IL ROSARIO E LA SANTITÀ (3)

IL ROSARIO E LA SANTITÀ (3)

del

R. P. EDOUARD HUGON DEI FRATELLI PREDICATORI

TERZA PARTE

IL ROSARIO E LA PRATICA DELLA SANTITÀ

PRIMO CAPITOLO

IL ROSARIO, FONTE DI SANTITÀ

Dio vuole che siamo santi come Lui. La nostra vocazione – dice l’Apostolo – non è l’impurità, la sozzura, ma la vita immacolata. Il Cristiano è una persona consacrata. C’è, infatti, una consacrazione universale che si estende su tutta la nostra esistenza, c’è come una rete divina che ci abbraccia tutti insieme, perché siamo preservati dal contagio del tempo e perché rimaniamo sempre e ovunque una cosa del Signore. Guardate cosa fa la Chiesa per santificarci. Quando arriviamo in questo mondo, Essa ci riceve tra le sue braccia, ci segna e ci consacra: è Essa che si impossessa di noi. Fa delle misteriose unzioni su di noi, ci versa un po’ d’acqua sulla testa: siamo santi!  – Nell’ora della nostra suprema agonia, Essa viene ancora a imprimere sulle nostre membra il sigillo della salvezza; fa un’ultima unzione, ci benedice un’ultima volta: siamo consacrati fino alla morte … benedirà persino la nostra polvere nella tomba; le nostre spoglie conserveranno così una sorta di maestà anche nella corruzione; e Dio si ricorderà che siamo stati consacrati per la risurrezione della gloria. – Ma la Chiesa benedice i suoi figli in modo speciale, quando devono scegliere uno stato di vita. Benedice le sue vergini, affinché il profumo della castità sia più gradevole e il cuore immolato sia una vittima più pura; benedice i suoi monaci, affinché la regalità della vita religiosa non pesi troppo sulla loro testa. E i suoi Sacerdoti?! Quando viene il giorno, « … li mette a terra nelle sue basiliche, versa su di essi una parola e una goccia d’olio »; eccoli santi: ora possono andare in tutto il mondo sotto la protezione della loro consacrazione. Venite anche voi, sposi cristiani: la Chiesa vi consacrerà; benedirà le vostre mani, affinché la vostra alleanza sia più duratura e più stretta; benedirà il vostro cuore, riversandovi un po’ dell’amore fedele con cui Cristo custodisce la sua Chiesa. Questa è la nostra prima santità: la consacrazione, che segna tutti i Cristiani, a qualunque stato appartengano, e scrive sulla loro fronte questo motto che molti, ahimè! rispettano così poco: « Sanctum Domino! Tu sei cosa sacra del Signore! »  – Eppure questa è solo una santità esteriore. La santità propriamente detta è una partecipazione all’Essere stesso di Dio, uno stato dell’anima che ci unisce intimamente al Signore facendoci vivere con la sua vita, amando con il suo amore. Un santo è uno che può dire: « Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me ».  Cercheremo di mostrare come il Rosario ci comunichi questa santità che è la vita stessa di Dio. Gli organi vitali sono la testa e il cuore. Anche nella Chiesa troviamo una testa da cui discendono energie soprannaturali ed un cuore che è l’organo della “circolazione divina”: la testa è Gesù Cristo, il cuore è lo Spirito Santo.  – « Nella testa – dice san Tommaso – ci sono tre cose da notare: l’ordine o il posto che occupa, la perfezione di cui gode, la potenza che esercita. Il suo posto: perché la testa è la prima parte dell’uomo, che inizia dall’alto; la sua perfezione: perché nella testa tutti i sensi, sia interni che esterni, sono uniti, mentre un unico senso – il tatto – è diffuso agli altri membri; la sua potenza, infine: perché l’energia e il movimento degli altri membri e la direzione dei loro atti procedono dalla testa, per la virtù motrice che risiede in essa. – Questo triplice ruolo si addice a Cristo nell’ordine spirituale. Egli ha il primo rango, è più vicino a Dio, la sua grazia è più alta di quella degli altri uomini, poiché questi hanno ricevuto la grazia solo in relazione a Lui. In secondo luogo, Egli ha la perfezione, perché possiede la pienezza di tutte le grazie, secondo le parole di San Giovanni (I, 14): « Lo abbiamo visto pieno di grazia e di verità. » Infine, Egli ha il potere di comunicare la grazia a tutti i membri della Chiesa, secondo le parole dello stesso evangelista: “Siamo stati tutti arricchiti dalla sua pienezza” ». (S. Th. III. P, q. VIII, art. I) – Questo ruolo di capo appartiene a Cristo, per la sua umanità visibile. Il ruolo del cuore, invece, è interiore e nascosto; si adatta quindi bene allo Spirito Santo, il cui funzionamento è segreto e misterioso. Il divino Paraclito esercita un’influenza invisibile ma irresistibile nella Chiesa; ne conserva il calore, la vita, la bellezza e la perpetua giovinezza; la consola e la rafforza. È il fiume impetuoso che rende la città di Dio fertile e gioiosa; in una parola, è il cuore misterioso ma onnipotente che lancia la vita e la grazia all’altezza della loro sorgente, che è l’eternità. – Questa è l’economia della vita soprannaturale, questa è la condizione della santità: per avere la salvezza, per avanzare nella perfezione, bisogna essere uniti nella testa e nel cuore, a Cristo e allo Spirito Santo. – Ora, la meditazione del Rosario non è che una dolce unione con l’uno e con l’altro. Dal primo all’ultimo mistero, tocchiamo l’adorabile Persona di Cristo Gesù; è ancora Lui che passa, è ancora la sua vita, sono le sue azioni che sono davanti a noi con la loro infinita virtù, e possiamo ancora penetrare nella sua anima e nella sua divinità. La nostra testa divina ci imprime il suo movimento; la vita trabocca in noi in una fretta impetuosa, e possiamo dire e sentire che abbiamo un’anima viva: Factus est homo in animam viventem (Gen. II, 7). In ogni mistero ci sorprende pure l’azione dello Spirito Santo; è Lui che fa concepire la Vergine Immacolata coprendola con la sua ombra; è Lui che fa trasalire Giovanni Battista, che trasforma Elisabetta e Zaccaria; è Lui che dirige tutta la trama della Passione e che ancora anima tutta la serie dei misteri gloriosi. – Lo Spirito Santo è veramente la virtù, l’agente, il cuore di ogni mistero. Se sapremo entrare nell’interno di questa devozione, l’adorabile Paraclito diventerà, per così dire, il nostro cuore e ci comunicherà dei battiti abbastanza forti da far scorrere il sangue della nostra anima nell’eternità. – È quindi verissimo che il Rosario ci unisce al Capo e al Cuore della Chiesa. Vivere con Cristo, sussultare ed amare con lo Spirito Santo, o dolci e ineffabili momenti di questa meditazione! Quando siamo con il Figlio ed il Paraclito, siamo anche con il Padre. Eccoci dunque nel grembo amoroso della Trinità, alle sorgenti stesse della vita, dell’amore, della santità e della felicità!

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ COMUNE

Per far apprezzare meglio questa influenza del Rosario sulla vita spirituale, considereremo i tre gradi di santità, che sono: la santità comune, la santità perfetta, la santità eroica.  La santità comune consiste nello stato di grazia e nell’osservanza dei precetti; è quella veste nuziale, quella carità primaria senza la quale non si ha accesso alla festa del Padre di famiglia. Per arrivare a questo primo grado di vita spirituale, non è necessario compiere azioni straordinarie, e nemmeno molte azioni. Il Rosario ci offre esempi alla portata di tutti. Gesù Cristo, l’ideale di ogni santità, durante la sua vita a Nazareth ha fatto solo azioni semplici e disadorne; Maria e Giuseppe, che sono alla ricerca di Gesù, i nostri modelli infallibili, hanno condotto una vita molto oscura; le piccole azioni ne costituiscono il tessuto divino. La santità, quindi, non consiste nello straordinario. Poiché la condizione comune dell’umanità può essere riassunta in due parole: lavoro e sofferenza, santificare se stessi è saper lavorare e soffrire. Ora il Rosario è la vera scuola del lavoro e della sofferenza. I Misteri Gioiosi ci portano all’interno di Nazareth, e lì cosa troviamo? L’officina, il padrone e l’operaio. Ci sono qui profondità insondabili. Il Figlio, nato dal Padre negli splendori dell’eternità, non ha voluto regnare su un trono o abitare in un palazzo, ma diventare operaio e farsi chiamare operaio. Gli ebrei dicevano di lui: « Non è forse figlio di un operaio? » (Matt. XIII, 5) – Non è forse un operaio il figlio di Maria? Nonne hic est faber filius Mariæ – (Marc. VI, 3). Sì, era un lavoratore, il nostro adorabile Salvatore, che si guadagnava il pane con il sudore della fronte. Se l’operaio cristiano sapesse capire queste grandi lezioni, potrebbe dire ai grandi uomini di questo mondo: Non invidio la tua condizione, perché Dio non ha voluto rassomigliarti, ma si è fatto piccolo operaio come me!…. Se l’operaio e il suo capo mantenessero il dolce rapporto che univa Gesù e Giuseppe, il problema sociale sarebbe presto risolto e la felicità potrebbe tornare a visitare tante case desolate. Gesù, Maria e Giuseppe, non è questa la trinità della felicità? Se gli insegnamenti del Rosario fossero messi in pratica, tutte le officine assomiglierebbero a quella di Nazareth: la Trinità della felicità entrerebbe in ogni famiglia, ed il mondo potrebbe cantare il ritorno dell’età dell’oro, perché sarebbe il regno della santità. I Misteri Dolorosi ci insegneranno a santificare la sofferenza. Non si ha il coraggio di lamentarsi quando si è compreso il suo Rosario. Sei esausto per la stanchezza, il sudore ti inonda il viso. Avete mai voi, come Gesù Cristo, sudato sangue? Il vostro corpo è prostrato dal dolore: ma è mai stato martoriato da un’atroce fustigazione? La vostra testa è devastata da preoccupazioni: è stata mai incoronata con un diadema sanguinante? Le spine vi hanno lacerato la fronte? I vostri occhi sono stati riempiti di sangue come quelli di Gesù? Le spalle sono piegate sotto pesanti fardelli: sono state mai arate dalla pesante croce del Golgotha? Le mani e i piedi si sono stancati per il lavoro; ma sono stati trafitti da quei terribili chiodi che lacerano le carni ed i nervi? La tua anima è inebriata di angoscia; è mai scesa in quell’abisso di terrore che strappava a Nostro Signore quel grido di angoscia: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » Oh no, chi capisce il suo Rosario non ha la forza di lamentarsi. Ma c’è chi ripete: Se almeno le mie sofferenze fossero meritate! E Nostro Signore aveva forse meritato la sua agonia, la sua fustigazione, la sua crocifissione? Noi non siamo mai così felici se non quando soffriamo senza averlo meritato. La prova meritata è una punizione; l’altra è una grazia di scelta: è la visita e il sorriso di Dio. Non sappiamo cosa stiamo facendo respingendo la Croce. C’è nella sofferenza -dicono i santi Dottori – un triplice potere: di espiazione, di impetrazione e di santificazione. – Potere di espiazione: Niente purifica l’anima come il dolore soprannaturale accettato, e questo è un modo molto efficace di fare del nostro purgatorio in questo mondo. Voi allora che piangete, voi le cui mani sono ferite dal duro lavoro e la cui anima è angosciata a morte, gioite! Siete sul Calvario, siete più vicini al cielo; siete sulla Croce, siete più vicini a Dio! – Potere dell’impetrazione: Dio non può rifiutare nulla a un’anima che gli dice: Io ti do dei miei, perché tu mi dia dei tuoi; ti do le mie sofferenze, perché tu mi dia la tua grazia. – Potere di santificazione: La sofferenza cristiana ci distacca e ci eleva, ci rende partecipi della bellezza del divino Crocifisso, e non c’è nulla di più incantevole qui sulla terra di un’anima trasfigurata dal sacrificio. È così che vediamo il dolore nella Scuola del Rosario. Lo assaporiamo come la bevanda del Cielo, perché troviamo Gesù in fondo a quel calice, e diciamo con il Salmista: Oh, quanto è bello il calice dell’amore in cui la nostra anima è inebriata! Calix meus inebrians quam prœlarus est1 (Sal. XXII,5). In questo modo, e grazie al Rosario, è facile per tutti santificarsi; basta unirsi al Salvatore e innestare ogni nostra azione su ciascuno dei suoi Misteri. Noi sperimentiamo il dolore fisico? … innestiamolo sulla Flagellazione e sulle inenarrabili sofferenze del Verbo fatto carne. È una pena morale? … innestiamolo sull’Agonia e sulla Coronazione di spine, che ci ricordano soprattutto i dolori morali del nostro Salvatore. È un atto di pazienza? … innestiamolo sul Portamento della Croce e sull’ineffabile pazienza dell’Agnello divino. È una preghiera: uniamoci al suo spirito di preghiera. Il nostro dovere è lo studio?: innestiamo tutto questo sulla scienza infinita della Sapienza Incarnata che si rivela tra i dottori, nel Mistero del Ritrovamento nel Tempio. Figli di Maria, cavalieri della sua Guardia d’Onore, il Regno di Dio è veramente in mezzo a voi; la santità è alla vostra portata, e senza ricorrere ad azioni straordinarie, o addirittura a molte azioni, potrete trovare il segreto della perfezione nel vostro Rosario. Uomini di dolore e di lavoro, pensate ai Misteri gioiosi, pensate di essere gli operai dell’eternità, unitevi all’Operaio di Nazareth, e ditegli: O Gesù, che siete stato operaio come noi, alleggerite un po’ il nostro fardello! Uomini di studio, operai del pensiero, perché non alzate un attimo lo sguardo al cielo? Gli occhi dell’anima, infatti, come quelli del corpo, hanno bisogno del cielo per vedere: gli occhi del corpo riposano nel cielo visibile; gli occhi dell’anima hanno bisogno del Cielo dei cieli, cioè di quell’adorabile Trinità che invochiamo nel Rosario. Oh! siate certi che lo spirito e il corpo avranno trovato riposo in questa breve invocazione: « Padre nostro, che sei nei cieli, ti offro la mia stanchezza! » Quando il sudore del lavoro o il sudore dell’angoscia ti inonda il viso, perché non dici al buon Maestro: « O Gesù, io mescolo questo mio sudore con il sudore misto a sangue che il vostro amore versò nell’Orto degli Ulivi! » Se lavorate in questo modo, la vostra giornata sarà veramente fruttuosa, e potrete dire la sera: I covoni che abbiamo raccolto per il cielo sono più ricchi e più belli dei raccolti nei nostri campi, o dei nostri covoni letterari. Se dovete ricevere la visita austera della sofferenza, se più lacrime che sorrisi devono essere colti sul vostro viso, allora entrate nello spirito dei Misteri Dolorosi, dicendo: Dio del Gethsemani e del Golgota, io mescolo il sangue della mia anima con il vostro sangue, le mie lacrime con le lacrime preziose che Voi avete versate, quando avete pronunciato quelle potenti grida che hanno salvato il mondo!  Infine, se non avete né lavoro né dolore da condividere, se la fortuna vi circonda la testa con quell’aureola di un giorno, avete bisogno soprattutto del Rosario, perché siete esposti a lasciarvi accecare. Viaggiatori dell’eternità, non indugiate sulle rive del tempo! I Misteri gloriosi eleveranno i vostri pensieri verso la regione delle grandi e supreme realtà. Il primo Mistero, che ci ricorda il trionfo del Salvatore, ci fa assistere in anticipo alla risurrezione generale, a quel giorno solenne e terribile in cui l’Angelo del Signore griderà sulle rovine del mondo: Tempus non erit amplius! (Apoc. X, 6). « Tutto è finito, non c’è più tempo! » San Girolamo, nel profondo del suo deserto, credeva di aver sentito l’ultima tromba: Morti, sorgete, venite al giudizio! La meditazione del Rosario avrà lo stesso effetto salutare su di noi. Passando per le nostre grandi città, non fermeremo i nostri cuori su queste vanità, diremo con i Santi: Verrà il giorno in cui questa possente città, ora così viva, così inebriata dalla sua voluttà, giacerà nel silenzio e nella morte! Niente più movimento nelle piazze pubbliche; niente più viaggiatori frettolosi o strade affollate; niente più clamorosi canti di festa; è cessato per sempre il rumore degli affari! Non c’è più tempo, non c’è più tempo! Non riposiamoci dunque su queste sabbie mobili: viaggiatori dell’eternità, non soffermiamoci sulle rive del tempo! Appoggiamoci sul Rosario, come su un’ancora immutabile, fissata in alto e che giunge fino Dio. La devozione intesa in questo modo santificherà la ricchezza e la felicità, così come ha santificato il lavoro e la sofferenza. Il Rosario metterà così un’aureola su tutti le fronti. Sulla fronte di chi lavora l’aureola di Nazareth; sulla fronte degli afflitti l’aureola del Golgota; e ai raggi ingannevoli della gloria mondana verrà a contrapporsi l’aureola futura della visione beatifica e della resurrezione trionfante.

CAPITOLO TERZO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ PERFETTA

Al di sopra della carità comune, necessaria a tutti coloro che vogliono entrare nel regno dei cieli, c’è una carità più nobile, che non è ancora l’ultimo vertice della vita spirituale, ma che può già essere chiamata la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio; è la santità dello stato religioso. Gesù Cristo, prima di ascendere al cielo, ha istituito nella sua Chiesa una doppia scuola ufficiale, incaricata di riprodurre, una il suo ruolo di santificatore, l’altra la sua santità personale. Il primo è il Sacerdozio, il secondo è lo stato religioso. Entrambi devono durare fino alla fine dei tempi. Perpetuare nei secoli la missione di santificatore che appartiene a Cristo è il vostro sublime destino, o Sacerdoti! Riprodurre la sua santità personale è il vostro augusto dovere, o religiosi! In virtù della loro professione, le anime consacrate si impegnano ad esprimere in se stesse l’ideale celeste. È necessario che Dio Padre possa riconoscere in essi il suo Figlio, e che Maria possa dire, guardandoli, « Ecco com’era il mio Gesù; questi sono infatti i suoi tratti amati: è infatti la sua dolcezza, la sua carità, la sua umiltà, il suo spirito di rinuncia ». Ma per raggiungere questo tipo immacolato, dovranno lavorare incessantemente per la loro santificazione; e anche dopo lunghi sforzi, non saranno ancora in grado di dire: è sufficiente! Ci sarà sempre nel profondo del loro cuore una voce potente che grida loro: più in alto! Più in alto! Il tuo modello è la perfezione infinita; il quadro della tua anima non è ancora completo; l’immagine non è abbastanza somigliante; devi sempre aggiungerci qualcosa, apportare sempre qualche nuovo ritocco per avvicinarti all’incantevole ideale. Per questo la vita religiosa deve essere una marcia perpetua verso la perfezione. E in cosa dovrebbe consistere questa perfezione? Quando leggiamo la storia dei grandi religiosi, vediamo che hanno pagato il tributo dell’eroismo alla Chiesa, così come i martiri hanno pagato il tributo del sangue. La professione ha creato nell’anima una sete ardente di ideale e un’aspirazione all’eroismo, e più di una volta l’obbedienza ha dato vita al sublime. La santità, però, che è normalmente richiesta ai religiosi, non è una carità eroica: è una carità intermedia, al di sotto dell’eroismo, al di sopra della carità comune; consiste nell’eliminare tutti gli ostacoli che possano frapporsi all’atto dell’amore divino. È una specie di carità perfetta, o, come abbiamo detto, è la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio. Nostro Signore ci ha amati con il sacrificio; a Lui rispondiamo con la morte ed il sacrificio: la morte ed il sacrificio dell’ambizione e dei beni terreni: è la povertà; la morte e il sacrificio della carne e dei sensi: è la castità; la morte e il sacrificio della volontà: è l’obbedienza. Quando lo spirito ed il cuore sono immolati, quando la volontà, quel grande dominio che rimane anche ai più poveri di questo mondo, è stato abbandonato, si dice l’ultima parola: è la perfezione dell’amore in quella del sacrificio. Un’anima religiosa interamente fedele ai suoi tre voti avrebbe già quella perfetta carità che è vicina all’eroismo. Ma per essere fedele, gli basta evitare il peccato mortale? Senza dubbio, finché non cade in una colpa grave, è ancora, in un certo senso, nello stato di perfezione; tuttavia, la voce divina che grida in lei: “Sii perfetta! Sii perfetta! Sali più in alto!” esige di più, cioè un odio radicale per il peccato veniale. Concedersi a questo peccato significa ferire Nostro Signore nella pupilla dell’occhio, anche se non si vuole ucciderlo. È davvero la perfezione dell’amore e del sacrificio contrariare in questo modo al buon Maestro in ciò che gli è di più sensibile? È evidente, quindi, che il desiderio vero della santità debba andare di pari passo con l’odio per il peccato veniale. Ogni progresso nella perfezione è un trionfo su di esso, e ogni volta che si commette uno di questi difetti volontari, si scade di un passo: non si rimane più su quelle altezze radiose dove planano i veri religiosi. Ogni anima preoccupata della sua perfezione deve avere la ferma e decisa volontà di evitare ogni peccato veniale deliberato, intenzionale. Diciamo intenzionale, perché molte colpe sfuggiranno immancabilmente alla nostra debolezza, ed infatti la Chiesa insegna che è impossibile, senza un privilegio distinto come quello concesso a Maria, evitare ogni peccato veniale per tutta la vita. Inoltre, noi non facciamo voto di essere perfetti, ma solo di lavorare per diventarlo. Non si commette ipocrisia né si mente se si hanno ancora difetti nello stato religioso: sarebbe ipocrisia e menzogna se si perdesse il desiderio di una vita perfetta, e se si dicesse in modo pienamente ponderato: rinuncio alla perfezione d’ora in poi. Questa, insomma, è la santità religiosa: la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio, che presuppone l’osservanza fedele dei tre voti e richiede un odio profondo per ogni peccato veniale deliberato. Per camminare, senza mai fallire, verso queste vette divine, bisogna essere uniti a Gesù e tenerlo per mano. Il Salvatore, infatti, è il Gigante dell’eternità: se sapremo afferrare la sua possente mano, saremo trasportati senza problemi, e correremo con Lui in questa regale carriera. Exultavit ut gigas ad currendam viam (Psal. XVIII, 6). Il Rosario ci dà questo mezzo per raggiungerlo. Gesù nel Rosario è veramente il nostro modello, la nostra via e la nostra vita. Il nostro modello, perché ci si rivela nei Misteri come il perfetto religioso del Padre celeste; la nostra via, perché ci tende la mano, la mano che indica l’eternità, che sostiene e porta; la nostra vita, perché da questi Misteri sgorgano potenti grazie per farci osservare i nostri voti. Sono considerazioni facili, che sarà piacevole per noi approfondire. Nostro Signore, nel Rosario, è il religioso per eccellenza dell’Eterno Padre. Un religioso è un uomo interamente legato a Dio. La parola religione deriva, infatti, da religare, che significa « legare una seconda volta ». Siamo già legati a Dio dal legame indissolubile della creazione e della conservazione, senza il quale non potremmo sopravvivere un attimo. A questo legame fisico e necessario, noi aggiungiamo un legame morale e volontario. Dio è nostro Principio, siamo legati a Lui dal vincolo dell’adorazione; Dio è il nostro sovrano Padrone, siamo incatenati a Lui dalla sottomissione e dall’obbedienza; Dio è il nostro fine supremo, ci uniamo a Lui con il vincolo dell’amore. Questa dolce catena che ci lega al nostro Principio, al Signore nostro e al nostro fine è la Religione. Tutti coloro che servono Dio – dice San Tommaso – possono in questo senso ampio essere chiamati religiosi; ma questo nome è riservato agli uomini che dedicano tutta la loro esistenza al servizio divino, liberandosi totalmente delle questioni mondane. I loro tre voti completano il loro attaccamento a Dio. La povertà li lega a Dio, Principio di ogni vero bene, la castità al Dio vergine, il Principio di tutto ciò che è puro e bello, e l’obbedienza al Dio Re, il Principio di ogni libertà. Così, in ogni caso, il religioso è l’uomo legato al Signore. Nella triplice serie del Rosario, ammiriamo in Gesù Cristo questa dipendenza assoluta dal Padre suo. Nel testimoniare, attraverso il primo Mistero, la sua partenza dall’eternità e la sua Incarnazione, vediamo l’adorabile Salvatore mettersi alle dipendenze di Dio e diventare, in un certo senso, il suo stesso uomo-servitore. « Eccomi qui – disse – per fare la tua volontà, Ecce venio ut faciam, Deus, volontatem tuam » (Hebr. X, 9), e quando sta per tornare alla sua eternità da cui è sceso, avrà la stessa parola: Fiat voluntas tua. Questo è ciò che ha dominato la sua esistenza quaggiù. Quando si separa da Maria e da Giuseppe e si ritira in mezzo ai dottori della legge, è per occuparsi degli affari del Padre; se passa la notte in ardente preghiera, è per essere interamente al servizio di Colui che lo ha mandato. Trascorrerà tutto il suo tempo consumando il lavoro affidatogli, e potrà dire a fine carriera: Opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam (Giov. XVII, 4). Egli è, quindi, in tutto e ovunque il religioso perfetto del Padre suo, l’uomo interamente consacrato e legato a Dio. Oh, che dolce meditazione è considerare nei Misteri Gesù interamente dipendente, Gesù religioso, Gesù povero, Gesù vergine, Gesù ubbidiente! – Povertà! La praticò fino all’eroismo: fu povero alla nascita e per tutta la vita, non avendo un posto dove poggiare la testa; povero sul suo Calvario, dove vide i soldati che dividevano tra loro le sue ultime vesti; ancora più povero nella sua Eucaristia, dove si spoglia dell’aspetto stesso della sua umanità e si copre di una veste molto fragile, molto inferma, le specie sacramentali. La castità! È il Dio vergine, Figlio di una Madre vergine, Sposo di una Chiesa vergine; ha voluto che il suo corpo riposasse solo sulla pietra di un sepolcro vergine, e rimane ancora nel Santissimo Sacramento il grano puro degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini. – L’obbedienza! Egli ha avuto per essa un amore appassionato: è l’obbedienza che lo fa nascere, vivere e morire, che lo incatena nell’Eucaristia e lo consegna impotente nelle mani sacrileghe degli apostati. Così, in tutti i Misteri, Nostro Signore è il modello dei religiosi, ai quali può dire: « Vi ho dato un esempio, affinché facciate come ho fatto io ». Egli non si accontenta di mostrarci la via; Egli stesso è la nostra via; Egli stesso è la nostra vita, cioè i Misteri del Rosario hanno una potente efficacia nel comunicarci le grazie del nostro stato. I nostri voti sono una sfida solenne alle tre grandi concupiscenze che condividono l’impero del mondo. Ora, il nostro Salvatore ha sconfitto questa triplice forza dello spirito del male con la sua vita, passione e resurrezione, per vitam, mortem e resurrectionem suam, che ci viene ricordata nelle tre serie dei Misteri. Non si è mai sottomesso a queste maledette concupiscenze, le ha vinte per il nostro bene: così ha espiato i vizi che nascono in noi da questa triplice radice, e ci ha guadagnato le grazie della virtù contraria. Meditare il Rosario, quindi, è assistere alla vittoria del Salvatore sulle tre concupiscenze; siamo, in questi Misteri, di fronte ad un vizio schiacciato e ad una virtù trionfante. L’anima religiosa che sa entrare nell’interno del Rosario può facilmente ottenere, grazie al contatto con il Verbo incarnato, delle grazie concrete per domare la stessa concupiscenza e praticare la stessa virtù. Unendoci al povero Gesù nei suoi vari Misteri, troveremo aiuto per superare la concupiscenza degli occhi; il nostro contatto con il vergine Gesù ci farà trionfare sulla concupiscenza della carne; e la nostra umile obbedienza, innestata sulla sua, distruggerà l’orgoglio della vita. In questo modo, la pratica dei voti diventa facile, e le tentazioni contrarie vengono messe da parte. Ma abbiamo visto che la perfezione religiosa, non contenta di un facile trionfo sul peccato mortale, deve avere per ogni colpa veniale un odio perenne che nulla può attenuare. Le grazie del Rosario vanno così lontano. Esse si estendono non solo a quelle grandi lotte in cui la vita dell’anima è in pericolo, ma anche alle lotte quotidiane tra rinuncia e tiepidezza, tra il desiderio di perfezione e l’attaccamento alle passioni della natura. Il Rosario, infatti, ci mette in comunicazione con l’impeccabile Religioso che è stato perfetto fin dal primo momento. In virtù del nostro contatto con Lui, dobbiamo ricevere qualcosa della sua perfezione; e le grazie che scaturiscono da una fonte così pura devono far nascere in noi squisite prelibatezze come quelle del Sacro Cuore. Queste prelibatezze consistono nel dimenticare se stessi per gli interessi dell’Amato, nel temere soprattutto di offenderlo anche nelle cose leggere, e, staccandoci impercettibilmente da noi stessi e dal creato, ispirano in noi dolci e forti attrattive per il servizio divino ed una vita piena di fervore. Queste sono le grazie di scelta che scaturiranno dai Misteri, tali sono i meravigliosi effetti che il Rosario può avere sull’anima religiosa che ne sa approfittare. Ma dobbiamo essere molto vigili: se non sappiamo come afferrare la mano di Gesù, quando passerà, rimarremo lontani da Lui. Il Gigante dell’eternità sta camminando molto velocemente: sarà impossibile raggiungerlo, e rimarremo soli su questo arduo sentiero dove è così facile scoraggiarsi e tornare indietro. Allora forse incontreremo Maria. Anche Ella passa attraverso il Rosario per dare una mano ai religiosi, perché in questi Misteri praticava la povertà, la castità, l’obbedienza, con una squisita perfezione che escludeva l’ombra stessa del peccato veniale. Se sapremo unirci a Lei nella meditazione del suo salterio celeste, l’augusto Distributrice di grazie ci darà un aiuto energico per imitare la sua perfezione, il suo amore per Dio e il suo odio per il peccato. Con l’aiuto di Maria, cercheremo di raggiungere Gesù, e forse il buon Maestro, alla voce di sua Madre, si degnerà di voltarsi verso di noi; e allora potremo camminare senza ostacoli sulla strada dell’eternità, tra Cristo e Maria. Oh! se le anime religiose sapessero come capire e praticare il loro Rosario, come sarebbe facile per loro il cammino verso la perfezione! Sarebbero, in un certo senso, portati dalla mano di Gesù e dalla mano di Maria, cioè dalle grazie che ci vengono da entrambi, e potrebbero ripetere le parole di Fra Marie-Raphaël: « Ho trovato nel Rosario il mio segreto della santità ».

