I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “IL DIGIUNO DELLE QUATTRO TEMPORA E LE PROCESSIONI DELLE ROGAZIONI”

IL DIGIUNO DELLE QUATTRO TEMPORA E LE PROCESSIONI DELLE ROGAZIONI

“Surrexit David et abiitet universus populus utadducerent arcam Dei.”

(II Reg. VI, 2).

Possiamo, Fratelli miei, trovare una cerimonia più commovente di questa: vedere il santo re, accompagnato da tutti i sacerdoti e leviti, ai quali teneva dietro il popolo, trasportare l’Arca santa dal Tabernacolo di Silo (L’arca era stata prima a Silo (I Reg. I- IV); ma quando Davide pensò di condurla a Gerusalemme, l’arca non era più a Silo, ma a Cariathiarim (I Paral., XIII, 5) nel luogo preparatole in Gerusalemme? I sacerdoti ed i leviti compivano attorno ad essa le funzioni del loro ministero, ed ogni tribù camminava sotto il proprio stendardo. Vediamo in questo trionfo del popolo giudeo che conduce l’Arca, una figura ben naturale del pio concorso dei Cristiani che vanno in processione da un luogo all’altro, condotti dai loro pastori, con alla testa la croce e gli stendardi. Riuniti insieme formano un piccolo esercito formidabile al demonio e potente presso Dio, per ringraziarlo di qualche grazia, o per domandarne di nuove. È quindi assai necessario farvi comprendere perché furono stabilite queste processioni, e come dobbiamo assistervi. Dirò anche qualche parola sull’astinenza, che è stabilita press’a poco per gli stessi motivi: cioè per domandar al buon Dio di conservar i raccolti, e per darci modo di soddisfar la sua giustizia pei nostri peccati, ed insieme preservarci dal commetterne dei nuovi. E adunque vostro interesse ascoltar bene questa istruzione, che vi insegnerà i mezzi d’approfittare di questi beni che la Chiesa ci offre.

I. — Vi dirò anzitutto, F. M., che la prima e più antica legge che il buon Dio abbia imposto all’uomo è quella dell’astinenza. Quando Adamo fu creato, Dio lo pose nel paradiso terrestre, dandogli ogni potestà su tutte le creature, ma gli proibì nello stesso tempo di toccare il frutto d’un certo albero che gli indicò. Se Adamo fosse stato fedele a questa legge, non avremmo avuto bisogno che la Chiesa ci imponesse nuove astinenze. Ma pel peccato essendosi ribellata la nostra carne allo spirito, bisognò necessariamente domarla col digiuno e l’astinenza. Perciò la Chiesa ordina a’ suoi figli, oltre i digiuni della Quaresima, quelli delle Vigilie e delle Quattro Tempora, e l’astinenza del Venerdì e del Sabato. Ecco, F.M., il fine generale che la Chiesa si propone ordinando l’astinenza ed il digiuno in certi giorni: è per mantenere nei suoi figli lo spirito di penitenza, che Gesù Cristo non cessò di raccomandare quand’era sulla terra, e che è come il riassunto della divina morale. Sì, F.M., mortificando i nostri corpi indeboliamo le nostre passioni, possiamo espiare i peccati commessi, e applichiamo un rimedio per preservarci dal commetterne dei nuovi. E giacché, F.M., abbiam tante colpe da espiare, dobbiam approfittare di mezzi così efficaci per soddisfare la giustizia di Dio. Sì, abbiam tutti delle passioni da domare, ed è precisamente col diminuire quanto può lusingarci nel gusto, che le potremo vincere. La Chiesa, che sa il bisogno che ne abbiamo e la nostra ripugnanza a farlo, viene in nostro soccorso, facendocene un precetto, per determinare più efficacemente la nostra volontà a sottomettervisi. Ma, oltre questa legge generale, ha ancora delle ragioni particolari: così ci ordina i digiuni nelle vigilie delle grandi feste per disporci colla penitenza a celebrarle con maggior pietà e ricavarne frutto più grande. Come la Chiesa ha consacrato la domenica alla memoria della risurrezione di Gesù Cristo, così ha consacrato il venerdì al ricordo della passione e morte di Lui. Non è giusto che consacriamo questo giorno alla penitenza ed alla mortificazione, poiché furono i nostri peccati che crocifissero Gesù Cristo alla croce? Non è giusto che prendiamo parte alle sue sofferenze, se vogliamo aver parte alla grazia della redenzione? Perciò, F. M., nei primi secoli della Chiesa, tutti i venerdì erano giorni di digiuno. Si digiunava anche al sabato per onorare la sepoltura di Gesù Cristo, ed insieme per prepararsi alla santificazione della domenica. Poiché, F. M., questi sono giorni di grazia e di benedizione, dobbiam prepararvici colla mortificazione, se vogliam ricevere in abbondanza i beni che Dio ci vuol in essi largire. Oggi, F. M., come il vedete, questo digiuno del venerdì e del sabato si riduce soltanto a privarsi di mangiar carne, e la Chiesa ce ne fa un precetto: “Non mangerai carne al venerdì e al sabato.„ E devono tutti sottomettersi a questa legge, anche i fanciulli, quando lo possono: soltanto coloro che non lo possono, ne sono dispensati. Ma, ahimè! in qual secolo disgraziato siamo noi nati? Non si riconosce più tra i Cristiani quali sono i figli devoti della Chiesa: quasi tutti sembrano dilettarsi di trasgredire le leggi dell’astinenza. Ahimè! nessuno si fa più scrupolo di mangiar carne il venerdì od il sabato: la cattiva compagnia vi fa rinunciare alla vostra Religione. Quanti peccati mortali! Vedete voi degli sposalizi celebrati in sabato, senza che si mangi carne, come tanti pagani od idolatri? Ahimè! quale scandalo per i fanciulli, e quale fonte di maledizioni per quelli che si sposano! — È l’abitudine! — Amico mio: se è abitudine di mangiar carne al venerdì, il buon Dio non prenderà mai l’abitudine di ricevere in cielo chi disprezza la sua legge. La religione perde piede in mezzo a noi, perché non facciam più conto delle sue leggi. Se Adamo si è perduto mangiando il frutto proibito, così noi ci perdiamo mangiando carne nei giorni vietati. Oh! triste pensiero, il preferir di abbruciare nell’inferno per una eternità, anziché privarsi di mangiar carne! —

Ma, mi direte: è la compagnia! Ah,! la compagnia! Essa non vi sforza: non vi apre la bocca per mettervi dentro carne. — Sfortunati, avrete ben il tempo di pentirvi !… No, no, F . M., giammai questo maledetto rispetto umano vi farà fare un’azione così indegna del Cristiano, e che rivela una grande ingratitudine verso Dio. Ecché! Amico mio, voi temete il mondo: ma gettate adunque i vostri sguardi su questa croce: vedete se il vostro Dio ebbe vergogna di morirvi tutto ignudo, alla vista d’una folla immensa di popolo. — Andate, disgraziati, voi siete sconoscenti: il buon Dio vi aspetta davanti al suo tribunale, dove pagherete caro il vostro rispetto umano. Temete vi si derida? Oh! certamente, siete proprio un personaggio, per temer tanto che si rida di voi! Guardate adunque il vostro modello, F . M.; ha temuto Egli le derisioni fattegli durante la sua passione? Se le avesse temute, non ci avrebbe lasciato nella schiavitù del demonio? Andate, miserabile, andate a mangiar la vostra carne; avrete ben tempo di rimpiangerla per tutta l’eternità!… No, F. M., giammai questo maledetto rispetto umano vi faccia tradir così vilmente il vostro dovere. – Ma passiamo ad una seconda riflessione sui digiuni delle Quattro Tempora. Leggiamo nella S. Scrittura che i Giudei scacciati da Gerusalemme e per le loro infedeltà, condotti in ischiavitù a Babilonia, lontani dal tempio del Signore, riconoscendo che i peccati avevan loro meritato tutti questi castighi, vollero tentare di placare la collera di Dio, e perciò si imposero di digiunare il quarto, il quinto , il settimo ed il decimo giorno del mese ed è a questo esempio che la Chiesa istituì i digiuni delle Quattro Tempora, per farci espiare i peccati che non cessiamo di commettere ogni giorno; e per attirare su di noi con questa penitenza generale, che è molto più meritoria che se ce la imponessimo da noi stessi, per attirarci, dico la misericordia e le benedizioni del cielo (il testo del profeta Zaccaria: Jejunium quarti et jejunium quinti, et jejunium septimi, et jejunium decimi erit domui Juda– Zach. VIII, 19 – s’intende, secondo gl’interpreti, del digiuno del quarto, del quinto, settimo e decimo mese. I Giudei digiunavano il nono giorno del quarto mese, il decimo giorno del quinto mese, il terzo giorno del settimo mese, od il decimo giorno del decimomese, per diverse ragioni che si posson vedere nella Bibbia di Carrières e Menochio, a questo passo di Zaccaria. – Questa differenza d’interpretazione non indebolisce affatto, come è evidente, il valore dell’esempio proposto dal Beato). Converrete con me che i tre giorni di digiuno che pratichiamo ad ogni stagione, cioè ogni tre mesi, non hanno proporzione con i peccati che abbiam la disgrazia di commettere ogni giorno. Tuttavia la Chiesa, che è una madre buona ed ama i suoi figli, si accontenta di così poco, so lo facciamo bene e di buon cuore, del digiuno cioè e delle altre opere buone. Per farci meglio sentire la necessità in cui siamo di ben adempiere questi santi digiuni, ce ne fa un precetto: “Digiunerai nelle Quattro Tempora e nelle Vigilie. „ Essa vuole coi digiuni delle Quattro Tempora farci ricordare che come non v’è tempo in cui non si abbia la mala sorte di offendere il buon Dio, così non ve ne deve essere alcuno in cui non facciamo penitenza per placare la collera di Dio col sacrificio d’un cuore contrito ed umiliato. Ecco la prima ragione che indusse la Chiesa ad istituire le Quattro Tempora.

La seconda ragione riguarda i nostri bisogni temporali. Sapete che vi sono i digiuni delle Quattro Tempora in primavera, perché  allora il ritorno del sole incomincia a rianimar la natura, ed aprir la terra per la produzione dei frutti. La Chiesa ci avverte di domandar a Dio che abbia a dare la fecondità alla terra colle sue benedizioni. In estate, giacché il raccolto è esposto a mille peripezie dolorose, l’intenzione della Chiesa è che noi preghiamo il buon Dio di conservarcelo, e di accordarci nella sua misericordia quanto ci è necessario alla vita durante l’anno. Dico, F . M., nella sua misericordia: perché essendo noi tanto peccatori, non abbiamo alcun diritto ai beni necessari alla vita. Perciò dobbiamo umilmente domandare al buon Dio il nutrimento e il vestito, come una elemosina che può rifiutarci senza ingiustizia, e riceverli con grande riconoscenza, come un beneficio affatto gratuito, che sparge su di noi per sua pura bontà. Quindi in autunno, quando si è occupati nella raccolta, ed in inverno quando è terminata, la Chiesa vuole che offriamo a Dio i nostri digiuni e le elemosine come un sacrificio di rendimento di grazie per tutti i beni accordatici durante l’anno.

La terza ragione per la quale la Chiesa ha istituito le Quattro Tempora è per domandare al buon Dio la grazia di fare un buon uso dei beni che ci ha dati, e di non perder mai di vista Chi ce li ha dati. Ma, sventuratamente, non facciamo così. Ahimè! chi di noi potrebbe non deplorare la cecità dei Cristiani che nel tempo della raccolta dovrebbero ringraziare il buon Dio dei beni che ci largisce, ed invece sembrano raddoppiare il loro furore contro di Lui coi peccati che commettono nel medesimo tempo che raccolgono i beni che Dio ha dato loro. Dobbiamo adunque concludere, F. M., che se ci troviamo in istato di digiunare, e non lo facciamo, pecchiamo mortalmente; e se non possiamo digiunare dobbiamo sempre supplirvi con opere buone: sia privandoci di qualche cosa nei pasti, sia assistendo alla S. Messa, ovvero facendo qualche preghiera più degli altri giorni. Dobbiamo poi unirci alla Chiesa, eccitarci alla contrizione dei nostri peccati, gemere perché non possiamo far penitenza, e almeno così soddisfare la giustizia di Dio pei nostri peccati.

La quarta ragione che ha indotto la Chiesa ad istituire il digiuno è quella di domandare al buon Dio che i Vescovi abbiano ad ordinare solo buoni Sacerdoti: perché è per mezzo del Sacerdote che il buon Dio ci illumina, ci conduce, ci distribuisce le sue grazie, e ci applica nei Sacramenti il prezzo del sangue di Gesù Cristo. Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il Signore possa accordare ad una parrocchia, ed uno dei doni più preziosi della misericordia divina. Al contrario, un prete cattivo è uno dei più terribili flagelli della collera di Dio: perciò la Chiesa invita e comanda, a tutti coloro che possono, di digiunare, affine di attirar sui Vescovi i lumi necessari per conoscere bene coloro che Dio destina al suo servizio, e perché Egli effonda i suoi doni e le sue grazie su coloro che saranno ordinati. Vedete, M. P., come tutti vi siamo interessati, poiché ne dipende la nostra salvezza; infatti, se siete condotti da un buon Sacerdote, potete ricevere ogni sorta di benedizioni, sia per le preghiere che farà per voi, sia per i buoni consigli che vi darà.

II — In secondo luogo, dissi che vi avrei parlato delle differenti processioni che si fanno durante l’anno, e che hanno ciascuna un oggetto particolare. La processione del Ss. Sacramento ha per oggetto di celebrare il trionfo che Gesù Cristo fece riportare alla sua Chiesa sui suoi nemici che negavano la presenza reale di Lui nell’adorabile Sacramento; e nello stesso tempo per fargli rendere gli omaggi che Gli si devono in questo Sacramento di amore. È la più augusta di tutte le processioni, poiché Cristo vi cammina in persona. Oh! di qual rispetto ed amore non dovremmo esser penetrati in questo momento così felice, se avessimo la fortuna di ben comprenderlo; abbiamo il medesimo vantaggio di coloro che seguivano il Salvatore quando era sulla terra! La processione delle Palme si fa peronorare l’andata e l’entrata trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, cinque giorni prima della sua morte: quella della Parificazione per raffigurare il Viaggio che la santa Vergine fece alTempio, portando Gesù Cristo tra le sue braccia: quella dell’Assunzione fu istituita per celebrare il trionfo della Madre di Dio assunta in cielo, e per rinnovare la consacrazione della Francia a questa augustaRegina, che tante prove ci ha dato della suaprotezione. Nelle domeniche, prima della Messa parrocchiale, si fa una processione per onorare Gesù Cristo risuscitato, che andò da Gerusalemme in Galilea: perché tutte le domeniche sono un continuo ricordo della risurrezione di Gesù Cristo. Questa processione vien fatta prima della Messa, per ricordare il viaggio che fece Gesù Cristo andando al Calvario; poiché il santo Sacrificio della Messa non è altro che la continuazione del sacrificio della croce. Ditemi, se aveste ben considerato che la processione che facciamo alla domenica prima della Messa è per onorare il viaggio, che Gesù Cristo fece andando al Calvario, con qual premura non vi interverreste per avere la bella sorte di seguire in ispirito Gesù Cristo che va ad immolarsi una seconda volta per noi? con quale pietà, M. F., e con qual rispetto vi assistereste! Non vi sembrerebbe di vedere il Sangue che questo divin Salvatore sparse sul Calvario? Ahimè! se vediamo tanta indifferenza e poco rispetto è perché  non si conosce quanto si fa, né i misteri che queste differenti cerimonie ci rappresentano. Felice il Cristiano che è istruito od entra nello spirito della Chiesa! – Vediamo che in tempo di pubbliche calamità i Vescovi comandano processioni straordinarie per calmare la collera di Dio, o per ottenere dalla sua misericordia qualche grazia particolare. In queste processioni si portano alcune volte le reliquie dei Santi, affinché il buon Dio, alla vista di quei preziosi depositi, si lasci piegare in nostro favore. La Chiesa ha stabilito quattro giorni all’anno per fare queste processioni di penitenza, e sono: il giorno di S. Marco, ed i tre giorni delle Rogazioni. In queste processioni si porta una croce e si portano stendardi, sui quali è dipinta l’immagine della Ss. Vergine e del Patrono della parrocchia: è per avvertire i fedeli, che debbono camminar sempre dietro Gesù Cristo crocifisso, e sforzarsi d’imitare i Santi, che la Chiesa ci ha dati per patroni, protettori e modelli. Dobbiamo riguardare tutte le processioni che facciamo, come una specie di trionfo, in cui accompagniamo Gesù Cristo ed i Santi. Gesù Cristo si compiace di spargere benedizioni in tutti i luoghi dove passa la sua immagine o quella dei santi: è quanto si vide in modo particolare a Roma, quando sembrò che la peste non volesse risparmiar alcuno. Il Papa vedendo che né le penitenze, né le altre buone opere potevano far cessare questo flagello, ordinò una processione generale, in cui si portò l’immagine della Ss. Vergine, dipinta da S. Luca. Appena la processione si fu incamminata, dappertutto, dove passava l’immagine della Ss. Vergine, cessava la peste: e si adivano gli angeli cantare: “Regina cœli lætare, alleluia.„ Poi la peste cessò interamente. Questo cammino che noi facciamo, seguendo la croce, ci richiama che la nostra vita non dev’essere altro che un’imitazione di quella di Gesù Cristo, che ci si è dato per esser nostro modello, ed insieme nostra guida: e che tutte le volte che noi lo abbandoniamo siamo certi di smarrirci. La croce e gli stendardi, F. M., che vediamo in capo alle processioni, sono per i veri fedeli un grande soggetto di gioia: così raccolti noi formiamo un piccolo esercito, che è formidabile al demonio, e ci dà diritto alle grazie di Dio: giacche nulla è tanto efficace quanto le preghiere che facciamo tutti insieme riuniti sotto la guida dei pastori. Ricordate, M. F., ciò che avvenne agli Israeliti, sotto la condotta di Giosuè: fecero per sette giorni il giro delle fortificazioni di Gerico con l’Arca, camminando rispettosamente coi ministri sacri. I Cananei se ne burlavano dall’alto delle loro mura: ma ben presto cambiarono pensiero. (Gio. VI).  Alla fine di questa processione strana, le fortificazioni caddero al semplice suono delle trombe; ed il Signore diede nelle loro mani i nemici, che non fecero alcuna resistenza, quasi fossero altrettanti timidi agnelli. Tale è, F. M., la vittoria che Gesù Cristo ci fa riportare sui nemici della nostra salute, quando abbiamo la ventura di assistere a queste processioni con grande religione e rispetto.

III. — In terzo luogo le processioni debbono farci pensare che noi non siamo che poveri viaggiatori sulla terra, che il cielo è la nostra vera patria, e che abbiamo dei lumi e delle grazie da Gesù Cristo per arrivarvi. Egli stesso è la via, poiché egli ci ha mostrato quanto dobbiamo fare per giungervi. – La Chiesa colle processioni vuole ispirarci che non dobbiamo attaccarci alla vita, ma a Gesù Cristo sino alla morte; perché Egli è la nostra ricompensa per l’eternità. Sì, F. M., ecco i vantaggi che troviamo nelle processioni, se abbiamo la fortuna di penetrarci bene di quanto facciamo. Ma ohimè! quanti disprezzi non riceve Gesù Cristo nelle processioni che facciamo? Gli uni non sanno più il motivo che ve li conduce: vi vanno come ridendo: gli altri vi chiacchierano, come in una pubblica piazza, guardando da una parte e dall’altra. Ahimè! quanti volgono gli sguardi loro su oggetti che animano ed infiammano le loro passioni, e. finita la processione, ne escono assai più colpevoli di quando si unirono ai fedeli. Dio mio, quante grazie disprezzate! quanti peccati si commettono in un momento cosi prezioso per ottenere i favori più abbondanti! quante cose che rallegrano il demonio!… Se vi andassimo con buone disposizioni! Dobbiam dunque farci un obbligo di assistere alleprocessioni quante volte ci è possibile: seassolutamente non possiamo assistervi, dobbiamsupplirvi recitando tutte le preghiere che recitano coloro i quali hanno la fortunadi assistervi, e sforzarci di avere le sante disposizioni che la Chiesa comanda. – La prima disposizione è di penetrarci di quanto la Chiesa vuol raffigurarci in ogni processione. Non perdiamo mai di vista, F. M. che per piacere a Dio e meritare le sue grazie, bisogna adorarlo in ispirito e verità, perciò non dobbiamo accontentarci di essere presenti alle processioni solo col corpo. Un buon Cristiano deve entrare nello spirito di quanto la Chiesa vuol rappresentargli in tutte le cerimonie che fa. Bisogna che egli creda davvero che si trova alla presenza di Dio, che lo segue come facevano i primitivi fedeli nel corso della sua vita mortale: e deve venire in queste processioni solo per domandare misericordia, sensibilmente afflitto d’aver offeso un Dio così buono. – La seconda disposizione che il buon Dio vuole vedere in noi quando accompagniamo le processioni, è di camminare con molto ordine: perché basta una persona mal composta, per dare molte distrazioni alle altre. L’ordine consiste nell’andare con modestia, senza guardar dall’una e dall’altra parte, senza parlare, senza ridere: perché sarebbe un disprezzo della presenza di Dio e delle cose sante. – La terza disposizione è di unire le proprie preghiere a quelle che fa la santa Chiesa durante la processione: cioè dovete unirvi al Sacerdote, facendo con lui tutte le preghiere che si fanno. Se non sapete leggere, ebbene, dite il vostro rosario, unendo le vostre preghiere a quelle del Sacerdote e di tutti gli altri fedeli. Bisogna guardarsi bene dal non lasciar distrarre il nostro spirito dagli oggetti differenti che vediamo davanti a noi: ma bisogna abbassare un po’ gli occhi, perché il demonio non ci offra tante occasioni di distrarci. Prima di cominciare, bisogna domandare al buon Dio perdono dei nostri peccati, affinché egli faccia discendere la sua misericordia su di noi. Ahimè! da quanti anni assistiamo alle sante processioni, e ciononostante non siamo migliori di prima! Sapete, F. M., donde può venirci tale sventura? È perché non siamo giammai ben penetrati di quanto facciamo, e sempre lo abbiamo fatto per abitudine, per usanza, e non per ispirito di pietà e di amore. Sì, F. M., un buon Cristiano deve assistere alle preghiere ed a tutti gli esercizi di religione con gusto sempre nuovo, sempre con nuovo desiderio d’approfittarne meglio che non fece finora. Quale bontà da parte di Dio di sopportarci alla sua santa presenza e di permetterci di fare quanto fanno i santi in cielo! Quanto migliore sarebbe l’uomo qui sulla terra, se avesse la fortuna di conoscere la santa religione!

 Ma diciamo ora qualche parola sulla processione di S. Marco e su quella delle Rogazioni. Ascoltate bene: è molto interessante. Bisogna che sappiate chi le ha istituite, quando furono istituite, e perché furono istituite. Nell’anno 442 i terremoti furono così grandi, e gli abitanti di Vienna nel Delfinato ne furon così atterriti, che si credevano giunti alla fine del mondo. Ciò che li spaventò ancor più, fu il fuoco caduto dal cielo sul palazzo di città, e che lo ridusse in cenere con molte case vicine. Le belve feroci uscivano dalle foreste, e venivano ad assalire gli uomini persino nelle pubbliche piazze. Gli abitanti, tutti impauriti, accorsero in chiesa coi loro Vescovo, per salvarsi da questi mostri. San Mamerto, loro Vescovo, ordinò molte preghiere e penitenze; ed in seguito, per domandar a Dio la cessazione di questi mali, ordinò, tre giorni prima dell’Ascensione, processioni solenni e digiuni per placare la collera di Dio. Le altre chiese di Francia, e parecchie di altri paesi fecero altrettanto, ed in seguito queste processioni si diffusero in tutto il mondo cristiano. – Niente v’è più edificante del modo col quale allora si facevano queste processioni: vi si assisteva a piedi nudi, vestiti di cilicio e aspersi di cenere: si osservava un digiuno rigorosissimo durante i tre giorni: era proibito lavorare, perché si avesse maggior tempo per la preghiera: e tutto questo tempo era impiegato nel domandar perdono a Dio dei peccati, nel pregare per la conservazione dei frutti della terra, e pei bisogni dello Stato. Quanto alla processione di S. Marco, essa fu istituita dal papa san Gregorio Magno nel 590, in occasione di un’orribile calamità che travagliava Roma. Essendosi stagnate le acque del Tevere per molto tempo, dopo una furiosa inondazione, esse corruppero l’aria, causando una pestilenza crudele, che fece perire una moltitudine considerevole di persone, di ogni stato ed età. La processione ordinata da S. Gregorio Magno, si fece con tanta pietà, fervore e lagrime, che la peste cessò sul momento. La Chiesa, vedendo che i peccati si moltiplicavano sulla terra, e che il buon Dio li puniva rigorosamente, ordinò di continuar quelle sante processioni, per indurci a penitenza, placar la giustizia di Dio, e ottenere laconservazione dei frutti della terra, esposti per nove mesi dell’anno a mille pericoli. Queste processioni si chiamano Litanie maggiori e minori, parola questa che significa preghiera o supplicazione. Le litanie non erano al principio che grida raddoppiate che s’innalzavano al buon Dio domandando misericordia,con queste parole: Kyrie eleison. Di poi siaggiunsero i nomi della S. Vergine e dei Santi, per pregarli di interessarsi di noi presso il buon Dio. La Chiesa, dopo aver invocato il nome di Dio e implorata l’intercessione dei Santi, espone in queste litanie i mali da cui sisente oppressa, ed i beni dei quali abbisogna: scongiura labontà di Dio, per tutti i misteri di Gesù Cristo, e specialmente per la sua qualità d’Agnello e Vittima di Dio pei nostri peccati, che è il titolo più capace di placare la collera di Dio. Sì, queste litanie, queste processioni, la santa Messa e l’astinenza che la Chiesa ci prescrive in questi giorni, ci mostrano perfettamente quali sono le sue intenzioni.(L’astinenza è ancora prescritta per i tre giorni delle Rogazioni, ed i Vescovi non ne dispensano i loro diocesani che in virtù di un indulto, che debbono sollecitare da Roma.). Dobbiamo adunque, F . M., per conformarci alla sua intenzione, riguardar questi giorni come giorni consacrati alla preghiera, alla penitenza, ed alle altre opere buone: farci gran scrupolo di mancare alle processioni, ed assistervi con un esteriore modesto e raccolto, con cuore contrito e profondamente umiliato sotto la potente mano di Dio: considerando i nostri peccati ed i castighi che essi meritano. Animati da questi sentimenti, dobbiamo sollecitare con insistenza in nome di Gesù Cristo la divina misericordia per noi, pei nostri fratelli, per tutti i bisogni della Chiesa, pei bisogni dello Stato, e particolarmente per la conservazione dei beni della terra. Ma, ahimè! doveri così necessari, e fondati su motivi così interessanti, sono quasi interamente dimenticati: mentre certuni si veggono, continuamente alle fiere del mondo. (Le fiere sono feste mondane e chiassose, date in certe epoche dell’anno nella regione Lionese, e che durano due e perfino otto giorni. Spettacoli forestieri, balli pubblici, formano l’attrattiva ed il danno di queste feste.). Ecché! Se la Chiesa ci prescrive delle preghiere per quattro giorni, non ci sforzeremo di assistervi, poiché è solo per placare la collera di Dio, e stornare i mali che meritano i nostri peccati? Sapete, F. M., a che cosa ci invita la Chiesa quando ci chiama alle processioni? Eccolo. Vuol che lasciamo per alcuni momenti il lavoro della terra, per occuparci di quello della nostra salute. Qual fortuna, quale grazia lo sforzarci in qualche modo di salvar l’anima nostra! Mio Dio, qual dono! in quel momento facciamo quanto i santi fecero per tutta la lor vita. Ditemi, F. M., che cosa fece Gesù Cristo durante la sua vita? Non fece altro, che lavorare a salvarci. Ebbene! Ecco che cosa facciamo nei giorni di S. Marco e delle Rogazioni. Qual fortuna, lavorare in quel momento alla salvezza dell’ anima nostra! Ahimè! F. M., il buon Dio si contenta di poco, se confrontiamo ciò che meritano i nostri peccati, e quanto fecero i santi! Essi non si sono accontentati di alcuni giorni di digiuno, e di alcuni viaggi di devozione, né di alcuni giorni di astinenza: ma vedete quanti anni di lagrime e di penitenza per peccati in numero assai minori dei nostri! Vedete S. Ilarione, che pianse per ottant’anni in un deserto. Vedete S. Arsenio, che passò il resto di sua vita tra due rocce. Vedete S. Clemente che sopportò un martirio durato trentadue anni. Vedete ancora quelle turbe di martiri, che diedero la lor vita per assicurarsi la salvezza. Ne abbiamo un esempio ben sorprendente in santa Felicita, madre di sette figliuoli, che viveva sotto l’imperatore Antonino. I sacerdoti idolatri, vedendo come questa santa sapeva far uscire le persone dall’idolatria, dissero all’imperatore: “Noi crediamo, signore, doverti avvertire che v’è in Roma una vedova con sette figli, che appartiene all’empia setta detta dei Cristiani, i quali fanno voti sacrileghi che renderanno i vostri Dei implacabili.„ Sull’istante, l’imperatore ordina al prefetto di far venire questa vedova, di costringerla con ogni sorta di tormenti a sacrificare agli Dei; e, se rifiuta, di farla morire. Il prefetto, fattala venire, la pregò con bontà di abbandonar la sua empia religione, e di sacrificare agli Dei dell’impero, altrimenti l’imperatore aveva ordinato di farla morire. Ma Felicita gli rispose con santa fierezza: “Non sperate, o Publio, di guadagnarmi colle preghiere o colle minacce. Avete la scelta di lasciarmi vivere, o di farmi morire: ma siate sicuro di restar vinto da una donna. — “Ma, dissele il prefetto, se vuoi morire, muori: almeno non esser la causa della perdita de’ tuoi figli.„ — “I miei figli, perirebbero, se sacrificassero ai demoni, che sono i tuoi Dei: ma se muoiono per il vero Dio, vivranno eternamente.„ Ed il prefetto: “Abbi almeno pietà dei tuoi figli, che sono nel fior degli anni. „ — “Tenete la vostra compassione per altri; noi non ne vogliamo.„ Poi voltatasi ai figli che erano presenti: “Vedete, figli miei, quel cielo così bello e così alto; è là che Gesù Cristo vi aspetta per ricompensarvi: combattete generosamente, figli miei, per il gran Re del cielo e della terra. „ Fu percossa crudelmente in volto. Il prefetto fece venire il primo de’ suoi figli, chiamato Gennaro: non potendo vincerlo, lo fece crudelmente staffilare, poi condurre in prigione. Poscia si presentò Felice, che gli rispose: “No, prefetto, non ci farete rinunciare al nostro Dio per sacrificare al demonio: fateci sopportare i tormenti che vorrete, noi non li temiamo. „ Publio li fece passare tutti davanti al suo tribunale, senza nulla ottenere, ed all’ultimo ebbe questa apostrofe: ” Ahi prefetto, se sapessi le fiamme che ti sono preparate e che ti abbruceranno per tutta l’eternità! Ah! se tu sapessi quanto la giustizia di Dio è vicina a colpirti! Approfitta del tempo che il nostro Dio ti lascia ancora e pentiti. „ Niente avendo potuto guadagnarli, furono fatti morire tutti. Durante l’esecuzione, la madre li eccitava a soffrire generosamente per Gesù Cristo: “Coraggio, figli miei: vedete il cielo dove Gesù Cristo vi attende per ricompensarvi.„

Ecco, F. M., i santi che non avevano che un’anima da salvare, un Dio da servire al par di noi, eppure vedete che cosa hanno fatto. Non si accontentarono di alcune preghiere, come le facciamo noi per pochi minuti quando la Chiesa ci chiama a pregare: ma diedero coraggiosamente la vita per salvar la loro anima. – Termino, F . M., dicendo che dobbiamo provare gran piacere, gran gioia di assistere a tutte queste sante processioni che si fanno nel corso dell’anno. Procuriamo di venirvi con desiderio sincero di domandar misericordia. Procuriamo che giammai il rispetto umano o qualche minimo incomodo siano capaci di farci trasgredire la legge dell’astinenza e del digiuno. Fortunati, se adempiremo tutte queste piccole pratiche di pietà, il buon Dio ne resta soddisfatto…

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII “MIRÆ CARITATIS”

Questa stupenda lettera Enciclica di S. S. Leone XIII, che porta la data del giorno del Corpus Domini del 1902, è una catechesi sul Culto eucaristico, centro di tutta la Religione di Cristo, della Chiesa Cattolica, e principio di salute per i singoli Cristiani e per i popoli del mondo. Ben sapeva questo la “sinagoga di satana” infiltrata da tempo nella Chiesa sotto le sembianze di pia devozione e di una falsa santità da marrani, che giorno dopo giorno, ha lavorato incessantemente fino all’abolizione pressoché totale, almeno di quello apparente e libero, del Sacramento eucaristico, oggi praticato in gran segreto in anfratti e sottoscala, vere moderne catacombe, dai pochi Sacerdoti cattolici, validamente consacrati da Vescovi “veramente” cattolici, cioè consacrati nella pienezza dell’Ordine secondo la formula canonicamente valida del 1947, ed “una cum” il vero Santo Padre da cui hanno ricevuto Giurisdizione e missione. Oggi, è verità di fede ecclesiastica e divina, il culto eucaristico è sparito dalla comune visibilità e validità, secondo la profezia del profeta Daniele, e con modalità analoga alla scomparsa del fuoco sacro del Tempio di Gerusalemme al tempi dei Maccabei, e che gli ingannati e forse in buona fede presunti cattolici, prendono in modo sacrilego, semplice pane mai consacrato da falsi chierici, o il cui ordine è totalmente invalido (quelli ordinati dopo il 18 giugno del 1968, senza tonsura, né ordini minori), o che appartengono al modernismo eretico ed apostatico del c. d. Vaticano II, oppure, come ladri e briganti, appartengono a sette pseudo-tradizionaliste, come i “figliocci” del cavaliere kadosh di Lille, o ai tesisti eretico-scismatici, o a gruppuscoli sedevacantisti eretici, scismatici che mai hanno ricevuto né missione, né tantomeno giurisdizione da chicchessia. Come la Venerabile A. K. Emmerich vide profeticamente, è distribuito pane, pane e soltanto pane senza alcuna forma sacramentale. C’è poi un passaggio attualissimo nell’Enciclica – che fa pure menzione di S. Pasquale Baylon designato come protettore celeste dei congressi eucaristici – « … una gran parte del genere umano sembra proprio volere attirarsi sul capo l’ira celeste, sebbene i mali stessi che ci premono, ci mostrano chiaramente che il giusto castigo è già maturato … »: e cos’è questa se non la profezia dei tempi attuali, tempi di castighi maturati per l’empietà crescente di popoli, di chierici e fedeli, e della apostasia da essi attuata ed accettata ed in atto dal 28 ottobre del 1958?

