S. Gregorio M., Regula Past.. parte II, e. VII.). Qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo, a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe esser che altamente riprovata. – Ecco quanto, Venerabili Fratelli, la coscienza dell’Apostolico ufficio C’imponeva di far rilevare, considerate le condizioni odierne del Clero d’Italia. Non dubitiamo, che in cosa di tanta gravità ed importanza, alla sollecitudine Nostra voi saprete congiungere le più solerti ed amorose industrie del vostro zelo, ispirandovi specialmente ai luminosi esempi del grande Arcivescovo, San Carlo Borromeo. Pertanto a dare effetto a queste Nostre prescrizioni, avrete cura di farne argomento delle vostre regionali Conferenze, e di consigliarvi su quei provvedimenti pratici che secondo i particolari bisogni delle singole Diocesi vi sembreranno più opportuni. Ai divisamenti ed alle deliberazioni nostre non mancherà, ove sia d’uopo, il presidio della Nostra autorità. – Ed ora con parola che ne viene spontanea dall’intimo del Nostro cuore paterno, Ci volgiamo a voi, quanti siete sacerdoti d’Italia, raccomandando a tutti e a ciascuno, che mettiate ogni impegno nel corrispondere sempre più degnamente allo spirito proprio della vostra eccelsa vocazione. A voi ministri del Signore diciamo con più ragione che non disse S, Paolo ai semplici fedeli: “Obsecro itaque vos ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis” (Eph IV,1). L’amore della comune Madre la Chiesa rinsaldi e rinvigorisca tra voi quella Concordia di pensiero e di azione, che raddoppia le forze e rende più feconde le opere. In tempi tanto infesti alla Religione e alla società, quando il Clero di ogni nazione è chiamato ad unirsi compatto per la difesa della fede e della morale cristiana, si appartiene a voi, figli dilettissimi, cui particolari vincoli congiungono a questa sede Apostolica, precedere a tutti gli altri con l’esempio, ed essere i primi nella illimitata obbedienza alla voce e ai comandi del Vicario di Gesù Cristo. – Così le benedizioni di Dio scenderanno copiose, quali Noi le invochiamo, a mantenere il Clero d’Italia sempre degno delle illustri sue tradizioni. – Auspice intanto dei divini favori sia l’apostolica benedizione, che a voi, Venerabili Fratelli, ed a tutto il Clero alle vostre cure affidato, con effusione di cuore impartiamo.

Dato a Roma, presso S. Pietro, nel dì sacro alla Immacolata Concezione di Maria, 8 Dicembre 1902, anno vigesimo quinto del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semìdoppio. – Paramenti verdi.

Questa Domenica, inserita nel Messale dopo il Sabato delle Quattro-Tempora, era anticamente libera. La liturgia della vigilia si prolungava, infatti, fino alla Domenica mattina, e quindi questo giorno non aveva Messa propria. La lezione del Breviario nella Domenica che segue le Quattro Tempora (4a Domenica di settembre) è quella del libro di Giuditta, che S. Ambrogio, nel 2° Notturno riporta a questo tempo di penitenza, attribuendo ai digiuni e all’astinenza di quest’eroina la sua miracolosa vittoria. Per continuare il riavvicinamento che abbiamo stabilito fra il Messale e il Breviario, possiamo anche studiare la Messa del Sabato delle Quattro Tempora, che era anticamente quella di questa Domenica in rapporto con la storia di Giuditta. – Nabuchodonosor, re degli Assiri, mandò Oloferne, generale del suo esercito, a conquistare la terra di Canaan. Quest’ufficiale assediò la fortezza di Betulia. Ridotti agli estremi, gli assediati decisero di arrendersi nello spazio di cinque giorni. Viveva allora in questa città una vedova chiamata Giuditta, che godeva grande riputazione. « Facciamo penitenza per i nostri peccati disse ella, e imploriamo il perdono da Dio con molte lacrime! Umiliamo le anime nostre davanti a Lui e preghiamolo di farci sperimentare la sua misericordia. Crediamo che questi flagelli, con i quali Dio ci castiga, ci sono mandati per correggerci e non per rovinarci ». E questa santa donna entrò allora nel suo oratorio rivestita di cilicio e con la testa cosparsa di cenere si prostrò a terra davanti al Signore. Compiuta la sua preghiera, mise le sue vesti più belle ed uscì dalla città con la sua ancella. Sul far del giorno giunse agli avamposti dei Caldei e dichiarò che era venuta per dare i suoi nelle mani di Oloferne. I soldati la condussero dal generale che fu colpito dalla sua grande bellezza « che Dio si compiacque di rendere ancor più abbagliante, poiché aveva per scopo non la passione, ma la virtù ». Oloferne credette alle parole di Giuditta e offrì in suo onore un gran banchetto. Nel trasporto della gioia bevve con intemperanza maggiore del solito e oppresso del vino si distese sul letto e si addormentò. Tutti si ritirarono allora e Giuditta restò sola presso di lui. Ella pregò il Signore di dar forza al suo braccio per la salvezza di Israele; poi, staccata la spada appesa al capo del letto, tagliò coraggiosamente la testa di Oloferne, la consegnò all’ancella ordinandole di nasconderla nella borsa da viaggio e ambedue rientrarono a Betulia quella notte medesima. Quando gli Anziani della città appresero quello che Giuditta aveva fatto, esclamarono: « Benedetto sia il Signore, che ha creato il cielo e la terra! ». L’indomani la testa sanguinante di Oloferne venne esposta sulle mura della fortezza. I Caldei gridarono al tradimento ma, inseguiti dagli Israeliti, furono massacrati o messi in fuga. Quando il Sommo Sacerdote venne da Gerusalemme con gli Anziani per festeggiare la vittoria, tutti acclamarono Giuditta, dicendo: « Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia di Israele, tu l’onore del nostro popolo ». S. Ambrogio, nel 2° Notturno della IV Domenica di Settembre commenta questa pagina della Bibbia dicendo: « Giuditta tagliò la testa ad Oloferne in forza della sua sobrietà ». Armata del digiuno, essa penetrò arditamente nel campo nemico. Il digiuno di una sola donna ha vinto le innumerevoli schiere degli Assiri ». La Messa del Sabato delle Quattro Tempora è piena di sentimenti analoghi. Le Orazioni implorano il soccorso della misericordia divina, appoggiandosi sul digiuno e sull’astinenza che ci rendono più forti dei nostri nemici. Perdonaci le nostre colpe, Signore, dice il l° Graduale. Vieni in nostro aiuto, o Dio nostro Salvatore; liberaci, per l’onore del nome tuo ». – « O Signore, Dio degli eserciti, continua il 2° Graduale, presta l’orecchio alle preghiere dei tuoi servi ». « Volgi il tuo sguardo, o Signore; sino a quando volti da noi la tua faccia? aggiunge il 3° Graduale, abbi pietà dei tuoi servi ». — Le Lezioni fanno tutte allusioni alla misericordia di Dio verso il popolo, che ha fatto penitenza. Così parla il Signore degli eserciti: « Come ebbi l’intenzione di far del male ai vostri padri quando essi provocarono la mia collera, cosi in questi giorni ho avuto l’intenzione di fare del bene alla casa di Gerusalemme ». – Il racconto della liberazione del popolo ebreo dalla servitù assira per mezzo di Giuditta (nome che è il femminile di Giuda) dopo che essa ebbe digiunato è un’immagine della liberazione del popolo di Dio alla Pasqua, per mezzo di Gesù (della stirpe di Giuda) dopo la Quaresima. – Più tardi, allorché non si attese più la sera per celebrare il santo Sacrificio il Sabato delle Quattro Tempora, si prese per la 18° Domenica dopo Pentecoste, la Messa che era stata composta al VI secolo per la Dedicazione della Chiesa di San Michele a Roma e che fu celebrata il 29 settembre; infatti tutto il canto si riferisce alla consacrazione di una Chiesa. « Mi rallegrai quando mi dissero Andremo nella casa del Signore (Versetto All’Introito e Graduale). Mosè consacrò un altare al Signore, dice l’Offertorio. « Entrate nell’atrio del Signore e adoratelo nel Tempio suo santo », aggiunge al Communio, e questa è una immagine del cielo ove affluiranno tutte le nazioni quando verrà la fine dei tempi indicata da questa Domenica e dalle seguenti che vengono alla fine del Ciclo. L’Alleluia è infatti quello delle Domeniche dopo l’Epifania, che annunziava l’ingresso dei Gentili nel regno dei cieli. L’Epistola parla di coloro che attendono la rivelazione di Nostro Signore al suo ultimo avvento; allora essi godranno eternamente, nella casa del Signore, la pace che, come dissero i Profeti, Egli accorderà a quelli che lo attendono (Intr., Graduale). Questa pace Gesù ce l’ha assicurata morendo sulla croce, che è il sacrificio vespertino. Questa pace e questo perdono noi lo godiamo già nella Chiesa, in grazia del potere accordato da Gesù ai suoi sacerdoti. Questa Messa, che segue il sabato delle Ordinazioni fa infatti allusione anche al sacerdozio. Come il Salvatore, che esercitò il suo ministero e guarì l’anima del paralitico guarendone il corpo, quelli che sono ora stati ordinati Sacerdoti predicano la parola di Cristo (Epistola), celebrano il santo Sacrifizio (Offert.) e rimettono i peccati (Vangelo). E cosi preparano gli uomini a ricevere irreprensibili il loro divin Giudice (Epistola). La predicazione evangelica è una testimonianza resa a Gesù Cristo. Quelli che l’accettano ricevono doni celesti in sovrabbondanza e possono attendere con fiducia l’avvento glorioso di Gesù alla fine dei tempi. – Giovanni Crisostomo così commenta la risposta data da Gesù agli Scribi che non gli riconoscevano la facoltà di perdonare i peccati: « Se non credete la potestà di rimettere le colpe, credete la facoltà di conoscere i pensieri, credete la virtù del sanare da malattie incurabili i corpi. Più facile sanare il corpo; ma giacché non credete alla maggiore meraviglia, ve ne mostrerò una minore ma aperta ai sensi.  »                                                                           

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Eccli XXXVI: 18
Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël.

[O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]

Ps CXXI: 1
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.

[Mi rallegrai per ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore].

Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël

[O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Dírigat corda nostra, quǽsumus, Dómine, tuæ miseratiónis operátio: quia tibi sine te placére non póssumus.

[Te ne preghiamo, o Signore, l’azione della tua misericordia diriga i nostri cuori: poiché senza di Te non possiamo piacerti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor 1: 4-8
Fratres: Grátias ago Deo meo semper pro vobis in grátia Dei, quæ data est vobis in Christo Jesu: quod in ómnibus dívites facti estis in illo, in omni verbo et in omni sciéntia: sicut testimónium Christi confirmátum est in vobis: ita ut nihil vobis desit in ulla grátia, exspectántibus revelatiónem Dómini nostri Jesu Christi, qui et confirmábit vos usque in finem sine crímine, in die advéntus Dómini nostri Jesu Christi.

[“Fratelli: Io rendo continuamente grazie al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù; perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di scienza, essendosi stabilita solidamente in mezzo a voi la testimonianza di Cristo, in modo che nulla vi manca rispetto a qualsiasi grazia; mentre aspettate la manifestazione di nostro Signor Gesù Cristo, il quale vi manterrà pure saldi sino alla fine, così da essere irreprensibili nel giorno della venuta del nostro Signor Gesù Cristo”.]

LE RICCHEZZE DEL CRISTIANESIMO.

Fratelli: Io rendo continuamente grazie al mio Dio, riguardo a voi, per la grazia di Dio che vi è stata fatta in Gesù Cristo; perché in lui siete divenuti ricchi di ogni cosa, d’ogni dono di parole e di scienza, essendo la testimonianza di Cristo confermata in mezzo a voi in modo che non manchi dono alcuno a voi che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, il quale vi farà anche perseverare sino alla fine, perché siate senza colpa nel giorno della venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

(S. Paolo, I ai Corinti: 1, 4-8).

Anche il lettore più zotico e disattento capisce subito che quando San Paolo afferma arricchiti in Gesù e per Gesù i Cristiani, arricchiti in tutti i modi, non parla di ricchezze materiali: il discorso dell’Apostolo si svolge su un piano diverso e superiore al piano della materia, che è il piano dello spirito. Però in quel piano la frase di San Paolo ha una verità, una esattezza matematica: N. S. Gesù col suo Vangelo ha, spiritualmente, arricchito l’umanità. C’è più vita al mondo e nella storia dopo di Lui, maggiore e migliore, più intensa e più alta. C’è più luce. La fede non è una barriera, un limite, è un progresso, uno slancio. Dove si ferma la ragione con la sua luce umana, comincia la fede con la sua luce divina, divina e umanizzata, messa per opera di Gesù, il Rivelatore, il Maestro, alla portata dell’umanità. Prima di Gesù c’è la filosofia, dopo Gesù accanto e oltre la filosofia c’è la Teologia. Prima c’è Dio — mistero — poi ci sono i Misteri di Dio. Il Cristiano sa tutto ciò che sapeva il pio pagano e sa molto di più. E anche il patrimonio di verità comuni, nella mente del Cristiano è più luminoso. Le stesse cose noi le sappiamo meglio. Meglio la sua grandezza, meglio la sua bontà, la giustizia così severa, la misericordia così grande. Il più umile Cristiano, sotto questo rispetto, è più avanti del più grande filosofo pagano. C’è una vita morale più ricca. Si vive nella sfera morale più intensamente, con maggiore severità e maggiore dolcezza. Nostro Signore ci ha tenuto ad affermare questa superiorità morale del Suo Vangelo sulla antica Legge, non discutendo neanche la superiorità della Legge mosaica sulla etica pagana. Sinteticamente ha detto che la giustizia, la bontà dei suoi seguaci, deve essere superiore a quella degli Scribi e dei Farisei. E ha specificato una serie di superiorità morali, spirituali. La parola nostra è più sincera, deve essere tersa come uno specchio. – Non bisogna solo non nascondere la verità delle parole, bisogna non velarla. La morale giudaica, salvo le apparenze, provvede ad evitare il male sociale, la morale cristiana va al fondo della realtà, mette l’anima nella luce e al contatto di Dio. Dove il Cristianesimo trionfa è nel regno della carità, dell’amore. Dopo N. S. Gesù c’è più amore al mondo, un amore più operoso. Chi li aveva mai neanche lontanamente sognati i miracoli della carità cristiana nell’inverno dell’età pagana? Cera a Roma la Vestale; non c’era la Suora di carità. L’ha creata Gesù. Tra il paganesimo e il Cristianesimo, c’è la differenza dal verno alla primavera. Il nostro amore è più intimo. Non si benefica solo nel Cristianesimo, non si fa solo del bene, si fa del bene, perché si vuole bene. C’è la fratellanza dell’anima, oltre le divisioni sociali. Rimangono materialmente i poveri e i ricchi, ma poveri e ricchi non conta nulla; si è fratelli. La carità cristiana va oltre la divisione nazionale; ci sono ancora i greci, i romani, i barbari, ma greci, romani e barbari si sentono fratelli, si chiamano con questo bel nome, si amano con questo bel titolo.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. – Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXXI: 1; 7

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.

[Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore.]

Alleluja

V. Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis. Allelúja, allelúja

[V. Regni la pace nelle tue mura e la sicurezza nelle tue torri. Allelúja, allelúja]

Ps CI: 16

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. Allelúja.

 [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: e tutti i re della terra la tua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. IX: 1-8
“In illo témpore: Ascéndens Jesus in navículam, transfretávit et venit in civitátem suam. Et ecce, offerébant ei paralýticum jacéntem in lecto. Et videns Jesus fidem illórum, dixit paralýtico: Confíde, fili, remittúntur tibi peccáta tua. Et ecce, quidam de scribis dixérunt intra se: Hic blasphémat. Et cum vidísset Jesus cogitatiónes eórum, dixit: Ut quid cogitátis mala in córdibus vestris? Quid est facílius dícere: Dimittúntur tibi peccáta tua; an dícere: Surge et ámbula? Ut autem sciátis, quia Fílius hóminis habet potestátem in terra dimitténdi peccáta, tunc ait paralýtico: Surge, tolle lectum tuum, et vade in domum tuam. Et surréxit et ábiit in domum suam. Vidéntes autem turbæ timuérunt, et glorificavérunt Deum, qui dedit potestátem talem homínibus”.

[“In quel tempo Gesù montato in una piccola barca, ripassò il lago, e andò nella sua città. Quand’ecco gli presentarono un paralitico giacente nel letto. E veduta Gesù la loro fede, disse al paralitico; Figliuolo, confida: ti son perdonati i tuoi peccati. E subito alcuni Scribi dissero dentro di sé: Costui bestemmia. E avendo Gesù veduti i loro pensieri, disse: Perché pensate male in cuor vostro? Che è più facile, di dire: Ti sono perdonati i tuoi peccati; o di dire: Sorgi e cammina? Or affinché voi sappiate che il Figliuol dell’uomo ha la potestà sopra la terra di rimettere i peccati: Sorgi, disse Egli allora al paralitico, piglia il tuo letto e vattene a casa tua. Ed egli si rizzò, e andossene a casa sua. Ciò udendo le turbe s’intimorirono e glorificarono Dio che tanta potestà diede ad uomini].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

