DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (21)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (21)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO NONO (1)

Elevazione alla Trinità

(Commento)

« O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine,

Solitudine infinita, Immensità

in cui mi perdo… ».

O mio Dio, Trinità che adoro…

Guardare un’anima che prega, è sorprenderla nel momento della sua maggiore intimità con Dio, come il Sacerdote all’altare. L’orazione è la sintesi di un’anima: quale la preghiera, tale la vita. Tutto il genio dottrinale di un san Tommaso d’Aquino rifulge nel suo « Ufficio del santissimo Sacramento ». Lo stesso Verbo Incarnato non si sottrae a questa legge della nostra psicologia umana; e la sua « preghiera sacerdotale » è la suprema rivelazione del suo Cuore: Cuore di Cristo. Nulla manifesta meglio il suo amore per il Padre e la sua carità redentrice per i fratelli, quanto il movimento circolare di quest’Anima che parla al Padre della sua gloria e della consumazione di tutti nell’Unità: vi è tutto il suo mistero di « Cristo ». Così è della preghiera dei Santi. Suor Elisabetta della Trinità non ha scritto, come la santa Madre Teresa, un trattato sull’orazione; ma la sublime preghiera: « O mio Dio, Trinità che adoro… », ci dà la testimonianza più ricca sulla maniera tutta Carmelitana di concepire la vita di orazione: una comunione incessante con la Trinità. « La preghiera non consiste in una determinata quantità di orazioni vocali che ci si impone di recitare ogni giorno; ma in un’elevazione dell’anima a Dio, attraverso tutte le cose, la quale ci stabilisce in una specie di comunione continua con la Trinità Santa, semplicemente facendo tutto sotto il suo sguardo » (Lettera a G. de G… – Febbraio 1905.). Composta d’un sol getto, senza la minima correzione, in un giorno in cui tutto il Carmelo rinnovava i voti, questa preghiera è la sintesi della vita interiore di suor Elisabetta. I tratti essenziali della sua anima vi si ritrovano perfettamente delineati: la grande devozione della sua vita: la Trinità — la forma propria della sua vita di orazione: l’adorazione — la sua tenerezza appassionata per il Cristo « amato fino a morirne, amato sulla croce — infine lo slancio irresistibile verso i « Tre », « sua beatitudine, suo tutto, solitudine infinita in cui l’anima si smarrisce ». Non vi è nominata la Madonna, ma Essa c’è, lo si sente dalla stessa data autografa: novembre 1904, festa della Presentazione. Vi manca soltanto — e questo è da notare — l’eco dell’ascesa suprema: gli ampi orizzonti della sua vita di « lode di gloria » le sono ancora ignoti. Di fronte ad una tale preghiera, una delle più belle del Cristianesimo, abbiamo esitato a lungo, prima di arrischiarci ad un commento, provando qualche cosa di simile all’imbarazzo che deve provare l’esegeta o il teologo in presenza della preghiera sacerdotale di Cristo. Tutti gli umani commenti esegetici o teologici, per quanto sublimi siano, dispereranno per sempre di poter giungere ad esprimere la semplicità tutta divina dell’ultima preghiera di Gesù per l’unità: « Ut unum sint…» (S. Giov. XVII, 21). Ma abbiamo pensato alle tante anime contemplative per le quali questa elevazione alla Trinità è divenuta una delle preghiere più care, e costituisce tutto un programma di vita interiore in cui trovano il segreto dell’oblio di sé. Una Carmelitana ci scriveva: « Ognuna di queste parole mi introduce nell’orazione; è una preghiera che raccoglie la mia anima quanto i più sublimi trattati di mistica ». Avendo studiato molto da vicino, e per degli anni, quest’anima privilegiata, forse il commento che intraprendiamo sarà di qualche utilità per farne penetrare il senso vero e così profondo. Senza volere imporre al movimento di quest’anima essenzialmente contemplativa delle divisioni troppo rigide, mi sembra che si potrebbero distinguere in questa preghiera cinque aspetti principali:

1° – Un primo slancio spontaneo dell’anima verso quella Trinità che è divenuta il tutto della sua vita: « O mio Dio, Trinità che adoro… ».

2° – La descrizione del clima spirituale in cui si muove la sua vita contemplativa al centro dell’anima, in una atmosfera di pace immutabile: «Pacifica l’anima mia… ».

3° – Un movimento di tenerezza appassionata verso il suo Cristo « amato fino a morirne ». Le parole si incalzano, esprimendo, nel ritmo accelerato, l’impeto dei sentimenti un’anima il cui ideale ardentemente vagheggiato è di essere immedesimata con tutti i movimenti dell’anima di Cristo: « O mio Cristo adorato… ».

4° – Poi l’invocazione subitanea e successiva a ciascuna delle Tre Persone divine verso le quali è protesa la sua vita: « O Verbo eterno… O Fuoco divorante… E tu, o Padre… ». Si indugia soprattutto nel Verbo, più accessibile per la Sua Incarnazione ai nostri occhi di carne, con l’anima affascinata da questo « Verbo eterno, Parola del suo Dio ». Lo « Spirito d’amore» pure è invocato, ma perché compia in lei quasi una incarnazione del Verbo, ed essa sia per Lui un prolungamento di umanità nella quale il Padre possa ritrovare il volto di Cristo « in cui ha posto tutte le sue compiacenze ». Cristo è veramente al centro di questa sua preghiera, come tutta la sua vita.

5° – Un grido finale con cui si compie questa invocazione alla Trinità. Il tema dell’inizio: « O mio Dio, Trinità che adoro…» viene ripreso dalla sua anima di artista, ma ripreso con uno sviluppo ampio, con un largo movimento ritmico che trasporta definitivamente l’anima negli abissi della Trinità: « O miei Tre…, io mi abbandono a Voi come una preda!… ».

I.- O mio Dio, Trinità che adoro.

« O mio Dio! ». L’anima sua va dritta, non alle perfezioni divine, ma all’essenza, sorgente di tutti gli attributi; a Dio stesso. « Trinità! ». Non il Dio dei filosofi e dei sapienti, ma il Dio dei Cristiani e dei mistici: Padre, Verbo, Amore. Altre anime saranno più particolarmente attirate verso il Padre, come una santa Caterina da Siena, per esempio; o verso il Figlio quali una santa Geltrude, una santa Margherita Maria; oppure verso lo Spirito Santo; e la Chiesa le legittima tutte, queste forme di preghiera, poiché anch’Essa, nella sua liturgia, si rivolge ora al Padre, ora al Figlio, ora allo Spirito Santo. Il culto è indirizzato alle Persone che, nella Trinità, rimangono infinitamente distinte. Un san Tommaso d’Aquino poi, da vero teologo, rivolgerà particolarmente la sua devozione alla « Trinità nell’unità », raccogliendo in una formula sintetica tutta l’essenza del mistero. Suor Elisabetta della Trinità non è tanto colpita da questo aspetto intimo del mistero in se stesso, quanto invece occupata a scoprirvi il termine beato ed esplicito della sua vita di unione: « La Trinità: ecco la nostra dimora, la nostra cara intimità, la casa paterna donde non dobbiamo uscire mai » («Il paradiso sulla terra » – 1° orazione.). Bisognava sentire con quale accento di tenerezza, premendo le mani sul cuore come su di una presenza amata, ella parlava dei suoi « Tre! »: « Amo tanto questo mistero! È un abisso nel quale mi perdo ». « Che adoro!…». L’adorazione è la forma propria di questa vita di adorazione. Essa ama l’atteggiamento dei beati nella Città eterna, descritto negli ultimi capitoli dell’Apocalisse: « Si prostrano e adorano, gettando palme dinanzi al trono dell’Agnello ». Con questa forma principalmente adoratrice della vita di orazione, quanto siamo lontani da quella moltitudine di anime mendicanti che sembrano non accostarsi a Dio che con la mano tesa per ricevere! Da vera contemplativa che possiede il senso di Dio, ella, prima di tutto, gli rende omaggio in ragione delle di Lui perfezioni senza limite o, secondo la sua formula prediletta, « a causa di Lui stesso ». La sua anima religiosa si esprime con tutta naturalezza nell’atteggiamento che è il più fondamentale dinanzi a Dio: l’adorazione. La preghiera di supplica considera l’indigenza bisognosa di aiuto, il ringraziamento serba uno sguardo sui benefici ricevuti, l’espiazione è unita al ricordo dei peccati commessi; soltanto l’adorazione contempla Dio in se stesso, nell’eccellenza increata della sua Essenza e delle sue Persone. Dinanzi alla gloria del suo Dio, l’anima dimentica tutto: « L’adorazione è l’estasi dell’amore annientato dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza immensa dell’oggetto amato » (Ultimo ritiro – VIII giorno.). « Aiutami a dimenticarmi interamente». Il grande ostacolo della Carmelitana e di ogni anima contemplativa in generale, è il proprio io. « L’amor proprio non muore che un quarto d’ora dopo di noi », diceva sorridendo san Francesco di Sales, e i Santi hanno sferrato le loro più tremende battaglie contro se stessi per la distruzione di questo « io » così tenace. Del resto, non deve meravigliarci che persista così ostinatamente anche nelle grandi anime, anche in quelle da Dio predilette, fino al giorno in cui piaccia al Maestro, per una grazia tutta gratuita, di liberarle per sempre. Suor Elisabetta della Trinità, che Dio aveva destinato per vocazione speciale ad essere modello e patrona delle anime interiori, doveva imparare con la propria esperienza quale sia il grande scoglio di queste anime che Dio vuole profondamente raccolte in se stesse, per vivervi di Lui solo. La sua vita spirituale, per lungo tempo, fu ingombrata dal suo povero « io ». Ne soffriva. Ma nulla riusciva a liberarla. Questa liberazione sovrana dell’anima non può essere che il trionfo della grazia e uno degli effetti supremi dei doni dello Spirito Santo. Non a caso, dunque, ma sotto l’impulso di un pensiero che sempre l’assilla nell’intimo, ella, fin dalla seconda frase di questa preghiera sublime, ricade sopra di sé, ultimo gemito di un « io » che non tarderà a morire; « Aiutami a dimenticarmi interamente ». Tre giorni dopo la composizione di questa preghiera, tornava sullo stesso pensiero: « I Santi, quelli sì, avevano capito la vera scienza; la scienza che ci fa uscir da tutto e principalmente da noi medesimi, per slanciarsi in Dio e non farci vivere che di Lui » (Lettera alla signora A… – 24 novembre 1904). « Interamente…» . Comprendiamolo bene: « dimenticarsi interamente ». Non essere arrestati più da niente nello slancio verso Dio, né dagli avvenimenti esteriori, né dalle vicissitudini interiori… Suor Elisabetta della Trinità mira alto: si tratta di giungere a quella trasformazione in Cristo, che san Paolo esprime con formula ardita: « Non vivo più io, ma Cristo vive in me ». Quale oblio di sé, richiede! Quale morte! Il grande santo scriveva ai Colossesi: «Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Gesù Cristo in Dio ». Ecco la condizione: bisogna essere morti. Altrimenti, si può essere nascosti in Dio ogni tanto, ma non si vive abitualmente in questo Essere divino; perché la sensibilità e tutto il resto vengono a ricondurci fuori. L’anima non è tutta intera in Dio » (Ultimo ritiro – VI giorno). E ancora: « Mi sono isolata, separata, spogliata di tutto e di me stessa, tanto nell’ordine naturale che nell’ordine soprannaturale, anche riguardo ai doni di Dio; perché un’anima che non sia morta a se stessa, libera del proprio io, sarà per forza, in certi momenti, banale e umana; e ciò non è degno di una figlia di Dio, di una sposa di Cristo, di un tempio. dello Spirito Santo » (Ultimo ritiro – X giorno.).  – « Aiutami! ». Questa sovrana liberazione, nei Santi, è il trionfo supremo della grazia sulla natura. E suor Elisabetta della Trinità implora umilmente: « Aiutami! ». Noi sappiamo che Dio esaudì la preghiera della sua umile serva. Un anno dopo, poteva scrivere ad un’amica: « Vi pare che sia tanto difficile dimenticarsi? Se sapeste … invece, come è semplice! Ve ne confiderò il segreto, il mio segreto: pensate a quel Dio che abita in voi e di cui voi siete tempio. Ce lo dice san Paolo, possiamo dunque crederlo. A poco a poco, l’anima comprende che porta in sé un piccolo cielo dove il Dio d’amore ha stabilito il suo soggiorno, e si abitua a vivere nella sua dolce compagnia. Allora respira in un’atmosfera quasi divina; anzi, non è sulla terra che col corpo, e l’anima sua abita in Colui che è l’Immutabile. Ed eccone anche il metodo: non certo guardando e riguardando la nostra miseria, saremo purificate, ma guardando Colui che è la stessa purezza e santità » (Lettera alla signora A… – 24 novembre 1905.). « Per fissarmi in Te…». L’anima interamente sciolta da se stessa e giunta sulle purissime vette della montagna del Carmelo, entra definitivamente nel ciclo della vita Trinitaria: è stabilita in Dio. Questa intimità con Dio era divenuta così familiare a suor Elisabetta della Trinità, che le sembrava Egli stesse per comparire, da un momento all’altro, nel giro degli ampi chiostri: «Dio in me e io in Lui, oh! è la mia vita ». « Immobile e quieta, come se l’anima mia già fosse nell’eternità ». È uno dei frutti di questa spiritualità contemplativa; rapire l’anima alle sue preoccupazioni meschine ed a se stessa per fissarla in un’atmosfera di eternità. Ogni anima cristiana non dovrebbe considerarsi in esilio sulla terra? poiché la grazia del Battesimo ha deposto in lei il germe di quella esistenza immutabile, ed essa già vive per mezzo della fede, nella luce del Verbo. C’è una parola, nel Credo, ineffabilmente profonda, che esprime bene l’atteggiamento fondamentale di ogni anima di fede di fronte a questo mondo che passa: « Exspecto, attendo la vita eterna ». (Questo presentimento di eternità diveniva sempre più dominante, nell’anima della serva di Dio, a mano a mano che gli anni passavano. L’anima sua abitava già tutta quanta nell’al di là, invisibile, ma tanto vicino. Negli ultimi mesi, si udiva mormorare: « Egli non mi parla più che di eternità ». « Immobile e in pace… ». La pace occupa un posto di capitale importanza in questa dottrina spirituale; suor Elisabetta vi ritorna per tre volte nella sua breve preghiera: « Immobile e in pace come se la mia anima già fosse nell’eternità ». — « Che nulla possa turbare la mia pace ». — « Pacifica l’anima mia ». Questa pace che supera ogni senso non viene dalla terra, ma ha la sua origine in un attributo divino: « Nulla possa farmi uscire da Te, o mio Immutabile ». Sant’Agostino ce ne ha lasciato una definizione celebre: « Pax est tranquillitas ordinis: la tranquillità dell’ordine ». La pace spirituale è un’armonia delle potenze dell’unità, è la fusione dei loro sforzi verso un unico fine. Ha per principio Dio amato in tutto e al di sopra di tutto. I teologi lo sanno che la pace è uno degli effetti interiori della carità; sanno che in una anima tutta ordinata a Dio, regna la pace. Suor Elisabetta della Trinità ce ne ha dato delle spiegazioni conformi: « È fare l’unità in tutto il proprio essere per mezzo del silenzio interiore; è raccogliere tutte le proprie potenze per occuparle nel solo esercizio dell’amore » (Ultimo ritiro – II giorno.). « Se i miei desideri, i miei timori, le mie gioie o i miei dolori, se tutti i movimenti che derivano da queste quattro passioni non sono perfettamente ordinati a Dio, vi sarà del rumore in me e io non avrò la pace. Occorre dunque la quiete, il sonno delle potenze, l’unità dell’essere » (Ultimo ritiro – X giorno.). Allora, l’anima non ha più da temere i contatti esterni né le difficoltà interiori » (Ultimo ritiro – II giorno.), poiché « essendosi, la sua volontà, perduta nella volontà di Dio, le sue inclinazioni, le sue facoltà, non si muovon più che in questo amore e per questo amore» (« Il paradiso sulla terra » – 7° orazione.). « Le cose, lungi dall’esserle un ostacolo, non fanno che radicarla più profondamente nell’amore del suo Maestro » (Ultimo ritiro – VIII giorno). Nell’unità delle potenze tutte per Cristo vigilate e custodite, regna la pace immutabile. « Che ad ogni istante io mi immerga sempre più nelle profondità del tuo mistero ». Si rivela, in questa invocazione, l’anima ardente della santa Carmelitana, il suo desiderio di realizzare ogni giorno di più il perché fondamentale di ogni vita religiosa: tendere alla perfezione. Questa preoccupazione amorosa del più perfetto, che santa Teresa aveva fatto oggetto di un voto speciale, si ritrova nella sua figliola ad un grado eminente. È — perché non confessarlo? — l’impressione dominante che risulta in noi dai molti anni di contatto con suor Elisabetta della Trinità, è la rapidità, continuamente accelerata, del suo slancio verso Dio. Una Carmelitana di Digione che era con lei in grande intimità e della quale la serva di Dio diceva: « Noi siamo come le due parti di un’unica dimora », ci ha dichiarato che soprattutto la fine della sua vita durante gli ultimi otto mesi di infermeria fu un’ascesa ammirabile: « Non riuscivamo più a seguirla ». Ed ecco, allora, farsi per noi più luminosa questa frase che esprime così bene la sua avidità di perfezione sovrana: « Che, ad ogni istante, io mi immerga sempre più nella profondità del tuo mistero ». Era fermamente convinta che « ogni minuto ci è dato perché ci radichiamo sempre meglio in Dio, perché più viva sia la somiglianza col nostro divino Modello, più intima l’unione ». E il suo pensiero non cambierà. Nel ritiro che, come un testamento, compose per la sua sorella, riprenderà lo stesso pensiero, e con più ricca concisione, definendo la vita spirituale « una vita eterna incominciata, e in continuo progresso ».

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (22)

LA GRAZIA E LA GLORIA (22)

LA GRAZIA E LA GLORIA (22)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO IV.

L’ABITAZIONE SINGOLARE DI DIO NELL’ANIMA DEI SUOI FIGLI ADOTTIVI. IL FATTO E LA NATURA DI QUESTA ABITAZIONE

CAPITOLO VI.

Due corollari da trarre dai capitoli precedenti; immanenza reciproca tra i figli adottivi e Dio loro Padre; realtà dell’adozione per i giusti vissuti prima di Gesù Cristo.

.I. – La fede ci insegna che il Padre e il suo Figlio unigenito, pur conservando la loro distinzione personale, siano tuttavia uno nell’altro. « Non credete che io sono nel Padre e il Padre in me? » (Joan. XIV, 10-11) Questa è l’immanenza misteriosa espressa tra i teologi con la parola Circuminsessione: il Figlio nel Padre, il Padre nel Figlio, l’uno e l’altro nello Spirito Santo, e lo Spirito Santo in entrambi. Lungi da noi l’interpretazione bassa e volgare che farebbe riposare il dogma di questa immanenza reciproca sull’immensità delle Persone divine. È nel doppio articolo della nostra fede, l’unità della natura divina e la distinzione delle ipostasi, che dobbiamo cercarne la ragione fondamentale. « Io e il Padre mio siamo uno », cioè una sola e medesima cosa (Gv. X, 30). Si veda la distinzione tra il Padre e il Figlio: “Io e il Padre mio“; ma vedi anche l’unità della natura: “noi siamo uno; unum sumus“. Da qui questa conclusione che il Salvatore ha tratto nella continuazione dello stesso discorso: « Il Padre è in me e Io sono nel Padre mio » (id. X, 38). Diciamo meglio: non è una conclusione, ma la stessa verità che Egli afferma in termini diversi: tanto è manifesto che l’unità di natura nel Padre e nel Figlio non si possa spiegare senza la loro reciproca immanenza, e che la stessa immanenza richieda questa stessa unità. – Ecco perché i Padri del IV secolo, nelle loro controversie con gli ariani, provarono la consustanzialità del Figlio con il Padre con queste parole del Maestro: Io sono nel Padre e il Padre è in me. « Dio – diceva il grande Vescovo di Poitiers, Sant’Ilario – Dio non è in una natura estranea alla sua; Egli abita nel suo Figlio, il Figlio generato dal suo seno: Dio in Dio, perché Dio è da Dio » (« Non enim Deus in diversæ atque alienæ a se naturæ habitaculo est, sed in suo atque a se genito manet: Deus in Deo, quia ex Deo Deus est ». – S. Hilar. de Trinit. L V n-40). Da tutta l’eternità, il Padre comunica la sua natura al Figlio, e la sua natura è nel Figlio; o piuttosto è il Figlio, come è inseparabilmente il Padre. La natura del Padre nel Figlio e la natura del Figlio nel Padre, cos’altro è se non il Figlio nel Padre e il Padre nel Figlio, poiché entrambi sono identici alla loro natura? – Dal mistero di immanenza che è in Dio, scendiamo al mistero di immanenza che dobbiamo considerare nella creatura divinizzata dalla grazia. « Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. » » (I Joan. IV, 16) (Anche qui, non ci appelleremo all’immensità dell’universo per avere l’intuizione di parole così divine e consolanti. Questo sarebbe, ancora una volta, sminuire il mistero; infatti, l’Apostolo S. Giovanni non affermerebbe del giusto ciò che è universalmente appropriato per ogni creatura. Ancor meno attribuiremo a non so quale ſusione di nature l’esistenza reciproca di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio: poiché immaginare solo una tale mescolanza, sarebbe follia, insegnarla sarebbe blasfemia. Cosa dovremmo fare allora? Ricordarci che Dio per grazia fa entrare i suoi figli adottivi nella partecipazione della sua stessa natura. Se l’Essere soprannaturale che Egli infonde nelle loro anime non è certo la sua stessa natura, è almeno però la più alta espressione creata di essa: tant’è che basta a costituire dei figli che portino l’immagine del Padre celeste, che vivano della Sua vita, dèi da Dio. Perciò, in quanto sono figli, la natura divina e Dio con la sua natura è in loro; e viceversa, essi stessi sono in Dio, poiché la natura di cui partecipano è la natura di Dio. « Filippo – disse Gesù – chi vede me vede il Padre. Come dici allora: mostraci il Padre? Non credete voi che Io sia nel Padre e il Padre in me?… Il Padre, che è in me, compie Egli stesso le opere ». (Joan. XIV, 9-19). Queste parole del Figlio unigenito, l’uomo giusto, figlio di adozione, soprattutto colui in cui le opere corrispondono alla nascita, può, in una certa proporzione, applicarle a se stesso, non certo per glorificare se stesso, ma per esaltare Colui che fa cose così grandi in lui. Chi mi vede conosce Dio, mio Padre, perché io sono uno specchio in cui brilla il volto divino, un ritratto di se stesso che Lui solo ha fatto in me, comunicandomi la sua grazia. Chi vede Dio vede me, se non nella mia individualità, almeno nell’ideale divino che ha contemplato e che si è degnato di riprodurre in me. E quando opero come figlio di Dio, quando non sono io che vivo, ma Gesù Cristo che vive in me, è Lui stesso dentro la mia anima che compie le opere per mezzo del Suo Spirito divino. – Mi si potrebbe forse obiettare che questo ragionamento cerchi di dimostrare che ogni padre è nel figlio e ogni figlio nel padre; la sostanza dell’uno non è più distinta dalla sostanza dell’altro di quanto la grazia, la natura partecipata, sia distinta dalla natura increata da cui deriva. Non voglio tanto meno contraddire questo fatto, poiché l’uso universale qui testimonia la voce del sangue. Quale padre c’è che non si senta ravvivato in suo figlio; e quale figlio c’è che non si senta onorato o ferito in suo padre? Confesso anche che, dal punto di vista della comunità di natura, l’unione di un padre mortale con suo figlio prevalga sull’unione dell’uomo giusto con il suo Dio. Ma, d’altra parte, quest’ultima unione si presenta con un privilegio incomparabile. Nell’ordine della natura, niente è più transitorio nel suo atto, che la comunicazione da parte di un padre a suo figlio della sua stessa sostanza. Ma quando si tratta del Padre che è Dio, l’azione generativa con la quale Egli procrea i figli adottivi, essendo sovranamente intima, è anche sovranamente permanente da parte di Dio, poiché solo il peccato può fermarne gli effetti. – I Padri, per darcene un’idea, la paragonano all’impressione di un sigillo su di una cera essenzialmente morbida. Se si vuole che la figura che si forma su questa cera a sua somiglianza rimanga lì, non si deve togliere il sigillo. È così – essi dicono – che Dio fa i figli che adotta a sua immagine, ma con la differenza che la cera e il sigillo si toccano solo in superficie, mentre Dio penetra e fa penetrare con sé nella cera la sua impronta viva e attiva, come il sigillo divino di cui è la copia. – « Mettimi come un sigillo sul tuo cuore », dice lo sposo alla sposa nel Cantico (Cant. VIII, 6). Cosa voleva egli? Perfezionare la somiglianza e l’unione con un’applicazione sempre più intima di sé. E questo, mi sembra, sia il significato profondo rivelatoci da San Paolo nei testi in cui ci presenta come sigillati (signati = segnati con un sigillo) da Dio nello Spirito Santo (II Cor. 1-22; Ef. I, 13; 1V, 30). – Non vedete Dio doppiamente immanente in noi? Immanente attraverso la grazia creata, l’immagine vivente della sua natura. Immanente per la sua stessa natura, cioè per la grazia increata, poiché l’una è inseparabile dall’altra, come l’impronta del sigillo che la forma e la conserva. Egli segue la partecipazione della sua natura con la sua essenza; la segue con il suo amore: infatti, secondo la bella parola di S. Dionigi l’Areopagita: « Amor divinus est extasim ſaciens, l’amore di Dio è estatico » (S. Dionigi. Ar. de div. Nom, 6. IV, § 13), come se Dio, in forza di questo amore, uscisse in qualche modo da se stesso verso l’oggetto delle sue compiacenze divine e si donasse a lui. – Abbiamo detto a lungo su quali basi e in che modo abbiamo Dio in noi. Anche se abbiamo avuto occasione di mostrare più di una volta come siamo in Lui, è ancora necessario mettere questa verità in una luce maggiore. Non c’è bisogno di lunghe considerazioni o di nuovi principi. Ripercorriamo semplicemente nella nostra mente ciò che Dio fa per i suoi figli e come li ami. « Dio non è lontano da ciascuno di noi, perché in Lui abbiamo vita, movimento ed essere » (Act. XVII, 28-28). – L’Apostolo, quando parlava così, si poneva soprattutto dal punto di vista dell’ordine naturale. Quanto più vere appariranno queste stesse parole se applicate all’ordine della grazia! – Sì, siamo in Dio: perché in quest’ordine Dio, Dio solo, non solo è la prima causa efficiente dei suoi doni, ma non c’è, né può esserci, nessun’altra causa principale con Lui. Se Egli si degna di impiegare le creature nell’opera della nostra santificazione, è come degli strumenti che da soli non hanno alcuna proporzione con l’effetto da produrre. Noi siamo in Dio: perché in quest’ordine Egli ci avvolge da ogni parte e nella nostra interezza, sostanza, facoltà spirituali, corpo medesimo; ci avvolge, io dico, e mille e mille altri con noi, nell’unità della stessa famiglia adottiva. Noi siamo in Dio, immersi e riscaldati nel suo cuore, perché Egli ci ama come suoi figli adottivi, come amici, come altri se stesso, fatti a sua immagine, generati dal suo seno paterno e vivi della sua vita. Noi siamo in Dio; perché se l’Apostolo San Paolo, nel suo amore per i fedeli di Corinto, poteva scrivere loro: « Vi porto nel mio cuore, in vita e in morte: o Corinzi il mio cuore si è dilatato per ricevervi » (II Cor., VIII, 3; VI, 11-12.), come potremmo essere allo stretto nel cuore del nostro grande Dio? Noi siamo in Dio: poiché Egli ci circonda con la sua potenza per proteggerci; con la sua infinita saggezza per dirigerci; con la sua misericordiosa bontà per inondarci di ineffabili benefici, mentre aspettiamo che ci porti nella sua eterna beatitudine che è Lui stesso, “intra in gaudium Domini tui“. (Matt. XXV. 23). Noi siamo in Dio: infatti, se lo amiamo come figli, questo amore ci condurrà naturalmente a Lui, poiché l’amore è estatico, cioè lega intimamente al suo oggetto sia i pensieri che i cuori di coloro che possiede (S. Thom. 1. 2, q. 28, a. 2 e. 3). – Questa mutua immanenza dei figli adottivi in Dio loro Padre, e del Padre nei figli, è il benedetto frutto millenario della preghiera del Figlio unigenito: « Come tu, Padre mio, sei in me e io in te, siano essi consumati in uno » (Gv. XVII. 21-23). E ancora: « Padre mio, voglio che là dove sono Io, siano con me anche quelli che Tu mi hai dato, perché vedano la gloria che Tu mi hai dato » (Ibib. 24). Ora, la dimora del Figlio è il seno del Padre (Gv. I, 18). – San Bernardo è ammirevole quando parla dell’immanenza reciproca che nasce dall’amore di Dio per la sua creatura e della creatura per il suo Dio. Dopo aver ricordato il famoso testo in cui Nostro Signore dice ai Giudei: « Io e il Padre mio siamo una cosa sola (unum) » (Gv. X, 30), continua in questi termini: « Poiché il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre » nulla manca alla loro unità; essi sono veramente e perfettamente uno. L’anima, dunque, per la quale è bene aderire al Signore (Ps. LXXII, 28), non si lusinghi di essere perfettamente unita a Lui, finché non abbia sentito che inabiti in essa e che essa stessa abita in Lui. Non che essa sia allora una cosa sola con Dio, come il Padre e il Figlio sono una cosa sola, sebbene aderire a Dio sia essere un solo spirito con Lui (1 Cor. VI. 17). Questo l’ho letto, ma quello non l’ho mai letto. Io non parlo di me stesso, che non sono niente; ma nessuno in cielo o in terra, a meno che non sia un pazzo, oserebbe applicare a se stesso questa parola del Figlio unigenito: Io e il Padre siamo una cosa sola. – Eppure io, uomo fatto di polvere e di cenere, basandomi sull’autorità della Scrittura, non temo di dichiararmi un solo spirito con Dio; sì, lo dirò, se per segni certi so di aderire a Dio, come uno di quelli che, per la carità, dimorano in Dio e in cui Dio dimora… perché è di questa unione che sta scritto: « Chi aderisce a Dio è un solo spirito con Dio. » Che dunque? Il Figlio unigenito dice: « Io sono nel Padre e il Padre è in me » (Gv. XIV, 11), e noi siamo uno; e l’uomo a sua volta dice: « Io sono in Dio e Dio è in me, e noi siamo un solo spirito » (I Cor. VI, 17). – San Bernardo spiega poi magistralmente ciò che distingue la doppia immanenza: l’una fondata sull’unità della natura, l’altra sulla comunione delle volontà e dei cuori. Continua, parlando della seconda: « unione felice, se l’hai sperimentata, nulla, se la confronti con la prima. Lo sapeva per esperienza, colui che gridava: « È bene per me aderire a Dio » (Salmo, LXXII. 28). Sì, è buono, che si aderisca a Lui con tutto il cuore. Chi allora aderisce perfettamente a Dio? Colui che, dimorando in Dio, perché è amato da Dio, attira Dio in sé con un amore reciproco. Perciò, poiché l’uomo e Dio sono in ogni modo attaccati l’uno all’altro; poiché un amore reciproco e il più intimo, li fa passare, per così dire, l’uno nel grembo dell’altro, come si può dubitare che Dio sia nell’uomo e l’uomo in Dio?» (« Quis est qui perfecte adhæret Deo, nisi qui in Deo manens, tanquam dilectus à Deo, Deum nihilominus in se traxit vicissim diligendo. Ergo eum undique inhærent sibi homo et Deus, inhærent autem undique intima mutuaque dilectione, inviscerali alterutrum sibi, per hoc Deum in homine, et hominem in Deo esse haud dubie dixerim. » – S. Bernard. serm,. 71 in Cant. n. 6, 10.).

