IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (13)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (13)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo IX.

IL CUORE DI GESÙ E LA PENITENZA

Eucaristia e Penitenza: Sacramenti del Cuore di Gesù

Attraverso il Battesimo e la Cresima, il Salvatore ci ha dato il Suo Spirito. Attraverso l’Eucaristia ha aggiunto a questo primo dono quello della sua carne, del suo sangue, anima e divinità. Cos’altro ancora può offrirci? Gesù Cristo non avrebbe più nulla da offrirci sulla terra, se ci vedesse solo come creature imperfette da perfezionare. Ma questa non è la nostra condizione: non siamo non solo imperfetti, ma anche peccatori. E l’ufficio principale del Salvatore è quello di liberarci dal peccato. Per realizzare questo, Egli istituisce un nuovo Sacramento, che ci manifesta l’amore del suo Cuore sotto un nuovo aspetto: il pozzo senza fondo della sua misericordia. La penitenza, come l’Eucaristia, merita di essere chiamata il mistero dell’amore, il Sacramento del Cuore di Gesù. L’Eucaristia è il mistero dell’amore, fino al dono completo di sé. La Penitenza è il mistero del perdono, dell’amore che giunge fino a dimenticare se stesso. Il secondo di questi misteri non manifesta con meno splendore del primo l’onnipotenza del Cuore di Gesù. Quando ha voluto istituire il primo, Egli non ha trovato altri ostacoli che le leggi della natura. Ma per istituire la Penitenza, era necessario superare l’infinita ripugnanza al peccato del Cuore infinitamente santo di un Dio e far prevalere su di essa un’infinita condiscendenza verso l’uomo peccaminoso. Gli Sngeli erano stati liberati dal peccato con una grazia di preservazione. Gli infedeli ad essa, già alla loro prima ribellione, erano stati puniti senza alcuna speranza di perdono. Per l’uomo, più debole di loro, Dio doveva agire diversamente: così come non sarebbe stato impeccabile dopo il primo atto meritorio, così sarebbe stato punito dopo la sua prima caduta. La sua lotta contro il peccato durerà quanto la sua vita: né il Battesimo, né la Cresima, né l’Eucaristia lo metteranno al riparo da questo nemico. Dovrà combattere ad ogni passo, ed in ogni momento potrà essere sconfitto. Ma grazie alla Penitenza, avrà una mano per rialzarsi dalle sue cadute, profittare delle sue sconfitte, trasformare in fonti di merito gli stessi peccati, dei quali tutti sarà spogliato. Solo la misericordia infinita del Cuore di Gesù poteva compiere tali meraviglie.

Penitenza: riconciliazione di due opposti interessi

La prima meraviglia operata dal Cuore di Gesù nel Sacramento della Penitenza è la perfetta riconciliazione dei due interessi che gli uomini hanno sempre visto come inconciliabili: quello della gloria di Dio e quello dell’uomo peccatore. La conservazione della legge e la salvezza del trasgressore. La riparazione del crimine e la conservazione del criminale. Prima di Gesù Cristo, come dopo di Lui, gli uomini hanno cercato invano un bilanciere che permettesse loro di avere in equilibrio tali interessi contrapposti. Solo Gesù Cristo, Giustizia incarnata, ha trovato l’equilibrio che gli uomini hanno cercato invano. E lo ha stabilito con un Sacramento che sembrava tendere alla distruzione di ogni santità e giustizia. Supponiamo che un sovrano abbia una legge promulgata in tutto il suo impero che assicuri l’impunità a ladri, assassini, adulteri e criminali di ogni genere, a condizione che, essendo sinceri e pentiti, confessino i loro crimini, nel più inviolabile segreto, ad un magistrato per questo scopo prescelto. La supposizione è assurda. Ammettiamo, però, che sia così. Chi non crederebbe di vedere in una tale legge il sacrificio di tutti i diritti legittimi, la sanzione di tutti i crimini e gli eccessi, la rovina di tutte le istituzioni sociali? Ebbene, Gesù Cristo non ha avuto paura di promulgare una legge così umanamente assurda, ma che non ha cessato di essere in vigore nella Chiesa Cattolica. Nessun crimine, nessun misfatto è esente dal beneficio di questa legge. Non è stato posto alcun limite alla reiterazione del perdono. L’impunità è assicurata in anticipo a tutti coloro che peccano, qualunque sia il numero e l’enormità delle loro offese, dal momento in cui vengono ad accusarsi con sincerità e con vero pentimento. Affinché questa condizione possa essere facilmente soddisfatta, il numero di magistrati incaricati di ascoltare le confessioni e di perdonare le colpe è in continuo aumento. Sono in ogni parte del mondo, in ogni città, in ogni paese e persino in quasi tutti i villaggi. Hanno l’incarico di non aspettare che i criminali vengano a cercarli, ma di andare loro incontro e di portare il perdono a casa loro, se i criminali trovano troppo dispendioso venire in tribunale. Devono ascoltare senza indignazione la narrazione dei crimini più abominevoli; mostrare compassione ai malvagi per i quali la prigione e il patibolo sarebbero pene molto blande. E dopo aver dimostrato la realtà delle più odiose violazioni della legge divina, la loro unica sentenza dovrebbe essere l’assoluzione, a meno che non la si rifiuti rinnegando volontariamente il pentimento. Come potrebbe funzionare una tale istituzione nella Chiesa senza distruggere completamente non solo la Chiesa, ma anche la legge divina su cui poggia?

La penitenza distrugge il peccato.

La potenza del Cuore di Gesù ha fatto questo miracolo! Un vero miracolo, anche se non unico. Aggiungete quindi a questo Sacramento un secondo, ancora più ammirevole, stupefacente. Sacrificare in apparenza tutti i suoi diritti per la salvezza del peccatore, la giustizia misericordiosa di Dio ha guardato, più efficacemente della giustizia degli uomini, alla distruzione del peccato. Con esso, il Sacramento che sembrava essere l’abolizione della legge è, al contrario, la sua salvaguardia e il suo più potente sostenitore. Lungi dal moltiplicarsi dei crimini, ne ha distrutto le radici più profonde. Perché, ovunque sia stato in vigore, ha reso inutilizzabili non solo le guarnigioni, ma anche le carceri. Basta un momento di riflessione per convincersi che debba essere proprio così. Quali sono le cause del crimine? Non sono forse le passioni disordinate, i cattivi sentimenti del cuore? Lascite germogliare una brutta passione nel profondo dell’anima senza ostacoli, e presto vedrete i suoi frutti velenosi germogliare verso l’esterno. Mancherà solo un’occasione favorevole per far scoppiare il crimine. Le considerazioni umane potranno fermare per qualche tempo le eruzioni del vulcano che ruggisce al suo interno. Ma presto questa diga troppo debole non sarà in grado di contenere la colata lavica in aumento. Sfonderà improvvisamente l’ostacolo, e guai a chi lo ostacola! Per distruggere il crimine è necessario scendere nelle profondità dell’anima e prosciugare la sorgente di questo torrente devastante. Per preservare la società dal contagio del vizio è necessario purificare il cuore dal veleno delle passioni depravate. Questo fa e farà sempre con ineffabile efficacia il Sacramento della Penitenza. Esso obbliga il peccatore a penetrare nei recessi della sua coscienza per riconoscere e distruggere non solo gli atti criminali esterni, ma anche i desideri ed i pensieri più intimi che li suscitano. Poiché il penitente si esporrebbe all’illusione se fosse il solo a istruire la sua causa, gli viene dato il Sacramento della Penitenza da un aiutante istruito, gentile e disinteressato, incaricato di vegliare sugli interessi della legge divina e su quelli della sua anima. Con l’aiuto di questo intimo consigliere, egli può scoprire nel suo cuore tutti i semi che sono stati messi nel terreno e rimuoverli prima che portino i frutti della morte. Se sono germogliati, la Penitenza li strappa via e ne impedisce la rinascita. Sotto la sua influenza, il peccatore prende contro se stesso gli interessi della legge. Si fa da sé proprio giudice, e la punizione interiore che impone a se stesso è più efficace, più santificante e più salutare di tutte le punizioni esterne. Potremmo giustamente dire di questo Sacramento che è in realtà un’ammirevole salvaguardia degli interessi della legge. Infatti, non c’è peccato o crimine, per quanto abominevole, che non sopporti e non perdoni. Ma perdonando il peccatore distrugge il peccato. Colui che viene giustiziato dalla misericordia divina, assolto dal Tribunale della Penitenza, si trasforma in un uomo completamente nuovo: da colpevole è diventato veramente un santo, poiché ha appena acquisito la grazia santificante. La penitenza trasforma il male in merito. La misericordia del Cuore di Gesù in questo Sacramento si estende a molto di più. Non solo distrugge tutte le iniquità, ma trasforma i mali in merito e ci fa trovare, anche nella morte, un mezzo di vita. Quando il peccato è entrato nell’anima ha tolto tutti i suoi meriti, perché il merito è il diritto alla vita eterna, che non può sussistere in un’anima condannata alla morte eterna. Ma questi meriti non sono stati distrutti in modo tale da non poter essere rianimati. Avevano cessato di esistere nella persona del loro legittimo possessore, che, rinunciando ad essi, diventava incapace di rivendicarli. Ma anche quando cessano di esistere nella sua persona, rimangono indelebili nella mente di Dio. Così, quando nella Penitenza il possessore di questi meriti torna in vita, essi rinascono con lui e riportano alla sua anima i frutti immortali. Il peccatore si trova in ascesa e ricco com’era prima di cadere. Ma il Cuore di Gesù non si accontenta di questo: vuole che il perdono sia un anticipo, e che il peccato, di cui si confessa colpevole, sia l’occasione e la questione di nuovi meriti. Infatti, il Sacramento che perdona i suoi peccati produce con la sua stessa virtù un aumento di grazia santificante. Ciascuno degli atti soprannaturali che il penitente compie è accompagnato da un aumento di questa grazia proporzionale al fervore con cui li compie. Ora, ad ogni grado di grazia santificante ne corrisponde uno di merito e di gloria per tutta l’eternità.

Conclusione.

Non è senza ragione che attribuiamo questi miracoli di misericordia in modo speciale al Cuore di Gesù. Per Lui, e Lui solo, è sia l’inizio immediato che la causa remota dei buoni effetti prodotti dal Sacramento della Penitenza. Il sacerdote è l’interprete e lo strumento del Cuore di Gesù. L’assoluzione che egli pronuncia non sarebbe altro che una formula vana se non fosse ratificata dal Cuore Divino e se non mandasse all’anima del peccatore l’unica cosa che può purificarla: la grazia. Questa non è altro che l’applicazione degli infiniti meriti acquisiti dai dolori e dall’agonia del Cuore di Gesù. Solo questo può spiegare ciò che altrimenti sarebbe inspiegabile. Se è così facile per noi espiare i nostri crimini è perché il Cuore di Gesù ha espiato per tutti loro ed ha offerto un prezzo sovrabbondante per ognuno di loro. La facilità del perdono non solo non ci renderà meno odiose le nostre colpe, o pentiti meno amareggiati, ma al contrario, ci farà concepire un dolore mille volte più vivo. Non avviciniamoci mai a quel tribunale della misericordia senza ricordare quella terribile notte del Getsemani, in cui il Cuore di Gesù fu tanto schiacciato che un sudore di sangue fuoriuscì da tutto il suo corpo, gli inzuppò le vesti e inondò il suolo. Questo stesso sangue è versato su di noi. E non saremo forse penetrati dall’orrore più vivido, quando lo riceviamo sopra la nostra testa, dal peccato che lo ha fatto germogliare? Ma come possono tanti uomini mostrare così poca gratitudine a questo capolavoro della Sua misericordia? Come possono rifiutare i mezzi infallibili per riconquistare la pace per le loro anime? Misteri di cecità ed ingratitudine non meno impenetrabili di quelli della bontà divina!

Capitolo X

Il CUORE DI GESÙ E L’ESTREMA UNZIONE

L’Estrema Unzione rispetto agli altri Sacramenti.

Nel Sacramento della Penitenza il Cuore di Gesù dispiega tutte le ricchezze della sua misericordia. Prepara la nostra debolezza ad un copioso riscatto e non pone limiti al perdono. Tuttavia, anche se l’anima riacquista la grazia, può non ritrovare la pienezza della sua forza. Questa debolezza potrebbe essere fatale nella battaglia finale: l’agonia che porta all’eternità. È stato quindi degno della bontà e della saggezza del nostro Capo, l’offrirci un ultimo soccorso per questa crisi. Lo ha fatto attraverso l’Estrema Unzione. La penitenza è un secondo Battesimo. L’Estrema Unzione può essere considerata come una seconda Confermazione. La ragione di questa somiglianza tra questi Sacramenti è la grande analogia dei loro effetti. L’unzione del santo crisma nella Cresima prepara i Cristiani alle lotte della vita, l’unzione dell’olio santo nell’Estrema Unzione li prepara alle lotte della morte. La prima dona all’anima la perfezione della grazia santificante, la seconda la prepara a ricevere la perfezione molto più alta della gloria. Come la pienezza della vita cristiana conferita dalla Cresima è un’emanazione del Cuore di Gesù, così la grazia di una morte cristiana, data dall’Estrema Unzione, scaturisce unicamente dalla carità del Cuore Divino.

Significato e scopo della morte.

Prima di tutto, è necessario comprendere il significato e lo scopo della morte. Questa non è altro che una temporanea riparazione per il peccato, così come l’inferno è la sua eterna espiazione. A causa del peccato, l’uomo nega a Dio il suo titolo di Signore sovrano e di fine eterno. È proprio in questa ribellione volontaria contro Dio, non nell’atto materiale in sé, che consiste la malizia del peccato. Per quanto disordinato possa essere di per sé questo atto, non sarebbe peccato se si ignorasse che è contrario alla volontà di Dio. Ma dal momento in cui l’uomo vuole volontariamente togliere il suo essere dal dominio sovrano di Dio, l’infinita maestà del Creatore esige una riparazione, che gli offriamo offrendogli la morte. La morte, infatti, distrugge l’opera del peccato sulla terra. Essa manifesta il supremo dominio di Dio, prostrando ai suoi piedi l’essere orgoglioso e insolente che aveva osato sollevarsi contro di Lui. È proprio la manifestazione del potere assoluto di Dio attraverso la distruzione di tutto ciò che vi si può opporre, che le religioni hanno voluto mostrare con i sacrifici. L’uomo ha sempre creduto che fosse necessario placare Dio offrendogli vittime la cui immolazione era la figura del suo stesso sacrificio. Dio accetta il simbolo, poiché i sacrifici simbolici sono un atto di religione gradito ai suoi occhi, perché vogliono ristabilire l’ordine distrutto dal peccato. Ma quest’ordine non può essere pienamente ristabilito fino a quando il peccato non sarà punito nell’essere che lo ha commesso. La morte è l’unico sacrificio completo, l’atto supremo della Religione, l’ultima ed indispensabile preparazione dell’uomo peccatore alla sua eterna unione con Dio.

La morte è convertita dal Cuore Divino in un sacrificio di grazia e di consolazione.

Si guardi fino a che punto arriva la bontà e la misericordia del Cuore di Gesù! Questo sacrificio di giustizia e di vendetta è convertito dal Cuore Divino in un sacrificio di grazia e di consolazione per i Cristiani. Come ha divinizzato la nostra vita, Egli divinizza pure la nostra morte. Non sappiamo forse che Egli abbia comunicato una dignità e una virtù divina a tutti coloro di cui si è rivestito per la nostra salvezza? Cosa manca, dunque, perché anche la nostra morte sia divinizzata? Che il Figlio di Dio la prenda come ha preso la nostra natura; che, dopo essere sceso sulla terra, scenda nella tomba e muoia per noi dopo essere nato per noi. Così ha fatto! Ha preso la nostra morte, e l’ha presa per noi, perché Egli era immortale. E così, come ha abbracciato tutte le infermità prendendo la nostra natura, ha voluto anche assaporare tutta l’amarezza e i terrori della nostra morte; con l’intento che queste paure ed agonie siano per noi flussi di grazia e strumenti di vittoria. Anche in questo ha seguito un piano: Egli ci salva, non preservandoci dagli attacchi del male, ma dandoci la forza di sostenere i suoi assalti e superare i suoi sforzi. Lascia i nostri nemici interamente liberi e ci dà la gloria di vincerli combattendo e sconfiggendoli Egli stesso con noi. Per questo Gesù ha voluto soffrire, prima di morire, tutti i dolori e i terrori dell’agonia. Tutto ciò sarebbe estremamente inconcepibile in un Dio, se non tenessimo conto del fatto che si è fatto uomo per essere il Capo dell’umanità, e che ha pagato tutti i nostri debiti. Il primo di questi è stato proprio la morte, e quindi era giusto che Lui la pagasse per noi e ci mettesse in condizione di pagarla con Lui. Quando si immerse nelle acque del Giordano, vi seppellì i nostri crimini. Immergendosi nell’Orto degli Ulivi, nell’oceano amaro dell’agonia, ha dato a queste amarezze la virtù di santificare l’agonia e la morte dei suoi fratelli. Di Lui è stato scritto che riceviamo tutto dalla sua pienezza, per grazia. Vivendo per noi ha acquistato per noi la grazia di vivere con Lui, e morendo per noi ha ottenuto per noi la grazia di morire con Lui. Era molto giusto che, per riversare su di noi i tesori di meriti che Egli ha accumulato nell’amarezza della sua agonia, usasse un canale particolare, il Sacramento dei morenti: l’Estrema Unzione.

Effetti dell’Estrema Unzione

La materia di questo Sacramento è mirabilmente scelta per indicare i suoi effetti. L’olio è una sostanza che illumina, fortifica, ammorbidisce ed è usato per ogni tipo di consacrazione. Produce nell’anima del Cristiano che sta per lasciare questo mondo tutti questi effetti: lo illumina spiritualmente, gli fa vedere la verità delle cose, scoprendo il nulla di ciò che accade, il prezzo dei beni eterni, il male del peccato, il bene della morte. Chi non ha ammirato quell’improvvisa chiarezza che brilla negli occhi dei Cristiani morenti, unti con l’olio santo e alla cui presenza le grandi illusioni si dissipano come una nuvola? Da dove possono venire questi raggi luminosi così improvvisi, se non dal Cuore di Gesù e dalla spaventosa oscurità in cui si è avvolto per amore nel Getsemani e sul Calvario? L’olio santo fortifica l’atleta di Gesù Cristo nel momento in cui sta per sostenere l’ultimo combattimento. Forse fino ad allora è fuggito dalla lotta, forse purtroppo ha ceduto. Tuttavia, egli non può essere esonerato dalla legge universale di non raggiungere la corona senza ottenere la Vittoria. Gli viene presentata una lotta con la quale può recuperare ciò che gli è mancato in tutti gli altri combattimenti, una vittoria decisiva che annullerà tutte le sue sconfitte. Ma la sua natura svanisce, la sua energia si esaurisce e tutto il suo essere è avvolto dal terrore della morte. Dove trovare le armi e l’incoraggiamento necessario per sconfiggere i suoi avversari? Nei tesori del Cuore di Gesù, i cui meriti gli saranno comunicati dall’olio sacro dell’Estrema Unzione. Non appena la santa unzione si sarà estesa attraverso le sue membra, egli potrà dire con l’Apostolo: « Quando più debole mi sento, è allora che sono più potente ». La sua amarezza non sarà diminuita, ma da queste torture scaturirà una fonte di pace e di consolazione. Insieme al Cuore di Gesù morente ripeterà la preghiera dell’Orto degli Ulivi: « Padre mio, se è possibile, passi questo calice da me. Ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua. » L’olio non è solo un principio di forza, ma serve anche per ammorbidire: è uno dei principali lenitivi. Un effetto simile è prodotto dall’olio santo nell’anima del Cristiano morente. Spesso elimina gli orrori della morte, e proprio in coloro che ne avevano con più intensità durante la sua vita, questo effetto appare con maggiore evidenza. Se nell’ultima ora si gode una pace che non si è goduta mai, sappiate che lo dovete al misterioso terrore del Cuore di Gesù: « Non pensavo – diceva un santo religioso – che fosse così dolce morire. Non avevo mai pensato che ad ogni amarezza sofferta dal Cuore di Gesù corrispondesse una nostra dolcezza: grazia per grazia ». L’olio è il mezzo universale di consacrazione. Si usa per ungere sacerdoti e re. È proprio per questo motivo che si usa per ungere il Cristiano nel momento in cui sta per offrire il suo ultimo sacrificio e conquistare definitivamente la sua eterna regalità.

Il Cristiano è, sul letto di morte, sia sacerdote che vittima.

Come Gesù sulla croce, il Cristiano è sul letto di morte, sacerdote e vittima allo stesso tempo. I due uomini che egli porta in grembo dal giorno del suo Battesimo, l’uomo del peccato e l’uomo della grazia, saranno definitivamente separati. La loro separazione non può che consumare la glorificazione dell’uomo di grazia nella misura in cui essa consuma la immolazione dell’uomo del peccato. L’Estrema Unzione prepara il membro di Cristo a compiere, con il suo Capo Divino, una gloriosa quanto dolorosa immolazione. Ogni volta che si avvicinava all’altare, annunciava la morte del Salvatore e si univa misticamente al Suo sacrificio. Ora è necessario riprodurlo realmente per poterne raccogliere tutti i frutti. Nel ricevere l’ultima unzione, si prepara, come membro della razza prescelta, della nazione santa, della tribù reale e sacerdotale, a compiere l’ultimo atto delle sue funzioni sacerdotali. Ma questa unzione è molteplice: si applica ai cinque sensi, ai reni e ai piedi. Perché? Perché nello stesso tempo che consacra il Cristiano come sacerdote, e gli dà la forza di consumare il suo sacrificio, lo consacra anche come vittima, e prepara il suo corpo alla gloriosa trasformazione che lo attende. Aveva violato la legge con tutti i suoi sensi, i suoi poteri affettivi e le sue forze motrici gli erano serviti come strumenti di peccato: vittime che la morte immolerà. Ma poiché questo sacrificio deve essere un sacrificio d’amore, la santa unzione purifica la vittima prima della sua immolazione, figura questa della beatificazione che si realizzerà nella prossima vita. Molto presto quegli stessi occhi, quegli stessi orecchi, quello stesso corpo, quella stessa anima, che la mano del sacerdote prepara con l’ultima unzione per sopportare con fede ed amore gli attacchi della morte, saranno inondati dall’olio della gioia, il balsamo della vita eterna.

Capitolo XI

IL CUORE DI GESÙ E L’ORDINE

L’Ordine nel piano del Cuore di Gesù.

Darla agli uomini, attraverso il Battesimo, aumentarla con la Cresima, offrirgli il cibo divino nell’Eucaristia, restaurarla con la Penitenza e l’Estrema Unzione, sono tanti benefici del Cuore di Gesù, tanti canali attraverso i quali si distribuisce la grazia soprannaturale di cui Egli possiede la pienezza. Affinché questi canali non si esaurissero mai e affinché questi benefici fossero a disposizione delle anime fino alla fine dei tempi, era necessario che Egli scegliesse sulla terra ausiliari e cooperatori, per dare ai figli degli uomini non solo il potere di raggiungere la filiazione divina, ma anche di dare figli a Dio. Bisognava renderli capaci di comunicare la vita di Dio, di distribuire il suo Spirito, di far risorgere le anime, di far crescere il loro corpo mistico, e quindi di far crescere Dio stesso, anche se non è di per sé soggetto a qualsiasi crescita. Questa è la meraviglia delle meraviglie che Gesù ha compiuto sulla terra istituendo il Sacramento dell’Ordine. Alle creature di tutti i regni della creazione, Dio concede l’onore di lavorare con Lui. Non solo li rende partecipi del suo essere, ma vuole anche che partecipino alle sue opere. Così li unisce l’uno all’altro, e rende l’universo nel suo insieme così concatenato e armonioso. Egli lavora ovunque, ma in nessuna parte da solo. Egli muove tutti i corpi, ma lo fa attraverso l’azione di altri corpi. Illumina le intelligenze, ma in genere fa intervenire altre intelligenze. Dà vita a tutti gli esseri viventi, ma richiede la collaborazione di altri esseri viventi. Dio Figlio ha voluto seguire nella redenzione una dinamica simile a quello di Dio Padre nella creazione. Anche se avrebbe potuto fare tutto da solo, voleva avere dei collaboratori. Ha concesso agli uomini l’onore di aiutarlo a produrre la vita soprannaturale, la cui unica focalizzazione e fonte inesauribile è nel suo Cuore. Da Lui, e da Lui solo, gli Apostoli ricevono l’impulso e la forza per far nascere le anime, i Dottori per illuminarle, i Pastori per nutrirle. E attraverso l’opera dei vari cooperatori e il fedele adempimento dei loro ministeri, che le anime vengono santificate e il Corpo mistico del Salvatore cresce. Così il mondo soprannaturale diventa più vario e bello, e l’edificio divino si avvicina sempre più alla perfezione.

Il sacerdote è “Alther Christus”.

Se vogliamo sapere che cosa sia un Sacerdote nella Chiesa, dobbiamo prima di tutto immaginarlo come il luogotenente di Gesù Cristo, come il suo interprete e ministro, e non solo a parole, come un altro Gesù Cristo. Perché non c’è una delle funzioni divine esercitate da Gesù Cristo sulla terra che non sia esercitata anche dal Sacerdote. E non esiste un potere divino conferito al Figlio di Dio dal Padre, che il Figlio di Dio non abbia delegato ai suoi Sacerdoti. Come Lui e attraverso di Lui, essi sono per gli uomini, i loro fratelli, la verità, la via e la vita: tre funzioni in cui si riassume la missione del Salvatore. Gesù Cristo, infatti, è prima di tutto la verità, la luce del mondo, un titolo che gli si dà e che gli è dovuto. Solo Lui ha istruito gli uomini su tutti i grandi problemi, la cui soluzione è di fondamentale importanza per essi. Ma, allo stesso modo, dice ai suoi Apostoli: voi siete la luce del mondo! Se il Verbo divino è la luce che illumina, i Sacerdoti sono le torce con il quale, unico  mezzo, si diffonde la chiarezza. Gesù Cristo è la via e la porta del cielo: chi non entra da questa porta sarà per sempre escluso dalla vita. Chi non segue questa strada, inevitabilmente si smarrirà. Non è solo il Sacerdozio che può mostrare questa via e aprire questa porta? Non ha ricevuto, nella persona del suo Capo, le chiavi del cielo? Gesù Cristo non ha forse dato l’assicurazione che: tutto ciò che legherete in terra sarà legato in cielo e tutto ciò che scioglierete in terra sarà sciolto in cielo? Non vi ha affidato l’interpretazione dei suoi precetti? Non ha forse detto che avrebbe considerato coloro che non avrebbero ascoltato i suoi ministri come ribelli contro la sua stessa autorità? Gesù Cristo è la vita e il Padre delle anime; il nuovo Adamo che genera per l’eternità, a coloro che Egli dapprima fa nascere alla vita vivendo la morte eterna. Non hanno forse i Sacerdoti il diritto di dire a tutti coloro che essi rigenerano con le acque del Battesimo e nutrono col pane eucaristico, quello che San Paolo diceva ai suoi discepoli: « Non sono solo il vostro maestro, ma anche vostro padre, perché vi ho veramente generati in Gesù Cristo »? Infine, Gesù Cristo risuscita le anime, le libera dalla morte del peccato, spezza le loro catene, ripristina la loro salute insieme alla vita, ed è per questo che merita il nome di Salvatore. Ma un tale potere divino, al cui confronto la resurrezione dei morti ha ben poco valore, non viene esercitato ordinariamente attraverso il ministero dei Sacerdoti? Il Sacerdote non pronuncia ogni giorno la parola che fu uno scandalo per i Giudei (perché sembrava loro propria ed esclusiva di Dio): Io ti assolvo, ti libero dal giogo di satana, ti do la vita che avevi perso, il cielo a cui non avevi diritto? Non invano Gesù Cristo disse ai suoi ministri quando ascese al cielo: « Come il Padre mio ha mandato me, così io mando voi ». Non sono vane le promesse che, se rimarrete uniti a Lui come il tralcio alla vite, darete molto frutto e farete opere simili alle sue, anzi più grandi delle sue. Il Sacerdozio ha compiuto questa missione divina e ha realizzato questa magnifica predicazione. Da quando Gesù è salito in cielo, i suoi Sacerdoti non hanno cessato di fare sulla terra le opere che Egli, nella sua vita mortale, ha compiuto; e hanno convertito incomparabilmente più peccatori, illuminato più infedeli, santificato più anime di quante ne abbia fatte Egli personalmente.

Il sacerdote ha potere sullo stesso Gesù Cristo.

Il Sacerdote è veramente un altro Gesù Cristo. Possiamo dire qualcos’altro? Sì, il potere che esercita su Gesù Cristo: il potere di comandare il Figlio dell’Onnipotente. Gesù Cristo, dalla sua Ascensione, ha tre vite: quella gloriosa in cielo, quella sacramentale nell’Eucaristia e quella mistica nelle anime. La gloriosa non può essere soggetta ad alcun potere, perché è elevata al di sopra di ogni principato e potere. Ma, per quanto riguarda le altre due vite, Gesù Cristo è del tutto subordinato al potere dei suoi Sacerdoti. È da loro che riceve la sua vita sacramentale, perché non scende sull’altare se non quando lo chiamano con le formule della Consacrazione. Egli è alla loro mercé e a loro disposizione come il più umile schiavo; con i loro orari stabiliti ed attende le loro consolazioni. Quando e come lo desiderano, con la maggiore o minore frequenza che conviene, riceverà sull’altare questa nuova esistenza. Quando vorranno toglierlo, si lascerà togliere senza mai mostrare alcuna resistenza. Avete mai visto un servo così docilmente sottomesso agli ordini dei suoi padroni? La schiavitù si definiva dicendo che lo schiavo era una cosa del suo padrone. L’Eucaristia è una delle cose di cui il Sacerdote può disporre a suo piacimento. Infatti, se rinchiude la vittima eucaristica in un oscuro tabernacolo, questa non farà nulla per uscire dagli angusti limiti della sua prigione. La lascerà quando vorrà, andrà dove vorrà, e camminerà in trionfo per le strade e per le piazze di una città, o per entrare in un lurido tugurio, luogo dove la povertà lotta disperatamente contro gli orrori della malattia. Per unirsi ad un’anima angelica o per esporsi ai baci sacrileghi di un nuovo Giuda. Tutte quelle cose che il Sacerdote comanderà a Gesù, Egli le farà come se non avesse altro pensiero, nessun altra volontà, nessun altro potere che non sia quello del suo ministro. Non meno importante è la dipendenza del Salvatore, per quanto riguarda la vita che Egli ha nelle anime. Essa gli appartiene e la stima più della sua vita sacramentale e corporea. Per darla a noi ed accrescerla senza interruzioni, è rimasto presente nell’Eucaristia e non ha esitato un attimo a sacrificare la vita naturale che il suo corpo riceve dall’anima, quando si è visto nella condizione di scegliere questa o quella soprannaturale. Non si può infatti negare che è molto più glorioso avere un corpo mistico composto da anime divinamente vivificate dal suo Spirito, piuttosto che un corpo fisico, i cui elementi materiali sono animati dalla sua anima. Ora, sia questa terza vita che la seconda vita, le riceve Gesù dai suoi Sacerdoti, e per la sua conservazione e crescita dipende dalla libera collaborazione dei suoi ministri. Un sacerdote zelante santificherà molte anime rispetto ad un altro negligente che le lascia languire nell’imperfezione e ad un altro malvagio che le porta alla perdizione. Gesù Cristo riceverà dal primo una vita che il secondo gli darebbe solo in parte, e che il terzo gli toglierebbe. Per mezzo di essi Egli nascerà nelle anime, crescerà, diventerà forte, sarà curato nelle sue infermità e raggiungerà in cielo il loro sviluppo perfetto. In questo modo inizia in tutti i Cristiani una nuova esistenza, esposta a molti pericoli, combattuta da tanti nemici come la prima, e molto più soggetta ai suoi ministri di quanto la sua vita mortale lo sia stata alla Vergine Maria. Non è quindi un’esagerazione dire che il Sacerdote partecipa veramente alla gloriosa maternità della Vergine; un’affermazione che possiamo corroborare con la parola del Salvatore stesso. Un giorno gli fu detto che sua madre e i suoi fratelli lo stavano aspettando: « Chi è mia madre – rispose il Salvatore – e chi sono i miei fratelli? »; e rivolgendosi ai suoi Apostoli: « Ecco – dice – mia madre e i miei fratelli; perché chi fa la volontà del Padre mio questi è mio fratello, mia sorella e mia madre. » La volontà di Dio Padre è la salvezza e la rigenerazione delle anime. Coloro che si dedicano alla realizzazione di questo desiderio del Signore, non sono solo i fratelli di Gesù Cristo, in quanto partecipano alla sua vita e acquisiscono diritti sul suo patrimonio celeste, ma anche « sua Madre », comunicando la sua vita alle anime e dando ad esse una vita completamente nuova.

L’Ordine è un Sacramento del Cuore di Gesù.

Vista alla luce di queste considerazioni l’incomparabile dignità del Sacerdozio cristiano, non dubitiamo che sia un Sacramento del Cuore di Gesù. Il Cuore Divino non ne è solo l’inizio, come per gli altri, ma non c’è nessuno al di fuori di Lui che possa dare a chi sente le spalle appesantite da un carico così formidabile, la forza di portarlo senza soccombere. Ogni potere porta con sé una responsabilità il cui peso è proporzionato alla sua portata e alla sua eccellenza. C’è solo una forza capace di portare un fardello così grande: quella dell’amore divino. Per attirare Gesù Cristo sulla terra e per riceverlo con dignità, il Sacerdote deve mostrargli un amore simile a quello che brucia nel cuore degli abitanti del cielo. Per farlo nascere nelle anime, egli deve essere consumato, come Maria, nelle fiamme il cui fulcro è l’adorabile Cuore di Gesù. Dio Padre ha voluto che la comunicazione della sua paternità fosse accompagnata da quella del suo amore. Sappiamo tutti quanto sia vivo questo amore negli animali che sono insignificanti e deboli di per sé. E se la paternità animale pura è accompagnata da un vero e proprio abbandono, che dire allora della paternità spirituale? Colui che è stato scelto per dare la vita di Dio non amerà forse gli uomini con amore divino? Se l’amore paterno per gli uomini è sufficiente perché essi sopportino i fardelli della paternità umana, ci sarà pure un amore che dia la forza ai ministri di Gesù Cristo di compiere i loro doveri e di uscire illesi dai pericoli che la paternità divina conduce con sé. Non sorprende che Dio abbia proibito qualsiasi altra paternità a coloro che sono investiti da questa incomparabile paternità. La capacità di amare che il cuore di un uomo contiene non è eccessiva, per adempiere a tutti gli obblighi che il Sacramento impone a chi ha ricevuto un tale temibile onore. Per rappresentare davanti alle anime l’infinitamente amorevole Dio che è morto per loro, il Sacerdote deve essere distaccato da tutto ciò che può ridurre le sue forze e impedirgli di dare la vita per le anime a lui affidate. Come può il Sacerdote far capire e fare amare agli uomini l’eccelsa paternità attribuitagli? Per portare a termine il suo compito e attirare le moltitudini ostili, non ha altro rimedio che rinfrescarsi alla fonte del suo Sacerdozio, e attingere dal Cuore di Gesù un amore più ardente di tutti gli odi ed uno spirito di abnegazione in cui tutte le ostilità siano infrante. L’unione con il Cuore di Gesù, che per i Cristiani è il mezzo più efficace di santificazione, è per il Sacerdote la principale condizione di successo nel suo temibile ministero e l’unica garanzia di trionfo nella lotta feroce che deve sostenere. I fedeli non dimentichino: il trionfo del Sacerdozio è il trionfo della Chiesa e i pericoli che minacciano i pastori sono i peggiori e più formidabili attacchi al gregge.

https://www.exsurgatdeus.org/2020/06/11/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-14/

SALMI BIBLICI. “DOMINE, EXAUDI ORATIONEM MEAM; AURIBUS” (CXLII)

SALMO 142: DOMINE, EXAUDI ORATIONEM MEAM; auribus…

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 142

Psalmus David, quando persequebatur eum Absalom, filius ejus.

 [1] Domine, exaudi orationem meam; auribus

percipe obsecrationem meam in veritate tua; exaudi me in tua justitia.

[2] Et non intres in judicium cum servo tuo, quia non justificabitur in conspectu tuo omnis vivens.

[3] Quia persecutus est inimicus animam meam, humiliavit in terra vitam meam; collocavit me in obscuris, sicut mortuos sæculi.

[4] Et anxiatus est super me spiritus meus; in me turbatum est cor meum.

[5] Memor fui dierum antiquorum: meditatus sum in omnibus operibus tuis, in factis manuum tuarum meditabar.

[6] Expandi manus meas ad te; anima mea sicut terra sine aqua tibi.

[7] Velociter exaudi me, Domine; defecit spiritus meus. Non avertas faciem tuam a me, et similis ero descendentibus in lacum.

[8] Auditam fac mihi mane misericordiam tuam, quia in te speravi. Notam fac mihi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam.

[9] Eripe me de inimicis meis, Domine; ad te confugi.

[10] Doce me facere voluntatem tuam, quia Deus meus es tu. Spiritus tuus bonus deducet me in terram rectam.

[11] Propter nomen tuum, Domine, vivificabis me; in aequitate tua, educes de tribulatione animam meam;

[12] et in misericordia tua disperdes inimicos meos, et perdes omnes qui tribulant animam meam, quoniam ego servus tuus sum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLII

Davide, nella persecuzione di Assalonne, conoscendo il proprio peccato, lo deplora e invoca la misericordia di Dio. È Salmo penitenziale, che insegna ai veri penitenti la norma di pregare.

