LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (8)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (8)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

ART. IV. — I NOSTRI DOVERI VERSO LA VITA SOPRANNATURALE.

Se Dio vive ed opera nell’anima nostra, se ci fa partecipare alla sua vita corredandoci “di un organismo soprannaturale, è evidente che dobbiamo corrispondere alle sue premure, accettare con riconoscenza questa vita, e sotto l’azione della grazia attuale, diligentemente perfezionarla. È il caldo consiglio che San Paolo dava continuamente ai suoi discepoli: « Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio! ». E alle esortazioni aggiunge le minacce, dichiarando che Dio, nonostante la infinita sua bontà, sarà costretto a castigare veramente coloro che abusano volontariamente della grazia: « La terra che, bevendo la pioggia cadutale spesso dal cielo, germoglia erbe utili per chi la lavora, riceve benedizioni da Dio; ma se produce spine e triboli, viene riprovata ed è vicina a maledizione » (Hebr. VI, 7-8). Che cosa dobbiamo dunque fare per trar profitto da questa vita che Dio ci ha così liberalmente largito? dobbiamo fare principalmente due cose:

1° rispettarla e conservarla come il più prezioso dei tesori;

2° quotidianamente aumentarla facendo atti soprannaturali e meritori.

1° Rispettare e conservare la vita soprannaturale.

A) Essendo la vita della grazia) il più prezioso dei beni, dobbiamo stimarla più di tutti i tesori della terra, e persino più di tutti i doni preternaturali.

a) La grazia vale certo più di tutti i tesori e di tutte le terrene dignità. A lei, che della sapienza è la fonte, possiamo applicare ciò che il sacro autore dice della Sapienza: « L’ho preferita a scettri e troni e le ricchezze stimai un nulla a paragone di lei… L’amai più che la sanità e la bellezza e l’anteposi alla luce, perché lo splendore che essa irraggia non tramonta mai. Insieme con lei mi venne ogni bene e innumerevoli ricchezze per mezzo di lei » (Sap. VII, 8-11). Che cosa, infatti, sono mai le caduche ricchezze di fronte a quel Dio che ora possediamo già per la grazia e di cui godremo per tutta l’eternità? È ben avaro, diceva l’Olier, colui al quale Dio non basta. E che valgono tutte le corone del mondo, che avvizziscono così presto, appetto alla corona immortale che ci è procurata dallo stato di grazia se vi perseveriamo?

b) Anzi, la grazia santificante vale più del potere di far miracoli, che Dio comunica ai suoi santi. S. Paolo scrive: « Se avessi il dono della profezia e conoscessi i misteri tutti e tutto lo scibile; e se avessi tanta fede da trasportar le montagne, ma poi non avessi la carità (e quindi la grazia), non sarei nulla! » (I Cor. XIII, 2), Il potere di far miracoli non è infatti cosa essenzialmente soprannaturale, come la grazia santificante, ma è solo preternaturale: potrebbe, assolutamente parlando, essere concesso a un peccatore, perché non suppone necessariamente l’intima unione con Dio, ma solo una semplice delegazione della sua potenza; mentre la grazia è una partecipazione alla vita stessa di Dio, è il bene supremo che Dio non concede se non ai suoi amici. Tutto ciò è talmente vero che, se la dignità di Madre di Dio, che è la più grande dignità che si possa conferire a semplice creatura, venisse separata dalla grazia santificante che l’accompagna, la grazia santificante le sarebbe superiore. Tale è in sostanza il pensiero di Nostro Signore quando dice: « Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, costui è mio fratello e sorella e madre » (Matth. XII, 50). Infatti, il fare perfettamente la volontà di Dio, è amarlo, è possedere lo stato di grazia, è quindi entrare nella famiglia di Dio, è essere fratello di Gesù Cristo, è concepir Gesù nel proprio cuore, come lo aveva concepito Maria prima di riceverlo nel virgineo suo seno, è quindi il più grande di tutti i beni.

c) Del resto, se vogliamo giudicar del pregio della grazia, vediamo quello che fecero le tre divine Persone per comunicarcela. Il Padre non ha che un Figlio, un Figlio che è la viva e sostanziale sua immagine, un Figlio che ama come se stesso. Or questo Figlio ei lo dà, lo fa incarnare, lo sacrifica per restituirci la vita della grazia che avevamo perduta pel peccato di Adamo: « Dio ha amato tanto il mondo che diede l’unico suo Figlio, onde chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna » (1 S. Giov. III, 16). Il Figlio era perfettamente beato nel seno del Padre; amato da Lui con amore infinito e Lui riamando con reciproco amore, non aveva alcun bisogno di noi. Eppure, per amore del Padre e per amor nostro, acconsente a farsi uomo per divinizzarci, acconsente ad assumere le nostre infermità e i nostri dolori, a patire e morire per noi sopra una croce, affinché ci sia ridata la vita che avevamo perduta in Adamo: « Cristo ci amò e diede se stesso per noi oblazione ed ostia a Dio in odore soavissimo » (Ephes. V, 2). Onde, purificati per virtù del suo sangue e del suo amore, viviamo della sua vita. Lo Spirito Santo, vincolo e amore mutuo del Padre e del Figlio, uguale all’uno e all’altro, beato della medesima beatitudine, non aveva certamente bisogno del nostro amore. Eppure, per santificarci applicandoci i meriti del Figlio, discende nel povero nostro cuore, ne caccia il peccato, lo orna della grazia e delle virtù, e dà a noi se stesso, affinché godiamo della sua presenza e dei suoi doni intanto che aspettiamo l’eterno possesso di Dio: « L’amor di Dio, dice S. Paolo, è diffuso nei nostri cuori per opera dello Spirito Santo che ci fu dato » (Rom. V, 5). – Ecco ciò che fanno le tre divine Persone per comunicarci la loro vita, ecco la stima che ne hanno, il pregio che le attribuiscono. Meditando queste grandi verità, i santi non si potevano tenere dal dire: Oh! anima mia, tu vali il sangue di un Dio, tu vali un Dio! tanti vales quanti Deus! – Aveva dunque ragione Gesù di dire alla Samaritana: « Se conoscessi il dono di Dio!… Chi beve dell’acqua che gli darò io (l’acqua della grazia), non avrà più sete in eterno; l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte che zampillerà fino alla vita eterna! ». Ecco dunque che cos’è la grazia santificante: una fonte di acqua viva che, scaturendo dalle altezze del cielo, dal cuore stesso di Dio, ha il mirabile potere di farci risalire a Lui. È la perla preziosa, il tesoro nascosto, che bisogna comprare e serbare a qualunque costo, perchè è per noi il diritto alla vita eterna, il diritto al possesso di Dio nell’eterna visione e nell’eterno amore!

B) Si capisce quindi il linguaggio dei Padri che ci esortano, con san Leone Magno, a conservar gelosamente questo preziosissimo dei tesori: « Riconosci, o Cristiano, la tua dignità; e, fatto partecipe della natura divina, non tornare con la sregolata condotta all’antica tua bassezza. Rammenta di quale corpo sei sembro e chi è il tuo capo. Ricordati che, strappato alla potenza delle tenebre, fosti trasportato nel regno della luce e che il santo Battesimo ti consacrò tempio dello Spirito Santo? » (S. LEONE, Serm. 21, sulla natività del Signore, c. 3). – Ora una sola cosa può farci perdere la grazia: il peccato mortale; odio dunque al peccato mortale e a tutte le sue occasioni! Abbiamo mai seriamente pensato a quanto è di criminoso e di insensato nel peccato mortale? Dio è il nostro primo principio, il nostro sommo padrone, un re pieno di dolcezza e di bontà che nulla ci comanda che non miri così alla nostra felicità come alla sua gloria; e noi ricusiamo di ubbidirgli e ci ribelliamo contro la sempre buona e santa sua volontà! Dio è nostro Padre e ci tratta non solo con premura paterna, ma colla tenerezza propria della più amorosa delle madri; ora col peccato noi disprezziamo il suo amore e i suoi doni, li voltiamo anzi contro di Lui e l’offendiamo nel momento stesso in cui ci colma dei suoi favori! Dio è il nostro Salvatore, che ci riscattò a prezzo delle più dure fatiche, dei più dolorosi tormenti, della più ignominiosa delle morti; e noi lo crocifiggiamo di nuovo! Infatti, come ben dice l’Olier (Catéchisme chrétien pour la vie intérieure, p. I, lez. 28), « la nostra avarizia inchioda la sua carità, la nostra ira la sua dolcezza, la nostra impazienza la sua pazienza, il nostro orgoglio la sua umiltà; e così coi nostri vizi noi afferriamo, leghiamo, facciamo a brani Gesù Cristo che abita in noi ». Offendendolo, commettiamo una specie di suicidio spirituale, perché perdiamo la grazia che è la vita dell’anima nostra; perdiamo le virtù e i doni che le fanno corteggio; che se, nell’infinita sua misericordia, Dio ci lascia ancora la fede e la speranza (posto che il nostro peccato non colpisca direttamente queste virtù) lo fa per poterci ispirare un salutare timore e preparar la nostra conversione. Perdiamo anche i meriti passati, accumulati con tanti sforzi; perdiamo perfino il potere di meritar la vita eterna. Ma soprattutto perdiamo Dio, Dio che è il bene infinito e la fonte di ogni bene; quel Dio che era la gioia dell’anima nostra; e mettiamo al suo posto il demonio che ci riduce in ischiavitù; perché « chiunque commette il peccato diventa schiavo del peccato » (S. Giov., VII, 34), schiavo delle sue passioni e delle cattive sue abitudini. Ah! si, il peccato mortale è veramente una pazzia, e si capisce il forte linguaggio dei santi: « Piuttosto morire che macchiarmi l’anima: potius mori quam fœdari ».Per essere più sicura di schivarlo, l’anima fervorosa fugge con la massima diligenza anche i peccati veniali deliberati, ossia quelli che si commettono vedendo chiaro di offendere Dio, sebbene in materia leggiera. Poiché, come dice santa Teresa, il commettere volontariamente uno di questi peccati è un dire implicitamente a Dio: « Signore, sebbene quest’azione vi dispiaccia, io la farò lo stesso. So bene che voi la vedete, so pure che non la volete, ma alla vostra volontà io preferisco il mio capriccio e la mia inclinazione ». È chiaro che una simile disposizione è molto deplorevole e serio ostacolo al nostro avanzamento Spirituale. – L’anima fervorosa si studia di evitare persino le imperfezioni volontarie, vale a dire le deliberate resistenze alle ispirazioni della grazia; perché queste resistenze dispiacciono a Dio e ci privano di numerosi aiuti. Ma il mezzo migliore per evitare le imperfezioni e i peccati veniali e per star lontani dal peccato mortale è di aumentar quotidianamente in noi la vita della grazia.

2° Aumentare quotidianamente la vita soprannaturale.

La grazia santificante è vita e quindi essenzialmente progressiva. Infatti, ogni vita. è moto; se cessa il moto vitale, sopravviene la morte; anzi il rallentamento di questo moto è già diminuzione di vita e avviamento alla morte. Ecco perché l’unico mezzo veramente efficace per conservar la vita soprannaturale è di studiarsi continuamente di aumentarla: chi non lo fa, cade nella tiepidezza, nel languore spirituale, nel rilassamento, e discende a grado a grado la china che conduce nell’abisso.

A) Or dunque in che modo aumentiamo in noi la vita soprannaturale? Corrispondendo a quelle grazie attuali che abbiamo sopra descritte, ossia facendo atti soprannaturali e meritorii. Questi atti non li facciamo da soli, ma in collaborazione con Dio: « Non io solo ho lavorato, dice san Paolo, ma la grazia di Dio con me » (I Cor. XV, 10). Di qui si spiega la mirabile fecondità di questi atti. Se operassimo da soli, i nostri atti sarebbero incapaci di meritare l’eterno possesso di Dio: ma opera in noi e con noi lo Spirito Santo e la sua virtù dà alle nostre azioni un valore proporzionato alla grandezza del fine da conseguire. Divinizzati nella nostra sostanza colla grazia abituale, divinizzati nelle nostre facoltà colle virtù soprannaturali, noi possiamo, sotto l’influsso della grazia attuale, fare atti soprannaturali, deiformi e meritori della vita eterna. – Sono atti certamente transitori mentre la gloria è eterna. Ma se, nell’ordine naturale, atti che non durano che un momento sono capaci di causare abitudini e stati psicologici duraturi. Non è meraviglia che Dio, nella somma sua bontà, abbia voluto che ognuno dei nostri atti soprannaturali, fatti in istato di grazia, meriti una ricompensa eterna. Quindi san Paolo, volendo consolare in mezzo alle loro tribolazioni i cari suoi discepoli, dichiara che: « la momentanea e leggera tribolazione nostra ci guadagna uno smisuratamente grande ed eterno peso di gloria? » (II Cor. IV, 17); e sul fine della vita, dopo aver lavorato sempre animoso e costante. sentendo di aver combattuto la buona battaglia, l’Apostolo aspetta con ferma speranza la corona di giustizia promessa da Dio ai suoi servi fedeli: « Ho combattuto il buon combattimento, ho finita la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi sta serbata la corona della giustizia che mi consegnerà il Signore in quel giorno, il giusto giudice; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno amato la sua ricomparsa! » (IITim. IV, 7, 8). È parola certo molto consolante, perché, senza far nulla di straordinario, puramente coll’adempiere i doveri del nostro stato per Dio e tollerare pazientemente per lui le fatiche e le pene, possiamo aumentare ad ogni istante il nostro capitale di grazia santificante e di gloria eterna!

B) Vediamo quindi quali sono le condizioni che aumentano il valore degli atti meritori e con essi il grado della vita soprannaturale. Sono tre le condizioni principali che intensificano i meriti di un’anima che è già in istato di grazia: l’unione con Nostro Signore, la purità d’intenzione, e il fervore con cui si opera.

a) La prima causa che intensifica i nostri meriti è il grado di intimità e di unione che abbiamo con Nostro Signore. Col Battesimo, come abbiamo già detto, noi siamo incorporati a Gesù Cristo; ora, essendo Gesù la fonte di tutti i nostri meriti, ne viene che tanto più meritiamo quanto più intimamente e più abitualmente, direi anche più attualmente, siamo uniti e incorporati a Lui. È ciò che volle inculcarci Gesù medesimo con quel bel paragone della vite, che esprime così bene le nostre relazioni con Lui: « Io sono la vite e voi i tralci… se uno rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto? ». Uniti a Gesù come i tralci al ceppo della vite, riceviamo tanto maggior linfa divina quanto più abitualmente, più attualmente, più strettamente siamo uniti al ceppo divino. Ecco perché le anime fervorose, o che tali vogliono diventare, cercarono sempre un’unione ognor più intima con Nostro Signore. Ecco perché anche la Chiesa vuole che facciamo le nostre azioni per Lui, con Lui e in Lui: per Lui, per ipsum, perché  nessuno va al Padre senza passare per Lui; nemo venit al Patrem nisi per me » (Giov. XIV, 6); con Lui, cum ipso, operando con Lui, perché Gesù si degna di farsi nostro collaboratore; in Lui, in ipso, cioè nella sua virtù, nella sua forza, e specialmente nelle sue intenzioni, non avendone altre che le sue (È ciò che abbiamo esposto più sopra trattando della nostra incorporazione a Cristo? – Gesù vive allora in noi, ispira i nostri pensieri, i nostri desideri, le opere nostre, onde possiamo dire con san Paolo; « Vivo ma non più io, vive in me Cristo: Vivo autem iam non ego, vivit in me Christus » (Gal. II, 20). È chiaro che azioni fatte sottol’influsso e la vivificante virtù di Cristo e con la potente sua collaborazione hanno un valore incomparabilmente più grande che se fossero fatte da noi soli. Quindi in pratica studiamoci di unirci spesso, e specialmente al principio delle nostre azioni, a Nostro Signor Gesù Cristo e alle perfettissime sue intenzioni, pienamente consci della nostra incapacità a fare alcunché di bene da noi stessi, e con la ferma fiducia ch’Ei può rimediare alla nostra debolezza.

b) La purità d’intenzione o la perfezione del motivo che ci fa operare. Molti teologi dicono che, a riuscir meritorie, basta alle nostre azioni che siano ispirate da un motivo soprannaturale di timore, di speranza o di amore. Ma è certo che san Tommaso vuole che esse procedano almeno virtualmente dalla carità, in virtù di un atto di amor di Dio posto precedentemente e la cui efficacia perseveri. Osserva però il santo Dottore che questa condizione si avvera in tutti coloro che sono in istato di grazia e fanno un atto lecito (Quæst. disp. de Malo, q. 2, a, 5 ad 7). Infatti ogni atto buono si ricollega a una virtù; ora ogni virtù converge verso la carità, essendo la carità la regina che impera a tutte le virtù, come la volontà è la regina di tutte le facoltà. La carità, sempre attiva, dirige a Dio tutti i nostri atti buoni, e avviva informandole tutte le nostre virtù. Tuttavia, se vogliamo che i nostri atti acquistino il maggior merito possibile, occorre una purità di intenzione molto più perfetta e più attuale. L’intenzione è la cosa principale nei nostri atti: è l’occhio che li illumina e li dirige verso il loro fine; è l’anima che li avviva e li avvalora innanzi allo sguardo di Dio: « Se il tuo occhio è puro, dice Nostro Signore, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è guasto, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre » (Matth. VI, 22-23). Che è come dire: se la tua intenzione, che è l’occhio della tua anima, è semplice e retta, anche il complesso delle tue azioni sarà meritorio.

Ora tre elementi conferiscono alle nostre intenzioni un valore speciale.

1) Essendo la carità la regina e la forma delle virtù, ogni atto ispirato dall’amore di Dio e del prossimo avrà molto maggior merito di quelli ispirati dal timore e dalla speranza. Conviene quindi che tutte le nostre azioni siano fatte per amore, perché così anche le più comuni, come i pasti e le ricreazioni, diventano atti di carità e partecipano al valore di questa virtù senza perdere il proprio: mangiare per ristorare le forze è motivo buono e in un Cristiano è anche meritorio; ma ristorare le forze colla mira di lavorar meglio per Dio e per le anime è motivo assai superiore di carità, che nobilita questo atto e gli conferisce un valore meritorio molto maggiore.

2) Poiché gli atti di virtù informati dalla carità non perdono il valore proprio; ne segue che un atto fatto contemporaneamente con più intensioni riesce più meritorio. Così un atto di ubbidienza ai superiori fatto per doppio motivo, cioè per rispetto alla loro autorità e nello stesso tempo per amor di Dio considerato nella loro persona, avrà il doppio merito dell’ubbidienza e della carità. A questo modo un medesimo atto può avere un valore triplo e quadruplo: detestando i miei peccati perché hanno offeso Dio, se io ho l’intenzione di praticare nello stesso tempo la penitenza, l’umiltà e l’amor di Dio, fo un atto triplicemente meritorio. È quindi utile il proporsi diverse intenzioni soprannaturali, ma bisogna evitare di cader nell’eccesso col cercare troppo affannosamente intenzioni molteplici; il che potrebbe portar turbamento nell’anima. Accogliere quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla divina carità, ecco il mezzo più acconcio per accrescere i nostri meriti e conservare la pace interiore.

3) La volontà dell’uomo essendo labile e meschina, è necessario rendere spesso esplicite e attuali le nostre intenzioni soprannaturali; altrimenti potrebbe accadere che un atto, cominciato per Dio, continuasse poi sotto l’influsso della sensualità e dell’amor proprio e perdesse così una parte del suo valore; dico una parte, perché se, come ordinariamente avviene, queste nuove intenzioni non distruggono interamente l’intenzione primiera, l’atto rimane nel suo complesso soprannaturale e meritorio. Quando una nave, partendo per esempio da Brest, fa rotta per New York, non basta dirigerne la prora verso questa città una volta tanto, ma, poiché la marea, i venti e le correnti tendono a farla deviare, bisogna sempre ricondurla col timone verso la mèta. Lo stesso avviene della nostra volontà: non basta dirigerla una volta, e neppure ogni giorno, verso Dio, perché  le passioni umane e le influenze esterne la farebbero presto deviare dalla linea retta; bisogna, con un atto esplicito, ricondurla spesso verso Dio e verso la carità. Allora le nostre intenzioni restano costantemente soprannaturali, anzi perfette e molto meritorie, soprattutto se vi aggiungiamo il fervore.

c) L’intensità o il fervore con cui si opera. Si può infatti, anche facendo il bene, operar languidamente, con poco sforzo, oppure con vita, con tutta l’energia di cui si è capaci, applicando tutta la grazia attuale che ci viene concessa. È evidente che in questi due casi il risultato sarà molto diverso. Se si opera languidamente, non si acquistano che pochi meriti, e si può anche commettere qualche peccato veniale; che però non distrugge tutto il merito; se invece preghiamo, lavoriamo, ci sacrifichiamo con tutta l’anima, ognuna delle nostre azioni merita una considerevole quantità di grazia abituale. Senza entrar qui in questioni sottili ed incerte, si può dire con certezza che, rendendo Dio il centuplo di ciò che si fa per Lui, un’anima fervorosa acquista ogni giorno un numero assai rilevante di gradi di grazia e diventa così in poco tempo molto perfetta, secondo l’osservazione della Sapienza: « Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera: Consummatus in brevi, explevit tempora multa » (Sap. IV. 13). Che prezioso incoraggiamento ad essere fervorosi! e quanto conviene rinnovar spesso gli sforzi con energia e perseveranza nel breve corso della vita presente! – Anche la difficoltà dell’atto, quando non provenga da un’attuale imperfezione della volontà, accresce il merito, non per sé ma in quanto richiede maggiore amor di Dio e sforzo più grande e più continuo. Così, per esempio, il resistere a una tentazione violenta è più meritorio, a parità di condizioni, che resistere a una tentazione leggera; praticar la dolcezza per chi ha temperamento collerico ed è spesso provocato da chi gli sta attorno, è più difficile e quindi più meritorio che non mostrarsi mansueto per chi ha naturale  dolce e timido ed è attorniato da persone benevole. Non bisogna però concluderne che la facilità acquistata con molti atti di virtù diminuisca necessariamente il merito : questa facilità, quando uno se ne giovi per continuare e accrescere anzi lo sforzo soprannaturale, aiuta l’intensità o il fervore dell’atto e per questo verso aumenta il merito, conforme venne spiegato. Come un buon operaio, col perfezionarsi nel suo mestiere evita ogni spreco di tempo, di materiale, di forza, e ottiene maggior vantaggio con minor fatica, così anche il Cristiano che sa servirsi meglio dei mezzi di santificazione, evita sprechi di tempo e molti sforzi inutili e guadagna maggiori meriti con minor fatica. I santi, che colla lunga pratica delle virtù fanno più facilmente degli altri atti di umiltà, di ubbidienza, di religione, non vengono ad averne minor merito, poiché così praticano più agevolmente e più frequentemente l’amor di Dio: continuano del resto a fare sforzi e sacrifizi nelle circostanze in cui sono necessari. Diremo quindi che la difficoltà accresce il merito non in quanto è ostacolo da vincere ma in quanto eccita maggiore ardore e maggiore amore (Eymieu, Le Gouvernement de soî-méme, t. I. Introd p. 7-9)

CONCLUSIONE.

La conclusione che chiaramente ne viene è la necessità di santificare tutte e singole le nostre azioni, anche le più comuni. Possono, come già dicemmo, essere tutte meritorie, se le facciamo con intenzione soprannaturale, associandoci all’Operaio di Nazareth che, mentre lavorava nella sua bottega, meritava continuamente per noi. Che se le cose stanno veramente così, quali progressi spirituali non possiamo fare anche in un giorno solo! Dal primo svegliarsi del mattino fino al riposo della sera si possono contare a centinaia gli atti meritori di un’anima raccolta e generosa; perché non solo ogni azione, ma, quando un’azione dura, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicar la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo un piccolo servigio; ogni parola ispirata dalla carità; ogni buon pensiero di cui si tragga profitto; insomma tutti i moti interiori dell’anima liberamente diretti al bene, sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la grazia nell’anima. – Si può quindi dire con tutta verità che non vi è mezzo più efficace, più pratico, più ovvio per tutti a santificarsi, che studiarsi di rendere soprannaturale ognuna delle proprie azioni; è mezzo che basta da solo ad innalzare in poco tempo un’anima ad alto grado di santità. Ogni atto è allora un seme di grazia, perché la fa germogliare e crescere nell’anima; e un seme di gloria, perché aumenta nello stesso tempo i diritti alla beatitudine celeste. – Il mezzo pratico poi per convertire tutti i nostri atti in meriti è di raccoglierci un momento prima di operare; di rinunciar positivamente a ogni intenzione naturale o cattiva; di unirci, di incorporarci a Nostro Signore, nostro modello e nostro capo, col sentimento della nostra impotenza; e di offrire per mezzo di Lui la nostra azione a Dio Per la gloria sua e per il bene delle anime. Così intesa, l’offerta spesso rinnovata delle nostre azioni è un atto di rinuncia, di umiltà, di amore di Nostro Signore, di amor di Dio e del prossimo; è un’accorciatoia per arrivare alla perfezione e per aumentare continuamente la nostra vita soprannaturale. – Tali sono i mezzi principali per corrispondere alla grazia e accrescere in noi quella partecipazione alla vita divina che è il più prezioso tesoro dell’anima nostra. Mettiamo dunque in pratica il consiglio di san Giovanni: « Chi è giusto diventi sempre più giusto, e chi è santo diventi sempre più santo (Apoc. XXII, 11).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – “SUMMI MÆRORES”

L’ennesimo grido di allarme e di richiamo ai reggitori dei popoli onde conformino leggi e costumi alla morale cristiana, viene lanciato in questa breve Enciclica, in cui il Santo Padre cerca di arginare il male diffuso in modo travolgente e minacciante la pace tra i popoli. Il richiamo e le parole accorate del Papa Pacelli sono ancora valide oggi, tempo ben peggiore di quello a cui risale la lettera, epoca in cui si è instaurata una situazione di folle paganesimo spinta dalle conventicole anticattoliche di coloro che odiano Dio, la sua Chiesa e tutti gli uomini, i servi del demonio oggi più che mai attivi ed infiltrati in tutte le cariche sociali, politiche e (pseudo) religiose, anche ai massimi livelli. È tempo di invocare l’aiuto di Dio e della sua giustizia perché si possano risanare le mille e mille ingiustizie che tengono la pace lontano da tutti i popoli, ed i popoli lontano da Dio e dalla sua “vera” Chiesa. Meditiamo alla luce della dottrina cattolica antimodernista questa paterna lettera e cerchiamo di porgerla alla conoscenza, oltre che dei pochi residui fedeli, dei governanti, tutti feroci nemici di Cristo e della Chiesa Cattolica oggi tenuta in esilio, nel sepolcro dal quale però, come il suo Capo divino, uscirà presto vittoriosa e risplendente di nuova e definitiva luce per ascendere al cielo ed unirsi alla Chiesa trionfante in un unico Corpo mistico: la Gerusalemme celeste.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

SUMMI MÆRORIS

NUOVE PREGHIERE PER LA PACE
E LA CONCORDIA DEI POPOLI

Non Ci mancano certamente motivi di sommo dolore e al tempo stesso d’immensa letizia. Da una parte Ci si offre lo spettacolo delle moltitudini che in questo anno giubilare da ogni contrada della terra accorrono a Roma, e quivi rendono un’insigne testimonianza di fede concorde, di fraterna unione, di pietà ardente, in tal numero quale, nel corso dei secoli, questa nobile città, che tanti celeberrimi avvenimenti ha conosciuto finora, non vide mai. E Noi con amorosa sollecitudine accogliamo queste moltitudini senza numero confortandole con paterne esortazioni e proponendo loro nuovi e fulgidi esempi di santità, le richiamiamo, non senza copiosi frutti, sulla via del rinnovamento dei costumi e alla perfezione della vita cristiana.  – D’altra parte, le presenti condizioni sociali dei popoli si presentano tali al Nostro sguardo da suscitare in Noi le più vive preoccupazioni e ansietà. Molti discutono, scrivono e parlano sul modo di arrivare finalmente alla tanto desiderata pace. Se non che i principi che devono costituire la sua solida base da alcuni sono trascurati, o apertamente ripudiati. Infatti, in non pochi paesi non la verità ma la falsità viene presentata sotto una certa veste di ragione; non l’amore, non la carità viene favorita, ma si insinua l’odio e la rivalità piena di livore; non si esalta la concordia dei cittadini, ma si provocano i turbamenti e il disordine. Ma, come i sinceri e benpensanti riconoscono, in questa maniera né si possono giustamente risolvere i problemi che in accese discussioni ancora separano le nazioni, né le classi proletarie possono essere indirizzate, come è necessario, verso un avvenire migliore. L’odio, infatti, non ha mai generato nulla di buono, nulla la menzogna, nulla i disordini. Occorre senza dubbio sollevare il popolo bisognoso a uno stato degno dell’uomo; ma non con la forza, non con le agitazioni, bensì con giuste leggi. Occorre certamente eliminare al più presto tutte le controversie che dividono e separano i popoli, sotto gli auspici della verità e la guida della giustizia. – Mentre il cielo si offusca di oscure nubi, Noi, che abbiamo sommamente a cuore la libertà, la dignità e la prosperità di tutte le nazioni, non possiamo non ritornare ad esortare caldamente tutti i cittadini e i loro governanti alla pace e alla concordia. Rammentino tutti che cosa apporti la guerra, come purtroppo sappiamo per esperienza: rovine, morte e ogni genere di miseria. Col progredire del tempo la tecnica ha introdotto e apprestato tali armi, micidiali e inumane, che possono sterminare non soltanto gli eserciti e le flotte, non soltanto le città, i paesi e i villaggi, non soltanto gli inestimabili tesori della religione, dell’arte e della cultura, ma persino fanciulli innocenti con le loro madri, gli ammalati e i vecchi indifesi. Tutto ciò che di bello, di buono, di santo ha prodotto il genio umano, tutto o quasi può essere annientato. Se pertanto la guerra, soprattutto oggi, si presenta ad ogni osservatore onesto come qualcosa di sommamente terrificante e letale, è da sperare che – mediante lo sforzo di tutti i buoni e in special modo dei reggitori dei popoli – siano allontanate le oscure e minacciose nubi, che sono tuttora causa di trepidazione, e risplenda alla fine tra le genti la vera pace. – Tuttavia, conoscendo che «ogni buon dato e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo dal Padre dei lumi » (cf. Gc 1,17), riteniamo opportuno, venerabili fratelli, di indire nuovamente pubbliche preghiere e suppliche per impetrare e conseguire la concordia tra i popoli. Sarà cura del vostro zelo pastorale non solo di esortare le anime a voi affidate a elevare a Dio ferventi preghiere, ma altresì di incitarle a pie opere di penitenza e di espiazione, con cui possa essere soddisfatta e placata la maestà del Signore offesa da tanti gravi delitti pubblici e privati. – E mentre, conforme al vostro ufficio, darete notizia ai fedeli di questo Nostro paterno invito, ricordate loro nuovamente da quali principi scaturisca una giusta e durevole pace e per quali vie convenga perseguirla e consolidarla. Essa invero, come ben sapete, si può ottenere soltanto dai principi e dalle norme dettate da Cristo e messe in pratica con sincera pietà. Tali principi e tali norme, infatti, richiamano gli uomini alla verità, alla giustizia e alla carità; pongono un freno alle loro cupidigie; obbligano i sensi a obbedire alla ragione; muovono questa a obbedire a Dio; fanno sì che tutti, anche coloro che governano i popoli, riconoscano la libertà dovuta alla religione, la quale, oltre allo scopo precipuo di condurre le anime alla eterna salvezza, ha anche quello di tutelare e progettare i fondamenti stessi dello stato. Da ciò che abbiamo finora detto è facile dedurre, venerabili fratelli, quanto siano lontani dal procurare una vera e sicura pace coloro che calpestano i sacrosanti diritti della Chiesa Cattolica; proibiscono ai suoi ministri di compiere liberamente il loro ufficio, condannandoli anche al carcere e all’esilio; impediscono o addirittura proscrivono e distruggono le accademie, le scuole e gli istituti di educazione che sono retti secondo le norme cristiane; infine, travolgono con errori, calunnie e ogni genere di turpitudini il popolo, specialmente la tenera gioventù, dalla integrità dei costumi, dalla virtù e dall’innocenza verso gli allettamenti dei vizi e la corruzione. Ed è chiaro ancora quanto vadano lontani dal vero coloro che insidiosamente lanciano contro questa sede apostolica e la chiesa cattolica l’accusa di volere una nuova conflagrazione. In realtà non sono mai mancati, né nei tempi antichi né in quelli a noi più vicini, coloro che hanno tentato di soggiogare i popoli con le armi; però Noi mai abbiamo desistito dal promuovere una vera pace; la chiesa non con le armi, ma con la verità desidera conquistare i popoli ed educarli alla virtù e al retto vivere sociale. Infatti «le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti in Dio » (2 Cor 10, 4). – Occorre che insegniate tutto ciò con franchezza; poiché allora soltanto quando cioè i comandamenti cristiani saranno posti al sicuro e informeranno la vita privata e pubblica, sarà lecito sperare che, composti gli umani dissidi, le varie classi dei cittadini, i popoli e le genti si uniscano in fraterna concordia. – Le nuove pubbliche preghiere implorino da Dio che questi Nostri ardenti voti siano appagati; in modo che, con l’aiuto della grazia divina, non solo con virtù cristiana siano in tutti rinnovati i costumi, ma anche le relazioni tra i popoli siano al più presto talmente ordinate, da procurare alle singole nazioni, frenata la cieca cupidigia di dominare sugli altri, la debita libertà; debita libertà da concedersi e alla santa religione e a tutti i suoi figli secondo i diritti divini e umani. Con questa fiducia, impartiamo di cuore a voi tutti, venerabili fratelli, al vostro clero e ai fedeli, e a tutti quelli che in modo speciale asseconderanno prontamente queste Nostre esortazioni, la benedizione apostolica, auspicio delle grazie divine e della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 19 luglio dell’anno 1950, XII del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (2022)

FESTA DELLA SANTSSIMA TRINITÁ (2022)

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O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendomi, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur: Indulgentia trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque


(Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)


Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di I° classe. – Paramenti bianchi.