IL POTERE DI PERDONARE I PECCATI

La casa dove si trovava Gesù era assiepata di gente, sicché non vi si poteva più entrare e nemmeno avvicinarsi alla porta. Ecco arrivare ancora quattro uomini, portando su di un lettuccio un paralitico. Venivano probabilmente da molto lontano, a prezzo di lunghe fatiche e non volevano ritornare senza aver visto Gesù. Non potendo per la ressa aprirsi un varco, salgono sul tetto. Doveva essere una casa bassa, con una scala esterna che metteva direttamente sulla terrazza che faceva da tetto. Smuovono alcune travi e calano giù il lettuccio del paralitico, il quale si trova davanti al Figlio di Dio. « Uomo, abbi fede: i tuoi peccati ti sono rimessi ». Parole più inaspettate, più strane di queste, Gesù non avrebbe potuto dire a quell’uomo ch’era venuto solo per la speranza d’essere guarito dalla paralisi. Eppure dovevano rispondere a qualche silenziosa implorazione che il Figlio di Dio ascoltava. Forse, giunto sotto lo sguardo purissimo e penetrante del Signore, quell’infelice, per un’improvvisa grazia di lucidità, vide che la sua sventura più compassionevole non era nella carne ma nell’anima. Vide le sue colpe, ne misurò per la prima volta l’estensione, la profondità, la bruttura; ne inorridì. Dal profondo del cuore gridò allora non già: « Guariscimi! », ma: « Perdonami! ». – Tutti allora udirono la risposta a quella domanda che nessuno aveva sentito: « Ti sono rimessi i tuoi peccati ». Cominciò lo scandalo. Gli Scribi e i Farisei, tacevano; ma nel loro interno si ribellavano: « Come può parlare così un uomo? Bestemmia. Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? » E Gesù diede loro una duplice prova della sua divinità: leggendo nei loro cuori, sanando il paralitico. « Rispondetemi: è più facile secondo voi dire a costui: « Ti siano rimessi i tuoi peccati » o dirgli « levati su, e cammina? » Nessuno osava fiatare, perché si sentivano smascherati e senza ripari nella coscienza, davanti a Lui che li scrutava. « Ebbene, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di rimettere i peccati, — e si voltò al paralitico – ti dico, alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua ». E quegli s’alzò, prese il letto sulle spalle e andò via, tra lo sbigottimento e le grida della folla. Tutti glorificavano Dio che diede al Cristo tale potere, quello di rimettere i peccati. Anche noi dobbiamo ora per tale motivo glorificare Dio, considerando due cose intorno alla remissione dei peccati: la misericordia divina e la grettezza umana.  – 1. LA CONFESSIONE E LA MISERICORDIA DIVINA. L’uomo che commette peccato, in un momento di viltà e di ebbrezza e d’esaltazione, si slancia a colpire Dio e invece manda in rovina la propria anima. La quale dal peccato è paralizzata in ogni opera meritoria per il paradiso, è spogliata dalla vita della grazia, e come morta giace in un letto di miseria e di maledizione. Intanto il rimorso dilania il cuore. Quell’uomo lavora e picchia vigorosamente il suo martello, ma tra colpo e colpo ode una voce che gli s’infigge tra fibra e fibra, come una freccia: « Sei maledetto dal Signore! » Il martello gli diventa pesante, gli scivola di mano, si asciuga il sudore: è sudore di spavento. Quella donna canta sulla culla del suo bambino, e sembra beata nella sua gioia materna; ma una voce secreta l’amareggia: « Sei indegna di baciare l’innocenza di questo bambino ». Il canto le si spegne sulle labbra, e trema di spavento. Quella figliuola è inginocchiata davanti all’altare. Ha tanto bisogno di Dio ed è così sola al mondo! Però una voce la respinge dall’altare. « Hai offeso il Signore Dio tuo, hai meritato l’inferno!  » Si copre il volto per angoscia e per spavento. E se il Signore  non perdonasse più? È forse obbligato a perdonare? Se non perdonasse più, dopo il primo peccato sarebbe finita per sempre: la nostra vita diverrebbe come quella di Caino, la nostra morte quella di Giuda. Invece Dio perdona ancora. Ha istituito un sacramento in cui i suoi ministri hanno ricevuto il potere di perdonare i peccati: di perdonarli tutti, di perdonarli sempre. È necessario soltanto confessarli con grande sincerità, con profondo dolore. A intravvedere la misericordia infinita di Dio nella confessione, ci gioverà una parabola. Essa c’insegna che Dio ha dato al Sacerdote, il potere di perdonare tutto, anche i peccati enormi. « Un cavaliere aveva ucciso un uomo: la giustizia non lo sospettava, ma i rimorsi lo facevano andare triste ed errabondo. Un giorno, accadendogli di passare davanti ad una chiesa protestante, gli sembrò che il segreto sarebbe stato meno pesante, se avesse potuto confidarlo; entrò dunque e domandò al vicario di ascoltare la sua confessione. Questo vicario era un giovane molto perbene e molto istruito, ma, come tutti i protestanti, disconosceva il potere di perdonare i peccati nella confessione, sacramento istituito dal nostro divino Redentore crocifisso. « Apritemi il cuore, potete dirmi tutto come ad un padre ». L’altro incominciò: « Ho ucciso un uomo ». Il vicario scattò: « E venite a dirlo a me! miserabile assassino! Io non so se il mio dovere di cittadino non sarebbe quello di condurvi al più prossimo posto di polizia… ad ogni modo è mio dovere di persona rispettabile di non tenervi sotto il mio tetto un solo minuto di più ». E l’uomo se ne andò. Alcuni chilometri più lungi, vide sulla via che egli seguiva, una chiesa cattolica. Un’ultima moribonda speranza lo fece entrare, ed egli si inginocchiò dietro alcune vecchiette che attendevano vicino al confessionale. Venuta la sua volta, diede uno sguardo al prete che dentro nell’ombra pregava con la testa tra le mani e salì. « Padre mio », disse « non sono Cattolico, ma vorrei confessarmi da voi ». « Vi ascolto, figlio mio ». « Padre mio; ho ucciso ». Attese l’effetto della rivelazione spaventosa, Nell’augusto silenzio, la voce del sacerdote sussurrò dolce come fosse quella di una madre amorosa e dolente: « Quante volte, figlio mio! » (Cfr.: I silenzi del Colonnello Bramble, romanzo di ANDRÈ MAUROIS, Grasset, Parigi, 1921, pagg. 91-93). Nessun peccato può essere così enorme che il sangue del Figlio di Dio non basti a cancellarlo; basta che l’anima lo confessi sincera e pentita, che Dio non solo perdona tutto, ma sempre. A S. Pietro che gli domandava quante volte avrebbe dovuto perdonare al fratello pentito e se bastassero sette volte, Gesù in tono amorevole di rimprovero rispose dicendo: « Settanta volte sette! », cioè sempre. Finché nel cuore contrito gli resterà una goccia di fiducia nella misericordia divina, l’uomo potrà sempre ottenere il perdono dei suoi peccati. – 2. LA CONFESSIONE E LA GRETTEZZA UMANA. Di fronte alla misericordia di Dio, senza confini e senza misure, come è irritante la grettezza e la piccineria degli uomini, incapaci a comprendere le meraviglie del Cuore divino! a) Dicono certi uomini: « Se il peccato è un’offesa di Dio, solo Dio può perdonarlo; stando così le cose, io me la intenderò con Dio solo a solo, senza che il prete si metta di mezzo ». Questo ragionamento incomincia bene e conclude male. È vero: Dio solo può perdonare, e nessun’altro, neppur la Madonna, neppure gli Angeli e i Santi! Perché a Dio solo si deve chiedere perdono. Ma nel modo stabilito da Lui. Tocca all’offeso dettare le norme della riparazione. Ebbene Dio per concedere il perdono dei peccati ha stabilito come norma la confessione al suo ministro e rappresentante, il prete. b) Soggiungono ancora certi uomini: « Ma dove, ma quando Dio prescelse la Confessione per rimettere i peccati? ». Non avete sentito nel Vangelo d’oggi che Gesù prova d’essere Dio leggendo nei cuori, guarendo il paralitico, e dimostra di avere in proprio il potere di perdonare i peccati? Ebbene leggete qualche altra pagina del Vangelo, e troverete che il medesimo Gesù dirà agli Apostoli e nella persona degli Apostoli a tutti i loro successori parole come queste: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo; quelli a cui rimetterete i peccati saranno rimessi, quelli a cui li riterrete saranno ritenuti » (Giov., XX, 21-23). c) Certi uomini dicono anche così: « La confessione è una viltà, è una degradazione, perché ci fa inginocchiare davanti a un uomo, ci obbliga a svelargli i segreti più personali della nostra coscienza ». Tutto ciò sarebbe vero, qualora veramente il confessore fosse un semplice uomo. Ma egli non è tale: egli è un uomo investito di divini poteri; è il rappresentante e il ministro di Cristo stesso. Prostrarci a lui, è come prostrarci a Cristo: è un umiliarsi, sì, ma non un degradarsi o un avvilirsi. – Merita d’essere riferito quel brano di Alessandro Manzoni della Morale cattolica (cap. XVIII): « Sì, noi ci inginocchiamo davanti al Sacerdote, gli raccontiamo le nostre colpe, ascoltiamo le sue correzioni e i suoi consigli. Ma quando il sacerdote, fremendo in ispirito della sua indegnità e dell’altezza delle sue funzioni, ha steso sul nostro capo le mani consacrate, stupito ad ogni volta di profferire le parole che danno la vita, noi, alzandoci da’ suoi piedi, sentiamo di non aver commesso una viltà. Noi siamo stati ai piedi di un uomo che rappresentava Gesù Cristo, per deporre, se fosse possibile, tutto ciò che inclina l’animo alla bassezza ». d) Ci sono infine certi altri uomini che dicono: « La confessione è un tormento e una debilitante angustia della coscienza ». A costoro risponderò con una bella pagina di Bossuet. « Si legge nella Storia Sacra (Esdra, III, 1, 3), che quando questo gran profeta, ebbe ricostruito il tempio di Gerusalemme, distrutto dall’esercito assiro, il popolo, confondendo insieme il triste ricordo della rovina e la gioia di una sì lieta ricostruzione, parte singhiozzava di dolore, parte cantava di giubilo, di modo che non si potevano distinguere i gemiti dalle grida di allegrezza. Ebbene, questa misteriosa confusione di dolore e di gioia è un immagine assai naturale di quanto avviene nel Sacramento della penitenza. L’anima, decaduta dalla grazia, vede in se stessa rovesciato il tempio di Dio; e quella spaventosa devastazione non l’hanno fatta già gli Assiri ma l’ha fatta lei stessa, distruggendo e profanando il santuario del suo cuore per farne tempio di idoli. Quell’anima piange, geme, rifiuta ogni consolazione: ma in mezzo ai dolori mentre fa scorrere le lacrime, vede che lo Spirito Santo, tocco dal suo tormento, dal suo pentimento, rialza quel santo edificio, ricostruisce l’altare abbattuto, e finalmente riconsacra quella coscienza nella quale ritorna a fare la propria dimora » (Dal Sermone sul figlio prodigo). – Un peccatore convertito s’incontrò, un giorno, nel complice di tanti peccati e misfatti. Questi lo chiamò: « Amico, non mi conosci più? sono io ». E il convertito francamente gli rispose: « Ah! siete voi; ebbene: io, non sono più io ». Le nostre confessioni siano sempre fatte con tale sincerità e con tale proposito che abbiano ad operare in noi una vera trasformazione, sicché ciascuno abbia a poter dire di non essere più quello di prima. Come il paralitico, dopo l’ordine di Gesù, si alzò dal suo lettuccio e se ne andò a casa, così noi pure dopo l’assoluzione dobbiamo alzarci dalle cattive abitudini, dalle occasioni di peccato, da ogni miseria terrena, e incamminarci veramente alla nostra casa che è il santo paradiso. — PARALISI SPIRITUALE. Salì una navicella, traversò il lago e sbarcò alla sua Cafarnao. Subito gli portarono incontro un povero paralitico, sopra un letto. Gesù gli dice: « Sorgi, prendi il tuo letto, torna a casa ». « Surge! Tolle! Vade! ». La folla attonita fu presa prima da uno sgomento di terrore, poi da un grande entusiasmo verso l’Uomo che comanda alle malattie e cominciò a glorificare Dio che tanta potestà aveva riposta in Lui. Più ancora di quella gente, noi dobbiamo glorificare Dio, perché i tre misteriosi comandi « surge, tolle, vade » furono rivolti al paralitico in vista del peccatore in esso rappresentato. Attraverso la guarigione di quell’infermo, Gesù intendeva insegnarci il modo di guarire da un’altra più terribile paralisi: quella dell’anima. I tre mali che la paralisi arreca al corpo, sono dal peccato recati all’anima. Infatti, quest’infermità ci proibisce di reggerci in piedi, di compiere qualsiasi fatica, di camminare. Così, nell’anima il peccato: ci proibisce di star ritti nella grazia e curva nella schiavitù del demonio; ci rende inermi nelle tribolazioni e nelle tentazioni; infine, non ci lascia camminare verso il paradiso sulla via della virtù e delle buone opere. Ma Dio contro questi tre mali ha comandato tre rimedi: « Surge! Tolle! Vade! » – 1. SURGE! Quando un’anima si macchia di peccato, avviene in lei una trasformazione orribile. Decade dalla sua nobiltà e giace in una vergognosa miseria. Oh, se gli uomini potessero comprendere bene come, peccando, si abbrutiscono davanti a Dio, non  abbandonerebbero così facilmente in balìa del demonio! Gesù ne prova un’immensa compassione, e passando vicino grida: « Sorgi! ». Saulo di Tarso perseguitava ferocemente i discepoli del Signore. Aveva negli occhi una torbida fiamma di odio, aveva nelle mani le lettere del capo sacerdote, che lo autorizzavano a prendere, quanti più poteva, Cristiani e tradurli a Gerusalemme. Mentre faceva la strada di Damasco, un’improvvisa folgore dal cielo lo circondò, e lo atterrò. Il superbo stordito dal colpo, rotolava nella polvere e non capiva nulla. Poi udì una voce potente che lo chiamava: « Surge! entra nella città e là ti verrà detto quello che devi fare » (Atti, IX, 6). Saulo tremando si levò da terra; sbarrò gli occhi ad accogliere la luce, ma era diventato cieco. In Damasco l’aspettava il sacerdote Anania che l’avrebbe risanato. Quella voce che risuonò all’orecchio di Saulo gettato nella polvere della strada, risuona pure all’orecchio di ogni uomo caduto in peccato: « Surge! ». Sorgi dalla colpa che uccide l’anima, sorgi dalla tua vita cattiva che ti abbassa al livello delle bestie, sorgi dalla schiavitù del demonio che ti costringe, non in un duro letto come il paralitico, ma nell’inferno. Quando Saulo udì la voce di Gesù che l’invitava a rialzarsi, rispose: « Signore che debbo fare? » E il Signore a lui: « Entra in città, e lo saprai ». Questa città è la Chiesa dove il peccatore che ritorna, conosce quello che il Signore vuole da lui. E il Signore vuole che si presenti ad Anania, al Sacerdote, che confessi e pianga davanti a lui il suo peccato; ed il sacerdote nella confessione, novello Anania, gli aprirà gli occhi sopra le sue miserie, gli darà una mano per rialzarsi. Surge! Non lo sentite voi questo divino comando che in mille modi risuona intorno a voi? Sono i buoni esempi, sono i rimorsi, sono le tribolazioni, le campane che vi chiamano alla chiesa: « Sorgi dal fango in cui ti sei buttato; sorgi dalle cattive abitudini; sorgi dalla tua ignoranza in fatto di religione; sorgi dal rancore che ti rode contro il prossimo… ». Non resistiamo a Gesù. Ma come il figliuol prodigo diciamo anche noi: « Surgam! »: « sorgerò e andrò da mio Padre ». – 2. TOLLE! Dopo averlo risanato, Gesù disse al paralitico: « Tolle grabatum tuum » – « Prendi su il tuo letticciuolo ». E che altro significa il letticciuolo se non la propria parte di dolori e di pene che ad ognuno è riservata sulla terra? Non basta dunque sorgere dal peccato, ma è necessario accettare e portare con rassegnazione e con spirito di penitenza le nostre croci, quaggiù. Mirabile è la Provvidenza nel comandare agli uomini di portar la propria croce. Osservate: ad ogni istante gli uomini si sprofondano nel male. Si pecca nelle vie, nelle case, nei teatri, nei ritrovi, in pubblico, in privato. Ma se non ci fossero i dispiaceri, le croci, le disgrazie, la morte a porre un freno, chi fermerebbe l’uomo sulla china del male? Ecco perché l’Ecclesiastico dice: « Il cuore dei santi sta dove c’è tristezza e il cuore degli stolti dove c’è allegria ». È necessario patire. Sul calvario si ergevano tre croci: quella di Gesù innocente, quella del ladro penitente, quella del ladro disperato. Chi non vuol patire con Gesù innocente, chi non vuol patire col ladro penitente, dovrà egualmente patire, col ladro disperato. Eppure, è tanto frequente l’udire bestemmie contro la Divina Provvidenza, non solo dalla bocca degli uomini, ma specialmente da quella delle donne, delle mamme di famiglia: « Che ho fatto io di male per castigarmi così? Ah, se Dio c’è, non è giusto! ci mette al mondo e poi ci tormenta… ». Povera gente! pretende d’essere cristiana, senza portare la croce di Cristo. Si sbaglia di grosso. Il Redentore apparve alla Beata Margherita di Savoia. Le recava sulle palme forate dalle stigmate, tre doni a scelta: o la calunnia, o la malattia, o la persecuzione. Ella pensò. La calunnia? essere creduta da parenti o da amici forse una ladra, forse una mondana, forse… ed essere innocente: oh mio Dio! La malattia?…: e si vedeva inchiodata in un letto duro, con la febbre alta, con un male ributtante che la consumava senza finirla mai, sola perché avrebbero avuto schifo di lei, per mesi, per anni… La persecuzione?… scacciata come una zingara mentr’era principessa, rincorsa, incarcerata, battuta, martirizzata terribilmente… Mentr’ella pensava, Gesù le stava davanti: e sorrideva protendendo sulle mani forate dalle stigmate, tre doni; a scelta. Tremò la beata in tutta la persona, un istante; ma poi protese ella pure le sue mani con gioia e disse: « Io li scelgo tutti e tre ». Gesù l’esaudì. Per tutta la vita tre acute spade la trafissero. – 3. VADE. Quando il paralitico si fu rizzato sulle gambe, quando si fu gettato sulle spalle il letticciuolo del suo dolore, Gesù aggiunse: « Va! ». Non basta quindi lasciare il peccato, accettare le tribolazioni in penitenza dei peccati, ma è necessario andare. « Vade in domum tuam ». La nostra casa è il paradiso; e al paradiso si va con le buone opere. Non chi avrà detto: « Signore, Signore » entrerà nel regno dei cieli, ma chi avrà fatto opere cristiane. Sventurate le vergini stolte! come rimasero male, quando, sopraggiunto lo sposo, furono escluse dal convito. Erano fuori nel buio e nel freddo della notte: udendo le grida di gioia, le risa festose, i canti nuziali, il profumo dei vini e dei cibi, trepidanti bussarono alla porta. Venne lo sposo; le guardò un istante e buttò loro in faccia quel tremendo: « Nescio vos ». Non so chi siete. Che avevano fatto di male? avevano mancato di fedeltà? no: solo avevano dormito senza procurarsi l’olio nelle lampade. L’olio delle buone opere. Anche l’albero di fico, piantato lungo la via dove passò Gesù non aveva prodotto frutti velenosi, ma solo una dovizia di ampie foglie; eppure fu maledetto e inaridì sul momento, perché non aveva fatto frutti… I frutti di buone opere. Non basta non dare scandalo, ma è necessario dare buon esempio. Non basta rifiutare libri e giornali cattivi, ma è necessario appoggiare con l’opera e con l’offerta la buona stampa. Non basta non maltrattare il prossimo, ma è necessario praticar la virtù. « Et vade! » e va. Va, dunque, con frequenza ai santi sacramenti della Confessione e della Comunione; va ad ascoltare la S. Messa, non solo alla domenica, ma appena lo puoi (e potrai se’ lo vorrai) anche nei giorni feriali. Va ad acquistarti i beni eterni col di stacco dai beni temporali. Va con la mortificazione e la preghiera a vincere le tentazioni del demonio. Va! e il Signore sarà sul tuo cammino e l’Angelo del Signore camminerà con te. — LA BESTEMMIA. « Figlio, confida: i tuoi peccati ti son perdonati ». Gli Scribi udirono queste parole e inorriditi dicevano tra loro: « Chi può rimettere i peccati se non Dio? E costui osa perdonarli…; bestemmia ». Hic blasphemat. Gesù che leggeva nei cuori domandò: « È più facile rimettere i peccati o guarire un paralitico? Perché sappiate che il Figlio dell’Uomo può rimettere i peccati, io dico a questo infelice: Alzati, prendi il tuo letto, torna a casa tua ». Quegli si levò e andò a casa. Tutti allora glorificarono Dio. Hic blasphemat! veramente i bestemmiatori erano gli scribi che osavano ingiuriare il Salvatore. Ma avete notato con quale senso di disprezzo quei maligni accusarono Gesù di bestemmia? Essi, la bestemmia, dovevano sentirla come un orribile delitto. Soltanto ai Cristiani, dopo venti secoli di Cristianesimo, la bestemmia deve sembrare una parola innocua? È vergognoso. Eppure è così: forse, nessun peccato è diffuso come la bestemmia. Bestemmiano i poveri, bestemmiano i ricchi, bestemmiano gli ignoranti e bestemmiano gli istruiti. Perfino le donne bestemmiano: nelle officine hanno imparato l’insulto atroce e credono di farsene un vanto ripetendolo. Talvolta s’odono anche fanciulli a bestemmiare: chi fu ad insegnare a quelle labbra innocenti l’orrenda parola? Da chi l’udirono la prima volta? In tutta Italia si conduce una lotta magnifica « contro l’orribili favelle », per purificare l’idioma gentile di nostra gente da questa turpitudine. È bello quando si viaggia, e nelle stazioni e negli uffici e sui treni accanto al cartello dell’igiene: « È proibito sputare per terra », leggere un altro avviso: « È proibito bestemmiare ». Hanno fatto bene a metterli insieme, perché colui che bestemmia sputa per terra la sua bava diabolica, infetta l’aria, ammorba il prossimo. Sorgete anche voi! purificate la parrocchia da questo disonore. Non si deve più tacere; non si può più tacere. È per entusiasmarvi a questa nobile crociata, ch’io voglio dirvi che cosa è la bestemmia, la sua gravità, le sue futili scuse. – 1. CHE COS’È LA BESTEMMIA. La bestemmia è un’ingiuria fatta a Dio. Può essere di pensiero: quando alcuno senza nulla esprimere all’esterno agita nel suo cuore sentimenti di odio o di scherno contro Dio. Può essere anche di opera: quando si levano i pugni, gli occhi in atto di minaccia contro il Cielo, quando si calpesta un crocifisso o si sfregia per disprezzo un’immagine santa. Ma la bestemmia più comune è quella di parola. Con le parole in due modi si può bestemmiare: a) Quando si attribuisce a Dio cosa che essenzialmente a Lui ripugna, come quando lo si chiama falso, ingiusto, crudele… Questa è la bestemmia ereticale, ed è frequente sulle labbra delle donne. « Dio non è giusto. -Dio preferisce quei che fan del male. Dio mi ha rigettata, è inutile far bene… ». — Povero me! — dirà qualcuno — ma tutti i giorni io ripeto queste frasi. « Ebbene, tutti i giorni voi bestemmiate ». — Ma chi lo sapeva? « Chi lo sapeva? ogni buon Cristiano. Ed anche voi l’avreste dovuto sapere, se foste stato alla dottrina cristiana tutte le domeniche ». b) Il secondo modo di bestemmiare con le parole si ha quando ai nomi di Dio, della Vergine, dei Santi si aggiunge un titolo ingiurioso, osceno… Quelli che dicono appena il nome di Dio, di Cristo, della Madonna, senza odio, senza unirvi parole cattive, non dicono bestemmie; però non dicono nemmeno giaculatorie, e fanno molto male. Eppure c’è della gente che non può tirare il fiato senza mandar fuori questi santissimi Nomi, che gli Angeli pronunciano adorando e tremando; e sono magari fanciulle, e sono magari mamme di famiglia dalla cui bocca i figli non dovrebbero raccogliere che parole edificanti. . 2. GRAVITÀ DELLA BESTEMMIA. È un lontano venerdì, così doloroso che la memoria durerà sempre. In mezzo al cortile del presidio, nella torre Antonia, c’è un divino prigioniero. In giro a lui scrosciano le grasse risate di parecchi soldatacci. Perché ridono? Hanno fatto sedere il Figlio di Dio sopra una scranna; gli han gettato sulle spalle piagate dalla flagellazione uno straccio rosso come la porpora dei re; sopra la testa gli hanno calcato una corona di spine. Ed ora se ne fanno zimbello. Alcuni gli danno bastonate sul capo… percutiebant caput eius. Altri gli passano di dietro e d’improvviso lo schiaffeggiano, urlando: « Profeta, indovina chi è stato! ». E tutti gli sputano sulle vesti, in faccia, negli occhi. Expuentes in eum. Chi sa come fremevano intorno le invisibili legioni di Angeli! Intanto dalla piazza veniva l’urlo della folla adunata sotto il litostrato di Pilato: « Lo vogliamo crocifisso. Crucifiggilo. dunque!… Dacci Barabba, ma lui no. Fallo morire! ». Povero Gesù! Perché ti bestemmiavano? che cosa avevi fatto di male a quei soldati, a quella gente? Da Dio ti eri fatto uomo, povero e umile, per salvarli: forse per questo ti bestemmiavano? Avevi dato vino miracoloso agli sposi nel banchetto nuziale, e avevi dato pane miracoloso a quattro mila persone affamate nel deserto: forse per questo ti bestemmiavano? Avevi voluto bene ai loro bambini e sulle tue braccia li accarezzavi; avevi guarito i loro malati; avevi mondato i loro lebbrosi; avevi risuscitato i loro morti: forse per questo ti bestemmiavano, forse per questo ti sputavano in faccia? L’infamia di quella gente ci fa rabbrividire. Ma pensate, Cristiani, che noi abbiamo fatto di ogni giorno un venerdì santo. Ogni giorno son milioni e milioni di bestemmie che i Cristiani lanciano sul volto al Creatore, al Salvatore, alla Madre dì Dio!.. S. Gerolamo spaventato diceva: Nihil orribilius blasphemia: niente è più orribile di una bestemmia. Più orribile della calunnia, più orribile del furto, più orribile dell’omicidio. Questi peccati recano ingiuria al prossimo, ma la bestemmia reca ingiuria a Dio, direttamente. Ditemi: fa maggior torto a suo padre il figlio che lo disubbidisce o il figlio che osasse alzare contro il suo volto un pugno minaccioso?… certo, il secondo. Ebbene: il Cristiano che ruba, calunnia, uccide, fa grande ingiuria a Dio trasgredendo i suoi comandi; ma chi bestemmia fa peggio, perché non solo trasgredisce agli ordini di Dio, ma se la prende contro la divina Persona, e attenta quasi alla sua vita. Nombrod,  un re crudele e bestiale, invaso da furore diabolico contro Dio che l’aveva umiliato, imbracciò l’arco e scoccava saette contro il Cielo, per colpire il Signore. Povero pazzo: quelle saette ricadevano sul suo capo. Così le vostre bestemmie o bestemmiatori: tutte ridiscendono sul vostro capo. O come terribili castighi in questa vita, o come eterna dannazione in fuoco nell’altra vita. – 3. LE FUTILI SCUSE. La bestemmia non ha nessuna scusa. Io capisco uno che ruba: le sofferenze della povertà, gli stimoli della fame, la lusinga dell’oro, l’onore compromesso, sono sempre delle attenuanti che rendono meno ignominioso il mestiere del ladro. Io capisco anche uno che prende l’ubriachezza: talvolta la sete è così bruciante e il piacere del vino vellica così terribilmente la gola, che a resistervi occorre una sforzo non comune. Ecco la riprova che la bestemmia è un peccato diabolico, e chi bestemmia è un posseduto dal demonio. Ma che vantaggio c’è a bestemmiare? che gusto si prova? Nessun VANTAGGIO! Nessun gusto. Eppure si bestemmia. — Possibile, — dicono alcuni — che quando bestemmio commetto un peccato così orrendo!? — Se quelle brutte parole che voi dite a Dio, un altro le dicesse a voi, non è vero che lo prendereste a schiaffi? E forse che Dio merita meno rispetto della vostra persona? — Ma io bestemmio perché il lavoro, gli affari van male, — Già: a forza di bestemmiare, l’esperienza insegna, che andranno poi bene. Voi somigliate a quel tale che per spegnere l’incendio in casa sua ci vuotava sopra secchi di benzina. — Ma io bestemmio per farmi ubbidire dai figliuoli — Tu che bestemmi tuo Padre che è ne cieli, come puoi illuderti che i tuoi figli avranno rispetto per il loro padre che sta in terra? Quando, scandalizzati dalla tua bocca d’inferno saran cresciuti bestemmiatori essi pure come te, ti malediranno. Oh, purifichiamo l’aria da questa sozzura! I padroni non tollerino più nelle loro botteghe l’operaio che bestemmia. Chi bestemmia Iddio non servirà bene a nessun padrone, mai. Oh, purifichiamo il paese nostro da questa inciviltà tate che alcuno bestemmi vicino a voi: Dio vi potrebbe castigare, perché non avete parlato. Oh, purifichiamo le famiglie dalla bestemmia! E tocca a voi, o mamme, o spose, o figlie, tocca a voi. È compito vostro. Anzitutto non dite voi le bestemmie. Non dite voi inutilmente e scioccamente i santi Nomi di Dio, di Cristo, di Maria. Poi mortificate la vostra lingua: perché non di rado è la lingua lunga delle donne che fa bestemmiare l’uomo. Ma quando al vostro marito, al vostro padre, al fratello vostro è passato il momento di furore, prendetelo a parte, e con angoscia mostrategli il suo torto immenso: supplicatelo ad aver pietà della sua casa. – Tutti sapete l’ultimo grido di quell’uomo che aveva un cancro alla lingua. Il dottore gli aveva detto: « Se volete tentare di salvarvi, è necessario che vi lasciate amputare la lingua ». L’infelice sudò di spavento, ma pur d’avere dinanzi ancora una speranza di vita, accettò. Al momento dell’operazione il dottore gli disse: « Se avete qualcosa da dire; ditelo subito perché è l’ultima volta che potete parlare ». Il malato, calmo, meditò un istante, poi con impeto gridò: « Sia lodato Gesù Cristo ». L’ultima parola fu quella. Sia lodato Gesù Cristo! si dica oggi da tutti noi come un solenne giuramento contro la bestemmia. Sia lodato Gesù Cristo! Ripetiamo ogni giorno, e più volte al giorno durante tutta la nostra vita. Meriteremo così che l’ultima parola nostra, sul letto di morte sia questa ancora: « Sia lodato Gesù Cristo ». E l’anima nostra, uscendo dal corpo, udrà allora gli Angeli del paradiso risponderci: « Sempre sia lodato ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Exod. XXIV: 4; 5
Sanctificávit Móyses altáre Dómino, ófferens super illud holocáusta et ímmolans víctimas: fecit sacrifícium vespertínum in odórem suavitátis Dómino Deo, in conspéctu filiórum Israël.

[Mosè edificò un altare al Signore, offrendo su di esso olocausti e immolando vittime: fece un sacrificio della sera, gradevole al Signore Iddio, alla presenza dei figli di Israele.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes éfficis: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo dei venerandi scambii di questo sacrificio, ci rendi partecipi della tua sovrana e unica divinità, concedi, Te ne preghiamo, che, come conosciamo la verità, cosí la conseguiamo con degna condotta.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus.

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea. 

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 8-9
Tóllite hóstias, et introíte in átria ejus: adoráte Dóminum in aula sancta ejus.

 [Prendete le vittime ed entrate nel suo atrio: adorate il Signore nel suo santo tempio.]

Postcommunio

Orémus.
Grátias tibi reférimus, Dómine, sacro múnere vegetáti: tuam misericórdiam deprecántes; ut dignos nos ejus participatióne perfícias.

[Nutriti del tuo sacro dono, o Signore, Te ne rendiamo grazie, supplicando la Tua misericordia di renderci degni di raccoglierne il frutto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

TRIDUO IN ONORE DI MARIA SS. DEL PARTO – DALL’8 AL 10 OTTOBRE; FESTA 11 OTTOBRE (2022)

Triduo in onore di Maria SS. del Parto.

(Dall’8 al 10 ottobre; festa 11 ottobre)

PRIMO GIORNO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

O la più benedetta fra tutte le donne, e la più eccelsa sopra tutte le cose create, o Maria Ss. Voi che foste posseduta da Dio nel principio delle sue vie, de’ suoi misericordiosi disegni, e come prescelta dai giorni dell’eternità , e predestinata al compimento del gran mistero dell’umana riconciliazione, foste sola fatta degna di concepire nel vostro purissimo verginal seno lo stesso Dio, quello che già si deliziava Voi prima che fondasse i cardini della terra, e di tutte le sfere celesti, quello che con un fiat trasse dal nulla le visibili cose, il vostro medesimo Creatore, il gran Padre dei futuri secoli, il Principe della pace e l’aspettazione delle genti, quello stesso che vi spedì dal suo divin trono un Arcangelo quasi ad esplorare il vostro consenso, prima di discendere dai Cieli nelle vostre viscere immacolate, facendo in certo modo dipendere la redenzione del genere umano da un altro fiat, fiat mihi; deh! da quel sublimissimo trono ove ora sedete Regina presso il vostro Figlio divino, deh! implorate da Lui per noi infelici: figli di Eva e di Adamo la remissione delle nostre colpe non solo, ma benanche sollievo e conforto ne’ travagli di questa vita, e otteneteci ancora quella grazia, che tanto ora sospiriamo. Otteneteci queste grazie per la gloria del vostro divino concepimento, e per i meriti di quell’Angelica Verginità, che avanti il Parto, e nel concepire serbaste.

Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO SECONDO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Gran Regina del Cielo Maria, deh! da quell’altissimo seggio ove splendete ed abbellite il paradiso, volgete verso di noi pietoso lo sguardo. Noi siamo i figli di quella donna che fu l’autrice del peccato, e d’ogni conseguente miseria: ma ricordatevi che Voi siete l’autrice del merito, e delle nostre speranze. Eva piagò mortalmente se stessa e noi, e fu condannata perciò a partorire con dolore; e Voi foste quella che nel beatissimo vostro parto divino ci sanaste le più acerbe piaghe del l’anima. Eva ci trasfuse il mortale veleno dell’antico serpente; ma Voi quella foste, che allo stesso serpente schiacciaste la testa. Ahi! la pena del peccato pur vive, la nostra malizia ridesta troppo sovente in noi i danni dell’antico veleno, e noi stessi siamo i disleali e recidivi al peccato, onde ci aggraviamo ancora le miserie del corpo. Ma buon per noi, che Voi siete il rifugio dei peccatori, e la consolatrice degli afflitti, come piena di quella diffusiva grazia, che vi rese degna di partorire l’Autore della grazia, e con ciò diventaste Madre ancora di tutti i fedeli. A Voi però, o Madre nostra, Madre di misericordia, e di grazia, cui nulla si piega, a Voi ricorriamo qual figli. Esaudite le nostre preghiere; otteneteci la grazia di perseverare nel servizio divino in tutta la nostra vita; soccorreteci anche nelle temporali afflizioni, e segnatamente concedeteci quella grazia che ora imploriamo, consolateci per virtù de’ vostri meriti ineffabili, e per quello più glorioso e stupendo a tutti secoli di essere stata fatta Madre di un Dio, e di avere tuttavia conservata illibata la vostra Verginità nel Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria. Quindi le Litanie, poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO TERZO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Eccelsa, augustissima Madre di Dio, Voi che a vostro talento stringeste tante volte tra fasce quel Figlio, che i cieli stessi non possono contenere, che Lo aveste suddito, e che suddito sempre a Voi si mantenne per suo abbassamento, per gloria vostra, e per nostro esempio Voi; che Lo portaste lungi dal crudele Erode in Egitto; Voi che disputante coi dottori Lo richiamaste da Gerusalemme a Nazareth; Voi che a Lui in Cana deste il cenno al primo operare de’ miracoli; Voi che tutto potete sopra il Cuore di Lui come Madre, e delle sue grazie foste costituita la tesoriera e la dispensatrice; deh ! Voi gli ridite che noi siamo figli benché ingrati di Lui e di Voi; ditegli con fiducia di Madre che Egli medesimo per nostra Madre vi costituì da quella croce, onde per noi pendeva, nella persona di S. Giovanni. Sì, ad onta de’ nostri peccati, che qui detestiamo, ci regge ancora il coraggio di chiamarci vostri figli, e come tali eleviamo le nostre supplichevoli mani a Voi verso il Cielo, affinché ci otteniate dal vostro divin Figlio, la remissione de’ peccati, la grazia di adempire la sua santa volontà in tutta la vita, e finalmente di potere dopo la morte contemplare Lui e Voi nel paradiso, e intanto di darcene un pegno nel favore che vi domandiamo. Esauditeci per tutti que’ meriti, che vi accumulaste, dacché diveniste Madre di Dio senza alcuna lesione di quella purissima Verginità conservata anche dopo il Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue.

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888]

LO SCUDO DELLA FEDE (223)

LO SCUDO DELLA FEDE (223)

MEDITAZIONI AI POPOLI (IX)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE XI

Il Rosario meditato e recitato col popolo.

PARTE SECONDA

MANIERA DI RECITARE IL ROSARIO.

Siamo qui ora, o fratelli, come in famiglia raccolti nella santa unione di carità a recitare il Rosario. Riducetevi a mente che, come abbiamo detto, recitare il Rosario vuol dire mettersi col cuore in Gesù Cristo qui con noi in terra nel santissimo Sacramento, e contemplarlo in mezzo di noi, siccome è realmente presente, siccome viveva con Maria santissima qui in terra; e con Gesù alzare le nostre preghiere a Dio Padre in cielo; poi rivolgerci a Maria e dire tutto il nostro cuore alla nostra Madre santissima. Raccogliamoci sotto il manto a Maria intorno a Gesù nel Sacramento; segniamo colla sua Croce le nostre povere persone; e copertici colle sue piaghe col farci il segno della santa Croce, diciamo: Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Di sotto le piaghe di Gesù gridiamo: o Padre, non guardate in faccia a noi che siamo poveri peccatori, ma guardate in faccia al vostro divin Figliuolo, che col Cuore squarciato, nel Sacramento dice per noi tutti i nostri bisogni: mandateci il vostro Santo Spirito, mentre noi devotamente contempleremo i:

MISTERI GAUDIOSI

PRIMO MISTERO. – L’Annunciazione

Nel primo mistero gaudioso si contempla come la santissima Vergine fu annunziata dall’Arcangelo Gabriele che doveva diventare Madre del Figlio di Dio.

CONSIDERAZIONE.

Raccogliamoci in Gesù, e pensiamo a quell’ora, in cui il Figliuol di Dio santissimo volle nascere Uomo per salvarci… O Beati, dividete con noi le nostre consolazioni! Oh quanto è buono Iddio!… Il cielo si abbassa alla terra. Dio Padre manda il suo Figlio, che da quell’istante resta poi sempre qui con noi: Egli è il nostro Salvatore Gesù; e noi gridiamo con Lui al Padre in cielo:

Pater noster, etc. Padre nostro che siete nei cieli, ecc. —

Gran Dio dei cieli, avete un bello essere grande: ma ci siete Padre. Voi vi siete lasciato conoscere per tale, quando mandaste il vostro Figlio a farsi uomo con noi, e a farci diventare vostri figli. Noi vi domandiamo la vostra gloria in terra da buoni figli: voi regnate con noi come Padre nella vostra famiglia; pigliateci anzi come una madre piglia il suo bambino in braccio, e fateci fare sempre la vostra volontà. (St reciti la prima parte del Pater noster). (L’Oratore qui incominci pel Pater noster e poche Ave Maria ad avviare il popolo a rispondere: presto poi il popolo risponde da sé). Dateci oggi il nostro pane. Tutte volte che diciamo: panem nostrum quotidianum: dateci oggi il nostro pane quotidiano, procuriamo di fare la comunione spirituale; indi diciamo: dateci Gesù in cuore, e per Gesù dateci tutti i beni: perdonateci e fateci amare tutti come fratelli. Deh non lasciateci perdere. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. Quando il Signore volle nascesse bambino in terra il suo Figliuolo, a fine di preparargli una ben degna Madre, vi fece nascere, o Maria, senza peccato, come un fibre di paradiso in terra per posarvi sopra il suo santo Spirito: Noi vi contempliamo tra le braccia di s. Gioachino e di sant’Anna genitori vostri che vi coltivano tutta per Dio. Deh, Santa Bambina! voi conservate buone le nostre famiglie, e fate che i nostri figli, senza perdere un minuzzolo di tempo, siano tutti di Dio. Dio vi salvi, o Maria. (Si reciti l’Ave Maria).

2. La colomba al tempo del diluvio universale, uscita fuori dell’arca per volare sulla terra, voleva fermarsi qui; ma eran cadaveri in corruzione: voleva fermarsi là; ma erano ributti dall’acque in marciume. Dappertutto non trovava che fango ed immondezze. Colomba immacolata, non sapendo dove posare il piede color di rosa, senza lordarlo, batteva l’ale irrequieta; volava, volava e da ultimo faceva ritorno all’arca, piangendo e pigolando. Noé apri la finestra e l’accolse in seno. Anche voi, Bambina immacolata Maria, nata su questa povera terra, senza perdere un minuzzol di tempo di così cara vita e preziosa, vi raccoglieste in Dio nel tempio. – Fiore di paradiso spuntato in terra, voi colse lo Spirito Santo e vi pose in serbo in seno a Dio. Deh, Maria, pigliate voi i nostri poveri cuori che hanno bisogno di ritornare a Dio. Ave Maria.

3. Erano ben tante le figliuole a quei di’ e chi sa quanto ricche d’ogni fortuna, in isplendore di bellezza, principesse e regine; ma lo Spirito del Signore va a discendere sopra questa verginella  ignota al mondo, raccolta ed umiliata innanzi a Dio. O Maria, raccoglieteci a vivere in umiltà nascosti al mondo e santi innanzi a Dio. Ave Maria.

4. O Maria piena di grazie, perché foste la più pura e la più umile, il Figlio di Dio volle nascere da Voi. O benedetta fra tutte le donne, conservateci puri ed umili innanzi a Dio, affinché possa il vostro Figlio venirci in cuore in Comunione. Ave Maria.

5. L’Angelo vi annunzia che il Signore vuol discendere in terra… Fatevi innanzi, o piena di grazie, voi siete la sola degna di festeggiarlo, di amarlo, di portarlo in seno Bambinello. Deh, aiutateci sì che ci prepariamo in tutta la vita ad unirci a Gesù Cristo.

Ave Maria.

6. Quando l’Angelo vi annunciava che Dio vi eleggeva ad essere Madre del Suo Figlio, voi rispondeste: sono l’ancella sua, pronta a fare la sua volontà; volesse pure che io l’accompagnassi fino alla morte. O Maria, conduceteci con confidenza nelle mani di Dio a fare sempre la sua santa volontà, che è per noi il maggior dei beni. Ave Maria.

7. O santissima delle creature! Dio è con Voi; e Voi siete un cuor solo col vostro Figlio. Tocca a Voi fargli sentire cuore a cuore tutti i bisogni e le miserie di noi che siamo pure vostri figli. Ave Maria.

8. Benedetto il Figliuol di Dio e vostro, cui vi adoriamo in seno. Egli pigliò la vita umana per morire per noi, e dalla sua venuta in terra non ci volle abbondonare mai più per tirarci in paradiso. Tocca a Voi, o Madre santa, di aiutarci a trattarlo bene nel Sacramento; ché qui vi avete tutto il vostro interesse di vedere trattar bene Gesù. Ave Maria.

9. Dal vostro Cuore immacolato scende il Sangue nel Salvatore; e quel Sangue Gesù trasfonde col suo Corpo in noi nel Sacramento. O Maria, siamo dunque figli vostri, perché in noi è il Sangue del vostro Figlio; e noi confidiamo tutto in Voi, o Madre. Ave Maria.

10. O Maria, noi vi baciamo e ribaciamo tante volte la mano; e dove siete voi, o Madre, vogliono venire con Gesù i vostri figli. Ave Maria.

Gloria Patri. Gloria a Voi, grande Iddio, che ci siete Padre: gloria a Voi, Figliuolo eterno del divin Padre, che vi siete fatto nostro fratello e salvatore, fatto uomo per morire a nostra salute: gloria a Voi, Spirito Santo, Amor di Dio, che faceste di Gesù un fratel nostro, con noi carne della nostra carne per tirarci con Lui beati in paradiso. (Si reciti il Gloria Patri).

Requiem æternam. Non dimentichiamo mai le Anime sante del purgatorio nella recita del Rosario. O Gesù, o Maria, le anime del purgatorio sono figliuole anch’esse del vostro Sangue. Deh, fate parte ad esse della redenzione abbondante che comincia in questo mistero. (Si reciti il Requiem æternam).

SECONDO MISTERO. — La Visitazione.

Nel secondo mistero gaudioso si contempla come la santissima Vergine Maria, avendo inteso che santa Elisabetta doveva diventare madre di san Giovanni Battista, si parti subito di Nazarette, e andata a visitarla nella montagna della Giudea, stette con essa tre mesi.

CONSIDERAZIONE:

Facciamoci dentro nella celletta del santo amor di Dio, vogliamo dire nel Tabernacolo, dove dimora Gesù, come già nella casa di santa Elisabetta, nella quale entrando Maria, entrava pure Gesù nel seno di Lei racchiuso. Allora Giovanni in grembo ad Elisabetta

esultava santificato in quell’istante. Allora su quei benedetti piovevano celesti consolazioni, perché erano del cuore uniti con Gesù in seno a Maria. Anche noi siamo fortunati – ogni casa di fedeli è come una chiesuola; ché Gesù promise di abitare con noi, se siamo adunati nel suo nome in carità; e con Gesù qui noi abbiamo un Padre in cielo. Ora via a Lui manifestiamo tutti i nostri bisogni col cuore del Figlio suo, che palpita nei nostri cuori.

Pater noster, etc. Gran Dio che siete nei cieli, Voi siete il Padre nostro, e noi vogliamo la gloria del Padre nostro. Deh regnate in mezzo di noi, e di tutti gli uomini fate una sola vostra famiglia nella Chiesa cattolica. Deh pigliateci tra le braccia come figli vostri. (Sé reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane cotidiano. (Facciamo qui la Comuniune spirituale tutte le volte che diciamo il Panem nostrum). O Padre nostro, Gesù è  qui con noi; fermatelo nel nostro cuore; e per Gesù dateci tutti i beni. Dateci la carità verso tutti i nostri fratelli: liberate dai pericoli i vostri figli; e guardateci dal mal più grande, che è quello d’uscire dalle braccia del vostro Amore. (Si reciti la seconda parte).

1. Ave Maria. Ci par di vedervi, o Verginella divina, uscir della vostra casetta, e con tanto incomodo attraversare la montagna a fine di portare le sante consolazioni della vostra carità agli amati vostri congiunti; e noi tutti amanti delle nostre comodità non possiam soffrire niente per gli altri. Maria, tirateci appresso di Voi a consolare i poveri, gli ammalati, ed a volerci un po’ di bene nelle nostre famiglie. Dio vi salvi, o Maria.

2. Ah sì, vogliamo venire anche noi; vi piangiamo appresso, 0 Maria; deh! pigliateci per vostri servi. Noi vogliamo fare sotto i vostri comandi tutto il bene che possiamo, e farlo tutto passare per vostra mano a gloria di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

3. Elisabetta nel vedervi entrare in casa esclama: Oh! quale grazia per me!….. E chi mi vedo? La madre che mi porta il Figliuol di Dio nella mia famiglia!… O Maria, o Maria, date anche a noi di vostra mano il divin Figliuolo in Comunione; ce lo terremo caro nelle nostre case. Dio vi salvi, o Maria.

4. Rapita in estasi Elisabetta non fa altro che esclamare: Benedetta Voi, benedetto il Figlio del vostro seno! O benedetta Maria, voi benedite il buon Signore Gesù, voi amatelo anche per noi; voi dateci mano a trattarlo in terra col vostro amore. Dio vi salvi, o Maria.

5. Cara e santa Famiglia! tutta la sua fortuna era di avere in mezzo a sé Gesù e Maria. O Maria, fate che noi siamo tutti d’accordo in amare e servire Gesù nelle nostre famiglie: Maria, le nostre case le mettiamo sotto la vostra custodia; guardatele come vostre. Dio vi salvi, o Maria.

6. Quando voi, o Maria, quando quei benedetti di quella buona famiglia erano tutti del cuore con Gesù, che importava mai loro della gente del mondo di fuori? O Maria, fateci desiderare di fare i nostri doveri ritirati nelle nostre famiglie; perché, quanto più ci dissipiamo nel mondo, tanto più ci lontaniamo da Dio, e perdiamo del bene delle anime nostre. Dio vi salvi, o Maria.

7. Vi contempliamo, o Maria! Voi fate da umile serva in quella casa, ma tutta gentilezza di carità; e noi pretendiamo di essere trattati con tanti riguardi e trattiamo gli altri senza carità? Maria, aiutateci a risparmiare agli altri i dispiaceri e ad essere buoni con ogni persona. Dio vi salvi, o Maria. Tutta in Gesù assorta Maria esclama: Magnificat anima mea Dominum etc. L’anima mia esalta il Signore, perché guardò l’umiltà della sua ancella: ecco che mi chiameranno beata tutte le generazioni. Oh quanto è consolante per noi vostri figli, dopo mille e mille anni vedervi dai Pontefici e dai Re, come dai popoli e da tutta umanità cristiana salutare beata! Avvenne appunto come avete predetto colla vostra cara parola. e terra Ah! passeranno e cieli, ma starà ferma la parola di Gesù Cristo. E voi teneteci costanti col vostro Gesù; ché saremo beati, se non ci distaccheremo da Lui. Dio vi salvi, o Maria.

9. Benedetto Giuseppe, e voi Santi della beata famiglia benedetti, eravate tutti del cuore con Gesù e Maria. Anche noi, anche noi vogliamo sempre Stare col cuore con Gesù insieme con voi, o Maria, e con voi, o Giuseppe protettore delle nostre famiglie. Dio vi salvi, o Maria.

10. Quei fortunati nella santa famiglia si santificarono intorno a Maria; e Giovanni s’era santificato prima ancora di nascere. Maria, portate nelle nostre case Gesù, sicché ci aiutiamo tutti a farci santi a lui intorno; e guardate la innocenza dei nostri figli. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri etc. Gloria a Voi, grande Iddio della bontà, che vi voleste far conoscere per Padre a noi meschinelli; gloria a Voi, Figliuol di Dio, che vi voleste fare capo della nostra famiglia; gloria a Voi, Santo Spirito di carità; tirate i figli del vostro amore al nostro Padre in paradiso. Requiem aeternam etc. O Maria, sentite, sentite i gemiti delle povere anime del purgatorio. È sono i gemiti dei vostri figli caduti in quei tormenti: ti- rateli su con esso voi al paradiso!

Requien Aeternam etc. O Maria, sentite, sentite, sentite i gemiti delle povere anime del purgatorio. E’ sono i gemiti dei vostri figli caduti in quei tormenti: tirateli su con esso voi al Paradiso!  

TERZO MISTERO. — La Natività di Gesù Cristo.

Nel terzo mistero gaudioso si contempla come, essendo venuto il tempo sospirato della nascita del Redentore, nacque da Maria Vergine il Bambino Gesù Figliuol di Dio nelle vicinanze di Betlemme in sulla mezza notte, e fu collocato fra due animali nel presepio.

CONSIDERAZIONE.

All’altare, all’altare veniamo con tutto il cuor nostro…! è qui sull’altare, proprio come là nel presepio, il Bambino Gesù…;. Ecco il Dio dei cieli ci ha dato per nostro il Figlio suo Unigenito… Angeli e giusti tutti, venite ad adorarlo! Figuriamoci di vedere qui, come in quella cara notte del Natale, in fondo a quella povera grotta nel presepio tra il bue e l’asinello su un po’ di paglia il Bambino Gesù. È una tenerezza il contemplarlo… Maria lo bacia, l’adora, lo mostra a noi; S. Giuseppe piange intenerito; e il Bambino con quella grazia, con quegli occhietti, con quelle braccioline, pare che ci ciegga una carezza per consolarlo. O Maria, ditegli voi, che l’amiamo. Sì, Bambinello divino, per mezzo delle vostre lagrimette, dei vostri vagiti noi vogliamo dire le più care cose al Padre nostro: gli vogliam dire, che gli vogliam bene anche noi, e che vogliam essere con lui in paradiso.

Pater noster etc. O Padre, o Padre, sentite il Bambino che vagisce qui in basso in questa povera terra. Con lui vogliamo benedirvi teneramente: apriteci il cielo; ché con Lui in braccio veniamo nel vostro regno. Siamo fratellini del vostro Bambino Gesù; pigliateci con lui in seno; noi staremo sempre buoni, e faremo il vostro volere. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Metteteci nel cuore il Bambino (facciamo la Comunione spirituale): noi ci terremo stretti a lui sempre; e per esso lui concedeteci tutti i beni. Sentite ancora il Bambino che piange e dimanda per noi perdono; anche noi lo consoleremo col dare il perdono a tutti. Padre, tirateci con Gesù fuori dai pericoli, e dai mali presenti levatici su fino al paradiso. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. O buon Dio, nostro Bambino, voi dunque siete qui con noi, come là nel presepio! O Maria, anche noi l’adoriamo coi pastori, l’adoriamo coi Magi. Ricchi e poveri, ignoranti e dotti, Gesù ci vuol al presepio; Egli è il Salvatore di tutti. Voi, Maria, parlate Voi per noi col vostro cuore al nostro al troppo caro Bambino Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

2. Bambino nostro, e nostro Dio, siete così buono con noi… Quanto più vi contempliamo piccino, tanto più ci rapite il cuore! O Madre santa, aitateci, affinché cel teniamo sempre sul cuore, come Voi, il Bambino Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

3. Madre benedetta, avete ben tutto il vostro interesse a preparare di vostra mano il cuor nostro, a fine di riporvi dentro il Bambino Gesù; e noi per riceverlo bene, lo vogliamo ricevere dalle vostre mani. Deh mettetecelo in cuore voi; ma levatevi prima ciò che gli possa mai dispiacere; S. Giuseppe, mostrateci a portarlo, come voi nel vergine petto. Dio vi salvi, o Maria.

4. Adorabile Bambino! Noi vi contempliamo nato lungo una strada, in una greppia, su quella paglia… Padre Santo, al vostro Figlio preparaste tanta povertà; e noi siamo tutta cura affannata a cercare ricchezze qui…? L’intendiamo! Gesù vuol dirci che non è luogo qui da posare domicilio, che siamo in cammino nella vita, e che la patria è il paradiso. O Maria, se ci vediamo così poverino Gesù, non dobbiamo menar lamento alcuno, ma guardare la povertà come la ricchezza del Figliuol di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

5. Noi ci ricordiamo che nel giorno del furor di Dio scorreva il fuoco tra le tende del popolo di Israele, e spalancavasi una voragine ad ingoiarli. Mosè allora, a salvare quei miseri, presentava nel turibolo d’oro il fuoco sacro all’Eterno. Ah noi siamo ben più fortunati; e Se meritiamo lo sdegno di Dio, Maria, voi gli presentate sulle ginocchia il vostro Figlio, il quale con quel Cuoricino in fiamme per noi dice tutti i nostri bisogni. Dio vi salvi, o Maria.

6. Questo Bambino è nostro; è nato per noi, non è vero, o Maria? Ebbene, ve l’offriamo, o padre, ma vogliamo che ci salviate le anime nostre. O Maria, col Bambino in braccio, voi potete tutto ottenere. Dio vi salvi, o Maria.

7. Bambino Gesù, vi abbiamo qui nel Sacramento; siamo contenti come i pastori che vi trovarono là nel presepio; ma noi siamo più fortunati; ché vi mettiamo nel nostro cuore per non lasciarvi più mai. Vanità, onori, pazze gioie del mondo, siete troppo meschine cose per rubarci dal cuore il nostro bene amato Gesù. O Maria, teneteci sempre fra le braccia voi, perché non perdiamo siffatto tesoro. Dio vi salvi, o Maria.

8. Bambinello dolcissimo, lasciateci dire piangendo il nostro cuore. I tempi in voi sono come un solo momento. Voi meritavate sempre di essere amato sopra ogni cosa quando eravate in seno a Maria, e vi pigliavano in braccio i pastori. Ora poi come essi, vi abbracciamo del cuore; ma ahi che vediamo qui nelle vostre manine e nei vostri piccoli piedi le piaghe che vi fecero i chiodi, quando voleste morire per noi! Queste membroline portano i segni delle battiture, e in questa cara testina sono ancora i fori delle spine… Oh! oh! Bambino Santissimo, il vostro Cuoricino geme Sangue ancora ancora!….. Oh Padre nostro, sentite il Bambino che ci piange in braccio qui in mezzo alle miserie nostre, ed esauditeci. Maria, mostrateglielo Voi. Dio vi salvi, o Maria.

9. Bambino nostro, ah non piangete: noi staremo sempre sempre con voi. In tutte le tentazioni vi stringeremo al cuore nel Sacramento, e grideremo: Gesù! Grideremo a voi, o Maria, e voi non ci lascerete perdere, non è vero? Dio vi salvi, o Maria.

10. State sicura, o Maria, che lo tratteremo bene qui il nostro Bambino Gesù….. Oh sì, che l’amiamo, e ve lo vogliamo accontentare! Tratteremo bene per lui tutti, anche i più peccatori, a cui stende Egli le sue manine; e Voi ci aiuterete, o Madre nostra. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri etc. Cantiamo cogli Angeli gloria a Dio nel più alto dei cieli, perché egli mostrò di esserci Padre quando ci diede il Bambino suo Figliuolo; gloria al Figlio, che nato Bambino resta qui nel Sacramento, e non ci abbandona più; gloria allo Spirito Santo, Amore del Padre e del Figliuolo, procedente dal Padre e dal Figlio ora Bambino nostro, e col Padre e col Figlio Salvator nostro intento a volerci beati in paradiso. Gloria Patri etc.

Requiem æternam. Bambino Gesù, tra le nostre braccia guardate le anime del purgatorio; guardate come abbruciano le poverine in quelle fiamme! Noi vi piangiamo sul cuore per loro. Requiem æternam etc.

QUARTO MISTERO. — La presentazione al tempio.

Nel quarto mistero gaudioso si contempla come la Santissima Vergine nel giorno della Purificazione presentò Gesù Bambino, quaranta giorni dopo la sua nascita, nel Tempio, dove l’accolse fra le sue braccia il santo vecchio Simeone.

CONSIDERAZIONE.