Salmo di David, quando lo perseguitava Assalonnesuo figlio.

1. Signore, esaudisci la mia orazione; porgi le orecchie alle mie suppliche secondo la tua verità; esaudiscimi secondo la tua giustizia.

2. E non entrare in giudizio col tuo servo; dappoiché nessun vivente sarà riconosciuto per giusto al tuo cospetto.

3. Perché il nimico ha perseguitato l’anima mia; ha umiliata la mia vita fino alla terra.

4. Mi ha confinato in luoghi tenebrosi, come i morti da gran tempo; ed è involto nell’affanno il mio spirito, il mio cuore si è conturbato dentro di me.

5. Mi son ricordato dei giorni antichi, ho meditate tutte le opere tue; meditava le cose fatte dalle tue mani.

6. A te io stesi le mani mie; l’anima mia è a te come una terra priva d’acqua.

7. Esaudiscimi prontamente, o Signore; è venuto meno il mio spirito. Non rivolger la tua faccia da me, perché  sarei simile a que’ che scendono nella fossa.

8. Fa ch’io senta al mattino la tua misericordia, perché in te ho sperato. Fammi conoscer la via che ho da battere, perché a te ho elevata l’anima mia.

9. Liberami, o Signore, da’ miei nemici, a te son ricorso; insegnami a far la tua volontà. Perché mio Dio se’ tu.

10. Il tuo spirito buono mi condurrà al diritto cammino, pel nome tuo, o Signore! Mi  darai vita secondo la tua equità.

11. Trarrai dalla tribolazione l’anima il e per tua misericordia manderai dispersi il nemici.

12. E dispergerai tutti coloro che affliggono l’anima mia perché tuo servo son io.

Sommario analitico

Davide, considerando la spada della giustizia di Dio sospesa sulla sua testa, durante la ribellione di suo figlio Assalonne, non osando invocare alcun merito personale, mette tutta la sua fiducia nella misericordia di Dio. Davide è qui la figura di ogni peccatore penitente.

I. Egli chiede a Dio di essere esaudito, e riporta diverse ragioni in appoggio della sua preghiera:

1° egli prega di esaudirlo, secondo la verità delle sue promesse e l’equità della sua giustizia (1);

2° perché se Dio entra in discussione ed in giudizio con lui, nessun uomo vivente sarà giustificato davanti a Lui (2);

3° perché egli è stato perseguitato ed umiliato profondamente dal suo nemico, dal demonio (3);

4° perché è stato gettato nell’oscurità e nelle tenebre, come i morti da secoli;

5° perché la sua anima è stata piena di turbamenti, ansia ed angoscia (4).

II. – Davide ci insegna come abbia iniziato ad uscire da questo infelice stato:

1° ha passato in rassegna il ricordo della grandezza e delle misericordie di Dio;

2° ha considerato attentamente tutte le sue opere (5);

3° ha steso le sue mani verso Dio per ottenere che irrorasse con la sua grazia e rendesse feconda tutta la terra arida dell’anima sua (6);

4° egli prega Dio di non tardare nel soccorrerlo, a causa dell’estremità alla quale si trova ridotto (7).

III. – Egli chiede a Dio di fargli sentire senza indugi gli sforzi della sua misericordia (8), e di insegnargli la sua volontà:

1° facendogli conoscere la via celeste per la quale l’anima può giungere fino a Lui (8);

2° rompendo i legami nei quali i suoi nemici lo tenevano prigioniero (9);

3° insegnandogli come debba camminare in questa via (10);

4° chiedendo come sua guida lo Spirito-Santo, affinché non si allontani dalla via (10);

5° dandogli la vita e la forza necessaria per non cadere lungo il cammino (11);

6° liberandolo da tutte le sue tribolazioni e da tutti i suoi nemici perché egli è suo servo (12, 13).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1, 2. – Qua è la natura di questa preghiera? È questo un punto che gli uomini esaminano con cura per cui non si raccolgono in preghiera se non quando sembri loro giusto e legittimo. Ma cosa si domanda ordinariamente quando ci si rivolge agli uomini? Onori, ricchezze, la loro protezione contro l’ingiustizia; lo stesso avviene nel sollecitare i giudici nelle cose che oltrepassano il loro potere. Ma noi, al contrario, chiediamo a Dio la remissione dei nostri peccati, e facciamo ricorso alla preghiera, quando non abbiamo potuto ottenere perdono dal giudice interiore, cioè dalla nostra coscienza, che non ci lascia riposo alcuno. (S. Chrys.) – Cosa fate o Profeta? Voi dite in un istante: « Non entrate in giudizio con il vostro servo, perché nessun uomo vivente sarà giustificato davanti a voi, » e domandate qui di essere esaudito secondo le regola della giustizia? Egli non parla qui della sua giustizia; egli dirà anche, nel versetto seguente che, comparata a quella di Dio, essa non è nulla. La giustizia di cui qui si vuol parlare è la bontà. La giustizia degli uomini è senza misericordia, ma non è così la giustizia di Dio. La misericordia in Lui si trova sempre mescolata alla giustizia, ed in proporzione tale che la giustizia prenda nome di bontà. (S. Chrys.).  Egli implora dunque la giustizia divina, che si esercita propriamente in questo mondo con la misericordia, perché perdonando al peccatore, Dio usa del diritto supremo  che ha di cancellare i peccati e ristabilire la giustizia in un’anima che si era resa colpevole. –  Chi sono coloro che vogliono entrare in giudizio con Dio, se non coloro che, non conoscendo la giustizia di Dio, pretendono di stabilire la propria giustizia. « Perché, essi dicono, abbiamo digiunato e non l’avete visto? Perché tenuto la nostra anima nelle privazione e non l’avete saputo? » (Isai. LVIII, 3). È come se gli dicessero: noi abbiamo fatto ciò che avete comandato, perché non ci rendete ciò che avete promesso? Dio vi risponde: perché voi riceviate ciò che ho promesso, io ve lo darò; affinché voi fissiate di che meritare ciò che ho promesso, io ve l’ho dato … è dunque con ragione che l’uomo umile dice a Dio: « Non entrate in giudizio con il vostro servo; » non abbiamo infatti da dibattere tra noi; io non voglio avere processo da Voi, perché non abbia a mettere avanti la mia giustizia, e Voi non mi convinciate della mia iniquità. (S. Aug.) – « Non entrate in giudizio con il vostro servo. » Perché questo? « Perché nessun uomo vivente potrà giustificarsi davanti a Voi. » Che bisogno c’è di parlare di me, di questo, di quello? Non c’è alcun uomo sulla terra che possa essere trovato giusto, se entra in discussione con Voi sui comandamenti che gli avete imposto; il vostro trionfo è dunque completo. (S. Chrys.) – Quale speranza ci resterà, se Dio volesse giudicarci secondo le regole severe della sua giustizia, se esigesse che l’innocenza della nostra vita fosse in rapporto con la sua infinità santità? Chi è tra i mortali colui che potrebbe essere giustificato in presenza di Dio, allorché la collera, il dolore, la lussuria, l’ignoranza, l’oblio, la necessità, venisse a mescolarsi in tutte le sue azioni, con una sequenza naturale della debolezza del corpo o delle agitazioni di un’anima mobile ed incostante, allorché tutti i giorni è minacciato da un implacabile nemico, il demonio, che tende trappole all’anima fedele e la perseguita fino alla morte? (S. Hil.). – Noi dobbiamo temere che Dio entri con noi in giudizio: 1° a causa delle macchie e dei resti funesti che i peccati passati hanno lasciato nella nostra anima; – 2° A causa dei peccati attuali che non cessiamo di commettere; – 3° a causa delle imperfezioni anche delle buone opere; – 4° perché queste buone opere, quali siano, sono in numero troppo piccolo rispetto alle grazie che noi abbiamo ricevuto; – 5° perché Dio ci chiederà conto rigorosissimo di queste grazie; 6° perché l’uomo non sa se è degno di amore o di odio,  e colui al quale la sua coscienza rende testimonianza la più favorevole non può tuttavia essere sicuro di essere senza macchia davanti a Dio.   

ff. 3, 4. – Il Profeta dipinge qui le tristi sequel del peccato in un’anima che è stata perseguitata, perseguita, e vinta dal demonio. – I nemici della salvezza cominciano col perseguitarla, molestarla, presentandole mille occasioni di cadute, moltiplicando le tentazioni. – Essi la curvano interamente verso terra, e la umiliano piombandola nel fango delle passioni e nell’abisso del peccato: « Avevo altre volte delle ali e prendevo liberamente il mio volo; ora, il mio nemico, il demonio, ha perseguitato la mia anima, se ne è impadronita, ne ha legato piedi e mani, come un uccello che, caduto in potere dell’uomo, sembra come morto, perché non ha più la libertà di volare; è così che il mio nemico mi ha legato con la coscienza dei miei peccati. » (S. Gerol.). – Essi diffondono nell’anima delle tenebre dense che fanno considerare i falsi beni come dei veri beni; che gli nascondono i precipizi, affinché vi cada, ed il cammino del cielo per paura che vi entri. San Paolo ci dipinge queste tenebre spirituali, allorquando dice, parlando dei pagani: « Essi camminano nella vanità dei loro pensieri, hanno lo spirito pieno di tenebre, e sono interamente allontanati dalla vita di Dio, a causa dell’ignoranza che è in loro, e l’accecamento del loro cuore. » (Ephes. IV, 17, 18) – « Tribolazione, angoscia, per l’anima di ogni uomo che fa il male. » (Rom. II, 9). Il torbido si impossessa di tutte le sue facoltà; il suo spirito, creato per un fine più nobile, cade nel disgusto, nella noia; il suo cuore, divenuto il trastullo delle passioni, è il centro dei movimenti più tempestosi. Questo turbamento della coscienza, è la risorsa contro il peccato: se il peccatore vuol profittarne, il demonio non  lo ispira più, ma se ne serve per portare l’uomo alla disperazione.

II. — 5-7

ff. 5-7. – È una grande consolazione conoscere nello stesso tempo il passato ed il presente; perché come il mondo attuale è governato dalle stesse leggi divine delle generazioni che ci hanno preceduto, il ricordo degli avvenimenti antichi è una delle più dolci consolazioni per il presente. (S. Crys.). Ricordiamoci, dunque, in mezzo alle nostre prove, delle meraviglie che Dio ha operato nei secoli passati, in favore di coloro che hanno fatto ricorso a Lui. Quando il demonio si sforza di abbattere il nostro coraggio con il ricordo delle nostre colpe, meditiamo le grandi misericordie di Dio su coloro che hanno sinceramente rinunziato ai loro peccati. – Come la terra dura e disseccata sembra domandare la pioggia, solo esponendo al cielo la sua aridità, così l’anima, esponendo i suoi bisogni a Dio, lo prega veramente. È ciò che qui dice Davide: Ah! Signore, io non ho bisogno di pregarvi, è il mio bisogno che vi prega, la mia necessità vi prega, tutte le mie miserie e tutte le mie debolezze vi pregano: « La mia anima è davanti a Voi come terra arida e senza acqua. » (BOSSUET, Opusc. Prière au nom de J.-C.). « Sforzatevi, Signore, di esaudirmi, la mia anima è caduta in  disgrazia. » Cosa dite? Approntate la medicina della guarigione? No, ma accade d’ordinario alle anime che sono nell’afflizione, come agli uomini provati dalla sventura, cercare una pronta liberazione dai loro mali. (S. Chrys.). – In tutte le circostanze, bisogna attendere i momenti di Dio, ed è vero il dire che l’attitudine alla pazienza è veramente il genio del Cristiano. Ma quando si sente la propria anima mancare, quando la causa di questo mancamento è il pesante pensiero dei peccati commessi, quando infine è a Dio che ci si rivolge, è anche necessario sentire e testimoniare il desiderio che il soccorso richiesto non sia differito per lungo tempo (Rendu). – A meno di un ritorno favorevole a Dio, il peccatore discenderà sempre più nella fossa profonda del peccato, e di là nella tomba ancor più profonda dell’inferno.

III. — 8-13.

ff. 8-9. – « Fatemi sentire, fin dal mattino, la voce della vostra misericordia. « Io sono piombato nella morte, ma ho messo in Voi la mia speranza, finché non passi l’iniquità della notte » (Ps. LXI, 2). – « Al mattino, Voi ascolterete la mia voce; al mattino, mi porrò davanti a Voi e vi contemplerò » (Ps. V, 4. 5) « … perché ho messo in Voi la mia speranza. » In effetti, se speriamo ciò che non vediamo ancora, noi l’aspettiamo con il soccorso della pazienza. (Rom. VIII, 25). « La notte esige la pazienza, il giorno darà la gioia, » (S. Agost.) – « Fatemi conoscere la via in cui camminare. » Tutto il segreto della vita è in questa preghiera; conoscere la propria strada, vuol dire conoscere ciò che si deve credere quaggiù, ciò che si deve sperare, praticare; ciò che si deve fare perché questa vita sia come il vestibolo del cielo, ecco l’uomo intero e la vita in tutti i suoi aspetti … –  Quante volte i cuori più fermi sono sconvolti nelle loro vie, e vacillano nel cammino della vita! L’anima guarda in tutte le direzioni, e non scopre che le tenebre più fitte; non le resta che la preghiera del Profeta: « … fatemi conoscere la strada in cui volete che io cammini. » Ma anche essa prova allora che in un quarto d’ora di intrattenimento, di conversazione con Dio, si impara più dei nostri destini, sulla direzione da dare a certi affari delicati, che le più lunghe riflessioni e le più abili combinazioni dell’umana saggezza. (Mgr LANDRIOT, Prière, II, 10).   

ff. 10. –  Supponiamo che un uomo si sia smarrito in una foresta oscura o un deserto senza uscita: egli si agita con ardore per trovare una strada che lo conduca al termine del suo viaggio e, se non può riuscire, se l’impenetrabile caos degli alberi e l’onda inesorabile delle solitudini, rifiutano di rispondere alle sue voce, se le sue grida, malgrado i violenti sforzi per richiamare indicazioni e guide che lo illuminino, muoiono intorno a sé senza eco, la sua inquietudine diventa profonda e minaccia di raggiungere la disperazione. Ecco la nostra disperazione nella vita, se non sappiamo nettamente la direzione che essa debba prendere, e la via per la quale dobbiamo camminare … Conoscere esattamente la via che bisogna seguire, è evidentemente il bisogno più imperioso di ogni anima cristiana. (Mgr LANDRIOT, Euch. IV, 20.) – « Perché ho levato la mia anima verso di Voi » egli chiede a Dio la via che conduce a Lui, ma comincia a fare ciò che dipende da lui per entrarvi: « Io ho elevato la mia anima verso di Voi; » vale a dire che è verso Dio soltanto che sospira il mio cuore, è verso di Voi solo che io tengo fissi gli occhi. È in effetti, alla anime così disposte che Dio si compiace farsi conoscere. (S. Chrys.). – Egli va ancor più lontano, chiede di essere liberato dalla tentazione del demonio, che si sforza sovente di oscurarne l’intelligenza per impedirgli di vedere la via della giustizia; perché le concupiscenze scatenate dal tentatore fanno sì che le cose ci appaiono diverse da come in realtà esse sono. (Bellarm.).

ff. 9 – 18. – È difficile immaginare una preghiera più bella e più santa di questa: « Insegnatemi Signore, a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » 1° Essa contiene la confessione della nostra debolezza; noi riconosciamo che, senza la luce divina, siamo incapaci di compiere ciò che a Dio piace. 2° Essa racchiude la persuasione intima in cui noi siamo, o piuttosto la viva fede che abbiamo, che per noi vi sia un obbligo stretto di fare ciò che piace a Dio esigere da noi. 3° Essa offre a Dio l’omaggio di tutto ciò che siamo, perché, dal momento che noi dichiariamo che Egli è il nostro Dio, non escludiamo alcun tipo di dipendenza, alcun genere di servizio. (Berthier). – Non bisogna fermarsi alla conoscenza della volontà di Dio: « Non cessiamo di pregare per voi, diceva San Paolo ai Colossesi, e di chiedere a Dio che vi riempia della conoscenza della sua volontà e di ogni intelligenza spirituale. » Ma notate quale deve essere la fine di questa conoscenza, « … perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; » (Coloss. I, 9-10) – « … Perché Voi siete il mio Dio. » Non esiste che una sola volontà che abbia il diritto essenziale ed assoluto di essere obbedita, la volontà dell’Essere eterno che ha creato tutto e che conserva tutto: da qui la mirabile preghiera del Profeta-Re: « Insegnatemi Signore, a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » Poiché Egli ci ha creato, e creati capaci di una buona e di una cattiva scelta, è Lui che ci insegna, e che cosa può insegnare di meglio se non fare la sua volontà? Questa volontà sovrana ha dei ministri per ricordare i suoi ordini e mantenerne l’esecuzione nella famiglia, nello stato, nella Chiesa, e l’obbedienza loro è dovuta, perché essi rappresentano Dio, ognuno nel suo ordine, secondo i gradi di una sublime gerarchia che risale dal padre al re, dal re al Pontefice, dal Pontefice a Gesù-Cristo, da Gesù-Cristo a Colui che lo ha inviato, e « dal quale ogni paternità, in cielo e sulla terra, prende il suo nome, » vale a dire la sua autorità. (Lam., imit.) – Perché Voi siete il mio Dio, « io sarei corso verso un altro, per essere creato di nuovo, se un altro mi avesse fatto » Voi siete il mio tutto, « perché Voi siete il mio Dio. » Cercherò un padre per avere la sua eredità? « Voi siete il mio Dio, » che non solo date un’eredità, ma siete Voi stesso mia eredità. » (Ps. XV, 5). Cercherò un maestro che mi riscatti: « Voi siete il mio Dio. » Cercherò un padrone che mi liberi: « Voi siete il mio Dio. » Infine, dopo essere stato creato, desidero essere ricreato nuovamente: « Voi siete il mio Dio » mio Creatore che mi avete creato per mezzo del Verbo e creato di nuovo per mezzo del Verbo. Ma Voi mi avete creato per mezzo del Verbo dimorante in Voi, e mi avete creato di nuovo per mezzo del Verbo fatto carne per la nostra salvezza. « Insegnatemi dunque a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » – « Insegnatemi, » perché non può essere che nello stesso tempo Voi siate il mio Dio, ed io il mio maestro. Notate come il Profeta ci mostri qui la grazia. Conservate bene questo pensiero, penetrate in esso, e nessuno possa farlo uscire dal vostro cuore, per timore di avere per Dio uno zelo che non sia secondo scienza, per timore ancora che, ignorando la giustizia di Dio e volendo stabilire la vostra, non siate sottomesso alla giustizia di Dio (Rom. X, 2-3). – Voi riconoscete là, senza dubbio, le parole dell’Apostolo. Dite dunque: « Insegnatemi, affinché io faccia la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » (S. Agost.) – Il Padre ci ha creati con la sua potenza, il Figlio ci insegna le sue vie mediante la sapienza, lo Spirito-Santo ci fa entrare e ci conduce con la sua grazia. – E siccome Dio solo è buono, con la testimonianza di Gesù-Cristo, si può anche dire che non c’è che lo Spirito di Dio che sia buono. – Il vostro Spirito che è buono, e non il mio che è cattivo. « Il vostro Spirito, che è buono, mi condurrà in terra di giustizia, » perché il mio spirito che è cattivo, mi ha condotto in terra di ingiustizia. E cosa ho meritato? Quali buone opere ho fatto senza la vostra assistenza, che possano essermi accreditate, affinché o ottenga e sia degno di essere condotto dal vostro Spirito in terra di giustizia? (S. Agost.). – Ricordate la grazia che vi segnala qui il Profeta e che vi ha gratuitamente salvato: « A causa del vostro Nome, Signore, Voi mi farete vivere: nella vostra giustizia e non nella mia; non perché io l’abbia meritato, ma perché Voi siete misericordioso; perché se volessi mostrare i miei meriti, io non meriterei da Voi se non supplizi. Voi avete fatto sparire i miei meriti, e li avete compensati con i vostri doni. » (S. Agost.). Motivo della confidenza del Profeta, è la professione che fa di essere il servo di Dio. – Noi siamo servi di Dio a doppio titolo, perché Egli ci ha creati, perché ci ha riscattato come gli altri uomini e perché ci ha tratti da una servitù più gravosa della prima, perché proveniva dalla nostra volontà.

FESTA DI MARIA REGINA (2020)

FESTA DI MARIA REGINA (2020)

Rerum suprémo in vértice
Regína, Virgo, sísteris,
Exuberánter ómnium
Ditáta pulchritúdine.

Princeps opus formósior
Verbo creánti prǽnites,
Prædestináta Fílium,
Qui prótulit te, gígnere.

Ut Christus alta ab árbore
Rex purpurátus sánguine,
Sic passiónis párticeps,
Tu Mater es vivéntium.

Tantis decóra láudibus,
Ad nos ovántes réspice,
Tibíque sume grátulans
Quod fúndimus præcónium.

Jesu, tibi sit glória,
Qui natus es de Vírgine,
Cum Patre et almo Spíritu
In sempitérna sǽcula.
Amen.

[Vergine Regina: sei collocata
al vertice della creazione
e dotata d’una bellezza che supera
la bellezza di tutte le creature.

Opera somma, sei la più bella
ed amabile al Verbo creatore,
predestinata ad esser madre
di quel Figlio che ti creò.

Come Cristo, dall’alto della Croce,
fu vero re nella sua porpora insanguinata,
così tu, partecipe della passione di lui,
sei madre di tutti i viventi.

Splendida per così grandi titoli di onore,
guarda a noi che ti esaltiamo:
accetta l’inno di lode
che t’innalziamo per lodarti.

Sia gloria a te, o Gesù,
che sei nato dalla Vergine;
con il Padre e lo Spirito Santo
per tutti i secoli.
Amen.]

De libro Ecclesiástici

Sir XXIV: 5-11; 14-16; 24-30


5 Ego ex ore Altíssimi prodívi, primogénita ante omnem creatúram:
6 Ego feci in cælis ut orirétur lumen indefíciens, et sicut nébula texi omnem terram:
7 Ego in altíssimis habitávi et thronus meus in colúmna nubis.
8 Gyrum cæli circuívi sola, et profúndum abýssi penetrávi, in flúctibus maris ambulávi,
9 Et in omni terra steti: et in omni pópulo,
10 Et in omni gente primátum hábui:
11 Et ómnium excelléntium et humílium corda virtúte calcávi: et in his ómnibus réquiem quæsívi, et in hereditáte Dómini morábor.

14 Ab inítio, et ante sǽcula creáta sum, et usque ad futúrum sǽculum non désinam, et in habitatióne sancta coram ipso ministrávi.
15 Et sic in Sion firmáta sum, et in civitáte sanctificáta simíliter requiévi, et in Jerúsalem potéstas mea.
16 Et radicávi in pópulo honorificáto, et in parte Dei mei heréditas illíus, et in plenitúdine sanctórum deténtio mea.

 24 Ego mater pulchræ dilectiónis, et timóris, et agnitiónis, et sanctæ spei.
25 In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis.
26 Transíte ad me, omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini;
27 Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum.
28 Memória mea in generatiónes sæculórum.
29 Qui edunt me, adhuc esúrient, et qui bibunt me, adhuc sítient.
30 Qui audit me non confundétur, et qui operántur in me non peccábunt: qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.

[5 Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo, primogenita di tutta la creazione.
6 Io ho fatto sorgere nel cielo una luce indefettibile e come vapore ho coperto tutta la terra.
7 Ho posto la mia tenda in alto: il mio trono è sopra una colonna di nube.
8 Io sola ho percorso la volta del cielo, sono penetrata nelle profondità dell’abisso, ho camminato sui flutti del mare
9 E su tutta la terra: ho preso dominio su ogni popolo
10 E gente:
11 Ho soggiogato, con la mia forza, il capo dei potenti e degli umili; e in tutti questi ho cercato riposo, e mi fermerò nei domini del Signore.

14 Mi creò prima del tempo, dal principio; né tramonterò mai più. Davanti a lui servivo nella sua tenda.
15 E perciò ho preso dimora stabile in Sion, e mi fermai nella città amata; io comando su Gerusalemme.
16 Affondai le radici presso un popolo glorioso, nella porzione del Signore, nella sua eredità.]

24 Io sono la madre del vero amore, del timore e della scienza e della santa speranza.
25 In me è ogni grazia di via e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù.
26 Venite a me, o voi tutti che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti.
27 Perché il pensare a me è dolce più del miele, e il possedermi più del miele e del favo:
28 La mia memoria si perpetuerà nelle successioni dei secoli.
29 Quelli che mi mangiano avranno ancora fame e quelli che mi bevono avranno ancora sete.
30 Chi mi ascolta non avrà da arrossire, e quelli che operano per me non peccheranno. Quelli che mi esaltano, avranno la vita eterna.]

Sermone di s. Pier Canisio presbitero

Su Maria Madre di Dio Vergine incomparabile, lib. 15, c. 13

Seguendo san Giovanni Damasceno, sant’Atanasio e altri, perché non dobbiamo chiamare regina la vergine Maria, quando nelle Scritture sono esaltati il suo antenato David come famoso re e il Figlio suo come re dei re e signore dei dominanti, per l’eternità? Inoltre Maria è regina se la si unisce con coloro che, quasi come re, posseggono il regno dei cieli, assieme con Cristo, il re eterno: infatti essi sono eredi assieme a Gesù e siedono sul suo stesso trono, per usare una frase della Scrittura. Maria è regina non inferiore a nessun altro; anzi, è levata talmente al di sopra degli angeli e degli uomini, che nessuno può essere più alto e più santo di lei: infatti solo lei ha un figlio comune con il Padre. Al di sopra di sé vede solo il Padre e il Figlio, e al di sotto di sé ogni altra creatura.

Il grande sant’Atanasio disse con acutezza: «Maria deve esser ritenuta realmente non solo Madre di Dio, ma anche regina e signora, poiché quel Cristo che nacque da questa vergine Madre, è lui stesso Dio, signore e re». Si può attribuire a questa regina quello che si legge nei salmi: «Alla tua destra si è assisa la regina, vestita in laminato d’oro». Inoltre Maria è regina non soltanto del cielo, ma pure dei cieli, essendo la madre del re degli angeli, e l’amica e la sposa del re dei cieli. O Maria, nobile regina e madre fedele, nessuno ti implora senza essere aiutato e tutti ti siamo riconoscenti per le tue grazie: ti prego e ti supplico con insistenza e con rispetto, di accettare e di approvare questa manifestazione della mia devozione, di tener conto della mia offerta, non badando alla sua consistenza, ma alla mia buona volontà, e di raccomandarmi al tuo Figlio onnipotente.

Dalla Lettera enciclica del papa Pio XII

Enciclica Ad caeli Reginam, 11 Ottobre 1954

Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere liturgiche, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo potuto raccogliere espressioni ed accenti, secondo i quali la vergine Madre di Dio consta primeggiare per la sua dignità regale; ed abbiamo anche provato come le ragioni che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede, confermino pienamente questa verità. Di tali testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente per celebrare il sommo fastigio della regale dignità della Madre di Dio e degli uomini, che è al di sopra di ogni cosa creata, e che è stata «innalzata sopra i cori degli angeli, ai regni celesti». Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature e ponderate riflessioni, che verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità, solidamente dimostrata, risplenderà più evidente davanti a tutti – quasi lucerna più luminosa posta sul suo candelabro – con la nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi in tutto il mondo il giorno 31 maggio di ogni anno.

Omelia di s. Bonaventura vescovo

Sermone sulla regia dignità della Beata Maria Vergine

La beata vergine Maria è diventata madre del sommo Re mediante una maternità del tutto singolare, secondo quanto si sentì dire dall’angelo: «Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio»; e inoltre: «Il Signore gli darà il trono di David suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine». È come se dicesse apertamente: Concepirai e darai alla luce un figlio che è re, che eternamente abita sul suo trono regale, e per questo tu regnerai come madre del Re, e come Regina siederai tu pure sul trono regale. Se infatti è giusto che il figlio onori la madre, è altrettanto giusto che partecipi ad essa il trono regale; per questo, per il fatto cioè che la vergine Maria ha concepito colui che porta scritto sul suo femore «Re dei re e Signore dei dominanti», nell’istante stesso in cui concepì il Figlio di Dio, divenne Regina non soltanto della terra, ma anche del cielo. E questo era stato preannunciato nell’Apocalisse dove si dice : «Un grande prodigio apparve nel cielo: una donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle».

Anche riguardo alla sua gloria, Maria è regina illustre. Il Profeta esprime ciò in modo adeguato in quel salmo, che si riferisce in modo particolare a Cristo e alla vergine Maria. In esso si afferma in un primo luogo di Cristo: «Il tuo trono, o Dio, è eterno». Poco dopo si dice della Vergine: «Alla tua destra è assisa la regina». Ciò si riferisce alle qualità più elevate, e perciò viene attribuito alla gloria del cuore. Poi il testo prosegue: «Vestita in laminato d’oro»: qui si intende il vestito di quella gloriosa immortalità che Maria acquistò con l’assunzione. Non si può credere che il vestito che aveva circondato il Cristo e che sulla terra era stato santificato totalmente dal Verbo incarnato, fosse distrutto dalla corruzione. Come fu opportuno che Cristo donasse a sua Madre la grazia totale quando ella fu concepita, così fu pure opportuno che donasse la gloria completa con l’assunzione di sua Madre. Ne consegue che è da ritenere vero il fatto che la Vergine, entrata nella gloria con l’anima e con il corpo, sia assisa accanto al Figlio.

Maria è regina e distributrice di grazie: ciò fu. intuito nel libro di Ester, dove è scritto: «La fonte crebbe diventando fiume, e poi si trasformò in luce e in sole». La vergine Maria, raffigurata nella persona di Ester, è paragonata al dilatarsi dell’acqua e della luce, proprio perché diffonde la grazia che aiuta l’azione e la contemplazione. La stessa grazia di Dio che curò l’umanità, fu comunicata a noi attraverso Maria, come attraverso un acquedotto: è un compito della Vergine distribuire la grazia, non perché sia creatrice di grazia, ma perché ce la guadagna con i suoi meriti. Giustamente, quindi, la vergine Maria è regina nobile di fronte al suo popolo, proprio perché ci ottiene il perdono, vince le difficoltà, distribuisce la grazia e finalmente, introduce nella gloria.

REGINA Christianorum … ora pro nobis

SACRO CUORE DI GESÙ (31): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA ESTREMA AGONIA

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

IL SACRO CUORE DI GESÙ

DISCORSO XXXI.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua estrema agonia.

Su, o miei cari, su ascendiamo al monte santo di Dio, ascendiamo al Calvario, e contempliamo il Crocifisso Gesù sull’altare del suo sacrifizio. Oh Dio! che spettacolo si presenta ai nostri occhi! In che stato è ridotto l’amabile Gesù e quali sofferenze lo aggravano nel corpo e nell’anima! Eccolo sospeso tra cielo e terra, ritenuto da grossi chiodi su d’un infame patibolo, coperto di sangue e di piaghe dalla testa ai piedi. Egli soffre, e senza aicun sollievo. Se cerca riposarsi sui piedi, ohimè! non ha per appoggiarli se non il ferro, che li trapassa; se vuole riposarsi sulle mani, non fa che allargarne le piaghe e produrre una dolorosa tensione alle sue braccia; se egli abbassa la testa, accresce il peso del suo corpo, e il petto si gonfia, e la respirazione gli si fa più penosa; se Ei la solleva, la corona di spine incontra il legno della croce e le spine penetrano più addentro. Così non vi ha parte alcuna del suo Corpo adorabile, che non soffra un indicibile tormento. – Ma ben più gravi sono i tormenti della sua anima. Quando un uomo sta agonizzando, si vede circondato dalle persone più care, che gli prodigano le tenerezze più affettuose, e gli recano ogni possibile sollievo, gli porgono qualche stilla di consolazione. Per Gesù non è così. Tutto ciò che lo circonda è per Lui cagione di pena, tutto contribuisce a schiacciare il suo tenero Cuore ed a generargli nello spirito i più accascianti pensieri. Ai piedi della croce vede la sua Madre, S. Giovanni, e le pie donne, immerse nella più grande afflizione; dintorno alla croce vede una soldatesca insolente ed un vile popolaccio, che lo insulta e lo maledice; accanto alla croce, a destra ed a sinistra, vede crocifissi due ladroni per sua maggior ignominia. Oh se almeno lanciando lo sguardo nell’avvenire vedesse la croce tornare di salute a tutti gli uomini! Ma invece Egli ha pur dinnanzi questa dolorosissima vista, che la croce sarà di scandalo pei Giudei, e quale stoltezza ai Gentili. Povero Gesù! quanto soffre per ciò nell’anima sua! Eppure in mezzo a sì terribili sofferenze Egli apre ancora il suo labbro divino per parlare. E per quale ragione? Forse per maledire a’ suoi patimenti? per imprecare a’ suoi crocifissori? per scatenare i fulmini delle sue vendette?… Ah! no, certamente. In quegli estremi istanti della sua agonia Egli sembra dimenticare affatto le pene atrocissime che soffre e non ricordare ed aver presente altro, se non che Egli è un padre, che muore. E come ogni padre di famiglia che sta per morire si dà tosto la più viva sollecitudine di dichiarare a’ suoi figli le sue ultime volontà e di fare in loro vantaggio il suo testamento, così a questo stesso fine Gesù Cristo apre ancora il suo labbro divino e per ben sette volte ancora Egli parla. Per tal modo facendo uscire dal suo Cuore agonizzante sette parole, e compendiando con esse tutte le sue lezioni, tutti i suoi esempi, tutte le prove del suo amore infinito per noi, ci fece sempre meglio toccare con mano, che la causa vera, che lo ha confitto come vittima sull’altare della croce, più assai che non la perfidia de’ Giudei, è stata la carità immensa che nel Cuor suo ci ha portato. Raccogliamoci adunque anche noi presso la croce di Gesù Cristo per intendere le sue parole, ed ascoltandone oggi le tre prime, riconosciamo come per esse questo Padre e maestro divino ci abbia animati a confidare tutti nella sua infinita misericordia e a darci a Lui senza più mai abbandonarlo.