Lo Spirito Santo, il cui regno comincia con la festa di Pentecoste, viene a ridire alle nostre anime in questa seconda parte dell’anno (dalla Trinità all’Avvento – 6 mesi), quello che Gesù ci ha insegnato nella prima (dall’Avvento alla Trinità – 6 mesi). Il dogma fondamentale al quale fa capo ogni cosa nel Cristianesimo è quello della SS. Trinità, dalla quale tutto viene (Ep.) e alla quale debbono ritornare tutti quelli che sono stati battezzati nel suo nome (Vang.). Così, dopo aver ricordato, nel corso dell’anno, volta per volta, pensiero di Dio Padre Autore della Creazione, di Dio Figlio Autore della Redenzione, di Dio Spirito Santo, Autore della nostra santificazione, la Chiesa, in questo giorno specialmente, ricapitola il grande mistero che ci ha fatto conoscere e adorare in Dio l’Unità di natura nella Trinità delle persone (Or.). — « Subito dopo aver celebrato l’avvento dello Spirito Santo, noi celebriamo la festa della SS. Trinità nell’officio della domenica che segue, dice S. Ruperto nel XII secolo, e questo posto è ben scelto perché subito dopo la discesa di questo divino Spirito, cominciarono la predicazione e la credenza, e, nel Battesimo, la fede e la confessione nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo ». Il dogma della SS. Trinità è affermato in tutta la liturgia. È in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che si comincia e si finisce la Mesa e l’Ufficio divino, e che si conferiscono i sacramenti. Tutti i Salmi terminano col Gloria Patri, gli Inni con la Dossologia e le Orazioni con una conclusione in onore delle tre Persone divine. Nella Messa due volte si ricorda che il Sacrificio è offerto alla SS. Trinità. — Il dogma della Trinità risplende anche nelle chiese: i nostri padri amavano vederne un simbolo nell’altezza, larghezza e lunghezza mirabilmente proporzionate degli edifici; nelle loro divisioni principali e secondarie: il santuario, il coro, la navata; le gallerie, le trifore, le invetriate; le tre entrate, le tre porte, i tre vani, il frontone (formato a triangolo) e, a volte le tre torri campanili. Dovunque, fin nei dettagli dell’ornato il numero ripetuto rivela un piano prestabilito, un pensiero di fede nella SS. Trinità. — L’iconografia cristiana riproduce, in differenti maniere questo pensiero. Fino al XII secolo Dio Padre è rappresentato da una mano benedicente che sorge fra le nuvole, e spesso circondata da un nimbo: questa mano significa l’onnipotenza di Dio. Nei secoli XIII e XIV si vede il viso e il busto del Padre; dal secolo XV il Padre è rappresentato da un vegliardo vestito come il Pontefice.Fino al XII secolo Dio Figlio è rappresentato da una croce, da un agnello o da un grazioso giovinetto come i pagani rappresentavano Apollo. Dal secolo XI al XVI secolo apparve il Cristo nella pienezza delle forze e barbato; dal XIII secolo porta la sua croce, ma è spesso ancora rappresentato dall’Agnello. — Lo Spirito Santo fu dapprima rappresentato da una colomba lecui ali spiegate spesso toccano la bocca del Padre e del Figlio, per significare che procede dall’uno e dall’altro. A partire dall’XI secolo fu rappresentato per questo sotto forma di un fanciullino. Nel XIII secolo è un adolescente, nel XV un uomo maturo come il Padre e il Figlio, ma con una colomba al disopra della testa o nella mano per distinguerlo dalle altre due Persone. Dopo il XVI secolo la colomba riprende il diritto esclusivo che aveva primieramente rappresentare lo Spirito Santo. — Per rappresentare la Trinità si prese dalla geometria il triangolo, che con la sua figura, indica l’unità divina nella quale sono iscritti i tre angoli, immagine delle tre Persone in Dio. Anche il trifoglio servì a designare il mistero della Trinità, come pure tre cerchi allacciati con il motto Unità scritto nello spazio lasciato libero al centro della intersezione dei cerchi; fu anche rappresentata come una testa a tre facce distinte su un unico capo, ma nel 1628 Papa Urbano VIII proibì di riprodurre le tre Persone in modo così mostruoso. — Una miniatura di questa epoca rappresenta il Padre e il Figlio somigliantissimi, il medesimo nimbo, la medesima tiara, la medesima capigliatura, un unico mantello: inoltre sono uniti dal Libro della Sapienza divina che reggono insieme e dallo Spirito Santo che li unisce con la punta delle ali spiegate. Ma il Padre è più vecchio del Figlio; la barba del primo è fluente, del secondo è breve; il Padre porta una veste senza cintura e il pianeta terrestre; il Figlio ha un camice con cintura e stola poiché è sacerdote. — La solennità della SS. Trinità deve la  sua origine al fatto che le ordinazioni del Sabato delle Quattro Tempora si celebravano la sera prolungandosi fino all’indomani, domenica, che non aveva liturgia propria. — Come questo giorno, così tutto l’anno è consacrato alla SS. Trinità, e nella prima Domenica dopo Pentecoste viene celebrata la Messa votiva composta nel VII secolo in onore di questo mistero. E poiché occupa un posto fisso nel calendario liturgico, questa Messa fu considerata costituente una festa speciale in onore della SS. Trinità. Il Vescovo di Liegi, Stefano, nato verso l’850, ne compose l’ufficio che fu ritoccato dai francescani. Ma ebbe vero, principio questa festa nel X secolo e fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Giovanni XXII nel 1334. — Affinché siamo sempre armati contro ogni avversità (Or.), facciamo in questo giorno con la liturgia professione solenne di fede nella santa ed eterna Trinità e sua indivisibile Unità (Secr.).

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.

Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Ps VIII: 2

Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!


[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. 

[O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. 

[O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a Lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. (Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

DIO È CARITÀ.

La gloria del Cristianesimo, della Rivelazione cristiana, che ha per oggetto suo primo Dio, è di avere saputo e di saper parlare alla nostra mente e al nostro cuore, appagando i due supremi bisogni dell’anima: sapere e amare. Ce n’è per le intelligenze più aristocratiche, ce n’è per i cuori più umili, quelle si arrestano pensose, questi si fermano giocondi.  Oggi l’Epistola della domenica ha una parola delle più sublimi e delle più consolanti. Dio è carità: «Deus charitas est». Dio è un fuoco, una promessa, un suono infinito di amore, di bontà, di carità. La carità è il suo attributo, per noi Cristiani più alto, più caratteristico. Vedete, o fratelli, le armonie mirabili del dogma, della morale di N. S. Gesù Cristo. La carità è il grande comandamento della sua Legge, così grande che può parere e dirsi in qualche modo il solo: in realtà riassume, compendia in sé tutti gli altri. È « preceptum magnum in lege ». Bisogna amar Dio e tutti quelli e tutto ciò che Egli desidera vedere amato da noi. Amare Dio! Che gran parola! Se Dio permettesse all’uomo di amarlo, pensando quanto Egli è grande, quanto noi siamo piccini, dovremmo riguardarlo come una concessione straordinaria da parte di Dio. Ebbene, no, Dio non ci permette: Egli ci comanda di volerGli bene, come figli al Padre, come amici all’Amico. Ma noi Gli dobbiamo voler bene, perché (ecco il dogma) Egli è buono, anzi è la stessa bontà, una bontà non contegnosa, non fredda, una bontà calda, espansiva: è carità. Questo dogma corrisponde a quel precetto: nel precetto si raccoglie tutta la morale, in quel precetto e in questo dogma si compendia la storia dogmatica dei rapporti di Dio con noi. La carità è la chiave della creazione, della Redenzione, della Santificazione. Noi siamo da tanti secoli ormai abituati a sentirci predicare questo ritornello: Dio è carità, che rimaniamo quasi indifferenti. Ma quei primi che raccolsero queste parole dalle labbra di Gesù e poi dagli Apostoli, ne rimasero estatici. Per secoli i Profeti avevano con una commossa eloquenza celebrato la grandezza di Dio e la Sua giustizia. Certo non avevano dimenticato la misericordia, attributo troppo prezioso perché nella sinfonia profetica potesse mancare. Ma la grande predicazione profetica era la predicazione della grandezza e della giustizia: volevano incutere il timore di Dio in quel popolo dalla dura cervice e dal cuore incirconciso. E parve una musica nuova e dolce questa del Figlio di Dio, di Gesù: Dio è bontà, è amore, è carità: vuole essere amato. E lo so, e l’ho detto e lo ripeto: al ritornello ci abbiamo fatto l’orecchio. Ma siamo noi ben convinti di questo dogma? Crediamo noi davvero, crediamo noi sempre alla bontà di Dio? Purtroppo l’amara interrogazione ha la sua ragion d’essere. Perché crederci davvero vuol dire amare Dio fino alla follia come facevano i Santi, e ciò è più difficile in certi momenti oscuri della vita, è un po’ difficile sempre. La carità di Dio è anch’essa misteriosa come sono misteriosi tutti gli attributi di Dio, dato che Dio stesso è mistero. – Oggi la Chiesa ce lo ricorda celebrando la SS. Trinità, il primo mistero della nostra fede, e cantando con le parole di Paolo: « O altitudo divitiarum sapientiæ et scientiæ Dei! » – Dio è un abisso dove la ragione da sola si smarrisce, guidata dalla fede cammina quanto quaggiù è necessario ed è possibile, come chi tra le tenebre ha una piccola, fida lucerna. È un abisso, è un mistero anche l’amore di Dio. Dobbiamo accettarlo, crederlo. Perciò l’Apostolo definisce i Cristiani così: gli uomini che hanno creduto e credono alla carità di Dio. « Nos credidimus charitati ». Ma credendo, e solo credendo a questo mistero della bontà, della carità di Dio per noi, per tutti, ci si rischiara il buio che sarebbe altrimenti atroce della nostra povera esistenza: ci si illumina quel sovrano dovere di amare anche noi il nostro prossimo che renderebbe tanto meno triste il mondo e la vita se noi ne fossimo gli esecutori fedeli. Il Dio della carità accenda nei nostri cuori la Sua fiamma e faccia splendere ai nostri sguardi la Sua luce!

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim, 

[Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja, 

[V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. 

[Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt. XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. 

« Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

UN DIO SOLO IN TRE PERSONE

Apparso sopra una montagna di Galilea, il Signore risorto disse agli Apostoli queste parole solenni: « Andate! battezzate e istruite tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». È meraviglioso: con ciò che non si capisce si dovevano istruire le genti. Il mistero della Trinità è come il sole che non si può guardare ma che illumina tutte quante le altre cose. In sé è incomprensibile, ma rende comprensibile tutto quanto l’universo. Meraviglioso, ma reale fatto storico. Le nazioni moderne sono debitrici della loro civiltà a questo altissimo mistero. Chi ha disperso gli innumerevoli e assurdi idoli che ricevevano l’incenso sopra gli altari di Roma? Il mistero dell’unità e trinità di Dio. Chi ha liberato gli uomini dal fatalismo implacabile che li prostrava sotto la verga ferrea d’un cieco destino? Chi ha insegnato a loro che sono liberi e responsabili, che devono amarsi ed aiutarsi? La fede in Dio Padre che crea e provvede, in Dio Figlio che si fa uomo e muore per salvarci, in Dio Spirito Santo che non disdegna di santificare le anime nostre abitando in esse. Ed ora se « popoli interi si trovano nel pericolo di ricadere in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore » (Enc. « Divini Redemptoris » sul Comunismo ateo) qual è la causa, se non lo spegnersi della fede del mistero della Trinità? È con questo mistero che Pio XI combatteva il paganesimo risorgente: « Il nostro Dio è il Dio personale, trascendente, onnipotente, infinitamente perfetto, Uno nella Trinità delle Persone e Trino nella Unità dell’Essenza Divina… » (Enc. « Mit brennender Sorge »). S. Pietro con la voce del Papa, ancora dunque istruisce le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. In questo nome del Dio Uno e Trino è riposta non solo la vera civiltà dei popoli, ma anche la nostra santificazione e la nostra salvezza eterna.  Che significa questo mistero? Da chi ci fu rivelato? Perché ci fu rivelato? Ecco tre domande a cui oggi bisogna dare una concisa e chiara risposta. – 1. IL MISTERO DELL’UNITÀ E TRINITÀ DI DIO. Dio è uno solo: Egli è infinito, eterno, onnipotente. Ha creato e governa tutto quanto esiste: le cose visibili e le invisibili. In Dio vi sono Tre Persone. Distinte: perché l’una non è l’altra ed ha ciascuna il proprio nome. Padre si chiama la prima Persona, e non procede da alcuno. Figlio si chiama la seconda Persona, ed è generata dal Padre. Spirito Santo si chiama la terza Persona, e procede dal Padre e dal Figlio insieme. Distinte, ma uguali sono le Persone Divine: ugualmente eterne, onnipotenti, infinite. Ciascuna è ugualmente Dio come le altre due: però non sono tre Dei, perché hanno un’unica e comune natura divina. Non è assurdo: perché la fede non ci fa credere che uno è uguale a tre, che tre è uguale a uno. Dio è uno, se consideriamo la sua natura. Dio è trino se consideriamo le Persone da cui quell’unica natura divina è posseduta. Dunque, anche nel mistero della Trinità, una natura è una, non tre; tre Persone sono tre, non una. Ma come avviene che un’unica natura divina sia identicamente in Tre Persone? È incomprensibile. Invano ricorriamo a dei paragoni. Guardate l’elettricità: è forza che muove, è luce che illumina, è calore che riscalda, eppure è sempre, la medesima energia. Guardate l’anima nostra: è memoria, intelligenza, volontà; eppure, è sempre quell’unica anima. Questi paragoni a qualche cosa servono; ma troppo poco ci fan capire, quasi niente. È più facile mettere nel cavo delle nostre mani tutta l’acqua dell’oceano, che non mettere nella nostra piccola testa la immensa verità della Vita di Dio. Dio è troppo grande per essere capito da cervelli minuscoli come i nostri. Crediamo e adoriamo umilmente il Mistero. – 2. DA CHI CI FU RIVELATO. Come abbiamo saputo l’esistenza di ciò che non comprendiamo? Gesù, Figlio di Dio, la seconda Persona della SS. Trinità, ce l’ha rivelato. Nei primi tempi della sua vita pubblica ha predicato la fede nel Padre celeste. « Considerate — diceva — gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non hanno granaio; e il vostro Padre celeste li nutre. Considerate i gigli del campo come fanno a crescere: non filano, non tessono; eppure, Salomone stesso con tutto il suo splendore non ha mai vestito così bene come loro. Dunque, non mettetevi in pene per le cose di questa vita, per il mangiare, il bere, il vestire… Così fanno i pagani che non credono. Non valete di più dei passeri e dei fiori? Ma il Padre vostro sa che cosa avete veramente bisogno » (Mt., VI, 26-32). Poi, a poco a poco, si è dato a conoscere come il Figlio di Dio, dicendo d’avere la stessa potenza, sapienza e natura del Padre. Si ricordino le parole che disse al cieco nato: « Credi tu nel Figlio di Dio? « E chi è? ». «Tu lo vedi: colui che ti parla », (Giov., IX, 35-37). Si ricordi anche quello che rispose all’Apostolo Filippo, il quale voleva vedere il Padre: « Chi vede me, Filippo, vede il Padre » (Giov., XIV, 9). Da ultimo, ha annunciato agli apostoli la discesa dello Spirito Santo, ed ha fatto loro comprendere che quest’altra Persona divina, che manderà a loro, da parte del Padre, compirà in essi la sua rivelazione e la sua opera, e abiterà in essi allo stesso modo del Padre e del Figlio (Giov., XVI, 7-13). Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, ospiti divini dell’anima, verranno a lei nel Battesimo; saranno per lei l’amico che consola, la sorgente che vivifica, il Dio che si adora. Dopo la rivelazione di questi segreti della vita divina, Gesù giustamente può dire ai suoi discepoli: « Non siete servi, ma miei amici: perché il servo non sa quello che fa il Padrone, voi invece lo sapete. Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre mio » (Giov., XV, 14-15). Noi dunque crediamo al mistero della Trinità, perché ci fu rivelato da Gesù Cristo stesso. – 3. PERCHÈ CI FU RIVELATO. Un filosofo con sciocca superbia domandava a che cosa servivano al mondo il mistero della Trinità e gli altri misteri della Religione (ROUSSEAU). Nonostante la sua intelligenza e la sua scienza, con tale domanda non si mostrava per niente più acuto di quel contadino ignorante che rispose al suo parroco: « Che importa a me, se sono una o tre Persone: non li debbo mantenere io ». Il dogma della Trinità non solo è la confidenza più sublime che il Signore abbia fatto a noi sue povere creature, ma da qui provengono i nostri migliori sentimenti d’amor di Dio e d’amore del prossimo. a) Ci fu dunque rivelato perché meglio amassimo Dio. Infatti, questo mistero mostra il Re dei re, il Signore dei signori, Colui che solo possiede l’immortalità e la potenza, che abita in una luce inaccessibile, occuparsi continuamente di noi. — Dio Padre creò l’universo per noi: perché noi vedendo e godendo, le cose belle e buone, comprendessimo il suo amore e la sua gloria. Poi ci adottò come suoi figliuoli facendoci parte già fin d’ora della sua vita, e un giorno della sua gloria. — Dio Figlio s’è degnato di rivestirsi della nostra carne e delle nostre debolezze, soffrendo e morendo per la nostra redenzione. Ha voluto abitare tra noi, e farsi nostro cibo. — Lo Spirito Santo, amore consostanziale del Padre e del Figlio, abita nelle anime in grazia, le illumina, le infiamma, le santifica. Queste idee sono non solo grandi, ma affettuose e consolanti. Provocano il nostro amore. b) Il mistero ci fu rivelato anche perché amassimo meglio il prossimo. Nostro Signore Gesù Cristo ha improntato i motivi più alti dell’amore tra noi al domma della Trinità. Nell’ultima cena, pregò suo Padre per i discepoli così: « Come voi, Padre, amate me e io amo Voi, così essi amino e siano una sola cosa tra di loro » (Giov., XVII, 21). Ecco perché nei secoli di maggior fede numerosi ospedali si fondarono dedicati alla SS. Trinità. La più bella e grande preghiera che possiamo rivolgere alla SS. Trinità è la Messa; la più buona e gradita azione che possiamo compiere in suo amore è la carità verso il prossimo. – A Catania nel 304 moriva per la fede cristiana il diacono Euplio. L’avevano sottoposto per lunghe ore alla tortura perché rinnegasse. Aveva tanta sete e si contorceva di dolore: « Disgraziato! — gli gridò il giudice. — Adora Marte, Apollo, Esculapio; avrai da bere ». Il martire rispose: « Io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: essi mi daranno da bere tra qualche momento l’acqua viva della gioia eterna ». E s’accasciò piegato sulle ginocchia e con la fronte protesa come a bere a un fiume invisibile. Era morto. Anche a noi il mondo, in questi anni di vita terrena, ci offre i suoi idoli: « Adora il Piacere, adora il Danaro, adora l’Orgoglio: sarai felice! ». Rispondiamogli come il martire siciliano: «Io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: essi mi daranno l’unica vera felicità ». Così la santa Chiesa, madre pietosa, nell’ora estrema potrà raccomandarci a Dio con sincerità: « Riempi, Signore, della tua pace, quest’anima che ritorna… benché abbia talvolta peccato, tuttavia non negò, ma credette nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo » (Commend. anim.). – – IL GRANDE MISTERO NELLA VITA PRATICA. « … Andate, dunque: istruite le genti! battezzate le genti nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo! Coraggio, perché Io sarò con voi, tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli ». Queste parole, che sono le ultime del Vangelo di S. Matteo, contengono esplicitamente il mistero principale della nostra santa fede: unità e Trinità di Dio. Gesù comanda a’ suoi Apostoli che insegnino a tutti gli uomini, perché la fede di ogni uomo, in ogni istante, deve essere sigillata da questo mistero. Nasciamo: ed ecco il sacerdote battezzarci nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Viviamo: ed ecco che ogni atto della nostra vita spirituale, l’assoluzione e ogni benedizione, ci è data in nome della Trinità augusta. Moriamo: ed ecco che noi facciamo ritorno al Padre che ci ha creati, al Figlio che ci ha redenti, allo Spirito Santo che ci ha santificati. L’uomo stesso è formato ad immagine della Trinità, e sopra di lui è riflesso il lume di Dio (Ps., IV, 7). Nel mattino dei secoli, quando Dio scese sulla terra a creare l’uomo, disse: « Facciamo l’uomo a nostra somiglianza ». E S. Bernardo osserva che in noi v’è una trinità creata: la mente che comprende, il cuore che ama, la volontà che comanda le azioni. Con questa trinità creata, ch’è in noi, rendiamo gloria alla Trinità Increata: rendiamo gloria colla mente credendo, col cuore amando, colla volontà imitando in noi il Mistero divino, per quanto ci è possibile. – 1. COLLA MENTE: CREDIAMO. Nelle litanie della Madonna, che tante volte abbiamo recitato, una ve n’ha una che mirabilmente esprime il gran Mistero: « Sancta Trinitas Unus Deus ». Sancta Trinitas! In Dio vi sono tre Persone che si chiamano: Padre, Figlio e Spirito Santo. Sono uguali in tutto: né il Padre è più vecchio del Figlio, né lo Spirito Santo è più giovane del Padre e del Figlio; ma tutti e tre sono eterni allo stesso modo. Così come è onnipotente il Padre, così è onnipotente il Figlio e lo Spirito Santo. Per questo non si devono confondere: altro è la Persona del Padre, altro quella del Figlio, altro quella dello Spirito Santo. Eppure, non sono tre Dei ma un Dio solo. Unus Deus! Non si dice che in Dio vi sono tre Persone e che queste Persone sono una Persona sola; e neppure si dice che vi sono tre Nature e che formano una Natura sola: questo è assurdo. Il mistero dice soltanto che in Dio vi sono tre Persone che formano una Natura sola, la divina; e perciò formano un Dio solo … Unus Deus. Questo è il Mistero grande. Nessuno può comprenderlo; ma tutti debbono crederlo, se vogliono salvarsi. E noi lo crediamo perché ci è stato rivelato da Dio stesso, — gli uomini non possono inventare le cose che non capiscono, — il Quale non può ingannare. Questo è il Mistero principale. Ma allora perché la Trinità non significa nulla nella pratica di troppi Cristiani? Il Padre?… Lo Spirito Santo?… ma chi pensa a loro?… se anche non esistessero, nulla cambierebbe nella vita di molti pretesi credenti. C’è da temere che, anche nei paesi cattolici, molte anime non raggiungeranno il Paradiso, perché non conoscono e non credono abbastanza il più grande dei Misteri. Non così i Santi. S. Francesco Saverio, nelle terre dell’estremo oriente, in mezzo ai barbari che voleva convertire, ripeteva così sovente la sua diletta giaculatoria: O sancta Trinitas! che i selvaggi ancora idolatri, avevano contratto l’abitudine di ripeterla, pur senza conoscerne il significato. – 2. COL CUORE: AMANDO. Dobbiamo amare Dio Padre, perché ha fatto suoi figli adottivi noi povere creature miserabili. Figli adottivi di un Dio! Potergli dire: « Padre nostro che sei nel cielo! ». Ah, chi trascura il Padre, trascura la propria grandezza, la propria divinizzazione! Dobbiamo amare Dio Figlio, che per noi si è fatto uomo, ha provato tutte le nostre ambasce, ha sudato sangue per noi, è morto per noi. Senza di Lui, nessuno più sarebbe entrato in Paradiso. Dobbiamo amare Dio Spirito Santo perché Egli abita nelle anime senza peccato mortale, le illumina, le fortifica, le conduce alla vita eterna. Senza Lui, nessuno potrebbe farsi santo, nessuno potrebbe nemmeno invocare il nome di Gesù. L’amore verso la Trinità divina deve apparire specialmente dalle preghiere. E sono due preghierine, quanto piccole altrettanto stupende, che fanno piacere a Dio: il Segno della croce e il Gloria. Il Segno della croce: con esso noi rendiamo testimonianza al cielo e alla terra he crediamo in Dio Uno — in nomine — e Trino — Patris, Filii et Spiritus Sancti. – Enrico IV dopo aver curvato la fronte a Canossa si ribellò perfidamente, un’altra volta, al Papa, e scese con l’esercito all’assedio di Roma. Al secondo assalto, nonostante la tenace resistenza degli assediati, riusciva ad incendiare la cerchia delle mura. Un pauroso anello di fuoco stringeva l’eterna città, da cui non si levava altro che il rantolo dei morenti e il pianto delle donne esterrefatte. Allora sugli spalti di una torre, splendido e pallido tra il bagliore e il fumo dell’incendio, apparve il Papa Gregorio VII e con gesto solenne e calmo segnò le fiamme irrompenti col Segno della croce. Subito ogni fuoco si spense come sotto un invisibile acquazzone. Tutte le volte che anche voi vi sentirete accerchiati dal nemico infernale, tutte le volte che vi troverete in angustia o in pericolo, date gloria alla Trinità santissima sol Segno della croce, un grande aiuto e sollievo ne sgorgherà per l’anima vostra. Troppo di rado o con troppo rispetto umano o con troppa irriverenza molti Cristiani si segnano col Segno della croce. L’altra preghiera, sublime e facile, è il Gloria Patri. « Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo: come era nel principio, e ora, e sempre, nei secoli dei secoli. Amen ». S. Caterina da Siena sempre, salendo o scendendo le scale, a ogni momento, salutava Dio così. Una volta si vide accanto una gran luce: « Gloria al Padre… » guarda e nella luce vede Gesù che al suo fianco saliva la scala « E a Te… » continuò la santa rapita di gioia, « e allo Spirito Santo! ». Sarebbe un errore credere che occorra essere una religiosa insignita di favori straordinari, o un dotto provvisto d’una scienza teologica prodigiosa per pregare a questo modo. Il Mistero e l’uso del Mistero, Dio l’ha rivelato per tutti. – Pier Giorgio Frassati è un giovanotto di Torino; è uno studente fra i mille, ma molto legato alla sua fede. Quando legge nella vita di S. Caterina il bell’episodio che vi ho testé narrato, ne fu entusiasta: per strada, in casa, sui tram, svegliandosi di notte, nelle pause del lavoro e dei divertimenti, anch’egli cominciò a lodare Dio: « Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo! ». Perché non lo potremo imitare noi? Perché non lo potrà imitare ciascun operaio, ciascuna madre di famiglia? Non siamo Cristiani anche noi, come cristiana era santa Caterina e Pier Giorgio ch’è morto pochi anni fa, lasciando un grande esempio?… – 3. COLLA VOLONTÀ: AGENDO. Volonterosamente dobbiamo agire per imitare in noi la Trinità santa. « Siate perfetti come perfetto è il Padre mio » ci dice Gesù nel Vangelo. Anzitutto, alla divina Trinità si oppone la trinità infernale: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita. Contro questa belva a tre teste, dobbiamo dirigere la nostra lotta. Poi imitiamo la Santissima Trinità nell’amare il prossimo come noi stessi, così da formare un cuor solo e un’anima sola. «Sono tre che danno testimonio in cielo: — scrive S. Giovanni — il Padre, il Verbo, lo Spirito Santo; ma questi Tre sono Uno (I Giov., V, 7). E Gesù nell’ultimo discorso prima di morire così prega per noi « Che questi siano una sol cosa, come noi siamo una cosa sola » (Giov., XVII, 22). Le tre Persone della Trinità si comunicano tutto ciò che tra di loro è comunicabile: anche noi facciamo parte di ogni bene nostro a coloro che ne hanno bisogno. Non ci sia odio tra i Cristiani, ma solo l’amore che unifica e rende bella la vita. Così si faceva nei primi tempi quando la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola. – Non è inutile ricordare che uno dei mezzi più sicuri per onorare e piacere alla infinita ed eterna Trinità è quello di amare la Regina del Cielo. Sì, Maria figliuola prediletta da Dio Padre, Maria, Madre senza macchia di Dio Figlio, Maria, intemerata sposa di Dio Spirito Santo, è potentissima presso la Trinità. Per questo nelle litanie dopo aver detto: Sancta Trinitas Unus Deus subito aggiungiamo: Sancta Maria, ora pro nobis! Per questo noi la Madonna — Figlia, Madre, Sposa — la preghiamo devotamente ora e nell’ora della morte, affinché dopo aver creduto in questa vita il gran Mistero, Ella ci conduca nell’altra a vederlo. – – IL MISTERO PRINCIPALE.  Dopo il tempo dell’Avvento e del Natale, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Padre a concederci il suo Unigenito, dopo il tempo della Quaresima e della Pasqua, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Figlio a vivere trentatré anni con noi e morire fisso in croce per noi, dopo le solennità della Pentecoste, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Spirito Santo a discendere ad abitare le nostre membra e la nostra anima, ben venga la festa della Santissima Trinità in cui, come in conclusione, ogni Cristiano sciolga l’inno dell’adorazione e della riconoscenza a tutte ed insieme le divine Persone: « Gloria al Padre! Gloria al Figlio! Gloria allo Spirito Santo! Ieri, oggi, domani e nei secoli ». Tre Persone divine; uguali ma distinte, e che pure formano un Dio solo, è il mistero principale della nostra santa fede, è il mistero che rende il popolo cristiano superiore ad ogni altro popolo. Mai nessuno avrebbe potuto pensarlo se il Figlio di Dio non ce l’avesse confidato. E non l’ha confidato agli antichi Egiziani, che adoravano il sole e la luna e talvolta le bestie; non l’ha confidato ai Greci intelligenti e sapienti che avevano molte divinità e talune viziose e usurpatrici più degli uomini; non l’ha confidato agli Israeliti, la gente eletta: noi soltanto fummo scelti a sapere il segreto della vita di Dio. Cristiani, osservate come tutta la nostra vita è piena di questo grande mistero. S’ode un vagito nella vostra casa: è nato un bambino. Vi affrettate a portarlo in chiesa, e davanti alla vasca battesimale il sacerdote lo rigenera nell’unico Nome di tre Persone: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. S’ode un rantolo nella vostra casa: qualcuno muore. Mentre voi piangete ecco, ancora il prete che pronuncia sull’agonizzante le ultime preghiere: « Lascia questo mondo, anima cristiana, e torna all’unico tuo Dio ». E poi ne nomina tre: « Torna al Padre che ti creò, torna al Figlio che ti redense, torna allo Spirito che ti santificò ». Non solo quando si nasce, non solo quando si muore, ma ogni giorno, dentro di voi e fuori di voi, il mistero grande vi avvolge. Quando al mattino aprite gli occhi alla nuova giornata, quando alla sera stanchi li rinchiudete sotto le tenebre notturne, voi segnate il vostro corpo col segno della croce e pronunciate alcune parole . « Nel Nome… un solo nome dunque… e poi ne fate tre: quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ». Quando col rimorso e col dolore dell’anima, vi inginocchiate nel sacramento della Penitenza, è sempre nel nome di Dio — uno e trino — che vi è concesso il perdono: « Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo ». Quando assistete alla S. Messa, non avete mai pensato che è il Sacrificio offerto alla Trinità divina? Sanctus! Sanctus! Sanctus! Dominus Deus Sabaoth. Il Signore Iddio delle armate è detto Santo tre volte, per indicare le tre divine Persone. Quando vi curvate sotto la mano del sacerdote voi sentite la divina benedizione scendere sulle vostre teste con queste parole: Benedicat vos omnipotens Deus… L’Unico onnipotente vi benedica… e poi ecco tre nomi: Pater, Filius, Spiritus Sanctus. Uno e tre! Un Dio solo e tre Persone! Ecco il centro della nostra vita vera. Eppure ci sono molti Cristiani che ignorano, o non sanno più, che cosa sia questo mistero principale della nostra santa fede. S. Giovanni Evangelista, scrivendo ai Cristiani dell’Asia Minore, dice: « Tre sono  in cielo: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; e questi tre sono una sola cosa ». Più breve e più chiaro di così è difficile a noi uomini esprimere il mistero principale. Attendete a due punti: c’è un Dio solo, un’unica natura divina. « Ascolta, Israele! diceva Mosè al suo popolo — il Signore nostro è l’unico Dio. Queste parole che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore e le ripeterai ai tuoi figliuoli ». Ma in questo Dio solo, in questa unica natura divina ci sono tre Persone: il Padre che genera il Figlio, il Figlio che è dal Padre generato e lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Attendete ancora: il Figlio non è più giovane del Padre né lo Spirito Santo è più giovane del Figlio: ma le santissime Persone tutte e tre sono egualmente eterne, egualmente immense, egualmente onnipotenti. I teologi hanno cercato molti paragoni per farci intendere il gran mistero: la lunghezza, la larghezza, la profondità d’un corpo non formano tre corpi; la grandezza, la luce, il calore del sole non formano tre soli; la radice, il tronco, i rami son formano tre alberi; il colore, l’odore, la figura d’una rosa non formano tre rose; la memoria, l’intelligenza, la volontà non formano in noi tre anime. Ma, — a dir la verità, — anche questi confronti servono a ben poco. La nostra mente si smarrisce, noi non comprendiamo: eppure è così, non può essere che così. Gesù Cristo l’ha rivelato. V’era nel deserto un’altissima montagna, la cui cima si drizzava nel più alto cielo, ed era sempre avvolta dalle nubi e percossa dai fulmini così che nessuno aveva potuto vederla mai. Era la vetta del Sinai ove Dio abitava. Ai piedi della montagna il popolo degli israeliti levando gli occhi tremava e adorava la terribile presenza del Signore. Nel deserto di questa vita, Iddio ha posto questo mistero, eccelso come una montagna che attraversa il cielo e nasconde la sua cima tra le nubi del Paradiso. Noi levando gli occhi a considerare questa incomprensibile verità, sentiamo la terribile grandezza del Signore e dal labbro ci fugge il grido profetico: « Veramente tu sei un Dio nascosto ».2. I NOSTRI RAPPORTI CON LA Trinità. Col Padre: Nelle antichissime leggende dei Greci si racconta che questo popolo non avrebbe potuto mai conquistare la città di Dio senza una vittima umana. Ed allora ecco il re Agamennone prendere la sua figliuola e sacrificarla. Molto più buono del re della leggenda è stato Dio Padre con noi. Invano gli uomini avrebbero cercato di conquistare la città eterna del Paradiso, poiché la maledizione di Adamo pesava sulle coscienze di tutti i suoi figli e non avrebbe permesso a nessuno di varcare la soglia del Cielo. Ed ecco allora Dio Padre concedere al mondo il suo eterno Figlio, la seconda Persona della Trinità augusta, perché morisse sulla croce, in espiazione del nostro peccato. Che cosa eravamo noi davanti a Dio, se non delle piccole creature e, per giunta peccatrici? Eppure, il Padre ci amò fino al punto di lasciarsi chiamare Padre anche da noi: Lui l’eterno, l’onnipotente, l’infinito, da noi mortali, buoni a nulla, cattivi. Poteva contentarsi di essere il nostro Creatore, il nostro padrone e di considerarci come sue cose, suoi servi; invece no, ha voluto adottarci come figli, ha voluto che dal nostro cuore si levasse questo grido magnifico: « Padre nostro che stai in cielo! » Giusto, sì, ma Padre. Terribile, sì, quando non può farne a meno, ma anche allora, e sempre, Padre. Col Figlio: E il Verbo si è fatto carne per apportarci la vita, la vita soprabbondante, la vita di Dio che Adamo aveva perduto. E nacque dal seno verginale di Maria: bastava un sospiro, una voce, uno sguardo, — e ne cresceva, — per redimerci, ed invece ha voluto amarci fino alla fine. Fino alla fine dei patimenti sulla croce; fino alla fine dell’amore nell’Eucaristia. Il Figlio di Dio è diventato fratello nostro maggiore, è diventato il nostro modello: « Come ho fatto io, fate ancor voi ». Il Figlio di Dio è il nostro Giudice nel giorno finale: nelle sue mani il Padre ha deposto ogni giudizio. Il Figlio di Dio è la nostra gloriosa risurrezione. « Quando Cristo, vita nostra sarà apparso nell’alto cielo anche noi saremo con Lui elevati in gloria » (Col., III, 4). Con lo Spirito Santo: Quando non c’è il peccato in noi, lo Spirito Santo è dentro di noi: i nostri corpi divengono la sua dimora. Non lo sentite quando vi suggerisce le buone ispirazioni? quando vi mette nelle bocca ferventi parole di preghiera? quando lotta per voi contro i demoni che vi prendono d’assalto? quando vi riempie di gioia per il bene compiuto e di timore per il male da evitare? O dulcis hospes animæ … lo chiama la Chiesa. Dolce ospite dell’anima! ma noi Cristiani, ci riputiamo fortunati di questa abitazione della terza Persona della Trinità? O forse nessuno vi fa attenzione, nessuno se ne preoccupa? O forse continuamente lo scacciamo lontano da noi come un intruso, Lui, lo Spirito santificante, l’eterno, l’onnipotente, l’uguale al Padre e al Figlio? – Il conquistatore della terra promessa s’era portato in Sichem a morire. Gli anziani, i capi, i giudici, i magistrati accorsero da lui con tutte le tribù per ascoltare le sue ultime parole. E Giosuè disse: « Togliete di mezzo a voi gli dei stranieri, Auferte deos alienos de medio vestri (Jos., XXIV, 23). Queste son pure le ultime parole di questa predica. Cristiani, avete sentito come è grande e come è buono Dio?! Avete sentito ch’Egli è Uno e Trino, e che altro Dio non c’è fuori di Lui: strappate dunque dal vostro cuore ogni dio straniero. L’avaro si è fatto un dio col danaro, il superbo si è fatto un dio colla propria ambizione, l’impuro si è fatto un dio con la propria carne. Via questi falsi dei! non questi sono il Dio che noi adoriamo. Egli è Uno e Trino: a Lui gloria e amore nei secoli. Amen.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. 

[Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Præfatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Tob XII:6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.

[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LA VERITÀ CATTOLICA (IV)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE IV

Credo in Dio Padre onnipotente Creatore del Cielo e della terra

Io v’ho da spiegare le parole del credo: Onnipotente Creatore del Cielo e della terra.