2. – Dalle considerazioni precedenti emerge una conclusione molto importante: non si può ammettere come assolutamente vera l’opinione che farebbe della missione dello Spirito Santo, o, il che equivale alla stessa cosa, della dimora della Trinità nelle anime, e di conseguenza dell’adozione, il privilegio esclusivo del Nuovo Testamento. Perché o dobbiamo negare la grazia santificante ai giusti che hanno preceduto la consacrazione della nuova legge con la morte del Salvatore, o questi giusti erano essi stessi i templi viventi dello Spirito Santo. È impossibile sfuggire a questo dilemma: perché questa dimora divina è essenzialmente legata al possesso della grazia. Come non c’è e non può esserci alcuna dimora soprannaturale della Trinità in un’anima, se non nella grazia e attraverso la grazia, così la stessa grazia presuppone assolutamente la presenza sostanziale di Dio, sia come suo principio efficiente, sia come termine a cui questa grazia unisce chi la possiede. Non c’è bisogno di ritornare su affermazioni pienamente dimostrate negli ultimi capitoli (L. IV, c. 3 in fine). Inoltre, non ci mancherebbero testimonianze esplicite, se avessimo bisogno di ricorrere ad esse, per rafforzare la nostra conclusione. Ecco, come esempio, un testo di Sant’Agostino che cito tanto più volentieri perché è esso stesso basato sull’autorità delle Scritture. Il grande Vescovo chiede quale significato si debba dare a queste parole dell’evangelista: « Lo Spirito Santo non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora entrato nella sua gloria ». – Cosa intendere con queste parole, se non che ci sarebbe stata, dopo la glorificazione di Cristo, una missione dello Spirito Santo, come quella che non aveva avuto luogo fino ad allora? Certo, lo Spirito Santo era già venuto, ma non in questo modo. Se non fosse stato dato fino a quel momento, che cos’è Colui che ha riempito i Profeti e li ha ispirati con oracoli divini? Non fu forse detto di Giovanni il Battista: « Egli sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre »? Non era forse Zaccaria, suo padre, anche lui pieno di Spirito Santo? Vogliamo negare questo Spirito divino a Maria, quando parla profeticamente del Figlio del suo grembo; a quei due santi vecchi, Anna e Simeone, quando riconoscono la grandezza del Cristo bambino? Non vedo cosa possa essere addotto per invalidare queste testimonianze della Scrittura. Il testo evangelico non ci permette di rispondere che si parli solo dell’operazione dello Spirito Santo per questi giusti, mentre poi a Pentecoste si fece presente con la sua propria sostanza. Come allora – egli continua – lo Spirito non è stato ancora dato, perché Gesù non era ancora glorificato? Perché questo dono o missione dello Spirito Santo doveva avere, nell’avvento promesso, una proprietà mai vista prima. Da nessuna parte, infatti, si legge che gli uomini, alla discesa dello Spirito Santo in loro, parlarono in lingue a loro sconosciute fino ad allora, come si vide nel giorno di Pentecoste » (S. Agostino de Trinit., L. 1, n°29; Cf. S. Leone M., Serm. de Pent. 3, a.1) Così, per S. Agostino la differenza non va cercata nella venuta dello Spirito Santo stesso, ma nella natura dei doni che lo accompagnano e lo manifestano. – Anche se l’opinione che ho riportato è inammissibile in sé, dobbiamo tuttavia riconoscere, dal punto di vista che ci occupa, una doppia prerogativa per la nuova Alleanza. È, prima di tutto, una verità del tutto indubbia che la inabitazione di Dio nelle anime e la missione dello Spirito Santo appartengano al Nuovo Testamento e non all’Antico, se consideriamo l’uno e l’altro in ciò che sono esclusivamente propri. L’antica Legge, da sola, era impotente a produrre la santità interiore che è la prerogativa e la norma dei figli di Dio. Essa generava per la servitù, in servitutem generans; e la sua missione pedagogica era di condurre gli uomini alla legge della grazia, a Cristo, (Galat., III, 24 – VI. 24 « Quamvis nec lex per Moysen data potuerit a quoquam homine regnum mortis auferre, erant amen et legis tempore homines Dei, non sub lege terrente, convincente, puniente, sed Sub gratia delectante, sanaute, tiberante. rant qui dicerent : côr mundum crea in me, Deus, et Spiritum rectum innova in visceribus meis, et Spiritu principali confirma me, et Spiritum sanctux tuum ne auferas à me… Neque enim qui nobis ista fideli dilectione prophetare potuerunt, eorum ipsi participes non fuerant.….. et illi per gratiam D. N. Jesu Christi Salvi facti Sunt, non per legem Moysi, per qua non sanatio sed cognitio facta est peccati. Nunc autem sine lege justitia Dei manifestata est. Si ergo nunc manifestata est, etiam tunc erat, sed occulta ». S. August., de Pecc. orig. cont. Pelag., n. 29). Se essi parteciparono, come noi, alla filiazione divina, è perché il Sangue della nuova alleanza che doveva scorrere un giorno, sul Calvario, si rifletteva in qualche modo sui credenti delle età precedenti per renderli, in anticipo, altrettanti Cristiani (August, Retract. I, c. 13). – Inoltre, per quanto abbondante possa essere stata l’effusione della grazia e dello Spirito Santo in alcuni dei giusti, poiché tuttavia, il prezzo della salvezza nostra non era ancora stato pagato; poiché Dio stava elargendo, come a credito, i benefici soprannaturali che dovevano essere acquistati dal sangue del Redentore; poiché  i nostri Sacramenti, queste fontane della grazia, non la versavano a fiotti; in una parola, poiché l’economia dei figli non aveva ancora sostituito quella degli schiavi della Legge, Dio versava comunemente la sua grazia con più parsimonia nei cuori. Ora, poiché l’inabitazione divina è commisurata alla grazia, ne consegue naturalmente anche che l’unione dello Spirito Santo con le anime dovesse essere, in generale, più rara e meno perfetta di quanto sia diventata sotto la nuova Legge. C’è ancora un’altra causa di inferiorità per i tempi che precedettero il Sacrificio cruento compiuto sul Calvario e la fondazione della Chiesa. È che la dimora di Dio nelle anime si presenta nel Cristianesimo con caratteristiche sconosciute ai tempi antichi. Da tempo immemorabile, l’uomo in stato di grazia è il tempio di Dio; ma chi può dire quanto più nobile e sacro sia diventato questo tempio da quando l’eterno Figlio di Dio ne abbia fatto la dedicazione con l’attuale aspersione del suo sangue divino? – Voi avete in voi la carità: siete per questo stesso fatto un tempio, e questo vi è comune con tutti i giusti; ma di quale maestà, di quali privilegi non si arricchisce questo tempio, incorporato com’è dal Battesimo nel tempio vivente che è l’umanità di Cristo; consacrato dall’olio santo nella Cresima; santificato nell’Eucaristia dalla carne stessa di Cristo, di cui diventa il tabernacolo; dedicato dall’Ordine a funzioni così sublimi che sarebbero l’invidia degli Angeli? – Ecco il tempio della nuova Alleanza, e la singolare dignità che ci autorizza a dire che la grazia dell’inabitazione divina è, in una maniera ed in una misura speciale, per i Santi e per il tempo della legge di Cristo, sebbene nella sostanza essa appartenga a tutti i Santi come a tutti i tempi (Cfr. Franzelin, de Deo trino, thes. 48; S, Thom. 1. p, q. 43, to. 6 ad 1; I D. 15, q. 5 a. 2.). Ora, quello che abbiamo detto sulla grazia e sul tempio deve essere inteso per adozione, poiché la qualità dei figli è proporzionata allo splendore dell’una e all’abbondanza dell’altra (Pur essendo in verità figli di Dio, aspettiamo l’adozione – Rom. VIII, 23 -, perché gemiamo in esilio, lontani dalla dimora e dall’eredità del Padre. Come noi non siamo ancora figli se paragonati ai beati abitanti del cielo, così i giusti vissuti prima di Cristo, per i quali il cielo era chiuso, possono essere chiamati servi e non figli, se paragonati a noi). – Tutta questa dottrina potrebbe essere confermata dall’autorità di mille testimonianze oltre a quelle già riportate (Cfr. ad esempio S. Leon. M., Serm. di Pent. 2, c. 3; 3, c. 1. S. Thom. 1 p. q. 95 a, 1, ad 2). Ma ne voglio aggiungere solo una, quella di Leone XIII, nella sua lettera Enciclica sullo Spirito Santo, dove è esposto con mirabile chiarezza. (« È verissimo che anche nei giusti vissuti prima di Cristo vi fu lo Spirito Santo con la grazia, come leggiamo dei profeti, di Zaccaria, del Battista, di Simeone e di Anna, giacché non fu nella pentecoste che lo Spirito Santo incominciò ad abitare nei Santi la prima volta, in quel dì accrebbe i suoi doni, mostrandosi più ricco, più effuso. (Leo M.. hom. 3 de Pentec.).Erano sì figli di Dio anch’essi, ma rimanevano ancora nella condizione di servi, perché anche il figlio « non differisce dal servo, finché è sotto tutela » (Gal. IV,1-2); e poi mentre quelli furono giustificati in previsione dei meriti di Cristo, dopo la sua venuta molto più abbondante è stata la diffusione dello Spirito Santo nelle anime, come avviene che la mercé vince in prezzo la caparra e la verità supera immensamente la figura. La qual cosa è espressa da san Giovanni là dove dice: « Non era ancora stato dato lo Spirito Santo, perché Gesù non era stato ancora glorificato » (Gv. VII, 39); ma non appena Cristo, “ascendendo al cielo”, ebbe preso possesso del suo regno, conquistato con tanti patimenti, subito ne « dischiuse con divina munificenza i tesori, spargendo sugli uomini i doni dello Spirito Santo » (Ef. IV, 8); non già che prima non fosse stato mandato lo Spirito Santo, ma certo non era stato donato come fu dopo la glorificazione di Cristo. La natura umana è essenzialmente serva di Dio: “La creatura è serva, noi per natura siamo servi di Dio“;anzi, infetta dall’antico peccato, la nostra natura cadde tanto in basso che noi divenimmo odiosi a Dio: « Eravamo per natura figli d’ira » (Ef. II, 3). E non vi era forza che bastasse a rialzarci da tanta caduta, a riscattarci dall’eterna rovina. Ma quel Dio, che ci aveva creati, si mosse a pietà, e per mezzo del suo Unigenito sollevava l’uomo ad un grado di nobiltà maggiore di quella donde era precipitato. (Aug. De. Trinit., L. IV, x. 20) » Encycl. Leonis XIII, Divinum illud munus 1897).

LA GRAZIA E LA GLORIA (23)

FESTA DEL SS. NOME DI MARIA (2022)

FESTA DEL SS. NOME DI MARIA (2022)

Doppio magg. – Paramenti bianco

Questa festa fu istituita da Innocenzo XI in ricordo della vittoria riportata contro i Turchi sotto le mura di Vienna il 13 settembre 1683. La Messa esalta la grandezza e la potenza el Nome di Maria, al quale anche i grandi della terra chiedono aiuto e protezione (Intr. – Oraz.). Perfino l’Arcangelo Gabriele pronunziò questio nome con sommo rispetto e venerazione (Vang. – Offert.). Tu pure saluta ed invoca Maria in ogni bisogno della tua vita; parla spesso di Ella che ha promesso la vita eterna a chi illustrerà il suo Nome (Epist.)

[A, Mastrorigo: Messale romano quotidiano. Vicenza – Casa editrice Favero, 1953]

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

… Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XLIV:13;15-16
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.

Ps XLIV: 2
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.

V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.

Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.

[I ricchi del popolo implorano il tuo volto. Dal re sono introdotte le vergini con lei: le sue compagne ti sono portate con festevole esultanza.

Vibra nel mio cuore un ispirato pensiero, mentre al Sovrano canto il mio poema.

V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

I ricchi del popolo implorano il tuo volto. Dal re sono introdotte le vergini con lei: le sue compagne ti sono portate con festevole esultanza].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Orémus.

Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut fidéles tui, qui sub sanctíssimæ Vírginis Maríæ Nómine et protectióne lætántur; ejus pia intercessióne a cunctis malis liberéntur in terris, et ad gáudia ætérna perveníre mereántur in cœlis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Concedi benigno, o Dio onnipotente, che i tuoi fedeli, che si rallegrano del Nome e della protezione della Vergine Maria, per la sua protezione, siano liberati da ogni male in terra e meritino di pervenire ai gaudi eterni in cielo.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli 24:23-31
Ego quasi vitis fructificávi suavitátem odóris: et flores mei fructus honóris et honestátis. Ego mater pulchræ dilectiónis et timóris et agnitiónis et sanctæ spei. In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis. Transíte ad me, omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini. Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum. Memória mea in generatiónes sæculórum. Qui edunt me, adhuc esúrient: et qui bibunt me, adhuc sítient. Qui audit me, non confundétur: et qui operántur in me, non peccábunt. Qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.
R. Deo grátias.

[Come una vite, io produssi pàmpini di odore soave, e i miei fiori diedero frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza. In me si trova ogni grazia di dottrina e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, voi tutti che mi desiderate, e dei miei frutti saziatevi. Poiché il mio spirito è più dolce del miele, e la mia eredità più dolce di un favo di miele. Il mio ricordo rimarrà per volger di secoli. Chi mangia di me, avrà ancor fame; chi beve di me, avrà ancor sete. Chi mi ascolta, non patirà vergogna; chi agisce con me, non peccherà; chi mi fa conoscere, avrà la vita eterna].

Graduale

Benedícta et venerábilis es, Virgo María: quæ sine tactu pudóris invénta es Mater Salvatóris.
V. Virgo, Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja, allelúja.
V. Post partum, Virgo, invioláta permansísti: Dei Génitrix, intercéde pro nobis. Allelúja.

[Tu sei benedetta e venerabile, o Vergine Maria, che senza offesa del pudore sei diventata la Madre del Salvatore.
V. O Vergine Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere. Allelúia, allelúia.
V. O Vergine, anche dopo il parto tu rimanesti inviolata; o Madre di Dio, prega per noi. Alleluia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
R. Glória tibi, Dómine.
Luc 1:26-38
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elisabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, di nome Nazareth, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe, della stirpe di Davide; e il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, piena di grazia; il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Mentre l’udiva, fu turbata alle sue parole, e si domandava cosa significasse quel saluto. E l’angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre: e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». L ‘angelo le rispose, dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’ Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo il Santo, che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era detta sterile: poiché niente è impossibile a Dio ». Allora Maria disse: « Ecco la serva del Signore: sia fatto a me secondo la tua parola ».

Omelia

(Otto Hophan: MARIA; Trad. G. Scattolon, Imprim.Treviso 1953. Marietti ed. Torino, 1955).

Maria

Una colomba candida dall’eternità di Dio spiccò il suo volo nell’angusta vastità dei terreni millenni, lungo il succedersi delle umane generazioni e sopra le profondità dei cuori umani, la colomba volò e volò e, come quella di Noè, cercò una terra risparmiata dai flutti ed un ramo di olivo verdeggiante; non riposò nel suo volo, finché non li ebbe trovati tutti e due. La candida colomba è lo Spirito Santo di Dio, il ramo di olivo verdeggiante su terra non tocca è Maria. Maria! Il suo nome ci è familiare come il nome di mamma nostra e come le campane della patria e come le candide vette dei nostri monti, che in maestà salutano le sottostanti vallate. Maria! Mille volte abbiam ripetuto questo nome nella preghiera, nel canto, nel pianto, nei giorni lieti e tristi. Mille donne prendono nome dalla Benedetta. Nessun nome fra il popolo cattolico torna più frequente e più amato; esso intesse fili d’oro anche intorno alla più semplice donnetta. Maria! Nell’oscurità della vita e della morte voglio appoggiarmi a questo nome; esso è la promettente aurora, che annunzia il sorgere del sole, Gesù, nel Vangelo e nell’anima. Ti saluto, o Maria! Una folta edera di interpretazioni — sino a settanta! — si è attorcigliata al nome di Maria; quasi tutte però hanno avuto origine più dalla devozione che dalla conoscenza delle lingue. Probabilmente il nome di Maria risale al patrimonio linguistico egiziano: la sorella di Mosè e di Aronne, nata come i due fratelli in Egitto, è l’unica fra tutte le donne ricordate nel Vecchio Testamento che porti il nome Maria. Lo possiamo far derivare dalla radice egiziana “mr = amare” e da “Jam = Jahu (Jahve) ”, così da significare “Mirjam” l’amante di Dio o l’amata da Dio. Quando visse la beatissima Vergine, questo senso originario non era forse più evidente per la cultura del popolo israelitico; in quel tempo era più comodo spiegare “ Maria” con “màròm” = l’augusta, la sublime, interpretazione che corrisponde alle nostre espressioni “Madonna” “Notre Dame”, “Unsere liebe Frau”. «Nomen est omen — ogni denominazione ha la sua importanza », sin dai tempi di Adamo”. Quando i genitori imposero il nome Maria alla piccola Bambina, non sapevano che così esprimevano in modo eccellente la natura e la missione di quella creaturina, poiché non v’è persona che come Maria sia “amata da Dio” e come Lei sia “Donna eccelsa, cara” e Signora dell’umanità. Nel Nuovo Testamento sono ricordate anche altre Marie, ma, a differenza della Madre di Dio, esse non son dette nella versione greca ‘“ Mariam ”, bensì “Maria”, certamente per esplicita intenzione degli Evangelisti, che vollero riservare solo alla Benedetta la forma del nome di Maria, veneranda per antichità, come lo aveva portato la sorella di Mosè. Prevista! Il nome della beatissima Vergine splende nel Vangelo per la primissima volta alla fine di quella lunga serie di generazioni del Vecchio Testamento, che Matteo adduce come “albero genealogico di Gesù Cristo” nel primo capitolo del suo Vangelo: « Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda », e così continua per tre gruppi di quattordici generazioni ciascuno, sino che alla fine rifulge mite il nome di Maria come una luce finale di quella serie di generazioni veterotestamentarie: «…. Giacobbe generò Giuseppe, lo Sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è detto il Cristo ». Non è un caso fortuito, ma superiore disposizione che ci si faccia incontro per la prima volta il nome di Maria proprio qui, all’estremo lembo dell’Antico Testamento; i vincoli fra quella storia e Maria sono intimi e vari: quelle generazioni elencate da Matteo, vigorose e principesche alle origini, gravi, stanche, oscurate ed incomprese verso il tramonto, quali vigili che nella notte attendono la prima leggera luce, hanno spiato questa sublime Signora, e questa amata Signora con molte parole e immagini han previsto e predetto. Sino dalle prime pagine della Scrittura risuona Maria quale una canzone da terra lontana. Dopo il primo fallo, quando il Signore Iddio dovette scagliare la prima maledizione contro la sua recente e bella creazione, la maledizione contro il serpente seduttore che aveva tratto in inganno riguardo al paradiso la prima coppia umana, allora, nella tragedia e nel lutto di quell’istante, risuonò pure una prima melodia confortatrice: « Allora il Signore Iddio apostrofò il serpente:… Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua schiatta e la schiatta di Lei. Essa ti schiaccerà il capo, mentre tu non le ferirai che il calcagno ». La lotta fra l’umanità e il serpente, iniziatasi già nel paradiso, prenderà un giorno una piega favorevole all’umanità, verrà giorno in cui un discendente di quella prima misera donna, che soccombette al serpente, lo vincerà pienamente; non è rivelato ancora chi sarà questo trionfatore del serpente, alla luce però del compimento della profezia sappiamo che è Cristo; Egli stesso infatti disse immediatamente prima della sua passione: « Adesso il principe di questo mondo è cacciato fuori ». Nella passione Cristo ha vinto il demonio e in essa Egli è stato anche “ferito” da quel maligno, e proprio alla lettera, “al calcagno”, ché i suoi piedi sono stati trafitti. Accanto alla Croce sta una donna, Maria; l’inimicizia fra questa “Donna” e il serpente è dura come il diamante, assoluta, implacabile, inestinguibile e non affatto paragonabile con la opposizione compiacente di Eva di fronte al seduttore. Col Figlio suo e grazie al Figlio suo, può anch’Ella affermare: « Il principe di questo mondo non può nulla contro di me »; Lei è la Donna, che è nemica del serpente molto più decisamente che non ogni altra. Giustamente, quindi, i Dottori della Chiesa, sin dai primi tempi, hanno colto in quella antichissima espressione biblica l’intonazione del cantico a Maria. Persino l’antica traduzione latina della Bibbia, la Volgata, legge: « Ella ti schiaccerà la testa »; “Ella” invece di “Egli”, come propriamente si legge nel testo originale; la Chiesa quindi esprime la sua fede nella inesorabile e vittoriosa inimicizia anche di Maria contro il demonio. – Pio IX nella proclamazione della verità dell’Immacolata Concezione riferisce questo testo scritturistico, riguardante Cristo, anche a Maria, scrivendo: « Come Cristo, il mediatore fra Dio e gli uomini… cancellò il chirografo avverso a noi e lo inchiodò alla croce vittoriosamente, così in pari tempo la beatissima Vergine, con Lui e per mezzo di Lui, stritolò con immacolato piede il capo al velenoso serpente, cui La oppone eterna inimicizia, riportandone pieno trionfo ». La prima immagine di Maria delineataci dalla Sacra Scrittura è vigorosa, combattiva: è la Donna in veste di nemica trionfatrice del serpente! Come è consolante per noi questa minaccia contro il nostro più rabbioso nemico! –  Delicata e anche molto più chiara è la seconda immagine di Maria offertaci dal Vecchio Testamento, abbozzata già nell’ottavo secolo prima di Cristo da Isaia, il più grande dei Profeti del popolo eletto: Maria, la Vergine-Madre. « L’Onnipotente stesso vi darà un segno: ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio e gli imporrà il nome di Emmanuele ». Isaia disse queste parole profetiche al re Achaz, che in mentita pietà verso Iddio non voleva nessun “segno” per la sua imminente battaglia con i re nemici, sotto pretesto « di non tentare il Signore »; fu allora che Iddio stesso gli impose un “segno”, un segno inaspettato e singolare: una donna gravida e partoriente che è nello stesso tempo “almàh”, che significa “vergine”. Nel vangelo di Matteo l’Angelo dell’Incarnazione rinvia esplicitamente l’esitante Giuseppe a questo testo profetico di Isaia, che s’adempiva nella sua Sposa: « Giuseppe, figlio di David, non temere di accogliere presso di te Maria, la tua sposa, perché quello che ha concepito è dallo Spirito Santo…”. Tutto questo è avvenuto perché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta:  “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e gli si imporrà il nome di Emmanuele, che significa Iddio con noi”».  Maria è la “ha almàh ”, la vergine. Che questo ebraico “ ‘almàh ” risuonasse all’orecchio dell’amabile poeta e monaco Germano lo Zoppo a Reichenau (7 1054), quando diede inizio a un bellissimo Inno in onore di Maria con le parole: « Alma Redemptoris Mater — augusta Madre del Redentore »? Con la profezia di Isaia l’Antico Testamento ha già presagito e predetto di Maria i doni più eccelsi, i suoi due privilegi essenziali, quello più soave e quello più augusto, la verginità e la divina maternità, poiché il Bambinello che Ella partorisce è “Emmanuele — Iddio con noi”. E qualche cos’altro ancora di giocondo si cela nell’aurea profondità di questo vaticinio: quale importanza non avrà Maria per l’umanità, se Iddio stesso, fra tutte le dimostrazioni possibili della sua onnipotenza « nelle profondità o nelle altezze », sceglie qual suo “segno” per l’umanità la Vergine-Madre! Nel Vecchio Testamento ricorre anche una terza parola profetica riferentesi a Maria, un passo del profeta Michea. È breve, eppure corona d’un’ultima aureola l’immagine di Maria delineataci nel Vecchio Testamento. Nella tribolazione del suo popolo Michea grida le profetiche parole: « Ma tu, Betlemme in Efrata, la minima fra i distretti di Giuda, da te Mi uscirà Colui, che sarà il dominatore in Israele. La sua origine è dal principio dei giorni dell’eternità. Per questo Egli li abbandonerà sino al tempo, nel quale la partoriente partorirà. Allora le reliquie de suoi fratelli ritorneranno ai figli di Israele. Egli si stabilirà e dominerà con la potenza del Signore… Abiteranno allora sicuri; Egli starà grande e sarà la salvezza » (Mi. V.,1 seg.). Questo misterioso vaticinio, cui d’intorno aleggia eternità, colloca Maria accanto al Dominatore e Salvatore del mondo; ivi abbiamo un primo sommesso accenno al posto regale di Maria, “la partoriente”, a fianco di Colui che « dominerà con la potenza del Signore ». Nemica del serpente, vergine-madre, genitrice del Dominatore del mondo: con queste poche parole il Vecchio Testamento ha espresso profondi presagi riguardo a Maria. Ma queste tre profezie così parche non dicon tutto quello che l’Antico Testamento annunzia di Lei; dalle venerande torri delle Scritture veterotestamentarie pendono silenti molte campane, che al nome di Maria emettono note soavi. Nel libro dei Proverbi, ad esempio — la Chiesa usa il brano come lettura nella festa della Concezione di Maria e della sua nascita —, leggiamo: « Il Signore mi ebbe con sé dall’inizio delle sue imprese, prima che facesse cosa alcuna, da principio. Ab æterno sono stata costituita, anteriormente alla formazione della terra. Io già era generata e gli oceani non esistevano e le fonti delle acque non scaturivano ancora, né i monti ancora si ergevano sulla loro grave mole; prima dei colli io fui generata… Quando gettava i fondamenti della terra, io Gli ero a fianco plasmatrice… Mi trastullavo dinanzi a Lui continuamente, mi trastullavo nel cerchio della terra, e le mie delizie eran starmene con i figli degli uomini » (VIII, 22-35). Queste parole direttamente convengono al Verbo, alla Sapienza personale di Dio, che fatto uomo pose la sua tenda fra gli uomini; ma frattanto lo Spirito Santo non avrà avuto dinanzi in questo testo, come in un gioco d’amore, anche Maria? – Nella festa della Visitazione di Maria, in questo giorno tutto fragranza e intimità, quando la Benedetta si affrettò a recarsi alla regione montana, il sole sul volto e i fiori e il vento sui capelli inanellati, la Chiesa chiede a prestito al Cantico dei Cantici le parole: « Sorgi, affrettati, amica mia, colomba mia, bella mia, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia e se n’è andata; i fiori son riapparsi sulla nostra terra… I vigneti in fiore spandono il loro profumo. Sorgi dunque, amica mia, vieni, bella mia! Colomba nei crepacci della rupe, celata nei dirupi, fammi vedere il tuo viso, fammi sentire la tua voce! Perché soave è la tua voce, delizioso il tuo viso » (II, 8-14). Da capo, si pensa che lo Spirito Santo abbia qui eseguito, secoli prima, una melodia in onore della Beatissima Vergine, anzi tutto il Cantico dei Cantici, infuocata canzone di amore fra fidanzati e sposi, ha avuto il suo sublime compimento in Maria, la Madre e la Sposa dell’eterna Parola. Nella festa della Maternità di Maria la Chiesa coglie la sua lettura nel giardino del libro di Gesù, figlio di Sirach, e noi dobbiamo nuovamente ammirare come queste antiche espressioni adornano in modo tanto appropriato Maria, quasi siano state scelte per Lei già molto tempo prima: « Io uscii dalla bocca dell’Altissimo… Sulle altezze eressi la mia tenda… L’orbita del cielo percorsi io sola… Presso ogni popolo, in ogni tribù cercai una dimora… Allora mi comandò il Creatore di tutte le cose, e Quegli che mi creò mi diede una stabile dimora. Diss’Egli: “Drizza la tua tenda in Giacobbe, in Israele procurati un’eredità”… Come una vite feci sbocciare soavità di profumo e i miei fiori germogliarono vaghi e belli. Io son la madre del bell’amore, del timore e della scienza e della santa speranza. In me è la grazia di ogni via e di ogni verità, in me è tutta la speranza di vita e di virtù. Venite a me, o voi tutti che mi desiderate, e saziatevi de’ miei frutti» (Eccl. XXIV). Questi tratti del Vecchio Testamento e molti altri ancora — incontreremo i significativi versi del Salmo XLIV nell’ultimo capitolo — valgono direttamente per Gesù, che è il sublime termine di tutta la Sacra Scrittura, non per Maria; essi ebbero “ compimento ” in Gesù; non possono quindi queste frasi bibliche essere addotte come prove a se stanti per Maria; pure la loro applicazione alla Vergine non è un pio giochetto soltanto, è invece intimamente fondata. Per questo la Liturgia e i Dottori della Chiesa non hanno esitato ad interpretare molte parole del Vecchio Testamento anche di Maria, il che conferisce ad esse di nuovo un peso particolare. Maria, infatti, sta in stretta armonia col suo Figlio; quando dunque nelle Scritture Sante risuona il potente accordo Gesù, entra nel concerto anche l’arpa deliziosa, Maria. Il Vecchio Testamento quindi, possente preludio del futuro e sublime Redentore, è ricco di segrete armonie mariane, che un cuore amante può ascoltando cogliere facilmente. Possiamo completare la stessa considerazione con un’altra immagine. Vi sono nel Vecchio Testamento numerose pre-figure, tipi, che in santa televisione fan vedere in anticipo persone e avvenimenti. La Sacra Scrittura stessa riguardo a Cristo rinvia ripetutamente ai tipi dell’Antico Testamento; Adamo, Melchisedech, Isacco, il serpente di bronzo, David, Giona e molti altri ancora furono contemplazioni di Cristo da lontano, televisioni di Cristo. – Nel Vecchio Testamento vi son pure televisioni di Maria, che l’attento e pio senso della Chiesa ha percepite per tempo. Maria è il giardino del paradiso, nel quale fiorisce l’albero della vita; Maria è l’arca di Noè, che sta alta sui flutti del diluvio; Maria è la colomba col ramo di olivo, che annunzia al mondo la pace; Maria è la scala di Giacobbe, per la quale Iddio scese in terra; Maria è il roveto ardente, che circondato dal fuoco non brucia; Maria è l’arca dell’alleanza, sulla quale riposa la maestà di Dio; Maria è il santo tabernacolo, nel quale troneggia Iddio stesso; Maria è la suppellettile aurea, sacra unicamente al servizio di Dio; Maria è la città di Sion, fabbricata sul monte santo, Maria è il tempio del Signore, più prezioso di quello di Salomone. Maria è il vello di Gedeone, irrorato dalla grazia, preservato da macchia; Maria è la nuvoletta dal mare, che dissigillò il torrente della misericordia; Maria è il giardino chiuso, nel quale nessuno può metter piede se non il Signore solo; Maria è la torre robusta dalla quale risplendono mille scudi. Quanta parte occupa Maria già nella lontana visione del Vecchio Testamento! – Le Litanie Lauretane riflettono nelle loro invocazioni parecchie di queste figure: « Sede della Sapienza », « Vaso spirituale », «Vaso degno d’onore », « Vaso insigne di devozione », « Rosa mistica », «Torre di David», «Torre d’avorio », « Casa d’oro », « Arca dell’Alleanza », « Porta del Cielo ». – Maria, per seguire un raffronto che è vecchio quanto il Cristianesimo stesso, è la vera Eva, la Madre dei viventi; Maria è la coraggiosa Giuditta, che superò il nemico di Dio; Maria è l’avvenente Ester, che gode sempre dell’accesso al Re. Veramente nel Vecchio Testamento già si avvera quanto canta il pio poeta protestante Novalis: « Ti veggo in mille immagini, Maria, graziosamente espressa e dolce e pura, pur nessuna fra tutte Ti figura qual intender Ti può l’anima mia ». – Preparata! L’annoso albero, fra i cui rami v’è misterioso stormir di Maria, ha fornita alla Vergine anche l’origine. Ella sta alla fine di quelle lunghe generazioni, è il frutto più squisito e regale dell’umanità precristiana. Quelle generazioni giunsero a maturare in Maria, il loro ultimo significato e la loro più intensa aspirazione han trovato compimento in Lei, poiché « da Lei nacque Gesù, che è detto il Cristo ». Maria è emersa dal fiume di sangue, che scorse attraverso Abramo, Giacobbe, Giuda, David, sì che il popolo israelitico non Le ha intessuto soltanto una immagine spirituale, ma anche la veste corporea; sia pure la sua dignità al di sopra del creato, Lei stessa non è una creazione eterea, dal cielo per caso libratasi quaggiù; Ella è sangue da quel sangue, figlia di quel popolo e vincolata in venerazione e fedeltà a quelle generazioni, alle quali deve il suo essere. Maria, secondo l’accenno dell’Evangelista stesso, dev’esser vista insieme con quelle generazioni; Ella non appartiene solo al Nuovo Testamento; è vero, è la prima del Nuovo Testamento, la prima cristiana; però è anche — già nel primo capitolo del Vangelo Ella annunzia la sua comunanza col popolo di Dio prima e dopo Cristo — il frutto più delicato dell’Antico Testamento, la perfetta donna israelita, la figlia di David, di Abramo, di Adamo. Maria… la figlia di David. La genealogia di Matteo presenta direttamente gli antenati di Giuseppe, non quelli di Maria; all’Evangelista infatti stava a cuore di provare subito, sin dall’inizio del Vangelo, ai suoi lettori giudeo-cristiani l’origine davidica di Gesù: solo se Gesù aveva per antenato David i Giudei potevano discutere se in linea di massima Egli fosse il Messia; a David infatti era stata fatta la profezia che un frutto delle sue viscere avrebbe posseduto in eterno il trono di Israele; ora i Giudei potevano ritenere Gesù quale “figlio di David” soltanto se suo “padre” Giuseppe discendeva dalla stirpe di David. Per questo Matteo fu costretto a proporre l’albero genealogico di Giuseppe, padre legale di Gesù, quale prova dell’origine di Lui da David; presso gli Ebrei la parentela e persino la paternità non si fondavano solo sul sangue, ma anche sul titolo giuridico. Non si tessevano genealogie per le donne, almeno dalla Sacra Scrittura non se ne può dedurre nessun esempio; però anche Maria per conto suo era una figlia di David. Paolo infatti sottolinea che Gesù « secondo la carne » — non dunque solo secondo una discendenza legale! — « è figlio di David », ma « secondo la carne » Gesù poteva risalire a David solo per mezzo di Maria, sua Madre fisica, perché Giuseppe non era padre di Gesù « secondo la carne », ma solo secondo la legge; anche Maria quindi doveva essere figlia di David; del resto, almeno sino a David, gli antenati di Giuseppe son pure gli antenati di Maria. « Noi riteniamo che Maria « discenda dalla stirpe di David », scrive Agostino, « perché crediamo alle critture; or due cose dicono le Scritture: che Cristo secondo la carne è del seme di David, e che sua Madre Maria era una vergine, che non ebbe relazioni con nessun uomo ». I Vangeli stessi del resto alludono all’origine davidica di Maria in vari luoghi. Nel racconto, per esempio, dell’Annunciazione si dice: « Nel mese sesto l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine fidanzata a un uomo di nome Giuseppe, della casa di David »; questo inciso « della casa di David » può riferirsi a Giuseppe, ma può ben, e più probabilmente, riferirsi anche a Maria, perché Lei è qui la protagonista del racconto. E questa impressione è confermata dal seguito del discorso angelico: « Il Signore Iddio Gli (a Gesù) darà il trono di David suo padre ». Anche l’altra circostanza notata dall’Evangelista: « Giuseppe ascese dalla Galilea, dalla città di Nazaret, in Giudea, alla città di David, chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di David, per farsi iscrivere insieme a Maria », fa pensare che Maria sia stata indotta ad ascendere a Betlemme per il censimento perché Lei pure « discendeva dalla casa e dalla famiglia di David ». A buon diritto quindi già nella prima epoca cristiana il martire Ignazio di Antiochia (f 107), il martire Giustino (f 165) sottolineavano che Maria era una figlia di David. Anzi l’antico profeta Isaia stesso richiamò l’attenzione sull’origine davidica della Vergine nel passo conosciuto: « Uscirà un pollone dalla radice di Jesse e un germoglio ascenderà dalla sua radice »; Jesse era padre di David. « Il Profeta », spiega Agostino, « dicendo “pollone”’ indica Maria la vergine, dicendo “germoglio dalla radice” indica il Figlio della Vergine, il Signore Gesù Cristo ». Perché questo lungo discorso per l’origine davidica di Maria? Perché aveva per Lei stessa una grande importanza. Ella manifesta sin dall’Annunciazione una regale riservatezza, prudenza, chiaroveggenza e magnanimità, e mai e poi mai si scopre traccia in Lei della minima scipitezza e affettazione. Donde in questa modesta fanciulla un portamento così elevato? Certamente dalla grazia; ma la grazia anche in Maria costruisce sopra la natura. Scorreva nelle sue vene sangue regale; per quanto la stirpe di David fosse divenuta nel corso dei secoli e povera e insignificante, in quella semplice fanciulla s’era conservata la regale nobiltà dei suoi lontani antenati. Quella fanciulla di stirpe regale fu scelta da Dio a Regina del Cielo e della terra: anche nel regno della grazia non si deve stimare da poco l’origine di una persona da una tribù e casa piuttosto che da un’altra. – Il nostro tempo crea e vuole e assiste il “proletario”, non l’aristocratico, e così il livello dello spirito e del cuore si è abbassato, in qualche luogo sino alla barbarie. Forse il compito sociale più importante consiste oggi nel risvegliare nuovamente nel così detto “proletario” l’elemento aristocratico, la sua nobiltà interiore, e dalle banalità o anche dalle volgarità elevarlo di nuovo alla regalità, alla coscienza cioè della sua dignità e del suo valore. Abramo fu scelto a capostipite del popolo di Dio, e per questo la Scrittura lo dice « principe di Dio», « amico di Dio », « prediletto di Dio », «servo di Dio ». A lui fu fatta la promessa: « Nel tuo seme saranno benedette tutte le genti della terra » . Maria è Colei, che partorì al mondo questa Benedizione. Ella, quindi, non è una qualunque fra le molte figlie di Abramo, ma di quell’eletto è la più eletta, il preziosissimo nocciolo di quel venerando guscio. Il Vangelo ci mette dinanzi quanto questa Figlia eletta sia stata degna di quell’eletto padre. Abramo fu l’uomo della fede eroica e di una tale dedizione a Dio, che fu pronto a offrire in sacrificio al Signore persino il suo unico figlio Isacco, sul quale riposava tutta la divina promessa. Ancor più grande di suo padre Abramo nella fede e nel sacrificio fu la sua figlia Maria: Lei pure, sostenuta dalla fede, accompagnò al luogo del sacrificio il suo Unigenito; ma a Lei non venne in aiuto nessun Angelo, che impedisse col suo comando l’uccisione: Ella dovette condurre a termine il sacrificio nella persona del suo unico e amato Figlio. Il quadro sarebbe degno d’un artista: Abramo e Maria, il canuto Patriarca con la sua benedetta Figlia; Abramo dovrebbe imporre le sue vecchie mani su questa Fanciulla per significare che le promesse a lui fatte si son adempiute in Lei; poi dovrebbe lentamente inginocchiarsi dinanzi a Maria e adorare in Lei, ostensorio vivente di Gesù, quel Sublime, che, come vero Melchisedech, offre a Dio pane santo e vino consacrato. Ancor più commovente, ancor più profondo è l’ultimo quadro: Maria… la figlia di Adamo. Le chiarissime parole del libro veterotestamentario della Sapienza riguardanti l’umana esistenza valgono anche per Maria: «Sono anch’io un uomo mortale al pari di tutti, e rampollo di colui che primo fu plasmato di terra. Nel seno di mia madre fui formato uomo, nello spazio di dieci mesi coagulato in sangue per virtù di uomo, secondo il piacere sensibile. Anch’io, nato che fui, respirai l’aria comune, e caddi sulla medesima terra di tutti gli altri, e la prima voce emessa, come quella di tutti, fu un vagito. Fui nutrito in fasce e con grandi cure. Nessun re ebbe altro principio del suo essere, ma tutti hanno lo stesso ingresso alla vita come anche uguale l’uscita ». Maria non fu una fanciulla favolosa, deposta su questa terra da un altro mondo; la sua origine umana è uguale alla nostra: non fu generata dai suoi genitori in modo miracoloso o addirittura senza uso del matrimonio, come van favoleggiando graziose leggende; il Mistero del suo immacolato concepimento e anche quello della virginale concezione di Gesù non han nulla da che vedere con questo fatto umano, come talora pensano delle anime pie. Maria, come ne fan cenno Matteo e Luca nelle genealogie, sta nella stessa fila con noi, anche Lei è un membro di quella lunga catena, che comincia col primo uomo; Adamo è suo padre e la povera Eva è sua madre. Maria è così perfettamente figlia di Adamo, che il Figlio di Dio per mezzo di Lei e solo per mezzo di Lei divenne pure Figlio dell’uomo; solo per mezzo di Lei la seconda Persona divina fece ingresso nella stirpe umana, per mezzo di Maria soltanto. Il Verbo eterno di Dio non ebbe nessun padre umano che Lo potesse congiungere con Adamo; anello di congiunzione col nostro progenitore fu per il Verbo Maria; Ella introdusse quell’augusto divino Germoglio nella nostra stirpe; senza Maria Gesù non sarebbe affatto in relazione con Adamo, non sarebbe uno di noi, sarebbe al di fuori della nostra schiatta. D’altra parte, questo collegamento con Adamo fu per la redenzione del genere umano estremamente significativo e prezioso: il Figlio di Dio assunse la natura umana per strapparla al peccato e ricondurla alla grazia; come il medico deve entrare dagli ammalati, così e ancor più volle il Redentore entrare, penetrare nella discendenza ammalata di Adamo per poterla risanare sin dalla sua radice. Nessuna minaccia per Lui stesso, nessuna infezione rendeva pericoloso questo suo ingresso; Gesù è il Santo, il Figlio di Dio per natura; Egli, qual nuova creazione, fu miracolosamente plasmato in Maria dallo Spirito Santo. Ma come van le cose per Lei? Ella infatti è una figlia di Adamo, sangue del suo sangue, e lo dovette essere proprio a motivo di Gesù stesso; ora il torrente di questo sangue, cui Lei deve la sua origine, è avvelenato nella Sua stessa sorgente, in Adamo ed Eva: potrà mai essere che non venga travolta in questo vortice intorbidato? Quanto il peccato abbia reso pesante il torrente del sangue umano da Adamo in poi lo prova, e non senza sconcertare, quella genealogia, che sfocia ansiosa nei sublimi nomi di Maria e di Gesù. Perché veramente in quei gruppi di generazioni non sfilano soltanto venerandi Patriarchi, nobili re e santi sacerdoti; non v’è anzi vizio, non v’è crimine, che non abbia insudiciato quel succedersi di generazioni. Persino i più eletti fra quei personaggi — Abramo, Giacobbe, Giuda, David — pagarono un grosso contributo al peccato; e questo vale in modo speciale per le donne che quell’albero genealogico ricorda; rimase sorpreso lo stesso Girolamo, così competente in campo biblico, che la tavola genealogica di Matteo non nomini nessuna delle nobili donne d’Israele — non Sara, non Rebecca, non Rachele —, e invece ricordi Tamar, che commise incesto col proprio suocero Giuda; Rahab, che era una nota meretrice; Ruth, che non apparteneva al popolo eletto; la moglie di Uria, come Matteo stesso scrive con pudica riservatezza a causa del delitto che perpetrò David commettendo adulterio con Betsabea, il cui sposo egli fece poi vilmente uccidere. Che vi è mai in Maria di comune con questa società, perché il suo nome quale astro errante risplenda su quelle torbide generazioni? Noi solleveremmo dei gravi dubbi per un uomo, che ereditariamente fosse gravato di così triste carico. Maria discende da questo sangue curvo sotto la maledizione; David, Giuda, Giacobbe sono i suoi progenitori; Tamar, Rahab, Ruth, Betsabea son le sue progenitrici. Eva, l’infelice madre, abbraccia piangente la più eletta delle sue creature e le confessa la propria colpa; e Adamo tace e piange, perché non può trasmettere alla più nobile delle sue figlie se non un’eredità macchiata. Maria è intrecciata alla generazione di Adamo; come potrà sfuggire al suo destino? La radice è malata: avvizziranno anche i rami; la sorgente è inquinata: tutte le acque saran contaminate… A questo punto però avvenne qualche cosa; proprio qui, alle origini di Maria, capitò qualche cosa: all’oscura ombra della sua genealogia sbocciò un giglio; a questo primo e importante capitolo del Vangelo si appoggia il suo primo soave Mistero, siccome un delicato fiore a una frana, che s’è arrestata improvvisamente dinanzi ad esso: un fiore tutto bianco, un fiore tutto miracolo, il fiore della sua Immacolata Concezione.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Luc 1:28; 1:42
Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta

Tua, Dómine, propitiatióne, et beátæ Maríæ semper Vírginis intercessióne, ad perpétuam atque præséntem hæc oblátio nobis profíciat prosperitátem et pacem.
[Per la tua clemenza, Signore, e per l’intercessione della beata vergine Maria, l’offerta di questo sacrificio giovi alla nostra prosperità e pace nella vita presente e nella futura].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine

…. Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:
[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei,

 qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria, che portò il Figlio dell’eterno Padre].

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, salútis nostræ subsídiis: da, quǽsumus, beátæ Maríæ semper Vírginis patrocíniis nos úbique protegi; in cujus veneratióne hæc tuæ obtúlimus majestáti.
[Ricevuti i misteri della nostra salvezza, ti preghiamo, o Signore, di essere ovunque protetti dalla beata sempre vergine Maria, ad onore della quale abbiamo presentato alla tua maestà questo sacrificio].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI – “RERUM ECCLESIÆ”

«… il Vicario in terra di Gesù, Principe dei Pastori, chiunque egli sia, lungi dal potersi appagare della semplice difesa e custodia del gregge divinamente affidatogli da governare, ove non voglia venir meno ad uno dei principali suoi obblighi deve altresì procurare con ogni zelo di guadagnare a Cristo quanti ne sono ancora lontani. » Giustamente il Sommo Pontefice ricorda a se stesso ed a tutti, uno dei suoi compiti principali assegnatogli dal Fondatore della Chiesa, N. Signore Gesù Cristo, e sollecita i suoi Vescovi e prelati ad adoperarsi per diffondere il culto cristiano tra i pagani, utilizzando e formando in particolare un clero indigeno. Attualmente vediamo come le cose si siano invertite, nel senso che è il clero formato in terre lontane, che viene ad evangelizzare terre e nazioni neopagane, un tempo cristiane e patria di illustri evangelizzatori in ogni continente, oggi prive di vocazioni e prive di istituzioni veramente cattoliche divenute moderniste e finanche apostate dalla fede – in linea con le direttive di falsi gerarchi e prelati usurpanti – che formano perciò solo falsi ed invalidi non-sacerdoti propaganti eresie e veleno spirituale privo di ogni grazia. Preghiamo, i residui Cattolici della Chiesa di Cristo, perché il Padrone delle messi, mandi tanti iperai che portino anime in abbondanza nel regno dei Cieli.

LETTERA ENCICLICA
RERUM ECCLESIÆ
DEL SOMMO PONTEFICE


PIO XI

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
CHE ISTITUISCE UN MUSEO MISSIONARIO
DA ALLESTIRE NEL PALAZZO DEL LATERANO

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Esaminando con attenzione gli annali della Chiesa, a nessuno può sfuggire come, fin dai primi secoli del Cristianesimo, i Romani Pontefici rivolsero le loro principali cure e provvidenze a che si diffondessero la luce della dottrina evangelica e i benefìci della civiltà cristiana ai popoli che ancora « giacevano nelle tenebre e nell’ombra della morte », senza fermarsi mai per difficoltà incontrate o per ostacoli che si frapponessero. E veramente, altro intento non ha la Chiesa se non di rendere partecipe tutto il genere umano dei frutti della Redenzione, dilatando in tutta la terra il regno di Cristo; e il Vicario in terra di Gesù, Principe dei Pastori, chiunque egli sia, lungi dal potersi appagare della semplice difesa e custodia del gregge divinamente affidatogli da governare, ove non voglia venir meno ad uno dei principali suoi obblighi deve altresì procurare con ogni zelo di guadagnare a Cristo quanti ne sono ancora lontani. Orbene, in ogni tempo i Nostri predecessori, com’è noto, eseguirono fedelmente il loro divino mandato d’insegnare e di battezzare tutte le genti; e i sacerdoti da loro inviati, non pochi dei quali, o per esimia santità di vita o per il martirio incontrato, sono pubblicamente venerati dalla Chiesa, si adoperarono, sia pure con vario esito, ad illuminare della nostra  fede l’Europa e poscia regioni fino allora ignote man mano che venivano scoperte ed esplorate. Con varietà di successo, diciamo; perché accadde talora che dopo tanti tentativi e fatiche riuscite quasi inutili, e uccisi o cacciati i Missionari dal campo che avevano cominciato a dissodare, questo o riuscì appena a perdere un poco della sua selvatichezza, o pur essendo già stato cambiato in un giardino smaltato di fiori, in processo di tempo, abbandonato a se stesso, andò a poco a poco nuovamente ingombrandosi di spini e di rovi. Tuttavia, è motivo di consolazione il vedere come in questi ultimi anni gli Istituti, che si dedicano alle Missioni tra gli infedeli, hanno raddoppiato il lavoro ed i frutti, e che da parte dei fedeli alle aumentate opere dei Missionari si rispose con l’aumento dei sussidi. Al che certo grandemente conferì la Lettera Apostolica, che l’immediato Nostro predecessore, di s.m., indirizzò all’Episcopato il 30 novembre 1919 « sulla propagazione della fede cattolica nel mondo »; perché in essa, mentre il Pontefice ne stimolava la diligenza e lo zelo nel procurare aiuti, indicava con sapientissimi avvisi ai Vicari e ai Prefetti Apostolici gl’inconvenienti da rimuovere e le opere da praticarsi dai loro dipendenti per rendere più fruttuoso l’esercizio del sacro apostolato. – Quanto a Noi, Venerabili Fratelli, ben sapete che fino dagli inizi del Pontificato Ci siamo proposti di adoperarCi con ogni mezzo per spianare ai popoli pagani l’unica via della salute recando ogni giorno più oltre, per mezzo dei predicatori apostolici, la luce della verità evangelica. In tale proposito Ci parve di fermare il Nostro desiderio su due punti, ambedue, più che opportuni, necessarii, e l’uno strettamente unito con l’altro; vale a dire, il numero molto maggiore di operai evangelici, ben formati e corredati di svariate cognizioni, da inviarsi nelle sterminate regioni ancora prive della cultura cristiana, e la maggiore intelligenza del dovere che stringe i fedeli a cooperare ad un’Opera così santa e fruttuosa con entusiasmo e fervore, con l’assiduità delle preghiere e con la generosità. E non fu questo anche lo scopo per cui volemmo che sorgesse la Mostra Missionaria Vaticana? E, grazie alla benignità del Signore, molti cuori giovanili, come Ci fu detto, al vedersi quasi spettatori della grazia divina e della magnanimità e nobiltà umana, concepirono i primi germi della vocazione apostolica; e l’ammirazione per gli operai evangelici, da cui furono pervase tante schiere di visitatori, Ci fa fin d’ora prevedere, con buoni motivi di speranza, che essa non sarà vana né sterile di frutti. Ma perché non abbiano ad essere dimenticati o a venir meno gli insegnamenti così importanti che gli stessi oggetti delle Missioni nella eloquenza del loro silenzio impartirono, abbiamo ordinato, come già saprete, l’istituzione di un Museo dove collocare con disposizione più opportuna gli oggetti scelti fra i principali. Tale Museo sorgerà nel Nostro Palazzo del Laterano; in quel luogo, cioè, dal quale, concessa la pace alla Chiesa, dai Nostri predecessori furono poi inviati tanti uomini apostolici, mirabili per santità di vita e per lo zelo della religione, in quelle terre che sembravano « già biondeggiare di messi ». Così tutti i Missionari che, gregarii e specialmente capitani, per così dire, visiteranno il Museo, confrontando tra di loro le statistiche e i metodi di ciascuna Missione, ne trarranno ispirazione per opere migliori e più grandi; e anche i semplici fedeli; crediamo, proveranno la stessa commozione di coloro che hanno esaltato la Mostra Vaticana. Intanto, per meglio infiammare all’azione l’ardore accesosi nel popolo cristiano per le Missioni, indirizziamo a Voi, Venerabili Fratelli, il Nostro appello, implorando l’aiuto della vostra operosità. Se mai in altra impresa fu conveniente e necessario che voi vi impegnaste, la dignità del vostro ufficio ed anche il vostro affetto filiale per Noi non vi permettono di non adoperarvi in questa occasione con ogni zelo e diligenza. Certo, per parte Nostra, fino a quando la divina Provvidenza Ci manterrà in vita, questo dovere del Nostro ufficio apostolico Ci terrà in continua sollecitudine, perché ripensando sovente che i pagani sono tuttora circa un miliardo non abbiamo requie nel Nostro spirito e Ci sembra di sentirCi intimare all’orecchio «Grida, non darti posa, alza la tua voce come una tromba ». – Non occorre insistere per dimostrare quanto sarebbe alieno dalla virtù della carità, che riguarda Dio e tutti gli uomini, se coloro che appartengono all’ovile di Cristo non si dessero pensiero dei miseri i quali vanno errando lontano. Certo il debito di carità che ci stringe a Dio richiede non solo che procuriamo di accrescere il numero di coloro i quali lo conoscono e lo adorano « in spirito e verità », ma altresì che assoggettiamo al regno dell’amabilissimo Redentore quanti più possiamo, affinché riesca ogni giorno più fruttuosa « l’utilità nel sangue suo » e ci rendiamo sempre meglio accettevoli a Lui, mentre sopra ogni altra cosa a Lui torna gradito che gli uomini si salvino e giungano al riconoscimento della verità. Che se Gesù Cristo diede come carattere distintivo dei suoi seguaci l’amore vicendevole, potremmo noi forse dimostrare ai nostri prossimi carità maggiore o più insigne, che procurando di trarli dalle tenebre della superstizione e d’istruirli nella vera fede di Cristo? Anzi, questo supera qualunque altra opera o prova di carità, come l’anima è più pregevole del corpo, il cielo della terra, l’eternità del tempo; e chiunque esercita quest’opera di carità secondo le sue forze, dimostra di stimare il dono della fede quant’è giusto che lo stimi, e inoltre manifesta la sua gratitudine verso la bontà di Dio partecipando ai poveri infedeli questo stesso dono, il più prezioso di tutti, e con ciò gli altri beni che ad esso vanno uniti. Se nessun fedele può esimersi da tale dovere, potrà forse esimersene il clero, che per una mirabile scelta e vocazione partecipa del sacerdozio ed apostolato di Gesù Cristo, Nostro Signore, potrete esimervene voi, Venerabili Fratelli, che insigniti della pienezza del sacerdozio siete divinamente costituiti pastori, ciascuno per la sua parte, del clero e del popolo cristiano? Certo è che leggiamo aver Gesù Cristo ordinato, non solo a Pietro, la cui cattedra Noi occupiamo, ma a tutti gli Apostoli di cui voi siete i successori: « Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura »; dal che appare appartenere sì a Noi la cura della propagazione della fede, ma in modo che anche voi dovete partecipare con Noi a tale impresa e aiutarCi per quanto ve lo permette l’adempimento de1 vostro ufficio particolare. Non v’incresca dunque, Venerabili Fratelli, seguire volonterosamente le Nostre paterne esortazioni, sapendo che Dio ci domanderà un giorno stretto conto di così importante affare. – Anzitutto, con la parola e con gli scritti procurate di introdurre e di gradatamente estendere la santa consuetudine di pregare « il Padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe », e d’implorare per gl’infedeli gli aiuti del lume e della grazia celeste; e a ragion veduta parliamo di consuetudine e di usanza stabile e continua, che, come ognun vede, presso la divina misericordia ha più valore ed efficacia che non preghiere indette o una volta sola o di quando in quando. E veramente i predicatori evangelici potrebbero ben affaticarsi, e versar sudori, e dare anche la vita per condurre i pagani alla religione cattolica; potrebbero usare ogni industria, ogni diligenza e ogni genere di mezzi umani; ma tutto ciò non gioverebbe a nulla, tutto cadrebbe a vuoto, se Dio con la sua grazia non toccasse i cuori degli infedeli per intenerirli e trarli a sé. Ora è facile capire che, non mancando a nessuno la possibilità della preghiera, tutti hanno in mano questo aiuto e questo quasi alimento delle Missioni; perciò farete cosa conforme ai Nostri desideri e all’indole e al sentimento dei fedeli, se ordinerete di aggiungere, per esempio, al Rosario della Beata Vergine e ad altre simili preghiere, solite a recitarsi nelle parrocchie e nelle altre chiese, qualche preghiera speciale per le Missioni e per la conversione dei pagani alla fede. A questo intento, Venerabili Fratelli, siano chiamati a cooperare e si infiammino specialmente i fanciulli e le Religiose; bramiamo cioè che negli asili, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei collegi giovanili e nelle case e conventi di Religiose salga ogni giorno la preghiera al cielo per far discendere su tanti infelici, su tante popolose nazioni pagane la misericordia divina; ad anime pure ed innocenti che potrà mai rifiutare il Padre celeste? D’altra parte, tale usanza dà a sperare che nel tenero cuore dei giovanetti, avvezzatisi a pregare per la salute degli infedeli col primo sbocciare del fiore della carità, possa con l’aiuto di Dio insinuarsi il desiderio dell’apostolato: desiderio che, coltivato con cura, darà forse con l’andar del tempo buoni operai al ministero apostolico. – Tocchiamo qui di passaggio un argomento degno, Venerabili Fratelli, della vostra più attenta considerazione. A tutti sono noti i gravissimi danni recati alla propagazione della fede dall’ultima guerra, mentre dei Missionari gli uni, richiamati in patria, caddero nell’immane conflitto, gli altri allontanati dal campo delle loro fatiche dovettero lasciare per molto tempo il proprio terreno incolto; danni e perdite che si dovettero e si debbono tuttora riparare, né solo per far ritornare le cose allo stato di prima, ma anche per farle progredire e prosperare. – Inoltre, sia che si guardino le sterminate estensioni di luoghi non ancora aperti alla cristiana civiltà, o l’immenso numero di coloro che sono ancora privi dei benefìci della redenzione, o le necessità e le difficoltà da cui i missionari, per la scarsezza del numero, si sentono impacciati e trattenuti, è necessario che i Vescovi e tutti i Cattolici si adoperino concordemente perché il numero dei sacri legati cresca e si moltiplichi. Pertanto, se in ogni vostra diocesi vi sono giovinetti o chierici o sacerdoti, che diano segno di essere da Dio chiamati a così sublime apostolato, anziché contrastarli in alcun modo, dovete col favore e con l’autorità vostra secondarne le propensioni e i desideri. Vi sarà lecito, senza dubbio, di mettere a prova spassionatamente gli spiriti per vedere se sono da Dio, ma una volta convinti che l’ottimo proposito sia nato e vada maturando per ispirazione di Dio, non penuria di clero né necessità alcuna della diocesi devono disanimarvi e trattenervi dal dare il consenso, mentre quelli delle vostre contrade, avendo, diciamo così, sotto mano i mezzi di salute, sono molto meno lontani dalla salvezza che non siano gli infedeli, massime quelli che persistono nella loro ferocia e barbarie. Offrendosi poi l’occasione di un fatto simile, incontrate di buona voglia, per amor di Cristo e delle anime, la perdita di qualcuno dal clero, se pur perdita debba dirsi; giacché se vi priverete di qualche coadiutore e compagno delle vostre fatiche, il Divino Fondatore della Chiesa certamente supplirà o col versare più copiose grazie sulla diocesi o col suscitare nuove vocazioni al sacro ministero. Nondimeno, perché questa faccenda si leghi bene con le altre cure dell’ufficio pastorale, cercate d’istituire presso di voi l’Unione Missionaria del clero, o, se già è istituita, incitatela col consiglio, con l’esortazione, con l’autorità vostra ad un’azione sempre più viva. Tale Unione, provvidenzialmente fondata otto anni or sono dal Nostro immediato antecessore, fu arricchita di molte indulgenze e posta sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda; diffusasi, poi, in questi ultimi anni, in molte diocesi dell’Orbe cattolico, Noi medesimi l’abbiamo onorata, non una volta sola, con testimonianze di pontificia benevolenza. Tutti i sacerdoti che ad essa appartengono e, nel modo conveniente alla loro condizione, gli alunni delle sacre discipline, secondo lo scopo dell’istituzione, chiedono essi stessi, massime nel Santo Sacrificio della Messa, e stimolano gli altri a chiedere il dono della Fede per le innumerevoli moltitudini d’infedeli; ogni volta, e dovunque per loro si possa, predicano al popolo circa l’apostolato da promuovere presso gl’infedeli, ovvero procurano che di tanto in tanto, in giorni e adunanze stabilite, se ne tratti in comune e fruttuosamente; diffondono nel popolo opuscoli di propaganda; e dove in alcuno riscontrino felicemente i semi di siffatto apostolato, gli procurano i mezzi per la debita formazione ed istruzione; in tutti i modi favoriscono entro i confini della propria diocesi l’Opera della Propagazione della Fede, e le altre due che sono ad essa sussidiarie. Quante offerte poi abbia raccolte sinora l’Unione Missionaria del Clero per aiutare queste stesse opere, quante di più in futuro ne lasci sperare — crescendo la generosità dei fedeli d’anno in anno — voi non l’ignorate, Venerabili Fratelli; parecchi di essi, ciascuno nel proprio territorio, vengono utilizzati come patroni e sollecitatori; è da desiderare tuttavia che ormai non vi sia più ecclesiastico alcuno, il quale non arda della fiamma di questa carità. Infatti, all’Opera della Propagazione della Fede, principale fra tutte le altre opere Missionarie, che (salva la gloria della piissima donna la quale ne fu la fondatrice, e della città di Lione), trasferimmo qua, con rinnovato ordinamento, dandole in certo modo la cittadinanza romana, è necessario che il popolo cristiano venga in soccorso con una liberalità pari alle molteplici necessità delle Missioni presenti e di quelle che si aggiungeranno in futuro. – Quante e quanto grandi siano tali necessità e quale sia per lo più la povertà dei banditori del Vangelo, appariva abbastanza dalla stessa Mostra Vaticana; ma forse tanti e tanti non se ne accorsero neppure, abbagliati com’erano dalla quantità, dalla novità e dalla bellezza delle cose esposte. Non abbiate vergogna, dunque, e non vi rincresca, Venerabili Fratelli, di farvi quasi mendicanti per Cristo e per la salute delle anime; con lo scritto e con l’eloquenza che scaturisce dal cuore, insistete presso i vostri fedeli perché con il proprio fervore e con munificenza moltiplichino e rendano molto più copiosa la messe che l’Opera della Propagazione della Fede raccoglie ogni anno. Siccome poi nessuno è da ritenere più bisognoso e nudo, nessuno più infermo e affamato e assetato di chi è privo della cognizione e della grazia di Dio, non v’è chi non veda che a chi usa misericordia verso uomini che sono i più miseri, non mancheranno certo la misericordia e la rimunerazione divina. – All’Opera principale della Propagazione della Fede si aggiungono, come dicemmo, altre due, le quali, poiché la Sede Apostolica le ha fatte sue, i fedeli Cristiani a preferenza di altre opere, che hanno scopi particolari, con offerte date o raccolte da ogni parte debbono aiutare e mantenere, vale a dire l’Opera intitolata della San Infanzia e l’altra di San Pietro Apostolo. Ufficio di quella è, com’è ben noto a tutti, invitare i nostri fanciulli perché si abituino a risparmiare e ad offrire tali somme specialmente per la redenzione e l’educazione cattolica dei bambini degli infedeli, nei luoghi dove si suole abbandonarli od ucciderli; compito di questa è operare con preghiere e collette affinché scelti giovani indigeni possano essere debitamente formati nei Seminari ed assunti ai sacri Ordini, affinché più facilmente coloro che appartengono alla stessa razza possano, con l’andare del tempo, venire convertiti a Cristo od essere rafforzati nella fede. – A questo sodalizio di San Pietro Apostolo, come sapete, poco tempo fa demmo per patrona celeste Teresa del Bambino Gesù, come colei che, mentre viveva quaggiù la vita claustrale, prendeva sotto la sua cura e, per dir così, adottava questo o quel missionario per aiutarlo, come soleva, con le preghiere, con le volontarie o prescritte penitenze corporali e soprattutto offrendo al Divino Sposo i veementi spasimi della malattia, di cui soffriva. E Noi, sotto gli auspici della vergine di Lisieux, Ci ripromettiamo più abbondanti frutti; ed in proposito grandemente Ci rallegriamo che Vescovi in gran numero si siano compiaciuti di farsi soci perpetui dell’Opera, che Seminari ed altre unioni di giovani Cattolici si siano impegnati a sostenere le spese del mantenimento e dell’istruzione di qualche chierico indigeno. Queste due Opere, che giustamente sono chiamate sussidiarie della principale, come dal Nostro antecessore di felice memoria Benedetto XV vennero raccomandate alla sollecitudine dei Vescovi con la Lettera Apostolica sopra ricordata, così Noi non cessiamo di raccomandarvela, fiduciosi come siamo che, per le vostre esortazioni, i fedeli cristiani non soffriranno mai d’esser vinti e superati in liberalità dagli acattolici, che con tanta larghezza soccorrono i propagandisti dei loro errori. – Ma è tempo ormai che rivolgiamo il discorso a Voi, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, i quali per avere lungamente, faticosamente e prudentemente esercitato la sacra ambasceria fra i pagani, siete stati fatti degni d’essere preposti ai Vicariati e alle Prefetture con autorità apostolica. E dapprima, per dire dei progressi in genere che le Missioni hanno conseguito in questi ultimi anni e che si debbono alla vostra carità e solerzia, Ce ne rallegriamo sommamente con Voi e con i messaggeri evangelici che Voi reggete e governate. Quali doveri principalmente v’incombessero, e quali inconvenienti si avessero ad evitare nell’adempimento di chi, l’immediato antecessore Nostro vi insegnò con tanta sapienza e magnificenza di eloquio, che non si sarebbe potuto meglio; tuttavia, Ci piace, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, farvi sapere qual è il Nostro pensiero su certi punti. – Innanzi tutto richiamiamo l’attenzione vostra su quanto importi che gl’indigeni vengano ascritti al clero: se ciò non si fa con tutte le forze, riteniamo che il vostro apostolato non solo riuscirà monco, ma troppo a lungo ne deriveranno ostacolo e ritardo allo stabilirsi e all’organizzarsi della Chiesa in codeste regioni. Volentieri confessiamo e riconosciamo che in qualche luogo si è già cominciato a riflettere e a provvedere con l’erigere Seminari, nei quali giovani indigeni di belle speranze vengono debitamente istruiti e formati per ascendere alla dignità sacerdotale e per ammaestrare nella fede cristiana persone della propria razza; nondimeno siamo ancora troppo lontani dal traguardo a cui è necessario si giunga in tal materia. Voi ricordate quel che il Nostro predecessore di felice memoria Benedetto XV lamentò a questo proposito: « Purtroppo vi sono ancora delle regioni in cui, benché la Fede cattolica vi sia penetrata da secoli, non vi si riscontra che un clero indigeno assai scadente. Parimenti vi sono parecchi popoli, che pure hanno già raggiunto un alto grado di civiltà, sì da poter presentare uomini ragguardevoli in ogni ramo dell’industria e della scienza, e tuttavia, benché da secoli sotto l’influenza del Vangelo e della Chiesa, ancora non hanno potuto avere Vescovi proprî che li governassero, né sacerdoti così influenti da guidare i loro concittadini ». – Forse non si è mai sufficientemente considerato per quale via e in qual modo il Vangelo cominciò ad essere propagato e la Chiesa di Dio a stabilirsi fra le genti. Accennando rapidamente a tale argomento mentre si chiudeva ufficialmente la Mostra Missionaria, ricordavamo che dai primi documenti letterari dell’antichità cristiana appariva manifestamente come il clero, messo a capo dagli Apostoli ad ogni nuova comunità di fedeli, non era importato di fuori, ma era preso e scelto dai nativi del paese. Per aver poi il Romano Pontefice affidato a voi e ai vostri coadiutori l’ufficio di predicare la verità cristiana alle genti pagane, non dovete credere che i sacerdoti indigeni siano fatti solo per assistere i missionari nei compiti di minor momento e per completare in qualche modo l’opera loro. A che, di grazia, debbono mirare le Sacre Missioni se non a questo, che la Chiesa di Cristo si istituisca e si stabilisca in tanta immensità di paesi? E da che cosa la Chiesa sarà formata presso i pagani, se non da tutti quegli elementi con i quali già presso di noi si formò, vale a dire dal popolo e dal clero proprio di ciascuna regione, e dai propri religiosi e religiose? Perché mai impedire al clero indigeno di coltivare il campo suo proprio e nativo, che è quanto dire di governare il suo popolo? Per poter procedere ogni giorno più spediti nel guadagnare a Cristo sempre nuovi infedeli non vi gioverà sommamente il lasciare ai Sacerdoti indigeni le stazioni, perché le custodiscano e le coltivino più vantaggiosamente? Anzi, essi riusciranno utilissimi quanto mai, e più di quanto si possa credere, nell’allargare sempre più il regno di Cristo. « Infatti il Sacerdote indigeno — per usare le parole dello stesso Nostro predecessore – avendo comuni con i suoi connazionali l’origine, l’indole, la mentalità e le aspirazioni, è meravigliosamente adatto ad instillare nei loro cuori la Fede, perché più di ogni altro conosce le vie della persuasione. Perciò accade spesso che egli giunga con tutta facilità dove non può arrivare il missionario straniero ». – Che dire poi della scarsa conoscenza della lingua per cui i missionari stranieri riescono talora così impacciati nell’esprimere il loro pensiero che ne restano molto indebolite la forza e l’efficacia della loro predicazione? E a questi si aggiungono altri inconvenienti, dei quali conviene tenere giusto conto, sebbene sembri che possono solo accadere di rado o con facilità essere allontanati. Si supponga che per una guerra o per altri avvenimenti politici nel territorio di una missione si soppianti un governo con un altro, e si chieda o si decreti l’allontanamento dei missionari stranieri di una determinata nazione; si supponga altresì — cosa certo più difficile da avvenire — che gli indigeni, raggiunto un grado più alto di civiltà e quindi una certa maturità civile, vogliano, per rendersi indipendenti, cacciare dal loro territorio governatori, soldati e missionari della nazione straniera da cui dipendono, e che ciò non possano fare se non col ricorrere alla violenza. Quale rovina, domandiamo, sovrasterebbe allora in quei paesi sulla Chiesa, se non si fosse provveduto pienamente alle necessità della popolazione convertita a Cristo disponendo come una rete di sacerdoti indigeni per tutto quel territorio? Ma inoltre — poiché alle presenti condizioni di cose conviene in pieno la sentenza di Cristo: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » — la stessa Europa da cui proviene la maggior parte dei missionari, abbisogna oggigiorno di clero, e tanto più ne abbisogna quanto più importa, con l’aiuto di Dio, ricondurre i fratelli dissidenti all’unità della Chiesa e strappare gli acattolici dai loro errori; e tutti sanno che se al presente non è minore di prima il numero dei giovani chiamati alla vita sacerdotale o religiosa, assai minore è il numero di coloro che ubbidiscono alla divina chiamata. – Da quanto abbiamo detto, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, consegue essere necessario fornire i vostri territori di un numero tale di sacerdoti indigeni, che bastino da soli sia ad estendere i confini della società cristiana, sia a reggere la comunità dei fedeli della propria nazione, senza dover contare sull’aiuto del clero avventizio. E di fatto in qualche luogo, come dicevamo poc’anzi, si cominciò ad aprire Seminari per alunni indigeni, erigendoli in luoghi situati tra Missioni limitrofe appartenenti al medesimo Ordine o Congregazione, dove i singoli Vicari e i Prefetti Apostolici inviano e mantengono a proprie spese giovani scelti, per riaverli un giorno ordinati sacerdoti e pronti per il sacro ministero. Pertanto, ciò che qua e là si è da taluno incominciato, desideriamo, anzi ordiniamo, che tutti i Superiori delle Missioni cerchino parimenti di fare, in modo che non venga tenuto lontano dal sacerdozio e dall’apostolato nessun indigeno che dia buone speranze e mostri vera vocazione. Certo, quanti più saranno gli alunni che sceglierete per tale formazione — ed è assolutamente necessario che siano moltissimi — tanto maggiori saranno le vostre spese; ma non perdetevi di animo, confidando nell’amabilissimo nostro Redentore, alla cui provvidenza spetterà fare in modo che, aumentando la generosità dei Cattolici, affluiscano alla Santa Sede i mezzi con cui più largamente aiutarvi ad effettuare un’opera tanto salutare. – Se ciascuno di voi deve procurarsi il maggior numero possibile di chierici indigeni, dovete anche studiarvi di indirizzarli e formarli alla santità che si addice al grado sacerdotale e a quello spirito di apostolato congiunto allo zelo della salute dei propri fratelli, in modo che siano pronti a dare persino la vita per i membri della propria tribù e nazione. Importa tuttavia moltissimo che al medesimo tempo questi alunni ricevano una buona e profonda formazione scientifica, sacra e profana, chiara e metodica, e non con corsi troppo accelerati e sommari, ma con il solito corso di studi. Persuadetevi infatti che se nei Seminari formerete soggetti esimi per illibatezza di vita e per pietà, abili ai ministeri e assai esperti nell’insegnamento della legge divina, preparerete uomini che non solo si attireranno in patria la stima anche delle autorità e dei dotti, ma potranno un giorno esser destinati al governo delle parrocchie e delle diocesi, che verranno erette non appena a Dio così piacerà, con buona speranza di frutto. Certo sbaglierebbe chi stimasse questi indigeni come una razza inferiore e di ingegno ottuso. Infatti, una lunga esperienza dimostra che i popoli delle estreme regioni orientali ed australi talora non la cedono ai nostri e possono benissimo gareggiare con essi e tener loro fronte per acume di mente. Che se nel cuore delle terre barbare si trovano uomini di somma lentezza nell’apprendere, ciò si deve alla condizione della loro vita che, avendo esigenze ristrettissime, non li costringe a fare grande uso della loro intelligenza. Se di quanto abbiamo detto voi, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, potete essere testimoni, Noi pure possiamo far fede, avendo quasi sotto gli occhi l’esempio di quegli indigeni che, istruiti nei collegi di Roma in ogni genere di discipline, non solo pareggiano gli altri alunni in prontezza di ingegno e nell’esito degli studi, ma spesso anche li superano. Inoltre, non dovete permettere che i Sacerdoti indigeni siano ritenuti quasi di grado inferiore e quindi addetti soltanto ai più umili ministeri, come se essi non fossero insigniti dello stesso sacerdozio dei vostri missionari, o non partecipassero dello stesso apostolato; anzi abbiate delle preferenze per essi che un giorno dovranno governare le Chiese fondate col vostro sudore e con le vostre fatiche, e le future comunità cattoliche. Non vi sia perciò differenza tra Missionari europei e indigeni; si colmi ogni solco di separazione e gli uni agli altri si uniscano con vicendevole rispetto e carità. – E poiché per l’organizzazione della Chiesa nelle vostre popolazioni è necessario, come abbiamo detto, servirsi degli elementi di cui essa per divino consiglio dispone, dovete per conseguenza stimare come uno dei doveri principali del vostro ufficio l’istituzione di Congregazioni religiose indigene, maschili e femminili. E non è forse giusto che anche i novelli seguaci di Cristo possano professare i consigli evangelici, ove si sentano dalla divina ispirazione invitati e spinti a vita più perfetta? Su questo punto è bene che i Missionari e le Religiose che lavorano nel vostro campo non si lascino condizionare troppo dall’amore per la propria Congregazione, sebbene in sé giusto e legittimo, e sappiano invece guardare le cose con una certa larghezza di idee. Quindi se vi sono indigeni desiderosi di arruolarsi nelle Congregazioni antiche, non sarebbe certamente giusto sconsigliarli o impedirli, purché diano affidamento di poterne assimilare lo spirito e di riuscire a stabilire nella loro patria una prole non degenere, ma neppure dissimile da quella dell’Istituto abbracciato; ma riflettete scrupolosamente e senza motivi di particolare interesse, se non torni più vantaggioso fondare nuove Congregazioni che meglio corrispondano all’indole e alle inclinazioni degli indigeni e alle esigenze delle condizioni di quella data regione. – Né è da tacersi un altro punto importantissimo per la diffusione del Vangelo; quanto cioè giovi moltiplicare il numero dei catechisti, siano essi scelti tra gli europei o, meglio ancora, tra gli indigeni, perché aiutino i Missionari istruendo i catecumeni e preparandoli al Battesimo. Non occorre dire di quali doti essi debbano essere forniti per poter trarre a Cristo gl’infedeli più con l’esempio che con le parole; e voi, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, proponetevi fermamente di educarli con ogni cura affinché apprendano bene la dottrina cattolica, e nel trattarla e spiegarla sappiano adattarsi all’ingegno e all’intelligenza degli uditori; a ciò riusciranno tanto più agevolmente quanto più intimamente conosceranno l’indole degli indigeni. – Abbiamo fin qui parlato della scelta e dell’arruolamento dei vostri compagni di fatica. Su questo argomento però Ci rimane ancora da esporre al vostro zelo una proposta, la quale, ove venga effettuata, crediamo gioverà non poco a una più celere diffusione della fede. Di quanta stima Noi nutriamo per la vita contemplativa fa abbondantemente fede la Costituzione Apostolica con la quale ben volentieri, due anni fa, confermammo con la Nostra autorità apostolica la riforma onde si adattò al Codice di Diritto Canonico la regola dei Certosini, regola già fin dagli inizi dell’Ordine approvata dall’autorità pontificia. Orbene, come Noi stessi esortiamo vivamente i superiori maggiori di simili Ordini contemplativi, così voi pure induceteli con ripetute istanze a che, mediante fondazioni di Cenobî, importino nel territorio delle Missioni e diffondano tale forma austera di vita contemplativa; giacché questi uomini impetreranno dal Cielo una mirabile pioggia di grazie su voi e sulle vostre opere. Né è da temere che questi monaci non trovino da voi terreno propizio, mentre gli abitanti, specialmente di alcune regioni, benché pagani la maggior parte, di natura loro tendono alla solitudine, all’orazione e alla contemplazione. A questo proposito, ricordiamo il Cenobio eretto nel Vicariato Apostolico di Pechino dai Cistercensi Riformati della Trappa, dove quasi cento monaci, in maggioranza cinesi, con l’esercizio delle virtù più perfette, con la preghiera continua, con il rigore della vita, col lavoro manuale, come placano la divina Maestà e la rendono propizia a sé e agli infedeli, così con l’efficacia dell’esempio guadagnano questi stessi a Cristo. È dunque evidente che i nostri anacoreti, pur mantenendo intatto lo spirito del loro Fondatore e senza darsi alla vita attiva, possono ognora riuscire di grande utilità al prospero successo delle Missioni. Se i Superiori di questi Ordini accoglieranno le vostre preghiere e stabiliranno case di loro sudditi dove di comune accordo si crederà meglio, faranno un’opera sommamente benefica a favore di tante moltitudini di pagani e a Noi gradita sopra ogni dire. – Ed ora, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, passiamo a un argomento che riguarda un migliore assestamento delle Missioni. Se in tale materia l’immediato Nostro predecessore diede già simili avvisi e insegnamenti, desideriamo ripeterli, perché li crediamo giustamente di grande vantaggio per un fruttuoso esercizio dell’apostolato. – Dunque, giacché in gran parte dipende da voi l’esito dell’apostolato cattolico tra i pagani, vogliamo da voi un’organizzazione migliore che renda d’ora innanzi più facile la via alla propagazione della dottrina cristiana e l’aumento del numero di quanti sono già da essa illuminati. Procurate quindi di distribuire i Missionari in modo che nessuna parte del territorio resti senza predicazione, che di nessuna si rinvii l’evangelizzazione ad altro tempo. Perciò spingetevi più innanzi, a tappe, lasciando Missionari in qualche luogo centrale, intorno a cui stabilirete residenze minori, affidate almeno ad un catechista e dotate di una cappella, che i Missionari, di quando in quando, in dati giorni, andranno a visitare per motivi di ministero. – Ricordino inoltre i predicatori del Vangelo che agli indigeni bisogna accostarsi imitando il metodo tenuto dal divino Maestro quando trattava col popolo. Egli, prima d’insegnare alle turbe, era solito sanare gl’infermi: «Curò tutti gli ammalati; Molti lo seguirono ed egli guarì tutti; Ne sentì compassione e guarì i loro malati ». Il che ordinò pure di fare agli Apostoli, dandone loro il potere: « Ed in qualunque città entrerete … curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio; Usciti, giravano per i borghi evangelizzando e curando dappertutto ». I Missionari non dimentichino neppure come Gesù si mostrasse benigno ed amabile verso i pargoli e i fanciulli; e quando i discepoli li sgridarono, ordinò loro di non impedirli di andare a lui. E qui viene a proposito rammentare ciò che altra volta dicemmo: che cioè i Missionari che predicano agli infedeli sanno benissimo quanta benevolenza ed affetto si concili anche in quelle regioni chiunque provvede alla salute pubblica e cura gl’infermi, e mostra amore per i bambini e per i fanciulli: tanto può l’esercizio della carità nel conquistare il cuore degli uomini. – Ma per tornare al punto or ora toccato, se va bene che in quei luoghi, dove voi, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, avete stabilito la vostra sede e il domicilio, e così pure nelle residenze più importanti per numero di anime, le chiese e gli altri edifici della Missione siano più capaci, bisogna tuttavia schivare la costruzione di templi o di edifici troppo sontuosi e dispendiosi, quasi si trattasse di allestire cattedrali ed episcopî per le diocesi future. Questo si farà a suo tempo, e con maggior vantaggio. Non è forse noto che in certe diocesi, già da tempo canonicamente erette, simili templi e palazzi si sono appena ora costruiti, se pure non sono anche adesso in costruzione? Parimenti non sarebbe giusto né utile riunire e quasi ammucchiare le istituzioni e le opere destinate al vantaggio spirituale e corporale del prossimo in qualche residenza principale o nel luogo dove voi stessi risiedete: perché se sono di grande importanza, richiederanno la presenza vostra e quella dei Missionari e ne assorbiranno talmente l’attenzione da causare il rallentamento e anche la cessazione delle visite nel resto del territorio per la propagazione del Vangelo. E giacché si è fatta menzione di tali opere, oltre gli ospedali e le sale per la cura degli infermi e la distribuzione delle medicine, oltre alle scuole elementari, che dovete aprire dappertutto, è bene che con la fondazione di altre scuole per i giovani che non si diano all’agricoltura, apriate loro la strada dell’insegnamento superiore e specialmente di arti e mestieri. E qui vi esortiamo di non lasciar da parte i maggiorenti del luogo e i loro figliuoli. È verissimo che la parola di Dio e i suoi predicatori più facilmente vengono accolti dai più umili plebei; è vero pure che Gesù affermò di se stesso: « Lo Spirito del Signore … mi ha inviato ad evangelizzare i poveri »; ma oltre che dobbiamo tener presente anche il detto di San Paolo: « Sono debitore ai saggi e agli stolti », la pratica e l’esperienza c’insegnano che una volta condotti alla religione di Cristo i capi del popolo, facilmente le classi più umili tengono loro dietro. – Infine, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, per l’esemplare zelo che vi anima per la religione e la salvezza delle anime, accogliete docilmente e con cuore disposto a pronta ubbidienza un’ultima e importantissima raccomandazione. I territori dalla Santa Sede affidati alla cura vostra operosa perché voi li rechiate alla legge di Cristo, sono per lo più di grande estensione. Può dunque accadere che il numero dei Missionari appartenenti al vostro particolare Istituto sia di gran lunga inferiore al bisogno. In tal caso, come nelle diocesi bene stabilite sogliono venire in aiuto ai Vescovi operai appartenenti a diverse famiglie religiose, o di sacerdoti o di laici, e Suore di diverse Congregazioni, così voi, trattandosi della propagazione della fede, della educazione della gioventù indigena e di altre simili utilissime imprese, non dovete esitare ad invitare ed accogliere come compagni di lavoro religiosi e missionari, benché di altro Istituto, siano essi sacerdoti o membri di Congregazioni laicali. Va bene che gli Ordini e le Congregazioni religiose si glorino e della missione tra i pagani loro affidata e delle conquiste finora procurate al regno di Cristo; ma si ricordino che i territori delle Missioni non sono da essi posseduti in forza di un diritto esclusivo e perpetuo, ma che li posseggono a beneplacito della Santa Sede, la quale ha perciò il diritto e il dovere di provvedere che vengano rettamente e pienamente coltivati. Né il Romano Pontefice adempirebbe tale dovere se si restringesse unicamente a distribuire territori di maggiore o minore estensione a questo o a quell’altro Istituto; ma, ciò che più conta, sempre e con ogni diligenza deve procurare che questi Istituti inviino nelle regioni loro affidate tanti e soprattutto tali Missionari, che possano bastare a un lavoro efficace per illuminarle bene in tutta la loro ampiezza con la luce della verità. E poiché il Pastore divino ricercherà il suo gregge dalla Nostra mano, Noi senza esitazioni, quando apparirà necessario o più opportuno ed utile alla maggiore espansione della Chiesa Cattolica, trasferiremo i territori delle Missioni da un Istituto ad un altro, o lo divideremo e suddivideremo, e affideremo al clero indigeno o ad altre Congregazioni i nuovi Vicariati e Prefetture Apostoliche. – Altro non resta che tornare ad esortarvi, Venerabili Fratelli, quanti nel mondo cattolico partecipate con Noi delle sollecitudini e delle gioie dell’ufficio pastorale, di venire in aiuto delle Missioni, con le industrie e coi mezzi che vi abbiamo suggeriti, affinché esse, quasi animate da novello vigore, rendano per l’avvenire più copiosa raccolta. Ai comuni nostri desideri arrida con favore materno la Regina degli Apostoli Maria, la quale, avendo accolto nel suo cuore di Madre tutti gli uomini affidatile sul Calvario, ama e protegge non meno quelli che ignorano di essere stati redenti da Gesù Cristo, che quelli che della redenzione godono felicemente i frutti. – Intanto, come auspicio dei doni celesti e in segno della Nostra benevolenza paterna, a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al vostro popolo impartiamo con ogni affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 febbraio 1926, anno quinto del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI 

DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2022)

XIV DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Le Lezioni dell’Officio di questa Domenica sono spesso prese dal Libro dell’Ecclesiastico (Agosto) o da quello di Giobbe (Settembre). Commentando il primo, S. Gregorio dice: « Vi sono uomini così appassionati per i beni caduchi, da ignorare i beni eterni, o esserne insensibili. Senza rimpiangere i beni celesti perduti, i disgraziati si credono felici di possedere i beni terreni: per la luce della verità, non innalzano mai i loro sguardi e mai provano uno slancio, un desiderio verso l’eterna patria. Abbandonandosi ai godimenti nei quali si sono gettati si attaccano e si affezionano, come se fosse la loro patria, a un triste luogo d’esilio; e in mezzo alle tenebre sono felici come se una luce sfolgorante li illuminasse. Gli eletti, invece, per cui i beni passeggeri non hanno valore, vanno in cerca di quei beni per i quali la loro anima è stata creata. Trattenuti in questo mondo dai legami della carne, si trasportano con lo spirito al di là di questo mondo e prendono la salutare decisione di disprezzare quello che passa col tempo e di desiderare le cose eterne ». — Quanto a Giobbe viene rappresentato nelle Sacre Scritture come l’uomo staccato dai beni di questa terra: « Giobbe soffriva con pazienza e diceva: Se abbiamo ricevuti i beni da Dio, perché non ne riceveremo anche i mali? Dio mi ha donato i beni, Dio me li ha tolti, che il nome del Signore sia benedetto ». — La Messa di questo giorno si ispira a questo concetto. Lo Spirito Santo che la Chiesa ha ricevuto nel giorno di Pentecoste, ha formato in noi un uomo nuovo, che si oppone alle manifestazioni del vecchio uomo, cioè alla cupidigia della carne e alla ricerca delle ricchezze, mediante le quali può soddisfare la prima. Lo Spirito di Dio è uno spirito di libertà che rendendoci figli di Dio, nostro Padre, e fratelli di Gesù, nostro Signore, ci affranca dalla servitù del peccato e dalla tirannia dell’avarizia. « Quelli che vivono in Cristo, scrive S. Paolo, hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e bramosie. Camminate, dunque, secondo lo Spirito e voi non compirete mai i desideri della carne, poiché la carne ha brame contro lo Spirito e lo Spirito contro la carne: essi sono opposti l’uno all’altra » (Ep.).  Nessuno può servire a due padroni, dice pure Gesù, perchè o odierà l’uno e amerà l’altro, ovvero aderirà all’uno e disprezzerà l’altro. Voi non potete servire a Dio e alle ricchezze ». « Chiunque è schiavo delle ricchezze, spiega S. Agostino – e si sa che sono spesso fonte di orgoglio, avarizia, ingiustizia e lussuria –  è sottomesso ad un padrone duro e cattivo. (« Forse che questi festini giornalieri, questi banchetti, questi piaceri, questi teatri, queste ricchezze, si domanda S. Giovanni Crisostomo, non attestano l’insaziabile esigenza delle tue cattive passioni? » – 2° Nott., V Domenica di Agosto che coincide qualche volta con questa Domenica). Dio non condanna la ricchezza ma l’attaccamento ai beni di questa terra e il loro cattivo impiego) Tutto dedito alle sue bramosie, subisce però la tirannia del demonio: certamente non l’ama perché chi può amare il demonio? ma lo sopporta. D’altra parte non odia Dio, poiché nessuna coscienza può odiare Dio, ma lo disprezza, cioè non lo teme, come se fosse sicuro della sua bontà. Lo Spirito Santo mette in guardia contro questa negligenza e questa sicurezza dannosa, quando dice, mediante il Profeta: Figlio mio, la misericordia di Dio è grande » (Eccl., V, 5 ),— (Queste parole sono prese dal 1° Notturno della V Domenica di Agosto, che coincide qualche volta con questa Domenica: « Non dire: la misericordia di Dio è grande, egli avrà pietà della moltitudine dei miei peccati. Poiché la misericordia e la collera che vengono da Lui si avvicinano rapidamente, e la sua collera guarda attentamente i peccatori. Non tardare a convertirti al Signore e non differirlo di giorno in giorno: poiché la sua collera verrà improvvisamente e ti perderà interamente. Non essere inquieto per l’acquisto delle ricchezze, poiché non ti sopravviveranno nel giorno della vendetta ») – … ma sappi che « la pazienza di Dio t’invita alla penitenza » (Rom., II, 4). Perché chi è più misericordioso di Colui che perdona tutti i peccati a quelli che si convertono e dona la fertilità dell’ulivo al pollone selvatico? E chi è più severo di colui che non ha risparmiati i rami naturali, ma li ha tagliati per la loro infedeltà? Chi dunque vuole amare Dio e non offenderlo, pensi che non può servire due padroni; abbia egli un’intenzione retta senza alcuna doppiezza. Ed e così che tu devi pensare alla bontà del Signore e cercarlo nella semplicità del cuore. Per questo, continua egli, io vi dico di non avere sollecitudini superflue di ciò che mangerete e del come vi vestirete; per paura che forse, senza cercare il superfluo, il cuore non si preoccupi, e che cercando il necessario, la vostra intenzione non si volga alla ricerca dei vostri interessi piuttosto che al bene degli altri » (3° Nott.). Cerchiamo dunque, prima di tutto il regno di Dio, la sua giustizia, la sua gloria (Vang., Com.); mettiamo nel Signore ogni nostra speranza (Grad.), poiché è il nostro protettore (Intr.); è Lui che manda il suo Angelo per liberare quelli che lo servono (Off.) e che preserva la nostra debole natura umana, poiché senza questo aiuto divino essa non potrebbe che soccombere (Oraz.). L’Eucarestia ci rende Dio amico (Secr.) e, fortificandoci, ci dà la salvezza (Postcom.). Cerchiamo, dunque, prima di tutto di pregare nel luogo del Signore (Vers. dell’Intr.) e di cantarvi le lodi di Dio, nostro Salvatore (All.); poi occupiamoci dei nostri interessi temporali, ma senza preoccupazione.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te, pater, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Ps LXXXIII: 2-3

V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini.

[O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.

[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.

Gal V: 16-24

“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

[“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame”].

C’è una lotta, una guerra formidabile, una battaglia che si combatte fieramente e dappertutto e sempre: si combatte in ciascuno di noi. Per un misterioso congegno, noi, siamo due in uno e uno in due. Siamo, lo sanno tutti, anima e corpo, ma corpo e anima pur insieme uniti come sono a formare un sol uomo, rappresentano ciascuno tendenze diverse, addirittura contrastanti. La materia ci trascina nel torbido mondo dei piaceri più bassi: mollezza, ozio, dissipazione, egoismo e poi crudeltà se occorre. La materia ci trascina verso il mondo animale, anzi un mondo animale degenere e corrotto. È un fatto che noi possiamo sperimentare, che sperimentiamo anzi, senza volerlo, in noi stessi. Lo sperimentiamo con un altro fatto, del pari innegabile. Ed è che dentro di noi, contro di noi, contro questi travolgimenti passionali, queste degenerazioni brutali, qualche cosa, qualcheduno protesta; come se si trovasse, perché si trova, a disagio, nel trionfare di queste basse voglie. Questo qualcuno è lo spirito che, dice San Paolo « concupiscit adversus carnem ». Veramente, questa concupiscenza dello spirito, è una frase ardita. La realtà si è che lo spirito ha delle sue voglie, delle sue tendenze, che non sono quelle della carne. E noi sentiamo in noi, nelle ore migliori della vita, una sete di purezza, di sobrietà, di laboriosità, di sacrificio, di dominio della bestia: sogni angelici ci traversano l’anima e ce la attirano verso il cielo. Istinti angelici da quanto sono brutali quegli altri. Istinti che si rafforzano dentro di noi, colla educazione, coll’altrui buon esempio, colla saturità cristiana dell’ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Ma istinti ai quali contrasta e maledice il corpo, proprio come contro quelli del corpo eleva l’anima l’istintivo suo veto. In questa lotta è la tragedia della nostra vita morale. È il segreto della nostra debolezza. È per questo che facciamo spesso quello che non vorremmo, che quasi non vogliamo e non facciamo quello che vorremmo. Quanti uomini vorrebbero essere fedeli alle loro mogli, vorrebbero dare esempi luminosi di buon costume ai loro figli… vorrebbero; e intanto, pur riconoscendo che fanno male, che amareggiano il cuore di una povera donna, che dànno cattivo esempio ai figlioli, profanano il santuario domestico e cercano fuori di esso illecite gioie. Quanti giovani si vergognano, si pentono della vita materiale, animalesca che conducono, e intanto non hanno forza di troncarla: « vident meliora, probantque, deteriora sequuntur ». Ma se in questo congegno di lotta interna è il segreto della nostra debolezza, v’è anche quello della nostra gloria. Abbiamo una bella battaglia da vincere. Essere un po’ sulla terra, ancora sulla terra « sicut angeli Dei in cœlo.» Andare verso l’alto, verso il cielo malgrado questa palla di piombo, che, ahimè, portiamo al piede. Gli Angeli nascono Angeli, lo sono: noi dobbiamo diventarlo. – Il Cristianesimo è stato e rimane il grande alleato dello spirito nella lotta contro la carne, Gesù è venuto apposta tra noi per dare man forte allo spirito. E da Lui in poi, e grazie a Lui, la vittoria nonché possibile, è diventata frequente tra i suoi discepoli. L’umanità vede oggi a frotte i cavalieri autentici dello spirito, gli uomini che collo spirito hanno mortificato, compresso i fasti della carne, e si rivelano in questa trionfale spiritualità di vita, si rivelano guidati dallo Spirito di Dio. Aggreghiamoci alla falange dei vincitori, non accodiamoci, codardi, alle orde dei vinti.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.

[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
 

[È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.

[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
Matt VI: 24-33

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

[“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e alle ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

