QUARE ERGO RUBRUM EST INDUMENTUM TUUM, ET VESTIMENTA TUA SICUT CALCANTIUM IN TORCULARI? … ET ASPERSUS EST SANGUIS EORUM SUPER VESTIMENTA MEA, ET OMNIA VESTIMENTA MEA INQUINAVI . – Gestito dall'Associazione Cristo Re Rex Regum"Questo blog è un'iniziativa privata di un’associazione di Cattolici laici: per il momento purtroppo non è stato possibile reperire un esperto teologo cattolico che conosca bene l'italiano, in grado di fare da censore per questo blog. Secondo il credo e la comprensione del redattore, tutti gli articoli e gli scritti sono conformi all'insegnamento della Chiesa Cattolica, ma se tu (membro della Chiesa Cattolica) dovessi trovare un errore, ti prego di segnalarlo tramite il contatto (cristore.rexregum@libero.it – exsurgat.deus@libero.it), onde verificare l’errore presunto. Dopo aver verificato l’errore supposto e riconosciuto come tale, esso verrà eliminato o corretto. Nota: i membri della setta apostata del Novus Ordo o gli scismatici ed eretici sedevacantisti o fallibilisti, o i "cani sciolti" autoreferenti falsi profeti,non hanno alcun diritto nè titolo per giudicare i contenuti di questo blog. "
ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉSET MÉDITÉS
A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES
SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.
[I Salmi
tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e
delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli
oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]
Par M. l’Abbé
J.-M. PÉRONNE,
CHANOINE TITULAIRE
DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence
sacrée.
[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di
Scrittura santa e sacra Eloquenza]
TOME TROISIÈME (III)
PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878
IMPRIM.
Soissons, le 18
août 1878.
f ODON, Evêque de Soissons et Laon.
Salmo
146
Alleluja.
[1] Laudate Dominum, quoniam bonus
est psalmus; Deo nostro sit jucunda, decoraque laudatio.
[3] qui sanat contritos corde, et alligat contritiones eorum;
[4] qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat.
[5] Magnus Dominus noster, et magna virtus ejus; et sapientiæ ejus non est numerus.
[6] Suscipiens mansuetos Dominus; humilians autem peccatores usque ad terram.
[7] Præcinite Domino in confessione, psallite Deo nostro in cithara.
[8] Qui operit caelum nubibus, et parat terræ pluviam; qui producit in montibus fœnum, et herbam servituti hominum;
[9] qui dat jumentis escam ipsorum, et pullis corvorum invocantibus eum.
[10] Non in fortitudine equi voluntatem habebit, nec in tibiis viri beneplacitum erit ei.
[11] Beneplacitum est Domino super timentes eum, et in eis qui sperant super misericordia ejus.
[Vecchio Testamento
Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI
Arciv. Di Firenze etc.
Vol. XI
Venezia, Girol.
Tasso ed. MDCCCXXXI]
SALMO CXLVI.
Esortazione a lodare Dio, perchè benefico, sapiente, potente, provvido, giusto e in scicordioso.
Alleluja. Lodate Dio.
1.
Lodate il Signore, perché buona cosa è il salmo: diasi al nostro Dio laude
gradevole e conveniente.
2.
Il Signore, che edifica Gerusalemme, radunerà i figliuoli d’Israele dispersi.
3.
Egli è che risana i contriti di cuore, e fascia le loro piaghe.
4.
Egli, che conta la moltitudine delle stelle, e tutte le chiama pel loro nome.
5. Grande il Signore Dio nostro, e grande la potenza di lui; e la sua sapienza non ha misura.
6.
Il Signore è difensore de’ mansueti, ma umilia fino a terra i peccatori.
7.
Cantate inni al Signore con rendimento di grazie; celebrate le lodi di lui
sulla cetera.
8.
Egli, che il cielo ricopre di nuvole, e alla terra prepara la pioggia.
Egli
che produce su’ monti il fieno, e gli erbaggi per servigio dell’uomo.
9.
Egli, che dà il loro cibo a’ giumenti, e a’ teneri corvi che lo invocano.
10.
Ei non fa conto della forza del cavallo, né che l’uomo stia ben in gambe,
11.
Il Signore si compiace di que’ che lo temono, e di que’ che sperano nella sua
misericordia.
Sommario analitico
Questo salmo, che si crede molto
probabilmente aver rapporto con il ritorno dalla cattività, quando furono
ricostruite le mura di Gerusalemme, può dividersi in tal sorta:
I. – Il salmista invita tutti gli uomini a
lodare Dio, perché la loro lode è:
1° utile.
2° gradita a Dio.
3° conveniente e degna della sua
grandezza (1)
II. – Egli espone la materia di questa lode ed
enumera i motivi che ne fanno un dovere:
1° la bontà e i benefici di Dio nei
riguardi del suo popolo prigioniero: Egli ha ricostruito Gerusalemme, radunato
i suoi resti dispersi, guariti i malati e fasciate le loro piaghe (2, 3);
2° la potenza e la saggezza che fa
brillare nei cieli (4, 5);
3° la sua misericordia e la sua bontà
nei riguardi degli umili, la sua giustizia severa nei riguardi dei peccatori
(6);
4° la sua provvidenza, a) che prepara le nubi per inviare alla
terra la pioggia necessaria alla sua fertilità (7, 8); b)che produce l’erba necessaria agli animali ed il nutrimento che
ognuno di essi reclama; c) che
protegge gli uomini che, invece di confidare i mezzi umani, mettono tutta la
loro speranza in Lui (10, 11).
Spiegazioni e considerazioni
I. — 1.
ff.
1.
–
Più in alto, nel salmo CXLIV, il Profeta ha proclamato che il Signore era grande e degno di lodi infinite. Qui, è questo
medesimo atto di lode che egli dichiara essere buono, è il canto dei salmi che egli
ci mostra essere come una sorgente inesauribile di grazie. Esso distacca
l’anima dalla terra, le dà delle ali che abbracciano, la tiene ad incomparabili
altezze (S. Chrys.). – E come la nostra lode sarà gradita al nostro Dio?
Se noi lo lodiamo con la santità della nostra vita. Ascoltate la Scrittura,
alfine di riconoscere che questo tipo di lode gli sarà gradita. In altra luogo
è detto: « Non è bella la lode sulla bocca del peccatore. » (Eccl.
XV, 9). Se dunque la lode non è bella nella bocca del peccatore, essa
non è accetta a Dio; perché ciò che è gradito è ciò che è bello. Volete dunque
una lode che sia gradita a Dio? Non ponete contrasto tra i vostri santi cantici
ed i vostri cattivi costumi. « Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. »
Cosa ha detto con ciò il profeta? Voi che lodate Dio, vivete santamente. La
lode degli empi, offende Dio. Egli fa attenzione più alla vostra vita, che al
vostro canto. Sicuramente, voi desiderate essere in pace con Colui che voi
lodate; come dunque potreste cercare di essere in pace con Lui, quando siete in
contraddizione con voi stessi? Come – mi direte – io sono in contraddizione con
me stesso? La vostra lode risuona in una maniera e la vostra vita in un’altra.
« Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. » In effetti, la lode può
essere piacevole per un uomo che ascolta la lode di una lusinga fatta con voce
dolce, con parole armoniose e finemente preparate; ma … la lode sia gradita al
nostro Dio, le cui orecchie sono aperte non alla bocca, ma al cuore, non al
linguaggio, ma alla vita di colui che loda. (S. Agost.).
II. — 2-11.
ff. 2-3. – Noi abbiamo
gran soggetto nel lodare il Signore, dacché Egli ha costruito la Gerusalemme
della terra, che è per noi la Chiesa, ed ancora più la Gerusalemme del cielo,
che è il possesso di Se stesso. È scritto che Gesù, doveva morire non solo per
la sua nazione, ma anche per raccogliere i figli di Dio che erano dispersi (Giov.
XI, 52). E siccome la Gerusalemme terrestre era figura della Chiesa, e
la Chiesa è figura della Gerusalemme celeste, il Profeta ha potuto avere in
vista l’edificio eterno di questa santa dimora che riunirà tutti gli eletti. –
« Egli guarisce coloro che hanno il cuore contrito e fascia le loro piaghe. »
Qual sono gli strumenti che fasciano queste ferrite? Dio li fascerà come fanno
i medici. Talvolta, in effetti, quando la frattura è stata mal ridotta o le
ossa mal riposte, i medici, per rimediare, rompono di nuovo l’arto e fanno una
nuova frattura, essendo la prima guarigione difettosa. Così, dice la Scrittura:
« Le vie de Signore sono rette, ma l’uomo dal cuore tortuoso vi trova scandalo.
» (Osea,
XIV, 10). Cosa vuol dire: « L’uomo dal cuore tortuoso vi trova
scandalo? » [i malvagi vi inciampano]. L’uomo dal cuore tortuoso è colui il cui
cuore non è retto. Egli crede che tutte le parole del Signore siano tortuose;
egli crede che tutto ciò che Dio ha fatto non sia retto; tutti i giudizi di Dio
gli dispiacciono, e principalmente quelli dai quali è colpito; egli si siede
per discutere e per provare quanto ciò che fa Dio sia cattivo, perché Dio non
agisce come egli vorrebbe. Per l’uomo dal cuore tortuoso, non vale l’allinearsi
a Dio, egli vorrebbe ancora far piegare Dio alla sua volontà. Se voi siete
retto, sentirete che Io lo sono. Stendete su di un suolo perfettamente unito un
pezzo di legno tortuoso, esso non può applicarsi, barcolla, ondeggia da tutti i
lati, cosa che non proviene dalla ineguaglianza del suolo, ma dalla tortuosità
del legno. È così che la Scrittura ha detto: « Quanto è buono il Dio di Israele
per coloro che hanno il cuore retto! » (Ps. LXXII, 1). Ebbene, come può
raddrizzarsi un cuore tortuoso? Esso non è solamente tortuoso, esso è duro; se
è duro e tortuoso, allora sia rotto, sia rotto per essere raddrizzato. Voi non
potete raddrizzare da voi stessi il vostro cuore; rompetelo, affinché Dio lo
raddrizzi. Ma come fratturarlo? Come sbriciolarlo? Confessando, castigando i
vostri peccati! Significano altra cosa i colpi con cui battete il vostro petto,
se non che supponiate che siano state le vostre ossa che hanno peccato? Ma noi
indichiamo con questo che vogliamo rompere il nostro cuore, affinché sia
raddrizzato dal Signore (S. Agost.). – « Egli
guarisce, dunque, i cuori spezzati, » in coloro il cui cuore è contrito, e la
guarigione di questi cuori sarà perfetta quando il nostro corpo sarà ricreato,
come Dio ci ha promesso. Attualmente ed aspettando, cosa fa il medico? Affinché
possiate arrivare ad una perfetta guarigione, tiene le vostre lesioni bendate,
finché la frattura che ha ricomposto, sia consolidata. Quali sono queste bende?
I Sacramenti riservati a questa vita. le bende che il medico pone sulle vostre
lesioni sono dunque dei Sacramenti riservati a questa vita, che fanno la nostra
consolazione, e tutte le parole che vi indirizziamo, queste parole che
echeggiano nelle vostre orecchie e che comunicano, in una parola, tutto ciò che
si fa in seno alla Chiesa nel tempo: ecco gli apparati delle nostre fasce. E
così come il medico, a guarigione completata, toglie l’apparecchio, ugualmente,
nella Gerusalemme celeste, quando saremo divenuti simili agli Angeli, pensate
forse che riceveremo ancora ciò che riceviamo quaggiù? Avremo bisogno che ci si
legga il Vangelo perché si conservi la nostra fede? Avremo bisogno di un
prelato che ci imponga le mani? Tutti questi Sacramenti sono gli apparecchi
applicati alle nostre lesioni; quando la nostra guarigione sarà perfetta, essi
saranno tolti; ma non vi saremmo arrivati se le nostre ferite non fossero state
fasciate. « Egli guarisce, dunque, coloro il cui cuore è rotto ed Egli fascia
le loro ferite. » (S. Agost.) – Gli uomini guariscono talvolta le lesioni del
corpo, Dio ha comunicato a questo riguardo una parte della sua potenza; ma
questo Maestro supremo si è riservato la guarigione delle anime; Lui solo può
calmare i loro dolori, ed è ciò che gli uomini sembrano ignorare (Berthier).
ff. 4, 5. – Ciò che precede,
riguarda la benevolenza di Dio, la sua liberalità, il suo amore per gli uomini;
noi vi vediamo che è come la funzione della sua provvidenza il soccorrere
coloro che sono nell’infelicità. Ciò che segue riguarda la sua potenza. Come se
agisse su di una moltitudine dispersa, il Profeta sceglie a proposito questo
esempio, essendo la sua intenzione il mostrare che Dio poteva riunire senza
pena il suo popolo disperso, Egli che solleva e consola gli afflitti, che conta
esattamente l’innumerevole moltitudine delle stelle. Egli potrà dunque
ricondurci e radunarci tutti, perché possiamo raggiungere quel numero secondo
quanto Egli ci ha promesso, e chiama tutti con il proprio nome. Nessuno di essi
perirà, Egli li ricondurrà tutti fino all’ultimo, come quando si fa un appello
nominale. (S. Chrys.). – Quando l’occhio dell’uomo toccato raggiunge
queste profondità e scruta questi abissi, ne ridiscende ben presto vinto. Solo
il Dio che ha creato queste immensità le può abbracciare con il suo sguardo,
solo Lui conosce e nomina i migliaia di stelle e pianeti che la sua forza ha
creato e che la sua potenza sostiene. « Quanto è grande; la sua potenza è
infinita, la sua saggezza senza limiti. » – Dio conta la moltitudine delle
stelle e le chiama con il loro nome; è dunque per Dio una così gran cosa il
contare e il nominare gli astri che popolano il firmamento, Egli che calcola il
numero di capelli della nostra testa? Ma le stelle di cui parla il Salmista,
son le stelle della Chiesa che ci consolano nella notte di questo mondo. Dio si
compiace nel contarle, perché Egli conta tutti gli eletti che regneranno con
Lui nel cielo. (S. Agost.).
ff.
6,
7. – « Il Signore prenderà sotto la sua protezione
coloro che sono umili, dolci e docili. » Non vi ostinate contro i misteri di
Dio; siate docile, perché Egli vi prende sotto la sua protezione. Se al
contrario gli resistete, ascoltate ciò che segue: « Ma Egli abbassa i peccatori
fino a terra. » (Ibid.); (S. Aug.). – Non è senza ragione che
il Profeta pone l’elevazione degli umili e l’umiliazione dei peccatori, che
sono sempre degli orgogliosi, dopo l’omaggio che ha reso alla grandezza di Dio.
Egli si era elevato, per così dire, fino al trono di Dio, era stato colpito
dalla sua grandezza, dalla sua potenza, dalla sua saggezza infinita; gli
sembrava che tutto dovesse sparire in
presenza di una così alta maestà. Tuttavia, elevato com’è, lo vede proteggere
ed elevare alla gloria del cielo coloro che sono dolci ed umili di cuore, mentre
schiaccia sotto i piedi della sua maestà ed umilia fino a terra coloro che sono
tanto temerari per volere, in qualche modo, disputare a Dio i diritti della sua
suprema grandezza.
ff. 8, 9. – L’autore sacro
non ha voluto che un insensato potesse dire: Cosa mi può fare ciò che accade
nelle regioni celesti? Egli si affretta dunque ad aggiungere ciò che spetta
all’interesse degli uomini, esponendo la ragione per la quale Dio copre il
cielo di nubi. È per te, sembra dirmi, è per darti la pioggia, perché la pioggia
è buona per te, arricchisce i campi. Notate ancora la sua saggezza: egli ci
parla qui dei beni comuni, di quelli che Egli dà a tutti, e la cui abbondanza
deve, certo chiudere la bocca dell’empio. Ora, se Egli si dimostra così
magnifico verso gli infedeli, cosa non farà per voi, suo popolo particolare? –
Quali sono queste nubi, dice S. Agostino, se non le figure ed i misteri che
sono racchiusi nei nostri libri santi? Perché voi non vedete più il cielo, voi
tremate; ma la pioggia che viene dalle nubi fertilizza le vostre campagne, e la
serenità che ne succede vi rallegra. Se non prendessimo occasione dall’oscurità
delle Scritture, noi non vi diremmo tutte queste cose che rallegrano le vostre
anime. Esse sono la pioggia che vi feconda! Dio ha voluto che le parole dei
Profeti fossero oscure, perché i dottori e gli interpreti, possano esercitare
sul cuore degli uomini una influenza salutare e comunicar loro, per
l’intermediario delle nubi, l’abbondanza della gioia spirituale. (S.
Agost.). – « Egli produce il fieno sulle montagne. » Notate una volta
di più l’estensione della sua provvidenza: non è soltanto nelle terre
coltivate, ma ancor sulle montagne che Egli dispone una tale abbondanza per gli
animali destinati al servizio dell’uomo, e non solo agli animali domestici,
questi utili servitori degli uomini, ma pure alle bestie selvatiche cui è dato
il nutrimento e nei luoghi stessi ove meno ci si aspetterebbe di incontrare ciò
che li nutre (S. Chrys.). – Il corvo, animale dei più voraci, che non
possiede granai né provvigioni, senza seminare e senza lavorare, trova di che
nutrirsi; Dio gli fornisce ciò che serve a lui ed ai suoi piccoli che
l’invocano. Dio ascolta le grida dei corvi, benché rudi e sgradevoli, e li
nutre come gli usignoli e gli altri uccelli la cui voce è più melodiosa e
dolce. (BOSSUET, Médit.). – Il corvo è l’immagine del peccatore: il
nero del suo piumaggio e la sua predilezione per la carne corrotta,
giustificano ampiamente questo simbolo. Il corvo, che avendo lasciato l’arca,
non vi rientra più, ci mostra quanto sia raro che il peccatore indurito ritorni
dai suoi delitti … Ora, se Dio si degna di nutrire il corvo che l’offende,
quale non sarà la sua sollecitudine per i piccoli dei corvi che lo invocano,
quando domanderanno il loro nutrimento? Nel pensiero dei Padri, San Agostino,
San Girolamo, San Gregorio, San Ilario, i piccoli dei corvi sono i figli del
popolo giudeo e della gentilità convertita alla fede cristiana. Il Giudei, per
la loro ingratitudine e la loro colpevole infedeltà, i gentili, per la loro
ignoranza del vero Dio, il loro culto idolatrico ed il loro gusto cruento per i
sacrifici impuri, meritano di essere paragonati ai corvi; ma i figli dei Gentili
e dei Giudei hanno ascoltato la parola divina ed invocando il Signore, hanno
ricevuto l’abbondante nutrimento delle grazie del Vangelo (Mgr.
DE LA BOUILLERIE, Symb. II,
445.).- I nostri padre sono stati simili ai corvi, e noi, noi siamo i
piccoli dei corvi ed invochiamo Dio. È ai piccoli dei corvi che l’Apostolo San
Pietro ha detto: « Non è con argento o con oro corruttibile che siete stati
riscattati dai vani costumi di cui i vostri padri vi avevano trasmesso la
tradizione. » (I Pietr. I, 8). In effetti, i piccoli dei corvi, che si
vedevano adorare gli idoli dai loro padri, hanno cambiato vita e si sono
convertiti a Dio; ed ora voi ascoltate il piccolo del corvo … io invoco il
Signore. (S. Agost.). – L’universo tutto intero è, anche nell’ordine
naturale, un immenso banchetto eucaristico ove ciascuno riceve la sua parte di
vita, sotto una forma più o meno elementare, con delle condizioni di più o memo
grande perfezione; ma tutto viene da Dio, tutto proviene dalla sua infinita
liberalità, il nutrimento degli Angeli, quello degli uomini nell’ordine della
natura e della grazia, e non c’è, fino alla vita ruminante dell’animale, che
una effusione di magnificenza divina. Si, per riprendere la parola del Profeta,
il piccolo del corvo che grida dal fondo del suo nido, domanda a Dio la sua
parte di vita, perché Dio è la vita universale, e tutte le piccole vite
individuali, particolari, che pullulano nell’immensità, sono una derivazione,
una imitazione di questa vita sovrana, ed è così, continua Ugo di San Vittore,
che il bene sovrano si spande dappertutto, costituisce ogni specie di vita, e
riporta ogni vita particolare alla vita sovrana ed universale. (Mgr.
LANDRIOT, Euchar., 282.)
– Sotto la figura di questi animali che Dio nutre col fieno che ha creato, Sant’Agostino
riconosce questi uomini apostolici, questi predicatori del Vangelo ai quali
l’Apostolo San Paolo applica egli stesso questa parola: « Voi non metterete freno
alla bocca del bue che trita il grano. » (Rom. V, 8). Ora, in qual senso è
vero che la terra produce il fieno che gli servirà da alimento? « Il Signore ha
stabilito Egli stesso che coloro che annunziano il Vangelo vivranno di Vangelo.
» (Luc.
X, 8). Egli ha inviato gli Apostoli e ha detto loro: « mangiate ciò che
vi sarà posto davanti, perché l’operaio è degno della sua mercede. » (I
Cor. IX, 11). Una ricompensa è dunque dovuta loro. Ma cosa danno essi e
cosa ricevono? Essi danno i beni spirituali e ricevono i beni temporali; essi danno
l’oro, ne ricevono il fieno: perché ogni carne è simile al fieno, ed è giusto
che il superfluo dei beni della carne diventi il fieno dei servitori di Dio,
secondo la prescrizione dell’Apostolo. (S. Agost.). – « È lui che produce il
fieno sulle montagne. » Se non volesse parlare del fieno che copre le nostre
praterie, sarebbe più vero dire che Egli fa crescere più abbondantemente nelle
vallate che sulle montagne; perché là ove la pioggia cade più abbondante,
l’erba dei campi cresce anche più lussureggiante. È dalle montagne che le acque
scorrono nelle vallate per renderle più fertili. Queste Scritture che noi
leggiamo, che noi spieghiamo, che abbiamo tra le mani, sono chiamate, nel
linguaggio dello Spirito-Santo, le montagne
sante; queste montagne, sono i santi Profeti. Queste montagne producono
il grano, producono il fieno. Se siete uomo, riceverete da esse del grano, se
siete come l’animale senza ragione, non riceverete che fieno. « Voi salverete
Signore, gli uomini e le bestie. » (Ps. XXXV). Voi siete salvato in
ragione della vostra fede: se siete uomini riceverete nella Scrittura
l’intelligenza spirituale; se siete ancora privi di ragione, non avete che l’intelligenza
giudaica della lettera. (S. Girol.).
ff.
10,
11. – Dio
condanna qui con due esempi coloro che si appoggiano ai mezzi umani; questi due
esempi sono il vigore dei cavalli e l’agilità dei piedi, che rappresentano a
loro volta le forze della cavalleria e della fanteria. – Si prepara un cavallo
per il giorno del combattimento, ma è il Signore che salva. (Prov.
XXI, 21). – Vi sono due tipi di errore nei riguardi della salvezza che
ci si deve attendere da Dio: gli uni dimorano nell’ozio, come se Dio dovesse
salvarli senza di loro; è a questi che bisogna dire di preparare un cavallo per
il giorno del combattimento; gli altri fanno molte buone opere e credono che
siano i loro sforzi che li salveranno. Bisogna dir loro che è il Signore che
salva, che non sono né le armi, né la forza dei cavalli, né la velocità degli
uomini che fanno riportare la vittoria, ma la sola volontà di Dio: « Vegliate
dunque nell’acquisizione di meriti; ma siate persuasi nello stesso tempo, che è
la grazia che ve li dona. » (S. Bern.; Duguet). – Se voi avete
queste due cose, dice il Profeta, il timore e la speranza secondo Dio,
otterrete la sua benevolenza; e essendovi acquisita questa benevolenza, voi la
riporterete su tutti coloro che ripongono la loro speranza nelle loro forze
piuttosto che nella misericordia divina (S. Chrys.).
Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (15)
[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de
Jesus, Tolosa 1891]
TERZA PARTE
MEZZI
PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE
Capitolo XIV
IL CUORE DI GESÙ E LA GIUSTIFICAZIONE
Come il Cuore di
Gesù comunica la vita divina.
Il Cuore di Gesù è la vita delle nostre
anime non solo attraverso i Sacramenti, ma anche, e più immediatamente,
attraverso la giustificazione, il merito e la grazia attuale. Ci introduce
nella famiglia dei figli di Dio, attraverso la giustificazione. Attraverso il
merito, egli conserva per l’eternità i frutti dei suoi atti esercitati con il
suo aiuto. E, per la grazia attuale, dispone le anime alla giustificazione e dà
loro un mezzo facile per aumentare i loro meriti. – Cominciamo con la
giustificazione del peccatore. Questo non è, come Lutero immaginava, un artificio
della misericordia divina, che copre con un velo le nostre colpe e, senza
distruggerle, fa come se non si vedessero. Essa non solo è l’intera distruzione
e l’annientamento del passato, ma si tratta, giustamente, di una nuova
creazione, di una rigenerazione divina. Infatti, l’uomo colpevole, anche se
fino a quel momento fosse stato il più colpevole di tutti i dannati
dell’inferno, si vede improvvisamente liberato dai suoi crimini e rivestito di
una santità divina. Cessa di essere schiavo di satana e diventa figlio di Dio.
I suoi debiti sono perdonati ed egli acquisisce il diritto di possedere per
sempre l’eredità, alla quale nemmeno gli Angeli stessi potrebbero aspirare.
Sale dal sepolcro senza il marciume del peccato, e non riceve una vita umana o angelica,
ma una vita veramente divina. Abbiamo già indicato vari mezzi di
giustificazione, ed abbiamo visto brillare la bontà del Cuore di Gesù per la
facilità con cui possiamo disporne. Cosa c’è di più facile da fare del
Battesimo? Cosa c’è di più accessibile per un peccatore che manifestare i
propri peccati al confessore? Non c’è malattia spirituale che non possa
scomparire con rimedi così semplici. Tuttavia, la sua istituzione non soddisfa
le aspirazioni misericordiose del Cuore di Gesù. Egli voleva che la
giustificazione fosse ancora più facile; che le sue infinite ricchezze fossero
più accessibili a tutti i peccatori. Anche se ci sono molti medici delle anime,
può darsi che un peccatore non ne abbia a disposizione, nel momento in cui
viene chiamato a comparire davanti al Giudice giusto. Quindi, in caso di
necessità, non solo il Sacerdote e il Cristiano, ma qualsiasi uomo o donna,
anche un non credente, può amministrare il Sacramento del Battesimo, che avrà,
pur nelle sue mani impure, tutta la sua efficacia, purché si abbia l’intenzione
di fare ciò che fa la Chiesa: anche se è sulla strada per l’inferno, si possono
aprire le porte del cielo a colui che venga battezzato. Ma potrebbe accadere
che un pagano, desideroso di ottenere la grazia divina, non riesca a convincere
quelli gli sta intorno ad amministrargli il Battesimo. Cosa fare allora?
Ebbene, il Cuore di Gesù non può permettere che gli venga chiusa la via della
salvezza. Rifiuterà un’anima che odia il suo mal incedere, ma che non ha
nessuno che lo faccia uscire dal suo stato?
Sacramento
universale.
No, il buon Maestro non lo farà. Egli
metterà a disposizione di tutti gli infiniti beni guadagnati da tutti. Per
questo, esorcizzerà un mezzo alla portata di tutti. Sarà una sorta di
sacramento universale, con un’efficacia più infallibile degli altri sacramenti
e il cui ministro sarà il Cuore di Gesù. Ci riferiamo alla grazia della carità.
Dal momento in cui un peccatore, sia esso cattolico, eretico o infedele, compie
un atto di vera carità, tutti i peccati sono perdonati, è giustificato e
rigenerato, è fatto figlio di Dio ed erede al cielo. Infatti, Gesù Cristo non
ha posto alcuna restrizione alle magnifiche promesse fatte alla carità:
“Se qualcuno mi ama, il Padre mio lo ama, e noi andremo da lui e faremo la
nostra casa con lui. È la carità, la
vita di Dio comunicata all’uomo: “Perché Dio è carità, e chi dimora nella
carità dimora in Dio, e Dio in lui. La carità è la via divina che la vite
celeste, Gesù Cristo, comunica ai tralci uniti ad essa. Non appena questa
unione si realizza, le anime, prima sterili nelle opere buone e più feconde nei
frutti della morte, cominciano a portare frutti di vita eterna. Allora non
possono essere tagliati come rami inutili e gettati nel fuoco: “Per coloro
che sono in Cristo Gesù non c’è bisogno di temere la dannazione eterna – dice
San Paolo – né la vita né la morte, né i principati, né le virtù, né le cose
presenti, né le cose future, né qualsiasi altra creatura potrà infrangere i
voti d’amore con cui la carità di Gesù Cristo unisce l’anima a Dio”.
Quell’anima, prima macchiata dalla colpa originaria e dalle innumerevoli colpe
presenti, viene trasformata, rigenerata, divinizzata, dal raggio della carità
gettato da Gesù nel suo cuore e da esso liberamente accolto. Non appena
Maddalena, la peccatrice, entrò nella casa dove alloggiava il Salvatore, fu
liberata dai suoi peccati perché, mossa dall’influenza vivificante del Cuore di
Gesù, il suo amore si accese nel suo cuore.
Condizioni perché
la carità operi per tali meraviglie.
Naturalmente, perché la carità possa
fare tali meraviglie e supplire a tutti i Sacramenti, deve soddisfare
determinate condizioni. Infatti, tutte queste condizioni possono essere
riassunte in una sola: perché la carità dia vita alle anime, basta che sia
vera.
1) Questo è ciò che i teologi intendono,
niente di meno, dichiarando che la contrizione perfetta è sufficiente a
giustificare il peccatore, senza bisogno del Sacramento. In cosa consiste
allora la contrizione perfetta? Ciò che è necessario e sufficiente è che il
pentimento nasca dalla vera carità, che il peccato sia detestato non solo
perché è una macchia sull’anima, una privazione delle gloriose prerogative, e
degna dell’inferno, ma soprattutto perché oltraggia la bontà di Dio, ferisce il
Cuore di Gesù, e corrisponde ai suoi benefici con il più nero dei tradimenti. –
La contrizione basata su tali ragioni, e dotata dell’efficacia che accompagna
il vero amore, giustifica il peccatore più colpevole e perdona le sue
abominevoli iniquità. Questi privilegi della carità non si piegano
completamente al bene del peccatore? Sarà più difficile per lui detestare i
suoi crimini a causa della ferita inflitta a Dio, che per il male che riceve da
essi? I benefici del Padre celeste, l’amore di Gesù Cristo, le pene della sua
passione, il sangue versato sulla croce, la misericordia infinita del suo Cuore
sempre ardente d’amore per chi lo offende, non sono forse i più palpabili e
commoventi motivi di contrizione? Collegando il potere di rigenerare le anime
al pentimento su tali basi, Gesù Cristo ha guardato ai diritti del suo amore,
ma non ha aumentato il peso imposto alla nostra debolezza. Al contrario, non
aveva altro che i nostri interessi davanti ai suoi occhi quando ci ha costretti
a riparare le perdite causate dal peccato nella nostra anima.
2°) Non voleva mettere un giogo più
pesante sulle nostre spalle, chiedendo che il peccatore, giustificato dalla
sola virtù della carità, fosse seriamente deciso a ricevere il Battesimo, se
fosse pagano, o ad andare a confessarsi, se fosse già battezzato. Perché la
grazia interiore non poteva fare a meno dei riti esteriori. Questi, necessari
per unire i membri della famiglia divina, sono il complemento indispensabile
dei legami interiori che li uniscono a Dio. L’uomo, composto da un’anima
spirituale e da un corpo sensibile, ha bisogno di questi due tipi di mezzi e
deve accettare con gratitudine l’obbligo di utilizzarli. Sia per il pagano che
è determinato ad essere fratello di Gesù Cristo, sia per il peccatore che odia
i suoi crimini, la ricezione dei sacramenti del Battesimo e della Penitenza è
una consolazione più che un peso. Chi rifiutasse un così dolce compenso alle
eterne torture dell’inferno, dimostrerebbe che il suo amore per Dio è solo
nella parole.
3°) C’è una condizione che renderà più
difficile la giustificazione del peccatore. Perché la grazia di Dio torni
all’anima quando viene spogliata, la carità deve essere soprannaturale e
veramente divina: « La carità di Dio – dice San Paolo – è stata riversata nei
nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato. Solo chi ha ricevuto,
con lo Spirito Santo, l’amore che viene da Lui, può gloriarsi di essere amico
di Dio. » Ma come può il peccatore che è schiavo di satana e il miscredente che
è privato della grazia battesimale raggiungere questo stato felice? La carità
soprannaturale non è la santità stessa? Se bastasse amare Dio con un amore
naturale per essere giustificati, tutti coloro che usano le loro facoltà
naturali potrebbero soddisfare questa condizione di salvezza. Ma questo non può
essere sufficiente. Per godere dell’amicizia di Dio è necessario esercitare una
virtù superiore alle forze della natura più perfette e ad una natura degradata.
Non è impossibile la salvezza di chi può solo averla in questo modo? – Per
evitare questa difficoltà non si deve ricorrere a sistemi di alcun tipo. Nella
bontà del Cuore di Gesù abbiamo una soluzione più soddisfacente. Non si può
negare che la carità soprannaturale sia necessaria affinché l’anima peccatrice
riconquisti la vita soprannaturale. Ma il Cuore di Gesù la mette alla portata
di coloro che ne sono privati dal peccato. Se non li dispone all’improvviso ad
amare il Bene sovrano sopra ogni cosa, suscita in loro il desiderio di
quell’amore, di chiederlo, di avvicinarsi ad esso. Così, se queste anime
corrispondono al raggio divino che strappa via le tenebre in cui giacciono
avvolte, aumenterà gradualmente la chiarezza fino a condurle allo splendido
mezzogiorno della giustificazione: « Gesù Cristo non rinnega la sua grazia a
coloro che fanno tutto ciò che è in loro potere ». – La bontà del Cuore Divino
esclude l’ipotesi che ci possa essere un uomo privato della giustizia
soprannaturale e della felicità del cielo, una volta che egli lavora con le sue
facoltà naturali per ottenere l’amore di Dio sopra ogni cosa. Per il Salvatore,
infinitamente più desideroso del bene degli uomini che della grazia divina,
previene i cuori sinceri ed offre loro il suo aiuto soprannaturale non appena
li vede pronti a dirigere le loro facoltà naturali verso Dio. Dio non può
abbandonare alle forze della creatura una volontà convenientemente diretta al
raggiungimento del suo amore. – Non c’è
posto in Gesù Cristo, che ha fatto di tutto per condurre coloro che sono
fuggiti da Lui sulla retta via della santità soprannaturale, per scacciare
dalla vera via della salute quelle anime sincere che mettono in gioco tutte le
loro facoltà. – Alla bontà infinita del Cuore di Gesù dobbiamo la condizione
dell’uomo privato della grazia, e desideroso di recuperarla, di essere
incomparabilmente migliore che se fosse sufficiente l’esercizio delle sue
facoltà naturali. Perché, oltre a queste, il peccatore pentito ha a sua
disposizione la fonte onnipotente della grazia, che è la potenza stessa di Dio.
Tutti gli sforzi che avrebbero potuto fare, se lasciati alle loro forze, sono
ancora nelle loro mani. Nell’ordine attuale, però, non agiscono da soli: lo
Spirito di Gesù Cristo veglia sulla porta dei loro cuori, impedendo loro con le
sue ispirazioni, assistendo a tutti i loro sforzi, soprannaturalizzando tutti i
pii movimenti delle loro facoltà naturali.
Capitolo XV.
IL CUORE DI GESÙ E IL MERITO
La
giustificazione e il merito.
Grande è la gioia del Cristiano che,
desideroso di recuperare la vita di Dio distrutta dal peccato, può, con un
semplice movimento del suo cuore, realizzare un bene così grande. Immensa è la
bontà del Cuore di Gesù, che per restituire ai più colpevoli la sua amicizia,
non pretende da essi nient’altro che un atto di amorevole pentimento. Ma
l’infinita generosità del Cuore Divino non si accontenta di questo: vuole che la
vita che vivono cresca fino alla sua perfezione in cielo; vuole santificarli,
una volta che li abbia giustificati. Ora, questa grande opera di santificazione
non è che un abbozzo: la perfezione viene a poco a poco dal merito fino al suo
coronamento nella gloria celeste. Se è vero, come abbiamo dimostrato, che il
Cuore di Gesù è il principio di tutta la vita e della santità soprannaturale,
la sua influenza sull’anima giusta si manifesterà più per i meriti con cui la
arricchisce, che per la prima grazia che le ha dato. Per essere convinti che
sia così, basterà considerare prima la natura del merito e poi i mezzi per
raggiungerlo. Che cos’è il merito? È il capitale del Cristiano e il frutto del
lavoro passato, la garanzia e la misura della sua felicità futura e della sua
fortuna presente. Si dice che un uomo sia ricco prima che la sua fortuna
produca degli interessi? Certo che no! Perché, anche se questa lo rende
sollevato per un po’, lo lascia tuttavia meno ricco di un uomo a cui i suoi
antenati hanno lasciato in eredità grandi capitali, che tali restano pur in un
momento in cui il loro reddito sia meno considerevole. – Bene, allora, per
essere sicuri che si faccia un giudizio sui beni spirituali, è utile fare una
distinzione simile. Immaginate un uomo che viva con pietà; che ha appena
intrapreso il cammino della perfezione. Immaginatene un altro più anziano che
ha servito Dio per molto tempo. L’età e la debolezza umana sembrano aver
raffreddato qualcosa del suo primo fervore. Naturalmente preferiremmo il fervore
del primo alla negligenza del secondo. Ma oseremmo giustamente considerare il
secondo come meno ricco di beni spirituali, meno santo rispetto al primo? No,
perché anche se il secondo ne ha attualmente di meno, conserva tutti i tesori
acquisiti nel corso della sua lunga carriera. Egli possiede attualmente minor
reddito del suo giovane discepolo, ma può contare su un maggior capitale
accumulato. Ha una grazia attuale relativamente minore, ma è molto più avanti
per ciò che concerne la grazia abituale ed il merito. In pratica è più ricco,
in quanto la ricchezza, sia nell’ordine spirituale che materiale, è costituita
dal capitale.
Origine del
merito cristiano.
Qual è l’origine del capitale di cui
abbiamo appena considerato il valore? È facile da dedurre: il capitale è il
frutto del lavoro passato, messo in buone mani in vista del benessere futuro.
Se l’operaio sperpera tutta la sua ricchezza mano a mano che la guadagna, vivrà
più o meno comodamente, ma non diventerà mai ricco, perché non potrà mai
formarsi un capitale. Se, invece, ogni mese o ogni anno risparmia una parte del
suo guadagno, la sua fortuna aumenterà e dopo qualche anno avrà una ricchezza
che prima non aveva. Ci sono anche lavoratori prudenti e lungimiranti che, non
volendo essere privati del frutto più prezioso del loro lavoro, concordano con
i loro padroni di prendere solo una parte del loro salario e di tenere il resto
accantonato, formando così un capitale che li allevierà nelle difficoltà della
vecchiaia. Ecco come Dio è con noi. Gli piace anche pagarci in contanti, con le
sue consolazioni e i suoi beni temporali, per i servizi che gli rendiamo, ma
conserva per noi la parte migliore del frutto del nostro lavoro: la nostra
eterna fortuna. Per l’eternità godremo del compenso che Egli non ci ha dato nel
tempo. Invece di una gioia passeggera, riceviamo un certo ed innegabile diritto
alla felicità di Dio, perché è proprio in questo che consiste il merito. – Una
tale disposizione non è un vantaggio? Cos’è il tempo in confronto all’eternità?
Quando il buon Maestro si rifiuta di pagarci in contanti per i nostri servizi
con consolazioni temporali e preferisce convertirli in un capitale sotto forma
di eterno merito, si obbliga per la sua bontà, a darci per questi prestiti,
fatti liberamente, non l’interesse del cinque per cento, non del cento per
cento, ma l’infinito per una nullità. Non sarebbe un ingrato ed uno sciocco chi
non approfittasse di questa capitalizzazione delle proprie opere? Perché, come
abbiamo appena visto, la ricchezza è costituita dal capitale, e il capitale è
il risultato della prudenza e dell’energia con cui si è rinunciato al godimento
immediato del frutto del proprio lavoro. Un egoismo ben inteso è sufficiente
per consigliare l’abnegazione in questa vita, all’uomo ansioso di diventare
ricco un giorno. Come dovrebbe essere facile l’abnegazione per il Cristiano!
L’aumento di
capitale.
Il lavoratore prudente e parsimonioso
non aspetta di godere dei frutti del suo lavoro finché il suo capitale non
produca interessi. Usa infatti questi anche per incrementare il suo lavoro, per
estendere la propria azione e per rendere il guadagni ancor più consistente.
Con questo capitale il contadino fertilizza i suoi campi perché producano
colture più abbondanti. L’industriale e il mercante possono aumentare, in
proporzione ancora maggiori, i prodotti del loro lavoro e delle loro
speculazioni, e guadagnare di più senza dover moltiplicare il proprio lavoro.
Frutti simili danno il merito al Cristiano. Il valore degli atti, che l’anima
in grazia compie, non si misura solo dalla loro perfezione attuale, ma anche
dal grado di carità abituale con cui sono animati, cioè dal grado di merito. È
una dottrina comunemente accettata dai teologi, che l’anima arricchita con
maggiori meriti guadagna di più, compiendo gli stessi atti, di quella che ha
meno grazia santificante. Lo stesso servizio reso a un principe da un guerriero
che si è coperto già di gloria combattendo per la sua causa, ha più valore ai
suoi occhi che se l’avesse fatto l’ultimo dei suoi sudditi. Ci sono tre tesori
inseparabili nell’ordine soprannaturale: il merito, la grazia santificante e la
carità abituale. Ne consegue che ogni aumento di merito porta necessariamente
con sé un aumento proporzionale della carità. Ma la carità è un fuoco che
brucia continuamente e tende sempre a comunicare il suo calore. La carità è la
grande leva divina e la molla che solleva le anime al cielo. Man mano che
l’anima cresce nel merito, diventa più facilmente in grado di elevarsi al di
sopra di se stessa; è mossa a compiere atti di tutte le virtù ed ha maggiori
risorse a sua disposizione per il raggiungimento di nuovi meriti.
Il merito è
conservato nel Cuore di Gesù.
Come si vede, la somiglianza tra il
merito e il capitale materiale è così grande che non si può desiderare di più.
Allorquando si tratta di ricchezze materiali, è facile vedere come si
conservano i frutti del lavoro: il grano che non viene consumato rimane nei
granai. L’oro e l’argento, risparmiato dai ricchi, rimane nelle casse. Ma che
dire degli atti puramente spirituali? Se si trattasse di meriti puramente
umani, la difficoltà non potrebbe essere risolta: di tali atti non rimarrebbe
nulla. Ma gli atti di cui parliamo non sono puramente umani, perché la volontà
è stata mossa dallo Spirito di Gesù Cristo. Erano infatti atti di Gesù Cristo,
più che del Cristiano, ed il cuore del Cristiano ne era il secondo e immediato
principio; il Cuore di Gesù ne è stata la prima e principale causa. Perciò, nel
Cuore di Gesù hanno trovato l’immutabile permanenza che non avrebbe mai potuto
dar loro la virtù dell’uomo. Perché? Perché il potere dell’uomo passa come
un’ombra, ma non quello del Cuore di
Gesù. L’uomo vive tutto nel tempo, Gesù Cristo nell’eternità. Egli è il Signore
delle cose durature e tutto ciò che è fondato su di Lui partecipa alla sua
durata e alla sua immutabilità. – In quel Cuore Divino sono raccolti e
conservati tutti gli atti compiuti sotto la Sua influenza, tutti i meriti
acquisiti con la Sua grazia. Da Lui ricevono un sigillo di eternità che l’uomo
non avrebbe potuto imprimere su di loro. Questi atti sono veramente di vita
eterna. Poiché in essa non può esserci nulla di passeggero, il Cristiano si
riferisce, per ciascuno di essi, all’eternità. Lungi dal renderli partecipi
dell’irrimediabile decadimento della loro natura, egli assume per loro
l’immortalità di Gesù Cristo. Infatti, in Gesù Cristo il Cristiano vive e
opera; attraverso di Lui merita; la sua vita si dispiega nelle sue membra
quando raggiunge nuovi gradi di santità. Per questo san Paolo usa due
espressioni senza distinzione per farci capire la natura del merito. A volte
dice che cresciamo in Gesù Cristo, altre volte che il Divin Salvatore cresce in
noi. Quest’ultima espressione, per quanto paradossale, è corretta, perché la
vita soprannaturale del Cristiano è la vita di Gesù Cristo. Come può il
progresso di questa vita non essere attribuito a Gesù Cristo? Non si può negare
che Dio sia immutabile e incapace di accrescimento. Ma se si compiace di
comunicare la sua divinità alle creature mortali e mutevoli, acquisirà in loro
il potere di crescere e svilupparsi che non ha in sé. Gli dei creati, che sono
i Cristiani, potranno perfezionare sempre più la loro divinità, avvicinandosi
giorno dopo giorno alla divinità immutabile. Il Cuore di Gesù darà loro il
potere e li aiuterà a metterlo in pratica. Unito sostanzialmente com’è alla
natura divina, comunicherà a coloro che si uniscono a Lui le influenze
vivificanti; li stimolerà a camminare di virtù in virtù; li motiverà ad
esercitare nuovi atti meritori. Egli stesso compirà in essi quegli atti con la
sua grazia, preparandosi così a coronare, per l’eternità, i propri doni
coronando i loro meriti.
Come si ottiene
il merito?
