LO SCUDO DELLA FEDE (192)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXVIII)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO QUINTO

I NOVISSIMI

III. — L’Inferno.

D. L’inferno è lo scandalo.

R. Io non ti nasconderò la mia emozione, nel momento di parlartene con una sincerità completa. Vi son qui dei profondi misteri. Ma oso domandarti di non fissare il tuo giudizio sulle mie parole prima d’aver letto tutto quello che segue.

D. L’inferno non sarebbe uno spauracchio leggendario, un mito?

R. L’inferno non è un mito; esso figura nel Vangelo in termini formali, e la sua affermazione fa parte integrante del deposito della fede. Ciò che è esatto si è che talvolta le nostre immaginazioni se lo figurano, è vero, sotto forme inevitabilmente mitiche, più che di ragione, come ne fanno testimonianza tanti quadri dei quali il poema di Dante fu il principio.

D. Tu ripudi le immagini del Fiorentino, quelle delle cattedrali gotiche, quelle dell’Angelico, di Michelangelo, del Tiepolo, di Giovanni Goujon, e di tanti altri?

R. Io le ammetto per quello che sono: immagini, vale a dire figurazioni simboliche, che bisogna guardarsi dal prendere alla lettera, e che converrebbe oggi sostituire, perché esse si allontanano troppo dalla realtà supponibile, e traviano la mente.

D. Ad ogni modo tu mantieni la realtà dell’inferno?

E. Io la mantengo con la fede cattolica, e aggiungo che essa risponde a una necessità del piano universale così come ne abbiamo tracciato il disegno. L’inferno è una conseguenza terribilmente logica di ciò stesso che esalta le nostre speranze, se la speranza sbaglia la sua strada.

D. In che consiste questa necessità di piano?

R. Non vi è che un Dio, non vi è che un Salvatore; non vi è che una sorgente di vita e di salute; e noi abbiamo veduto che è possibile attaccarvisi in più modi; ma evidentemente chi se ne distacca si perde.

D. Perdersi, cioè non fare capo là dove uno si spinge, è andare all’inferno?

E. Sì; perché riguardo all’essenziale non vi è stato neutro. Chi non entra nell’ordine offende l’ordine. Chi non vuole Dio offende Dio di un’offesa infinita per il suo oggetto, per l’infinita bontà che lo propone, per le tenere industrie e la pazienza che lo mettono e lo mantengono a disposizione della nostra libertà. Onde Gesù disse: « Chi non è con me è contro di me», e nei due casi la situazione sviluppa tutte le sue conseguenze,

D. Quali conseguenze?

R. Colui che offende l’ordine col peccato dev’essere ricondotto all’ordine con la pena. Colui che respinge Dio deve sentire l’abbandono di Dio. Avendo sdegnato l’amore, il peccatore deve vedere la giustizia adoperarsi a vendicare l’amore.

D. Quale ordine può turbare un piccolo peccatore?

R. Fortunatamente nessuno, alla fine dei conti; ma quello che il peccatore non può effettuare, in realtà lo tenta; non potendo turbare l’ordine eterno, egli lo offende, e se l’ordine non è turbato, ciò avviene a questa condizione che vi sia contro di lui una reazione compensatrice. « La pena è l’ordine del delitto » (S. AGOSTINO).

D. Il peccatore non è libero, nell’universo?

R. Il peccatore è libero d’impegnare la lotta contro l’ordine, ma non di vincerlo. Nella sua totalità eterna, l’ordine è divino; esso resiste, e contro di esso è solo possibile stritolarsi. Non abbiamo detto e non sostieni tu stesso che Dio è tutto essere, tutto potenza, tutto azione? Che se, per un miracolo, Egli poté fare degli esseri capaci tuttavia di fare qualche cosa che loro appartenesse, perciò di ubbidirgli o di urtare i suoi voleri, è giocoforza — sotto pena che qualche azione sfugga all’Azione e qualche essere all’Essere — che al di là di questa azione creata, si ritrovi l’azione di Dio, per ricondurre al suo proprio ordine, per approvazione o per costringimento, quello che lui stesso non ha fatto.

D. Se l’ordine è divino, esso ha dell’indulgenza.

R. L’indulgenza ci attende, e, appena vi acconsentiamo, essa ci ripara; ma, in difetto del peccatore impenitente, non deve essa riparare anche l’ordine eterno che egli ha compromesso?

D. Non capisco bene questa bilancia compensatoria, che pare volere equilibrare un male con un altro.

R. Il peccato è un male; la pena è un altro male; ma che il peccato sia riparato dalla pena, è un bene; come se dicessi: la cancrena è un male; l’amputazione d’un membro è un altro male; ma l’asportazione d’un membro incancrenito è un bene.

D. Dio non è forse tanto grande da lasciar correre, per sorridere, come fa nella Bibbia: « Ecco Adamo diventato come uno di noi! ».

R. L’ironia biblica è qui talmente spaventosa che non vi è luogo d’invocarla contro le retribuzioni. E che cosa sarebbe la grandezza di Dio, se essa non fosse la grandezza de’ suoi attributi: bontà, misericordia, pazienza in tutta la misura del possibile; ma, dopo questo, giustizia vendicatrice procedente dallo stesso fondo, che è l’amore del bene?

D. L’amore del bene è una cosa, la vendetta rispetto al male è un’altra.

R. È esattissimamente la stessa cosa. Che sarebbe un amore della salute il quale non fosse un odio della malattia? Amore del bene, odio del male, sono due nozioni solidali. L’orrore del male non può mancare di essere in Dio nella misura della sua percezione. Egli permette il male in vista del bene; ma alla fine, bisogna che questa « quantità ausiliare » si elimini, e se la libertà mantiene il male in se stesso, bisogna che l’ordine del bene esploda nella repressione.

D. Tutta l’opera di Dio non è che un’emanazione di bontà.

R. «Tutta l’opera della giustizia divina (alla sua volta) non è che una procurazione di bontà» (TERTULLIANO). Ma quando la giustizia non può più adoperarsi a ordinare il bene che la bontà divina comunica, è necessario che essa si adoperi a riparare il male che essa condanna.

D. Ogni male è un oggetto di pietà, e la pietà è divina.

R. Il male è un oggetto di pietà quando è involontario, nella misura che è involontario. Si compatisce l’uomo che soffre senza averlo meritato; si compatisce il reo che si pente; si compatisce, anche ribelle, se si crede capace di pentimento; ma l’indurito — solo questi può essere condannato — non presta più alla pietà nessuna materia che la muova. La pietà è divina; ma, dice Carlyle, « un essere che non conosce il rigore, non conosce neppure la pietà », perché la sua pretesa pietà non potrebbe essere che dabbenaggine o codardia. Al Dio amico del bene e nemico del male, preferisci tu l’impassibile testimonio dei razionalisti, o lo sciocco « Dio della buona gente »? Dio non può essere immensamente buono se non a patto che sia anche formidabile. Se si ammette un attributo senza l’altro, una bontà senza giustizia, non si ha più Dio.

D. Se Dio è Dio, Egli è un operatore di felicità.

R. Perciò organizza ogni cosa in vista della felicità. Ma l’ordine ch’Egli stabilisce non sarebbe un ordine morale, se fosse possibile essere felici allontanandosi dal bene. Quale coscienza si potrebbe credere onesta, se si offendesse della giustizia di Dio? È possibile vedere un Dio sotto il regno del quale il male potrebbe spassarsela e sfidare la vendetta? Questo Dio non deve forse proteggere la bontà, perché non sia volta in derisione dal vizio? « Dio non si lascia deridere » (S. PAOLO).

D. Per poco, tu faresti dell’inferno un’opera d’amore.

R. È quello che fa Dante, il quale attribuisce al « Primo Amore » la costruzione della città infernale.

D. È un lugubre paradosso.

R. È una penosa verità, che tu trovi alla lettera nel Vangelo, poiché appunto per illustrare il suo comandamento dell’amore, e come una conseguenza del suo proprio amore unito a quello di suo Padre, Gesù erge solennemente agli occhi de’ suoi il tribunale supremo: Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio… perché io ebbi fame e voi mi avete dato da mangiare, ecc. E a coloro che saranno alla sua sinistra: Andate, maledetti, nel fuoco eterno… Il dittico tenero e terrificante: « Venite, benedetti », « Andate, maledetti », è chiarissimamente presentato come una sanzione del doppio precetto: Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi. Se voi mi amate, osservate i miei comandamenti.

D. Nel nome di che cosa l’amore divino esige l’inferno?

R. Nel nome di una reciprocanza la cui assenza è un orribile scandalo ben più grave che quello dell’inferno. Ci scandalizziamo dell’inferno mentre non diamo nessuna importanza al peccato, mentre disprezziamo praticamente la grandezza di Dio, ma in special modo mentre sdegniamo di pensare a tante misteriose prevenienze, a tanti benefizi, a tanti perdoni, a tante misericordie, mentre ci dimentichiamo di apprezzare la croce, il tabernacolo e il cielo.

D. Certi santi ebbero spavento dell’inferno.

R. Tutti i santi ebbero spavento dell’inferno; ma non si scandalizzarono se non della nostra incoscienza. Lì stava per essi il «mostro », come direbbe Pascal. Ferventi nell’amore, capirono che l’amore è altrimenti esigente che la giustizia, e che, beffandosi dell’amore divino, si deve correre un rischio in proporzione con la mercede, che qui è infinita, poiché la ricompensa è Dio stesso.

D. L’amore si vendica?

R. All’amore divino, per vendicarsi, basta ritirarsi in se stesso; in questo ritiro, per noi che dobbiamo attendere tutto da Dio, giace una spaventosa sventura, e ne segue per giunta il ritorno contro di noi di tutto ciò che l’Amore regola, di modo che noi ci troviamo al bando dell’universo. È quello che Bossuet chiama « la collera della colomba », certo per metafora e non prendendolo se non dal lato degli effetti. Nello stesso senso il P. Lacordaire dice: « Non è la giustizia, che sia senza misericordia, ma l’amore ». « L’amore è la vita o la morte, e quando si tratta dell’amore di un Dio, è l’eterna vita o l’eterna morte ».

D. Un amore che si muta in tal modo dimostra i suoi limiti.

R. L’amore divino non ha altri limiti fuorché i rifiuti opposti dalla nostra libertà. Di più, esso non tiene nessun conto dei nostri rifiuti parziali e provvisori, per quanto gravi e ripetuti siano essi. Una sola cosa lo disarma: un rifiuto decisivo e irremissibile. Allora siccome la sorgente delle grazie è esaurita da un’inespiabile infedeltà, come si arresterebbe il torrente della giustizia? Per essa, lo stesso amore si deve adoperare e punire.

D. Ecché! Dio riporrebbe la sua gioia nella sofferenza della sua creatura?

R. Dio ripone la sua gioia nella gioia della sua creatura, entro l’ordine nel quale riposa tutta quanta la creazione. Fuori di lì, Dio ripone la sua gioia non nella sofferenza della sua creatura, ma nell’ordine della giustizia. Non bisogna forse che, dopo avere esaurite tutte le sue prevenienze, l’amore di Dio « si giustifichi di fronte alla sua giustizia? » (Bossuet). Esso ciò fa abbandonando il peccatore nelle sue mani.

D. Passiamo sopra il principio dell’inferno; ma come lo concepisci tu e quali sono le sue pene? L’inferno è un luogo?

R. Ho detto che la vita eterna, felice o infelice, è essenzialmente uno stato, e non un luogo. Tuttavia un luogo non le può essere estraneo, poiché noi crediamo a un aspetto fisico di questa vita, specialmente dopo l’ultima risurrezione.

D. Ritorni dunque al « fuoco », che sembravi scartare or ora?

R. Io scartavo le caldaie bollenti, le fiamme lambenti i corpi, o satana con la bocca piena. Ma devo mantenere — del resto vi si rivela una grande logica — una pena veniente dalla creazione corporea e che il Vangelo figura col fuoco, come figura col verme roditore il rimorso che tortura le anime.

D. In che consiste questa pena?

R. Noi non lo sappiamo. Figurati che per saperlo ci occorrerebbe una scienza universale circa la materia del mondo, i suoi poteri, le sue relazioni con la carne e con lo spirito.

D. Perché sarebbe necessaria questa scienza totale?

R. Perché si tratta qui di rapporti fondamentali, impegnanti l’essenza ultima delle cose, giacché si tratta dei rapporti eterni. Si può sapere come una fiamma disgreghi un corpo mortale; ma quale contatto si possa stabilire tra una sostanza ostile e un corpo immortale, anzi con un’anima, chi ce lo dirà? S. Tommaso è di opinione che si tratti di uno spaventoso costringimento, risultante dal fatto che il peccatore, rigettato fuori dell’ordine, è oppresso da questo fino a un’angoscia senza nome.

D. L’ordine può forse opprimere?

R. Nulla vi è così oppressivo come l’ordine, per colui che vi penetri e non vi si acconci punto. Rappresentati un folle smarrito in mezzo a un esercito in marcia: senza che nulla gli sia ostile, egli è molestato da ogni parte. Porta ciò fino all’intimo degli esseri e dei loro più segreti poteri, e tu congetturerai forse un supplizio tanto inenarrabile quanto sono grossolani quelli che la nostra barbarie organizza. Ecco indubbiamente quello che faceva dire a S. Tommaso che i supplizi dell’inferno, attinti dalla verità essenziale delle cose, sono in confronto di quelli di quaggiù quello che è un fuoco reale in confronto della fiamma in pittura.

D. Ciononostante, io non capisco come un’anima separata dal suo corpo (fino al giorno del Giudizio) possa soffrire un dolore fisico.

R. Il corpo di un mutilato soffre del membro asportato: così in qualche maniera l’anima amputata del suo corpo. Nel primo caso, si tratta di terminazioni nervose e di una falsa localizzazione; nel secondo, dei poteri fisici di cui l’anima è dotata in se stessa, benché essa quaggiù li eserciti mediante il corpo.

D. Ma perché l’universo opprimerebbe il peccatore?

R. Perché l’universo è di Dio e opera ai fini di Dio. Finché noi siamo legati a Dio, fosse pure con un vincolo provvisorio, l’universo — sia pure provvisoriamente — lavora altresì per noi. Ma nel caso definitivo, il peccatore, reso ostile a Dio, vede l’universo diventargli ostile, e ostile sino a’ suoi ultimi confini. L’ondata degli esseri l’assedia, perché questo mare ubbidisce a un ritmo che a lui è diventato estraneo, che a lui è dunque contrario. « La natura è essenzialmente soprannaturale; se essa non è divina, è diabolica. Se l’uomo è vero, retto e fedele, la grande Realtà lo porta; se non è tale, il mondo prende fuoco sotto di lui » (CARLYLE).

D. È il rovesciamento delle parti.

R. Di fatto tutto il piano della nostra vita è sconvolto: l’ordine divino del quale noi dovevamo essere beneficiari fino alla suprema felicità, si precipita contro il suo violatore diventato nemico di Dio, e per conseguenza nemico dell’uomo unito a Dio, nemico di se stesso, abbandonato all’anarchia interiore, e nemico dell’universo.

D. Sconfitta!

R. Sconfitta totale, anarchia morale decisiva, che equivale a un’anarchia vitale eterna e universale, a un vivente morto, come di un cadavere che sentisse la sua dissoluzione.

D. Almeno è questa la più grande pena dell’inferno?

R. È di gran lunga la minore. La più grave è quella che dà il suo nome alla dannazione, la pena del danno.

D. In che consiste?

R. Consiste nella privazione di Dio ed essa è « tanto grande quanto Dio » (S. AGOSTINO).

D. La privazione di Dio può essere una così gran pena? Non vedi che il peccatore vi si adatta?

R. Il peccatore si adatta alla privazione di Dio perché non conosce né Dio né se stesso, e quindi non si può rendere conto della suprema convenienza dell’Essere primo con ciascun essere, ma principalmente con l’essere ragionevole, in stato di tuffarsi in Dio, per l’intuizione del cielo, fino a intime profondità. Ma noi crediamo che nell’ora del giudizio, una subitanea rivelazione di questo rapporto venga fatta ad ogni anima. È il lume del giudizio stesso. In seguito, per il miserabile dannato, questo lume diventa una coscienza inestinguibile della sua sventura.

D. Si ha difficoltà a rappresentarsi questa angoscia.

R. Rappresentarsela è impossibile; ma riflettendo a quello che è Dio e a quello che Egli è per noi, Tesoro dell’essere in cui si trovano contenuti sovreminentemente tutti gli oggetti della nostra ricerca, vi è già qualcosa di spaventoso nel supporre tra Dio e un infelice bandito l’eterno addio. « Addio, Padre mio; addio, Fratello mio; addio, Amico mio; addio, mio Dio; addio, mio Signore; addio, mio Maestro; addio, mio Re; addio, mio Tutto! » (Bossuet). Che Dio concepisca una specie di odio per la sua creatura, vale a dire — poiché Dio in se stesso non è punto soggetto all’odio — che egli la lasci in un abbandono assoluto, non lasciando sussistere in lei se non la capacità della infelicità, invece di tanti poteri che per mezzo suo sarebbero beatificanti, è spaventoso, terrificante!

D. Dunque, in quell’antro, orrendo, non perviene la luce di Dio?

Sempre essa perviene ai dannati, ed è la loro disgrazia.

D. Essa non li rischiara?

R. Li abbaglia.

D. Non li rallegra?

R. Li brucia.

D. Non li attrae?

R. Li attrae infinitamente e nello stesso li respinge. Da ciò proviene il loro strazio e la loro tortura.

D. La loro infelicità dunque è senza misura?

R. Tal è nel suo oggetto; ma nondimeno comporta dei gradi, forse delle attenuazioni, delle riduzioni di pena, e se la infelicità suprema di certi dannati sta in ciò che essi non hanno la speranza di morire, si può credere che altri, meno completamente diseredati, tengano tuttavia all’esistenza. È il sottile filo che allaccia ancora quegli spatriati eterni a quello che noi amiamo.

D. Eterni! ecco la cosa terrificante e inaccettabile. A questo prezzo, mi sembra che preferirei non credere in Dio piuttosto che credere all’inferno?

R. Allora tu avresti fatto di questo mondo un inferno! Inferno per tutti, e specialmente per i buoni, che, come dice S. Paolo, « sarebbero i più miserabili di tutti gli uomini ». Infatti avresti scritto alle porte della vita e della morte, così vicine l’una all’altra: « Lasciate ogni speranza, voi che entrate » (DANTE).

D. Ma finalmente, con quale principio sufficientemente saldo pretendi tu di giustificare una tale sfida?

R. Mi rifaccio al punto di partenza della mia spiegazione. Non vi è che un Dio; non vi è che un Salvatore; non vi è che una fonte di salute: chi se ne distacca si perde, e ciò, per sé, è irrimediabile.

D. Perché irrimediabile?

R. Perché non è possibile attaccarsi a Dio senza Dio, e perché in un ordine soprannaturale, un soccorso soprannaturale è indispensabile.

D. Questo soccorso è forse rifiutato?

R. Questo soccorso non è mai rifiutato se non a colui che lo rifiuta; ma è proprio il dannato colui che ha opposto alla misericordia divina un definitivo rifiuto.

D. Quale rifiuto può essere definitivo? Non vi è la penitenza?

R. Vi è la penitenza qui; ma al di là, non vi è più penitenza.

D. Perché al di là non vi è più penitenza?

R. Ti rispondo con precauzione, perché vi è qui molto mistero. Come farne le meraviglie? Che cosa sappiamo noi di ciò che diventa, in quest’altro stato dell’essere, la nostra categoria del tempo? Che sappiamo noi dell’anima separata e del regime psicologico in cui essa si stabilisce? Quali siamo morendo, forse tali rimaniamo per un necessità di costituzione spirituale, per un arresto dell’evoluzione psichica in materia di scelta. Ad ogni modo, noi sappiamo che allora non è più il tempo della grazia.

D. Vi è un tempo per la bontà?

R. Non vi è tempo per la bontà in se stessa; ma vi è un tempo per le sue manifestazioni, che esigono un certo ordine. Se un buon capo è sempre buono, ciò non gl’impedisce di segnare un tempo oltre il quale non si dovrà più fare assegnamento che sopra la sua giustizia.

D. Dio è capo in tal modo, e non è più padre?

R. Dio è padre, ma è un padre giusto. Anche un padre può essere costretto al ripudio.

D. Che cosa è che può « costringere » Dio. Non è forse supremamente libero de’ suoi doni?

R. Dio è supremamente libero; ma le opere della sua libertà comportano un ordine intimo, in cui la giustizia ha un giorno la sua necessaria parte.

D. Che cosa può determinare questa parte?

R. È quello che noi non sappiamo, ed è la nostra terza ignoranza. Per saperlo, bisognerebbe esplorare a fondo l’ordine morale in ciò che ha di eterno, come per sapere quello che è il « fuoco » dell’inferno, bisognerebbe conoscere a fondo l’ordine fisico in ciò che ha di eterno. « Le idee che abbiamo di ciò che è giusto e ingiusto sono stranamente limitate, osserva Pascal, poiché insomma non si tratta fra noi se non di una giustizia da uomo a uomo, cioè tra fratelli dei quali tutti i diritti sono uguali e reciproci, e qui si tratta di una giustizia da Creatore a creatura, in cui i diritti sono in una sproporzione infinita ». La giustizia dell’inferno dipende dall’ingiustizia del peccato. E chi può valutare il peccato senza sapere che cosa è Dio, che cosa è l’uomo nel suo rapporto naturale e soprannaturale con Dio? Dio è talmente superiore al pensiero che noi ne abbiamo; il Dio intimo, il Dio Trinità, ci sfugge a tal segno che anche il peccato deve oltrepassare infinitamente le nostre misure, e la giustizia dell’inferno la nostra giustizia.

D. Ma la natura del peccato per noi e il peso delle nostre responsabilità peccaminose non dipendono forse dalla cognizione che ne abbiamo noi?

R. Certamente; ma vi è cognizione e cognizione. L’uomo che arguisce nel padre suo qualche grandezza misteriosa a lui sconosciuta e qualche sacrifizio segreto, ma incomparabile, compiuto in suo favore da questo padre, se egli offende questo padre, non è forse responsabile anche di ciò che egli non conosce punto? Noi che sappiamo la grandezza incommensurabile del nostro Dio, l’infinita sua tenerezza, l’ampiezza del sacrifizio della croce, possiamo forse dire veramente con fondamento: Io non sono responsabile riguardo al mistero delle giustizie celesti, sotto pretesto che nel momento della colpa le nostre immagini mentali non le rappresentano punto?

D. La tua soluzione circa la possibilità o l’impossibilità della penitenza è dunque

R. La penitenza è possibile quaggiù, perché noi siamo in tempo di sperimento, di « prova », sotto un regime di grazia, e perché la natura fluttuante delle nostre menti, suddite dell’immaginazione, ora ci fa uscire dalla strada e ora ci fa rientrare. Ma strappati dalla morte a questa doppia condizione; avendo da rendere conto, e non più da sperimentare; non avendo più grazie di conversione, perché non siamo più sulla strada (in via); non essendo più in balia di quelle fluttuazioni che non dipendono se non dalle immagini mentali, creazione del cervello animato, noi entriamo nel dominio del definitivo, del fisso, e « dove l’albero cade, ivi rimane ».

D. La dannazione sarebbe dunque l’effetto d’un volere definitivo e che non potrebbe mutare?

R. Quello che noi vogliamo definitivamente, nel pieno senso della parola, è di fatto quello che fissa i nostri destini, che sono destini morali. C’è lì dell’assoluto, alcun che di estraneo al tempo, qualunque sia il tempo che mettiamo a costituirlo. Il determinare per saggi a tastoni quello che noi veramente vogliamo, esige del tempo, e il tempo può servire a riconoscerlo; ma quel voler decisivo che è come l’edizione ne varietur delle

nostre opere morali, il tempo non lo può diminuire, non lo può modificare, non lo può consumare; l’anima lo contempla sub specie aeterni, direbbe Spinoza, in forma eterna; e volere così Dio è dunque essere un eletto eterno; e rifiutare così Dio è essere un dannato eterno. A ciò non vi è rimedio.

D. Ma che cosa è questo volere assoluto del quale tu ragioni? Vi è qualcosa di assoluto în noi? La libertà può forse incatenare se stessa a qualcosa di definitivo, e disporre per sé o contro di sé dell’avvenire?

R. Nessuno dei nostri voleri particolari è un volere assoluto in questo senso che noi lo vogliamo, nel fatto, definitivo: il peccatore indubbiamente si riserva di cambiare più tardi; ad ogni modo potrebbe ciò fare, sotto un regime di grazia, quand’anche non l’avesse voluto prima. Tuttavia, in ogni atto pienamente deliberato vi è una specie di volontà incondizionata della quale bisogna tener conto, una scelta senza condizione di tempo, una scelta fuori del tempo, una scelta che, se l’avvenire non dipendesse che dal volere attuale nella sua stessa essenza, varrebbe per tutto il tempo, e perciò include ciò che si potrebbe chiamare una eternità soggettiva, in via di decidere per l’altra, a meno che nel tempo che gli è lasciato il peccatore non cambi,

D. Perché non cambierebbe?

R. Egli cambia finché vuole quaggiù. Ma siccome al di là non vi è più cambiamento, è di diritto, rigorosamente parlando, che, avendo il peccatore peccato « nella sua eternità propria », come dice S. Agostino, « Dio lo punisca nella sua. »

D. Non intendo bene questa psicologia della colpa.

R. «Tutti i nostri desideri determinati racchiudono qualcosa che non ha limiti, e una segreta avidità di un godimento eterno… È dunque un giusto giudizio di Dio che i peccatori, avendo nutrito nel loro cuore une segreta avidità di peccare senza fine, siano rigorosamente puniti con pene che non avranno fine » (Bossuet). In altre parole, vi è qualcosa di definitivo in fondo a ogni volontà formale, benché questa volontà possa esser ritrattata in seguito, nello stesso modo che in fondo a ogni amore, finché dura, vi è qualcosa di eterno. Ogni peccato mortale implica come una profondità infinita di abbandono. L’inferno ne è la reciprocanza. Che dico? l’inferno vi è già contenuto, come notavamo a proposito del giudizio. Per questo dicevamo che per diritto stretto, in sé, nel modo assoluto, ogni peccato mortale vale l’inferno quanto alla sua durata, nello stesso modo che esso l’uguaglia e lo supera in gravità, comportando obiettivamente,

poiché è diretto contro Dio, un’infinità di offesa.

D. Che cosa è questa infinità di offesa, in un essere finito?

R. L’offesa non è infinita in noi; ma è infinita in se stessa, per definizione — la definizione dell’atto e la definizione di Dio — e noi lo dobbiamo sapere. Il bene e il male differiscono infinitamente: così lo sente ogni coscienza profonda. Non può recare nessuna meraviglia che la sorte definitiva di quelli che scelgono l’uno o l’altro sia per così dire infinitamente distante. In realtà, essa non lo sarà, ed è per questo che i santi dicono che anche nell’inferno vi sarà misericordia.

D. Resta sempre quel volere « definitivo » del peccatore, che tu fondi sopra un’esegesi psicologica un po’ troppo sottile.

R. Ma io non ho detto tutto. Ho parlato solo del diritto stretto, giudicando del peccato in sé e dell’ordine morale soprannaturale in tutto il suo rigore.

D. Che cosa aggiungi ancora?

R. Aggiungo questo. È possibile che uno dei nostri voleri, preso in particolare, per quanto sia fermo, decisivo e pieno di responsabilità in se stesso, non basti qualificarci, riguardo al giudizio eterno. Ma dall’insieme dei nostri voleri particolari, se ne fai la somma, apparisce un carattere morale che veramente ci giudica.

D. In quale momento questo carattere si determina?

R. Ciò dipende dagli individui; ma è determinato alla morte, poiché è in tale momento che termina la prova. Avviene come di una sala di votazione in cui l’urna sarebbe a tua disposizione per un certo tempo. Qualunque sia la scheda che tu deponi in buona e dovuta forma, essa decide in sé del risultato; ma tu puoi esitare, essere combattuto, ritirarti, rimettere e ritirare ancora. Ma quando è scoccata l’ora finale tutt’a un tratto la

è finita, e l’ultima scheda conta come se fosse stata sola.

D. È dunque il caso che decide.

R. Non è il caso, poiché sei tu ogni volta, e qui potrebbe far ritorno quello che dicevamo or ora del diritto stretto. Ma adesso dico: Il tempo che ti è lasciato non è fissato da qualcuno estraneo al tuo stato di spirito e a’ tuoi gesti, da qualcuno che ignori le tue esitazioni, le tue riprese, i tuoi buoni voleri attraversati, e del quale tutto il compito consista nel venire a vedere, alla fine, quello che vi è nell’urna. Dio è il padrone della vita e della morte; ogni decisione che Egli prende ha un carattere morale in armonia col carattere della nostra propria esistenza. Si deve dunque credere che l’ultima scheda è quella delle schede che conta per tutte, agli occhi di chi scruta i reni e i cuori. Di modo che un destino stabilito su quest’ultima scheda è un destino giusto, o per dire meglio misericordiosissimo. Ecco quello che s’intende quando si dice: « Di solito si muore come si è vissuto ».

D. Perché di solito?

R. Perché il problema morale non è posto e risoluto per tutti nello stesso modo, né nella stessa relazione col tempo. Certi destini si decidono prestissimo e non si decidono per

questo meno profondamente, in una maniera meno significativa in quanto al valore totale e decisivo della coscienza considerata. Altri destini più regolari nel loro corso, sono da un capo all’altro quasi identici a se stessi… Nel primo caso, si potrà cominciare male e finire bene, o viceversa, senza che c’entri il caso più che nell’altra ipotesi. Ma in quest’altra ipotesi, si verificherà il proverbio: si muore come si è vissuto, perché si viveva così come si era proprio in fondo, agli occhi del Padre celeste.

D. È possibile, sì o no, essere dannati per un solo peccato mortale?

R. È possibile.

D. Ecco dunque un povero uomo che ha condotto una vita onorata e meritoria; alla fine commette un peccato mortale, ed eccolo dannato!

R. Prendendo l’ipotesi tal quale è, bisogna dire sì, ma è la stessa ipotesi che è assurda. Tu ragioni come se vi fosse un Dio vendicatore, ma non una Provvidenza vigilante e buona, e come se fosse sempre Atropo che tagliasse il filo dei giorni. Quando diciamo che un solo peccato mortale merita l’inferno a cagione della sua natura, non considerando che la sua natura, non per questo diciamo che esso l’ottenga. Se uno può essere dannato — come anche salvato — per un solo atto, è perché questo atto esprime, allo sguardo infallibile di Dio, la nostra personalità profonda tale e quale noi stessi ce la siamo data, la nostra libertà nel suo slancio totale, il nostro atteggiamento decisivo di fronte alla vita.

D. Abbiamo conoscenza noi stessi di questo fatto?

R. Non mai con certezza, e per lo più in nessun modo. Nulla è per noi più misterioso che noi stessi. Ma quello che noi non sappiamo, benché sia opera nostra, lo sa Dio.

D. E tu dici che Egli ne tiene conto?

R. Non si vede che Dio tenda un’insidia alla sua creatura sorprendendola, dopo una vita di merito, nel momento di una noncuranza, fosse pure, per sé, mortale. I giudizi di Dio fanno la somma totale; pesano l’anima più che il fatto. L’anima, nella tua ipotesi, è onesta: dunque il tuo onest’uomo, in stato di peccato mortale come accidentalmente, o non morrà, lasciandogli Iddio il tempo di ravvedersi e di rialzarsi egli stesso, oppure morrà, ma prevenuto da grazie estreme che lo metteranno in stato di operare in extremis questa stessa conversione.

D. Tu credi a grazie dell’ultima ora a titolo corrente?

R. Ogni Cristiano pensa che nell’ora decisiva, sia l’ultima o un’altra, Dio è lì. Dunque soltanto sotto il suo controllo, e non altrimenti, l’urto della morte spezza in noi la potenza di metamorfosi, e il nostro essere morale si fissa, si cristallizza, e le nostre accettazioni e i nostri rifiuti della legge morale si sintetizzano in un sì o in un no eterno.

D. Su che cosa appoggi tu questa soluzione?

R. Sulle molteplici dichiarazioni di Dio stesso, nelle Scritture. Da per tutto sta scritto in queste o in altre parole: Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva. Dunque lo stato di peccato non crea in Dio una volontà di dannazione finché la conversione non è stata rifiutata in modo decisivo, finché la persona morale non è stata espressa integralmente, di modo che la sua qualificazione decide della sua sorte. L’inferno è un’ultima morte per coloro che assolutamente non avranno saputo vivere.

D. A questo titolo chi metteresti tu nell’inferno con certezza?

R. Nessuno! Sarebbe un’atroce presunzione il dire: un tale si è dannato, fosse pure ai nostri occhi il peggiore delinquente. I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le mie vie non sono le vostre vie, dice il Signore.

D. La tua Chiesa non pretende di avere su ciò dei lumi?

R. Nessuno. Per l’atto di canonizzazione essa dichiara essere certo che il tale o il tal altro sono nel numero dei santi; ma non dichiara mai che questo o quello sia dannato.

D. Almeno gli eletti sono per te in piccolo numero?

R. Coloro che lo pretendono non ne sanno niente. Si può sperare che all’opposto l’Amen terminale dell’opera divina sarà un’immensa e innumerabile acclamazione.

D. Quest’acclamazione finale degli esseri non dovrebbe forse riunirli tutti, e Hugo non ha forse ragione di vedere alla fine amnistiato anche satana?

R. Ancora una volta, noi non sappiamo chi è salvo e chi è dannato; ma ciò che è certo si è che l’ipotesi di cui tu parli, presentata specialmente come un’esigenza dell’ordine divino, è pienamente immorale.

D. Come ciò?

R. Perché suppone che dal principio del mondo sino alla fine, qualunque cosa facciano e vogliano gli esseri, con qualsiasi ostinazione pretendano di restare nelle loro vie, vi è una china necessaria che conduce a Dio. E ciò vuol dire che la volontà non è punto libera, o che ad essa si dà la facoltà d’infischiarsene.

D. L’ipotesi immorale non sarebbe piuttosto l’eternità delle pene, se per colpe finite da parte dell’uomo, come hai ammesso, s’infligge all’uomo una punizione infinita?

R. L’inferno è eterno non perchè il peccato è infinito, ma perché è senza rimedio, come una piaga più o meno grave in se stessa, ma che non possa guarire, poiché il tessuto mortificato non è più atto alle riparazioni della vita. Il peccatore non esce dall’inferno perché non si pente; non si pente perché è fuori della zona del cambiamento possibile, fuori del flusso e del riflusso dell’anima; fuori del tempo della grazia. È sempre punito perché è sempre peccatore, eternamente ostinato nel suo male.

D. Eppure tu lo abbandoni ai rimorsi.

R. Il rimorso non è il pentimento; tra i due la differenza è immensa, a tal segno che è quasi un’opposizione radicale. Infatti colui che si abbandona ai rimorsi decide di restare solo; si ripiega sopra di se stesso e non si occupa che di rodere se stesso, di « mordersi le dita », come si dice volgarmente. Ed è quanto dire che egli rinunzia ad amare. Ora il perdono è una risposta dell’amore all’amore, dell’amore misericordioso all’amore in lacrime.

D. Vi è altro ancora. Perché creare per dannare? La verità non è forse col trovatore che diceva: « Bel Signore Iddio, io vi farò una bella proposta: rimandatemi dov’ero prima di nascere, oppure perdonatemi tutti i miei peccati; perché io non li avrei commessi se non fossi esistito » (PEIRE CARDENAL).

R. Un tal parlare è legittimo sulle labbra di colui che si pente; se no, è un’insopportabile insolenza. Dio non crea per dannare; Egli non ci colloca sulla strada dell’inferno, ma su quella del cielo; la sua volontà è quella di associare eternamente gli esseri alla sua felicità. Se questa meta si fallisce per colpa nostra, non è forse normale che la sconfitta abbia la stessa ampiezza?

D. Il bene dovrebbe essere più potente del male.

R. Così è; infatti, gli eletti godono una felicità fuori di ogni proporzione coi loro meriti, e a rovescio avviene delle pene dell’inferno. Ma ciononostante vi dev’essere una proporzione trai due termini. Il sì e il no si rispondono. «La nostra caduta ha la forma rovesciata della nostra grandezza possibile » (ERNESTO HELLO). Là dove la vittoria offre più che la vita, è naturale che la disfatta porti seco più che la morte.

D. Si preferirebbe una vittoria del tutto pura.

R. Essa allora sarebbe gratuita e volgare. La meta non può essere meravigliosa com’è, senza presentare un rischio terribile. L’estremo bene trae sempre seco la possibilità dell’estremo male. L’universo ha troppe vette perché non abbia abissi, e, come osservava Carlyle, l’essere divini obbliga eventualmente ad essere eventualmente infernali. Non basta forse che dipenda assolutamente da ciascuno di decidere da parte sua intorno ciò che egli dovrà essere?

D. Siamo troppo fragili, perché c’incarichiamo di una simile opzione.

R. Noi siamo la fragilità stessa; ma non siamo soli, e non ci si giudica secondo le nostre forze. « Si esigerà molto da colui al quale si sarà dato molto » (S. Luca). La salute non dipende da questa o da quell’opera determinata che potrebbe superare le nostre forze, ma dallo stato del nostro cuore di fronte a Colui che lo giudica infallibilmente.

D. Perché lanciarci a nostro malgrado in una simile avventura?

R. Si rimprovera forse a un padre di aver messo nelle mani di suo figlio una magnifica eredità con tutto quello che occorre per trarne felicità, a cagione di questo che in caso di abuso qualificato e pertinace la caduta sarà più triste e più deplorevole? Sublime è la nostra vocazione, sublimi i nostri soccorsi, sublimi i nostri rimedi, sublimi anche i nostri rischi.

D. Si annientino piuttosto gl’incorreggibili, se turbano il piano divino.

R. Il niente non è una soluzione; esso non ha nessun significato razionale; dunque non può compensare niente, riparare niente.

D. Non sarebbe ciò una sanzione?

R. Di’ piuttosto il contrario di una sanzione. Annientare è rinunziare a sanzionare e per conseguenza a fare giustizia. Eliminare il colpevole è sottrarlo al giudizio e alle sue conseguenze. Ciò somiglia a un verdetto di giudice così concepito: Quest’uomo è talmente colpevole che non si ha più da occuparsi di lui.

D. Sarebbe ad ogni modo una fine.

R. Sarebbe l’assenza di fine. Una fine è un’ultima maniera di essere e qui vi sarebbe assenza di essere. Bisogna che il dannato sia lì, per proclamare, pure odiandola, la giustizia di Dio.

D. Io mi domando come questa presenza negli abissi di sventurate creature che gli eletti forse avranno amate potrà ad essi essere tollerabile. Come potranno stare in pace?

R. Riconosciamo la nostra impotenza a immaginare queste cose, e lo scandalo della nostra sensibilità terrena di fronte a tali pensieri. Ma la nostra sensibilità, la nostra immaginazione non sono la regola eterna.

D. Anche secondo la ragione, che diresti?

R. Direi: La pace è la tranquillità dell’ordine; la gioia è nella vittoria dell’ordine. Se il disordine del male persistesse, allora la pace degli eletti non sarebbe possibile. Il bene trionfante da una parte, dall’altra il male vinto e che non può più rialzare la testa, ecco la pace del cielo.

D. Non vi è finalmente, nelle vostre storie, qualche caso di remissione concessa a dannati?

E. Ce ne sono; ma checchessia della loro autenticità, che non ha alcuna garanzia certa, s’interpretano conforme alla dottrina. S. Tommaso dice: Costoro uscirono dall’inferno perché la loro sentenza non era decisiva.

D. Come ciò è possibile?

R. Nulla incatena il volere di Dio in ciò che riguarda l’applicazione delle sue regole. La regola è: ogni esistenza al suo termine è fissata per sempre. Ma quando sia al suo termine dipende dalla Provvidenza. Regolarmente è il tempo della vita; ma al di là, se piace a Dio, la prova può proseguire; si può essere « viatori » altrove che sopra il nostro suolo; si può essere viatori sopra questo suolo una seconda volta, come fu il caso di Lazzaro risuscitato. Ciò non fa torto alcuno ai principii e può rispondere a certe situazioni morali.

D. Ma chi può dire che la sentenza di un dannato sia o no definitiva?

R. Dio solo.

D. Chi può dire di quanti dannati la sentenza è definitiva o no?

R. Dio. solo.

D. Allora non si potrebbe dire: L’inferno eterno è un principio; ma riguardo a qualche essere in particolare, non è necessariamente un fatto?

R. Ciò si può dire col benefizio delle spiegazioni precedenti, nel senso di queste spiegazioni. Ma quale formidabile imprudenza commetterebbe chi riposasse su una possibilità così astratta! Mi pare di vedere un uomo che si precipita dalla Torre Eiffel dicendo: Forse non mi ucciderò!

D. Ebbene teoricamente, non fosse che per una scappatoia,

una porta resta aperta a indicibili misericordie.

R. Nessuno può imporre limiti alla misericordia di Dio. Quello che bisogna ritenere di questa discussione penosa, è che -1° Dio è giusto; – 2° la sua misericordia oltrepassa di molto la sua giustizia; – 3° noi siamo responsabili dei nostri atti nella misura precisa dei nostri lumi e dei nostri poteri. Ecco quello che è certo. Tutto il resto è mistero. Ma ciò basta perché possiamo dire: Se qualcuno va all’inferno, è perché lo ha largamente meritato. Che altro possiamo noi chiedere?

D. Di vederci un po’ più chiaro, forse.

R. A una santa che gli chiedeva questo in un’estasi, Gesù rispose: « Sta tranquilla, Io ti farò vedere che tutto è bene ».

LE VIRTÙ CRISTIANE (9)

LE VIRTÙ CRISTIANE (9)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni – Desclée e Lefebre e. C., Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE IIa

LE VIRTÙ CARDINALI

CAPO II.