Bambino Gesù, noi vi contempliamo quale eravate in braccio alla Madre vostra Santissima quando vi offeriva nel tempio, e con voi sì offeriva Ella stessa mettendovi sul suo proprio cuore in mano del Padre vostro, siccome cosa da farne ogni volontà. – Da questa santa offerta ne venne la salvezza nostra. O Gesù, o Maria, metteteci sul santo altare con esso voi; ché vogliamo essere tutti di Dio per servirlo in tutta la vita. Noi grideremo con voi, nostro Salvatore benedetto, e colla vostra parola invocheremo il Padre nostro nei cieli.

Pater noster. O Padre Santo che siete nei cieli, abbassate lo sguardo sopra questa povera terra, dove noi siamo con Gesù a darvi gloria. Fate di noi tutti il regno dei vostri fedeli; pigliateci con Gesù vostro a lui uniti a fare la vostra volontà. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane (si faccia la comunione spirituale). Buon Gesù, state sempre nel nostro povero cuore. Per vostro amore noi ci offriamo a far del bene ai prossimi nostri; salvateci dai pericoli del mondo, e dall’altare con voi tirateci a beatitudine in paradiso.

1. Ave Maria. Madre santissima, con qual cuore offeriste il vostro Bambino divino, e con Lui offeriste tutta Voi stessa alla volontà di Dio! Deh non lasciateci andare perduti nel servire questo miserabile mondo; e metteteci nelle mani di Dio a fare la sua volontà in tutta la vita. Dio vi salvi, o Maria.

2. O Maria, che diceva mai il Cuor vostro, quando sentiva il palpito del Cuore vicino del Bambino Gesù? noi vorremmo palpitare del palpito del vostro amore, quando ce lo stringiamo dentro del cuore nella sacra Comunione. Dio vi salvi, o Maria.

3. O Maria, Dio solo sa quanto vi costasse l’offerire il Figliuol di Dio e delle vostre viscere a morire per noi, pronta ad accompagnarlo fino alla morte ed a morire con Lui. O Madre, noi siamo così poveri di cuore: aiutateci ad offerirei pel prossimo, a farci pronti a patire per Dio e per salvare le anime. Dio vi salvi, o Maria.

4. Ecché? Voi, Maria, col vostro vergine sposo Giuseppe confusa colle povere donne quasi foste peccatrice come esse per purificarvi; e noi pretendiamo di essere distinti cogli onori dagli altri, come se fossimo qualche cosa di meglio? Aiutateci per la vostra umiltà a mortificare l’amor proprio che sentiamo dentro così vivo. Dio vi salvi, o Maria.

5. Voi vi deponeste sull’altare col vostro Gesù consacrandovi tutta in servizio della gloria di Dio. Anche noi siamo tutti di Dio; e se volessimo operare per nostra soddisfazione, sarebbe lo stesso che se rubassimo la gloria a Dio per darla a un idolo di fango quale siamo noi. Maria, non lasciateci portar via il cuore lontano da Dio. Dio vi salvi, o Maria.

6. Voi generosa vi offeriste col vostro Gesù; e da quella offerta ne venne la salute del mondo. Maria, mettete anche noi nelle mani di Dio; pigliate nel vostro seno i nostri poveri figli, che Egli ci diede; affinché si offrano a Dio, e lo servano in quello stato a cui li ha destinati. Dio vi salvi, o Maria.

7. Questo Bambino, esclamò il santo vecchio Simeone inspirato, quando vel vide tra le vostre braccia, sarà la luce del mondo, il Salvatore, delle genti. Una tal profezia si verifica tutti i dì. E Gesù solo nella Chiesa Cattolica che salva e fa il bene del mondo; e questi pretendenti, i quali vogliono fare il bene dell’umanità senza Gesù tirandola a voltare le spalle alla Chiesa, riducono i popoli alla disperazione. O Maria, teneteci Voi tra le braccia della Chiesa insieme col Papa a salvarci con Gesù Cristo. Dio vi salvi, o Maria.

8. Quando Simeone vi predisse la passione e la morte del vostro Figlio, la spada del dolore vi trafisse nel Cuore; e voi vi nascondeste nella vostra casetta, e vi preparaste stringendo sul cuore il Bambino ad accompagnarlo fino sotto la croce. Maria addolorata, anche noi, anche noi quando nei travagli e nelle ansietà della povera nostra vita non ne potremo più, aiutateci a fare la Comunione spirituale e a metterci dentro del Cuore di Gesù a pigliar conforto. Dio vi salvi, o Maria.

9. Madre addolorata, quante volte stringendovi sul Cuore il Bambino Gesù dicevate colle lagrime: Bimbo mio, questa cara testolina ve la incoroneranno di spine!… e queste manine e questi piccoli piedi sono da inchiodare là sulla trave… Cara la Vita mia, voi crescete per morire sulla croce… Oh, ma sapete? o mio Gesù, la vostra Madre verrà anch’essa lassù al Calvario con voi… Sì si, mi farò inchiodare per la prima… sì, vi riscalderò col mio cuore… Oh mi morirete sul petto! Deh, Madre nostra Maria, vogliamo anche noi baciarvi il santo Bambino che mori per noi! deh, non lasciateci staccare da Gesù e da Voi; grideremo sempre: Gesù: e Maria, salvate l’anima mia. Dio vi salvi, o Maria.

10. Maria Santissima, Voi col vostro sposo Giuseppe eravate cogli occhi e col cuore sempre sopra Gesù nel fare le cose vostre. Anche noi, come Voi, vogliamo con Gesù dividerci nostri dolori e le nostre consolazioni; tutto vogliamo fare insieme con Gesù divino compagno del nostro pellegrinaggio. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Gloria al Padre che ci ha dato il Figlio suo per Salvatore; gloria al Figlio che tra le braccia di Maria si offerì a morire per noi; gloria allo Spirito Santo, che cooperò al sacrificio dell’amor divino. Gloria Patri etc.

Requiem æternam. Bambino Gesù, Voi v’offriste anche per le anime del purgatorio: per la memoria di quell’offerta coglietevi in seno le poverine che tanto soffrono. Requiem æternam, etc.

QUINTO MISTERO. — Il ritrovamento nel tempio.

Nel quinto mistero si contempla come Maria Santissima, avendo smarrito il suo divin Figliuolo e cercatolo per tre di, lo ritrovò in fine nel Tempio che disputava coi dottori, essendo d’anni dodici.

CONSIDERAZIONE.

Noi crediamo perduta la vita nascosta; ma quanto sono diversi dai nostri i giudizi di Dio! Della santissima vita sua così preziosa, la quale fu di trentatré anni, Gesù Cristo trenta volle passarli nella vita nascosta a lavorare in quella povera casetta; e questo fece a fine di dare l’esempio alla più gran parte degli uomini che si hanno da salvare lavorando ignoti al mondo per la gloria di Dio. Ci dimostra dunque Gesù, che la vita comune tutta pesa a gloria del Signore negli umili doveri del nostro stato gli è tanto cara. Signore Gesù, noi ci uniamo a Voi nel Sacramento; e non vogliamo che piacere con Voi al Padre vostro. Daremo la mano a Maria in compagnia di S. Giuseppe; e col cuore tutto in Voi faremo di adempiere ai nostri doveri, sia pur umile e povero il nostro stato. Siamo pur fortunati che abbiamo Voi in compagnia, e in tutti i momenti, in tutte le più minute azioni possiamo farci tanti meriti pel paradiso. Ah col cuore in Voi vogliamo esclamare: Pater noster.

O Padre nostro, di cielo. ci guardate con amore nelle nostre case; ché noi vogliamo fare tutto, tutto per compiacervi in tutta la nostra vita. Fate di noi tutti il vostro regno in terra, e che vi serviamo qui, come gli angioli in cielo. O Padre, (facciamo la Comunione spirituale) dateci ogni bene con Gesù nel cui seno ci mettiamo: dateci la carità tra noi da perdonarci l’un l’altro, come Voi perdonate a noi poverini. Liberateci dalle tentazioni, liberateci da ogni male in cui l’amor proprio ci può precipitare.

1. Ave Maria. O Maria, quanto spavento quando smarriste il vostro Figlio!… Oh ma, beata Voi, che non l’avete perduto per vostra colpa! Miseri a noi che per ì nostri peccati abbiam perduto Dio e il paradiso! Vi corriamo appresso piangendo, o Maria, per ritrovarlo col vostro aiuto. Dio vi salvi, o Maria.

2. Vi contemplo, o Maria, col vostro Giuseppe in quelle ansie affannose cercare il giovinetto Gesù per tre giorni. O Maria, per quella vostra ansietà, fate che, se mai in questa povera vita meritassi di essere abbandonato da Dio, nelle mie desolazioni, nell’abbandono del cuore mi getti in braccio di Voi, e non mi distacchi più da Voi, finché non me lo abbiate fatto trovare tutto il mio Bene, il mio Dio. Maria, Giuseppe, mi aiuterete a cercarlo, non è vero? Dio vi salvi, o Maria.

3. Per tanta cura in cercarlo l’avete in fine trovato nel tempio. Dateci mano, o Maria, lo cercheremo anche noi nelle chiese, nelle preghiere; lo chiameremo nelle meditazioni… Oh sì, sì, noi vi troveremo, o Gesù, nel Sacramento; Voi ascolterete vostra Mamma, per mano della quale vi cerchiamo. Dio vi salvi, o Maria.

4. Trovatolo nel tempio, Voi vi fermaste ad ascoltare la sua parola e la conservaste nel vostro Cuore. O Maria, fate che ci raccogliamo in ispirito con Dio, e che conserviamo le sue parole nel nostro cuore. Dio vi salvi, o Maria.

5. Maria, quando Gesù vi disse che era andato nel tempio per obbedire al suo Padre celeste, Voi col vostro sposo Giuseppe adoraste in silenzio le disposizioni di Dio. O Maria, aiutateci a rassegnarci al volere divino, a staccarci fin dai parenti più cari, per fare ciò che Dio vorrà disporre di noi. Dio vi salvi, o Maria.

6. D’allora in pei non voleste mai più distaccarvi da Gesù: con Lui divideste le preghiere, le fatiche, le persecuzioni, e persino gli orrori della morte sua. O Maria, anche noi abbiamo qui nascosto il nostro Gesù, caro compagno del pellegrinaggio di questa nostra povera vita. Deh accompagnateci colla vostra assistenza; lavoreremo con Lui, con Lui porteremo la nostra croce col cuore in Lui nel Sacramento sino alla morte. Dio vi salvi, o Maria.

7. Contempliamo nella santa casa il Bambinello Gesù girare intorno a Maria. Essa non ha ancor parlato che il Bambinello obbedisce, e le presta con grazia di paradiso i suoi piccoli servigi, e lavora con S. Giuseppe. Eh! ci par di vedere Gesù garzoncino tirare la sega, far scorrere la pialla, portar sulle spalline i toppetti di legno a fine di risparmiare fatiche al vecchiotto; e passare trenta anni di vita così, quanti ne aveva voluto il Padre celeste. Oh la nostra fortuna grande! Noi lo possiamo imitare tutti contenti di servire il Signore nello stato in cui ci vuole, tutti occupati in far bene i doveri nostri, e tanto più simili a Gesù, quanto più siam poverini e disprezzati. Dio vi salvi, o Maria.

8. Maria e Giuseppe furono cogli occhi, coi pensieri e col cuore tutto in Gesù; né un minuzzolo solo di quelle vite così preziose andò perduto in questo nulla delle cose del mondo… Deh! che noi non perdiamo più il tempo che ci è dato a servir Dio e a salvar l’anima! Se nella vita ordinaria faremo tutte le più minute cose così, lavorando sempre con Gesù, come Voi, o Maria, in tutti i momenti della nostra esistenza, oh i meriti, oh i guadagni grossi che metteremo assieme pel paradiso! Dio vi salvi, o Maria.

9. 0 buon Gesù, mentre voleste vivere da uomo qui sulla terra solo trentatré anni, trenta di questi li passaste là sepolti in quel tugurio in umiltà, in patimenti; tanto che il mondo direbbeli perduti in cose da nulla! Ah voi voleste farci capire che tutte le cose del mondo e la vita sfumano in niente, quando si pensa a Dio, e che solo hanno un qualche valore, quando sono offerte a servirlo come Egli vuole. Ci pare, o Gesù, di vedervi come tutto contento di avere avuto il corpo e l’anima da gittare a nulla dinanzi al Padre e riconoscere che tutta la gloria si deve solo a Dio. O Maria, consacrate a Gesù tutta la vita nostra; che noi non vogliamo per poco cercare le nostre soddisfazioni, la nostra gloria, non di formarci una posizione nel mondo che val niente innanzi a Dio. Siamo contenti di aver una vita; ma per poterla sacrificare tutta per la sola gloria di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

10. Uscite fuori da questo tugurio, o Gesù, gli dicevano quei che sapevano delle sue virtù; fatevi conoscere; ché Voi potete operar grandi cose. Andate a Gerusalemme; Vi tirerete appresso ì popoli meravigliati. Perché perdere il tempo sepolto in questa vita da niente? Ma Gesù faceva loro intendere non essere perduto quell’incenso che si brucia per l’onore di Dio; e tanto glorificarlo la brillante stella quanto l’umile lucciolina. No, tutto quel tempo non era perduto; era anzi il più bene speso, perché voleva il Padre suo lo spendesse così. O Gesù, a vostra imitazione farò tacere l’amor proprio, e non mi lusingherò di farmi conoscere per volere fare cosa di più grande importanza: quello è lo stato migliore, la più santa cosa e la più grande è quella che Dio vuole da noi: il più gran merito è fare la volontà divina. E meglio guadagnare il paradiso nella vita più comune, ignorata dal mondo che non andare all’inferno applaudito da tutti. Salviamoci in paradiso vivendo con Voi, o Maria, con Gesù qui nascosto. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri. Gloria al Padre in quello stato in cui Egli ci vuole; gloria a Gesù che sta qui e sempre nascosto nel Sacramento pei secreti fini del suo amore per noi: gloria allo Spirito Santo che lavora in silenzio la nostra santificazione. Gloria Patri.

Requiem æternam. O Maria, per quel gaudio che provaste nel trovare e nel tenervi sempre con Voi il vostro Gesù, deh tirate con Lui in paradiso le anime sante che sospirano in purgatorio.

FESTA DEL S. ROSARIO DELLA B. V. MARIA (2022)

Festa del S. Rosario della B. V. M. (2022)

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

La festa odierna fu istituita da S. Pio V per ricordare la strepitosa vittoria riportata dai Cristiani sui musulmani a Lepanto il 7 ottobre del 1571, giorno in cui le numerose e diffuse confraternite del Rosario onoravano in modo particolare Maria SS. Sotto l’invocazione di Madonna del Rosario. Forma popolare di devozione e risultato d’una lunga evoluzione attraverso gli ultimi secoli del basso Medio evo, il Rosario – ad imitazione dei 150 Salmi del Salterio – consta di 150 Ave Maria, ogni decina delle quali è intercalata con un Pater e accompagnata dalla meditazione di uno dei principali episodi della vita di Gesù e di Maria. Questa forma altrettanto semplice che facile di preghiera, adatta anche ai meno colti, è divenuta una delle più care alla pietà privata, favorita ed arricchita da indulgenze da parte dei Papi. La festa odierna, celebrando una grande vittoria, celebra pure l’umile ma potente arma cui è dovuta: la preghiera e particolarmente quella del Rosario.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.


Confíteor

Confiteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat te ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.

[Rallegriamoci tutti nel Signore celebrando questo giorno di festa in onore della beata Vergine Maria! Della sua festa gioiscono gli angeli, e insieme lodano il Figlio di Dio]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, cujus Unigénitus per vitam, mortem et resurrectiónem suam nobis salútis ætérnæ præmia comparávit: concéde, quǽsumus; ut, hæc mystéria sacratíssimo beátæ Maríæ Vírginis Rosário recoléntes, et imitémur, quod cóntinent, et quod promíttunt, assequámur.

[O Dio, il tuo Unico Figlio ci ha acquistato con la sua vita, morte e risurrezione i beni della salvezza eterna: concedi a noi che, venerando questi misteri nel santo Rosario della Vergine Maria, imitiamo ciò che contengono e otteniamo ciò che promettono.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Prov VIII:22-24; VIII:32-35

Dóminus possédit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram. Nunc ergo, fílii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie. et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.


[Dall’inizio delle sue vie Iddio mi ha posseduta, dal principio dei tempi, prima di ogni opera sua. Fin dall’eternità io sono stata formata; dai tempi remoti, prima che la terra fosse. Ancora non c’era l’abisso, ma io ero già stata concepita. Or dunque, figlioli, ascoltatemi: beati coloro che custodiscono le mie vie. Ascoltate l’ammonizione e diventate saggi, e non vogliate disprezzarla. Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte e custodisce la soglia della mia casa. Chi trova me, trova la vita: e dal Signore attingerà la salvezza.]

Graduale

Ps XLIV:5;11;12
Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam, et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.
V. Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex spéciem tuam. Allelúja, allelúja.
V. Sollémnitas gloriósæ Vírginis Maríæ ex sémine Abrahæ, ortæ de tribu Juda, clara ex stirpe David. Allelúja.

[Per la tua fedeltà e mitezza e giustizia la tua destra compirà prodigi.
V. Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.
Alleluia, alleluia.
V. Celebriamo la gloriosa vergine Maria, della discendenza di Abramo, nata dalla tribù di Giuda, nella nobile famiglia di Davide.
Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:26-38

In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elisabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, di nome Nazareth, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe, della stirpe di Davide; e il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, piena di grazia; il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Mentre l’udiva, fu turbata alle sue parole, e si domandava cosa significasse quel saluto. E l’angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre: e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». L’angelo le rispose, dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’ Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo il Santo, che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era detta sterile: poiché niente è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: sia fatto a me secondo la tua parola».]

OMELIA

« SALVE, PIENA DI GRAZIA »

(O. Hopfan: Maria – Marietti ed. 1953)

« Al sesto mese l’Angelo Gabriele fu da Dio mandato in una città della Galilea, detta: Nazaret, ad una vergine sposata ad un uomo, chiamato Giuseppe, della casa di David; e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, disse: “ Salve, o piena di grazia! Il Signore è con te ».