I. — Miei cari! Quale lo avevano descritto i profeti, Gesù Cristo ora veramente sulla croce l’uomo dei dolori, vir dolorum. Eppure a quei dolori atrocissimi, che già pativa nelle sue piaghe, veniva ad aggiungersi in questo momento un altro dolore, ancor più crudele per le anime delicate e sublimi, quello cioè degli insulti e delle derisioni. Benché dinnanzi all’estremo supplizio di un uomo, per quanto scellerato e odiato, sogliano spegnersi gli odii e cader le ire, e non sia mai lecito ad alcuno di compiacersi delle sue pene, di oltraggiare la sua persona e d’insultare al suo dolore, tuttavia per Gesù non accade così. A Lui è negato ogni riguardo. Al vederlo in quel misero stato pendente fra due malfattori, i Giudei esultano di gioia infernale e privi di ogni senso di umanità si fanno a recargli le più orribili ingiurie. Chi lo guarda e lo beffeggia, chi batte palma a palma e lo bestemmia, chi fa fischiate o digrigna i denti, chi crolla il capo e sogghignando esclama: « Va! Suvvia! Tu, che distruggi il tempio di Dio e lo rifabbrichi in tre giorni, salva ora te stesso! Se sei figliuolo di Dio discendi dalla croce! » Ma più empi e protervi di questa vile plebaglia, i sacerdoti, i maggiorenti e i maestri della legge scagliano contro del Giusto inverecondi motti e feroci bestemmie. « Cotesto maliardo, dicono quei tristi, ha salvato gli altri, salvi ora se stesso, se gli basta il vigore. Ei si disse re d’Israele, via! discenda dalla croce sotto gli occhi nostri e non tarderemo a credere nel regno suo. Si è vantato Figliuolo di Dio: vediamo come Dio si affretti a liberarlo. » Oh scellerati Giudei! E non vi basta l’essere venuti a capo delia vostra impresa? Gesù voleste confitto in croce, ed ecco Egli è in croce confitto; a vista delle sue piaghe rimanetevi almeno dall’amareggiarlo con nuovi obbrobri! Ma no! Con delitto più esecrando nel mirare le ambasce del Salvatore più inacerbano la loro collera e più aggravano il loro disprezzo. E Gesù? … Il profeta Isaia, che già molti secoli innanzi aveva descritte e piante le pene destinate al sospirato Redentore, erasi piaciuto dipingerlo a sé e agli altri in sembianza di mite ed innocente agnello, che condotto ad essere ucciso non apre il suo labbro al menomo lamento. Ed invero Gesù, satollo di ogni maniera di obbrobri e di patimenti, da crudi carnefici flagellato e coronato di spine, caricato di pesante croce, e con calci e percosse spinto e trascinato per l’erta di un monte, ed ivi disteso, inchiodato ed innalzato su d’un infame patibolo, mai non aperse la bocca; e a tanti clamori levati contro di Lui non mai altro oppose che un generoso silenzio. – Ma caro Gesù! egli è tempo, che parliate. La vostra dignità fa oltraggiata; il vostro Padre fu offeso; e ciò che è, più ributtante, s’insulta all’innocenza, nella quale voi state per spirare, su, su parlate! Una sola vostra parola sarà bastante a far di tutti questi miserabili un mucchio di cenere! Parlate, che lo aspetta il cielo, che impaziente si è coperto di tenebre.. Parlate … lo aspetta la terra, che trema inorridita bevendo il vostro sangue, parlate… lo aspetta fremendo tutta la natura … parlate, lo aspettano istupiditi gli Angeli … parlate… lo aspettano pieni di rabbia e d’invidia i demoni… parlate… lo aspetta il vostro stesso Padre celeste, che stringe ormai i suoi fulmini per vendicarvi … parlate… Sì, parla Gesù, parla! … ma ben diversamente, da quello che noi aspettiamo. Quanto più forti s’innalzano le voci del cielo e della terra, degli angeli, degli uomini e degli stessi demoni a chiedere vendetta, tanto più forte innalza Gesù il grido dell’amore; e rompendo alla fine i suoi silenzi, rivolti in alto gli oscurati suoi occhi : Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quel che si facciano:

Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt! (Luc. XXIII, 34) Oh parole! oh preghiera! oh misericordia infinita di Gesù Cristo! questo Agnello divino ha interrotto al fine il suo silenzio, ma non per altra ragione che per domandar grazia e perdono a’ suoi crudeli nemici. Ed in qual modo! Con quale efficacia! Quando si farà a lagnarsi del suo abbandono, l’ascolteremo rivolgersi al suo Padre celeste col nome di Dio: Deus, Deus meus; ma ora trattandosi di assicurare a’ suoi crudeli nemici il perdono, lo chiama col nome più dolce che vi sia, col nome di padre, quasi per dirgli: Ricordatevi che Voi siete padre, il più tenero, il più amoroso, il più misericordioso, e che io vi sono il figlio più umile, più sottomesso, più ubbidiente, sino al punto da sacrificare la mia vita fra i più atroci tormenti per compiere la vostra volontà: obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Per le qualità adunque, che adornano la paternità vostra e la mia figliolanza, voi dovete passar sopra al delitto, che costoro han commesso e perdonarli: Pater, dimitte illis. Inoltre ad ottenere più sicuramente l’effetto della sua preghiera, con somma premura si fa ancora in essa a scusare l’enormità del delitto de’ suoi crocifissori, e dice: Non conoscono quello che fauno: Non enim sciunt quid faciunt. Come per dire: Non hanno conosciuto abbastanza che Io sono il Re della gloria, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio; ed è perciò che nel loro furore si sono scagliati a far scempio di Colui, che dovrebbero amare, lodare, benedire, adorare. Sebbene adunque sia grande la loro malizia nell’imperversare che fanno così crudelmente contro di me, abbi tuttavia riguardo, o mio Padre celeste, alla loro ignoranza ed al loro accecamento: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Ah! ben a ragione osserva S. Agostino, non mai vi è stato un avvocato così sollecito, così abile, così efficace a perorare la causa del suo cliente, quanto lo è stato Gesù Cristo nel perorare quella degli stessi suoi crocifissori; perciocché con una prece piena di misericordia infinita allontana da essi la condanna eterna. Per tal guisa mentre i suoi nemici Io provocavano insolentemente a comprovare la sua divinità col discendere dalla croce e salvare se stesso, Egli diede loro una prova di gran lunga  maggiore di quella che chiedevano, e pur rimanendo sulla croce si manifestò Dio nel modo più splendido e più degno, col fare una preghiera, come nota S. Bernardo, non mai intesa per lo innanzi, e che solo un Figlio di Dio, un Dio Egli stesso, poteva fare. Ma perché mai nostro Signor Gesù Cristo ha voluto fare questa preghiera non già in silenzio, nel secreto del suo Cuore Santissimo, ma bensì ad alta voce da essere intesa da tutti coloro, che stavano intorno alla sua croce? Per due principali ragioni. La prima si fu, perché Gesù Cristo divenuto sull’altare della croce vittima di salute per noi, volle continuare, tuttavia sopra di essa, come sopra la cattedra più degna di lui, ad essere il nostro divino maestro e modello. E poiché già più volte nel corso della vita ci aveva ripetuta la legge del perdono, volle ancora ripetercela un’altra volta ed animarci alla sua pratica con queste sublimi parole, e confermarla con questo ammirabile esempio. Dopo di che, chi vi sarà ancora tra di noi, che al più piccolo affronto, che gli sia fatto, vada tosto in collera, e risponda colle ingiurie, coi giuramenti di odio e di vendetta, colle sfide ingiuste e scellerate? Vi sarà ancora tra di noi, chi avendo ricevuto una qualche offesa la covi e l’ingrandisca nel suo cuore, senza volerla affatto perdonare? Ah! si ricordi il misero, che lo stesso Gesù Cristo in altra circostanza ha solennemente dichiarato, che con la stessa misura, con cui avremo misurato gli altri, saremo misurati pur noi, vale a dire che se noi non perdoneremo agli altri le ingiurie, che ci avessero fatte, Iddio non perdonerà neppure a noi i nostri peccati, e che un giudizio senza misericordia è preparato a colui, che non usa misericordia; ma che il vero Cristiano invece, che docile alla dottrina di Gesù Cristo, e imitatore esatto del suo esempio, non concepirà, né conserverà ira od odio per le offese ricevute, che anzi ricambierà le medesime coll’amore, col benefizio e colla preghiera, sarà certamente da Dio perdonato delle sue colpe e premiato largamente delle sue buone opere. Animo adunque, o miei cari, non rendiamo inutile quella divina condotta, che Gesù Cristo ha tenuto in questa circostanza, per nostro ammaestramento ed esempio, ma a sua somiglianza siamo generosi del perdono anche al nostro più fiero nemico. – Ma la seconda ragione, per cui Gesù Cristo ha fatto ad alta voce questa preghiera di perdono, si fu perché conoscessimo, che colla stessa preghiera Egli chiedeva la stessa grazia non solo per coloro che direttamente lo avevano crocifisso, ma ancora per tutti i peccatori, di ogni tempo e di ogni luogo, i quali ancor essi coi loro peccati hanno cooperato alla passione e morte di Gesù Cristo. Ed in vero il divin Redentore rivoltosi al suo Padre celeste non gli disse: Padre, perdona ai Giudei; ma disse: Padre, perdona loro, volendo dire con questa espressione, come ne insegna S. Giovanni Crisostomo: Padre, perdona ai Giudei, perdona ai gentili, perdona agli estranei, perdona ai barbari, perdona al primo uomo, perdona alla sua posterità, perdona, perdona a tutti. Oh pensiero consolantissimo per noi: Tra i patimenti così atroci, che egli soffriva sopra la croce per cagion nostra, Gesù Cristo non ci ha dimenticati; e sebbene vedesse come anche noi colle nostre iniquità ci univamo ai crudeli Giudei per disprezzarlo e dargli la morte, sebbene conoscesse che in noi vi è maggiore malizia, perché peccando sappiamo di offendere il più grande dei sovrani, il più tenero dei padri, il più affettuoso tra gli amici, tuttavia pure di noi ha sentito pietà, pure per noi ha implorato perdono, e noi pure ha scusati col dire: Non sanno il male che fanno: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Certamente Gesù Cristo non poteva far uscire dal suo Cuore pieno di amore per noi, una preghiera di più grande misericordia. Ma ciò, che più di tutto ci deve consolare si è, che come tutte le preghiere di Gesù Cristo furono sempre dal suo celeste Padre esaudite, così pure fu esaudita questa. Alla voce potente con cui il Salvatore implorava perdono per i suoi crocifissori e per tutti gli uomini del mondo, Iddio si mosse a pietà, e spense la sua collera, colla penna intinta nel sangue istesso del suo Figlio cancellò il funesto decreto che ci condannava alla morte. Da quell’istante adunque fu stabilito che i nostri peccati per i meriti di Gesù Cristo ci siano perdonati, a sola condizione che col suo divin Sangue facciamo scorrere altresì le lagrime di una vera penitenza. Se è così, o miei cari., non tardiamo più un istante a spezzare le pesanti catene del peccato, veniamo tosto correndo a gettarci anche noi ai pie’ della croce di Gesù Cristo, e al suo Sangue prezioso congiungendo le lacrime nostre, meritiamo davvero che il Padre celeste ci perdoni, e non indarno per alcuno di noi Gesù Cristo abbia detto: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Ma passiamo alla seconda parola.

II. — I profeti della passione e morte di Gesù Cristo, tra le molte circostanze, che ne predissero, vi fu anche questa: che Egli sarebbe stato annoverato fra i scellerati : Et cum sceleratis reputatus est. (Is. xxxv) E lo stesso divin Redentore nell’orto del Getsemani, avendo rivolto la parola a’ suoi discepoli, asserì che era necessario che questa profezia si adempisse: Hoc quoque oportet impleri in me: et cum iniquis deputatus est. (Luc. XXII, 3) E questa profezia ancor essa si adempì.Ed in vero mentre Egli era condotto sulla cima del Calvario,insieme con Lui furono condotti due ladroni, al par di Lui condannati alla morte; e come Lui furono crocifissi, l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Ora, uno di essi,quello che stava alla sinistra, aveva preso egli pure a bestemmiare Gesù, e gli andava dicendo: « Su, se tu sei veramente il Messia, dammelo a conoscere col salvare te stesso e noi!Ma al contrario il ladro che si trovava alla destra e che fino

allora era stato uno scellerato egli pure, inorridito all’udire il compagno del suo supplizio ad insultare così il moribondo Signore, gli volge tosto questo giusto rimprovero: « E come? nemmeno tu, che pur stai sulla croce, temi la collera di Dio, che ti unisci a questo popolo scellerato per insultare un innocente? Noi, sì che soffriamo le pene giustamente dovute ai nostri delitti, ma questi che cosa ha fatto di male? » Rivoltosi quindi al divin Redentore con un’aria tutta umile, con voce supplichevole e col cuore spezzato dal dolore delle sue passate colpe: Signore, gli disse, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno: Domine, memento mei, cum veneris in regnum tuum. (Luc. XXIII, 42) Oh fede meravigliosa di questo buon ladrone! Oh mutamento ammirabile del suo cuore! Oh conversione portentosa sopra ogni altra! Fu grande, senza dubbio, la conversione di Maria Maddalena, perciocché una giovane ricca e peccatrice per eccellenza tutto ad un tratto vincendo le inveterate abitudini della colpa, sinceramente pentita andò a gettarsi ai piedi di Gesù Cristo per darsi interamente al suo amore; ma alla fin flne ella si convertiva, quando alla parola di Gesù Cristo i ciechi riacquistavano la vista, i sordi l’udito, i muti la loquela, i lebbrosi e gli infermi la guarigione, e i morti stessi la vita, allora insomma che Gesù comprovava coi miracoli che Egli era veramente Dio.. Così pure fu grande la conversione di Paolo, perché nell’atto stesso che questo fiero persecutore dei novelli seguaci del Nazareno si scagliava a ricercarli per incatenarli e farli condannare, fu di repente tramutato in un vaso di elezione e in un apostolo delle genti; ma egli si convertiva, quando una subita luce si faceva ad investirlo, quando un colpo ignoto lo balzava da cavallo e quando una voce poderosa risuonava per l’aria gridando: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ma questo ladro invece si convertiva allora, che Gesù Cristo pendeva dalla croce egli pure, come un vil malfattore, quando era svillaneggiato non solo dalla plebe, ma dagli stessi sacerdoti e maggiorenti, quando appariva agli occhi di tutti come un prodigio di umiliazione e di miseria. Sì, fu allora, che quest’uomo, sino a quel punto ostinato nel delitto, in un istante si converte, e benché vegga Gesù Cristo in mezzo a tanto obbrobrio, crede fermamente, che Egli sia l’innocente, il santo per eccellenza, il sovrano padrone del regno celeste, il Salvatore divino del genere umano; e fu allora che, rimproverato acerbamente il suo compagno degli insulti, che gli profferiva contro, a lui si rivolse, e colla fede più viva, coll’umiltà più profonda, colla contrizione più perfetta gli disse: Signore, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno: Domine, memento mei, cum veneris in regnum tuum. Ma tutto ciò, o miei cari, non fu che un miracolo della potenza della grazia, della bontà di Gesù Cristo. Fu Egli, che sebbene come uomo stesse soffrendo ogni sorta di ludibri, di scherni e di tormenti, come Dio dispiegò ed esercitò in questo ladro quella forza ineffabile, che penetra nelle menti più ottenebrate e le illumina, che tocca i cuori anche più duri e li muta, che comanda alle volontà anche più ribelli e le doma. Fu Egli che commosse quest’uomo sino a quel momento indurato nella colpa, fu Egli che lo animò di una fede sì viva, di una umiltà sì profonda, di una contrizione sì perfetta; fu Egli che gli ispirò e gli suggerì quella bella preghiera; fu Egli che in un attimo, di questo scellerato fece un penitente, un profeta, un evangelista, un martire, un confessore, un predicatore pubblico e coraggioso della sua innocenza, della sua potenza, del suo regno, della sua divinità e della sua redenzione. E così, mentre i Giudei, stupidi e maligni, collocando Gesù tra due ladroni, non avevano pensato ad altro che a maggiormente avvilirlo, beffati da Dio nella loro stupidità e malizia, non servirono invece che a renderlo più glorioso, dandogli agio anche qui di esercitare la sua misericordia, di manifestarsi Dio e di acquistare un nuovo adoratore. Ma se la conversione repentina di questo ladro fu anzitutto l’opera della grazia di Gesù Cristo, non lasciò di essere da parte del ladro una pronta e fedele corrispondenza alla medesima. Epperò questa condotta così ammirabile non poteva rimanere senza premio. Che farà adunque Gesù Cristo? Che cosa gli risponderà? Ah! Gesù Cristo, ascoltata l’umile e confidente preghiera, piega amorosamente verso di lui il suo capo, e con somma dolcezza gli risponde: « Te lo assicuro, oggi sarai meco in paradiso: » Amen dico Ubi: hodie mecum eris in paradiso. (Luc. XXIII, 43) Oh parola! oh risposta degna, d’immortale memoria! Oh prontezza della misericordia divina nel muovere incontro al peccatore penitente ed assicurarlo non solo del perdono, ma della eterna beatitudine. « Oggi sarai meco in paradiso, » vale a dire: Tu chiedi che Io mi ricordi di Te entrato che sarò nel mio regno, ma Io ti dono assai più di quello che chiedi; oggi stesso, prima che il giorno finisca, tu, benché sia stato ladro, sarai in mia compagnia; oggi stesso ti mostrerò agli Angioli come primo trofeo della mia grazia, come primo frutto della mia redenzione; oggi stesso insieme coi giusti che mi attendono nel limbo ti darò a vedere la mia essenza divina, in cui propriamente consiste la vera gloria del paradiso: Hodie meoum eris in paradiso. È dunque vero! L’uomo può ancora allargare alla speranza il suo cuore, quando pure ha passato una vita intera nelle abominazioni del peccato? Sì, o miei cari, nella sua infinita misericordia Iddio è pronto sempre ad accogliere nelle sue braccia il povero peccatore, anche allora che da lunghissimi anni sta lontano da lui. Forse vi saranno qui tra voi di coloro, che da dieci, venti, trenta, quarant’anni accumulano iniquità sopra iniquità, miserie sopra miserie, delitti sopra delitti, e che in questo istante medesimo all’udire il miracolo della grazia del Crocifisso sentono in fondo all’anima un salutare risveglio, che li fa esclamare: Oh se anch’io … Deh! assecondino essi il primo impulso della divina misericordia; non si spaventino al pensiero delle infinite colpe passate; non rispondano alla brama di convertirsi: Per noi è inutile; Dio non ci perdonerà più; no, o dilettissimi, ma, contemplando il buon ladrone accanto a Gesù Cristo, come lui percuotano il Cuore amoroso, come lui gli dicano contriti ed umiliati: Domine, memento mei: Signore, ricordati di me, volgimi il tuo sguardo amoroso; miserere mei; abbimi compassione. E d ancor essi potranno sentirsi ripetere questa consolante parola: Oggi sarai meco in Paradiso: Hodie mecum eris in paradiso. Sì, oggi, perché per la grazia di Dio, l’anima del peccatore può essere spezzata da un dolore sì grande delle proprie colpe, da ricolmare in un istante gli abissi, che la separano da Dio. Senonché, o miei cari, imitando la illimitata fiducia, con cui questo ladro corrispose alla grazia divina, guardiamoci bene dal differire come lui sino agli estremi della vita la nostra conversione. È vero, questo ladro si convertì e si fece santo, direi in quel momento medesimo, in cui l’anima gli fuggiva dal corpo; ma ben diversamente il cattivo ladrone in quel momento istesso si ostinava nella sua colpa, nella sua cecità, nella sua malizia; e propriamente vicino a Gesù Cristo, mentre il sangue di Lui si versa per la salute degli uomini, mentre le sue piaghe stanno aperte per riceverli, mentre insomma la grand’opera della redenzione si compie, egli, il disgraziato, si perde e si avvia con precipizio all’inferno. Ah ciò vuol dire adunque che il divin Redentore, nella misericordia infinita del Cuor suo, assicura il paradiso ai veri penitenti, che docili all’azione della sua grazia prontamente vi corrispondono, ma che d’ordinario abbandona alla loro trista sorte quegli uomini superbi ed ostinati che respingono le misericordiose sue chiamate. Ciò vuol dire che ad ottenere la salute non basta esser vicini alla Croce di Gesù Cristo, frequentando la chiesa, ascoltando anche ogni giorno la messa, intervenendo a processioni e ad altre pratiche devote, se per siffatto modo stando presso alla stessa croce pur si continua ad essere nemici di Gesù Cristo tenendo nell’animo il peccato e nutrendo perciò una profonda inimicizia con Lui. Ciò vuol dire che se si può perire sullo stesso Calvario presso alle piaghe ed al sangue del divin Redentore, vi è ben da tremare per coloro che se ne vivono lontani nei teatri, nei balli, nei ridotti, nei conviti, nelle conversazioni, negli scandali e nella corruzione del secolo. Ciò vuol dire insomma che la misericordia divina non manca a chi prontamente la vuole, la cerca, la invoca, ma che può mancare in eterno a chi ne abusa, a chi non la cura, a chi volontariamente la sfugge. Deh! o miei cari, se oggi la voce di. Gesù Cristo agonizzante, sprigionandosi dal suo Cuore divino ha ferito le nostre orecchie, non vogliamo indurare i cuori nostri. La gioventù, la sanità, il tempo potrebbero sul più bello mancarci, perché la morte propriamente come un ladro può coglierci quando meno si aspetta. Diciamo dunque ancor noi a Gesù Cristo con prontezza e con sincerità: Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno; perché a tutti Gesù Cristo risponda: Oggi sarai meco in paradiso: Hodie mecum eris in paradiso.

III. — Ma ecco che Gesù apre un’altra volta il suo labbro divino e pronunzia un’altra parola, la più dolce, la più tenera, la più consolante di tutte, quella parola con cui ci diede Maria SS. per Madre. Ma perché questa parola è così grande, che basta da se sola a costituire una delle prove supreme dell’amore di Gesù Cristo per noi, dobbiamo senza dubbio riservarla da sola e per altro giorno alle nostre considerazioni. Passiamo ora adunque a meditare la quarta parola, che il divin Redentore profferisce. Gettando lo sguardo sopra la terra sembra di non vedere altro che pene, guai e dolori; tendendo l’orecchio a noi d’intorno sembra non udire altro che lamenti, gemiti e pianti! Tant’è! Dopo la caduta del nostro progenitore il soffrire è divenuto legge universale per tutti gli uomini. Noi cominciamo a piangere appena nati, e il dolore, fattosi compagno del nostro viaggio attraverso a questa valle di lagrime, più non ci lascia sino al termine. Vi ha forse alcuno tra di voi, sebbene entrato da pochi anni per questo cammino della vita, che ignora ancora l’amarezza del pianto! Vi è stato o condizione che si possa sottrarre al dolore? Soffre il povero, ma non soffre meno il ricco; soffre il suddito, ma soffre pure il sovrano. Tutti, tutti soffrono; e in quanti modi diversi! Ma per quanto gravi siano tutto le sofferenze, a cui variamente sono gli uomini assoggettati, forse non ve n’è alcuna maggiore di quella, che opprime un’anima innocente, destinata ingiustamente al supplizio e per essere creduta rea, abbandonata persino dalle persone a lei più care. Io me la immagino quest’anima infelice in un giovane sventurato, che lanciatagli contro la falsa accusa di aver cospirato contro la patria, caricato di ferri vien gettato nel fondo di tetra prigione, perché ivi aspetti il giorno, in cui sarà tratto alla morte. Gli amici, anziché pigliar le sue difese, per timore di essere trascinati nella stessa iniqua sentenza, si sono nascosti. Ognuno tra gli stessi parenti lo aborre, ognuno lo abbandona al suo destino; nessun lo compiange, lo soccorre. Lo stesso suo vecchio padre, quel padre che prima tanto lo amava, ora ritenendolo egli pure colpevole, e costringendo al silenzio ogni affetto di natura, non ricorda il figlio che per far pesare sul suo capo tremendo la sua maledizione! Ah! dite: vi può essere afflizione più grave di questa? Morire innocente e abbandonato maledetto dallo stesso padre! Ahimè! o miei cari, che questa è propriamente la condizione di Gesù Cristo! Anche questa terribile parola: Maledictus, qui pendet in ligno! doveva per Lui essere adempiuta. Gesù Cristo, vero Figliuolo di Dio, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori, colmo di tutte le ricchezze della grazia e della santità, non per necessità, ma per amore venuto sulla terra ad operare la nostra salute, si è rivestito di tutti i peccati degli uomini affine di espiarli. Ma da quell’istante medesimo che Egli fece sue tutte quante le nostre iniquità, il suo divin Padre lo riguardò come reo delle medesime, e senza punto risparmiarlo prese a percuoterlo terribilmente. Lo percosse nella sua nascita, e Gesù patì la povertà, il freddo, la miseria; lo percosse nella sua vita privata e Gesù patì l’esiglio, l’indigenza, la fatica; lo percosse nella sua vita pubblica e Gesù patì l’ingratitudine, gl’insulti e le maledizioni; lo percosse nella sua passione e Gesù patì l’abbandono dei discepoli, il tradimento di Giuda, la cattura, gli obbrobri, la flagellazione, la coronazione di spine, la condanna a morte, il portar la croce, l’esservi sopra confitto; lo percosse sulla croce istessa e in mezzo a quegli atroci tormenti, che andava soffrendo, lo lasciò nel più desolante abbandono. Non già, o miei cari, che il divin Padre abbandonasse Gesù Cristo in quanto alla natura divina, per cui sono tra di loro una cosa sola ed inseparabile, ma lo lasciò tuttavia in abbandono coll’esporre la sua umana ed inferma natura alle potestà delle tenebre, col lasciarlo in balìa de’ suoi nemici, in preda al furore degli nomini e dei demoni, a tutte le ignominie, a tutti gli insulti, a tutte le pene e a tutti gli orrori della croce; col sottrargli ogni protezione, col negargli ogni stilla di consolazione e di refrigerio, e qualunque siasi di quelle dolcezze, con cui confortando poscia i martiri li rendeva contenti e giulivi negli stessi più atroci tormenti, col lasciarlo insomma come immerso ed affogato in un mare di amarezza, anzi col gettarvelo Egli stesso: Proprio filio non pepercit, ned prò nobis tradidit illum. A questo colpo non poté più resistere l’agonizzante Gesù, e raccolto sulle labbra quel misero avanzo di fiato che gli era rimasto, si lamentò d’un sì doloroso abbandono, esclamando a tutta voce: Dio, Dio mio, perché mi hai Tu abbandonato? Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (MATT. XXVII, 46). Oh parole da far tremare la terra, da ecclissare il sole, da sbalordire tutta la natura! Certo è, che non vi era cosa più famigliare a Gesù Cristo, quando parlava a Dio o di Dio, che chiamarlo col nome di Padre! Eppure in così grande occasione, in tanta necessità di conforto, dimenticato questo dolce nome, lo chiama col nome augusto e terribile di Dio! Deus, Deus meus! Ah! queste non furono certamente le voci della natura divina, ma bensì le voci della inferma umanità, che vedendosi dall’Eterno Padre trattata come se non fosse quella del suo Figliuolo, non ebbe più l’ardire di chiamarlo Padre, e lo chiamò Dio. E volle dire : « Mio Dio, che io chiamo con questo nome, perché sembra che Tu stesso abbia dimenticato di essermi Padre; lasciandomi a soffrire in questo mare di amarezze senza una stilla sola di quella consolazione, che neppure negasti ad un ladro, che per enormi delitti mi pende su d’un patibolo qui vicino; Dio, Dio mio, perché, mi hai così abbandonato: Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? » Oh parole! Oh lamento da impietosire un cuore di sasso! Ma di queste parole, di questo lamento noi siamo stati le causa coi nostri peccati. Questa è la conseguenza, questo l’effetto di quell’ingrato abbandono, che noi tante volte adoprammo con Dio. Sì, egli è per te, o superbo sapiente del mondo, perché abbondonasti le verità della fede, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o magistrato iniquo, perché abbandonasti la giustizia, che Dio ha abbandonato Gesù, egli è per te, o vile schiavo degli umani rispetti, perché abbandonasti la pratica della santissima Religione, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, o miserabile assetato dei beni della terra, perché abbandonasti l’equità ne’ tuoi guadagni e il rispetto alle altrui sostanze, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, o sacrilego infame, perché abbandonasti la santità nei sacramenti, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, scellerato marito, perché abbandonasti la tua sposa, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o padre snaturato, perché abbandonasti la cura de’ tuoi figli, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o donna vana e superba, perché hai abbandonato la modestia e l’umiltà; per te, o donzella scandalosa, perché abbandonasti il pudore; per te, o giovane dissoluto, perché abbandonasti l’onestà; per te, figliuolo ingrato, perché abbandonasti l’onore a’ tuoi genitori; per me, sacerdote e religioso indegno, perché abbandonai la santità ed il fervore; egli è per tutti noi, perché tutti abbiamo abbandonato Gesù che Gesù fu abbandonato da Dio! E perché lo abbandonammo? Oh stolti che fummo, Gesù stesso lo dice: « Abbandonarono me, fonte di acqua viva per scavarsi delle sozze pozzanghere! Dereliquerunt me, fontem aquæ vivæ, et fonderunt sibi cisternas… dissipatas. Per un capriccio, per un puntiglio, per una vendetta, per uno sfogo di carne, per un umano riguardo, per una lettura cattiva, per un discorso disonesto, per un piacere da nulla, che non ci ha fruttato che amari rimorsi. Se adunque Gesù Cristo ha sofferto l’abbandono del suo divin Padre per cagion nostra e di questo abbandono gliene ha mosso lamento, non fu già una lagnanza delle pene, che soffriva Egli stesso, ma piuttosto una lezione sensibile delle pene, cui andiamo incontro noi a cagione de’ nostri peccati. Vox istadice S. Agostino – doctrina est, non querela. I peccatori, che si danno con tanta licenza a contentar le passioni, a seguire il vizio, a commettere la colpa, abbandonano violentemente Iddìo, e si allontanano da lui: Elongaverunt a me; (GER. II, 5) ma il Signore abbandona alla sua volta questi peccatori e si fa lontano da essi: Longe est Dominus ab impiis. (Prov. xv, 29) Allora poi soprattutto, quando gli sciagurati si sono ostinati nella via dell’impenitenza e han fatto i sordi ai non pochi richiami della divina misericordia, allora Iddio pronunzia per essi la sentenza dell’eterno abbandono: Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam. (GER. LI, 9) Ed allora effettuandosi questa feribile sentenza, verrà giorno, in cui i peccatori grideranno come Gesù Cristo: Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti meiE questa straziante elegia del loro cuore, affranto da una maledizione irrimediabile, riempirà l’eco della loro eternità. Ecco la pena terribile, che Gesù Cristo ci ha posto innanzi in quel suo grido. E tutto ciò non fu un’altra prova della sua Carità infinita per noi? Non ha voluto per tal guisa animarci quanto più gli era possibile a non voltargli più mai le spalle, a non volerlo più. abbandonare? Ah! che le mire caritatevoli del Cuore di Gesù Cristo non siano frustrate! Che tutti abbiamo pietà dell’anima nostra! Che tutti prontamente risolviamo di unirci a Gesù Cristo per non abbandonarlo più mal e per non esserne più mai abbandonati. Sì, o Cuore Santissimo, noi ci stringiamo in questo momento alla vostra croce, e confidati nei meriti infiniti del vostro Sangue e delle vostre Piaghe, noi giuriamo solennemente di star sempre d’ora innanzi a voi uniti colla grazia vostra, di seguirvi dappertutto, in tutta la vostra dottrina e in tutti i vostri esempi, per meritarci un giorno la felicissima sorte di unirci a voi con un nodo indissolubile e godere della vostra beata compagnia per tutti i secoli.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. GREGORIO XVI – “QUEL DIO”

In questa breve lettera, il Santo Padre Gregorio XVI, elogia tutti coloro che con forza e coraggio, si prodigarono in soccorso della Santa Sede, attaccata da sediziosi e turpi figuri, nemici della Chiesa di Cristo e soggetti all’impero del serpente antico. Questa determinazione, che spinse all’epoca quegli uomini valorosi ad impegnarsi in difesa dei diritti della Sede Apostolica perché potesse indipendentemente da qualsiasi potere temporale, esercitare le proprie funzioni apostoliche su tutto l’orbe terrestre, è solo un vago ricordo ed un sogno d’altri tempi oggi che la mollezza e l’indifferenza effeminata anima una società falsamente cristiana in balia del serpente maledetto e dei suoi adepti settari e non guidata che da falsi ed invalidi sacrileghi pastori, dediti a nutrire i propri appetiti, senza curarsi delle anime di fedeli sbandati e lasciati nelle fauci di lupi rabbiosi e leoni voraci e che essi stessi sbranano senza pietà. Qui si può costatare la distanza abissale che corre tra le persone dell’epoca dedite alla salvaguardia della propria fede, anche a rischio della propria vita, e gli abitanti attuali delle stesse terre, ridotti a fantasmi ebbri di piaceri e dediti a vizi vergognosi dai quali traggono una fellonia – come si esprime qui Sua Santità – che li conduce a tradire anche i più elementari doveri verso la patria e la Religione di Cristo. C’è veramente da rifugiarsi in caverne ed invocare che le montagne crollino e seppelliscano questi già morti, come i sepolcri imbiancati dei nostri governanti, nonché degli ipocriti – falsi chierici e falsi fedeli della sinagoga di satana – apparentemente vivi, ma morti nell’anima, sepolti e condannati all’eterna dannazione.

Gregorio XVI
Quel Dio

Quel Dio, che nei suoi impenetrabili consigli non disdegnò chiamare la Nostra debolezza al Sommo Pontificato, non ci dimenticò fra le angustie che fin dai primi momenti del medesimo si moltiplicarono rapidamente, e con un tratto della sua sempre amabile provvidenza, non permettendo che esse fossero superiori alle forze, fornì sollecitamente a Noi con la tribolazione stessa il mezzo di superarla, affinché non fossimo confusi nelle speranze di sicura protezione divina, le quali già esternammo vivissime nell’indirizzare per la prima volta la voce ai Nostri popoli. Perciò, mentre annunciamo lieti che si è calmata la tempesta e resa la tranquillità nelle province (che persone nemiche della religione e del trono desolarono con gli orrori della fellonia), esultiamo nel poter proclamare, a gloria del vero, che, se si conserva incontaminata nel Nostro popolo Romano la purità di quella fede, che con divina testimonianza asserì l’Apostolo Paolo essere annunziata in tutto l’universo, costante del pari e celebrata in tutta l’Europa è la sua fedeltà a chi ne è costituito Padre e Sovrano. – Dolce è per Noi rendere così un pubblico elogio ad un popolo tanto fedele, da cui perciò anche nei momenti più torbidi non Ci saremmo mai allontanati, risoluti di dividere con esso quella sorte con la quale fosse piaciuto a Dio umiliarci sotto la potente sua mano. L’attaccamento sincero, la filiale obbedienza, la docile sommissione dello stesso popolo verso la Nostra persona, come ispiravano a Noi una illimitata fiducia nel medesimo, così Ci renderanno sempre cara la memoria delle commoventi dimostrazioni che esso cercò di fornire con i modi più luminosi. – Passarono, mercé il divino soccorso che nel fervore di pubbliche e private preghiere affrettarono i Nostri figli, passarono i giorni di tristezza, e in un con l’arco si spezzarono le armi, che mani sacrileghe imbrandirono per portare nell’agro Levitico devastazione e pianto. La Sede del Cristianesimo, che per singolare predilezione Dio volle che si reggesse da chi fosse Principe e Pontefice, affinché l’essere egli principe lo rendesse più libero nell’esercizio della sua spirituale autorità, trionfò anche questa volta, difesa contro le macchine dell’empietà da chi la pose quasi torre inespugnabile da cui pendono a mille e mille gli scudi ed ogni armatura dei forti. – Ma se con la sincerità di riconoscenza più viva ravvisiamo nell’imperiale reale esercito Austriaco quelle elette schiere di prodi, alle quali Dio volle riservato il trionfo sopra la perversità dei rivoltosi, e con esso l’onore di restituire i suoi Stati alla Santa Sede, coronando con sì felice successo gl’impulsi incessanti di quella Religione purissima che forma il più bell’elogio dell’augusto e potente loro signore Francesco I (al quale indelebile gratitudine Ci legherà perpetuamente), siano pure gloria e lode a quegli onorati cittadini che, riunitisi premurosi in milizia civica, vegliarono indefessi sotto le armi, e fra i travagli di servizio più stretto, alla salvezza della Nostra persona ed alla quiete di questa città. Noi osservammo con tenerezza gareggiare in questo, generosamente e indistintamente col popolo, persone tratte dalla nobiltà più illustre, e da quanto vi è in tutti gli ordini di scelto e di attivo. Il nostro spirito ne fu commosso sommamente; e caro quindi Ci è il dichiarare che a prove sì belle di tanta devozione corrisponderà sempre la pienezza del Nostro affetto, che non sarà pago se non con la sicurezza della compiuta felicità di figli così fedeli: è per Noi un vero conforto dedicare ad essa le cure più industriose. – Ma in così decisa fedeltà e in così nobile intendimento il popolo Romano ebbe emule le convicine province che, dopo essersi disposte alla difesa dei loro territori, ebbero a gloria d’inviare dei volontari i quali, lasciati i propri focolari, concorsero ad aumentare quella parte preziosa delle Nostre truppe che, sotto esperti ed onorati condottieri, sentì la forza dei giuramenti a Noi prestati, e seppe difendere e far rispettare un suolo sacro alla fedeltà: e qui abbiano tutti l’assicurazione del Nostro pieno gradimento e la promessa che ciò non rimarrà sterile, troppo interessandoci di procurare effettivamente il loro maggiore vantaggio, per quanto le infauste circostanze lo permetteranno. – Vorremmo pur dilatare il cuore con eguali espressioni anche sopra tutti gli altri popoli che Dio affidò al Nostro temporale governo. Ma se essi furono trascinati nelle disavventure della rivolta, Ci è ben noto che non furono, nella massima parte, che vittime della coazione o del timore, come ben dimostrarono l’esultanza e la gioia con cui, appena apparve un raggio di prossima liberazione, scosso il giogo umiliante loro imposto dai sediziosi, e sostituito alle insegne della fellonia il pacifico vessillo del governo Pontificio, si proclamò il ritorno a quel Padre e Sovrano dal cui seno li aveva strappati miseramente il delitto di pochi. – Fermi nel gran pensiero di dare provvidenze che migliorino felicemente lo stato dei Nostri sudditi, volgemmo a questo, anche fra le affliggenti passate calamità, le Nostre sollecitudini: pronti sempre ad ascoltarne i voti che siano figli di autentici bisogni, ed atti ad operare i desiderati vantaggi, manifesteremo premurosi quelle disposizioni che la considerazione del passato e l’esame delle circostanze Ci additano essere le più utili. – Ma tante cure paterne rimarrebbero purtroppo deluse, né potrebbero farci pervenire al bramato intento, e quand’anche Ci si presentasse il più lusinghiero apparato di un felice avvenire, momentanea ne sarebbe la durata se con energiche misure non si prevenisse il ritorno dei disordini, che lasceranno a lungo le tracce dei mali che ne ridondarono. – Memori, perciò, che sarà sempre soffocato il grano eletto se non ne sia divelta fin dalle radici la zizzania che l’uomo nemico vi disseminò, non potemmo che vedere con rincrescimento un atto dato in Ancona il giorno 26 dello scorso marzo, il quale, lasciando illesi gli elementi della ribellione, non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto più ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente. Ma grazie a quel Dio che immenso nella sua provvidenza trae dal male veri beni, ove così giudichi convenire per la causa della maggiore sua gloria, Egli permise nei capi dei faziosi nuove penali cecità. Avverandosi nei medesimi che essi fallirono nei loro vaneggiamenti nello scrutare follemente nuovi mezzi alla loro reità, essi decisero di riparare al bisogno dell’istante col carpire in presenza della forza e con fallaci prospetti d’imminenti sciagure, non senza simulare anche menzogneri pentimenti, un atto del dilettissimo Nostro figlio il Cardinale Benvenuti, il quale senza alcun riguardo alla sublime sua dignità ingiuriato poco prima, assalito, arrestato e caduto per siffatti trattamenti in grave malattia, né ancor reso alla necessaria libertà, era tuttora trattenuto da quegli stessi che con pubblici editti calunniosissimi avevano tentato di formarne un oggetto di popolare indignazione. – Ma chiara evidentemente e troppo conosciuta da tutti era la nullità intrinseca di un atto di tale natura emesso in istato di coazione da chi, con l’essere trascinato prigioniero del nemico, aveva già perduto sull’istante le facoltà di essere interprete della Nostra mente, ed aveva per conseguenza cessato di essere depositario di quei poteri che gli avevano affidato. I buoni se ne rattristarono senza fine, e comune fu il sentimento di dolore per la sorpresa nella quale si vide caduto l’uomo giusto in momenti di trepidazione, e fra i tortuosi sforzi degli implacabili nemici dell’ordine pubblico. Noi, appena ne fummo a conoscenza, riprovammo tale atto, e ne dichiarammo altamente la nullità, che risultava manifestissima per tanti titoli. In linea con questa massima, che ogni sacro e profano diritto garantiva, furono le istruzioni che Ci affrettammo ad ordinare, al solo scopo di allontanare dai Nostri popoli reiterate disgrazie. – Ministri pertanto di quel Signore il quale vuole che si recida ciò che dà causa a scandalo e che sia tolto il fermento guasto che corromperebbe la massa, non dimenticheremo di dovere un giorno render conto a Dio dell’uso che avremo fatto della clemenza come della giustizia. Penetrati dai doveri, che Ci impone la qualità di Principe, avremo sempre presente al pensiero, anche nell’insistere sulle vie della pace, che a questa si deve accompagnare in dolce amplesso la giustizia, la quale da Noi esige severamente di porre nel caso di non poter nuocere coloro che alle reiterate profusioni di pietà e di mansuetudine non corrisposero che con nuovi attentati contro la Religione, contro il Principato, contro la pubblica tranquillità. Debitori ai Nostri sudditi di procurare loro la sicurezza nelle persone, nell’ordine morale e nelle sostanze, non regoleremo che con questo scopo salutare le Nostre provvidenze, tenendoci nei limiti che debbono avere la clemenza e la giustizia. Sia quindi del comune impegno implorare su Noi dalla divina misericordia lume ed aiuto, onde le Nostre determinazioni siano secondo il suo volere, affinché protette da essa rendano quei risultati di soda e costante felicità, che nata, fomentata, accresciuta nel retto e nel vero, può sola rendere soddisfatti i voti che, nell’impartire sui Nostri sudditi l’Apostolica Benedizione, per essi indirizziamo al cielo fervorosissimi.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 5 aprile 1831, anno primo del Nostro Pontificato.

