DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (11)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE I SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (11)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO QUARTO

LA LODE DI GLORIA

(I)

« Nel cielo dell’anima mia: la gloria dell’Eterno, niente altro che la gloria dell’Eterno ».

1) Il nome nuovo — 2) Una lode di gloria è un’anima di silenzio — 3) La lode di tutti i suoi doni — 4) La vita eterna incominciata — 5) La lode dell’anima crocifissa — 6) L’anima è un cielo che canta Dio – 7) Ufficio di una lode di gloria.

Per un antropomorfismo quasi insuperabile, la maggior parte delle anime considerano tutte le cose e persino Dio in relazione a se stesse, mentre dovrebbero considerare tutte le cose e se stesse dal punto di vista di Dio. Così che la santità sembra, a molti, fine a se stessa; mentre, in realtà, la santità medesima è subordinata a un fine superiore, veramente fine ultimo: la gloria della Trinità. Dio non ha creato l’universo e non ha mandato nel mondo il Figlio suo se non per la propria gloria; se Egli agisse per altri all’infuori di Sé, non sarebbe più Dio. Questa verità, di tutte la più elementare per quelli che hanno il senso della trascendenza divina, non appare dominatrice nella vita dei santi, che più tardi, quando la loro anima è già consumata nell’unità. Divenuti un solo spirito con Dio, i pensieri loro si uniformano alla Sapienza divina, e la loro volontà si umilia ai divini voleri. La Vergine e Cristo, Essi solo, hanno realizzato a perfezione fino dal primo istante della loro esistenza, questo programma della glorificazione divina, che è il termine in cui ogni santità raggiunge sulla terra la sua pienezza. Vi è, infatti, un duplice movimento nel nostro amore per Dio: Lo amiamo per noi stessi, e lo amiamo per Lui. Amare Dio per noi è cosa legittima: è cercare in Lui il termine che appaghi tutte le nostre Potenze; in questo senso Cantava il Salmista: « Grande bene è per me lo stare unito a Dio » (Salmo LXXII-28.), e suor Elisabetta non cessava di ripetere: « Ho trovato il mio cielo sulla terra, poiché il cielo è Dio, e Dio è nell’anima mia. È sempre il medesimo Dio posseduto da noi nella fede, dai beati nella visione » (Lettera alla signora De S.. – 1902). Sant’Agostino parla di un’altra maniera di amare Dio e di raggiungere l’unione divina: « Vivere di Dio per Dio ». – E san Tommaso: « Non vivere per sé, ma per Dio » (San Tommaso, IT-IT, q. 17, a. 6, ad 3. Charitas facit tendere in Deum, uniendo affectum hominis Deo: ut scilicet homo non sibi vivat, sed Deo.). Questo è il vertice dell’amore e la più alta definizione della vita spirituale: non purissimo amore disinteressato, che escluda il desiderio della beatitudine cosi atto a santificarci; ma amore che si rivolge innanzi tutto a Dio, come di dovere. In ogni cosa e soprattutto in amore, « Dio abbia il primo posto ». – I santi non si sono profondamente compenetrati di questa verità così evidente se non quando le pene e le croci della vita li hanno completamente liberati dal loro io; comincia allora in essi quella vita deiforme che li riveste dei « divinis moribus ». La loro fede luminosa e incrollabile fa loro vedere tutte le cose nella luce del Verbo; la Speranza li stabilisce in anticipo nel possesso inalienabile delle ricchezze trinitarie; il loro amore sembra identificarsi a quel riposo beatificante ove Dio trova in se stesso compiacenze ineffabili; la giustizia loro è una volontà invincibile di dare onore e gloria a Dio ovunque e sempre; la prudenza discopre loro la Provvidenza sovrana che dirige e governa l’universo, regolandone anche i minimi particolari; la loro forza, trionfatrice e dominatrice di tutte le umane agitazioni, li avvicina all’immutabilità di Dio. Sono puri; di quella purezza inaccessibile che isola l’Essenza divina da ogni contatto col creato. Questa bella, luminosa sera della vita dei santi è come una visione anticipata e pacifica della eternità. L’anima, nello stato deiforme, la vive nella unità della Trinità. È la fase Suprema dell’unione trasformante, abituale nei beati del cielo, ma non raggiunta che da poche, rare anime perfette, qui sulla terra.

1). Qualche cosa di analogo è accaduto nella sera così rapida della vita di suor Elisabetta della Trinità. Per lungo tempo, ella soffrì di sentirsi come impigliata in se stessa, impotente ad uscirne. La liberò Dio stesso con un intervento diretto, dopo averla preparata a questa grazia suprema rivelandole il suo nome nuovo, quel nome che doveva dare alla sua vita spirituale il suo orientamento definitivo. E tale grazia le fu concessa durante il periodo delle licenze. Si era recata a visitare una consorella più anziana (Tutto questo racconto l’ho udito dalla viva voce della suora stessa) nella sua cella; e suor Elisabetta, la discepola, ascoltava. Si scambiavano, con semplicità, le loro idee e a vicenda si incitavano all’amore di Dio, proprio come i cattivi si comunicano le loro trame per compiere il male. Ad un tratto, la consorella dice a suor Elisabetta: — Ho trovato in san Paolo un passo meraviglioso: « Dio ci ha creati per la lode della sua gloria ». L’altra ne fu impressionata e rapita; rientrata nella sua celletta, prese il libro delle Epistole e si mise a cercare il passo che tanto l’aveva colpita, desiderando conoscerlo nel testo latino; ma non lo trovava. Tornò, allora, dalla consorella — Vi prego, volete indicarmi l’epistola e il versetto in cui si trova? L’ho cercato, ma inutilmente. E, raccontandoci l’episodio, la Suora aggiunse: — Poi, non me ne parlo più. Solo Più tardi, quando suor Elisabetta era già in infermeria, mi accorsi che la nostra Madre ed altre suore la chiamavano: « Laudem gloriæ ». lo non avevo dato troppa importanza a questo passo di san Paolo che pure ammiravo; non ho avuto la stessa grazia di suor Elisabetta, che doveva farne il suo « nome nuovo ». Infatti, la grazia divina si servi di questa formula del suo caro san Paolo, per slanciarla verso le più alte cime. Questo incontro era avvenuto nella Primavera o nell’estate del 1905. La grazia lavorò, lentamente dapprima, determinando però un orientamento nuovo nella sua vita interiore; fin dal 1° gennaio 1906, scrive: « Voglio confidarvi una cosa tutta intima: bramo di essere una « lode di gloria ». L’ho trovata in san Paolo questa espressione; e lo Sposo mio mi ha fatto sentire che questa è la mia vocazione fin dall’esilio, nell’attesa di poter intonare il « Sanctus » eterno nella città dei santi. Ma tale vocazione richiede una grande fedeltà, perché, per essere « lode di gloria » bisogna morire a tutto ciò che non è Lui, affine di non vibrare più che al suo tocco divino. E invece, la Povera Elisabetta fa ancora dei torti, talvolta, al suo Signore. Ma, come un tenero Padre, Egli la perdona sempre, la purifica sempre col suo divino sguardo, come san Paolo, cerca « di dimenticare ciò che lascia indietro, per slanciarsi verso quello che le sta dinanzi » (Lettera al Canonico A. – Gennaio 1906.). – D’ora in poi, ogni volta che suor Elisabetta potrà scrivere con intimità ad un sacerdote, gli chiederà che voglia consacrarla, durante il santo Sacrificio, come « ostia di lode », o come « lode di gloria ». Quando, la sera della domenica delle Palme, il suo divino Maestro piombò su di lei come sulla preda, con una crisi fulminea, credette di essere giunta alla fine. E attese la morte, con gioia. – Seguì invece, un lieve miglioramento che la sorprese; e quando il suo Signore le fece comprendere che gli uffici della terra non erano più per lei e che, d’ora innanzi, Egli la voleva tutta Occupata della sola Sua gloria, suor Eli. sabetta prese meglio coscienza del suo nome, quel nome nuovo che sarebbe il suo, ormai, nel tempo e nell’eternità. « Essere una lode di gloria alla Trinità », ecco che cosa le chiede ora il suo Dio, su quel letto di dolore, divenuto « l’altare della sua continua immolazione con Lui» (Lettera al Canonico A… – Luglio 1906.). La sua vita interiore si semplifica: « Lasciarsi crocifiggere per essere lode di gloria », e basta. Ma vi è racchiuso tutto e, per prima cosa, l’oblio di se stessa, intero, assoluto: lo raggiunge, lentamente dapprima, poi con grande rapidità; non mira più che alla lode incessante, sempre ed in tutto: … il resto non le sembra che vanità. Il suo nome stesso di suor Elisabetta della Trinità non basta più ad esprimere interamente il suo programma unico; tanto che, con gl’intimi, non si firma Elisabetta, ma « Laudem Gloriæ ». Suor Elisabetta: significava l’anima celata nella profondità del proprio essere per gioirvi di Dio presente: « Laudem gloriæ » segna un’altra tappa incomparabilmente superiore: la sola Preoccupazione della gloria di Lui. È il canto del cigno di questa vita che si spegne. Dalla sua grande anima d’artista non si sprigioneranno più che armonie divine, sotto i tocchi ineffabili dello Spirito. Non più sforzi violenti per radunare le potenze dell’anima; già le possiede nell’unità, sempre. E senza interruzione sale dall’anima sua il Canticum novum « il cantico del nome nuovo »: la lode di gloria ininterrotta. I pensieri inutili o i desideri vani sono scomparsi; nella sua anima serena e crocifissa, regna l’unità in cui trionfa l’amore. Tutte le corde della sua lira sono tese, pronte a vibrare al minimo soffio dello Spirito: le note gravi del suo doloroso Calvario vi sono unite agli accenti vibranti di giubilo divino che desta nell’anima sua il pregustamento della gioia beatifica, ormai vicina. Tutte si fondono in una armonia che sale a Dio come un inno di gloria che il Verbo si canta in quest’anima tutta trasformata in Lui. Questa sera tanto bella della vita di suor Elisabetta della Trinità è qualche cosa di divino. Il Padre Vallée, rievocando, alla notizia della sua morte, le ultime settimane di quella vita santa, scriverà alla signora Catez che furono ore « straordinariamente belle e divine ». Dio terminava di conformarla a Cristo, sulla croce; compiva quello che era stato il suo unico sogno: essere sempre più simile a Cristo Crocifisso per amore, a « Colui che fu la perfetta lode, di gloria », ed « esprimerlo agli sguardi del Padre » (Ultimo ritiro XIV). « Vivo nel cielo della fede al centro dell’anima mia e procuro di dare gioia al mio Signore, essendo già sulla terra, la « lode della Sua gloria » (Lettera al Canonico A. – Maggio 1906). È questa la parola d’ordine che sempre ritorna spontanea, parlando con gl’intimi. Con la sua Madre Priora, poi, è il tema abituale e il più caro; dopo la malattia soprattutto; l’anima della sua figliola non ha più alcun segreto, per lei; essa è il sacerdote che deve offrire alla Trinità santa la piccola « ostia di lode ». Colloqui e feste intime ve la riconducono invariabilmente. Per la festa di santa Germana, onomastico della Madre sua, e ultimo — lo sa bene — che festeggia sulla terra, suor Elisabetta prega un’amica di rappresentare simbolicamente la Trinità e porre nel quadro tre anime che tengono un’arpa per cantarne la gloria. « Una di queste anime — scrive — dovrebbe essere più bella, perché deve rappresentare la nostra Madre; l’altra, una sorellina dell’anima mia in questo Carmelo; la terza sono io» (Lettera alla signora H.… – 3 giugno 1906.). Su questa immagine, poi, vuole che si scriva: « Deus prædestinavit nos ut essemus laudem gloriæ eïus. Dio ci ha predestinati, perché siamo le lodi della Sua gloria ». Si trattava in fondo, di rappresentare simbolicamente la sua vocazione suprema di lode di gloria. Così, nella sua cameretta dell’infermeria, poté festeggiare per l’ultima volta la sua Madre Priora cosi teneramente, così filialmente amata. « La sera, nella nostra piccola cella, soltanto fra la Madre nostra e le sue due beniamine, si è svolta la semplice festa tutta intima. La mia cara sorellina, che è un vero serafino, vi ricompenserà nella preghiera della gioia che le avete procurata. Aveva preparato, sopra un tavolino, tutta una piccola esposizione: al posto d’onore, il vostro bel quadro con l’immagine della SS. Trinità, per il quale, devo dirvi un grazie vivissimo. Vi era pure la medaglia inviata dalla mamma mia e un piccolo dono di Margherita; inoltre, alcuni lavoretti e dei mazzolini mistici, fra i quali la vostra offerta per una santa Messa era il fiore più bello » (Lettera alla signora H.. – Luglio 1906). – Fra le consorelle, nella confidenza del suo « segreto » di grazia, non si chiamava più che « laudem gloriæ »; e alla lettera d’addio indirizzata alla sorella Margherita, aggiunge come Post-scriptum: « Sarà il mio nome, in cielo » (Estate 1906.). Questo nome nuovo ha un’importanza grandissima per lo psicologo o per il teologo che vuole rendersi conto del grado di sviluppo che la grazia del battesimo ha raggiunto in suor Elisabetta della Trinità. Questo « nome personale », il nome con cui il Pastore divino distingue e chiama ad una ad una le sue pecorelle, ci permette di cogliere il termine della predestinazione di un’anima. Questo nome, ne siamo convinti, à il tratto più caratteristico della missione di suor Elisabetta. – Il grande ostacolo della Carmelitana e di ogni anima contemplativa à il pericolo di vivere di fronte a se stessa invece che vivere di Dio in sé. Ora, la grazia tutta propria di suor Elisabetta della Trinit à, divenuta « Laudem gloriæ », è di raccogliere le anime nell’intimo di se stesse, ma per farle uscire di sé, mediante l’amore e la lode di gloria. Non ci sarebbe dato di conoscere quasi nulla della sua vita spirituale giunta a questa altezza, se la Madre Germana, considerando già suor Elisabetta come una piccola santa, non avesse avuto la provvidenziale ispirazione di chiederle in iscritto il suo segreto. « Quando entrò nel ritiro che doveva essere l’ultimo per lei, dal 15 al 31 agosto, le chiesi di scrivere alcuni pensieri per esprimere come intendeva e considerava la sua vocazione di lode di gloria. La santa malatina comprese, e accettò sorridendo » (Ho saputo questi particolari dalla Madre Germana stessa). Prese allora un quadernetto e, durante le sue lunghe e penose insonnie, dopo le undici e mezzanotte, quando era ormai sicura che la Madre Priora non sarebbe più andata a trovarla, si metteva a scrivere. Riempito il quadernino da cima a fondo, lo consegnò alla sua Priora senza occuparsene più. Quelle pagine che ben chiaramente si sentono dettate dallo Spirito Santo ad un’anima tutta inabissata nel dolore e nella beatitudine, sono un purissimo capolavoro di spiritualità, e pongono suor Elisabetta della Trinità fra i più grandi scrittori mistici. Non si potrebbero davvero spiegare queste elevazioni sublimi, scaturite di primo getto e prive di qualsiasi correzione, senza un vero carisma di composizione che fa ricordare istintivamente la rapidità con cui santa Caterina da Siena, sotto la mozione dello stesso Spirito, dettava ai discepoli che a stento riuscivano starle alla pari, il suo meraviglioso Dialogo. Sono fatti, questi, che sorpassano ogni arte umana ed è impossibile non riconoscervi i tocchi, trascendenti qualsiasi tecnica, dello Spirito di Amore, che è pure arte divina e suprema Bellezza. Se si vuol conoscere il pensiero più profondo di suor Elisabetta della Trinità, bisogna cercarlo nell’ultimo suo ritiro. Esso costituisce, per così dire, la sua piccola « Somma » mistica, la quintessenza della sua dottrina spirituale, nel momento più elevato della sua esperienza mistica. È un vero e proprio trattato dell’unione trasformante, tale quale la concepiva nella linea della sua vocazione di lode di gloria, e quale la viveva, nell’intimo; è tutto un programma di vita da lei lasciato alle « lodi di gloria » che vorranno più tardi seguire le sue tracce nella via di una santità interamente dimentica di sé e tutta orientata verso la gloria purissima della Trinità. Nella sua maniera di concepire l’ufficio di « lode di gloria », si ritrovano le idee fondamentali della sua vita interiore e tutte le grandi linee maestre della sua spiritualità: silenzio, spogliamento assoluto, amore della Trinità e culto del divino volere, conformità sempre più ardente con l’anima di Cristo Crocifisso; ma vi si ritrovano sotto un’altra luce che tutte le modifica: nella pura luce della gloria della Trinità. Tutto un mondo spirituale nuovo se ne sprigiona, come se, ad un tocco di bacchetta magica, apparissero in piena luce dei cari esseri familiari che si sentono vivere intorno, nel buio di una notte oscura. L’anima non sa più nulla, fuorché Cristo, il Crocifisso per amore del quale sogna di morire trasformata; la Trinità della quale vuole essere l’incessante lode di gloria; e la Vergine, questa Madre di grazia, la cui missione è di formare nelle anime l’immagine vivente del Primogenito, il Figlio dell’Eterno, Colui che fu la perfetta lode di gloria del Padre. Sono questi i sentimenti più intimi di suor Elisabetta, nell’istante in cui entra nel raccoglimento dell’ultimo suo ritiro sulla terra, la sera del 15 agosto, supplicando Janua cœli di prepararla alla sua vita dell’eternità. Qui ancora, come sempre, la sua concreta psicologia spiega la sua dottrina.

2) Una Lode di gloria è, prima di tutto, un’anima di silenzio. « Non sapere più nulla »: è il programma di una lode di gloria, spogliata di tutto e di se stessa, libera di vibrare all’unico soffio dello Spirito. Ci troviamo ricongiunti, in tal modo, all’ascesi fondamentale di suor Elisabetta della Trinità. « Nescivi. Non seppi più nulla »: ecco ciò che canta la Sposa dei Sacri Cantici, dopo essere stata introdotta nella cella interiore; e questo, mi sembra, dovrebbe essere il ritornello di una « lode di gloria » in questo primo giorno di ritiro in cui il Maestro la fa penetrare sino in fondo all’abisso insondabile, per insegnarle a compiere quell’ufficio che sarà suo per l’eternità, e nel quale già deve esercitarsi nel tempo, che è l’eternità incominciata. Nescivi: non so più nulla, non voglio più nulla, fuorché « conoscere Lui, essere partecipe dei suoi dolori, essere conforme alla sua morte » (Ultimo ritiro I). « Come è indispensabile, questa bella unità interiore, all’anima che vuol vivere quaggiù la vita dei beati, cioè degli esseri semplici, degli spiriti!.… Possono sopraggiungere, allora, le agitazioni esterne, le interne tempeste; può venire intaccato il suo onore: « Nescivi ». Dio può nascondersi, può sottrarle la sua grazia sensibile: « Nescivi….» (Ultimo ritiro II). L’anima raccolta nelle profondità di se stessa, nel silenzio e nell’unità delle sue potenze, à tutta consacrata alla lode della divina gloria. Suor Elisabetta della Trinità si ricongiunge, quindi, alla dottrina del « nescire, non sapere nulla », che il suo grande maestro spirituale, san Giovanni della Croce, pone come base della propria teologia mistica.

LA GRAZIA E LA GLORIA (7)

LA GRAZIA E LA GLORIA (7)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO PRIMO

L’esistenza e la necessità di una grazia creata per costituire l’adozione. – Dottrina della Sacra Scrittura e dei Padri.

.1 – S. Dionigi l’Areopagita, nella sua opera immortale La Gerarchia Ecclesiastica, insegna che la deificazione degli uomini e degli Angeli consiste essenzialmente « nell’unione e nella somiglianza dell’uomo con Dio » (S. Dionigi Aerop., De Eccl. Hier. c. 1, § 3). In poche parole, si tratta di assegnare i principi costitutivi dell’adozione che ci rende figli di Dio per grazia. Nei libri seguenti dovremo occuparci di questa ineffabile unione che ci lega così intimamente a tutta la Trinità. La somiglianza impressa nelle nostre anime, come Principio interiore dell’essere divino, che ci è data dalla rigenerazione spirituale, sarà l’argomento del presente libro. Io la chiamo grazia creata, secondo la formula universalmente accettata nelle nostre scuole. La grazia: sia perché è un dono di pura liberalità divina, sia perché ci rende gradevoli a Dio, come figli diletti del suo cuore. Grazia creata: perché è una perfezione finita, distinta non solo dall’anima ma anche da Dio che la produce. – Cominciamo a dimostrare la sua esistenza, poi vedremo qual sia la sua intima natura e di quali altri doni sia la fonte. – La questione, quindi, non è il sapere se dobbiamo ammettere delle grazie attuali, tocchi passeggeri di Dio sull’anima, lampi improvvisi che la illuminano, eccitazioni che la sollevano o la inclinano verso le cose di Dio; perché non è questo che ci rende figli. La fede ci mostra queste grazie come aiuti transitori dati all’anima, o perché essa tenda allo stato di giustizia che non ha ancora, o perché operi in modo conforme con quello stato e si conservi in esso. Ci chiediamo in questo momento se Dio mette nelle anime di coloro che Egli accetta come suoi figli, una realtà fisica, positiva e permanente; ciò che abbiamo convenuto di chiamare grazia abituale, grazia santificante, gratia gratum faciens, grazia per eccellenza, grazia (tra i teologi medievali, il termine gratia è comunemente inteso come grazia abituale e santificante, gratia gratum faciens, come si dice. Per designare le grazie attuali si usano le parole adjutorium divinum, adjutorium Dei moventis, illuminantis et inspirantis, auxilium speciale, o altri equivalenti. Questo è ciò che si deve notare, se non si vuole andare fuori strada nell’interpretazione dei loro testi. Non devo ricordare qui tutti i sistemi più o meno erronei o sconsiderati che sono sorti nel corso dei secoli cristiani su questa questione, tanto meno confutarli nel dettaglio, come si farebbe in un trattato di teologia scolastica. Il cardinale Bellarmino nelle sue dotte Controversie (Bell., De Justif., l. II, c. 1), dopo aver enumerato i molteplici e spesso contraddittori errori del protestantesimo sul dogma della Giustificazione, o, il che equivale alla stessa cosa, della nostra adozione divina, ha fatto questa osservazione molto giudiziosa: « Tutto lo stato della controversia può essere ridotto a questa domanda molto semplice: c’è veramente in noi una causa formale della giustificazione che sia come un principio intrinseco dell’anima, e la renda pura e santa davanti a Dio? (Nel seguito avremo occasione di spiegare più pienamente il significato di queste parole « forma e causa formale ». Notiamo solo che significano ciò che in un essere è il principio intrinseco della sua perfezione; ciò che determina l’elemento materiale: ciò che consente a questo essere di essere ciò che è. – Per esempio, è attraverso l’anima e non attraverso il corpo che siamo esseri viventi, intelligenti e liberi; è l’anima che determina la materia, che potrebbe entrare in mille altri composti, nel diventare un corpo umano; è infine l’anima che, come principale parte costituente dell’uomo, causa la sua specifica perfezione. Essa è dunque una causa formale e forma, ma forma sostanziale, perché ciò che costituisce è una sostanza. Per esempio, è attraverso la figura dovuta allo scalpello dell’artista che un blocco di marmo, che potrebbe rimanere senza forma nella cava o essere, per usare un’espressione del nostro grande fabulista, « dio, tavola o ciotola », la statua di questo o di quell’eroe. La figura è la forma della statua, poiché essa determina il marmo, e lo rende la rappresentazione voluta dallo scultore). Se la risposta è affermativa, come effettivamente deve essere, allora tutta l’impalcatura incoerente dei sistemi ideati dagli eretici si sgretola e cade. Perché se il caso formale della nostra giustificazione è una giustizia inerente all’anima, non è dunque la stessa giustizia di Dio che abita in noi (come ha sostenuto Osiandro); non è la giustizia di Dio che ci sarebbe imputata (secondo Illirico e molti altri); non è solo la remissione dei peccati senza alcun rinnovamento interiore (come piaceva a Calvino, per esempio). E se la giustizia intrinseca è la causa formale della giustificazione, allora non è necessario ricorrere all’imputazione della giustizia di Cristo per completare una giustificazione altrimenti imperfetta, né tanto meno alla fede, che sarebbe come la mano con cui faremmo nostra la giustizia di Dio. Infatti, tutti questi errori e altri più o meno simili, concordano nel negare la giustizia intrinseca, nel rifiutare un rinnovamento interiore che ha per principio e causa un dono creato che ha per soggetto l’anima, e la trasforma ad immagine di Dio  (Bellar. De Justif., l II, c. 2). – Questo, dunque, è il nostro compito al momento presente: mostrare contro gli eretici che questa grazia che ci rende figli adottivi e giusti e santi davanti a Dio, sia una realtà creata, una forma intrinseca e non esterna di rinnovamento spirituale. Per dimostrare anche, contro certe idee particolari di alcuni autori cattolici, che questa stessa forma di rinnovamento spirituale è realmente distinta dall’anima e dalle sue operazioni; che è permanente nella sua natura; che non è altro in sé che un titolo della presenza dello Spirito Santo, un diritto morale alla sua assistenza, e non so quale tendenza che, senza aggiungere nulla di fisico alla natura, la spingerebbe tuttavia a produrre teorie più o meno fondate sulla filosofia nominalista o cartesiana, la cui colpa era non solo di allontanarsi dalla dottrina comune e tradizionale, ma anche di aprire la strada ad opinioni assolutamente contrarie alla verità cattolica.