Leone XIII


Miræ caritatis

Lettera EnciclicaÆ

La santa eucaristia

28 maggio 1902

È nostro altissimo dovere tenere sempre presenti e diligentemente imitare i luminosi esempi della carità ammirabile di Gesù Cristo per la salvezza degli uomini. Abbiamo cercato fino ad oggi di fare questo, col suo divino aiuto, e Ci studieremo di continuare a farlo, fino alla fine della Nostra vita, Costretti a vivere in tempi assai avversi alla verità e alla giustizia, per quanto dipendeva da Noi, con gli insegnamenti, con le ammonizioni, con gli atti, come ne fa fede anche l’ultima lettera apostolica a voi indirizzata, non abbiamo mai tralasciato nulla di quello che poteva servire meglio sia a dissipare il molteplice contagio degli errori, sia a rinvigorire la pratica della vita cristiana. Fra questi atti, ve ne sono due più recenti, fra loro strettamente connessi, la memoria dei quali Ci torna di opportuna consolazione, in mezzo a tante cause di amarezza. L’uno ebbe luogo quando stimammo bene che tutta la famiglia umana si consacrasse al Cuore augustissimo di Cristo redentore; l’altro quando esortammo seriamente tutti coloro che si professano cristiani ad unirsi a lui stesso, il quale è in modo divino “via, verità, vita” non soltanto per i singoli individui, ma anche per l’intera società. – Ora poi da questa medesima carità apostolica, che veglia sui bisogni della Chiesa, Ci sentiamo mossi e come spinti ad aggiungere a quei due atti già compiuti, qualche altra cosa, come a loro coronamento: a raccomandare cioè, quanto più possiamo, al popolo cristiano la santissima eucaristia, come quel divinissimo dono uscito dal fondo del Cuore del medesimo Redentore, ardentemente bramoso di unirsi con questo mezzo agli uomini, mezzo escogitato specialmente per elargire i salutari frutti della sua redenzione. Anche in questo campo Noi abbiamo già promosse e raccomandate diverse opere. Ricordiamo con gioia specialmente di avere approvato e arricchito di privilegi molti istituti e sodalizi, che sono addetti all’adorazione perpetua della Vittima divina; di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico.  – Perciò, venerabili fratelli, di questo stesso mistero – nella difesa e illustrazione del quale si adoperò costantemente sia la solerzia della chiesa, non senza preclare palme di martiri, sia lo zelo di uomini dottissimi ed eloquentissimi, sia anche il magistero delle nobili arti -, Ci piace ora rilevare alcuni aspetti, affinché in modo più vivo risplenda la sua efficacia, specialmente per recare in maniera notevolissima rimedio ai bisogni dei nostri tempi. In verità, poiché Cristo Signore, la vigilia della sua morte, ci lasciò questo attestato d’immensa carità verso gli uomini, e questo presidio massimo « per la vita del mondo » (Gv 6,52), Noi, cui resta poco da vivere, nulla possiamo desiderare di meglio, di quello che Ci sia dato d’eccitare negli animi di tutti e coltivare il dovuto affetto di gratitudine e di devozione verso quell’ammirabile sacramento nel quale giudichiamo basarsi in modo speciale la speranza e l’efficienza di quella salvezza e di quella pace che è il sospiro di tutti i cuori. – Questo Nostro pensiero, che al mondo, da ogni parte turbato e ridotto in così misera condizione, convenga provvedere principalmente con simili aiuti e rimedi, ad alcuni certamente farà meraviglia, e da altri sarà forse accolto con superbo disprezzo. Ma ciò viene soprattutto dalla superbia, vizio che, quando alligna negli animi, vi snerva necessariamente la fede cristiana, la quale esige un ossequio religiosissimo della mente, e vi addensa più scura la caligine intorno alle cose divine, così che a molti si addice quel detto: « Bestemmiano tutto ciò che non conoscono » (Gd 10). Noi però, invece di desistere per questo dal Nostro proposito, continuiamo, con più vivo ardore, ad illuminare i ben disposti e ad impetrare da Dio perdono, interponendovi la fraterna implorazione dei giusti, ai bestemmiatori delle cose sante.  Il conoscere con perfetta fede quale sia l’efficacia della santissima eucaristia, vale quanto conoscere quale sia l’opera che, a beneficio del genere umano, Dio fatto uomo compì con la sua potente misericordia, come e infatti ufficio della fede retta professare e adorare Cristo quale sommo fattore della nostra salute, che, con la sapienza, con le leggi, con le istituzioni, con gli esempi, con l’effusione del sangue, restaurò ogni cosa; così ad essa appartiene professarlo e adorarlo realmente presente nell’Eucaristia in modo che, verissimamente egli rimane tra gli uomini sino alla fine del mondo, e da maestro e pastore buono e intercessore accettissimo verso il Padre, dà personalmente agli uomini, in continua abbondanza, i benefici della redenzione operata. – Fra questi benefici poi provenienti dall’Eucaristia, chi attentamente e religiosamente considera, vedrà primeggiare e risplendere quello che tutti gli altri contiene: dall’Eucaristia cioè proviene agli uomini quella vita che è la vera vita; « Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,52). In più maniere, come abbiamo detto altra volta, Cristo è “vita”. Egli diede per motivo della sua venuta fra gli uomini il voler loro portare una sicura abbondanza di vita più che umana: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza” (Gv 10,10). E infatti appena sulla terra « apparve la benignità e l’amore del Salvatore Dio nostro » (Tt 3,4), nessuno ignora che subito eruppe una certa forza creatrice di un ordine affatto nuovo di cose, e s’infiltrò in tutte le vene della società domestica e civile. Di là nuovi vincoli tra uomo e uomo; nuovi diritti privati e pubblici; nuovi doveri; nuova direzione alle istituzioni, alle discipline, alle arti; e, ciò che più importa, gli animi e le cure degli uomini furono volti alla verità della religione e alla santità dei costumi, e anzi fu comunicata agli uomini una vita del tutto celeste e divina. A ciò infatti si riferiscono quelle espressioni così frequenti nelle divine Scritture: « legno di vita, verbo di vita, libro di vita, corona di vita”, e soprattutto “pane di vita ». – Ma poiché questa medesima vita, di cui parliamo, ha una evidente somiglianza con la vita naturale dell’uomo, come l’una si alimenta e vegeta col cibo, così bisogna che anche l’altra, con cibo suo proprio, si sostenti e si accresca. E qui cade a proposito il rammentare in qual tempo e in qual modo abbia Gesù Cristo mosso e indotto gli animi degli uomini a ricevere convenientemente e degnamente il pane vivo che stava per dare. Perché quando si sparse la fama dì quel prodigio che egli aveva operato sulla spiaggia di Tiberiade, moltiplicando i pani per saziare la moltitudine, subito molti accorsero a lui, per vedere se per avventura potesse a loro toccare un ugual beneficio. E Gesù, colta l’occasione, come quando, dall’attingere che fece la Samaritana l’acqua del pozzo, prese lo spunto per mettere in lei la sete dell’acqua « che zampillerà in vita eterna » (Gv 4,14), così allora sollevò le menti avide delle moltitudini a bramare anche più avidamente un altro pane « che dura per la vita eterna » (Gv 6, 27). Né già questo pane, insiste ammonendo Gesù, è quella manna celeste che fu apprestata ai padri vostri pellegrinanti per il deserto; e neppure è quello che voi stessi testé avete ricevuto da me con tanta meraviglia; ma io medesimo sono questo pane: « Io sono il pane di vita » (Gv 6,48). E la stessa cosa va sempre più insinuando a tutti, ora con gli inviti, ora coi precetti: « Chi mangerà di un tal pane, vivrà eternamente; e il pane che io darò è la mia carne per la salute del mondo » (Gv 6,52). Dimostra poi la gravità del precetto asserendo: « In verità, in verità vi dico: Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo, e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita » (Gv 6,54). – Si corregga perciò quel dannosissimo errore comune, che fa credere che l’uso dell’eucaristia si debba lasciare a quelle persone che, libere da impegni e di animo gretto, amano dedicarsi alla vita devota. Quella cosa, che fra tutte è la più eccellente e salutare, appartiene a tutti, qualunque sia il loro grado e il loro ufficio; appartiene a tutti quelli cioè che vogliono (e ognuno deve volerlo) alimentare in loro la vita della grazia divina, che conduce al conseguimento della vita beata in Dio. – E Dio volesse che della sempiterna vita rettamente pensassero e si prendessero cura principalmente coloro, i quali, o per ingegno o per industria o per autorità, tanto possono nella direzione delle cose temporali e terrene, Ma invece siamo costretti a vedere e a deplorare che molti fastosamente spacciano d’aver essi dato al mondo vita nuova e felice, perché lo spingono a correre ardentemente all’acquisto di tutte le comodità e di tutte le meraviglie. Ma intanto, ovunque si guardi, si vede la società umana, che, se è lontana da Dio, invece di godere l’agognata tranquillità, soffre e trepida come chi è agitato da smaniosa febbre; mentre cerca ansiosamente la prosperità e confida solo in essa, se la vede sfuggire dinanzi, e corre dietro ad un’ombra che si dilegua. Perché gli uomini e la società, come necessariamente provengono da Dio, così in nessun altro possono vivere, muoversi e fare qualche bene, se non in Dio, per mezzo di Gesù Cristo; dal quale derivò sempre e deriva quanto vi è di buono e di eletto. Ma la sorgente e il coronamento di tutti questi beni è soprattutto l’augusta eucaristia, la quale, come nutre e sostenta quella vita, che tanto ci sta a cuore, così accresce immensamente quella dignità umana, che oggi sembra tenersi in gran pregio. Qual cosa infatti è maggiore o più desiderabile che l’essere reso, per quanto è possibile, partecipe e consorte della divina natura? Or questo ci fa Gesù Cristo specialmente nell’eucaristia, nella quale, prendendo l’uomo già innalzato dalla grazia alle cose divine, più strettamente lo unisce e stringe a sé. La differenza tra il cibo del corpo e quello dell’anima, sta in questo, che il primo in noi si converte, il secondo ci converte in lui; perciò Agostino fa dire a Cristo medesimo: « Non tu muterai me in te, come il cibo della tua carne, ma tu stesso sarai mutato in me ». – Il grande progresso, che gli uomini fanno in ogni virtù soprannaturale, deriva da questo eccellentissimo Sacramento, nel quale specialmente appare come gli uomini vengono inseriti nella divina natura. E prima nella fede. In ogni tempo la fede ebbe avversari perché, sebbene con la cognizione di importantissime cose elevi le menti umane, tuttavia sembra deprimere le menti umane, perché nasconde l’intima qualità di quelle cose che mostrò essere di soprannaturale. Una volta si combatteva ora questo ora quell’articolo di fede; nei tempi moderni invece la guerra divampò in campo assai più vasto, e siamo ora al punto che assolutamente nulla si ammette di soprannaturale. Orbene a ristorare negli animi il vigore e il fervore della fede nulla è più atto che il mistero eucaristico, detto per eccellenza il “mistero di fede”; come quello nel quale tutte le cose soprannaturali, con una singolare abbondanza e varietà di miracoli, sono comprese: « Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie il Signore clemente e misericordioso; ha dato un cibo a quelli che lo temono » (Sal CX, 4-5). Perché, se tutto quello che Dio fece di soprannaturale, lo riferì all’incarnazione del Verbo, in virtù del quale si doveva riparare la salute del genere umano, secondo quel detto dell’apostolo: « Ha stabilito… di riunire in Cristo tutte le cose, e quelle che sono nei cieli, e quelle che sono in terra » (Ef 1, 9-10); l’eucarestia, per testimonianza dei santi padri, deve considerarsi come una continuazione e un ampliamento dell’incarnazione. Per essa infatti la sostanza del Verbo incarnato si unisce coi singoli uomini, e si rinnova mirabilmente il supremo sacrificio del Golgota, come preannunziò Malachia: « In ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un’oblazione pura » (Mal 1,11). Questo miracolo, massimo nel suo genere, è accompagnato da innumerevoli altri, perché qui tutte le leggi della natura sono sospese; tutta la sostanza del pane e del vino si converte nel corpo e nel sangue di Cristo, le specie del pane e del vino, senza appoggio alcuno, sono sostenute dalla potenza divina; il corpo di Cristo si trova contemporaneamente in tutti quei luoghi nei quali si compie simultaneamente il sacramento. Affinché poi si faccia più intenso l’ossequio dell’umana ragione verso così grande mistero, vengono, come in aiuto, i prodigi fatti a gloria di esso, in antico, e anche a nostra memoria; dei quali in più luoghi vi sono pubblici e insigni monumenti. In questo Sacramento dunque vediamo alimentarsi la fede, nutrirsi la mente, sfatarsi le fisime dei razionalisti, e illustrarsi grandemente l’ordine soprannaturale. – Allo snervamento della fede nelle cose divine molto contribuisce non solo la superbia, come abbiamo detto, ma anche la depravazione dell’animo. Perciò, se avviene ordinariamente che quanto più uno è morigerato, tanto più è sveglio di mente, e che i piaceri sensuali annebbiano la mente; come riconobbe la stessa prudenza pagana, e la sapienza divina ci aveva già prima ammoniti (cf. Sap 1,4); assai più ciò si verifica nelle cose divine, perché le voluttà corporali oscurano il lume della fede, ed anche, per giusto castigo di Dio, totalmente l’estinguono. Di questi piaceri oggi arde una insaziabile cupidigia, che quasi morbo contagioso infetta tutti fin dalla più tenera età. Ma un eccellente rimedio a questo gravissimo male a nostra disposizione sempre nella divina eucaristia. Perché, prima di tutto, aumentando la carità, raffrena la libidine, secondo quanto dice Agostino: “II nutrimento di essa (della carità) è lo smorzamento della passione, e la sua perfezione è il freno della passione”. Inoltre la carne castissima di Gesù reprime l’insolenza della nostra carne, come ammonì Cirillo di Alessandria: « Cristo venendo in noi sopisce la legge che infuria nelle nostre membra ». È anche un singolare e giocondissimo frutto dell’eucaristia quello che è significato da quel detto profetico: « Qual è il buono di lui (Cristo), qual è il bello di lui, se non il frumento degli eletti e il vino che fa germogliare le vergini? » (Zc 9,17), cioè il forte e costante proposito della sacra verginità, il quale, anche in mezzo a un mondo che si stempera nella mollezza, di giorno in giorno più largamente nella chiesa cattolica fiorisce rigoglioso: e con grande vantaggio e decoro della religione e della stessa convivenza umana, come ognuno può constatare. – Si aggiunge che con questo sacramento mirabilmente si rinforza la speranza dei beni immortali e la fiducia nei divini aiuti, Aumenta infatti sempre più il desiderio della beatitudine, che in tutti gli animi è insito e innato, constatando la fallacia dei beni terrestri, la ingiusta violenza dei malvagi, e tutte le altre molestie dell’anima e del corpo. Ora l’augusto sacramento dell’Eucaristia è causa insieme e pegno della beatitudine e della gloria, e ciò non solo per l’anima, ma anche per il corpo. Perché nel tempo stesso che arricchisce gli animi con l’abbondanza dei beni celesti, li sparge anche di soavissime gioie, che di molto sorpassano ogni umana estimazione e speranza; sostenta nelle cose avverse, fortifica nella lotta della virtù, custodisce per la vita sempiterna, e ad essa conduce quasi apprestando il viatico. Similmente nel corpo caduco e labile ingenera la futura risurrezione, perché il corpo immortale di Cristo vi inserisce un seme d’immortalità, che un giorno dovrà germogliare. La chiesa ha sempre insegnato che questi due beni, uno per l’anima e l’altro per il corpo, provengono dall’eucaristia; lo ha sempre insegnato in ossequio alla parola di Cristo: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno » (Gv 6,55). – Torna qui opportuno e molto importa il considerare che l’eucaristia, essendo stata da Cristo istituita quasi “memoriale perenne della sua passione”, manifesti al cristiano la necessità della penitenza salutare. Gesù infatti a quei primi suoi sacerdoti disse: « Fate questo in memoria di me » (Lc. XXII, 19), cioè fate questo per commemorare i dolori, le amarezze, le angosce mie, la mia morte di croce. Perciò questo sacramento e insieme sacrificio è per tutti i tempi un’esortazione alla penitenza e ad ogni maggiore mortificazione, e insieme è una grave e severa condanna di quei piaceri, che uomini impudentissimi vanno tanto magnificando: « Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, nell’attesa della sua venuta » (1Cor XI, 26). – Oltre a ciò, se si cercano le cause dei mali presenti, si troverà Che esse procedono dal fatto che, raffreddandosi la carità verso Dio, anche la carità fra gli uomini venne a languire. Si sono essi dimenticati di essere figli di Dio e fratelli in Gesù Cristo; non curano se non ciascuno le cose proprie; le cose altrui non solo le trascurano, ma spesso le combattono e invadono. Quindi sorgono, fra le diverse classi di cittadini, frequenti turbolenze e contese: arroganza, durezza, frodi nei potenti; miserie, odi, scioperi nei sottomessi. A questi mali si aspetta invano il rimedio dalla provvidenza delle leggi, dal timore delle pene, dai consigli dell’umana prudenza. Bisogna procurare, con ogni sforzo, ciò che più volte Noi stessi abbiamo particolarmente inculcato, che cioè le classi dei cittadini si concilino tra di loro mediante uno scambio di buone opere che, derivate da Dio, siano informate al vero spirito e alla carità di Gesù Cristo. Cristo portò la carità sulla terra, di questa volle infiammata ogni cosa, perché essa sola potrebbe fin d’ora far gustare qualche saggio della beatitudine non solo all’anima, ma anche al corpo. La carità infatti reprime nell’uomo lo smodato amore di se stesso e frena l’avidità delle ricchezze, che “è la radice di tutti i mali” (1Tm 6,10). Sebbene poi sia giusto che tra le classi dei cittadini tutte le parti della giustizia siano convenientemente tutelate; pure, con gli aiuti e moderazioni suggeriti dalla carità, sarà dato di ottenere che nell’umana società “si faccia quell’uguaglianza” (2Cor VIII, 14), che raccomandava san Paolo, e che, una volta realizzata, la si conservi. Ecco ciò che intese Cristo nell’istituire questo augusto sacramento: eccitando l’amor di Dio, volle fomentare il mutuo amore fra gli uomini. Perché questo da quello, com’è chiaro, naturalmente deriva e spontaneamente si effonde: né potrà mai mancare in parte alcuna, anzi sarà necessario che cresca e divampi, quando si consideri la carità di Cristo verso gli uomini, in questo sacramento; nel quale, come magnificamente spiegò la sua potenza e sapienza, cosi « effuse le ricchezze del suo amore divino verso gli uomini ». Dopo questo insigne esempio di Cristo, che ci dona tutte le cose sue, quanto dobbiamo noi amarci e soccorrerci a vicenda, ogni giorno sempre più uniti da un legame fraterno! E si noti come anche i segni esteriori di questo sacramento sono opportunissimi incitamenti all’unione. A questo proposito san Cipriano dice: « Infine anche il sacrificio del Signore dichiara l’universale unione dei Cristiani fra di loro, e, con ferma e inseparabile carità, uniti a lui. Perché quando il Signore chiama suo corpo il pane, fatto con l’unione di molti grani, significa che il popolo nostro da lui condotto è un popolo riunito insieme, e quando suo sangue chiama il vino, che è spremuto da grappoli e acini moltissimi e fuso in uno, significa similmente che il nostro gregge è composto di una mista moltitudine raccolta insieme ». Così l’angelico dottore, ripetendo un pensiero di Agostino,dice: « II Signore nostro ci lasciò rappresentato il corpo e il sangue suo in quelle cose che da più si raccolgono in uno; perché l’una di esse, cioè il pane, è un tutto formato da più grani, l’altra, cioè il vino, è un tutto composto di più acini: perciò Agostino dice altrove; O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità! ». Tutte queste cose si confermano con la sentenza del Concilio Tridentino, che insegna « avere Cristo lasciato alla Chiesa l’Eucaristia come simbolo di quella unità e carità, con la quale volle che i cristiani fossero congiunti e uniti fra loro, … simbolo di quel corpo uno, di cui egli è il capo, e al quale volle che noi, come membra, fossimo uniti con strettissimo vincolo di fede, di speranza e di carità ». E questo aveva detto Paolo: “Siccome vi è un unico pane, noi, pur essendo molti, formiamo un sol corpo, comunicandoci col medesimo pane” (1Cor X, 17), Ed è davvero un bellissimo e festosissimo spettacolo di cristiana fratellanza e uguaglianza sociale, l’accorrere che fanno assieme, ai sacri altari, il patrizio e il popolano, il ricco e il povero, il dotto e l’ignorante, partecipando ugualmente al medesimo convito celeste. – Che se giustamente nei fasti della chiesa nascente si attribuisce a lode sua propria che « la moltitudine dei credenti formava un solo cuore e un’anima sola » (At IV, 32), certamente appare che questo gran bene essi dovevano alla frequenza della comunione eucaristica, perché leggiamo di loro; « Erano assidui alla istruzione degli apostoli, nell’unione, nello spezzare il pane » (At 2,42), – Inoltre la grazia della mutua carità fra i viventi, che tanta forza e incremento riceve dal Sacramento eucaristico, in virtù specialmente del sacrificio, si partecipa a tutti quelli che sono nella Comunione dei Santi. Poiché, come tutti sanno, la Comunione dei santi non è altro che una scambievole partecipazione di aiuto, di espiazione, di preghiere, di benefici, tra i fedeli, o trionfanti nella celeste patria, o penanti nel fuoco del purgatorio. o ancora pellegrinanti in terra, dai quali risulta una sola città, che ha Cristo per capo, e la carità per forma, Sappiamo poi dalla fede che, sebbene l’augusto sacrificio solo a Dio possa offrirsi, si può pure celebrare in onore dei santi che regnano in cielo con Dio, “che li ha coronati”, al fine di ottenere il loro patrocinio, e anche, come sappiamo dalla tradizione apostolica, per cancellare le macchie dei fratelli, che già morti nel Signore, non siano ancora interamente purificati.
Dunque quella sincera canta, che a salute e vantaggio di tutti, tutto suole fare e patire, scaturisce e divampa operosa dalla santissima Eucaristia, dov’è lo stesso Cristo vivente, dove allenta il freno al suo amore per noi, e spinto da un impeto di carità divina rinnova perpetuamente il suo sacrificio. Così facilmente appare donde abbiano avuto origine le ardue fatiche degli uomini apostolici, e donde tanti e sì svariati istituti di beneficenza, insieme con l’origine, traggono le forze, la costanza e i felici successi. – Queste poche cose in materia sì ampia non dubitiamo che torneranno utilissime al gregge cristiano, se per opera vostra, venerabili fratelli, saranno opportunamente esposte e raccomandate, Ma un Sacramento così grande ed efficace da ogni punto di vista non si potrà mai da nessuno né lodare, né venerare secondo il merito. Sia che esso si mediti, sia che devotamente si adori, sia ancora che con purezza e santamente si riceva, dev’essere considerato quale centro in cui tutta la vita cristiana si raccoglie: gli altri modi di pietà, quali che siano, tutti a questo conducono e in questo finiscono. E quel benigno invito e quella più benigna promessa di Cristo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò” (Mt XI, 28), si compie specialmente in questo mistero e in esso si avvera ogni giorno. – Infine esso è ancora come l’anima della Chiesa, e ad esso la stessa ampiezza della grazia sacerdotale si dirige per i vari gradi degli ordini, La Chiesa di là attinge ed ha tutta la virtù e gloria sua, tutti gli ornamenti dei divini carismi, infine ogni bene: ed essa perciò pone ogni cura nel preparare e condurre gli animi dei fedeli ad una intima unione con Cristo mediante il Sacramento del corpo e sangue suo: e, con l’ornamento di cerimonie santissime, gli accresce la venerazione. La perpetua provvidenza di santa madre Chiesa, in questa parte, emerge chiarissima, principalmente da quella esortazione, che fu fatta nel sacro Concilio di Trento, spirante una certa carità e pietà mirabile, davvero degna di essere qui da Noi tutta intera ripresentata al popolo cristiano: “Con paterno affetto, ammonisce il santo sinodo, esorta, prega e scongiura, per la bontà misericordiosa del nostro Dio, che, tutti e Singoli, quelli che appartengono alla professione cristiana, in questo segno d’unità, in questo vincolo di carità, in questo simbolo di concordia finalmente una buona volta si uniscano e si accordino; e memori di tanta maestà e di tanto esimio amore di Gesù Cristo Signore nostro, che diede la diletta anima sua a prezzo della nostra salute, e la sua carne ci porse a mangiare: con tanta costanza e fermezza di fede, con tanta devozione e pietà e culto, di cuore credano e adorino questi sacri misteri del corpo e sangue di lui, affinché possano frequentemente ricevere questo pane soprasostanziale, ed esso sia veramente la vita dell’anima loro, e la perpetua sanità della mente, e confortati dal suo vigore, possano giungere, dalla via di questo misero pellegrinaggio, alla patria celeste, dove mangeranno senza alcun velo questo medesimo Pane degli angeli, che ora ricevono velatamente”. – La storia poi ci mostra che la vita cristiana allora fiorì più rigogliosa, quando fu più in uso l’accostarsi spesso a questo divin sacramento. Invece è manifesto che quando gli uomini avevano questo pane celeste in noncuranza e come in fastidio, a poco a poco veniva languendo il vigore della professione cristiana. Il quale affinché un giorno non si estinguesse del tutto, opportunamente provvide, nel Concilio Lateranense, Innocenzo III, gravissimamente ordinando che ogni cristiano dovesse comunicarsi almeno per Pasqua. È chiaro poi che questo precetto fu dato a malincuore, e come rimedio estremo; perché il desiderio della Chiesa fu sempre questo, che ad ogni Messa vi fossero alcuni partecipanti a questa divina mensa. « Bramerebbe il sacrosanto sinodo che, nelle singole Messe, i fedeli assistenti si comunicassero non solo spiritualmente ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia, affinché potessero percepire in maggior abbondanza il frutto di questo santissimo sacrificio ». – Certamente una ricca abbondanza di salvezza, non solo per i singoli, ma per gli uomini tutti, ha in sé questo augustissimo mistero, in quanto è sacrificio; perciò dalla Chiesa suole assiduamente offrirsi “per la salute di tutto il mondo”, del quale sacrificio è conveniente che tutti i buoni si uniscano per diffondere la devozione e il culto, anzi questo è, ai giorni nostri, assolutamente necessario, E perciò vorremmo che le sue molteplici virtù fossero più largamente conosciute e più attentamente valutate. – Sono princìpi chiari, al solo lume naturale, che Dio creatore e conservatore ha un supremo e assoluto dominio sugli uomini, in privato e in pubblico; che quanto siamo e quanto abbiamo di bene, in privato e in pubblico, tutto ci viene dalla divina bontà; e che per conseguenza noi dobbiamo somma riverenza a Dio, come Signore, e massima gratitudine, come munifico benefattore. Ma quanti sono oggi coloro che apprezzano e osservano come e quanto dovrebbero questi doveri? Più di ogni altra, l’età nostra riottosa s’inalbera contro Dio, e fa risuonare di nuovo contro Cristo quella nefanda parola: « Non vogliamo che costui regni su di noi » (Lc. XIX, 14), e quel nefando proposito: « Facciamolo sparire! » (Ger XI, 19); né altro con maggior forza molti cercano, se non che Dio venga allontanato dalla società civile. E, sebbene non si giunga ovunque a tale eccesso di scellerata demenza, è però cosa lacrimevole vedere quanti vivono affatto dimentichi della divina Maestà e dei suoi benefìci, e specialmente della salvezza portataci da Gesù Cristo, Orbene questa sì grande nequizia, o infingardaggine che dir si voglia, bisogna che sia riparata con un aumento di ardore nella comune pietà del culto del sacrificio eucaristico, del quale nulla può tornare a Dio più onorevole, nulla più gradito. Poiché la Vittima che si immola è divina, ne consegue che tanto di onore all’augusta Trinità per lei si rende, quanto l’immensa dignità di questa ne esige; offriamo altresì al Padre un dono e per prezzo e per soavità infinito, quale è il suo Unigenito; e così non solo alla sua benignità porgiamo grazie, ma veniamo ad offrirle un vero ricambio,  – E un altro doppio insigne frutto si può e si deve ricavare da tanto Sacrificio. Si stringe il cuore al pensare quanta colluvie di peccati dappertutto dilaga, una volta trascurata, come dicemmo, e disprezzata l’autorità di Dio. Una gran parte del genere umano sembra proprio volere attirarsi sul capo l’ira celeste, sebbene i mali stessi che ci premono, ci mostrano chiaramente che il giusto castigo è già maturato. Bisogna dunque eccitare i fedeli anche a questo; che piamente gareggino nel placare Dio, giusto giudice, e nell’implorarne gli opportuni aiuti al mondo pieno di calamità. Or queste cose, s’intenda bene, si devono ottenere principalmente per mezzo di questo sacrificio. – Ché il soddisfare abbondantemente alla giustizia di Dio e l’impetrare largamente i doni della sua clemenza, non può altrimenti farsi dagli uomini se non in virtù della morte sofferta da Gesù Cristo. Ma questa stessa virtù, sia d’espiare sia d’impetrare, volle Cristo che tutta intera restasse nell’Eucaristia, la quale non è una vuota e semplice memoria della sua morte, ma ne è una vera e mirabile, sebbene incruenta e mistica, rinnovazione. Per altro, non poco Ci rallegra, e lo palesiamo volentieri, che in questi ultimi anni si noti nei fedeli un certo risveglio dell’amore e dell’ossequio verso il Sacramento eucaristico; donde prendiamo augurio e speranza di tempi e cose migliori, Molte infatti e varie cose di questo genere, come da principio dicemmo, furono dalla solerte pietà introdotte, specialmente sodalizi, sia per accrescere lo splendore del culto eucaristico, sia per l’adorazione perpetua dell’augustissimo sacramento, sia per la riparazione delle ingiurie e contumelie che gli si fanno. In queste cose però, venerabili fratelli, non dobbiamo fermarci, né Noi, né voi; perché troppe altre ne restano da promuovere o da intraprendere, affinché questo divinissimo dono, presso quei medesimi che adempiono i doveri della Religione cristiana, sia posto in quella luce e in quell’onore che merita, e un mistero così grande sia venerato il più degnamente possibile.
Questo perché le Opere già avviate si hanno da condurre sempre più innanzi; le antiche istituzioni, se in qualche luogo andarono in disuso, si devono richiamare in vigore, come sono ad esempio i sodalizi eucaristici, le preghiere delle Quarantore, le solenni processioni, le visite al Santissimo Sacramento nel tabernacolo, e altre simili pratiche molto salutari; e di più s’ha da intraprendere tutto quello che la prudenza e la pietà potranno suggerire a questo proposito. Ma soprattutto bisogna adoperarsi perché rifiorisca, in ogni parte del mondo cattolico, la frequenza alla mensa eucaristica. Questo ci dicono i sopra allegati esempi della Chiesa nascente; questo i decreti dei condii, questo l’autorità dei padri e dei santi di tutti i secoli: perché come il corpo, così l’anima spesso abbisogna del proprio cibo, or l’alimento più vitale è fornito appunto dal Sacramento dell’Eucarestia. Perciò bisogna togliere del tutto certi pregiudizi degli avversari, certi vani timori di molti, certi pretesti per astenersene: si tratta di cosa della quale nessun’altra è più vantaggiosa ai fedeli, sia per redimere il tempo dalle troppe sollecitudini terrene, sia per risvegliare lo spirito cristiano e costantemente mantenerlo, Ad ottenere questo saranno di grande aiuto le esortazioni e gli esempi delle classi più ragguardevoli, e soprattutto la solerzia e l’industria del clero. Poiché i Sacerdoti, ai quali Cristo redentore affidò l’ufficio di celebrare e dispensare i misteri del corpo e sangue suo, non possono meglio ripagarlo del sommo onore ricevuto, che col promuovere con ogni diligenza, la sua eucaristica gloria, e con l’invitare e condurre, secondando cosi i desideri del suo sacratissimo Cuore, tutte le anime alle salutari sorgenti di un cosi grande sacramento e sacrificio. – In tale modo avverrà, ciò che grandemente bramiamo, che gli eccellenti frutti dell’Eucaristia si percepiscano sempre più abbondanti ogni giorno, mediante il felice aumento della fede, della speranza, della carità e d’ogni cristiana virtù, Ciò tornerà pure a vantaggio dello Stato: sempre più si manifesteranno i disegni della provvidentissima carità del Signore, che un tale mistero stabilì in perpetuo “per la vita del mondo”.

Con questa speranza, venerabili fratelli, a pegno dei doni divini e a testimonianza della Nostra carità, a tutti voi, al vostro clero, e al popolo, impartiamo con grande affetto la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, il giorno 28 maggio, vigilia della solennità del Corpo di Cristo, dell’anno 1902, anno XXV del nostro pontificato.

DOMENICA V DOPO PASQUA (2020)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2020)

Semidoppio. Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2 Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus. 

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LE BUONE OPERE

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”. (Giac. 1, 22-27).

L’Epistola di quest’oggi è una continuazione di quella della domenica scorsa. S. Giacomo aveva insegnato che si deve accogliere con mansuetudine la parola di Dio. Ora insegna che questa parola bisogna metterla in pratica. Con il paragone di chi si presenta allo specchio, e se ne ritorna come prima, dice che chi conosce la dottrina cristiana e non la fa seguire dalle buone opere, fa cosa inutile: egli rimane come era prima che udisse la predicazione del Vangelo. Al contrario, sarà beato colui che, oltre considerare attentamente la dottrina del Vangelo, la fa seguire dalle buone opere. Indica, poi, alcune di queste buone opere, come: l’astenersi dalla mormorazione e l’esercizio della carità. Tutti dobbiamo essere persuasi della necessità delle buone opere, poiché, senza le buone opere:

1. Inganniamo noi stessi,

2. Ci burliamo della parola di Dio,

3. Non pratichiamo la vera religione.

1.

Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Con queste parole San Giacomo vuol dire che s’inganna fortemente chi crede che ei possa andar salvi con la sola fede, senza darsi cura di conformare agli insegnamenti della fede la propria condotta. La fede è la base e il principio della nostra salvezza. Senza la fede non perverremo alla vita eterna; ma la Sacra Scrittura ci dice ripetutamente che non deve essere una fede morta; cioè, disgiunta dalle buone opere.S. Giovanni ci insegna che per arrivare alla vita eterna dobbiamo avere la cognizione del vero Dio e dell’unico Salvatore e Mediatore Gesù. « La vita eterna è questa, che conoscono te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, mandato da te » (Giov. XVII, 13) ; ma ci insegna anche che « da questo sappiamo se lo abbiamo conosciuto, se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice che lo conosce e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo » (1 Giov. II, 3-4). Chi non pratica le opere prescritte non ha, dunque, una conoscenza conveniente di Dio, e la sua fede, essendo una fede morta, non gli giova per la salute eterna. Gesù Cristo ci parla ancor più chiaramente: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matt. VII, 21). E continua: « Adunque, chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato a un uomo avveduto che si è fabbricata la casa sulla pietra … E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato allo stolto che si è fabbricata la casa sulla rena » (Matt. VII, 24 …26). Come è destinata alla rovina una casa senza fondamento, così, non sfuggiranno alla rovina irreparabile coloro che, sul saldo fondamento che è la fede in Gesù Cristo, non costruiscono l’edificio delle loro opere; cioè, non adattano la loro vita agli insegnamenti che derivano dalla fede in Gesù Cristo. « Perché— dice Egli di costoro — mi chiamate, Signore, Signore, e poi non fate quello che vi dico? » (Luc. VI, 46). Del resto, basta un po’ di buon senso per capire come s’ingannino coloro che credono di arrivare alla vita eterna senza le buone opere, se si considera che l’eterna felicità è data da Dio in premio a quelli che qui sulla terra lo hanno servito. Nella parabola della vigna, venuta la sera, il padrone dice al suo procuratore: « Chiama i lavoratori e paga ad essi la mercede» (Matt. XX, 8). La mercede è data alla fine del giorno, come prescriveva la legge: ma è data a quei che hanno lavorato. Nessun di quei che hanno ricevuto la mercede si era rifiutato di seguire l’invito del padrone che lo chiamava al lavoro. Chi avesse preferito rimanere sulla piazza ozioso, non avrebbe ricevuto la mercede. Alla fine della nostra vita verrà data l’eterna ricompensa a coloro, che, assecondando la grazia di Dio, avranno lavorato a servirlo; ma dall’eterna ricompensa resteranno necessariamente esclusi quelli che si rifiutano di lavorare per il Signore. Il Paradiso non è per i poltroni.

2.

S. Giacomo con una bella similitudine dice che chi ascolta la parola del Signore e non la mette in pratica rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplatosi, se ne va, e subito dimentica come era». Colui che si porta davanti allo specchio per osservare com’è il suo volto, e poi non si cura di far scomparire le macchie che vi ha notato, fa opera per lo meno vana. Lo stesso fa colui che si accontenta di udire la parola del Vangelo, ma non si cura per nulla di metterla in pratica.« La misericordia del Signore — dice San Leone M.— nei suoi comandamenti ci ha dato un magnifico specchio nel quale l’uomo possa riflettere l’interno della sua mente» (Serm. 49, 4). Che serve aver davanti alla mente, come in uno specchio, i doveri cui il Cristiano deve attendere, e poi, di questi doveri non curarsi per nulla? E non può neppur scusarsi il Cristiano che assicura di non compiere opere cattive nella sua vita. « Poiché non operare il bene è già un far male. Dimmi, infatti, se tu avessi un servo che non rubi, non offenda, non contraddica, si astenga dell’ubriachezza e da tutto il resto, e stia continuamente seduto in ozio, e non compia nulla di quello che un servo deve fare per il suo padrone, non lo puniresti? » (S. Giov. Cris. In Epist. ad Eph. Hom. 16, 1). Il meno che si possa dire di lui è che sia un servo inutile, che si burla della volontà del padrone. Parimenti è inutile la vita del Cristiano, che non prende sul serio la parola di Dio, cercando di conformarvi la propria condotta. Ogni Cristiano è un albero piantato da Gesù Cristo nella sua vigna, la Chiesa. La grazia dei Sacramenti, la parola di Dio, le ispirazioni, tendono a rendere fruttifero questo albero. Ma, sgraziatamente, tante volte i frutti non si vedono. Troverai foglie, fronde; indarno, però, cercheresti qualche cosa di più sodo. Un po’ di apparenza, un po’ di religiosità superficiale; ma virtù soda, provata, non la trovi. Che giudizio dare di quest’albero? Quello che ha dato Gesù del fico in fruttifero: albero che ingombra il terreno (Luc. XIII,7). La parola di Dio deve produrre qualche cosa di più che una apparenza esteriore e ingombrante. Qualche atto religioso, l’assistenza alla Messa festiva, l’intervento a qualche solennità fanno credere a certuni d’essere religiosi nel pieno senso della parola. Ma se chi si esercita in queste opere, trascura gli altri obblighi imposti dal Vangelo non sfugge alla condanna che dà San Giacomo: La sua religione è vana. Qualche atto religioso non vuol dir tutta la Religione. L’ascoltar la parola di Dio in qualche caso, e nel resto non curarla, è un disprezzarla tutta.

3.

Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, è conservarsi incontaminati da questo mondo. San Giacomo nomina in particolare il soccorso che si deve dare ai pupilli e alle vedove, perché sono le due classi di persone, generalmente, più bisognose. Ma è chiaro che le sue parole vanno oltre queste due classi di persone, e si estendono a tutti i nostri fratelli, chiunque essi siano, che hanno bisogno dell’opera nostra. Come è chiaro che l’opera nostra non deve limitarsi alle visite, ma esplicarsi per mezzo di tutti gli aiuti spirituali e materiali di cui il prossimo ha bisogno. E qui abbiamo davanti un campo vastissimo in cui tutti possiam operare, ciascuno secondo le proprie condizioni. Se ci rifiutiamo, non facciamo certamente onore alla nostra religione. Se la religione importa doveri verso il prossimo, importa principalmente doveri verso Dio. Il Cristiano che non volesse compiere questi doveri non può piacere a Dio, e la sua religione non è senza macchia all’occhio di Lui. Al compimento dei propri doveri verso Dio si oppone il mondo; e i Cristiani che vogliono servire a Dio in una religione pura e senza macchia devono conservarsi incontaminati da questo mondo. Chi non segue il mondo segue necessariamente Dio. Chi odia il mondo ama il Signore, lo prega, celebra le sue lodi, venera il suo nome, santifica i suoi giorni, fa ammenda delle offese che gli ha recato, e si adopera, per quanto sta in lui, di farlo amare anche dagli altri. Chi non segue la volontà del mondo, segue la volontà di Dio. La segue quando prescrive il distacco da quanto ci è caro, la segue quando ci prescrive azioni a cui la nostra indolenza vorrebbe sottrarci. La segue, anche se il mondo disapprova e ostacola. Chi non si accontenta di sapere a mente gli insegnamenti della Religione, ma cerca di fare quanto ha imparato, accumulerà di giorno in giorno un tesoro di buone opere che lo faranno accetto a Dio, e gli renderanno calmo e sereno il passaggio da questa all’altra vita. La mattina del 27 Agosto 1942 il Beato Cafasso venne chiamato al letto d’una giovane signora, gravemente inferma. Vi si era già recato altre volte, ma n’era stato corrisposto in malo modo dall’ammalata. Questa, fuggita giovanissima dalla casa paterna, aveva corse tutte le vie del vizio, rimanendone vittima. E ora, a 33 anni, perduti onore, roba e sanità, stava per perdere la vita del corpo e quella dell’anima. Questa volta l’inferma, per la cui conversione si era celebrata la Messa all’altare del Sacro Cuore di Maria, riceve il Beato, e, con la più grande spontaneità, fa la sua confessione tra le lagrime. Nell’amaro rimpianto di aver speso così male i suoi begli anni, fu udita più volte esclamare con tono accorato e pietoso: « Oh, aver da morir così giovane! Povera figliuola sacrificata dal mondo! E morire, senza poter contare un giorno, anche solo, in tutti i miei anni di gioventù ! » (Il Beato Cafasso – Istituto della Consolata – Torino, 1925, p. 30 segg.). Se non ci scorderemo che è una vera pazzia affannarsi col mondo nel godimento di beni esterni, e rimaner digiuni dei beni interni; se terremo ben fisso nella mente che « non coloro che sentono parlare della legge sono giusti davanti a Dio, ma saranno riconosciuti giusti quelli che praticano la legge » (Rom. II, 13), quando sarà giunta l’ultima ora potremo contare tanti bei giorni; potremo contare al nostro attivo tutti quei giorni in cui avremo fatto del bene dinanzi a Dio. Chi si mette in viaggio per una lontana meta, porta con sé il suo bagaglio, o, meglio, lo manda innanzi. Noi siamo in viaggio per la beata eternità. Non vi potremo, però, entrare senza il bagaglio delle buone opere. « Nessuno — dice Agostino — si vanti di potervi abitare, se, mentre dice di essere servo di Dio, è privo di buone opere… Nessuno quivi abita se non mediante le sue opere… Le tue opere, dunque, ti precedano » (En. 2 in Ps. CI, 15).

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28 Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. 

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia II

[M. Billot, Discorsi parrocchiali, II ediz. S. Cioffi ed. Napoli, 1840 – impr. ]

Sopra la Preghiera.

“Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis.” [Jo. XVI].

Si ricerca egli di più, fratelli miei, per renderci prezioso il santo esercizio della preghiera? Se un principe della terra egualmente potente e benefico ci desse la stessa sicurezza, qual sarebbe nostra premura a profittare delle più favorevoli disposizioni a nostro riguardo? Donde avviene dunque che sempre così poveri, così deboli, così oppressi dalle miserie, non ostante la promessa fattaci qui da Gesù Cristo? Nulla vi ha che il cielo non accordi ad una fervida e cristiana preghiera e nulladimeno siamo sempre privi di grazia e di virtù. Ah! non è veramente difficile scoprire la cagione della nostra indigenza; essa si è che o non preghiamo, o se pure preghiamo le nostre preghiere non sono grate a Dio, né conseguentemente a noi vantaggiose. Non preghiamo perché non siamo convinti della necessità e dei vantaggi della preghiera; le nostre preghiere non sono grate a Dio perché esse non sono accompagnate dalle necessarie condizioni. Dobbiamo dunque meravigliarci se siamo infelici? Sa viver bene, dice s. Agostino, chi sa ben pregare. A che dunque stupirci se si vive male, giacché o non si prega o si prega male. Voglio perciò insegnarvi oggi a pregar bene, fratelli miei, affinché viviate bene. Per coloro che punto non pregano, io dimostrerò la necessità e i vantaggi della preghiera, e per coloro che pregano male, insegnerò loro le condizioni della preghiera. Questa materia è di somma importanza, perché riguarda ogni persona, di qualunque grado ella sia, perciocché non v è alcuno che non possa pregare e non ne abbia di bisogno. Ed appunto per animare il vostro zelo per questo santo esercizio, la Chiesa santa consacra questa settimana alle pubbliche preghiere ch’ella indirizza al cielo per i bisogni dei suoi figliuoli: e perciò questa si chiama settimana delle Rogazioni, cioè delle preghiere. Per uniformarmi allo spirito della Chiesa voglio ragionarvi della preghiera e delle sue qualità. Si deve pregare, primo punto; come si deve pregare, secondo punto. Obbligazione di pregare riguardo a coloro che non pregano. Condizioni della preghiera per coloro che pregano male. Chiediamo a Dio, ad imitazione degli Apostoli, la grazia di ben pregare. Domine, doce nos orare.