FIDUCIA IN DIO

Le parole più rasserenanti del Vangelo forse sono queste che Gesù ora ci rivolge: « Non angustiatevi, come fanno quelli che non han fede, dicendo: cosa mangeremo o cosa berremo o di che cosa ci vestiremo? Il Padre vostro sa quello che vi bisogna ». Com’è consolante sapere che dietro la gigantesca macchina dell’universo, c’è Dio nostro Padre che tutto guida e intanto non distoglie mai da noi suoi figli la dolce mano paterna! Alla sua affermazione Gesù aggiunse tre argomenti perché la nostra convinzione fosse profonda. a) « La vita non vale più del pane e il corpo non vale più del vestito? Se Dio, senza alcun merito o sforzo da parte vostra, vi ha dato la vita e il corpo, a maggior ragione vi darà il cibo e le vesti. b) « E poi guardate gli uccelli dell’aria che non seminano né mietono: sono mantenuti dal Padre celeste. Se mantiene i passeri, trascurerà voi che valete infinitamente di più?… Guardate anche i gigli del campo come crescono senza filare né tessere: sono vestiti dal Padre celeste con un raso bianco che farebbe sfigurare il manto del re Salomone. Se veste i gigli, lascerà voi ignudi, o gente di poca fede? c) « Inoltre, coll’affannarvi, potete forse prolungare d’un giorno la vostra vita al di là del limite stabilito? Come non siete capaci di prolungare la vita, così non siete capaci di mantenerla, se il Padre non provvede per voi ». Infine, Gesù pose la condizione essenziale per ottenere i favori della Provvidenza: « Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia; e avrete ogni altra cosa per soprappiù ». Eliminiamo subito un’idea erronea che potrebbe già essere nata ascoltando questo brano evangelico: se io ho fede in Dio e nella sua Provvidenza, è dunque inutile lavorare? Provvidenza non significa pigrizia: bisogna industriarci come se tutto dipendesse da noi, ma con tale serenità come se tutto dipendesse da Dio. Dio vuole che lavoriamo, che guadagniamo il nostro pane con il sudore della nostra fronte, ma vuole che questo lavoro sia senza inquietudine e lasci lo spirito libero e sollecito, prima d’ogni altra cosa, della gloria di Dio e della salvezza dell’anima. C’è pure da ricordare che la fiducia nella Provvidenza divina poggia su tre punti: 1) credere che esiste un Dio amorosissimo e padre; 2) credere che questo Dio Padre ci vuol condurre alla felicità eterna; 3) credere che i mezzi e le vie con cui Dio Padre ci conduce al nostro fine sono tutti per il nostro meglio, anche se li sentiamo dolorosi e incomprensibili. Quest’ultimo è il punto difficile dove si riconoscono i veri figli di Dio che lo amano e pongono in Lui fiducia piena, serena. – 1. FIDUCIA PIENA. Si racconta di un Santo eremita di nome Paolo che, abbandonate le molte ricchezze che possedeva, si ritirò nel deserto, pensoso unicamente della propria santificazione e della gloria di Dio. Ogni giorno un corvo discendeva a lui con nel becco un mezzo pane, quanto bastava per il suo quotidiano sostentamento. Una volta veni’ a trovarlo S. Antonio abate, e mentre s’intrattenevano in devoti colloqui, ecco discendere il corvo con un pane intero. « Provvidenza del buon Dio! — esclamò commosso Paolo . — Sono anni e anni che ricevo un mezzo pane: ma oggi ne occorreva il  doppio. Vedi che non è mancato! ». Sembrerebbero leggende che forse potevano accadere ai tempi antichi dei Padri del deserto. Eppure, leggete la vita del Santo Cottolengo che è dei tempi nostri, andate a Torino a visitare la « Piccola Casa della Divina Provvidenza », e vedrete le cose più meravigliose di un corvo con un pezzo di pane nel becco. Son migliaia di lire che occorrono ogni giorno: e ogni giorno non mancano. Sono quintali e quintali di farina e di carne che occorrono ogni giorno: e ogni giorno non mancano. Non si sa da che parte arrivino; ma infallibilmente arrivano, anche se non li porta un corvo. Oh Provvidenza di Dio, come sfolgori vicina a noi! ma i nostri occhi sono chiusi e non ti possono vedere. C’è troppa gente di poca fede a cui trema il cuore quando dovrebbe abbandonarsi alla Provvidenza, e mentre chiama aiuto con una mano, con l’altra s’attacca al fango in cui affonda. Costoro non hanno fiducia piena nella Provvidenza. Facciamo alcuni esempi, per essere pratici. V’ha di quelli che nella preghiera affidano a Dio i loro bisogni, e poi si lamentano, lo insultano, sparlano di Lui come se fosse un addormentato, un distratto, un ritardatario, un ingiusto, un crudele. Altri fanno accendere il lumino in chiesa o anche fanno celebrare una Messa, ma poi s’arrangiano con furberie illecite, con falsità e imbrogli e furti, più o meno gravi. Altri ancora vanno in chiesa, ma poi lavorano anche di festa temendo quasi che l’aiuto di Dio sia insufficiente. Ci sono di quelli che ascoltano e leggono il Vangelo, invocano il Signore che li illumini, ma la loro fiducia è così scarsa da lasciare il posto alla superstizione. Interrogano la fattucchiera che fa il gioco delle carte, si fanno leggere il destino sulle mani, chiedono la spiegazione dei sogni, fanno ballare i tavolini spiritici. Farò un ultimo caso di questa gente che non vorrebbe arrischiar nulla: non perdere l’appoggio del mondo, ottenere gli aiuti di Dio. È il caso di quei coniugi che illudono di conciliare la devota pratica dei primi venerdì d’ogni mese per ottenere le grazie del Sacro Cuore, e poi con la scusa della miseria, della salute, dell’età violano la legge sacrosanta del matrimonio. A tutti costoro io debbo per dovere ripetere l’ammonimento del Signore: « Nessuno può servire a due padroni. Non potete servire a Dio ed a Mammona ». – 2. FIDUCIA SERENA. Una tempesta selvaggia sconvolgeva l’oceano ed il naviglio era sballottato sulla schiuma rabbiosa come un guscio di noce. I passeggeri sembravano impazziti dalla paura: non avevano più colore, né voce. Soltanto un fanciulletto correva avanti e indietro: ridendo a trilli per le cadute e il barcollamento a cui era costretto: era il figlio del pilota. Quando, come a Dio piacque, la nave uscì dalla tempesta e tutti si sentirono rifluire la vita al cuore, qualcuno prese in braccio il fanciulletto e gli disse: « Ma tu, piccolo folletto, non avevi paura di andare ai pesci? ». Rispose: « Paura? è mio padre che guida la nave ». Ah se ciascuno di noi, nei momenti trepidi, riuscisse a ripetere con tutta l’anima le parole del figlio del pilota: « Paura di che? mio padre è al timone! »; oppure sapesse dire l’espressione del Vangelo: « Io non sono solo perché il Padre è con me » (Giov., XVI, 32); oppure quell’altra che è nei Salmi: « Il Signore è la mia guida: non mancherò mai di nulla… quand’anche camminassi per una valle d’ombre mortali, non temerò perché voi siete con me » (Salmi, XXII, 1-4); dimostrerebbe davvero una filiale e serena fiducia nella Provvidenza. Non ignoro le obbiezioni e le difficoltà contro questa serena fiducia: ho pregato tanto, ho gridato a Lui dal profondo del mio cuore e non m’ha ascoltato; gli sono stato fedele tutta la vita e ora un bacillo divora i miei polmoni implacabilmente; ho patito calunnie e ingiustizie e non m’ha difeso di fronte all’iniquità; dov’è la Provvidenza se un fulmine ha privato cinque orfanelli del padre, se l’inondazione ha devastato il campo dei buoni, se l’epidemia ha travolto bambini ed innocenti? Se una di queste prove ci fosse riserbata nella vita, Cristiani, preghiamo Iddio che ci trovi radicati fortemente nella fede. Ma fin d’ora ricordiamoci: a) le vie del Signore non sono come le nostre; ma poiché Egli è Padre, certamente sono per il nostro maggior bene; b) il dolore ha una funzione di castigo, e allora accettandolo scamperemo dal castigo eterno; di purificazione, e allora ci rende migliori liberandoci dalle scorie terrene; di prova, e allora se resteremo fedeli a Dio ci serberà meravigliose ricompense; c) i Santi non hanno perso la serena fiducia in casi più terribili dei nostri, e Dio li ha confortati. Giuseppe: è tradito dai fratelli e venduto ai mercanti d’Egitto: ma da schiavo diventerà viceré. Tre fanciulli sono buttati nella fornace ardente, ma le ali invisibili d’un Angelo li difendono dalle voraci fiamme. Il profeta Elia è perseguitato a morte e fugge; ma un Angelo gli porta da mangiare un pane ristoratore. San Paolo Apostolo aveva fiducia serena e incrollabile in mezzo ad ogni traversia. « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?… Chi mi separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione o l’angoscia; la persecuzione o la fame, o la nuda miseria; il pericolo o il pugnale?… No: né la morte né la vita, né le cose presenti né le future, né alcuna creatura, mi potrà mai separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù (Rom., VIII). Persuadiamoci di questo: per quelli che cercano anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia tutte le cose si risolvono in bene. – Nell’ultima cena, nell’ora delle intimità, Gesù disse ai suoi Apostoli: « Quando v’inviavo in missione senza bastone, né sacco, né argento, né tunica di scorta, se vi è forse mancato qualche cosa?». Risposero: « Nulla ». (Lc., XXII, 35). Da allora in poi quanti Cristiani vivono sulla parola del Signore, con una fiducia nella Provvidenza, piena e serena! S. Giovanni Crisostomo. nel secolo IV diceva ai suoi uditori: « Non crediate che questi comandamenti del Signore siano superiori alle forze umane, perché vì sono molti che li praticano. Che tu l’ignori, non è cosa che debba stupire: anche Elia credeva d’essere solo a servire Dio e invece erano in più di settemila. Tu non vuoi credere, perché non li vuoi imitare ». Ebbene, io vi dico che oggi, dopo venti secoli, quelli che si fidano del Signore sono ancora di più. — IL MONDO. Racconta S. Agostino, nel suo libro sulla città di Dio, che il Senato Romano aveva deciso d’innalzare una statua a Gesù Cristo: « di divinità la repubblica ne ha già parecchie, — pensavano quei bravi senatori, — ed aggiungerne una ancora non fa certamente male a nessuno ». Ma la cosa non andò così liscia come si sarebbe potuto immaginare. Innalzata che fu la statua di Nostro Signore nel Pantheon di Agrippa in mezzo a tutti gli altri simulacri, per due o tre mattine di seguito la trovarono sola e diritta nel tempio deserto, mentre le statue d’ogni altro idolo, sfracellate, giacevano fuori di quel tempio. Il significato del prodigio non è oscuro, anzi ce lo manifestano splendidamente le parole stesse di Gesù nel brano evangelico di questa domenica. « A due padroni non si può servire: o l’uno o l’altro bisogna amare, o l’uno o l’altro bisogna odiare ». In uno stesso tempio non ci può stare l’immagine di Cristo e quella di Bacco. In uno stesso cuore non c’è posto per Dio e l’Avarizia, per il Signore e il mondo, insieme. Press’a poco queste parole diceva Gesù sopra una collina solitaria, emergente dalla sponda destra del lago di Tiberiade. Da lontano appariva nel sole la città di Cafarnao. Il declivio verdissimo di erbe nuove s’ingemmava allora di gigli. Stormi di uccelli volteggiavano nella tranquillità azzurra dell’aria (F. Didon, Gesù Cristo, volume I, c. IV). Qualcuno degli ascoltatori pensava in suo cuore: « Va bene fuggire l’avarizia: ma chi mi mantiene, chi mi veste? Bisognerebbe trovarsi ne’ panni miei e poi, altro che il tempo di servire il Signore!… ». « Guardate, guardate gli uccelli nel cielo! — proruppe Gesù. — Come sono beati! Non seminano, non mietono, eppure Dio non li lascia morire di fame. Guardate, guardate i gigli nel prato! non vanno a coltivare come gli uomini, non stanno a filare come le donne: eppure, quanto sono belli! Dio li veste così. « Ma se Dio fa questo per gli uccelli del cielo, per le erbe del prato, non siete voi da più di un uccello e da più di un’erba? Il vostro Padre celeste sa bene quello che vi abbisogna, e ve lo darà per giunta se prima cercate il regno di Dio e la giustizia ». Nemo potest duobus dominis servire. Chi sono questi due padroni? L’uno è Dio che ci presenta i beni eterni e infiniti del paradiso, l’altro è il mondo che ci presenta i beni fugaci e avvelenati della terra. « Che vi è mai di comune fra la giustizia e la nequizia, tra lo splendore e il tenebrore, tra Cristo e il mondo? » diceva S. Paolo agli abitanti di Corinto. Ed è appunto della fuga del mondo che debbo parlare a voi che vivete nel mondo. Né vi sembri strano: i frati, i religiosi di questi avvisi non ne hanno bisogno, perché già dal mondo vivono separati; non così voi a cui è facile dimenticare d’essere Cristiani per vivere come mondani. Il mondo comincia dapprima col pretesto del cibo, del vestito, della famiglia, della posizione a distrarvi dal fine eterno, e poi vi perverte. Guardatevi dunque dal mondo che distrae, dal mondo che perverte. – 1. IL MONDO CHE DISTRAE. Stanco e polveroso camminava un pellegrino con lo sguardo fisso all’orizzonte se mai sopra il biondo del grano, sopra il verde del bosco, spuntasse il cupolone del santuario a cui muoveva per sciogliere un voto. A sera giunse davanti a un albergo: dalle finestre usciva un dolce suon di musica misto a un profumo di vivande apparecchiate. Si fermò a leggere l’insegna. Subito gli venne incontro l’oste e con inchini e sorrisi e preghiere lo trasse dentro. Allora da ogni angolo della sala gli vennero accanto i camerieri lindissimi chi per un servizio, chi per un altro; chi gli portava piatti ricolmi e fumanti, chi bottiglie umide e polverose. « Desidera altro? Siamo a’ suoi cenni ». « Che luogo incantato! — diceva il pellegrino. — Che lieto vivere! peccato che non mi posso fermare ». E tutti a supplicarlo di rimanere ancora, per una notte almeno, per un mese, per sempre. « Vorrei, ma non posso… » rispose; « una inflessibile necessità mi sforza ad andare ». E s’alzò. Ma ecco improvvisamente l’oste porgergli il foglio dei conti: una enormità! Tutto gli faceva pagare, anche i sorrisi, anche le moine, a peso d’oro e di sangue. Balbettò alcune scuse, e fu invano: si trovò sulla strada, di notte, solo e senza più nemmeno il danaro per compiere l’offerta votiva. Dall’alto le stelle lo videro piangere un pianto amaro, ma inutile, e udirono il suo singhiozzo lontano disperso dai fiati del vento. Cristiano, è il santo Cardinale Bellarmino che ci suggerisce questo esempio. Sicut caupones hospitem divertentem peramanter excipiunt sed in discessu severo vultu rigorose erigunt, ita mundus (BELLARM., Conc., 17). Ogni uomo che viene al mondo è in viaggio verso il santuario eterno ove dovrà consegnare una votiva offerta di opere buone. Ma sul cammino, come un oste col suo albergo, sta il mondo con la sua lusinga. Guai a quelli che si abbandonano a lui, dimenticando la propria anima, il cammino della virtù, e il cielo che li attende! Si troveranno alla fine delusi, e con più niente nelle mani: dall’alto le stelle udranno anche il loro inutile singhiozzo dissolversi nella notte eterna. E l’osteria principale con cui il mondo riesce a distrarre dal fine molti uomini è quella appunto che oggi Gesù ci svela nel santo Vangelo: « La preoccupazione esagerata per il cibo del corpo, per le vesti della persona, per le case da abitare, per i campi da sfruttare ». Per queste cose, si dimentica di avere degli obblighi con Dio e con la propria anima; per queste cose ci sono uomini che non trovano più il tempo di pregare, di ascoltare la Messa, di comunicarsi, di istruirsi nella fede, di fare qualche opera buona: il mondo è riuscito a distrarli dall’affare più importante. Ma ditemi, se v’incogliesse una seria malattia, tutte le vostre sollecitudini d’impegni e d’affari v’impedirebbero di trovare dei giorni, delle settimane di riposo e di cura? Certamente no. E perché allora vi impediranno di curare la salute della vostra anima che forse è tanto malata? Ma neanche se aveste tutte le brighe di un Papa nel governo della Chiesa universale, vi sarebbe permesso di trascurare « il Regno di Dio e la sua giustizia! » Quando Bernardo da Pisa fu eletto, da monaco che era, al sommo pontificato, tanto s’ingolfò nelle occupazioni esteriori che accompagnano questa dignità suprema che sembrava avesse rinunciato alla preghiera e alla cura della propria anima: ma il santo di Chiaravalle, come lo seppe, non dubitò di mandargli a dire che si trovava fuori di strada. Ma neanche se aveste tutte le brighe di un re nel governo del suo regno, vi sarebbe permesso di trascurare « il Regno di Dio e la sua giustizia! » Guardate Davide ch’era pure re e guerriero: nel turbinio dei pubblici affari, trovava momenti per ritirarsi e pregare sette volte al giorno. Septies in die laudem dixi tibi (Salmi, CXVIII, 164). Ed a mezza notte sorgeva dal suo letto reale e meditava la legge del Signore. Media nocte surgebam ad confitendum tibi (Salmi, CXVIII, 62). – 2. IL MONDO PERVERTE. Dopo aver distratto gli uomini con le brighe esagerate dell’avarizia e del cibo e del vestito, il mondo ha in suo potere molte armi di pervertimento: i teatri, i balli, la moda. E noi siamo fragili. S. Gabriele dell’Addolorata, passata la prima giovinezza tra le lusinghe del mondo, si rifugiò in religione, e nei primi mesi di convento pensando al suo amico Filippo Giovannetti ch’era studente nel Liceo di Spoleto e temendo per lui che si trovava in molte tentazioni di peccato, gli scriveva così: « Hai ragione di dire che ilmondo è pieno di pericoli e d’inciampi, e che è cosa ben difficile poter salvare l’unica  anima nostra: non per questo ti devi perdere di coraggio. « Ami la tua salvezza? fuggi i compagni cattivi. Ami la tua salvezza? Fuggi i teatri: ah che purtroppo è vero, e lo so per esperienza, come sia quasi impossibile entrare in essi con la grazia di Dio ed uscirne senza averla perduta o messa in gran pericolo! « Ami la tua salvezza? fuggi le conversazioni, poiché in tali luoghi tutto congiura contro l’anima nostra. Fuggi finalmente i libri cattivi, poiché è indicibile il male che essi possono fare nel cuore di tutti; ma specialmente nel cuore di un giovane… « Dimmi, poteva io pigliarmi più divertimenti e più spassi di quelli che mi son preso nel secolo? E bene, che me ne resta ora? A te lo confesso: non altro che amarezza ». (GERMANO, Vita di S. Gabriele, pag. 93). Cristiani, non chiudete il cuor vostro alla parola d’un Santo, alla parola del Vangelo: — Fuggite il mondo. Oggi S. Gabriele scrive anche a voi giovani che rincasate a notte tarda dopo lunghe serate passate chi sa dove e chi sa come, mentre la vostra mamma non patendo prender sonno piange e prega tenendo l’orecchio se mai risuoni il vostro passo su per le scale; anche a voi giovani che non conoscete più la dolcezza delle ore passate in chiesa o all’oratorio o accanto alla vostra famiglia, ma continuamente vi stordite in giuochi, in gite, in divertimenti. – Oggi S. Gabriele scrive anche a voi fanciulle e donne che, dimenticando d’essere le mistiche lampade delle case, volete essere le stupide lucciole delle strade; e senza vergogna v’aggirate di giorno e di sera per le piazze, per le vie, senza bisogno, senza modestia; anche per voi che, malvestite e peggio accompagnate, scalate montagne ed inforcate biciclette. Oggi S. Gabriele scrive a tutti i suoi consigli preziosi: perché quelle assidue visite rese principalmente a determinate persone, in determinate case e circostanze? Perché sciupare tanto tempo in quei trattenimenti di piacere, in quelle conversazioni inutili in cui si ascoltano, a spese del prossimo, tutti i rumori del mondo, in cui si apprende dagli altri ciò che dovremmo ignorare, in cui gli altri apprendono da noi ciò che essi pure non dovrebbero mai sapere? Una buona volta cessiamo d’essere schiavi del male, fuggiamo dal mondo, usciamo da questa Babilonia, terra di maledizione. Fugite de medio Babylonis! (Jer., LI, 6). Credete voi che il fuoco dell’ira di Dio s’è rovesciato tutto sulle città della Pentapoli? v’illudete forse che il braccio del nostro Signore ora sia inerme ed ognuno possa ridere della sua legge impunemente? Ricordatevi di Loth a cui Iddio mandò gli Angeli per avvisarlo che fuggisse dalla corrotta Sodoma: egli ubbidì, si ritirò sui monti solitari; e fu salvo. Chiunque non l’avrà imitato e, nonostante gli avvisi dei Santi e dei Sacerdoti, non amerà il ritiro nella sua casa e nella sua chiesa, io vi dico che verrà sepolto sotto una pioggia di fuoco ben più terribile di quella che travolse i Sodomiti. – Attendete, se non sarà così. Jeu, figlio di Josafat, entrava vittorioso nella città. Ora la perfida Gezabele, avendo saputo del suo arrivo e sperando di piacere a lui, si cerchiò gli occhi di nero, si adornò procacemente la testa e si pose alla finestra per sorridere a lui. Ed Jeu levando le pupille la vide. « Chi è colei?» domandò. Ma poi si curvò all’orecchio di quattro servi e disse: « Salite e buttatela giù ». Alcuni minuti dopo fu vista Gezabele volare dalla finestra al suolo: il muro fu imbrattato di sangue e gli zoccoli del cavallo la calpestarono. A sera quando fu mandato per seppellirla trovarono soltanto il cranio, i piedi e l’estremità: i cani l’avevano divorata (IV Re, IX, 36-37). Gezabele è simbolo dell’anima che vuol piacere al mondo. Adora il corpo, mettiti alla finestra, sorridi ai vizi che passano in trionfo: e intanto non senti dietro a te il passo fatale della morte che viene a buttarti già nella fossa del cimitero, mentre i demoni come cani famelici già dilatano le fauci per divorarti. — LA PROVVIDENZA. … Gesù ci solleva in un’altra atmosfera; non ci accorgiamo di far parte di una famiglia dove le preoccupazioni non hanno ragione di essere: nei cieli vi è un Padre che pensa a tutti. Mi sembra che in questa luce anche la vita diventi più bella! Davvero che il Cristiano è l’uomo felice, è l’uomo della vera allegria perché crede che c’è la Provvidenza verso la quale egli ha dei doveri. – 1. C’È LA PROVVIDENZA La vita di ogni Santo è un argomento per l’esistenza della Divina Provvidenza. Ricordiamo, ad esempio, la storia di S. Vincenzo de’ Paoli fatto schiavo dei musulmani. Sacerdote di fresco ordinato, s’accingeva a tornare da Marsiglia dove si era recato per un’opera d’apostolato. Un ricco e buon signore gli propose di prendere la via di mare invece che la via di terra per la quale s’era già deciso. Le condizioni erano lusinghiere: risparmio di tempo, di fatica, di denaro; ottima compagnia. Accettò la proposta, credendo d’accondiscendere al suggerimento d’un uomo mentre era la Provvidenza che lo attirava nel suo piano. Infatti, la nave fu assalita dai pirati turchi, e dopo una lotta disperata, tutti i passeggeri furono imprigionati e portati barbaramente a Tunisi. Qui S. Vincenzo fu venduto, come una bestia, sul mercato. Lo comprò un pescatore, ma trovatolo incapace e inesperto per la caccia, lo vendette a un vecchio medico il quale lo occupava a mantenere il fuoco nei fornelli su cui preparava certe strane medicine. Dov’era in quei momenti la Provvidenza? Che aiuto gli dava, se tutto il giorno era angariato senza un momento di sosta, senza che fosse mai consentita a lui Sacerdote novello la consolazione di celebrare Messa e di recitare il Breviario? Un altro al suo posto si sarebbe perso di fede e scoraggiato. Lui invece pregava incessantemente e confidava. Dov’era dunque in quei momenti la Provvidenza? Era là, vicina a lui, che vigilava e disponeva tutto secondo un amoroso e misterioso disegno che gli occhi degli uomini spesso non possono neppure intravvedere. Effettivamente le cose parevano volgere in peggio. Il vecchio medico musulmano l’aveva rivenduto a un Cristiano rinnegato che s’era accasato con una donna turca, e questi lo maltrattava e gli faceva lavorare tutto il giorno la terra. La padrona però, qualche volta, mentre egli zappava nel campo, scambiava con lui qualche parola sulla fede cristiana, e ascoltava volentieri il canto delle lodi di Dio. Passarono alcuni mesi e la grazia, a poco a poco segretamente penetrando, trionfò: non solo la padrona si convertì, ma seppe indurre il marito a riabbracciare la fede ripudiata. E dopo che entrambi furono illuminati dalla verità e accesi dalla carità di Cristo, di comune accordo diedero la libertà allo schiavo loro Vincenzo. Anzi, consapevoli che proprio da quello schiavo paziente e umile avevano ricevuto una libertà più grande e più preziosa di quella che gli donavano, la libertà dalla schiavitù dell’errore e di satana, come segno di riconoscenza lo vollero accompagnare nella via del ritorno. Due anni, due lunghi anni erano passati dal giorno in cui era caduto in mano dei pirati, durante i quali non aveva avuto nessuna notizia dei suoi cari, e del suo sacerdozio non aveva potuto vivere che il carattere scolpito indelebilmente nell’anima. Parrebbero anni perduti, anni di rovina. Eppure, senza di essi non avremmo avuto un Santo dal cui cuore sgorgò un fuoco di carità immenso. C’è dunque la Provvidenza di Dio; c’è il Signore « che ha disposto quanto esiste, in peso, numero e misura » (Sap., XI, 21), « Che governa con forza le cose dal principio alla fine e tutto dispone con soavità » (Sap., VIII, 1). « Il piccolo ed il grande è Lui che li ha fatti, ed ha cura egualmente dell’uno e dell’altro » (Sap., VI, 8). « Come l’aquila stimola i suoi piccoli al volo e stendendo le sue ali li protegge, li aiuta e nel pericolo li soccorre » (Deut., XXXII, 11) così il Signore, dopo che ci ha messi nel gran mare della vita, non cessa di vegliare sulla nostra coscienza. Se non che i pensieri e le vie della Provvidenza non sono come i nostri pensieri e i nostri disegni, ma più belli e più grandi. Bisogna credere e fidarsi. – 2. DOVERI VERSO LA PROVVIDENZA. A Torino, se passate per via Cottolengo, vi trovate davanti ad una porta stretta, con sopra un umile cartello che dice: « Piccola Casa della Divina Provvidenza ». Sia pure per curiosità, entrate dentro perché tutti dicono che è la casa dei miracoli. Non lasciatevi però ingannare dal nome perché non è una semplice casa ma una città, la cittadella del dolore. « Quelli che hanno trovato chiuse le porte di tutti gli ospedali, i veri rifiuti dell’umanità soltanto lì possono trovare un po’ di riposo. L’ha fondata un Sacerdote, San Giuseppe Benedetto Cottolengo, che non teneva mai un centesimo in tasca: anzi, una volta che gli era avanzato un po’ di denaro, lo buttò dalla finestra. E la Provvidenza non gli è mai mancata perché la sua fiducia non aveva un limite. Se all’ora del pranzo non si trovava neppure un po’ di farina: il Santo non se ne angustiava: stavolta toccava al Signore! Chiamava tutti in chiesa, cominciava il Rosario, cantava il Magnificat od il Te Deum finché non si fosse sentito bussare alla porta: c’erano uomini con carri di farina, di frumento, di pasta. Chi mai aveva mandato quegli uomini con tanta grazia di Dio? Qualcuno certamente, ma i nomi non si seppero mai. Quanti, oggi, i ricoverati? Dicono che siano ottomila, ma il numero preciso non lo si vuol sapere: a contarli e a mantenerli tocca alla Provvidenza a cui dai dormitori, dalle corsie, dai corridoi, nel lavoro, nel riposo, nel dolore, sale la voce del ringraziamento e della fiducia. In tutte le ore, di giorno e di notte, davanti al Tabernacolo ci sono sempre suore raccolte in preghiera. Cristiani, se vogliamo che Dio pensi a noi, noi dobbiamo pensare a Lui. Confidenza e fiducia! Se il Signore ha cura dei suoi nemici, vorrà abbandonare i suoi amici? Siam forse meno degli uccelli dell’aria e dei gigli del campo? « Se gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie nella loro preghiera » (Salmi, XXXIII, 16). « Speri in Lui chi lo ha conosciuto » (Salmi, XI, 11). Quando sembra che il cielo sia chiuso e nessuno più si ricordi di noi, è proprio il momento di raddoppiar la preghiera. Ringraziamento. Se non casca foglia che Dio non voglia, quel che Dio vuole non è mai troppo. Sia che ci mandi la gioia, sia che permetta il dolore, sempre diciamogli grazie. « Se abbiamo goduto — esclama Giobbe — quando ricevemmo del bene, perché mai non accettiamo anche il dolore? Il Signore ha dato ed il Signore ha tolto: sia benedetto il suo Nome nei secoli ». –  In un suo viaggio verso Roma S. Ambrogio fu ospite nella magnifica villa di un gran signore. Ma quando seppe che in quella casa la sofferenza non era mai entrata: « Raccogli subito — disse al servo — raccogli subito le nostre cose e andiamo via. Non voglio stare in questa casa! Se non c’è nessun dolore è segno evidente che non c’è Iddio ». Così la pensavano i Santi! Ricordiamo queste parole quando le avversità ci vorrebbero far sospettare che Iddio ci abbia dimenticati. È proprio allora che ci è vicino.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9

Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus.

[L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis.

[Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:

Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli esérciti I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.)

Preparatio Communionis

Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Comunione spirituale

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus.

[Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.

[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (219)

LO SCUDO DELLA FEDE (219)

MEDITAZIONI AI POPOLI (VII)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE VII.

E dopo la morte?!