2. – Una volta stabilite queste nozioni preliminari, entriamo ulteriormente nel nostro argomento. Ora, se vogliamo riferirci alle autorità della Sacra Scrittura e dei Padri, che abbiamo citato nello svolgersi del primo libro, sarà sorprendente che l’esistenza della grazia creata, come l’abbiamo appena descritta, possa essere ancora un argomento di discussione. Se siamo figli adottivi di Dio, graditi a Lui non in qualunque modo, ma nati, generati da Lui, come può questa adozione non mettere nulla di positivo e di stabile in noi? C’è generazione senza una certa comunione di natura tra il padre e il figlio che genera? E quale sarà questa comunione di natura, se non c’è alcuna trasfusione finita della sostanza infinita di Dio nella sostanza dei suoi nuovi figli? – Se siamo immagini di Dio, non deve Egli riversare in noi una forma, una proprietà che, applicandosi in qualche modo alla nostra essenza umana, la modelli e la trasfiguri nella rappresentazione dell’archetipo divino? – L’immagine naturale avrebbe come fondamento la natura con tutte le sue facoltà, e l’immagine della grazia poggerebbe su un vuoto, o almeno su un fondamento senza fermezza o consistenza? C’è da credere a questo? – È anche credibile che ci sia un rinnovamento interiore così profondo che il suo termine sia una nuova creatura, e il suo principio una specie di creazione, senza che l’uomo, così rinnovato, così ricreato, acquisisca nella sua sostanza una realtà positiva che con la sua permanenza e la sua perfezione risponda alla grandezza del nuovo essere? Perché parlarci di trasformazione divina, di trasfigurazione, di metamorfosi e rifacimento, di un seme di Dio depositato nelle anime, in una parola, di deificazione, se né l’occhio degli Angeli, né l’occhio di Dio stesso, vedono nel giustificato altre perfezioni immanenti e durature che non siano quelle della natura?  – Come possiamo infine concepire questa vita dei figli di Dio, così magnificamente superiore a tutta la vita naturale, se non siamo disposti a riconoscere il principio vitale da cui scaturiscono connaturalmente le operazioni che si addicono ai figli adottivi di Dio?  Ci avrebbe Dio ingannato con le sue promesse, essendo come noi, poveri uomini, magnifico nelle parole e parsimonioso negli effetti. Lungi da noi sminuirlo a nostra misura! Quello che dice, Egli lo fa; o meglio, fa più e meglio di quello che dice, perché il nostro linguaggio in cui ci parla è impotente a trasmettere la grandezza, la magnificenza e la realtà dei suoi doni.

3. – Queste considerazioni sono decisive, e non vedo cosa potrebbe essere addotto per attenuarne la forza. Tuttavia, poiché si è tentato più di una volta di sostenere sull’autorità dei Padri certe opinioni che le combattono, non sarà inutile rimettere in discussione questi testimoni della tradizione divina e questi interpreti dei nostri Libri sacri. Tra tutte le formule impiegate nelle loro opere per caratterizzare l’elemento formale e creato della nostra filiazione, sceglierò prima di tutto le immagini e i paragoni con cui ci rappresentano l’azione di Dio sulle anime giustificate. –  È l’azione del pittore sulla tela. « Dio – dice S. Ambrogio (Hexæm. L. VI, c. 7 e 8, n. 42, 47) – parla dell’anima fatta a sua immagine quando dice: Io, Gerusalemme, ho dipinto le tue mura (Is. XLIX). L’anima dipinta da Dio è l’anima adornata con la grazia della virtù e lo splendore della pietà. Oh, come è meravigliosamente dipinta quest’anima in cui brilla lo splendore della gloria e l’immagine della sostanza del Padre! Perché è per questa pittura che l’anima è così preziosa… O uomo, tu sei stato dipinto; dipinto, ti dico, dal Signore tuo Dio. Che artista eccellente e che pittore ammirevole è il tuo! Attenzione a non distruggere un dipinto così divino, fatto non di menzogne, ma di verità, non di colori deperibili, ma da una grazia immortale » (Il santo, dopo alcuni ottimi consigli che trae da questa idea per i Cristiani in generale e per i poveri ed i ricchi in particolare, si rivolge alle donne del mondo: « O donna, tu distruggi questo quadro quando, per farti più rosa o più bianca, ti metti sul viso dei colori che alterano. Questa pittura è la pittura del vizio e non della bellezza; la pittura della frode e non della semplicità… Vi prego, non andate a sostituire la pittura di Dio con quella di una creatura contaminata… Che disgrazia e che crimine, se si costringe Dio a dire un giorno: non riconosco la mia immagine, né i miei colori, non trovo il volto che ho formato. Lungi da me ciò che non è mio! Vai, cerca colui che ti ha dipinto; goditi la sua società, le sue grazie… ». – Ibid. n. 47). È, dopo l’azione del pittore, quella dello scultore sul marmo, o dello statuario sul bronzo. « Né la creatura è così miserabile, né Dio così debole, da non poter dare alle creature una santa parte della sua infinita bellezza. Perciò, fin dall’inizio, si è degnato di fare l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ora, come sappiamo, l’immagine partecipa dei tratti distintivi della copia da cui l’artista la esprime, una volta che il pensiero e la mano dell’artista l’hanno riprodotta sulla tela o nel marmo. Vedete un pittore, o uno scultore, un uomo che vuole fare una statua d’oro o di bronzo, come guarda il modello per formarsene interiormente l’immagine di cui rivestirà la materia. Se gli uomini non possono modellare la materia a somiglianza dei loro modelli senza renderla partecipe della loro idea, come potrebbe la creatura ricevere in sé la somiglianza divina senza partecipare essa stessa al carattere divino? (S. Basilio, c. Eunom, L. V. P. Gr., vol. 29, p. 724) Così parla S. Basilio; e S. Cirillo di Alessandria dice a sua volta: « Lo Spirito di Dio, trasformante in un certo modo le anime umane in se stesso, le impregna di una somiglianza divina, e scolpisce in esse l’effigie della sostanza, regina e vertice di ogni sostanza » (S. Cirillo Alex, L. XI in Joan, XVII, 20, P. Gr.; t. 94, p. 553). – Questa è l’azione del sigillo sulla cera. Ascoltiamo ancora San Cirillo: « Se per questo stesso fatto che siamo marchiati dallo Spirito Santo come con un sigillo misterioso, siamo riformati a somiglianza di Dio, come può essere una creatura colui la cui impronta riproduce in noi l’immagine dell’essenza divina e i tratti della natura increata? …. Il vero Dio, procedendo da Dio, si imprime invisibilmente sulle anime che lo ricevono, come un sigillo sulla cera; e così comunicando la sua somiglianza alla nostra natura, ripercorre in essa la bellezza dell’archetipo divino, e restaura nell’uomo l’immagine di Dio. Come può allora, ancora una volta, essere una creatura, colui del quale la natura umana è rifatta a immagine del suo Creatore e diventa partecipe di Dio? (S. Cyrillus Alex, Thesaur Ass. 34, p. 79, 609). Ecco ancora l’azione del coniatore sulla moneta. « La moneta d’oro per entrare nella tesoreria reale deve portare l’effigie del re. Così l’anima che non mostra incisa nella sua sostanza l’immagine dello Spirito celeste, cioè Cristo stesso, quest’anima non è degna di essere ammessa nei tesori eterni » (S. Macar., Agypt. Bibliot. M. PP. hom. 30, p. 145). – Infine, ecco l’azione del sole sui corpi che esso illumina: « Lo Spirito del Signore ha riempito tutto l’universo… Con la sua luce inonda interiormente colui che ne è degno. Se il sole brilla su una nuvola leggera, brilla d’oro e di luminosità. Così lo Spirito di Dio, quando entra in un’anima, diffonde in essa vita, immortalità e santità » (S. Basilio, adv. Eunom., L. V. P. Gr. T. 29, p.767). – Non so se sia possibile esprimere più chiaramente la realtà creata che dobbiamo dimostrare in questo capitolo. Per coloro che hanno ancora qualche dubbio, ecco alcune dichiarazioni che sono ancora, se possibile, più esplicite. Le prendo in prestito da tre dei nostri Dottori più famosi. Il primo è di San Cirillo di Alessandria: « Come è necessario che ciò che è nato dalla carne sia carne, così è necessario che ciò che è nato dallo Spirito sia spirito (Gv. III, 6): perché dove l’essenza è diversa, il modo di generazione non può essere identico. Ma, sia chiaro, se chiamiamo lo spirito dell’uomo un frutto dello Spirito, non intendiamo con questo che esso abbia ricevuto la propria natura, il che sarebbe il massimo dell’assurdo. Egli è frutto dello Spirito, perché è lo Spirito che lo ha chiamato dal nulla all’essere; lo è anche e soprattutto perché è lo Spirito che lo rifà a immagine di Dio, quando imprime i suoi tratti nelle nostre anime e le trasforma, per così dire, nella sua stessa qualità » (S. Cyrill. Alex, L. II in Joan, III, P. Gr., vol. 73, p. 245). E ancora: « Cristo è formato in noi in virtù di una forma divina che lo Spirito Santo infonde in noi attraverso la santificazione e la giustizia » (S. Cyrill. Alex, L IV, orat. 2, in. Is., c. XLIV, 21-22, P. Gr., t. 70, p. 936). – Sant’Agostino ci darà la seconda affermazione: io la trovo nell’opposizione che egli mette tra la nostra giustizia e quella di Dio che ci giustifica, quando parla della sapienza che, secondo l’Ecclesiastico, « è stata creata per prima, prima di tutte le cose » (Eccl. I, 4): « Non – egli dice – quella sapienza di cui voi siete il Padre, o Dio, uguale e coeterno a Voi medesimo, da cui tutte le cose sono state create, principio in cui avete fatto il cielo e la terra; ma quell’altra sapienza, una creatura, una sostanza intelligente, leggera per la contemplazione della tua luce: infatti, per quanto sia una creatura, essa porta anche il nome di sapienza. Ma c’è una grande differenza tra la luce illuminante e la luce illuminata; tra la sapienza creatrice e la sapienza creata; tra la giustizia giustificante e la giustizia portata dalla giustificazione » (S. Ago., Confess., L. XII, c.15). Il Santo Dottore ritorna allo stesso pensiero nelle sue controversie con i pelagiani. « O uomo! Considera queste parole dell’Apostolo: La giustizia di Dio è stata manifestata dalla testimonianza della legge e dei profeti (Rom. III, 21). È questo sufficiente per i sordi? La giustizia di Dio, dice, è stata manifestata. Non dice la giustizia dell’uomo, la giustizia della propria volontà, ma la giustizia di Dio; non la giustizia per cui Dio è giusto, ma quella di cui riveste l’uomo peccatore quando lo giustifica. – L’Apostolo aggiunge: La giustizia di Dio attraverso la fede di Gesù Cristo, cioè attraverso la fede che ci fa credere in Cristo. Questa fede di Cristo di cui l’Apostolo parla qui non è una fede per cui Cristo stesso crede; così questa giustizia di Dio non è la giustizia per cui Dio è giusto, ma è chiamata la giustizia di Dio, la giustizia di Cristo, perché è dalla sua liberalità che noi l’abbiamo » (S. August., de Spirit. et litt., c. 9, n. 15; col. cont. ep. 2 Pelag.). – E come ha distinto la giustizia, così distingue l’amore basato sulla giustizia: « La carità che, secondo l’Apostolo (Rom. V, 5), è riversata nei nostri cuori, non è la carità con cui ci ama, ma la carità con cui ci rende amanti (dilectores) della sua bontà; come la giustizia di Dio è la giustizia che, per mezzo della sua grazia, ci rende giusti in noi stessi,… e la fede di Cristo, la fede che ci rende fedeli » (S. Agostino, de Trinit., L. V, c. 17). Questa è una dottrina bella e chiara, a cui fa eco San Bernardo quando scrive: « La carità è detta e di Dio e del dono di Dio: perché la carità dà la carità; la carità sostanziale, la carità accidentale. Quando è detto del donatore, è un nome di sostanza; quando è detto del dono stesso, è un nome di qualità. Dicitur charitas et Deus et Dei donum: caritas enim dat caritatem substantiva accidentalem. Ubi danten significat, nomen est substantiæ; ubi donum, qualitatis » (S. Bernard., ep. 11, ad Guidon., priorem Maj. Cartusiæ n. 4. Nota anche questo testo di S. Agost. « Ille in quo omnes vivificabuntur, præterquam quod se ad Justitiam exemplum omnibus præbet, dat etiam sui spiritus occultissimam fidelibus gratiam, quam latenter infundit et parvulis. » L. I, de Peccat. merit. et remiss., c. 9), – Come terzo testimone, dovrei citare Dionigi l’Areopagita, ma poiché l’ho già citato nelle pagine precedenti, diamo la parola a San Gregorio di Nissa. Ecco come fa parlare la sposa, cioè la figura dell’anima giusta, nelle sue omelie sul Cantico: « La sposa, esortando le adolescenti a vestirsi di vera bellezza, offre loro la propria bellezza come modello. Così, il grande Paolo dirà più tardi: “Siate imitatori di me come io lo sono di Gesù Cristo” (Fil. III, 7). Non vuole che le anime che sono alla sua scuola, spaventate dalla loro antica vita, disperino di diventare belle a loro volta. Imparate, dice loro, imparate dal mio esempio che il presente può coprire il passato, se non porta nulla che sia degno di biasimo. Per quanto possa brillare la bellezza che l’amore della giustizia ha diffuso su di me come una forma divina, so che in origine non avevo eleganza né fascino, informe e nero com’ero. Ed ora vedete quello che io sono. Questo esterno di tenebra ha lasciato il posto alla forma di una bellezza senza macchia » (S. Greg. Nyssen. hom. 2 in Cant. P. Gr., vol. 44, p. 790). Non avevo, quindi, il diritto di affermare, all’inizio di questo capitolo, che non ci sia niente di più certo per le Scritture e per i Padri che l’esistenza di una grazia creata, principio e base di ogni adozione divina?

LA GRAZIA E LA GLORIA (8)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S, LEONE XIII – “PASTORALIS VIGILANTIÆ”

non esiste un rimedio più sicuro e più valido della Dottrina cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo e i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone … Questo è il suggerimento che S.S, Leone XIII impartiva in questa lettera Enciclica diretta ai Vescovi e prelati portoghesi avvertendoli della pericolosità dei tempi e delle azioni più o meno occulte delle forze anticristiane operanti in particolare dalle conventicole infernali di perdizione per minare e distruggere, se possibile, la società cristiana e portare le anime dei fedeli, riscattate dal Sangue preziosissimo di Cristo, nelle vie della dannazione e dello stagno di fuoco eterno. Ancora oggi questa ci sembra l’unica vera barriera da opporre ai mali devastanti della nostra società mondialista in cui trionfano ideologie corrotte al massimo grado, soprattutto nell’ambito spirituale sostenute fa falsi religiosi, mai validamente né  canonicamente eletti, che trascinano un numero incalcolabile di anime con loro nel fuoco eterno, facendo credere che una falsa misericordia, accordata senza pentimento, emendazione e riforma della vita, li conduca addirittura alla beatitudine celeste, e purtroppo sono tantissimi gli ingannati ciechi ignoranti, presuntuosi, paganeggianti gaudenti, che felici corrono a sprofondarsi nel baratro ove già furono condannati gli angeli ribelli che li illudono in vesti talari e atteggiamenti di ipocrita devozione. Purtroppo sembra però che solo pochissimi ascoltino gli ammonimenti della sacra Scrittura, dei Padri della Chiesa, della retta teologia tomistica, del Magistero della Chiesa, e tutto sembra procedere, come scrive San Giovanni nella sua Apocalisse, verso gli ultimi tempi, in cui solo l’intervento del Giudice divino ripristinerà le condizioni di una vita cristiana ormai dimenticata, osteggiata e violata in tutte le sue componenti, sociali, politiche, spirituali. Vieni Signore Gesù, invoca la parte finale dell’Apocalisse, e questo facciamo pure noi, invitando il pusillus grex cattolico a fare altrettanto.

Leone XIII


Pastoralis vigilantiæ

Lettera Enciclica

La Lettera, oltremodo gradita, che annunciava la felice conclusione del nobile Convegno svoltosi di recente a Braga, a Noi inviata da quanti, tra voi, vi hanno presenziato, Ci ha procurato una nuova e significativa testimonianza dello zelo pastorale con il quale vi impegnate nel difendere e nel promuovere la religione. Durante la lettura siamo stati pervasi da sentimenti di gioia, sia per lo zelo e la dedizione del Pastore della città che ha accolto i membri del Convegno e ha assunto in prima persona il compito di organizzarlo e di gestirlo in modo da poterne trarre gli auspicati frutti, sia per l’impegno e la pietà dei Vescovi che l’affiancarono, o che inviarono al loro posto uomini degni di stima che li rappresentassero al Convegno, sia infine per l’imponente affluenza di uomini tra i più rappresentativi del clero e del popolo fedele, segnalati per la dottrina, per la virtù e per il prestigio. Codesto Convegno Ci tornò ancor più gradito, perché vi ha preso forma un mirabile accordo su decisioni particolarmente utili alla grandezza della Chiesa e al successo del Cattolicesimo. Né vogliamo passare sotto silenzio il fatto che, tra le altre cose opportunamente approvate con voto unanime, tenendo conto della condizione del tempo e del luogo, Ci hanno procurato conforto quei capitoli che attestavano la piena deferenza dei convenuti verso questa Sede Apostolica, e il loro ardente desiderio di vederla onorata come richiede la sua dignità e per nulla sminuita nel suo onore e nei suoi diritti. – Nutriamo senz’altro la lieta speranza che quanto è stato deliberato e definito in codesta sede, se sarà attuato con impegno e costanza, produrrà una grande abbondanza di frutti salutari, senza tuttavia dimenticare che resta ancora un vasto terreno che rivendica la vostra attenzione e la vostra operosità. – Per questo motivo, anche se in una lettera a voi inviata poco tempo fa vi abbiamo parlato della situazione religiosa nel regno del Portogallo e della linea di condotta da adottare per potervi opportunamente far fronte, Ci torna tuttavia gradito aggiungere al contenuto di quella lettera alcune cose che vale la pena di farvi sapere, anche perché, essendosi presentata un’occasione per scrivervi, non corriamo il rischio di essere venuti meno, per pigrizia al Nostro dovere. – Non vi sfugge certo, diletti Figli e Venerabili Fratelli, come nel Convegno di Braga sia emerso, in tutta chiarezza, che si è giunti al punto in cui la fede stessa è messa in pericolo presso molti, e s’impone quindi l’obbligo di impedire, per quanto è possibile, che l’ignoranza e la rilassatezza la estirpino dagli animi o la lascino illanguidire, ma occorre impegnarsi perché resti ben fissa nei cuori e dia vita ad una consolante quantità di opere buone e di perfetta virtù, nonché alla dolcezza dei frutti più eccelsi. Ci si deve opporre ai tentativi dei nemici della verità, perché non abbia a diffondersi il malefico contagio che si sprigiona dai loro cattivi esempi e dalle loro idee disseminate per ogni dove. Ci sono da sanare molte ferite che il loro nefasto operare e la malvagità dei tempi hanno inferto nei greggi affidati alle vostre cure; molte sono le cose che giacciono inerti da far rivivere; molti sono ancora i bisogni che assillano le anime e che, se non possono essere del tutto rimossi, occorre almeno lenire. – Tutto questo che reclama, come abbiamo ricordato, le vostre cure e la vostra sollecitudine, potrà essere attuato con maggiore efficacia e con più facilità se la concordia tra i Vescovi diventerà ogni giorno più profonda e se questi, di comune intesa, opereranno per scoprire i bisogni del clero e dei fedeli, per proporre suggerimenti e prendere, con le decisioni, che tutti insieme vedranno meglio accordarsi con le situazioni delle singole diocesi, anche quelle di più ampia portata e di maggior peso per provvedere alla prosperità e alla salvezza dell’intero popolo. L’opportunità di un più stretto raccordo tra i Vescovi non sfuggì alla saggezza di chi si riunì a Braga. Trovano quindi la Nostra piena approvazione le decisioni prese in quel nobile Convegno con il proposito di favorire quest’unità di intenti, capace di garantire al popolo cristiano i più importanti e duraturi benefìci che si ripromette dai suoi Presuli, che sono le sue guide e i suoi pastori. – Ma per rendere veramente stabile questo rapporto, non vi è mezzo più efficace del ricorso alla consolidata prassi, già recepita in altre regioni, di tenere ogni anno, in aggiunta alle riunioni che prevedono la presenza anche dei laici (di tal fatta era il Convegno di Braga), speciali adunanze di Vescovi. È un’usanza che sta prendendo piede anche presso di voi; un’usanza che vi sta a cuore e che Noi auspichiamo con tutte le forze perché, come testimoniano le numerose e documentate esperienze, è possibile trarne benefìci per la Religione. – Di sicuro, con la frequente convocazione di tali assemblee prende anzitutto forma, come abbiamo ricordato, il più rilevante e unanime concorso di energie che può garantire esiti positivi alle iniziative intraprese, ma ravviva anche l’entusiasmo ad agire dei Vescovi convenuti, rafforza la fiducia e illumina le menti con il confronto delle idee e con lo scambio vicendevole del frutto della saggezza. Con queste assemblee si apre come una strada sia per tenere Sinodi diocesani e provinciali, sia per riunire un Convegno nazionale, la celebrazione del quale – notiamo con grande gioia – fa parte dei vostri desideri. La ripetuta esperienza dei vantaggi derivati da Convegni similari già svolti, li consiglia con forza, e le disposizioni dei Sacri Canoni le raccomandano con sincera convinzione. Inoltre, alle menzionate assemblee annuali dei Vescovi farà seguito un evento di somma importanza. I laici, infatti, spinti da nuovi stimoli, si sforzeranno di proseguire con più decisione sulla strada intrapresa; si riuniranno a loro volta in assemblee; confronteranno le loro idee e, facendo leva sulle energie collegate, si adopereranno per difendere la comune causa della Religione e, seguendo le indicazioni dei loro Pastori, metteranno in pratica gl’insegnamenti e gl’incoraggiamenti ricevuti. – Per la verità, nelle riunioni annuali che farete non mancheranno i problemi ai quali dedicare il vostro zelo e le vostre energie. Infatti, oltre i problemi specifici che eventualmente riguarderanno le singole diocesi e che potranno essere più adeguatamente risolti con l’apporto chiarificatore della comune esperienza, sarà oggetto del vostro prudente esame un vasto campo di decisioni e di deliberazioni relative ai mezzi maggiormente idonei per dar vigore all’impegno dei sacerdoti che già lavorano nella vigna del Signore, per educare i giovani che un giorno dovranno risplendere nella casa di Dio per la luce di una solida dottrina, per il merito di uno schietto spirito ecclesiastico e per il corredo di tutte le virtù sacerdotali. – La vostra paterna vigilanza si farà anche carico di una meticolosa ricerca su tutto ciò che è sommamente utile per trasmettere correttamente al popolo i rudimenti della fede, per correggerne i costumi, per divulgare scritti atti a seminare la sana dottrina e a inculcare i principi della virtù, per dar vita ad istituzioni che diffondano i benefìci della carità e per rendere ancor più fiorenti quelle già istituite. – Un ultimo importantissimo punto, che dovrà essere oggetto delle vostre decisioni, vi sarà offerto dall’opportunità di fondare e di accogliere nel Regno del Portogallo delle Congregazioni religiose. Al riguardo abbiamo notato con gioia quanto fosse forte l’impegno di tutti i presenti al Convegno di Braga. – Queste Congregazioni, infatti, non solo potranno offrire al clero, che nelle vostre diocesi si è votato alla sacra milizia di Cristo, delle forze per così dire, ausiliarie, ma saranno anche in grado, ed è ciò che più conta, di preparare uomini animati da spirito apostolico che si faranno carico del ministero missionario nelle regioni d’oltremare soggette al dominio portoghese. L’assolvimento di questo compito, mentre contribuirà all’ampliamento del Regno di Cristo sulla terra, darà anche lustro e onore al Portogallo. Si sono veramente procurati una gloria imperitura i vostri Principi e i vostri antenati quando, con l’aiuto e il favore della Sede Apostolica, portarono la luce della dottrina evangelica e una forma di vita più civile in tutte le vostre terre scoperte. – Occorre dunque, per mantenere vive la natura e la forza delle iniziative intraprese e per non lasciarle decadere dal primitivo stato di persistente floridezza, far leva sulla costante vigilanza e sulle virtù di uomini pienamente affidabili che, mentre si oppongono, pieni di spirito divino, agli ostili attacchi degli acattolici, indirizzino tutta la loro attenzione e la loro energia a far sì che i beni giunti dal Portogallo in quelle contrade non vadano completamente perduti, ma riprendano vita come per nuovo vigore. – Sarà compito di questi uomini che, chi già crede in Dio, sia confermato nella fede, e chi vi è ben ancorato possa anche distinguersi per l’onestà dei costumi, per la pratica della Religione, per la scrupolosa osservanza dei doveri, affinché chi è ancora nelle tenebre si disponga ad accogliere la luce del Vangelo. – Le Congregazioni religiose potranno senz’altro offrire molti di questi uomini ardenti di santo zelo, poiché i loro membri, sulla scorta del giudizio di persone assennate confermato da testimonianze di tutti i tempi, seppero sempre svolgere questo compito con impegno ed efficacia. Infatti, il sistema e la disciplina delle Congregazioni in cui sono inseriti, nonché la pratica costante della virtù che ognuno si impone, li rendono più adatti di ogni altro a svolgere un così importante lavoro. – Siamo pienamente convinti che il Governo del Portogallo, accogliendo con favore le vostre proposte e attribuendo grande valore a quei beni che sopravanzano gli altri, si deciderà anche a rimuovere gli ostacoli che intralciano la libertà dei Sodalizi religiosi e, con la sua autorità, favorirà i vostri propositi che mirano a restituire il pieno vigore e a far rifiorire doviziosamente, con la gloria degli antenati, la Religione cattolica in Portogallo e in tutti i paesi sottoposti al suo dominio. – Questa Nostra convinzione è resa più forte dal fatto che nessuno ormai ignora, e anche voi ne avete piena coscienza, quali siano al riguardo i Nostri sentimenti e i Nostri auspici, che sono sicuramente rivolti al bene della Religione, ma si propongono anche la piena prosperità del popolo portoghese. Sono questi il compito e la funzione che il Divino Fondatore ha assegnato alla Chiesa: porsi nel cuore della società umana come vincolo di pace e garanzia di salvezza. – La Chiesa non toglie nulla all’autorità di chi è posto a capo dello Stato e ne detiene il potere, anzi lo difende e lo rafforza, affiancando alle leggi emanate l’obbligo religioso dell’osservanza, riconducendo il dovere di sottostare alle pubbliche autorità nell’ambito degli obblighi voluti da Dio, esortando i cittadini a tenersi lontano dai moti sediziosi e da ogni altra forma di sovvertimento dello Stato, insegnando a tutti di coltivare la virtù e di assolvere con cura tutto ciò che richiede il proprio stato e la propria condizione. – La Chiesa è dunque il migliore censore dei costumi; la sua salutare disciplina prepara uomini retti, onesti, devoti verso la patria, fedeli e pienamente solidali con i principi, tali cioè da costituire un solido sostegno del pubblico ordinamento degli Stati, in grado di mettere a loro disposizione indomite energie per affrontare imprese ardue e gloriose. È per questo motivo che si provvede in modo saggio e accorto al bene dello Stato quando si permette alla Chiesa di avvalersi di quella libertà d’azione che essa rivendica a buon diritto, e le si apre benevolmente la strada perché possa ampiamente far valere la sua benefica influenza e mettere a disposizione del bene comune tutti i mezzi di cui è dotata. – Anche se un simile assunto riguarda tutte le genti, esso si rivela particolarmente indicato per il popolo portoghese, presso il quale la Religione cattolica svolse un ruolo di primaria importanza nel plasmare, da molto tempo, i costumi e le menti degli uomini, nel promuovere gli studi delle scienze, delle lettere e delle arti, nell’infiammare gli animi a compiere ogni sorta di imprese memorabili in pace e in guerra, quasi da sembrare la madre e la nutrice, donata dal cielo, per generare e far crescere tutto ciò che di splendido prese forma, in tale popolo, nel campo della civiltà, della dignità e della gloria. – Ci siamo intrattenuti più diffusamente con voi su questo argomento nella citata Lettera enciclica che vi abbiamo recentemente indirizzata. Ora però è bene ricordare questa sola cosa: la forza e il valore della Religione non possono in alcun modo venir meno, perché i principi dottrinali che essa trasmette, in quanto voluti da Dio, non sono condizionati dalle leggi del tempo e dello spazio, ma sono rivolti alla salvezza e al conforto di tutti i popoli. Per questo motivo, allo scopo di favorire il benessere e la prosperità della vostra nobilissima gente, la Religione è ancora in grado di fornire quegli straordinari benefìci e quei validi aiuti che mise a disposizione in passato. Specialmente in questo tempo malvagio, nel quale la debolezza e il turbamento degli animi si sono fatti così grandi che i fondamentali principi che garantiscono l’ordine e la pace della società umana non solo vengono messi in dubbio, ma sono apertamente avversati, non vi è nessuno che non comprenda la necessità di far ricorso all’aiuto della Religione e ai suoi sacri precetti e insegnamenti. Tutte le persone assennate ed oneste sono infatti concordi nel riconoscere che non esiste un rimedio più sicuro e più valido della dottrina cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo e i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone. – Per tutto questo, Diletti Figli Nostri, Venerabili Fratelli, non dubitiamo che, in forza dello zelo pastorale che vi distingue, vi affretterete, con animo deciso e con impegno costante, all’opera che vi abbiamo raccomandato. Sarà per voi, dediti al lavoro, un titolo di sommo onore e di meritata riconoscenza, l’aver potuto conseguire altissime benemerenze verso la religione, che assorbe tutto il vostro interesse, verso la patria e verso il vostro popolo, per il quale auspicate, con un’intensità non inferiore alla Nostra, una stabile pace e un futuro rispondente alle attese. – Mentre eleviamo la Nostra supplica a Dio perché vi colmi dei suoi doni e assecondi le vostre iniziative, impartiamo, con sincero affetto nel Signore, la Benedizione Apostolica, testimonianza del Nostro paterno amore, a voi, al clero e ai fedeli affidati alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 giugno 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