I. Punto. Necessità e vantaggi della preghiera.

Benché Iddio possa dispensare agli uomini i suoi doni indipendentemente dalle loro preghiere, nulla di meno nell’ordinario corso della provvidenza Egli esige in essi, certe disposizioni senza le quali non concede loro quelle grazie di cui hanno bisogno. Egli è ben vero che queste prime disposizioni dell’uomo sono già un effetto della “grazia preveniente” che incomincia in noi l’opera buona per ridurla quindi a perfezione. Ma Egli è certo ancora che noi dobbiamo cooperare a questa prima grazia che ci vien data da Dio, se vogliamo ottenere grazie ulteriori che riducano a compimento la grand’opera della nostra santificazione. Dobbiamo dunque esporre a Dio la nostra miseria se vogliam provare i soavi effetti della sua misericordia: s’Egli si degna di abbassarsi sino a noi per dar sollievo ai nostri mali, noi dobbiamo innalzarci a Lui per mezzo di fervorose preghiere, per meritare i suoi favori. In una parola, fratelli miei, Iddio vuole che noi lo preghiamo, ce lo comanda espressamente; e quando ancora non cel comandasse, il nostro proprio bisogno ci forzerebbe a pregarlo; questi sono i due fondamenti sui quali è appoggiata l’obbligazione della preghiera.Si, fratelli miei, Dio vuole che noilo preghiamo e gli domandiamo quanto ci è necessario. Vuole Egli con questo mezzo farsi riconoscere per Autore di tutti i nostri beni e farci conoscere la nostra dipendenza. Imperciocché se Dio accordasse all’uomo tutto ciò che gli è necessario senza essere pregato, l’uomo che già è cosi inclinato ad attribuire a sé stesso il bene che gli vien da Dio, molto maggiormente se l’attribuirebbe se gli venisse senza averlo domandato, e crederebbe essergli dovuto e non potersi a lui ricusare. Si deve dunque molto ammirare la sapienza di Dio, che comanda all’uomo di chiedergli ciò che gli fa duopo, imperciocché l’uomo pregando riconosce che tutto vien da Dio, gli rende omaggio, e riconosce la propria dipendenza quando ricorre a Lui colla preghiera: e perciò Gesù Cristo espressamente ci dice nel Vangelo, chiedete e riceverete, picchiate e vi sarà aperto: Petite et accipietis, pulsate et aperietur vobis (Luc. XI). Gli sta tanto a cuore l’osservanza di questo precetto ch’Egli vuole che si pratichi continuamente. Bisogna, dice Egli, pregare senza cessare giammai. Oportet. semper orare et non deficere (Luc. XVIII). Egli non ci comanda di digiunar sempre, di far sempre limosina, perché ciò non è in nostro potere, ma ci comanda di sempre pregare, perché sempre far lo possiamo. Imperciocché che cosa si ricerca per questo? Basta avere la mente e il cuore sempre elevato a Dio ed unito con Lui. Ammiriamo qui, fratelli miei, la bontà di Dio verso l’uomo. È già molto chei grandi del mondo, i principi della terra permettano che lor venga domandata qualche grazia, ma non Io comandano espressamente, e neppure sono visibili in ogni tempo e ad ogni sorta di persone. Ora non solamente Iddio ci permette d’indirizzarci a Lui, anzi vuole e ci comanda che conversiamo con Lui per mezzo della preghiera. Che cosa è l’uomo, o mio Dio, che vi degnatedi pensare a Lui? Come! diceva già Abramo, come! io parlerò al mio Dio, io che non son che terra e cenere? Loquar ad Dominum cum sim pulvis, et cinis (Gen. XVIII)? M’intratterrò con quella suprema maestà avanti a cui tutte le grandezze della terra sono un nulla! Come? un sì grande onore non basterà a farci amare il santo esercizio della preghiera? Se potessero indirizzarsi a Dio solamente i grandi della terra, i potenti del secolo, se Egli permettesse di accostarsi al suo trono solamente in certi tempi, solamente alle anime giuste, ai santi, forse sarebbe degna di scusa la negligenza vostra a pregare; ma a tutti questo è permesso, ai grandi e ai piccoli, ai ricchi e ai poveri, ai dotti e agli ignoranti, ai giusti e ai peccatori; ed in ogni tempo Iddio permette di pregarlo, anzi lo comanda espressamente, imperciocché in ogni tempo da Lui dipendiamo, in ogni tempo dobbiamo sperare in Lui e desiderare di possederlo. Ora la preghiera è un atto di speranza nella bontà di Dio, è un desiderio del nostro ultimo fine. Siccome dobbiamo sempre desiderare la nostra eterna felicità, dice S. Agostino, dobbiamo sempre pregare. Oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII). – Oltre il comando che Dio ci fa di pregarlo, a ciò ci spingono i nostri propri bisogni: se provate qualche difficoltà in adempiere questo precetto, forse vi moveranno i vostri veri interessi. Dio vuol salvi tutti gli uomini, ma niuno può salvarsi senza la grazia di Dio. L’uomo non è che tenebre, debolezza, miseria e povertà: egli è si cieco che non conosce la sua vera felicità; sì debole che non può fare un sol passo per arrivarvi; è un terreno così sterile che non può produrre da se stesso un solo buon pensiero per la salute, dice s. Paolo, Non quod sufficientes simus cogitare aliquid ex nobis, quasi ex nobis (2 Cor. 3). Tutto il suo potere, tutta la sua forza vien da Dio, soggiunge il santo Apostolo: sufficientia nostra ex Deo est. Egli ha dunque bisogno della grazia per salvarsi; senza la grazia non v’è salute. Ma sotto qual condizione promette Iddio e dà la sua grazia all’uomo? Egli vuole accordarla alla preghiera; togliete questa condizione, Iddio può, senza mancare alla sua parola, ricusarci la sua grazia: se dunque è necessaria la grazia per salvarsi, altrettanto è necessaria la preghiera per ottenere la grazia della salute. – Comprendete ora, fratelli miei, qual sia l’obbligazione della preghiera? Ah! se voi conosceste e sentiste il vostro bisogno, non sarebbe d’uopo di farvi vedere la necessità che di essa avete. È egli forse necessario di esortare un mendico a domandar sollievo alla sua miseria? La sua povertà per sé stessa lo rende eloquente e gli suggerisce espressioni valevoli ad intenerire il cuor dei ricchi ed ottenerne il domandato soccorso. Noi siamo altrettanti poveri avanti a Dio, dice s. Agostino, mentre ci presentiamo alla porta della misericordia, poveri senza comparazione più degni di compassione di coloro che vanno mendicando il pane, imperciocché questi conoscono e sentono la propria miseria, mentre noi siam ciechi ed insensibili sul nostro misero stato. – Nulladimeno, per poco che si voglia riflettere, facil cosa è il vedere a quante miserie noi siamo soggetti. La funesta inclinazione nostra al male, la somma ripugnanza che proviamo per fare il bene, i pericoli da cui siamo circondati, il gran numero de’ nemici che abbiamo a combattere e da’ quali siam sì sovente assaliti, le tentazioni alle quali è così malagevole il resistere; certi punti della legge che tanto difficili ci riescono ad osservare, non basteranno ancora a farci comprendere il bisogno che abbiamo del celeste soccorso? Iddio comandandoci di combattere, ci avvisa, dice s. Agostino, di fare quanto sta in nostro potere e di domandare quello che supera le nostre forze: iubendu monet et facere quod possis et petere quod non possis. E se voi implorate il suo soccorso, ve lo accorderà, affinché facciate quello che da voi soli non potevate: et adiavat ut possis. Non vi lamentate più dunque della difficoltà che provate a combattere certe tentazioni e a trionfare delle vostre passioni. Domandate la grazia di Dio, e riporterete sicura vittoria. Voi dite, per esempio, che è difficilissimo non soccombere sotto il peso della passione che vi strascina a vietati piaceri; che vi vuole uno sforzo di virtù per perdonare ad un nemico che crudelmente vi oltraggia: io lo confesso, voi nol potete da voi medesimi, ma chiedetene la grazia a Dio, e vi riuscirà di farlo: et adiuvat ut possis. Non v’ha cosa alcuna che con la preghiera ottener non si possa: questo è il canale per cui scorrono le grazie di Dio sino a noi; questa è la misteriosa scala di Giacobbe che porta i nostri desideri al cielo e ne fa scendere i tesori che ci arricchiscono; questa è la chiave che ci apre il seno della misericordia di Dio, e trattiene il braccio della sua giustizia: la forza della preghiera è sì grande, dice s. Giovanni Crisostomo, che ci fa in certa maniera trionfare di Dio medesimo; per mezzo di essa possono i peccatori ottenere la grazia della loro conversione, e i giusti la perseveranza nel bene. Ricorrete dunque tutti alla preghiera, di qualunque stato voi siate, o giusti o peccatori: se siete peccatori, questo mezzo vi è indispensabilmente necessario, per poter uscire dal funesto stato in cui vi trovate; se siete giusti, la preghiera vi è necessaria per perseverare nella grazia. Sì, peccatori, si è la preghiera quella che deve spezzar le vostre catene e liberarvi dalla schiavitù del demonio:e tanto più è per voi importante di servirvi di questo mezzo, perché lo stato in cui siete privandovi di quel diritto di ricevere quegli aiuti della grazia per salvarsi che hanno le anime giuste, la preghiera è forse per molti di voi il solo rifugio e l’unico mezzo che loro procurar possa la giustificazione, di maniera che, se non ne approfittano, non v’è più per loro speranza di salute. Imperciocché per salvarvi, o peccatori, dovete convertirvi, e voi non vi convertirete senza quelle grazie vittoriose che cangino del vostro cuore gli affetti, che forti vi rendano contro la contagione del secolo, e trionfar vi facciano dei nemici di vostra salute. Ora Iddio non è a voi debitore di queste grazie; per pura sua liberalità vi dà quella della preghiera, ed a voi tocca il servirvene per domandarne delle altre ed ottenerle. Imperò si può dire che la preghiera è in certa maniera egualmente necessaria che il Battesimo: senza di esso non v’è salute, e senza la preghiera non si dà la grazia della conversione, per conseguenza non si dà salute. Ed appunto per questa ragione, siccome Gesù Cristo, ha scelta l’acqua, elementare a preferenza di ogni altra, perché molto facile ad aversi, affinché fosse materia del Battesimo, essendo questo Sacramento cotanto necessario; così Egli ha voluto che la nostra salute dipendesse dalla preghiera, che tra tutti gli esercizi della nostra religione è il più facile e il più comodo per qualsivoglia sorta di persone. Per pregare non vuolsi esser sapiente o ricco, non si ricerca robustezza di sanità; gl’ignoranti al pari de’ dotti, i poveri come i ricchi, gli ammalati egualmente che i sani possono pregare: invano vi scusereste sul pretesto delle vostre occupazioni; imperciocché saranno le vostre occupazioni maggiori di quelle del reale profeta, che in mezzo agli affari del governo d’un gran regno pregava sette volte al giorno? Septies in die tandem dixi tibi. Se non si potesse pregare che in certi tempi, in certi luoghi, sareste in qualche maniera degni di scusa qualor nol faceste sì spesso: ma in ogni tempo, in ogni luogo si può pregare; e di giorno e di notte, in ogni ora, in mezzo dei più grandi imbarazzi d’affari, de’ lavori più faticosi, potete innalzare a Dio la mente ed il cuore; in ogni luogo si può pregare; imperciocché, quantunque siano le nostre chiese il luogo più convenevole, nulla dimeno voi potete farlo in casa, in campagna, per viaggio; dappertutto voi troverete il Signore pronto ad ascoltare le vostre preghiere.Non sareste voi dunque, fratelli miei, sommamente colpevoli, e non sarebbe questo un segno della vostra indifferenza per la salute, se trascuraste un mezzo cotanto facile per salvarvi come è la preghiera? Iddio vi offre, o peccatori, il perdono, ma vuole che voi glielo domandiate. Egli lo ha accordato al pubblicano e a tanti altri mentovati nel Vangelo, che a Lui ricorsero con la preghiera; e perché non accorderà a voi pure lo stesso favore? Per mezzo della preghiera i paralitici, i lebbrosi, gli zoppi, i ciechi ottennero da Gesù Cristo non solamente la guarigione delle loro corporali infermità, ma la sanità eziandio delle anime loro: la sua bontà non è minore a vostro riguardo, la vostra preghiera avrà dunque il medesimo effetto. Per questo mezzo il centurione Cornelio usci dalle tenebre della idolatria, giunse alla luce del Vangelo: le sue limosina e le sue preghiere, dice la Scrittura, erano arrivate al trono di Dio e gli ottennero la grazia di entrare nella chiesa di Gesù Cristo. Servitevi, fratelli miei, dello stesso mezzo per ottenere i doni della sua misericordia. Dal profondo abisso in cui siete sepolti, innalzate, e peccatori, come il reale profeta la vostra voce verso del cielo: De profundis clamavi ad te, Domine (Ps. CXXIX). – Ricorrete alla preghiera eziandio voi, o giusti, che possedete la grazia di Dio, perché ella vi è necessaria per ottenere la perseveranza. Benché la grazia di Dio, in cui siete, vi dia diritto di ricevere quegli aiuti che vi sono necessari per far il bene, Iddio non è obbligato a darvi quelle grazie speciali e privilegiate che fanno infallibilmente perseverare e che rendono sicura la predestinazione. Alcuno, dice s. Agostino, non può meritare queste grazie in rigore di giustizia, ma le può ottenere. Voi portate la grazia di Dio in fragil vaso, che ad ogni passo può rompersi; voi siete in una nave agitata dalle tempeste ed esposta a naufragare ogni momento: che cosa dunque dovete fare se non ricorrere, come gli Apostoli, a Gesù Cristo, che solo può comandare ai venti e alle tempeste? Domine, salva nos, perimus. Signore, salvateci; senza di Voi siamo perduti. Voi siete circondati da nemici che ognora contra di voi combattono per trarvi a morte. Nemici dentro di voi, nemici al di fuori. Dentro di voi siete agitati dal timore, al di fuori esposti ai combattimenti. Feris pugnæ, intus timores. Dentro divoi avete le passioni che si ribellano contro la legge di Dio; al di fuori il demonio che cerca di vagliarvi come si vaglia il grano: i cattivi esempi che fanno ne’ vostri cuori impressioni funeste; quanto grande è mai il pericolo in cui siete di perire, perdendo la grazia di Dio! Che cosa vi rimane a fare in tali circostanze? Pregate, il ripeto, e pregate incessantemente Colui che ha in voi incominciata l’opera buona, affinché la perfezioni, come dice l’Apostolo: qui cœpit in vobis opus bonum, ipse perficiet (Philip. 1). Con la preghiera riportò Mose vittoria sugli Amaleciti nemici del popolo di Dio, e con lo stesso mezzo voi pure riporterete la vittoria sui nemici della vostra salute. Questo sarà lo scudo che vi difenderà dai loro colpi. Se siete tentati, ella vi libererà dalle tentazioni: se siete nell’incertezza, e non sapete a qual partito appigliarvi in certi critici affari della salute, alzate gli occhi al cielo, e sarete illuminati; se siete nell’afflizione, la preghiera vi consolerà, vi fortificherà nella avversità e nella prosperità vi preserverà de’ suoi scogli: in una parola, qualunque ostacolo troviate alla salute, la preghiera vel farà superare.Per animarvi ancora maggiormente al santo esercizio della preghiera, mirate nella vita di coloro che la praticano assiduamente, i suoi mirabili effetti. Chi sono coloro che menano vita più regolata? Sono quelli che pregano spesso e che pregano bene: come vivono al contrario coloro che non pregano affatto? Voi lo sapete e lo vedete ogni giorno: queste sono persone schiave delle loro passioni, non pensano che ai piaceri e ai beni terreni: trovano sempre del tempo per gli affari del mondo, e non ne trovan mai per pregare: dovremo dunque stupirci, se vivono cosi male, se soccombono sì spesso alle tentazioni, se si lasciano strascinare dai cattivi esempi e dal torrente dell’usanza, e se alcun gusto non provano per lo servizio di Dio e per la loro salute? L’anima loro è come un terreno arido e sterile, che non è innaffiato dalla celeste rugiada e non produce buon frutto. E per qual cagione? Perché non pregano punto, perché non curano di far discendere su questa terra ingrata le celeste influenze che la renderebbero feconda. – Per evitar sì gran male, siate assidui alla preghiera e non tralasciate per qualsivoglia cagione questo santo esercizio: fissate l’ora del giorno che destinate ad essa: voi trovate pure il tempo di dare più volte al giorno il necessario alimento al corpo, e perché ricusante voi all’anima, infinitamente più preziosa, il suo nutrimento che è la preghiera? E infatti non sarebbe ella cosa strana, fratelli miei, che voi trovaste tempo per tutto, fuorché per pregare? – Voi avete le ore destinate al sonno, l’ora del mangiare, l’ora degli affari, l’ora dei divertimenti, del passeggio, del giuoco: e perchè non troverete in tutto il giorno l’ora della preghiera? Come! voi avete il tempo per piacere al mondo e non avete il tempo per servir Dio? Avete tempo per acquistare caduche ricchezze, e non avete tempo di acquistare tesori pel cielo, cioè avete tempo per dannarvi e non avete tempo per salvarvi: imperciocché non vi lusingate, non v’è che la sola preghiera che possa aprirvi l’entrata al cielo. Pregate dunque spesso e principalmente la mattina e sera, pregate eziandio più volte durante il giorno per mezzo di frequenti elevazioni del vostro cuore a Dio, pregate per voi medesimi, pregate per gli altri: padri e madri, pregate pei vostri figliuoli; figliuoli, pregate per i vostri genitori; peccatori, pregate per la vostra conversione; giusti, domandate al Signore la perseveranza, e chiedete la conversione dei peccatori, perché la preghiera del giusto è avanti a Dio molto efficace; ed affinché ella sia tale, imparatene ora le condizioni.

II. Punto Condizioni della Preghiera.

Se vi sono molti Cristiani che non pregano affatto, molti più ve ne sono di coloro che pregano male: e si può dire che il più gran male non proviene tanto dal non pregare, quanto dalle cattive disposizioni con le quali si prega. Non vi furono in alcun tempo giammai tanti esercizi di divozione né tante preghiere quante se ne veggono al giorno d’oggi, eppure si vider mai disordini maggiori? Regna per tutto fastosamente il vizio, in ogni stato signoreggiano le passioni; l’orgoglio, l’avarizia, i piaceri illeciti, la vendetta strascina seco in infinito un numero di schiavi che gemono sotto il peso delle loro catene e della loro miseria, non ostante le moltiplicate preghiere che indirizzano al cielo. E come? La preghiera non ha ella più la stessa forza appresso Dio ch’ella aveva altre volte? Si è Iddio cangiato per noi, o è abbreviato il braccio della sua misericordia? No, fratelli miei, Iddio è sempre lo stesso, sempre ricco in misericordia verso coloro che l’invocheranno. Ma la maggior parte di coloro che pregano, non provano l’effetto delle loro domande, perché pregano male, dice s. Giacomo, non accipitis, eo quod male petatis. Invece di placare Dio colle loro preghiere, l’irritano vieppiù: invece di far discendere su di essi la rugiada celeste coll’incenso delle preghiere, con i neri vapori che s’innalzano da’ loro cuori attirano fulmini e tempeste, che Dio non lascerebbe, di far piombare sopra di loro, se la sua misericordia nol trattenesse: invece di pregare in nome di Gesù Cristo, si fanno soltanto preghiere giudaiche, per mezzo delle quali si domandano cose indegne di quel santo nome, o se si chiedono cose che convengano alla sua grandezza, non si chiedono come si deve; di maniera che si può fare alla maggior parte de’ Cristiani lo stesso rimprovero che fece Gesù Cristo agli Apostoli: Voi non avete ancora, diceva loro, chiesta cosa alcuna in mio nome: Usque modo non petistis quidquam in nomine meo [Jo. XVI]. Bisogna dunque, fratelli miei, per pregar bene, pregare in nome di Gesù Cristo, cioè chiedere cose degne di questo nome salutevole e chiederle con le disposizioni che Egli esige da noi: e sono l’attenzione la fiducia, l’umiltà e la perseranza: tali sono le condizioni della preghiera; prestatevi tutta l’attenzione. – Per pregare in nome di Gesù Cristo, bisogna primieramente chiedere cose degne di questo augusto nome, cioè che si riferiscano alla gloria di Dio. alla nostra salute, dice s. Gregorio. Perciò voi pregherete nel nome di Gesù Cristo, o peccatori, allorché domanderete la vostra conversione, la grazia di vincere quell’orgoglio che vi signoreggia, l’avarizia che vi tiranneggia, l’invidia che vi divora, quella passione che vi tormenta, la collera, la vendetta che vi conturba, allorché lo pregherete di far regnare in voi l’umiltà, il distacco dai beni terreni, la carità, la pazienza, la mansuetudine, la purità: voi pregherete in nome di Gesù Cristo, quando chiederete la stabilità nel bene e la perseveranza nella grazia: in una parola, chiunque voi siate, pregherete in nome di Gesù Cristo, allorché, prendendo per modello la preghiera che ci ha nell’orazione domenicale insegnato di fare, gli domanderete la gloria del suo santo Nome, la venuta del suo regno, l’adempimento della sua volontà, le grazie necessarie alla salute, la liberazione dalle tentazioni, l’allontanamento dal peccato e da’ mali della vita futura: se voi chiedete altra cosa che il suo regno, o che ciò che può servirvi di strada, non è questo pregare in nome di Gesù Cristo, dice s. Agostino. Dio per altro non vieta chiedergli beni temporali; non vi proibisce di domandargli la sanità, la buona riuscita d’una lecita intrapresa, e ciò che è necessario a voi e alla vostra famiglia: anzi Gesù Cristo ci ha insegnato nell’orazione domenicale a domandargli il nostro pane quotidiano, e la Chiesa, guidata sempre dallo Spirito Santo, fa preghiere per la conservazione dei beni della terra. Ma se Dio vi permette di chiedere beni temporali, con questa restrizione vel permette, cioè in quanto solamente servono per ottenere il vostro ultimo fine; si cerchi prima il regno di Dio, dice Gesù Cristo, il resto verrà dietro. La gloria di Dio e la salute dell’anima vostra debbono essere i primi oggetti a cui mirino le vostre preghiere. Perciocché se i mezzi che da Dio vi sono dati per giungere al vostro ultimo fine voi li mirate come se fossero il fine medesimo; se non cercate che la pinguedine della terra invece della rugiada del cielo; se avete di mira solo i beni temporali e non i beni eterni, le vostre preghiere sono colpevolmente interessate, e voi non pregate in nome di Gesù Cristo, ma in nome delle passioni da cui siete signoreggiati: Usque modo non petistis quidquam (Jo. XVI). molto meno ancora preghereste in nome di Gesù Cristo, se domandaste cose contrarie alla sua volontà: potreste immaginarvi che Gesù Cristo volesse allora essere vostro intercessore per farvele ottenere, mentre Egli non ha cercato altra cosa che di fare la volontà di suo Padre e procurarne la gloria? Non sarebbe ella una abbominazione, l’impiegare una mediazione così potente e così santa per ottenere domande peccaminose, come sarebbe l’adempimento dei nostri sregolati desideri, la riuscita d’una ingiusta intrapresa? Lungi di qua dunque quelle preghiere che partono da un cuore ambizioso il quale ad altro non mira che agli onori: lungi di qua le preghiere di quell’uomo interessato, di quell’avaro, che pone unicamente nei beni passeggeri la sua felicità, che altro non cerca che di ammassar tesori, altri affetti non ha fuorché per la terra: lungi di qui le preghiere di quel voluttuoso che non ricerca i comodi della vita se non per contentare la sua mollezza: lungi di qui le preghiere di quell’uomo ingiusto che chiede la riuscita d’una malvagia lite da lui suscitata per opprimere il povero, la vedova, l’orfanello: ah! guai a voi che chiedete sì fatte cose! Se Iddio esaudisce le vostre preghiere, sarà un effetto del suo sdegno, s’Egli vi accorderà ciò che domandate, ciò non servirà che alla vostra riprovazione. Pregatelo piuttosto a non esaudirvi: o, per far meglio cangiate le vostre preci e raffrenate i vostri sregolati desideri e fate a Dio solamente giuste domande, e allora potrete sperare di averlo favorevole ai vostri voti. – Domandate prima d’ogni altra cosa, come Salomone, quello spirito di sapienza che guidi i vostri passi e presieda a tutte le vostre intraprese; voi proverete al pari di lui la bontà d’un Dio che è liberale nei suoi doni al di là di ciò che gli viene domandato. Poiché non mi hai domandato, disse Dio a quel monarca, né lunghezza di vita né abbondanza di ricchezze, né vittoria dei nemici, io ti accordo non solo quella sapienza che tanto brami, ma ancora un sì florido regno che il simile non fu veduto finora e non è per vedersi giammai. – In questa guisa, fratelli miei, chiedendo a Dio ciò che è conforme al suo divino volere, vi accorderà ciò che è conforme al vostro desiderio. Se voi domandate prima di tutto il suo santo amore, la sua grazia e l’eterno suo regno vi darà quei beni temporali di cui abbisognate per arrivarvi: e se non ve li accorda, dovete credere che non vi sono necessari e che è meglio per voi che ne siate privi. Ma dovete eziandio essere fermamente persuasi che trattate con un Dio infinitamente ricco verso coloro che l’invocano; onde sarete ricompensati con beni infinitamente più preziosi dei beni terreni: e saranno essi tesori di grazia che vi arricchiranno pel cielo e vi faran crescere di virtù in virtù, purché per altro le vostre preghiere siano accompagnate dall’attenzione e dalle altre qualità che grate debbono renderle a Dio. – Se chiediamo ai santi Padri della Chiesa che cosa è la preghiera, e se esaminiamo la generale idea che se ne ha, noi impariamo ch’ella è un’elevazione della nostra mente e del nostro cuore a Dio, per mezzo della quale esponiamo a Lui i nostri bisogni. Ora se la preghiera è un elevazione della nostra mente e del nostro cuore verso Dio, convien dunque che nella preghiera noi pensiamo a Dio e siamo occupati in ciò che riguarda Dio, o in ciò che gli domandiamo; e senza questa attenzione, la preghiera è un corpo senz’anima. Dio è spirito, dice Gesù Cristo, dunque coloro che l’adorano fa d’uopo l’adorino in ispirito e in verità, e che lo spirito s’accordi colle labbra. Imperciocché come volete finalmente, fratelli miei, che Dio vi ascolti allorché lo pregate, dice s. Cipriano, se non vi ascoltate voi stessi? Se, mentre dimenate le labbra, il vostro spirito è tutto occupato negli affari, il vostro cuore è rivolto verso l’oggetto della sua passione, invano vi lusingate di ottenere ciò che chiedete. La vostra preghiera, lungi di piacere a Dio, è per voi un nuovo peccato, voi uscite da essa più colpevoli ancora di prima: oratio eius fiat in peccatum (Ps.CVIII). – Eppure a quante persone, fratelli miei, potrebbe Gesù Cristo far lo stesso rimprovero che fece già a’ farisei e che altre volte il Signore aveva fatto per bocca del profeta! Questo popolo m’onora soltanto colle labbra, e il suo cuore è lungi da me: Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me (Matth. XIII), Voi fate a Dio molte preghiere, or recitandole a memoria, or leggendo un libro devoto; ma la vostra mente e il vostro cuore non c’entran per nulla: perché sono occupati in oggetti stranieri; qual meraviglia dunque se Iddio rigetta le vostre preghiere e se voi nulla ottenete? È lontano da Dio il vostro cuore, cor eorum longe est a me. – Ma, direte voi, è sì incostante la mente dell’uomo, è si leggiero il suo cuore, che è molto difficile il fissarli con quell’attenzione che la preghiera ricerca: l’uomo è soggetto a una infinità di distrazioni che conturbano la mente la più raccolta e non lasciano pensare lungamente sullo stesso soggetto. – A questo io ho due risposte a fare. La prima è per consolazione di coloro che temono Dio, e che soffrono loro malgrado molte distrazioni: esse non saranno loro ascritte a peccato perché o cercano di evitarle o le rigettano tostoché si presentano. Queste distrazioni non solamente non diminuiscono il merito delle loro preghiere, anzi lo accrescono a cagione dello sforzo che fanno per tener raccolto il loro spirito; onde esse non debbono cagionar inquietudine alcuna, purché si ponga cura di allontanarle: anche i santi più eminenti hanno provato in questa materia la leggerezza e l’incostanza della mente dell’uomo. – Ma le distrazioni volontarie, cioè quelle che non si è presa la precauzione di evitare per mezzo della preparazione alla preghiera o di rigettare quando si presentano, sono quelle che rendono peccaminose le preghiere d’innumerabili Cristiani dei nostri tempi: tali sono coloro che con i sensi mal custoditi e con lo spirito dissipato e tutto occupato in affari mondani, vanno a presentarsi alla preghiera, la continuano con queste disposizioni; parlano a Dio con minor rispetto che non farebbero ad un uomo; recitano così precipitosamente le loro preghiere che appena la mente può seguir le labbra. E come volete avere, fratelli miei, attenzione nelle preghiere se non usate alcuna precauzione di allontanare dalla mente ciò che può distrarla? Se vi collocate nei luoghi più valevoli a dissiparvi, per mirare ad essere mirati? Se date intera libertà ai vostri sentimenti e alla vostra immaginazione, senza fare alcuno sforzo per tenerli a dovere? Se, accorgendovi della dissipazione della vostra mente, invece di richiamarla al soggetto che deve fissar la sua attenzione, la lasciate andar vagando d’oggetto in oggetto a suo piacimento? Ecco ciò che si deve chiamare distrazione volontaria, che rende peccaminose e inutili le preghiere d’un gran numero di Cristiani i quali provocano – dice s. Agostino – lo sdegno di Dio con gli stessi mezzi che dovrebbero placarlo. – Per evitare, fratelli miei, questa disgrazia, bisogna, secondo il consiglio dello Spirito Santo, preparar l’anima propria all’orazione: Ante orationem præpara animam tuam (Eccl. XVIII). Cioè dovete allontanare tutti gli oggetti e tutti gli affari che possono dissiparvi, sciogliere i vostri cuori da’ legami che li tengono avvinti durante il tempo della preghiera; pensare alla presenza e alla maestà di quel Dio a cui parlate o all’importanza di quelle cose che gli chiedete; cercare quei luoghi che sono più acconci a tenervi raccolti: e con una decente compostezza far conoscere il rispetto che avete per la presenza di Dio; imperciocché Egli vuole esser onorato e coll’attenzione della nostra mente e con la modestia del nostro corpo: allorché avrete prese queste precauzioni se vi vengono distrazioni, abbiate cura di scacciarle ogni volta che ritorneranno, col sollevare lo spirito e il cuore: continuate in questa guisa la vostra preghiera, e ne proverete l’efficacia principalmente se sarà accompagnata da una ferma fiducia. – Che cosa può trovarsi più valevole che eccitare in voi questa fiducia che il pensare che il pensare che, pregando v’indirizzate ad un Dio la cui bontà è uguale alla sua onnipotenza, ad un Dio che, fedele nelle sue promesse, si è impegnato di accordarvi tutto ciò che gli domanderete? Si quid petieritis Patrem in nomen meo, dabit vobis (Jo. XVI). Osservate bene sin dove si estende la promessa, essa non è limitata a certe grazie particolari, ma si estende a tutte le grazie, a tutti i tempi, a tutti i luoghi: e di ciò ci assicura Gesù Cristo apertamente eziandio in un altro luogo: credete, dice Egli, che tutto ciò che domanderete vi sarà accordato: Quæaque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis (Marc. XI). È Iddio che parla, Iddio che può tutto ciò che vuole e che non può mancar di parola, come non può lasciare d’essere Dio. Quanto è mai grande per conseguenza la virtù e l’efficacia che Iddio ha dato alla preghiera! Nella guisa ch’Egli ha fatto ogni cosa con una sola parola, ad una sola parola che viene da un cuore di fiducia ripieno. Iddio si rende, per così dire, ubbidiente: Voluntatem timentium se faciet et deprecationem eorum, exaudiet ( Psal. CXLIV). Non temete dunque di chiedere tutto ciò che vorrete. Se voi doveste esporre le vostre miserie ad un uomo, ad un grande del secolo, potreste temere di non essere esauditi nelle vostre domande, perché gli uomini non sempre sono verso di noi bene affetti, e quand’anche lo fossero, non sempre le loro forze corrispondono al buon volere; si stancano nel far doni, perché facendoli impoveriscono, e se continuassero a farne, si troverebbero essi medesimi ben presto nella miseria: e perciò le persone anche più benefiche si annoiano delle nostre importunità. Ma non è così col nostro Dio: sempre ricco in misericordia verso coloro che l’invocano, non è rattenuto, dice s. Tomaso né da scarsità di ricchezze né da timor d’impoverire. Non lo stancano le nostre importunità, che anzi Egli vuol essere da noi sollecitato; poiché il Signore quanto più ci dà, tanto più vorrebbe darci; più gli si chiede, più gli si dà gloria; sempre attento ai nostri bisogni, Egli è sempre pronto ad ascoltarci e a beneficarci: se dunque noi siamo nella miseria, la colpa è nostra, o perché siamo negligenti a pregare, o perché non preghiamo con ferma fiducia. – Qual cosa v’è inoltre più valevole ad eccitare in noi questa fiducia che il pensare che le nostre preghiere sono avvalorate dall’intercessione di Gesù Cristo che prega con noi e per noi e che offre per noi al suo divin Padre i suoi meriti? Questo pontefice, questo mediatore, che è stato esaudito, dice l’Apostolo, a cagione della sua dignità, non renderà efficacissime le nostre preghiere appresso Dio? Questa è la credenza della Chiesa, poiché in tutte le preghiere interpone essa la mediazione di questo sì possente intercessore, terminando le orazioni con queste parole: per Dominum nostrum Jesum Christum etc. Noi vi preghiamo, dice ella, in nome di Gesù Cristo: esaudite le nostre domande. Voi dovete parimenti, fratelli miei appoggiare sulla virtù di questo santo nome le vostre domande, e ne proverete l’efficacia. Ma in che consiste questa fiducia dalla quale debbono essere animate le vostre preghiere? Ella è una ferma credenza ed un ardente desiderio di ottenere ciò che domandate: imperciocché invano preghereste, se il desiderio d’essere esauditi non rende ferventi le vostre preghiere, invano, o peccatori, domandereste la vostra conversione e il perdono de’ vostri peccati, se foste tuttora disposti a commetterne dei nuovi, invano chiedereste a Dio di spezzare le vostre catene, di sciogliere quei lacci che vi tengono avvinti, e distruggere quegli abiti cattivi, se voi medesimi non fate alcuno sforzo per correggervi, se il vostro cuore è sempre affezionato all’oggetto della sua passione, alle ricchezze, ai piaceri, Iddio non ve ne staccherà vostro malgrado e sarebbe temerità la vostra fiducia. – E in questo senso è  vero quel che si dice, che Dio non esaudisce i peccatori; e come ascolterà egli quei peccatori che vanno con le armi alla mano a chiedergli perdono? Che vorrebbero ottenerlo senz’adoperare alcun mezzo per convertirsi, e non accompagnano le loro preghiere con verun buon desiderio, con veruna di quelle preparazioni del cuore che il profeta ricerca per esser esauditi? No, il Signore non ha promesso nulla a questi ribelli peccatori ostinati. Ma i peccatori che a lui si rivolgono come il pubblicano, con un sincero desiderio di cangiar vita ah! Dio li ascolta, dà loro quelle grazie di cui abbisognano, per compiere la propria conversione; presentatevi dunque, o peccatori, al trono della misericordia di Dio, con quella fiducia ed umiltà da cui debbono essere accompagnate ognora le vostre preghiere. Siano pur enormi, siano innumerabili i vostri peccati, ne otterrete il perdono, se con queste disposizioni le chiederete. Iddio non rigetta mai un cuore umiliato ed ascolta benignamente le preghiere degli umili: Respexit in orationem humilium (Ps.CI). Egli rigettò la preghiera d’Antioco perché pregava da empio, orabat scelestus, dice la Scrittura (Macc. IX); rigettò eziandio la preghiera del fariseo perché pregava da superbo: ma fu propizio al pubblicano, perché si umiliò, riconoscendosi indegno di comparire avanti a Dio, tal che in vista de’ suoi peccati non osava alzar gli occhi al cielo. Pregate in somigliante maniera, o peccatori, a voi pure, sarà come a lui, propizio il Signore: Deus, propitius esto mihi peccatori ( Luc. XVII). Umiliamoci tutti, chiunque noi siamo, sotto la possente mano di Dio, e riconosciamoci immeritevoli di ciò che domandiamo con questo mezzo ci renderemo in certa maniera degni di ottenerlo; imperciocché quello stesso Dio che resiste a’ superbi, dà agli umili la sua grazia: Humilibus dat gratiam ( Jac. l). Finalmente l’ultima qualità che deve accompagnar la preghiera è la perseveranza. Noi ne abbiamo un bell’esempio nella Cananea, che chiedendo la sanità per la figliuola, altro non provò da principio che repulse: ma piena di fiducia non si scoraggiò, e non cessi di pregare sinché ottenuta non ebbe la sua domanda. Con la sua perseveranza a pregare vinse la resistenza di Gesù Cristo, il quale lodò la sua fede: Magna est fides tua. Ecco, Cristiani miei, il bel modello che dobbiamo imitare; bisogna sempre pregare, sempre sollecitare, sempre picchiare alla porta, Dio si compiace della nostra importunità; Egli vuole che gli si faccia per cosi dire, violenza, perché in tal guisa noi gli diamo prove maggiori della nostra dipendenza. Se Egli tosto ci accordasse ciò che domandiamo, noi lasceremmo di pregare e di riconoscere per conseguente la dipendenza nostra. Con somma sapienza dunque il Signore per aumentare i nostri meriti, mette alla prova la nostra fiducia col differir d’esaudirci, ma nulla perdiamo a queste dilazioni: s’Egli non ci esaudisce ora, ci esaudisce in altro tempo. Non vi disanimate dunque, Cristiani miei, se Iddio non si mostra tosto propizio a’ vostri desideri: Egli sa meglio di voi quel che vi è d’uopo. Egli vuol farvi sentire i vostri bisogni e la vostra dipendenza. Se voi costantemente persevererete nelle preghiere, vi accorderà finalmente ciò che gli chiedete di più ancora. Non poterono essere abbattute le mura di Gerico se non al replicato suono delle trombe: e se, come Mose, non vi stancherete di alzar le mani, riporterete, al paro di lui, de’ nemici sicura vittoria.

Massime Pratiche. Sia dunque la preghiera la vostra ordinaria occupazione Io ve ne ho dimostrato la necessità, i vantaggi e le condizioni che debbono renderla grata a Dio e utile per voi. Pregate in ogni tempo, in ogni luogo nelle tentazioni, nelle afflizioni: pregate con attenzione, con fiducia, umiltà e perseveranza. Per aver quest’attenzione nella preghiera, prima d’incominciarla, mettetevi alla presenza di Dio con grande raccoglimento e domandategli la grazia di farla bene, Domine, doce nos orare; unite le vostre preghiere a quelle che Gesù Cristo fece sulla terra; pregate il vostro Angelo custode di presentarle a Dio, e nel tempo che pregherete siate penetrati della presenza di Dio, dicendo spesso tra di voi: A chi parlo io? Che cosa dimando? Non recitate in fretta le vostre preghiere. Poco e bene è meglio che molto e male. Fermatevi di tanto in tanto per raccogliervi, se vi accorgete che la vostra mente è distratta. – Dopo la preghiera chiedete perdono dei mancamenti da voi in essa commessi. Non tralasciate mai le vostre preghiere della sera e della mattina. Prendete l’usanza di fare in certe ore determinate nel corso del giorno orazioni giaculatorie, ora con atti di adorazione, di lode, di ringraziamento, ora di carità, di contrizione etc. Fate la sera le vostre preghiere in compagnia: perché Gesù Cristo ha promesso di essere in mezzo di coloro che saranno radunati nel suo nome: pregatelo incessantemente ch’Egli regni in voi con la sua grazia in questo mondo e con la sua grazia nell’altro. Così sia.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja. [Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad coeléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

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Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2020/04/13/tutta-la-messa-cattolica-momento-per-momento-1/

LO SCUDO DELLA FEDE (112)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA vol. I

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XXII.

Si risponde alle accuse date alla provvidenza, perché ella tribola i buoni.

1. I naviganti mentre sono in tempesta, ansanti, agitati, non sono abili ad osservare l’arte di quel pilota, che fra tanti turbini regge la nave a stupore. Qual meraviglia è però, se il medesimo accade nel caso nostro? Non conosciamo la provvidenza attentissima di quel Dio che ci regge fra tanti mali, perché i mali ci sopraffanno, Ma però dunque dovrà da noi negarsi la Provvidenza, perché noi non la conosciamo? se non la conosciamo noi, l’hanno saputo conoscere tanti e tanti, di noi pratici in quella carta di navigare, che sola ha da rimirarsi in un mar sì alto. Che se nessuno l’avesse mai finita di conoscere, che rileva? Bella cosa in vero sarebbe che i naviganti volessero saperne al par del pilota. Venga però quel temerario, il qual disse:Cura rapiant mala fata bonos, ignoscite fasso, Sollicitor nullos esse putare Deos.

Che è ciò che egli non capisce? Perché tribolati i buoni? perché poveri? perché perseguitati? Perché depressi? Le cagioni sono le medesime a proporzione, per cui prosperati i cattivi.

II. Se non che prima di ripeterlo, io chieggo. Dove sono questi buoni così perfetti, che non abbiano mescolata con l’oro delle virtù veruna mondiglia? Nelle miniere nostrali mai non incontrasi un metallo sì eletto. Per quanto benignamente qualunque nuvola sia rimirata dal sole, non giunge a compire mai tutto il cerchio nell’imitarlo: finisce in arco. E per quanto l’anima sia favorita da Dio, mai non arriva ad esprimere tutte in sé lo divine fattezze perfettamente. Ogni sanità ha qualche intemperie, ogni sereno ha qualche intorbidamento, ogni beltà ha qualche neo, che la fa men cara. E questo mancamento è quello che Dio prende di mira con l’avversità, volendo Egli con questo fuoco avvedutamente distruggere quella ruggine.

III. Ma quando pure sì fatti buoni vi fossero, questa medesima avversità, come io dissi, è richiesta in essi per paragone della loro virtù. Non si conosce il soldato bravo tra l’ombre de’ padiglioni, né la spada nel suo fodero, né lo scudo ne’ suoi forzieri, né la saetta nel molle de’ suoi turcassi. Convien venire alla prova. Questa è che fa discernere il buono dal reo. Talora vi diamo a credere di essere dabbene, perché i mali tutti ci lasciano stare in pace. Eppure mentre poi non reggiamo al primo cimento di pochi che sopravvengono, diamo a vedere di quale tempera si fosse in quel medesimo tempo la virtù nostra, da noi riputata sì fina. Ora, perché la cognizione dello proprie infermità è un ingrediente richiesto, di necessità indispensabile, a quel medicamento che deve sanarci, per questo ordina Dio che i mali facciano sperimento di noi, e così ci diano a conoscere chi noi siamo: ponendoci questi nelle tenebre della infamia, della povertà, delle persecuzioni, de’ morbi, come i gioiellieri pongono il carbonchio nel buio di qualche stanza, perché si vegga, allo splendore che ivi fa, se egli sia verace, o sia falso.

IV. Né solo vale la tribolazione di prova a manifestarci quelli che siamo; ma anche di mezzo a farcì divenire quei che non siamo: più umili, più forti, più fervorosi, più veramente conformi ai voler divino. Che virtù effeminata sarebbe quella de’ giusti, se ella si vedesse sposata sempre al piacere? Sarebbe una virtù epicurea, in cui mai non distinguerebbesi l’amor dell’onesto dall’amato dall’amore del dilettevole: e come lama temperata nell’olio non farebbe giammai colpi di valore. AMfcque apparteneva alla provvidenza l’esercitare duramente i suoi servi, per dar loro capitale da trafficarsi una stabile e sempiterna felicità, la quale non fosse mero dono, ma premio e perciò rendesse duplicati i suoi frutti di onorevolezza congiunta al gaudio. Frattanto     visibilmente ci assiste Dio co’ suoi potentissimi aiuti al principio, al progresso, al fine delle nostre calamità: né solamente a guisa di attento medico tiene la mano al polso dell’ammalato, finché gli si cava sangue, per saper quanto possa reggere; ma di più gl’infonde vigore. Che però se noi non vogliamo vilmente cedere il campo, nostra sempre fia la vittoria. E ciò ridonda ancora in gloria del medesimo Dio, a cui finalmente il tutto va indirizzato, mentre si trovano tanti, che solamente per aggradirgli combattano alla gagliarda, e tengono in tutti gli avvenimenti, o prosperi o avversi fissi in Lui solo i lor occhi, come una fiaccola, che, comunque si volga, o di su, o di giù, mira tuttavia sempre ad un modo la sfera altissima.

V. Ecco dunque come tra i mille giri delle umane vicende non ve n’ó pur uno, il quale non abbia per contro una infinita sapienza. Ma noi sprovveduti di lume a scorgere intimamente questi misteri, non vogliamo né anche dar tempo che la divina provvidenza in faccia a tutto il mondo spieghi il suo arazzo compito per ogni verso: ma vogliamo darne giudizio, mentre esso tuttosta avvolto in ordine a quella parte che resta da lavorarsi, o mentre in ordine a quella che si va lavorando su gli occhi nostri noi possiam mirare fuorché a rovescio. Noi possiamo mirare in ordine a questa che si lavora, fuorché a rovescio, perché noi ordiniamo l’eterno al temporale, e bramando che il cielo serva alla terra, facciamo del fine mezzi, e de’ mezzi fine: ciò che Dio non può mai volere: onde non è meraviglia, se i suoi giudizi sieno si diversi da’ nostri, E noi possiamo vedere in ordine a quella che resti, da lavorare, se non avvolto, perché nulla al presente ci è noto dall’avvenire, che pure è tanto: Totum vide, totum lauda, scrisse prudentemente sant’Agostino. Non ti dar fretta a giudicare su ciò chi! ora tu rimiri: aspetta che, terminato il resto dell’opera, tu possa con un guardo conoscere tutta la corrispondenza, tutta la disposizione, tutto il disegno, e tutto il ripartimento di tante fila, quante sono quelle che unitamente concorrono a questa mirabilissima tessitura: e allor ne giudicherai. Frattanto dove non arrivi a capire ti basti il credere. Di tanti fiumi quanti son quei che si sprofondan sotterra, noi non sappiamo le vie: e nondimeno sappiamo che vanno al mare. Cosi degli occulti giudizi della provvidenza non sappiamo, è ver, gli andamenti; ma sappiamo che tutti termineranno una volta in gloria della divina sapienza, onde sono usciti: Ad locum, unde exeunt flumina, revertuntur (Eccl. 1. 7).

VI. Al fine dunque de’ secoli, quando Iddio verrà in forma di giudice a sciogliere il nodo di questa sì gran tragedia, vedremo chiaro quell’ordito e quell’ordine che ora ci nasconde. Vedremo che le nostre colpe potean recare lode al Signore, non biasimo: dacché, quanto più disordinate eran le scelleraggini, tanto migliore era Dio che le divietava; e che, mentre gli uomini eran sì empi, che si valevano male de’ beni, Egli era sì buono, che si valeva all’incontro bene de’ mali. Vedremo quanto momentanea si fosse quella perturbazione di cose, per cui il vizio prevalse all’innocenza, dopo cui seguirà una calma perpetua; e i colpevoli, quasi spighe vuote, che sollevate dalla loro medesima vanità hanno il capo sopra delle altre, saranno gettati al fuoco in vista degli innocenti, che quasi grano eletto saranno riposti in cielo. Vedremo che le tribolazioni venivano tutte a legge: e che benché fossero più tempestose di un mare irato, non passavano però mai punto i confini prescritti ai loro flutti da Dio. Vedremo che sebbene talora per questi mali sì accusava la provvidenza, non doveva ella però desistere dal suo modo di governare; come non è dovere che desista il suonatore dal tirare la corda al suo giusto tuono, per toma che non reggendo ella vada in pezzi. Queste e mille altre verità più stupende, più segnalate vedremo allora con gran chiarezza, se per impazienza di aspettare a vederle non ce ne verremo a rendere immeritevoli. – Fu recata già nel senato di Atene una causa sì difficile a definirsi, che i giudici convennero in dare alle parti questa risposta: Tornate por la sentenza di qua a cent’anni. Ancora noi, quando i nostri pensieri ci muovano fiera lite sopra i mali da Dio permessi, ed i beni distribuiti, diamo loro questa risposta, che solamente è la saggia: Tornate, non in capo ad un secolo, ma in capo a tutti quelli che ha Dio prefissi allo scoprimento del vero, e vi sarà fatta ragione, e ragion si aperta, che non vi rimarrà neppure animo a cavillare.

VII. Per ora sappiasi, che tutto l’error degli uomini in questo punto è non voler distinguere il termine dalla via. Appartiene alla provvidenza il far che nel termine dove sì sta eternamente, tutti i buoni abbian bene, i mali abbian male. Ma nella via non così. Nella via le vicissitudini hanno da intervenire comuni a tutti, per ciò medesimo, perché siam tutti in via. Vuol che la via non si distingua dal termine, chi vuole che alcuno qui sia sempre beato, o alcun sempre misero (1)

(1) La provvidenza divina si estende a tutto, quanto è ampio, l’indefinito universo papperò mala si giudica della medesima riguardando alcune minime parti del creato in se stesso, staccate da tutte le altre, con cui formano un unico, immenso disegno. Chi se’ tu. Che chiami la provvidenza divina al tribunale di tua ragione e la misuri colla veduta corta d’una spanna? Abbraccia prima, se puoi, e di un solo sguardo tutta l’immensa tela degli umani eventi, e riferisci i tempi tutti all’eternità, e poi levati giudice del provvedere divino. 