Il merito, il dolce regalo fatto dal
Cuore di Gesù alle anime a Lui unite, ci ha manifestato l’infinita bontà del
Sacro Cuore. Tuttavia, lo apprezzeremo ancora di più se guardiamo alle leggi
che regolano il raggiungimento e la conservazione di quel tesoro celeste. In
essa scopriremo misteri d’amore infinitamente consolanti, purtroppo quasi
completamente ignorati. Cercheremo di scoprire le sue ricchezze. Prima di
tutto, come si ottiene il merito? Il merito è il frutto eterno di tutti gli
atti, anche i più insignificanti e momentanei, compiuti da un Cristiano in
stato di grazia con intento soprannaturale. Lo stato di grazia rende i
Cristiani membri viventi di Gesù Cristo. Conferisce loro la facoltà di compiere
opere veramente divine e degne, in tutto il rigore della parola, di una
ricompensa divina. Cosa è necessario per far funzionare questa facoltà? Due
cose: che dal Cuore di Gesù venga un impulso che spinga il Cristiano ad agire
divinamente e che corrisponda al moto divino. Ora, la prima condizione non
manca mai; perché come il nostro cuore materiale non manca mai di inviare a
tutte le membra del corpo una giusta quantità di sangue, così il Cuore di Gesù
riversa incessantemente sulle anime giuste la virtù vivificante che permette
loro di compiere le opere divine. Sentiamo come dice il Concilio di Trento: «
Come il capo fa sentire costantemente il suo afflusso nelle membra, e il tronco
della vite comunica continuamente la sua linfa ai tralci, così Cristo Gesù
riversa in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e
segue ogni opera buona. » Che cosa manca alle azioni del Cristiano per
rivestirle di dignità divina e di un infinito merito? Si lasci muovere
dall’impulso che riceve e compia tutte le sue opere alla presenza di Dio. – È
un dogma di fede che, quando siamo nello stato di grazia, non c’è un momento
del giorno o della notte in cui non possiamo compiere opere divine degne della
ricompensa divina. Si, in ogni momento, possiamo aggiungere nuove ricchezze al
tesoro che possediamo, acquisire un immenso grado di gloria, due volte
infinito: prima per sua natura, perché consisterà in un più perfetto possesso
di Dio, e in secondo luogo, per la sua durata, che non avrà fine. Per questo
non bisogna muoversi da un luogo all’altro, né fare cose straordinarie, né
grandi sforzi di intelligenza o di volontà. Basta che facciamo le nostre opere
alla presenza di Dio. La rettitudine dell’intenzione ha il potere di
divinizzare le azioni, per quanto vili possano essere. Il povero contadino
nelle sue occupazioni agricole, il servo che spazza la casa del suo padrone,
fintanto che ha nei suoi compiti l’intenzione di piacere a Dio, danno alle sue
opere una dignità che i capolavori dell’arte e le meraviglie del genio fatte
con intenti umani non hanno. – Non è necessario che l’intenzione che trasforma
e divinizza le nostre opere sia attuale, perché ci costa molto rinnovare in
ogni momento la risoluzione di lavorare solo per Dio. La nostra debolezza è
tale che lo sforzo necessario per farlo potrebbe impedirci di adempiere ai
nostri obblighi. Né Dio ci chiede di farlo. Vuole che passiamo ogni momento ad
occuparci della nostra salvezza; ma esige anche che adempiamo, con tutta la
nostra attenzione, ai doveri che il nostro Stato ci impone. Come possiamo
allora conciliare le due cose? Un modo semplice è quello che ci offre la bontà
del Cuore di Gesù. Determiniamo determinati momenti per rinnovare la nostra
unione con Lui e per rettificare l’intenzione. Almeno dovremmo farlo all’inizio
della giornata e, se possibile, più volte durante il giorno. Questo sarà
sufficiente per estendere la virtù di queste intenzioni a tutte le nostre opere
e per comunicare loro un merito infinito. Come si potrà mai ringraziare
abbastanza il Cuore di Gesù per averci reso così facile l’acquisizione delle
sue eterne ricchezze?
Cos’è che toglie
il merito al Cristiano?
Quanto durerà il merito così facilmente
raggiungibile? Durerà finché non ci spoglieremo volontariamente di esso
attraverso il peccato mortale. Se è eterno, non c’è potere che ce lo possa
togliere in cielo, o all’inferno, o in Dio stesso. I meriti acquisiti fanno parte
della ricchezza del Corpo mistico di Gesù Cristo. Distruggerli significherebbe
impoverire il Salvatore. Eppure quel potere che né Dio in cielo, né i demoni
all’inferno hanno, ha ognuno di noi, perché possiamo farci nemici di Dio, se lo
desideriamo. Ora, non possiamo essere nemici di Dio e conservare ancora il
diritto di possedere Dio? Evidentemente, perché rompendo con Dio a causa del
peccato mortale, poniamo termine al merito della nostra anima. Notiamo una cosa
consolante: solo il peccato mortale ha il potere disastroso di spogliarci delle
nostre ricchezze spirituali. Il veniale, per quanto grave, ci impedisce solo di
aggiungere nuovi meriti con l’abbondanza con cui li avremmo ottenuti se la
nostra anima fosse stata più pura. Ma non diminuisce quelli già acquisiti.
Perché, come abbiamo già detto, essi sono conservati nel Cuore di Gesù come un
deposito inviolabile, finché il peccato mortale non rompe i legami che ci
uniscono a Lui. Sbaglieremmo a interpretare con un certo rigore l’adagio degli
scrittori asceti: « Non andare avanti è andare indietro ». Una frase vera, se
applicata appropriatamente alle attuali disposizioni di fervore, generosità e
raccoglimento. Quindi, se non vogliamo rendere difficile l’acquisizione di
nuovi meriti ed esporci al rischio sempre maggiore di cadere nel peccato,
dobbiamo essere sempre più forti, per evitare che la pigrizia prenda il
sopravvento. Ma se si tratta delle solite disposizioni, di santificare la
grazia e il merito, non è vero che non andare avanti sia come andare indietro.
Non si può tornare indietro senza una caduta. Non solo, non si può tornare
indietro se l’anima è unita per grazia al Cuore di Gesù. Infatti, anche il
Cristiano più negligente non si lascerà sfuggire una settimana senza fare
qualche atto soprannaturale e senza aggiungere nuovi meriti. Potrebbe accadere
che, per un atto meritorio, commetta migliaia di colpe veniali. Ma che
differenza tra le conseguenze di questi tipi di atti! Il demerito delle seconde
ha un effetto temporaneo, mentre il frutto del primo è eterno. Supponiamo che
queste colpe mantengano il Cristiano in Purgatorio fino al giorno del giudizio.
Certo costui sarebbe degno di ogni commiserazione se, a causa della sua
negligenza, dovesse essere sottoposto a tali terribili punizioni. Ma, alla fine,
queste saranno finite e non potranno essere paragonate alla gloria eterna di
ogni atto soprannaturale compiuto.
Come recuperare
i meriti perduti.
Ci insegna la teologia che, quando il
peccatore riacquista l’amicizia di Dio, sia attraverso un atto di perfetta
contrizione, che attraverso la ricezione del Sacramento della Penitenza,
riacquista tutti i meriti che possedeva prima di prima della sua caduta. Egli
era rovinato e improvvisamente torna in possesso delle sue antiche ricchezze.
Cosa dico? Più ricco ancor di prima, poiché al merito delle buone azioni
compiute prima del peccato, si aggiunge quello del Sacramento appena ricevuto o
del perfetto atto di contrizione appena compiuto. – La teologia ci spiega come
sia possibile questa meravigliosa resurrezione dei meriti distrutti dal
peccato, poiché la loro distruzione non è stata completa. Più che un
annichilimento, è stata una sospensione. Quando il Cristiano, separandosi dal
suo Capo, non riesce a raccogliere i frutti delle sue opere, ne rimane in possesso
Gesù Cristo, tenendoli nel suo Cuore, come le acque dell’oceano sono fermate
dalle dighe. Una volta che l’argine venga rimosso, cioè quando il peccato sia
distrutto dalla penitenza, la comunicazione tra il cuore del Cristiano e il
Cuore di Gesù si ripristina e, subito, i meriti persi dal cuore del colpevole,
ma conservati dal Cuore del Maestro, si comunicheranno senza esitazioni
dall’uno all’altro: « Vi restituirò – dice il Signore – i frutti dei vostri
campi, che gli insetti divoratori vi hanno tolto ». Questa promessa si adempie
quando un peccatore si converte alla penitenza, perché nello stesso momento i
suoi peccati vengono distrutti e i suoi meriti gli vengono restituiti.
Come conservare
i meriti.
Per il Cristiano militante il merito è
un diritto inalienabile alla felicità e alla gloria di cui gode il Figlio di
Dio in cielo. Quanto non è esaltata la bontà del divino donatore dal fatto che
possiamo così facilmente raggiungere questo prezioso dono! Un’azione
insignificante, soprannaturalizzata dall’unione presente o abituale con il
Cuore di Gesù, è sufficiente per aumentare la nostra fortuna presente e la
felicità eterna. Non abbiamo motivo di esclamare con San Paolo: « grazie a Dio
per il dono ineffabile della sua bontà? » Forse qualcuno penserà che, così come
possiamo acquisire facilmente questo tesoro, possiamo anche perderlo; e che
dobbiamo fare grandi sforzi se vogliamo conservarlo. Supponiamo che sia così,
possiamo lamentarcene? Niente affatto, perché vale la pena di custodire un
tesoro eterno facendo qualche sforzo e vigilando. Ma se viene tenuto per sé, in
qualche modo non può essere perso? Ora, se ricordiamo ciò che è stato detto
prima, potrebbe essere proprio così. Ma non abbiamo forse detto che il merito è
un tesoro affidato dal Cristiano a Gesù Cristo? E San Paolo: « So nelle cui
mani ho messo il mio tesoro, e sono convinto che mi basta preservarlo da tutti
i pericoli. » Questo tesoro non è custodito solo nel cuore dell’uomo, mutevole
e caduco, ma anche nel Cuore di Gesù che, con la sua unione alla divinità,
partecipa all’immutabilità di Dio. E come potrebbe non essere così, se è il
frutto delle opere che Gesù, Capo della Chiesa, ha fatto nei suoi membri ed è
proprietà comune dei membri e del Capo? E il Capo Divino, per caso, è soggetto
alle influenze che tendono incessantemente ad abbassarci e ad impoverirci? No,
non avete nulla da temere da per queste ricchezze. In breve, possiamo dire:
1°) Che la mera tiepidezza, per quanto
lamentabile, non sminuisce minimamente i nostri meriti acquisiti. Guadagniamo
meno ma teniamo quello che avevamo. Il capitale divino produce meno, ma non è
diminuito.
2°) Gli stessi peccati veniali non
sminuiscono il merito. Producono nell’anima effetti più funesti di quelli della
tiepidezza, soprattutto se si convertono in abito. Devono certo suscitare in
noi orrore perché sono offese alla bontà divina, macchiano la nostra anima e ci
rendono passibili di pene più o meno gravi, ma, lo ripetiamo, non possono
impoverirci!
3°) Ma il peccato mortale non
annichilerà irrimediabilmente il merito? No, rispondiamo con i teologi, il
peccato mortale, non seguito dalla eterna riprovazione, non annichilisce
irrimediabilmente il merito. Ebbene, allora cosa fa? Gli impedisce di percepire
i frutti e di cingersi della corona, di cui era legittimo detentore. Nemico di
Dio per il peccato e schiavo di satana, egli non può, mentre si trova in un
tale triste stato, aspirare al possesso della felicità di Dio, alla
partecipazione della regalità di Gesù Cristo. Ma se Dio prolunga la sua vita,
se sfugge all’orrendo pericolo in cui il peccato mortale lo ha posto, e se
recupera la grazia, avrà di nuovo tutti i suoi meriti. Li recupera ancor più
uniti alla grazia del Sacramento ricevuto o per l’atto di amorevole pentimento
che lo ha riconciliato con il suo Dio.
Conclusione consolante.
Possiamo giustamente trarre da queste verità una conclusione tanto consolante quanto la dottrina da cui deriva: è impossibile per un’anima, unita dalla carità al Cuore di Gesù, tornare indietro. San Paolo dice che per tali anime non c’è condanna. Come abbiamo detto, non vi è alcuna caducità o perdita di diritti. Nell’ordine delle disposizioni abituali, un’anima in stato di grazia non può fare un passo indietro e difficilmente può passare giorni senza compiere qualche atto soprannaturale ed avanzare sulla via della santità. Ora, la gloria che avremo in cielo si misura solo con le disposizioni abituali. Il grado di grazia abituale, che l’anima raggiunge attraverso i suoi meriti, è proprio il grado della sua unione con Dio, che servirà come regola al Giudice sovrano per indicare ad ogni eletto il rango e il trono che debba occupare in cielo. – Se diamo uno sguardo alla vita passata troveremo motivi di dolore e di vergogna. Forse ci vergogniamo di noi stessi quando pensiamo agli anni in cui abbiamo corso con coraggio sulla via del servizio divino. Forse i nostri volti saranno coperti di rossore, vedendoci meno ferventi dopo tante nuove luci, tante grazie interiori, tanti Sacramenti ricevuti. Ma ricordiamoci che, anche se abbiamo perso molto, la nostra situazione, se siamo in grazia di Dio, è molto migliore delle ore più feconde della nostra giovinezza. Resta solo il fatto che, gettando via ogni scoraggiamento, ci scrolliamo di dosso la pigrizia e ravviviamo le nostre disposizioni attuali, che con l’aiuto del Cuore di Gesù potremo trasformare in quelle più ferventi. Vogliamolo e tutto è guadagnato.
ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉSET MÉDITÉS
A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES
SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.
[I Salmi
tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e
delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli
oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]
Par M. l’Abbé
J.-M. PÉRONNE,
CHANOINE TITULAIRE
DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence
sacrée.
[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di
Scrittura santa e sacra Eloquenza]
TOME TROISIÈME (III)
PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878
IMPRIM.
Soissons, le 18
août 1878.
f ODON, Evêque de Soissons et Laon.
Salmo 145
Alleluja,
Aggæi et Zachariæ.
[1] Lauda, anima mea, Dominum. Laudabo Dominum in vita mea; psallam Deo meo quamdiu fuero. Nolite confidere in principibus,
[2] in filiis hominum, in quibus non est salus.
[3] Exibit spiritus ejus, et revertetur in terram suam; in illa die peribunt omnes cogitationes eorum.
[4] Beatus cujus Deus Jacob adjutor ejus, spes ejus in Domino Deo ipsius:
[5] qui fecit cælum et terram, mare, et omnia quæ in eis sunt.
[6] Qui custodit veritatem in sæculum; facit judicium injuriam patientibus; dat escam esurientibus. Dominus solvit compeditos,
[8] Dominus custodit advenas; pupillum et viduam suscipiet, et vias peccatorum disperdet.
[9] Regnabit Dominus in sæcula; Deus tuus, Sion, in generationem et generationem.
[Vecchio Testamento Secondo la Volgata
Tradotto in lingua italiana da
mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.
Vol. XI
Venezia, Girol.
Tasso ed. MDCCCXXXI]
SALMO CXLV.
Fu aggiunto nei codici greci e latini il titolo di Aggeo
e. Zaccaria, perché questi due profeti animavano gli schiavi ebrei a
ritornare in patria ariedificare
Gerusalemme. Questo e i due Salmi Che seguono preannunciano la Gerusalemme
celeste, e invitano a imprenderne la via, ponendo la fiducianon nei principi, ma in Dio solo.
Alleluja. Di Aggeo e di Zacharia.
1.
Loda, o anima mia, i Signore; loderò il Signore mentre avrò vita; canterò inni
al mio Dio, finché io sarò,
2.
Non ponete vostra fidanza ne’ grandi, ne’ figliuoli degli uomini, ne’ quali non
è salute.
3. Il loro spirito se n’andrà, ed ei ritorneranno nella loro terra; allora andranno in fumo tutti
i lor pensamenti.
4.
Beato chi ha per suo aiuto il Dio di Giacobbe, ha sua speranza nel Signore Dio
suo,
il
quale fe’ il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi.
5.
Egli, die mantiene la verità in eterno; fa giustizia a quei che soffrono
ingiuria; dà cibo a’ famelici.
6.
Il Signore scioglie gli incatenati; il Signore illumina i ciechi;
7.
Il Signore rialza i caduti; il Signore ama i giusti.
8.
Il Signore è custode de’ forestieri; difenderà il pupillo e la vedova, e
sperderà i disegni de’ peccatori.
9.
Regnerà pe’ secoli il Signore; il tuo Dio o Sionne, per tutte le generazioni.
Sommario analitico
Dopo una sorta di dialogo tra il
salmista e la sua anima, per esercitarla a lodare Dio durante tutta la sua vita
(1, 2):
I. – egli allontana la fiducia che si ripone
nei grandi della terra, e ne dà come motivo:
1° La loro debolezza e la loro impotenza
(3);
2° La brevità della loro vita, con la
quale periscono tutti i pensieri, tutte le speranze
II. – mettere tutta la propria fiducia in Dio,
e motiva questa esortazione con gli attributi di Dio:
1° la sua onnipotenza (5, 6);
2° la sua fedeltà nel compimento delle
sue promesse;
3° la sua misericordia, che viene in
soccorso di tutte le nostre miserie, di tutti i nostri bisogni (7-9);
4° le perpetuità di questi divini
attributi (10).
Spiegazioni e Considerazioni
I. – 1-4
ff. 1, 2 – Le delizie del nostro spirito sono i divini
cantici ove le stesse pene non sono senza gioia. Per il fedele esiliato in
questo mondo, non c’è ricordo più dolce di quello della città fuori dalla quale
si trova in esilio; ma il ricordo della patria, nell’esilio, non è senza dolore
e senza sospiri. Tuttavia, la speranza certa del ritorno consola e sostiene
coloro che l’esilio rattrista (S. Agost.). – Chi dunque pronunzia
queste parole: « Anima mia, lodate il Signore ? » Non è la carne che lo dice.
Il corpo, fosse pure angelico, è inferiore all’anima; esso non può dare alcun
consiglio all’anima che le è superiore. Infelice l’anima che attende un
consiglio del corpo. La carne, quando è sottomessa come deve, è la serva
dell’anima; questa la governa, la carne è governata; l’anima comanda, la carne
obbedisce; quando dunque la carne potrebbe dare questo consiglio all’anima? Chi
è allora dunque che dice: « Anima mia, loda il Signore? » Noi non troviamo
nell’uomo nulla più della carne e dell’anima; l’uomo è tutto intero in questo:
anima e carne. Ma è forse l’anima che parla a se stessa, che si darebbe in
qualche modo un ordine, che si esorterebbe ad eccitarsi? In effetti le turbe
che l’agitano la tengono come fluttuante in una certa parte di sé; ma l’altra
parte, che si chiama spirito ragionevole, e che è la sede dei saggi pensieri, l’anima
già unita a Dio e sospirante verso di Lui, si accorge che la parte inferiore è
turbata da queste agitazioni che causa il mondo, e la voluttà dei beni
terrestri la precipita verso le cose esteriori e la allontana da Dio che era in
essa; allora essa stessa si ricorda dalle cose dell’esterno, verso le cose
dell’interno, dalle cose inferiori verso le cose superiori, e si dice. « Anima
mia, loda il Signore. » Cosa vi piace del mondo? Cosa volete lodarvi? Cosa
volete amarvi? Da qualunque lato dirigiate i sensi del vostro corpo, il cielo
vi si presenta; ciò che amate sulla terra è terrestre, tutto ciò che amate nel
cielo è corporale. Dappertutto, tuttavia voi trovate qualcosa da amare,
dappertutto ritrovate qualcosa da lodare; a che punto allora bisogna lodare
Colui che ha fatto le cose che voi lodate? (S. Agost.). – Ma come,
noi non lodiamo il Signore? Non gli cantiamo un inno di lode ogni giorno? E
tutti i giorni, finché lo possiamo, la nostra bocca non fa sentire ed il nostro
cuore non genera le lodi del Signore? E cosa noi lodiamo? Ciò che lodiamo è
grande, ma la lode che noi diamo è piccola. Quando colui che loda raggiunge
l’eccellenza di colui che è lodato? Un uomo si rivolge a Dio, indirizza a Dio
dei lunghi cantici; ma sovente, mentre muove le labbra cantando, il suo
pensiero vola verso non so qual desiderio. Il nostro spirito era dunque là, in
qualche modo per lodare Dio, ma la nostra anima fluttuava qua e là in mezzo a
differenti desideri o a preoccupazioni tumultuose. Il nostro spirito vedendo
dall’alto l’anima che vaga qua e là, volendola distogliere dalle inquietudini
che l’affliggono, le parla e le dice: « Anima mia, loda il Signore. » Perché vi
occupate di altre cose diverse da Dio? Perché vi lasciate sorprendere dalla
cura degli interessi terrestri e mortali? Restate con me e lodate il Signore (S.
Agost.). – L’anima risponde che essa loderà Dio nel corso di tutta la
sua vita, e che la sua occupazione sarà quella di lodare il Signore, di
celebrare le sue grandezze finché esisterà, condannando così un gran numero di
Cristiani che differiscono fino alla morte il santo esercizio della preghiera
del cuore. – Orbene, secondo Sant’Agostino, l’anima risponde che non loderà
veramente Dio se non quando vivrà la vera vita; nell’attesa essa si contenta di
gemere e di pregare, piuttosto che cantare e lodare Dio con questa lode che non
conviene che ai beati.
ff. 3, 4. – « Badate di non
riporre la vostra fiducia nei prìncipi. » In effetti, l’anima umana, per non so
quale debolezza, dispera quaggiù del Signore, dato che è turbata, e vuol
mettere la sua fiducia nell’uomo. Se si dice a qualcuno oppresso
dall’afflizione: c’è un tale uomo potente che potrebbe liberarvi; subito
vedrete che sorride, che si rallegra, che solleva la testa. Se al contrario gli
si dice: Dio vi libererà, … il suo ardore si spegne e la disperazione lo gela.
Vi si promette un protettore mortale e vi date alla gioia; vi si promette un Protettore
immortale, e vi abbandonate alla tristezza; vi si promette un liberatore che ha
bisogno di essere liberato come voi, e siete trascinati dalla gioia, come se
doveste ricevere un grande soccorso; vi si promette un Liberatore che non ha
bisogno a sua volta di liberazione, ed eccovi disperati, come se questa
promessa fosse solo favola. Infelici coloro che pensano così! Essi sono ben
lontani da Dio; la loro vita non è che una morte più miserabile. Rivolgetevi
invece a Colui che vi fatto, cominciate a desiderarlo, cominciate a cercarlo ed
a conoscerlo. Egli non trascurerà la sua opera, se la sua opera non lo
trascurerà. Volgetevi a Colui che vi ha detto: « Io loderò il Signore nella mia
vita. io canterò dei salmi al mio Dio per tutto il tempo che vivrò. » (S.
Agost.). – « Non mettete la vostra fiducia nei principi. » Oggi essi
esistono, domani non sono più. Oggi sono preceduti da numerose armate, la sera
essi sono stesi nella tomba. Dopo un gran dispiegamento di potenza, dopo una
gloria così eclatante, senza alcun intervallo, tutto cade in un momento: essi
sono colpiti dalla mano del Cristo… « La sua anima uscirà dal suo corpo, ed
egli tornerà nella terra dalla quale è stato tratto. » Non è lo spirito che
tornerà nella terra, perché lo spirito non viene dalla terra, ma lo spirito,
l’anima, uscirà dal corpo, ed il corpo dell’uomo tornerà nella terra (S.
Girol.) – Tre ragioni vi sono che devono allontanarci dal porre la
nostra fiducia nei grandi della terra: questi sono degli uomini che non hanno
la forza di salvare se stessi; essi sono mortali e la loro vita è di breve
durata. « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri; » Vale a dire, non
solo tutte le loro promesse vanno in fumo, quando colui che le ha fatte, e che
solo può compierle, è sparito egli stesso, ma ancora, l’autore di queste
promesse sarà egli stesso sterminato (S. Chrys.). La Provvidenza amabile
di un Dio – dice S. Crisostomo – sembra essere, al nostro sguardo, supplita
dalla protezione degli uomini, soprattutto da quella dei principi, che noi
consideriamo gli dei della terra, o da quella dei loro ministri e favoriti, che
ci sembrano gli onnipotenti nel mondo. Ora, questi sono giustamente coloro sui
quali la Scrittura ci ha avvertito di non stabilire la nostra speranza, a meno
che non vogliamo costruire su un fondamento rovinoso; ed infine, l’esperienza
ci rende sensibile questo punto di fede, che cioè questi, il cui favore, è ostinatamente
ricercato ed inutilmente ottenuto, per una giusta punizione di Dio, sono coloro
che diventano tutti i giorni più miserabili. Tanti uomini ingannati,
abbandonati, sacrificati, sono di conseguenza dei testimoni di questa grande verità:
che nei figli degli uomini – pure secondo il mondo – non c’è salvezza. (BOURD., s. la Prov.) – « In questo giorno periranno tutti i loro
pensieri; » si, quelli che avremo lasciato prendere al mondo, la cui figura
passa e svanisce; perché, ancorché il nostro spirito per natura viva sempre,
abbandona alla morte tutto ciò che consacra alle cose mortali; di modo tale che
i nostri pensieri, che dovrebbero essere incorruttibili dal canto del loro
principio, diventano passeggeri dal lato del loro oggetto. (BOSSUET,Or. fun. d’Hen. D’Angl.) – « In questo giorno periranno tutti i loro
pensieri. » Verrà quest’ora fatale che troncherà tutte le speranze ingannevoli
con una irrevocabile sentenza; la vita ci mancherà, come un amico falso in
mezzo alle nostre imprese. Là, tutti i nostri bei disegni cadranno in terra; là
svaniranno tutti i nostri pensieri. I ricchi della terra, che durante questa
vita, fondando sull’inganno di un sogno piacevole, immaginano di avere dei
grandi beni, si sveglieranno tutto ad un tratto in questo gran giorno
dell’eternità, saranno stupiti nel trovarsi a mani vuote. La morte, questa
fatale nemica, porterà con essa tutti i nostri piaceri e tutti i nostri onori
nell’oblio e nel nulla. (BOSSUET, Panêg. de S. Bern.). – Che saranno allora
tutte queste convenzioni mobili e passeggere, tutte queste opinioni di un
giorno, tutti questi interessi della veglia e tutti questi interessi
dell’indomani, rispetto all’ordine, al rapporto immutabile delle cose, rispetto
all’eternità, a questa regola originale ed immortale, rispetto a Voi, mio Dio!
Ed alla vostra parola sempre vivente e sempre efficace che ha fondato i cieli?
Cosa saranno quando sarà sparito il tempo, ed alle nostre lunghe e penose
tenebre succederà la chiarezza di un giorno eterno? Allora, cosa diventerà il
mondo? Cosa sarà dell’opinione? Quali vestigia resteranno dei nostri folli
costumi e delle nostre frivole usanze? Ahimè! Avanza questo giorno terribile,
si avvicina questo regno spaventoso della ragione e della giustizia, ove non si
vedrà che ciò che è, ove tutti i veli cadranno, non si scambierà il nome per la
cosa, le apparenze per la realtà, i pretesti per le ragioni, ed ove tutti i
pensieri dell’uomo periscono, dice il Profeta, non resterà più che il pensiero
di Dio e la sua santa verità. (DE BOULOGNE, sur l’Opinion). – Dove andranno
allora queste opere dello spirito e dell’arte che si getta all’ammirazione
della folla? Io voglio che esse durino quanto i secoli, sempre brillanti e
belle, e sempre applaudite; ma i secoli pure moriranno, ed ogni gloria umana
perirà quando, al limite dell’ultimo giorno dell’umanità, come un conquistatore
colpito all’apice della sua vittoria, spirerà morente; e senza attendere la
fine dei secoli, in un piccolo numero di anni, in un piccolo numero di giorni,
quale piacere il successo della sua opera potrà procure all’artigiano che sarà
nella bara e che i vermi roderanno? (L. V. Rom. et Lor. II, 30.)
II. 5-10
ff. 5, 6. – Dopo averci
allontanato dai soccorsi umani, il Re-Profeta ci mostra un porto sicuro, una
torre inespugnabile e ci consiglia di rifugiarci in essa. Nessun consiglio più
salutare: allontanarsi dalle cose deboli per condurci a quelle che nulla potrà
distruggere; distruggere delle illusioni per stabilire la verità; respingere
ciò che inganna per presentare ciò che serve. « Felice colui cui il Dio di
Giacobbe è suo sostegno. » Qual
effusione di luce ed amore! La beatitudine racchiude qui tutti i beni, essa è
l’oggetto di una speranza indistruttibile. Dopo aver proclamato beato colui che
mette speranza nel Signore, egli espone la potenza di un tale ausilio; da un
lato c’è un uomo, dall’altro c’è un Dio;
quello va sparendo, questi resta sempre, e non si limita a parlarci di Dio,
egli ci dà le sue opere a garanzia delle nostre speranze (S. Chrys.). –
ff. 7-10. – Se per sé ha la
durata e la potenza, non avrebbe la volontà? È ciò che molti insensati osano
dire. Ma vedete come il Profeta dissipi questo sospetto. Appena ha detto: « Dio
ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che essi richiudono, » subito
aggiunge: « … che conserva la verità per tutti i secoli e rende giustizia agli
oppressi ». Vale a dire: egli appartiene a Dio, è la sua opera per eccellenza,
il venire in soccorso agli oppressi, non dimenticare coloro che sono
perseguitati, tendere la mano a coloro che sono stati circondati da insidie, e
questo per sempre (S. Chrys.). – « Che conserva la verità per tutti i secoli. » Se
la menzogna ci opprime per un tempo, non ci rattristiamo; « … il Signore
conserva la verità per tutti i secoli. » Che bella espressione: « Custodisce la
verità! ». Egli la costudisce come un tesoro, e ci renderà un giorno ciò che ha
conservato. Gesù Cristo è la verità! Custodiamo la verità e la verità ci
custodirà la verità … « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » Egli
lo dona a coloro che hanno fame, e non a coloro che rigurgitano di beni. Colui
dunque che non ha ricevuto con fiducia, colui che è nell’abbondanza, si astiene
dal ricevere. Voi sapete se avete fame, se siete nel bisogno; se il vostro
stato è tale, voi fate piuttosto più bene di quanto ne riceviate, accettando
ciò che vi è donato; ma, se siete nell’abbondanza, guardatevi dal prendere
l’alimento da coloro che hanno fame, allorché voi siete già sazi. Ricevete ciò
che deve servire al vostro nutrimento e non ad ingrandire il vostro tesoro;
ricevete la tunica destinata a coprire il vostro corpo, e non a riempire le
vostre casseforti. « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » (S.
Girol.). – Siccome il Profeta ci dimostri la divina Provvidenza estesa
a tutti, essa si applica soprattutto a soccorrere gli infelici, a soddisfare la
fame, a spezzare le catene! Tutto ciò tuttavia, gli uomini lo possono in una
certa misura; ma non è più così di ciò che viene dopo: Egli corregge i vizi
della natura stessa, solleva coloro che sono spezzati nella loro caduta e
glorifica coloro che brillano per la loro virtù, salva gli infelici che si
abbattono, asciuga le lacrime e calma i dolori degli orfani e delle vedove (S.
Chrys.). – Ci sono, in effetti, altre catene che quelle che legano le
membra, ci sono altre tenebre che non quelle che oscurano gli occhi del corpo:
queste catene sono quelle del peccato, che il Signore spezza ogni giorno con la
sua grazia; queste tenebre sono quelle del nostro cuore che Egli dissipa con la
luce della sua verità. – Aggiungendo: « Egli ama i giusti », il Profeta ci fa
vedere che il Signore ha portato soccorso agli altri unicamente in ragione
della loro infelicità; coloro che Egli nutre perché hanno fame, non ha certo
rapporto con la virtù; egli libera i prigionieri, perché ha pietà delle loro
catene, che non tiene più alla virtù, ma all’infortunio; se Egli illumina i
ciechi è ancora per guarire la loro infermità, non per ricompensare le loro
buone opere. Lo stesso è per l’uomo abbattuto dalla sua caduta, dello
straniero, della vedova, dell’orfano. Ora, se Dio viene in soccorso degli
infortunati, a maggior ragione viene per gli amici della virtù (S.
Chrys). – Tre tipi di persone sono particolarmente sotto la
salvaguardia dell’Eterno: gli stranieri, gli orfani, le vedove. I primi, perché
non hanno una patria; i secondi perché non hanno un padre; infine le vedove
private del loro sposo. Con questa elencazione, il Profeta vuole farci
comprendere che gran titolo, per contare sulla Provvidenza, è il non avere
nessun appoggio in questo mondo. Quando tutti i soccorsi umani ci mancano, Dio
si prende cura di noi, cioè Egli veglia particolarmente su di noi (Berthier).
– E quando la via dei peccatori sarà stata distrutta, cosa resterà? « Venite,
dirà il Signore, venite diletti del Padre mio, prendete possesso del regno che
vi è stato preparato dalle origini del mondo. » (Matth. XXV, 3, 4). È a
questo che giunge alla fine del salmo, « Il Signore distruggerà la via dei
peccatori. » E voi cosa diventerete? « Il Signore regnerà in eterno. »
Rallegratevi, perché il Signore regnerà su di voi; Rallegratevi perché voi
sarete il suo regno. Osservate, in effetti, ciò che segue: voi siete certamente
cittadino di Sion e non di Babilonia, cioè voi non siete cittadino della città
passeggera del mondo, ma di Sion, che soffre l’esilio per un tempo e che
regnerà eternamente (S. Agost.).
La Decet quam maxime è una lunga lettera enciclica, nella quale il Sommo Pontefice Clemente XIV, pone dei limiti ben precisi a richieste economiche di prelati riguardo alle funzioni loro affidate dalla Santa Chiesa Cattolica: « … È assolutamente opportuno che i ministri della Chiesa ed i dispensatori dei misteri di Dio si mantengano completamente estranei anche al più piccolo sospetto d’avarizia e altrettanto ne tengano lontano il loro ministero, al quale sono stati chiamati da Dio; in tal modo potranno gloriarsi a buon diritto e con merito di aver tenuto le loro mani monde da ogni vantaggio ». Tale è l’inizio della lettera che poi enumera e regola i possibili abusi che tutti vengono condannati secondo norme ecclesiali. Questa è la vera Chiesa Cattolica, nella quale vanno evitate tutte le occasioni di accaparramento di beni e denaro, o di avarizia sotto qualsiasi forma, a fronte di una carità sempre sollecita verso l’indigenza e la povertà materiale. I veri servi del Signore non cercano per sé o per i propri familiari prebende o compensi oltre quelli lecitamente concessi dai sacri canoni ecclesiastici che assicurano la sussistenza minima del prelato. Guadagni illeciti o truffaldini sono stati compiuti da individui che hanno tradito il mandato evangelico mettendo in cattiva luce la Chiesa di Cristo, fondata sulla povertà evangelica materiale, e sulla Provvidenza divina circa la soddisfazione dei bisogni minimi leciti e necessari alla sussistenza. Qui non è neppure il caso di sottolineare quanto la voracità di falsi “principi” della sinagoga di satana usurpante i sacri palazzi vaticani in particolare, getti fango e discredito sul Cristianesimo tutto con l’istituzione addirittura di strutture di credito colluse con operazioni economiche illecite e gestite da trafficanti ed “esperti” di mercato con immunità diplomatica. Ma sono cose sotto gli occhi di tutti e che non meritano se non il disprezzo ed il discredito riservato a strutture a conduzione massonico-luciferina. A noi, piccolo gregge cattolico, l’azione di lode a Dio e di preghiera perché il Signore liberi quanto prima la vera Chiesa ed il Santo Padre dagli impedimenti attuali ai quali è relegata nella eclissi della sua passione e a seguire, nella morte (apparente) e nel sepolcro, e le dia la resurrezione attesa dai veri Cristiani e da tutte le creature dell’universo, perché possano rendere culto e lode al loro Creatore, Redentore, e Santificatore, al Dio uno e Trino.
Clemente XIV Decet quam maxime
1. È assolutamente opportuno che i ministri della Chiesa ed i dispensatori dei misteri di Dio si mantengano completamente estranei anche al più piccolo sospetto d’avarizia e altrettanto ne tengano lontano il loro ministero, al quale sono stati chiamati da Dio; in tal modo potranno gloriarsi a buon diritto e con merito di aver tenuto le loro mani monde da ogni vantaggio. Questo per primo raccomandò Gesù Cristo ai suoi discepoli quando li avviò a predicare il Vangelo con queste parole: “Gratis avete ricevuto e gratis donate” (Mt XVIII, 8). In più occasioni (1Tm III, 8; Tt 1,7)Paolo l’ha specificamente raccomandato come carattere distintivo di coloro che dovevano essere chiamati al ministero dell’altare. Questo, infine, inculcò Pietro in coloro che furono preposti alla cura delle anime, dicendo: “Pascolate il gregge di Dio che vi è stato affidato, non per l’aspettativa di un turpe lucro, ma volontariamente” (1Pt V, 2). A questo divino mandato si debbono uniformare per primi, con diligenza e con cura, i pastori delle chiese, che debbono essere d’esempio ai fedeli nella predicazione, nella conversazione, nella carità, nella fede: impegno invero minimo se si mostreranno irreprensibili in prima persona. Compete loro inoltre di darsi da fare attivamente affinché nessuno dei ministri ai quali comandano, in nessun modo si permetta di condurre a termine azioni contrarie a tale dettame, tenendo sempre presente l’insigne frase di Ambrogio: “Non basta che tu non cerchi il vantaggio economico; anche le mani dei tuoi familiari devono essere tenute a freno. Dai dunque istruzioni alla tua famiglia, ammoniscila, custodiscila; e se un servitorello ti avrà ingannato, una volta scoperto dovrà essere ripudiato a titolo d’esempio” (S. Ambrogio, In Lucam, lib. IV, n. 52). Partendo da queste ottime, saggissime leggi, sia i santissimi Concili sia i Romani Pontefici Nostri predecessori hanno ritenuto di dover rendere sempre più stretto il passaggio, affinché malvagi abusi in materia non s’introducano mai nella Chiesa di Dio, o – se per caso vi si fossero già introdotti – vengano radicalmente tolti di mezzo. C’è tuttavia da lamentare che presso alcune diocesi queste decisioni delle Costituzioni apostoliche e dei sacri Canoni (così opportune e così ricche di dignità religiosa) rimasero prive del loro effetto e risultarono senza forza e senza valore, impossibilitate a svellere dalle radici ogni comportamento ad esse contrario. Dunque venimmo a conoscere che ciò accadeva perché coloro cui competeva occuparsene con il massimo impegno mettevano avanti varie scuse, invocando antiche, inveterate consuetudini oppure la necessità di versare qualche ricompensa ai ministri della curia ecclesiastica, oppure persino la mancanza del denaro necessario per condurre una vita decente, onesta e dignitosa. – Rendendosi conto di tutto ciò, il Nostro predecessore Innocenzo XI, di venerabile memoria, per apportare un rimedio costruttivo e rendere vane e fuori di luogo tutte le scusanti di qualunque natura, nel 1678 comandò che venisse redatto un tariffario nel quale fossero raccolti tutti i tributi indicati qua e là nei sacri Canoni e opportunamente sanciti dal Concilio Tridentino, secondo l’interpretazione data dalle sacre Congregazioni del predetto Concilio, nonché secondo i pareri espressi dai Vescovi. Ordinò inoltre che tutti gli interessi ecclesiastici fossero chiaramente individuati ed elencati analiticamente; in nome di essi non doveva assolutamente essere consentito ad alcuno, né nel foro ecclesiastico né nelle curie vescovili, percepire emolumenti, eccezion fatta per quel che va versato al banco del cancelliere e quel che va pagato per la necessaria mercede. Contemporaneamente fu assicurato che in questa materia la regola fosse uguale in tutte le curie ecclesiastiche ed identica, com’è giusto, fosse la disciplina, annullata ogni diversa consuetudine. Lo stesso sommo Pontefice Innocenzo XI il primo ottobre dello stesso anno approvò con la Sua autorità questo tariffario, lo controfirmò e ne dispose la promulgazione e l’osservanza. – Tuttavia neppure questo bastò a rinsaldare ovunque la disciplina ecclesiastica, ormai abbandonata, e a metter freno alle cattive usanze che già da tempo avevano preso piede in varie diocesi. Subito venne avanzata l’obiezione perché la citata tariffa non dovesse venire osservata anche dalle curie ecclesiastiche esistenti fuori d’Italia. Per altro non si poteva fingere di ignorare che tutti i decreti in essa contenuti derivavano dai sacri canoni ed in particolare dal Concilio Tridentino; di conseguenza era assolutamente necessario che tutte le diocesi li rispettassero con la massima religiosità.
2. Questi dunque furono i motivi,
Venerabili Fratelli, per cui – non senza grave dolore ed afflizione dell’animo
Nostro – Ci rendemmo conto che nelle vostre curie avevano trovato spazio molti
abusi contro l’esercizio della potestà spirituale; abusi che sconvolgono
profondamente la disciplina ecclesiastica, la snervano e recano sommo disdoro
alla grandissima dignità della quale risplendete ed all’autorità che vi è stata
trasmessa per realizzare la perfezione dei santi e i compiti del ministero per
l’edificazione del Corpo di Cristo. Noi abbiamo ben presenti la vostra
religiosità, la vostra santa pratica, la premura nei confronti delle Vostre
chiese; sappiamo anche che gli abusi in materia di pagamenti individuati nel
tribunale ecclesiastico delle vostre diocesi, introdotti in tempi passati da
qualche ministro di secondaria importanza, per l’esempio di questi si sono poi
propagati gradatamente di diocesi in diocesi, forse all’insaputa degli stessi
Vescovi, ed in qualche caso si sono sviluppati persino in funzione di una più
marcata dignità della Chiesa. O perché al problema veniva attribuita pochissima
rilevanza, o perché i successori nel ministero seguirono incautamente la strada
tracciata dai predecessori, si arrivò al punto che questi stessi abusi, ormai
rafforzati dalla continua pratica, sembrarono meritevoli di essere convalidati
da costituzioni sinodali su proposta degli stessi ministri. In nessun modo,
assolutamente, queste colpe possono essere addebitate a voi, che anzi siete
soprattutto degni di lode, in quanto abbiamo visto che voi siete colpiti dal
più grande dolore per queste iniquità e più che mai desiderosi di estirparle.
Tuttavia, rendendoci conto che perseguendo questo scopo vi sareste attirati
contro l’odio più forte, e che ostacoli enormi sarebbero stati frapposti alla
realizzazione dell’obiettivo, se la stessa autorità apostolica non si fosse
affiancata, per questo motivo interveniamo; in particolare a proposito della
diversità delle tariffe e dei diversi comportamenti vigenti nelle diverse
diocesi, affinché non solo siano tutti riportati ad un’equa e giusta misura, ma
perché assumano tutti una lodevole uniformità procedurale. Perciò confidiamo in
Voi, nel nome del Signore, affinché osserviate con la massima cura i decreti
che vi mandiamo con la Nostra autorità apostolica, su richiesta del Nostro
carissimo figlio in Cristo Carlo Emanuele, illustre Re di Sardegna, di cui
rilucono continuamente il singolare rispetto per Noi e per questa santa Sede
apostolica, l’affetto e l’impegno religioso: provvedete che da tutti e da
coloro cui compete essi siano osservati con grandissima diligenza.
3. In primo luogo per quanto riguarda le
ordinazioni sacre, non vi possono assolutamente sfuggire le numerosissime ed
altrettanto sante leggi della Chiesa, con le quali in qualunque tempo è stato
vietato che i Vescovi e gli altri collaboratori nel conferimento delle sacre
ordinazioni, o comunque rappresentanti ufficiali trattenessero alcunché dai
donativi degli ordini. Questo è stato chiaramente sancito nel sinodo ecumenico
di Calcedonia nel 451 (canone 2); in quello di Roma sotto san Gregorio Magno
nel 600 o nel 604 (canone 5, ovvero epist. 44, lib. 4, indiz. 13); nel secondo
sinodo ecumenico Niceno dell’anno 787 (canone 5); in quello di Salegunstadt
dell’anno 1022 (can. 3); nel quarto Lateranense, sotto Innocenzo III, nel 1215;
in quelli di Tours, di Bracara, di Barcellona e di altri luoghi riferiti da
Cristiano Lupo (dissert. 2, proemio De simonia cap. 9, tomo 4) e da
Gonzalez (capitolo Antequam 1, De simonia, n. 9), e più recentemente dal
Concilio di Trento (sess. 21, cap. 1, De reformatione), dal quale sono
stati perfezionati gli antichi canoni, che permettevano che si potesse ricevere
un’offerta spontanea, ed è stata ricondotta all’antica ed originaria purezza la
disciplina ecclesiastica sulle sacre ordinazioni. – Il decreto del Concilio
così recita: “Poiché ogni sospetto d’avarizia dev’essere lontano
dall’ordine ecclesiastico, i vescovi, gli altri collaboratori nell’impartire
gli ordini o i loro ministri non debbono per alcun motivo accettare alcunché –
anche se spontaneamente offerto – in occasione dell’attribuzione di qualunque
ordine: né per la tonsura clericale, né per lettere dimissorie o testimoniali,
né per il sigillo, né in qualunque altra circostanza. I notai, per altro,
soltanto in quei luoghi nei quali non vige la lodevole abitudine di non
accettare compensi, a fronte di ciascuna lettera dimissoria o testimoniale,
possono accettare soltanto la decima parte di un aureo, a patto che non sia
fissata per loro alcuna ricompensa per il lavoro svolto. Al vescovo non può
essere trasferito – direttamente o indirettamente – alcun emolumento
proveniente dalle rendite che competono ai notai per il conferimento degli
ordini; infatti egli sa di essere tenuto a prestar loro la propria opera
assolutamente gratis. Le tariffe contrarie a questa norma, gli statuti e le
consuetudini locali, per quanto d’immemorabile origine (che a buona ragione possono
essere ritenuti piuttosto abusi e fonti di corruzione e colpa simoniaca)debbono
essere assolutamente abolite e vietate; coloro che si comporteranno
diversamente, sia dando sia ricevendo, oltre che nel castigo divino
incorreranno immediatamente nelle pene fissate per legge“.
4. In linea con questi argomenti, vi
ordiniamo e notifichiamo, Venerabili Fratelli, di non accettare alcuna offerta
– nemmeno se spontaneamente donata – per il conferimento di qualunque ordine, nemmeno per la tonsura
ecclesiastica; né per la lettera dimissoria o testimoniale o per il
sigillo, o per qualunque altra ragione o causa o pretesto, eccezion fatta
soltanto per l’offerta
della candela di cera che suole esser fatta sulla base del pontificale
romano; e tuttavia in modo tale che la qualità ed il peso della candela siano
assolutamente lasciati all’arbitrio ed alla libera volontà di coloro che
debbono ricevere gli ordini. Alla vostra disposizione dovranno uniformarsi
anche i vicari generali o foranei, i cancellieri e gli altri ministri, i
familiari e i servi, ai quali venne già specificamente vietato dal Sacro
Concilio Tridentino di accettare o esigere qualunque remunerazione, offerta o
regalo in occasione delle sacre ordinazioni.