LA PRUDENZA

La virtù della prudenza, avuta in grande onore anche dal Paganesimo, è magnificata spesso nelle divine Scritture, e particolarmente in quei Libri, detti sapienziali, che sono un tesoro di bellezza morale, e che, per questo rispetto, si possono considerare come il proemio dei santi Evangeli. Quasi sempre la Bibbia unisce la prudenza alla sapienza, ed è giusto; perciocché non solo esse si rassomigliano ma l’una e l’altra sono a guisa di due fulgenti luci, che abbelliscono l’umano intelletto, e inducono la volontà a rettamente operare. Parlando in vero la Bibbia dei grandi doni, onde Iddio arricchì il cuore di Salomone, unisce la prudenza insieme con la sapienza; (III Reg., IV, 29) e nei Proverbi il Signore stesso insegna che “nel cuore dell’uomo prudente riposa la sapienza?” : poco più avanti anzi aggiunge che “il cuore prudente possederà la scienza.?” I Padri poi della Chiesa e i maestri in divinità, non che lodino soltanto questa prima stella delle quattro stelle Dantesche, la stimano quasi fondamento di tutte le altre virtù morali: e hanno ragione, come si vedrà da ciò che siamo per dire. – Prudenza è virtù, che giudica dirittamente ciò, che s’ha da fare o da fuggire, secondo onestà, in ciascun caso della vita. E poiché la sapienza cristiana è quella che ci dà il retto giudizio delle cose spirituali, e quindi anche di ciò che s’abbia a fare dall’uomo, il quale intende a rettitudine morale; è chiaro che la principale differenza tra le due virtù sta in questo: che la sapienza ci dà il giudizio speculativo, intorno al bene genericamente preso, e la prudenza si serve del buon giudizio speculativo, avuto dalla sapienza, per applicarlo ai singoli casi. Però la prudenza è virtù più pratica dell’altra, e per alcuni rispetti più malagevole, dovendosi adattare agli svariatissimi casi, e vincere innumerevoli difficoltà pratiche della vita, senza ceder mai alla tentazione del male, sia nei fini voluti, sia nei mezzi prescelti ad operare. – Anche, se guardiamo le diverse tendenze degli uomini, vediamo presto che alcuni intelletti hanno maggiori disposizioni per le verità teoretiche e quindi per la sapienza, altri per le verità pratiche, e quindi per la prudenza: quelli il più delle volte brillano d’una luce più viva e smagliante, questi sono più modesti e meno luminosi, e nonpertanto spesso riescono più utili al vero bene. Ambedue queste virtù i teologi e i filosofi le chiamano virtù intellettive; e son dette così, non perché si abbiano senza il concorso della volontà, la quale veramente ha la sua parte in qualsiasi virtù, ma perché l’una e l’altra riguardano in modo particolare il giudizio che il nostro intelletto presenta, come in ispecchio, alla volontà la quale deve operare. Facciamo ancora un passo avanti nel considerare la nobile virtù della prudenza. A quel modo che, poniamo, un viso di giovine creatura può esser bello per bellezza vera che nasca dall’armonia delle membra e dal sangue vigoroso e sano che traspare, o per bellezza falsa che deriva dall’artifizio, dal belletto e da altri inganni somiglianti; così avviene di tutte le virtù e in particolar modo della prudenza. Infatti vi ha al mondo una prudenza vera, e una prudenza falsa; l’una secondo Dio, e l’altra secondo il mondo; la prima che, illuminata dal Signore, diffonde luce soave intorno a sé, l’altra che ha soltanto apparenti guizzi e bagliori di luce, i quali quasi sempre sono un abuso o pervertimento del naturale ingegno datoci da Dio. Differiscono le due prudenze principalmente in questo, che la prudenza vera nell’operare ha sempre e in tutto l’occhio all’onestà, e vuol sempre riuscire ai fini onesti con mezzi onesti; intanto che la prudenza del mondo spesso non guarda all’onestà del fine, cui tende. Anche poi quando propone a sé un fine retto, essa, libera com’è da ogni freno di onestà, non si dà pensiero alcuno della rettitudine dei mezzi. Per siffatta maniera, mentre che la prudenza cristiana rassomiglia alla sapienza e la applica ai casi particolari; la prudenza mondana, a volte è furberia, a volte è sino furfanteria. Però l’Apostolo san Paolo insegna così: “Il Signore dice, sperderò la sapienza dei savi e rigetterò la prudenza dei prudenti secondo il mondo. Dov’è il savio? Non ha forse Iddio infatuata la sapienza di questo mondo?” (I Cor. I, 19, 20). Ma, poiché spesso nei prudenti mondani si rivela una certa luce d’ingegno o d’accorgimento o d’arte nel nascondere ciò che v’ha di brutto o turpe nel loro operare; essi si fanno belli di questa loro prudenza, e, quando riescono ai loro fini, si atteggiano in aria di vincitori. Misere e brevi vittorie queste dei prudenti mondani, i quali o vincono solo apparentemente, o pagano le loro vittorie, sacrificando al soddisfacimento dei propri desiderj gl’incommensurabili beni della coscienza pura, della virtù, e quasi sempre anche della pace interiore. L’Apostolo san Paolo al solito scolpisce brevemente in poche parole i danni di questa rea prudenza, contrapponendola alla prudenza vera, e dicendo: “ V’ha una prudenza della carne, la quale è morte, e v’ha una prudenza dello spirito che è vita e pace.” (Rom. VIII). La carne e lo spirito; la carne che di dì in dì si corrompe, s’affloscia e muore, e lo spirito che si perfeziona ed è immortale, simboleggiano le due prudenze. Oh prudenti del mondo quanta corruzione e quanto fango schizza fuori dalla vostra prudenza! – Ed ora accostiamoci ancora un po’ più da vicino, col nostro occhio intellettuale, a questa mirabile virtù della prudenza, per scrutarne meglio gli ufficj e le proprietà. La prudenza in vero è o personale o governatrice; l’una che riguarda la vita di ciascuna persona, l’altra che si riferisce al governo che taluno abbia del prossimo. È innanzi tutto si vuol notare che la prudenza governatrice non sta mai senza dell’altra; onde, come un fiume talora sbocca e si allarga in un fiume più grande, così dalla prudenza personale procede quella più ampia e difficile che è la prudenza governatrice. Il semplice buon senso basta a farci intendere che non può governare prudentemente gli altri, chi non incominci dal governare prudentemente sé stesso. In vero, come nella vita, poniamo, d’un albero, il succo vitale, se non si trasmette dalla radice nel tronco, e dal tronco nei rami, e dai rami nelle foglie e nei fiori, non nasce il frutto, onde si rallegra chi lo mangia; così avviene del succo vitale della nostra vita morale. Essa non dà frutti buoni in pro degli altri, se prima non sia penetrata dentro di noi, e per varie guise non ci abbia condotti gradatamente al punto di poter fruttificare, in bene del nostro prossimo. La prudenza governatrice gli antichi la distinsero in economica, civile, legislativa e militare, secondo che il governo d’alcuno fosse più propriamente volto a una di queste cose. Ma è più giusto il dire, che a qualsiasi specie di umano governo sia necessaria la prudenza governatrice. Il governo della vita maritale, quello della famiglia e della scuola, quello delle coscienze, quello del Comune o dello Stato, e molto più il governo della Chiesa universale e delle Chiese particolari, dando occasione di dirigere a rettitudine gli uomini in molti casi speciali, e intoppando in gravi difficoltà, domandano indubbiamente, ciascuno, la sua particolare prudenza governatrice. Si può anzi affermare con certezza che il governo umano, quanto più si aggiri intorno ad argomento nobile e alto, tanto più riesca malagevole, e quindi tanto più ancora richieda luce e dono di prudenza. A mio credere, basterà che siano semplicemente prudenti il marito, il padre, il maestro, e forse anche il principe; ma assolutamente e pienamente prudentissimo dev’essere il direttore delle coscienze, il Vescovo, il Papa; i quali, se per virtù di grazia non sieno illuminati da grande sapienza, da matura riflessione, e da sottile accorgimento, non mai saranno prudenti quanto basti. – L’Angelico dottor san Tommaso, che, come usa, discorre a lungo e sottilissimamente anche di questa virtù, afferma con ragione che ufficj della prudenza sono il ben consultare, il ben giudicare e il ben operare. L’uomo prudente dapprima si consulta con sé medesimo, ponendo mente con animo sereno e con profonda riflessione a tutte le particolarità o diciamo circostanze di ciò che vuol fare; non pago di ciò, considera i diversi aspetti della cosa da fare, e il buon successo più o meno probabile di essa. Poi, se ne sia il caso, si consulta con chi è reputato aver senno e sapere, o piuttosto, come dicono i maestri delle cose religiose, con chi abbia dato prova di avere lo spirito di consiglio; perciocchè può ben accadere, che taluno sia valentissimo nel giudicare le verità astratte e nel silloggizarvi o filosofarvi sopra; ma valga poco o punto nell’indirizzare gli altri, secondo prudenza. La matura riflessione propria, e il consiglio di chi sa darlo maturamente, c’illuminano l’intelletto a ben giudicare; ma, poiché le ombre delle passioni, capaci di offuscarlo, non fanno mai difetto; l’uomo prudente sta sull’avviso, e adopera tutti mezzi che può, affinché il giudizio proceda dal lume della sapienza cristiana, applicato al fatto particolare, e non lo offuschi alcuna nebbia di passione o di opinioni preconcette o di affetti personali, anche buoni. Allorché poi si sia fatto il giudizio retto e ponderato; chi ha virtù di prudenza comanda alla propria volontà di operare prontamente, e in effetti opera. Anzi il prudente è di solito fermissimo nel suo operare, e restando, come torre fermo, nessun intoppo, salvo che non sia insormontabile, lo fa tornare indietro. – Mentre che l’uomo imprudente, come la nave esposta ai venti, va di qua e di là, e muta rotta ad ogni tratto; il prudente tira dritto per la sua via, e guarda con occhio fisso e attento non solo alla meta che si ha prefissa nel fatto particolare cui attende, ma altresì alla meta ultima e generale di tutta la sua via, che è il conseguimento della eterna beatitudine. – Che questa virtù della prudenza sia in modo particolare necessarissima a chi ha un governo qualsiasi, ci viene chiaramente insegnato dalla divina Scrittura nel terzo Libro dei Re, dove il discorso è del regno di Salomone. Salomone, appena assunto al regno del padre suo David, irraggiato dalla divina grazia, si proferì davanti a Dio, quasi piccolo fanciullo, che non sapeva come regolarsi, e gli chiese un cuor docile per rendere giustizia al popolo, e distinguere sempre il bene dal male. È la preghiera, che dovrebbero fare tutti quelli che hanno una qualsiasi maniera di governo, farla, come è detto nel testo, costituendosi davanti a Dio umilmente, quasi piccoli fanciulli. Ora il Signore in premio di questa umile orazione, largì a Salomone non solo la sapienza, ma anche la prudenza; ed è detto al Capo quarto: “ Diede Iddio a Salomone sapienza e prudenza oltre modo grande, e vastità di mente incommensurabile, come è l’arena che sta sul lido del mare.” — Dalle cose dette si conchiude facilmente, che la virtù della cristiana prudenza non che esser soltanto nobilissima, corrisponde pienamente alle migliori propensioni della nostra natura, e abbellendole, le perfeziona. – In vero allorché noi ci sforziamo di raggiungere i nostri fini retti, con mezzi onesti, esercitiamo possentemente l’ingegno datoci da Dio, molto riflettendo, deducendo, silloggizzando. I prudenti secondo il mondo, i quali non rifuggono dai mezzi disonesti, che cadono sotto l’apprensione anche del volgo, operando, fan cosa facile e volgare, alla quale basta un animo astuto o malizioso. – I prudenti secondo Dio, per lo contrario, aguzzano la mente loro affine di raggiungere, per la via maestra del bene, spesso molto difficile e lunga, una nobile meta. Allora veramente l’animo umano si sente elevato come in un cielo ricco di stelle, nobile e degno di chi fu fatto a immagine e somiglianza di Dio. Mentre che i prudenti secondo la carne, si lasciano tirare in giù e cadono in fondo, servendosi, per riuscire, degli appetiti più vili; noi, se siamo prudenti secondo il Signore, ci rallegriamo dentro di una pace dolcissima ed un sentimento nobile della propria dignità, che ci fanno assaporare gioje ineffabili, e al tutto ignorate dai prudenti mondani. Non affermo io punto, che la prudenza vera sia virtù facile a conseguire. Penso anzi il contrario; e l’esperienza nel governare le coscienze, la mia diletta Congregazione dell’Oratorio, e poi la diocesi mi hanno sempre più raffermato nel convincimento la prudenza essere virtù, che pochi hanno, e molti credono d’avere. È una virtù che ha bisogno dell’ajuto di molta orazione; perciocchè a chi governa, si dànno occasioni, nelle quali anche all’uomo prudente pare di avvolgersi in un labirinto o di stare in uno spineto. – Del rimanente ogni virtù di sua natura richiede sforzo, e una gran parte della sua nobiltà e bellezza dipende appunto da questo. La prudenza, poi come insegna san Tommaso, si presenta davanti alla mente del Cristiano saggio come la regina delle virtù morali, la quale però è sempre accompagnata da altre doti dell’animo, quasi ancelle di lei, che la integrano e la rendono efficace. Nessuno invero sarà pienamente e perfettamente prudente, nel governare se stesso e gli altri, che non abbia una certa prontezza ad apprendere quel che è necessario per giudicare prudentemente, e una cotale sagacità che gli faccia conoscere presto ciò che è buono o reo in ciascuna azione. Al prudente giova anche molto la memoria di quel che o a lui o ad altri sia intervenuto nei casi somiglianti; di che segue che gli uomini di età matura, purché facciano tesoro dell’esperienza, possono di giorno in giorno arricchirsi viemaggiormente di prudenza. L’uso facile del ben ragionare ci riesce di grande ajuto al giudicare secondo prudenza; mentre che un’attenta considerazione (circumspetio dice l’ Angelico) di tutte le circostanze, anch’essa ci serve di lume per riuscire prudenti. Infine colui, che, per acutezza di mente o per altro, prevede i probabili effetti di certe cagioni poste dall’uomo, può più facilmente di altri riuscire e prudente; e parimenti chi nel compiere o nel far compiere l’opera desiderata, è cauto nell’evitare tutti quegl’intoppi, nei quali tanto agevolmente ci avveniamo, ed egli ha in sé un’altra buona qualità per riuscire prudente. Conchiudo questo Capo, ravvicinando di nuovo, come usa quasi sempre la Bibbia, la prudenza con la sapienza, e ricordando l’elogio che dell’una e dell’altra fa il Signore nel Libro dei Proverbi. Leggetelo con attenzione. “Non grida ella forse la sapienza, e la prudenza non alza forse la sua voce? Nelle cime più alte e più rilevate, lungo le pubbliche vie, ai capi delle strade stanno la sapienza e la prudenza… O uomini, a voi io grido, e ai figliuoli degli uomini s’indirizza il mio parlare. Imparate, o piccoli, la prudenza, e voi stolti prestate attenzione… A me appartiene il consiglio e l’equità; a me la prudenza appartiene… Battete le vie della prudenza… Principio della sapienza è il timore del Signore, e la scienza dei Santi è la prudenza. (Prov. VIII-IX). – Oh! se queste sante, belle e poetiche parole della Bibbia c’inducessero almeno ad amare la virtù della prudenza secondo Dio, a desiderarla vivamente, e a fare qualche sforzo per acquistarla!

LE VIRTÙ CRISTIANE (10)

LA VITA INTERIORE (1)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (1)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna

Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4a edizione Riveduta.

Nihil Obstat quominus imprimatur: Sac. Don Luigi Carnino

Imprimatur

Di Curia Arch.Taurin 11 oct.1937

Mons. Lorenzo Coccolo Vic. Gen.

Visto per la Congregazione Salesiana

TORINO, 4 VOV. 1937

Sacerdote Giovanni Zolin

TORINO – SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE – 1943

AL REVERENDISSIMO SIGNOR Don PIETRO RICALDONE

IV SUCCESSORE DI S. GIOVANNI BOSCO RETTOR MAGGIORE DEI SALESIANI

UMILE FILIALE OMAGGIO

PREFAZIONE

Lo Spirito di Dio che soffia quando e dove vuole e che assiste e ispira la mistica Sposa del Cristo ha, in questi ultimi tempi, suscitato negli animi una particolare attrattiva alla vita interiore. Sembra una contraddizione, ma è una realtà. Iddio fa sanabili le Nazioni e somministra Egli solo i rimedi necessari, anche se a noi sembrano paradossali, come paradossi, a Corta vista, sì giudicano alcune sentenze nel Vangelo. – Nel secolo dell’esteriorismo, del dinamismo, del meccanicismo troviamo, in ogni condizione, anime assetate di raccoglimento, di preghiera, di vita intima. Saranno minoranze, ma è confortante il constatare che queste minoranze non si contavano così numerose nelle epoche precedenti. Potevamo forse trovare un numero maggiore di buoni mediocri, che la vertiginosità e il turbinìo della vita moderna ha in parte travolto nei suoi gorghi, ma in compenso constatiamo, in quel pusillus grex sul quale il Padre Celeste ha posto le compiacenze, un promettente risveglio, che lascia intravvedere e sperare albe migliori. Il grande Toniolo così preconizzava l’avvenire: « La palingenesi sociale sarà compita non da un eroe o da un dotto o da un diplomatico, ma da un Santo; anzi da una società di Santi ». E siamo veramente su questa strada regale. Ne sia ringraziata la Provvidenza! Chi con competenza e dottrina studierà e narrerà la gloria dei tempi nostri e della sua spiritualità, dovrà sottolineare questa nota dominante e testimonierà che forse mai la vita interiore ha avuto un rilievo come oggi. – Cogliamone alcuni aspetti caratteristici. Un primo aspetto si potrebbe chiamare dogmatico. La vita interiore scaturisce dalle profondità del dogma. È pregio dell’età nostra l’aver più saldamente innestato l’ascetica alla dogmatica. Non che prima ne fosse avulsa, ma si prescindeva un po’ troppo dalle basi dogmatiche, quasi fosse. Una costruzione a sé stante. Solo rivelando le altezze di Dio si spingono più sicuramente le anime al Padre Celeste, secondo il precetto di Gesù: Siate dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro nei cieli (MATT., V,48). – Di qui i profondi e fertili studi sul Corpo Mistico di Cristo e sulla nostra incorporazione; le consolanti dottrine, che si riassumono nella frase meravigliosa « Dio in noi»; gli sviluppi ampi e proficui del trattato De gratia, che dai chiusi recinti delle severe aule teologiche è stato portato in tutta la sua operante realtà alle anime, che ignoravano le grandezze del loro Battesimo. – Un secondo aspetto è quello liturgico. Partiamo dalla liturgia non in quanto è semplice cerimoniale o estetismo, ma senza escludere l’importanza e la bellezza dei suoi riti augusti: vogliamo farne rilevare lo spirito vivificatore. Vivere la liturgia è attingere la vita divina alle sue sorgenti, ai Sacramenti e ai Sacramentali e in modo speciale alla S. Messa; è proporsi un mistico itinerario, seguendo giorno per giorno la vita di Gesù, che si ricorda nell’Anno liturgico e nell’immolazione quotidiana del divin Sacrificio; è porsi sotto l’azione santificatrice che l’Eterno Sacerdote esercita mediante la Gerarchia. Oggi, con la grazia di Dio, si intende così e si vive così, da non pochi fedeli la liturgia. Felice conseguenza dovuta non solo a questi ma anche ad altri fattori, sui quali sarebbe troppo lungo indugiarsi (accenniamo. alla dottrina dell’infanzia spirituale, richiamata dalla piccola Teresa del Bambino Gesù, alla devozione al Sacro Cuore di Gesù, allo spirito missionario, ecc.) e che è indice dell’importanza in cui è tenuta la vita interiore, è il diffondersi dell’uso della meditazione, della pratica del Ritiro e degli Esercizi spirituali proprio in mezzo ai laici. – Aggiungiamo un altro aspetto: quello offerto dall’Azione Cattolica. Chi ha giudicato l’Azione Cattolica un movimento esterioristico, coreografico, burocratico, esclusivamente organizzativo, ignora la vera natura dell’A. C. Non si comprenderebbero le vive insistenze del Regnante Pontefice per Azione Cattolica se tutto dovesse ridursi a limiti così angusti e meschini. Un Papa della statura gigantesca di Pio XI non ne avrebbe fatto uno dei capisaldi del suo glorioso Pontificato. – Si è che l’Azione Cattolica ha dissetato i suoi ascritti alla pura sorgente del dogma, ha posto sulle loro labbra la preghiera ufficiale della Chiesa e così ha saputo suscitare verace zelo per la salvezza delle anime. Si è che l’Azione Cattolica è soprattutto un movimento di anime, che nella profondità della loro vita interiore, sanno ascoltare l’invito del Vicario di Cristo a collaborare all’apostolato gerarchico, per salvare la società e la civiltà contemporanea, instaurare la pace di Cristo nel regno di Cristo e «ridare al Cuore divino il trono e lo scettro nelle famiglie e nella società ». (Enc. Ubi Arcano). Ecco perché la vita interiore è alla base dell’A. C.; ecco perché l’Azione Cattolica è esuberanza e pienezza di vita interiore; ecco l’alto monito di Pio XI: « L’Azione Cattolica deve avere per premessa la santificazione individuale di ciascuno: che abbondi cioè e sovrabbondi quella vita soprannaturale che il Buon Pastore è venuto a portare a salvezza del mondo, ut vitam habeant et abundantius habeant »

(19 aprile 1931 alle Associazioni Cattoliche di Roma).

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Saremmo incompleti nella nostra rapida rassegna se non ricordassimo il potente e prezioso contributo della stampa a questo orientamento verso la vita interiore. Dai libri dotti e profondi a quelli di semplice volgarizzazione. Vantaggiosi i primi per il loro contributo scientifico, ma non meno utili i secondi per l’opera modesta ma indispensabile con cui ai più umili, quasi per vasi capillari, sanno far giungere la linfa corroborante di vitali insegnamenti. Annoveriamo fra questi ultimi, e salutiamo con vera gioia spirituale il nuovo scritto sulla « Vita interiore, ecc. », di cui ha voluto farci dono il Sac. Dott. G. B. Calvi, già noto per altre sue celebrate pubblicazioni. – Vi si ritroverà lo spirito di Don Bosco, Santo trasfuso nel suo discepolo, per cui anche le cose alte sono dette con semplicità e sempre con unzione. Vi si rintraccerà una modestia istintiva per cui l’Autore, a un certo punto, ama quasi celarsi, e lascia volentieri la parola ad altri, ornando così con rari gioielli il fine broccato del suo lavoro. Ma in modo speciale si rileverà il desiderio ardente di portare a tutti, specie ai giovani e agli ascritti alla Azione Cattolica, un anelito più sentito verso quella vita interiore, alla cui vetta apparisce Lui solo, il Maestro Divino, unico mediatore al Padre, e Salvatore degli individui e della società. – Sotto questi auspici il nuovo libro verrà accolto con piacere e con riconoscenza dalle anime desiderose di pace e di bene.

Roma, 15 ottobre 1937.

Festa di Santa Teresa.

Sac. A. CAVAGNA – Ass. Eccl. Centrale G. F. di A. C.

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A CHI LEGGE…

L’idea della pubblicazione di questo — comunque si voglia dire — modesto lavoro, mi venne durante la celebrazione intima del 25° annuale (31 luglio 1936) della mia prima Messa. Per due ragioni speciali: in ringraziamento al Signore per gli anni di vita concessimi, e per il fine di presentare un aiuto, di suggerire un mezzo, di indicare, a tutte le anime pie, ma, soprattutto alle anime giovanili, una strada diritta e relativamente facile per andare a Dio, raggiungerlo, possederlo, vivere uniti con Lui. Lo so. Libri che trattano di questa materia, ve ne sono molti, belli e utilissimi. Basterebbe ricordarne, e presentarne, uno solo, il libro carissimo della mia giovinezza, meraviglioso nella sua efficacia: il Per la vita intima del Padre Grou, che fu, ed è, per tante anime, come un perfetto intonatore spirituale dalla voce magica, chiara, forte; sempre fiducioso e persuadente. Mi si perdonerà, tuttavia, se nonostante questo, ho coltivato il desiderio di poter cooperare, modestamente, al dolce e insistente richiamo di Gesù: venite ad me omnes! Si: venite a me, tutti… senza distinzione: ma venite per vivere uniti a me! Poiché… Io sono la vite e voi i tralci… e voi senza di me non potete fare nulla. Quanto ho desiderato, e desidererei, che le mie povere pagine fossero un fiore, per l’altare di Gesù! Per questo ho supplicato la bontà infinita del suo Cuore divino e ricorsi all’intercessione della Vergine, che col dolcissimo titolo di Ausiliatrice imparai ad amare filialmente sino dall’infanzia! Ma so, purtroppo, che i lettori non troveranno, in queste pagine, delle novità attraenti, o, almeno, speciali doti caratteristiche di forma e di contenuto. Le parole, però, che riguardano Dio e le sue infinite perfezioni, risuonano sempre di Lui, e hanno, sempre, una loro luce intima, ch’è la luce del Signore. Questa luce, se accolta nel focolare dell’anima, dapprima sfavilla e lampeggia, poi si sprigiona e schiarisce in tante scintille, indi, in fiamma ardente. Se noi assecondiamo questa fiamma che illumina e riscalda, accesa e tenuta viva dall’amore divino per noi, veniamo presto a conoscere il nostro nulla, e, in questa miseria constatata, il bisogno di andare a Lui solo, a sentire lo stimolo della fame e della sete di Lui. – La vita d’unione con Gesù, esclude la vita del nostro io plasmato d’orgoglio e d’amor proprio, esige il distacco, la dimenticanza, la nostra morte mistica. Tutta l’ascesi sta nelle parole di Gesù: se qualcuno vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua Croce e mi segua (MATT., XVI, 24). – È nell’ascesi, che ha le radici la mistica. «Se qualcuno mi ama, ricorderà e osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui, e presso di lui prenderemo dimora » (Giov., XIV, 33). Il rinnegamento di sé e l’unione con Dio, ecco l’ideale richiesto da Gesù agli Apostoli e a tutte le anime generose. « Tutte le dottrine ascetiche e mistiche dei grandi periodi della storia della spiritualità non sono che tante esposizioni ed esecuzioni di questo programma unico e perenne ». « Nulla, nulla, nulla fuor che Dio! Dir questo nell’anima, non è il metodo di pregare? diceva san Giovanni della Croce. E non è forse, questo modo di pregare che induce la Grazia divina a cantare il suo poema nei cuori e nelle anime? Possano, dunque, queste pagine servire come di strumento, pur miserrimo, alla Grazia Divina per attrarre tante e tante anime… renderle consapevoli della loro nobilissima aderenza al Corpo mistico di Gesù, e sempre più radiose di luce e sovrabbondanti di gioia.

Al rev.mo Padre Prof. Angelo Taverna S. I. della Facoltà Teologica di Chieri, ch’ebbe la bontà di leggere e di esaminare pazientemente il mio lavoro prima che venisse stampato, e al rev.mo Mons. Alfredo Cavagna, Assistente Eccl. Centrale della G. F. di A. C. che si degnò di leggerne le bozze di stampa e mi regalò la sua magnifica prefazione, i miei ringraziamenti umili, ma fervidi e vivissimi. Il Signore lo ricompensi generosamente.

G. B. CALVI,

Salesiano.

Torino, 8 dicembre 1937

L’Immacolata Concezione.

Lettera di S. Em. il signor Card. E. PACELLI.

SEGRETERIA DI STATO DI SUA SANTITÀ

Dal Vaticano 8 aprile 1928.

Molto Reverendo Signore, ho il piacere di: significarle che l’Augusto Pontefice ha accolto con paterno gradimento l’omaggio dalla S. V. umiliatoGli della pubblicazione: La vita interiore e le sue sorgenti. Ringraziando del dono e del devoto pensiero che l’ha ispirato, Sua Santità le imparte di cuore, in auspicio di celesti favori, l’Apostolica Benedizione.

Mi valgo volentieri dell’occasione per ringraziare la S. V. dell’esemplare a me cortesemente destinato e per professarmi, con distinta stima;

dev.mo nel Signore

(firmato): E. Card. PACELLI.

Molto Reverendo Signore Sac. Dott. G. B. CALVI della Pia Società Salesiana di San Giovanni Bosco

TORINO

Lettera di S. Em. il Signor Card. VINCENZO LA Puma, Prefetto della Congregazione dei Religiosi.

Rev.mo Padre,

la ringrazio vivamente dell’omaggio fattomi del suo, più che modesto, ottimo volumetto di: La vita interiore e le sue sorgenti, che io già conoscevo ed avevo ammirato. A questa ammirazione aggiungo la mia particolare benedizione che spero le riuscirà assai gradita, con quell’affetto con il quale io intendo inviarla a un ottimo Figlio di Don Bosco. La ossequio e mi professo

di Lei dev.mo

Roma, 7 marzo 1938.

(firmato): Vincenzo Card. LA Puma.

Lettera di S. Em. il Signor Card. Maurilio Fossati, Arcivescovo di Torino.

Torino, 7-IV-38.

Il Cardinale Fossati, Arcivescovo di Torino, ringrazia il M. Rev. Don Calvi dell’omaggio fattogli della nuova pubblicazione, ma più ancora per aver dato a tante anime il modo di istruirsi su un punto tanto importante della vita cristiana. Benedice quindi all’Autore coll’augurio che La vita interiore abbia a trovare tanti e tanti lettori.

(firmato): M. Card. Fossati.

Lettera di S. E. il Signor Card. Pietro BOETTO,

Arcivescovo di Genova.

Il Cardinale Pietro Boetto S. J., Arcivescovo di Genova, riverisce il M. R. D. Calvi e gl’invia un piccolo pensiero sopra il suo bel libretto La vita interiore. Il buon don Calvi farà di esso quel conto che crederà. Ho data una scorsa al libretto La vita interiore dovuto alla penna del Sac. G. B. Calvi, Salesiano, libretto che si presenta in una veste tipografica così nitida e così comoda, che invoglia a leggerlo. Però nello scorrerlo dovetti constatare che se esso pel suo formato si può dire un libretto, per la materia che contiene e per la densità dei concetti e degli ammaestramenti pratici e utilissimi, specialmente alla nostra cara gioventù, si può e si deve dire un bel libro, che può supplire a parecchi. altri più voluminosi. In questo libro il giovane che voglia essere schiettamente e seriamente cattolico, trova le sincere e salutari sorgenti a cui attingere per coltivare la sua vita interiore, la vita dell’anima, perché possa ascendere sempre meglio ad alto in altum. In questo bel libro egli vede accese le luci, che lo guidano sulla via sicura nella sua ascensione; trova il fuoco, che lo riscalda. In esso egli vede assai bene indicati i gradini che deve ascendere, le svolte che deve evitare per non sbagliare la mèta. Trova insomma tutto ciò che è necessario ed utile per giungere in cima alla vetta, nella quale si incontra col suo Divin Maestro, ed in Lui possiede quanto può pienamente soddisfare il suo cuore ardente, quanto può appagare il suo ardore giovanile, che tende sempre in alto! Quanto, quindi, è desiderabile che questo bel libro formi l’oggetto di assidua lettura del nostro caro giovane cattolico, perché possa in tal modo assimilarlo nella sua vita pratica! Faccia il Signore che questo mio desiderio si converta in realtà nei nostri carissimi giovani!

Genova, 7 ottobre 1938.

(firmato): Pierro Card. Boetto, S. J.

LA VITA INTERIORE (2)

LE VIRTÙ CRISTIANE (8)

LE VIRTÙ CRISTIANE (8)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO – Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE IIa

LE VIRTÙ CARDINALI

CAPO I.

UN’OCCHIATA ALLE VIRTÙ CARDINALI

Sin qui qui il nostro discorso fu di quelle virtù, che nel Cristianesimo meritamente primeggiano sopra le altre; perciocché si riferiscono alle attinenze immediate tra le creature e il Creatore, tra i figliuoli e il Padre loro celeste. Invero la fede, la speranza, la carità, la religione, corrispondendo alla nostra naturale tendenza verso l’Infinito e l’Eterno, ci sublimano sopra di noi medesimi, e ci fanno vivere col pensiero, col desiderio e con l’affetto in quel Signore, che ci trasse dal nulla, e poi, diventati peccatori, misericordiosamente ci redense. Ma, poiché ogni principio di bene è da Dio, segue che le virtù, onde ci avviciniamo e ci uniamo a Lui, riescono seme fecondo di ogni nostro morale perfezionamento. Oltre a ciò, benché coteste virtù non mirino principalmente alle nostre relazioni col prossimo; pure spirano intorno un’aura viva di sapienza, di bontà e di morale bellezza, che, come zeffiro soave, si diffonde altresì nei nostri fratelli. Laonde la fede. La speranza, la carità e la religione, intanto che ci fan volgere gli occhi al Cielo, diventano pure quasi anelli che ci congiungono a tutti gli uomini. Per esse ci è dolce di credere, di sperare, di amare insieme con coloro, che, come noi, sono figliuoli del primo padre Adamo: e altresì di adorare Iddio, di ringraziarlo e di pregarlo, aspirando ad avere tutti, come è detto dei primi fedeli, un cuor solo e un’anima sola. – Ma vi hanno pure varie altre virtù, le quali riguardano più direttamente le relazioni intime dell’uomo con se stesso e col prossimo, Le diciamo virtù morali, cioè virtù, che intendono praticamente a ordinare secondo rettitudine la vita, e i costumi degli uomini. Il loro numero non si può dire con assoluta certezza determinato, essendo spesso gli ufficj loro così somiglianti, che, fra gli scrittori, taluno ne novera e distingue più, e tale altro meno. Prima del Cristianesimo fu insegnato dai maestri di religione e di etica, e principalmente dai filosofi che le virtù morali derivano tutte, quasi figliuole, da quattro virtù principali. Le quali la filosofia morale di quei tempi paragonò ai cardini, su cui si sostengono ed elevano gli edifizj; e però le disse virtù cardinali. Esse sono la prudenza, la temperanza, la fortezza e la giustizia, dai più. indicate con quest’ordine. Ad altri piace ordinarle diversamente, ma l’ordine loro rileva poco; perciocché queste quattro virtù sono indubbiamente unite con vincolo d’amore tra loro, ma non derivano strettamente l’una dall’altra. Nel Cristianesimo i Padri della Chiesa e gli altri maestri in divinità accettarono (e fecero bene) quest’appellazione, venuta dalla retta filosofia antica, e trasfusero le idee e il nome di coteste virtù sì nell’etica cristiana, Sì nell’insegnamento religioso. Però oggi, sino nei catechismi che i nostri fanciulli mandano a memoria, si tratta delle virtù cardinali. Invero sant’Agostino nel 1° Libro del Libero arbitrio insegna che la buona volontà dell’uomo si volge tutta intorno alle quattro virtù cardinali, prudenza, temperanza, fortezza e giustizia, e nel Libro secondo della Genesi contro i Manichei paragona queste quattro virtù ai quattro limpidi fiumi, i quali abbellivano e irrigavano  l’Eden. San Gregorio poi nei suoi Moralia, guardando più da vicino al significato delle parole virtù cardinali, dice che le quattro virtù cardinali sono le quattro basi, che stanno ai quattro angoli della nostra casa spirituale. Infine, la distinzione e il nome di virtù cardinali, accettata anche nel medio evo da san Tommaso, e da tutta la Scolastica del tempo, di secolo in secolo è arrivata sino a noi. I maestri di filosofia e di etica pagana attinsero il concetto di queste virtù in parte dalla luce dei primi principj che irraggia la coscienza umana, in parte dalla tradizione della divina rivelazione, non mai smarrita interamente, neppure tra le tenebre dell’idolatria, e in parte dal loro retto e talvolta altissimo filosofare. – I Padri della Chiesa cattolica, anzi la Chiesa stessa, accentando e facendo suo ogni sprazzo di luce vera, che trovò nel paganesimo, si appropriò anche le virtù cardinali. Ma il principale concetto di esse lo prese dalla Bibbia, nella quale ciascuna delle quattro virtù è non raramente commentata e dichiarata. Massimamente però lo tolse dai Libri sapienziali, e dagli insegnamenti di Cristo; benché né la Bibbia né Cristo dessero mai a cosiffatte virtù il nome di virtù cardinali. – Se non che il Cristianesimo, mentre s’accostò con la sua luce e con la sua sapienza celestiale a queste virtù, fece altro ancora. E levandole sino a Dio e nobilitandole, con quell’aura soprannaturale e celestiale che spira sempre intorno ad esso, in un certo tal qual modo le trasfigurò, benché nella sustanza rimanessero quali erano. Al Cristiano, in vero, è bello l’esser prudente, temperante, forte e giusto; ma ci vuole altresì che queste virtù nascano in lui, quasi fiore di cielo, per effetto della divina grazia, e lo elevino, insieme con le virtù teologali, a Dio. A noi non basta l’essere prudenti e temperanti e forti e giusti, perché l’esserlo ci è comandato dalla retta ragione e dall’etica naturale; ma molto più lo vogliamo, perché con queste virtù glorifichiamo il nostro Padre celeste, ci rassomigliamo a Lui, e acquistiamo meriti per possederlo e amarlo nella vita futura. Sappiamo, che cosiffatte virtù ordinano in gran parte la nostra vita morale e i nostri costumi; e questo è certo un bene assai desiderabile. Ma quale scopo mai duraturo e santo avranno la vita morale e il buon costume nostro, se non ci dovranno unire dolcissimamente al nostro primo Principio, e farci vivere e godere in eterno con Dio? Se, dopo di aver molto combattuto con noi stessi, e spesso col prossimo, per vivere secondo queste virtù naturali, dovessimo poi putrefarci tutti, e diventar pascolo di vermi in un orrido sepolcro, che nella sustanza poco differisce da un letamajo, pare a voi che avremmo ricavato un gran pro dal sacrifizio nostro? – Dante Alighieri, che, come mi avvenne di notare parecchie volte, fu anche teologo profondissimo, nei primi versi della seconda Cantica vede il Purgatorio non già nelle inferiori parti della terra, poco discosto dal limbo e dall’inferno, secondo l’opinione comune dei teologi del medio evo, ma in un monte, con otto ripiani, cioè l’Antipurgatorio, i sette cerchi e il Paradiso terrestre. Ora quel che fa al nostro proposito, è che Dante dopo di aver detto:

E canterò di quel secondo regno / Ove l’umano spirito si purga, / E di salire al Ciel diventa degno;

nell’entrare che fa in Purgatorio, si trova trasportato dall’aura morta dell’Inferno, che gli aveva contristati gli occhi e il petto, al regno luminoso del Purgatorio. Ed ebbe ragione di così chiamarlo; perciocché nel Purgatorio le anime, benché per un certo rispetto sieno come in carcere, e molto soffrano per purificarsi dalle lievi macchie con cui passarono da questa vita; pure nella sustanza sono giuste. Or in questo monte, l’Alighieri vede dapprincipio quattro stelle, le quali chiama anche luci sante; e le quattro stelle e luci, per consentimento di tutti gl’interpreti, denotano le quattro virtù cardinali, che sono splendori delle anime, unite all’eterno Sole che è Dio. – Più avanti nell’Ottavo del Purgatorio Dante medesimo vede le tre virtù teologali, anche esse, come tre stelle luminosissime; le quali valgono più delle stelle precedenti, e sono, come si direbbe oggi, stelle di prima grandezza, perché, nota il divino Poeta, miran più profondo. (Purg. XXXI, III, 130). Infine le une e le altre, cioè quelle che esprimono le virtù cardinali, e quelle che significano le teologali, Dante le vede trasformate in ninfe, o, che è il medesimo, in castissime e vaghissime donzelle.» Ma le virtù cardinali danzano alla sinistra del carro glorioso di Beatrice, nel quale è figurata la Chiesa; e le teologali (come più degne) danzano alla destra di esso. Le une e le altre però, considerate come virtù che si debbono praticare nella vita terrena, dicono di sé stesse: Noi siam qui Ninfe, e nel ciel siam stelle (Purg. XXXI, 106). Il paragone delle ninfe l’Alighieri lo dovette assai facilmente prendere da sant’Agostino; e però qui mi par bello di aggiungere ciò che trovo in una Lettera del medesimo sant’Agostino: “Gli atti delle virtù (teologali o cardinali che sieno), sono in questa vita terrena quasi ninfe; ma nella patria eterna le virtù e il premio della virtù saranno una medesima cosa. Qui nella terra le virtù sono in atto, lì nel cielo sono nei loro effetti; qui nelle opere, là nel premio; qui nei loro ufficj, lì nel loro ultimo fine. – Affissiamo dunque la mente nelle quattro sante stelle delle virtù cardinali, dopo che abbiamo mirato col nostro debole occhio, le tre teologali. Pensiamo, che le une e le altre si uniscono bellamente nelle nostre anime, e formano il limpido cielo stellato delle virtù cristiane; le teologali come stelle di prima grandezza, e le cardinali come stelle di seconda grandezza. Di poi ci volgeremo a considerare anche altre virtù, che si possono stimare quasi derivanti dalle cardinali; ma che noi guarderemo in una luce loro particolare, cercando d’impararle da un dolcissimo e nobilissimo Sermone di Gesù Cristo. È il sermone sapientissimo, che da quasi diciannove secoli è detto il Sermone della montagna; un sermone, che è e sarà sempre la fontana d’acqua salutare, messa da Gesù nel bel mezzo della Chiesa, per irrigarla e fecondarla con le virtù e la perfezione cristiana.

LE VIRTÙ CRISTIANE (9)

RIFIUTARE LA GRAZIA DELLA VITA CONSACRATA

RIFIUTARE LA GRAZIA DELLA VITA CONSACRATA

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur – Mediolani, die 4 febr. 1926, Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato: Crisi di vocazioni sacerdotali e religiose

Dic ut sedeant hi duo filii mei, unus ad dexteram tuam et unus ad sinistram in regno tuo

[Di’ che seggano questi due miei figlioli uno alla tua destra, l’altro alla tua sinistra nel tuo regno.]

(Matteo XX, 21).