FINE DEL PRIMO VOLUME

SALMI BIBLICI: “ECCE QUAM BONUM ET QUAM JUCUNDUM” (CXXXII)

SALMO 132: ECCE QUAM BONUM ET QUAM JUCUNDUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 132

Canticum graduum David.

[1] Ecce quam bonum et quam jucundum,

habitare fratres in unum!

[2] Sicut unguentum in capite, quod descendit in barbam, barbam Aaron, quod descendit in oram vestimenti ejus;

[3] sicut ros Hermon, qui descendit in montem Sion. Quoniam illic mandavit Dominus benedictionem, et vitam usque in sæculum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXXXII.

Il Salmo conviene alle moltitudini, dove trovasi la concordia e la comunione; e principalmente a quelli che dal pellegrinaggio giungono in patria.

Cantico de’ gradi, di David.

1. Oh quanto buona e dolce cosa ch’è che i fratelli sieno insieme uniti.

2. Come quell’unguento sparso sulla testa, (1) il quale cola fin sulla barba, sulla barba di  Aronne, e cola fino all’estremità della sua veste;

3. come la rugiada dell’ Hermon, che cade sul monte di Sion. (2) Perché quivi il Signore ha data benedizione e vita fino in sempiterno.

(1) L’unzione della testa è, nei costumi orientali, l’indice della gioia. (JUDITH. X, 3 ; VI, 10; ESTHER. II, 12; MATTH. VI, 17; LUC. VII, 46).

(2) C’era, nella tribù di Issacar, una montagna, Hermon molto meno lontana da Gerusalemme, rispetto ad Hermon vicino al Libano; ma quando si suppone che l’Hermon vicino al Libano sia lontano più di 200 chilometri da Gerusalemme, il testo del profeta sarebbe ancora spiegabile se si considera che il suo oggetto principale è quello di mostrare la comunicazione dei beni e dei servizi che si fanno nella società fraterna. In Oriente, le rugiade sono molto abbondanti e suppliscono alle piogge che sono molto rare. Non farebbe quindi meraviglia che la rugiada si espanda per un’estensione di cinquanta leghe, dal Libano, fino a Gerusalemme, e siccome l’Hermon vicino al Libano sia più elevato del monte di Sion, il salmista ha potuto dire che la rugiada cadendo dapprima sull’Hermon, sarebbe poi discesa sulla montagna di Sion.

Sommario analitico

In questo salmo, composto per essere cantato dai Giudei quando, dopo il ritorno dalla cattività, essi si trovavano riuniti nella pace, non formando che un unico popolo; il Salmista celebra le dolcezze della concordia e dell’unione fraterna  (Questo salmo, a giudizio di Lowht, è un modello perfetto di una sorta di ode che ha la dolcezza come carattere distintivo. Esso offre, riassunto, tutte le delizie di cui questo genere di composizione è suscettibile, ed è, secondo questo sapiente dottore, una dolce effusione di una sacra sorgente ed una bellezza nel suo pieno fiorire.).

I. Il salmista proclama altamente che questa concordia, questa unione è utile, piacevole (1)

II. Egli uscire le dolcezze di questa unione fraterna attraverso due comparazioni: il profumo sacro che fu effuso sulla testa di Aronne; la rugiada di Hermon, che si spande sul monte Sion, benché molto lontano dalla montana dell’Hermon. (2).

III. – Egli rende ragione di questi preziosi benefici, Dio ha legato a questa unione la sua benedizione e la vita eterna (3).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1.

ff. 1. – La melodia di queste parole è sì dolce che anche coloro che non conoscono i salmi, amano cantare questo versetto. Essa è così dolce come dolce è la carità che fa che dei fratelli abitino in comune. (S. Agost.). – E ci sono delle cose che sono belle,  anche senza essere piacevoli; altre sono piacevoli, ma prive di una vera bellezza, e queste due qualità si trovano difficilmente riunite. Qui al contrario, la piacevolezza e la bellezza morale si incontrano nello stesso oggetto. In effetti uno dei principali caratteri della carità, è che feconda in frutti preziosi, la pratica ne è ancora dolce e facile. (S. Cris., S. Girol.). – Ma è di tutti i Cristiani che è detto: « Ecco che è buono e dolce che fratelli abitino in comune, » ci sono uomini più perfetti che abitano così in comune che questa benedizione non si applichi a tutti, ma solo a qualcuno, dai quali tuttavia essa si effonde sugli altri. (S. Agost.). – Questo salmo conviene particolarmente ai Cristiani uniti da una fraternità spirituale fondata sulla professione di una vita santa, che abitano insieme nella stessa casa e seguono gli stessi esercizi di pietà; perché, benché si possa applicare alle Chiese in cui si riuniscono i Cristiani, c’è troppa differenza tra la maniera di vivere perché possa regnare tra essi una grande concordia. Qual è in effetti, questa fraternità dei Cristiani tra di loro? L’uno desidera tornare a casa sua, l’altro corre al circo, un altro, fin nella chiesa pensa ai suoi profitti da usuraio. Nelle comunità, al contrario, anche se non c’è un solo genere di vita, c’è un solo spirito.  « Come è buono e dolce che i fratelli abitino in comune. » Sì, è una cosa veramente buona e dolce. Per un fratello che abbiamo lasciato nel mondo, quanti altri ne abbiamo trovati? Il fratello che ci è unito dai legami di sangue, mi ama molto meno di quanto non ami il mio bene. Quanto a coloro che sono uniti dai legami di una fraternità tutta spirituale, se essi dimenticano i propri interessi, non è per cercare ciò che appartiene agli altri (S. Girol.). – Dunque, è da queste parole del salmo che i monaci ed i religiosi hanno ricevuto la loro vocazione, essi che vivono in comune, in modo da non costituire che un solo uomo, e realizzare questa espressione della Scrittura: « una sola anima ed un solo cuore, » (Act. IV, 32); diversi corpi, ma non diverse anime; più corpi ma non più cuori (S. Agost.). – Amate ciascuno con un grande amore caritatevole, ma non abbiate amicizia se non con coloro che possono comunicare con voi di cose virtuose, e più le virtù che mette nel vostro commercio saranno squisite, più la vostra amicizia sarà perfetta. Oh! Che si ami bene in terra come si ama in cielo, e si impari ad amarsi reciprocamente in questo mondo, come faremo eternamente nell’altro! … A buon diritto queste anime beate possono cantare: « Oh come è bello e giocondo che i fratelli abitino insieme! » Sì, perché il balsamo delizioso della devozione distilla da un cuore all’altro con una continua partecipazione, sebbene si possa dire che Dio abbia effuso su questa amicizia la sua benedizione, e la vita nei secoli dei secoli (S. Franc. de Sales.).

II. — 2, 3.

ff. 2, 3. – Il profumo versato sulla testa è disceso sulla barba. Dal Verbo divino, è venuto fino all’uomo, al quale il Verbo si è degnato unirsi. E qual frutto per noi di questa barba impregnata di profumi, e di quest’Uomo perfetto? Vediamo i vantaggi che ce ne derivano: « … Che scende fino all’orlo del suo vestito. » Se noi siamo il vestito di Cristo, noi rivestiamo la sua nudità con la nostra fede. Egli è inchiodato sulla croce, privato dei suoi vestiti, oggetto di scandalo per i Giudei e follia per i Gentili, e tuttavia è come rivestito dalla nostra fede, dai nostri discorsi, dalla nostra confessione. Sì, noi siamo il vestito di Cristo, e quando noi lo rivestiamo con la nostra confessione di fede, noi rivestiamo Gesù-Cristo stesso (S. Girol.). – Due comparazioni sono impiegate dal Salmista per esaltare il buon odore, l’abbondanza e la fecondità dell’unione fraterna, vale a dire la giocondità e l’utilità che traggono coloro che vivono in comune uniti come in un solo uomo. – Quest’olio versato sulla testa del Sovrano Pontefice, e che era dei più soavi, colava sulla sua barba e dalla barba all’orlo del vestito, cioè su questa parte che circonda il collo e che tocca immediatamente la barba. – Chi era Aronne? Il Sacerdote. Chi è sacerdote se non questo solo sacerdote che è entrato nel Santo dei santi? Qual è questo sacerdote se non è Colui che è stato contemporaneamente vittima e sacerdote? Se non Colui che non avendo trovato nulla da offrire nel mondo, si è offerto da Se stesso? Il profumo è sulla sua testa, perché il Cristo è intero con la Chiesa, ma questo profumo cola dalla testa. Il Cristo è la nostra testa; Egli è stato crocifisso e seppellito, è resuscitato, è salito in cielo e lo Spirito Santo è disceso dalla nostra testa. Dove è disceso? Sulla barba? La barba designa i forti; la barba è la figura dei giovani intrepidi, coraggiosi, pronti all’azione. Il profumo è dunque disceso dapprima sugli Apostoli, è disceso su coloro che hanno sostenuto il primo conflitto del secolo, … e dalla barba questo profumo è disceso sul bordo del vestito, vale a dire, sulla Chiesa, perché il vestito del sacerdote è simbolo della Chiesa. Essa è lo stesso vestito di cui l’Apostolo ha detto: « Il Cristo ha amato la Chiesa e si è immolato per essa alfine di farla apparire davanti a Lui una Chiesa gloriosa, senza macchia e senza rughe … » (Ephes. V, 27). Ma questo profumo non ha potuto che scendere dalla barba sul bordo che lambisce la testa, all’apertura in alto della tunica. – Tali sono coloro che abitano in comune; perché, così come la testa dell’uomo oltrepassa questo bordo del vestito, così il Cristo, nostra testa, entra, con la concordia fraterna, nel vestito che deve restare unito, e che è la Chiesa. (S. Agost.). – « Come la rugiada d’Hermon, etc. » Il Profeta vuol dire che è la grazia di Dio che fa abitare i fratelli in comune; che essi non lo devono né alle loro forze, né ai loro meriti, ma a un dono di sua parte, alla sua grazia, come la rugiada che cade dal cielo … Perché come la rugiada d’Hermon, montagna tanto lontana da Gerusalemme, essendo posta al di là del Giordano? Cercheremo una spiegazione nel senso stesso di questo nome: Hermon è un nome ebraico, che vuol dire « luce elevata. ». In effetti, la rugiada viene da Cristo, è di là che viene la rugiada dell’Hermon. Voi tutti dunque, che aspirate a vivere in comune, desiderate di ricevere questa rugiada, e di esserne irrorati insieme; altrimenti non potrete restare fedeli. Nella vostra professione, non potete osare neanche far professione di questa santa vita, se il Cristo non formi Egli stesso il temporale che darà questa pioggia, e voi non potrete persistere, se l’alimento che vi dà viene a mancarvi, perché questo alimento discende sulle montagne di Sion, vale a dire su coloro che sono grandi in Sion (S. Agost.). – Quando il profumo si versa sulla testa, che è Gesù-Cristo, sulla barba di Aronne, cioè dei suoi Pontefici, è per spandersi e colare su tutta la frangia dei vestiti; quando la rugiada dell’Hermon cade sulla montagna di Sion, è per discendere fino alla valle, perché il Signore ha posto là in alto una riserva di benedizione ed una fonte di vita fino alla fine dei secoli. – Quando la rugiada ha umettato le piante, esse dimenticano gli ardori del giorno che le aveva rinsecchite, e rialzano la testa, e si direbbe che si sentono felici della frescura che il cielo invia loro. – Non c’è un dolore, una disgrazia né una sofferenza che non siano alleviati dalla carità fraterna. Essa si intende su tutte le miserie, come la rugiada su tutto un campo: non c’è erba che la rugiada non faccia gioire, non c’è anima che la carità non consoli. (Mgr DE LA BOUILLERIE, Symb. p. 94). – Che significa questa espressione: « è là che Dio ha posto la sua benedizione? » In questa casa, in questa unione, in questa comunità di dimora e di sentimenti: è là veramente che sta la benedizione, come la maledizione si trova legata alla disposizioni contrarie (S. Crys.). – Dove Dio ha prescritto di porre la sua benedizione? Tra i fratelli che abitano in comune! Là Dio ha prescritto la benedizione; là coloro che abitano in comune benedicono il Signore, perché, nella discordia, non si benedice il Signore. Invano voi pretendete che la vostra lingua faccia risuonare le benedizioni del Signore, se non risuonano nel vostro cuore. Voi lo benedite con le labbra, ma lo maledite con il cuore: « Essi mi benedicono con le labbra e mi maledicono con il cuore. » (Ps. LXI, 5). Queste parole sono le nostre? Esse indicano certi uomini. Voi benedite Dio quando pregate, e continuando la vostra preghiera, maledite il vostro nemico. È là che comprendete le parole del Signore: « Amate i vostri nemici? » Che se al contrario, voi obbedite a Dio, se amate il vostro nemico, se pregate per lui, così come Dio « ha prescritto la benedizione, » così vi darà pure « la vita nei secoli. » (S. Agost.) – « E la vita per sempre. » Come i conflitti e le guerre sono un principio di morte, la chiarezza, l’unione dei cuori, sono una fonte di pace e di concordia, e la concordia e la pace sono sempre accompagnate da una vita al riparo da ogni danno, piena di fiducia e di sicurezza. E che bisogno c’è di parlare dei beni della vita presente? La carità ci mette in possesso del cielo e dei beni ineffabili ed eterni (S. Crys.).

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (6)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (6)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

SECONDA PARTE

MEZZI GENERALI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo III.

LA GRAZIA

Cristo ci comunica la vita divina principalmente attraverso la grazia.

Attraverso l’Incarnazione, il Cuore di Gesù ha portato nel cuore della nostra natura ferita la Vita divina. Cosa gli restava quindi da fare? Solo una cosa: comunicare questa vita a ciascuno di noi così come l’aveva comunicata nella sua Persona alla nostra natura, applicando ad ogni uomo i meriti del sangue divino, versato sul Calvario per tutta l’umanità. Una volta raggiunto questo obiettivo, per quanto serio possa essere stato il pregiudizio della sua libertà, l’opera del Verbo Incarnato sarà terminata. Se ai miracoli d’amore già operati dal Cuore di Gesù, non se ne aggiungesse quest’ultimo, verrebbe a mancare la sua Sapienza e la sua bontà: i fiumi di sangue versati per il nostro bene sarebbero sterili. Il Cuore di Gesù però non ha lasciato il suo lavoro incompiuto: attraverso la grazia, soprattutto, il Cuore di Gesù diventa la nostra vita. Se vogliamo conoscere bene le relazioni intime che ci uniscono al Cuore Divino, è bene capire in cosa consista la grazia. D’altra parte, se vogliamo penetrare la natura della grazia, dobbiamo considerarla come un legame vitale che unisce il nostro cuore al Cuore di Gesù.

Cosa è la vita ed in cosa consiste la nostra vita divina.

La vita di grazia, che fa di noi dei Cristiani, è una vita veramente divina. La vita di cui parliamo ci appartiene veramente come tutte le nostre altre vite. Dobbiamo sapere che noi abbiamo più vite, anche se abbiamo una sola anima e una sola natura: dai nostri genitori secondo la carne abbiamo ricevuto la vita vegetativa, che ci è comune con le piante; la vita animale, che ci è comune con gli animali; la vita razionale, che ci è comune con gli uomini; ma il giorno del nostro Battesimo abbiamo ricevuto dalla Chiesa una quarta vita, che ci è comune con gli Angeli e con Dio stesso, perché è una partecipazione alla sua stessa vita. La vita consiste nel movimento. In realtà, non c’è vita dove non ci sia un reale movimento o potenza per muoversi. Ma non tutto il movimento costituisce la vita. L’acqua del fiume si muove eppure non vive, o la pietra può rotolarsi senza essere viva. Il fatto è che gli esseri chiamati inanimati ricevono i loro movimenti dall’esterno. L’essere vivente, al contrario, si muove da sé, e possiede in sé l’inizio e la fine dei suoi movimenti. Contempliamo quel chicco di grano che il vento porta qua e là: esso finisce nel terreno: fino ad allora, non manifestava una vita più di quella di un granello di sabbia, non aveva alcun movimento proprio, ed era in balìa di tutti gli agenti esterni. Ma, pochi giorni dopo essere stato sul terreno, le sue forze vitali, fino ad allora dormienti, si svegliano: il germe, quel suo principio impercettibile che conteneva, si sviluppa, mette radici che assorbono i succhi della terra; un fusto sempre più vigoroso perfora il terreno, appare alla luce, si copre di foglie attraverso le quali aspira l’umidità dell’aria. Da quel momento in poi, si stabilisce uno scambio ininterrotto di funzioni tra tutte le parti della pianta; ogni organo contribuisce alla conservazione e alla crescita di tutto il corpo; la linfa si diffonde attraverso tutti i rami e comunica loro la vita. Il tronco mostrerà presto questa vita in tutta la sua magnificenza e fecondità: i rami che coronano il tronco saranno ricoperti di fiori; i fiori saranno seguiti da frutti ed in ogni frutto saranno racchiusi numerosi semi, ognuno dei quali potrà poi produrre una pianta simile a quella che gli ha dato l’essere. Questa è la vita nel suo grado più basso, la vita vegetativa, che pone, nella scala degli esseri, la pianta più piccola al disopra del diamante più prezioso, perché anche se il diamante, per la sua luminosità, è superiore all’erba, non ha però di per sé il potere di muoversi, di alimentarsi, di crescere e di riprodursi. La vita è lo stato di un essere che possiede in sé il potere di muoversi; esso tanto più è perfetto quando la sua potenza è più intima e i movimenti che produce sono più potenti, variegati e completi. Ecco perché la vita animale è più perfetta della vita vegetativa. L’animale, invece di rimanere legato al suolo, e di aspettare, come una pianta, il suo cibo dall’aria e dalla terra che lo circonda, va alla ricerca del cibo necessario alla sua conservazione; fugge dal pericolo, si difende dai nemici, vede, sente, odora, palpa e possiede degli istinti. La vita dell’anima umana è incomparabilmente ancor più perfetta, perché i suoi movimenti sono di un ordine molto più elevato. Mentre l’animale è guidato da un istinto cieco, l’uomo è consapevole dei suoi atti: impara, capisce, inventa, conosce la ragione delle cose, ne comprende lo scopo, tende verso un fine lontano, vede la verità invisibile e sale verso l’infinito. La sua volontà non è meno potente della sua intelligenza: attraverso di essa può padroneggiare l’attrazione dei beni sensibili, amare il dolore, sacrificarsi per il bene dei fratelli, lavorare per l’eternità. Può esserci qualcosa di più grande di questa vita? Nel mondo creato non c’è nulla. Se gli spiriti puri possiedono una vita razionale in misura maggiore della nostra, essi sono nel nostro stesso ordine e non abbiamo motivo di pensare che Dio possa creare un ordine superiore a quello. Eppure, come Cristiani, noi siamo in un ordine molto più elevato. Il bambino appena battezzato vive una vita al di sopra della razionalità, la perfezione naturale degli spiriti puri non può essere paragonata alla perfezione soprannaturale di cui si è appena arricchito; e Dio, che in ogni momento dell’eternità può creare esseri uno più eccellente dell’altro, non può trovare nulla negli immensi tesori della sua onnipotenza che non sia inferiore alla dignità di quel bambino.

Che cos’è la nostra vita divina?

In cosa consiste dunque questa vita divina? Nella capacità di produrre movimenti ed atti divini. Come un bambino riceve dai genitori, insieme alla vita razionale, il potere di conoscere le verità razionali, così allo stesso modo, divenendo Cristiano, riceve dalla Chiesa il potere di conoscere le verità divine che appartengono alla vita intima di Dio. Per questo motivo nessuna creatura può acquisirle con le sole sue forze naturali: « Chi tra gli uomini – dice San Paolo – conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? » Per quanto perfetta possa essere una creatura, essa è sempre limitata e quindi si trova ad una distanza infinita dall’Essenza divina, che è infinita. Nel crearla, Dio l’ha posta al di fuori di sé, e l’ha esclusa dalla comunicazione ineffabile che hanno tra loro le tre Persone divine, le cui relazioni costituiscono la sua vita intima. Nessuno conosce queste relazioni in modo naturale, tranne le Persone divine stesse. Nessuno può entrare nell’interno di Dio, se Dio stesso non gli apre la porta: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo » (Mt. XI, 24), dice Gesù Cristo. Inoltre, quando Pietro mostrerà, con la sua generosa confessione, di possedere questa conoscenza soprannaturale del Figlio di Dio, Cristo gli dirà: « Beato te, Simone, figlio di Jona: perché non te l’ha rivelato la carne ed il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli. » (Mt XVI, 17). Il bambino cristiano riceve nel Battesimo il potere di conoscere queste verità occulte, questi segreti di Dio, che l’Angelo stesso non può intuire; alla sua ragione naturale si è aggiunta un’intelligenza soprannaturale; gli è stata data la luce di Dio, con la quale vedrà l’interno stesso di Dio; potrà conoscerlo nella Trinità delle Persone, quaggiù con la luce della fede, e più tardi in tutto lo splendore della visione chiara. Per la stessa ragione per cui conosce Dio con la sua luce, lo ama con il suo stesso amore, perché la volontà deve sempre andare di pari passo con l’intelligenza. Le facoltà divine del bambino, in quanto tale, funzionano al momento solo come le sue facoltà umane. Ma aspettate un po’ e vedrete nascere nel suo cuore sentimenti che la natura non ha mai concepito. Egli amerà Dio come un buon Padre; lo temerà non con timore servile, ma con timore filiale, che teme l’offesa molto più della punizione; si affiderà alla sua bontà in mezzo alle prove più dure, e realizzerà con gioia, per compiacerLo, i sacrifici più dolorosi.

La felicità di Dio sarà la nostra felicità.

Queste facoltà divine sono accompagnate, nel cuore del Cristiano, da aspirazioni altrettanto divine. Dio gli disse: « Io stesso voglio essere la tua ricompensa. » (Gen. XV, 1). E allo stesso tempo ha acceso nel suo cuore desideri che nessuna felicità creata può soddisfare. Ad ogni essere la saggezza divina destina una felicità proporzionata alle sue capacità. Poiché nessun essere ha naturalmente una capacità divina, Dio non deve a nessuna delle sue creature la propria felicità. Ma ciò che Dio non deve a nessuno, lo destina e lo promette per pura liberalità al Cristiano, e gli dà allo stesso tempo la capacità di ricevere quella felicità ed il potere di meritarla. Che cosa serve di più al Cristiano per avere una vita veramente divina? Non è sufficiente che egli abbia in sé il potere di acquisire la conoscenza divina, di concepire un amore divino, la speranza e il desiderio di meritare e possedere la felicità stessa di Dio? Se questi doni ci sono stati veramente distribuiti, come può San Pietro dire in tutta verità e in senso non metaforico, che siamo stati resi partecipi della natura divina? (1 Pet. I, 4) Sì, queste parole sono di una rigorosa esattezza; perché la natura è l’essere in quanto principio delle sue operazioni, e l’essere divino ci è stato dato proprio sotto questo aspetto. Questo stesso Essere Infinito è stato comunicato in modo molto diverso alla natura umana di Nostro Signore Gesù Cristo. L’umanità del Divin Salvatore è stata resa partecipe della Persona del Verbo di Dio; essa sussiste anche in Lui e forma con Lui una sola Persona. Ma ognuno di noi conserva la sua personalità, quindi non siamo dèi come lo è Gesù Cristo. In noi il divino non è la sostanza, bensì le operazioni; noi siamo partecipi non della personalità divina, ma della natura divina; non siamo uomini-Dio, ma uomini divini.

Gesù Cristo è l’Uomo-Dio, noi siamo uomini deificati.

La Scrittura dà, in varie occasioni, il nome di divinità agli uomini e agli Angeli elevati allo stato soprannaturale. Così dice il Salmo XLIX: « Dio sta nell’assemblea degli dèi. » In effetti, questo nome ci si addice bene, perché noi abbiamo qualcosa di divino in noi stessi. Ma questa divinità è in noi, solo come un accidente eccellente e non influisce sulla nostra sostanza, per cui siamo lontani dall’essere dèi allo stesso titolo che Gesù Cristo. « È evidente – dice sant’Agostino, commentando queste parole – che gli uomini sono chiamati dèi in quanto sono divinizzati dalla grazia, non in quanto nati dalla sostanza divina. Essi sono divinizzati così come sono giustificati, perché, il giustificarli, li ha resi figli di Dio: “Ha dato loro il potere di diventare figli di Dio, dice l’Evangelista”. » (Giovanni. I, 12). « Se siamo diventati figli di Dio, siamo evidentemente diventati divinità, ma solo per grazia d’adozione e non per generazione naturale. Dio ha un solo Figlio, Dio come Lui, e forma un solo Dio con suo Padre; mentre gli altri che sono trasformati in divinità, lo sono per sua grazia. Non nascono cioè dalla sua sostanza, né saranno mai uguali al Figlio Unigenito; ma, per benevola concessione sono a Lui simili, e partecipano alla ripartizione della sua eredità. » (S. Aug. in Ps. XLIX; ML. 36, 564). La divinità del Cristiano è molto diversa da quella di Gesù Cristo, ma la sua divinizzazione non cessa comunque di essere molto reale. Noi non siamo dèi nel senso stretto della parola, ma divinizzati veramente.

La parola “deificazione” esprime meglio di “soprannaturale” lo stato

del Cristiano in grazia.

La parola “deificazione” esce continuamente dalla penna dei santi dottori ed è l’unica parola che esprime chiaramente lo stato del Cristiano adornato dalla grazia di Gesù Cristo. La parola “soprannaturale” non ha la stessa chiarezza, perché può riferirsi a doni od operazioni che superano le forze e le esigenze della natura umana, senza necessariamente dire nulla sull’elevazione di questa allo stato divino. La resurrezione di un morto è un’opera soprannaturale, eppure il morto risorto non è necessariamente arricchito dei doni della grazia. La conoscenza di cose lontane, che sarebbe per l’uomo una facoltà soprannaturale, non lo sarebbe per un Angelo. Al contrario, la fede, la speranza, la carità, la felicità del cielo sono cose ugualmente inaccessibili alle forze di tutte le creature, anche le più perfette. Perché? Perché sono doni veramente divini e non possono appartenere ad una creatura se non nel grado della sua divinizzazione. San Tommaso lo spiega molto bene: « Il dono della grazia è sopra ogni potere della natura creata, perché non è altro che una partecipazione alla natura divina, che è superiore a tutto lo stato naturale. È quindi del tutto impossibile per una creatura produrre la grazia. Il ferro non può ricevere le proprietà del fuoco se non si mette in esso, e nella misura in cui è unito ad esso; per questo solo Dio può divinizzare una creatura ammettendola ad una partecipazione della sua natura divina. » (Ia-IIa, q. 112, a.1). Molto prima del Dottore Angelico, San Cirillo di Alessandria, faceva contro i nemici della divinità dello Spirito Santo un ragionamento simile: « Come può accadere – egli diceva – che una natura creata possa fare degli dèi coloro che non lo sono? Non si può concepire una creatura deificatrice. Solo Dio ha il potere di divinizzare le anime giuste, alle quali concede, con il suo Spirito, una partecipazione alla dignità che gli è propria. » (S. Cirillo di Alessandria, Dial. VIII, de Trinitate, MG: 75, 1075). È già chiaro che la divinizzazione del Cristiano era per il Santo Dottore, e per tutta la Chiesa del suo tempo, qualcosa di talmente certo da non aver egli paura di appoggiarsi a questa verità per dedurne la divinità dello Spirito Santo.

La grazia ci rende partecipi della natura divina.

Da tutto ciò che precede è chiaro che la grazia abituale è davvero un dono soprannaturale che ci rende partecipi della natura divina. Per natura divina dobbiamo qui intendere la perfezione primitiva e primordiale, che è come la radice degli attributi di Dio e l’inizio delle sue operazioni. Perché, per la natura delle cose, i filosofi non hanno concepito altro che il grado di ciascun essere, da cui derivano le loro proprietà e le loro operazioni. Ora, la grazia santificante copia nell’anima quella perfezione primitiva e primordiale che noi concepiamo essere il principio di Dio. Così come Dio è, per sua natura, la radice dei suoi attributi divini e ha una inclinazione (che in Dio è Dio stesso) a vedersi intuitivamente, ad amarsi con un amore beatifico o divino e a fare per se stesso tutto ciò che fa fuori di sé, allo stesso modo, l’uomo spirituale, rigenerato dalla grazia santificante, ha la tendenza a vedere Dio intuitivamente, ad amarLo con un amore divino, a fare tutte le sue azioni per Dio solo. Questa grazia santificante è anche la radice della carità e delle virtù infuse che sono l’immagine delle perfezioni divine e delle conseguenze della grazia. La grazia santificante è una partecipazione alla natura divina per mezzo della quale l’anima tende a vedere Dio come è in sé (Contenson, Theologia mentis et cordis). Ma qual è la natura intima della grazia? Come dice il Dottore Angelico, la grazia santificante è una forma, una qualità dell’anima, che non opera come causa efficiente ma come causa formale, allo stesso modo in cui la pittura non fa la parete, ma la rende bianca. È una forma accidentale della sostanza dell’anima, per mezzo della quale Dio dà sostanzialmente ciò che è in Lui. Ciò che Dio possiede per sua natura, per la sua infinita perfezione, è infinitamente perfetto; ma ciò che l’anima possiede per grazia è contingente, limitato, imperfetto. La grazia è qualcosa di creato, nella misura in cui gli uomini sono trasformati in nuovi esseri dal nulla, cioè senza alcun merito proprio. La grazia non è una virtù, né una sostanza, ma la natura divina condivisa che produce nell’anima del Cristiano una qualità, un’attitudine. Ne consegue che la grazia è più nell’essenza dell’anima che nelle sue facoltà; nel modo che l’uomo, partecipando della conoscenza divina per mezzo della sua facoltà di conoscenza intellettuale, acquisisce un potere soprannaturale e divino, che è la fede. Partecipando all’amore divino, attraverso la sua volontà o facoltà d’azione, egli raggiunge un potere soprannaturale e divino che è la carità. Allo stesso modo è fatto partecipe, attraverso l’essenza stessa e la natura della sua anima, della natura divina e ottiene una certa somiglianza con Dio attraverso una sorta di rigenerazione o una nuova creazione.

Effetti che la grazia produce in noi, secondo San Bonaventura e Monsabré.

Tale è la natura della grazia che produce in noi degli effetti meravigliosi, di cui apprezzeremo la grandezza solo in cielo. San Bonaventura li riassume nei seguenti termini: « La grazia è il dono che fa della nostra anima la sposa di Gesù Cristo, una figlia dell’Eterno Padre e il tempio dello Spirito Santo. È un dono gratuito della bontà divina che purifica l’anima, la illumina e la perfeziona; la vivifica, la riforma e la rafforza; la eleva a Dio, la rende simile a Dio e la unisce a Dio. Come la nostra anima non assomiglia alla Santa Trinità se non per la virtù che ci purifica, ci rafforza e ci eleva, e per la chiarezza della verità che ci illumina, ci riforma e rassomiglia a Dio: in breve, siccome è questo insieme di doni che ci rende degni delle compiacenze e dell’amore del nostro Dio, ne consegue che questa influenza divina prende il nome generale di grazia, che esprime e riassume meravigliosamente i vari effetti dell’effusione dell’amore divino (S. Bonav., Breviloquium pars V, c. I). Anche il Padre Monsabré ha descritto gli effetti della grazia sull’anima: « Noi siamo partecipi della natura divina. Non abbiamo timore di confessare questo dogma a testa alta e di nutrire la nostra anima con questa consolante dottrina. Non è mai stato così necessario mantenere saldo lo spirito dei Cristiani e respingere gli attacchi dei nostri nemici. Satana rinnova, con più astuzia che mai, il tentativo che gli ha dato così buoni risultati nel Paradiso terrestre; egli dice agli uomini: « Sarete come dèi se vi scrollerete di dosso il giogo di Dio ». Il suggerimento è la più mostruosa di tutte le menzogne. Perché? Perché è la perversione della più utile di tutte le verità. Ciò che è falso nella parola di satana non è che l’uomo possa aspettarsi di essere come Dio, perché Dio stesso gli ha dato questo destino creandolo a sua somiglianza e ordinandogli di essere perfetto così come Egli lo è; il crimine consiste nel cercare la somiglianza di Dio nella ribellione contro Dio, con l’appoggiarsi, per derubare l’uomo, alla nobile ambizione di elevarsi a Dio: questo è ora, così come nel primo giorno del mondo, tutto il segreto della tattica di satana. » Come possiamo contrastare questa tattica? Non abbiamo altra scelta che far conoscere all’uomo la sua vera grandezza e presentare le sue immense aspirazioni con l’unico oggetto che possa soddisfarle. Alla falsa apparenza della divinità, che il panteismo fa risplendere ai suoi occhi e che non è altro che l’annientamento della sua personalità, delle sue facoltà, del suo essere, noi opponiamo la divinizzazione realissima che Gesù Cristo gli offre. Lasciando alla natura umana la sua completa integrità, vi aggiunge il dono magnifico della natura divina. Allora non sedurrà più le nostre anime quel mostruoso errore. Il vuoto che egli intende colmare sarà già divinamente colmato; le aspirazioni con cui vuole ingannare saranno pienamente soddisfatte. Rendiamoci inaccessibili alla seduzione, penetrando ogni giorno più intimamente la verità; apprezziamo, come meritano, i doni che Dio ci ha dato (1Cor. II, 12), e non saremo tentati di rincorrere a chimere. Apriamo gli occhi del nostro cuore per conoscere le magnifiche speranze della nostra vocazione, i tesori di gloria che costituiscono la nostra eredità nella dimora dei santi (Efes. I, 18), e non ci costerà nulla disprezzare tutte le promesse e le minacce del mondo. Dal momento in cui comprendiamo di essere degli dèi, non avremo più paura di diventare uomini: come partecipanti della natura e della vita di Dio come siamo, agiamo divinamente. Pensieri, opere, desideri, azioni, tutto assume proporzioni infinite nella nostra anima, perché tutto è impregnato della virtù dell’Altissimo e trasformato dalla Linfa Divina. » (p. Monsabré, Vie divine de l’homme).

Capitolo IV.

LA GRAZIA ED IL CUORE DI GESÙ

Intima unione del Verbo con l’umanità.

Appena la Madonna ha pronunciato il fiat liberatorio, il Verbo, scendendo dall’alto del cielo, prende su di sé l’umanità languente per farla propria e realizzare per essa i grandi progetti che nella sua misericordia aveva concepito. Fin dal primo momento, l’anima umana di Gesù è apparsa piena di bellezza agli occhi di Dio, che gli dà amorevolmente il bacio della pace, dicendo: « Sei la mia amata figlia, bella tra migliaia, e non c’è macchia in te. » La divinità ha riempito quell’anima e l’ha ridondata nel corpo, al punto che San Paolo poteva dire che la divinità abitava  corporalmente in Gesù. Quando il ferro è sottoposto al fuoco, lo penetra e si identifica con lui. Non cessa di essere ferro, ma diventa ferro rovente. L’unione del Verbo con l’umanità supera senza paragoni l’unione molto intima del ferro e del fuoco. Il Verbo assorbe nella sua personalità quella dell’umanità. Anche se sussiste la sua natura, vuole che la sua Persona la compenetri e la elevi ad una dignità che nessuna intelligenza umana potrebbe mai concepire. La mera unione del Verbo con l’umanità rende questa pura, innocente, bella, immacolata, degna dell’amore soprannaturale di Dio.

La grazia di Dio riempie l’anima di Gesù Cristo.

Dobbiamo noi dedurre che la grazia santificante o abituale non sia stata data all’anima di Gesù, o almeno che non potesse esserGli di alcuna utilità? Sant’Agostino afferma il contrario: « Gesù Cristo è pieno di grazia perché Dio lo ha unto con l’unzione dello Spirito Santo, non con l’olio visibile, ma con il dono della grazia. Un dono che rappresenta l’olio che la Chiesa usa nei battesimi. » ( S. Aug.: De Trinitate, 1, XV, c. XXVI; ML: 42, 1092). Tale era anche l’opinione di San Cirillo e di San Giovanni Crisostomo, basata su ragioni di congruenza, che hanno attirato l’attenzione di tutti i teologi portandoli a concludere, quasi all’unanimità, dell’esistenza della grazia santificante nell’anima di Gesù Cristo. Tutte le creature ricevono grazia e gloria da Dio (Ps. LXXXIII). Dio è il centro che irradia la grazia, la prima e unica fonte da cui sgorga l’acqua viva che estende la vita. Più ci si avvicina al fuoco, più si sente il calore; più ci si avvicina alla sorgente, più si è pronti ad attingere acqua abbondante e pura. Ora, quale creatura è stata più vicina alla divinità dell’umanità del Salvatore? Certo, c’è una linea di divisione tra essa e la Persona del Verbo che la sostiene; il Quale si è fatto tanto sua questa umanità, che dalla sua unione nasce un solo amore: l’Uomo-Dio. Egli è il Verbo, ma non solo il Verbo; Egli è il corpo e l’anima di un uomo, ma non solo un corpo e un’anima: è il Verbo incarnato, cioè il Verbo che penetra tutta l’umanità, come un balsamo che penetra con il suo profumo morbido il corpo con cui si mescola (Mons. De Segur: “Nos grandeur in Jesus”). L’anima di Gesù Cristo è intimamente unita alla divinità; non può quindi sottrarsi alla grazia di Dio che la inonda completamente e la riempie di tutta la pienezza di cui è capace una creatura.

Ragioni di questa pienezza di Grazia.

Tutto richiedeva in Nostro Signore questa pienezza: la sua intelligenza, destinata a penetrare il più intimo dei misteri, fino al cuore della divinità; la sua volontà che doveva amare Dio con un amore soprannaturale, la cui longitudine, latitudine, altezza e profondità superano ogni concezione; la sua natura umana che, vivificata – non distrutta – dalla Persona del Verbo divino, doveva sussistere nella sua interezza. È veramente lo strumento del Verbo, non quello inerte e inconscio del lavoratore, ma uno strumento animato che ha una sua vita, un suo modo di agire, una sua autonomia. Ha bisogno, questa natura, di un principio d’azione che diriga e perfezioni i suoi atti; ha bisogno, questa natura, essenzialmente umana, di un elemento che la soprannaturalizzi e la renda partecipe della natura divina: questo è ciò che fa la grazia che è comunicata come eredità. Gli attributi della personalità divina e della grazia rimangono in Gesù Cristo completamente diversi. L’unione ipostatica da sola, senza considerare altro che il suo effetto formale, comunica all’umanità la dignità della Persona. È una dignità divina e quindi la rende straordinariamente santa e gradita agli occhi di Dio, incapace di essere sfigurata dalla minima macchia. Ma perché il Verbo comunichi tutta la sua perfezione, deve dare con la perfezione, anche la santità della sua natura divina. È precisamente la grazia, che è stata definita così giustamente come una infusione della natura divina nella natura umana, che dona all’anima la bellezza, la forma che la prepara alla gloria che le è riservata. Cosa santifica il corpo, si chiede Suàrez? Una disposizione interiore segreta, che modera i suoi movimenti, li mantiene in ordine, facilitando le sue oneste operazioni. Senza dubbio, la Persona del Verbo santifica la carne di cui è rivestita, poiché diventa carne di Dio. Tuttavia, per essere elevato allo stato di santità richiesto dalla sua natura, Egli richiede anche la disposizione interiore che stabilisce l’ordine nelle sue facoltà, che non produce, almeno formalmente, la presenza della seconda Persona della Santissima Trinità. Questo è ciò che accade nell’anima di Gesù Cristo. L’anima, pur nobilitata e santificata dalla presenza del Verbo, non raggiunge tutta la perfezione di cui è capace finché la grazia non le comunica l’effetto fisico, la particolare disposizione che perfeziona il suo modo di agire e che noi chiamiamo grazia. È vero che questa perfezione è, se così si può chiamare, estrinseca, accidentale, eminentemente contenuta in ciò che conferisce la personalità divina; ma deriva anche dal Verbo incarnato, al quale non potremmo negarla senza avventatezza. Non è questa una conseguenza necessaria della presenza del Verbo, perché si fonda unicamente sul beneplacito di Dio. Ma si aggiusta, si adatta alla sua presenza in modo così armonioso, così perfetto, che sembra essere la sua naturale ed inseparabile compagna. Nel momento stesso in cui il Verbo si è incarnato nel grembo di Maria, la sua anima è stata abbellita dalla grazia santificante che gli è stata donata in tutta la sua pienezza. Se poi l’evangelista ci dice che il Bambino di Nazareth è cresciuto nell’età e nella grazia, dobbiamo capire trattarsi delle manifestazioni esterne di questa grazia, perché all’interno non era suscettibile né di aumentare né di diminuire. Dalla sua creazione l’anima di Gesù ha ricevuto tutta la grazia che sarà la sua eredità in eterno.

Significato della frase: «Pienezza della grazia ».

« Lo abbiamo visto pieno di grazia e di verità ». A proposito di questa parola di San Giovanni, i Dottori notano che l’espressione può avere diversi significati. A volte la Scrittura la usa per indicare un’abbondanza di grazie che si estende a tutte le opere virtuose, a tutte le potenze. In questo senso, San Paolo desidera che gli Efesini siano colmi della pienezza di Dio (Ef. III, 19). Altre volte la Scrittura vuole mettere in evidenza una grazia di elezione, conferita a un’anima in previsione della missione che Dio le riserva. Così Maria è stata salutata dall’Angelo, “piena di grazia”, perché aveva ricevuto tutte le grazie legate alla sua dignità di Madre di Dio. È solo in Gesù Cristo che la parola “pienezza della grazia” deve essere presa in tutta l’estensione del suo significato. Tutte le grazie delle altre creature, unite e paragonate alla grazia di Gesù Cristo, sono ciò che è uno stagno in relazione al vasto oceano. Infatti, mentre la grazia è stata data alle creature secondo una certa distribuzione, a Gesù Cristo è stata data senza alcuna misura. Quindi, sebbene questa grazia sia essenzialmente finita, perché creata e della stessa specie di quella che viene conferita a noi, è talmente sovrabbondante in Gesù da poter essere giustamente chiamata infinita. Le opere di Nostro Signore raggiungono un valore infinito grazie a questa unione. Essa dà infinito merito alle azioni del Salvatore, infinita soddisfazione a tutte le sue azioni compiute in spirito di penitenza. Questa unione influenza anche la grazia santificante, e le conferisce una forza d’azione infinita, in modo che la grazia renda l’anima di Nostro Signore infinitamente gradita e santa agli occhi di Dio. Dico infinitamente santa, ma non dobbiamo dimenticare che rimane sempre la differenza tra la santità conferita all’anima di Nostro Signore dalla grazia santificante e la santità di Dio: questa è infinita per essenza, quella per comunicazione.

Accostiamoci al Cuore di Gesù con fiducia.

