
LO SCUDO DELLA FEDE (220)
MEDITAZIONI AI POPOLI (VIII)
Mons. ANTONIO MARIA BELASIO
Torino, Tip. e libr. Sales. 1883
MEDITAZIONE VIII.
L’inferno
« Signore, credete voi all’inferno?… » disse ad un missionario un cotale che, vantandosi incredulo, voleva mostrar lo intrepido col ridere delle più terribili verità della Religione. E l’uom pio e colto a lui: Si veramente, vi credo io; ma debbo aggiungervi che lo credete anche voi: poiché questa smania di combattere la credenza dell’inferno dimostra che voi l’avete fitta nel fondo dell’anima, e appunto vi sforzate di combattere il pensiero dell’inferno, perché nol potete cacciare di cuore. Ché, o signore, non si combatte contro ciò che non sì crede neppur per sogno; ma si combatte un pensiero che ci sta dinanzi come un nemico: l’inferno è là, vi par di sentirlo intronare anche da lontano; e voi vorreste cercar di ripararvene, almen col negarlo, Vani sforzi o Signore: l’inferno sta. – Siccome però ad ogni modo quello che più ci importa, non è tanto il crederlo, quanto il non aver da provarlo col precipitarvi disperatamente, fermiamoci qui a far bene il nostro conto. Poniamo qui quasi sulla bilancia noi due ciascuno dalla parte della nostra coscienza, a maniera di contrappeso, gli argomenti che fanno inclinare me a credere per evitarlo; voi, a non crederlo e a cimentarvi di trovarvi poi dentro dannato senza averlo creduto. Adunque io credo e metto da parte mia le mie ragioni sulla bilancia. Con me credono anche le nazioni di tutte le falsi religioni eziandio più contrarie alla Religione nostra Santissima. Giobbe in oriente, lontano dal popolo fedele degli ebrei ripete la parola primitiva di tutta la più remota antichità la credenza di una terra di miserie, di tenebre e di orrore eterno nella vita futura. Gl’Indiani credono il Naraka, l’inferno cioè dalle tre porte, in cui si pagano i delitti, la concupiscenza, la collera, l’avarizia. I Cinesi credono che le anime dei tristi diventino demoni. Gli Egiziani credono ai loro Mani dell’altra vita. 1 Greci ed i Romani ammettono il Tartaro sede di pianti e disperazione. E poi meraviglia! entra Colombo nel mondo nuovo, e sente un vecchio Cacico, il quale con sua meraviglia, gli dice in faccia nettamente che una via conduce i cattivi all’inferno. E noi sappiamo come i Peruviani, i Virginiani ed altri ammettono un luogo di supplizio per tutti i malvagi; e in fine come i Maomettani abbiano fede nella esistenza dell’inferno, come noi Cristiani (Codice Sacro o Parallelo di tutte le religioni, per Anot de Maiziéros. — Roselly, Cristo al cospetto del secolo). Tutti questi popoli, siccome credono con me all’inferno, così io li metto colle loro ragioni sulla bilancia dalla parte mia. Ora voi mettete con voi quelle poche teste degli scapati che non vorrebbero credere all’inferno. Da qual parte penderà la bilancia?… Aspettate…; ché io ho da mettere dalla parte mia tutte le ragioni che fecero credere l’inferno ai più grandi filosofi, agli uomini più dotti del mondo. Basti ricordarvi fra gli antichissimi il più saggio, Socrate, il quale muore asserendo l’immortalità e quindi confessando il premio e i castighi eterni. Dal maestro non si scosta Platone, che assevera come la morte fa vedere da qual parte stanno i prudenti e da qual parte gli stolti, e come muoiono i malvagi e restano precipitati all’inferno, luogo terribile! (Delle leggi, lib. xt). Cicerone il più dotto dei Romani scrive lui non avere paura di esser deriso nell’eternità da quelle teste piccine che non vi credono. Metto con me le due forse più belle teste di uomini che siano esistite: io dico s. Agostino, sempre in aspre penitenze con gemiti, per scampar dall’inferno; e s. Tommaso, che scrisse tanti libri, per mostrare a tutti di salvarsi da quella orrenda disperazione. Metto i moderni filosofi; e di loro i più dotti: Leibnizio, che disputò tanto sulla religione, ma ammise sempre come certissimo l’inferno: Malebranche e Bacone, Newton e Keplero. Vi aggiungo Bossuet il più grande genio del suo secolo, e Pascal il talento più bello; e infine Gioberti il più audace in altre opinioni, ma nelle sue maggiori opere, credente anch’esso nell’inferno; e Rosmini di Gioberti più potente pensatore, che scrisse esercizi e raccomandò tanto di meditare l’inferno. Signore, ho nominato grandi menti d’uomini, e per me vi confesso sulla mia coscienza che colla povera mia persona pesano quelle tante teste di dotti, molto più che non pesiate voi, e con voi i pochi che sbadatamente e senza ragione negan l’inferno; e sento che col peso del vostro no, non mi potete trascinare con voi a negarlo. Ma aspettate ancora, perché io metto con me quasi trecento milioni di Cattolici credenti l’inferno, con cinquanta milioni di scismatici che si staccarono dalla soggezione del Papa, ma stanno col Papa nella credenza dell’inferno: vi aggiungo il mille e mille milioni d’innumerabili Cattolici di tutti i secoli passati, che non sognarono mai di dubitare dell’inferno: e i troppi eretici di tutti i tempi, Ariani, Nestoriani, Macedoniani, Eutichiani, Pelagiani, e tutti i protestanti nelle loro sette divisi, che tutti tagliuzzarono, straziarono pur troppo la Fede cattolica; ma tutti conservarono intiera la credenza delle pene eterne nell’inferno. Signore mio, chi avrà più ragioni d’uomini che pesino dalla sua parte: io o voi ?… Oh ma aspettate: ancora! (Poiché siete voi che mi avete domandato, ed io debbo darvi intiera la mia risposta). Metto ancor con grande mia consolazione da parte mia e a credere con me i milioni di Martiri, che sfidarono le più orrende morti, per salvarsi dall’inferno: l’immenso popolo di penitenti che si castigarono terribilmente qui in terra. per non essere puniti in inferno; e l’immenso esercito de’ fervorosi Santi, che tormentarono la loro carne innocente per non aver a provar i tormenti dell’inferno: metto poi il gran numero di buona gente, che tutti si conservano onesti e buoni a fine di evitare l’inferno. E, mentre tutti questi fanno traboccar la bilancia da parte mia a farmelo credere, su su a voi, signore. Mettetevi voi colla vostra testa a contrappeso contro tutto questo immenso numero d’uomini che credono l’inferno. Perdonate; ma voi pesate un po’ poco! Cercatevi pure di porre con esso voi tutti coloro che ridono dell’inferno e in fin fine troverete chì?