I. – Lo spirito contemporaneo riguardo al sacerdozio ed alla vita religiosa. Come siamo lontani dal tempo in cui la madre degli Zebedei, credendo alla Regalità temporale di Gesù e spinta dal suo amore materno, chiedeva al Maestro che si degnasse « far sedere i suoi due figliuoli, l’uno alla destra, l’altro alla sinistra nel suo Regno! » C’era un errore, nello spirito di questa donna, sulla natura del Regno Messianico; e c’era forse anche un sentimento reprensibile di vanità; e tuttavia nobile e previdente cuore d’una madre! Essa non chiede nulla per sé: non pensa che alla gloria dei suoi figli; e li vede già nel suo pensiero, ministri del Re-Gesù, e forse forti d’una potenza eguale a quella di Giuseppe, in Egitto. – La razza delle madri che si dimenticano, offrendo i loro figli a Nostro Signore, minaccia di estinguersi. Era un meraviglioso linguaggio, a traverso i secoli cristiani; perché non continua in tutta la sua santa nobiltà e la sua feconda bellezza? L’onore d’essere scelti e preferiti dal Re d’Amore, l’onore immenso di servir Gesù e di darlo alla terra, con la potenza del Sacerdozio e il sacrificio della vita religiosa, non è più oggetto d’ambizione, ma di timore e di disdegno. Perché? È la risposta inquieta e negativa alla grave domanda di nostro Signore: « Potete bere il calice che io bevo? » – In ogni tempo, il Sacerdozio e la vita religiosa sono stati una via dolorosa per quelli che le hanno seguite, ed hanno avuto la grazia di comprendere la gloria sanguinante del Calvario e le pesanti responsabilità legate a questa gloria. – Ma con le idee di libertà sfrenate che corrono come un uragano devastatore, con lo spirito ragionatore e orgoglioso, conseguenza di questa falsa libertà, nell’atmosfera satura del sensualismo raffinato dell’epoca nostra, le vocazioni sacerdotali e religiose diventano spesso un eroismo. E gli eroi sono pochissimi, specialmente quando l’eroismo è intimo, segreto, e che non deve contare né sulla benevolenza, né sugli applausi umani, ma sullo staffile terribile delle critiche e del disprezzo sociale. Era più facile, una volta, alle famiglie cristiane di conformarsi alla volontà divina e di accordare ai loro figlioli la libertà santa di seguire le chiamate del Signore. I campi erano molti più divisi allora: non si incontravano i giudei e i samaritani. Non era stata stretta l’alleanza fra i figli di Dio e i figli degli uomini. Negli ambienti cattolici si godeva di una maggiore indipendenza, e l’influenza delle critiche era molto diminuita dalle distanze reciprocamente stabilite e rispettate. – La società moderna ha spezzato gli ostacoli; e i mondani più audaci hanno rumorosamente invaso, con la loro dottrina, lo spirito, l’educazione e i costumi della vita familiare e sociale dei Cristiani. Le emanazioni malefiche delle loro teorie hanno soffocato la gran deferenza e l’ammirazione simpatica che si aveva, sempre per tradizione, per gli eletti al chiostro e all’Altare, tanto negli ambienti cristiani e ferventi, che tra le persone semplicemente oneste. La persecuzione ha fatto il resto. Confusi tra la folla, relegati negli ultimi posti, carichi di obbrobri, spogliati, spesso scacciati, siamo il rifiuto di una società deformata. La confidenza delle famiglie, di quelle famiglie persino, in cui si trasmettevano le tradizioni di venerazione verso di noi, ha ceduto a delle ragioni spiegabilissime di prudenza. Quanto all’immensa maggioranza delle famiglie — dominate dal rispetto umano, e scosse da questa mondanità, il cui cammino sempre facile, conduce all’indifferenza religiosa — essa si rifiuta con sempre maggiore energia, di dare i propri figlioli ad una istituzione sconosciuta e criticata. Questa indifferenza delle famiglie, più nefasta d’una persecuzione odiosa, è la prima causa della sterilità deplorevole della nostra società, in relazione alle vocazioni. – La fede è diminuita, il credito del religioso e del sacerdote è finito, a causa dell’attentato del mondo al suo prestigio soprannaturale, alla sua aureola evangelica… Ed ecco che questi due stati son divenuti, per una falsa concezione moderna, delle comuni carriere, apprezzabili, cioè, unicamente nella misura in cui esse possono dare un certo avvenire al giovane o alla fanciulla, e far conseguire alle loro famiglie, qualche vantaggio materiale. Le persecuzioni recenti e le condizioni critiche che traversano lo stato ecclesiastico e gli ordini religiosi, non promettono più quell’avvenire splendido e sicuro che poteva non produrre, ma facilitare almeno in altri tempi le vocazioni. Da allora, quale recisa opposizione non offre la nostra società, materialista e indifferente, all’aspirazione d’un ragazzo, che si dica chiamato al seminario o al convento! Si chiedevano onori alla Chiesa, quando essa poteva darne attraverso la sua potenza e il suo trionfo sociale. Tutti l’amavano nell’ora del Thabor; quanta differenza coll’attitudine ingrata d’adesso, che è l’ora del Pretorio. Si dimentica che la gloria di essere al bando per Iddio, è una gloria che sorpassa tutti gli onori. Se sono poche le madri, ammirabili nella loro ambizione, le quali vogliono vedere i loro figlioli consacrarsi a Gesù-Re, ciò avviene perché non si riconosce l’onore che questo Re fa ridondare sui suoi ministri e sulle sue spose. – Cos’è un principe o un re della terra, in confronto di un sacerdote? Misurate la loro potenza; il principe firmerà forse, migliaia di sentenze di morte; il sacerdote, con l’assoluzione, emetterà migliaia di sentenze di vita eterna, compresa quella dello stesso principe. Egli battezza, assolve e sotterra i Re! Che cos’è una regina, in confronto di una religiosa? Meno di una portinaia, in confronto della sposa d’un re! Un’umile religiosa, che insegnava il catechismo alle figliuole di Luigi XV, dette in proposito una simile risposta, quando una di esse, urtata dal un’osservazione della sua maestra, disse fieramente: « Pensate voi che parlate alla figlia del vostro Re? » E la religiosa: « Non dimenticate neanche, Signora, che siete dinanzi alla sposa del Dio di vostro padre e del vostro Dio! » – Il secolo nostro, pieno di se stesso, e tanto lontano da qualsiasi idealismo, soprattutto da quello che s’ispira al Vangelo, misconosce e rifiuta le grandi idee ed i nobili sentimenti delle precedenti generazioni. Esso ha sostituito, al concetto ereditario della dignità cristiana, un criterio molto più elastico e comodo, nel senso morale, e molto più egoista nelle risultanze pratiche. Non c’è da meravigliarsi, dunque, che si consideri il Sacerdozio come una carriera qualunque, molto umile, poco rispettabile, e molto meno redditizia di tante altre. Ed il mondo i fa presto a giudicare i motivi di questa inferiorità. – La religiosa, oh, essa non ha potuto pensare al chiostro che per puntiglio o in un momento d’inesplicabile storditezza; ammenoché non vi abbia trovato il rifugio ad una impotenza fisica o morale o la manifestazione d’un forte egoismo. – Numerose famiglie cristiane pensano oggi come il mondo e dicono: «Oh, no, Signore, non sei tu che chiami il mio figliolo: è lui che sì inganna. » Oppure: « la nostra figliola crede vocazione, ciò che è un illusione, essa non deve lasciare i suoi genitori, se non per maritarsi, ma giammai per consacrarsi a Te. La madre degli Zebedei non si incontra quasi più… Ma il Maestro buono, che non è mutevole come noi, continua a passare fra gli uomini, affascinando con uno sguardo, trascinando con unu parela « Lascia tutto, vieni e seguimi! » Nonostante il mondo e la bufera di modernità che ha investito la società cristiana, l’esercito degli apostoli e delle o spose di Cristo rimane. Se è meno numeroso, è però meglio agguerrito, nello spirito della sua sublime vocazione. – Se il mondo si affretta tanto a giudicare e a valutare quel che gli è superiore, può essere permesso anche a noi di scoprire e di abbattere l’incoerenza dei ragionamenti, per i quali esso si vanta di essere saggio. Guardate: nella misura in cui la famiglia si disfà, a poco, a poco, dell’autorità del Maestro, i genitori reclamano per sé un aumento di autorità. In virtù di essa, che costoro dichiarano sacra, inviolabile, si oppongono alla scelta che i loro figli hanno fatto della vocazione religiosa o sacerdotale. Pertanto, essi dicono di lasciarli liberi, oh, assolutamente liberi di scegliere la loro via… a meno che la scelta non cada proprio sul solo stato decisamente escluso. È forse logico tutto questo? Si può aspirare a tutte le carriere degne e, onorevoli; si può sposare o restar celibi; si può tentare la fortuna, esponendo la propria salute e anche la vita, ma non si ha il diritto di indossare l’abito talare o religioso. La chiamata intima, l’attrazione potente, irresistibile, il diritto di cercare la felicità secondo ciò a cui spinge la propria coscienza, possono essere invocati… invano. Temporeggiare, provar a piegare la mentalità degli oppositori, tutto è inutile: non si ha il diritto di consacrarsi a Dio. Si può dare tempo, gioventù, cuore ad una società frivola; si può darlo con giuramento ad una creatura che, buona oggi, è capace di darci disinganni orribili domani.. Si può consacrarsi alla salvezza della patria, mostrarle un amore eroico, offrirle il proprio sangue. Tutto questo è bello, è buono… eccettuato servire il Signore e consacrargli la propria vita. – Ora bisogna che il Signore disprezzato accordi questi diritti. Cerca l’uomo di vendicarsi della sua impotenza, rifiutandosi di riconoscere, nel Creatore la sorgente divina da cui emanano tutti i diritti e quello inviolabile, di far primeggiare il suo onore e il suo servizio? – Se si fosse veramente logici, non si dovrebbe invocare il titolo di « padre » per opporsi al Padre per eccellenza, Giudice divino dei genitori, fedeli o infedeli rappresentanti di Lui. La gerarchia diritti e dei doveri spezzata, quando Dio non ha più l’autorità suprema, e non può dire ai genitori quel che disse ad Abramo: « Offrimi il figlio tuo in olocausto alla mia «gloria ». La famiglia può chiedere a buon diritto dei sacrifici ai membri che la compongono, per il bene generale del focolare. La società può imporre alle famiglie, per il bene sociale, dei veri sacrifici. La Nazione può esigere, anche per forza, delle grandi immolazioni, per il bene pubblico e nazionale. Ed è nell’ordine naturale delle cose accettare tutto questo. Non vi sarebbe che Dio, il Signore di ciascun uomo, il Padrone assoluto delle famiglie, il Re Sovrano della società e delle nazioni, che non potrebbe reclamare, imperiosamente e con pieno diritto, le sue proprietà, prestate temporaneamente ai genitori? Per l’onore, per il denaro, per la pace, per l’umanità, i genitori possono e debbono cedere tutti i giorni parte del loro relativo diritto. E Gesù Cristo avrà meno diritto degli avvenimenti che Egli stesso conduce, e delle creature che vivono del suo soffio?… – Il sacerdozio e la vita religiosa, doni sublimi del Signore, sono talmente al disopra di tutti i beni, di tutti gli Stati, di tutti gli onori della terra! Vale a dire che, quando Egli chiama al suo seguito è giusto lasciar tutto e passare, se fosse necessario, su un braciere ardente. Perché nulla, sulla terra è così nobile e così bello; e pertanto le sofferenze più inaudite non possono comprare l’onore, l’amore, la felicità che il Cuore di Gesù riserba a questi predestinati. – Noi siamo convinti che la maggior parte delle famiglie, che lasciano bussare invano alla porta loro il Re dei re, lo fanno in un momento di timore del sacrificio, in un pensiero spiegabilissimo, cioè, d’egoismo. Esse non si rendono conto del bene inapprezzabile, del tesoro senza pari che esse rifiutano, del torrente di benedizioni celesti di cui esse si privano e del giusto pentimento che ne avranno un giorno, forse troppo tardi! Il sacerdote e la religiosa sono tanto poco e male conosciuti, che è ben facile spiegarsi i mille pregiudizi diffusi contro il loro nobile stato. Allontanàti più o meno da ogni relazione con le creature esclusivamente mondane, spesso separati dalla vita pubblica sociale, essi non possono essere compresi dal mondo, che hanno lasciato, d’altronde, con ragionevole disdegno. E il mondo risponde a questa indifferenza giustificata, accentuando la sua diffidenza verso questi « eccentrici », la cui vita seria e felice è una condanna alla loro, vana, molle e inquieta. Aggiungiamo a questa diffidenza generale, a questa misconoscenza, tutte le calunnie che sono state diffuse dall’ignoranza e dalla malizia, tutti gli oltraggi fatti loro, ed avremo una spiegazione più che sufficiente di questa atmosfera ostile alle vocazioni. Questo è antimilitarismo contro l’esercito del Signore. Oh, se le famiglie cristiane, i focolari veramente onesti e fedeli conoscessero il « dono di Dio », il segno d’onore, il valore della grazia, la distinzione soprannaturale, il beneficio inaudito, la preferenza gratuita e gloriosa che suppone l’appello di Gesù, tanto per gli eletti che per loro stesse, oh, come tratterebbero il Signore alla porta loro! Come gli direbbero, prese da santa confusione: « Allontanati da noi, Signore, che siamo peccatori! O Maestro, non siamo degni che Tu entri sotto il nostro tetto! »  Ahimè! il gesto che ferma su tante soglie il Re di gloria, che va in cerca di apostoli e di vergini, non mai ispirato ad umiltà, forma delicata d’adorazione! Esso è provocato dalla misconoscenza dei diritti divini di Gesù Cristo!

II. – I figlioli appartengono a Dio

A chi appartengono i figli, e quale è il loro destino? Ecco adunque la vera soluzione della questione della vocazione. Sono, i genitori, i padroni o i semplici depositari, incaricati d’interpretare una volontà ed un comandamento divino? Essi sono stati gli strumenti per la vita naturale, ma il diritto cristiano non riconosce loro alcuna autorità assoluta, sull’avvenire dei loro figlioli. – Il quarto comandamento è sempre subordinato al primo. I genitori devono andare a Dio, poiché essi sono da Dio; i figli, attraverso i genitori, devono tendere a Dio, poiché anche essi sono da Dio. Se la società, e soprattutto la Patria, hanno dei diritti che genitori debbono rispettare, e ai quali sacrificano le loro più legittime 00affezioni, in un grado infinitamente superiore, il Signore s’è riservato il pieno diritto di disporre della vita e della morte delle creature affidate, temporaneamente e condizionatamente, alla cura affettuosa, alla custodia cristiana di altre creature – E come il potere civile, anche più legittimo e meglio stabilito, non può assolutamente misconoscere i sacri diritti dell’individuo, e questi, quando si tratta di difendere la sua coscienza cristiana, per esempio, è obbligato a disubbidire alla autorità umana opposta alla divina, così la patria podestà, fondata sulla natura e confermata dalla legge evangelica, non può contrariare il diritto del figlio, chiamato dal suo Dio. Il figlio è del Creatore, passando attraverso i genitori che l’han ricevuto per Lui, e che debbono renderglielo, non solo all’ora della sua morte, ma anche quando il Signore lo sceglie e lo chiama, lo trae dietro a sé e lo fa camminare pel sentiero stretto, ma glorioso, dei consigli evangelici. Se neanche un sol capello del nostro capo può cadere senza il permesso del Maestro, se ogni uccello e ogni fiorellino è nutrito e rinfrescato per ordine di Lui, che pensare dell’autorità divina e della Provvidenza amorosa che vegliano sull’esercizio dei suoi sovrani diritti, e sull’avvenire temporale ed eterno dei figli?… D’altra parte, chi ha il segreto di questo avvenire? Dio solo, nessuno all’infuori di Lui, ed Egli se lo riserba gelosamente. Non vediamo forse tutti i giorni, per esperienza, fallire le previsioni così prudentemente calcolate, così ben combinate? E quando noi crediamo aver raggiunto lo scopo, con un piano sapientemente elaborato, sopravvengono avvenimenti imprevisti, malattie improvvise, agitazioni materiali o morali, che distruggono immediatamente le nostre previsioni. Anche la morte ci prova che l’avvenire delle creature non è che nelle mani del Creatore. – Chi può tracciare all’uomo la sua via, se non Colui che conosce l’uomo? Ora, chi conosce veramente, intimamente e profondamente l’uomo, se non Dio? La vocazione è un problema troppo grave per affidarne la soluzione al corso delle circostanze, delle velleità o degli interessi umani. Il legame fra l’avvenire temporale e l’avvenire eterno è molto stretto. La vocazione è la strada, l’eternità è la mèta cui questa strada deve condurre. Vi è un ingranaggio fatto da una sapienza increata; guardiamoci dallo spezzare una molla della catena, che comincia dalla culla e, che, intrecciata da una mano provvidenziale, conduce all’eternità. Quanto spesso il fermarsi d’un’anima, per colpa sua o di altri, una deviazione definitiva dalla diretta via, ha delle fatali conseguenze quaggiù e nella sua vita avvenire. Se è vero che le stelle hanno la loro via, invariabilmente tracciata, non l’avrà forse l’anima cristiana, più preziosa di tutte le costellazioni? Da ciò sembra che il Cristiano, soprattutto se ha la responsabilità della paternità, non dovrebbe osare, per nessun pretesto, far deviare un’anima di fanciullo dalla via divina verso cui è spinta. Ahimè! il numero di questi audaci incoscienti aumenta, ma non negli ambienti religiosi, dove le vocazioni sono un’eccezione straordinaria, ma nelle famiglie in cui si riversa la misericordia del Cuore di Gesù. Questo. gesto, quanto mai pericoloso, è un attentato contro la Sapienza e l’assoluta Sovranità di Dio e tanto più grave in quanto esso è commesso proprio da coloro che sono ufficialmente incaricati da Dio d’educare i loro figlioli in modo che essi siano sempre pronti ad ascoltare la Sua voce, e ad ubbidire alle Sue chiamate. Di conseguenza, si rende vana l’attesa divina, si sviano i disegni di Lui, si arresta la corrente della Sua misericordia, si assume un’enorme responsabilità morale. – Privare così il Signore della sua gloria non può dare la felicità. Un sacerdote di meno: calcolate, se potete, il bene immenso che sarebbe stato Compiuto e che non lo sarà mai!… Un sacerdote di meno, vuol dire 368 messe di meno; e supponete che questo sia soltanto per 25 anni e così potremo calcolare, se si aggiunge l’amministrazione dei Sacramenti, la grazia delle predicazioni e le iniziative di zelo?… Potremo mai farci un’idea di questo bene immenso, incalcolabile, che sorpassa ogni previsione, e a cui ci si è opposti? – Un religioso o una suora di meno, una sposa cioè una lampada, una particella d’ostia di meno sull’altare, è la soppressione di tutta una vita di lavoro, di preghiera, di sacrificio, la distruzione di grazie, di vita divina, di fecondità spirituale. – È forse permesso di rifiutare impunemente il mantello di porpora con cui Gesù stesso avvolge un fanciullo predestinato? di togliere il diadema regale ch’Egli pone sulla fronte di una giovinetta? Si può forse privare impunemente di tante glorie, il Re dei re ? È possibile esporre migliaia di anime alla loro perdita eterna, soffocando delle vocazioni di sacerdoti, di contemplativi, di spose, zelatrici della gloria sua, senza provocare la giusta collera di Dio? Poiché non si tratta soltanto, né principalmente, di rifiutare questo onore che Dio decreta e offre gratuitamente, ma di sconvolgere l’ingranaggio della salvezza, di rompere la rete meravigliosa destinata ad una meravigliosa pesca. E il sangue di Gesù è versato inutilmente per migliaia di creature, che periranno per mancanza di ministero sacerdotale, e del ministero nascosto dell’umile religiosa. Se a causa dell’astensione di un uomo onesto, d’uno solo, dalle elezioni, il paese può subire dei grandi disastri politici e nazionali, cosa sarà nel piano della Redenzione se, per colpa d’una famiglia cristiana, un sacerdote o una suora mancano, nel torrente di misericordia che il Cuore di Gesù vorrebbe riversare, con il loro zelo e col sacrifizio loro, sul mondo intero? Nel mondo morale, come nel fisico, un cataclisma spaventoso delle disgrazie irreparabili, possono essere la conseguenza d’una lacuna, apparentemente leggera ed isolata. Così ragionava un gran Vescovo, col Marchese de B… qualche anno prima della guerra. Il figlio minore del Marchese, giovane di 19 anni, manifestava il desiderio di farsi sacerdote. Il padre si opponeva: « Rifletta, diceva Monsignore, all’enorme responsabilità di fronte a Dio e di fronte alla Chiesa. Un sacerdote di meno, specialmente alla nostra epoca così sterile di vocazioni ecclesiastiche, porta gravi conseguenze! ». E poiché il Marchese si ostinava ed esprimeva freddamente un’irrevocabile volontà, Monsignore, congedandosi, disse con triste gravità: « Chiedo a Nostro Signore di illuminarvi su una questione così seria e delicata, e, in ogni caso, desidero sinceramente che questo sacerdote di meno nella diocesi, già tanto provata dal numero esiguo delle vocazioni, non manchi proprio a Lei, all’ora della sua morte! » La guerra scoppia. 1 due sacerdoti del paese prossimi al castello del Marchese partono come soldati portaferiti. Tre anni dopo, il Marchese vien colpito da apoplessia, e chiede un prete. Il curato del villaggio più vicino è vecchio ed infermo, e deve assistere molti parrocchiani. Si deve cercare altrove un altro prete, e quando questo giunge, il malato è morto. Il prete che è di meno nella diocesi è forse quello che manca al capezzale dell’agonizzante. – E notare che la guerra ha reso ancora più acuta questa crisi, alla quale S. S. Pio XI allude nella sua Enciclica con queste parole: « Come è per noi doloroso il vedere che il contingente dei preti diminuisce dappertutto ». Il Papa se ne duole!

III.  Sacrifici mondani – Sacrifici Cristiani

I genitori possono di buon diritto temere gli onori che vengono dal mondo. Essi darebbero prova di una grande saggezza, nel tener lungi alcune ambizioni di gloria e di ricchezza, suscettibili di essere un giorno la causa della infelicità dei loro figlioli. Essere grande nel mondo, non significa sempre essere onesto e felice. – Il sacerdozio e la vita religiosa non offrono onori pericolosi. Nostro Signore riversa, sopra quelli che Egli sceglie, le sue grazie in sovrabbondanza. D’altra parte l’esser tentati dall’onore sacerdotale e dalla gloria di una vita monacale, non può generare l’orgoglio e il sensualismo, perché costituisce l’attrattiva intima di una vocazione di sacrificio dello spirito, del cuore, dei sensi.  « Io voglio essere prete! », diceva un fanciullo al suo curato. E questi di rimando: — Ma i preti sono disprezzati, nella strada li chiamano « pretonzoli ».  — Proprio perché li insultano, io voglio essere prete. Li insultano, perché sono buoni. —- Ma si combatte la religione, caro fanciullo, e la si perseguita nei suoi ministri. — Ragione di più, signor Curato; io la difenderò. — Ma allora, perché vuoi essere prete? Tu puoi formarti un brillante avvenire, seguendo la carriera di tuo padre. — Perché? perché il buon Dio non è amato e tutti  Lo abbandonano. Voglio legarmi a Lui, e andrò a farlo conoscere ed amare. Io sarò l’avvocato di Gesù. — Bisogna convenire che la carne ed il sangue non parlano questo linguaggio, e che l’immensa maggioranza dei buoni non è spinta a sacrificare tutto e per la gloria di una Croce e per il piacere di un diadema di spine. – « Che orribile sacrificio impone ai genitori la vocazione religiosa! », si lamentava una madre cristiana, che aveva proprio allora sentito suo figlio di venti anni, dirle di essere francamente risoluto a farsi sacerdote e religioso. Oh! siamo rispettosi e giusti verso Nostro Signore! Sì, certo, c’è un sacrificio, un sacrificio reciproco e doloroso, mai orribile. E questa parola ferisce il Cuore di Gesù. Lo dice mai qualcuno, quando dona i suoi figli al mondo? L’aveva forse detto, quella stessa madre, quando la sua figlia maggiore s’era maritata ad un uomo d’affari, destinato a restare, forse per sempre, lontano dal suo paese, e che conduceva la fanciulla ad una distanza di oltre due settimane di viaggio? Aveva essa esitato ad unire la sua seconda ad un diplomatico, parimenti lontano dal suo paese e dalla sua famiglia? Aveva essa ostacolato la vocazione del primogenito, ufficiale di marina; del più piccolo, già iniziatosi alla carriera militare a diciott’anni appena? Ma quando il buono, il dolce, l’adorabile Gesù, che rende il mille per uno, che permette la ferita, ma la cosparge di balsamo, e di una gloria che non si può calcolare; quando il Re dei re tende la mano al suo fanciullo, gli offre un magnifico destino di bellezza, di onore e di fecondità; quando il Maestro del mondo vuol sollevarlo fino al suo trono, oh, allora, la vocazione diviene un orribile, un impossibile sacrificio! Allora soltanto tutta l’influenza efficace e potente della madre agirà per fare desistere il giovane dalla sua aspirazione. Quale illogica incomprensione, e che ingiustificabile contegno! – Il sacrificio imposto dalla vocazione religiosa, è veramente più penoso e meno compensato di quello che esigono le carriere del mondo e i matrimoni? È una pemiciosa ed errata illusione il crederlo. Ascoltate questa storia, dolorosamente vissuta: una signora di ventisette anni, distinta e buona, vuol essere religiosa: ha avuto questo desiderio dalla sua prima Comunione fatta ad otto anni. La madre vi si oppone risolutamente e le dichiara che finché essa vivrà non le darà mai il consenso. Dopo una resistenza quasi eroica, esaurita dai quotidiani rimproveri e dalle più pressanti sollecitazioni, si rassegna a maritarsi a ventisette anni, con le labbra sorridenti, ma col cuore dolorante. Tre anni dopo la morte di suo padre, le esecuzioni testamentarie portano delle complicazioni impreviste. Il giovane marito è esigente, ambizioso; egli è attaccato con esagerazione a quello che egli considera i diritti di sua moglie. Vi sono altri figli interessati, le cose non sono chiare. Ora un giorno, il tribunale cita la Signora X… per abuso di beni di minorenni e per falso, in una dichiarazione che le si era fatta fare. Uno scritto firmato da sua figlia l’accusa. La povera madre, nel ricevere la notifica della citazione grida: « Sono giustamente castigata! È mai possibile che mia figlia, la quale avrebbe rinunziato a ogni sua fortuna per il convento, tratti ora sua madre di ladra e spergiura? ». – Il caso è tipico. Se non è per il denaro, è per mille altre cose inattese che le madri hanno sofferto e soffriranno sempre per i loro figlioli, che stanno nel mondo. Senza che questi arrivino a pervertirsi, i loro nuovi doveri ed i loro interessi provocano spesso tali conflitti familiari, che arrivano ad essere dei veri calvari intimi, tragedie penose e accoranti. Per seguire suo marito, la figliola abbandona sua madre: per creare un nuovo focolare, il figlio lascia il focolare paterno: questa è la legge ineluttabile del matrimonio. È il sacrificio dei genitori che danno i loro figlioli al mondo; è spesso qui il duro e orribile Sacrificio! Certo, la separazione imposta dalla vocazione sacerdotale e religiosa ha il suo lato penoso, ma essa è mille volte compensata e più dolce, in seguito, per i genitori. La ragione è semplice: i preti e i religiosi non dividono i loro cuori; nel darsi a Dio essi non hanno dimenticato la loro famiglia. « Il più caro dei miei fanciulli, il più mio, il più vicino al cuore mio, nonostante la distanza che ci ha sempre separati, sei tu, il figliolo apostolo » mi ha scritto più di una volta mia madre, col pericolo di rendere gelosi gli altri otto figli che le vivono intorno. Le distanze sono relative, quando le anime restano unite! Oh! vi sono ben altri ostacoli che dividono, oltre gli oceani e le montagne. Si è delle volte vicini e così lontani… Guardate un po’ voi, madri che leggete queste righe, guardate intorno voi e troverete che troppo spesso il matrimonio dei figlioli non è una conferma della affezione figliale. Al contrario invece, voi non troverete mai la prova che il seminario od il convento abbiano soffocato nei giovani il quarto comandamento o ne abbiano diminuita la forza. Altra cosa è il separarsi, ed altra è il dimenticare l’attaccamento nobile del figlio verso i suoi, o di rinunciarvi. E non è certo il mondo che può invitare i sacerdoti od i religiosi ad intendere dalla sua bolla, le lezioni di dignità, di gratitudine, di affezione filiale. – Genitori cristiani, se voi sapeste, per esperienza, il compenso che il Signore vi riserva, voi non avreste abbastanza lacrime per riparare la diffidenza, forse la ribellione, con le quali avete ricevuto le sue proposte di gloria. Qual è dunque quello stato di vita, in cui non vi sia in gran parte il sacrificio, e tanto più crudele, quanto più siano allontanati i sacri doveri, per essere esenti dalla croce? Si sarebbe veramente tentati a credere che alcune delle famiglie cristiane non temano che la Croce del Maestro Gesù, tanto esse sono coraggiose nel sacrificio che la vita o la società impongono loro. Così durante la grande guerra, quale eroismo patriottico nel cuore delle madri! I figli partivano, le madri dicevano loro addio piangendo, sì; ma le loro lacrime erano calme e fiere. Giammai esse avrebbero pensato di arrestare il figlio sì caro, da quel glorioso cammino d’immolazione alla Patria! E se per disgrazia egli avesse avuto una esitazione, una debolezza, la virtù materna avrebbe rinvigorito lo spirito vacillante del giovinetto e l’avrebbe tenuto fermo nella via dell’onore e del dovere. Un plauso per queste patriote ammirabili! Ma ove sono esse mai, le grandi Cristiane che mostrano tanta nobiltà e tanto volere nella vocazione dei loro figlioli, quando questi entrano nel cammino infinitamente più glorioso, del seminario o del convento? – Si era a Ginevra, durante il governo dell’illustre Monsignore Mermillod. La tempesta morale imperversava su di lui. Una notte, la folla malvagia aveva urlato per lunghe ore: « a morte il Vescovo, a morte! » Di buon mattino Monsignore riceveva la visita della sua vecchia madre. « Sembra » diceva essa, che vogliano uccidere il Vescovo di Ginevra; io l’ho saputo ieri sera molto tardi e mi sono affrettata a venirti a supplicare di non fuggire. Il tuo dovere è di restare qui. Se tu morrai per la fede, quale onore sarà per la famiglia!» Se le famiglie cristiane avessero delle madri di questa forza, e di questo spirito, la Chiesa sarebbe sempre glorificata e vittoriosa. La crisi di autorità nelle famiglie e quella di pudore nella società, sono certamente in gran parte dovute alla crisi di vocazioni.

IV. Il Sacerdozio e lo Stato Religioso in confronto alle altre classi della Società.

Se il Maestro Divino non regna più nel focolare, se la sua Legge è compromessa, se vi è del rilasciamento e si constatano delle libertà pericolose nelle relazioni sociali, se lo spirito mondano ha profanato il santuario della famiglia, è forse da meravigliarsi che non vi giunga più la voce della chiamata Divina, che la semenza della verginità e del sacrificio non vi si sviluppi, e che il frutto benedetto e sacro delle vocazioni non vi sì maturi più? Non sì raccoglie il frumento dalla sabbia, né l’uva squisita fra i cespugli di un sentiero battuto. La crisi delle vocazioni è il segno più sicuro della mancanza inquietante delle virtù cristiane e sociali. Dal frutto si giudica l’albero ed il terreno La necessità assoluta di un ambiente molto ricco di virtù, perché vi nasca e vi si sviluppi una vocazione è un argomento indiretto per dimostrar come sia eminente e nobile la vita sacerdotale e religiosa. Gli eletti debbono vivere casti: il loro nido deve essere dunque casto. Essi debbono essere obbedienti ed umili, vale a dire che non si produrranno in un ambiente orgoglioso. Essi debbono vivere di sacrificio; epperò il lusso e la mollezza attesteranno il loro manifestarsi. Si vuole sapere che cosa vale una società ed un paese? La statistica del clero e delle comunità religiose sarà la migliore regola per giudicare. Perché? Perché gli eletti del Signore sono la più bella la più nobile espressione della moralità e dell’idealismo cristiano di una Nazione. Molto meno delle milizie nazionali, molto meglio delle Istituzioni di diritto pubblico, il sacerdozi e la vita religiosa sono di diritto e di fatto una norma vivente per giudicare l’elevatezza intima della coscienza, quella della società e della nazione. Nessun altra istituzione fa della virtù eroica un sistema di vita, mantenuto ed amato fino alla morte. È dunque una vera gloria l’esservi assunto. A coloro che non si peritano di parlare di cose che ignorano e di pubblicare che i sacerdoti ed i religiosi hanno cercato la pace in un ritiro egoista e facile, che sono i fuggiaschi della battaglia, i disertori della vita, noi potremmo dare la risposta che dette un buon monaco, pieno di spirito ad un signore superbo che era andato a visitarlo: « Se la nostra vita è così dolce, così comoda, se noi siamo vigliaccamente barricati, dietro queste mura, ebbene… non faccia penitenza restando nel mondo, venga a provare la nostra vita fatta di sonnolenza e di torpore, così Ella potrà parlare, non con prevenzione, ma da uomo onesto e convinto ». – Abbracciare l’ignominia redentrice della Croce di Gesù Cristo, è diventata un’ignominia sociale. Le classi dirigenti non vollero più prendere la parte che loro spettava di diritto al servizio del Re dei re. Altri tempi, altri costumi! Avviene tristemente per il sacerdozio, quello che avviene per le mode femminili. Una casa famosa per l’audacia ed il credito delle sue mode, disegna alcuni modelli, dichiara che la forma e le linee che costituiscono durante la stagione l’ultima eleganza, ed il pubblico che si dice intelligente e ragionevole, accetta, paga caro, e critica chiunque osi criticarli. « Rivoluzione e liberalismo » è come quella casa di mode, come la società di tutti quegli individui pervenuti alla sommità della scala sociale, in grazia della loro audacia, resa possibile dall’indifferenza degli ambienti cattolici: questa società ha lanciato la sua opinione, e questa opinione fa legge contro di noi. – Ed ecco che anche la gente onesta ci considera ora con disprezzo, e quando ci avvicina è convinta, da parte sua, di farci l’onore di una vera e propria concessione. Eppure la nobiltà, la vera nobiltà è la nostra; ed ogni dignità o tradizione, qualunque essa sia, impallidisce dinanzi alla dignità dell’abito sacerdotale o religioso. Bisognerebbe convincere di nuovo, il fior fiore delle famiglie, di questa grande e bella verità. Così la concepiva una nobile signora, presentata dal suo curato al nuovo Vescovo: « Non dica: « signora Duchessa », signor Curato, dica piuttosto », interruppe ella durante la presentazione, « … la madre del Sacerdote X… Ecco il titolo glorioso di cui sono fiera, e di cui resterò fiera anche in cielo ». Qualche giorno dopo l’elezione di Pio X, domandarono a questi, quale titolo di nobiltà avrebbe accordato alle sue sorelle: « Il titolo di nobiltà, risponde il Sovrano Pontefice, l’hanno già; sono sorelle del Papa. » – I Principi che hanno rinunziato ad alcuni loro privilegi e diritti per diventare sacerdoti, non sono discesi di grado, essi hanno fatto, per una grazia misericordiosa e gratuita, un’ascensione immensa, per cingere la più bella corona, la corona sacerdotale. Tutti i beni ed i poteri a cui rinunziano, non sono nulla, in confronto di un calice pieno del Sangue Divino. – Luisa di Francia, nel lasciare la Corte di suo padre, Luigi XV, per scambiarla con una cella di carmelitana, a San Dionigi, aggiunse al suo blasone un nuovo titolo di nobiltà. Ella sorpassò le sue sorelle e lasciò di gran lunga dietro di sé, il lignaggio reale della famiglia, quando il velo di Regina del Gran Re del cielo e della terra venne a coprirle la testa, non più soltanto circondata di pietre preziose, ma consacrata dal Sangue di Gesù che la chiamava — Oh titolo ineffabile — Sponsa mea! Sposa mia! È proprio questo in complesso che io dicevo con una convinzione al di sopra di ogni eloquenza durante la professione di una giovane Suora, che lasciava la famiglia, una buonissima condizione sociale, un brillante avvenire, una immensa ricchezza: « Ella cambia, sorella mia, l’oasi di un deserto, i suoi pochi fiori, la sua ombra, e la sua scarsa sorgente, con un giardino di gioia immortale. « Ella dona un granellino di sabbia e riceve un fulgido dono; ella si priva d’una goccia, ed un oceano infinito la inonda; rinunzia ad essere la regina di un focolare o di un salotto, per essere regina fra gli Angeli, per divenire la sposa del Creatore. I suoi beni l’avrebbero un giorno, forse, riempita d’amarezza: li avrebbe dovuti ad ogni modo lasciare, mentre che la ricchezza divina che oggi possiede sarà un bene eterno. – Sorella, ecco quello che il linguaggio delle creature chiama « sacrificio » e che nel linguaggio del Vangelo io chiamo « esaltazione e gloria divina ». Che cosa è, infatti, la vera nobiltà, se non una tradizione. d’onore, di dignità morale, di coraggio, di devozione, di alta virtù? Questa nobiltà è legata ad un nome che impone il rispetto. Non è dunque una posizione improvvisata, né una vincita alla lotteria. La nobiltà è una bellezza che tende all’immortalità. Ma qual è la nobiltà più legittima di quella del sacerdote, che è erede della grandezza, della potenza redentrice del Re-Salvatore, ed il cui ministero e la cui vita debbono essere infatti, di valore e di devozione eroica? Che cosa sono le più ricche tradizioni di nobiltà, le più alte cariche sociali, paragonate a questa discendenza del Cristo-Gesù, che è il sacerdozio, di origine divina e antico di venti secoli? E vicino al sacerdote, primo principe tra i principi la religiosa, creazione splendida della Chiesa, di una bellezza che sorpassa, in un certo senso, la beltà angelica, santuario vivente del Signore, la religiosa, dico io, non ha sopra di sé che il sacerdote ed il Cielo. – Nella misura in cui il gran mondo disprezza e disdegna la gloria del sacerdote e della religiosa, la rivoluzione, più logica di quel che si pensi, vendica incoscientemente il Dio così oltraggiato. Perché delle distinzioni e delle caste fra gli uomini, quando essi non accettano i titoli conferiti da Dio stesso? I demagogi ritorcono contro i signori, il loro stesso linguaggio. Come l’aristocrazia, la borghesia, a sua volta, non ha più confidenza nel Signore e gli lesina i suoi figli. L’esempio delle classi alte trascina il discredito gettato dagli uni, provoca il rispetto negli altri. Il sacerdozio non attira più. Esso appare come una casta in decadenza. E si cerca sempre per i fanciulli, quand’essi hanno talento e carattere, una educazione atta ad elevarli al disopra del comune, un piedestallo che li renderà grandi, e nello stesso tempo onorerà la famiglia intera. Rettifichiamo qui, senza pietà, un termine che implica in sé un’idea falsa. Si dice: la carriera sacerdotale, il sacerdozio non è una carriera propriamente detta, è uno stato unico a parte ed al di sopra di tutte le carriere, anche delle più nobili. E se vi fu un tempo in cui la sua nobiltà fu tanto ambita nella società, da provocare in essa delle ambizioni, le cui conseguenze furono tanto dolorose, oggi ohimè! Essa è caduta: il sacerdozio è discreditato, abbandonato, da tutte le classi sociali. Se uno dei figli di un gran signore ha ricevuto il rifiuto formale da suo padre, alla domanda di farsi prete, perché gli si è fatto osservare « che non deve abbassarsi », perché il figlio del dottore o del notaio dovrebbe andarsi a chiudere in seminario, quando tutto gli sorride nell’avvenire, quando ha la speranza di elevarsi nella società, e di lasciare alla sua famiglia, un nome ch’egli avrà reso illustre? L’onore offerto da Nostro Signore è misconosciuto e disprezzato… che dolore! Si sarebbe fieri di avere un figlio ministro o alto personaggio ai servizi di un re della terra, e si teme di farne un ministro del Re immortale? Una giovinetta molto ricca della borghesia, può aspirare a un nobile parentado e ciò avviene frequentemente, perché i milioni comprano tutto. Ma è raro, molto raro ch’ella non incontri opposizioni, se pretende di diventare « regina » consacrandosi a Dio. Un castello potrebbe diventare la sua dimora; il monastero, il palazzo del Re Crocifisso… è una follia! Ma gli umili, rispondono essi almeno generosamente all’appello divino? Ne sono essi onorati? Ohime! Essi risentono della mentalità anzidetta, per quanto in un grado minore. Essi sanno che i tempi sono duri, che il sacerdote è povero e che per lui la lotta è aspra. Niente li attira adunque verso il seminario od il convento. Bisogna, per conseguenza, che la fede degli umili sia ben radicata, perché il divino mietitore scelga tra di essi alcune belle spighe, che frutteranno mille per uno nel campo della Chiesa. – Ma sembra che il Dio di Betlemme abbia voluto, come compenso, mettere nell’anima del povero e dell’umile una nobiltà di sentimenti ed un istinto del Divino, che noi riscontriamo sempre meno nella classe superiore. Io conosco una povera domestica, già avanzata in età e malaticcia, che dette tutte le sue economie per le spese necessarie all’educazione in un seminario, di un fanciullo più povero di lei: « Io servirò fino alla morte, diceva ella, ma voglio offrire un sacerdote al mio Dio. » – Il barone di … è vittima di un grave accidente di caccia. Per molto tempo ha dimenticato i suoi doveri religiosi: altezzoso e poco amico dei sacerdoti, egli agonizza tuttavia nella povera stanza di una chiesa  di campagna. Il giovane sacerdote ha, egli stesso, deposto il ferito sul proprio letto, ed ha fatto con abilità e delicatezza, i primi medicamenti. Quando la famiglia piangente arriva, il ferito è calmo. Egli riposa tra le braccia dello zelante sacerdote, che lo ha confortato, ed ora lo conforta e lo prepara al supremo distacco. – Dopo la prima esplosione di dolore, la madre e le figlie si provano a ringraziare; la loro riconoscenza è ben grande per quel sacerdote, che il ferito vuole accanto a sé, chiamandolo il suo miglior amico, il suo ammirabile benefattore. Esse chiedono: « il Suo nome Reverendo? » Sentendolo, il barone turbato si solleva ed esclama: « Ma come, Ella sarebbe il figlio di X… il nostro antico portiere?… » « Sì, risponde il giovane sacerdote, timidamente. Ma non parliamo di questo, aggiunge egli, rivolgendosi alle signore, preghiamo piuttosto per il caro malato. Io le ho attese per dargli il Viatico ». La sera stessa il barone rendeva la sua anima a Dio, fra le braccia dell’umile sacerdote, figlio di portiere, di cui ecco la storia. A undici anni, per sua richiesta, i genitori lo misero in Seminario. Il barone, scontento e dimentico dei lunghi anni di servizio e di fedeltà del suo servitore e di sua moglie, che era stata nutrice di due sue figlie, congedò la famiglia, quando apprese questa notizia. Qualche tempo dopo, il buon servitore, minato dal dolore, morì, ma il fanciullo continuò gli studi, e Dio voleva che il giusto pentimento, la misteriosa espiazione, la santa vendetta, la riconciliazione caritatevole fosse fatta nelle sue mani sacerdotali. In quell’ora solenne, in quel quadro illuminato già dalla luce dell’Eternità, chi era realmente il grande, il vero personaggio di dignità morale, e di potere superiore a tutta la potenza terrena? – Vi è anche di peggio della diffidenza delle classi: la mentalità dei giovani educati nella frivolezza, per il piacere. E come la sconfitta d’un esercito è certa, per l’educazione effeminata e per la leggerezza di costumi d’una razza, così lo spirito di sacrificio e di dedizione, la vocazione di rinunzia a sé stessi del sacerdote e della vita religiosa, non possono svilupparsi in una gioventù assetata di comodità e delirante di piacere. – Il principio antimilitarista non è soltanto e principalmente un principio d’orgoglio rivoluzionario: essa è, prima di tutto, un principio di sensualismo eccessivo. Si aborre l’esercito più per egoismo che per umanità. Nel seminario e nel chiostro si forma ugualmente una milizia, più forte, più disciplinata, più rigida nella santa austerità, più virile nella resistenza di carattere, più provata non solo in atti isolati, ma in una vita intera di eroismo. Ora, i giovani vogliono scuotere ogni giogo di disciplina. Tanto si è parlato loro di libertà, di indipendenza, di diritto alla potenza senza limiti, che sembra loro impossibile, anche se cresciuti in famiglia cristiana, d’abbracciare la vita sacerdotale o religiosa. – Nella crisi di vocazione vi è una crisi acuta di carattere, vi è anche una crisi di sensualismo. La mancanza di sobrietà, di freno, di pudore, crea un’atmosfera carica di passione, che la vita sociale, l’abitudine del teatro malsano e degli abiti provocanti rende più densa ed asfissiante. La virtù dei giovani, anche dei migliori, è scossa.