Ognuno di noi deve mettere in pratica il consiglio dell’Apostolo di avvicinarsi al trono della grazia con fiducia, per ottenere da Lui la misericordia. Che cos’è questo trono di grazia? È il Cuore di Gesù, perché in Lui regna la carità; in Lui, dunque, ha sede la grazia, come una regina piena di maestà e di benevolenza. Non abbiamo paura; Gesù stesso ci chiama: « Venite – ci dice attraverso Isaia – venite a comprare vino e latte senza denari. » (Is. LXV, 1). Quel vino e quel latte sono la grazia che si insinua così dolcemente nell’anima, nel rispetto della sua libertà, e che le comunica allo stesso tempo una forza, un vigore cento volte superiore alle sue forze naturali. Il Cuore di Gesù è la fonte di acqua viva che giunge fino alla vita eterna della grazia. Questa fontana è stata aperta sul Calvario dalla lancia. Tutti coloro che desiderano attingere dalla grazia si avvicinino al Cuore di Gesù. E cosa possiamo temere? Dio non ha forse depositato per noi questa sovrabbondanza di grazia nel Cuore di suo Figlio? E cosa desidera il Cuore di Gesù se non arricchirci con i tesori che custodisce? In ogni pagina delle rivelazioni di Santa Margherita Maria, possiamo vedere questo desiderio del buon Maestro. Ascoltiamo alcune sue parole: « Il mio Cuore Divino è così appassionato d’amore per gli uomini che, non potendo contenere in sé le fiamme della sua ardente carità, vede come necessario il comunicarle e manifestarsi ad esse, per arricchirle con i suoi preziosi tesori. Il Cuore amabile di Gesù – dice la Santa – ha un desiderio infinito di essere conosciuto e amato dalle sue creature, nelle quali vuole stabilire il suo impero come fonte di ogni bene, per prendersi cura dei loro bisogni. Lo dico con tutta certezza che, se sapessimo quanto è gradita questa devozione a Gesù Cristo, non ci sarebbe un Cristiano che, per quanto poco amore possa avere per l’amabile Redentore, non la praticherebbe. Nostro Signore riserva tesori incomprensibili a coloro che sono impegnati nella sua istituzione. Mi ha spesso promesso che coloro che sono devoti al Suo Sacro Cuore non periranno mai e che, essendo Lui la fonte di tutte le benedizioni, le distribuirà con generosità dove l’immagine del Cuore amoroso è esposta per essere amata e onorata. » Nelle lettere di Santa Margherita troviamo un fatto che dimostra quanto sia opportuno che soprattutto noi, sacerdoti di Gesù Cristo, facciamo ricorso a questo Cuore pieno di grazia, per noi prima di tutto, e anche per le anime che ci sono affidate. Ad un religioso della Compagnia la Santa aveva chiesto di mettere la sua cura nella composizione di un’incisione del Sacro Cuore. Impedito da altre occupazioni, questi aveva impiegato molto tempo per farlo. « Il buon Padre – scrive la Santa – è così impegnato con mons. De Autun, nella conversione degli eretici, che non ha né il tempo né l’opportunità di impegnarsi in quest’opera che l’adorabile Cuore del nostro Maestro desidera con tanta veemenza. Non potete immaginare, mia carissima Madre, quanto questo ritardo mi affligga e mi faccia soffrire. Devo confessarle in confidenza che, a mio parere, questa è la causa delle poche conversioni degli infedeli nel suo popolo. Mi sembra di sentire continuamente queste parole: se il buon Padre avesse prima adempiuto ciò che aveva promesso al Sacro Cuore, Gesù avrebbe cambiato e convertito i cuori degli infedeli, per il piacere che avrebbe provato nell’essere onorato nell’immagine che desidera; ma poiché gli antepone altre cose, per darGli questo piacere, naturalmente per la sua gloria, indurirà i cuori di quegli infedeli, e le opere di quella missione saranno di poco frutto. »

Capitolo V

IL CUORE DI GESÙ FONTE DELLA GRAZIA

Cristo Restauratore di tutto il creato ed Autore della grazia.

Alcuni Padri della Chiesa dichiarano che la morte di Cristo sia stata un bene per tutta la creazione. Essi basano la loro affermazione su motivi di congruenza e sulla testimonianza di San Paolo che afferma che Cristo ha provato la morte per tutti (Eb II, 9). « Nel mondo materiale, anche gli esseri privi di ragione e di sentimento non riescono a trovare la loro giusta ragione, la perfezione che si addice loro, se non nel soprannaturale, e quindi in Cristo e per mezzo di Cristo. Ma si dice ancora poco nell’affermare che il soprannaturale spieghi e perfezioni il mondo materiale: si dovrebbe dire che lo nobiliti, che gli conferisca un valore incomparabile, facendolo partecipare, nella misura in cui permette la sua natura, alla grandezza a cui l’uomo stesso è stato elevato. Spero di potervi far capire che il mondo materiale non sia stato escluso dalla magnifica restaurazione di tutte le cose in Cristo che Dio intende realizzare (Ef. I, 9-10); e anche che esso sia stato poi abbellito quanto più possibile. » (P. Curci, La nature et la gràce, t. I , 15 discorso). La Sacra Scrittura ripete spesso che Nostro Signore sia la fonte della grazia; che la grazia e la verità siano stati fatti da Gesù Cristo; che Dio doni la sua grazia attraverso il suo Figlio prediletto. Tutte queste sono espressioni che rivelano una verità importantissima, di cui è bene avere una conoscenza profonda prima di studiare i mezzi con cui Nostro Signore comunica la grazia divina. Per quanto intima possa essere l’unione del Verbo con l’umanità in Nostro Signore Gesù Cristo, le sue operazioni divine rimangono completamente distinte da quelle umane. Supponendo questo, chiediamoci prima di tutto chi produca la grazia, se la divinità o l’umanità. Alcuni teologi, seguendo le attrattive di una pietà mal illustrata, hanno osato dire che l’umanità del Salvatore fosse la causa principale della Grazia e che Egli esercitasse su di essa un’azione diretta e fisica. Questo è un errore manifesto, perché nella creazione della grazia non c’è altro che uno strumento; così il Concilio di Trento, trattando della causa efficiente della grazia, parla sempre di Dio escludendone l’umanità. Gli effetti non possono essere di ordine diverso dalla causa che li produce; la grazia, essendo di un ordine infinitamente superiore alla natura umana, non può essere prodotta da essa, ma è imperiosamente rivendicata da un altro Autore. – In che senso, dunque, la Sacra Scrittura e tutti i Padri proclamano Gesù Cristo Autore della grazia? Cerchiamo di capire bene questa verità, perché ci unirà molto di più al Cuore di Gesù, facendoci penetrare molto al suo interno, ed accenderà i nostri cuori alla riconoscenza e all’amore, rivelandoci tutti i benefici che abbiamo ricevuto da Lui.

Non possiamo fare nulla senza la grazia.

Cosa possiamo noi fare nell’ordine soprannaturale della grazia? Una parola riassume il tutto: NULLA! Nemmeno possiamo pronunciare il Nome del Nostro Salvatore, né avere un inizio di fede che sia proficuo per la nostra salvezza: « Infatti – dice il Concilio di Orange – se qualcuno afferma che l’inizio della fede, per cui noi crediamo in Colui che giustifica l’empio, non sia l’effetto del dono della grazia, ma ci venga dall’ordine naturale, si oppone ai dogmi apostolici. » (cfr. 5). Non c’è una sola opera dell’ordine naturale che possa meritare la grazia, non solo – volendo impiegare il linguaggio delle scuole – de condigno, ma nemmeno de congruo. Questo è stato permesso da Dio, perché l’uomo fosse umile, riconoscendo così la sua completa dipendenza da Dio in tutto ciò che riguardi la sua salvezza. Non possiamo fare alcuna opera soprannaturale senza la grazia, né possiamo meritarla, per quanto ci sforziamo. Siamo veramente ridotti alla povertà estrema, e se qualche amico non viene ad aiutarci nella nostra necessità, siamo infallibilmente perduti. Ma consoliamoci: questo amico benefattore, tanto ricco da farci l’elemosina della grazia, esiste: è Gesù! che con i suoi infiniti meriti ce l’ha meritata, e proprio per questo lo salutiamo con il titolo di Autore della grazia.

Gesù Cristo ci ha meritato la grazia.

Quali misteri d’amore ci rivelano queste semplici parole! Il Verbo, in tutto ciò che è pari al Padre suo, non potrebbe meritare; ma, per l’amore che ha per noi, farà un miracolo che gli permetterà di soddisfare allo stesso tempo tutte le condizioni richieste per il merito. Egli scende dal cielo, veste la sua divinità con la livrea del genere umano, unisce la natura umana alla sua natura divina nell’unità della Persona. Da allora, l’Uomo-Dio, Uomo perfetto, Dio uguale al Padre e allo Spirito Santo, possiede tutte le qualità richieste per il merito, elevato al più alto grado di perfezione. Mentre la sua anima, nella parte superiore, contempla il volto di Dio e gode già della felicità della patria, nella parte inferiore è soggetta a tutte le nostre infermità; il suo corpo è sottoposto ad un duro lavoro, e solo a prezzo di molte sofferenze può entrare nel regno della gloria, verso il quale cammina dolorosamente come ogni uomo venuto al mondo. In Gesù, la volontà divina vuole e ama necessariamente; ma la sua volontà umana rimane completamente libera e quindi ha la possibilità di offrire a Dio Padre il sacrificio dei suoi atti e di conseguenza di meritare. Quando dico che Cristo era libero, non intendo dire che la sua volontà potesse essere incline al male; al contrario, era determinata al bene. Ma va notato – con san Tommaso – che il potere di inclinarsi al peccato, lungi dal’essere la perfezione della libertà, ne è il suo difetto. La volontà umana non è mai più libera di quando, rinunciando al folle progetto di farsi la propria regola di condotta, prende come regola la volontà stessa di Dio, sempre infallibile. Al di fuori della volontà divina, la volontà umana non trova altro che la schiavitù: « Chi pecca, diventa schiavo del peccato. » (Joann. VIII, 34). Ma ciò che accresce all’infinito il merito di Nostro Signore è che tutte le sue azioni sono state le azioni di un Uomo-Dio. « È facile dire che la sua volontà umana, unita alla divinità con il vincolo della carità e della grazia santificante, che aveva in tutta l’abbondanza che si addiceva all’anima di un Uomo-Dio, meritasse più, in tutto ciò che incarnava, di quanto lo spirito umano potesse comprendere, perché la grandezza dei suoi meriti si misura con la grandezza della sua grazia; eppure ciò non significa che i suoi meriti siano infiniti, poiché la sua grazia santificante, come creatura, non è infinita. Ma se si considera l’unione ipostatica che fa dell’uomo che lavora, soffre e merita, un vero Dio, si ha il principio del valore infinito e della dignità di tutti i suoi meriti. Se si smette di affermare che non solo che le sue azioni provenissero semplicemente dall’umanità, ma dall’umanità totalmente inabissata e trasformata in Dio, penetrata dall’unzione divina e aureolata con il bagliore della divinità, si giudicherà, e con molta ragione, che tutto ciò che è abissale fosse divino e di infinito valore. Giudicherete, e giustamente, che tutto ciò che era santo era divino e di infinito valore. Noterete non solo che la santa umanità fosse completamente piena, e se possiamo parlare in questo modo, traboccante ovunque di grazia santificante; ma anche che, unita in modo tale al divino da formare con esso una sola Persona, sembri aver avuto come radice certa l’aver penetrato a sufficienza la stessa divinità e gli stessi attributi divini, da cui ha tratto una vita infinita, un vigore, un’eccellenza ed una dignità che ha riversato in tutte le sue opere per cui ha dato loro un merito davvero infinito. » (D’Argentan, Grandeurs de JésusCrist.).

Beni che ci vengono dai meriti di Cristo.

Gesù Cristo ha lavorato e meritato per noi e i beni che ci vengono dai suoi meriti sono innumerevoli. Non parlo degli Angeli, che devono anche loro tutte le grazie ricevute ai meriti previsti di Gesù Cristo.  « Tutti hanno ricevuto dalla sua pienezza », dice San Giovanni; e, come avverte San Tommaso, tutti gli Apostoli, i Patriarchi, i Profeti, i giusti che sono esistiti, esistono e esisteranno, anche gli Angeli stessi. Perché la pienezza della grazia che è in Cristo è la causa di tutte le grazie che sono in tutte le creature razionali. Allo stesso modo, San Gregorio commenta il v. 2 del capitolo 2 del Primo Libro dei Re: « Non c’è nessun santo come il Signore, perché non c’è nessun altro fuori di Lui. » San Gregorio dice che « Non c’è nessun altro all’infuori di Lui », da intendersi come la prima espressione: « Non c’è nessun altro santo all’infuori di Te », perché nessuno tra gli uomini o tra gli Angeli è Santo se non Cristo. « Benedetto sia Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei beni celesti in Cristo, come Egli ci ha scelti in Lui stesso, prima della creazione del mondo, perché siamo santi e irreprensibili davanti a Lui nell’amore; che ci ha predestinati a Cristo, perché ci adotti come figli secondo lo scopo della sua volontà, a lode e gloria della sua grazia, con la quale ci ha reso gradevoli nel suo Figlio diletto. » (Eb. I, 3-6). Con queste parole San Paolo solleva un po’ il velo che ci nasconde l’immenso tesoro di grazie racchiuso nei meriti del Salvatore. Dio ha davanti a sé, da tutta l’eternità, il Figlio suo Gesù Cristo, fatto da Lui Re di tutta la creazione e tipo ideale di tutte le creature. Ma prima di far uscire il mondo dal nulla, prima di creare il cielo e la terra, Egli ci ha scelto da tutta l’eternità per essere nel numero di coloro che formeranno la corte del suo amato Figlio. La verità è che il peccato sembra venire prima di tutto a destabilizzare il piano primitivo. Ma Dio saprà renderlo più grande e più bello sempre attraverso suo Figlio Gesù: Proposuit omnia instaurare in Christo, sivequæ in cælis, sivequæ in terris sunt. Questo Gesù che prima di tutto parla di essere unicamente un Re di gloria, sarà per noi un Uomo di dolore; salirà su una croce e dal suo Cuore aperto farà scorrere sopra di noi il sangue riparatore che cancellerà tutte le nostre colpe. Ma per la gloria di questa grazia, per far risplendere la sua potenza in tutto il suo splendore e la sua meravigliosa fecondità, ci predestina ad essere figli adottivi di Dio; una gloria che dobbiamo interamente ai meriti di Gesù Cristo. Grazie a Gesù Cristo, siamo chiamati ad essere cittadini del cielo, eredi delle ricchezze dell’Eterno Padre, anche se nulla ci è dovuto. Siamo destinati ad essere coeredi di Gesù Cristo, ad essere figli di Dio. Dio, da parte sua, non perdonerà nulla?, ma per mezzo di Gesù Cristo ci benedirà con ogni sorta di benedizioni spirituali: « Perciò – dice sant’Ambrogio – vedendo come vengono tutte le grazie da Cristo, se qualcuno lo disprezza e crede di poter essere benedetto da Dio, si è immancabilmente ingannato. » Considera che un tale sia nato alla grazia in un Paese cattolico e da una famiglia cattolica. Gesù gli ha meritato il Battesimo. Quando la grazia santificante discende in un’anima, nel momento in cui l’acqua rigenerante scorre sulla fronte del nuovo Cristiano, la bagna come una regina, accompagnandola con la fede, la speranza e la carità, con tutte le virtù morali e con i doni dello Spirito Santo. Gesù fa crescere nella virtù e guida i nostri passi; perché la sua “grazia preveniente” accompagna e corona tutte le vostre opere. Non lavorate voi da soli, ma la grazia di Gesù è con voi, e ad essa dovete tutto ciò che c’è di buono e santo in voi, poiché senza di essa nessuna delle vostre azioni potrebbe essere gradita a Dio. » (Conc. Trid. I, 6, cf. 16). Guardate la grazia di Gesù nella buona ispirazione che passa attraverso il vostro spirito, nel buon movimento che fa battere il vostro cuore, nel buon desiderio che vi conduce alla virtù. Quando la tentazione vi fastidisce, c’è la grazia di Gesù che vi incoraggia e moltiplica le vostre forze. Quante volte avete forse tradito la causa di Gesù! Quante volte avete calpestato il suo prezioso Sangue! L’avete crocifisso di nuovo nel vostro cuore! Voi vi pentite, va bene; ma sappiate che alla sua grazia dovete anche l’atto di contrizione, e ai suoi meriti il perdono di tutte le colpe mortali e veniali; anche a Lui dovete la perseveranza finale, il dono dei doni, il dono supremo della grazia. Nell’ora della morte, quando tutte le vostre ricchezze e i vostri parenti e amici vi hanno abbandonato, Gesù, il vostro vero amico, non vi lascerà. Grazie ai suoi meriti, il cielo si aprirà a voi e potrete, per tutta l’eternità, glorificare l’Agnello immolato dall’inizio del mondo, il cui Sangue vi ha liberato dalla schiavitù del peccato e vi ha reso eroi.

Conseguenze pratiche.

Come ci fa capire bene questa verità il paragone che Gesù usava quando diceva: « Io sono la vite, voi i tralci. » I rami, infatti, devono tutto alla vite che li sostiene: nascita e crescita; attraverso di essa vivono, germogliano e si ricoprono di foglie, fiori e frutti. Dobbiamo tutto a Gesù Cristo nell’ordine soprannaturale, e molto nelle circostanze naturali che hanno un rapporto più diretto con la nostra predestinazione, dalla nascita alla grazia fino alla consumazione nella gloria (Ef. I, 23 – S. Aug. in ps. CVIII – Xon. Tris. S. XIV, CFR. 8). Dio aveva promesso al suo Figlio diletto che se fosse morto per l’espiazione dei peccati, avrebbe visto l’emergere di una numerosa posterità. Un giorno ci sarà dato di vedere la realizzazione di quel patto. Quanto sarà glorioso per Gesù il giorno solenne in cui, Re della gloria, apparirà in cielo scortato dalle sue legioni di Angeli che lo proclameranno loro Sovrano, accompagnato da una folla innumerevole di Patriarchi, Profeti, Apostoli, Martiri, Confessori e Vergini che lo acclameranno come loro Redentore, e faranno risuonare i cieli con l’inno trionfante che l’Angelo di Patmos ha udito: « Degno è l’Agnello che è stato immolato di ricevere amore, onore, gloria e benedizione nei secoli dei secoli. » Fino a quel giorno benedetto, mettiamo tutto il nostro impegno per non sprecare nessuno dei grandi benefici che possiamo trarre dai meriti di Gesù Cristo. Chiediamo a Dio, sull’esempio della Santa Chiesa, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma chiediamolo nel nome dei meriti di suo Figlio Gesù Cristo. « Ho letto molte volte in Louis de Blois – dice il V. Louis de la Puente – che dobbiamo offrire tutto ciò che facciamo in unione con i meriti di Gesù: la mia povertà unita alla povertà di Gesù, i miei atti di obbedienza all’obbedienza del Salvatore, le mie opere alle opere di Gesù, e così via. Questo è ciò che significa offrire le mie azioni a Dio, unendole ed incorporandole a quelle che Gesù ha fatto per me. Da questa offerta e da questa unione le nostre azioni ricevono un lustro speciale ed un valore maggiore, che le rende più gradite. Infatti, per mezzo di questa pratica, riconosciamo Gesù Cristo come nostro Capo, come principio del nostro bene e come nostro mediatore; purché lo chiediamo con perseveranza, usando i suoi meriti come titoli che ci danno il diritto di essere ascoltati. » (Vita di P. La Puente, c. XVIII, p. 143). Tutto ciò che abbiamo spiegato finora non ci porta come per mano a concludere che il Cuore di Gesù sia la fonte della grazia? Perché, qual è la prima ed ultima ragione di tutta la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, la ragione che ci conduce al segreto di tutte le sue azioni, se non il suo amore per noi, il cui simbolo più espressivo è il suo Cuore? L’Apostolo ci lascia forse il minimo dubbio al riguardo? Dilexit! Mi ha amato! Questa è la parola chiave di tutti i misteri. Mi amò, e perché mi amava è venuto sulla terra, ha sofferto, ha meritato, si è donato completamente per il mio maggior bene e beneficio (Corn. A Lapide, Effig. S. Pauli). O Cuore di Gesù! Sto appena cominciando a considerare la tua grandezza e già ti presenti a me come il fuoco che irradia tutta la luce; come il vero centro da cui hanno origine tutte le cose buone, tutte le cose giuste, tutte le grandi, tutte le sante! Sì, la mia vita, la mia vera vita sarà il tuo Cuore divino; il mio pensiero sarà il tuo Cuore; la mia speranza sarà il tuo Cuore; il mio amore sarà il tuo Cuore. Per me, volere, parlare, agire, sarà il tuo Cuore; non voglio, non amo se non il tuo Cuore; quello che faccio, penso, dico, deve essere il tuo Cuore Divino.

https://www.exsurgatdeus.org/2020/05/19/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-7/

SALMI BIBLICI: “MEMENTO, DOMINE, DAVID, et” (CXXXI)

SALMO 131: “MEMENTO, DOMINE, DAVID”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 131

Canticum graduum.

[1] Memento, Domine, David,

et omnis mansuetudinis ejus;

[2] sicut juravit Domino, votum vovit Deo Jacob:

[3] Si introiero in tabernaculum domus meæ; si ascendero in lectum strati mei;

[4] si dedero somnum oculis meis, et palpebris meis dormitationem,

[5] et requiem temporibus meis, donec inveniam locum Domino, tabernaculum Deo Jacob.

[6] Ecce audivimus eam in Ephrata; invenimus eam in campis silvæ.

[7] Introibimus in tabernaculum ejus; adorabimus in loco ubi steterunt pedes ejus.

[8] Surge, Domine, in requiem tuam, tu et arca sanctificationis tuae.

[9] Sacerdotes tui induantur justitiam, et sancti tui exsultent.

[10] Propter David, servum tuum, non avertas faciem christi tui.

[11] Juravit Dominus David veritatem, et non frustrabitur eam: De fructu ventris tui ponam super sedem tuam.

[12] Si custodierint filii tui testamentum meum, et testimonia mea hæc quæ docebo eos, et filii eorum usque in sæculum sedebunt super sedem tuam.

[13] Quoniam elegit Dominus Sion, elegit eam in habitationem sibi.

[14] Haec requies mea in sæculum sæculi; hic habitabo, quoniam elegi eam.

[15] Viduam ejus benedicens benedicam; pauperes ejus saturabo panibus.

[16] Sacerdotes ejus induam salutari, et sancti ejus exsultatione exsultabunt.

[17] Illuc producam cornu David; paravi lucernam christo meo.

[18] Inimicos ejus induam confusione; super ipsum autem efflorebit sanctificatio mea.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

È Salmo che Salomone cantò nella dedicazione del Tempio (lib. 2, c. 6, Paralip.). Si rammenta il desiderio di Davide di edificare il tempio, e la petizione a Dio che il regno si stabilisca nei suoi posteri. Il Salmo è tra i graduali, perché da cantare dal popolo reduce dalla schiavitù, avendosi innanzi da imitare il desiderio di Davide per la casa di Dio, e la diligenza di Salomone in edificarla.

Cantico dei gradi.

1. Ricordati, o Signore, di David e di tutta la sua mansuetudine; E del come ei giurò al Signore, e di come fe’ voto al Dio di Giacobbe:

3. (Dicendo) – Se io entrerò al coperto nella mia casa, se io salirò al mio letto per riposare,

4. Se darò sonno ai miei occhi e quiete alle mie pupille,

5. E requie alle mie tempia, (1) fino a tanto che io trovi un luogo al Signore, un tabernacolo al Dio di Giacobbe.

6. Ecco che noi udimmo come (sua sede) era in Ephrata; la trovammo nei campi selvosi.

7. Entreremo nel suo tabernacolo ; lo adoreremo nel luogo dove i suoi piedi si posarono.

8. Su via, o Signore, vieni nella tua requie, tu e l’arca di tua santità.

9. I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia, esultino i tuoi santi.

10. Per amor di David tuo servo non allontanare la presenza del tuo Cristo.

11. Il Signore ha fatto promessa giurata e verace a David, e non la renderà vana La tua prole porrò io sul tuo trono,

12. Se i tuoi figliuoli saran fedeli al mio  testamento e ai precetti che io ad essi insegnerò. I loro figliuoli ancora in perpetuo sederanno sopra il tuo trono. (2)

13. Perché il Signore si è eletta Sionne se la è eletta per sua abitazione (dicendo):

14. Questa è la mia requie pei secoli; qui io abiterò perché me la sono eletta.

15. La sua vedova benedirò largamente; satollerò di pane i suoi poveri.

16. I suoi sacerdoti rivestirò di santità, ed esulteranno grandemente i suoi santi.

17. Ivi farò che a David spunti regal possanza: Ho preparata al mio Cristo una lampana.

18. I nemici di lui coprirò di confusione; ma in lui fiorirà la mia santità.

(1) « Né il riposo alle mie tempia », questa addizione non si trova né nell’ebraico, né nel caldeo, né nel siriaco, né in san Girolamo. Si ritrova solo nell’arabo.

(2) Tra le promesse che Dio fece a Davide, una è assoluta: « Io stabilirò sul tuo trono il figlio che nascerà da te; » l’altro è condizionale: « Se tuo figlio conserverà la alleanza con me, etc. »

Sommario analitico

In un primo senso, questo salmo è applicabile alla consacrazione ed alla dedicazione del primo tempio, ed è stato possibile essere ugualmente cantato dai Giudei al ritorno dalla schiavitù, durante la consacrazione del secondo. Esso è stato probabilmente composto da Salomone, se non da Davide stesso.

I. Il salmista ricorda a Dio:

1° la dolcezza di Davide in tutti i suoi rapporti con i vicini (1);

2° la sua pietà verso Dio che lo ha indotto a:

– a) fare a Dio il giuramento di costruirgli una dimora (2);

– b) a sacrificare al compimento dei suoi desideri;

– c) gli splendori della sua dimora (3);  

3° le dolcezze del sonno (4);

4° ogni specie di riposo (5)

II. Il popolo fa conoscere:

1° il suo ardore nel cercare l’arca;

2 ° la felicità nel trovarla (6);

3 ° il suo fervore nel rendergli il culto dovuto (7)

III.  – Il salmista prende occasione da questo voto e dal suo compimento per spingere Dio:

1° a prendere possesso del tempio che gli è stato destinato (8);

2°  a benedire ed a santificare i suoi sacerdoti ed i suoi fedeli adoratori (9);

3° a mantenere le promesse che Egli ha fatto a Davide (10) e che consistono:

.- a) mettere sul trono uno dei suoi figli (11);

– b) a perpetuare il trono nella sua famiglia, se i suoi figli gli restassero fedeli (12);

– c) a scegliere la montagna di Sion come il suo luogo di predilezione e di riposo (13, 14); 

d) a ricoprire della sua protezione le vedove ed i poveri (15);

e) a rivestire i sacerdoti di santità ed i fedeli di gioia (16);

f) ad accrescere la potenza di Davide ed a preparare una lampada al suo Cristo (17); g) a coprire di confusione i suoi nemici (18).

In un secondo senso letterale, o, se si vuole, in senso spirituale, queste diverse promesse convengono molto meglio a Gesù-Cristo, vero Figlio di Davide, ed alla Chiesa che Egli è venuto a fondare sulla terra.

I. – Il salmista espone a Dio:

1° La dolcezza e la pazienza di Cristo (1);

2° La sua risoluzione di non risalire al cielo, dopo la sua discesa nel sepolcro, prima del ristabilimento della Chiesa (2, 6);

3° gli oracoli dei Profeti sulla nascita del Cristo e la \testimonianza dei pastori sul luogo ove Egli è nato (6, 7);

4° la consolazione e la gioia degli Apostoli dopo l’Ascensione di Gesù-Cristo (8);

5° la promessa fatta a Gesù-Cristo ed il compimento della sua preghiera (10).

II. – Egli segnala le promesse che Dio ha fatto alla Chiesa.

1° la sua perpetuità in Gesù-Cristo, suo Capo, e nei suoi Vicari (11, 12);

2° la santificazione della Chiesa con la presenza di Dio stesso, sotto le specie eucaristiche (12, 13);

3° la virtù salutare del sacerdozio e del ministero ecclesiastico (16);

4° l’estensione del suo regno, la confusione dei suoi nemici e lo splendore di cui sarà circondata (17, 18).

 Spiegazioni e considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1-5. – Salomone non fa qui menzione della dolcezza di Davide, ad esclusione di tutte le sue altre virtù, sia perché la dolcezza era la virtù eminente del Re-Profeta, sia ancora perché la dolcezza piace soprattutto agli occhi del Signore, come compagna inseparabile dell’umiltà e della carità: « La preghiera di coloro che sono umili e dolci vi è stata sempre gradita; » (Giudit. IX, 18); ed essa rende l’uomo simile a Dio, che è pieno di dolcezza e di soavità e di una immensa misericordia per tutti quello che lo invocano (Ps. LXXXV). – Davide è figura di Gesù-Cristo, che ha dominato tutto con la dolcezza della sua parola e della sua grazia. Mai i fedeli che sono il Corpo mistico del divin Salvatore, trionfano altrimenti dei nemici della salvezza. È la dolcezza dei loro costumi, la modestia dei loro discorsi, l’umiltà dei loro sentimenti, la loro pazienza nelle avversità che li renderanno invincibili. « Imparate da me, dice loro il Salvatore, che sono dolce ed umile di cuore. » (Berthier). – Ecco gli effetti della dolcezza e dell’umiltà di Davide, dolce ed umile di cuore, che credeva indegno di lui avere una dimora da abitare ed un letto per riposare, mentre che l’Arca di Dio non aveva una dimora permanente, cioè un tempio in cui fosse onorato in maniera stabile, occorrendo trasferirla continuamente da un luogo all’altro (II. Re, VII; I Paralip. XXII e XXVIII, 11; c. III) – Che sia Salomone o Davide a parlare in questo salmo, ne consegue sempre che l’uno e l’altro fossero persuasi del bisogno del soccorso di Dio per compiere le promesse fatte. Questa espressione: « Ricordatevi, Signore, del giuramento e del voto di Davide, » ne è la prova. Si è dunque temerari quando si fanno a Dio dei voti senza implorare la sua grazia, e non lo è di meno quando ci si illude di essere fedele senza la sua protezione (Berthier). – Quale santa attività! Il salmista non solo non entrerà nella sua casa, non salirà sul suo letto di riposo, ma non vuole neanche gioire liberamente del riposo che la natura ci rende necessario, fino a che abbia trovato un luogo ed un tabernacolo al Dio di Giacobbe. Non è il contrasto che Dio rimproverava ai Giudei, quando diceva loro: « è tempo per voi di abitare case ornate di legno, mentre il mio tempio è deserto? » (Agge., I, 4). – « … Prima di aver trovato un luogo al Signore. » Ammirate di nuovo lo zelo e la sollecitudine estrema di Davide; egli non aveva solo l’intenzione di costruire un tempio, ma voleva farlo nel luogo migliore e più conveniente alla sua santità (S. Chrys.) – Dove il Re-Profeta cercava un’abitazione per il Signore? Se era pieno di mansuetudine, egli la cercava in se stesso. Come poteva essere l’abitazione del Signore? Ascoltate il Profeta: « Su chi riposerà il mio spirito? Sull’uomo umile e dolce, che trema alla mia voce. » (Isai. LXVI, 2). Volete essere l’abitazione del Signore? Siate umile e dolce, ascoltate tremando le parole di Dio, e diventerete voi stessi ciò che cercate … « Io non salirò sul letto preparato per dormire. » Ogni proprietà privata della quale l’uomo si compiace, rende orgogliosi; ecco perché il Profeta ha detto: « io non salirò. » Ogni uomo è inevitabilmente orgoglioso di ciò che possiede di proprio … « Io non concederò sonno ai miei occhi. » Molti, perché dormono, non preparano l’abitazione per il Signore. L’Apostolo li sveglia dicendo: « Alzatevi, voi che dormite, e resuscitate dai morti, ed il Cristo vi illuminerà. » (Ephes. V, 14). Egli dice ancora: « ma noi che apparteniamo al giorno, vegliamo e restiamo sobri; perché coloro che dormono, dormono di notte, e coloro che si inebriano, si inebriano di notte. » (I Tess. V, 7-8). Per notte, egli designa l’iniquità, nella quale dormono coloro che desiderano i beni della terra; e tutte queste apparenti felicità del mondo sono sogni di uomini addormentati .,.. ma ci sono di alcuni che, senza dormire, si assopiscono un po’; essi si ritirano un poco dall’amore dei beni temporali, e vi si lasciano introdurre di nuovo, e come uomini che dormono, si lasciano nuovamente cadere la testa. Svegliatevi, scuotetevi dal sonno; sonnecchiando, voi cadrete: il salmista non vuole che colui che cerca un’abitazione per il Signore, permetta né il sonno ai suoi occhi, né l’assopimento alle sue palpebre (S. Agost.) – « Fino a che io non abbia trovato una casa per il Signore, una tenda per il Dio di Giacobbe. » Benché si chiami spesso tenda di Dio la casa di Dio, e casa di Dio la tenda di Dio, tuttavia, questo nome di “tenda” si applica particolarmente alla Chiesa del tempo presente, ed il nome di casa alla Chiesa della Gerusalemme celeste, ove andremo. In effetti la tenda appartiene specialmente ai soldati ed ai combattenti; la tenda è l’abitazione del soldato in campagna, che si trova in una spedizione. Dopo tanto tempo che abbiamo combattuto un nemico da abbattere, noi issiamo una tenda per Dio; ma quando il tempo del combattimento sarà passato, allora gioiremo di questa pace che sorpassa ogni intelligenza, secondo queste parole dell’Apostolo: « E la pace del Cristo, che sorpassa ogni intelligenza, » (Filip. IV, 7) perché, qualunque cosa noi possiamo immaginare su questa pace, il nostro spirito, appesantito dal corpo, non può arrivare alla realtà; quando giungeremo nella nostra patria, allora l’abitazione di Dio sarà una casa; liberi come saremo da ogni nemico, non arriveremo più a darle il nome di tenda. Noi non usciremo più a combattere il nemico, ma vi resteremo per lodare Dio. In effetti cosa è detto di questa casa? « Felici coloro che abitano nella vostra casa; essi vi loderanno nei secoli dei secoli. » (Ps. LXXXIII, 5) noi gemiamo ancora sotto la tenda; noi loderemo Dio nella sua casa. Perché? Perché i gemiti sono per gli esuli, e la felicità di lodare Dio per coloro che abitano nella patria. Quaggiù, cominciamo con una tenda per il Dio di Giacobbe (S. Agost.) – Volete essere l’abitazione del Signore? Siate umili e dolci, ascoltate tremando le parole di Dio, e diventerete voi stessi ciò che cercate. Se in effetti ciò che cercate non si realizza in voi, a cosa vi servirà che si realizzi in un altro? È vero che talvolta, per mezzo di un predicatore del Vangelo, Dio procura la salvezza altrui, se questo predicatore dice e non fa, ed i suoi discorsi preparano in un altro una abitazione al Signore senza che sia egli stesso questa abitazione; ma colui che fa bene ciò che egli insegna e che insegna da sé, diviene, così come coloro a cui insegnano, l’abitazione del Signore, finché tutti coloro che credono,  non facciano per il Signore che una sola dimora (S. Agost.).

II. – 6, 7.

ff. 6, 7. –  « Noi abbiamo udito che essa era in Ephrata.» Ephrata designa lo stesso che Bethléem, ove il Signore è nato dalla Vergine Maria, una testimonianza stessa del Profeta: « E tu Bethleem, non sei la più piccola tra le città di Giuda, perché da te uscirà colui che dominerà su Israele. » (Mich. V, 11; Matth. II, 6). È là, abbiamo saputo, che Dio si è dapprima riposato, là dove il Figlio unico di Dio si è degnato di abitare in una carne umana, e che ci si diceva essere in Ephrata, noi lo abbiamo trovato nei campi della foresta. È dunque in Bethleem che noi vediamo l’inizio della Chiesa; essa è cominciata con Gesù-Cristo, ma noi la troviamo in mezzo alle nazioni che sono i campi delle foreste; orribili come erano, esse sono diventate splendenti; da sterili, feconde; da alberi destinati al fuoco, la regione che produce il pane di vita; da riparo delle bestie selvagge, luogo del riposo, la casa, il tempio, il possesso di Dio (S. Ilar,). – Davide cercava un luogo per costruirvi la casa di Dio: noi abbiamo trovato nella Persona di Gesù-Cristo, non soltanto il tempio di Dio, ma Dio stesso, abitante tra gli uomini. Ora, per gioire pianamente della sua presenza, è nella solitudine che dobbiamo ritirarci. Noi lo troveremo, come si esprime il Profeta: « Nelle campagne della foresta; » non che sia necessario abbandonare le città, e nasconderci, come i solitari, nelle ombre ridotte degli alberi: il nostro Dio deve essere nel nostro cuore, ed il cuore totalmente separato dal mondo diventerà il tempio di Dio. – Tre cose sono da notare in questo versetto: Silo, Bethleem, il deserto; vale a dire, Gesù-Cristo, la sua greppia, e la solitudine del cuore, tre oggetti che dovrebbe occuparci incessantemente. Noi possiamo dire come il Profeta, che abbiamo inteso parlare di tre cose, possiamo dire di averlo trovato? (Berthier). – « Noi entreremo nel suo tabernacolo. » Noi entriamo nelle nostre case per abitarvi, e non entriamo nella casa di Dio perché Egli abiti in noi; perché Dio è ben al di sopra di noi; quando dunque Egli verrà ad abitare in voi, vi porterà la beatitudine … entrate dunque nella casa di Dio, per essere abitati da Dio; entrate, non per appartenervi, ma per appartenere a Dio (S. Agost.) – Profondo è il rispetto con il quale noi dobbiamo entrare nei nostri templi, che sono il tabernacolo della casa di Dio, ed offrire gli omaggi della nostra adorazione all’Eucarestia, della quale l’Arca era figura ed in cui Gesù-Cristo è veramente presente, non solamente come Dio, ma come uomo.

III. — 8-18.

f. 8-10. –  « Levatevi, Signore, per entrare nel vostro riposo. » Salomone, sul punto di introdurre l’arca nel tempio costruito con la più grande magnificenza, invitava così il Signore, in uno stile poetico, a lasciare la soglia del tempio e a prenderne possesso con l’arca della sua santità. – Nessuna preghiera è più conveniente per il momento in cui i fedeli partecipano al corpo di Gesù-Cristo: questo divino Salvatore, posto alla destra del Padre, si alza in qualche modo dal suo trono per venire ad abitare in noi; Egli considera il nostro cuore come il luogo del suo riposo, ma « … quale è questa casa che voi mi preparate? » dice per bocca del suo Profeta, (Isai. LXVI, 1, 2), e qual è il luogo del mio riposo? Tutto ciò che esiste, l’ha fatto la mia mano, e tutto è stato fatto da me – dice il Signore – ed ascolterò i sospiri del cuore lacerato e pentito che obbedisce alle mie parole (Berthier). –  « Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola, ed il Padre mio l’amerà e verremo a lui, e faremo in lui la nostra dimora. » (Giov. XIV, 23) – Introdotta l’Arca nel tempio, Salomone prega prima per i sacerdoti, poi per il re, perché su queste teste auguste riposa la salvezza di ogni nazione: I sacerdoti governano il popolo nelle cose spirituali, i re negli interessi temporali. Salomone chiede due cose per i sacerdoti: la giustizia e la santità, due virtù nelle quali essi non saprebbero avvicinarsi alle loro funzioni e lodare Dio con ardore. « Che i sacerdoti siano rivestiti di giustizia, » cioè di tutte le virtù, perché la parola di giustizia le comprende tutte; e non siano solamente giusti nel fondo del loro cuore, ma pure esteriormente; la loro intera vita, le loro parole e gli atti respirino la giustizia più perfetta. (Bellarm.) – « Non allontanate la faccia dal Vostro Cristo. » Ogni nostro bene consiste in un doppio sguardo, nello sguardo di Dio verso noi e nel nostro verso Dio, di tal modo che ci guardi con la bontà affettuosa di un padre, e che noi lo riguardiamo con la pietà filiale di figli sottomessi. Questo mutuo scambio di sguardi è la fonte e l’origine di tutti i beni (Bellarm.).

ff. 11, 12. – « Il Signore ha fatto a Davide un giuramento, etc. » Salomone ricorda qui le promesse che Dio aveva fatto a suo padre, al fine di ottenere più facilmente ciò che domanda. Queste promesse sono espresse nel capitolo VIII del secondo Libro dei Re, indicate nel salmo CXXXVIII, e ricordate nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli. – Qui il giuramento interviene per dare al segno ed alla promessa un sovrappiù di potenza, e Dio, per il quale giura ogni spirito quando vuole attirare credito alla sua parola, discende con questa risorsa davanti alla sua creatura e prende Egli stesso testimonianza della sua sincerità, sotto una forma tanto più augusta, quanto più sembra indegna di Lui. Così, duemila anni dopo, San Paolo, tutto emozionato da questo giuramento fatto ai suoi padri, diceva alla loro posterità (Ebr., VI, 16-17): « Gli uomini giurano per uno più grande di loro, ed il giuramento richiamato a conferma dei loro diritti, mette fine ad ogni loro controversia. Ecco perché Dio, volendo mostrare agli eredi dell’Alleanza l’inviolabilità del suo consiglio, interpose tra sé e loro un giuramento, affinché, con due cose immobili che non permettono a Dio di mentire, noi avessimo nella sua parola una indistruttibile consolazione. »  (Lacord,. LXVIII conf.) – Egli sembra dire: Davide ha giurato al Signore di elevargli una dimora, ed il Signore a sua volta ha giurato a Davide di stabilire un Regno eterno nella sua casa. Dio, in effetti, non può lasciarsi vincere in generosità, e ricompensa centuplicato, non solo le azioni, ma pure la volontà ed i desideri. – Il giuramento e la promessa senza ripensamento non si applicano che al Figlio unico di Dio, Gesù-Cristo, il cui regno non avrà fine. Allo sguardo di tutti gli altri, la promessa è condizionata. I discendenti di Davide non hanno ottenuto l’effetto di queste promesse perché non sono rimasti fermi nella fedeltà che dovevano a Dio. – Queste promesse si compiono nella Chiesa, ove coloro che perseverano fino alla morte nell’osservanza della legge di Dio e della sua alleanza santa, regnano eternamente con Gesù-Cristo (Bellarm., Duguet).

ff. 13, 14. – La Chiesa di Gesù-Cristo è la Sion spirituale che il Signore ha scelto come sua dimora; Egli vuole dimorare pertanto almeno in questa dimora speciale e tutta d’amore (Dug.) – Dio ci ama a questo punto che là dove noi riposiamo, dice di riposare Egli stesso. In effetti, Egli non è mai turbato e non ha bisogno di riposarsi; ma dice di riposarsi là dove noi gioiremo del riposo (S. Agost.).

ff. 15-18. – Questo ed i seguenti versetti promettono alla città di Davide – che è Sion – un gran numero di beni che possono senza dubbio applicarsi alla città terrestre che era figura della Chiesa; ma che si applicano in modo ancor più perfetto alla Chiesa stessa. – « … Io ricolmerò la sua vedova di benedizioni e riempirò di pane i suoi poveri. » Ogni anima che si sente priva di ogni soccorso, se non è quello di Dio, è una vedova. In effetti come  ha descritto la vedova l’Apostolo? « Colei che è veramente vedova e desolata, ha sperato nel Signore » (I Tim. V, 5), egli parlava di queste vedove che tutti noi chiamiamo nella Chiesa con questo nome. Egli aveva detto: « colei che è nelle delizie, è morta ancor vivente, » e non la annoverava tra le vedove. E cosa ha detto nel descrivere le sante vedove? « Colei che è veramente vedova e desolata ha sperato nel Signore ed ha perseverato giorno e notte nelle preghiere e nelle suppliche. » Qui egli aggiunge: « Ma colei che vive nelle delizie è morta ancora vincente. » Come dunque ella è vedova? Perché non ha soccorso se non da Dio. Le donne che hanno marito si inorgogliscono quasi del soccorso che trovano in essi; le vedove sembrano abbandonate, ma esse hanno un soccorso più potente di quello delle alter donne. Tutta la Chiesa è dunque una vedova unica, sia negli uomini, sia nelle donne, sia negli sposi, sia nelle donne maritate, sia nei giovani che nei vecchi, sia nelle vergini che la compongono. Tutta la Chiesa non è che una vedova unica, abbandonata in questo mondo, se comprende: se essa comprende, conosce la sua vedovanza, perché allora è a sua disposizione il soccorso di cui ha bisogno. Che significano ancora queste parole: « … io sazierò di pane i suoi poveri? » Siamo poveri, e saremo saziati. Molto Cristiani presumono del mondo e si danno all’orgoglio; essi adorano il Cristo, ma non sono saziati; perché se sono saziati questo è l’abbondanza del loro orgoglio. Di essi è detto: la nostra anima è un « soggetto di obbrobrio per i ricchi e di disprezzo per gli orgogliosi. » Essi sono ricchi, ecco perché mangiano; ma essi non sono sazi. A loro soggetto è detto in altro salmo: « Tutti i ricchi della terra hanno mangiato ed hanno adorato » (Ps, XXI, 30), essi adorano il Cristo, venerano il Cristo, indirizzano al Cristo delle suppliche; ma non sono saziati dalla saggezza a dalla giustizia del Cristo. Perché? Perché non sono poveri. Ora, i poveri, cioè gli umili di cuore, mangiano ancor più, quanto più grande è la loro fame; e la loro fame è tanto più grande, quando sono vuoti dei beni di questo mondo. (S. Agost.) – I Sacerdoti della nuova legge, devono essere rivestiti della santità per se stessi e dal potere di operare la salvezza nei riguardi degli altri. Questa seconda qualità manca loro meno della prima, perché la Chiesa può ben consacrarli a suo servizio, ma non renderli santi; è a Gesù-Cristo solo che appartiene l’operare queste meraviglie, ed è ciò che la Chiesa non cessa di chiedergli (Berthier). – « Io rivestirò i suoi sacerdoti di Colui che ci dà salvezza. » Cosa significano queste parole? Ascoltate San Paolo: « Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo, siete rivestiti di Cristo. » (Galat. III, 27) « E i suoi santi si daranno ai trasporti di gioia. » Perché? La loro gioia non viene da loro, ma viene dal fatto che essi sono rivestiti di Colui che dà la salvezza. Essi sono, in effetti, divenuti luce ma nel Signore, perché prima erano nelle tenebre (Ephes., V, 3). Ecco perché il Profeta aggiunge: « Là alzerò il corno di Davide (Ps. CXXXI, 17), affinché si ponga fiducia nel Cristo, » perché il corno figura l’elevazione, ed una elevazione spirituale. E qual è la vera elevazione spirituale, se non quella che consiste nel mettere la propria fiducia nel Cristo, e a non dire: sono io che agisco, sono io che battezzo; ma: « … è Lui che battezza? » (Giov. I, 33). Là dove è il corno di Davide, notate ciò che segue: « Io ho preparato una lampada per il mio Cristo. » (Ps. CXXX, 1) qual è questa lampada? Voi conoscete che il Signore ha detto di Giovanni: « Egli era una lampada ardente e lucente. » (Joan. V, 35). E Giovanni che dice? « È Lui che battezza. » È dunque là ciò che trasporta di gioia i Santi, è là ciò che trasporta di gioia i Sacerdoti, e tutto ciò che di buono vi è in essi, non viene da loro, bensì da Colui che ha il potere di battezzare (S. Agost.). – Nulla di più naturale è che applicare questa profezia al santo precursore del Messia, poiché egli fu, secondo la parola stessa del Messia, « una lampada ardente e brillante, » a preparare le vie del Messia, che era il vero Cristo di Dio. (S. Girol.). – Questo Re non era un re sconosciuto e nascosto: è Lui che ha annunziato la legge, Lui che i profeti hanno predetto, Lui che Giovanni – il predicatore della penitenza – ha mostrato ogni profezia che ha il Cristo per oggetto, è una lampada che fa brillare la carità della scienza nel mezzo della notte della nostra ignoranza, che confonde gli increduli e gli empi con la luce della scienza, ed insegna nel Figlio unico la Gloria e la maestà paterna. Questa lampada è pronta affinché la notte dell’ignoranza non impedisca di conoscerla. I suoi nemici saranno coperti dalla confusione, perché essi vedranno il Figlio dell’uomo nella maestà del Padre, e saranno rivestiti, non della salvezza, ma dalla confusione, resuscitando in un corpo terreno e ignominioso (S. Hilar.). – In tutti i secoli, i nemici di Gesù-Cristo, in mezzo anche ai trionfi apparenti contro di Lui, sono stati coperti di confusione; coloro che resistono lo saranno infallibilmente nel tempo. – La santificazione di Dio fiorisce nel Cristo. Nessun uomo la reclami per sé, perché è il Cristo che santifica; la Potenza di santificazione di Dio è in Lui solo (S. Agost.). Nessuno deve pretendere di entrare senza di Lui nelle vie della santità, e nessuno deve disperare di giungere alla santità, se mette la sua fiducia in Gesù-Cristo.