… Troverete i ladri che rubano a man larga, troverete i truffatori delle famiglie, troverete gl’imbestiati nei vizi, la feccia d’ogni ribalderia; e quando voi (che non credo) voleste gittar sulla bilancia dalla parte vostra tutta quella accozzaglia di malvagi, vorreste fare il torto a me di tirarmi con quel gentame, e di farmi affiatare con una bordaglia sprofondata in tutti i delitti?… No no, ché io starò sempre in compagnia di tutti i Cattolici fermo col mondo universo a credere l’inferno; santa credenza, la quale mantiene probi tanti in terra e manda tanti santi a popolare il paradiso. Allora l’incredulo collo scherzo dello stolto: eh via! esclama, che nessuno è mai venuto di là a dirci che ha provato l’inferno. E l’uom di Dio di rimando: appunto appunto io lo crederei più certamente eziandio per questo; perché, se anche un solo fosse di là venuto, potrei esser tentato a dubitare della verità di quella Parola, che ci assicura esservi l’inferno, e che ci assicura egualmente che chi va là dannato, non ne esce più mai. Ma, signor mio, ditemi per fede vostra: è poi egli vero che non venne mai nessuno dal mondo dell’eterna verità ad assicurarci che vi é l’inferno?… Viva Dio! e non venne Gesù Cristo, il quale diede tante prove di esser venuto dal cielo, e da diciotto secoli le continua a dare? Non ha egli milioni di testimoni che diedero la vita, a fine di assicurarci che Gesù dice sempre la verità? Non sono forse ormai due mila anni che tutti coloro, i quali negano la parola di Gesù, sono trovati essi bugiardi e vanno tutti perduti? Ma i suoi miracoli ma i miracoli di coloro che credettero a Gesù, ma le loro virtù, ma gli studii, le scienze, la storia, ma tutto che vi ha di buono e di ben fatto nel mondo per Gesù, non prova forse che Gesù non inganna nessuno? Ebbene Gesù con quella sua bocca di verità assicura, che i morti in peccato, maledetti discendono nel fuoco eterno! Ah! se Gesù Cristo mette Egli stesso sulla bilancia la sua Parola dalla parte mia, io non posso non gridare sdegnato Miserabile a voi : che non credete! Io vi cerco quanto pesate in contrappeso contro di Gesù Cristo… Eh che non vi trovo più!… Siete sfumato a nulla :… no, no, non pesate affatto più niente. Ond’io mi getto ululante in terrore in braccio a Gesù il quale rivelandoci l’inferno, vi sta, direi, crocifisso sulla bocca colle braccia larghe per salvarci in Paradiso, col grido — Adveniat regnum tuum… libera nos a malo! Salvator benedetto, dall’orlo dell’inferno portateci in Paradiso! Eppure, signor caro, io vorrei discendere al vostro cuore. Ora ditemi voi sulla. vostra coscienza sentite ancora: vi sono tante ragioni da poter provarci che certamente non vi sia l’inferno! No voi, no tutti gl’increduli con voi, no tutti insieme non lo potrete provare mai. Dunque, al tutto al tutto se non volete credere, dovete per forza, dovete almeno dubitare che vi sia! Orribil cosa il dubitare di ciò che affatto importa più di Sapere! Grazie a Dio! credendo noi, siam decisamente risolti di salvarci in paradiso; e intanto io, voi, tutti moriremo fra poco: ma se voi morite dubitando, e poi vi trovate nell’inferno… ohimé! ohimé!… fate… fate una troppo cattiva giornata!… Pensatevi bene!… tremenda giornata, che comincerà per voi l’eterna disperazione dell’inferno!… Guai! guai! a chi l’avrà da provare prima di crederlo. — Veh quibus prius experienda sunt, quam credenda (Eusebio, Emiss.). – Ora io lascerò gl’increduli, piangendo per loro. Mi consolo con voi, fratelli: noi spireremo (ho fiducia) nel Costato di Gesù nel Sacramento, intorno a cui stiamo tutti raccolti; e il giorno della beata nostra morte sarà il giorno senza tramonto della beatitudine eterna con Dio. Buon Gesù, Signor della giustizia e della misericordia, noi col cuore impaurito sul vostro amatissimo Cuore mediteremo in prima l’inferno, col fuoco dell’ira della giustizia divina: poi mediteremo nell’inferno la disperazione di aver perduto il paradiso e Dio per le miserie dei nostri peccati: infine vi mediteremo la disperazione dell’eternità. O Maria Santissima, Voi che vedete noi poveri vostri figliuoli qui sospesi sopra l’abisso d’inferno, teneteci voi tra le vostre braccia, fin tanto che… ah sì, sì, non ci abbiate messi salvi in paradiso! Eh, coraggio, o fratelli! Quando pur vi spaventassi, me lo dovete perdonare; anzi, mi dovete voler bene, come si vuol bene alla madre, allorché porta proprio sul focolare il bambino arditello colla faccetta fin sopra il fuoco; poi gli fa stendere la manina fino rasente alla fiamma, e quando il bambino mette lo strido: Ah, mamma, abbrucia!… la mamma sel porta via baciandogli la mano, e gli dice. coi baci: Bambolo delle mie viscere, sta lontano dal fuoco!… Per simil guisa l’inferno sarà per noi un castigo, che il Signore ci minaccia da padre, per non avere a darcelo da giudice; e stando noi stretti per terrore insieme sopra di esso, io vi bacerò sul cuore a tutti, gridandovi: figliuoli, figliuoli miei, al paradiso, al paradiso! Cader nell’inferno vuol dire cadere nelle mani della giustizia di Dio per la tremenda vendetta. Quanto è orrenda cosa cadere nelle mani della giustizia divina! Udite: Nei primi tempi gli uomini, quasi fosser giganti da sfidare lo sdegno di Dio, con atri delitti provocavano la sua vendetta. Dio guardò il mondo nell’atto del suo sdegno, e mandò il diluvio universale ad affogar quella carne di peccato infangata; tanto che il mondo fu ridotto ad un ammasso di cadaveri nel fango. Altra volta l’orrida puzza di carnalità in osceni delitti Sali fino al firmamento, e provocò ancora la giustizia di Dio. Lo sdegno di Dio fece piovere fuoco sugli impuri; sterminò le cinque città, e sprofondò la Pentapoli in un tetro lago, che tuona furente ancora tra le sue rive abbruciate sopra l’onde nere; quanto è tremenda la vendetta della giustizia di Dio! E si che sulla terra non cadono che alcune stille della vendetta di Dio: Stillabit furor Domini. Ora, che mai sarà nell’inferno, dove in ispirito di tempesta si rovescia, come rovinoso torrente di zolfo, il fuoco del furore di Dio? Ignis et sulphur et spiritus procellarum (Ps. XVI, 8 ); ignis furoris Dei? (Ez. XXII, 21). Questo fuoco del furore di Dio investe le anime sciagurate, le compenetra tutte, e, diremo, le sostiene come il corpo le sosteneva nella vita umana; e con esse s’identifica, quasi loro formasse proprio una persona di fuoco. È troppo terribile questo pensiero! Noi qui non possiamo