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (2020)

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÁ (2020)

O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendo, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur:I

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti, Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque

Symbolum Athanasium

Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di I° classe. – Paramenti bianchi.

Lo Spirito Santo, il cui regno comincia con la festa di Pentecoste, viene a ridire alle nostre anime in questa seconda parte dell’anno (dalla Trinità all’Avvento – 6 mesi), quello che Gesù ci ha insegnato nella prima (dall’Avvento alla Trinità – 6 mesi). Il dogma fondamentale al quale fa capo ogni cosa nel Cristianesimo è quello della SS. Trinità, dalla quale tutto viene (Ep.) e alla quale debbono ritornare tutti quelli che sono stati battezzati nel suo nome (Vang.). Così, dopo aver ricordato, nel corso dell’anno, volta per volta, pensiero di Dio Padre Autore della Creazione, di Dio Figlio Autore della Redenzione, di Dio Spirito Santo, Autore della nostra santificazione, la Chiesa, in questo giorno specialmente, ricapitola il grande mistero che ci ha fatto conoscere e adorare in Dio l’Unità di natura nella Trinità delle persone (Or.). — « Subito dopo aver celebrato l’avvento dello Spirito Santo, noi celebriamo la festa della SS. Trinità nell’officio della domenica che segue, dice S. Ruperto nel XII secolo, e questo posto è ben scelto perché subito dopo la discesa di questo divino Spirito, cominciarono la predicazione e la credenza, e, nel Battesimo, la fede e la confessione nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo ». Il dogma della SS. Trinità è affermato in tutta la liturgia. È in Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che si comincia e si finisce la Messa e l’Ufficio divino, e che si conferiscono i Sacramenti. Tutti i Salmi terminano col Gloria Patri, gli Inni con la Dossologia e le Orazioni con una conclusione in onore delle tre Persone divine. Nella Messa due volte si ricorda che il Sacrificio è offerto alla SS. Trinità. — Il dogma della Trinità risplende anche nelle chiese: i nostri padri amavano vederne un simbolo nell’altezza, larghezza e lunghezza mirabilmente proporzionate degli edifici; nelle loro divisioni principali e secondarie: il santuario, il coro, la navata; le gallerie, le trifore, le invetriate; le tre entrate, le tre porte, i tre vani, il frontone (formato a triangolo) e, a volte le tre torri campanili. Dovunque, fin nei dettagli dell’ornato il numero ripetuto rivela un piano prestabilito, un pensiero di fede nella SS. Trinità. — L’iconografia cristiana riproduce, in differenti maniere questo pensiero. Fino al XII secolo Dio Padre è rappresentato da una mano benedicente che sorge fra le nuvole, e spesso circondata da un nimbo: questa mano significa l’onnipotenza di Dio. Nei secoli XIII e XIV si vede il viso e il busto del Padre; dal secolo XV il Padre è rappresentato da un vegliardo vestito come il Pontefice.Fino al XII secolo Dio Figlio è rappresentato da una croce, da un agnello o da un grazioso giovinetto come i pagani rappresentavano Apollo. Dal secolo XI al XVI secolo apparve il Cristo nella pienezza delle forze e barbato; dal XIII secolo porta la sua croce, ma è spesso ancora rappresentato dall’Agnello. — Lo Spirito Santo fu dapprima rappresentato da una colomba le cui ali spiegate spesso toccano la bocca del Padre e del Figlio, per significare che procede dall’uno e dall’altro. A partire dall’XI secolo fu rappresentato per questo sotto forma di un fanciullino. Nel XIII secolo è un adolescente, nel XV un uomo maturo come il Padre e il Figlio, ma con una colomba al disopra della testa o nella mano per distinguerlo dalle altre due Persone. Dopo il XVI secolo la colomba riprende il diritto esclusivo che aveva primieramente nel rappresentare lo Spirito Santo. — Per rappresentare la Trinità si prese dalla geometria il triangolo, che con la sua figura, indica l’unità divina nella quale sono iscritti i tre angoli, immagine delle tre Persone in Dio. Anche il trifoglio servì a designare il mistero della Trinità, come pure tre cerchi allacciati con il motto Unità scritto nello spazio lasciato libero al centro della intersezione dei cerchi; fu anche rappresentata come una testa a tre facce distinte su un unico capo, ma nel 1628 Papa Urbano VIII  proibì di riprodurre le tre Persone in modo così mostruoso. — Una miniatura di questa epoca rappresenta il Padre e il Figlio somigliantissimi, il medesimo nimbo, la medesima tiara, la medesima capigliatura, un unico mantello: inoltre sono uniti dal Libro della Sapienza divina che reggono insieme e dallo Spirito Santo che li unisce con la punta delle ali spiegate. Ma il Padre è più vecchio del Figlio; la barba del primo è fluente, del secondo è breve; il Padre porta una veste senza cintura e il pianeta terrestre; il Figlio ha un camice con cintura e stola poiché è sacerdote. — La solennità della SS. Trinità deve la  sua origine al fatto che le ordinazioni del Sabato delle Quattro Tempora si celebravano la sera prolungandosi fino all’indomani, domenica, che non aveva liturgia propria. — Come questo giorno, così tutto l’anno è consacrato alla SS. Trinità, e nella prima Domenica dopo Pentecoste viene celebrata la Messa votiva composta nel VII secolo in onore di questo mistero. E poiché occupa un posto fisso nel calendario liturgico, questa Messa fu considerata costituente una festa speciale in onore della SS. Trinità. Il Vescovo di Liegi, Stefano, nato verso l’850, ne compose l’ufficio che fu ritoccato dai francescani. Ma ebbe vero principio questa festa nel X secolo e fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Giovanni XXII nel 1334. — Affinché siamo sempre armati contro ogni avversità (Or.), facciamo in questo giorno con la liturgia professione solenne di fede nella santa ed eterna Trinità e sua indivisibile Unità (Secr.).

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.

Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Ps VIII: 2

Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!


[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. 

[O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. 

[O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim.

[Benedetto sei Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja.

[V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. 

[Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. 

« Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

Il Vangelo della Domenica.

[Mons. G. Bonomelli, Misteri Cristiani; vol. IV, Queriniana ed. Brescia, 1896]

Dio, uno nella sua essenza o natura, si svolge nella Trinità delle Persone: ecco il mistero primo e massimo della Religione, l’oggetto e il termine supremo della nostra fede. Tutti i simboli o compendi della nostra fede cominciano col professare che un solo è Dio, il principio sovrano d’ogni cosa: « Credo in unum Deum »; poi considerano l’una dopo l’altra le tre Persone, che nell’unica natura sussistono, distinte ed eguali tra loro, e l’una dall’altra procedente con atto semplicissimo ed eterno: poi di ciascuna Persona toccano l’opere compiute fuori della essenza divina, opere che sono come il pallido riflesso e l’aureola caratteristica di ciascuna. – La liturgia della Chiesa, che rispecchia nel corso dell’anno la serie ordinata delle opere singolarmente del Figlio e dello Spirito Santo, il primo Redentore, il secondo Santificatore delle anime, si chiude con la Pentecoste, cioè con lo stabilimento del regno di Cristo e dello Spirito da Lui mandato sulla terra e che deve continuare l’opera sua fino alla consumazione dei tempi. Qual cosa più naturale per la Chiesa quanto il riassumere in una festa la storia tutta della divina rivelazione e invitare tutti i suoi figli a fissare gli occhi illuminati dalla fede nel Principio Uno e Trino, da cui tutto si deriva e si squaderna ciò che esiste in cielo, in terra e nell’inferno? Dopo di aver loro additato Dio, principio senza principio, uno, eterno: dopo aver loro mostrato in quel pelago immensurabile della essenza divina la Persona del Padre, che non emana da altri, che è da sé: dopo aver loro mostrato, che questo Padre genera di sé un Figlio unico, a sé eguale e ricordate l’opere sue dopo fatto uomo: dopo aver loro mostrato lo Spirito Santo, che procede come Amore eterno dal Padre e dal Figlio e che spande nella Chiesa l’onda della vita divina, dopo tutto questo la Chiesa grida a tutti i credenti: – Figli miei! ora dalle cose tutte create, dalle cose tutte compiute dal Figlio fatto uomo e dallo Spirito Santificatore, sollevate gli occhi, risalite il fiume, che dal cielo si versa sulla terra; ficcate lo sguardo nella fonte, nell’origine prima di tutte le cose e riconoscete Dio, che è uno nella essenza e trino nelle Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Ecco la radice, il punto, da cui tutto si irradia, ecco la sintesi suprema della vostra fede. – La festa della Santa Trinità non si poteva meglio collocare che in questa domenica, che segue la Pentecoste, la manifestazione prodigiosa della terza divina Persona. La Festa odierna, o dilettissimi, è la degna corona dei misteri tutti della fede celebrati lungo l’anno e ci riconduce là donde siamo partiti, a Dio Uno e Trino. In questo primo Ragionamento io mi restringerò a commentare il Vangelo, che la Chiesa oggi ci propone a meditare e che esprime in tutta la sua chiarezza e concisione il mistero dell’Unità e Trinità di Dio. I tre versetti, che dobbiamo chiosare, sono gli ultimi dell’ultimo capo del Vangelo di S. Matteo e per intenderli a dovere è forza vedere il nesso con gli antecedenti. In quest’ultimo capo del suo Vangelo, S. Matteo narra la risurrezione di Gesù Cristo e lo fa in modo sì succinto, che più non avrebbe potuto fare. Narra la sua apparizione alle donne e il comando loro fatto di annunziarla agli Apostoli e che si recassero in Galilea, sopra un monte, sul quale die loro la posta, e dove essi lo videro e lo adorarono. E fu là in Galilea, su quel monte, che Gesù rivolse agli undici Apostoli le parole che ho riportate, che sono come l’ultimo suo ricordo, il compendio delle sue raccomandazioni e che ora dobbiamo spiegare. – « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». È Gesù che parla. Vi prego di ponderare questa sentenza semplicissima e chiarissima e pronunciata con una sicurezza, che ci deve riempire di stupore. Chi la pronuncia è un uomo, pochi giorni prima confìtto alla croce come un malfattore e mortovi sopra tra due ladroni, oggetto di pietà profonda per alcuni pochi, di abbominio per la nazione intera. È vero: Egli è uscito dal sepolcro poc’anzi con un miracolo, che non ha, ne avrà mai l’eguale. Ma contemplatelo bene: in Lui non vedete che un uomo: un uomo che non ha un solo soldato, che non cinge corona, né la vuole: che non ha un palmo di terra dove posare il capo. Eppure quest’uomo osa dire con una asseveranza, che non ammette dubbio: « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». O quest’uomo è pazzo, o questo uomo è Dio: non c’è via di mezzo, giacché sulla terra non vi ebbe mai un solo uomo anche nella ebbrezza d’una potenza sconfinata, nel delirio dell’orgoglio, a cui bastasse l’animo di dire: « Io ho ogni potere in cielo ed in terra ». Qualcuno potè dire: – Io posso tutto sulla terra: chi potrà sottrarsi al mio braccio? – ma aggiungere: – Io ho ogni potere in cielo -, questo non si udì mai. Ora chi potrà dire: Cristo è pazzo? La sua vita, la sua dottrina lo mostrano il sapientissimo degli uomini e per tale lo salutano e riconoscono gli apostoli stessi del libero pensiero; e se non foss’altro la sua creazione, che dopo quasi 2000 anni ci sta sotto gli occhi e ogni dì grandeggia, la Chiesa, ci prova che pari alla sapienza è la sua potenza. Dunque in questa frase d’una audacia inaudita, e che la storia ha suggellato con i fatti, Gesù Cristo si mostra Dio. « Ogni potere mi è dato in cielo e in terra ». Qual potere? Nelle parole di Cristo non si esclude potere alcuno e dove Cristo tutto afferma chi vorrebbe anche solo sospettare una eccezione? A Lui dunque spetta qualunque potere nell’ordine della natura e della grazia, il potere sacerdotale e regale, il potere di ammaestrare e di reggere, il potere di giudicare, di premiare e punire, sempre, dovunque, in cielo ed in terra: « Omnis, omnis potestas data est mihi in cœlo et in terra ». E ponete mente a questa parola: « Mihi » a me! A me solo, quale mi vedete qui, né può avervi parte alcuna qualsiasi uomo, o creatura celeste, a cui Io non la comunichi in quella misura che mi piace. – Ma come, o divin Salvatore? Voi dite che avete ogni potere senza limiti di tempo e di spazio e che questo potere vi è dato? Ma se siete Dio, e noi lo crediamo fermamente, come potete ricevere questo potere da altri? E chi ve lo può dare? Gesù Cristo è Dio e insieme è uomo. Come Dio da chi riceve Egli con la generazione la natura ed ogni cosa? Da Dio Padre. In quanto uomo da chi riceve Egli, come da principio attivo, la natura umana e tutto ciò che con essa è congiunto? Tutto riceve da Dio Padre, da Dio Figlio, da Dio Spirito Santo, unico Dio, Creatore, Conservatore e Santificatore, da Dio-Trinità, che fuori di sé opera con un solo e semplicissimo atto. A ragione adunque Gesù Cristo poteva dire, e come Dio e come uomo, che ogni potere in cielo ed in terra gli era dato e a Lui veniva da Dio. Nondimeno è da credere che Gesù Cristo ciò affermasse di sé specialmente in quanto uomo, perché in quanto uomo colla sua passione e con la sua morte redense l’umana natura e qui parla del potere, che conferisce agli Apostoli e ai loro successori di ammaestrare e governare la Chiesa, che è il suo regno, il suo corpo, la sua sposa secondo il linguaggio dei Libri Santi. Proseguiamo il commento. Io tengo ogni potere in cielo e in terra, dice Cristo: Io lo posso comunicare a chi voglio e in quella forma che voglio: ora lo comunico a voi, miei Apostoli, e a quelli che continueranno l’opera vostra; dacché questo e non altro importa la parola di Cristo, che segue: «Dunque andate, ammaestrate tutte le genti ». Poiché (così e non altrimenti suona il linguaggio di Cristo) poiché ora siete investiti del mio potere istesso, andate ed esercitatelo come Io l’ho esercitato. E qui è prezzo dell’opera fermare la nostra attenzione sopra una verità gravissima e non mai abbastanza inculcata. Il potere stesso di Cristo passa e si travasa da Lui negli Apostoli, ossia nei reggitori della Chiesa. Si muta il soggetto, ma non il potere [Non fa d’uopo avvertire che il potere di Cristo non ha limite, perché è Dio-Uomo e gli è proprio: il potere degli Apostoli e di Pietro, ha quei limiti che a Cristo è piaciuto porre: essi non sono che suoi Vicari e debbono esercitare il potere ricevuto secondo le norme stabilite da Cristo stesso, come è chiaro per la natura stessa delle cose]; si mutano le mani, che ricevono il tesoro, ma non il tesoro istesso: è sempre la stessa acqua quella che sgorga dalla fonte e quella che scorre nel letto del fiume, fosse pure a mille miglia dalla fonte. Per noi ascoltare e ubbidire l’Episcopato presente e Gregorio XVIII è ascoltare e ubbidire agli Apostoli ed a Pietro, ai quali Cristo disse: « Andate e ammaestrate ». Noi, illuminati dalla fede, nei Vescovi e nei successori di Pietro, quali che siano le loro doti e i loro difetti, non vediamo che gli Apostoli e Pietro, dirò meglio, non vediamo che Cristo, che ammaestra e regge la sua Chiesa e attraverso ai secoli continua l’opera sua riparatrice. Due cose Gesù Cristo impone agli Apostoli nelle parole che seguono: « Andate e ammaestrate – Euntes docete». Scopo immediato della venuta di Cristo sulla terra fu la fondazione della Chiesa e per essa la salvezza di tutti gli uomini. Questa Chiesa doveva essere universale secondo la condizione dei tempi e perciò gli Apostoli, destinati a fondare la Chiesa, dovevano spargersi dovunque per far udire dovunque la parola del Maestro: ecco perché dice loro: « Andate e ammaestrate tutte le genti ». Io, così Cristo, ho posto nelle vostre mani il seme della verità: spargetelo sulla terra: ho accesa la face del Vangelo: voi portatela dovunque e illuminate tutto il mondo: Io non vi mando a questa o a quella provincia: a questo o quel regno: a questo o quel continente: io vi mando per tutto il mondo, a tutte indistintamente le nazioni. Docete omnes gentes. Tutti gli uomini sono creature di Dio: Dio di tutti gli uomini è Padre e Maestro: dunque a tutti annunziate la verità e la salute, a tutti comunicate i suoi doni senza distinzione – Docete omnes gentes-. Dio, che vi manda, è Creatore di tutti gli uomini e di tutti vuol essere Salvatore -. E qui non è da lasciare un’altra osservazione della più alta importanza. Uditela e ponderatela. Il popolo ebraico in fatto specialmente di religione era d’uno spirito esclusivo senza esempio. Esso rinchiudevasi in sé medesimo e respingeva fieramente tutto ciò che veniva dagli stranieri e considerava come un sacrilegio comunicare ad essi le sue cose sacre, fuorché nel caso che abbracciassero la sua religione, ed anche allora quali difficoltà! Quante precauzioni – La legge mosaica l’aveva informato a questo spirito per isolarlo dagli altri popoli e così impedire il suo pervertimento. Questo rigidissimo esclusivismo religioso era penetrato nelle fibre del popolo, era la sua forza, la sua vita e dopo tanti secoli è quello che lo conserva separato benché disperso. Dio era Dio degli Ebrei: le promesse di Dio ai soli Ebrei: essi il popolo eletto: dagli Ebrei il Messia, che avrebbe soggiogato l’universo per metterlo a loro piedi. Da qui l’odio feroce, il furore degli Ebrei contro S. Paolo, che francamente predica la salute annunziata agli Ebrei dover essere comune a tutte le genti. È questo un fatto storico, che non ha bisogno d’essere dimostrato. – Ebbene: Gesù Cristo è nato in mezzo a questo popolo; è cresciuto ed educato nell’ultimo angolo della terra d’Israele, dove era ancora più tenace che altrove questo spirito di isolamento e di egoismo religioso nazionale: Gesù Cristo non era mai uscito dagli angusti confini di Israele anche per non offendere questo sentimento estremamente geloso de’ suoi connazionali. Eppure, eccolo comandare ai suoi discepoli, tutti profondamente imbevuti dello spirito giudaico, di annunziare a tutti i popoli le promesse di Abramo e di Giacobbe, le promesse fatte a Davide e ai Profeti. Gesù Cristo con questo comando formale « Andate, ammaestrate tutte le genti » atterra il muro di bronzo, che separa Israele da tutti gli altri popoli, sfata il pregiudizio comune e antichissimo, che della verità e della vita divina faceva il patrimonio d’una piccola nazione e inizia un’era novella, che nessun uomo mai aveva neppure immaginato. Perché dovete sapere che se l’egoismo religioso nazionale aveva radici sì profonde in Israele, ch’era quasi impossibile divellere, un altro egoismo non meno tenace appariva nei popoli gentili stessi più colti: Le più alte intelligenze, il fiore dei filosofi di Grecia e di Roma (basta ricordare Marco Tullio), erano persuasi, essere stoltezza credere di poter ridurre tutti gli uomini a professare le stesse dottrine e la scienza del retto vivere, il conoscimento delle verità più elevate essere riservato alle menti superiori, spettare alla sola aristocrazia dei maggiori ingegni. E non è difficile comprendere come questo errore dovesse naturalmente entrare e radicarsi nelle menti stesse dei più dotti tra gentili. Il perché se gli Ebrei nel loro orgoglio nazionale delle verità divine fecero un monopolio a proprio vantaggio, i gentili lo facevano a profitto d’un numero ancor più scarso di uomini, la classe privilegiata dei dotti e dei filosofi. E Gesù Cristo, questo povero operaio di Nazaret, quest’umile Maestro di umili pescatori, questo crocifisso risorto, sopra un colle di Galilea, ad undici uomini, rozzi, ignari del mondo, impigliati ancora in tutti i pregiudizi giudaici, senza protezioni, sforniti d’ogni scienza umana, che vivono di pesca e di elemosina, senza mostrare la più lieve esitanza, dice: « Andate, ammaestrate tutte le genti! ». Egli, il primo e l’unico, che sulla terra abbia concepito il disegno di raccogliere tutti i popoli in una sola religione, di imporre loro le stesse identiche dottrine dogmatiche e morali, sotto il governo d’un solo capo, e di imporre tutto questo, non con la forza, ma con la sola persuasione, usando della sola parola di uomini i più inetti, che fosse possibile immaginare. L’assurda impresa, lo stoltissimo disegno in gran parte è compiuto e va compiendosi sotto i nostri occhi. Permettete che ora vi domandi: Considerato attentamente e senza pregiudizi tutto questo, che dobbiamo dire di quest’uomo? È egli un pazzo? I pazzi non sanno concepire e attuare senza mezzi il più audace e il più impossibile disegno che sia caduto in mente umana: i pazzi non possono insegnare la più santa e la più sublime dottrina teorica e pratica che siasi udita sulla terra: i pazzi non possono offrire al mondo lo spettacolo della virtù più perfetta possibile, quale veneriamo in Gesù Cristo. Dunque chi è desso Gesù Cristo, che con quelle quattro parole « Andate e ammaestrate tutte le genti » rovescia tutti i pregiudizi giudaici e gentili e fonda la Chiesa universale e signoreggia il tempo e lo spazio e prosegue oggi ancora l’opera immane cominciata duemila anni or sono? Chi è desso? S’Egli non è un pazzo fortunato, non è un uomo. Chi è dunque? Lo dissero gli Apostoli, che vissero con Lui e lo conobbero: – il Figlio di Dio, il Verbo fatto uomo -. Lo disse Egli stesso: « Io e il Padre siamo una cosa sola. Io sono uscito dal Padre, son venuto sulla terra e ritorno al Padre ». Adoriamolo. Ma è da ritornare al testo evangelico, che stiamo chiosando. Allorché un uomo qualunque dà il suo nome ad una società, accetta un ufficio, riceve una dignità, fa parte d’un corpo sociale, accorre sotto le bandiere d’un esercito, ha bisogno d’un segno esterno, che mostri a lui e agli altri tutti il nuovo stato per esso abbracciato, i nuovi doveri assunti e i nuovi diritti od onori acquistati. È ciò che si è sempre fatto e si fa e si farà costantemente, perché l’uomo non può far conoscere i suoi pensieri e i suoi voleri e conoscere gli altrui che per mezzo dei sensi e per conseguenza per mezzo della parola e dei segni. Con parole e segni adunque si dovevano conoscere e distinguere tutti quegli uomini che avrebbero dato il loro nome a Cristo, che sarebbero entrati nel suo esercito, che sarebbero diventati cittadini del suo regno. A chi spettava determinare queste parole, questa formola sacra, questo segno, al quale riconoscere i suoi discepoli, i membri della novella Società? Non v’è dubbio alcuno: il diritto di determinare questo segno e questa formola sacra non poteva spettare ad altri fuorché al Capo e al Fondatore della Società stessa, Gesù Cristo. E l’una e l’altra cosa Egli determinò e prescrisse con una chiarezza e precisione, che mai la maggiore. Udite: « Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. [Dire battezzare e lavare è la stessa cosa: ora lavare necessariamente richiama l’idea dell’acqua, che è l’elemento necessario del Battesimo, onde la parola Battesimo indica per se stessa la materia del Sacramento, come la parola ungere indica l’olio]. Ecco, o carissimi, il segno, ecco le parole, con le quali l’uomo è accolto nel regno di Cristo; ecco quel Sacramento, che è la porta della Chiesa e che si compie nel nome augusto di quella Trinità, che oggi adoriamo.L’acqua tra le terrene cose è la più comune e copre ben due terzi della superficie mondiale. Essa stilla dagli eterni ghiacciai, che Coronano tutte le più superbe vette dei monti; zampilla perenne dai loro fianchi, scorre pei ruscelli, per i torrenti, per i fiumi, si raccoglie negli ampi bacini dei laghi, si raduna e si agita nella immensità degli oceani, penetra nelle viscere della terra, dilatata in nubi passa sui nostri capi e riempie gli sterminati campi dell’atmosfera e irriga e feconda i colli e le pianure e porta dovunque la vita agli alberi e agli animali tutti. Fate che nel deserto o sulle rocce scorra un filo d’acqua e voi vedete sopra di esse verdeggiare l’erba, crescere i fiori e gli alberi e gli uccelli e gli animali accorrervi per dissetarsi. E Gesù Cristo volle che quest’acqua sì comune, sì facile ad aversi, fosse il segno materiale dei suoi seguaci, lo strumento per comunicare loro la vita divina nel Sacramento più necessario. L’acqua! Essa deterge i corpi, li monda, li fa belli e non avendo colore alcuno tutti li cancella e tutti li suscita, scrive S. Cirillo di Gerusalemme, perché spandendosi sui campi e sui prati, li copre di fiori variopinti. Ciò che l’acqua fa nei corpi, mondandoli d’ogni macchia, e sulla terra coprendola di verzura e di fiori, per virtù divina fa nelle anime, nettandole dalla macchia originale e deponendovi i germi della fede, della speranza e della carità, d’onde più tardi germoglieranno tutte le virtù. Ecco perché Gesù Cristo nell’immenso campo della materia diede la preferenza all’acqua, e con essa e per essa volle rigenerare gli uomini e ad essi dischiudere le porte della Chiesa e quelle del cielo. Se non che la materia per se stessa è muta e come è indifferente a ricevere qualunque forma, così è indifferente a significare qualunque cosa: spetta all’uomo determinarne il significato e il valore e ciò esso suol fare con la parola. Perciò, additandovi un agnello, vi dice: Ecco Gesù Cristo; additandovi una colomba, vi dice: Ecco lo Spirito Santo; additandovi una bilancia, vi dice: Ecco la giustizia. La parola circoscrive e determina il senso delle cose e ciò fece Gesù Cristo. Voi, così Egli, laverete l’uomo e per esprimere come quella lavanda produce nell’anima sua, aggiungerete queste parole: « Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito ». Quell’acqua congiunta con le parole sante, quasi corpo congiunto all’anima, cancellerà il peccato, rimetterà ogni pena per esso dovuta, infonderà la grazia santificatrice e stamperà nello spirito un carattere, un segno indistruttibile, attestante il pieno dominio di Lui. E poiché questo rito sì semplice e sì augusto è a tutti necessario, come è necessaria la vita della grazia, a tutti è dato di amministrarlo. Tanta è la bontà e la larghezza del divino Istitutore! Ed ora, o dilettissimi, studiamoci di penetrare il senso profondissimo di questa formula caduta dalle labbra di Gesù Cristo: « Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo ».E primieramente giova comprendere la forza di quella parola: Nel nome. Presso gli antichi come presso i moderni, nell’uso sacro come profano, dire: – Nel nome – è dire nel potere, nella autorità, nel diritto di chi si nomina poi: su ciò non è mestieri insistere. Ora dopo la parola:- Nel nome – nel testo sacro vengono nominate distintamente le tre divine Persone. Ponete che quelle tre Persone non fossero eguali, ma diverse per potere e per natura; poteva Egli Gesù Cristo collocarle sulla stessa linea e pareggiarle, dicendo:- Nel nome – cioè nella autorità o nella potestà? Come attribuire a tutte e a ciascuna la stessa dignità, la stessa potenza e quindi la stessa natura? Quando mai un Monarca intima una legge a’ suoi sudditi, dicendo: – Nel nome nostro e del nostro ministro? – Come poteva Gesù agguagliare a Dio altre Persone, che se non sono Dio, sono necessariamente creature e perciò per infinito intervallo a Dio inferiori? Come confondere insieme Dio e le creature, il Padrone d’ogni cosa e i suoi servi? Sarebbe stata una empietà enorme anche per un’altra ragione. Per il rito sacro del Battesimo l’uomo è consacrato a Dio, diviene suo figlio per adozione, ne riceve in sé l’immagine ed il carattere. E volete voi che l’uomo si consacri a creature e creature sarebbero almeno la seconda e la terza Persona nominate quando non fossero Dio? E non sarebbe empietà consacrarsi egualmente a Dio e alle creature, pareggiando queste a quello? Dunque quelle tre Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, poste nello stesso ordine, con la stessa autorità o podestà in forza della parola: – Nel Nome – e non nei nomi, sono eguali: se eguali nella autorità e podestà, debbono essere eguali nella natura o nella essenza, perché autorità e podestà, natura ed essenza sono inseparabili. È questa l’argomentazione comune dei Padri affermanti la Santa Trinità contro l’eresia Ariana. [La parola Trinità, se bene mi ricordo, fu introdotta per la prima volta da Tertulliano, quasi ter unitas vel trium unitas, tre volte unità od unità dei tre. Essa esprime sì felicemente il dogma, che la Chiesa la fece sua e ne consacrò l’uso.]. Il dogma della Santa Trinità consta di due termini distintissimi, l’unità della essenza o natura. e la Trinità delle Persone: nella parola: Nome – abbiamo visto il primo termine: nelle voci distinte di Padre, Piglio e Spirito Santo, brilla chiaramente la Trinità delle Persone. E come dubitarne? Ogni parola racchiude in sé il proprio significato, che non può essere quello di un’altra parola se non vogliamo ingannare o giuocare. Ora la parola Padre che significa essa? Certamente significa una persona, che dà principio per via di generazione ad un’altra e che necessariamente non può essere quella che è generata, se non vogliamo dire che generante e generato sono una sola persona. E la parola Figlio che significa essa? Certamente significa una persona, che riceve la vita e tutto l’essere suo per via di generazione dal padre e che per conseguenza necessaria non è il Padre stesso, ma un’altra persona da esso distinta. Chi mai potrebbe confondere in una sola Persona il padre e il figlio? Che significa essa la parola Spirito Santo? Certamente significa alcun che di emanante dalla natura stessa di Colui che lo spira od alita verso un altro, che lo riceve e che perciò è distinto dall’uno e dall’altro e poiché in Dio trattasi di un soffio, od alito o spirito infinito, debb’esser’Egli pure infinito e perciò Persona, tanto più che posto in ordine perfetto ed eguale dopo le Persone del Padre e del Figlio, non può essere che Persona. In questi tre nomi pertanto di Padre, di Figlio e di Spirito Santo non possiamo riconoscere tre attributi o tre perfezioni divine ma sì tre divine Persone, aventi la stessa natura e perfettamente eguali, ma distinte per le proprietà singolari di ciascuna, che non permettono di confonderle tra loro. – Ma forse a taluno di voi si affacceranno alcune difficoltà, che derivano naturalmente dalle voci di Padre, di Piglio e di Spirito Santo usate dal Vangelo, che per se stesse sembrano stabilire una disuguaglianza tra le Persone e quindi sembrano rovesciare il dogma cattolico. Il Padre deve precedere il Figlio e il Padre e il Figlio devono precedere lo Spirito Santo e per ragione della precedenza di origine debbono avere eziandio una precedenza di dignità e di potere. Non è egli così? No, dilettissimi: seguitemi e ve ne persuaderete facilmente. Noi non possiamo né ragionare, né parlare di Dio, della sua essenza, delle Persone divine, dei loro rapporti e delle loro perfezioni se non movendo da noi stessi e dalle cose tutte finite, che ci circondano: da ciò conseguita che qualunque nostro concetto, qualunque nostra idea e parola non possono mai adeguare ciò che pensiamo e diciamo di Dio: tutte le nostre idee e le nostre parole sono e saranno sempre imperfettissime e al tutto inette ad esprimere la verità. Che fare? Non pensare, non parlare mai di Dio e delle cose divine? Tanto varrebbe negare Dio stesso e fare alla ragione e al sentimento umano il massimo degli oltraggi. Pensiamo e parliamo di Dio e delle cose sue meglio che possiamo, correggendo secondo le forze nostre l’imperfezione dei nostri concetti e la povertà del nostro linguaggio. Dalla parola e dall’idea del padre comune e terreno, che conosciamo, assorgiamo alla parola e all’idea del Padre divino, che genera il Figliuol suo unigenito e rimuoviamone tutte quelle imperfezioni, che alla maestà e perfezione infinita di Dio ripugnano. L’uomo è un composto di anima e di corpo e nessuno dei suoi atti è sciolto perfettamente dall’impaccio corporeo: allorché dunque diciamo che in Dio vi è una Persona, che si chiama ed è vero Padre, via ogni immagine o concetto corporeo, perché in Dio non v’ha ombra o mistura qualsiasi di corpo. Per noi sulla terra, soggetti alla legge inesorabile del tempo, il padre esiste necessariamente prima del figlio: via questa precedenza di tempo in Dio, in cui tutto è eterno: il Padre fu sempre Padre e perciò ebbe sempre il Figlio, da Lui generato, ma eternamente generato. Vedeste mai il sole senza la luce, che è sua figlia, sua emanazione? No per fermo: così il Padre per ragione della origine è prima del Figlio, non mai in ordine di tempo, che non esiste: eterno il Padre, eterno il Figlio, cantiamo nel simbolo atanasiano. – Per noi uomini sulla terra la persona del padre è separata dalla persona del figlio: hanno la stessa natura, ma diversamente posseduta: in Dio via questa separazione delle Persone del Padre e del Figlio, perché la loro natura essendo unica e indivisibile e sovranamente spirituale, non può scindersi: essa è tutta ed identica nel Padre e tutta ed identica egualmente nel Figlio, come, o uomo, la tua anima è tutta nella tua mente, nella tua memoria e nella tua volontà. – L’uomo può essere padre di molti figli: via questa idea da Dio Padre, che ha un solo Figlio e non può averne altri. L’uomo, limitato nel tempo e nello spazio e nella natura, svolge gradatamente e con atti successivi e perciò molteplici la sua forza generatrice: Dio Padre, infinito nella sua essenza ed eterno, con un solo, eterno e semplicissimo atto esaurisce la infinita sua fecondità e perciò non può generare che un solo Figlio. L’uomo è libero d’essere e di non essere padre: la sua paternità dipende dalla sua libera volontà: via questo concetto da Dio Padre, che genera il Figliuol suo per natura e perciò necessariamente, ancorché poi lo voglia e vi trovi tutte le infinite compiacenze. – Rimosse tutte queste imperfezioni dalla divina paternità, voi vedete che Dio Padre è vero Padre e più Padre che non lo siano i padri terreni. Sì, il Padre è più Padre che non lo siano i padri terreni; è il Padre de’ padri, il Padre per eccellenza, dal quale, come da fonte prima e da archetipo sovrano, deriva ogni paternità. Egli è Padre per sola sua virtù e per attuare l’infinita sua fecondità non chiede l’aiuto di qualsiasi altro essere, né con altri divide la gloria della sua paternità, come avviene in tutte le creature che sole non possono generare. Egli è Padre da solo, vero e perfettissimo Padre, Padre senza esser figlio, sempre Padre, non altro che Padre, eternamente Padre. O mistero, nel quale chi ficca gli occhi della mente, si perde in un mare di luce! – Lo stesso si dica dello Spirito Santo, la terza Persona della augusta Trinità. Essa è una emanazione semplicissima, sempiterna dal Padre nel Figlio e dal Figlio nel Padre, un alito amoroso dell’uno nell’altro, che non divide l’uno dall’altro, che non cessa mai e nell’unica essenza compie e consuma l’ineffabile loro amplesso. Ma come ciò avvenga e come l’una Persona dall’altra si distingua, una e medesima rimanendo la natura, come in Dio non possono essere che tre Persone e come la mente umana, non può comprendere ma può concepire questo sommo dei misteri e trovarvi tanta luce da vederlo non pure ripugnante, ma conforme alla stessa ragione, lo vedremo nei due Ragionamenti che seguono. Ed ora ritorniamo al nostro commento, giacché ci rimangono ancora da spiegare due magnifiche sentenze. « Voi, diceva Cristo agli Apostoli, colla vostra predicazione e col Battesimo nel nome della Santa Trinità formerete i miei discepoli: ma perché giungano a salvezza basterà egli credere ed essere battezzati? No: la fede e il Battesimo sono necessari, sono il fondamento della giustizia: ma su questo fondamento bisogna innalzare l’edificio delle opere conformi alla fede e perciò Gesù Cristo continua e dice: Voi loro insegnerete ancora che bisogna osservare tutto ciò ch’Io vi ho prescritto ». Intendeste, dilettissimi? La fede e il Battesimo sono il seme della vita eterna; l’osservanza dei precetti, le opere sono i frutti e senza i frutti l’albero è tagliato e gettato ad ardere nel fuoco eterno. Pur troppo certi Cristiani dicono: – Noi siamo Cristiani: abbiamo la fede: la teniamo salda come il più prezioso dei tesori -. Ottimamente! Ma e l’opere della fede dove sono? Dove l’osservanza della legge? Chi non ama Dio non si salva, e non ama Dio chi non adempie la sua legge, lo disse Gesù Cristo medesimo. Non ingannatevi: la sola fede non salva, anzi, scompagnata dalle opere, essa è la vostra condanna. Gesù Cristo chiude il suo discorso con una sentenza, che è il suggello di tutte le altre, che è come il suo testamento, che è il sostegno e il conforto della Chiesa in tutte le sue prove. Eccola: « Ed ecco ch’Io sono con voi fino al termine del secolo » . O promessa consolante! O supremo conforto della Chiesa e di ogni anima cristiana! – Voi andrete, ecco il senso delle parole di Cristo, voi andrete per tutto il mondo: voi predicherete, voi battezzerete, voi continuerete l’opera mia ed altri dopo di voi la continueranno. L’opera, vel dissi, è grande, ardua, affatto superiore alle vostre forze: ma non temete: con voi quando predicherete, quando battezzerete. quando adempirete il vostro ufficio in mezzo alle più terribili lotte, Io, vostro Maestro, vostra guida, Io, Dio-Uomo, Signore d’ogni cosa, sarò con voi. Fin quando? Fino all’ultimo giorno, fino al termine dei tempi. E dove sono Io, vincitore della morte e dell’inferno, ivi è la vittoria -. E come Gesù Cristo sarà Egli sempre con la sua Chiesa? Nella Santa Eucaristia, in cui vive realmente e sostanzialmente presente, qual cibo delle anime, qual vittima espiatrice? Sì: Egli resterà sempre nella sua Chiesa per il Sacramento eucaristico, centro della sua vita. Ma rimarrà solo nella Santa Eucaristia? No: Egli per la sua grazia rimarrà nelle anime giuste, che crederanno in Lui, che spereranno in Lui, che lo ameranno. E non basta. Egli rimarrà sempre nella sua Chiesa, come uno sposo vive con la sua sposa: Egli la reggerà, la difenderà, la illustrerà col lume indefettibile della verità: Egli non permetterà giammai ch’Essa nel suo insegnamento esca dalla dritta via e si faccia banditrice dell’errore. Un giorno Gesù Cristo disse agli Apostoli: « Chi ascolta voi ascolta me ». È questa la sentenza che in altri termini ripete loro prima di lasciare la terra, allorché dice loro: « Ecco Io sono con voi fino al termine del secolo ». Carissimi! Vogliamo essere con Gesù Cristo per i secoli eterni? Siamo con la sua Chiesa nel tempo, con la Chiesa che ammaestra, che governa, che dispensa i Sacramenti e saremo con Gesù per tutta la eternità!