CAPITOLO QUARTO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ EROICA

Il grado di carità richiesto dallo Stato religioso costituisce già una sorta di santità perfetta. Tuttavia, la fecondità della Chiesa non si ferma qui. La natura ha esaurito tutte le sue energie, la grazia stessa è all’apice; improvvisamente supera se stessa, il finito sembra scomparire, il divino solo si mostra; abbiamo nominato l’eroismo.  È una sorta di “cuscinetto” tra l’umano e il divino, o meglio, è il divino che trasforma l’uomo. È l’eroismo – dice San Tommaso – che rende divini certi uomini. Secundum quam dicuntur aliqui, divini viri.  (S. Th. la IIæ, q. 58, art. I, ad 1.). Questo è l’ultimo grado di santità. Quando questi giganti della perfezione attraversano il mondo, questa si innalza davanti ad essi come una manifestazione di Dio. L’eroismo! Tutta la vita della Chiesa ne è intessuta, dai primi Martiri ai Missionari moderni. Dodici milioni di martiri! È qui che la santità ha veramente trionfato: il paganesimo e l’inferno hanno mietuto vittime, la Chiesa ha mietuto eroismo. I secoli che seguirono hanno rimandato i loro echi a questa grande voce dei primi secoli. Essere eroici è saper rompere la natura e sacrificare tutto l’amore a quello di Gesù. Tutte le età hanno visto questo prodigio. C’è prima di tutto l’amore filiale, fatto di rispetto, di tenerezza e di pio timore. È stato immolato a Cristo: il bambino strappato dalle braccia dei suoi genitori per seguire il Dio perseguitato, e spesso per volare verso il tormento e la morte. Ah! senza dubbio la lacerazione è stata crudele e la ferita cruenta: quanto è costato resistere alle carezze di un padre e vedere cadere le lacrime di una madre! Ma l’amore del Salvatore era più dolce e più forte, faceva degli eroi. C’è anche l’amore materno, che sale così rapidamente al sublime, che vive di sacrificio e devozione, che è più duro di un diamante e più dolce della tenerezza. Eppure le madri hanno generosamente immolato un affetto che era nelle loro stesse viscere. Vedete questa martire nel luogo del suo tormento; il suo bambino viene portato vicino a lei per essere martirizzato. La povera madre gli mette la mano sul cuore per esortarlo ad essere forte, culla il suo dolore nella sua fede e nel suo amore, e dice a suo figlio: « O figlio mio, l’amore che ti porto è più forte di me. Bene allora, perché io ti amo e tu mi ami, ti offro a Gesù per farti soffrire… Oh, per pietà, figlio mio, vieni a morire! » Dopo di ciò il suo bambino cammina con gioia verso la morte, e in questo doppio sacrificio trova ancora dolce il Signore! Infine, c’è l’amore coniugale, che di due vite ne fa una sola e la cui gloria consiste nella casta fecondità. E i coniugi a loro volta hanno sacrificato i loro affetti. Sant’Alessio, Sant’Elzéaro e Santa Delfina, Sant’Enrico e Santa Gunégonda, Sant’Edoardo e Sant’Edith, hanno immolato i loro cuori sul cuore verginale di Gesù; hanno riservato la fronte per una corona immacolata, e per loro è sbocciata la rosa dell’Eden. Sì, dall’inizio della Chiesa fino ai giorni nostri, abbiamo visto di quegli innamorati che erano appassionati del Crocifisso; quando non avevano più nulla da dare, prendevano il loro sangue puro ed eloquente nelle loro mani e lo offrivano a Dio, dicendo: O mio diletto, sia questo il linguaggio del nostro amore! Non ci è rimasto nulla, ma quando l’amore ha dato tutto, dà il sangue. Bene, ecco il sangue! E tutti quegli amici della croce e tutte quelle eroiche vergini hanno ripetuto più e più volte l’inno trionfale di Sant’Agnese martire: Amo Christum! Io amo Cristo! Questo è l’eroismo. Non possiamo parlare qui degli altri suoi prodigi a riguardo del nostro prossimo – È stato l’eroismo che ha suscitato la grande anima di San Paolo quando ha voluto essere “anatema” per i suoi fratelli; è stato l’eroismo che ha ispirato l’apostolo degli infelici, San Vincenzo de’ Paoli, quando, mostrando alle signore di Parigi i bambini abbandonati, ha gridato: « Vedete ora se volete abbandonarli. Smettete di essere le loro madri e diventate i loro giudici! La loro vita e la loro morte sono nelle vostre mani: io prenderò i voti e i suffragi. È ora di fermarli e vedere se non si vuole più avere pietà di loro!… ». L’eroismo ha dato origine ad un amore appassionato per i nemici, ha fatto sì che i Santi baciassero la mano insanguinata degli assassini della loro famiglia; ha fatto dire al Beato Grignon de Montfort: « O mio Dio, prendi il mio sangue, ma perdona i miei nemici! » L’eroismo è ancora vivo oggi, sarebbe facile citare nomi e fatti eloquenti, e quante pagine brucianti ci fornirebbero questa storia d’amore! Durerà finché ci sarà miseria da alleviare, amore da dare e sangue da spargere sulla terra. Noi stessi, che sappiamo essere così imperfetti ed indegni di essere fratelli dei santi, non dobbiamo dimenticare che ogni Cristiano, in certe circostanze, può essere chiamato all’eroismo. Il Battesimo, creando in noi nobili aspirazioni, ci ha imposto gravi doveri, e ci possono essere lotte così grandi e terribili nella nostra esistenza che, poiché la virtù ordinaria non è più sufficiente, avremo bisogno di energie di ordine superiore: è allora che entra in gioco l’eroismo. I giusti non vengono colti alla sprovvista in queste circostanze straordinarie; i loro cuori sono pronti per queste grandi lotte. C’è, infatti, in ogni anima in stato di grazia, il sangue degli eroi, o meglio, il sangue divino che vuole elevarsi all’altezza della sua fonte; c’è un seme fertile da cui nasce il sublime. Questi semi di eroismo sono i Sette Doni dello Spirito Santo. Secondo San Tommaso, i Doni non differiscono in realtà dalla virtù eroica: sono come un seme il cui eroismo è il fiore, o come una lira il cui eroismo è il suono. In alcune anime il seme, anche se vivo, non raggiunge mai il suo fiore; la lira, anche se sonora, può restare sempre silenziosa; ma tutti hanno almeno il potere di sbocciare o di vibrare. Basta un raggio di sole per far maturare il fiore, o basta un tocco leggero per far risuonare la lira: questo raggio, questo tocco, è l’impulso dello Spirito Santo che improvvisamente ci afferra e ci conduce al sublime. L’umiltà non deve nasconderci questa bella dottrina; per quanto spregevoli possiamo essere, la nostra anima può, sotto le dita dell’Artista supremo, rendere suoni divini. Ed è il Rosario che ci inizierà a questa scienza, come andremo a spiegare. I teologi insegnano che tutte le virtù si trovano nell’anima del Verbo allo stato perfetto ed in grado eroico. Nostro Signore ha vissuto costantemente del sublime, cosicché la storia della sua vita è diventata la storia dell’eroismo. Ma la storia di Gesù è il Rosario: l’eroismo ha quindi penetrato e profumato tutta la serie dei Misteri. È lì che i doni dello Spirito Santo, il seme fecondo nascosto nell’anima di Nostro Signore, hanno prodotto il loro fiore, e la lira celeste ci ha fatto sentire quei suoni meravigliosi che deliziano il genere umano. Da quel momento in poi, basta meditare sul Rosario per contemplare la virtù al suo apogeo, e tutti coloro che sono predestinati all’eroismo sono così predestinati a diventare conformi al Dio che si rivela nei Misteri. È proprio a questa scuola che si sono formati i Santi. Un giovane cavaliere, Giovanni Gualberto, circondato da una grande scorta, stava per punire l’assassino del fratello; l’assassino indifeso, impossibilitato ad evitare la spada vendicativa, stese le braccia a forma di croce, appellandosi al mistero della Crocifissione; era il Venerdì Santo. Un tale ricordo fu in grado di far germogliare l’eroismo. Giovanni Gualberto non si accontentò di perdonare il suo nemico, ma da quel momento lo prese come suo fratello. Entrando in chiesa, vede il crocifisso chinare il capo verso di lui per ringraziarlo. Questo è ciò che il pensiero di un Mistero aveva già fatto prima dell’istituzione del Rosario; sarà lo stesso per gli altri. I Misteri, infatti, non sono solo esempi di eroismo, ma possiedono ancora una particolare efficacia nel farci praticare ciò che insegnano. Non è inutile ricordare qui ciò che abbiamo detto più di una volta: la nostra unione con l’anima del Verbo ci dispone a ricevere grazie che ci renderanno simili ad esso, ed il nostro pio contatto con l’eroismo del Salvatore meriterà dei soccorsi attuali per essere eroici come Lui. Queste grazie di scelta sono il raggio di sole che fa nascere e maturare il fiore contenuto solo come un germe nella nostra anima, ed il fremito che fa vibrare la lira del sublime, prima silenziosa. È allora che il soffio divino rapisce le nostre anime e le conduce al suo grado; non conosciamo più, almeno per qualche istante, le imperfezioni del passato, e sembra che la parola della Scrittura si sia per noi attuata: anche Saulo è diventato profeta. Così, senza uscire dal Rosario, si può raggiungere l’apogeo della santità. L’eroismo non è un fatto raro negli annali dei Cavalieri di Maria e i nostri lettori ricordano come li ha ispirati i tre Fratelli Predicatori, apostoli del Rosario, che si sono dimostrati così sublimi nel naufragio de “La Borgogne”. E non è tutto. Se l’eroismo è una virtù divina, avrà bisogno di un linguaggio divino. Bene, Dio darà agli eroi della santità una grande voce, che è il miracolo. La vera Chiesa ha sempre dato vita a dei taumaturghi: i miracoli sono stati come fulmini e tuoni in mezzo ai quali è stata promulgata la nuova legge. Erano più numerosi nei primi secoli, quando la voce del paganesimo dominava quella della verità; ma sono necessari in ogni epoca per manifestare la santità della Chiesa e per convertire le anime. Ci sono sempre degli infedeli. Ahimè, in mezzo ad una società inondata dalle luci del Vangelo, sentiamo ogni giorno l’incredulità che suscita insolenti proteste contro Cristo e la sua Chiesa. Il Dio potente e misericordioso ha voluto coprire questi clamori con la voce del miracolo. Ogni anno a Lourdes, per non dire da un capo all’altro dell’universo, il miracolo risuona come un tuono, e a volte le orecchie più ribelli sono costrette a sentirlo. No, il miracolo non abbandona la Chiesa. Gesù Cristo, inoltre, l’aveva promesso, perché aveva detto in modo universale a tutti gli uomini e a tutti i tempi: « Chi crede nel mio Nome farà i prodigi che faccio Io, e ne farà di più grandi ancora. Questa parola ha avuto un solenne compimento. In tutte le epoche la Chiesa ha posto dei Santi sugli altari. Ora ha preteso da tutti l’omaggio del miracolo, e nell’esame dei fatti si è dimostrata perfino eccessivamente severa. Tuttavia, i Santi sono saliti sugli altari, pagando il tributo miracoloso dopo la loro morte, così come avevano pagato il tributo dell’eroismo durante la loro vita. Non ripugna assolutamente che i malvagi siano profeti e taumaturghi, ma, come regola generale, il miracolo è la testimonianza suprema della santità, soprattutto della santità eroica. Ecco perché, quando sentiamo questa grande voce, più ammirevole e più potente di quella dei fiumi e dei mari, gridiamo: Credo sanctam Ecclesiam, credo nella santità della Chiesa!  Il Rosario, che insegna e ispira eroismo, è fecondo anche nei miracoli. Conosciamo questa parola di Pio IX: «Tra tutte le devozioni approvate dalla Chiesa, nessuna è stata onorata dal cielo con tanti miracoli come il Rosario ». Una circostanza davvero notevole è che la Vergine dei miracoli, Nostra Signora di Lourdes, è anche la Vergine del Rosario, la Vergine che presenta il Rosario al popolo come segno di speranza. I miracoli del Rosario hanno avuto un impatto sociale davvero immenso, ed offrono questo carattere speciale, che sono stati dei trionfi definitivi per la Chiesa, annientando per sempre il potere del male. Il Rosario incontra gli Albigesi: fin dal primo colpo è una vittoria completa. Questo fatto è particolarmente degno di nota. Le grandi eresie non sono mai state sconfitte in un colpo solo; ognuna di esse è stata sufficiente a coinvolgere diverse generazioni, e molti secoli dopo la morte dei loro autori hanno ancora dato vita a tempeste e temporali. L’errore albigese, al contrario, scomparve in un colpo solo, anche se fu difeso da una potente setta che aveva per sé tutto ciò che c’era di grande e attraente nel mondo. L’apparizione del Rosario l’aveva colpita come un fulmine: San Domenico, in vita, la vide ferita a morte senza speranza di risurrezione, e poco dopo, sulle rovine di questa eresia impura, la Francia e la Chiesa salutarono l’alba di un futuro radioso. Qualche secolo dopo il Rosario incontrò l’islamismo nel Golfo di Lepanto; gli infedeli videro nell’aria la terribile Madre di Dio come un esercito schierato in battaglia, animando i Cristiani nella loro lotta. Anche in questo caso è stata ottenuta una vittoria definitiva. L’impero di Maometto non si è mai ripreso da questa sconfitta; da allora ha vegetato nell’impotenza senza mai tornare ai suoi giorni gloriosi di un tempo. Infine il Rosario ha incontrato l’orgogliosa Riforma all’assedio di La Rochelle. Vittoria definitiva! Da quel giorno in poi il prestigio del protestantesimo è stato rovinato per sempre in Francia. Questi sono i grandi miracoli storici del Rosario. Non cercheremo di richiamarne altri qui. Miracoli di protezione, miracoli di guarigione, miracoli di conversione, sono, per così dire, eventi quotidiani; e le riviste del Rosario hanno spesso l’opportunità di pubblicare alcuni di questi tratti meravigliosi. Il nostro scopo era quello di mostrare solo di sfuggita che il miracolo e l’eroismo sono uniti nel Rosario, come lo sono nella vita dei Santi. Il Rosario dimostra così la santità della vera Chiesa. Infatti, sebbene questi miracoli siano dovuti alla Madre di Dio, essi sono fatti nella Chiesa e per la Chiesa, e servono a far risplendere in Essa quell’aureola luminosa che la distingue da tutte le sette e che si chiama nota di santità. Credo sanctam Ecclesiam. – Ora sappiamo come il Rosario, ben compreso, ci possa avviare a tutti i gradi della vita perfetta: ci resta da chiedere a Maria la grazia di realizzare alcuni di questi insegnamenti, nella convinzione che, se otterremo questa conoscenza pratica del Rosario, avremo conquistato la scienza dei Santi.

FINE

https://www.exsurgatdeus.org/2020/05/13/il-santo-rosario-2/

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (5)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (5)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

SECONDA PARTE

MEZZI GENERALI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo II.

LA REDENZIONE

Ostacoli del piano divino della divinizzazione degli uomini.

Noi conosciamo già il piano che Dio ha concepito da tutta l’eternità in relazione agli uomini. Li ha destinati ad essere uniti in questo modo con legami più stretti di quelle risultanti dalla sua creazione e dalla sua natura. Egli vuole che siano figli suoi, che ereditino la sua felicità nell’eternità e che la meritino, vivendo la nostra vita sulla terra. Per realizzare questo piano, ci ha mandato il Figlio suo, lo ha reso nostro fratello rivestendolo della nostra natura umana, e così ci ha dato il potere di essere coeredi, ricevendo la comunicazione della vita divina. La vita divina è già in tutta la sua pienezza nel seno dell’umanità, perché il Cuore di Gesù è il cuore di un figlio di Adamo. Ma questo non basta: la vita divina non deve rimanere chiusa nella sorgente. Deve fluire da essa ed estendersi alle estremità del grande corpo che deve animare. Ma qui si sono presentate delle difficoltà, apparentemente insormontabili, a Colui che ha intrapreso la grande opera della nostra rigenerazione. – Se l’uomo fosse rimasto innocente, niente sarebbe stato più dolce e glorioso del compito del Mediatore Divino. Sarebbe venuto agli uomini, pronti con la pratica di tutte le virtù, ad ascoltare il suo insegnamento ed a riceverne i benefici. Vedendolo apparire in tutto lo splendore della sua bellezza e in tutta la vita del suo amore, gli uomini sarebbero corsi ai suoi piedi proclamandolo loro Re, o meglio, sarebbero stati attratti dal suo Cuore, riconoscendosi come figli suoi. E da Lui avrebbero attinto con gioia le acque della grazia che salgono fino alla vita eterna. Ma questo non accadde, e la missione del Verbo Incarnato sulla terra, invece di glorie e di consolazioni, non gli portò altro che ignominia e amarezza. Perché? Perché gli uomini giacciono per i loro peccati in uno stato di morte. Invece di rimanere innocenti, essi erano diventati colpevoli. Per migliaia di anni non hanno fatto altro che ammassare cumuli di crimini sulla strada che avrebbe dovuto condurli a Dio: essi avevano aumentato, con le loro mostruose iniquità, il debito impagabile che il primo peccato aveva accumulato per loro nei confronti della giustizia eterna. – Prima di comunicare loro la sua vita divina, di distribuire le sue grazie, di renderli eredi della felicità celeste, era opportuno che il Verbo incarnato saldasse i loro immensi debiti, espiasse i loro crimini e distruggesse la loro morte. Perché la grande opera della divinizzazione dell’umanità non doveva essere solo opera di misericordia. – Tutti gli attributi dovevano contribuire ad essa in egual misura ed avere in essa pari gloria. La giustizia, offesa dal peccato, doveva essere soddisfatta pienamente, mentre la bontà avrebbe mostrato tutta la sua magnificenza nel riabilitare il peccatore. Era giusto che quest’opera contenesse sia il più gratuito di tutti i benefici, che la più alta di tutte le soddisfazioni; che fosse per l’uomo un dono soprannaturale e allo stesso tempo un merito che aveva dolorosamente conquistato; che lo conducesse ad una felicità infinitamente superiore a tutte le esigenze della sua natura, eppure con tutto il rigore riservato alle sue fatiche e alle sue lotte. – Così l’opera della redenzione è stata presentata al Cuore di Gesù dal momento in cui è uscito dalle mani di Dio. Prima di esaminare come lo abbia realizzato, cerchiamo di capirne le difficoltà.

Il primo ostacolo è la morte causata dal peccato originale.

Prima di tutto vediamo in cosa consista la morte del peccato, che il Cuore di Gesù ha dovuto distruggere prima di comunicare la sua vita. Come ci sono due tipi di peccato, l’originale e il presente, così ci sono due tipi di morte, molto diversi tra loro, ma entrambi naturalmente indistruttibili. – Il peccato originale consiste nella privazione della vita soprannaturale che Dio aveva dato ad Adamo per trasmetterla a tutti gli uomini, ma dei quali egli ha privato se stesso e tutti noi a causa della sua trasgressione. Quella vita non ci era più dovuta, e così Dio ha potuto, senza ingiustizia, privarci di essa, quando il nostro primo padre si è rifiutato di soddisfare alle condizioni secondo le quali doveva esserci trasmessa. La privazione di quella vita è veramente la morte; perché cos’è la morte se non la privazione della vita? Gli elementi materiali di cui è composto un cadavere potrebbero benissimo non farne parte; e, non avendo mai posseduto la vita umana, non sarebbero stati capaci di morire. Ma, avendo goduto una volta della vita, non possono esserne privati senza morire. È lo stesso con l’umanità: se non avesse mai avuto in eredità una vita soprannaturale, l’assenza di quella vita non sarebbe più una morte. Ma era stata data all’inizio e tutti i suoi membri erano destinati a goderne e a comunicarsela. Esausti alla fonte, i piani misericordiosi del Creatore erano sconvolti da colui che doveva essere il suo primo collaboratore. L’umanità è veramente morta. Tutti i nuovi membri che vi sono nati, privati di quella vita divina, sono morti fin dalla nascita. Prima di permettere che la vita sia loro restituita dal Divin Mediatore, la giustizia suprema esige che la trasgressione di cui sono stati privati, sia rigorosamente espiata. Il primo dovere imposto al Cuore di Gesù è dunque quello di riparare la ribellione del nostro primo padre e di rimuovere l’ostacolo che esisteva affinché la grazia soprannaturale si riversasse nelle anime dei suoi figli.

Il secondo ostacolo è la morte che provoca il peccato attuale.

Gli uomini avevano aggiunto a questa prima morte, la morte del peccato vero e proprio, la cui responsabilità pesava solo su di essi. E questo secondo peccato non è stato solo uno, come il primo: si era moltiplicato dall’inizio dei secoli, e doveva moltiplicarsi, fino alla fine, nella proporzione più mostruosa. Quello che Adamo ha fatto una volta, tutti i suoi figli lo fanno per conto proprio, e nella maggior parte di loro, non per una volta, ma per migliaia di volte. Essi si ribellano all’autorità di Dio, violano la sua Legge, disprezzano le sue promesse e le sue minacce allo stesso modo, lordano la sua nobile natura con le più vergognose turpitudini. Chi potrà contare il numero delle loro trasgressioni, crudeltà e bassezze, davanti alle quali l’istinto della natura rifugge e con cui gli uomini si sono macchiati fin dall’inizio del mondo? Non si tratta qui della semplice privazione di una qualità soprannaturale: si tratta di una degradazione positiva e colpevole della dignità naturale, di una deliberata prostituzione di un’anima razionale. Anche questo secondo peccato merita una punizione incomparabilmente più dolorosa della prima. Il peccato originale è punito dalla giustizia divina, nell’anima che non ha altre macchie, con la sola pena del danno, cioè con la privazione della gloria soprannaturale. E questa privazione della gloria non provoca alcun dolore reale all’anima che non ha mai posseduto la grazia soprannaturale, anche se era destinata ad avere il coronamento della gloria. – La morte causata dal peccato originale può essere paragonata all’albero privato della vita, dal quale non ci si può aspettare alcun frutto ma che, tuttavia, conserva ancora una certa bellezza e può servire a scopi eccellenti. La morte del peccato reale è invece il marciume della tomba, che non lascia né vigore né forma, ma lo rende oggetto di orrore e di infezione per tutti gli esseri viventi.

Difficoltà di questi due ostacoli

Questi due peccati hanno in comune il fatto che sono naturalmente irreparabili. Entrambi hanno anche la capacità di togliere all’uomo la vita soprannaturale. Come si potrebbe recuperare allora questa vita liberamente perduta? Quale creatura è abbastanza ricca da poter offrire a Dio una moneta il cui prezzo sia paragonabile a quello di questa vita? Se essa è davvero la vita di Dio comunicata alla creatura, non è evidente che tutto ciò che la creatura possa dare in compenso a Dio sarà di un valore infinitamente inferiore? – D’altra parte, ogni peccato oltraggia Dio. È la negazione dei suoi attributi, il disprezzo della sua autorità e dignità, la violazione dei suoi diritti essenziali di sovranità e del fine ultimo. E chi non sa che l’oltraggio è più grande in funzione della dignità della persona offesa, mentre l’onore si misura con la dignità di chi lo fa? Qui abbiamo una Persona offesa la cui dignità è infinita, mentre l’offensore, portato fuori dal nulla proprio da Colui che ha oltraggiato, è ad una distanza infinitamente inferiore da Lui. Come potrebbe un tale vile essere in grado di rimediare ad una così alta Maestà dall’insulto inflitto? Tutti gli omaggi che gli rende sarebbero relazionati alla sua dignità, che è nulla. Allo stesso tempo, la gloria da restituire a Dio è infinita, come Dio stesso. Nulla è più chiaro: la creatura, per quanto nobile possa essere, è assolutamente incapace di offrire una degna riparazione per il peccato. – Per poter offrire alla giustizia divina una rigorosa soddisfazione, essa – la creatura – dovrebbe essere infinita, cioè Dio stesso. Ma, proprio per questo, sarebbe incapace di espiare il peccato, perché dovrebbe soffrire. E come può soffrire Dio, Egli che è l’Essere infinitamente felice? Ora, è impossibile concepire il dolore in un Essere infinitamente felice come Dio; sarebbe come immaginare un cerchio quadrato, due nozioni contraddittorie che si escludono a vicenda.

Il terzo ostacolo è l’incapacitàdella vittima in ordine all’espiazione.

Per espiare il peccato, bisogna essere innocenti. Poiché in un criminale le sue sofferenze sono punizioni e i castighi sono inferiori alla colpa con cui ha oltraggiato mortalmente Dio, conseguentemente egli non si potrebbe presentare come espiatore. La misericordia può vedere un motivo di indulgenza, in considerazione dell’impotenza dell’infortunato. Ma la giustizia e la santità non sono certamente obbligate ad accettarlo come compenso sufficiente della gloria che ha rubato al suo Creatore. Questi attributi non saranno soddisfatti finché una vittima del tutto pura non venga immolata in espiazione delle iniquità. E se una tale vittima viene trovata, se si sacrifica volontariamente, se agli occhi di Dio la sua offerta ha un valore sovrabbondante, la soddisfazione però non sarà rigorosa. Perché una delle condizioni di una rigorosa soddisfazione è che sia offerta da chi si è reso colpevole del reato. – Quindi, da un lato, se la vittima è colpevole, è incapace di espiare il suo crimine a causa della sua indegnità; se è innocente, è tuttavia incapace a causa della sua stessa innocenza.

L’amore del Cuore di Gesù per gli uominiha eliminato gli ostacoliche sembravano insormontabili.

Tuttavia, essi – gli uomini – raggiungeranno la salvezza, perché non ci sono ostacoli insormontabili all’amore del Cuore di Gesù. Nel momento stesso dell’Incarnazione, all’intelligenza dell’Uomo-Dio si è rivelata la missione. In quel momento, il Suo Cuore, con un immenso sforzo d’amore, ha rimosso tutti gli ostacoli, ha fatto sparire tutte le impossibilità e ha realizzato ciò che sembrava irraggiungibile. Sì, il Cuore di Gesù ha fatto questa meraviglia, il suo amore e … solo il suo amore. Non solo l’amore che come Figlio di Dio gli appartiene e che gli è comune con il Padre, ma anche il suo amore umano, un amore che gli appartiene come Figlio dell’uomo e per il quale – fin dal primo momento della sua Incarnazione – ha cominciato ad amare gli uomini colpevoli come dei fratelli. Spontaneamente, fin dal primo palpito che ha fatto sentire il Cuore di Gesù, Egli ha intrapreso l’opera molto difficile della nostra redenzione. Da quel momento in poi, l’ha portata a termine. Queste sono le condizioni della nostra redenzione, come sono state presentate al Cuore di Gesù nel momento in cui il Cuore Divino si è formato nel grembo della Beata Vergine Maria. Non c’è nessuna di esse che non sia sembrata assolutamente irraggiungibile all’intelligenza angelica, così come alla ragione umana. Bisognava trovare uniti in un unico e medesimo essere: il potere di espiare, che è proprio della creatura, ed una dignità infinita, che è propria solo del Creatore. – Per riscattare la vita divina che aveva perduto, l’uomo doveva poter offrire a Dio un riscatto di valore uguale a quello della sua vita; ed era assolutamente necessario che la vittima immolata per riparare le iniquità del mondo, fosse al tempo stesso completamente monda da quelle iniquità e realmente responsabile di ciascuna di esse; che fosse accusata di quei crimini in modo tale che la giustizia divina potesse punirli affliggendoli, e sufficientemente esente da ogni macchia, affinché la punizione soddisfacesse pienamente la santità divina. Tutto questo non aumenterà davvero delle difficoltà insormontabili? E come troverà il Cuore di Gesù nel suo amore, il potere di superarle? Ce lo dirà San Paolo. – Questo incomparabile Apostolo, che ha con San Giovanni il privilegio di far penetrare più profondamente di ogni altro, le intime profondità del Cuore di Gesù, ci fa vedere, in un brano dei Salmi, l’espressione dei sentimenti che hanno animato il Cuore Divino fin dal primo momento della sua esistenza. Dopo aver dimostrato, nel capitolo X della sua Lettera agli Ebrei, l’insufficienza di tutte le antiche vittime per il riscatto delle nostre anime, aggiunge: « Anche il Salvatore, quando entrò nel mondo, disse al Padre suo: « Non hai voluto un sacrificio o un’offerta, ma mi hai dato un corpo; gli olocausti offerti per il peccato non li hai graditi. Allora ho detto: “Ecco io vengo; all’inizio del libro è scritto di me di fare la tua volontà, o Dio” » (Eb. X, 5-7).

Momento dell’offerta di Cristoe attitudine per espiare i nostri crimini.

Qui c’è l’atto dell’offerta che ha salvato il mondo. San Paolo ci fa conoscere il luogo e il momento in cui esso è stato solennemente pronunciato: nel grembo di Maria, in quel santuario purissimo, vero Sancta Sanctorum, nel momento stesso dell’Incarnazione. In quel momento il Verbo di Dio è entrato nel mondo. – Prima era nel mondo, come Dio, ma non vi era entrato. L’ha riempito e l’ha doppiato con la sua immensità, senza farne parte in alcun modo. Dal momento in cui è diventato uomo ha cominciato ad appartenere alla creazione, è entrato veramente nel mondo. Fu allora che l’Agnello di Dio abbracciò l’opera della nostra rigenerazione; fu allora che cominciò ad immolare se stesso per la nostra salvezza. – Egli ha capito fin da quel primo momento che gli era stato dato un corpo per compensare l’inadeguatezza di tutte le antiche vittime. Egli vedeva in sé stesso le condizioni che, al di fuori di Lui, erano irraggiungibili. Infatti, la santa Umanità del Salvatore riconcilia tutti gli estremi in sé. Anche se creato e finito in sé, Egli possiede, in virtù della sua unione ipostatica con la Persona del Figlio di Dio, una dignità infinita. È capace di soffrire e, quindi, può essere immolato per l’espiazione del peccato. D’altra parte, Egli può dare alla sua immolazione un valore pari a quello dei beni celesti che abbiamo perso. Appartiene all’umanità colpevole per la sua origine, che lo rende la carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa. Ma, d’altra parte, essa riceve una santità infinita, sia dalla Persona del Verbo, che è ad essa ipostaticamente unita, sia dalla Persona dello Spirito Santo, che gli è stata data dal Verbo, e vi risiede come nel suo tempio. Non manca nulla alla vittima, perché possa rimediare all’insufficienza degli antichi sacrifici, distruggere la morte e riportarci in vita. Niente, tranne il suo libero consenso, perché la sua immolazione non deve essere forzata, bensì spontanea. Se è determinata, tutto è pronto per l’olocausto. L’altare si alza, il cielo è in attesa, la terra sospira per questa espiazione, che è sempre più urgente ogni giorno di più. Le condizioni sono chiaramente proposte dalla giustizia divina; tutti gli strumenti di tortura sono posti davanti alla vittima: i disagi, le privazioni, le persecuzioni, l’ingratitudine, i tradimenti, i flagelli, gli  sputi, i dolori, la croce, i chiodi, la corona di spine, il fiele e l’aceto, l’agonia, la morte, tutta l’immensa moltitudine di torture che lacereranno il corpo e l’anima del Verbo Incarnato. Si tratta di passare attraverso tutti i dolori in previsione di quelli che gli si propongono. Sta a Lui consumare già nel Suo Cuore l’olocausto che poi si riprodurrà successivamente nel Suo corpo. – Il suo amore ha già il coltello onde iniziare, con la vita stessa del Salvatore, la lunga morte che finirà poi sulla croce. Il suo libero consenso sarà il colpo fatale, con il quale si imporrà tutte le punizioni meritate dalle nostre iniquità. Ma cosa speriamo? Quel colpo è già stato inferto: appena l’anima santa del Salvatore ha saputo del sacrificio che gli veniva richiesto, il suo Cuore lo ha consumato: « Allora ho detto: eccomi! ». Quindi, senza indugiare, quello fu il suo primo atto. Nello stesso tempo che, con l’ardore dell’amore più filiale, si è unito a Dio, anche il Cuore Divino si è unito a noi, si è identificato con noi. Né il numero né l’orrore dei nostri crimini lo hanno fatto arrendere. Non solo la sua misericordia non vedeva in essi un motivo per abbandonarci alla riprovazione, ma anzi ne traeva motivo incoraggiante per immolarsi a nostra salvezza.

L’amore per gli uominiha spinto il Cuore di Gesùad immolarsi per la nostra salvezza

Come spiegare una donazione così completa, una immolazione così spontanea e assoluta di un Cuore infinitamente santo a favore di esseri infinitamente colpevoli? Solo una spiegazione può dare ragione a questo mistero; è quella di San Paolo, quando dice: « Mi ha amato e ha dato se stesso per me ». Ci ha amato, … dice tutto. Se questa parola contiene in sé un grande mistero, essa chiarisce anche tutti gli altri misteri. Cosa non fa l’amore ardente anche nel cuore debole di una creatura? Ma se si impossessa del Cuore di un Dio, qual meraviglia, per quanto grande possa sembrare, può motivare il nostro stupore? C’è però qualcosa qui che può sembrarci strana, anche se è un amore sconfinato. Che il Cuore di Gesù non si sia fermato di fronte alle pene alle quali l’espiazione dei nostri peccati lo ha condannato, lo si comprende. Ma, tra le condizioni impostegli, ce n’era una che doveva sembrare incomparabilmente la più dura: la necessità di appropriarsi delle nostre colpe! Sappiamo, e il Cuore Divino lo ha capito molto meglio di noi, che l’espiazione che Egli era determinato ad offrire per noi non poteva essere rigorosa se non nella misura in cui veniva offerta dal colpevole stesso. Se chi fa ammenda non ha nulla a che fare con chi ha commesso il reato, c’è da parte sua un atto di sacrificio, e da parte di chi accetta l’espiazione, un atto di bontà motivato dallo stesso motivo. – Però così in nessun modo interviene la giustizia. Essa deve tuttavia intervenire nella redenzione dell’uomo, altrimenti tutti gli attributi divini non sarebbero glorificati allo stesso modo. Di conseguenza la nostra vittima deve veramente caricarsi delle nostre iniquità, così che Dio debba poter vedere in essa i nostri crimini, così da poterli punire in Lui. Se il Verbo incarnato vuole soddisfare rigorosamente per i nostri peccati, deve Egli stesso farsi peccato, secondo l’espressione energica di San Paolo. Senza questo, possiamo essere perdonati, ma non redenti. – Tra le condizioni della nostra rigenerazione c’era quella che sarebbe sembrata come la più dolorosa al Cuore di Gesù. Le sofferenze, la morte, per quanto ripugnanti fossero per un Uomo-Dio, non dovevano spaventarlo. Ma chi può immaginare la ripugnanza che il Cuore di Gesù, così puro, così amante per la sua bontà, così aborrente la minima colpa, ha dovuto provare quando gli è stato chiesto di appropriarsi dei nostri crimini, per comparire davanti alla divina santità di Dio suo Padre, oppresso da tutte le iniquità del mondo, come se le avesse realmente commesse Egli stesso? – Se qualcosa avesse potuto far recedere dal suo proposito il Cuore di Gesù, sarebbe stato sicuramente questa orrenda necessità. Eppure, Egli non recede! Accetta con il peso dei nostri dolori anche quello dei nostri crimini, senza paragone molto più schiaccianti. E questo, non in figura ma in verità: Egli ha veramente fatto sue le nostre malattie, e ha assunto i nostri dolori, dice Isaia. I commentatori più autorevoli applicano queste parole alle malattie morali della nostra anima, ai nostri peccati e anche ai nostri dolori fisici e corporali. – Questo è il doppio fardello che ha pesato sul Cuore di Gesù fin dal suo primo battito. Così si è compiuta anche l’altra parola del Profeta: « Dio pose in Lui tutte le nostre iniquità. » San Paolo non ha fatto altro che ripetere quegli oracoli, quando ha detto: « Dio si è ha fatto per noi peccato, Egli che non conosceva peccato, affinché fosse una cosa sola con la giustizia di Dio ». La imputazione reale delle iniquità degli uomini all’Uomo-Dio, principio anche dell’altrettanto vera attribuzione della santità dell’Uomo-Dio agli uomini peccatori, è la parte più misteriosa della nostra redenzione. È impossibile, tuttavia, dubitarne a motivo delle testimonianze che abbiamo appena citato, e di molte altre che sarebbe stato facile aggiungere.