La liturgia di questo giorno insiste sui castighi terribili che la giustizia di Dio infliggerà a quelli che avranno rinnegato Cristo. Morranno tutti e nessuno entrerà nel regno dei cieli. Coloro invece che in mezzo a tutte le avversità di questa vita saranno rimasti fedeli a Gesù, saranno un giorno strappati alle mani dei loro nemici ed entreranno al suo seguito nel cielo, ove Egli entrò nel giorno della sua Ascensione, che la Chiesa ha celebrato nel Tempo Pasquale. Questi pensieri sulla giustizia divina sono conformi, in questa IX Domenica dopo Pentecoste, colla lettura che la liturgia fa della storia del profeta Elia nel Breviario. – Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per capitale Gerusalemme: il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: « pieno di zelo per il Dio degli eserciti », uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, VII re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano trascinato il popolo all’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e alla regina, che era stata il cattivo genio di Achab, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da lezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebù, il dio di Accaron, come aveva intenzione, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: « Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta », E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini » (Breviario). Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro ed Elia sali al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito. E tutti i discepoli di Elia dissero: «lo spirito di Elia si è posato su Eliseo ». E mentre Eliseo andava verso Bethel, alcuni ragazzi lo schernirono dicendo: « Sali, sali, calvo! ». Ed Eliseo li maledisse nel nome di Dio che essi offendevano: due orsi uscirono dalla foresta e sbranarono 42 di quei fanciulli. — Per tutta la sua vita Elia, con la sua parola di  fuoco, difese i diritti di Dio. Più tardi Giovanni Battista, « pieno dello Spirito e della virtù di Elia », si presentò vestito come lui ed abitante come lui nel deserto, e difese allo stesso modo gli stessi diritti di Dio, annunziando la separazione che farà Cristo venturo della paglia dal buon grano »: raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà. –   « Elia, dice S. Agostino, rappresenta il Salvatore e Signore nostro. Come infatti Elia soffrì persecuzioni da parte dei Giudei; nostro Signore, il vero Elia, fu rigettato e disprezzato dal medesimo popolo. Elia lasciò il paese suo; Cristo abbandonò la sinagoga e accolse i Gentili (2° Nott.). « Dio liberò Elia dai suoi nemici elevandolo al cielo, Dio innalzò Cristo in mezzo ai suoi nemici e lo fece salire il giorno dell’Ascensione in cielo ». « Liberami, o Signore dai miei nemici, dice l’Alleluia, e allontanami da quelli che insorgono contro di me ». Elia, trasportato in un carro di fuoco è, secondo i Padri, la figura di Cristo, che sale al Cielo. Il Graduale è il versetto del Salmo VIII, che la liturgia usa nel giorno dell’Ascensione: « Signore, Dio nostro, come è ammirevole il tuo nome su tutta la terra: poiché la tua magnificenza si solleva al di sopra dei cieli. » E l’Introito aggiunge: « Ecco che Dio viene in mio aiuto e che il Signore accoglie la mia anima. Oh, Dio! salvami nel tuo nome e liberami nella tua potenza ». Questo trionfo di Gesù su quelli che lo odiano, figurato da quello di Elia su coloro che lo disprezzano, sarà anche il nostro se « non tenteremo Cristo », cioè se eviteremo l’idolatria, l’impurità, la mormorazione » (Ep.) rimanendo fedeli alla grazia. Poiché « se Gesù continua a immolarsi sui nostri altari per applicarci i frutti della sua redenzione » (Secr.), e se « mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue,  noi dimoriamo in Lui e Lui in noi » (Com.), si è perché, « uniti a Lui », (Postcom.); osserviamo fedelmente i suoi comandamenti, che sono più dolci del miele » (Off.). S. Paolo ci dice infatti che « Dio, il quale è fedele, non permetterà che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne affinché possiamo perseverare » (Ep.). Supplichiamo dunque il Signore d’accogliere benignamente le preghiere che noi gli indirizziamo e di fare in modo che gli chiediamo solo quanto gli sia gradito, affinché ci possa sempre esaudire (Oraz.). – Ma la Giustizia divina non si accontenta di proteggere il giusto contro i suoi nemici e di ricompensarlo per la sua fedeltà; essa punisce anche quelli che fanno il male. Elia minacciò il regno di Israele infedele e fece cadere il fuoco dal cielo sui suoi nemici (Brev.); « Gli Israeliti, che tentarono Iddio con le loro mormorazioni, perirono per mezzo dei serpenti di fuoco » (Ep.), e Gerusalemme sulla quale Gesù pianse, minacciandole castighi perché lo respingeva, fu distrutta dalla guerra e dall’incendio (Vang.). « Ventitremila Ebrei perirono in un sol giorno per la loro idolatria, e molti furono colpiti a morte dall’Angelo sterminatore per le loro mormorazioni ». Ma tutti questi avvenimenti, spiega S. Paolo, furono permessi da Dio, e narrati per servire di nostro ammaestramento » (Ep.). Più di un milione di Giudei perirono nella distruzione di Gerusalemme, perché avevano rifiutato il Messia e il Vangelo (Vedi I Domenica dell’Avvento e XXIV dopo Pentecoste). Gesù ha sempre paragonata questa fine tragica alle catastrofi che segneranno la fine del mondo, quando Dio verrà a giudicare il mondo col fuoco. Allora il Giudice divino opererà la separazione dei buoni dai cattivi e mentre ricompenserà i primi, allontanerà dal regno di Dio tutti quelli che lo avranno rinnegato per la loro incredulità e i loro peccati, come cacciò dal Tempio, che è la figura della Chiesa terrestre e celeste, tutti i venditori che avevano trasformato la casa di Dio in una spelonca di ladri (Vang.). « Il male ricada sui miei avversari, chiede il Salmista e, fedele alle tue promesse, distruggili, o Dio, mio protettore! » (Intr.). Allora, infatti il tempo della misericordia sarà passato e non vi sarà più che quello della giustizia ». « Frattanto colui che crede di essere in alto guardi di non cadere!», dice l’Apostolo (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nos omnípotens Deus, et, dimíssis peccatis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Ps LIII: 3
Deus, in nómine tuo salvum me fac: et in virtúte tua libera me.

[O Dio, salvami nel tuo nome: e liberami per la tua potenza.]


Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.

[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília. Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

[“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”.]

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL TIMOR DI DIO

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni dei Giudei ed i castighi che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!

[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]


V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja

[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.

 [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e liberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

[“In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincea, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio”.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

I MOMENTI DELLA GRAZIA

Quando dall’alto del monte degli ulivi apparve la città, distesa in basso nella limpida luce del mattino, Gesù cominciò a piangere. E disse: « Gerusalemme! conoscessi tu pure, e fosse almeno in questo giorno, quel che giova alla tua pace! Invece sono cose nascoste ai tuoi occhi. Io vedo venire sopra di te dei giorni nei quali i nemici ti circonderanno da ogni parte, e distruggeranno i tuoi figli con te. Ecco non resterà pietra su pietra, perché non volesti conoscere il tempo che fosti visitata ». Poi il Figlio di Dio riprese la via e discese trionfalmente in città. E quell’ingresso era un richiamo ancora, l’ultimo richiamo che Gesù faceva al suo popolo perché ascoltasse la sua voce, e si assicurasse un santo avvenire. Anche questa visita estrema fu vana. Urlava la città di folle gioia nella vana speranza di un messia conquistatore e politico che restituisse alla nazione l’antica potenza e prosperità materiale: intanto non vedeva quel che vedevano gli occhi profetici di Gesù; la sua miseranda rovina sotto il ferro e il fuoco dei Romani. Perciò il Figlio di Dio piangeva. E non deve forse piangere anche davanti a certe anime più chiuse e più sorde al suo richiamo della stessa città giudaica? Non sentite la sua voce rotta dal pianto ripetere sul vostro cuore il suo lamento? « Conoscessi, almeno in questo giorno, quel che giova alla tua pace… ». E come per Gerusalemme ci fu un limite, oltre il quale fu colma la misura della sua malvagità, e cadde su di lei il castigo terribile, così anche per ciascun cuore ci sono dei limiti, nascosti ai nostri occhi, ma non a quelli di Gesù che vede di là da essi la nostra rovina finale. Bisogna persuadersi che la grazia di Dio ha i suoi momenti: chi ne abusa, procrastinando, non vede quel che giova alla sua pace; non vede che va incontro alla perdizione eterna. Se almeno oggi lo vedesse! Dunque, due pensieri: la grazia ha i suoi momenti; ad essi bisogna corrispondere subito. – 1. LA GRAZIA HA I SUOI MOMENTI. Dice S. Paolo che ci sono tempi e giorni speciali per convertirci: tempus acceptabile, dies salutis (II Cor., VI, 2). Sono i giorni e i tempi in cui la grazia viene a noi. Essa viene in un triplice modo: mostrandoci la nostra miseria, sventando le lusinghe del mondo, attirandoci all’amore di Dio. a). Mostrandoci la nostra miseria. La conversione di un’anima incomincia sempre con una luce oscura che fa vedere lo stato miserevole della coscienza. Immaginate un pellegrino, lontano da ogni casa, di notte smarrito. Non trovando altro riparo, entra in una caverna, e vinto dalla stanchezza si addormenta. Quel luogo è nido di serpenti e rettili velenosi, ma egli in sull’entrare non se n’è accorto tanto che era pieno di sonno, e tanto il luogo era oscuro. Supponete ora, che nel cuor della notte qualcuno entri nella caverna con in mano una fiaccola: il pellegrino si sveglia d’improvviso e scopre in ogni crepaccio e sul suolo vicino a lui schifosi rettili e grovigli di bisce. Che orrore! Che tremito per ogni vena! Come la luce della fiaccola nella caverna, così viene talvolta la grazia nella coscienza del peccatore che ha smarrito la dritta via della salvezza e s’è addormentato in mezzo alle sue ree abitudini. Allora dai suoi occhi cade un velo: le sue iniquità, le azioni vergognose, i suoi peccati, gli appaiono come li vede il Signore. Egli stesso inorridisce e ha schifo di sé, si meraviglia d’essere caduto tanto in basso, si chiede per quale misericordia Dio abbia potuto sopportarlo, invoca dal profondo dello spirito la divina pietà. Tra i momenti propizi alla grazia per illuminarci sulla nostra vera condizione spirituale, io conto il tempo della divina parola, in cui tratto tratto ascoltiamo una frase o una verità che ci tocca sul vivo, e ci illumina tutta una situazione insospettata di miserie e di bassezze. Vi conto anche certi interni rimorsi che picchiano contro la coscienza pietrificata e ne fanno sprizzare scintille e lampi di provvida luce. Vi conto infine la lettura di qualche libro spirituale, del giornale cattolico; della parola buona d’un amico o d’un parente; i salutari avvisi di un santo confessore. b) La grazia viene a noi, sventando le lusinghe del mondo, dalle quali eravamo ingannati. Momenti di tale grazia sono certe umiliazioni che ci persuadono a poco a poco come l’onore mondano è un fiato di vento. Anche certi tradimenti, certe slealtà fattici da persone in cui ponevamo la nostra fiducia e il nostro amore, per le quali forse avevamo perfino sacrificato il nostro interesse e magari la legge di Dio, sono grazie che stroncano i legami colla creatura e lasciano libero il cuore nostro di sollevarsi a Dio. Anche la morte di qualche persona cara, le malattie, anche le disgrazie e i dissesti finanziari sono spesso rudi colpi della grazia che vuol farci sperimentare la vanità e l’insufficienza dei beni terreni. Come la buona madre nasconde al suo figliuolo malato convalescente cibi e bevande che gli sarebbero cagione di ricaduta, così la grazia divina ci strappa con violenza da quelle persone, da quegli affetti, da quelle abitudini che ci farebbero continuamente ricadere in peccato. c) Infine la grazia ci visita con soavi attrazioni alla preghiera, al bene, a Dio. Quando ci prende un fastidio dei divertimenti del mondo, delle chiacchere vane o maliziose degli uomini, e nel medesimo tempo un secreto presagio di pace ci spinge a raccoglierci nella solitudine della casa nostra o della chiesa, e ci pare che se provassimo a pregare, a confessarci bene, ad ascoltare fedelmente e cordialmente la Messa, ci troveremmo più felici, questo è un momento della grazia che ci attrae dolcemente. Se avvicinandoci alla serena gioia di un’anima innocente, se vedendo persone umili e piene di carità per il prossimo, abbiamo sentito una sincera e forte aspirazione ad imitarle, era pur quello uno dei momenti in cui la grazia ci attira al bene ed alle opere. virtuose. Chi neppure una volta ha sentito il desiderio d’essere santo — ha scritto un convertito — non è un uomo, ma una bestia. Penso che ci siano per tutti certi momenti in cui il cuore desidera d’essere più puro, più buono, più leale, più giusto: ebbene, questi sono i momenti della grazia che ci attira più vicino a Dio, che è la stessa Purezza, Bontà, Lealtà, Giustizia. Cristiani, quando spira il vento favorevole, è folle il nocchiero che non apre le vele: si mette a rischio d’essere trattenuto da una calma fatale o d’essere poi incolto dalla burrasca. Così, colui che, navigando sul mare della vita, non approfitta della grazia, corre rischio d’essere abbandonato alle proprie forze e di perdere la felicità eterna. – 2. BISOGNA CORRISPONDERVI SUBITO. S. Giovanni Bosco se ne andava una sera, sull’imbrunire, per un bosco sui colli astigiani, quando un uomo, sbucato d’un tratto davanti a lui, gli intimò: « O la borsa o la vita ». La borsa non l’ho e la vita sta in mano a Dio » rispose il Santo; ma già dalla voce aveva riconosciuto che l’aggressore era un uomo che egli aveva istruito e beneficato nelle prigioni di Torino. Gli disse allora: « Antonio, ti riconosco: Son queste le tue promesse? ».- « Padre — balbettò l’altro — vi lascio andare in pace ». « Come posso andare in pace, mentre ti vedo sull’orlo dell’inferno! È di te che ho paura ». Al brigante cominciò a tremare il cuore e disse: « Padre, vi prometto che presto cambierò vita, che presto andrò ancora a confessarmi ». Ma Don Bosco gli afferrò l’anima con tutta la violenza della sua santità. « No, non presto: io voglio subito: adesso qui ». Sedutosi su una pietra abbracciò il penitente e ne ascoltò la confessione. Poi si fece da lui accompagnare fino a casa, dove gli diede una medaglia della Madonna e un po’ di danaro. Se non avesse corrisposto immediatamente alla grazia, quel brigante non si sarebbe convertito più. Non presto, ma subito; è necessario. Molti altri invece assomigliano alla statua del « Pensieroso » scolpita da Michelangelo in Firenze. (È la statua di Giuliano de’ Medici duca d’Urbino, nella Cappella Medicea). Davanti ad essa si fermò, attorniato da un gruppo di giovani, S. Filippo Neri e con la sua consueta arguzia disse: « Questa statua pensa e ripensa, ma non si decide mai. Proprio come quelli che vorrebbero provvedere all’anima, lasciare il peccato: ma non si decidono mai e dicono: a domani, a domani ». « Mi convertirò quando metterò su casa » dice il giovane che vive licenziosamente. « Mi convertirò, quando sarò più vecchio » dicono le persone sposate, a cui sembra grave la legge di Dio sull’uso del matrimonio. « Mi convertirò un altro anno, un’altra Pasqua, nel prossimo corso d’esercizi o di missioni » dicono quelli che sono ingolfati negli affari e nel tramestio mondano. «Io col prete m’arrangerò sul letto di morte » pensano certi che vivono tra abitudini cattive, e quasi senza più un barlume di fede. Intanto fabbricano i loro castelli su tre fondamenti di cui non possono essere sicuri: il tempo, la forza di volontà, la grazia. « Mi convertirò a Pasqua, quando metterò su casa, quando sarò vecchio, sul letto di morte… »; così si ode dire. Ma chi ti assicura un altro anno, un’altra Pasqua, una vita lunga fino alla vecchiezza? E se la morte ti cogliesse non lentamente in un letto, ma su di una sedia, sul pavimento della bottega, in mezzo alla strada? — Inoltre è illogico sperare di vincere con minore fatica un nemico a cui intanto si lasci il tempo di fortificarsi. Il vizio è come una pianta: più s’aspetta e più s’abbarbica. E se ora rifuggi dalla fatica di sradicarlo, come puoi illuderti d’avere poi energie sufficienti? — Da ultimo è temerario pretendere un giorno quella grazia di Dio che ora rifiuti e disprezzi. « Con Dio non si scherza impunemente » ha detto l’apostolo Paolo. Tommaso Moro ad un suo collega libertino soleva ripetere: « Cambia vita, che è tempo ». « Non temete, amico: in caso di morte improvvisa, me la caverò con una giaculatoria ». Una volta, cavalcando lungo il Tamigi, quel disgraziato fu sbalzato da sella e cadde in acqua. Gli amici accorsi fecero a tempo ad udire le sue grida: non erano giaculatorie, ma bestemmie. In punto di morte il cuore butta fuori quello che durante la vita si è messo dentro. — Gesù entrando nella città di Gerico vide un pubblicano appollaiato sopra un albero. Si fermò e disse: « Zaccheo, vien giù subito, perchè oggi io voglio albergare nella tua casa ». Confuso, commosso, il pubblicano scivolò lungo il tronco e corse ad aprir la porta di casa sua al Redentore. Da quel momento fu salvo per l’eternità. (Lc., XIX, 1-10). Cristiani, Gesù si ferma davanti all’albero frondoso delle nostre cattive abitudini dove ci siamo appollaiati, e ci chiama per nome: «Vieni giù subito, perché oggi io voglio albergare nel tuo cuore ». Chi oggi rifiuta il dolce invito, per quale stolta speranza pretende che Gesù ripassi un altro giorno? Subito abbandoniamo la pericolosa dimora del peccato, ed apriamo l’anima alla grazia che salva. – LE LACRIME DI GESÙ. Piansero i Profeti della Legge Antica. Dio usò i loro occhi per versare lacrime sul suo popolo. Amos, fuggendo la luce del sole splendente sulle colpe umane, scende nel luogo delle tenebre, grida al vento d’oriente e d’occidente il castigo di Dio: e quando attorno a lui vede molti figli d’Israele, con un tremito nella voce e col dolore che sale acuto dal cuore, così a loro parla: « Figli miei, sapete che faccio il dì? sapete che faccio la notte? Sono fissi nella mia mente i vostri peccati e sono piene le mie pupille di pianto. E quando m’assopisco subito mi sveglio ed ho gli occhi bagnati da lacrime ed ho il cuore spezzato dal dolore ». Poi parla al Signore e gli dice: « Jahvé, che debbo fare per la tua gente? ». « Profeta, risponde Iddio, va sulle piazze, corri nelle vie, entra nelle case: e piangi; entra nelle botteghe degli artigiani, penetra nel palazzo di giustizia e dì a tutti costoro: piangete con me i vostri peccati, piangete fino alla tomba ». Anche Geremia pianse sopra le iniquità degli uomini, e diceva: « Ah! mio Dio, ah! mio Dio: m’avete dato la cura di un popolo ribelle, che dirò a lui? ». E Dio gli rispose così: « Mostra quello che io soffro e fa così: afferra a ciocche i tuoi capelli, strappali di colpo, gettali nell’abisso; perché il peccato di questo popolo ha acceso il mio furore » « Ma, Signore, e la tua ira quando cesserà? ». « Vestiti di sacco, mettiti la cenere sulla testa e piangi: piangi così che dì e notte il tuo volto sia bagnato, sì che i peccati del popolo siano lavati ». Anche al profeta Gioele Dio impose di piangere per i peccati, con queste parole: « Piangi la perdita delle anime, come lo sposo che ha perduto la sposa, e da quel dì è inconsolabile e cerca con i deserti di Siria e i colli di Palestina; e non hanno tregua le sue lacrime ». Piansero dunque i profeti della Legge Antica, l’uno dopo l’altro: ma il loro pianto era un preannunzio e una figura del pianto del Figlio di Dio, che sarebbe venuto a salvare l’umanità; le loro lacrime non avevano valore se non perché si univano misteriosamente a quelle che il Redentore avrebbe versato. Bisognava che il Redentore venisse e bisognava che piangesse sui nostri peccati e ottenerci il perdono divino. Venne finalmente Gesù; ed il Vangelo odierno ci narra il suo pianto. Cavalcava tra le acclamazioni del popolo ed il suo viaggio verso Gerusalemme pareva un trionfo e invece era un martirio. Tanto è vero che quando dall’alto dell’oliveto la capitale apparve distesa sotto il suo sguardo, Gesù si fermò a mirarla tristemente e pianse. Pianse vedendo i palazzi e il tempio che sarebbero stati rasi al suolo, ma soprattutto pianse vedendo il cuore di tanti uomini colmo come un sepolcro di corruzione e di miseria. « Gerusalemme, ah, se in questo giorno avessi conosciuto anche tu quello che occorreva per la tua pace, ma ormai ciò è nascosto ai tuoi occhi. Eppure verranno giorni sopra di te, quando i tuoi nemici scaveranno trincee, ti premeranno d’ogni parte, spezzeranno i tuoi figliuoli contro il suolo, non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo della tua visita ». Noi siamo commossi assai delle lacrime divine e spontaneamente ci vengono dal cuore queste due riflessioni: perché piange Gesù e che cosa ottengono le sue lagrime. – 1. PERCHÉ GESÙ PIANGE. Se qualcuno avesse osato interrogare Gesù perché piangesse, indubbiamente si sarebbe sentito rispondere: « Piango perché gli uomini hanno peccato; piango perché  gli uomini non vogliono accogliere il mio amore ». Ma davanti agli sguardi divini di Gesù non era distesa appena Gerusalemme, ma tutta la storia del mondo. Il suo pianto non si fermò appena sui Giudei dalla dura cervice, ma discese anche su di noi che abbiamo peccato e che non vogliamo accogliere il suo amore. Pianse dunque anche su noi: vide le nostre povere anime ingrate e le sue pupille si riempirono di lacrime. Pianse sulla nostra gioventù che cresce lontana da Lui; che non sa più pregare ma sa bestemmiare, non conosce più il sorriso innocente degli occhi divini, ma ha gli occhi pieni di cupi desideri e il cuore pieno di fango. E pianse sugli uomini che hanno perso la via della chiesa e conoscono solo quella delle sale di divertimento, ed hanno sul labbro il motto equivoco ed hanno nell’anima l’odio feroce e la discordia. E pianse sulle donne che l’hanno dimenticato, che si ribellano alla loro missione materna e non sanno più portare la croce senza l’imprecazione contro la Provvidenza. Pianse sul nostro orgoglio, sulla nostra smania di piaceri e di onori. Ed Egli s’è umiliato tanto ed ha sofferto acerbamente! Pianse sulle nostre vendette, ed Egli morì con la parola del perdono. Pianse sui nostri sguardi cattivi, sui nostri discorsi osceni, sui nostri atti bassi e vergognosi: ed Egli era così santo, innocente, sopra ogni peccato!… Almeno avessimo udito il suo lamento e l’avessimo meditato; invece il nostro cuore è rimasto, rimane duro da non conoscere mai il tempo della visita del Salvatore. Ci visita spesso Gesù, ci passa vicino; e noi siamo così distratti dal rumore delle terra che non ce ne accorgiamo. Ci visita con le carezze, quando benedice il lavoro della terra e la fatica dell’officina; e noi non siamo neanche un po’ riconoscenti. Ci visita col rimorso di coscienza, con una buona parola d’un amico, con la frase acerba del predicatore: e noi abusiamo. Non ancora oggi ci siamo convertiti a Lui, oggi in cui grida di più all’anima nostra con angoscia rotta e con amore desolato: « Gerusalemme, mia città, getta lontano il tuo manto d’ignominia, abbandona le orge che ti hanno sedotta: e ritorna al tuo Signore ». Convertere ad Dominum Deum tuum. – 2. L’EFFICACIA DEL PIANTO DI GESÙ. S. Vincenzo de’ Paoli amava con tutta l’anima un giovane che era cresciuto bene, come un giglio in una serra; ma che poi s’era abbandonato al vizio. Il Santo; ogni volta che lo vedeva, non riusciva a trattenere il pianto. « Ebbene, gli disse un giorno S. Vincenzo, non posso più esortarti a lasciare la strada cattiva, perché vedo che delle mie parole e delle mie lagrime non tieni conto. Ti chiedo però una cosa ancora ». « Quale? », domandò il giovane. « Prendi questa immagine e guardala, ogni sera, prima di addormentarti ». Il giovane accontentò la stranezza del santo e promise. La sera vide quell’immagine per la prima volta: e fu scosso e prese il sonno solo dopo un’ora: lo sguardo dolorante del Maestro Divino lo fissava, incatenava i suoi occhi, l’anima sua. E la sera dopo, ebbe paura a guardare, a stento riuscì a mantenere la parola. Ma Gesù sofferente lo guardava, sempre, tutta la notte, così che non poté dormire. Ed al mattino si recò da S. Vincenzo. « Padre, non ne posso più: le lacrime di Gesù hanno vinto ». Questo non è che un piccolo episodio in cui il pianto di Gesù ha ottenuto una conversione: ma voi capite subito quanto valgono le lacrime divine, il pianto che ha fatto la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio di Dio. Lacrime di valore infinito ci hanno meritato una cosa divina, la grazia, la partecipazione della vita divina, l’essere figli adottivi di Dio. – O Angeli santi, grida Nieremberg, ditemi dunque: che cosa è la grazia? Cherubini, voi così pieni di scienza, ditemi: che cosa è la grazia che è costata tanto al nostro Dio? ». Che ha fatto il digiuno di Gesù? il suo lavoro, i suoi sudori? Che hanno fatto i suoi flagelli, le sue spine, il suo pianto? Hanno meritato la grazia santificante all’anima nostra. E voi sapete che cosa è un’anima in grazia? Quando Giovanni la vide in cielo, era così bella che pareva Dio e si prostrò ad adorarla; ma ella gridò: «che fai? son tua sorella ». Quando a S. Caterina la mostrò il Signore, la Santa fu così meravigliata da dire: se io non sapessi che v’ha un Dio solo, crederei questa esserne uno ». Quando Bossuet meditò sulla sua bellezza, scrisse così: « Chi vedesse un’anima dove Dio regna con la sua grazia, crederebbe vedere Dio stesso, come si vede un secondo sole in un terso cristallo dov’esso si rifletta con tutti i suoi raggi ». Quando il S. Curato d’Ars ne parlava faceva dire così al Signore: « Io l’ho fatta sì grande che io solo posso bastarle: io l’ho fatta sì pura che solo il mio corpo le può servire di alimento ». Lacrime di valore infinito, hanno meritato tante e tante conversioni; così che per i lamenti del Buon Pastore quante pecorelle sono ritornate all’ovile; così che per le lacrime del Buon Pastore quanti figli prodighi sono venuti ancora alla casa paterna; così che per le premure amorose, come quelle della donna di casa, quante dramme si trovano ancora con l’impronta dell’immagine di Dio! Lacrime di valore infinito, ci hanno ottenuto di conservare la grazia. Volete sapere quanto costa l’anima nostra? Domandatelo al demonio che ogni dì vi tenta, anche quando meno pensate all’anima, anche quando pregate. Così potrete anche misurare quanto valgono le lacrime di Gesù. Invece noi stimiamo tanto poco la grazia e l’anima nostra e stiamo in peccato; un orgoglioso la vende per un pensiero di orgoglio, un avaro per un po’ di terra, un lussurioso per un attimo di piacere, un ubriaco per un bicchiere di vino, un vendicativo per un pensiero di vendetta… Invece noi lasciamo di nutrirla col SS. Sacramento, con la S. Comunione, lasciamo aperta la porta e lasciamo entrare il ladro di giorno, di notte, la lasciamo assalire, ferire, morire… Quanto poco stimiamo l’anima in grazia, quanto poco stimiamo le lacrime di Gesù! – « Gettate uno sguardo, esclama commosso Bossuet, contemplate Gesù lacrimoso, doloroso: voi siete nati da quelle lacrime, voi siete stati generati da quei dolori: e la grazia che vi santifica si riversa su voi assieme alle sue lacrime. Figli di dolore, figli di pianto… ». « Ecco l’Uomo »: fu detto ai Giudei nel dì del dolore. Era l’Uomo nuovo che sostituiva l’uomo vecchio, era l’Uomo nuovo che veniva a piangere sui peccati dell’uomo, a darci la grazia, a farci figli di Dio. Da allora cessò il pianto dei profeti: e come ci fu poi un solo Sacrificio a cui partecipano i figli della grazia, così ci fu un sol pianto a cui parteciparono i figli redenti nel dolore. Tanto valsero le lacrime di Gesù.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.