Credo …

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Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. 

[Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Praefatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

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Communio

Tob XII: 6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.

[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

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TEMPO DOPO LA PENTECOSTE

TEMPO DOPO LA PENTECOSTE

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

IL MISTERO DELLA REDENZIONE

 4) Tempo di Settuagesima (Settuag. – Ceneri).

5) Tempo di Quaresima (Cen. – Domenica di Passione),

 6) Tempo di Passione (Dom. di Passione – Pasqua).

7) Tempo Pasquale (Pasqua – SS. Trinità).

8) Tempo dopo Pentecoste (Trinità – Avvento).

VIII. – TEMPO DOPO LA PENTECOSTE.

I . Commento dogmatico.

Dopo il regno del Padre sul popolo di Dio, che comprende il Tempo dell’Avvento, dopo quello del Figlio che va dalla sua nascita (Natale) alla sua Ascensione e comprende il Tempo di Natale e il Tempo Pasquale, la liturgia celebra il regno dello Spirito Santo, che si estende su tutta la Chiesa e va dalla Pentecoste fino alla fine del mondo, di cui sì parla nella ventiquattresima e ultima Domenica dopo Pentecoste. Come il Padre si servì del popolo Ebreo per preparare la redenzione del mondo, come il Verbo prese le nostra natura umana e se he servì per la nostra redenzione, così le Spirito Santo viene ad effettuare la redenzione nella Chiesa. Il Sacerdozio, la Messa, i Sacramenti sono i canali attraverso i quali ci viene data la dottrina del Salvatore e ci vengono applicati i suoi meriti. — Il Papa domina la gerarchia ecclesiastica, l’Eucarestia domina i Sacramenti. Il regno dello Spirito Santo si manifesta dunque visibilmente attraverso la Chiesa romana, al centro della quale sfolgora il SS. Sacramento. – Lo Spirito è l’anima che vivifica questa Chiesa ( «Lo Spirito Santo fa in tutta la Chiesa quello che l’anima fa in tutte le membra del corpo» – S. AGOSTINO), il Cristo nascosto nell’Ostia ne è il cuore dal quale il sangue della grazia scorre per tutto il corpo, ossia in tutti i Cristiani. «Noi formiamo un solo Corpo », dice S. Paolo, « perché siamo stati battezzati in un solo Spirito (1 Cor. XII, 13), e noi partecipiamo tutti ad un medesimo pane. (Ibid., X, 17 « L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero Corpo sacramentalmente ricevuto » – S. TOMMASO). E noisiamo un solo corpo anche perché siamo stati fatti da « Cristorisuscitato » agnelli o pecore di un solo ed unico Pastore, capo visibile della Chiesa (S. Giov., XXI, 16-17). L’azione dello Spirito Santo e l’azione di Gesù nel SS. Sacramento si fondono in modo che i Libri santi affermano ugualmente che noi « siamo stati santificati nello Spirito Santo » (1 Cor. VI, 11), ovvero «nel Cristo» (Ibid.), e che come lo Spirito Santo è « spirito di vita », così Gesù è « pane di vita ». E l’azione di queste due Persone della SS. Trinità viene esercitata mediante la Chiesa, « come mio Padre ha inviato me, così io mando voi », dice Cristo agliApostoli ( S. Giov., XX, 21) , e la liturgia della Pentecoste dice che « lo Spirito Santo è apparso ai discepoli sotto la forma di lingue di fuoco e che li ha mandati in tutto il mondo » (Antifona del Magnificat dei Vespri della Pentecoste). Proprio al Cenacolo, nel momento nel quale istituiva l’Eucarestia e il Sacerdozio Gesù annunziò la venuta dello Spirito Santo. Una colomba d’oro o d’argento, che nel passato veniva sospesa al di sopra dell’Altare per conservarvi l’Ostia consacrata, serviva a simboleggiare questa profonda unità d’azione dello Spirito Santo, del SS. Sacramento e della S. Chiesa, Diretta dallo Spirito Santo, la Chiesa completa ciò che manca allavita Sacramentale di Cristo: infatti Gesù è nascosto e silenzioso sotto le specie eucaristiche e la gerarchia ecclesiastica gli presta la sua voce e la sua attività esteriore. Il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti parlano in suo nome, e mediante il loro ministero Egli si offre nella Messa, ove continua a esercitare il suo sacerdozio, perché Cristo è il vero Sacerdote e gli altri non sono che i suoi ausiliari,  tanto per il Santo Sacrificio, quanto per i Sacramenti, cosicché Cristoe la Chiesa diffondono insieme lo Spirito Santo nelle anime renderle figli di Dio ( « Voi avete ricevuto lo Spirito di azione di figli di Dio nel quale, voi invocate Abba, Padre – Romani, VIII, 15), lo Spirito Santo a sua volta « insegna ogni cosa alla Chiesa » (S. Giov. XIV, 26) e la guida nella sua missione continuatrice dell’opera di Gesù. – Da tutto ciò ne consegue che il regno dello Spirito Santo e della Chiesa, che è cominciato alla Pentecoste, non è altro che una manifestazione del regno di Cristo, al quale Egli dà una universalità di tempo e di luogo che non aveva in Palestina. Infatti, non è più il Salvatore che lavora solo in una località della terra in un periodo di tempo determinato, ma è la Chiesa che, unita dalla virtù dello Spirito Santo al SS. Sacramento (« Per a virtù di questo Sacramento si opera una certa trasformazione dell’uomo nel Cristo » – S. TOMMASO), unisce su tutti gli altari il suo sacrificio a quello del Golgota e partecipa a tutti i misteri della vita terrestre del Salvatore. Ciò che il Cristo sul Calvario ci ha meritato, ci viene applicato specialmente nel Mistero Eucaristico. Questo punto è capitale nel concetto che dobbiamo avere dell’Eucarestia. Questa costituisce con la Chiesa, animata dallo Spirito Santo, un meraviglioso prolungamento dell’Incarnazione, un Cristo accresciuto di tutte le anime nostre (Agli Efesini, IV, 12-13). Mediante il ciclo liturgico Cristo rivive, per così dire, ogni anno sull’Altare — nuova Palestina — tutta la sua vita nell’ordine col quale essa si svolse: siamo noi, che adesso, in unione con Gesù realizziamo per parte nostra i suoi misteri ed è per queste che il Tempo dopo Pentecoste è più specialmente consacrato al Ciclo dei Santi o alla vita della Chiesa. .Facendoci gettare uno sguardo retrospettivo sulla vita del Salvatore, che nel Ciclo liturgico termina con la Pentecoste, lo Spirito Santo ci ripete, per bocca degli Evangelisti e degli Apostoli, da Lui ispirati, tutti gli insegnamenti del Maestro, mettendoli più in luce ancora (Si leggono come Epistola a partire dalla prima domenica dopo Pentecoste 2 volte le lettere di S. Giovanni, 2 di S. Pietro, 4 di S. Paolo ai Romani, 5 ai Corinti, 3 ai Galati, 5 agli Efesini, 2 ai Filippesi e 1 ai Colossesi in modo che si percorrono tutti gli scritti degli Apostoli. — La Chiesa greca, in corrispondenza, durante questo periodo fa leggere come Vangelo quello di S. Matteo, di S. Marco, e di S. Luca. La Chiesa romana ha scelto quelli che simboleggiano più specialmente il regno dei cieli e la sua giustizia.). Le Epistole ed i Vangeli di questo tempo ci parlano dei frutti di Santità che lo Spirito Santo produce nelle anime e noi assistiamo, in tutto queste periodo dell’anno liturgico, alla magnifica fioritura di Santi che non cessano, attraverso tutti i secoli e in tutti i paesi, di riprodurre Cristo, Sole divino, radioso al suo sorgere nel giorno di Natale, maestoso nel suo tramontare, il Venerdì Santo, Gesù ha compiuto la sua corsa da gigante. Durante la lunga notte che precede la sua venuta e durante quella che la segue, è Maria la luna mistica, e sono i Santi, stelle dai mille riflessi differenti che brillano nel cielo della Chiesa e ci vengono proposti ad esempi. La nostra anima, quindi, dopo aver copiato Gesù Cristo medesimo, può copiarlo anche nelle sue membra, che sono tutte compenetrate della vita del loro Capo. – Come durante il Tempo d’Avvento si celebra la gran festa dell’Immacolata Concezione, cosi nel Tempo dopo Pentecoste si celebra quella dell’Assunzione (Durante il Tempo dell’Avvento, Maria appare come la Regina dei Patriarchi e dei Profeti, durante il Tempo dopo Pentecoste, come la Regina degli Apostoli e di tutti i Santi). In questo periodo dell’anno hanno la loro festa gli Angeli, S. Giovanni Battista, gli Apostoli Pietro e Paolo, e tutta la schiera de’ Santi che si venerano durante questi sei mesi e il primo Novembre; inoltre ricorre anche la Commemorazione dei Defunti e tutte le feste delle Consacrazioni delle Chiese. — La solennità del Corpus Domini, che segue la Pentecoste e quella di S. Pietro, che le tiene dietro, ci ricordano che lo Spirito Santo, il SS. Sacramento e la Chiesa santificano le anime; le feste della SS. Trinità, del Sacro Cuore e del SS. Rosario, che corrispondono tutte e tre al medesimo bisogno di sintesi, ci mostrano che questa santificazione viene compiuta per mezzo della dottrina del Salvatore e per l’applicazione dei suoi meriti. — Durante i sei ultimi mesi o seconda parte dell’anno ecclesiastico, la Chiesa è la continuatrice dell’opera di redenzione di Cristo, preparata e realizzata entro i primi sei mesi o prima parte del Ciclo liturgico. « Il Cristiano che nella prima metà del Ciclo non è incora giunto a vedere la sua vita personale assorbita nella vita di Cristo, troverà nella seconda preziosi aiuti per sviluppare la sua fede e accrescere il suo amore II Mistero della Trinità, quello del SS. Sacramento, la misericordia e potenza del Sacro Cuore di Gesù, la grandezza di Maria e la sua opera sulla Chiesa e sulle anime, gli sono manifestati con maggiore evidenza e producono in lui nuovi salutari effetti; infatti il Cristiano si sente più fortemente, più intimamente legato ad essi durante le festività dei Santi, in questo tempo cosi numerose e solenni. La felicità esterna che deve seguire questa vita di prova si rivela nella festa di Tutti i Santi, nella quale l’uomo vede più addentro la natura di questo bene che consiste nella luce e nell’amore; e unito ogni giorno più intimamente alla S. Chiesa che è la Sposa di Colui al quale aderisce, egli segue tutte le fasi della vita terrena del Salvatore, soffre alle sue sofferenze, gioisce e partecipa ai suoi trionfi, mentre vede, senza smarrirsi, il mondo avviarsi verso la fine perché sa che il Signore è vicino» . — Avviene quindi che nel Tempo dopo Pentecoste, noi vediamo avverarsi la parola del Maestro, il quale aveva promesso agli Apostoli che lo Spirito Santo loro mandato, avrebbe convinto il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Le anime pie infatti, con le loro opere e con il loro esempio rendono omaggio di continuo alla giustizia e alla verità divine (S. Giov. XVIII, 37); esse trionfano del mondo che convincono di malizia e che giudicano, come Cristo stesso al momento della sua esaltazione dette il giudizio a seconda che sarebbe riconosciuto o rifiutato. La sentenza poi che giudicherà le anime per l’eterno gaudio o per la condanna all’inferno sarà data dal figlio dell’Uomo assistito da tutti gli Angeli giorno del giudizio, come si legge nella Messa dell’ultima Domenica di Pentecoste.

II. — Commento storico.

Dopo la solennità della Pentecoste, dalla quale ebbe principio, la Chiesa riproduce nel corso dei secoli tutta la vita di Cristo, di cui essa è il corpo mistico. Gesù nella sua infanzia è perseguitato e deve fuggire in Egitto mentre vengono massacrati i Ss. Innocenti, e la Chiesa nei primi tempi della sua vita subisce le più violente persecuzioni e deve spesso nascondersi nelle catacombe e nel deserto. — Gesù adolescente, si ritira a Nazareth, ove passa la maggior parte della sua vita nel raccoglimento e nella preghiera, e la Chiesa, dopo Costantino, gode una lunga era di pace. Ovunque sorgono cattedrali e abbazie ove risuona la lode di Dio e dove Vescovi e Abati, Preti e Monaci contrastano collo studio e con zelo infaticabile il diffondersi delle eresie. — Gesù, il divino missionario, mandato dal Padre nelle regioni lontane di questa terra comincia a trent’anni la sua vita d’apostolato. La Chiesa dal secolo XVI deve resistere agli assalti del paganesimo che ripullulava e annunziare alle parti del mondo recentemente scoperte il Vangelo di Cristo. E dal suo seno sorgono senza tregua milizie nuove e legioni numerose d’apostoli e di missionari che annunziano la buona novella a tutto il mondo. — Infine Gesù termina la sua vita col sacrificio del Golgota, ben presto seguito dal trionfo della sua risurrezione, e la Chiesa alla fine dei tempi, come il suo divino Capo sulla Croce, sembrerà vinta, ma sarà essa che riporterà la vittoria » . « Il corpo di Cristo, che è la Chiesa – dice S. Agostino – a somiglianza del corpo umano fu dapprima giovane, ed ecco che alla fine del mondo avrà apparenza di caducità » (in Ps. XXVI). – Le feste dei Santi sono più numerose dopo la Pentecoste che è l’epoca liturgica più lunga (può cominciare anche il 10 maggio e terminare al 2 dicembre (Queste due date segnano i termini massimi nei quali può cominciare e finire il Tempo della Pentecoste e quello dopo la Pentecoste); ne viene che il Tempo dopo la Pentecoste è particolarmente il Ciclo del Santi. Per essere completi noi citeremo tuttavia qui le feste dei Santi di tutto il calendario, facendo precedere da un asterisco quelli che sono iscritti nel primo elenco del Canone della Messa e da due quelli che sono nel secondo.

a) Dopo aver rievocata la memoria di

** S. Giovanni Battista, commemorando l’anniversario della sua nascita (24 giugno); e quello del suo martirio (29 agosto), quella di

S. Giuseppe (19 marzo) e della sua solennità (mercoledì della 2* settimana dopo l’ottava di Pasqua), quella di

S. Gioacchino (16 agosto) e di

Sant’Anna (26 luglio) genitori della Vergine Maria, quella dei

Santi Innocenti (28 dicembre) e quella di

** S. Stefano, 1° martire (26 dicembre), la Chiesa ci fa rivivere ogni anno l’età apostolica, celebrando le feste degli Apostoli:

1 * S. Pietro (29 giugno)

2 * S. Paolo (29 e 30 giugno)

3 * S. Andrea (30 nov.)

4 * S. Giacomo il Magg. (25 luglio)

5 * S. Giovanni (27 die.)

6 * S. Tommaso o Didimo(21dic.)

7 * S. Glacomo il Min.(11 maggio)

8 * S. Filippo (11 maggio)

9 * S. Bartolomeo (24 agosto)

10 * S. Matteo (21 sett.)

11 * S. Simone (28 ott.)

12 * S. Taddeo o Giuda (28 ott.).

Poi vengono le feste di quelli che lo Spirito Santo stesso designa per mezzo del sorteggio l’uno ad occupare il posto di Giuda, l’altro a partecipare all’apostolato di S. Paolo:

** S. Mattia (24 febbr.)  

** S. Barnaba (11 giugno).

Inviati dal Salvatore per insegnare a tutte le genti e battezzarle nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo gli Apostoli si dispersero in tutto il mondo. S. Giacomo il Maggiore, fratello di S. Giovanni (25 luglio), rende per primo testimonianza a Gesù Cristo con l’effusione del suo sangue a Gerusalemme, sotto Erode Agrippa I, verso l’anno 42. Poco dopo S. Pietro, è liberato miracolosamente da un Angelo (1° agosto), e si rifugia nella casa di S. Marco (25 aprile) autore del secondo Vangelo. Da li si reca dapprima ad Antiochia, ove stabilisce la sua cattedra (22 febbraio) e poi a Roma (18 gennaio) di cui fu Vescovo durante un pontificato di venticinque anni. S. Paolo di Tarso, convertito probabilmente l’anno 37 della nostra èra (25 gennaio), viene a trovare S. Pietro a Gerusalemme, e inizia nell’anno 44 i suoi viaggi apostolici. Investito ad Antiochia dell’episcopato insieme con S. Barnaba (11 giugno), percorre con questi nel suo primo viaggio l’isola di Cipro, ove il suo compagno fu più tardi vescovo, la Pamfilia, la Pisidia e la Licaonia. Di ritorno ad Antiochia, va, verso l’anno 51, al Concilio di Gerusalemme presieduto da S. Pietro, e mentre il principe degli Apostoli risiedeva per la seconda volta ad Antiochia, Paolo comincia il suo secondo viaggio verso l’anno 42. Va in Siria in Licaonia, ed essendosi a lui unito

S. Timoteo (24 gennaio), attraversa la Frigia e la Galazia: in quest’epoca deve essere stata fondata la Chiesa di Colossi. A Troade, S. Paolo s’imbarca con S. Luca (18 ottobre), l’autore degli Atti degli Apostoli, e va in Macedonia a Filippi, a Tessalonica, ad Atene, a Corinto e dopo Efeso e Cesarea si reca a Gerusalemme per la Pasqua dell’anno 54. Il terzo viaggio conduce S. Paolo attraverso la Frigia e la Galazia fino ad Efeso, ove scrive la sua Epistola ai Galati, e la sua prima Epistola ai Corinti; rivede poi la Macedonia donde scrive la seconda Epistola ai Corinti, poi la Grecia. Dopo essere stato sulle coste del Mare Adriatico fino all’Illiria, si sofferma di nuovo a Corinto e di là scrive la lettera ai Romani; poi ritorna a Gerusalemme per la festa di Pentecoste del 58. Arrestato nel tempio, fu condotto a Cesarea e dopo una prigionia di due anni, avendo fatto appello a Cesare, fu imbarcato per Roma ove giunse verso l’anno 61. Là trovò una Chiesa perfettamente organizzata da S. Pietro che vi aveva per primo predicato il Vangelo. Il suo processo durò due anni ancora, idrante i quali scrisse le lettere ai Filippesi, agli Efesini, e Colossesi. Divenuto libero e avendo deliberato di recarsi a Gerusalemme, si fa precedere da una lettera indirizzata agli Ebrei, come altre volte aveva fatto coi Romani. S. Paolo va poi a Efeso, in Macedonia, nell’isola di Creta ove lascia

S. Tito (6 febbraio) come Vescovo; a questi scriverà due lettere. Continuando il suo viaggio, va in Grecia e a Corinto ove si incontra con S. Pietro insieme col quale torna a Roma. I due Apostoli subirono il martirio verso l’anno 67; l’anno seguente Gerusalemme fu assediata, e nel 70 espugnata da Tito vide il Tempio bruciato.

b) Periodo delle persecuzioni (I – IV Secolo).

PAPI.

1. * S. Pietro (29 giugno)

2. * S. Lino (23 sett.)

3 * S. Cleto (26 apr.) ovvero

 Anacleto (13 luglio)

4 * S. Clemente (23 nov.)

5 * S. Evaristo (26 ott.)

6. ** S. Alessandro I (3 maggio)

8.  S. Telesforo (5 genn.)

10. S. Igino (11 genn.)

11. S.Pìo I (11 luglio)

12. S.Aniceto (17 apr.)

13.Sotero (22 apr.)

14.S. Eleuterlo (26 mag.)

15 S. Vittore I (28 luglio)

16. S. Zelfirino (26 agosto)

17. S. Calisto I (14 ott.)

18. S. Urbano I (25maggio)

19. S. Ponziano (19 nov.)

21. S. Fabiano (20 genn.)

22. * S . Cornelio (16 sett.)

23. S. Lucio I (4 marzo)

24. S. Stefano I (2 agosto)

25. * S. Sisto II (6 agosto)

27. S. Felice I (30 maggio)

29. S. Caio (22 apr.)

30. S. Marcellino (26 apr.)

31. S. Marcello l (16.genn.)

33. S. Melchiade (10 dicembre)

SANTI.

S. Prisca (18 genn.)

S. Vitale da Ravenna (28 apr.)

S. Tecla (23 sett.)

S. Apollinare vesc.di Rav.(23 lug.)

** S. Ignazio d’Ant. (1° febbr.)

S Simeone (18 febbr.)

S. Ermete (28 agosto)

Ss . Faustino e Glovita (15 febbr.)

Ss. Evenzio e Comp. (3 maggio)

S. Sabina (29 agosto)

Ss. Eustachio e Comp. (20 sett.)

S. Sinforosa e i suoi 7 figli (18 luglio)

** Sante Perpetua e Felicita di Cartagine (6 marzo)

S. Martina (30 gennaio)

Ss. Gervasio e Protasio (19giug.)

Ss. Nazario e Celso (28 luglio)

S. Domitilla (12 maggio)

S. Nicomede (15 sett.)

S. Policarpo (26 genn.)

S. Pudenziana (19 maggio)

S. Prassede (21 luglio)

I 7 fratelli martiri (10 luglio)

S. Felicita (23 novembre.)

S. Giustino (14 aprile)

S. Sinforiano (22 agosto)

S Ireneo (2S giugno)

Ss. Tiburzio, Valeriano e Massimo (14 aprile)

S. Cecilia (22 novembre)

Sant’Ippolito (22 agosto)

S. Barbara (4 dicembre)

S. Agata (5 febbraio)

S. Apollonia (9 febbraio)

S. Epimaco (10 maggio)

S. Venanzio (18 maggio)

S. Cristoforo (25 luglio)

Ss. Dionigi e Comp. (9 ottobre)

Ss. Trifone, Respizio e Ninfa (10 novembre)

S. Saturnino. (29 novembre)

Ss. Rufina e Seconda (10 luglio)

S. Margherita (20 luglio)

Ss. Abdon e Sennen (30 luglio)

S. Romano (9 agosto)

S. Lorenzo (10 agosto)

S. Ippolito (13 agosto)

Ss. Proto e Giacinto (11 sett.)

S. Cipriano (16 settembre)

Ss. Mario e Comp. (19 gennaio)

Sant’Emerenziana (23 gennaio)

S. Valentino (14 febbraio)

S. Giorgio (23 aprile)

S. Pancrazio (12 maggio)

S. Bonifacio (14 maggio)

S. Agapito (18 agosto)

S. Sebastiano (20 gennaio)

S. Agnese (21 gennaio)

S. Vincenzo (22 gennaio)

S. Dorotea (6 febbraio)

Ss. Marcellino, Pietro ed Erasmo (2 giugno)

Ss. Primo e Feliciano (9 giugno)

Ss. Basilide e Comp. (12 giugno)

S. Vito o Guido (15 giugno)

Ss. Marco e Marcellino (18 giugno)

Ss. Nabor e Felice (12 luglio)

S. Cristina (24 luglio)

S. Pantaleone (27 luglio)

Ss. Simplicio e Comp. (29 luglio)

Ss. Ciriaco e Comp. (8 agosto)

Ss. Tiburzlo e Susanna (11 agosto)

Ss. Felice e Adaucto (30 agosto)

Ss. Maurizio e Comp. (22 sett.)

Ss. Cipriano e Giustina (26 settembre)

Ss. Cosma e Damiano (27 sett.)

Ss. Sergio e Comp. (7 ottobre)

Ss. Crisante e Daria (25 ottobre)

Ss. Vitale e Agricola (4 nov.)

I 4 Coronati (8 novembre)

S. Menna (11 novembre)

S. Crisogono (24 novembre)

S. Caterina d’Aless. (25 nov.)

S. Lucia (13 dicembre)

Ss. Gennaro e Comp. (19 sett.)

S. Adriano (8 settembre)

S. Gorgonlo (9 settembre.)

S. Anastasia (25 dicembre)

S. Felice (14 gennaio)

S. Biagio (3 febbraio)

1 40 martiri di Sebaste (10 marzo)

S. Casslano (13 agosto)

S. Timoteo (22 agosto)

S. Pietro d’Aless. (26 novembre)

S. Acazio soldato (8 maggio)

S. Gregorio Taumat. (17 nov.)

c) Il Medio-evo (IV-XV.secolo)

Costantino (306-337), vittorioso di Massenzio, grazie al Labaro si convertì al cattolicesimo, e fu lo strumento di cui Dio si servì per permettere alla Chiesa, dopo tre secoli di persecuzioni, di abbattere definitivamente il paganesimo. Costantino fece costruire le antiche basiliche del Salvatore e di S. Pietro a Roma, ricostruite e consacrate più tardi. La festa dell’Invenzione della S. Croce (3 maggio) si celebra in Oriente il 14 settembre, anniversario della consacrazione dei!: basilica che Costantino fece erigere sul Calvario; in Occidente dette origine alla festa dell’Esaltazione della S. Croce (14 settembre).

Intanto, valendosi dell’era di pace, i Papi

34 S. Silvestro I (31 dicembre)

35 S. Marco I (7 ottobre)

si dedicarono all’organizzazione della Chiesa; ma ben presto la persecùzione riprese e il calendario segna nuovi martiri.

Sotto Giuliano l’Apostata:

S. Gordiano (10 maggio);

* Ss. Giovanni e Paolo (26 giugno);

3. Bibiana (2 dicembre).

Sotto Valentiniano I e Valente:

38 S. Felice II, papa (29 luglio).

E fu allora che per trovare la pace in tempi così torbidi, un gran numero di cristiani si rifugiò nella solitudine della Tebaide. Il più celebre fra questi fu S. Paolo, primo eremita (†341, festeggiato il 15 gennaio), il quale fu il primo legislatore degli Anacoreti.

S. Orsola e le sue Compagne (21 ottobre) S. Teodoro (9 novembre).

S. Giovenale (3 maggio) S. Alessio (17 luglio) S. Ilarione (21 ottobre).

A questo secolo appartengono il primo santo Confessore ricordato nel Calendario cattolico in Oriente, e S. Martino (11 novembre) il primo in Occidente. Il calendario porta nomi di altri Papi Confessori:

39. S. Damaso 1 (11 dic.)

42. S. Innocente I (28 luglio)

47. S. Leone Magno (11 apr.)

55. S. Giovanni I (27 maggio)

80. S. Silverio (20 giugno)

66. S. Gregorio Magno (12 marzo)

76. S. Martino I (12 novembre)

82. S. Leone II (3 luglio)

Nel IV secolo incomincia l’èra aurea dei Padri della Chiesa,

come ci ricordano le feste dei quattro grandi dottori d’Oriente:

S. Atanasio (2 maggio),

S. Basilio Magno (14 giugno)

S. Gregorio di Nazianzo (9 maggio),

S. Giovanni Crisostomo (27 gennaio),

e di quelli d’Occidente:

S. Ambrogio (7 dicembre),

S. Agostino (28 agosto) convertito dalla madre

S. Monica (4 maggio),

S. Girolamo (30 settembre) e

S. Gregorio Magno, già ricordato. Se si aggiungono i nomi di

S. Nicola (6 dicembre), di

S. Ilario (14 gennaio), di

S. Eusebio (16 dicembre), di

S. Efrem (18 giugno), di

S. Damaso (già ricordato), di

S. Cirillo di Gerusalemme (18 marzo), di

S. Liborio (23 luglio), di

S. Paolino (22 giugno), di

S. Cirillo d’Alessandria (9 febbraio), di

S. Pietro Crisologo (4 dicembre), dei due Papi Leone I e S. Leone II, già ricordati, di

S. Isidoro (4 aprile), di

S. Beda (27 maggio), e di

S. Giovanni Damasceno l’ultimo Padre della Chiesa d’Oriente (27 marzo) si hanno ì principali difensori della dottrina cattolica dal IV all’VIII secolo.

V SECOLO.

Le grandi solennità dell’anno, le ordinazioni delle Quattro Tempora e le Stazioni di Quaresima che si compivano nelle basiliche romane e in oltre 43 santuari differenti, ci fanno vedere che fin dal V secolo la Chiesa aveva completamente conquistata la città eterna.

In questo tempo vengono istituite due feste: l’una per celebrare l’Apparizione di S. Michele in Italia (8 maggio) e l’altra la Dedicazione della basilica di S. Michele (29 settembre) che gli fu consacrata da Papa Bonifacio IV sull’area del circo romano.

Nel 415 avvenne l’Invenzione del corpo di S. Stefano (3 agosto).

Nel 431 il terzo Concilio a Efeso condannò Nestorio che negava l’unità della persona in Cristo e la conseguente maternità divina in Maria.

Il calendario riporta inoltre nomi di Vescovi missionari e monaci che, dal secolo V intrapresero la conversione dei barbari le cui orde avevano invaso l’Europa.

VI SECOLO.

S. Saba (5 dicembre) ordina le comunità monastiche in Palestina.

S. Remigio (1° ottobre) battezzò Clodoveo nel Natale del 496 e fece della Francia la Figlia primogenita della Chiesa.

S. Patrizio (17 marzo) converti l’Irlanda e fece sì che essa fu chiamata l’isola dei Santi.

S. Ermenegildo (13 aprile), determinò la Spagna ad abbracciare la fede di Cristo.

S. Egidio (1° settembre) è uno dei quattordici Santi Ausiliari.

Ma è soprattutto

S. Benedetto (21 marzo), che, dando alla vita monastica una regola piena di saggia moderazione, assicura per parecchi secoli l’impero della Chiesa su Roma, allora in decadenza, e sui popoli barbari; e mentre

S. Scolastica, sua sorella (10 febbraio) santifica le anime nella solitudine del monastero; il Patriarca dei monaci d’Occidente invia in Francia il discepolo

S. Mauro (15 gennaio).

S. Placido (5 ottobre) fu anche uno dei suoi discepoli più cari. Il primo Papa benedettino, S. Gregorio Magno Magno, mandò

S. Agostino di Cantorbery (28 maggio) ad evangelizzare la Gran Bretagna, la quale meritò in poco tempi d’essere anch’essa chiamata l’isola dei Santi.

VII SECOLO.

Le Litanie Maggiori, il 25 aprile, perpetuano da S. Gregorio in poi, la testimonianza della confidenza piena che la Chiesa ha nella preghiera e nella penitenza per scongiurare calamità pubbliche.

Nel Pantheon d’Agrippa, Roma aveva riuniti tutti gli dèi pagani, ma questo tempio, liberato da tutti gli idoli, fu dedicato il 13 maggio del 640 dal Papa Bonifacio IV a Maria e ai Martiri, e più tardi a tutti i Santi. Sotto Gregorio IV (827-844), questa festa venne trasportata al 1° novembre, in modo che la festa di Tutti i Santi, divenuta anniversario di questa consacrazione, segnò il trionfo di Cristo sulle false deità.

Nel 628, S. Anastasio (22 gennaio) fu martirizzato per òrdine del re Cosroe.

VIII SECOLO.

Il 5 giugno la Chiesa festeggia

S. Bonifacio benedettino, sassone, il quale incorona il re Pipino e converte la Germania.

IX SECOLO.

In seguito a calamità pubbliche S. Mamerto nel V secolo stabilisce le Rogazioni, che nell’816 vengono introdotte a Roma da Leone III. Questi fu il Pontefice che coronò Carlo Magno nel Natale dell’800. Difensore della S. Chiesa e Ausiliare in tutto della S. Sede Apostolica e della Cristianità, di cui il Papa era la testa ed egli fu il braccio, questo imperatore diffonde ovunque la liturgia romana e Il canto gregoriano.

La festa dei

Ss. Cirillo e Metodlo (7 luglio) ricorda la conversione della Boemia e della Polonia che, per essi, entravano a far parte della S. Chiesa nel 870. Di questi paesi e dell’Ungheria è patrono

S. Venceslao (28 settembre).

X SECOLO.

In Francia, la fondazione del celebre monastero benedettino di Cluny (910) segna una data importante nella storia della Chiesa, poiché quest’abbazia fu un vivaio di uomini apostolici. Uno dei primi abati di questo monastero, S. Odilone, fece celebrare il 2 novembre 998 la Commemorazione del Defunti, che ben presto fu estesa a tutta la Chiesa.

XI SECOLO.

Nell’XI secolo, lo slancio religioso è dato da un grande numero di santi. Ancora dell’ordine benedettino vi sono da ricordare due fondatori:

S. Giovanni Gualberto (12 luglio) e

S. Romualdo (7 febbraio) che istituisce i Camaldolesi, di cui

S. Pietro Damiano (3 febbraio) è uno dei più illustri membri. Sul trono risplendono le virtù di  S. Enrico (15 luglio), capo del Sacro Romano Impero;

di S. Stefano d’Ungheria (2 settembre), onorato dalla Sede del titolo di Re apostolico; di S. Edoardo (13 ottobre) d’Inghilterra;

di S. Canuto Magno (19 gennaio), re di Danimarca, che distrusse nel suo popolo le ultime vestigia dell’idolatria, e

Santa Margherita (10 giugno) regina e patrona della Scozia.

In Polonia è da ricordare il Vescovo

S. Stanislao (7 maggio).

Alla fine di questo medesimo secolo la Chiesa attraversa una crisi gravissima. In Oriente le forze dell’Islamismo diventano ogni giorno più minacciose; in Occidente la lotta fra il potere spirituale e il potere temporale si è ingaggiata con un’asprezza tutta particolare; nel clero s’introducono la simonia e il rilassamento e Berengario comincia le sue controversie sull’Eucarestia. È allora che Dio suscita nel 1073 il glorioso monaco benedettino di Cluny, Ildebrando, che divenne Papa e portò il nome di:

162. S. Gregorio VII (25 maggio).

Onesto illustre prelato ristabilisce la legge del celibato, abolisce le investiture e si oppone alle usurpazioni imperiali scomunicando e deponendo dal trono Enrico IV, imperatore di Germania.

XII SECOLO.

Un altro figlio di S. Benedetto,

S. Anselmo di Cantorbéry (21 aprile)

sostiene in Inghilterra le medesime lotte che sosterrà un secolo più tardi

S. Tomaso di Cantorbéry (29 dicembre).

Allora appaiono

S. Brunone (6 ottobre) fondatore dell’Ordine dei Certosini,

S. Norberto (6 giugno) fondatore dell’Ordine dei Premonstratensi,

e S. Roberto fondatore dell’Ordine dei Cisterciensi, ove si osserva in tutto il suo rigore la regola di S. Benedetto.

La più grande gloria di quest’Ordine fu

S. Bernardo (20 agosto) che predicò la 2″ Crociata;

S. Guglielmo (25 giugno) fonda anche un monastero che si ispira soprattutto alla regola benedettina.

Nel 1160 muore

S. Ubaldo (16 maggio), celebre per il suo poter sui demoni.

XIII SECOLO.

Il secolo XIII, che è tra i più gloriosi per la Chiesa, vide sorgere due nuovi Ordini, destinati particolarmente al riscatto e alla liberazione dei Cristiani prigionieri.