fermarci una idea adeguata di quei tormenti che debbono essere infiniti; poiché i dolori della vita nostra qui non possono essere senza misura. I dolori che soffriamo nel nostro corpo sono limitati dalla stessa poca forza, che hanno le parti del corpo di resistere alle impressioni dolorose, quando queste siano, per esempio, da un colpo di pesante martello, da tagliente lama di coltello, o da un carbone ardente disorganizzate, guastate, disciolte affatto. Allora cessa il dolore. Spiegherò il pensiero con un fatto. Muzio Scevola, quando il re Porsena assediava Roma, penetrato nel campo di lui fin dentro nella sua tenda per isbarazzarsi di quel nemico, piantò uno stile nel petto al suo segretario, scambiandolo pel re al suo più splendido adornamento. Arrestato e tradotto davanti al re Porsena, lì per essere condannato, Muzio Scevola, a fine di spaventare il re con coraggio disperato, guata non lungi un braciere di carbone in vampa; con fremito di rabbia stringe il pugno levandolo contro di lui, e steso il braccio, lo mette dentro ai carboni imperterrito. Ahi! crepano i carboni, si disciolgono gemendo le carni, stridono le ossa, bollono le midolle, s’innalza negro fumo a coprir quell’orrore!… Il re stesso, sceso di trono, pieno di ribrezzo strappa via il suo assassino da quell’orrido patimento. Anche noi fremiamo a tale spettacolo di martirio!….. Per me vi direi: contemplatelo con tranquillità, perché quel sì crudo dolore finisce in poco. Di fatto, abbruciata la mano, il dolore non si sente più. Ma nell’inferno il fuoco tormentatore è sposato all’anima immediatamente, e compenetrato nella sua essenza così, che avvampa ella col fuoco istesso unificata. Come quando essendo una massa di ferro gittata dentro una fornace nel furor del suo incendio vediamo che il fuoco la investe e se l’assorbe, e con vibranti ignicoli la penetra tutta, sicché il ferro diventa rosso, concentra in se medesimo e condensa la forza del fuoco, e avvampa tanto da diventare più rovente che gli stessi carboni ardenti, quasi fosse il loro ardore da esso raccolto e condensato in potenza maggiore; non altrimenti nell’inferno il fuoco essendo coll’anima incorporato, e dall’anima come vivificato, fa provare all’anima dolore tanto grande, quanto è grande dell’anima la capacità. Ora l’anima ha una capacità quanto al nostro pensiero smisurata; e lo proviamo noi che si possono sentire tanti nuovi svariati dolori, quante da tutti i nervi scossi pegli urti sul corpo si posson nell’anima suscitare sensazioni dolorose. E se il corpo nostro resistesse contro ciò che gli s’infigge e gli fa male, né venisse mai consumato, il dolore crescerebbe senza limiti, durando sempre finché dura il corpo per tal maniera maltrattato. Ora fino l’antico Galeno osservava che nel solo cervello siamo capaci di sentire più di mille dolori a cagione dei nervi, che in lui si condensano. Povero quell’antichissimo dotto! Egli non conosceva come i nervi si distinguono a migliaia, ben più sottili di una sottilissima rete, i quali avviluppano il corpo nostro, s’intrecciano incarnati nei muscoli; anzi sono essi che formano insomma l’insieme del corpo nostro sensibile. Dunque a mille a mille può l’uomo sentire i dolori, come a mille a mille sono diversi i modi dei movimenti sconcertati di ciascun suo nervo; e debbe quindi sentire l’anima nostra acutissimi i dolori, finché il dolore stesso non consumi i nervi. Pensate ora voi, se vi dolesse un dente di quello spasimo di dolore atroce, che per poco fa impazzire nel furore il povero sofferente, e se nell’istesso istante tutti i denti vi dolessero di quell’atrocità, che si sente sotto la tenaglia; atrocità che cresce tanto, e crescerebbe sempre, finché non restasse estirpato; se poi, mentre il povero sofferente spasima forsennato così, un altro tormentatore crudelissimo nell’istesso momento gli piantasse i chiodetti sotto le unghie; e in quel punto un altro gli conficcasse punte di ferro roventi nelle pupille, e gli si lacerassero le viscere e tutte le carni in tutta la vita…. Ah! Dio buono! salvatelo voi da quel mare sconvolto di tanti tormenti atroci, da far disperare il pensiero….. Aiutiamoci noi in quest’orrore con un’immagine. A Roma, nella chiesa di S. Stefano, detta La rotonda, gira un colonnato di dentro; tra tutte quelle colonne in cerchio sotto gli archi, nello sfondato di altrettante cappelle, stanno dipinti a vivissimi tratti i più spaventosi martirii che si fecero soffrire ai Santi. Chi si pone nel centro, e in quegli orrori gira lo sguardo atterrito, sente un brivido di spavento alla vita! Difatti, se voi da quel punto da cui guardandovi intorno vedeste qui i martiri schiacciati sotto due macigni, in modo che loro escano gli occhi dalle orbite e le viscere dal ventre; là appresso vedeste strappare con tenaglie i denti e le unghie, mentre si versa loro in bocca il piombo liquefatto, che viene fuor giù per terra colle intestina in ceneri; e più là nei petti squarciati divorare le belve le carni dei palpitanti in agonia… Ah! non andiam più oltre; ci fa troppo ribrezzo, e rifugge il pensiero da quegli orrori!… Eppure fate ragione, dice s. Giovanni Grisostomo, che e ferro e fuoco e belve non sono neppure un’ombra che valga ad esprimere quel fuoco tormentatore: Pone ferrum, ignem et bestias; attamen umbra non sunt ad illa tormenta (Hom. 34, 28 Mat.); per poco dobbiamo pensare che, come fa intendere s. Tommaso, se si presentassero tutti questi tormenti da soffrire ai dannati, si getterebbero con furore in quegli spasmi, e sì parrebbe loro in essi di riposare. Eh,signori, sprofondatevi in quella disperazione, come se vi foste già precipitati, per non precipitarvi mai, mai! E chi di noi potrà abitare incatenato in quel fuoco divoratore, senza mai consumarsi? Quis poterit de nobis habitare cum igne devorante? (Is. XXXIII, 11). Noi!… che metteremmo un mondo sossopra per levarci un incomoduccio? Voi, a cui manca l’animo al sentimento di un dolore, che continui? Voi, o delicate, che se un pulcino in pigolio di duolo vi morisse sulla palma della mano, ah vi farebbe svenire del cuore? Noi doverla durare in quel fuoco, che abbrucia fino il pensiero, e fa cadere atterrita l’immaginazione? E riflettiamo, o fratelli, che quel fuoco scruta le anime, perché è fuoco della giustizia e del giudizio di Dio: Igne iudicii (Job., XX, 18), e fa scontare ad uno ad uno i nostri peccati; che quel fuoco sa distinguere chi più peccò da chi peccò meno, e che al senso che più peccò più atroce applica il tormento!