[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur.

[Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.

[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

ORDINARIO DELLA MESSA

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

LO SCUDO DELLA FEDE (214)

LO SCUDO DELLA FEDE (214)

MEDITAZIONI AI POPOLI (II)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE II.

Il tempo della vita non è che un’ora da prepararci all’eternità

Il tempo!… Signori, che cosa è mai il tempo? Il tempo non è che una successione di movimenti; e come i movimenti vanno a finire nella quiete, così il tempo della nostra vita va a terminare nell’immobile eternità. Tutto che ci vediamo intorno, non ci presenta che movimenti che passano, cui la scienza con umiltà ancora discreta chiama fenomeni, apparizioni di un istante. Le stagioni, che si succedono con rapida vece, i fiori che brillano alla mattina e sono appassiti e morti la sera, il dì che muore, le generazioni agitate come onde, che corrono a morir sulla spiaggia, i regni, che passano via rumoreggiando, i fratelli che di mezzo a noi scompaiono alla quieta, tutto ci avvisa che, coi momenti che e’ incalzano incessanti in questa trepida vita, noi trascorriamo veloci a gettarci indistintamente nell’abisso dell’eternità, in una brev’ora. Dio misericordioso a segnare i minuti di questa ora del viver nostro ci mise un orologio nel petto, il cuore che batte qui dentro. Fratelli, mettiamoci la mano sul petto: sentite come senza posa qui batte? Rapidi, rapidi si succedono i palpiti: contateli in fretta: i palpiti sono tanti passi, che ci precipitano nella terribile eternità, in cui ci troviamo nella morte. Ora, in questa instabile fugacità, che noi chiamiamo la vita, non sta tutto il nostro interesse nel dimandare a noi medesimi: come ci prepariamo alla morte? — Alla morte ?!… Ma avete mai pensato profondamente che cosa sia la morte?… La morte, o Signori, è l’istante tremendo, in cui ci troveremo o beati, o disperati per sempre, ciascuno nell’eternità, che ci abbiam preparato. Oh Dio !… oh Dio! Lasciamo le baie, lasciamo gli scherzi di questo mondo, che dura un’ora, e prepariamoci all’eternità. Abbiamo già meditato come una sola cosa importi poi finalmente, cioè mettere |l’anima nostra in salvo per sempre. Ora meditiamo che, qui essendo noi in viaggio pel paradiso, il tempo della vita ci è dato per arrivarvi; sicché il tempo della vita non è che un’ora da prepararci all’eternità e che tradiremmo noi stessi abusando del tempo per andarci a perdere eternamente …….. Ma ahi che intanto in questo momento stesso noi corriamo velocemente a salvarci o a perderci alla morte! Io correndo via con voi vi abbraccio in fuga affannata, e vi grido col cuore in fremito sul vostro cuore: su, su fratelli, che nessuno di noi si vada a perdere. Eh che mi parrebbe di perder una porzione del mio cuore! – O buon Salvatore Gesù, il quale vi date caro compagno del nostro peregrinaggio nel Sacramento qui in questo mondo nel tempo, per condurci nell’eternità del paradiso, tirateci sul vostro Cuore, e mettete sul mio labbro di terra accenti pieni di eternità, per disingannarci del tempo. E voi, o Madre Santissima, che ci volete portar salvi in cielo, teneteci tra le vostre braccia a meditare il nulla del mondo; sopra di cui corriamo via in questo lampo del tempo e fateci vedere innanzi il tradimento orribile, che ci facciamo col perdere le ore che ci sono date per assicurarci la beatitudine eterna. Poiché la vita è un viaggio, e il tempo della vita non è che un’ora per arrivare alla eternità in paradiso. – Senza la luce della fede quali orride tenebre circonderebbero la nostra esistenza! L’uomo sì troverebbe qui, e senza sapere donde viene, scorrerebbe via sopra la terra, e sparirebbe per sempre, gettandosi in un abisso che tutt’ingoia, la morte. Come un augellino, che in negra notte gelata scosso all’improvviso, vola dentro una sala brillante di luce in tepore di primavera, l’attraversa, rivola fuori nel tenebrore… ed ahi! il gufo l’artiglia; mette uno strido e muore straziato: così noi, gettati dal negro nulla nel mondo, attraverseremmo con rapido volo il piacevole soggiorno della vita per gettarci atterriti in gola alla morte… Ma, viva Dio! La Religione ci accoglie bambini in grembo, ci fa conoscere come siamo creati da Dio, e come il nostro destino è pel paradiso ad essere sempre con Dio beati: ché qui siamo in viaggio per la patria nel regno del Padre nostro che è nei cieli. Ella ci ripete continuo alla mente ed al cuore: al paradiso, al paradiso!… Ci tira innanzi per mano, perché dobbiamo affrettarci, e non perdere quest’ora della vita, per poter giungere a salvamento: poiché il tempo della vita non è che un’ora da prepararci all’eternità. Siamo dunque in cammino qui: Gesù Cristo, che ci vuol salvare, ci avvisa di tenerci appresso a Lui, affinché non cadiamo nell’abisso delle tenebre, che fiancheggiano la nostra via. S. Paolo poi ci grida di correre, a fine di poter arrivare alla meta in buon tempo. Festinantes… sic currite, ut comprehendatis. Intendetelo bene, dice s. Gregorio Nazianzeno, la vita umana è un cammino dall’ingresso nel mondo fino al termine, che è la tomba. La gioventù è un momento di effervescenza, la bellezza un lampo dal color dell’iride, la vecchiaia un tristo tramonto, gli onori una nebbia, la rinomanza nostra una traccia segnata sull’acqua, gli affari un ingombro tra via, la patria qui un paese straniero che attraversiamo. Noi dormiamo, e la nostra vita voga, come nave sull’onda del tempo. Tutto ci sfugge d’intorno. Gettiamo uno sguardo sull’erba, sopra il ruscello; ma li abbiamo già oltrepassati. Se cogli un fiore, ti appassisce fra le dita; se stacchi un frutto si corrompe in mano; le creature che abbracciamo, ci straziano il cuore pel distaccarsi dal nostro amplesso. Tutte le cose non sono che un po’ di vapore, che va in dileguo in passando. Entrate per fermarvi nelle case, che dite vostre: ieri erano d’altri, e dimani saran d’altri ancora. Uscite fuori: alla porta vi trovate scavata la tomba, e la tomba è la porta dell’eternità. Non habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus. No no, non ci fermiamoqui: siamo in viaggio, bisogna affrettarci, per arrivare a buon termine in paradiso. Ma, oh Dio! allafine della nostra corsa si trova pure spalancato l’inferno. -Ora ditemi: a quale dei due termini voi indirizzateil cammino vostro? fermate il pensiero un istante.Se un uomo avesse la casa sua sulla vetta di unmonte, e cominciasse alla mattina a voltarle le spalle,e tutto il dì camminando scendesse per rapido pendioverso del precipizio, egli finirebbe certo col precipitarvidentro. E se voi camminate sempre più sviatidal sentiero che vi conduce al cielo, e vi slanciateverso all’inferno, pretenderete di trovarvi in paradiso,senza aver fatto un passo verso di esso? Eppurenoi persino sull’orlo della perdizione facciam posata, scherziamo tranquilli nel mondo, quasi qui fossela nostra dimora per sempre, mentre il mondo scorreanch’esso all’eternità. Il mondo è come una diquelle isolette natanti, che sul maggior fiume d’Americasi van formando aderenti alla riva, e nonsono che terriccio scosceso, un po’ di fogliuzze e di spume coperte di erbette, quasi prato, che galleggiasopra quelle acque. Gli animali minuti, agnelli e lepri, e fino le volpi astute si gettano sopra il praticello fluttuante, come fosse sodo terreno.Quando ad un’onda di piena si stacca l’isola dalla sponda,e sui larghi gorghi voga giù verso del mare. Glianimaletti veggono le rive fuggire d’intorno, e inquel variare di vedute protendono il collo ad aspettaresempre rive novelle: corvettano vivaci, e dormontranquilli. Quando l’onda del fiume rompe contro l’ondata del mare, e tuona frangendosi nel furentemaroso. A quel fragore spaventati gli animali alzanla testa: ah! il suolo manca sotto dei piedi; mettonouno strido, e sono ingoiati dal mare! Così noisu questa instabile terra strascinati giù dal torrentedel tempo nell’abisso dell’eternità, folleggiamospensierati, raccogliamo un po’ di polvere che noichiamiamo ricchezze, che da una soffiata di ventosono dissipate: facciamo di edificare qui la nostra fortuna, qui stabilirci in bella posizione sicura in mezzo alla società, ed assicurarci nel mondo uno stato per sempre. -Ma quale inganno è mai questo sempre! Prima di fissare qui la nostra dimora era da provare, se fosse sodo il terreno. Anche il navigante, per fermarsi solo un poco nel mare sopra viaggio, innanzi di gettar l’àncora, scandaglia ed assaggia il fondo delle acque per assicurarsi se l’Ancora arraffi, e tenga fermo. Noi no: sopra questa mobile arena, sopra questa labile terra, in questi giorni, che volano veloci, fin quando già sul pendio. precipita la nostra età, noi vogliamo fermarci qui ostinati: e godiamo che passi rapido il tempo, quasi si facesse per noi guadagno nel perdere miseramente la vita. Per ingannarci più scioccamente noi guardiamo innanzi con impazienza, aspettando sempre cose novelle. È primavera: tutto ci ride d’intorno; ma noi siamo già nell’estate: e raccogliamo i frutti e le biade. Ecco già ci sorprende la fredda stagione: siamo nell’inverno a godere la ricolta; ma noi sospiriamo l’anno novello; e così sperando sempre un avvenire migliore, affrettiamo il tempo senza misura, e corriamo alla morte. Intanto, quando appunto dormiamo assopiti nei godimenti per poco, oh ci desta uno scroscio!… È il tempo che piomba a seppellirci nell’eternità; e noi, mettendo un gemito nell’agonia, siamo sepolti nel tremendo sempre! Dunque non ci fermiamo qui; siamo in viaggio verso alla patria eterna, il paradiso. E qui pensiamo che la vita non è che un’ora di tempo, per poter giungere al paradiso. Affrettiamoci, affrettiamoci: festinemus, a prepararci un po’ di ben di Dio e dell’anima per la casa dell’eternità, in cui ci troveremo giunti a momenti; affinché non ci sorprenda la notte sopra viaggio alla sprovveduta, vogliamo dire, che non c’incolga la morte, senza essere preparati all’eternità. Per vostro grande avviso ascoltate. Un povero uomo un di, lasciato andare fuor di carcere, si slaneia con ardore sopra via, per ritornare alla sua casa; ma ai primi passi si vede in mezzo a lieti prati. Era l’ora quando gli augelletti salutano col canto il dì che nasce con quel bel sole d’oriente: e parevano i fiori gli sorridessero in volto; e sopra essi le farfalle vedevansi agitanti le ali dorate, che parevano augelletti di paradiso; ond’egli giù di via, per andare a sollazzo. Intanto è già alto il di; ed in quello splendore di giornata vede le piante, che gli stendono i rami carichi di porporine frutta, e gli fanno gola: ed egli via pei campi a raccoglierne tutto affannato. Ma il sole già poggia in alto a meriggio, e vibra alla terra i raggi cocenti che abbrucian la vita al viandante. — A quest’ora mettermi in viaggio? (par che si dica, e con gran senno! il buon uomo) è un solleone che cuoce! — Trova più comodo sedersi a meriggiare sott’un albero; e là si consola la vita delle frutte raccolte. Ma il sole aspetta nessuno, e già verge a ponente; e il buon uomo ancor un poco temporeggia ..; e con una rosta in mano da sé caccia via gl’insetti. Il sole intanto cala dietro dei monti, sì stendono lunghe le ombre, si fa oscura la valle, e sopraggiunge la sera. Il buon uomo sorpreso a quell’ora fa di raccogliere in fretta le robe e s’avvia: ma cade giù fitta la notte, e in negra selva egli va barcollando a tentone… Ahi gl’irrompono i ladri alla vita, lo colpiscono nel petto, muore di mala morte miseramente fuori di casa! Ci fa spavento la sua disgrazia?… Signori, deh che non siamo poi noi di quello più disgraziati! Anche a noi nel mattino della gioventù tutto ride d’intorno. In un avvenire fantastico noi ci vediamo prolungarsi il sentiero della vita come tutto infiorato di rose: ci danzano dinanzi creature belle di un po di polvere di vago colore; e tanti di noi giù di via, e vanno lontano a folleggiare con esse. Ma la gioventù è in dileguo, e passa via la vita. Viene tosto l’età virile. Noi ci formiamo la famiglia: allora, crescendo i bisogni, ci assediano molti e svariati interessi, ci allettano sempre maggiori guadagni: e noi, affannarci, macerarci per far conquisti di terra. Ma passa via la vita! Se giunge qualcheduno ad afferrare qualche posto, se mise insieme qualche ricchezza, egli si siede tranquillo, e vi dico io, che sa godere lautamente. Circondarsi di amici, ogni dì un convito, le occupazioni ordinarie i giuochi, il far nulla in buon tempone; poi del resto mai non negarsi una soddisfazione, e farsi lecito tutto che piace. Ma anche in mezzo ai piaceri passa via la vita!… Ben voi vi accorgete a vostro dispetto che appariscono bianchi i capelli fin sotto dei fiori che si fingono freschi, e si fa rugoso il volto sotto una gioventù posticcia. Anche l’uom d’importanza, non ostante la sua alterezza, piega il dorso verso alla terra, la vecchiaia lo spinge al sepolcro. Ma passa via la vita! anzi no: al par di un sogno è già tutta passata via! E noi qui poi quanto cammino abbiamo fatto verso il cielo? tristi a noi! forse non un sol passo… Seppure… Ma oh! rinunziamo dunque al paradiso? Mai no: vi vogliamo tutti giungere, ma alla lontana, mentre ci è appresso la morte. E non vi avvedete che noi le corriamo incontro più veloci, dice Giobbe, d’ogni corriere, che ha l’ora fissata? In questo istante stesso in cui vi parlo, dico con s. Girolamo, io fuggo via da voi, e voi fuggite con me! e noi ci guardiamo solo passando, ripete s. Agostino. Ma deh fermiamoci un momento almeno a guardare l’ora!… No, no, che non possiamo fermarci: vediamo però anche correndo, che l’ora sì fa tarda, che già cala il giorno del vivere nostro, che siamo presto al tramonto, che tutto si ecclissa, tutto sparisce. Ohimé! già ci travolge il tenebroso della tremenda notte…. L’eternità ci si spalanca dinanzi. Poveri noi che sentiamo già l’afa di quell’abisso, già ci vacilla il capo, si oscurano gli occhi… ancora un passo, e veniamo travolti nel vortice interminabile dei secoli eterni, in cui noi restiamo beati o infelici per sempre: e ci siamo a momenti! … Noi intanto sull’orlo dell’eternità stiamo tranquilli e fermi, come se dovessimo restare sempre in vita. Di qui vediamo: a destra e da sinistra caderci morti sui piedi a mille a mille i nostri fratelli: li osserviamo senza paura, sappiamo farne il calcolo: ad ogni battuta di polso muore uno… centododici mila in ciascun giorno..; quarantun milione ogni anno ci cadono morti tutti d’intorno! (È un fatto constatato dalle statistiche, che sopra 1000 persone ne muoiono ogni anno 30 in media, Ora la popolazione attuale del pianeta secondo i più accurati geografi è di 1370 milioni. Dunque nel mondo intiero muoiono in media 41 milioni e 100 mila persone all’anno; quindi 112602 al giorno, 4685 all’ora; e 4 ogni 3 secondi. – Il medesimo risultamento si ottiene partendo dal principio generalmente ammesso, che la vita media dell’uomo è di anni 33; onde può dirsi che l’intiera popolazione del pianeta in questo periodo si rinnova. È poi da pensare su questo che Gesù Salvatore morì appunto compiuto il trentesimoterzo anno di sua vita umana. Oh!….) – Eppure tra questo fitto tempestare di colpi, in mezzo ai gemiti, tra tanto orrore di morte, in mezzo ai cadaveri dei nostri cari, se tarda un istante ancora il colpo di morte per noi, facciamo come il soldato che nell’ebbrezza del combattimento si vede cadere ai fianchi i compagni. Spensierato si getta sul morto vicino, con cui divise ieri i piaceri, e lo fruga per pigliargli d’addosso quel po’ di danaro; e quando alza la faccia con un sogghigno che dice: questo è mio da godere; una palla lo colpisce nel petto, e lo fredda cadavere sul cadavere che ha spogliato. Non altrimenti noi, mentre siamo tutti nei nostri interessi, quando cadono morti i nostri congiunti, senza orrore dell’altrui disgrazia e della nostra, che ci coglierà a momenti, ci gettiamo a fare lo spoglio dell’eredità, pensando. che ce la godremo per sempre…. Ahi ci colpisce la morte …! Guardiamo là: pare che il conoscente testé sepolto lasci fuori dal sepolcro una mano per dirci con un terribile cenno: qui appresso a me è già scavata la tua tomba, e la tomba ci getta nell’eternità forse dannati per sempre!… Dio della misericordia! dateci un po’ di tempo ancora per salvarci! E noi, fratelli, portiamo sempre fitto nel cuore il più utile di tutti gli avvisi che Gesù ci diede di sua bocca: Quid prodest homini si universum mundum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur? che giova mai alla fine dei conti perdere il tempo nel guadagnare anche tutto il mondo, se poi andiamo dannati alla morte? Mentreché il tempo non è che un’ora da prepararci alla eternità! Ma il mondo, in cetere, sinfonie, giuochi, dice il Profeta Isaia, e in feste ognor più clamorose e con tanto frastuono, che non lascia sentire le urla degli sciagurati che vanno perduti. Così noi siamo traditi siccome dai loro Druidi quei poveri Galli. Udite. I Druidi in un certo sacrifizio ad un loro iddio d’inferno formavano una grande gabbia di ferro alla foggia di un idolo di enorme grandezza. Vi mettevano in fondo legna da ardere, cui ricoprivano di piote erbose; e queste smaltavano di fiori come un bel praticello. I genitori vi portavano da tutte parti i bambinelli nudi, incoronata la testina di rose e viole. Era una festa universale intorno a quei bimbi, che dalla gabbia battevano a gioia le loro manine. Ma, venuta l’ora del sacrifizio, si accende il fuoco di sotto, e quei tenerelli si gettano tutti in giuoco a soffermar colle mani il fumigio saliente, e disputarsi le fiammelle che spuntano qui, là sotto dei piedi. Ahi sbuffa l’incendio , e i fanciulli fuggire arrampicandosi su per la gabbia, buttarsi fuori con le braccia e le faccioline rosse infuocate. Li perseguita la fiamma alle vite: e i poverini abbrancarsi alle spranghe roventi che cuociono loro le mani. Ricadendo, le fiamme li investono come serpenti infuocati. Colle vampe a’ capelli e’ cercano scamparsi montando gli uni sugli altri: si sprofondano nell’incendio, e sotto le negre ruote di fumo, tra lo stridore dei tormenti e il bollire delle carni e il crepitar dei carboni, restano tutti dal fuoco divorati. Ma e i genitori, crudeli! Perché non si slanciano nel fuoco a salvarli! I miseri genitori, erano traditi. Quando cominciava ad accendersi il fuoco, i sacerdoti gridavano: voltate le spalle, guardate al dio che viene, date fiato alle trombe, fate rombare i timpani, battete i tamburri. Così nell’infernale frastuono non era più dato loro di sentire le urla dei poveri bimbi orribilmente abbruciati. — Signori! quelli erano i sacerdoti dell’ingannatore demonio, noi siamo i Sacerdoti del Dio della verità; e se nel frastuono del mondo voi andate colle perdute genti all’inferno, noi ci getteremo innanzi tra voi e quel fuoco che minaccia di divorarvi, e grideremo forte: guardate innanzi quanti vanno perduti! ahi che il fuoco già ci avvampa sotto dei piedi! …. Salviamoci! abbiamo ancor tempo; e perdere questo po’ di tempo è un tradire orribilmente noi stessi. — Dopo un breve respiro. Se dunque il tempo della vita non è che un’ora per salvare l’anima nostra, mette orrore il pensare come siamo sciaguratamente ingegnosi a consumare male il tempo per tradire noi stessi e mandarci in perdizione. Chi si guarda dattorno, tutto lo avvisa che il tempo fugge con una rapidità che fa spavento. Se ci raccogliamo dentro di noi, la nostra coscienza malcontenta di noi, paurosa dell’avvenire, in cui vede fosco, ci dice con sospiro: e dove andremo a finire? — Ma noi tosto, per soffocare la voce all’importuna, diciamo a noi stessi che abbiam troppi interessi, che non abbiamo tempo a pensarvi: pigliamo una proroga, ci riserbiamo di salvare l’anima nostra ad un tempo indeterminato, cui forse non avremo più mai; e mentre tutto il tempo alla fine dei conti ci è dato da Dio per metterla in salvo, noi le neghiamo un minuzzolo d’ora per provvedere a questo sommo bisogno. Ingiustizia crudele! Per gli amici, quante ore tutti i giorni consacriamo alle convenienze immaginarie ne. consacriamo immancabilmente tant’altre: avremo fino delle ore per le persone, che non ci garbano punto, ma che tolleriamo, perché hanno il merito di farci perdere il tempo. Si può dire che l’ordinaria occupazione degli uomini è una deplorabile premura di disfarsi del tempo; e la maggiore dolcezza, che gustiamo nei frivoli divertimenti, come nelle serie occupazioni, è questa, di accorciare la lunghezza dei nostri giorni. Ed invero, come mai si ha coraggio da durarla tutti i dì inchiodati in quei giuochi, in quel travaglio di mente, per fare vincite da nulla? Eh, si dice, per ingannare il tempo, per non dire: per perdere il tempo e tradirci!… Perché quella vita da schiavo in quel negozio, quando si è provveduto d’ogni ben di Dio? Ma è una occupazione necessaria per passare, per non dire, per perdere il tempo. Anzi saranno pericolose quelle occasioni, n’andrà dell’onore in frequentar quella casa; ma bisogna andarvi. E perché? Perché là si passa, per non dire, si perde orribilmente il tempo per tradirci. Si sente adunque insopportabile il peso del tempo; e si fa come il pazzo furioso, che sente il peso dell’oro, e lo getta via per correre all’impazzata a rompicollo. Per poi gettarlo più pazzamente, non vogliamo neppure fermarci a guardare indietro quanto ne abbiamo già perduto. Mio Dio! risoluti di perderlo alla cieca, facciamo come lo scapato fanciullo, che licenziatosi a divertirsi sopra un navicello, senza rematore che lo guidi, si abbandona alla corrente della torbida fiumana, e vedendo sempre più veloci fuggir via le rive, urta in un sasso, e viene sbattuto contro un altro: in quello spavento sì abbranca alle sponde della barca, e fissando gli occhi sul fondo della nave, che pare fermo sotto dei piedi, calma la sua paura, e va a sprofondarsi colla nave nel mare. Così noi, per non vedere con terrore come precipitiamo nell’abisso della morte, con le mani, colla mente, col cuore negli affari del mondo, abbassiamo gli occhi alla terra …. quasi fosse ferma sotto dei piedi, e voghiamo veloci con essa a perderci nell’eternità. Ora dite voi, se non è questa l’occupazione pessima degli uomini, gettare via sugli occhi stessi di Dio questo gran dono della sua bontà, tempo, senza dare a Lui neppure un istante! Alla mattina ci svegliamo conservati tra le braccia della provvidenza di Dio. Essa ci offre ancora un nuovo giorno di vita, ché speriamo non moriremo quest’oggi. Un giorno di vita, che gran dono della sua misericordia! un giorno da redimere il tempo perduto! da prepararci al giudizio di Dio! da guadagnarci il Paradiso! Noi nella bell’aurora di esso gettiamoci davanti alla Maestà divina ad offrirle la nostra povera servitù. « Eh via! Abbiamo altro che fare! Gl’intralasciati lavori, le persone che ci attendono, forse una passione a cui facciamo calcolo di soddisfare, si meritano tutti i nostri pensieri. » Sentite la campana? È  la Madre Chiesa che ci chiama intorno a Gesù, che col Cuore aperto nella Messa va a trattare col Padre, e vuol mettervi in salvo gl’interessi dell’anime vostre. Suoni, suoni pure per scongiurarvi di correre al convito in seno al Padre di tutti i beni; eh via! Se non avremo altri affari, almeno le ricche persone dovranno spendere due ore all’importante toeletta ad inorpellare d’ingannatrice bellezza un cadavere che si consuma: e Gesù si accontenti di aver all’altare neppur più i fanciulli, ma pochi sciancati, rifiuti del mondo. –  Dio con pazienza infinita, perché è pazienza di Dio, ci corre appresso negli aggiramenti della vita, e noi non mai un minuto gli rivolgiamo una parola di cuore. Ci piglia dinanzi, perché non mandiamo a male tutto il tempo indegnamente, ci mette in serbo un giorno alla settimana, la festa. Egli ci salva questo giorno di festa dall’ingorda avarizia. e dal progresso crudele, che non staccherebbe mai dal giogo questi liberi fatti schiavi. Dio fa come una tenera madre, che piglia sulla mensa la porzione del cibo prezioso per sé: eh! non per sé, ma per darlo al bisogno ai suoi figliuoli. Egli si riserba per noi la festa, affinché in riposo in seno a Gesù respiriamo il profumo di una vita migliore. E noi non abbiam tempo da ciò. Neppur questo poco giorno di festa per Dio è per l’anima nostra!? Anche per questo dì son fissati affari da trattare: è giorno di libertà da licenziarci a baldorie. Grande Iddio! noi ardiamo di sdegno nel vedere col più indegno insulto farsi del giorno santo del Signore il giorno delle crapule più sguaiate: gli ubbriachi in gongolo sulle piazze, più liberi gli amoreggiamenti, sulle vie fin le figliuole senza pudore! E nell’istante santissimo in cui Gesù spande dal Sacramento le sue benedizioni, i peccatori nelle tane dei vizi a provocare le sue vendette!… Così del giorno del Signore si fa il giorno delle più sacrileghe ribalderie. Dopo una vita negata a Dio, rubata all’anima, finalmente il Signore getta a terra il peccatore con un colpo di malattia mortale, e gli dà tempo d’implorare la sua misericordia almeno per forza. Voi ve l’aspettate?… Oh ma no, ch’egli è uom d’affari, e non gli preme tanto di non andare dannato nell’eternità, quanto di maneggiare le cose del mondo nel tempo, se lo potesse, fin dopo la morte…. Quello che più importa è il testamento…. e tutto dispone in ordine pel mondo…. Lascia alla consorte il pegno d’amore, lascia agli amici il legato per la sua memoria, lascia ai figliuoli la bella casa edificata, e il patrimonio per cui consumò proprio tutto il tempo della vita… lascia… lascia tutto agli altri… Ma e per se stesso? non ebbe tempo da pensare; gli restano le mani vuote per l’eternità!.. Egli ormai si avvicina all’agonia: e Dio ne’ suoi aneliti gli fa battere ancora per alcuni dì un cuor che si va spegnendo! Almeno ora si corra per un Sacerdote, che venga a tentare di salvarlo con l’ultimo miracolo della misericordia di Dio, come Gesù salvò il buon ladro già nell’istante in cui moriva!… Ma aspettate, non è ancora tempo!… Ma se ha già lo sguardo annebbiato!… ha il tremor della morte…. i tratti di cadavere in volto… già colle mani convulse intorno intorno cerca aggrapparsi… a che mai? al mondo, da cui viene sbalzato: eppure ancora sulla sponda della bara nega all’anima propria, nega a Dio fin l’ultimo istante del tempo… Ei muore!… Presto, presto un Sacerdote a confessarlo! Ma egli non intende, gemisce, più che non parli, in quel momento. Momento terribile, indefinibile, che è il termine del tempo, il principio dell’eternità, in cui dalle smanie dell’agonia nel tempo…. mette un urlo: d’onde quell’urlo?… Ahi dall’eternità dell’inferno. Sentite, sentite dall’eternità quell’urlo: Oh si daretur hora!… Oh che mi si dia adesso un’ora!»… Sciagurato, ti sei tradito!… L’eternità non ha più ore: era tutto il tempo della vita un’ora a prepararti all’eternità! Questo pensiero, o miei fratelli, dovrebbe bastare a farvi pensare di salvarvi. – Udite un fatto che si raccontò in un giornale di Parigi. Un giovane più spensierato che cattivo, in una brigata di buon temponi innanzi ad un caffè sulla piazza, mentre si vedeva il buon popolo compunto affollarsi in chiesa per confessarsi in una missione, mise pegno cogli amici di gozzoviglie, che egli s’andrebbe a confessare, se gli pagassero un pranzo: e fra le matte risate va alla chiesa. Si presenta ad un buon Sacerdote, che, sì, l’accoglie con tal gentile carità da intenerirlo alle lagrime. In questa commozione il povero giovane gli dimanda perdono della sacrilega audacia; e fa d’andarsene!… Ma il buon Confessore a lui coll’accento di un padre innamorato « Voi però, mio giovane, vi accorgete che vi voglio bene! » Il giovane « Ah sì, padre, e troppo più di quello che non mi merito io! lasciatemi andare!…. » Allora l’uom di Dio « Ebbene amor per amore; e prima di lasciarvi partire dalle mie braccia, dal vostro buon cuore vi domando una carità: deh! che non me la neghiate! » « Ah, buon padre, tutto che mi fate grazia di domandarmi, ve lo prometto sul mio onore! » – « Giacché mel promettete di così buon volere, fate questa carità a me ed all’anima vostra, ché ne abbiamo tanto bisogno! Per un mese tutte le notti nel riporvi a riposo guardate l’ora sull’orologio, e dite: « Batte l’orologio come i battiti del mio cuore: e il tempo della vita va! » Spento il lume, dite « così si muore!… » Nel coprirvi col lenzuolo colla man sul cuore, dite « e dopo la morte vi è Paradiso o inferno, che duran sempre: lo dice Gesù, e Gesù lo sa più di tutti gli increduli del mondo!…» Or bene tra per l’amor del buon padre, tra per l’onor della parola data, come per la grazia di Dio, il giovane nel coricarsi guarda l’orologio colla man sul cuore, e dice: « Come l’orologio battono presto i palpiti: e il tempo della vita va!… » Spento il lume dice « così si muore!… » Si copre col lenzuolo, e dice « e dopo la morte vi è Paradiso o inferno che duran sempre… lo dice Gesù, e Gesù lo sa più che non tutti gl’increduli del mondo! » Lo replica solo tre sere, e corre alla mattina appiè del Confessore, e gli dice « questa volta vengo a confessarmi davvero! » ….. Buon per lui! Poco dopo era già morto: e si sarà salvato, perché pensò che dopo morte vi è Paradiso od inferno, che duran sempre. – Signori, io vi confesso, che non mi son curato gran fatto di esaminare colla severità della critica (come uso sempre), se veramente è questo fatto così avvenuto. Sapete il perché? Perché lascio a voi di provare ben ch’egli è vero col fatto vostro, per quanto vi è cara l’anima. Ditelo tutte le sere colla man sul cuore « Più presto che questi palpiti la vita va. Così si muore, e dopo la morte vi è Paradiso o inferno, che duran sempre, lo dice Gesù, e Gesù lo sa più, che non tutti gl’increduli e buffoni del mondo. » Fatelo, e proverete il fatto col convertirvi certamente

FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE DI N. S. G. C.: 6 AGOSTO 2022

6 AGOSTOTRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE

« O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito confermasti con la testimonianza dei patriarchi i misteri della fede, e con la voce uscita dalla nube luminosa proclamasti mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi della gloria e partecipi della medesima » (Colletta del giorno).

Nobile formula, che riassume la preghiera della Chiesa e ci presenta il suo pensiero in questa festa di testimonianza e di speranza.

Senso del mistero.

Ma è bene osservare subito che la memoria della gloriosa Trasfigurazione è già stata fatta due volte nel Calendario liturgico: la seconda Domenica di Quaresima e il Sabato precedente. Che cosa significa ciò, se non che la solennità odierna ha come oggetto, più che il fatto storico già noto, il mistero permanente che vi si ricollega, e più che il favore personale che onorò Simon Pietro e i figli di Zebedeo, il compimento dell’augusto messaggio di cui essi furono allora incaricati per la Chiesa? Non parlate ad alcuno di questa visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti (Mt. XVII, 9). La Chiesa, nata dal costato squarciato dell’Uomo-Dio sulla croce, non doveva incontrarsi con Lui faccia a faccia quaggiù; e quando, risuscitato dai morti, avrebbe sigillato la sua alleanza con lei nello Spirito Santo, solo della fede doveva alimentarsi il suo amore. Ma, per la testimonianza che supplisce la visione, nulla doveva mancare alle sue legittime aspirazioni di conoscere.

La scena evangelica.

A motivo di ciò, appunto per lei, in un giorno della sua vita mortale, ponendo tregua alla comune legge di sofferenza e di oscurità che si era imposta per salvare il mondo, Egli lasciò risplendere la gloria che colmava la sua anima beata. Il Re dei Giudei e dei Gentili (Inno dei Vespri) si rivelava sul monte dove il suo pacifico splendore ecclissava per sempre i bagliori del Sinai; il Testamento dell’eterna alleanza si manifestava, non più con la promulgazione d’una legge di servitù incisa sulla pietra, ma con la manifestazione del Legislatore stesso, che veniva sotto le sembianze dello Sposo a regnare con la grazia e lo splendore sui cuori (Sal. XLIV, 5). La profezia e la legge, che prepararono le sue vie nei secoli dell’attesa, Elia e Mosè, partiti da punti diversi, si incontravano accanto a Lui come fedeli corrieri al punto di arrivo; facendo omaggio della loro missione al comune Signore, scomparivano dinanzi a Lui alla voce del Padre che diceva: Questi è il mio Figlio diletto! Tre testimoni, autorizzati più di tutti gli altri, assistevano a quella scena solenne: il discepolo della fede, quello dell’amore, e l’altro figlio di Zebedeo che doveva per primo sigillare con il sangue la fede e l’amore apostolico. Conforme all’ordine dato e alla convenienza, essi custodirono gelosamente il segreto, fino al giorno in cui colei che ne era interessata potesse per prima riceverne comunicazione dalle loro bocche predestinate.

Data della festa.

Fu proprio quel giorno eternamente prezioso per la Chiesa? Parecchi lo affermano. Certo, era giusto che il suo ricordo fosse celebrato di preferenza nel mese dell’eterna Sapienza: Splendore della luce increata, specchio immacolato dell’infinita bontà (Verso alleluiatico; cfr. Sap. VII, 26). – Oggi, i sette mesi trascorsi dall’Epifania manifestano pienamente il mistero il cui primo annuncio illuminò di così dolci raggi il Ciclo ai suoi inizi; per la virtù del settenario qui nuovamente rivelata, gli inizi della beata speranza (S. Leone: Il Discorso sull’Epifania) sono cresciuti al pari dell’Uomo-Dio e della Chiesa; e quest’ultima, stabilita nella pace del pieno sviluppo che l’offre allo Sposo (Cant. VIII, 10), chiama tutti i suoi figli a crescere come lei mediante la contemplazione del Figlio di Dio fino alla misura dell’età perfetta di Cristo (Ef. IV, 13). Comprendiamo dunque perché vengano riprese in questo giorno, nella sacra Liturgia, formule e cantici della gloriosa Teofania. Sorgi, o Gerusalemme; sii illuminata; poiché è venuta la tua luce, e la gloria del Signore s’è levata su di te (I Responsorio di Mattutino; cfr. Is. LX, 1). Sul monte, infatti, insieme con il Signore viene glorificata la sua Sposa, che risplende anch’essa della luce di Dio (Capitolo di nona; cfr. Apoc. XXI, 11).

Le vesti di Gesù.

Mentre infatti « il suo volto risplendeva come il sole – dice di Gesù il Vangelo – le sue vesti divennero bianche come la neve » (Mt. XVII, 2). Ora quelle vesti, d’un tale splendore di neve – osserva san Marco – che nessun tintore potrebbe farne di così bianche sulla terra (Mc. IX, 2), che altro sono se non i giusti, inseparabili dall’Uomo-Dio e suo regale ornamento, se non la tunica inconsutile, che è la Chiesa, e che Maria continua a tessere al suo Figliuolo con la più pura lana e con il più prezioso lino? Sicché, per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il Capo nella sua resurrezione. O volto del Salvatore, estasi dei cieli, allora risplenderanno in te tutta la gloria, tutta la bellezza e tutto l’amore. Manifestando Dio nella diretta rassomiglianza del suo Figliuolo per natura, tu estenderai le compiacenze del Padre al riflesso del suo Verbo che costituisce i figli di adozione, e che vagheggia nello Spirito Santo fino alle estremità del manto che riempie il tempio (Is. VI, 1).

Il mistero dell’adozione divina.

Secondo la dottrina di san Tommaso, infatti (III, q. 45, art. 4), l’adozione dei figli di Dio, che consiste in una conformità di immagine con il Figlio di Dio per natura (Rom. VIII, 29-30), si opera in duplice modo: innanzitutto per la grazia di questa vita, ed è la conformità imperfetta; quindi per la gloria della patria, ed è la conformità perfetta, secondo le parole di san Giovanni: « Ora noi siamo figli di Dio; ma non si è manifestato ancora quel che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è » (I Gv. III, 2). Le parole eterne: Tu sei il mio Figliuolo, oggi io ti ho generato (Sal. II, 7) hanno due echi nel tempo, nel Giordano e sul Tabor; e Dio, che non si ripete mai (Giobbe XXXIII, 14) non ha in ciò fatto eccezione alla regola di dire una sola volta quello che dice. Poiché, per quanto i termini usati nelle due circostanze siano identici, non tendono però allo stesso fine – dice sempre san Tommaso – ma a mostrare quel modo diverso in cui l’uomo partecipa alla rassomiglianza con la filiazione eterna. Nel battesimo del Signore, in cui fu dichiarato il mistero della prima rigenerazione, come nella sua Trasfigurazione che ci manifesta la seconda, apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce intesa, il Figlio nella sua umanità, lo Spirito Santo prima sotto forma di colomba e quindi nella nube risplendente; poiché se, nel Battesimo, egli conferisce l’innocenza indicata dalla semplicità della colomba, nella resurrezione concederà agli eletti lo splendore della gloria e il ristoro di ogni male, che sono significati dalla nube luminosa (III, qu. 45, ad 1 et 2).

Insegnamento dei padri.

« Saliamo il monte – esclama sant’Ambrogio; – supplichiamo il Verbo di Dio di mostrarsi a noi nel suo splendore e nella sua magnificenza; che fortifichi se stesso e progredisca felicemente, e regni nelle anime nostre (Sal. XLIV). Alla tua stregua infatti, o mistero profondo, il Verbo diminuisce o cresce in te. Se tu non raggiungi quella vetta più elevata dell’umano pensiero, non ti appare la Sapienza; il Verbo si mostra a te come in un corpo senza splendore e senza gloria » (Comm. su san Luca, 1. VII, 12). Se la vocazione che si rivela per te in questo giorno è così santa e sublime (VII Responsorio di Mattutino; cfr. Tim. 1, 9-10), « adora la chiamata di Dio – riprende a sua volta Andrea da Creta (Discorso sulla Trasfigurazione): – non ignorare te stesso, non disdegnare un dono così sublime, non ti mostrare indegno della grazia, non essere tanto pusillanime nella tua vita da perdere questo celeste tesoro. Lascia la terra alla terra, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti (Mt. VIII, 22); disprezzando tutto ciò che passa, tutto ciò che muore con il secolo e con la carne, segui fino al cielo senza mai separartene Cristo che per te compie il suo cammino in questo mondo. Aiutati con il timore e con il desiderio, per sfuggire alla caduta e conservare l’amore. Donati interamente; sii docile al Verbo nello Spirito Santo, per raggiungere quel fine beato e puro che è la tua deificazione, con il gaudio di indescrivibili beni. Con lo zelo delle virtù, con la contemplazione della verità, con la sapienza, arriva alla Sapienza principio di tutto e in cui sussistono tutte le cose» (Col. 1, 16-17).

Storia della festa.

Gli Orientali celebrano questa festa da lunghi secoli. La vediamo fin dagli inizi del secolo iv in Armenia, sotto il nome di « splendore della rosa », rosæ coruscatio, sostituire una festa floreale in onore di Diana, e figura tra le cinque feste principali della Chiesa armena. I Greci la celebrano nella settima Domenica dopo Pentecoste, benché il loro Martirologio ne faccia menzione il 6 di agosto. In Occidente, viene celebrata soprattutto dal 1457, data in cui il Papa Callisto III promulgò un nuovo Ufficio e la rese obbligatoria in ringraziamento della vittoria riportata l’anno precedente dai Cristiani sui Turchi, sotto le mura di Belgrado. Ma questa festa era già celebrata in parecchie chiese particolari. Pietro il Venerabile, abate di Cluny, ne aveva prescritto la celebrazione in tutte le chiese del suo Ordine quando Cluny ebbe preso possesso, nel secolo XII, del monte Thabor.

La benedizione delle uve.

Vige l’usanza, presso i Greci come presso i Latini, di benedire in questo giorno le uve nuove. Questa benedizione si compie durante il santo Sacrificio della Messa, al termine del « Nobis quoque peccatoribus ». I Liturgisti, insieme con Sicardo di Cremona, ci hanno spiegato la ragione di tale benedizione in un simile giorno: « Siccome la Trasfigurazione si riferisce allo stato che dev’essere quello dei fedeli dopo la resurrezione, si consacra il sangue del Signore con vino nuovo, se è possibile averne, onde significare quanto è detto nel Vangelo: Non berrò più di questo frutto della vite, fino a quando non ne beva del nuovo insieme con voi nel regno del Padre mio » (Mt. XXVI, 29). – Terminiamo con la recita dell’Inno di Prudenzio, che la Chiesa canta nei Vespri ed al Mattutino di questo giorno:

INNO

O tu che cerchi Cristo, leva gli occhi in alto; ivi scorgerai il segno della sua eterna gloria. La luce che risplende manifesta Colui che non conosce termine, il Dio sublime, immenso, senza limiti, la cui durata precede quella del cielo e del caos. Egli è il Re delle genti, il Re del popolo giudaico, e fu promesso al patriarca Abramo e alla sua stirpe per tutti i secoli. I Profeti sono i suoi testimoni, e sotto la loro garanzia, testimone egli stesso, il Padre ci ordina di ascoltarlo e di credere in lui. Gesù, sia gloria a te che ti riveli agli umili, a te insieme con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 (Dom P. Guèranger: L’Anno Liturgico, vol. II, Ed. Paoline, Alba Cuneo, 1957)

LA GRAZIA E LA GLORIA (6)

LA GRAZIA E LA GLORIA (6)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO PRIMO

IL FATTO E LA REALTÀ DELL’ADOZIONE DIVINA

CAPITOLO V

Come i figli dell’adozione siano ad immagine di Dio.

I. – Un figlio è ad immagine di suo padre … una verità così certa che entra nell’idea stessa di generazione. Chiamati dalla grazia alla filiazione divina, dobbiamo dunque portare in noi l’immagine del nostro Padre celeste. Non mi stupisco dunque quando, leggendo le nostre Sacre Scritture ed i loro più autorevoli interpreti, i Padri, trovo che lo scopo dell’Incarnazione fu quello di rendere l’uomo a somiglianza di Dio; per meglio dire, di restaurare in lui quell’immagine divina che era stata così disgraziatamente distrutta dalla degradazione originale della razza umana (Petav. de lncarn: l; l. 7. n. 7). Infatti questa è, in sostanza, la stessa dottrina che ci è stata proposta quando abbiamo parlato di filiazione adottiva, rigenerazione, nuova creazione, deificazione, ecc. Se le formule che lo esprimono sono molteplici e variate come all’infinito, è perché i doni di Dio sono di tale prezzo, la sua munificenza così alta al di sopra dei nostri diritti e delle nostre concezioni, che tutte le forme del linguaggio umano non sono sufficienti a darcene le idee che corrispondono alla loro sublimità. – Ho notato, tuttavia, che c’è una ragione molto speciale per ricordarci questo lato particolare della nostra elevazione soprannaturale e per farne l’oggetto delle nostre meditazioni. Se ci dicessero semplicemente con l’Apostolo: « Rivestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XII, 14; Gal. III, 27), e prendete le sue sembianze, capirei subito che sono invitato a perfezionare in me la figliolanza che ho ricevuto; poiché Gesù Cristo è il Figlio, ed Egli è in virtù della sua eterna processione l’immagine del Padre e l’eterno splendore della sua gloria (Ebr: 1, 3; Sap. VII, 26). Ma lo Spirito Santo non si fermò lì. Leggo nelle Scritture: « Rinnovatevi nello spirito della vostra anima e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità » (Efes. 1V, 23, 24; Col. II, 15). E ancora: « Spogliatevi dell’uomo vecchio e delle sue opere e rivestitevi dell’uomo nuovo.» E ancora: « Toglietevi di dosso l’uomo vecchio con le sue opere e rivestitevi dell’uomo nuovo, che mediante la conoscenza della verità si rinnova a immagine di colui che lo ha creato » (Col. III, 9-10). Non si tratta solo di imprimere questa immagine divina su di noi per la prima volta: perché non si tratterebbe di togliere e rinnovare, ma di innovare, né di rinnovamento, bensì di novità. Questa immagine che si sta restaurando, che si sta ristabilendo, l’abbiamo avuta qualche giorno prima che fosse deplorevolmente danneggiata. S. Agostino ha detto da qualche parte una parola molto degna di nota: « L’uomo, dopo aver perso con il peccato il sigillo dell’immagine divina, era solo un uomo » (« Ipse homo, Signaculo imaginis propter peccatum amisso, remansit tantum homo ». – S. Augustus, lib. 83, 67, n. 4). Sentite; l’uomo uscito dalle mani creatrici, portava nella sua anima l’immagine di Dio. Essendo diventato ribelle, è spogliato di questa somiglianza divina in se stesso e per la sua posterità. Era un figlio di Dio, un dio lui stesso prima? Ora non sarà più che un uomo, perché ha perso l’immagine di Dio. – Questa è l’immagine che Cristo è venuto a riparare. Questa è l’immagine di cui ci mostra il modello perfetto in se stesso, l’immagine che ci viene restituita dal Battesimo. Ed è per questo che recuperarla è rinnovarsi, spogliarsi dell’uomo vecchio, l’uomo in cui l’immagine di Dio è cancellata, per rivestirsi del nuovo., creato secondo Dio nella giustizia e santità. (Efesini IV: 23-24). – Ma questo solleva un’obiezione molto seria. Come S. Agostino poteva dire, e come possiamo ripetere dopo di lui, che la prevaricazione del padre della nostra razza ci abbia fatto perdere l’immagine di Dio, e che quindi abbiamo bisogno sia dell’Incarnazione del Figlio unico che del Battesimo per poterla ristabilire nelle nostre anime. L’uomo non porterebbe nella sua stessa natura le sembianze divine, o questa natura sarebbe stata mutilata dalla caduta originale? Nessuno dei due. Dio non voglia che si conceda agli eretici questa corruzione primitiva della nostra natura. Senza dubbio essa ha subito gravi pregiudizi: non si vede più in essa l’ordine, la bellezza, l’ammirevole rettitudine che l’occhio deliziato degli Angeli contemplò quando Dio la formò nel suo amore e nella sua potenza. Ma, considerate in se stesse, le forze naturali non sono state diminuite. Ciò che rende la nostra natura primitiva debole dopo tanto vigore, ignorante dopo tanta luce, squilibrata nelle sue facoltà dopo un’armonia così perfetta, non è la perdita delle sue perfezioni innate: essa le mantiene intatte, come rimane se stessa nella sua integrità. A cosa attribuiremo dunque questa decadenza? Alla meritata privazione dei privilegi della giustizia originaria, dalla quale la nostra natura ha ricevuto un grado di perfezione che non era e non poteva scaturire dai suoi principi costitutivi. («Ipsa déstitutio justitiæ originalis vuilneratio naturæ dicitur. » S. Thom. l. 2, q. 85, a 3). Da qui, la necessità per ogni uomo, per ogni figlio di Adamo di essere ad immagine di Dio. Perché è così? Perché questa immagine poggia sulla natura intelligente e libera come su una base necessaria ma pienamente sufficiente (« Imago proprie dicitur quod procedit ad similitudinem alterius »: S, Thom. 1 p. q. 35, to. 1, ad 1.).