Essere capo dell’umanità, è un’altra ragione per cui Cristo si è rivestito dei nostri peccati.

Questo mistero si spiega con un altro mistero. Poiché il Verbo incarnato voleva essere il Capo dell’umanità e rendere tutti gli uomini veri membri del suo Corpo mistico, gli era necessario conoscere le malattie di quei membri, per comunicare loro i propri meriti. È possibile che un corpo vivo soffra in un membro senza che il capo non senta la ripercussione del dolore? Se la nostra incorporazione in Gesù Cristo non è una semplice figura retorica, ma una vera realtà, la trasfusione dei nostri crimini nel Santissimo Cuore di Gesù non può essere una semplice figura, bensì una realtà tanto vera quanto dolorosa per Lui. – Come possiamo dubitare che l’accettazione dei nostri crimini, il cui peso ha cominciato a schiacciare il Cuore di Gesù fin dal primo momento della sua vita, sia stata per Lui la causa di una passione incomparabilmente più insopportabile di quella che ha vissuto sul Calvario? La vera passione del suo Cuore è quella che Egli chiamava nella Scrittura la “Sua amarezza più amara”, e rispetto alla quale i tormenti fisici erano per Lui un vero sollievo. Si vede anche che la sua passione corporea non produce in Lui altro che un desiderio ardente: « Devo essere battezzato con un battesimo di sangue – dice parlando del sangue che doveva versare nel Pretorio – e come sono in angoscia, fino alla morte! » Sospira per queste torture come un uomo malato, consumato da una malattia dolorosa, sospira per il ferro salutare che ha da curarlo. – Ma quando, per bocca dei Profeti, esprime i sentimenti causati dal peso dei nostri crimini, fa sentire i sospiri più dolorosi: « Mio Dio, mio Dio – grida – perché mi hai abbandonato? La voce dei miei peccati mi toglie la salvezza ». E non è questo il calice che, nell’agonia del Giardino degli Ulivi, prega il Padre di portar via? Se le sue angustie fossero state causate dalla paura del tormento, il sentimento attuale di esse, avrebbe suscitato in Lui sospiri molto più acuti. Ma no, sotto il flagello dei carnefici non fu possibile ascoltare un solo lamento, mentre nel Getsemani volle manifestare la sua vera passione, quella che aveva nascosto nel profondo del suo Cuore per trentatré anni. Sul Calvario il suo amore lo aiuterà a combattere contro il dolore; nell’Orto degli Ulivi il suo amore rende più vivo il suo dolore e più doloroso il sentimento dei nostri peccati. Se ciò che dovrebbe sostenerlo lo travolge, come può non soccombere? Ci dimentichiamo troppo di questa passione del Cuore di Gesù. Non lo ringraziamo abbastanza per questa dimostrazione d’amore per noi, in cui fa di se stesso un peccatore al nostro posto. Se ci pensassimo più spesso, la nostra riconoscenza per il Salvatore sarebbe molto più viva. Si comprenderebbe meglio il significato delle parole di San Paolo: « Mi ha amato e si è sacrificato per me ». Non avrei mai creduto possibile che un Dio potesse amare le sue creature fino all’eccesso, rendersi in qualche modo nemico, abbattere su di sé i colpi della propria giustizia, farsi peccatore per comunicare la sua santità ai peccatori, conciliare così le esigenze della giustizia con quella della misericordia, fare della nostra rigenerazione l’opera di un amore incomparabilmente più generoso e più libero che se ci fosse stato concesso il perdono senza alcuna condizione, e allo stesso tempo compiere un’opera soddisfattoria, senza paragoni più rigorosa di quella che l’intero genere umano avrebbe potuto offrire se fosse stata immersa nelle fiamme dell’inferno per tutta l’eternità. « Era giusto – dice San Paolo – che Colui al quale tutte le cose sono destinate, avendo portato alla gloria molti figli, si compiacesse della passione del  loro Autore. Quando eravamo morti per il peccato, Egli ci ha dato la vita insieme a Lui, perdonandoci tutti i nostri peccati, annullando il decreto che era contro di noi, che ci era contrario, che ha cancellato il documento scritto del nostro debito, inchiodandolo alla croce » (Hebr. II, 10 – Col. II, 13-14). – Sì, solo l’amore di un Dio può fare tali meraviglie. Ma chi non amerebbe un amore del genere? Chi potrebbe essere indifferente a un sacrificio così immeritato? Chi contesterà al Cuore di Gesù i diritti che il suo Sacrificio gli ha dato sul cuore di tutti gli uomini? Chi non rimpiangerà l’ingratitudine di un così gran numero di anime redente dal Divin Salvatore, e chi oserà allontanarsi ostinatamente da Lui? Chi non sospira per la venuta del Suo regno e non lavora con tutte le sue forze per affrettarla? … e che non ripeterà con San Paolo: « Colui che non ama il Salvatore Gesù, che è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, sia anatema; perché in Lui sono state create tutte le cose in cielo e in terra, le visibili e le invisibili, i troni, le dominazioni, i principati, le potenze: tutte le cose sono state create da Lui e in Lui, ed Egli è prima di tutte le cose, e da Lui tutte le cose sussistono in Lui. Ed Egli è il Capo del corpo della Chiesa, è principio, il primogenito dai morti: così che Egli ha il primato in tutte le cose. Perché in Lui ha voluto far abitare tutte le cose. Perché in Lui ha voluto far abitare ogni pienezza e riconciliare tutte le cose attraverso di Lui, facendo la pace con il sangue della Sua croce, con ciò che è sulla terra e come con ciò che è nei cieli. »

https://www.exsurgatdeus.org/2020/05/14/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-6/

SALMI BIBLICI: “DOMINE, NON EST EXALTATUM COR MEUM” (CXXX)

SALMO 130: DOMINE, NON EST EXALTATUM cor meum

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 130

Canticum graduum David.

[1] Domine, non est exaltatum cor meum,

neque elati sunt oculi mei, neque ambulavi in magnis, neque in mirabilibus super me.

[2] Si non humiliter sentiebam, sed exaltavi animam meam; sicut ablactatus est super matre sua, ita retributio in anima mea.

[3] Speret Israel in Domino, ex hoc nunc et usque in sæculum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXXX.

Davide, accusato spesso di superbia e di ambizione di regno, loda la sua umiltà e modestia, non per vanto, ma per animare il popolo col suo esempio a non confidare che in Dio, del cui solo aiuto è frutto prezioso l’umiltà.

Cantico dei gradi.

1. Signore, non si è insuperbito il mio cuore, ed alti non portai gli occhi miei. Né aspirai a cose grandi, né a cose meravigliose sopra la mia capacità.

2. Se io (dando luogo al fasto dell’anima mia) non ebbi bassi sentimenti. Quali son quei d’un fanciullo, divezzato di fresco, verso sua madre: così sia data a me la mercede.

3. Nel Signore spéri Israele, da questo punto e pei secoli.

Sommario analitico

Per giustificarsi dal rimprovero di orgoglio che gli si faceva alla corte del re Saul ed anche nella sua famiglia, ed anche a nome del suo popolo, David dichiara che non si è inorgoglito dei successi che doveva a Dio solo, (2).

(1) L’ultimo versetto è forse anche la risposta di un coro o un’aggiunta fatta, nel tempo della cattività, all’opera primaria di Davide, secondo l’opinione che considera Davide l’autore di questa composizione,

(2) Questo salmo pare avere Davide come autore; d’altra parte, l’arditezza e l’oscurità dello stile, dice M. Le Hir, attestano la sua antichità.

I. Allontana da lui tutte le caratteristiche dell’orgoglio:

1° Il rigonfiamento del cuore; egli non ha desiderato i vani onori e non si è chiuso in sentimenti di vana gloria;

2° La fierezza dello sguardo; egli non si è elevato con arroganza attribuendosi una gloria che non gli è dovuta; 

3 ° L’ambizione; egli rigetta ogni desiderio di ambizione per le grandezze;

4 ° La presunzione nelle imprese (1).

II. – Egli si sottomette al castigo più rigoroso, cioè alla privazione di ogni consolazione, se non segue le vie dell’umiltà (2).

III.- Egli eccita, e con lui il popolo Fedele a sperare in Dio sin da ora e sempre (3).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1

ff. 1. – Un gran numero di orgogliosi, lo sono interiormente; essi hanno una grande stima di se stessi, ma affettano esternamente umiltà; un gran numero di altri esprimono nel loro sguardo altero e sdegnoso tutto ciò che c’è di sprezzante verso i loro simili nel fondo del cuore, pieno di iattanza e di gonfiore. (Bellarm.) – Il Re-Profeta ci indica qui tutti i gradi dell’orgoglio, gonfiore del cuore: « Signore, il mio cuore non è rigonfio, » ecco l’orgoglio attaccato alla sua sorgente: « Ed i miei occhi non si sono alzati, » ecco l’ostentazione ed il fasto represso. Ah, Signore, io non ho avuto questo disdegno che mi ha impedito di gettare gli occhi sui mortali troppo rampanti, e che fa dire all’anima arrogante: « Non ci sono che io sulla terra … » (Bossuet, Or. f. de Mar. Th. et Serm. sur l’Ambit.) – « Perché il Vostro spirito si gonfia contro Dio, perché il Vostro cuore concepisce così alti sentimenti di se stesso, e perché lo smarrimento dei vostri occhi testimonia l’orgoglio dei vostri pensieri? » (Giob. XV, 12). L’orgoglio ha sempre il suo principio nel cuore, la fierezza dello sguardo ne è ordinariamente l’annuncio; ma talvolta l’orgoglioso sa prendere un atteggiamento modesto, e talvolta anche l’uomo più umile ha la sventura di sembrare fiero affin di dargli l’occasione di umiliarsi di un difetto che la natura ha messo in lui e per il quale il cuore non ha parte. – « Io non cammino nei vasti pensieri né nelle meraviglie che mi si presentano. » Egli combatte qui gli eccessi di orgoglio ed i disegni passionali che concepisce. L’orgoglio che monta sempre, dopo aver portato le sue pretese a ciò che la grandezza umana ha di più solido e di meno proibito, spinge i suoi disegni fino alla stravaganza, e si abbandona temerariamente ai progetti insensati, come faceva questo re superbo (degna figura dell’angelo ribelle) quando diceva in cuor suo: « Io mi eleverò sopra le nuvole, poserò il mio trono sugli astri, e sarò simile all’Altissimo (Isai. XIV, 13, 14). Io non mi perdo, dice Davide, in tali eccessi, ed ecco l’orgoglio disprezzato nelle sue follie (Bossuet, ibid.) –  Quanto è da temere soprattutto: l’elevazione che risulta dall’abbondanza della grazia! Che nessuno dunque si inorgoglisca dei doni di Dio, ma piuttosto ciascuno conservi l’umiltà e faccia ciò che è scritto: « Più siete grandi e più dovete umiliarvi in ogni cosa, e troverete grazia davanti a Dio. » (Eccli. III, 20). Quanto bisogna temere l’orgoglio che risulterebbe dai doni di Dio! Benché l’Apostolo san Paolo da persecutore fosse divenuto predicatore, egli ottenne tuttavia, in tutti i suoi lavori apostolici, una grazia più abbondante degli altri Apostoli, e con questo Dio volle mostrare che ciò che dà, appartiene a Lui, e non appartiene all’uomo … Egli ha dunque ricevuto la grazia più eccellente. Le lettere dell’Apostolo san Paolo nella Chiesa, hanno più spazio di quelle degli altri Apostoli. In effetti gli uni non hanno scritto, ma si sono limitati all’insegnamento della parola; gli altri hanno scritto, ma non hanno scritto né tanto come s. Paolo, né sotto l’ispirazione di una grazia così abbondante. Avendo dunque ricevuto tali grazie, avendo meritato che Dio gli facesse sì grandi doni, cosa ha detto in una delle sue lettere? « E per timore che la grandezza delle rivelazioni non mi elevi, Egli mi ha messo una spina nella carne, un angelo di satana, per schiaffeggiarmi. » (II Cor. XII, 7). Cosa vuol dire con ciò? Per paura che non si erga orgogliosamente come un giovane, egli è schiaffeggiato come un bambino. E da chi? Da un angelo di satana (S. Agost.) – Quanti uomini si vantano di aver fatto o di poter fare delle cose più grandi e stupefacenti che verità non lo permetta? Chi si lusinga di successi straordinari, che credono di eseguire dei capolavori, e che non contano che su se stessi per riuscire nei loro progetti! Quanti altri si fanno serie illusioni, immaginano di potersi compiere delle opera al di sopra delle loro forze e si ergono sopra un sagrato ben al di sopra del loro potere e delle loro opere! (Bellarm. Berthier). –  Il Profeta, non contento di aver dichiarato a Dio che sonda i cuori, che aveva sempre avuto in orrore ogni orgoglio, si condanna ad essere private delle dolcezze della contemplazione delle cose divine, o dei favori della liberalità dell’Altissimo, se si lasciasse trasportare dall’orgoglio. Così come il bambino svezzato prima del tempo resta triste e gemente sul seno o sulle ginocchia di sua madre, perché lo si è privato di questo latte sì dolce alle sue labbra e delle delizie della sua età, così anche la mia anima sia privata della dolcezza della consolazione divina, le … mie delizie preferite, le mie uniche delizie. La grandezza dei castighi ai quali il Profeta si vota, non sarebbe stato apprezzato che da coloro che, ripiti del medesimo spirito, hanno gustato quanto il Signore sia dolce. (Bellarm.). – Dio, in effetti, priva le anime orgogliose del latte della sua grazia, della dolcezza del suo amore, e non rimpiazza i suoi favori con altri. Quando l’uomo si eleva, si abbandona alla stima di se stesso, si perde nel fumo delle sue idee, Dio non si comunica a lui; Egli pertanto non spande più in lui l’unzione della sua parola divina; I tocchi segreti che Egli ancora dà, non fanno più impressione su di lui, e sono tratti passeggeri che non lasciano trace (Berthier). – La conclusione di questo salmo indica lo scopo che si è proposto Davide facendo l’elogio della sua umiltà. – Quest’uomo veramente umile non ha potuto avere l’intenzione di esaltare la sua virtù, ma ha voluto insegnare al popolo di Israele, quanto poco debbano presumere di sé, e quale immensa fiducia debbano avere in Dio (Bellarm.) – « … Fin nei secoli, » cioè finché non giungiamo all’eternità, sperando nel Signore nostro Dio, perché al di là di questo termine la speranza non avrà più luogo ed avrà fine, perché allora noi gioiremo di tutto ciò che avremo sperato (S. Agost.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO. S. S. PIO XI – “NOVA IMPENDET”

La Nova Impendet è una lettera enciclica che il Sommo Pontefice Pio XI, scrisse in un momento tragico per la storia dell’Europa e dell’umanità in generale, per le condizioni economiche che si erano deteriorate in modo estremo per le note vicende della cosiddetta crisi economica del ’29. In particolare il Santo Padre ha a cuore le condizioni di grande difficoltà vissute dai soggetti più deboli della popolazione, soprattutto i bambini. Il Pontefice deplora tra l’altro la corsa agli armamenti di Nazioni che vivevano in grandi ristrettezze economiche, ove non c’erano soldi per il pane, ma ce n’erano in abbondanza quando si trattava di acquistare o produrre armi ed ordigni da guerra « … e quindi non ultimo coefficiente della straordinaria crisi presente è senza dubbio la corsa sfrenata agli armamenti, … ». Passa poi alle esortazioni ad agire per i suoi Vescovi e per i Cristiani animandoli ad una carità ardente. Arriva poi il decisivo invito alla preghiera ed all’azione spirituale « … ma poiché tutti gli sforzi umani non bastano all’intento senza l’aiuto divino, innalziamo tutti fervide preci al Datore di ogni bene perché nella Sua infinita misericordia abbrevi il periodo della tribolazione, e anche a nome dei fratelli che soffrono ripetiamo più che mai intensa la preghiera che Gesù stesso Ci ha insegnato: Dacci oggi il nostro pane quotidiano  ». Oggi che viviamo per altri versi condizioni di vita ancor più drammatiche con imposizioni restrittive di ogni libertà, seppure la più elementare, e sicuramente prodromiche a crisi economiche di analoga o forse maggior portata, le parole del Pontefice, Papa Ratti, quasi un secolo dopo, sono più che mai attuali e da rimeditare con attenzione visto che le Autorità spirituali legittime sono impedite nelle loro funzioni usurpate da una accozzaglia di loschi falsi prelati, marrani, apostati e sodomiti, diretti emissari dell’anticristo e dei poteri infernali che hanno oggi assunto il controllo di tutte le attività umane, imponendo la “corona” luciferina a dominio delle genti sottomesse con il terrore, la violenza mediatica e militare. È vero che tutto questo, per i veri Cattolici è un periodo di grazia immensa nell’acquisizione di meriti per l’eterna gloria: per la pazienza, l’ubbidienza a personaggi ignoranti, protervi, animati da una volontà a compiere il male per il solo gusto del male, la preghiera più intensa e la meditazione dottrinale e spirituale, ma ancora una volta, quello che più fa male è vedere la sofferenza di tante creature inermi, soprattutto i bambini, sacrificati al moloch dei satanisti di stato, dei media, dei poteri finanziari occulti (ma non troppo) avidi e senza scrupoli … ma prima o poi moriranno anch’essi, senza portare con sé un solo centesimo di quanto rubato, nessun trofeo onorifico, nessun oggetto d’oro o tecnologico o da guerra e … si troveranno come Giudice inflessibile quel Cristo che essi hanno combattuto, offeso, vilipeso, schernito, perseguitato nei suoi fedeli … e là sarà pianto e stridor di denti nei secoli dei secoli, senza potersi rifugiare in logge, contrologge, conventicole, presso amici potenti, nei palazzi del potere politico o nei templi usurpati ai Cristiani.

NOVA IMPENDET

LETTERA ENCICLICA

DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA, SULLA CRISI ECONOMICA DEL 1929

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Un nuovo flagello minaccia e in gran parte già colpisce il gregge a Noi affidato, e più duramente la porzione più tenera e più affettuosamente amata, cioè l’infanzia, gli umili, i lavoratori meno abbienti e i proletari. Parliamo della grave angustia e della crisi finanziaria che incombe sui popoli e porta in tutti i paesi ad un continuo e pauroso incremento della disoccupazione. Vediamo infatti costretti alla inerzia e poi ridotti all’indigenza anche estrema, con le loro famiglie, tanta moltitudine di onesti e volenterosi operai, di null’altro più desiderosi che di guadagnare onoratamente col sudore della fronte, giusta il mandato divino, il pane quotidiano che invocano ogni giorno dal Signore. I loro gemiti commuovono il Nostro cuore paterno e Ci fanno ripetere, con la medesima tenerezza di commiserazione, la parola uscita già dal Cuore amatissimo del Divino Maestro sopra la folla languente di fame: «Ho compassione di questa folla »[1]. Ma più appassionata si rivolge la Nostra commiserazione alla immensa moltitudine di bambini, le vittime più innocenti di queste tristissime condizioni di cose; implorano pane, « ma non c’era chi ne desse loro »[2], e nello squallore della miseria sono condannati a vedere sfiorire quella gioia e quel sorriso che la loro anima ingenua cerca inconsciamente intorno a sé.  – Ed ora si avvicina l’inverno, e con esso tutto il seguito delle sofferenze e privazioni che la gelida stagione porta ai poveri ed alla tenera infanzia specialmente, per cui è da temersi che venga aggravandosi la piaga della disoccupazione che sopra abbiamo deprecato; in modo che non provvedendosi alla indigenza di tante misere famiglie e dei loro bimbi abbandonati, esse siano — che Dio non voglia! — sospinte all’esasperazione. – A tutto ciò pensa con trepidazione il Nostro cuore di Padre, e pertanto come già fecero in simili occasioni i Nostri predecessori ed ancora ultimamente il Nostro immediato Predecessore Benedetto XV di s.m., alziamo la nostra voce e indirizziamo il Nostro appello a quanti hanno sensi di fede e di amore cristiano: l‘appello quasi ad una crociata di carità e di soccorso. La quale, mentre provvederà a sfamare i corpi, darà insieme conforto ed aiuto alle anime; farà in esse rinascere la serena fiducia, allontanandone quei tristi pensieri che la miseria suole infondere negli animi. Spegnerà le fiamme degli odi e delle passioni che dividono, per suscitarvi e mantenervi quelle dell’amore e della concordia, e il più stretto e più nobile vincolo della pace e prosperità individuale e sociale.  – È dunque una crociata di pietà e di amore e senza dubbio anche di sacrificio quella a cui tutti richiamiamo, quali figli di uno stesso Padre, membri di una medesima grande famiglia che è la famiglia stessa di Dio, tutti partecipi quindi, come i fratelli di una stessa famiglia, sia della prosperità e della gioia, come dell’avversità e del dolore che colpiscono i nostri fratelli.  A questa crociata richiamiamo tutti come ad un sacro dovere inerente a quel precetto tutto proprio della legge evangelica e da Gesù proclamato come precetto suo massimo e primo fra tutti i precetti, anzi compendio e sintesi di tutti gli altri, il precetto della carità che tanto inculcò a simile proposito e ripetutamente, quasi tessera del suo pontificato in quei giorni di odi e di guerra implacabili il Nostro carissimo Predecessore.  Ora Noi additiamo questo soavissimo precetto, non solo come dovere supremo e comprensivo di tutta la legge cristiana, ma altresì quale atto e sublime ideale, proposto in modo più speciale alle anime più generose e più aperte ai sensi della gentilezza e della perfezione evangelica.  Né crediamo dovervi insistere con molte parole, tanto appare evidente che questa sola generosità di cuori, questo solo fervore di anime cristiane col loro impeto santo di dedizione e di sacrificio per la salvezza dei fratelli e segnatamente dei più compassionevoli e bisognosi, com’è lo stuolo innocente dei bambini, riusciranno a superare, nello sforzo della concordia unanime, le più gravi difficoltà dell’ora presente. E poiché da una parte effetto della rivalità dei popoli, dall’altra causa di enormi dispendi, sottratti alla pubblica agiatezza, e quindi non ultimo coefficiente della straordinaria crisi presente è senza dubbio la corsa sfrenata agli armamenti, non possiamo astenerCi dal rinnovare la provvida ammonizione Nostra [3] e dello stesso Nostro Predecessore, dolenti che non sia stata finora ascoltata ed esortiamo insieme Voi tutti, Venerabili Fratelli, perché con tutti i mezzi a vostra disposizione di predicazione e di stampa vi adoperiate a illuminare le menti e ad aprire i cuori secondo i più sicuri dettami della retta ragione, e molto più ancora della legge cristiana.  – Ci arride la speranza che ciascuno di Voi possa essere il punto di riferimento della carità e della generosità dei propri fedeli, ed insieme il centro delle distribuzioni dei soccorsi da loro offerti. Se in qualche diocesi si trovasse più opportuno, non vediamo difficoltà che facciate capo ai rispettivi Metropoliti oppure a qualche Istituzione caritativa di provata efficienza e di vostra fiducia.  – Già vi abbiamo esortato ad usare tutti i mezzi per voi disponibili, la preghiera, la predicazione, la stampa, ma vogliamo essere i primi a rivolgerCi anche ai vostri fedeli, per pregarli « in visceribus Christi », a rispondere con generosa carità al vostro appello, fin d’ora facendo tutto quello che voi verrete mettendo nei cuori, dopo averli portati a conoscenza di questa Nostra lettera enciclica.  – Ma poiché tutti gli sforzi umani non bastano all’intento senza l’aiuto divino, innalziamo tutti fervide preci al Datore di ogni bene perché nella Sua infinita misericordia abbrevi il periodo della tribolazione, e anche a nome dei fratelli che soffrono ripetiamo più che mai intensa la preghiera che Gesù stesso Ci ha insegnato: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano ».  – Ricordino tutti, a loro incitamento e conforto, che il Redentore riterrà come fatto a se stesso quel che noi avremo fatto per i suoi poveri, e che, secondo un’altra sua consolante parola, aver cura dei bambini per amor suo è come aver cura della sua stessa persona.  – La festa infine che oggi la Chiesa celebra Ci fa ricordare, quasi a conclusione delle Nostre esortazioni, le commoventi parole di Gesù che dopo aver, secondo la frase di San Giovanni Crisostomo, innalzato mura inespugnabili a tutela delle anime dei bambini, soggiungeva: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli poiché vi dico che i loro Angeli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » .  – E saranno questi Angeli che nel Cielo presenteranno al Signore gli atti di carità compiuti da cuori generosi verso i bambini, ed essi pure otterranno, a tutti coloro che avranno preso a cuore una causa così santa, le più copiose benedizioni.  – Inoltre, avvicinandosi ormai l’annuale festa di Gesù Cristo Re, il cui regno e la cui pace abbiamo auspicato fin dagli inizi del Nostro Pontificato, Ci sembra grandemente opportuno che in preparazione di essa si tengano nelle varie chiese parrocchiali solenni tridui per implorare da Dio pensieri di pace e i suoi doni. In auspicio dei quali impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, e a tutti coloro che corrisponderanno al Nostro paterno appello l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 ottobre, festa dei Santi Angeli Custodi, dell’anno 1931, decimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2020)

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la giustizia di Dio (Intr., Vang.) che si manifesta col trionfo di Gesù e l’invio dello Spirito Santo. « La destra del Signore ha operato grandi cose risuscitando Cristo da morte » (All.) e facendolo salire al cielo nel giorno dell’Ascensione. È bene per noi che Gesù lasci la terra, poiché dal cielo Egli manderà alla sua Chiesa lo Spirito di verità (Vang.), per eccellenza, che viene dal Padre dei lumi (Ep.). Lo Spirito Santo ci insegnerà ogni verità (Vang., Off., Secr.), esso « ci annunzierà » quello che Gesù gli dirà e noi saremo salvi se ascolteremo questa parola di vita (Ep.). Lo Spirito Santo ci dirà le meraviglie che Dio ha operate per il Figlio (Intr., Off.) e questa testimonianza della splendida giustizia resa a Nostro Signore consolerà le anime nostre e ci sarà di sostegno in mezzo alle persecuzioni. Siccome, secondo quanto dice S. Giacomo, «la prova della nostra fede produce la pazienza e questa bandisce l’incostanza e rende le opere perfette », noi imiteremo in tal modo la pazienza del nostro Dio « e del Padre nostro », nel quale « non vi è né variazione né cambiamento » (Ep.), e « i nostri cuori saranno allora là dove si trovano le vere gioie » (Or.). Lo Spirito Santo convincerà inoltre satana e il mondo del peccato che hanno immesso mettendo a morte Gesù (Vang., Comm.) e continuando a perseguitarlo nella sua Chiesa.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXVII: 1-2

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus.

[Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod praecipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia.

[O Dio, che rendi di un sol volere gli animi dei fedeli: concedi ai tuoi popoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli. Jac. I: 17-21.

“Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA MANSUETUDINE

“Carissimi: Ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto vien dall’alto dal Padre dei lumi, nel quale non è variazione, né ombra di mutamento. Egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, ché siamo quali primizie delle sue creature. Voi lo sapete, fratelli miei dilettissimi. Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò rigettando ogni sozzura e sovrabbondanza di malizia, accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre”. (Giac. 1, 17-21).

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché  tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine. Parliamo appunto quest’oggi della mansuetudine, la quale

1. È l’opposto del falso zelo,

2. Non ha a che fare con l’ignavia.

3. È un apostolato efficace.

1.

Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento al parlare, lento all’ira. Nelle dispute e nelle discussioni è molto facile l’accalorarsi, il risentirsi e, infine, l’ira. Coloro, ai quali si rivolge S. Giacomo, potevano dire che, trattandosi di discussioni sulla parola di Dio ad essi predicata, la loro ira era frutto di zelo. Non è difficile osservare che la loro ira, invece di edificare, distruggeva, perché contrariava le eventuali buone disposizioni dell’altra parte. Nessuna cosa è più raccomandabile dello zelo. Basterebbe ricordare la consolantissima promessa che leggiamo, un po’ più avanti, nella lettera di S. Giacomo: « Fratelli miei, se alcuno di voi abbia deviato dalla verità, e un altrove lo riconduce, sappia che egli ha ricondotto un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte, e coprirà la moltitudine dei suoi peccati » (Giac. V, 20.). Ma non è encomiabile uno zelo incomposto, a base di sentimenti e di invettive fuori di luogo. Noi ammiriamo la grandezza dello zelo di S. Paolo. Restiamo come sbalorditi, considerando quanto egli ha operato per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Sentiamo, però, da lui stesso di che sorta era il suo zelo: «Mi son fatto debole coi deboli: mi faccio tutto a tutti, per fare a ogni costo alcuni salvi» (1 Cor. IX, 22). Non vuol imporsi senza necessità; non fa valere, senza bisogno, la sua superiorità, ma si adatta a tutti, pur di poter trarre anime a Dio. Anche il medico, quando può ottenere la guarigione con mezzi blandi, non ricorre ai mezzi forti. Questi li riserva per il caso di inutilità degli altri mezzi. Gesù ci ha detto tutta la grandezza del suo zelo in quelle parole: «Sono venuto a portar fuoco sulla terra, e che cosa desidero, se non che si accenda?» (Luc. XII, 49). Ma il suo zelo si esercita nella più perfetta mansuetudine. Il Profeta, parlando di Lui, aveva detto: «Egli non griderà e non sarà accettator di persone, né si udrà di fuori la sua voce. Egli non spezzerà la canna fessa, e non spegnerà il lucignolo che fuma…» (Is. XLII, 2-3). Ed infatti, egli mostra sempre e in tutto una mansuetudine inarrivabile. Con grande pazienza e carità avvicina i deboli, i vacillanti, e ravviva in loro la vita dello spirito, che sta per spegnersi. La sua mansuetudine risalta nelle contraddizioni, nelle derisioni, nelle contumelie, nelle insolenze, nelle minacce, nell’abbandono, nella negazione, nel tradimento. « Egli maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato, non minacciava ». Per non sbagliare quando esercitiamo lo zelo facciamoci questa domanda: Come farebbe Gesù Cristo, se fosse al mio posto?

2.

S. Giacomo dà la ragione del perché l’uomo deve lasciarsi dominare non dall’ira, ma dallo spirito di mansuetudine: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Chi si lascia prendere dall’ira non può operare virtuosamente; anzi si metterebbe nella circostanza di trasgredire su molti punti la legge di Dio. Con l’animo tranquillo e sereno, invece, si è nella miglior disposizione per accogliere la parola di Dio, farla fruttificare e progredire così, di virtù in virtù. Stiamo attenti, però, a non scambiare la mansuetudine con l’ignavia, pericolo molto facile e assai comune, «Bisogna far attenzione — osserva in proposito il Crisostomo — che uno, avendo un vizio, non creda di possedere una virtù… che cosa è dunque la mansuetudine, che cosa è l’ignavia? Quando tacciamo, invece di prender le difese, se altri sono maltrattati, è ignavia; quando, al contrario, essendo maltrattati noi, sopportiamo, è mansuetudine » (In Act. Ap. Hom. 48, 3). Quando p. e. si commette il male alla nostra presenza, e noi, intervenendo, potremmo impedirlo, il tacere non è mansuetudine, ma ignavia. Un bel tacer non fu mai scritto, diciamo per scusarci. Verissimo; ma a suo tempo e a suo luogo, non qui. Quando i genitori, i superiori, i padroni chiudono gli occhi sulle mancanze dei figli e dei dipendenti; non cercano di porre un freno al loro malfare, non sono dei mansueti, ma dei cani muti. E spesso, la loro creduta mansuetudine è una vera cooperazione al male degli altri. La scusa non manca mai. Io ho un cuore troppo buono, ho un carattere mite. Ci sono di quelli che hanno un carattere austero e pensano di dover trattare con austerità: io, invece, preferisco vivere e lasciar vivere. Scuse che, ridotte al loro vero valore, vogliono dire: Non voglio noie; ho paura a fare il mio dovere; ci tengo ai privilegi del mio stato, ma non ne voglio i pesi. Costoro scambiano un atto di debolezza con una virtù che richiede dell’eroismo. «La mansuetudine — dice ancora il Crisostomo — è indizio di grande fortezza; essa richiede un animo generoso e virile». Di fatti, si tratta di vincere noi stessi, cosa assai più difficile che vincere gli altri. I genitori non devono provocare i figli all’ira, trattandoli con durezza o con soverchio rigore; sarebbe uno sbaglio. Ma sarebbe uno sbaglio ancor peggiore non ammonirli, e, quando è il caso, non castigarli. I superiori devono trattare con benevolenza i loro dipendenti e soggetti; ma quando si tratta di preservare i buoni dal contagio e dallo scandalo, è santo e lodevole il rigore, è giusta la punizione. Nessuno oserebbe condannare il pastore che percuote il lupo per salvare le pecore. Quando si tratta di por fine all’ingiustizia degli uni, e di mettere al riparo dai soprusi gli altri, nessun superiore sarà criticato, se prende delle misure severe; e, nessuno potrebbe, ragionevolmente, fargli appunto di mancanza di mansuetudine. L’Apostolo che era tanto mansueto da poter dire: « Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo: ingiuriati, supplichiamo» (1 Cor. IV, 12-13); quando a Corinto un Cristiano dà un gravissimo scandalo pubblico, non solo, per mezzo della scomunica, separa il peccatore dalla Chiesa; ma lo sottopone al dominio di satana, perché lo tormenti nel corpo con malattie e dolori, che servano ad indurlo al pentimento. Gesù Cristo, che si presenta a noi come modello di mansuetudine; non ha mancato di usare parole roventi contro gli scandalosi, contro i Farisei, contro i profanatori del tempio. In certi casi è nostro dovere usare del rigore, e allora, «beato chi sa unire insieme la severità e la mansuetudine» (S. Ambrogio. Epist. 74, 10).