L’Ordine della Madonna della Mercede (24 settembre), istituito da

S. Pietro Nolasco (28 gennaio).

S. Raimondo .Nonnato (31 agosto)

fu una gloria di questo Ordine.

L’Ordine dei Trinitari, fondato un po’ prima da

S. Giovanni di Matha (8 febbraio) e da

S. Felice di Valols (20 novembre).

Più d’un milione di prigionieri furono riscattati dai religiosi di questi Ordini dalla schiavitù dei Mussulmani. Inoltre per opporsi ai disordini degli Albigesi, che infestavano il mezzogiorno della Francia, Iddio manda

S. Domenico (4 agosto) che fonda l’Ordine dei Frati Predicatori, illustrato a sua volta da

S. Pietro da Verona (29 aprile), da

S. Giacinto (17 agosto), da

S. Tomaso d’Aquino (7 marzo) e da

S. Raimondo di Pegnafort (23 gennaio) e da

Sant’Alberto il Grande (15 novembre).

Per riscaldare, dice la liturgia, il mondo raffreddato, Dio suscita contemporaneamente a S. Domenico, il serafico

S. Francesco d’Assisi (4 ottobre), fondatore dell’Ordine dei Frati Minori. Viene celebrato il 17 settembre il ricordo delle Stigmate che S. Francesco ricevette.

Fra gli illustri figli di quest’Ordine sono da ricordare:

S. Antonio di Padova (13 giugno),

S. Bonaventura (14 luglio). Il 12 agosto la Chiesa celebra

S. Chiara, cooperatrice di S. Francesco, per la fondazione del secondo Ordine o delle Clarisse; in questo tempo fu istituito il terzo Ordine o l’Ordine dei Terziari.

Nel secolo XIII fu anche istituito in Europa l’Ordine del Carmelo come ricorda la solennità della

B. V. M. del Monte Carmelo (16 luglio); fu inoltre istituito da 7 Fondatori (12 febbraio) l’Ordine dei Servi di Maria; uno dei primi generali dei Serviti fu

S. Filippo Benizi (23 agosto).

Dall’Ordine benedettino si partono in quest’epoca due rami:

quello dei Monaci Silvestrini, istituito da

S. Silvestro († 1267: 26 novembre) e quello dei Celestini, fondato da  S. Pietro Celestino che fu Papa per qualche mese sotto il nome di:

197 | S. Celestino V (19 maggio).

S. Elisabetta illustra il trono di Ungheria (19 novembre),

S.Edvige quello di Polonia (16 ottobre) e in Francia regna il più grande re cristiano della storia:

S. Luigi IX (25 agosto).

La festa del « Corpus Domini », chiesta da nostro Signore alla beata Giuliana nel 1208 ed estesa a tutto il mondo da Papa Urbano IV nel 1264, rammenta in noi il più potente mezzo scelto da Dio per rendere alla Chiesa il suo fervore e rammenta altresì il XII Concilio ecumenico del Luterano, nel quale fu formulato — usando la parola transustanziazione — il dogma della presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, dogma che del resto aveva sempre fatto parte essenziale dell’insegnamento della Chiesa. Il medesimo Concilio prescrisse la confessione annuale e la Comunione pasquale.

La Natività della B. V. Maria (8 settembre) fu dal Papa Innocenzo IV arricchita di un’ottava dopo il XIII Concilio ecumenico di Lione del 1245.

XIV SECOLO.

Nel XIV secolo l’antico Ordine degli Agostiniani dà alla Chiesa

S. Nicola da Tolentino (10 settembre) e

S. Brigida di Svezia (8 ottobre);

quello dei Benedettini

S. Geltrude la Grande (16 novembre) che fu celebre per le sue rivelazioni sul Sacro Cuore; quello del Carmelo

S. Andrea Corsini (4 febbraio); quello di S. Francesco,

S. Elisabetta, regina del Portogallo (8 luglio); quello dei Servi di Maria

S. Giuliana Falconieri (19 giugno), fondatrice delle Mantellate:

e quello di S. Domenico,

S.Caterina da Siena (30 aprile) che persuase il Papa Gregorio XI a tornare a Roma. Durante un periodo di 70 anni — che sono stati paragonati ai 70 anni della cattività di Babilonia — i Papi abitarono infatti ad Avignone per sottrarsi ai pericoli, che essi incontravano nella Città Eterna. Fu ad Avignone che Giovanni XXII estese, nel 1334, a tutta la Chiesa la festà della SS. Trinità (I Domenica dopo Pentecoste) e che Gregorio XI istituì, un anno prima di tornare a Roma, la festa della Presentazione della B. V. M. (21 novembre), che era già celebrata in Oriente. Il successore, Urbano VI stabilì nel 1389 per tutto il mondo la festa della Visitazione della B. V. M. (2 luglio) per ottenere la fine del grande scisma, che mettendo l’uno contro l’altro due papi, desolò per quarant’anni l’Occidente.

XV SECOLO.

Nel XV secolo Dio mandò alla Francia

Santa Giovanna d’Arco (30 maggio); alla Spagna

S. Vincenzo Ferreri dell’Ordine di S. Domenico (5 aprile);

S. Giovanni di S. Facondo dell’Ordine di S. Agostino (12 giugno) e

S. Diego dell’Ordine di S. Francesco (13 novembre): all’Italia

S. Francesca Romana, fondatrice delle Oblate di S. Benedetto (9 marzo),

S. Antonino, domenicano, arcivescovo di Firenze (10 maggio),

S. Bernardino da Siena, francescano (20 maggio),

S. Lorenzo Giustiniani (1° Patriarca di Venezia) (5 settembre); e alla Polonia

S. Giovanni di Kenty (20 ottobre) e

S. Casimiro

(4 marzo).

La presa di Costantinopoli per opera di Maometto II, nel 1453, portò con sé la caduta dell’Impero d’Oriente, che risaliva fino a Costantino, giusto castigo della sua ribellione alla Chiesa di Roma. Intanto per proteggere l’Europa dall’onda invadente, i Papi suscitano degli eroi.

S. Giovanni Capiscano, francescano italiano (28 marzo) predica una crociata e sotto le mura di Belgrado l’islamismo viene vittoriosamente ricacciato da Giovanni Huniady. In memoria di questo avvenimento importante, Papa Calisto III estende a tutta la Chiesa la festa della Trasfigurazione (6 agosto), Cristoforo Colombo scopre il nuovo mondo e Vasco di Gama le Indie Orientali che ricompenseranno la Chiesa dei danni che subirà in Europa nel XVI secolo.

d) Evo Moderno (XVI-XX secolo)

XVI SECOLO.

Il XVI secolo segna una data dolorosa per la Chiesa. Il paganesimo rinascente, Il protestantesimo e ben presto il giansenismo la travagliano all’interno, mentre all’esterno l’Islamismo diventa sempre più minaccioso. Sembra che si sia scatenato satana; egli seduce le nazioni ai quattro angoli della terra, le riunisce per il combattimento ed « esse circondano la terra dei Santi e la città beata » (Apoc. XX, 7); più tardi anzi andranno a spogliare il successore di Pietro del suo patrimonio.

Per opporre un ostacolo all’invasione dei barbari, la Provvidenza Divina aveva suscitato all’alba del Medio-Evo S. Benedetto e il suo Ordine di pace; per combattere la barbarie dello spirito che si avanza come l’armata del male, Dio fa sorgere nei primi tempi dell’Evo Moderno in mezzo a uno stuolo di altri santi,

S. Ignazio di Loyola (31 luglio) primo generale della Compagnia di Gesù, questa nuova milizia di Cristo approvata dalla bolla: Al governo della Chiesa militante. Fino a questo momento si possono ricordaredi questa Compagnia i nomi gloriosi di

S. Francesco Borgia (10 ottobre),

S. Francesco Saverio (primo apostolo degli Indi(3 dicembre) e

S. Luigi Gonzaga, il modello della giovinezza cristiana(21 giugno) e

S. Pietro Canisio (27 aprile) che affrontò coraggiosamente l’errore protestante e fece un celebre catechismo.

Nel 1507 muore

S. Francesco da Paola (2 aprile) fondatore dell’Ordine dei Minimi.

Un figlio di S. Domenico sale allora sul trono pontificale:

232 | S. Pio V (5 maggio). Egli istituisce nel 1571 la festa della Madonna della Vittoria, diventata due anni più tardi festa del S. Rosario della B. V. Maria (7 ottobre), in ricordo della vittoria navale di Lepanto riportata sui Turchi.

Con l’aiuto di

S. Giovanni della Croce, Carmelitano scalzo (24 novembre),  la serafica

S. Teresa (15 ottobre) ristabilisce la primitiva osservanza nell’antico Ordine del Carmelo;

S. Pietro d’Alcantara, illustre riformatore dell’Ordine dei Minori (19 ottobre) guida la santa nel suo nobile lavoro.

S. Pasquale Baylon, il patrono delle opere eucaristiche (17 maggio) è anch’egli figlio di S. Francesco.

S. Gerolamo Emiliani (20 luglio) istituisce la Congregazione dei Somaschi per l’educazione dei giovani e

S. Angela de Merici (31 maggio) quella delle Orsoline per l’educazione delle giovinette.

S. Gaetano (7 agosto) fonda i Teatini;

S. Antonio Maria Zaccaria (5 lug io) fonda un altro istituto del medesimo genere.

S. Carlo Borromeo (4 novembre) riforma il clero;

S. Filippo Neri (26 maggio) istituisce la Congregazione dell’Oratorio;

S. Tommaso da Villanova, monaco agostiniano, si rende celebre per la sua carità verso i poveri (22 settembre), e

S. Giovanni di Dio (8 marzo) stabilisce una Congregazione di Frati Ospitalieri. Nel 1584 Gregorio XIII estende la festa di

S. Anna (26 luglio) a tutta la Chiesa; fu questo Papa che nel 1582 promulgò la riforma del calendario, che va sotto il nome di Riforma gregoriana.

Nel 1585 Sisto V impose a tutta la Chiesa la festa della Presentazione di Maria, che si celebrava già da tempo in Oriente.

Ancora nel XVI secolo Giulio II e Leone X fecero innalzare sulla tomba di S. Pietro la vasta basilica del Vaticano, una delle meraviglie del mondo. Nell’anno 1600 le indulgenze del giubileo vi attirarono tre milioni di pellegrini; Urbano VIII la consacrò nel 1626, come ci ricorda l’anniversario della Consacrazione della basilica di S. Pietro (18 novembre).

XVII SECOLO.

Nel 1608 Paolo V estende alla Chiesa universale la festa dei Ss. Angeli (2 ottobre) e nel 1621 Gregorio XV quella di S. Giuseppe, la quale fin dagli ultimi del secolo XV era stata fissata la data 19 marzo.

La festa del SS. Nome di Maria (12 settembre) approvata da Roma nel 1513, nel 1683 fu estesa da Papa Innocenzo XI a tutta la Chiesa per ringraziare la Vergine della vittoria di Giovanni Sobieski sui Turchi che assediavano Vienna. Lo stesso Papa istituì nel 1688 la festa dei Sette Dolori della B. V. Maria, estesa da Benedetto XIII nel 1727 alla Chiesa Universale; Pio X la fissò al 15 settembre, giorno della ottava della Natività. XVII sec. appaiono nuovi Ordini religiosi che si dedicheranno in modo meraviglioso all’insegnamento e a tutte le opere di carità.

S. Francesco di Sales (29 gennaio) istituisce insieme con

S. Giovanna Francesca di Chantal († 1641: 21 agosto) l’ordine della Visitazione.

Nel 1690

S. Margherita Maria Alacoque (17 ottobre) è favorita a Paray-le-Monial da parecchie visioni del Sacro Cuore.

S. Vincenzo de’ Paoli (19 luglio) fonda la Congregazione dei Preti delle Missioni e, con l’aiuto di S. Luisa Marillac (canonizzata nel 1934) quella delle Figlie delia Carità

S. Camillo de Lellis (18 luglio) fonda una Congregazione di Chierici regolari per il servizio degli ammalati.

S. Francesco Caracciolo (4 giugno) fonda l’Ordine dei Chierici minori regolari e

S. Giuseppe Calasanzio (27 agosto) quello dei Chierici regolari delle scuole pie.

S. Maria Maddalena de’ Pazzi (29 maggio) è una delle glorie dell’Ordine del Carmelo, mentre per l’Ordine di S. Francesco, vi è

S. Fedele da Sigmaringen (24 aprile) e

S. Giuseppe da Copertino (18 settembre); per l’Ordine dei Gesuiti,

S. Roberto Bellarmino (13 maggio), e per l’Ordine dei Teatini

S. Andrea Avellino (10 novembre).

S. Rosa da Lima (30 agosto) è il primo fiore di santità prodotto dal nuovo mondo.

Nel 1623

S. Giosafat, Arcivescovo di Polosca (14 novembre) che cerca di ricondurre a Roma gli eretici e gli scismatici è mandato a morte.

Da segnalare vi è poi il voto fatto da Luigi XIII, nel 1638 di fare una solenne processione il giorno dell’Assunta, legando così questa grande festa della Madonna alla storia nazionale della Francia.

XVIII SECOLO.

S. Giovanni Battista de La Salle (15 maggio) fonda l’Istituto cosi utile e benefico dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Nel 1716 la festa della Madonna del Rosario (7 ottobre) viene estesa da Clemente XI a tutta la Chiesa in memoria della nuova disfatta dei Turchi, subita a Peter Wardein, per opera di Carlo VI.

Nel 1721 Innocenzo XIII concede l’estensione della festa del SS. Nome di Gesù, il 2 gennaio, a tutto il mondo.

Nel 1726 Benedetto XIII, consacra la basilica di S. Giovanni in Laterano, che era stata riedificata, e fa celebrare ogni anno l’anniversario di questo avvenimento con la festa della Consacrazione dcll’Arcibasilica del S. Salvatore (9 novembre); lo stesso Papa l’anno seguente estende a tutta la Chiesa la festa dei Sette Dolori della B.V. M. che si celebra il Venerdì di Passione.

S. Alfonso de’ Liguori, (2 agosto) istituisce la Congregazione del SS. Redentore; i suoi scritti contribuiscono grandemente a riparare al male causato dal rigorismo giansenista. —

S. Paolo della Croce (28 aprile) fonda l’istituto dei Passionisti.— Nel 1765 Clemente XIII estende a tutta la Chiesa l’usanza delle Quarant’Ore che risale al secolo XVI: è una divozione riparatrice e nello stesso tempo una protesta contro il razionalismo che cominciava già a produrre tanta rovina. Alla fine di questo secolo di incredulità, scoppia la rivoluzione francese e il secolo seguente è quello della rivolta generale contro ogni autorità.

XIX SECOLO.

Nel 1817 per ricordare i dolori che Pio VII esiliato e prigioniero aveva sopportato e la protezione della Vergine che lo aveva liberato contro ogni umana aspettativa, Pio VIII estende a tutta la Chiesa la Festa dei Dolori di Maria (15 settembre), che i Servi di Maria celebravano fin dal XIII secolo.

Nel 1849 Pio IX istituisce la

festa del Preziosissimo Sangue di Gesù (1° luglio) per mostrare che ai meriti del Salvatore si deve la vittoria riportata dalle armi francesi sulla rivoluzione che aveva cacciato il Papa da Roma; essendosi ottenuta questa vittoria il 2 luglio, il Papa elevò la festa della Visitazione della B. V. M. a rito doppio di II classe. — Ancora questo Papa nel 1847 estende a tutta la Chiesa la festa della Solennità di S. Giuseppe (mercoledì della 2a settimana dopo l’Ottava di Pasqua), e nel 1870 dichiara questo santo Patriarca protettore della Chiesa universale.

– Nel 1854, Papa Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, la cui festa (8 dicembre) era stata già concessa al mondo intero da Clemente X nel 1708; Leone XIII estende a tutto il mondo la Vigilia di questa festa nel 1879. — Ma il mezzo più grandioso che Dio impiega per confondere insieme la perfida dell’eresia giansenista e il razionalismo empio e immorale è il culto del Sacro Cuore la cui festa (Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini) approvata nel 1765 da Clemente XIII, è innalzata nel 1889 alla dignità di rito di I classe. — Nel 1854 Papa Pio IX consacrala Basilica di S. Paolo fuori le mura, incendiata nel 1823 e fissa la festa della Consacrazione della Basilica di S. Paolo al 18 novembre. — Nel XIX secolo è istituita anche la festa delle Reliquie (5 novembre). — Nel 1888 Leone XIII colpito dalle dolorose prove che la Chiesa subisce, compone una Méssa e un ufficio nuovo in onore della Madonna del Rosario (7 ottobre) ed eleva questa festa al rito doppio di II classe. Il medesimo Papa nel 1879 eleva al rito doppio di II classe la festa di

S. Gioachino, 16 agosto) e quella di

S. Anna (26 luglio).

XX SECOLO.

Nel 1890 Leone XIII istituisce la festa della Madonna di Lourdes febbraio) che Pio X estende nel 1907 alla Chiesa universale. Questo Papa eleva al rito doppio di II classe la festa della Madonna dei 7 Dolori (15 settembre) e trasforma il calendario delle feste cristiane in modo da rendere al Ciclo Cristologico la preponderanza sul Ciclo Santorale. Benedetto XV fa rendere culto universale a

S. Efrem (18 giugno) e gli dà il titolo di dottore; ordina un nuovo Prefazio per S. Giuseppe e i Defunti, e canonizza Giovanna d’Arco, già ricordata, S. Margherita Maria Alacoque (17 ottobre) e

S. Gabriele dell’Addolorata (27 febbraio). Introduce inoltre nella Chiesa universale la

festa della Sacra Famiglia (Domenica nell’Ottava dell’Epifania),  di

S. Gabriele (24 marzo),  di

S. Raffaele, 24 ottobre, di

S. Ireneo (28 giugno) e, ove lo desiderano, la festa di

Maria Mediatrice di tutte le grazie (31 maggio) e del

Cuore Eucaristico Gesù (giovedì dopo l’Ottava del Corpus Domini).

Pio XI istituisce la

Festa di Cristo Re (ultima Domenica di ottobre), quella di

S. Teresa del Bambino Gesù (3 ottobre) e di

S. Pietro Canisio (già citato), che dichiara Dottore della Chiesa insieme con

Giovanni della Croce (già citato anch’esso). Canonizza il S. Curato d’Ars (9 agosto),

S. Maria Sofia Barat (25 maggio) fondatrice delle Dame del S. Cuore, e

S. Giovanni Eudes (19 agosto), fondatore degli Eudisti. Compone anche un nuovo Ufficio e una nuova Messa con Prefazio proprio della Festa del Sacro Cuore, aggiungendovi l’Ottava privilegiata. Estende la festa di S. Margherita Maria Alacoque alla Chiesa universale e canonizza nel 1930  

S. Roberto Bellarmino (13 maggio), che insieme a

S. Alberto Magno (15 novembre), canonizzato nel 1932 fu da lui proclamato Dottore della Chiesa. Infine estende alla Chiesa universale la festa della Maternità della B. V. M. (11 ottobre)

e quella di S. Gabriele dell’Addolorata. Fra le ultime canonizzazioni avvenute, ricordiamo in modo speciale quelle di

S. Giovanni Bosco (31 gennaio)

S. Giuseppe Ben. Cottolengo (30 aprile

S. Giovanna Antida Thouret (23 maggio)

S. Margherita Redi (11 marzo).

S. Giovanni Leonardi (9 ottobre)

S. Andrea Bobola (16 maggio)

S. Salvatore da Orla (18 marzo).

Pio XII costituisce Patroni principali d’Italia S. Francesco d’Assisi e S. Caterina da Siena; canonizza

S. Gemma Galgani (11 aprile) e

S. Maria S. Eufrasia Pelletier (24 aprile).

III. Commento Liturgico.

Durante il primo semestre dell’anno ecclesiastico (Avvento-Pentecoste) la Chiesa ricostituisce la vita di Cristo; durante il secondo (Trinità-Avvento), mostra la vita della Chiesa stessa che si sforza di riprodurre nei suoi Santi le virtù del Maestro. Infatti nel passato le Domeniche che. seguivano la Pentecoste erano raggruppate attorno a qualche Santo più importante: vi erano così le settimane dopo la festa di S. Pietro o degli Apostoli, le settimane dopo la festa di S. Lorenzo, le settimane del settimo mese (settembre) e le settimane dopo la festa di S. Michele. Volendo accentuare l’azione dello Spirito Santo nelle anime dopo la Pentecoste, queste Domeniche ricevettero più tardi l’antica e più logica denominazione di Domeniche dopo la Pentecoste, che le riunisce cosi al Ciclo pasquale. Questa seconda parte dell’anno, senza sottoporre nuovamente la sua liturgia all’ordine cronologico della prima, ne è tuttavia l’eco fedele, poiché approfondisce in maniera nuova gli insegnamenti del Signore lasciandosi guidare dai bisogni della nostra intelligenza e del nostro cuore. E così come già nella prima parte si leggevano nel loro ordine le lettere di S. Paolo, il Vangelo di S. Matteo, S. Marco, S. Luca, anche qui si ritrova traccia di questo ordine. Si vede così che per « la maggior parte del tempo », i Salmi sono presi, specialmente per gli Alleluia, Offertori e Comunioni, in un ordine ascendente (Vedi Tavola, p. 844 e 845). Ma perché in questi brani del Vangelo e nei Salmi è stato preso un tal passo o un tal versetto piuttosto che un altro? Come per le Domeniche del Tempo della Settuagesima e della Quaresima, sono i libri storici letti nel Breviario che hanno determinato, per la maggior parte del tempo, questa scelta per le Messe dalla I alla XI Domenica dopo la Pentecoste. Dalla XII Domenica il ravvicinamento tra il Messale ed il Breviario, è meno apparente. Ma per restar fedele al metodo usato per le prime 11 Domeniche come per le Domeniche dalla Settuagesima alla IV Domenica di Quaresima, noi abbiamo creduto bene continuare a stabilire questo parallelismo. Noi non vogliamo con ciò dire che i rapporti da noi già stabiliti, fossero stati tutti voluti dalla Chiesa quando Ella compose il Messale, ma pensiamo che è conforme allo spirito della Chiesa Io studiare questo libro in rapporto al Breviario, poiché Essa ce li dà unitamente ogni giorno, e proponiamo una interpretazione che ci farà rivivere tutta la Storia Sacra ogni anno. Cosi il Messale insegna nello stesso tempo la Storia Sacra, la Storia di Gesù e la storia della Chiesa e, soprattutto, il dogma cattolico, e la morale cristiana nella sua applicazione pratica. Che bel catechismo! Siccome tutte le Domeniche di questo tempo si ricollegano, come è stato detto, alla festa di Pentecoste — ed ecco perché sono dette Domeniche dopo Pentecoste, — si può cercare un altro piano logico che si aggiunge a quello già esposto e viene a completarlo, facendo inquadrare quest’epoca col piano generale del Ciclo. — Lo Spirito Santo, come è stato detto (V. Commento dogmatico), dà alla Chiesa i differenti insegnamenti di Cristo. Il primo di tutti i dogmi è quello della SS. Trinità e questo dogma, lo Spirito Santo ricorda prima d’ogni altro alla Chiesa, poiché solo battezzando in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, essa deve insegnare a tutto il mondo. Ed ecco che la prima Domenica dopo Pentecoste coincide con la festa della SS. Trinità. — Ilsecondo dogma è l’Incarnazione, che ci ricorda fino alla fine dei secoli, la presenza di Gesù nell’Eucarestia; e la seconda solennità è quella del Corpus Domini. — Il terzo dogma è quello della Chiesa la cui anima è lo Spirito Santo, ed ecco che tutte le domeniche seguenti contengono allusioni allo Spirito Santo, e alla grazia che produce nelle anime che appartengono alla Chiesa, per farle sempre più intimamente spose di Cristo. « Durante questo tempo la nostra attenzione è sempre rivolta alla santa Persona divina che, mandata alla Chiesa e alle anime continua e conduce a termine l’opera redentrice ricordata dall’Avvento a Pentecoste. Grazie a questa luce, noi intenderemo meglio le pagine e le parole ispirate, scelte come letture e come canti della Messa: e ciascuna ci apparirà come uno strumento per le divine operazioni dello Spirito Santo nelle anime. Manteniamo la luce di fede che splende specialmente nelle Messe del Tempo dopo Pentecoste; senza dare alle formule di queste Messe una unità, una fisionomia precisa, questo criterio serve a produrre i frutti più preziosi di salvezza per l’anima, che lascia esplicare in se stessa l’azione dello Spirito» (Messale per tutti, LOVANIO). — Essendo poi queste domeniche destinate a rappresentare tutti i secoli che passerà la Chiesa, vi si possono vedere allusioni alle differenti età del mondo; infatti le ultime domeniche parlano esplicitamente del ritorno dei Giudei e delle grandi prove che segneranno la fine del mondo. – Infine. siccome il Tempo dopo Pentecoste è soprattutto consacrato alla Chiesa, fra le diverse domeniche destinate a conservare tutta la preminenza che spetta al Ciclo Cristologico, s’intercalano le grandi feste mediante le qualivengono ricordati i Santi che lo Spirito di Gesù ha fatti. Essi diventano da questo momento il commento vivo della parola del Maestro mettendo in pratica, durante la settimana, quello che lo Spirito Santo ha insegnato nella domenica. Il Ciclo dei Santi trova quindi in questo Tempo dopo Pentecoste tutta la sua ampiezza, pur mettendo in piena evidenza il Ciclo temporale dal quale dipende. Infatti noi qui abbiamo la festa della nascita di Maria sulla terra (8 settembre) e in cielo (15 agosto); la festa di S. Michele (29 settembre); degli Angeli (2 ottobre); la doppia natività di S. Giovanni Battista in terra (24 giugno) e in cielo, il giorno del suo martirio (29 agosto); la festa del Ss. Apostoli Pietro e Paolo (29 e 30 giugno); la festa di Tutti i Santi; la Commemorazione dei Defunti e l’Anniversario della Consacrazione delle principali chiese, simbolo delle assemblee delle anime che un giorno formeranno la Gerusalemme celeste. — Per esprimere questa speranza si usano i paramenti verdi, che ne sono il simbolo, per le Messe di tutte queste domeniche. Il verde che è l’indizio di vita nella natura, era antecedentemente assegnato agli Angeli, che erano rappresentati con aureola oppure veste di questo colore. Il verde designa anche il lavoro della vita della grazia nelle anime e perciò gli antichi dipingevano spesso la Vergine e i Santi con vesti verdi; mentre sui monumenti funerari si disegnava un ramo verde per significare l’immortalità dell’anima e la risurrezione, che sono la mèta del Tempo dopo Pentecoste. Siccome le Domeniche dopo la Pentecoste sono regolate dalla Pasqua, tra la XXIII e la XXIV, che è sempre l’ultima, si forma un vuoto che è riempito con le Domeniche dopo l’Epifania (6a, 5a e 4a e qualche volta anche la 3a dopo l’Epifania) che non furono celebrate. Di modo che, a seconda della Pasqua, si possono avere durante l’anno da 23 a 28 Domeniche dopo Pentecoste.

LO SCUDO DELLA FEDE (114)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXV.

L’ astrologia giudiziale non si può né anche fondare sull’esperienza.

I. Le fiere più maliziose sogliono alle lor tane formare due bocche, le quali se da’ cacciatori non sono serrate a un’ora, vana è la caccia. Dopo aver pertanto all’astrologia chiusa una porta della sua tana, che è la ragione, vantata a torto, conviene incontanente chiuder l’altra, che è l’esperienza: tanto più che da questa si fida più di scappare la maliziosa ove le riesca.

I.

II. E indubitato che qualunque esperienza si conseguisce colla induzion di più casi particolari tra loro simili, i quali danno la regola universale, madre dell’arte; e l’induzione, come il filosofo insegna (Arist. metaph. 1. 1. c. I . eth. 1. 6 c. 4), vuol decorso lungo di tempo: che è la cagione onde i giovani ne son privi. Dican però gli astrologi, che esperienza sia mai la loro di lungo tempo? A lasciare andare le favole, Tolomeo riduce le prime prove di una tal arte ai caldei, usi di vivere anticamente all’aperto, per osservare gli andamenti anche minimi delle sfere. Ma i caldei non osservarono altro più che i moti solari ed i moti lunari: e poco attesero a quei degli altri pianeti, come si raccoglie da Ipparco, il quale spogliò per sé tutti i loro fondachi (V. Gassend. tom. 1. 1. 6. c. 1). Eppure quelle osservazioni medesime furono da’ caldei formate alla grossa (come avviene in tutti i principii delle arti), sì perché ancor non avevano altri istrumenti, che mastini e malfatti, sì perché quelli malamente adattavano alle misure (V. Sext. Empir. 1. 1. in mathem. c. 21): onde chi può dire gli errori corrotti in essi, non pure da Tolomeo, ma da tutti i seguenti astronomi, che sulle tavole, formato poi da lui più distintamente, si tennero lunga età per non ire a fondo?

III. Senonchè neppur esse bastarono a preservarli da un generale naufragio, mentre fino al passato secolo tutti al pari, con presupporre che le sfere de’ cieli fosser concentriche, si appoggiarono ad un sistema, convinto ormai e condannato ad evidenza per falso.

IV. E pur v’è di più. Perchè l’età nostra, portando il guardo per mezzo del cannocchiale fin sulle sfere più alte, ha scoperto un nuovo cielo, dirò così, dentro il cielo antico: scoperte stelle senza numero, o massimamente nella via lattea (che per la gran moltitudine che ne accoglie non può non formare una costellazione più attiva di qualunque altra): scoperte ne’ pianeti stessi nuove apparenze, nuovi compagni, nuovi corsi, non più notati che a variare gl’influssi buoni o maligni de’ suddetti pianeti, sicuramente possono molto più, che non può il semplice luogo, considerato sol dagli astrologi nelle loro calcolazioni, o piuttosto finto di un zodiaco posticcio, qual è uno zodiaco fuori del cielo stellato; e scoperte soprattutto macchie vastissime in faccia al sole per cui, quando ancora le osservazioni antiche fossero esatte, verrebbero a scapitare infinitamente di autorità: perciocché essendo queste macchie solari come nuvole immense, riputata taluna eguale a tutta l’Europa (Blancan. in sphaera 1. 10. c. 25), chi può spiegare quanto a quel gran corpo di fuoco, cui stanno opposte, rifrangano la sua possa, con alterare tutti gli effetti sullunari a gran segno? che però a quegli anni, in cui tali nubi sono comparse più smisurate o più stabili, il nostro mondo inferiore ha goduta una state molto più mite, standosi quasi all’ombra di quello sì vaste tende; come per contrario, non essendosi dopo le comete insigni, vedute più in volto al sole per qualche tempo simili macchie, i mesi estivi sono corsi più accesi, e le stagioni più asciutte. Ora, non pure gli astrologi da principio non osservarono nulla di tutto ciò, ma né anche ne fan parola addì nostri come dovrebbero, dappoiché il Galileo, primo discopritore, non di una terra incognita, ma di un cielo, ce ne recò le novelle. Che esperienze però son coteste loro? Bisogna prima fermar come stian le sfere, e dipoi fondarvi i discorsi.

V. Ma questo è ‘l bello, che ne’ caldei tutti gli astrologi notano gravi abbagli quanto al sistema de’ cieli, e in un protestano di non volersi dipartir da’ caldei nelle loro regole. Così fa Tolomeo medesimo (Alex, de Ang. 1. 4. in astrol. c. 4). Ed il Cardano, che vantasi di avere rialzata l’astrologia dalle sue rovine con gloria maggiore che non sortì il Fontana dal rialzarne l’obelisco sì bello del Vaticano, riconosce Tolomeo qual principe degli astrologi; eppure non solamente gli appone abbagli gravissimi sopra i moti del sole e della luna, due pianeti i più validi ad operare; ma di quattro falli, i più solenni nella sua professione, che sono falsa ratio, falsa computatio, falsa observatio, falsa temporum enumeratio (Sect. 1. aph. 71), lo dichiara reo de’ due ultimi chiaramente: quasiché i due ultimi non si tirino dietro ancora i due primi. L’onore istesso fa egli a Giulio Firmico, pronunciando che fu uno sfacciato e uno stolido: l’istesso all’Albumasarre, 1’istesso all’Albubater, l’istesso al Bonato, maestri sommi: laddove quelli che sono poi succeduti al Cardano, tacciano lui di aver errato, qual uomo audace, all’ingrosso, anche ne’ primi principii. E così leggasi il Bellanzo, il Pighio, il Pontano, il Nifo, i l Gaurico, il Giuntino, il Vossio, o sia chi si vuole, non troverassi un astrologo, il quale non danni l’altro d’ignorantissimo, di venale, di vano, di trascurato (Al. de Ang. 1. 4. c. 2). Che però dov’è l’esperienza di sì grand’arte, se in lei non v’è chi seguire con sicurezza, dacché ella nacque?

VI. Almeno fosse vero, che quelle prove alquanto legittime che si fossero tolte per lo passato, potessero adattarsi al tempo presente. Ma non si può. Conciossiachè avanzandosi le stelle fisse col moto proprio dall’occidente verso l’oriente, fino ad un grado, nello spazio di settantadue anni e quattro mesi; ne segue, che oggi abbiano in cielo un posto diverso assai da quello che occupavano al tempo de’ primi osservatori de’ loro corsi (Ricciol. Almag. 1. 4. c. 14): tanto che la prima stella d’ariete, collocata nel destro corno, era, duemila anni sono, nel primo grado dell’istesso ariete, ed ora è nel vigesimonono: e il simile è di più altre (Alex, de Angel. 1. 4. c. 21). Pertanto, cambiato il luogo, di cui i giudiziari fanno così gran caso, vengono a cambiarsi le declinazioni e le altezze meridiane, e conseguentemente ancora gì’influssi, come apparisce nel sole, sì differente ne’ suoi effetti la state da quello che egli è di verno, per la mera diversità di quel posto che tiene in cielo. Sicché non essendo l’ottavo cielo tornato anco nella positura medesima che ebbe al tempo de’ suoi primi osservatori, né potendovi ritornare (come dimostrasi) se non in capo ad anni, per lo meno ventottomila; qualunque prova che adducasi da’ moderni, sarà una prova singolare, e pero non atta a meritarsi nel tribunale della sapienza fede maggiore di quella che si meriti nel tribunale della giustizia la testimonianza d’un solo: Unus testis nullus testis. E posto ciò, chi non vede, per conclusione, che da più prove simili non han potuto gli astrologi cavar finora una regola universale, su cui tenersi nelle loro natività? E se non hanno una regola universale, come possono dunque alla professione che fanno dar nome d’arte? Ella al più è giuoco semplice di fortuna, non è induzione; mentre non ha potuto finora avere per sua guida l’esperienza, ma salo il caso: Experientia facit artem, inexperientia casum.

II.

VII. Che se non l’ha potuta avere finora, la potrà forse avere da ora innanzi? Questo è il peggio: che non potrà: onde se l’astrologo non vuole andare alla caccia dell’ombra propria, che quanto più si segue, tanto più fugge, meglio è che lasci l’impresa.

VIII. I moti di Mercurio e di Marte (che sulle scene de’ genetliaci fanno le prime parti come quelli da cui dipendono gli affari più rilevanti della pace e della guerra), né finora sono ben palesi a veruno, né possono essere. Mercurio si dilunga così poco dal sole, che i più valenti e i più vecchi astronomi appena si potranno dar vanto di averlo veduto in vita loro due volte. Marte poi è così strano ne’ suoi viaggi, che fu creduto dagli antichi talora quasi esule dalla patria, cioè dal suo cielo (Ricciol. Almag. t. 1. in praef. pag. 14). Certa cosa è, che Ticone (il quale nel contemplare le stelle parve un’intelligenza terrena emula delle celesti che le governano) afferma, non potersi per via delle tavole usate saper le congiunzioni di Marte con Saturno più esattamente, che con pericolo di dare lo spazio di tre o quattro giorni di là dal vero ( L . de nova stella). E tuttavia gli astrologi assegnano non solo il giorno e l’ora, ma sino il minuto preciso di tal congiunzione, per adattar bene le cuspidi delle loro case celesti (come ad uno di loro rimproverò l’istesso Ticone) (Ib. Contra Appian.). formandosi gli antichi il cielo a lor modo, quasiché nessuno abbia mai da riconvenirli.

IX. Queste medesime difficoltà s’incontrano più o meno, nel divisare gli andamenti degli altri pianeti ancora: donde nasce il tanto variare che fanno nelle loro effemeridi gli astronomi, benché dotti: nasce il non accertare per appunto nelle predizioni delle ecclissi, in cui spesso discordano le loro tavole l’ore intere; e nasce la necessità che v’è stata perpetuamente di riordinare ad ora ad ora il calendario non mai ben fermo. L’incostanza degli anni è quella che ha portata una tale necessità, non si può negare: ma l’incostanza degli anni ecco donde viene: dal non essersi mai finora potuto arrivare il punto preciso dell’equinozio vernale, che è quello da cui piglia l’anno astronomico il suo principio. So però non si può sapere appunto l’ingresso che fa il sole ne’ propri segni, come si potrà saper quello che facciano ne’ loro gli altri pianeti di lui più occulti? E se non si sa tale ingresso, su che stabiliranno gli astrologi l’esperienze de’ loro superbi annunzi? Potrà definire in qual grado, in qual particella, in qual punto i pianeti si trovino di alcun segno chi non sa quando fu il passaggio lor preciso dall’uno all’altro?