… Oh vada nell’ebbrezza della passione, per continuare ad ingolfarsi sempre più nel peccato, vada a dire lo spensierato: un peccato più, peccato meno, posto che mi danno, è l’istesso. Tristo a te, sciagurato! Che dici tu mai?… Un peccato di più importa un inferno di tormenti di più. In quello scontare così atrocemente ad uno ad uno tutti i peccati, il dannato dovrà percuotersi il capo, mordersi le mani al tremendo rimorso di essersi dannato per ciascuna propria colpa: Luet, quæ fecit omnia. Poniamoci ora a meditare la disperazione di aver perduto Dio e il paradiso per le miserie dei nostri peccati; e, per comprenderla alquanto, immaginiamo un’anima sopra morte nell’ultimo anelito dell’agonia. Tremendo istante! tutte le cose del mondo le sono sfuggite d’intorno; in silenzio di morte, in pauroso tenebrore spira l’anima; e dal limite del tempo si trova balzata nel mondo della eternità, in peccato mortale!… Ahi!… piomba in inferno!… Al lampo del vero svelato l’anima conosce Dio in se stesso… Oh che paradiso è mai Dio! Ella si slancia a Lui che è il sommo Bene; ella non può stare senza di Lui; ma Dio la ributta. Chiama, e (S. Agost. Seom. ad arem.) nessun le risponde; grida, e nessuno l’ascolta; agogna furiosamente di sommergersi nella beatitudine di Dio, e viene sprofondata nell’abisso della disperazione tra tutti i mali; smania furente, vuol essere felice in cielo, e si trova inabissata in un mar di fuoco nell’inferno; s’allarga nella capacità di posseder tutto Dio, e si trova compenetrata da tutti gli spasimi dentro del fuoco. Orrenda posizione! L’anima misura allora tutta, per tutta l’eternità, la disperazione di aver perduto il paradiso e Dio. Perdere Iddio è così già una pena infinita, al tutto, quanto è infinito Iddio, dice sant’Agostino (De Civ. Dei, c. 28). Perdere Iddio ?!… vuol dire perdere il sommo Bene necessario; vuol dire essere decaduto dal possedimento di tutti i beni; e, perdutane ogni speranza, trovarsi nell’orrida certezza di non aver che tutti i mali. Almeno qui, anche quando viviamo in mezzo dei mali, che ci tormentano molto, la sola speranza di aver poi un po’ di bene, ci fa respirare alquanto; e questo pensiero lusinga la povera nostra immaginazione. Dall’altra parte il sommo Bene, restando qui per noi ancora. velato, come dice s. Paolo, non ci strascina colla foga della necessità a cercarcelo in Dio particolarmente. Eppure anche costaggiù sulla terra, quando Dio si svela in grazia ad alcun’anima privilegiata, rapisce quest’anima a sé sommo Bene; così, che il sol pensiero di poterlo perdere ancora, la fa fremere terribilmente. S. Giovanni Grisostomo con quel suo genio sublime, con quel suo cuor così grande, elevatosi insino a Dio, da Dio poi si abbassava col pensiero nell’inferno; e di là balzava via fremente, correndo come forsennato per la sua casa colle grida: Ohimé!… Alle sue grida accorrono atterriti i suoi famigliari: O padre, gridando, che è mai che vi fa spasimare crudelmente così?… Oh Dio, oh Dio, ei ripeteva in singhiozzi a loro, io posso perdermi ancora; posso dannarmi, lontano da Dio, perduto per sempre?! Ohiméè!… ohimé!… S. Francesco Borgia, che tutte le sere (proprio tutte le sere, o miei cari fratelli), faceva un’ora di meditazione sopra l’inferno, un dì, addentratosi profondamente col pensiero in quella terribile disperazione, sentì tal tremito in tutta la vita, e si dibatté sì fortemente che faceva muovere il solaio della celletta in cui meditava, gemendo acutamente: povero me! chi mi salva?… Accorrono i religiosi, per soccorrerlo: O padre, gli dimandano tutti solleciti, o padre, che mai vi sentite? come possiamo aiutarvi? E il Santo in tale fremito di convulsioni: M’avete da domandare che mal mi sento? io sento l’orrore di poter perdere Iddio! Oh Madre mia, Maria; io muoio, se penso che posso perdere Iddio!… Deh pensiamo là (quando, conosciuto che lo avremo, ci sforzerà la necessità di immergerci nella beatitudine divina), se ci dovessimo dibattere nella disperazione di avere perduto il paradiso di Dio, per restar dannati in inferno! L’anima dopo il giudizio anche col corpo dannata, con quegli occhi di fuoco su a cercar la luce del cielo, e non vedere che truce bagliore di inferno!….. Di là da quell’abisso a slanciarsi colle braccia allargate, come il cuore, nel mare della beatitudine celeste; e sprofondarsi nel fuoco eterno!… Essa entra in furore contro se stessa! Si strappa colle mani roventi gli occhi; ma gli occhi vedon tuttora! si rode con denti infocati le carni e le ossa; ma rinascono ognora! si tuffa furiosamente per cercare la morte; ma vive sempre ancora di quell’orrenda vita, che la terribile parola di Dio chiama la morte eterna!… Sciagurato! Te l’aveva pur detto il predicatore, che in quell’occasion di peccato!…. dal fianco di quell’orribile creatura saresti….. Ah, ripete il dannato: sono pur troppo precipitato nell’inferno! — Tristo! ti correva pure appresso il buon Parroco, e ti gemeva dietro, e ti richiamava piangendo a far la Pasqua; perché se tu morivi senza Sacramenti!… e il dannato risponde a quella voce in sé stesso: orrenda quella mia morte! così son caduto in inferno! — Infelicissimo! Ti stringeva nel petto il Confessore supplicandoti a calde lagrime di cessare per carità da quel mal abito di continuo peccato!… di troncare di un colpo quella catena!… — eh no, urla il dannato, non cessai il peccato, e la catena m’ha strascinato in inferno! — Te lo dicevano i Sacerdoti più illuminati e gli uomini di virtù più soda: che se morivi scomunicato!… ahi son morto, ripete mordendosi nel cuore di quell’orrida morte e son dannato in inferno! Maledetti quegli amici, quei giornali del partito del proprio interesse, gli empii per mestiere, che mi han fatto perder la fede! Ah… il maledetto son io; sì, son io, che ho voluto dannarmi! E che mi valse quella roba mal acquistata! Quei piaceri che passarono via più rapidi della folgore!… Per aver gustato quegli assaggi di dolcezze, che ora mi fan tanto schifo e ribrezzo, son dannato per l’eternità: Gustans gustavi paululum mellis, et ecce morior!.. Gemeva così nell’ansia sopra morte il buon Gionata. Udite il fatto: Questo guerriero ispirato attaccò di notte i Filistei, che gli fuggivan davanti alla rotta, e li batteva inseguendoli. Allora il re Saulle, suo padre, spinge tutto l’esercito a compiere quella vittoria. Era il momento di coglierla, se si battevano ancora in sul terminare della gloriosa giornata. Saulle fa suonare le trombe, a rinfocar la battaglia col grido « vittoria, vittoria a momenti!