3.

Accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre. Come la superbia è di ostacolo a ricevere con frutto la parola di Dio, similmente, come abbiamo già osservato, la mansuetudine è condizione favorevole ad accoglierla e a farla fruttificare. Ora vogliamo far notare che non solo la mansuetudine cristiana è ottima disposizione ad accogliere e a far fruttificare per la vita eterna la parola di Dio in noi; ma è un’ottima condizione a farla ricevere con frutto dagli altri. Generalmente, l’uomo che non si inquieta per un affronto, che non si scoraggia per una ripulsa, che non si turba per un’ingiuria, esercita molta forza sopra i suoi oppositori. Se è costante, riesce a vincerli e a dominarli. E questo avviene nel mondo, dove il comportamento mansueto è effetto di temperamento, più spesso di calcolo, non raramente di propositi malvagi. Più efficace deve, necessariamente, riuscire un contegno mansueto, quando è ispirato dalla fede. Chi è assuefatto a dominare il proprio cuore con la vittoria sulle passioni, trova la via a dominare il cuore degli altri. Gli Apostoli, cresciuti alla scuola di Gesù Cristo, compivano la missione loro affidata tra numerosi contrasti e difficoltà; ma senza che si potesse scorgere in essi un’ombra di amarezza, di risentimento, di collera. I loro successori, che vanno a portar la luce del Vangelo tra le nazioni che vivono nell’ignoranza e nell’errore, cominciano a guadagnar gli animi, magari dopo anni e anni, quando hanno dato una prova costante del loro animo mite e mansueto. Accolti male, osservati con diffidenza, importunati, angariati in mille modi, si mostrano sempre uguali a se stessi. Non parole aspre, non inquietudini, non ripicchi. A questo modo si comincia a vincere la diffidenza degli abitanti e le loro prevenzioni, e si finisce con edificarli mediante l’esercizio delle altre virtù. Allora la via delle conversioni è aperta. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra (Matt. V, 4). I banditori del Vangelo son riusciti a farlo trionfare in tutte le parti della terra, con l’arma della mansuetudine. Anche nella nostra vita quotidiana, nel piccolo cerchio dei parenti, degli amici, dei compagni, in circostanze diverse, possiamo esercitare un apostolato salutare con un contegno mansueto. Un giovanotto si reca un giorno, a Milano, dalla Venerabile Maddalena di Canossa a chiederle, con minacce, ove si trovava una giovane, che, per sfuggire alle sue insidie, si era rifugiata presso la santa fondatrice. Maddalena risponde che dal suo labbro non l’avrebbe saputo mai. Allora il giovanotto, estratta una pistola, l’accosta alle tempia di Maddalena. Ma essa, con tranquillo sorriso, gli disse: «Oh, povero giovane! Quanto mi fate pietà!… Orsù, date a me quell’arma, ed io ne farò assai miglior uso». Il giovane, commosso e meravigliato della calma imperturbabile della Madre, piega il capo e le consegna l’arma, e s’avvia confuso alla porta. Maddalena lo accompagna, e gli dà una medaglietta d’argento come pegno di gratitudine per la visita che le aveva fatto. Qualche tempo dopo, un rispettabile Sacerdote viene dalla Madre a raccontarle il pentimento del giovane. La fondatrice le consegna l’arma pregandolo di appenderla a un Santuario dell’Addolorata (L’angelo di Canossa. Pavia 1922, p. 60-62). Proprio vero che « nulla è più forte della mansuetudine » (S. Giov. Crisostomo. In Gen. Hom. 58, 5). Quante volte abbiamo lasciato passare la circostanza di far del bene a qualche anima con la nostra dolcezza, e forse di ricondurla a Dio! Quel che non abbiam fatto per il passato, lo faremo per l’avvenire. Vogliamo usare del rigore? Usiamolo con noi. «Poiché, che cosa v’ha di più giusto, che ciascuno si adiri dei propri peccati, anziché dei peccati degli altri?» (S. Agostino. En. in Ps. IV, 7).

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXVII: 16. Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja

[La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI: 9 Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja.

[Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

 “In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vo a Colui che mi ha mandato; e nissun di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada: perché, se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E venuto ch’egli sia, sarà convinto il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia, perché io vo al Padre, e già non mi vedrete: riguardo al giudizio poi, perché il principe di questo mondo è già stato giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma non ne siete capaci adesso. Ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità: imperocché non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà quello che ha da essere. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio, e ve lo annunzierà. Tutto quello che ha il Padre, è mio. Per questo ho detto che egli riceverà del mio, e ve lo annunzierà” (Jo. XVI, 5-15).

Omelia II

 [M. J. Billot, Discorsi parrocchiali, II ediz. S. Cioffi ed. Napoli, 1840 – impr. ]

Sulla falsa coscienza.

“Cum venerit Spiritus veritatis, docebit vosomnem veritatem”. Jo. XVI.

Benché Gesù-Cristo nel corso di sua vita mortale e dopo la sua risurrezione avesse istruiti gli Apostoli nelle verità del regno di Dio, nulladimeno non erano ancora forniti di tutti quei lumi che loro erano necessari per fondare quella religione, che per comando del loro divin maestro annunziare dovevano a tutte le nazioni. Attaccati troppo sensibilmente alla corporea presenza di Gesù-Cristo, erano pieni ancora d’idee troppo materiali, e solo imperfettamente conoscevano i misteri che loro erano rivelati; onde era espediente, come disse loro Gesù-Cristo, che Egli si separasse da essi, affinché fossero più atti a ricevere lo Spirito Santo, che doveva perfezionare la loro fede. Egli è ben vero che Gesù-Cristo poteva da se stesso dar loro tutti i lumi e la forza necessaria per la grande opera della conversione del mondo; ma voleva lasciare allo Spirito Santo la perfezione di quest’opera, e nondimeno n’era sempre Egli fautore, giacché a suo nome era mandato lo Spirito Santo, che doveva insegnare agli uomini tutte le verità di cui abbisognavano. – E perciò, sceso che fu lo Spirito Santo sopra gli Apostoli, essi furono dalla più viva luce illuminati, e tutte le verità conobbero che al mondo tutto dovevano predicare: animati da una forza veramente divina, ebbero il coraggio di confermare queste verità a costo ancora della lor vita. – Predicarono difatti gli Apostoli quelle verità che loro lo Spirito Santo aveva insegnate, e purgarono il mondo dagli errori, ne sbandirono l’idolatria e ne riformarono i costumi. Invece della menzogna e della corruzione che regnavano sulla terra, fondarono una religione tutta santa, una morale tutta pura e un culto tutto divino. Noi abbiamo ricevuto, fratelli miei, per mezzo degli Apostoli questa santa Religione, questa pura dottrina; ma se la religione si è tra di noi serbata illesa, quanto mai si è depravata questa morale nel cuor degli uomini! Ora l’unica cagione di questo disordine si è la falsa coscienza che si fecero e si fanno gli uomini circa le verità della morale. – Lo Spirito Santo ha insegnato ed insegna tuttora la strada della verità; ma gli uomini accecati dalle passioni chiudono gli occhi a questa verità e la sottopongono al loro falso giudizio, alle loro inclinazioni perverse; e preferiscono le tenebre d’una falsa coscienza, di cui debbo oggi scoprirvi i principi, e i rimedi additarvi per rettificarla. Dio voglia che lo Spirito Santo, sorgente d’ogni verità, riformi oggi queste coscienze sregolate, false e perverse. – Quali sono dunque i principi di una falsa coscienza? questione importantissima. Io la tratterò nel primo punto. Quali ne sono i rimedi? Istruzione necessaria! Io ve la darò nel secondo punto.

I. Punto. V’è una strada, dice lo Spirito Santo, che all’uomo sembra diritta, ma conduce alla morte. Est via quæ videtur homini recta, et novissima eius ducunt ad mortem (Prov. XVI). Qual è, fratelli miei, questa strada? Ella è la falsa coscienza, cioè la coscienza che non è secondo Dio, che non è conforme alla legge di Dio: imperciocché la coscienza, che è la scienza del cuore, al dire di s. Tommaso, è un lume interno che ci addita il bene da praticare ed il male che dobbiamo fuggire in quella tale circostanza, in quella tale occasione in cui ci troviamo. Questa coscienza è come un’applicazione che ognun fa a se stesso della legge di Dio, per sapere ciò che da questa divina legge è vietato o ciò che è permesso. – Quest’applicazione deve dunque essere giusta e fatta con discernimento e prudenza: imperciocché se la coscienza prende il falso per vero e ci insegna cose diverse da quelle che sono dalla legge di Dio prescritte, allora seguendosi il dettame di questa sregolata coscienza, ci scostiamo dalla regola principale, alla quale dobbiamo uniformare tutte le nostre azioni, che è la volontà di Dio. Quindi ne viene in conseguenza che quantunque non sia lecito di operare contro la propria coscienza, perché ciò che non è secondo la coscienza è peccato, come dice s. Paolo, quod non est ex fide, peccatum est (Rom. XIV), non si può nulladimeno seguitare ogni sorta di coscienza, perché vi sono coscienze false, coscienze perverse, che rendono viziose quelle azioni che da esse procedono. Queste sono guide cieche, le quali menano al precipizio coloro che da esse si lascian condurre. Di questa falsa coscienza appunto convien che io vi faccia conoscere i principi, affinché ne possiate schivare i pericoli e gli scogli. – Ora, gli ordinari principi della falsa coscienza sono l’errore, le passioni e l’usanza: errore di spirito, passioni del cuore, usanza del mondo, ecco ciò che pervertisce la maggior parte degli uomini. Egli è ben vero che, qualunque precauzione l’uomo prenda per conformare le sue azioni alla legge di Dio, può cadere in qualche errore di coscienza che gli faccia prendere il falso per vero; siccome l’uomo non è infallibile nel suo ragionare, può talvolta ingannarsi e credere permessa una cosa che difatti è vietata: ma se egli è mosso da buona volontà, se è pura e retta la sua intenzione, se prende tutte le precauzioni che la prudenza gli detta per bene operare, non essendo volontario il suo errore, non gli sarà ascritto a peccato. Questo è un principio certo e sicuro e ben valevole a recare consolazione a quelle persone d’inquieta e scrupolosa coscienza che desidererebbero di accertarsi con prove evidenti della rettitudine delle loro azioni e del buon stato dell’anima loro: esse s’inquietano e si tormentano senza necessità a fare inutili ricerche, le quali ad altro non servono che a sviarli dalla strada della salute. Imparino queste persone dal grande Apostolo ad essere sagge con sobrietà, che per questo basta avere una certezza morale della bontà d’un’azione, cioè di operare per un motivo valevole a determinare una persona prudente: io le rimando agli avvisi d’un saggio e prudente direttore, al quale debbono, per tutto ciò che riguarda la salute, un’intera sommissione. – Ma se si trovano persone di coscienza scrupolosa, delle quali si debbono raddolcir le pene, molte più sono quelle ne hanno una coscienza rilassata, a cui si deve incuter timore: coscienza larga che proviene da un errore in cui si cade volontariamente, da ignoranza e da falsi principi che ciascun si forma a suo piacere e secondo le sue inclinazioni perverse: larga e falsa coscienza ch’è in certa maniera cagione sì dei disordini che regnano nel mondo come della depravazione del cuore dell’uomo. – Si trovano peccatori, per dir vero, che offendono Dio per pura malizia e contro tutti i lumi e rimorsi della loro coscienza; che altro motivo non hanno del loro peccato, fuorché il piacere che provano nel contentare le loro passioni; che non dissimulano a se stessi né altrui i propri delitti; che se li rimproverano eziandio; in una parola, che peccano con tutta la conoscenza e pienezza di volontà che costituisce la malizia del peccato. Ma in quanto maggior numero sono coloro i quali per mezzo di una falsa coscienza si fanno lecite molte cose che veramente non lo sono, e trasgrediscono in mille occasioni la legge del Signore, sotto vani pretesti che una mal fidata coscienza non lascia mai di loro suggerire! Imperciocché pochi sono quei peccatori che non cerchino di difendere i loro disordini con qualche ragione che calmi i rimorsi della coscienza: essi non vorrebbero andare direttamente contro la volontà di Dio, ma vogliono affettatamente ignorarla per fare con maggiore tranquillità ciò che ella proibisce: non vogliono instruirsi sui loro doveri, perché non vogliono adempierli: Noluit intelligere, ut bene ageret (Ps. XXXV). Tali sono coloro che non intervengono alle istruzioni o che non vogliono applicare a se stessi le verità che vi ascoltano. – Altri confessano bensì esservi la legge obbligatoria, ne sono informati, ma vi portano mille modificazioni per esentarsene, le danno false interpretazioni, cercano di raddolcirla per poter essere tranquilli nelle loro prevaricazioni, ricorrono a certi princìpi sui quali si credono bene appoggiati per operare diversamente da ciò che viene dalla legge permesso; vorrebbero ubbidire a Dio, ma non vorrebbero contrariare le loro passioni. Quindi ne viene ch’essi non vogliono dilucidare certi dubbi ben fondati, per tema di dover adempiere una obbligazione che sarebbe contraria alla loro libertà, o fare qualche restituzione che l’incomoderebbe. In questi dubbi si determinano piuttosto a favore della libertà che della legge, e ciò spesso per sì deboli ragioni che ad esse non si affiderebbero in ogni altro affare che la salute non riguardasse, mentre chiudono gli occhi alle forti ragioni d’un sentimento ch’è più sicuro e migliore. E perciò vanno in cerca eziandio di facili direttori e benigni, che in pregiudizio della legge divina decidono sempre a favore delle passioni. Imperciocché si è la coscienza, fratelli miei, che genera tanti errori in materia di morale, nella stessa guisa che ella è degli errori circa la fede sorgente e cagione. Alcuno non cercherebbe tanto ad ingannarsi, ad accecarsi con falsi ragionamenti, se il cuore non fosse dalla passione predominato. Ma tosto che la passione viene ad impadronirsi del cuore, si decide sempre a favore di essa; si reputa giusto e ragionevole tutto ciò che le piace, dice s. Agostino: allora è forza che la retta coscienza ceda alla passione, non v’ha ragione, non v’ha pretesto che non si trovi per autorizzare i vizi e premunirsi contro le minacce della legge. Che cosa fece trovar pretesti ai Giudei per condannar Gesù Cristo, se non la passione? Una pretesa trasgressione della legge di Mosè di cui l’accusavano, ecco ciò che gli autorizzava a domandar la sua morte: ma la sola passione dirigeva le loro azioni. Così veggiam tutto il giorno che la passione dell’invidia e della vendetta sotto l’apparenza di zelo cerca di rovinare un nemico; perché 1’uomo facilmente si persuade di non cercar che la gloria di Dio nel castigare l’altrui colpa, mentre a perdere il colpevole unicamente rimira. Evvi alcuno appassionato per i piaceri? Egli risguarda come innocenti tutti quelli a cui si dà in preda. Quindi troppo indulgente verso di sé medesimo, per tema d’incomodarsi non si fa scrupolo della vita molle e voluttuosa che mena. Quindi trasgredisce di leggere le leggi della Chiesa, dalle quali si crede immune; per un minimo pretesto si dispensa dal digiuno, non osserva l’astinenza della quaresima per non logorare la sua sanità, mentre fa tante altre cose ben più valevoli ad alterarla. Similmente se la passione giunge a predominare nel cuore, quante false coscienze non produce ella mai? Ella acceca l’avaro a tale che il suo smisurato affetto ai beni di questo mondo vien da lui trattato per accorta prudenza e saggio prevedimento dell’avvenire. Oh quanti ricchi sono insensibili alla miseria de’ poveri; perché, dalla falsa coscienza ingannati, si persuadono essere tutto allo stato loro necessario quanto posseggono. A questa insensibilità va non di rado compagna l’ingiustizia: imperciocché spesso si usurpano i beni del vicino; e perché questi non è in istato di supplire alle spese d’una ingiusta lite e di difendersi, una forzata convenzione viene creduta un legittimo titolo per impadronirsi degli averi del povero, della vedova e del pupillo. Quanti usurpatori dell’altrui si credono dall’obbligo esenti della restituzione, perché questa, per quanto vogliono immaginarsi impoverirebbe la casa, ne sconcerterebbe gli affari e macchierebbe l’onore. Altro falso pretesto d’una sregolata coscienza. – Oh quanti si accecano in questo punto e non vogliono vedere i torti che fanno altrui! Essi sono ingegnosi a palliare con mendicati pretesti le loro usure, le loro ingiustizie, mentre hanno occhi perspicacissimi per vedere i torti che ricevono, e nel difendere i propri diritti sono diligentissimi. Ma di tal fatta è il disordine di cui è cagione una falsa coscienza che agevolmente ciò perdona l’uomo a se stesso che in altri non sa tollerare: vede una pagliuzza nell’occhio altrui, e nel proprio una trave non sente. Donde proviene questo disordine? Dalla passione che appicca l’uomo a tal segno che lecito crede tutto ciò ch’è conforme ai suoi desideri. Ma quanto maggiori sono i falli in cui ci fa cadere la falsa coscienza quando è dal costume sostenuta! Noi siamo obbligati a vivere nel mondo, e perciò dobbiamo conformarci alle usanze del mondo: la società vuol che si eviti ogni singolarità, e perché non potremo noi fare ciò che gli altri fanno? Non sono essi al par di noi interessati nell’affare della salute? Essi temono di perdere l’anima loro e hanno desiderio di salvarla egualmente che noi: possiamo dunque vivere con essi senza timore. Noi veggiamo non poche persone di regolata vita ed irreprensibile che si conformano all’usanza: e non sarebbe ella un’ardita imprudenza il condannarle? E perché dunque non potremo imitarle? Tali sono, fratelli miei, le perniciose massime che l’usanza somministra alla falsa coscienza e sulle quali questa s’appoggia. Da questi perversi principi nascono per la maggior parte gli abusi che regnar vediamo fra i Cristiani. Perciò è che non si fanno scrupolo di passare il tempo nell’ozio, nel giuoco, negli spettacoli, nei divertimenti, perché a tanti altri li vedono fare. Perciò regna la sontuosità nei banchetti, il lusso nel vestire, nelle mode l’immodestia e negli arredi la magnificenza: ciò tutto è necessario, dicono essi, per sostenere con decoro il proprio grado: tale è la costumanza, il mondo lo vuole, e ridicolo sarebbe altamente riputato chi diversamente operasse. E finalmente ci comanda forse Iddio che noi ci facciamo schernire dal mondo e ci rendiamo l’oggetto dei motteggi e delle risa altrui? L’umana società, che da Dio è stata stabilita, ha le sue regole che noi dobbiamo seguitare; dunque non è cosa biasimevole il conformarvisi, e possiamo in sicura coscienza vivere come gli altri, purché gli eccessi e i disordini si evitino ai quali si abbandonano coloro che vivono senza religione; purché non facciamo torto ad alcuno e ci serviamo onestamente di ciò che possediamo, che si richiede di più? Egli sarebbe impossibile a salvarsi nelle condizioni del mondo se si dovesse menar vita da’ solitari e lontani dalle adunanze, passarla nella mortificazione e nella preghiera. Iddio comanda forse cose impossibili? A che dunque renderci impraticabile e troppo stretta la via del cielo con l’imporci un giogo che portare non possiamo? Così ragiona la falsa coscienza di molti che credono in sicuro la loro salute, affidati a qualche virtù morale da essi praticata e ad una vita esente bensì da vizi enormi cui la ragione riprova, ma priva di quelle buone opere che sono dalla religione prescritte. Falsi principi, ch’io spero di distruggere nel secondo punto, ove i rimedi additerò per riformare la coscienza. Altre persone si trovano che fanno, per dir vero, certe opere di divozione dalla maggior parte degli uomini non praticate; che sono scrupolosamente diligenti nella recita di certe preci e nell’osservanza di certi esercizi di pietà ordinati dalle regole della compagnia a cui sono ascritti; ma che alcuna cura non mettono per riformare il loro cuore: somiglianti ai farisei, che si stimavano persone molto dabbene perché osservavano esteriormente certe cerimonie dalla legge prescritte, mentre avevano il cuore d’ogni vizio ripieno e d’ogni iniquità. Questi Cristiani si credono di avere un sicuro diritto al cielo a cagione di queste pratiche di divozione che loro vanno a genio, mentre nutriscono in sé l’odio contro del prossimo e lasciano in pungenti motteggi trascorrere la lingua ed in atroci calunnie. Sperano di salvarsi con qualche limosina, mentre non vogliono svellere dal cuore l’oggetto della loro passione. Altri di propria capricciosa scelta in qualche cosa si mortificheranno, ed allorché ciò vien dalla Chiesa ordinato trascureranno di farlo. Altri celebrano feste di divozione e profanano quelle che sono comandate. False coscienze che menano alla perdizione coloro che vogliono seguirle: e per riformarle si dovranno mettere in pratica i rimedi che ora sono per insegnarvi.

II. Punto. Giacché l’errore, le passioni, il costume sono i principi della falsa coscienza, oppongasi il lume di una coscienza retta e bene istruita; alle passioni un sincero desiderio di piacere a Dio e di osservare la sua santa legge; al costume, l’esempio delle persone dabbene e dei santi. Ecco le regole che debbono dirigere la coscienza, e i rimedi che adoperar si debbono per le coscienze erronee. Rinnovate la vostra attenzione. – La coscienza è, per dir così, l’occhio dell’anima nostra, perché ci fa vedere il bene che dobbiamo fare e il male che dobbiamo fuggire. Se l’occhio del corpo è puro, dice Gesù-Cristo, tutto il corpo sarà illuminato; ma se l’occhio è tenebroso, tale eziandio sarà il corpo. Convien dunque, o fratelli, per evitare gli errori d’una falsa coscienza, cercare la luce che diriga i vostri passi nella via della salute. Bisogna che, secondo l’avviso dello Spirito Santo, ad ogni vostra azione preceda la verità e il consiglio della prudenza: Ante omnia opera tua verbum verax præcedat te, et omnem actum consilium stabile (Eccli. XXXVII). Ciò chiedere dobbiamo a Dio ad esempio del reale profeta. Additatemi, Signore, quali sono le vostre vie ed insegnatemi a fare la vostra volontà: Vias tuas demonstra mihi, et semitas tuas edoce me (Ps. XLIV). Il timore ch’io ho d’ingannarmi nella strada che debbo tenere mi fa ricorrere a Voi: degnatevi, o Signore, di essere la mia guida, affinché io cammini sicuro in mezzo a’ pericoli che mi circondano: Cum ignoremus quid agere debeamus, hoc solum habemus residui, ut oculos nostros dirigamus ad te (2 Par. XX). Dopo di esservi indirizzati, fratelli miei, al padre dei lumi, dal quale ci viene ogni dono perfetto, come dice l’Apostolo san Giacomo, voi dovete consultare la vostra fede, consultare il Vangelo. Imperciocché queste sono le regole che debbono dirigere la vostra coscienza. Che vi dice la fede? Che vi dice il Vangelo? Sovvengavi delle sue massime in ogni occasione in cui si tratta di deliberare su di ciò che avrete a fare. Seguitando, queste regole, siete sicuri di non errare, di non confondere il vero col falso, il bene col male. Una coscienza erronea vi dice, per esempio, che sotto certi pretesti voi potete conversare con quella persona a voi utile e cara, che per altro è a voi occasione di peccato, ma il Vangelo vi dice che sebbene l’occasione di peccato vi fosse cara egualmente e vantaggiosa che l’occhio, il piede, la mano, bisogna cavare questo occhio, recidere il piede e la mano affinché a voi non sia cagione di scandalo; la passione dell’interesse vi dice che potete accumular beni con certi mezzi che vi sembrano leciti, ma che sono dalla legge vietati: per reprimere questa cupidigia, riflettete a ciò che dice il Vangelo sui beni del mondo, sull’amor delle ricchezze: Beati i poveri: beati pauperes (Matt. V). Guai ai ricchi, perché sono nella via della perdizione: Væ vobis divitibus (Luc. VI). La passione della vendetta vi dice, che il vostro onore esige che voi prendiate soddisfazione dell’insulto che un nemico vi ha fatto: ma ben diversamente vi parla il Vangelo, il quale vi dice che convien perdonare e rendere ben per male. Chi dovete voi ascoltare? chi dovete seguire? Se voi andate dietro la passione, questa cieca scorta vi condurrà al precipizio ma se voi seguitate il Vangelo, se consultate la legge di Dio, questa luce dirigerà i vostri passi e vi condurrà al porto di salute. Questa era la guida che il reale profeta aveva scelta, e alla quale faceva ricorso per dissipare i suoi dubbi e la sue incertezze, per essere sicuro della rettitudine delle sue operazioni: Lucerna pedibus meis verbum tuum, et lumen semitis meis (Psal. CXVIII). Seguite fedelmente questa guida e non ve ne dipartite giammai. A tal fine è necessario che voi le sacrifichiate i lumi del vostro intelletto e, diffidando di voi medesimi, non vi appoggiate sulla vostra prudenza: ne imitaris prudentiæ tuæ (Prov. III) Corre rischia di errare chi non ha altra guida che se stesso; perché nella propria causa facilmente si accieca, ed ognun naturalmente pensa e ragiona secondo la propria inclinazione. Ora i nostri desideri, le nostre passioni portar ci sogliono più sovente al male che al bene. Egli è dunque necessario di aver ricorso ad una scorta più sicura del nostro intendimento. La fede, il Vangelo, ecco le fiaccole che debbono illuminarci e che abbiamo a seguire. Siccome noi possiamo ingannarci, eziandio nell’applicare a noi stessi le massime che questa fede c’insegna, ella è cosi ben fatta consultare persone sagge e istruite nelle vie del Signore, animate dallo spirito di Dio, che non cerchino che la gloria di Lui e la salute delle anime, e non cercar direttori, che lusinghino le passioni, e mettano le coscienze in una falsa tranquillità funesta, i quali, secondo il linguaggio della Scrittura, mettono cuscini sotto i gomiti del peccatore, conducendolo per la via larga che va a finire nella perdizione. – Non vi fidate, fratelli miei, a questi falsi profeti, non cercate, per condurvi nella via della salute, quelle persone che accomodandosi alle vostre perverse inclinazioni, vi danno le decisioni secondo i vostri desideri e i vostri interessi. Ma cercate quelle che abbiano il coraggio di dirvi la verità e non vi lusinghino nei vostri vizi e vi parlino schiettamente. Se la loro dottrina non sarà per qualche tempo secondo il vostro gusto, un giorno sarete loro obbligati d’avervi condotto per una strada sicura. Aprite loro il vostro interno con tutta schiettezza e senza punto dissimulare: qualunque fallo abbiate commesso, dichiaratelo ingenuamente al vostro direttore ordinario; e non cangiate ad ogni tratto, come certe persone che passano la vita nel cercare una guida e non sanno a quale attenersi, perché loro non riesce d’incontrar direttori che, accomodandosi ai loro sentimenti, siano di lor genio. Allorché ne avrete trovato uno di cui abbiate sperimentati salutevoli gli avvisi, seguitelo fedelmente, ubbiditegli puntualmente, perché risguardar lo dovete come un inviato da Dio che vi manifesta la di Lui volontà. – Prese che abbiate tutte queste precauzione per formar la vostra coscienza secondo le massime delle fede e della prudenza, attendete seriamente a praticar il bene ch’essa vi detterà per vostra salute; imperciocché nella buona volontà principalmente e nell’osservanza della legge di Dio consiste la buona coscienza. Può bensì l’intelletto cadere nell’errore, ma se questo non è volontario, Iddio non lo ascriverà a peccato: per lo contrario vi è sempre colpa se è perversa la volontà, per quanto di belle cognizioni sia arricchita la mente. Fate dunque una ferma risoluzione e sincera di osservare la legge di Dio e sacrificarla tutti i vostri interessi e piaceri: e se sarete in queste disposizioni, conformerete la coscienza alla legge di Dio, non già la legge di Dio alla vostra coscienza: voi vi asterrete, secondo l’avviso dell’Apostolo, da tutto ciò che avrà la menoma apparenza di male: Ab omni specie mali abslinete vos (1 Thesshal. V.). Voi terrete sempre il partito della legge di Dio contro la vostra libertà nelle cose che dubiterete se lecite siano oppur vietate. Giacché io ho motivo di credere (direte tra voi medesimi) che Dio proibisce quest’azione, voglio piuttosto tralasciarla che espormi al pericolo di trasgredir la sua legge e mettere in rischio la mia salute. Imperciocché non dovete voi, fratelli miei, tenere la stessa prudente condotta sull’affare della salute che tenete per la sanità del corpo e negli affari terreni? Ora, di due mezzi che adoperar potete pel buon esito d’un affare, de’ quali uno è certo e l’altro dubbioso, non preferite voi il sicuro all’incerto? Di due rimedi che vi sono offerti per guarirvi da una malattia, uno dei quali sapete che vi darà la sanità, e l’altro per avventura la morte, siete voi forse irresoluti nel prendere piuttosto il primo che il secondo? E non dovrete voi nella stessa maniera nell’affare dell’eternità prendere il più sicuro partito? Imperciocché si può egli mai prendere troppe precauzioni quando si tratta d’una eterna felicità o di una eterna miseria? Nulla satis magna securitas ubi periclitatur æternitas. Ah quanto è valevole il pensiero dell’eternità a farci risolvere a favor della legge di Dio piuttosto che delle passioni! Avvi forse alcun piacere che non si debba sacrificare quando si considera che questo piacere, questo interesse ci sarà cagione di eterni tormenti? Fortificatevi, fratelli miei, con questo pensiero quando le passioni si troveranno in contrasto con la legge di Dio, quando si tratterà di risolvere mentre sarete in dubbio se sia lecito un’azione o proibita. Operate come se subito dopo doveste morire, come se doveste allora allora comparire al giudizio di Dio. Ah! Come vorreste allora aver fatto? Como vorreste esservi diportati? Operate adesso e diportatevi come vorreste in quel punto aver fatto, e tutti i vani barlumi d’una falsa coscienza svaniranno: prenderete certamente il partito sicuro; ubbidirete a Dio, farete la sua santa volontà, eviterete l’ombra stessa del peccato. Lungi dall’usurpare o ritenere l’altrui direte come Zaccheo, che se si trova in vostre mani qualche cosa che non vi appartenga, volete restituire il quadruplo: Si quem defraudavi, reddo quadruplum (Luc. XIX). Lungi dal frequentar quella persona ch’è cagione di vostra rovina, non le darete nemmeno uno sguardo. invece di quella vita molle e priva di buone opere della quale non vi fate scrupolo alcuno, abbraccerete la penitenza, la mortificazione, gli esercizi della vita cristiana: invece di andar dietro al torrente del costume su cui tanto temerariamente vi appoggiavate per calmare i rimorsi della coscienza, imiterete le persone dabbene e prenderete i santi per modello della vostra condotta; imperciocché questo è il rimedio di cui dovete servirvi per preservarvi dalla contagione delle usanze del mondo. Infatti se l’usanza conduce alla rilassatezza, perché si crede di poter fare senza scrupolo ciò che gli altri fanno, i buoni esempi ravvivano il fervore, facendoci vedere ciò che è d’uopo di fare. Ora mirate, fratelli miei, ciò che han fatto i santi, e le virtù che hanno praticato. Erano essi forse di voi più interessati a far il bene che fecero? E non dovete voi egualmente temere se fate il male da cui si guardarono? Voi sperate la stessa ricompensa e dovete prendere le stesse precauzioni per meritarla: avete a temere gli stessi castighi e dovete usar la stessa diligenza per evitarli. Essi camminarono per la stretta via perché sapevano essere quella che Gesù Cristo additò per giungere al cielo. Prender non vollero la strada spaziosa perché alla perdizione conduce. Guardatevi dunque di entrar in questa via, ma scegliete la stretta, come fu scelta da loro, e non vi crediate di poter fare certe azioni sul fallace pretesto che gli altri le fanno. Non allegate l’usanza per vostra difesa, ma conchiudete piuttosto non doversi fare appunto perché gli altri le fanno e perché tale è l’usanza: e vivete come il piccol numero perché il più piccolo numero sarà quel degli eletti. – Prendete ad imitare quelle anime sante e fervorose che fuggono con diligenza tutto ciò che può offendere la delicatezza della loro coscienza, che si allontanano dalle compagnie pericolose, dai giuochi, dagli spettacoli, che sono assidue alle preghiere, agli esercizi di divozione, caritatevoli verso il prossimo, esemplari nei loro discorsi, sobri, casti, modesti, mortificati e riserbati in tutta la loro condotta. Ecco le regole di coscienza che si possono seguire senza timore, e non già i perniciosi esempi di quelle persone rilassate che vivono secondo l’usanza e non sanno che cosa sia preghiera, frequenza di sacramenti, santificazione delle feste, licenziosi nei loro discorsi, che altro non cercano fuorché i piaceri, i divertimenti del mondo, e si conformano alle sue massime ed alle sue usanze. Ricordatevi che il mondo è stato riprovato da Gesù Cristo. Dunque il mondo e le sue usanze non sono una regola buona a seguire, ma quelle a cui dovete attenervi si è il Vangelo, si è l’esempio di Gesù-Cristo e dei Santi. Seguendo queste regole, sarete sicuri di non errare, e la vostra coscienza formata su tali esemplari sarà per voi una sorgente di consolazione e di gaudio il più puro e verace che si possa provar sulla terra. Quantunque afflitti dalle malattie o da sinistri accidenti, sarete felici, anche in mezzo alle disgrazie, se la vostra coscienza è ben regolata e tranquilla, se vi dice che siete in istato di grazia ed amico di Dio. – Non v’ha piacer sulla terra che possa paragonarsi a quello che ci dà una buona coscienza; egli è un paradiso anticipato che portiamo con noi. Per lo contrario una coscienza sregolata è una specie d’inferno che si prova vivendo. Qualunque bene possegga, di qualunque piacere gioisca d’altra parte non sarà mai contento colui la cui coscienza è in stato cattivo: ella è un carnefice che dappertutto lo segue per tormentarlo: Non fugit se ipsam mala conscientia (s. Aug.). Egli ha bel fare per allontanarne i rimproveri, calmarne i rimorsi, essa glieli fa sentire in ogni luogo; in ogni luogo ella dice al peccatore: ah sciagurato! tu sei in stato di dannazione se la morte ti coglie, eccoti perduto per sempre. – Fortunato ancora il peccatore che ascolta i rimorsi della coscienza, che non è insensibile alla sua voce, la quale lo stimola ad uscir dallo stato di peccato. Considerate in che stato siete al presente e ascoltate ciò che la coscienza vi dice. Se ella vi fa qualche rimprovero, calmatela quanto prima riconciliandovi con Dio mediante una penitenza sincera: s’ella è tranquilla, conservatevi in questo stato e operate sempre secondo che vi sarà dalla pura e retta coscienza ispirato.