5. Se però in codeste diocesi non è fissato per il cancelliere o per i notai della curia ecclesiastica alcuno stipendio o salario per le mansioni svolte, ad essi soltanto consentiamo che – per ogni lettera testimoniale di un ordine conferito, compresa la tonsura ecclesiastica, o per la lettera dimissoria relativa alla stessa tonsura, o per gli ordini da ricevere da un Vescovo estraneo – possano esigere al massimo la decima parte di un aureo, ovvero dieci oboli di moneta romana, e se lo trattengano, purché non siano Regolari legati da uno strettissimo voto di povertà, ai quali non è assolutamente consentito maneggiare denaro. – Ordiniamo che sia osservata la stessa entità di remunerazione anche se la predetta lettera testimoniale o dimissoria riguarda una pluralità di ordini, e fa riferimento ad ordini già attribuiti o in via di attribuzione da parte di un altro Vescovo; di conseguenza in nessun modo sarà consentito aumentare la predetta remunerazione di dieci oboli o moltiplicarla in funzione dei singoli ordini contenuti nella lettera testimoniale o dimissoria. Con queste norme non intendiamo certo indurre i cancellieri o i notai ad indicare in uno stesso documento testimoniale ordini diversi, conferiti in momenti distinti e con distinti dispositivi; in verità in passato abbiamo ordinato che ciò avvenisse; limitatamente a quegli ordini – cioè i minori – conferiti con una sola ordinazione. Quanto alla lettera dimissoria relativa a più ordini da conferirsi da un altro vescovo, vietiamo che vengano moltiplicate le scritture e che si richieda qualunque sovrapprezzo o donativo per la rogazione dell’atto di conferimento degli ordini o per l’accesso al luogo dell’ordinazione o per qualsiasi altro motivo.
6. Nel conferimento del suddiaconato,
quando il cancelliere o il notaio siano costretti ad un maggior lavoro per comprovare
la verità e l’idoneità del patrimonio e del beneficio al cui titolo l’ordinando
aspira, occorre premettere necessariamente altre procedure per gli atti di
conferimento del predetto ordine. In questo caso consentiamo loro di poter
percepire una mercede proporzionata alla loro fatica, da stabilirsi dal Vescovo
a suo coscienzioso giudizio. Tuttavia, tenuto conto della redazione dell’atto,
del sigillo e di tutto il resto, non si può superare la somma di un aureo,
ovvero di sedici giulii e mezzo. Vogliamo inoltre che gli ordinandi e i loro
parenti siano liberi di ricorrere a qualunque notaio abilitato alla
sottoscrizione ed alla rogazione dell’atto, senza che possano essere costretti
verso qualcuno; così pure per i testimoni necessari a presenziare nelle predette
curie alla costituzione ed alla stipulazione del patrimonio ed al
perfezionamento degli altri atti consueti. Il notaio della curia, cui venga
affidata una pratica di questo tipo, non potrà a nessun titolo esigere alcuna
altra somma oltre la mercede definita dal Vescovo – come sopra specificato – o
la somma di un aureo o di sedici giulii e mezzo, sia per la stesura dell’atto,
sia per qualunque altra incombenza; né potrà ricevere altro denaro per la
pubblicazione del decreto o per la lettera pubblicatoria o per qualunque altra
ragione, sotto qualunque pretesto, come si legge chiaramente nel citato decreto
del Concilio di Trento e come venne dichiarato apertamente nella sacra
Congregazione del Concilio a Vicenza il 7 febbraio 1602, nella sacra Congregazione
dei Vescovi a Gerona il 25 ottobre 1588, come si legge nel Fagnani (De
simonia, cap. sulle Ordinazioni, n. 32 ss.).
7. Tuttavia, consentiamo che dai notai o
dal cancelliere possa essere richiesto un compenso, sempre nell’ambito della
legge, purché sia sempre dichiarato, qualora non sia stato fissato per il loro
lavoro alcun salario o stipendio; comunque, assolutamente, nulla dei loro
emolumenti può pervenire, direttamente o indirettamente, a voi o a chiunque
altro, ufficiale o ministro, che conferisce gli ordini, così come venne sancito
dal Concilio Tridentino. Queste due disposizioni, che con questa nostra lettera
stiamo fissando, vogliamo che siano sempre rispettate in ogni occasione.
8. Riteniamo che difficilmente possa
sfuggire all’accusa di lucro turpe e al sospetto d’avarizia l’iniqua
consuetudine, che abbiamo saputo aver preso piede in alcune di codeste curie,
di esigere denaro per l’autorizzazione (che deve provenire da voi o dai vicari
generali) affinché coloro che sono stati recentemente ordinati sacerdoti
celebrino la prima Messa, ovvero per altra simile autorizzazione, come quella
di ammettere agli uffici divini i sacerdoti stranieri, per quanto muniti di
lettera commendatizia dei rispettivi Ordinarii. Disponiamo pertanto che sia
assolutamente eliminata codesta consuetudine, per quanto mantenuta fin qui e
conservata a titolo di stipendio o di mercede da garantire a chi è incaricato
di verificare l’idoneità dei sacerdoti nelle cerimonie e nei sacri riti; essa
infatti è contraria ai sacri canoni ed è stata più volte riprovata.
9. Quel che abbiamo detto
precedentemente a proposito delle sacre ordinazioni dev’essere applicato con
pari diritto nel conferimento, o assegnazione, dei benefici ecclesiastici; ciò
vi apparirà chiaro ed evidente se terrete davanti ai vostri occhi i canoni
della Chiesa, fissati proprio per svellere dalle radici gli abusi instauratisi
in diversi tempi in questa materia (cap. Si quis, q. 3; cap. Non
satis; 8 cap. Cum in ecclesiae; 9 cap. Jacobus; 44 cap. De
simonia; Cristiano Lupo, dissert. De simonia, cap. 10). E sebbene il
santo Concilio Tridentino non abbia stabilito niente di preciso a questo
proposito, tuttavia la sacra congregazione del Concilio, con l’approvazione del
sommo Pontefice Gregorio XIII, dichiarò che il decreto cap. 1, sess. 21 De
ref., avesse un ruolo anche nel conferimento dei benefici, in particolare
degli amministratori, e che non si dovesse ricevere alcunché in cambio del
sigillo, nonostante qualunque antica consuetudine (Garz., De benef.
part. 8, cap. 1, n. 76 e seg.; Fagnani nel cap. In ordinando de simonia,
n. 31; Gallemart, nel cap. 1, sess. 21, De reform.). – Questa stessa
sacra Congregazione, nella lettera inviata al Vescovo di Melfi, con il parere
favorevole del sommo Pontefice, giudicò, dichiarò e dispose che i conferitori
di benefici – qualunque sia la loro dignità – non possano accettare od esigere
alcunché per il conferimento o per qualunque altra pratica inerente i benefici,
sotto qualunque forma o aspetto, direttamente o indirettamente, anche se il
donativo sia presentato come frutto dell’annata o di qualunque altro
frazionamento, nemmeno se dato spontaneamente come offerta. A queste norme
debbono assolutamente attenersi anche i notai dei conferitori e tutti gli altri
impiegati, per i quali tuttavia è previsto in altra parte un salario garantito;
altrimenti, sia chi dona sia chi riceve sarà ritenuto colpevole ipso facto ed
incorrerà nelle pene previste dai sacri canoni per i simoniaci; i notai,
inoltre, e gli altri impiegati saranno sospesi dai loro incarichi (Garz., loc.
cit.).
10. Abbiamo ritenuto di comunicarvi
tutto ciò, Venerabili Fratelli, perché comprendiate quanto siano lontane dalla
disciplina ecclesiastica le abitudini nel conferimento dei benefici che qua e
là hanno preso piede nelle vostre diocesi, e con quanto impegno dobbiate
sforzarvi affinché siano radicalmente rimosse. Sarà dunque vostro compito di
ribadire per primi questa regola e di rispettarla santissimamente, affinché nei
benefici ecclesiastici – di cura d’anime o residenziali, semplici o manuali, o
di cappellania –che conferirete con procedura ordinaria non richiediate od
accettiate alcun compenso, a qualunque titolo o forma, nemmeno di dono
augurale, beneficenza o contribuzione volontaria, in particolare per
l’approvazione, la preselezione del più degno nel concorso per le chiese
parrocchiali ed il possesso dei benefici. – Saranno vincolati alla stessa
sanzione canonica anche tutti gli altri conferitori, vicari generali,
cancellieri, vostri consanguinei, parenti e servi, ai quali vietiamo comunque
di percepire alcunché.
11. A questa regola generale fanno
eccezione soltanto i cancellieri o i notai per i quali – come altrove abbiamo
accennato – non è fissato alcuno stipendio a fronte del loro lavoro. In questo
caso il cancelliere, se l’atto sia per benefici con cura d’anime, per un editto
o per la lettera con cui viene indetto un concorso pubblico potrà esigere dieci
oboli, e cinque per ciascuna copia ed altri cinque per le affissioni di rito.
Se la lettera dovrà essere affissa fuori città, le spese di viaggio e le altre
derivanti saranno ripagate sulla base dei rimborsi giornalieri vigenti nelle
rispettive diocesi. Per la spedizione della lettera di conferimento, sia dei
predetti benefici con cura d’anime, sia di quelli semplici, il cancelliere
riceverà per il suo lavoro una remunerazione adeguata, fissata a giudizio del
vescovo: remunerazione che comunque, tenuto conto della scrittura, del sigillo
e di tutto il resto, non potrà superare un aureo, ovvero dieci giulii di moneta
romana, come più volte è stato fissato dalla sacra congregazione del Concilio,
ed in particolare il 15 gennaio 1594 (Gallemart., loc. cit.) e a Vicenza
l’8 marzo 1602 (Fagnani, loc. cit., n. 32) e dalla sacra congregazione
dei Vescovi il 25 ottobre 1588 (Fagnani, ibid., n. 35). Infine per
quanto si riferisce agli atti di possesso degli stessi benefici, riceverà tre
giulii per la sottoscrizione del documento, se i benefici saranno dentro la
città, quattro se nel suburbio; se più lontani ancora, saranno osservati i tariffari
vigenti nelle rispettive diocesi per le diarie, come abbiamo spiegato sopra. Ma
se nel luogo in cui è situato il beneficio risulterà operante un cancelliere
del vicario foraneo, o un suo notaio, colui che sta per entrare in possesso del
beneficio può avvalersi liberamente degli uffici di questi e per rogare l’atto
di possesso non potrà in alcun modo essere obbligato a rivolgersi al
cancelliere della curia vescovile. Per una lettera che testimoni l’esito
favorevole in un concorso, secondo la relazione degli esaminatori, e della
quale sono soliti valersi coloro che l’hanno richiesta per dimostrare la
propria idoneità, permettiamo che il notaio riceva come compenso massimo due
giulii.
12. Non ci sfugge certo che al
cancelliere, o notaio, tocca una fatica tutt’altro che lieve nello svolgimento
dei concorsi per le chiese parrocchiali, sia quando comincia l’esame dei
testimoni che i concorrenti presentano per dimostrare le loro qualità, i meriti
e le lodevoli azioni compiute al servizio della Chiesa; sia quando inserisce
negli atti del concorso i cosiddetti requisiti presentati dai concorrenti, e
poi li riassume per iscritto e li trascrive in più copie per il vescovo, o per
il vicario generale che interviene in sua vece, e per ciascuno degli
esaminatori esterni del concorso, affinché possano formulare un giudizio sulla
cultura, le abitudini, i comportamenti e le altre doti necessarie a reggere la
Chiesa; quando risponde inoltre ai quesiti morali posti dagli stessi
esaminatori, riporta il giudizio degli esaminatori stessi; stende l’atto di
preselezione; rimane a custodia dei concorrenti per due e talora tre giorni ed
in qualche caso presenzia anche allo scrutinio delle predette questioni morali.
Abbiamo considerazione di quale possa essere la mole di tale impegno, affidando
al giudizio ed alla coscienza del vescovo la determinazione della
remunerazione, purché essa corrisponda soltanto all’entità della fatica.
13. Per quanto poi riguarda i benefici
che vengono conferiti dalla Sede apostolica, poiché ad essa riservati: per i
benefici “curati” per i quali è consuetudine presentare alla Dataria
Apostolica una lettera testimoniale di approvazione e di preselezione nel
concorso svolto secondo le norme fissate dal Concilio di Trento, ed ancora per
i benefici non “curati”, in particolare quelli residenziali, per i
quali parimenti è d’uso presentare alla Dataria Apostolica una lettera
testimoniale sulla vita, le abitudini e l’idoneità di coloro che richiedono il
beneficio, i cancellieri si guardino bene dall’esigere, per queste lettere,
alcun emolumento o mercede, nemmeno un donativo spontaneo, eccetto che due
giulii per la scrittura, la carta e il sigillo della lettera di idoneità e due
giulii per la lettera testimoniale sullo stile di vita e sui costumi.
14. Per l’esecuzione delle lettere apostoliche, quando queste siano spedite in forma – come si dice – graziosa, né il Vescovo, né gli altri prelati Ordinarii dei luoghi, né i loro vicari, i cancellieri e gli impiegati ritengano di poter rivendicare a sé l’incarico di esecutori; dipenderà completamente dalla volontà di coloro che saranno stati dotati del beneficio la scelta dell’esecutore o del notaio cui affidare l’atto per l’entrata in possesso del beneficio stesso. Se il provvisto di un beneficio sceglierà l’Ordinario e il suo cancelliere, ovvero se la lettera apostolica sarà stata mandata nella cosiddetta forma dignum, indirizzata all’Ordinario, o al suo cancelliere o vicario, al quale compete l’obbligo di eseguirla; in entrambi i casi, se mancherà un legittimo contraddittore, in modo che l’esecutore sia uno solo, il cancelliere (esclusi comunque da qualunque emolumento, dono e volontaria offerta il vescovo o altro prelato, il suo vicario, l’impiegato, i familiari e i servi, come abbiamo disposto sopra a proposito dei benefici di libero conferimento), per la stesura di questa lettera apostolica e per la sua trascrizione negli atti, così come per tutti gli adempimenti consueti inerenti la pratica, potrà ricevere la remunerazione che il Vescovo, a proprio giudizio e secondo coscienza, riterrà congrua: essa non potrà comunque superare la somma di uno scudo d’oro o di sedici giulii e mezzo. Se invece fosse presente un contraddittore, in modo che si debba istituire un processo giudiziario, parimenti lasciamo all’arbitrio ed alla coscienza del Vescovo, che graviamo anche di questo peso, di fissare la mercede che corrisponda all’impegno ed alla fatica del notaio o del cancelliere addetto; purché niente di quanto riscuote il cancelliere o il notaio sia trasferito al vescovo o agli altri, come abbiamo detto prima, direttamente o indirettamente. Per l’atto di presa di possesso del beneficio, debbono osservarsi le stesse norme che abbiamo indicato sopra.
15. Per i benefici di giuspatronato, se
sorge il dubbio – con il promotore fiscale o con colui che avrà richiesto il
beneficio – sull’esistenza del predetto giuspatronato e qualcuno si oppone al
conferimento gratuito, dovranno essere rispettate tutte le norme che abbiamo
fissato in precedenza a proposito dei benefici di libero conferimento con
contraddittore favorevole. Per un editto contro il contraddittore – o i
contraddittori – il cancelliere riceverà due giulii; per ogni copia dieci
oboli; per la pubblicazione di detto editto si dovrà osservare quanto abbiamo
disposto per i benefici con cura d’anime; inoltre, per una lettera
d’istituzione, un aureo ovvero sedici giulii e mezzo. Se invece non vi sia
alcun dubbio sull’esistenza del giuspatronato, e tuttavia nasca una lite sulla
competenza fra gli avvocati o fra coloro che da questi sono rappresentati,
allora s’instaurerà una causa profana e per essa potranno essere pretesi
emolumenti che corrispondano alle tariffe vigenti in ciascuna curia.
16. Procedendo analiticamente, del pari
vietiamo che i vescovi, o gli altri prelati, o i loro vicari o comunque
incaricati possano esigere alcunché sia in quelle che chiamano
“cappellanie mobili”, sia nelle nuove fondazioni e nelle istituzioni
di benefici, cappellanie, confraternite e congregazioni, ovvero nelle
fondazioni, benedizioni, consacrazioni, visite ed approvazioni di chiese e di
oratori derivanti da autorità apostolica o vescovile. Il cancelliere potrà
ricevere soltanto una paga commisurata all’impegno, fissata dal vescovo a suo
giudizio e coscienza, purché non superi i sedici giulii e mezzo.
17. Per quel che riguardai matrimoni o
comunque le attività propedeutiche alle nozze, vi suggeriamo di osservare ciò
che hanno disposto i sacri canoni (cap. Cum in ecclesia 9; cap. Suam
nobis 29, De simonia), San Gregorio Magno nella lettera a Gennaro, Vescovo
di codesta sede cagliaritana (lib. 4, indict. 12, epist. 27), ed altri ancora,
come riferisce lo spesso lodato Cristiano Lupo nella citata dissertazione (cap.
7) e, da ultimo, il Concilio Tridentino (sess. 22, cap. 5, De reformat.
matrimon.). I vescovi, naturalmente, i loro vicari, tutti gli incaricati, i
loro familiari e gli addetti devono prestare gratuitamente la loro attività in
questa materia e non pensare di ricevere alcuna remunerazione o premio od
offerta volontaria, né per il decreto di dispensa matrimoniale ottenuto dalla
Sede Apostolica, né per l’impegno ad esaminare i testi in merito o per il
completamento delle certificazioni connesse, sia per la lettera di attestazione
di stato libero e di mancanza di qualunque impedimento canonico, sia per la
dispensa dalle pubblicazioni previste dal Concilio di Trento (in chiesa, per
tre giorni festivi consecutivi, fra le messe solenni), da effettuarsi dal
parroco dei contraenti, sia per la facoltà di celebrare il matrimonio a casa, o
altrove, o in tempo non consueto e vietato, oppure di fronte ad un sacerdote
diverso dal parroco, sia infine per qualunque atto che di necessità o
d’abitudine si deve compiere, come è stato disposto dalla sacra Congregazione
del Concilio, con l’approvazione del sommo Pontefice, nonostante qualunque
precedente consuetudine, anche antichissima, come riferiscono Garzonio (De
benefic. part. 8, cap. primo, n. 102 seg.) e Fagnani (cap. Quoniam ne
proelati vices suas, n. 30).
18. Questo atteggiamento va mantenuto
soprattutto in relazione alle deroghe che i Vescovi sogliono concedere ai
parroci, sia in relazione alla pubblica comunicazione, in chiesa, in tre giorni
festivi, dei matrimoni imminenti, sia per presenziare alla celebrazione degli
stessi matrimoni, quando sappiano che non vi sono impedimenti. D’ora in avanti
sarà necessario non solo che le licenze di questo tipo siano concesse
gratuitamente; ma anche che si controlli che, prima della celebrazione dei
matrimoni, non venga reso più complicato il contratto nuziale con la richiesta
indiscriminata della predetta deroga, sulla base di una presunta necessità;
cosa questa che sarebbe fonte di parecchi disagi. La sacra Congregazione dei
Vescovi riunita a Gerona il 25 aprile 1588 (cf. Fagnani, cap. In ordinando
de simonia, n. 41) ritenne necessario opporsi ad entrambi i mali. Quando
infatti i canonici e il capitolo di Gerona posero la questione in merito
all’editto con il quale il Vescovo aveva proibito ai parroci di unire gli sposi
in matrimonio – pur avendo espletato tutte le norme solenni imposte dal
Concilio di Trento – se non avessero la deroga scritta, che veniva concessa
solo dopo il pagamento di mezzo giulio, la stessa sacra Congregazione rispose
così: “Il Vescovo non deve emettere alcun provvedimento scritto, se per
qualche ragione proibisce che i parroci possano congiungere le persone in
matrimonio secondo gli usi fissati da detto Concilio. Infatti, rispettata
assolutamente la sostanza della norma conciliare, quel che riguarda le
cerimonie è affidato soltanto alla coscienza del Vescovo ed al suo stile. Allo
stesso modo, infatti, in qualche villaggio o città è opportuno proibire ciò che
tuttavia, sulla base di qualche urgente necessità, si dovrebbe fare. Così il
vescovo deve impegnarsi a fondo perché non si celebrino matrimoni senza le
predette procedure, ma deve anche stare attento affinché non siano resi più
complicati i contratti di matrimonio, con l’aggiunta di nuove esigenze
infondate. Se vi sarà bisogno di qualche licenza, il notaio non sarà pagato per
questo. Ma se, per antica – forse anche scritta – consuetudine, quasi in segno
di letizia, ci sia l’abitudine di fare un regalo al Vescovo, non ci pare
affatto che questo sia da contestare“.
19. Soltanto al cancelliere per il quale
non sia fissato uno stipendio garantito, sarà lecito ricevere, a titolo di
pagamento del suo impegno e per il necessario sostentamento, un emolumento
calcolato con questo parametro: per l’esecuzione della lettera apostolica sulla
dispensa matrimoniale, se egli compia in prima persona l’escussione dei testi
per accertare la veridicità delle affermazioni esposte nel libello di supplica,
potrà esser pagato più o meno, in funzione del numero dei testimoni e della
gravosità dell’impegno, ma comunque non più di cinque giulii. Se invece questo
esame sarà affidato ad un’altra persona, avrà soltanto due giulii per la
lettera di delega e assolutamente null’altro per il decreto, per il sigillo o a
qualunque altro titolo. Per la lettera testimoniale di stato libero, tenuto
conto della stesura, della carta, del sigillo e del resto, avrà due giulii. Per
l’esame dei testimoni per l’accertamento dello stesso stato libero e per
dimostrare la mancanza di qualunque impedimento canonico, dieci oboli per ogni
testimone; per il riconoscimento della lettera testimoniale di stato libero di
persone nate altrove, dieci oboli se non ci sia bisogno dell’esame di un
secondo testimone per eliminare tutti i dubbi. Se per caso ciò occorresse, ed
infine per la dispensa dalle pubblicazioni, ogni volta che occorra l’escussione
di testimoni, dieci oboli soltanto per tale escussione.
20. A buon diritto è sempre stata
ritenuta detestabile – e figlia dell’avarizia e della cupidigia – l’esazione di
denaro o di qualunque altro bene a fronte della distribuzione dei Sacramenti.
Perciò i sacri canoni bollarono spesso questa azione come intrisa di malvagità
simoniaca e si preoccuparono di eliminarla con le dovute pene e con le censure
ecclesiastiche (cf. Cum in ecclesiae corpore, 9, cap. Ad apostolicam,
42, De simonia)e in numerosi decreti conciliari riferiti da
Cristiano Lupo (loc. cit., cap. 7 e 8). Confermando con ogni fermezza
questa convinzione, la sacra congregazione del Concilio non ha mai tollerato
che per l’amministrazione dei Sacramenti venisse preteso alcunché. Per tacere
di tutti gli altri, il 20 febbraio 1723, nel giorno dei funerali del Vescovo di
Albano, quando fu sottoposto ad esame se si dovesse permettere che i parroco
accettasse la patena, cioè il disco del quale egli si serviva nell’amministrare
l’estrema unzione, al quesito: “Potrà essere accettata l’offerta del
disco?“, la stessa sacra Congregazione rispose che “non si
dovesse permettere di accettare tale offerta” (Thes. resolut.
tomo 2, p. 280). Allo stesso modo, quando il Vescovo di Vaison, nel sinodo del
1729, aveva stabilito una tassa da rispettare nella sua diocesi, in base alla
quale, oltre ad altre procedure relative al battesimo, veniva stabilito che:
“Il padrino o la madrina, per la cerimonia del battesimo forniranno
almeno un cero ed un telo di lino candido e brillante, a meno che non
preferiscano per tutto ciò e per la registrazione negli atti pubblici dei
battezzati pagare cumulativamente cinque assi“, fu allora proposto il
dubbio se la tassa prescritta in questo sinodo dovesse essere rispettata. La
sacra Congregazione, nella riunione di Vaison del 6 febbraio 1734 rispose di
no. (per maggiori informazioni cf. Thes. resolut., tomo 6, p. 209).
21. Fra le altre materie, che più di
frequente o con maggior rigore sono state riprovate dai sacri canoni e dai
concilii, una delle principali riguarda l’abitudine – qua e là invalsa in
passato – di riscuotere denaro per il ricevimento del crisma e dell’olio santo,
che i Vescovi cercavano invano di giustificare presentandola sotto vari nomi: a
titolo cattedratico, quale prestazione pasquale, quale consuetudine episcopale
(cap. Non satis, 8 cap. Eaquœ, 16 cap. Ad nostram, 21 cap.
In tantum, 36 De simonia, ed altri ancora come indicato da
Cristiano Lupo, loc. cit., cap. 7, paragrafo Secundum sacramentum).
Di conseguenza, quando il Patriarca dei Maroniti di Antiochia prese
l’abitudine, quando distribuiva gli olii sacri, di esigere un’offerta in
denaro, sebbene fosse evidente che il denaro non veniva certo dato e ricevuto
con lo spirito di mercanteggiare gli olii sacri, ma per sostentamento del Patriarca
e per far fronte agli oneri che incombono all’ufficio e alla dignità
patriarcali, tuttavia, per cacciare ogni sospetto di simonia, tale consuetudine
fu disapprovata dalla particolare Congregazione alla quale è demandata la
competenza per gli affari dei Maroniti. Benedetto XIV confermò tale sentenza (Constit.
Apostolica 43, Bullar. tomo 1).
22. Ci pare che questo basti ed avanzi, Venerabili Fratelli, perché comprendiate a perfezione quali sono i vostri compiti nell’amministrare i sacramenti e li perseguiate con ogni cura, applicandovi totalmente affinché sia eliminata ovunque la malvagia consuetudine, vigente in alcune diocesi, in base alla quale per la distribuzione degli olii viene richiesto denaro o da parte del v Vescovo o dal prefetto della sagrestia. Già in precedenza la sacra Congregazione del Concilio lo aveva prescritto spesso, in particolare nella riunione di Amalfi del 18 luglio 1699, ribadendolo il 6 febbraio 1700, a proposito del quesito 12: “Se l’arcivescovo sia obbligato a garantire che l’olio santo sia consegnato gratuitamente dalla cattedrale alle chiese parrocchiali“. Ad esso fu risposto affermativamente. Identico orientamento prese la sacra Congregazione dei vescovi nella riunione di Acerenza, cioè di Matera, il 18 marzo 1706 (Ad. 2 apud Petram, Comment. ad constitut. 5 Innocentii IV, n. 38).
23. Per quanto riguarda poi l’offerta
della candela, che abbiamo sentito viene fatta, in diverse diocesi di codesto
regno, al vescovo che amministra la Confermazione, in primo luogo non va taciuto
che a tal proposito nel libro pontificale non c’è nemmeno una parola. Inoltre,
la sacra funzione del sacerdozio vincola tutti i ministri, i quali,
nell’accettare le offerte, si devono regolare con moderazione e senso della
misura, per evitare che, incorrendo nell’accusa di avarizia e di turpe negozio,
il ministero stesso non finisca vituperato e si svilisca la riverenza dovuta ad
un così grande sacramento. C’è da guardarsi bene che l’offerta della candela
non degeneri in un’esazione sospetta, dalla quale derivi che i fedeli,
specialmente i poveri, si ritraggano dal ricevere il sacramento, o ne rinviino
più del giusto la somministrazione. Perciò c’è soprattutto da augurarsi che
questa consuetudine sia completamente abolita e che si mantenga soltanto in
quei casi in cui dipenda esclusivamente dalla decisione dell’offerente.
24. Le stesse norme impongono che tanto
i vescovi quanto i loro cancellieri o notai debbano esercitare gratuitamente il
loro ministero, sia quando – previo esame ed approvazione – concedono a
qualcuno la facoltà di raccogliere le confessioni sacramentali, di amministrare
i sacramenti e di esercitare ogni ministero ecclesiastico, sia quando giudicano
l’idoneità dei vicari – sia perpetui, sia rimovibili ad nutum –, degli
economi e dei coadiutori, come si legge nel capitolo Ad nostrum de simonia e
come fu disposto nelle spesso citate assise di Vicenza (7 febbraio e 8 marzo
1602) e di Gerona (25 ottobre 1588, Ad. 7), in cui comunque si rigetta anche la
remunerazione per la lettera che formalizza la concessione dei predetti
ministeri e l’esercizio degli incarichi.
25. Riteniamo che nessuno di voi ignori quanto frequenti e quanto severe leggi vietino di esigere denaro per le sepolture e per le esequie funebri (cf. Cristiano Lupo, loc. cit., cap. 12 e Van Espen in Jus eccles. univ., par. 2, tit. 38, cap. 4). Basterà comunque citarvi San Gregorio Magno, che, scrivendo a Gennaro, vescovo di Cagliari (lib. 9, indict. 2, epist. 3, e lib. 7, indict. 2, epist. 56), così si duole: “La famosissima signora Nereida si è lamentata con noi del fatto che vostra fraternità non si è vergognato di chiederle cento solidi per la sepoltura della figlia. Se è vero, è davvero troppo grave e distante dalla dignità sacerdotale chiedere un prezzo per la terra concessa alla putrefazione e voler trarre un utile dal lutto altrui. Nella nostra chiesa noi l’abbiamo vietato, e non abbiamo mai consentito che la malvagia consuetudine si ripristinasse. Attenzione, a non ricadere in questo vizio dell’avarizia o in altri!“. – Nessuna legge mai ha vietato la lodevole e pia abitudine, invalsa nella Chiesa fin dai primi secoli, di fare offerte a favore dei morti durante i funerali; né nell’accettarle, veniva meno la libertà dei sacerdoti. Perciò il sommo Pontefice Gregorio aggiunse tosto: “Se qualche parente del morto, congiunto o erede desidera offrire spontaneamente qualcosa per l’illuminazione, non vietiamo di accettare. Proibiamo invece che venga chiesto o preteso alcunché” (Pontificale Romanum). Analogo ordine impartì, con parole chiare, Innocenzo III nel concilio Lateranense (cap. Ad Apostolicam, 42 De simonia).
26. In verità, venendo a mancare le
decime personali e quelle, sia reali sia miste, a favore dei monasteri e dei
capitoli dei canonici, fu in un certo senso necessario che i laici venissero
quasi costretti alle pie offerte, fin qui consuete, con le quali si provvedeva
alle necessità dei parroci e delle chiese parrocchiali. Tuttavia si tenne
sempre presente la santità della disciplina ecclesiastica per garantire che non
ci si allontanasse troppo da queste lodevoli consuetudini: i chierici per
eccesso, i laici per difetto. Tra l’altro fu sancito in particolare che
esequie, funerali e sepolture di defunti – sia cittadini sia stranieri – non
dovessero essere impediti o ritardati per poter ottenere il denaro derivante da
questa pia consuetudine; inoltre, che non si dovesse pretendere niente per il
permesso di trasferire i cadaveri e seppellirli in un luogo piuttosto che in un
altro.
27. Da ciò dunque avrete compreso,
Venerabili Fratelli, che è intollerabile che nelle vostre diocesi si accetti
denaro, al di là delle consuete offerte collegate alle pietose incombenze che
si prestano al cadavere ed in suffragio dell’anima. Né il parroco – attuale o
abituale – dev’essere pagato in funzione della condizione del morto, della
distinzione del grado, ovvero in relazione alla posizione favorevole ed al
decoro dei luoghi nei quali i cadaveri devono essere inumati, sia in chiesa,
sia in luogo più prestigioso della chiesa. È inoltre aberrante per i sacri
canoni che il Vescovo pretenda o riceva denaro per seppellire qualcuno, sia
adulto, sia bambino, in qualsiasi chiesa diocesana o anche delle comunità
religiose. La sacra Congregazione del Concilio, intervenendo contro il Vescovo
vicentino e la sacra Congregazione dei Vescovi riunita a Gerona (Ad. 10,
Fagnani., cap. In ordinando de simonia, n. 32 ss.) hanno espresso chiara
condanna nonostante qualunque consuetudine contraria, anche antichissima.
28. Nella visita pastorale alla diocesi,
eviterete con poca fatica qualunque sospetto di avarizia e sarà chiaro a tutti
facilmente che voi chiedete non nel vostro interesse ma in quello di Gesù
Cristo, se vi atterrete scrupolosamente a quanto raccomandarono in materia i
Padri del Concilio Tridentino: “Si curino i Vescovi in visita di non
essere onerosi per nessuno con inutili spese; né personalmente né attraverso
qualcuno del seguito, accettino alcunché: né per aver in qualche modo
propiziato la visita, né per le pietose abitudini dei testamenti, eccetto quel
che deriva per legge dai lasciti pii. Non accettino, dunque, né denaro né doni
di qualunque tipo né a qualunque titolo offerti, nemmeno se in tal senso
esistano abitudini, anche antichissime. Restano esclusi soltanto gli alimenti,
che verranno forniti al vescovo ed al suo seguito in misura frugale, e soltanto
per il tempo necessario alla visita e non oltre. Coloro che ricevono la visita
possono decidere se preferiscono consegnare una somma di denaro predeterminata,
come solevano fare in precedenza, oppure fornire le citate vettovaglie (Sess.
24, cap. 3, De ref.).
29. Su questo decreto vennero prodotte diverse dichiarazioni e decisioni della sacra Congregazione del Concilio, alcune delle quali è qui opportuno riportare. Il primo argomento del quale si discusse più volte fu se il vescovo potesse esigere le cosiddette “provvigioni” in occasione della visita alla cattedrale ed al clero della città – o altro luogo – in cui risiede abitualmente. Quando fu chiaro che la “provvigione” era stata istituita dal Concilio di Trento per la visita alla diocesi, e che non si faceva alcuna menzione della città; inoltre che lo stesso Concilio aveva imposto la somministrazione di vettovaglie “soltanto per il tempo necessario“, e che pareva pertanto non ce ne fosse alcuna necessità quando il Vescovo visita luoghi nei quali è tenuto a risiedere ovvero nei quali trascorre parte dell’anno; la sacra Congregazione stabilì che gli antichi canoni di diverso avviso ed ogni usanza contraria erano stati rimossi dal decreto del citato Concilio di Trento, e pertanto rispose costantemente in modo negativo al dubbio proposto (in particolare per la “provvigione” nel caso di Castres del 17 novembre 1685, per quella di Alife del 18 luglio 1705, per quella di Policastro del 1 giugno 1737 e recentemente per quella di Valenza del 30 gennaio 1768). Di identico parere era stata la Congregazione dei Vescovi, come emerge dalla lettera al Patriarca di Venezia datata 26 maggio 1592, nonostante gli usi e qualunque motivazione contraria.
30. Oltre a ciò che è sancito nel citato decreto del Concilio di Trento (in relazione alla materia trattata anche nel cap. Si episcopus de off. Ordinarii, 6) si presti specifica attenzione affinché né il Vescovo né chiunque del suo seguito, invocando la “provvigione”, accetti denaro o doni di qualunque natura, anche se spontaneamente offerti, eccezion fatta soltanto per le vettovaglie, o per l’offerta corrispondente ad esse, se coloro che vengono visitati avranno preferito questa forma di contribuzione. Nondimeno, alcuni ritennero che fosse loro lecito ricevere, oltre che il denaro delle vettovaglie o le vettovaglie stesse, anche vetture a cavalli per sé e per il proprio seguito ed anche qualcos’altro, con qualche motivazione non religiosa. Essi tuttavia furono sempre condannati dalla sacra Congregazione del Concilio ed il loro comportamento costantemente contestato, in quanto contrario sia ai sacri canoni sia al Concilio Tridentino. Nella visita pastorale di San Marco, tra gli altri vennero proposti questi due quesiti: “V) Se il clero sia obbligato a pagare qualcosa ai ministri ed agli altri rappresentanti del vescovo in visita; VI) Se lo stesso clero sia tenuto a pagare al vescovo in visita la vettura a cavalli“. Il 7 luglio 1708 questa fu la risposta: “Si doveva tener conto dei decreti già precedentemente pubblicati ed in particolare, per il V quesito, della sessione Amalfitana del 18 luglio 1699 (lib. 3, Decr. 49, p. 252); per il VI, di quella Abruzzese del dicembre 1784 (lib. 4, Decr. p. 10)”. Il senso che derivava dalla risposta e che si desume anche dagli altri decreti citati è chiaramente questo: per il quesito V, l’obbligo riguarda soltanto le vettovaglie, secondo la norma conciliare; per il quesito VI, la risposta è negativa. – Si ritornò in argomento in un’altra causa di San Marco il 16 gennaio 1723, al III quesito: “Se la predetta “provvigione“ abituale sia da pagare per intero, nella solita quantità di denaro, secondo gli usi di ciascun luogo che viene visitato, quando al vescovo ed al suo seguito vengono offerti anche tre pranzi, le vetture, l’alloggio e tutto il resto necessario, secondo l’invocata, antichissima consuetudine“. Il IV quesito proponeva: “Se al Vescovo ed al suo seguito debbano essere assicurati i cibi e tutto il necessario per tutto il tempo della visita“. Al III quesito la sacra Congregazione rispose che “dipendeva da coloro che ricevevano la visita pagare la “provvigione“ in natura o in denaro, esclusi comunque i tre pranzi nel caso che si sia scelto il denaro; quanto alle vetture con cavalli si facesse riferimento al decreto del 7 luglio 1708, in sancti Marci ad VI“.Per il IV quesito valeva quanto risposto al terzo. Analogamente, per la “provvigione” di Policastro, quando fu presentato il II dubbio “se il predetto Vescovo possa pretendere dallo stesso arciprete e dai chierici, oltre alla “provvigione“ di 15 ducati, pagati in moneta, anche le vettovaglie e le carrozze per sé e per il suo seguito, nel caso che, ecc.“, il giorno 1 giugno 1737 giunse il responso al II dubbio: “Negativo“”.
31. Si discusse anche se il vescovo e i suoi ufficiali potessero pretendere ed esigere qualche emolumento qualora, durante la visita pastorale, convalidassero testamenti per cause pie e legati pii, e curassero di avviarne l’esecuzione. In questa materia la sacra Congregazione del Concilio deliberò nella seduta di Maiorca del 7 agosto 1638, asserendo che il vescovo e i suoi ufficiali non possono ricevere pagamenti per i decreti emessi durante la visita, e nemmeno per le delibere di esecuzione dei legati pii, anche se in tal senso esistano consuetudini antichissime. Questione non dissimile sorse nel 1645 fra il vescovo di Vicenza da una parte ed i giurati del re della città di Minorissa Pratorum dall’altra. Sottoposta la materia alla stessa santa Congregazione, la risposta giunse sotto la data del 18 marzo dello stesso 1645 e fu del seguente tenore: “La sacra Congregazione ha stabilito che il vescovo in visita e i suoi incaricati non possono ricevere alcunché per i decreti o per le delibere di esecuzione dei testamenti o dei legati, ma debbono compiere il tutto gratuitamente, nonostante qualunque precedente consuetudine, anche antichissima. Al di fuori della visita, il Vescovo ed i suoi incaricati possono ricevere denaro per decreti di questo tipo e per le delibere, ma solo quel tanto che verrebbe pagato – senza sprechi – al notaio per la stesura e per l’impegno, così come affidato alla coscienza del vescovo, nonostante qualunque consuetudine, anche antichissima“. Ciò fu deliberato anche ad Elnen il 28 marzo 1648, al quesito VIII. – A questo non sarà superfluo aggiungere quel che leggiamo essere stato sapientemente fissato nel consiglio provinciale di Milano V: “Il notaio o il cancelliere non esiga alcunché durante la visita pastorale da parte di coloro che sono visitati e non accetti doni di alcun tipo, nemmeno piccolissimi, offerti in qualunque modo; niente neppure per la emanazione dei decreti e delle ordinazioni effettuata durante la visita, per la scritturazione o per la riproduzione delle copie, né da singoli, né da chiese, né da sacerdoti, né dagli altri che ricevono la visita, come dispone l’editto di visita. È invece consentito che sia pagato (secondo il tariffario vigente o da fissare nel tribunale ecclesiastico) per la fatica e l’impegno profusi nel trascrivere le copie di cui – in tempo successivo – qualcuno interessato avrà fatto domanda“.
32. Queste norme debbono essere
rispettate anche nella ricognizione dei libri che contengono i legati pii e il
loro adempimento, nonché nella resa dei conti delle amministrazioni
ecclesiastiche, delle confraternite, dei monti di pietà, e delle altre
istituzioni pie, per il cui sviluppo sia il vescovo sia i suoi rappresentanti
debbono impegnarsi gratuitamente, come si evince da quanto detto
precedentemente e come ha dichiarato la sacra congregazione nel concilio di
Vicenza del 27 giugno 1637, affermando: “Né al vescovo né ai suoi
rappresentanti è lecito accettare alcunché per l’amministrazione delle opere
pie o per l’esecuzione dei testamenti e delle volontà pie, ma tutto dev’essere
fatto gratuitamente, nonostante qualunque consuetudine, anche contraria“.
Il 20 settembre 1710, durante la confraternita di Lanciano, al X dubbio,
nel quale si chiedeva “Se l’Arcivescovo debba valersi, per la stesura
dei bilanci, di sindaci ovvero di persone esperte elette dai confratelli,
oppure possa rivolgersi a chi gli pare meglio“, la sacra
Congregazione rispose “negativo“al primo quesito ed
“affermativo” al secondo, ma gratuitamente (tomo 6, Thes.
resolut., p. 164). Nonostante il Vescovo debba darsi da fare affinché la
revisione dei libri sia effettuata gratuitamente e la relazione sia stesa dal
suo notaio o da un economo di casa o da chiunque altro addetto al suo servizio;
tuttavia può accadere talvolta che per gravi ed urgenti motivi sia opportuno
designare a pagamento un estraneo che non abbia alcun obbligo. Ogni volta che
ciò accada, il vescovo stabilirà secondo giudizio e coscienza la congrua
remunerazione per il revisore, commisurata al puro e semplice impegno, come
sancì la sacra Congregazione a Veroli il 30 gennaio 1682 (lib. 35, Decret.
f. 283), a Benevento il 7 giugno 1683 ed a Pesaro l’11 dicembre dello stesso
anno.
33. A fronte di queste affermazioni
della sacra Congregazione, solidamente basate sui sacri canoni, e dei decreti
del Concilio Tridentino, non possono assolutamente essere accettate alcune
consuetudini, che hanno più l’aspetto di corruzione, in forza delle quali
alcuni vescovi e loro rappresentanti, mentre effettuano le sacre visite,
ricevono qualche pagamento per l’esame di alcuni testamenti, oppure per la
relazione contabile che esigono dagli amministratori di chiese o luoghi pii;
oppure approfittano per tutto il tempo della visita della carrozza a cavalli o
di qualche pranzo; oppure cercano di ottenere i lumini o le candele collocate
sull’altare principale del tempio o anche su altri altari. Tutte queste
abitudini, e le analoghe che sussistano, contrarie alle predette sanzioni,
debbono essere assolutamente abolite: lo disponiamo ed ordiniamo!
34. Sebbene, sulla base della citata decisione della sacra Congregazione, adottata in Vicenza il 18 marzo 1645, il vescovo o il suo rappresentante, sia durante la visita sia al di fuori, non possa accettare alcunché per i decreti o le deliberazioni di esecuzione testamentaria di legati, ma debba svolgere ogni incarico gratuitamente, tuttavia durante le sacre visite può accettare la parte dovuta dei legati pii, delle offerte e delle altre beneficenze che vengono fatti alla chiesa in occasione dei funerali; tale quota parte viene popolarmente definita come “quarta canonica“, come fu risposto dalla stessa sacra Congregazione nelle riunioni di Urgel il 25 gennaio 1676 ed il 14 febbraio 1693 all’ottavo dubbio. I vescovi traggono questo diritto dai sacri canoni (cap. Officii 14, e Requisiti 5 de testamentis) che il Concilio Tridentino volle mantenere in vigore, come dimostra il fatto che proibì severamente ai vescovi di accettare alcunché per la visita, nemmeno in funzione dei pii usi dei testamenti, “eccetto ciò che per diritto è dovuto per i legati pii” (cit. sess. 24, cap. 3 De ref.). Ovviamente i vescovi devono mantenersi moderati nell’esigere questa parte, ossia la “quarta canonica“, e osservare i limiti fissati dagli stessi sacri canoni nel capitolo finale De testamentis, dove così si legge: “La parte canonica non deve essere dedotta da quelle offerte che vengono fatte alla chiesa, o alle altre strutture ecclesiastiche, per ornamenti, per l’edificio, per le luminarie, o in occasione di un anniversario, di un settimo giorno, di un vigesimo o di un trigesimo, o in modi diversi per la prosecuzione del culto divino“. Analoghi concetti si leggono nel capitolo “Ex parte de verb. signif.“. Inoltre non si deve operare alcuna deduzione dai legati per il matrimonio delle fanciulle – come dispose la sacra Congregazione dei Vescovi nella riunione di Nocera dei Pagani il 14 Settembre 1592 – né da quelli per la celebrazione delle messe (come stabilì la Sacra Congregazione del Concilio in un’altra seduta a Nocera dei Pagani, con il decreto Quartae canonicœ, 13 gennaio 1714, lib. 64), sebbene a tempo immemorabile al Vescovo venisse versata la quarta parte da tutti i legati pii.
35. Per quanto riguarda i monasteri
delle monache o le case religiose nelle quali le donne vivono come monache,
solitarie e lontane dagli impegni del mondo, è stato spesso ribadito dalle
Costituzioni apostoliche e dalla sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari
(con il parere favorevole e l’autorevole approvazione dei sommi Pontefici) che
né i vescovi, né altri prelati o loro vicari generali, delegati speciali,
rappresentanti, ministri, consanguinei o addetti possano assolutamente esigere
o accettare emolumenti in denaro o in altra natura per l’ammissione delle
fanciulle all’abito monastico; per l’approvazione del deposito della dote; per
la verifica della volontà e della disposizione d’animo ad assumere l’impegno
della vita regolare; per la pronuncia della professione; per l’accesso delle
fanciulle al beneficio dell’educazione; per la rinuncia prima dell’ammissione
alla professione; per l’elezione della badessa o di altra superiora; per
l’autorizzazione a far entrare in monastero il medico, il chirurgo od altri
operatori; per la facoltà di parlare alle monache o alle altre persone che
vivono entro i chiostri del monastero; per la delega dei confessori, dei
cappellani, dei procuratori, degli amministratori dei beni temporali e degli
altri ministri, ed in generale per ogni atto necessario al regime monastico.