… Pena la morte a chi gustasse cibo prima che l’abbiam compiuta. » Gionata alla testa de’ suoi prodi nel furor del combattimento batte i Filistei inseguendoli dentro un bosco; e tutto bagnato di sudore, com’era, e di sangue, in quella foga vede dal cavo di un albero un favo stillare fresco e limpido miele. Si risente allora, che l’abbruciava la sete; vi stende la spada, e con una goccia di miele sulla punta bagnasi il labbro trafelante in quello ardore; e continua a battersi ancor più rinfocato. Compiuta la vittoria, si suonano le trombe a raccolta; e sono i capitani adunati innanzi alla tenda reale a render conto ciascuno della loro fazione eseguita. Ma oh! si trova che Gionata avea assaggiato quel po’ di miele contro il divieto! Al tutto al tutto fu forza al padre condannarlo alla morte!… Ebbene, la storia dice che, quando gli sgherri gli serravano le manette ai polsi, quel guerriero, terrore dei Filistei, tremava tutto, e, piangendo come una femminella, gemeva: o povero me! Deh fossi morto nel fervor della mischia al varco; dove i Filistei mi appuntavano le picche a petto; ed io mi slanciai sopra, e li ho schiacciati! fossi caduto quando, duellando nello scontro del duce nemico, mi vibrava quel bravo così ben misurati colpi, io sarei caduto col brando alla. mano e colla gloria in fronte di chi muore per la patria e la Religione; invece infelicissimo! gustai una goccia di miele vietato, e vado a morire per questo: Gustans gustavi paululum mellis, et ecce morior!… » Il pensiero di morire di morte disonorata per così poca cosa l’aveva così fattamente abbattuto, da non potersi più riavere! Buon per lui, che il popolo alza le grida in tuttol’esercito « grazia al duce nostro Gionata, a cui dobbiamo la grande vittoria! » e fu deliberato. Ma il dannato è là col rimorso di aver perduto il paradiso e Dio per le brutte miserie dei suoi peccati! « Maledetto a me, urla quel re o capitano famoso per le sue vittorie, io portai sulla fronte altéra un alloro bagnato di tanto sangue cristiano; ma la corona mi è caduta per terra appassita alla morte, e mi trovo col capo giù fitto nel fuoco! Maledetta a me, stride la signora della gran vanità, tra i sorrisi e le moine de’ galanti, gustai il dolce di quel ballar svergognato; passò in un istante quell’aura che mi accarezzava fuggendo, e mi trovo dannata coi demoni per sempre! Disgraziati noi, dicono tanti, gustammo brutti piaceri; no, che non li gustammo! passaron via nell’assaggiarli, come la folgore passa scoppiando; è una goccia di miele schifoso che svaporò sulla punta delle labbra; ecco. che per quei peccati ci siamo dannati: Gustans gustavi paululum mellis, et ecce morior!… A questo pensiero il dannato smania in rabbioso furore contro se stesso, morde nel proprio petto, squarcia le proprie viscere, cerca nella propria coscienza il verme che lo rode del rimorso di essersi voluto egli stesso dannare, e stringe tra lebranche roventi il cuore, per strozzare quel verme. Ma l’Evangelo grida tremendo: Vermis eorum non moritur; ma il verme del rimorso non muore, lo tormenta nella più disperata eternità! Ah via ancora, o fratelli, ripigliate con me coraggio in questa meditazione; e col sentimento vivo vivo di quell’immensità di dolori, col dolored’aver perduto il paradiso, col rimorso straziante d’aver comprato coi peccati l’inferno, immergiamoci col pensiero nella disperata eternità dell’inferno. Inferno di tormenti!… disperazione per tutta la eternità!… che paurosi pensieri!… sempre dannati in quella atrocità di spasimi?!… Il sempre opprime il nostro pensiero così, che, fin ancheun piacere che s’immaginasse durarci per sempre, ci soffocherebbe l’animo. Difatti, immaginatevi, dopo una lunga fatica, di riposarvi con piacere sopra un letticciuolo, come di rose in un gabinetto brillante d’oro e di splendidi specchi infiorati di gemme, in cui vi fosse dato godere d’ogni lautezza;tutto ridesse d’intorno a voi. In quella pace, mentrevoi godete col pensier vostro, se vi piombasse sul cuor la sentenza: siete condannati a restar lì per sempre!… Per sempre? Tutto il bello svanisce d’intorno, splendor d’oro, di specchi, di gemme efiori, tutto vi si impallidisce d’innanzi, vi angusti il letto, tutto s’annegra e vi mette in cupa malinconia; perché quel piacere ha da durare per sempre. Pensare poi che un acuto spasimo dovesse durar per sempre, ci fa tremare il cuore. Provate, quando siete nella smania per un atroce dolore di denti, a pensare: se durasse per sempre; andremo in terrore per troppa pressura d’affanno. – Per fermare qui il vostro pensiero che rifugge da tale immaginazione, sentite un fatto, di cui si hanno tanti testimoni e fino popoli intieri accorsi allo spettacolo che videro, a dispetto della difficoltà di credere miracolo tanto straordinario. S. Simeone Stilita, per fuggir dall’inferno, elevato sempre al pensiero del paradiso, si condannò a viver sempre sul capitello di un’alta colonna in mezzo al deserto, esposto al sole, ai venti, alle tempeste. Là sempre col cuore al cielo anelando, si vide comparire davanti un carro di fuoco, ed un, che angelo pareva, lo invitasse a montar sul carro, per portarlo al paradiso. Simeone in quell’ardore che vel rapiva, alza il piede facendosi il segno della santa croce… La visione disparve… E Simeone tutto sdegno contro se stesso: « Ah peccator disgraziato, esclama; pretendevi dunque di volar in paradiso sopra un carro di fuoco? Ben ti darò io la penitenza!…» Si condannò a restar sempre col piede a mezz’aria, in atto di montare sul carro per tanti giorni, che gli venne a marcire la coscia! Che patimento! Oh miei cari! pensiam piuttosto nell’inferno, disperazione di restare là ad abbruciare nel fuoco per sempre!… Il sempre dell’eternità non è possibile di potercelo immaginare…….. Deh pensate qui ad un infelicissimo che sia condannato a subire la morte fra pochi giorni. Egli là sul giaciglio in fondo della secreta, col capo sulle ginocchia, i capelli tirati su gli occhi tra le pugna che rode….. Conta i giorni… dimani l’ultimo dì… orribile quest’ultima notte!