Pratiche. Per render pura e retta la vostra coscienza, in ogni vostra azione sovvengavi di questa massima: non si può prendere troppa precauzione allorché si tratta dell’eternità: nulla satis magna securitas ubi periclitatur æternitas. Operate come vorreste aver fatto al punto di morte. Esaminate spesso e principalmente prima di confessarvi, esaminate se la vostra vita è conforme a quella che mena la maggior parte degli uomini: voi dovete temere se pensate, parlate ed operate come la maggior parte, e infallibilmente perirete col maggior numero se non vi separate da essi. Attenetevi alla legge di Dio, alle massime del Vangelo; all’esempio dei santi, perché queste sono le vie che vi condurranno al regno dei cieli. Così sia.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXV: 1-2; LXXXV: 16

Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’anima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrificii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quaesumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja.

[Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur.

[Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2020/04/13/tutta-la-messa-cattolica-momento-per-momento-1/

LO SCUDO DELLA FEDE (111)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 vol. I

CAPO XXI.

Si risponde alle accuse date alla provvidenzaper la ineguale distribuzione de’ beni, massimamentedonati agli empi.

I. Gli occhi, i quali sporgono in fuori, non però sono abili a veder più degli altri, ma solamente a restar più degli altri, offesi dal fumo (Aristot. problem. sect. 31. n. 6). Che vale dunque agli intelletti presuntuosi l’uscire tanto dai termini, per mirare ciò che non è concesso a guardi mortali? Il frutto del loro ardire sarà rimaner sopraffatti dalla caligine di quei divini consigli, che, se si contenessero in umiltà, sarebbero bensì loro di ammirazione, ma non di scandalo. Dovrebbe dunque uno di essi piuttosto dir con Salviano (De gubern. 1.3) in questo proposito: Homo sum non intelligo: secretum Dei investigare non audeo: e pure all’incontro, quanto più vuoti di senno, tanto più queruli, dove non giungono ad investigar con la mente debole, giungono ad insultar con la lingua bestemmiatrice. Chieggo io frattanto: può il governo di questo mondo andar meglio di ciò che vada, o non può andar meglio? Se non può andar meglio, di che dunque si dolgono gli ateisti? Se può andar meglio, dunque v’è chi può fare che vada meglio. E tale è la medesima provvidenza da lor negata. Che se ella v’è, basta questo. Non è follia da giumento stimar possibile ch’ella lasci di fare in tempo veruno ciò che va fatto? An usque adeo desipiendum est, ut homo videat melius aliquid fieri debuisse, et hoc Deum vidisse non putet? (S. Aug. I . 1. c. 14. contr. adv. leg.) Oh quanto più frutterebbe a tanti uomini temerari l’accusare sé d’ignoranti, che Dio d’iniquo! Ma perché non credano che ciò si dica a sfuggir la difficoltà, seguano pure a sfogarsi.

II. Ciò che agli ateisti cagiona maggior travaglio in tal governo, non può riputarsi certamente che siano i disordini delle colpe, mentre essi appunto sono quei che gli accrescono più d’ogni altro: è la distribuzione de’ beni. Vorrebbero eglino, che questa fòsse in man loro, sicché la provvidenza, quasi minore, dovesse aver per tutore il lor senno nell’ eseguirla. Ma ciò non può mai succedere. Però dacché non han forze da rendere a sé soggetta la provvidenza, si volgono ad accusarla spargendo con espressa sollevazione, tra ‘l volgo credulo, che troppo male ella amministri l’entrate del nostro mondo, mentre, quanto prodiga ella è nel donarle agli empi, altrettanto avara è nel concederle ai giusti. Ed è possibile, dicono essi, che vi sia provvidenza se alla fine, come la calamita, fra tanti metalli nobili, non si sceglie a sollevare altro da terra, che il ferro vile, così dia gode per lo più d’innalzare chi meno il merita? Che se pure da lei vengan talvolta i meritevoli ancora rimeritati, tosto si scorge, ch’ella operò di capriccio, non di consiglio: mentre appena fa loro un dono che lor ritoglie; e più incostante del medesimo mare nei suoi flussi e riflussi non sorba legge, lasciando nel meglio aride quelle spiagge che allora allora aveva pigliate a inebriare con larghi flutti. E noi vogliamo poi credere, che sia più che qualche cieca podestà, casuale quella che amministra sì male le sorti umane, senza distinguere nelle rimunerazioni benefiche le opere virtuose dalle viziose, sicché o nulla vi sia ch’ella doni al merito, o nulla che pentita non gli ritolga? S’intitoli provvidenza quanto a lei piace: non è provvidenza, è fortuna.

I.

lII. Se ivi sono i sogni più strani, dove sono gli umori più sconcertati, non è meraviglia, che gli ateisti vaneggino in simil guisa. Ma compatiamoli, e facciamo prova, se ci riesca con amorevole purga cambiar loro i sogni in dottrine.

IV. Fate però ragione, che il governo della provvidenza sia simile ad una tessitura di arazzo: Telam, quam orditus est super omnes nationes(Is. XXV. 7). Per lavorarlo, conviene in primo luogo, che alcune fila vadano rette e formino l’orditura, altre a traverso, e formino il pieno : alcune sian tinte col sangue della porpora, altre col sugo di guado: alcune si giacciano in fondo a formar gli orli dell’opera, altre sian collocate nel più vistoso a formarne il campo. Così conviene in prima, che alcuni tra gli uomini siano ricchi, altri poveri: altri superiori, altri sudditi: altri nobili, altri plebei: altrimenti l’opera non solo non avrebbe vaghezza alcuna, ma né anche potrebbe aver compimento.

V. Non avrebbe vaghezza, porche non avrebbe la debita varietà: e al più sarebbe una Tela rozza, non un arazzo ingegnoso. La limitazione delle creature è quel poverissimo fondo su cui Dio ricama il più bello che abbiano i suoi lavori, cioè la diversità delle cose e l’inegualità. Imperocché non potendo veruna creatura capire in sé, come limitata, tutte quelle perfezioni che Dio vuole dimostrare operando, convenne di necessità ch’Egli le ripartisse in più nature tra loro varie, e non di rado anche opposte, affinché contenessero tutte insieme quel che ciascuna da sé non poteva accogliere, posta l’angustia del vaso. Cosi, perché una semplice corda non è capace di dimostrar nel liuto tutta l’armonia che sa dargli la mano musica, se ne aggiungono molte, quale più sottile, quale più grossa, quale più tesa, quale più lenta, che poi, toccate diversamente dall’arte, fanno quel concerto bello che incanta le nostre orecchie.

VI. Dissi poi, che. senza questa ineguaglianza di alto e di basso, di abbondanza e di bisogno, non poteva nemmeno sussistere il governo dell’uman genere, ne compirsi. Perocché fingete che vadano esuli dalla città tutti i poveri, tutti i plebei, quale inimico le recò mai tanta desolazione in un attimo, quanta le recherebbe un tal bando? Che se in riguardo a quei che vanno, sarebbe esilio; in riguardo a quei che rimangono senza loro, sarebbe morte. Chi lavorerebbe in quel mezzo tempo la terra? Chi le darebbe quasi ad usura quel seme, che poscia moltiplicato a tanti doppi mantiene la vita agli uomini di ogni stato? Che sarebbe delle arti, sì delle liberali, sì delle meccaniche, le quali tutte o nacquero dalla necessità o vengono allevate dalla speranza? Non vedete voi che la copia e l’inopia sono quelle due braccia che stringono amichevolmente il genere umano in perpetua corrispondenza, e che mantengono in lui la vita civile? Il bisogno di educazione nella fanciullezza stringe i figliuoli ai padri, e il bisogno di sostentazione nella vecchiaia stringe i padri ai figliuoli. Il povero ha bisogno della mano del ricco per essere sollevato, il ricco ha bisogno delle braccia del povero per esser servito. Il bisogno di governo soggetta i popoli al sovrano, e il bisogno di assistenza soggetta il sovrano stesso ai suoi popoli; sicché, a dir breve, possiamo concludere con le dotte parole di un Agostino, che la necessità vicendevole è la genitrice di tutte le azioni umane: Omnium actionum humanarum mater est necessitas (S. Aug. in Ps. 81).

VII. Pertanto ciò che ci manca al mantenimento più agiato di noi medesimi, non è materia di accusa della Provvidenza, è materia di ammirazione, massimamente che Dio nella distribuzione de’ beni terreni ha fatto come un accorto padre, il quale dovendo al fìgliuol maggiore lasciare il maiorasco, per decoro e per durevolezza della famiglia, lo stringe nel testamento ad alimentare i suoi fratelli minori; e da che lo fa possessore di tutto il fondo, l’obbliga insieme a partirne i frutti tra quei che ebbero comune con esso lui, come il sangue illustre e la nascita, così l’amor fraterno e la cura. L’arte quasi unica dell’agricoltura consiste singolarmente a disseccare i terreni troppo umidi, e inumettare i più asciutti. E questo è ciò che richiede la Provvidenza: che chi abbonda di facoltà, ne faccia parte a chi è scarso. Ma l’avarizia, come è una sete, non della natura, ma della febbre, così non si spegne mai: onde si persuade, che crescano in lei le necessità a proporzione del crescere che in lei fanno le brame accese. E ciò fa che i poveri divengano troppo queruli, quasi non soccorsi abbastanza; e i ricchi troppo tenaci quasi non pieni; pervertendo l’ordine dei disegni divini per mero vizio. Ma frattanto ci parrà giusto rifondere nella Provvidenza i nostri difetti, e rivoltare in biasimo del legislatore quelle trasgressioni medesime ch’Egli vieta con le sue leggi?

II.

VIII. Vero, direte voi : sono necessari ipoveri e i ricchi, inobili ed iplebei, i sovrani ed i sudditi; né senza tal varietà avrebbe il mondo la sua vaghezza presente, né la sua vita. Ma questa risposta non solve il nodo, lo salda. Per qual ragione non ha collocata Iddio l’abbondanza in mano de’ buoni, e non ne ha privati al tutto i cattivi? Perché il vizio naviga sempre col vento in poppa, e la virtù non può mai spiegare le vele: tante son le procelle che l’assaliscono? Non è ciò un giuocare che a nostro costo fa Dio su gli avvenimenti mortali, piuttosto che un governarli?

IX. Ah temerità di coloro che rimirando il volto della Provvidenza negli ondeggiamenti delle umane vicende, lo credono mostruoso! Primieramente mi si dica ove leggasi, che i buoni siano stati sempre depressi, e icattivi sempre esaltati? Prenda pure in mano le istorie chi vuol chiarirsi di questa orrenda calunnia che dassi al vero. E perché gli aspetti dei luminari maggiori sono più agevoli ad osservarsi, miri quanto di raro sia succeduto, che i principi più segnalati nella pietà non fossero parimente i più segnalati nella prosperità del governo, e che i più malvagi non fossero similmente i più malavventurati. Quando Roma, dopo aver levata ai popoli stranieri la libertà, non dubitò di levarla ancora a se stessa, ebbe a tollerare una lunga fila di Cesari sì scorretti, che potevano più veramente chiamarsi bestie coronate, che Cesari. Or chi non sa, di numero così grande, quanto pochi furono quei che terminarono tranquillamente i lor giorni? Anzi tutti o quasi tutti caddero vittime per mano di sudditi risentiti o di soldati ribelli. Ciò che può fare ampia fede ai privati ancora, quanto sia falso, che l’empietà sia comunemente felice, la pietà misera.

X. Dissi comunemente; perché questo è un tratto fino altresì della Provvidenza: né sempre accompagnar la pena alla colpa su questa terra, né sempre disgiungerla. Se Dio punisse ogni colpevole in vita, noi di leggieri trascorreremmo a stimar, che la sua giustizia non avesse altro tribunale più formidabile da vendicare le ingiurie che a lei facciamo, né altri tormenti più feroci di questi: onde ella verrebbe a rendersi disprezzevole nell’atto stesso di voler farsi apprezzare. Dall’altro lato se Dio mai non pagasse in contanti le sfrenatezze degli uomini con l’esempio di qualche castigo visibile, gli uomini potrebbero sospettare, ch’Egli non distinguesse nell’amor suo la virtù dal vizio, ma che li trattasse del pari. Pertanto convenne mescolare un modo con l’altro, per adeguare le provvisioni al bisogno. Tanto più, che questo tenore medesimo di governo, il quale riserba il più del premio e della pena a quel tempo che non ha fine, serve meravigliosamente a farci calpestare i beni caduchi com’essi meritano. Apparteneva alla Provvidenza insegnare agli uomini la virtù, ch’è l’unica via per cui si giunge alla vera beatitudine. Ora il maggiore ostacolo a chi cammina per questa via sono gl’inviti che ad ogni passo gli fanno i beni terreni per arrestarlo. E però con qual mezzo potevasi dimostrare più apertamente la vanità di sì fatti beni che con accomunarli anche agli empi ? Poteva mai caderci in pensiero, che questo fosse il pane preparato ai figliuoli, mentre a tutto pasto il vediamo gettare ai cani? Troppo era naturale argomentare, che quello che da Dio si concede ancora ai bestemmiatori del suo gran nome, agli spergiuri, ai sacrileghi, non era la mercede da lui destinata a rimeritare gli ossequi de’ suoi diletti. Questi anni addietro, essendosi in Vittemberga introdotta una moda nuova e dispiacevole al principe, che fece egli? la diede ad usare al boia; e con tale atto le tolse tosto ogni seguito ed ogni stima. Un’arte somigliantissima di governo ha la provvidenza. Per toglierci l’affezione ai beni manchevoli della terra, gl’infanta con guarnirne ancora i ribaldi: Nullo modo magis potest Deus concupita traducere, dice Seneca (De prov. c. 5), quam si illa ad turpissimos defert, ab optimis abigit.

XI. Aggiungete che i ribaldi medesimi hanno bene spesso ne’ loro costumi tal cosa che sia lodevole, non trovandosi quassù così facilmente scelleraggine tutta pura, com’è giù tra i diavoli e tra i dannati. La vipera non è già velenosa in ogni sua parte, anzi col tossico ha tanto accompagnato di sanativo, che può tenere un posto onorevolissimo nella composizione de’ medicamenti. Quel ricco che voi vorreste subito in fondo, perché rapisce l’altrui sostanza, forse somministra cortese a più di un bisognoso il suo patrocinio. Quel lascivo sa perdonare alla fama del prossimo, se non sa perdonare alla pudicizia. Quel linguacciuto sa rattemperarsi dalle bestemmie nell’ira, se non sa raffrenarsi dalle mormorazioni. Taluno tradì la fede all’amico, ma insieme fu fedelissimo alla consorte: come appunto raccontasi che i romani fra tante loro rapine amarono la fortezza, i goti l’onestà, i vandali la religione, gli unni il rigore, i turchi l’ubbidienza ai loro sovrani. E così fate ragione che se è difficile ritrovare infermo sì disperato, che fra ì suoi molti cattivi indizi di morte, non ne tramischi alcun buono: non è meno d’incile ritrovare iniquo sì discolo. Ora appartiene a Dio non lasciar senza premio verun’azione che in qualunque modo sia retta. E però come superficiale è la virtù di costoro, così guiderdonasi con una felicità parimente, che non ha fondo, qual è quella di questa vita. E con ciò viene la provvidenza di vantaggio a manifestare quanto ella si compiaccia della virtù, mentre l’ama insino dipinta.

Xll. Finalmente fingete un empio tanto penetrato dalla malvagità, che non dia luogo a virtù, neppure apparente; non è necessario, ch’egli però vada esente dal provare gli effetti della divina clemenza con qualche temporale prosperità. Ad un ladrone condannato al patibolo, non consente ogni ragion che si porga qualche ristoro prima di mandarlo alla morte? Come però abbiamo a sdegnarci che un tal costume sia praticato dalla clemenza divina: sicché a quel reo. che è già destinato ad ardere senza fine i n un rogo eterno, concedasi per lo spazio di pochi dì antecedenti qualche sollievo? Andate ora e invidiate quei reprobi, perché godono. Non è ciò maggiore stoltezza che invidiare la cena del giustiziato? Quel pesce che guizza così lieto per l’onde, ha l’amo già nello viscere sì inoltrato che non vi vuole altro più, se non che il pescatore tiri a sé di colpo la canna per ìstrappargliele. E in tale stato può mai quel pesce meritarsi il bel titolo di felice?

XIII. Tanto più che gli empi con lo loro passioni, con le invidie, con le inimicizie, con le alterezze s’infettano quel poco stesso di bene che loro viene concesso da Dio: ad imitazione di quei mastini che non sanno godersi in pace tra loro ciò che loro vieri dato in cibo; ma digrignano i denti e si feriscono insieme alla disperata. Se non che i malvagi fanno ancora di peggio; mentre rivolgono la loro perversità contra se medesimi, e fanno in pezzi il lor cuore; onde vedete che loro tanto manca quel bene che hanno, quanto quel che non hanno. Il lince non ingrassa mai, perché mentre si pasce in un prato, tien gli occhi all’altro, e si strugge per ansietà di mettere quanto vi è nel suo ventre solo.

XIV. Ma checché siasi di ciò, chi negli avvenimenti umani teme di vertigine faccia come chi passa un torbido torrente, e non vuol cadere. Non fissi gli occhi nelle acque che vengono giù rovinose dalla montagna; li fissi alla riva stabile che lo attende di là dall’acque. Non miri ciò che scorre col tempo, miri ciò che dura per tutta l’eternità: e con questa misura retta, e non col palmo di una felicità transitoria, che è sì calante, rinvenga i beni che sono comuni agli empi, e rinvenga i mali che sono comuni ai giusti. Questa è l’altra opposizione che fanno gli uomini di corto senno alla Provvidenza, volendo misurarle audaci le mani, per dare a credere, ch’ella ne abbia una più lunga dell’altra, come già le aveva Artaserse. Se non che di tale opposizione mi serbo a discorrere da per sé nel seguente capo per minor tedio.

SALMI BIBLICI: “DE PROFUNDIS” (CXXIX)

SALMO 129: DE PROFUNDIS CLAMAVI ad te DOMINE”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 129

Canticum graduum.

[1]  De profundis clamavi ad te, Domine;

[2] Domine, exaudi vocem meam. Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae.

[3] Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit?

[4] Quia apud te propitiatio est; et propter legem tuam sustinui te, Domine. Sustinuit anima mea in verbo ejus;

[5] speravit anima mea in Domino.

[6] A custodia matutina usque ad noctem, speret Israel in Domino;

[7] quia apud Dominum misericordia, et copiosa apud eum redemptio.

[8] Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

 SALMO CXXIX.

Il breve Salmo contiene:

1.° Preghiera a Dio per le miserie dell’esiglio, e quindi è Salmo graduale.

2.° Esortazione a penitenza, e perciò è tra i penitenziali;

3.° Predizione della futura redenzione, e perciò si recita in persona delle anime purganti, che sospirano alla liberazione per Cristo.

Cantico dei gradi.

1. Dal profondo alzai le mie grida a te, o Signore; esaudisci, o Signore, la mia voce. (1)

2. Sieno intente le tue orecchie alla voce della mia preghiera.

3. Se tu baderai, o Signore, alle iniquità chi, o Signore, sostenersi potrà?

4. Ma in te è clemenza; ed a causa della tua legge io ho confidato in te, o Signore. (2)

5. L’anima mia si è affidata alla sua parola; l’anima mia ha sperato nel Signore.

6. Dalla vigilia del mattino fino alla notte, speri Israele nel Signore. (3)

7. Perché nel Signore è misericordia, e redenzione copiosa presso di lui.

8. Ed ei redimerà Israele da tutte le sue iniquità.

(1) Si può sottintendere: « Ma io so che in voi è il perdono. »

(2) Gli antichi dividevano la notte in quattro parti, di cui ognuna comprendeva tre ore, queste parti si chiamavano guardie o veglie, perché le guardie delle città e dei campi, dopo una veglia di tre ore, passavano ad altri guardiani la sorveglianza loro affidata. La veglia del mattino è dunque il tempo compreso tra la nona ora della note e il levare del sole.

(3) Questi due versetti sono forse la risposta di un coro al monologo che precede.

Sommario analitico

Nel salmo precedente, il salmista ha esposto i diversi attacchi ai quali il popolo di Dio era soggetto da parte dei suoi nemici, ed il loro castigo. In questo salmo, egli si rende l’interprete della preghiera di questo popolo e di ogni anima penitente che ripone la speranza della sua liberazione nella misericordia di Dio. Questo salmo potrebbe essere di Davide, come il salmo CXXX. La Chiesa lo ha consacrato come la preghiera dell’anima fedele sospirante, in Purgatorio, dopo il felice istante della sua liberazione

I. Il salmista chiede a Dio di ascoltarlo ed esaudire:

1° il grido che egli alza verso di Lui dalle profondità dell’abisso (1);

2 ° la supplica umile, fervente e perseverante che egli indirizza (2).

II. Egli ne dà a Dio come motivo:

1° tutti sarebbero condannati e perduti se Egli esaminasse rigorosamente i loro peccati (3);

2 ° la facilità con la quale Dio è disposto a perdonare al peccatore penitente (4);

3 ° la legge che si è imposta di perdonare ai cuori penitenti (5);

4 ° la promessa che ne ha fatto nella Scrittura e che è il fondamento della speranza dei peccatori (6)

III. Egli si eccita, e con lui tutti i fedeli, nel conservare costantemente la speranza in Dio (6):

1° A causa della misericordia che è propria di Dio (6);

2° A causa della redenzione che il Salvatore deve operare in maniera sovrabbondante, riscattando Israele e tutti i suoi peccati (7, 8).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1 – 2

ff. 1, 2. – Il paragone è con un uomo che giace in una valle profonda, o nel fondo di un abisso in cui è precipitato, ed i cui pianti non sarebbero intesi da coloro che abitano la sommità della montagna, se non gridasse a gran voce. – Il vero penitente deve gridare da due abissi: dall’abisso della sua miseria, come da una valle di lacrime, o, secondo il pensiero di un altro salmo, come dal mezzo di una buca fangosa e da un marasma profondo; dall’abisso della propria anima, cioè dalla considerazione e dalla conoscenza intima della propria miseria. (Bellarm.) – Questo abisso profondo è la nostra vita mortale. Chiunque vi si riconosca piombato, grida, geme, sospira, fino a che non ne sia tirato fuori e pervenga a Colui che siede al di sopra di tutti gli abissi, al di sopra dei Cherubini, al di sopra di tutte le sue creature, non soltanto corporali, ma anche spirituali; fino a che la sua anima giunga davanti a Dio; fino a che l’immagine di Dio, che è l’uomo, sia liberato da Dio stesso da questo abisso nel quale, sballottata dai flutti incessantemente agitati, essa è come deformata. E se Dio non rinnova e non fa rivivere questa immagine che Egli ha impresso nell’uomo formandola, essa sarà sempre nell’abisso; se dunque – sto per dirlo – Dio non lo libera, essa non cessa di essere nel fondo dell’abisso. Ma quando l’uomo grida nel fondo dell’abisso, egli si eleva in modo tale che le sue grida stesse impediscono che vi sia più profondamente spinto. In effetti, colà sono nel più profondo dell’abisso, e non gridano anche da questo luogo tenebroso. La Scrittura dice: « Quando il peccatore è caduto nel più profondo dell’iniquità, disprezza tutto. » (Prov. XVII, 3). Vedete quanto sia profondo l’abisso ove Dio è disprezzato … ma Nostro Signore Gesù-Cristo, che non ha disprezzato la profondità della nostra miseria, e si è degnato di discendere fino alla nostra vita, promettendoci la remissione di tutti i peccati, ha tirato fuori l’uomo dal suo intorpidimento del fondo dell’abisso, affinché, da li, gridasse sotto il peso dei suoi peccati, e la sua voce colpevole pervenisse fino a Dio. E da dove grida il peccatore, se non dall’abisso dei propri peccati? (S. Agost.) – Questo abisso può pure intendersi, ed è il senso che ne dà la Chiesa nella liturgia, come il soggiorno dell’espiazione, in cui le anime che non hanno ancora soddisfatto alla giustizia divina sono ritenute, fino alla loro entrata nei cieli. – Il profeta Abacuc aveva queste anime presenti quando le anime dei giusti attendevano la resurrezione del Salvatore, nel momento in cui diceva: « l’abisso ha spinto le sue grida ed ha alzato le sue mani. » (Habac. III, 10). Egli alza le sue mani verso il Dio che doveva aprire alle anime sante le porte del Paradiso. – Ma l’abisso dell’espiazione passeggera, quello in cui sono tenute le anime che non hanno pienamente soddisfatto alla giustizia divina, questo abisso, esso anche, tende le mani con fiducia verso il divino Liberatore; e queste anime infortunate, che ci hanno precedute nella morte, indirizzano incessantemente questa bella preghiera al Signore: « Dal fondo dell’abisso, io grido a Voi. » – E vedete come sia bene che da questo abisso esca la voce del peccatore: « Dal profondo dell’abisso, io grido a Voi, Signore, Signore, ascoltate la mia voce. Che le vostre orecchie siano attente alla mia voce supplicante. » Da dove partono queste grida? Dal fondo dell’abisso. Chi è dunque colui che grida? Il peccatore, e quale speranza lo eccita a gridare? La speranza data anche al peccatore ingoiato dalle profondità dell’abisso, da Colui che è venuto a rimettere i peccati. (S. Agost.).

II. — 3-5

ff. 3-5. – Mirabile retorica è questa ispirata dallo Spirito Santo: il Profeta espone la sua domanda: che Dio non lo giudichi nella sua giustizia, ma nella sua misericordia; ma questa preghiera non la rivolge apertamente, nel timore di apparire troppo temerario, bensì la avvolge in un ragionamento che deve portare Iddio ad accordargliela: « se considerate, Signore, le nostre iniquità, Signore, chi potrà sussistere davanti a Voi? » (Bellar.) – « Io so che è così, diceva Giobbe ai suoi amici. Chi tra i mortali, è giusto davanti a Dio? Se l’uomo volesse discutere con Lui, risponderebbe, tra mille accuse, ad una sola » (Giob. IX, 1) – Io tremo con tutte le mie membra, o Signore Gesù, considerando, per quanto ne sia capace la mia debole vista, la vostra santa Maestà, e soprattutto ricordandomi il disprezzo che vi ho testimoniato altre volte. Ma ecco! Al presente, pur sconvolto dall’aspetto della vostra grandezza, ed in cerca di un asilo ai piedi della vostra misericordia, la mia condotta è forse cambiata? Io temo più la vostra grandezza che ha visto in me un ribelle, che la vostra bontà che vede ora un ingrato. A cosa serve tenermi la mano, se non contento il mio cuore? Che importa che la mia lingua taccia, quando il mio cuore resta agitato dalla passione? Se ogni movimento della mia anima è un insulto per Voi, o mio Salvatore, se la sua collera oltraggia la vostra dolcezza, la sua gelosia la vostra carità, la sua intemperanza la vostra sobrietà, la sua voluttà la vostra innocenza; se, infine, mille simili indegnità, che esalano incessantemente dalla cloaca infetta della mia corruzione, vogliono sporcare, per così dire, lo splendore del vostro augusto volto, qual merito c’è nell’aver regolato l’esteriore e riformate le mie opere? O mio Dio, se tenete il conto esatto di tanta iniquità che io non cesso di commettere in me stesso, pur senza nulla mostrare all’esterno, chi potrà sostenere i vostri rigori? (S. Bern. De oev. Et mor. Ep. VI). –  Questa ripetizione: Signore, Signore, non è l’effetto del caso, ma è l’espressione di un’anima colpita di ammirazione e stupore davanti all’eccesso della misericordia di Dio, la distesa della sua grandezza, l’oceano senza limiti della sua bontà, « … chi potrà sussistere? » Egli non dice: Chi potrà sfuggire? Ma: « Chi potrà sussistere? » C’è da dire che non si potrà anche sostenere la presenza di Dio (S. Chrys.) – Il Profeta designa chiaramente da quale abisso il peccatore grida. In effetti, egli grida, sotto l’ammasso, i flutti delle sue iniquità. Egli si è guardato, ha guardato la sua vita da ogni parte, l’ha vista coperta di turpitudini e carica di crimini. Da qualunque parte getti i suoi sguardi, non ha trovato nulla in lui, niente si è a lui presentato nella serenità della giustizia; e vedendo attorno a sé tanti e sì gravi peccati, ed una tale moltitudine di crimini, tutto preso da spavento, esclama: Se Voi esaminate le iniquità, Signore, Signore, chi potrà sopportarle? Egli non ha detto: io non potrò sopportarle, ma « chi potrà sopportarle? » In effetti, egli ha visto che ogni vita era come circondata dai clamori dei suoi peccati; egli ha visto che tutte le coscienze erano accusate dai suoi pensieri, e che non si trovava un cuore che potesse aver fiducia nella sua giustizia.. Se dunque non si può trovare un cuore casto e puro che abbia il diritto di contare sulla sua giustizia, occorre che il cuore di ogni uomo metta la sua fiducia nella misericordia di Dio e dica: « se Voi esaminate le nostre iniquità, Signore » Signore, chi potrà sopportarlo? » (S. Agost.) … il Profeta considera pertanto, quanto siano numerosi i peccati lievi che un uomo commette ogni giorno, quanto numerosi se ne commettano in pensieri e parole; egli sottolinea, inoltre, che pur se sono leggeri, tuttavia questi piccoli peccati formano, con il loro numero, una grande massa; ed allora, dimenticando in qualche modo le sue antiche colpe per non pensare che alla fragilità umana, mentre già monta, si eleva, ed esclama: « Dal fondo degli abissi, io ho gridato a Voi … Se Voi esaminate le iniquità, Signore, Signore, chi potrà sopportarle? » io posso evitare gli omicidi, gli adulteri, le rapine, gli spergiuri, l’idolatria; ma posso evitare questi peccati del cuore? È scritto: « Il peccato è l’iniquità. » (1 Giov., III, 4). « Chi potrà sopportarlo, se esaminate le nostre iniquità? » Se voi volete agire a nostro riguardo con giudizio severo, e non come padre misericordioso, chi sussisterà davanti ai vostri occhi? » (S. Agost.). –  Ma perché spera? « Perché presso di Voi è la clemenza. » E qual è questa clemenza, se non il Sacrificio propiziatorio? E qual è questo Sacrificio se non quello che è stato offerto per noi? Il sangue innocente sparso per noi ha cancellato tutti i peccati dei colpevoli; il prezzo inestimabile che è stato pagato, ha riscattato tutti i prigionieri che la mano del nemico teneva schiavi. La clemenza è dunque in Voi; » perché se la clemenza non fosse in Voi, se Voi vorreste essere solo il giudice e non fare misericordia, esaminereste tutte le nostre iniquità e le ricerchereste … ma allora, chi potrebbe sopportarle? Chi potrebbe presentarsi davanti a Voi e dire: Io sono innocente? Chi resterebbe in piedi davanti al vostro tribunale? Noi non abbiamo dunque che una sola speranza, « che la clemenza sia in voi. A causa della vostra legge, io vi ho atteso, Signore. » Quale legge? C’è una legge che viene dalla misericordia di Dio; c’è una legge di clemenza che viene da Dio. C’è innanzitutto una legge di timore; questa è una legge di amore. La legge d’amore accorda il perdono dei peccati; essa li cancella nel passato, ci avverte di evitarli per l’avvenire; essa non abbandona lungo il cammino l’uomo che accompagna, ma si fa compagna di colui che conduce lungo il cammino. « Io vi ho dunque atteso, Signore, a causa della vostra legge. » Voi vi siete degnato di dare agli uomini una legge di misericordia, rimettere tutti i miei peccati, datemi inoltre avvisi per evitare che io non vi offenda più; e per i casi in cui trasgredirò malgrado i vostri avvertimenti, Voi mi avete dato, come rimedio, di pregarvi dicendo: « Rimettici i nostri peccati, come noi rimetteremo ai nostri debitori ciò che essi ci devono. (Matth. VI, 12). » Voi mi avete dunque dato questa legge, che mi sarà rimesso secondo quanto io stesso rimetterò agli altri: è a motivo di questa legge che io vi ho atteso, Signore. »  Io attendo il tempo in cui verrete e mi libererete da ogni necessità, perché anche in mezzo alle necessità, non avete abbandonato la vostra legge di misericordia. (S. Agost.). – « Se succede che qualcuno pecchi, noi abbiamo per avvocato, presso il Padre, Gesù-Cristo, il giusto; e Lui stesso è la vittima di propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutti. » (I Giov., II; Eph. 2) – « Dio ha inviato suo Figlio come vittima di clemenza per i nostri peccati. (I Giov. IV, 10). Egli l’ha prestabilito “propiziazione” per la fede nel suo sangue, per manifestare la sua giustizia per la remissione dei peccati precedenti. » (Rom. III, 25). « La mia anima ha atteso, si è mantenuta fidente nella sua parola. » Nessuno attende, se non colui che non ha ricevuto ciò che gli sia stato promesso; i nostri peccati sono stati cancellati, ma la ricompensa deve ancora venire; noi abbiamo ricevuto il perdono, ma non siamo ancora in possesso della vita eterna; se questa promessa venisse da noi, noi dovremmo temere; ma siccome essa viene da Dio non ci può ingannare. (S. Agost.). – Attendere il Signore, è sentirsi sempre pronto a riceverlo; è non perdere mai la speranza di rientrare in grazia con Lui; è vegliare su tutto; è acconsentire a tutti i disegni che la sua Provvidenza ha su di noi; è abbracciare tutti i mezzi di salvezza che ci presenta; è vivere in un attaccamento continuo ed assoluto di tutto ciò che non tenda che a Lui solo; è vegliare su tutti i movimenti del nostro cuore, affinché non si insinui in esso alcuna affezione, alcun desiderio che possa dispiacergli; è soprattutto ridursi a questa preziosa unità che fa che tutto si rapporti a Dio. Vediamo come i cortigiani rispettano i loro i padroni, con quale costanza essi divorano difficoltà, attese, le lunghezze nella realizzazione dei desideri che esaudiscono nelle loro corti; essi non hanno sovente alcuna ragione di credere si essere graditi; più spesso ancora non hanno nulla da ottenere che meriti tanta assiduità; essi persistono nondimeno nell’abitudine che hanno preso di sacrificare il loro tempo e le loro inclinazioni ad usi stabiliti per le ambizioni e sostenuti dall’esempio dei loro pari. O uomini di poca fede! Noi abbiamo la parola e le promesse di Dio; noi sappiamo che Egli ci offre ciò che vuole darci, e non facciamo alcun passo per ottenerlo. (Berthier).