V. – Il vittorioso appello del Signore

Sopra tutte le opposizioni, restano i diritti del Maestro che ha fatto, del sacerdote, lo strumento indispensabile delle sue grazie. Egli si riserba il diritto sovrano di regnare, nella numerosa falange dei suoi amici predestinati, quelli ch’Egli ha guardato con sguardo di predilezione; Giovanni e le Marie… Egli li prende dove vuole; fra gli umili, fra i grandi, fra i santi e fra gl’indifferenti. E a volte per far risplendere la sua potenza, Egli va a cercare anche lontano. Egli designa, chiama sotto mille diverse forme, insiste con la sua grazia, fa dolce pressione, pur lasciando a ciascuno la libertà, il merito di seguirlo; si può sempre preferire a Lui, le reti e la barca del mondo, e rifiutare la missione gloriosa d’essere « pescatori» d’uomini ». – Avviene qualche che il giovane, la fanciulla restano esitanti, confusi, turbati. E allora comincia la grande e delicata missione dei genitori cristiani. Dio, che ha loro partecipato l’autorità sua, richiede da essi un gesto di fede, una condotta che sia d’accordo con la loro coscienza cristiana, e che non soltanto non contraddica, ma sia conforme e faccia eco alla sua volontà suprema. La loro missione d’educatori e di maestri continua, con lo stretto dovere, di secondare l’appello della grazia, senza precipitare le soluzioni, ma circondando soavemente e fortemente e prudentemente l’anima del fanciullo. E la santa decisione può nascere dal cuore della madre e delle figlie, del padre e del fanciullo come un unico e stesso cuore. Oh, che santa unione! – Se ancora, dopo di questo, resta qualche dubbio, la preghiera, i savi consigli d’un direttore e una sottomissione perfetta alla volontà di Dio, provocheranno certamente la luce. – Una famiglia per quanto nobile e cristiana, non può meritare la grazia di questa visita di Gesù Cristo, che passa da Re in cerca d’un ministro, da Fidanzato che vuol scegliersi una sposa. Certo, le vocazioni possono essere talora titoli di nobiltà divina, onde Nostro Signore vuol ricompensare la virtù provata d’una famiglia a Lui particolarmente unita, la fedeltà di molte generazioni… Ma l’onore di possedere un sacerdote o una suora è talmente superiore a ogni merito personale, ch’esso rimane una delle grazie più gratuite che il Signore possa accordare ai suoi amici. Così pensava il sig. Martin, il babbo avventurato della piccola Teresa, quando diceva: « Io non merito che il Signore venga a prendere le sue spose a casa Mia ». Il numero sempre crescente, delle famiglie cristiane, insensibili e refrattarie a questo onore incomparabile, è uno dei sintomi più inquietanti della decadenza del senso sociale cristiano. Supponete questa dolorosa inversione d’una delle più belle scene evangeliche: la sera del Giovedì Santo, Gesù, venuto a Betania, per il supremo addio, è fermato sulla soglia della casa, congedato colla sua Madre Divina, da coloro che Egli aveva chiamato suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria, e questo perch’Egli li invitava a partecipare alla sua crocifissione, e a seguirli fino al Calvario! Ahimè, come questa scena si ripete troppo spesso, per il Cuore Divino, nelle famiglie amate, ove Egli viene ad invitare qualcuno al suo seguito! Eppure è  Lui il solo padrone, che avendoci tutto dato, può anche liberamente riprendere e scegliere quel che è suo. Non è dunque mai l’intruso, meno ancora il ladro, quando chiama con un amore che potrebbero invidiarci gli Angeli. È ho visto molto spesso scacciare insolentemente l’Amico di Betania! Ho visto questo dolce Maestro, bandito dal focolare, solo perché osava rivendicare un bene che solo temporaneamente aveva confidato alla custodia dei genitori. – Queste famiglie così degne, così cortesi, di educazione così fine, io le ho viste, soffocate dalla collera. – lo le ho intese pronunciare parole che, per rispetto alla sua miseria, non avrebbero detto ad un mendicante impertinente. « Io ho otto figlie », mi diceva una signora, « tutte son fisse nella mia mente: sei saranno per il mondo; esse si mariteranno facilmente. Quanto a Luisa, la più piccola, è così poco graziosa, così poco simpatica e intelligente che farà bene ad entrare in convento. È la sola alla quale permetterò di essere religiosa » ed abbassando la voce, « il piccolo cencio della famiglia: non è buona a nulla ». Il Signore dispose altrimenti, e prese, nonostante il volere della madre, le due figlie preferite per il monastero, e una terza per il cielo. Un rovescio di fortuna cambiò crudelmente la posizione. Le tre figliole che restarono dovettero lavo far vivere la madre e la sorella malata. La povera madre, in uno stato quasi di miseria, dovette assoggettarsi a mangiare nel parlatorio di un convento, ove una delle sue figliole era divenuta superiora. Ella aveva spesso detto: « È una provvidenza che vi siano dei conventi, perché essi sono il rifugio degli spiriti miseri e insopportabili, delle malaticce, di coloro che una famiglia di un ceto rispettabile non potrebbe convenientemente sistemare », e in altri termini: Gesù è il mendicante al quale si gettano i rifiuti del mondo, gli esseri deboli nel fisico e nel morale. – Ho potuto spesso ammirare la debolezza infinita, la pazienza instancabile, la divina pietà del Maestro adorabile, il cui Cuore resiste a tutti gli oltraggi per conquistare un’anima d’apostolo, un’anima di sposa. La lotta è crudele anche per gli eletti, tanto più, in quanto sentono che il seguire Colui che li chiama, è un loro pieno diritto. Essi veggono la libertà di cui godono i loro fratelli, libertà di cui questi possono abusare a volte, mentre essi menano una vita di oppressione e di diffidenza insopportabile. Tutti li allontanano da tutto ciò che potrebbe favorire quello che viene preso per una « esaltazione ». Non si accorda loro che il minimo di espansione, di pietà e s’impongono loro le più odiose restrizioni. Conosco il caso di un giovane che, per arrivare a intrattenersi con il suo direttore, non trovava altro mezzo che di fingere una innocente relazione amorosa, per la quale veniva approvato in famiglia. Egli vedeva a teatro, a passeggio, una giovinetta… e tutti e due parlavano di vocazione, perché tutti e due si trovavano nella stessa insostenibile e dolorosa situazione. Essi dunque complottavano in favore di Nostro Signore. Aiutandosi a frustare le opposizioni, che le famiglie entusiaste della loro unione avrebbero fatto alle loro vocazioni, essi si vedevano al teatro ed a passeggio, ma.. dopo qualche momento di mistico conversare, si separavano, ed andavano a compiere il loro piano d’avvenire, coi loro confessori. Egli a ventun anni e lei a ventitrè, partivano e realizzavano infine la santa ambizione, per la quale avevano sofferto per lunghi anni, una vera tortura morale. Non è un’enorme ingiustizia in questo caso, veramente vissuto, che questi due giovani, che pur avendo ogni libertà di vedersi e d’incontrarsi, non potessero avvicinare i loro maestri e direttori neanche una volta al mese? Quanti casi come questi, ed anche più penosi, si verificano in seno alle migliori famiglie! Ci si difende con accanimento contro il Volere Divino, e giovani anime si veggono tristemente obbligate di lottare contro i loro parenti. Una convinzione di coscienza lotta contro l’affezione ed il rispetto filiale. « Se lei sapesse — mi diceva una giovane — come il mio cuore batte quando debbo incontrare i miei cari parenti, per difendere la mia vocazione, i diritti contestati del mio Gesù! » – « lo spero che tu non ci darai mai questo grande dolore », diceva la Contessa X… a sua figlia di venti anni, che parlava continuamente di voler essere religiosa, rinunciando ai più brillanti partiti e dando prova in tutti i modi della serietà della sua decisione. « Tutto, mia cara, tutto eccetto questo: diceva la madre con veemenza —; questo sarà un sacrificio al disopra delle mie forze. E poi pensa al tuo stato. ». Dai venti ai ventotto anni, la povera fanciulla subì degli assalti terribili. Infine, dopo una scena di disperazione da parte della madre, ella si sente vinta e dichiara di acconsentire a maritarsi. « Ma brava — esclama la madre consolata tu hai finalmente pensato all’onore dei tuoi parenti; il cielo ti benedica ». Il Cielo avrebbe presto risposto dell’onor suo! Due anni dopo, poche persone intime, accompagnate dagli agenti di polizia, bussavano alla porta dell’albergo ove abitava la contessa. Esse riconducevano presso la madre, la giovane figlia, vacillante, tutta atterrita dallo spavento, con gli abiti portanti ancora tracce di sangue… Ella si era maritata con un « viveur », che aveva considerata questa unione soltanto come un mezzo per dare, con i milioni della sposa, un lustro al suo blasone scolorito.  Era stata molto infelice, e quella notte, il marito, che non l’amava affatto, era rientrato tardi ed ubriaco, ed aveva cercato di batterla perché essa lo aveva rimproverato; e mentre lei si difendeva, egli perduta la testa per la collera e per i fumi dell’alcool, si era ucciso con quello stesso colpo che voleva dirigere alla povera donna. Se i genitori hanno il diritto di mettere a prova prudentemente e delicatamente la vocazione dei loro figlioli; se anche, in certi casi è per essi un dovere, non debbon tuttavia opporvisi per partito preso. Vi è un’enorme distanza tra la discrezione del silenzio, dell’osservazione, dell’attesa, ed il sistema della biasimevole opposizione di cui abbiamo parlato. E perché tante esigenze, tante prove, fatte fare prematuramente, tante precauzioni per questa vocazione di sacrificio; ed invece tanta felicità, tante strade aperte per le carriere del mondo, ove i pericoli che minacciano l’onore, la coscienza dei giovani, sono così numerosi? Si direbbe che i genitori siano nati, e vissuti nel mondo, come in un paradiso terrestre, circondati di virtù e di delizie, talmente preme loro che i propri figlioli vi rimangano, nonostante la voce della loro coscienza. – Noi concepiamo chiaramente la lotta del cuore in un padre e in una madre; la perplessità dovuta ad una esitazione istintiva, ad una ripugnanza naturale al sacrificio che loro chiede Gesù, ma non comprendiamo il perché, nelle famiglie cristiane, il mondo sia preferito alla vita religiosa. Poiché di fatto, su cento eletti del Signore, si può giudizio, più con certezza affermare che, in generale, tutti e cento siano molto felici, mentre che quelli che hanno l’esperienza del secolo, sanno quale sia, all’opposto, la spaventosa proporzione dei felici tra coloro che vivono nel mondo. – Se i genitori avessero incontrato, prima del loro matrimonio, le diffidenze, le opposizioni nascoste e palesi, i fastidi di ogni genere che tante giovinette hanno, per attuare la loro sublime vocazione, avrebbero considerato quelle giuste, legittime, ragionevoli? No! essi sanno bene a quali pericoli, a quali scandali frequenti, a quali sofferenze conducono le opposizioni matrimoniali fondate, per esempio, su l’ineguaglianza del patrimonio o di stato, quando i cuori che si amano superano qualunque ostacolo, pur di raggiungere la loro felicità. Forse qualcuno, leggendo queste righe, ricorderà le amarezze provate per il rifiuto e l’opposizione sistematica: che essi risparmino ai loro figlioli, di fronte a una via ben più alta e sublime, queste angustie, che sono un’agonia del cuore. – Mi preme di esporre qui un’idea molto seria, che potrebbe far riflettere molte famiglie cattoliche. – Da che dipende lo strano, inesplicabile svilupparsi d’indifferenza, d’irreligiosità, e a volte anche l’assenza assoluta di pietà, in un fanciullo nato ed educato in un focolare cristiano? Questa anomalia può avere, secondo il mio umile giudizio, più spesso di quanto non si pensi, la sua causa non soltanto nel singolo individuo, ma nella catena che lega le famiglie e le generazioni. La legge della grazia, come la legge della natura, stabilisce questo stretto legame, questa comunione di beni e di infermità morali e materiali. Mi è sembrato constatare, che quando si estingue la sorgente di grazia, che è il pozzo divino di una vocazione, non soltanto ne patiscono le anime degli estranei assetati dell’acqua della grazia, ma la famiglia stessa ne soffre, o ne soffrirà nelle successive generazioni. Quel pozzo divino; quelle messe, quelle immolazioni, quelle preghiere, quella vita. d’olocausto erano destinate prima di tutto ad arricchire la vita soprannaturale del giardino familiare. Tutti gli alberi di questo giardino vivono colle radici nello stesso suolo, tutte le anime sono in stretta comunione spirituale; vi è una partecipazione più o meno abbondante di tesori, di luce, di forza, di amore. E che non si vada a cercare un’altra spiegazione a questi strani problemi morali, a questi enigmi angosciosi che si incontrano in alcune famiglie: la chiave non ne è, spesso, che il rifiuto delle grazie di una vocazione. Si è rinunciato ad un patrimonio: misteriosamente, un male latente ed insanabile ne farà lungamente sentire la privazione, per diverse generazioni. Il Signore è geloso del suo onore; è facile avvedersi di ciò. Egli che, per estrema umiltà, provocata dal suo amore, lascia il trono, lo scettro ed il suo cielo di gloria per salvare il mondo, non vuol essere disprezzato nelle sue chiamate. Di quest’oltraggio, che lo ferisce infinitamente, Egli si vendica — pare portando via, con violenza, il tesoro rifiutato alla Maestà sua. – Non dimenticherò mai questa eloquente lezione di giustizia divina, inflitta a una madre ostinata, da Nostro Signore. La Signorina di X… supplicava invano i suoi per ottenere l’autorizzazione d’entrare in convento. Essendo maggiorenne avrebbe potuto farne a meno, ma le sembrava preferibile d’aspettare che il suo affetto, le sue pene, la tenacia nel suo desiderio. piegassero l’opposizione di sua madre. Questa, da parte sua, sperava in una evoluzione nell’animo della figlia. La situazione diveniva pertanto sempre più penosa, e la madre, esasperata, finì per esclamare un giorno: « Ebbene, se dovessi scegliere fra vederti religiosa e contemplarti morta, preferisco e chiedo la seconda cosa ». Ed ella insisté su questo terribile augurio. Ma per dissipare la dolorosa impressione prodotta sulla giovane, essa aggiunse: « Preparati: domani partiremo. I viaggi ti distrarranno; staremo in giro due mesi, e avrai, senza dubbio, la fortuna di dimenticare, in viaggio, le tue fantasticherie ». Esse partirono, e la mamma non risparmiò né denaro, né fatica per distrarre con passeggiate, teatri, serate e spiagge, i desideri deprecati della docile figliola, che, nonostante tutto, conservava intimamente il tesoro della sua vocazione. Un giorno, mentre il treno espresso su cui erano montate arrivava alla grande stazione di X …, la fanciulla dette un leggero grido, mormorando convulsamente: « Gesù mio » e … cadde morta ai piedi della madre costernata. Qualche minuto dopo, il cadavere era calato dalla vettura e steso sopra un banco d’una sala d’aspetto. Al posto del velo di sposa di Nostro Signore, era spiegato un lenzuolo funebre; la povera madre pagava a duro prezzo la sua triste preferenza…

VI. – Risposte ad alcune obiezioni

Come conclusione di questo studio, esamineremo ora brevemente una serie d’obiezioni, che si trovano sulle labbra di alcuni genitori, Cristiani, altrettanto buoni cristiani, quanto temibili nemici delle vocazioni. Contraddizione inesplicabile! Essi adorano Gesù Cristo in ginocchio, ma sono terrificati al pensiero che uno dei loro figli divenga un altro Cristo o una sposa del Re d’Amore. – Ridurremo a sette, questa serie purtroppo lunga, e risponderemo con tutta la santa e triste veemenza, che l’onore disprezzato del nostro Divino e adorabile Maestro, mette in un cuore d’apostolo e di sacerdote.

1.° Per l’amore di Nostro Signore, per obbedire cioè al quarto comandamento, che i nostri figlioli rinunzino alla vocazione loro e non ci impongano questo sterile sacrificio!!

Salvo il caso del figlio unico che debba sostenere dei genitori poveri o malati, caso ben chiaro in generale, e che non si discute, l’’ obiezione or ora formulata non regge. – Nostro Signore stesso ne ha dato la risposta nel Vangelo: « Chi preferisce suo padre o sua madre a Me, non è degno di Me. ». Del resto, anche umanamente parlando, perché gli eletti del Signore sarebbero i soli a rinunziare alla loro sublime vocazione, mentre i fratelli e le sorelle possono, con ogni libertà sposare, lanciarsi negli affari, allontanarsi dal tetto paterno, in una parola: scegliere liberamente la loro vita? – Quante volte abbiamo dovuto constatare simile ingiustizia! Essa è ormai tanto comune, da diventare regola stabilita. Quelli che desiderano consacrarsi a Dio, debbono aspettare la morte dei genitori; devono essere i fedeli infermieri dei loro ultimi giorni, mentre tutti gli altri, per fondare una famiglia ed assicurare il loro avvenire, possono prendere il volo a loro piacimento. Cento volte m’è capitato di vedere questo: Gesù può attendere: i fidanzati terreni, no! Certamente non li condanniamo se hanno proceduto con prudenza; ma reclamiamo almeno gli stessi diritti per il Fidanzato Divino. Giacché, se la vocazione del matrimonio crea, ad una certa età, ed in circostanze normali, un diritto, reale, questo diritto è, almeno lo stesso, se non più formale e più imperioso, quando si tratta della vocazione religiosa. – Il quarto comandamento obbliga indistintamente tutti i figli di una stessa famiglia. Un fratello non può, senza ingiustizia disimpegnarsene a danno del proprio fratello.  V’è una gerarchia dei doveri che elimina qualunque conflitto. Il primo comandamento precede il quarto e tutti, genitori e figli devono rispettare questa priorità. Tale è l’ordine stabilito da Dio stesso. – Questi genitori che reclamano il sacrificio d’una vocazione, avrebbero essi stessi, in simili circostanze spezzato il loro avvenire, ritardando il loro matrimonio? Quanto al sacrificio che fate, non dite che sia sterile! Oh! No! Benedetti, mille volte benedetti, i genitori che offrono il glorioso sacrificio che Nostro Signore chiede loro, per la sua causa. Essi saranno colmati di felicità, e la loro ultima tappa quaggiù sarà più radiosa d’un meriggio, poiché Dio si compiace di vincere in generosità la creatura. Essi Paesi Essi avranno la loro parte meravigliosa nella fecondità sacerdotale o religiosa dei loro figli. L’onore e l’abbondanza empiranno la loro casa, come fu colmata quella del vecchio Giacobbe per la gloria e la potenza del suo figlio Giuseppe. « Pensa ai diritti di tua madre, non dimenticare che tu sei mia figlia! », », diceva con indignazione una  madre alla sua figliola, che già maggiorenne, libera ormai di attuare il suo ideale, che aveva accarezzato ormai da quattro anni, sollecitava dalla madre dalla madre un’ultima benedizione prima d’entrare in convento. Con le lacrime  agli occhi, con un tono dolce e rispettoso, la ragazza replicò: « Mamma, tu non hai mai parlato così alle mie due sorelle minori già maritate, né al mio fratello maggiore tanto lontano da noi. Mamma, pensa ai diritti di Gesù ».

2° Faccio ostacolo alla sua vocazione, per la sua felicità.

Fu l’obiezione di un padre al suo figlio maggiore, diventato dottore in diritto, e brillante avvocato, meno per convinzione propria che per compiacere i suoi. Alle istanze reiterate del giovane, il padre risponde:  « Tu non conosci il mondo; come puoi dire che non sarai felice? Aspetta, osserva, esci di più, tu sei in una età in cui puoi godere ». – Quante volte, triste ed inquieto, il giovane rispondeva: « Sento che sarò un grande infelice nel mondo e un cattivo. Sarò debole e ne soffrirete anche voi… Lasciatemi partire… » Tutto era inutile. Trascorsero molti anni. Il giovane avvocato diventò quello che aveva previsto: « un, grande infelice » e fu veramente uno dei deboli che il mondo perverte. La sua fede fu sommersa in una palude di passioni scatenate. I suoi disordini procurarono vergogna alla sua famiglia, che dovette ritirarsì in campagna. Il vecchio padre fu improvvisamente colpito da apoplessia in seguito ad una discussione grande col figlio, che reclamava imperiosamente denaro… sempre denaro! Chiese un sacerdote, il curato del villaggio accorse, ma il figlio snaturato gli impedì di accostarsi al malato, per assolvere la sua missione… « No, signor curato, no: se non volle in casa sua il figlio prete, non ha certo bisogno d’un sacerdote estraneo Disputare un figlio a Dio, è addossarsi la sventura; se non sempre la sventura materiale almeno quella intima e morale. E nello stesso modo che non sarebbe giusto né ragionevole spingere verso il seminario od il chiostro un giovane o una fanciulla aspiranti legittimamente al matrimonio, allo stesso modo sarebbe odioso e pericoloso di trattenere per forza nel mondo coloro che desiderano sortirne. Noi reclamiamo questa libertà per la felicità del tempo e dell’Eternità. – Ma paragonare la pace interiore, la calma, la dignità e la felicità della vita religiosa e sacerdotale, con la umana felicità, è fare ingiuria alla saggezza del Signore, fare un onore insensato ai capricci e alle invenzioni degli uomini. Se i genitori comprendessero la felicità inesprimibile che provano o gli eletti dell’altare e del chiostro, essi cederebbero generosamente ai loro desideri. – Ma come potrebbero essi farsene una idea esatta, essi che vivono in un ambiente completamente diverso? A poco a poco tuttavia, quando è dato loro di penetrare nella pace e nella luce di cui sono inondati i loro figli consacrati, quale sorpresa  e quale gioia per essi! – Tale fu lo stupore profondo di Luigi XV, quando vide la sua figlia Luisa nella sua angusta cella di Carmelitana, vivente di silenzio, di mortificazione e di soggezione e cantando, nonostante questo, la sua felicità! Il re frivolo ebbe una lezione che dovette ricordarsi un giorno. Creder di lavorare alla felicità dei figlioli, opponendosi alla loro vocazione, non è d’altronde che una conseguenza logica dello spirito del mondo. Difatti, quando si è ricco, giovane e libero, come credere che si possa vivere felici nella povertà, la castità e l’obbedienza? Questa follìa della croce è ben lungi dall’esser l’ideale anche per dei buoni Cristiani. Ma ciò non deve impedirci di predicar loro questa filosofia sublime, e di persuaderli lentamente e soavemente, in difesa della Divina Sapienza della Croce e dei diritti del Crocifisso. Sì, quelli che si sono consacrati a Gesù sono felici; sono anzi i soli pienamente felici, giacché si sono spogliati spontaneamente e con gioia di tutto. Essi sono stati padroni della loro natura, hanno voluto vivere della grazia. OQuuaannttii desideri repressi o nobilitati! Quante torture eliminate dal sacrificio delle passioni; quanti piccoli interessi sostituiti dall’unico e supremo interesse: la gloria di Dio! – Essi hanno lavorato aspramente per spezzare le loro catene, ma in ricompensa, allorchè i legami sono stati rotti, volano con sicurezza oltre ogni bruttura e miseria del mondo. Essi respirano l’aria pure delle grandi Altezze. Oh! che santa libertà, che nobile indipendenza, che umile fierezza, quella di cui si gioisce al servizio del Signore! E soprattutto, quale pace immensa e divina che nessuno può rapirci! Noi lottiamo, certamente. anzi noi facciamo della immolazione, un sistema di vita soprannaturale, e del dolore, un mezzo di gioia per l’amore divino; ma nella nostra vocazione di sacrificio, la croce, lungi dall’essere un patibolo, è il trono di gloria che abbracciamo con amore. E questo, perché noi possediamo la sorgente, per eccellenza, della gioia e della forza, il Cuore di Gesù! – In Lui, e con il soccorso della sua Madre Immacolata, noi godiamo anticipatamente del Cielo, noi abbiamo tutto. – Genitori cristiani, che non desiderate per i vostri figli una felicità artificiale, seducente ed ingannatrice, ma una felicità reale, pura, senza fine, donate i vostri fanciulli al Maestro adorabile, Re dei cuori sacerdotali e sposo delle anime vergini. Egli non cambia, non mente, non muore mai!

3° 1 nostri figlioli hanno delle illusioni, la loro pretesa vocazione non è che momentanea esaltazione religiosa… essi non hanno ancora l’età.

È vero che ci si può cullare nell’illusione, e senza dubbio, il pericolo d’ingannarsi esiste dappertutto; tuttavia è molto meno là che altrove. Perché? In primo luogo, perché la vocazione sacerdotale e la vita religiosa sono essenzialmente vie di sacrificio, ed il sacrificio non seduce, né esercita il fascino come il piacere. In secondo luogo, perché tutte e due hanno un tirocinio, una prova, un noviziato, che il matrimonio non ha e non può avere. Il tempo del fidanzamento è lungi dal dare un’idea reale della vita coniugale, con i suoi doveri e le sue responsabilità; mentre la vita del seminario ed il tempo del noviziato sono, per se stesse, la vita che condurranno gli eletti dopo l’ordinazione e la professione. Il sacerdote dunque e il religioso sono infinitamente più coscienti nella loro scelta del più intelligente e più ponderato candidato al matrimonio. L’esperienza conferma eloquentemente questa affermazione là, dove la nefasta legge del divorzio ha alzato le barriere, s’è potuto fare una statistica di focolari infelici. Invece le persecuzioni subite in certi paesi hanno provato che le anime consacrate non erano state disingannate nella loro vocazione. Il coraggio eroico, con cui esse hanno affrontato l’esilio, la povertà e le sofferenze di tutti i generi, per restare fedeli, prova ben chiaramente la felicità intima in cui essi vivono sempre, nonostante l’uragano. – Dunque, se è permesso avere dei dubbi riguardo alle intime disposizioni, alla capacità o alla salute di coloro che si sentono chiamati dal Maestro, questi dubbi saranno certamente dissipati, prima del supremo impegno; ciò fa, della vocazione religiosa, la via più sicura e più provata; per conseguenza la più lontana da ogni illusione. Ciò è come dire che gli inconvenienti dell’età non sono che apparenti, e poiché noi tocchiamo questa questione dell’età, ci preme di far constatare la differenza ingiusta delle misure ordinariamente usate dalle famiglie secondo che si tratti di matrimonio o di convento. Sono rari i genitori che rifiutano il permesso di fidanzarsi ad una fanciulla dai 18 ai 21 anni, quando il pretendente offre delle brillanti garanzie materiali e delle sicure doti morali. Ma quanti giovani di questa età otterranno l’autorizzazione benevola dei loro, io non dico per professare, no, ma semplicemente per diventare aspiranti in un seminario o in un noviziato? – Nostro Signor Gesù Cristo è dunque meno degno di essere accolto dalle povere creature umane? Non può Egli dare sufficienti garanzie di felicità, alla fidanzata che Egli chiama nel suo palazzo di sacrificio e di povertà? Perché, questa parzialità oltraggiosa pel suo Cuore? Evidentemente i genitori possono e debbono esaminare e studiare soprannaturalmente la serietà della chiamata ma, consultando coloro che ufficialmente sono maestri e specialisti nella questione come si fa per ogni altra materia. L’affezione naturale diventa una formidabile ingiustizia, e i genitori s’ingannano spesso, quantunque in buona fede, quando giudicano da soli delle aspirazioni dei loro figli. Un fanciullo vivace, monello, fanatico delle passeggiate e dei giuochi, diventa spesso un religioso eccellente; una giovinetta apparentemente leggera, vanitosa, dissipata dalla mondanità, può diventare una santa carmelitana. Lo spirito del Signore soffia dove vuole, e vince quando trova la buona volontà. Al contrario, non è rado vedere la più pia e seria delle fanciulle, maritarsi e diventare un’eccellente madre di famiglia. Che sia necessario conoscere il mondo per rinunziarvi, è un ragionamento assolutamente falso. Non si deve cercare la menzogna, per amare la verità, e dare ad essa il suo giusto valore. Si dovrebbe dunque tentare di rovinar la salute, o di provocare una malattia, per apprezzare meglio il dono della sanità? O sprecare una ricchezza, per meglio apprezzare il benessere materiale? Allora, perché non imporre, con la stessa teoria, sei mesi di convento a coloro che sono chiamati al matrimonio, perché conoscano anch’essi e considerino meglio, in cambio, quello che pretendono trovare nel mondo ?

4° Guardate quel giovane che voleva essere sacerdote, guardate quella fanciulla che pensava tanto risolutamente al convento; hanno sposato, e sono felici. Se non si fossero trattenuti a tempo!

Andiamo piano, in una affermazione tanto delicata; essa potrebbe trascinarci ad errori fatali. Quel giovane e quella ragazza, dite voi, volevano decisamente consacrarsi a Dio; ora, la prova che si ingannavano sta nel vederli sposi felici. Questo può succedere, nulla di più semplice e di più umano; ma allora noi potremo dire che la risoluzione e il desiderio di quei giovani, non erano così sicuri come si poteva credere; questo sarebbe soprattutto vero, se la vostra opposizione non fosse stata un ingiusto rifiuto, ma una prova ragionevole e prudente che voi potete, del resto, sempre esigere, come poco sopra fu detto. In ogni caso, non si può assolutamente concludere che il cambiamento avvenuto stia a provare in favore dell’opposizione; che cioè, tutti quelli che hanno cambiato, si ingannassero e sbagliassero strada; né che tal cambiamento fosse voluto dal Cielo, sebbene li abbia resi felici; poiché le cose non sono sempre in realtà, come appariscono a prima vista. Una guerra di opposizione, abile e delicata, oppure un sistema di soffocamento tenace, prolungato, crudele, possono pur condurre alla rovina, non soltanto di una qualunque debole aspirazione, ma della più sicura e più eccellente vocazione. La più forte salute, la più bella voce, la migliore delle memorie possono perdersi ad un tratto, in una crisi acuta; ma la perdita del tesoro, non prova affatto che non lo possedevano. Così per la vocazione. I cedri del Libano possono essere sradicati dalla tempesta; e che sarà delle anime da lui chiamate, esposte al vento della dissipazione, per provarne la vitalità? Quali genitori, per giudicare dei sentimenti della loro figlia fidanzata, la metterebbero a continuo contatto con altri pretendenti che se la disputino? Quale mai fidanzato potrebbe tollerare un simile sistema? E se, alla fine, la fanciulla, invaghita del fascino e della ricchezza d’un altro, cambiasse un giorno la sua scelta, tutto ciò, potrebbe forse dimostrare che la prima simpatia non fosse esistita seria e verace? Non si deve scherzare col cuore. Ed il fatto che un povero cuore prende fuoco, passando sui carboni ardenti del mondo, non dimostra che due cose: la debolezza del candidato, e la colpevole responsabilità del tentatore. – Bando dunque, all’iniquo sistema che consiste nel mostrare il mondo in quel che ha di più seducente, ossia di ingannevole, non già per provare la serietà di una vocazione, ma per soffocarla. – Nondimeno, non giudicando che dalle apparenze, affermare che il cambiamento di strada ha dato la felicità, è temerario. – Quelli che si erano veramente ingannati, possono essere felici, ma tutti gli altri appariscono tali, e nel fondo del cuore non lo sono in realtà. – Fui chiamato presso una giovane signora morente: creatura dotata delle più belle qualità di spirito e di cuore, essa era capace di render felice il più esigente marito. Aveva già ricevuto gli ultimi sacramenti, ma volle, prima di morire, confidarmi un segreto. « Padre — disse. — Lei ha conosciuto il mio desiderio di farmi religiosa; e come gli sia rimasta fedele lungamente. Vinta dalle lacrime di mio padre, già vecchio ed infermo, e da quelle di mia madre, consentii a maritarmi. Ebbene, padre, io muoio col desiderio mio vivo e insoddisfatto di essere religiosa, e con una profonda amarezza nell’anima, per aver vissuto questi tre anni di matrimonio fuori della mia vita. Ho fatto l’impossibile per render felice il mio ottimo marito, com’era mio dovere; ma non ci sono riuscita. Egli ha sentito che v’era in mezzo a noi un mistero che egli non comprendeva… Il mondo mi ha creduto felice… eppure, ahimè, io muoio profondamente infelice. Che Dio mi perdoni d’aver tradito i suoi diritti! » – Il giorno della sua morte, il marito, giovane eccezionale, mi confidava fra i singhiozzi « Non sono mai riuscito a dissipare un’ombra di tristezza che oscurava l’anima sua!… Ella non è stata felice con me, lo sentivo! Ha portato con sé nella tomba, chi sa quale segreto di dolore e di angoscia! » Oh, queste anime disorientate, più da compiangere che da biasimare, son più numerose che non si creda! Se i loro cuori si aprissero, come smentirebbero spesso, il sorriso delle labbra, ed accuserebbero di folle imprudenza coloro che vollero radicare alla terra anime che sentivano la nostalgia delle altezze celesti! Ho ancora sotto gli occhi lo spettacolo spaventoso d’un giovane dell’aristocrazia, che moriva idiota e roso dal male in un ospedale popolare. La sua storia: fino ai 25 anni voleva esser sacerdote e religioso. Avendo vasta intelligenza e talento non comune, la famiglia volle lanciarlo nel mondo per farne un piccolo superuomo moderno. Quante volte egli aveva dichiarato alla madre: « Conosco il mondo e conosco me stesso. Se esso riesce a sedurmi, mi trascinerà fino in fondo all’abisso non voglio ». Ma lo tentarono in mille modi. Hanno complottato veramente per distoglierlo dalla sua vocazione e non posso raccontare quel che ha osato fare, per allontanarlo dall’altare, la sua sciagurata famiglia, considerata come cristiana!… Essa riuscì oltre quello che s’aspettava, ed io rivedo sempre quel povero caro amico mio piombare una sera nella mia stanza e sentendosi già preso dalla voragine, dirmi piangendo: « Mi salvi Padre, salvando la mia vocazione. Nel mondo io mi perderò certamente! Le oscure previsioni del povero giovane si avverarono: onore, costumi, salute, la stessa ragione, tutto naufragò in pochi anni!… Invece del piccolo eroe mondano che s’era vagheggiato, invece soprattutto del buon Sacerdote che si sarebbe potuto dare a Nostro Signore, se ne fece un dissoluto e un’idiota. La famiglia, spaventata, dovette assistere alla fatale caduta sul tremendo pendìo che essa stessa aveva voluto; nel baratro che essa stessa aveva spalancato ai suoi piedi… Quanti altri poveri sviati come lui! Quante anime, soprattutto vegetanti in una vita volgare e senza intima felicità, che soffocano, nello stretto orizzonte che le opprime, conservando la nostalgia d’un cielo perduto! I genitori ignorano, ordinariamente, l’ultima parola di queste deviazioni. E la dolorosa angoscia dei figli ha un solo rimedio: far delle loro sofferenze una penitenza per essi e per i propri sacrificatori.

5° Perché farsi sacerdote, perché essere religiosa, quando si può fare altrettanto e più bene nel mondo?

« Ci mancano proprio dei Cattolici convinti, ci mancano delle famiglie veramente cristiane ». Cattolici convinti e famiglie cristiane, ci mancano, ed è vero, ma il piccolo numero degli eletti, che sacrificassero perciò la loro vocazione, non li aumenterebbe davvero! E pensate forse sinceramente di accrescere il numero dei veri focolari domestici cattolici, se rifiutate di fare, nel vostro stesso focolare, la volontà del Signore, se evitate l’onore di dargli un sacerdote, un « alter Christus? » Far del bene nel mondo, praticarvi la virtù, è necessario. Ma il primo bene, la virtù primordiale è quella di fare la volontà di Dio, e di assicurare con ciò la propria eterna salute. Nessuno può occupare in nostra vece l’ufficio al quale Cristo ci chiama. Ora, soltanto a questo dato posto, il Maestro deve venire a cercarci e a chiederci il nostro rendiconto. Per acquistare la virtù e il talento di fare un vero bene, un bene divino, intorno a sé, bisogna aver obbedito al Signore; e con tale obbedienza possedere in sé un tesoro traboccante di grazia. – Il soldato disciplinato è più forte del più ardito, quando costui sia indocile e indipendente. – Non dimentichiamo soprattutto questo: le anime consacrate si accostano alle anime, avvicinandosi a Dio; e contribuiscono maggiormente alla altrui santificazione. Esse sono il canale delle grazie divine. – Il bene intimo non si fa soltanto e soprattutto con la parola o con la sola attività esteriore, ma con la profondità della vita divina, in un intimo contatto con Gesù, che è l’Autore della grazia. Non si abbandonano gli interessi della società, quando non si rinunzia che a ciò che essa ha di terrestre. È dunque un errore che suppone una mancanza assoluta di senso soprannaturale, il credere a un più fecondo avvenire di un giovane che avesse rinunziato al seminario per far del bene nel mondo. È una concezione troppo umana della vocazione divina, quello di pensare che una giovinetta, per dedicarsi altrove, possa, con vantaggio proprio ed altrui, sacrificare la chiamata divina. – Vi sono casi eccezionalissimi e rari, in cui questo si è dovuto consigliare, ma il principio rimane tuttavia di fare il bene là dove il Signore ci chiama. Lasciare l’adempimento della Divina Volontà, per glorificarlo, è illogico. E se la fede nella fecondità della vita religiosa è morta presso molti cristiani,  non esitiamo pertanto a ripeter loro: i sacerdoti e le religiose hanno per speciale missione il bene soprannaturale delle anime, e che questa è la loro ragione di essere. Essi sono i messaggeri ufficiali del Re dei re, i suoi « plenipotenziari » ed hanno una luce, una potenza di successo, uno stato di grazia che è loro propria. Per le anime dunque, per il vero bene della famiglia, della nazione, della società, non bisogna esitare a lasciare tutto ed a lasciare se stessi: « Signore, eccomi: cosa vuoi ch’io faccia? ». Il  primo dei beni da compiere, il più urgente, il più grave, è quello di far la volontà di Dio, di seguir la sua voce.

6° Ci si può salvare e santificare in tutti gli stati.

È evidente. Noi sappiamo che la vocazione allo tato ecclesiastico o religioso, non è imposta da Dio come un comandamento: è piuttosto un consiglio, un invito misericordioso del Maestro. Se non si segue il suo consiglio, se non sì risponde al suo invito, non c si priva perciò delle grazie necessarie alla salvezza eterna. Ci si priva soltanto di una facilità molto maggiore a salvarci, che si sarebbe trovata in uno stato di perfezione; ci si priva della speciale ed incomparabile gloria promessa ai ministri e alle spose del Cristo. – Ma che deriva da ciò? Voi potete concludere che se il giovane o la fanciulla non rispondono all’invito del Maestro, non peccano per questo semplice fatto, poiché non disobbediscono ad un rigoroso precetto di Dio. Non si può negare tuttavia che essi commettono una grandissima imprudenza agendo in tal modo. Ma potete concludere che se i figli vostri desiderano rispondere all’appello divino, se son decisi a sacrificare tutto, per abbracciare quello stato, a cui la grazia li sollecita, potete concludere dico, chi e voi avete il diritto di opporvi? Strana conclusione questa! Il vostro figliolo non è obbligato, sotto pena di peccato, a sceglier la via che gli sarà più facile e più gloriosa e più meritoria; sia pure. Ma se vuol seguirla, avete voi il diritto di impedirglielo, di distralo o di gettarlo o di trattenerlo, suo malgrado, nel cammino tanto rischioso del mondo, dove egli si salverà più difficilmente o si perderà con più facilità? – Non vi provate a dire che le grazie di eterna salvezza e di santificazione si trovano allo stesso grado nel mondo che convento: sarebbe andar contro il Vangelo. Rileggete la pagina di San Matteo: « Maestro buono, che cosa devo fare per guadagnare la salute eterna? » E Gesù indica la via più larga ed agevole dei comandamenti. Ma il giovane insiste: «Per essere perfetto cosa debbo fare? Che cosa mi manca? » – « Se tu vuoi avere un tesoro più grande nel Cielo, vieni e seguimi! » – Seguir Gesù sulla terra, è conquistare una sovrabbondanza di grazie; che prepara un’eternità di gloria inconcepibile. In relazione alla salvezza e alla perfezione morale, non è indifferente essere sacerdote, come sarebbe, più o meno, essere avvocato, professore, ingegnere o architetto. E se degli ostacoli involontari od imprevisti, sia inevitabile a taluno di restar nel mondo, il Cielo dà grazie speciali che suppliscono a quelle che si sarebbero ricevute nel convento. « Padre — mi diceva una signora —— io sono colpevole d’aver abbandonato la mia vocazione. Ero convintissima che Nostro Signore mi voleva per sé solo. Sono stata tentata ed ho vilmente ceduto. Essendomi maritata, Lei sa come espio la mia colpa e come debba non solamente lottare per santificarmi ma per salvarmi. Mi trovo a casa mia, come in un angoscioso labirinto morale; la mia sventura mi sembra senza rimedio ». Senza rimedio umano, intendiamoci bene; che per la misericordia di Gesù, l’espiazione indispensabile compirà l’opera della salvezza. Ma tutti i sacrifici della vita religiosa, sarebbero stati dei fiori, in paragone delle torture morali di quest’anima e delle tristezze del suo focolare. Non v’è che una strada sola che conduce con sicurezza alla perfetta felicità ed alla pace: è quella che il Nostro Divino Maestro ci invita a seguite con generosità, quand’anche non ce lo imponga.

7° La vocazione religiosa indebolisce l’amore filiale dei nostri figli e li rende indifferenti alla loro famiglia naturale.

Credo di aver quasi distrutta questa obiezione fin dalle prime pagine di questo studio, quando ho detto che il cuore del sacerdote o della suora, in alcun modo non occupato da altre affezioni umane, conservava, al contrario, divinizzate e nobilitate dalla grazia, la delicatezza, la purità e la freschezza delle sue prime ed uniche affezioni terrene. Ma per essere più pratico opporrò, a tale osservazione, il fatto costante, universale, reiterato, del figlio sacerdote, che diventa il sostegno, il consigliere, il benefattore in tutte le crisi morali e spesso anche economiche della propria famiglia. A un empio che attaccava e metteva in dubbio i sentimenti di carità dei Cattolici, fu risposto, chiedendogli di spiegare perché i bisognosi, i mendicanti, si aggruppano sempre, come per istinto, attorno ai monasteri e alle porte delle chiese. A coloro che pretendono che la vocazione sacerdotale o religiosa indebolisca la pietà filiale, si potrebbe parimenti domandare perché i genitori, colpiti da sventura, o ridotti, dalle circostanze, all’indigenza e alla miseria, ricorrono tanto spesso, di preferenza, al figlio sacerdote o alla figlia suora. Se i loro figli o i superiori di essi, fossero degli egoisti, degli indifferenti al benessere dei parenti, come avverrebbe ciò? No! La vita soprannaturale, l’amore di Gesù, l’austerità dell’ordine religioso, o la natura stessa dello stato sacerdotale, possono certamente esigere delle distanze, imporre dei sacrifici sensibili, ma non estinguono, tuttavia, i più nobili sentimenti del cuore umano. Nessuno ebbe mai, alla pari di Gesù, la più squisita delicatezza della nostra natura. Il ministro di Dio e la religiosa, a misura che si liberano dai « convenzionalismi » mendaci, e che si affinano nella loro vita spirituale, divengono più alti e più schietti nei loro sentimenti filiali. Nessuno ama meglio, di chi ha conservato un cuore puro e non ha conosciuto la passione e l’interesse; ora il sacrificio della separazione, non fa che ravvivare ed approfondire l’affezione. Quale esempio commovente di questa bellezza interiore di carità, nelle relazioni della piccola Teresa con suo padre. In memoria della sua infanzia in cui egli soleva chiamarla la sua « reginetta », essa lo chiama il suo « venerando re » e bisogna leggere le sue lettere, per sentire come, dietro le inferriate del Carmelo, il cuore della fanciulla palpitasse fortemente d’amore e di tenerezza filiale! Quale figlia maritata è mai rimasta tanto profondamente legata al proprio padre, tanto vibrante ad ogni ricordo del nido familiare, come questa giovanetta carmelitana così risoluta a santificarsi? Il dolore della separazione era stato immenso da una parte e dall’altra: mai due cuori erano restati uniti e inseparabili, nei Cuori del Re e della Regina del Carmelo! – Ah, sì, protesto con tutta l’indignazione del mio cuore di figlio, di sacerdote e religioso, che mantengo tanto intimamente la presenza e l’affezione di mia madre e delle mie sorelle come un culto, il quale, lungi dall’essere a detrimento dell’amore che ho per il Cuore di Gesù e di Maria, lo abbellisce col sacrificio reciproco, costantemente rinnovato. – Se il fatto di lasciar la famiglia per Iddio è una prova di disamore filiale, che dire allora di coloro che la lasciano per le creature o per gli affari? Essi stessi, i genitori, non lasciarono un giorno la propria famiglia; e perciò furono forse dei figli ingrati?… Siamo giusti e consideriamo il dovere e il cuore, come si conviene. L’affezione non è mai stata in contraddizione col sacrifizio. Il soldato che lascia la famiglia per il campo di battaglia, è forse un figlio ingrato? Non si può fare dunque, al Signore adorabile della patria terrena, le immolazioni che la celeste patria reclama legittimamente da tutti? – Come gli eroi delle battaglie, e, in un grado infinitamente superiore, gli eroi dell’altare e del chiostro, coloro che hanno avuto il più sublime coraggio, conservano anche, infallibilmente, l’altezza dei più nobili amori.