… Batte la mezzanotte; quel colpo dell’ora è un colpo di folgore che lo percuote… a sei ore, muggisce tra i denti, sono strozzato!… Gli si annegra il pensiero, in quella tetraggine gli balena sugli occhi la scure che gli è vibrata… sente il colpo… no… è il colpo del fatale martello che batte già un’ora… poi due ore… poi tre!… Balza in piedi, per fuggir dall’ultima ora, che gli rapisce la sua esistenza! di due passi concitati, si contorce, si serra tutto in se stesso coi denti sulle pugna serrate fino alla gola. Guata cogli occhi orribilmente sbarrati, quasi avesse la morte alla strozza!… batte i piedi in atto feroce e sta… origlia… Oh! rumor di gente?! Son gli sgherri già sotto al finestrino che preparano l’esecuzione!.., Oh! il cigolio di un carro? E il carro che viene per portarlo al patibolo!… No, no, non vuol morire!….. vaneggia, frenetico fugge col pensier dalla morte, che lo divora; ma col pensiero sale il patibolo!… ritira dalla scure il collo!… ahi gente il colpo!… Si salva ancora! ma trucemente guata, come se vedesse ai piedi la propria testa rotolar sul palco, fissa cogli occhi di fuoco negli occhi spalancati del capo tronco!… Là, respiriamo, fratelli, ché la sua morte fu un colpo, che appena sentito era passato! Dunque la sua morte fu un mal da niente. Oh, voi rispondete: ma restò morto per sempre… A noi, a noi, fratelli miei, sta già spalancato sotto i piedi l’inferno! ogni anno è un’ora veloce che ci rapisce la vita. Non corriamo, no; son i battiti del cuore che ci precipitano alla morte. E l’agonia, tutte le cose intorno a noi rovinan via confusamente, già c’ingoia l’eternità! Ah, se l’eternità sarà per noi l’inferno!… Che terribile momento al primo piombar nell’inferno!… in quella disperazione è impossibile che regga l’anima, e cerca buttarsi fuori… Oh è la notte d’inferno!… Qual notte?… La prima notte nell’eternità dell’inferno! Guata a destra ed a sinistra con uno sguardo, che è un fulmine, vuol misurar l’orbita della giustizia eterna; ma non l’arriva!… Si butta sopra i secoli, che immagina, si accavalcan davanti sconvolti; ma la travolge perdutamente il vortice dell’eternità. Come il povero naufrago, quando da un colpo di mare in tempesta spezzata la nave, si sprofonda nell’abisso dell’acqua; egli si slancia nel mare. Un’ondata gli irrompe nel petto; ei d’uno slancio la sorpassa; un’altr’onda lo sommerge alla gola; ed ei sbuffando la rompe. Altre onde lo investono ai fianchi; ei spezza l’una e getta l’altra in isbieco di dietro snervata. Quando ruggendo sopra esse un flutto più rabbioso gli si infrange sul capo e l’ingoia. É sommerso!… no, ancor appar là, che a fieri colpi battendosi si sostiene sopr’acqua, e sul dorso del flutto maggiore s’alza impettito e guata!… A un’onda vede appresso altre onde; dall’uno e dall’altro fianco sempre onde appresso ad altre onde, e guarda indietro, non vede che onde, e lontano lontano le onde che crestate di bianco si confondon coll’altro orizzonte sul negro cielo in bufera! Disperatamente si dibatte! Ma si sprofonda snervato; pur si batte ancor dentro l’abisso, mentre resta affogato! Così il dannato nel mar di fuoco si batte furente cogli anni che egli così immagina nel baratro dell’eternità. Ho da restar qui, dice urlando, un anno! Che disperazione, un anno d’inferno! Col pensiero furente lo passa. E poi ancor dieci anni! Ei li divora con tutta la rabbia. Poi cento anni, e trangugia tutta la disperazione di cento anni d’inferno! Poi mille anni e mille mille anni! ne prova tutta la disperazione dei mille anni! Adoperate adesso le solite immagini creando col pensiero tanti mila anni, quante sono le foglie di tutte le piante; tanti mila anni, quante le goccioline di tutti i mari; tanti mila anni, quanti i granelli di sabbia di tutta la terra. E il dannato travolto in quei milioni di anni del tremendo vortice dell’eternità, vi ripiomba in fondo, e in ogni momento sente tutto il peso della disperazione di tutta l’eternità. L’eternità pesa tutta su un solo momento: Æternitas tota in uno puncto, dice s. Agostino. L’inferno sta massimamente qui; con tutti i mali la disperazione sotto il pendolo dell’eternità che batte sempre!… non mai!… sempre dannato! né fine mai… Sempre in quel fuoco, né cessa mai! Miei fratelli, sempre in inferno! trasvoliamo veloci sopra mille e mille anni e sempre mille anni che non cessano mai. Sempre! non mai! mi si annegra l’immaginazione! cade il pensiero sprofondato in troppo terrore; e sopra l’abisso d’inferno, ahi ahi sudo freddo alla vita! Ah, che il mio pensiero si perde!… Corro furioso tra voi, miei figliuoli, urlando « correte in braccio a Gesù per salvarvi dall’inferno! » Racconterovvi un fatto qual lo raccontano alcuni storici. L’imperatore Zenone aveva una bellissima sposa, Adriana, che amava tanto; ma, dicono, l’imperatrice era bella come un angelo, cattiva, perversa come un demonio; la perfida tramava di perderlo. I principi di corte, scoperta la trama, avvisavano del tradimento l’imperatore. Zenone inorridì all’avviso; ma ritornando alla reggia si vede davanti l’imperatrice nello splendore della sua bellezza; e svanito lo spavento: è tanto bella, esclama, è impossibile che sia cattiva. Va, t’affida, perché è bella! Gli amici più fedeli, penetrati mel gabinetto, assalgono al cuore Zenone: Imperatore, vi giuriamo, l’imperatrice vi perde; in lega col generale vostro nemico ormai vi circonda Costantinopoli coll’esercito in rivolta!… Imperatore, forse fra pochi giorni voi perdete coll’impero la vita! — L’imperatore spaventato ritorna ad Adriana; e al guardarla nelle attrattive più lusinghiere: noiosi, esclama, quei troppo zelanti amici! L’è tanto bella, è impossibile che sia cattiva. Va là! va là!… Un giorno, mentre sì adorava dinanzi la tanto cara imperatrice; ecco oh! salta fuori dal cortinaggio del trono un sicario, che gli si slancia col pugnale alla vita! L’imperatore mano alla spada; ma due braccia di ferro gli serran le braccia di dietro! L’imperatore fa di gridare: all’armi! Ma una mano gli chiude la bocca e lo stringe alla strozza; e tutti intorno tanti assassini ad afferrarlo. E l’imperatrice? Eh, svolta via e dispare!