IL ROSARIO E LA SANTITÀ

Oggi 13 maggio 2020, anniversario dell’apparizione della Vergine Santissima a Fatima, onoriamo questo evento con un regalo preziosissimo che vogliamo condividere con tutti i nostri lettori. La Vergine non ci ha raccomandato altro che la recita del Rosario, e questa raccomandazione è ancora più opportuna oggi che le forze dell’anticristo, con i suoi adepti, ed in particolare la “sinagoga di satana” (sette, logge, razionalismo ateo, falsa chiesa dell’uomo, partiti “laici”, conventicole e sacrileghe chiesiuole varie) stanno sferrando un attacco formidabile contro i fedeli di Cristo e la sua “vera” Chiesa. La Vergine ha promesso che “… alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà“, ribadendo quanto già l’Altissimo aveva rivelato fin dai primordi: ” et IPSA conteret caput tuum“. Il regalo al quale si alludeva, è un libro particolare sul Santo Rosario, di p. E. Hugon, domenicano francese autore di opere spirituali meravigliose quanto mai oggi indispensabili. Lo abbiamo diviso in tre parti, per una migliore visualizzazione, ma lo pubblichiamo in rete tutto intero in questa data memorabile, che cade quest’anno in un momento storico particolarmente drammatico.

 IL ROSARIO E LA SANTITÀ

del R. P. EDOUARD HUGON

DEI FRATELLI PREDICATORI

 P . LETHÌELLEUX – 30, RUE CASSETTE -PARIS FRANCE

APPROVAZIONE:

Abbiamo letto, per ordine del Reverendissimo P. Provinciale, un’opera del R. P. Edouard Hugon con questo titolo: “Il Rosario e la santità”.

È uno studio serio nella sua brevità, con belle e alte idee dottrinali, ed una descrizione interessante e quasi nuova nelle ricchezze delle grazie racchiuse nel Rosario. Le anime pie e gli stessi Predicatori lo leggeranno con utilità e vi troveranno un ampio nutrimento.

Poitiers, 19 luglio 1900.

Fr. Denys MÉZARD dei Fr. Predicatori

Fr. Henri DESQUEYROJS dei Fr. Predicatori 

IMPRIMATUR

Fr. Joseph-Amb. LABORÉ

Prov. provincias Occit. Lugdunensis

IMPRIMATUR

Parisiis, die 9 Augusti 1900

E. THOMAS Vic. gén.

PREMESSA

VEDUTA D’INSIEME SULLE GRANDEZZE DEL ROSARIO

Il profeta Isaia ci invita a far conoscere al popolo le invenzioni di Dio.

“Notas facite in populis adinventiones ejus”

(Is. XII, 4).

Le invenzioni di Dio! Il linguaggio umano a volte è impotente nel celebrare i capolavori del genio, ma quando si tratta di invenzioni divine, l’entusiasmo rimane muto, una spada fredda scende fino all’anima: si ammira e si tace! Tra queste invenzioni ce ne sono tre ineffabili: l’Incarnazione, la Maternità Divina, l’Eucaristia. L’uomo-Dio, la Madre di Dio, il Santissimo Sacramento: davanti a queste tre meraviglie, l’intelligenza annientata non può che gridare: Silenzio! Qui c’è il divino!  Dopo le invenzioni di Dio, ci sono le invenzioni di Maria. Sono tutte sublimi, perché sono invenzioni d’amore; sono innumerevoli, perché si estendono a tutti i tempi e a tutti i Paesi. Tra queste, una delle più eccellenti è sicuramente il Rosario. Fu consegnato al mondo intero dall’Ordine di San Domenico e dalla Francia e, non appena si riseppe, il XIII secolo fu in grado di risuonare l’osanna di un futuro radioso. C’è nell’istituzione del Rosario più che un’opera di genio, troviamo quella saggezza soprannaturale che i teologi ammirano nell’istituzione dei Sacramenti. – Lungi da noi l’equiparare il Rosario ai Sacramenti, ma qui c’è permesso di costatare a tal soggetto, più di un’analogia sorprendente. I Sacramenti sono in perfetta armonia con la natura umana, che è nel contempo sensibile e spirituale. Volere applicare l’uomo ad atti puramente intellettuali significherebbe svezzarlo – per così dire – da un latte indispensabile alla sua felicità. La sua Religione e il suo culto hanno bisogno di nutrimento esterno; i suoi Sacramenti devono, come lui, essere composti da un’anima e da un corpo. I Sacramenti hanno un corpo, perché sono segni sensibili; hanno un’anima, perché contengono l’invisibile virtù dell’Altissimo. Si pronunciano poche parole: e subito il “segno” è invaso dalla maestà divina; Dio passa nei Sacramenti, poiché vi passa la grazia, e nello stesso tempo in cui la grazia ha toccato l’anima, l’anima ha toccato Dio. Allo stesso modo la vera preghiera è quella che abbraccia l’uomo interamente. Ora il Rosario ha un’anima ed un corpo: il corpo è la preghiera vocale; l’anima è il pensiero del mistero, è la virtù celeste che ne scaturisce. Come i Sacramenti, il Rosario ha la sua materia e la sua forma; per il suo lato sensibile rappresenta la Santa Umanità del Salvatore, e parla alla nostra natura corporea; per la sua virtù invisibile ed i suoi misteri sublimi rappresenta la divinità di Cristo, e parla alla nostra natura superiore, attraverso la quale noi giungiamo all’angelo e a Dio.  – Nei Sacramenti il segno sensibile e la virtù delle parole formano un insieme unico, come in Cristo la natura umana e la natura divina sono unite in una sola Persona; la preghiera vocale del Rosario ed il pensiero del mistero formano un insieme indivisibile. Separare la forma dalla materia significa distruggere il Sacramento; separare il mistero dalla recitazione, significa distruggere l’essenza del Rosario. I Sacramenti sono come il prolungamento e la continuazione dell’Incarnazione; sono, per così dire, delle reliquie di Nostro Signore. Nei Sacramenti Gesù passa a benedire e salvare; fa uscire, come in passato, quella virtù che guarisce: « Virtus de illo exibat et sanabat omnes » (Luc. VI, 19). Anche nel Rosario c’è Gesù che passa. Nell’enunciare ogni mistero, potremmo dire: il Figlio di Davide passerà. « … Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. »  I Sacramenti sono i simboli esteriori che distinguono i Cristiani dagli infedeli; il Rosario è la devozione distintiva dei veri Cattolici. I Sacramenti sono il legame dolce e forte che unisce i figli del Cristo; partecipando agli stessi Sacramenti, i fedeli mostrano di condividere la stessa fede, la stessa speranza, lo stesso amore; attraverso il Rosario i Cavalieri di Maria si uniscono da ogni angolo della terra e confondono le loro voci nello stesso amore e nella stessa speranza. Il Rosario è come lo stendardo che Dio innalza sulle nazioni per raccoglierle dai quattro angoli dell’universo. « Elevabit signum in nationibus… et… colliget a quatuor plagis terræ  » (Is., XI, 12). – Sarebbe facile continuare questo parallelo tra i Sacramenti, un’invenzione di Gesù, e il Rosario, un’invenzione di Maria. Lo riassumiamo in poche parole: l’uomo ha bisogno del sensibile; i Sacramenti e il Rosario sono i segni che elevano l’anima alle altezze da cui contempla gli orizzonti celesti, Dio, l’eternità. L’uomo vuole essere nutrito dallo spirituale; i Sacramenti ed il Rosario aiutano a comprenderlo. L’uomo ha sete dell’infinito; i Sacramenti e il Rosario gli danno Dio. Ma questo è solo un punto di vista pratico; la portata del Rosario è in qualche modo illimitata. – L’uomo tocca il tempo attraverso il suo corpo e le sue fragilità; con le vette della sua anima, per il suo destino soprannaturale, tocca l’eternità. Bene! il Rosario è abbastanza vasto da abbracciare il tempo e la stessa eternità. Esso racchiude in sé tutti i tempi, poiché contiene quegli insondabili misteri che sono il punto centrale di tutti i secoli.  e la cui realizzazione costituisce ciò che San Paolo chiama “la pienezza dei tempi”, plenitudo temporis (Gal. IV, 4.) Esso abbraccia l’eternità. Infatti il Rosario inizia in cielo e nella l’eternità con il mistero dell’Incarnazione, finisce in cielo e nella eternità con i misteri dell’Ascensione di Gesù e dell’Incoronazione di Maria. Lo iniziamo sul cuore dell’adorabile Trinità, lo terminiamo sul cuore della Beata Vergine. Dal cielo al cielo, dall’eternità all’eternità, queste sono le distese del Rosario. Proprio per questo il Rosario è la sintesi di tutto il Cristianesimo. Il dogma intero si riduce al Rosario. Il trattato sulle Persone divine e quello  dell’Incarnazione noi li incontriamo nel primo mistero; abbiamo già toccato il trattato sui Sacramenti; quanto al trattato dell’Eucaristia, tutti sanno che il Rosario è, come il Santo Sacramento e la Santa Messa, il memoriale della vita, della passione, della morte e della Resurrezione di Nostro Signore. Il trattato dei Novissimi è contenuto in modo sorprendente e pratico nei Misteri Gloriosi. Il Rosario, quindi, è la teologia, ma la teologia che prega, che adora, che dice attraverso ciascuno dei suoi dogmi: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. La morale, che si occupa dei peccati e delle virtù, si riduce alla nostra grande devozione. L’infinita malizia del peccato mortale si apprezza solo quando vediamo, nei Misteri Dolorosi, la giustizia divina che si riversa sul Cristo innocente, esigendo da Lui quel terribile riscatto della croce, e quando sentiamo Gesù gridare sotto il peso dei nostri crimini: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ciascuno dei misteri è una sublime lezione di virtù; non c’è solo eroismo in questi esempi: essi sono le vette più alte della vita mistica. Così il Rosario è la morale che prega, che piange, che espia, che ascende all’eroismo, dicendo a Cristo: « Redemisti nos Deo in sanguine tuo, et fecisti nos Deo nostro regnum et sacerdotes » (Apoc. V, 9, 10.). Nel Rosario è riassunta la storia, poiché questa devozione contiene Colui che è la prima e l’ultima parola di tutti gli eventi, Colui la cui figura radiosa domina entrambi i versanti della storia: l’Antico Testamento e il Nuovo. Ancora una volta, il Rosario è la storia che prega, che porta tutte le nazioni a Cristo, dicendo: Tu sei l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. La questione sociale stessa è risolta dal Rosario, come dimostra eloquentemente Leone XIII. (Nell’enciclica del 1893 sul Rosario). Perché le nazioni hanno tremato, perché questi tremori che disturbano la pace delle società? Ci sono tre cause per questo, dice il Sommo Pontefice. La prima è l’avversione per la vita umile e laboriosa, e il rimedio a questo male si trova nei misteri gioiosi.  Il secondo è l’orrore di tutto ciò che ci provoca sofferenza, e il rimedio a questo male si trova nei Misteri dolorosi; il terzo è l’oblio dei beni futuri, oggetto della nostra speranza, e il rimedio a questo male si trova nei Misteri gloriosi. Sì, ancora una volta, il Rosario è la questione sociale risolta da quel grido trionfante: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat! – Si vede, quindi, che meravigliosa flessibilità abbia il Rosario: si adatta a tutti i soggetti, a tutti i tempi, a tutte le persone. Per la sua parte materiale e per il lato esterno dei suoi misteri, è alla portata di tutte le intelligenze, diventa il Salterio dell’ignorante; per le sue profondità divine, è la “Summa” inesauribile del teologo. È, quindi, la grande sintesi del Cristianesimo; tutto è compreso tra l’inizio e la fine del Rosario, così come tutti i tempi sono compresi tra le due sponde dell’eternità. – Sarebbe interessante confrontare il Rosario e la Summa di San Tommaso, il Rosario e i templi cristiani del Medioevo. Tutti e tre sono, ognuno a suo modo, la sintesi del Cristianesimo; tutti e tre sono una poesia in cui si dispiegano le meraviglie del piano divino; tutti e tre sono il grandioso piedistallo che eleva l’anima all’infinito; tutti e tre sono un monumento che ha sfidato i secoli, tutti e tre sono animati dallo stesso respiro divino. Nella Summa, nell’antica cattedrale, nel Rosario, l’anima vive un benessere indefinibile; si sente più vicina alla sua terra natale, è più vicina al cielo, è più vicina a Dio. Infine, tutti e tre sono orientati verso lo stesso Cristo: Gesù domina la Summa di San Tommaso, Gesù domina la cattedrale gotica, Gesù domina il Rosario: tripla sintesi, triplo insegnamento, triplo canto d’amore e di gratitudine allo stesso Dio Salvatore. I primi due sono opera del genio, ma il Rosario è più di un’invenzione del genio: è sapienza soprannaturale; in una parola, è l’invenzione di Maria. I dettagli di questa vasta sintesi dovrebbero essere studiati nei particolari, ma qui possiamo solo darne una panoramica generale; ci stiamo avvicinando a questo studio solo dalle sue vette, vogliamo semplicemente mostrare, in una visione d’insieme, come il Rosario sia la sintesi di tutte le opere di Dio. L’opera di Dio si può riassumere in due parole: creazione e salvezza. Creare e salvare, creare mondi e fare scelte, è qui che si incontrano tutte le meraviglie del reale e dell’ideale. Dopo aver realizzato questi due capolavori, Dio può riposare. Si riposò dopo sei giorni, non perché la sua onnipotenza fosse stanca, ma per contemplare quanto il suo lavoro fosse bello. Et vidit Deus quod esset bonum (Gen.I). Ahimè, per l’opera della salvezza il Gigante dell’eternità deve essersi in qualche modo stancato, deve aver camminato a lungo si è seduto come sopraffatto dalla stanchezza. Quærens me sedisti lassus. Fare un eletto, e anche solo rendere grazia a un’anima, è un’opera ancora più grande,  in un certo senso – secondo Sant’Agostino e San Tommaso – della creazione del cielo e della terra. Vogliamo mostrare come questa grande meraviglia di grazia e di santità sia riassunta nel Rosario. Questa devozione ci rivela l’Autore della santità, i modelli della santità, e ci insegna la pratica della santità. L’autore della santità è Gesù; ma per avere la conoscenza dell’Uomo-Dio, dobbiamo studiarne il Cuore, l’Anima e la divinità, ed è il Rosario che ci dà questa rivelazione. I modelli di santità sono, dopo Gesù, Maria e San Giuseppe, che hanno collaborato all’opera della redenzione, ed è il Rosario che ci fa apprezzare il loro vero ruolo. La pratica della santità abbraccia tutta la perfezione cristiana, dalla carità comune alla carità eroica, ed è il Rosario che ci avvia a tutti questi gradi di vita spirituale.

Il nostro lavoro sarà quindi diviso in tre parti:

1° Il Rosario e l’autore della santità: Gesù.

2. Il Rosario e i modelli della santità: Maria e Giuseppe.

3. Il Rosario e la pratica della santità.

Non ci occupiamo qui del lato canonico o storico del Rosario; molte opere eccellenti hanno esaminato questi argomenti. Né si tratta qui di uno studio dottrinale approfondito; noi esponiamo solo alcune considerazioni teologiche e pie che possono essere utili alle anime interiori, e da un punto di vista abbastanza speciale da non duplicare altre opere apparse sul Rosario. Abbiamo voluto, secondo il desiderio e nell’interesse di alcune persone, che ogni capitolo, pur essendo legato agli altri da un legame logico, fosse completo in sé e costituisse una sorta di meditazione indipendentemente da ciò che segue e da ciò che precede. Questo spiega e giustifica alcune ripetizioni che ci siamo permessi in alcuni punti. Possano queste umili pagine far conoscere e amare meglio la Vergine del Rosario e il suo divin Figlio divino!

PARTE PRIMA

IL ROSARIO E L’AUTORE DELLA SANTITÀ GESÙ, IL SUO CUORE, LA SUA ANIMA, LA SUA DIVINITÀ

CAPITOLO PRIMO

IL ROSARIO ED IL SACRO CUORE DI GESÙ

Dio, che è perfezione infinita, purezza, la stessa santità, bellezza sempre antica e sempre nuova, ha comunicato agli esseri creati, senza perdere di ciò che è in sé medesimo, nemmeno i tratti più accentuati dei suoi attributi divini. Noi, ai quali è stato dato di contemplare e ammirare nelle creature questi riflessi delle perfezioni del loro Autore, notiamo in esse due tipi di bellezza: la bellezza del “grazioso”, la bellezza del sublime. La bellezza del grazioso è la luce, sono i fiori e tutte quelle cose che incantano e deliziano il nostro spirito; la bellezza del “sublime” è il vasto oceano, sono le gigantesche montagne, è l’immensità del cielo. Ma in nessun luogo il “grazioso” è così mirabile come nel cuore umano, nel cuore del bambino, nel cuore della vergine, nel cuore dell’amico devoto. La poesia più dolce e soave è quella del cuore. Allo stesso modo, l’abisso e il sublime dell’oceano è stato spesso paragonato all’abisso e al sublime del cuore. Cos’è più insondabile, l’oceano o il nostro cuore? Non possiamo noi quindi nominare il sublime senza nominare il cuore dell’uomo, e soprattutto il cuore delle madri e il cuore dei Santi. Ora, nel formare il cuore del primo uomo, Dio aveva un esemplare, guardava ad un ideale, pensava al Cuore del suo Cristo, secondo la parola di Tertulliano: Christus cogitabatur homo futurus. Ah! è molto dolce ricordare che Dio, nel giorno della nostra creazione, abbia preso a modello il Cuore di suo Figlio! Così, per avere la sintesi delle meraviglie del nostro mondo, dobbiamo conoscere il cuore umano, e per avere l’ideale del cuore umano, dobbiamo entrare nel profondo del Sacro Cuore di Gesù. Se vogliamo ammirare il “grazioso” con tutto il suo fascino, dobbiamo quindi contemplare il divino Cuore di Nostro Signore: è scritto di Lui: Speciosus forma præ filiis hominum, diffusa est gratia in labiis fuis (Tu sei il più bello dei figli degli uomini, la grazia è riversata sulle tue labbra – Ps. XLIV, 3). Se vogliamo ammirare il “sublime” in tutta la sua bellezza, per capire, come dice San Paolo, qualcosa della sublimità e della profondità, quæ sit sublimitas et profundum (Ephes. III, 18), che è in Gesù Cristo, dobbiamo ancora penetrare nel suo adorabile Cuore. Ora il Rosario ci rivela, nei suoi Misteri, la grazia e il sublime del Sacro Cuore di Gesù. – Considerare il Sacro Cuore in modo astratto e come separato dalla Persona di Cristo è una grave illusione che la teologia riprova. Il Rosario è la vera rivelazione del Sacro Cuore, perché considera il Sacro Cuore nel Tutto divino da cui è inseparabile. Ce lo fa vedere nelle circostanze in cui questo Cuore batte veramente, lo mostra vivo e agente nei tempi e nei luoghi in cui questo Cuore ha veramente agito e vissuto, con tutti i sentimenti che lo hanno fatto agitare: i suoi sentimenti verso il Padre, verso gli uomini, verso se stesso. Nei primi Misteri, c’è il Cuore pieno di tenerezza e di gioia; nei Misteri dolorosi, c’è il Cuore inebriato d’amore, ebbro d’amarezza; nei Misteri gloriosi, c’è il Cuore sempre inebriato d’amore, ma fremente nel suo trionfo. Nei Misteri Gioiosi c’è la bellezza del grazioso; nei Misteri Dolorosi e Gloriosi c’è la bellezza del sublime. Abbiamo detto che il grazioso è particolarmente ammirevole nel cuore del bambino. Dopo il nostro Battesimo, nostro padre e nostra madre, contemplandoci amorevolmente nella nostra culla, hanno detto in un dolce trasporto: Rallegriamoci, un bambino ci è nato, un uomo è stato dato al mondo. Natus est homo in mundum (Jov. XVI, 21). La Famiglia celeste affacciata ancor più teneramente a questa stessa culla ha detto di noi: ci è nato un Dio, rallegriamoci, ci è nato un Dio! La grazia ci aveva reso delle divinità, e il giovane cuore che cominciava a battere era già il tempio della Trinità; gli Angeli, come diceva il poeta, contemplavano la loro immagine in quella culla. Ma cosa sono tutti questi incanti davanti alla mangiatoia di Betlemme, davanti al Cuore del Bambino – Dio? « La grazia, la bontà di Dio nostro Salvatore, è apparsa a tutti gli uomini » dice San Paolo. Nulla di più commovente, ingenuo, dolce, gentile, più grazioso di questi eventi radiosi della notte di Natale: il canto degli Angeli, la visita dei pastori, in una parola questa culla divina che deve salvare il mondo. Vorremmo vedere tutte queste scene che incorniciano il presepe di Gesù in un dipinto … ma questo quadro già esiste: è il Rosario. Il Mistero della Natività è il dipinto principale, gli altri sono raggruppati intorno ad esso come quadri secondari. È veramente lì che il Cuore di Gesù Bambino si rivela con tutte le sue grazie: Apparuit gratia Dei Salvatoris nostri (Tit. II, 11) Solo il linguaggio della poesia è in grado di esprimere questi deliziosi incanti, e per questo lasciamo parlare Sant’Alfonso di Liguori, che li ha cantati in un’atmosfera di grande suggestione. « I cieli sospesero la loro dolce armonia quando Maria ha cantato per addormentare Gesù. Con la sua voce divina, la Vergine di bellezza, più luminosa di una stella, disse così: « Figlio mio, mio Dio, carissimo mio tesoro, tu dormi, e io muoio d’amore per la tua bellezza ». Nel sonno, o mio Dio, non guardar tua madre, ma l’aria che respiri è fuoco per me. I tuoi occhi chiusi mi penetrano con i loro tratti; … cosa sarà di me quando li aprirai! Le tue guance rosee deliziano il mio cuore. O Dio, la mia anima muore per te. Le tue belle labbra attirano i miei baci, perdona, o caro, io non ne posso più. » Ella tace e, premendo l’amato Bambino sul suo seno, pone un bacio sul suo viso. Ma il Bambino si sveglia, e con i suoi bellissimi occhi pieni d’amore guarda la Mamma sua. O Dio, per la madre, questi occhi, questi sguardi, quel tratto d’amore che ferisce e attraversa il suo cuore!  « E tu, anima mia, così dura, non languisci a tua volta, vedendo Maria languire di tenerezza per Gesù? Bellezze divine, vi ho amato tardi; ma d’ora in poi brucerò per voi senza fine. Il Figlio e la Madre, la Madre con il Figlio, la rosa con il giglio, avranno tutto il mio amore per sempre. » (InDom GUÉRANGER. Année liturgique, temps de Noël, tom. I, 27 janvier). – La bellezza del “grazioso” si rivela poi nel cuore delle vergini, di cui ogni sospiro è per Dio, la prima bellezza, la prima vergine. Ma il tipo immacolato di tutto ciò che è verginale è sicuramente il Cuore di Gesù. Gesù, Dio vergine, Figlio di una Madre vergine, sposo di una Chiesa vergine, che bellezza! Le anime sante lo hanno capito bene, rapite da questo puro ideale, essi immoleranno il loro cuore sul seno casto di Gesù e assaporeranno le austere delizie della carità vicino a Lui. Per il vostro fascino, per la vostra bellezza, o divina Sposa delle Vergini! specie tua et pulchritudine tua, regnate su tutti gli uomini!  Finalmente la bellezza del “grazioso” si manifesta nel cuore dell’amico. Amiecus fidelis medicamentum vitæ, dice lo Spirito Santo (Eccli. VI, 16). L’amico fedele è il balsamo della nostra vita, sorride alle nostre gioie, risponde alle nostre grida, asciuga le nostre lacrime. Ora, questo amico sempre fedele, che rimane quando tutto passa, che sorride quando piangiamo, è il Dio del Rosario. L’amicizia vuol dei pari. Nei primi Misteri del Rosario, Dio si fa nostro pari prendendo la nostra natura, e ci fa suoi pari dandoci la sua: è infatti il cuore dolce dell’amico che sentiamo battere in ogni mistero. Quando Gesù sorride ai pastori e ai Magi, quando istruisce i dotti ed i semplici, quando lascia cadere dalle sue labbra questa parola balsamica: « Venite a me, o sofferenti e afflitti, Io vi consolerò! ». Noi sentiamo la dolce voce di un amico, sentiamo il Cuore amorevole e devoto di Colui « che si diletta a stare con i figli degli uomini ». Non insistiamo più su questo lato “grazioso” del Sacro Cuore; la pia contemplazione dei Misteri del Rosario ci farà gustare e assaporare il suo fascino meglio di qualsiasi parola. – Dobbiamo ora considerare nel Sacro Cuore di Gesù la bellezza del “sublime” e dell’eroismo. Quando appare l’eroismo, la natura è come sopraffatta: sentiamo che Dio è lì. In tutti i giusti ci sono semi di eroismo, sono i doni dello Spirito Santo. Appena se ne presenta l’occasione, queste “energie” soprannaturali cominciano a muoversi, l’eroismo nasce spontaneamente, come il fiore dal suo seme: è il sublime che passa. Ecco perché il cuore materno sale così rapidamente al sublime, perché la vita dei santi è come intessuto dell’eroismo. I teologi insegnano che tutte le virtù sono state trovate unite in Gesù Cristo fin dal momento del suo concepimento; esse sono state portate al grado più completo, che è il grado eroico, e qui l’eroismo è divino. Queste virtù perfette che adornano la sua anima sono in qualche modo straripate dal suo Cuore sul mondo per manifestarsi a noi. Possiamo affermare, quindi, che Egli abbia vissuto una vita costante di eroismo, in ognuno dei suoi Misteri, nel presepe come sulla croce. È però nei Misteri dolorosi che il sublime ci appare più chiaro. Esiste al mondo una scena così misteriosa, così profondamente dolorosa, così grandiosa come l’agonia di Gesù? Raccogliete l’angoscia più struggente, l’amarezza più crudele, i sacrifici più dolorosi, la devozione più ammirevole che ha fatto battere il cuore umano: avrete tesori di eroismo, avrete un oceano di afflizioni. Avrete capito cos’è l’agonia dell’uomo, ma non avrete ancora capito cos’è l’agonia del Cuore di un Dio. È una scena ineffabile: si tace e si piange quando si considera un Dio in agonia. Ciò che rende questo mistero così sublime è l’amore sacrificato. – Gesù vedeva prima di tutto che sarebbe stato il grande incompreso, il grande disprezzato, il grande perseguitato; sentiva già la voce dei popoli che gli riecheggiava questa dolorosa eco: l’amore non è amato, l’amore è odiato! Tuttavia, il Cuore di Gesù ha gridato più forte degli oltraggi empi e sacrileghi degli uomini e dei demoni ai quali si è consegnato. Le lacrime gridano, ma soprattutto è l’amore che grida: Clamant lacrymæ, sed super omnia clamat amor! Nella Flagellazione, nella Coronazione di spine, nella salita della croce, c’è lo stesso eroismo. Nel Pretorio, nelle strade di Gerusalemme, sulla via del Calvario, sentiamo le grida della folla, gli insulti dei carnefici, ma soprattutto sentiamo la voce del Sacro Cuore, la voce dell’amore e del sangue, la voce del sublime: Clamant lacrymæ, clamant vulnera, sed super omnia clamat amor! Le tue lacrime gridano, le tue ferite gridano, o Gesù; ma soprattutto è il tuo amore che grida. – Finalmente Dio e la morte si incontrano sul Golgota: Dio e la morte! Che spettacolo solenne e terribile! Dio e la morte, che incontro! Ed è Dio che vuole essere lo sconfitto. Ma la morte, che pensava di essere trionfante, non fa che dare a Gesù solo un nome più bello: Dio è l’amore onnipotente, l’amore creatore; ora ha un nome nuovo: è l’amore vittima! La Crocifissione di Gesù è la perfezione del sublime, poiché è la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio. Qualche goccia di sangue rimaneva nel Cuore del Crocifisso. Ah! Bisogna che sia tutto versato.. Soldato, vieni ad aprire questo cuore. Et continuo exivit sanguis et aqua (Giov. XIX, 34). Il costato è aperto, e ne fuoriescono sangue ed acqua. Questa volta non c’è più nulla da dare, l’immolazione è totale: è infatti la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio dell’Uomo-Dio. Così, il sublime è in tutta la Passione di Gesù, sublime divino di cui è impossibile all’uomo ed ad ogni intelligenza creata misurare l’altezza. – Nel mistero della Risurrezione, sono di nuovo Dio e la morte che si incontrano, ma questa volta è Dio il vincitore. Eroico nel lasciarsi spezzare dalla morte, il Cuore di Gesù è ancora una volta sublime nel trionfare sulla morte e sull’inferno per comunicarci la sua vita soprannaturale. Gli ultimi Misteri finiscono in cielo: è il sublime della gloria, il sublime dell’eternità. Qui siamo soprattutto nell’infinito, nel divino: è meglio tacere davanti a questo infinito di cui si dice: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo » (1 Cor. II, 9). Ecco in qual modo ammirevole, tutte le bellezze del “grazioso” e del “sublime” sono riassunte nel Cuore di Gesù, e quindi nel Rosario, che ne è la rivelazione. C’è una duplice ragione dunque per contemplare e onorare questo Cuore divino, attraverso la meditazione del Santo Rosario, per ottenere da esso, per intercessione della Madre Immacolata, l’abbondanza delle grazie divine di cui è fonte e pienezza.

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E L’ANIMA DI GESÙ

Siamo nel Cuore di Gesù, penetriamo oltre: oltre agli abissi del cuore ci sono gli abissi dell’anima, scendiamo ancora: oltre gli abissi dell’anima ci sono gli abissi della divinità. Il Rosario ci fa così andare di profondità in profondità: dalle profondità e dagli abissi del cuore alle profondità e agli abissi dell’anima; dalle profondità e dagli abissi dell’anima alle profondità e agli abissi della divinità. – Ci sia permesso dapprima di entrare per qualche istante nell’anima santa del Nostro Salvatore. Essa è il capolavoro in cui Dio ha riunito tutte le perfezioni del mondo umano ed angelico. Le ricchezze di questi due mondi si possono riassumere così: scienza o verità, santità o grazia. Il regno degli spiriti è un regno di luce; la scienza è un sole illuminato in cima alle intelligenze; la verità è lo splendore che corona queste cime radiose. ciò che è incomparabilmente più bella della scienza, è una volontà, è una natura trasfigurata in quella di Dio. Questa trasfigurazione è la santità; ciò che la produce è la grazia. Sopra il sole della scienza splende negli Angeli e nell’anima giusta, il sole della grazia. Così, grazia e verità sono il tesoro comune dei due mondi intellettuali. Sarà facile per noi mostrare che la scienza e la grazia di Gesù Cristo sorpassano la scienza e la grazia degli Angeli e degli uomini insieme. Le perfezioni di questi due mondi sono così unite in Gesù; il cielo umano e quello angelico si riflettono pienamente nell’anima adorabile del Salvatore: Plenum gratiæ et veritatis (Giov. I, 14) è pieno di grazia e di verità. Cercheremo di studiare, anche se in modo sommario, la scienza e la grazia di Nostro Signore. San Paolo afferma che tutti i tesori della sapienza e della scienza sono nascosti nel Cristo: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ absconditi (Col. II, 3). – Tutta la scienza dell’umanità, tutta la conoscenza dei Cherubini e dei Serafini condensata in un’unica mente formerebbe certamente un ricco e vasto tesoro, ma sarebbe opportuno sondarlo; sarebbe forse un oceano, non sarebbe l’abisso senza limiti. In Gesù Cristo è impossibile raggiungere il fondo; come in un abisso, nuove profondità seguono incessantemente quelle già esplorate, così nella scienza del Verbo incarnato, gli abissi che cerchiamo di sondare sempre e senza fine seguono altre profondità recondite: Absconditi! Questi tesori sono nascosti, sarà impossibile scoprirli nella loro interezza. Senza menzionare la scienza divina, che è infinita, ci sono in Gesù Cristo tre tipi di scienza: la scienza della bellezza, la scienza infusa e la scienza sperimentale. Fin dal primo momento della sua creazione, l’anima di Gesù ha avuto gli occhi aperti sull’infinito, ha contemplato Dio faccia a faccia e si è inebriata di questo torrente di delizie la cui fonte è l’eternità. Poiché tutta la gloria deriva da Cristo, Egli doveva avere prima di tutto ciò che dà agli altri. Ha quindi goduto della gloria fin dal momento del suo concepimento. In virtù della sua scienza beatifica, l’anima del Verbo conosce il passato, il presente e l’avvenire. Padrone assoluto della terra e del cielo, non deve ignorare nulla di ciò che accade nel suo impero; Giudice dei vivi e dei morti, deve conoscere tutto ciò che sarà sottoposto al suo tribunale: ognuna delle nostre azioni, i nostri pensieri più intimi, i movimenti più segreti del nostro cuore. Tutto ciò che è, tutto ciò che è stato, tutto ciò che sarà è presente ai suoi occhi. – La meditazione del Rosario ci ricorderà tutto questo. Nel Mistero dell’Annunciazione, per esempio, Gesù Cristo già mi conosceva, pensava a me, leggeva nella mia mente tutte le mie parole. Conosceva in anticipo tutta la mia ingratitudine, eppure mi amava, mi ha offerto il suo Cuore, e mi ha chiamato dolcemente per nome. È dolce da parte mia aggiungere che conosceva le mie adorazioni, i miei affetti, i miei desideri, mi vedeva arruolato nel grande esercito del Rosario, conosceva l’atto d’amore che avrei compiuto per Lui in questo momento nel recitare questa decina, e mi ha ringraziato in anticipo. Lo stesso vale per gli altri Misteri. Allora, dunque, meditando il Rosario, entreremo nell’anima di Gesù, ci ricorderemo che essa sa tutto quello che le diremo; ha visto quello che abbiamo fatto prima della nostra preghiera, vede come preghiamo in quest’ora, sa cosa faremo dopo il nostro Rosario. Ci sforzeremo allora durante il Rosario di raccoglierci, con il massimo rispetto ed amore e, dopo la nostra recita, di non fare nulla che possa offendere il suo sguardo. Ricorderemo anche che stiamo parlando con un’anima beata che può e vuole darci la felicità eterna. Gli diremo in ogni Mistero:  « O anima santa del mio Salvatore, per le vostre gioie, per le vostre sofferenze, per i vostri trionfi, portateci alla visione beatifica, perché possiamo unirci completamente a Voi, come la fiamma si unisce alla fiamma, come l’amore si unisce all’amore! »  In secondo luogo, nell’anima di Cristo c’è una scienza infusa, alla maniera della conoscenza angelica. Gli uomini sono obbligati a mendicare la loro conoscenza dal mondo esterno; la verità è davvero la manna del nostro spirito, ma dobbiamo raccoglierla a poco a poco e con il duro lavoro nei vasti campi della creazione. Per gli Angeli non è così: la manna è caduta direttamente nelle loro intelligenze; dal mattino della loro creazione, Dio ha impresso in loro delle idee potenti con le quali conoscono l’intero universo. Cristo, Re degli Angeli, non poteva mancare di una perfezione che arricchisce i suoi sudditi. Anche la sua anima aveva, fin dal mattino della sua creazione, una scienza infusa incomparabilmente più estesa della scienza angelica. Gli Angeli, con le loro idee innate, conoscono tutte le cose della natura, ma non conoscono né i decreti della volontà divina, né il futuro, né i segreti del cuore. L’anima del Verbo conosce, mediante la sua scienza infusa, tutto ciò che appartiene al dono della sapienza o della profezia, il passato, il presente, l’avvenire, i segreti dei cuori; in una parola, la sua scienza infusa, in relazione alle cose create, è tanto universale quanto la sua scienza beatifica. Il Rosario, nello stesso momento in cui ci introduce nel santuario di quest’anima beata, ci fa partecipare, in qualche modo, alla sua scienza infusa. Ci avvia verso quei grandi Misteri che gli Angeli hanno conosciuto solo poco a poco: pochi istanti ci insegnano più verità soprannaturali di quelle rivelate agli Angeli nei lunghi secoli che hanno preceduto l’Incarnazione. Tutte le rivelazioni, tutte le profezie dell’Antico Testamento sono contenute nel Rosario, come nella loro realizzazione: la recita di alcune decine ci fa ripassare tutto l’insieme dell’ordine soprannaturale. Le anime privilegiate, che penetrano più a fondo in questa meditazione, a volte ricevono vere comunicazioni celestiali; a forza di entrare nell’anima di Cristo, sono illuminate dalla sua chiarezza e ne conoscono i segreti. La scienza infusa non è un fatto raro negli annali della santità; molti Santi l’hanno attinta dalla meditazione dei Misteri del Rosario. – Non tutti noi possiamo pretendere questi straordinari favori; ma tutti noi, dal momento in cui uniamo la nostra anima all’anima del Salvatore, abbiamo il diritto di sperare in grazie di illuminazione per meglio comprendere le verità che meditiamo: da quest’anima divina scaturiranno sulla nostra intelligenza dei bagliori soprannaturali che illumineranno le profondità di questi misteri. La nostra fede sarà più illuminata dopo la recita della nostra cara preghiera, e in questo modo il Rosario sarà stato una vera partecipazione alla scienza infusa di Cristo. – Infine, c’è in Nostro Signore la scienza acquisita o sperimentale. Le sue due sapienze superiori non hanno spento l’attività naturale del suo spirito. Da un punto di vista puramente umano, Gesù Cristo era il più grande di tutti i geni: tutto ciò che c’è di fecondo e creativo nelle anime dei poeti, di puro e ideale nelle anime degli artisti, di nobile e generoso nelle anime degli oratori, era unito nella sua anima. Egli è il più perfetto rappresentante dell’umanità; altri geni rispetto a Lui non sono neppure ciò che un bambino è davanti ad un gigante, ciò che un oscuro pianeta è rispetto al sole. Il suo spirito penetrante andava direttamente in fondo alle cose, con un solo sguardo coglieva tutta la verità. Egli ha raccolto senza fatica dai campi della creazione questa conoscenza sperimentale che a noi costa tanto lavoro. Solo attraverso la sua scienza acquisita, Egli ha conosciuto tutte le verità a cui la ragione possa elevarsi, sondava tutti i segreti della natura, vedeva in anticipo tutte le meravigliose invenzioni di cui l’uomo è capace. Era Egli stesso il suo maestro; dottore degli Angeli e degli uomini, non doveva imparare nulla da nessuno. La sua scienza beatifica e la sua scienza infusa sono rimaste invariabili, perché erano complete fin dal primo momento; ma c’è stato un vero progresso nella sua scienza sperimentale. Secondo San Tommaso, queste parole del Vangelo devono essere prese alla lettera: « Gesù è progredito in sapienza e in età. » (Luc. II, 52). La sua intelligenza si è sviluppata continuamente fino al giorno in cui si è riposato nella perfezione. Ora, Nostro Signore ha acquisito questa conoscenza attraverso ognuno dei suoi atti e nei principali eventi della sua vita, che i Misteri Gioiosi ci ricordano. La meditazione del Rosario ci mette quindi in contatto con essa, ed è quindi naturale che Gesù, il nostro Dottore, ci comunichi un aiuto abbondante per aiutarci ad acquisire anche la scienza umana necessaria al nostro stato.  Se la nostra vocazione ci impone lo studio, troveremo un potente ausilio nel Salterio di Maria. Recitiamo qualche Ave Maria, entriamo nel profondo di Cristo, il nostro lavoro sarà molto dolce, molto fruttuoso; come Gesù, avanzeremo rapidamente nella scienza e nella saggezza. Fu nel Rosario che dei geni celebri cercarono l’ispirazione. Basti citare qui Michelangelo e Joseph Haydn. Si conservano ancora due grandi rosari di Michelangelo che hanno un aspetto molto consunto. Quanto a Joseph Haydn, conosciamo la sua famosa testimonianza: « Quando la composizione non va più bene, cammino avanti e indietro nella mia stanza, con il mio Rosario in mano, recito qualche Ave Maria, e allora mi ritornano di nuovo le idee in mente ».  Benedetto lo studio così inteso, benedetti i momenti trascorsi vicino all’anima adorabile di Colui che fa geni e santi!