Quest’oggi vi confesso che non trovo le espressioni da poter farvi intender bene tutto che vogliono dire. Studiai quel tanto che per mesi è potuto, per mostrarvi quanto deve esser grande l’Onnipotenza di Dio; ma mi parve di sentirmi a ripetere quel che fu detto a S. Agostino. Ascoltate il bel fatterello, che si racconta. S. Agostino passeggiava sulla spiaggia del mar d’Africa; e la vista di quel gran mare che si contemplava d’innanzi, pareva gli facesse capire qualche cosa della grandezza di Dio: e studiava le grandi parole, da poter manifestare agli altri ciò che egli sentiva nella sua gran mente. Eh! ma non trovava modo di dir tutto quello che avrebbe desiderato per spiegare l’onnipotenza di Dio. Quando vide un fanciullino che correva a pigliare con un piccol cucchiajo una gocciolina d’acqua del mare, e la versava in un bucherello scavato nella sabbia: e su e giù andava in questo travaglio tutto affannato. Il gran Padre ponendogli con gentil garbo la mano sulla bionda testolina … che fai, bambin mio, gli dice, in questo tuo lavorio? E il bimbo a lui: Padre, mi son fitto nella mia testina di pigliar col mio cucchiajo tutta quell’acqua del mare e farla star dentro nel mio bucherello. « Oh bambin mio, è impossibile, sai? » E il fanciullo, che doveva esser un angelo, gli risponde: « è tanto impossibile, che io possa far stare in questo bucherello tutta l’acqua del mare, quanto è impossibile che voi colla povera mente umana possiate intendere, e che possiate colla meschina parola di uomo spiegar tutta la grandezza di Dio. » Però la Chiesa ci fa dire una parola, che quanto più penserete, tanto più conoscerete che vorrebbe dir tutto, quando c’insegna a dire « io credo in Dio Padre Onnipotente, Creator del Cielo e della terra. » – Io poi per farvela comprendere alla meglio mi getterò ai piedi di Gesù Cristo nel Sacramento; e voi con me dite: « oh Gesù Cristo, dite voi quella parola secreta che fa intendere anche ai più umili vostri figliuoli le cose che non giungono a pezza ad intendere anche i più grandi dotti quando si studiano da loro soli. E voi, o Maria Santissima, buona Madre nostra, dite Voi a questi cari figliuoli, mettendole sul povero mio labbro, quelle vostre parole materne le quali fanno sentir dentro nell’anima, più che non si possa spiegare di fuori, quanto è grande l’onnipotenza di Dio. Voi intanto fatemi grazia di fissar bene in mente, che io ho da cercar di spiegarvi quanto è grande l’onnipotenza di Dio, il quale ha creato il Cielo e la terra. Ditelo adunque con me (si fan ripetere) Che io ho da cercare di spiegarvi in questa istruzione quanto è grande l’onnipotenza di Dio, ecc. ecc. La Chiesa, dopo d’averci detto di credere in Dio Padre, per farci un pò conoscere la grandezza del Padre nostro Iddio, c’insegna a dire che Dio Padre è l’ Onnipotente Creator del Cielo e della terra. Ci piglia, dirò così, tra le braccia, e ci dice: oh guardate intorno quanto sono grandi il cielo e la terra! ebbene Dio li creò colla sua parola. Adunque per poco di ragion che abbiamo dobbiamo bene capire, che debb’esser senza misura e senza fine la potenza di Dio che tutto creò. Per questo diciamo che è onnipotente Iddio Creator del cielo e della terra: onnipotente prima a pensar tutto; onnipontente a creare in ordine tutto. Ho detto onnipotente a pensar tutto. Difatti, se voi vedeste un molto bellissimo quadro, voi direste con ragione, che chi seppe pensar tutto, immaginar tutte quelle figure, studiar di metter insieme quei colori e incarnarli in quel bel disegno, era un gran pittore, d’ingegno potente. E se allora vi saltasse su uno stordito a dirvi, che non era bisogno che alcun pensasse; perché quei colori, i quali erano in prima buttati qua e là in mezzo alla terra lontani fra loro cento miglia, si trovarono impastati insieme, e così restò poi formato il gran bel quadro per caso, voi direste: « che di’ tu mai matto da catene? » Aspettate: diciamo onnipotente a creare in ordine tutto… Di fatto, se voi vedeste un grandissimo palazzo, una vera meraviglia del mondo, subito voi direste, che chi l’ha costruito era ben potente di danari e di forze per far tanto lavoro. Oh via! se vi saltasse uno scapato a dirvi: no che non era necessaria nessuna potenza di danari e di forze per far tutto quel meraviglioso edifizio; perché v’eran dei pezzi di terra i quali caddero per caso nel fuoco, e diventati mattoni belli e fatti, trabalzarono l’uno sopra dell’altro; e così si trovò fabbricato quel gran palazzo, voi direste, che il disgraziato ha perduto il lume dell’intelletto, e che non si può ragionare con chi ha perduta la testa. Ben la Chiesa adunque per incamminarci a ragionare da uomo c’insegna a dire « io credo in Dio Onnipotente Creator del Cielo e della terra. » Io poi vi pregherò, in prima, per farvi conoscere un poco come debb’essere onnipotente il Signore che tutto creò, di mettervi qui con me a considerare che cosa voglia dire creare, e come il creare sia diverso dal fare. Creare vuol dire cavare dal niente; cioè fare che una cosa la quale prima non era, cominci ad essere. Ora Dio solo colla sua onnipotenza può fare che le cose siano, quando non erano ancora. Pensate difatti, che noi, per far qualche cosa adopriamo sempre delle altre cose che erano già prima. La nostra massaja di casa ci fa il pane in famiglia; ma adopera la farina venuta dal frumento; il frumento è venuto dal campo; e il campo e l’acqua e l’aria da cui venne il frumento eran già stati creati da Dio. Se la donna nella madia non metteva niente, e poi sopra vi versava un bel niente, si fosse pure sbracciata a far d’impastare sbattendo le mani nel niente, voi aspettando il pane formato di niente, potreste morire di fame. Se chi volendo fabbricare una casa, fatta la scavazione per le fondamenta, vi mettesse dentro niente, e poi sovra niente, e ancora niente, vi resterebbe la voragine vuota, e non si farebbe mai niente. Dunque, il niente non è che il vuoto, la mancanza, è come la morte, quando v’è niente di vivo. Immaginatevi adunque quando non era ancora creato né cielo né terra; eravi proprio niente. Pensate: un vuoto senza fine! cupo silenzio! .. . tutto scuro scuro, Come la morte !… che orrore! … mette paura il pensarvi! Non era neppur un punto, un disegno del cielo … ; non era neppur un granellino di polvere nella terra. Or chi avrebbe mai pensato che potessero esser creati e cielo e terra? …– Dio solo onnipotente col suo pensiero immaginò il cielo, Dio immaginò la terra, li ordinò bene nella sua mente, poi disse coll’onnipotente sua parola : Cielo …. terra siate creati …. Oh grande Iddio!… eravi niente, e cielo e terra furon creati dalla sua volontà onnipotente! … – Se non era l’onnipotenza di Dio, vorrei un pò mi si dicesse quale sarebbe stato l’architetto, che disegnasse, che fabbricasse il Cielo, che collocasse così bene le stelle, e in alto il sole. Era niente! … E quale sarebbe stato quel geologo (sì chiama geologo chi cerca studiare la terra), che componesse la terra, che tirasse su le montagne, e fermasse le pianure? Eravì niente!… E quale sarebbe stato il chimico, che pestando nel suo mortaio avrebbe composto e versato dentro in quegli sterminati abissi le acque del mare,  dico, composte da lui, mettendo insieme niente?… Eh! che è tanto impossibile, che nessuna potenza, la quale non sia l’onnipotenza di Dio, potesse creare il cielo e la terra; che tutte le menti degli uomini, tutte le potenze dei re, tutti i dotti del mondo non arriveranno mai, non solo a creare una fogliolina, un granellino di sabbia, ma neppure potranno mai solamente pensare, che un granellino di sabbia il quale prima non era, cominci ad essere. Voi vedete, o fratelli, che un granellino di sabbia è pur poca cosa, è così presso al nulla, che noi diciamo: la è una cosa da niente. Eppure, dal niente a quel po’ di granellino vi è una distanza infinita; ed è cosa da far disperare la mente il pensare, come un granellino di sabbia abbia potuto esser creato, quando era niente. Diam dunque gloria a Dio col ripetere: « io credo in Dio onnipotente che creò il cielo e la terra.» Ora che avete considerato come solo l’onnipotenza di Dio può creare anche la più piccola cosa, ci metteremo qui a considerare, per quanto possiamo conoscere, che è grande l’onnipotenza di Dio nel creare il cielo e la terra. – Cominceremo ad osservare la terra, perché è più vicina a noi, e possiamo delle cose della terra farci scala a contemplare le grandissime cose del cielo. Cominceremo a parlare di questo nostro mondo. Ascoltate. Quando noi diciamo che è tanto grande il mondo, noi intendiamo parlare di questo mondo nostro, la terra. Oh oh! ma sappiam noi forse quanto è grande la terra? È vero che fino i nostri contadini vanno in America; ma pur tutti di questo mondo conosciamo ben poca cosa. Per aiutarvi a pensare quanto sia grande il mondo della nostra terra, immaginatevi quanto. è lungo un miglio; poi aggiungetevi dieci miglia; poi appresso pensate di correre col pensiero per cento e mille miglia; e ancor più in là fino a venti mila miglia. Ebbene è ancor più lungo il giro intorno alla terra. Ora pensate di vogar colla mente rapida come i vapori, che volano prestissimo, eppur metterebbero un mese a far questo giro; e quando voi avreste coll’immaginazione fatto un giro intorno alla terra, avete da pensare che potreste far mille e mille giri, gli uni appresso gli altri in tutte le parti intorno del mondo (i meridiani). Or, se sapeste poi in questi giri quante s’incontrano sterminate catene di montagne, quanti grandissimi deserti! i mari poi sono così grandi, che non possiam neppur pensarvici. Quante nazioni, quanti regni si attraverserebbero, quanti popoli s’incontrerebbero, e poi quanti paesì, quante città, quante piante e animali!… Ah son tante le cose, che la nostra povera mente si confonde, e noi dobbiam dire come fuori di noi: « io credo che Dio è onnipotente, perché  ha potuto creare la terra con tutte le cose sue. » – Creata la terra, pensate poi che non v’eran né erbe, né piante, né animali. Oh qui sì che abbiamo un bel campo da poter conoscere alcun che della onnipotenza di Dio, nello apprendere che di piante creò tante qualità, e in tanto numero, e che le fa crescere e le mantiene tutte! Ho detto di tante qualità, in tanto numero. Contate un po’; se lo potete, le erbe di un solo prato? Vedete: ve ne sono tante, che in un sol metro di estensione se ne contano mille e mille; e i botanici, che son coloro, che cercano di studiarne le varie qualità e contarle, dopo mille anni di studio, uomini di gran talento davvero, restano confusi, e son costretti di dire che non conoscono ancora che una piccolissima parte di piante. Ora è Dio Creatore che ha tratto dal nulla tutte le qualità delle piante, che a ciascuna pianta, ad una ad una tira su il gambo, dà le fibre per sostenersi, fa tanti nervi, e costole, fin le vene e le gole per respirare, e nelle radici e foglie tante piccole bocche per assorbirsi su gli alimenti. Dio solo le mantiene, sicché non si rompano i loro organi e le strutture. E dovete sapere che ve ne ha tantissime così piccine, che mille di loro starebbero sopra un granello di sabbia, come mille alberi sopra una grande montagna. Quando voi vedete l’acqua ferma, o il vostro muro pigliar il color verdognolo, se aveste a guardare con un cannocchiale da discernere le cose più minute (microscopio), vi vedreste tanti boschi di piantoline, cui Dio veste di fogliette, le quali dan quel verdolino. Dio si piglia cura di loro e dei lor bottoncini, forma loro i fiori e i granelli, da cui fa spuntare piante novelle. Ora pensate che eravi niente, neppur una di tanti milioni e milioni senza numero di piante; ma Dio onnipotente disse: « piante, in tutte le qualità, siate create, e state; e le piante sono create e stanno; sostenute dalla mano di Dio: sicché noi dobbiam dire rapiti in estasi: io credo in Dio Padre onnipotente! » – Ma ora io devo dirvi ancora meraviglie maggiori degli animali. Ma prima discorriamola un po’ tra noi: e chi poteva immaginarsi che cosa fossero gli animali, e crearne tanti? Perocché avete da sapere che vi sono miglia e miglia di terreno che non sono vera terra, ma tutto è un composto di corpiccioli, d’animaletti morti (infusorii). Sicché in un sol metro di quel terriccio ve ne sono tanti milioni da non si potere contarli;  e sono così piccolini, che mille di quelli girerebbero sulla punta di un’agucchia da cucire, come mille soldati sul campo dei loro esercizi. Ora, e chi dà ad uno ad uno di loro la forza di muoversi con tanta delicatezza, da non s’imbrogliare e rompersi i minutissimi nervi, e le vene sottili come il fiato E chi dà poi la forza alla tigre, al leone e all’elefante, il quale porta una torre di legno sulla schiena? Chi dà la forza alla balena, che colla coda sbatte l’onda del mare come la tempesta? È Dio onnipotente che dà la forza a tutto. Aspettate; poiché avete da pensare che Dio non creò le cose e non le lasciò lì ad agitarsi da se stesse quasi n’andasse via. « Non creavit et abiit, » dice s. Agostino; ma tutte le creature esistono, si muovono e stanno come sono, perché Dio le sostien colla sua forza. Lo insegna eziandio s. Paolo, sicché tutte le forze sono da Dio, e le forze delle piante per poter vegetare e crescere, e le forze degli animali per muoversi e sentire. Raccogliamoci in noi medesimi e diciamo: è Dio che dà la forza all’anima nostra di spingere i nostri pensieri, qui, là, fin alle stelle degli altissimi cieli. Mettiamo…. mettiam la mano sul cuore sentite il cuor che batte? Ebbene, è la mano di Dio che ci fa battere il cuore. Ma per spingere il sangue in tante migliaia e migliaia di vene e di venuzze, in tanti modi intralciate per tutte le parti del nostro corpo, ci vuole una forza che spaventa, se ci pensiamo! Eppure, tenuti fermi dalla mano di Dio, non si rompono quei fili, che sono così delicati, così sottili che la mente vostra non può pensarvi sopra. È dunque qui la forza di Dio. Fermatevi un poco a meditare la forza con cui respiriamo, camminiamo, facciamo tutto. Fabbrichiamo le case? è di Dio la forza delle leve, con cui facciam montar su i sassi sulle cupole fin tra le nubi: di Dio la forza, che gli uomini adoprano in tutte le macchine, e in quella segnatamente del vapore con cui si fanno volare milioni di navi e di vagoni. Allarghiamo il pensiero dintorno. Di Dio è la forza dei cannoni e della polvere che spezza i macigni con le mine, di Dio la forza dei venti che sferzano gli alberi più robusti; di Dio la forza del mare che spinge le onde come montagne verso il cielo. Deh, per poco che pensiamo a questo numero di forze che fanno così svariati movimenti, dovremo esclamare con filosofo Aristotile: quanto debbe essere grande il motore che dà movimento a tutto! Noi poi grideremo atterriti adorando: « è Dio onnipotente creatore del cielo e della terra. » Appunto voi vedete che finora io non v’ho parlato che della terra: ma la madre Chiesa in questa dottrina vuol che io vi pigli per mano come l’Angelo pigliò per mano Abramo menandolo fuori della tenda; e che come a lui, io vi dica : su, su guardate il cielo, e contate le stelle del firmamento se lo potete. Ve’, subito a prima vista se ne contano ben più di cinque mila. Se poi guardiamo nel cielo con quei grandi cannocchiali che sono i telescopii, di quelle stelle, che son grandi mondi, sì vedono sempre di più a migliaia che si moltiplicano e si sprofondano negli altissimi cieli! Guardate solo quella striscia, che par di nebbia, la quale voi chiamate la strada di s. Giacomo, e i dotti più ridicoli chiamano la via lattea, ebbene quei punti in quella striscia di nebbia ,sono tanti soli che fan girare tanti mondi intorno, come il nostro sole è uno di quei punti di nebbia che fa girare intorno a se stesso, egli solo, un centinaio di mondi dei quali ve ne ha di più grandi del mondo nostro. Sicché sarebbe più facile contare i granellini di polvere che s’innalzano in un polverio di una camera, che non contare i mondi che girano nello spazio immenso del cielo. Tanto è vero che il più gran dotto in questi studi del nostro tempo, l’Humbold, ebbe coraggio di dire (nel Cosmos) che forse vi sono tanti mondi nel cielo, quanti vi sono granelli di sabbia sulla terra! Io non posso andar più in là, perché il povero pensiero si perde, e dà indietro spaventato da queste ultime parole della scienza. – Ah se sapeste poi come sono grandi quelle stelle! Ma adagio, mi direte voi: e chi le può misurare? Vi risponderò qui che stiate pur certi che si misurano così esattamente, che si può assicurare che il tal dì, alla tal ora, in quel minuto preciso ha da venire un ecclissi, e che ha da durare solo tanti minuti, perché la luna o il tal pianeta sono grandi esattamente così, e girano con tanto di velocità che per passar davanti al sole, debbono impiegare il tempo di tante battute di polso. E l’ecclisse viene nell’istante preciso, e quel pianeta passa via veloce proprio, come diciam noi. Il che tutto prova che noi misuriamo sicuri la grandezza dei pianeti e del sole, e le miglia che percorrono. – Però vi avverto che queste della grandezza delle stelle e del sole, non sono verità di Fede, ma sono verità di fatto che ci insegna la scienza. La Fede però ci insegna che i cieli sono così grandi che danno gloria a Dio colla loro grandezza, ed esaltano la magnificenza dell’onnipotenza di Dio. Onde la Chiesa è contenta assai assai che i suoi figliuoli li studino coll’aiuto di quella disciplina, ch’è l’astronomia. Sicché è bene che io vi dica di certa scienza quanto sono grandi quei mondi del cielo, perché è bene che anche i più umili conoscano la grandezza del nostro Padre Celeste Creatore onnipotente. Ebbene, per parlarvi in modo particolare del sole, vi dirò essere certo, che il sole è più grande della nostra terra un milione, cioé mille migliaia, e trecento ottanta sei mille volte. Oh oh! Figuratevi di vedere cento mondi così sterminati come il mondo nostro. Cento mondi? E chi può solo pensarvi?….. E poi mille mondi!….. Ma si perde il pensiero pur solamente ad immaginarli!…. Eppure avanti, avanti: immaginatevi poi un milione cioè mille mila, e quasi quattro cento mila mondi! Ebbene il sole è tante volte così più grande della terra; di modo che, se il sole fosse vuoto, il nostro gran mondo, la terra, con tutte le sue montagne, tutti i mari e regni suoi starebbe dentro nel sole come un pomo, una noce, un granello di frumento starebbe dentro di questa. Chiesa…. E pensate che vi sono delle stelle, le quali pare proprio sieno quaranta milioni di volte sono più grandi della terra. Oh…! – Deh, deh! Figliuoli, non andiamo più in là; perché la nostra mente si smarrisce e dà indietro spaventata al pencare a tanta grandezza! Solamente vorrei dirvi di farvi coraggio, e di sollevarvi coll’animo in mezzo a quei mondi che per noi sorpassano ogni misura. Pensiamo un po’: da quei grandi astri quanto, a guardarlo, debba comparir grande il nostro mondo in mezzo a loro? Cerchiamo adunque dove sarà la mostra terra. … Essa, vedete, debbe comparire come un granellino di polvere che nuota quasi perduto nello spazio del firmamento . . . La nostra terra, a vederla, così dall’alto, comparirà grossa come un di quei granellini di polvere che scorgete muoversi in una stanza, quando l’attraversa un raggio di sole. Ora cerchiamo un po’ su quel granellino di polvere quale spazio occuperanno e quanto dovranno comparire grandi l’Europa, l’Asia, l’Affrica, le Americhe, l’Oceania! Ah sono cose così minute, che non si possono neppur distinguere! Aguzzate il pensiero, e lo sguardo, per vedere su quel granellino quanto debbano comparire grandi e la Russia, che proprio oggi tien in paura tutti i regni d’Europa; e la Inghilterra, la regina dei mari coi mille suoi bastimenti; e la Prussia, che mangiò tanti stati in Germania; e la Francia, che si dice sempre la grande nazione; e la Spagna colle ricchezze passate e la miseria delle presenti rivoluzioni; e l’Italia nostra con tutte le sue glorie! Via via …; che la Russia, 1’Inghilterra, la Prussia, la Francia, la Spagna e l’Italia sono cose così minute, che non si possono neppur pensare! Ora poi mi dite come dovranno comparire grandi le città, e i paesi nostri così popolati? Ma che? Sono cose da nulla! Ma e i nostri campi e i nostri palazzi? Eh! che le sono cose così da niente, che fa ridere il pensare ad esse… Oh! E poi, e poi quanto saranno grandi queste orgogliose nostre personcine!…. Ah!… cadiamo profondati nel nulla delle nostre miserie; gridiamo atterriti: Oh Grande!… Oh Grande che io non ardisco più nominare!… I cieli raccontano le vostre meraviglie — Cœli enarrant gloriam Dei!… Ora solleviamo tremando il pensiero a Dio Onnipotente che siede nel trono della sua eternità! E come noi, se col dito in un vaso di acque quiete facciamo un giro, mettiamo in movimento un po’ d’acqua d’intorno in piccol vortice; così Dio col dito della sua onnipotenza nel mare immobile della eternità fece un movimento piccolo per Lui, e creò il vortice del tempo che va e va…….; e i secolie i mille anni passan via davanti a Dio come un sol giorno; e via via passan girando i mondi, e con essi passano via le creature tutte, come noi, quasi non fossero!… Pensate a Dio quando disse la sua Parola onnipotente: Mondi del firmamento, siate creati! e gettò come una gran manata di polverei mondi a girare nello spazio dei cieli. Egli li chiama ciascun per nome: e se li muta d’intorno come si mutano le vestimenta; e quando gli piacesse gridare: mondi dell’universo, tornate al nulla, i mondi ululerebbero nel cader in rovina: « non siamo più »…; ed Egli spazzerebbe le rovine dei milioni dimondi come polvere dallo scabello dei suoi piedi. Intanto se i mondi stanno con tutte le creature, in esse è Dio che li sostiene colla sua onnipotenza; è Lui che li fa andare attorno con tanta rapidità, che questa piccola nostra terra, per aver il sole tutto d’intorno in ventiquattro ore, gira quattordici volte più rapidamente che non farebbe una palla di cannone quando esce da quella bocca infuocata! E Dio li tien tutti inordine perché non urtino in tremendo soqquadro! E noi grideremo: « Io credo in Dio onnipotente, Creatore del ciel e della terra. » Qui esclamerò con Galileo:« e di questi mondi che si muovono così rapidamente,qual è il punto d’appoggio da cui viene il lor movimento?… Egli è Dio, Dio Onnipotente. » Sclamerò con Newton che scoprì le leggi dei movimenti delle stelle: « Oh! mondi tutti dell’universo di grandezza così sterminata, voi andate roteando con rapidità che ci spaventa: se la luna gira proprio intorno alla terra come al suo centro, se la terra colla sua luna gira proprio, come cento altri mondi, intorno al sole siccome al loro centro; se il sole nostro al paro di altri milioni di soli girano anch’essi… quale sarà, quale il gran Sole, il gran Centro?…Ah, ah! il gran Centro quale, qual è? E l’onnipotenza di Dio. » Sclamerò con Linneo uno dei più grandi dotti del mondo:« gettai lo sguardo sopra la terra, seguii le tracce delleoperazioni di Dio tra le creature; ho osservato le forze che vengon da Dio, la sua sapienza in tutte le cose più piccole: ho osservato il sole, le stelle, immensi, incalcolabili nelle loro grandezze, che si movononello spazio sospeso nel vuoto; vidi che tutti gravitano gli uni sugli altri, tutti sono mossi dalla volontà, dalla mano di un gran Motore incomprensibile, dall’Essere degli esseri, dalla Causa delle cause, dalla Guida, dal Conservatore, dall’Artefice di tutto l’universo, e conchiuderò che il mondo è il santuario profondo della Maestà di Dio. « E noi tremanti nasconderemo le nostre persone in seno alla Madre Chiesa, e diremo con essa: « sì! io credo che Dio è l’onnipotente Creator del cielo e della terra

(Il Belasio ha lavorato digran fantasia, seguendo la falsa scienza umana ingannatrice – Galileo, Newton… – e dimenticando di aprire la Bibbia ed i testi sacri che dicono esattamente l’opposto delle sue funamboliche descrizioni, animato dalla foga oratoria, in realtà dimostratasi pura eresia antibiblica, che dichiara errata la descrizione biblica e mendace la rivelazione divina dei sacri libri … l’Antico e Nuovo Testamento  … scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo … « Dio infatti è l’autore dell’uno e dell’altro … » – Conc. Trid. Sess. IV, dec. I. In particolare il Belasio cancella, con le sue fiabesche fantasie, tutta la descrizione della Creazione in Genesi, dimenticando che la terra e la vegetazione furono creati il terzo giorno, mentre solo al quarto giorno, Dio pose in cielo i “luminari del giorno e della notte”, cioè il sole, la luna e le stelle … Il Belasio crede alla falsa scienza esoterico-massonica, non alla rivelazione biblica, base della Religione cattolica!! Orrore! Orrore! Mancavano solo gli extraterrestri! E meno male che sul libro c’è l’imprimatur… di altri miscredenti pseudocattolici infiltrati! – ndr. -). Ora sapete, o figliuoli, perché vi ho detto queste grandi cose nella odierna dottrina? È per due ragioni. La prima per farvi intendere che quanto più gli uomini dotti di buon conto studiano, conoscono sempre più quanto sono vere le alte cose che insegna la Chiesa… Vedete un po’ che consolazione! come la Chiesa fa dire fino ai bambini tutte queste grandi verità con una sola parola « credo Dio onnipotente!…. » Nessun dotto non può dire di più. – La seconda ragione è che io, avendo un poco studiato per insegnare le più belle cose a voi, ho il cuor troppo pieno, e sento il bisogno di sfogarmi con voi, cari figliuoli del nostro gran Padre celeste. – Per ispiegarmi meglio racconterovvi un bel fatto. L’abbate Siccard, istruito ch’ebbe per bene il giovine sordo-muto Massieu, lo menò sulla specola, altissima torre a Parigi, da cui col più gran telescopio si contemplano avvicinati il sole e le stelle. Al vedere quelle grandezze di mondi, Massieu dà indietro come spaventato ….; anela, anela, e dimanda a segni; Chi, chi ha mai fatto quei mondi sterminati?  Il buon prete che lo aspettava a quel punto « Iddio, esclama, il quale creò tutti colla sua onnipotenza, ed è qui presente e ci porta in braccio. » Massieu tremò tutto della persona…… e si slanciò come fuori di sé per correr via, gridando a sua possa coi segni, per dire: lasciatemi andare a dire alla mia mamma che vi è un Dio così grande, onnipotente… Allora il buon prete: « ah mio caro figlio, per grazia di Dio, tua madre lo sa, perché il parroco spiega nella dottrina che Dio è onnipotente Creator del Cielo e della terra. » —.Ebbene anche io per voi, o figliuoli, lasciatemi, ora voglio dire: « Grande Iddio, io vi ringrazio, di averci fatto conoscere così grandi cose della vostra grandezza, che io ho voluto adesso spiegare anche ai più piccini, perché anche essi sono figliuoli di Voi Padre Celeste onnipotente! » – Però dopo di avervi detto tutto questo, non crediate già ch’io pretenda di avervi dimostrato quanto è grande l’onnipotenza di Dio. Io ho fatto come chi, pigliato un ago sottilissimo acuto acuto tra le dita, e bagnatolo nel mare, mostrasse quel piccolo ago con un gocciolina d’acqua in sulla punta così minuta da non si poter vedere, e dicesse: questa gocciolina d’acqua tanto minuta vi fa intendere come sia grande tutto il mare…. Oh no! che io non dico bene ancora: perché almeno quel gocciolino, sia pur piccolo, è un piccolo principio della grandezza del mare; e, sia poi pur grande il mare, a furia di goccioline si formerebbe poi la sua grandezza. Ma tutte le grandezze immaginate, dice s. Tommaso, moltiplicatele pur colla mente, non danno il principio della grandezza di Dio; poiché tutte quelle grandezze avrebbero poi tutte il loro fine: laddove Dio è immenso, infinito. – Oh quanto ha fatto bene la Chiesa nostra madre, di farci dire prima nel Credo, che Dio è Padre, e poi coprirci colla Croce di Gesù, e farci dire sotto le sue piaghe che Dio è Padre, Figliuolo e Spirito Santo! Gettiamoci così in braccio a Lui Creatore nostro Padre; al Salvator nostro suo Figlio in seno al suo Amore Spirito Santo, e avendo un poco conosciuto che Dio è così grande, che paradiso sarà per noi l’esser sommersi eternamente beati in Dio! Facciamo, adorando nel subisso della nostra miseria, e io mi fermo con voi a fare un po’ di:

Esame.

1. Oh poveri noi! come abbiamo finora pensato a Dio? rispettato, adorato Dio?…..

2. Forse nelle nostre orazioni? Mi spavento ancora di più, se io penso al modo indegno con coi trattiamo con Dio, quando parliamo con Lui nelle orazioni! Non tratteremmo villanamente così, come trattiamo con Dio, con una persona del mondo per poco onorata!

3. Noi sì, viviamo, ci muoviamo, esistiamo sostenuti da Dio. Oh che vergogna, e non gli diciamo mai una parola in tutto il santo dì! Non val tanto Iddio che non gli diamo mai un pensiero, mentre ci pigliamo tanta cura delle cose che valgono nulla?

Pratica.

.1. Pensiamo! pensiamo! Siamo alla presenza dell’Altissimo Iddio! Tristi a noi! Diremo che non lo vediamo? Ma si’ che lo vediamo sotto il velo delle cose create: vediamo che muove il sole, la terra, le piante e gli animali: sentiamo che colla sua mano ci fa battere il cuore per contare col palpito del nostro cuore i minuti della vita in cui dobbiamo prepararci al suo giudizio! – Ma via; sebbene noi non lo vediamo Iddio con questi occhi di carne, che importa? Anche un povero cieco non vedrebbe il re se fosse nella sua gran sala assiso sul trono; ciò non di meno se un buon uomo lo toccasse del gomito per dirgli all’orecchio: povero orbo , oh… il re ti guarda addosso, sai! … sta ben in contegno; perchè se l’offendi per poco, ti fa saltar giù dalle spalle la testa! vel dico io, come starebbe lì in gran rispetto, e gli parrebbe di sentir l’alito della maestà reale; anzi si sentirebbe come oppresso! E qualcuno di noi commette certi peccati in braccio a Dio, getta l’immondezza; il vitupero in seno a Dio!… Oh Dio, oh Dio onnipotente, chi ci nasconde, chi ci salva, se dappertutto siete Voi, e m’aspettate al vostro giudizio? Ahi, che cado in mano alla terribil vostra giustizia! E orrenda cosa! … Dio ci vede! Dio è qui! Rispettate, rispettate Dio!

2. Eppure sentiamo vili cialtroni aver sempre per bocca il Santo Nome di Dio… Udite: Keplero che fu uno dei più grandi nomini del mondo, quando nominava il Santo nome di Dio levavasi in piedi in mezzo ai grandi uomini che l’ascoltavano con umiltà: scoprivasi il capo, e, colle mani giunte, s’inchinava adorando il Santo Nome di Dio, che i più tristi uomini menano per la bocca pieni di bava come cani arrabbiati.

Faremo un po’ di catechismo.

Catechismo.

D. Perché diciamo che Dio è Creatore onnipotente del cielo e della terra?

R. Perché creò il cielo e la terra, e tutte le cose che in esse si contengono.

D. Ma che cosa vuol dire creare?

R. Creare vuol dire cavar dal nulla, fare cioè che una cosa, che prima non era, cominci ad essere.

D. Ma come ha potuto Dio creare il cielo e la terra dal nulla?

R. Dio quando volle creare il mondo lo creò colla sua parola onnipotente. Ecco perché diciamo che Dio è onnipotente Creatore del cielo e della terra.

Andiamo alle nostre case; ma diciamo sempre adorando in santo timore: Oh quanto siete grande Dio onnipotente Creatore del cielo e della terra.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (7)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (7)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

ART. III. — IL NOSTRO ORGANISMO SOPRANNATURALE.

L’ospite divino che abita l’anima nostra, non vi dimora solo per ricevervi le nostre adorazioni e i nostri ossequi, ma vuole anche darsi a noi e innalzarci a Lui. Dio è vita e fonte di vita: « In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Giov. I, 4). Ora, per innalzarci a Lui, Dio vuole comunicarci una partecipazione della sua vita divina. Ma, deboli creature quali siamo, in che modo potremo noi ricevere questa partecipazione della vita di Dio? È evidente che nol potremo se non quando piaccia alla sua bontà di compiere e perfezionare l’anima nostra dotandola di un organismo soprannaturale di molto superiore a quello che possono esigere le creature anche le più perfette; e questo appunto Egli fa venendo ad abitare in noi. Come uomini, abbiamo già per natura una vita intellettuale che ci fa capaci di conoscer la verità e di amarla; ma è conoscenza imperfetta, acquistata con molta fatica, per via di riflessione, di analisi, di ragionamento, di lunga serie di induzioni e di deduzioni, ov’è facile che rimaniamo ingannati. È questa la vita che Dio trasforma: senza toglierci nulla di ciò che abbiamo di buono, inserisce in noi un organismo soprannaturale perfetto.

1° Nella sostanza stessa dell’anima nostra Dio infonde la grazia abituale, che fa in noi l’ufficio di principio vitale soprannaturale, ci rende simili ma non eguali a Dio, e ci prepara, sebbene remotamente, a conoscer Dio come Egli conosce se stesso e ad amarlo come Egli stesso si ama.

2° Da questa grazia abituale o santificante procedono le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo, che rendono soprannaturali le nostre facoltà naturali, e ci danno l’immediato potere di fare atti meritori della vita eterna.

3° A mettere in moto queste facoltà ci concede le grazie attuali, che ci illuminano l’intelletto, ci fortificano la volontà, ci infondono energie superiori di molto alle nostre forze, onde veniamo abilitati a compiere atti che si possono chiamare deiformi. Non sono infatti atti puramente umani, ma atti che, pure essendo nostri, sono anche di Dio; perché Dio vuole veramente essere nostro collaboratore e operare in noi il volere e il fare (Fil. II, 13). Ora, notiamolo bene fin da principio, la vita della grazia, sebbene distinta dalla vita naturale, non è già che le si sovrapponga, ma la penetra tutta, la trasforma, la eleva e la rende deiforme, vale a dire simile alla vita di Dio. Si assimila tutto ciò che è di buono nella nostra natura, nell’educazione, nelle abitudini acquisite; perfeziona tutti questi elementi e li rende soprannaturali, piegandoli verso Dio, il Dio unitrino, che un giorno contempleremo in cielo faccia a faccia, come Egli contempla se stesso, e l’’ameremo come Egli stesso si ama. Intanto lo possediamo già sulla terra per mezzo della fede e dell’amore, in modo molto inferiore alla visione beatifica, ma molto superiore alla conoscenza naturale che abbiamo per mezzo della ragione. È un punto che ha bisogno di più minuta spiegazione.

L’ufficio della grazia abituale.

Per innalzarci a sé, Dio ci inserisce innanzi tutto nella sostanza dell’anima un principio soprannaturale o deiforme che si chiama grazia abituale. È una grazia, cioè un dono essenzialmente gratuito, ossia tale che nessuna creatura può pretenderlo, né l’uomo né l’Angelo anche il più perfetto. È anche una grazia perché ci rende graziosi, ossia accetti agli occhi di Dio, e fa di noi un luogo di delizie ov’Ei gode di riposare. È una grazia abituale, ossia un modo di essere, uno stato dell’anima che viene quindi detto stato di grazia. È dunque una qualità inerente all’anima nostra, che la trasforma e molto la innalza al di sopra di tutti gli esseri creati anche i più perfetti. È una qualità per sé permanente, nel senso che rimane in noi finché non la cacciamo dall’anima con un peccato mortale commesso volontariamente. Ora questa qualità inerente all’anima nostra, che penetra nel più intimo della nostra sostanza, che si imprime nel più segreto delle nostre anime, ci rende simili a Dio o deiformi.