X. Diranno che non è di necessità una cognizione sì esatta di tali tempi e di tali trasmigrazioni, ma che bastane una morale. Questa risposta, che par sostegno da reggere la fabbrica già cascante, è nondimeno un ariete a finir di rovinarla. E che sia tale:

XI. Uno de’ più solenni argomenti a discredito di quest’arte è la diversissima fine che ordinariamente sortiscono due gemelli nati ad un’ora. Di questo argomento si valse Tullio (L. 4. de Div.) coll’esempio di Proclo e di Euristene, signore de’ lacedemoni, pari nel nascere, e dissimigliantissimi sì nel vivere, si nel morire: e più acutamente se ne valse il grande Agostino (L. 5. de civ. c. 6), coll’esempio di due gemelli, diversi ancora di sesso: ed uno, che, tolta moglie, lasciò la casa per andare alla guerra; l’altra vergine, data a guardar la casa. Se dunque fosse vero quello che è primo principio de’ genetliaci, cioè che al primo momento dell’uscir fuori la creatura dall’utero, le stelle natalizie v’improntano i loro influssi per tutto il tempo avvenire, come il sigillo improntasi in una cera: se fosse, dico, ciò vero, converrebbe che i due gemelli sortissero senza divario un destino stesso sino alla fin della vita. Ma per lo più succede tutto l’opposto: dunque conviene che sia falso il principio su cui i genetliaci fondano le avventure.

XII. Lo scudo che essi oppongono a sì gran lancia, fu il pensier sovvenuto a Nigidio Figulo, pensiero a lui così caro per la invenzione, che ne pigliò fino il nome, qual Scipione dall’Africa debellata. Entrato Nigidio nell’officina di un vasaio, mentre il vasaio volgeva appunto la ruota più fortemente, la segnò due volte con due velocissimi tratti di tinta nera che aveva in mano, e fattola poi restare, fè vedere agli astanti, che que’ due segni, benché impressi quasi ad un attimo, erano tuttavia ben distanti l’uno dall’altro, per la celerità della ruota nel suo girarsi. Così disse egli, addiviene nel rotarsi de’ cieli tanto più rapidi. Quel breve tempo che si frammette nel venire i due gemelli alla luce (quantunque immediatamente l’un dopo l’altro) è la cagione della diversità che poi passa nel loro vivere.

XIII. Ora per veder quanto male a loro difesa si vagliano i genetliaci di questa ruota, quasi di fatata rotella, rispondano a Favorino filosofo, che presso Gellio (L. 14. c. 1) gl’interroga di tal guisa: Se uno spazio sì breve, qual è quello che si frappone nel nascimento di due gemelli, è di sì alto rilievo, che basta a collocarli sotto un fato sì differente; com’è possibile, che gli astrologi dalle stelle natalizie possano mai saper nulla degli accidenti futuri a verun mortale, mentre non possono mai sapere accertatamente la positura di tali stelle nell’atto della natività la quale non può avvenire in sì breve tratto, che in breve non abbiano già quello seguito a correre più che la ruota di qualsisia vasellaio: o molto meno possono innalzare il tema di detta natività sulla relazione che sian per darne i genitori, le mammane, i medici, o qualunque altro che fosse assistente al parto: né si può fare mai diligenza che basti a rinvenire questo momento fatale, senza scambiarlo, massimamente in tanta dissension di orologi non mai concordi; eppure un momento che sia pigliato per l’altro, benché immediato, fa tanto svario! Così non intendono gli astrologi, che ad un architetto di castelli in aria non basta l’avere ingegno, vi vuol memoria. Di sopra dicevano essi, che a’ loro assiomi non è necessaria una cognizione esattissima de’ minuti e de’ movimenti, bastandone una morale; ed ora dicono che la diversità d’un momento solo cagiona ne’ gemelli effetti così contrari, non che diversi : Oportet mendacem esse memorem. Se avessero tal memoria, non oserebbero certamente di far gli oroscopi, non solo ai bambinelli, ma alle città. E non veggono essi quanti lustri vogliono a porle in piedi? Eppure non temono di formare ad esse le loro natività: come anticamente un certo Taruzio la fece a Roma, e come ultimamente il Cardano la fece a tante d’Italia (a Venezia, a Bologna, a Milano, a Firenze), dappoi di avere apprese già le loro indoli e i loro istinti, per esser più sicuro d’indovinarli : 0 vim maximam erroris, dicea però bene Tullio (L. 2. de div.) montato in ira: Etiamne urbis natalis dies ad vim stellarum pertinebat ? Fac in puero referre ex qua affectione cœli primum spiritum duxerit: num hoc in latere, aut cæmento ex quibus urbs effecia est, poterit valere?

III.

XIV. Ma, dacché tutto il saper loro si fonda sull’esperienza, dicano inoltre: da quale esperienza si conducono essi ad argomentare il tenor del vivere ed il tenor del morire, dal solo punto del nascere, mentre l’esperienza ci fa vedere in contrario, che tanti entrati nel mondo sotto oroscopi diversissimi, ne escono tuttavia coll’istesso fine? Mi spiegherò. Muoiano oggi due uomini, l’uno in acqua, l’altro di spada: se voi consultate gli astrologi (tanto felici a rinvenire ciò che fu, quanto infelici a dir ciò che sia per essere), vi troveranno subito donde avvenne. Chi naufragò, dicon essi, sortì nascendo la secchia dell’acquario per ascendente: e chi ferito morì in battaglia, sortì la punta acutissima della freccia del sagittario (V. Miletto 3. curs. math. de astr. prop. 9). Fermi le risa chi può, e passi ad addimandare: certo è, che pochissimi appo gli astrologi son gli aspetti significatori di morte in guerra, o di morte in acqua, Postò ciò, quando nel secolo passato 1’armata navale cristiana, rompendo la turchesca di Selimo II, tinse il mare di sangue maomettano, ed empì le spiagge vastissime di cadaveri, dobbiamo noi credere che tutti quei musulmani, periti di ferro fossero stati al nascer loro feriti dalla cuspide del sagittario, e tutti gli affogati nell’onde fossero nati coll’urna in capo di acquario? Non si può dire che sì, perché in tanti natali differentissimi sarebbe stoltizia volerselo divisare. Adunque diversi oroscopi nel nascere portano ad un medesimo termine nel morire.

XV. Senonchè per difendere una falsità minore con una maggiore, sognano essi certe rivoluzioni universali, che tirandosi dietro a forza gli oroscopi particolari, stravolgano loro il corso: come farebbe ad una nave bene avviata dal vento in poppa, un turbine improvviso ed impetuoso sorto da fianco. E queste universali rivoluzioni portano tanti insieme, per loro detto, a perire di naufragio, di fuoco, di ferro e di altre sciagure indebite. Ma se le stelle non sono né segni, né cagioni degli eventi liberi o casuali, conforme abbiamo veduto, ma influiscono al più nel solo temperamento a formare un’indole o un’inclinazione, piuttosto che un’altra: con quali lieve svolgono le cose sossopra in queste universali rovine? Dove s’impressero allora quelle influenze sì maligne al nome ottomano? Nel mare nato già sei mil’anni prima? ne’legni? negli archibusi? nelle aste? nelle spade? nelle saette? nelle munizioni? Dicasi, in che? Di poi, quando a risposta sì capricciosa pur donisi il passaporto non meritato, ne segue dunque, non poter mai gli astrologi predir nulla intorno alla vita ed alla morte degli uomini; perocché sempre rimarrà a dubitare di qualche abbattimento di stelle non preveduto, che tronchi a mezzo la tela incamminata de’ successi privati, coll’occasione di qualche squarcio solenne, recato ai pubblici da tali rivoluzioni.

XVI. Passiamo innanzi. Qual esperienza ha loro insegnato o potrà insegnare, di ascrivere alle stelle, ascrivere ai segni, una man di effetti che manifestamente debbonsi al sole? Eccone chiaro l’esempio. Ascrivono questi i caldi eccessivi di agosto al segno del leone ed alla stella del cane unita a tal segno. Eppur nulla meno. Conciossiachè quelle vampe che noi proviamo quando il sole è in leone, provan gli antipodi quando il sole è in acquario: e il nostro agosto è il loro gennaio, e il nostro gennaio è il loro agosto: cambiandosi tra loro e noi totalmente le altezze meridiane del sole, da cui proviene la state. Quindi se il mondo segua a vivere ancora diecimil’anni, il cane si avanzerà a nascere nel cuore di gennaio. Vogliamo però noi credere che allora il gennaio debba essere sì cocente, come or l’agosto nei giorni canicolari, perché il cane è focoso di sua natura? Eppure così avverrebbe se fosse vera quella distribuzione che fanno gli astrologi di segni ignei e di stelle che buttan fuoco. Qual dubbio dunque che ingiustissimamente attribuiscono essi alle stelle, qual parto suppositizio ciò ch’è del sole, e che però troppo sono da dileggiarsi, quando per la congiunzion de’ pianeti in questi segni ignei, pronosticano incendi sì spaventosi?

XVII. Senonchè non è certo, che tali segni sono tutti fantastici? E come dunque un puro nome avrà forza di operare le più strane cose del mondo? Eppure così è. Distinguono i genetliaci prima il cielo in dodici parti, e danno a questo il nome di case, in cui riconoscono poscia tanto di forza, che un pianeta buono in una casa cattiva divien dannoso, e un pianeta cattivo in una casa buona divien propizio; quasi che qualunque pianeta sia come il pesco, che piantato in Persia è veleno, trapiantato in Italia si dà per cibo: Posuit translata venenum (V. Millet. 10. 3. curs. mat. propos. 3. astr. Alex, de Ang. 1. 4. c. 19. et 1. 4. c. 6). La prima casa, situata all’oriente, dicon essere della vita: e perché, dopo la vita nessuna cosa amasi più della roba; danno la seconda al guadagno: e perché la roba porta gli amici in copia, danno la terza agli amici: e perché la quarta è nel posto principale, detto imo cielo, danno la quarta ai padri, al patrimonio ed a tutto ciò che provenga felicemente da eredità: e perché per questa sogliono star bene i figliuoli, danno la quinta ai figliuoli, intitolandola dalla buona ventura, promessa quivi da Venere; e perché nella sesta, finta sull’occidente scorgono Marte, danno la sesta alla fortuna sinistra, con farla significare i servi e le serve, e le cadute sì orride ai cortigiani; e perché dopo gl’ineguali succedono ben gli eguali, danno la settima alle nozze, in cui godesi l’eguaglianza; l’ottava, scorta da un malefico raggio non aspettato, viene attribuita alla morte già imminente; la nona alla pietà, perché quel luogo, secondo loro, è prossimo al sommo cielo; la decima agli onori, perché è nel mezzo; l’undecima al genio buono, perché v’è Giove: la duodecima finalmente al cattivo, perché così loro aggrada: che è la ragione anche vera di tutto il resto. Voi che leggete, udiste mai zingaresca più dilettevole? Veramente non vi abbisognano catapulte, quando si tratti di abbattere case tali, fondate in aria. Contuttociò domandate prima agli astrologi, perché ripartiscano il cielo in dodici case e non più: non han che rispondervi, mentre la divisione è affatto arbitraria. Gli auguri antichi lo ripartivano in sedici (Tull., de div. 1. 2). Quanto a me io vorrei ridurre tutte queste case a due semplici appartamenti, ed allogarne uno alla temerità di chi propon queste ciance come misteri, l’altro alla leggerezza di chi le crede.

XVIII. Oltre a ciò, non solo gli astrologi disconvengono in tal partizione dagli auguri; ma né anche convengono ben tra loro; perché alcuni nel disegno di case tali seguono l’architettura di Tolomeo, altri quella degli arabi, altri quella dell’Alchibizio, altri quella del Cardano, altri quella del Montereggio (Ap.Ricciol. Almag. 1. 1. c. 14): donde segue, che avendo ciascun di loro una canna diversa per misurarle nell’assegnazion de’ confini, quel pianeta che starà ad albergare nell’undecima casa secondo un ordine, e significherà buoni amici, starà secondo l’altro ad albergare nella duodecima, e significherà prigionia.

XIX. E poi, che sono queste case celesti? Forse palazzi incantati? Sono tante parti di cielo al tutto omogenee, cioè ciascuna della medesima qualità, pura pura, di cui son l’altre. Or come dunque la quinta casa ha da stimarsi della buona fortuna, e ha però ad esser colma di piaceri, di conviti, di conversazioni, di musiche e di regali: e la sesta, che è la contigua, dirò così, a muro a muro, ha da ricettare non altro che malattie, che mestizie, che avversità? Idem manens idem, semper facit idem. Se però gli astrologi non vogliono abusare indiscretamente la credulità popolare, conviene che dimostrino donde mai da un corpo unico ed uniforme ha da provenire questa diversità d’influenze così contrarie, che nel medesimo tempo piova su l’uno aconito, su l’altro ambrosia.

XX. L’istesso dite de’ segni dello zodiaco meri nomi e mere partizioni ad arbitrio; e tuttavia, se si volesse prestar fede alle chiacchiere, questi sono i primi ministri nel governo di tutte le cose inferiori, mentre vogliono che l’efficienza delle stelle sia promossa, sia rattenuta, o sia talora tramutata in contraria dal segno in cui si trova ciascun pianeta. Ci dicano dunque cotesti interpreti delle cose celesti, che sia questo zodiaco sì misterioso per li suoi segni?Non è altro, che il sommo cielo, diviso non dalla natura, che l’ha fatto tutto di un modo, ma dall’astronomia, che l’ha cosi ripartito in tante intersecazioni mentali per favellarne con legge (Alex, de Ang. 1. 4. c. 22). Adunque come non si vergognano i genetliaci di attribuire effetti così diversi a quella parte di mondo superiore, che in sé non ha veruna diversità, per minima ch’ella sia, ma l’ha soltanto nella fantasia dei mortali? Queste parti, che neppure sono parti reali, come son le membra dell’uomo, ma un tutto sempre somigliante a se stesso, da ciascun lato, com’è un cristallo; queste, dico, potranno affatto disgiungersi con chiamarle altre maschie, altre femmine, altre diurne, altre notturne, altre lucide, altre tenebrose, altre stanti, altre pellegrine, e queste medesime avranno sopra i costumi degli uomini, e le lor sorti, tanto differente potere, che possa affermarsi ciò che sì sfacciatamente scrive il Cardano (L. 2. de revol. c. 11). Si ascendit aries, erit natus in timore mortis violentæ; si taurus, ægrotabit ex libidine; si gemini, sollicitabitur in perquirendis secretis; si cancer, erit amator rerum publicarum ? E fin a quando i deliri si venderan dagli audaci a prezzo di oracoli, e si compereran dagl’insani?

XXI. Una pari temerità mostrano questi falsari nel determinare gli effetti delle costellazioni pur ora dette, avendo usurpate le favole de’ poeti per fondo da lavorarvi i punti in aria delle loro vaticinazioni bugiarde. Guai al parto, dice il Cardano, cui servano di ascendenti due pianeti congiunti in pesce: nascerà muto: quasi che l’altre stelle avessero voce da farsi intendere (Alex, de Ang. 1. 2, c. 10). Perché non afferma, che chi nascerà sotto il granchio , avrà all’andare otto gambe invece di due, e quattro chi sotto il capricorno, o sotto il centauro? Guardati, disse altrove l’istesso autore, guardati di non pigliar medicina quando la luna è in toro. E perché? Notisi l’ingegno profondo. Perché lo stomaco non terrebbela, ma come il toro, dopo aver mangiato, richiama alla bocca il cibo, e torna a ruminarlo; così tu saresti costretto a rigettar la bevanda salubre con tua gran pena. Ma piano, che il toro richiama il cibo alla bocca, non vi richiama la medicina. Adunque dirò io, quando la luna è in toro, guardati di non pigliar cibo, perché lo vomiterai: anzi non meno guardati di pigliarlo quando è in montone, perché il montone anche rumina quanto il toro. Eccovi gli assiomi de’ giudiziari (Id. 1. 4. c. 13): e secondo questi udirete, che la spiga in mano della vergine sia feconda di agricoltori: che la lira produca musici valentissimi; che la nave d’Argo sbarchi dall’alto nocchieri; che la corona piova diademi in capo ai re, che lo scorpione empia le case sotto lui fabbricate di scorpioni, impossibili a disnidarsi, ed altre sì fatte inezie, per cui è di stupor grande, che gli astrologi incontrandosi per le vie, possano mai fra loro tener le risa, come Catone soleva dir degli aruspici: Sicutdixit Cato, miravi se, quod non rideret aruspex, aruspicem cum vidisset (Tuli. 1. 2.de div.).

XXII. Per tutte queste cose, e per altre noiose a dirsi, è manifesto quanto a torto presuma l’astrologia di paragonarsi alla medicina, con chiamarsi un’arte ancor ella congetturale. Che arte congetturale, se neppure ella merita il nome d’arte, tanto è priva di ogni ragione e di ogni esperienza? o s’ella è arte, è arte di frappatoro, che spaccia per oro fino quello che neppure può vendersi per orpello; e per dir meglio, è arte da giuntatore, che, vendendo oro falso, riceve il vero, beffando i creduli con un’alchimia più vana, ma più lucrosa: Homines æruscatores, et cibum quœstumque ex mendaciis captantes (Gell, lib. 24. c. 1). Ella è un aggregato di favole e di follie, fondato tutto in analogie puerili di nessun pregio, da che si sa che in cielo non v’ha né toro, né leone, né lupo, né vergine, né scorpione, né sagittari, né pesci; ma corpi lucidissimi, intitolati altrimenti dagli arabi, altrimenti dagli egiziani, altrimenti dagli ebrei, altrimenti da’ cinesi (Montan. in astrol. devict. pag. 38). E se da’ greci anche furono già chiamati con tali nomi (introdotti, come apparisce più verisimile, parte da’ pastori, parte da’ pescatori, usi di fare la loro vita all’aperto), non da altro avvenne, che dalla usata licenza loro poetica d’innalzare sino alle stelle, non solamente gli croi della loro altera nazione, ma sin le bestie, che somigliavano colla loro figura la situazion di quegli astri. Eppure gli astrologi vi discorrono su. come se quei nomi fossero una perfetta definizione della cosa, errando più all’ingrosso di chi alle antiche piramidi dell’Egitto avesse attribuita virtù d’infuocare tutto il paese, perché esse avevano, non pure il nome, ma la figura dal fuoco.

XXIII. Nel rimanente, quando a’ pianeti vogliasi pur dare alcuna virtù reale di formare il temperamento, qual esperienza ha persuaso o potrà mai persuadere agli astrologi un impossibile, cioè, che un agente naturale possa più da lontano, che da vicino ad aiutar l’altro (a guisa di fuoco che scaldi chi più sta lontano dal cammino, che chi dappresso), o possa parimente più da lontano che da vicino a fargli contrasto: a guisa di remora, che molte miglia distante ancor dalla nave l’arresti più, che quando v’è fatta ai lati?Eppure ciò costoro asseriscono francamente, dicendo che gl’influssi di un pianeta non si avvalorano dagli influssi dell’altro, né si rifrangono, quando ambedue sono in un medesimo segno, ma solo quando, già separatisi por tratti immensi di cielo, si mirano dirimpetto, o si mirano di traverso (Alex, de Ang. 1. 4. c. 30): tanto che secondo quattro aspetti soli le stelle si aiutino l’una l’altra, o si sturbino all’operare: fuori di questi, sieno cieche al vedersi e sorde all’intendersi.

XXIV. L’istesso dicasi dell’affermar che un pianeta nell’influire, passi da un estremo all’altro oppostissimo senza mezzo. Non è ciò del tutto impossibile alla natura? Eppure Giove secondo le loro regole, mentre sta nell’ultimo grado, nell’ultimo minuto, e nell’ultimo secondo al segno di gemini, vien riputato dimorare in un segno avverso, e contrarre, dirò così, dalla rea conversazion di que’ due gemelli malnati cinque gradi di nera malignità e contuttociò nel primo minuto del tempo seguente, passando al primo principio del grado del granchio, Giove, non più vestito a bruno, ma a festa, non sì tosto ha messo il pie sopra quella soglia fortunatissima, che diviene tutto benefico e con quattro gradi di profusa liberalità rimira ogni parto. E questo non è più che un volerci persuader che la terra oggi sia tutta sterile, tutta secca, quale è nella bruma algente, e stasera sia tutta gaia, tutta gioconda, qual è nella primavera? Chi può udir cose tali senza piegarsi a compassione della gente che vi dà retta? Eppur la stolta si lascia persuader, che le congiunzioni, le opposizioni, i sestili, gli esagoni, i quadrati, i trini, i trigoni, cioè null’altro che la mera corrispondenza de’ segni in una figura di sei lati, a cagion d’esempio, più che di quattro corrispondenza che altrove nulla opera nella natura di fisico, in bene o in male), solo in questi sette lucidi corpi abbia tal virtù, che ora versi in seno agli uomini ogni ventura, ed ora ad ogni passo spalanchi un precipizio sotto i lor piedi, o erga un patibolo; tanto più che nelle linee s’intende bene, come queste vengano a costituire un quadrato, cioè una figura di quattro angoli, o a costituire un esagono, cioè una figura di sei: ma in corpi tante e tante volte maggiori ancor della terra, per dir così, indivisibili, in cui finiscano quegli angoli tanto validi ad operare?

XXV. Almeno si contentassero di affermare, che per operazioni così stupende, prodotte da que’ punti, vi voglia assai. No: tutto si opera in uno stante: mentre quelle figure a un tratto svaniscono col girar velocissimo delle sfere. Eppure ciò che in uno stante operossi dura, secondo questi, tutta la vita; come se gli uomini si marcassero dalle stelle a guisa, di puledri, che portansi poi quel segno, malgrado loro, benché decrepiti.

XXVI. Se non altro fossero paghi di darci a credere che i pianeti più possano all’influire, quando stan sopra l’orizzonte, che sotto. Né anche a ciò consentono quegli assiomi, che tutto riferiscono ai puri aspetti. Ma Dio buono! Il sole non può sensibilmente più a mille doppi in questo basso mondo, di quel che possono tutti gli altri pianeti? E nondimeno sperimentiamo pur tutti, che quando egli di giorno è sull’orizzonte, ci scalda in altra guisa, che quando egli è sotto l’orizzonte, di notte. Qual esperienza dunque insegna a costoro, che Mercurio, sì poco visibile ad osservarsi, e sì poco valevole all’operare quando è sorto dall’orizzonte, influisca nel feto all’istesso modo che quando è sito? Una lieve nuvola rifrange i raggi del sole, e tutto il materiale e il massiccio del corpo terreno non potrà rifrangere ad una stella il vigore, non potrà indebolirlo? Questo è far peggio assai che da romanzieri, i quali, se non ci raccontano cose vere, ci raccontano almeno le verisimili. Che però giustamente Sisto di Eminga, nobilissimo astronomo del suo tempo, dopo aver confessato lo studio grande impiegato da lui nell’astrologia su gli anni più freschi, conclude alfine così: Curri autem longo usu et experientia multa doctus, rem penitus inspexissem, comperi, astrologicam doctrinam, cui prius, antequam nota esset, impense favebam, esse impossibilem, falsam, nulla fide dignam et inutilem, quia nulla habent rationum momenta genethliaci, solis experimentis artem suam constare profitentur. Expressimus iam experimenta quoque facere adversus genethliacam. Restat, ut omnium scriptorium libri, omnes hominum ordines, omnium gentium linguœ astrologiæ loquantur vanitatem (Sixt. ab Hem. in gen. Caroli V. ap. Alex, de Ang. 1. 5. c. 16 in fine).

IV.

XXVII. Ma che? verissimo è il detto di santo Ambrogio (L. 4. in hex. c. 4): La sapienza de’ genetliaci è tutta in ordire una gran tela di ragno, la quale può ben prendere ogni meschino con sicurezza, ma non può vantarsi di avere mai finora arrestata un’aquila. Che voglio dire? Cervelli deboli di leggeri si trovano andar perduti dietro una scienza sì vana (Se l’astrologia genetliaca è arte di cervelli deboli, non pregiata da verun forte intelletto, non metteva proprio conto, che l’autore l’avesse presa così in sul serio a confutare). Ma quale intelletto forte la pregiò mai! Socrate la dannò come temeraria. Pitagora e Platone, che nell’astronomia studiarono tanto, dell’astrologia non fecero un caso al mondo. Aristotile, quell’uomo sì prodigioso nel render la ragione di tutte le cose, anche più riposte, la curò sì poco, che neppure degnò di farne menzione in verun suo libro né fisico, né morale (Ap. Euseb. 1. 14. de praep. Ev. c. 4). Cicerone (L. 2, de div.) savissimo la derise, ad imitazione di quegli uomini eccelsi, da lui lodati, che, benché peritissimi delle stelle, la dileggiarono. Ippocrate, Galeno, Avicenna, Porfirio, Plotino, Teofrasto, che furono i più dotti de’ loro secoli, certa cosa è che l’ebbero tutti a vile, come han poi fatto concordemente gli astronomi più moderni, arricchiti dal tempo di maggior lume (Perer. in Gen. 1. 2). Sicuramente fra questi può Ticone valore per uno stuolo. Eppure dopo ogni prova, egli dispregiò l’astrologia come vana, e gli astrologi come vaneggiatori (Gassenno in vita 1. 7). E l’unico Tolomeo che la professò tra gli uomini grandi, non la professò per la stima che mai ne avesse, mentre in più luoghi ( L . 1. de iud. cap. 1. Centiloq. sent. 1. et 5. Quadripart. 1. 2). ancor egli l’abbattè poco men che da’ fondamenti: la professò per bisogno: poiché veggendo egli il tenue guadagno che ritraeva dall’astronomia, nella quale era versatissimo, applicossi all’astrologia, volendo, come disse il Cheplero, che una figliuola stolta, qual è l’astrologia, alimentasse una madre savia, qual è l’astronomia: madre che l’avea data al mondo, qual legittimo parto, non può negarsi; ma parto degenerante, quando a poco a poco, da astrologia naturale, ella tralignò in astrologia giudiziale.

SALMI BIBLICI: “VOCE MEA, … VOCE MEA, AD DOMINUM” (CXLI)

SALMO 141: VOCE MEA, VOCE MEA, AD DOMINUM.

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 141

Intellectus David, cum esset in spelunca, oratio.

[1] Voce mea ad Dominum clamavi, voce mea ad Dominum deprecatus sum.

[2] Effundo in conspectu ejus orationem meam; et tribulationem meam ante ipsum pronuntio.

[3] In deficiendo ex me spiritum meum, et tu cognovisti semitas meas; in via hac qua ambulabam absconderunt laqueum mihi.

[4] Considerabam ad dexteram, et videbam, et non erat qui cognosceret me: periit fuga a me, et non est qui requirat animam meam.

[5] Clamavi ad te, Domine; dixi: Tu es spes mea, portio mea in terra viventium.

[6] Intende ad deprecationem meam, quia humiliatus sum nimis. Libera me a persequentibus me, quia confortati sunt super me.

[7] Educ de custodia animam meam ad confitendum nomini tuo; me exspectant justi donec retribuas mihi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLI.

In questo Salmo si dichiara la prudenza di Davide, che rifugiatosi nella spelonca di Odollam, in prossimo pericolo di morte, trovò saviamente il gran rimedio del rivolgersi a Dio. Si riferisce il Salmo, in senso più alto, a Cristo che prega nell’orto, ed è abbandonato in Croce.

Salmo d’intelligenza di David quando era nella spelonca. Orazione.

1. Alzai il suono delle mie grida al Signore; alzai la mia voce per chieder soccorso al Signore.

2. Spando dinanzi a lui la mia orazione, ed espongo ai suoi occhi la mia tribolazione.

3. Mentre vien meno in me il mio spirito, e le mie vie son conosciute da te.

4. In questa via, per cui io camminava, hanno occultato per me il laccio.

5. Me ne stava pensoso mirando a destra, e non era chi avesse di me conoscenza.

6. Ogni scampo mi è tolto, e non avvi chi abbia pensiero dell’anima mia.

7. Alzai le mie grida a te, o Signore; dissi: Tu sei mia speranza, mia porzione nella terra dei vivi.

8. Dà udienza alle mie suppliche, perché io son fuor misura umiliato.

9. Liberami da coloro che mi perseguitano, perché sono più forti di me.

10. Trai dal carcere l’anima mia, affinché io dia lode al tuo nome: i giusti stanno aspettando il momento in cui tu mi sarai propizio.

Sommario analitico

David, nascosto nella caverna di Odollam, riconosce che non c’è nulla da aspettarsi dagli uomini, e che non spera se non da Dio la sua liberazione. La Chiesa militante, in ciascuno dei suoi membri, stanchi di una vita che non è che un duro esilio, si consola nella speranza ed offre a Dio le preghiere di coloro che li attendono e li chiamano già dall’alto del cielo.

I. Qualità della sua preghiera:

1° essa è fervente, come lo indica il grido che innalza a Dio;

2° è umile, egli supplica Dio di allontanar da lui il castigo che merita, per le sue preghiere (1);

3° è abbondante, effonde il suo cuore ed i suoi desideri davanti a Dio;

4° è piena e confidente, non nasconde alcuna delle sue ferite al Medico sovrano (2);

5° è necessaria nel pericolo di morte al quale si trova esposto (3).

II. – Fa conoscere il triste stato nel quale i suoi nemici lo hanno ridotto:

1° Essi lo forzano a cambiare tutti i giorni il riparo, e a fuggire per sentieri segreti e contorti (4).

III. – Egli dichiara che pone in Dio tutta la sua fiducia e lo supplica di esaudirlo:

1° a causa della grandezza della sua afflizione,

2° a causa della potenza dei suoi nemici (6);

3° a causa della gloria di Dio (7);

4° per la consolazione dei giusti che attendono che Dio faccia loro giustizia (7).

Spiegazioni e considerazioni

I. – 1-3.

ff. 1, 2. – Non tutti elevano la voce pregando, non tutti la dirigono verso Dio, non tutti fanno intendere la loro voce. Ora, il concorso di queste tre cose è necessario alla preghiera. Il Profeta riunisce queste tre condizioni: egli eleva la voce, si indirizza a Dio, e fa sentire la sua voce (S. Chrys.). – Basta dire questo semplice: « Io ho gridato con la voce al Signore; non è forse senza ragione che il Profeta ha aggiunto “con la mia voce”. » Molti in effetti gridano verso il Signore non con la propria voce, ma con la voce del proprio corpo. L’uomo interiore, nel quale il Cristo ha cominciato ad abitare con la fede (Ephes. III, 17), deve dunque gridare verso il Signore mediante la sua voce, non con il brusio delle proprie labbra, ma con il sentimento del suo cuore. Ove non ascolta l’uomo, ascolta Dio; se voi non gridate con la voce che producono i vostri polmoni, la vostra gola e la vostra lingua, l’uomo non vi ascolta; ma il vostro pensiero è il grido verso il Signore. Nella prima parte del versetto, vi è dichiarato il suo grido; nella seconda, ha determinato questo grido. Come se gli si domandasse: qual tipo di grido avete rivolto al Signore? Egli risponde: « Io ho elevato con la mia voce delle suppliche al Signore. » Il mio grido è una preghiera; non è né un’ingiuria, né un mormorio, né una bestemmia! (S. Agost.) – La preghiera si effonde davanti a Dio quando sfugge poco a poco dalla sua interezza come l’acqua dal vaso del cuore, quando, sull’esempio di Maddalena, noi bagniamo con le nostre lacrime i piedi di nostro Signore, secondo l’invito che fa il profeta Geremia alla figlia di Sion: « Alzatevi, lodate il Signore dall’inizio delle veglie della notte; spandete il vostro cuore come acqua davanti al Signore » (Lament. II, 19) – Pochi sono gli amici verso i quali si possa spandere il cuore e rendere depositari delle pene che si provano. – Ma l’anima malata o afflitta è vicina a Dio, dice San Gregorio Nazianzeno, e allora più che mai, noi siamo vicini al Signore; è sufficiente offrire il nostro cuore e lasciarlo alleggerire silenziosamente nel seno di Dio, spandere nel suo seno tutte le nostre tristezze, tutte le nostre inquietudini: è il grido più energico, più potente e più certo del successo. – Che significa: « Io effondo una preghiera davanti a Lui? » Alla sua presenza? Ma cosa significa alla sua presenza? Dove Egli vede Ma dove non vede? Perché noi diciamo dove Egli vede, come se ci fosse qualche luogo ove non si veda. Nell’anbito delle cose corporee, gli uomini vedono ed anche gli animali vedono; ma Dio vede là dove l’uomo non vede. In effetti non c’è un uomo che veda il vostro pensiero, ma Dio lo vede. Diffondete dunque la vostra preghiera là dove vede solo Colui che vi ricompensa; perché il Signore Gesù-Cristo vi ha prescritto di pregare in segreto, e se sapete riconoscere la camera del vostro cuore, destinato alla preghiera, a purificarla, è là che voi pregate Dio. (S. Agost.).  

ff. 3. – «Quando il mio spirito era pronto ad indebolirsi. » Là dove gli spiriti pusillanimi trovano occasione di caduta ed ingiuste recriminazioni, il Salmista si ispira alla più alta saggezza, perché è stato istruito alla scuola dell’avversità (S. Chrys.). –  « Ma voi non conoscete i miei sentieri. » Quali sono questi sentieri, se non le vie di cui è detto altrove: « Il Signore conosce la via dei giusti e la via degli empi sarà distrutta? » (Ps. I, 6). Non è detto: il Signore non conosce che la via degli empi, ma: « Egli conosce la via dei giusti, e la via degli empi sarà distrutta, » perché ciò che Dio non conosce, perisce. In molti passaggi delle Scritture, noi troviamo che per Dio, conoscere è conservare. Conoscere in Dio, è conservare, non conoscere, è condannare. Perché in effetti, Colui che conosce tutte le cose dirà alla fine del mondo: « Io non vi conosco. » (Matth. VII, 23). Che i peccatori non si rallegrino e si guardino dal dire: Noi non saremo puniti, perché il Giudice non ci conosce. Essi sono già puniti se il Giudice non li conosce. Queste vie che il Signore conosce sono dunque gli stessi sentieri di cui il Signore dice: « Voi conoscete i miei sentieri; » perché ogni sentiero è una via, ma ogni via non è un sentiero. Perché dunque queste vie sono chiamate sentieri, se non perché esse sono strette? La via degli empi è larga, la via dei giusti è stretta. « Voi conoscete i miei sentieri; » Voi sapete che tutto ciò che io soffro per Voi, lo soffro per amore; Voi sapete che è la carità che mi fa sopportare tutto; Voi sapete che se io offro il mio corpo per essere bruciato, io ho la carità, senza la quale questo sacrificio non serve a nulla all’uomo. Ma, chi conosce queste vie dell’uomo, se non colui al quale è detto con tanta verità: « Voi conoscete i miei sentieri? » In effetti, tutte le azioni umane si svolgono sotto gli occhi dell’uomo; ma chi sa con quali intenzioni del cuore esse si fanno? E quanti empi vi sono che, secondo la misura che prendono da se stessi, pretendono che noi cerchiamo nella Chiesa degli onori, delle lodi, dei vantaggi temporali! Quanti ve n’è che dicono che vi parlo per attirare i vostri applausi e le vostre lodi, per cui sia questo lo scopo nel parlarne! E come provare loro che io non parlo con questa intenzione? Io non ho altra risorsa che dire al Signore: « Come questi uomini saprebbero che Voi non sappiate? Come saprebbero ciò che pur io so appena a malapena? Perché io non mi giudico da me stesso, ma è il Signore che mi giudica » (I Cor. IV, 3 e 4), (S. Agost.). – Non è da lontano, è da vicino che il demone ci tende insidie che dissimula con cura; così ci è necessaria la più grande vigilanza per scoprire queste insidie che ci nasconde, la vanagloria nelle elemosine, la fierezza presuntuosa nei digiuni e nelle buone opere. Questo non accade, lo vedete, nei cammini che ci sono estranei, ma in quelli in cui noi camminiamo, ed è ciò che ci rende il pericolo ancor più terribile. (S. Chrys.). – La via in cui si avanza il Cristiano fedele, è il Cristo; è là che è stato teso un laccio dagli uomini che perseguitano coloro che sono nel Cristo, in odio al nome di Cristo. … perché  in effetti, questo furore contro di me? Cosa perseguitano in me? Il mio titolo di Cristiano. Se dunque perseguitano in me il mio titolo di Cristiano, essi mi hanno teso segretamente un laccio nella via in cui avanzavo. (S. Agost.).

II. — 4

ff. 4. – Questo è il carattere degli uomini del mondo: essi fanno mille proteste di amicizia verso coloro dai quali attendono qualcosa, ma non li conoscono più se sono caduti in qualche disgrazia. Dio solo è il nostro vero amico, Egli non ci conosce meglio di quando ci vede abbandonato da tutti. (Duguet). – « La fuga mi è divenuta impossibile. » Questo è un ulteriore accrescimento di infelicità. Non solo insidie lungo il cammino, nessuno che gli porti soccorso, nessuno che lo riconosca, ma anche la sola risorsa residua gli viene tolta, egli non può cercare la sua salvezza se non nella fuga. (S. Chrys.).