CAPITOLO TERZO

IL ROSARIO E L’ANIMA DI GESÙ – SUA GRAZIA

Siamo stati iniziati dal Rosario alla triplice scienza del Verbo incarnato, ma per avere la rivelazione completa della sua anima, dobbiamo considerare in essa la pienezza della grazia. Plenum gratiæ. È la grazia, soprattutto, che fa la bellezza degli esseri. Un Santo disse: Se vedessimo un’anima in stato di grazia, moriremmo di ammirazione e di gioia, e, secondo San Tommaso, rendere la grazia ad un peccatore è un’opera più grande, in un certo senso, di quanto non lo sia la Creazione del cielo e della terra. (S. Th. Ia IIæ, q. 113, art. IX). Descrivere le bellezze della grazia è dunque descrivere gli splendori dell’anima di Gesù, ed è addirittura impossibile sospettare i tesori di quest’anima adorabile, se non si conosce il pregio della grazia. Per questo cercheremo di descrivere a grandi linee le meraviglie che la grazia ha operato nell’anima del Salvatore; mostreremo poi come la grazia di Cristo ci venga comunicata attraverso il Rosario.  – La grazia è un dono celeste che ci rende esseri soprannaturali, che ci rende in qualche modo divinità, che fa abitare Dio in noi. – Prima di tutto, allarga gli stretti confini della nostra natura, ci eleva al di sopra dell’umanità e persino al di sopra della natura angelica. Se gli Angeli non avessero la grazia, sarebbero sotto di noi, e in cielo i Santi che avessero avuto più grazia degli Angeli, saranno posti più in alto. Anche se Dio creasse esseri più perfetti dei Serafini, dovremmo comunque gridare: Più in alto! Più in alto! Questo non è il soprannaturale. – Il soprannaturale ci mette al livello di Dio, è una seconda natura che si aggiunge alla prima. Nell’ordine naturale abbiamo prima di tutto un’anima: nell’ordine soprannaturale c’è anche un’anima. La grazia – dice sant’Agostino – è l’anima della nostra anima. Nell’ordine naturale abbiamo delle facoltà: l’intelligenza, la volontà, i sensi; nell’ordine soprannaturale abbiamo le virtù infuse come facoltà. Queste sono prima di tutto le virtù teologali, che affondano le loro radici in Dio; le virtù cardinali con le loro innumerevoli ramificazioni; più in alto i doni dello Spirito Santo, che sono come i semi dell’eroismo. E non è tutto. Il soprannaturale ci dà nuove operazioni: le virtù e i doni sono coronati dai dodici frutti dello Spirito Santo, e da quelle che vengono chiamate le beatitudini evangeliche. Tale è, In poche parole, questo meraviglioso insieme del soprannaturale: alla base la grazia, poi le virtù infuse, più in alto i sette doni, più in alto ancora i dodici frutti dello Spirito Santo, alla sommità le beatitudini evangeliche.  – Ma non abbiamo ancora detto nulla; la grazia ci rende divinità. Ego dixi: dii estis! (Ps. LXXXI, 6). Se avessimo uno sguardo abbastanza potente, vedremmo nell’anima del giusto i tratti divini e, per così dire, la figura stessa di Dio. La Grazia, secondo l’espressione dei Santi Padri, è lo specchio luminoso in cui Dio si contempla e si riconosce. Ora, Dio può riconoscere se stesso se non solo in un dio. Sì, se siamo lo specchio del Signore, dobbiamo riflettere in noi i tratti del volto divino. Nel salutare l’anima in stato di grazia, salutiamo la figura di Dio! Divinæ consortes naturæ, dice San Pietro. (II Piet. I, 4)  La grazia ci rende partecipi della natura divina. Quando immergiamo l’oro nella fornace, pur mantenendo le sue proprietà, esso diventa fuoco, assume il colore, il calore, la luce del fuoco. La grazia ci immerge nell’Essere divino, e l’uomo, senza perdere la sua natura, è tutto penetrato da Dio: egli è fiamma come Dio, è amore come Dio, pensa in Dio, agisce in Dio. I re sono orgogliosi del loro sangue; c’è in tutti i giusti un sangue reale, un sangue divino, che discende da Gesù Cristo in noi, così come la vite comunica la sua influenza e la sua vita all’ultima tralcio. Gli eroi dell’antichità pagana volevano spacciarsi per figli di un dio. Queste erano delle favole sacrileghe; per noi invece è una realtà. La nostra genealogia è veramente celeste, possiamo dire con San Paolo: Genus sumus Dei siamo della razza di Dio (Act.XVII, 28, 29). Questa è la nostra particella di nobiltà, e abbiamo il diritto di esserne orgogliosi! Infine, la grazia ci dona la persona stessa di Dio. Questo è il dolce mistero che i teologi chiamano la dimora della Trinità in noi.  – La Grazia consacra la nostra anima con la sua invisibile unzione e ne fa un tempio dove Dio si diletta. Vos estis templum Dei vivi, dice San Paolo, (II Cor. VI, 16) e San Bernardo osserva che le cerimonie del Battesimo assomigliano molto alle cerimonie di consacrazione di una chiesa. Ma un tempio, una chiesa, è fatto perché Dio vi abiti. Bene – dicono le tre Persone – entreremo in quest’anima, e vi porremo la nostra dimora. Ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus (Giov. XIV, 23). La Trinità è dunque tanto presente nell’anima dei giusti quanto Gesù Cristo è presente nelle nostre chiese. – Come il calice dell’altare contiene veramente il sangue di Gesù, così le nostre anime contengono veramente lo Spirito Santo. Calice dell’altare, calice dell’anima santa, in entrambi vi abita un Dio! La dimora della Trinità è la presenza dell’amico con l’amico, dello sposo con la sposa. Se abbiamo delle prove, non è necessario andare molto lontano per trovare un Consolatore: basta entrare nella nostra anima; le tre Persone sono lì per sorridere alle nostre lacrime, per asciugare le nostre lacrime. Trasfigurano la nostra intelligenza, ci fanno vedere tutte le cose con le luci e i colori dell’eternità, così che in tutte le vicende di questo mondo vediamo la via di Dio, e diciamo con la Scrittura: Ecce Dominus transit! Ecco il Signore che passa! (III Re, XIX, 11). Esse trasfigurano la nostra volontà, ci fanno trovare in tutto ciò che ci accade un sapore divino; le prove e la morte stessa diventano una bevanda da assaporare con ebbrezza. Gustare mortem. In fine esse trasfigurano il nostro corpo. C’è, infatti, nei corpi dei Santi una bellezza segreta, uno splendore nascosto, che talvolta si rivela nell’ora della morte. Anche nella tomba, una sorta di maestà divina proteggerà la nostra polvere; anche nella corruzione, ci sarà nelle nostre membra come un’iscrizione invisibile, che dirà: Rispetta questa polvere, è un immortale che si assopisce, queste membra un tempo erano il tempio della Trinità, sono sacre per la risurrezione. –  Parlando di grazia, non abbiamo lasciato Nostro Signore, perché è in Lui che la grazia ha esaurito tutti i suoi tesori. Tutte queste meraviglie soprannaturali, che abbiamo cercato di descrivere, si trovano in Lui ad un livello supremo. Fin dal primo momento della sua creazione, la sua anima benedetta è stata inondata da tutti i torrenti di grazia. Più ci si avvicina a una sorgente, più si partecipa all’abbondanza dei suoi corsi d’acqua; più ci si avvicina ad un focolare, più si sentono gli effetti del suo calore e della sua luce. La sorgente, l’oceano di grazia, la casa, il sole dell’amore, è la divinità. Ma è possibile essere più vicini a Dio di quanto lo fosse l’anima di Nostro Signore? La divinità e quest’anima santa si abbracciano in una stretta ineffabile, così stretta da diventare una sola persona. Toccando così l’oceano di grazia, quest’anima ne è stata inondata, l’oceano si è riversato in essa e ha riempito tutte le sue profondità. Plenum gratiæ. È la pienezza che trabocca; è impossibile aggiungervi qualcosa. Cosa si può aggiungere all’abisso quando l’abisso è riempito? Sotto l’influenza di questa grazia, tutte le virtù sbocciano nell’anima del Verbo, tutte portano quel fiore squisito, che è l’eroismo. Le virtù che appartengono allo stato di imperfezione non hanno posto in questo giardino; ma tutte le altre virtù, le virtù naturali, le virtù infuse, i doni e i frutti dello Spirito Santo, la potenza dei miracoli, il dono della profezia: in una parola, tutto ciò che è di più incantevole nell’ordine soprannaturale vi fiorisce come in una terra vergine fecondata dal sole dell’eternità. Tutto ciò che Dio ha fatto di bello nella natura e nella grazia, lo ha raccolto nell’anima di suo Figlio. Ah, qui è il caso di dire: se noi vedessimo l’anima di Gesù, cadremmo in un’estasi di ammirazione, di ebbrezza e di amore. Dio ci riserva questa estasi per l’eternità, ma il Rosario ce ne può dare un assaggio ora e comunicarci la grazia di Cristo. Per avere la rivelazione di un’anima, è ovviamente necessario studiarla nelle circostanze in cui essa si manifesta, negli eventi in cui si riflette la sua interiorità. In quali circostanze l’interno di Gesù è meglio riflesso  che nei Misteri del Rosario? Cresceva nella grazia – dice il Vangelo – cioè la sua grazia lasciava apparire all’esterno i suoi meravigliosi effetti; in ciascuno dei Misteri essa irradiava attraverso il velo di una carne trasparente. Basta vedere Gesù che agisce, che parla, che insegna, per intravedere qualche lampo di questa grazia nascosta. Ebbene, nella meditazione intima del Rosario, l’anima di Cristo passa davanti a noi, la sua grazia risplende ancora attraverso la corteccia del Mistero; essa viene a noi; noi la penetriamo. Sì, il Rosario è la rivelazione vivente dell’anima di Cristo e dei suoi tesori divini. – C’è di più. Vogliamo soprattutto mostrare che il Rosario ci applica anche la grazia di Nostro Signore. La grazia che il Cristo ha ricevuto lo ha reso capo spirituale dell’umanità e lo ha reso capace di meritare per noi. Non c’è bene soprannaturale che non derivi da questa causa principale. Gesù è il grande serbatoio da cui tutti gli uomini debbano attingere per essere salvati; è il vasto oceano di grazia. Ne attingiamo incessantemente, e l’abisso profondo è sempre pieno. Ma l’Umanità del Verbo ci ha guadagnato la grazia attraverso ciascuno dei Misteri. Vediamo allora che, meditando il Rosario, siamo in contatto con la fonte da cui proviene la salvezza: si stabilisce una comunicazione tra Cristo e noi, la vita divina scaturisce nelle nostre anime con un flusso dirompente. Inoltre, secondo un santo Dottore, ogni Mistero è come il seno fecondo da cui sgorga il latte della grazia; recitando le decine, noi succhiamo, per così dire, il latte del cielo. – Indubbiamente, qui è necessario fare attenzione a non esagerare. Non vogliamo far credere che il Rosario ci applichi direttamente la grazia santificante, alla maniera di un Sacramento; tale efficacia non appartiene né al Rosario né a nessun’altra devozione. Sarebbe un errore pretendere che la recitazione sia sufficiente di per sé a darci un aumento di grazia; ma non c’è alcuna illusione nel credere che, per il fatto stesso di essere pietosamente uniti ai Misteri che hanno portato la nostra salvezza, da questa meditazione scaturiranno le grazie attuali. Secondo il Vangelo, bastava toccare le vesti del Salvatore per essere guariti. Ogni Mistero del Rosario non è forse come una frangia del manto divino? Appena iniziamo le Ave Maria, tocchiamo, per così dire, la frangia divina: non abbiamo il diritto di sperare che qualche virtù ne venga per guarirci? Virtus de illo exibat et sanabat omnes. (Luc. VI, 19). Il Mistero che ha espiato l’orgoglio ci darà un aiuto speciale per praticare l’umiltà; il Mistero che ha espiato il vizio impuro avrà una speciale efficacia nell’applicarci la castità, e così anche gli altri Misteri. Nostro Signore è come un grande sole, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; il Rosario ci espone alla sua luce ed al suo calore. Assistiamo al sorgere di questo sole di giustizia nei Misteri dell’Annunciazione e della Natività; lo contempliamo nella sua luce di mezzodì, in tutto il suo splendore, meditando sui Misteri gloriosi. Il suo calore si irradia su di noi; noi ne riflettiamo lo splendore. La nostra anima è riscaldata dal fuoco stesso della divinità; siamo fiamme come Dio, amore come Dio. Oh, se sapessimo come approfittare della nostra preziosa devozione, quanto velocemente avanzeremmo nelle vie spirituali! È nel Rosario che le grandi anime dell’Ordine di San Domenico hanno trovato il segreto della loro santità così amabile e fecondo. Il nostro Confratello Marie-Raphaël Meysson, di pia e dolce memoria, chiamava il Rosario un segreto di santità. Nascosto nell’anima adorabile del suo Dio, beveva dalla fonte della grazia, ne attingeva un po’ di quell’eroismo che ci stacca dalla terra, assaporava un po’ di quell’ebbrezza ineffabile che è un anticipo del cielo. Possiamo noi, come privilegiati del Signore, scendere ogni giorno nell’anima del nostro Diletto, alle fonti della salvezza e della felicità! Il nemico non potrà mai violare questo asilo, e le tempeste dell’inferno, che scuotono così violentemente le anime mondane, non giungeranno mai a queste profondità luminose dove regna la perpetua serenità.

CAPITOLO QUARTO

IL ROSARIO E LA DIVINITÀ DI GESÙ

Vivere nell’anima del Verbo, è vivere lontano della regione delle tempeste, su un Tabor sempre sereno, su una cima vicino al Cielo dei cieli. Lo splendore di quest’anima si riflette nella nostra, noi camminiamo nella luce di Cristo: questo è la via illuminativa. Ma la vita mistica non si ferma qui: toccare Dio, unirsi a Dio, perdersi in Dio, ecco il fine della santità e della felicità; per questo l’ultima fase della perfezione è la vita unitiva attraverso la quale l’anima si nasconde in Dio. San Paolo ha riassunto tutta questa vita spirituale in un famoso testo: Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Col.  III, 3). La nostra vita è nascosta nell’anima del Cristo, cum Christo, questa è la via illuminativa; in Deo, siamo nascosti con Cristo nel profondo della divinità, questa è la via unitiva. Il Rosario, che ci ha aperto la via illuminativa, introducendoci nell’anima del nostro Salvatore, ci inizierà ai segreti della via unitiva, facendoci penetrare nell’interno stesso della divinità. L’Apostolo San Giovanni ricordava con un lieve tremito che le sue mani avevano toccato il Verbo di vita: Quod manus nostræ contrectaverunt de Verbo vitæ. (I Giov. I, 1). – Nel Rosario abbiamo una felicità simile; tocchiamo quell’Uomo il cui nome è miele per le nostre labbra, una melodia per le nostre orecchie, una soavità per i nostri cuori, Cristo Gesù, Homo Christus Jesus. Ora, in quest’Uomo, non c’è parte che non sia penetrata nella sua interezza dalla divinità. L’Unione ipostatica è quell’unzione ineffabile che ha consacrato il Cristo; tutto l’olio della divinità si è riversato nell’umanità del Verbo, l’ha inondata, l’ha compenetrata: Unxit te Deus (Ps. XLIV). Sì, o Gesù, la divinità ti ha unto interamente, l’unzione della gioia ha consacrato tutte le parti della tua umanità; il tuo Cuore ha ricevuto l’unzione divina, la tua anima l’ha ricevuta, tutto il tuo essere l’ha ricevuta: Unxit te Deus oleo lœtitiæ. L’olio misterioso è così penetrato ogni azione di Nostro Signore; quando questo Cuore sospira, è un Dio che sospira; quando quest’anima trema, è un Dio che trema. Per andare alla divinità, quindi, non è necessario lasciare il Rosario, basta contemplare l’intero Mistero, così come ci viene presentato, la persona che agisce, l’azione che si compie. La persona è il Verbo eterno; l’azione è teandriaca, cioè divina e umana, ed è tutta profumata dall’unzione gioiosa della divinità. È qui che si può dire veramente: Dio! Ecco Dio! La divinità è lì nel Rosario, Essa è lì che agisce, che anima, che profuma tutto il Mistero. Non fermiamoci dunque alla corteccia, andiamo al midollo: la corteccia è l’evento esterno, il midollo è l’interno di Gesù, il suo cuore, la sua anima, la sua divinità. Così siamo arrivati a Dio. Oh, rifugiamoci per qualche momento in questi adorabili abissi, e forse avremo una piccola parte in quell’unzione di gioia che ha fatto di Gesù il più bello dei figli degli uomini. Il Rosario ci ha introdotto nel santuario della divinità, e molto di più, ci farà sondare le profondità di Dio. Cosa c’è di così sorprendente? I Misteri del Rosario ci sono rivelati da quello Spirito onnipotente che, secondo San Paolo, sonda tutte le profondità, anche quelle di Dio: Nobis autem revelavit Deus per Spiritum Sanctum; Spiritus enim omnia scrutatur, etiam profunda Dei (I Cor. II, 10). Le profondità di Dio sono, prima di tutto, la vita intima di Dio in se stesso, è la Famiglia eterna, l’adorabile Trinità, la prima delle Vergini, come parla San Gregorio di Nazianzo, la prima bellezza e il primo amore: tre Persone divine che si tengono in un abbraccio eterno e che si rimandano l’una all’altra la parola che viene pronunciata e mai sempre ripetuta: Amore, amore, amore! E questo triplice abbraccio non è che un solo abbraccio, e questo triplice amore è che un solo amore. E Hi tres unum sunt. (1 Giov. V, 7). Ecco le profondità di Dio! Ebbene, in ogni Mistero troviamo la Famiglia divina; le tre Persone sono lì in virtù di questa legge ineffabile che le incatena l’una all’altra; solo il Verbo riveste la nostra carne inferma, ma tutte e tre cooperano all’Incarnazione e alla Redenzione. Nel primo Mistero hanno di nuovo consiglio, ripetono la parola creativa: « Ricostruiamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ». Quando la grande opera è compiuta, quando vedono questa vergine Umanità, tutta raggiante, tutta immacolata, uscire dalle loro mani, dicono, ma questa volta senza ironia: « Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est. Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi ». (Gen. III, 22) – Infine, quando contemplano questa innocente Umanità attaccata alla croce, pronunciano la formula del perdono: « Ora non colpiremo più l’uomo come abbiamo fatto ». Non igitur ultra percutiam omnem animant viventem sicut feci (Gen. VIII, 21). Siamo entrati nella vita intima e nei consigli della Trinità: continuiamo a sondare gli abissi divini. Le profondità di Dio sono ancora la sua misericordia e la sua giustizia. Come possiamo conciliare questi due attributi: la vendetta infinita del Signore contro il peccato e la sua infinita bontà per il peccatore? Il Rosario ci dà la chiave di questo mistero: basta guardare la croce della seconda serie, dove misericordia e giustizia si danno un bacio eterno. A volte la giustizia degli uomini si indebolisce indignata di fronte alla preghiera ipocrita o alle lacrime; qui la giustizia non si indebolisce mai, anche quando Dio perdona, è giustizia, perché Gesù ha soddisfatto per il colpevole. Amore infinito, soddisfazione infinita, questo è ciò che Dio ha scritto sulla croce con il sangue di suo Figlio. Oh sì, la misericordia e la giustizia possono essere abbracciate su questo trono di sangue. Ed anche noi andiamo alla croce per abbracciare la divinità! Le profondità di Dio sono ancora i misteri della predestinazione e della gloria. Il Rosario non solleva i veli che coprono questi abissi; almeno getta una luce consolante su questa oscurità. Ci dà un’idea di questa predestinazione mostrandoci Gesù, il modello di tutti i predestinati; ci insegna che dobbiamo conformarci a questo ideale celeste: quos prædestinavit conformes fieri imaginis Filii sui (Rom. VIII, 29); ci fa anche intravedere alcuni raggi di gloria nei misteri trionfanti della Risurrezione e dell’Ascensione. Le profondità di Dio sono l’eternità. L’eternità! ma è già cominciata in noi. Il Rosario ha lo stesso potere della Fede, perché il Rosario è la sintesi della Fede in tutta la sua sostanza. Ora, la Fede – dice San Bernardo – ha un grembo abbastanza grande da contenere l’eternità stessa. Attraverso la Fede e il Rosario il futuro esiste già nel presente: i beni che ci aspettiamo riposano nella nostra mente come su un fondamento incrollabile; la Fede è il fondamento immutabile che porta le nostre immutabili speranze: Sperandarum substantia rerum (Heb. III, 14). San Paolo ha altre parole ancora più energiche: La fede, dice, è il principio di Dio: Initium substantiæ ejus (Heb. III, 14). Attraverso la fede e il Rosario c’è nel Cristiano il seme di un Dio, il seme e l’inizio dell’eternità. Ma soprattutto il Rosario ci fa toccare l’eternità, perché il Dio-Uomo che adoriamo in ogni Mistero è, secondo l’espressione di Santa Caterina da Siena, come un ponte tra il tempo e l’eternità; tocca entrambe le rive: le rive del finito attraverso la sua natura umana, le rive eterne attraverso la sua Persona e la sua natura divina. Quando inizieremo la recita, ci uniremo all’Uomo-Dio, ci lasceremo trasportare sugli abissi di questo ponte dell’infinito e, prima di finire la nostra preghiera, avremo raggiunto impercettibilmente l’altra riva, che è la riva dell’eternità. Ecco allora tutte le profondità di Dio esplorate nel Rosario: la vita intima della Famiglia celeste, la misericordia e la giustizia divina, i misteri della predestinazione e della gloria, gli abissi dell’eternità, i segreti dell’infinito. Chi è chiamato ad una vita di unione, potrebbe quindi trovare nel Rosario risorse inestimabili, perché il Rosario è la forma più sublime di contemplazione, la più sicura, la più facile. – La più sublime, poiché ci getta nelle profondità dell’infinito: lasciate che queste anime si immergano incessantemente in questa meditazione, non esauriscono mai le loro ricchezze; c’è sempre qualche nuovo abisso da sondare. È impossibile andare più lontano della divinità, per questo è impossibile andare più lontano e più in alto della meditazione del Rosario. È la più sicura. Ci si illuderebbe nel considerare la divinità in una sorta di vita astratta e come se fosse relegata in una sfera estranea all’uomo; il Rosario ci mostra la vera vita di Dio, le sue vere effusioni con l’umanità: Dio, che mette le sue delizie ad abitare in mezzo a noi, a dialogare con i figli degli uomini. È la più semplice e facile. Il nostro modo naturale di intendere è quello di passare dal sensibile allo spirituale; gli esseri visibili sono come il piedistallo da cui l’anima si slancia verso l’infinito. Nella contemplazione del Rosario, l’Umanità del Verbo è il piedistallo visibile che ci eleva alla divinità invisibile. Non c’è bisogno di una penosa contenzione di spirito; si passa dal Cristo visibile al Cristo Dio, in modo fluido e impercettibile. Per Christum hominem ad Christum Deum. Mentre abbracciamo il Figlio di Maria, abbracciamo Dio stesso, gridiamo in dolce estasi: Quanto è buono, quanto è buono il nostro Dio! quam bonus Israel Deus! (Ps. LXXII, 1). Noi stiamo solo toccando queste bellezze, le anime pie sapranno come completare questo studio e assaporare queste delizie. Esse capiranno anche che il Rosario risponde alle esigenze di tutti. Ci sono quelli per i quali il puro invisibile non ha alcuna attrattiva; anche quando si rivolgono a Dio, la loro pietà ha bisogno di incontrare un cuore di carne come il loro, un cuore che palpita e trasale: questi troveranno nel Rosario il Cuore di Gesù. Ce ne sono altri la cui vigorosa intelligenza è focalizzata sulle bellezze spirituali, il cui sguardo potente è fatto per contemplare il cielo degli spiriti: questi troveranno nel Rosario l’anima di Gesù. Altri scivolano sulle ali di Dio verso le più alte vette della contemplazione, il loro sguardo è capace di guardare il Cielo dei cieli: troveranno nel Rosario la divinità di Gesù. Il Sacro Cuore per i proficienti, l’anima del Verbo per i più avanzati, la divinità per i perfetti. Tuttavia, questi tre stati non devono essere completamente separati: anche i principianti devono andare all’anima e alla divinità di Gesù, e il perfetto non deve mai lasciare quell’anima o quel Cuore. Il cuore, l’anima e la divinità sono tre dimore che dobbiamo abitare contemporaneamente: tria tabernacula (Marc. IX, 4). Oh, come sono deliziose queste tre dimore! È un inizio di paradiso, sono tre tabernacoli eterni: è la santità. La morte non ci allontanerà da questa triplice dimora, ma ci permetterà, al contrario, di abitare più perfettamente nel cuore, nell’anima, nella divinità del nostro Amato. Videbimus, laudabimus, amabimus. Vedremo questo Diletto, lo loderemo, lo ameremo: visione senza nuvole, lode senza interruzione, amore senza condivisione e senza fallimento, questa è la potente trilogia della felicità! La iniziamo qui sulla terra nel Rosario, andremo a finirlo, con l’ultimo Mistero glorioso, sul Cuore di Maria. Con te, o Maria, abiteremo nei tre tabernacoli eterni, il cuore, l’anima e la divinità del tuo Figlio; con te vivremo la sua vita, ameremo con il suo amore. Videbimus, laudabimus, amabimus.

[1. Continua] https://www.exsurgatdeus.org/2020/05/13/il-rosario-e-la-santita-2/

PRATICA DEL SANTO ROSARIO

Come pregare il Rosario in famiglia

La pratica quotidiana di questa devozione nel gruppo familiare, padre, madre e figli, servirà a creare maggiore armonia nella famiglia e porterà ad una maggiore pace e serenità. Aumenterà ulteriormente la pietà ed un maggiore sviluppo spirituale, oltre a far discendere la benedizione di Dio e la cura vigile della Madonna su tutti coloro che partecipano alla sua recita quotidiana.

E’ oltretutto semplice da recitare, e l’ora più conveniente perché tutta la famiglia possa essere presente è la sera, probabilmente subito dopo cena. Ogni membro può alternarsi nel condurre le preghiere.

Si inizia con:

V. Deus in adjutórium meum inténde.

R. Dómine, ad adjuvándum me festína.

1. Dapprima si dice il Credo degli Apostoli tenendo il crocifisso della corona tra le dita. Il conduttore dice: “Credo in Deum …”, poi tutti si uniscono al Credo.

2. Colui che conduce dice la prima metà del Pater sul grano grande della corona e la prima parte dell’Ave Maria sui tre grani piccoli, seguite dal Gloria Patri, mentre gli altri recitano la seconda parte di queste preghiere.

3. Chi conduce poi annuncia: il nome del Primo dei Cinque Misteri Gaudiosi (o Dolorosi, o Gloriosi).

4. Poi, nell’ordine, viene detto il Pater Noster sul grano grande e l’Ave Maria sui grani piccoli, con il Gloria alla fine di ogni decina.

Nota: la Madonna di Fatima il 13 giugno 1917 disse alla veggente Lucia: Dopo il Gloria Patri di ogni decina, tu dirai:

 O Gesù perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia

5. Si concludere l’ultima decina con la Salve Regina. Infine l’oremus.

6. Si può aggiungere la litania.

MISTERI DEL ROSARIO

Misteri gaudiosi

(lunedì, giovedì)

1 – Nel primo mistero gaudioso si contempla l’annunciazione dell’Angelo a Maria SS.

2 – Nel secondo mistero gaudioso si contempla la visita di Maria Vergine a santa Elisabetta.

3 – Nel terzo mistero gaudioso si contempla la nascita di Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.

4 – Nel quarto mistero gaudioso si contempla la presentazione di Gesù Bambino al tempio e la purificazione di Maria SS.

5 – Nel quinto mistero gaudioso si contempla ladisputa del fanciullo Gesù con i dottori.

Misteri dolorosi

(martedì, venerdì)

1 – Nel primo mistero doloroso si contempla l’agonia e il sudor di sangue di nostro Signor Gesù Cristo nell’orto.

2 – Nel secondo mistero doloroso si contempla la flagellazione del nostro Signor Gesù Cristo alla colonna.

3 – Nel terzo mistero doloroso si contempla l’incoronazione di spine di nostro Signore Gesù Cristo.

4 – Nel quarto mistero doloroso si contempla la condanna a morte di Gesù e la sua salita al Calvario, portando la croce.

5 – Nel quinto mistero doloroso si contempla la crocifissione, la morte e la sepoltura di nostro Signore Gesù Cristo.

Misteri gloriosi

(mercoledì, sabato, domenica)

1 – Nel primo mistero glorioso si contempla la risurrezione di nostro Signor Gesù Cristo.

2 – Nel secondo mistero glorioso si contempla l’ascensione di nostro Signor Gesù Cristo al cielo.

3 – Nel terzo mistero glorioso si contempla la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli con Maria santissima congregati nel cenacolo.

4 – Nel quarto mistero glorioso si contempla la beata dormizione e la gloriosa Assunzione di Maria Santissima in cielo.

5 – Nel quinto mistero glorioso si contempla l’incoronazione in cielo di Maria santissima e la gloria di tutti gli Angeli e i Santi.

Frutti e grazie dei misteri (del Monfort)

Secondo il metodo di S. Luigi Maria Grignon di Montfort per ogni decina del Rosario si può chiedere una grazia particolare cioè un frutto per la nostra anima legato alla contemplazione di tale mistero.

Su ogni decina dopo aver annunciato il mistero si dice:

“Chiediamo per questo mistero la grazia di…”

Gaudiosi:

1 – Profonda umiltà.

2 – Carità verso il nostro prossimo.

3 – Distacco dai beni del mondo.

4 – La virtù della purezza.

5 – La vera sapienza (fare la volontà di Dio).

Dolorosi:

1 – Contrizione dei nostri peccati.

2 – Mortificazione dei nostri sensi.

3 – Disprezzo del mondo.

4 – Pazienza nelle tribolazioni.

5 – La conversione dei peccatori, la perseveranza dei giusti, e il sollievo delle anime del purgatorio.

Gloriosi:

1 – Amor di Dio ed il fervore.

2 – Ardente desiderio del cielo.

3 – Far scendere lo Spirito Santo nelle nostre anime.

4 – Vera e tenera devozione a Maria.

5 – L a Perseveranza finale e la corona di Gloria

Le preghiere del Santo Rosario

IL SEGNO DELLA CROCE

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

IL CREDO APOSTOLICO

Credo in Deum, Patrem omnipoténtem, Creatórem cæli et terræ.
Et in Jesum Christum, Fílium ejus únicum, Dóminum nostrum: qui concéptus est de Spíritu Sancto, natus ex María Vírgine, passus sub Póntio Piláto, crucifíxus, mórtuus, et sepúltus: descéndit ad ínferos; tértia die resurréxit a mórtuis; ascéndit ad cælos; sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Credo in Spíritum Sanctum, sanctam Ecclésiam cathólicam, Sanctórum communiónem, remissiónem peccatórum, carnis resurrectiónem, vitam ætérnam. Amen.


PATER NOSTER

Pater noster, qui es in cælis, sanctificétur nomen tuum: advéniat regnum tuum: fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie: et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris: et ne nos indúcas in tentatiónem: sed líbera nos a malo. Amen.


AVE MARIA

Ave María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui Jesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

GLORIA PATRI

V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.


 SALVE REGINA

Salve, Regína, mater misericórdiæ;
vita, dulcédo et spes nóstra, salve.
Ad te clamámus éxsules fílii Hevæ.
Ad te suspirámus geméntes et flentes
In hac lacrimárum valle.
Eja ergo, advocáta nostra,
illos tuos misericórdes óculos ad nos convérte.
Et Jesum, benedíctum fructum ventris tui,
nobis post hoc exsílium osténde.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo María.

OREMUS

Deus, cujus Unigenitus, per vitam, mortem, et resurrectionemsuam, nobis salutis œternæ præmia comparavit, concede, quæsumus: ut hæc misteria sanctissimo beatæ Mariæ Virginis Rosario recólentes, et imitemur quod continent, etquod promittunt assequamur. Per eundem Dominum, etc.

LITANIE LAURETANE

KYRIE, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie eleison.  

Christe, audi nos.

Christe, exàudi nos.

Pater de cælis, Deus,

             miserere nobis.

Fili, Redémptor mundi, Deus,

              miserere nobis

Spiritus Sancte, Deus,

                 miserere nobis.

Sancta Trinitas, unus Deus,

                  Miserere nobis.

Sancta Maria,

       ora pro nobis

Sancta Dei Genitrix, ora …

Sancta Virgo virginum, ora …

Mater Christi, ora …

Mater divinæ gràtiæ, ora …

Mater purissima, ora …

Mater castissima, ora …

Mater inviolata, ora …

Mater intemerata, ora …

Mater amàbilis, ora …

Mater admiràbilis, ora …

Mater boni consilii, ora …

Mater Creatóris, ora …

Mater Salvatóris, ora …

Virgo prudentissima, ora …

Virgo veneranda, ora …

Virgo prædicànda, ora …

Virgo potens, ora …

Virgo clemens, ora …

Virgo fidélis, ora …

Spéculum iustitiæ, ora …

Sedes sapiéntiæ, ora …

Causa nostræ lætitiæ, ora …

Vas spirituale, ora …

Vas honoràbile, ora …

Vas insigne devotiónis, ora …

Rosa mystica, ora …

Turris Davidica, ora.

Turris ebùrnea, ora …

Domus àurea, ora …

Fcederis arca, ora …

Iànua cæli, ora …

Stella matutina, ora …

Salus infirmórum, ora …

Refùgium peccatórum, ora …

Consolàtrix afflictórum, ora …

Auxilium Christianórum, ora …

Regina Angelórum, ora …

Regina Patriarchàrum, ora …

Regina Prophetàrum, ora …

Regina Apostolórum, ora.

Regina Màrtyrum, ora …

Regina Confessórum, ora …

Regina Virginum, ora …

Regina Sanctórum omnium, ora …

Regina sine labe originali concépta, ora …

Regina in cælum assùmpta, ora …

Regina sacratissimi Rosàrii, ora …

Regina pacis, ora …

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

       parce nobis, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

        exàudi nos, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

         miserére nobis.

f. Ora prò nobis, sancta Dei Génetrix.

R:. Ut digni efficiàmur promissiónibus Christi. –

Orèmus.

Oratio

CONCÈDE nos fàmulos tuos, quæsumus, Dòmine Deus, perpètua mentis et córporis sanitàte gaudére: et, gloriósa beatæ Mariæ semper Virginis intercessióne, a præsénti liberàri tristitia, et ætérna pérfrui lætitia.

Per Christum Dóminum nostrum.

R. Amen.


IL ROSARIO E LA SANTITÀ (2)

IL ROSARIO E LA SANTITÀ (2)

del

R. P. EDOUARD HUGON

DEI FRATELLI PREDICATORI

SECONDA PARTE

I MODELLI DELLA SANTITÀ: MARIA E GIUSEPPE

CAPITOLO PRIMO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA MODELLO DELLA PREDESTINAZIONE

Dopo aver studiato, dal punto di vista del Rosario, il Cuore, l’Anima, la Divinità di Gesù ed aver assaporato le delizie soprannaturali alla loro fonte, è giusto e dolce considerare la Regina del Santo Rosario stessa. Gesù Cristo, prima di morire, ci ha lasciato un doppio testamento: la sua Eucaristia e sua Madre. Maria e l’Eucaristia! A questi due nomi il Sacerdote freme, perché gli rivelano il segreto delle sue più dolci gioie; la vergine freme, perché gli ricordano la fonte da cui attingerà le dolci ed austere delizie della sua verginità; la morente freme, perché gli promettono speranza; la peccatrice freme, perché gli promettono il perdono. Anche per noi, pronunciare questi due Nomi è una gioia. Maria e l’Eucaristia sono il testamento di un moribondo, poiché Gesù ci ha dato la sua Eucaristia alla vigilia della sua morte, e ci ha dato sua Madre poco prima di esalare l’ultimo respiro. Tutto ciò che rimane dei morti è prezioso per noi; l’oggetto più piccolo ha un valore inestimabile, dal momento che è stato consacrato dalla maestà del trapasso, e sembra che non abbiamo più nulla da aggiungere quando diciamo: « Questo è il dono di un moribondo! » Cosa sarà allora quando questo moribondo è un Dio? Oh, allora l’emozione è all’apice, il cuore è rimescolato fin nelle più intime profondità. Bene! Maria e l’Eucaristia sono il testamento di un moribondo che è un Dio! Non ci sarà mai un testamento più augusto di questo. Ah! L’umanità non si è sbagliata; ha avuto per Maria e per l’Eucaristia quell’amore appassionato che si ha per i doni dei moribondi, ha iscritto questo doppio testamento negli annali del cuore, e sappiamo che tali annali non invecchiano mai. No, mai l’amore di Maria potrà essere strappato dal cuore dei Cristiani: finché i cuori batteranno, Maria sarà amata. La devozione alla Santa Vergine è quindi fondamentale e indistruttibile nel Cristianesimo. Il Rosario è la vera forma di questa devozione. Innanzitutto, il Rosario ha il più alto potere di invocazione alla Santa Vergine; noi siamo come il bambino che con le sue ripetute grida obbliga la madre a rispondergli. Cominciamo una “Ave” ed è già un richiamo potente; lo ripetiamo fino a dieci volte per renderlo ancora più eloquente, e quando la decina è finita, ricominciamo di nuovo il grido d’amore; fino a centocinquanta volte questo grido va sempre più ingrandendosi; è diventato quindi la voce sublime che penetra il cielo. In secondo luogo, il Rosario ci fa dare alla Vergine il vero posto che Ella occupa nel piano divino. Nel Rosario andiamo a Dio attraverso Maria, facciamo tutto attraverso Maria, ci aspettiamo tutto da Maria, come se la salvezza ci venisse da Lei. Questo è infatti il ruolo di Maria nell’Incarnazione; è, nel vero senso, causa della nostra salvezza. Per apprezzare pienamente il ruolo di Maria nel Rosario, dobbiamo mostrare qual sia il ruolo di Maria nella grande questione della salvezza dei Cristiani. Nella salvezza ci sono tre cose capitali: la predestinazione, la grazia e la morte. Per formare un eletto, prima di tutto ci deve essere la scelta divina che, da tutta l’eternità, lo separi dalla massa impura dei reprobi; poi ci deve essere la grazia che lo santifica nel tempo, e infine una morte pia che coroni la grazia e metta il sigillo alla predestinazione. Ora, Maria ha un ruolo importante in queste tre fasi della salvezza: Ella è il modello della nostra predestinazione, è il canale della grazia, è la patrona della buona morte. Sapremo quindi abbastanza sul ruolo di Maria nel Rosario e sul suo ruolo nell’opera di salvezza, dopo aver sviluppato questi tre pensieri: Maria, modello di predestinazione; Maria, canale di grazia; Maria, patrona della buona morte. La predestinazione è l’eterna preparazione alla salvezza; è l’atto misericordioso con cui, da tutta l’eternità, Dio ci ha amato gratuitamente, ci ha scelto liberamente, ci ha indirizzato in modo sicuro e infallibile verso la gloria benedetta. La predestinazione ci ha resi scelti, degli eletti e prediletti. Una persona predestinata è quindi una persona amata. Ma nello scegliere il suo amato, Dio aveva un modello, guardava ad un ideale, cioè al suo Prediletto per eccellenza, Cristo-Gesù. Per questo Cristo è chiamato lo stampo di tutti i predestinati. San Tommaso ci insegna una bella e profonda dottrina su questo tema. (III P., q. III, art. VIII). Quando un capolavoro è stato danneggiato, l’artista, per ripararlo, lo riporta all’ideale primitivo, e lo rimette nello stampo da cui proveniva; in questo modo lo stesso stampo viene utilizzato per riformare l’opera e per ripararla. L’uomo, capolavoro divino, era stato deformato dal diavolo; Dio, per ripararlo, lo ha rimesso nel suo stampo. Questo esemplare, questo eterno ideale degli esseri, è il Verbo divino; esso è servito a formarci, e servirà pure a ripararci. Dio ha voluto restaurarci con il Verbo suo, ecco perché il Verbo si è fatto carne. Quindi la salvezza può esserci solo in Cristo; per entrare in cielo dobbiamo somigliare al nostro ideale eterno, e la predestinazione consiste nel renderci conformi all’immagine del Figlio di Dio. « Prædestinavit conformes fieri imaginis Filii sui » (Rom. VIII, 29). Ogni eletto porta i lineamenti, la figura del Cristo; Gesù è lo stampo del predestinato. Ora non possiamo non trasalire nel ricordare le parole di sant’Agostino: « … Lo stampo di Cristo è Maria. » C’è, infatti, una somiglianza ineffabile tra il corpo di Gesù e il corpo di Maria, tra l’anima di Gesù e l’anima di Maria, tra la predestinazione di Gesù e la predestinazione di Maria. Lo stesso atto divino che decretò l’Incarnazione, decretò l’esistenza della Beata Vergine; Dio contemplò originariamente nello stesso dipinto, la figura del suo Cristo e la figura di Maria, ed è vero il dire che Maria è fatta a somiglianza di Gesù, e che Gesù a sua volta è fatto a somiglianza di Maria. Sant’Agostino l’ha detto bene: « Formam Dei »: Maria è lo stampo di Cristo, lo stampo di Dio. Poiché il Padre Eterno ha voluto formare il suo primo Eletto, il Capo di tutti i suoi predestinati, solo attraverso la Vergine Santissima, anche tutti gli altri Santi devono essere gettati in questo stampo verginale, e quando ne fuoriescono sono Cristiani, prediletti, eletti. Così come Dio ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio, così ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine di Maria. « Prædestinavit conformi fieri ». Che pensiero dolce! Noi dunque siamo fatti a somiglianza di Maria! Dio, nel crearci, ha preso Maria come modello! C’è in noi qualcosa dei lineamenti di Maria, della sua figura, della sua bellezza! In qualsiasi grado Dio ci abbia posto, o nel mondo, o nella regalità del sacerdozio, o sulle altezze sublimi della vita religiosa, tutti noi siamo stati formati sul modello della Madre nostra. Predestinando i coniugi cristiani, le madri cristiane, Dio guardava a Maria; predestinando le vergini, le suore, Dio guardava a Maria; predestinando i sacerdoti, Dio guardava a Maria. E prima di tutto, quando Dio ha formato i cuori degli sposi cristiani, ha preso Maria a modello; ha voluto mettere negli affetti della famiglia un po’ dell’amore casto con cui Maria amava San Giuseppe. Allo stesso modo, il cuore di Maria è l’ideale secondo il quale Dio ha concepito questo capolavoro che è il cuore materno. Sì, madri cristiane, quando Dio vi ha predestinate, ha preso Maria come modello. Se l’amore di tutte le madri fosse raccolto, sarebbe un tesoro di eroismo, ma non ancora il Cuore di Maria: tutti questi amori, tutte queste gesta eroiche raccolte, sarebbero solo una debole immagine dell’amore e dell’eroismo della Madre di Dio. Ah! Lasciate che le madri si sforzino sempre più di essere sublimi: più sono eroiche, più si avvicineranno al loro ideale celeste, perché sono predestinate a diventare conformi all’immagine di Maria! Quando Dio predestinava le vergini, guardava a Maria. La prima delle vergini è l’adorabile Trinità; per predestinare la Vergine Maria, quindi, la Trinità guardava a se stessa; ma per predestinare le altre vergini, prende il suo modello da Maria. La Chiesa tratta le sue vergini, le sue monache, con il massimo rispetto: come se non bastasse la sola virtù per consacrare una vergine, la Chiesa prescrive una cerimonia solenne per benedire la sposa di Cristo; ha, per lo stato della vergine, quei riguardi che osserva per il calice dell’altare; ha consacrato la suora come ha consacrato il calice. Ma Dio tratta le vergini con ancora più rispetto: le consacra, mettendo in loro qualcosa di radioso e di angelico, la cui vista eleva i loro cuori al cielo; in una parola, vuole che siano quaggiù l’immagine di Maria, la rappresentazione di Maria. Queste vergini andranno dunque in tutto il mondo con a guardia la loro purezza, e i popoli si leveranno davanti a loro come prima di una dolce apparizione di Maria. Questa casta e immacolata generazione è ancora numerosa; ha mani per guarire tutte le ferite, per guarire tutte le miserie, un linguaggio per istruire ogni ignoranza e per ammorbidire l’amarezza di ogni falsa speranza. O vergini, siate fiere della vostra sorte: voi siete state formate sul modello di Maria, siete predestinate a riflettere la sua immagine nel tempo e nell’eternità! Infine, quando Dio ha predestinato i Sacerdoti, ha guardato a Maria. Ci sono analogie sorprendenti tra Maria e il Sacerdote. Entrambi sono posti tra Dio e gli uomini, entrambi sono mediatori: Maria è corredentrice, il Sacerdote è corredentore; in virtù del suo sacro Ministero redime le anime, risuscita i morti donando la grazia attraverso i Sacramenti. Maria e il Sacerdote sono vergini, ed entrambi possono dire a Gesù, anche se in modo molto diverso, le stesse parole: « Filius meus es tu, ego hodie genui te ». Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato. Il sacerdote dà a Gesù, attraverso la Consacrazione, una vera nascita, cioè quell’esistenza sacramentale e misteriosa che Cristo ha sui nostri altari. O gioia divina, o inesprimibile dolcezza! Maria e il Sacerdote si incontrano nella stessa felicità, nella stessa parola: Filius meus es tu: O Gesù, tu sei il mio Dio e mio Figlio! Maria e il Sacerdote generano anche Gesù nelle anime: Maria usa il Sacerdote per dare vita al peccatore, e il Sacerdote ha bisogno di Maria per agire efficacemente. La nostra vocazione è quindi simile a quella di Maria. Grazie, o Dio, per averci formato sul modello di tua Madre, e per averci predestinato a diventare come Lei! Prædestinavit conformes fieri. Questo è il ruolo della Beata Vergine nella predestinazione: mariti, vergini, Sacerdoti, tutti sono gettati in questo stampo immacolato. Ma la predestinazione eterna si realizza nel tempo con la libera collaborazione dell’uomo; l’ideale divino deve realizzarsi in noi con i nostri sforzi; la nostra anima è il quadro in cui dobbiamo dipingere in noi stessi, con l’aiuto di Dio, le fattezze di Maria, Ora, per riprodurre fedelmente un modello, dobbiamo averlo costantemente sotto i nostri occhi. Ebbene, nel Rosario Maria si pone, per così dire, davanti a noi: ognuno dei suoi tratti ci viene rivelato da ciascuno dei Misteri. Sarebbe facile applicare qui ciò che abbiamo detto sul Cuore e l’Anima di Gesù; sì, il Cuore e l’Anima di Maria si manifestano nella sua interezza nei Misteri con tutti i loro tesori e la inesprimibile bellezza. In questo modo è facile per noi realizzare l’ideale della nostra predestinazione: praticando la virtù del Mistero lavoriamo sul quadro divino, ripercorrendo in noi stessi una delle caratteristiche del nostro modello. Sarebbe una buona idea dedicare ogni settimana a dipingere nella nostra anima ciascuna delle virtù ricordate nel Rosario: una settimana per riprodurre in noi l’umiltà di Maria, un’altra settimana, la sua carità e così via. Se una settimana non bastasse, usiamo mesi e anni, ma  sia la nostra preoccupazione quella di trasfigurare noi stessi nel nostro modello. E una volta che uno dei tratti di Maria sia stato inciso, non lasciamo che venga cancellato dalla nostra negligenza; lasciamo che rimanga incessantemente nella nostra anima e che sia sempre in grado di contemplare dentro di noi la figura amata della Madre nostra.