.A) La grazia abituale ci rende infatti, secondo la bella e vigorosa espressione di san Pietro (II Ep. di S. Pietro, I, 4), partecipi della divina natura; ci mette, come dice san Paolo (II Ep. Cor., XII, 13), in comunione collo Spirito Santo; ci fa entrare, come aggiunge san Giovanni (I Giov. I, 3), in società col Padre e col Figlio. Ma è mai possibile? Ma è proprio vero che per la grazia noi siamo, a così dire, della famiglia di Dio? Sì, risponde san Paolo (Efes. II, 19): « Voi non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio ». Ed è, del resto, una conseguenza dell’essere noi per la grazia figli adottivi di Dio, come abbiamo già provato. Quale sublime dignità è mai la nostra! e quanto ne dobbiamo ringraziare Dio per tutta la vita e per tutta l’eternità!  A schivare ogni esagerazione, notiamo bene che la vita della grazia non è una vita identica ma simile alla vita di Dio; che non ci fa uguali a Dio ma deiformi, ossia simili a Dio, atti a conoscerlo come Egli conosce se stesso e ad amarlo come Egli stesso si ama. Con queste dichiarazioni, noi evitiamo ogni pericolo di panteismo e possiamo intendere meglio in qual senso partecipiamo alla vita divina.

B) La vita propria di Dio è di veder direttamente se stesso e di amarsi infinitamente essendo Egli infinitamente amabile. Ora nessuna creatura, per quanto perfetta, può da sé stessa contemplare la divina essenza che abita una luce inaccessibile a ogni creatura (Tim. VI, 16). L’uomo poi non percepisce Dio, con le sue facoltà naturali, se non in un modo indiretto, con una serie di ragionamenti, partendo dalle creature per arrivare al Creatore. Ma Dio, con un privilegio interamente gratuito, chiama l’uomo a contemplarlo a faccia a faccia nel cielo così come Dio contempla se stesso, non già nello stesso grado perché noi rimaniamo sempre esseri finiti, ma nello stesso modo, direttamente, senza ragionamenti, senza cose frapposte. Tale è il senso di quella parola di san Paolo (I Ep. Cor., XIII, 12.13) « Vediamo ora per lo specchio (cioè per cose frapposte), in enigma (cioè in modo oscuro), ma allora faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno in quel modo che sono conosciuto io ». È questo pure il pensiero di san Giovanni (I S. Giov., III, 2) quando dice: « Noi siamo ora figli di Dio e non si è ancora manifestato quel che saremo: sappiamo che, quando si manifesterà, saremo simili a lui, perché  lo vedremo com’è ». Ora veder Dio quale è, vederlo come Egli vede se stesso, senza immagine, senza nube, senza cose frapposte, è diventar simili a Dio nella sua vita intellettuale; è partecipare, in modo finito ma reale, alla vita stessa di Dio; è conoscerlo come Egli conosce se stesso e amarlo come Egli stesso si ama. Che fine sublime è mai il nostro! che inebriante letizia il veder Dio così com’è, e vedere in Lui tutto ciò che ci può in qualche modo interessare! Ma soprattutto quale felicità l’amarlo come Egli stesso si ama, amarlo senza divisione, senza riserve, senza timore di perderlo, e godere così della sua presenza e del suo amore per tutta l’eternità! Oh! non c’è qui di che appagare tutte le brame nostre più ambiziose, tutte le più profonde nostre aspirazioni, tutta la nostra insaziabile sete di conoscere e di amare? Ora, riteniamolo bene, la grazia abituale è in sostanza della stessa natura della gloria del cielo: è, come dicono i Padri e i Teologi, un pregustamento della beatitudine celeste, l’aurora della visione beatifica, la gemma che contiene il fiore, benché questo debba sbocciar più tardi. La grazia ci fa dunque partecipare, sebbene in modo meno perfetto, alla natura e alla vita di Dio.

C) Vediamo di scrutar la cosa più a fondo. In cielo vedremo Dio; sulla terra comunichiamo già col suo pensiero per mezzo della fede. Quando io credo al mistero della santissima Trinità, non è già la mia ragione naturale che me ne manifesta la esistenza e la natura, è la fede, vale a dire una luce divina che Dio si degna di comunicare al mio intelletto. Colla ragione io conosco l’esistenza e l’unità di Dio. Ma Dio, dopo aver parlato agli uomini per bocca dei profeti, volle benignamente inviarci suo Figlio, che ci rivelò gli arcani della vita divina. In virtù della irrefragabile testimonianza di Colui che da tutta l’eternità vive nel seno del Padre, io credo che Dio è un Dio vivente, uno nella natura ma trino nelle Persone. Credo che la prima Persona, cioè il Padre, genera da tutta l’eternità un Figlio in tutto e per tutto uguale a Lui, un Figlio che è la viva e sostanziale sua immagine, lo splendore della sua gloria, il suo Verbo, l’intimo sussistente suo pensiero. Il Padre ama il Figlio come se stesso e ne è infinitamente riamato. Da questo mutuo amore sorge una terza Persona, lo Spirito Santo, mutuo vincolo del Padre e del Figlio, Amore sostanziale che verrà a diffondere nelle anime nostre la divina carità. Tutte queste verità che io credo restano certamente misteriose; ma pure ci rivelano l’interiore vita di Dio e ci fanno quindi partecipare alla conoscenza che Dio ha di se stesso. Il nostro amore per Lui ne prende mirabile aumento: Dio non è più per noi un Dio freddo ed astratto, è un Dio vivente, un Dio amante, il quale, pur bastando pienamente a se stesso, si abbassa a noi, si dà a noi, vive ed opera in noi. È un padre, è un amico, è un collaboratore; e il nostro cuore si slancia amorosamente verso di Lui, di una cosa sola dolente, di non poterlo amare quanto si merita. – È dunque verissimo che per mezzo della fede e della carità cominciamo già a conoscere Dio come Dio conosce se stesso e ad amarlo come Dio stesso si ama, sebbene in grado molto inferiore; e che a questo modo diventiamo partecipi della vita di Dio.

D) Ma non è partecipazione sostanziale, è partecipazione accidentale, che si distingue quindi dall’unione ipostatica del Verbo con la natura umana, Il Verbo si unisce alla natura umana con unione sostanziale, di guisa che la natura divina e la natura umana, pur rimanendo perfettamente distinte, non formano che una persona sola che è la Persona del Verbo. Avviene altrimenti dell’unione prodotta dalla grazia tra Dio e noi: quest’unione è certamente unione realissima, ma non è sostanziale, serbando noi la nostra personalità. Quindi la vita divina, che è sostanzialmente in Dio, ci viene comunicata accidentalmente, sotto forma di divina somiglianza impressa nell’anima nostra: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen. I, 26).

E) A intendere meglio questa misteriosa partecipazione alla vita di Dio, i Padri e gli autori spirituali ricorsero a diversi paragoni, tutti imperfetti, ma di cui ognuno serve per aiutarci a cogliere qualcuno degli aspetti di questa consolante verità.

a) L’anima nostra, dicono, è un’immagine, una somiglianza della santissima Trinità, una specie di ritratto in miniatura che lo Spirito Santo viene a dipingere in noi, imprimendo se stesso nell’anima come sopra una molle cera: « Lo Spirito Santo, dice S. Cirillo 2 Thesaurus, Assert., 34), non fa come un pittore comune che dipingesse in noi la divinità senza ben conoscerla e senza appartenere a lei… ma, essendo Dio e procedendo da Dio, imprime se stesso nel cuore di coloro che lo ricevono, vi s’imprime come sigillo sulla cera; e comunicandosi così a noi, ridipinge la nostra natura sul modello dell’ideale divino e ristabilisce nell’uomo l’immagine di Dio ». S. Ambrogio (In Hexaemeron, 1 VI c, 8) ne conclude che l’anima in istato di grazia è di una bellezza incantevole, perché l’artista che vi dipinge questa immagine è artista di prim’ordine, essendo Dio stesso. Altri paragonano l’anima a quei corpi riflettenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono tutti investiti e brillano di incomparabile fulgore che diffondono tutt’intorno; così l’anima nostra, simile a un globo di cristallo illuminato dal sole, riceve la luce divina, risplende di vivo splendore e lo riflette sugli oggetti circostanti (S. Basil., De Spiritu Sancto, IX, 23 – S. Teresa, Cartello interiore, Prime mansioni).

b) Questa divina somiglianza non rimane alla superficie dell’anima ma la compenetra tutta. A spiegarla i Padri ricorsero alla seguente similitudine: come un ferro, posto in un braciere ardente, acquista subito il fulgore, il calore, la duttilità del fuoco, così l’anima nostra, immersa nella fornace dell’amor divino, si spoglia delle sue scorie e diviene risplendente, ardente d’amore e indocile alle divine ispirazioni della grazia.

c) Essendo vita la grazia abituale, i Padri adoperano un ultimo paragone per esprimere quest’idea. Paragonano la grazia a un innesto divino che, applicato sul tronco selvatico della nostra natura, le comunica vita e qualità nuove, onde viene abilitata a produrre frutti di specie molto superiore. Ma, come l’innesto non conferisce al tronco selvatico tutta la vita dell’albero onde fu preso, ma solo questa o quella delle vitali sue proprietà, così la grazia santificante non dà tutta la vita divina, ma solo una partecipazione a questa vita. – Sono paragoni che non spiegano certamente il mistero, ma ci danno una grande idea della grazia e ci aiutano a intendere la bella descrizione che ne fa il Catechismo del Concilio di Trento (Catech. Cone. Tr., P. II, de Baptismo, 86): « Questa grazia non consiste soltanto nella remissione dei peccati; ma è anche una qualità divina inerente all’anima, e come una luce il cui splendore, investendo le anime, ne cancella le macchie e comunica loro una fulgida bellezza ». Illustrano pure il concetto più filosofico che della grazia dà il P. Garigou-Lagrange (Perfection chrétienne et contemplation, T, 56). « La grazia è realmente e formalmente una partecipazione della natura divina, appunto in quanto è divina… una partecipazione della sua vita intima ». Or questa vita non può attuarsi senza corrispettive facoltà; e appunto di facoltà le virtù infuse e i doni fanno ufficio nell’anima cristiana.

2° L’ufficio delle virtù infuse e dei doni.

Nell’ordine naturale abbiamo bisogno di facoltà per operare: conosciamo il vero coll’intelletto e tendiamo al bene colla volontà. Ma queste facoltà, lasciate a se stesse, non potrebbero far mai atti soprannaturali e meritorii della vita eterna. Occorreva quindi un elemento nuovo per innalzare, per soprannaturalizzare, per divinizzare, a così dire, le nostre facoltà naturali e farle capaci di produrre atti deiformi, corrispondenti alla vita divina che ci veniva comunicata. Questo nuovo elemento si ha nel complesso delle virtù e dei doni soprannaturali che la liberalità divina generosamente ci largisce nel momento stesso che riceviamo la grazia abituale. Il Catechismo del Concilio di Trento (Catech. Conc. Trid., de Baptismo, 42). amorosamente descrive il glorioso corteggio delle virtù infuse che accompagna la grazia; e il Papa Leone XIII (Encicl. Divinum illud munus, 9 maggio 1897) aggiunge che, a rendere perfetta la nostra vita spirituale, occorrono pure i sette doni dello Spirito Santo.

A) La cosa riuscirà più chiara, spiegata che avremo la differenza che corre tra le virtù e i doni. È differenza che sorge dalla diversità delle operazioni divine nell’anima. Dio, dice san Tommaso (Liber Sent., III, dist. XXXIV, q. I, a. I), può colla sua grazia operare in noi in due modi: o coll’adattarsi al nostro modo umano di operare, aiutandoci, per esempio, a riflettere, a ricercare i mezzi migliori per conseguire il nostro scopo, secondo le ordinarie regole della prudenza; oppure coll’operar nell’anima nostra direttamente, da se stesso, in modo superiore al nostro modo umano, guidandoci per mezzo di istinti divini ai quali a noi non resta che acconsentire. Nel primo caso operiamo sotto l’influsso delle virtù, e siamo più attivi che passivi; nel secondo, operiamo sotto l’influsso dei doni e siamo più passivi che attivi. Chi volesse un paragone, potremmo dire che nel primo caso navighiamo coi remi, e nel secondo colla vela ottenendo con sforzo minore migliore effetto. Coi doni facciamo pure atti eroici, perché l’azione dello Spirito Santo si associa più efficacemente alla nostra. Possiamo con questi doni giungere alla contemplazione, perché, sotto l’azione e l’impero dello Spirito Santo, siamo mossi e maneggiati da Lui e riceviamo dalla sua liberalità luce ed amore.

B) Vediamo praticamente che cosa sono le principali virtù e che cosa vi aggiungono i doni. La fede ci fa entrare in comunicazione col pensiero divino, facendoci liberamente aderire alle verità che Dio si degnò di rivelarci. Ma i doni dell’intelligenza e della scienza perfezionano l’esercizio di questa virtù, il primo col farci penetrare più addentro nelle verità della fede a scoprirne le recondite armonie; il secondo coll’innalzarci dalle creature a Dio e col mostrarci in modo quasi sperimentale che Dio ne è il principio, la causa esemplare e il fine. La speranza rivolge a Dio i nostri desideri e le nostre aspirazioni e ci fa fiduciosamente aspettare la beatitudine del cielo e i mezzi per conseguirla. Il dono del timore filiale aumenta questo ardore col distaccarci dai falsi beni di quaggiù, che potrebbero ritardare le nostre ascensioni verso Dio. La carità ci fa amar Dio come infinitamente buono in se stesso e stabilisce tra Lui e noi una santa amicizia. Il dono della sapienza aumenta quest’amore per Dio col farcene sperimentalmente assaporare l’amabilità. Se la prudenza ci aiuta a scegliere i mezzi migliori per conseguire il nostro fine soprannaturale, il dono del consiglio ci fa partecipare alla divina sapienza e ci fa immediatamente e in un tratto vedere il meglio che s’ha da fare per noi e per gli altri. – La virtù della religione, che ci fa dare a Dio ciò che gli è dovuto, è singolarmente agevolata dal dono della pietà, che ci fa vedere in Dio un Padre amantissimo, cui siam lieti di poter glorificare e benedire. Se la virtù della fortezza ci dà il coraggio di fare e di sopportare per Dio grandi cose, il dono della fortezza porta questo coraggio fino all’eroismo. Le virtù sono dunque energie attive; e i doni sono docilità o ricettività che rendendo l’anima più passiva sotto la mano di Dio, la fanno nello stesso tempo, più atta a seguire le divine mozioni a produrre atti più perfetti, atti eroici. Ma ad eccitarli occorre la grazia attuale

3° L’ufficio della grazia attuale.

Come nell’ordine naturale per operare abbiamo bisogno del concorso di Dio, così nell’ordine soprannaturale non possiamo esercitare le nostre facoltà, le virtù e i doni, senza una mozione divina che si chiama grazia attuale.

A) Questa grazia opera sull’intelletto e sulla volontà. Talora Si presenta sotto forma di illustrazione interiore. Leggo, per esempio, il seguente passo di san Paolo (Gal. II, 20): « Il Figlio di Dio mi amò e diede se stesso per me »; e subito un raggio di luce interiore me ne fa intendere bene senso: io vedo Gesù, l’Uomo-Dio, che ama me in particolare, nonostante i miei difetti e le mie miserie, e mi ama fino ad immolarsi per me; lo vedo che continua a darsi a me nella santa Comunione; e non rifinisco dall’ammirare un tale amoredivino: ecco una grazia d’illustrazione, che riguarda l’intelletto. Ma, pensando a tanto amore divino, io mi sento vivamente stimolato a ricambiargli amore per amore, a darmi a Lui, a patire e occorrendo a morire per Lui: ecco una grazia di ispirazione, che opera sulla volontà e la muove all’amore e all’azione.

B) La grazia attuale opera su noi in modo morale ed in modo fisico: in modo morale, con la persuasione, con le attrattive che ci inclinano dolcemente al bene, come la madre che, per aiutare il bambino a camminare, gli si pone dinanzi e lo adesca con qualche ninnolo; in modo fisico, aggiungendo nuove energie alle nostre facoltà troppo deboli per il bene, come la madre che, sorreggendo il suo bimbo per le braccia, lo aiuta non solo colla voce e col gesto ma anche colla forza delle mani a fare qualche passo. Dio anzi fa ancora qualche cosa di più: penetra con la sua grazia nel più intimo delle nostre facoltà, e, mettendole in moto, opera in noi e con noi, senza mai violentare la nostra libertà. Si dice grazia preveniente quando precede il nostro libero consenso. Se, per esempio, mi viene in mente di fare un atto di amor di Dio senza che io abbia fatto nulla per eccitarlo, è una grazia preveniente, è un buon pensiero che mi viene da Dio. Se lo accolgo bene, Dio vi aggiungerà una grazia adiuvante o concomitante, che mi aiuterà a fare quest’atto di amore, che accompagnerà la mia volontà nel farlo dandole la forza necessaria di eseguire quel buon pensiero, perché Dio opera in noi e con noi il volere e il fare.

C) Ne viene quindi che la grazia, per produrre in noi i benefici suoi effetti, richiede la nostra libera cooperazione. Dio rispetta tanto la nostra libertà che, pur avendoci creati senza di noi, non ci santifica e non ci salva senza di noi, cioè senza la nostra libera cooperazione. Ecco perché san Paolo (II Ep. Cor., VI, 1), esorta così spesso i fedeli a non ricevere invano la grazia di Dio, ma a servirsene bene cooperandovi generosamente. Grande onore ci fa Dio col precederci e col prevenirci con la sua grazia, coll’aiutarci ad acconsentirvi, coll’accompagnarci in tutte le nostre vie e in tutte le nostre difficoltà fino al momento della morte, onde assicurare la nostra perseveranza. Tocca a noi a non fare i ritrosi, ad accogliere lietamente le prime illustrazioni della grazia, a seguirne docilmente le ispirazioni nonostante gli ostacoli, e metterle in pratica a qualunque costo. Diventiamo veramente allora i collaboratori di Dio; e l’opera nostra è nello stesso tempo il risultato della sua grazia e del nostro libero arbitrio. Così sviluppiamo in noi quell’organismo soprannaturale di cui Dio ci ha tanto liberalmente dotati; ed è questo per noi uno stretto dovere. Se la bontà divina volle infonderci nell’anima una vita nuova, una partecipazione della divina sua vita; se ci diede le virtù e î doni per fare atti soprannaturali e deiformi; se colla grazia attuale ci stimola a fare il bene e a progredire nella virtù, non sarebbe decoroso che rifiutassimo queste divine cortesie, che conducessimo una vita mediocre e che facessimo solo frutti imperfetti, mentre Dio ci chiama a una vita nobile, a una vita eroica, e a produrre copiosi frutti di salute. Esporremo dunque i nostri doveri verso la vita soprannaturale.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (8)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

II.

IL PRIMATO DI S. PIETRO

La Chiesa è una società gerarchica, cioè una società ineguale, il cui potere fu conferito da Cristo non già a tutti i fedeli, ma al Collegio degli Apostoli e ai loro successori. (La società nella quale tutti i soci godono per riguardo all’autorità degli stessi diritti, in modo che nessuno possa esercitare l’autorità se non per delegazione degli altri, si dice uguale o democratica. Se invece il governo della società per uno speciale diritto appartiene ad uno o a più soci; si ha la società ineguale, la quale, se è sacra, si dice società gerarchica. La parola gerarchia etimologicamente considerata significa principato sacro o sacro impero: se si prende in astratto significa la stessa potestà sacra; in concreto denota la persona o il ceto di persone che tengono ed esercitano l’autorità. La società gerarchica può avere la forma aristocratica o monarchica.). Nella Chiesa quindi vi sono i sudditi e vi sono i capi, ma questi capi governano non per delegazione dei sudditi, ma per istituzione divina. Solo ai Dodici e ai loro successori legittimi, Gesù Cristo conferì i poteri, che Egli aveva ricevuti dal Padre, cioè il potere di dirigere, di santificare, d’insegnare. – Sorge ora la questione intorno alla forma di questa gerarchia ecclesiastica, cioè se la Chiesa per volere divino sia una società aristocratica, nella quale l’autorità somma risieda presso il Collegio degli Apostoli uguali tra di loro, oppure sia una società monarchica, in cui Cristo abbia designato un capo al Collegio Apostolico. Il Concilio Vaticano afferma che Gesù Cristo ha istituito la Chiesa in forma monarchica: « Insegniamo e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio, fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato Apostolo Pietro ». (Costituzione « Pastor afernus », cap. I) – Già S. Leone IX aveva rivendicato, contro Michele Cerulario (1053), i privilegi di Pietro. (DENZINGER, n. 351) Giovanni XXII aveva condannato (1327) la concezione oligarchica sostenuta da Marsilio da Padova nel suo Defensor pacis. Più tardi Innocenzo X fece censurare come eretica dal S. Officio (24 gennaio 1647), una proposizione gallicana che tendeva a stabilire un’eguaglianza assoluta tra S. Pietro e S. Paolo. (DENZINGER, n. 1901). Ma era riservato al Vaticano di formulare a questo riguardo una definizione. –

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La parola « primato » indica in generale una qualunque preminenza. Si suole distinguere in modo speciale un triplice primato: il primato di onore, il primato di direzione o di ispezione e il primato di giurisdizione. Il primato di onore non importa alcuna autorità né  alcuna direzione, ma soltanto una mera precellenza di onore fondata in una certa equità. Colui che gode di questo primato viene nominato per il primo nelle assemblee, siede al primo posto e per il primo dice il suo parere, ma non influisce in alcun modo. nel reggere o nel dirigere, se non forse con il suo esempio. Il primato di direzione o di ispezione è privo anch’esso di ogni potestà veramente precettiva, ma non è limitato da confini soltanto onorifici. Benché infatti non diriga gli altri propriamente come sudditi, possiede tuttavia il potere di procurare che ogni cosa proceda convenientemente in un determinato affare. Questo primato compete per esempio nei Parlamenti ai Presidenti delle due Camere, che concedono o tolgono o restringono la facoltà di parola, stabiliscono l’ordine delle cose che devono trattarsi, pongono termine all’assemblea, reggono con la parola e applicando gli statuti, lo svolgersi di ,una seduta parlamentare. – Il primato di giurisdizione include una vera e suprema potestà di giurisdizione, alla quale tutti i soci sono tenuti ad ubbidire. Non è tuttavia contro la ragione di questo primato che vi siano nella stessa società altri membri forniti di vera e propria potestà di comandare, anzi la ragione del primato non richiede che questi altri veri superiori ricevano il loro potere dal capo supremo. La ragione del primato esige soltanto questo che colui che ne è investito, non abbia nella società nessuno superiore e nessuno pari, ma che tutti i soci, sia singolarmente sia collettivamente presi, a lui ubbidiscano come veri sudditi. – Il primato di cui parla il Vaticano non è altro quindi che la potestà di giurisdizione, estensivamente universale ed intensivamente somma, concessa immediatamente da Cristo a Pietro, di reggere e ammaestrare tutta la Chiesa. Più brevemente si potrebbe dire che il primato è la giurisdizione gerarchica monarchica. Si tratta perciò di un primato di governo, di un’autorità reale, esigente da tutti i membri della Chiesa, senza alcuna eccezione, non solamente la deferenza e il rispetto, ma anche la sottomissione propriamente detta, l’ubbidienza esteriore ed interiore. – Questo potere tuttavia, se implica l’unità di comando, non trae seco né la soppressione né l’assorbimento delle giurisdizioni secondarie, e nemmeno la centralizzazione di tutta l’amministrazione ecclesiastica.

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Avversari del primato sono dapprima tutti coloro che sostengono la costituzione democratica della Chiesa. Marsilio da Padova afferma che Pietro non ebbe maggiore autorità degli altri Apostoli né fu in alcun modo loro capo e che Cristo non lasciò nella Chiesa alcun suo vicario. (DENZINGER, n. 496.). I Protestanti collocano ogni autorità sacra nella comunità cristiana, nel popolo: ogni fedele è sacerdote. Gli Anglicani e gli Orientali separati ammettono la forma gerarchica della Chiesa, ma non monarchica: il primato fu concesso da Cristo a tutto il Collegio Apostolico: Pietro ebbe un primato soltanto di onore. I Giansenisti e i Gallicani ammettono il primato di Pietro, ma vogliono che gli sia stato conferito non direttamente e immediatamente dallo stesso Cristo, ma dalla Chiesa, in nome della quale Pietro ricevette la potestà. Secondo i Modernisti infine « Pietro non sospettò nemmeno che a lui fosse affidato da Cristo il primato sopra tutta la Chiesa », (DENZINGER, n. 2055). – Contro questi errori lancia la condanna il Vaticano, dopo avere esposta la dottrina cattolica: « Se qualcuno dice che il beato Pietro Apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente e immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema ». (Pastor Æternus; cap. I). Bisogna quindi riconoscere a Pietro un primato effettivo e di diritto divino.

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PRIMATO DI PIETRO NEL VANGELO. — Il Vangelo contiene con indiscutibile chiarezza la dottrina del primato di Pietro. Nel Vangelo Pietro occupa un posto privilegiato, emerge sopra gli altri Apostoli ed è messo in evidenza in tutte le occasioni importanti. Da Gesù egli riceve un nome simbolico: «Tu sei Simone, figlio di Giuda. Ti chiamerai d’ora innanzi Cefa, che vuol dire Pietra ».(S. Giov. I, 42). Pietro appare spesso come interprete degli altri Apostoli e Gesù Cristo e i suoi compagni sembrano accettarlo come tale. Nella Trasfigurazione S. Pietro parla a Gesù ed è come in risposta a lui che la voce si fa udire attraverso alla nube: « Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo ». (S. Mrco IX, 7). Nel racconto del giovane ricco è San Pietro che dice: « Ecco. che noi abbiamo lasciato tutto, e ti abbiamo seguito ». (S. Marco X, 8) Pietro richiama l’attenzione del Salvatore sul fico sterile e domanda: « Maestro, quante volte devo perdonare il fratello che mi offende? ». (S. Matt. XVIII, 21). Gesù espone, alla domanda di Pietro, la parabola delle cose che contaminano l’uomo; (S. Matt. XV, 5) lo stesso avviene per la parabola del fattore buono e di quello infedele. (S. Luc. XII, 41). Nella Sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un discorso e parla in modo profondo e insinuante dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, la quale sarà un prolungamento di essa. Alla fine del discorso, allontanandosi molti suoi discepoli da Gesù, egli chiede ai Dodici: « Anche voi ve ne volete andare? ». San Pietro allora, a nome anche degli altri Apostoli, fa una solenne professione di fede intorno a quelle due verità: « Signore, da. chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e sappiamo che tu sei il Cristo Figliuolo di Dio ». (S. Giov. VI, 68). E a Cesarea di Filippo, quando Gesù domanda ai suoi Apostoli che cosa pensino di lui, Pietro risponde: « Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente ». (S, Matt. XVI, 15) In tutte queste circostanze Pietro si fa sempre innanzi, ma in modo così naturale e normale, che non trova una ragione sufficiente nel suo carattere impetuoso, ma suppone una disposizione di Gesù e un tacito riconoscimento della sua superiorità da parte degli Apostoli. (Vernon Ionnson: Un solo Dio, una sola fede). – Si aggiunga che Pietro appare frequentemente associato a Gesù nella manifestazione taumaturga della sua potenza, e suo compagno e confidente nelle più solenni occasioni. Pietro infatti presiede alle due pesche miracolose. Nella prima Gesù sale sulla barca di Pietro; a lui ordina di spingersi al largo e di gettare le reti; a lui dice: « Non temere, d’ora innanzi tu sarai pescatore d’uomini ». Nella seconda Pietro dirige la barca, si slancia alla riva, tira fuori della barca la rete piena di pesci (S. Luca, V; S. Giov., XXI, 6). Al comando di Gesù, Pietro cammina sulle acque per andare a Lui e viene sorretto dallo stesso  Salvatore, che stendendogli la mano, gli dice: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ». (Matt., XIV, 28.) A Cafarnao Gesù opera il miracolo della moneta estratta dal pesce, con la quale paga il tributo a Cesare per sé e per Pietro. (S. Matt., XVII, 24). Tra gli Apostoli privilegiati scelti da Gesù per essere testimoni della risurrezione della figlia di Giario, (S. Marco, V, 37), della sua trasfigurazione, (S. Marco, IX, 1) della sua agonia (S. Marco, XIV, 33; S. Matt., XXVI, 37) e per preparare l’ultima cena, (S. Luca, XXII, 8) figura sempre Pietro e sempre in primo luogo. Dopo la sua risurrezione Gesù ha un pensiero speciale per S. Pietro e tra gli Apostoli gli concede il favore, nonostante la sua negazione, di essere il primo testimonio del grande avvenimento. (S. Luca, XXVI, 12-34; I Cor., XV, 5). Come dalla barca di Pietro Gesù tenne il suo primo discorso alle turbe, così nella casa di lui fece il primo miracolo sugli ammalati, risanando la « suocera di Pietro » dalla febbre, e spesso era ospite in questa casa. Per Pietro Gesù prega in modo speciale e a lui predice il genere di morte. (Ballerini: La Chiesa: Il primato di Pietro). Osserviamo infine che nelle quattro liste del collegio apostolico, che ci hanno tramandato gli Evangelisti, l’accordo non è uniforme per gli altri Apostoli, ma Pietro è sempre nominato il primo. (In qualche caso, in cui questo non si verifica, gli Evangelisti non intendono darci l’elenco, diciamo così, ufficiale dei Dodici, né parlare della loro dignità) Nulla autorizza a pensare che Pietro fosse il più anziano degli Apostoli o che fosse stato chiamato per il primo alla sequela di Gesù, ma questa qualificazione di « primo » non può avere altro senso che quello di una preminenza. Non si può semplicemente vedere in questo un numero di ordine, che sarebbe stato superfluo o avrebbe richiesto di poi un altro numero davanti a ciascun Apostolo. Questi fatti, benché siano indizi da non trascurarsi, non ci dànno tuttavia per sé una prova diretta ed evidente del primato di Pietro. Sono piuttosto qualche cosa di accessorio e preparano in certo qual modo la via all’argomento principale, che si deduce da tre importanti testi evangelici, cioè il « Tu es Petrus », il « Confirma fratres » e il « Pasce oves meas ».Pietro in questi telebri passi è revocato in dubbio da due sistemi interamente opposti. L’uno ammette come autentiche e storiche le parole indirizzate da Gesù a Pietro, ma sostiene che esse non significano affatto che Pietro sia costituito capo della Chiesa di Cristo. L’altro invece concede la forza probativa dei testi per riguardo al primato, ma nega la loro autenticità e storicità. Il punto di vista è comunemente quello degli scismatici e dei protestanti ortodossi; il secondo punto di vista è per lo più quello della critica liberale, cioè dei razionalisti, dei protestanti liberali e dei modernisti. L’esegeta cattolico deve quindi affrontare due quesstioni differenti; i testi sono autentici e storici, non apocrifi; i testi manifestano chiaramente il primato di Pietro. Noi supponiamo provata l’autenticità e storicità dei testi, e ci limitiamo ad una breve spiegazione teologica quale è richiesta da questo lavoro. (Per l’autenticità e storicità dei testi, oltre i lavori scritturali sì confronti il Dict. Théol.: « Primauté » e la rivista Etudes, anno  1909, Vol. 119).

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LA PROMESSA DEI. PRIMATO. — Nei dintorni di Cesarea di Filippo, Gesù interroga i suoi discepoli che cosa si dica in mezzo al popolo del Figlio dell’uomo. Varie sono le congetture dei Giudei. Per gli uni Gesù è Giovanni Battista; per altri è Elia; per altri ancora è Geremia o qualche altro profeta risuscitato. « Ma voi, riprende Gesù, che pensate di me?» — « Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente », risponde immediatamente S. Pietro. Gesù allora ricompensa la fede del suo apostolo con queste parole: « Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non è la carne né il sangue che te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io dico a te, che tu sei Pietro (Pietra), e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte. dell’inferno non prevarranno contro di essa; Ed Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto quello che tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e tutto quello che tu scioglierai sopra la terra, sarà sciolto nei cieli ». (Matt., XVI, 17). Le parole di Cristo vengono indirizzate al solo Pietro e non a tutti gli Apostoli. Ciò appare innanzi tutto dal testo e dal contesto del discorso. Infatti, alla duplice interrogazione di Cristo viene data una duplice risposta, la prima da tutti gli Apostoli, la seconda dal solo Pietro. Ora Cristo rispondendo alle parole di Pietro, si rivolge non a tutti gli Apostoli, ma a Pietro solo e lo chiama con il nome di Pietro, che Egli stesso gli aveva imposto, e vi aggiunge espressamente il nome del padre. Del resto tutto il tenore del discorso designa chiaramente la persona singolare di Pietro. Giustamente osserva il Caietano: « Con quali parole avrebbe dovuto l’Evangelista indicarci che il discorso era rivolto al solo Pietro? I notai non nominano le persone eredi o legatarie con maggiore precisione di quella usata dall’Evangelista per designare la persona di Pietro ». (De Rom. Pontif. institutione, c. 4). Nelle parole di Cristo è contenuta la promessa del primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Questo è evidente per gli stessi razionalisti; anzi l’affermazione perentoria di una vera supremazia gerarchica riconosciuta nel testo a S. Pietro, è il motivo principale e dichiarato che li induce a negarne l’autenticità e la storicità. Pietro è la rocca, il fondamento sopra cui sarà edificata la Chiesa, cioè tutta la comunità visibile dei discepoli di Gesù, e come il fondamento dà unità e coesione, fermezza e stabilità a tutto l’edificio, così Pietro deve essere il principio primo visibile dell’unità e della fermezza della Chiesa. Ma essendo la Chiesa una società, il principio efficiente della sua unità e stabilità non può essere altro che l’autorità piena e suprema. Come nell’edificio materiale ogni cosa si appoggia sopra il fondamento, così nella società ogni cosa dipende dall’autorità. (Zapelena: De Ecclesia, pag. 92). Gesù Cristo promette in secondo luogo di dare a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi nell’uso biblico e profano significano la potestà suprema nel suo genere: presso i popoli antichi specialmente orientali, dare le chiavi della casa o della città a qualcuno, significava consegnargli il potere sulla stessa casa o città. Il regno dei cieli, di cui si parla qui, è evidentemente la Chiesa militante. Certo a Pietro non si promette l’autorità nel regno della gloria, perché nello stadio finale della Chiesa trionfante, non vi sarà l’esercizio delle chiavi, non dovendosi più nulla aprire o chiudere. Perciò Cristo espressamente soggiunge: « ciò che legherai sulla terra ». Nella Chiesa cristiana quindi, che costituirà quaggiù il regno di Dio sotto il suo aspetto esteriore e sociale, che preparerà il regno di Dio sotto il suo aspetto escatologico e glorioso, l’Apostolo Pietro sarà colui che in nome di Cristo eserciterà la suprema autorità. In nessun altro luogo del Vangelo si legge che Cristo abbia consegnato le chiavi del regno dei cieli agli altri Apostoli. Il senso della metafora delle chiavi viene meglio spiegato dalle parole della terza metafora. Poiché Pietro avrà la suprema giurisdizione nella Chiesa, verrà ratificato in cielo, cioè presso Dio, tutto quello che Pietro legherà o scioglierà sulla terra. Si tratta di vincoli di ordine morale; perciò « legare » significa imporre una obbligazione, « sciogliere » vuol dire togliere l’obbligazione. – Questa potestà sarà universale: « ogni cosa », in ordine, s’intende, all’indole della Chiesa e al fine per il quale fu istituita. Potrà quindi Pietro stabilire tutte quelle cose che sono necessarie o utili al governo di tutta la Chiesa. « Fondamento della Chiesa; chiavi del regno dei cieli; potere di legare e slegare con sentenza efficace »; le tre metafore si completano e si rischiarano a vicenda. Nessun equivoco è possibile: Pietro sarà il capo supremo della Chiesa.