36. Da questa regola generale fanno eccezione soltanto le vettovaglie, che possono essere offerte al Vescovo o ad altro prelato, in occasione di alcuni dei predetti atti; purché ciò sia l’unico introito e donativo e non ecceda quel che può loro servire per il tempo di tre giorni. Il cancelliere, per il documento delle rinunzie e per l’atto di deposito della dote, riceverà un onorario adeguato al lavoro e comunque non superiore a dieci giulii.
37. Oltre a queste, in molte altre situazioni che appartengono all’esercizio della potestà spirituale (dalla quale dev’essere assolutamente assente ogni retribuzione umana) e che competono al vescovo (per il cui sostentamento e per la cui gestione sono destinati gli introiti della mensa), ai vescovi non è consentito accettare nessun ulteriore emolumento, diretto o indiretto, a qualunque titolo e proposto con qualunque motivazione, nemmeno se spontaneamente donato; analogamente, ciò non è consentito ai loro vicari, né a qualunque rappresentante o impiegato. – Qui elenchiamo, Venerabili Fratelli, le
voci principali, desunte dai sacri canoni, dalle Costituzioni apostoliche e dai
decreti delle sacre Congregazioni, delle quali più frequente e nota è la
menzione presso i dottori.
38. Per le cosiddette lettere patenti, cioè per il permesso di predicare in quaresima e in avvento, o in altro tempo e luogo (Conc. Trid., sess. 5, cap. 2, De reform.). – Per la licenza di dedicarsi a lavori servili, per gravi motivi, nei giorni festivi (Urbano VIII, Constit. Universa e numerose sacre Congregazioni del Concilio e dei vescovi, apud Ferrar. verb. festa, n. 31 seg.), anche se il denaro derivante dall’autorizzazione venga destinato a scopi pii. – Per la resa dei conti dell’amministrazione delle chiese e dei luoghi pii e per la revisione dei libri della stessa amministrazione, sia che sia fatta dal vescovo, sia da un altro incaricato del vescovo con delega generale o speciale, con l’eccezione, tuttavia, indicata precedentemente. – Per il riconoscimento, l’approvazione e la promulgazione delle reliquie, delle indulgenze e degli altari privilegiati. – Per l’autorizzazione a chiedere elemosine ed altro, anche se concessa a forestieri. – Per la nomina dei custodi delle chiese, i cosiddetti eremiti. – Per la lettera testimoniale di povertà o di qualche altro requisito. Il cancelliere tuttavia potrà percepire complessivamente dieci oboli. – Per la lettera con la quale si attesta che uno non ha ricevuto alcun ordine, nemmeno la tonsura clericale. Al cancelliere tuttavia potranno essere dati al massimo dieci oboli. – Per l’atto di rinuncia allo stato clericale, e per la sua ammissione, o anche per la lettera o attestazione della rinuncia stessa. Per questa lettera tuttavia il cancelliere potrà esigere dieci oboli. – Per la consultazione dei libri parrocchiali già trasferiti nell’archivio vescovile: libri nei quali sono indicati i battezzati, i cresimati, gli sposati e i morti. Per ciascuna consultazione su domanda, il cancelliere potrà ricevere al massimo venti oboli ed altrettanti per l’autenticazione del dato richiesto, a meno che la dignità della persona richiedente oppure l’uso della lettera testimoniale oltre i confini della diocesi o del regno non consentano un onorario maggiore. – Nel caso in cui la certificazione richiesta non risulti dai libri parrocchiali, e per ricavarla sia necessario mettere a confronto dei testimoni, oltre la mercede nella misura stabilita per l’escussione dei testi e per la redazione dell’atto, al cancelliere sarà consentito ricevere altri quindici oboli per la pubblicazione della lettera testimoniale; al vicario generale saranno pagati trenta oboli per i decreti con i quali avrà disposto la raccolta di informazioni e – dopo averle assunte e verificate personalmente – avrà ordinato la spedizione della lettera testimoniale. – Per l’autorizzazione a lasciare la
chiesa o il beneficio (Conc. Trid. sess. 23,
cap. 1 De ref.). Inoltre
per le lettere commendatizie che vengono consegnate ai sacerdoti, ai chierici e
a coloro che sono in partenza per altre diocesi. – Per le lettere ammonitorie
di scomunica che palesino segreti, autorizzate dalla curia vescovile e
dall’Ordinario, o quando si tratti di pubblicare lettere ammonitorie
apostoliche. Il cancelliere riceverà dieci oboli per l’impegno della stesura.
Lo stesso cancelliere sarà gratificato di un ulteriore compenso da parte del
vescovo, che ne fisserà anche l’importo, per completare la trascrizione delle
notizie che vengono rivelate, previo decreto del vicario. – Per la trascrizione
di un’ammonizione, di una sentenza o della dichiarazione di censure nelle quali
sia incorso qualcuno per avere percosso degli ecclesiastici o per qualsiasi
altra causa, anche nel caso di sentenza assolutoria e della stessa assoluzione
dalle censure (cap. Ad aures de simonia). Il cancelliere potrà ricevere
al massimo venti oboli in pagamento della stesura, purché non si tratti di
lettere provenienti dalla sacra Penitenzieria apostolica; per quelle che si
riferiscono alla predetta assoluzione, il cancelliere non potrà ricevere alcun
compenso. Venti oboli spetteranno al cancelliere anche per le schede di censura
– i cosiddetti “cedoloni” – e per la loro affissione come d’abitudine.
Analoga norma sarà applicata per la liberazione da un giuramento, con
l’avvertenza che se essa sarà concessa nella curia ecclesiastica il cancelliere
potrà ricevere per l’attestazione soltanto venti oboli; se essa verrà concessa
fuori curia, per la lettera di delega allo stesso cancelliere verranno pagati
altrettanti oboli.
Per l’autorizzazione a tenere
pontificali.
Per dar corso alle lettere apostoliche che impartiscono benedizioni o assoluzioni; per le lettere con le quali la stessa facoltà viene attribuita ai parroci o ad altri, con l’inserimento di dette lettere apostoliche, al cancelliere saranno pagati, tutto compreso, soltanto trenta oboli. – Per l’esecuzione delle lettere apostoliche relative all’autorizzazione impetrata presso la sacra Congregazione ad alienare o permutare i beni delle chiese e dei luoghi religiosi, oppure ad imporre censi, il cancelliere riceverà un compenso proporzionato alla fatica compiuta per completare la pratica e le scritture. Comunque esso non supererà i dieci giulii. Se la Santa Sede avrà incaricato l’Ordinario di accertare la veridicità di quanto esposto nella supplica, allora al cancelliere toccheranno dieci oboli per ogni teste sottoposto ad esame. Tenuto conto della mole del lavoro, gli si potrà anche assegnare un certo compenso, secondo il giudizio e la coscienza del vescovo, per gli editti, ogni volta che siano prescritti; per l’esame dei testimoni teso ad accertare l’utilità dell’alienazione; e per tutti gli altri adempimenti che – come di consueto occorre portare a termine in questa materia. – Per il decreto d’alienazione che, in
base al cap. Terrulas 12, q. 2, viene emesso solo dall’autorità
ordinaria.
39. Infine le multe o le pene pecuniarie
– quando saranno rese necessarie dalla natura del reato o dalle caratteristiche
di chi lo commette – saranno devolute a scopi pii e per l’attuazione della
giustizia, in modo che nulla torni a vantaggio personale del vescovo o dei suoi
vicari o di chiunque dei suoi rappresentanti, né direttamente né
indirettamente. Per eliminare ogni dubbio o sospetto di non corretta
applicazione delle multe, sarà meglio – e perciò lo riteniamo necessario – che
nelle sentenze stesse siano designate le istituzioni religiose o le chiese a
favore delle quali devono essere destinate le predette pene pecuniarie, tenendo
sempre conto, in ciò, di quelle che hanno maggior bisogno ed anche del
domicilio di coloro che hanno commesso il reato.
40. Bisognerebbe aggiungere a questo
punto alcune note sul foro del contenzioso, affinché la disciplina ecclesiastica
anche sotto questo profilo riconquisti la dignità e lo splendore originari. Di
questo tuttavia converrà deliberare dopo un giudizio più approfondito e una
volta assunte informazioni complete sulle consuetudini in uso in codeste
diocesi. Vi è un principio, per ora, sulla quale non possiamo mantenere il
silenzio e che anzi vogliamo trasmettervi ed inculcarvi con forza: gli
ecclesiastici impegnati nell’emettere sentenze nelle cause spirituali svolgano
il loro compito santamente, pietosamente e religiosamente, in modo che in loro
non appaia nulla che offuschi con la minima ombra il candore della purezza
ecclesiastica. Ne discenderà in primo luogo che i giudici ecclesiastici delle
vostre diocesi non richiederanno o accetteranno alcun pagamento né per gli atti
né per le sentenze pronunciate nelle cause spirituali; in particolare in quelle
che riguardano la religione (come quelle contro i sospetti di eresia e i
colpevoli di superstizione) o i fidanzamenti, i matrimoni, le censure,
eccetera. Per questo motivo, “Ricordatevi (sono parole di Innocenzo
III ai prelati e ai sacerdoti della Lombardia, nel cap. Cum ab omni, sui
comportamenti e l’onestà dei religiosi) che le entrate ecclesiastiche sono
destinate a favore vostro e degli altri chierici, perché con esse dobbiate
vivere onestamente e non vi sia necessario stendere la mano verso turpe lucro,
oppure abbassare gli occhi verso impegni non corretti. Poiché le vostre opere
debbono essere di luminoso esempio ai laici, non vi sia lecito cogliere
l’occasione di fare turpe commercio del diritto, come fanno i civili. Perciò
ordiniamo e disponiamo che – astenendovi per il futuro da esazioni di questo
tipo – individuiate come trasmettere gratuitamente ai litiganti il vigore della
decisione giudiziaria, nonostante ciò che viene proposto fraudolentemente da
alcuni, secondo i quali la stessa cifra venga pretesa a favore degli
assistenti, poiché al giudice non è lecito commerciare un giudizio equo, e le
sentenze a pagamento sono vietate anche dalle leggi civili“.
41. Questi sono, Venerabili Fratelli, gli obiettivi che abbiamo ritenuto giusto sottoporvi, in favore della causa apostolica, per la quale siamo impegnati, e per gli obblighi assunti. Se, come è giusto e come speriamo in Dio, voi li realizzerete, tutto ciò gioverà allo splendore della disciplina ecclesiastica, alla tranquillità delle vostre coscienze e soprattutto al benessere del gregge a voi affidato. – Riteniamo che questi adempimenti non vi risulteranno né onerosi né molesti, quantunque vediamo che con queste norme verrà meno una parte dei vostri consueti emolumenti. Un sospetto di questo tipo nei vostri confronti ci è comunque impedito dalla vostra attenta devozione, dalla vostra ben nota religiosità e dall’impegno per mantenere la disciplina ecclesiastica, sulla base dei quali giudicherete certamente un danno per Cristo ciò che finora rappresentava per voi un vantaggio economico. Individuerete come autentico motivo di guadagno esclusivamente il fatto che nelle vostre diocesi cresca sempre più l’adorazione per Dio ottimo e massimo, e che i popoli affidati alla vostra fede e alla religione si nutrano più facilmente e più felicemente della vostra parola e del vostro esempio. – Inoltre siamo stati pienamente informati da coloro che ben conoscono le vicende ecclesiastiche di codesta isola, ed in particolare a nome del re, che per voi rappresentano un vantaggio coloro che, ritagliandosi piccoli compensi (che non vi sarà consentito d’ora in avanti esigere), si curano del decoro e della dignità del loro Vescovo e provvedono alle necessità delle chiese. Per non sperare di ricevere alcun aiuto da coloro ai quali vi siete appoggiati fin qui per antichissima consuetudine, converrà che vi ricordiate la famosa frase di Alessandro III (cap. Cum in ecclesia, de simonia)con la quale quel sommo Pontefice rimproverava coloro che inopportunamente si tenevano attaccati alle loro abitudini: “Molti ritengono che ciò sia loro lecito, poiché pensano che la legge della morte si sia rafforzata per la lunga consuetudine, non riflettendo a sufficienza – accecati come sono dalla cupidigia – che quanto più gravi sono i peccati tanto più a lungo le loro anime saranno incatenate“. –Dunque rigettiamo e condanniamo queste abitudini, anche se antichissime e persino immemorabili; anche se corroborate e confermate da costituzioni sinodali o da qualunque altra autorità, anche apostolica. Dichiariamo, stabiliamo ed ordiniamo che debbano essere considerate come abusi e fonte di corruzione. Animati da sollecitudine per le vostre chiese. come questa lettera ampiamente dimostra, abbiamo in Noi saldissima la speranza che voi non lesinerete impegno, diligenza ed attenzione. – Frattanto, in pegno del Nostro amore paterno nei vostri confronti e della Nostra benevolenza, vi impartiamo la Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, in Santa Maria
Maggiore, il 21 settembre 1769, nel primo anno del Nostro Pontificato.
(Messale Romano
di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G.
LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)
Semidoppio. –
Paramenti bianchi.
La Chiesa ha scelto, per celebrare la festa del Corpus Domini, il giovedì che è fra la domenica, nella quale il Vangelo parla della misericordia di Dio verso gli uomini e del dovere che ne deriva per i Cristiani di un amore reciproco (la dopo Pentecoste) e quella (II dopo Pentecoste) nella quale si ripetono le stesse idee (Epist.) e si presenta il regno dei cieli sotto il simbolo della parabola del convito di nozze (Vang.). [Questa Messa esisteva coi suoi elementi attuali molto prima che fosse istituita la festa del Corpus Domini. Niente infatti poteva essere più adatta all’Eucaristia, che è il banchetto ove tutte le anime sono unite nell’amore a Gesù, loro sposo, e a tutte le membra mistiche. Niente poi di più dolce che il tratto nel quale si legge nell’Ufficio la storia di Samuele che fu consacrato a Dio fin dalla sua più tenera infanzia per abitare presso l’Arca del Signore e diventare il sacerdote dell’Altissimo nel suo santuario. La liturgia ci mostra come questo fanciullo offerto da sua madre a Dio serviva con cuore purissimo il Signore nutrendosi della verità divina. In quel tempo, dice il Breviario, « la parola del Signore risuonava raramente e non avvenivano visioni manifeste », poiché Eli era orgoglioso e debole, e i suoi due figli Ofni e Finees infedeli a Dio e incuranti del loro dovere. Allora il Signore si manifestò al piccolo Samuele poiché « Egli si rivela ai piccoli, dice Gesù, e si nasconde ai superbi », e S. Gregorio osserva che « agli umili sono rivelati i misteri del pensiero divino ed è per questo che Samuele è chiamato un fanciullo ». E Dio rivelò a Samuele il castigo che avrebbe colpito Eli e la sua casa. Ben presto, infatti l’Arca fu presa dai Filistei, i due figli di Eli furono uccisi ed Eli stesso mori. Dio aveva così rifiutato le sue rivelazioni al Gran Sacerdote perché tanto questi come i suoi figli non apprezzavano abbastanza le gioie divine figurate nel « gran convito » di cui parla in questo giorno il Vangelo, e si attaccavano più alle delizie del corpo che a quelle dell’anima. Così applicando loro il testo di S. Gregorio nell’Omelia di questo giorno, possiamo dire che « essi erano arrivati a perdere ogni appetito per queste delizie interiori, perché se n’erano tenuti lontani e da parecchio tempo avevano perduta l’abitudine di gustarne. E perché non volevano gustare la dolcezza interiore che loro era offerta, amavano la fame che fuori li consumava». I figli d’Eli Infatti prendevano le vivande che erano offerte a Dio e le mangiavano; ed Eli, loro padre, li lasciava fare. Samuele invece, che era vissuto sempre insieme con Eli aveva fatto sue delizie le consolazioni divine. Il cibo che mangiava era quello che Dio stesso gli elargiva, quando, nella contemplazione e nella preghiera gli manifestava i suoi segreti. « Il fanciullo dormiva» il che vuol dire, spiega S. Gregorio, «che la sua anima riposava senza preoccupazione delle cose terrestri ». « Le gioie corporali, che accendono in noi un ardente desiderio del loro possesso, spiega questo santo nel suo commento al Vangelo di questo giorno, conducono ben presto al disgusto colui che le assapora per la sazietà medesima; mentre le gioie spirituali provocano il disprezzo prima del loro possesso, ma eccitano il desiderio quando si posseggono; e colui che le possiede è tanto più affamato quanto più si nutre ». Ed è quello che spiega come le anime che mettono tutta la loro compiacenza nei piaceri di questo mondo, rifiutano di prender parte al banchetto della fede cristiana ove la Chiesa le nutre della dottrina evangelica per mezzo dei suoi predicatori. « Gustate e vedete, continua S. Gregorio, come il Signore è dolce ». Con queste parole il Salmista ci dice formalmente: «Voi non conoscerete la sua dolcezza se voi non lo gusterete, ma toccate col palato del vostro cuore l’alimento di vita e sarete capaci di amarlo avendo fatto esperienza della sua dolcezza. L’uomo ha perduto queste delizie quando peccò nel paradiso: ma le ha riavute quando posò la sua bocca sull’alimento d’eterna dolcezza. Da ciò viene pure che essendo nati nelle pene di questo esìlio noi arriviamo quaggiù ad un tale disgusto che non sappiamo più che cosa dobbiamo desiderare. » (Mattutino). « Ma per la grazia dello Spirito Santo siamo passati dalla morte alla vita » (Ep.) e allora è necessario come il piccolo e umile Samuele che noi, che siamo i deboli, i poveri, gli storpi del Vangelo, non ricerchiamo le nostre delizie se non presso il Tabernacolo del Signore e nelle sue intime unioni. Evitiamo l’orgoglio e l’amore delle cose terrestri affinché « stabiliti saldamente nell’amore del santo Nome di Dio » – (Or.), continuamente « diretti da lui ci eleviamo di giorno in giorno alla pratica di una vita tutta celeste » (Secr.) e « che grazie alla partecipazione al banchetto divino, i frutti di salute crescano continuamente in noi » (Postcom.).
Incipit
In nómine Patris,
☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.
Introitus
Ps XVII: 19-20.
Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.
[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene] Ps XVII: 2-3
Díligam te. Dómine, virtus mea: Dóminus firmaméntum meum et refúgium meum et liberátor meus.
[Amerò Te, o Signore, mia forza: o Signore, mio sostegno, mio rifugio e mio liberatore.]
Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.
[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene.]
Oratio
Orémus.
Sancti nóminis tui, Dómine, timórem páriter et amórem fac nos habére perpétuum: quia numquam tua gubernatióne destítuis, quos in soliditáte tuæ dilectiónis instítuis.
[Del tuo santo Nome, o Signore, fa che nutriamo un perpetuo timore e un pari amore: poiché non privi giammai del tuo aiuto quelli che stabilisci nella saldezza della tua dilezione.]
“Caríssimi: Nolíte mirári, si
odit vos mundus. Nos scimus, quóniam transláti sumus de morte ad vitam, quóniam
dilígimus fratres. Qui non díligit, manet in morte: omnis, qui odit fratrem
suum, homícida est. Et
scitis, quóniam omnis homícida non habet vitam ætérnam in semetípso manéntem.
In hoc cognóvimus caritátem Dei, quóniam ille ánimam suam pro nobis pósuit: et
nos debémus pro frátribus ánimas pónere. Qui habúerit substántiam hujus mundi,
et víderit fratrem suum necessitátem habére, et cláuserit víscera sua ab eo:
quómodo cáritas Dei manet in eo? Filíoli mei, non diligámus verbo
neque lingua, sed ópere et veritáte.”
I Omelia
[A.
Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli,
Pavia, 1920]
L’ODIO
“Carissimi: Non vi meravigliate se il mondo vi odia. Noi sappiamo d’essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida; e sapete che nessun omicida ha la vita eterna abitante in sé. Abbiam conosciuto l’amor di Dio da questo: che egli ha dato la sua vita per noi; e anche noi dobbiam dare la vita per i fratelli. Se uno possiede dei beni di questo mondo e, vedendo il proprio fratello nel bisogno, gli chiude le sue viscere, come mai l’amor di Dio dimora in lui? Figliuoli miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con fatti e con sincerità”.
L’Epistola è tolta dalla prima lettera
di S. Giovanni. Poco prima delle parole riportate, aveva detto che Caino uccise
il fratello, perché era figlio del maligno. Caino è tipo del mondo, schiavo del
demonio. Non vi stupite quindi — prosegue S. Giovanni — se il mondo vi odia. Ci
sia di conforto il sapere che l’amore verso i fratelli è un segno che dalla
morte del peccato siamo passati alla vita della grazia. Rimane nella morte,
invece, chi odia il proprio fratello, essendo egli omicida e, come tale,
escluso dalla vita eterna. Dall’esempio di Gesù Cristo, che ha dato la vita per
noi, abbiamo conosciuto qual è la carità vera: essere anche noi disposti a dare
la vita per il proprio fratello. Tanto più dobbiamo, almeno, soccorrerlo coi
nostri beni quando si trova nella necessità. Senza questo il nostro amore non è
né sincero, né utile. Ci fermeremo a fare qualche osservazione sull’odio.
L’odio:
1. Non si può giustificare,
2 Specialmente dal Cristiano che teme
Dio,
3 E che non è insensibile alla bontà di
Lui.
1.
Chiunque odia il proprio fratello è omicida. È un’affermazione che, sulle prime, sembra esagerata; ma non esprime che la pura verità. Da che cosa proviene l’omicidio? Spesso proviene dall’odio. L’odio spinse all’omicidio Caino, e ne spinse e ne spinge ancora tanti altri dopo di lui. Non sempre colui che odia arriva a compiere l’atto materiale dell’omicidio; ma quante volte l’omicidio è nel suo cuore. Non commette il delitto esternamente perché ha paura delle conseguenze, non tanto da parte della giustizia divina, quanto da parte della giustizia umana. Se non sempre l’odio arriva a tal punto d’essere equiparato all’omicidio, è sempre cosa condannevole, è sempre una cattiva passione. E la ragione e il buon senso insegnano che il lasciarsi dominare dalla passione è un degradare la dignità di uomo, è un andar contro al fine per il quale Dio ci ha creati. Dio ci ha dato la ragione, perché di essa ci serviamo per tendere sempre al bene. Non è sempre in nostro potere di dimenticare le offese ricevute. Ma l’andar sempre rimuginandole, il parlarne sempre, a proposito e a sproposito; dir male del nostro nemico ogni volta che ci capita l’occasione; cercar di pregiudicarne gli interessi, è cosa che dipende dalla nostra volontà, e che non può avere alcuna scusa. Non è sempre in nostro potere di non provare dei sentimenti d’odio; è sempre in nostro potere di non assecondarli. Il dire: non dimenticherò mai il torto ricevuto; un giorno o l’altro quella persona me la pagherà; me la son legata a un dito, ecc. sono disposizioni d’animo poco benevolo, e che vanno energicamente combattute. – Non sarà inutile, poi, considerare che queste disposizioni d’animo fanno generalmente più male a chi odia che a chi è odiato. Questi può non curarsi dell’odio del suo nemico, che intanto è agitato, triste, senza pace. Odio e invidia intorbidano la vita. «L’uomo — dice Giobbe — ha vita corta e piena di turbamento» (XIV, l). E questa misera vita già così corta e piena di turbamento per sé, dobbiamo turbarla ancor più, aggiungendovi di nostro la tortura che porta con sé l’odio?
2.
Noi Cristiani non dobbiamo dimenticare
che l’odio è contro il nostro bene spirituale. Chi cova nel cuore un odio grave
contro il fratello, non ha la vita eterna abitantein sé; cioè
non ha la vita della grazia, e senza questa non può aver diritto alla vita
eterna. Chi odia va contro a un comando espresso da Dio: «Non odierai il tuo
fratello nel tuo cuore» (Lev. XIX, 17). Gesù Cristo aggiunge: «Amate i vostri
nemici: fate del bene a coloro che vi odiano: e pregate per coloro che vi
perseguitano o calunniano» (Matt. V, 44). «Se — dice Tertulliano — siamo
obbligati ad amare i nostri nemici, chi ci resta da odiare? Così pure, se ci è
proibito di rendere il ricambio quando siamo offesi, per non diventare nel
fatto pari ai nostri offensori, chi possiamo noi offendere?» (Apol.) Non
possiamo né odiare, né offendere nessuno, se non vogliamo perdere la grazia di
Dio, e procurarci i castighi di lui. E che Dio castigherà severamente quelli
che nel loro odio non vogliono perdonare ai fratelli, è pur scritto nel
Vangelo. Il servo spietato della parabola del Vangelo, che non volle perdonare
il debito al suo conservo, fu dal padrone consegnato nelle mani dei manigoldi,
che lo mettessero in carcere. E Gesù chiude la parabola con questa
osservazione: «Così farà con voi il Padre mio celeste, se ognuno di voi non
perdonerà di cuore al proprio fratello » (Matt. XVIII, 35). Un giorno il
Signore chiamerà il Cristiano ostinato nel suo odio. Sarà una chiamata
perentoria. Nessuna dilazione sarà ammessa. Non titoli, non cariche, non
grandezza, non scienza, non oro, potranno impedirvi l’andata. E all’andata
seguirà un rimprovero da togliere ogni illusione: «Servo malvagio… non dovevi
aver pietà del tuo compagno, come io n’ho avuta per te?» (Matt. XVIII, 33) E
dopo un rimprovero e un confronto così schiacciante verrà una condanna ben
dura: essere dato in mano ai ministri della giustizia divina. – Un giovane
indiano di Spokane, nelle Montagne Rocciose, era stato ferito mortalmente da un
bianco. Il padre di lui avvisa i missionari, i quale avevano raccolto il
moribondo, che se il figlio moriva, egli avrebbe ucciso quanti bianchi poteva.
Il padre Cataldo, gesuita, s’incaricò di disporre alla morte l’indiano ferito,
e l’avvisò che doveva fare una buona confessione e prepararsi a comparire al
tribunale di Dio. Dopo una breve esortazione l’indiano si dichiarò pronto a
fare tutto quanto era necessario per salvare la sua anima. Prima della
confessione il Padre Cataldo gli domanda, se perdona ai suoi nemici. E il
giovane risponde: « Non mi hai detto forse di prepararmi a morir bene e di fare
una buona confessione? Come oserei domandar perdono a Dio, se io non perdonassi
prima al nemico? » (Celestino Testore, Memorie di un Vestenera, P. Giuseppe M.
Cataldo S. J. in: Le Missioni, della Compagnia di Gesù. 1928. p. 442-43).
Questo giovane Pellerossa, aveva tratto profitto a meraviglia dal Vangelo, che
ci impone di perdonare a tutti, e di non odiar nessuno.
3.
Più che dal timore dei castighi, l’uomo
dovrebbe esser spinto ad amare i suoi nemici, anziché odiarli, dalla grande
bontà di Dio che ha dato la sua vita per noi, che eravamo peccatori, che
non eravamo meritevoli che dei suoi castighi. La sua bontà arriva al punto da
ricevere il bacio da Giuda e da chiamarlo col nome di amico, quando questi sta
per tradirlo. Sulla croce prega in modo particolare per i suoi carnefici: «
Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno » (Luc. XXIII, 34). Se
è vero che gli esempi muovono più che le parole, nessun Cristiano può rimanere
indifferente a quanto ha fatto Dio per i suoi nemici. Nessuno può dire: è
impossibile amarli. Dio ci aiuta con la sua grazia a vincere i sentimenti di
avversione, di odio che sorgono nel nostro cuore verso dei nostri nemici. «
Temete il Signore Dio vostro, ed gli vi libererà dalle mani di tutti i vostri
nemici » (4 Re XVII, 39), dice il Signore a Israele. Nessun dubbio che
l’odio è un nemico spirituale molto difficile da vincere, se ci appoggiamo
sulle sole nostre forze. Non è più invincibile, se con noi c’è l’aiuto di Dio.
E Dio che ci comanda di vincer l’odio, ci dà anche l’aiuto necessario a
liberarcene. Chi teme di offendere il Signore ricorre a Lui fiducioso, e il
Signore lo aiuterà certamente. Ce l’assicura il discepolo prediletto. «Carissimi,
se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia dinanzi a Dio: e qualunque
cosa domanderemo, la riceveremo da lui» (1 Giov. III, 2-22). Anzi, nella
sua bontà ci darà oltre quello che domandiamo. – L’eloquenza del suo esempio,
la promessa del suo aiuto ci lasciano indifferenti? Ecco, che si interpone fra
noi e il nostro offensore. E’ questo l’ultimo tentativo cui si ricorre quando
si vuol mettere la pace tra due persone. Se non si vuole perdonare
all’offensore, perché indegno, si perdoni per rispetto alla persona che
interpone i suoi buoni uffici. Filemone, ricco benefattore dei Cristiani, ha
uno schiavo che fugge, portandogli via del danaro. S. Paolo si interpone e
scrive a Filemone: «Se tu mi tieni per tuo intrinseco, accoglilo come me stesso;
e se ti ha fatto torto o ti deve ancora qualche cosa, metti ciò a mio conto»
(Filem. 17-18). Così fa Dio con noi. Se ti ha fatto torto. — dice al Cristiano
che cova l’odio contro il proprio fratello — se ha dei debiti da scontare,
questi mettili a mio conto, ecco che io rimetto tutto a posto. Le tue offese
contro di me sono innumerevoli, sono gravi. Ebbene, io voglio essere con te
tanto buono da perdonarti i tuoi gravi ed innumerevoli peccati se tu perdoni di
cuore le poche e leggere offese che ti ha fatto il tuo fratello: «Perdonate e
vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato: vi sarà versato in grembo una misura
buona, piena, scossa e traboccante, perché con la medesima misura con la quale
avrete misurato, sarà rimisurato anche a voi» (Luc. VI, 37-38). Hai capito?
Dio, tuo giudice, da te offeso, è tanto buono da metterti la sentenza in mano.
Sta a te scegliere la sentenza che desideri. Può mai l’odio accecarti tanto da
ricusare una condizione favorevole al punto «da mettere in potere del
giudicando la sentenza di chi deve giudicare!» (S. Leone M. Serm. 17, 1). Se
ancora non sei deciso a cedere sappi che «non potrai trovare nessuna scusa nel
giorno del giudizio, quando sarai giudicato secondo la norma da te usata, e tu
stesso subirai ciò che hai fatto subire agli altri» (S. Cipriano: De Dom.
Oratione, 23). Ma voi non siate di questi. «Con voi sia la grazia, la
misericordia e la pace da Dio Padre, e da Cristo Gesù Figliolo del Padre, nella
verità e nella carità» (2 Giov. 1, 3).
Graduale
Ps CXIX: 1-2 Ad Dóminum, cum tribulárer, clamávi, et exaudívit me.
[Al Signore mi rivolsi: poiché ero in tribolazione, ed Egli mi ha esaudito.]
Alleluja
Dómine, libera ánimam meam a lábiis iníquis, et a lingua dolósa. Allelúja, allelúja
[O Signore, libera l’ànima mia dalle labbra dell’iniquo, e dalla lingua menzognera. Allelúia, allelúia]
Ps VII:2 Dómine, Deus meus, in te sperávi: salvum me fac ex ómnibus persequéntibus me et líbera me. Allelúja.
[Signore, Dio mio, in Te ho sperato: salvami da tutti quelli che mi perseguitano, e liberami. Allelúia.]
Evangelium
Sequéntia ✠
sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc. XIV: 16-24
“In illo témpore: Dixit Jesus
pharisæis parábolam hanc: Homo quidam fecit coenam magnam, et vocávit multos.
Et misit servum suum hora coenæ dícere invitátis, ut venírent, quia jam paráta
sunt ómnia. Et coepérunt simul omnes excusáre. Primus dixit ei: Villam emi, et
necésse hábeo exíre et vidére illam: rogo te, habe me excusátum. Et alter
dixit: Juga boum emi quinque et eo probáre illa: rogo te, habe me excusátum. Et
álius dixit: Uxórem duxi, et ídeo non possum veníre. Et revérsus servus
nuntiávit hæc dómino suo. Tunc irátus paterfamílias, dixit servo suo: Exi cito
in pláteas et vicos civitátis: et páuperes ac débiles et coecos et claudos íntroduc
huc. Et ait servus: Dómine,
factum est, ut imperásti, et adhuc locus est. Et ait dóminus servo: Exi in vias
et sepes: et compélle intrare, ut impleátur domus mea. Dico autem vobis, quod
nemo virórum illórum, qui vocáti sunt, gustábit cœnam meam”.
(“In quel tempo disse Gesù ad uno di
quelli che sederono con lui a mensa in casa di uno dei principali Farisei: Un
uomo fece una gran cena, e invitò molta gente. E all’ora della cena mandò un
suo servo a dire ai convitati, che andassero, perché tutto era pronto. E
principiarono tutti d’accordo a scusarsi. Il primo dissegli: Ho comprato un
podere, e bisogna che vada a vederlo; di grazia compatiscimi. E un altro disse:
Ho comprato cinque gioghi di buoi, o vo a provarli; di grazia compatiscimi. E
l’altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. E tornato il servo,
riferì queste cose al suo padrone. Allora sdegnato il padre di famiglia, disse
al servo: Va tosto per le piazze, e per le contrade della città, e mena qua
dentro i mendici, gli stroppiati, i ciechi, e gli zoppi. E disse il servo:
Signore, si è fatto come hai comandato, ed evvi ancora luogo. E disse il
padrone al servo: Va per le strade e lungo le siepi, e sforzali a venire,
affinché si riempia la mia casa. Imperocché vi dico, che nessuno di coloro che
erano stati invitati assaggerà la mia cena”
Omelia II
[Mons. J.
Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]
Sopra il peccato
veniale.
“Estote perfecti, sicut Pater vester cœlestis perfectus est”.
Matth. V.
Sebbene non sia in potere dell’uomo di giungere ad una perfezione uguale a quella di Dio, nulladimeno l’Essere Supremo, che ne vuole santi perché Egli è santo, ci propone la sua santità per modello della nostra, e vuole, per quanto l’umana debolezza ce lo permette, che ci affatichiamo alla nostra perfezione, seguendo quel gran modello. Ora come possiamo noi conformarvici? Con l’evitare non solo il peccato mortale, che è sommamente opposto alla santità di Dio, ma ancora le colpe leggiere, le quali, sebbene non ci privino della sua amicizia, non lasciano per altro di avere una certa opposizione alle perfezioni dell’Essere Supremo, il quale non può soffrire la minima macchia nelle sue creature. Sarebbe dunque un errore il credere che per arrivare ad una santità perfetta bastasse all’uomo astenersi dalle colpe enormi che ci chiudono l’ingresso al regno dei cieli, senza mettersi in pena di evitare le colpe veniali, che ritardano l’entrata in quel regno. Errore nulladimeno molto comune nel mondo, anche tra le persone che fanno professione di pietà, che passano leggermente su queste colpe, vi cadono a posta e non si prendono alcuna cura di correggersene; ma errore per altre essere fedele alle piccole osservanze di questa legge: Qui timet Domìnum, nihilnegligit (Eccli. XXXIV). Chi dunque trascura le piccole cose, chi commette colpe leggiere, non ha per Dio quel timor riverente che un figliuolo deve a suo padre. – Voi mi direte che temete il Signore evitando il peccato mortale, che non vorreste perdere la sua amicizia né essere privi del suo regno. É vero, fratelli miei, né io ve lo contendo; il peccato veniale non vi separa dall’amicizia di Dio, perché non è una ribellione così oltraggiante come il peccato mortale; non è già un sommo disprezzo delle perfezioni di Dio, né una preferenza della creatura al Creatore: ma non è forse una disubbidienza alla legge di Dio, e conseguentemente una offesa fatta alla sua maestà? Or non è forse un gran male il disubbidire a Dio, l’offender Dio? Se Dio è nostro padre, dov’è l’onore che se gli deve? Che direste voi d’un figliuolo che si contentasse di ubbidire a suo padre nelle cose importanti e non temesse di dargli mille piccioli disgusti, di dispiacergli in cose che, sebbene di poca conseguenza, provano meglio talvolta il buon naturale d’un figliuolo verso suo padre che non le più considerabili? Un figliuolo che ha mille compiacenze per suo padre, che teme di dispiacergli nelle più piccole circostanze, non prova forse meglio il suo amore di quello che non ubbidisce a suo padre e non lo rispetta che nelle occasioni in cui teme d’essere privato della sua successione? Il primo fa vedere che ama suo padre con amore disinteressato, e l’altro non l’ama che per suo interesse. Quando dunque vi contentate, fratelli miei, di evitare i mancamenti considerabili contro Dio, senza mettervi in pena di evitare quelli che sono leggieri, non si può forse dire che voi amate Dio non per sé stesso ma piuttosto per vostro interesse? Voi temete di perdere la sua amicizia col peccato mortale perché, perdendola, voi perdereste un regno eterno; ma poco vi curate di dispiacergli con mancamenti che l’offendono. Voi non l’amate dunque allora a cagione di se stesso; mentre se l’amaste in tal guisa, avreste a cuore i suoi interessi, gli rendereste la gloria che gli è dovuta, facendo tutte le vostre azioni per Lui. Ora una colpa veniale che voi commettete non può esser un’azione gloriosa a Dio, poiché non può ella essere riferita a questo fine. É dunque un’ingiuria che voi gli fate, preferendo la vostra soddisfazione all’ubbidienza perfetta che dovete alle sue leggi, e privandolo con questo della gloria che gli ritornerebbe dalla vostra ubbidienza. – E da ciò, fratelli miei, che ne segue? Che il peccato veniale, quantunque vi sembri leggiero ed effettivamente sia tale, è il male di Dio, un male ch’Egli non può approvare e che è obbligato di odiare; un male per conseguenza infinitamente superiore a tutti i mali della creatura. Che ne segue ancora? Che sarebbe meglio che l’universo intero perisse che offender Dio con un solo peccato veniale, che dire, per esempio, una sola menzogna leggiera. Se con un solo peccato veniale voi poteste convertire tutti i peccatori, gli eretici, gl’idolatri che sono al mondo, se voi poteste con un solo peccato liberare tutti i reprobi che sono nell’inferno, sarebbe meglio lasciare tutti i peccatori sulla terra nel loro funesto stato, lasciare tutti i reprobi nei loro supplizi, lasciarvi anche cadere tutti i predestinati, che commettere un solo peccato veniale per impedire tutti questi mali. Ciò vi sembra sorprendente, ma non deve esserlo quando si fa riflessione che il peccato veniale è il male di Dio, e tutti gli altri quelli della creatura; che il peccato veniale rapisce più di gloria a Dio e gli dispiace di più che non gli sono accette e gradite tutte le azioni dei santi. – Giudicate adesso, fratelli miei, del poco amore che voi avete per Dio dalla vostra facilità a commettere il peccato veniale. Ah! potete voi ancora trattar di bagattelle quelle infedeltà nell’adempiere i vostri piccoli doveri di Cristiano, quelle distrazioni volontarie nelle vostre preghiere benché di poca durata, quelle vanità nelle vostre parole, nel vostro vestire, quelle curiosità in discrete, quei raffinamenti d’amor proprio, quelle ricerche di voi medesimi, quella delicatezza sul punto d’onore, quelle sensualità nei banchetti, quelle piccole invidie contro del prossimo, quelle lievi ingiustizie, quell’indifferenza, quell’amarezza benché poco considerabile che voi avete contro di Lui, quelle maldicenze leggiere, quei piccoli scherzi che voi fate sui difetti altrui, quelle menzogne giocose, quelle piccole impazienze, quella vivacità di umore che voi non avete cura di reprimere? Tutto ciò vi sembra leggiero e di poca importanza; eppure sono infrazioni della legge di Dio, non offese fatte alla sua infinita maestà, infrazioni ed offese che vengono dal vostro poco timore di dispiacergli e dalla poca premura che avete di essere accetti e graditi ai suoi occhi. Ah! se voi aveste amore per Dio, basterebbe che una cosa gli dispiacesse per evitarla; niente vi sembrerebbe leggiero e di poca conseguenza a riguardo d’un Dio sì grande, d’un padre sì tenero, d’un amico sì benefico. Sì, fratelli miei, Dio è il migliore di tutti gli amici, niuno avvene sì generoso, sì fedele come Lui. Egli è stato il primo ad amarci e nel tempo anche in cui eravamo suoi nemici, benché non avesse bisogno di noi, Egli ci ha ricercati, come se noi gli fossimo utili: non cessa di darci a profusione i suoi favori, senza disgustarsi delle nostre infedeltà; noi siamo sempre sicuri di trovare in Lui il cuore più benefico di cui possiamo disporre a nostro vantaggio: Egli non ci abbandona giammai, qualora noi lo vogliamo, ed ancora ci ricerca, ci corre dietro nel tempo medesimo che l’abbandoniamo. Che se noi siamo in grazia di Lui, se siamo nel numero di quelle anime giuste in cui si compiace, noi abbiamo ancora molta maggior parte nella sua amicizia; la sua grazia mette tra Lui e noi l’unione la più intima, la più sincera e la più gloriosa per noi, poiché ella ci assicura il titolo di amici di Dio. Jam non dicam vos servos, sed amìcos. Or ditemi di grazia, fratelli miei, quali sono le leggi dell’amicizia? Che domandate voi ad un amico cui siete sinceramente e costantemente attaccati, cui date in ogni occasione prove del vostro buon cuore, per cui nulla avete di secreto e a cui fate parte dei vostri beni come del vostro affetto? Voi volete senza dubbio che questo amico si diporti nell’istesso modo a vostro riguardo, che abbia verso di voi tutta la confidenza e cortesia che voi avete verso di Lui, o che per lo meno non vi disgusti in cosa alcuna, siccome voi evitate tutto ciò che può dispiacergli. Che direste voi di quell’amico che limitasse la sua amicizia ai doveri essenziali, che non volesse per verità nimicarsi con voi, incorrere la vostra disgrazia con qualche cattivo ufficio, con oltraggi atroci al vostro onore o con danni considerabili nei vostri beni, che non volesse togliervi la vita; ma che niun caso facesse di ferirvi con piccoli motteggi, che vi offendesse con leggieri dispregi, che non prendesse all’occasione il vostro partito, ma piuttosto talvolta l’altrui difesa, in una parola, che vi disgustasse in mille piccole circostanze in cui la sincera amicizia si fa conoscere? Questa sorta di amici è alcune volte più insopportabile che un aperto nemico. Fate ora quest’applicazione a voi medesimi riguardo a Dio. Egli è il migliore di tutti gli amici, voi non potete dubitarne: voi avete mille volte provati, e provate ancora tutti i giorni, gli effetti della sua tenerezza. Perché dunque siete voi scortesi a suo riguardo, sino a ricusargli una piccola ubbidienza che vi domanda, sino a non volere sacrificargli quel leggiero risentimento, quella breve soddisfazione che le sue leggi vi proibiscono; sino a disgustarlo in mille incontri in cui un amore riconoscente e liberale deve manifestarsi? Ciò che voi gli ricusate è poco cosa, è vero; ma tutto è grande a riguardo d’un amico che si ama sinceramente; né è già amar Dio con quella pienezza di amore ch’Ei domanda, l’amare qualche cosa con Lui che non si ama per Lui, dice s. Agostino. Ah! le vostre piccole infedeltà sono in qualche modo più sensibili al cuor di Dio che gli oltraggi d’aperto nemico. Sarebbe molto meglio, vi dic’Egli, che voi foste freddi o caldi; ma perché voi siete tiepidi, io comincio a vomitarvi dalla mia bocca. Io non posso sopportarvi; soffrirei piuttosto gl’insulti d’un nemico che non ho tanto beneficato come voi; ma ciò di cui mi risento e che eccita il mio sdegno si è il vedervi pagare con somma ingratitudine i favori insigni di cui vi ho tante volte ricolmi. No, lo ripeto, Iddio non può soffrire alcuna infedeltà nelle sue creature, in quelle principalmente ch’Egli ama con amore sì tenero come le anime giuste. Lo stesso amore che ha per sé lo rende avverso a tutto ciò che è opposto alla sua santità e alla sua gloria. Egli si offende della minima difformità che ritrova in noi, la più leggiera macchia ferisce i suoi occhi infinitamente puri, perché la sua santità altro non è che una perfetta conformità alla sua legge. Ora, se è proprio dell’amicizia di produrre una conformità di voleri tra le persone che ella unisce, potete voi dire, fratelli miei, di seguir le regole di quest’amicizia, amando ciò che Dio non vuole e commettendo colpe le quali, benché leggiere, non lasciano però di dispiacergli? Se voi dubitate ancora che queste colpe gli dispiacciano, rappresentatevi per un momento le vendette terribili che Dio ne ha prese e che esercita ancora sopra le anime in cui ne restano alcune macchie. Un Mosè, uomo di Dio, strumento delle sue meraviglie, depositario della sua autorità, confidente dei suoi segreti, è privato dell’ingresso nella Terra Promessa per una leggiera diffidenza della possanza del suo Dio. Cinquantamila Betsamiti sono percossi dalla morte per avere gettato uno sguardo poco rispettoso sull’arca dell’alleanza. Davide vede il suo regno afflitto da una peste crudele per aver fatto per vanità la numerazione dei suoi sudditi. Anania e Saffira sua moglie cadono morti ai piedi degli Apostoli per aver detto una bugia. Se questi esempi non bastano, scendete in ispirito nel purgatorio, dove anime che sono amiche di Dio soffrono supplizi più rigorosi che tutto ciò che si può soffrire quaggiù di penoso, per aver commesse colpe veniali che non hanno espiate sopra la terra, e per cui sono talvolta ritenute lungo tempo prima di entrare nel soggiorno della gloria, dove nulla d’imbrattato può avere accesso. Dite dopo questo che le colpe leggiere sono bagattelle. No, fratelli miei, non bisogna chiamarle così, poiché esse sono non solamente una prova di poco amore per Dio, ma ancora una prova di poco zelo per la vostra salute.