… Stretto tra quei feroci vede guizzarsi sugli occhi uno stile, e glielo piantan dentro nella pupilla d’un occhio! E glielo cavano crudelmente a bell’agio. L’imperatore in orrido fremito guizza come un lampo guatando con l’altro occhio insanguinato… ah, si vede drizzar la punta dello stile nell’altr’occhio, che gli viene con crudo strazio cavato! Sente abbavagliare la bocca; stringersi di corde tutto d’intorno, al collo un capestro; e d’un urto è buttato per terra. Povero imperatore! con una corda al collo lo strascinan fuori dalla reggia giù per lo scalone battendo sui gradini la testa. Strascinato fino al pianerottolo, nello svolto aspetta il colpo di morte. Ma lo strascinano ancora giù dall’una all’altra scala fino (s’accorge anch’esso alla fredda atmosfera) nei sotterranei! Buttato là in fondo, sente smover coi ferri un gran sasso che copriva il sepolcro secreto. Ed egli in quell’angoscia tremenda si dice in cuore: preparan già il sepolcro da mettermi dentro… Quando sentesi sollevare da terra… egli aspetta il colpo… Ma, oh gli si taglian tutto d’intorno le corde! Egli mette un grido, allargando le braccia, ahi piomba dentro al sepolcro!… Sente la lapide che piomba a chiuder la tomba « son sepolto vivo!….. » esclama… E gira in quell’orrore le braccia! tocca cadaveri che s’infrangono sotto le mani! Fa un passo… si sprofonda dentro di essi! risalta contro il sasso sopra la testa; e ricade nel putridume! cerca le pareti tastando intorno intorno, vi si getta contro per arrampicarvisi, e ricade! S’arrampica su per l’altra parte e ripiomba! Si slancia ancor più furioso a salir su quei muri; si urta colle mani e col petto su, giù battendosi contro essi; ma ricade senza speranza! Affrante cerca ancora sforzarsi!… Deh, deh non mi domandate come fu trovato alcuni mesi dopo! Aveva alle mani le palme consunte fatte bianche ossicine, le vesti consumate sul petto e le costole spolpate dal tanto batter su contro il muro!… Oh Dio! quanti tormenti là!… Miei fratelli, vi spaventa troppo all’immaginarvelo?… Io pure son tutto atterrito!… Ma calmiamoci; sono tormenti da poco, perché ben presto dovette morire!… Però, intanto quanti spasimi in quella disperazione per quel poco tempo!… Ma deh deh, se morendo siam noi sepolti in inferno!… Deh, fate a voi dunque la carità di mettervi in salvo… Uditeci, uditeci; noi vi gridiam pure forte; noi atterriti vi spaventiamo… Oh quanto vi piangiamo appresso per avvertirvi che con quella persona, con quella vita, con quei furti coperti, con quella roba scomunicata… voi, ancor per poco, e siete traditi in inferno. Voi dite pur anche talvolta col yostro buon cuore « il povero padre che ci avvisa ha ragione! » Ma poi tornate in quell’osteria, in quella casa la sola vista della persona solita vi fa uscire di capo; e volendo fermarvi in mezzo a quel tradimento, per poco che non ci diciate:… tristi di preti! e perché ci gridate tanto appresso? — Perché?… perché non vogliamo lasciarvi dannare! Intanto vi sorprende come un assassino la morte; già vi strozza, tutte le cose più care vi vanno in dileguo, s’annegra la vista: siete nell’ansia dell’agonia… aspettate il colpo… la morte vi percuote… vi slanciate nell’eternità… in peccato mortale!… siete dannati in inferno per sempre… Salvatevi, salvatevi; siete ancora a tempo!… L’inferno! miei fratelli, ci è dunque spalancato l’inferno; e noi vi pendiamo sopra! Ora diceva san Tommaso: io non so comprendere come si possa credere l’inferno, ed essere in peccato mortale, e quindi sentirsi urtare a piombarvi dentro continuamente; e sì possa intanto dormire tranquillo una lunga notte sull’orlo dell’inferno, senza cercare subito per ispavento di rimettersi in grazia di Dio. Vi è l’inferno, è verità di Dio; e un peccato mortale può precipitar l’uom nell’inferno! Dunque dal primo peccato mortale, dite tutti in voi stessi, che io avessi da tanti anni commesso, potrei essere per tanti anni disperato nell’inferno! E se fossi da tanti anni in quella disperazione! e mi apparisse, ìl che non può essere mai, un Angelo nell’inferno; e mi invitasse ad uscire da quella dannazione, per ritornare nel mondo qui, e cercare di salvarmi in paradiso; con qual furore non mi slancerei fuori d’inferno, per incamminarmi a tutta possa sulla via del paradiso?!… con qual diligenza non vorrei frenare la lingua, mortificare gli occhi, castigare la carne, che mi volesse strascinar nell’inferno? Ricevere i sacramenti per santificarmi pel paradiso?… Al tutto al tutto, griderei sempre, voglio assicurarmi il paradiso. Se poi appena fuori dall’inferno, incontrassi sopra via quella maledetta persona, che mi fece cader nell’inferno, vorrei urlare infuocato: Va, va lontano da me, brutto demonio; che mi avevi tradito e traboccato in inferno!… io ho provato l’inferno! Se appena fuori d’inferno, passando lungo la strada vedessi la porta dell’osteria o di quella casa, in cui la cattiva occasione mi fece andare dannato: ecco, ecco, griderei con tutto furore, quell’orrenda bocca d’inferno! Eh, come fuggirei alla larga da essa lontano! Perché ho provato l’inferno!… Se mi venissero incontro gli amici da buon tempo, che mi hanno fatto perder l’innocenza, mi hanno fatto perder la fede, mi menarono in quella via di peccato, per cui sono già andato a dannarmi; per poco che io non mi slancerei per… « Là via via, o maledetti! io starò più volentieri nel fuoco che in compagnia di voi! Perché ho provato l’inferno! Tanto, se l’avessi provato per giustizia di Dio! Ed ora perché non lo trovai per sua grande misericordia, sto tranquillo; anzi, ballo allegramente e come cogli occhi bendati sull’orlo dell’inferno; lì per cadervi ad ogni piè sospinto! Anzi orribile tracotanza! provoco lo sdegno di Dio a cacciarmi dentro coi miei peccati sulla coscienza, qui sopra quel fuoco, che già mi assale per divorarmi vivo? – Vi è l’inferno, verità di Dio! un peccato può precipitar l’uom all’inferno. Dunque quando si ha un peccato mortale sull’anima, ad ogni momento si può di un colpo essere precipitato giù nell’inferno… Voi sapete come le vipere stanno d’inverno accovacciate sotto le radici di rovi, assiderate dal gelo. Fate di tirare fuori di sotto la ceppaia la vipera, e raccoglietevela in mano. Che bella bestiolina è mai la vipera! Contemplatela sulla vostra mano; arrotondata nella propria vita, si tien protetta sotto in mezzo la sua testina, si passa sopra la coda a legarsi; che bel gruppo grazioso!… Ma voi a me: padre, che dite mai? la vipera è così bella?