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CONFERMA DEL PRIMATO. — Il primato effettivo promesso a Cesarea viene solennemente confermato da Gesù Cristo, quando affida a Pietro l’incarico di stabilire i suoi fratelli nella fede. « Simone, Simone, ecco che satana ha richiesto che gli siate dati per vagliarvi come il grano. Ma Io ho pregato per te, affinché la fa fede non venga meno, e tu, quando sarai convertito conferma i tuoi fratelli ». (S. Luca, XXII, 31) In questo passo è assicurato a Pietro il privilegio di una fede indefettibile. Preservando Pietro, la cui rovina avrebbe trascinato tutti gli altri, Gesù ha preservati in certo modo tutti. Questo discorso di Gesù presuppone che Pietro fosse il primo degli Apostoli; la sua resistenza o caduta, avrebbe deciso più o meno della resistenza o caduta degli altri. Il testo di S. Luca, se si isolasse, potrebbe riferirsi solamente alla circostanza dello scandalo prossimo degli Apostoli. Ma il suo tenore è assoluto: il che ci autorizza a riallacciarlo alla promessa già fatta a Pietro, roccia incrollabile sulla quale sarà costruita la Chiesa. La nuova dichiarazione di Cristo determina che questa solidità della roccia è quella di una fede, che nulla può scuotere, perché appoggiata sulla preghiera di Cristo. (LAGRANGE: L’Evangile de Jésus Christ, pag. 512)-

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CONFERIMENTO DEFINITIVO DEL PRIMATO. — Il Vangelo di S. Giovanni ci narra il conferimento definitivo del primato a Pietro. Apparendo Gesù un po’ prima dell’Ascensione ai suoi discepoli, chiede a Simone Pietro: « Simone di Giovanni, mi ami più di costoro? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli chiede ancora per la seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli domanda per la terza volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? Si rattristò Pietro, perché  per la terza volta gli avesse domandato: — Mi ami tu? — e gli rispose: Signore, tu sai tutto ; tu conosci che io ti amo. — E Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle ». (S. Giovanni, XXI, 15). Non v’è alcun dubbio che mediante queste parole venga conferito a Pietro il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Gli agnelli e le pecorelle di Cristo non possono significare altro che la Chiesa universale: il verbo pascere, quando si adopera per esseri razionali, equivale al verbo reggere o dirigere: anche i re sono qualche volta chiamati pastori dei popoli. Se quindi al solo Pietro, in quanto è distinto dagli altri Apostoli, viene imposto l’ufficio di reggere tutta la Chiesa di Cristo, ne segue che egli è investito della vera giurisdizione sopra tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Come potrebbe adempiere il suo ufficio senza di essa? Aggiungiamo infine che i testi sopra citati furono intesi in tal senso dalla tradizione costante della Chiesa; il che toglie ogni dubbio, che potesse ancora rimanere, dopo la discussione che ne abbiamo fatto. (De Journel: Enchiridion Patristicum. — Cf. Hervé: Théol. Dogm., pag. 331. — Zapelena: De Ecclesia, pag. 103).

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La storia della Chiesa primitiva ci dimostra Pietro nell’esercizio del primato di cui è investito. Dopo l’Ascensione di Cristo, S. Pietro effettivamente parla e opera come capo e dottore della Chiesa universale. Lo dicono chiaramente gli Affi degli Apostoli. Pietro invita i suoi compagni ad eleggere un altro al posto di Giuda e a completare il collegio apostolico, e presiede all’elezione di Mattia. (Atti Apostolici, I, 15). Il giorno di Pentecoste, presentandosi come capo della comunità evangelica, inaugura la predicazione apostolica ai Giudei. (Atti Apost., II, 14) È bensì circondato dagli altri Apostoli, ma è nominato per il primo, come loro capo. Per il primo esercita il dono dei miracoli nella guarigione dello storpio. (Atti Apost., III, 1). Davanti al Sinedrio Pietro rende testimonianza a Gesù Cristo, in nome degli Apostoli e della Chiesa, dichiara ufficialmente la divinità di Colui che il Sinedrio ha condannato a morte. Questa affermazione fatta dinanzi ad una tale assemblea, è la prima grande manifestazione dell’assoluta indipendenza della Chiesa cristiana dalla religione ufficiale dei Giudei. (Atti Apost., IV, 12). Quando si tratta di punire Anania e Safira, questa missione è riservata a San Pietro, come pure a lui tocca di condannare il primo simoniaco Simon Mago. (Atti Apost., V, 1) Egli per il primo con autorità apre le porte della Chiesa ai Gentili, ammettendo al battesimo il centurione Cornelio e i suoi dipendenti senza farli passare per il Giudaismo. (Atti Apost., XI, 1). Pietro ci appare come capo venerato e amato, quando prigioniero del re Erode Agrippa e poi miracolosamente liberato, è oggetto di pena e di preghiere di tutti i fedeli, e anche causa della loro gioia. (Atti Apost.,, XII). Infine nell’assemblea apostolica di Gerusalemme prende per il primo la parola nella questione delle osservanze legali ed esercita manifestamente un primato che nessuno gli contesta. (Atti Apost., XV, 6) Per chi ammette il valore storico degli Atti degli Apostoli, queste testimonianze sono decisive. S. Paolo nelle sue Lettere fa spesso allusione a San Pietro e alla sua autorità. Nella Lettera ai Galati egli dice: « Mi recai a Gerusalemme per visitare lo stesso Pietro e vi rimasi presso di lui quindici giorni. Ma non vidi nessun altro degli Apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore ». (Galat., 1, 18) Lo scopo quindi del viaggio di Paolo è quello di incontrarsi con Pietro e intrattenersi con lui. Questo modo di procedere, presentato ai lettori come la cosa più naturale, senza una sola parola di spiegazione, suppone che i fedeli riconoscessero a Pietro un’autorità a parte. Il conflitto di Antiochia tra Pietro e Paolo, che è stato così spesso sfruttato contro il primato di Pietro, è anzi una bella prova dello stesso primato. Perché l’intervento piuttosto rude di Paolo? Perché appunto Pietro non è un Apostolo come gli altri, e l’esempio venuto da lui, collocato in una speciale autorità, sarebbe stato quanto mai dannoso. La reazione di Paolo si spiega quindi per il prestigio unico di Pietro, per il suo grande ascendente sopra i fedeli. Se Paolo non fa maggiori dichiarazioni sul primato di Pietro, ciò si deve al carattere proprio delle sue Lettere, che erano composte per rispondere a qualche situazione particolare e supponevano una chatechesi già esistente. (Galat., II,11.— Cf. Oppone: Teoria degli Atti umani, pag.180). Il primato di Pietro è per così dire impresso anche sui monumenti dell’arte cristiana. (Cf. Ermoni: Il primato del Vescovo di Roma, pag. 13). Questo breve studio è sufficiente per fondare una adesione ragionevole, anche per un razionalista, al primato di Pietro. Ogni altra spiegazione o ipotesi opposta all’esegesi cattolica, si presenta fragile e priva di sana critica storica. E sarebbe poi irragionevole esigere nell’esercizio del primato di Pietro quell’estensione che oggi troviamo nel Pontefice di Roma. Questo non era necessario né opportuno al tempo degli Apostoli, tutti eletti da Gesù Cristo come colonne della sua Chiesa. Il dogma del primato di Pietro si andò, come gli altri dogmi del Cristianesimo, sviluppando e precisando nei suoi successori.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (6)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (6)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

Incorporati a Cristo, veniamo a parteciparne la vita, perché è una medesima vita quella che circola nel capo e nelle membra. Ora la vita di Gesù è vita veramente e altamente divina: come Verbo, possiede la pienezza di questa vita che attinge da tutta l’eternità nel seno del Padre; come uomo, riceve un’abbondante partecipazione di questa stessa vita, la maggior pienezza possibile; da questa pienezza attingono tutte le sue membra, secondo la parola di san Giovanni: E il Verbo si fece carne e abitò tra noi, e abbiamo contemplata la gloria di lui… pieno di grazia e di verità… E dalla pienezza sua noi tutti abbiamo ricevuto e grazia sopra grazia » (Giov. I, 14). Noi dunque partecipiamo per mezzo della grazia alla vita di Gesù Cristo e quindi alla vita di Dio. Dio, secondo la vigorosa espressione di san Pietro, per riguardo di suo Figlio, « ci fece dono di grandissime e preziose promesse a fine di renderci per esse partecipi della natura divina » (II, Petr. I, 4). Che grandezza, che nobiltà è mai la nostra! Fratelli di Gesù, a cui siamo incorporati, partecipiamo alla stessa sua vita e diventiamo quindi figli adottivi di Dio. – Sono verità che è necessario approfondire, perché, oltre ad essere consolantissime, hanno il loro influsso sulla vita quotidiana. È infatti evidente che, se siamo fratelli di Gesù e figli adottivi di Dio, non possiamo condurre una vita ordinaria come i figli del secolo, ma dobbiamo elevarci al Padre celeste e vivere una vita che non sia di Lui troppo indegna. La nobiltà impone dei doveri: figli di Dio dobbiamo essere « perfetti come è perfetto il nostro Padre celeste » (Matth. V., 48) . Per studiare a fondo questa vita divina in noi, mostreremo:

1° che la stessa santissima Trinità viene ad abitare in noi per comunicarci una partecipazione della sua vita;

2° che abbiamo doveri speciali da adempiere verso questo ospite divino;

3° che Dio pone in noi un organismo soprannaturale per farci vivere una vita simile alla sua;

4° che dobbiamo quindi vivere una vita soprannaturale, una vita deiforme.

ART, I. — ABITAZIONE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ NELL’ANIMA,

.1° Che le tre divine Persone abitino nell’anima in istato di grazia è una di quelle verità che Nostro Signore volle insegnarci prima di lasciar questa terra, onde consolarci delia sua assenza e darci un pregustamento del cielo. Si era all’ultima Cena, Gesù aveva promesso agli Apostoli la venuta dello Spirito Santo, del divino Paraclito o consolatore, che sarebbe rimasto sempre con loro (Giov. XIV, 16); aveva detto che tornerebbe Egli stesso in mezzo a loro per vivere in loro (ivi, 19-20). Ed ecco che aggiunge quella promessa e sarà l’eterna consolazione delle anime giuste: « Chi mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui (ivi, v. 23) ». Dunque ogni anima che ama Gesù e osserva i suoi comandamenti è amata dal Padre, e il Padre viene in lei col Figlio e collo Spirito Santo, non per una semplice visita ma per fissarsi in lei e far di lei la sua dimora. Abbiamo più di una volta invidiato certamente la fortuna dell’umile Vergine di Nazareth, che per trent’anni possedette nella sua casetta l’eterno Figlio di Dio; ma, se ben riflettiamo, nulla abbiamo da invidiarle, perché noi nell’anima nostra non riceviamo soltanto il Figlio ma con Lui il Padre e lo Spirito Santo, riceviamo tutta la SS. Trinità, e non per un dato tempo ma per sempre, fino a che non ci colga la disgrazia di cacciare col peccato mortale questo ospite divino.

2. Ma in che modo viene in noi la santissima Trinita? – Dio, dice san Tommaso (Summ. Theol., I, q, 8, a. 3), è naturalmente nelle creature in tre modi diversi: per la sua potenza, nel senso che tutte le creature sono soggette al suo impero; per la sua presenza, in quanto vede tutto, fino i più secreti pensieri dell’anima nostra; per la sua essenza, perché opera da per tutto ed è da per tutto la pienezza dell’essere e la causa prima di quanto è di reale nelle creature, e continuamente comunica loro non solo il moto e la vita ma l’essere stesso: « poiché in Lui abbiamo la vita, il moto e l’essere » (Atti, XVII, 28). –  Ma la sua presenza in noi per la grazia è di ordine assai più alto e assai più intimo. Non è la sola presenza del Creatore e del Conservatore che regge gli esseri da Lui creati: è la presenza della santissima e adorabilissima Trinità quale ci è rivelata dalla fede. Il Padre viene in noi e continua a generarvi il suo Verbo; con Lui riceviamo il Figlio, perfettamente eguale ai Padre e sua immagine vivente e sostanziale, che ama continuamente e infinitamente il Padre e ne è parimente riamato; da questo mutuo amore sorge lo Spirito Santo, Persona eguale al Padre e al Figlio, mutuo vincolo tra i due, ma distinto da entrambi. Quante meraviglie in un’anima in istato di grazia! – Questa unione – dice Bossuet (Médit. sur l’Ecangile, La Cène, Ie Partie, 93° jour) – è intimissima. « Chi ci dirà quale sia quella segreta parte dell’anima, di cui il Padre e il Figlio fanno il loro tempio e il loro santuario? Chi ci dirà quanto intimamente vi abitino; come la dilatino, quasi a spassarvisi, e, da questo intimo fondo dell’anima, diffondersi per tutto, occupar tutte le potenze, animare tutte le azioni? Chi ci indicherà questo luogo segreto, onde vi ci possiamo continuamente ritirare e trovarvi il Padre e il Figlio? ». – Volendo esprimere in due parole la essenziale differenza che corre tra la presenza di Dio in noi per la natura e la sua abitazione in noi per la grazia, possiamo dire che per la sua presenza naturale Dio è ed opera in noi; ma che per la sua presenza soprannaturale dà se stesso a noi perché godiamo della sua amicizia, della sua vita e delle sue perfezioni: « L’amor di Dio è diffuso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato » (Rom. V, 5). – Dunque lo Spirito Santo ci è dato e con Lui tutta la santissima Trinità, perché le tre divine Persone sono inseparabili; Egli è nostro, e se ne avessimo coscienza viva e profonda, intenderemmo che la grazia è già un principio della vita eterna, di quella gioia ineffabile che si gode nel possesso di Dio.

3° A indagare questa intima divina presenza, raccogliamo qua e là dai nostri Libri santi i passi che ne parlano, e vediamo quali relazioni ponga la grazia tra noi e ognuna delle tre divine Persone.

a) Per la grazia il PADRE ci adotta per figli. Questo insigne privilegio deriva dalla nostra incorporazione a Gesù Cristo; essendo noi le membra di Gesù Cristo e quasi un prolungamento e un’estensione della sua Persona, il Padre ci abbraccia col medesimo sguardo paterno che ha per il Figlio, non con amore uguale ma con amore simile. È quanto dichiara il discepolo prediletto, san Giovanni, che più degli altri aveva penetrato i segreti del Maestro: « Vedete quale amore ci diede il Padre, che siamo chiamati e siamo anche di fatto figli di Dio ? » (1 Ep. Giov., III, 1). –  Dio dunque, secondo la testimonianza di san i Giovanni, ci adotta per figli in modo assai più perfetto di quello che facciano gli uomini con l’adozione legale. Gli uomini possono certo trasmettere ai figli adottivi il nome e le ricchezze, ma non il sangue e la vita. L’adozione legale, come osserva bene il Cardinal Mercier (La Vita interiore, Società editrice « Vita e Pensiero », Miano, 1921), è una finzione. Il figlio adottato viene considerato dai genitori adottivi come se fosse loro figlio e ne riceve quell’eredità a cui avrebbe avuto diritto il frutto della loro unione: la società riconosce questa finzione e ne sanziona gli effetti; però l’oggetto della finzione non si trasforma in realtà… Ma la grazia dell’adozione divina non è una finzione, è una realtà. Dio largisce a coloro che credono nel suo Verbo la filiazione divina, dice san Giovanni. Cotesta filiazione non è nominale ma effettiva: « siamo chiamati figli di Dio e lo siamo di fatto » (1 S. Giov., I, 12.). Certo questa vita divina non è che una partecipazione, una somiglianza, un’assimilazione, che ci fa, non dei, ma esseri deiformi, ossia simili a Dio. Non è però men vero che questa vita è, non una finzione, ma una realtà; è una vita nuova, pari no ma simile a quella di Dio, e che, secondo la testimonianza delle Sacre Scritture, suppone una nuova generazione o una rigenerazione: « Chi non rinascerà di acqua e di Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio » (S. Giov. III, 5). Onde il battesimo viene chiamato sacramento della rigenerazione, perché ci fa nascere alla vita della grazia, alla vita divina (Tit. III, 5). Tutte queste espressioni ci dicono che la nostra adozione non è puramente nominale ma vera e reale, sebbene distinta dalla filiazione del Verbo incarnato. Onde noi diventiamo di pieno diritto eredi del regno celeste e coeredì di Colui che è il nostro fratello primogenito (Rom. VIII, 17). Dio avrà dunque per noi la premura e la tenerezza di un padre. Si paragona Egli stesso a una madre che non può mai dimenticare il figlio. « Una donna dimenticherà forse suo figlio? Non avrà ella pietà del frutto delle sue viscere? Ma quand’anche le madri dimenticassero i loro figli io mai ti dimenticherò » (is. XLIX, 15). — « Dio ha tanto amato il mondo che diede il Figlio suo unigenito, affinché ogni credente in Lui non perisca ma abbia la vita eterna » (S, Giov. III, 16). Poteva Dio darci una maggior prova di amore? e potremo noi ricusar mai nulla a Colui che, per salvarci e santificarci, ci dà il proprio Figlio, l’unico suo Figlio, un altro se stesso?

b) Questo FIGLIO viene Egli pure ad abitare nell’anima nostra, e, Figlio eterno del Padre, Verbo generato da tutta l’eternità, in tutto uguale al Padre, non esita a chiamarci fratelli e trattarci da intimi amici.

1) Apparendo, dopo la risurrezione, a Maddalena che lo aveva seguito fino al Calvario e parlandole dei discepoli, le dice: « Va dai miei fratelli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro » (S. Giov. XX, 17). Dunque Gesù risorto ci considera come suoi fratelli. Ne è da meravigliarne; se siamo sue membra, dobbiamo pur essere figli dello stesso Padre, fratelli suoi e suoi coeredi. Onde l’apostolo san Paolo lo chiama « il primogenito di molti fratelli ». Avrà quindi per noi quella tenerezza, quella premura che un primogenito ha pei fratelli minori; giungerà persino a sacrificarsi per loro, affinché, lavati e purificati nel suo sangue (Apoc. I, 5), possiamo partecipare alla sua vita ed entrare un giorno con Lui nel regno di suo Padre. Che ventura per noi di avere un tal fratello! Se Egli diede il sangue e la vita per sentificarci, potremo noi ricusargli l’intiero dono di noi stessi e i piccoli sacrifici che ci chiede per renderci conformi a Lui?

2) Gesù vuole anche essere nostro amico. Nell’ultima Cena dichiara agli Apostoli, e in essi a quanti crederanno in Lui; « Voi siete miei amici se fate quello che vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa che cosa fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché v’ho manifestato tutto quello che udii dal Padre mio » (S. Giov. XV, 14-15). Gesù non ha dunque segreti per noi; ci comunicò quelle verità che attinse nel seno del Padre; queste verità verrà a ripetercele nel segreto del cuore, ce le farà intendere e gustare, sarà veramente la luce che illumina ogni uomo di buona volontà; ascoltandolo, saremo i figli della luce ed entreremo in comunione col suo pensiero. – Ma Gesù ci diede una prova anche più grande di amore: « Non c’è, Egli dice, amore più grande che il dar la vita per i propri amici » (ivi, XV, 13). Ora Gesù diede appunto la vita per noi e la diede proprio quando, per il peccato, eravamo suoi nemici. Che cosa non farà dunque per noi ora che siamo con Lui riconciliati per la virtù del suo sangue? – Ascoltiamo la dolce sua parola: « Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno sente la mia voce e apre la porta, io entrerò in casa sua e cenerò con lui ed egli con me » /Apoc. III, 20). Avremmo mai osato pensare a tanta intimità? Gesù batte delicatamente alla porta del nostro cuore. Avrebbe diritto di entrarvi da padrone; ma aspetta che noi gentil.mente gli apriamo; non vuole sforzare l’ingresso, vuole che gli apriamo noi liberamente, Aperto che gli abbiamo, entra da amico. E avvengono allora le effusioni della più tenera amicizia, i dolci colloqui che durano fino a tarda notte. Ben le conosceva queste intime relazioni l’autore dell’Imitazione quando descriveva le frequenti visite che Gesù fa alle anime interiori, le dolci conversazioni con loro, le spirituali consolazioni che loro concede, la pace che fa regnare in loro, la familiarità stupenda con cui le tratta! (Imit. Lib. II, cap. I). Queste meraviglie le ritroviamo tutte nella vita di santa Teresa del Bambin Gesù, che diceva con graziosa ingenuità: « Gesù io vorrei amarlo tanto, amarlo come non fu amato mai ». (L’Esprit de sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, p. 3). Senza pretendere di levarci tant’alto, oh perché, nelle nostre meditazioni, nelle comunioni, nelle visite al santissimo Sacramento, non tentare di conversar dolcemente coll’ospite divino, col fratello affettuosissimo, coll’amico intimo, che viene, per dir così, a mendicare un po’ di amore da noi: « Figlio, dammi il tuo cuore » (Prov. XXIII, 26).

c) Appunto per aiutarci in questa via di amore viene lo Spirito Santo ad abitare nel nostro cuore, onde santificarlo e lavorar con noi a ornarlo di tutte le virtù. Vi spande la divina carità e dà a noi se stesso: « L’amor di Dio è diffuso nei nostri cuori per messo dello Spirito Santo che ci fu dato (Rom. V, 5). Non gli basta compartirci i suoi più preziosi doni: ci dà pure se stesso, perché possiamo godere della sua presenza e della sua amicizia.

1) Dandosi a noi, trasforma l’anima nostra in un tempio santo. « Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?… Santo è il tempio di Dio, che siete voi » (1 Cor. III, 16-17). Egli è infatti il Dio di ogni santità e quando viene nell’anima, l’anima diventa un sacro recinto riservato al culto di Dio, diventa un santuario ove Dio vuol essere adorato e dove gode di spandere le sue grazie con santa profusione.

2) Lo Spirito Santo si fa dunque nostro collaboratore nell’opera della nostra santificazione e ci aiuta a coltivar quella vita soprannaturale che ci ha comunicata. Da noi non possiamo nulla nell’ordine della grazia, ma viene lo Spirito Santo a supplire alla nostra impotenza. Abbiamo bisogno di luce? Ecco che, secondo la promessa di Gesù, viene a farci capire e gustare gli insegnamenti del Maestro: « Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel Nome mio, vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quanto già vi dissi Io » (S. GIOV. XIV, 26). Abbiamo bisogno di forza per mettere in pratica le sue divine ispirazioni? Lo stesso Spirito « opera in noi il volere e il fare » (Fil. III, 13), ossia ci dà la grazia non solo di volere ma anche di eseguire le fatte risoluzioni. Se da noi non sappiamo neppur pregare, « lo Spirito sostiene la nostra debolezza; perché quello che abbiamo convenientemente da chiedere non sappiamo; ma lo stesso Spirito sollecita per noi con gemiti inesplicabili » (Rom. VIII, 25). Ora le preghiere fatte sotto l’azione dello Spirito Santo e da Lui avvalorate non possono essere rigettate. – Se abbiamo da combattere le nostre passioni e da vincere le tentazioni che ci assediano, è pur Lui che ci darà la forza di resistere e di trarne partito per rassodarci nella virtù: « Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione darà anche la via di uscita, onde la possiate sopportare » (1 Cor. X, 13). Quando, affaticati e stanchi nel fare il bene, ci sentiremo tratti allo scoraggiamento e trepidanti della nostra perseveranza, Egli ci si avvicinerà a sorreggerci l’animo affranto, sussurrandoci affettuosamente: « Chi ha cominciato l’opera buona, la compirà anche, fino al giorno di Cristo Gesù » (Fil. I, 5). Non abbiamo dunque nulla da temere, purché mettiamo la nostra confidenza in queste tre divine Persone che vivono e operano in noi appunto per consolarci, per fortificarci, per santificarci. Non siamo mai soli: abbiamo in noi Colui che è la beatitudine degli eletti! Ecco perché, se avessimo fede viva, potremmo ripetere con suor Elisabetta della Trinità: « Ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nell’anima mia. Il giorno che capii questa verità tutto divenne luce in me, ond’io vorrei ridir questo segreto a tutti coloro che amo ». Quante anime vennero, come questa pia Carmelitana, trasformate il giorno in cui, per virtù dello Spirito Santo, capirono che Dio abita in loro! Un nuovo indirizzo si scorse nella loro vita, una continua ascensione verso Dio e verso la perfezione, un principio della beatitudine celeste, specialmente quando vi aggiunsero lo studio di vivere nell’intimità dell’Ospite divino.

ART. II. — I NOSTRI DOVERI VERSO L’OSPITE DIVINO.

Poiché le tre divine Persone abitano in noi e ci ammettono alla loro intimità (Fil. I, 5), è evidente che dobbiamo porgere loro i doveri religiosi che loro spettano. E quali sono questi doveri? Li possiamo dedurre dalle relazioni che esse hanno con noi. Ora esse:

1° pensano costantemente a noi e si occupano dei nostri spirituali interessi; quindi noi dobbiamo spesso pensare riconoscenti ad esse;

2° ci trasformano l’anima in un tempio, e richiedono quindi le nostre adorazioni;

3° non ristanno dall’amarci coll’amore più disinteressato, quindi noi dobbiamo ricambiarle di amore;

4° sono il più compito modello di perfezione, quindi noi dobbiamo imitarle, per quanto ce lo permette la nostra debolezza.

Il primo dei nostri doveri è di pensare spesso a quel Dio che vive in noi e tenergli compagnia. Quando una Persona di riguardo ci fa l’onore di visitarci, noi siamo tutti premura per consacrarle il meglio del nostro tempo e ci studiamo di renderle più gradito che sia possibile il soggiorno. Or non dovremo fare altrettanto verso l’Ospite divino che ci fa l’insigne onore di visitarci e di fissare in noi la sua dimora? Ei s’occupa assiduamente degli interessi dell’anima nostra e noi avremo il coraggio di dimenticarlo? – Santa Teresa si rimproverava di aver per troppo tempo vissuto senza pensare frequentemente ala santissima Trinità. « Ben sapevo, ella scrive, di avere l’anima, ma che cosa meriti quest’anima e chi stia dentro di lei io non capiva, perché mi tappavo gli occhi con le vanità della vita per non vederlo. Mi pare che, se avessi capito, come capisco ora, che in questo palazzo piccolino dell’anima alloggia un Re così grande, io non l’avrei lasciato tante volte solo e avrei cercato che la mia anima non fosse tanto sudicia! » (Camino de Perfeccion, Cap. XXVIII, n. 11, p. 466, delle Obras de Santa Teresa de Jesus, edizione minore curata dal P. Silverio; e T. II, p, 214-215 delle Opere di S. Teresa, trad. dal P. Federico di S. Antonio). Quanti lettori dovranno farsi il medesimo rimprovero e si studieranno ormai di tenere compagnia all’Ospite divino dal mattino alla sera.

a) Il mezzo è semplice, consiste nel raccogliersi al principio di ogni azione, nel dire a se stesso: Dio vive in me, e nel consacrare alle tre divine Persone l’azione che si sta per incominciare. Ciò in sostanza è poi quello che viene suggerito dalla Chiesa. La Chiesa fin dai primi secoli raccomanda ai fedeli di farsi il segno della croce al principio delle principali azioni, dicendo: « Nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo ». Il che è quanto dire: io voglio che questa azione ridondi a gloria del Padre, il quale non solo mi creò, ma anche mi adottò per figlio; a gloria del Figlio, che si fece uomo per me e mi riscattò a prezzo del suo sangue; a gloria dello Spirito Santo, che viene nell’anima mia, a spandervi colla carità tutte le grazie meritatemi da Gesù Cristo.

b) Ma le anime interiori vanno ancora più oltre: riflettendo che l’Ospite divino è per noi fonte di luce, di forza, di consolazione, nel corso delle loro azioni gli volgono spesso gli occhi della mente e del cuore. Quando l’oscurità invade l’anima e pare che le verità della fede non facciano più impressione, ricorrono subito al Padre dei lumi, dicendogli dal fondo del cuore: « Fino a quando mi nasconderai la tua faccia? Guarda, o mio Dio, rispondimi, dà luce ai miei occhi! » (Ps. XII, 2-4). – Se si sentono deboli e impotenti, invocano Colui che è la loro forza e la loro protezione: « In te ho posto il mio rifugio: deh! ch’io non sia confuso in eterno!.., Sii per me rupe protettrice, fortezza ov’io trovi scampo » (Ps. XXX, 2-3). Se la desolazione e l’aridità ne straziano l’anima, corrono all’orto degli ulivi, e inginocchiandosi accanto al Salvatore che patì per loro l’angoscia, la paura, la tristezza mortale, si offrono con Lui vittime, pronte a fare la sua santa volontà: « Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà » (Matt. XXVI, 42).

c) Specialmente nelle preghiere richiamano la parola di Gesù: « Tu poi, quando preghi, entra nella tua camera, e, chiuso l’uscio, prega tuo Padre che è presente nel segreto » (Matt. VI, 6). La camera ove si ritirano è la celletta del loro cuore: qui trovano queste anime la santissima Trinità; qui, unite e incorporate al Verbo incarnato, adorano e pregano in silenzio.

Il secondo dovere è infatti quello dell’adorazione. E come non glorificare, benedire, lodare, ringraziare quest’Ospite divino che, essendo Dio, trasforma l’anima nostra in un vero santuario? « Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… perché grandi cose ha fatto in me Colui che è potente, e il cui nome è santo » (S, Luc. I, 47-48). Tali devono essere i sentimenti di un’anima che diviene consapevole dell’abitazione in lei delle tre divine Persone; capisce che, essendo tempio di Dio, deve continuamente offrirsi ostia di lode alla gloria della santissima Trinità. Con quale amore quindi ripete nel cuore quella dossologia che i primi cristiani recitavano così volentieri: « Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo ». Non è questa per lei una vana formola, ma vi trasfonde tutti i suoi sentimenti di lode, di adorazione e di amore, riconoscendo con ogni sincerità che Dio solo merita di esser glorificato, perché Egli solo è l’autore di ogni bene. Quando assiste alla santa Messa, si diletta di recitar posatamente, di assaporare, a così dire, tutte le preghiere che riguardano l’adorabile Trinità: il Kyrie eleison, flebile grido del peccatore che implora la pietà e la misericordia delle singole tre Persone divine; il Gloria in excelsis, che esprime così bene i sentimenti religiosi verso queste tre divine Persone e specialmente verso il Verbo incarnato; il Sanctus, che proclama la ineffabile santità di Dio in unione con gli Angeli e coi santi del cielo. Il Pater le rammenta ci sto Dio è suo padre, onde lo recita con tutta filiale confidenza, associandosi a Colui che, avendocelo insegnato, continua a ripeterlo con noi. E quando, alla fine della Messa, il sacerdote china il capo sull’altare per supplicare la santissima Trinità che si degni di accettare il sacrifizio da lui offerto, l’anima pia vi unisce l’offerta del proprio cuore e ne risente conforto per tutto il giorno.

3° E allora più facile le diviene l’AMORE; si sente echeggiar spesso all’orecchio quel dolce invito di un Padre amantissimo che, chinandosi verso di lei, le dice: « Figlia mia, dammi il tuo cuore » (PROV. XXIII, 26). E lei, piena di confidenza e di abbandono tutto filiale, spontaneamente risponde: « Eccomi, o Signore, perché mi avete chiamata; eccomi con tutto ciò che posseggo; tutto volentieri io consegno a voi ». – Essendo l’amore che Dio ci porta essenzialmente generoso e attivo, il nostro non dovrà manifestarsi soltanto con pii sentimenti ma con atti e con sacrifizi. Sarà un amor penitente, per espiare le nostre troppo numerose infedeltà; un amor riconoscente, per ringraziare l’insigne benefattore, il collaboratore devoto, che lavora in noi e con noi con tanta attività e costanza; e per ringraziarlo dei suoi benefici, gli prometteremo di usar meglio delle copiose grazie che così largamente ci concede. Sarà un amor di amicizia, che alle divine premure ci farà corrispondere con santa letizia, e conversar dolcemente col più fedele e più generoso degli amici; che ci farà caldeggiare tutti i suoi interessi, procurarne la gloria, benedire e far benedire il santo suo Nome. Sarà infine un amor generoso, che arriva fino al sacrifizio, all’oblio di se stesso, alla cordiale accettazione di tutte le prove che gli piacerà inviarci. Diremo sinceramente con santa Teresa del Bambin Gesù: « Non sono egoista io : amo il Signore e non me stessa… L’anima mia è sempre tra gli affanni, ma io ne sono lieta, sì, molto lieta di non avere nessuna consolazione… Teresa, la fidanzatina di Gesù, ama Gesù per se stesso ». (L’Esprit de saînte Thérèse de l’Enfant Jésus, p. 35-36).

L’amore generoso conduce all’IMITAZIONE, perché si vuole assomigliare il più possibile a Colui che si ama. Ma in che modo imitare la santissima Trinità la cui santità è infinita? In doppio modo: coll’evitare premurosamente tutto ciò che potrebbe appannare la purità dell’anima nostra; e coll’ornarla di tutte quelle virtù che ci fanno rassomigliar di più a Dio.

a) Essendo tempii vivi della santissima Trinità, è chiaro che dobbiamo serbar gelosamente la purità del corpo e dell’anima. Questo inculcava san Paolo ai discepoli, richiamando il gran dogma dell’abitazione dello Spirito Santo nell’anima loro: « Non sapete che siete il tempio Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno profanerà il tempio di Dio, Dio disperderà costui, perché santo è il tempio di Dio, che siete voi » (1 Cor. III, 16-17).  Quando dunque ci sentiamo assaliti dalla tentazione, quando la tentazione si fa più insistente e più perfida, diamo uno sguardo alla celletta dell’anima nostra abitata dalla santissima Trinità, e, fidenti nell’aiuto divino, diciamo con santa energia: « Piuttosto morire, o mio Dio, che macchiare il vostro santuario! piuttosto morire che cacciarvi dal mio cuore coll’introdurvi il peccato e il demonio! ». L’esperienza dimostra che, per le anime nobili e generose, non c’è motivo più potente di questo per allontanarle dal peccato.

b) Ed è pure stimolo efficacissimo per indurle alla pratica delle virtù. Non è infatti dicevole che si adorni il tempio ove risiede il Dio tre volte santo? ma come ornarlo senza accostarci a questo divino Esemplare con la pratica delle virtù? Questo ci chiede Nostro Signore nel proporci a modello lo stesso suo Padre: « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste » (Matt. V, 48). A prima vista pare ideale troppo alto per noi; ma dacché Dio è nostro Padre per adozione, non dobbiamo forse rassomigliargli? Del resto, a facilitarci il lavoro, il Figlio di Dio si fece uomo come noi, visse la nostra vita, assunse le nostre miserie e le nostre debolezze eccetto il peccato, e diventò così la via che dobbiamo battere per andare al Padre. Si potrebbe dire che Dio è troppo alto da poterlo noi imitare, ma non possiamo più addurre questo pretesto quando si tratta del Figlio, il ,quale, nella vita nascosta, nella vita pubblica, nella vita dolorosa, ci diede l’esempio di tutte le virtù che dobbiamo praticare nelle varie condizioni in cui la Provvidenza ci pone. Ora imitare il Figlio è imitare il Padre, perché il Figlio opera sempre in perfetta conformità col Padre.

c) Vi è poi una virtù di cui Nostro Signore ci raccomanda in modo particolare la pratica onde imitare l’unità perfetta che regna tra le tre divine Persone; è la carità fraterna. Fatta l’ultima Cena, nel momento in cui Gesù, prima di lasciar gli Apostoli, rivolge per loro al Padre una speciale preghiera, una delle grazie che chiede pei suoi discepoli è l’unione fraterna fra loro: « Che siano tutti una cosa sola, come tu, o Padre, sei in me e Io in te, che siano anche essi una cosa sola in noi » (S. Giov. XVII, 21). Tenera preghiera che san Paolo ripeterà un giorno, supplicando i cari suoi discepoli di non dimenticare che, essendo un sol corpo e un solo spirito, avendo un solo e medesimo Padre che abita in tutti i giusti, debbono serbare l’unità dello spirito col vincolo della pace (Efes. IV, 3-6). – Nei primi secoli della Chiesa questa preghiera fu esaudita; sappiamo infatti che i pagani stessi non potevano tenersi dal dire: Vedete come questi Cristiani si amano fra loro! Deh! che, in questi tristi tempi in cui le menti ed i cuori sono così divisi, possiamo appagare anche noi il più caro desiderio del Cuor di Gesù, ed esser talmente uniti coi vincoli di una santa carità che i nostri stessi avversari siano obbligati a riconoscerlo! Del resto, sarebbe pur questo il mezzo migliore per far rispettare i nostri diritti, perché l’unione fa la forza. – È dunque chiaro che non c’è nulla di più santificante quanto il pensiero frequente e affettuoso delle tre divine Persone che abitano in noi. Non c’è nulla che più ci muova alla virtù della religione, alla vera e soda pietà; non c’è nulla che ci faccia meglio praticare le virtù, specialmente quella carità fraterna che è il distintivo dei veri Cristiani, e il pegno più sicuro che siamo figli di Dio.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (7)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS

S. E. I. MILANO, – 1937

IMPRIMI POTEST:

P. Josephus Peano, Præp Prov. Faur., Sol. Die VII Aprilis MCMXXXVII

Nihil obstat quominus imprimatur :Sac. Carolus Figini, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR – In Curia Arch. Mediol.; die IV Maii MCMXXXVII

+. Pi Castiglioni, Vie. Generalis

INTRODUZIONE

Pio IX apriva solennemente il Concilio Vaticano l’8 Dicembre del 1869, e per le dolorose circostanze della presa di Roma, lo sospendeva il 20 Ottobre con la Bolla Postquam Dei munere. (A.Oppone: Concili-ecumenici e vicende del Concilio Vaticano). Il Concilio promulgò due Costituzioni dogmatiche importantissime, che sono tra i più insigni documenti del Magistero straordinario della Chiesa: la Dei Filius e la Pastor Æternus. Za prima condanna le dottrine razionaliste intorno a Dio, alla creazione, alla rivelazione, alla fede e ai rapporti tra fede e ragione. – « Questa Costituzione, scriveva il Card. Manning, è l’affermazione più larga e più ardita del soprannaturale e spirituale, che si sia mai gettata sino al presente in faccia al mondo ». Fu votata all’unanimità il 24 Aprile del 1870 e approvata solennemente dal Papa. – La seconda determina e dichiara la dottrina rivelata riguardante la podestà pontificia. Fu animosamente discussa con la più ampia libertà, fu oppugnata e tenacemente contrastata sopra alcuni punti, sino all’ultimo, da una minoranza battagliera, e usciva infine vittoriosa il 18 Luglio con. 532 placet, e soli 2 non placet.