2. – Studiamo il carattere dell’immagine, per meglio concepire come abbiamo potuto perderla, senza cessare di portarla in noi; come, pur conservandola nelle profondità della nostra natura ragionevole, dobbiamo recuperarla per essere figli adottivi di Dio. La nozione di immagine contiene due idee: in primo luogo, un’idea di origine, e in secondo luogo, un’idea di somiglianza con l’oggetto da rappresentare, cioè con l’esemplare. Ho detto: un’idea di origine. Se un pittore fa un quadro, e tra i personaggi riprodotti dall’immaginazione sulla tela, ne trova uno che ricordi la fisionomia di una tale e tal’altra persona sconosciuta all’artista, non c’è né esemplare né immagine: perché questa persona non ha contribuito in alcun modo all’opera in cui si riconoscono i suoi tratti (S. August. L. 83. Quæst, q. 74.5). Ho detto anche: un’idea di somiglianza, anche se una qualsiasi somiglianza non sia sufficiente a costituire un’immagine propriamente detta. Un fiore non sarà mai l’immagine dell’arbusto su cui è sbocciato: perché tra l’arbusto e il suo fiore la somiglianza è solo generica. Quindi cosa serve perché si abbia una vera immagine? La somiglianza nelle proprietà specifiche o, almeno, in un accidente caratteristico della specie, la figura, per esempio. Così un re può contemplare la sua immagine sia in suo figlio che sulle monete del suo impero: in suo figlio, perché gli ha comunicato la sua natura di uomo; sulle monete, perché sono coniate a sua effigie. Ne consegue che quanto più la somiglianza riproduce la natura e le perfezioni del modello, tanto più realizzerà la vera nozione dell’immagine. Ed è per questo che il Verbo eterno è l’immagine assolutamente perfetta del Padre, come ne è il Figlio perfetto (Col. I, 15; Eb. I, 3). In verità, Dio, l’Essere in essenza, l’abisso infinito di ogni perfezione, non può essere contenuto né in un genere né in una specie, tanto Egli è separato dalla supremazia del suo essere da tutto ciò che non è Lui. Non è meno certo che, secondo il nostro modo di concepire, ciò che è caratteristico di Lui, come in noi, non sia né di essere né di vivere, ma di pensare. Dunque, ed è a questo che volevamo arrivare, la creatura intelligente e ragionevole, per questo stesso fatto che è capace di conoscere e di volere, è ad immagine di Dio: copia molto imperfetta, senza dubbio, infinitamente inferiore all’immagine invisibile che sgorga eternamente dal seno del Padre; ma tuttavia è una copia che conserva l’immagine, che rimane intatta finché la natura ragionevole non viene distrutta (S. Thom. 1 p, q. 93, a, 1; II D. 16, q, 1, a,1). Quanto alle altre creature, la loro somiglianza con Dio non è tanto quella dell’immagine, quanto quella delle vestigia. L’impronta lasciata da un animale sul fango che ha calpestato con il suo piede, è una vestigia che ce lo fa conoscere, come un effetto che rivela la sua causa. Così Dio si manifesta attraverso la creazione materiale; ed è per questo che solo l’uomo e l’Angelo hanno il privilegio di essere per loro natura immagini di Dio. (Il Dottore Angelico propone una difficoltà su questo argomento, la cui soluzione completerà le spiegazioni che abbiamo appena sentito. È tratto da un passo di Boezio (De Consol., L. III), in cui si dice «che Dio, portando il mondo nella sua mente, lo rende conforme a questa immagine »; dal che, sembra, dobbiamo concludere che tutto il mondo, e non solo la creatura ragionante, è a immagine di Dio. – Ecco la bella distinzione data da San Tommaso per risolvere l’obiezione: « Un’opera può assomigliare all’artista che l’ha fatta in due modi diversi. – Gli assomiglia in ciò che ha della sua natura; così come il figlio assomiglia a suo padre. – Gli assomiglia per quello che ha della sua intelligenza; così l’opera d’arte assomiglia all’idea con cui l’artista l’ha concepita. Ora, la creatura procede in questa doppia maniera a somiglianza di Dio. Procede dalla prima: perché gli esseri sono dall’Essere e i viventi dalla Vita per essenza. Essa procede dalla seconda: perché tutto ciò che Dio fa è formato da Lui sulle idee eterne. Siccome, dunque, ogni creatura di Dio, si accorda perfettamente con ciò che è stato concepito nella sua intelligenza, poiché essa è precisamente come ha disposto che fosse, non c’è alcuno, da questo punto di vista, che non sia ad immagine dell’idea divina. Ma dall’altro punto di vista, cioè per quanto riguarda la somiglianza con ciò che il Creatore ha nella sua natura, solo la creatura intelligente raggiunge il grado supremo di imitazione, ed è per questo che essa sola è chiamata anche immagine di Dio. – S. Thom. II, D.16, q. a 2;1 p. q. 93 a. 2, ad 2; 3 p., q. 4, a. 1 ad 2). – Come interpretare allora il passaggio di Sant’Agostino che abbiamo citato poco fa; come spiegare anche che il Verbo si è fatto carne per restaurare in noi l’immagine divina, e che è opera dello Spirito Santo ristabilirci in questa gloria? Ecco il principio: sopra l’immagine che viene dalla natura, ce n’è un’altra, migliore e più perfetta, che viene dalla grazia. Non è quella, ma l’ultima, quella che dobbiamo riparare nelle anime. Il mio Creatore me le ha date originariamente entrambe: l’immagine naturale e l’immagine soprannaturale, essendo la prima il necessario fondamento della seconda, e la seconda il glorioso coronamento della prima (S, Tomm. II, D. 29, q. 1, a, 1, ad 5; col. De Potent. q. 3 a. 16, ad 5 e 12). È un punto della nostra fede cattolica che il padre del genere umano ricevette da Dio la santità come un possesso familiare che doveva trasmettere ai suoi discendenti, nello stesso momento in cui comunicava loro la sua natura umana: in modo che essi fossero, in virtù della loro origine, figli dell’uomo e allo stesso tempo figli di Dio per adozione. Il peccato ha rovesciato questo ordine primordiale e ci ha tolto l’immagine della grazia privandoci della giustizia originale. Ed ecco ciò che S. Agostino intendeva dire. Non più di ogni altro Padre, Egli ha mai pensato che l’uomo, rimanendo uomo, potesse cessare di essere un’immagine di Dio; poiché Egli fa di questa somiglianza naturale la condizione necessaria della nostra elevazione per grazia e gloria. Perciò, per evitare che questo testo, separato dagli altri, fosse male interpretato, si preoccupò di spiegarlo lui stesso nelle sue Ritrattrazioni (l. 1, c. 26). – I Padri e i teologi difficilmente parlano dell’immagine di Dio nell’uomo, senza riferirsi al racconto della creazione dell’uomo ispirato dallo Spirito Santo nella Genesi. Lo mediteremo con loro: « E Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sulle bestie e su tutta la terra e su ogni essere strisciante che si muove sulla sua superficie. E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò » (Gen, I, 26-27). « E il Signore Dio formò l’uomo dall’argilla della terra, e gli soffiò in faccia l’alito della vita, ed egli fu vivo ed animato. » Questa è la storia nella sua maestosa semplicità. – Vediamo innanzitutto come l’uomo porti l’immagine divina, a differenza di tutte le altre parti della creazione, poiché di lui solo è scritto: « Ha fatto l’uomo a sua immagine ». È per questo che solo lui è modellato dalla mano divina con tutta la cura e il disegno che un’opera così perfetta richiede; solo lui è ritenuto degno di essere vivificato dal soffio del Creatore. « Facciamo l’uomo a nostra immagine… E lo modellò… e soffiò ». – Che questa immagine sia basata sulla natura umana stessa è impossibile dubitarne, se esaminiamo il testo. Infatti, se l’uomo ha il dominio sugli animali della creazione, se è nel mondo terreno come un re nel suo dominio, il suo titolo è l’immagine di Dio che porta in sé. « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e lasciamolo governare… ». Ora, questo principato, da dove viene se non dalla natura che lo rende intelligente e libero? Quindi è la stessa cosa essere ragionevole ed essere ad immagine di Dio. Una conferma manifesta di questa verità ci viene offerta nel capitolo IX della Genesi (IX, 6), dove Dio proibisce di spargere il sangue dell’uomo, « perché l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio ». Infatti, se l’omicidio è uno dei più grandi crimini, è perché l’uomo, a differenza degli esseri senza ragione, non è una cosa, destinata per sua natura all’utilità di un essere superiore: nella sua qualità di essere intelligente e libero, egli esige per sé stesso, come fine e non come puro mezzo (S. Th. 2, 2. Q. 64s. 1 ss.). È per questo che lui solo in questo universo è il re di tutto ciò che lo circonda, l’immagine nobile e vivente del Re del Cielo.

3. Detto questo, mi chiedo se nel testo della Genesi troveremo un’ulteriore affermazione di una somiglianza più alta e più perfetta, stabilita dalla grazia tra i figli adottivi e Dio loro Padre. Sì, i santi Dottori rispondono concordemente. Si, lo so che i commenti che hanno dato su questo testo sono abbastanza divergenti. Forse questa diversità, più apparente che reale, deriva dal fatto che le parole scelte da Dio « a nostra immagine e somiglianza » contengono una tale abbondanza di idee per essi, che sono stati dati loro diversi significati, che non sono opposti ma complementari. In ogni caso, basta scorrere le interpretazioni che i Padri ci hanno lasciato di queste parole divine, o le frequenti allusioni che le riguardano, per convincersi che il significato non ha né tutta la sua profondità né tutta la sua ampiezza, se ci atteniamo all’immagine naturale, prerogativa di ogni sostanza umana. Questo è ciò che molti hanno pensato di vedere nell’uso delle due parole « a nostra immagine, a nostra somiglianza ». A nostra immagine, per esprimere la rappresentazione basata sulla natura; a nostra somiglianza, per significare la rappresentazione superiore basata sulla grazia; a nostra immagine e somiglianza, perché Dio ha fatto dell’uomo un mirabile composto di natura e di grazia, un uomo e un dio deificato. – È vero che queste due parole, immagine e somiglianza, accoppiate in questo luogo della Genesi, non appaiono mai più che separate in tutti i passi, dove la Scrittura ricorda questa dignità primitiva della nostra natura, e il testo della Genesi dove Dio l’ha registrata. A volte è l’uno, a volte è l’altro che ricorre in allusioni (lmmagine, imago, εἰκῶν [=eikon], Gen. V, 7: IX, 6; Eccli. XVII, 1. Similitudo, somiglianza, ὀμοἰωσις [=omoiosis], Gen. V, 1; Jac III, 9), con una sola eccezione, dove si dice di Dio, « che Egli creò l’uomo senza fine e lo fece ad immagine della sua e somiglianza di Lui » (Sap. II, 23). Ma anche se le due espressioni « di immagine e di somiglianza », a causa della mescolanza che se ne fa nei nostri Libri santi, non fossero sufficienti a dimostrare da sole la doppia immagine impressa nell’uomo nei primi giorni della sua esistenza, l’autorità dei Padri non ci permette di trascurare nel testo sacro la somiglianza basata sulla grazia, accanto, o meglio, sopra l’immagine basata sulla natura. Si può chiamare a testimoniare S. Ireneo, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo, S. Giovanni Damasceno, S. Agostino. S. Bernardo (Da questi ed altri testi simili Bellarmino concluse contro i luterani del suo tempo che l’immagine differisce dalla somiglianza, l’una appartenendo alla natura e l’altra alla grazia; e che, di conseguenza, Adamo perse non l’immagine ma la somiglianza di Dio. – Bellarm, De Gratia primi hominis, c. 2). – Se c’è chi prende le due parole come più o meno sinonimi e le usa in modo indifferente l’una per l’altra, se non menzionano anche che una sola immagine, o una sola somiglianza, non giudichiamo che siano in antagonismo con ciò di cui abbiamo appena parlato: perché l’immagine che hanno in vista è, è vero, l’immagine naturale, ma ravvivata, ma completata, mai deificata da una somiglianza più espressiva; un’immagine infine, di cui la natura è la base, e la grazia il glorioso coronamento. Considerando l’immagine in questo modo, nulla ci impedisce di dire che essa fu parzialmente distrutta dalla caduta originale, poiché si perse ciò che la rendeva più eccellente e più simile all’archetipo divino, e che Cristo venne a riparare ed a restaurare al suo primo splendore (si potrebbe chiedere se è in senso letterale o solo in senso spirituale e mistico che la Genesi esprima la somiglianza della grazia alla natura. Alla fine, la risposta ha poca importanza, poiché in entrambi i sensi si afferma la stessa verità. Ciò che favorisce il significato letterale è che Dio abbia dovuto esprimere, sembra, l’immagine come aveva eternamente deciso di inciderla nell’uomo il primo giorno della sua esistenza. Se poi, come sappiamo indipendentemente da questo testo, ha creato l’uomo perfetto secondo natura e grazia, perché non dovremmo considerare come letterale l’interpretazione che vede nelle parole “immagine e somiglianza” come l’immagine completa di Dio nell’uomo, con il suo abbozzo nella natura e la sua suprema perfezione nella soprannatura? Siamo, mi sembra, tanto più autorizzati a farlo, poiché il Nuovo Testamento presenta il nostro rinnovamento spirituale in Cristo come la restaurazione dell’opera compiuta da Dio nella creazione dell’uomo. Cfr. Efes. IV, 23, 24; Col. III, 10). – Diversi Padri, e tra i più gravi, spiegando le operazioni di Dio sul primo uomo, portano nuova forza alle considerazioni precedenti. Testimone S. Cirillo di Alessandria, la cui bella dottrina è la seguente. « In principio – scrive Mosè, sotto l’ispirazione dello Spirito divino – Dio, l’onnipotente Creatore del mondo, plasmò l’uomo e soffiò nel suo volto il soffio di vita. Ora cos’è questo soffio di vita se non lo Spirito di Cristo che ha detto: Io sono la vita e la risurrezione? Dopo che lo Spirito Santo si fu ritirato dall’umanità decaduta, questo Spirito che solo poteva formarci e conservarci nell’immagine del carattere divino, il Salvatore ce lo ha dato di nuovo per restituirci alla nostra dignità originale e trasfigurarci a sua immagine e somiglianza. Ed è per questo che il Beato Paolo disse ai discepoli: « Figlioli miei, che io rigenero finché Cristo sia formato in voi ». (S. Cirillo Alex, L. V in Giov. VII, Pat. Gr. T. 73, p. 756). E ancora: « Il divino Paolo, volendo esporci la causa generale e il solo vero motivo dell’incarnazione del Figlio unigenito, ha detto: è piaciuto a Dio Padre ristabilire tutto in Cristo (Ef. I, 10). Restaurare è riportare al suo stato originale ciò che ha subito una degradazione… Ma per comprendere questa restaurazione in Cristo e attraverso Cristo, è necessario ricordare quale fosse il nostro antico stato. Questo essere vivente e ragionante, l’uomo, è stato creato fin dall’inizio ad immagine del suo Creatore… E affinché questa creatura tratta dal nulla non ricadesse in quello stesso nulla, Dio, che la voleva immortale, l’ha resa parte della sua natura. Egli soffiò nel suo volto il soffio di vita, cioè lo Spirito del suo Figlio, che è col Padre la vita stessa e conserva l’essere di tutte le cose » (S. Cirillo Al., L. IX, In Joan, XIX, Pat. Gr. T. 74, p. 275, ss). Il santo Dottore, dopo aver dimostrato che non si può senza empietà confondere questo Soffio divino con l’anima umana, continua il suo commento al testo della Genesi: « Che cosa vuole dunque insegnarci la Scrittura?  Che il Creatore, prima di completare il composto di anima e di  corpo che è l’uomo, ha impresso in lui, come sigillo della propria natura, lo Spirito Santo, per trasformarlo nell’immagine della bellezza archetipica, la Fonte di ogni bellezza; e dargli, per l’intima presenza dello stesso Spirito, il potere di praticare le virtù più sublimi… Ma quando l’uomo, con un abuso della sua libertà… fu miseramente decaduto… Dio ha deciso di innalzare la natura umana e di riportarla al suo primo stato per mezzo di Cristo, suo Figlio; e ciò che ha deciso, l’ha realizzato » (Id. Ibidem). – Questa stessa dottrina è mirabilmente riassunta da San Cirillo in un altro luogo del suo commento. « Il nostro ritorno a Dio – dice – il Salvatore Gesù ce lo ha procurato con la partecipazione del suo Spirito divino e la santificazione. Perché è lo Spirito che ci unisce a Dio; riceverlo è diventare partecipi della sua natura divina; e noi lo riceviamo attraverso il Figlio, e nel Figlio riceviamo il Padre… Il Figlio ha offerto se stesso per l’espiazione dei nostri crimini: si è offerto, dico, a suo Padre come un’ostia profumata, affinché l’ostacolo che separava la nostra natura da Dio, cioè il peccato, fosse rimosso, e una volta rimosso, nulla ci potesse impedire di essere vicini a Dio, e di partecipare alla sua natura partecipando allo Spirito Santo, che, riparando in noi la giustizia e la santità, ripara allo stesso tempo l’immagine primitiva » (S. Cyr. Al. L. XII in Joan. XVII, P. Gr., t. 74, p. 553). (Soffermiamoci su questo testo: perché sarebbe troppo lungo raccontare le magnifiche pagine in cui i Padri hanno esposto queste gloriose verità per la nostra Famiglia umana. – I teologi, nei loro studi sull’uomo considerato come immagine di Dio, si chiedono se la somiglianza si riferisca non solo a Dio considerato nell’unità della sua natura, ma anche alla Trinità delle Persone. Il testo della Genesi sembra imporre una risposta affermativa. « Facciamo l’uomo a nostra immagine »: è la Trinità che parla, Padre, Figlio e Spirito Santo. È quindi anche l’immagine della Trinità che deve essere naturalmente intesa come il termine dell’operazione divina. Il Suffragio di dottori come Sant’Agostino, Sant’Ilario e altri, rende questa interpretazione molto probabile. E infatti, se confrontiamo l’anima umana con il grande mistero della nostra fede, non avremo difficoltà a riconoscere che, anche ora, essa porta in sé non solo un vestigio ma una copia della Trinità. Ciò che costituisce le Persone divine e dà a ciascuna il proprio carattere è l’ordine e il modo delle processioni interne. Dio che conosce se stesso e da questa conoscenza produce il suo Verbo; il Verbo, fine della conoscenza e principio, con il Padre, di un Amore che procede da entrambi: questo è ciò che costituisce la Trinità. Ora questo si riflette in noi, specialmente quando la nostra anima è trasfigurata dalla grazia. Perché noi abbiamo la conoscenza di Dio, e conoscendolo, produciamo in noi stessi il Verbo che lo rappresenta; e da noi e dal nostro verbo interiore procede l’amore della bellezza divina. È un’immagine imperfetta sotto molti aspetti, ma che tuttavia rivela qualcosa del grande mistero. Quanto alle altre creature, esse sono solo vestigia della Trinità, perché, se si trova un non so che, che possa ricordarci la Trinità già conosciuta, non vedo in loro né il principio del verbo, né il verbo, né l’amore (S. Thon. 1 p,. 4.93, at. 5-8: cot: q. 45, at. 7).

4. -Ancora due o tre osservazioni prima di chiudere questo capitolo. Osserviamo innanzitutto che le parole immagine, similitudine, somiglianza possono essere intese in due modi: « Immagine, similitudine o somiglianza di Dio si dicono sia dell’anima che della grazia, ma in modo diverso. L’anima trasformata dalla grazia è immagine, come ciò che imita Dio; la grazia è immagine come quella per cui l’anima assomiglia a Dio. Così una statua è l’immagine dell’eroe o del santo che rappresenta, ma diversamente dalla figura esterna che la rende immagine e statua » (S. Thom. II, D19, a 2, ad 5). S. Bonaventura ha fatto la stessa osservazione: « Altra è la somiglianza dell’uomo con Dio, altra quella della grazia. L’anima assomiglia a Dio in quanto riceve in sé la somiglianza divina, e la grazia in quanto riceve il dono che rende l’anima simile a Dio » (S. Bonav., II, D26, a. 1, q. 3, ad 2). Diciamo: l’uomo è l’immagine di Dio; l’uomo è ad immagine di Dio: due espressioni che, pur avendo lo stesso significato, si distinguono tuttavia per una sfumatura che renderebbe la seconda preferibile alla prima: perché ci riferirebbe al Figlio di Dio, l’immagine per eccellenza, e significherebbe con la sua forma quanto questa immagine increata dell’Unico prevalga sull’immagine impressa nei figli d’adozione. – Un’altra osservazione. La creatura ragionevole assomiglia a Dio; ma Dio non assomiglia alla creatura. Perché ciò che fa la somiglianza è in Dio come nello stato di fonte, e nella creatura come nello stato di flusso. Per questo diciamo del ritratto che è simile al modello, e non del modello che assomiglia al suo ritratto. Molto meno è lecito dire di Dio che sia assimilato alla creatura. Perché l’assimilazione fa nascere nella mente una qualche idea di movimento verso la somiglianza; e di conseguenza è appropriata esclusivamente a colui che riceve da un altro la forma o la perfezione con cui diventa simile a lui. Ora, non è Dio, ma la creatura che riceve ciò per cui diventa immagine di Dio (S. Thom., c. Gent., L. I, c. 29). – L’ultima osservazione si riferisce a quel punto controverso che anticamente divideva la Scuola, riguardo al momento in cui il nostro primo padre ha ricevuto la somiglianza della grazia e la giustizia originale. Delle due opinioni, quella che sosteneva, con San Tommaso, che questa giustizia e somiglianza gli furono date con la natura stessa, cioè nel primo istante della sua creazione, è arrivata a prevalere nella teologia cattolica. E questa è la giustizia: perché, senza parlare di altre prove a suo favore, ha per sé sia il testo della Genesi che i commenti scritti su di esso dagli antichi Dottori. Nessuno ignora che Sant’Agostino lo affermi o lo supponga in tutte le sue opere; e questa è la ragione per cui poteva dire in tutta verità che la grazia fosse naturale per il primo uomo, e che lo sarebbe stata per i suoi discendenti, se avesse conservato la Giustizia originale, come spiegheremo nell’ultimo libro di quest’opera (L. XI, c. 1). E ora, per tornare al punto di partenza, vediamo come e perché lo Spirito Santo ci inviti a rinnovare l’immagine divina in noi; a spogliarci dell’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo; a restaurare questa immagine degli archetipi sovrani sul modello ed in virtù dell’immagine perfetta, Gesù Cristo Nostro Signore; come e perché sia la stessa cosa essere figlio di Dio e portare in sé le sembianze della grazia. – Ma non dimentichiamo che, fino al giorno in cui questa somiglianza riceverà il suo complemento immobile e finale nella gloria, può essere degradata dal nemico della natura umana. Impotente contro il Dio che lo ha colpito con i suoi fulmini, la sua suprema ambizione è quella di farlo a pezzi nelle sue immagini viventi e di ucciderlo, per così dire, nei figli del suo amore. È là che vanno tutti gli sforzi e la rabbia di satana. Fuggiamo dunque dai suoi approcci e dalle sue opere. Né dobbiamo dimenticare inoltre la grave esortazione di Papa Leone Magno: « Miei cari figli – ci dice – se sapremo considerare fedelmente e saggiamente il mistero della nostra origine, vedremo che l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio perché imitasse il suo Autore. Sì, la dignità naturale della nostra razza è che la forma della bontà divina risplende in noi come in uno specchio luminoso » (S. Leo M. serm.12, al 11; de jejun. 10 mens. 1. C. 1). Immagini di Dio per il nostro essere di natura e di grazia, siamo immagini di Dio per le nostre opere. Facciamo quello che Lui fa; amiamo quello che Lui ama; la Sua volontà sia in ogni cosa la regola della nostra, affinché gli uomini, quando ci vedono nella nostra vita, riconoscano e benedicano l’Archetipo divino sul quale, diventando figli, siamo stati formati.