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA (2022)

DOMENICA PRECEDENTE ALLA SETTUAGESIMA:

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

[Notizie storiche intorno all’Arciconfraternita del Ss. CUORE DI MARIA, tratti dagli annali della medesima Arciconfraternita pubblicati dal sig. Dufriche Desgenettes nell’anno 1842-

 Imola, Baracani Stampe. Vescov. 1843 –

Con dedica a S. E. Cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Papa Pio IX)

A sua Eminenza reverendissima GIOVANNI MARIA de’ Conti MASTAI FERRETTI

Arcivescovo Vescovo d’Imola e conte etc. etc.

Eminenza reverendissima

Molte e gravi ragioni ci obbligano a dar pubblico segno della gratitudine che professiamo sincera e profonda all’Eminenza Vostra Reverendissima, la quale con bontà tutta propria del di Lei cuore ha voluto onorare quella tanto per noi sacra festività che dedicammo alla B. V. detta del Calanco, non pure adempiendo di persona la solenne cerimonia dell’incoronare la S. Effigie, ma eziandio col tenere analoga omelia tutta piena di forza, di dignità, di unzione. A sdebitarci però di tanto smarrisce affatto la pochezza di nostre forze, e la parola vien meno, sì se abbiamo riguardo alla sublimità de’ suoi meriti, e sì se a quella sua più ancor sublime modestia, che non cura, anzi sdegna qualunque omaggio di lode. Il perché non altro ci siamo consigliati che offrire alla Eminenza vostra un opuscolo diretto a propagare la devozione all’Immacolato Cuore di Maria, accertati che la somma di Lei pietà, la quale faceva ricca la nostra Chiesa di un dipinto rappresentante il S. Cuore della Vergine, vorrà gradire il nostro buon volere e continuarci l’onore di essere quali inchinati al bacio della S. Porpora ci protestiamo della Eminenza V. Reverendissima.

Dozza 8 Giugno 1843

PRŒMIO

Se ella è opera di uomo cotesta, dicea Gamaliele ai seniori di Gerusalemme, cadrà di per se stessa, ma se la vien da Dio, sussisterà; ed avete a temere non forse opponendovi a quella, vi opponiate a’ disegni di Dio. – Questa appunto si fu la sola risposta che ci permettemmo fare a coloro che sebbene con intenzione retta, biasimaron però sulle prime l’istituzione dell’Arciconfraternita del Sacro Cuor di Maria per la conversione de’ peccatori. Le obbiezioni loro, fondate sulla umana prudenza, non valsero a farci cader di animo, né ad arrestarci ne’ nostri sforzi, da che resistere non sapevamo all’interno nostro sentimento. – Oggimai dell’opera si farà giudizio agli effetti stupendi, sigillo verace delle òpere di Dio manifestato all’uomo; e così gli uomini che altra fiata la guardavano con animo pregiudicato, colpiti dal vasto e rapido suo incremento, sbalorditi pe’ copiosissimi frutti che ella non cessa di produrre, le fanno essi stessi giustizia, e benedicono il nome di Maria, il cui intervento attrae tante grazie ed opera tanto meravigliose conversioni. – Senza prevalerci di. Un successo che vince della mano tutte nostre speranze, confessiam francamente che se fossimo stati consultati sul partito da prendersi per ricondurre a cristiana vita gli uomini del secol nostro, non avremmo noi pensato mai, parlando secondo uomo, a consigliare l’erezione di una arciconfraternitasiccome mezzo efficace per convertire i peccatori. La parola stessa era un obbietto di derisione, qualche anno innanzi. Sarebbonsi tutti senza dubbio burlati della semplicità di un sacerdote che cercando satisfare alla necessità de’ tempi nostri e calmar le grida dei miserabili del nostro secolo, proposto avesse una meschina confraternita, rimembranza del medio evo. I Cristiani anche i Più fedeli per poco istrutti del carattere dell’attuale incivilimento, avrebbero disdegnato questo strano e vieto rimedio, né avrebbero mai avvisato che sotto questo nome e con questa forma si potessero ricondurre all’ovile le smarrite pecorelle. – A così grandi bisogni si volean contrapporre più grandi aiuti; ogni uom serio che gemeva sulle nostre calamità e sul traviare de’ più alti intelletti, inculcava la necessità di un intero rinnovellamento di scienza e di una nuova diffusione di luce per guarire le piaghe del secolo, spegner la sete di sapere che crucia gli ingegni, saziare la fame degli umani desideri. Noi pur siamo stati d’avviso, che giammai la face della scienza cristiana non ebbe a fugare più folte e sparse tenebre. Intanto, diciamolo pur chiaramente, non mancò alla Chiesa questo soccorso; e se altri si fa a rimembrare le innumerevoli difficoltà che negli ultimi tempi opprimevano il sacerdozio ed attraversavano gli alti studi del clero, dovrà trasecolare al vedere le penne e gl’ingegni che a’ nostri dì si esercitano, negli scritti religiosi e ne’ pulpiti evangelici. I diversi rami dell’umano sapere non furono per avventura mai coltivati con più zelo e splendore di quel che si faccia presentemente da que’ medesimi che annunziano al mondo la divina parola. – Ma basta egli questo rimedio? La sola scienza può mai sopperire a tutti i bisogni? Ed acciò sia feconda e si coroni de’ divini frutti non debbe ella forse andar di conserva, nel cuor dei Cristiani, coll’amore e la pratica della carità? – La vera scienza, la scienza, che getta luce di fede e converte lo spirito, è dono del cielo, scaturisce dal Padre dei lumi, procede dall’amore; che per servirci delle espressioni del pio Cardinal di Berulle: Dall’amore appunto si fa passaggio alla luce e non è mai che dalla luce si passi all’amore. E così ad ottener scienza e luce si debbe amare, pregare, domandare e cercare con umiltà e confidenza. Tal si è la condizione ad ogni grazia: Cercate in prima il regno di Dio, e la sua giustizia, e ‘l rimanente vi sarà dato quasi per soprappiù. – La divina luce adunque impedita dalle tenebre di orgoglio che s’innalzano attorno a noi, ci è stata offerta; ma d’appressarvisi non è dato che all’umiltà, sol può vederla l’occhio obbediente della fede. Il perché in tutti i tempi l’incredulità della umana sapienza, poiché salse al suo più alto grado di esaltazione, ha dovuto esser confusa dai mezzi che a lei si parvero una follia. – L’arciconfraternita rinnova a’ giorni nostri una di queste sante follie. Col suo titolo ella comanda l’umiltà a coloro ch’ella accoglie; col suo obbietto risveglia la cristiana e fraterna carità; colle sue condizioni esige la preghiera; col suo fruttificare muove a riconoscenza ed amore; e l’amore alla sua volta riconduce gli animi e i cuori alla buona via, alla verità ed alla vita. – Se oggimai ci facciamo a considerare che l’Arciconfraternita nel sesto anno di sua esistenza conta già due milioni incirca di fratelli sparsi in tutte le contrade del mondo; che sonovi aggregate oltre a 1900 parocchie, sì in Francia, sì presso le straniere nazioni; che ogni dì si accresce il novero, e che da ultimo infra sì gran moltitudine di fedeli riuniti nel sentimento di una stessa preghiera, noi osserviamo un considerevol numero di giovani e di uomini di mondo, d’ogni ordine della società, tutti parteciperanno alle speranze nostre sull’avvenire, ed agevole tornerà il comprendere l’interesse che può venire dal pubblicare periodicamente cotesti Annali.

D’altra parte non pretendiamo noi di fornire la istoria contemporanea di soli documenti; non offriamo alla cristiana pietà solo i fatti di edificazione: un altro disegno abbiamo in cuore, un più serio e dolce pensiero ci stringe e ci predomina. A Maria, Madre del nostro Signor Gesù Cristo dedichiam questi Annali; e glieli presentiamo siccome novello monumento innalzatole dai riconoscenti figli della Chiesa. – Maria sì, Maria e il compassionevole suo Cuore implorato abbiamo, con confidenza invocato; e questo Cuore mosso dai nostri gemiti, si è mostrato al nostro come un emblema dell’amore materno, come un simbolo di grazia, come l’iride che annunzia serenità dopo la procella e che conferma l’alleanza di Dio cogli uomini. – La santa Vergine, dal primo momento della incarnazione del Verbo, è divenuta mediatrice alla nostra riconciliazione, trono di grazie, pegno ed istrumento alle divine misericordie, aureo anello che conferma e stringe l’umanità colla Divinità. Che che ne dica l’eretico, questa immacolata Vergin Maria sarà eternamente il sostegno del popol di Dio, il rifugio dei peccatori, l’onore e la gloria della umanità rigenerata dal Sangue di Gesù Cristo. Ella è pur la Madre dei Cristiani non per figurato vocabolo di lingua, ma secondo la verità della eterna parola; dappoiché ella è Madre veramente: Madre di Dio fatto uomo, Madre di Gesù Cristo, Madre della Chiesa ch’è il corpo di Gesù Cristo; Madre d’ogni e singolo membro di questo mistico corpo, Madre di tutti i veri fedeli. – Questa saldissima verità, il dogma della maternità verginale e della materna verginità, questo dogma appunto fu altamente annunciato, e consacrato dall’alto della croce. Ecce Mater tua! Egli è questa lultima asserzione di un Dio moriente, il testamento di Gesù Cristo, il compimento del Cristianesimo, la pienezza dei doni di Dio. – Or se dalla prima pagina della santa Scrittura, la vittoria fu promessa alla Vergine che stritolerebbe il capo del serpente, ei si conveniva invocare questa Vergine vittoriosa sotto il nome di Nostra Signora delle Vittorie; e dappoiché l’umiltà fu sempre sua divisa e suo vessillo, ben si spiega la scelta da lei fatta di una delle più umili chiese della capitale della Francia per collocarvi il centro dell’Arciconfraternita. – Lasceremo ora che parlino i fatti, i quali ci mostreranno in più eloquente maniera, che il languido nostro parlare, i tesori del Cuor di Maria, l’inesauribile sua indulgenza, la possente sua mediazione a favor delle anime dolenti e traviate, l’efficacia di sua misericordiosa intercessione presso Gesù Cristo, nostro Salvatore, a cui la gloria e l’impero ne’ secoli de’ secoli si appartiene. Amen.

(Se rimanemmo tanto edificati in leggendo sì pii concetti espressi con tutta semplicità dal ch. autore, non ci sorprenderà meno la perspicuità e la forza di Logica ch’egli adopera in un primo articolo che tien dietro al proemio, ov’ei prende a dimostrar con invitti argomenti divini e umani, come 1’opera dell’Arciconfraternita sia opera della divina Misericordia. A farne intesi i lettori estrarremo la miglior parte di esso, volgendolo in volgar nostro, lasciando di sovente parlar lui stesso e non aggiungendo che qualche frase a legare i sentimentitolti qua e là all’uopo di farne un ristretto giusta lo scopo della presente appendice alle notizie storiche.)

CAPO I.

Ordine meraviglioso di Provvidenza sull’Arciconfraternita del SS. ed Immacolato Cuor di Maria.

Qualsivoglia opera di Dio ha in mira si la gloria sua sì il bene degli uomini, questo è costantemente lo scopo del diffondersi dell’amor divino. Ei chiama tutti i popoli a sé, perché attingano a lunghi sorsi i dolci effetti della sua misericordia: e nella sua clemenza ei conduce l’opera di guisa che imponga visibilmente alle anime il tributo di riconoscenza e di tenerezza che debbe accrescere infra le creature la gloria estrinseca del Creatore. Il perché le opere di Dio differiscono dalle opere dell’uomo e nel loro principio e negl’incrementi loro e negli effetti. Le opere dell’uomo lasciano pur scorgere la man dell’uomo, il suo ingegno e i suoi sforzi: le opere di Dio son condotte innanzi a dispetto degli uomini: perocché egli fa di mestieri che la origin loro, lo estendersi, il trionfare rivelino la volontà, la onnipotenza, la bontà di Dio, affinché il mondo, non potendo porre in forse la divina operazione, si affretti a raccorglierne frutti e benedizioni. – Le opere degli uomini sono sentite innanzi che avvengano; e dalle circostanze sono dirette e favorite. Non fanno cammino che sotto l’occhio degli uni e sospinte dall’interesse degli altri. Il loro incremento deve molto, e di sovente ancora tutto deve al credito, alla abilità di chi le intraprende ovver le protegge; e per le cure, scaltrimenti e trionfi pervengono pur talvolta ad acquistare esistenza e durata. – Le opere di Dio per contrario son piccole, umili, ascose nella loro origine: si pajono sempre nel momento che men si attendono, quasi sempre fra circostanze che sembrano essere loro sfavorevoli. Il primo rumore, che ne corre. È respinto dalla indifferenza, spesse volte dal disprezzo. Iddio non le pone mai d’ordinario nelle mani di un uomo onorato dalla stima e confidenza pubblica; egli è quasi sempre un oscuro ed ignoto fedele, che non ha di per se stesso né pregio, né credito di sorta. Iddio che non ha bisogno di alcuno, ma che nell’ordine di sua provvidenza vuol servirsi degli uomini, elegge sempre infra loro, ci dice s. Paolo, quanto vi ha di men saggio, di più fievole, di più vile, di più spregevole per accomunarlo al suo disegno. L’opera si manifesta ed incominciano appunto allora i combattimenti, le persecuzioni; ai dileggi, al disprezzo tengon dietro le ingiurie, le calunnie, gli oltraggi. Quando sono pervenute a questo punto le umane opere si ordina la battaglia, la mischia incomincia fra’ dissidenti, si agitano le passioni dalle due bande; ognun ripone sua fiducia nelle proprie forze. Nell’opera di Dio il silenzio e la pazienza sono i due scudi che oppongonsi sempre con vantaggio ai colpi di satanno. Questa benedizione Evangelica riempie di santa e dolce confidenza: Beati que’ che soffron persecuzione per la giustizia, perocché loro si appartiene il regno dei cieli. Sarete voi beati, quando gli uomini vi perseguiteranno e vi daran mala voce per cagion mia. Così le opere di Dio sono intraprese, vannosi continuando a condizioni del tutto opposte alle regole di umana saggezza e prudenza; e mentre che le umane opere meglio pensate spesso diseccansi dalle radici, o van cadendo le une sulle altre, l’opera di Dio va innanzi nel silenzio, nella oscurità, e si dilata. Il suo andare che invita tutti gli sguardi, sbalordisce ed obbliga l’occhio indagatore a risalire alla sua prima comparsa. Si va allora in traccia dell’autore, non si rinviene; un povero Prete, un oscuro Cristiano sembra tenere le fila, ond’è tessuta l’opera; s’ignora il come abbia potuto condurla a termine. Si fa ragione allora della sproporzione che v’ha infra l’effetto e i mezzi, e si dice con pari verità, stupore e ammirazione: Il dito di Dio è qui: il Signore ha fatto cotesta opera, ed ecco il perché ella è meravigliosa agli occhi nostri. Di questa guisa Iddio convince di follia la prudenza e la sapienza umana. – Dei caratteri, che testé sponemmo siccome essenzialmente propri delle opere di Dio, non ve ne ha uno che manchi all’opera dell’arciconfraternita del santissimo ed immacolato Cuor di Maria per la conversione dei peccatori. Apparve la domenica 11 dicembre 1836. In quel tempo la società in Francia era in istato di violento ribollimento che minacciava universal ruina non guari lontana. Era Parigi solcata a volta a volta e per ogni banda da sedizioni armate, che seco recavano scompiglio, spavento e bene spesso la morte. Ogni socievol legame mirava a sciogliersi, e ci pareva di dover per poco ritornare alla barbarie. In que’ giorni di perturbamento e disordine che diveniva mai la Religione? Vedeva ella i suoi tempii deserti, abbandonati i sacramenti, spregiati, derisi i suoi ministri. Parea non dovesse più riaversi al terribil colpo che dianzi aveagli scaricato addosso una recente rivoluzione. L’empietà cantava vittoria. Delle invereconde voci annunziavano dalle pubbliche cattedre com’ella fosse spacciata, come finito avesse suo tempo d’esistenza; ben voleasi confessare aver altra fiata il Cristianesimo renduto alquanti servigi alla umana società, ma ora egli era antico ed insufficiente a star del pari co’ progressi dello spirito umano. Di là venne il farneticare di nuovi religiosi sistemi, che non tornano ad altro che ad una novella imbandigione delle più assurde, e immonde eresie antiche. E nonostante queste assurdità trovavan settarii, in ispezieltà fra’ giovani, perchè adulavan l’orgoglio, accarezzavano le passioni, e l’uomo non riconoscea più né freno né regola né governo. Era gran tempo che tutto quanto avesse nome di congregazione, unione, religiosa confraternita, tutto che vi si assomigliasse, era proscritto dalla ragion pubblica. – In mezzo a si sfavorevoli e dirò pur nemiche circostanze, l’arciconfraternita ebbe incominciamento. Il modificare e spegnere a poco a poco tutti questi irreligiosi ed ostili sentimenti era cosa da lei. Ove fu ella mai istituita? ah qui davvero che l’opera divina apparisce nel modo il più chiaro! V’ha in Parigi, in questa moderna Babilonia, che ha infettato tutto il mondo con tutti veleni, tutte dottrine di corruzione, d’empietà, di rivolta e di menzogna, v’ha in Parigi una parrocchia quasi allora sconosciuta perfino a un gran numero de’ suoi abitanti. Trovasi fra il Palazzo Reale e la Borsa nel centro della città; le fan quasi cerchio i teatri e i ridotti di strepitosi e pubblici piaceri. Egli è questo il quartiere che più ribolle d’interessate agitazioni di cupidigia e d’industria, il più in preda alle criminose voluttà, di passioni d’ogni fatta. La chiesa dedicata a Nostra Signora delle Vittorie ha perduto colla gloria il suo nome; la si conosce sotto il nome senza significato di chiesa des Petìts-Peres. Nei maledetti tempi ha servito pur di borsa. Il tempio si rimanea deserto, ne’ giorni eziandio delle più auguste solennità della religione. Diciam di più, diciam tutto come che e’ ci dolga, era divenuto un luogo, un teatro di prostituzione, e siamo stati obbligati di ricorrere alla milizia per cacciarne chi lo profanava. In  questa parrocchia non si amministravano i sacramenti neanche in punto di morte. Che il sacerdote salga il pulpito per ispezzare il pane della divina parola, egli è inutile, non v’è chi lo ascolti. Il gregge tutto quanto formavasi di un pugno di Cristiani che temevan perfin di parere. Gli altri assorti ne’ computi dell’interesse e del guadagno, od immersi a gola negli eccessi delle voluttà e delle passioni, non si curano né di chiesa, né di pastore; e se questo meschino cerca d’entrare in qualche relazione colle anime che gli sono affidate, ne va spregiato conculcato respinto. Ode a dirsi che non c’è bisogno di lui, che se ne può andare. E se a forza di sollecite istanze di qualche pia persona egli ottiene di essere introdotto all’infermo in pericolo della vita, non avvien che a patto di aspettar che il malato abbia perduto i sensi, e che presentisi a lui precisamente in abito da secolare. A che serve la sua visita? Non sarebbe che per tribolare inutilmente l’infermo. In quanto all’abito, non si vuol vedere, e poi che sì direbbe se si vedesse entrare un prete in casa? ci prenderebbero per Gesuiti. Ecco a qual grado era scemata la fede e lo spirito religioso di questa parrocchia. – Compito questo quadro orribile, il Direttore passa a dimandar se l’istromento scelto dalla provvidenza per superare tante difficoltà sia pari ad esse, se ei goda la stima generale, la pubblica confidenza, se ei possegga elevato ingegno, s’ei sia di quegli uomini eloquenti ed operosi che s’attraggono tutti i cuori e sovrastano a tutti gl’intelletti. La modestia e l’umiltà sua vuol ben che ei si dichiari l’ultimo dei fedeli. Ma se egli spicca per ingegno, è sempre vero però che viveasi ignorato per fin da moltissimi dei suoi indifferenti parrocchiani, che aveva lo spirito abbattuto dalla tristezza, il cuore avvilito dal dolore, che il suo naturale secondo la pubblica voce da lui allegata, brusco impaziente bizzarro anzi che no, dovea recar nocumento all’opera. Aggiunge infine di non aver avuto in cuore neppur la disposizione per abbracciare con ardore l’opera, alla quale era destinato. E fu d’uopo che all’altar di Maria, durante l’offerta del divino sacrificio gli si fissasse in mente un’idea, che sebben rigettata sulle prime, finì per riportar vittoria sull’orgoglio dei suoì pregiudizi. Conchiude dunque che un povero prete senza relazioni e senza credito non poteva né istituire né conservare, né propagar la santa opera, ma che il Signore ha scelto per istrumento ciò che v’era di men saggio, di più debole, di più vile, di più spregevole, acciò l’operazione divina meglio spiccasse e d’uomo non s’attribuisse la gloria che s’appartiene a Dio. » – I principi, segue a dire, delle opere di Dio sono piccoli ed ascosi, procedono poi con lentezza in mezzo ai contrasti e persecuzioni ancora, e in di prova elle si rafforzano e si dilatano. Dagli 11 dicembre 1836, giorno della fondazione per un anno intero da quaranta a sessanta fedeli si accoglievan soltanto attorno all’altar di Maria. Niuno si avvedea di quanto avvenisse in questa chiesa ancora ignorata; e pure in quell’anno appunto le più meravigliose grazie vennero a ricompensare il fervore dei primi fratelli. Nel 1837 si volea che Sua Santità colla mediazione dell’arcivescovo di Parigi erigesse la pia unione in Arciconfraternita per la sola Francia. Il prelato si oppose in tuon severo al disegno, avendolo per inutile e non conveniente. Ed ecco l’opera abbandonata dagli uomini, perché meglio si vedesse com’ella fosse opera di Dio. – Si procura intanto che due Cardinali in Roma presentino la petizione al s. Padre. Sulle prime e’ la prendono sommamente a cuore, ma presto sappiamo come essi vi hanno fatto riflessione sopra ed han giudicato in fine il passo per indiscreto e al tutto inutile; come il s. Padre non accorderebbe mai favor siffatto quando pure il domandasse lo stesso Arcivescovo di Parigi. Afflitto, non abbattuto però il povero parroco dispose ad ogni modo che fosse in buon punto presentata al Papa la supplica, e intanto gli ultimi giorni di marzo (1838 con ispeciali preghiere, implorò la protezione di Maria. In su i primi di aprile una Signora illustre del pari per la pietà che pei natali, avendo udito a parlare delle grazie ottenute nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie e della suppliche a del curato, vuol ella stessa presentarla al Papa. Non sì tosto ebbe sua Santità la petizione che ordinò il breve di erezione. – Così, dice il pio direttore, in questa circostanza ogni cosa esce fuori dall’ordine naturale: una donna che ha udito così per caso parlar dell’opera, che a mala pena sa di che si tratti, reca questa grande e rilevante affare ai piedi del sovrano Pontefice. E il Vicario di Gesù Cristo, non facile a condiscendere a favori di tal fatta, accorda in tutta la sua pienezza una grazia che era pure stata domandata con restrizioni. Diciamolo anche una volta: al tutto qui ci è il dito di Dio. – Eretta l’Arciconfraternita, pubblicato il Manuale, vennegli sopra una tempesta dì motteggi, poi ingiurie, menzogne e calunnie dirette specialmente contra la persona del direttore. Nulla ci sgomentò, ei ripiglia, ci eravamo apparecchiati. L’arciconfraternita fa la guerra a satana, strappagli di mano le vittime, egli è dunque naturale che satana gli renda pan per focaccia. Ma sì che ad onta del vilipendio, dei rifiuti, delle aspre prove d’ogni fatta ella ha rapidamente e meravigliosamente corso ab ortu solis usque ad occasum. – Nella storia degli antichi popoli, negli annali della Chiesa, nei fasti del mondo intero non v’ha nulla da paragonare alla estensione, alla rapidità del suo incremento. V’ha pur qualcheduno che non vuole qui ravvisar l’opera di Dio, ma egli è un cieco volontario e tremi …. da che egli è il medesimo che bestemmiar l’opera di Dio. – Dopo aver sì ben provato l’assunto dichiara come si pubblicheranno almeno due fascicoli all’anno degli annali. Ogni numero avrà due parti: nella prima si faranno conoscere i progressi d’Arciconfraternita; nella seconda si darà l’istoria de’ suoi effetti. Questa seconda parte avrà pur due paragrafi: il primo darà ragguaglio delle conversioni, e la seconda delle guarigioni ed altre grazie ottenute colle preghiere dell’Arciconfraternita.

CAPO II.

Propagazione dell’Arciconfraternita.

In questo primo fascicolo di aprile 1842 sotto il titolo Progressì dell’Arciconfraternita si dà contezza di essi in questi termini: verso il mese di aprile 1840 eransì già aggregate 153 pie unioni. Potevasì valutare a dugento mila a un bel circa il numero di ascritti in Francia. Il solo registro di Parigi ne contenea cinquanta tre mila e sei, Oggi 1 marzo 1842, qual meraviglioso incremento nel corso di due anni! Invece di 153 aggregazioni, ne abbiamo 1845. In quell’epoca non ne avevamo che due fuori del territorio francese, a Stokolm in Isvezia, a Lenwenkoeck in Isvizzera. Adesso ne abbiamo 1594 in Francia e 251 in istraniere contrade. E poi quai sono i paesi che hanno la fortuna di posseder queste istituzioni? Sono forse le chiese circonvicine alla Francia? Mai no; le isole della Grecia,  Smirne, Pondichery, Caroumathempaty nelle Indie, Singapore, Pulopilang sulle coste della Cina; Bancock capitale del regno di Siam; l’Algeria, l’Isola di Borbone, il Canada, Valparaiso, Sant’Iago, l’isola della Trinità: parecchie città negli Stati Uniti di America; Paramatha, nell’Australasia, possiedono delle confraternite del santissimo ed immacolato Cuor di Maria per la conversione dei peccatori. L’Europa, l’Asia, l’Africa, l’America e l’Oceania fanno eco di laudi a questo Cuor meraviglioso. –  Nei primi giorni di aprile 1840 il nostro registro di Parigi portava scritti 53.006 nomi, infra i quali trovansì 19,803 uomini. Oggi 1 marzo ne abbiamo 220,900, infra i quali 93.992 uomini. In Francia i fratelli passano il milione e ogni giorno più crescono. In parecchie città delle confraternite che non contavano un anno fa, se non 1400, o 500 fratelli, hanno oggi scritti nei registri i 30 e i 36 mila. Nel 1668 il venerabile P. Eudes ſece conoscere alla Francia la devozione al sacro Cuor di Maria, e formò le prime unioni in suo onore.. Nel 1743, 79 anni dopo, non ve n’erano che 53 in Francia, e soltanto 84 in tutto il mondo cattolico; ed oggi nel corso di tre in quattro anni noi ne contiamo 1845. Ogni congregazione non aveva altre volte per sede e centro che le chiese di comunità, case religiose, né si parean che si addicessero se non se alle anime pie; il corpo de’ fedeli le ignorava. Oggi però sono appunto le cattedrali, le chiese parocchiali che fanno a gara per aver la gloria e la sorte di possederle. – Dopo questo preambolo sì dà il catalogo delle aggregazioni straniere alla Francia, rimettendo ad altro numero l’elenco di quelle del regno.

EUROPA

ITALIA

Roma. — L’ ordine de’ RR. PP. Minori Cappuccini; il monastero della Certosa; quello delle Monache della Visìtazione. -— Toscana (Diocesì di Pistoja). – Il monastero delle Domenicane a s. Marcello; delle Domenicane a Pupillo; e delle Francescane a Cagliano. -— Venezia: – Parrocchia di N. Signora della Formosa. —- Chiesa. –  Chiesa di s. Antonio dei RR. PP. Gesuiti. —— Benevento. – Chiesa de’ RR. PP. Gesuiti, Napoli. – Chiesa del Gesù Nuovo.

PIEMONTE, SARDEGNA E SAVOJA

Genova. – Parocchia delle Vigne; Comunità dei PP. Gesuiti, — Torino. – Chiesa dei PP. Gesuiti. Nella Provincia di Piemonte tutte le case della Compagnia di Gesù. Congregazione degli Oratoriani a Biella, —– Aosta. – Parrocchia di s. Pietro e di s. Orso. – Nizza. – Il convento della Visitazione – Chambery. – La Chiesa de’ RR. PP. Gesuiti. Il monastero dei Cappuccini. Il convento della Visitazione. —- Tononi. – La chiesa parrocchiale. Il convento della Visitazione. Evian – idem. – Mutiers: Chiesa di Villette — Semen: Convento della Visitazione. PP. Cappuccini alla Rocca. — Cagliari. = Chiesa di san Michele = Sassari: — Chiesa del collegio dei PP. Gesuiti.-

SVIZZERA. — Friburgo. = Chiesa collegiata di N. Sionora:: -— Ginevra: = Chiesa parrocchiale, -— Basilea. – idem. -— Leuwenkoeck. – La Chiesa di san Gio. Nepomuceno. — Solura. – Il convento della Visitazione. — Seth. (diocesi di Coira.) – La chiesa parrocchiale. – Aspath (idem). La chiesa parrocchiale. — Porentrui (diocesì di Basìlea. – Le parrocchie di Buix-; Subei Granfontana: Vindelicurt: Lesgui; Dovent; Curtedu; Cuvres; Curgenì; Bressancurt. Il monastero delle Benedettine a Etchenhbac in Argovia. Il convento dei Cappuccini a Bade, -—- Fale. Parrocchia di Vex (diocesì di Sion).

PORTOGALLO. = Lisbona. – Il monastero della visitazione.

SVEZIA. = Stokolm. – Chiesa di s. Eugenia,

AUSTRIA. = Vienna. – Il monastero delle Redentoriste. — Klein. – Idem.,

BAVIERA. = Ditteramzel. – Il convento della visitazione

OLANDA: = Lussemburgo. – Parocchia di s. Pietro. La comunità di santa Sofia.

BELGIO: = Bruxelles. – Parocchia di S. Giovanni; S. Stefano. – Namur = Parrocchia di Nostra Signora. — Diocesì di Turne: Parocchia di Monte s. Oberto. — Liegi.– La chiesa dei RR. PP. Redentoristi: — Mons: Il convento delle Orsoline. – Ipri. = Il convento dei Carmelitani. – Bruges. – Il convento delle Agostiniane inglesi — Namur. – La comunità delle Suore di N. Signora. – Macvà (diocesì di Turne) = Il convento del terzo ordine di s. Francesco. — Frond. – (diocesì di Liegi). – La chiesa dei RR. PP. Redentoristi.

INGHILTERRA.– Le parocchie di Norvic; Iarmut; Pontfratsatcham; Richemont: Longorù; Neuburg e Stocheld, Stonuse nella chiesa del collegio dei PP. Gesuiti. – Il convento dei Benedettini a Hamrenmit. La comunità delle canonichesse di Neuval. Il convento del Buon Pastore a Londra. Il convento dell’istituto della Beata Vergine a Iorch. La cappella della Beata Vergine a Allersonparche. Il monastero dei Trappisti del monte s. Bernardo.

IRLANDA, — Dublino. – La parrocchia di s. Odeon. La comunità delle figlie della Carità. Il convento dei Carmelitani. Parrocchia di Frousefallag nella chiesa dei Carmelitani (diocesi di Dublino). —- Vatersord. – La chiesa parrocchiale . Le Orsoline. Il convento della Presentazione. L’abazia della Trappa a Monmelliere. Il convento della Presentazione a Dungarvan. — Ville de Clere (diocesì di Kilaoer.). Le Orsoline di Blachoc.

ISOLE DELLA GRECIA. = Pera (diocesi di Santorino). Nella chiesa dei PP. Lazaristi

ASIA

Smirne. — Nella chiesa dei Lazaristi. – Pondichery. – Nella chiesa di N. Signora degli Angeli, — Carumutempati = Provincia di Coimbattur nell’Indostan. —- L’isola di Pulo Pinang. – La città di Singapore nell’Indo-China.

Bancok capitale del regno di Siam.- Nella chiesa cattedrale.

AFRICA.

ALGERIA. — Algeri. – Chiesa cattedrale di s. Filippo. Le città e parrocchie di Orano; Pilippeville; Bona; Costantina; Bugia; La Calle; Deli Ibraim; Douera; Buffarik; Blida; Mostanagel e Scerscel. Il gran Seminario a Mustafa. Lo stabilimanto ecclesiastico di S Agostino.

ISOLA BORBONE. – S. Dionigi. – Nella chiesa parrocchiale. — S. Paolo. Nella chiesa parrocchiale.

AMERICA.

CANADA. -— Monreale.- Chiesa cattedrale. Tutta la diocesì di Monreale: le 120 parrocchie che la compongono han tutte delle confraternite canonicamente erette ed aggregate all’Arciconfraternita. – La comunità delle suore della Carità a Quebec.

STATI UNITI. — Nuova Orleans. = Parrocchia di s. Vincenzo di Paoli. Nella diocesì di Cincinnati la parrocchia di Luisville.

CHILI. —- Valparaiso. – Chiesa delle religiose zelatrici dei SS. CC. di Gesù e di Maria. — San Jago. = Idem.

OCEANIA. Nuova Galles. (diocesì di Sidnei). Paramata. = Nella chiesa delle figlie della Carità.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI, “AD CATHOLICI SACERDOTII” (I)

Anche questa Enciclica è l’ennesimo capolavoro magisteriale di S. S. PIO XI, che si volge a delineare l’istituzione fondamentale per la vita dello spirito dell’intera umanità, quella del Sacerdozio cattolico, divinamente istituito da N. S. Gesù Cristo, e divinamente assistito dall’opera dello Spirito Santo. Questa figura, immagine di Cristo operante nella sua Chiesa sulla terra, vero alter Christus, dopo il conciliabolo vaticano ed il “colpo si stato” della sinagoga di satana infiltrata ubiquitariamente nelle sedi storiche della Chiesa Cattolica romana, è stata eclissata e relegata nelle catacombe odierne, sostituita da un falso personaggio, alter antichristus, che, senza averne titolo canonico, finge di offrire il Sacrificio eucaristico e dispensare i sacramenti divinamente istituiti dal divin Figlio di Dio, predicare una catechesi ed una morale sempre più falsa ed ingannevole affettando falsa pietà e ancor più falsa carità, con lo scopo ben definito, secondo la teologia ed i canoni della tradizione ecclesiastica, di sprofondare con se stessi un numero impressionante di anime alla perdizione eterna dell’anima. È un castigo che il Signore Iddio sta infliggendo a tutta l’umanità dal 26 ottobre del 1958, quando, messo da parte (cioè cacciato via senza riguardi) il Santo Padre Gregorio XVII – sostituito dal massone 33° Roncalli -, il popolo cristiano dell’orbe si è ritrovato scismatico e poi apostata di fatto guidato dai falsi sacerdoti invalidamente ordinati dall’orrido e blasfemo rito montiniano a partire dal 18 giugno del 1968 (e non parliamo qui dei sacrileghi eretici pseudotradizionalisti di marca lefebvriana e sedevavacantista). Ma il pusillus grex cattolico, fedele al vero Papa ed alla sua vera Chiesa cattolica romana, l’unica fondata ed abitata da Gesù Cristo, nell’attesa paziente del trionfo del Cuore Immacolato della Vergine Maria e del soffio della bocca del Cristo che bruciandolo inabisserà l’uomo della perdizione nello stagno di fuoco eterno con la bestia, il falso profeta ed il drago infernale, può consolarsi rileggendo questo meraviglioso documento, aspettando le figure sacerdotali qui sapientemente definite secondo il pensiero autenticamente cattolico del Santo Padre Pio XI. Et IPSA conteret caput tuum…

N. B. La Lettera è divisa, per la sua lunghezza, in due parti, onde consentirne una lettura più penetrante e proficua sotto l’aspetto dottrinale.

LETTERA ENCICLICA
AD CATHOLICI SACERDOTII
(I)

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
SUL SACERDOZIO CATTOLICO.
PIO PP. XI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE.

Sin da quando, per arcano disegno della divina Provvidenza, Ci vedemmo sollevati a questo supremo vertice del sacerdozio cattolico, non abbiamo mai cessato di rivolgere le nostre cure più sollecite e più affettuose a quelli tra gli innumerevoli figli che Dio Ci ha dati, i quali, insigniti del carattere sacerdotale, hanno la missione di essere ” il sale della terra e la luce del mondo “, e in modo ancora più speciale ai dilettissimi giovani che si vanno educando all’ombra del santuario e si preparano a questa nobilissima missione. – Negli stessi primi mesi del Nostro Pontificato, prima ancora di rivolgere la Nostra solenne parola a tutto l’orbe cattolico, Ci demmo premura, con la Lettera Apostolica Officiorum omnium del 11 agosto 1922 indirizzata al diletto Figlio nostro, Prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, di tracciare le direttive, a cui deve ispirarsi la formazione sacerdotale dei giovani leviti. Ed ogni qualvolta la pastorale sollecitudine Ci muove a considerare più in particolare gli interessi e i bisogni della Chiesa, la Nostra attenzione prima di ogni altra cosa si dirige ai sacerdoti e ai chierici, che formano sempre l’oggetto principale delle Nostre cure. – Di questo Nostro speciale interessamento per il sacerdozio sono prova eloquente i numerosi Seminari che abbiamo o eretti dove ancora non erano, o forniti, non senza grande dispendio, di nuove sedi ampie e decorose, o meglio provveduti di mezzi e di persone onde possano più degnamente raggiungere l’alto loro scopo. – Se poi in occasione del Nostro giubileo sacerdotale abbiamo consentito che ne fosse solennemente festeggiata la fausta ricorrenza e con paterno compiacimento abbiamo secondato le manifestazioni di filiale affetto che Ci venivano da tutte le parti del mondo, ciò fu perché, più che come un ossequio alla Nostra persona, consideravamo quella celebrazione come una doverosa esaltazione della dignità e del carattere sacerdotale. – E anche la riforma degli studi nelle Facoltà ecclesiastiche, da Noi decretata con la Costituzione apostolica Deus scientiarum Dominus del 24 maggio 1931, fu da Noi voluta col precipuo intento di accrescere ed elevare sempre più la cultura e la dottrina dei sacerdoti. – Ma è questo un argomento di tanta e così universale importanza, che ci sembra opportuno di trattarne più di proposito in questa Nostra Lettera Enciclica, affinché non solamente quelli che già posseggono il dono inestimabile della fede, ma anche quanti con rettitudine e sincerità di cuore vanno in cerca della verità, riconoscano la sublimità del Sacerdozio cattolico e la sua provvidenziale missione nel mondo, e soprattutto la riconoscano e la apprezzino quelli che ad essa sono chiamati: argomento particolarmente opportuno alla fine di quest’anno che a Lourdes, ai candidi raggi dell’Immacolata e fra i fervori dell’ininterrotto triduo eucaristico, ha visto il Sacerdozio cattolico, di ogni lingua e di ogni rito, circonfuso di luce divina nello splendido tramonto del Giubileo della Redenzione dall’Urbe esteso all’Orbe cattolico; di quella Redenzione, della quale i Nostri cari e venerati sacerdoti sono i ministri, mai tanto operosi e benefici quanto in questo Anno Santo straordinario, in cui, come dicemmo nella Costituzione apostolica Quod nuper, si è pure celebrato il XIX centenario della Istituzione del Sacerdozio. – E con ciò, mentre questa armonicamente s’innesta alle Nostre precedenti Encicliche, con cui abbiamo voluto proiettare la luce della dottrina cattolica sui più gravi problemi che travagliano la vita moderna, sentiamo pure di dare a quegli stessi Nostri solenni ammaestramenti un opportuno complemento. Difatti il sacerdote è, per vocazione e mandato divino, il precipuo apostolo e l’indefesso promotore dell’educazione cristiana della gioventù; il sacerdote in nome di Dio benedice il Matrimonio cristiano e ne difende la santità ed indissolubilità contro gli attentati e le deviazioni suggerite dalla cupidigia e dalla sensualità; il sacerdote porta il più valido contributo alla soluzione o almeno alla mitigazione dei conflitti sociali, predicando la fratellanza cristiana, a tutti ricordando i mutui doveri della giustizia e della carità evangelica, pacificando gli animi inaspriti dal disagio morale ed economico, additando ai ricchi e ai poveri gli unici beni a cui tutti possono e devono aspirare; il sacerdote finalmente è il più efficace banditore di quella crociata di espiazione e di penitenza, a cui abbiamo invitato tutti i buoni per riparare le bestemmie, le turpitudini e i delitti, che disonorano l’umanità nell’ora che volge, un’ora che come poche altre nella storia ha tanto bisogno della misericordia divina e de’ suoi perdoni. E i nemici della Chiesa ben sanno l’importanza vitale del sacerdozio, contro cui appunto, come abbiamo già lamentato per il Nostro diletto Messico, dirigono prima di tutto i loro colpi, per toglierlo di mezzo e sgombrarsi la via alla sempre desiderata e mai ottenuta distruzione della Chiesa stessa.