Il Concilio Vaticano verrà ricordato e apprezzato sopra tutto per la definizione dell’infallibilità pontificia, con la quale restaurò negli animi il principio di autorità scosso dal razionalismo, senza degenerare in oppressione delle legittime libertà. « L’autorità del Romano Pontefice, diceva Pio IX concludendo quel grande dibattito, non opprime, ma solleva; non rovina, ma edifica, e spesso conferma la dignità, riunisce nell’amore e difende i diritti dei fratelli ».

Presento agli studenti dell’Università Cattolica del S. Cuore una breve analisi della Costituzione Pastor Æternus. Spero in tal modo di colmare qualche lacuna delle mie lezioni e di invogliare, anche mediante riferimenti bibliografici, a studi più profondi intorno a questo argomento, che mira a promuovere sempre più l’attaccamento e la devozione della coscienza cristiana al Romano Pontefice.

P. ANDREA ODDONE S.I.

Professore nell’ Università Cattolica del S. Cuore.

I.

RELAZIONE TRA CRISTO E LA CHIESA

La Costituzione Pastor Æternus consta di un breve prologo e di quattro capitoli. Nel prologo si accenna in generale all’istituzione divina della Chiesa, alla sua natura e al suo scopo. I dottori cattolici, i Padri della Chiesa, i teologi, gli asceti, hanno scrutate le Scritture e la Tradizione per conoscere il posto che Gesù Cristo occupa nel piano divino. Essi hanno sopprattutto studiato S. Paolo, che nelle sue magnifiche Lettere parla così frequentemente e così entusiasticamente di Cristo, e ci dà la più alta idea della pienezza della sua perfezione e della eccellenza della sua missione. « Egli, dice l’Apostolo, è l’immagine di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché in Lui tutte le cose furono create, e quelle che sono nel cielo e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e le cose invisibili, e i Troni e le Dominazioni e i Principati e le Potestà. Tutto è stato creato da Lui e per Lui; ed Egli è prima di tutte le cose, e ogni cosa sussiste in Lui. Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa, come è il principio, il primogenito di tra i morti, affinché tenga in ogni cosa il primato. Poiché a Dio piacque di fare abitare in Lui tutta la pienezza, e riconciliare per mezzo suo tutte le cose » (Coloss., cap. 1, 15-20). Queste sublimi parole di S. Paolo delineano magistralmente la trascendenza divina di Gesù Cristo, il suo dominio e il suo influsso sopra tutta la creazione. Tutto si riferisce a lui come a modello, a salvatore, a capo. (Prat.: Teologia di S. Paolo, Vol. 1, pag: 278: « Il primato di Cristo ») Egli è il perno, l’asse di rotazione, il centro di tutta la storia; attorno a Lui si aggira il mondo morale come il mondo fisico si aggira attorno al sole. Egli comprende tutte le epoche, dirige e modera tutti gli avvenimenti, che senza di Lui non si possono pienamente spiegare, perché, secondo il motto di Tertulliano, Gesù Cristo è la soluzione di ogni questione, la chiave di ogni mistero religioso e profano: Omnis quæstionis solutio est Christus. Gesù Cristo è il principio di ogni armonia nell’universo, è la pace tra il cielo e la terra, è il bacio di Dio con la creatura, dice eloquentemente Vito Fornari: a L  ui tutto deve far capo, tutto deve servire a Lui, alla sua gloria. (Vita di Gesù Cristo, Proemio, pag. 27). L’attento e imparziale filosofo della storia scorge facilmente la conferma di questa verità nello svolgersi delle vicende puramente profane, che senza di Gesù Cristo sono per lui come un libro da cui si toglie il principio e il fine. Ma nella storia religiosa e nella storia della Chiesa il fatto è di una evidenza impressionante. Cristo è soprattutto il fondamento incrollabile, l’anima e il compendio di tutto l’edificio religioso. Tutta la teologia s’ impernia in Lui e in Lui si sintetizzano tutti i dogmi. Egli è il fonte unico di ogni grazia, il maestro unico degli uomini, l’unica via di salvezza per il genere umano. Gesù Cristo è come un faro, che attira gli sguardi dell’umanità tutta intera. Domina i secoli che hanno preceduto la sua venuta: l’Antico Testamento è ripieno di Lui, è tutto un’ombra, una figura, una profezia del Messia futuro; Il Nuovo Testamento è la luce vivida del sole atteso, è la realtà, è la storia della vita umana e mortale di Gesù Cristo in mezzo a noi. Dopo la sua morte sul Calvario, Gesù Cristo vive di una vita personale e trionfante in cielo, di una vita mistica, ma reale, nell’Eucaristia, di una vita provvidenziale nella società umana, di una vita soprannaturale nella Chiesa, che è l’opera sua più grande e meravigliosa. (Jesus Christus heri et hodie; ipse et in sæcula. – S. Paolo; Heb., XIII, 8).

* * *

Gesù Cristo è fondatore immediato della Chiesa, cioè di quella società di Cristiani uniti dalla professione della medesima fede e dalla comunione degli stessi Sacramenti, e governati dal Papa e dai Vescovi. E quando si dice che Cristo fondò immediatamente la Chiesa non si vuole significare che Egli con la sua dottrina e con la sua condotta abbia soltanto suscitato un movimento religioso, che poi per evoluzione naturale provocò la formazione della Chiesa, o che abbia semplicemente dato ad altri la potestà di fondarla, ma che di fatto. Egli stesso determinò la natura della Chiesa, cioè i suoi elementi essenziali e la sua forma specifica. – I Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo e degli altri discepoli, sono i documenti autentici e oggi incontestati; almeno per la vera scienza, dove si legge la storia dell’origine della Chiesa. Da questi documenti risulta chiaramente che la formazione della Chiesa è la prima e, quasi oserei dire, la principale preoccupazione di Gesù Cristo. Nella creazione soprannaturale della Chiesa possiamo distinguere due periodi, l’uno di preparazione, l’altro di organizzazione propriamente detta. Gesù esprime nettamente il pensiero e il proposito di volere fondare una società distinta e separata dalla Sinagoga giudaica. A Simone muta il nome in quello di Pietro, o meglio di Petra, e promette che sopra di lui innalzerà un nuovo edificio: « Tu sei Pietro, e sopra questa Pietra (sopra di te Pietra) edificherò la mia Chiesa ». (Matt. XVI, 18). La promessa fu solennemente fatta da Cristo nella sua qualità di Messia e di Figlio di Dio, ed ebbe una qualche relazione remunerativa per Pietro, che aveva pubblicamente affermato la divinità di Cristo; la promessa fu assoluta, non condizionata. Anche se mancassero altre prove, potremmo dunque legittimamente conchiudere che Cristo deve aver mantenuto la promessa. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 94-113. — TANQUEREY: De Ecclesia, p. 613, nota). E l’idea sociale della nuova istituzione si ripete sotto altre forme non meno evidenti. Gesù vagheggia un ovile, una casa, una famiglia, una città, un regno. Specialmente l’idea di regno è quella che domina nella predicazione di Gesù. Egli è venuto a stabilire il regno di Dio, il regno dei cieli; attorno al tema di questo regno si aggira il suo insegnamento per un triennio; a questo regno ritorna ancora il suo pensiero negli ultimi colloqui che tiene con i discepoli. E in tutte queste figure e immagini è sempre l’idea sociale che si afferma in modo chiaro, sempre qualche cosa di visibile e di esterno, che deve attuarsi primieramente quaggiù in mezzo agli uomini. (Oddone: La Costituzione sociale della Chiesa, pag. 74). Per innalzare l’edifizio mistico della sua Chiesa, Gesù, come un abile architetto, incomincia a raccogliere i materiali, cioè a scegliere alcuni suoi discepoli, che dovranno essere il fondamento e le colonne dell’edifizio. « E chiamò a sé quelli che egli volle… e ne stabilì dodici che stessero con lui ». (Marco, III, 14. — Cf. Etudes, Anno 1916, Vol. 148-149: Jésus et son oeuvre éducatrice, pag. 51). I dodici non solo dimoravano con Gesù, ma lo accompagnavano dappertutto nelle sue missioni: « E Gesù percorreva le città e i villaggi annunziando la lieta novella del regno di Dio, e lo accompagnavano i Dodici ». (Luca; VIII, 1) Gesù li vuole vicini a sé, specialmente quando compie i suoi miracoli, perché i suoi miracoli insieme con le sue affermazioni, costituiscono la grande prova della divinità della sua missione. Avendoli abitualmente in sua compagnia, Gesù può compiere sopra i Dodici una speciale opera educatrice e impartire ad essi una cultura più intensa. A loro tiene particolari esortazioni, e per loro ha spiegazioni complementari e rivelazioni dei suoi più sublimi misteri. « Parlava alle folle in parabole, dice S. Marco; ma in disparte spiegava poi ogni cosa ai suoi discepoli ».(Marco, IV, 33) Li ammaestra intorno alle più importanti virtù; li adopera in particolari mansioni; promette loro l’ufficio di giudici; li informa separatamente della sua passione e morte e mangia con loro la Pasqua. (FONTAINE: L’Eglise ou le Christianisme vivant, pag. 35). – Al periodo di preparazione tiene dietro il periodo di attuazione. La società è « l’unione stabile di più individui che tendono di comune accordo ad uno stesso fine ». Non ogni moltitudine di uomini quindi costituisce la società, ma solo quella che cospira in modo stabile allo stesso fine. Questa costante cospirazione o tendenza di molti, risulta da alcuni vincoli, che uniscono le volontà e gli sforzi della moltitudine, tra i quali tiene il primo posto l’autorità. Perciò la materia della società è la moltitudine, la forza sono i vincoli e principalmente l’autorità, l’autore è colui che ponendo i vincoli unisce la moltitudine. Ora Gesù Cristo unì e associò i suoi seguaci con un triplice vincolo, cioè con la professione della stessa fede, con i medesimi riti e con lo stesso governo: un vincolo simbolico, un vincolo liturgico, un vincolo gerarchico. A tutti impose la professione della stessa fede: « Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato ». (Marco, XIV, 15) Per tutti stabilì la comunione degli stessi riti, specialmente del Battesimo e dell’Eucaristia: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Nessuno se non nasce per acqua e Spirito, può entrare nel regno dei Cieli. (Marco, XIV, 15) — Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita ». (Giovanni, VI, 52.) Tutti sottopose allo stesso governo, perché ai soli Apostoli, ai quali aveva innanzi promessa la facoltà di legare e di sciogliere, affida la podestà di predicare, di battezzare, di governare e di assolvere. (Matteo, XVIII, 18. — Matt., XXVIII, 19) Inoltre al solo Pietro dà l’incarico di pascere le sue pecorelle. (Giov., XXI, 15). Se creare una società significa raccogliere un gruppo, un corpo di persone, ordinarle tra loro e destinarle ad uno scopo, dar loro una legge e un capo e determinati mezzi di che devono valersi per raggiungere l’intento; allora la Chiesa è evidentemente opera di Cristo. Egli attrasse a sé alcuni pescatori della Galilea, li formò alla sua scuola, trasfuse in essi il suo spirito e diede loro l’incarico di predicare, di presiedere, di dirigere, di condurre le anime al cielo con il soccorso della sua grazia, di continuare insomma la sua missione. Ecco la piccola società di Gesù, la Chiesa, con la sua forma gerarchica nella quale sono bene designate e messe in rilievo le parti dell’autorità. In essa vi sono maestri e vi sono discepoli; vi sono pastori e vi sono pecorelle; vi sono governanti e vi sono governati. Non alla moltitudine, ma a pochi fu detto: Andate, ammaestrate, insegnate le cose che Io ho insegnate a voi, battezzate. Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. Queste testimonianze del Vangelo già così chiare di per sé, sono avvalorate e confermate dalla interpretazione autentica e non interrotta degli Apostoli e di tutti i secoli cristiani. Gli Atti e le Lettere degli Apostoli ci dicono che si costituì subito, sino dal principio del Cristianesimo, la Chiesa, cioè una moltitudine di chiamati, con un fine determinato, fornita di speciali mezzi, governata da un’autorità istituita da Cristo. I primitivi Cristiani, infatti, attendono alla santificazione delle anime per mezzo dell’esercizio della Religione cristiana. Ai Giudei che domandano a Pietro che cosa devono fare, egli risponde: « Fate penitenza e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo ». (Atti, II, 37). Viene descritta nei più interessanti particolari la vita della nuova società. « Erano assidui alle istruzioni degli Apostoli e alla comune frazione del pane e all’orazione… E ogni giorno trattenendosi lungamente tutti d’accordo nel tempio, e spezzando il pane per le case, prendevano cibo con gaudio e semplicità di cuore, lodando Dio ed essendo ben veduti da tutto il popolo. Il Signore poi aggiungeva alla stessa Società ogni giorno gente, che si salvasse ». (Atti, VI, 43.). La società è retta dall’autorità degli Apostoli, che dicono espressamente di avere ricevuto da Dio autorità sui fedeli, di predicare la parola di Dio, per comando di Cristo e si chiamano ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. ((I Cor., 4) « È Gesù Cristo stesso, dice S. Paolo, che alcuni costituì Apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori… affinché non siamo più fanciulli, sbalzati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la malizia degli uomini e per la loro abilità nello spargere l’errore. » (Efes, IV, 11). Gli Apostoli attribuiscono esplicitamente a Cristo l’istituzione della Chiesa. Essi insegnano che i fedeli formano « una casa spirituale » edificata « sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare »; (I Pierro, II, 4. — Efes., Il, 20) che Cristo è « capo supremo della Chiesa, la quale è il suo corpo, il complemento di Lui »; (Efes.,.1, 22) che Cristo acquistò la Chiesa « con il suo sangue »; (Atti, XX, 28.) che la Chiesa è la sposa di Cristo, da lui amata, per la quale diede se stesso, « a fine di santificarla e farla comparire davanti a sé  rivestita di splendore ». (Efes., V, 25). Non sono dunque gli avvenimenti politici abilmente sfruttati che abbiano dato origine alla società della Chiesa, così fortemente organizzata sino dai primi giorni della sua esistenza. Essa è già nelle pagine divine del Nuovo Testamento, che rispecchiano esattamente le idee e i voleri di Cristo: essa è opera diretta di Cristo. – Il Concilio Vaticano asserisce solennemente che « il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti con il vincolo di una sola fede e di un solo amore ». Lo stesso Concilio riprende coloro che « pervertono la forma di governo costituita da Cristo nella sua Chiesa ». E precedentemente, nella Costituzione De fide, aveva già detto che « affinché noi possiamo soddisfare al dovere di abbracciare la vera fede e di perseverare in essa costantemente, Dio mediante il suo Figlio Unigenito istituì la Chiesa ». (Anzi nel Concilio Vaticano si era già preparata una definizione a questo riguardo. Il che chiaramente significa quale fosse la mente dei Padri del Concilio.). Nel Decreto Lamentabili viene esplicitamente condannato l’errore del Loisy: « Fu alieno dalla mente di Cristo il costituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra una lunga serie di anni ». (DENZINGER, n. 2052. — CAVALLERA, THESAURUS., N. 309. — Enciclica « Pascendi ». — DENZINGER, N. 2091) Nel Giuramento antimodernista si professa la stessa verità: « Credo fermamente che la Chiesa fu prossimamente e dirittamente istituita dallo stesso Cristo vero e storico ». L’affermazione quindi che Cristo sia autore immediato della Chiesa è storicamente certa e dogmaticamente di fede. Avvertiamo tuttavia che con questo non intendiamo dire che Cristo abbia formato con le sue mani tutte le ruote dell’organismo, che abbia istituiti tutti gli uffici, che la Chiesa avrebbe disimpegnato nel corso dei secoli per adattarsi ai diversi bisogni della società: ma diciamo che ha incaricato gli Apostoli di continuare la sua missione, di predicare la sua dottrina, di applicare alle anime per mezzo dei Sacramenti l’efficacia della sua Redenzione, e che per tutti i secoli li ha investiti di poteri sufficienti per bastare a tutte le esigenze. La Chiesa deriva da Gesù Cristo come l’albero dalla radice, come il fiume dalla sorgente viva e perenne: la Chiesa è l’espansione dello spirito di Gesù in una forma visibile, di cui Egli stesso in molti e vari modi ha dato lo schema e le linee essenziali. (Dieckmann: De Ecclesia, Vol. II, 223).

***

Gesù Cristo ha con la Chiesa la relazione di autore e fondatore divino; ma ben diversa dalla relazione di un fondatore di una società umana. L’autore di una società puramente umana, scomparendo dalla scena del mondo, abbandona l’opera sua, e viene spezzato il vincolo giuridico con la società da lui fondata. Forse rimane in qualche modo nei suoi seguaci l’indirizzo che egli ha dato; ma alla sua morte cessa ogni relazione di fondazione. Nessuna società meramente umana sfugge a questa sorte; sono perciò scomparse le società politiche antiche, le false sette religiose e le scuole dei sapienti della Grecia. – La Chiesa cattolica per volontà assoluta ed efficace di Cristo deve invece essere universale e perenne. Questa volontà di Cristo importa una seconda relazione di Cristo con la sua Chiesa, cioè una relazione di assistenza e di presidio perenne, affinché la Chiesa in mezzo a gravissimi pericoli e a lotte continue non solo rimanga sino al termine dei secoli, ma adempia con ogni fedeltà i suoi uffici. « Poiché conveniva, dice Leone XIII, che la missione divina di Cristo fosse perenne, Egli si aggregò dei discepoli della sua dottrina e li fece partecipi del suo potere; e avendo sopra di essi chiamato lo Spirito Santo, comandò loro di percorrere tutta la terra, predicando fedelmente quanto Egli aveva insegnato e comandato, nell’intento che tutto il genere umano potesse conseguire la santità in terra e la felicità sempiterna nel cielo. » (Enciclica. « Satis cognitum ».). – La perennità della Chiesa significa che essa rimarrà sino al termine dei secoli; la indefettibilità indica inoltre che non muterà sostanzialmente in sé, che sarà sempre come Cristo l’ha stabilita, che non verrà mai meno alla missione che le fu affidata. Gesù Cristo ha detto ai suoi Apostoli che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa e che Egli sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. (Matt., XXVIII, 20.) Sono espressioni che nei Libri Santi rappresentano una protezione sicura e invariabile di Dio. Quindi nessuna violenza, nessuna seduzione, nessun vizio, nessun errore, potrà mai nuocere agli Apostoli e ai loro successori, nell’insegnare in virtù del loro magistero, nell’amministrare i Sacramenti in virtù del loro ministero. Gesù sarà sempre con il potere insegnante, sarà sempre con il potere santificante, e né l’uno e né l’altro potranno mai venir meno o variare, in mezzo ai pericoli, che vengono dalla violenza esteriore, che nascono dall’incomprensione o dal falso zelo dei discepoli, o che sono creati dall’orgoglio e dalle passioni. (Ollivier: L’Eglise: sa raison d’étre, pag. 106). Lo stesso Gesù Cristo promette ai suoi Apostoli l’assistenza dello Spirito Santo: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro Avvocato, affinché rimanga per sempre con voi, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere ». (Giovanni: XIV, 16) Se la Chiesa non fosse indefettibile, non sarebbe vero che lo Spirito Santo le fu dato sino alla fine dei tempi, per stabilirla incrollabilmente nella verità e nella santità. – Sono eloquentissime le testimonianze dei Padri a questo riguardo. « Non allontanarti dalla Chiesa, dice S. Giovanni Crisostomo, perché nulla vi è più forte della Chiesa. La tua speranza è la Chiesa: essa è più alta del cielo, più vasta della terra. Non invecchia mai, ma è sempre giovane ». (Hom. « De capto Entropio », n. 6.). E S. Agostino scrive: « Fino a tanto che durerà il volgere dei secoli, non verrà meno la Chiesa di Dio o il Corpo di Cristo sulla terra…. Verrà meno la Chiesa se verrà meno il fondamento: ma come può mai venir meno Gesù Cristo? Non declinando Cristo neppure la Chiesa declinerà in eterno ». (In Psalm. LXXI, n. 8. — Enarratio in Ps. CIII, Serno II, n. 5).

La Chiesa fu istituita per la salvezza degli uomini, per indicare loro la via del cielo e somministrare loro i mezzi. Se essa non fosse indefettibile, se essa potesse variare cambiando dottrine e istituzioni, non sarebbe più la vera arca di salvezza. I fedeli dei diversi tempi muterebbero l’oggetto della loro fede e più non aderirebbero alla Chiesa fondata da Cristo.

Questo è l’insegnamento del Concilio Vaticano:

« Cristo volle che nella Chiesa vi fossero pastori e dottori sino alla consumazione dei secoli… e istituì un perpetuo principio di unità e di comunione; affinché sopra di esso si costruisse un tempio eterno ». (DENZINGER, D. 1821).

Sino alla fine del mondo rimarrà quindi la Chiesa, rimarranno le sue funzioni e le sue potestà. Non si esauriranno mai i tesori della Chiesa e le sorgenti delle sue grazie; la Chiesa sarà sempre la colonna e il fondamento della verità; non andrà mai soggetta a mutazione la sua forma di governo. (Dieckmann: De Ecclesia. Vol. 225; n. 924.). Per questa ragione la Chiesa è veramente, come dice il Vaticano, « un perpetuo motivo di credibilità e un testimonio irrefragabile della missione divina di Cristo… uno stendardo levato in alto tra le nazioni… un sigillo della sua origine soprannaturale e divina ». Gesù Cristo non solo è autore della Chiesa, non solo la protegge continuamente, ma rimane sempre, anche dopo la sua Ascensione, il suo Capo vivo e vivificante, al quale essa è soggetta. Pietro e i suoi successori, infatti, sono soltanto Vicari di Cristo, non nel senso che non godano di una potestà propria, ma nel senso che qui in terra fanno le veci di Cristo, il vero e proprio Re e Capo della Chiesa, e nel suo Nome e con la sua autorità governano i fedeli cristiani. – Tra Gesù Cristo e la Chiesa esiste non solo una relazione morale e giuridica, ma anche una relazione più intima e più corrispondente. ai disegni divini e all’indole della Chiesa, una relazione cioè di perenne flusso vitale nella Chiesa, considerata come società religiosa santificatrice delle anime. S. Paolo, volendo illustrare questo concetto, ci presenta spesso la Chiesa come « corpo di Cristo ». Nella I Lettera ai Corinti dice: « Voi siete il corpo di Cristo e ciascuno poi individualmente, sue membra…. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?».(Lettera I Cor., cap. XII, 27; cap. VI, 15) Scrivendo agli Efesini dice nuovamente: « Ed egli alcuni costituì apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri dottori e pastori, per rendere atti i santi all’opera di ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo ». (Efes., IV, 1 segg. — Cf. .V, 23) E ancora nella Lettera ai Colossesi: « Egli è il capo del corpo che è la Chiesa ». (Coloss., I, 18). Questo modo di considerare la Chiesa come « corpo di Cristo » dopo S. Paolo, divenne comune non solo presso i SS. Padri e i Dottori, ma presso il popolo cristiano e si può dire la definizione cristiana della Chiesa, come osserva il Franzelin. (De Ecclesia, pag. 308). L’Apostolo, parlando della Chiesa come corpo di Cristo, non intende certamente il corpo di Cristo fisico,  formato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, offerto per noi nel sacrificio del Calvario, presente anche adesso in terra nell’Eucaristia; né intende un corpo morale, con il qual nome viene designata qualunque società; ma lo considera in un senso speciale, che non si verifica in nessun altro organismo. Gesù Cristo è Capo vivificante della Chiesa suo Corpo. La vita che Egli comunica alla Chiesa è la vita soprannaturale, la vita della grazia e della filiazione divina, (Rom. VI, 1 segg., VIII, 1. — Tit, IV, 5), una vita quaggiù nascosta sotto il velo del mistero, ma che sarà poi manifestata in cielo. (1 Cor., XIII, 10; 27 Cor., IV, 16). Questa vita viene comunicata, secondo la volontà di Cristo, ai singoli uomini, come a membri del Corpo di Cristo, cioè della Chiesa. Da Cristo, Capo e fonte unico, discende quindi questa vita nell’organismo e si diffonde in tutte le parti; dalla pienezza di lui noi tutti riceviamo. Il fine della Chiesa perciò consiste nel rendere gli uomini partecipi dei frutti della Redenzione di Cristo e insieme nel formare con essi un organismo soprannaturale, quasi la famiglia di Dio, (Efes., II, 19; II, 6; III, 6.) anzi un corpo vivo, congiunto con il capo vivo « dal quale tutto il corpo ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legamenti, riceve l’aumento di Dio ». (Coloss., II, 19: — Cf Efes, II, 21; IV; 15) A questo corpo e alla sua vita servono tutti i carismi e i ministeri, che Cristo diede alla sua Chiesa, la quale è la pienezza di Cristo. (1 Cor., XII. — Rom; XII. — Efes., IV, 11). Nel suo Vangelo Gesù Cristo aveva paragonato se stesso alla vite e i suoi discepoli ai tralci inseriti nella vite, dalla quale traggono il succo vitale. (Giov. XV, 1). S. Agostino commentando questo passo del Vangelo di S. Giovanni osserva: « Quando il Signore dice di essere Egli la vite e i discepoli i tralci, lo dice secondo che Egli è capo della Chiesa e noi siamo suoi membri… La vite e i tralci sono della stessa natura. Perciò essendo Dio, la cui natura noi non siamo, si fece uomo, affinché in esso fosse vite, cioè natura umana, della quale anche noi uomini possiamo essere tralci ». (Tract. in Jo., 80,1. — S. Tomaso, seguendo le orme dei Padri, trattò spesso e profondamente di questo tema nelle sue opere, e specialmente nella Somma Theol. (III q. 8) e nella questione De Veritate (q. 29 a. 4). Giustamente quindi la Chiesa è chiamata Corpo mistico di Cristo, cioè non fisico, non soltanto morale, né del tutto maturale, ma soprannaturale, il mistero cioè della Chiesa, della sua vita e della sua unione con Cristo. Questo concetto non solo ci fa meglio comprendere la natura della Chiesa, ma diffonde anche splendidissima luce sulle altre dottrine della nostra fede, specialmente su quelle che concernono i sacramenti. (Dorsch: De Ecclesia, pag: 355.— Cf. Enciclica « Satis cognitum » di Leone XIII).

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (5)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (5)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni, ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

ART. II. — SINTESI PRATICA.

La nostra incorporazione a Cristo, che si inizia col Battesimo, prosegue poi con l’uso dei vari Sacramenti, i quali, aumentando in noi la grazia, aumentano pure la nostra unione con Gesù; e specialmente con la frequenza della santissima Eucaristia, che ci dà non solo la grazia ma Gesù stesso. Anzi, questa incorporazione viene crescendo coi singoli atti meritori che facciamo; poiché, dandoci ognuno di essi un aumento di vita divina, ci unisce più perfettamente a Cristo. Il che si avvera specialmente quando ci studiamo di fare tutte le nostre azioni in unione con Gesù, lasciandoci muovere e dirigere da Lui, come s’addice a coloro che gli sono incorporati. Allora infatti i nostri atti partecipano alla stessa virtù, alla fecondità, al valore morale degli atti di Cristo, dacché, secondo che abbiamo già detto, è Lui che opera in noi, mentre noi dal canto nostro ci appropriamo, quali sue membra, le disposizioni e il valore morale degli atti di Colui che è nostro Capo. Ce lo dice anche Nostro Signore: « Se uno rimane in me e Io in lui, questi porta molto frutto » (Giov. XV, 5). Conclusione pratica della nostra incorporazione a Cristo deve quindi essere una comunione spirituale permanente con Lui, in tutto il complesso della nostra vita: 1° nelle nostre pratiche spirituali; 2° nei vari nostri stati interiori; 3° nelle nostre relazioni col prossimo.

I. Nelle nostre PRATICHE SPIRITUALI bisogna, fin da principio, unirsi a Gesù mediatore di religione, il solo vero Religioso del Padre, perché  Egli solo lo può glorificare in modo infinito ed Egli solo ha diritto di essere esaudito. Ma perché s’intenda meglio il nostro pensiero, verremo qui al particolare.

1° Nello svegliarci, uniamoci a Gesù vivente in noi col suo spirito di religione, e offriamoci con Lui in vittime per fare in tutto la santa volontà di Dio, come si offrì Lui al suo entrare nel mondo: « Vittime e offerte non volesti, olocausti e sacrifizi espiatori non gradisti. Allora io dissi: Ecco io vengo… a fare, o Dio, la tua volontà » (Hebr. X, 5-7).

2° Nella meditazione, dopo esserci uniti a Gesù per adorare, benedire e ringraziar Dio, fissiamo affettuosamente questo divino modello per studiare e ritrarre in noi qualcuna delle sue virtù; supplichiamolo di persuaderci che questa virtù ci è necessaria, di comunicarcela, di imprimercela nell’anima; e risolviamo di praticarla umilmente e fermamente con Lui nel corso della giornata.

3° Alla santa Messa, rechiamoci in ispirito ai piedi del Calvario, accanto alla nostra madre Maria, e contempliamo amorosamente Gesù, sommo Sacerdote, che si offre in vittima per glorificare il Padre in nome nostro, espiare i nostri peccati e comunicarci i frutti della sua redenzione; offriamoci e immoliamoci con Lui, specificando il sacrificio che faremo nel corso del giorno onde compiere in noi la passione del Salvatore; adoriamo con Lui e domandiamo perdono in nome di tutto il popolo cristiano.

4° Alla santa Comunione, desideriamo ardentemente di unirci a Colui che tanto brama di unirsi a noi; umiliamoci profondamente alla vista di tante nostre iniquità, debolezze, imperfezioni, miserie; adoriamo in silenzio questo Dio nascosto che si dà a noi; diamoci tutti a Lui, diamogli specialmente il cuore, promettendo di fare tutte le nostre azioni per amor suo e per piacere a Lui; uniamoci a Maria, la più perfetta adoratrice di Gesù, per adorare, benedire, amare questo Figlio divino, come fece Lei per tutta la vita, specialmente dal momento in cui si incarnò nel virgineo suo seno; e ripetiamo come Lei: « L’anima mia magnifica il Signore… perché ha fatto in me grandi cose » (Luc. I, 46 segg.). Uniamoci a Gesù e a Maria per glorificare la santissima Trinità, che nel momento della santa Comunione si dà a noi in modo speciale; tratteniamoci in dolci e affettuosi colloqui con l’Ospite divino, aprendogli il cuore per palesargliene le miserie e i desideri, ascoltandolo rispettosamente onde adempierne anche i più piccoli voleri e ritrarre in noi le interiori sue disposizioni, le sue virtù, il suo spirito. Gli potremo allora più efficacemente presentare le nostre domande (Molti cominciano con chiedere grazie, dimenticando che il primo e principale dei nostri doveri è l’adorazione; e che, otteniamo favori tanto maggiori quanto più ci studiamo di adempiere innanzi tutto i nostri doveri verso Dio.) non solo per noi e per i nostri, ma per tutta la Chiesa, essendo tutti membri di un medesimo Corpo mistico. Ma non dimenticheremo di chiedergli soprattutto la grazia di rimanere in Lui come Egli rimane in noi, e di far tutte le nostre azioni con Lui in ispirito di ringraziamento e di amore.

5° Nei nostri lavori, quali che siano, anche i più comuni, rammentiamoci che Gesù fu operaio, e che in tutto quel tempo lavorava efficacemente alla salute delle anime; con Lui e con le stesse sue intenzioni offriamo a Dio tutti i nostri lavori, facendoli amorosamente e fervorosamente come suoi collaboratori.

6° I nostri pasti e le nostre ricreazioni si santificano prendendoli con lo spirito stesso di Gesù, col desiderio di impiegare alla gloria di Dio le forze che vi ricuperiamo: ce le dà Lui queste forze e noi dobbiamo applicarle al suo servizio.

5° Quando, per avvivar la divozione, facciamo pie letture o del Vangelo o di opere scritte dai santi, cerchiamo Gesù nei libri: « Jesum quærentes in libris ». Conoscerlo meglio, per meglioamarlo e farlo meglio amare dai nostri fratelli,questa dev’essere l’unica nostra ambizione.

8° Se per vocazione o divozione recitiamo l’Ufficio Divino, con che gioia ci uniamo al grande Religioso del Padre che ci invita a lodar Dio con Lui! con che confidenza gli prestiamo il cuore e le labbra, onde venga a pregare in noi come prega nei santi del cielo e della terra, onde si glorifichi per mezzo nostro le treo divine Persone e ottenga per tutta la Chiesa le grazie di cui le anime hanno così urgente bisogno!

9° Se non recitiamo l’Ufficio Divino, facciamo collo stesso spirito altre preghiere; e l’intiera nostra vita diventa come una perenne preghiera, perché dal nostro cuore, unito a quello di Gesù, partono frequenti giaculatorie che dicono a Dio il nostro amore e il sincero desiderio di conformare la volontà nostra alla sua.

10° Soprattutto ci deliziamo di visitare il divino Prigioniero del tabernacolo che giorno e notte intercede assiduamente per noi (Hebr. VII, 25); lo sentiamo dirci dal fondo del tabernacolo: « Venite a me, o tutti voi affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò » (Matth. XI, 28). Gli apriamo allora con tutta semplicità il nostro cuore; ecco, o Signore, quel povero figlio che Voi amate, ecco il dolorante membro del vostro Corpo mistico (S. Giov. XI, 5): siete voi che dovete medicarne le piaghe, guarirlo, consolarlo, fortificarlo. O Gesù, che vivete in me nonostante le tante mie miserie, venite ad assodarvi il vostro regno e la vostra vita e proteggete questo membro così debole contro i potenti suoi nemici.

11° Quando recitiamo il rosario, ci è dolce l’unire i sentimenti nostri a quelli di Gesù, nostro fratello, e onorare la madre sua che è anche la nostra, ridirle la nostra venerazione, il nostro amore, la nostra confidenza, e porgerle pure le nostre suppliche.

12° Quando, la sera, ci esaminiamo la coscienza, lo facciamo sotto lo sguardo di Gesù, nostro capo, e confrontandoci con lui. Ci vediamo allora così poco simili al divino modello che, pieni di confusione e di contrizione, umilmente lo supplichiamo di vivere più intimamente in noi, onde farci partecipi delle sue virtù e della sua vita e fortificarci la volontà contro le nostre continue debolezze.

13° Prima di abbandonarci al sonno, che è l’immagine della morte, ci è di conforto l’unirci a Gesù moribondo in Croce ripetendo con Lui: « O Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito » (S. Luc. XXIII, 46). Se ci coglie l’insonnia, con quale affetto pregheremo l’Angelo custode di portare il nostro cuore ai piedi del tabernacolo, perché almeno là, unito al Cuore eucaristico di Gesù, possa adorare, amare, soffrire e riparare! Ecco come trascorre la giornata di chi è veramente incorporato a Cristo.

II. Certo, nell’avvicendarsi dei giorni, il Cristiano passa per VARI STATI INTERIORI che lo turberebbero se non fosse profondamente unito a Gesù, ma che altro non fanno se non fornirgli una nuova occasione di incorporarsi più intimamente a Lui. Ricorrono in Lui alternative di gioie spirituali e di desolanti aridità, di filiale confidenza e di scoraggiamento: è infatti in piacere di Dio di consolarci per attirarci a sé e di tribolarci per rassodarci nella virtù e mostrarci che da parte nostra non meritiamo che desolazione ed affanno. Ora chi è veramente incorporato a Cristo sa egualmente giovarsi di queste alternative.