II. Punto. Quantunque il peccato veniale non dia la morte alla nostra anima, perché non la priva della grazia santificante, che è la sua vita, egli è nulladimeno, dice s. Tommaso, una malattia che produce a suo modo i medesimi effetti sulla nostr’anima che le malattie corporali sui corpi. Le malattie del corpo l’indeboliscono, lo precipitano verso il sepolcro. Similmente il peccato veniale dispone l’anima a morire pel peccato mortale. Non è in vero, come dice ancora s. Tommaso, un allontanamento totale dal nostro ultimo fine, ma è uno sviamento che ci mette in pericolo di smarrirci e di perdere la nostra felicità eterna. E da ciò, fratelli miei, che dobbiamo noi conchiudere, se non che chi commette facilmente il peccato veniale ha ben poca cura della sua salute, poiché corre rischio di perdere la sua anima col peccato mortale? – Io non parlo già qui di coloro in cui il peccato veniale diventa mortale a cagione di qualche circostanza che lo rende tale; per esempio, dello scandalo ond’è seguito, d’una malvagia intenzione o affetto peccaminoso che l’accompagna, talché si commetterebbe eziandio che fosse mortale, e finalmente del dubbio che si ha se il tale o tale altro peccato veniale sia mortale; perciocché chi opera in questo dubbio pecca mortalmente pel rischio a cui si espone di fare un peccato mortale. Or egli è difficilissimo, dice s. Agostino, distinguere l’uno dall’altro, ed accade molto spesso che si prende per colpa leggiera, che si tratta da bagattella una cosa che da se stessa è un peccato di considerazione. Non parlo neppure di chi non vorrebbe evitare alcun peccato veniale, benché sia sicuro che è tale di sua natura: questa funesta disposizione è da se stessa peccaminosa, pel pericolo prossimo in cui esso si mette di peccare mortalmente. Egli è certo che in tutte le proposte circostanze, chi commette il peccato veniale corre un rischio evidente della sua salute. Parliamo dunque di chi senza malvagia intenzione commette indifferentemente il peccato veniale, e facciamogli conoscere che, sebbene egli sia sicuro che il peccato suo non è che veniale, si dispone nulladimeno a cadere nel mortale. È un oracolo pronunciato dallo Spirito Santo che chi trascura le cose piccole cadrà a poco a poco: Qui spernitmodica, paullatim decidet (Eccl.XIX). Chi è infedele nelle cose piccole, dice il Salvatore, lo sarà altresì nelle grandi. Ora qual è la cagione di questa caduta dal peccato veniale nel mortale, e come può dirsi che l’uno sia strada all’altro? Questo funesto progresso, fratelli miei, viene da due cagioni; l’una è un castigo di Dio, e l’altra è la cattiva disposizione dell’uomo: castigo dalla parte di Dio, per la privazione di certe grazie particolari che impedirebbero l’uomo di cadere nel peccato mortale; dalla parte dell’uomo è una inclinazione, una facilità che gli dà il peccato veniale a commettere il mortale. Tremate, fratelli miei, per un peccato che vi avete riguardato fin ora come poca cosa e che può esservi così funesto. Io non pretendo già dirvi che Dio ricusi a chi pecca venialmente le grazie necessarie per evitare il peccato mortale, di modo che l’uno sia una conseguenza necessaria dell’altro. Se Dio dà ai peccatori medesimi, che sono suoi nemici, le grazie che loro sono necessarie, a più forte ragione le dà Egli ai giusti, che sono suoi amici; ed anatema, diciamo noi con la Chiesa, a chiunque dicesse che Dio abbandona il giusto e lo lascia mancar di soccorso per perseverare nella giustizia. Ma se Dio dà le grazie necessarie, Egli non è obbligato a dare le grazie di elezione e di predilezione, che fanno operare infallibilmente il bene, benché liberamente. Noi possiamo dunque domandare queste grazie ed indurre Dio con la nostra fedeltà alla sua legge a darcele, ma non vi abbiamo alcun diritto. – Or io vi domando: chi commette il peccato veniale, chi trasgredisce la sua santa legge, sebbene in cose di poca conseguenza, induce egli Dio a dargli queste grazie particolari, o piuttosto non l’induce egli a ricusargliele ? Egli si raffredda a riguardo di Dio, egli tratta con Lui come un avaro che non vuol fargli certi piccoli sacrifizi che Dio domanda da un cuor generoso; egli si riserva certe soddisfazioni, certi pericoli, certi affetti, cui non vuol rinunciare per ubbidire a Dio: or convien forse stupirsi che Dio vicendevolmente si raffreddi a riguardo dell’uomo, che non versi su di lui a larga mano quei doni preziosi della grazia ch’Egli comunica alle anime ferventi e generose che cercano di piacergli nelle più piccole cose, che gli fanno di se stesse un intero sacrificio e che gli feriscono il cuore, come la sposa della Cantica, con un solo dei loro capelli, cioè a dire con una intera fedeltà ad adempiere i più piccoli punti della sua legge? Vulnerasticor meum in uno crine colli tui (Cant. 4). Or che accade a quell’anima che è priva per lo peccato veniale di certi aiuti che erano riserbati alla sua fedeltà? Trovandosi in un pericolo, in una congiuntura delicata, esposto ad una tentazione violenta, ove è molto difficile resistere senza una grazia particolare, essa soccomberà a quella tentazione, farà una caduta deplorabile, commetterà un peccato mortale, che farà perdergli la grazia del suo Dio. E così è, fratelli miei, che una colpa leggiera può essere la causa della nostra riprovazione. Chi di noi, dopo questo, non temerà il peccato veniale, poiché può avere conseguenze sì terribili? Non ne avete voi forse di già fatta la trista esperienza, voi che lo commettete sì facilmente? Mentre donde viene quella dissipazione del vostro spirito che fate tanta fatica a tener raccolto, quell’aridità di cuore che vi rende secchi e freddi a pie degli altari, quella noia degli esercizi di pietà, quella nausea dell’orazione e delle pie letture, in una parola, quella tiepidezza sì grande nel servizio di Dio? Non viene forse dalla vostra negligenza nell’evitare le colpe veniali, dalla vostra poca delicatezza di coscienza nelle piccole cose che Dio vi domanda? Voi non siete liberali verso Dio e non vi diportate con quella esattezza che attende da voi, Egli pure vi ricusa quelle grazie speciali che non vi deve e che vi farebbero camminare con allegrezza nella via dei suoi comandamenti. Ma non è solamente per la sottrazione delle grazie di Dio che il peccato veniale conduce al mortale; si è ancora per l’inclinazione e facilità che l’uno dà a commettere l’altro. Niuno ad un tratto diventa malvagio, dice s. Bernardo; i più grandi delitti hanno, per così dire, la preparazione, noi abbiamo troppo orrore a commetterli subito di buon grado: ma, a forza di commettere il peccato veniale ci avvezziamo, ci addomestichiamo insensibilmente col male. A misura che le forze della virtù s’indeboliscono per questa malattia, il peso della concupiscenza s’accresce, la contagione, insinuandosi a poco a poco, penetra finalmente sino al cuore. L’anima indebolita e strascinata dall’inclinazione al male, cammina a gran passi verso il precipizio e vi cade finalmente senza quasi accorgersene. Il demonio, sempre destro a profittare delle nostre debolezze, diventa anche più forte per farci cadere. Non ci propone egli alla bella prima i grandi delitti; ci fa credere che è poca cosa cadere in piccole infedeltà permettersi certe soddisfazioni, avere certe corrispondenze con persone che non sembrano pericolose, usare per esse alcune compiacenze che non giungono al peccato; e quando il nemico della salute ha ottenuto quel poco che domandava, con artifizio secreto e maligno ci persuade che non evvi maggior male ad accordargliene un altro: quindi c’induce insensibilmente nelle sue reti e ci strascina nell’abisso per le colpe considerabili che ci fa commettere: il peccato mortale in seguito non costa più che il peccato veniale. Ecco come una leggiera scintilla che non si ha avuto cura di estinguere dal principio cagiona un grande incendio: Ecce quantas ignis quam magnam Sylvam ìncendit (Jac. 5). Ecco come una gran nave cade in rovina per avervi lasciate penetrare alcune gocce d’acqua che hanno putrefatto il legname. Quanti, oimè! si sono veduti gran personaggi cadere dal sublime grado di perfezione nel fango del peccato! Quanti difensori della religione, ne sono divenuti gli apostati! Quanti anacoreti che avevano invecchiato sotto il giogo della penitenza, hanno fatto deplorabili cadute per la loro negligenza a mantenersi nell’osservanza dei piccoli doveri! Il perfido Giuda non venne già tutto ad un tratto al tradimento, al deicidio. Questo fu l’effetto del suo attaccamento al danaro: ma si deve presumere che quell’attaccamento fu leggiero nel suo
principio, ch’egli vi si affezionò poco a poco, e che finalmente ne divenne
così avido che, per averne, vendette il suo divin maestro: Ecce quantusignis , etc. – Ma, senza cercare esempi stranieri, quante prove
non vediamo noi a’ nostri giorni di questa verità? Ci meravigliamo che persone
le quali durante un certo tempo hanno vissuto di una maniera regolata e sono
state pei loro fratelli il buon odore di Gesù Cristo, decadono sino al punto
d’esserne lo scandalo per una condotta sregolata. Pensate voi, fratelli miei,
che siano venute ad un tratto dall’estremo della virtù a quello del vizio senza
aver passato per un mezzo? No, senza dubbio, eravi troppa distanza dall’una
all’altro; i loro grandi disordini han cominciato da piccoli rilassamenti … Ecce
quantusignis etc. Ah! fratelli miei, convenitene con altrettanto
di dolore che di confusione, che voi non siete caduti nell’abisso se non perché
non avete abbastanza evitati i piccoli scogli: che voi non mancate di fedeltà
nei punti considerabili della legge di Dio se non per difetto di esattezza
nelle piccole osservanze. Voi eravate altre volte nel fervore della divozione,
nulla vi costava tutto ciò che riguarda il servizio di Dio; ed ora siete schiavi
delle vostre passioni, cadete a sangue freddo in falli considerabili. Donde
viene questa disgrazia, fratelli miei? Quomodo obscuratum estaurum
(Thren. 4)? Come mai quel bell’oro ha perduto il suo splendore? Come
siete voi decaduti da quello stato di fervore in cui eravate per lo innanzi? Per
la vostra facilità a commettere le colpe leggiere. Quei peccati che trattavate
da bagattelle, hanno indebolito in voi il fuoco della carità; e da che quel
fuoco ha cessato di operare, voi avete perduta questa carità per mezzo di
azioni a quella contrarie.
Pratiche. Piangete amaramente, peccatori, la morte dell’anima vostra, ritornando a Dio con una penitenza sincera. E voi, anime giuste, in cui il peccato veniale non ha ancora fatto questa strage, tenetelo come un gran male; perché ha conseguenze così funeste, detestatelo con tutto il vostro cuore, se l’avete commesso. Per cancellare questo peccato, ricorrete al sacramento della penitenza, che ha la virtù di rimetterlo. Voi potete anche ottenerne il perdono con atti di dolore d’averlo commesso e con atti delle virtù che sono contrarie, se voi li fate alla mira di cancellarlo. Ripetete sovente quelle parole del profeta: Amplius lavame. Domine, purificatemi sempre più, o Signore. Fate una ferma risoluzione di non più commetterlo. Evitate con attenzione tutto ciò che ha la minima apparenza di male: Ab omni speciemali abstinete vos. Siate fedeli ad adempiere i vostri più piccoli doveri, nulla trascurate di ciò che può contribuire alla vostra perfezione, osservate regolarmente il tenore di vita e le pratiche di pietà che vi siete prescritte; siate assidui all’orazione per ottenere le grazie speciali che vi facciano evitare le
colpe veniali: In oratione estote. Voi diverrete con ciò eredi
delle benedizioni del Padre celeste: Ut benedictionemhæreditate
possideatis (1 Pet. III). Perché, evitando il peccato
veniale, arriverete a quella santità perfetta che Dio corona nel cielo. Così
sia.
Si risponde al
più che arrechino i genetliaciin difesa della
loro arte.
I. Ad un falsario contumace, convinto, e colto col fallo in mano della moneta adulterata da lui, con rovina pubblica, non si farebbe alcun torto, quando gli si negassero lo difese. Ma tale è lo stato dell’astrologia giudiziaria, giusta il processo finor su lei fabbricato da tanti capi. Con tutto ciò siccome i professori di essa hanno tra gli altri bugiardi questo vanto, che laddove agli altri per una menzogna che dissero, non si crede di poi verità veruna, e ad essi, per una verità, si credono di poi menzogne infinite: così presumono di avere fra gli altri rei questo privilegio, che non si possa mai lasciar di ascoltarli; altrimenti protestano incontanente di nullità. Dunque, a cessar liti, udiamoli ancor noi, se noi di giustizia, almeno di cortesia. E perché per viadi ragione non possono più nulla a proprio favore che non sia stato abbattuto già chiaramente; diamo loro campo di andare per via di fatto, non ci sdegnando che formino una superba enumerazione di varie predizioni famose da loro uscite, e non per tanto avveratesi, non meno all’età presente, che alle passate.
I.
II. Ma che? Non si nega mai, che ancor essi talvolta non indovinino. Si nega, che indovinino a forza d’arte; mentre le loro regole hanno contro di sé strepitante sì la ragione, sì l’esperienza, e sì l’autorità di tutti i maggiori uomini stati al mondo. Anche i sortilegi antichi, anche gli auguri, anche gli aruspici, anche gli interpreti del cielo tonante, e più altri, non lasciavano in Roma d’indovinare; altrimenti non si può dubitar, che mentendo sempre, non sarebbero giunti a sì grande stima. Per questo diremo noi, che i loro indovinamenti fosser da arie di antivedere il futuro, non da superstizioso vaneggiamento tratto da ciò che secondo loro dicevano, a chi le sorta chi gli animali, a chi l’aria, ed a chi i semplici ondeggiamenti del fumo che su volava, ora diritto, oro distorto, ora denso, ora dilatato? Certo è, che un cieco non può mai scorgere il segno. Eppure anche un cieco tanto può tornare a tirare, che al fin vi colga: Quisest, qui totum dìem iaculans, non aliquandocollimet? diceva Tullio (De div.) nel favellar degli astrologi de’ suoi tempi. E non meno graziosamente lo notò di poi Seneca in que’ de’ suoi, quando egli disse, che avevano ritrovata la vera via d’indovinar la morte di Claudio Cesare, con predirgliela, prima ogni anno, poscia ogni mese, finché ella avvenne. Patere mathematicos aliquando veruni dicere, qui Claudium, postquam princeps factus est, omnibus annis, omnibus mensibus efferunt (Inludo sup. mort. CI. Cæs.). Che se questi istorici,i quali hanno riferito il vero apporsi che fecero i genetliaci, avessero riportato con pari fedeltà il vero abbagliarsi, ritroveremmo, che questi, prima di dar nel punto una volta sola avevano esausti mille turcassi di strali volati in fallo: Ista omnia, quæ aut temere, aut astute vera dicunt, præ cæteris, quæ mentiuntur, pars ea non est millesima (GelL. 1. 14.c. 1). Tanto asserì di loro il filosofo Favorino: e con ragion somma: mentre, predicendo essi cose che non dipendono da cagioni naturali, ma libere, o non ne dipendono almeno individualmente, forza è che i loro vaticini, se mai si avverano, sian colpi di fortuna, mirabile nei suoi giuochi, non tiri d’arte. Il crescer di patrimonio, o lo scapitare, proviene o dalia industria umana o dalla provvidenza divina, o per dir meglio, da ambedue unitamente. Come entra qui dunque Giove a versare in seno a veruno ricchezze grandi, o come v’entra Saturno a legare a Giove le mani perché non versile? Questo non è né freddo ne caldo né umido né secco, che sono la più ampia sfera che possa concedersi all’efficienza de’ pianeti, se si vuole discorrere da filosofo, il quale cerca la cagion delle cose, non da favoleggiatore, che ve la finge.
III. E ciò che io dissi
degli avvenimenti morali, dicasi de’ casi fortuiti, d’incontrar tesori, d’incorrere
traversie, di cader nell’acqua o nel fuoco, ove men si pensi. Questi casi, come
non hanno sotto Dio cagion propria, ma accidentale, così non sono sottoposti ad
altra scienza, che alla divina, la quale però può saperli, perché essa è quella
che vuole, o che permette un tal combinamento di operazioni, onde seguono
quegli avvenimenti improvvisi ad ogni umano intelletto, senza che le stelle
formate ad ogni altro fine, vi abbiano alcuna parte.
IV. Degli altri
effetti poi che tutta han la cagion loro nella natura, nemmeno sogliono gli
astrologi arrivar nulla, se non che andando a tentone: e ciò perché non
osservano altre cagioni in predirli, che le universali, le quali non han virtù
di terminare gli effetti, ma solo di concorrere a questo, o a quello, soggetto alla
sfera loro, secondo che le immediate a ciò le costringano. Chi rimira in cucina
acceso un gran fuoco, non può indovinare, se non temerariamente, di qual foggia
debba riuscire il banchetto meditatosi dallo scalco, posciachè, ad apporsi con
arte, converrebbe osservar di più le cacciagioni apparecchiate in dispensa, il
pollame, le pesche, le selvaggine, e quanto è d’uopo a un magnifico
imbandimento: perché il fuoco dal canto suo è indifferente a cuocere tutto ciò
che gli sia parato dinanzi allo stesso modo. Così il sole, la luna, e molto più
i pianeti e le costellazioni di forze tanto più incognite, sono dal canto loro
cagioni indifferentissime degli effetti sullunari, e lasciano variamente
determinarsi dalla materia che incontrano per la via, e dalle disposizioni, or
avverse ed ora propizie, a produr la forma.
V. Quinci è l’indovinare che fan spesso i medici, i marinari, gli agricoltori, perché osservano le cagioni particolari, e le disposizioni che trovano ne’ corpi, nelle nuvole, nelle nebbie, e in tutto l’emisfero, aperto ai lor guardi. E quindi altresì l’abbaglio che prendono gli astrologi tutto dì ne’ loro almanacchi,a segno tale, che Pico asserì (L. 2. Inastrol. n. 9) da uomo di onore, che di centotrenta giorni osservati da lui, secondo le predizioni astrologiche di quell’anno, appena ne trovò sei o sette, che non si dilungassero assai dal vero. Ciò appare più manifesto, quando gli astrologhi si danno a pronosticare successi più disusiti: perciocché in questi si appongono men che in altri. Eppure, se la loro arte fosse arte veramente, e non fondaco di chimere, in questi si dovrebbero apporre più, da che gli effetti più strani (come quei che provengono da cagioni più solenni e più segnalate) sarebber loro più agevoli a dar su gli occhi. Riferisce lo Scaligero (Millet. 1. c. prop. 6). che nell’anno 1186 congiugendosi i pianeti superiori cogl’inferiori, predisser gli astrologi tali turbini e tali tempeste, da metter terrore infino alle torri. Eppure quell’anno fu il più pacato che mai. Similmente l’anno 1524 per alcune magne congiunzioni de’ pianeti ne’ segni acquosi, e per alcune mediocri predissero nel venturo febbraio un diluvio inaudito a tutta la terra, con tale asseveramento che, spaventatene varie provincie di Europa, si apparecchiarono da più d’uno barche ben corredate, ben chiuse, e ben anche fornite di vettovaglie, per divenire ciascuno alla sua famiglia quasi novello Noè, in quell’universale naufragio. E pure corse quel febbraio poi tutto così sereno, che mai non cadde dal cielo una sola gocciola, a confusione di tanti ingannatori dell’universo e tanti ingannati. Ma ciò vuol dire badare alle cagioni remote, più che alle prossime. Onde qui può calzare opportunamente la sentenza che die quel famoso principe, il quale, animato dall’astrologo ad intimare una bella caccia, sotto promessa di tranquillissimo cielo in tutto quel dì, si udì per via dire da un rustico, il quale guidava l’aratro, che si guardasse, perché poco poteva tardare a piovere, e fu così. Onde alterato quel grande, chiamò il bifolco per astrologo in corte, e dannò l’astrologo ad ir per lui dietro i buoi (Cornelio a Lap. in Ier. c. 10. n. 2).
VI. Ora se non sanno essi cogliere quei germogli che hanno le loro radici
nella natura, con quale uncino arriveranno a que’ frutti che sono parti del
solo libero arbitrio?
II.
VII. Senonchè dissi male quando affermai che i genetliaci indovinan
senz’arte. Anzi indovinano spesso con arte grande, ma di fallacia. Primieramente
sogliono predir cose che, non avvenendo, sarebbero più ammirabili che avvenendo:
Una
gran dama viaggia con riuscimentopoco felice. Una
gran lite si terminacon la concordia delle parti. Un corriere portagran
nuove. Guerre, sedizioni, ire de’ principi,minacciate da
Marte opposto a Mercurio. Matrimonisconcertati da
Mercurio nella settimana.Prodigalità e
scialacquamenti, significati daMarte
nell’undecima. E che proposizioni sono mai queste, da porsi in
conto di predizioni, quando chi dicesse vero, negando dover succedere alcuna di esse, sarebbe maggior astrologo di tutti quei
che lo dicano, sostenendole? Eppure un solo annuncio di tali, che si verifichi in
tutta la latitudine dell’Europa, ecco l’astrologia
canonizzata da loro per venerabile.
VIII. Dall’altro lato puntellano con tante condizioni questi pronostici, tuttoché universali, che ben si scorge, come neppure i loro architetti medesimi gli han per saldi: Un potentatorisanerassi di una gran malattia. S’intende, dicon eglino, quanto a ciò che vien dalle stelle, rimanendo poscia a vedere che il medico non tradisca, che la medicina non tardi, che lo ammalato dal lato suo non disordini, che Dio non voglia punirlo per altro capo : vi potrebbero aggiungere questo ancora: Che egli non muoia prima di alzarsi diletto, e con questo avanzare tutto lo studio sulle tavole di Tolomeo, tutta l’inspezion degli astri, e tutto l’impazzimento degli astrolabi. E qual è quel contadinello che non sappia’ predire qualunque effetto, sotto questa limitazione: purché conspirino tutte fra sé di concerto quelle cagioni, cui si appartiene il produrlo?
III.
IX. Ma forse che
la leggerezza degli uomini non concorre fortemente ancor essa ad accreditare
un’arte sì fallita? Possiamo dir che i pronostici avverati in alcuna parte son
tanti, quante son le foci del Nilo, e i non avverati son quante le sue renuzze.
E pure il volgo seppellisce in perpetua dimenticanza le continue falsità degli
astrologi, come si fa de’ morti in campagna, e quell’unico riuscimento, che sia
felice, vien da lui portato in trionfo su tutti i fogli volanti, come un
campione. Quanti predissero a Pompeo l’imperio di Roma? Quanti il predissero a
Cesare? E pure di tanti astrologi falsi niun sapria nulla, se non l’avesse narrato
a loro smacco un uomo sensato, qual era Tullio (L. 2. de div.). All’incontro perché
Nigidio. al nascer di Augusto, disse ad Ottavio, padre di lui, esser nato il
padron del mondo, E nome di Nigidio, quando Augusto imperò, volò su le stelle.
E pure non poté dir egli ciò che per adulazione riuscita prospera dalla combinazion
di mille accidenti, impossibili allora
ad indovinarsi da mente umana? Se non fosse riuscita, Nigidio non ne avrebbe patito nulla – asserendo tutti gli astrologi ad una
voce (lui. Firm. il. 2. c. ult. Card. sect. 1, aph. ult. et in genit. Caroli V. et alii), che dall’oroscopo di una persona sola non sì può
sapere ciò che spettasi alla
repubblica, e molto meno alla
mutazion di repubblica in monarchia- ; e perchè riuscì, potè Nigidio porre in
eredito l’arte a onta della ragione.
X. Parimente non sa il popolaccio avvertire che bene spesso non fa
preveduto il successo come futuro, ma succedette, perché si stimò Preveduto. Mi
spiegherò. Per incalorire il suo esercito alla battaglia, che voleva dare a’
Romani, gli disse Annibale. quartierato alle Canne, che la vittoria era certa, perché
le stelle l’avevano a tutti prenunciata a quel passo, colma di gloria. E tale
ella fu, non perché le stelle l’avessero prenunziata, ma perché avvivati da
quella falsa persuasione i soldati combatterono con tal animo, che fecero de’ nemici
una immensa strage. Così colui conseguì il matrimonio predettogli dall’astrologo,
quell’altro la dignità, quell’altro il danaro, non per virtù de’ pianeti che si
sbracciassero a favorirli, ma per l’industria risvegliata in coloro dal
vaticinio. Questo fe’ che si dessero a portare i trattati del parentado più
caldamente, a corteggiare, a contrattare, ad imprendere tutto ciò, donde si
promettevano ogni fortuna,
e così l’ottennero. All’incontro il pronosticamento di avere a morir di parto, mise in colei tal tristezza, che ne mori. Il pronosticamento di avere a perdere la lite, fece che si trascurasse la causa; e il
pronosticamento di avere a perdere
il lucro, fe’ che si troncasse il
commercio. E così tutto questo fu male
vero. Ma perché fu? Perché l’uomo lo fece
divenir vero da se medesimo, non perché
il facesser le stelle.
XI. In ogni caso è
certissimo che gli eventi più belli, addotti dagli astrologi in prova della lor
arte, non potevano prevedersi, anche stando a ciò che ne affermano i loro
autori: perché i più belli sono quelli che più vengono all’espressione di tutte
le circostanze individuali. E pure Tolomeo, seguito in tale scuola come il
maestro più irrefragabile, asserisce che non posson gli astrologi, secondo l’arte,
predire senonchè cose grosse, generiche e indefinite. A cagion d’esempio,
possono predire bensì breve o lunga vita ad un uomo, ma non già il dì per appunto
della sua morte, e molto meno il modo, se di laccio, se di spada, se di sasso,
se di pistola, perché in ordine a questi predicimenti le stelle non vi
s’impacciano: vi vuol Dio: Solo numine afflati dice Tolomeo (Quadr. 1.2.
cent. n. 2) prædicunt particularia. Pertanto il dire che Marte
nell’ottava casa significa morte di veleno, o che la cagiona; e il dire che Mercurio
combusto predice incendi derivati da fuoco artifiziato, essendo Mercurio il
padre delle arti; non solo è sognare a occhi veggenti, ma è un contravvenire
agl’insegnatori della professione medesima, travalicando di molto i limiti
stabiliti dalle lor leggi. Onde quell’astrologo (Al. de Ang. 1. 4. c. 37), il
quale di sé predisse in Milano che sarebbe morto di trave a lui caduta sul
capo, e non di mannaia (cui l’avea dannato il suo duca, solo affine di farlo
apparir bugiardo), se di trave in capo veramente morì quando andava al ceppo,
sicuramente nol potea saper dalle stelle sue famigliari, perché in tutte le
stelle non v’è aspetto, non v’è combinazione, non v’è congresso, che significhi
morte di trave in capo, come egli stesso secondo le sue regole, avea a tenere
per saldo.
XII. A restringere
dunque le molte in poche: ecco a quali miniere infin si riduca quell’oro che
tanto i giudiziari ci spacciano per eletto. Se v’ha mai nulla di vero, o
lavorollo il caso, con favorire, quasi suo benemerito, chi più tirò a indovinare:
o lavorollo una tale alchimia furbesca di forme ambigue, e di finzioni avvedute,
che tra lor corre: o lavorollo la credulità della gente, vaga di accettar per oracoli
le imposture, solo che ne speri alcun prò.
IV.
XIII. A chi poi tali miniere non paiono sufficienti, sant’Agostino ne addita un’altra più cupa, alla quale io non ardirei di discendere se un tant’uomo, animandomi per la via, non mi conducesse laggiù fin di mano propria (S. Aug. 1. 1. de doctor. Chr. c. 21. 22. Et 23. et. 1. 2. de Gen. ad litt. c. 18). E tal miniera è l’intimo degli abissi: portando egli opinione, che tali indovinamenti di leggieri procedano in vari casi per opera de’ demoni. His omnibus consideratis (ecco le parole giuste del santo – De civ. Dei 1. 5. c. 7. in fine -, dopo lungo discorso da lui tenuto su tali indovinamenti) His omnibus consideratis, non immeritocreditur, cum astrologi mirabiliter multa verarespondent, occulto instinctu fieri spirituum non honorum, quorum cura est has falsas et noxiasopiniones de astralibus fatis inscrere humanismentibus, atque firmare, non oroscopi notati etinspecti aliqua arte, quæ nulla est.
XIV. Né sia chi
opponga essersi da noi detto già che il futuro accidentale, o arbitrio, di cui
si parla, sia occulto a’ demoni ancora: perché molto essi ne giungono a
presagire con la loro acuta sagacità, molto con la loro antica sperienza, molto
con la loro attenta investigazione, e molto ancora più con quella possanza che
Dio lor talora permette di effettuarlo (S. Aug. 1. 3. de Gen. ad lit. c. 17. Et de div. dem.), ad ingannamento
maggiore di quei meschini, i quali non essendo più che uomini come gli altri,
si danno all’astrologia, perché la vorrebbero fare da Dii tra gli uomini: illudentibus
eos, atque decipientibus prævaricatoribusangelis, quibus ista pars
mundiinfima, secundum ordinem rerum divinæ providentiælege. subjecta
est (S. Aug. 1. 2. De doctr. Chr. c. 23). E cosi appunto Iddio lasciò che
restasse malamente ingannato Giuliano apostata, scrivendo il Nazianzeno di lui,
che la sua dimestichezza esecrabile co’ diavoli principiò dall’astrologia, cioè
dall’arte di formare la natività a questo ed a quello, e dalla voglia di
risaper da quei maligni il futuro, nascoso al mondo: Quas artes secuta est postea præstigiarum exercitatio.
XV. Quinci notò
dottamente sant’Agostino ne’ luoghi addotti, che quando il Signore nelle sue
divine scritture ci vietò di andar dietro ai divinamenti, non cel vietò, perchè
questi talora non si avverassero; cel vietò, perché quantunque si avverino,
sono infidi; anzi allora più sono infidi, che più si avverano; perché allora
riescono più possenti ad avviluppare gl’incauti, che mal discernano ciò che
fann’essi. da ciò che fanno i diavoli, pronti ad intromettersi (ancorché non chiamati)
nel cuor dell’uomo, quando questi superbo vuol elevare ancor egli sé sopra sé,
come fe’ lucifero e farsi nella scienza simile a Dio.
XVI. E questa anche
fu la cagione, per cui da’ dottori sagri dalle leggi civili o dalle canoniche, dalle
bolle pontificali, e da qualsisia magistrato universalmente (L. Artem. c. de male!’,
et math. I. nemo eodem tit. lib. Etsi cod. tit. I math. c. de
Ep. aud. decr. 26. q. 2, c. sed et illud, et q. 3. c. illud legis, et q. 5. c. non
liceat. Conc. Bracar, can. 10. et lat. sub. Leon. X . Sixt. V.
in bull. adv. astr. etiamsi asserant se non certo affìrmare quæ die de futuris
contingentibus aut actionibus ex hum. volunt. pendentibus; 1. 2. c. 17), sieno
i genetliaci stati sempre perseguitati, come peste della repubblica, non
solamente per la perversion de’ costumi che essi cagionano in altri,
massimamente dall’ingenerare ne’ cuori questa opinione, che invece della provvidenza
divina sieno le stelle natalizie quegli arbitri che a ciascuno dispensano il bene
e il malo; ma molto più per quella perversità di cui conviene che sien già
colmi in se stessi, mentre divengono scolari pessimi di maestri peggiori, con
soggettarsi, tuttoché non volendo, alle fraudolenze ancor essi degli spiriti
ribelli, padri egualmente, come chiamolli Lattanzio ( L . 7. e. 17), e della
astrologia e della magia.
XVII. Chi pertanto sarà quel giudice iniquo, che dopo avere ascoltato questa razza di rei, pur li voglia assolvere, quasi che si difendano a sufficienza. Anzi ciascuno gli ha da dannare senza indugio, non si potendo tollerare nel genero umano un momento solo chi, per sottrarsi alla provvidenza celeste, elegga più volentieri di sottoporsi alle illusioni diaboliche, gravi nella magia, ma forse più gravi ancor nell’astrologia. Nella magìa ritengono i demoni la propria forma di larve spaventose e di lamie sozze: nell’astrologia vengon sott’abito trapuntato di stelle.
ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉSET MÉDITÉS
A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES
SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.
[I Salmi
tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e
delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli
oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]
Par M. l’Abbé
J.-M. PÉRONNE,
CHANOINE
TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et
d’Éloquence sacrée.
[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di
Scrittura santa e sacra Eloquenza]
TOME TROISIÈME (III)
PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878
IMPRIM.
Soissons, le 18
août 1878.
f ODON, Evêque de Soissons et Laon.
Salmo 144
Laudatio ipsi David.
[1] Exaltabo te, Deus meus rex;
et benedicam nomini tuo in sæculum, et in sæculum saeculi.
[2] Per singulos dies benedicam tibi, et laudabo nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
[3] Magnus Dominus, et laudabilis nimis; et magnitudinis ejus non est finis.
[4] Generatio et generatio laudabit opera tua, et potentiam tuam pronuntiabunt.
[5] Magnificentiam gloriæ sanctitatis tuae loquentur, et mirabilia tua narrabunt.
[6] Et virtutem terribilium tuorum dicent, et magnitudinem tuam narrabunt.
[7] Memoriam abundantiæ suavitatis tuæ eructabunt, et justitia tua exsultabunt.
[8] Miserator et misericors Dominus; patiens, et multum misericors.
[9] Suavis Dominus universis; et miserationes ejus super omnia opera ejus.
[10] Confiteantur tibi, Domine, omnia opera tua; et sancti tui benedicant tibi.
[11] Gloriam regni tui dicent, et potentiam tuam loquentur;
[12] ut notam faciant filiis hominum potentiam tuam, et gloriam magnificentiæ regni tui.
[13] Regnum tuum regnum omnium sæculorum; et dominatio tua in omni generatione et generationem. Fidelis Dominus in omnibus verbis suis, et sanctus in omnibus operibus suis.
[14] Allevat Dominus omnes qui corruunt, et erigit omnes elisos.
[15] Oculi omnium in te sperant, Domine; et tu das escam illorum in tempore opportuno.
[16] Aperis tu manum tuam, et imples omne animal benedictione.
[17] Justus Dominus in omnibus viis suis, et sanctus in omnibus operibus suis.
[18] Prope est Dominus omnibus invocantibus eum, omnibus invocantibus eum in veritate.
[19] Voluntatem timentium se faciet; et deprecationem eorum exaudiet, et salvos faciet eos.
[20] Custodit Dominus omnes diligentes se, et omnes peccatores disperdet.
[21] Laudationem Domini loquetur os meum; et benedicat omnis caro nomini sancto ejus in sæculum, et in sæculum sæculi.
[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.
Vol. XI
Venezia, Girol. Tasso
ed. MDCCCXXXI]
SALMO CXLIV.
Lode di Dio per la sua grandezza, e per le opere di lui, ispirata dallo Spirito Santo a Davide. — È Salmo alfabetico, a giovamento della memoria e del canto.
Lauda dello stesso David.
1.
Te io esalterò, o Dio mio re, e benedirò il nome tuo pel secolo di adesso, e
pei secoli dei secoli.
2. Ogni giorno io ti benedirò, e loderò il nome tuo pel secolo d’adesso, e pei secoli dei secoli.
3.
Grande il Signore, e laudabile oltremodo; e la grandezza di lui non ha termine.
4.
Le generazioni tutte celebreranno le opere tue, e annunzieranno la tua potenza.
5.
Parleranno della magnifica gloria della tua santità, e racconteranno le tue meraviglie.
6.
E diranno come la potenza tua è terribile, e racconteranno la tua grandezza.
7.
Rammenteranno a piena bocca l’abbondanza di tua soavità, e faran festa di tua
giu stizia.
8.
Benigno e misericordioso egli è il Signore: paziente, e molto misericordioso.
9.
Il Signore con tutti è benefico, e in tutte le opere di lui han luogo le sue
misericordie.
10.
Dien lode a te, o Signore, tutte le opere tue, e te benedicano i santi tuoi.
11.
Eglino ridiranno la gloria del tuo regno e parleranno di tua potenza.
12. Per far conoscere ai figliuoli degli uomini la tua potenza, e la gloria magnifica del tuo regno.
13.
Il tuo regno, regno di tutti i secoli e il tuo principato per tutte quante
l’etadi.
Fedele
il Signore in tutte le sue parole e santo in tutte le opere sue.
14.
Il Signore sostenta tutti que’ che stanno per cadere, a rialza tutti que’ che si sono
infranti.
15.
Gli occhi di tutti mirano a te, o Signore e tu dai loro nutrimento nel tempo
convenevole.
16.
Apri tu le tue mani, e ogni animale di benedizione ricolmi.
17.
Giusto il Signore in tutte le sue vie, e santo in tutte le opere sue.
18.
Il Signore sta d’appresso a tutti coloro che l’invocano; a tutti coloro che
l’invoca con cuor verace.
19.
Ei farà la volontà di coloro che lo amano, ed esaudirà la loro preghiera; e li
salve!
20.
Il Signore custodisce tutti coloro che lo temono; e sterminerà tutti i
peccatori.
21. La mia bocca parlerà delle laudi del Signore; e ogni carne benedica il santo nome di lui pel secolo d’adesso, e pe’ secoli dei secoli.
Sommario analitico
In questo canto di lode in onore di Dio
e dei suoi divini attributi, il Re-Profeta espone nei primi due versetti tutto il
soggetto del suo cantico, vale a dire che egli canterà le lodi di Dio in questa
vita e nell’altra (1, 2), poi:
I. – Egli celebra gli attributi infiniti di
Dio:
1° la grandezza infinita di Dio (3);
2° le opere della sua onnipotenza, che
sono di tre ordini e specie (4);
a) le une gloriose e magnifiche (5);
b) le altre amabili, altre terribili nei
castighi dei peccatori (6);
c) a causa della sua giustizia (7),
d) a causa della sua misericordia,
e) a causa della sua longanimità (8),
f) a causa della sua grande bontà nei
riguardi di tutti (9).
II.- Proclama ed invita tutte le creature con
lui a far conoscere:
1° la gloria e la potenza del regno di
Dio (10-12),
2° l’eternità di questo regno,
3° la moltitudine dei soggetti che Egli
comprende (13)
III. – Celebra le virtù del Re stesso, virtù
che sono in Dio, come in Gesù-Cristo,di una perfezione infinita:
1° la fedeltà nelle promesse e la
santità nelle opere (14),
2° la bontà e la misericordia per i
soggetti deboli (15),
3° la liberalità verso i suoi soggetti
(18, 17),
4° la giustizia nei suoi giudizi (18),
5° la facilità a lasciarsi dirigere dai
suoi soggetti (19),
6° la benevolenza, l’affabilità con le
quali Egli accoglie ed esaudisce le loro richieste (21);
7° la provvidenza di cui ricopre i
giusti, e che Egli rivolge contro i peccatori (21).
Egli finisce questo salmo così come lo
ha iniziato, promettendo a Dio di pubblicare le sue lodi nei secoli dei secoli.
(22)
Spiegazioni e considerazioni
I. – 1-9.
ff.
1,
2. –
In questi primi due versetti, che sono come l’esordio del salmo, il Re- Profeta
fa conoscere ciò che si propone di celebrare in Dio, vale a dire gli attributi
che gli sono propri, intanto che Re governante gli uomini e tutto il resto
della creazione. – Il nome di Dio è un nome di re e di padre insieme, ed un re
deve regnare per inclinazione, non come un tiranno con la forza e con la
violenza. L’odio forzato ci dà un tiranno; la speranza interessata ci dà un maestro
ed un padrone, come presentemente si parla nel secolo; l’amore sottomesso per
dovere ed inclinazione dà al nostro cuore un re legittimo. Ecco perché Davide
esclama: « Io vi esalterò, o mio Dio, mio Re. » Il mio amore voi eleverà un
trono (BOSSUET, IIISerm. pour Pâques). « Io benedirò il vostro Nome nel secolo.
» « Nel secolo, » è nel tempo presente, e « nel secolo dei secoli, »
nell’eternità. Cominciare dunque a lodare ora, se lo dovete lodare eternamente.
Colui che rifiuta di lodarlo, nel corso passeggero di questo secolo, sarà
ridotto al silenzio quando sarà venuto il secolo dei secoli. Per timore che si
comprendano altrimenti queste parole: « io loderò il vostro nome nel secolo, »
il Profeta ha detto: « in questi giorni che passano, uno ad uno, io vi
benedirò. » Lodate dunque e benedite il Signore vostro Dio in questi giorni che
passano uno ad uno, affinché, quando i giorni avranno avuto fine, ed il giorno
unico che non avrà fine, sarà giunto, voi passiate dalle lodi alla lode, come
dalle virtù alla virtù. (Ps. LXXXIII,
8). In questi giorni che passano uno ad uno, egli dice, io vi benedirò,
non passerà un solo giorno senza che io vi benedica. Non è strano che
benediciate il vostro Dio, quando il giorno è gioioso; ma cosa farete se si
presenta qualche giorno pieno di tristezza, secondo il corso ordinario delle
cose umane, il gran numero di scandali e la molteplicità delle tentazioni? Cosa
farete? Se sopravviene qualcosa di triste per l’uomo, cesserete dal lodare Dio?
Cesserete dal benedire il vostro Creatore? Se cessate di farlo, smentirete
questa parola: « In questi giorni che passano, uno ad uno, io vi benedirò,
Signore. » Se al contrario, voi non cessate in qualche tristezza che il giorno
vi ha portato, voi vi troverete bene nel vostro Dio. C’è sempre, in effetti,
qualche posto in cui vi troverete bene, anche quando vi troverete male altrove.
Perché, se vi troverete male in qualcosa di cattivo, c’è possibilità, senza
alcun dubbio, di trovarvi bene in qualcosa di buono. E cosa c’è di meglio del
vostro Dio, del quale è detto: « Non è buono che Dio solo » ? (Luc. XVIII, 1, 9) (S. Agost.). – Il Re-Profeta
prende l’impegno di benedire Dio tutti i giorni, senza eccezioni. Ma nel numero
di questi giorni, ce ne saranno di tristi e di nebulosi; ci saranno giorni di
tentazioni, giorni di sofferenze, giorni di tribolazioni. Malgrado questi
contrattempi, egli sarà fedele al santo esercizio che si è prescritto; egli canterà
le lodi del Signore; lo ringrazierà di tutti gli avvenimenti; adorerà la mano
che lo colpisce; e siccome Dio è la bontà e la beltà per eccellenza, questi
giorni consacrati al suo culto diventeranno pure dei bei giorni, giorni
fortunati, giorni che avranno preso l’impronta della felicità di Dio stesso (Berthier).
ff. 3, 4. – Davide ci
mostra or che Dio non ha bisogno delle nostre lodi e delle nostre benedizioni,
che gli inni di coloro che lo servono, nulla possono aggiungere alla sua
Gloria; perché la sua sostanza è al riparo da ogni diminuzione e da ogni
necessità, e le lodi di cui è oggetto volgono unicamente a nostra gloria.
Questo non solo per il bene che ci fa, ma ancora e soprattutto è a causa della
sua grandezza infinita che noi gli dobbiamo le nostre lodi … Nulla gli manca,
ma Egli ha diritto alle nostre lodi, ai nostri inni di adorazione e di amore (S.
Chrys.). – La considerazione della grandezza infinita di Dio opera
grandissimi effetti nello spirito umano, fortifica la fede, ispira una profonda
umiltà, lo stacca efficacemente da tutti i beni creati (Berthier). – « Ogni
generazione passando ammirerà le vostre opere. » Queste opere non sono state
fatte per sussistere per un tempo solamente e sparire in seguito; la loro
esistenza non si limita a due o tre anni, essa si estende a tutto il secolo
presente, di tal sorta che ogni generazione possa contemplarle a sua volta, e
la generazione attuale e quella che segue, quella che dovrà venire ancora in
seguito, tutte le generazioni, in una parola, che si alterneranno sulla terra (S.
Chrys.). – « Ed esse annunzieranno la vostra potenza. » In effetti,
esse non loderanno le vostre opere se non per rendere pubblica la vostra
potenza. Nelle scuole, si danno ai giovani allievi delle lodi da comporre, e questi
soggetti di lode son tutte cose che Dio ha creato. Si propone all’uomo di
lodare il sole, il cielo, la terra, per discendere agli oggetti minori; si
propone lor l’elogio della rosa, l’elogio dell’alloro. Tutte queste cose che si
propongono, che si accettano e si lodano, sono opere di Dio; si celebrano le
opere, se ne tace il Fattore. Per me, io voglio che sia il Creatore che si
glorifichi nelle sue opere; io non amo un lodante ingrato. Come? Voi lodate ciò
che ha fatto, e di Lui, che ha fatto queste meraviglie, non dite nulla? Si
direbbe veramente che se non fosse così grande, voi trovereste in Lui qualche
cosa da lodare. Nelle cose che voi vedete, cosa lodate? La bellezza, l’utilità,
qualche forza, qualche potenza. Se la loro bellezza vi affascina, quanto c’è di
più bello in Colui che le ha fatte? Voi lodate in esse l’utilità, cosa c’è di
più utile di Colui che ha creato tutto? Se lodate in esse la forza, cosa c’è di
più potente di Colui che fatto ogni cosa e che, dopo averle fatte, non le ha
abbandonate, ma che regge e governa tutto? Ecco perché la generazione e la
generazione dei vostri servi non vi lodano, quando lodano le vostre opere, come
questi muti parlanti che lodano la creatura e dimenticano il Creatore. Ma come
vi lodano? « Ed esse pubblicheranno la vostra potenza. » Lodando le vostre
opere esse manifesteranno la vostra potenza (S. Agost.).
ff. 5-7. – Nelle opera del
Signore ci sono meraviglie di terrore, meraviglie di grandezza, meraviglie di
bontà, meraviglie di giustizia, o di equità, o di fedeltà; ed è in qualche modo
questo il piano di omaggi, di cantici, di trasporto di gioia che il Profeta
traccia per le future generazioni. Questo esercizio, che comprende tutti i
doveri della Religione, non è, per così dire, che un preludio ed una bozza in
questa vita. Se queste meraviglie sono infinite – dice San Agostino – come
lodarle con dignità, tanto che si è limitati a qualche momento di esistenza?