III. — 6-8

ff. 6-8. – Che vuol dire qui il Profeta? Non ha sperato che un solo giorno nel Signore, e che tutta la sua speranza si realizzasse al sopraggiungere del giorno? Questa veglia del mattino è la fine della notte; ecco perché il Profeta dice: « Fin dalla notte, la mia anima ha sperato nel Signore. » Non bisogna dunque comprendere queste parole nel senso che noi dobbiamo sperare in Dio un giorno soltanto, « … dalla veglia del mattino fino alla notte. »  Qual pensate dunque che sia il senso di queste parole? E fino a quando la nostra anima spera? « Fino alla notte! » … fino alla morte. In effetti, la morte della nostra carne è del tutto simile ad un sonno. Voi avete cominciato a sperare dopo che il Signore sia resuscitato; non cessate mai di sperare fino alla uscita dalla vostra vita, perché se non sperate fino alla notte, tutto il frutto della vostra speranza passata sarà persa. Ci sono uomini che sperano da principio, ma non perseverano fino alla notte. Essi cominciano a soffrire alcune tribolazioni, cominciano a patire tentazioni, vedono uomini malvagi ed ingiusti gioire delle prosperità di questa vita, e siccome essi sperano che Dio dia loro quaggiù una simile felicità, sono colpiti dal vedere dei criminali possedere ciò che essi desiderano; allora i loro piedi vacillano e cessano di sperare. Perché? Perché hanno sperato dalla veglia del maligno. Cosa significa questo? Che essi non hanno sperato fin dall’inizio da parte del Signore, ciò che si è compiuto, come primizia, nel Signore, a questa prima veglia del mattino; ma essi speravano che il Signore, se fossero stati Cristiani, desse loro una casa piena di frumento, di vino, di olio, di argento e di oro; … che nessuno di loro morisse prematuramente; che nessuno che non avesse figli, ne avesse; che coloro che non erano maritati si maritassero; che non ci sarebbe mai stata sterilità, non soltanto per le donne della loro casa, ma anche per le loro greggi; che il loro vino non divenisse aceto, che mai la loro vigna si seccasse. Colui che spera della sorte nel Signore ha notato che coloro che non adorano il Signore, hanno questi beni in abbondanza, ed i suoi piedi hanno vacillato (Ps. LXXII, 2), e la sua speranza non è durata che una notte, perché non aveva cominciato a sperare dalla prima veglia del mattino (S. Agost.). –  « Dalla veglia del mattino fino alla notte » il Profeta non cessa di sperare, e non lascia passare alcun momento della vita senza sperare, è un lavoratore infaticabile di tutta la giornata. Ma quale sarà il frutto di questa speranza? Non tutti consacrano così tutti i giorni alla speranza. Vi sono operai della terza ora, della sesta, della nona, dell’undicesima, ed il Profeta, che ha sperato dalla veglia del mattino fino alla notte, sembra sottratto di una parte della ricompensa promessa dal Vangelo. Non è così: egli dice: « che Israele speri nel Signore; » la sua esortazione non precisa alcun tempo determinato. Come un operaio perfetto, egli ha sperato nel Signore dalla veglia del mattino fino alla notte; ma per la speranza, tutti i tempi sono liberi, e gli operai della undicesima ora riceveranno la ricompensa non del lavoro che avranno compiuti, ma della misericordia nella quale essi hanno sperato. (S. Ilar.). –  Che significano queste parole: « Nel Signore è la misericordia? » cioè in Dio c’è un tesoro, una sorgente di misericordia che non cessa di zampillare sugli uomini. Ora, la misericordia si trova congiunta con la redenzione, e non una redenzione ordinaria, ma una redenzione abbondante ed un oceano immenso d’amore. (S. Chrys.). – « Nel suo Figlio diletto Gesù-Cristo, noi troviamo la redenzione con il suo sangue e la remissione dei nostri peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che ha diffuso su di noi con abbondanza. » (Ephes. I, 7, 8). – « In Lui c’è una redenzione abbondante. » parola magnifica! Era impossibile dire meglio dopo ciò che precedeva: « che dopo la veglia del mattino, Israele spera nel Signore. » – « Riscatterà Egli stesso Israele da tutte le sue iniquità. » Israele ha potuto da solo vendersi e divenire schiavo del peccato, ma non può riscattarsi da solo dalle sue iniquità. Ha potuto riscattare solo chi non ha potuto vendersi; Colui che non ha commesso peccato vi riscatta dal peccato. « Egli stesso riscatterà Israele. » Da cosa lo riscatterà? Da questa o quella iniquità? « … Da tutte le sue iniquità. » L’uomo desideroso di avvicinarsi a Dio non tema dunque alcuna sua iniquità: soltanto si avvicini a Lui con tutto il cuore, e smetta di fare ciò che faceva in precedenza e non dica: Questa iniquità non mi sarà rimessa. Se, in effetti, egli lo dicesse, non si convertirebbe, in ragione anche dell’iniquità di cui crederebbe di non poter ottenere perdono, e continuando a commettere altri peccati, non otterrebbe la remissione delle iniquità per le quali non temesse. Avendo commesso, dice l’empio, un gran crimine che Dio non può rimettermi, oramai commetterò tutti gli altri crimini, perché perderò tutto ciò che non farò. Non temete, voi siete nel fondo dell’abisso, non disdegnate di gridare verso il Signore dal fondo dell’anima e dire: « Se esaminate le nostre iniquità, Signore, Signore, chi potrà sopportarle? » Abbiate gli occhi fissi su di Lui, aspettatelo ed aspettate a causa della fede. Quale legge vi ha dato? « Rimettete i nostri debiti come noi rimettiamo ai nostri debitori ciò che essi ci devono. (Matth. VI, 47). Sperate di resuscitare e così sarete puri dai ogni  peccato, perché Colui che è resuscitato per primo, è stato senza peccato. Sperate nella prima veglia del mattino; non dite: io non sono degno di resuscitare a causa dei miei peccati. Voi non ne siete degno, ma « … nel Signore c’è una redenzione abbondante, ed Egli stesso riscatterà Israele da tutte le sue iniquità. » (S. Agost.).

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (4)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (4)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

SECONDA PARTE

MEZZI GENERALI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo I

L’INCARNAZIONE

L’incorporazione in Gesù Cristoper mezzo dell’Incarnazione e della Redenzione

Dio, come abbiamo appena visto, vuole la nostra divinizzazione attraverso la nostra incorporazione in Gesù Cristo. Ma, qual modo ha seguito per raggiungere questo scopo? Uno, i cui estremi sono due abissi: l’Incarnazione e la Redenzione. L’incarnazione, il principio, è l’abisso dell’umiltà. La redenzione, la fine, è l’abisso dei dolori. Confrontiamo questi due estremi per apprezzare meglio le loro relazioni e per capire quanto sia costato al nostro Salvatore l’averci innalzato alla dignità di figli di Dio e quanto dobbiamo al suo Cuore per aver ideato un mezzo di salvezza così ammirevole e misericordioso. – San Giovanni – ammesso prima di noi a contemplare queste bellezze – ha ascoltato una voce che diceva: « Ecco questo è il tabernacolo di Dio con gli uomini, ed Egli dimorerà con loro. Essi saranno il suo popolo, e Dio stesso sarà il loro Dio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più né morte, né dolore, né pianto » (Ap. XXI, 3-4). Sono promesse magnifiche, ma che sono lontane tuttavia dal farci conoscere tutta la verità. In questo tempio della grazia e della gloria soprannaturale, Dio non si accontenta di abitare con noi, ma si unisce addirittura a noi con un legame incomparabilmente più stretto. Lui stesso forma quel tempio con noi. Noi ne siamo le pietre vive (1 Pt. II, 5), ed Egli ne è la pietra angolare e il magnifico coronamento (Ephes. II, 20). – Egli e noi formiamo lo stesso edificio, lo stesso tempio spirituale: il vero tempio, di cui quello di Salomone non era che un’immagine grossolana (Ap XXXI, 22; 1 Cor. III, 17). Ecco fin dove si è spinto l’amore per la sua creatura. Non gli bastava distribuire i suoi doni soprannaturali agli Angeli e agli uomini. Egli scelse, così, tra tutti gli esseri creati, uno a cui Egli si consegnò tutto interamente, e attraverso di Lui a tutti gli altri. – Se vogliamo comprendere quest’opera in tutta la sua bellezza, se vogliamo formarci un’idea dell’onore che Dio ha fatto alla nostra natura, dobbiamo fissare gli occhi su Gesù Cristo e considerare chi sia Egli nella mente di Dio, cosa sia in Sé medesimo, e cosa siamo noi in Lui.

Il mondo materiale, razionale e soprannaturale, è opera dell’Amore Divino.

Il Divin Salvatore ci ha dato la chiave dell’enigma che porta in sé quando ha detto: « Dio ha tanto amato gli uomini da dare loro il suo Figlio unigenito ». L’enigma racchiuso in queste due parole: Dio-Uomo, Verbo-Incarnato, era completamente insolubile per la ragione umana. – Invano cerchiamo nel linguaggio parole che esprimano idee così diverse, attributi tanto difficili da riunire nello stesso soggetto, come Dio e l’uomo, il Verbo e la carne. Come sono stati conciliati questi estremi? Dio amò, e amò come Dio. Come ogni amore, tende a dare e a comunicare la magnificenza dei suoi doni secondo Se stesso. Dio nell’amare non trovò nessun dono degno di Lui se non Egli stesso. Non si arrese finché non si diede tutto interamente. Tale è la storia dell’amore divino e la storia del mondo come opera dell’amore divino. È una successione di sforzi con i quali la sua infinita generosità cerca di essere soddisfatta e di poterlo realizzare, fino a quando non gli resti più nulla da dare. – Egli fa emergere prima di tutto i tesori del suo potere e da qui le meraviglie del mondo materiale: il cielo, la terra, la luce, il movimento, la vita. Dopo aver finito la sua prima opera riconosce che è essa è buona, ma non riesce ancora a riposare. Per quanto sia completa la sua creazione materiale, le manca ancora l’infinito, perché non ha intelligenza, non ha amore, non può conoscere o essere grata al suo Creatore. – Dio si rimette all’opera e produce un’intelligenza razionale, un cuore amante, un’anima simile a Sé, capace di conoscerLo, di dialogare con Lui e di glorificarLo. Il suo amore si è appena manifestato in un nuovo splendore. Ma quanto sarebbe ancora lontano dall’essere soddisfatto se la creatura razionale rimanesse chiusa nei limiti ristretti delle sue forze naturali! Se non potesse conoscere Dio se non per le sue opere, se non avere con Lui altri rapporti che quelli del servo con il suo padrone, se non potesse godere di Lui se non nei suoi doni, gli rimarrebbe comunque un estraneo, non lo possederebbe veramente, e non gli avrebbe dato veramente se stesso. Ora, il suo amore è così grande che sente un bisogno irresistibile di donarsi. – Ed ecco un altro sforzo ancora: egli illuminerà l’intelligenza razionale con la luce del suo Verbo; Egli verserà il fuoco della sua carità in quel cuore amante e, in quell’anima, inoculerà la sua vita divina. Egli si metterà in relazione diretta con la sua creatura, le parlerà, la guiderà, lavorerà con ella, la renderà capace di fare le sue opere e così di meritare la sua stessa felicità. Ecco dunque che l’uomo è divinizzato; entra veramente in possesso del suo Dio. L’amore divino è quindi pienamente soddisfatto? Ha raggiunto l’apice delle sue comunicazioni? Partendo dal nulla, è stato eretto un edificio che, di piano in piano, è salito fino all’infinito; l’uomo e l’Angelo, divinizzati dalla grazia, occupano la parte più alta dell’edificio. Gli manca ancora qualcosa? Sì, l’incoronazione!

Il coronamento dell’opera dell’Amore Divino.

L’uomo e l’Angelo sono molto vicini a Dio, ma non sono Dio. Possiedono davvero la divinità, ma non perfettamente. Solo chi possiede perfettamente la divinità può dire in tutta verità: io sono Dio. L’uomo e l’Angelo possono dirlo, ma in senso ristretto. Quindi non è stato fatto ancora tutto. L’Amore divino ha ancora da colmare un abisso immenso. Niente lo costringe ad andare oltre. Egli è completamente libero di limitarsi ad una divinizzazione ristretta della creatura, che la elevi infinitamente al di sopra della sua natura. Ma no! finché c’è qualcosa da dare, Egli non potrà essere soddisfatto. Andrà fino all’estremo, metterà la sua divina corona sull’edificio divino. All’uomo, alla carne, sarà unito il Verbo di Dio per fare un tutto unico con essa. Il Verbo sarà carne e l’uomo sarà Dio. Ora sì che l’Amore divino potrà essere soddisfatto, perché non può fare di più. Ha amato all’infinito. Ha anche dato all’infinito. Ha dato tutto quello che poteva dare. Il piano concepito dall’eternità si è realizzato nella pienezza del tempo (Efes. I, 9-10). L’opera divina ha il suo coronamento nell’Uomo-Dio. Lo spazio che separa il nulla dall’infinito è il male. La divinizzazione della natura umana ha raggiunto la sua massima perfezione.

Unione dell’anima razionale e del corpo: una sola persona ed una natura completa.

Il mistero naturale che portiamo dentro di noi ci aiuta a farci un’idea del mistero soprannaturale che ha avuto luogo nel grembo di Maria quando Dio si è fatto uomo e l’uomo si è fatto Dio. La Chiesa stessa ci insegna questa analogia nel simbolo di Sant’Atanasio: « Come l’anima razionale e la carne non è che un uomo solo, così l’uomo e Dio non sono che un unico Cristo ». C’è una grande analogia tra queste due unioni, sebbene nella somiglianza non si raggiunge la perfetta uguaglianza. La considerazione della loro differenza e della loro somiglianza ci aiuterà a capire ciò che stiamo studiando. – Ci sono due nature in noi, diverse ed opposte per le loro proprietà: il corpo che è composto da parti, mentre l’anima è semplice. Tutti noi diciamo: penso, cammino, capisco. Lo stesso io e la stessa persona si attribuiscono il merito di queste azioni. Ciò nonostante, il primo di questi è spirituale, il secondo è corporeo, il terzo spirituale e corporeo allo stesso tempo. Ce ne sono ancora di più. Dalle due nature che compongono l’uomo, ne risulta una sola e stessa persona e, di conseguenza, una sola e medesima  natura completa. – Infatti, l’anima dell’uomo non è puramente spirituale, né il corpo è puramente materiale. Ci sono, nell’anima, facoltà che si esercitano solo attraverso il corpo, così come ci sono organi nel corpo che agiscono solo con l’aiuto dell’anima. Come potrebbe l’anima sentire gli oggetti esterni senza il corpo, e come potrebbe l’occhio vedere senza l’anima? Così, per distinguere in noi stessi le due parti del nostro essere, dobbiamo fare uno sforzo di riflessione. La sensazione che tutti noi abbiamo di noi stessi fin dai primi momenti della nostra vita, ci presenta la nostra natura unica, una natura sia corporale che spirituale, come un corpo animato ed uno spirito incarnato. – Tale è la mirabile e misteriosa unione con cui il Creatore ha voluto riunire nell’uomo le due grandi opere delle sue mani: la materia e lo spirito. Come se la caverà quando vorrà unirsi alla sua creatura e riunire estremi tanto lontani quanto l’infinita perfezione ed il nulla della nostra umanità? – Può rendere la natura umana e la sua natura divina una cosa sola? Ovviamente no; ciò significherebbe distruggerle entrambe nello stesso tempo. La natura umana non potrebbe diventare divina se non cessasse di essere quel che è. La natura divina non può passare attraverso un cambiamento radicale che ne risulterebbe da una natura umana. Di conseguenza le due nature sono mantenute integre in Gesù Cristo e non si opera alcuna confusione, nessuna mescolanza. L’unione della umanità e della divinità in Lui è puramente ipostatica o personale, ma non per questo è meno intima. In cosa consiste questa unione? Lo sapremo in cielo. Quaggiù, dobbiamo rassegnarci a non comprendere l’unione suprema che costituisce il coronamento del mondo fisico e morale. Ci basta sapere che, attraverso quell’unione, la Persona del Verbo si sia appropriata di tutte le debolezze della natura umana. Allo stesso tempo le ha conferito tutte le ricchezze della natura divina. Così come in noi dice la stessa persona: sono spirituale e sono corporeo, io penso e vedo; in Gesù Cristo, la stessa Persona ha potuto dire in tutta verità: sono nato ieri, e sono esistito prima dei secoli; il Padre è più grande di me, e il Padre ed Io siamo una cosa sola; Io sono il principio della vita e sono soggetto alla morte; sono uomo e sono Dio. Sì, Gesù Cristo-uomo è veramente Dio ed è sempre stato così, senza mai cessare di essere uomo. La sua umanità non è nemmeno per un solo istante esistita senza essere unita alla Persona del Verbo. E quell’unione lo ha fatto divinamente sussistere prima che potesse compiere qualsiasi azione.

La sussistenza divina e la vita divina del Dio-Uomo.

Dobbiamo distinguere nell’Uomo-Dio due prerogative, inseparabili ma non identiche: la sua sussistenza, in virtù della quale è Dio, e la sua vita divina, in virtù della quale opera divinamente. – Ognuno di esse è il risultato di una certa unione dell’umanità del Salvatore con la divinità, ma si differenziano per le condizioni dell’unione. Gesù Cristo è Dio perché la sua natura umana, invece di avere un’esistenza autonoma, è unita alla Persona del Verbo, che la determina e completa, senza nulla togliere alla sua integrità; così come la reggia d’élite costruita a Versailles da Luigi XIV completa il modesto castello costruito dal padre e ne toglie l’esistenza indipendente, non distruggendolo o modificandolo, ma ingrandendolo. – Con questa prima unione, le azioni di Gesù Cristo sarebbero state azioni di Dio e, di conseguenza, delle azioni divine, anche se prodotte dalle facoltà umane del Salvatore. Ma non poteva essere così: le azioni dell’Uomo-Dio dovevano essere per di più divine e soprannaturali in sé. Era impossibile che, sussistendo divinamente, non vivesse divinamente. L’unione della sua natura umana con la Persona del Verbo ha richiesto questa prima unione delle facoltà dell’anima santa del Salvatore, la quale è attribuita nella Scrittura soprattutto allo Spirito Santo. Era impossibile che il Verbo di Dio non gli comunicasse contemporaneamente il suo Spirito. – Isaia aveva profetizzato che, dopo che lo stelo di Iesse avesse dato il suo fiore, lo Spirito del Signore si sarebbe posato su di esso con la pienezza dei suoi doni (Is. XI, 2). San Giovanni Battista testimonia che la profezia si è compiuta e che, mettendo tutte le ricchezze nelle mani del Verbo incarnato, Dio Padre gli ha dato senza misura il suo Spirito. Le opere dell’Uomo-Dio sono quindi divine, per due motivi: innanzitutto perché sono opere di un Dio e, in secondo luogo, perché sono fatte con l’aiuto della grazia soprannaturale e sotto l’influenza dello Spirito di Dio.

Nell’uomo – Dio siamo divinizzati e viviamo divinamente.

È importante non perdere di vista questa distinzione, che ci sarà in seguito di grande aiuto per spiegare la parte che tocca al Verbo incarnato nell’opera della nostra divinizzazione. D’ora in poi possiamo convincerci che questa parte deve essere stata immensa e che non solo l’umanità, ma anche la creazione sia stata veramente divinizzata in Lui. San Paolo espresse i risultati dell’Incarnazione del Verbo di Dio, quando disse che tutte le cose in cielo e in terra sono state unite a Lui come membri alla testa, e attraverso di Lui uniti alla divinità. –  Gesù Cristo riunisce nella sua anima tutte le facoltà dell’ordine spirituale, così come raccoglie nel suo corpo tutte le forze del mondo fisico. Facendo dell’uomo un piccolo mondo, riunendo in esso tutti gli elementi che compongono l’universo, ha dato inizio alla perfetta unificazione di tutte le cose, di tutti i suoi progetti. Quando venne la pienezza del tempo, fu sufficiente unire ipostaticamente quel piccolo mondo alla Persona del Verbo, affinché l’intero universo fosse divinizzato nell’Uomo-Dio. – In virtù di questa prima unione, di cui Lui stesso sussiste divinamente, Egli conferisce al creato una dignità incomparabile. Perché così come è vero, Egli, che è uno con noi e con tutto il creato, ci permette di considerarci divinizzati in Lui.  Ma Egli non poteva accontentarsi solo di questo. Così come non può sussistere divinamente senza vivere divinamente, né tantomeno vuole comunicarci la sua dignità divina senza la sua vita divina, così la comunicazione è molto più intima della prima. – Mentre questa può essere attribuita solo ad una relazione estrinseca, quella, invece, ci è stata data realmente. Essere vero Dio è prerogativa esclusiva del Figlio primogenito di Maria (S. Luc. II, 7). Ma vivere divinamente è un patrimonio che questo generoso primogenito divide tra tutti i suoi fratelli: se tiene per sé l’unione ipostatica, che è incomunicabile, ci fa però partecipi del suo Spirito, della sua grazia e della sua eredità eterna.

La gloria che da questo ne consegue  per l’umanità.

L’antica maledizione non può sussistere alla presenza di questo mistero di grazia e di amore. Come potrebbe essere maledetta l’umanità, se in sé ha la fonte di tutte le benedizioni celesti? Non benedice Dio Padre tutte le sue opere nel suo Verbo? E questa, non è la prima di tutte le benedizioni, la benedizione sovrana, in cui tutta la benevolenza divina in qualche modo si compendia? Dio Padre non ha detto di Lui: « Ecco il mio Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto »? Quando il Prediletto del Padre diventa uno di noi, possiamo mai temere la maledizione di Dio? Non è da quando il Cuore di Dio batte nel petto degli uomini, che Egli si è riconciliato con noi. Quando vogliamo distinguere un corpo vivo da un corpo morto, tastiamo il battito cardiaco, e se il cuore batte, non dubitiamo: tutti i membri possono anche essere paralizzati, ma la fonte della vita non è esaurita, è solo ostruita. Il deserto non è più un deserto quando le acque vive cominciano a diffondersi attraverso di esso. Queste acque vitali hanno bisogno solo di canali, perché il deserto possa essere rivestito di verde e di fiori. Questo è ciò che è accaduto alla nostra terra da quando la fonte delle acque vive è stata aperta in mezzo ad essa. – Queste acque non hanno ancora annaffiato tutte le parti. Ci sono ancora molte aree steppose, molte aride rocce, molte regioni sterili. Tuttavia, anche se si chiama deserto, ha in sé il principio della infinita fecondità. Si vedono germogliare fiori profumati, virtù celestiali, non solo nel Cuore di Gesù, ma in tutti i cuori che sono in contatto con Lui: nel cuore di Maria, nel cuore di San Giuseppe, nel cuore del popolo santo, vicino alla casa di Nazareth. Gli Angeli stessi, non lasciano i palazzi celestiali per trarre dalle fontane del Salvatore le delizie che non hanno ancora assaggiato? E se il Cuore di Gesù è per gli stessi Angeli l’inizio di una nuova vita, non sarà anche l’inizio di una nuova vita, di una vita nuova per gli uomini? – Sì, da quel momento in poi, la nostra vita ha un senso molto reale. Grazie a Lui viviamo già in Dio, noi siamo suoi veri figli. Anche se non siamo ancora uniti a Lui con gli ineffabili legami di amicizia che vuole poi stringere con ciascuno di noi, tuttavia ci appartiene e noi gli apparteniamo. Lui è in noi e noi siamo in Lui. Un bambino ci è nato, ci è stato dato un figlio; il cuore di quel Bambino, che è il cuore del nostro Dio, è anche il nostro cuore, e attraverso di Lui possiamo chiamare suo Padre, nostro Padre. Attraverso di Lui riceviamo il potere di diventare figli di Dio, e nella nostre mani c’è l’uso di questo potere. Quel cuore è come una porta immensa che rinnova tra il cielo e la terra le comunicazioni interrotte dal peccato. Quella porta dà sul cielo e sulla terra: sul cielo, perché il Cuore di Gesù è il cuore di un Dio. Dà sulla terra, perché è il cuore di un Uomo che chiama tutti ad entrare attraverso di Sé nella regione della vita, della santità e della felicità: « Rallegrati, o casa di Sion – dice il profeta – esulta per la gioia, canta un canto di lode, perché hai il Grande, il Santo d’Israele, in mezzo a te. » In effetti, abbiamo motivo di essere immensamente felici per avere il nostro Dio tra noi. Perché pensiamo così poco a tutto questo? Perché fissiamo il nostro sguardo sulle cause della tristezza che l’umanità ci presenta, invece che fissarle su ciò che assorbe l’attenzione di Dio? Sì, l’umanità è malvagia e corrotta in un gran numero dei suoi membri. Quando si vede tanta ignoranza, tanta barbarie, tanta brutalità, tanto abbrutimento, tanta ingratitudine nera ed empietà infernale, ci si vergogna di essere uomo e di avere qualcosa in comune con questi mostri di iniquità. – Ma quando si pensa che la natura è stata elevata in Gesù Cristo ad una dignità divina, che il suo Cuore umano ama Dio più di tutti gli Angeli messi insieme, ci si riconcilia con questa natura miserabile e si comincia a sperare tutto per essa. Sì, speriamo molto, perché ciò che Dio ha fatto per noi, ci porta a concepire le speranze più grandi. Quando Dio Padre ha deciso di darci il suo Figlio unigenito, ci ha conosciuto con le nostre miserie e con la nostra malvagità, ha previsto la nostra ingratitudine e resistenza, la nostra follia e la nostra empietà. Se, nonostante tutto questo, ci ha dato il suo tesoro più ricco, ci fa capire che era determinato a superare la nostra ingratitudine con la sua indulgenza; la nostra miseria con la sua liberalità. – E se Dio vuole ottenere la vittoria, chi può fermarlo? Non lasciamoci dunque scoraggiare dalla lotta feroce, dal tuono della tempesta, dalle nuvole che si addensano intorno a noi; finché il Cuore di Gesù non ci sarà tolto, anche in mezzo al caos, avremo l’inizio di una nuova creazione, ed una promessa infallibile di vita nel seno delle ombre della morte.

Parole molto chiare e consolanti dei Santi Padri sul particolare.

« Il Verbo di Dio si è fatta uomo – diremo con San Giovanni Crisostomo – ascoltalo, o Cristiano, e lascia liberi i tuoi pensieri. Se le nostre magnifiche dottrine sull’esaltazione soprannaturale abbagliano il tuo spirito e confondono la tua modestia, impara dalla meraviglia del Dio Incarnato, a credere a ciò che della vostra lodevole dignità ti viene insegnato. Alfine, infatti, la ragione umana trova più difficile credere che Dio diventi uomo, piuttosto che l’uomo diventi Figlio di Dio. In ogni caso, la prima meraviglia apre la porta alla seconda. – No, non inutilmente il Verbo si è così abbassato: lo ha fatto per elevarti all’altezza in cui Egli era. Egli è nato secondo la carne, per rigenerarti secondo lo spirito; è diventato figlio della Vergine, perché tu non fossi solo figlio di donna; Egli, vero e naturale Figlio di Dio, si è fatto figlio di Davide e di Abramo per farti figlio dell’Altissimo » (S, G. Crisostomo, Om. II in Matteo II, MG: 57, 73). – Concludiamo con queste parole di San Gregorio Nazianzeno: « Ritorniamo a nostro modello la gloria che dovrebbe dargli l’immagine; riconosciamo la nostra dignità, onoriamo il nostro esempio, imitandolo; comprendiamo la potenza del mistero; riconosciamo il perché di Cristo che si sia fatto uomo. Siamo come Cristo, perché Cristo è stato come noi; siamo divinità per Lui, perché si è fatto uomo per noi. Se ha fatto ciò che è basso in noi, è stato per comunicarci ciò che è alto in Lui. Se è diventato uomo, è per arricchirci con la sua povertà; se ha preso la forma di schiavo, è stato per renderci liberi; se è sceso sulla terra, è stato per elevarci al cielo; se è stato tentato, è stato per farci raggiungere la Vittoria; se è stato umiliato, è stato per riempirci d’onore; se è morto, è stato per darci la vita; se è salito al cielo, è stato per portare con sé coloro che giacciono sulla terra sopraffatti dal peso del peccato » (S. Greg. Naz. Orat. XLI, a Pentec., MG: 36, 427).

https://www.exsurgatdeus.org/2020/05/12/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-5/

SALMI BIBLICI: “SÆPE EXPUGNAVERUNT ME” (CXXVIII)

SALMO 128: “SÆPE EXPUGNAVERUNT ME a juventute mea”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 128

Canticum graduum.

 [1]   Sæpe expugnaverunt me a juventute mea,

dicat nunc Israel;

[2] sæpe expugnaverunt me a juventute mea; etenim non potuerunt mihi.

[3] Supra dorsum meum fabricaverunt peccatores; prolongaverunt iniquitatem suam.

[4] Dominus justus concidit cervices peccatorum.

[5] Confundantur, et convertantur retrorsum omnes qui oderunt Sion.

[6] Fiant sicut fœnum tectorum, quod priusquam evellatur exaruit,

[7] de quo non implevit manum suam qui metit, et sinum suum qui manipulos colligit.

[8] Et non dixerunt qui præteribant: Benedictio Domini super vos. Benediximus vobis in nomine Domini.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

 SALMO CXXVIII.

Nei Salmi graduali precedenti parlò il profeta dei beni della patria; ora ritorna sui mali dell’esiglio, in cui siamo viatori. Sempre per movere ad ascendere, in vista dei mali dell’esigilo, ai grandi beni della patria.

Cantico dei gradi.

1. Spesse volte mi hanno combattuto dalla mia giovinezza; (1) dica adesso Israele:

2. Spesse volte mi hanno combattuto mia giovinezza, ma non ebber forze bastanti contro di me. (2)

3. Sulle mie spalle han fatto crudo lavoro i peccatori; han continuato lungamente loro iniquità. (3)

4. Il giusto Signore ha troncate le testi dei peccatori:

5. sieno confusi e in fuga volti tutti coloro che odian Sionne.

6. Sien come l’erba dei tetti, la quale, prima di esser còlta, si secca.

7. Della quale non poté empier il pugno il mietitore, né il seno colui che raccoglie i manipoli.

8. E i passeggeri non han detto: la benedizione del Signore sopra di voi; (4) noi vi abbiam benedetti nel nome del Signore.

(1) La giovinezza di Israele, è il tempo dell’uscita dall’Egitto, del viaggio nel deserto, forse anche della dominazione dei Giudici.