1) In mezzo alle gioie, pensa che non le merita; che vengono dalla infinita bontà di Colui che, con la sua presenza e coi suoi doni, allieta il cuore dell’uomo; che hanno per fine di staccarci dalle creature; onde se ne serve per amare il Dio delle consolazioni più che le consolazioni di Dio. Ripete coi santi: « Grazie, o Gesù: fate che tutte le gioie della terra mi riescano insipide, che Voi solo siate dolce al mio cuore, e che io riponga la mia felicità unicamente nel piacere a Voi! ».

2) Nelle aridità, negli affanni, negli scoraggiamenti, si unisce a Gesù che, nell’orto degli ulivi, volle soffrire la tristezza, la noia, l’angoscia: « l’anima mia è triste fino alla morte! »; che mandò sul Calvario quel doloroso grido: « Mio Dio, perché m’hai abbandonato? » (S. Matth. XXVI, 37-38. Pensa che tutti questi dolori interiori Gesù li sopportò per nostro amore; e dice umilmente con Gesù: merito questo, o Signore, e anche di peggio; accetto tutto di cuore per amor vostro e nelle stesse vostre intenzioni; solo vi chiedo la grazia di sopportar queste pene santamente; con Voi mi sottometto alla divina volontà e « abbandono l’anima nelle vostre mani » (ivi, XXVII, 46).

3) Nelle tentazioni, specialmente se lunghe e penose, si getta ai piedi di Gesù: « O Signore, salvatemi! non lasciate che un membro del vostro Corpo mistico perisca! E tradirei dunque quel Gesù che ha versato il suo sangue per me, che vive in questo stesso momento in me e mi colma dei suoi doni? Oh! piuttosto mille volte morire che macchiarmi l’anima! Piuttosto mille volte morire che separarmi da Voi!

4) Se si tratta di umiliazioni penose, pensa che Gesù, per essersi caricato dei nostri peccati, volle soffrire tutte le calunnie e tutte le ingiurie; che, accusato ingiustamente, taceva; e che noi peccatori non saremo mai umiliati abbastanza: Grazie, o mio Dio, che vi degnaste farmi partecipe delle vostre umiliazioni. Voi solo meritate ogni onore e ogni gloria; io mi rallegro che se non altro le mie umiliazioni e il mio disonore servono a far campeggiare la infinita vostra grandezza: « Tibi soli omnipotenti omnis honor et gloria, mihi autem ignominia et confusio! ».

5) Se si sente invece agitato da moti di orgoglio, riflette che quanto di buono è in lui viene da Gesù, il quale, non pago di avergli meritate tutte le grazie che riceve, lo aiuta ancora ad acconsentire a queste grazie e opera in lui il volere e il fare. Ode quindi echeggiargli continuamente all’orecchio quelle così vere parole di san Paolo: « Che cosa hai che non abbi ricevuto? È se l’hai ricevuto, perché gloriartene quasi non l’avessi in dono? » (ICor. IV, 7). Come già più sopra dicemmo (Cap. II, art. I) quanto è di buono in noi ci viene da Colui che essendo nostro Capo, ci dà il moto e la vita; a Lui solo ne appartiene ogni gloria. Questi vari stati interiori ed altri simili non fanno dunque che avvicinar continuamente il Cristiano al divino suo Capo; e lo stesso avviene delle sue relazioni col prossimo.

III. Nelle nostre RELAZIONI COL PROSSIMO, il principio generale che ci deve guidare è di vedere Gesù in tutte le persone con cui abbiamo da trattare, perché veramente Gesù vive in tutti come già abbiamo spiegato (Cap. II, art. I).

1) Gesù vive nei nostri Superiori con la sua autorità. Egli stesso disse loro: « Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me » (S, Luc. X, 16); ubbidiamo quindi a Gesù quando ubbidiamo ai nostri superiori. Questo principio rende più facile l’ubbidienza, specialmente se si consideri che i trent’anni della vita nascosta di Gesù si compendiano in queste tre sole parole: « Erat subditus illis: stava loro sottomesso » (S. Luc. II, 51). Conviene quindi richiamarle specialmente quando, per una ragione o per un’altra, l’ubbidienza torna più difficile e i nostri superiori credono di dover mettere alla prova la nostra virtù.

2) Gesù vive in tutti i Cristiani e tanto si immedesima con ognuno di essi che considera come fatto a sé ciò che facciamo al minimo dei suoi fratelli (S. Matt. XXV, 40). Parola veramente divina che trasformò la società! Chi potrebbe infatti ricusare di render servigio al prossimo quando è convinto che questo prossimo è Gesù? Schiviamo dunque tutto ciò che, contristando il prossimo, contristerebbe Gesù; studiamoci di essere dolci, cortesi, servizievoli con Lui come saremmo con Gesù. Evitiamo però con ogni diligenza quelle amicizie sensibili che, predominando l’anima, ci allontanerebbero il cuore da Gesù, perché Gesù sopra ogni altra cosa dobbiamo amare nel prossimo.

3) Se vi sono uomini nei quali Gesù attualmente non vive perché separati da Lui per il peccato o per l’infedeltà, pensiamo che Gesù li insegue col suo amore, che se li vuole incorporare, che ci chiede di aiutarlo in quest’opera, e che nostro vivo desiderio dev’essere di cooperare con Lui alla loro conversione colla preghiera, colla parola e coll’esempio: « Splenda la vostra luce dinanzi agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli? ». Siamo dunque dolci e premurosi verso di loro per guadagnarli a Cristo. Non dobbiamo escludere dal nostro affetto neppure i nostri nemici e i nostri persecutori: « Amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; il quale fa spuntare il suo sole sui buoni e sui cattivi » (S. Mattr. V, 16).

Ripensando dunque alla nostra incorporazione a Cristo e quindi alla nostra filiazione divina, ci riesce facile rendere soprannaturali tutte le nostre relazioni col prossimo; tutte allora diventano occasione di progredire nell’amore di Nostro Signore. Amare il prossimo come membro di Cristo è amare lo stesso Cristo; rendere servizio al prossimo è rendere servizio a Gesù, servizio che ci sarà un dì centuplicatamente ricompensato. A questo modo, come bene osserva san Tommaso, noi amiamo i giusti perché Dio vive in loro, e quelli che non sono giusti affinché Dio viva in loro. Ora amare Dio e il prossimo è un adempiere tutta la legge, è un vivere il Vangelo. Tale, dunque, è il programma del Cristiano incorporato a Cristo. La sua vita è quella di Gesù, egli è un Gesù vivente sulla terra, secondo l’espressione di san Paolo: « Vivo non più io, vive in me Gesù Cristo ». Oh! che nobile vita è mai questa, è una vita divina, è, come vedremo, una partecipazione alla vita di Dio.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (6)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV: “APOSTOLICA CONSTITUTIO”


In questa lettera, scritta in preparazione del Giubileo imminente del 1750, si compendia tutta una serie di documenti ecclesiastici, patristici, pastorali di grande interesse culturale e spirituale. Benedetto XIV, dotto e profondo conoscitore della dottrina e della scienza ecclesiastica, offre un quadro della materia decisamente completo sia da un punto di vista teorico, che pratico per prelati e fedeli. Osservare come tali preparativi venivano allestiti con meticolosa attenzione, ci fa capire il grande spirito di fede che animava i Pontefici della Chiesa Cattolica, spirito non fine a se stesso ma con risvolti praticissimi per le anime di religiosi e di fedeli. Facile sarebbe oggi paragonare le feste da baraccone e gli spettacoli blasfemi e sacrileghi che si susseguono – in tutte le non-diocesi dell’orbe modernista – dall’avvento degli antipapi dal 1958 ad oggi, negli pseudo e falsi anni santi improntati a culti anticristiani, di stile massonico, esoterico e pagano appena velati da un cristianesimo di facciata e svuotati da ogni contenuto penitenziale e spiritualizzante … Pachamama docet. I serpenti, le vipere si sono infiltrate in tutti gli ambienti clericali e sociali e stanno avvelenando non solo le anime, create a somiglianza di Dio e riscattate dal sangue prezioso di Cristo, di mortifero e pestilenziale tanfo infernale, ma pure le menti con la corruzione contronatura dei costumi, ed oggi anche il corpo con pseudo presidi terapeutici vettori di peptidi estratti e sequenziati per produrre miasmi ofidici al pari dei cobra o dei bungari cinesi. Ma il serpente, ovunque infiltrato, ha il suo destino già segnato: il calcagno della Vergine Maria ne schiaccerà il capo ed infine sarà sprofondato nello stagno di fuoco con i falsi profeti – i falsi sacerdoti delle sette – e le bestie del mare e della terra – tutte le conventicole massoniche a mondialiste. Ma riviviamo, almeno con la mente, la preparazione ad un vero Anno Santo Cattolico con spirito di penitenza e di ritorno sincero a Dio ed al vero Cristianesimo.

Benedetto XIV
Apostolica constitutio

1. La Nostra Apostolica Costituzione, con la quale abbiamo annunciato ai fedeli di Cristo la solennità dell’Anno Santo, contiene un invito ad un devoto pellegrinaggio, che è un’opera additata da Dio nel Vecchio Testamento, praticata e frequentata nei primi secoli della Chiesa verso i luoghi santi di Gerusalemme, praticata in ogni tempo con molta assiduità anche da Re e Monarchi verso i luoghi santi di questa nostra alma Città, e specialmente verso i Sepolcri dei santi Apostoli Pietro e Paolo: opera infine che, impugnata dagli eretici, è stata con molta ragione ed energia sostenuta e difesa dai nostri Controversisti, e che ben diretta e governata dai Prelati di Santa Chiesa, può servire e serve di edificazione a tutti coloro che, con animo pacato, la considerano nella sua vera realtà, e nei veri limiti nei quali deve essere ristretta.

2. Iddio ordinò che tutti i figli d’Israele tre volte l’anno facessero un devoto pellegrinaggio per visitare il Tabernacolo, ossia il Tempio del Signore: “Tre volte all’anno tutto il tuo popolo di sesso maschile apparirà al cospetto del Signore Dio tuo nel luogo che avrà scelto, nella solennità degli azzimi, nella solennità del Settimo Giorno, nella solennità dei Tabernacoli“, come si legge nel Deuteronomio (Dt XVI,16). Elcana e sua moglie Anna adempirono puntualmente il precetto, come si legge nel libro 1 dei Re (1Sam 1,13). Il nostro amatissimo Redentore con la beata Vergine sua Madre e il suo padre putativo San Giuseppe si recò al Tempio, come leggiamo nel Vangelo di Luca (cf. Lc 2,22). E affinché il Tempio edificato da Salomone fosse frequentato da tutte le genti, lo stesso Salomone non mancò di pregare Dio affinché esaudisse anche le preghiere dei forestieri che non appartenevano al popolo d’Israele e che da pellegrini fossero venuti a visitarlo: “Inoltre il forestiero che non appartiene al tuo popolo d’Israele verrà da terra lontana in tuo nome (infatti il tuo nome insigne sarà udito ovunque, e così pure la tua mano forte e il tuo braccio esteso); allora tu dal cielo, nel firmamento ove tu dimori, esaudirai e farai ogni cosa che da te avrà invocato il forestiero“: così si legge nel libro 3 dei Re (1Re 8,41-43).

3. Celebre è la testimonianza di Eusebio nella Storia Ecclesiastica (lib. 6, cap. 11), in cui riferisce il devoto ingresso di Sant’Alessandro, Vescovo di Cappadocia, in Gerusalemme per vedere e pregare nei luoghi santi: “Avvertito da un divino oracolo, Alessandro partì dalla Cappadocia (dove era stato ordinato Vescovo) e giunse a Gerusalemme, sia per pregare, sia per visitare i luoghi sacri“;e più che celebre in proposito è la testimonianza di San Girolamo: “Ora sarebbe lungo trascorrere anno per anno, dall’Ascensione del Signore fino all’età presente, enumerando i Vescovi, i Martiri, i sapienti nella dottrina Cristiana che vennero a Gerusalemme, convinti di essere meno religiosi, meno sapienti e, come si dice, di non aver raggiunto la pienezza delle virtù se non avessero adorato Cristo in quei luoghi ove il primo Vangelo balenò dal patibolo” (Lettera 44).

4. Non prenderemo qui l’impegno di riferire le frequenti visite dei Re, dei Vescovi e dei Prelati della Chiesa e di tutti i fedeli e i continui pellegrinaggi per visitare le tombe degli Apostoli, essendo già stata esaurita la materia in tutto e per tutto da alcuni celebri eruditi, cioè da Onofrio Panvinio nel suo trattato De præstantia Basilicæ Vaticanæ, che tuttora si conserva manoscritto nell’Archivio del Capitolo della Basilica Vaticana e che Noi più volte abbiamo letto quando in minoribus eravamo Canonico di detta Chiesa e Archivista di detto Archivio; da Giacomo Gretser nel tomo 4 della nuova edizione delle sue Opere (libro 2, De sacris Peregrinationibus, cap. 12 e ss.); dal Coccio, nel Tesoro Cattolico (libro 5, cap. 17); da Stanislao Hosio nel cap. De Caeremoniis quae desumuntur a loco;da Rutilio Benzonio De Anno Sancti Jubilæi (lib. 6, cap. I ss.); dal Dresselio nelle sue Opere stampate in Monaco (tomo 13, § I, cap. 7, p. 126 e ss.); e recentemente dal Trombelli, De cultu Sanctorum (tomo I, part. 2, cap. 46 e ss.). Richiameremo tuttavia la formula di Marculfo Monaco, che visse nel secolo VII, e che dai predetti non è citata; in essa si contiene la commendatizia rivolta al Papa ed ai Vescovi a favore di coloro che si accingevano al pellegrinaggio verso Roma per visitare le tombe dei Santi Apostoli. Tale formula si trova nel lib. 2, cap. 49: “Questo viandante, infiammato di luce divina, non per diporto, come è costume dei più (o come altri leggono) per amore di vagabondaggio, ma in nome del Signore, incurante dell’arduo e faticoso cammino, desiderando di visitare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo per lucrarne una preghiera, chiese alla mia pochezza di essere raccomandato alla vostra benignità” (Marculfo, lib. 2, cap. 49). San Giovanni Crisostomo nel libro Quod Christus sit Deus delle sue Opere (pubblicate a Parigi nel 1718, tomo I, n. 9, p. 570) così scrive in proposito: “Nella regale città di Roma, prescindendo da tutti gli altri, Imperatori, Consoli, Condottieri di Eserciti accorrono al sepolcro del Pescatore e tessitore di reti. Dell’Imperatore Carlo Magno scrive Eginardo: nello spazio di quarantasette anni egli venne a Roma, tratto dalla devozione: “Carlo Magno in quarantasette anni quattro volte si recò a Roma per sciogliere voti e per pregare. Il Pontefice Nicolò I, che visse nel secolo nono, rende un’ampia testimonianza del concorso dei fedeli venuti a Roma per venerare le ceneri dell’Apostolo Pietro. Nella sua lettera 9 all’Imperatore Michele scrive: “Molte migliaia di uomini provenienti da ogni regione della terra si affidano ogni giorno alla protezione e all’intercessione di San Pietro, Principe degli Apostoli, e si propongono di rimanere presso il suo Sepolcro fino alla fine della propria vita in quanto (oltre al fatto che distingue la Chiesa Cattolica, vaso calato dal cielo in cui sono mostrati allo stesso San Pietro, tutte le creature viventi) anche di per se stessa la città dei Romani, presso la quale si venera continuamente la presenza corporale dello stesso Apostolo, si riconosce quale vaso di tutte le genti viventi (quelle che si intendono spiritualmente creature umane)”.

5. Per ciò che riguarda o i nostri Controversisti, che contro gli Eretici hanno ben sostenuto la difesa delle devote peregrinazioni ai luoghi santi, o le regole dei Prelati della Chiesa per ben governarle e liberarle da tutti gl’inconvenienti, Noi, che non intendiamo fare un trattato o una dissertazione, ci rimettiamo a quanto scrisse Giona, Vescovo di Orléans, autore del nono secolo, contro Claudio di Torino che, nemico delle sacre immagini, era per conseguenza anche nemico dei più devoti pellegrinaggi. Ci rimettiamo alla celebre Orazione di Egidio Carlerio, decano della Chiesa di Cambrai, fatta in Basilea contro gli errori di Nicolò Taborita, stampata nel tomo 8 degli Atti dei Concili i dell’Arduino, p. 1796 e seguenti, ove con profonda dottrina scioglie gli equivoci opposti dal suo contraddittore contro i devoti pellegrinaggi; ed a quanto si legge nel Concilio Cabilonense tenuto l’anno 813, cap. 45, e più diffusamente nel Concilio Bituricense tenuto l’anno 1584, tomo 10 della citata Collezione dell’Arduino, p. 1466 e seguenti, ove sono registrati alcuni Canoni precisi per eliminare gl’inconvenienti dai sacri e devoti pellegrinaggi; oltre ciò che a tal proposito si ritrova esattamente raccolto da Lorenzo Bochelli nei Decreti della Chiesa Gallicana (lib. 4, tit. 14, De peregrinationibus).

6. Né a Noi sono ignoti i due opuscoli di San Gregorio Nisseno, uno intitolato De iis qui adeunt Hierosolymam, e l’altro indirizzato ad Eustasia, Ambrosia e Basilissa, che sono nel tomo 3 delle Opere del Santo Dottore (Parigi 1638, p. 651), sul fondamento dei quali si appoggiano coloro che non sono della nostra comunione per screditare ed impugnare i devoti pellegrinaggi. Tanto meno Ci è ignota la grave controversia esistente fra gli eruditi sulla attribuzione di dette opere a San Gregorio: controversia nella quale il Lippomano, il Baronio, Natale Alessandro, il Tillemont, il Ceillier sono del parere che dette opere siano del Santo Dottore; di ciò però dubita il Cardinale Bellarmino. Con molta autorità ed impegno il Grester sostiene che esse sono apocrife, come può leggersi nelle profonde ed erudite note da lui pubblicate sulle stesse opere ed inserite nel citato tomo 3 delle Opere di San Gregorio Nisseno (p. 71 e ss.). Ma Ci sembra di potere con tutta ragione far presente che, quand’anche le Opere siano del Santo; quand’anche in esse, com’è vero, molto si esageri circa gl’inconvenienti che si verificavano nei pellegrinaggi a Gerusalemme; quand’anche, com’è vero, s’impugni gagliardamente la massima spacciata falsamente da alcuni, secondo la quale le accennate peregrinazioni fossero necessarie per l’eterna salute, la quale non si poteva ottenere senza di esse, ciò non contraddice affatto al nostro assunto in cui sosteniamo non la necessità, ma l’utilità delle opere predette. Non ci facciamo difensori degl’inconvenienti, ma, come si vedrà in seguito, ne andiamo additando e procurando i rimedi. Non è poi necessario che si accolgano con assoluto rigore le gagliarde espressioni del Santo Dottore contro i pellegrinaggi a Gerusalemme, sia perché si vede manifestamente che traggono origine dai frequenti scandali che andavano verificandosi, sia perché il parere di un singolo, benché santo e celebratissimo Dottore, deve in ogni caso cedere al sentimento della Chiesa ed al comune parere contrario degli altri, che fra le opere cristiane pie e devote annoverano i sacri pellegrinaggi quando siano fatti nelle dovute forme.

7. Questo Nostro invito comprende i Vescovi, Nostri Venerabili Fratelli, purché la loro salute fisica lo permetta e purché la cura delle anime loro affidate non riceva danno dalla loro assenza. Si ricordino che la maggior parte dei loro Predecessori, almeno di quelli che non erano tanto lontani da Roma, venivano ogni anno alla Città Santa per celebrare unitamente con il Papa la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, come si legge nelle lettere 13 e 16 di San Paolino. L’invito comprende anche i Sacerdoti e gli altri del Clero, purché vengano, com’è doveroso, con le autorizzazioni dei loro Vescovi: legge che non è inventata da Noi, ma assai antica, come si evince dal Canone 41 e dal Canone 42 del Concilio Laodiceno, tenuto l’anno 372, come si legge nel tomo I della Collezione dell’Arduino (pp. 789 e 790). Il Nostro invito comprende i Regolari, purché abbiano le opportune licenze dei loro Superiori, che esortiamo ad usare ogni avvedutezza nel concederle. Comprende i Laici, purché intraprendano il viaggio dopo aver consultato o il Parroco o il Confessore, che nel dare il suo consiglio dovrà tener presente la comune massima degli autori spiegata da Teofilo Raynaudo, nel trattato intitolato Heteroclita spiritualia: “Il pellegrinaggio – così il Raynaudo – è opera di supererogazione, e riguarda il culto volontario, che non ha attinenza con l’esercizio di virtù, quando sia da praticare per obbligo. Così il marito, che è costretto per vincolo di matrimonio ad essere unito alla moglie, farà peccato se, contro l’opposizione della moglie, affronterà un lungo pellegrinaggio lasciandola a casa. Pertanto, quand’anche la moglie consentisse, tuttavia il lungo pellegrinaggio potrebbe ridurre la colpevolezza del marito se, per quella assenza, in uno dei coniugi fosse presente il verosimile pericolo di perdere la virtù. In base a questo principio, giustamente apparirebbe anomalo il pellegrinaggio del padre di famiglia il quale, essendo necessario in casa per il sostegno della famiglia dovendo lavorare e risparmiare per i suoi, volesse tuttavia allontanarsi da casa e visitare ora l’uno, ora l’altro sacro monumento. Altrettanto dicasi di colui che, oberato dai debiti e non avendo altro modo di pagarli se non rimanendo e lavorando in qualche luogo, scegliesse tuttavia di vistare i luoghi santi” (T. Raynaudo, Opere, tomo 15, n. 13, p. 217). È nota a tutti l’Indulgenza plenaria concessa da Urbano II nel Concilio di Chiaromonte a chi, assumendo la Croce, assumeva la milizia per recuperare la Terra Santa: “A chiunque, per sola devozione e non per procacciarsi onore o danaro, sarà andato a Gerusalemme per liberare la Chiesa di Dio, quel cammino sia riconosciuto quale severa penitenzaCosì si legge nel detto Concilio tenuto l’anno 1095, nel tomo 10 dei Concili i del Labbè. San Tommaso propone la questione “Se l’uomo possa portare la Croce qualora sia sospettato di intemperanza” e, proseguendo con i principi sopra enunciati, così conclude: “All’uomo compete di necessità portare la Croce della moglie, poiché l’uomo predomina sulla moglie. Ma quando riceva la Croce per passare il mare, soggiace alla propria volontà. Perciò, se la moglie, per qualche impedimento, non può seguirlo e lo si sospetti d’incontinenza, non gli si deve chiedere di prendere la Croce e di abbandonare la moglie: diverso è il caso se la moglie volontariamente s’impegna alla continenza, o voglia e possa seguire il suo sposo” (Quodlibet, 4, art. II). – I devoti pellegrinaggi di Sant’Elena ai luoghi santi, riferiti da Sant’Ambrogio; di Eudosia, moglie di Teodosio juniore a Gerusalemme, descritti da Socrate; di Paola, nobile romana, in Terra Santa, riferiti da San Girolamo; di Santa Brigida a Compostella e a Roma per visitare i sepolcri degli Apostoli Pietro e Paolo; tanti altri lodevoli esempi di donne di rango elevato ed anche poverette e miserabili, veduti da Noi nel corso della lunga dimora che abbiamo compiuta in Roma durante il servizio da Noi prestato alla Sede Apostolica, Ci inducono a non escludere dal nostro invito le donne non costrette alla clausura. All’invito uniamo però l’avvertimento, che crediamo molto necessario, cioè che da tutti coloro cui spetta vegliare sul buon costume non si tralasci alcun provvedimento per opporsi agli inconvenienti che possono derivare dall’età delle pellegrine, dalla compagnia nel loro viaggio, dalla mescolanza con persone d’altro sesso e, particolarmente quando esse, essendo maritate, non hanno la compagnia dei loro mariti e, in difetto dei mariti, la custodia dei fratelli o di altri loro congiunti in grado tale di parentela che escluda ogni sospetto e porti seco ogni dovuta custodia.

8. È nostro obbligo esporre il motivo e la ragione ultima del nostro invito, ma ciò non possiamo fare in modo adeguato se non premettiamo alcune notizie dedotte dai Padri ed altre dalla Storia Ecclesiastica. San Giovanni Crisostomo nell’Omelia 32 sopra l’Epistola ai Romani (tomo 9 della citata edizione, p. 757), dichiarò di voler bene a Roma e di poterla lodare per la grandezza, antichità, bellezza, partecipazione del popolo, ricchezze e vittorie ottenute in guerra: “Per questi motivi – dice il Santo Dottore – prediligo Roma anche se posso lodarla vivendo altrove: per la grandezza, l’antichità, la frequenza del popolo, la potenza, la ricchezza, le audaci imprese guerrescheEgli aggiunse che amava e stimava Roma e che sommamente desiderava venirvi per poter venerare i sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: “Ma a parte tutti questi pregi, considero beata tale Città perché Paolo in vita sua scrisse ai Romani e li amò assai, e di persona rivolse loro la propria parola e in Roma concluse la sua vita: perciò la cittadinanza ne ha tratto fama maggiore che da ogni altro pregio; e a similitudine di un corpo grande e robusto, l’Urbe ha due occhi splendenti, ossia i corpi di quei Santi. Non splende altrettanto il cielo quando il sole emette i suoi raggi, come l’Urbe dei Romani che possiede quei due splendori che mandano luce in tutto il mondo“. Il Santo Dottore proseguì ed espresse l’acceso desiderio di prestare i dovuti atti di venerazione ai sepolcri dei due Santi Apostoli: “Chi ora mi concederà di abbracciare il corpo di Paolo, di stringermi al suo sepolcro, di vedere la polvere del suo Corpo (che mancava a Cristo), che portava le stigmate e diffondeva ovunque la predicazione?“. E poco dopo: “Vorrei vedere il sepolcro dove giacciono le armi della giustizia, le armi della luce, le membra ora viventi, che erano morte quando egli viveva e nelle quali viveva Cristo; le membra di Cristo che erano crocifisse dal mondo e che vestivano Cristo, tempio dello Spirito, edificio santo, che erano avvinte allo Spirito, che erano penetrate dal timore di Dio, che avevano le stigmate di Cristo. Questo Corpo quasi cinge di mura quella Città ed è più protettivo di ogni torre e di innumerevoli baluardi; e inoltre onorò anche il Corpo di Pietro, quando era ancora in vita: sali – disse – a vedere Pietro“.

9. Seguendo le orme di San Giovanni Crisostomo diremo che questa Nostra Città di Roma è degna di essere veduta per la grandezza delle fabbriche, per la sontuosità degli edifici: ma non devono essere queste cose o cose simili l’oggetto del nostro invito. Diremo che essa deve principalmente essere lodata e ammirata in quanto è la Sede della Religione Cattolica e centro dell’unità; in essa si vedono i vivi contrassegni della estinta idolatria, che ivi aveva a lungo trionfato. – Agli eruditi è noto l’assunto di Pietro Angelo Bargeo nella sua celebre lettera De privatorum publicorumque aedificiorum Urbis Romæ eversoribus, nella quale pretende di dimostrare che le sontuose fabbriche dei Teatri, delle Terme, dei Templi, delle innumerevoli statue degl’Idoli non erano state rovinate dai Barbari, dai Goti, dai Vandali e da gente simile, ma dai Romani Pontefici e specialmente da San Gregorio Magno e dai pii fedeli impegnati ad eliminare ogni incentivo all’idolatria ed ogni memoria di essa. Ma indipendentemente da quanto scrisse il citato Bargeo, non è mancato ai giorni nostri chi con molta fatica ha composto un trattato sui reperti pagani e profani trasportati ad uso ed ornamento delle Chiese. In esso ha dettagliatamente enumerato le Chiese che ancor oggi si vedono in Roma costruite sulle rovine dei templi pagani. Diremo infine che il Nostro invito è indirizzato ad un pellegrinaggio religioso, alla devota visita dei Sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: visita che San Giovanni Crisostomo, come sopra detto, sospirava di compiere ma mai ebbe il modo di fare.

10. Qui però non terminano i motivi del nostro invito. È noto a ciascuno ciò che accadde nel 1300, allorché nacque all’improvviso una pubblica voce, sparsa non solo in Roma ma in molte parti del mondo, che ogni cento anni vi sarebbe stata una plenaria ed ampia Indulgenza a chi visitava i Sepolcri degli Apostoli, e che appunto in quell’anno 1300 cadeva il centesimo. Il Pontefice Bonifacio VIII, dopo aver esperito diligenti ricerche, pubblicò la celeberrima Costituzione che comincia antiquorum habet fida relatio, in cui concesse la plenaria Indulgenza a chi pentito e confessato visitasse, se fosse forestiero, quindici volte (ed essendo Romano trenta volte) le Basiliche dei Santi Pietro e Paolo e stabilì che si perpetuasse ogni cento anni la stessa plenaria Indulgenza nel modo sopraindicato. – Tutta la vicenda è fedelmente riferita da Giacomo Gaetano, Diacono Cardinale di San Giorgio in Velabro, nipote dello stesso Bonifacio VIII, pubblicata nel tomo 25 della Bibliotheca Maxima Patrum (edita a Lione, alle pp. 937 e ss.). – È pure noto che il termine di cento anni fu ridotto a cinquanta da Clemente VI, a trentatré da Urbano VI e a venticinque da Paolo II, e che il predetto Clemente VI aggiunse alla visita delle due Basiliche di San Pietro e di San Paolo quella alla Lateranense; Urbano VI, alle predette tre aggiunse la visita alla quarta Basilica: quella di Santa Maria Maggiore. Noi, nella Nostra Costituzione, ci siamo conformati alla disciplina che abbiamo veduta già introdotta, sia per quanto si riferisce alle Chiese da visitare, sia quanto al numero delle visite e alle opere da compiersi per conseguire il santo tesoro dell’Indulgenza plenaria. Non vi abbiamo aggiunto altro che l’obbligo di dover ricevere la Sacra Eucaristia. Questo è il vero oggetto del Nostro invito: il pellegrinaggio e le visite delle Chiese ed ogni altra opera suggerita, fatta a dovere, sono non solo convenienti, ma necessari. – Ciò premesso, usiamo le stesse parole con le quali Agostino Valerio, vigilantissimo Vescovo della Chiesa di Verona e poi degno Cardinale della Santa Romana Chiesa, si rivolse nella Lettera Pastorale indirizzata nel 1574 a tutti i fedeli della sua Città e Diocesi in vista del Giubileo dell’Anno Santo che nell’anno successivo fu celebrato da Gregorio XIII: “Fratelli, vi chiama lo Spirito Santo a Roma per il prossimo anno del Giubileo. V’invita il tesoro che vi è proposto. Io vi esorto tutti a non mancare ed a vestirvi della stola dell’allegrezza, perpetua compagna della buona coscienza, affinché, ritornati da questo santo viaggio, santificati in quest’Anno Santo, possiate servire il Signore Iddio meglio di quanto abbiate fatto finora“.

11. Compiacetevi anche che facciamo uso delle Lettere Pastorali del Santo Carlo Borromeo, illustrissimo Arcivescovo di Milano, pubblicate in lingua italiana, per comodo del suo popolo, una il 10 settembre 1574, l’anno prima del Giubileo celebrato da Gregorio XIII: “Dilettissimi figli, non è dunque da perdere l’occasione di tanto spirituale guadagno. Non vogliate, vi preghiamo, per timore e rispetto di un poco di fatica corporale, privarvi di tanto bene. Considerate la diligenza e la sollecitudine vostra negli acquisti e nei guadagni terreni, per i quali vi esponete a lunghi e pericolosi viaggi, né temete disagi ed incomodi, né vi spaventate della fatica che si presenta. Sforzatevi di fare per l’anima vostra quel che fate per il corpo, poiché per ricevere la remissione di un debito di cose temporali, molti di voi non temerebbero d’intraprendere un viaggio maggiore di questo, il quale vi serve per ricevere la remissione di tanti debiti spirituali. Dovete, figli amatissimi, per questa causa, la quale importa tanto all’anima vostra, muovervi con gran desiderio, e pietà veramente Cristiana, a fare questo santo pellegrinaggio, al quale vi accenderà anche sommamente l’esempio dell’antica devozione che in passato mostrarono i fedeli, Popoli e Principi“. – L’altra Lettera Pastorale fu pubblicata nel 1576, cioè l’anno dopo quello del Giubileo celebrato in Roma, allorché, secondo il solito, il Sommo Pontefice trasmise a Milano l’Indulgenza per coloro che non erano venuti a Roma l’anno precedente. Ecco le parole del Santo: “Sapete quanto abbiamo desiderato, l’anno passato, che non ci fosse nessuno di voi il quale, per qualsivoglia occupazione e impedimento, si scusasse di compiere quel santo viaggio di Roma, ma che tutti poteste andare ad arricchirvi spiritualmente e che faceste questo speciale riconoscimento verso la Santa Romana Chiesa, comune Madre nostra, andando di persona a ricevere di presenza queste sante benedizioni Apostoliche ed a visitare i Sacri Corpi dei gloriosi Apostoli San Pietro e San Paolo ed altre Sante Reliquie; a visitare quelle antiche e devote Chiese, quella Terra Santa, tutta cosparsa e consacrata col sangue d’innumerevoli Martiri, dove, per questo e per molti altri misteri e devotissime memorie, e per i favori speciali che Iddio fa a quel luogo dove ha collocato per sempre la Cattedra di San Pietro, l’infallibilità della Fede Cattolica, il magistero dei costumi cristiani, pare che la terra stessa, i muri sacri, gli Altari, le Chiese, i Cimiteri dei Martiri ed ogni cosa spiri devozione particolare, la quale tocca quasi sensibilmente chi visita quei santi luoghi con la necessaria disposizione. Pertanto vi abbiamo a ciò molte volte esortato con parole, eccitato con lettere ed infine invitato anche con l’esempio del viaggio nostro, riconoscendo nostro obbligo di andare avanti a voi e di esservi guida anche in questa occasione.

12. Qui pensavamo che potesse terminare questa nostra Lettera Enciclica, ma riconosciamo d’esserci ingannati. I Padri del Concilio Cabilonense secondo, tenuto l’anno 813 (Collezione d’Arduino, tomo 4, p 1039, can. 45), rappresentano alcuni inconvenienti che si erano verificati nei loro tempi e che purtroppo ancora oggi si potrebbero ripetere. “Coloro che col pretesto di pregare si recano incautamente in pellegrinaggio a Roma o a Tours o in qualche altro luogo – reca il Canone – commettono un grave errore. Vi sono Presbiteri, Diaconi e altri appartenenti al Clero che vivono disordinatamente e pensano in tal modo di emendarsi dai loro peccati e di adempiere al loro ministero se raggiungono i luoghi predetti. Vi sono nondimeno dei laici i quali credono di poter impunemente peccare o aver peccato in quanto frequentano questi luoghi. Sono talmente stolti da ritenere di purgarsi dei propri peccati con la sola visita ai luoghi santi. – Di altri disordini verificatisi nei secoli successivi parla l’Abate Alberto Stadense nella sua Cronaca: “A fatica vidi alcuni (o piuttosto mai) che tornassero migliori o da terre d’oltremare o dalle tombe dei Santi“.I Padri Cabilonensi non omettono d’indicare il rimedio. Ecco le loro parole: “Coloro che confessarono i loro peccati ai Sacerdoti delle loro Parrocchie e da questi ricevettero il consiglio di fare penitenza, se insistendo nelle preghiere, elargendo elemosine, migliorando la vita, regolando i costumi, desiderano visitare le tombe degli Apostoli o di Altri Santi, si deve mettere alla prova in tutti i modi la loro devozione“. L’Abate Stadense non nasconde i rimedi: “Ritengo che ciò dipenda dal fatto che i pellegrini non vanno né ritornano con la dovuta devozione; dovrebbero infatti partire con lo stesso pensiero come se stessero per emigrare da questa vita“. Noi mancheremmo al Nostro Apostolico ministero se, edotti di tale esempio, non operassimo per togliere di mezzo ogni male e per stabilire tutte quelle cose che sono necessarie per conseguire il frutto dell’Indulgenza.