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA MADRE DELLA GRAZIA

Abbiamo visto come il Rosario ci renda conformi al bellissimo ideale della nostra predestinazione: l’Immacolata Madre di Gesù. La predestinazione si realizza nella nostra anima attraverso l’opera della grazia, per cui dobbiamo ora esaminare quale sia il ruolo della Beata Vergine in relazione alla grazia. Poiché la grazia è una partecipazione della natura divina, un flusso della sua vita feconda, solo Dio può produrla, perché solo Lui può comunicarci la sua natura e la sua vita. Gesù Cristo, come Dio, è l’Autore della grazia allo stesso modo di suo Padre; come Dio e come l’uomo, è la causa meritoria e principale di tutti i beni spirituali. Inoltre, la sua adorabile Umanità ha ancora tutti i giorni un’efficacia intima e misteriosa, essa è lo strumento che Dio usa per la produzione quotidiana della grazia. Il Vangelo ci dice che da Nostro Signore è uscita una virtù per guarire i corpi; dalla Sua Umanità esce anche una potente virtù per guarire le anime, per riversare in esse il dono che santifica. L’Umanità del Verbo è l’atmosfera balsamica dove si formano le gocce della rugiada divina. Se Gesù Cristo è l’unico serbatoio delle acque fertili della salvezza, Maria ne è il canale che le fa arrivare a noi; non è Ella la sorgente, perché Ella stessa ha ricevuto tutto da suo Figlio, ma noi dobbiamo passare attraverso di Lei per arrivare alla sorgente; Ella stessa non produce la grazia, perché la grazia è una partecipazione di Dio, ma è la distributrice delle grazie; le onde divine del vasto Oceano che è Cristo, seguono per giungere fino a noi, il fiume verginale che è Maria. Da qui le famose parole di San Bernardo: « Nulla gratia venit de cœlo ad terram nisi transeat per manus Mariæ ». Nessuna grazia viene dal cielo sulla terra senza essere passata per le mani di Maria (Serm. De acqueducto). Padri e Dottori non hanno abbastanza espressioni per inculcare questa verità. Essi chiamano Maria il serbatoio di tutti i beni, promptuarium omnium honorum, il tesoriere di tutte le grazie, il tesoriere di Gesù Cristo. E prima di loro l’Arcangelo Gabriele aveva detto tutto in una sola parola: « Gratia plena » piena di grazia. È piena di grazia per se stessa, è piena di grazia per noi. Plena sibi, superplena nobis. San Tommaso (Commentario sull’Ave Maria e Commentario su S. Giovanni, cap. I, lect. X) distingue in questo senso una triplice pienezza di grazia. In primo luogo, plenitudo sufficientiæ, la pienezza della sufficienza, comune a tutti i Santi; cioè tutti gli eletti hanno un’abbondanza di grazia sufficiente a far loro osservare la legge divina ed a condurli inesorabilmente alla beatitudine eterna. – In secondo luogo, plenitudo excellentiæ, la pienezza dell’eccellenza. Questa appartiene solo a Gesù Cristo: è la pienezza della sorgente, la pienezza dell’abisso senza limiti; è da essa che tutti ci siamo arricchiti. Da plenitudine ejus nos omnes accepimus (Giov. I, 16). – Al terzo posto, plenitudo redundantiæ, la pienezza della sovrabbondanza. Questa appartiene solo alla Santa Vergine: la sua grazia è così grande che trabocca come un serbatoio stracolmo e si riversa su tutta l’umanità. Maria è piena di grazia per se stessa, sovrabbonda di grazia per noi. Plena sibi, superplena nobis. Possiamo dire di Lei come di suo Figlio, anche se in senso diverso: « De plenitudine ejus nos omnes accepimus. » Siamo stati tutti arricchiti dalla sua pienezza.  – C’è un triplice valore nelle grazie della Beata Vergine: valore meritorio, valore soddisfattorio, valore impetratorio. I suoi meriti, secondo molti santi Dottori, superano quelli di tutti gli Angeli e gli uomini insieme; la soddisfazione e l’impetrazione vanno di pari passo con il merito. Possiamo vedere da questo che i tesori spirituali della nostra augusta Madre raggiungono in ampiezza e profondità proporzioni che la nostra intelligenza non può misurare. C’è da meravigliarsi che trabocchino e si riversino sulle nostre anime? Plenitudo redundantiæ. I suoi tesori soddisfattori sono interamente per noi: essendo Ella libera da ogni minima contaminazione, non ha mai avuto bisogno delle sue soddisfazioni; queste sono quindi cadute nel dominio della Chiesa, che ce le distribuisce attraverso le indulgenze. I suoi meriti non sono applicati direttamente a noi, perché sono di sua inalienabile proprietà. Tuttavia, possiamo dire che Maria è una causa di grazia meritoria. Non ha potuto ottenere la salvezza per noi come giustizia, come ha fatto Gesù Cristo; ma ha potuto meritare per noi questo merito di convenienza (de congruo), questo diritto di amicizia che ha tanto potere sul cuore di Dio. È soprattutto a titolo di impetrazione che Maria è la distributrice delle grazie; tutti i beni celesti passano attraverso le sue mani, cioè vengono a noi per mezzo della sua intercessione. Così intese, le parole di San Bernardo non sono una pia esagerazione, ma esprimono una bella verità che è dolce approfondire. – È necessario qui ricordare quella sublime dottrina che San Paolo ha così magnificamente esposto (Ephes. IV, 16). « La Chiesa è un Corpo mistico di cui Gesù Cristo è il Capo; come nel corpo umano, anche nella Chiesa ci sono nervi potenti che tengono insieme le membra, ed è l’Autorità spirituale; ci sono poi vasi che alimentano la vita, cioè i Sacramenti; infine, c’è la vita stessa, c’è il sangue che ne sostiene la giovinezza e la bellezza. Questa vita, questo sangue della Chiesa, è la grazia. Tutto questo movimento, tutte queste energie scendono dalla testa agli arti. Nel corpo umano c’è una parte che unisce il capo al resto del corpo; nella Chiesa, Cristo è il capo, Maria è l’intermediaria che unisce il capo alle membra: Maria, collum Ecclesiæ. Maria è il collo mistico del Corpo divino che è la Chiesa. Come i movimenti e le energie del capo raggiungono il resto del corpo solo dopo essere passati attraverso “questa colonna mobile” che li collega tra loro, così la vita di Cristo raggiunge i fedeli solo attraverso Maria, l’organo soprannaturale che collega il Capo mistico alle membra del suo Corpo. Da Cristo la grazia scende nella Beata Vergine, da Maria scende nella nostra anima, e da lì risale nell’eternità da dove è venuta. La grazia, così come l’acqua e il sangue, vuole elevarsi all’altezza della sua fonte: la fonte della grazia è l’eternità, la grazia fa parte della vita eterna, deve quindi rimandare nell’eternità i suoi misteriosi riflessi, secondo le parole di Nostro Signore: « Fiet in eo fons aquæ satientis in vitam æternam » (Giov. IV, 14). Essa risale nell’eternità così come ne è discesa: dall’anima fedele risale attraverso Maria, da Maria passa in Cristo, attraverso Cristo raggiunge di nuovo l’eternità. Attraverso Maria c’è nella Chiesa una corrente soprannaturale che scende e sale a sua volta; c’è tra cielo e terra come un flusso e riflusso perpetuo: è il flusso che rinvia il flusso, l’amore che restituisce l’amore. I meriti e i tesori di Gesù ci vengono trasmessi attraverso il Cuore di Maria; i nostri meriti e il nostro amore raggiungono Gesù attraverso il Cuore di sua Madre. Il tuo Cuore Immacolato, o Vergine Benedetta, è il dolce incontro tra Dio e l’uomo, il fiume misterioso che unisce le rive del tempo a quelle dell’eternità.  – Le onde di questa grazia hanno alzato la loro voce, una voce sublime, una voce più ammirevole di quella delle grandi acque, più ammirevole di quella dell’Oceano, e questa voce sembra gridare ad eco eterni: Maria, Mater gratiæ, Maria, Madre della Grazia! Possiamo noi unire l’armonia del nostro cuore a questa armonia per lodare Dio! Questa, quindi, è la parte di Maria nell’economia della salvezza. E il Rosario è un ottimo modo per attingere a questo canale di grazia. Come i tesori di Gesù Cristo ci sono applicati attraverso i Sacramenti, così, mantenendo le proporzioni e accantonando ogni esagerazione, i tesori di Maria ci vengono trasmessi attraverso il Rosario. Dove sono infatti i meriti e le soddisfazioni della Beata Vergine? Il Rosario non è forse la storia della sua vita? È nei Misteri che ha moltiplicato le sue soddisfazioni e i suoi meriti quasi all’infinito. Lo stesso vale per il suo potere di impetrazione: quando intercede per noi, quando comanda a suo Figlio di ascoltarci, ci fa capire il ruolo che ha dovuto svolgere nella triplice serie dei Misteri. Così la meditazione della nostra bella preghiera ci mette in contatto con la fonte da cui Maria ha attinto le sue ricchezze spirituali; come abbiamo detto, parlando dell’anima di Gesù, il Rosario ci fa toccare l’anima e la grazia della Beata Vergine; lampi di luce, colpi di fuoco scaturiscono da quell’anima sulla nostra. Quando recitiamo l’Ave quando diciamo alla nostra Madre: gratia plena, non solo le rinnoviamo il profumo delle sue prime gioie, ma soprattutto le ricordiamo il ruolo che ha nell’affare della salvezza, nell’economia della grazia, e i titoli che può far valere davanti a Dio in nostro favore. Meditare sui Misteri significa tenere la nostra anima unita alla sua, il nostro cuore in uno col suo Cuore; significa dissetarci alla stessa fonte alla quale Ella si è dissetata; significa unire la nostra voce alla voce del tempo e dell’eternità per dirle: Maria, Mater gratiæ! O Maria! O Madre della Grazia, ricordati dei tuoi figli! Maria risponde riversando su di noi nuovi favori e rivolgendoci questa parola: Chi mi trova ha trovato la vita, e attingerà la salvezza dalle fonti del Signore! (Prov. VIII, 35).

TERZO CAPITOLO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA PATRONA DELLA BUONA MORTE

Ci sono, nel destino del Cristiano, tre giorni grandiosi che hanno la loro solenne risonanza nell’eternità: quello del Battesimo, quello della prima Comunione e quello della morte. Il giorno del Battesimo è il primo dei nostri giorni belli, quando Dio si impadronisce di noi, quando ci segna con il suo dito ed il suo sigillo, e ci incorona re per l’eternità. La Prima Comunione è una festa per il cielo e per la terra. È indubbiamente un momento bellissimo in cui il bambino può baciare il padre e la madre da lungo tempo assenti, ma è incomparabilmente più dolce l’ora in cui il bambino abbraccia il suo Dio per la prima volta. Ora, è attraverso la prima Comunione che diamo a Gesù il nostro primo bacio nell’Eucaristia. Ma il giorno della morte è il più solenne dei tre: è il trionfo o la più terribile disperazione; è il giorno che ci trasfigura per sempre, che suggella la nostra beata predestinazione, o che consuma il più terribile dei disastri. Questi tre giorni sono posti sotto la benedizione di Maria; Ella ci ha sorriso nella nostra culla, ci ha praticamente tenuto in braccio al momento del Battesimo: ci ha benedetto nella Prima Comunione, ci ha condotto Ella stessa al banchetto di suo Figlio; ma soprattutto ci ha benedetto e ci ha sorriso nel giorno della morte. Poiché questo è il più terribile dei tre, se l’è riservato per Lei in modo speciale. La Sacra Scrittura chiama la morte “Il giorno del Signore”, dies Domini; possiamo chiamarlo allo stesso modo: il giorno di Maria. È necessario che sia così. Il peccatore morente è posto tra tre cupe visioni: la cupe visione del passato sono i peccati che ha commesso; la cupe visione del futuro sono le fiamme vendicative che lo attendono; la cupa visione del presente è la Giustizia divina, dalla quale non può sfuggire. Il giudizio inizia sul letto dell’agonia, ed è opinione dei teologi che il luogo della morte sia il luogo stesso del Giudizio. Ah! se il giorno della morte fosse solo il giorno della Giustizia, troppo spesso sarebbe un giorno di terrore. Ma è anche il giorno di Maria, e proprio per questo è il giorno della misericordia e della gioia. Di fronte alle tre cupe visioni, Maria pone tre visioni consolanti, tre visioni ineffabilmente dolci: la dolce visione del passato è la benedizione di Maria dal Battesimo all’ultimo momento della vita; la dolce visione del futuro è il regno eterno dove Maria trionfa con il suo amato; la dolce visione del presente è la misericordia divina, la protezione, spesso anche l’apparizione, il sorriso di Maria. Ovunque si rivolga il moribondo, se è un servo di Maria, è consolato. Se si volge verso il passato, trova la bontà di Maria; se verso il futuro, il regno di Maria; se verso il presente, la benedizione, il sorriso di Maria. O pii figli della Regina del Cielo, non dobbiamo temere la morte, perché è il giorno di Maria! La nostra augusta Madre è per molti versi protettrice della morte, ma soprattutto in due modi: in primo luogo perché ci prepara contro le sorprese della morte, e in secondo luogo perché ci assiste in modo speciale nel nostro doloroso passaggio. Ci prepara contro le sorprese: Unire la morte allo stato di grazia è un grande favore che non possiamo meritare. Solo può unire la morte allo stato di grazia, Colui che è il padrone assoluto della grazia e della morte, cioè Dio stesso. La morte del giusto è quindi un favore del cielo, è l’effetto di una predestinazione speciale: l’amore di Dio ci ha dato la nascita, l’amore di Dio ci fa morire. Lo stesso atto che ci ha chiamati alla gloria ci chiama a morire in questo o in quell’istante. Ecco un bambino che è appena stato battezzato; per un incidente imprevisto cade dalle mani che lo portavano e muore nella caduta. Questo caso ci sembra fortuito, eppure è nell’intenzione di Dio una grazia di scelta: richiedeva una speciale provvidenza, in una parola, una predestinazione. Per ottenere ai suoi figli questo dono della perseveranza, Maria ha infinite delicatezze che ci sfuggono: morire un anno prima, un mese prima, una settimana prima, un giorno prima, un istante prima, è a volte un favore inestimabile che ci procura a nostra insaputa. Sceglie cioè Ella il momento in cui siamo in uno stato di grazia. Dio colpisce, per così dire a caso, i reprobi, che sono il legno morto destinato alle fiamme eterne; ma per i servi di Maria, che sono il legno profumato del giardino delle delizie, Egli osserva le stagioni, secondo l’espressione di un autore pio. La morte può essere improvvisa, ma non li sorprende; un presagio segreto, una specie di voce interiore li aveva avvertiti. Anche quando la morte sembra imprevista, ci si rende conto che, negli ultimi tempi, queste anime erano più ferventi, più raccolte, più unite a Nostro Signore. – In secondo luogo, Maria aiuta i suoi servi in modo speciale al momento del terribile passaggio. Assistendo sul Calvario alla morte del Capo dei Predestinati, acquisì il privilegio, secondo Sant’Alfonso, di assistere tutti gli altri predestinati all’ora della morte. Come Dio ha voluto che il suo Cristo fosse formato da Maria e che morisse sotto gli occhi di Maria, così Dio desidera che tutti gli altri suoi “Cristi” siano formati da Maria e che Maria riceva il loro ultimo respiro. È un momento solenne l’ultimo momento di un predestinato: una sorta di stupore coglie i presenti, si sente che Dio e la morte sono lì, si ammira e si tace. Ma ahimè, c’è più di Dio e della morte, c’è anche il diavolo e i suoi satelliti. satana fa sforzi disperati, sa che gli resta poco tempo, si precipita come un gigante sull’uomo morente, vorrebbe afferrarlo in una stretta potente. Silenzio! … Maria è là! Con uno sguardo Ella ha fulminato il gigante infernale, è più terribile di un esercito schierato in battaglia; « se Ella è per noi, chi sarà contro di noi? » dice sant’Antonino. Si Maria pro nobis, quis contra nos? I santi – ci assicura Sant’Alfonso – hanno visto Maria venire a sedersi accanto al letto funebre dei suoi servi, asciugando il sudore dell’agonia con le sue mani divine, o rinfrescandoli contro l’ardore della febbre. Ella è lì per far loro assaporare la morte. Sì, grazie alla Beata Vergine, la morte diventa una bevanda da assaporare con piacere. Gustare mortem. Gustare la morte. A volte sentiamo persino le anime gridare, come il pio Suarez o come una santa suora domenicana: « Oh, non sapevo ancora che fosse così dolce morire… » Maria mette i suoi figli a dormire dolcemente, come una tenera madre, e i suoi cari muoiono nel bacio del Signore, assaporando sia l’ebbrezza di quel bacio che l’ebbrezza della morte. Gustare mortem! Quando Santa Chiara era nei suoi ultimi istanti, Maria si avvicinò a lei con una truppa di vergini; baciò con dolcezza la serafica morente, le diede il bacio della pace e, nel frattempo, le altre vergini che accompagnavano la Regina del Cielo si disposero intorno a quel letto trionfale e lo coprirono con un lenzuolo dorato. Nell’Ordine di San Domenico, la Salve Regina viene cantata vicino al letto del moribondo, e più di una volta, durante il canto di questa bella antifona, abbiamo visto i religiosi sorridere improvvisamente e poi addormentarsi dolcemente nel Signore, come cullati dalla mano di Maria. Non sappiamo che tipo di morte il Signore abbia in serbo per noi, ma se rimarremo servi di Maria fino alla fine, siamo certi che la nostra ora suprema sarà consolante; qualunque sia l’amarezza della morte, Maria saprà farcela assaporare. Sì, gusteremo la morte come una deliziosa bevanda preparata dalla mano della Madre nostra, e il nostro ultimo giorno sarà un bel giorno, perché sarà il giorno di Maria. – Queste considerazioni non ci hanno allontanato dal Rosario, perché è nei Misteri che Maria ha iniziato il suo ufficio di patrona della morte, ed è attraverso il Rosario che lo continua ogni giorno. Dapprima Ella ha consolato gli ultimi momenti del suo glorioso sposo, San Giuseppe; poi, nel decimo Mistero, la vediamo assistere il Re dei Prescelti. Il Maestro della vita, certo, non aveva bisogno di aiuto per morire; tuttavia, voleva che la presenza della sua tenera Madre addolcisse per Lui l’amarezza del suo crudele sacrificio. Il Rosario ci ricorda la più ineffabile delle morti: la morte di Giuseppe, la morte di Gesù, la morte di Maria. Il Mistero dell’Agonia ci dà la forza divina per trionfare nella lotta suprema; nella Crocifissione, nell’Assunzione, il Re e la Regina degli Eletti santificano la nostra morte con la loro stessa morte; uniamo le nostre disposizioni a quelle di questi divini morenti, attingiamo, dal loro passaggio, le grazie per addolcire le nostre. È in una scuola di questo tipo che si impara a morire. Inoltre, quando arriva la morte, il cavaliere del Rosario la guarda in faccia, come un operaio che ben conosce il suo mestiere. Sì, chi ha meditato bene la Crocifissione e l’Assunzione conosce il mestiere aspro e soave della morte. Non dimentichiamoci in questi due Misteri di chiedere il dono della perseveranza, orientiamo la nostra intenzione verso questo grande fine. La Crocifissione e l’Assunzione sono per eccellenza i misteri della buona morte. Possiamo anche affermare che c’è in ogni Mistero e anche in ogni Ave Maria una grazia di pia e santa morte. Dicendo a Maria: Pregate per noi ora e nell’ora della nostra morte, le chiediamo un appuntamento pubblico e solenne per l’ultimo istante. Oh! Maria sarà fedele a questo appuntamento con l’agonia, verrà a consolare gli associati della sua Guardia d’Onore, e se necessario, a portare loro la grazia del perdono. Si conosce questo tratto della vita di San Domenico, attestata da diversi autori degni di fede: una giovane, su indicazione del Santo, era entrata nella Confraternita del Rosario. Poco dopo muore di morte violenta e il suo corpo viene gettato in un pozzo. Avendo conosciuto questa tragica notizia, Domenico corse al pozzo e chiamò ad alta voce la sfortunata donna: ella ne uscì viva, si confessò in lacrime e visse per altri due giorni. Il Santo le chiese cosa le fosse successo dopo la morte. – « Sarei stato infallibilmente dannata, ma i meriti del Rosario mi hanno ottenuto la grazia della perfetta contrizione ». Questo episodio, anche se messo in dubbio, benché possa essere solo una parabola, ci aiuta a capire come Maria, attraverso il Rosario, eserciti il suo ufficio di patrona della buona morte. Così le glorie di Maria e le glorie del Rosario sembrano inseparabili. – Tre parole, abbiamo detto, riassumono tutta la salvezza: predestinazione, grazia, morte; tre parole riassumono il ruolo della Beata Vergine: Modello di predestinazione, Causa di grazia, Patrona della buona morte; tre parole riassumono il ruolo del Rosario: esso ci fa realizzare il modello della nostra predestinazione, ci comunica le grazie della Beata Vergine, ci ottiene la perseveranza ed un felice trapasso.  È vero, quindi, che il Rosario ci fa dare a Maria il suo vero posto nel disegno di Dio, e quindi è una devozione fondamentale nel Cristianesimo e un mezzo di santità, qualunque cosa abbiano potuto dire i novatori del XVI secolo e i razionalisti degli ultimi tempi.

QUARTO CAPITOLO

IL ROSARIO E SAN GIUSEPPE

Lo Spirito Santo ha voluto che tre nomi fossero scritti insieme sulla prima pagina del Vangelo, e su quella pagina la Chiesa spesso fa cantare i suoi ministri all’altare: Cum esset desponsata mater Jesu, Maria, Joseph. C’è qui una vera delicatezza divina: finché esisterà il Vangelo, questi tre nomi saranno inseparabili; fino alla fine dei tempi la Chiesa avrà la dolce parola ripetuta sull’altare: Mater Jesu, Maria, Joseph – Giuseppe, Gesù, Maria! Dio ha scritto questi tre nomi nel suo libro della vita per significare che dobbiamo iscriverli tutti e tre nel nostro cuore e unirli nel nostro affetto. Né li separeremo nella meditazione del Rosario: il ricordo di Giuseppe è indissolubilmente unito nei Misteri a quello di Gesù e di Maria. Il Rosario, che ci hanno rivelato Maria e suo Figlio, ci rivelerà anche lo sposo di Maria. Possiamo anche dire che il Rosario è la vera storia di San Giuseppe, perché ci fa conoscere: 1° il ruolo del glorioso Patriarca in relazione all’Incarnazione e alla Redenzione; 2° il suo ruolo in relazione alla Chiesa. È su questo doppio punto di vista che mediteremo piamente. Una Trinità vergine aveva creato il mondo, una Trinità vergine aveva la missione di salvarlo. È dolce per noi invocare la Trinità vergine che ci ha creato all’inizio delle nostre azioni: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo: la Trinità vergine alla quale è stata affidata la missione redentrice, abbiamo imparato ad amarla fin dalla culla; pronunciare il suo nome è una gioia: Gesù, Maria, Giuseppe. Gesù fa parte di questa Trinità della salvezza, perché è il Redentore, Maria ne fa parte perché è la Madre del Redentore, Giuseppe ne fa parte perché ha un rapporto ineffabile con Gesù e con Maria. Tutti e tre sono vergini, tutti e tre sono associati in una vita comune di sofferenze comuni, e si può applicare ad esse, anche se in un altro senso, ciò che si dice della Trinità del cielo: et hi tres unum sunt, questi tre sono una sola. Giuseppe appartiene a Gesù e Maria per sacri legami, ha un vero e proprio diritto su di loro; Gesù e Maria sono in qualche modo di sua proprietà. La sposa appartiene allo sposo: c’è una donazione totale tra l’uno e l’altro, e più l’unione è spirituale, più è forte e più perfetta è la donazione. L’unione di Maria con Giuseppe è tutta spirituale: è una verginità che sposa un’altra verginità. L’unione è quindi perfetta; la donazione è totale: Maria appartiene completamente a Giuseppe. E proprio per questo Gesù diventa proprietà dello sposo di Maria. È facile dimostrarlo con un ingegnoso confronto preso in prestito da San Francesco di Sales. Se una colomba dovesse far cadere un frutto in un giardino, l’albero che nascerà da questo frutto apparterrà senza dubbio al padrone del giardino. Ora Maria è il giardino di San Giuseppe, un giardino sigillato e balsamico per i fiori di verginità. Lo Spirito Santo vi fa cadere dentro un  frutto divino; questo frutto diventa il grande albero che ha guarito e ha protetto tutta l’umanità. Poiché il giardino appartiene a Giuseppe, l’albero nato da questo giardino, cioè il Bambino Gesù, appartiene anche a lui. Come sei ricco, o benedetto Patriarca! I più bei capolavori della creazione, le due meraviglie della grazia vi appartengono.  – Per produrre Maria e Gesù, Dio doveva scuotere il cielo e la terra, secondo la parola del profeta: Commovebo cœlum et terram (Agg. II, 7). L’eternità è stata in qualche modo commossa per realizzare questa meraviglia che si chiama negotium sæculorum, il grande affare dei secoli. E dopo che Dio ha così scosso l’universo, dopo aver dato alla luce questi due capolavori, non ha voluto tenerli per sé, li ha affidati a Giuseppe. La cosa più bella che il Signore ha fatto è sua. Quando guarda Gesù e Maria, può dire loro la stessa cosa: “Voi siete miei, mi appartenete”: ed entrambi gli rispondono: “Sì, sono tua proprietà, tuus sum ego“. Per essere degno di possedere i due tesori più preziosi del Signore, Giuseppe doveva ricevere una grazia supereminente che lo portasse fino alle estreme sommità dell’eroica santità. San Giovanni Crisostomo, riecheggiando la Tradizione, ci assicura che Giuseppe è stato purificato prima della sua nascita dalla contaminazione originaria. Più tardi, il contatto quotidiano con il Verbo Incarnato ha portato nella sua anima insondabili tesori di grazia. – Ricordiamo qui un principio di San Tommaso che abbiamo invocato più volte. Più siamo vicini ad una sorgente, più partecipiamo all’abbondanza delle sue acque. Ma dopo Maria, chi era più vicino all’umanità del Verbo, di Giuseppe? Quando teneva Gesù tra le braccia, quando gli dava un bacio ineffabile, non beveva dalla fonte della santità? L’Umanità di Cristo, oceano di grazia, ha versato le sue onde nell’anima di Giuseppe, l’ha riempita, l’ha fatta traboccare. Ci sono tre abissi nell’Incarnazione: la grazia di Gesù, la grazia di Maria, la grazia di Giuseppe. Tutti e tre sono insondabili, tutti e tre li conosceremo bene solo nell’estasi dell’eternità. Inoltre, la presenza di Maria sarebbe stata sufficiente a santificare suo marito. Prendiamo in prestito un altro paragone da San Francesco di Sales. Supponiamo che uno specchio che riceva raggi del sole direttamente, e che un altro specchio sia posto di fronte ad esso; anche se quest’ultimo riceve questi raggi solo per riverbero, li riflette perfettamente. Maria è lo specchio che riceve direttamente i raggi del sole della giustizia. Giuseppe è lo specchio che riceve i raggi di Maria. Così, lo splendore di Cristo e lo splendore della Beata Vergine si rifletteranno sulla sua anima per rendere tutto luminoso. Tale è l’incomparabile santità di San Giuseppe. È così che egli appartiene al Redentore e alla Madre del Redentore, come è associato a loro nell’opera di salvezza, come è parte della vergine e redentrice Trinità di Nazareth. Ma questo ruolo di Giuseppe nell’Incarnazione, sposo di Maria, padre di Gesù, ci viene mirabilmente rivelato nei Misteri Gioiosi: l’Annunciazione e la Visitazione ci fanno conoscere soprattutto lo sposo di Maria; la Natività, la Purificazione, il Ritrovamento nel Tempio, ci mostrano soprattutto il padre adottivo di Gesù. Le grazie e i sentimenti interiori della sua anima si irradiano attraverso questi Misteri, e questa pia meditazione ci introduce alla storia intima del Beato Patriarca. Infatti, tutta la storia della sua anima è riassunta in sette dolori e sette gioie, e la prima parte del Rosario è il resoconto vivente di questo dramma interiore di sofferenza e di gioia. I Misteri Gioiosi sono come la superficie limpida su cui si riflette il cielo sereno dell’anima di Giuseppe. Ma il ricordo del Santo Patriarca è forse assente dai Misteri Dolorosi? Dopo aver assistito, nella Crocifissione, alla morte del Salvatore, accompagniamo la sua anima nella discesa nel Limbo. Poi, dolce visione, scena incomparabile, l’anima di Gesù e l’anima di Giuseppe si incontrano! C’è qui un momento unico nella storia della felicità. San Tommaso insegna che Nostro Signore, scendendo nel Limbo, ha concesso alle anime sante la visione beatifica. Noi possiamo immaginare quel momento ineffabile in cui, per la prima volta, le anime hanno visto Dio faccia a faccia! Siamo testimoni di queste prime ebbrezze di San Giuseppe, ci congratuliamo con lui, gli diciamo con tenerezza: « Godete! Godete! Ubriacatevi al torrente della voluttà del Signore, e ottenete per noi con le vostre preghiere di bere un giorno dalla vostra stessa sorgente ». – Ci stiamo avvicinando ai Misteri gloriosi, qui ritroveremo nuovamente il nostro amato protettore. Egli fu, senza dubbio, uno dei privilegiati che scortarono l’anima di Cristo il mattino della Risurrezione; il trionfo di Gesù divenne così pure il trionfo di Giuseppe. Il giorno dell’Ascensione, il Padre adottivo ascende con il Figlio, e quando Nostro Signore si sedette sul suo trono eterno per esercitare alla destra dell’Onnipotente il potere del Re e l’ufficio di Giudice, fece sedere accanto a Lui Giuseppe, affidando la cura della sua Chiesa a colui che aveva protetto la sua infanzia. Nel felicitarci con il Salvatore per il trionfante ingresso nel suo regno, ci congratuliamo pure con Giuseppe per essere stato associato all’impero. Più tardi, quando celebreremo le glorie della Beata Vergine negli Ultimi Misteri, sarà dolce per noi pensare allo stesso tempo alle glorie del venerato Patriarca; Maria ci sarà grata per aver unito nella stessa meditazione i trionfi del suo sposo con i suoi stessi trionfi. Pregando la Regina della Chiesa, offriremo il nostro omaggio al patrono e protettore della Chiesa. In questo modo, i Misteri gloriosi ci riveleranno il ruolo di San Giuseppe in relazione alla Chiesa Cattolica. – La Chiesa è stata istituita per perpetuare l’Incarnazione attraverso i secoli; l’Incarnazione e la Chiesa sono il culmine della storia mondiale; la Chiesa è la necessaria estensione dell’Incarnazione; la famiglia cristiana è la continuazione della famiglia di Nazareth. Giuseppe deve quindi avere nella Chiesa un ruolo analogo a quello che gli è stato affidato nell’Incarnazione; deve continuare la missione di tutela che ha esercitato nei confronti della famiglia cristiana: guardiano e protettore della Sacra Famiglia, sarà il guardiano e il protettore del Cristianesimo. La Chiesa ha riconosciuto solennemente questo ruolo del Santo Patriarca nei suoi confronti. È giusto ricordare qui che un religioso domenicano, p. Lataste, aveva offerto la sua vita perché San Giuseppe fosse dichiarato patrono della Chiesa; il sacrificio fu accettato, il religioso morì vittima della sua generosità, ma subito dopo apparve il decreto di Pio IX che proclamava San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Abbiamo recentemente celebrato il Giubileo d’argento di questo benedetto patrocinio, e questo giorno è stato veramente una festa del cuore per tutti i fedeli.  – Il ruolo di S. Giuseppe nella Chiesa è quindi quello di esserne il Patrono universale: egli è cioè intercessore per tutte le grazie, patrono di tutte le condizioni. Conosciamo le famose parole di santa Teresa: « L’Altissimo dà una grazia sola ad altri Santi per aiutarci in questo o in quel bisogno, ma il glorioso San Giuseppe, lo so per esperienza, estende il suo potere a tutte ». Abbiamo mostrato come tutti i beni spirituali vengano a noi attraverso Gesù e Maria: Gesù, la fonte delle grazie, Maria, il canale che ce le trasmette. Giuseppe ha un diritto di proprietà su di loro: i legami una volta formatisi sulla terra, non sono stati distrutti, ma piuttosto consacrati in cielo. In paradiso, come a Nazareth, può dire alla moglie e al figlio: « Tu mi appartieni, sei di mia proprietà », ed entrambi gli ripetono la risposta di un tempo: « Tuus sum ego ». Sì, sono tuo. Egli potrebbe quindi comandarli, ma Gesù e Maria non aspettano i suoi ordini; essi prevengono i suoi desideri, e tutti i favori che egli cerca per i suoi privilegiati gli vengono concessi. Per il potere che ha sul cuore del Re e della Regina del Cielo, Giuseppe può essere chiamato il “ministro dei tesori spirituali”, l’amministratore delle finanze divine: le grazie temporali, le grazie dell’eternità, egli ne è l’ammirabile distributore. Abbiamo bisogno di un aiuto temporale? Andiamo da Giuseppe. Una comunità di suore, in America, aveva richiesto una considerevole somma di denaro per un’istituzione a favore dei poveri; una suora aveva composto, in onore di San Giuseppe, un commovente inno che gli anziani cantavano ogni giorno dopo la preghiera serale. Prima della fine della novena, un benefattore ha inviato un’offerta generosa; i poveri hanno continuato a ripetere il loro inno di fiducia; il Santo è stato così gentile da concedere il doppio dell’importo richiesto. Vogliamo la soluzione a una questione difficile? Rivolgiamoci a colui che è il sostenitore delle cause disperate. Una famiglia cristiana fu minacciata da un processo ingiusto; mentre facevano una novena a San Giuseppe, l’avversario si offrì di fermare il processo e di pagare le spese. Ma soprattutto il nostro potente intercessore è lieto di concedere i favori spirituali, le grazie della salvezza. Quante madri cristiane sono venute davanti al suo altare per ringraziarlo della conversione di un figlio o di un marito! Tra tutti i favori, ce n’è uno che si può chiamare la grazia delle grazie; la grazia della perseveranza e della buona morte. Sarò salvato? Sarò dannato? Non c’è domanda più spaventosa di questa; la risposta è ancora più spaventosa: non lo so! Ma Giuseppe, che ha dato la sua anima tra le braccia di Gesù e di Maria, può promettere ai suoi servi una risposta di vita. È stato spesso citato che San Vincenzo Ferrier diceva: Un pio mercante invitava ogni anno tre poveri alla sua tavola in onore della famiglia di Nazareth. Nei suoi ultimi momenti. Gesù, Maria e Giuseppe sono andati da lui, sorridendo e chiamandolo: « Ci hai ricevuto ogni anno nella tua casa; oggi noi ti riceviamo nella nostra ». Se solo potessimo sentire un simile invito alla nostra agonia! Ah! ma almeno, non manchiamo di chiedere al nostro devoto protettore il dono inestimabile della perseveranza. – San Giuseppe è quindi un intercessore per tutte le grazie. È anche il patrono per tutte le condizioni. Patrono dell’infanzia, perché ha protetto il Bambino Gesù sotto il suo manto paterno; patrono delle famiglie cristiane, perché era il capo della famiglia più augusta che sia mai esistita. Egli è in modo speciale il patrono dei lavoratori. Era della stirpe reale di Davide, ma non è in questa veste che è rimasto caro alla pietà dei fedeli; porta nella storia un nome più modesto e venerato: il carpentiere di Nazareth. È il Santo patrono delle vergini: vergine lui stesso, sposo di una Madre Vergine, padre adottivo di un Dio vergine, ha certamente il diritto di essere il custode della verginità. Egli è il Santo patrono delle anime sacerdotali; sia Giuseppe che il Sacerdote hanno avuto la missione di portare Gesù agli uomini, di difenderlo dalle persecuzioni; ad entrambi è stato dato il diritto di godere dell’intimità del buon Maestro, di vivere e morire sul suo cuore. È il Santo patrono degli afflitti, di tutti coloro che piangono, di tutti coloro che soffrono: nei suoi sette dolori e nelle sue sette angosce ha assaporato l’amaro sapore del sacrificio. È il Santo patrono degli esiliati: ha imparato nelle vie dell’Egitto quanto sia duro non poter alzare lo sguardo verso il cielo della sua patria. Non c’è condizione, non c’è stato che non possa trovare in lui un modello, un protettore, un amico; è il Patrono di tutti i Cristiani, perché è il Patrono universale della Chiesa. Questo è, in un semplice e tenue profilo, il ruolo che Gesù Cristo ha affidato al suo padre putativo il giorno dell’Ascensione; ecco come la considerazione di questo mistero può diventare una vera e propria meditazione su San Giuseppe. Leone XIII ha capito bene che c’è un rapporto necessario tra il Rosario e il capo della Sacra Famiglia. Per questo decretò che in tutta la Chiesa, durante il mese del Rosario, che Giuseppe sarebbe stato invocato dopo la sua Immacolata Sposa. Non separiamo ciò che Dio ha unito: d’ora in poi nella recita delle Ave Maria associamo nella nostra meditazione e amiamo la Madre di Gesù, Maria, con Giuseppe, suo sposo: Mater Jesu Maria, Joseph.

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