(2) L’ebraico recita letteralmente « essi mi hanno sempre attaccato, tuttavia essi non hanno potuto nulla contro di me. » La parola “etenim”, che si trova nella Vulgata, e che corrisponde alla voce καί γαρ del greco, ha un buon senso prendendolo anche nel suo significato: « Essi mi hanno spesso attaccato, perché essi non riportavano vittorie contro di me. »

(3) L’ebraico potrebbe tradursi così. « I lavoratori hanno lavorato sul mio dorso, ed hanno prolungato i loro solchi. » Si lavora il dorso a colpi di verghe, castigo sì frequente presso i Giudei. La metafora adottata dai Settanta e la Vulgata enuncia piuttosto l’opera del forgiare, che si fabbrica con strumenti di ferro sul dorso, come un’incudine; questa immagine, come la prima, implica l’idea di una persecuzione crudele ed incessante. Nella Vulgata, la metafora è meno sostenuta che nell’ebraico.

(4) « Et non dixerunt, » etc. che siano del numero di coloro ai quali i passanti non dicano mai …

Sommario analitico

Nei due salmi precedenti, il popolo di Dio ha manifestato la sua gioia della ricostruzione della vita e del tempio, e della felicità di tutte le famiglie che temono Dio. In questo, in cui è facile vedere la figura della Chiesa, egli rende grazie a Dio per non essere caduto sotto gli sforzi dei nemici.

I. – Egli descrive i loro sforzi ed i loro attacchi:

1° Questi attacchi sono stati frequenti (1);

2° Essi sono iniziati con il ritorno del popolo di Dio, con la ricostruzione del tempio, con la giovinezza della Chiesa (1);

3° sono stati inutili;

4° sono continuati con un accanimento ostinato ed una perseveranza diabolica (3).

II.- Egli annuncia quale sarà il castigo degli empi persecutori dei giusti:

1° Dio schiaccerà la loro testa (4);

2° li coprirà di confusione (5);

3° li farà indietreggiare (5);

4° disseccherà i loro sforzi ed il loro vigore come l’erba dei tetti (6):

a) che si dissecca prima di radicarsi;

b) che non si può raccogliere con le mani;

c) che non si può raccogliere con le braccia (7);

d) che non può essere, come le messi ordinarie, l’oggetto delle benedizioni dei passanti (8).

Spiegazioni e considerazioni

I — 1- 3

ff. 1-3. – Queste parole del popolo giudeo, assediato e perseguitato dalle nazioni vicine quando lavorava alla ricostruzione del tempio e della città, convengono più perfettamente alla Chiesa di Gesù-Cristo, che fu lasciata appena respirare dagli attacchi incessanti dei pagani, degli eretici e dei falsi Cristiani, e che tra tante traversie, malgrado gli sforzi delle persecuzioni, si è sostenuta con la sua fermezza; malgrado gli attacchi dell’eresia, è stata una colonna di verità; malgrado la licenza dei costumi depravati, è rimasta il centro della carità. Perché questi attacchi? « Perché essi non hanno potuto prevalere su di me. » – « I peccatori hanno lavorato sul mio dorso; il male che essi hanno fatto è lungi da me. » Perché questi attacchi? « Perché essi non hanno prevalso su di me. » Che vuol dire: « Perché non hanno potuto prevalere su di me? » Il loro lavoro è stato vano. Che vuol dire:  « Perché non hanno potuto prevalere su di me? » Essi non hanno potuto fare che acconsentissi al male. In effetti tutti i malvagi perseguitano i buoni, perché i buoni rifiutano di acconsentire al male. Qualcuno ha agito male: il Vescovo non lo riprende, questi è buon Vescovo; se il Vescovo lo riprende, ecco questi è un Vescovo cattivo. Qualcuno ha rubato: colui che è stato derubato, resta zitto? Egli è buono; egli viene solo a parlare e lamentarsi, senza neanche reclamare ciò che gli è stato derubato: è un malvagio. Colui che rimprovera ad un ladro la sua cattiva azione è un malvagio, ed il ladro è un buono! In effetti chi può prevalere su di me, « … attaccandomi fin dalla mia giovinezza? » Essi mi hanno esercitato, ma non mi hanno vinto. Essi hanno potuto su di me ciò che il fuoco può sull’oro, e non ciò che fa il fuoco sul fieno. Il fuoco, quando attacca l’oro, lo purifica, e quando attacca il fieno, lo riduce in cenere. « Essi non hanno potuto prevalere su di me, » perché non ho acconsentito alla loro volontà, perché non mi hanno reso simile ad essi. « I peccatori hanno lavorato sul mio dorso; il male che hanno fatto, è lungi da me. » Essi hanno fatto in modo che soffrissi, ma non che acconsentissi. Il male che mi hanno fatto, dunque, è lontano da me. I malvagi sono mischiati con i buoni, non solo nel mondo, ma pure nella Chiesa i malvagi sono frammisti ai buoni. Voi lo sapete e l’avete provato, e lo proverete quanto più sarete migliori; perché « essendo l’erba cresciuta, ha prodotto frutti, ed è apparsa la zizzania. » (Matth. XIII, 27-43). I malfattori, nella Chiesa, non sembrano tali che a colui che è buono. Voi sapete dunque che buoni e i malvagi sono mischiati, e la Scrittura dice sempre e dappertutto che essi non saranno separati che alla fine. Ma molti di essi pur essendo mescolati, sono molto lontani gli uni dagli altri; e poiché i malfattori sono mescolati ai buoni, non si abbia a concludere che l’iniquità sia vicino alla giustizia. « Essi non hanno potuto prevalere su di me, » è scritto; di conseguenza essi hanno detto e detto inutilmente: « Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. » (Isai. XXII, 13 e I Cor. XV, 32). I loro discorsi depravati non hanno corrotto le mie buone opere, perché su tutti i punti in cui ho inteso la parola di Dio, io non ho ceduto ai discorsi degli uomini. I peccatori hanno potuto ben fare che io li potessi sopportare, ma non hanno potuto fare che io fossi mescolato a loro, e la loro iniquità è lontano da me. Cosa c’è in effetti di più vicino di due uomini in una stessa chiesa? Cosa c’è di più lontano dalla giustizia che l’iniquità? È la comunanza di sentimenti che ha la vicinanza. Due uomini sono incatenati e portati davanti ad un giudice, un ladro ed un uomo a lui legato;< l’uno è un criminale, l’altro un innocente, essi sono legati dalla stessa catena e sono legato l’uno all’altro. A qual distanza sono l’uno dall’altro? Alla distanza che separa il crimine dall’innocenza. Eccoli dunque ben lontani l’uno dall’altro. Al contrario il brigante che ha commesso i suoi crimini in Spagna, è vicino al brigante che ha commesso i suoi in Africa. A qual punto sono vicini l’uno all’altro? … di tutta la vicinanza che unisce crimine a crimine, ed il brigantaggio al brigantaggio. Che nessuno tema quindi la vicinanza corporea dei malfattori, ma sia lontano da loro con il cuore e porterà con sicurezza un fardello del quale non dovrà temere: « Il male che essi hanno fatto, è lontano da me. » (S. Agost.). – I fedeli, meravigliati nel veder durare tanto tempo la persecuzione, si indirizzano alla Chiesa loro madre domandandone la causa: è da tanto tempo, o Chiesa, che si colpiscono i vostri pastori, e le pecore disperse. Dio si è forse dimenticato di voi? Se non fosse stata una cosa passeggera, noi potremmo pensare che si trattasse di una prova; ma dopo tanti secoli di persecuzione, i mali vanno sempre più crescendo, e gli scandali si moltiplicano; i venti turbinano, e flutti si sollevano; voi siete battuta di qua e di là, trasportata dalle onde e dalla tempesta; non temete di essere inabissata? Miei figli – risponde la Chiesa – io non mi stupisco di tante traversie; io sono abituata dall’infanzia: « Questi stessi nemici che mi attaccano, mi hanno già perseguitato nella mia gioventù. » La Chiesa è sempre stata sulla terra; dalla sua più tenera infanzia, essa era rappresentata in Abele, è stata uccisa da Caino, suo fratello; essa è stata rappresentata da Enoch, e si è dovuta togliere da mezzo agli empi, senza dubbio perché non potevano soffrire la sua innocenza; la famiglia di Noè poi, è stato necessario liberarla mediante il diluvio; Abramo nulla ha sofferto dagli empi? E suo figlio Isacco da Ismaele, Giacobbe da Esaù, colui che era secondo la carne, non ha perseguitato colui che era secondo lo spirito? Mosè, Elia, i Profeti, Gesù-Cristo e gli Apostoli, quanto non hanno avuto a soffrire? Di conseguenza, figlio mio – dice la Chiesa – non mi meraviglio affatto di queste violenze: guarda la mia vecchiaia, considera i miei capelli grigi; « le crudeli persecuzioni dalle quali è stata tormentata la mia fanciullezza, non mi hanno impedito di giungere a questa venerabile vecchiaia? » Se fosse stata la prima volta, io ne sarei forse turbata; ora, la lunga abitudine fa sì che il mio cuore non sia toccato. Io lascio fare ai peccatori: « Essi hanno lavorato sul mio dorso »! Io non giro la mia faccia contro di essi, per oppormi alla loro violenza; io non faccio che tendere il dorso; essi battono crudelmente ed io soffro senza lamentarli; ecco perché non do limiti alla loro furia. La mia pazienza serve da trastullo alla loro ingiustizia; ma io smetto di soffrire, e mi ricordo di Colui « che ha porto le sue guance agli affronti, e non ha sottratto la sua faccia agli sputi (Isai. L, 6). Che io sembri sempre fluttuante, stupisce? La mano onnipotente che mi serve d’appoggio saprà ben impedirmi di essere sommersa (Bossuet, Sur l’Eglise, I p.).- Non è questa anche una espressione viva e letterale di ciò che Gesù-Cristo, il capo e lo Sposo della Chiesa, ha sofferto da parte dei peccatori nella sua flagellazione? Essi hanno impresso una infinità di colpi sul suo dorso che era simile ad un campo nel quale l’aratro ha scavato profondi solchi! – La vita di un Cristiano non si svolge tra lievi piaceri, non è fatta per il riposo di una vita tranquilla; egli è attaccato negli anni della giovinezza, e questi attacchi si ripetono frequentemente … Essi hanno per scopo di provare la sua fede, di attestarne la pazienza, di meritare la corona dovuta alla virtù trionfante; san Paolo conosceva questa corona riservata a lunghi combattimenti, quando diceva: « Nessuno è coronato se non chi combatte secondo le regole » … Il Profeta passa sotto silenzio il nome di coloro che lo hanno attaccato, e non parla delle loro imprese ostili. Gli oltraggi, le persecuzioni alle quali i veri Cristiani sono soggetti hanno autori diversi da coloro che ne sono strumenti e ministri. Gli strumenti sono gli uomini, ma l’ispirazione viene dal demonio … In ogni ingiuria che soffriamo, ricordiamoci che l’esecutore non è lo stesso che l’ispiratore. Non ci irritiamo dunque contro coloro dai quali abbiamo a soffrire; ma tutte le volte che i loro insulti eccitano la nostra collera, tutte le volte che i loro oltraggi ci spingono a lottare contro di essi, tutte le volte che i loro furti e le loro rapine ci rattristano e sono il soggetto dei nostri pianti, riconosciamo l’opera di questo nemico che è il vero autore di tutto ciò che si fa, di tutto ciò che si dice contro di noi. (S. Hil.). – Ora, tutto ciò che è successo a Gesù-Cristo, deve rinnovarsi e continuarsi nel corpo e nell’anima dei fedeli. Bisogna che i veri figli della Chiesa siano battuti e arati; bisogna che i malfattori prolunghino su di essi la loro iniquità, che traccino dei solchi di menzogna, di calunnia, di disprezzo, di frode, di vessazione. Come diventare santo come Abele – diceva S. Gregorio – se non c’è Caino che esercita la nostra pazienza? È il costume di coloro che non hanno potuto trionfare nei lunghi e continui combattimenti, attaccare da dietro l’armata vittoriosa che avanza in buon ordine, ergere ogni tipo di imboscata, impiegando contro di essa tutti gli inganni, tutti gli artifizi. Così i peccatori, svergognati dall’essere stati vinti dagli uomini dabbene, li attaccano da dietro nella via della verità, per cercare di perderli con i loro sforzi artificiosi. È ciò che esprime il salmista: « I peccatori hanno battuto sul mio dorso. » (S. Hil.)

II. — 4-8.

ff. 4 – 8. Quante teste dei persecutori Dio ha già abbattuto? I faraoni, i Nabuchodonosor, gli Antiochi, i Neroni, i Domiziani,, i Dioclezioni ed altri mostri simili, così al presente e nell’avvenire, vedremo troncare la vita ancora di altri persecutori, attuali e futuri, per i loro diletti. – « Che divengano come il fieno dei tetti che dissecca prima di radicarsi. Il fieno dei tetti è l’erba che nasce sui tetti, sulle terrazze non coperte da mattoni. Esso compare in alti luoghi, ma non ha radici. Quanto sarebbe meglio per esso l’essere nato in un luogo più umile ed essersi rivestito da una verzura più gradevole. Ecco che esso non nasce in un luogo più elevato se non per disseccarsi più rapidamente. Non è ancora strappato ed è già disseccato: ugualmente gli orgogliosi non hanno trovato ancora il loro fine nel giudizio di Dio e non hanno già la linfa che dà il verdeggiare. Considerate le loro opere e vedete a qual punto son disseccati. Essi vivono tuttavia, sono ancora qui, non sono dunque ancora strappati. Essi sono disseccati, ma non sono ancora strappati; essi sono diventati « … come il fieno dei tetti, che si dissecca prima di essere strappato. » Ed i mietitori verranno, ma non lo ammasseranno per farne covoni. In effetti i mietitori devono venire per ammassare il frumento nei granai; poi ammucchieranno la pula e la getteranno al fuoco. È così che si ripuliscono i tetti dalle loro erbacce, e tutto ciò che si strappa vien gettato al fuoco, perché non c’è nulla che non sia disseccato prima di essere stato strappato. Non è là che si riempie la mano del mietitore. Ora, dice il Signore, « i mietitori sono gli Angeli »(Matth. XIII, 39), (S. Agost.) – Sanza dubbio, l’erba che cresce in un campo fertile trascorre una buona vita, per mostrare il poco valore dei suoi avversari, li compara all’erba che cresce sui tetti, dando così una doppia prova della loro fragilità, della natura dell’erba, e del luogo ove essa spunta. Tali sono gli attacchi di questi nemici, che non hanno né radici né fondamenta: essi sono come l’erba che si vede quasi nello stesso tempo fiorire, e poi cadere ed appassire su se stessa (S. Chrys.). – Quando la virtù ha resistito agli sforzi di qualche violenta passione che spinge impetuosamente nel cuore l’amore della giustizia, e cerca di strapparla, di sradicarla, deve guardarsi da un altro pericolo, intendo da quello delle lodi. Il vizio contrario la sradica, l’amore delle lodi la dissecca. Sembra che si tenga bene, sembra ben sostenersi: ed essa inganna, in qualche modo gli occhi degli uomini. Ma la radice è sterile, non assume più nutrimento, non è buona se non per il fuoco. È questa erba dei tetti, di cui parla Davide, che si secca da se stessa prima che la si strappi. Sarebbe da desiderare che non fosse nata in un luogo così alto, e che durasse più a lungo in qualche valle deserta; sarebbe da desiderare per questa virtù che non fosse esposta in un luogo sì eminente, ma si nutrisse in qualche angolo con l’umiltà cristiana. (Bossuet, II Panég. De S. Jos.) – Per quanto energica sia questa immagine, per noi che non conosciamo nulla di più vile, di più deperibile di quest’erba senza linfa che vegeta sui tetti delle case, forse, nel gran giorno del giudizio ultimo queste parole non ci sembreranno più esagerate, ma molto al di sotto della realtà. Quale spettacolo, in effetti, che quello di questi uomini in precedenza sì ricchi e potenti e che avevano creduto di fondare le loro case sui troni e sugli imperi: quale spettacolo vederli precipitati al rango più infimo del mondo intero, e vederli, essi, abituati alle delizie e alle voluttà, senza poter soffrire il più lieve incomodo, condannati all’eterno supplizio, senza alcun alleviamento, senza alcuna consolazione, e questo senza fine e per sempre! (Bellarm.). – Passando in mezzo ai lavoratori, c’era l’abitudine di dire: « La benedizione di Dio sia su di voi; » e questa abitudine era osservata dai Giudei, come si vede nel libro di Ruth. Booz, venendo nel suo campo, dice ai mietitori: « Che il Signore sia su di voi. » – Nessuno incontrava sulla sua strada degli operai occupati in un campo, nella vendemmia, nella mietitura, sia in qualche simile azione, senza benedirli; non era permesso astenersene. Altri sono coloro che raccolgono i covoni, altri quelli che passano sulla strada: coloro che ammassano i covoni non riempiono le loro mani di quest’erba, perché non si mette nel granaio il fieno spuntato sui tetti. Chi sono coloro che raccolgono i covoni? Il Signore lo ha detto: « … i mietitori sono gli Angeli. » Chi sono coloro che passano nel cammino? Coloro che lo hanno già attraversato per arrivare, per questa via, fino alla patria. Gli Apostoli, i Profeti sono di questo numero. Chi sono colo che hanno benedetto i Profeti e gli Apostoli? Coloro in cui essi hanno riconosciuto le radici della carità; ma quanto a coloro che hanno visto elevarsi sui tetti ed inorgoglirsi, con la testa elevata arrogantemente, hanno loro predetto il funesto avvenire e non hanno richiamato su di essi la benedizione del Signore (S. Agost.).

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (3)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (3)

[ Chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PRIMA PARTE

CONSIDERAZIONI GENERALI

Capitolo III

L’ADOZIONE DIVINA, FORMA GENERALE DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Doppio aspetto della nostra divinizzazione: l’adozione divina e la incorporazione in Gesù.

Dio ha il diritto inalienabile di essere glorificato dagli uomini; e vuole che gli uomini lo glorifichino attraverso la propria divinizzazione. Di per sé, questa divinizzazione può essere considerata sotto due aspetti: uno generale, che consiste nella semplice adozione degli uomini come figli di Dio; l’altro particolare, che consiste nell’incorporazione degli uomini in Gesù Cristo. L’adozione divina è una conseguenza necessaria della nostra incorporazione in Gesù Cristo. Una volta che siamo diventati membri di Gesù Cristo, partecipiamo alla sua filiazione divina, alla grazia che ci fa entrare in un’intima unione con la natura divina. L’incorporazione in Gesù Cristo non è concepibile senza l’adozione divina, ma non è così per il contrario. Infatti, Dio avrebbe potuto comunicarci la grazia senza l’incarnazione del Verbo e innalzarci con questo mezzo alla dignità di figli di Dio, anche se questo modo sarebbe stato molto meno glorioso per Lui e per noi. « Vedete – dice San Giovanni – come il Padre ci ama, che ci chiamiamo figli di Dio: e noi lo siamo » (1 Giovanni III, 1). Una grande meraviglia è questa, ma purtroppo se ne sa molto poco. Ogni giorno chiamiamo Dio nostro Padre. Noi abbiamo ripetuto così tante volte questa parola che siamo diventati insensibili all’onore che il nostro Creatore ci ha dato permettendoci di dirla. Ci sembra naturale parlare a Dio in questo modo e trattarlo come se la nostra nascita ci avesse fatto suoi figli. Il figlio di un mendicante, cresciuto da un re, tratto dalla miseria e adottato come suo erede, poteva considerarsi come nato sui gradini del trono, dal momento che ignorava la bontà di cui era stato oggetto. Ma quale non sarebbe stata la sua umiltà e la sua riconoscenza nel confrontare la bassezza della sua origine con la dignità a cui la gratuità della generosità del padre adottivo lo aveva elevato? Non possiamo trovare in noi, miserabile argilla, qualcosa che ci autorizzi a chiamare Dio « Padre nostro ». È solo per effetto della liberalità di Dio che possiamo legittimamente usare di un nome così onorevole. Noi dobbiamo persuaderci di questo, perché questa persuasione faccia germogliare nella nostra anima due sentimenti: l’umiltà e la gratitudine.

Schiavitù e filiazione.

La forma comune che assume essenzialmente la divinizzazione degli spiriti creati è l’adozione divina: « A tutti coloro che l’hanno ricevuta – dice San. Giovanni – ha dato loro il potere di diventare figli di Dio, quelli che sono nati, non da sangue, né da volontà della carne, né da volontà dell’uomo, ma da Dio » (Giov. I, 12). Parole queste, che ci fanno capire che non dobbiamo alla nostra natura l’appartenenza alla categoria di “figlio di Dio”. San Paolo ci dà una spiegazione della meraviglia annunciata da San Giovanni. « Non avete ricevuto – egli dice – lo spirito di servitù per cui siate di nuovo nel timore; ma avete ricevuto lo spirito di figliolanza, per il quale noi gridiamo: Abba! Padre » (Rom. VIII, 15). L’Apostolo ci dà i due ordini di relazione in cui si trova la creatura razionale rispetto al suo Creatore: la schiavitù e la filiazione. Dio può essere per mezzo di essa un semplice signore o un padre. Lo schiavo è un estraneo alla famiglia del signore. Nato da un altro sangue, può aspettarsi di essere trattato con giustizia, nel migliore dei casi con indulgenza e bontà. Ma non può aspettarsi di ricevere dal suo padrone i segni della fiducia e della tenerezza che un padre elargisce ai suoi figli. Lo schiavo è una “cosa” del suo padrone. A lui deve tutto il suo lavoro, e non ha il diritto di aspettarsi da lui nient’altro che il cibo quotidiano. Se, per  beneficarlo, il padrone volesse garantirgli un salario per assicurargli il riposo e il benessere della sua vecchiaia, lo schiavo ha già più di quanto gli si debba. Egli userà volentieri il nome del suo padrone per esprimere la bontà che ha ricevuto, ma nel pronunciare quel nome, egli sa che non ha sulla sua bocca lo stesso significato che ha sulle labbra del vero figlio. La paternità del signore è metaforica. Così, lo schiavo più favorito si rassegna a vivere al di fuori dell’abitazione del signore, ad essere escluso dalla sua tavola e dalla sua casa, a non poter conversare con lui, perché questi privilegi sono riservati al figlio. – In effetti, il figlio ed il padre sono una cosa sola. E la natura non permette al figlio di godere lontano da lui la vita che ne ha ricevuto. Tutto è comune a loro: sangue, cibo, alloggio, beni, disgrazie, gioie, allegrie, dolori, pensieri, sentimenti, interessi. Il padre, felice di vedersi rivivere nel figlio, si adopererà per aumentarne l’eredità. Il figlio, da parte sua, sopporterà più fatiche per il padre che lo stesso schiavo, perché non è spinto dalla paura, né lo stimola l’interesse. Pur non ignorando che le sue fatiche saranno ricompensate, egli è tuttavia spinto da un motivo più nobile. La sua più dolce ricompensa è la gioia di compiacere il padre: nell’amarlo, trova il suo più grande vantaggio, nel rendere cioè felice colui al quale è debitore di tutta la sua felicità.

L’uomo della natura e l’uomo della grazia

Tale è il figlio e tale è lo schiavo. La differenza che separa l’uno dall’altro è proprio quella che distingue l’ordine naturale dal soprannaturale, l’uomo della natura e l’uomo della grazia. Diciamo l’uomo della natura e non l’uomo del peccato, perché, anche se la natura razionale non avesse peccato, forse non sarebbe stata dotata dei doni della grazia, doni che sono puramente gratuiti. Dio avrebbe potuto creare l’uomo senza comunicargli questa vita, dandogli solo le facoltà naturali con gli aiuti interiori ed esteriori necessari al suo sviluppo. – L’uomo, così creato, sarebbe stato un figlio di Dio? Ovviamente no, perché gli sarebbe mancato ciò che costituisce la figliolanza: la comunità della vita. Avrebbe ricevuto la vita umana da Dio e solo impropriamente, avrebbe potuto chiamarlo Padre. Ma poiché la vita donata da Dio all’uomo si differenzia infinitamente dalla vita di Dio, la dignità dell’uomo della natura sarebbe stata inferiore alla dignità di un vero figlio di Dio. Egli non sarebbe stato altro che il servo del suo Creatore e avrebbe avuto solo il diritto di chiamarlo Signore e padrone. – È vero che questo Signore, infinitamente ricco di bontà, non avrebbe potuto resistere, anche nell’ordine della natura pura, all’irresistibile inclinazione che sente di riempire di benefici i suoi servi. Avrebbe manifestato loro il suo amore con i suoi doni e rivelato i suoi attributi con l’organizzazione, lo splendore e la fecondità delle sue opere. Avrebbe permesso loro di vedere la loro bellezza nello specchio delle creature e di sentire la sua parola ripetuta da tutte le voci che, in terra e in cielo, non cessano di cantare la sua gloria. – L’uomo della natura però non avrebbe concepito la possibilità di vederlo faccia a faccia, per conversare intimamente con Lui, per penetrare nella sua dimora, per sedersi alla sua tavola, essere illuminato dalla sua luce, bruciare nel suo amore, per vivere la sua vita ed essere felice della sua felicità. Costretto a cercare la felicità, si sarebbe aspettato dalla Sapienza  divina la soddisfazione del desiderio che si sarebbe illuminato nel suo cuore. Ma questa felicità, divina nel suo oggetto, sarebbe stata umana in sé. Questo sarebbe stato allora il salario del servo e non l’eredità del figlio. La felicità è la pienezza della vita, Dio non può dare la propria felicità alla creatura che non vive della sua vita.

Ragione dei privilegi dell’uomo della grazia.

Tutti questi privilegi appartengono all’uomo della grazia. E perché? Perché l’uomo della grazia è suo figlio non solo di nome, ma anche in realtà. La paternità di Dio in relazione a lui non è una figura, ma è una realtà, fondata sulla reale comunicazione della vita di Dio. La grazia non è una pura qualità dell’anima: è la qualità la più eccellente di tutte. È insita nell’anima e fa parte del suo essere. Ma non può rimanere in essa se non in virtù dell’unione dell’anima con lo Spirito Santo, così come l’atmosfera può essere illuminata solo in virtù della sua unione con il sole. Quando a Dio piace innalzare una delle sue creature allo stato soprannaturale, Egli gli dona veramente il suo Spirito, il suo Amore sostanziale, e la sua Vita divina. Infatti Dio vive per amore, e colui al quale viene comunicato lAmore divino, vive in Dio come Dio vive in lui (1 Gv IV, 16). L’uomo della grazia è veramente rigenerato, è generato ex novo. La sua prima nascita lo aveva fatto vivere umanamente, dandogli un uomo per padre. La seconda lo fa vivere divinamente e lo costituisce figlio di Dio. – Ascoltiamo Lesio come ci spiega questo dolce mistero: « La grazia santificante ci rende figli di Dio, non in virtù della sua intrinseca perfezione (in quanto essa è una qualità creata), ma perché è, per la nostra anima, il legame attraverso il quale lo Spirito Santo si unisce a noi e ci comunica la natura divina: perché ciò che fa di un uomo il figlio di un altro uomo non è la comunicazione di un dono, qualunque esso sia, ma la comunicazione della natura fatta dal padre al figlio. Così, come Gesù Cristo è il Figlio di Dio in quanto riceve dal Padre la natura divina attraverso l’unione ipostatica, così il Cristiano è giustamente chiamato figlio di Dio perché riceve quella stessa natura attraverso l’unione della grazia. C’è però una grande differenza tra questi tre modi di possedere la vita divina: il Verbo divino l’ha ricevuta in un modo tale che essa gli appartiene essenzialmente e per identità; l’umanità di Gesù Cristo, attraverso l’unione ipostatica, la possiede sostanzialmente; essa invece non è unita alle anime giuste se non per un’unione accidentale, l’unione della grazia santificante. Questa grazia, quindi, non è la forma principale che ci rende figli di Dio, ma è la divinità stessa che ci viene comunicata; la grazia è il legame attraverso il quale questa forma divina è unita a noi; così come l’unione ipostatica fa dell’uomo Gesù Cristo il Figlio di Dio, in quanto serve come legame tra la sua umanità e la Persona del Verbo » (De Summo Bono, l. II, c. 1).

Differenza tra adozione divina e umana.

Questa spiegazione ci fa capire l’infinita distanza che separa l’adozione divina dall’adozione umana. In questa qui vediamo solo una finzione generosa. Il bambino adottato viene collocato in una casa, dove prima era solo uno sconosciuto; è vestito con abiti ricchi; si siede al tavolo di colui che egli chiamerà padre e acquisirà il diritto di possedere un giorno la sua eredità. Tutto questo è puramente esteriore, perché interiormente rimane tutto uguale, nonostante sia stato oggetto di tanto favore. – Con il suo sangue, con la sua vita, egli rimane estraneo come in precedenza al sangue e alla sostanza di colui che lo riconosce legalmente come suo figlio. Fino a questo punto arriva la paternità umana, desiderosa di estendere la sfera in cui la sua naturale fecondità l’ha racchiusa. – Ma la virtù della Paternità divina è completamente diversa. Per natura Egli può produrre un solo Figlio, la cui infinita perfezione esaurisce la sua infinita fecondità. Eppure l’inclinazione della sua generosità lo spinge ad accrescere la sua famiglia e a dare altri fratelli e sorelle all’unico Figlio. – Cosa farà per raggiungere questo obiettivo? Si allieterà con l’introdurli nella sua casa, con il farli sedere alla sua tavola, con il chiamarli a condividere la vostra eredità? Tutti questi privilegi apparterranno ai figli adottati, ma come conseguenza di un altro privilegio incomparabilmente più prezioso. Non saranno figli di Dio perché suoi eredi, ma saranno suoi eredi perché sono suoi figli (Rm. VIII, 17). E sono i suoi figli perché ricevono veramente la comunicazione della sua vita divina. Dio non si sbaglia quando ci chiama “figli suoi”, perché riconosce in noi la sua vita. E quando lo chiamiamo Padre nostro, non siamo oggetto di illusione, perché questo nome è l’espressione dell’Amore veramente divino che anima i nostri cuori. Dopo Lesio, non conosciamo nessun teologo che abbia esposto la natura della nostra divina adozione più chiaramente di Cornelius a Lapide. Nessuno ha affermato con più chiarezza e stabilito con motivi più validi la verità di questa comunicazione della vita di Dio, in virtù della quale siamo figli adottivi del Padre Celeste. Nessuno ha distinto meglio il dono sostanziale dello stesso Spirito Santo, ipsissima persona Spiritus Sancti, dai doni accidentali della grazia e della carità inerente all’anima.

Conseguenze pratiche della nostra adozione divina

Se potessimo penetrare il significato di queste realtà divine, quanto sarebbe facile per noi sottovalutare le false apparenze che ora ci abbagliano! Quand’è che la corruzione governava la terra e attingeva le acque dell’alluvione? Quando i figli di Dio, dimenticando la loro dignità, cominciarono a bramare le figlie degli uomini. Se vogliamo sfuggire al diluvio, basta ricordare quale dignità sovrumana ci dà il nostro titolo di “figli di Dio” e quali obblighi ci impone. « Siete figli di Dio! Ricordate la vostra dignità! Quando vi sollecita la carne, rispondete: sono un figlio di Dio, sono destinato a cose troppo grandi per diventare tuo schiavo. Quando il mondo vi tenta mettendovi davanti agli occhi il suo oro e le sue ricchezze, rispondetegli: sono un figlio di Dio che ha come eredità le ricchezze celesti; non è dunque degno il lasciarmi prendere prigioniero da un granello di terra bianca o gialla. Quando il diavolo vi tenta, mostrandovi onori e il loro fasto, rispondete: ritirati all’inferno, satana. Vuoi far di me un figlio del diavolo, io che sono il figlio e l’erede di Dio? Orrore! Sono nato per un regno eterno; calpesto e disprezzo tutto ciò che è temporale. Voi siete figli di Dio, le vostre opere sono grandi e difficili; i vostri sforzi incessanti; vostra sia la perfezione che il Padre celeste vi dà come esempio. Siate perfetti, dunque, come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt V, 48).

Capitolo IV

L’INCORPORAZIONE IN GESU’ CRISTO, FORMA PARTICOLARE DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE.

Dio vuole che la nostra divinizzazione si operi attraverso Gesù Cristo.

Dio vuole essere glorificato da Gesù Cristo, ma Dio vuole che la divinizzazione dell’uomo sia operata attraverso Gesù Cristo? È una questione capitale per tutti i servitori del Re Gesù. La soluzione a questa difficoltà ingigantisce la figura di Gesù Cristo, lo costituisce il Sovrano benefattore dell’umanità, la fonte da cui sgorga ogni bene, il restauratore del creato, il centro, il nodo e la soluzione di tutte le questioni del mondo e dell’umanità. Gesù Cristo appare come il medico che ha curato delle nostre ferite, come l’amico la cui generosità ha restituito la nostra fortuna ed il nostro onore, il Re sovrano al quale l’amore e la gloria sono dovuti per sempre. – Questo Dio incarnato è il modello di ogni vera perfezione, il fine di ogni vero progresso. Ci eleva ad una perfezione infinitamente superiore alle forze della nostra condizione naturale. Pur essendo l’esemplare ed il motore sovrano del mondo della materia e del mondo degli spiriti, soprattutto è l’inizio e il fine dell’ordine soprannaturale. Con l’atto stesso con cui assume la nostra miserabile natura, le comunica la sua vita divina. Egli non è solo modello dell’uomo, ma anche il Capo dell’umanità divinizzata (v. in “Le speranze della Chiesa”, I, cap. a. 2, p. 98-101). – Il verbo di Dio non intendeva limitare la comunicazione della sua divinità a un solo corpo e ad una sola anima. I suoi progetti d’amore volevano unire alla natura divina tutta la natura umana e con essa la natura angelica. Come l’uomo, composto da spirito e corpo, è il legame vivente della creazione spirituale e materiale, così il Verbo Incarnato, composto da un vero corpo ed anima e da una Persona divina, sarà successivamente, il legame tra i due mondi – il creato e l’increato – e la Testa ed il Cuore da cui la vita si estenderà alle creature razionali. – Tutte le altre nature appartenenti alla razza di Adamo saranno chiamate ad unirsi a questa natura privilegiata ed a ricevere da questa unione una comunicazione molto reale della loro vita divina. Ci sarà un solo Uomo-Dio, ma tutti gli uomini che riceveranno l’influenza dell’Uomo-Dio, potranno diventare uomini divini, operare in Lui atti divini e raggiungere la felicità divina attraverso di Lui.