Non si può assolvere a questa funzione che nell’eternità, perché la sua durata
è infinita. – Era necessario, aggiunge il santo dottore, aggiungere le
meraviglie del terrore alle meraviglie di bontà; perché sarebbe invano che Dio
facesse delle promesse, se non stupisse anche con delle minacce. Gli uomini
sono presuntuosi, hanno bisogno di essere contenuti dal timore; essi sono
lassi, la vista dei castighi rianima la loro vigilanza; infine i doni di Dio
sarebbero poco stimati se, con la punizione dei colpevoli, non si facesse
vedere quanto sia terribile l’abusarne. San Agostino fa ancora una riflessione
che è per tutti i tempi, e ancora più per il nostro rispetto a quello in cui è
vissuto il santo Padre. Molta gente – egli dice – parla delle meraviglie sparse
in questo universo, e poca del loro Autore. Ci sono, in ogni secolo, degli
osservatori curiosi, dei naturalisti, degli astronomi, degli uomini attenti a
seguire il corso delle rivoluzioni che avvengono nei corpi ed anche negli
spiriti; ma quale cura hanno preso di passare dalle opere della creatura al
Creatore, di riflettere sulla potenza che ha prodotto e che conserva tanti
esseri di cui la varietà, il numero, le proprietà, sono l’oggetto della nostra
ammirazione? Questa osservazione di Sant’Agostino, è di una verità che
l’esperienza conferma, e che diviene tanto più sensibili quanto più gli uomini
si allontanano dall’origine del mondo. Le luci si accrescono sulle produzioni
della natura, sui movimenti dei cieli, sulle ricchezze che la terra ed il mare
contengono nel loro seno, e sembra che la conoscenza di Dio diminuisca nella
stessa proporzione; si abusa del progresso dei lumi sulle opere di Dio, per
forgiare dei sistemi contro Dio; più la natura si sviluppa, più di immaginano
ipotesi assurde per bestemmiare il suo Autore. Sant’Agostino chiamava ingrati
coloro che lodavano le creature senza adorare Colui che le ha create: qual nome
si deve dare a coloro che inventano delle opinioni mostruose, per sottrarre le
sue creature a Colui senza il quale esse non esisterebbero? (Berthier).
– « Proclameranno dal fondo del loro cuore il ricordo e l’abbondanza della
vostra dolcezza. » Felice festino! Cosa mangiano dunque, per riportare nel loro
cuore un tale profumo? « Il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza » Che
cos’è il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza? È ciò che Voi non avete
mai obliato, dopo che noi stessi vi abbiamo obliato. In effetti ogni carne
aveva obliato Dio, e Dio non ha dimenticato l’opera delle sue mani. Il suo
ricordo per noi, che Egli non ha dimenticato, ecco ciò che bisogna pubblicare,
ciò che bisogna raccontare; e siccome questo ricordo di Dio è un dolce
nutrimento, occorre mangiarlo e spanderne in seguito il profumo. Mangiate in
modo da manifestare la vostra sazietà; ricevete in modo da dare. Voi mangiate
quando apprendete; vi spandete profumo del vostro pasto, quando insegnate. Voi
mangiate quando ascoltate; spandete il profumo del vostro pasto, quando
pregate; ma voi non spandete il profumo se non di ciò che avete mangiato.
Vedete l’Apostolo S. Giovanni, conviviante sì avido, perché non era sufficiente
per lui stare alla tavola del Signore: egli si riposava sul petto del Signore (Giov.
XIII, 23) e se egli non beveva a questa fonte nascosta di divini
segreti, qual profumo ha poi diffuso al di fuori? « In principio era il Verbo,
ed il Verbo era in Dio ». – « Essi spanderanno dal fondo del loro cuore il
ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza. » Perché non era sufficiente il
dire: vostro ricordo, o il ricordo della vostra dolcezza? Perché occorreva
dire: « Il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza? » Non serve a nulla
che una cosa sia abbondante, se essa è senza dolcezza; e questa sarà una pena, se
fosse dolce senza essere abbondante (S. Agost.).
ff. 8, 9. – « Il Signore è
buono verso tutti. » Perché dunque Dio condanna? Perché colpisce con i suoi
castighi? Coloro che Egli condanna, coloro che castiga, non sono forse opera
sua? Senza dubbio, essi sono opera sua; e volete voi conoscere che « le sue
misericordie si espandono su tutte le sue opere? Di là viene questa longanimità per la quale
Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. » E non è perché « le sue
misericordie si espandono su tutte le sue opere, che Egli fa cadere la pioggia
sui giusti e sugli ingiusti? » (Matth. V, 5). Le sue misericordie non
si spandono su tutte le sue opere? Egli attende il peccatore con longanimità
dicendogli: « Tornate a me ed Io tornerò a voi. » (Malach. III, 7 e Zacc. I, 3).
Le sue misericordie non si espandono su tutte le sue opere? Ma quando si dirà:
« Andate nel fuoco eterno, preparato per i demoni ed i suoi angeli, » (Matth.
XXV, 41), non sarà più la sua misericordia, ma la sua severità che si
mostrerà. La sua misericordia la estende su tutte le suo opere, ma la sua severità
colpisce non le sue opere, bensì le vostre. Fate sparire le vostre cattive
opere; non resteranno più in voi che le opere di Dio e la sua misericordia non
vi abbandonerà; ma se conservate le vostre opere, la sua severità si abbatterà
non sulle sue opere, ma sulle vostre. (S. Agost.). – Uno degli attributi
più importanti di Dio, ed il più degno delle nostre lodi in questo Essere
sovranamente perfetto, non è l’aver creato il cielo, perché Egli è potente; l’aver
fondato la terra, perché ha in Lui la virtù creatrice; l’aver misurato il corso
dell’anno con la rivoluzione degli astri, perché Egli è saggio; l’aver dato
all’uomo una esistenza animata, perché Egli è la vita; ma è l’essere
misericordioso, essendo pure giusto; è il compatire, pur essendo re;
dissimulare con pazienza i peccati degli uomini, pur essendo Dio. La potenza è
un attributo essenziale della sua natura, la misericordia non esiste che per la
nostra salvezza; per Dio val più non fare uso degli attributi che gli sono
propri, piuttosto che comunicare liberamente agli altri ciò che a Lui è. Ecco perché
la sua misericordia supera tutte le altre opere di Dio, perché le sue opere
meravigliose sono fatte dalla sua natura onnipotente, mentre la misericordia
non è essenziale alla natura divina e non si esercita se non per la salvezza
dell’uomo. (S. Hil.).
II. – 10-13.
ff. 10-12. – « Che tutte le
vostre opere, vi glorifichino, Signore, e che i vostri Santi vi benedicano. »
Che vi rendano grazie, che vi elevino un inno di adorazione, sia gli esseri che
possiedono la parola sia quelli che non la possiedono. Ciascuno di questi
ultimi, in effetti, è costituito in maniera tale che benedica Dio senza poter
elevare la sua voce, con la sua sola natura; questi ha come interprete gli uomini
che lo vedono e lo utilizzavano a proprio vantaggio; gli esseri insensibili
lodano Dio per quel che sono, e gli uomini lo lodano per quel che essi fanno;
con il carattere della loro vita. (S. Chrys.). – « Che tutte le vostre
opera vi glorifichino, » Ma come? La terra non è opera sua? Gli alberi non sono
opera sua? I greggi, le bestie selvatiche, i pesci, gli uccelli non sono forse
opera sua? Sicuramente, tutti questi esseri sono opera sua. E come glorificano
il Signore? Io vedo, in verità, che le sue opere lo glorificano negli Angeli,
perché gli Angeli sono opera sua, e gli uomini sono pure opera sua; di
conseguenza quando gli uomini lo glorificano, le opere sue lo glorificano: ma
gli alberi o le pietre hanno forse una voce per glorificarlo? Che tutte le sue
opere, senza eccezione, lo glorifichino. Ma cosa dite? La terra e gli alberi
pure? Tutte le sue opere! Se tutti lo lodano, perché non lo glorificano tutti?
Questa armonia della creazione, questo ordine così perfetto, questa bellezza
così magnifica che, elevandosi dagli esseri inferiori agli esseri superiori e
che, discendendo dai gradi più alti fino ai più bassi, senza alcuna
interruzione in questa catena i cui anelli presentano dall’uno all’altro delle
differenze mirabilmente proporzionate, tutto questo insieme loda il Signore.
Perché dunque questo insieme loda il Signore? Perché contemplando ed ammirando
la bellezza dell’universo, lodate il Dio. La bellezza della terra è come la
voce di questa terra muta. Voi considerate e vedete la bellezza della terra, ne
vedete la fecondità, ne vedete le forze; vedete come essa riceve le semenze,
come produca spesso frutti che non avete seminato; voi vedete queste meraviglie
e con questa contemplazione voi interrogate in qualche modo la terra, e questo
esame è per voi come una interrogazione. E quando questo esame vi ha riempito
di ammirazione, quando avete sondato i misteri della natura, quando avete riconosciuto
in essa una forza immensa, una magnifica bellezza, una potenza eclatante, poiché
essa non può avere questa potenza da se stessa, il vostro spirito concepisce
che essa non ha potuto darsi l’essere da sé, e che essa non la ottiene che dal
Creatore. In questo sentimento che vi si presenta quando la interrogate, c’è la
voce della sua confessione che essa vi presta perché voi stessi lodiate il
Creatore; perché, quando considerate la bellezza di tutto questo universo,
questa bellezza non vi risponde che con una voce sola: non mi sono fatta io, ma
Dio mi ha creato? (S. Agost.). – « Signore, che tutte le vostre opere vi
glorifichino dunque, ed i vostri santi vi benedicano; » (Ps. CXLIV, 10); e perché
tutti i vostri santi vi benedicano confessando le vostre opere, considerino
come la creazione intera confessi il vostro Nome. Ma Voi, degnatevi di
ascoltare la loro voce che vi benedice; perché, cosa dicono i vostri Santi,
quando vi benedicono? « Essi diranno la gloria del vostro regno e proclameranno
la vostra potenza. » Quanto è potente il Dio che ha fatto la terra! Quanto è
potente il Dio che ha riempito la terra di beni! Quanto è potente Dio che ha
dato a ciascuno la vita che gli è propria! Quanto è potente Dio che ha affidato
tante semenze diverse alle viscere della terra, per farne germogliare piante
così diverse ed alberi tanto magnifici! Quanto Dio è potente! Quanto Dio è
grande! Interrogate la creatura, e la creatura vi risponderà, e voi, santi di
Dio, ascoltando la sua risposta che è come la sua confessione, benedirete Dio
proclamando la sua potenza (S. Agost.). – « Per far conoscere ai
figli degli uomini la vostra potenza e la gloria del suo regno. » Questi beni
fanno vedere che il Signore accetta le nostre lodi, perché gli altri siano
istruiti circa la sua grandezza. Grande è la potenza di Dio, grande è la sua
gloria, ineffabile è la sua maestà, e tuttavia, così grande ed ineffabile
com’è, occorrono delle bocche che le proclamino, a causa dell’ignoranza della
maggior parte dei mortali. Il sole è certo il più brillante di tutti gli astri,
ma gli occhi malati non possono gioire del suo splendore. La provvidenza di Dio
è più splendente del sole stesso; ma coloro la cui ragione è pervertita, le cui
orecchie sono chiuse; non saprebbero riconoscerla, se lo zelo non li istruisse
(S.
Chrys.). – I vostri Santi proclamano dunque la gloria della grandezza
della bellezza del vostro reame, la gloria della grandezza della sua beltà. C’è
dunque per il vostro regno una certa grandezza di beltà; vale a dire che il
vostro regno ha beltà, ed una grande beltà. Poiché tutto ciò che ha beltà,
ottiene questa bellezza da Voi, quale eclatante beltà deve avere il vostro
regno! Che il vostro regno non ci spaventi: c’è una beltà che farà le nostre delizie.
In effetti quanto è grande questa bellezza di cui gioiranno i santi, a cui sarà
detto: « Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete il regno! » (Matth.
XXV, 34). Da dove verranno e dove andranno? Vedete e se potete, per
quanto possiate, concepisca il vostro pensiero la bellezza di questo regno
venturo, in vista del quale noi diciamo nella nostra preghiera: « Venga il
vostro regno. » (Ibid. VI, 10). In effetti noi desideriamo l’avvento di questo
regno; i Santi ci annunciano che questo regno arriverà. Considerate questo
mondo, esso è pieno di bellezza. Quale splendida beltà nella terra, nel mare,
nell’aria, nel cielo, negli astri! E tutte queste magnificenze non stupiscono
colui che le consideri? E questa bellezza non è così perfetta da sembrare che
non se ne possa trovare una più bella? E dappertutto i vermi, i topi e tutti
gli animali che strisciano sulla terra, vivono con voi o in mezzo a questa
beltà; si, essi vivono qui con voi, in mezzo a tanta bellezza. Quale deve
essere lo splendore laddove solo gli Angeli vivono con noi? Ecco perché il
salmista non si è accontentato di dire: « la gloria della beltà; » perché si può
dire « la gloria della beltà » parlando di ogni bellezza che esiste in questo
mondo, sia che fiorisca sulla terra, sia che brilli in cielo; ma le parole: «
ma la grandezza della beltà del vostro reame, » presentano alla nostra
immaginazione qualche cosa che non abbiamo ancora visto, alla quale crediamo
senza averla vista, che desideriamo perché ci crediamo, ed il cui desiderio ci
darà la forza di sopportare tutto con pazienza. È dunque questione della
grandezza di una certa beltà; amiamola prima di vederla, al fine di possederla
quando la vedremo. (S. Agost.)
ff.
13.
–
Il Profeta fa risaltare la differenza essenziale del regno di Dio con il regno
dei principi della terra. Il dominio di costoro è soggetto a continue
rivoluzioni: rivoluzioni nelle loro persone, poiché la morte li toglie
successivamente al loro popolo; rivoluzioni nella loro fortuna, perché sono
soggetti a provare delle disgrazie inaudite dopo una lunga serie di prosperità,
delle sconfitte dopo le vittorie, delle turbolenze dopo anni di pace e di
gloria; rivoluzioni nei loro Stati, poiché i più potenti periscono, i più
deboli si ingrandiscono, e coloro che erano sorti dai detriti e dalle rovine,
divengono i più rigogliosi. Il regno di Dio si estende per tutti i secoli, a
tutte le generazioni; e, quando le generazioni non saranno più, esso sussisterà
ancora, perché è eterno (Berthier).
III. — 14-22.
ff. 14. – « Il Signore è
fedele nelle sue parole. » Cos’è in effetti che abbia promesso e che non abbia
dato? « Il Signore è fedele nelle sue parole. » Ci sono delle cose che ha promesso
e che non ancora ha dato; bisogna crederlo dopo ciò che ha già detto. « Il Signore
è fedele nelle sue parole. » Noi potremmo credere solamente alla sua parola, ma
Egli non ha voluto solamente parlare, ci ha voluto dare la sua Scrittura come
pegno; come voi stessi fareste, volendo dire ad un uomo promettendogli una
cosa: Voi non mi credete, io vi do uno scritto. In effetti, siccome ogni
generazione passa ed un’altra le succede, e così i secoli completano il loro
corso con l’arrivo e la dipartita successiva dei mortali, occorreva che la
Scrittura di Dio sussistesse e restasse un biglietto di Dio, che tutti gli
uomini potessero leggere passando sulla terra, al fine di seguire la via delle
sue promesse. E quanti impegni su questo biglietto si sono già compiuti!
Possono essi esitare a credere alla resurrezione dei morti ed alla vita futura,
le sole promesse che non si sono ancora compiute, allorché gli stessi infedeli devono arrossire quando
Dio entra in disputa con essi. Se Dio vi dicesse: voi avete nelle mani la mia
obbligazione; io ho promesso di giudicare gli uomini, di separare i buoni dai
malvagi, di dare ai fedeli il regno eterno, e voi vi rifiutaste di credervi? Leggete
dunque nel mio biglietto tutte le promesse che Io ho fatto ed entrate in
disputa con me;« sicuramente, se voi esaminate tutto ciò che ho già pagato, voi
potete credere che io pagherò tutto ciò che ancora devo. In questo biglietto, Io
vi ho promesso il mio Figlio unico; Io non l’ho risparmiato, e lo ho offerto
per voi; (Rom. VIII, 32); inscrivete questo debito al numero dei miei
pagamenti (Act. I, 8-11; II, 4). Io ho promesso, con questo biglietto,
l’effusione del sangue ed il coronamento dei miei gloriosi martiri; aggiungete
questo debito al numero dei miei pagamenti. (S. Agost.). – « Egli è santo in tutte le sue opera. » La
santità: tale è la legge dell’essere di Dio, della sua vita, della sua
operazione, delle sue opere e delle creature che lascia cadere dalle sue mani:
« Santo, Santo, Santo è il Signore! » esclama il Profeta. La santità! In questa
unica parola si trova raccolto tutto ciò che Dio è, tutto ciò che Dio fa. Prima
dei tempi, quando Egli era ancora solo con se stesso al suo tempo, suo luogo e
suo tutto, e dopo tutti i secoli, quando le creature, al termine della loro
corsa, rientreranno nel riposo che Egli ha loro assegnato, Dio sempre è Santo,
Santo in se stesso, Santo negli eletti, Santo nei riprovati, Santo nel più alto
dei cieli, Santo nel fondo degli abissi dell’inferno. Principio e fine di ogni
cosa, Egli si impone ad ogni vita per santificarla, ed opera questa
santificazione con un contatto misterioso che vivifica o che uccide, che
consuma nella salvezza o nella perdizione, ma che sempre è santo. (Mgr
BAUDRY, Le Coeur de Jésus, 331). – Dio è santità infinita, perché
l’Essenza divina è la radice e la sorgente di ogni santità. Egli è santo,
perché Egli è la regola, il modello, l’esemplare di ogni santità; Egli è santo
perché è l’oggetto di ogni santità, che non può essere che l’amore di Dio e
l’unione con Lui; Egli è Santo, perché e il principio di ogni santità, che Egli
diffonde negli Angeli e negli uomini, e che è l’ultimo fine verso il quale la
santità è necessariamente diretta. Supponendo anche che noi siamo santi, cosa
sarà la nostra santità creata nell’essere comparata a quella di Dio? Egli è Santo
in se stesso, e da se stesso, Santo per essenza, ciò che è impossibile ad una
creatura che, secondo la teologia, non può essere, per sua natura, Figlio di
Dio, Essere impeccabile, avere lo Spirito Santo e vedere la natura divina. La
nostra santità consiste nei doni sopraggiunti gratuitamente alle debolezze ed
alle incapacità della nostra natura finita; quella di Dio è sostanziale, è la
sostanza sua propria; la nostra non è che una qualità, un accessorio, una
illuminazione dello spirito ed un movimento del cuore che ci vengono da Lui;
quella di Dio è infinita e nella sua intensità, e nella sua estensione, come
noi non ne abbiamo, ahimè! Bastano parole molto basse per esprimere l’estrema
debolezza, il deplorevole languore, la povertà della nostra santità più
eclatante e più ardente. La santità di Dio è infinitamente feconda, perché essa
è l’origine, il sostegno, l’esempio, l’incoraggiamento di ogni santità creata;
la nostra è feconda anche, perché è nella natura della santità, ma quanto poco
abbiam fatto, a quante anime abbiamo insegnato a conoscere Dio ed amarlo? (FABER,
Le Créât, et la Créât., p. 145,
146).
ff.
15.
–
Il Profeta, dopo avere attestato la grandezza del regno di Dio, la verità della
sua parola, l’inalterabile santità della sua condotta, parla di nuovo della sua
clemenza, che soprattutto fa la gloria del suo regno; egli ce la presenta
sostenente coloro che sono ancora in piedi, prevenendo la caduta di coloro che
sono sul punto di cadere, rialzando infine coloro che sono a terra e, cosa più
mirabile, non a questi o a quelli, ma a tutti accorda una tal grazia, a tutti,
senza eccettuare i poveri, gli uomini della condizione estrema. Egli è il
Signore di tutti, non saprebbe passare al fianco di un uomo caduto, né chiudere
gli occhi su colui che vacilla. Ciò che Egli fa per l’umanità intera, lo fa per
ciascun uomo in particolare; Se questi è tra i caduti che non si rialzano, non
è perché gli manchi il soccorso, è perché non vuole profittarne. (S.
Chrys.).
ff.
16,
17. –
Il Re-Profeta passa dopo ad un altro ordine di benefici: « E Voi date a tutti
il loro nutrimento al tempo opportuno. » Questo non è precisamente la pioggia,
la terra o l’aria, è l’ordine stesso di Dio che produce la messe o i frutti «
nel tempo opportuno, » per ricordarci che ogni cosa ha il suo tempo
determinato, che le produzioni della terra cambiano con le stagioni. Nulla
manifesta in modo più evidente, la saggezza di Dio, che questa attenzione che ha
nel non darci in ogni tempo ed a distribuire le nostre risorse nel corso
dell’anno (S. Chrys.). – « Dio concede a tutti il loro nutrimento in tempo
opportuno. » Egli assiste gli indigenti quando sono nel bisogno, non accorda il
superfluo a coloro che lo desiderassero per abusarne; Egli spoglia qualcuno
dalle sue ricchezze, perché le possiedono a sproposito e senza utilità per il
bene degli altri. La sua Provvidenza è asservita alle circostanze, ai bisogni,
allo stato, ai doveri di tutti gli uomini (Berthier).
ff.
18.
–
« Il Signore è giusto in tutte le sue opere. » Sia che Egli colpisca, sia che
guarisca, il Signore è giusto e non c’è ingiustizia in Lui! Tutti i Santi, in
mezzo alle afflizioni che hanno subito, hanno cominciato con il lodare la sua
giustizia ed hanno così implorato i suoi benefici, hanno cominciato col dire:
ciò che Voi fate è giusto! Così pregava Daniele, così pregarono gli altri
Santi: giusti sono i vostri giudizi, la nostra sofferenza è meritata, la nostra
sofferenza è giusta. (Dan. III, 27 e IX, 5). Essi non
hanno attribuito a Dio alcuna mancanza di equità, non lo hanno tacciato né di
ingiustizia né di errore; essi hanno cominciato con il lodarlo quando li
castigava ed è così che hanno sentito che li nutriva. « Il Signore è giusto in
tutte le sue vie. » Che nessuno lo creda ingiusto, quando soffra qualche
dolore; ma che lodi la giustizia di Dio ed accusi la propria ingiustizia: « Il
Signore è giusto in tutte le sue vie e Santo in tutte le sue opere. » (S.
Agost.).
ff.
19.
–
« Il Signore è vicino a tutti quelli che lo invocano in verità. » Molti lo invocano,
ma non in verità. Se cercano di ottenere da Lui qualche altra cosa che non sia
Lui, essi non lo cercano. Perché amate Dio? Perché mi ha dato la santità! Il
fatto è evidente, è Lui che ve l’ha data; perché la salvezza non può venire da
nessun altro che Lui. Io l’amo, perché Egli mi ha dato, a me che non avevo
nulla, una sposa ricca che mi serve bene. È Lui che ve l’ha data, voi dite il
vero. Io l’amo, perché mi ha dato figli numerosi e buoni, mi ha dato dei servi,
tutti i miei beni. È per questo che l’amate? È per questo che non domandate
nulla più? Avete ancora fame, battete ancora alla porta del padre di famiglia,
c’è ancora qualcosa da darvi: voi siete nella mendicità in mezzo a tutti questi
doni che avete ricevuto, e non lo sapete; voi portate ancora gli stracci della
vostra carne mortale; voi avete dunque ricevuto la veste gloriosa
dell’immortalità, o essendo già sazi non la chiedete? « Beati coloro che hanno
fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » (Matth. V, 6). Se dunque
Dio è buono, perché vi ha dato questi beni, quanto sarete più felici quando
Egli si sarà dato Egli stesso a voi! Voi avete desiderato tante cose da Lui, ma
io ve ne scongiuro, desiderate anche Egli stesso, perché veramente questi beni
non sono più dolci di Lui, o piuttosto non gli sono in alcun modo paragonabili.
Di conseguenza, colui che preferisce Dio, pur avendo ricevuto i doni di cui si
rallegra, a tutto ciò che già ha ricevuto da Dio, costui invoca Dio in verità.
(S.
Agost.).
ff.
20.
–
Ci è sufficiente chiedere con fede e nell’ordine della salvezza, sollecitare
con una convinzione indistruttibile, per essere esauditi almeno nella maniera
più utile ai nostri veri interessi. È vero, e questi mirabili risultati non
sono che il commentario di queste parole del Profeta: « Dio farà la volontà di
coloro che lo temono e, a maggior ragione, di coloro che lo amano. » Il Signore
– dice Origene – vuole che, nella preghiera, le nostre disposizioni siano tali
come se parlassimo ad un altro Dio: Io voglio che siamo i figli di Dio,
affinché siamo i coeredi di suo Figlio. (Orig. Hom. II, in Ps. XXVII, 34). –
« Egli farà la volontà di coloro che lo temono. » Qual uomo non crederebbe di
degradare la divinità con espressioni simili: « Fare la volontà? » Qual re,
qual principe direbbe di fare la volontà dei suoi sudditi? E di chi oserebbe
dirlo come di un elogio? A maggior ragione, nessuno oserebbe dirlo di Dio. È
che in tutte le nostre idee sulle grandezze divine, quando queste idee non sono
che nostre, noi uniamo sempre involontariamente ciò che in noi si mescola più o
meno in ogni grandezza, cioè l’orgoglio. Dio non saprebbe essere orgoglioso,
perché non può compararsi al nulla, ed è per questo che non può temere come
noi, di discendere. (La Harpe).
ff.
21,
22. –
Vedete – dice Sant’Agostino – qual sia la severità di Colui che ritrova tanta
clemenza e tanta bontà. Egli salverà tutti coloro che mettono la speranza in
Lui, tutti i fedeli, tutti coloro che lo temono, tutti coloro che lo invocano
in verità, « ed Egli perderà tutti i peccatori, » cioè coloro che perseverano
nei loro peccati, coloro che disperano del perdono dei loro peccati, e che con
questo disperare possa accumulare peccati su peccati, o coloro che, con una
colpevole presunzione, si prometteno il perdono, e che questa promessa che si
fanno, li ritenga nel peccato e nell’empietà (S. Agost.).
Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (14)
[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de
Jesus, Tolosa 1891]
TERZA PARTE
MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE
Capitolo XII.
IL CUORE DI GESÙ
ED IL MATRIMONIO.
Idee generali sul Sacramento del Matrimonio.
Se
c’è uno stato nella società che esige un amore puro e sacrificale, è senza
dubbio quello che impone all’uomo i pesanti fardelli della paternità; alle
donne i dolori, i pericoli e le angosce della maternità, la sottomissione ai
mariti che porta con sé un legame perennemente indissolubile, ai genitori il
doloroso dovere di educare i figli: in una parola: il matrimonio. Per fornire
agli uomini un mezzo per adempiere agli obblighi quasi sovrumani di questo
stato, Gesù Cristo ha anche istituito un Sacramento. Attraverso di esso,
riversa la dolcezza nei cuori disposti ad unirsi a Lui, santifica l’amore che
la natura ispira e lo riveste con la qualità e la forza che non potremmo
sperare nella natura. Anche il matrimonio merita di essere chiamato il
Sacramento del Cuore di Gesù. Se ci fosse permesso di esprimere un sentimento,
diremmo che non ci piace il fatto che le istruzioni date al popolo in questa
materia siano così scarse. Cosa significa questo? Che molti che le apprendono
non hanno imparato a considerarle alla luce della fede e praticamente ci vedono
poco più di quello che vede il mondo, cioè un contratto civile ed un cambio di
posizione. Ignorando sia i beni che il Sacramento conferisce, loro sia i
pericoli da cui intende liberarli, non sanno né godere dei primi né fuggire dai
secondi. Non essendo stati sufficientemente preparati nella loro giovinezza ad
i loro obblighi futuri, perdono le abitudini e i sentimenti di un’educazione
cristiana, quando ne avrebbero maggiormente bisogno e potrebbero produrne i
frutti più grandi.
Rapporto tra il Cuore di Gesù e il matrimonio.
A) Intimità
dell’unione del Verbo con la natura umana e l’intimità dell’unione coniugale.
Alcuni
si stupiranno che si possa anche solo pensare di cercare un rapporto tra il
Cuore verginale di Gesù e lo stato opposto alla verginità. Ciononostante,
esiste. Nella sua epistola agli Efesini, San Paolo ci fa vedere come la santità
e la nobiltà divina del matrimonio derivi dall’essere immagine ed estensione
dell’ineffabile, indissolubile e feconda alleanza che il Verbo di Dio ha stretto
con la Chiesa nell’Incarnazione. Questa alleanza è stata prefigurata nell’unione
di Adamo ed Eva, il cui primo frutto, e organo infinitamente fecondo, è stato
il Cuore di Gesù. Quando Adamo si svegliò dal suo sonno misterioso, vide
davanti a sé la sposa che Dio aveva appena formato dalla materia più vicina al
suo cuore, ed esclamò: « Ecco, questa è la parte più profonda delle mie ossa e
la carne della mia carne; l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si congiungerà
con sua moglie. » Con queste parole formulò le leggi eterne del matrimonio e
pose le basi della società umana. Quanto sono toccanti le analogie tra le due
unioni, ma soprattutto le loro differenze! Quando Dio decide di unire Adamo ed
Eva, inizia col separarli. Toglie qualcosa al primo uomo per farne una persona
diversa, ma dice anche che sono due in una sola carne. Quando la Parola di Dio
vorrà unire la nostra natura, troverà i mezzi per unirla a Sé con un legame
così stretto da formare con essa una sola persona. Adamo ed Eva, marito e
moglie, per quanto teneri nell’amore che li unisce, sono due esseri
indipendenti, e hanno due cuori, solo moralmente in sintonia tra loro. In Gesù
Cristo, invece, il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo, la natura divina e la
natura umana formano una sola sostanza completa, hanno un solo cuore in cui l’amore
divino e quello umano confondono le loro fiamme, ed è sia il Cuore di Dio, che
il cuore dell’uomo.
B) Fertilità
dell’unione del Verbo con la natura umana e dell’unione matrimoniale.
Adamo
ed Eva hanno trasmesso ai loro discendenti solo una vita umana, che, pur
emanando dalla loro, è totalmente diversa da essa. E lo sarà ancora di più
quando si avvicinerà alla perfezione. Più il bambino cresce e diventa forte,
meno ha bisogno della compagnia e del sostegno dei genitori. Inoltre, presto li
lascerà per fondare una nuova famiglia egli stesso. Molto diversa è la
fruttuosa unione del Verbo di Dio con la nostra natura. Dando questa unione al
Verbo una vita umana, Egli la dispone a dare agli uomini una vita divina, che,
riversata dall’inesauribile fonte del suo Cuore, non sarà solo un’emanazione,
ma la vera comunicazione della sua stessa vita. Coloro che la riceveranno
saranno figli di Dio e allo stesso tempo suoi membri viventi. Ogni loro atto e
movimento sarà l’effetto dell’influenza del Cuore di Gesù e la loro vita sarà
tanto più esuberante e vigorosa quanto più intima sarà la loro unione con il
Cuore Divino. La Chiesa, che è la società degli uomini animata dalla vita di
Gesù Cristo, non è solo la famiglia di Dio, ma è veramente il Corpo di Dio.
C) L’unione del
Verbo con la natura umana, modello di unione della famiglia.
Se
l’unione di Dio con la nostra natura è infinitamente più stretta di quella che
esiste nel matrimonio tra marito e moglie, tra genitori e figli, è anche un
modello per loro. È questa la meta a cui, per volontà di Dio, deve tendere
continuamente, anche se non potrà mai raggiungerla. I coniugi cristiani non si
ameranno mai l’un l’altro come si amano Gesù Cristo e la Chiesa. Un uomo non
farà mai per la sua compagna di vita ciò che il Figlio di Dio ha fatto per la
povera umanità quando, mosso da un amore ineffabile, scese dal cielo e la tirò
fuori dal fango dove era già povera, sporca, coperta di stracci, rosa da
orribili piaghe e la lavò con il suo sangue, curò le sue piaghe, la adornò con
la sua porpora e la fece sedere sul suo stesso trono. D’ora in poi Essa sarà
inseparabile dalla sua divinità. Ha lo stesso fine e le stesse prerogative e la
stessa gloria e la stessa eternità. Il Figlio di Dio, facendo sue tutte le sue
miserie, le ha dato l’unico possesso di tutti i suoi beni. Anche la moglie più
sacrificata non farà per il marito quello che la Chiesa ha sempre fatto per
Gesù Cristo. Ereditiera di tutte le sue ricchezze e di tutte le sue glorie,
Regina della terra, come Egli è il Re, non vuole altro privilegio in questo
mondo che soffrire per il suo Sposo Divino, continuare il suo Sacrificio,
immolare se stessa per Lui come Egli si è immolato per Essa. È una serie di
persecuzioni, ignominie, lotte, sconfitte. Non c’è potere umano che non abbia
messo le mani su di Essa e che non abbia potuto vantarsi di averla combattuta.
Tutto il suo desiderio è stato quello di pagare l’immenso debito d’amore che
aveva verso l’Uomo che è morto per Essa. Non sarà considerata felice finché non
si sentirà una copia viva della lunga passione di trentatré anni che Gesù
Cristo ha sofferto per Essa in questo mondo. I veri coniugi cristiani avranno
sempre questo modello davanti agli occhi e faranno di tutto per diventare
giorno dopo giorno più simili ad esso. Nel legame che li unisce, essi vedranno
prima di tutto il dovere di sacrificarsi l’uno per l’altro.
D) Lo Spirito
Divino lega tra loro gli sposi cristiani.
Questo
Spirito è reale e veramente presente nel cuore degli sposi cristiani, che è il
legame vitale dell’unione ineffabile di Gesù Cristo e della Chiesa, che ha
spinto Gesù Cristo a immolare se stesso per la Chiesa e la Chiesa per Gesù
Cristo, che ha tanto addolcito il Cuore di Gesù le sue pene più amare, che a
sua volta ha alleggerito le tribolazioni più crudeli della Chiesa. Esso è
veramente presente nel cuore dei coniugi cristiani e produce gli stessi
effetti: fa sopportar loro con gioia le prove che la loro unione comporta ed
accettare, senza mai scoraggiarsi, la sottomissione e le delusioni che l’accompagnano.
Questa unione neutralizza la diversità delle opinioni e dei caratteri; previene
o attenua gli attriti; alleggerisce i fardelli; addolcisce i dolori; dona
piacere e consolazioni di cui non avrebbero mai assaporato la dolcezza, se
avessero aspettato e cercato solo i piaceri terreni. Mentre le unioni che
nascono dalla passione o dal puro affetto naturale di solito si allentano in
breve tempo e vengono frantumate in un giogo insopportabile, il contrario
accade per quelle di coloro il cui legame è il Cuore di Gesù: queste si stringono
con il tempo, e invece di appassire, sembrano ritrovare una nuova freschezza e
rigogliosità. E più è piacevole la loro intimità, più è felice la loro
fertilità.
E) I genitori,
secondo il Cuore di Cristo, comunicano la vita divina ai loro figli e vivono
intimamente uniti a loro.
I
genitori, secondo il Cuore di Gesù, imparano da Lui a comunicare ai loro figli
la vita soprannaturale di cui Egli è la fonte e dalla quale i genitori stessi
l’hanno ricevuta così abbondantemente. La carità diventa in loro un mezzo di
educazione molto potente. Sotto la sua influenza, i cuori dei bambini si
aprono. Impregnati fin dalla più tenera età della loro vita della scienza del
vero amore, la più necessaria per l’uomo, sono meravigliosamente disposti verso
altre utili conoscenze. Poiché il cuore è la grande sorgente dell’organizzazione
umana, quando questa facoltà sovrana funziona bene, è impossibile che le altre
facoltà non si sviluppino con essa. In questo modo, l’influenza con cui il Cuore
di Gesù unisce i genitori l’uno all’altro, si estende ai loro figli, unendoli
agli autori dei loro giorni, non solo durante l’adolescenza, ma per tutta la vita;
ed ancora di più, durante l’eternità, perché eterna è la carità divina,
principio di tale benefica influenza. Le due unioni hanno lo stesso fine: dare
a Dio nuovi figli, dare al cielo nuovi cittadini; aumentare il suo regno, far
crescere il suo Corpo mistico; entrambe hanno lo stesso legame: lo Spirito di
Dio e la carità che dal Cuore di Gesù si riversa in quello degli sposi.
Entrambe producono gli stessi frutti: l’intima unione delle anime e la
comunicazione della vita di Dio. Ecco perché il Matrimonio è un grande
Sacramento: il segno sensibile ed efficace di qualcosa di sacro tra tutte le
altre cose, del primo mistero della Religione, della grande opera dell’amore
divino, l’alleanza del Creatore con la sua creatura che, dal cuore di un uomo,
ha fatto il Cuore di un Dio.
Triste esperienza di molte unioni
Molto
diversa è l’unione di coloro che si impegnano nel matrimonio senza considerare
né poco né molto gli insegnamenti della fede. Questi, molto numerosi, si
sposano alla pagana piuttosto che come Cristiani, anche quando si attengono a
chiedere le benedizioni della Chiesa. La passione, l’interesse, o forse la convenienza
puramente umana, sono le ragioni che li spingono a mettere sulle loro spalle
fardelli spesso al di sopra delle forze naturali. Si preoccupano poco anche
delle garanzie che possono rivendicare gli interessi eterni dell’anima, cioè le
garanzie più indispensabili, anche per quanto riguarda il benessere temporale.
La fortuna, la posizione sociale, i rapporti, tutto ciò che è più esteriore,
sono messi al primo posto; le qualità personali e soprattutto quelle morali e
religiose, condizioni essenziali di felicità, del sacrificio e quindi di vera
serenità, non sono prese in considerazione, né si nota la loro assenza, fino a
quando non c’è altro rimedio che piangere amaramente su di esse. Una volta
realizzata l’unione, allora, gli ornamenti, gli addobbi, i doni, le
felicitazioni, le gioie, la libertà, le disposizioni, assorbono completamente
la mente. I fastidiosi doveri, i sacrifici e le responsabilità, sono convenientemente
seppelliti nell’oblio. Così accade che quando si presentano i sacrifici, si
impongono gli obblighi ed il peso della responsabilità diventa più
schiacciante; quando le rose che inizialmente circondavano i legami
indissolubili del matrimonio appassiscono e si lasciano apparire così come
sono; quando la passione si spegne e l’incostanza del cuore getta via il primo
affetto dando origine ad altri che ne sono totalmente opposti; quando invece
della libertà sognata, si incontrano legami di ogni tipo: l’anima che, di per
sé, non ritrova la grazia per portare il peso, mormora, si abbatte, si irrita,
si scrolla di dosso il giogo, si lamenta delle difficoltà del suo stato, della
società, di Dio. Miserabili! Farebbero meglio a lamentarsi di loro stessi e di
coloro che, abusando della sconsideratezza di questi infelici, li hanno
condotti a uno stato di cui nessuno si è preoccupato di avvertirli ed a cui
nessuno li ha preparati nell’adempiere ai gravi obblighi.
Il Cuore di Gesù e l’Indissolubilità del matrimonio.
È
nota la ferocia infernale con cui scrittori e nemici di Dio lavorano per minare
l’edificio sociale, distruggendo l’indissolubilità del matrimonio. Con una
logica che ci sembra irresistibile, si affidano all’impossibilità dell’uomo di adempiere
agli obblighi di uno stato che esige una costanza di volontà e un impero sulle
passioni superiore alle forze della natura. È impossibile confutare con
successo un tale argomento, se si rifiuta l’insegnamento di Gesù Cristo e si
sottrae il matrimonio all’influenza soprannaturale della grazia. È facile
dimostrare che l’indissolubilità del matrimonio sia un’istituzione necessaria
per la conservazione della famiglia e il vero progresso della società. Ma
questo non prova che sia nelle mani dell’uomo, lasciato a se stesso, il farlo.
Siamo alla presenza di uno di quegli enigmi sociali la cui unica soluzione è
nel Cuore di Gesù. È una soluzione sublime e consolante in teoria e consolante
in pratica. Ciò che il cuore umano non può trovare in sé, la dedizione perfetta
all’altro, l’abnegazione, la fedeltà inviolabile, viene concessa dalla carità
del Cuore di Gesù a coloro che sono uniti a Lui. È possibile che la società
dubiti ancora che se profana il matrimonio, sia minacciata? È possibile che,
quando il Vicario di Gesù Cristo ricorda le condizioni vitali del matrimonio
cristiano, si rifiutino i suoi insegnamenti come un tentativo contro il
progresso, invece di riceverli con gratitudine?
Capitolo XIII
IL CUORE DI GESÙ
E LO STATO DI VERGINITÀ
Lo
stato di verginità è più santo di quello del matrimonio. Lo stato del
matrimonio è il più sacro? Per niente; e chi osasse affermarlo sarebbe contro
la Chiesa, che nel Concilio di Trento ha definito lo stato di verginità più
santo e perfetto. Lo scopo dello stato di verginità è di disporre le anime
affinché il Cuore di Gesù realizzi l’intima unione, senza riserve, attraverso
la quale Egli si è donato alla sua Chiesa, perché Egli possa soddisfare in loro
tutti i desideri e le aspirazioni del Suo amore. In questo consiste la gloria
di questo stato, questo lo rende lo stato per eccellenza del Cuore di Gesù. È
in essa infatti che le anime contraggono con il Cuore Divino legami
incomparabilmente più intimi e fecondi di quelli risultanti dal Sacramento del
Matrimonio. Prima di sviluppare questa idea facciamo due osservazioni
importanti. Parlando della santità dello stato di verginità, non vogliamo
canonizzare tutti coloro che l’hanno abbracciata, né metterli davanti a coloro
che sono sulla via ordinaria. La santità infatti consiste propriamente nella
carità, e l’anima che più ama Dio e il prossimo è la più santa, qualunque sia
il suo stato. Ci sono però stati più santi degli altri, e sono quelli che hanno
più facilità e mezzi per amare Dio, quelli che presuppongono di per sé un amore
più grande: in questo senso lo stato di verginità è più santo del matrimonio. E
a quale verginità attribuiamo tale eccellenza? Non a colui che fugge dal
Matrimonio per i sacrifici che comporta, ma al volontario. A colui che nasce da
una vocazione celeste, conosciuto, amato e soprattutto anteposto ad ogni
contratto umano. A colui che merita che Gesù si doni all’anima come il migliore
degli sposi per darsi completamente a Lui. A colui che evita con scrupolosa
cura le minime macchie di anima e di corpo, a colui che offre un vero
sacrificio, un olocausto perfetto. È questo i Santi elogiano abbondantemente
nei loro scritti: perché la paragonano alla vita degli Angeli per averne
preservato la purezza in mezzo alle tentazioni a cui sono soggetti. Con Sant’Ambrogio
lo chiamano la milizia celeste; con San Cipriano, il fiore del piano divino il
cui stelo è la Chiesa; la gloria e l’ornamento della grazia spirituale; l’immagine
di Dio che riproduce la santità del modello divino; la parte più illustre del
gregge del Signore.
La verginità nei piani del Cuore di Gesù.
L’Incarnazione
del Verbo di Dio è un’opera eminentemente amorosa, il cui termine è il più
ineffabile, intimo, completo ed indissolubile di tutte le alleanze tra il
Figlio dell’Altissimo e la nostra miserabile natura. Realizzato nella natura
individuale che ha preso il Verbo nel grembo di Maria e con la quale Egli è
solo una Persona, comunicherà i suoi frutti a tutte le anime che accetteranno
le sue condizioni gloriose. Ognuno di loro potrà fregiarsi del titolo onorifico
di Sposa del proprio Dio e formare con gli altri la Chiesa, che è la Sposa in
modo eccellente. L’unione del Figlio di Dio con la sua Chiesa, o, come dice San
Giovanni, le nozze dell’Agnello, è l’opera divina per eccellenza del Cuore di
Gesù. È stato annunciato dai Profeti e celebrato in anticipo nelle loro glorie.
È prefigurato dalla storia dell’Antico Testamento. Il Vangelo racconta la sua
realizzazione e l’Apocalisse di San Giovanni ne rivela la consumazione. Alcuni
salmi e, in modo particolare, il Cantico dei Cantici, sono il canto nuziale in
cui lo Sposo e la Sposa aprono il loro cuore in mezzo ad ineffabili trasporti.
L’amore del Figlio di Dio per la sua sposa è un amore senza limiti. Vuole che
ella sia tutta sua perché vuole essere tutto suo. Non può permettere nessuna
macchia, nessuna ruga, nessuna deformità in lei. Un solo capello della sua
testa che fosse disordinato lo costringerebbe a toglierle gli occhi di dosso.
La Chiesa, così come la vediamo oggi e così com’è stata fin dall’inizio, non
può presentarci in molti dei suoi membri le perfezioni o gli ardori descritti
dai libri ispirati. Al contrario, vediamo in loro molte imperfezioni e molta
tiepidezza. È vero che nella sua essenza, o, che è la stessa cosa, nella sua
dottrina, nella sua morale, nei suoi sacramenti e nel suo culto, è sempre
santa. Ma crediamo che questo possa soddisfare l’amore del Cuore di Gesù e
soddisfare tutte le sue aspirazioni? Perché sarebbe un assurdo pensare che Egli
ami nella sua Chiesa un essere astratto o solo i mezzi di salvezza che offre
alle anime. Egli ama loro, le anime che sono la Chiesa vivente, e quindi la
Chiesa del Dio vivente, per la quale è morto e vive in cielo e muore
misticamente ogni giorno sull’altare. Per questo vuole essere amato e con esse
vuole celebrare matrimoni ineffabili che permetteranno loro di vivere in Lui e
Lui in esse.
Vocazione e missione di chi è vergine
Non
basta che in tutti gli stati scelga anime completamente consacrate a Lui. Deve
essercene una in cui questa consacrazione sia professata apertamente e abbia la
sua ragione d’essere. Ecco perché, in tutte le classi sociali, alte e basse, a
volte anche sui gradini del trono, lo Sposo celeste lascia che la sua voce sia
ascoltata dalle anime prescelte, ispirando in esse un desiderio simile al suo,
che è quello di essere solo sue, come Lui è di loro. Egli le ispira ad essere
stanche di tutto ciò che è delizioso e grande sulla terra. Le porta via dal
mondo o le fa vivere in esso come pellegrine e straniere. Instilla in loro i
suoi sentimenti, le fa agire come Lui e affida loro la difesa dei suoi
interessi. In una parola, procura loro, in carne ed ossa mortali, una vita
totalmente divina. Questa è la vocazione e la missione dei vergini. Essi sono,
in un certo senso, la personificazione della Chiesa, la Sposa Vergine dell’Uomo-Dio.
Sono i rappresentanti e i continuatori della bella e gloriosa razza iniziata da
Maria Vergine Madre e la prima e più perfetta personificazione della Chiesa.
Sono la gioia ineffabile dello Sposo Divino, perché solo nelle anime con le
quali Egli si unisce, trova la gioia nel mondo. Essere tutto è l’attributo
incomunicabile di Dio. L’unico omaggio degno di Lui e l’unico che la Sua
divinità accetta con piacere, è quello dei cuori che non cercano nulla al di
fuori di Lui. E questo è proprio quello che fanno i vergini. Dicono a gran voce
al mondo malato che anela e si preoccupa di tutto tranne che di Dio, che Lui
solo è tutte le cose e che tutto ciò che non è Lui non è nulla. Gesù ha molti
servitori, tra i quali non sono pochi quelli che adempiono la sua legge con lo
sguardo rivolto alla ricompensa promessa per i loro servizi. Ma questi non sono
i vergini; è chiaro che queste anime generose non rinunciano ai loro interessi,
ma esse non li separano da quelli di Gesù. Poiché il loro cuore è quello di
Gesù, hanno gli stessi desideri, le stesse gioie e gli stessi dolori. Queste
sono le sue vere spose.