… eh fa ribrezzo solo al pensarla. — Ma io vi rispondo: questo, miei cari, è un pregiudizio. Se voi la contemplate per bene vi debbe comparire amabile, più che io non vi dica. La vipera ha un bel grigiolino lungo la vita che gradatamente si sfuma sotto la gola cangiantesi in colore di rosa sanguigno… è una grazia a vederla; accarezzatela… Eh via, non perdete l’opera in queste belle parole; non farete mai che la vipera non ci faccia ribrezzo. Vi replico, è un pregiudizio. Fate di vincerlo, e nel coricarvi stanotte mettetevi sul petto la viperina… È vero che, se si ridestasse, vi darebbe col morso la morte; fidatevi pure, è fitto inverno, non si ridesta sì tosto; potete tenervela forse ancor un mese addormentata sul petto… — Ah perdonatemi! Se con questa viva immaginazione vi addormentate, voi trasognate stanotte; e vi parrà nel sonno sentirvela sul petto contrarsi e vermicolare in sussulto e lasciarvi cader giù al fianco la coda. Allunga il collo… serpeggia mollemente sul petto… scorre giù alla vita… ahi che mi morde!… stridete svegliandovi atterrito; e colla mano tastate sul letto ad assicurarvi tremando che un sogno sia sì veramente. Ah vi mette tanto orrore dormir colla vipera addormentata sul petto; e dormite poi col peccato e fino in sul dormire ve l’accarezzate e lo suscitate a ridestarsi, affinché quasi vi sorprenda tra il sonno e la veglia tranquilli, anche che possiate morir in quell’ora!… Ma, se vi si dà il colpo di morte?… Dio santissimo! nella morte piombate in inferno! Verità di Dio! grida qui s. Leonardo, si può essere in peccato mortale addormentato nel più stupido sonno; e sentir il colpo di morte improvvisa… ed aprire gli occhi e trovarsi all’improvviso sepolto coi demoni nell’inferno per tutta l’eternità! Pensatevi sopra… è un pensiero che vale una predica… Dunque, ogni movimento del cuore che pur batte sempre, coll’ultima sua battuta in peccato vi piomba in inferno!… Dunque, può un sospiro cominciare sul letto e finir nell’inferno!… Ma oh, se io tremo, come una madre, che qualche spensierato non mi si precipiti in perdizione!… Ecco Perché vi trattai come la madre. Quando la buona vede il bimbo suo spensieratello saltellare sul parapetto del pozzo e colla mano agitare sull’acqua la catenella! Essa forse grida per ispavento? no; lo farebbe scivolare dal sasso! ma va adagino alla larga al pozzo di dietro e sporge un occhio alla svolta del muro, allarga le braccia, e… fa un salto alla vita. Ahi che cado! stride il bimbo! Ma la madre l’ha stretto sul seno, e se lo porta via; e gli dice coi baci tremando: sta lontano sempre dal pozzo! Anch’io mi slancio tra le vostre braccia atterrito, vi grido: fuggite, fuggite dall’inferno… su via con me, vi voglio tutti in paradiso. Verità di Dio! Ma se vi è l’inferno che minaccia ingoiarvi; ci aspetta però anche il paradiso. Deh deh, vorrei gridarvi intenerito alle lagrime da non ne poter più; perché vorrà qualcuno andar sempre su quella strada sulla quale può sprofondarsi nell’abisso d’inferno? Sentite; se potessi vorrei fare con voi, come fece s. Ignazio. Un suo amico tutte notti, passando sopra un ponte attraverso alla Senna in Parigi, andava in casa d’occasion di peccato. Né per pregar che facesse il Santo, di non andar più là, di dove poteva precipitar tutte notti nell’inferno, non ne fu niente. Il Santo, che avrebbe per salvarlo data la vita, nell’ardenza del suo amore, va ed aspetta di notte sotto il ponte della Senna; e vedendo che passava il povero giovane, rompe egli il ghiaccio del fiume, e si getta nell’acqua stridendo coi denti ohiméè!… ohimé!… Ascolta il giovane e corre giù ad aiutare chi mai fosse caduto, e vede… una testa a fior di ghiaccio… Corre, guarda! Oh chi mai?!… Oh Ignazio mio, sei caduto così! e si voleva gettar nell’acqua a cavarlo… Ed Ignazio: Va va, troppo a me così caro, ma disgraziato amico! va a peccare; io starò qui per gridare a Dio nel mio dolore di non lasciarti cadere nell’inferno! — Il giovane esterrefatto: Ignazio mio!… ti giuro che fuggendo da quel pericolo, mi salverò! E fu salvo! Io vorrei farlo per voi; chiedetemi che volete, per farvi fermare sulla via all’inferno! Ma poi potete anche voi, fratelli… si, la potete fare da voi questa prova, che s. Alfonso chiama la prova del senso. Quando siete terribilmente tentati, immaginatevi di essere lì per precipitar nell’inferno… anzi di essere precipitati!… mettete la mano anche sulla fiamma della lucerna, ferma lì, ahi abbrucia… Ancor ferma li; quando la fiammella in isventolio vi lambe sotto… ahi che abbrucia troppo!… — In quel bruciore della fiamma che appena sfiora la mano, dite: Anima mia, anima mia, e tu ti vuoi precipitarmi nel fuoco d’inferno!… Oh se il pensiero è tutto nel fuoco d’inferno!… scappiam via! scappiamo via a salvarci. Ma se vi è l’inferno, verità di Dio! vi è pure per noi aperto il paradiso!… Questo pensiero fermò tanti che sulla strada dell’inferno andavano a perdersi strascinati dai loro peccati, e si salvarono ancora. Questo pensiero spinse tanti a lasciare il mondo e farsi religiosi, a non dar mai indietro innanzi a qualunque difficoltà. Essi fecero ragione alla propria coscienza così, e dissero nel loro cuore: in mezzo a questo nonnulla di cose di mondo, anima mia, dove corri?… Corro sopra una via in mezzo a continui agguati: dopo l’uno un altro pericolo; mi son scavati sotto tanti trabocchetti… posso precipitarvi, e, quando men lo penso, trovarmi nell’inferno… e voi, mio Dio, mi mostrate davanti una strada più sicura!… Convertirmi e anche farmi religioso (eh non è più il tempo! mi si grida…) -Alto là, vi darò io in sulla voce; finché vi è l’inferno e il paradiso, è sempre il tempo di metterci sulla via più diritta pel paradiso!….. Questo pensiero popolò il deserto di penitenti; questo pensiero fece correre tante anime timidette a ripararsi nei monasteri… questo pensiero riempì il paradiso di Santi… Questo pensiero mi trasporta qui qui sopra la bocca dell’inferno; ma trovo sull’abisso spalancato che vuole ingoiarci, Gesù Crocifisso che ce lo chiude colla propria vita, che allarga le braccia per portarci nel Sacramento in paradiso. Date indietro, salvatevi; ché per andare all’inferno avete da calpestar Gesù Cristo, avete da insultar la Madre Chiesa; avete da mandare a male il Sangue di Gesù, non ricevendo o ricevendo male i Sacramenti. Vi butto Gesù dinanzi: montategli sul petto, per andar all’inferno calpestatelo sotto de’ piedi col maltrattarlo, coll’odiarlo, coll’offenderlo nella vostra vita cristiana… No no, nol farete; dovete salvarvi tutti in paradiso.