In una piccola cappella di montagna una campanella suona per tre volte: “Ave, Ave, Ave!”. Allora i monti eterni paiono ergere le candide vette e irrigidiscono di stupore. In un’ampia cattedrale piange e giubila un violino, e un fanciullo puro canta: « Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine »; in quell’istante il popolo credente tutto si leva, s’inginocchia, riflette e ringrazia, tocco nel più profondo del suo essere. In Cielo, dalle auree schiere si stacca un Angelo e vola giù sulla misera terra; la madre terra ha un brivido per la gioia che il Cielo s’abbassi nuovamente verso di essa, e Giovanni nel suo Vangelo scrive il Mistero: « Il Verbo si è fatto carne ». O Angelo Gabriele, messaggero di Dio, quale scompiglio non provochi tu quaggiù col tuo messaggio! Il miracolo, che tu vieni ad annunciare, trascende e incorona tutti gli altri miracoli di Dio: Iddio stesso vuole unirsi alla sua creazione in maniera nuova, inaudita, e ricondurre a Sè la sconvolta umanità per mezzo di Sé, in Se stesso. Il primo uomo un dì richiese temerariamente di divenire come Dio stesso; ora quell’ardito sogno del paradiso dev’essere realizzato in altro modo, in modo divino: Iddio si fa uomo. Con lieve batter d’ala va Gabriele a un’umana dimora per invitare la Creatura eletta dallo stesso Santo Spirito di Dio, la quale in questa sublimissima opera divina deve dare il suo contributo. Vi è nel tuo “Ave”, o degnissimo Angelo, tanta fragranza e armonia e profondità, che d’or’innanzi alletterà gli artisti alle creazioni più splendide; e nondimeno tutte le immagini e melodie e parole d’amore intorno al mistero dell’Annunciazione non raggiungeranno mai l’armonia del primo “Ave”. O Angelo sublime, permetti che anch’io aggiunga alla rosa d’oro del tuo saluto il semplice fiore del mio “Ave” alla Benedetta; possa qualche po’ della riverenza e bellezza del tuo saluto avere un’eco sommessa anche nel mio! – Il Messaggero. Gli Angeli son esseri sublimi, puri spiriti, principi dell’al di là, lampi di scienza, eroi di potenza, rivestiti della dignità di dominatori; secondo i nomi misteriosi ricordati dalla Bibbia stessa essi sono “Troni ”, “Principati”, “Dominazioni”, “Virtù”, “ Potestà”. Essi costituiscono la guardia palatina della divina Maestà: « Migliaia e migliaia Lo servono, e miriadi a centinaia di migliaia stanno ai suoi cenni ». Essi sono avvolti dall’abbagliante luce dei divini splendori e grazie a questa partecipazione alla magnificenza di Dio stesso son divenuti “gloria”. Gli antichi libri apocrifi giudaici distinguevano « Angeli della faccia », i quali stanno sempre dinanzi al trono di Dio, e « Angeli del servizio », i quali sono convocati per servire alla creazione e specialmente all’umanità. I Libri Santi riferiscono molti esempi di Angeli, che furono inviati con missioni divine agli uomini, ad Abramo, a Lot e Giacobbe, a David, Elia, Isaia, Tobia, a Ezechiele, Daniele, Zaccaria, ai pastori all’inizio del Vangelo e alle pie donne al suo concludersi, la prima volta col “Gloria”, l’altra con l’ “Alleluja”. La fede cristiana inoltre sa persino che un Angelo cammina a fianco di ciascun uomo; essi se ne stanno non solo dinanzi al volto di Dio, ma anche sui nostri sentieri e alle svolte della nostra vita, essi sono « posti a servizio di coloro, che conseguiranno la salvezza ». Gli Angeli son dunque i ponti di Dio, che formano l’arco fra il regno del puro spirito e il mondo dei corpi. Gli Angeli sono i messaggeri di Dio, i quali dalle celesti dimore portano nelle valli degli uomini i divini decreti. Gli Angeli sono i raggi di Dio, che scendono col dono dell’eterna luce all’umanità priva del fuoco divino. Non quasi alla divina Onnipotenza difetti il potere di tutto operare da sola, ma conviene invece alla divina Sublimità uno sterminato esercito di spiriti che la servano; e conviene al divino Amore chiamare a parte della magnificenza del creato anche altri esseri, affinché la simmetria e la sinfonia governino i mondi di Dio. Ogni volta che gli Angeli vengono nei mondi visibili, appaiono rivestiti di sublimità; il loro corpo è luce e il loro parlare è come un fragore possente; nonostante tutta la loro bontà, hanno però con gli uomini la sostenutezza degli eterni e i terreni mortali si spaventano dinanzi a loro e sono tentati di adorarli come il Signore stesso. Come va dunque che un Angelo s’inginocchia umilmente dinanzi a Maria? Annuncia il messaggio non come un principe in atteggiamento di comando, no! ma come un servo; poi attende modestamente sino a che quella Creatura umana si compiace di rispondere alla sua richiesta, quasi fosse quella Fanciulla una regina, la sua regina. Non era uno qualunque delle miriadi di Angeli quegli che in quel giorno si piegò così riverente dinanzi a Maria, non un piccolo o un giovanissimo, sebbene anche il minimo fra gli Angeli per sua natura superi enormemente in potenza e scienza anche i più celebri fra gli uomini; era il potente e sublime Angelo Gabriele, uno dei tre grandi Angeli, che solo con Michele e Raffaele è chiamato nella Sacra Scrittura col proprio nome. Gabriele — da “géber” = uomo forte, e “el” = Dio — significa etimologicamente “uomo forte di Dio”, ma può essere tradotto anche con ‘confidente di Dio’ o “forza di Dio”. Gabriele presenta se stesso al sacerdote Zaccaria, dicendogli con nobile orgoglio: « Io son Gabriele, che sta dinanzi a Dio, e sono mandato a te per portarti questo lieto messaggio » ; e così egli stesso allude a quello che gli è proprio: egli è il nunzio del lieto messaggio. Iddio fra i miliardi di Angeli ha messo a parte del suo più profondo e tenero Mistero, che è l’Incarnazione, lui, proprio lui. Quando noi nell’ “Angelus Domini” preghiamo: «L’Angelo del Signore portò a Maria il messaggio », circoscriviamo insieme l’intera missione propria a Gabriele e ben anche la sua attitudine, poiché anche negli Angeli essere e operare si corrispondono. Gabriele è l’Angelo lieto e che allieta; è fra gli Angeli, ma in modo molto più sublime, quello che è Luca fra gli Evangelisti, il nunzio non dei giudizi, ma dell’amore misericordioso di Dio. Già seicento anni prima del suo invio alla Vergine egli ebbe una missione di manifesto conforto per il profeta Daniele, che nell’esilio di Babilonia era sprofondato «in grande tribolazione »; e a lui che attendeva ansiosamente la salvezza diede con la celebre profezia delle « settanta settimane di anni » un primo preciso indizio dell’era messianica, quando sarebbe « sorto l’Unto, il Principe »!. – I fiumi di Babilonia continuarono a rumoreggiare a lungo e tempi gravi passarono su quelle parole prima che si adempissero; ma adesso, « sei mesi » prima — l’Evangelista con questa indicazione cronologica intende riannodare eventi che si richiamano —, Gabriele aveva messo piede nuovamente sul suolo di questa terra e lassù nel Tempio aveva annunziato al sacerdote Zaccaria il precursore e l’araldo del Signore. E presto intonerà, qual corifeo del celebre esercito, il canto del lieto messaggio sulle campagne di Betlemme, perché è di nuovo Gabriele, l’Angelo dell’Incarnazione, che annunzia ai pastori « il grande gaudio »!. – Gabriele invita al nuovo paradiso non con la spada sguainata fatta per respingere, come il severo Angelo alle porte del primo paradiso, no, ma col giglio in mano e in atteggiamento benigno e incoraggiante. Visse il suo giorno più radioso quando portò il lieto messaggio a Maria; quell’ora fu per tutti e due, per Maria e per l’Angelo, la più importante della loro esistenza; soli e insieme vissero la più grande delle opere di Dio, l’Incarnazione; e quell’incontro dovette legare quei due Santi, Maria e Gabriele, in eterna amicizia. È una delle tante trovate intelligenti della Liturgia fare precedere immediatamente alla festa dell’Annunciazione di Maria, il 25 marzo, quella dell’angelo Gabriele. Maria — Gabriele! Si stenta quasi a togliere lo sguardo da questo quadro così ricco di grazia e di splendore e di musica, di purezza candida, di nobiltà umile e di perfetta prontezza per le opere di Dio. All’epoca dell’Annunciazione, Maria non era più lassù a Gerusalemme; i suoi genitori forse eran già morti ed Ella era orfana; si potrebbe intendere come accenno a questo il fatto che Lei stessa si portò a Betlemme per il censimento. Non si trovava neppure in casa di Giuseppe ancora, perché la sua partenza per la casa dello sposo seguì l’Annunciazione. – Nazaret era una cittadina in Galilea di nessuna importanza, così insignificante e così disprezzata, che più tardi il giovane apostolo Natanaele-Bartolomeo chiese sprezzante: « Che può venir di buono da Nazaret? ». Ma precisamente dal suolo di quest’angolo dimenticato doveva zampillare la sorgente, la cui sovrabbondanza avrebbe regalato al mondo tutto grazia su grazia; le opere infatti di Dio non dipendono dalle norme dell’umana grandezza. La casetta, nella quale entrò Gabriele, non era un lembo di Cielo, non un appartamento principesco, non l’ampio portico simile a una chiesa e neppure l’intimo idillio, che gli artisti creano bellamente e con riverenza verso la Benedetta; il colloquio più decisivo della storia umana sì svolse in una povera casupola, costruita probabilmente sul pendio del monte. La Fanciulla pure, che contava tredici o quattordici anni, si presentava senza alcun fasto, non era figlia di principi, non di notabili e ricchi del paese; sconosciuta a se stessa, era come una violetta sperduta che non sa della sua bellezza. Se Iddio ha una missione per questa Creatura umana, basta un sacerdote o un uomo illuminato per comunicarGliela, non c’è bisogno di un Angelo, tanto meno di uno di quei sette eccelsi spiriti che, come Gabriele, stanno al cospetto di Dio. Ma Maria è una meraviglia più sublime di un Angelo, Ella è un angelo in carne umana, per natura meno grande di Gabriele, ma per grazia e per dignità superiore a lui e a tutti gli altri Angeli, non esclusi i Serafini stessi. Al momento del suo primo ingresso nel Vangelo Maria ha al suo fianco un Angelo, e in questo v’è un importante significato simbolico: fra Maria e gli Angeli esiste profonda affinità di spirito; gli Angeli accanto a Maria e Maria accanto agli Angeli sono nel proprio ambiente; « Maria degli Angeli » è forse per la nobile Signora il titolo più amabile, è certamente il più originario, fiorito dallo stesso Vangelo, profumato dal giglio di Gabriele e avvolto nelle misteriose armonie dei nove cori degli Spiriti beati. Il quadro di Maria e Gabriele risveglia ancor altri e più gravi pensieri. Un Angelo e una donna stettero di fronte già un’altra volta, nel paradiso; veramente quello era un angelo decaduto e con la sua astuzia aggirò una debole donna. Quel fatale colloquio fra il serpente ed Eva fu la nostra rovina; Gabriele e Maria pensano alla nostra salvezza; I’ “Ave” a Maria capovolgerà il malanno di Eva. Che forse Gabriele si sia inchinato così profondamente dinanzi a Maria anche per risarcire in nome di tutti i nobili Spiriti il femmineo sesso per il misfatto perpetrato da uno del loro mondo ai danni d’una donna? Maria vide l’Angelo con gli occhi del corpo, come risulta evidente dalle parole evangeliche: « L’Angelo entrò da Lei »; in quell’ora non Le stette dinanzi uno svanito fantasma, non una splendida creazione della fantasia, e neppure una visione bella, ma puramente spirituale; Ella vide una figura ben distinta, rivestita di luce; a Maria fu regalata con la conoscenza spirituale anche una manifesta visione. Questo farsi visibili dei mondi invisibili stava in strettissima connessione con la nota caratteristica di quell’ora densa di mistero: Iddio era sul punto di uscire dalla sua eterna invisibilità e di rivestirsi d’un corpo umano, affinché noi uomini, vedendolo sensibilmente, fossimo così accesi d’amore anche per le cose invisibili. In quell’ora del grande mistero dell’incarnazione di Dio, Gabriele, il rappresentante dei puri Spiriti, per rendere omaggio allo stesso Mistero, assunse con una specie di finissima incorporazione la figura eterea del corpo umano: tanto onore celeste, divino anzi, fu reso allora al corpo dell’uomo! Gabriele in forma umana s’inginocchia dinanzi a Maria, che presto concepirà Iddio non solamente secondo lo spirito, ma anche secondo il corpo; per questo non solo il suo spirito, ma per l’apparizione dell’Angelo anche i suoi sensi dovettero essere beatificati e assicurati dell’evento imminente. – Gli uomini furono sempre storditi all’irrompere visibile dei Celesti in questa terra. Quando l’angelo Gabriele vi comparve per la prima volta — « era in vesti di lino, cinto i fianchi d’una fascia d’oro finissimo. Il suo corpo splendeva come crisolito, il suo volto mandava lampi, e aveva gli occhi come faci accese; le sue braccia e i suoi piedi scintillavano come bronzo lisciato, e il suono della sua Voce era come il rumore d’una moltitudine » —, allora, come racconta il profeta Daniele stesso, « sentii mancarmi le forze, mentre ebbi questa grandiosa visione, cambiai d’aspetto e tutte le forze svanirono; quando poi udii il suono della sua Voce, caddi stordito dinanzi a me, col volto aderente al suolo ». Anche la seconda apparizione di Gabriele, quella a Zaccaria, causò uno scompiglio: « Zaccaria si turbò alla visione dell’Angelo e s’impossessò di lui il timore ». E persino un eroe così valoroso qual era Gedeone, quando gli si fece dinanzi un Angelo, gridò sgomento: « Ahimè, onnipotente Signore, io ho visto l’Angelo del Signore faccia a faccia! ». E invece quale serenità placida e lieta alita nell’annunciazione di Maria! È vero che il Vangelo riferisce che anche Maria fu turbata, e anzi usa un’espressione forte, ma Ella non fu turbata per l’apparizione, bensì per il saluto dell’Angelo; all’Angelo stesso Ella guarda col tranquillo stupore d’un bambino, che vede venire a sé una stella d’oro; anzi sembra quasi che l’Angelo rimanesse più confuso dinanzi a Maria che non Maria dinanzi all’Angelo. Sulla fine del quinto secolo un predicatore orientale, l’abate Abramo di Efeso, descrive questo felice turbamento così: « Appena Gabriele fu entrato dalla Vergine e Le ebbe detto: “ Chaîre — Salve! ”, cominciò a tremare, perché scorse (già) in Lei Colui che lo aveva inviato e lo aveva prevenuto sulla via che dal Cielo scende sulla terra; e, come si fosse trovato sul trono dei Cherubini, non ardiva elevare a Lei i suoi occhi a motivo di Colui, che in Lei s’era fatto presente ». « Ecco, questo atterrisce! Ed essi rimasero turbati tutti e due. Poi l’Angelo cantò la sua melodia ». Oh sì, grande Angelo, canta ora la tua melodia! E Gabriele allora prese la parola e parlò e cantò, e in quel momento rifulsero sommessi tutti i Cieli, e in quell’istante risuonarono lontane tutte le campane, e in quell’ora giubilarono in impeto tranquillo tutti gli Spiriti, «e l’Angelo disse: “Ave — Ti saluto!” ».  – Il Saluto. Vi è qualche cosa di bello nel saluto. Esso è il gettar dell’àncora da un’anima a un’altra; è il ponticello di sbarco dall’io al tu: è l’inchinarsi dinanzi al bene dell’altro. Ove gli uomini non vogliono avvicinarsi, ove vogliono persistere a vicendevole distanza, ivi non si scambia il saluto; ove poi stanno gli uni contro gli altri ostilmente, ove nell’altro scorgono non il bene, ma solamente il male, ivi il saluto è impedito dal gelo, ivi « non si concedono il mutuo saluto », poiché il saluto significa affermare e riconoscere del bene nell’altro. Ora in ogni uomo, anche nell’ultimo, si trova una scintilla di bene; ogni uomo dunque merita anche il saluto; ma quanto più il bene in un uomo è puro e grande, tanto più egli è meritevole d’esser salutato. Nell’Annunciazione fu l’Angelo che salutò Maria dicendoLe: “Ave!” e Già qui l’Angelo fa tacitamente capire la sua inferiorità rispetto alla Vergine, poiché è costume del Cielo e della terra, un costume veramente cosmico, che l’inferiore saluti il superiore. Altri Angeli avevano portato dei messaggi agli uomini prima che Gabriele venisse da Maria, ma mai avevan portato il saluto; Maria è la prima e anche l’unica, che sia degna persino del saluto degli Angeli, perché il bene ch’è in Lei oltrepassa persino quello d’un Angelo. E quell’ “Ave” dell’Angelo fu così timido, che egli non osò neppure chiamar la Benedetta col suo nome proprio “Maria”, quasi che questa immediata allocuzione fosse in qualche modo troppo confidenziale e ne restasse offesa la distanza conveniente all’augusta Signora. Gabriele dice soltanto: “Ave — Salve”; il nome “Maria” l’abbiamo aggiunto poi noi al suo “Ave”, perché per noi Lei è e resta anche nella sua ora più solenne una della nostra stirpe, la nostra eccelsa e buona Sorella; questa terrena parentela e le terrene necessità danno a noi il diritto di chiamarLa non con i suoi titoli, ma col suo nome, con quel nome, che Ella portò sulla terra e col quale L’avevan già chiamata i suoi genitori: Maria! Frattanto l’ “Ave” di Gabriele fu più che un semplice saluto, esso fu già un occulto augurio. La parola usata dai Greci per salutare, da Luca inserita nel suo Vangelo e corrispondente al latino “Ave”, era “chaîre”; “chaîre” alla lettera significa: « Rallégrati! »; e già i Padri greci interpretarono quel saluto, rivolto da Gabriele a Maria, quale invito alla gioia; in questo “chaîre” risuona il primo lieto accordo in maggiore del Magnificat. Nel saluto però in lingua aramaica vi è un senso anche più profondo; Gabriele infatti, rivolgendosi a Maria, ch’era una fanciulla ebrea ignara delle lingue straniere, dovette certamente parlare in lingua orientale e dirle: « Salòm »; “Salòm” significa pace, e veramente pace in ogni direzione della felicità, nella vita esterna e intima, felicità che si dispone intorno a una vera e profonda pace. « “Salòm”, “Chaîre”, “Ave”: quale ricca e lieta pienezza non si cela già nella primabe sola  paroletta dell’Angelo! un suono penetrante, che dà inizio al messaggio dell’Angelo. Pace a Te, letizia a Te, mezzo tuo pace e letizia a noi tutti, o Causa della nostra letizia! – «Tu sei piena di grazia ». Questa seconda parola è la radice dell’intero saluto angelico; se Maria infatti riceve dal Cielo un “Ave”, se Ella è benedetta, se diverrà la Madre del Signore, se è avvolta negli omaggi degli Angeli e degli uomini, tutto questo Le spetta solamente perché Ella è « piena di grazia ». Il testo originale, il testo greco cioè del Vangelo usa qui il termine “kecharitoméne”, che vuol dire la “graziosa”; la lingua greca non aveva un termine proprio per esprimere il nuovo concetto cristiano della “grazia”; nondimeno l’espressione greca scelta dall’evangelista Luca rende molto bene il senso cristiano: Colei che agli occhi di Dio è la “graziosa” per la leggiadria e la bellezza del corpo e dell’anima, è senz’altro “la donata di grazia”. Nel termine greco è già inclusa anche una “pienezza di graziosità”; giustamente quindi le versioni siriache e latine anche del secondo secolo tradussero quel kecharitoméne — donata di grazia” con “piena di grazia”. Maria è semplicemente “la donata di grazia”, “la graziosa”. Quell’esperto di Scrittura e di lingue che era Girolamo (m. 420) ammette: « Non ricordo di aver letto in altro luogo della Scrittura quello che dice l’Angelo ora; a nessun uomo mai è stato concesso di sentire simili parole: “Salve, o piena di grazia”; questo saluto è riservato a Maria ». Piena di grazia! Maria è un terso cristallo, rischiarato dal sole da parte a parte; Maria è un campo di fiori, sul quale posa una nube di profumo; Maria è una sala incantevole, che risuona di ogni melodia. La donata di grazia, la piena di grazia, questo è il nome essenziale di Maria. D’ora innanzi quando si fa parola della “piena di grazia”, ogni Angelo sa che con questo termine s’intende Maria, e lo sappiamo anche noi e non dobbiamo dimenticarlo. – Il profondo pensatore Tommaso d’Aquino propone una distinzione riguardo all’espressione « piena di grazia », e questa distinzione è necessaria per mettere in chiaro rilievo la pienezza della grazia di Cristo rispetto alla pienezza della grazia di Maria. In un determinato senso, infatti, è pieno di grazia Cristo, in tutt’altro Maria; un bicchiere può esser già pieno d’acqua, in altro modo è pieno un lago, e di nuovo in modo diverso, immensamente diverso è pieno d’acqua il mare. Tommaso insegna: « Quando si parla della pienezza della grazia, si deve badare alla grazia stessa e a chi riceve la grazia. La grazia si trova in pienezza dove essa raggiunge in chi la riceve la misura massima secondo l’essere e secondo l’operare; questa pienezza spetta unicamente a Cristo. Colui che riceve la grazia, la possiede in pienezza quand’essa corrisponde pienamente alle sue condizioni di vita, se lo rende capace di adempiere tutti i doveri del suo stato e i compiti della sua vita. « Ora la beatissima Vergine è chiamata “piena di grazia” non perché abbia posseduto la grazia nella misura massima e per tutte le opere; piuttosto la pienezza della grazia per Lei significa che la misura della sua grazia corrispondeva alla elezione alla dignità di Madre di Dio. Così anche Stefano è detto “pieno di grazia”, perché possedeva grazia bastante per essere martire di Dio e provarsi fedele diacono. Vista così, una “pienezza di grazia” può superare un’altra, secondo l’eccellenza dello stato a cui ciascuno è chiamato da Dio ». La pienezza di grazia di Maria è unica, infinitamente distante dalla pienezza di grazia di Cristo, e però essa oltrepassa immensamente la grazia partecipata a noi. Cristo è l’oceano della grazia; nelle Litanie del Sacro Cuore di Gesù professiamo che in Lui « abita tutta la pienezza della Divinità », che si trovano in Lui « tutti i tesori della sapienza e della scienza »; Cristo è così pieno di grazia, che non può più crescere in essa. Maria invece dovrà crescere nella grazia lungo tutto il corso della sua vita; anche se da Gabriele fu salutata come piena di grazia sin dal principio, Ella dovrà percorrere ancora dei tratti lunghissimi prima del suo rimpatrio. Ella pure è viatrice, giunge continuamente dinanzi ad altezze ancora più ardue, riceve sempre nuovi impulsi alla perfezione. Per tutto questo Maria è a noi così umanamente vicina; anche Lei è una creatura che si evolve, cresce e matura. Certamente Ella ricevette una grazia che è senza misura al di là della nostra, Ella è più di noi tutti “piena di grazia”; il suo posto e missione ne esigeva sin dal principio una sovrabbondanza, che nessuna creatura mai ricevette o potrà ricevere: « Maria è così bella e perfetta, Ella presenta una tale pienezza di purezza e di santità, quale, a prescindere da quella di Dio, non si può escogitare e comprendere da nessuno eccetto che da Dio ». Nonostante questi diecimila talenti, Maria, umile e grata alla grazia, si tiene aperta costantemente a nuovi incrementi, mai pensa d’essere abbastanza perfetta. Se dunque Lei, piena di grazia sin dal principio, mai pensa che sia finito, potremo noi supporre di esser perfetti con quei talenti, che ci sono concessi secondo la misura della nostra vocazione, e dimenticarci dell’ascesa a maggiore perfezione? – « Il Signore è con Te ». AI suo saluto « Piena di grazia » Gabriele si affrettò ad aggiungere sull’istante: « Il Signore è con Te ». Maria infatti non è “piena di grazia” da sé, anche Lei come noi tutti ha « ricevuto della sua pienezza grazia su grazia ». La pienezza della grazia di Maria è come la mite luce della luna, che deve al sole il suo splendore d’oro. Questi due tratti del saluto angelico: « Piena di grazia — il Signore è con Te » sono annodati insieme così saldamente, non solo nel seguito del saluto, ma anche nel loro contenuto, che non si potrebbe pensare l’uno senza l’altro: chi ha ricevuto grazia, ha il Signore con sé, e chi ha il Signore con sé, ha ricevuto grazia.  – Nella santa Messa le stesse parole dette a Maria vengono dette al popolo credente: « Dominus vobiscum! ». Eppure nel medesimo saluto si cela una sottile differenza; a Maria è detto: « Il Signore è con Te! », al popolo: « Il Signore sia con voi! »; la parola del sacerdote al popolo esprime un pio voto, quella dell’Angelo a Maria invece una sicura realtà. L’assicurazione « il Signore è con te » non la leggiamo unicamente e nella scena dell’Annunciazione, ma la ascoltiamo spesso nelle Scritture Sante. Questa parola incoraggiante è gridata talora dall’alto a uomini che Iddio ha scelti per un’opera grandiosa o difficile; così, ad esempio, con questa espressione: « Il Signore è con te, o prode valoroso! », è assicurato della soccorritrice presenza del Signore Gedeone, cui fu affidata la liberazione di Israele dalla oppressione dei Madianiti. Nessuna persona ebbe a compiere opera più sublime e più difficile di Maria; per questo subito, nella prima ora della sua comparsa, prima ancora che Ella possa sospettare il suo augusto compito, viene corredata della fortezza per camminare la sua via solitaria e sublime: « Il Signore è con Te ». Egli è con Maria in un modo nuovo, talmente inaudito ed ininterrotto, che d’or in poi non la si potrà pensare più senza il Signore. Il Padre è con Lei, perché la virtù di Dio L’adombrerà; il Figlio è con Lei, perché sarà il Frutto benedetto del ventre suo; lo Spirito Santo è con Lei, Egli con benignità e pazienza divina attende soltanto che Gabriele e Maria finiscano il loro santo dialogo per trasfigurarLa, dopo l’ultima parola, come un’Ostia dopo l’ultima parola della consacrazione. – In questa terza parola dell’Angelo quindi: « Il Signore è con Te » vibra già la prima nota e il silenzioso passaggio al Mistero stesso: il saluto dell’Angelo sta vicino al suo messaggio. Prima di ascoltare questo messaggio, concediamo alla Benedetta l’intervallo d’un minuto, perché possa riflettere su quel saluto che toglie il respiro; Gabriele stesso, dopo quelle prime battute sconvolgenti, fa un piccolo passo indietro, come il diacono all’altare nel supremo istante della solennità del Mistero. Il Vangelo stesso informa: « Maria si turbò a queste parole, e si domandava che potesse dire quel saluto »: così importante, così gravido è il saluto, che persino Maria deve sulle prime comporsi.  Queste prime parole di Gabriele son come i primi sonori accordi d’un preludio, che annunziano qualche cosa di ineffabilmente bello. Maria aveva certamente confidato l’ “Ave” di Gabriele al discepolo dell’amore Giovanni, che L’aveva pregata di aggiornarlo delle cose avvenute in principio; e Giovanni legò in eredità quell’ “Ave” come una preziosità delicata all’evangelista Luca, perché l’assicurasse nel suo Vangelo; ma può essere che Luca stesso l’abbia colto sulle labbra di Maria. Da quel giorno il saluto di Gabriele ha fatto suonare mille campane e mille cuori; milioni di uomini son divenuti Gabriele presentando alla Benedetta il saluto dell’Angelo giorno per giorno, al mattino, a mezzodì e alla sera nell’« Angelus Domini» e nella bella preghiera del Rosario, che non si può separare quasi dall’Ave: tanto spesso lo ripete in meditazione e amore. Tutta la terra è piena di “Ave — Ave Maria, Salve Regina, Ave Regina!”, e ciascuno di questi “Ave” saluta non solamente Maria, ma in Lei anche il Mistero, che sta all’inizio della nostra salvezza, l’Incarnazione del Verbo nel grembo verginale. Dovremmo quindi anche noi come Maria riflettere sul significato di questo saluto. Che forse l’ “Ave ” dell’Angelo sublime non esce spesso dalle nostre labbra troppo di volo? non si fa attenzione qualche volta più al numero che non al senso degli “Ave”? Quando ripetiamo il devoto e riverente saluto dell’Angelo, vediamo che esso non sia mai indegno dell’Angelo e della Piena di grazia! Molti fratelli Cristiani protestano contro ogni “Ave”. Strano che non s’accorgano della scortesia, che usano alla Donna del Vangelo rifiutandoLe il saluto. La maggior parte di essi agisce in questa materia in buona fede; pensano così di offrire un omaggio a Dio. Ma fu ben Iddio stesso che per mezzo di Gabriele fece rivolgere a Maria il saluto. Sarebbe un bel costume se noi fedeli cattolici offrissimo a Maria un duplice “Ave”: il primo in nome nostro, l’altro per supplire i nostri fratelli ancor muti dinanzi a Lei.

[Primo a introdurne l’uso e a diffondere la Salutazione Angelica e quello che chiamiamo il « Suono dell’Angelus » fu l’Ordine Francescano. Già S. Bonaventura nella sua qualità di Generale dell’Ordine e poi un Capitolo dell’Ordine tenuto nel 1295 ordinarono che le campanelle di tutte le chiesette francescane fossero suonate tre volte al giorno in onore della Beatissima Vergine e che in quel momento si recitassero tre Ave Maria. Per ricordare che la Porziuncola, la chiesa madre dell’intero Ordine, è dedicata a « Maria degli Angeli », i Francescani aggiunsero al saluto angelico anche la seconda parte: « Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ».]

Offertorium

Orémus.
Eccli XXIV:25; Eccli XXXIX:17
In me grátia omnis viæ et veritátis, in me omnis spes vitæ et virtútis: ego quasi rosa plantáta super rivos aquárum fructificávi

[In me ogni grazia di verità e dottrina in me ogni speranza di vita e di forza. Sono fiorita come una rosa, piantata lungo i corsi delle acque].

Secreta

Fac nos, quǽsumus, Dómine, his munéribus offeréndis conveniénter aptári: et per sacratíssimi Rosárii mystéria sic vitam, passiónem et glóriam Unigéniti tui recólere; ut ejus digni promissiónibus efficiámur:

[Rendici degni, Signore, di offrirti questo sacrificio: e concedi che, venerando nel santo rosario i misteri della vita, passione e gloria del tuo unico Figlio, diventiamo partecipi dei beni da lui promessi]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festivitate della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:


Pater noster

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

Communio

Floréte, flores, quasi lílium, et date odórem, et frondéte in grátiam, collaudáte cánticum, et benedícite Dóminum in opéribus suis.

[Fiorite, come gigli, o fiori, date profumo, spandetevi in bellezza: cantate in coro la lode divina e benedite Dio nelle sue opere.]

Postcommunio

Orémus.
Sacratíssimæ Genetrícis tuæ, cujus Rosárium celebrámus, quǽsumus, Dómine, précibus adjuvémur: ut et mysteriórum, quæ cólimus, virtus percipiátur; et sacramentórum, quæ súmpsimus, obtineátur efféctus:

[Ci aiutino, Signore, le preghiere della tua santissima Madre, nella festa del suo rosario: concedi a noi di sentire l’efficacia dei misteri che veneriamo, e di ottenere il frutto dei sacramenti che abbiamo ricevuto:]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (28)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (28)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimo ritiro di “Laudem Gloria,, (III.)