Il posto che occupano nella Chiesa coloro che sono
vergini.
Guardiamo
al mistero della Presentazione di Gesù nel Tempio di Gerusalemme, come la
figura della sposa di Cristo. Tutte le anime si offrono e sono unite ad un
unico e medesimo sacrificio, l’unico che può essere gradito a Dio: il
sacrificio di Gesù Cristo. Ma non tutti lo fanno allo stesso modo e non tutti
partecipano in ugual misura al frutto del sacrificio. Simeone si è rivolto a
lui con la sua fede e la sua speranza. Anna offre la sua vedovanza. Ma che dire
dei genitori vergini del Salvatore, Maria e Giuseppe? Quanto più perfetta era
la loro offerta! Seguendo il loro esempio, i vergini continuano nel sacro
tempio l’immolazione dell’olocausto che non si interromperà fino alla fine dei
secoli. Anche se gli altri sacrifici sono graditi a Dio, Egli di questo è molto
più contento e Lo induce a riversare sulla terra i suoi doni migliori e le
benedizioni più copiose. La verginità non solo produce l’intimità dell’unione
di Gesù Cristo con la sua Chiesa, ma anche la fecondità dell’unione. Ella
compie l’antica profezia: la volontaria sterile è la madre di molti bambini e
riempie di gioia la sua casa, un tempo deserta (Sal. CXII, 9). Ovunque vediamo
case fondate dalla verginità. In essi crescono molti bambini accuditi da
vergini eroiche che possono essere chiamate madri ancora più di quelle che li
avevano portati in grembo. Ci sono due madri: madri rispetto all’anima e madri
rispetto al corpo. Esse riempiono con il sacrificio della loro verginità, l’abisso
che apre nel seno della società l’assenza sempre più spaventosa della vera
maternità. Chi può calcolare il numero di anime che sarebbero state sepolte nel
vizio o che avrebbero smesso di vivere, se la verginità non avesse conservato
per loro la vita del corpo e dell’anima? La maternità cristiana non ha come
unico scopo quello di dare al bambino la vita miserabile che finisce con la
morte, ma, unita alla maternità della Chiesa, offre una vita infinitamente
migliore. Gli rivela il suo magnifico destino e lo prepara a regnare con Dio
per tutta l’eternità. La madre cristiana è il primo ministro di Dio e della
Chiesa, nella misura in cui è legata all’educazione divina dell’anima del suo
bambino; è il primo organo del Verbo per l’illuminazione dello spirito; il
primo strumento dello Spirito Santo per la formazione dei cuori. Se ogni
bambino cristiano è un dio creato, destinato a crescere sulla terra fino a
raggiungere la pienezza dell’Essere divino, di cui ha ricevuto il primo germe
nel Battesimo, la madre è uno dei principali collaboratori di Dio in quest’opera
capitale. Ma quante poche madri sembrano sospettare pur anche la sublimità
della loro vocazione e la gravità dei doveri che hanno verso l’anima dei loro
figli! Quanti ignorano che i loro figli hanno un’anima immortale e che queste
anime hanno bisogno di cibo immortale, che sono esposte a malattie
incomparabilmente più dolorose e disastrose di quelle fisiche e che, per
evitarle, devono essere circondate dalle cure più squisite e dal sacrificio più
fervente! Quanti amano i loro figli solo con un amore puramente animale e
pensano solo a dar loro la soddisfazione dei sensi, ed agiscono, alimentando
con il più funesto permissivismo, la tirannia dei loro capricci, una vergognosa
e irrimediabile schiavitù! Chi si occuperà delle conseguenze dei doveri materni
non adempiuti? Chi conserverà alle anime la vita divina, la cui distruzione è
favorita primariamente dai loro genitori? Chi insegnerà loro a conoscere se
stessi, a stimarsi, a dominarsi? Chi mostrerà loro il Fine a cui devono tendere
e la strada che porta ad Esso? Chi illuminerà, nutrirà, fortificherà le loro
nobili facoltà e le metterà in grado di godere della vera felicità di questa
vita, raggiungendo la felicità eterna? In una parola: dove troveranno le loro
madri queste anime? Nella Chiesa, la vera madre delle anime. In Maria, la
personificazione più alta della maternità della Chiesa. Ma sia la Chiesa che
Maria hanno bisogno di aiuto e di rappresentanti per esercitare la loro
maternità. Quali sono le madri visibili per le quali le invisibili devono
fornire tali servizi? Lo abbiamo già detto: c’è sulla terra una classe di
uomini a cui Gesù Cristo ha dato il potere e ha lasciato in eredità la sua
verginità come protezione contro la tiepidezza. Il primo e più necessario
esercizio dell’amore materno della Chiesa per le anime spetta ai Sacerdoti e,
in modo particolare, ai sacerdoti vergini. Ma non sono sufficienti per tante
anime e tanti bisogni. Più di Adamo, che ebbe il compito di coltivare nel
paradiso le sue delizie, il Sacerdote, destinato a purificare il giardino della
Chiesa da ogni tipo di cardi, ha bisogno di aiuto per completare il suo
sacerdozio. Questa gloriosa funzione è riservata alle vergini. Sarà loro e del
Sacerdote, ma anche di Maria e della Chiesa: la loro fecondità sarà il
risultato della loro verginità. Liberi da ogni ambizione umana e dalle
preoccupazioni terrene, essi consacrano il loro essere e la loro forza al
servizio di Dio e delle anime. Quanto più sono uniti al Cuore di Gesù, tanto
più l’ardente fiamma si impadronirà del loro zelo, del loro amore appassionato
per le anime, della sete di salvezza che li consuma e del sentimento intimo
della necessità di sacrificarsi per loro. Questa maternità soprannaturale non
si limita alla cura delle anime, perché si estende al sollievo dei bisogni e delle
sofferenze del corpo. L’uomo non è che un essere composito di corpo e di anima.
Non importa quanto sia superiore ad esso, il corpo merita un grande rispetto
per l’alta dignità di cui è dotato. Guardate la cura materna con cui la Chiesa
veglia sulla purezza del corpo dei suoi figli. Con quante unzioni li consacra. Con
quale solennità, dopo che ha cessato di essere la dimora dell’anima, lo colloca
nel seno della terra dove sarà trasfigurato. Ereditando le funzioni materne
della Chiesa, i vergini ereditano anche la cura rispettosa dei corpi, nei quali
vedono i templi viventi dello Spirito Santo. Anche coloro che hanno come
missione speciale l’educazione delle anime, guarderanno con tenerezza materna
allo sviluppo fisico dei bambini loro affidati. Quanti istituti, senza
trascurare il bene delle anime, si propongono di occuparsi dei corpi! Dare da
mangiare agli orfani, dare sollievo ai poveri, curare i malati, assistere gli
anziani, dare madri a chi non ne ha, anche a quelli la cui età o il cui parto
sfortunato sembra privarli completamente della dolcezza materna; madri agli
anziani, madri agli orfani, madri ai bambini indifesi. Non è questo un vero
miracolo che la verginità compie alla vista del mondo intero, in migliaia di
congregazioni?
Odio dei malvagi nei confronti della verginità.
Supponiamo che Platone o Aristotele, quando si dedicavano inutilmente ad escogitare mezzi per rigenerare la società, avessero visto l’infinito numero di case di sollievo da tutte le miserie e da tutte le malattie, in virtù della verginità; i prodigi del sacrificio di sé compiuti da donne che i tempi antichi non hanno mai prodotto; donne che sono allo stesso tempo vergini e madri, tanto più coraggiose nel sopportare i fardelli della maternità quanto più vigorosamente rinunciano alle consolazioni terrene; donne che sono volentieri sterili e divinamente feconde con l’esempio del loro sacrificio. Perché se Platone o Aristotele avessero potuto anche solo sospettare un tale miracolo, non si sarebbero forse commossi per la loro ammirazione ed invocato l’avvento rapido del giorno in cui la splendida stella della verginità avrebbe aleggiato sul mondo? Ebbene, ciò che gli onesti pagani avrebbero guardato con ammirazione, è furiosamente perseguitato nei Cristiani. Molti, invece di elevare la nobiltà delle anime caste, cospirano contro di loro odio e sterminio. Invece di benedire i sacrifici quotidiani e le immolazioni eroiche che sollevano tante miserie, bruciano dal desiderio, in nome di non so quale progresso sociale, di sopprimere tutti questi sacrifici, e lasciare tutti questi mali senza che una diga ne fermi la furia distruttrice. È possibile mai in modo naturale, una tale cecità criminale e un tale odio per il bene morale o fisico? La rabbia con cui chi non chiede altro privilegio se non quello di sacrificarsi per il bene del prossimo, non è forse l’opera del cosiddetto “assassino fin dal principio del mondo”? E, così come l’abnegazione religiosa è la prova dell’azione divina e dell’influenza vivificante del Cuore di Gesù, la furia dei suoi nemici non ci manifesta, in un certo senso, che c’è qualcosa che superi le forze della natura? E la traccia evidente del dito di satana non è un nuovo argomento per l’azione del dito di Dio?
Doppio di I cl.
con Ottava privilegiata di 2° ordine.
Paramenti
bianchi.
Dopo il dogma della SS. Trinità, lo Spirito Santo ci rammenta quello dell’Incarnazione di Gesù, facendoci celebrare con la Chiesa il Sacramento per eccellenza che, riepilogando tutta la vita del Salvatore, dà a Dio gloria infinita e applica alle anime in tutti i momentii frutti della Redenzione (Or.) ». Gesù ci ha salvati sulla Croce e l’Eucarestia, istituita alla vigilia della passione di Cristo, ne è il perpetuo ricordo (Or.). L’altare è il prolungamento del Calvario, la Messa annuncia « la morte del Signore » (Ep.). Infatti Gesù vi si trova allo stato di vittima; poiché le parole della doppia consacrazione ci mostrano che il pane si è cambiato in corpo di Cristo, e il vino in sangue di Cristo; di modo che per ragione di questa doppia consacrazione, che costituisce il sacrificio della Messa, le specie del pane hanno una ragione speciale a chiamarsi « Corpo di Cristo », benché contengano Cristo tutto intero, poiché Egli non può morire, e le specie del vino una ragione speciale a chiamarsi « sangue di Cristo », per quanto anche esse contengano Cristo tutt’intero. E così il Salvatore stesso, che è il sacerdote principale della Messa, offre con sacrificio incruento, nel medesimo tempo che i suoi i sacerdoti, il suo Corpo e il suo Sangue che realmente furono separati sulla croce, e che sull’altare lo sono in maniera rappresentativa o sacramentale. – D’altra parte si vede che l’Eucarestia fu istituita sotto forma di cibo (All.) perché possiamo unirci alla vittima del Calvario. L’Ostia santa diviene così il « frumento che nutre le nostre anime » (Intr.). E a quel modo che il Cristo, come Figlio di Dio, riceve la vita eterna dal Padre, così i Cristiani partecipano a questa vita eterna (Vang.) unendosi a Gesù mediante il Sacramento che è il Simbolo dell’unità (Secr.). Così questo possesso anticipato della vita divina sulla terra mediante l’Eucarestia, è pegno e principio di quella di cui gioiremo pienamente in cielo (Postcom.). « Il medesimo pane degli Angeli che noi mangiamo ora sotto le sacre specie, dice il Concilio di Trento, ci alimenterà in cielo senza veli », poiché saremo faccia a faccia nel cielo, con Colui che contempliamo ora con gli occhi della fede sotto le specie eucaristiche. – Consideriamo la Messa come centro di tutto il culto eucaristico della Chiesa; consideriamo nella Comunione il mezzo stabilito da Gesù per farci partecipare più pienamente a questo divino sacrifizio; cosi la nostra devozione verso il Corpo e il Sangue del Salvatore ci otterrà efficacemente i frutti della suaredenzione. Per comprendere il significato della Processione che segue la Messa, richiamiamo alla mente come gli Israeliti onoravano l’Arca d’Alleanza che simboleggiava la presenza di Dio in mezzo a loro. Quando essi eseguivano le loro marce trionfali, l’Arca santa avanzava portata dai leviti, in mezzo a una nuvola d’incenso, al suono degli strumenti di musica, di canti, e di acclamazioni di una folla entusiasta. Noi Cristiani abbiamo un tesoro molto più prezioso, perché nell’Eucaristia possediamo Dio stesso. Siamo dunque santamente fieri di fargli scorta ed esaltiamo, per quanto è possibile, il suo trionfo.
Incipit
In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.
Introitus
Ps LXXX: 17. Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit
eos, allelúia, allelúia, allelúia. Ps 80:2 [Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha
saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.]
Exsultáte Deo, adiutóri nostro: iubiláte Deo Iacob.
[Esultate in Dio nostro aiuto: rallegratevi nel Dio di Giacobbe.]
Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, alleluja
[Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.
Oratio
Orémus. Deus, qui nobis sub Sacraménto mirábili passiónis tuæ memóriam reliquísti: tríbue, quǽsumus, ita nos Córporis et Sánguinis tui sacra mystéria venerári; ut redemptiónis tuæ fructum in nobis iúgiter sentiámus:
[O Dio, che nell’ammirabile Sacramento ci lasciasti la memoria della tua Passione: concedici, Te ne preghiamo, di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue cosí da sperimentare sempre in noi il frutto della tua redenzione:]
Lectio
Léctio
Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor XI: 23-29
Fratres: Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Iesus,
in qua nocte tradebátur, accépit panem, et grátias agens fregit, et dixit:
Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc
fácite in meam commemoratiónem. Simíliter ei
cálicem, postquam cenávit, dicens: Hic calix novum Testaméntum est in meo
sánguine. Hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem.
Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini
annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel
bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet
autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de calice bibat. Qui enim
mánducat et bibit indígne, iudícium sibi mánducat et bibit: non diiúdicans
corpus Dómini.
(Fratelli: Io l’ho appreso appunto dal Signore, ciò che ho trasmesso anche a voi: che il Signore Gesù la notte che fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso le grazie, lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi: fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese il Calice, e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Tutte le volte che Lo berrete, fate questo in memoria di me. Poiché ogni volta che mangerete questo pane, e berrete questo calice, annunzierete la morte di Signore fino a che egli venga. Perciò chiunque mangerà questo pane, o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice. Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non distinguendo il corpo del Signore.)
OMELIA I
A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip.
Vesc. Artigianelli, Pavia 1929)
IL SACRIFICIO DELLA NUOVA LEGGE
Nei primi
tempi della Chiesa aveva luogo, in giorni determinati, un banchetto in comune,
chiamato, agape, che doveva significare a stringere il vincolo della mutua
carità tra i fedeli. Per seguire più da vicino l’esempio di Gesù Cristo che
aveva istituito l’eucaristia dopo la cena pasquale, si faceva seguire/all’agape
la celebrazione dell’Eucaristia. Non tardò l’introduzione degli abusi. A
Corinto p. e. i ricchi, invece di mettere in comune il vitto sovrabbondante che
portavano, affinché anche/i poveri potessero avere la loro parte, cominciavano,
prima ancora che avesse principio il banchetto, a mangiare e bere più di quanto
era richiesto da una cena simbolica. La conseguenza era duplice: accontentare
la gola e privare della cena i più poveri, i quali ne provavano confusione. S.
Paolo rimprovera severamente i Corinti, per questa loro sregolatezza e per la
mancanza di carità verso il prossimo. E richiamata alla loro mente
l’istituzione della S. Eucaristia, vuole che la si riceva degnamente,
astenendovisi chi si riconosce reo di peccato grave. Quanto dice S. Paolo della
istituzione della S. Eucaristia ci presenta l’opportunità di parlare di essa
come:
1 Sacrificio
della nuova Legge,
2 Superiore
all’antico,
3 Che non ha
limiti né di luogo, né di tempo.
1.
Fin dal
principio gli uomini usavano rendere omaggio a Dio con l’offerta di cose
sensibili, conforme al loro genere di vita. Così leggiamo che Caino,
agricoltore, offre a Dio i frutti della terra, e Abele, pastore, gli offre le
primizie del gregge. Sappiamo che Noè, uscito dall’arca, «eresse un altare al
Signore, e, presi di tutti gli animali e di tutti gli uccelli mondi, li offri
in sacrificio sopra l’altare» (Gen VIII, 20). E ai tempi di Abramo vediamo Melchisedech,
re di Salem, offrire a Dio pane e vino in ringraziamento della vittoria
riportata sopra i cinque re (Gen. XIV, 18-20). Più tardi Mosè, per ordine di
Dio, prescrive delle norme che devono regolare i sacrifici. Ci sono i sacrifici
cruenti, in cui si immolano animali, e se ne sparge il sangue; e ci sono i
sacrifici incruenti, in cui si offrono alimenti, bevande, profumi. Nei
sacrifici cruenti sono determinate varie qualità delle vittime, secondo la
specie dei sacrifici, ed è determinato l’ufficio di chi presenta la vittima,
l’ufficio del sacerdote e di coloro che lo coadiuvano. – Tutto questo doveva
durare fino a che sarebbe stato offerto il sacrificio predetto dai profeti, del
quale i sacrifici della legge erano una figura. Col sacrificio della croce Gesù
Cristo compie la redenzione eterna, ma vuole che la Chiesa non manchi di un
sacerdozio visibile e di un sacrificio visibile, che rappresenti il sacrificio
della croce, ne rinnovi la memoria, e ne applichi i frutti. Ed ecco che
prima di incominciar la passione, trovandosi a cena con gli Apostoli, prese
del pane, e dopo aver rese le grazie lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate,
questo è il mio corpo chesarà offerto per voi… Parimenti, dopo aver
cenato prese il calice e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel miosangue.
– In virtù di queste parole la sostanza del pane e del vino è totalmente
cambiata nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Del pane e del vino non
rimangono che le apparenze. La consacrazione a parte, poi, del pane e del vino,
ci dà la separazione mistica del corpo e del sangue di Gesù Cristo; per la
quale Gesù Cristo ci si presenta come sulla croce, mentre compie il sacrificio
versando il proprio sangue. Questo è il mio corpo che sarà offerto per voi.
Ecco la nuova vittima: Gesù Cristo. Egli « offre se stesso per noi e immola la
vittima, essendo nel medesimo tempo sacerdote e quell’agnello di Dio che toglie
i peccati dal mondo » (S. Greg. Nisseno, In Christi Resurr. Orat. 1).
2.
Sacrifici
antichi hanno ormai perduta la loro ragione di essere. Ora abbiam il gran
Sacrificio: il solo che possa piacere a Dio a salvare il mondo. «La luce
scaccia le tenebre. In questa mensa del nuovo Re la nuova Pasqua della nuova
Legge pon fine alla Pasqua antica » (Seq. Luada Sion), come dice S. Tommaso.
Gesù dichiara: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La
nuova Alleanza è, senza confronto, superiore all’antica. Anche il sacrificio
che suggella questa alleanza deve, necessariamente, essere superiore
all’antico. Quando il popolo ebraico, strinse alleanza con Dio obbligando a
osservare i suoi comandamenti e le sue leggi; e Dio, da parte sua, promise di
dar loro la terra di Cana e di proteggerli, Mosè prese il sangue dei giovenchi
e lo sparse sopra il popolo dicendo: «Ecco il sangue del patto che il Signore
ha stretto con voi» (Es. XXIV, 8.). Nel nuovo patto non si tratta di immolare
giovenchi, e di versare il loro sangue. Si tratta di immolare il Verbo fatto
carne; si tratta di versare il sangue dell’Unigenito di Dio. Vittima più
preziosa, più gradita a Dio, più degna di Lui, la nostra mente non arriverà mai
a immaginare Gesù Cristo si sacrifica e si annienta mistica mente nella Messa
per il ministero del sacerdote: il primo e principale offerente, però, è Gesù
Cristo stesso. Egli, dunque, è vittima e sacerdote. E qui abbiamo, oltre una
vittima di valore infinito, un offerente senza macchia, segregato dai
peccatori, che non ha bisogno di offrire il sacrificio per i propri peccati
prima di offrirlo per i peccati degli altri. Se consideriamo poi i fini pei
quali si soffre un sacrificio nessuno può dubitare dell’eccellenza del
Sacrificio della Messa sopra gli antichi sacrifici. Se vogliamo rendere onore a
Dio come padrone supremo dell’universo, non potremo mai farlo in modo migliore
che offrendogli ciò che gli è più caro. E nella Messa gli offriamo appunto ciò
che gli è più caro: gli offriamo il Figlio suo diletto. Tutte le adorazioni
degli uomini e degli Angeli non onorano Dio come questa offerta. — Se vogliamo
ringraziare Dio dei suoi benefici, che cosa potremo rendergli? Nessuno può dare
quel che non ha. E noi non possediamo nulla, che sia degno dei benefici che Dio
ci ha fatto. Quando i due Tobia, padre e figlio deliberano di ricompensare
l’Arcangelo Raffaele, il figlio osserva: «Qual cosa vi sarà che possa essere
degna dei suoi benefici?» (Tob. XII, 2) Nella Messa noi abbiamo ciò che è degno
non solo dei benefici degli Angeli, ma di tutti gli innumerevoli benefici che
dispensa il loro Creatore. Abbiamo una vittima divina. — Tutti abbiam
bisogno della grazia del pentimento e della remissione dei peccati. Per questo
c’era nell’antica legge il sacrificio propiziatorio. Nessun sacrificio, però,
può essere propiziatorio come il sacrificio della Messa. In essa Gesù Cristo
stesso offre all’eterno Padre offeso il proprio sangue per la remissione dei
peccati degli uomini. — Come sacrificio impetratorio, poi, per ottenere grazie
e aiuto in tutte le necessità dell’anima e del corpo, la superiorità del S
Sacrificio della Messa sul sacrificio ebraico, risalta subito se si considera
che in essa viene immolato «il mediatore tra Dio e gli uomini. Cristo Gesù» (1
Tim. II, 5) « nelle cui mani il Padre ha posto ogni cosa » (Giov. III, 35). –
Per dir tutto in breve, basti considerare che il s Sacrificio della Messa
sostanzialmente è lo stesso che il s Sacrificio della croce. Tanto nel
Sacrificio della croce, quanto nel Sacrificio della Messa Gesù Cristo è la
vittima. Gesù Cristo è l’offerente. L’unica differenza è che sulla croce il
sacrificio fu cruento; nella Messa, invece, è incruento. Nel Sacrificio della
croce si ebbe la pienezza dei frutti della redenzione: nel s Sacrificio della
Messa questi frutti vengono applicati. –
3.
Il Salvatore,
dopo aver consacrato il pane, disse agli Apostoli: fate questo in memoria di
me. Con queste parole dava agli Apostoli e ai loro successori il potere di
fare ciò che Egli ha fatto; cioè, di convertire il pane nel suo corpo e il vino
nel suo sangue; in una parola, istituiva il sacerdozio, per mezzo del quale il
sacrificio si sarebbe celebrato ovunque e sempre, come Malachia aveva predetto:
« Da levante a ponente è grande il mio nome tra le genti; e in ogni luogo si
sacrifica e si offre al mio nome un oblazione monda » (Mal. I, 11). Il
sacrificio ebraico era ristretto ad un solo Paese. Il Sacrificio della nuova
legge si offrirà in tutti i luoghi del mondo, e non sarà, come il sacrificio
ebraico, privilegio d’una sola nazione. In ogni ora del giorno, tra popoli
civili e tra popoli ancora barbari si offre questo Sacrificio vero e pieno. E
dove non si offre ancora questo Sacrificio adesso, si offrirà un giorno. « Vi
chiedo un altare per dirvi una Messa e un’isola selvaggia per morirvi ». Così
pregava Dio il giorno della sua professione religiosa Mons. Verjus, l’Apostolo
della Nuova Guinea (Cesare Gallina, Mons. Enrica Verjus, Roma 1925, p. 157). Ed
ebbe l’isola selvaggia, in cui poté erigere l’altare, e celebrare il Sacrificio
cruento, ove non era mai stato celebrato. Questo voto è quello di tutti i
missionari. Poter innalzar un altare e offrirvi a Dio un’oblazione monda. E il
voto si compie, mano mano che essi, succedendosi, allargano il campo delle
conquiste della fede. A poco a poco scompaiono i sacrifici dell’idolatria per
lasciar posto al Sacrificio della Messa. – Ogni volta che mangerete questo
pane e berrete questo calice annunzierete la morte del Signore fino a cheEgli
venga. Queste parole pronunciate da Gesù Cristo dopo la consacrazione,
oltre che dichiarare che l’eucaristia è un vero sacrificio commemorativo della
passione di Gesù Cristo compiuta sul Calvario, dichiarano anche che il
Sacrificio dell’eucaristia si offrirà per tutti i tempi sino alla fine del
mondo, quando il Redentore verrà per il giudizio universale. Come dice S.
Agostino, l’eucaristia è « il sacrificio quotidiano della Chiesa » (De Civ. Dei
L. 10, 20). E siccome la Chiesa durerà sino alla fine dei secoli secondo la
promessa di Gesù Cristo, sino alla fine dei secoli si offrirà il sacrificio
eucaristico. – Qual fortuna per i Cristiani poter assistere tutti i giorni a un
Sacrificio di tanto valore, e così partecipare in modo particolare dei suoi
frutti. Il Sacrificio della croce la sorgente delle grazie: il Sacrificio della
Messa è il canale che fa discendere queste grazie sui fedeli: ma è naturale che
discendano più abbondantemente sui fedeli che vi assistono. Il sacerdote, che
prega durante la Messa non prega solamente in nome suo; ma prega in nome di
tutti gli astanti. Con la parola: «preghiamo» incominciano sempre le orazioni.
Quando offre al Padre l’offerta ricorda in modo particolare «i circostanti»;
cioè, coloro che assistono alla Messa. E quando si avvicina il momento più
solenne invita i presenti a unirsi a lui nella preghiera: «Pregate, o fratelli,
affinché il sacrificio mio e vostro torni accetto a Dio Padre onnipotente». È
impossibile assiste alla Messa con le dovute disposizioni senza riportar
abbondanza di grazie. E maggiori grazie si avrebbero ancora se coloro che
assistono al sacrificio della Messa — assecondando il desiderio della Chiesa —
si comunicassero non solo spiritualmente, ma anche col ricevere
sacramentalmente l’Eucaristia. Ciascuno dovrebbe darsi premura di assistere,
appena lo possa, al santo Sacrificio della Messa, anche quando non vi è
obbligato, e di compire l’opera, accostandosi a ricevere la vittima immolata su
l’altare, Gesù. Le miserie spirituali d’ogni giorno non devono trattenerci,
quando non manchi la grazia e la retta intenzione; anzi, devono essere uno
stimolo a non privarci «della medicina quotidiana del corpo del Signore».
Graduale
Ps CXLIV:
15-16 Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore
opportúno,
[Gli occhi
di tutti sperano in Te, o Signore: e Tu concedi loro il cibo a tempo
opportuno,]
V. Aperis tu manum tuam: et imples omne animal benedictióne. Allelúia, allelúia,[Apri la tua mano: e colma ogni essere vivente della tua benedizione,] Ioannes VI: 56-57 Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo. Alleluia.
[La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Alleluia.]
Sequentia Thomæ de Aquino.
Lauda, Sion, Salvatórem,
lauda ducem et pastórem in hymnis et cánticis.
Quantum potes, tantum aude: quia maior omni laude, nec laudáre súfficis.
Laudis thema speciális, panis vivus et vitális hódie propónitur.
Quem in sacræ mensa cenæ turbæ fratrum duodénæ datum non ambígitur.
Sit laus plena, sit sonóra, sit iucúnda, sit decóra mentis iubilátio.
Dies enim sollémnis agitur, in qua mensæ prima recólitur huius institútio.
In hac mensa novi Regis, novum Pascha novæ legis Phase vetus términat.
Quod in coena Christus gessit, faciéndum hoc expréssit in sui memóriam.
Docti sacris institútis, panem, vinum in salútis consecrámus hóstiam.
Dogma datur Christiánis, quod in carnem transit panis et vinum in sánguinem.
Quod non capis, quod non vides, animosa fírmat fides, præter rerum órdinem.
Sub divérsis speciébus, signis tantum, et non rebus, latent res exímiæ.
Caro cibus, sanguis potus: manet tamen Christus totus sub utráque spécie.
A suménte non concísus, non confráctus, non divísus: ínteger accípitur.
Sumit unus, sumunt mille: quantum isti, tantum ille: nec sumptus consúmitur.
Sumunt boni, sumunt mali sorte tamen inæquáli, vitæ vel intéritus.
Mors est malis, vita bonis: vide, paris sumptiónis quam sit dispar éxitus.
Fracto demum sacraménto, ne vacílles, sed meménto, tantum esse sub fragménto, quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra: signi tantum fit fractúra: qua nec status nec statúra signáti minúitur.
Ecce panis Angelórum, factus cibus viatórum: vere panis filiórum, non mitténdus cánibus.
In figúris præsignátur, cum Isaac immolátur: agnus paschæ deputátur: datur manna pátribus.
Bone pastor, panis vere, Iesu, nostri miserére: tu nos pasce, nos tuére: tu nos bona fac vidére in terra vivéntium.
Tu, qui cuncta scis et vales: qui nos pascis hic mortáles: tuos ibi commensáles, coherédes et sodáles fac sanctórum cívium. Amen. Allelúia.
[Loda, o Sion, il Salvatore, loda il capo e il pastore, con inni e càntici. Quanto puoi, tanto inneggia: ché è superiore a ogni lode, né basta il lodarlo. Il pane vivo e vitale è il tema di lode speciale, che oggi si propone. Che nella mensa della sacra cena, fu distribuito ai dodici fratelli, è indubbio. Sia lode piena, sia sonora, sia giocondo e degno il giúbilo della mente. Poiché si celebra il giorno solenne, in cui in primis fu istituito questo banchetto. In questa mensa del nuovo Re, la nuova Pasqua della nuova legge estingue l’antica. Il nuovo rito allontana l’antico, la verità l’ombra, la luce elimina la notte. Ciò che Cristo fece nella cena, ordinò che venisse fatto in memoria di sé. Istruiti dalle sacre leggi, consacriamo nell’ostia di salvezza il pane e il vino. Ai Cristiani è dato il dogma: che il pane si muta in carne, e il vino in sangue. Ciò che non capisci, ciò che non vedi, lo afferma pronta la fede, oltre l’ordine naturale. Sotto specie diverse, che son solo segni e non sostanze, si celano realtà sublimi. La carne è cibo, il sangue bevanda, ma Cristo è intero sotto l’una e l’altra specie. Da chi lo assume, non viene tagliato, spezzato, diviso: ma preso integralmente. Lo assuma uno, lo assumino in mille: quanto riceve l’uno tanto gli altri: né una volta ricevuto viene consumato. Lo assumono i buoni e i cattivi: ma con diversa sorte di vita e di morte. Pei cattivi è morte, pei buoni vita: oh che diverso esito ha una stessa assunzione. Spezzato poi il Sacramento, non temere, ma ricorda che tanto è nel frammento quanto nel tutto. Non v’è alcuna separazione: solo un’apparente frattura, né vengono diminuiti stato e grandezza del simboleggiato. Ecco il pane degli Angeli, fatto cibo dei viandanti: in vero il pane dei figli non è da gettare ai cani. Prefigurato con l’immolazione di Isacco, col sacrificio dell’Agnello Pasquale, e con la manna donata ai padri. Buon pastore, pane vero, o Gesú, abbi pietà di noi: Tu ci pasci, ci difendi: fai a noi vedere il bene nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e tutto puoi: che ci pasci, qui, mortali: fa che siamo tuoi commensali, coeredi e compagni dei santi del cielo. Amen. Allelúia.]
Evangelium
Sequéntia sancti Evangéli secúndum S. Ioánnem.
Ioann VI: 56-59 In illo témpore: Dixit Iesus turbis Iudæórum: Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in illo. Sicut misit me vivens Pater, et ego vivo propter Patrem: et qui mandúcat me, et ipse vivet propter me. Hic est panis, qui de coelo descéndit. Non sicut manducavérunt patres vestri manna, et mórtui sunt. Qui manducat hunc panem, vivet in ætérnum.
[Gesù disse un giorno alle turbe della Giudea: « La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, resta in me, e Io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me, e io vivo per il Padre; così chi mangerà da me, vivrà per me. Questo è il pane che discese dal cielo. Non come i vostri padri, che mangiarono la manna e morirono: chi mangia di questo pane, vivrà in eterno » (Giov. VI, 56-59). ]
OMELIA II
IL ” CORPUS DOMINI „
(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars –
vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)
Incola ego sum
in terra.
(Ps. CXVIII, 19)
Queste parole, F. M., ci ricordano tutte
le miserie della vita, il disprezzo che dobbiamo avere delle cose create e
periture, ed il desiderio di uscirne per andare nella nostra vera patria, poiché
la nostra patria non è il mondo. Tuttavia, F. M., consoliamoci nel nostro
esilio: vi abbiamo un Dio, un amico, un consolatore ed un redentore, che può
addolcir le nostre pene, e da questo luogo di miserie ci fa scorgere grandi
beni; il che deve portarci ad esclamare, come la sposa dei Cantici: ”
Avete visto il mio diletto? e se l’avete visto, ah! ditegli che io altro non
faccio che languire d’amore. „ — “Ah! sin a quando, Signore, esclama il
santo Re profeta nei suoi trasporti d’amore e d’ammirazione; ahi sino a quando
prolungherete il mio esilio lontano da voi ? (Ps. CXIX, 5) „ Ma, F . M., più
felici dei santi dell’Antico Testamento, non solo possediamo Dio nella grandezza
di sua immensità per la quale trovasi dappertutto; ma l’abbiamo ancora tal quale
fu durante nove mesi nel seno di Maria, e sulla croce. Ancor più felici dei
primi Cristiani che percorrevano cinquanta o sessanta miglia per aver la
fortuna di vederlo, ogni parrocchia lo possiede, ogni parrocchia può goder
quanto vuole della sua dolce compagnia. Ah! popolo felice quello dei Cristiani!
E qual è, F. M., il mio proposito oggi? Eccolo. Voglio mostrarvi quanto è buono
Iddio nella istituzione del sacramento adorabile della Eucaristia, ed i grandi
vantaggi che ne possiamo cavare.
I. – F. M., ciò che forma la felicità d’un buon Cristiano, costituisce la sventura del peccatore. Ne volete la prova? Eccola. Per un peccatore che non vuol uscire dal peccato, la presenza di Dio diviene il suo supplizio: vorrebbe poter cancellare il pensiero che Dio lo vede e lo giudicherà: si nasconde, fugge la luce del sole, si immerge nelle tenebre, ha orrore di quanto può richiamargliene il pensiero: un ministro di Dio gli fa ombra, lo odia, lo fugge: ogni volta che pensa d’avere un’anima immortale, che Dio la ricompenserà o la punirà nell’eternità, a norma di quanto avrà fatto: è per lui uno strazio che lo divora senza tregua. Ah! triste esistenza quella d’un peccatore che vive nel peccato! Invano, amico mio, vorresti toglierti dalla presenza di Dio, non lo potrai! ” Adamo, Adamo, dove sei? „ — ” Ah! Signore, esclama, ho peccato, e temo la vostra presenza!. „ Adamo, tutto tremante, corre a nascondersi, e proprio nel momento in cui credeva che Dio nol vedesse, la sua voce si fa sentire: “Adamo, tu mi troverai dappertutto: tu hai peccato, ed io fui testimonio del tuo delitto: i miei occhi eran fissi su di te. „ — “Caino, Caino, dov’è tuo fratello? „ Caino, udendo la voce del Signore, fugge come disperato. Ma Dio l’insegue colla spada alle reni: “Caino, il sangue di tuo fratello grida vendetta (Gen. III, 10). „ Oh! è dunque vero che il peccatore è nel timore, nella disperazione continua. Peccatore, che facesti? Dio ti punirà. — No, no, esclama, Dio non mi ha visto, “non vi è Dio „ — Ahi disgraziato, Dio ti vede e ti punirà. Da ciò concludo che un peccatore può ben tentare di rassicurarsi, di dimenticar i peccati, di fuggir la presenza di Dio e procurarsi quanto il suo cuore può desiderare; non sarà che un infelice: trascinerà dappertutto le sue catene ed il suo inferno. Ah! triste esistenza! No, F. M., non andiamo più oltre, questo pensiero è troppo straziante, questo linguaggio non conviene oggi davvero: lasciamo quei poveri sventurati nelle tenebre, poiché vogliono restarvi: lasciamoli dannarsi, poiché non vogliono salvarsi. “Venite, figli miei, diceva il santo re David, venite, ho grandi cose da annunciarvi; venite, e vi dirò quanto è buono il Signore con chi l’ama. Ha preparato ai suoi figli un nutrimento celeste, che produce frutti di vita. Dappertutto lo troveremo il nostro Dio: se andiamo nel cielo, là Egli vi è; se traversiamo i mari, lo vedremo al nostro fianco; se ci nascondiamo negli abissi del mare, ci accompagnerà (Ps. XXXIII, XXXII, CXXXVIII). „ No, no, il nostro Dio non ci perde di vista, come una madre non perde di vista il bambino che incomincia a muovere i primi passi. “Abramo, dice il Signore, cammina alla mia presenza e la troverai dappertutto. „ — “Mio Dio! esclama Mosè, mostratemi di grazia la vostra faccia: avrò quanto posso desiderare.„ (Es. XXXIII, 12). Ah! un Cristiano è consolato da questo caro pensiero che Dio lo vede, che Egli è testimonio delle sue pene e delle sue lotte, che Dio è al suo fianco. Ah! diciamo meglio, F. M., egli stringe Dio continuamente al suo seno. Ah! popolo cristiano, quanto sei avventurato di avere vantaggi che tanti altri popoli non hanno! E non avevo ragione di dirvi che se la presenza di Dio è un tormento pel peccatore, essa però è una felicità ineffabile, un cielo anticipato pel buon Cristiano? Sì, F. M., tutto questo è bello, è vero: ma è ancor poco, per così dire, in confronto dell’amore che Gesù Cristo ci porta nel sacramento adorabile dell’Eucaristia. Se parlassi ad increduli o ad empi che osano dubitare della presenza di Gesù Cristo in questo Sacramento adorabile, comincerei col dar loro delle prove così chiare e convincenti, da morir pel dolore d’aver dubitato d’un mistero basato su ragioni tanto forti e convincenti; io direi loro: Se Gesù Cristo è verace, lo è pure questo mistero, che preso del pane disse ai suoi Apostoli: « Eccovi del pane: ebbene lo cambio nel mio corpo; ecco del vino, lo cambio nel mio sangue: questo corpo è veramente lo stesso che sarà crocifisso, ed il sangue è lo stesso che verrà sparso per la remissione dei peccati: ogni volta che pronuncerete queste parole, voi farete il medesimo miracolo: questo potere voi lo comunicherete gli uni agli altri sino alla consumazione dei secoli „ Ma qui lasciamo da una parte queste prove: questo ragionamento è inutile per Cristiani, che tante volte gustarono le dolcezze che Dio loro comunica nel Sacramento d’amore. S. Bernardo ci dice che vi sono tre misteri ai quali non può pensare senza sentirsi il cuore morir d’amore e di dolore. Il primo è quello dell’Incarnazione, il secondo quello della Passione e Morte di Gesù Cristo, e il terzo quello del Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Quando lo Spirito Santo ci parla del mistero dell’Incarnazione, adopera frasi che ci mettono nell’impossibilità di poter comprendere sin dove arriva l’amor di Dio per noi, dicendoci: “Così Dio ama il mondo, „ come se ci dicesse: lascio al vostro spirito, alla vostra immaginazione la libertà di formarvi quelle idee che vorrete: quand’anche aveste tutta la scienza dei profeti, i lumi dei dottori, le cognizioni degli Angeli, vi sarà impossibile comprendere l’amore che ebbe per voi Gesù Cristo in questi misteri. Quando S. Paolo ci parla dei misteri della Passione di Gesù Cristo, ecco come si spiega: “Benché Dio sia infinito in grazia e misericordia, sembra essersi esaurito per l’amor nostro. Eravamo morti, ci ha dato la vita. Eravamo destinati ad essere infelici per tutta l’eternità, e per sua bontà e misericordia cambiò la nostra sorte! (Ef. II, 4-6) „ Infine, quando S. Giovanni ci parla della carità che Gesù Cristo ebbe per noi istituendo il Sacramento adorabile dell’Eucaristia, ci dice « che ci ha amati sino alla fine » (Giov. XIII, 1) , „ cioè ha amato nel corso della sua vita l’uomo d’un amore senza confronto. Dirò meglio, F. M., ci ha amato quanto poteva amarci. O amore, quanto sei grande e poco conosciuto! Ecchè, amico mio! non ameremo un Dio che ha sospirato per la nostra felicità durante l’eternità intera?… Un Dio, che ha tanto pianto i nostri peccati, ed è morto per cancellarli! Un Dio, che volle lasciare gli Angeli del cielo, dov’è amato d’amor sì puro e perfetto, per venire in questo mondo, quantunque sapesse benissimo come sarebbe stato disprezzato. Conosceva anticipatamente le profanazioni di cui sarebbe stato oggetto in questo Sacramento d’amore. Sapeva che gli uni lo riceverebbero senza contrizione; gli altri senza desiderio di correggersi: altri forse col peccato nel cuore, e lo farebbero morire. Ma no, tutto questo non poté arrestare il suo amore. O popolo fortunato quello dei Cristiani!… “O città di Sion, rallegrati, fa conoscere il tuo giubilo, esclama il Signore per bocca del profeta Isaia, perché il tuo Dio abita in mezzo a te „ (Is. XII, 6). Sì, F. M., ciò che il profeta Isaia diceva al suo popolo, posso dirlo a voi, anzi con più verità. Cristiani, rallegratevi! Il vostro Dio vuol comparire in mezzo a voi. Questo tenero Salvatore vuol visitare le vostre piazze, le vostre e vie, le case vostre: dappertutto vuol spargere le sue benedizioni più abbondanti. O case avventurate, davanti alle quali Egli passerà! O strade fortunate, che sosterranno i suoi passi santi! Potremo, trattenerci di dire dentro di noi, quando ritorneremo per la medesima via: Ecco dove è passato il mio Dio, ecco la strada che ha preso quando spargeva benefico le sue benedizioni su questa parrocchia. – Oh! quanto è consolante questo giorno per noi! Ah! se è permesso gustare qualche consolazione in questo mondo, non è in questo momento felice? Sì, dimentichiamole è possibile, tutte le miserie. Questa terra d’esilio sta per divenire veramente l’immagine della celeste Gerusalemme, le feste e le gioie del cielo discendono sulla terra. Ah! « se la mia lingua può obliare questi benefici, s’attacchi al mio palato !… „ (Ps. CXXXVI). Ah! se i miei occhi debbono ancor volgere i loro sguardi sulle cose terrene, che il cielo rifiuti loro la luce! Sì, F. M., se consideriamo tutto quanto Dio ha fatto: il cielo e la terra, questo bell’ordine che regna nel vasto universo, tutto ci annuncia una potenza infinita che ha tutto creato, una saggezza ammirabile che tutto governa, una bontà suprema che a tutto provvede con la stessa facilità che se fosse occupata d’un essere solo: tanti prodigi, non possono che riempirci di stupore e di ammirazione. Ma, se parliamo dell’adorabile sacramento dell’Eucaristia, possiamo dire che qui v’è il prodigio dell’amore d’un Dio per noi: qui la sua potenza, la grazia, la bontà sua risplendono in modo al tutto straordinario. Possiamo dire con tutta verità, che qui v’è il pane disceso dal cielo, il pane degli Angeli, che ci è dato per cibo delle anime nostre. E questo pane dei forti che ci consola, ed addolcisce le nostre pene. È qui veramente ” il pane dei viatori; „ diciamo anzi, F. M., la chiave che ci ha aperto il cielo. “Chi mi riceverà, dice il Salvatore, avrà la vita eterna: chi non mi riceverà, morrà. Chi ricorrerà, dice il Salvatore, a questo sacro banchetto farà nascere in sé una fonte che zampillerà sino alla vita eterna „ (Giov. VI, 54, 55). Ma per meglio conoscere l’eccellenza di questo dono, bisogna esaminare sino a qual punto Gesù Cristo ha spinto il suo amore per noi in questo Sacramento. No, F. M., non bastava al Figlio di Dio l’essersi fatto uomo per noi: per accontentare il suo amore, bisognò che si desse a ciascuno di noi in particolare. Vedete, F. M., quanto ci ama. Nel medesimo istante che i suoi poveri figli si preparavano a farlo morire, il suo amore lo porta a fare un miracolo, per restare in mezzo ad essi. Si vide, si può vedere un amore più generoso e più splendido di quello che ci mostra nel Sacramento del suo amore? Non possiamo dire, come il Concilio di Trento, che in esso la sua liberalità e generosità hanno esaurito tutte le loro ricchezze ? (Sess. XIII, cap. II). Può forse trovarsi qualche cosa sulla terra, ed anche in cielo, capace di essergli messa a confronto? Si vide alcune volte la tenerezza d’un padre, la liberalità d’un re pei suoi sudditi andar sì oltre quanto quella di Gesù Cristo nel Sacramento dei nostri altari! Vediamo che i genitori, nel testamento danno i loro beni ai figli: ma nel testamento che Gesù Cristo ci fa, non ci dà i beni temporali, poiché li abbiamo…, ma ci dà il suo Corpo adorabile ed il suo Sangue prezioso. Oh! felicità del Cristiano, quanto poco sei gustata! – No, F. M., non poteva spingere più lungi il suo amore che dandosi a noi: poiché ricevendolo, lo riceviamo con tutte le sue ricchezze. Non è questa la vera prodigalità d’un Dio per le sue creature? Sì, se Dio ci avesse data la libertà di domandargli quanto desideravamo, avremmo osato spinger sì lontano le nostre speranze? “D’altra parte, Dio stesso, benché Dio, poteva trovare cosa più preziosa da donarci?„ domanda S. Agostino. Sapete, F. M., che cosa indusse Gesù Cristo ad acconsentire di restar notte e giorno nelle nostre chiese? Ah! F. M., fu perché ogni volta volessimo vederlo, potessimo trovarlo. Ah! tenerezza di padre, quanto sei grande! Può esserci cosa più consolante per un Cristiano, che sa di adorare un Dio presente in Corpo ed Anima!” Ah! Signore, esclama il Re-profeta, un giorno passato vicino a Voi, è preferibile a mille passati nelle adunanze del mondo!„ (Ps. LXXXIII, 11) Che cosa rende le nostre chiese così sante e rispettabili? Non è la presenza di Gesù Cristo? Ah! popolo felice quello dei Cristiani!