I. La sublime dignità:

Alter Christus

Il genere umano sentì sempre il bisogno di avere dei sacerdoti, degli uomini cioè che per missione ufficiale loro affidata fossero i mediatori tra Dio e gli uomini, e a questa mediazione interamente consacrati, ne facessero il compito della loro vita: deputati ad offrire a Dio pubbliche preghiere e sacrifici a nome della società, che pur essa, in quanto tale, ha l’obbligo di rendere a Dio culto pubblico e sociale, di riconoscere in Lui il suo supremo Signore e primo principio, tendere a Lui come ad ultimo fine, ringraziarlo, propiziarlo. Difatti presso i popoli, di cui conosciamo gli usi, purché non costretti dalla violenza ad andar contro le leggi più sacre della natura umana, si trovano dei sacerdoti, quantunque spesso al servizio di false divinità: dovunque si professa una religione, dovunque si ergono altari, là vi è anche un sacerdozio, circondato da speciali mostre di onore e di venerazione. – Ma ai fulgori della rivelazione divina il sacerdote apparisce rivestito di una dignità di gran lunga maggiore, della quale è lontano annuncio la misteriosa, veneranda figura di Melchisedech, sacerdote e re che San Paolo rievoca con riferimento alla persona e al sacerdozio di Gesù Cristo stesso. – Il sacerdote, secondo la magnifica definizione che ne dà lo stesso San Paolo, è bensì un uomo “preso di mezzo agli uomini”, ma “costituito a vantaggio degli uomini per i loro rapporti con Dio”: il suo ufficio non ha per oggetto le cose umane e transitorie, per quanto sembrino alte e pregevoli, ma le cose divine ed eterne; cose, che possono essere per ignoranza derise e disprezzate, che possono anche venire osteggiate con malizia e furore diabolico, come una triste esperienza lo ha spesso provato e la prova pur oggi, ma che stanno sempre al primo posto nelle aspirazioni individuali e sociali dell’umanità, la quale sente irresistibilmente di essere fatta per Iddio e di non potersi riposare se non in Lui. – Nella legge mosaica al sacerdozio, istituito per disposizione divino-positiva promulgata da Mosè sotto l’ispirazione di Dio, vengono minutamente assegnati i compiti, le mansioni, i riti determinati. Sembra che Dio nella sua sollecitudine volesse nella mente ancora primitiva del popolo ebreo imprimere una grande idea centrale che, nella storia del popolo eletto, irradiasse la sua luce su tutti gli avvenimenti, le leggi, le dignità, gli uffici: il sacrificio e il sacerdozio; perché, per la fede nel futuro Messia, diventasse fonte di speranza, di gloria, di forza, di liberazione spirituale. Il tempio di Salomone, mirabile per ricchezza e splendore e ancor più mirabile ne’ suoi ordinamenti e ne’ suoi riti, eretto all’unico vero Dio come tabernacolo della divina Maestà sulla terra, era pure un altissimo poema cantato a quel sacrificio e a quel sacerdozio, che, quantunque ombra e simbolo, racchiudevano tanto mistero da far inchinare riverente il vincitore Alessandro Magno davanti alla ieratica figura del Sommo Sacerdote; e Dio stesso faceva sentire l’ira sua all’empio re Baldassare, perché gozzovigliando aveva profanato i vasi sacri del tempio. Eppure quell’antico sacerdozio non traeva la sua più grande maestà e gloria se non dall’essere una prefigurazione del Sacerdozio cristiano, del Sacerdozio del nuovo ed eterno Testamento confermato col Sangue del Redentore del mondo, di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo! – L’Apostolo delle Genti scultoriamente compendia quanto si può dire intorno alla grandezza, alla dignità e ai compiti del sacerdozio cristiano, con queste parole: “Così ci consideri ognuno come ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio”. Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la continuazione di quell’opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote, come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in qualche modo Gesù Cristo stesso: “Come il Padre ha mandato me, anch’Io mando voi “, continuando anch’esso come Gesù a dare, secondo il canto angelico, “gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

Potere ineffabile

E in primo luogo, come insegna il Concilio di Trento, Gesù Cristo nell’ultima Cena istituì il sacrificio ed il sacerdozio della Nuova Alleanza: “… Egli adunque, Dio e Signore nostro, benché stesse per offrire se medesimo una volta sola a Dio Padre, mediante la morte sull’altare della croce, per operarvi una redenzione eterna; tuttavia, poiché il suo sacerdozio non doveva estinguersi con la sua morte, nell’ultima Cena, nella notte in cui veniva tradito, per lasciare alla diletta sua sposa la Chiesa un Sacrificio visibile, come è richiesto dalla natura degli uomini, col quale venisse rappresentato quel Sacrificio cruento che doveva operarsi una volta sola sulla croce, e affinché di quel Sacrificio rimanesse il ricordo in perpetuo e venisse applicata l’efficacia per la remissione delle colpe che da noi si commettono ogni giorno, dichiarandosi costituito sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech, offrì a Dio Padre il Corpo e il Sangue suo sotto le specie di pane e di vino, e sotto le apparenze di queste medesime cose, diede a gustare quel Corpo e quel Sangue divino agli Apostoli, cui allora costituiva sacerdoti del Nuovo Testamento, e con le parole: Fate questo in memoria di me, comandò agli stessi Apostoli e ai loro successori nel sacerdozio di offrire quella medesima oblazione”. E da allora, gli Apostoli e i loro successori nel sacerdozio cominciarono ad innalzare verso il cielo quella “oblazione monda” predetta da Malachia per la quale il Nome di Dio è grande tra le genti e che, offerta ormai in ogni parte della terra e in ogni ora del giorno e della notte, continuerà ad offrirsi perennemente sino alla fine del mondo: vera azione sacrificale, e non meramente simbolica, che ha una reale efficacia per la riconciliazione dei peccatori con la divina Maestà: “Poiché il Signore, placato da una tale oblazione, concedendo la grazia e il dono della penitenza, rimette le colpe e i peccati anche gravissimi”. La ragione di ciò la indica lo stesso Concilio Tridentino con queste parole: “Una sola e medesima è la vittima, e Colui che ora la offre, mediante il ministero dei sacerdoti, è quello stesso che allora offrì Se medesimo sulla Croce, essendone diverso soltanto il modo”. – Donde apparisce luminosamente l’ineffabile grandezza del sacerdote umano, che ha il potere sullo stesso Corpo di Gesù Cristo, rendendolo presente sui nostri altari ed offrendolo in nome di Cristo stesso, vittima infinitamente grata alla Divina Maestà. “Mirabili cose sono queste — esclama giustamente San Giovanni Crisostomo — cose mirabili e piene di stupore!”. – Oltre questo potere che esercita sul Corpo reale di Cristo, il sacerdote ha ricevuto altri poteri eccelsi e sublimi sul Corpo mistico di Lui. Non abbiamo bisogno, Venerabili Fratelli, di dilungarCi ad esporre questa bella dottrina del Corpo mistico di Gesù Cristo, così cara a San Paolo; questa bella dottrina, che ci mostra la persona del Verbo fatto carne insieme con tutti i suoi fratelli, ai quali giunge l’influsso soprannaturale che da Lui deriva, formanti con Lui, come Capo, un solo corpo di cui essi sono le membra. Orbene il sacerdote è costituito “dispensatore dei misteri di Dio” in favore di queste membra del Corpo mistico di Gesù Cristo, ministro ordinario com’è di quasi tutti i Sacramenti, che sono i canali attraverso i quali scorre a beneficio dell’umanità la grazia del Redentore.

Dispensatore dei misteri di Dio

Il Cristiano, quasi ad ogni passo importante della sua mortale carriera, trova al suo fianco il sacerdote in atto di comunicargli o accrescergli col potere ricevuto da Dio questa grazia, che è la vita soprannaturale dell’anima. Appena nasce alla vita del tempo, il sacerdote lo rigenera col Battesimo ad una vita più nobile e più preziosa, la vita soprannaturale, e lo fa figlio di Dio e della Chiesa di Gesù Cristo; per fortificarlo a combattere generosamente le lotte spirituali, un sacerdote rivestito di speciale dignità lo fa soldato di Cristo nella Cresima: appena è capace di discernere ed apprezzare il Pane degli Angeli, il sacerdote glielo porge, cibo vivo e vivificante disceso dal cielo; se caduto, il sacerdote lo rialza in nome di Dio e con Lui lo riconcilia per mezzo della Penitenza; se Iddio lo chiama a formarsi una famiglia ed a collaborare con Lui alla trasmissione della vita umana nel mondo, per aumentare prima il numero dei fedeli sulla terra e poi quello degli eletti nel cielo, il sacerdote è là a benedire le sue nozze e il suo casto amore; e quando il Cristiano, giunto alla soglia dell’eternità, ha bisogno di forza e di coraggio prima di presentarsi al tribunale del Giudice divino, il sacerdote si china sulle membra doloranti dell’infermo e lo riconsacra e conforta con l’Olio Santo. Dopo di aver così accompagnato il Cristiano attraverso il pellegrinaggio terreno fino alle porte del cielo, il sacerdote ne accompagna il corpo alla sepoltura con i riti e le preci della speranza immortale, e ne segue l’anima sino oltre le soglie dell’eternità per aiutarla coi suffragi cristiani, se mai abbisognasse ancora di purificazione e di refrigerio. Così dalla culla alla tomba, anzi sino al cielo, il sacerdote è accanto ai fedeli, guida, conforto, ministro di salute, distributore di grazia e di benedizioni. – Ma fra tutti questi poteri che il sacerdote ha sul Corpo mistico di Cristo, a vantaggio dei fedeli, uno ve n’è sul quale non possiamo contentarci del semplice accenno testé fatto: quella postestà, “che Iddio non ha data né agli Angeli né agli Arcangeli”, come dice San Giovanni Crisostomo, la potestà cioè di rimettere i peccati: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi ed a chi li riterrete saranno ritenuti”. Potestà formidabile, tanto propria di Dio, che la stessa umana superbia non poteva comprendere fosse possibile che venisse comunicata all’uomo: “Chi può rimettere i peccati, se non il solo Dio?”. E vedendola esercitata da un semplice uomo qual è il sacerdote, c’è davvero da chiedersi, non per scandalo farisaico, ma per riverente stupore di tanta dignità: “Chi è costui, che rimette anche i peccati?”. Ma appunto l’Uomo-Dio, che aveva ed ha “sulla terra il potere di rimettere i peccati”, l’ha voluto trasmettere ai suoi sacerdoti per venir incontro, con divina liberalità e misericordia, a quel bisogno di purificazione morale che è insito alla coscienza umana. Quale conforto per l’uomo colpevole, trafitto dal rimorso e pentito, udire la parola del sacerdote, che in nome di Dio gli dice: “Io ti assolvo dai tuoi peccati”! E l’udirla dalla bocca di uno, che a sua volta avrà bisogno egli pure di chiederla per sé ad un altro sacerdote, non solo non avvilisce il dono misericordioso, ma lo fa apparire più grande, facendoci meglio intravedere, attraverso la fragile creatura, la mano di Dio, per la cui virtù si opera il portento. Ed è perciò che — per usare le parole di un illustre scrittore, il quale tratta anche di cose sacre con una competenza rara a trovarsi in un laico — “quando un sacerdote, fremendo in ispirito della sua indegnità e dell’altezza delle sue funzioni, ha stese sul nostro capo le sue mani consacrate; quando, umiliato di trovarsi il dispensatore del Sangue dell’alleanza, stupito ad ogni volta di proferire le parole che danno la vita, peccatore egli ha assolto un peccatore, noi alzandoci da’ suoi piedi, sentiamo di non aver commessa una viltà… Siamo stati ai piedi di un uomo che rappresentava Gesù Cristo… vi siamo stati per acquistare la qualità di liberi e di figliuoli di Dio”. – E tali poteri eccelsi, conferiti al sacerdote in uno speciale sacramento a ciò ordinato, non sono in lui transitori e passeggeri, ma stabili e perpetui, congiunti come sono ad un carattere indelebile impresso nell’anima sua, per cui è diventato “sacerdos in æternum“, a similitudine di Colui del cui eterno sacerdozio è fatto partecipe: carattere, che il sacerdote, anche tra le più deplorevoli aberrazioni in cui per umana fragilità può cadere, non potrà mai cancellare dall’anima sua. Ma insieme con questo carattere e con questi poteri il sacerdote, per il sacramento dell’Ordine, riceve nuova e speciale grazia con speciali aiuti, per i quali, se con la sua libera e personale cooperazione fedelmente asseconderà l’azione divinamente potente della grazia stessa, egli potrà degnamente assolvere tutti gli ardui doveri dello stato sublime, a cui fu chiamato, e portare, senza restarne oppresso, quelle formidabili responsabilità inerenti al ministero sacerdotale, che fecero tremare perfino i più forti atleti del sacerdozio cristiano, come un San Giovanni Crisostomo, Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno, San Carlo e tanti altri.

Apostolo della verità e della carità

Ma il sacerdote cattolico è ministro di Cristo e dispensatore de’ misteri di Dio, anche con la parola, con quel ” ministero della parola”, che è un diritto inalienabile e insieme un dovere imprescrittibile impostogli da Gesù Cristo medesimo: “Andate adunque e ammaestrate tutte le genti,… insegnando loro di osservare tutto quello che vi ho comandato”. La Chiesa di Cristo, depositaria e custode infallibile della divina rivelazione, per mezzo de’ suoi sacerdoti sparge i tesori delle celesti verità, predicando colui che è “luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo”, spargendo con divina profusione quel seme, piccolo e disprezzato allo sguardo profano del mondo, ma che, come l’evangelico grano di senape, ha in sé la virtù di mettere radici salde e profonde nelle anime sincere e sitibonde di verità e di renderle, come alberi robusti, incrollabili anche tra le più forti bufere. – In mezzo alle aberrazioni dell’umano pensiero, ebbro di una falsa libertà da ogni legge e da ogni freno, in mezzo alla corruzione spaventevole dell’umana malizia, si erge faro luminoso la Chiesa, che condanna ogni deviazione a destra o a sinistra della verità, che indica a tutti e a ciascuno la via diritta da seguire; e guai se anche questo faro, non diciamo si spegnesse, il che è impossibile per le promesse infallibili su cui è basato, ma venisse impedito dal diffondere largamente i suoi raggi benefici! Già vediamo coi nostri occhi dove abbia condotto il mondo l’aver rigettato superbamente la divina rivelazione e l’aver seguito, sia pure sotto lo specioso titolo di scienza, false teorie filosofiche e morali. Che se nella china dell’errore e del vizio non si è ancora caduti più in basso, lo si deve ai raggi della verità cristiana che sono pur sempre diffusi nel mondo. – Orbene la Chiesa esercita il suo “ministero della parola” per mezzo dei sacerdoti, distribuiti sapientemente per i vari gradi della sacra gerarchia, ch’essa invia in ogni plaga, banditori indefessi della buona novella, che sola può conservare o portare o far risorgere la vera civiltà. La parola del sacerdote scende nelle anime ed arreca loro luce e conforto; la parola del sacerdote, anche in mezzo al turbine delle passioni, si eleva serena ed annuncia impavida la verità e inculca il bene: quella verità che rischiara e risolve i più gravi problemi della vita umana; quel bene che nessuna sventura, nemmeno la morte, può togliere, che la morte anzi assicura e rende immortale. – Se poi si considerino ad una ad una le verità stesse, che il sacerdote deve più spesso inculcare per essere fedele ai doveri del suo ministero, e se ne ponderiamo l’intima forza, ben si comprende quanto sia grande e benefico, per l’elevazione morale e la pacificazione e tranquillità sociale dei popoli, l’influsso del sacerdote: quando, per esempio, ricorda ai grandi e ai piccoli la fugacità della vita presente, la caducità dei beni terreni, il valore dei beni spirituali e dell’anima immortale, la severità dei divini giudizi, la santità incorruttibile dell’occhio divino che scruta i cuori di tutti e “renderà a ciascuno secondo il suo operato”. Nulla di più acconcio che questi ed altri simili insegnamenti, per temperare quella febbrile avidità di godimenti, quella sfrenata cupidigia dei beni temporali, che degradano oggi tante anime e spingono le varie classi della società a combattersi come nemiche, anziché aiutarsi a vicenda con la mutua collaborazione. In mezzo poi al cozzo di tanti egoismi, nel divampare di tanti odi, fra tanti cupi disegni di vendetta, nulla di più opportuno e di più efficace che proclamare alto il “comandamento nuovo” di Gesù, il precetto della carità, la quale si estende a tutti, non conosce barriere né confini di nazioni o di popoli, non eccettua neppure il nemico. – Una gloriosa esperienza di ormai venti secoli dimostra tutta l’efficacia salutare della parola sacerdotale, che essendo eco fedele e ripercussione di quella “parola di Dio”, che “è viva ed efficace e più tagliente di qualunque spada a due tagli”, anch’essa arriva “sino alla divisione dell’anima e dello spirito”, suscita eroismi di ogni genere, in ogni classe e in ogni luogo, e crea l’azione disinteressata dei cuori più generosi. Tutti i benefici, che la civiltà cristiana ha portato nel mondo, si devono, almeno nella loro radice, alla parola e all’opera del sacerdozio cattolico. E tale passato basterebbe da sé a dare affidamento anche per l’avvenire, se non avessimo “una parola più sicura” nelle promesse infallibili di Cristo. Anche l’opera missionaria, che manifesta in maniera così luminosa la potenza di espansione, di cui, per divina virtù, è dotata la Chiesa, è promossa ed attuata principalmente dal sacerdote, che, pioniere di fede e di carità, a costo di innumerevoli sacrifici, estende e dilata il Regno di Dio sulla terra.

Mediatore tra Dio e gli uomini

Il sacerdote finalmente – continuando anche in ciò la missione di Cristo, il quale “passava la notte pregando Dio” e “sempre vive ad intercedere per noi”.— come pubblico ed ufficiale intercessore dell’umanità presso Dio, ha l’incarico e il mandato di offrire a Dio in nome della Chiesa, non solo il sacrificio propriamente detto, ma anche il “sacrificio della lode” con la preghiera pubblica ed ufficiale; egli, con salmi, preci e cantici, tolti in gran parte dai Libri ispirati, paga a Dio ogni giorno a più riprese questo doveroso tributo di adorazione e compie questo necessario ufficio d’impetrazione per l’umanità, oggi più che mai afflitta e più che mai bisognosa di Dio. Chi può dire quanti castighi la preghiera sacerdotale allontana dal capo dell’umanità prevaricatrice e quanti benefici le procura ed ottiene? Se la preghiera anche privata ha promesse divine così magnifiche e così solenni, come quelle che Gesù Cristo le ha fatto, quanto più potente sarà la preghiera innalzata ex officio in nome della Chiesa, diletta Sposa del Redentore? E il Cristiano, anche se troppo spesso immemore di Dio nella prosperità, conserva nel fondo dell’animo suo la fiducia nella preghiera, sente che la preghiera può tutto e, quasi per santo istinto, in ogni frangente, in ogni pericolo privato o pubblico, ricorre con singolare fiducia alla preghiera sacerdotale. Ad essa domandano conforto gli sventurati di ogni specie; ad essa si ricorre per implorare l’aiuto divino nelle varie vicende di questo terreno esilio. Veramente “il sacerdote sta nel mezzo tra Dio e l’umana natura, da una parte arrecando a noi i benefici di Dio, dall’altra presentando a Dio le nostre preghiere, riconciliandocelo se adirato”. – Del resto, come accennavamo fin da principio, i nemici stessi della Chiesa, a modo loro, mostrano di sentire tutta la dignità e l’importanza del sacerdozio cattolico, dirigendo contro questo i loro primi e più feroci colpi, ben sapendo quanto sia intimo il nesso che intercede tra la Chiesa e i suoi sacerdoti. I più accaniti nemici del sacerdozio cattolico sono oggi i nemici stessi di Dio: ecco un titolo di onore che rende il sacerdozio più degno di rispetto e di venerazione.

II. Fulgido Ornamento

La virtù e la scienza

Sublimissima dunque, Venerabili Fratelli, è la dignità del sacerdote; e le debolezze, per quanto deplorevoli e dolorose, di alcuni indegni non possono oscurare lo splendore di tale altissima dignità, come non devono far dimenticare le benemerenze di tanti sacerdoti insigni per virtù, per sapere, per opere di zelo, per il martirio. Tanto più che l’indegnità del soggetto non rende punto invalida l’opera del suo ministero: la indegnità del ministro non intacca la validità dei Sacramenti, che ripetono la loro efficacia dal Sangue di Cristo, indipendentemente dalla santità dello strumento, ossia, come si esprime il linguaggio ecclesiastico, esercitano la loro azione ” ex opere operato”.  – È però verissimo che tale dignità, di per se stessa, esige in chi ne è investito una elevazione di mente, una purezza di cuore, una santità di vita corrispondente alle sublimità e santità dell’ufficio sacerdotale. Questo, come abbiamo detto, costituisce il sacerdote mediatore tra Dio e l’uomo in rappresentanza e per mandato di Colui che è “l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”; deve quindi avvicinarsi quanto è possibile alla perfezione di Colui di cui fa le veci e rendersi sempre più gradito a Dio con la santità della vita e delle opere; poiché, più che il profumo degli incensi, più che il fulgore dei templi e degli altari, Iddio ama e gradisce la virtù. “Diventando (gli ordinati) mediatori tra Dio e il popolo — dice San Tommaso — devono risplendere per la bontà della coscienza davanti a Dio e per la buona fama presso gli uomini”. Dall’altra parte, invece, se chi tratta ed amministra le cose sante, mena una vita riprovevole, le profana e diventa sacrilego: “Quelli che non sono santi, non devono trattare le cose sante”. – Perciò già nell’Antico Testamento, Iddio comandava ai suoi sacerdoti e ai leviti: “Siano dunque santi, perché santo sono anch’Io, il Signore che li santifico”. E il sapientissimo Salomone, nel cantico per la dedicazione del tempio, questo appunto chiede al Signore per i figli di Aronne: “I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia e i tuoi santi esultino”. Orbene, Venerabili Fratelli, “se tanta perfezione e santità e alacrità – diremo con San Roberto Bellarmino – si esigeva in quei sacerdoti, che sacrificavano pecore e buoi e lodavano Dio per benefici temporali, che cosa mai non si dovrà esigere in quei sacerdoti che sacrificano l’Agnello divino e rendono grazie per benefici eterni?”. “Grande in vero— esclama San Lorenzo Giustiniani— è la dignità dei Prelati, ma maggiore ne è il peso; posti come sono in grado così elevato davanti agli occhi degli uomini, bisogna che anche si innalzino al sommo vertice delle virtù davanti agli occhi di Colui che tutto vede; altrimenti sono sopra gli altri non a proprio merito, ma a propria condanna”.

Imitatore di Cristo

E veramente tutti i titoli da Noi accennati più sopra per dimostrare la dignità del sacerdozio cattolico, ritornano ora qui come altrettanti argomenti per dimostrare il dovere che gli incombe di una sublime santità; poiché, come insegna l’Angelico Dottore, “ad esercitare convenientemente i sacri ordini non basta una bontà qualunque, ma si richiede una bontà eccellente; siccome quelli che ricevono il sacro Ordine vengono costituiti per ragione di esso sopra il popolo, così siano a lui superiori anche per la santità”. Infatti, il Sacrificio eucaristico, in cui s’immola la Vittima immacolata che toglie i peccati del mondo, in modo particolare esige che il sacerdote con una vita santa ed intemerata si renda il meno indegno possibile di Dio, a cui ogni giorno offre quella Vittima adorabile, che è lo stesso Verbo di Dio incarnato per nostro amore. “Rendetevi conto di quello che fate, imitate quello che trattate”, dice la Chiesa per bocca del Vescovo ai diaconi che stanno per essere consacrati sacerdoti. Inoltre il sacerdote è distributore della grazia di Dio, di cui i Sacramenti sono i canali; ma troppo disdirebbe a un tale distributore, se di quella grazia preziosissima egli stesso fosse privo o anche solo ne fosse in sé scarso estimatore e pigro custode. Di più egli deve insegnare la verità della fede: la verità religiosa non si insegna mai tanto degnamente e tanto efficacemente, che quando è accompagnata dalla virtù; poiché, come dice il comune effato: “Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano”. Deve annunziare la legge evangelica; ma, per ottenere che gli altri l’abbraccino, l’argomento più accessibile e più persuasivo, con la grazia di Dio, è il vedere quella legge attuata nella vita di chi ne inculca l’osservanza. E San Gregorio Magno ne dà la ragione: “Più facilmente penetra nel cuore degli uditori quella voce che ha in suo favore la vita del predicatore, perché, mostrando con l’esempio come si debba operare, aiuta a fare quello che inculca”. Così appunto del divin Redentore dice la Sacra Scrittura che “cominciò a fare e ad insegnare”, e le turbe lo acclamavano, non tanto perché “nessun uomo ha mai parlato come quest’uomo”, quanto, piuttosto perché “ha fatto bene ogni cosa”. E al contrario “quelli che dicono e non fanno” si rendono simili agli Scribi e Farisei, a rimprovero dei quali lo stesso divin Redentore, pur salvando l’autorità della parola di Dio che annunziavano legittimamente, ebbe a dire al popolo che l’ascoltava: “Sulla cattedra di Mosè si sono assisi gli Scribi e i Farisei: osservate dunque e fate tutto quello che essi vi dicono; non vogliate però agire secondo le loro opere”. Un predicatore che non si sforzi di confermare con l’esempio della vita la verità che annunzia, distruggerebbe con una mano quello che edifica con l’altra. E invece Iddio largamente benedice le fatiche dei banditori del Vangelo, che prima di tutto attendono seriamente alla propria santificazione: essi vedono sbocciare copiosi i fiori e i frutti del loro apostolato e nel giorno delle messe “tornando andranno con gioia portando i loro covoni”. – Sarebbe un errore gravissimo e pericolosissimo se il sacerdote, trasportato da falso zelo, trascurasse la propria santificazione per tutto immergersi nelle opere esteriori, per quanto buone, del ministero sacerdotale. Con ciò, metterebbe in pericolo la propria eterna salute, come il grande Apostolo delle Genti temeva di se stesso: “Castigo il mio corpo e lo rendo schiavo, perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, io diventi riprovato”; e si esporrebbe anche a perdere, se non la grazia divina, certamente quell’unzione dello Spirito Santo, che dà una mirabile forza ed efficacia all’apostolato esterno. – Del resto, se a tutti i Cristiani è detto: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, quanto più devono i sacerdoti considerare rivolte a sé queste parole del divino Maestro, chiamati come sono con vocazione speciale a seguirlo più da vicino! Perciò la Chiesa inculca apertamente a tutti i chierici questo gravissimo dovere, inserendolo nel codice delle sue leggi: “I chierici devono condurre una vita internamente ed esternamente più santa che i laici ed essere loro di preclaro esempio nella virtù e nella rettitudine dell’operare”. E siccome il sacerdote “è ambasciatore di Cristo”, egli deve vivere in modo da potere con verità far sue le parole dell’Apostolo: “Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”, deve vivere come un altro Cristo, che col fulgore delle sue virtù illuminava ed illumina il mondo.

La pietà sacerdotale

Ma se tutte le virtù cristiane devono fiorire nell’anima sacerdotale, ve ne sono però alcune che in modo tutto particolare convengono e più si addicono al sacerdote. E prima di tutte la pietà, secondo l’esortazione dell’Apostolo al suo diletto Timoteo: “Esercitati nella pietà”. Infatti, se sono così intimi, così delicati e frequenti i rapporti del sacerdote con Dio, evidentemente essi devono essere accompagnati e come imbalsamati dal profumo della pietà; se “la pietà è utile a tutto”, essa è utile soprattutto al retto esercizio del ministero sacerdotale. Senza la pietà, le più sante pratiche, i più augusti riti del sacro ministero saranno eseguiti meccanicamente e per abitudine; mancherà loro lo spirito, l’unzione, la vita. La pietà però, di cui parliamo, Venerabili Fratelli, non è quella falsa pietà, leggera e superficiale, che piace ma non nutre, solletica ma non santifica; Noi intendiamo la pietà soda, la quale, non soggetta alle incessanti fluttuazioni del sentimento, si fonda sui principii della dottrina più sicura, ed è quindi formata di convinzioni salde, che resistono agli assalti e alle lusinghe della tentazione. E questa pietà, se deve in primo luogo filialmente dirigersi al Padre che sta nei cieli, deve però estendersi anche alla Madre divina, e con tanto maggior tenerezza nel sacerdote che non nei semplici fedeli, quanto più vere e profonde sono le somiglianze tra i rapporti del sacerdote con Cristo e i rapporti di Maria col suo divin Figliuolo.

La castità

Intimamente congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza e splendore, è l’altra gemma fulgidissima del sacerdote cattolico, la castità, alla cui perfetta e totale osservanza i chierici della Chiesa Latina costituiti negli Ordini maggiori sono tenuti con obbligo sì grave che, trasgredendolo, sarebbero rei anche di sacrilegio. – Che se tale legge non vincola in tutto il suo rigore i chierici delle Chiese orientali, anche tra essi però il celibato ecclesiastico è in onore e, in certi casi, specialmente per i supremi gradi gerarchici, è requisito necessario ed obbligatorio. – Un certo nesso tra questa virtù e il ministero sacerdotale si scorge anche solo col lume della ragione: essendo che “Dio è spirito”, appare conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio di lui, in qualche modo “si spogli del corpo”. Già gli antichi Romani avevano intravisto questa convenienza; una loro legge così formulata: “Agli dèi accostati castamente”, viene citata dal più grande dei loro oratori, aggiungendovi questo commento: “La legge comanda di accostarsi agli dèi castamente, cioè con l’anima casta, in cui sta ogni cosa; non esclude però la castità del corpo, ma questo si deve intendere così, che, essendo l’anima di molto superiore al corpo, se si deve conservare la purezza del corpo, molto più si deve custodire quella dell’anima”. Nell’Antico Testamento, ad Aronne e a’ suoi figliuoli fu comandato da Mosè in nome di Dio di non uscire dal Tabernacolo e quindi di osservare la continenza nei sette giorni in cui si compiva la loro consacrazione. – Ma al sacerdozio cristiano, tanto superiore all’antico, conveniva una purezza molto maggiore. Infatti la legge del celibato ecclesiastico, la cui prima traccia scritta (la quale evidentemente suppone una prassi più antica) si riscontra in un canone del Concilio di Elvira all’inizio del secolo IV, quando ancora fremeva la persecuzione, non fa che dar forza di obbligazione a una certa, diremmo quasi, morale esigenza, che sgorga dal Vangelo e dalla predicazione apostolica. L’alta stima in cui il Divino Maestro mostrò di avere la castità, esaltandola come cosa superiore alla comune capacità, il saperlo “fiore di Madre Vergine” e fin dall’infanzia allevato nella famiglia verginale di Maria e Giuseppe, il vederlo prediligere le anime pure, come i due Giovanni, il Battista e l’Evangelista; l’udire il grande Apostolo Paolo, fedele interprete della legge evangelica e del pensiero di Cristo, predicare i pregi inestimabili della verginità, specialmente in ordine ad un più assiduo servizio di Dio: “Chi è senza moglie, ha sollecitudine delle cose del Signore, del compiacere a Dio”; tutto questo doveva quasi necessariamente far sì che i sacerdoti della Nuova Alleanza sentissero il fascino celestiale di questa eletta virtù, cercassero di essere nel numero di quelli “ai quali è stato concesso di comprendere questa parola”, e se ne imponessero spontaneamente l’osservanza, sancita poi ben presto da gravissima legge ecclesiastica in tutta la Chiesa Latina: affinché – come asseriva alla fine del secolo IV il Concilio Cartaginese II – “anche noi osserviamo quello che gli Apostoli hanno insegnato e la stessa antichità ha osservato”. – Né mancano testimonianze anche di illustri Padri Orientali, che esaltano l’eccellenza del celibato cattolico e che mostrano esservi stata allora, nei luoghi dove la disciplina era più severa, consonanza anche su questo punto tra la Chiesa Latina e l’Orientale. Sant’Epifanio alla fine dello stesso secolo IV attesta che il celibato già s’estendeva fino ai suddiaconi: “Colui che ancora vive nel matrimonio e attende ai figli, anche se sia marito di una sola donna, non viene tuttavia ammesso (dalla Chiesa) all’ordine di diacono, di presbitero, di vescovo o di suddiacono, ma colui soltanto che si sia separato dall’unica sua consorte o ne sia rimasto vedovo; il che si fa specialmente in quei luoghi dove i canoni ecclesiastici sono osservati con accuratezza”. Ma eloquente sopra tutti è in questa materia il Santo Diacono di Edessa e Dottore della Chiesa universale Efrem Siro, “chiamato meritamente cetra dello Spirito Santo”. Questi, in un suo carme, rivolgendo la parola al Vescovo Abramo, suo amico: “Tu ben rispondi al nome che porti, o Abramo — gli dice — perché tu pure sei stato fatto padre di molti; ma poiché tu non hai una sposa, come Abramo ebbe Sara, ecco che la tua greggia è la tua sposa. Educa i figli di lei nella tua verità, diventino a te figli di spirito e figli della promessa affinché sieno eredi nell’Eden. O frutto splendido della castità, nel quale si è compiaciuto il sacerdozio… e il corno riboccante del sacro olio ti unse, la mano sacerdotale si è posata su di te e ti ha eletto, la Chiesa ti ha scelto e ti ha amato”. E altrove: “Non basta al sacerdote ed al nome di lui purificare l’anima e far monda la lingua e lavare le mani e rendere mondo l’intero corpo, mentre offre il vivo Corpo (di Cristo), ma in ogni tempo egli deve essere puro, perché è posto quale mediatore tra Dio ed il genere umano. Sia lode a Colui che ha in tal guisa voluto mondi i suoi ministri”. E San Giovanni Crisostomo afferma che “perciò chi esercita il sacerdozio deve essere così puro come se fosse collocato nei cieli tra quelle Podestà”. – Del resto la stessa sublimità, o per usare la frase di Sant’Epifanio, “l’incredibile onore e dignità” del sacerdozio cristiano, già brevemente da Noi esposta, dimostra la somma convenienza del celibato e della legge che lo impone ai ministri dell’altare: chi ha un officio in certo modo superiore a quello dei purissimi spiriti “che stanno al cospetto di Dio”, non è forse giusto che debba vivere quanto è possibile come un puro spirito? Chi tutto deve essere “in quelle cose che sono del Signore”, non è giusto che sia interamente distaccato dalle cose terrene ed abbia sempre “la sua conversazione ne’ cieli”?. Chi deve essere assiduamente sollecito della salute eterna delle anime e continuare verso di esse l’opera del Redentore, non è forse giusto che si tenga libero dalle preoccupazioni di una famiglia, che assorbirebbe gran parte della sua attività? – Ed è davvero spettacolo degno di commossa ammirazione quello, pur così frequente nella Chiesa Cattolica, dei giovani Leviti, che prima di ricevere il sacro Ordine del Suddiaconato, prima cioè di consacrarsi interamente al servizio e al culto di Dio, liberamente rinunziano alle gioie e alle soddisfazioni, che potrebbero onestamente concedersi in un altro genere di vita! Diciamo “liberamente”, poiché, se dopo l’ordinazione non saranno più liberi di contrarre nozze terrene, all’ordinazione stessa però accedono non costretti da veruna legge o persona, ma di propria e spontanea volontà. – Non intendiamo però, che quanto siamo venuti dicendo in commendazione del celibato ecclesiastico, sia così interpretato come se volessimo in certo modo biasimare e quasi redarguire la disciplina diversa, legittimamente ammessa nella Chiesa Orientale; ma lo diciamo unicamente per esaltare nel Signore quella verità che riteniamo una delle glorie più pure del sacerdozio cattolico e Ci pare risponda meglio ai desideri del Cuore Santissimo di Gesù e ai suoi disegni sulle anime sacerdotali.

Distacco dai beni terreni

Non meno che nella castità, il sacerdote cattolico deve essere segnalato nel disinteresse. In mezzo ad un mondo corrotto, in cui tutto si vende e tutto si compra, egli deve passare scevro di ogni egoismo, santamente sdegnoso di ogni vile cupidigia di guadagno terreno, in cerca di anime, non di danaro, della gloria di Dio, non della sua. Egli non è il mercenario che lavora per riscuotere una mercede temporale, né l’impiegato che, pur attendendo coscienziosamente agli obblighi del suo ufficio, pensa anche alla sua carriera e alla sua promozione; egli è il “buon soldato di Cristo” che “non s’impaccia dei negozi del secolo, perché possa piacere a chi lo ha arrolato”; è il ministro di Dio e il padre delle anime; egli sa che l’opera sua, le sue sollecitudini non possono compensarsi adeguatamente coi tesori e con gli onori della terra. Non gli è interdetto di ricevere il conveniente sostentamento, secondo il detto dell’Apostolo: “Quelli che servono all’altare, hanno parte all’altare; così pure il Signore ordinò a quelli che annunziano il Vangelo di vivere del Vangelo”; ma, “chiamato alla sorte del Signore”, come dice il suo stesso titolo di clericus, ossia “all’eredità del Signore”, nessun’altra mercede si aspetta, se non quella che Gesù prometteva ai suoi Apostoli: “La vostra mercede è copiosa nei cieli”. Guai se il sacerdote, dimentico di sì divine promesse, cominciasse a mostrarsi “avido di turpe lucro” e si confondesse con la turba dei mondani, su cui geme la Chiesa insieme con l’Apostolo: “Tutti pensano alle cose loro, non a quelle di Gesù Cristo”. In tal caso, oltre il mancare alla sua vocazione, raccoglierebbe il disprezzo del suo stesso popolo, il quale riscontrerebbe in lui una deplorevole contraddizione tra la sua condotta e la dottrina evangelica così chiaramente espressa da Gesù e che il sacerdote deve annunziare: “Non cercate di accumulare tesori sopra la terra, dove la ruggine e il tarlo li consumano e dove i ladri li dissotterrano e li rubano; procurate invece di accumulare tesori nel cielo”. Se si pensa che uno degli Apostoli di Cristo, uno dei Dodici, come mestamente notano gli Evangelisti, Giuda, fu condotto all’abisso dell’iniquità appunto dallo spirito di cupidigia delle cose terrene, ben si comprende come questo medesimo spirito abbia potuto arrecare tanti danni alla Chiesa attraverso i secoli: la cupidigia, che dallo Spirito Santo è detta “radice di tutti i mali”, può trascinare a qualunque delitto; e quando anche non arrivi a tanto, di fatto un sacerdote infetto da tale vizio, consciamente o inconsciamente fa causa comune coi nemici di Dio e della Chiesa e coopera ai loro iniqui disegni. – E invece il sincero disinteresse concilia al sacerdote gli animi di tutti, tanto più che con questo distacco dai beni terreni, quando viene dall’intima forza della fede, va sempre congiunta quella tenera compassione verso ogni sorta d’infelici, che trasforma il sacerdote in un vero padre dei poveri, nei quali egli, memore di quelle commoventi parole del suo Signore: “Ogni volta che avete fatto qualche cosa per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatta a me”, con affetto singolare vede, venera e ama Gesù Cristo stesso.

Lo zelo

Libero così il sacerdote cattolico dai due principali legami che lo potrebbero tenere troppo avvinto alla terra, i legami di una propria famiglia e i legami del proprio interesse, sarà più atto ad essere infiammato da quel celeste fuoco che erompe dai penetrali del Cuor di Gesù e non cerca che di apprendersi a cuori apostolici per incendiare tutta la terra: il fuoco dello zelo. Questo zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime deve, come si legge di Gesù nella Sacra Scrittura, divorare il sacerdote, fargli dimenticare se stesso e tutte le cose terrene e spingerlo potentemente a consacrarsi tutto alla sua sublime missione, cercando mezzi sempre più efficaci per compierla sempre più largamente e sempre meglio. – E come può un sacerdote meditare il Vangelo, udire il lamento del buon Pastore: “Ed ho altre pecorelle, che non sono di questo ovile, e anche quelle bisogna che io conduca”, vedere “i campi che già biondeggiano per la messe”, e non sentirsi accendere in cuore la brama di condurre tali anime al cuore del buon Pastore, non offrirsi al Padrone della messe come operaio indefesso? Come può un sacerdote vedere tante povere turbe, non solo nelle lontane regioni delle Missioni ma purtroppo anche nei paesi già cristiani da secoli, “giacenti come pecore senza pastore”, e non sentire in sé l’eco profonda di quella divina commiserazione che tante volte commosse il Cuore del Figlio di Dio?. Un sacerdote, diciamo che sa di possedere la parola di vita e di avere nelle sue mani i mezzi divini di rigenerazione e di salute? Ma sia lode a Dio, che appunto questa fiamma di zelo apostolico è uno dei più luminosi raggi che brillano in fronte al sacerdozio cattolico, e Noi con cuore ripieno di paterna consolazione vediamo i Nostri Fratelli e i diletti Figli Nostri, i Vescovi e i sacerdoti, come scelta milizia sempre pronti a correre, all’appello del Capo, su tutte le fronti dell’immenso campo, dove si combattono le pacifiche ma pur aspre battaglie della verità contro l’errore, della luce contro le tenebre, del Regno di Dio contro il regno di satana.

L’obbedienza

Ma da questa stessa condizione del sacerdozio cattolico come di milizia agile e valorosa, ne viene la necessità di uno spirito di disciplina, o diciamo con parola più profondamente cristiana, la necessità dell’obbedienza: di quella obbedienza, che bellamente lega tutti i vari gradi della Gerarchia ecclesiastica, “sicché – come dice il Vescovo nell’ammonire gli ordinandi – la Chiesa santa ne resta circondata, ornata e retta da una varietà certamente magnifica, mentre in essa altri vengono consacrati Pontefici, altri sacerdoti di grado inferiore… formandosi di molti membri di varia dignità un solo corpo di Cristo “. Quest’obbedienza i sacerdoti promisero al loro Vescovo nell’atto di partire da lui ancora freschi della sacra unzione; quest’obbedienza a loro volta i Vescovi giurarono nel giorno della loro consacrazione al supremo Capo visibile della Chiesa, al Successore di San Pietro, al Vicario di Gesù Cristo. L’obbedienza adunque leghi sempre più queste varie membra della sacra Gerarchia tra loro e tutte al Capo, rendendo così la Chiesa militante davvero terribile ai nemici di Dio “come esercito schierato”; l’obbedienza temperi lo zelo forse troppo ardente degli uni, e sproni la debolezza o la fiacchezza degli altri; assegni a ciascuno il suo posto e le sue mansioni, e ciascuno vi si collochi senza resistenze che non farebbero che intralciare l’opera magnifica che svolge la Chiesa nel mondo; ciascuno veda nelle disposizioni dei Superiori gerarchici le disposizioni del vero ed unico Capo, a cui tutti obbediamo, Gesù Cristo Signor Nostro, il quale si è fatto per noi “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. – Difatti il divino Sommo Sacerdote volle che in modo tutto singolare ci fosse manifesta la sua perfettissima obbedienza all’Eterno Padre; e perciò abbondano le testimonianze, sia profetiche sia evangeliche, di questa totale e perfetta soggezione del Figlio di Dio alla volontà del Padre: “Entrando nel mondo dice: Tu non hai voluto sacrifizio né offerta, ma mi hai preparato un corpo… Allora dissi: Ecco io vengo (poiché di me sta scritto in principio del libro) per fare, o Dio, la tua volontà ” [72]. ” Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato”. Ed anche sulla croce, non volle consegnare l’anima sua nelle mani del Padre prima di avere dichiarato che tutto era compiuto quanto le Sacre Scritture avevano di lui predetto, cioè tutta la missione affidatagli dal Padre, fino a quell’ultimo così profondamente misterioso “Sitio”, ch’egli pronunciò “affinché si adempisse la Scrittura”; volendo con ciò dimostrare come anche lo zelo più ardente debba sempre essere pienamente sottomesso alla volontà del Padre, cioè sempre regolato dall’obbedienza a chi per noi tiene le veci del Padre e ci trasmette i suoi voleri, ossia ai legittimi Superiori gerarchici.