III. — 5-7.

ff. 5-7. – – In una situazione di così grande estremità, in questa assoluta privazione di ogni mezzo di difesa, si dispera della propria salvezza? No, egli si rifugia subito tra le braccia di Dio e gli dice: « Io ho gridato verso di Voi, Signore, ho detto: Voi siete la mia speranza e la mia parte nella terra dei viventi. » Ecco un’anima veramente vigilante; le sue sventure, invece che abbatterlo, gli danno delle ali per elevarsi, e fin anche in questa estremità in cui ogni speranza sembra perduta, riconosce la mani invincibile di Dio, la sua potenza sovrana e la facilità con la quale ci strappa ai pericoli più grandi (S. Chrys.) – Come Dio può essere la nostra eredità – si chiede San Agostino – ? Perché ci sia eredità, bisogna che colui da cui si erediti, sia morto; e quando la morte potrà trovarsi in Dio? Questo accade – risponde – quando Dio, conosciuto quaggiù come un enigma e nascosto sotto il velo della fede, si manifesterà pienamente a noi, e lo vedremo così com’è. Ma se noi dobbiamo essere in tal modo degli eredi di Dio, occorre che Dio anche sia il nostro erede, e non debba possedere questa eredità se non quando noi saremo morti al mondo, ed il mondo sarà morto per noi (Berthier). – La vita presente, è terra dei morenti, piena di afflizioni e di croci; la vita futura, è la terra dei viventi, della felicità e della gioia, che deve essere nostra parte per sempre (Dug.). Doppio è il motivo della preghiera che il Re-Profeta fa a Dio di liberarlo: l’eccessiva umiliazione alla quale si è ridotto, ed il folle orgoglio che ha dato ai suoi persecutori il trionfo della loro forza sulla sua innocenza. – Niente è più degno della bontà e della potenza di Dio che l’essere la forza ed il liberatore dei deboli oppressi. È la forza di questi deboli il ben sentire la loro debolezza, così come è la debolezza di questi forti e potenti di abusare della loro forza e della loro potenza contro coloro che non possono resistere loro se non con le loro preghiere ed i loro gemiti (Duguet). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, » questa preghiera ha più di un oggetto, nello spirito del Profeta, la liberazione dal suo corpo mortale, la sua evasione dalla caverna di Odollam. L’Apostolo diceva nello stesso senso « … chi mi libererà da questo corpo di morte? » I santi avevano bisogno di tutta la loro sottomissione alla volontà divina per sopportare pazientemente il lori esilio in questa vita. Bisogna nondimeno riconoscere che la nostra anima è talmente imprigionata in questo corpo mortale che essa accarezza questa dimora, non come una prigione – dice San Agostino – ma come facente parte di un tutt’uno in cui Dio ha legato tutte le parti. È la corruzione del corpo che l’anima rischiarata dalla grazia ha in orrore. Questa non è l’opera di Dio, è la pena del peccato che dà il suo tormento. Quando il corpo, al tempo della resurrezione generale, sarà liberato da questo gioco di iniquità che lo curvava verso terra, l’anima vi si riunirà con una soddisfazione inesprimibile, « Finché noi siamo nella dimora di quaggiù, dice l’Apostolo, noi gemiamo sotto il fardello, perché noi desideriamo non di essere spogliati, ma di prendere come un secondo vestito, affinché ciò che vi era di morto in noi sia assorbito dalla vita. » I giusti già coronati nella gloria, attendono i giusti della terra, alfine di completare tutti insieme l’edificio della santa Gerusalemme, e formare questa Chiesa eterna « dei primogeniti che sono scritti nei cieli. » (Berthier). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, affinché io benedica il vostro Nome; i giusti mi attendono finché mi ridiate la tranquillità desiderata. » Vedete di grazia questo spirito (S. Franc. D’Assisi), che come un usignolo celeste chiuso nella gabbia del suo corpo, nel quale non può cantare come desidera le benedizioni del suo eterno Amore, sa che cinguetterebbe e praticherebbe meglio il suo bel canto se potesse ottenere l’aria aperta per gioire della sua libertà e della società con gli altri usignoli tra le gaie e fiorite colline della felice contrada: ecco perché esclama: “ahimè, Signore della mia vita, per la vostra bontà dolcissima, liberatemi, povero come sono, dalla gabbia del mio corpo; traetemi da questa piccola prigione, affinché mi liberi da questa schiavitù, e possa volare ove i miei cari compagni mi attendono, là in alto, in cielo, per aggiungermi ai loro cori e circondarmi della loro gioia: là, Signore, aggiungendo la mia voce alla loro, farò con essi una dolce armonia di arie e di accenti deliziosi, cantando, lodando e benedicendo la vostra misericordia. (S. FRANÇ. DE SALES, Tr. de l’am. de Dieu, 1. V, c. x.).

IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (12)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (12)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo VI.

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL COMPAGNO DEL NOSTRO PELLEGRINAGGIO

Le visite di Dio agli uomini.

Se il primo dovere dell’uomo è quello di inchinarsi davanti al suo Creatore, con il sacrificio, il suo primo bisogno è quello di vedere il suo Creatore inchinarsi a lui e concedergli la sua amicizia. L’unione con Dio è lo scopo della Religione, così come il sacrificio è il suo atto supremo. Con il sacrificio testimoniamo a Dio la nostra assoluta dipendenza e il nostro bisogno del suo aiuto. Non serve nient’altro per attirarci nella sua infinita bontà e per fargli fare alleanza con la nostra debolezza in un’alleanza misericordiosa. Ma questo patto tra Dio e l’uomo non è sempre stato altrettanto intimo. Dio era sempre contento di conversare con i figli degli uomini, ma essi non erano ugualmente disposti a ricevere le sue visite paterne. Queste erano all’inizio solo poche apparizioni concesse alla fede dei Patriarchi. Poi fu innalzato il Tabernacolo e Dio fece la sua abituale dimora nell’Arca dell’alleanza, dove conversava direttamente solo con il Sommo Sacerdote ed in alcune circostanze solenni. La gente poteva parlargli solo dall’esterno. Finalmente il velo è stato strappato. L’ingresso del santuario è stato aperto agli uomini. Il vero Santo dei Santi, Colui di cui l’Arca dell’Alleanza non era che una pallida immagine, apparve alla vista degli uomini. Il Verbo stesso di Dio ha parlato la nostra lingua e per trentatré anni ha conversato con noi come uno di noi. E non solo Mosè, ma anche l’ultimo dei peccatori ha potuto affrontarlo faccia a faccia. Non è questo, per Dio, l’apice della condiscendenza? E non dovrebbe essere soddisfatto Egli che una volta aveva detto che le sue delizie erano “l’abitare tra i figli degli uomini”? No, non è soddisfatto! Per soddisfare tutte le esigenze del suo amore deve inventare un’unione molto più stretta, una disposizione che lo avvicinerà a tutti i suoi fratelli fino alla fine dei tempi. E questo, senza togliere il merito della fede, permette loro di vedere, in modo più sensibile, il suo immenso amore per loro. Questo è il capolavoro del Cuore di Gesù.

Dio resta con gli uomini fino alla fine dei tempi.

Aveva terminato la sua carriera mortale e doveva andare da suo Padre. La sola notizia della sua partenza aveva addolorato gli Apostoli; ma quanto più vividamente desiderava non essere separato da loro! Che cosa farà allora? Obbedirà al Padre che Lo chiama, ed allo stesso tempo al suo amore che Lo trattiene. Salirà in cielo, ma poco dopo scenderà di nuovo sulla terra in modo definitivo. I suoi figli non avranno perso nulla nella loro separazione, al contrario, ne avranno tratto vantaggi inestimabili. Perché l’amore del Cuore di Gesù ha saputo approfittare della sua impossibilità di rimanere sulla terra nella sua forma, per soddisfare più pienamente il desiderio di stare con ciascuno dei suoi figli. La sua presenza sarà d’ora in poi meno sensibile, ma molto più completa. Fino ad ora è stato presente in un solo luogo, e quanti uomini non hanno potuto vederlo! Egli stesso andò ad incontrare coloro che avevano bisogno del Suo aiuto; corse dietro alle infermità per curarle. Ma il suo stesso amore sacrificale gli impedisce di rimanere negli stessi luoghi in modo stabile e di soddisfare i desideri di chi avrebbe voluto tenerlo con sé. Passò facendo del bene e compiendo miracoli, ma passò. A parte le poche persone chiamate a seguirlo, la maggior parte di coloro che ebbero la grande gioia di vederlo, si rallegrarono solo per poco tempo. Non sarà più lo stesso in futuro: non in un solo luogo, ma in tutta la terra Gesù Cristo è presente: in tutte le regioni dell’Europa cristiana, in tutti i villaggi di montagna e nei quartieri delle città; in Asia, in Africa, in America, nelle isole dell’Oceania, ovunque il Cuore di Gesù è presente per fortificare i suoi ministri, per incoraggiare i suoi fedeli servi, per consolare coloro che soffrono, per lavare via le macchie dei peccatori. E non passa, rimane! Va dove viene chiamato, ma non si allontana da Se stesso e rimane fino a quando lo si vuol tenere. Non chiede palazzi splendidi, né brillanti cortei, ma un po’ di pane come velo, il recipiente più povero in cui riposare e la capanna più vile per preservarsi dalle intemperie, alcune anime sacrificate per tenergli compagnia, e nient’altro. E si rassegna, in molti luoghi, a rimanere solo per giorni interi. Solitudine alla quale la nostra vergognosa indifferenza lo condanna, e che non lo appesantirà finché Gli lasceremo la speranza di consolarci quando le necessità ci costringeranno a ricorrere a Lui. Questo è il modo in cui il Cuore di Gesù è costantemente presente, non in alcune anime privilegiate, ma in tutti i suoi fratelli e sorelle, sia nei peccatori che nei giusti. Questa presenza deve durare per secoli. Qualunque siano, le prove non ci mancheranno. In tutte le nostre lotte avremo con noi Colui che ha già combattuto in nostro nome e che ha sconfitto tutti i nostri nemici. E in tutte le nostre afflizioni il Divino Consolatore sarà alla nostra porta, pronto a ricevere la fiducia nei nostri dolori. Nell’ultimo giorno della nostra vita, quando non potremo andare da Lui, Egli verrà da noi per sostenerci nella battaglia suprema e per guidarci nel terribile passaggio. Egli farà lo stesso con gli uomini che ci seguiranno sulla terra. Fino alla consumazione dei secoli, il Cuore di Gesù avrà la sua delizia nell’abitare questa dimora di miseria e di peccato. Il suo amore avrà sempre più potere per trattenerli in Lui, ché la sua santità Gli impedisce di allontanarsene.

La nostra condizione è migliore di quella di chi ha visto il Salvatore.

Siamo, in un certo senso, meno favoriti di quelli che hanno vissuto durante la sua vita mortale. Ma siamo compensati per questo da un’altra e più grande grazia. Ricordiamo la risposta dell’apostolo S. Tommaso, quando, dopo essersi assicurato, con la testimonianza dei suoi sensi, della risurrezione del Salvatore, cadde ai suoi piedi ed esclamò: « Mio Signore e mio Dio »; « Tu hai creduto, Tommaso, perché hai visto; beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto. » Perché siamo sulla terra? Vedere e riposare nello splendore di quella visione? No certo, ma per raggiungere, attraverso il cieco assenso della nostra fede, la dolcezza della visione eterna del cielo; per incrementare queste dolcezze con l’aumento della nostra fede. La felicità della vista è la felicità del cielo stesso, ma c’è, per gli abitanti della terra, una felicità che i Santi non possono avere: quella di accrescere il loro tesoro eterno con i loro meriti. Il Cuore di Gesù ha cercato di rendersi presente a noi, conciliando due interessi: quello della nostra debolezza, che richiedeva una presenza sensibile, e quello della nostra felicità futura, che chiedeva una presenza il più possibile favorevole all’esercizio della nostra fede. Se in questa presenza non ci fosse stato nulla per i nostri sensi, il nostro spirito, imprigionato in essi, non sarebbe stato in grado di raccoglierne i frutti. Se, al contrario, fossero stati completamente soddisfatti, la nostra fede non avrebbe avuto nulla a che fare con questo, e non avremmo potuto meritarla. Grazie sian dati al Cuore di Gesù, che ha così mirabilmente riconciliato interessi così contrastanti! Ha dato ai nostri sensi tutto ciò che la nostra debolezza richiedeva, senza togliere alcun merito alla nostra fede. Si manifesterà in modo tale da lasciarsi vedere, toccare e mangiare. Il Sacramento dell’amore diventerà il centro della Religione, la ragione dell’ergersi di magnifici templi, il legame più forte dei pii incontri in cui i figli di Dio si riuniscono attorno alla mensa paterna, l’oggetto principale di solenni cerimonie, davanti alle quali vengono oscurati gli splendori dell’antico culto. E senza dubbio, il Cuore di Gesù è rimasto nella Santa Eucaristia come oggetto della nostra fede. Egli lo esercita per quello che nasconde e per quello che mostra. San Tommaso vedeva l’umanità e credeva nella divinità che non vedeva. Il nostro merito sarà doppio, perché non vediamo né l’umanità né la divinità. È vero che l’una e l’altra ci vengono mostrati sotto le specie del pane e del vino, ma quelle specie, mostrandoci ciò che non sono, aumentano il merito, lungi dal diminuirlo. Perché se è un grande merito credere che Dio è in loro non vedendolo, non è meno meritorio credere che non ci sia il pane, anche se tutte le apparenze ci mostrano tutt’altro. Così, ci si dà l’opportunità di compiere un fervente atto di fede, che diventa un merito, e quanto meno ci viene mostrato Gesù Cristo, tanto più crescono i nostri diritti per godere della visione della sua bellezza.

Gesù Cristo è meno visibile nell’Eucaristia di quanto lo fosse sulla terra?

L’attributo che Dio vuole manifestare principalmente sulla terra è l’amore. Fin dall’inizio, sembra che si sia compiaciuto di nascondere tutti gli altri attributi, per non permettere agli altri di apparire. Raramente ha manifestato il suo potere attraverso i miracoli e la sua giustizia attraverso terribili punizioni. Erano eccezioni strappate alla ripugnanza di Dio per necessità forzate. L’Amore divino, al contrario, ha approfittato di ogni occasione e di ogni pretesto per far scaturire la sua generosità e la sua indulgenza. Le opere buone e i peccati, la fedeltà dei giusti e il pentimento dei colpevoli, sono serviti come rimedio. Nei momenti in cui la sola giustizia sembrava operare, l’amore la moderava. Solo l’Amore divino poteva guidare creature così miserabili come noi siamo al sublime fine per il quale siamo stati creati. L’Amore divino è il nostro sostegno, la nostra risorsa, l’oggetto principale della nostra fede, il più fermo sostegno della nostra speranza. Esso è lo stimolo del nostro amore. Come possiamo osare amare Dio se non ci dimostra Egli stesso che vuole trattarci come suoi amici? Dio Nasconde per il tempo debito gli altri attributi. Nasconde la sua grandezza e la sua potenza, che non farebbero che spaventarci allontanandoci da Lui. Quello che dobbiamo conoscere in Lui, l’unica cosa di cui dobbiamo essere sicuri, è il suo amore. Di tutti i modi in cui Egli può manifestarsi a noi, il più utile sarà quello che più chiaramente ci manifesta il suo amore. Stando così le cose, come possiamo dubitare che nell’Eucaristia, Gesù Cristo ci sia mostrato più visibilmente di quanto non fosse stato durante la sua vita mortale? Come si può scoprire l’amore se non attraverso gli sforzi che fa? E quando l’amore di Gesù Cristo si è maggiormente mostrato a noi? Quando gli ha imposto sacrifici maggiori di quando è stato costretto a spogliarsi non solo delle glorie della divinità, ma delle forme stesse dell’umanità per nascondersi in apparenze inanimate? Se san Bernardo poteva dire che nella culla il Figlio di Dio si è mostrato tanto più amabile quanto più si ancor più evidente? Confessiamo che in questo Sacramento divino Gesù Cristo nasconde tutti gli attributi della sua divinità. Ma diciamo ad alta voce che il suo amore non era mai stato così palpabile. Non vediamo l’umanità del Salvatore, né il suo adorabile volto, né le sue mani che curano le malattie, né sentiamo la sua voce, né possiamo toccare la sua veste. In Lui non vediamo altro che il suo Cuore. In questo Sacramento vediamo il Cuore di Gesù. Lo vediamo nella sua umiltà e dolcezza, con la sua condiscendenza e la sua indulgenza che perdona ogni ingratitudine; con la sua generosità che dona senza mai stancarsi, e la sua misericordia che ha consolazioni per tutte le miserie. Abbiamo sentito il Cuore Divino che ci parlava nel suo silenzio. Possiamo toccarlo, tenerlo vicino al cuore. Questa è veramente la presenza del Cuore di Gesù. È la sua manifestazione completa. Il Salvatore stesso ci ha mostrato l’intima connessione della devozione al suo Cuore con la devozione all’Eucaristia. Non separiamole mai. L’Eucaristia è il segno, e il Cuore di Gesù è la realtà divina da Lui indicata. Naturalmente, la carne del Salvatore è contenuta e simboleggiata dalle Sacre Specie. Ma è carne sacra, in quanto sacrificata per amore e che serve come organo di questo amore ineffabile per santificare le nostre anime. Ora, l’organo speciale dell’amore del Salvatore è il suo Cuore, ed è Lui che si manifesta a noi in modo speciale nelle specie sacramentali: è il Cuore che dobbiamo adorare in modo particolare.

Economia delle manifestazioni divine.

Riflettendo sulle varie manifestazioni divine, possiamo comprendere la loro economia misericordiosa. Sarà facile per noi vedere che la bontà di Dio ci sia stata mostrata più generosamente, poiché la sua grandezza è stata nascosta sotto i veli più oscuri. Il Verbo incarnato si è rivelato agli uomini in tre modi: in primo luogo, si è fatto conoscere agli uomini come il Verbo del Padre, quando ha conversato con Mosè, i Patriarchi e i Profeti, imponendo loro i suoi precetti e togliendo il velo del futuro. Si è poi circondato degli abiti della sua divinità, si è avvolto nelle nuvole, facendo scoppiare il fulmine e incutendo un rispettoso timore in tutti coloro che hanno ricevuto i suoi messaggi. La seconda manifestazione del Verbo divino è stata meno brillante, ma più misericordiosa. Era visto tra gli uomini vestito come un servo e come l’ultimo di noi. Nascondendo di più la sua divinità, si donava di più a noi. Più la sua unione con noi diventava intima, meno appariva la sua superiorità. Infine, la terza manifestazione adempie alla sua bontà e al misterioso stupore della sua grandezza. Il Dio che già si nascondeva nel Sinai e che a Betlemme si circondava della natura umana come di un velo, si nascondeva in un pezzo di pane. Coprendosi in questo modo, si è consegnato più che mai. Si è unito alla sua Chiesa ed a ciascuno dei suoi fratelli. Attraverso la sua Incarnazione ha unito la natura umana alla sua divinità; attraverso l’Eucaristia unisce tutto in una volta sola con ogni uomo: la sua divinità e la sua umanità. Ma fa anche di più: in quest’ultimo mostrarsi riunisce tutte le manifestazioni precedenti. Come la manna, senza avere un sapore proprio, aveva in sé il sapore di tutte le prelibatezze, così, il Cuore di Gesù nell’Eucaristia ripete a noi tutti ciò che ha rivelato ai Patriarchi, ai Profeti e agli Apostoli, e rinnova tutti i misteri che ha compiuto durante la sua morte: la grandezza di Dio, la sua potenza, la sua stessa giustizia, la sua misericordia e bontà, il prezzo delle nostre anime, l’orrore del peccato, la grandezza dei destini per i quali Dio ci ha fatti, e delle punizioni che subiremmo se ci mostriamo ingrati, le virtù che dobbiamo praticare, l’umiltà, la dolcezza, la pazienza, la dimenticanza del male. Tutto si manifesta a noi attraverso il Cuore di Gesù con un’incomparabile eloquenza. Non sarà difficile per noi trovare in questo Sacramento tutta la Religione, con tutti gli insegnamenti della sua fede e tutti i precetti della sua morale. Nell’Eucaristia, Gesù rinnova tutti i misteri della sua vita: si incarna come a Nazareth, nasce come a Betlemme, riceve l’adorazione dei Magi e dei pastori, fugge in Egitto, guarisce i malati, consola gli afflitti, passa facendo del bene. Ma sulla sua strada Egli raccoglie, come durante la sua vita mortale, ingratitudine e odio; viene di nuovo consegnato da Giuda, abbandonato da discepoli pigri, crocifisso dai farisei, tradito da un popolo ingrato. Lì muore e viene sepolto, ma anche risorge e riporta in vita molti. Che cosa gli manca per rispondere alle nostre esigenze ed essere il compagno inseparabile del nostro pellegrinaggio? Una sola cosa: che acconsentiamo a rimanere uniti a Lui, ad appoggiarci al suo braccio quando vacilliamo, a chiamarlo in nostro aiuto quando il pericolo ci minaccia, a permettergli di sollevarci quando siamo caduti, per dare al suo Cuore il conforto che desidera ardentemente per renderci santi e felici

Capitolo VII

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL CIBO DELLE NOSTRE ANIME

I figli della nuova alleanza sono superiori a Mosè.

L’ambizione del Cuore di Gesù è stata quella di essere non solo con l’umanità in generale, ma con ogni uomo in particolare, di abitare contemporaneamente in ogni parte della terra e in tutto il susseguirsi dei secoli, per poter soddisfare ogni esigenza e consolare ogni dolore. Una presenza universale e costante in mezzo a noi, iniziata nel momento stesso in cui la provvidenza sembrava obbligarlo a lasciarci. Ma non si è accontentato di questo. Non gli bastava essere presente ad ognuno di noi, voleva essere presente in noi. Gli sembrava poco mettersi a disposizione dei suoi fratelli, per ricevere le loro confidenze e rispondere ad esse con gli effluvi del suo amore. Non aveva fatto di più con Mosè. Le comunicazioni intime che ebbe con il legislatore degli Ebrei sulla cima del Sinai e nel Tabernacolo erano state sufficienti per elevarlo al di sopra di tutti i santi che lo avevano preceduto: « Mai prima d’ora, dice la Scrittura, c’era stato un uomo come Mosè, con il quale Dio si degnò di conversare faccia a faccia ». Ma la dignità dei figli della Nuova Alleanza sarà molto più alta. Con loro Dio non parlerà faccia a faccia, ma Cuore a cuore. Perché è il regno del Cuore di Gesù. La vecchia legge parlava all’esterno, la nuovo parla dall’interno. Il primo è stato scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il secondo dal Cuore di Gesù sulle tavole vive del cuore cristiano. È giusto che il Cuore di Gesù, incaricato di promulgare questa legge, penetri nel nostro interno e che imprima nel cuore di ciascuno dei suoi membri questa legge, che non è altro che il suo amore. Questo succede né più né meno nella Santa Comunione. È essa la consumazione di tutti i piani d’amore del Cuore di Gesù. Attraverso il Battesimo Egli si è donato a noi e ci ha uniti a sé per comunicarci la sua vita e formarci a sua immagine. Attraverso il santo Sacrificio della Messa è diventata la nostra vittima e l’ostia di un Sacrificio ininterrotto. Rimanendo presente sull’altare con il Sacrificio, era diventato il compagno del nostro pellegrinaggio. Lasciando l’altare per fare del nostro cuore un tabernacolo vivente, termina la sua opera.

La santa comunione alimenta la nostra vita divina.

La vita divina, come la vita animale e razionale, deve essere costantemente rinnovata, pena il decremento e l’estinzione. Perché siamo obbligati a dare cibo al nostro corpo ogni giorno? Perché tutti gli elementi sembrano togliergli la vita. L’aria che respiriamo, il calore che dilata i nostri organi, portano via parte della nostra sostanza in ogni momento. L’esercizio stesso di quegli organi li indebolisce e li logora. Il nostro corpo morirebbe presto di una morte orribile se, attraverso il cibo, non ci preoccupassimo di riparare queste perdite. Lo stesso vale per le facoltà della nostra anima. Se non ci preoccupiamo di nutrirle con lo studio e la riflessione, saranno irrimediabilmente indebolite. La memoria dimenticherà ciò che ha imparato. L’acutezza della comprensione sarà smorzata. L’energia della volontà si esaurirà. E le anime più adornate di doni naturali difficilmente si distingueranno dagli animali più stupidi, per non aver approfittato dei doni ricevuti dalla mano di Dio. Nostro Signore voleva che la nostra vita divina seguisse queste leggi. Essa può e deve crescere costantemente, perché altrimenti non può che indebolirsi. È una vita, questa, essenzialmente militante: tutti gli elementi esterni le fanno guerra. Tutta l’attenzione, la stima e l’affetto che se ne vanno per le cose del mondo, vanno a discapito della nostra unione con Dio. Il nostro cuore ha solo pochi limiti di forza e di amore. Tutto ciò che cade a terra è perduto per il cielo. Se non vogliamo che la nostra aspirazione a Dio si indebolisca e che il vaso della nostra vita divina si esaurisca, c’è solo un modo: rinnovarla incessantemente, attirarla fuori dalla fonte senza interruzioni. Come? Attraverso la Comunione! Perché la fonte della vita divina è il Cuore di Gesù che la Comunione porta nel nostro cuore.

Nella comunione, il Cuore di Gesù forma in noi la sua immagine.

Dobbiamo essere riformati in tutto: il nostro corpo con i suoi organi e la nostra anima con le sue facoltà; ma soprattutto il nostro cuore, l’organo attraverso il quale il nostro corpo influenza gli affetti e le tendenze dell’anima. Era giusto, quindi, che Gesù Cristo ci desse tutto il suo essere, il suo corpo e la sua anima, ma soprattutto il suo Cuore, sede principale dei suoi affetti e dei suoi meriti: questo è ciò che ha fatto e fa nella Comunione. In essa il Cuore di Gesù compie la seconda parte della sua missione, che consiste nel formare in noi la sua immagine. Questa contiene il frutto necessario della nostra unione con Lui e la condizione indispensabile della nostra felicità eterna. Più siamo simili a Gesù Cristo, più Dio Padre riconoscerà in noi i suoi figli adottivi e più ci riempirà di favori. Ma l’immagine divina ci può essere conferita solo dal modello divino che dobbiamo imitare. Gesù Cristo, nella Comunione, è il nostro cibo, ma in modo molto diverso dal cibo che prendiamo per riparare la nostra vita corporea, perché, mentre questi cibi sono morti ed ad essi noi diamo la vita, Gesù Cristo è un cibo vivo, che ci comunica la sua stessa vita e con essa la sua immagine divina. Ci nutriamo del suo Cuore, non per conservare la nostra vita naturale, ma per perderla e vivere solo della vita di quel Cuore che vuole prendere il posto del nostro. La Comunione completa in noi l’effetto del Battesimo e finisce con l’incorporarci nel tronco divino al quale siamo stati uniti dal primo Sacramento, non come un comune innesto destinato a dare al tronco la dolcezza dei suoi frutti, ma perché perda la sua linfa selvaggia ed acquisisca da esso le sue qualità divine. Nella Comunione Gesù Cristo si innesta su di noi e aumenta la nostra fecondità. La Comunione rinnova in ogni Cristiano il grembo di Maria. Il Verbo di Dio non è meno presente in noi di quanto lo sia stato nella Beata Vergine durante i nove mesi in cui lo ha portato nel suo grembo. Ma quando ricevette da Maria la forma dell’uomo, l’immagine di Adamo, Egli diede ai figli di Adamo, nella Comunione Eucaristica, la propria immagine e con essa la forma di Dio.

La Santissima Trinità è l’immagine dell’azione del Cuore di Gesù nell’Eucaristia.

Per comprendere l’azione del Cuore di Gesù, dobbiamo andare con Lui nel seno del Padre. Vediamo due Persone adorabili che non sono che una sola vita, e la cui felicità si traduce nell’intima, completa, eterna comunicazione della vita infinita che, senza mai essere esaurita o sminuita, va dal Padre al Figlio e da quest’ultimo al primo. Questo è l’esempio ineffabile che Gesù Cristo si è proposto nell’istituzione dell’Eucaristia, e che cerca di realizzare ogni volta che si dona a noi nella Comunione: « Come il Padre mio mi ha mandato, comunicandomi la sua vita – ci dice – e come Io vivo solo per il Padre mio, così chi si nutre di me vivrà solo per me. » Tra noi e Lui si stabilisce un rapporto simile a quello che esiste tra Lui e suo Padre. Come la vita del Figlio è solo l’espressione e l’irradiazione di quella del Padre, così la nostra vita soprannaturale non è altro che l’estensione e la irradiazione di quella di Gesù Cristo.

Capitolo VIII.

IL CUORE DI GESÙ CI DÀ LA VITA ETERNA NELL’EUCARISTIA

Con la Comunione noi raggiungiamo la vita eterna.

La nostra unione con il Cuore di Gesù non sarebbe completa, né soddisferebbe il suo amore, se avesse una fine. Perché la vita che questo cibo divino ci darà non è temporanea, ma eterna. Egli stesso è la vita eterna, e chi la riceve, anche se era già tra le braccia della morte, può sfidarla vittoriosamente, perché ha in sé l’immortalità. Se vogliamo misurare la ricchezza infinita e la potenza illimitata del Cuore di Gesù, dobbiamo metterci su questo terreno. Considerate un Cristiano che abbia raggiunto la sua ultima ora. La morte si è impadronita di lui, lo ha tenuto nelle sue crudeli grinfie e ora ne sta divorando le viscere. Non è più che un cadavere appena animato da un soffio di vita. I suoi occhi sono spenti, le sue guance sono incavate, le sue labbra non possono proferire più di qualche parola. E, in questo disfacimento del suo involucro mortale, l’anima non sembra meno depressa: l’intelligenza non può collegare i suoi pensieri, la volontà è impotente la sensibilità è assorbita dal dolore e dall’angoscia, l’annientamento sembra completo. Beh, a quell’uomo che la morte ha scelto come vittima, a quel cadavere che sarà prigioniero nella tomba, si presenta il Sacerdote, tenendo in mano il Pane Celeste, e con le stesse parole di Gesù Cristo dice: « Se mangiate di questo pane vivrete per sempre. » E quel Cristiano, dopo essere diventato un tutt’uno con quel cibo divino, ripete l’ultimo articolo del Credo: Credo nella vita eterna. Non solo credo che questa vita sia in cielo, ma credo che sia dentro di me e che io la possegga veramente. Non sento niente in me se non la morte, ma credo nella vita non meno fermamente. Nel momento preciso in cui ogni sostegno è inutile e tutte le forze umane stanno fallendo, l’amore del Cuore di Gesù si manifesta con tutta la sua potenza e ci insegna a superare la morte lasciandosi sconfiggere da essa. Il Cristiano che, attraverso la Comunione, ha ricevuto il Cuore di Gesù, possiede la vita eterna, per avere nel Cuore Divino un titolo sufficiente a raggiungere quella vita benedetta. Qual è il prezzo del paradiso? Non è il sangue di Gesù Cristo? Una sola goccia di sangue divino basterebbe per comprare tutte le glorie del paradiso. E il Cristiano ha appena ricevuto tutto questo nell’Eucaristia. Ogni nuova Comunione conferma e assicura i suoi diritti all’eredità dell’unico Figlio del Padre. La felicità che il Verbo di Dio possedeva per diritto di nascita, voleva conquistarla a prezzo della più dolorosa delle morti, per tutti coloro che la sua Incarnazione aveva reso suoi fratelli. E ci comunica questo diritto attraverso tutti i Sacramenti che ci rendono partecipi dei suoi meriti, ma soprattutto attraverso quello che ci mette in possesso della sua stessa Persona. Per mezzo di Lui ci appropriamo veramente dell’ostia del Sacrificio Divino che ha espiato le nostre colpe, placato la giustizia divina e acquistato per noi tutti i beni dell’eternità. La stessa carne che è stata immolata sulla croce, noi l’abbiamo nella Santa Comunione. Noi la possediamo e possiamo offrirla a Dio come nostra proprietà. Cosa non otterremo con una tale moneta? Quale felicità dal cielo non chiederemo in cambio di tali tesori? Quando il nostro Divino Salvatore ci dà il Suo corpo e il Suo sangue nella Comunione, Egli mette già l’equivalente del cielo nelle nostre mani. Ogni volta che questo dono si rinnova, ci rende più facile la conquista dell’eternità.

La comunione è il seme della vita eterna.

La Comunione non solo mette nelle nostre mani il prezzo della nostra eredità celeste, ma deposita in noi il seme della vita eterna. Il seminatore getta il seme nel terreno. Cosa succederà al chicco di grano sepolto nella terra? Marcirà. Tutte le sue parti si decomporranno. È per questo che l’operaio ha lavorato così duramente per rimuovere la terra che doveva riceverlo? Certo che no! È sicuro che la vita uscirà dal marciume, e che ogni grano produrrà una spiga viva. In mezzo agli elementi visibili che si stanno decomponendo, apparirà una forza vitale, fino ad allora invisibile, in attesa che la morte completi la sua opera distruttiva per manifestarsi. Questa forza misteriosa si impadronirà degli stessi elementi, spogliati dalla morte della loro vecchia forma, e ne darà una nuova. Molto presto, invece di un solo grano, ne avrete cento, una ricompensa sovrabbondante per le fatiche del campo. Ciò che la forza vitale è per il chicco di grano, lo è il Cuore di Gesù per il Cristiano che ha appena ricevuto il suo Salvatore nella Santa Eucaristia. La vita che il Cuore Divino porta con sé non può manifestarsi quaggiù. Finché il Cristiano mantiene la sua forma mortale, la vita divina è nascosta; ma ciò non di meno significa che non sia in lui. Cosa aspetta a farsi vedere? Che la morte abbia fatto il suo lavoro. Allora il Cuore di Gesù dispiega tutta la sua virtù. Il corpo nato da esso sarà restituito alla terra, ma nel momento in cui il corpo si dissolverà, l’anima, libera dai suoi legami, salirà a Dio, spinta dalla virtù del Cuore di Gesù. Ogni volta che questo Cuore Divino è stato donato al Cristiano, è servito come veicolo per lo Spirito Santo. E, mentre il corpo del Salvatore rimane unito a quello del Cristiano solo per un breve periodo di tempo, l’unione tra lo Spirito di Dio e quello dell’uomo conserva tutta la sua forza. La comunione dà al Cristiano un più completo possesso della sua eredità eterna; fa sì che lo Spirito di Dio entri più pienamente in suo possesso e permette allo Spirito Santo di disporlo in questo modo per godere un giorno della sua eredità divina. Come può un’anima piena di quello Spirito temere la morte? Ciò che lo Spirito di Gesù Cristo ha fatto nel nostro Capo non può non essere fatto nei suoi membri? Ascoltiamo San Paolo: « Se lo Spirito che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti dimora in noi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti riporterà in vita anche i vostri corpi mortali, a causa dello Spirito che abita in voi. » E la cosa più bella è che in noi, come nel chicco di grano, il germe vivente si nutre delle spoglie stesse della morte. I nostri dolori, le miserie della nostra mortalità e, soprattutto, la nostra stessa morte, ci uniscono allo Spirito di Dio e ci rendono più degni della vita eterna. Ciò che per l’anima separata da Gesù Cristo è motivo di disperazione e di condanna, in quella del vero Cristiano è trasformato dalla virtù del Cuore di Gesù in una materia di merito. In questo modo il Cuore Divino, dopo averci dato il prezzo della nostra eterna beatitudine e aver depositato il suo seme nel nostro grembo, lo sviluppa fino ad aprirsi al sole dell’eternità.

La Comunione ci rende già da ora possessori della vita eterna.

Nella Comunione, Gesù Cristo ci dà il cielo e ci rende possessori della vita eterna. Egli stesso lo afferma in un modo che non lascia spazio a dubbi: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. » Non dice che l’avrà, ma che ce l’ha già. Che cos’è la vita eterna se non il possesso di Dio, l’unione con Dio? Qual è la felicità dei Santi in cielo? Il cielo è Dio: la sua infinita Verità, che con il suo splendore illumina l’intelligenza dei beati; la sua infinita bellezza, che suscita in essi la sua ammirazione; la sua infinita bontà, che trascina e domina su tutti i loro affetti. Non riceviamo forse nella Santa Eucaristia lo stesso Dio che riempie i suoi eletti di sempre nuove delizie? È in questo mistero Egli meno buono ed infinito che in cielo? Quando si dà a noi, non ci dà la vita eterna? E quando Lo riceviamo, non abbiamo il cielo intero nei nostri cuori? Qual è la differenza tra il Cristiano che ha appena ricevuto la Comunione ed i Santi in cielo? Questi ultimi vedono chiaramente ciò che possiedono. Mentre il Cristiano, che possiede gli stessi tesori, non può vederli se non con gli occhi della fede. Questa è l’unica differenza tra la Comunione beatificata e la Comunione Eucaristica. Per il resto l’Oggetto è lo stesso e il possesso di questo Oggetto infinito può essere in un Cristiano sulla terra in grado superiore a quello di un Santo in cielo. L’intera differenza sta nel modo di possederlo. Entrambi sono figli di Dio ed eredi del suo regno; ma nell’uno è già mostrato ciò che è, mentre si nasconde nell’altro. La differenza, naturalmente, è immensa, perché la vista delle perfezioni divine costituisce la gioia dei beati. Ma se, per quanto riguarda la gioia, la Comunione beatificata ha un vantaggio, la Comunione Eucaristica vince, per la sua stessa oscurità, perché questa è la condizione del merito. La deliziosa comunione del cielo non ha un vantaggio così immenso. I beati godono dei meriti acquisiti, ma non ne ottengono di nuovi. Sono sicuri di non perdere il tesoro che possiedono, ma anche di non vederlo mai più aumentare. Dio li riempie della sua immensità, e anche se fa nascere nelle loro anime una nuova sete di felicità senza interruzione, non cessa di spegnerla; ma né la sete né la sazietà crescono di intensità. Raccolgono ciò che hanno seminato sulla terra, vedono ciò in cui hanno creduto, hanno ciò che speravano, godono di ciò che hanno amato liberamente. Ma né la chiarezza della visione, né la pienezza del possesso, né la soavità delle gioie si estendono oltre la fede, la speranza e l’amore che avevano quaggiù. Al contrario, ogni Comunione Eucaristica ci fa acquisire nuovi meriti. Tutto ciò che perdiamo nelle gioie attuali, lo guadagniamo in quelle eterne. Possiamo aggiungere qualcosa alla parola del Maestro e dire che, non solo abbiamo la vita eterna mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, ma ancor più la aumentiamo.

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