Suona la nostra agonia…. S’odono i lenti rintocchi della trepida campana, che par ululi in gemiti simili agli aneliti lenti, interrotti…. del nostro petto, che van cessando…. Sono già cessati! ;… e noi saremo morti. I vivi non sanno fare più altro per noi, che dirci: — Gesù, pel povero morto! Con una insolita pietà che vuol dire: Gesù se lo abbia in paradiso! In paradiso?…. ma se ce l’avremo meritato… E se no? ah se no, saremo nell’inferno!… Qui è finita l’ora di lusingarci. Nel mondo avevamo un’anima da salvare: il tempo della vita non era che un’ora da prepararci all’eternità; e quest’ora passò più rapida che la folgore. Date un’occhiata indietro: fa spavento come gli anni sfumarono via, senza che ce ne siamo accorti. Vi avviene pur sovente di dire discorrendo fra voi: il tal fatto avvenne or sono tre anni: oh no, sono già cinque: no, no, diciam correggendoci, sono già dieci; eppure par ieri! Dunque dopo alcuni anni che paiono ieri, noi ci troviamo come oggi alla morte. È divina la parola: che dice: venit hora et nunc est: viene l’ora della morte… Ma se l’ora è già adesso!… Ecco, ecco si sentono le grida: Lo sposo dell’anima viene. Su, su dunque moviamogli incontro; mano alle lucerne! Ma se le avrem preparate! Via, siam sopra viaggio, urge il partire, accingiamo le vesti, mano al bastone per andare: ma ahi! sulle mosse ci sorprende subito il ladro, la morte. E noi saremo adunque sorpresi alla sprovveduta? Eppure tutto ci avvisa di prevederne l’avvenire. Gli animali par che presentano il prossimo inverno; gli augelli metton piume più fitte, più folte pellicce i quadrupedi; e fino i rettili in quella lor nudità avanti al primi geli si sprofondano nelle viscere della terra a dormire assiderati. Guarda il fico, dice l’Evangelo; se germoglia i grossi, fa segno che vien già l’estate, come le brine sulla testa ci avvertono che viene la morte. Fu ben prudente il villico, dice il Signore, a prepararsi chi l’accogliesse in carità dopo il rendiconto della mal amministrata partita. Noi stessi negli affari del mondo siam tutto calcolo e previdenza: solo pel sommo, per l’unico, pel più tremendo degli interessi, che noi soli riguardano, noi trattiamo alla spensierata, chiudendo gli occhi per gettarci in perdizione; sicché corriamo ridendo fatuamente fino là dove, se un passo moviamo ancora, restiamo traboccati nell’abisso dell’eternità. Eppure tremiamo tutti i di sotto i colpi della morte, che coglie qui e là: chiniamo il capo per iscansare il colpo quest’oggi: e schermitolo diciamo: oh, là! siam vivi ancora! Va bene; ma, se oggi fossimo morti, che cosa ci troviam per noi preparato nell’eternità, chiusi gli occhi? Eccovi il punto da meditare: che cosa troveremo noi dopo morte? quando cioè appena spirati vedremo il nostro cadavere, e raccolto il bene e il mal fatto, ci presenteremo al giudizio, che sentenzierà per noi il paradiso o l’inferno? Signori, io vi propongo a meditare su questa dimanda: — e dopo morte?…. Salvatore Gesù, caro compagno di questo nostro peregrinaggio, voi che state qui nel Sacramento del vostro amore per portarci salvi nel più tremendo dei pericoli, deh aiutateci a meditare come vorremmo dopo morte essere salvati per l’eternità. O Maria santissima, colle più fine cure voi da buona madre provvedete per noi vostri poveri figliuoli già nell’abbrivo dell’eternità, tutto che vorremmo dopo morte averci preparato. Vi preghiamo ora per l’ora della nostra morte (Ave Maria ecc.). – Spirata l’anima nostra, sorgono i gemiti, le strida, gli urli dei nostri più cari per un momento ;… e poi silenzio cupo, come dopo lo scroscio della tempesta, e negra solitudine nella camera della nostra morte!… Noi dunque saremo morti!… E che ci aspettiamo?… resteremo cadaveri abbandonati! Anche re Luigi XIV, il più corteggiato monarca di Europa, sul più splendido dei troni, fatto cadavere venne abbandonato per molte ore nella camera reale, senza neppure il lumicino della mortuaria lampadella. Tutti saranno andati via dalla stanzetta nostra impauriti;… e noi?… e le anime nostre che propriamente siamo noi istessi, ci rivolgeremo indietro a dare un’ultima occhiata al nostro cadavere, il quale lasciamo. li colle tracce ancora spaventose delle angoscie dell’agonia sofferte. Evvi presso un lume da morto per terra, il quale lambendo gli aridi stami, riflette una pallida luce su quel letto in disordine….. Ahi travedesi orribilmente sformato quel volto color di cenere; irti i capelli e madidi di sudore gelato, annerite le occhiaie, gli occhi sprofondati nel tenebror della morte; e la bocca spumante tuttavia dalla pressura dell’agonia… Deh un Crocifisso!… un Crocifisso per carità sopra quel petto agghiacciato! Almeno quando vedremo sul petto tra le nostre mani incadaverite rialzato il Crocifisso, piglieremo coraggio noi, che speriamo di essere allora caduti morti appiè della croce colla nostra carne mortificata e crocifissa in Gesù Cristo. Confortati a questo pensiero, immaginiamoci di gettarci sul corpicciuol nostro morto, prima che si cali nella tomba, con quella pietà che Maria santissima addolorata usava al suo Gesù, quando se l’aveva morto sul petto. Anche noi baciamo di cuore la nostra povera testa: quanti crucci, come le spine, l’hanno trafitta! Solleviamo queste poveri nostre mani cadenti; le furono crocifisse in tanti lavori! O ricchi benedetti, baciate anche voi le vostre mani che sparsero la carità sui poverelli: sono ora come piene del Sangue di misericordia del benedetto Gesù! Baciamo in petto il nostro cuore, caldo ancora dell’ardente palpito con cui ci siamo slanciati, spirando, nel Cuore squarciato di Gesù Salvatore. Diciamogli inteneriti: dormi, caro compagno nei travagli della vita del nostro peregrinaggio; addio, finché lo squillo della tromba nel gran giorno della giustizia universale ci chiamerà a spezzarti i vincoli della morte! Allora ti ridesterai, povera carne mia, rifiorita al trionfo della risurrezione. Là via, lasciamo: ché a fare per noi viene la buona madre la Chiesa, e compie l’ufficio dell’ultima carità. Udite, udite già alla porta… il sospiro di una mesta preghiera… È il Sacerdote che è da Lei mandato a pigliarci questo povero avanzo del corpo nostro cadutoci per terra. Sull’uscio della camera del morto egli grida con un gemito: Si îniquitates observaveris, Domine… O Signore, se tenete conto delle nostre iniquità, chi potrà, Signore, reggere al vostro cospetto? Deh! usate misericordia grande, come la vostra bontà: Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam. Qui La si piglia su il nostro cadavere, fa precedere a capo di noi il Crocifisso pegno dell’immortalità che cammina in trionfo davanti alla morte, e che, passato il giorno di questi secoli in fuga, ci sarà alla testa nel trionfo della risurrezione. Passa il morto lungo le vie. Ve’: sarà forse il cadavere del più meschinello, disprezzato da tanti quand’era vivente; ora tutti si scoprono il capo in passando, perché sentono cantare che quelle ossa umiliate sotto la croce sono esultanti per la speranza del risorgimento; e tutti glielo implorano con un requiem æternam. Vedete, o fratelli, se non è buona la Chiesa! Come la buona genitrice tiene in freno nel suo ardore la gioventù, affinché non trasmodi: così la Chiesa dichiara guerra alla nostra carne nel rigoglio delle passioni; ma ora che quelle sono spente, si piglia in braccio il corpicciuol nostro agghiacciato, e se lo porta in mezzo al santuario della sua Casa: lo depone appié dell’altare, e par che dica al suo Sposo celeste: Gesù mio, mi è svenuto ora in braccio questo povero figliuolo; ma no che non è morto, egli dorme, perché è il figliuolo della mia speranza! Per questo, premurosa vi accende i lumi d’intorno, quasi volesse alla luce della sua fede spirargli dentro quell’ardenza inquieta come quelle fiammelle che si slanciano verso del cielo. Quivi si direbbe che se lo scaldi in seno coll’alito della sua carità, e come impaziente di affrettare la risurrezione ne anticipi il giubilo colla preghiera: venite, esclamando, venitemi tutti d’intorno, esultiamo che è Dio il Salvatore nostro. Eh preparatevi anche voi, se mai vi chiamasse sin d’oggi; e preghiam che ce lo introduca presto nella requie, in quella luce che splende eterna in pace di Paradiso: Venite, exultemus… requiem æternam… requiescat in pace.Qui ascende all’altare il suo Sacerdote, che gridaa ripetuti sospiri: Kyrie! Christe! buon Dio nostro!e voi, Gesù Cristo, non lasciatecelo patiretanto in Purgatorio, ma pigliatelo in seno dellavostra misericordia — eleison! eleison! Poi: si si,o fratelli, gridiam tutti insieme mettendo innanzile piaghe di Gesù nostro: oremus… per Christum Dominum nostrum. — E per consolare la nostrapietà Egli ci manda un suo ministro dappiè deltrono della bontà di Dio, che è l’altare, a dirci, di non contristarci; perchè, essendo il fratel nostro morto nel bacio del Signore, ci dà parola lo Spirito Santo, che lo rivedremo a momenti risuscitati anche noi. Itaque consolamini in verbis istis. Con questa cara confidenza circondiamo tutti l’altare. E qui non mancherà d’intervenire con noi Gesù Cristo in persona, Egli speranza e salute dei vivi e dei morti. Ce lo promise che, dove ci saremo noi fratelli radunati nel bacio santo di carità, Egli si troverà in mezzo di noi. Ecco di fatto che Gesù nella messa sta sull’altare tra il morto e noi vivi, ed innalzato in Sacramento tra il cielo e la terra, ci apre le braccia, ci dà il cuore, e ci dice: carne della mia Carne, sangue del mio Sangue, vi ho preparato il paradiso. Oh beati i morti che muoiono nel bacio del Signore: beati mortui qui in Domino moriuntur. Ma il cadavere si porta alla tomba, a questa orrida bocca della morte, che tutte ingoia le speranze dei mondani. Ebbene la Chiesa, per renderla men paurosa l’ha scavata nella terra santa, intorno al santuario (almeno una volta), dove sta sempre nella sua celletta d’amore Gesù pronto a porgere del tesoro delle sue misericordie: e quel suolo consacrato chiama il luogo da dormire in pace, Cœmeterium. In esso, dopo avere purificato il caro morto con pietose abluzioni, lo depone tra i profumi delle preghiere, che si elevano al cielo come segno che debba risorgere spiritualizzato per viver coll’anima in beatitudine di paradiso. Udite, udite come in uno slancio di confidenza essa canta già l’inno dello sperato trionfo: Accorrete, o beati del cielo, incontro a questo figliuol mio, e conducetemelo nella celeste Gerusalemme in seno allo Sposo mio divino. Signori, fermatevi in questo momento ad immaginarvi di essere voi qui adesso a piangere sul corpicciuol morto della vostra buona madre, o della sposa. Voi non vi sentireste consolati di veder quelle care morte trattate con tanta pietà? Ma dunque quanto sono crudeli coi vostri cari, e con voi stessi quei miserabili i quali, odiando, tristi come demoni, la Chiesa cattolica, ributtano via la madre in quei santi momenti di così caro dolore; e vogliono invece mettere intorno ai nostri morti coi loro funerali civili le turbe della società col cappello in testa, col sigaro in bocca, collo scherno dell’indifferenza, a cicalare le bestemmie dell’empietà fin sulla terra che pia li deve ora ricoprire. È questo un ultimo sacrilego insulto al poverino defunto, che dimanda dall’amore dei cari un requiem a calmare le fiamme che già lo abbruciano nel purgatorio! Ah sì, o fratelli, con noi Cattolici sorgono qui gli scismatici, gli eretici e gli ebrei, i turchi ed i pagani, sorgono tutti i popoli del mondo universo per difendere i poveri morti da queste atroci derisioni, che sono i funerali civili; ed imprecano ai profani che vogliono seppellire i morti senza pie preghiere, senza un lume di fede! Tutti i popoli con riti di dolore solenne implorano lagrimando dalle loro false religioni che temperino i dolori dei vivi, almeno colla cara lusinga che i riti aiutino i morti nell’altra vita. Ma io ben comprendo la condotta dei liberi pensatori d’oggidì. Essi han perduto ogni resto di fede e di buon senso; e non isperando più né paradiso, né purgatorio per sé, come possono volerlo per voi? Pregate per codesti sciagurati, ma fuggiteli; e, pieni di riconoscenza verso Iddio e la Chiesa, ricordatevi che solo la religione Cattolica a questo bisogno, cui sente l’umanità intiera di aiutare i proprii morti, provvede divinamente colla fede del suffragio, e coll’accompagnare per mezzo del Sacrificio del Figliuolo di Dio l’anima del caro defunto fino in seno al Padre celeste in paradiso. È vero: abbiamo proprio bisogno della Religion nostra per l’anima e pel corpo, in vita e fino dopo morte. – Ma non v’ha un raggio di lume di cielo, non una stilla di consolazione nella tetra camera del morto del mondo. Questi credeva di godere sempre, e non pensava stolto! che questo sempre del mondo finirebbe in questo punto della morte. È inutile lusingarci! Quella giovinetta è una splendida bellezza che brilla come la corolla sul fiore; ma dentro il calice di quel fiore evvi il verme della morte che lo corrode. Vedi che appassisce omai, che piega il collo avvizzito… vedi, quel fiore è già caduto! Quell’uomo illustre, quella dama del gran mondo, fate largo, passano in mezzo di noi, povera gente del volgo, tronfi in orgoglio: ma in quel pettoruto, ma sotto quei preziosi drappi, sotto quegli ori e quelle perle, dentro quelle membra, in isfoggio di nudità fin sugli occhi a Gesù nella chiesa cova la morte pascolata di peccati. Ecco che essa viene gigante, e con un colpo li getta cadaveri in mezzo all’orrore di tutti…. O fratelli, questo pensiero vi funesta forse troppo? Sentite un fatto, che vi darà la ragione del supplicarvi che faccio, a vincere ogni ribrezzo, e meditare qual uso vorremmo aver fatto del corpo allora quando lo vedremo incadaverito: e deh che non lo possiamo vedere che porti ancora i luridi marchi del peccato nel marciume della sozza carnalità! — Era morta la regina Isabella di Spagna; e toccato al principe Francesco Borgia, come al grande di corte di sangue più vicino al trono, d’accompagnarla cadavere in Granata nei sepolcri. Solenne il corteo, le vie della città tutte parate a nero, le truppe sotto l’armi a lutto. Appare la croce, e si ode il mesto canto: De profundis…. e Miserere…. a cui sembra rispondanole trombe in lugubre tuono ululando. Fra ilpopolo gremito procedendo la funebre pompa appariva,portata sul magnifico feretro; quasi sul tronodella morte, la regina defunta. Dietro al funereocarro le carrozze in gran lutto di corte, coperte dinere gualdrappe, i cavalli nere piume agitanti, etutti i grandi in corrotto. Tutta quella gran pompasi fermò sulla porta della sepolcrale cappella. Inmezzo ad essa si depose la cassa di bronzo a fregid’oro tra quei melanconici principi tutti schieratiintorno, per compiere la voluta cerimonia della ricognizionedel cadavere reale. Toccò al principeBorgia d’aprire la cassa. Viene scoperchiata la bara,si ritira il bianco velo steso sulla regina morta….Ah! dà indietro per orrore la Corte… sta solo ilprincipe Borgia. Sportosi innanzi, innanzi fissa quelvolto, e come da fulmine percosso, cade in ginocchiocolle mani serrate sul cuore… Isabella! esclama,in questo stato?…tu regina mia… Isabella?…Dov’è quello splendore di bellezza che irraggiavala reggia? Dove quelle due stelle di occhi in quellanobile fronte? Dove quel sorriso del labbro, ambitopremio dei cortigiani? Oh Isabella » la più avvenente,la più fortunata, la più grande di tutte ledonne del nostro mondo!:.. Sta sopra sé un istante…Tacete: è un momento solenne: opera la grazia di Dio in silenzio!… Sorge il principe repente in piedi;e coll’impronta sul volto del più sublime pensierogetta uno sguardo, come un lampo che annientala Corte dei Grandi… poi: Mondo! hai finito d’ingannarmi! — E sì davvero, che il mondo nonl’ebbe ingannato più mai; perché egli si diedetutto a Dio: si fece religioso gesuita, e morì gransanto. — Anche noi guardiamoci li già come cadaveri;quindi sorgiamo su, colla ferma risoluzionein cuore di chi vuol salvarsi davvero, a dire: mondo,colle tue baie, co’ tuoi romanzi, colle tue promessehai finito ora d’ingannarmi… Ah mondo! tu nonmi lasci pensare alla morte, e mi meni colla manosugli occhi fino al punto in cui mi getti là inorriditocadavere in perdizione! amici del far tempone,voi coll’onda grossa mi strascinate a perdermi allegramente!giuochi, che rovinate con me la mia famiglia! taverne, dove m’ubbriaco in gozzoviglie,tane di vizi, voi mi menate in inganno per lasciarmi in appresso incadaverire del corpo, e coll’animadannata in inferno! — Dite voi adunque a quella persona che vi lega il cuore: oh! hai tu un bell’essere lusinghiera, ma tra poco ambedue saremo cadaveri in isfacelo! e l’anima?… » Fuggi, o giovane, fuggi via a tempo da quegli ingannevoli amici, e ritorna a’ tuoi buoni genitori in vita onesta: tornate, o mariti, alle vostre pie spose e voi tutti, uomini, che correte a perdervi in questo mondo di spensierati, pensate di vedervi li cadaveri, perduti eternamente. – E noi ora meditiamo nel secondo punto come in fine alla povera nostra persona non resti che quel po’ di bene, ed ahi! tutto quel male, che ci avremo preparato. Osservate intanto come v’inganna il mondo colle sue scene che durano un istante. Sul far di notte torna dalla campagna la contadina meschinella coll’osso della vita curvo sotto il fastello, e tirasi appresso l’affamato fanciullo che dice piangendo la preghiera del poverello. Con lei s’incontra l’artigiano affranto, tutto negro del fumo dell’officina, col cencio fracido di sudore sulle spalle; e vanno, per riaversi un poco, a ricoverarsi nelle tane dei loro tugurii. In passando appiè del palazzo del ricco sentono salire su i profumi di cucina, che, per la fame che lor divora le viscere, li fanno sospirare, mentre odono dal piano nobile, tra il cicalare dei ben pasciuti parassiti centellanti nettarei liquori, l’armonia che la giovine dama cava dalla tastiera del cembalo agile come l’aleggiare di un angelo terreno. Essi, che non ne ponno più della vita, guardano in alto agli illuminati cristalli delle finestre; e la pia sospira: almeno là quelli stanno bene! — E l’artigiano, a cui manca il conforto della rassegnazione, dice tronco con una bestemmia tra i denti: è quello il paradiso! — Ah, cari miei, che dite voi? Che coloro stan sempre bene? e che il paradiso è là?… Passate la sera appresso, e vedrete che quel paradiso è finito per sempre: transivi, et ecce non erat. Dalle finestre spalancate pare esca l’orrore: è un silenzio da morto in quel palazzo. E dove è mai il padrone corteggiato da chi lo sapeva godere? Voi potete entrare nella sua camera aperta. Vedrete il suo letto ravvoltolato come di chi è partito, e il signore stirato giù, stecchito cadavere sopra una tavola, fintantoché s’inchiodino quattro assicine da fargli la bara. Poverino! non ha più niente di che sia padrone, più niente di ben di mondo; e soltanto gli resta dopo morte ciò che ha preparato per l’eternità. – Io non so, o fratelli, se a voi non venne mai fatto di visitare una casa or ora abbandonata da chi traslocava altrove il domicilio, per non ritornarvi più mai. È una vera spelonca. Strappato ogni ornamento dalle denudate pareti, portato via ogni cosa dove si va a dimorare per sempre. Così vorrà ben l’anima niente lasciare in terra di tutto che buono sia da godersi nell’altra vita per l’eternità. In quella camera da re, il morto è un grande uomo del nostro tempo. postosi alla testa del partito dei politici del proprio interesse, egli giunse a soperchiare gli emuli, menò il paese; e per l’amor della patria fece tutti servire a se stesso. Chi fosse stato oso di avvisarlo, che guai a chi tocca le cose della Chiesa, perché è un toccar Dio stesso; e che le scomuniche sono tremende maledizioni, le quali penetrano le ossa, e sradican le famiglie; eh via, gli avrebbe risposto, che egli era un tristanzuolo del partito nero: e gli avrebbe fatto, fiscaleggiandogli fin l’intenzione, onoratamente la spia… Ora è morto il grande uomo, proprio sconcertato ne’ suoi grandi disegni, i quali come sogni d’infermo sono dileguati; e non è più che un miserabile, il quale ha le mani vuote per l’eternità. Glielo prevedeva bene lo Spirito Santo: nihil invenerunt in manibus suis! — Attraversate quell’aja di grande masserizia; passate in mezzo alle mandre, vere ricchezze di Giobbe; fatevi tra i contadini che si danno facende. I lavori della fattoria sono troppo importanti; e come non permettevasi che si riposassero alla festa, così non si arrestano essi, neppure il giorno in cui è morto il padrone. Questi era un uomo di considerevole fortuna; lavorò dodici, ventiquattro o più anni a condur quel gran fondo; si cavò dai cenci, fece il grandioso acquisto, allargò il tenimento, cacciando i vicini a coltelli d’usura. Allora che era attorno a far grandi affari, chi l’avesse avvisato col Vangelo di porsi in serbo in man dei poveri un bel tesoro pel dì della morte; chi gli avesse detto, pregandolo per carità, che una pagliuzza di quell’oro raccolto dai troppo rincarati frumenti avrebbe consolato tante famiglie, le quali basiscono di fame in questi anni di carestia pei poveri, e di gran fortuna per lui, egli avrebbelo avuto in grado? L’accorto, sapeva troppo bene che i tanti pochi fanno il molto, egli che filava sottile il centesimo e così giunse a formarsi un gran capitale. E poi certamente bisognava avere ardimento, quando sedeva al rendiconto tra i contadini la domenica, di venirgli a dire che andasse alla spiegazione del Vangelo anche pel buon esempio de’ suoi dipendenti. Bisognava aver del bel coraggio per avvisarlo che in quella solennità si acquistava la indulgenza plenaria, e che egli poi aveva un’anima da salvare… Eh via! lo stolto avrebbe sogghignando risposto, che le cedole erano in aumento, che le campagne rendono a chi può più spendere, senza strascinarsi nelle Chiese per terra a domandare la benedizione. Ma che è mai? Sta notte, quando appunto faceva calcolo di un grosso guadagno, è stato chiamato al giudizio di Dio… Come s’era preparato egli al rendiconto?. Ben si sa che aveva un ingente capitale nello scrigno; ma quel denaro là non deve aver valore pel regno eterno. E tutte quelle sue ricchezze? Aspetti l’anima a partire fino al dimani, e vedrà farsi scherno alla sua gretta economia, e sfondare nelle feste da ballo, né i sfarzi e nei viaggi, l’eredità degli accumulati tesori. Era adunque egli uno stolto, che non si è avveduto del bene per l’anima sua. Lo stolto era adunque; e glielo aveva detto Gesù, domandandogli per chi andasse accumulando tanta polvere: Quæ parasti, cuius erunt? In quel gabinetto elegante, che i pagani avrebbero scambiato con un tempietto della molle dea del piacere, in quel corpicciuol di cera albergava la vita di una signorina di garbo, di cuor tenerissimo, di sentire bene squisito. Almeno ella, l’affettuosa donna, si avrà fatto un po’ di ben Dio coi Sacramenti, colle opere di pietà. Pensate! … la non aveva proprio tempo. Due ore alla toeletta tutte le mattine, tre alla festa per mettersi coll’elegante bambina alla parata pell’ultima Messa; poi riabbellirsi per le visite, e mutare di vesti per la passeggiata di gala…; poi la sera l’interessante conversazione…; poi e poi?… Via, è morta! L’anima sua ora vede dentro nel forzierino le splendide parature di gioie; ma quei diamanti, sian pure d’acqua la più fulgente, non splendono nell’atmosfera dell’eternità: rovista nelle guardarobe tal ricchezza di vesti che le costano mezza la vita (e forse fin l’onore!); ma quelle vesti eh! non vorranno portarle neppure le emule; le son giù di moda, e resteranno da corrodere alle tignuole. L’aveva ben avvisata Gesù, cose che tinea corrumpit. Ma quei popolani, accorsi ad un palazzo, girano nella sala parata di nero a camera ardente, intorno alla bara gallonata d’oro, la quale rinchiude un gran signore del mondo. Ricco fortunato! Sapeva bene egli godere a modo! Lusso di casa, le mila lire in cavalli, festini sfarzosi; per lui le facili grazie delle famose bellezze. Sdraiato in trono nel suo salone, si dava l’aria di dotto (e la gente ne rispettava il diritto, perché era un… carico d’oro), e, cioncando, giù sentenze all’abbacchiata fino sul Papa, il quale, se voleva esser prudente, dovrebbe pensare come lui. Egli aveva una satira sempre alle persone devote; e già poi qualche persecuzioncella al noioso Prete zelante. Ora ecco, è morto! Tra la luce dei doppieri una densa turba si fa alla porta con grande pompa ad accompagnare al sepolcro il suo cadavere. Ma, e l’anima? L’anima è già sepolta nell’inferno! Ce ne dà parola Gesù, che dice sempre la verità: Mortuus est dives, et sepultus est in inferno. Ah sì che il mondo non ebbe più utile avviso di questo: Quid prodest homini, quid prodest si universum mundum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur?  Che giova all’uomo guadagnarsi pur tutto il mondo, se, va coll’anima in perdizione nell’inferno? Ah signori, che l’anima del perduto dietro al mondo troppo vede allora come niente le giova di ciò che nel mondo ebbe preparato in tutta la vita! Ah che vorrebbe ella allora una qualche cosa aver in pronto per l’eternità! Subito colla rapidità della mente scorre pei campi con dispendio e sudore di sangue coltivati: penetra nei soliti ridotti, nei caffè, nelle bettole, e case in cui, se non si vedeva mai nella chiesa, era però immancabile tutti i di: ma caffè, bettole e case non gli ricordano altro che i suoi peccati. Ora di tremendo abbandono! Sola co’ suoi peccati, in quella tetraggine orrenda a lei pare di sentire nella propria camera come un fremere di cupa tempesta…. Dalle pareti che nascosero i suoi vizi, voci alte e fioche, e un battere di mani, e visioni d’orribili spettri a minacciar con ischerno: venient visiones horribiles!… Di qua ad assalirla un demonio furente che ha nome Bestemmia, dalla faccia di fuoco, con sul volto smanie di dannato, la quale le vibra sul volto le bestemmie, proprio le stesse bestemmie da lei già vomitate nei trasporti de’ suoi furori. Dall’altra parte un mostro che Avarizia si noma, accosciato sulla cassa forte, sì batte la ventraia di metallo sonante, e mostra nel pugno di ferro semichiuso il danaro, che gronda il sangue dei bisognosi colle usure scannati, con tra i piedi gruppi di famigliuole dalle facce ingiallite. Il erudo divorossi il superfluo da Dio assegnato ai poveri per isfamarsi. Colà in mezzo un barbuto demonio che Orgoglio si appella, colle smorfie da dotto seduto al tavoliere, in mezzo agli oggetti preziosi che valgono niente, col dito di fuoco accenna sulle larghe gazzette le eresie, le ferite alla Chiesa, e gl’insulti sacrileghi lanciati fino a Gesù in persona, dei quali egli sì è pascolato forse ancor ieri; poi svolge i bei fogli, e mette sugli occhi le scandalose immagini della grande edizione di tutti i romanzi figurati. Ma il demonio più sozzo, cui labbro pudico non sa nominare, in atroci spasimi di convulsione tenta ripetere i ributtanti orrori di una invasata carnalità; e tutti insieme vanno ululando in riddone infernale: opera tua sumus, sequemur te usque ad tribunal Christi!… Maledetto, siamo le opere tue che ti accompagneremo fino al giudizio di Gesù Cristo! – Fratelli, fratelli, affrettiamoci di prepararci per quell’ora di troppo spavento degli amici intorno a conforto; e tali sono le opere buone che ci accompagneranno al giudizio di Dio. Così intervenne alla buona, ma prudente Tabita, morta santamente in Ioppe. Colpiti da quella spaventosa disgrazia tutti ì miserabili, mandando strida lungo le strade, cor- revano alla casa della loro ben amata benefattrice, era la corte della folla; la gente si urgeva per cacciarsi dentro nella sala; e disputavansi di farsele appresso, e la baciavano tutta d’intorno scoppiando di pianto, qual figliuoli sulla estinta madre di tutti. Quand’ecco all’improvviso entrare san Pietro, e tutti serrarglisi dattorno per dirgli ciascuno inconsolabile il suo dolore. Un povero vecchio barcollante per troppa angoscia gli alza la faccia in volto, e a calde lagrime: Oh Pietro, sì gli dice, la mi dava tutti dì la minestra di sua mano. — Ma l’ansia gli serra la parola in gola, abbassa la testa bianca sulle mani in tremito sul suo bastone… — Oh Pietro, me l’ha fatta lei questa veste che mi toglie la vergogna, — prorompeva una giovanetta, ed empiva le mani di pianto. E i poveri fanciulli senza papà e mamma strillavano forte: era la nostra madre! e, tutti ripetere singhiozzando: era la madre nostra! S. Pietro, intenerito alle lagrime s’avvicina alla morta, la piglia per mano, e: sorgi, le dice, sorgi, o Tabita; e la ridona a’ suoi beneficati. — Questo fatto vi consola, non è vero? Ebbene esso affigura la consolazione di voi, o buoni, i quali vivete con tutta la carità che potete con tutti. Coloro che ebbero provata la vostra bontà vi circonderanno il cadavere, accompagnando coi gemiti le anime vostre innanzi a Dio. Tutta in lagrime una meschinella: Signore, dirà coi singhiozzi, ella mi diede il letticciuolo pe’ miei poveri innocentini, e quella robettina pel vispatello che mi era ignudo! Mi consolava tanto, dirà sospirando una figliuola, quando veniva a dire tante mie disgrazie; essa fu che mì collocò in una buona famiglia, mi accolse abbandonata in sua casa; ed io non aveva che lei, buon Gesù mio, perché non ho più la mamma mia. Ed una poverina da lunga malattia consumata, colle sole labbra disseccate intorno ai denti dirà in un gemito che Dio ascolta: Ah non vedrò più quell’angelo venirmi a portare al letto la carità, a girarmisi intorno, a servirmi la tanto buona! Diranno tutti addolorati: le sue opere buone accompagnino la cara persona, o Gesù, innanzi al vostro trono — Opera enim eorum sequuntur illos. Deh, miei cari, mentre abbiam tempo, mettiamo in serbo opere buone e tante nel tesoro della bontà di Dio. Fedele è Dio, che le terrà conservate nelle sue pietose mani a nostro pro pel giorno del maggior nostro bisogno. – Ma ora meditiamo, come, dopo di avere raccolto tutto che facemmo di bene e di male, dobbiamo presentarci al giudizio di Dio. Qui dunque finisce il tempo, e qui davanti all’anima si spalanca l’abisso dell’eternità. Ma tra il tempo e l’eternità vi è un momento indefinibile, il quale partecipa del tempo e resta eternità. È questo il giudizio di Dio, in cui vien decretato Paradiso o inferno per sempre. Suvvia adunque leviamo di qui l’anima, via là il cuore dal mondo; non guardiamo più indietro: è inutile stender ancora le braccia. Il mondo non era che un fantasma: ora è sparito per sempre. Gioventù, lunga vita, onori, piaceri goduti erano un lampo di falsa luce: ora non ne resta altro che un ricordo di confusa visione. Tutte le cose mondane per noi cadono sepolte nell’orrido nulla, e al fragor dell’orrenda ruina balena un bagliore di fulmine che consuma: nel pensiero ogni limite di figura, e gitta l’anima sopra l’abisso della eternità. Negro abbandono! cupo silenzio! dall’orizzonte del tempo addentriamoci nell’orrenda eternità!… Miseri a noi! dobbiamo presentarci per essere giudicati dalla tremenda Maestà di Dio, davanti a cui non solo questa nostra povera terra, ma milioni di mondi non sono che polvere dalla sua mano dispersa. Increduli, voi iterate la bestemmia: Dio, Dio! e chi è questo Dio? Dove è questo vostro Dio? Ma mentre voi pazzi frenetici vibrate un insulto contra la Divinità, tra il vortice veloce del tempo vi travasa dal tempo nell’eternità come bolle di schiuma schifosa; ed eccovi trabalzati a’ piedi del trono, dal quale il Dio da voi disdetto vi fulmina nel suo giudizio….. Ecco: Dio sta; e voi ad essere giudicati da Lui…. Ah troppo immensamente è grande Iddio! e se scruta le creature nella sua giustizia, trova falli fino negli angioli stessi…. E chi mai di noi può reggere al suo cospetto? Nel tremendo abbandono in cui ci troviamo nella solitudine della morte appena spirati, chi verrà mai ad accompagnarci davanti a Dio?….. Angeli, Arcangeli, Potestà dei cieli…. venite, venite voi…. Ma voi vi velate dell’ali il volto tremanti dinanzi all’Altissimo!… Ma dunque da soli noi?…. Sì; nessuno starà alla nostra difesa (così san Bernardo), nessuno potrà almen dire per noi: Grande Iddio, perdonate!… Nessun dalla nostra parte può stare a fidanza…. nessuno! Gesù Redentor benedetto, Voi venite al grand’uopo nostro!… Oh fratelli, solleviamo l’anima e il cuor in alto, al cielo. Gesù Cristo è là in Paradiso in quella inaccessibile luce della Divinità: ma oh! tra i bagliori divini lo travediamo. Si… Egli è in seno al Padre, Dio fatto uomo: e Salvator nostro. Egli siede sul trono della sua gloria Signore dei mondi, ma padre qual è di noi figliuoli del suo Sangue, ha il Cuore qui in terra, con noi qui si abbassa, s’impicciolisce, a noi qui si unifica, ci compenetra, ci assorbe tutti nella sua Persona divina, e dà la sua vita in Comunione con noi. — Dunque noi ci troviam con Gesù tutto nostro; dunque Gesù qui è Dio:…. Dunque noi siam con Dio…. Dunque è tolto via l’abisso di mezzo che divide l’uomo dalla Divinità; e noi possiamo presentarci subito, farci vicino vicino a Dio… Ah siam già con Dio! — Ecco dove vanno a finire tutti i misteri della Religione cattolica, nella Comunione. Questo è l’abbraccio con cui Dio tira l’umanità a sommergersi nel paradiso della bontà sua divina. Dio della misericordia, Amor nostro Gesù, abbandonati noi da tutte le creature al cimento coll’eternità, evocati al giudizio troveremo dunque Voi amico divino, tenero padre: Voi vi piglierete in braccio l’anima nostra, e in quel terrore la nasconderete in seno a voi, ed oh, se Gesù sa trattar da padre di bontà al tutto divina! Per isgombrare lo spavento Egli ci mostra subito subito le belle cose che debbono assai ben confortarci, ciò sono i doni stessi che noi gli abbiamo fatto, e ci dice che Egli li teneva in serbo per noi e per questo  momento. Buon Gesù! Ma che mai di buono abbiamo noi potuto fare a voi, Gesù?.,. e le carità usate ai più cari de’ miei figliuoli, che sono i tribolati, i più miserabili? e la difesa della mia buona sposa la Chiesa tra tante persecuzioni su quella povera terra? E tutte le opere buone?… Nulla ho dimenticato: non un bicchier d’acqua dato in mio nome, non una parolina di carità. — Certo, certo: un gemito, un sospiro, un desiderio, tutto va nel tesoro della bontà di Dio, il quale ha un Paradiso da rimeritarci di ogni cosa. Ma tant’è! il giudizio, che decide del paradiso o dell’inferno pur sempre fa paventare sin gli angeli ;…. e l’anima trema. Ma Gesù: se sono io stesso che ti ho da giudicare! su su al Padre: ti presento io tra le mie braccia! Allora l’anima sente a dire: Volo, Pater, ut ubi ego sum, sit et minister meus: Padre mio, voglio che il mio servo sia sempre dove io mi sono. Entra dunque, il mio fedele buon servo, entra nell’eternal gaudio, t’imparadisa con Dio: serve bone et fidelis, intra in gaudium Domini tui. Gesù mio, io non vi abbandonerò piùmai, finché respiro: starò sempre qui con voi nelSacramento; affinché, quando mi sorprenda la morte,a tutt’ore io mi muoia sul petto a Voi. Allora, trale vostre braccia…. gaudio di paradiso!…E quale sarà la nostra sorpresa nel gaudio delparadiso! – Vedetelo in questo bel fatto. Sant’Anastasia,damigella la più fortunata, la più avvenenteche fosse nel più gran mondo, veniva cercata a sposadall’imperator Giustiniano. Ma ella per togliersi allosplendor del trono, luce di fosforo, alle delizie dellareggia, incanto di un’ora, agli amori dello sposomonarca, lusinghe di un momento, sparisce dalprincipesco suo palazzo di Costantinopoli, e via anascondersi in un monastero d’Egitto. Ma colà pureviene pressata a diventare imperatrice; di che ellase ne fugge, e va a seppellirsi in una caverna deldeserto della Tebaide. Par di vederla, quel fior didelicata bellezza, ne’ suoi quindici anni, candidacome un giglio tra le spine di orride rupi, in quellanegra spelonca, umida, fradicia tra l’acquitrinosgocciolante che faceva pozza in quel fondo di fango.Col brivido alla vita in quella paurosa oscurità, laverginella si peritava appena di guardarsi d’intorno.Sentiva l’intronare dei venti del deserto che percuotevanole coste delle tristi montagne; e la nottesentiva il ruggir dei leoni, che rombavano cupamentein gola in quel tenebrore, di che tremava tutta. Sulfar della sospirata mattina volgeva gli occhi a quel filo di luce dello spiraglio, ma intorno alla bocca dell’antro le apparivano sole le strisce luccicanti della schifosa lumaca notturna, e se la lucertola allo spuntar del sole protendeva la verde gola a quel buco dello speco, inorridita all’afa si ritraeva sulle foglie dell’edera della fratta a godersi del sole d’oriente di fuori. E la fanciulla…., pensate! a durarla là dentro un lungo anno. E si che le venivano i tristi pensieri: Anastasia, povera Anastasia, sepolta viva qui a questo modo!….. scappa, scappa via da tale spavento. Ma Anastasia pigliava se stessa con carità (perché giova tanto nelle tentazioni forti trattar con carità la povera anima nostra), e diceva a se stessa: Fa coraggio, Anastasia, ancor un momento! E durò là per cinque lunghi anni. E sì che il demonio le sì arraffava d’intorno a terribilmente tentarla in mille modi: Anastasia, non la puoi durare ve’:… guardati le braccioline come le sono già scarne; tu ti consumerai arrabbiata…. Vedi, sono ancora i belli venti anni:… e le damigelle meno ricche di te:… e tu, stolta!… e puoi essere imperatrice e far tanto bene! Ed ella: fa cuore, Anastasia, anco un momento! E stette là dieci anni!… Ma via, non voglio tenervi sospesi più: ella stette là venticinque anni; e quindi volò in paradiso… Oh colassù i venticinque anni che breve momento! Deh fanno ora mille e trecento e più anni; ed ella nell’eternità di Paradiso che breve momento! Passeranno i mille secoli, e di là i venticinque anni della caverna che breve momento le sembreranno, che lampo scomparso in quella eternità! Oh paradiso, oh eternità! O cari, o cari miei, ancora a noi la nostra vita che breve momento parrà, quando saremo ingolfati nella eterna beatitudine in paradiso! O Paolo santo, aveste ben ragione d’esclamare: non sono condegni i patimenti di questo momento della vita presente, ove ci si presenti all’anima eternità del paradiso: non sunt condignæ. Oh eterna gloria di paradiso! Oh beatitudine eterna di paradiso! paradisi gloria, paradisi gloria!… Ma al Giudice divino ancora vanno i peccatori. Grande Iddio! e come reggeranno essi al terrore della vostra Maestà che li sfolgora nel suo furore? Signori, a Roma, nella famosa cappella Sistina, Michelangelo dipinse nel suo Giudizio Gesù Cristo in atto di fulminare i reprobi nell’inferno con maestà tanto tremenda che, qualvolta uno sì metta a fissarlo in volto, non si può reggere per terrore, bisogna abbassi lo sguardo. Ora non fu che un uomo mortale, che tentò dare una smorta idea dell’Uomo- Dio sdegnato con un po’ di tinte di meschini colori. Quindi fate ragione voi quale sarà tutta la Maestà presente di un Dio vendicatore. Fa fremere il pensarvi. Immaginiamoci sol quell’istante in cui ì perfidi fratelli di Giuseppe venivano strascinati in catene appiè del trono del più gran principe reggitore d’Egitto, accusati com’erano di una colpa, ma colla coscienza angosciata ancor più per un vecchio e troppo enorme delitto che lor premeva sempre sul cuore; ché avevano essi il proprio fratello assassinato. Quando il Principe, che sedeva in soglio a giudicarli, sorse di repente in piedi e gridò in tuono tremendo: Figliuoli di Giacobbe, riconoscetemi, io sono Giuseppe, il fratello da voi tradito e venduto! tutti guardarongli in volto, e dissero in cuore: mio Dio è proprio il fratello Giuseppe!…. Caddero per terra quasi da fulmine rinversati: e chi si ricordava di avergli detto il primo mandiamolo a morte!… chi d’avergli gettato la corda al collo: chi quando lo calava giù nel pozzo, e se lo vedeva col volto in su gridante pietà: ed egli a chiudergli sopra il pozzo col sasso. Né fu di loro chi non si pensasse d’avergli contati in sulla faccia i danari della venduta sua persona…. Nessuno, nessuno aveva forza di guardargli in volto, dandosi tutti per morti; e grazia sarebbe stata per loro morire subito lì. E sì, che il fratello balzò subito di trono a tirarseli su, e abbracciarli ad uno ad uno, e d’ogni più tenero modo cercare di consolarli. Non pertanto eglino non potevano proprio riaversi; ed ogni più sensibile tenerezza di Giuseppe era un colpo a farli svenire nelle sue braccia. – Ah peccatori dementi! voi oltraggiate ad oltranza la tremenda Maestà di Dio;… a voi toccherà ricordarvi allora di tutti gli oltraggi…. Orrendo a dirsi, quando la tremenda parola: maledetti! vi riverserà nel fuoco d’inferno, tuonando: eternità…. eternità d’inferno. A me manca la parola, e sono tutto in terrore come quel solitario, al quale, ridotto a fil di morte, sulla porta dell’eternità fu rivelato in visione come fa Dio il giudizio. Restò il meschino da cosiffatto terrore colpito, che ristette muto per dodici anni, sempre cogli occhi fissi per terra, sempre col fremito della costernazione addosso… in meditare le parole: Dio, Giudizio, eternità, inferno!… Nella sua agonia serratiglisì intorno i monaci per supplicarlo a calde lacrime, che aprisse la bocca, e dicesse almeno una parola…. la parola più importante, egli trabalzò in tremore confuso, esclamò con un cupo gemito: Fratelli, fratelli, poveri noi! Giudizio di Dio! Eternità! Paradiso, o inferno!!! Ammutirono tutti in silenzio pauroso; ed egli andò a sprofondarsi nella eternità. – Anch’io lascio a voi quest’avviso: Figliuoli, figliuoli: e dopo morte? Dopo morte, giudizio di Dio! Paradiso, o inferno nella eternità! — Pensatevi, ché anche in questi poveri tempi di fede morta basta questa meditazione a farvi conoscere se, a vostro giudizio, l’anima vostra vede ancor qualche cosa.

LA GRAZIE E LA GLORIA (21)

LA GRAZIA E LA GLORIA (21)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO IV.

L’ABITAZIONE SINGOLARE DI DIO NELL’ANIMA DEI SUOI FIGLI ADOTTIVI. IL FATTO E LA NATURA DI QUESTA ABITAZIONE

CAPITOLO V

Altro modo in cui la grazia è causa di unione. Essa mette l’anima in possesso di Dio come oggetto di conoscenza e amore.