La scienza

Ma la figura del sacerdote cattolico, che Noi intendiamo mettere in piena luce al cospetto di tutto il mondo, sarebbe incompleta se omettessimo di rilevare un altro importantissimo requisito, che la Chiesa esige in lui: la scienza. Il sacerdote cattolico è costituito “maestro in Israele” avendo ricevuto da Gesù l’ufficio e la missione di insegnare la verità: “Ammaestrate tutte le genti”. Egli deve insegnare la dottrina della salute, e di quest’insegnamento, a somiglianza dell’Apostolo delle Genti, è debitore “ai sapienti e agli ignoranti”. Ma come la potrà insegnare, se non la possiede? “Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca ricercheranno la legge”, dice lo Spirito Santo in Malachia; e nessuno potrebbe mai dire in commendazione della scienza sacerdotale una parola più grave di quella che un giorno la Sapienza stessa divina ha pronunziato per bocca di Osea: “Perché tu hai rigettato la scienza, rigetterò io te dal ministero di mio sacerdote”. Il sacerdote deve pienamente possedere la dottrina della fede e della morale cattolica, deve saperla proporre, deve saper render ragione dei dogmi, delle leggi, del culto della Chiesa, di cui è ministro; deve dissipare l’ignoranza; la quale, non ostante i progressi della scienza profana, ottenebra in fatto di religione le menti di tanti contemporanei. Non è stato mai tanto opportuno come oggi il monito di Tertulliano: “Questo solo spesso desidera la verità, di non essere cioè condannata senza essere conosciuta”. È dovere del sacerdote sgombrare dagli intelletti i pregiudizi e gli errori, accumulativi dall’odio degli avversari: all’anima moderna, che ansiosa cerca la verità, egli deve saperla indicare con serena franchezza; alle anime ancor incerte, travagliate dal dubbio, egli deve ispirare coraggio e fiducia e guidarle con tranquilla sicurezza al porto sicuro della fede coscientemente e fortemente abbracciata; agli assalti dell’errore protervo ed ostinato egli deve sapere opporre una resistenza strenua e vigorosa ma calma insieme e solida. È quindi necessario, Venerabili Fratelli, che il sacerdote, anche in mezzo alle occupazioni assillanti del suo santo ministero e sempre in ordine a quello continui lo studio serio e profondo delle discipline teologiche, aggiungendo al corredo sufficiente di scienza portato seco dal Seminario una sempre più ricca erudizione sacra, che lo renda sempre più idoneo alla sacra predicazione e alla guida delle anime. Inoltre, per il decoro dell’ufficio che esercita e per guadagnarsi come conviene la fiducia e la stima del popolo, che tanto giovano a rendere più efficace la sua opera pastorale, il sacerdote deve essere fornito di quel patrimonio di dottrina anche non strettamente sacra, che è comune agli uomini colti del suo tempo; deve cioè essere sanamente moderno, com’è la Chiesa, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi e a tutti si adatta, tutte le sane iniziative benedice e promuove e non ha paura dei progressi anche più arditi della scienza, purché sia vera. In tutti i tempi il clero cattolico si distinse in ogni campo dello scibile umano; in alcuni secoli anzi si spinse talmente all’avanguardia del sapere che chierico divenne sinonimo di dotto. E la Chiesa, dopo aver custodito e salvato i tesori della cultura antica, che senza di essa e de’ suoi monasteri sarebbero andati quasi interamente perduti, ha dimostrato ne’ suoi più illustri Dottori come tutte le umane cognizioni possano servire ad illustrare e difendere la fede cattolica; del che abbiamo Noi stessi recentemente additato al mondo un esempio luminoso cingendo del nimbo dei Santi e dell’aureola dei Dottori, quel grande Maestro del sommo Aquinate, quell’Alberto Teutonico, che già i suoi contemporanei onoravano del nome di Magno e di Dottore universale. Ora certamente non si può pretendere che il clero possa avere un simile primato in ogni campo del sapere: il patrimonio scientifico dell’umanità è ormai così vasto, che nessun uomo può abbracciarlo interamente né, molto meno, rendersi insigne in ciascuno de’ suoi innumerevoli rami. Ma, mentre si devono prudentemente incoraggiare e aiutare quei membri del clero che per inclinazione e doti speciali si sentono chiamati ad approfondire e coltivare questa o quella scienza, questa o quell’arte, che non disdica alla loro professione ecclesiastica, perché tutto questo, se si contiene entro i dovuti confini e sotto la direzione della Chiesa, ridonda a decoro della Chiesa stessa e a gloria del divino suo Capo Gesù Cristo; anche tutti gli altri chierici non si devono contentare di quello che forse poteva bastare in altri tempi, ma devono essere in grado di avere, anzi devono avere di fatto, una cultura moderna in confronto dei secoli passati. Che se talvolta il Signore, “scherzando sulla terra”, volle anche in tempi recenti assumere alla dignità sacerdotale ed operare meraviglie di bene per mezzo di uomini sforniti quasi interamente di questo patrimonio di dottrina, di cui parliamo, ciò fu perché tutti impariamo a pregiare, tra le due, più la santità che la scienza, e a non riporre più fiducia nei mezzi umani che nei divini; in altre parole, ciò fu perché il mondo ha bisogno di sentirsi ripetere di tanto in tanto questa salutare lezione pratica: “Le cose stolte del mondo ha scelto Dio, per confondere i sapienti… affinché nessun uomo si dia vanto al cospetto di Lui”. Ma, come nell’ordine naturale i miracoli divini sospendono per un momento l’effetto delle leggi fisiche senza abrogarle, così questi uomini, veri miracoli viventi, nei quali la santità eccelsa suppliva a tutto il resto, non tolgono punto la verità e necessità di quanto siamo venuti inculcando. Questa necessità poi di virtù e di scienza, questa esigenza di esemplarità e di edificazione, di questo “buon odore di Cristo”, che il sacerdote deve spargere dappertutto intorno a sé presso quanti l’avvicinano, è oggi tanto maggiormente sentita e resa tanto più evidente e stringente, in quanto che l’Azione Cattolica, questo movimento sì consolante che sa spingere le anime anche verso i più sublimi ideali di perfezione, mette i laici a più frequente contatto e a più intima collaborazione col sacerdote, al quale naturalmente essi non solo si rivolgono come a guida, ma mirano anche come ad esemplare di vita cristiana e di virtù apostoliche.

[Continua… ]

DOMENICA V. DOPO EPIFANIA (2022)

DOMENICA V DOPO EPIFANIA – (2022)

Semidoppio. Paramenti verdi.

Nei Vangeli delle precedenti Domeniche dopo l’Epifania la divinità di Gesù Cristo appariva nei suoi miracoli; oggi essa si afferma nella sua dottrina che « riempì di ammirazione » i Giudei di Nazaret (Com.). Gesù è nostro Re (Vers., Intr., All.), perché accoglie nel suo regno non solo i Giudei, ma anche i Gentili. Chiamati per pura misericordia a far parte del Corpo mistico di Cristo, bisogna dunque che anche noi usiamo misericordia al prossimo, perché noi facciamo in Gesù una cosa sola con Lui (Ep.). Perciò bisogna esercitarsi nella pazienza; perché nel regno di Dio, qui sulla terra, ci sono buoni e cattivi, e verranno separati per sempre gli uni dagli altri solo quando Gesù verrà per giudicare gli uomini.

Incipit


In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Jer XXIX :11; 12; 14

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]


Ps LXXXIV: 2

Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

 [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut, quæ in sola spe grátiæ cœléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.

 [Custodisci, o Signore, Te ne preghiamo, la tua famiglia con una costante bontà, affinché essa, che si appoggia sull’unica speranza della grazia celeste, sia sempre munita della tua protezione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses
Col III: 12-17

Fratres: Indúite vos sicut electi Dei, sancti et dilecti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectionis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per Jesum Christum, Dóminum nostrum.

[“Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza, pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonando, se alcuno ha querela contro di un altro; come il Signore ha perdonato a voi, voi pure così. Ma più di tutto vestite la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori e siate riconoscenti. La  parola di Cristo abiti riccamente in voi con ogni sapienza, istruendovi ed ammonendovi tra voi con salmi ed inni e cantici spirituali, cantando con la grazia nei cuori vostri a Dio. Quanto fate in parole ed opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per lui „ ].

I SEGRETI DELLA CARITA’.

E’ uno dei tasti, questo della carità, che San Paolo batte più spesso e più volentieri. Nel che egli imita e persegue la tattica del Maestro divino Gesù. Pel Maestro la carità riassume la lettera della Legge e lo spirito dei Profeti: per il discepolo la carità è l’intreccio delle perfezioni. E la carità reciproca, pel discepolo come pel maestro, deve spingersi, per essere carità fino al perdono. Se non arriva lì, se deliberatamente si ferma più in qua, non è carità: è un surrogato, una imitazione, una contraffazione, forse non è carità cristiana, carità vera. Sopportarci a vicenda dobbiamo, dice con grande senso della realtà vera, quotidiana della vita; sopportarci dobbiamo se vogliamo essere caritatevoli. La sopportazione concerne i nostri difetti, grazie ai quali ci si urta l’un l’altro. È una forma di pazienza necessaria, perché gli urti nella vita sono facili, anche indipendentemente dalla nostra volontà. Pensate che per uno può diventare difetto ciò che per un altro è pregio. La calma del flemmatico è di fastidio alla vivacità del temperamento impulsivo. Bisogna sopportarci per amare. La carità è viva a prezzo di pazienza. Perciò altrove San Paolo enumerando le qualità che la carità deve avere, pone in alto, in prima linea la pazienza: «Charitas patiens est ». – Ma non basta essere tolleranti dei difetti altrui, la carità esige da noi il perdono, la condonazione. Qui non si tratta più di difetti del prossimo, cioè di qualità altrui che spiacciono a noi. Non ci sono solo le vivacità che offendono la mia flemma, ci sono gli sgarbi veri e proprî che irritano la mia coscienza; umiliazioni che offendono la mia dignità, ma le parole che so di non meritare. Ci sono le offese meditate, calcolate, volute, gratuite, dannose. Provocano lo sdegno. L’istinto grida vendetta. E all’istinto fa eco un certo senso molto egoistico di giustizia. Vendetta? No, dice il Vangelo; no, dice Paolo in nome della carità, il programma nuovo del Cristianesimo: bisogna perdonare, condonare: « Sopportatevi l’un l’altro (sono le parole testuali dell’Apostolo nell’odierna Epistola) e condonatevi l’un l’altro, se avete motivo di lagnarvi ». Ma l’Apostolo dice anche il perché di questo precetto nuovo: ci insegna il segreto, la molla di questa virtù eroica. « Come Dio ha condonato a voi, così voi reciprocamente ». Terribile motivo, travolgente. Ogni giorno abbiamo bisogno del perdono di Dio, ogni giorno facciamo appello alla Sua misericordia, per ottenerla. «Perdonaci » gridiamo nella preghiera. « Dimitte nobis debita nostra». Ma allora bisogna essere logici: non negare agli altri, ciò che si vuole, quasi si pretende per se stessi. E la preghiera. quotidiana continua implacata ed implacabile:«Sicut et nos dimittimus debitoribus nostris ». Come anche noi perdoniamo, condoniamo a chi si è fatto, si è reso nostro debitore offendendoci iniquamente. Atto eroico, atto difficilissimo questo del perdono ai nostri offensori, meno difficile quando se ne considera la misteriosa e reale giustizia e, sempre sulla scorta di San Paolo, un frutto prezioso e provvidenziale la pace. La pace è il sospiro dell’anima umana; la pace è l’atmosfera normale della vita: la pace è l’atmosfera normale della vita e della gioia.La guerra stessa, che ha i suoi fanatici non vale se non in quanto serve alla pace. Non si fa la guerra per la guerra, si fa la guerra perla vittoriosa pace, la pace nella vittoria.Ma la pace, non è, non sarà mai l’epilogo della vendetta. La vendetta ha un meccanismo fatto a catena. Una violenza, una ingiustizia produce l’altra: « Abjssum invocat … ».Il tuo schiaffo genera, in linea vendicativa, il mio pugno, il mio pugno il tuo bastone, il tuo bastone la mia rivoltella e così fino all’infinito. Dove e quando la vendetta fu costume e legge, la pace fu un mito astratto, un desiderio pio, una invocazione vana. Questa catena maledetta e infinita di rappresaglie la tronca il perdono. È un punto fermo, è un cambiamento di registro, e l’intimazione efficace di un basta colle lagrime e col sangue. Alle anime veramente caritatevoli, perché caritatevoli fino al perdono, Paolo annuncia, come ricompensa la pace di Cristo, pace lieta tripudiante. « Et pax Christi exultet in cordibus vestris.» Perché, fratelli se vogliamo la pace sappiamo come e dove procurarcela. Col perdono imparato alla scuola di Gesù Cristo. Carità, perdono, pace sono tre fili di una sola, magnifica, infrangibile corda.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.

V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja
.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.]

Ps: CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 24-30

In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile factum est regnum cœlórum hómini, qui seminávit bonum semen in agro suo. Cum autem dormírent hómines, venit inimícus ejus, et superseminávit zizánia in médio trítici, et ábiit. Cum autem crevísset herba et fructum fecísset, tunc apparuérunt et zizánia. Accedéntes autem servi patrisfamílias, dixérunt ei: Dómine, nonne bonum semen seminásti in agro tuo? Unde ergo habet zizánia? Et ait illis: Inimícus homo hoc fecit. Servi autem dixérunt ei: Vis, imus, et collígimus ea? Et ait: Non: ne forte colligéntes zizánia eradicétis simul cum eis et tríticum. Sínite utráque créscere usque ad messem, et in témpore messis dicam messóribus: Collígite primum zizania, et alligáte ea in fascículos ad comburéndum, tríticum autem congregáta in hórreum meum.

[“Gesù disse questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un uomo, che seminò seme buono nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. E quando l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, apparvero anche le zizzanie. E i servi del padre di famiglia vennero a lui e gli dissero: Padrone, non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde adunque le zizzanie? Ed egli disse loro: Un qualche nemico ha fatto ciò. Ed essi a lui: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No! perché talora, raccogliendo le zizzanie, insieme con esse non abbiate a svellere anche il grano. Lasciate crescere insieme le une e l’altro fino alla mietitura, e allora dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio „ ].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL NEMICO, IL SUO SEME E LA SUA ORA

Un uomo aveva seminato, nel suo campo, frumento di prima qualità. Ma intanto che gli agricoltori dormivano, il nemico passò sui solchi a gettarvi la grama zizzania. Nessuno s’accorse della vendetta. Giunse la buona stagione e i grani germogliati crebbero in erba. Un giorno, tornando dai campi; gli agricoltori corsero dal padrone, pallidi per la dolorosa sorpresa. Signore nostro, tu seminasti grano scelto ed è venuto su frumento e zizania … ». «È stato il nemico! » rispose tristemente. E quelli bruciando dall’ira: «Noi ritorniamo indietro, e sterpiamo ogni mala pianta. Lo vuoi? ». « No, che mi rovineresti anche la buona pianta. Lasciate che l’una e l’altra crescano sino alla mietitura; allora io dirò ai mietitori: « Il tempo è venuto: su sterpate prima la zizzania e legatela in fasci che daremo alle fiamme. Il grano invece riponetelo nel mio granaio ». – La parabola è bella chiara. Gesù Cristo è il padrone, il mondo è il suo campo. Per questo suo campo non ha lesinato sudori e sangue e neppure la vita. Ma noi fermiamoci a discorrere del nemico, del suo seme, della sua ora. – Il nemico più forte e più accanito della nostra anima è il demonio. Inimicus autem est diabolus (Mt., XIII, 39). Egli si avvicina alle anime, — lo dice S. Giovanni — per derubarle, per ferirle, per ucciderle. Infatti, egli è il ladro del tesoro più prezioso che ciascuno porta con sé: la grazia. Egli è il feritore che aperse in noi piaghe mortali e pressoché incurabili; il peccato. Egli ancora è la perdizione di molte anime, che, sedotte dalle sue astuzie, precipitano nelle fiamme eterne. Non bisogna credere però che il demonio ci venga attorno di persona. È troppo furbo per far questo: sa di essere orribile e noi fuggiremmo da lui lontano per lo spavento. Si trasfigura in mille maniere, e più spesso sotto le apparenze di un uomo, amico o compagno o vicino di casa. Inimicus homo. – S. Teresa, già suora al convento dell’Incarnazione in Avila, s’era stretta in amicizia con una persona di cui ella non ha voluto scrivere il nome: senza dubbio era di condizione nobile, gran signora e gran dama della città. Di grave nulla vi era, ma con quella persona trascorreva lunghe ore in parlatorio, dimenticando così i rigori della sua vita monastica. Già più volte ne aveva sentito rimorso, già più volte aveva anche promesso a Dio di troncare con un taglio netto quell’amicizia: ma il suo cuore vi era così attaccato che al momento decisivo veniva a mancarle il coraggio e cedeva. «Una volta — ella narra nella sua autobiografia, — trovandomi ancora con quella persona in parlatorio, vedemmo venire verso di noi, (ed altre persone che erano là lo videro egualmente) qualcosa che assomigliava ad un enorme rospo, ma molto più leggero di quanto siano di solito questi animali. Non posso ancora comprendere come mai in pieno giorno, in quel luogo, vi potesse entrare una bestia di quella specie, né seppi mai donde venisse ». Comunque, n’ebbe tanto spavento che quella dolce e pericolosa amicizia, che le impediva i suoi doveri e la sua santificazione, fu troncata per sempre. Esaminiamo le nostre amicizie: sono tutte buone? in fondo a quella familiarità con persona di diverso sesso, non c’è forse il rospo schifoso dell’inferno? Se avessimo la grazia di S. Teresa, forse anche noi lo vedremmo avvicinarsi paurosamente dopo certi colloqui, in certe passeggiate, in certi ritrovi. Non è forse per quel compagno, per quell’amicizia che noi tante volte abbiamo peccato, tante volte abbiamo tralasciato i doveri religiosi? – Già nella coscienza abbiamo sentito rimorso, già in qualche confessione abbiamo promesso a Dio. Poi il coraggio ci è mancato. È troppo piacevole quella compagnia, è tanto dolce quell’amicizia… – Vi ricorderò la scellerata astuzia che quelli di Ioppe usavano con i Giudei ingenui. Invitarono dunque i Giudei a salire con loro sulle barche per una gita di piacere in mare: era tanta l’allegria, l’affabilità, l’amore che quei di Ioppe dimostravano, che essi entrarono in barca con le mogli e i figli, e senza alcun sospetto cantavano e ridevano. D’improvviso, tra i canti e i suoni, i falsi amici di Ioppe presero gli Ebrei e li scaraventarono in mare. Gli annegati non furono meno di duecento. (II Macc., XII, 3-4). – Al demonio quest’astuzia non è ignota. In mezzo ai canti, alle risa, ai piaceri, nelle gite di falsi amici, quanti improvvisamente han sentito la loro anima sprofondare nell’abisso del peccato e dell’inferno! – Il cuore dell’uomo è il mistico campicello di Dio. In esso ogni giorno vi semina ispirazioni buone e propositi santi, in esso frequentemente lascia cadere la sua parola che scende dalla bocca dei sacerdoti, in esso lo Spirito Santo prega e geme senza interruzione; in esso vi sono gli Angeli a custodia. Eppure, per colpa nostra, il nemico si avvicina e può scagliare la sua maligna semenza. Semenza di ribellione a Dio. « Perché gli obbedisci? — insinua il serpente nel cuore di Adamo — mangia il frutto proibito e diverrai indipendente e sovrano come lui ». Perché, insinua ancora il serpente nel nostro cuore, rispetti le leggi della Chiesa, santifichi la domenica, preghi mattino e sera?… fa quello che vuoi e sarai padrone di te. – Semenza di discordia in famiglia. « Perché il tuo fratello Abele deve essere sempre preferito, e tu lasciato in disparte? Non vedi che il suo mestiere di pasturare le greggi è senza fatiche e tu invece devi vangare la terra dura e bagnarla di sudore? uccidilo e avrai la sua parte… ». Variata, a seconda delle circostanze, ma è ancora questa la semenza che egli getta in molte case, dove i fratelli odiano i fratelli, i figli non amano i genitori, le nuore non sopportano i vecchi. – Semenza di parole cattive. Le bestemmie, i discorsi osceni, i libri impuri, i giornali senza pudore né fede, son tutta semenza dell’uomo nemico. Semenza di vizi disonesti. La storia del figlio prodigo che abbandona la casa del padre sospinto dagli amici dietro ai piaceri della carne, è vera anche ai nostri tempi. Ci sono famiglie che piangono, ci sono poveri cuori che soffrono, ci sono anime in cui il buon frumento di Dio è stato soffocato dalla zizzania delle passioni impure. – È ora di notte. Gesù è il padrone della semina nella luce del giorno pieno; ma il nemico sceglie per le sue vendette le ore della notte. Cum autem dormirent homines. « L’omicida si leva prima dell’alba e nelle tenebre compie i suoi latrocini. L’occhio dell’adultero brama l’oscurità, e nascondendo nel buio la sua faccia, dice: nessuno mi vedrà. Di notte i tristi sfondano le porte segnate di giorno. Per questa gente, come per i gufi, il giorno è noioso al pari della morte » (Giobbe, XXIV, 14-17). Quando poi Giuda si decide ad uscire dal cenacolo, per correre a vendere il Salvatore, il Vangelo osserva: « Erat autem nox ». Di notte fu compiuto dunque il peccato più grave che mai vide la terra. È ora di ozio. Ma l’ora del nemico non è appena quella della notte, ma anche quella dell’ozio. Cum autem dormirent omnes. C’è il sonno che sana e ristora le forze perdute; e c’è un’altra specie di sonno che debilita e rovina l’anima e il corpo: l’ozio. Nessuna ora è tanto propria del demonio quanto quella dell’ozio. Le immaginazioni cattive ci assalgono nei momenti di ozio. Come spiegate voi l’atto sacrilego degli Ebrei che si abbassarono ad onorare il vitello d’oro? Ce lo confida S. Paolo: «Il popolo sedette in ozi a mangiare, a bere, a divertirsi ». — E come spiegate la rovina di Davide, il re secondo il cuore di Dio? cadde nell’ora dell’ozio. Udite che arguta frase ha detto S. Tommaso da Villanova: « David in bello sanctus, in otio adulter et homicida ». Nelle opere di guerra Davide si conservò santo, nell’ora dell’ozio divenne adultero ed omicida. È ora di negligenza. Infine, l’ora del nemico, non solo è nelle tenebre e nell’ozio, ma è pure nella trascuratezza. Cum dormirent omnes. Dormono molti Cristiani e non fanno più penitenza, né dicono più alcuna preghiera: intanto il demonio semina in loro quelle tentazioni a cui non potranno resistere. Dormono molti genitori, né più si curano di custodire con pazienza i figli e le figlie: e ad un certo momento s’accorgono che non sono più né ubbiditi né amati. S’accorgono che i figli non vanno all’oratorio né alla chiesa, che le figlie fanno parlare malamente di sé. Raccogliete il monito di S. Paolo: « Vigilate et orate et state in fide » (I Cor., XVI, 13). Solo così il nemico che s’aggira attorno al nostro campo non vi potrà gettare il seme maligno. Solo così il buon frumento di Dio crescerà in spighe d’oro per il Paradiso.

– Il campo dove frumento e zizzania crescono insieme è questo mondo in cui i buoni sono misti ai cattivi, e la mistura durerà fino alla fine del mondo; gli Angeli sono i mietitori che allora faranno la grande spartizione. Questa è l’interpretazione della parola che Gesù stesso diede agli Apostoli. – Eppure, non molto tempo dopo, Giacomo e Giovanni se ne dimenticarono. Sdegnati della malignità dei Samaritani che non li lasciavano passare sul loro territorio, dissero a Gesù: « Vuoi che comandiamo al fuoco del cielo di cadere su loro e incenerirli all’istante? ». Si sentirono rispondere: « Non sapete di che spirito siete » (Lc., IX, 54-55). A quanti Cristiani, ancora oggi dopo due millenni di Cristianesimo, Gesù potrebbe ripetere il rimprovero fatto ai due figli di Zebedeo! Quando vi lamentate e dite quasi di perdere la fede perché Dio permette che i cattivi sconvolgano le nazioni, distruggano le chiese, massacrino preti e monache, violino i sepolcri, non sapete di che spirito siete. Quando vi meravigliate che Dio non faccia morire o almeno non mandi un malanno a certi impudichi, sacrileghi contenziosi che mettono scandalo e discordia tra le buone famiglie, non sapete di che spirito siete. Perché, dunque, questa sopportazione divina da lasciare crescere la zizzania in mezzo a grano fino alla mietitura? Per misericordia verso i cattivi. Per amore verso i buoni. – Un istruttivo episodio è raccontato da S. Dionigi in una lettera. C’erano in una città due pessimi soggetti che angariavano in ogni guisa un uomo pacifico ed onesto di nome Carpo. Non potendo ottenere rispetto e giustizia dagli uomini, il perseguitato la invocava da Dio, supplicandolo incessantemente a mandare la morte che gli togliesse di mezzo i due iniqui. Dio invece andò in sogno al buon Carpo. Gli pareva di vedere la bocca spalancata d’un abisso dal quale, in mezzo a fumo e a fiamme, montavano immani serpenti per avvinghiare due uomini e strapparli dall’orlo giù nel baratro. Quei due uomini erano i suoi nemici e Carpo tremava di gioia nell’attesa di vederli da un momento all’altro precipitare. Ma sollevando un poco lo sguardo vide una mano nuda, forata in mezzo alla palma e sanguinante, che si protendeva in aiuto dei due sciagurati. Capì subito che quella mano era di Cristo crocifisso, di cui nel sonno udiva anche la voce: « Sono pronto ancora a morire per la vostra salvezza ». Quando si svegliò, Carpo non fece più la preghiera per la morte degli iniqui, e non si scandalizzò più della sopportazione divina che lascia vivere i cattivi in mezzo ai buoni, che lascia trionfare a volte l’ingiusto sopra il giusto. Aveva capito tre cose che anche da noi è necessario siano capite. A noi le anime non sono costate nulla, ma al Redentore sono costate il sangue e la vita. Egli le amò fino a morire sulla croce in mezzo a spasimi atroci, ed il suo tenerissimo cuore non può lasciarle cadere nella dannazione infernale senza aver prima tentato tutte le vie per salvarle. Non vuole la punizione ma il perdono, non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva. Il buon pastore ha forse battuto ed ucciso la pecorella traviata? Ha forse lasciato lapidare la donna adultera? Qual è il medico che non tenta ogni risorsa fino all’ultimo per guarire l’ammalato? Gesù è il paziente medico venuto per guarire le anime malate dei peccatori. Come deve sentirsi triste e incompreso quando intorno a Lui si grida: «Falli morire! liberaci dal loro disturbo! ». Ancora risponde amaramente come ai figli di Zebedeo: « Non sapete di che spirito siete ». –  Bisogna inoltre riflettere che se Dio facesse giustizia con la impazienza voluta da molti, e lasciasse cadere nell’inferno ogni uomo appena lo meritasse, non mancherebbero poi gli scandalizzati per l’esagerata severità del Signore. Che direbbero allora quelli a cui l’inferno sembra già un supplizio incompatibile con la divina bontà? Gli uomini, agitati come sono dalle passioni, passano da un eccesso all’altro nel loro giudizio. Dio invece possiede il perfetto equilibrio dell’amore e della giustizia. Egli solo conosce tutta l’atrocità e l’eternità delle pene dell’inferno, e conosce anche la fragile tempra della nostra natura; perciò sopporta i cattivi aspettando con paterno amore la loro conversione. Ma la sua pazienza ha pure un limite, e venuto il tempo della mietitura in essa farà lampeggiare la falce della sua giustizia. La pazienza di Dio è dunque una manifestazione del suo amore e della sua giustizia. – Infine c’è da riflettere che anche noi siamo stati in qualche momento cattivi nella vita, per giorni, per anni forse, siamo stati zizzania nel campo della Chiesa. Dio non voglia che la coscienza in questo momento ci accusi d’esserlo ancora. Se l’impazienza dei servi venisse ascoltata, se la zizzania fosse sradicata nell’istante in cui è scoperta, che sarebbe di noi ora? Dove saremmo? Sia ringraziata e benedetta la misericordiosa sopportazione del Signore. – « No, aspettate! — disse il padrone del campo; — altrimenti, sradicando subito la zizzania, ne soffrirebbe pure il buon grano ». Dunque, è anche per amore del buon grano che il padrone comanda d’aspettare. Ci sono infatti dei vantaggi per i buoni nella convivenza coi cattivi. a) Il primo vantaggio è nella possibilità di una conquista d’anime. Con la preghiera, con la mansuetudine, e massime col buon esempio possono persuadere il peccatore della bellezza delle virtù, della pace misteriosa ed intima che si prova nel vivere col Signore; possono indurlo a dire: « Si isti et istæ cur non ego? ». Non è necessario salpare l’oceano per salvare anime. Nella nostra casa forse, tra i nostri parenti ed amici; tra le persone con cui ci mette in contatto la nostra professione o il nostro lavoro ci sono anime smarrite nel buio dell’incredulità, anime assetate di gioia che fanno il male nell’illusione di sentirsi felici. Che grande onore se Dio ci usasse come strumenti di redenzione e di salvezza! Che grande gloria e ricompensa in cielo se riuscissimo a convertire un cuore! « Chi farà che un peccatore si converta dal suo traviamento, salverà l’anima sua dalla morte e coprirà la moltitudine dei suoi peccati » (Giac., V, 20). b) Un altro vantaggio che deriva ai buoni dalla comunanza coi peccatori è l’esercizio e lo stimolo della virtù. La vicinanza gravosa del peccatore è la cote su cui s’affila la pazienza e la costanza del giusto. Si ode spesso dire: « Tutti i miei peccati, i miei disordini, i miei dispiaceri provengono dall’aver a che fare continuamente con un consorte ubriacone o iroso, con figliuoli ribelli, con parenti invidiosi, con padroni esosi e ingiusti, con compagni libertini e irreligiosi, con gente sfrenata nelle passioni ». Bisogna condolerci con le persone che si lamentano così, perché soffrono tutti gli incomodi di questa grave e noiosa società dei peccatori, senza però ricavarne nessun merito. Non hanno forse l’occasione di farsi simili al loro Maestro e Capo, l’Uomo umile e mite di cuore, il Dio fattosi agnello di espiazione che perdonò a tutti e pregò per coloro che lo mettevano in croce? Perché non ne approfittano? Tutto coopera al bene di quelli che amano il Signore: anche le mormorazioni, le calunnie, l’odio, le ingiustizie dei cattivi perché attraverso a simili tribolazioni, i buoni si purificano e s’innalzano. – Nel campo del Signore la zizzania cresce in mezzo al grano, e così sarà fino al giorno della mietitura. Sull’aia del Signore i chicchi di frumento son frammisti a molta paglia e pula: e così sarà fino al momento del ventilabro. Intanto domandiamoci: il Signore che scruta i cuori, mi vede come grano o come zizzania nella sua Chiesa? come chicco di frumento o come pula? Se ci vede come buon grano, ricordiamoci di vigilare per non diventare zizzania. Benché costretti a vivere in mezzo ai corrotti, teniamoci separati da loro col cuore e coi sentimenti; di sopportare con carità e con silenzio. Anche Dio ha sopportato noi quando fummo cattivi, ed ancora adesso ci sopporta perché al suo sguardo nessuno può dirsi buono; di dare buon esempio. « Siate irreprensibili e sinceri figliuoli di Dio, scevri di colpa in mezzo ad una nazione prava e corrotta, fra cui risplendete come luminari del mondo » (Phil., II, 15). – Se invece in questo momento ci vedesse come pula sulla sua aia, o come zizzania nel suo campo, convertiamoci subito. Ci sproni:

— l’esempio e la gioia dei buoni;

— l’amorosissima pazienza con cui Dio ci ha aspettati finora, ed ancora ci aspetta per stringerci al suo cuore paterno;

— il timore che il giorno della mietitura, che il momento del ventilabro sia per noi imminente. Forse sarà domani. Forse oggi stesso. – La parabola della zizzania si può benissimo applicare alla tragedia che avvenne all’inizio della storia umana. Dio è il padrone e il suo campo coltivato e seminato con amore era l’umanità. Aveva infatti creato un uomo pieno d’armonia: tutte le forze e i sensi del corpo ubbidivano all’anima, e l’anima a sua volta ubbidiva a Dio. Anzi aveva voluto abbellirlo con doni singolari di intelligenza e di volontà; non solo, ma per un atto di intelligenza ed amore immenso e incomprensibile aveva voluto farlo partecipe della sua vita divina. – Ma ecco che il nemico, in un momento di solitudine, colse l’uomo e lo indusse al peccato: il primo peccato, la prima ribellione a Dio sulla terra. La zizzania ormai era seminata. Da allora, ogni uomo che viene al mondo, sente di essere in uno stato di disarmonia e di squilibrio: i sensi tendono a ribellarsi all’anima, l’anima sedotta tende a ribellarsi a Dio. È una lotta sorda tra corpo e anima, tra anima e Dio; è una mistione di bene e di male, un ondeggiamento di luce e tenebre, una concrescita di grano e zizzania nel solco umano. – Il peccato originale è una realtà d’ogni giorno. (Ecco il primo pensiero da meditare). Di fronte a questa dolorosa realtà come si comportano gli uomini? (Ecco il secondo pensiero). Alcuni con esagerato ottimismo, altri con uno sfiduciato pessimismo. I primi proclamano che tutto è buono quel che è in noi; i secondi proclamano che tutto è necessariamente corrotto quel che è in noi. E gli uni e gli altri, per diverso motivo, s’accordano nel rinunciare alla lotta: perché  non c’è nemico da vincere, dicono i primi; perché tutto è fatalmente perduto, dicono i secondi. Gesù si pone in mezzo a costoro, e agli esagerati ottimisti dice: « Vigilate e fate penitenza »; e agli sfiduciati pessimisti dice: « Chi crede in me ha la vittoria e la vita eterna». – a) Osservate un bambino. Egli viene al mondo e i suoi buoni genitori lo circondano d’intelligenti e affettuose cure; allontanano da lui ogni cosa, ogni parola, ogni esempio che lo potrebbe male impressionare. Cresce sano e buono, già ripete con dolce trasporto le prime preghiere, già corrisponde con tenerissimo affetto all’affetto dei suoi cari; ma già si manifestano anche tendenze egoistiche, disobbedienze, bugie, pigrizie, capricci, che vuol dire questo? Non erano stati messi nel cuore soltanto semi buoni? Perché appaiono le male erbe? È che il cuore del bambino non è più una terra vergine. Il peccato originale vi ha disseminato la zizzania delle cattive inclinazioni che affiorano nell’animo quando meno ci si pensa. È verissimo che il Battesimo toglie il peccato originale, ridonando la vita divina ch’era perduta, ma ne restano le conseguenze; come quando guariti da un grave male ci trasciniamo dietro le debolezze della convalescenza. – d) Osservate un giovanetto. È vissuto finora ingenuo e pio, con negli occhi la luce delle cose belle, con nel cuore il desiderio spontaneo delle cose pure. Poi, una volta egli avverte rumore strano in sé: proprio dal fondo di quel suo cuore buono si sommuove qualcosa di torbido, e viene adagio adagio a galla, e appare nella sua laidezza accanto ai fiori dell’innocenza. Egli, per primo, è spaventato di ciò che gli è venuto in mente, lo detesta; non l’ha voluto e l’ha discacciato. Discacciato, dunque. Eppure il suo cuore già trema in un altro punto: ecco, accanto ad un gentile desiderio è sbocciato un desiderio perverso, malefico, inconfessabile. Lo vede, e s’attrista la luce delle sue pupille; egli non lo vuole, lo odia, eppure, suo malgrado, avverte una curiosità insana, una voluttà d’indugio, un fascino nefasto! – Oh! l’angoscia di questa scoperta! si ripete la dolorosa sorpresa del padrone quando intuì che nel suo campo era stata seminata la zizzania. Il peccato originale ha seminato la zizzania della concupiscenza nei profondi solchi del nostro cuore. c) Osservate un uomo. Quest’uomo sia uno dei più nobili e santi che la storia conosca: Paolo di Tarso. Grandiosi pensieri, sovrumani affetti lo trasportano a mirabili gesta, lo esaltano fino al martirio; si sente maggiore di se stesso, capace di far tutto. « Omnia Possum!». Eppure, a momenti, si ferma e trema: «Io non capisco — esclama — quello che avviene in me. Si desta una forza contro me, che vorrebbe trascinarmi a fare ciò che non voglio, e mi impedisce di fare ciò che voglio. Io, di mia vera e libera volontà, non voglio che osservare la legge di Dio; ma dalla mia carne si leva un vento furioso che cerca di rapinarmi e gettarmi contro la legge del Signore che amo. Orbene, se io faccio ciò che non voglio, c’è qualcuno in me che m’induce a farlo: chi è questo qualcuno? È il peccato… Chi mi libererà da esso? » (Rom., VII, 15-24). – Tra poco vedremo la risposta a questa implorazione pietosa; ora ci preme constatare che il peccato originale non è un male sospeso all’inizio dello storia umana, ma fluisce incessantemente nelle nostre vene. Ma come si comportano gli uomini? A) Agli esagerati ottimisti: vigilare e lottare! Tolstoi racconta un episodio infantile, profondamente psicologico. Vola, un fanciullo di otto anni, va tutto felice per incarico della mamma a portare un dolce alla nonna. Ma poco dopo il fratello maggiore trova Vola nel corridoio, che piange con un piatto vuoto fra le mani. « Perché piangi? » gli domanda. «Io — risponde il piccolo singhiozzando — io non avevo intenzione… e tutto a un tratto… per caso… (si badi a questo « per caso ») l’ho mangiato ». E la mamma credeva che tu fossi contento di portarlo alla nonna, e non desiderassi che di vederla sorridere del dono!… ». « Ma. sì, — protesta il piccino, — io ero contento davvero, e non volevo che quello. Soltanto, a un tratto, per caso… mi venne in mente di assaggiarlo. Credimi, di assaggiarlo appena… Poi, non ricordo più come sia andata… Ecco che è SUCCESSO ». E torna a piangere: i goccioloni cadono sul piatto vuoto. Il grande scrittore russo ha toccato un punto essenziale della psicologia umana: «per caso »; e v’insiste tanto bene che nella sconfitta del piccino di otto anni, noi scorgiamo in germe tanti drammi della vita. Infatti, quelli che pretendono d’agire come se la nostra natura fosse tutta integra e sana, come se il peccato originale non vi stesse in agguato per travolgerci al male, cadono nell’ingenuità di quel bambino; ma poi piangono per motivi assai più seri e per cadute assai più deplorevoli. «Io vado al cinema, alle commedie, ai balli, senza nessuna intenzione di male, soltanto per. svagarmi un poco… ». Ma poi, tutto ad un tratto, « … per caso », non si può neanche dire come avviene… una scintilla balza da sotto la cenere, una gran fiamma, e, addio virtù! si torna a casa con l’anima disfatta e con l’amarezza che opprime. «Io vado all’appuntamento sola con lui solo, passeggiamo per vie meno usate; ma non c’è nessuna intenzione cattiva, perché siamo fidanzati e i genitori lo sanno, si fidano di noi che tanto spesso ci lasciano soli in casa… ». Ma, poi, tutto ad un tratto (per caso…) e, addio virtù! verrà il giorno delle nozze e si presenteranno all’altare due cuori sciupati, infangati, insozzati; e s’illuderanno che Dio su di cuori siffatti possa fabbricare la salda struttura di una buona famiglia. «Io leggo certi giornali, certe riviste, certi romanzi, non per gusto di male ma soltanto per passatempo, per cultura… ». Ma poi c’è un punto, e si sprigiona un narcotico morboso e l’anima, non si sa come, cede. Cede e non l’intendeva, non lo voleva. Si arriva fino al punto di non distinguere più il bene dal male, il frumento dalla zizzania, e si fa d’ogni erba fascio. « È un’esigenza della natura… Soffocarla è un immiserire la vita…. A tanta perversione di giudizio conduce l’aver dimenticato che in noi ci sono le conseguenze del peccato originale, e che tutta la vita dell’uomo richiede vigilanza e mortificazione. B) Agli sfiduciati pessimisti: possiamo e dobbiamo vincere. Opposto, al comodo ottimismo di quelli che dimenticando il peccato originale giustificano tutti gli istinti della natura, v’è il pessimismo di quelli che li credono invincibili e s’abbandonano alla loro tirannia come a una fatalità. Anzitutto la fede c’insegna che il nostro Salvatore Gesù, morendo sulla croce, ci ha liberati dalla colpa originale infondendo nelle anime che credono in Lui la sua vita divina. Inoltre, ci ha meritato una tale abbondanza di grazia che ci rende capaci di superare tutte le conseguenze di una natura decaduta. Per quanto forti siano le passioni, per quanto profonde le tare ereditarie, sempre ci assiste un aiuto divino che, se vi collaboriamo con la buona volontà facendo tutto quanto ci è possibile, ci rende capaci di trionfare del male. «Chi mi libererà dalle tendenze corrotte della mia natura?» chiedeva angosciato S. Paolo. E udiva nel suo cuore la risposta che gli assicurava la certezza della liberazione: «La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo». Con la grazia si sentiva capace di tutto: «Omnia possum». Un giorno alcuni malvagi, volendo uccidere S. Benedetto, gli presentarono da bere una coppa di vino avvelenato. Il santo fece il segno della croce sulla coppa e questa si spezzò e il vino mortifero si sparse per terra. – Un altro giorno S. Cunegonda si risvegliò per un eccessivo calore che sentiva nel sonno. Fece il segno della croce e il fuoco si spense, lasciandola illesa. Cristiani, dopo che il Figlio di Dio morì per noi sulla croce, dalla croce ci viene una forza infinita per la salvezza. Se il mondo e il demonio ci offrono la coppa avvelenata delle loro seduzioni, se le passioni provocano l’incendio intorno a noi, attacchiamoci a Cristo Crocifisso: con la preghiera, la mortificazione e la buona volontà invochiamo l’aiuto divino della sua croce, e il male non prevarrà giammai sulla nostra anima. Ma perché Gesù con la sua preziosa e sovrabbondante redenzione non ci ha liberati anche dalle perverse inclinazioni? Perché il Battesimo che ci lava dal peccato originale, non monda il nostro cuore anche dalla ripullulante zizzania? Perché bisogna ancora farsi tanta violenza per conquistare il cielo? Anche l’indemoniato di Gerasa (Mc. V, 1-20), liberato da Gesù, rivolse al Signore domande impazienti come le nostre; lo ricordate questo infelice, invaso da una «legione» di demoni, che i suoi compaesani legavano, nudo, con catene di ferro in mezzo ai sepolcri, come se si trattasse di bestia feroce? Gesù lo liberò dai molti demoni che aveva indosso; i quali s’abbatterono su una mandria di porci e la gettarono nel lago dove affogò. Quando il giovane liberato vide Gesù che se ne andava, si mise ai suoi piedi e sollevando a Lui gli occhi pieni di lacrime implorava: « Conducimi via di qui! Conducimi con te!» Ma Gesù gli rispose di restare per dar gloria a Dio in quel selvaggio suo paese. Così, Cristiani, come la sorte di quel giovane, è la nostra. Gesù è venuto, ci ha liberati dal demonio, ha infranto le catene che ci legavano al sepolcro della morte eterna, ci ha rivestiti con lo splendore dei suoi meriti, ma non ci ha ricondotti nel paradiso terrestre. – Ci ha lasciati qui a lottare, su questa terra piena di seduzione, con questo fragile nostro cuore di cui non possiamo mai fidarci. Perché? È difficile dirlo, perché la sapienza delle disposizioni divine è spesso così profonda che alla nostra mente riesce misteriosa. Certo è per un nostro più grande bene, per una sua gloria maggiore. Inoltre, bisogna riflettere che Dio non ha voluto salvarci quasi non fossimo persone dotate d’una loro volontà e capaci d’una loro azione; quasi fossimo cose inanimate e non uomini. L’Amore infinito ebbe un gran rispetto della nostra personalità; ci dona la redenzione, ma insieme ce la fa conquistare; ci offre la salvezza, ma senza toglierci l’onore e la gioia di meritarla. Pertanto, rivestiamoci con le armi della luce e della giustizia, e combattiamo senza vili compromessi, nell’attesa del suo ritorno. Quand’Egli tornerà, beato l’uomo che avrà trovato al suo posto, fedele e vigile in arme!