13. Com’è noto ad ognuno, fra la pubblicazione della Bolla dell’Anno Santo che si fa in Roma ed il principio del Sacro Giubileo corre lo spazio di alcuni mesi, non aprendosi la Porta Santa, giusta l’antico stile, che nella vigilia del Natale dell’anno che precede l’Anno Santo. Non intendiamo perdere il suddetto tempo intermedio. Di esso Ci avvaliamo per far fare in varie parti della Città di Roma le Missioni, dell’utilità delle quali abbiamo abbastanza ragionato nei nostri Editti Pastorali dati alle stampe quando eravamo residenti nella nostra Chiesa Arcivescovile di Bologna, e che poi sono stati anche tradotti e pubblicati in lingua latina. Esortiamo i Missionari a spiegare al popolo in forma di Catechismo le verità cattoliche sulle sacre Indulgenze e sul Giubileo Universale, senza entrare in dispute particolari o di teologia polemica o di teologia morale. Al popolo fedele dovrà bastare di conoscere bene come avvalersi del Sacramento della Penitenza e come essere liberato della colpa e della pena eterna; ma non sempre, anzi rare volte, la pena temporale da soddisfare in questa vita o nell’altra del Purgatorio viene rimessa, come si vede nel sacro Concilio di Trento (can. 30 cap. 14, sess. 6) e nel can. 30 della stessa Sessione sotto il titolo De justificatione, secondo il quale si trova nella Chiesa un inesausto tesoro composto della sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi. La loro disponibilità è stata affidata da Gesù Cristo al suo Vicario in terra, che è il Romano Pontefice, il quale può farne più ristretta o più larga applicazione, concorrendovi giuste e legittime cause, a favore dei vivi attraverso l’assoluzione o a favore dei morti attraverso il suffragio, purché i primi abbiano conseguito con la penitenza la rimozione del peccato e della pena eterna, ed i secondi siano passati da questa all’altra vita in grazia del Signore. Detta applicazione, quella che chiamiamo Indulgenza, conseguita nelle dovute forme libera dalla pena temporale a misura della concessione e dell’applicazione che si fa da chi ha l’autorità di concedere, di dispensare e di applicare. Ciò si legge nelle Costituzioni dei Sommi Pontefici e nella famosa Decretale del nostro Predecessore Leone X al Cardinale Tommaso de Vio, detto Gaetano, quand’era Legato Apostolico in Germania: cioè essere molto utile al popolo Cristiano l’uso delle Indulgenze, e pertanto sono da colpire con anatema tutti coloro che osano dire che esse sono inutili o che la Chiesa non ha il potere di concederle, come si legge nel Sacro Concilio di Trento (sess. 25 nel Decreto De Indulgentiis):essere infine l’Indulgenza dell’Anno Santo Indulgenza Plenaria, e si distingue dalle altre Plenarie Indulgenze, anche date per modo di Giubileo, per la maggiore ampiezza che si dà ai Confessori di assolvere dai peccati e di sciogliere con la benignità delle dispense alcuni legami nei quali talvolta le coscienze si trovano irretite.

14. Tralasciando le altre Apostoliche Costituzioni dei Sommi Pontefici, ovvie per tutti, Noi citeremo quella promulgata da Leone X: “Con la presente Lettera ritenemmo di doverti dire che la Chiesa Romana (che le altre Chiese sono tenute a seguire come una Madre) raccomanda che il Romano Pontefice, detentore delle chiavi e successore di Pietro, Vicario in terra di Gesù Cristo, col potere delle chiavi che hanno facoltà di aprire il Regno dei Cieli, togliendo nei fedeli di Cristo ogni impedimento, cioè la colpa e la pena dovuta per i peccati attuali: la colpa mediante il Sacramento della Penitenza, la pena temporale per i peccati attuali (dovuta secondo la giustizia Divina) mediante l’Indulgenza Ecclesiastica possa per motivi ragionevoli concedere l’Indulgenza agli stessi Cristiani (che per vincolo di carità sono membra di Cristo), sia che essi si trovino in questa vita, sia in Purgatorio, per la sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi, tanto a beneficio dei vivi, quanto a pro dei defunti. Con Apostolica autorità, concedendo l’Indulgenza, può dispensare il tesoro dei meriti di Gesù Cristo e dei Santi; può applicare l’Indulgenza in forma di assoluzione o trasferirla ai defunti in forma di suffragio; perciò tutti i vivi e i defunti che avranno veramente conseguito tutte le Indulgenze in tal modo, saranno liberati da tanta pena temporale (dovuta per i loro peccati attuali, secondo la giustizia Divina) quanta equivale alla concessa e acquisita Indulgenza. Pertanto, con autorità Apostolica, decidemmo che tutti debbano così regolarsi e predicare.

15. Ciò può bastare per il popolo, per quel tanto che deve sapere in materia di Indulgenze. Ma affinché si prepari a conseguirne il frutto, è necessario che i Missionari vadano oltre. Animati di zelo Apostolico, inveiscano contro le corruttele del secolo purtroppo pubbliche e notorie, memori delle parole d’Isaia: “Grida, non smettere; esalta la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo le sue scelleratezze e alla stirpe di Giacobbe i suoi peccati” (Is 58,1). Predichino la necessità della Penitenza, la perdita irreparabile dell’anima se non fanno penitenza dei loro peccati, tenendo presenti le parole di Gesù Cristo in San Luca: “Se non farete penitenza, perirete tutti insieme” (Lc 13,5). Entrino mallevadori della Divina misericordia a favore di coloro che abbandoneranno le antiche costumanze di vita, e si faranno un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Abbiano davanti agli occhi le parole del Signore in Ezechiele: “Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità e sarete senza peccato in morte. Ripudiate le prevaricazioni nelle quali siete incorsi e rinnovatevi nel cuore e nello spirito, perché – dice il Signore Iddio – non voglio la morte del morente; ritornate e vivete” (Ez 18,30-32); e: “Io vivo – dice il Signore Iddio – non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio abbandoni la sua strada, e viva” (Ez 33,11).

16. Dalla virtù della Penitenza i Missionari passino al Sacramento, e coni più fervidi inviti non cessino d’indurre chi li ascolta a prepararsi all’Anno Santo con una fruttuosa Confessione. S’insegni a farla bene; si faccia vedere la necessità di confessare le passate malefatte; si adopri ogni diligenza per indurre anche chi non pensa d’avere necessità di confessare le antiche colpe, a farne una generale. “Non sia lecito confessare una seconda volta gli stessi peccati per necessità, tuttavia consideriamo salutare che sia ripetuta la Confessione degli stessi peccati per vergogna, che è gran parte della Penitenza“: sono parole del nostro Predecessore Benedetto XI nella sua Decretale Inter cunctas, de privilegiis, riferite fra le Stravaganti comuni. – Il grande San Carlo Borromeo nei Moniti ai Confessori, che il Nostro Predecessore fece ristampare in Roma per regola e norma dei Confessori, così scrisse: “I Confessori, a seconda del carattere di ciascuna persona e in tempo e luogo opportuno, esortino i penitenti ad una Confessione generale, in modo che attraverso di essa tutta la vita trascorsa si presenti davanti ai loro occhi e con maggiore alacrità ritornino al Signore e si emendino di tutti gli errori in cui potessero essere incorsi in precedenti Confessioni“.

17. Dell’utilità delle predette Confessioni generali parla pure San Francesco di Sales in molti passi delle sue Opere; assai conforme alla sua dolcezza è quello che si legge nella lettera, scritta ad una dama vedova,: “Mi scrive vostro Padre; poiché mi chiede di scrivervi qualche cosa per la salute della sua anima, io lo faccio con molta facilità, forse eccessiva. Il mio consiglio si riduce a due punti: uno, che faccia una Penitenza generale. Questa è una cosa senza la quale nessun uomo d’onore deve morire. L’altro, che a poco a poco si vada distaccando dalle passioni del mondo” (tomo I, ed. parigina del 1669, p. 914, n. 6). – Nella Vita di San Vincenzo de’ Paoli, fondatore della Congregazione della Missione, scritta in italiano, si discorre a lungo del frutto che dalle Confessioni generali si ricava nelle Missioni. Perciò nelle Regole di detto Istituto, approvate dalla Santa Sede, fra gli altri Ministeri si annovera quello delle Confessioni: “Convincere e accogliere le Confessioni generali di tutta la vita trascorsa“. Il Pontefice Urbano VIII, nella sua Bolla Salvatoris nostri con la quale approvò l’Istituto di detta Congregazione, a proposito delle Confessioni generali così aggiunge: “Dal pieno successo di esse appare evidente che questo pio Istituto è graditissimo a Dio, utilissimo agli uomini e assolutamente necessario; in forza di esso, infatti, sebbene da non molto tempo, il raro uso delle Confessioni Sacramentali, anche generali, e della Santissima Eucaristia si è fatto frequente, per grazia di Dio“. – A proposito della preparazione all’Anno Santo, il Nostro Predecessore Innocenzo XII, nella Istruzione che pubblicò dopo l’indizione, riflettendo sui difetti che possono essere occorsi ai penitenti nelle precedenti Confessioni, esortò con le seguenti parole chi pensava di venire a Roma per conseguire l’Indulgenza: “Prima della partenza faccia una valida Confessione generale; si esorti a praticarla in questa occasione per supplire ai difetti che forse può aver commessi nelle precedenti Confessioni“. È convinzione comune dei direttori delle coscienze che la Confessione generale sia molto utile, perché rappresenta l’uomo a se stesso, affinché si umilii; produce un maggior orrore del peccato; procura nuove forze per superare le tentazioni; porta una soavissima pace e tranquillità di coscienza; supplisce a quanto talvolta mancò nelle passate Confessioni.

18. Non ignoriamo che, dovendosi fare semplici ed ordinarie Confessioni, o dovendosi ripetere quelle fatte male, o dovendosi fare Confessioni generali, se le Confessioni non sono ricevute ed intese da Confessori che siano uomini virtuosi, esperti e preparati nelle vere massime della Chiesa, non se ne ricaverà quel frutto che sommamente si desidera. Per tutto il tempo in cui siamo stati alla testa della Chiesa arcivescovile di Bologna, non abbiamo concesso a nessuno la facoltà di confessare se non dopo averlo esaminato Noi stessi, o fatto esaminare da altri alla Nostra presenza, per aver cognizione della sua perizia e dei suoi costumi; né abbiamo mai concesso licenza illimitata di confessare, ma limitata a tempo breve, affinché gli esaminati ed approvati una volta dovessero di nuovo tornare sotto il nostro esame, o da farsi di nuovo alla nostra presenza; il che, quanto era scomodo ai Confessori altrettanto era utile alla buona salute delle anime. Ora che siamo oppressi dal grave peso della Chiesa universale, siamo obbligati ad affidare l’esame dei Confessori di questa Nostra Città di Roma ad altri, che confidiamo non manchino al loro dovere e alla necessaria diligenza. Soltanto una volta all’anno, quando è vicina la Quaresima, non tralasciamo di esprimere i Nostri sentimenti ai Predicatori ed ai Parroci convocati al Nostro cospetto su tutto ciò che crediamo opportuno e necessario per la salute delle anime. Ora poi, che è imminente l’Anno Santo, chiamiamo davanti a Noi tutti i Confessori: ad essi, con tutto lo spirito e con tutta l’energia che abbiamo, inculchiamo le massime seguenti.

19. La prima: che verranno meno al loro dovere, anzi incorreranno in un grave peccato di omissione, coloro che mettendosi a sedere nel Tribunale della Penitenza, senza alcun commento e finita l’esposizione dei peccati, pronunciano l’assoluzione: ciò è troppo contrario alla condotta di un medico esperto, a cui il Confessore viene assomigliato, che deve infondere sulle ferite vino ed olio; deve investigare le circostanze del peccato e del peccatore per potergli dare un opportuno consiglio, in base al quale riceva e consegua la salute dell’anima. “Il Sacerdote sia poi discreto e cauto, così che simile a perito Medico asperga olio e vino sulle ferite altrui, indagando attentamente sulle condizioni del peccatore e del peccato, in modo che saggiamente comprenda quale consiglio dare e quale rimedio debba adottare, facendo diversi tentativi di risanare il malato“: sono parole d’Innocenzo III, Nostro gran Predecessore, nel Concilio generale Lateranense, cap. Omnis utriusque sexus, de paenitentiis et remissionibus.

Il Rituale Romano, confermato con Apostolica Costituzione dall’altro Nostro Predecessore Paolo V sotto il titolo De Sacramento Pænitentiæ, concorda con le parole: “Se il penitente non avrà dichiarato il numero, la specie e le circostanze dei peccati, sia accortamente interrogato dal SacerdoteSe il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa, o perché volontariamente inganna se stesso e si lusinga che ciò facendo non commette peccato, il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza. Così si esprime San Bernardino da Siena (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167) quando propone la questione “Se il Confessore sia tenuto diligentemente a perseguire ed esaminare la coscienza del peccatoreEgli risponde di sì, e dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna“, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “Nel caso in cui i peccatori ignorino le cose che appartengono a Dio: perciò se il Confessore avrà udito qualche voce sul penitente o ne verrà a sapere per qualche fondata congettura, dovrà richiamare ciò alla memoria del penitente, dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa.

20. La materia è ovvia anche per i Teologi, come si può vedere nei libri di coloro che certamente non possono essere annoverati nel numero dei troppo rigidi. Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio. – Fra gli autori Domenicani, o seguaci della dottrina di San Tommaso, si può consultare il Soto In quartum Sententiarum (dist. 18, qu. 2, tit. 4); il Silvio In tertiam partem D. Thomae (tomo 4, qu. 9, art. 2, quaest. 7.) Tra i Francescani, seguaci della dottrina di Scoto: il Cardinale de Laurea In quartum librum Sententiarum (tomo 2, De Sacramento Paenitentiae, disp. 21, art. 3, n. 64 e ss.). Fra i Padri della Compagnia di Gesù: il Suarez (in 3, art., D. Thomae,disp. 32, sect. 3 e 4, tomo 4), Teofilo Raynaudo (tomo 16, Heteroclit, Spiritual.,punt. 9, n. 4), Gabriele Antonio (Tractatus de Pænitentia,art. 3, quæst 3). Il Cardinale de Lugo (De Sacramento Pænitentiæ, disp. 22, sess. 2), inveisce con molto zelo contro i Confessori dei Vescovi e dei Principi, che non parlano dei loro pubblici errori, tuttavia i Confessori tacciono, non ammoniscono e danno loro l’assoluzione: “Preciso inoltre che cosa si debba dire dell’obbligo che hanno i Confessori di Prelati, Principi, Governatori e simili, quando vedono o sanno che questi non pagano realmente il loro debito attinente al cumulo dei benefici, all’elezione dei Ministri, al governo dei Sudditi, alle elemosine da farsi con il superfluo delle rendite ecclesiastiche, e ad altre simili questioni. In proposito occorre notare che raramente vengono raggiunti, perché la relativa ignoranza non reca scandalo nei Sudditi, i quali facilmente ritengono lecite le azioni che vedono fare da Prelati e Principi e che non generano con certezza danno comune. Pertanto il Confessore è regolarmente tenuto ad ammonire il Penitente, chiunque egli sia, circa il suo obbligo; né adempie al proprio dovere assolvendo dai peccati che il Penitente dichiara, ma piuttosto assume sulle proprie spalle i peccati e gli errori che il Penitente dissimula: quando un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nell’eterna fossa. Conseguentemente se il Confessore avrà timore della faccia del potente, non assuma l’incarico di Pastore, ma modestamente se ne sottragga come persona poco adatta a portare quel pesoQuesto saggio insegnamento del Cardinale de Lugo non deve essere ristretto ai soli Confessori dei Vescovi, dei Prelati, dei Principi, ma con eguale ragione deve estendersi a tutti coloro che ascoltano i Penitenti, la vita pubblica dei quali non è disgiunta da qualche prossima occasione di peccato, se non proprio negli atti esterni, almeno rispetto ai pravi desideri e ai capricciosi piaceri che improntano la loro vitae dei quali non si accusano.

21. La seconda cosa è che accade spesso che il Confessore, nel suo ministero di confessare, ascolti dal Penitente qualcosa che necessiti di approfondimento; non tiri ad indovinare, ma prima di rispondere prenda tempo e consiglio. Sarebbe desiderabile che ogni Confessore risplendesse di quella dottrina che chiamano eminente, tuttavia è assolutamente necessario che almeno abbia una dottrina competente e sufficiente. Forse non si può sperare di più, dato che la Teologia Morale comprende tante e tali questioni che dipendono dalla conoscenza dei Canoni e delle Costituzioni Apostoliche: è moralmente impossibile che un uomo abbia presente tutto e possa, come suol dirsi, rispondere, seduta stante, a tutto, senza aver bisogno di ricorrere ai libri, come fa chi possiede una dottrina solo sufficiente. – Ciò avverte il Nostro Predecessore Innocenzo IV In commentariis (cap. Cum in cunctis, n. 2, tit. “De electione et electi potestate”)quando scrive: “Consideriamo eccelso quel sapere che sa discutere e definire sottili questioni e trova immediate risposte; è di mediocre intelligenza colui che in qualche modo sa esaminare le questioni, sebbene non sappia poi rispondere a tutte, e colui che sa cercare nei libri quelle verità che è tenuto a conoscere ma che non ha immediatamente chiare. – Perciò il Confessore è costretto nelle questioni dubbie o in quelle delle quali non ha notizia a ricorrere ai libri. Ma non diremo cosa nuova se diremo che nel gran numero degli Scrittori ci sono alcuni che pensano e scrivono in un modo che è del tutto estraneo alla semplicità Evangelica e della dottrina dei Padri. “Molte opinioni tendono ad allentare la disciplina Cristiana e a recar danno alle anime, in parte recuperando antiche dottrine, in parte prospettandone di nuove, in modo da accrescere ogni giorno di più quella estrema licenza di menti dissolute, per cui nelle questioni che riguardano la coscienza ha fatto irruzione un modo di pensare del tutto alieno dalla semplicità Evangelica e dalla dottrina dei Santi Padri. Se in pratica i fedeli seguissero quella licenza come giusta regola, ne deriverebbe una vasta degradazione della vita Cristiana“: sono parole del Nostro Predecessore Alessandro VII, nel suo Decreto del 7 settembre 1665. – Ma senza entrare in alcun dettaglio e nelle inestricabili questioni che si potrebbero sollevare sul credito da attribuire agli autori e alle loro dottrine, ci accontenteremo di dire che il buon Confessore nelle materie dubbie non deve fidarsi della sua privata opinione, ma prima di rispondere non si accontenti di vedere un solo libro, ma ne veda molti: fra questi veda i più rispettabili e poi adotti quella decisione che vedrà più avallata dalla ragione e dall’autorità. Così ci spiegammo nella Nostra Enciclica sopra le usure (che è la n. 143 nel tomo I del Nostro Bollario, par. 8): “Non si richiamino troppo alle loro private opinioni, ma prima di dare una risposta esaminino molti Scrittori fra i più lodati, e quindi ne traggano quei brani che ritengono siano avvalorati vuoi dalla ragione, vuoi dall’autoritàCosì ora ripetiamo, dato che la massima non deve essere ristretta alla sola materia delle usure, ma deve estendersi ad ogni altra cosa che appartenga al foro Sacramentale ed alle regole della coscienza.

22. La terza tiene sempre presente la massima del venerabile Cardinale Bellarmino, secondo la quale “non vi sarebbe tanta inclinazione al peccato se non ci fosse tanta facilità di assolverlo“, nonché le proposizioni condannate dai Nostri Predecessori e particolarmente dal Pontefice Innocenzo XI il 2 marzo 1679, e fra queste la n. 60 e le tre successive relative alla decisione di concedere, negare o differire l’assoluzione. “Veda attentamente il Sacerdote quando e a chi sia da concedere, da negare o da differire l’assoluzione, per non assolvere coloro che di tale beneficio sono immeritevoli, come sono coloro che non danno alcun segno di contrizione, che non vogliono deporre odi e inimicizie, o restituire, potendo, le cose altrui, o sottrarsi ad una prossima occasione di peccato e trasformare in meglio la loro vita; per non assolvere coloro che diedero pubblico scandalo, se non faranno pubblica ammenda e rimuoveranno lo scandalo“: non sono parole dei rigoristi, ma del Rituale Romano. Con l’avvertenza, inoltre, che, negando, o differendo o concedendo l’assoluzione, i Confessori non trascurino di far conoscere ai Penitenti, con ogni maggior garbo e carità, le ragioni del loro operare, indirizzato unicamente alla salute delle loro Anime, invitandoli a ritornare ed a compiere, prima di ritornare, quanto debbono al fine di potere ottenere poi l’assoluzione che è stata loro negata o differita. Concedendo poi l’assoluzione, particolarmente a persone che raramente si confessano o che vengono al Tribunale della Penitenza cariche di peccati, i Confessori non tralascino d’ammonirle e di far conoscere loro lo stato miserevole nel quale si erano ridotte per i loro peccati, la turpitudine dei medesimi, eccitando i Penitenti ad un vero dolore e ad un vero proposito di astenersi in futuro dai peccati. Le serie e sagge ammonizioni del Confessore nel Tribunale della Penitenza sappiano essere più opportune e benefiche di quelle che – quanto all’effetto – sono le prediche degli zelanti sacri Oratori, in quanto chi le ascolta per lo più riferisce le loro forti invettive agli altri e non a sé; il che certamente non può accadere per le serie ammonizioni dei Confessori, che parlano a tu per tu col Penitente e dopo che questi ha confessato le proprie colpe. Qualora si dicesse che ciò è impraticabile per la gran folla dei Penitenti, si risponde con le celebri parole di San Francesco Saverio, riferite dal Padre Tursellino nel libroRiteneva che ai Penitenti si dovesse non già un frettoloso, ma un diligente servizio, consigliando loro di preferire poche Confessioni fatte nel modo dovuto piuttosto che molte compiute sconsideratamente e in modo affrettato” (Vita, cap. 17, n. 6).

23. La quarta riguarda l’ultima parte del Sacramento della Penitenza, la Soddisfazione, quantunque la Santa Madre Chiesa, compatendo l’umana fiacchezza, abbia ammorbidito l’antico rigore e sia receduta dall’uso degli antichi Canoni Penitenziali, come leggiamo nei Canones Fraternitatis, dis. 34: “Questa epoca di decadenza, nella quale deperirono non solo le qualità morali, ma anche i corpi, non consente che persista una rigorosa censura su tuttoDa ciò però non deriva che nell’imporre la Soddisfazione i Confessori possano comportarsi a capriccio, essendo obbligati anche in questa materia a regolarsi con giustizia, prudenza ed equità. “Nell’assegnare la Penitenza i Sacerdoti non devono decidere nulla a proprio arbitrio, ma dovranno orientare ogni cosa secondo giustizia, prudenza e pietà“, come si legge nel Catechismo Romano ai Parroci, redatto per ordine del Concilio di Trento e pubblicato dal Nostro Predecessore San Pio V sotto il titolo De Paenitentia. Tale salutare prescrizione si legge nel cap. 8, sess. 14: “I Sacerdoti del Signore, secondo quanto avranno suggerito l’ispirazione e la prudenza, devono imporre salutari e adeguate penitenze, conformi alla qualità delle colpe e alla capacità dei Penitenti, in modo che se per caso sono conniventi con gli stessi peccati e potrebbero agire con troppa indulgenza verso i Penitenti, non diventino partecipi degli altrui peccati imponendo una lieve penitenza per colpe gravissime. Facciano dunque attenzione a che la penitenza imposta non sia soltanto presidi o per una nuova vita e farmaco d’infermità, ma anche una mortificazione e una vendetta contro i trascorsi peccati. Infatti le chiavi dei Sacerdoti sono state concesse non soltanto per assolvere, ma anche per legare: questo credono e insegnano gli antichi PadriPer indurre i Penitenti ad accettare volentieri la sanzione che i Confessori impongono loro in proporzione delle colpe commesse, può contribuire la conoscenza che gli stessi Confessori hanno degli antichi Canoni Penitenziali, non già per irrogare oggi ai Peccatori quelle Soddisfazioni che in passato erano state stabilite, ma per far comprendere loro la gravità del peccato, in modo che accettino di buon grado la pena imposta, ancorché l’avessero ritenuta onerosa. Potranno così paragonarla con quella che per gli stessi peccati sarebbe stata inflitta loro se fossero stati vivi e si fossero confessati nel tempo in cui erano in vigore i Canoni Penitenziali, e non avessero avuto la sorte di vivere nei tempi presenti, nei quali la Chiesa ha benevolmente concesso di abbandonare l’antico rigore Canonico.

Così pensano tanti pii e dotti Autori, da Noi raccolti nel Nostro Tractatus de Synodo (lib. 7, cap. 62), che qui non riteniamo necessario ripetere. Aggiungeremo soltanto che i Penitenti di oggi non sono simili alla celebre Imperatrice Agnese che, venuta a visitare i sepolcri dei Santi Apostoli, fece la propria Confessione generale al Beato Cardinale Pietro Damiano, senza che il probo e dottissimo Confessore fosse in grado, dopo averla sentita, d’imporle alcuna penitenza.

24. Il fatto è riferito dallo stesso Beato Pietro Damiano: “Ma affinché coloro che convengono ai Sepolcri degli Apostoli imitino proficuamente l’esempio della tua santa devozione, mi facesti sedere davanti al Sacro Altare, per arcano suggerimento del Beato Pietro, e con lamentevoli gemiti e amari sospiri cominciasti fin dalla tenera età, a cinque anni, appena svezzata; e come se colà il Beato Apostolo sedesse in carne ed ossa, tutto ciò che di sottile e di minuto poté far correre un brivido nelle viscere della tua umanità, tutto ciò che di vano passa nei pensieri, tutto ciò che inoltre poté insinuarsi in un discorso superfluo, è stato esposto in fedeli relazioni; perciò mi parve di non dovere aggiungere nessun altro onere di penitenza a chi si confessa, se non per ripetergli l’elogio del divino lascito: fa’ come fai, opera come operi; non porrò sopra di voi altro peso purché conserviate quello che avete (Ap 2). Infatti, Dio mi è testimone, non ho fissato alcun giorno di digiuno o di qualsivoglia afflizione, ma ho ordinato che tu perseverassi soltanto nelle sante opere intraprese” (San Pier Damiani, Opere, opusc. 56, tomo 3, cap. 5, ed. Parigi, p. 432).

25. Al contrario, oggidì si trovano qua e là dei Peccatori (fra i quali ci troviamo Noi stessi e forse altri del tempo del Beato Pietro Damiano) che non solo nelle Confessioni generali, ma anche in quelle correnti e spesso ripetute nel corso dell’anno, si ritrovano rei di peccati gravi; accostandosi al Tribunale della Penitenza, meritano che s’impongano loro sanzioni del peso e dell’importanza sopra indicati dai Canoni del Concilio di Trento, tanto più che poco o nulla di bene – vivendo come si vive – si va facendo, se talvolta oppressi dalle disgrazie i Peccatori non le sopportano con la dovuta pazienza. In tal modo restano senza il frutto delle preghiere della Chiesa, che per bocca del Sacerdote nella stessa Confessione domanda al grande Iddio: “Qualunque cosa buona tu avrai fatto o qualunque cosa cattiva avrai sopportato con pazienza, sia per te motivo di remissione dei peccati, di aumento della grazia e premio di vita eterna“.

26. Ed eccotie sposto, Venerabile Fratello, quanto andiamo facendo e andiamo disponendo affinché gli abitanti di questa Nostra Città si preparino a godere i frutti spirituali dell’Anno Santo. Invitiamo pure te a fare lo stesso nella tua Città e nella tua Diocesi, affinché coloro che intraprenderanno nel prossimo anno il sacro Pellegrinaggio alla volta di questa Città conseguano in abbondanza i beni celesti. Ciò è conforme a quanto fu stabilito dal Concilio Bituricense l’anno 1584 (nel can. 2, tomo 10, p. 1466 e ss.) della Collezione dell’Arduino: “Siano premuniti con una doverosa Confessione dei peccati e con il Sacramento dell’Eucaristia coloro che si recano in Pellegrinaggio nei luoghi sacri, prima che si mettano in cammino“. Su ciò concorda il Nostro Predecessore Innocenzo XII nella Indizione del Giubileo dell’anno 1700, quando suggerisce innanzi tutto una salutare espiazione dei peccati e così si esprime: “Santificatevi, Figli carissimi, e offrite il vostro cuore al Signore. Purificatevi, siate mondi, sottraete agli occhi di Dio il male dei vostri pensieri, e rinnovati nello spirito della vostra mente insistete nelle orazioni, praticate i digiuni, elargite elemosine“. E affinché qualcuno non avesse a credere che le sue parole si rivolgessero soltanto a coloro che erano in Roma, aggiunse provvidamente le seguenti, che senza dubbio si rivolgono anche a coloro che non sono ancora partiti dai loro paesi, ma pensano di farlo e di venire a Roma per l’Anno Santo: “Educati al decoro della vita Cristiana e protetti dal baluardo delle virtù, con pia sollecitudine d’animo accostatevi fiduciosamente a questa santa terrena Città di Dio, come ad un Trono di grazia, affinché possiate ottenere misericordia“.

27. Venendo Tu a Roma, quando lo permetta il Tuo impegno Pastorale, confidiamo per certo che sia per il viaggio, sia per la dimora nella Città prenderai a norma la condotta che tenne durante il viaggio, e a Roma, San Carlo Borromeo in occasione dell’Anno Santo 1575. Il tutto è descritto dal Vescovo di Novara nel lib. 3 della vita e delle opere di San Carlo. Se i Tuoi Diocesani partiranno dalla tua patria, come Noi desideriamo che partano e come poc’anzi abbiamo suggerito, fondatamente speriamo che non avranno molto da preoccuparsi i Governatori dei luoghi per i quali passeranno, affinché non si verifichino quei malie quei disordini che in altri tempi sono stati cagione delle requisitorie contro i sacri Pellegrinaggi. Una volta che siano giunti a Roma, cureremo in ogni modo affinché conducano una vita onesta e morigerata, adempiano in modo esemplare le opere prescritte, visitino le Basiliche e compiano i vari atti della Cristiana penitenza. – Chiamiamo Dio a testimonio della ardentissima volontà che abbiamo di fare in modo che tutti ritornino alle loro case edificati della santa esperienza Romana, saldi nella Fede, fervidi nella virtù e confermati nella devozione alla Sede Apostolica. Ciò sommamente desiderò il Nostro Predecessore e concittadino Gregorio XIII nella celebrazione dell’Anno Santo, come si legge nei suoi Annali (lib. 3, cap. 24). Con tali norme, che raccomandiamo con l’aiuto di Dio, al quale affidiamo tutta la vicenda con umilissime preghiere, abbiamo fiducia che ritornati in patria non saranno sottoposti alla taccia che diede San Girolamo a coloro che venivano dal Pellegrinaggio di Gerusalemme nella sua epistola 58 Ad Paulinum (Opere, stampate a Verona, tomo I, p. 318): “È da lodarsi non l’essere stato a Gerusalemme, ma l’aver vissuto degnamente a Gerusalemme“.

28. Durante l’intiero anno del Giubileo saranno disponibili in Roma i Penitenzieri e i Confessori, come sopra abbiamo detto, muniti delle necessarie facoltà per ascoltare le Confessioni, per dare le dovute Assoluzioni e Dispense, tanto a coloro che abitano in questa Città, quanto agli altri che verranno da fuori per conseguire le ricchezze spirituali dell’Anno Santo. Nello stesso tempo non mancheranno i Predicatori della Parola Divina. Noi stessi parleremo, ed altri da Noi designati parleranno per lo stesso fine; tuttavia le controversie teologiche che riguardano esclusivamente la disputa delle scuole verranno escluse. Quando Noi parleremo, o parleranno altri per Nostro incarico, non tralasceremo di far capire l’importanza della clausola che è nella Nostra Bolla “Ai fedeli Penitenti, e a quanti confessati e nutriti della Santa Comunione“. Faremo altresì conoscere con i fatti quanto sia infondata l’asserzione di chi, vivendo fuori della Comunione Cattolica, va affermando che l’Indulgenza sfianca e vanifica la Penitenza. E per non mostrarci eccessivamente fautori di chi afferma che i nostri ragionamenti e quelli che si faranno d’ordine Nostro sono troppo rigoristi, pensiamo di uniformarci a quanto scrisse all’inizio del Giubileo il celebre Padre Bourdaloue della Compagnia di Gesù (Sermoni, tomo 2, p. 517 e ss., seconda ed. di Parigi del 1709). – Quando eravamo a Bologna ed andavamo pubblicando di tratto in tratto le Nostre Istruzioni (che poi sono state raccolte in più volumi e recentemente sono state tradotte dall’italiano in latino in un solo volume in folio), nell’Istruzione 12 (tomo 3 dell’edizione italiana, che è la 53 nell’edizione latina), senza voler entrare nelle dispute teologiche, in occasione di una Indulgenza plenaria pubblicata dal Nostro Predecessore Clemente XII, invitammo ed esortammo i Nostri Diocesani ad aggiungere altre opere buone ed a compiere altri degni frutti di penitenza. Ad essi proponemmo il celebre insegnamento del Venerabile Cardinale Bellarmino, dal suo trattato De Indulgentiis (lib. I, cap. 12, § Ad tertium, tomo 2 delle Controversie)I virtuosi Cristiani ricevono le Indulgenze Pontificie in modo che ad un tempo cerchino di cogliere i degni frutti della Penitenza e di risarcire Dio dei loro peccati“. – Ad essi segnalai altresì quanto scrisse il Cardinale Pallavicino nella sua Storia del Concilio Tridentino (lib. 24, cap. 12, n. 6), cioè non essere vero che per le Indulgenze i Cristiani si rendono neghittosi nel soddisfare a Dio per le colpe commesse, in quanto, rimanendo sempre incerti se l’Indulgenza sia stata effettivamente acquisita, resta in molti lo stimolo di assicurarsela con nuovo costante impegno di opere salutari e penitenziali. D’altra parte le disposizioni per conseguire le Indulgenze con l’esercizio di opere buone accrescono la devozione e inducono a compierne altre, come dimostra l’esperienza quotidiana. – Bonifacio VIII prescrisse la devota visita delle Chiese ai Forestieri per 15 volte, ed ai Romani per 30 volte, come opera necessaria per conseguire la piena Indulgenza dell’Anno Santo, ma non omise d’inserire nella sua straordinaria antiquorum de pænitentiis et remissionibus, fra le benemerenze particolari: “Ciascuno tuttavia meriterà di più e conseguirà più efficacemente l’Indulgenza se visiterà le stesse Basiliche più volte e con la massima devozione“. Ciò senza dubbio porta un invito ed un’esortazione simili alle Nostre: oltre le opere prescritte, i Cristiani si sforzino di aggiungere altre opere meritorie, in conformità con lo spirito della Chiesa. Lo stesso viene pure indicato dall’antica formula di cui si sono serviti i Nostri Predecessori e di cui Noi ci serviamo ogniqualvolta si dà la solenne Benedizione al popolo, dopo la quale si concede l’Indulgenza plenaria; si prega Dio affinché conceda non solo “perseveranza nelle buone opere ma un cuore sempre penitente“:come a dire, un cuore sempre preparato ad aggiungere nuovi atti di penitenza per i peccati già commessi, ancorché possa lecitamente credere di esserne stato assolto nel Sacramento della Penitenza, quanto alla colpa ed alla pena eterna, e di esserne stato liberato quanto alla pena temporale per l’efficacia dell’Indulgenza plenaria.

29. Nelle Vite dei Nostri Predecessori Zaccaria e Pasquale, come si legge nella traduzione di Anastasio, si apprende che vicino al Vaticano erano stati eretti alcuni edifici, nei quali si accoglievano e si soccorrevano i pellegrini che venivano a visitare i Sepolcri degli Apostoli. Tali edifici sono stati rovinati e atterrati dalle disgrazie e dall’ingiuria degli uomini, ma la pietà dei Romani non ha tralasciato di aprirne molti altri in vari luoghi della Città, nei quali in ogni tempo, ma particolarmente nell’Anno Santo, si ricevono i poveri pellegrini che vengono a visitare i Sepolcri degli Apostoli per conseguire le sante Indulgenze. In tali locali essi sono trattati bene ed anche indirizzati alle opere buone da pii Sacerdoti.

Ecco quanto dovevamo comunicarti. Con pienezza di cuore impartiamo a Te e al gregge affidato alla Tua cura l’Apostolica Benedizione.

Da Castel Gandolfo, il 26 giugno 1749, anno nono del Nostro Pontificato.