Undicesimo Giorno

Tutta la Trinità abita nell’anima

« Il Signore mi ha fatto entrare in un luogo spazioso:  mi ha salvato perché mi voleva bene » (Salmo XVII, 20). Il Creatore, vedendo il silenzio bellissimo che regna nella sua creatura, considerandola tutta raccolta nella sua solitudine interiore, si innamora della sua bellezza e se la porta in quella solitudine immensa, infinita. in quel luogo « spazioso » cantato dal Profeta, che altro non è se non Lui stesso. « Entrerò nella profondità delle potenze delle potenze di Dio » (Salmo LXX, 16). Il Signore per bocca del suo Profeta, ha detto: « La condurrò nella solitudine e le parlerò al cuore » (Osea, II, 14). Ed ecco l’anima entrata nella vasta solitudine in cui Dio le si farà sentire. – « La parola di Dio — dice san Paolo è viva ed efficace, e più penetrante di una spada a doppio taglio essa giunge fino alla divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e al midollo » (Ebr. IV, 12). Essa, dunque, la parola di Dio direttamente, perfezionerà il lavoro di spogliamento nell’anima, perché ha questa caratteristica tutta propria e singolare: che Opera e crea ciò che fa udire, purché l’anima acconsenta e si lasci alla sua azione. – Ma sentire questa parola non basta, bisogna custodirla; custodendola, l’anima sarà santificata nella verità secondo il desiderio del Maestro divino: « Padre, santificali nella verità; la tua parola è verità » (S, Giov. XVII, 17). E a chi custodisce la sua parola, Egli ha promesso: « Il Padre mio lo amerà, e verremo a Lui e in Lui porremo la nostra dimora » (S. Giov. XIV, 23). Tutta la Trinità, dunque, abita nell’anima che ama in verità, cioè che custodisce la divina parola; e quando quest’anima ha compreso la sua ricchezza, tutte le gioie naturali o soprannaturali che possono venirle dalle creature o anche da Dio, altro non fanno che invitarla a rientrare in se stessa per fruire del Bene sostanziale che possiede: il suo Dio. Così, dice san Giovanni della Croce, essa ha una certa somiglianza con l’Essere divino. « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre dei cieli ». San Paolo mi dice che « Egli compie ogni cosa secondo il consiglio della sua volontà (Ephes. I, 11), e il mio Maestro vuole che io gli renda omaggio anche in questo: fare ogni cosa secondo il consiglio della mia volontà; non lasciarmi mai guidare dalle impressioni, dai moti primi della natura, ma possedermi per mezzo della volontà; e perché questa volontà sia libera, bisogna, secondo la visione di un pio autore, « chiuderla » in quella di Dio. Allora sarò mossa dal suo Spirito, come dice san Paolo, tutto ciò che farò sarà divino ed eterno, e fin d’ora vivrò, ad imitazione del mio Immutabile in un eterno presente.

Dodicesimo Giorno

« Per Lui, io posso accostarmi al Padre »

«Verbum caro factum est, et habitavit in nobis » (S. Giov. II, 4). Dio aveva detto: « Siate santi, perché io sono santo; ma rimaneva nascosto nella sua « luce inaccessibile  », la creatura aveva bisogno che Egli scendesse fino a lei, che vivesse della sua vita, per potere, camminando sulle sue orme, risalire fino a Lui e farsi santa della Sua santità. « Io mi santifico per essi, affinché siano santificati, nella verità» (S. Giov. XVII, 19). Eccomi di fronte al « segreto nascosto ai secoli ed alle generazioni », di fronte al mistero di Cristo, di Lui che « è per noi — dice san Paolo — speranza di gloria » (Col. I, 26 ); e soggiunge che « gli è stata data l’intelligenza di questo mistero » (Ephes. III, 4). Andrò dunque dal grande Apostolo ad istruirmi, affine di possedere « quella scienza che secondo la sua espressione — supera ogni altra: la scienza della carità di Cristo Gesù » (Ephes. III. 19). – Prima di tutto, san Paolo mi dice che « Gesù è la mia pace », che « per Lui, io posso accostarmi al Padre » (Ephes, II, 14-18), perché il Padre dei lumi ha voluto che fosse in Lui ogni pienezza, che per Lui fossero riconciliate tutte le cose, pacificandole tutte, sia in terra, sia in cielo, nel sangue della croce di Lui » (Col. I, 19-20). « In Lui, avrete la pienezza — prosegue l’Apostolo —. Siete stati seppelliti con Lui nel Battesimo, e risuscitati con Lui mediante la fede nell’opera di Dio… ..Vi ha fatto rivivere con Lui, perdonandovi tutti i vostri peccati, cancellando il decreto di condanna che pesava su di noi; l’ha annullato appendendolo alla croce; e, spogliando i principati e le potestà, li ha vittoriosamente condotti in schiavitù, trionfando di essi in se stesso » (Col. II, 10 … 15) … rendervi santi, puri, irreprensibili al suo cospetto » (Col. I, 22). Ecco l’opera di Cristo in ogni anima di buona volontà: ecco il lavoro che il suo immenso amore, il suo «troppo grande amore » lo spinge a compiere in me. Egli vuole essere la mia pace, affinché nulla possa più distrarmi o farmi uscire dalla fortezza inespugnabile del santo raccoglimento; là, Egli mi avvicinerà al Padre, e mi custodirà immobile e quieta alla sua presenza come se la mia anima già fosse nell’eternità », « Col sangue della croce », pacificherà tutto nel mio piccolo cielo, perché esso sia veramente il riposo dei « Tre ». Mi riempirà di sé, mi seppellirà: sé nella sua vita: « Mihi vivere Christus est » (Fil. I, 21). – Se cado ad ogni istante, mi farò rialzare da Lui con fede piena di fiducia; so che mi perdonerà, che cancellerà tutto con cura gelosa; più ancora, mi spoglierà, mi libererà dalle mie miserie, da tutto ciò che ostacola l’azione divina; trascinerà le mie potenze e le farà sue schiave, trionfando di esse in sé medesimo. Allora sarò passata tutta in Lui; potrò dire: « Non vivo più io; il mio Signore vive in me » (Gal. II, 20); e sarò « santa, pura, irreprensibile » agli occhi del Padre.

Tredicesimo Giorno

Camminare in Gesù Cristo

« Instaurare omnia in Christo » (Ephes. I, 10). È ancora san Paolo che mi istruisce, san Paolo che si è inabissato nel grande consiglio di Dio e mi dice che « Egli ha stabilito di instaurare tutte le cose in Cristo ». Perché io, personalmente, possa realizzare questo piano divino, l’Apostolo viene ancora in mio aiuto e mi traccia un regolamento di vita: « Camminate in Gesù Cristo — mi dice — radicati in Lui, edificati in Lui, corroborati nella fede… e crescendo sempre più in Lui con l’azione di grazie » (II, 6, 7, 8). « Camminare in Gesù Cristo », mi pare che significhi uscire da se stessi, perdersi di vista, abbandonarsi per entrare più profondamente, da radicarvisi e da poter sfidare ogni avvenimento, ogni creatura, con le parole bellissime dell’Apostolo: «Chi potrà separarmi dalla carità di Gesù Cristo? » (Rom. VIII, 35). Quando l’anima è fissata in Lui a tale profondità che le sue radici vi affondano, la linfa divina fluisce, sì riversa in lei abbondante, e tutto ciò che è imperfetto, banale, naturale, viene distrutto; « ciò che è mortale viene assorbito dalla vita » (Cor. V, 4). Allora, così spogliata di se stessa e rivestita di Gesù Cristo, l’anima non ha più da temere né i contatti esterni né le interne difficoltà, perché queste cose, anziché esserle di ostacolo, non fanno che « radicarla più profondamente nell’amore » del suo Maestro. – Qualunque cosa avvenga, favorevole o contraria, anzi servendosi di tutto, « sempre lo adora per Lui stesso », perché è libera, affrancata da sé e da ogni cosa, e può cantare col Salmista: « Mi assedî un esercito; non freme il mio cuore; insorga contro di me la battaglia, io spero ugualmente, perché Jahveh mi nasconde nel segreto della sua tenda » (Salmo XXVI, 3-5) e questa tenda è Lui,  – Tutto ciò mi sembra voglia dire san Paolo quando ci esorta ad essere « radicati in Gesù Cristo ». E che cosa significa essere « edificati in Lui? ». Il Profeta canta: «Mi ha innalzato sopra una rupe e la mia testa si erge al di sopra dei nemici che mi circondano » (Salmo XXVI, 5-6). Non è forse questa la figura dell’anima « edificata su Gesù Cristo? ». È Lui la rupe sulla quale essa è stata elevata al di sopra di se stessa, dei sensi, della natura, al di sopra delle consolazioni e dei dolori, al di sopra di tutto ciò che non è unicamente Lui! E là, nel pieno possesso di sé, è dominatrice del suo « io » e, superando se stessa, supera anche tutte le cose. Ma san Paolo mi raccomanda ancora di essere « fortificata nella fede », quella fede che non permette mai all’anima di sonnecchiare, ma che la tiene tutta vigilante sotto lo sguardo del Maestro, tutta intenta alla sua parola creatrice; in quella fede nell’« eccessivo amore » che permette a Dio — mi dice san Paolo — di colmare l’anima « secondo la Sua pienezza » (Ephes. III, 19). Infi e, vuole che io « cresca in Gesù Cristo con l’azione di grazie », perché tutto deve compiersi nel ringraziamento. « Padre, io ti rendo grazie » (S. Giov. XI, 41) cantava l’anima del mio Maestro; ed Egli vuol sentirne l’eco nell’anima mia. – Ma mi sembra che il « cantico nuovo » che più di ogni altro può attirare e conquidere il mio Dio, sia quello di un’anima spoglia, svincolata da se stessa, nella quale Egli possa rispecchiare tutto ciò che è, e possa compiere tutto ciò che gli pare. Quest’anima sta come un’arpa sotto il tocco divino, e tutti i suoi doni sono come altrettante corde che vibrano per cantare giorno e notte «la lode della sua gloria ».

Quattordicesimo Giorno

Conoscere Lui

« Stimo tutte le cose una perdita, di fronte alla superiorità trascendente della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore. Per amore di Lui, ho tutto perduto…, e le cose tutte stimo come immondizia per possedere Cristo, e per poter essere trovato in Lui non avente una giustizia mia, ma la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Ciò che io voglio, è conoscere Lui, aver parte alle sue sofferenze, essere conforme alla sua morte… Continuo la mia corsa, studiandomi di arrivare là dove Cristo mi ha destinato chiamandomi. Mi preoccupo di una cosa sola: dimenticando tutto ciò che lascio indietro e slanciandomi costantemente verso ciò che mi sta dinanzi, correre diritto alla mèta, al premio della sfuprema vocazione alla quale Dio mi ha chiamato in Gesù Cristo » (Fil. III, 8). Di tale vocazione, l’Apostolo ha spesso rivelato la grandezza. « Dio — egli dice — ci ha eletti in Lui prima della creazione, perché fossimo immacolati e santi al suo cospetto, nell’amore » (Ephes. III, 8). « Siamo stati predestinati, per decreto di Colui che tutto opera secondo il consiglio della sua volontà, affinché siamo la lode della sua gloria » (Ephes. I, 21). Ma come rispondere alla dignità di questa vocazione? – Ecco il segreto: « Mihi vivere Christus est » (Fil. I, 21). …  « Vivo enim, jam non ego, vivit vero in me Christus » (Gal. II, 20) Bisogna essere trasformati in Gesù Cristo, mi insegna sanPaolo: « Coloro che Dio ha conosciuti nella sua prescienza,li ha anche predestinati ad essere conformi all’immaginedel Figlio suo ». È necessario dunque che io studiquesto divino Modello per imitarlo e immedesimarmitanto in Lui, da poter esprimerlo agli occhi del Padre. E, primadi tutti che cosa dice Egli, entrando nel mondp? « Eccomi; vengo, o mio Dio, per fare la tua volontà» (Ebr. X, 9). Mi pare che questa preghiera dovrebbe essere ilpalpito del cuore della sposa. Il Maestro divino fu sì veracein questa prima oblazione! E tutto il resto della suavita non ne fu per così dire, che la conseguenza. « Miocibo — si compiaceva di ripetere — è fare la volontà diColui che mi ha mandato » (S, Giov. IV, 34). E cibo anche per la sposadovrebbe essere la volontà di Dio, pur essendo al tempostesso spada che la immola. « Padre, se è possibile, allontanada me questo calice; ma si faccia la tua volontà e non la mia » (S, Marco, XIV). E, insieme al suo Maestro, in pace, con gioia, va ad ogni immolazione, rallegrandosi di essere stata conosciuta dal Padre, poiché la crocifigge insieme al Figlio suo. « Ho preso le tue leggi per mia eredità in eterno, perché esse sono la delizia del mio cuore » (Salmo CXVIII, 111). Ecco il canto dell’anima del mio Maestro, canto che deve avere una larga eco in quella della sposa; con la sua fedeltà in ogni istante a queste leggi esterne ed interne, essa renderà testimonianza alla verità, e potrà dire: « Colui che mi ha mandata non mi ha lasciata sola; Egli è sempre con me, perché io faccia sempre ciò che a Lui piace » (San Giov. VIII, 29). Non lasciandolo mai, mettendosi fortemente a contatto con Lui, ella potrà irradiare quella virtù segreta che salva e redime le anime. Spoglia, libera di se stessa e di tutte le cose, potrà seguire il Maestro sul monte per elevare dalla sua anima, con Lui, « una orazione a Dio » (San Luca, VI, 12). Poi, sempre per mezzo del divino Adorante, di Colui che fu la grande lode di gloria del Padre, «offrirà ininterrottamente a Dio un’ostia di lode, cioè il frutto delle labbra che rendono gloria al suo Nome » (Ebr. XIII, 5). « E Lo loderà nella espansione della Sua potenza, secondo l’immensità della Sua grandezza » (CXLV, 6). Quando suonerà l’ora dell’umiliazione, dell’annientamento, ricorderà questa breve parola: « Jesus autem tacebat » (S. Matt. XXVI, 63), e tacerà custodendo tutta la sua forza al Signore, quella forza che si attinge dal silenzio. Quando verrà l’abbandono, la desolazione, l’angoscia che strapparono a Cristo quel grande grido: « Perché mi hai abbandonato? » (S. Matt. XXVII, 46), si ricorderà di questa preghiera: « Siano essi ripieni del mio gaudio » (S. Giov. XVII, 13); e, bevendo fino in fondo il calice preparatole dal Padre, saprà trovare in quella stessa amarezza una soavità divina. F infine, dopo aver ripetuto tante volte: « Ho sete », (S. Giov. XIX, 29), sete di possederti nella gloria, spirerà dicendo: «Tutt0o è consumato… (S. Giov. XIX, 30). Nelle tue mani raccomando l’anima mia » (S. Luc. XXIII, 46). E il Padre verrà a prenderla per portarla nella Sua eredità dove « nella luce, vedrà la Sua luce » (Salmo XXXV, 10). « Sappiate — cantava Davide — che Dio ha glorificato meravigliosamente il suo Santo » (Salmo IV, 4). Sì, il Santo di Dio sarà stato glorificato in quest’anima, perché vi avrà tutto distrutto per rivestirla di Sé, e perché essa avrà praticamente vissuto la parola del Precursore: « Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca » (S. Giov. II, 30).

Quindicesimo Giorno

Janua Coeli

Dopo Gesù Cristo e, s’intende, a quella distanza che passa tra l’infinito e il finito, vi è una creatura che fu tra l’infinito ed il finito, vi è una creatura che fu anch’essa la grande lode di gloria della Trinità santa! Ella corrispose pienamente alla elezione divina di cui parla l’Apostolo: fu sempre pura, immacolata, irreprensibile agli occhi del Dio tre volte Santo. – La sua anima è così semplice, i movimenti ne sono così profondi, che non si possono scorgere. Sembra riprodurre sulla terra la vita dell’Essere divino, l’Essere semplicissimo; quindi, è così trasparente, così luminosa, che si potrebbe crederla la stessa luce; eppure non è che lo « specchio del Sole di giustizia, Speculum justitiæ ». – « La Vergine custodiva queste cose nel suo cuore » (S. Luca, II, 51): tutta la sua storia può essere compendiata in queste parole; visse nel proprio cuore e a tali profondità, che lo sguardo umano non può seguirla. Quando leggo nel Vangelo che « Maria percorse con tutta sollecitudine le montagne della Giudea », per andare a compiere un’opera di carità presso la cugina Elisabetta, io la vedo passare, bella, calma, maestosa, intimamente raccolta col Verbo di Dio. La sua preghiera, come quella di Lui, fu sempre: « Ecce: eccomi! ». Chi? L’ancella del Signore (S, Luca, I, 38), l’ultima tra le sue creature, Lei, sua Madre! – Fra così sincera nella sua umiltà! perché fu sempre dimentica, ignara, libera di se stessa; sicché poteva cantare: « L’Onnipotente ha fatto in me grandi cose; tutte le generazioni mi chiameranno beata » (S. Luca, I, 48-49). Questa Regina dei Vergini è anche Regina dei martiri; ma la spada la trafigge nel cuore perché tutto, in lei, si svolge nell’intimo. – La contemplo. Oh, come è bella nel suo lungo martirio, circonfusa da una specie di maestà da cui emana e forza e dolcezza! Perché ha imparato dal Verbo stesso come devono soffrire quelli che il Padre ha scelti come vittime, quelli che ha deciso di associare alla grande opera della redenzione, « quelli che ha conosciuti e predestinati ad essere conformi al suo Cristo » crocifisso per amore. È lì, ai piedi della Croce, dritta e forte nel suo coraggio sublime; e Gesù mi dice: « Ecce Mater tua » (S. Giov. XIX, 27). Me la dà per Madre. Ed ora che è ritornato al Padre, che ha messo me al suo posto sulla croce affinché « io soffra in me quello che manca alla sua passione per il suo mistico corpo che è la Chiesa », la Vergine è qui ancora, vicina a me, per insegnarmi a soffrire come Lui, per farmi sentire gli ultimi canti dell’anima di Gesù, quei canti che soltanto lei, sua Madre, ha potuto intendere. E quando avrò pronunciato il mio « consummatum est » sarà ancora lei, Janua coeli, che mi introdurrà negli atri divini, sussurrandomi la misteriosa parola: « Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus » (Salmo CXXI, 1).

Sedicesimo Giorno

In seno alla tranquilla Trinità

« Come il cervo assetato sospira la fonte di acqua viva, così l’anima mia sospira a te, mio Dio! L’anima mia ha sete del Dio vivente. Quando verrò e comparirò dinanzi al suo Volto? » (Salmo XLI, 2-3). Eppure, « come il passero che ha trovato un rifugio, come la tortorella che ha trovato un nido per deporvi i suoi piccoli » (Salmo LXXXIII, 4), così Laudem gloriæ, in attesa di essere trasferita nella santa Gerusalemme, « beata pacis visio » (Inno alla Dedicazione), ha trovato il suo ritiro, la sua beatitudine, il suo cielo anticipato, ove inizia la sua vita di eternità. « In Dio la mia anima è silenziosa; da Lui aspetto la mia liberazione. Sì, Egli è la rocca dove trovo la salvezza; è la fortezza, e non sarò vinta » (Salmo LXI, 2-3). Ecco il mistero che canta oggi la mia lira. Come a Zaccheo, il Maestro ha detto a me: « Affrettati a discendere, perché voglio alloggiare in casa tua » (S. Luca, XIX, 5). Discendere?!… Ma dove?… Nelle profondità della mia anima, dopo essermi separata, alienata da me stessa, dopo essermi spogliata di me stessa; in una parola: senza di me. « Bisogna che io alloggi in casa tua ». È il Maestro che mi esprime questo desiderio, il mio Maestro che vuole abitare in me col Padre e col suo Spirito di amore perché, come si esprime il discepolo prediletto, io abbia « società » (II Giov. I, 3) con Essi. « Non siete più ospiti o stranieri, ma siete già della casa di Dio » (Ephes. II, 19), dice san Paolo. E questo « essere della casa di Dio », io intendo vivere in seno alla tranquilla Trinità, nel mio abisso interiore, nella fortezza inespugnabile del santo raccoglimento di cui parla san Giovanni della Croce. – Davide cantava: « L’anima mia vien meno, entrando negli atri del Signore » (Salmo LXXXIII, 3). Mi sembra che tale debba essere l’attitudine di ogni anima che si ritira nei suoi atri interiori, per contemplarvi il suo Dio, per prendervi con Lui strettissimo contatto. Essa vien meno, in un’estasi divina, trovandosi dinanzi a questo amore Onnipossente, a questa Maestà infinita che abita in lei. Non è la vita che l’abbandona, ma è lei stessa che, disprezzando questa vita naturale, se ne ritrae perché sente che non è degna del suo essere così ricco: e vuol farla morire, per dileguarsi nel suo Dio. Come è bella questa creatura così libera, spoglia di sé! È ormai in grado di « disporre ascensioni nel suo cuore, per salire, dalla valle delle lacrime, (cioè da tutto quello che è meno di Dio), al luogo che è sua meta » (Salmo LXXXIII, 6-7), quel « luogo spazioso (Salmo XXX, 9) cantato dal Salmista, che è — mi sembra — l’insondabile Trinità: Immensus Pater, immensus Filius; immensus Spiritus Sanctus (Simbolo Atanasiano).Sale, si innalza al di sopra dei sensi, della natura;supera se stessa, supera ogni gioia come ogni dolore,sorpassa tutte le cose, per non più riposarsi fino a chesia penetrata nell’intimo di Colui che ama e che le daràEgli stesso « il riposo dell’immenso abisso » cantato dalSalmista: l’insondabile Trinità. E tutto questo, senza chesia uscita dalla « santa fortezza ».« Il Maestro le ha detto: « Affrettati a discendere ».E ancora senza uscirne, vivrà, a somiglianza dellaTrinità immutabile, in un eterno presente, adorando Iddioper Lui stesso, e diventando, mediante uno sguardo semprepiù semplice, più unitivo, « lo splendore della suagloria » (Ebr. I, 3), o in altre parole, l’incessante lode di gloriadelle sue perfezioni adorabili.

Elevazione alla SS. Trinità

Sintesi della sua vita interiore.

— O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente, per fissarmi in Te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità. Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile; ma che, ad ogni istante, io mi immerga sempre più nelle profondità del tuo mistero! Pacifica l’anima mia; rendila tuo cielo, tua prediletta dimora e luogo del tuo riposo. Che, qui, io non ti lasci mai solo; ma tutta io vi sia, vigile e attiva nella mia fede, immersa nell’adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.

O amato mio Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne!… Ma sento tutta la mia impotenza; e Ti prego di rivestirmi di Te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell’anima tua, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un riflesso della Tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passar la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento, per imparare tutto da Te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissarti sempre e starmene sotto il tuo grande splendore. O mio Astro adorato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.

O fuoco consumante, Spirito d’amore, discendi in me, perché si faccia nell’anima mia quasi una incarnazione del Verbo! Che io Gli sia un prolungamento di umanità, in cui Egli possa rinnovare tutto il Suo mistero. E Tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra, non vedere in essa che il Diletto nel quale hai posto le tue compiacenze. O miei « Tre », mio Tutto, Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra Luce l’abisso delle vostre grandezze.

21 novembre 1904

F I N E

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO VI

Inesistenza si una modalità di unione santificante con le anime per lo Spirito Santo che sia esclusivamente propria a Lui solo.