IL CREDO

Offertorium

Ps CXXIX:1-2

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Hóstias tibi, Dómine, placatiónis offérimus: ut et delícta nostra miserátus absólvas, et nutántia corda tu dírigas.

[Ti offriamo, o Signore, ostie di propiziazione, affinché, mosso a pietà, perdoni i nostri peccati e diriga i nostri incerti cuori.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI:24

Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Quǽsumus, omnípotens Deus: ut illíus salutáris capiámus efféctum, cujus per hæc mystéria pignus accépimus.

[Ti preghiamo, onnipotente Iddio: affinché otteniamo l’effetto di quella salvezza, della quale, per mezzo di questi misteri, abbiamo ricevuto il pegno.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (191)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXVII)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. –

Torino 1944]

LIBRO QUINTO

I NOVISSIMI

II. — Il giudizio particolare.

D. Credi tu a un giudizio dell’anima dopo la morte?

R. Noi crediamo che subito dopo la morte, l’anima prende la direzione di vita che conviene ai suoi meriti.

D. Dove pensi che abbia luogo questo giudizio?

R. Là dov’è l’anima, là dov’è Dio, e ho già detto che questo non è un luogo materiale. Noi siamo sempre in Dio; non c’è bisogno di viaggio per raggiungerlo. La vita eterna è essenzialmente uno stato, non un luogo, e se essa è tale nella sua pienezza, tale è pure nel suo cominciamento.

D. È strano!

R. Sì, quale mistero, che uno possa immergere in Dio tutta la sua vita senza accorgersene, e quale risveglio, trovarsi tutt’a un tratto davanti a Lui nella piena luce!

D. Non vi è dunque tribunale?

R. È questa una metafora tolta dalla vita sociale.

D. Che cosa significa questa metafora?

R. Comparire al tribunale, per l’anima, è prendere davanti a Dio il sentimento di ciò che essa è, di ciò che vale, di ciò che ha fatto, di ciò che ha utilizzato o profanato, e di quello che ne segue per la sua sorte eterna.

D. Non vi è dunque sentenza, come non vi è tribunale?

R. Non vi è bisogno di sentenza. Il nostro bilancio interiore co’ suoi effetti: ecco la nostra sentenza. Sotto gli auspici della grazia, de’ suoi gradi o della sua assenza, la vita eterna è in noi sostanzialmente; ciascuno porta in sé il suo inferno o il suo cielo. Colui che fa il bene è subito beatificato dentro, come una terra seminata che le stagioni favoriscono; colui che fa il male è subito ferito dentro, spogliato, disorganizzato, tagliato fuori di comunicazione con Dio, sola forza che arricchisce, consegnato alla creazione ostile, e così votato alla sventura.

D. L’unico tribunale è dunque in noi?

R. Sì, ed è la coscienza; ma la coscienza voce di Dio, e non la falsa coscienza formata dai nostri vizi.

D. Questo tribunale è sempre eretto?

R. È sempre in segreta attività; ma alla fine, tutta la causa si chiarisce.

D. Ed è anche in noi il luogo di esecuzione?

R. E dove sarebbe, a titolo principale? Si tratta del nostro destino. Ma la creazione vi collabora. Operi bene o male, l’uomo è subito trasformato nella natura della sua propria azione, e posto così in accordo o in conflitto con l’ordine morale che Dio regola. La sua felicità o la sua infelicità sono fin d’allora acquisite, salvo che egli non cambi. Noi siamo di fronte al mondo come colui che fa la sua scelta prima di partire.

D. Siamo noi dunque rigorosamente gli agenti del nostro destino, compreso il nostro destino eterno?

R. Noi siamo gli autori del nostro destino, nell’interno e per l’azione dell’ordine divino. Il destino eterno non è che la manifestazione dello stato di coscienza che il giusto o il peccatore hanno provocato in se stessi, e la fissazione eterna de’ suoi effetti. L’uomo vola allora con le sue proprie ali e respira del suo alito, quell’alito dello Spirito Santo la grazia del quale gonfiò il suo cuore; oppure è preso nelle sue proprie reti e vi soffoca. « Dio per punire il male, non ha che da lasciarlo fare » (LACORDAIRE). « La loro colpa non è una cosa e la loro pena un’altra; ma contro di loro si rivolge la loro colpa stessa » (S. GREGORIO).

D. Perchè si parla allora di vita futura? La vita eterna è tutto il tempo.

R. Di fatti, la vita futura non è futura; adesso appunto noi vi entriamo. « Il regno di Dio è dentro di voi », disse nostro Signore. La vita eterna non si estende in durata, ma in profondità, e la successione dei nostri giorni non serve che ad acquistarla o a ritrovarla se l’abbiamo perduta.

D. E anche îl cielo e l’inferno occupano tutto il tempo?

R. Essi non sono tutto il tempo in manifestazione, ma sono tutto il tempo in sostanza; perché alla fine non fanno altro che rivelare due stati dell’anima: lo stato di grazia o l’assenza di grazia, la virtù o il peccato.

D. Donde viene che non lo sentiamo?

R. Ho già risposto parlando della grazia. Ma donde viene che spaccando un grano, non vi si trova il fiore, o la spiga?

D. Vorrei capire la differenza precisa tra la coscienza di oggi e la coscienza nell’ora del giudizio.

R. Oggi la coscienza ci avverte; allora, sarà tutta occupata nel convincerci. Qui la sua voce è coperta dai nostri desideri, dalle nostre passioni; allora essa stessa coprirà ogni voce e si pareggerà all’anima tutta quanta, tutta riflessa in se stessa. Non abbiamo detto che l’anima separata sarebbe a se stessa il suo proprio lume, sotto l’irradiamento divino?

D. Una sincerità assoluta, e in qualche modo sostanziale?

E. L’identità con se stesso, nella propria chiarezza.

D. Formidabile sincerità!

R. Sincerità formidabile per tutti, e per il peccatore terrificante, crudele come l’inferno, del quale essa è una parte. Perciò Tertulliano evoca con una specie di terrore quell’ora in cui l’anima « sarà tutt’insieme e il reo e il testimonio ».

D. Che confusione, senza dubbio!

R. Una confusione infinita, davanti all’infinita perfezione divina e alle possibilità infinite che in se stessa aveva l’anima peccatrice. Eccola quest’anima miserabile privata della suprema e futile consolazione di lagnarsi; infatti dove trovare una commiserazione disponibile, in colui che dichiara se stesso e per se stesso la causa de’ suoi mali?

D. E tutto ciò è irrevocabile?

R. Ciò è necessariamente irrevocabile, se uno è veramente arrivato al termine; perché la durata è interminabile. Il destino non si ricomincia.

D. Il dramma antico non ha niente di paragonabile a una tale fatalità!

R. È vero, e vi è di che allibire, quando si pensa che nei nostri cinquanta, sessanta o settant’anni — a meno che lo spazio non sia assai più breve — una formidabile eternità si nasconde.

D. Ma se noi rinunziamo?

R. « Noi siamo imbarcati » (PASCAL). La felicità è la nostra vocazione, e noi non possiamo rinunziarvi senza delitto. Felicità, infelicità, ecco l’alternativa. E Dio era debitore a se stesso di proporci l’opzione; ma non vi era luogo di autorizzarci a rigettare il problema, perché la felicità, qui, coincide col dovere. Se il Signore dei nostri cuori vuol renderci felici, è una ragione di disubbidirgli?

IL SACRO CUORE DI GESÙ (51)

IL SACRO CUORE (51)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ – [Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO IV.

LA DIVOZIONE NEL XVII SECOLO

III. – LE CONGREGAZIONI RELIGIOSE

Com’è naturale, nelle Congregazioni religiose bisogna aspettarsi di trovare specialmente sviluppata questa divozione di tenerezza e di pietà. Nelle antiche la spinta era stata data ed essa si confondeva qua e là, come una tradizione; nelle nuove ne troveremo ugualmente. Ho già fatta parola dei Carmelitani. Fra i Domenicani possiamo segnalare due scritti dove si tratta espressamente del Cuor di Gesù. Il primo è del P. Ignazio del Nente e fu pubblicato a Firenze nel 1642. È scritto in italiano ed ha per titolo: Solitudini di sante e pie affezioni verso i Misteri di nostro Signore Gesù Cristo e della Vergine Maria. Queste Solitudini o ritiri sono sette. Le prime cinque hanno per soggetto l’Annunciazione, la Natività, la santa Infanzia, le ultime due, che non entravano nel piano primitivo, sono consacrate una all’Eucaristia, l’altra al Cuor di Gesù. Nel corso del libro è nominato più volte questo divin Cuore; ma l’autore ha voluto comporre una « Solitudine di alcune ore », che fosse espressamente in suo onore, come spiega lui stesso nell’Avvertimento. Si appoggia su di una rivelazione di nostro Signore a santa Gertrude, e mostra come, essendo il Cuore di Cristo unito « al cuore del Verbo e della Divinità, che lo contempla, l’adora, l’offre al Padre celeste e vive nell’unione per il suo divin amore, fa necessariamente un’opera sublime, la più gradita che possa presentare a Dio ». Il titolo è: Solo col sacro Cuore. Al principio si ha una bella preghiera per offrire all’Eterno Padre, insieme con il cuor di Gesù, tutti i buoni pensieri ed esercizî di questa Solitudine. Meditazione preliminare: Esortazione alla solitudine, col Cuore di nostro Signor Gesù Cristo. Seguono: un’esortazione a meditare nel Cuore di Gesù; delle affezioni di pentimento in unione col Cuor di Gesù, un soliloquio d’unione al Cuore di Gesù, cinque meditazioni (brevissime) sul divin Cuore di Gesù, un’offerta del Cuor di Gesù al Padre eterno, delle invocazioni ed orazioni al Cuor di Gesù, un secondo soliloquio in cinque parti, in cui si vede come Maria perdé il suo cuore nel Cuor di Gesù, quali dolcezze, qual sapienza, qual carità essa attingeva dal Cuor di Gesù e come Gesù consolava sua Madre delle sofferenze che le imponeva. – Tutto questo è molto pio: è veramente una perla di divozione al sacro Cuore. Didiot, segnala ancora, secondo Echard e Quétif, l’opera di un domenicano fiammingo, il P. Antonio Barbieux, pubblicata a Lilla nel 1661, con il titolo: La divozione al cuore santissimo del Figlio d’Iddio e della sua santissima Madre. Io non lo conosco che per questa indicazione. I Certosini continuano, nel secolo XVII, le tradizioni dei loro predecessori; i loro scritti parlano del cuore divino, i loro mistici ricevono suoi favori. Don Antonio di Molina, Certosino di Miraflores, verso il 1605, nelle sue Meditazioni sulla Passione, non dimentica la passione del Cuore nelle ore dell’agonia. Don Renato Hensaeus, che era nel 160 priore della Certosa di Briinn in Moravia, cercando perché Gesù ha voluto che il suo costato venisse trafitto, dà, tra le altre, questa ragione: « Infine Gesù ha voluto che il suo costato fosse aperto, affine di mostrarci, con quella ferita visibile, la piaga invisibile che ha trafitto il suo cuore ». La stessa formula della divozione, ricordiamolo, la Chiesa ha fatta sua, prendendola a prestito dal pio autore della Vite mistica. « Entrate dunque, conclude don Hensaeus, in questa porta del Paradiso. Andate verso la fontana e l’albero di vita, che non sono altro che il cuore stesso di Gesù, affinché vediate come Egli vi ha portato nel suo cuore. Entrate da questa porta nella cella mistica; vi ci invita lo sposo delle anime quando dice: Si quis sitit, veniat ad me et bibat; che l’anima assetata venga a me e sarà dissetata ». Don Policarpo della Rivière, priore della Certosa di Bordeaux (1629), poi di quella di Bonpas, presso Avignone, ha delle idee e degli affetti simili; ed anche don Giovanni Anadon, priore dei Certosini di Saragozza (1682). Suor Anna Griffon (1580-1641), d’Abbeville, certosina: a Gosnay in Artois, racconta come un giorno ella ricevè « una gande dolcezza e abbondanza di delizie » che vedeva « come sgorgare dal cuore » di Gesù. « Ciò che scendeva, ella dice, dal Cuore del mio dolce Salvatore era una luce pura che mi attirava a lui. Questo raggio sottilissimo, che sortiva da quel divin cuore e che penetrava nel più intimo dell’anima mia attirava a sé tutta l’affezione del mio cuore per prenderlo e trasformarlo in Lui, in un modo mirabile e incomprensibile… M’intenda chi può ». Ciò che segue è ancor più nel tono di santa Margherita Maria, quanto al senso e alla forma. « Un’altra volta, essendo molto addolorata per tante offese che si commettevano ordinariamente negli ultimi giorni di quaresima, e abbandonandomi interamente al mio dolce Salvatore, offrendomi in espiazione per tutte le offese che si commettevano in quei giorni nel mondo, gli domandai come potessi soddisfare alla sua giustizia e fargli piacere, e conobbi il piacere inestimabile che provava il mio Signore quando in tali giorni offrivo al Padre eterno l’amore del cuore del suo Figliuolo ». Si vede che don Innocente Le Masson, generale dei Certosini, quando, nel 1694, le sue religiose gli chiederanno il permesso di onorare il sacro Cuore, come si era allora rivelato a Margherita Maria, avrà ragione di riconoscere in quella una seta divozione del suo Ordine e di raccomandarla come tale. – Nei diversi rami della famiglia francescana, la divozione è viva e tende a generalizzarsi. Due libri di uso corrente ne indicano le pratiche quotidiane e, per così dire, continue, per gruppi considerevoli. Il primo è La regola di Penitenza del serafico Padre san Francesco…, seguita da un Esercizio giornaliero all’uso dei Religiosi e del Terzo Ordine regolare, 1635. È una specie di Direttorio spirituale, composto per rispondere a una decisione del Capitolo generale del 1625, approvato dai Capitoli susseguenti. Ora nell’Esercizio si parla ad ogni istante del sacro Cuore, quanto è più che nella Faretra di Lansperge, o nel Manuale di don Michele di Vesly per i Certosini. « Dopo l’esame, bisogna offrire al Padre eterno i dolori e le amarezze del Cuore del suo Figliuolo per supplire ai difetti nostri ». E quelle che noi concepiremo, debbono essere attinte a questa forma d’amore ». Fra gli atti di lontana preparazione alla comunione, vi sono le affezioni d’amore «considerando che le azioni e le sofferenze di nostro Signore hanno la loro sorgente nel suo Cuore divino, infinitamente desideroso della nostra salute », e vi sono delle aspirazioni a Gesù, per ottenere «l’accesso al suo cuore ». Uscendo dal convento bisogna raccomandarsi al Cuore di Gesù dicendogli: « Gesù amabilissimo, vi raccomando il corpo e l’anima mia, con tutti i miei sensi e potenze, rinchiudendoli nella piaga del vostro Cuore fedele, affinché vi piaccia di preservarmi là da tutti i peccati ed affezioni sregolate. Degnatevi di nascondere il mio cuore nel vostro, e tutto il volere e non volere, il mio riposo e la mia azione; e siate il principio e il fine di tutti i miei pensieri, le mie opere e le mie parole ». Al ritorno, « avvicinandosi al convento…, bisogna allontanare l’immaginazione delle idee concepite per la vista e l’udito…. E infine, allorché si è arrivati, si ritornerà al Cuore di Gesù, per riprendere i suoi esercizî». – L’altro libro è del P. Adriano di Maringues, Recolletto Fu pubblicato a Lione nel 1659 sotto il titolo: Esercizi spirituali molto utili e propri per condurre le anime religiose alla perfezione delle azioni dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni. Come si vede, si rivolge a tutti i Cristiani, ma è stato scritto specialmente per le Clarisse. Questo libro è pieno del sacro Cuore. Vi si indica particolarmente secondo il P. Saint-Jure, come bisogna unirsi a Gesù nel Cuore di Gesù stesso, compiervi tutte le nostre azioni e abbandonarvisi a tutti gli esercizî della vita purgativa, illuminativa, unitiva. Il P. Adriano fa notare che non propone le pratiche nuove, c il modo con cui trascrive le pagine di Saint-Jure ci fa indovinare come procede per il resto. Il gran posto fatto al sacro Cuore nel libro non farebbe che dimostrare meglio la parte eminente ch’esso aveva fin d’allora nella divozione dei fedeli. – Il celebre P. Giuseppe (1577-1638), braccio destro di Richelieu, l’« Eminenza grigia » come si diceva, nomina spesso il sacro Cuore. Pochi ne parlano quanto lui prima di santa Margherita Maria. Le sue istruzioni alle Benedettine del Calvario che, come si sa, aveva fondate nel 1614, ne sono piene. Forse la parola cuore non rappresentava per lui un senso ben definito; ed, esaminando alcune delle sue impressioni, si potrebbe essere tentati di concludere che, pur impiegando la parola cuore, non ha in vista il cuore di carne e che, per conseguenza, non abbiamo in lui, per parlar propriamente, la divozione del sacro Cuore. La conclusione sarebbe inesatta: il P. Giuseppe, è vero, non precisa come si è fatto più tardi; e la realtà concreta che dà un fondamento al simbolismo resta così velata che il cuore, nel suo scritto, ci appare più come una parola od una metafora, che come una cosa, un simbolo. Questo è comune a lui e a tutti, o quasi tutti quelli che in quest’epoca parlano del sacro Cuore. Ma un esame più attento ci mostra che l’idea resta simbolica e che la parola cuore non è completamente priva del suo significato mate riale; il continuo richiamo della ferita del cuore e del costato trafitto è sufficiente ad avvertirci. Quando il P. Giuseppe dice che, parlando del cuore, non intende « parlare del cuore materiale del Salvatore, ma della sua volontà e del suo amore », l’espressione va più lontano del suo pensiero; egli vuol dire soltanto che si arresta al cuore materiale come tale. – Da altri scrittori della famiglia francescana sono stati raccolti numerosi testi sul Cuore di Gesù, del P. Filippo d’Angoumois (1631), del P, Paolo di Lagny (1663), del P. Leandro di Digione (1661), del P. Bernardino di Parigi (1662), del P. Luigi Francesco d’Argentan (1668), del P. Guglielmo di Troyes (1670). Pure presso i loro mistici sono stati raccolti molti tratti poco conosciuti, sia come divozione al Cuor di Gesù, sia come manifestazione di questo Cuore santissimo. A questo riguardo, la venerabile Giovanna Maria della Croce (1603-1673) merita una menzione speciale. Insieme con la santa amica Sibilla di Lodrone, ella aveva fondato a Rovereto, sua patria, un monastero di Clarisse e vi si era fatta religiosa. La sua vita era tutta piena del sacro Cuore e ne parlava incessantemente. « Che lo Sposo celeste, scriveva alla sua amica, trasporti l’anima tua nella grande piaga del cuore e ti lasci contemplare la sua bellezza e le sue grazie… Questa vista ti immergerà in un rapimento ineffabile. Egli ti inebrierà del suo amore infinito; come una cerva ferita tu corri… al suo santissimo e amabilissimo Cuore, dove l’anima pure ama di stabilire la dimora… Ci ritroveremo nel Cuore di Gesù ». Il 15 aprile 1654 ella scriveva il suo testamento Spirituale: « O cuore trafitto del mio dolce Gesù! O porta che il vostro amore, ben più che la lancia del soldato, ha aperta! O dolce Gesù, o grazioso, o amabile, o buon Gesù! Soffocate, tutti i miei peccati, poiché è in questo cuore che l’anima mia pone ogni speranza… O Figlio d’Iddio, mi amabile Sposo, vi amo con tutto il cuore; io languisco dal desiderio di entrare, per la sacra porta del vostro cuore aperto, nelle gioie del vostro paradiso ». E con quanta poesia cantava il cuore di Gesù: « O Gesù, mio amore, la vera felicità dell’anima è di riposarsi nel cuore, spoglia di tutte le cure terrestri, in un benedetto oblìo di tutto ciò che non è Dio, è di bere così il latte della vostra sapienza. Che i miei occhi non sentano che voi; che la mia lingua parli solo di voi; che tutti i miei sensi assopiti dolcemente nel vostro cuore divino, come Giovanni sul vostro petto, seguano e parlino di voi in un amore ineffabile. O cuor di Gesù, scuola della verità divina, dove l’anima impara ed intende ciò che vi è di più incomprensibile! Artista divino! è nella fucina del vostro cuore che voi lavorate il mio, con i colpi raddoppiati di un amore reciproco, per farne un vaso prezioso… Il vostro cuore è un’arca piena di colombe che, sfuggite al pantano di questo mondo, hanno cercato un rifugio in voi, E voi stesso mi tendete la mano, affine di farvi entrare l’anima mia, affaticata dal volo… Oh! come si dorme dolcemente su questa roccia, al mormorio delle acque celesti, al soffio rinfrescante delle consolazioni divine! Oh! come cantate dolcemente dall’alto di questa roccia, queste parole: «Vieni mia colomba, la porta del mio cuore è aperta per te. Tu sei il mio e io sono il tuo; ho messo il mio cuore nel tuo ed ho racchiuso il tuo nel mio, e, tutti e due, non abbiamo che una stessa volontà. Io ti porto scritta nel mio cuore aperto. Tu sei là, come la perla di prezzo inestimabile, come una perla di amore santo… ». O mio Salvatore! rinchiudetemi nella cittadella del vostro cuore! Ponete delle guardie alla porta, affinché la mia anima, non vi sia turbata, ma anch’essa vi goda della vostra felicità, nella pace e nel riposo ». – Si potrebbe aggiungere qui S. Fedele di Sigmaringa, ma di lui se ne è già parlato. – Nella famiglia benedettina, abbiamo già segnalato l’opera di D. Haeften, abate di Afflighem, e la vita della, Madre Deleloe. La Francia ci dà due o tre grandi badesse molto devote al Cuore di Gesù. Nella vita di M.me Francesca di Nérestang, morta nel 1652, badessa de La Bénissondieu, scritta dal P. Cherubino di Marcigny, Recolletto, e stampata a Lione nel 1653, in cui sono stati raccolti alcuni scritti della pia badessa, troviamo, nel suo corso di una elevazione sull’Eucaristia, una bella preghiera al sacro Cuore: « Poiché io son sicurissima d’aver l’accesso nel vostro Cuore, perché vi alberga la carità che avete per noi, permettetemi di farvi il mio ritiro e il mio soggiorno. Permettetemi di entrare in questo Cuore pietoso e generoso come nel luogo del mio rifugio, per fuggire c salvarmi dai miei nemici crudeli… Mio dolce Salvatore, avete voluto che il vostro sacro fianco fosse aperto al fine di tenerci una porta libera per entrare da voi; avete fatto sì che l’amore più che la lancia lo trafiggesse, affinché noi ci si potesse ricoverare, esservi al coperto da tutti i pericoli e dalle persecuzioni del mondo in questo cuore favorevole, per non sortirne mai più… Là voglio considerare, esaminare e piangere i miei peccati e domandarne perdono alla vostra divina Maestà, in questo cuore amoroso che, altra volta ne ha concepito un inesprimibile dispiacere e ne è stato trafitto da un estremo dolore. In questo Cuore sacro, infinitamente santo e meravigliosamente puro, che ha in orrore le minime imperfe-zioni, io voglio odiare tutte le mie colpe, fino alle più leggere; voglio combattere tutte le mie passioni disordinate e resistere coraggiosamente agli assalti di tutti i miei nemici, sperando di riportarne una gloriosa vittoria, grazie a questa inespugnabile fortezza. Sarà in questo cuore divino, che è stato afflitto da me, che vivrò contenta nelle mie mortificazioni e penitenze ed in tutti i miei dispiaceri, afflizioni, aridità, noie e contraddizioni. Sarà pure là che soffrirò, senza lamentarmi, i dolori della morte, ricordando che questo cuore generoso, per amor mio, fu oppresso di noie e di tristezze, al tempo della sua amara passione, senza mormorare. È in questo sacro Cuore che rinnovo la donazione assoluta di me stessa, che vi ho già fatta, caro Maestro, della mia anima e del mio corpo e di tutte le loro facoltà e operazioni, e che mi abbandono interamente a Voi, mio adorabile Redentore, in una completa dipendenza di tutto ciò che sono e che posso; protestando di voler agire eternamente, secondo le inclinazioni del vostro Cuore, seguire i suoi consigli, conformarmi ai suoi desideri, entrare in tutti i suoi interessi e trasformarmi nelle sue affezioni ». – La Madre Matilde del SS. Sacramento (1624-1698). fondatrice delle Benedettine dell’Adorazione perpetua, vide un giorno la Vergine che le presentava il suo Figliuolo, tutto ferito, col cuore aperto, e che la invitava a cercar rifugio in quel cuore. Era verso il 1637. Più tardi, nel libretto su Le véritable esprit des Religieuses adoratrices, redatto verso il 1660, ella diceva alle sue religiose: « Corriamo dunque, sorelle, corriamo al SS. Sacramento. Andiamo a soddisfare i desideri infiniti in questo cuore adorabile; comunichiamoci per accontentarlo. Abbandoniamo i nostri corpi ai suoi piedi santissimi e diciamogli con reciproco amore, il più ardentemente che ci sarà possibile: O cuor divino! O cuor amabile! O cuore la cui eccellenza e bontà non si può esprimere! Accontenta i tuoi desideri in me, attirami tutta a te per soddisfare i tuoi desideri, nutriscimi alla tua maniera affinché io sia sostentata da te e i tuoi desiderì trovino la loro piena soddisfazione. Comunica all’anima mia una piccola parte dei tuoi desideri più ardenti e che io possa dire, con lo stesso cuore e lo stesso amore, per l’effusione dei tuoi sacri desiderì in me, comunicandomi tutti i giorni: Desiderio desideravi ». – Si noterà in questa bella preghiera l’indirizzo diretto al Cuor di Gesù. Era cosa molto rara, benché ne abbiamo visti altri esempi. Si noterà anche questa idea, che si crederebbe tutta moderna o almeno dipendente completamente dalle visioni di Paray, della comunione quotidiana, riguardata come una risposta ai desideri del sacro Cuore. Molti altri passi, nelle lettere della pia fondatrice, fanno menzione del Cuore di Gesù e mostrano una vera divozione. – Non deve adunque meravigliare che gli sforzi di san Giovanni Eudes abbiano trovato là la migliore accoglienza. Probabilmente, studiando la vita della Signora di Lorraine, badessa di Montmartre, si troverebbero dei passi simili; poiché anche là san Eudes trovò la migliore accoglienza e il suo Ufficio del cuor di Gesù vi fu ricevuto fin da 1668 o 1669, con l’approvazione del Cardinale di Vendòme. Ne faremo parola studiando l’azione di san Giovanni Eudes. – Le diverse famiglie religiose conosciute sotto il nome generale di Orsoline ci forniscono pure dei tratti interessanti. La venerabile Madre Anna di Xainctonge, fondatrice delle religiose di S. Orsola della Santissima Vergine (1567-1621), quando assisteva alla Messa, « praticava col Salvatore una santa familiarità, dice il P. Binet, uno dei suoi biografi, avanzandosi in ispirito sull’altare a baciare la preziosa piaga del costato, ben addentro al suo cuore, per unire strettamente la sua anima a lui…, protestando di non volerne uscire mai più se non le avesse detto di andarsene con la sicurezza ch’Egli l’amava e la benediva ». – Fra le Orsoline di S. Angela Merici, le Cronache dell’Ordine ci indicano molti casi di divozione al Cuor di Gesù. Ecco quelli che ha raccolto il P. Di Franciosi. La Madre Anna di Beauvais di Bordeaux (1587-1620) diceva al suo direttore, il P. Loyrot, gesuita, che nostro Signore le aveva tolto il suo cuore e gliene aveva dato un altro. – Suor Carlotta Ronault d’Abbeville (1618-1644), non desiderava e non chiedeva altro, quasi, che di essere accolta nel Cuor di Gesù. Ella vi attingeva la forza per austerità terribili. Qualche giorno dopo la sua morte, una delle sue suore la vide « attaccata a quel cuore divino ». – La Madre Maria-Germana Tiercelin, di Pontoise, vide un giorno nostro Signore che le copriva «il suo costato aperto ed il suo cuore ardente di amore per lei, facendole : comprendere, nello stesso tempo, che il suo cuore divino ed il suo erano così uniti che non formavano che un solo cuore ». – Suor Stefanetta Guyot, di Beaune (1626-1642), vide un giorno nostro Signore. « Mi ha detto, ella raccontò, amami, seguimi. Avvicina la tua bocca, o figliola amata, e mettila sulla piaga del mio cuore, bevi e succhiane i liquori divini fin che io te lo permetterò ». – La Madre De’Jasse, d’Ussel (1614-1656), vide nostro Signore che cambiava di cuore con lei. « Mi piace, Egli le disse, di prendere il tuo, è uno dei miei tesori ». Poi le donò il suo raccomandandole di conservarlo. – Grazie analoghe ebbe Suor Antonietta Miette, di Roanne (1592-1657), che il P. Coton aveva in grande stima: scambio di cuori, applicazione al divin Cuore per bevervi una dolcezza indicibile. – Suor Maria Prévostière, di S. Giovanni d’Angély (1623-1662), era ai suoi ultimi momenti: « quando ebbe ricevuta la Comunione, vide presso il suo letto una luce brillante ed un cuore, in mezzo a quella luce, che cagionava delle grandi palpitazioni al suo, come per andare a raggiungere quel bel cuore. Infatti, le sembrò che, essendo il suo cuore riuscito ad avvicinarsi, si fece un miscuglio dei due cuori, come se non fossero stati che uno ». Ma fra questi amanti del sacro Cuore bisogna fare un posto speciale a Madre Maria dell’Incarnazione, orsolina, morta a Québec nel 1672. Bossuet l’ha chiamata la Teresa del Nuovo Mondo. Maria dell’Incarnazione fu una grande devota del sacro Cuore e l’editore delle sue lettere ha ragione di notare questa « divozione pratica di tutti i giorni durante gli ultimi quarant’anni della sua vita », come uno dei tratti caratteristici della sua spiritualità. Ella ne parla ad ogni istante; spesso mette in testa alle sue lettere un « saluto umilissimo nel sacro Cuore di Gesù », o una formula analoga. L’11 ottobre 1649 scrive ad una delle sue sorelle: «Mi siete cara come me stessa; per questa ragione vorrei potervi porre nel Cuore del nostro amabilissimo Gesù. È in quel santuario sacro che io vi visito e vi vedo ogni giorno. Venite anche voi  a visitarmi là, affinché possiamo rallegrarci insieme perché esso è così pieno d’amore da permettere che noi, lo avviciniamo. Son tutta vostra in lui » Un po’ più tardi, il 13 agosto 1650, essa lo scrive ancora: « Salve umilissima nel sacro Cuore del nostro amabilissimo Gesù, santuario di tutti i tesori di grazia e di gloria. Che la sua infinita bontà sia eternamente benedetta, poiché gli piace di continuarvi la larghezza della sua intima carità. Non temete di seguire i fini che vi spingono: a parlargli familiarmente ed amorosamente. Bisogna rispondergli, e parlargli. Ciò conquista il suo cuore e cattiva la sua bontà infinitamente portata a comunicarsi ai suoi amici, e se voi non gli rispondeste…, voi ne sareste responsabile al suo amore, che non ama che per essere amato… Vi voglio e vi desidero, mia sorella carissima, in questo abisso d’amore, il più che amabile e adorabilissimo cuor di Gesù. Che voi siate tutta perduta e consumata nelle sue sante fiamme ». –  A suo figlio, il 22 ottobre 1649: « Viviamo, ora nel sacro Cuore di Gesù per concepirvi ciò che produce in un’anima la fedele pratica delle massime che tu sai ». Ed aggiunge, il giorno dopo: « Viviamo nel nostro Gesù. mio carissimo figlio; che l’avvicinarsi del sacro Cuore faccia riversare nei nostri la vera santità; poiché è da questo cuore santo, che sgorgano tutti i tesori di grazia e di amore che ci fanno vivere della sua vita e ci animano del suo spirito. » – E in una lettera a questo figlio, don Claudio Martin datata del 16 settembre 1661, ella descrive lungamente una pratica di divozione al sacro Cuore che Dio le aveva ispirata circa trent’anni avanti (verso il 1635, ella dice altrove) e che aveva sempre mantenuta. Un giorno che Dio pareva sordo alle sue preghiere, ella intese una voce interna che le diceva: «Domandami per il cuore del mio Figliolo; è per Lui che ti esaudirò ». Subito, essa racconta, « tutto il mio essere interno si trovò in comunicazione intima con quest’adorabile cuore, in modo che non potevo più parlare al Padre eterno che per mezzo suo ». Dipoi fu sempre fedele a questa pratica. « Ecco presso a poco come mi comporto, così ella scrive, quando son libera, nel parlare al Padre nostro: « Per mezzo del cuore del mio Gesù, mia via, mia verità, e mia vita, mi accosto a Voi, o eterno Padre. Per mezzo di questo divin cuore vi adoro per tutti quelli che non vi adorano; vi amo per tutti quelli che non vi amano; vi riconosco per tutti i ciechi volontari che per disprezzo non vi riconoscono. Voglio, per questo divin cuore, soddisfare al dovere di tutti i mortali… Li abbraccio per presentarveli per mezzo suo e per Lui vi chiedo la loro conversione… Ah! fate ch’essi vivano per questo divin cuore ». La preghiera e l’offerta, per mezzo del sacro Cuore, continuano per la Chiesa del Canadà, per i missionari, per suo figlio, ecc. La Venerabile, si rivolgeva in seguito a Gesù e gli diceva: «Voi sapete, o amor mio, tutto ciò che voglio dire al vostro Padre per mezzo del vostro divin cuore e della vostra anima santa. Unitevi a me per pregare, col cuore vostro, quello del vostro Padre, etc. Ecco, conclude, l’esercizio del cuor di Gesù ». – In altre congregazioni dedicate all’insegnamento si possono spigolare ancora alcuni fatti. Marcella Germain (1599-1661), che fondò a Limoges l’istituto di S. Giuseppe della Provvidenza, racconta al suo confessore come, un giorno, pregando, si trovò « inabissata nel sacro Cuore di Gesù ». « Figlia mia, le disse nostro Signore, bevi a grandi sorsi le soavità del mio cuore, tu vi troverai in abbondanza tutte le consolazioni. Entra nel mio amabile cuore. Guarda e attingi in questo torrente, in questo abisso di delizie… Voglio racchiuderti nel mio gran cuore che tutto è amore per te ». « Questo Dio d’amore, ella aggiunge, me l’ha aperto, questo cuore adorabile, dicendomi: « Guarda come è capace di contenere il mondo intero! Oh! quanto è bello e grande questo cuore divino!… Quanto è buono dimorarvi e perdersi in lui! ». – Giovanna di Matel (1596-1670), fondatrice delle Religiose del Verbo Incarnato, era pure in relazioni intime con il divin Cuore; Gesù le disse un giorno: « Figlia mia, ho preso il tuo cuore avanti alla comunione; il mio ti appartiene per il mio amore ». Un altro giorno le dice: « hai ferito il mio cuore »; e, mentre, la sera dello stesso giorno, ella si preparava alla comunione, Egli le lanciò una freccia che le ferì il cuore dicendole: « Tu mi hai ferito in te, voglio ferirti in me ». Una volta la invitò a riposare nelle sue piaghe, un’altra volta le mostrò le grazie dell’Eucaristia che stillavano dal suo Cuore divino. Si potrebbero moltiplicare i passi analoghi o segnalare, nei suoi scritti, delle pratiche di divozione, come quella di salutare le sue religiose nel Cuore di Gesù.

IV. – COME LA DIVOZIONE DIVENNE GENERALE NELL’ASCETICA CRISTIANA

Leggendo gli oratori e gli scritti ascetici del secolo XVII, sì incontra ad ogni istante menzione del sacro Cuore; qualche volta sono intere pagine pie e commoventi. Luigi Bail (morto nel 1669) nella sua Théologie affective, ha una bella elevazione al Cuore di Gesù, principio della nostra vita spirituale e fonte della nostra salvezza. Bernières-Louvigny (1602-1676) scriveva: « Questo cuore divino di Gesù sarà dunque, d’ora in poi il tuo oratorio, anima mia; in Lui e per mezzo suo tu offrirai tutte le tue preghiere a Dio Padre, perché gli siano più gradite. Sarà la tua scuola, ove andrai ad imparare la eminentissima scienza d’Iddio… Sarà il tuo tesoro dove andrai a prendere tutto ciò che ti abbisogna per arricchirti ». I testi innumerevoli in cui si parla del Cuor di Gesù, non provano sempre rigorosamente che esista divozione a questo Cuore; ma indicano, almeno, che essa si presentava naturalmente allo Spirito appena era questione dei sentimenti del Maestro, delle sue virtù, dell’unione e della conformità che il Cristiano deve avere con Lui. Dopo ciò non ci meraviglieremo di incontrare in Bossuet, non dirò, per non esagerare, un discorso del sacro Cuore, ma tutta una parte di un discorso in cui si trova molto ben definito lo spirito stesso della divozione e dimostrato molto bene quel che deve esserne la base poiché la base della vita cristiana è l’identità del nostro cuore con quello di Gesù. Nel panegirico di S. Giovanni, tutta questa dottrina è così bene esposta; la parte fatta al Cuor di Gesù è così gande che vale la pena di arrestarcisi un poco. « Ciò che mi fa conoscere, egli dice, il più sensibilmente la grande inclinazione del Cuor di Gesù, per il discepolo di cui parliamo, sono tre doni che egli gli fa… In vita, gli dà la sua croce; alla sua morte, gli dona sua madre; alla cena gli dona il suo cuore ». Dopo alcune parole sui due primi doni, Bossuet continua: « Ma ciò che mostra di più il suo amore, è il bel regalo che gli fa al sacro banchetto dell’Eucaristia. Come se non bastasse di averlo gratificato con tanti doni, lo mette in possesso della sorgente stessa di tutte le sue liberalità, cioè del suo cuore, sul quale gli ordina di riposare, come in un luogo che gli spetta. O discepolo veramente felice! a cui Gesù Cristo… ha dato il suo cuore per non essere più che una sola cosa con lui! Cosa resta, o caro favorito, se non che voi accettiate questi doni, col rispetto che è dovuto all’amore del vostro buon Maestro? Vedete, Cristiani, com’egli li accetta. Accetta la croce… Accetta la SS. Vergine… Accetta soprattutto il Cuor di Gesù con una tenerezza incredibile, allorché si riposa su di esso dolcemente e tranquillamente, per segnare un godimento piacevole ed un possesso assicurato ». Tali sono le proposizione e la divisione del discorso. Il terzo punto tutto intero è consacrato al dono del cuore. Eccone alcuni passi per darne un’idea: « Non basta al Salvatore spargere i suoi doni su S. Giovanni. Vuol condurlo fino alla sorgente. Tutti i doni vengono dall’amore: gli dà anche il cuore e lo mette in possesso del fondo di cui gli ha già dato i frutti. Vieni, Egli dice, mio discepolo caro, ti ho scelto avanti tutte le età per essere il dottore della carità. Vieni a berla alla sua fonte… Avvicinati a questo cuore che non respira che l’amore degli uomini e, per parlar meglio del mio cuore, vieni a sentir da vicino gli ardori che lo consumano ». L’oratore continua indirizzandosi al discepolo amato. « Giovanni, poiché voi ne siete il padrone apriteci questo cuore di Gesù; fatecene notare tutti i movimenti che solo la carità eccita » E riprende: « Questo è ciò che egli ha fatto in tutti i suoi scritti; tutti gli scritti di S. Giovanni non tendono che a spiegare il Cuore di Gesù ». Bossuet interprete di Giovanni, ce lo spiega lui pure: « In questo cuore è il compendio di tutte le meraviglie del Cristianesimo. Misteri di carità la cui origine è nel cuore: un cuore, se può dirsi, tutto nutrito di amore; tutti i palpiti, tutti i battiti di questo cuore, li produce la carità. Chi l’ha fatto… abitare fra noi? L’amore. E così che Dio ha amato il mondo… È, dunque l’amore che l’ha fatto discendere a rivestirsi della natura umana. Ma qual cuore avrà Egli dato a questa natura umana se non un cuore fatto tutto d’amore?… Datemi tutto ciò che vi è di tenero, tutto ciò che vi è di dolce e di umano: bisogna fare un Salvatore che non possa soffrire le miserie senza esser preso dal dolore… ». Segue un ritratto del Cuor di Gesù, e l’oratore conclude: « Ecco, fratelli miei, qual è il cuor di Gesù, ecco qual è il mistero del Cristianesimo. Per questo il compendio della fede è racchiuso in queste parole: « Per noi, abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi ». Perché il Giudeo, non crede al nostro Vangelo? Egli riconosce la potenza; ma non vuol credere all’amore… Per me, io credo alla sua carità, ed è tutto. Si è fatto uomo, io lo credo; è morto per noi, io lo credo; Egli ama, e chi ama fa tutto: Credidimus caritati ejus ». « Ma, riprende subito, se crediamo in Lui, bisognaimitarlo ». La lezione sarà una lezione di carità.« Questo Cuore di Gesù abbraccia tutti i fedeli… Abbiamodunque un Cuor di Gesù, un gran cuore che non escludenessuno dal suo amore… Amiamoci dunque nel Cuor diGesù Cristo ».Sarebbe troppo lungo dare qui tutta la trattazione riguardanteil sacro Cuore. E poi qual formula di vita cristiana si può trovare più felice di questa formula della devozione al sacro Cuore: « Abbiamo un cuore di Gesù Cristo »? Qual formula più perfetta di carità cristianadi questa, che è pure una formula usuale della stessa devozione:« Amiamoci nel Cuor di Gesù »? Che cosa si può dire di più, nel senso della divozione, del mostrare « in questo cuore… il riassunto di tutte le meraviglie del Cristianesimo» e del riportare tutta la nostra fede a quella parola di S. Giovanni: « Noi abbiamo creduto all’amorehe Dio ha per noi »?