I. L’anima viviſicata, trasformata dalla grazia, e quindi tutta piena di Dio, Autore e consumatore di quella grazia, ha le sue operazioni soprannaturali, il cui termine e oggetto è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. È con questa attività, di cui la grazia è il principio intimo, che i teologi scolastici sono particolarmente abituati a spiegare l’unione avvenuta tra Dio e le anime dei suoi figli adottivi (« Gratia conjungit nos Deo per modum, assimilationis: sed requiritur ut uniamur ei per operationes intellectus et voluntatis, quod fit per caritatem ». S. Thom, q. unic, de Charit… a. 2, ad 7.) – Riassumerò tutta la loro dottrina su questo punto prima di riportarne le loro stesse parole. Secondo questi grandi Dottori, l’unione delle creature con Dio, considerata dal lato della creatura ragionevole, è soprattutto il possesso di Dio. Ora, è attraverso la conoscenza e l’amore che lo spirito si unisce allo spirito; è attraverso la conoscenza e l’amore che l’anima può apprezzare e possedere la verità sovrana e la sovrana bontà. Infatti, possederle è goderne, o poterne godere, e non si gode di Dio se non conoscendolo ed amandolo. L’intelligenza che conosce, la volontà che ama, queste sono, se posso esprimermi così, le due braccia con cui lo si afferra per unirsi a Lui così strettamente che Egli è mio, come io sono suo. – Ora, qual è in me il primo principio di conoscenza e di amore che mi metta in possesso del mio Dio, che lo faccia entrare nella mia anima come un cibo misterioso di cui si nutre e si inebria? Lo abbiamo già dimostrato: è la grazia santificante, un riflesso divino, una sacra partecipazione del principio infinito per cui Dio contempla e ama se stesso nel possesso eterno e benedetto della sua bellezza. Perciò, se ho questa grazia santificante e, attraverso di essa, il potere di conoscere e amare il Padre mio e Dio mio con carità, lo possiedo in me con un possesso vivo e sovranamente intimo. – Non mi si dica che questa unione non possa essere l’opera propria della grazia, poiché ogni natura ragionevole ha di per sé il potere di conoscere e amare Dio, come ci insegna la dottrina cattolica. Infatti, altro è la conoscenza e l’amore di Dio, che scaturiscono dalla grazia, e altro è la conoscenza e l’amore il cui principio è la natura. Secondo natura, non conosco di Dio che quello che mi rivela di sé nelle sue immagini più o meno grossolane che sono la creatura; e se lo amo, è molto imperfettamente, come loro e mio Autore. Le due braccia che posso tendere a Lui, la mia intelligenza e la mia volontà, non Lo afferrano nella sua essenza divina, come è in sé, Padre, Figlio e Spirito Santo. Elevarsi a queste altezze è il privilegio esclusivo della grazia e delle virtù di cui la grazia è la radice. – Non mi si dica nemmeno che questo tipo di unione perfetta non sia della terra, ma del cielo. È vero che il godimento consumato richiede il dono della gloria, cioè una luce di comprensione che Dio riserva ai figli per l’ora in cui entreranno pienamente nell’eredità del Padre. Ma la grazia, attraverso la fede, la speranza e la carità, ce ne dà già il godimento imperfetto, e in questo godimento un pegno, un principio ed una caparra del godimento consumato. – Non c’è nessuno che non veda quale forza aggiunga questa nuova considerazione alle ragioni che abbiamo dato nel capitolo precedente circa l’operazione di Dio sulle anime dei suoi figli adottivi. Dio, senza dubbio, è presente nel minerale più umile, come lo è negli esseri intelligenti e ragionevoli. Tuttavia, non si pretenderà che la presenza su entrambi i versanti sia identica. Dio è presente nel minerale, ma non al minerale; Egli è l’uno e l’altro per lo spirito che, avendolo in se stesso, ha la conoscenza certa che Dio è lì, anche nelle profondità del suo essere. Certo, non è la stessa cosa avere la persona che ami vicino a te, ma non essere consapevole della sua presenza e non poterne godere o vederlo ed entrare in rapporti regolari con lei. Questa è una pallida immagine del complemento che l’idea che stiamo cercando di portare alla luce aggiunge alla nostra prima spiegazione.

2. Torniamo ai maestri della teologia scolastica, e vediamo con quale insistenza abbiano proposto la spiegazione di cui si è appena data un abbozzo. Questa sarà la migliore risposta a coloro che, non avendo meditato a sufficienza, ne riconoscono solo l’importanza secondaria. Prima di tutto, ecco il dottore Angelico. « Bisogna dire – egli scrive – che la nostra unione con Dio avviene per operazione nostra, cioè in quanto lo conosciamo e lo amiamo: ed è per questo che questa unione dipende dalla grazia abituale, poiché l’operazione perfetta presuppone Lui in noi come suo Principio » (S. Thom., 3 p., q. 6, ad 1). Altrove, parlando dell’unione finale che sarà la nostra eterna beatitudine, dice ancora: « L’unione fruitiva è un’unione per operazione e poiché l’anima umana è incapace di un’unione così perfetta senza un’abitudine infusa, da qui viene la necessità di una grazia abituale che sia il principio di questa beata unione » (III, D. 13, Q. 3 a. 1 ad 7). – E ancora: « Al di sopra del modo comune in cui Dio è in ogni creatura, c’è un modo speciale della presenza che è appropriato esclusivamente alla creatura ragionevole, in cui Egli è presente come il conosciuto nel conoscente, l’amato nell’amante; e poiché la creatura che ama e conosce raggiunge Dio stesso per mezzo della sua operazione, ne segue che Dio, secondo questo modo speciale di presenza, non solo è nella creatura ragionevole, ma vi abita come nel suo tempio » (S. Thom., 1 p., q. 43, a. 3). – Nella stessa parte della Summa Theologica egli aveva già scritto: « Dio è doppiamente in una cosa: è in essa come causa agente, e in questo modo è presente in tutto ciò che ha creato; Egli vi è come l’oggetto dell’operazione in colui che opera: questo si trova solo nelle operazioni dell’anima, dove il conosciuto è nel conoscente e il desiderato nel desiderante (« Per visionem fit quasi quidam contractus Dei ad intellectum, cum omne cognitum sit in cognoscente, secundum quod cognoscitur ». Id. IV. D. 49, q, l, a. 1, sol. 2). Ora, in quest’altro modo, Dio è soprattutto nella creatura ragionevole che lo conosce e lo ama attualmente, o almeno abitualmente. E poiché è la grazia che dà alla creatura ragionevole la facoltà di conoscerlo ed amarlo, si dice che Egli è in questo modo nei Santi in virtù della grazia (Id., 1 p. q. 8, a. 3, in corp. et ad 3). – Citiamo ancora un altro testo dove il Santo ci espone più ampiamente tutto il suo pensiero: « C’è come un cerchio dove si muovono le creature: infatti, uscite da Dio, loro primo Principio, esse vi ritornano come al loro termine finale. Ora a questo doppio movimento delle creature, corrispondono come le sue processioni da Dio fuori da Lui stesso. Secondo la prima, Egli fa uscire da sé le creature in qualità di Principio; e secondo l’altro, Egli le riconduce a sé in qualità di fine. Questo si riporta ai doni che costituiscono la nostra natura e le sue proprietà … questo si riferisce ai soli doni che ci uniscono in modo molto ravvicinato a Dio, nostro fine ultimo, cioè la grazia santificante e alla gloria. Infatti, tra le partecipazioni della bontà divina, non sono i primi effetti, intendo quelli con cui abbiamo l’essere creaturale, che ci uniscono immediatamente a Dio, ma gli ultimi, quegli stessi effetti, con cui raggiungiamo il Fine supremo: ed è per questo che lo Spirito Santo ci viene dato solo nei doni gratuiti. – Affinché possiamo veramente ricevere lo Spirito Santo, non è sufficiente una nuova relazione di qualsiasi tipo tra la creatura e Dio; ci deve essere una relazione tra il soggetto possidente e l’oggetto posseduto: perché ciò che è dato a qualcuno deve in qualche modo essere posseduto da lui. Ora, una Persona divina non può essere posseduta da noi che con un godimento perfetto: ed è il possesso della gloria; o da un godimento ancora imperfetto, e questo è il possesso che risulta dalla grazia santificante », e dalle virtù infuse (S. Thom., I D. 14, q. 2, a.2. Cfr. de Pot., q. 10, a. 1). Questo è ciò che pensa San Tommaso d’Aquino.  – S. Bonaventura, in un articolo del suo commento alle Sentenze, dove doveva dimostrare che lo Spirito Santo non sia inviato al giusto solo con i suoi effetti, ma nella sostanza, scriveva a sua volta: « Dare una cosa è consegnarla al donatario perché la possieda; e possederla, per colui che la riceve, è poterla usare o goderne in piena libertà. Quindi l’uomo è veramente un possessore quando ha ciò che possa usare o godere. Ma l’oggetto del vero godimento è Dio, e il principio dell’uso conveniente è la grazia. Quindi il possesso perfetto richiede che si abbia Dio e la sua grazia. Così anche, poiché il dono perfetto va di pari passo con il possesso perfetto, non c’è dono eccellente e perfetto se non il dono increato che è lo Spirito Santo e il dono creato che è la grazia. È dunque necessario che entrambi ci siano divinamente donati » (S. Bonaventura, I D 14, a. 2 q. 1; Col.; Brevil. p. V., c. 1. Cfr. L. IV, c. 3, p. 234). – In un’altra opera, egli ritorna sulla stessa idea, tanto è centrale nella sua dottrina. « Per godere di una cosa, sono necessarie due condizioni: da un lato, la presenza del bene che rende possibile il godimento, e dall’altro, la disposizione adeguata a goderne. Così il possesso dello Spirito Santo richiede sia la presenza sostanziale che il dono creato di questo Spirito divino, cioè l’amore con cui ci uniamo a Lui. Non pensiamo, però, che quando lo Spirito Santo ci venga dato, cominci ad essere dove non era ancora. No; ma è in noi in modo nuovo, per la produzione di un nuovo effetto, in virtù della nuova relazione in cui entriamo con Lui; ed è così che è nella sua creatura, come non lo era prima; perché ora è in essa come termine di conoscenza e d’amore. Ne consegue che, nella giustificazione, riceviamo una doppia carità: la carità che ci ama e la carità con cui amiamo… Perciò, sebbene Dio sia in tutte le cose per essenza, per presenza e per potenza, tra gli uomini lo possiedono solo coloro che portano in sé la grazia » (idem, Compendio di teologia, c. 9). – Ciò che il Dottore serafico insegna qui, in accordo con l’angelico San Tommaso, lo aveva sentito dal suo illustre maestro, Alessandro di Halés, il cui insegnamento ho già trascritto (Alex. Halens, 3 p. q. 61, m. 2, a. 3. Cfr. L. IV, c. 3, p. 233). San Tommaso avrebbe potuto apprenderlo anche dalle lezioni di Alberto Magno, se avesse dovuto imparare nelle scuole. È questa, infatti, la dottrina di questo illustre dottore che « la carità ci volge verso Dio e ci trasforma in Dio ». Per mezzo di essa aderiamo a Dio; per mezzo di essa siamo uniti a Lui, in modo da diventare un solo spirito con Lui. Per mezzo dell’amore di carità, Dio viene all’uomo e l’uomo va a Dio. Dio non abiterà mai in un cuore vuoto di carità. Se dunque abbiamo la carità, possediamo Dio, perché Dio è carità » (S. Alberto M., De adhærendo Dei, c. 12). Ora, entrambi avevano tratto questa dottrina comune dalla fonte delle Scritture, come può insegnarcelo un bel testo di San Francesco di Sales. « Quando lo Spirito Santo vuole esprimere l’amore perfetto, usa quasi sempre le parole di unione e congiunzione. Nella moltitudine dei credenti, dice S. Luca, c’era un solo cuore e una sola anima (Atti IV, 32). Nostro Signore ha pregato suo Padre per tutti i fedeli, perché siano tutti una cosa sola (Gv. XVIII, 2). San Paolo ci avverte di stare attenti a conservare l’unità dello spirito attraverso l’unione della pace. Questa unità di cuore, anima e mente, significa la perfezione dell’amore, che unisce diverse anime in una sola. Così si dice che l’anima di Gionata era unita all’anima di Davide, cioè, come aggiunge la Scrittura, egli amava Davide come la propria anima (1 Reg. XVIII, 1). – « Il grande apostolo di Francia, secondo il suo proprio sentire e quello del suo Ieroteo, scrive, credo, cento volte in un solo capitolo dei Nomi Divini, che è l’amore che unifica, riunisce, raccoglie, stringe, raccoglie e riporta le cose all’unità. Gregorio di Nazianzo e Sant’Agostino dicono che i loro amici con essi, non avevano che una sola anima, e Aristotele, approvando già ai suoi tempi questo modo di parlare: « Quando – dice – vogliamo esprimere quanto amiamo i nostri amici, diciamo: l’anima di costui e l’anima mia non è che una: l’odio ci separa e l’amore ci unisce. Il fine ultimo dell’amore non è altro che l’unione dell’amante con l’amato » (Trattato sull’amore di Dio, L, 1, c. 9.). Questo testo fa molta luce sui precedenti. Inoltre, si accorda mirabilmente con l’affermazione di San Paolo: « Chi aderisce al Signore è un solo spirito con lui » (I Cor. VI, 17). « Ogni amore, sia esso di Dio o degli Angeli, l’amore spirituale o l’amore sensibile, è una forza unitiva e concretiva, che muove gli esseri superiori a diffondersi su quelli inferiori, gli esseri uguali a fluire in comunicazioni reciproche, e gli esseri subordinati a gravitare verso quelli superiori come verso il loro centro. – S. Dionigi, de Div. Nomin,, c. IV, § 15). Perché cos’altro è aderire a Dio se non conoscerlo intimamente e amarlo con l’amore perfetto di carità? S. Giovanni, l’Apostolo e il discepolo dell’amore, non predica nulla più spesso di questo privilegio della carità divina. « Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui, perché l’amore è il legame per eccellenza; poiché tende a chiudere insieme due cuori che si amano; perché li fonde in modo da disporli a questa  flusso reciproco (« L’amore divino è ancora estatico; perché dove domina, colui che ama non è più suo, ma di colui che ama… Così il grande Paolo, eletto dal divino Amore, la cui potenza lo rapiva nell’estasi, gridava con voce più che umana: Io vivo, ma non sono io, bensì Cristo che vive in me: come un vero amante, passato, come dice di sé, in Dio, vivendo non di una vita propria, ma della vita sovranamente cara dell’oggetto del suo amore. » S. Dionigi, ibid. §13). « Il mio cuore – esclama la sacra amante dei Cantici . il mio cuore si è sciolto quando il mio amato mi ha parlato » (Cant. V. 6, Col. s. Thom., 1, 2. Q. 28 tot.). Ora, la carità che opera un tale mirabile avvicinamento, ha la sua radice nella grazia, ed è alla grazia che dobbiamo riferire i suoi atti come alla loro causa primordiale.

3. – Il coronamento della nostra adozione, la completa espansione di questa sostanza iniziale, initium substantiæ (Hebr. III, 14), che noi siamo oggi per grazia, non avverrà che in cielo. (è là che, divenuti uomini perfetti in Cristo, la nostra unione che oggi è abbozzata, sarà perfetta; là saremo veramente con Gesù Cristo, e Gesù Cristo sarà Egli stesso in noi; là, entrando nella gioia del Signore, ci troveremo pienamente penetrati e investiti dall’essenza divina. Ora, in cosa consiste soprattutto l’unione di beatitudine, e come si opera? Per la visione intuitiva e l’amore beatifico. È attraverso questi due atti che noi saremo con il Cristo; attraverso di essi Egli diventerà il nostro cibo, la nostra gioia, il nostro tutto. Grazia consumata, luce di gloria, carità perfetta, con le loro operazioni più sublimi della conoscenza e dell’amore, questo, noi lo sappiamo e lo gusteremo un giorno, è ciò che ci riempirà di Dio, ciò che realizzerà pienamente le promesse del Salvatore: Dio in noi, e noi in Dio. Se l’unione eterna dell’anima con il suo Dio deve essere perfezionata dalla conoscenza e dall’amore, non deve l’unione del tempo essere dello stesso ordine? – Questo, dunque, è l’esemplare e il culmine della nostra attuale unione. Da entrambe le parti, è unione attraverso le operazioni più spirituali dell’anima, con Dio per oggetto; la differenza è solo nella perfezione dei principi e nella perfezione degli atti che emanano da questi principi. « La vita della grazia e la vita della gloria sono la stessa cosa, dice Bossuet, nella misura in cui non c’è differenza tra l’una e l’altra se non quella che si trovi tra l’adolescenza e il fiore degli anni. Là è consumata, qui è in via di perfezionamento; ma è la stessa vita (di conseguenza, la stessa unione)… La gloria non è altro che una certa scoperta che si fa della nostra vita nascosta in questo mondo… » (Bossuet, 2° ser. (Bossuet, 2° sermone per la festa di tutti i Santi).

4. – La teologia mistica ci parla anche dell’unione dell’anima con Dio; di questa unione che, nel suo più alto grado, tiene per così dire il mezzo tra l’unione comune dei giusti e l’unione consumata dei beati, tra l’oscurità della fede e la piena luce della gloria. Non è più la terra e non è ancora il cielo. Il Cantico, quel dolce poema dell’amore divino, come l’ha giustamente chiamato Dionigi l’Areapagita (Hecc. Hierarc., c. 5), ci racconta, in versi di incantevole bellezza, le gioie, le prove e gli effetti. Non mi impegnerò a ripercorrerne qui i caratteri e i gradi, poiché il nostro soggetto è ben diverso. Inoltre, coloro che la condiscendenza divina ha colmato più abbondantemente di questi favori straordinari, si dichiarano impotenti a descriverceli. Se ne parlano, come fanno San Bernardo, Santa Teresa e San Giovanni della Croce, è per loro stessa ammissione un balbettio, tanto è incapace la lingua umana di esprimere queste misteriose comunicazioni e l’orecchio umano di ascoltarle. Ma ciò che è importante notare è che questa unione, sotto qualsiasi forma, con qualsiasi nome la si chiami, unione semplice, estasi, rapimento, volo dello spirito, fidanzamento mistico o matrimonio, è iniziata, perfezionata e consumata dall’operazione di Dio nell’anima e dell’anima su Dio (È questo doppio nodo che uno studioso mistico ci ha indicato nelle righe seguenti: « Tertius modus unionis est animæ contemplativæ cum Deo per quemdam confactum substantialem Dei ad anima quo præsens et unitus sentitur; et perficitur hæc unio, quando etiam potentiæ spirituales animæ, quantum patitur vitæ præsentis Status, Deo adhærent, intellectus per cognitionem pene continuam ac veluti evidentem, voluntas vero per amorem, non tantum desiderii, sed quodammodo satietatis et fruitionis. Phil. de S. Trin. p. 3 Tr. 1, D 1, A. 5). I Santi, parlando delle nozze spirituali, cioè dell’unione più stretta dell’anima con il suo Dio durante i giorni di questa vita mortale, usano una doppia formula. Per alcuni, questa alleanza si consuma al centro o nella sostanza dell’anima (Santa Teresa, Castello interiore, 7a dimora, c. 1; 5. Giovanni della Croce, La vive flamme de l’amour, cant. 6° vers. – Tradotto da P. Maillard – Opere spirit. Lyon, 1894, p. 243), e gli altri, nel seno della Trinità (S. Angela di Foligno, Bolland. 4 gennaio, L. I, p. 197, 198). Fondamentalmente, è la stessa idea. In entrambi i casi, queste formule tendono allo stesso obiettivo: esprimere, per quanto lo permetta l’imperfezione del linguaggio umano, l’eccellenza suprema dei due elementi che costituiscono questo tipo di unione, cioè la manifestazione che Dio fa di se stesso alla sposa, e l’intensità dell’amore che quest’ultima concepisce per il suo Sposo divino. « È – dice San Giovanni della Croce – l’amore che la porta a questo alto grado di perfezione e la unisce infine strettissimamente a Dio. E siccome ci sono diversi gradi in questo amore, più l’anima ne ha percorsi, più profondamente è in Dio …. e poi l’ultimo grado è nella sua consumazione, l’anima è nel suo centro il più profondo di tutto, cioè è tutta penetrata dalle luci di Dio, tutta ardente delle fiamme del suo amore »  (S, Giov. della Croce, ibid.). – Ho detto dell’unione mistica che si realizza per operazione di Dio sull’anima. Egli vi entra e la tocca nella parte più intima di essa: là Egli gli scopre le sue infinite bontà, le parla, la illumina, la infiamma. Senza dubbio ci sono delle tenebre in questa manifestazione di Dio alla sua creatura; ma la coscienza di Dio presente è così forte e così intima la luce, che nulla, durante la durata di questa grazia, può distrarla. Voci divine e soprannaturali di cui parla S. Ignazio, quando scrive nel libro degli Esercizi: « Appartiene solo a Dio dare consolazione all’anima, senza alcuna causa precedente, perché appartiene solo al Creatore entrare nell’anima, uscirne, ed eccitare in essa i movimenti interiori che la attirano interamente all’amore della sua Maestà divina » (S. lgnat. Exerc. spir. Reg. pro plen. discret. spirit. Reg. 2). – Ho detto che la stessa unione si ottiene con l’operazione dell’anima su Dio. Come, in effetti, potrebbe Dio dare all’anima un’esperienza così profonda della sua presenza in essa, come potrebbe afferrarla, parlarle e accenderla con il fuoco del santo amore, se l’anima rimanesse inattiva e non rispondesse alle operazioni di Dio con le proprie operazioni? – Non ignoro che alcuni falsi dottori abbiano insegnato un’unione in cui l’anima rimarrebbe assolutamente passiva; ma così facendo hanno distorto in modo strano la passività di cui parlano i veri mistici. Per loro, la passività significa l’assenza di qualsiasi operazione sia nella mente che nella volontà; per loro, essere passivi è ricevere questa felice unione “senza causa”, cioè senza che nessuno degli atti ordinari dell’intelletto e della volontà possa farla nascere in chi la riceve (S, Ignat., l. c.). Se non si chiama Dio, invano si cercherebbe di attirarlo con suppliche, sospiri e lacrime; invano si cercherebbe di trattenerlo quando gli piacesse andare via o nascondersi. Anche la santità più consumata non ha un tale potere, ed è perciò che questi singolari favori della bontà divina portano il nome speciale di favori e grazie soprannaturali: soprannaturali, dico, non solo perché la natura in virtù delle proprie forze non possa raggiungerli, ma anche e soprattutto perché non sono compresi nella provvidenza ordinaria di Dio sui suoi eletti. Ci sono modi e metodi per arrivare con la grazia al perfetto spogliamento di sé; sarebbe un’illusione cercarne o proporne uno che porti all’unione mistica dei contemplativi. Qui, soprattutto, si adempiono le parole del Maestro: « Lo Spirito soffia dove vuole » (Giovanni III, 8). – Ma se il flusso di Dio nell’anima e dell’anima in Dio, che avviene in questa misteriosa unione, dipenda solo da Dio, non è meno certo che esso supponga la partecipazione dell’anima. « È una verità indubbia – scrive San Francesco di Sales – che l’amore divino, mentre siamo in questo mondo, sia un movimento, o almeno un’abitudine attiva che tende al movimento, e anche quando raggiungesse la semplice unione, non cessa di agire, anche se impercettibilmente, per aumentarla e perfezionarla sempre di più » (San Francesco di Sales, Trattato sull’Amore di Dio, L. VII, c. 1). Ed è per questo che la santa amante del Cantico, dopo aver detto che dorme appoggiata al seno dello Sposo, aggiunge che il suo cuore veglia (Cant., V, 2). E S. Paolo: « Io vivo; no, non sono io che vivo, ma Cristo in me ». – Non diciamo forse, parlando dell’unione consumata, che essa è per eccellenza una vita, la vita eterna? Non è quindi né pura passività né inerzia, anche quando è immutabile ed eterno riposo nella verità e nella bontà. Un uomo è in contemplazione davanti a un capolavoro; non si muove e non si agita. Pretendete che sia solo passivo, quando tutta la sua anima è persa nell’ammirazione davanti al quadro o alla statua che lo incanta? Ora, se agli atti di contemplazione si deve attribuire la virtù di unire l’anima a Dio a tal punto che « l’anima è in Dio e Dio in essa » (S. Teresa, Autobiografia, c. 18), non è ovvio che gli stessi atti, anche se di minor grado di elevazione, spieghino come ogni anima giusta sia il tempio di Dio, e Dio il luogo dell’anima?

5. – Ma una grave difficoltà sorge contro queste spiegazioni. Se sono la conoscenza e l’amore che ci mettono in possesso di Dio, allora non abbiamo più quella presenza intima, quando non siamo nell’atto di conoscere e di amare. Per quanto plausibile sia la conclusione, nulla obbliga ad ammetterla. Infatti, anche se non ho le operazioni, conservo i principi da cui emanano; il torrente non scorre ancora, trattenuto com’è da ostacoli esterni, ma la sorgente è piena; la mia mente e il mio Cuore non sono attualmente diretti verso Dio, ma rimane il peso che tende a spingerli in Lui; non agisco come proprietario, ma ho i miei titoli e baderò ai miei frutti, quando mi piace. – Ascoltate di nuovo S. Francesco di Sales nel suo ingegnoso e grazioso linguaggio: « Immaginate dunque che San Paolo, San Dionigi, Sant’Agostino, San Bernardo, San Francesco, Santa Caterina di Genova o di Siena, siano ancora in questo mondo, e che siano addormentati per la stanchezza dopo molte fatiche intraprese per amore di Dio; immaginate, d’altra parte, qualche anima buona, ma non così santa come loro, che si trovi nello stesso momento in preghiera di unione. Ti chiedo, mio caro Teotimo, chi sia più unito, più vicino, più attaccato a Dio: o questi grandi Santi che dormono, o quest’anima che prega? Certamente sono questi amanti amorosi: perché hanno più carità e i loro affetti, anche se in qualche modo sopiti, sono così impegnati e presi dai loro padroni che sono inseparabili da loro. Ma – vi chiederete – come può essere che un’anima che è in preghiera di unione, e mossa all’estasi, sia meno unita a Dio di quelle che dormono, per quanto siano sante? Ti dico, Teotimo, questo è più avanzato nell’esercizio dell’unione e quelli sono più avanzati nell’unione; quelli che sono uniti, non si uniscono, poiché dormono, e quello si unisce, essendo nell’esercizio e pratica attuale dell’unione » (Id. L. VIII, c. 3). – Possedere in sé tutti i principi della conoscenza e dell’amore, cioè dell’unione, non è possedere l’unione, tanto più perfetta perché questi principii stessi sono più intensi e più perfetti? Si potrebbe dire ancora: poter conoscere Dio e amarlo, conoscerlo anche e amarlo attualmente con l’amore perfetto di carità, non è l’unione che fa dell’anima del giusto un tempio di Dio: perché né la conoscenza né l’amore presuppongono la presenza reale del loro oggetto, anche se lo attirano all’anima, o spingono l’anima verso di esso. D’accordo, ci sono conoscenze ed amore compatibili con l’assenza; e questo è troppo ovvio per essere dimostrato. Ma chi non vede che questo non sia il caso della conoscenza e dell’amore di cui stiamo parlando? Ecco due amici separati da una grande distanza: pensano l’uno all’altro, si amano. Non direi, naturalmente, che siano veramente presenti l’uno all’altro; tuttavia, questa distanza reciproca tende a diminuire in proporzione alla conoscenza e all’affetto che hanno l’uno per l’altro. Cosa c’è di più comune di queste e simili espressioni: … tu sei sempre presente per me nei miei pensieri; … ti porto nel mio cuore? – Supponiamo che, per un incredibile prodigio, la distanza che separa questi amici non impedisca loro di conversare familiarmente l’uno con l’altro, né di vedersi a tutte le ore, né di darsi i segni di amicizia che sarebbero possibili se vivessero fianco a fianco, nella stessa città, sotto lo stesso tetto; direte voi che, per quanto lontani possano essere nel corpo, non hanno cessato di essere nello spirito? Lo direste, soprattutto, se uno di loro potesse, a volontà, penetrare davvero, per un’azione misteriosa, nell’anima del suo amico, per parlargli cuore a cuore, per fornire continuamente l’orecchio alle sue parole, per accertare i suoi domini e i ricordi della sua amicizia? Ora, ecco cosa avviene tra l’anima del giusto e Dio, in virtù dei doni soprannaturali della grazia,…  cosa dico? Ciò che suppone per i due amici non è solo che un’ombra dell’ineffabile scambio del figlio adottivo con suo Padre: perché è la sostanza di Dio che è lì, che dà, conserva e attiva il potere di conoscerlo e amarlo. – Vorrei che coloro ai quali questa obiezione sembra così grave, facessero una semplice riflessione su queste parole dell’Apostolo: « Finché siamo in questo corpo mortale, siamo ancora lontani dal Signore. » E perché dunque lontani se Egli è dappertutto, anche nelle profondità di noi stessi? « Perché noi camminiamo con la fede, non nella pienezza del chiarore della vista » (II. Cor., V, 6-7). Così Paolo ha un immenso desiderio di vedere il proprio corpo dissolversi per essere se stesso con Cristo (Fil. I, 23) e perdersi in Lui. – Soppesiamo attentamente queste parole, perché forniscono la soluzione necessaria. Essere lontani da Gesù Cristo per i giusti di questa terra è conoscerlo e amarlo in modo imperfetto. Vederlo faccia a faccia, amarlo di un amore che nulla turba, nulla distrae, nulla arresta è essere con Lui, inabissarsi in Lui. Tuttavia, l’unione che abbiamo con Dio con la conoscenza di Dio e l’amore di amicizia è una presenza intima, un possesso, quando si compara lo stato del giusto e l’allontanamento della natura e del peccato. E Dio è veramente in questa anima di giustificato, come nel suo tempio. Se il tempio di Dio è, per eccellenza, la dimora in cui Dio è manifesto, conosciuto, amato, lodato, adorato, come rifiuteremmo noi questo titolo all’anima in cui la grazia, la fede, la speranza, la carità, tutte le virtù si incontrano e si uniscono per dargli il potere di glorificare interiormente il suo Dio? – Concludiamo questo capitolo con un testo di San Paolo: esso riassume, in poche parole, le nostre precedenti spiegazioni sull’unione soprannaturale dei figli adottivi con Dio. « Io inchino le mie ginocchia al Padre di Gesù Cristo, nostro Signore …., affinché, secondo le ricchezze della sua gloria, vi rafforzi nell’uomo interiore per mezzo del suo Spirito; affinché Gesù Cristo abiti nei vostri cuori per mezzo dello Spirito e voi siate radicati e fondati nell’amore » (Efes. III, 13-17). – Entriamo nel pensiero dell’Apostolo. La fede fa abitare Cristo nei nostri cuori: non la fede morta che si può trovare in un peccatore, sebbene egli non sia né il tempio né la dimora privilegiata di Dio, ma la fede nobilitata dalla grazia santificante, poiché essa presuppone la formazione dell’uomo interiore; la fede che, mescolando le sue radici con quelle della carità, opera con essa e attraverso di essa, « fides quæ per charitatem operatur » (Gal. V, 6). E poiché questa fede si trova nei figli di adozione, in virtù del loro Battesimo, con la grazia e la carità che la vivificano, le loro anime sono un tabernacolo dove Dio fa la sua dimora; e ogni madre cristiana può, seguendo l’esempio del padre di Origene, il martire Leonida, baciare con amore e rispetto il petto del proprio figlio battezzato: perché questo petto è in tutta verità il santuario dello Spirito Santo.