.1. – Questo lavoro non sarebbe completo, e certamente tradirebbe la legittima curiosità di più di un lettore, se dovessimo passare sotto silenzio opinioni più o meno contrastanti con alcune delle spiegazioni sopra riferite. Di coloro che ritengono che diamo troppo peso alla grazia increata, non dirò altro: le autorità su cui abbiamo basato la dottrina esposta sono di natura tale da sfidare ogni seria contraddizione. Ma ce ne sono altri che ci rimproverano di aver attenuato il ruolo della stessa Grazia increata nell’opera della nostra adozione. Il disaccordo riguarda due punti principali. Considerando con quanta enfasi, sia la Sacra Scrittura che gli antichi Dottori, attribuiscano allo Spirito di Dio la nostra adozione soprannaturale, l’unione di Dio con le anime, l’intero mistero della nostra santità, hanno concluso che lo stesso Spirito debba avere un posto speciale in questa grande opera; una modalità di unione che Egli riserva a se stesso come suo personale privilegio, un ruolo che gli sia esclusivamente proprio. Ma, poiché è evidente che la Trinità tutta intera abiti in tutte le anime giuste come nel suo tempio, e che tutti i doni creati, questa bellezza soprannaturale dell’anima santificata, siano un’opera comune alle tre Persone, essi hanno voluto trovare nello Spirito Santo un’influenza più profonda, un’autocomunicazione più stretta, qualcosa, in una parola, di così alto e così proprio dello Spirito Santo, da non rientrare nell’interpretazione del mistero finora accreditata dalla tradizione della Scuola. – Sarebbe difficile dare un resoconto chiaro e preciso di ciò che essi dicono; essi stessi ammettono francamente che le loro idee su queste gravi questioni non abbiano tutta la chiarezza desiderabile. Per costoro, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo abitano nei figli di adozione; ma allo Spirito Santo appartiene propriamente l’unione più intima che li trasforma e li porta al vertice della perfezione soprannaturale. È Lui che si unisce direttamente all’anima; le due altre Persone entrerebbero in contatto con essa solo attraverso di Lui. – Per spiegarsi in modo meno oscuro, ci sono teologi che ricorrono ad analogie tratte da altri misteri. Vedete – dicono – Gesù Cristo, il Verbo incarnato. La fede ci mostra in Lui tutta la Trinità presente, come non lo è in nessuna creatura. Ma che differenza nella modalità di unione! Il Verbo c’è perché è sostanzialmente unito all’umanità che ha fatto sua; anche il Padre e lo Spirito Santo ci sono, ma solo in virtù della circuminsessione, cioè della loro immanenza nel Figlio, e quindi senza essere uniti ipostaticamente alla natura umana di Cristo. Nella Santa Eucaristia – ancora essi dicono – è il Corpo di Cristo che la virtù delle parole sacramentali pone sotto la specie del pane. Se l’anima e il sangue, tutto il Cristo intero, sono lì con questo sacro Corpo, è perché non sono più separabili da esso, poiché Cristo è vivo per non morire mai, in una parola, è per concomitanza. Quindi, fatta ogni debita proporzione, il Padre e il Figlio sono in questo tempio dello Spirito Santo che è l’anima santificata. Ed è così che questi teologi intendono i testi in cui lo Spirito Santo ci appare come introduttore degli Ospiti divini, che sono una sola natura con Lui, ma distinti quanto all’ipostasi. Chiedete a questi stessi teologi qual sia di per sé il carattere dell’unione speciale che essi rivendicano per lo Spirito Santo come sua proprietà personale e incomunicabile. È soprattutto qui che le spiegazioni sono imbarazzanti. Le formule più ardite sono seguite da restrizioni e attenuazioni tali che è difficile capire in che cosa le teorie così fortemente sostenute differiscano dalla dottrina degli Scolastici (così, per fare un esempio, il dotto Thomassin, nel suo grande trattato sull’Incarnazione del Verbo, scrive interi capitoli, accumulando testi su testi, per dimostrare che sia lo Spirito Santo che con la sua sostanza vivifichi, formi e santifichi le anime dei giusti. Ma quando si spiega chiaramente, ci sembra di ascoltare San Tommaso o S. Bonaventura. « Inhabitat enim in nobis ipsa quidem justitia subtantiva, sed actibus habitibusque, velut accidentariis vinculis, devincta ». L. VII, c. 19, n. 5 E ancora: « Ubi forma significatur esse sanctitudinis nostræ seu Filius seu Spiritus, forma hæc efficiens magis quam informans, qua agamur non qua agamus, (a Patribus) videtur describi. » Ibid. c. 20, n. 1. E più avanti, nello stesso capitolo, n. 4: « Deum habere, Deum possidere, de Deo vivere, Deo formari et vegetari, perinde est ac Deum contemplari et amare. » Infine, leggo nel titolo stesso del capitolo 17: « Non tam ut forma, quam ut hospes, sanctificare Deitas sua templa demonstratur ». Si noti, inoltre, che, secondo questi testi, Thomassin non sembra sostenga un’unione che sarebbe singolare allo Spirito Santo). – Mi sarebbe impossibile riportare in dettaglio tutte le spiegazioni fornite dai vari autori che si sono ispirati più o meno a queste idee che definirei nuove, se questo termine non avesse un significato troppo sfavorevole. Lasciamo che Petau, il più noto e il più grande di loro, il più profondo conoscitore dello studio e della lettura dei Padri, ci spieghi lui stesso il suo pensiero. (Visto che se ne presenta l’occasione, notiamo di sfuggita l’equivoco che spesso si nasconde sotto le brillanti formule dell’unione sostanziale o dell’unione personale dello Spirito Santo con i giusti. Se si vuole dire che lo Spirito Santo non sia solo nelle facoltà dell’anima e con i loro effetti, ma che sia nella sostanza stessa, in Persona e con la sua stessa sostanza, nulla è più vero dell’idea espressa, anche se l’espressione debba essere sostenuta da qualche correttivo. Ma se con questo si volesse intendere che si tratti di un’unione veramente sostanziale e personale, non vedo più come non possa esistere un’unione di due sostanze in un’unica sostanza, cioè o l’unione venerata dagli Eutichiani in Gesù Cristo, o l’unione ipostatica: infatti, quando due sostanze non sono unite in modo da formare un’unica sostanza, l’unione non è e non può essere che accidentale). Egli osserva innanzitutto che, secondo il comune sentire dei teologi, la speciale dimora di Dio nelle anime giuste e l’unione che Egli contrae con esse non sono patrimonio di una Persona in particolare. È per appropriazione che sono singolarmente attribuiti allo Spirito Santo. A suo avviso, i testi delle Scritture e dei Padri sembrano avere un significato più profondo e rigoroso. – Quale sia la particolare modalità di unione che questi testi rivendicano per lo Spirito Santo, è ciò che non ci hanno spiegato chiaramente. In mezzo a queste ombre e incertezze, quindi, è necessario procedere più per congetture che per affermazioni categoriche, con prudenza e circospezione, per evitare una duplice insidia, quella di esaltare troppo e quella di sminuire un beneficio così grande. Per quanto riguarda il nostro sentimento particolare – egli aggiunge – non lo dirò, perché non è ancora abbastanza chiaro nella mia mente, o non lo dirò qui » (Petav., de Trinit., L. VII, c. 6, n. 6). – Tuttavia, egli decide di proporre un’opinione che ritiene possa essere dedotta dai testi sacri e dall’insegnamento dei Padri. Eccone la sostanza: « L’unione dei giusti con lo Spirito Santo comporta per loro una doppia relazione: una relazione con l’essenza divina, una relazione con la Persona. Sotto il primo aspetto, non c’è nulla di singolarmente peculiare dello Spirito Santo. Ma non è lo stesso per la seconda: oltre all’unione comune, c’è un’applicazione speciale della Persona stessa dello Spirito Santo sulle anime dei giusti; un’applicazione che è propria soltanto di Lui nella Trinità.

2. – Per quanto riguarda le prove del sistema, è importante valutarle con attenzione. L’esame che ci accingiamo a fare sarà di grande aiuto per approfondire l’argomento, la comprensione dei testi e del mistero stesso. Ecco la prima prova (Idem, ibid.). È la caratteristica dello Spirito Santo quella di essere “donabile” alle creature intelligenti. Pertanto, è necessario che sia unito a loro in un modo che non possa essere adatto al Figlio. Infatti, supponendo da una parte e dall’altra lo stesso tipo di unione, perché il Figlio non dovrebbe essere dato come lo Spirito stesso, e come il carattere di dono dovrebbe rimanere proprietà personale dello Spirito Santo? – Ragionamento pretestuoso, ma che cade da solo, se ricordiamo in che senso lo Spirito Santo sia per eccellenza il Dono di Dio. Ditemi, lo Spirito Santo cesserà di essere l’Amore personale del Padre e del Figlio, il soffio sostanziale in cui si esala la loro comune dilezione, se non ha con le anime un’unione diversa da quella che la fede ci mostra nel Figlio? No, senza dubbio. Io vi concederò, come ho già fatto, che c’è per lo Spirito Santo, nel suo carattere personale, una singolare attitudine, un titolo particolare che lo predispone a questa unione amorosa; aggiungerò che in virtù della stessa proprietà, Egli ha, nella relazione comune, una somiglianza che gli si addice personalmente. Ma questo non determina la diversità di unione che si afferma. Ora, se lo Spirito Santo, pur essendo l’Amore personale del Padre e del Figlio, può comunicarsi alle anime nella stessa misura e secondo la stessa modalità del Verbo di Dio, perché il carattere di Dono richiederebbe un’unione diversa, dal momento che è tutt’uno essere il Dono del Padre e del Figlio ed il loro Amore personale? Sarà necessario, secondo lo stesso principio, fare differenza tra l’unione del Padre e quella del Figlio, quando vengono ad abitare in noi; sia perché il Figlio è il dono del Padre, sia perché la venuta del Figlio, a differenza di quella del Padre, ha, come la venuta dello Spirito Santo, un carattere di missione? – Agli argomenti basati sulla natura del dono, Petau ne aggiunge un altro tratto dai numerosi testi, tra cui i più famosi tra i Padri greci, Basilio, Cirillo, Atanasio, Eulogio e Giovanni Damasceno, considerano « la proprietà della virtù santificante come personale dello Spirito Santo, così  come la filiazione lo è per il Figlio e la paternità per il Padre » (Petav. L. c., n. 7). Inoltre, Cirillo di Alessandria dice espressamente e più volte che lo Spirito Santo è l’autore della nostra santificazione (αύτουργός = autourgos), Colui che la opera da se stesso. « È dunque evidente – conclude Petau – che l’unione di cui parlavano gli antichi Padri non sia solo l’unione della natura divina dello Spirito Santo, ma anche e soprattutto quella della sua Persona. o, se si preferisce, della natura considerata sotto la proprietà personale dello Spirito Santo (Idem. ibid.). – Sì, risponderei, lo Spirito Santo è la Santità santificante; sì, è con la sua stessa virtù che perfeziona le anime e le porta al vertice della santità; sì, la sua stessa Persona è unita a noi per la grazia. Chi potrebbe negarlo? Non lo abbiamo forse ampiamente dimostrato noi stessi? Ma se trovate in questo carattere personale un motivo per imputare allo Spirito un particolare tipo di unione, perché lo stesso carattere non dovrebbe autorizzarvi ad attribuirgli un’operazione di santificazione che gli sia personale? Del resto, gli stessi Dottori, e spesso gli stessi testi, parlano delle operazioni come hanno parlato dell’unione santificante, e non mi risulta che affermino più sovente del Santo Spirito la seconda più che la prima. Se poi, per non dividere l’operazione indivisibile della Trinità, si professa che le operazioni siano assolutamente comuni, che diritto si ha di negare l’operazione della Trinità? (Lo stesso Petau ha riconosciuto che si tratta di una semplice appropriazione: « ogni operazione della bontà divina che tende alla comunicazione della carità e della santità è solitamente attribuita allo Spirito Santo: a causa del suo particolare modo di procedere, Egli merita il nome di carità e santità; e questa è anche la ragione per cui è chiamato olio e profumo. – De Incarn., L. XI, c. 8, n. 5). Rileggete tutti questi testi dei Padri, e mille altri che potrebbero essere aggiunti ad essi, e vedrete che, nell’intenzione dei loro autori, tutti o quasi tendono a dimostrare che lo Spirito di Dio sia la santità per essenza; che, se santifica gli Angeli e gli uomini, non è alla maniera di uno strumento, di un ministro, in una parola, di un inferiore e per una virtù presa in prestito, come sostenevano gli eretici, ma in Dio che, procedendo da Dio, riceve con la sua singolare modalità di processione la Santità, fonte primordiale e principio di ogni santità. – Sarebbe dunque disconoscere queste forti argomentazioni dei nostri santi Dottori, il ricercare in essi una modalità di unione propria esclusivamente dello Spirito di Dio, quando perseguono solo questo unico scopo: dimostrare che, essendo la santità dello Spirito la santità stessa di Dio, lo Spirito è con il Padre e il Figlio un unico e medesimo Dio. Concludiamo, dunque, senza pretendere di condannare le idee di un così grande teologo, che le leggi di appropriazione sono pienamente sufficienti a spiegarci in che senso ogni santità, ogni virtù, ogni operazione santificante sia legata non al Padre, non al Figlio eterno, ma al loro comune Spirito, poiché queste grazie hanno una singolare analogia con i suoi caratteri ipostatici, e di conseguenza Egli ne è a titolo speciale l’autore, l’esemplare e l’archetipo. Concludiamo anche che l’unione personale con le anime dei giusti, o, se preferite, la dimora permanente di Dio nel cuore dei suoi figli, non è proprietà di una Persona in particolare, né quanto al fatto né quanto al modo. « Quando Cristo ha detto: “Noi verremo, Io e il Padre mio”, lo Spirito entra con loro per abitare allo stesso modo, e non in altro » (S. Athan, ep. ad Serap., 1, n. 31. P. Gr., t. 26, p. 601). Questo è il pensiero di Sant’Atanasio; e questo è anche il senso espresso da queste parole di San Cirillo, suo glorioso successore: « In virtù dell’unità della natura, tutto è di tutte (le Persone, eccetto le loro proprietà distintive): la presenza, le rivelazioni, la partecipazione (μεθέζις = metezis), l’operazione, la gloria; in una parola, tutto ciò che costituisce lo splendore della divinità » (San Cirillo, Alex. Dial. VII di Trinit. P. Gr., vol. 75, p. 1096). Anche in questo caso, nulla di proprio allo Spirito Santo, se non l’affinità speciale fondata sulle proprietà personali (Torneremo su questa controversia in una delle appendici, per interpretare più dettagliatamente tutti i testi dei Padri su cui si vedrebbe fondata la nuova teoria). E questo è ancora una volta ciò che Leone XIII ci chiarisce nella sua Enciclica sullo Spirito Santo, già citata più volte. « Questa mirabile unione (di Dio e dell’anima giusta), che è stata chiamata inabitazione, si distingue solo per la condizione o lo stato dell’abbraccio amoroso con cui Dio beatifica gli eletti in cielo. Ora, sebbene sia veramente prodotta dalla presenza di tutta la Trinità, secondo questa parola del Signore: … Noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Joan. XIV, 23), tuttavia è affermata soprattutto dello Spirito Santo. In effetti, anche nell’uomo perverso appaiono vestigia della potenza e della sapienza divina; ma per quanto riguarda la carità, che è come il carattere proprio dello Spirito Santo, solo l’uomo giusto ne partecipa. A ciò si aggiunga che lo stesso Spirito porta il nome di Santo, perché essendo il primo e supremo Amore, conduce le anime alla santità che, in ultima analisi, consiste nell’amore di Dio » (Encicl. Divinum illud munus). – Il pensiero del Santo Pontefice è tanto più chiaro, in quanto è manifestamente collegato alla dottrina dell’appropriazione da lui precedentemente esposta. Senza dubbio, qui non c’è una definizione dogmatica, ma il Maestro dei Cristiani non avrebbe detto una cosa simile, e senza ombra di esitazione, se non avesse considerato come indubbio il sentimento comune dei teologi che abbiamo difeso. Concludiamo quindi con l’Angelo della Scuola: « L’unione che si realizza con la grazia dell’adozione… è comune alle tre Persone (divine) e dal lato del principio e dal lato del termine » (S. Thom, III, D. 34, q.l. a. 3; col, 1, p. 19, 43, a. 4.).

FINE VOLUME PRIMO

LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (27)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (26)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimo ritiro di “Laudem Gloria,, (II.)

Sesto Giorno

Quelle anime sono vergini…

« E vidi: ed ecco l’Agnello eretto sulla montagna di Sion, e con lui centoquarantaquattromila che avevano scritto in fronte il nome di Lui e il nome del Padre di Lui; e udii una voce dal Cielo come rumore di molte acque e come di parecchi suonatori di arpa, ed essi cantavano un nuovo cantico innanzi al trono… e nessuno poteva ripetere il cantico se non quei centoquarantaquattromila… perché sono vergini. Quelli seguono P Agnello ovunque Ei vada » (Ap. XIV, 4). Vi sono degli esseri che, fin dalla vita terrena, fanno parte di questa generazione pura come la luce, e portano Già sulle loro fronti il nome « dell’Agnello e quello del Padre »: il nome dell’Agnello, per la loro somiglianza e conformità con Colui che san Giovanni chiama « il Fedele, il Verace » (Apoc. III, 14), e ci mostra rivestito di una tunica tinta di sangue; anche questi esseri, infatti, sono i fedeli, i veraci, e la loro veste è tinta nel sangue della loro continua immolazione. Portano in fronte anche il nome del Padre perché Egli irradia in essi la bellezza delle sue perfezioni, riflettendovi i suoi divini attributi; e le anime loro sono come altrettante corde che vibrano e cantano il cantico nuovo. Seguono l’Agnello ovunque Egli vada; e non solo nelle via larghe e facili, ma nei sentieri spinosi, fra i rovi pungenti; e tutto ciò perché queste anime sono vergini, cioè libere, distaccate, spoglie…: libere di tutto, meno che del loro amore; distaccate da tutto, specialmente da se stesse, spoglie di ogni cosa, tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale. Ma tutto questo, quale separazione dal proprio io non suppone! Quale morte! Ripetiamo con san Paolo: « Quotidie morior! » (1 Cor. XV, 31). Il grande santo scriveva ai Colossesi: « Voi siete morti e la vostra vita è nascosta in Dio con Gesù Cristo» (Col. III, 3). Ecco la condizione: bisogna essere morti; altrimenti, si potrà essere nascosti in Dio, ogni tanto, ma non si vivrà abitualmente nell’Essere divino, perché la sensibilità, le pretese dell’io e tutto il resto, verranno a farcene uscire. L’anima che fissa il suo Signore con quell’occhio semplice che rende luminoso tutto il corpo, è protetta dal « fondo di iniquità » (Salmo XVII, 24) che è in lei, e del quale si lamentava il Profeta; e il suo Dio la introduce in quel luogo spazioso (Salmo XVII, 20) che è poi Lui stesso, ove tutto è puro, tutto è santo. O morte in Dio, morte beata! O soave e gioconda perdita di sé nell’Essere amato, che permette alla creatura di esclamare:« Vivo, ma non più io; il Cristo vive in me; per cui la vita che ho adesso in questo corpo di morte, la vivo nella fede che ho nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso alla morte per me!» (Gal. II, 19-20).

Settimo Giorno

Niente altro che la gloria dell’Eterno

« Cœli enarrant gloriam Dei » (Salmo XVIII, 1): ecco che cosa narrano i cieli: la gloria di Dio. Poiché la mia anima è un cielo dove vivo nell’attesa della celeste Gerusalemme, bisogna che anche questo cielo canti la gloria dell’Eterno, niente altro che la gloria dell’Eterno. « Il giorno trasmette al giorno questo messaggio » (Salmo XVIII, 2). Tutti i lumi interiori, tutte le comunicazioni di Dio all’anima mia, sono questo giorno che trasmette al giorno il messaggio della Sua gloria. « Il precetto di Jahveh è puro », canta il Salmista, « ed illumina lo sguardo » (Salmo XVIII, 9). Per conseguenza, la mia fedeltà nel corrispondere ad ogni suo precetto, ad ogni suo interno comando, mi fa vivere nella luce sua; anche essa è un messaggio che annunzia la sua gloria. Ma, ecco la dolce meraviglia: « Jahveh, chi ti guarda, risplende  » (Salmo xviii, 6), esclama il Profeta. L’anima che, con la profondità del suo sguardo interiore, nella semplicità che la distacca da ogni altra cosa, contempla attraverso a tutto il suo Dio, quest’anima è risplendente: essa è un giorno che annunzia al giorno il messaggio della sua gloria. « La notte l’annuncia alla notte » (Salmo XVIII, 3): ecco una cosa davvero consolante: le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, persino le mie colpe, narrano la gloria dell’Eterno; e le mie sofferenze fisiche e morali celebrano anch’esse la gloria del mio Signore. Davide cantava: « Che cosa renderò a Dio per tutti i benefici che mi ha fatti? Prenderò il calice della salute » (Salmo CXV, 12-13). Se io lo prendo, questo calice imporporato dal sangue del mio Maestro e se, nel mio ringraziamento pieno di gioia unisco il sangue mio a quello della Vittima santa che lo rende partecipe in qualche modo del suo infinito, esso può dare al Padre una lode magnifica; allora, il mio dolore è un messaggio che annunzia la gloria dell’Eterno. «Là, (nell’anima che narra la sua gloria), Egli ha posto una tenda per il sole ». Il sole è il Verbo, è lo Sposo. Se Egli trova l’anima mia vuota di tutto ciò che non rientra in queste due parole: « il suo amore, la sua gloria », allora la sceglie per sua camera nuziale; « vi si slancia come un gigante che si precipita trionfatore nella corsa… ed io non posso sottrarmi al suo calore » (Salmo XVIII, 6-7). Questo « fuoco consumante » opererà la felice trasformazione di cui parla san Giovanni della Croce: « Ciascuno, egli dice, sembra essere l’altro, e tutti e due non sono che uno », per essere lode di gloria del Padre.

Ottavo Giorno

Si prostrano, adorano… depongono le loro corone

« Essi non hanno riposo né giorno né notte, e ripetono: Santo, santo, santo è il Signore, Dio onnipotente che era, che è, che sarà nei secoli dei secoli. … Si prostrano, adorano, depongono le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno Tu sei, o Signore, di ricevere la gloria e l’onore e la potenza… » (Apoc, IV, 8-11). Come imitare nel cielo dell’anima mia questa occupazione incessante dei Beati nel cielo della gloria? Come attuare questa lode, questa adorazione ininterrotta? San Paolo mi illumina in proposito quando scrive ai suoi: « Che il Padre vi fortifichi in virtù, per mezzo del suo Spirito, nell’anima vostra; affinché il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede e voi siate radicati e fondati nell’amore » (Ephes. III., 16-17): « Essere radicati e fondati nell’amore »: è questa, mi sembra, la condizione per assolvere degnamente il proprio compito di «laudem gloriæ ». L’anima che penetra e dimora nella « profondità di Dio» (I Cor. II, 10) e che fa tutto in Lui, con Lui e per Lui, con quella limpidezza di sguardo che le conferisce una certa somiglianza con l’Essere semplicissimo, quest’anima con ogni suo movimento, ogni sua aspirazione, ogni suo atto — per quanto comune sia — si radica sempre più profondamente in Colui che ama. Tutto, in lei. rende omaggio al Dio tre volte Santo; essa è, per così dire, un « Sanctus » perenne, una incessante lode di gloria. « Si prostrano, adorano, depongono le loro corone ». Prima di tutto, l’anima deve prostrarsi, immergersi nell’abisso del suo nulla, penetrarvi così a fondo, da trovare — secondo l’ineffabile espressione di un mistico — la pace vera e perfetta che nulla può turbare, perché si è sprofondata così in basso, che nessuno andrà a cercarla, laggiù. Allora potrà adorare. L’adorazione! ah, è una parola di cielo: mi sembra che possa definirsi: l’estasi dell’amore. È l’amore annientato dalla bellezza, dalla forza, dall’immensa grandezza dell’oggetto amato; l’amore che cade in una specie di deliquio, in un silenzio pieno, profondo, quel silenzio di cui parlava Davide quando esclamava: « Il silenzio è la tua lode » (Salmo LXIV, 2). Sì, ed è la lode più bella, perché è quella che cantasi eternamente nel seno dell’immutabile Trinità: ed è anche « l’ultimo sforzo dell’anima che trabocca e non può esprimersi più » (Lacordaire). « Adorate il Signore, perché Egli è santo» (Salmo XCVIII, 9), dice il Salmista; ed ancora: « Sempre Lo adoreremo a motivo di Lui stesso » (Salmo LXXI, 15). L’anima che si raccoglie in questi pensieri, che li penetra con quel « senso di Dio » (Rom. XI, 34) di cui parla san Paolo, vive in un cielo anticipato, al di sopra di tutto ciò che passa, al di sopra di se stessa. Sa che Colui che essa adora in sé possiede in sé ogni gloria ed ogni felicità e, gettando la sua corona dinanzi a Lui come i beati, si disprezza, non bada più a sé e, in mezzo a qualunque sofferenza e dolore, trova la sua felicità in quella dell’Essere adorato, perché ha lasciato se stessa ed è passata in un altro. Mi sembra che, in questo atteggiamento di adorazione, l’anima assomigli a quei pozzi di cui parla san Giovanni della Croce, in cui si raccolgono le acque che scendono dal Libano; vedendola, si può dire: « La città di Dio è rallegrata dal corso di impetuosa fiumana » (Salmo XLV, 5).

Nono Giorno

« Siate santi, perché io sono santo »

« Siate santi, perché io sono santo » (Lev. XIX, 2). Chi mai può dare un simile comando? Egli stesso rivelò il suo nome, quel nome che gli è proprio, che Egli solo può avere. « Sono — egli dice a Mosè — Colui che è » (ES. III, 14), il solo vivo, il principio di tutti gli esseri. « In Lui abbiamo l’essere, il moto, la vita » (Act. XVII, 28). « Siate santi, perché io sono santo »: mi sembra che questa sia la stessa volontà che venne espressa il giorno della creazione dalle parole divine: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen. I, 26). E il desiderio del Creatore non muta: sempre Egli vuole unirsi alla sua creatura, renderla simile a Sé. San Pietro dice che « siamo stati fatti partecipi della natura divina » (S. Piet. I, 4) e san Paolo ci raccomanda di « conservare salda questa base, questo inizio del suo Essere » che Egli ci ha dato (Ebr. III, 14); il discepolo dell’amore poi ci dice: « Già fin d’ora siamo figli di Dio, ma non si è ancora manifestato a noi quello che saremo. Sappiamo che … quando si mostrerà, saremo simili a Lui, perché lo vedremo quale Egli è, e chiunque ha questa speranza in Lui, si santifica, come Egli pure è santo (1 S. Giov. III, 2, 3). – Essere santi come Dio è Santo: questa, mi sembra è la misura dei figli del suo amore; non ha detto, infatti il Maestro: « Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto »? (S. Matt. V, 48). Parlando ad Abramo, Dio gli diceva: « Cammina alla mia presenza e sii perfetto » (Gen. XVII, 1). Dunque, camminare alla sua presenza è il grande mezzo per aggiungere quella perfezione che il nostro Padre dei Cieli richiede da noi. San Paolo, dopo essersi immerso nei divini consigli, rivelava la stessa cosa alle anime nostre, quando scriveva: « Dio ci ha eletti in Lui prima della creazione, affinché siamo immacolati e santi alla sua presenza, nell’amore » (Ephes. I, 4-5). – Ricorrerò ancora alla luce di questo santo, onde essere illuminata nel percorrere, senza deviarne mai, questa via magnifica della presenza di Dio dove l’anima procede « sola col Solo », sostenuta dalla « forza della sua destra » (Salmo XIX, 7) protetta dalle sue ali, senza paventare le insidie della notte, « né la freccia lanciata in pieno giorno, né il male che s’insinua nelle tenebre, né gli assalti del demone meridiano » (Salmo XC, 4-6).  –  « Spogliatevi dell’uomo vecchio secondo il quale siete vissuti nella vostra vita prima — mi dice — e rivestitevi dell’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio, nella giustizia e nella santità » (Ephes. IV, 4-5). Ecco tracciata la via: basta spogliarsi, per percorrerla secondo i desideri di Dio; e sì, morire a se stessi, perdersi di vista, credo che volesse intendere anche il Maestro quando diceva: « Chi vuol Seguirmi, rinunci a se stesso, e prenda la sua croce » (Matt. XVI, 24). – « Se vivrete secondo la carne — dice ancora l’Apostolo —— morrete; ma se, con lo spirito, darete morte alle opere della carne, vivrete » (Rom. VIII, 13). Questa è la morte che il Signore ci chiede e della quale è scritto: « La morte è stata assorbita dalla vittoria » (1 Cor. XV, 54). « O morte — dice il Signore — io sarò la tua morte » (Osea, XIII, 14); è come se dicesse: O anima, mia figlia adottiva, guarda me e allora non baderai più a te; dileguati interamente nell’Essere mio, vieni a morire in me, perché Io viva in te.