La nostra deificazione si realizza con la incorporazione in Cristo

Tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio, dice San Paolo (Rom. VIII, 14). Egli è il vero Padre che ci ha comunicato la sua vita. Non era necessario applicare a Dio questo dolce titolo che avrebbe unito la nostra natura alla Persona del suo unico Figlio. La grazia santificante che risulta dall’unione delle nostre anime con lo Spirito Santo, sarebbe stata sufficiente a costituirci figli adottivi del Padre Celeste. Ma per quanto questa unione fosse reale ed elevata, non poteva soddisfare le aspirazioni del Suo amore. Egli voleva che la nostra divinizzazione fosse ancora più sublime, e che la nostra filiazione divina fosse più reale, e che stabilisse un legame più intimo tra i suoi figli adottivi e il suo unico Figlio. – Che cosa ha fatto per questo? Di Lui e di noi ha fatto un grande Corpo, il cui Capo è Suo Figlio e i cui membri siamo noi. Per quanto numerosi possiamo essere – dice San Paolo – siamo un solo corpo in Cristo, e noi stessi siamo membra l’una dell’altro (Rm XII, 5). Gesù Cristo, Capo dei Cristiani, è una di quelle espressioni che si ripetono continuamente nei libri, che sentiamo ripetere ogni giorno e il cui significato è tanto poco compreso quanto familiare a tutte le orecchie. Chiedete a cento Cristiani circa il vero significato della dignità conferita loro dal titolo di membri di Gesù Cristo; chiedete loro se il Corpo mistico del Divin Salvatore abbia più realtà di qualsiasi altro corpo morale. Quanti tra loro sapranno cosa rispondere? Se avessero letto attentamente le lettere di San Paolo, si sarebbero meravigliati dell’insistenza con cui l’Apostolo ne parla. Se l’incorporazione dei Cristiani nell’Uomo-Dio fosse solo una metafora, tutta la teologia dell’Apostolo si fonda allora su di una metafora. Ma non è così. Proprio così come il nostro titolo di figli di Dio non è figurativo, ma del tutto reale, ugualmente lo è la nostra appartenenza a Gesù Cristo. Succede con questa idea come con tante altre dell’ordine spirituale, le cui espressioni, prese dall’ordine del corporale, acquisiscono una realtà più solida ed elevata nel suo nuovo significato. – Il nostro corpo è l’immagine sensibile del Corpo mistico di Gesù Cristo. Senza dubbio lo Spirito Santo, l’anima di quel corpo, è unita a tutte le membra. – La stessa parola “spirito” appartiene, per la sua etimologia, alla materia, perché in origine significa respiro; ma chi non vede che, in un senso nuovo, è tanto più vero che nel primo? Così, la parola corpo, applicata alla Chiesa, esprime, in un grado superiore, tutto ciò che è vero di essa quando è applicata al corpo umano, il più perfetto di tutti quelli che compongono il mondo materiale.

Confronto con il corpo umano.

Per convincerci di questo, consideriamo il nostro corpo. Cosa ci vediamo dentro? Una moltitudine di parti, diverse tra loro non solo nelle forme, ma anche nelle funzioni e nelle proprietà. Ma gli organi, per quanto diversi e diversificati, non formano altrettanti corpi separati. Perché? Ciò che rende i membri e il capo un unico corpo è la comunità della vita. Il principio di quella vita in noi è l’anima razionale, che, presente sia nella testa che nei membri, mantiene tra loro relazioni vitali, li anima, li muove, li fa lavorare l’uno sull’altro. Ascoltiamo sant’Agostino che, attraverso questa misteriosa unione del nostro corpo fisico, chiarisce il mistero molto più profondo dell’unità del Corpo mistico di Gesù Cristo: « Noi formiamo un solo corpo – dice l’Apostolo San Paolo – e siamo animati da uno stesso spirito. Considerate cosa succede nei nostri membri. Per quanto siano molti, essi son tutti vivificati dallo stesso Spirito. Lo spirito umano, che mi rende uomo, unisce tutti i miei membri. Io li comando e loro si muovono; giro gli occhi per vedere, apro le orecchie per sentire, muovo la lingua per parlare, allungo le mani per agire e i piedi per camminare. Le funzioni di queste membra sono diverse, ma un solo spirito è responsabile di tutto il lavorio. Esso li governa tutti; i suoi comandi sono molteplici, e le sue azioni sono molteplici; ma chi comanda e obbedisce è uno solo. Ciò che il nostro spirito, cioè la nostra anima, è per le nostre membra, lo Spirito Santo lo è per i membri di Gesù Cristo e per il Corpo di Gesù Cristo, che è la Chiesa. Quindi l’Apostolo, dopo averci detto che formiamo un solo corpo con Gesù Cristo, non ci permette di immaginarlo come privo di vita. Siamo un corpo solo, ci dice. Sì, però quel corpo è vivo? Sì. -Non c’è dubbio. – E da dove viene la vita? – Da un solo e medesimo Spirito” (S. Aug. Serm. 268, in die Pentec., ML: 38.1233).

Perché le funzioni del capo sono attribuite a Cristoe quelle dei membri del Corpo mistico sono attribuite ai fedeli?

Questa spiegazione ci aiuta a comprendere l’unità del Corpo mistico della Chiesa, ma non ci dice perché le funzioni del capo siano attribuite a Gesù Cristo e i fedeli siano chiamati membri dell’Uomo-Dio. Per comprendere questa seconda verità, torniamo al nostro corpo. Tra i membri di cui è composto, il capo esercita un innegabile primato. È posto al di sopra di tutto, come un re seduto sul suo trono. Gli incarichi che svolge attraverso gli altri membri gli conferiscono una superiorità ancora più indiscutibile della sua situazione. – Supponiamo che dalle regioni di un regno, i resoconti degli eventi relativi ai suoi subordinati raggiungano il monarca ad ogni istante. Supponiamo che, con qualche meraviglioso mezzo, il monarca stesso possa non solo parlare, ma anche agire in tutte le parti del suo regno. Questo doppio assunto, inapplicabile anche nelle monarchie più assolute, ci dà un’idea del potere della testa sui membri. La testa è per tutti i membri, il centro del sentimento ed il principio del movimento. Ma il capo non possiede ed esercita questo doppio primato per propria virtù, ma per quella l’anima. Pur essendo presente in tutto il corpo, ha la sua sede principale nella testa, nella quale svolge le sue operazioni più nobili. È lì che riceve le impressioni che si producono in tutto il corpo, e dà ordini per il suo governo. – Il nostro corpo è l’immagine sensibile del Corpo mistico di Gesù Cristo. Senza dubbio lo Spirito Santo, anima di quel corpo, è unito a tutte le membra. La sua presenza reale in tutte le anime in stato di grazia è una verità certa. Ma è un altrettanto vero dogma di fede il fatto che lo Spirito Santo non si comunica alle anime giuste se non attraverso Gesù Cristo. San Giovanni, dopo aver mostrato nel Verbo fatto carne la pienezza della grazia e della verità, aggiunge: « E dalla sua pienezza tutti noi riceviamo grazia su grazia ». Dio ha un solo Amore, quello del suo Figlio unigenito. In Lui ha messo tutti le sue compiacenze ed amabilità, e siccome la bontà di quel Figlio è infinita quanto il suo potere di amare, non potrebbe amare nulla al di fuori di Lui. Pertanto noi non possiamo essere l’oggetto del suo amore, se non nella misura in cui siamo uniti a Gesù Cristo. – Lo Spirito del Padre è stato dato a Gesù Cristo senza misura e con lo Spirito, Egli ha ricevuto la vita di grazia in tutta la sua pienezza. Noi non possediamo questa vita, se non in unione con il nostro divino Capo. Da Lui riceviamo tutti i doni soprannaturali. La sapienza, il consiglio, la forza, tutte le facoltà divine con cui si manifesta l’azione dello Spirito Santo si esercitano solo nella misura in cui partecipiamo alla divina forza che comunica all’anima il Salvatore. –  Sant’Agostino descrive questa somiglianza tra il corpo umano e il corpo dell’Uomo-Dio: « Anche se l’anima – dice il Santo Dottore – anima e vivifica tutto il nostro corpo, è nella testa che usa tutti i sensi, la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto, così come nelle altre membra lavora solo attraverso il senso del tatto; inoltre, tutti i membri sono soggetti alla testa come per eseguire i suoi comandi, ed essa, invece, occupa il posto più alto per dirigere tutto, perché svolge, in qualche modo, l’ufficio dell’anima che governa il corpo. Così, sopra il popolo di Dio, il suo Corpo mistico, è posto il suo Capo: Gesù Cristo, uomo e mediatore tra Dio e gli uomini… ragion per la quale la Sapienza divina è unita a Lui in modo incomparabilmente più eccellente e sublime che agli altri santi. Questi sono saggi, ma Egli possiede la pienezza della sapienza divina » (S. Aug. De agone christiano, c. XX, ML.: 40, 301).

Cosa significa il Corpo mistico di Gesù Cristo?

Gesù Cristo è davvero il Capo mistico del Corpo le cui membra siamo noi. La qualifica di mistico non significa che sia “fittizio” ma che, invece di essere composto da parti materiali, come è composto il corpo, lo è di anime intelligenti. Ma questo non significa che sia meno reale e la sua unità meno perfetta. Solo essa non è dello stesso genere del nostro corpo, le cui parti, insieme, formano un’unica sostanza e costituiscono un’unica persona. Nel Corpo mistico di Gesù Cristo ci sono tante sostanze e persone quante sono le membra. Ma questi vivono tutti di una sola vita; e mediante lo Spirito Santo, il principio di esso, sono tutti uniti gli uni agli altri più indissolubilmente che i membri del corpo. – Gli elementi di cui sono composti i nostri membri sono in continuo cambiamento. Ogni giorno, in ogni momento, alcuni di essi sono separati. E dopo qualche anno non ce ne sarà più nessuno di quelli che, in questo momento, costituiscono la parte materiale del mio essere. Al contrario, le anime una volta incorporate in Gesù Cristo, non possono essere separate da questo Capo divino con nessuna forza, sia dalla terra che dall’inferno. Non possono perdere la loro vita divina se non con il suicidio.

Come si perde la vita divina?

Ma questa vita non si può conservare se non si rimane uniti a Colui da cui proviene. Questo completa la somiglianza tra il corpo di Gesù Cristo e il nostro. Se uno dei nostri membri è separato dalla testa, vedremo che perde la vita. Perché? Perché la fonte della vita è nella testa e quando un membro si separa dalla fonte cessa di ricevere la sua influenza. L’arto reciso può conservare per un certo tempo la forma che l’anima gli ha dato, ma presto sarà preso dal marciume. Presto non ci sarà più traccia della vita che una volta possedeva. – La stessa cosa accade nell’anima che si è separata da Cristo: cessando di essergli unita dalla fede agli insegnamenti della Chiesa, lo Spirito di Dio, che l’animava, l’abbandona: essa perde ogni vita soprannaturale; non è capace di fare alcuna opera meritoria, di produrre frutti per l’eternità. Separato dal tronco essa è un tralcio inutile, che ha perso tutta la sua fecondità. « Colui che non rimane in Me – dice il Salvatore – sarà gettato via come un tralcio separato dalla vite, si seccherà, sarà gettato nel fuoco e brucerà in esso » – Ma non ogni peccato separa il Cristiano dal Corpo di Gesù Cristo. Un membro può essere malato o paralizzato e tuttavia rimanere unito al corpo. Così, un membro di Gesù Cristo può essere affetto dalla malattia del peccato veniale. Può anche essere privato, per un peccato mortale, della vita di grazia, eppure appartiene ancora al Corpo. Due legami infatti ci uniscono ad esso: quello della fede, che ci rende Cristiani, e quello della carità, che ci rende Santi. Se questi due legami fossero spezzati, non avremmo mezzi di salvezza. Ma anche se avessimo perso la nostra salute soprannaturale e la nostra vita per la carità, il Corpo del Salvatore, al quale rimaniamo uniti dalla fede, ci fornirebbe mezzi potenti per recuperare questi beni inestimabili: « Colui che è risorto, Gesù, nostro Capo – dice sant’Agostino – è abbastanza potente per guarire i membri malati, purché, per la loro empietà, non si separino dal Corpo, ma rimangano uniti ad esso, bastando Egli che è capace di curarli ». Non bisogna infatti disperare per la salute di un membro che è ancora attaccato al corpo; ma chi è stato tagliato fuori non è suscettibile né della guarigione né del rimedio » (S. Aug.: Serm. 117, I, ML.: 38, 754).

Differenza tra le società umane ed il Corpo mistico di Cristo

Quando a una società viene dato il nome di un corpo morale e si parla della testa e dei membri di quel corpo, tutti sanno molto bene che nessuna realtà fisica corrisponde a quelle figure. Nella società più unita c’è perfetta conformità dei sentimenti, armonia delle tendenze, subordinazione dell’inferiore al superiore. Ma i cosiddetti membri vivono della propria vita e ognuno di loro possiede un’esistenza completa, indipendentemente dall’esistenza degli altri. – Nel corpo di Gesù Cristo le membra che, come uomini, hanno ciascuna la propria vita, non hanno, come Cristiani, che una sola e medesima vita: la vita di Gesù Cristo. Comunicando Egli veramente il suo Spirito, ci rende partecipi della sua grazia. È l’unzione di cui parla la Sacra Scrittura e che, versata abbondantemente sul capo di Aronne, si estendeva fino alle estremità delle sue vesti. Così, versata sulla testa del grande Sacerdote della nuova legge, viene comunicata a tutte le parti del suo corpo. – La grazia che viene riversata dalla Testa alle membra, la vita soprannaturale che anima la testa e il corpo sono le stesse. Per mezzo di questa grazia, Gesù Cristo opera in noi e ci fa operare in Lui, cosicché ciascuna delle nostre azioni soprannaturali è più opera sua che nostra. Lui è veramente Colui che prega in noi; Colui che parla, combatte, soffre, si immola. Egli continua in noi la sua incarnazione, noi cresciamo in Lui e possediamo il sorprendente potere di far crescere Dio in noi.

Il Corpo mistico negli insegnamenti di San Paolo.

L’incorporazione del Cristiano in Gesù Cristo era, per San Paolo, un fatto così innegabile che egli lo pone come fondamento della nostra Religione. Dopo Simone il Mago, anche Cerinto nega la resurrezione dei morti. Per combatterlo, l’Apostolo non usa altra arma che questo argomento: Gesù Cristo è risorto, allora anche noi risorgeremo. C’è una tale connessione tra le due proposizioni che dalla verità dell’una segue necessariamente la verità dell’altra. Poiché Gesù Cristo – secondo San Paolo – è il nostro Capo, e noi siamo suoi membri. formiamo tutti un unico corpo. Ora questo Corpo risorto deve essere vivo e perfetto. Pertanto, è opportuno che dove si trovi il Capo, ci siano anche i membri, in modo che la loro intima unione possa costituire « quell’intero corpo che è armoniosamente unico e saldamente unito da tutti quei contatti per mezzo dei quali fornisce ad ogni membro il cibo per la sua giusta funzione » (Ef. IV, 16). – Poiché i membri non possono essere separati dal Capo, se non risorgiamo, nemmeno Gesù Cristo è risorto. E se Gesù Cristo non è risorto, la nostra fede è vana, e noi siamo i più sfortunati tra gli uomini (1 Cor. XV, 16). San Paolo fa della verità della nostra incorporazione in Nostro Signore la base dell’edificio religioso, il sostegno della nostra fede, la promessa della nostra speranza. Nello stesso spirito, la Chiesa, la Domenica delle Palme, « chiede sinceramente a Dio Padre, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, che in questo stesso Gesù e per mezzo di questo stesso Gesù, di cui Egli ha ritenuto opportuno renderci membri, possiamo meritare di partecipare alla gloriosa risurrezione del nostro Capo ».

Gerarchia delle funzioni nel Corpo mistico.

San Paolo trae due conclusioni che anche noi dobbiamo trarre. La prima è che, essendo membri del Corpo di Gesù Cristo, non possiamo avere tutti la stessa funzione e la stessa distribuzione delle grazie. Perché – dice l’Apostolo – cosa sarebbe un corpo tutto composto di occhi, di mani o di piedi? Una mostruosità! Ognuno ha ricevuto una funzione diversa. « Con la sua anima, una e indivisibile –  dice monsignor de Ségur – Nostro Signore esercitava un’infinità di funzioni diverse in ciascuna delle parti che compongono il suo sacro Corpo. Con il cervello e la testa, pensava e dirigeva tutto il corpo; con gli occhi, vedeva per tutto il corpo; con gli orecchi, sentiva; con la lingua, parlava; con il petto, respirava; con il cuore, amava; e così via discorrendo per ciascuno dei suoi organi. C’era, in questa adorabile umanità, una meravigliosa unità, insieme ad una misteriosa molteplicità; ogni parte era al suo posto ed esercitava una funzione specifica. Alcune avevano una funzione più nobile, altre meno, ma tutte contribuivano alla vita e alla perfezione del tutto. Questa stessa armonia si trova nel Corpo mistico di Gesù Cristo. La Chiesa è essenzialmente una sola; la forza trainante è una sola: Gesù! Lo spirito che lo ispira e lo vivifica è uno solo: lo Spirito Santo. Per tutti, uno e medesimo Battesimo, la stessa fede; tutti combattono la stessa battaglia; tutti hanno la stessa vocazione eterna e la stessa speranza; tutti vivono della stessa vita; eppure, nell’unità di quel corpo ci sono un numero infinito di vocazioni, diverse l’una dall’altra; una gerarchia di funzioni divinamente istituita per il bene generale » (Nos grandeurs en Jésus, e. p. 67). – Qual è l’origine di questa distribuzione di grazie? Spesso è la disposizione del soggetto: « Dio – dice San Girolamo – la cui magnificenza è sconfinata, misura l’effusione del suo Spirito secondo la capacità dei destinatari, e lascia che si versi, di questo prezioso liquore, quanto se ne possa ricevere. Il mare è immenso, ma ognuno trae da esso ciò che può ricevere e portare; così, lo Spirito Santo è immenso in se stesso, ma la sua effusione si adatta alle capacità di ciascuno ». – Tuttavia, come avverte san Tommaso, poiché la preparazione nel ricevere la grazia non dipende dall’uomo, ma da ciò che Dio stesso ha deciso con il suo libero arbitrio, dobbiamo confessare che la causa della diversità viene da Dio, che dona in modo diverso i doni della sua grazia, affinché da questa diversità nasca la bellezza della Chiesa, allo stesso modo con cui ha stabilito i vari gradi di perfezione degli esseri naturali in modo che il tutto sia perfetto. Allo stesso modo San Paolo, dopo aver detto che la grazia è stata data a ciascuno di noi secondo il dono di Gesù Cristo, aggiunge: per l’edificazione del Corpo di Gesù Cristo (S. Th. I, II, q. CXII, a. 4). – La seconda conclusione che San Paolo trae è che dobbiamo mostrarci degni del Corpo di cui siamo parte. Far cooperare il Corpo di Gesù Cristo con il male è un sacrilegio intollerabile. (1 Cor. VI, 15). « Non sapete che i vostri corpi sono membra di Gesù Cristo? Mortificate i vostri corpi e continuate la passione di Gesù Cristo (Col. I, 14), affinché la vita del vostro Capo scorra abbondantemente in voi, finché il Corpo mistico non raggiunga la misura dell’età compiuta di Cristo (Ef. IV, 13) ». « Fratelli miei – diceva sant’Agostino al suo popolo – ho sempre guardato a voi come a qualcosa di grande; ma ancora di più vi guardo, quando considero le azioni del mio divino Maestro nei vostri confronti. Voi siete il prezzo dell’Incarnazione del Signore, voi siete il prezzo del suo sangue, voi siete le membra di Gesù Cristo, che abbiamo per Capo …  Glorificate, dunque, e portate Dio nel vostro corpo; Egli è nato per voi; è morto per voi; ha fatto la sua dimora in voi se vivete come si debba vivere » (S. Aug. Serm. 372, IV, De Nativ. Domini, ML., 39, 1665). « Voi – dice S. Anselmo – siete il Corpo stesso di Cristo, secondo l’Apostolo S. Paolo. Conservate, quindi, quell’organo e quei membri con l’onore che è loro dovuto. I vostri occhi sono gli occhi di Gesù Cristo. – Volgerete gli occhi di Gesù Cristo, che è la verità, alla vanità, alle sciocchezze, alla menzogna? Le vostre labbra sono le labbra di Gesù Cristo. Le aprirete, pensando che siano consacrate al servizio del vostro Dio e all’edificazione dei vostri fratelli, … le aprirete per calunniare, per pronunciare volgarità, per parlare di facezie e cose frivole? Con quale vigilanza, con quale rispetto dobbiamo governare tutti i sensi e le membra del nostro corpo, perché il Signore stesso presiede alle loro azioni! » (Med. XV).

Capitolo V

LA NOSTRO DIVINIZZAZIONE È L’OPERA DEL CUORE DI GESÙ

La nostra deificazione è un fatto indubbio.

Dio ha detto: « Io l’ho detto, siete tutti dei e figli dell’Altissimo ». Un Vescovo eloquente ha fatto questa solenne affermazione: « Il giorno di Pasqua, in mezzo agli agnelli spirituali, raggianti per il Battesimo, profumati di Cristianesimo, totalmente inebriati dall’Eucaristia, gli antichi fedeli cantavano con il principe dei teologi e dei poeti, san Gregorio: « Siamo come Cristo, perché Cristo è come noi; siamo dei per Lui, perché Egli è uomo per noi ». Non pensate che Dio sia geloso del suo titolo di Dio, o che voglia tenerlo per sé. Egli non vuole una beatitudine solitaria! Ha bisogno di distribuire le sue ricchezze. Non potendo comunicare la sua essenza, vuole comunicare la sua felicità e, per quanto sia delicato e generoso, non osa imporcela. A noi ce la offre soltanto. Pertanto, è nelle nostre mani sceglierla o meno, ed essere gli artefici della nostra trasfigurazione divina. La fede ci innesta a Cristo. Il Battesimo ci comunica la sua linfa. I Sacramenti ci bagnano con la sua rugiada. La parola divina ci manda la sua luce. La grazia ci culla con la sua brezza. La Chiesa ci coltiva con le sue mani. (Mons. Berteaud, Vescovo di Tulle). Siamo, come dice un Padre, dei in fiore: « Quando le piante divine raggiungono il loro perfetto sviluppo e portano frutto, Dio le trapianta nel suo Eden celeste e le colloca nell’assemblea degli dei. »

Chi è Gesù Cristo?

Chi è Gesù Cristo? Ogni Cristiano risponderà senza esitazioni: « Gesù Cristo è il Figlio di Dio, fatto uomo per salvarci. » Perché tutti sanno che, nella Persona del Divin Salvatore, ci sono due nature. Ma non tutti lo capiscono. Anche se hanno imparato nel catechismo che le due nature dell’Uomo-Dio rimangono nella loro unione, molti le confondono nella loro mente. Esagerando il paragone usato dalla Chiesa nel simbolo di Sant’Atanasio, essi comparano completamente l’unione dell’umanità e della divinità in Gesù Cristo all’unione dell’anima e del corpo nell’uomo. Essi immaginano la divinità come se esercitasse nel Salvatore le stesse funzioni dell’anima in noi. – La verità è che l’umanità di Gesù Cristo è assolutamente della stessa natura della nostra. San Paolo ci dice: « Divenuto nostro fratello, è stato fatto come noi in tutto, tranne che nel peccato » (Eb II, 17; IV, 15). In Lui, come in noi, l’anima vivifica il corpo, lo muove, lo governa con perfetta libertà. La Persona del Verbo di Dio divinizza la natura umana, non opera in essa, ma le comunica la propria sostanza. Gesù Cristo-Uomo è Dio, perché la sua volontà sussiste divinamente. Ma i suoi poteri umani sono liberi nelle loro azioni come se fosse semplicemente un uomo.

Con quale delle sue due nature Gesù Cristo ci ha salvati?

Ma Gesù Cristo, ci ha riscattati con la sua divinità o con la sua umanità? Entrambe hanno contribuito a questa opera, anche se in modi diversi. – Tre condizioni erano necessarie per assicurare la nostra salvezza: che le nostre colpe fossero espiate, che ottenessimo la grazia, e che la grazia fosse riversata nelle nostre anime. L’umanità del Salvatore ha compiuto le tre condizioni: come uomo ha espiato le nostre colpe; come uomo ci ha meritato  e comunicato la grazia; ma a ciascuna di queste tre condizioni, la divinità ha unito un valore infinito, senza il quale esse sarebbero state assolutamente inefficaci: « La sua umanità ci santifica – dice San Tommaso – ma dalla divinità riceve la virtù di operare la nostra santificazione » (S. Th.: III, 9, 8-6). – I santi Dottori spiegano in questo senso il nome di Cristo, che il Figlio di Dio ha voluto prendere contemporaneamente a quello di Gesù. Questo si riferisce in particolare alla prima condizione della nostra salvezza, che è l’espiazione delle nostre colpe. Il nome di Cristo ha un rapporto più diretto con la terza condizione, cioè con la santificazione delle nostre anime. In realtà, Cristo significa “consacrato”. L’olio dell’unzione è il simbolo della grazia dello Spirito Santo. Ma come può il Figlio di Dio essere chiamato Cristo, cioè unto, e quindi santificato? Sant’Atanosio ce lo spiegherà: « Il Salvatore – dice – sebbene fosse Dio, e come tale avesse il potere di dare lo Spirito Santo, ha voluto come uomo ricevere l’unzione di questo Spirito Divino, per estenderlo ad altri uomini. Questo ci fa intendere attraverso le parole del Vangelo di San Giovanni: « Li ho mandati nel mondo e mi santifico per loro, perché anche loro siano santificati nella verità. » Parole con le quali Egli ci mostra a sufficienza che non ha bisogno di riceverlo da altri, ma ha il potere di darlo. Perché non dice di essere santificato da un altro, ma di santificare se stesso, affinché noi possiamo essere santificati nella verità come a dire: Io che sono il Verbo del Padre, dono alla mia umanità lo Spirito Santo e mi santifico come uomo, affinché d’ora in poi tutti gli uomini siano santificati in Me, che sono la verità » (S. Atanasio, Orat. II, adv. Arianos, MG.: 26, 145).

Gesù Cristo il sacerdote per eccellenza.

Gesù Cristo è diventato il Sacerdote per eccellenza, il Sovrano Pontefice dell’umanità. Tutti gli altri Sacerdoti non sono che suoi ministri. Solo Lui rende grazia con la sua stessa virtù. Solo da Lui gli altri ricevono il potere di darlo. Questa grazia ha la sua origine nella sua divinità, ma la sua umanità è l’oceano senza limiti e il canale obbligato attraverso il quale ci viene comunicata: « Abbiamo visto la sua gloria – dice San Giovanni – gloria che gli appartiene come Figlio unigenito del Padre, la pienezza della grazia e della verità. Dalla sua pienezza, aggiunge San Giovanni, abbiamo tutti ricevuto » (Giov. I). Cosa c’è di più ammirevole di questo piano della bontà divina? La natura umana era stata privata della grazia dalla quale era stata dapprima arricchita e, per le macchie di cui si era coperta, era diventata incapace di recuperare quel tesoro. Gesù Cristo si fa uomo e dona all’umanità, che con Lui fa una persona, la pienezza della grazia, che d’ora in poi si riverserà dolcemente sulla stirpe alla quale si è unito. Mistero grande della nostra salvezza che non sarebbe apprezzato se, confondendo le due nature in Gesù Cristo, non sapessimo distinguere la parte che tocca a ciascuna di esse nell’opera comune. Sappiamo molto bene che il Cuore di Gesù, per la sua unione con la divinità ha la virtù di santificarci. Quindi non escludiamo da questo lavoro la divinità di Gesù Cristo, ma il nostro pensiero va direttamente alla sua umanità. Infatti, Gesù Cristo, in quanto Dio, non ha cuore, poiché è puro spirito. Si può parlare figurativamente anche del Cuore di Dio, per indicare il suo Amore. Ma, poiché il Figlio di Dio non ha altro Amore che quello del Padre suo, sarebbe un errore contro la fede attribuire a Gesù Cristo – considerato come Dio – un cuore tutto suo. No, il Cuore di Gesù è il suo Cuore umano, un cuore in tutto simile al nostro, formato dalla stessa argilla come il nostro e, come il nostro, organo degli affetti della sua anima santa.

Perché dire Cuore di Gesù e non Gesù Cristo?

Possiamo già rispondere a chi ci chiede perché parliamo del Cuore di Gesù, invece di dire semplicemente Gesù Cristo. Non è che i servi del Cuore Divino difettino di rispetto, amore e fiducia nel Nome di Gesù, ma, a questo Nome Divino, amano aggiungere lo speciale appellativo di Cuore, per fissare meglio i loro pensieri. – Gesù Cristo è il Salvatore misericordioso, ma anche il Dio altissimo, il Signore onnipotente, il Giudice terribile. Quando dico il Cuore di Gesù, scompaiono tutti i suoi terrificanti attributi, per non farmi vedere che l’amico compassionevole, il dolce Agnello immolato per espiare le mie colpe, il fratello sacrificato che, unito alla mia natura, ha voluto assumere tutte le mie malattie. – Il nome di Gesù mi avvicina al grande Dio che, per sua stessa natura, abita in una luce inaccessibile. Diventando uomo, Egli è sceso dalle sue altezze per abbassarsi al livello della mia miseria. Ma quando dico il Cuore di Gesù, vedo il Salvatore più vicino a me. Vedo in Lui il modo in cui vuole unirsi a me. Scopro in Lui l’inizio immediato della mia santificazione. – In realtà, non spiego appieno questo dolce mistero anche dopo aver capito che sia stato compiuto dall’umanità del Salvatore, in virtù dell’infinita dignità della sua divinità. L’umanità contiene, nell’unità della sua natura, poteri molto variegati. L’Uomo-Dio aveva, come noi, movimenti naturali ed atti liberi. Per quale di questi poteri è stato il nostro Salvatore? Ci ha salvati necessariamente o liberamente? – Opera ancora alla nostra santificazione necessariamente o liberamente? – Ovviamente questa non è, come potrebbe sembrare, una di quelle questioni di puro passatempo che la sottigliezza dei teologi nel tempo libero delle “Scuole” avrebbe mai potuto proporre. Al contrario, è una questione capitale, la cui soluzione deve ordinare le nostre relazioni con Gesù Cristo. È chiaro che queste relazioni saranno di natura molto diversa, a seconda che si consideri la nostra salvezza come risultato necessario dell’Incarnazione del Figlio di Dio o come effetto della sua libera scelta. C’è una sola risposta a questa domanda ed è riassunta in queste parole: Il Cuore di Gesù. – Se, con un movimento del suo Cuore, con una libera determinazione del suo immenso amore, Gesù mi ha redento: « Si è offerto, dice il Profeta, perché ha voluto ; – « Mi ha amato – esclama san Paolo – e per quell’amore si è dato per me ». Con i ripetuti sforzi di quell’amore libero e tenero ci ha guadagnato le grazie della salvezza, e con l’azione costante e sempre libera di quell’amore, riversa le sue grazie nella mia anima. – Se l’amore umano di Gesù Cristo ha un cuore per organo; se l’uso comune e la rivelazione fatta da Gesù Cristo stesso a Santa Margherita Maria ci autorizzano ad identificare il suo Cuore con il suo amore, possiamo e dobbiamo dire che l’opera della nostra divinizzazione è, in verità, l’opera propria del Cuore di Gesù. Questa formula esprime il grande mistero di cui abbiamo voluto dimostrare la realtà. Ci dice, prima di tutto, che la condivisione della natura divina è comunicata agli uomini attraverso l’umanità del Figlio di Dio. Ci fa capire che questa comunicazione è il risultato di un amore libero e splendido, libero e potente, tenero e forte del Salvatore caritatevole. – Questa formula è tanto sicura quanto commovente. Ci fa considerare il Cuore di Gesù come un immenso oceano, dal quale le acque della divinità sono state riversate in tutta la loro pienezza e dal quale si diffondono a tutte le anime giuste che popolano il cielo, la terra e il purgatorio. A tutte queste anime il Cuore di Gesù comunica la sua vita, i suoi sentimenti e la sua santità. Egli vive in loro, li fa vivere in se stessi, e la loro vita è divina come la sua. Da Lui i beati del cielo ricevono il potere di godere divinamente. Attraverso di Lui i giusti della terra combattono divinamente e riportano i trionfi divini. Attraverso di Lui anche le anime del purgatorio soffrono divinamente. – Il Cuore di Gesù è la casa della vita divina e poiché il mondo naturale non è stato creato e non esiste se non in vista dell’ordine divino, il Cuore di Gesù è in un senso molto reale il centro di tutta la creazione!

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