LA GRAZIA E LA GLORIA (22)

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (20)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (20)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO OTTAVO

I doni dello Spirito Santo (4)

8) Il dono della sapienza è il dono regale, quello che più di ogni altro mette le anime in possesso della maniera deiforme del sapere divino. È l’estremo culmine, oltre. il quale è impossibile innalzarsi, al di qua della visione di Dio intuitiva e beatificante, massimo grado di sapienza. È lo sguardo del «Verbo che spira l’Amore » partecipato ad un’anima, la quale giudica tutte le cose dalle cause più alte, più divine, dalle ragioni supreme, a quel modo che Dio le giudica e le conosce. Introdotta, per mezzo della carità, nell’infinito abisso delle Persone divine e per così dire nella Trinità, l’anima divinizzata, sotto l’impulso dello Spirito d’Amore, tutto contempla da cotesto punto centrale, indivisibile, dove le appaiono come allo stesso Iddio: i divini attributi, la creazione, la redenzione, la gloria, l’ordine ipostatico, i più piccoli avvenimenti del mondo. Per quanto è consentito ad una semplice creatura, il suo sguardo mentale tende a identificarsi alla pienezza e acutezza di visione che Dio ha in sé e dell’universo. È la contemplazione in modo deiforme al lume della esperienza spirituale della divinità, della quale l’anima esperimenta in sé l’ineffabile dolcezza: « per quamdam experientiam dulcedinis » (S. Tommaso, I-II, q. 112, a. 5). Per bene comprendere questo, bisogna tener presente che Dio non può vedere le cose se non in Se medesimo: nella Sua causalità. Le creature non le conosce direttamente in se stesse, nemmeno nel movimento delle cause contingenti e temporanee che regolano la loro attività. In maniera eterna, le contempla nel suo Verbo. Conosce ed apprezza tutti gli eventi della Provvidenza alla luce della sua Essenza e della sua gloria. In due modi l’anima può comunicare o partecipare alla Luce increata: in un modo immutabile secondo che più o meno partecipa dell’eternità, ed è la visione di gloria nel Verbo; e in un altro modo, al di fuori del Verbo, per via di esperienza mistica e conoscimento saporoso delle divine dolcezze: nell’irradiazione, quindi, della luce beatifica o, in mancanza di questa, e tuttavia in condizioni di una certa quale violenza, sotto l’azione della fede rischiarata dai doni. Non è mai soverchio insistere su questa verità: l’esperienza mistica è come in esilio sulla terra; la vera patria dei doni è il cielo nel prolungarsi delle gioie beatificanti della visione « faccia a faccia » (I ai Corinti, XIII-12), ossia intuitiva, della Trinità. Che cosa accade, quaggiù, nell’anima che giudica tutto così, alla luce della Trinità presente in lei, presenza di cui esperimenta nell’intimo gli effetti — quanto almeno glielo consente lo stato di unione? Nelle potenze più elevate, più spirituali del suo essere reso deiforme dalla grazia santificante, sorge un’attività del medesimo ordine che permette all’anima così divinizzata di vivere « in società » con le Persone divine al livello di un’esperienza propriamente trinitaria. La fede le ha già aperto gli orizzonti soprannaturali e l’ha messa in contatto con tutto il paradiso; i doni della scienza e dell’intelletto le hanno permesso di assaporare, insieme al « niente » della creatura, il «Tutto » di Dio e di penetrare nelle insondabili ricchezze della vita trinitaria; sopravviene allora il dono della sapienza, il più divino di tutti i doni, il quale farà sì che quest’anima partecipi, nel più alto grado possibile sulla terra, alla conoscenza sperimentale che Dio gusta nel proprio seno, cioè nel suo Verbo che spira l’Amore. Oh, essa può ben « gioire di Dio » (San Tommaso, I, q. 3, a. 3, ad 1.) ora che l’unione trasformante l’ha stabilita in permanenza nell’atmosfera delle Persone Increate e l’ha introdotta come figlia adottiva nella famiglia della Trinità! Partecipe della divina natura, essa giudica tutto: in Dio, nel mondo e in se stessa, con la sua esperienza della divinità. Mentre il dono della scienza prende un movimento ascensionale per elevare l’anima delle creature fino a Dio, mentre il dono dell’intelletto penetra, con semplice sguardo d’amore, tutti; misteri di Dio, nell’intimo e al di fuori, il dono della sapienza non esce mai, per così dire, dal cuore stesso della Trinità. Tutto è visto da questo centro indivisibile. E l’anima, resa in tal modo deiforme, non considera ormai le cose che nel loro perché, nei loro motivi più alti, più divini. Tutto il movimento dell’universo fino ai minimi atomi cade quindi sotto il suo sguardo alla luce purissima della Trinità e dei divini attributi, ma con ordine, secondo il ritmo con cui le cose procedono da Dio. Creazione, redenzione, ordine ipostatico, tutto, anche il male, le appare ordinato alla maggior gloria della Trinità. Elevandosi infine, con uno sguardo supremo, al di sopra della Giustizia, della Misericordia, della Provvidenza e di tutti gli attributi divini, l’anima scopre d’improvviso tutte queste perfezioni increate nella loro Sorgente eterna: in quella Deità, Padre, Figlio e Santo Spirito, che supera all’infinito tutte le nostre, umane concezioni le quali la rimpiccioliscono e la circoscrivono; e lascia invece Dio incomprensibile, ineffabile, anche allo sguardo dei beati, anche allo sguardo beatificato di Cristo… quel Dio che, nella sua Semplicità sovraeminente, è insieme Unità e Trinità, Essenza indivisibile e Società di Tre Persone viventi, realmente distinte secondo un ordine di processione che non infrange la loro Uguaglianza consustanziale. L’occhio umano non avrebbe potuto scoprire mai un tale mistero, né l’orecchio percepire tali armonie, né il cuore supporre una tale beatitudine, se la Divinità non si fosse inchinata, con la grazia, fino a noi in Cristo, per farci penetrare negli insondabili abissi di Dio, sotto la condotta stessa del suo Spirito. Dopo tutto questo, c’è forse ancora bisogno di insistere per far comprendere che un’anima la quale viva abitualmente sotto queste alte ispirazioni del dono della sapienza, risale in tutti i campi alla visione del Principio supremo, in Dio, e — come notava e praticava suor Elisabetta della Trinità — non si arresta a considerare le cause seconde? E proprio in questa. riflessione suor Elisabetta ci lascia carpire il: suo intimo segreto. Dopo essere stati, per parecchi anni, a contatto dei suoi scritti, scrutando studiando tutti i moti dell’anima Sua; questa è la nostra convinzione più essenziale: che il dono della sapienza è il dono più caratteristico della sua dottrina e della sua vita. Istintivamente, possedeva il senso dell’eterno e del divino. – Avrebbe dovuto farsi violenza per discendere al li vello delle meschinità fra cui si trascina una moltitudine di anime, anche religiose — così dette contemplative — e che non sanno elevarsi al di sopra delle loro miserie e dei loro cenci. Suor Elisabetta andava diritta al Cristo ed alla Trinità, senza occuparsi troppo delle rare mancanze che sfuggivano alla sua fragilità. Crocifissa al suo dovere, non sì sovraccaricava di una quantità di pratiche minuziose, Ma attraverso alle innumerevoli piccolezze della monotona e spesso banale vita quotidiana, sapeva, come la Vergine dell’Incarnazione, tenere fisso lo sguardo alle alte cime. Ad imitazione della sua grande sorella del Carmelo, santa Maria Maddalena De. Pazzi. « imitatrice del Verbo » nella sua vita religiosa, suor Elisabetta della Trinità scopre nella sua vocazione di Carmelitana il mezzo per essere, insieme col Cristo, corredentrice del mondo, glorificatrice della Trinità. « Come è sublime la vocazione di una Carmelitana. Essa deve essere mediatrice con Gesù Cristo, essere per Lui quasi un prolungamento di umanità dove Egli possa perpetuare la sua vita di riparazione; di sacrificio, di lode e di adorazione. Chiedetegli che io sia all’altezza della mia vocazione ? (Lett. al Canonico A…  Gennaio 1906). I santi hanno visuali sconfinate. Si ricordi il grido apostolico di santa Teresa di Gesù Bambino: « Voglio trascorrere il mio paradiso a far del bene sulla terra: No, non potrò prendermi nessun riposo sino alla fine del mondo. Ma quando l’Angelo avrà detto: Il tempo non è più —, allora mi riposerò, allora potrò gioire, perché il numero degli eletti sarà completo ». Suor Elisabetta della Trinità aveva le stesse ambizioni. « Vorrei poter dire a tutte le anime quale sorgente di forza, di pace e anche di felicità esse troverebbero vivendo in intimità con le Persone divine » (Lettera alla mamma – 2 agosto 1906.). Da vera Carmelitana, desiderava ardentemente di « zelare la gloria del suo Dio ».  « Mi dono a Lui per la sua Chiesa e per tutti i suoi interessi. Ho bisogno dell’onore suo, come la mia santa Madre Teresa. Pregate perché questa sua figliola sia anche essa « vittima di amore: caritatis victima (Lettera al Canonico A… – Giugno 1906.). vivendo in epoca di persecuzione, gemeva sulla sua patria: «Povera Francia! Ho bisogno di coprirla col Sangue del Giusto » (Al medesimo – Gennaio 1906.). Nel suo intimo ideale di unione con Dio, va diritta alla causa esemplare suprema: all’anima di Cristo; e sogna di « essere talmente trasformata in Gesù, che la sua vita sia più divina che umana e il Padre possa riconoscere in lei l’immagine del Figlio suo » («Il paradiso sulla terra» – 5° orazione.). – Per esprimere questa sapienza cristiforme, trova delle formule di una robusta concisione: « Andiamo incontro ad ogni persona o cosa con le disposizioni d’animo vi andava il nostro Maestro santo » (Lettera, 1904); oppure racchiude il giudizio di più alta sapienza sull’essenza della vita cristiana in brevi frasi, come queste: « Esprimere Cristo agli sguardi del Padre » (Ultimo ritiro, XIV). « Che io non sia più io, ma Lui, e il Padre, guardandomi, possa riconoscerlo »(Lettera al Canonico ARLES Luglio 1906.). «Quando sarò perfettamente conforme a questo divino esemplare, tutta in Lui ed Egli in me, allora adempirò la mia vocazione eterna » quella per la quale Dio mi elesse « in Lui » « in principio », quella che proseguirò « in æternum » quando, inabissata nel seno della Trinità, sarò la incessante lode della sua gloria : laudem gloriæ eius » (Ultimo ritiro). Da questa luce, emana la risposta adeguata che risolve il problema del male e il mistero della sofferenza « Configuratus morti eius » la conformità alla sua morte: ecco ciò che bramo raggiungere » (Lettera al Canonico A. luglio 1906). « ciò che bramo raggiung Voglio andare con Lui alla mia passione per essere redentrice con Lui » (Lettera alla mamma 18 luglio 1906)Espressioni simili sono rivelatrici di tutta un’esistenza. Il medesimo atteggiamento di spirito essa prende di fronte a tutti i misteri divini. Basa l’intera sua vita nella fede al « troppo grande amore » È la sua visione, qui sulla terra (Lettera a Don Ch… 25 dicembre 1904).; « ogni cosa è un sacramento il quale le dona Dio ». Considera la sofferenza. non in se stessa, ma come uno strumento che obbedisce all’Amore (Lettera alla signora De S… – 25 luglio 1902) e sul suo letto do dolore ripete: «Il Dio nostro è un fuoco consumante; io subisco la sua azione ? (Alla priora). –  Così, nello svolgersi progressivo degli eventi, tutte le cose umane le apparivano in una luce sempre più divina. Nell’ora solenne in cui, per l’ultima volta, le sue sorelle del Carmelo sì riunirono intorno a lei, la udirono pronunciare, sotto un impulso luminoso del dono della sapienza, quasi in un canto: «Alla sera della vita, tutto passa. L’amore solo rimane ». Fa pensare a ciò che dice san Giovanni della Croce: « Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore » e si ricongiunge al comandamento supremo di Gesù: il primato della carità che tutto ordina e modera nella vita dei santi. Ma l’oggetto delle predilezioni dello Spirito di sapienza è il mistero della Trinità. Per sviluppare questo punto, bisogna riprendere, qui, e rivedere a questa luce tutto il capitolo che abbiamo consacrato allo studio dell’inabitazione della Trinità ed alla parte di centrale importanza che ha questo mistero nella vita e nella dottrina di suor Elisabetta della Trinità; nulla rivela con altrettanta evidenza il predominio del dono della sapienza nella vita intima dell’anima sua. L’esercizio continuo della presenza di Dio diviene in lei rapidamente il segreto di tutte le fedeltà. Pochi giorni prima di morire, ce ne ha lasciato lei stessa la preziosa testimonianza: « Credere che un Essere che si chiama l’Amore abita in noi sempre, in tutti gli istanti del giorno e della notte, e che ci chiede di vivere in società con Lui, è ciò che ha trasformato la mia vita, ve lo confido, in un paradiso anticipato » (Alla signora G. de B… – 1906). Tutta l’attività della vita spirituale, per lei, si riassume in questo: «La mia continua occupazione consiste nel rientrare dentro di me e perdermi in Coloro che sono qui» (Lettera a G. de G… – Fine settembre 1903.). Al tramonto della sua esistenza così breve, stabilita ormai nell’unione trasformante, ella giunge all’oblio perfetto di sé: è la fase suprema della sua vita spirituale che abbiamo già a lungo analizzata (Cfr. Capitolo I, paragrafo II « Carmelitana », e soprattutto il Capitolo IV « Lode di gloria » che ci sembra il più importante per la comprensione intima della dottrina e della vita di suor Elisabetta). Suor Elisabetta della Trinità è scomparsa dinanzi a Laudem gloriæ. Lei stessa non firma più le sue lettere che con questo « nome nuovo », e non vuol più chiamarsi che così; ché ormai l’anima sua, elevandosi al di sopra delle dolcezze della divina presenza, al di sopra di se stessa, si oblìa interamente, per non essere più che « l’incessante lode di gloria della Trinità ». È il trionfo del dono della sapienza: tutto è dominato da un unico pensiero: la gloria della Trinità; quindi, tutto ciò che non coopera alla glorificazione divina, o peggio, che minaccerebbe di ritardarla viene eliminato senza pietà. Però, essa non si ripiega egoisticamente in se stessa per arrestarsi a « godere di Dio » nella gioia beatificante di questa presenza delle divine Persone in lei, che forma il suo cielo anticipato. No; si tratta, innanzi tutto, della gloria di Dio; e, nel « cielo dell’anima sua » il suo ufficio essenziale è cantare giorno e notte, come i beati nel « cielo della gloria », la lode della Trinità; e sotto l’impulso del dono della sapienza, in corrispondenza all’esercizio e al progresso nella carità, tutta la sua vita prende il ritmo che conviene alla lode di gloria. « Una lode di gloria è un’anima di silenzio che se ne sta come un’arpa sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo, perché Egli ne tragga armonie divine. Sa che il dolore è la corda che produce i suoni più belli; perciò è contenta che questa corda non manchi nel suo strumento, per commuovere più deliziosamente il cuore del suo Dio. Una lode di gloria è un’anima che contempla Dio nella fede e nella semplicità. È un riflesso di tutto ciò che Egli è, è come un cristallo attraverso il quale Egli può irradiare e contemplare tutte le proprie perfezioni e il proprio splendore. Un’anima che permette così all’Essere divino di saziare in lei il Suo bisogno di comunicare tutto ciò che Egli è e tutto ciò che ha, è veramente la lode di gloria di tutti i suoi doni. Finalmente, una lode di gloria è un’anima immersa in un incessante ringraziamento; ciascuno dei suoi atti, dei suoi movimenti, dei suoi pensieri, delle sue aspirazioni, mentre la fissa più profondamente nell’amore, è come una eco del « Sanctus » eterno. Nel cielo della gloria, i beati non hanno riposo né giorno né notte, ma sempre ripetono: «— Santo, santo, santo, il Signore onnipotente — …e, prostrandosi, adorano Colui che vive nei secoli dei secoli ». Nel cielo dell’anima sua, la lode di gloria inizia già l’ufficio che sarà suo in eterno; e, quantunque non ne abbia sempre coscienza, perché la debolezza della natura non le consente di fissarsi in Dio senza distrazioni, pure rimane sempre sotto l’azione dello Spirito che opera tutto, in lei. Canta sempre, adora sempre, è, per così dire, interamente trasformata nella lode e nell’amore, nella passione della gloria del suo Dio » (« Il paradiso sulla terra » – 13° orazione.).

8 Settembre (2022) FESTA DELLA NATIVITA’ DI MARIA SS.

(Giulio Monetti: la Sapienza cristiana, vol. II, U. T. E. T. Torino, 1949)

8 Settembre.

La festa della Natività di Maria SS. — Che sorriso di festa quello di Maria Bambina! — Che soavità di affetti non deve suscitare in tutti noi, ai quali questa Eletta di Dio divenne Madre — Provvidenza inesausta — Tenerezza consolatrice — Rifugio di tutte l’ore!

Maria Bambina, delizia degli uomini… — Prima nel seno di sua famiglia: — S. Gioachino e S. Anna l’attendevano da tanto tempo! — E quando alla fine se la videro in grembo sorridere vezzosa. gustarono momenti di Paradiso! — E dovette appresso sorridere altrettanto celestialmente anche alle sue compagne ed educatrici nel Tempio — a S. Giuseppe, suo Sposo immacolato alle pie donne seguaci di Gesù — agli Apostoli venienti a Lei per consiglio e soccorso e consolazione — ai fedeli della Chiesa primitiva, che ricorrevano a Lei come a Madre…

Maria Bambina, delizia degli Angeli. — La videro sino dal suo primo istante bella nell’anima oltre ogni altra creata bellezza — pura e santa oltre ogni loro comprendere:— come non amarla? — Come non deliziarsene? — Fu poi loro rivelato che era destinata a loro Regina — siccome Madre di Gesù, Divin Verbo Incarnato: — e le porsero giubilando i loro omaggi — offrendole tutti i loro servizi. — Davvero quella è una Natività annunziatrice di gioia a tutto il mondo — come canta l’odierna Liturgìa!

Maria Bambina, delizia dell’Altissimo… — Finalmente Iddio vedeva in Maria Bambina l’immagine propria scolpita nell’umana natura, non sfregiata dalla colpa! —La vedeva anzi sfavillare di sovrannaturale bellezza fino allora non raggiunta mai dalle creature — per l’immensità dei doni di grazia a lei partecipati — e per la sua corrispondenza ai medesimi pronta — e piena. — E la salutò Aurora del Sole di giustizia, che da Lei doveva nascere — Iride vaga di pace, che doveva inarcarsi tra Cielo e terra — Mediatrice agli uomini redenti di tutte le grazie!

LA GRAZIA E LA GLORIA (20)

LA GRAZIA E LA GLORIA (20)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO IV.

L’ABITAZIONE SINGOLARE DI DIO NELL’ANIMA DEI SUOI FIGLI ADOTTIVI. IL FATTO E LA NATURA DI QUESTA ABITAZIONE.

CAPITOLO IV.

Del modo in cui Dio con la sua grazia abiti nelle anime e sia ad esse unito. Come sia in esse principio efficiente e causa esemplare di tutto il loro divino. Contrasto tra l’unione divina e la possessione diabolica.

1. – Le spiegazioni date dai maestri della scienza sacra sono unanimi nell’affermare il fatto, ma sembrano divergenti in alcuni aspetti. Daremo prima le spiegazioni incontestabili; per le altre, sulle quali c’è qualche disaccordo, indagheremo in seguito, alla luce dei principii, di cosa dobbiamo pensare di esse. Inoltre, non c’è una grande ragione per essere sorpresi che manchino parzialmente le prove e la certezza assoluta. Dio, dandosi a noi come un padre ai suoi figli prediletti, ci ha rivelato sotto le ombre della fede i misteri della sua natura e dei suoi benefici; ma per quanto riguarda la piena comprensione che non è necessaria per illuminare il nostro progresso quaggiù, Egli ha voluto riservarla per la beatitudine finale, quando, sollevando tutti i veli, si degnerà di mostrare il suo volto paterno ai figli della sua adozione. Inoltre, non crediamo che dando una spiegazione si escludano allo stesso tempo tutte le altre; ce ne sono alcune che si suppongono, si collegano e si completano, come mostreremo in seguito. Un autore di grande autorità tra i mistici le riduce a due capi: « Dio – egli dice – è unito a noi in questo modo molto speciale, sia come principio che come termine; come principio che produce in noi la grazia, una partecipazione della sua propria natura e vita; come termine, raggiunto dall’anima per mezzo di questa partecipazione » (Philip. de SS. Trinit. Summa Theol. Mysticæ. P. III, D. 1. t. 1). È Dio che, con la sua operazione, si fa strada nelle più intime profondità dell’anima; ed è l’anima, a sua volta, che, con le operazioni che le derivano dalla grazia, entra in possesso di Dio. Due idee che faranno l’oggetto delle nostre meditazioni e ci spiegheranno come sia veramente la grazia, sotto ogni aspetto, il legame tra l’anima del figlio adottivo e Dio suo Padre. – San Giovanni Damasceno, il grande teologo e filosofo dell’Oriente, ha scritto nella sua magnifica opera sulla fede ortodossa (S. Joan. Dam, de F. Orth, L. I, c. 13, P. Gr. 94, p. 852. – Nemesius insegna a sua volta che nessun essere spirituale può essere direttamente presente in un luogo se non attraverso la sua operazione. De natura hom. c. 3 – “Etsi vero Deus universorum sit locus, non tamen corporaliter – [σωματικῶς = somatikos]- sed effective  – [δημιουργικῶς = demiourghikos]- :…. patet (eum) immensitatem esse i. e. virtutem quæ nullum finem habeat“, S. Maxim. Nel c. 1 de Nomin, div, P. Gr., t. 4, p. 189 in ſine.) un capitolo speciale al quale diede il titolo: « Del luogo di Dio, e come Dio solo è immenso ». Dopo aver ricordato la definizione aristotelica di luogo, il Santo chiede se esista un luogo spirituale, e in che senso potrebbe essere attribuito a Dio. « Sì – egli dice – c’è un luogo spirituale, ed è quello in cui c’è una natura incorporea dove questa natura è presente con la sua azione… Dio, sovranamente libero da ogni materia, Dio senza limiti, non può essere circoscritto da nessun luogo. Egli è il suo proprio luogo, riempie tutte le cose, è elevato su tutte le cose… Eppure, si dice che si trovi in questo o in quel luogo; e quello che si chiama il suo legame, è colà in cui si manifesta la sua potenza e la sua operazione… Ne consegue che quanto più una creatura partecipa alla sua operazione e alla sua grazia, tanto più stretto sia il legame con Dio. Ecco perché il cielo è la sua dimora, perché lì ci sono gli Angeli che fanno la sua volontà. – Così parla questo illustre Padre, che fu, come è noto, l’eco fedele dei più rinomati dottori dell’Oriente, come San Gregorio di Nazianzo, San Basilio, San Cirillo di Alessandria, San Gregorio di Nissa, dai quali prende in prestito in ogni momento la dottrina e persino le parole. Chi non riconoscerebbe nel suo linguaggio ciò che Alberto Magno, l’Angelo della Scuola e altri dopo di loro avrebbero sancito più tardi (Sup. T. III, c. 1, p. 213 e seguenti)? Perché è nello stesso modo, e quasi negli stessi termini, che essi spiegano la presenza degli spiriti in generale e soprattutto l’inabitazione di Dio nei giusti, suoi figli.  Egli è in essi come principio efficiente ed esemplare del loro soprannaturale; vi dimora perché il suo effetto è permanente, perché si compiace in essi, e perché, trattandosi degli effetti di Dio, l’operazione divina è tanto necessaria per conservare il loro essere quanto per darglielo (S. Thom, c. Gent, L IV, c. 21). – Io prevedo che questa spiegazione solleverà più di una difficoltà nella mente di molti lettori. Mi si dirà forse che non è la stessa cosa operare su un essere ed essere presente in esso. Ho già, se non mi sbaglio, risolto questa obiezione. Senza dubbio, ci sono cause che agiscono a distanza e lo possiamo vedere con i nostri occhi. È vero che il sole, fonte di calore e di luce, non è in contatto con tutti i corpi che illumina e riscalda con i suoi raggi. Ma se il sole estende la sua attività benefica alle regioni più remote della sua stessa sostanza, è perché non è la causa immediata e prossima degli effetti che vi produce. Se rimuovete questa materia impalpabile, le cui ondulazioni porteranno la sua influenza fino ai limiti estremi del suo impero, allora non c’è nessuna azione, nessun effetto. – L’operazione divina è molto diversa nell’ordine della natura, e molto di più in quello della grazia. Qui non c’è nessun intermediario. Se Dio non arriva direttamente all’anima, è il nulla della grazia e il nulla dell’esistenza stessa. Dio mi appare presente e vivo nei doni che mi porta. La grazia è un raggio in cui il focolaio che lo emette passerebbe tutto intero; essa è anche un’acqua zampillante che, venendo a bagnare l’anima, le porta la fonte stessa da cui proviene. Mi si perdoni se ritorno su nozioni che avevo già toccato; perché parte dell’oscurità di cui ci lamentiamo in questa materia deriva dal poco uso che facciamo di questi principi e dalla dimenticanza in cui sono tenuti. Dio è presente in sostanza nelle anime dei giusti come principio efficiente del loro essere soprannaturale e anche come causa esemplare. Se Egli è in loro in modo speciale, è per incidere la Sua immagine su di loro e renderli a sua somiglianza divina. Un timbro sempre applicato su una cera morbida, un pittore che si riproduce incessantemente sulla tela, tali erano, se ben ricordiamo, gli emblemi sotto i quali i Padri greci descrivevano spesso l’azione santificatrice nel profondo delle anime. Ed è questo che rende la dimora di Dio, che è la loro, ancora più intima. « È per somiglianza che ci si avvicina a Dio, e per dissomiglianza ci si allontana da Lui », diceva Sant’Agostino (“Non enim 1ocorum intervallis sed similitudine acceditur ad Deum, et dissimilitudine receditur ab eo“. S. Agostino, De Trinit., L. VII, c. 6, n. 12). « Sono lontani da Lui coloro che, con i peccati, si sono spogliati della sua immagine; gli si avvicinano quelli che con una vita pia ne sono rivestiti » (“Hique ab eo longe esse dicentur qui peccando dissimillimi facti sunt; et hi ei propinquare qui ejus similitudinem pie vivendo recipiunt“. Id, ep. 187 ad Dardan, n. 17). – Sembrerebbe potersi obiettare con più ragione che questo modo di presenza sia quello che si applica ad ogni creatura, e, di conseguenza, che non sia la singolarità dell’evento di cui dobbiamo dare conto. Sì, senza dubbio, c’è un’analogia tra questi due modi di presenza, poiché entrambi hanno come base l’influenza immediata di Dio sulla creatura. Ma, a parte questa somiglianza generale, quale sorprendente diversità si rivela, quando non ci si accontenti di guardare che in superficie. Ricordiamo il grande e luminoso principio enunciato prima da San Giovanni Damasceno, e concludiamo che dove ci sono più mirabili effetti della munificenza divina, lì Dio sarà più presente. E se questi effetti, come quelli della grazia e della gloria, sono di un ordine eccellentemente superiore, e superano infinitamente le altre opere della mano divina, Dio sarà nella creatura che li riceve, in modo infinitamente più intimo e più elevato che nel resto della creazione. Sarà in modo tale che possiamo veramente dire che Egli viene quando produce questi effetti; che rimane, finché li conserva; che se ne va, quando i nostri peccati distruggono l’opera della sua grazia in noi; (È una questione tra i teologi se si debba dire che c’è una missione invisibile dello Spirito Santo, in altre parole, se le Persone divine entrano nell’anima, ogni volta che c’è un aumento della grazia santificante, La controversia è più sulle parole che sulle cose stesse. Si può ammettere, senza timore di sbagliare, che ad ogni produzione di grazia sia legata una nuova entrata di Dio. Queste espressioni, tuttavia, non si conciliano bene con un semplice aumento della grazia, quanto con un nuovo stato, un grado non solo distinto, ma diverso nell’ordine della grazia. San Tommaso, il cui pensiero espongo qui, cita come esempio la professione religiosa. Potremmo aggiungere la ricezione dei Sacramenti, che consacrano l’uomo a Cristo come una delle sue membra, dei suoi soldati e suoi ministri, e così imprimono un carattere indelebile. Perché Dio entra nell’anima solo a condizione che si renda presente in modo nuovo.  Ma questo non accade quando c’è solo un aumento della grazia. Quello che si può dire è che allora si unisce più fortemente all’anima, che la penetra più intimamente. Supponiamo, al contrario, il secondo caso: c’è un effetto del tutto diverso, e di conseguenza Dio, che è presente nei suoi effetti di grazia, comincia realmente ad essere nell’anima in altri modi; non si limita, quindi, ad entrare più profondamente in essa; vi entra di nuovo. Cfr. S. Tom., 1 p., q. a. 6, ad 2). – Dunque, la grazia prodotta, la grazia conservata, la grazia aumentata dall’operazione divina, sono tutti mezzi con cui Dio lega e stringe l’unione permanente che si degna di avere con il giusto. Se togliamo questa grazia o, ciò che equivale alla stessa cosa, se togliamo l’azione stessa presente che ce la dà, non c’è più unione in questo ordine superiore e divino. È vero che Dio passerà di tanto in tanto molto vicino all’anima, e non la priverà delle sue operazioni soprannaturali; ma saranno visite transitorie, tocchi di un istante, lampi fugaci. Egli non dimorerà in quell’anima; che devo dire, non vi entrerà nemmeno. Perché no? Perché l’unica grazia santificante è nella sostanza dell’anima. Ogni altra grazia, luce, eccitazione, movimento soprannaturale, è rivolta direttamente alle sole potenze. Nel produrla, Dio rimane, per così dire, alle porte dell’anima; si avvicina, bussa, invita, chiama; ma è la grazia santificante che, facendo dell’anima un santuario, introduce l’Ospite divino e lo fissa a dimora.

2. – Questi argomenti appariranno ancora più solidi se meditiamo su come Dio, presente nell’anima come Autore, conservatore e supremo esemplare della grazia, non si attenga a questo effetto principale. L’anima ragionevole è sostanzialmente presente in tutto il corpo che anima; ma, sebbene sia presente in tutte le membra e in tutti gli organi, ce ne sono alcuni ai quali è più intimamente unita, perché la sua attività vi è più ampiamente sentita. Questa è una verità così palpabile che i filosofi hanno ritenuto necessario limitare la sede immediata dell’anima a certe parti maestre, il cuore o il cervello per esempio, ad esclusione delle altre. Certo, queste sono deviazioni dottrinali, ma ci aiutano a capire meglio la verità sull’unione soprannaturale tra l’anima del giusto e la Trinità divina. – È così che Dio, entrando con la grazia nelle profondità dei cuori, non si ferma nella sua marcia verso l’unione. Dal centro dell’anima dove ha fissato la sua dimora, si muove, per così dire, verso tutte le potenze dell’anima per avvolgerle nel suo abbraccio e per penetrare in esse e nelle loro operazioni con la sua vita divina. È, dicono i Padri, l’artista sublime che si nasconde in uno strumento diventato suo, e da cui trae un’armonia divina; è il motore principale che dall’interno ci spinge verso le cose celesti, che ci fa amare, pregare, agire da figli di Dio; è un sole interiore che ci inonda della sua luce e del suo fuoco; è un re sul suo trono « con il corteggio  delle virtù per esercito », secondo la bella espressione di Sant’Agostino; l’anima della nostra anima e la vita della nostra vita. – Così, quando diciamo che Dio abiti nelle anime come nel suo tempio, non immaginiamo una presenza oziosa, quella di un re seduto tranquillamente nel suo palazzo. No, non è questo che intendono la Sacra Scrittura e i Padri quando usano questa immagine. Il tempio in cui Dio abita è un santuario vivente, e ogni parte di esso, dalle fondamenta più basse a quelle più alte, è pieno della sostanza e dell’azione del Dio che lo abita.

3. – I mistici, per far risaltare l’intimità di questa unione, l’hanno talvolta contrapposta alla possessione diabolica. Il Vangelo, la storia della Chiesa e le vite dei Santi ci mostrano con quale potenza lo spirito maligno, quando piace a Dio lasciarlo libero, si impossessa delle sue vittime. Sembra come se fosse incarnato in loro, tanto li domina, li tiranneggia, e fa di tutti i loro atti esterni le proprie operazioni. Dio non voglia che il Signore e Padre tratti i suoi figli con tanta irriverenza (Sap. XII, 18), che li strappi dalle mani del loro consiglio e li spinga a movimenti così disordinati. Ma ciò che è importante sottolineare qui è la differenza tra l’occupazione dell’uomo da parte dello spirito del male, e la presa di possesso delle anime da parte dello Spirito di Dio. Il nemico colpisce direttamente solo gli organi, o, come diciamo noi, l’uomo esterno: è lì che è intronizzato, è lì che opera e risiede con la sua operazione. Se disturba la ragione, se ostacola il suo libero esercizio, è come da lontano, per gli ostacoli che porta al gioco regolare delle facoltà sensibili. L’intelletto e la volontà cadono sotto la sua influenza solo come conseguenza del suo attacco. – Ben diverso è il possesso divino che si fa per mezzo della grazia e nella grazia. Dio entra di diritto nel dominio più interno e segreto dell’anima, poiché è lì che la rinnova e la trasforma a sua immagine con un’operazione che è allo stesso tempo la sua potenza e la sua essenza. Da questo santuario, che è impenetrabile per chiunque tranne che per Lui, Egli passa, per così dire, alle facoltà spirituali, e si stabilisce in tutto il corpo, in modo da rendere tutto l’uomo come un unico e medesimo tempio, un tempio le cui parti sono tanto più sante in quanto sono più pienamente l’inabitazione di Dio. « Non sapete che le vostre membra sono il tempio dello Spirito Santo? » (1 Cor. VI, 19). La bestia, voglio dire il diavolo, può farsi adorare in questo tempio di Dio, tanto è grande la cecità degli uomini e la loro perversità deplorevole; ma penetrare nel Santuario, e sedersi lì per gustare i tributi sacrileghi cui aspira, è ciò che non è mai né sarà mai in suo potere. Volente o nolente, deve rimanere nelle parti esterne del tempio. E da ciò deriva questa meraviglia più volte osservata nella storia: un corpo di uomo energumeno con l’anima di un santo; Dio contemplato, adorato, amato nell’intimo Santuario, e il circostante occupato e regolato da satana (Vedi in particolare la vita di P. Surin). – Ascoltiamo di nuovo i seri pensieri del Dottore Angelico su questo argomento: « Poiché lo Spirito Santo non è una creatura ma il vero Dio, non possiamo dire che Egli riempie le anime dei Santi e le abita, nel modo in cui talvolta si dice che esse siano abitate e riempite dal diavolo. Leggiamo, è vero, di Giuda che, dopo il boccone di pane inzuppato che Gesù gli diede, satana entrò in lui (Joan, XIII, 27); o leggiamo, secondo una lezione del libro degli Atti, che Pietro disse ad Anania: Perché satana ha riempito il tuo cuore … (Act. V, 3). Il diavolo è una pura creatura; quindi, non può riempire le anime con la partecipazione della sua natura e abitare in esse con la sua sostanza. Se le riempie, è per effetto della sua malizia, secondo le parole dell’apostolo S. Paolo a Elymas: o uomo pieno di astuzia e furberia, figlio del diavolo (Act. XIII, 10)! Ma lo Spirito Santo, poiché è Dio, abita nelle anime con la sua sostanza, e le rende buone rendendole partecipi di se stesso; poiché Egli è la sua stessa bontà, in quanto è Dio. Inoltre, donandosi alle anime, le riempie anche degli effetti della sua virtù onnipotente. (S. Thom., c. Gent., L. IV, c. 18). – Un autore antico, Didimo Alessandrino, questo cieco meravigliosamente versato nella conoscenza delle Sacre Lettere, aveva espresso gli stessi pensieri nel suo commento al testo degli Atti: « Perché satana ha riempito il tuo cuore? », « satana – egli dice – è entrato, non secondo la sua sostanza, ma secondo la sua operazione; perché entrare in qualcuno appartiene solo alla Natura increata, a quella Natura che sola può comunicarsi, perché è il Creatore » (Didimo. Al, de Spirit. S., n. 64, P. Gr. t. 39, p. 1083; col. de Trinit, L I, t. cit. p. 369, sqq. – In un’altra opera, San Tommaso riproduce la stessa dottrina: « Quando si dice che il diavolo abiti nell’uomo, ciò può significare sia una dimora di cui l’anima sarebbe la sede, sia una dimora che si fermerebbe al corpo. Per quanto riguarda l’anima, il diavolo non può dimorare sostanzialmente in essa, perché è privilegio esclusivo di Dio penetrare uno spirito (solus Deus illabitur menti). Infatti, il diavolo non produce il peccato in noi, come lo Spirito Santo produce la grazia. Lo Spirito di Dio lavora dentro: il diavolo agisce con suggestioni esterne o sui sensi o sull’immaginazione… Si dice, tuttavia, che abiti nella facoltà affettiva dell’uomo: ma questo è per gli effetti della sua malizia, e non per se stesso… Per quanto riguarda il corpo, può abitarlo sostanzialmente, come vediamo negli energumeni. » Quodl. III, at. 8, Cf, S. Bern. Serm. 5 in Cant, n. 8; de Consider, L 5, n. 12). – È così che la sostanza di Dio si unisce alla nostra sostanza per mezzo della sua operazione, cioè come principio del nostro essere e attività soprannaturale. Non avevamo forse ragione di dire che la grazia è il legame tra Lui e i suoi figli adottivi, poiché è producendola in loro che Egli entra così profondamente e rimane così costantemente nei loro cuori?

LA GRAZIE E LA GLORIA (21)