II. — Ma,
chiederete, cosa dobbiamo fare per testimoniare a Gesù Cristo il nostro
rispetto e la riconoscenza nostra? — Ecco, F. M.:
1° Non ci presenteremo davanti a Lui se non col più grande rispetto, e lo seguiremo in processione con gioia tutta celeste, raffigurandoci alla mente il gran giorno di quella processione che si farà dopo il giudizio universale. – Sì F. M., per penetrarci del rispetto più profondo basta ricordarci che siamo peccatori, che siamo indegni di seguire un Dio così santo e puro. E un padre buono che tante volte abbiam disprezzato ed oltraggiato, che ci ama ancora, e ci dice che è pronto ad accordarci perdono. Cosa fa Gesù Cristo quando lo portiamo in processione? Eccolo. È come un re buono in mezzo ai suoi sudditi, come un buon padre circondato da’ suoi figli, come un buon pastore che vigila il suo gregge. Qual pensiero dobbiamo avere seguendo il nostro Dio? Eccolo. Dobbiamo seguirlo come i primi fedeli lo seguivano quand’era sulla terra, e beneficava tutti. Se avessimo la ventura di accompagnarlo con fede viva, potremmo essere sicuri di ottenere quanto gli domanderemo. Leggiamo nel Vangelo, che due ciechi, trovatisi sulla via seguita dal Signore, si posero a gridare: “O Gesù! Figlio di Davide, abbi pietà di noi! „ Gesù, n’ebbe compassione e domandò loro cosa volessero. “Ah! Signore, gli dissero, fate che noi vediamo. „ — “Ebbene! vedete, „ disse loro il buon Salvatore. (Matt. XX, 30-34). Un gran peccatore, Zaccheo, desiderando vederlo, s’arrampica su d’un albero: ma Gesù Cristo, che non ora venuto che per salvare i peccatori, gli gridò: “Zaccheo, discendi, perché oggi voglio fermarmi in casa tua. „ In casa tua! È come se gli avesse detto: Zaccheo, da lungo tempo la porta del tuo cuore è chiusa pel tuo orgoglio e le tue ingiustizie: aprimi oggi,vengo a darti il perdono. Sull’istante Zaccheo discende, si umilia profondamente davanti al suo Dio, ripara tutte le sue ingiustizie, e non vuol più che la povertà ed i patimenti per sé. O fortunato momento che gli valse una felicità eterna! Un altro giorno in cui il Salvatore passava per un’altra via, una povera donna, afflitta da dodici anni da una perdita di sangue, lo seguiva. “Ah! diceva tra sé, se avessi la fortuna di toccare anche solo il lembo del suo abito, sono sicura che guarirei. „ (Luc. XIX, 1-10). Piena di confidenza, corre a gettarsi ai piedi del Salvatore, tocca il lembo del suo abito e sull’istante è liberata dal suo male. Sì, F. M., se avessimo la medesima fede, la medesima confidenza, otterremmo le medesime grazie: perché è lo stesso Dio, lo stesso Salvatore, lo stesso Padre, animato dalla stessa carità. “Venite, diceva il Profeta, venite, Signore, uscite dai vostri tabernacoli, mostratevi al popolo vostro che vi desidera e vi ama. „ Ahimè! quanti ammalati da guarire: quanti ciechi, cui render la vista! Quanti Cristiani, che seguiranno Gesù Cristo, e la loro povera anima è ricoperta di piaghe! Quanti Cristiani che sono nelle tenebre, e non vedono che son vicini a cadere nell’inferno! Mio Dio! Guarite gli uni ed illuminate gli altri! Povere anime, quanto siete sventurate! S. Paolo ci dice che essendo ad Atene, trovò scritto sa un altare : “Al Dio ignoto, „ o almeno dimenticato (Act. XVII, 23). Ah! F. M.! io potrei ben dirvi al contrario: vengo ad annunciarvi un Dio che sapete essere il vostro Dio, e non lo adorate e lo disprezzate. Quanti Cristiani che nei giorni di domenica non sanno che fare del loro tempo; che non si degnano neppure di venire per qualche breve momento a visitare il loro Salvatore, che arde di desiderio di vederli a sé vicini, per dir ad essi che li ama e vuol colmarli di benefizi. Oh! qual vergogna per noi!… Succede qualche novità? Si lascia tutto, e si corre. Per Iddio altro non facciamo che disprezzarlo e fuggirlo; il tempo ci pesa alla sua santa presenza; quanto facciamo è sempre lungo. Ah! qual differenza tra i primi fedeli e noi! essi consideravano come il tempo più felice di lor vita quello in cui avevano la fortuna di passare i giorni e le notti intere nelle chiese a cantar le lodi del Signore, od a piangere i loro peccati: ma oggi non è più così. Egli è lasciato, abbandonato da noi, v’è persino chi lo disprezza: la maggior parte ci presentiamo nelle chiese, in questi luoghi sacri, senza rispetto, senza amor di Dio, senza neppur sapere cosa vi veniamo a fare. Gli uni lasciano occupare il loro spirito ed il cuore da mille cose terrestri, e forse anche peccaminose: gli altri vi stanno con noia e disgusto: altri s’inginocchiano a fatica, mentre un Dio sparge il suo sangue prezioso pel loro perdono: altri infine lasciano appena discendere il Sacerdote dall’altare e subito sen fuggono. Mio Dio, come i figli vostri vi amano poco, o piuttosto vi disprezzano! Infatti, quale spirito di leggerezza e dissipazione non mostrate voi, quando siete in chiesa! gli uni dormono, gli altri parlano, e quasi nessuno si occupa di quanto dove fare.
2° F. M., tutti noi, fatti per Iddio, ricolmati di continuo de’ suoi benefizi più abbondanti, tutti dobbiamo testimoniargli la nostra riconoscenza, e affliggerci di vederlo tanto oltraggiato. Dobbiam fare come un amico che si rattrista per la sventura di un amico: così gli mostra sincera amicizia. Eppure, F . M., per quanti servigi abbia quest’amico potuto rendere all’amico, non avrà fatto mai quanto Dio ha fatto per noi. — Ma, chi deve, a quanto pare, dimostrare un amore più grande ed ardente per gli oltraggi che Gesù Cristo riceve da parte dei cattivi Cristiani? — Certamente tutti debbono affliggersi dei disprezzi che gli si fanno, e procurar di risarcirnelo: ma alcuni fra i Cristiani vi sono obbligati in modo particolare; ed eccoli: sono coloro che hanno la ventura d’appartenere alla confraternita del Ss. Sacramento. Dico: “Che hanno la fortuna. „ Ah! può darsi sorte più cara di quella d’esser scelti per far riparazione a Gesù Cristo degli oltraggi che riceve nel Sacramento del suo amore? Ma non illudetevi, F. M; come confratelli, siete obbligati a condurre una vita ben più perfetta che il resto dei Cristiani. I vostri peccati sono assai più sensibili per Gesù Cristo. Miei cari, non basta portare una candela in mano, per mostrar d’essere fra coloro che Dio ha scelto: ma bisogna che ci distingua la nostra vita, come la candela ci distingue da chi non l’ha. Perché, F. M., brillano queste candele? se non perché la vita vostra dev’essere un modello di virtù, e voi dovete gloriarvi d’essere figli di Dio, pronti a dar la vita per sostenere gli interessi del vostro Dio, al quale vi consacraste con grande sincerità? Sì, F. M., affaccendarsi ad abbellir le chiese ed i tabernacoli: sono queste buone e lodevoli dimostrazioni esteriori: ma non bastano. I Betsamiti, quando l’arca del Signore passò per il loro territorio, mostrarono la maggior premura e lo zelo più ardente: appena scortala, il popolo uscì in folla per incontrarla: tutti si affrettarono di uccidere buoi pel sacrificio. Eppure cinquanta mila furon colpiti da morte, perché non era stato abbastanza grande il loro rispetto!. (1 Re, VI). Oh! F. M., ci deve ben far tremare quest’esempio! Cosa rinchiudeva quell’arca? Ahimè! un po’ di manna, le tavole della legge: eppure, perché coloro che vi s’avvicinano non sono abbastanza penetrati della sua presenza, il Signore li colpisce di morte. Ma, ditemi, chi riflettendo alquanto alla presenza di Gesù Cristo, non sarebbe colto da timore? Quanti, F. M., sono così sciagurati da far compagnia al Salvatore, col cuore macchiato di colpe! Ah! disgraziato, potrai ben piegar le ginocchia, mentre Dio si alza per benedire il suo popolo: i suoi sguardi penetranti non lasceranno di vedere gli orrori che sono nel tuo cuore. Ma se l’anima nostra è pura, presentiamoci a seguire Gesù Cristo come un gran re che esce dalla sua città capitale a ricevere gli omaggi dei sudditi, e colmarli di benefici. Leggiamo nel Vangelo, che i due discepoli d’Emmaus camminavano col Salvatore senza conoscerlo: quando lo riconobbero, scomparve. Rapiti di gioia, si dicevano l’un l’altro: “Come mai non l’abbiamo conosciuto? I nostri cuori non si sentivano forse infiammati d’amore quando ci parlava spiegandoci la santa Eucaristia?„ (Luc. XXIV, 13-32) Mille volte più felici, F. M., di quei discepoli, che camminavano con Gesù Cristo senza conoscerlo, noi sappiamo che è il nostro Dio ed il nostro Salvatore, che parla in fondo al nostro cuore, e vi fa nascere un numero infinito di buoni pensieri, di buone ispirazioni. “Figlio mio, ci dice, perché non vuoi amarmi? Perché non lasci quel maledetto peccato, che mette un muro di separazione tra noi due? Ah! figlio mio, vuoi dunque abbandonarmi? vorrai costringermi a condannarti ai supplizi eterni? Figlio mio, eccoti il perdono: vuoi tu pentirti? „ Ma che gli dice il peccatore? “No, no, Signore, preferisco vivere sotto la tirannia del demonio ed esser riprovato, anziché domandarvi perdono. „ Ma, mi direte, noi non diciamo questo al buon Dio. — Ed io vi soggiungo, che lo dite continuamente, ogni volta Iddio vi manda il pensiero di convertirvi. Ah! infelice, verrà un giorno che domanderai quanto oggi rifiuti; e forse non ti sarà accordato. È certo, F. M., che se avessimo la fortuna di tanti santi, ai quali Dio si faceva vedere, come a S. Teresa, talora come bambino nella culla, talora confitto sulla croce, avremmo senza dubbio maggior rispetto ed amore per Lui: ma non lo meritiamo; e poi ci crederemmo già santi: il che ci sarebbe argomento d’orgoglio. Ma, sebbene il buon Dio non ci conceda una tal grazia, non è meno presente e pronto ad accordarci quanto gli domanderemo. – Raccontasi nella storia, che un sacerdote, dubbioso di questa verità, dopo aver pronunciato le parole della consacrazione: “Come è possibile, diceva tra sé, che le parole di un uomo facciano un sì gran miracolo? „ Ma Gesù Cristo, per rimproverargli la sua poca fede, fece trasudare sangue all’Ostia santa in grande abbondanza. Ascoltate che cosa ci dice il medesimo autore: essendosi appiccato il fuoco in una cappella, tutta la costruzione fu abbruciata e distrutta: e la santa Ostia restò sospesa in aria, senza appoggio alcuno: venuto il sacerdote a riceverla in un vaso, subito vi discese dentro (È il miracolo delle sante Ostie di Faverney, nella diocesi di Besançon, avvenuto il 26 Maggio 1608. Mgr de Ségur, La Francia ai piedi del Ss. Sacramento, xv, ricorda alcune particolarità del fatto in modo un po’ differente dal racconto del Beato). Leggiamo nella storia ecclesiastica (Questo celebre miracolo avvenne in Parigi l’anno 1290. Vedi Rohrbacher, Storia universale…, lib. LXXVI), che la fantesca d’un giudeo, per pura compiacenza verso del padrone, gli portò un’ Ostia santa. Dopo ricevutala in bocca, questa disgraziata la prese, la mise nel fazzoletto e la portò al padrone. Questo mostro, ebbro di gioia per aver Gesù Cristo in suo potere, come già i padri suoi quando lo misero in croce, si abbandonò a quanto il furor suo poté ispirargli. Gesù Cristo volle mostrargli quanto vivamente sentisse gli oltraggi che gli faceva. Il disgraziato, messa l’Ostia santa su d’una tavola, la colpì parecchie volte col temperino: l’Ostia si coperse tosto tutta di sangue: il che fece fremere la moglie ed i figli suoi, presenti a così raccapricciante spettacolo. Ripresala, la sospende ad un chiodo, e le dà molti colpi di staffile e di lancia: il sangue usciva in grande abbondanza come prima. La riprende per la terza volta, e la getta in una caldaia d’acqua bollente. Subito l’acqua fu cambiata in sangue: e nello stesso istante Gesù Cristo riprende la forma che aveva sull’albero della croce. In tal modo sembrava volesse Gesù Cristo tentar se poteva di commuoverlo. Ma il disgraziato, simile a Giuda, considera il suo delitto come troppo grande, e, disperando del perdono, fu condannato ad esser abbruciato vivo. F. M., non possiamo udir questi orrori senza fremere. Ahimè! quanti Cristiani lo trattano ancor più crudelmente! Ma, mi direte, come è possibile diportarsi in tal modo? — Ahimè! amico mio, Dio voglia che non vi tocchi mai tale sventura! Ogni volta che acconsentite al peccato!: un pensiero di orgoglio lo calpesta sotto i piedi e gli dà la morte: un pensiero impuro gli squarcia il cuore. — Ahimè! in questa processione raffiguriamoci il Salvatore come se andasse al Calvario: gli uni gli davano dei calci, gli altri lo ricoprivano d’ingiurie e di bestemmie… soltanto alcune anime sante lo seguivano piangendo, e mescolavano le lor lagrime col Sangue prezioso, di cui bagnava la via. Oh! quanti Giudei e carnefici stanno per seguire Gesù Cristo, e non si accontenteranno solo di farlo morire una volta, ma sopra tanti calvari, quanti sono i loro cuori! Ah! è possibile che un Dio che ci ama tanto sia così disprezzato e maltrattato? Sì, F. M., se amassimo il buon Dio, ci faremmo una gioia ed una felicità di venir tutte le domeniche a passar alcuni istanti per adorarlo, domandargli la grazia di perdonarci: considereremmo questi momenti come i più belli della vita. Ah! che gli istanti passati con questo Dio di bontà sono dolci e consolanti! Siete nell’affanno! venite a gettarvi un momento a’ suoi piedi, e vi sentirete consolati. Siete sprezzati dal mondo? venite qua, e troverete un amico che non vi mancherà di fedeltà. Siete tentato? oh! è qui che troverete delle armi forti e terribili per vincere il vostro nemico. Temete il giudizio formidabile che ha fatto tremare i più gran santi? approfittate del tempo in cui il vostro Dio è il Dio della misericordia, ed in cui vi è sì facile ottenere la sua grazia. Siete oppresso dalla povertà? Venite qui,vi troverete un Dio infinitamente ricco, e che vi dirà che tutti i suoi beni sono per voi, non in questo mondo, ma nell’altro. “E là ch’io ti preparo dei beni infiniti; disprezza questi beni perituri, e ne avrai altri che non periranno mai. „ Vogliamo incominciare a gustare la felicità dei santi? veniamo qui, e ne gusteremo il beato inizio. Ah! quanto fa bene, F. M., il godere i casti amplessi del Salvatore! Non li avete mai gustati? Se aveste avuto tal felicità non potreste più abbandonarla. Non meravigliamoci più che tante anime sante abbiano passata la lor vita nella sua casa giorno e notte: esse non potevano più separarsi dalla sua presenza. – Leggiamo nella storia, che un santo sacerdote trovava tante dolcezze e consolazioni nelle chiese, che dormiva sul pavimento dell’altare per aver la fortuna, svegliandosi di trovarsi presso il suo Dio: e Dio, per ricompensarlo, permise che morisse ai piedi dell’altare. Vedete S. Luigi, che nei suoi viaggi, Invece di passar la notte nel letto, la passava ai piedi degli altari, vicino alla dolce presenza del suo Salvatore. Perché, F. M., abbiamo tanta indifferenza e disgusto quando dobbiamo venir qui? Ahimè! perché mai gustammo questi momenti felici. Che dobbiam concludere da tutto ciò? Eccolo. Dobbiam riguardare come il momento più felice di nostra vita quello, in cui possiamo tener compagnia ad un amico sì buono. Seguiamolo in processione con un santo timore: siamo peccatori, domandiamogli con dolore e lagrime il perdono dei nostri peccati e saremo sicuri di ottenerlo… Riconciliati, sollecitiamo il dono prezioso della perseveranza. Diciamogli che piuttosto di offenderlo ancora, preferiamo morire. No, F. M., fin che non amerete il vostro Dio non sarete mai contenti: tutto vi peserà tutto vi annoierà: ma dacché l’amerete, passerete una vita felice, e aspetterete la morte con desiderio… Quella morte avventurata che ci riunirà al nostro Dio!… Ah! felicità! quando verrai?… Quanto è lungo questo tempo! Ah! vieni! tu ci procurerai il più grande di tutti i beni, il possesso di Dio!… Ciò che… vi desidero.
Orémus Levit. XXI: 6 Sacerdótes Dómini incénsum et panes ófferunt Deo: et ideo sancti erunt
Deo suo, et non pólluent nomen eius, allelúia. [I sacerdoti del Signore
offrono incenso e pane a Dio: perciò saranno santi per il loro Dio e non
profaneranno il suo nome, allelúia.]
Secreta
Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, unitátis et pacis propítius dona concéde: quæ sub oblátis munéribus mýstice designántur.
[O Signore, Te ne preghiamo, concedi propizio alla tua Chiesa i doni dell’unità e della pace, che misticamente son figurati dalle oblazioni presentate.]
1 Cor XI: 26-27 Quotiescúmque manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat: itaque quicúmque manducáverit panem vel bíberit calicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini, allelúia.
[Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, finché verrà: ma chiunque avrà mangiato il pane e bevuto il sangue indegnamente sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore, allelúia.]
Postcommunio
Orémus. Fac nos, quǽsumus, Dómine, divinitátis tuæ sempitérna fruitióne repléri: quam pretiósi Corporis et Sanguinis tui temporalis percéptio præfigúrat: [O Signore, Te ne preghiamo, fa che possiamo godere del possesso eterno della tua divinità: prefigurato dal tuo prezioso Corpo e Sangue che ora riceviamo].
ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉSET MÉDITÉS
A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES
SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.
[I Salmi
tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e
delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli
oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]
Par M. l’Abbé
J.-M. PÉRONNE,
CHANOINE
TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et
d’Éloquence sacrée.
[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di
Scrittura santa e sacra Eloquenza]
TOME TROISIÈME (III)
PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878
IMPRIM.
Soissons, le 18
août 1878.
f ODON, Evêque de Soissons et Laon.
Salmo 143
Psalmus David. Adversus
Goliath.
[1] BenedictusDominus Deus meus,
qui docet manus meas ad prælium, et digitos meos ad bellum.
[2] Misericordia mea et refugium meum, susceptor meus et liberator meus; protector meus, et in ipso speravi; qui subdit populum meum sub me.
[3] Domine, quid est homo, quia innotuisti ei? aut filius hominis, quia reputas eum?
[4] Homo vanitati similis factus est; dies ejus sicut umbra prætereunt.
[5] Domine, inclina cœlos tuos, et descende; tange montes, et fumigabunt.
[6] Fulgura coruscationem, et dissipabis eos; emitte sagittas tuas, et conturbabis eos.
[7] Emitte manum tuam de alto: eripe me, et libera me de aquis multis, de manu filiorum alienorum:
[8] quorum os locutum est vanitatem, et dextera eorum dextera iniquitatis.
[9] Deus, canticum novum cantabo tibi; in psalterio decachordo psallam tibi.
[10] Qui das salutem regibus, qui redemisti David servum tuum de gladio maligno,
[11] eripe me, et erue me de manu filiorum alienorum, quorum os locutum est vanitatem, et dextera eorum dextera iniquitatis.
[12] Quorum filii sicut novellæ plantationes in juventute sua; filiæ eorum compositæ, circumornatæ ut similitudo templi.
[13] Promptuaria eorum plena, eructantia ex hoc in illud; oves eorum fœtosæ, abundantes in egressibus suis;
[14] boves eorum crassæ. Non est ruina maceriæ, neque transitus, neque clamor in plateis eorum.
[15] Beatum dixerunt populum cui hæc sunt; beatus populus cujus Dominus Deus ejus.
[Vecchio Testamento
Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI
Arciv. Di Firenze etc.
Vol. XI
Venezia, Girol.
Tasso ed. MDCCCXXXI]
SALMO CXLIII.
Il salmo canta la vittoria di Davide sul gìgante Goliath; ed in senso spirituale, predice la vittoria Cristo e della Chiesa sul demonio.
Salmo di David contro Goliath.
1. Benedetto il Signore Dio mio, il quale alle mani mie insegna a combattere, e alle mie dita a trattare l’armi.
2.
Egli mia misericordia e mio asilo; mia difesa e mio liberatore; Protettor mio,
e in lui ho sperato: egli che a me soggetta il mio popolo.
3.
Signore, che è l’uomo, che a lui ti sei dato a conoscere? o il figliuolo
dell’uomo, che tal tu ne mostri concetto?
4.
L’uomo è divenuto simile al nulla: i giorni di lui passan come ombra.
5.
Signore, abbassa i tuoi cieli, e discendi, tocca i monti e andranno in fumo.
6. Fa lampeggiare i tuoi folgori, e dissiperai costoro; scocca le tue saette, e li porrai in ispavento.
7.
Stendi la mano tua dall’alto, e salvami; e liberami dalla piena dell’acque,
dalla mano de’ figliuoli stranieri.
8.
La bocca de’ quali di cose vane ragiona, e la loro destra, destra d’iniquità. (1)
9.
0 Dio, io canterò a te un cantico nuovo; inni di laude dirò a te sul salterio a
dieci corde.
10.
A te che dai salute ai regi, che liberasti David tuo servo dalla spada
micidiale; liberami,
11. E toglimi dalle mani de’ figliuoli stranieri, la bocca de’ quali di cose vane ragiona, e la loro destra, destra d’iniquità.
12.
I figliuoli de’ quali sono come piante novelle nella lor giovinezza. Le loro
figliuole abbigliate, e ornate da ogni lato, come l’idolo di un tempio. (2)
13.
Le loro dispense ripiene, e ridondanti per ogni lato. (3)
14.
Feconde le loro pecore, escono fuori in branchi copiosi: pingui le loro vacche.
Da
ruina sono esenti le loro mura, e da incursione; nè flebil grido si ode nelle
lor piazze.
15.
Beato hanno detto quel popolo che ha tali cose; ma beato il popolo, che per suo
Dio ha il Signore.
(1)Dextera
eorum, dextera iniquitatis, Vale a
dire, letteralmente: che porgono la mano per fare alleanze ingannevoli.
(2) Secondo il
testo ebraico: le nostre figlie sono come delle pietre angolari tagliate come
ornamento di un tempio o in un palazzo.
(3)Eructantia
ex hoc in illud, letteralmente:
fornente delle provvigioni di una specie ed altra, cioè di ogni specie.
Sommario analitico
Il Re-Profeta, persuaso che egli debba
la sua vittoria, o su Golia, o sui popoli vicini congiurati contro di lui, al
favore divino, testimonia a Dio la sua riconoscenza per i molteplici benefici
che ha ricevuto, malgrado la sua debolezza e la sua indegnità, ed implora
nuovamente la protezione divina.
I. – Egli rende grazie a Dio per la vittoria
che ha riportato:
1° Benedicendo Dio che, a) con la sua
saggezza ha istruito le sue mani al combattimento e le sue dita alla guerra
(1);
2° Con la sua misericordia è stato:
a) suo rifugio dai nemici;
b) suo sostegno e liberatore,
liberandolo da ogni pericolo al quale è stato esposto;
c) suo protettore, dandogli sua speranza
tra i combattimenti, e sottomettendogli il suo popolo (2);
3° Abbassandosi egli stesso,
a) si riconosce indegno di conoscere
Dio, indegno perché Dio si possa degnare di pensare a lui (3);
b) spiega la causa di questa indegnità:
il nulla dell’uomo e la brevità della sua esistenza (4);
II. – Implora
il soccorso di Dio contro i suoi nemici, e gli domanda:
1° che i suoi nemici siano distrutti da
Dio stesso,
a) abbassando i cieli,
b) colpendo con fulmini queste montagne
orgogliose (5), e facendo brillare i suoi fulmini onde dissiparli,
c) lanciando contro di essi i suoi dardi
per riempirli di terrore (6);
2° Che sia liberato dai perfidi disegni
dei suoi nemici, e adduce come ragione i loro discorsi ispirati dalla menzogna
e dalla vanità, e l’iniquità delle loro opere (7, 8).
III. – Promette a Dio delle nuove azioni di
grazie per le nuove vittorie che egli spera dalla sua misericordia:
1° promette di cantare un cantico nuovo
per ringraziare Dio per averlo salvato e liberato dalla mano di figli di
stranieri (9-11);
2° porta come ragioni in appoggio alla
sua preghiera, l’orgoglio dei suoi nemici, prodotto dalla prosperità e
dall’abbondanza di cui godono:
a) col numero dei loro figli, pieni di
linfa e di vigore (12);
b) dalla bellezza e splendore delle loro
figlie (12);
c) dall’abbondanza dei loro raccolti
(13);
d) dal numero e dalla fecondità delle
loro greggi;
e) dalla solidità delle loro abitazioni;
f) dalla calma e tranquillità che li
circonda (14);
3° all’opinione del mondo, che proclama
felici cloro che possiedono questi beni, egli oppone il proprio pensiero,
espressione della verità, e cioè che il popolo veramente felice è quello di cui
è Signore Dio (15).
Spiegazioni e considerazioni
I. — 1-4.
ff. 1, 2. –Cosa dite, o Profeta? Che Dio insegna a
far la guerra, a darsi ai combattimenti, a preparare delle armate in battaglia?
Sì, senza dubbio, e non ci si inganna ad attribuirgli le vittorie così
riportate … ma vi è un’altra guerra più spaventosa, in cui il soccorso
dall’alto ci è soprattutto necessario: è la guerra che dobbiamo sostenere
contro le potenze nemiche (Ephes. VI, 12). E ciò che rende
questa guerra più spaventosa è che queste potenze siano di una natura
differente dalla nostra, di una natura invisibile, e che non si tratti di
interessi senza importanza: sono in gioco la nostra salvezza o la nostra
perdita! Le vittime di questa guerra non
si possono vedere; è impossibile prevedere né il tempo, né le difficoltà, né i
luoghi, né le altre circostanze del combattimento (S. Chrys.). – Due lezioni
sono comprese in questi versetti: la prima: che è necessario considerare Dio
come l’Autore ed il principio di ogni bene, di ogni successo riportato sui
nostri nemici temporali o spirituali; la seconda è: che la protezione del
Signore consiste tanto nell’istruirci, che nel fortificarci (Berthier).
– « Egli è mia misericordia, etc. » Noi
vediamo qui in quale ordine Dio ha dato la vittoria a Davide, ed in quale
ordine pure la darà a noi, se riponiamo
in Lui ogni nostra speranza. Innanzitutto Dio lo ha considerato con
misericordia. La misericordia divina è, in effetti, l’origine di tutti i beni e
previene assolutamente ogni tipo di merito. – Una volta prevenuto e chiamato
dalla misericordia celeste, Davide ha rivolto gli occhi al Signore, e mettendo
in Lui tutte le sue speranze, si rifugia nel suo seno. – Dio, dal suo canto,
gli tende la mano, gli promette il suo soccorso: Egli è il suo difensore. – Ma
non basta, Dio lo libera e, dopo averlo liberato, continua a proteggerlo, per
sottrarlo ad ogni pericolo; in altri combattimenti Egli è il suo protettore;
infine come pure Dio ha sottomesso a Davide il popolo sul quale egli doveva
regnare, Egli ammorbidisce la fuga delle nostre passioni, ce le assoggetta e ce
ne rende padroni. – In effetti, nella guerra contro i nemici della salvezza,
l’operazione più difficile e necessaria è il renderci padroni del nostro
popolo, cioè delle nostre facoltà, dei nostri sensi, della nostra
immaginazione, della nostra memoria, del nostro spirito, della nostra volontà (Bellar.,
Berthier, Duguet)
ff.
3,
4. –
Ci è necessaria una doppia conoscenza, che questo salmo ci dà in successione:
la conoscenza di noi stessi, la conoscenza di Dio. – Per l’uomo è un grande
onore conoscere il Creatore. In questo noi differiamo dagli animali, perché noi
conosciamo il nostro Creatore, mentre gli animali non lo conoscono affatto. La
direzione stessa del nostro corpo sembra cercare il suo Creatore. Gli altri
animali guardano a terra, i loro occhi seguono la direzione del loro ventre, i
nostri occhi, al contrario, sono levati al cielo, affinché, anche se la nostra
anima è cieca, noi non cessiamo mai di guardare il cielo con gli occhi del
corpo. (S. Girol.). – Il Re-Profeta non intende marcare le differenze
tra Dio e l’uomo. L’intervallo è infinito, e non c’è nell’uomo alcun termine
che possa servire da regola e da proporzione. « Che cos’è l’uomo, e cosa siete
Voi o Signore? » È tutto ciò che può dire questo grande Profeta; il suo spirito
entra in una sorta di estasi, si perde in questi due abissi, l’uno di
perdizione e l’atro di debolezza (Berthier). « Signore, che cos’è
l’uomo? » Tutto ciò che egli è, lo è perché Voi gli avete concesso di
conoscervi. « Che cos’è l’uomo perché gli abbiate concesso di conoscervi? O il
figlio dell’uomo perché ne facciate conto? » Voi lo considerate, fate gran caso
di lui, lo apprezzate di grande valore: gli date un rango, Voi sapete sopra di
chi porlo, Voi sapete sopra di chi lo avete posto. La stima su misura dal
prezzo che si dà ad una cosa; e quale stima ha fatto dell’uomo Colui che ha
versato per lui il sangue del suo Figlio unigenito? « Cosa è l’uomo perché gli
abbiate concesso di conoscervi? » A chi lo avete concesso? Chi lo ha concesso?
« Cos’è il figlio dell’uomo perché Voi lo consideriate? » E ponendo un prezzo
così alto, stimandolo di un tal valore, Voi dimostrate che egli è qualcosa di
prezioso; perché Dio non stima l’uomo, come l’uomo stima se stesso. Quando si
compra uno schiavo, lo si paga meno di un cavallo. Vedete quando Dio vi stimi,
perché possiate dire: « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rom.
VIII, 31). A qual prezzo elevato, vi ha stimato, Egli che non ha risparmiato
suo Figlio, ma lo ha offerto per noi! « Come non ci avrebbe dato ogni cosa con
Lui? » (ibid.). Egli che ha dato un tal nutrimento al combattente, cosa
riserva al vincitore? (San Agost.). – « L’uomo è diventato
simile alla vanità, i suoi giorni passano come l’ombra. » I nostri giorni sono
veramente come l’ombra: io ero un bambino, sono stato adolescente, giovane,
sono diventato un uomo fatto, cioè ho raggiunto l’età perfetta, senza
accorgermene, sono diventato vecchio, e la morte si appresta a succedere alla
vecchiaia. Io cambio ogni giorno, non sento che sono nulla. Noi non restiamo un
solo istante della nostra vita nel medesimo stato, ma sempre ci accresciamo o
decresciamo. L’uomo dunque cambia ad ogni istante, e muore nel momento che meno
immagina. Vecchio, mi ricordo di ciò che sono stato, ciò che ho fatto da
piccolo, giocare, correre qua e là, io mi vedo ora curvo sotto il peso degli
anni. « I suoi giorni passano come l’ombra. » (S. Gerol.) – « L’uomo è
divenuto simile alla vanità! » A quale vanità? Ai tempi che passano e scorrono.
In effetti, i tempi possono essere chiamati una vanità, in confronto alla
verità che resta eternamente e non può morire. Ma questa creatura è al suo
posto. In effetti, « Dio, come è scritto, ha riempito la terra dei suoi beni. »
(Eccli.
XVI, 30). Che significa « Dei suoi beni? » Dei beni che gli convengono.
Ma tutti questi beni terrestri sono cangianti e passeggeri, se li si compara a
questa verità per eccellenza che ha detto: « Io sono colui che sono » (Es.
III, 14); tutto ciò che accade si chiama col nome di Vanità; perché
tutto ciò svanisce nel tempo, come il fumo nell’aria. E cosa dirò di più di ciò
che ha detto l’Apostolo San Giacomo, con l’intenzione di richiamare all’umiltà
l’orgoglio degli uomini? « Cos’è – egli dice – la vostra vita? un vapore che
appare per un po’ di tempo e che dopo sarà disperso. » (Giac. IV, 15). « L’uomo è
dunque divenuto simile alla vanità. » E peccando, « … egli è divenuto simile
alla vanità; » perché, quando è stato creato, è stato fatto in origine simile
alla verità; ma poiché ha peccato ed ha ricevuto il castigo, « è divenuto
simile alla vanità. » (S. Agost.). – I giorni dell’uomo passano come l’ombra.
Questo paragone è completo: l’ombra diminuisce di forma, a misura che cresce;
crescendo si avvicina alla sua fine, e sparisce nel momento in cui ha maggiore
estensione. I nostri giorni diventano più deboli man mano che il loro numero
aumenta, e si spengono completamente quando hanno raggiunto la somma che Dio ha
loro assegnato. Non resta a colui che è giunto alla vecchiaia se non il ricordo
delle sue diverse età, e questo ricordo è ancora nel suo spirito come un’ombra
che si affievolisce con il progredire dei giorni, e si spegne del tutto al
momento della morte. (Berthier).
II. — 5-8.
ff.
5,
6. –
Il Signore ha abbassato i cieli ed è sceso quando si è annientato fino ad
unirsi all’uomo. Egli ha colpito le montagne, quando ha umiliato i superbi ed i
grandi della terra. – Ciò che succede nelle regioni dell’aria, quando Dio vi
eccita delle tempeste, è un’immagine dello stato in cui si trova l’anima toccata
dalla grazia e penetrata dal timore dei giudizi di Dio. Sembra allora che i
cieli si abbassino, che i fulmini della collera divina giungano fino a tutto
l’interno. Che Dio lanci i suoi colpi e ferisca tutte le parti del cuore un
tempo fiero, ribelle ed insensibile (Berthier). – Nel linguaggio della
Scrittura, dice S. Agostino, vi sono dei buoni e dei cattivi monti. I buoni
rappresentano la grandezza spirituale; i cattivi designano il rigonfiamento del
cuore. – Questi ultimi sono la figura di quelle persone che fanno professione
di religione e che, pieni di sentimenti di più alta pietà, non respirano che
Dio e la sua gloria, sagge nella loro condotta e severi nelle loro massime, ma
incapaci, tra tutto questo, di ricevere un avvertimento: gente meravigliosa nel
dire le verità agli altri, ma insensibili fino alla fiacchezza, quando sono
obbligati ad ascoltare le loro; delle montagne, dice la Scrittura, per
l’apparenza della loro elevazione, ma montagne presto fumanti quando si giunge
a toccarle (BOURD. Am. et crainte de la
Vér.)
ff.
7.
8. –
« Mandate dall’alto del cielo la vostra mano e liberatemi. » La potenza di Dio
non si esercita solamente per punire, ma per salvare. La mano di Dio, è il suo
soccorso, la sua protezione. Queste acque figurano l’irruzione disordinata e
violenta dei nemici ed il loro attacco tempestoso. Una prova, in effetti, che
il Profeta non parla qui delle acque in senso proprio, è che egli aggiunge: «
Dalla mano dei figli dello straniero. » Questi figli stranieri sono a mio
avviso, coloro che sono estranei alla verità: come noi riguardiamo tutti i
fedeli come nostri parenti e fratelli, così consideriamo gli infedeli come
degli stranieri, ed è per questo che noi distinguiamo lo straniero da colui che
ci è unito dai legami di affetto. Io considero mio fratello colui che riconosce
la stesso padre mio, partecipa alla medesima tavola, piuttosto che colui che
non mi è unito che per il sangue. Questa parentela è ben più perfetta
dell’altra, ed anche l’incompatibilità che risulta dai sentimenti contrari è
molto più pronunziata di quella che proviene dalla diversità delle famiglie.
Non vi fermate dunque a questo pensiero secondo cui viviamo sotto lo stesso
cielo ed abitiamo la stessa terra; io voglio un’altra unione che è al di sopra
dei cieli. « È là che è il nostro regno e la nostra vita. » Noi non abitiamo
più la terra, noi veniamo trasportati nella città dei cieli. Noi abbiam
un’altra vera luce, un’altra patria, altri concittadini, altri parenti. Ecco
perché San Paolo diceva: (Ephes. II, 19) « Voi non siete più
stranieri né ospiti, ma concittadini dei Santi. » (S. Chrys.).
III. — 9-11.
ff. 11. – Vediamo ora i
segni con i quali possiamo distinguere lo straniero dal prossimo: dai loro
discorsi, dalle loro opere. Chi sono questi stranieri? Sono coloro che vivono
nel crimine, che amano l’iniquità, che fanno discorsi insensati, e dicono
parole inutili: quindi è dai loro discorsi, dalle loro parole che potete
riconoscerli, come dichiara Gesù-Cristo; (Matth. VII, 16); « dai frutti li
riconoscerete. » (S. Chrys.). – Parole di menzogna e di vanità. Azioni ingiuste,
opere inique: è da qui che li riconoscerete.
ff.
12.-14.
–
Non è dunque li la felicità? Io lo chiedo ai bambini del regno dei cieli; io lo
chiedo alla razza che deve resuscitare per l’eternità; io lo chiedo al corpo di
Cristo, ai membri del Cristo, al tempio di Dio: dunque la felicità non è l’avere
figli vigorosi, figlie ornate, cantine ricolme, greggi numerose; avere non solo
delle muraglie, ma delle aie senza brecce né aperture, non sentire nelle strade
né tumulti, né clamori, ma possedere il riposo, la pace, le ricchezze e
l’abbondanza di tutti i beni nelle case e nelle città? Non è dunque lì la
felicità? I giusti devono rifuggire da questa felicità? Non troverete mai la
casa del giusto ricolma di tutte queste ricchezze e piena di questa
beatitudine? La casa di Abramo non abbondava in oro, in argento, in figli, in
servi ed in greggi? (Gen. XII, 5 e XIII, 2-6). Il santo
patriarca Giacobbe, fuggitivo in Mesopotamia davanti alla faccia del fratello
Esaù, e tenuto a servizio di Labano, non vi si è arricchito? Al suo ritorno non
ha reso grazie a Dio di ciò quando passando il Giordano, con un bastone solo,
tornava con una moltitudine di greggi e di figli? (Gen. XXXI, 18; XXXII, 7-10).
Non è li la felicità? Certo, è una felicità ma viene dalla sinistra. Che vuol
dire dalla sinistra? Una felicità temporale, mortale, materiale. Io non esigo
che voi la evitiate, ma io non voglio che la scambiate con la felicità della
destra; perché questi uomini non erano malvagi e vani perché possedessero
questi beni in abbondanza; ma perché essi ponevano a destra i beni che dovevano
lasciare a sinistra. Cosa devono porre alla loro destra? Dio, l’eternità, gli
anni indefettibili di Dio, di cui è detto:
« I vostri anni non avranno fine. » (Ps. CI, 28). Là è la
nostra destra. Usiamo la sinistra per il tempo, aspiriamo a destra per
l’eternità. (S. Agost.). – Gli uomini mostrano le loro figlie per essere
spettacolo di vanità ed oggetto della pubblica cupidigia, e « le preparano come
si fa con un tempio. », Essi trasportano gli ornamenti che il vostro tempio
solo dovrebbe avere, a questi cadaveri ornati, a questi sepolcri imbiancati e
sembra che abbiano deciso di farli adorare nella vostra piazza. Essi nutrono la
loro vanità e quella degli altri; riempiono altre figlie di gelosia, gli uomini
di voluttà; tutto questo, di conseguenza, è errore e corruzione. O fedeli, o
figli di Dio, non abusate di queste false concupiscenze. Perché volgete le vostre
necessità in vanità? Voi avete bisogno di una casa come di una difesa contro le
ingiurie dell’aria; è una debolezza; voi avete bisogno di nutrimento per
restaurare le vostre forze che si esauriscono e si dissipano in ogni momento:
altra debolezza; voi avete bisogno del letto per riposarvi dalla vostra
stanchezza e lasciarvi andare al sonno che lega e seppellisce la vostra ragione:
altra deplorevole debolezza. Voi fate di tutti questi testimoni e di tutti
questi monumenti della vostra debolezza uno spettacolo alla vostra vanità, e
sembra che vogliate trionfare dell’infermità che vi circonda da ogni parte.
Mentre il resto degli uomini si inorgoglisce dei propri bisogni, e sembra voler
ornare le sue miserie per nasconderle a se stesso, tu almeno, o Cristiano,
discepolo della verità, distogli i tuoi occhi da queste illusioni. Ama nella
tua tavola il sostegno necessario del tuo corpo, e non questo apparato
sontuoso. Felici coloro che, ritirati umilmente nella casa del Signore, si
dilettano nella nudità della loro piccola cella e del modesto armamentario di
cui hanno bisogno in questa vita, che non è che ombra di morte, per non vedervi
che la loro infermità ed il giogo pesante di cui il peccato li ha caricati!
Felici le vergini consacrate, che non vogliono essere lo spettacolo del mondo,
e che vorrebbero nascondersi a se stesse sotto il velo sacro che le circonda!
Felice la dolce costrizione ai loro occhi per non vedere le vanità, per dire
con Davide: « Allontanate i miei occhi al fine di non vederle! » Beati coloro che
abitando secondo il loro stato in mezzo al mondo, come questo santo re, non ne
sono toccati, che lo traversano senza legarvisi; « che usano – come dice San
Paolo – di questo mondo come se non ne usassero; » che dicono con Esther sotto
il diadema: « Voi sapete, o mio Signore quanto disprezzi questo segno di
orgoglio e tutto ciò che può servire alla gloria degli empi, e che la vostra
serva non si è mai rallegrata se non di Voi solo, o Dio di Israele; » che
ascoltano questo grande precetto della legge: « non seguite i vostri pensieri
ed i vostri occhi, contaminandovi con diversi oggetti, » che sono la corruzione
e, per parlare con il sacro testo, la fornicazione degli occhi; infine coloro
che prestano ascolto a San Giovanni, che, penetrato da tutta l’abominazione che
è legata agli sguardi, tanto di uno spirito curioso che gli occhi catturati
dalla vanità, non cessa di gridar loro: « Non amate il mondo che è pieno di
illusioni e di corruzione per la concupiscenza degli occhi. » (BOSSUET,
Traité de la concup., ch. IX.)
ff. 15. – « Si dice
felice il popolo che gioisce dei suoi beni; no, ma felice il popolo che come
solo padrone, possiede Dio. » – Spesso in un popolo giunto alla fine prossima,
i germi di morte che esso contiene in seno sono dissimulati sotto le apparenze
della prosperità. Le nazioni vicine ammirano questo popolo, lo proclamano il
più felice tra i popoli, mentre Dio lo ha già condannato ed i suoi giorni sono
contati. – Quel serio e triste soggetto di riflessione per la nostra Francia! «
Perché, dopo tutto, nessuno degli elementi ordinari che costituiscono la
prosperità di una nazione ci viene rifiutato. Il frumento, che è la vita
dell’uomo, riempie e sovraccarica i nostri granai, troppo ripieni di
abbondanza; tutti i mari sono solcati da navigli che portano i loro tesori al
nostro continente, e lo stato non riesce a marcare con la sua effige l’oro che
affluisce da noi dall’estremità della terra;
» e ciò che la saggezza di tutti i popoli, conforme agli insegnamenti
della Scrittura, ha sempre segnalato come la principale ricchezza di un paese,
la patria è dotata di una popolazione numerosa, di una gioventù lussureggiante.
L’arte si è aggiunta alla natura per moltiplicare sul nostro suolo i pascoli e
le greggi, e la fecondità non manca alle nostre pecore, né il sovrappeso ai
nostri buoi. Appena sussiste nelle nostre città ed anche nei nostri borghi, una
abitazione che cela la miseria e della quale la rovina affligga gli occhi del
viaggiatore. Il grido della destrezza non si fa intendere per le strade e sulle
piazze. Non c’è l’uso di chiamare felice il popolo che ha tutte queste cose? –
E tuttavia, fenomeno inspiegabile! In mezzo a tutte queste condizioni di
benessere, noi proviamo tutte le angosce dello scioglimento: noi siamo poveri
nell’abbondanza, tremanti in seno alla pace; ciò che, in altri tempi faceva la
ricchezza e la sicurezza di una nazione, non ci porta che perturbazione e timore.
Chi dunque ci ha messo in questo stato? Le sante Scritture e la storia del
popolo di Dio ci rispondono: che se è la giustizia che eleva una nazione, è il
peccato che la rende infelice. Così il più grande e il solo ostacolo alla
tranquillità pubblica, è la nostra opposizione a Dio, è la nostra ingiustizia
nei riguardi della verità, è la nostra simpatia perseverante per la menzogna, è
l’iniquità che lasciamo ristagnare nel fondo delle nostre anime. Ecco il
terribile avversario della patria; il nemico mortale della repubblica,
dell’impero, del reame, di tutte le forme che il diritto pubblico e l’autorità
possono rivestire tra noi. È l’empietà! (Mgr
PIE. Disc. et Instruct. I, p.
356, 357.) – Che altri
felicitino dunque la nostra patria di tutti questi vantaggi. Io mi consento di
aggiungere la mia voce alla loro voce, purché mi si lasci aggiungere: « Felice
il popolo che, arricchito dal grasso della terra, non lasci di implorare la
rugiada del cielo! Felice il popolo potente e religioso ad un tempo, forte e
sottomesso, che sa comandare alla natura ed obbedire al Creatore! Felice, in
una parola, il popolo grande e fedele di cui il Signore è sempre il Dio! »
(Idem, t. I, 45).