LA GRAZIA E LA GLORIA (7)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (57)

IL SACRO CUORE (57)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ- [Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SESTO

MARGHERITA MARIA E I SUOI PRIMI COLLABORATORI.

Abbiamo visto, nella prima parte della presente opera, la divozione al sacro Cuore costituirsi nelle rivelazioni di Gesù a Margherita Maria e aprirsi dinnanzi ad essa grandiose prospettive di avvenire. Ci rimane da collocare questa divozione nello sviluppo storico; dire dell’attività apostolica della santa e dei suoi primi collaboratori, studiare il fiorire della divozione ch’ella aveva ricevuta dal cielo.

I. – STATO DELLA DIVOZIONE VERSO IL 1674

Margherita Maria non ha dovuto inventare la divozione al sacro Cuore; essa esisteva già. Prima di rivelarsi a lei, Gesù aveva scoperto il suo Cuore ad alcune anime privilegiate ed aveva mostrato loro le sue ricchezze. La pietà cristiana, meditando su la misteriosa piaga del costato, vi aveva visto il Cuore ferito, vi aveva visto il rifugio che esso offriva all’anima colpevole o tormentata e i tesori che racchiudeva; aveva visto la ferita d’amore nella piaga materiale; aveva visto infine il cuore divino amantissimo e amabilissimo, simbolo espressivo d’amore, immagine viva di tutte le virtù e della vita di Cristo. L’oggetto del culto era già dato. Il culto stesso esisteva con la maggior parte delle pratiche. Dopo i mistici erano venuti gli asceti, che ne avevano, se non organizzata la divozione, almeno indicati i diversi elementi che dovevano formarne la base, segnalato diversi esercizî che le convenivano. Apostoli ardenti, come il Lallemant e il P. Huby, l’avevano predicata e propagata, l’uno con la sua azione intima e profonda su alcune anime elette, l’altro nei suoi ritiri e nelle sue missioni, con la sua direzione e i suoi scritti. G. Eudes infine aveva presentato il sacro Cuore alla folla; prima attraverso e nel cuor di Maria, poi in una festa speciale del Cuore adorabile, in maniera che qui, come negli altri casi, si andava naturalmente da Maria a Gesù. – Il culto dunque esisteva, ben chiaramente per alcune anime privilegiate che ne vivevano; ma un po’ confusamente come veniva presentato al popolo nei libri e nella predicazione di S. G. Eudes e dei suoi discepoli; mescolato anche, ad elementi caduchi, che non potevano entrare nella corrente generale, della pietà cristiana; era, forse più preciso e più immediatamente pratico nel P. Huby, ma senza un aspetto dottrinale abbastanza largo, solido ed esposto in un manuale di questa divozione. Anche il movimento era relativamente poco esteso e profondo. Completamente dipendente dalle persone che l’avevano determinato, probabilmente non avrebbe continuato a diffondersi nella Chiesa, dopo la scomparsa di quelli che ne erano stati i promotori (Vedremo presto un esempio in prova di ciò: le Benedettine di Lione si ricordano vagamente che, in altri tempi, l’uffizio del sacro Cuore era stato concesso al loro Ordine. Probabilmente si tratta dell’Ufficio di S. G. Eudes. Anche le pratiche raccomandate dal P. Huby non risulta che abbiano continuato a vivere e propagarsi). Allora Gesù è intervenuto per animarlo, orientarlo, costituirlo in divozione vitale, larga, ed insieme precisa; precisa nel suo oggetto, nel suo fine, nel suo spirito, in alcune delle sue pratiche destinate a dare il tono: larga nelle sue manifestazioni e nella scelta dei suoi mezzi; tutto ciò con una fusione mirabile d’ideale e di ambizioni più elevate, di esercizi più semplici e di attrattive più vive per le diverse anime. Nello stesso tempo il soffio dello Spirito Santo e l’azione discreta di Gesù preparavano lo sbocciare del culto. I precursori si erano moltiplicati. Al momento stesso in cui Gesù sta per rivelarsi a Paray vivevano ancora molte anime a cui Egli si comunicava confidenzialmente; un po’ come un poeta legge prima a pochi amici l’opera che sta per dare al pubblico. Anche gli autori ne parlavano. Talvolta non sappiamo se si deve vedere, qua e là, un’aurora o uno splendore discreto del sole già alto: una influenza di S. G. Eudes o un’eco di Paray. Abbiamo già parlato del P. Huby, morto a Vannes nel 1693, apostolo infaticabile del sacro Cuore; ma senza poter dire con precisione se lo si deve far dipendere da S. G. Eudes, né se ebbe conoscenza delle, rivelazioni di Paray. Constatiamo soltanto che, da ogni parte, la divozione sembra fiorire spontaneamente nelle anime,. In Germania il P. Filippo Jeningen (1642-1704), l’apostolo della Svevia, riceveva favori insigni dal sacro Cuore e se ne faceva non solo il discepolo devoto, ma l’apostolo ardente. Seppe egli qualcosa di Paray o del movimento suscitato, in Normandia da S. G. Eudes, e in Bretagna dal P. Huby? Non si potrebbe dirlo. Siamo meglio informati sul santo arcidiacono d’Évreux, M. Boudon (1624-1702). Discepolo del P. Eudes, come lui arriva per mezzo del cuor di Maria al cuor di Gesù. Di lui abbiamo una consacrazione ai due santi Cuori che è bella e pia (Eccone la parte che riguarda direttamente il sacro Cuore: « O Gesù mio, è nel vostro Cuore, abisso d’amore, che io abbandono il mio essere e tutto ciò che io sono, che consumo ed anniento il mio misero cuore e tutti i suoi movimenti. No, io protesto in presenza di tutte le belle intelligenze del Paradiso, di tutti i santi dell’Empireo, e specialmente del mio Angelo custode, di S. Giuseppe e di S. Giovanni Evangelista, mio amico fedele, che io non voglio far più nulla per mio proprio movimento; che preferirei morire piuttosto che pensare un sol momento ad altri interessi che quelli del vostro Cuore glorioso, che voglio essere puramente il suo strumento, lasciandomi condurre a tutto ciò che Egli vorrà, non prendendo parte che ai suoi affari. Sì, o Cuore più che amabile, Cuor prezioso, Cuore inestimabile, quando dovessi esser privato del cielo e della tetra, io lo voglio, se deve andarne un solo atomo della vostra gloria. Voi sarete, per sempre, il mio caro tutto. Che io muoia, che viva, mi succeda ciò che può, non importa; io non penso, non voglio, non amo che Voi. Non chiedo niente, non voglio niente; tutto ciò che Voi volete è ciò che io desidero. Non voglio pensare che col Vostro pensiero, stimare che ciò che Voi stimate, vivere solo della Vostra vita. Mi unisco a tutti i Vostri disegni che la SS. Vergine, S. Giuseppe, gli angioli e i santi siano onorati; per questa unione io sono loro schiavo. O amore, o amore puro, o amore divino, annientatemi interamente nelle Vostre pure fiamme »). È datata dal giorno dell’Immacolata Concezione del 1651. Ma egli ebbe anche conoscenza delle rivelazioni di Paray e divenne l’ardente apostolo della nuova divozione. Ciò che egli ne dice è del più vivo interesse; è uno dei casi nei quali si vede chiaramente in contatto la divozione di S. G. Eudes e quella di santa Margherita Maria. È curioso che non colleghi l’una all’altra lui stesso; si direbbe che ha dimenticato Giovanni Battista passando a Gesù (Di fatto egli non dimentica la divozione eudista. Ma non vi sono, per lui, due divozioni al sacro Cuore. A proposito di una grazia fatta a Suor Maria Angelica della Provvidenza, di cui egli scrive la vita, parla del divin Cuore « fornace immensa di puro amore e abisso di carità infinite, sorgente di tutte le benedizioni ». Egli continua: « Noi dobbiamo lasciarci unire a questo Cuore divino… entrando nelle sue sante disposizioni… In questo Cuore divino si trovano tutte le virtù che sono necessarie e tutte le benedizioni del cielo e della terra. Tutti i Cristiani dovrebbero aver per Lui una divozione perfetta, applicandosi ad onorarlo, benedirlo, ringraziarlo, amarlo e glorificarlo in tutte le maniere possibili ». Parla della divozione quale l’ha ricevuta dal Padre Eudes, o quale l’ha trovata nel P. Croiset? Non saprei dirlo. Ma se queste righe sono anteriori a ciò ch’egli ha potuto sapere di Paray, non è di molto; poiché l’eroina è morta nel 1685. In altra parte si tratta della festa eudista. Vi è detto che « si celebra la festa, molto solennemente il 20 ottobre, nella chiesa del seminario d’Évreux ». Cosa concludere? Almeno questo: nell’anima di Boudon la divozione di Patay si è fusa con quella del P. Eudes come una sola, stessa cosa, E non è forse, perché egli non le distingue, ch’egli non pensa a collegarle?). Ecco ciò che scrive al suo amico fedele, Bosguerard: « Da pochi anni il nostro buon Salvatore ha fatto conoscere ad una religiosa della Visitazione della piccola città di Paray in Borgogna, che voleva stabilire in questo tempo la divozione del suo sacro Cuore e che, a questo scopo, si servirebbe dei Padri Gesuiti, che di fatto l’han già stabilita, non solo in Europa, ma nelle Indie e nel Canadà. Essi hanno scritto intorno a questa divozione un libro eccellente, pubblicato a Lione, dal quale sono stato commosso; e a Rouen è stato fatto un riassunto di questo libro che si vende da Hérault, al Palais (Il libro del P. Croiset era stato pubblicato senza il nome di autore. Il sunto di Rouen, opera, si dice, di una Visitandina, è del 1694, ciò che può aiutare a datare la lettera; l’Indulgenza è quella che Innocenzo XII accordò nel 1693, col breve del 19 maggio.). Io ho conosciuto per mezzo della mia stessa esperienza ciò che vi è notato: che nostro Signore farà grandi grazie a coloro che avranno divozione al suo sacro Cuore. Dobbiamo fare del nostro meglio, per cooperare allo stabilimento di questa divozione. Il Papa ha accordato l’indulgenza plenaria a tutte le case della Visitazione che ne celebreranno la festa e il nostro buon Salvatore ha rivelato a Santa Gertrude che riservava questa divozione per gli ultimi tempi ». – Egli mantenne la parola. Lo potremmo vedere anche solo dall’intestazione delle sue lettere. Fino da allora, egli scriveva: « Dio solo! Dio solo in tre persone, e sempre Dio solo nell’unione del nostro buon Salvatore Gesù Cristo. il Salvatore di tutti gli uomini ». Nei suoi ultimi anni scrive: « Dio solo… nella santa unione del sacro Cuore del nostro buon Salvatore, ecc. ecc. ». Ne parla spesso, ad ogni proposito. Vuol ringraziare? Lo fa per mezzo del sacro Cuore: « Prego con grande umiltà questo Cuore divino, infinitamente amante ed infinitamente amabile, che troviate in Lui le riconoscenze che io devo alla vostra gentile carità ». Vuol predicare la pace? Egli esorta a cercarla nel sacro Cuore: « L’anima che riposa unicamente in questo Cuore divino possiede una pace che oltrepassa ogni sentimento e che tutti gli uomini e i demonî insieme non potrebbero turbare. Così dimorare nel Cuor di Gesù, senza uscirne né per alcuna creatura, né per se stessi, vuol dire essere sempre contenti; fuori di questo Cuore amabile si è sempre inquieti ». In una parola, nella divozione al sacro Cuore egli ha trovato la base stessa del Cristianesimo: « Sì, mia cara sorella, scrive ad una religiosa della Visitazione, noi dobbiamo dimorare in questo divin Cuore, ma dimorare per sempre…, vivendo solo della sua vita, agendo solo per i suoi movimenti divini, soffrendo nell’unione delle sue sofferenze, ed in tal maniera che deve essere il Cuore del nostro cuore, l’anima della nostra anima e la vita della nostra vita… Per questo unitevi a lui in tutte le vostre azioni e sofferenze e in tutti i vostri stati, senza nessuna riserva; ma, unendovi nella sua santa unione, voi agirete; sempre per movimento della sua divina grazia, sempre soprannaturalmente, mai umanamente e per natura. Che l’amore del Cuore infinitamente amabile di Gesù domini senza riserva sopra tutti i movimenti dei cuori nostri. Che lo Spirito Santo, che l’ha animato, animi tutti i nostri; che Egli sia il principio di tutte le nostre azioni e la sola gloria d’Iddio solo ne sia la fine ». – Infine egli scrive nell’ultimo lavoro da lui pubblicato: « Proviamo una santa compiacenza, una gioia divina che la SS. Trinità trovi nel cuore di Gesù un amore infinito… Ma che faremo noi per amare questo Cuore infinitamente amante? Rimontiamo fino alla creazione del mondo, andando di secolo in secolo, vediamo tutti gli amori dei patriarchi, dei profeti, degli Apostoli, dei martiri, dei confessori, delle vergini e di tutte le creature mortali. Risaliamo nei cieli, vediamo tutti gli amori degli spiriti celesti e della loro grande Regina; uniamoci a tutti questi amori, a tutti gli amori che si sono avuti e che si avranno per questo divin Cuore; offriamogli tutti questi amori, ma di più l’amore infinito del Padre Eterno. Formiamo l’intenzione che tante volte noi respireremo, altrettanto noi continueremo questa unione per amare, con tutti gli amori, il Cuore infinitamente amabile dell’adorabile Gesù ». – Allora si rivolge direttamente al sacro Cuore: « O Cuore abisso d’amore, o mio Salvatore, vi chiediamo, per l’amore che vi ha fatto morir per noi, che noi moriamo per la dolce violenza del vostro puro amore. O morire o amare ed amare per non Cessar mai di amare ». Che l’autore, in tutto questo, sia sotto l’influenza del movimento partito da Paray, ce lo dice lui stesso, rinviandoci al libro, « dotto, ma pieno di unzione » del P. Croiset. Del resto fa un’allusione evidente a Margherita Maria quando scrive: « Il nostro buon Salvatore ha fatto conoscere a santa Gertrude e ad altre anime sante, che farà grandi grazie a quelli che avranno una divozione speciale al suo divin Cuore ». – Precorse santa Margherita Maria e fu tutta dedicata al sacro Cuore anche Suor Giovanna Benigna Gojoz (1615-1692), della Visitazione di Torino, di cui abbiamo già parlato; sembra che ella abbia predetto alla sua gloriosa sorella le cose meravigliose che Dio doveva compiere per Mezzo suo. E, prima di morire, seppe anche che la sua predizione si era compiuta. Mentre nostro Signore preparava così le vie a santa Margherita Maria, Egli stesso preparava la santa nel segreto, la preveniva fin dalla più tenera infanzia, la circondava con il suo amore, attento ai primi battiti del suo cuore perché fossero tutti per lui solo. Il 20 giugno 1671 ella entrava alla Visitazione di Paray, e Gesù cominciò tosto a rivelarle i segreti del suo cuore.  Margherita Maria ebbe conoscenza del sacro Cuore, avanti le rivelazioni di Paray? Fu sotto l’influenza di alcuni di quelli che ora vengon chiamati i suoi precursori? Conobbe le rivelazioni fatte a S. Gertrude, lesse alcune delle pagine nelle quali si parlava del sacro Cuore? Niente lo indica, ma niente ci indica il contrario. Avanti di entrare in convento ella doveva aver inteso parlare del Cuore ammirabile di Maria che il P. Eudes aveva ottenuto di far onorare nella diocesi di Autun, fin dal 1648. « Un giorno, nella festa del Cuore della SS. Vergine », lo nota essa stessa, ella vide il suo cuore, piccolo, piccolo, « e quasi impercettibile » fra i cuori di Gesù e Maria, e, mentre udiva queste parole: Così il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre, « i tre cuori non ne formarono che uno solo ». Potrebbe darsi che vi fosse qui un’influenza delle idee del P. Eudes. È la sola traccia che possiamo ritrovarne. – Nelle pratiche di divozione verso il sacro Cuore scritte di sua mano, ve ne sono alcune prese in libri di divozione che essa leggeva in convento, del P. Saint-Jure, del Padre Nouet, del P. Guilloré. Ma questo è posteriore alle rivelazioni. Ha potuto leggere e sentir leggere, fin dalla sua entrata in convento, i passi di san Francesco di Sales sul sacro Cuore, ma niente ci dice che ne sia stata colpita. Verso la fine della sua vita ella seppe delle visioni e delle rivelazioni della Madre Anna Margherita Clement e ne parla in una lettera al P. Croiset. Ma ne parla come in una scoperta da lei fatta allora, senza dubbio, leggendo e sentendo leggere la vita della venerabile Madre, che era stata pubblicata nel 1686. In breve, senza poter affermare nulla come certo, abbiamo motivo per credere che la santa non doveva ad influenze esterne la sua divozione al sacro Cuore di Gesù. Pare ch’ella non vi pensasse avanti la sua entrata in religione, l’apprese da nostro Signore.

DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (10)

 M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (10)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO TERZO

L’INABITAZIONE DELLA TRINITÀ

(IV)

10) Molteplici sono gli effetti di questa divina presenza nell’anima. Ogni Cristiano battezzato può fruire come vuole delle Persone divine; e a tutto l’universo, ad alta voce, bisognerebbe proclamare che questa intimità dell’anima battezzata col Padre, col Figlio e con lo Spirito è l’essenza stessa della nostra vita spirituale. « Il giorno in cui lo compresi — diceva suor Elisabetta — tutto in me s’illuminò » (Lettera alla signora De S… – 1902.). Il primo effetto di questa presenza della Trinità nell’anima, mediante la grazia, consiste nel renderla capace di gioire di Dio; la sua beatitudine ha inizio sulla terra, poiché, eccetto la visione, già possiede in speranza e mediante l’amore Colui che ne è l’oggetto. E l’Amore infinito tutta l’avvolge e vuole fin d’ora associarla alla propria beatitudine. L’anima esperimenta, così, la Trinità vivente in lei, quella Trinità di cui godrà la visione nel cielo (Lettera a G. de G… – 20 agosto 1903). – « Quando quest’anima ha compreso la sua ricchezza, allora tutte le gioie naturali o soprannaturali che possono venirle dalle creature o anche da Dio, non fanno che invitarla a rientrare in sé, per godere del Bene sostanziale che possiede, e che è Dio stesso; acquista così — dice san Giovanni della Croce — una certa somiglianza con l’Essere divino » (Ultimo ritiro – 11° giorno). Voler enumerare tutti gli effetti della presenza di Dio nell’anima sarebbe come accingersi ad enumerare, fin nei minimi particolari, tutti i benefici suoi, nell’ordine naturale e soprannaturale. – Suor Elisabetta aveva preso l’abitudine di tuffarsi senza posa « nell’intimo suo », dove la fede le rivelava la presenza reale e sostanziale, quantunque invisibile, di Colui che è la sorgente stessa della grazia. « Egli abita in noi per salvarci, per purificarci, per trasformarci in Sé» (Lettera a G. de G… – Febbraio 1905). Al suo Dio presente e vivente in lei, due cose soprattutto chiede: di amarlo fino all’oblìo totale di se stessa, e di essere trasformata in Lui. « Che il regno dell’Amore si stabilisca in pieno nel vostro regno interiore e la forza di questo amore vi porti fino all’oblìo totale di voi stessa… Beata l’anima che è giunta a questo assoluto distacco! » (Lettera alla signora A… – 1906.). « Sì, io credo che il segreto della pace e della gioia consista nel dimenticarsi, nel disoccuparsi di sé. Ma questo non vuol dire non sentire più le proprie miserie fisiche e morali; che anzi, gli stessi santi sono passati attraverso questi stati crocifiggenti; essi però sapevano non fermarvisi, ma, ad ogni istante, si risollevavano dalle loro miserie. E, quando se ne sentivano sopraffatti, non se ne meravigliavano, ben sapendo di « quale argilla siamo formati » (Salmo CII-4.), come canta il Salmista; come lui però soggiungevano: « Con l’aiuto del Signore, sarò senza macchia e mi guarderò dalla mia iniquità» (Salmo XVII-24). « Poiché mi permettete di parlarvi come ad una sorella cara, vi dico che il Signore mi sembra chiedervi un abbandono e una fiducia illimitata in quest’ora dolorosa in cui sentite l’angoscia di vuoti tremendi. Pensate che, intanto, Egli scava nell’anima vostra delle capacità più grandi per riceverlo, capacità in certo modo infinite, come Lui stesso; quindi cercate di mantenervi lieta, almeno con la volontà, sotto la mano che vi crocifigge. Anzi, dirò di più: considerate ogni sofferenza, ogni prova, « come una prova d’amore » che vi manda il buon Dio, direttamente, per unirvi a Sé. Dimenticarvi per ciò che riguarda la vostra salute, non vuol dire rifiutare di curarvi; al contrario, questo è per voi un dovere, ed è la migliore penitenza; ma fatelo con grande abbandono, riconoscente sempre al Signore, qualunque cosa avvenga. E quando il peso del corpo si fa sentire e abbatte lo spirito, non vi scoraggiate, ma andate con fede e amore da Colui che ha detto: « Venite a me, ed io vi solleverò » (San Matteo, XI-28.). – Riguardo all’anima, poi non lasciatevi mai sconfortare dall’esperienza delle nostre miserie, ricordando ciò che dice il grande san Paolo: «Dove ha abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia » (Romani V, 20). Io sento che l’anima, quanto più è debole, anzi colpevole, tanto più ha ragione di sperare; e questo atto col quale dimentica se stessa e si getta nelle braccia di Dio, dà a Lui tanta gloria e tanta gioia, più di tutti i ripiegamenti dell’anima sopra di sé e tutti gli esami di coscienza i quali non raggiungono altro scopo che di farla vivere con le proprie infermità; mentre possiede lì, nel centro del suo essere, un Salvatore che la purifica ad ogni istante. Ricordate la bella pagina del Vangelo, in cui Gesù dice al Padre « che ha ricevuto da Lui ogni potere sopra ogni carne, perché a tutti comunichi la vita eterna? » (San Giovanni, XVII-2). Ecco che cosa Egli vuol fare in voi: vuole aiutarvi ad uscire continuamente da voi stessi, vuole che abbandoniate ogni preoccupazione, per ritirarvi in quella solitudine che Egli si è scelta nel vostro cuore; intima, cara solitudine, dove è sempre presente anche quando voi non Lo sentite, dove sempre vi attende e vuole stabilire con voi quell’« admirabile commercium » (Antifona dei Primi Vespri della Circoncisione) che noi cantiamo nella nostra bella liturgia, ineffabile intimità di Sposo a sposa. Le vostre infermità, le vostre colpe, tutto ciò che vi turba, Egli vuole portarvelo via, vuole guarirlo con questo contatto continuo, poiché « è venuto non per giudicare, ma per salvare » (San Giovanni, XII-47). Niente deve impedirvi di andare a Lui; non badate se siete nel fervore o nello scoraggiamento, perché è una triste legge dell’esilio quella di passare così da uno stato all’altro. Ma Lui, oh Lui non cambia mai, e nella sua bontà, è chino sempre su di voi per sollevarvi in alto e stabilirvi in Sé. E se, malgrado tutto, vi sentite oppressa dalla tristezza, desolata e sola, unite la vostra agonia a quella di Gesù nel giardino degli Ulivi, unite la vostra preghiera alla Sua preghiera: « Padre, se è possibile, allontana da me questo calice!…» (San Matteo, XXVI-39.). Vi sembra forse troppo difficile dimenticarvi così? Oh, non vi spaventate! se sapeste come è semplice, invece! Vi confiderò il mio segreto: pensate a questo Dio che abita in voi e di cui voi siete tempio (I Corinti, III-16.). È san Paolo che ce lo dice, e possiamo esserne certi. Allora, a poco a poco, l’anima si abitua a vivere nell’ineffabile Sua compagnia, comprende che porta in sé quasi un piccolo cielo in cui il Dio d’Amore ha stabilito la sua dimora, sente di respirare in un’atmosfera quasi divina, anzi non è più sulla terra che col corpo, ma l’anima abita al di là delle nubi e dei veli in Colui che è l’Immutabile. Non dite che tutto ciò non è per voi, perché siete troppo miserabile; questa, se mai, è una ragione di più per andare a Lui che vi salva; poiché non certo considerando la nostra miseria, ne saremo purificati, ma guardando Colui che è la stessa purezza e santità. San Paolo dice che « Dio ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio Suo » (Romani, VIII-29). Nelle ore più dolorose, pensate che l’Artista divino, per rendere più bella l’opera sua, usa il cesello; e rimanete in pace, sotto il lavoro della Sua mano sapiente. Il grande Apostolo di cui vi parlo, dopo essere stato rapito al terzo cielo, sentiva ancora la propria infermità, e se ne lamentava col suo Signore; ma Questi gli rispose: « Ti basti la mia grazia, perché la virtù si perfeziona tra le infermità » (II Corinti, XII-9.) È consolante per noi, non è vero?… Coraggio, dunque, signora e sorella mia carissima; vi affido, in modo tutto speciale, ad una piccola carmelitana morta a ventiquattro anni in odore di santità; si chiamava Teresa di Gesù Bambino, ed ha promesso, prima di morire, che il suo paradiso l’avrebbe trascorso facendo del bene sulla terra; ed ora la sua grazia è di dilatare le anime, di slanciarle sulle onde dell’amore, della confidenza, dell’abbandono; perché ci ha detto che ha trovato la felicità quando ha cominciato a dimenticare se stessa. Vogliamo invocarla insieme ogni giorno, perché vi ottenga questa scienza dell’oblio di sé, che forma i santi e che dona all’anima tanta pace e tanta gioia? » (Lettera alla signora A… ). In questa lettera, suor Elisabetta ci svela e ci dona il suo segreto più intimo. Per molti anni, l’ultimo ostacolo alla pienezza della santità in lei, fu proprio questa mancanza dell’oblìo totale di sé; e lungamente, nella sua preghiera, si tenne supplichevole dinanzi alla Trinità Santa: « Aiutami a dimenticarmi interamente… ». Venne esaudita, alfine: e, libera ormai, si abbandonò con tutte le sue potenze, al solo esercizio dell’amore. Fu, come abbiamo detto, il segno del trionfo dell’amore e del fiorire pieno della sua vita spirituale: grazia suprema di una spiritualità essenzialmente contemplativa, che attira le anime nel raccoglimento interiore, ma per farle uscire dal proprio io e tenerle occupate soltanto a dar gloria al Signore. L’effetto correlativo di questo dimenticare se stessi è la consumazione nell’unione trasformante, quell’unione in cui, soprattutto al termine della sua vita, suor Elisabetta si fissa con tanto amore. A mano a mano che Dio va compiendo in lei la sua opera di distruzione, si sente come quest’unione trasformante diviene sempre più il suo pensiero familiare, il termine sospirato a cui anela la piccola santa malata, per realizzare la sua brama di « divenire conforme al Crocifisso » e il suo « sogno di gloria ». Ella glorificherà Dio nella misura in cui sarà trasformata in Lui. È lo scopo a cui tende, sempre con lo stesso metodo: tenersi alla divina presenza, lasciarsi purificare e salvare dal contatto continuo con Dio: « Egli è tanto contento di perdonarci, di risollevarci, poi di trasportarci in Sé, nella sua purezza, col suo contatto continuo, coi suoi tocchi divini. Egli ci vuole tanto pure! Sarà Lui stesso la nostra purezza: ma noi dobbiamo lasciarci trasformare, fino alla piena somiglianza con Lui» (Lettera a G. de G… – 20 agosto 1903.). « Egli ha sete di associarci a tutto il Suo Essere, di trasformarci in Lui ».(Alla medesima – 14 settembre 1903). – Mentre componeva l’ultimo ritiro di « Laudem Gloriæ » suor Elisabetta si tuffava e rituffava con delizia nei passi sublimi del « Cantico » e della « Viva fiamma » in cui san Giovanni della Croce descrive quella trasformazione dell’anima nella Trinità che è il culmine della sua teologia mistica; ma, non paga di inebriarsene, si applicava con fedeltà instancabile ad ottenere da Dio questa grazia suprema, « Deus noster ignis consumens » (Ebrei, XII-29.). « Il nostro Dio, scriveva san Paolo, è un fuoco consumante, un fuoco di amore, cioè, che distrugge e trasforma in sé tutto ciò che tocca. Per le anime che, nel loro intimo, sono tutte abbandonate alla sua azione, la morte mistica di cui ci parla san Paolo diviene così semplice, così soave! Esse pensano molto meno all’opera di spogliamento e di distruzione che rimane loro da compiere, che non ad immergersi nella fornace d’amore che arde in esse, e che non è se non lo Spirito Santo, quello stesso Amore che, nella Trinità, è il vincolo di unione fra il Padre e il Suo Verbo. La fede ve le introduce; e là, semplici e quiete, vengono da Lui trasportate nella « tenebra sacra », al di sopra delle cose e dei gusti sensibili, e quindi trasformate nell’immagine divina. Esse vivono, secondo l’espressione di san Giovanni, « in società » con le Tre Persone adorabili; la loro vita è in comune: questa è la vita contemplativa » (« Il paradiso sulla terra, 6° orazione »), « Il grande mezzo per giungere a questa perfezione che il divino Maestro domanda da noi, è ancora e sempre la presenza di Dio, secondo il comando di Dio stesso ad Abramo: « Cammina alla mia presenza e sii perfetto » (Genesi, XVII.1). Senza mai deviare da questa via magnifica della presenza di Dio, anima procede « sola col Solo », sostenuta dalla forza della Sua destra, protetta all’ombra delle Sue ali senza temere le insidie della notte, né la freccia lanciata in pieno giorno, né il male che si insinua nelle tenebre, né gli assalti del dèmone meridiano » (Ultimo ritiro IV). È l’ora dell’unione trasformante; l’anima non aspira più che alla visione beatifica. – « Come il cervo assetato anela le sorgenti dell’acqua viva, così l’anima mia sospira a Te, mio Dio! L’anima mia ha sete del Dio vivo. Quando andrò, e comparirò dinanzi al suo Volto? ». E tuttavia, « come il passero che ha trovato un rifugio, come la tortorella che ha trovato un nido per deporvi i suoi piccoli », così l’anima, giunta a queste cime, ha trovato il suo rifugio, la sua beatitudine, in attesa di passare nella santa Gerusalemme, la « Beata pacis visio »; ha trovato il suo cielo anticipato ove iniziala sua vita di eternità » (Ultimo ritiro XVI). Sa di essere inabitata dalla Trinità Santa, e questo basta alla sua felicità. « Ecco il mistero che canta oggi la mia lira. Come a Zaccheo, il Maestro ha detto a me: «Affrettati a discendere, perché voglio alloggiare in casa tua » (San Luca, XIX-5.). Discendere!… Ma dove?… Nelle profondità della mia anima, dopo essermi separata, alienata da me stessa, dopo essermi spogliata di me stessa; in una parola: senza di me. « Bisogna che io alloggi in casa tua ». È il Maestro che mi esprime questo desiderio, il mio Maestro che vuole abitare in me col Padre e col suo Spirito di amore perché, come si esprime il Discepolo prediletto, io abbia « società » con Essi. «Voi più non siete ospiti o stranieri, ma siete già della casa di Dio » (Efesini, II-19.), dice san Paolo. Ed ecco come io intendo questo « essere della casa di Dio »: vivere in seno alla tranquilla Trinità, nel mio abisso interiore, nella fortezza inespugnabile del santo raccoglimento di cui parla san Giovanni della Croce. – Davide cantava: « Vien meno l’anima mia, entrando negli atrî del Signore » (Salmo LXXXIII2.). Mi sembra che questa debba essere l’attitudine di ogni anima che si ritira nei suoi atri interiori per contemplarvi il suo Dio, per prendervi strettissimo contatto con Lui. Essa vien meno, in una estasi divina, trovandosi dinanzi a questo Amore onnipossente, a questa Maestà infinita che abita in lei. Non è la vita che l’abbandona, ma è lei stessa che, disprezzando questa vita naturale, se ne ritrae, perché sente che non è degna del suo essere così grande, e vuol farla morire, per immergersi nel suo Dio. Come è bella questa creatura così libera, spoglia di sé! È ormai in grado di « disporre ascensioni nel suo cuore, per salire, dalla valle delle lagrime (cioè da tutto quello che è meno di Dio), al luogo che è la sua mèta» (Ibidem, 6), quel luogo spazioso cantato dal Salmista, che è — mi sembra — l’insondabile Trinità: Immensus Pater — Immensus Filius — Immensus Spiritus Sanctus (Simbolo di sant’Atanasio, 9.). Sale, si innalza al di sopra dei sensi, della natura; supera se stessa, supera ogni gioia come ogni dolore, sorpassa tutte le cose, per non riposarsi più fino a che sia penetrata nell’intimo di Colui che ama, e che le darà Egli stesso il riposo dell’immenso abisso. E tutto questo, senza che sia uscita dalla santa fortezza. Il Maestro le ha detto: « Affrettati a discendere ». E ancora senza uscirne, vivrà, a somiglianza della Trinità immutabile, in un eterno presente, adorando Iddio per Se stesso e divenendo, mediante uno sguardo sempre più semplice, più unitivo, « lo splendore della Sua gloria » o, in altre parole, « l’incessante lode di gloria » delle Sue adorabili perfezioni » (Ultimo ritiro XVI).