Decimo Giorno

In un eterno presente

« Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto » (S. Matt.). Quando il mio Signore mi fa sentire queste parole nel profondo dell’anima, mi pare di capire che Egli mi chiede di vivere, come il Padre, in un eterno presente, senza prima, senza poi, ma tutta nell’unità del mio essere in questo adesso eterno. E in che cosa consiste questo presente? Davide mi risponde: « Sarà adorato sempre a causa di Se stesso » (S. Matt. V, 48). Ecco l’eterno presente in cui « laudem gloriæ » si deve stabilire. Ma perché essa sia verace nella sua adorazione, perché possa cantare: « Io sveglio l’aurora » (Salmo LXVI, 15), bisogna che possa dire con san Paolo: « Per suo amore, ho perduto tutto » (Fil. III, 8), cioè: per Lui, per adorarlo sempre, mi sono isolata, separata, spogliata di me stessa e di ogni cosa, sia nell’ordine naturale che nell’ordine soprannaturale riguardo ai doni di Dio; perché un’anima che non sia così morta a se stessa e libera del proprio io, sarà per forza, in certi momenti, banale e naturale, e ciò è indegno di una figlia di Dio, di una sposa del Cristo, di un tempio dello Spirito Santo, Per premunirsi contro questa vita naturale, bisogna che l’anima sia tutta desta nella sua fede, col limpido guardo rivolto sempre al suo Maestro. Allora « camminerà — come cantava il Re-profeta — nell’innocenza del cuore, nell’interno della sua casa » adorerà sempre il suo Dio per Lui stesso, e vivrà ad immagine sua nell’eterno presente in cui Egli vive. –  « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre dei cieli » (S. Matt. V, 48). E Dio, ci dice san Dionigi, è il « grande Solitario ». Il mio Maestro mi chiede di imitare questa perfezione, di rendergli o essendo io pure una grande solitaria. L’Esser diino vive in un’eterna. sconfinata solitudine, da cui non esce mai, pur interessandosi ai bisogni delle sue creature. perché non esce mai da se stesso; e questa solitudine non è che la sua divinità. Affinché nulla mi distolga da questo bel silenzio interiore, devo porre le stesse condizioni, sempre: lo stesso isolamento, lo stesso distacco, lo stesso spogliamento. Se i miei desideri, i miei timori, i miei dolori, le mie gioie, se tutti i moti che derivano da queste quattro passioni, non saranno perfettamente ordinati a Dio, io non sarò solitaria; vi sarà del tumulto in me; occorre dunque la quiete, il sonno delle potenze, l’unità dell’essere, « Ascolta, figliola mia, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e il Re si innamorerà della tua belle sembra che sia un invito al silenzio; « Ascolta, tendi l’orecchio… ». Ma, per udire, bisogna dimenticare la casa paterna, cioè tutto quanto appartiene alla vita naturale, quella vita di cui intende parlare l’Apostolo quando dice: « Se vivrete secondo la carne, morrete » (Rom. VIII, 13). « Dimentica il tuo popolo »: è più difficilmente, perché questo popolo è tutto quel mondo che fa parte, per così dire, di noi stessi: la sensibilità, i granuli, i ricordi, le impressioni, ecc…, l’io, in una parola. Bisogna dimenticarlo, abbandonarlo; e quando l’anima ha fatto questo strappo, quando è libera da tutto ciò, il Re si innamora della sua bellezza, perché la bellezza, soprattutto quella di Dio, è unità.

LA GRAZIA E LA GLORIA (31)

LA GRAZIA E LA GLORIA (31)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO V

Conseguenze delle proprietà personali. Lo Spirito Santo è il principio di tutti i doni creati nell’ordine soprannaturale. È quindi l’anima del Corpo mistico di Gesù Cristo.

1. È lo Spirito Santo che ci rende figli di adozione e che trasforma i cuori degli uomini in santuari dove il Padre e il Figlio suo, Gesù Cristo, Nostro Signore, vengono ad abitare con Lui e attraverso di Lui. Noi abbiamo meditato su queste verità, così consolanti per noi e così gloriose per questo Spirito divino, e sappiamo in che senso debbano essere intese. – In virtù degli stessi principi, è a Lui che dobbiamo necessariamente attribuire tutti i doni di grazia creati, tutto ciò che da vicino o da lontano conduce alla santificazione degli uomini, al nostro complemento spirituale; in una parola, tutto ciò che fa sì che Dio si avvicini a noi e noi a Dio. I titoli personali che abbiamo considerato in Lui lo richiedono, e la legge di appropriazione non avrebbe la sua naturale applicazione se non se ne traesse questa conseguenza. Apriamo le Sacre Scritture e i monumenti dogmatici della Chiesa e vedremo quanto sia ampia la prassi, se possiamo esprimerci in questo modo, corrispondente alla teoria. – Ma per procedere in maniera più ordinata, consideriamo in successione: Gesù Cristo nostro Capo, i fedeli che ne sono le membra e la Chiesa che è il suo Corpo. – È ammirevole vedere con quale cura meticolosa il Vangelo ci mostri l’influenza dello Spirito divino nella missione del Salvatore degli uomini. È Lui che lo ha formato nel grembo immacolato della Vergine; che lo annuncia come il Re, tanto atteso da Elisabetta, Anna e Simeone (Luca,  1, 35, 41, 67, 68; II, 25 e segg.); che, scendendo visibilmente nel battesimo, gli rende una testimonianza ufficiale davanti al Precursore e al popolo (Matteo, III, 16; Giovannino, I, 33); che lo conduce nel deserto per prepararsi alla grande opera del suo Apostolato, nella solitudine, nella preghiera e nella penitenza, e che lo riporta indietro (Luca, V1, ecc.); Colui nel quale Dio fatto l’uomo opera i suoi miracoli, cosicché chiudere ostinatamente le orecchie alla loro testimonianza è un peccato contro lo Spirito Santo (Matt., XII, 28; Luca, XI, 20); Colui che lo fa sussultare di gioia al pensiero delle luci riversate sulle anime semplici (Luca, X, 21). – Cosa dobbiamo dire di nuovo? Se Gesù Cristo si offre per noi come ostia sanguinante, è per opera dello Spirito Santo (Ebr., IX, 146); se continua la sua opera di redenzione nel mondo attraverso la testimonianza degli Apostoli, questa testimonianza è opera dello Spirito Santo (Joan., XV, 26.7); infine, se lascia una Chiesa che perpetuerà la sua missione fino alla fine dei secoli, è ancora per mezzo del suo Spirito che la fonda, la forma, la conserva e la rende perennemente feconda. Così, dall’inizio alla fine, lo Spirito Santo presiede in Gesù Cristo al compimento della sua opera di grazia, amore, restaurazione e salvezza.

2. – Questo è ciò che Egli ha fatto nel Capo; non farà altrimenti con le membra? La stessa voce e la stessa autorità ci vietano di pensarlo. Ancor prima che Dio abbia preso possesso di un’anima, spetta allo Spirito Santo prepararne l’ingresso: questo è lo scopo di quelle illuminazioni ed ispirazioni interiori con cui lo Spirito Santo tocca il cuore dell’uomo (Conc. Trid, sess. VI, c. 5.), e che si chiamano grazie prevenienti. La sua azione e i suoi benefici non finiscono qui. In questa infinita varietà di grazie che ci vengono elargite con tanta liberalità dalla bontà divina, non ce n’è nessuna che non provenga da Lui (I Cor. XII; Ebr., II, 4). Quando, diventati figli di Dio, siamo trasformati di illuminazione in illuminazione, è Lui che compie questa meraviglia (I Cor. III, 18).  I gemiti ineffabili con cui attiriamo la misericordia e tocchiamo il cuore di Dio (Rom., VIII, 26); tutti gli atti salutari che sono i nostri meriti (Rom., VIII, 14); la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità; tutta la santità, la pietà, la mitezza (Gal. V, 22-23): tanti effetti e frutti della sua presenza nel profondo delle anime. Egli è lì a rinnovare la stessa novità (Tt. III, 5), ad attivare la nostra vita spirituale, a soccorrere le nostre infermità, a consolarci nelle nostre pene; rattristato, Egli stesso addolorato dalle nostre infedeltà; principio e pegno della nostra futura beatitudine (Rom. VIII, 14, 26; Atti IX, 31; Efes. IV, 30; II Cor. I, 22, ecc.). Bisogna pertanto sottolineare qui che i beni che ci vengono da Dio, non sono attribuiti allo stesso titolo a questo Spirito divino. Tutti, è vero, devono essere attribuiti a Lui senza eccezioni, se li consideriamo o come doni o come effetti che contribuiscono all’opera della nostra santificazione, anche se da altri punti di vista possano essere attribuiti o al Padre o al Figlio stesso. Ma ce ne sono alcuni che, per la loro natura intima, richiedono più necessariamente la loro appropriazione da parte dello Spirito Santo. Tale è la carità tra tutte, perché la carità, non solo considerata come grazia, ma ancora inquadrata come carità, si riferisce soprattutto allo Spirito Santo. Non è forse di per sé una partecipazione creata di ciò che costituisce il suo carattere proprio, cioè dell’Amore infinito? – San Tommaso, nella magistrale spiegazione che dà degli effetti della grazia, appropriati allo Spirito Santo dalla Scrittura, pone il principio che lo Spirito Santo, diffondendo la carità in noi, ci rende amici di Dio (S. Thom., Gent., L. IV, c. 21 e 22). Vediamo ora le conseguenze che egli trae da questa verità capitale. Dunque, è allo Spirito Santo che dobbiamo attribuire la rivelazione dei misteri divini, secondo le parole del grande Apostolo. « L’occhio non ha visto, né l’orecchio ha udito, né il cuore dell’uomo ha compreso ciò che Dio ha in serbo per coloro che lo amano. Ma per noi, Dio ce lo ha rivelato per mezzo del suo Spirito » (1 Cor., II. 9,10.). Perché? Perché è nella natura dell’amicizia riversare i propri segreti nel cuore di un amico. « Non vi chiamerò più servi, ma amici”, disse Nostro Signore ai suoi discepoli, “perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi » (Gv. XV, 5). L’amicizia fa di due cuori un cuore solo. Ecco perché, dice Bossuet, ciò che un amico rivela al suo amico non gli sembra che lo produca al di fuori del proprio cuore. E siccome l’insieme delle rivelazioni divine è, fin dai primi giorni del mondo, o la manifestazione di segreti nascosti nelle profondità di Dio, o la loro promulgazione attraverso i secoli, da ciò deriva che lo Spirito Santo, in quanto autore di questa amicizia divina, è l’ispiratore dei Profeti, e che ha la missione di completare l’insegnamento di Gesù Cristo e di insegnarci ogni verità. (I Cor., XIV, 2; II Pt. I, 21; Joan. XIV, 5-18; XVI, 13). – Un amico non si accontenta di rivelare i suoi pensieri più intimi; ha bisogno di comunicare i suoi beni a colui che l’amore gli fa considerare come un altro sé. (I Joan. III, 17). Se questo si vede tra gli uomini, poveri e miserabili come sono, quanto più liberale deve essere Dio, Lui che è la stessa abbondanza e bontà? Ecco perché, secondo le Sacre Scritture, tutti i doni di Dio ci giungono attraverso lo Spirito Santo (II Cor. XII, 8). Spetta a Lui anche perdonare i peccati, secondo le parole del Signore: « Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali avrete rimesso i peccati, saranno perdonati i peccati » (Gv. XX, 22); poiché accettare qualcuno come amico, significa dimenticare la sua offesa. Nel libro dei Proverbi leggiamo anche che la carità copre molti peccati (Prov. X, 12). – Ancora, è lo Spirito Santo che, rendendoci amici di Dio, ci conduce a Dio attraverso la contemplazione e la libera osservanza dei suoi precetti divini. Per la contemplazione, perché l’amicizia, di cui Egli è fonte e modello, induce per sua natura a conversare familiarmente con Dio. Pertanto, spetta allo Spirito divino mettere nei nostri cuori affetti santi, farci contemplare la gloria del Signore ad occhi aperti e trasformarci a sua somiglianza. (II Cor, III,18). Con l’osservanza dei comandamenti divini, perché l’amicizia è l’unione delle volontà tra coloro che si amano. Ora, poiché la volontà di Dio ci viene manifestata dai suoi precetti, quanto più profondamente questo amore si radica in noi, tanto meglio conformeremo i nostri atti e tutta la nostra vita alla volontà divina; ed è questo che intende l’Apostolo quando scrive ai Romani: « Questi sono guidati e mossi dallo Spirito di Dio, coloro che sono figli di Dio. » – Ma dove lo Spirito Santo conduce con amore, non c’è più servitù: né la servitù delle passioni e del peccato, poiché la volontà tende con tutto il suo peso al vero bene; né la schiavitù della paura, poiché la carità la esclude dai cuori; né la schiavitù della legge, ché si osserva non con spirito da schiavo, ma da amico. Per questo lo stesso Apostolo ha potuto dire: Dove c’è lo Spirito del Signore, là c’è libertà (II Cor. III, 17); e ancora: Se siete guidati dallo Spirito, non siete più sotto la sua legge (Gal. V, 18). – Infine, la consolazione di cui abbiamo bisogno nei nostri dolori e nelle nostre prove viene dallo Spirito Santo (Salmo L. 18), da quello Spirito che porta il nome di Consolatore, perché fa abitare in noi Dio, l’Amico per eccellenza. Chi non sa che la più grande consolazione nel dolore è la presenza di un amico che lo attenua e spesso, se è tanto potente quanto buono, lo fa addirittura sparire? Ecco, almeno in sintesi, come il Dottore Angelico, partendo dall’idea che lo Spirito Santo sia l’Amore infinito di cui la carità, riversata nelle anime, è una partecipazione beata, dà conto delle funzioni speciali che gli sono attribuite dalle Scritture (S. Thom., c. Gent., L. IV, c.21, 22).

3. – Dopo aver parlato del Capo e delle membra, è giunto il momento di esaminare il ruolo dello Spirito Santo nel Corpo di Cristo che è la Chiesa di Dio. La santa Chiesa ha come missione la santificazione degli uomini e tutto in essa è legato alla perfezione soprannaturale dei figli di Dio. Essa è il dono del suo amore e il suo scopo è quello di ricondurci all’Amore eterno. È quindi evidente, secondo la legge dell’appropriazione, che è allo Spirito Santo che dobbiamo attribuire le sue istituzioni, i suoi ministeri, le sue ricchezze spirituali e i suoi mezzi di santificazione; Egli è, in una parola, l’Autore di tutto ciò che Essa è, di tutto ciò che ha, di tutto ciò che fa nell’ordine della salvezza. E poiché lo Spirito Santo è nei suoi doni, nulla è più vero delle parole di Sant’Ireneo: « Dove c’è la Chiesa, c’è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, c’è anche la Chiesa ed ogni grazia » (Sant’Ireneo, c. Hæres, L. III, c. 24, n. 1: P. Gr. t. 7, p. 966). – Scorrete i libri del Nuovo Testamento e vi stupirete nel vedere a quanti titoli e in quanti modi la Chiesa dipenda da questo Spirito divino. Se i quattro Vangeli sono la storia del Salvatore, potremmo dire degli Atti degli Apostoli che sono il Vangelo dello Spirito, tanto spesso vi si trovano il suo Nome, la sua presenza e le sue operazioni. E come per aggiungere una conferma dottrinale a ciò che ci appare dai fatti nella Chiesa nascente, gli Apostoli, e specialmente S. Paolo, nelle sue epistole, ci parla in ogni pagina di questo Spirito divino. È da Lui che proviene la gerarchia della Chiesa con il suo Magistero e la sua Autorità pastorale, il Sacerdozio con tutte le sue funzioni. I Pastori che governano la Chiesa sono stabiliti dallo Spirito Santo, consacrati, formati e diretti da Lui (S. Joan. XX, 21, ecc.). Essi insegnano come suoi organi; è Lui che, parlando per bocca loro (Atti, XX: 22, 28; VIII, 2.), rende infallibile la loro testimonianza (Atti, XV. 28; Joan., XV, 26); e l’arma con cui colpiscono l’errore è la spada dello Spirito (Efes., VI, 17). Che cos’è infine il Sacerdozio? Un ministero dello Spirito (II Cor., III, 8), ministratio Spiritus. Come abbiamo visto, è nello Spirito che il Fratello sovrano, Gesù Cristo Nostro Signore, ha offerto se stesso come vittima sull’altare della croce. Non era forse necessario che i Suoi rappresentanti, coloro che Egli ha nominato depositari del suo Sacerdozio, agissero con il medesimo Spirito quando celebrano i misteri divini in suo Nome? È per questo che la Chiesa, nel consacrarli, invoca su di loro la pienezza dello Spirito: è anche per questo che trovo questo stesso Spirito in tutti i Sacramenti della nuova alleanza: nel Battesimo, per fecondare le acque; nella Cresima, per essere l’unzione del Cristiano; nell’Eucaristia, per effettuare il misterioso cambiamento che fa del pane, il Corpo del Signore (Da qui le magnifiche invocazioni dello Spirito Santo sull’Offerta che si leggono nelle liturgie orientali); nella Penitenza, per rimettere i peccati (Joan, XX, 22, 23); nei Sacramenti dei fedeli morenti, affinché « la sua grazia guarisca i malati dai loro languori e dalle loro colpe »; negli Ordini, per far scendere sui ministri del santuario la pienezza dei suoi doni; nel Matrimonio, per formare l’unione degli sposi cristiani ad immagine di quella che Egli ha stabilito tra Cristo e la sua Chiesa; in tutti infine, per santificare coloro che li ricevono. Vedete l’infinita varietà di grazie con cui Gesù Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse adornata, affinché fosse chiaramente riconosciuta come sua: la grazia dei miracoli, il dono della profezia, il dono delle lingue ed altri ancora. Quale ne è la fonte? È lo Spirito Santo che li distribuisce, come vuole, a beneficio della Chiesa e dei suoi membri (1 Cor. XI tot.). Rom, XII 6, sq. Si vedano queste idee sviluppate a lungo e con grande maestria in R.P. Meschler S. J. “Le don de la Pentecôte“, c. 13-23. Parigi, P. Lethielleux, editore). – Queste poche indicazioni sono sufficienti per capire con quale verità si possa dire che lo Spirito Santo sia l’anima della Chiesa. « Lo Spirito Santo è per il Corpo di Gesù Cristo, cioè per la Chiesa, ciò che l’anima è per il corpo dell’uomo: ciò che quest’ultima fa in tutte le membra dello stesso corpo, Egli lo fa in tutta la Chiesa » (« Quod est anima sorpori hominis, hoc est Spiritus sanctus corpori Christi quod est Ecclesia; hoc agit Spiritus sanctus in tota Ecclesia quod agit anima in omnibus membris unius corporis ». S., Agost., serm. 967 in Pent, c. 4). Qual è il primo principio di unità, di vita e salute del corpo umano? L’anima, si potrebbe rispondere. Ma chi dà al Corpo mistico di Cristo la sua unità, la sua vita soprannaturale, la salute perfetta che è la santità, se non lo Spirito Santo? « Un solo corpo, un solo Spirito », ci grida S. Paolo. (Efesini, IV, 4); e come possiamo stupircene? Questo Spirito divino non è forse il legame del Padre e del Figlio, il loro bacio comune, la fonte da cui scaturisce la carità divina e unificante? – La storia della creazione ci mostra che Dio prende nelle sue mani l’argilla della terra e plasma amorevolmente per l’uomo un corpo che corrisponde alla sua dignità; ma perché questo corpo viva e abbia un’anima, ha bisogno del soffio della bocca divina. Così, tutto sommato, Gesù Cristo Nostro Signore formò faticosamente il Corpo mistico che doveva essere la sua Chiesa. Ma questo corpo, per essere vivo, agire e parlare, doveva ricevere da Cristo un doppio soffio: quello che trasse dal suo costato prima di lasciare la terra e l’altro, più potente, che inviò dal cielo nel giorno della Pentecoste. Questo è il principio immutabile della sua vita. Ho detto: il principio immutabile di questa unione dello Spirito Santo con la Chiesa non dipende dalla volontà degli uomini, come l’unione che Egli contrae con ciascuno dei membri in particolare. Lo Spirito di Dio può ritirarsi dall’anima più santa, non perché la abbandona Egli per primo, ma perché essa lo abbandona; così Egli non si ritirerà mai dalla Chiesa. Il soffio di Gesù Cristo gli ha consentito di abitare in Essa per sempre, ut maneat in æternum.

4. – Facciamo un’ulteriore duplice osservazione. La prima è che tutte queste considerazioni sulla dimora dello Spirito Santo in Gesù Cristo e nella Chiesa non ci hanno allontanato dal nostro tema principale. Infatti, come figli di Dio, noi siamo ad immagine di Gesù Cristo e figli della santa Chiesa. Quindi, mostrare la presenza e le operazioni dello Spirito Santo nell’uno e nell’altra, è dire cosa debba essere lo Spirito Santo e cosa sia realmente per noi. Saremmo una copia di Dio fatto uomo, se lo Spirito che ha penetrato tutta la sua vita diventasse estraneo alla nostra? E la Chiesa potrebbe riconoscere come figli degli uomini che non abbiano il suo Spirito come principio, motore ed ospite? – Una seconda osservazione è che ora possiamo sapere quale significato preciso dare a questa formula « appartenente all’anima della Chiesa ». Poiché lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa, appartenere alla sua anima significa avere lo Spirito Santo in sé attraverso la grazia e la carità. Ne consegue che i peccatori, anche se sono esteriormente membri della Chiesa, non sono uniti ad Essa nell’anima; o se lo sono, lo sono solo in modo molto incompleto, in quanto partecipano ancora alla sua influenza attraverso la fede, la speranza e gli altri atti in cui si rivela un residuo di vita soprannaturale. Ce ne sono degli altri, invece, che, senza essere mai stati uniti da alcun vincolo visibile alla Chiesa di Dio, sono tuttavia vivificati dalla sua anima, e per questa stessa anima appartengono all’unità invisibile del Corpo mistico di Cristo. Intendo dire quelle anime rette che nell’eresia, nello scisma o infedeltà, rispondendo fedelmente alla grazia, giungono alla giustificazione al di fuori delle vie ordinarie e senza l’aiuto dei mezzi esterni che sono stati predisposti per noi nella Chiesa che esse (incolpevolmente) ignorano. Questa è l’aggiunta alla dottrina che ho promesso quando ho parlato di Gesù Cristo, il nostro Capo (L. V, c. 4); ed è anche ciò che ci mostra la perfetta analogia tra il corpo naturale e il Corpo mistico di Gesù Cristo. – Come nel corpo naturale l’influenza del capo sulle membra non esclude l’influenza superiore da cui dipende la vita di tutto l’organismo, così in questo Corpo più spirituale e più divino l’azione vivificante del Dio fatto uomo, lungi dal rendere inutile l’assistenza dello Spirito Santo, la presuppone e lo richiede. Lo presuppone: se Gesù Cristo possiede questo triplice primato che lo rende Capo dell’umanità rigenerata, è perché è l’Unto dello Spirito Santo. Lo richiede: se lo stesso Gesù Cristo ci infonde, come Dio, questa stessa vita di grazia, è attraverso lo Spirito Santo, questo dono sostanziale del Padre e del Figlio, che lo riversa nelle anime donandocelo Lui stesso. È questo che ci fa capire la famosa formula con cui diversi Dottori antichi, e in particolare sant’Ireneo, riassumevano tutti gli elementi che costituiscono il Cristiano, figlio adottivo di Dio: un corpo, un’anima e lo Spirito (Lc 1,4), (L’uomo spirituale, l’uomo perfetto, l’uomo che porta nella fede non solo l’immagine, ma la somiglianza di Dio, racchiude lo Spirito Santo. « La carne, di per sé, non è l’uomo perfetto, ma il corpo dell’uomo, una parte dell’uomo. L’anima non è nemmeno l’uomo, ma è la sua anima, una parte dell’uomo. Lo Spirito non è l’uomo: non si chiama uomo, ma Spirito. La mescolanza e l’unione di questi tre principi è ciò che costituisce l’uomo spirituale e perfetto: commixtio autem et unitio horam omnium perfectum hominem efficit. – S. Iren. c. Hæres, L. V. c. 6, n.1; col. c. 9, n.1: P. Gr., t. 7, p. 1138 e 1144): i primi due uniti insieme nell’unità di una stessa natura; e questa natura anche realmente unita, ma accidentalmente, allo Spirito Santo. Poiché questo Spirito divino è tutto per noi, la nostra unità, la nostra vita, il principio da cui scaturiscono tutte le grazie che sono la nostra gloria e la nostra forza; …  Cristiani, non spegniamo lo Spirito Santo nelle nostre anime (I. Tess., V, 15). Lo spegne chiunque si sottragga alla sua dolce e benefica luce, chiunque lo costringa con gravi offese a ritirarsi da un cuore infedele. Non estinguiamolo, ma non irritiamolo nemmeno (Efes. IV, 30). Lo si contrista quando, per colpe pur solo relativamente lievi, stendiamo sulla superficie dell’anima una nube che la sottrae, almeno in parte, all’influenza salutare dei suoi raggi. Lo si contrista ancora anche quando, senza opporre resistenza alla sua volontà divina, non ci abbandoniamo così completamente all’impulso dello Spirito che può fare in noi e di noi ciò che vuole per la sua gloria e la nostra santificazione. E poiché ogni grazia viene da Lui, si degni di aggiungere a tante altre la grazia che ci impedirà di spegnerlo e contristarlo, Lui, sole e consolatore delle anime.

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)