11). È proprio per farci giungere a questo abisso di gloria, nota san Giovanni della Croce, che Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza… « Anime create per queste meraviglie e chiamate a vederle realizzate in voi, che cosa fate? « In quali miserevoli nulla perdete il vostro tempo. « Le ambizioni vostre non sono che bassezze; i vostri cosiddetti beni non sono che miserie. Come potete non comprendere che, inseguendo le grandezze della gloria terrena, restate sepolte nella indigenza e nell’ignominia? « Mentre questi tesori incalcolabili vi sono riserbati, voi li ignorate, né altro sapete fare che rendervene indegne » (Cantico spirituale – Strofa XXXIX.). Mossa da un medesimo sentimento di tristezza divina, suor Elisabetta della Trinità, la sera del 2 agosto 1906 — quinto anniversario della sua entrata al Carmelo — ripensando a tutte le grazie attinte da questa ininterrotta presenza di Dio e sprecate da tante anime che, invece, avrebbero potuto viverne come lei, aveva esclamato: « Oh, io vorrei poter dire a tutte le anime quale sorgente di forza, di pace e di gioia troverebbero, se acconsentissero a vivere in questa intimità. Ma non sanno attendere; se Dio non si dona ad esse in maniera sensibile, trascurano la Sua santa presenza; e quando Egli giunge ricco di tutti i suoi doni, non trova nessuno: l’anima è assente, dissipata fra le cose esteriori. Non sanno abitare nelle profondità di se stesse » (Lettera alla mamma – 3 agosto 1906).

DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (11)

LA GRAZIA E LA GLORIA (5)

LA GRAZIA E LA GLORIA (5)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO PRIMO

IL FATTO E LA REALTÀ DELL’ADOZIONE DIVINA

CAPITOLO IV

I figli adottivi di Dio sono dei essi stessi per grazia e partecipazione.

1. È vero, dunque, che chiunque abbia conservato la grazia del suo Battesimo, o che la recuperi dopo averla persa, possa vantarsi di essere veramente un figlio adottivo di Dio, nato da Dio per una generazione spirituale, e trasfigurato nel suo essere ad immagine del Figlio unigenito, di cui è fatto coerede. Ma un figlio adottivo ha il diritto di portare il nome del padre che lo adotta. Dio, che è diventato nostro Padre, ci ha dato pure il suo Nome? Chi oserebbe dire o pensare questo? Non è forse il crimine e l’assurdità del politeismo l’aver comunicato alle creature un nome che è incomunicabile? – Eppure, se do ascolto alla voce dello Spirito Santo lo sento dire ai giusti: « Io, io l’ho detto: voi siete dei e figli dell’Altissimo » (Sal. LXXXI, 6). E nostro Signore, lungi dal contraddire queste parole del salmo, le conferma « Nonne scriptum est in lege vestra, Quia, ego dixi:  Dii estis?» (Joan: X, 34-35). Si dirà che queste parole non debbano essere prese alla lettera, che debbano essere spiegate, e che anniano un significato molto diverso da quello che si affaccia alla nostra mente quando le leggiamo nei Salmi e nel Vangelo. No, non è così. Io porto come garanzia la testimonianza autorizzata dei Santi Dottori e Padri. S. Agostino, nel suo commento al Salmo XLIX, arrivando a queste parole: “il Dio degli dei ha parlato“, le confronta con quelle del Salmo LXXXI, che abbiamo citato prima. (È evidente – dice – che egli chiama gli uomini dèi; ma dèi deificati dalla sua grazia, e non dèi prodotti dalla sua sostanza. Chi si giustifica da sé e non per mezzo di un altro, è giusto; e chi è deificato da se stesso e non da un altro è Dio. Ed è lo stesso che giustifica e deifica, perché giustificare è rendere figli di Dio. Per questo stesso fatto che siamo stati costituiti figli di Dio, siamo stati fatti dèi: dèi, dico, adottati per grazia e non generati per natura » (S. August. in psalm. XLIX). Lo stesso pensiero si trova in un’opera spesso attribuita a Sant’Anselmo, anche se fu scritta da uno dei suoi discepoli: « Dio ci rende dei, poiché Egli stesso ha detto: voi siete dei e siete tutti figli dell’Altissimo, così che Egli è il Dio divinizzante e voi siete dei divinizzati » (Eadmer, L. De similitudinibus, c. 66; Opp.). Torniamo a Sant’Agostino per citare una pagina curiosa che ci rivela sia il suo genio originale che la bonomia arguta e piccante che usava con il suo pubblico di artigiani e pescatori. Il Santo, parlando contro la menzogna, mette insieme due testi della Scrittura, apparentemente opposti tra loro. Il primo è di San Paolo: « Perciò, mettendo da parte ogni falsità, ognuno dica la verità in ogni cosa » (Efes. IV, 25). Ecco il secondo: « Ogni uomo è un bugiardo » (Sal. CXI, 11.). – « Cos’è questo che dice; dunque Dio attraverso il suo Apostolo ci comanda l’impossibile? Oso dirvelo; e non prendetelo come un insulto, poiché lo dico a me stesso: Dio ci comanda di non essere più uomini… Dico di più alla vostra carità; l’Apostolo fa un crimine per gli uomini l’essere uomini. Noi, quando siamo arrabbiati con qualcuno, diciamo: Oh, il bruto (pecus)! Allora Paolo, alzando la frusta del Maestro contro di loro, li rimprovera di essere ancora uomini. Cosa voleva che fossero, quelli che accusa di commettere un crimine con l’essere uomini? Ascoltate: “Poiché c’è gelosia e divisione tra voi, non siete voi carnali e non camminate secondo l’uomo? Perché quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non siete forse uomini? (1 Cor. I, 3-4) » Vedete, li sta rimproverando, dicendo: “Non siete uomini?” Ma, di nuovo, cosa voleva che fossero? Il salmo dice: L’ho detto: voi siete dei e figli dell’Altissimo (Sal. LXXXI, 6-7). Queste sono le parole stesse di Dio. A questa dignità ci invita…  « Se volete essere e rimanere uomini, sarete bugiardi. » Quindi non c’è più bisogno di scusarsi e dire: devo mentire, perché sono un uomo. Ti dico con fiducia: non essere uomo e non mentire più! Cosa? Qualcuno dirà: non devo essere un uomo? No, non dovete!  – Perché questo è ciò che Colui che si è fatto uomo per voi vi invita a fare e ciò che vi ha destinato a fare. Quindi non siate più alterati. Non vi viene detto di cessare di essere un uomo e diventare un bruto, ma di essere uno di quelli a cui Dio ha dato il potere di essere figli di Dio. Dio vuole farti diventare Dio, non per natura come il suo Unico, ma per grazia e per adozione. Proprio come questo Unico si è abbassato per condiscendenza alla nostra mortalità, così vuole farci salire fino alla partecipazione della sua immortalità. Ringraziatelo, dunque, e ricevete con gratitudine l’incomparabile beneficio che un giorno dovrà essere coronato dalla beatitudine eterna. Cessa di essere figlio di Adamo; rivestiti di Cristo, e non sarai più uomo; e cessando di essere uomo, non sarai più bugiardo » (S. Agost. Serm. 166). Altrove scrive in modo più conciso, ma con la stessa forza: « Dio si è fatto uomo, perché l’uomo fosse fatto Dio. Factus est Deus homo, ut homo fieret deus » (Serm. 128, n. 29 in Append. Opp. S. Agost). A questa grande voce del nostro dottore fanno eco tutti i Padri dell’Occidente fino a San Bernardo; e a Tommaso basta raccogliere il loro pensiero comune per scrivere: « Non è stato per se stesso che il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è stato circonciso nella carne; il suo scopo era di renderci dei per grazia e di meritare per noi la circoncisione spirituale » (S. Thom-3 p; q, 3. 97, a, 3 ad 2). E ancora: « L’unigenito Figlio di Dio, misericordiosamente geloso di renderci partecipi della sua divinità, prese la nostra natura, così che Dio fatto uomo, fece l’uomo come dei, ut homines deos faceret factus homo » (S. Thom. Offic. SS. Sacram., lect. 4).

2. – Abbiamo sentito l’Occidente proclamare per bocca dei suoi Dottori questo incredibile diritto dei figli adottivi a prendere il nome del Padre, cioè di Dio. Ci hanno anche detto che il grande mistero dell’Incarnazione è stato elaborato nella pienezza dei tempi per ottenerci questa mirabile grazia, e che si riassume in queste poche parole: Dio si è fatto uomo e l’uomo è diventato Dio. – Per sapere quanto questa convinzione sia sempre stata universale nella Chiesa, dobbiamo ascoltare a nostra volta i Padri e i santi d’Oriente. Anche loro vedono nella nostra deificazione la meta prossima della venuta del Verbo incarnato. Questo è ciò che ci insegna San Massimo. Egli ci insegna: « Questa natura, privata delle luci che aveva ricevuto alla sua prima origine, il Verbo di Dio fatto uomo l’ha nuovamente riempita di conoscenza. Egli ha fatto ancor di più: l’ha deificato, indubbiamente non in virtù di un cambiamento di natura, ma per una qualità soprannaturale, e l’impronta del carattere del suo Spirito… Perché se si è fatto uomo, è stato per renderci dei per grazia » (S. Maxim. Conf. Capp. quinquies centenor. Cent. 2, n. 26. P. G. t. 90, p. 1229; col. cent. 1, n. 63; ibid. p. 1204). – Per San Giovanni Damasceno la deificazione dell’uomo era lo scopo che Dio aveva in mente nel crearlo.  « Il fine per cui Dio ci abbia creati, questo fine che corona il mistero della nostra elevazione, è che Egli ha voluto deificarci assimilandoci a sé: deificarci, dico, per la partecipazione della luce divina, e non per una qualche trasmutazione della nostra natura in quella di Dio » (S. J. Damasceno. De fide O. L. II, c. 12 P. G. T. 94, p. 924. Col. Maxim. Capp. Quinquies contenor. N. 41, P. G. t. 90, p. 1193). Notiamo quest’ultimo correttivo, già impiegato da San Massimo: esso è motivato in entrambi dall’eresia di Eutyche dove si delirava in Gesù Cristo la fusione più o meno completa della natura divina e della natura umana. – Gli stessi Padri non potevano contenere gli scoppi della loro gratitudine al pensiero di un tale ineffabile beneficio. « L’uomo – esclama Gregorio di Nissa – l’uomo che per sua natura è cenere, paglia e vanità, Dio, il Padrone di tutte le cose, lo ha elevato dal rango di creatura alla condizione di figlio. Quali ringraziamenti possono eguagliare tale munificenza? Come supera immensamente la sua natura nel diventare Dio da uomo che era! Infatti, diventando figlio di Dio, è grande della grandezza di suo Padre, erede di tutti i beni paterni » (S. Greg. Nyss. de Boatilud, Orat. 7, P. Gr., t. 44, p. 12801). Le grandi eresie del IV secolo in Oriente non hanno contraddetto questa dottrina comune. Il loro crimine non era tanto quello di sminuire l’uomo innalzato dalla grazia, quanto quello di portare quasi al suo livello il Figlio Unigenito o lo Spirito che procede eternamente dal Padre e dal Figlio. Anche i nostri Dottori, forti di questo assenso universale, si poggiarono sulla deificazione dell’uomo rinnovata nel Figlio e dallo Spirito Santo, come un principio indiscutibile, per dimostrare la divinità dell’uno e dell’altro contro coloro che vi si opponevano. – Diamone alcuni esempi, cominciando da San Cirillo di Alessandria. « La creatura – egli scriveva – è uno schiavo e Dio il padrone sovrano. Ma attraverso l’unione che contrae con il suo Signore, questa creatura è liberata dalla sua propria condizione per elevarsi al di sopra di se stessa… Se dunque, essendo schiavi per natura, siamo per grazia figli di Dio e dei, il Verbo di Dio, per mezzo del quale diventiamo dei e figli di Dio, deve essere in tutta verità il Figlio di Dio secondo natura. Infatti, se Egli fosse stato solo un figlio secondo la grazia come noi, non avrebbe potuto comunicarci una grazia simile, perché è impossibile che una creatura dia ad altri ciò che non ha da sé ma da Dio » (S. Cyrill. Alex. in Joan. Stesso ragionamento per stabilire la divinità dello Spirito Santo, Id. Quadrante. VII di Trinit. P. Gr., vol. 75, p. 1089). – È con un argomento simile che San Basilio dimostra che lo Spirito Santo non è solo una sorta di demiurgo, strumento e ministro di Dio per la santificazione delle anime, ma che è della stessa natura del Padre e del Figlio. Prendendo di mira il suo avversario, egli esclama: « Tu sostieni – egli dice – che lo Spirito sia estraneo per natura al Figlio e al Padre. Ma guardate come fa diventare figli di Dio coloro che santifica. Cosa! è per mezzo dello Spirito che si diventa figli di Dio, e lo Spirito sarebbe estraneo al Figlio? È dallo Spirito che sei un dio, e lo Spirito non avrebbe la divinità in sé? » (S. Basilio, adv. Eunom. L. v. Pat. Gr., tt. 29, p. 732). – Sant’Atanasio aveva già colpito gli stessi avversari con lo stesso argomento. « La partecipazione dello Spirito Santo è in noi una partecipazione della natura divina. Sarebbe dunque uno stolto chi dicesse che è di natura creata. Se è sceso sugli uomini, è stato per deificarli. Ora, se Egli deifica, la sua natura è ovviamente la natura stessa di Dio » (S. Athan. ep. ad Serapion. 1, n. 24. Pat. Gr., t. 26, p. 585). – Infine, Gregorio di Nazianzo riassume questa prova in poche parole: « O Trinità – afferma – parlerò audacemente; che mi sia perdonata la mia temerarietà, perché la salvezza dell’anima è in pericolo. Anch’io sono l’immagine di Dio, tutto investito di una gloria superiore, anche se striscio per terra. Non posso credere che la salvezza mi venga portata da uno a me simile. Se lo Spirito Santo non è Dio, che prima si faccia Dio, e poi venga a deificare me, suo pari » (Gregor. Naz. Or. 34, n. 12. P. G., t. 36, p. 252). Che cosa è dunque, o meglio, che cosa dovrebbe essere la creazione per questo teologo per eccellenza: « Dio unito agli dei e familiarmente conosciuto dagli dei » (Greg. Naz. Oppure. 38, n, 7. Pat. Gr. 36, p. 317. Lo stesso Santo, dopo aver descritto la nostra miseria nativa, ricorda con entusiasmo i nostri destini gloriosi in Gesù Cristo: « O Dio, che cos’è l’uomo perché te ne ricordi? Ma qual è il nuovo mistero che si sta operando in me? Sono piccolo e sono grande; umile e sublime; mortale e immortale; della terra e del cielo. Devo essere sepolto con Cristo e risorgere con Lui, io sono coerede di Cristo, figlio di Dio, dio stesso. Orat.7 in Cæsar. fratrem. n. 23).

3. – « Dio sa che nel giorno in cui mangerete di questo frutto sarete come dei » (Gen. III, 5), aveva detto il tentatore alla madre della razza umana, per risvegliare in ella un orgoglio colpevole; e questa menzogna impudente portò la prima coppia alla rivolta e attraverso di essa ad ogni tipo di disgrazia. Il paganesimo, con la sua mania di divinizzare la natura e gli uomini, la falsa speculazione filosofica con i suoi sogni di panteismo, tutta questa lunga notte nella storia dell’umanità, tutto questo, dico, trova la sua spiegazione in questa parola del tentatore e in questa caduta delle sue vittime. Ovunque vedo l’uomo smarrirsi nella ricerca della divinità; ovunque anche la sua vana e criminale ricerca, lungi dall’elevarlo al di sopra di se stesso, lo prostra ai piedi del suo implacabile nemico. – Questo è ciò che voleva l’angelo ribelle, e ciò che, nella solitudine del deserto, cercò di ottenere dal Salvatore stesso. E Dio ha potuto scagliare contro i figli quella derisione con cui accusò il loro padre: « Vedi Adamo, che è diventato come uno di noi » (Gen. III, 22). Ma ora, per un mirabile consiglio della sua provvidenza, Dio ha deciso, secondo la dottrina dei Padri, di usare per salvare l’uomo quella stessa cosa che lo aveva perduto. È Lui che ora ci propone di essere come dei; Lui la cui promessa è infallibile, e il cui potere è efficace nel fare ciò che promette. Diventate miei figli – ci dice – vivete come miei figli e partecipando alla mia divinità, sarete degli dei; non più oggetti della mia derisione, ma delle eterne mie compiacenze. – Spiegheremo in seguito quale sia la partecipazione della natura divina che, depositata nelle profondità della nostra sostanza, dovrebbe procurarci questo altissimo onore. Nel frattempo, addentriamoci ancora di più nell’alto destino fatto per noi, alla scuola dell’Aeropagita, San Dionigi. Questo grande uomo ci insegna che « il voto dell’indivisibile Trinità, questa fonte di vita, questa sostanza di ogni bontà, è la salvezza di ogni creatura intelligente, sia essa uomo o Angelo. Ora, la salvezza si trova solo nella deificazione del salvato, cioè nell’assimilazione e nell’unione a Dio. » (Dionigi. Areop. de Hier. eccl. c. 1, n. 3. Non devo discutere qui la più che dubbia autenticità delle opere pubblicate sotto questo nome. Mi basta sapere che sono state ammirate dai più grandi geni, come Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino e molti altri.). – Egli aggiunge inoltre che, « se il primo movimento che Dio ci imprime verso le cose celesti è il suo amore, questo stesso amore avanza nell’esecuzione dei comandamenti divini, nella misura in cui suppone in noi l’ineffabile produzione di un essere divino, cioè una generazione divina. Pertanto, non bisogna che l’esistenza debba precedere l’operazione, poiché ciò che non è e non ha né movimento né realtà, così come ciò che ha l’essere non è attivo e passivo solo in proporzione al suo stato e alla sua natura? (Ibid., c. 2, parte 1). Così tutto si tiene insieme, filiazione, rigenerazione mediante il Battesimo, partecipazione alla natura divina, stato divino, deificazione dell’essere e delle operazioni; e produrre in noi queste meraviglie della grazia è allo stesso tempo il desiderio più ardente della Santa Trinità, e il fine di tutta la gerarchia sulla terra e in cielo.

LA GRAZIA E LA GLORIA (6)